La tosse secca

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(Un mio amico conosce un pediatra che è la persona più tranquilla del mondo).
"Pronto".
"Buonasera dottore mio figlio sta vomitando sangue e frattaglie da tre ore".
"Età?"
"Cinque anni il mese prossimo se ci arriva".
"Peso?"
"Venti chili tre ore fa, adesso non riusciamo a tenerlo fermo sul piatto della bilancia, emette ultrasuoni e scosse elettriche".
"10 gocce di Bogomil tre volte al giorno dopo i pasti, buonasera".
"No, aspetti, 10 gocce di Bogomil ce li ha dati anche l'anno scorso, si ricordi? quando ha contratto la peste bubbonica".
"Allora gliene dia dodici".
"Va bene ma nel frattempo è levitato e ora è appiccicato al soffitto con la testa ruotata a 180°, come faccio a dargli il Bogomil".
"Prenda quello in supposte da cinque cc".
"Sì, ma come..."
"Ce l'avrà una scala".
"Va bene, però ora sta bestemmiando in antico caldeo e rivelando informazioni sulla fine dei tempi, dice che posso chiamare un esorcista?"
"Ma sì, perché no".
"Però l'ultimo esorcista lo ha mangiato".
"Allora è meglio di no. Buonasera".
"Buonasera, no, aspetti, c'è un'altra cosa, ha anche un po' di tosse secca".
"Va bene, me lo porti domani alle sedici e trentatré. Buonasera".
(Un mio amico conosce un pediatra molto tranquillo).
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La Salle vuole te

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7 aprile – San Giovanni Battista della Salle (1651-1719), patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno

Se non sai le cose, SALLE
Anche in paradiso non è che uno possa sempre fare quel che vuole, bisogna scendere a compromessi. Giovan Battista della Salle, per esempio, non è che abbia mai richiesto la sua postazione al Collocamento. Ma i colloqui qualcuno deve pur saperli fare e almeno è un bell'ufficio, grandi finestre sull'orto di San Foca. Con un po' di fortuna di prima mattina puoi vedere quel vecchio gentile innaffiare gli oleandri con una brocca di legno antico quanto lui, mentre ascolti l'ennesimo tizio che vorrebbe fare lo scrittore.

"Lo scrittore! Che bella idea!"
"È più che un'idea, praticamente è tutta la mia vita. Sa io ho già pubblicato una raccolta di racconti per Busillis e inoltre..."
"Quindi le piace leggere".
"Leggere, beh, sì, senz'altro, ma soprattutto..."
"Farsi leggere dagli altri".
"In che senso, scusi".
"Ma niente riflettevo a voce alta... secondo lei ogni quanti lettori dovrebbe fiorire uno scrittore interessante?"
"Non sono sicuro di aver capito".
"Cercherò di spiegarmi meglio. Lei è uno scrittore, quindi le serviranno dei lettori. A ogni scrittore servono lettori. Secondo lei qual è il rapporto ottimale tra scrittori e lettori? Uno su cento?"
"Non saprei".
"Spari un numero".
"Teniamo conto che i lettori possono leggere migliaia di libri, e quindi... cioè il rapporto potrebbe anche essere uno a uno: tutti scrivono, tutti leggono".
"È vero, potrebbe anche essere così".
"Ma non è così, vero?"
"No, neanche un po'".
"Uno su cinquanta?"
"Eh, è ottimista lei".
"Ma si sa il numero preciso?"
"Abbiamo stime abbastanza precise ormai, sa, abbiamo avuto moltissimo tempo a disposizione per elaborarle".
"Ed è?"
"Premesso che negli ultimi secoli è sceso di molto, ma per ora sta intorno a millesettecentotrentanove virgola sei periodico".
"Ah".
"Quindi lei, insomma, capisce il problema".
"No, ancora no".
"Ha ragione, le manca un altro dato importante. Quest'anno mi sono arrivati quassù già centocinquantamila scrittori, gente brava eh? E non sto dicendo che non sia bravo anche lei, ma per dare un posto a tutti ci servirebbero..."
"150.000x1739,6=..."
"Ottocentosessantanove milioni di lettori".
"E non li avete?"
"Per adesso no".
"Ma forse in seguito aumenteranno".
"Ma certo, è quel che speriamo tutti, ma potrebbero anche aumentare gli aspiranti scrittori, mi capisce?"
"Mi sta dicendo che non potrò fare quel che ho sempre desiderato di fare?"
"Ma no, no, perché. Siamo nel migliore dei mondi possibili, prima o poi una soluzione la troviamo. E comunque noi abbiamo un grande bisogno di gente come lei".
"Ma se mi ha appena fatto capire che sono inutile".
"No, no, non volevo, mi perdoni se le ho suggerito questa idea, mi creda. Non è affatto inutile".
"E che tutte le mie aspirazioni erano malriposte".
"Niente di più sbagliato. Le sue aspirazioni erano preziose. Lei è prezioso. Abbiamo tutto il posto che vuole per le persone come lei".
"In che senso?"
"E non c'è nemmeno da fare anticamera. Se accetta questo incarico può cominciare anche domattina, è una scuola molto simpatica vicina alla rosticceria di San Lorenzo..."
"Una scuola? Dovrei lavorare nella scuola?"
"È una zona molto verde, si troverà bene".
"Mi dispiace io non... non credo di essere adatto. A me piace scrivere".
"Meraviglioso, quindi insegnerà agli altri".
"Io non... non credo di essere capace".
"Ha paura di crescere allievi più bravi di lei? In effetti è un rischio. Ma non si preoccupi, non deve insegnare a scrivere. È sufficiente che insegni a leggere".
"Non è davvero quello che mi aspettavo".
"Rifletta. Se ogni 1739 lettori fiorisce uno scrittore, lei non ha che da insegnare a leggere a 1739 anime e..."
"Posso essere sincero?"
"Deve".
"Non credo che sarei un bravo insegnante. Mi sentirei frustrato, incompleto, e sfogherei la mia frustrazione sugli studenti. Non solo non sarebbe paradiso per me, ma per loro sarebbe un inferno".
"Un inferno, ehi, ehi, che parole. Guardi che a scuola ci si diverte anche. È chiaro, a volte è faticoso. Dovrebbe leggere i temi".
"No i temi no".
"Mentre a lei piace scriverli".
"Non c'è davvero niente'altro che io possa fare?"
"Per adesso no, al massimo la posso mettere in lista per il reddito di beatitudine. Sono due spicci però, è sicuro di non volerci ripensare?"
"I temi no".
"Io comunque sono qui, se cambia idea..."



A metà mattina passa san Fiacrio a curare le siepi di rose, che hanno le spine anche nel Paradiso perché, perché, misteriosi disegni di Dio. San Cristoforo sta portando a pisciare San Guinefort. Qualcuno in un ufficio di fianco ha portato il caffè e Gianbattista ne assapora il profumo denso, anche se sta cercando di smettere, mentre risponde a un signore che ha le idee molto chiare.
"Insomma, teatro".
"Sono nato per farlo".
"Meraviglioso".
"E se non lo faccio muoio. Ora lei mi troverà ridicolo, ma..."
"Ridicolo, e perché?"
"Chissà quanti le hanno già detto la stessa cosa".
"Tre milioni e qualcosa, ma che vuol dire?"
"Sul serio?"
"Non lo so, dopo i tre milioni ho smesso di contare, è stato qualche anno fa, comunque il trend è costante dall'Ottocento".
"Quindi sta per dirmi che non c'è pubblico per tutti quelli che vogliono fare teatro".
"E perché? Siamo in paradiso, c'è pubblico per tutti".
"Davvero?"
"Certo, bisognerà modificare un poco il repertorio".
"Il repertorio non è un problema".
"Allora posti ce n'è finché ne vuole".
"Sul serio?"
"Però la devo avvertire: può essere un lavoro molto faticoso, sfibrante".
"Oh lo so".
"Magari non lo sa ancora del tutto".
"Quando posso cominciare?"
"Domattina, presso l'Istituto Don Bosco in via..."
"Ma... ma è una scuola".
"Ha anche un giardino meraviglioso".
"È uno scherzo? Io ho chiesto di fare teatro".
"Le garantisco che ne farà tutti i giorni".
"No".
"Quattro o cinque ore al giorno, per il pubblico più esigente".
"Non è quello che mi aspettavo".
"Potrà improvvisare e declamare a memoria. Piangerà, farà piangere. Riderà, farà ridere. Tutto quello che succede a teatro, tranne forse..."
"Gli applausi?"
"Eh, applausi in effetti pochissimi. Ma sono così importanti? È quello che veramente cercava nel teatro?"
"La prego, niente prediche, io..."
"Il teatro è dedizione, è sacrificio, è disciplina, gli applausi sono un contentino per i filodrammatici. Il vero attore agonizza nel silenzio, o peggio ancora, nel frastuono che segue la campanella".
"Io li odio gli studenti. Sono il pubblico peggiore".
"Sono solo i più esigenti".
"Non riuscirei nemmeno a farli tacere".
"Allora forse non è un grande attore".
"Davvero?"
"Mi perdoni, mi è sfuggita".
"È quello che pensa di me?"
"È quel che penso in generale. Insegna chi ha le palle, firmato de la Salle".
"Non fa ridere".
"No, in effetti no".
"Sta cercando di provocarmi?"
"Io?"
"Lei vorrebbe che io le rispondessi vaffanculo, le faccio vedere io chi ha le palle qui, lei vorrebbe che io firmassi per finire domattina a declamare Shakespeare in un inferno di bambini ridacchianti finché non si arrendono loro a Shakespeare o io alla mia mediocrità".
"Non deve sottovalutare Shakespeare".
"Senta ma quella cosa che diceva il tizio che è uscito prima... il reddito di santità..."
"Di beatitudine".
"È una cosa seria?"
"No, non tanto".
"Insomma non c'è alternativa".
"Un'alternativa a passare l'eternità a far conoscere Shakespeare ai ragazzi? Pensando che ogni volta sarà la prima volta? Un'eternità di Giuliette al balcone? Davvero ha bisogno di un'alternativa a questo?"
"Mi ci faccia pensare".
"Ma certo. Io comunque resto qui".



A pranzo gli piacerebbe sedersi sulla panchina sotto agli aceri ad ammirare il foliage, ma è da milletrecento anni che ci siede San Simeone Stilita, e non si schioda. Anche per questo ha chiesto di fare orario continuato, e il primo pomeriggio mentre digerisce un sandwich del distributore automatico di solito passano quelli più strani, quelli che per esempio vogliono combattere il Male.
"Il Male? Ma ha studiato medicina per caso?"
"No no, io intendo un Male più nel senso morale del termine".
"Ma certo, mi scusi, che sciocco. E in che modo lo vorrebbe combattere?"
"L'ideale sarebbe sparare, ma mi rendo conto che..."
"Sparare! Ma siamo in paradiso".
"Lo so, ma..."
"Non ha mai pensato che si potrebbe far male qualcuno?"
"È... è un po' il senso della cosa".
"Far soffrire i malvagi".
"Detta così suona molto stupida, ma io..."
"Lei sente che è questa la sua missione".
"Io senso che se non mi si darà qualcosa di nobile per cui lottare, o anche solo qualcosa di spregevole da combattere, finirò comunque per combattere, ma per delle sciocchezze. Perché sono fatto così e non credo di poter farci niente".
"Dovrebbe combattere contro sé stesso".
"E perderei".
"La ringrazio per la franchezza".
"Non dovrei nemmeno essere qui, vero?"
"E perché mai? Lei è una persona onesta, con un forte senso morale, che chiede di poter lottare..."
"A volte mi domando se la morale non sia solo un pretesto. La verità è che mi piace combattere, e ovviamente vorrei sentirmi dalla parte dei buoni. Sulla Terra era molto facile fregare quelli come noi. Ci davano in mano un'arma, ci additavano i malvagi e..."
"Buffo, le stavo per proporre la stessa cosa".
"In che senso?"
"Nel senso che si dà il caso che io abbia un sacco di malvagi da sconfiggere e sarei molto lieto di additarglieli. Ho anche qualche arma da fornire... certo non esplosivi, ma..."
"Sul serio?"
"Sì, anche in paradiso esistono le guerre sante. Ciò la stupisce?"
"Di solito c'è sempre la fregatura".
"Qui no. Mi basta una firma qui e domattina può andare a combattere l'analfabetismo e la superstizione presso l'istituto Sant'Ignazio che dà sui giardini del..."
"No no no. Lei sta proponendo una scuola anche a me".
"La trovo adattissima all'incarico".
"Io sono una persona semplice, per me esiste il bianco e il nero, non capisco le sfumature".
"C'è bisogno anche di quelli come lei".
"Senta, piuttosto mi dia anche solo uno scudo, un bastone, mi dica di difendere una città fortificata da ventimila infedeli, ma in una classe preferirei non entrarci più".
"Ha già esperienze di insegnamento?"
"Ho fatto una supplenza, una volta".
"Ha fatto una supplenza, e poi la guerra".
"Già".
"E preferirebbe tornare in guerra".
"La trovo più semplice. Si vince, si perde".
"Anche a scuola, no?"
"No, a scuola si perde soltanto. Tutti i giorni".
"A volte si vince pure".
"Non mi ricordo che sia mai successo".
"Eh, in effetti si scopre molto tempo dopo, e il più delle volte non ti mandano nemmeno un telegramma".
"Ma nel frattempo dovrei ritrovarmi in trincea tutti i giorni, davanti alla sconfitta tutti i giorni, non ce la posso fare".
"Ma in guerra non è la stessa cosa? Mi scusi: qual è la vera differenza? Perché l'unica che mi viene in mente... è che la guerra dopo un po' finisce".
"Già".
"Mentre la scuola riapre tutti i giorni".
"Mi dia un bastone piuttosto, davvero".
"Quindi insomma lei è pronto a combattere il Male... purché la lotta sia breve".
"Se vuole metterla così".
"Potrei metterla in un altro modo: dove ha messo le palle?"
"Eh".
"Mi ha capito bene. Lei viene da me poco dopo mezzogiorno, con tutti i suoi propositi eroici, il suo alto senso della moralità, e io ho qui pronta per lei l'unica guerra che valga la pena di essere combattuta, giorno per giorno, metro per metro, e lei si sgonfia così? Sul serio: dove le ha messe?"
"Lei... lei non dovrebbe parlare così".
"Io parlo come voglio e posso, soldato! Sull'attenti!"
"Sissignore".
"Ha letto qua fuori: ufficio smidollati?"
"Nossignore".
"Crede che io abbia da perdere il mio prezioso tempo con gli smidollati?"
"Nossignore".
"Tutte le mattine alle sette e mezza il Sant'Ignazio apre i cancelli. È in un brutto quartiere, gli studenti puzzano e non sanno stare seduti e c'è una cattedra vacante. Hanno bisogno di un docente con le palle, purtroppo oggi non ne ho ancora visto uno. Può sempre andare lei, se entro domattina le ritrova. Nel frattempo si tolga dalle mie".
"Grazie, signore. Mi scusi signore. Arrivederci, signore".

Londra, Regno Unito

Verso le cinque del pomeriggio l'idea limpida di una birra cruda si insinua dietro la fronte di Giovanni Battista della Salle. Gli piacerebbe berla sotto il pergolato, prima di cena, qualche volta ha anche ceduto alla tentazione. Ma stasera ha ancora un colloquio, con uno che non ha sbocchi, dice lui, perché è un... un filosofo? Addirittura?
"Indirizzo sociologico. Mi sta già disprezzando, vero?"
"E perché mai? Di tutti c'è bisogno. Mi faccia controllare..."
"Non c'è bisogno di fingere con me".
"Non sto fingendo. Sto davvero controllando una lista, vede? Dunque..."
"Ma sappiamo benissimo entrambi come va a finire".
"C'è posto anche qui dietro, alle figlie dell'Immacolata".
"È una scuola".
"Con un magnifico giardino".
"Me lo avevano pur detto. Lei ci fa parlare ma alla fine, qualsiasi cosa diciamo, lei ci manda tutti a scuola".
"No, non tutti".
"Non tutti?"
"Capitasse un idraulico, ne abbiamo una necessità disperata. Ma ne arrivano pochi".
"Come sulla Terra".
"No, no, molti meno, ah ah".
"E mi avevano anche detto questo, che le sue battute erano terribili".
"Sì, beh, servono più a rompere il ghiaccio... lei è sociologo, capirà benissimo..."
"Fin troppo. Dunque lei è San Giovanni de la Salle, l'inventore della scuola dei poveri".
"Dicono questo di me? Pazzesco".
"Cosa c'è di pazzesco? Ha ispirato i regolamenti di dodici congregazioni, ha lottato per la scuola gratuita, ha praticamente inventato le classi elementari..."
"Ma scusi, la scuola esisteva già, i poveri pure, bastava fare entrare i secondi nella prima, non è che ci volesse un genio".
"E secoli dopo è ancora qui. Tutti quelli che capitano nel suo ufficio, lei li fa parlare un po' e poi li manda a scuola".
"Che ci posso fare se lì c'è un sacco di posto?"
"Ma ci sono davvero tutte queste scuole in paradiso?"
"Perché non dovrebbero esserci? ci sono molti bambini. E sa quanti buoni maestri servono a crescere un uomo?"
"Abbiamo il numero?"
"Mediamente una dozzina. Si rende conto? E qui arriva sempre più gente. Il lavoro non mancherà mai, nelle scuole".
"Ma non è il lavoro che uno si aspetta di fare, quando arriva qui".
"Lo so, e questo mi tormenta. Ma insomma l'umanità è così. Vorrebbero tutti fare gli scrittori, e nessuno vuole insegnare a leggere la gente. Tutti attori, tutti condottieri, tutti vorrebbero un pubblico, ma Dio non ci ha creati così".
"Ci ha destinati al dolore, a quanto pare".
"Non saprei. Ognuno vede il proprio dolore, ma Dio non ci ha creati uno alla volta. Ci ha creato tutti assieme, in un solo grande giardino. Un po' di sofferenza forse è necessaria, come le spine alla rosa".
"E insomma questo suo Dio ci avrebbe creato comparse, ma con manie di protagonismo".
"Immagino che queste manie, come le chiama, siano necessarie a farci combinare qualcosa di interessante".
"Ma non è onnipotente? Non avrebbe potuto creare un mondo senza dolore, senza comparse, senza frustrazioni?"
"Magari lo ha fatto, poi lo ha trovato noioso e ne ha creato un altro. Lo sa che è inutile farsi queste domande, vero?"
"Senta, io non sono molto d'accordo con questa cosa. Se potessi, non so... fare domanda per il Nirvana..."
"Il Nirvana, buon dio, ma lo sa che non c'è proprio niente laggiù?"
"Lo preferisco a tutto questo. Il giardino a cui invidia i profumi e i colori, io lo guardo più da vicino e lo scopro popolato da insetti che si divorano, organismi animati dalla paura e dalla fame. Siamo uno spettacolo doloroso, congegnato da un Dio indifferente o crudele. Vorrei alienarmi da tutto questo. Posso?"
"Non lo so, ma se lo lasci dire, lei parla davvero bene".
"E adesso crede di raggirarmi coi complimenti".
"Ha mai pensato di diffondere il suo pensiero? Credo che potrebbe fare molti, come si dice, seguaci.  Potrebbe perfino creare una, una..."
"Sta cercando un sinonimo per scuola?"
"Ops, sì".
"Ma lo capisce che non sono tutti come lei? Non sono tutti pervasi dal sacro fuoco dell'insegnamento?"
"Ma io non sono pervaso da nessun sacro fuoco, io anzi avrei voglia di bermi una birra guardi, io..."
"Lo sa perché sono venuto qui? Potevo anche rifiutarmi, ma alla fine la curiosità mi ha vinto".
"Era curioso di me?"
"Di una sola cosa che non riesco a capire. Lei passa l'eternità qui, in questo ufficio, a convincere povere anime ad andare a scuola. Ma perché non c'è andato lei?"
"Ah, buona domanda, davvero buona".
"Se è davvero il lavoro più interessante, il più nobile, il più eroico, perché non l'hanno voluta?"
"Onestamente non lo so".
"Non lo sa?"
"La cosa mi imbarazza anche un po', ma dunque, è andata così. Mi hanno mandato proprio in questo ufficio, ovviamente c'era un altro seduto al mio posto, e ho cominciato a spiegare, dunque mi chiamo Giovanni Battista de la Salle, ho fondato alcuni istituti scolastici, blablablà, insomma il tizio mi ha offerto di prendere il suo posto, e mi è sembrato inelegante dir di no".
"E non gli ha offerto una cattedra?"
"Buffo, no".
"Ma poteva pur chiedere un trasferimento".
"Ah sì, l'ho chiesto quasi subito. Non che mi dispiaccia il posto, si sta bene, però..."
"E perché non l'ha ottenuto? Lo dice anche lei che c'è sempre posto, a scuola".
"Ecco, io non ho chiesto di andare a scuola".
"No?"
"No. Per carità se mi ci mandassero, ok, ma se devo essere sincero non è che abbia tutta questa voglia di tornare laggiù. È un mestiere faticoso, sfibrante".
"E quindi... dove ha chiesto di essere trasferito?"
"Ah, proprio qui di fianco".
"Qui di fianco?"
"Questo bel giardino, vede? Ma è complicato, c'è una lunga fila, è una posizione molto ambita..."
"Non vedo niente, ormai si è fatta sera".
"Già. Io direi che per oggi basta così, magari continuiamo un'altra volta. O per caso ha voglia di bersi una birra?"
"Una birra?"
"A quest'ora Brigida ha appena aperto, i fusti sono freddissimi, ci mettiamo nel pergolato, non dovrebbe ancora esserci molta gente".
"Non pensavo che bevesse".
"Ufficialmente no".
"Lei è un personaggio simpatico, alla fine".
"Grazie, confesso che fa piacere un complimento ogni tanto".
"E gli applausi?"
"Quelli sono adatti ai ragazzini, alla mia età li trovo quasi sconci. Lei no?"
"Sono convinto che sarebbe un ottimo insegnante".
"Ah ah ah, me lo dicono tutti, ma non esistono gli ottimi insegnanti".
"No?"
"Forse il martedì. Qualcuno anche al mercoledì. Ma se cerchi di essere un ottimo insegnante al giovedì, al venerdì sei in burnout. Io ho bisogno di insegnanti mediocri, che mi arrivino al sabato ancora in piedi".
"E pensa che io potrei essere un insegnante abbastanza mediocre?"
"Ma certo. C'è un mediocre in ciascuno di noi, se siamo abbastanza umili da cercarlo".
"Beviamoci questa birra, offro io".
"Allora dovrò offrire la seconda".
"E poi ci sarà una terza, una quarta..."
"...ma no".
"Finché non mi sveglierò nella toilette di Brigida con un cerchio alla testa e un contratto firmato per cent'anni di cattedra al Sant'Ignazio".
"Ahah, non farei mai una cosa del genere".
"No?"
"Non sono mica un reclutatore dell'esercito".
"No?"

Giovanni Battista de La Salle è il patrono degli insegnanti, che ne hanno bisogno, così come la scuola ha bisogno di insegnanti, e il mondo di scuole: perlomeno questo mondo è andato così, il prossimo vedremo.
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Il gesuita nella jungla

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3 dicembre – San Francesco Saverio, missionario ed esploratore, evangelizzatore di massa

…apud campum babylonicum ducem impiorum in cathedra ignea et fumosa sedere, horribilem figura vultuque terribilem (Ignazio di Loyola, Exercitia Spiritualia, 140)

Suppongo che vi ricordiate quando sono diventato, per un po’, marinaio di acqua dolce.

"Uomo condannato al rogo
dall'Inquisizione di Goa".
Ma cominciamo con ordine. In quel tempo ero tornato a Goa, al collegio. Ufficialmente ero in ritiro spirituale. Stavo cercando di smettere con l’oppio, anche. Non ridete. Me lo aveva prescritto un dottore indiano contro l’ulcera. Senza accorgermene avevo iniziato ad aumentare le dosi. È difficile spiegare a chi non l’ha provato. Ti sembra di entrare in un mondo diverso, che al risveglio non sai raccontare nemmeno a te stesso. Potrebbe essere il paradiso, ma più probabilmente è un altro luogo.

In ogni caso, avevo visto uomini migliori di me partire e non tornare, ed ero determinato a non seguirli. Così mi ero chiuso in una cella col mio Eymerich tascabile e il flagello. Quando i miei nervi cominciavano a tendersi e a chiedere il frutto del papavero, io cercavo di strapparmeli a nerbate. Poi il dolore mi teneva sveglio tutta notte e un po’ d’oppio dovevo prenderlo comunque, per non impazzire. Vedevo le pareti della cella stringersi intorno a me, e pensavo alla giungla. Sentivo di diventare sempre più debole, e vedevo gli idoli diventare sempre più forti – stavo sbagliando metodo, evidentemente.

Goa, fottuto posto. Ma ognuno ottiene quello che vuole, alla fine. Io volevo una missione; e per scontare i miei peccati me ne assegnarono una davvero speciale; una volta conclusa, non ne avrei volute altre.

Non posso raccontarvi tutto, naturalmente. Ricevetti un invito a pranzo che non si poteva rifiutare. Mi buttai sotto un getto d’acqua gelida per togliermi la giungla dalle palpebre, e nel giro di un paio d’ore ero di nuovo un domenicano nel suo saio pulito e bianconero, al cospetto dell’Inquisitore Generale.

Si era fatto arredare un bell’ambientino, nel palazzo di un Khan locale. Il disprezzo per gli idoli, le vacche sacre in particolare, lo manifestava facendone arrostire generose porzioni per gli ospiti.
“Buongiorno padre”.

“Buongiorno fra Marcelo. Ha già conosciuto il Generale?”

“No padre, non di persona”.

“Lei ha lavorato molto in autonomia, è vero?”

“Sì padre, è così”.

“Nel suo dossier si parla di un paio di autodafè nei distretti a nord di Goa”.

“Al momento mi dichiaro non disponibile a parlarne, padre”.

“Lei non ha già lavorato per l’Inquisizione?”

“No padre”.


“Non ha bruciato tre idolatri e due musulmani in un villaggio a venti leghe da qui?”

“Non… non mi risultano le attività da lei menzionate. Né sarei propenso a parlarne qualora tali attività…”

“Cos’è quel brutto taglio sul collo?”

“Un incidente di pesca durante le attività ricreative, Padre”.

“È profondo. Sembra un gatto a nove code. Lei fa uso del gatto a nove code nella sua cella?”

“No padre”.

“Lo sa che è proibito?”

“Certo padre”.

“Va bene, si sieda. Ha l’aria di uno che digiuna da un mese. Vediamo quello che abbiamo qui. C’è dell’arrosto, di solito è buono. Ma se vuole provare i crostacei, non dovrà fornirci ulteriori prove di coraggio”.

“Grazie, padre”.

“Mi serve nel pieno delle forze. Ha mai sentito parlare di Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier?”

“Nato in Navarra nel 1506, al collegio fu compagno di cella del fondatore dell’ordine noto come Compagnia del Gesù, Íñigo López Loiola. Inviato da questi a Goa nel 1541 su richiesta di sua maestà il re del Portogallo, estese l’opera di evangelizzazione delle Indie fino a Malacca, alle Molucche e a Cipango, battezzando milioni di indigeni e compiendo centinaia di prodigi…”

“…Non tutti risultanti al nostro Sacro Ufficio. Vada avanti”.


Convertili tutti, Dio riconoscerà i suoi
“Nel 1552, desideroso di portare il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nell’impero della Cina, parte su una giunca diretta all’estuario del fiume delle Perle, ma muore di febbre nell’isola detta di Sanclan. Dio dà, Dio toglie, Dio sia benedetto”.

“Amen. Tutto qui, figliolo?”

“Più o meno sì”.

“È sicuro di non aver sentito altre voci?”

“Niente di rilevante, padre”.

“A proposito di un padre gesuita che addentrandosi nel fiume delle Perle con un carico di fucili, avrebbe portato la coltivazione del papavero nel cuore del Guangdong?”

“Lo apprendo da voi, padre”.

“Francisco Javier è stato uno dei migliori pastori che la Chiesa abbia mai inviato nelle Indie. Un cavaliere e un santo. Spiritoso, intelligente. Ma in un qualche modo non riusciva ad accontentarsi. Lo avremmo voluto più spesso presso di noi, a Goa. Come sa, c’è tantissimo lavoro da fare per le anime dei sudditi indiani del Re, senza andare in capo al mondo. Sappiamo che lo stesso Loyola gli aveva chiesto di fermarsi. E invece… le Molucche, e poi il Giappone, e poi… la giungla. Lei conosce la giungla, fra Marcelo?”

“Ci sono stato”.

“Poi però ha dovuto andarsene… ha conosciuto i tormenti dell’ulcera, mi hanno detto”.

“Cibi troppo speziati”.

“Che altro ha conosciuto?”

L’orrore.

“Si sta ancora curando?”

“No, padre, sono guarito”.

“Me ne rallegro. Stavo dicendo… quando Francisco si addentrò nel Fiume delle Perle, le sue lettere cominciarono ad apparirci… insane. Abbiamo pertanto stabilito di non divulgarle. Eccole qui”.
Con le stesse mani con cui aveva affettato il manzo, mi porse un pacchetto. Se non si stava prendendo gioco di me, dentro c’erano missive inedite di Francisco Javier, l’uomo che aveva in pochi mesi procurato alla chiesa cattolica più anime di quante gliene avesse perse l’immondo Lutero in trent’anni. A Roma si parlava già di beatificarlo.

“A quel che ci risulta, ha rilevato un latifondo nell’entroterra. Dirige una vera e propria impresa commerciale, che rifornisce di oppio i mercati di tutta la Cina meridionale. Gli affari vanno così bene che i prezzi sono crollati persino qui a Goa, ne avrà sentito parlare”.

L’orrore.

“Devo darle un’altra informazione inquietante: pare che i suoi contadini lo temano e lo venerino. Eseguono ogni suo ordine, anche il più assurdo. Nella giungla, come sa, il bene e il male si intrecciano in modi che ancora non capiamo. In mezzo a quegli idolatri persino il più santo degli uomini può essere tentato di credersi… Dio”.

“Dio?”

“In ogni uomo c’è un punto di non ritorno. Francisco Javier è andato oltre, ed è ormai evidente che sia del tutto impazzito”.

Che cosa volevano da me?

“La sua missione consiste nel risalire il Fiume delle Perle a bordo di una giunca. Ottenere un permesso per entrare nel territorio dell’Impero è molto difficile, e in ogni caso non intendiamo dare nell’occhio. Pertanto indosserà gli abiti di un bonzo. Lungo il tragitto raccoglierà informazioni. Una volta trovato padre Francisco deve infiltrarsi nella sua impresa e… porre fine al suo comando”.

“Porre fine a… padre Javier?”

“Quell’uomo è ormai completamente fuori controllo. Porre fine con estrema determinazione. Ha capito, sì?”

“Sì, padre”.

Da un po’ stava armeggiando con un attrezzo di cui avevo sentito già parlare, senza averlo mai visto. Una cannuccia di legno con un minuscolo fornellino all’estremità. Ora che finalmente all’interno aveva preso fuoco qualcosa – spargendo nella stanza un odore non sgradevole – si mise in bocca l’altra estremità. Sembrava che succhiasse.

“Lei non fuma, vero figliolo?”

“Mi perdoni?”

“Un po’ la invidio. È un vizio nuovo, che ci arriva dalle indie occidentali. Un’alternativa assai più sana al masticare oppio. Vuole provare?”

“Grazie, no”.

“Le sarà chiaro, fra Marcelo, che questa missione non esiste. Francisco Javier è morto nel 1552 di febbre sull’isola di Shangchuan, dopo aver convertito milioni di fedeli. Nelle Indie tutti parlano dei suoi prodigi. Dio l’assista”.

“Sempre sia lodato”.

Quando accettai la missione non ero certo un educando. Quante persone avevo già ucciso? Cinque, sei? Avevo ancora addosso l’odore di bruciato delle loro carni sul rogo. Stavolta però si trattava di uccidere un santo. Accettai la missione: che altro potevo fare? Ma non sapevo ancora come mi sarei comportato al suo cospetto.

(Continua…)
[Pezzo pubblicato la prima volta li 2/12/2015].
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Ma come? Era solo un piano B!

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"Ma guarda un po' chi si vede".

"Rieccoci".

"Sì ma stavolta è diverso, stavolta ero io che ti stavo cercando".

"Rieccoci".

"Sì, sì, fai pure il furbo, stavolta non mi freghi, stavolta ho studiato e parecchio e ho ben chiaro il nocciolo della questione".

"Rieccoci".

"Quindi stammi a sentire: sai quei soldi, quei totmila miliardi che ti devo? Beh, non credo proprio che te li darò".

"Rieccoci".

"Del resto l'hai sempre saputo".

"Rieccoci".

"Lo sapevano quelli che me li hanno dati, lo sapevi tu quando hai comprato il mio debito. Non hai mai veramente pensato di riaverli indietro, no?"

"Rieccoci".

"Tutto quel debito, te lo sei preso soltanto perché credevi che così mi avresti tenuto per le palle, per quanto? Per sempre? Avrei sempre dovuto inginocchiarmi e portarti rispetto, vero? Avrei dovuto usare la tua moneta, rispettare le tue normative, eleggere governanti che ti stessero simpatici, eccetera eccetera, beh, sai cosa ti dico? Io sono un popoloso Paese del Mediterraneo e ti dico: vaffanculo".

"Rieccoci".

"Vaffanculo te e vaffanculo il tuo debito, che poi è il mio, ma tanto non te lo pago più e quindi non esiste. Mi faccio governare da chi mi pare, e se domattina mi vien voglia di stampare coriandoli e usarli come moneta, perché no? Sono un popolo sovrano".

"Rieccoci".

"L'hai capito o no, vecchio rintronato?"

"Rieccoci".

"Quindi adesso me li presti quei venti euro?"

"No".

"Ma come no".

"No".

"Ma senti, non l'hai capito? Era solo tutta una scena... stavo facendo la voce grossa perché tutti vedessero che non ho perso l'orgoglio... ne ho bisogno, capisci? Secondo te voglio veramente usare i coriandoli come moneta?"

"Rieccoci".

"Ma no, dai, mi vedi? Sono un economista stimato, non avrei mai... è solo un bluff, l'hai capito benissimo che è un bluff, no? Lo chiamo piano B, ma figurati se davvero voglio... cioè non sono uno scemo, no? No?"

"Rieccoci".

"Ma scusa eh, ma siamo in due su questa barca, no? Se io faccio un bluff, tu potresti anche far finta di crederci".

"Rieccoci".

"E poi cosa vuol dire il tuo ritornello, stavolta, rieccoci, neanche tutto questo fosse già successo, è già successo?"




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Chi vuol essere Presidente

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Stavo pensando che tutto sommato non si sta poi così male così, e se siete d'accordo si potrebbe anche andare avanti per un po'...

ANNO IV DELL'ERA GENTILONI

Drin Drin

"Pronto".

"Pronto, qui è la segreteria della Presidenza della Repubblica. Parlo col signor Abrami Davide?"

"Oh cazzo".

"Deve rispondere  o No, è la procedura".

"Beh, allora..."

"E deve dire la verità".



"...sono io, sono Abrami Davide".

"Molto bene. L'avvisiamo che dopo un attento esame del suo curriculum..."

"Io non ho mandato nessun curriculum".

"Li scarichiamo direttamente dalla rete. Mi faccia eseguire la procedura. Dopo un attento esame del suo curriculum, lei è stato indicato dai partiti della maggioranza parlamentare come Presidente del Consiglio in pectore. Congratulazioni!"

"Mi posso ritirare?"

"Ovviamente no. Ha visto quel che è successo a Nizzoli Gianfrancesco?"

"Che figura, poveraccio".

"Si era inventato una laurea in medicina, adesso secondo lei quando l'hanno indicato non avrebbe preferito ritirarsi? Ma non si può più".

"Non si può più".

"No".

"Ma perché?"

"Secondo lei?"

"Senta, io non scrivo un curriculum da quindici anni, non ho la minima idea di cosa posso..."

"Il suo curriculum è divertente, ci ha messo anche l'erasmus e l'interrail, piuttosto mi preoccuperei del suo conto, di alcuni bonifici verso il 2005".

"Il 2005? Mi stavo sposando, può darsi che... i miei genitori".

"Molto generosi. Suo padre aveva una piccola attività, mi pare?"

"Sì ecco, faceva l'idraulico"

"Come dice? Non sento".

"L'idraulico".

"BenissiMAHAHAHAHA AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAHAH".

"Mi scusi..."

"No, scusi leiAHA AHAHAHAHAHAHAHAH L'IDRAULICOAHA AHAHAHAHAHAH".

"Questo non è previsto dalla procedura, immagino".

"No, no, la procedura prevede che già in questo momento tutti i suoi dati sensibili siano inviati a tutti gli organi di stampa. Lei è un personaggio pubblico, adesso".

"Ma mio padre..."

"Di solito cominciano a metterla sulla graticola verso le sei del mattino, deve pensare che anche durante la notte ci sono redazioni al lavoro, anche negli USA, sa col fuso orario..."

"Ma che gli frega agli americani di mio padre..."

"Si stanno appassionando, è un format di successo, prima o poi lo esporteremo. Passeranno ai raggi X tutta la sua mediocre carriera, e ovviamente i bonifici non resteranno inosservati. Lei naturalmente può dimostrare che suo padre non stesse adoperando il suo conto corrente per nascondere fondi in nAHAHAHAHAHAHAH AHAHAHAHAH".

"È cardiopatico, perché volete fare questo? Avrà fatto i suoi errori, ma alla sua età... un po' di pietà..."

"Con Renzi l'hanno avuta? Domani verso quest'ora l'avviserò che, per cause di forza maggiore, i partiti della maggioranza hanno deciso di ritirare la sua candidatura e di infierire su un altro poveretto scelto a caso".

"Tutto questo è assurdo".

"Non più di tanto. No. I partiti della maggioranza non vedono l'ora di installare in Italia un governo di Rettitudine e Onestà, e lo faranno, non appena avranno trovato in tutta la nostra penisola un uomo Veramente Onesto, almeno uno".

"Nel frattempo..."

"Nel frattempo resta Gentiloni. La saluto. La telefonata le sarà addebitata, sono cinque euro più due di IVA, totale sette euro".
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Perdere Roma per vincere cosa

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"Ciao Leonardo".
"Ciao, scusami".
"Di cosa?"
"Insomma, ti piombo così in casa senza preavviso e..."
"Ma figurati, è anche casa tua".
"Ma hai capito chi sono io?"
"Certo".
"Io sono te".
"Quel taglio non ti dona".
"Non capisci... io non sono semplicemente una copia di te stesso, io..."
"Tu vieni dal futuro".
"Da cosa lo hai capito?"
"Sei più brutto".
"Mi dispiace".
"Ma figurati, è colpa mia. Dovrei cominciare una dieta sul serio, uno di questi giorni".
"Lo dici sempre".
"Già".
"Senti, avrei tante cose da dirti su di noi, ma il tempo stringe, in tutti i sensi, e non è questo il motivo per cui sono qua. Se ho calcolato bene dovrebbe essere..."
"Diciotto giugno 2016".
"Sta per avvenire la singolarità. Tra poche ore avverrà qualcosa che avrà un effetto..."
"...catastrofico sulla storia dell'umanità?"
"Come hai fatto a capire?"
"Di solito i viaggi nel tempo si fanno per motivi importanti".
"Non ti ricordavo tanto sveglio".
"Mi hai sempre sottostimato".
"Forse. Senti, nel mio presente siamo disperati. Le speranze di cambiare qualcosa sono minime, pure bisogna tentare in ogni modo. Tra poche ore a Roma..."
"...si apriranno i seggi per il ballottaggio".
"Già..."
"E vincerà la Raggi".
"Ma la vuoi piantare? Sono io quello dal futuro".
"Hai ragione, scusa, il fatto è che..."
"Lo sai che sei insopportabile? Te l'hanno mai detto che sei insopportabile?"
"In tanti, ma se lo dici tu è diverso".
"Dunque. Cosa stavo dicendo. Vincerà la Raggi, con un largo margine, e questo avrà ripercussioni fatali".
"Bene. Cioè, no, male".
"Vuoi tirare a indovinare queste ripercussioni?"
"Beh, immagino che la città, governata da un pugno di incapaci eterodiretti, andrà al collasso".
"Proprio così".
"Salvo che è già al collasso, cioè, non credo che uno si metta a collaudare i viaggi nel tempo per dirmi che il traffico sulla Prenestina..."
"Un'epidemia di peste ti può bastare?"
"Ecchecazzo, la peste?"
"Ora non ricordo bene, ma credo che già ai tuoi tempi si chiacchierasse del fatto che c'erano parecchi topi, laggiù".
"E quindi insomma alla fine il Movimento Cinque Stelle è crollato?"
"Il che?"
"Il Movimento Cinque Stelle, quello che governava Roma..."
"Ah già, me l'ero praticamente dimenticato. Nessuno ne parla più".
"E Renzi?"
"Renzi guida un esecutivo di emergenza con poteri speciali".
"Insomma, perdere a Roma è stato davvero un investimento".
"Non scherzare, per favore. Centinaia di migliaia di morti".
"Poi ha vinto le elezioni, immagino".
"Non... non si fanno più".
"Non si fanno più?"
"Un plebiscito ogni tanto".
"Ahi".
"E in più la peste".
"Ok, insomma, ho chiaro il messaggio, il me del futuro dice che bisogna votare Giachetti passaparola".
"Siamo disperati".
"Sì, sì, certo".
"Non ti sento molto empatico".
"Hai ragione, scusa, è che... come faccio a spiegarti senza turbare il continuum spazio-tempo..."
"Guarda che sono io quello dal futuro".
"Lo so".
"Sono io che turbo il continuum".
"Lo so, però vedi... è appena stato qui il mio io del futuro".
"Eh? Sono io il tuo io del futuro".
"Di un altro futuro".
"Stai scherzando?"
"È per questo che non sono affatto sconvolto, vedi... tu sei già il secondo, oggi, comincio a farci l'abitudine. Lui veniva dal futuro in cui io e te a questo punto ci facevamo un selfie, poi un video, li mettevamo su fb, si attivava un passaparola pazzesco e alla fine Giachetti vinceva le elezioni".
"Fantastico!"
"Con poteri speciali per sterminare i topi".
"Quindi ha funzionato!"
"Anche troppo".
"In che senso?"
"Un mix di veleno per roditori filtrerà nelle condutture idriche e renderà l'urbe inabitabile".
"Perché adesso che cos'è?"
"Non scherzare. È una cosa seria. Miliardi di danni. Migliaia di morti".
"Sempre meglio della peste".
"Pare di no, visto che hanno deciso di inventare la macchina del tempo e a mandare il me stesso del futuro ad avvisarmi, un'ora e mezza prima che arrivassi tu".
"Aspetta. Aspetta. Qualcosa non va".
"Lo dici a me? Mi state facendo perdere un pomeriggio. E a me Roma neanche piace".
"Io non dovrei essere qui".
"Cioè bella, per carità. Ma non ci vivrei".
"Concentrati. Se tu davvero hai ricevuto una visita da quel me stesso del futuro... il futuro è cambiato".
"Già".
"Giachetti ha vinto le elezioni e io... non dovrei essere qui".
"In effetti quell'altro non era sicurissimo che saresti arrivato. Nel suo futuro i cronoviaggi sono una cosa nuovissima, non si è ancora capito come funzionano".
"Anche nel mio".
"Dunque tu arrivi da una linea temporale che in teoria non esiste più, perché è stata cambiata".
"Appunto".
"Ma forse non è affatto cambiata. Forse alla fine ha vinto la Raggi".
"E allora non sarebbe dovuto arrivare quell'altro".
"Infatti a un certo punto si è dissolto e... scusa, chiamano al citofono".
"Chi è?"
"Perdio, no".
"Un altro di noi?"
"Dice che bisogna assolutamente evitare che al ballottaggio vinca la Meloni".
"La Meloni?"
"Deve aver sbagliato linea temporale".
"Eh, diglielo".
"Parlagli tu che sei più esperto... ma senti, ma proprio me dovete venire a disturbare, tutti quanti? Dovreste pure saperlo che giugno è un casino".
"Ssst, non capisco cosa sta dicendo quell'altro".
"Ci sono gli esami, gli invalsi, mi ha appena chiamato il Caf che c'è da riaprire la dichiarazione dei redditi, e adesso pure cambiare il futuro. Non posso fare tutto io sempre".
"Vuoi star zitto? Sembra che abbiamo fatto un casino".
"Voi lo avete fatto. Io oggi non ho combinato niente".
"Ancora no, ma... senti, se ho ben capito quel che sta succendendo ora io mi dissolverò".
"Meno male".
"E sarò sostituito da una versione di me che ha le istruzioni per trapiantare un nuovo cuore a Berlusconi".
"Che c'entra Berlusconi, adesso?"
"Pare che in una linea temporale fino a qualche tempo fa abbastanza improbabile, Berlusconi sia l'unico in grado di sconfiggere la tirannide di un Renzi-re-dei-topi geneticamente modificato".
"Ah, ok, sto sognando".
"Mi sento mancare... concentrati, ti prego".
"Dimmi almeno chi ha vinto l'europeo".
"L'Ibernia".
"La che?"
"Forse abbiamo sottovalutato l'effetto papillone".
"Intendi l'effetto farfalla?"
"Cos'è una farfalla?"
"Ora mi sveglio".
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Non andremo in pensione a 75 anni (e lo sappiamo)

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Con tutto il rispetto per il presidente Boeri, sappiamo tutti che non andrà così. Non andremo in pensione a 75 anni. 

Oddio, qualcuno ce la farà. Qualche stakanovista, qualche assenteista - buffo come gli estremi si incontrino. Ma la maggior parte di noi non andrà in pensione a 75 anni, e lo sappiamo. Voglio dire, basta guardarsi attorno.

Vedete molti colleghi di 74 anni?

E allora lo avete capito anche voi. Non ci succederà di andare in pensione a 75.

Cosa ci succederà?

Continuate pure a guardarvi attorno. Prima o poi bisogna cominciare. È fastidioso, è proprio questo il punto. Malattie, congedi, prepensionamenti, a parlarne sembra quasi che tu abbia poca voglia di lavorare. Ed è proprio in quel momento che arriva la mazzata.

C'è qualcosa che non va.

Fai più fatica ad alzarti, ti addormenti prima. C'è un dolorino che non passa. Un po' di pelle si desquama. Ma soprattutto c'è un bambino nel cervello che continua a ripeterti che non è niente, non è niente, puoi farcela, sei immortale. È quello che ti frega, in molti casi. Coi dolorini puoi venirci a patti, negoziare paci separate. Ma quel bambino prima o poi ti fa commettere un'imprudenza. Esci senza sciarpa. Oppure fuori piove ma fanculo, prendo la bici lo stesso.

Ti rompi un femore, resti a casa.

Ne approfitti per riposare, perché diciamocelo, negli ultimi tempi eri un po' esaurito. Torni dopo un mese e senti qualcuno che mormora. Te la sei presa comoda, hanno dovuto sostituirti, certo, è stato un incidente, però anche tu, in bici alla tua età, non hai giudizio. I colleghi ti guardano strano - cioè, strano. Ti guardano. Prima non ci facevi caso.

Il capo deve farti un discorso.

Con la tua assenza hai fatto perdere tempo a tutti, per cui adesso ci si aspetterebbe da te un po' più di impegno. Oppure, se proprio non ce la fai...

Come sarebbe a dire che non ce la fai? È il tuo mestiere, hai dovuto fermarti per un incidente, ma...

Ma non sei più produttivo come prima.

Ma stanno scherzando? stai facendo esattamente quello che facevo prima! (il bambino nella testa è molto incazzato)

Si vede che non basta più. Mettiamola così. Prima dell'incidente davi un certo affidamento. Nel meccanismo generale eri un pezzo magari un po' usurato, non abbastanza perché qualcuno si desse la pena per immaginare come sostituirti. Poi è successo qualcosa. Hai cominciato a sanguinare. Lo sai cosa succede intorno a te quando cominci a sanguinare?

C'è gente che ha fame.

Sono giovani.

Tu sanguini.

È stato solo un incidente!

Il bambino nella tua testa ha paura. Forse non sei così immortale dopotutto.
Ti guardi intorno. Di chi ti puoi fidare? Bisogna anche stare attenti a non diventare paranoici. Dovrai lavorare un po' di più e fargliela vedere. Peccato che

non ce la fai a lavorare di più.

Dieci anni fa, magari, ma adesso no. La famiglia si è presa i suoi tempi, e anche la salute reclama i suoi. Se tiri troppo una corda si spezza - tutte queste corde, poi, neanche le vedevi fino a qualche anno fa. E adesso devi calibrare tutto al centimetro. Se prendi un permesso per una visita medica, qualcuno mormorerà. Se smetti un'abitudine per risparmiare il tempo e il denaro, poi sarai nervoso per mesi e mesi. Litigherai con qualcuno che a tempo debito te la farà pagare. Insomma è dura e dopo un po' - senza neanche accorgertene, sei a casa di nuovo. Malattia.

Si sta bene a casa in fondo.

Certo, a voler pensare a quel che ti aspetta quando torni, i colleghi che ti odiano, il capo che ti vuole fuori dai piedi... però non è che ci devi pensare per forza. Sei malato. Devi concentrarti su te stesso.

Quando torni, non li guardi neanche più. Separare gli amici dagli ipocriti è già troppa fatica. Ti vogliono fuori dai piedi? Devono avere almeno il coraggio di dirtelo.

Nel frattempo ti hanno cambiato posto. Sembra che qualcuno si sia messo d'impegno ad affidarti tutti quei progetti che nessun altro voleva. Nessuna volontà punitiva, ti spiegano. È solo che tu non c'eri e gli altri si sono presi lo spazio. Ma se riesci a resistere fino alle ferie... ah, e poi devo dirti che non puoi sempre andare in bagno alle dieci. La gente mormora.

La gente cosa? È da quando lavori qui che vai in bagno alle dieci. È un tuo diritto! E anche se non lo fosse, è il tuo corpo. Non puoi sostituire quella parte del corpo che ha bisogno di andare in bagno alle dieci. Ma insomma è mobbing questo? Ti stanno mobbizzando?

Ma no.

È solo che sanguini.

E loro hanno fame.

Va bene. Però in pensione non puoi ancora andarci. Se ci vai adesso, prendi una miseria.

Il capo ti vuole parlare.

Quel progetto lì, è andato da schifo. I clienti si sono lamentati.

Certo che è andato da schifo. Tanto per cominciare non era tuo, te l'hanno appioppato quando sei tornato dalla convalescenza. Grazie alla tua esperienza hai ridotto i danni, ma -

C'è un reclamo scritto.

Lo sa che non è obbligato a lavorare con noi, vero? e lo sa che non siamo obbligati a tenerla.

Allora, questa è una porcheria. Una grossa porcheria. Non hai fatto niente di male. Hai lavorato più di tanti altri qui dentro. Ti vogliono punire soltanto perché...

Dillo.

Stai invecchiando?

Puoi stringere i denti e andare avanti. Ma per quanto? Dieci anni? Cinque? L'hai capito almeno che il tempo non è una linea retta? Potresti ammalarti sul serio. Forse sei già ammalato sul serio. Una cosa è certa.

A 75 anni non ci arrivi.

Vabbe', che posso dirti, a me stavi simpatico. Mi dispiace per come ti hanno trattato i colleghi, e anche il capo, davvero - non farmelo dire. Fortuna che queste cose a me non succedono. Sai che non vado mai in mutua io. Certe volte sono andato al lavoro con trentasette e sette. Anche adesso, la mattina prendo la bicicletta, anche se piove -
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L'impatto ambientale del nazismo, e altre tesi interessanti

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Estat ai en greu cossirier 
per un cavallier q'ai agut, 
e voill sia totz temps saubut 
cum eu l'ai amat a sobrier...

L'incubo iniziò un paio d'anni fa. Mi sentivo così giovane e cinico. Stavo cercando di vincere una borsa di studio con un progetto che mi sembrava geniale: una proiezione distopica su un'Europa nazista di fine XX secolo. Hitler aveva vinto, ma ormai era solo un ricordo. Quello che invece non era più nemmeno un ricordo, era la storia dei popoli che aveva sterminato. Ebrei, Rom, Sinti, scomparsi da tutti i documenti. Una cosa del genere era fattibile, da un punto di vista tecnico?

Mi ero tappato in casa per tre mesi, mi ero fatto sbloccare l'accesso a paper dimenticati di oscure facoltà della bassa Sassonia e della Cisgiordania. E un radioso mattino d'aprile ero andato a presentare il progetto al professor Arci. Avevo riempito la borsa di scartoffie più o meno pleonastiche, per darmi un tono - in realtà il grosso dei documenti era on line, ma non era escluso che il professore volesse dare un'occhiata.

Non volle.

(Questo pezzo potrebbe essere considerato persino offensivo se non partecipasse, come fa, alla Grande Gara degli Spunti! - prosegue la traccia di Nessuno si ricorda dei Catari Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

"Molto interessante", disse, con l'aria di chi guarda per la terza volta il film delle vacanze del cognato. "Ma se vuole approfondire l'argomento, c'è un lavoro che potrebbe esserle d'aiuto... credo sia dietro di lei".

Mi stava indicando una pila di tomi sulla mensola di fronte a lui. Una tesi in tre volumi. Il titolo sulla costa: L'EUROPA NAZISTA NEL 2000: UN'IPOTESI ECOLOGICA, mi colpì come un gancio allo stomaco. Soffocai un gemito a stento.

"È un lavoro molto serio, l'abbiamo discusso lo scorso semestre".
"Cioè in pratica la mia idea... è già stata presa".
"Beh, sì, come tutte le idee del resto. Non faccia quella faccia. E comunque no, ora che ci penso non è proprio la stessa idea, l'autore si soffermava soprattutto sull'impatto ambientale del nazismo. L'idea centrale è: se avessero vinto, i nazisti avrebbero distrutto il loro habitat naturale più o meno di quanto abbiamo fatto noi? In altre parole: dal punto di vista della natura, chi avrebbe dovuto vincere la guerra? Una domanda molto cinica, ma anche molto interessante".

Ogni volta che diceva "interessante", sembrava perdere qualche anno di vita. In uno dei WC del dipartimento c'era una sua caricatura che fissava lo scarico. Era impossibile pisciare senza leggere ogni volta la nuvoletta che diceva: "molto interessante".

"E la risposta?"
"Mah".
"La risposta è Mah?"
"Certo, che si aspettava?"
"Un sì o un no".
"Capisco. Ma un Mah è già parecchio, considerata la domanda. Lei pensa sul serio che un dottorando possa sostenere una tesi in cui dice: sì, l'impatto ambientale del nazismo sarebbe stato inferiore a quello dell'American Way of Life, dal momento che prevedeva la reintroduzione della schiavitù e una classe media di dimensioni assai più ristrette e dallo stile di vita più spartano? Meno automobili, meno bistecche, meno campi da golf, meno monossido di carbonio..."
"Ma le autostrade tedesche..."
"Ottima obiezione. Hitler partì dalle autostrade. Ed era culo e camicia con gli industriali. Per cui in effetti forse l'Europa nazista si sarebbe motorizzata peggio della nostra, va' a sapere. Quindi la migliore risposta al nostro interrogativo è: mah. Invece la tesi che dovrebbe consultare è di un paio di anni fa, la trova due mensole più in alto".

(STORIA DELL'EUROPA SENZA EBREI: UN'IPOTESI DISTOPICA).

"Un lavoro mirabile", continuò. "L'autore ha finto, con indubbio cinismo, di essere uno storico nazista alle prese col problema di cancellare le tracce di presenza ebraica in Europa dal Rinascimento in poi. Se n'è uscito con un paio di soluzioni veramente brillanti. Non credo che un nazista vero ne avrebbe trovate di migliori".
"Questa è... è esattamente la tesi che volevo scrivere io".
"Ma no, non esattamente. Lei ha menzionato anche i Rom e i Sinti, se non erro".
"Sì, ma..."
"E la consiglio di aggiungere anche qualche altro dettaglio, che so, gli affetti da sindrome di Down. I nazisti avrebbero fatto perdere ogni traccia della loro esistenza, ci rifletta".
"Ma in generale non è che abbiamo tantissime tracce della loro esistenza, nei secoli precedenti".
"Già. E comunque se ricordo bene una tesi del genere l'abbiamo discussa tre anni fa..."
"È sulla mensola più in alto?"
"No, no. Ma non si abbatta così. Pensava sul serio di avere avuto un'idea originale sul nazismo? Tutti vogliono fare i nazisti alla sua età. È una gara a chi è più cinico. Immagino che funzioni con le ragazze".
"Io ero soprattutto affascinato dall'idea che la Storia si possa riscrivere".
"Già, beh, ripartiamo da qui. Potremmo invertire i fattori. Immaginiamo per una volta che la guerra l'abbiano vinta gli Alleati..."
"Professore..."
"Lo so. È esattamente quello che è successo. Ma immaginiamo che ne abbiano profittato per cancellare qualche genocidio, proprio come avrebbero fatto i nazi".
"Un genocidio? Ma chi avrebbero dovuto massacrare, scusi".
"Ovviamente non lo sappiamo. È un popolo completamente cancellato dalla nostra Storia. Le sembra assurdo?"
"Sì, abbastanza assurdo".
"Ma mi stava per proporre una tesi in cui i nazisti facevano la stessa cosa".
"Beh, ma i nazisti..."
"Non erano superuomini. Non avevano basi sul lato oscuro della luna. Vuole essere cinico davvero? Immagini che i nemici dei nazisti siano stronzi quanto loro. Che la storia dei genocidi l'abbiano iniziata loro, prima del Quaranta. Trovi qualche popolo svanito nelle pieghe della Storia, che so, i Circassi".
"I circassi sono stati massacrati dallo Zar".
"Ah davvero? Va bene, s'inventi un popolo. Gli iperborei. Una minoranza etnica da qualche parte in Europa".

La strana filastrocca di mia nonna mi tornò in mente in quell'esatto momento.

"Gli occitani".
"Perché no? Salvo il piccolo particolare che esistono ancora, e quindi non possono essere stati sterminati".
"Quelli che esistono ancora hanno rimosso. Sono stati sterminati i loro... i loro nemici di sempre".
"Questo è interessante".

Lo disse con un tono completamente diverso.

"Gli occitani di fede catara", continuai.
"A quelli ha pensato l'Inquisizione, no? Nel tredicesimo secolo".
"Questo è quello che ci hanno fatto credere".
"Ecco. Questo è davvero interessante".
"In realtà erano sopravvissuti. In alcune roccheforti tra le Alpi e i Pirenei".
"E poi?"
"E poi... la Guerra dei Cent'Anni".
"Saranno stati dalla parte degli inglesi".
"E poi con gli ugonotti".
"In realtà una buona parte di quelli che chiamiamo "ugonotti" erano Catari".
"E la Rivoluzione francese?"
"Erano girondini ovviamente. Ma in Vandea esagerarono".
"C'è una tesi sull'argomento che posso consultare?"
"No, che io sappia. Nessuno dei miei studenti mi ha mai proposto una tesi del genere".
"Dovrebbe proporgliela".
"Già, sarebbe finalmente qualcosa di diverso",
"Di interessante".
"Ci pensi su. La vedrei volentieri la prossima settimana".
"Non sapevo che ricevesse anche la prossima settimana".
"Non lo sa nessuno. E se lo tenga per lei".

Il mio incubo iniziò così.

...ara vei q'ieu sui trahida 
car eu non li donei m'amor, 
don ai estat en gran error 
en lieig e qand sui vestida...

Se vuoi proseguire in questo futuro distopico in cui i nazisti hanno perso contro nemici persino più stronzi di loro, assumitene le responsabilità e vota per L'impatto ambientale del nazismo, che oggi si batte ai quarti contro quella schifezza zombovegetariana. Puoi cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Il telecomando di Yasir

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I primi sospetti Yasir li aveva avuti a fine maggio, quando i compagni di quarta fila avevano cominciato a presentarsi al mattino in classe con una strana espressione svagata e dolce. Per qualche giorno aveva temuto che si fumassero qualcosa; soprattutto che si fumassero qualcosa senza fargliela provare. Ma no: arrivavano alla spicciolata, quasi tutti col fiatone per un autobus perso o una volata in bicicletta: capelli arruffati e occhi semichiusi, non del tutto rassegnati alla luce di un sole già parecchio alto. Alla fine Yasir aveva capito: sognavano il ritorno.
Il primo a confessare era stato Taverniti : la ***** della sorella lo aveva interrotto nel bel mezzo di un ***** di sogno di mare, ma non un mare del ***** qualunque come ne avete anche voi nei vostri buchi *******, no: si trattava di uno specifico litorale calabrese che Taverniti riusciva a sognare meglio che al cinema, con l'odore della brezza e persino il ruvido degli scogli sotto i piedi, ******* di una ****** e ******! Ché se li sentiva ancora sotto le suole!
“Ma se non fate un po' di silenzio laggiù... Taverniti!”
“Sipprof?”
“Taverniti, tu hai un'idea benché minima di ciò di cui stiamo parlando?”
“...”
“E tu invece di che parlavi?”
“Calabria, prof”.
“Calabria, interessante. Capoluogo?”
“...”
“Vedi, Taverniti? Tu riesci a prendere un quattro anche sulle cose che t'interessano”.

Taverniti in realtà non ignorava il nome e l'ubicazione del capoluogo calabro (Catanzaro), ma neppure sotto tortura lo avrebbe riconosciuto, a causa delle fiere origini reggine; in ogni caso il racconto del suo sogno aveva infranto l'omertà. La mattina dopo Qu Ti aveva dettagliato la sua accurata ispezione onirica al Grande Mercato dove lavoravano i nonni, e dove anche lui avrebbe preso servizio per le vacanze: una distesa di bancarelle grandi come una città, con odori e sapori accessibili solo in sogno qui, sull'altra faccia del terra. A questo punto Amir aveva ammesso un volo di ricognizione notturna sull'intera Tunisia. Il solito esagerato, ma Yasir queste cose le capiva.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti (è uno sviluppo di Non si esce vivi dalla scuola media). Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

Anche a lui, qualche anno prima, era capitato di svegliarsi con un indefinibile sapore sotto la lingua. Ma adesso non riusciva a sognare più niente di familiare. Da quando suo fratello, che occupava il letto superiore al suo, aveva cominciato ad agitarsi nel sonno; o forse non era effettivamente sonno, in ogni caso quando finalmente Yasir riusciva ad addormentarsi, cadeva in una tenebra di piombo che al mattino non gli lasciava più nulla.

Ma forse, con un po' d'impegno. Yasir aveva cercato di pensare intensamente al suo Paese, mentre si strofinava sul cuscino; ricordi non gliene mancavano, per esempio; i vecchi amici del cortile, gli occhi neri di Fahmida... a quel punto però il pensiero deviava immediatamente sulla foto ricordo del matrimonio che era arrivata tre mesi prima per posta, e questo non era più un ricordo. Per esempio, il tizio cicciottello in un ridicolo vestito blu che aveva sposato Fahmida nei suoi ricordi non c'era, essendo venuto giù dalla Germania apposta, per ripartire il mese successivo; ed ecco che Yasir si era già messo a riflettere sulla Germania, ottanta milioni di abitanti capitale federale Berlino, e dovrebbe farci più freddo di qui, e chissà se Fahmida le sapeva queste cose sulla Germania prima di trasferircisi? Forse avrei dovuto dirglielo un giorno, mentre giocavano a nasconderci tra gli ulivi: lo sai che la Germania è una fredda repubblica federale con capitale Berlino?

“Piantala di muoverti. Non riesco a prender sonno”.
“Sei tu che ti muovi”.
“Io ho smesso due minuti fa. Adesso sei tu”.

E insomma non era un'ingiustizia, che tutti riuscissero a sognare le vacanze e lui no? Con tutti i suoi sforzi, i sogni non lo portavano più in là del check-in all'aeroporto. A quel punto lo assaliva una tremenda necessità di pisciare, e quindi chiedeva alla madre che lo aspettassero, che ci avrebbe messo un minuto, un minuto appena, ma si sa come vanno a finire queste cose nei sogni. Appiccicato alla tazza del gabinetto c'era un insetto, che per quanto Yasir cercasse di indirizzare il getto non andava via. Quando finalmente usciva dal bagno, la famiglia non c'era più, e l'aereo era in partenza. Yasir si metteva a correre per tutto il lounge, incerto se cercare la famiglia o l'aeroplano, ormai sicuro in cuor suo che avrebbe fatto perdere le vacanze a tutta la famiglia...

“Ma la vuoi piantare! Sono le due! Sei un maiale!”
“Stavo facendo un brutto sogno”.
“Chiamiamoli così”.

Yasir aveva sempre saputo di non poter pretendere chissaché: in famiglia secondogenito, a scuola extracomunitario, un po' disgrafico e allergico al pelo di cane. Non aveva mai preteso di dettar legge a nessuno. Mai aveva trattenuto per sé il telecomando, perché uno solo era il satellite, e scegliere i programmi non spettava certo a lui. Tutto questo era nell'ordine delle cose – ma almeno i sogni erano suoi, non li divideva con nessuno; quindi perché non ne poteva scegliersi almeno quelli? Chi gli aveva nascosto il telecomando, e perché?

“Amir”.
“Dormi”.
“Amir, tu sogni mai di tornare a casa?”
“Sì, certo”.
“E come fai?”
“Come faccio cosa?”
“Come fai a sognare proprio quel sogno?”
“Non so come faccio, mi viene e basta”.
“A me non viene più”.
“E cosa sogni? La biondina della tua classe?”
“No”.
“Meno male, la devo sognare io. Dormi”.

Non importa su cosa lo si interrogasse, Amir era in grado di far entrare le ragazze in qualsiasi risposta. Yasir era spaventato da questo. Pensava: succederà anche a me?

Per ora le uniche donne che riusciva a sognare erano professoresse che lo interrogavano. Spesso era la Zenobia, che nei sogni dava più quattro che dal vero. Con altre le cose andavano meglio. Certe interrogazioni in inglese o in geografia erano anzi prodigiose, Yasir sentiva la lingua sciogliersi e pronunciava lunghi e saggi discorsi con parole che non aveva mai conosciuto, e che purtroppo dimenticava appena sveglio. Ma era bello sentirsi sapiente. A volte le professoresse iniziavano a fargli domande insidiose e personali: dove abiti? Come va con la famiglia? Ti fa sempre impazzire Amir? Ti piace la tua classe? C'è qualcosa che possiamo fare per te? Nel frattempo la classe era scomparsa, restavano solo lui e la prof in un ambiente più raccolto che forse era lo sgabuzzino dei bidelli al primo piano. Yasir non avrebbe saputo spiegare quanto questi sogni lo commuovessero. Poi però arrivava a scuola e rischiava di salutare una prof con troppa familiarità: e questa, ignara di aver assistito a una sua lunga confessione notturna, gli affibbiava note sul registro difficili da contestualizzare.

Per fortuna in famiglia avevano ben altri problemi. L'estate era vicina, sarebbe stata la più calda del secolo, e papà ancora non aveva comprato i biglietti dell'aereo. Non è prudente, diceva, c'è la guerra. La madre friggeva: quale guerra? Non c'è nessuna guerra.

“Non ne parlano, ma c'è”.
“Ci sarà qualche bomba ogni tanto, e allora?”
“Qualche bomba ogni tanto? Ti senti? Dovrei spendere tremila euro di biglietti per portare la mia famiglia in un posto dove tirano qualche bomba ogni tanto?”
Al che la madre ribatteva i tremila euro sarebbero stati a malapena ottocento se papà avesse pensato a prenotarli per tempo, e che erano tutte scuse, la guerra, le bombe: lui non voleva tornare al Paese perché non aveva il coraggio di affrontare la questione dell'eredità, il fratello che aveva approfittato della loro assenza per intestarsi l'intera proprietà, e inoltre -
“Una volta per tutte: mio fratello si può tenere tutte le proprietà che vuole! Di sicuro non faccio un viaggio di trentamila chilometri per reclamare due pollai”.
“Perché sei un debole, aveva ragione tua madre quando mi diceva che... ma si può sapere chi c'è in bagno? Yasir, sei tu?”
“Amir, forse”.
“Amir! Sei dentro da un'ora, stai male?”

Amir passava la notte ad agitarsi sul letto, e il giorno fuori e dentro il bagno, e secondo la mamma il ritorno al Paese gli avrebbe fatto bene. C'entrava forse anche un fidanzamento, ma su questo il padre era categorico: se voleva frequentare una ragazza, che se la cercasse in Italia, avrebbe avuto tutta l'estate.

In quindici anni di permanenza in Italia, Yasir non aveva mai visto suo fratello scambiare due parole con un individuo di sesso femminile, nemmeno una barista o la panettiera: e con tutta la sua più sfrenata fantasia non riusciva a immaginarselo nel ruolo di corteggiatore. Difficilmente l'estate in città avrebbe migliorato le cose. Perciò era normale che sognasse il favoloso oriente, dove le bambine s'innamorano di te a distanza, non devi parlargli, tu un bel giorno arrivi lì e sono già lì sotto il velo, pronte ad amarti per tutta la vita, questa è civiltà.

Poi le togli il velo ed è una chiatta coi baffi, hai presente la moglie di Khan?

Se trovi che questa roba abbia un senso, almeno un po' più senso di una finta saga young adult su una ragazza che incontra uno zombie, non esitare a votare per Il telecomando di YasirPuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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Il chiar di luna colpisce ancora

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“Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.” L’alcova di acciaio, 1921 (1).
“Professor Modena, voi ritenete che esista un argomento inappellabile contro la possibilità di viaggiare nel tempo, non è vero? ”
Angelo Modena riprese fiato e tornò a fissare il suo interlocutore nella penombra del salotto. Le mani dell’uomo aderivano ai braccioli della poltrona come se ne fossero un’estensione naturale. Sembrava aver preso forma in quella stessa posizione, pochi minuti prima, mentre in cucina il professore preparava un caffè.
Una pioggia opaca sbatteva granuli di piombo sulla parete-finestra, affacciata sulla laguna. La tangenziale di Venezia era da qualche parte oltre lo smog. Più in fondo lampeggiava il faro per i dirigibili in cima all’orribile grattacielo Sant’Elia, appena inaugurato e già annerito da un catrame che sembrava secolare.

(Questo è un racconto di qualche anno fa, ambientato in un passato alternativo non molto diverso da quello di Il chiar di luna non passerà! Tutto questo partecipa ovviamente alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 
“Non sono un’allucinazione, professor Modena. Sono perfettamente reale e potrà toccarmi, se lo desidera. Ma la prego, risponda alla mia domanda. Qual è la miglior prova del fatto che i viaggi nel tempo non siano possibili?”
“Stamattina ho scritto un appunto”.
“Sul vostro diario, certamente, eccolo qui”. L’interlocutore estrasse da una tasca esterna un taccuino ingiallito, oscenamente logoro. “Tre febbraio 1929. Ho ritrovato una vecchia edizione di un grande amore della mia gioventù, La Macchina del Tempo di H.G. Wells. Oggi come ieri mi sbalordisce l’intuizione del tempo come quarta dimensione. L’idea del viaggio nel tempo è una delle più originali mai concepite, anche se purtroppo impraticabile al di fuori della finzione narrativa. D’altro canto è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
“Chi vi ha dato il permesso di frugare tra i miei appunti?”
“Il vostro diario è come sempre nel cassetto dello scrittoio. E non ricordo dove voi teniate la chiave. Stavo dicendo: è molto semplice dimostrare che l’umanità non potrà mai viaggiare nel tempo…
“…non abbiamo mai avuto visite dal futuro”.
“Molto brillante, professor Modena. È vero. Se il viaggio nel tempo fosse praticabile, noi riceveremmo senz’altro visite degli uomini dal futuro. Ma questa – se posso farle un’obiezione – non è una vera prova contro il viaggio nel tempo. Al limite è un indizio. E forse non ha valutato altre ipotesi”.
“Quali ipotesi?”
“Viaggiare nel tempo potrebbe essere molto complesso. E pericoloso. I viaggiatori nel tempo potrebbero essere costretti a nascondersi per evitare alterazioni nei rapporti di causalità, mi segue? Essi proverrebbero da un futuro che consegue dal nostro presente, ma palesandosi per viaggiatori nel tempo altererebbero questo stesso presente, generando nuove catene di cause ed effetti che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, non so se riesco a spiegarmi”.
“Potrebbero uccidere un loro antenato”.
“Per esempio”.
“O sé stessi”.
“Non deve veramente preoccuparsi di questo”.
“Si verrebbe a creare una specie di…”
“Noi lo chiamiamo paradosso”.
“Voi del futuro, mi è lecito immaginare”.
“Proprio così, professor Angelo Modena. Il viaggio nel tempo è possibile, voi stesso lo dimostrerete tra sette anni. Ne serviranno altri tre per le verifiche sperimentali, dopodiché…”
“Questo spiega le rughe e la calvizie, professor Angelo Modena. Deve aver lavorato molto nei prossimi dieci anni”.
L’interlocutore sospirò. “Mi dispiace. Mi rendo conto di essere un’immagine perturbante per lei. Ne ho discusso a lungo coi miei collaboratori. Abbiamo vagliato diversi scenari, ma alla fine abbiamo convenuto che nulla sarebbe stato più convincente di vedere una copia invecchiata di sé stesso…”
“Sulla mia poltrona, come il cattivo demone di Stavroghin. Potevo avere un infarto! E voi sareste morto con me”.
“Questo non sarebbe stato possibile. E infatti non è successo, come vede. Abbiamo un cuore di ferro, io e voi. E possiamo concederci un dito di cognac, la bottiglia che nascondete dietro all’attestato della Corporazione Futurista Israelita”.
“Quella ve la ricordate”.
“La memoria funziona in un modo davvero curioso, lo sto sperimentando”.
“Spiegatemi però meglio questo punto”, continuò il Modena meno anziano, mentre strappava l’etichetta fiammante dei futur-monopoli dal tappo del liquore. “Io inventerò la macchina del tempo – a proposito, dov’è?”
“È restata nel mio tempo. Non è un veicolo come quella di Wells – pensate piuttosto a una specie di cannone. E a me come a un proiettile umano”.
“Ma questo significa che…”
“Non posso tornare nel 1949, no. Almeno finché non ne costruiamo un altro”.
“Voi mi avete appena spiegato che il viaggio nel tempo è possibile. E mi avete convinto. Questo avrà senz’altro cambiato il rapporto di causa-effetto che vi ha portato nel 1949 a farvi sparare qui col cannone”.
“Certamente. Il 1949 non è più quello da cui sono partito. La mia sola partenza lo ha già modificato per sempre”.
“Eppure voi continuate a esistere, e a ricordarvi quel 1949, che è giocoforza diverso dal 1949 che io vivrò. Per dire, se io ora prendessi un coltello dalla cucina e mi praticassi un taglio…”
“Non comparirebbe sul mio corpo nessuna cicatrice, no. Non sono più soggetto ai rapporti di causa-effetto che ho contribuito a modificare”.
“Ne è sicuro?”
“Ragionevolmente sicuro. Ci abbiamo messo molto tempo, e abbiamo spedito molti oggetti e cavie nel passato per misurare gli effetti. Vedete, viaggiare nel tempo significa precisamente sottrarsi dai rapporti di causa-effetto. Viaggiando, ho modificato il mio presente dal mio punto di osservazione, restando però uguale a me stesso, e continuando a conservare gli stessi ricordi di un tempo che non esiste, e rughe scavate da esperienze che non esistono più. In effetti non sono io il viaggiatore, io rimango fermo. È il continuum causa-effetto che si modifica intorno a me, riuscite a capirmi?”
“Forse. È curioso che continuiamo a darci del voi”.
“Non riesco a farne a meno”.
“Nemmeno io. Ma dev’essere successo qualcosa di orribile, immagino”.
“Come avete fatto a…”
“Per venirmi a trovare avete distrutto venti anni di esperienze. Voi non lo fareste… io non lo farei mai, a meno che non fossi costretto da ragioni estreme. Ho ragione?”
“Ovviamente”.
“È successo qualcosa a Isacco?”
“Vostro figlio sta benissimo. Nel 1949 che ho lasciato era il vostro collaboratore più prezioso. Nel nuovo 1949 naturalmente le cose potrebbero essere diverse, ma c’è ben altro in gioco”.
“Non riesco a immaginare nulla di più…”
“L’umanità, professore. La stessa vita sulla terra. Nel futuro da cui provengo vi sono state altre due spaventose guerre mondiali, e la quarta è alle porte. Lo stesso progresso tecnico-scientifico che ha reso possibile il mio viaggio, ha trasformato i conflitti in spaventose carneficine. Intere città possono essere distrutte in pochi secondi, grazie a bombe di spaventoso potenziale attivate su razzi comandati a distanza. I gas venefici sono stati sostituiti da agenti batteriologici in grado di contagiare milioni di persone. Gli abitanti autoctoni dell’Africa nera sono stati scientificamente sterminati. Di decine di milioni di cinesi si ignora il destino – non sono mai esistiti. La stessa Europa è una polveriera radioattiva…”
“E tutto questo dipende da me?”
“Tutto questo dipende dalla Guida – lo chiamate ancora così nel 1929, se non sbaglio. Il primo Ardito, l’Audace, Il Volante della Nuova Italia. In seguito rivaluterà l’impero Romano e prenderà il titolo di Duce, ne apprezzerà la sintesi. Ma in sostanza è sempre lui”.
“Filippo Tommaso Marinetti. È ancora al potere?”
“È durato molto più di tanti papi e imperatori del passato che disprezza. Ha saputo sbarazzarsi con destrezza dei rivali più pericolosi. Lo si è già visto, no? Nel modo in cui liquidò i Savoia e riuscì a emarginare D’Annunzio dopo la Corsa su Roma”.
“Sapete, questo mi stupisce molto. Detto tra noi, non l’ho mai ritenuto un uomo particolarmente prudente”.
“Lo so. Ci sbagliavamo sul suo conto. O forse non è la prudenza che mantiene un uomo in una posizione del genere. Da un certo momento in poi, per lui si è trattato di correre o cadere. E ha corso molto. Il suo sogno di svecchiare l’Italia poteva realizzarsi soltanto con una politica aggressiva su tutti i fronti, e così è ridiventato il vecchio guerrafondaio degli anni Dieci – se lo ricorda?”
“A quei tempi era solo un artista. Abbastanza mediocre, a voi posso dirlo”.
“Era già un buon organizzatore, con un gusto spiccato per il paradosso”.
“Sì, ma quando uno va al governo e poi Venezia la asfalta davvero…” (2)
“Nel mio 1949 Porto Marghera è la capitale tecnicoindustriale d’Europa. La messa in vendita dei patrimoni artistici del passato (3) ha fornito la spinta necessaria a un’evoluzione senza precedenti, attirando nei nostri laboratori gli scienziati più visionari e spregiudicati del Vecchio e del Nuovo Mondo. È il secondo Rinascimento italiano, quello tecnico e scientifico. Conoscete Enrico Fermi”.
“Un bravo ragazzo”.
“Tra quattro anni la sua équipe scinderà per la prima volta il nucleo di un atomo di uranio”.
“È a questo che stanno lavorando?”
“Non ancora. La guerra civile in Germania accelererà di molto le cose. Anche Albert Einstein si fermerà da noi per un po’”.
“Quindi ci sarà una guerra civile in Germania”.
“I gotico-nazionalisti prenderanno per qualche mese il controllo della Baviera. A Berlino il cancelliere Gropius accuserà il partito della Tradizione di aver incendiato il Reichstag”.
“Quel tizio non ha l’aria di un assassino”.
“Il potere corrompe, specialmente quando comincia a traballare. Lo aiuteremo noi, e i cubosovietici naturalmente. Lui e Majakovskij si spartiranno anche la Polonia. Noi ci accontenteremo di avere campo libero nei Balcani e in Africa. Vendicheremo Adua con le armi batteriologiche”.
“Adua? Per quale motivo al mondo…”
“L’uranio. È inutile essere la nazione più progredita, se mancano le materie prime. È una bizzarria della storia che Marinetti si adopererà a correggere. La Repubblica Futurista Italiana diventerà l’Impero Futurista Mediterraneo e Africano. E il nostro “duce” perderà completamente la testa. Nel tentativo di giustificare il massacro di intere popolazioni, svilupperà un’ideologia sempre più razzista. Lo scandalo internazionale ci porterà alla seconda guerra mondiale contro gli inglesi e i francesi”.
“Gli ultimi da cui prendere lezioni in fatto di umanità coloniale”.
“L’antico amore di Marinetti per la Francia la salverà dai bombardamenti più atroci. Brazzaville, nel Congo francese, e York, saranno letteralmente spazzate via dalle prime bombe nucleari che verranno messe a punto qui, tra quindici anni, dai migliori alunni di Fermi”.
“Bombe nucleari?”
“L’arma spaventosa che garantirà a noi e ai nostri alleati – razionalisti tedeschi, cubosovietici russi, industrialisti giapponesi – la superiorità militare per quasi un decennio. La Francia capitolerà, Le Corbusier sarà messo a capo di un governo collaborazionista…”
“Mi faccia immaginare, sventrerà i fauburg per costruire grattacieli”.
“Sarà inevitabile. L’Inghilterra negozierà una tregua che metterà tutto il continente africano a nostra disposizione. Credetemi quando vi dico che il ricordo dei vecchi soprusi coloniali sbiadirà di fronte alla crudeltà dei giovani cresciuti alla scuola del futurismo politico italiano. Le popolazioni negroidi verranno usate per testare nuove armi batteriologiche. Giapponesi e cubosovietici faranno la stessa cosa coi cinesi. E nel 1941 l’attacco nipponico a una base americana nel Pacifico darà inizio alla terza guerra mondiale: inglesi e americani contro le tecnocrazie di Europa e Asia”.
“Il capitale contro la tecnologia…”
“Sarà più complicato di così: gli inglesi riusciranno a salvare la loro isola dalle incursioni dei nostri bombardieri, grazie a un’arma segreta difensiva. E a partire dal 1944 anche gli americani avranno sviluppato la bomba atomica. Dopo l’armistizio comincerà una lunga corsa agli armamenti. Già verso il 1950 il potenziale accumulato negli arsenali dei paesi europei e in USA sarà sufficiente a porre fine alla vita sulla Terra”.
“Ed è tutta responsabilità di Marinetti? Mi state dicendo questo?”
“È più complicato, è sempre più complicato di così. Non si tratta di responsabilità, ma di una variabile cruciale di una complessa formula causa-effetto… nel vostro 1929 non esiste nemmeno la matematica necessaria per dimostrarvi quello che vi sto spiegando. Dovete fidarvi di me – è il motivo per cui abbiamo deciso di inviare me stesso, l’unica persona che vi può chiedere un simile atto di fede. Anni di calcoli ed esperimenti ci portano a concludere che sia Marinetti la chiave di volta delle catastrofi scoppiate in Europa a partire dagli anni Trenta del secolo XX. Senza il suo esempio cruciale, nessuna avanguardia artistica si sarebbe tramutata in partito politico. Gropius e Le Corbusier sarebbero rimasti architetti, Majakovskij un poeta inquieto. Dovete credermi quando vi dico che le artecrazie europee si sono rivelate la forma di governo più crudele della storia dell’umanità. Abbiamo formulato ipotesi anche su questo – la componente narcisistica che era fortissima nelle avanguardie storiche, una volta trasferita sul piano politico, ha propiziato massacri di intere popolazioni, di intere classi sociali”.
“E quindi, lasciatemi indovinare, io dovrei cercare di avvicinarmi al Primo Ardito d’Italia e traforargli le cervella con un revolver?”
“Sarebbe inutile. Probabilmente un attentato del genere fallirebbe, oppure lo spazio occupato da Marinetti verrebbe riempito da qualcuno molto simile a lui. In anni di esperimenti abbiamo capito che i rapporti di causa-effetto hanno una certa rigidità. La Storia si può entro certi limiti cambiare, ma non si può prendere di petto. È come cercare di spezzare un diamante con un temperino. Io sono riuscito a prendere forma in questo salotto, oggi pomeriggio, perché le modifiche che il mio lancio ha compiuto sulla Storia sono ancora molto contenute. E un lancio ancora più lungo è tecnicamente impossibile”.
“Quindi non possiamo soffocare il piccolo Marinetti nella sua culla, o impedire ai genitori di conoscersi”.
“Non funzionerebbe, no. Ma ora che sono qui, posso effettuare ulteriori modifiche”.
“Devo nascondervi?”
“Tutt’altro. Deve denunciare subito la mia presenza al ministero dell’innovazione scientifica. Il fatto che io sia qui, e che possa collaborare da subito con voi, ci permetterà di sviluppare la tecnologia dei viaggi del tempo con 10 anni d’anticipo. Fingeremo di lavorare a maggior gloria della Repubblica Futurista. Ma con il prossimo lancio dobbiamo riuscire a raggiungere il 1919”.
“Piazza San Sepolcro? Vuole tirare una bomba a mano sul palco?”
“Voi non sapete quanto mi piacerebbe. Ma no, i calcoli escludono che una mossa del genere sia possibile. Mi toccherà un ruolo più imbarazzante. Dovrò contattare una signorina di 21 anni, Benedetta Cappa. Avrete senz’altro sentito parlare di lei”.
“Una poetessa, mi pare. Una delle innumerevoli amichette del Primo Ardito”.
“È molto di più. Tra qualche anno denuncerà le violenze d’Abissinia e sarà espulsa dal partito futurista. Sarà una della principali organizzatrici dell’opposizione clandestina, e l’ispiratrice e finanziatrice delle nostre ricerche. In effetti il piano che sto eseguendo è in gran parte opera sua. In questa busta, che vedete, c’è una lunga memoria che la signora Cappa del mio 1949 ha scritto alla sé stessa di trent’anni prima. Io dovrò assicurarmi che la legga, e che accetti col suo sacrificio di salvare il mondo dal baratro”.
“Che tipo di sacrificio?”
“Dovrà fidanzarsi e sposare Marinetti”.
“Questo è ridicolo”.
“Purtroppo non posso mostrarvi le equazioni che lo dimostrano…”
“Il Primo Ardito conquistato da una ragazzina? Si ricorda cosa scriveva nei suoi manifesti? Il disprezzo della donna, eccetera? Non si sposerà mai”.
“Non è mai riuscito a trovare quella giusta. Una proiezione della madre, ovviamente. Leggete il polpettone futuristico che scrisse nel ’09, Mafarka, si chiamava. Un libro profetico, anche se di rara goffaggine. Tra qualche anno sarà introvabile. La Cappa è la donna che più si è avvicinata al suo ideale – ma si sono incontrati troppo tardi, quando la discesa nell’agone politico era ormai irrevocabile. Eppure è mancato poco – avevano già avuto un breve incontro nel 1918. La Cappa era una ragazzina, e quel reduce donnaiolo le faceva paura. Dovrò convincerla ad accettare le sue avances”.
“Avete ragione, sarà molto imbarazzante”.
“La memoria della Cappa cinquantenne la ragguaglierà su come soggiogare il suo seduttore. Il momento cruciale è l’autunno del 1919. Non so se ve lo ricordate, ma le prime elezioni a cui partecipò Marinetti furono un fiasco solenne. Fu arrestato la notte stessa per detenzione d’armi da fuoco. Passò una settimana in cella, era deluso e spaventato (4). Credeva che i bolscevichi avrebbero vinto. Quello è il momento in cui la signorina Cappa deve andarlo a visitare (5). C’è una finestra nel continuum causa-effetto che possiamo sfruttare. Cambieremo la Storia con un colpo preciso, come il tagliatore di diamanti che sa dove deve incidere per ottenere una sfaccettatura perfetta. Non siete convinto”.
“No”.
“Nessuno vi conosce quanto me. Siete già un uomo fuori dal tempo – positivista per formazione, e socialista per ideologia. Voi non accordate molta importanza al ruolo dell’individuo nella Storia. Credete che al posto di Marinetti vi sarà qualcuno come lui”.
“Sono in errore?”
“Vi mancano gli elementi per capire il vostro errore. Nel vostro 1929 la Storia è ancora una scienza umana, un’arte più che una scienza vera e propria. Nel mio 1949 è una disciplina scientifica rigorosa quanto la chimica o l’astrofisica. Ci sono eventi irripetibili – noi le chiamiamo “singolarità”. Uno di questi è l’avvento al potere di un artista d’avanguardia, Filippo Tommaso Marinetti. Un evento fortuito, verificatosi per un esilissima catena di circostanze, che avrà effetti a catena catastrofici. Non possiamo fare nulla per sciogliere le catene, ma se riusciamo a risalire al 1919 ci basterà un bigliettino profumato per salvare l’Italia dall’infamia e il mondo dalla guerra”.
“Chi prenderà il suo posto? Ignoro del tutto le vostre formule, ma so che l’Italia era alla vigilia di una rivoluzione. D’Annunzio?”
“Non ha nessuna chance, dopo Fiume è soltanto una presenza decorativa. Nessuno fa davvero affidamento su di lui. Abbiamo diversi scenari, tutti migliori di quello in cui Marinetti prende il potere. Per esempio… Si ricorda come si chiamava il movimento fondato a Piazza San Sepolcro?”
“I fasci futuristi, mi pare”.
“Fasci di combattimento. Il futurismo non era ancora la corrente egemone. C’era una forte componente socialista rivoluzionaria. Si ricorda di Benito Mussolini?”
“Il giornalista? È a Parigi coi Rosselli, mi pare”.
“Era lui il capo, a San Sepolcro”.
“Ma veramente?”
“La propaganda futurista sta già modificando la memoria collettiva. Ma controllate sui giornali del tempo. Mussolini verrà messo in minoranza soltanto al congresso del 1920, e poi cadrà in disgrazia. Il fidanzamento con Benedetta Cappa può modificare la situazione”.
“Niente più Corsa su Roma?”
“La organizzerà Mussolini. E otterrà l’incarico dal Re. È una persona molto più pragmatica di Marinetti; altrettanto ambiziosa, ma senza il narcisismo dell’artista. Non congiurerà contro la Corte; dovrebbe riuscire nell’obiettivo di pacificare socialisti e popolari”.
“Lo odiavano entrambi. I socialisti, soprattutto”.
“Vecchi rancori, li seppelliranno”.
“Ci sono delle equazioni che lo dimostrano, immagino”.
“Nulla è dimostrabile al 100%. Comunque è difficile immaginare uno scenario peggiore di quello dell’ascesa al potere di Marinetti. Ed è altamente probabilità che senza il suo esempio anche i cubofuturisti non riescano a liquidare Giuseppe Stalin. Quest’ultimo avvierà una politica di industrializzazione molto meno aggressiva – non massacrerà i contadini, è di estrazione contadina lui stesso. La repubblica di Weimar salderà il suo debito di guerra e grazie agli investimenti americani già verso la fine degli anni Venti sarà la prima potenza industriale d’Europa. Ovviamente ci saranno ancora guerre, e scenari al di là delle nostre possibilità di calcolo: ma l’incubo futurista sarà spazzato via prima ancora di prendere forma. Di Marinetti ci ricorderemo soltanto come di un artista mattoide che dopo la Grande Guerra mise giudizio e si sposò”.
“E Venezia?”
L’anziano professor Modena fissò negli occhi il sé stesso di venti anni prima, e sorrise. Per un attimo l’illusione di specchiarsi fu perfetta. “Venezia non sarà mai asfaltata. A nessun altro verrà in mente un progetto così folle”.
“Non me lo può garantire al cento per cento…”
“Al novantasei virgola quindici”.
“Mi basta e mi avanza”.
(Filippo Tommaso Marinetti e Benedetta Cappa si sposarono nel 1923. Il professor Angelo Modena non ha mai scritto il suo appunto sulla Macchina del Tempo di Wells. È morto a Birkenau nel 1944).

Se a differenza del professore hai una voglia matta di vedere Venezia asfaltata, approva con futuristico vigore lo spunto che oggi se la gioca contro Redenzione. Tutto quello che ti si chiede è mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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La pace separata

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"Ci sto ragionando sopra da qualche tempo, Prandini, e adesso vorrei discuterne con te".

Prandini non poteva impedirsi di provare una certa deferenza nei confronti del vecchio. Quanti anni aveva? Per i ragazzi della Brigata esisteva da sempre, ed era sempre stato lì. Prandini se lo ricordava un po' meno grigio, ai tempi della Stella. Era sopravvissuto a tutti i suoi compagni, così raccontava Prandini. Mentiva: una buona metà della Stella era passata dalla parte dei valligiani, in seguito a certi eventi confusi che era meglio ignorassero.

"Io ormai sono fuori dai giochi", continuò il vecchio. "Hanno smesso di cercarmi".
"Hai firmato la tua pace separata".
Il vecchio corrugò la fronte, forse non aveva capito l'espressione. Oppure non gli piaceva.
"Sono un pensionato ormai. Hai mai pensato alla pensione, Prandini?"
"Da giovane".
"Quando io me ne sarò andato - e non ho fretta, ma potrebbe succedere uno qualsiasi di questi giorni - tu sarai il più vecchio della montagna, lo sai?"
"Amen".

(Questo pezzo prosegue lo spunto dei Banditi della montagna, e ovviamente partecipa alla Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

"Ti ho osservato in questi anni. Hai fatto un buon lavoro coi ragazzi".
"Grazie".
"Prima di incontrarti erano una banda di monelli in gita. Non avevano speranza, nessuna".
"Mentre adesso".
"Quindi capisco la tua ritrosia ad abbandonarli".

Fu il turno di Prandini di aggrottare la fronte.

"...ma prima o poi deve accadere. Proprio perché hanno imparato tanto da te, non hanno più bisogno come un tempo. Tra un po' sarai un peso per loro".
"Un peso".
"Sei ingombrante. Hai sgozzato il figlio di un valligiano, ci sarà ovviamente un rastrellamento, e la colpa ricadrà su di te".
"Non potevo fare diversamente".
"Non ti sto giudicando. Ti sto dicendo come andranno le cose. Saliranno con l'artiglieria, faranno baccano per settimane".
"Non lo troveranno mai".
"È importante? Cominceranno a battere la montagna, dovrete ritirarvi dietro il crinale e perderete il raccolto. Ci saranno conflitti a fuoco, morti feriti e prigionieri e tutte queste stronzate che a una certa età, Prandini, stancano. Sul serio non sei stanco?"
"Io e te siamo diversi".

Il vecchio chinò il capo di scatto, aveva capito l'insinuazione.

"Io non ti giudico, e mi piacerebbe che tu non giudicassi me".
Ti piacerebbe.
"Ho fatto delle scelte discutibili", continuò il vecchio, fissandosi le scarpe lacere, "che se avessi avuto più tempo per riflettere..."
"È così che è andata al passo del lupo? Li hai venduti perché eri stanco?"
"Oh oh", il vecchio cercò di sorridere. Senza incisivi non gli riusciva molto bene. "Che parola che hai usato. Che brutta parola. È quel che pensi di me?"
"È quel che ho sentito dire".
"Non ho venduto nessuno. Li ho salvati. Metà di loro non avrebbero passato l'inverno. A quel tempo coi valligiani si poteva ancora ragionare".
"Spiegami il ragionamento".
"Un accordo orale, un patto tra... come si dice?"
"Gentiluomini".
"Grazie. Non avremmo cambiato bandiera. Ci chiedevano di mantenere un presidio sul passo, e di far transitare i loro convogli di notte, con discrezione. Impedendo a qualche altra formazione di prendere il nostro posto. Mantova ovviamente non era d'accordo".
"L'hai ammazzato tu?"
"Ha importanza?"
"Curiosità".
"Ha veramente importanza chi ha fatto fuori quella testa di cazzo che non chiedeva altro che morire in qualche sparatoria inutile? Cercava la gloria, è stato accontentato. Io volevo soltanto che la mia famiglia mi sopravvivesse. Anche tu avevi una famiglia, mi pare".
"L'avevo".

Se tutto questo per qualche motivo non ti dispiace, è l'ora di votare per La pace separata, che se la gioca contro CarcassonnePuoi farlo mettendo Mi piace su facebook, o esprimendoti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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Concentrati, Sirio

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Tutti i compagni di studio di Sirio conoscevano la storia del video di Ghent, per averlo studiato in Sociologia Uno o Diritto Civile, e per averlo visto innumerevoli volte alla tv o su internet, spesso utilizzato come filmato di repertorio. Per popolarità e pervasività se la giocava col filmino di Zapruder che documentava l'attentato a Kennedy, o le riprese di qualche allunaggio, forse l'adunata di Norimberga. A differenza di tutti questi documenti, il video di Ghent non esibiva personaggi storici, bensì un ragazzo, (D.T.) di bell'aspetto, visibilmente contrariato per un'erezione che non arriva malgrado le sollecitudini della partner, di cui nella prima versione si vedevano soltanto le mani. Si sentiva però la sua voce, molto vicina alla videocamera, ripetere la parola concentrati, con una sfumatura ironica che a molti sfuggiva (a Sirio no).

Benché nel video originale la parola concentrati non si udisse più di tre volte, alcune manipolazioni successive l'avevano trasformata in un mantra. Dieci anni dopo la pubblicazione del video, era ancora impossibile coniugare in pubblico il verbo "concentrarsi" senza stimolare negli ascoltatori un'associazione col video - e con le disfunzioni erettili in generale. I vocabolari raccomandavano di usare sinonimi. Sirio ricordava benissimo quando aveva iniziato ad alzare le mani sui compagni che gli dicevano concentrati. Seconda elementare.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! È uno sviluppo di La prima volta si fa davanti a tuttiSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

Tutti i coetanei di Sirio avevano studiato di come l'eccezionalità del video di Ghent, in un primo momento, fosse consistita in questo: era il primo esempio documentato di revenge porn al femminile. I genitori del ragazzo D.T., oltre a chiederne il sequestro (un gesto inutile, ma dall'alto valore simbolico), avevano denunciato la 17enne Cassiopea Ree. Sostenevano che lo avesse pubblicato per punire D.T. di averla lasciata. Tutti i compagni di Sirio sapevano più o meno com'era andata a finire: durante il dibattimento i legali di Cassopea avevano dimostrato che

1. Il video era stato girato e condiviso da due persone consenzienti (una delle quali, D.T., aveva già compiuto la maggiore età), le quali non potevano non essere consapevoli del rischio che correvano.

2. Se Cassiopea era effettivamente stata la prima a far circolare un frammento del video, non aveva agito per ritorsione o ricatto, ma per reazione a una minaccia di D.T., che in seguito a uno screzio le aveva annunciato di volerne pubblicare un'altra versione. Cassiopea lo aveva semplicemente battuto in velocità. Si era trattato di autodifesa.

A questo punto i legali dei genitori avevano chiesto che fosse divulgato il video nella sua interezza, ai fini di "contestualizzare" la défaillance sessuale di D.T. Richiesta stravagante che il giudice probabilmente non avrebbe autorizzato - non fosse stata la stessa Cassiopea, a quel punto maggiorenne, ad acconsentire. La versione lunga in effetti riabilitava parzialmente il povero D.T., ma soprattutto rendeva Cassiopea una celebrità mondiale, proiettandola non verso la carriera cinematografica che molti le prospettavano, ma verso la politica. Quindici anni dopo l'eurodeputata Ree era tra le firmatarie del Sex Act Act, il disegno di legge che regolamentava la pubblicazione di "video giovanili amatoriali a contenuto esplicitamente sessuale". Tutti i coetanei di Sirio la stimavano come personaggio pubblico di specchiata onestà e profonda competenza. E tutti avevano visto almeno una volta nella vita quel video artigianale in cui ci dava dentro con la foga dei suoi 17 anni. Tutti.

Tranne Sirio Ree.

Il figlio di Cassiopea.

Se questo è il pezzo che vuoi salvare oggi, e Fiume 1920 quello che vuoi bocciare, apprestati ordunque a mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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La schiava (io ce l'ho e tu no)

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Potevano passare mesi interi senza un solo pensiero di angoscia. Mesi interi in cui passando davanti allo specchio dell'ingresso Biagio non vedeva che un cinquantenne soddisfatto, con una carriera avviata nel ramo immobiliare, un figlio che lo adorava, una compagna che lo amava, e una schiava rinchiusa nel secondo piano interrato di una palazzina sfitta, una piccola cosa pronta a precipitarsi ai suoi piedi appena la porta blindata si fosse aperta, alle due del pomeriggio nei feriali, e a qualsiasi ora nella notte, senza preavviso. In qualsiasi momento fosse arrivato laggiù, portando un po' di luce e cibo e amore, sapeva che Yris gli avrebbe fatto festa, non era un amore di cucciola? E lui non era il più fortunato degli uomini? Potevano passare mesi interi così.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabelloneQuesto è un capitolo qualsiasi dalla Prigioniera nella torre).

L'angoscia arrivava a tradimento, di solito in seguito a un'interruzione della routine. Un incidente domestico o un imprevisto sul lavoro. Persino una rimpatriata coi compagni d'università, dalla quale Biagio si aspettava solo soddisfazioni. Alcuni dei suoi amici avevano avuto più fortuna di lui nella vita: avevano auto più grosse, mogli più belle e giovani, e parlavano di luoghi esotici dove Biagio mai sarebbe andato in vacanza; ma cos'era tutta quella volgare esibizione di fronte alla sua gloria segreta? Nessuno di quei coglioni era riuscito ad avere dalla vita quel che Biagio si era conquistato. Nessuno ci era andato nemmeno vicino. Ogni gioia che riuscivano a prendersi, Biagio lo sapeva, non era che un simulacro di quella che lo attendeva al buio ogni primo pomeriggio nei feriali. E per quel povero simulacro erano costretti anche a pagare! In regali alla partner, in contanti alle escort, in alimenti elle ex, in assegni agli analisti.

Quella sera, mentre si contavano a vicenda le rughe sulla fronte, e confrontavano le cilindrate, e prendevano appunti mentali sul prezzo delle vacanze altrui, Biagio si sentiva il cuore gonfio. Era il re del mondo e nessuno lo sapeva. Aveva solo il timore di sembrare troppo allegro, troppo su di giri - era sicuramente una paranoia, ma ad ogni buon conto si era messo a bere. Un ottimo espediente, già collaudato. Nessuno fa più caso a te quando bevi. Puoi esultare e gridare al mondo intero di essere un mostro - nessuno ti starà ad ascoltare.

L'angoscia lo prese al risveglio, in un parcheggio poco lontano da casa. Non doveva aver dormito più di una mezz'ora, ma era come se tornasse alla vita dopo cent'anni di incubo. Chi era? Marchesani Biagio, nato a *** il primo ottobre 1963. Era il titolare di un'agenzia immobiliare, un padre di famiglia e un mostro. Da sei anni teneva prigioniera una ragazza in un sotterraneo, e non c'era modo di risolvere la cosa. Prima o poi sarebbe scappata, e lui si sarebbe ucciso. Oppure.

Oppure sarebbe stato lui a ucciderla. C'era sempre stata questa possibilità. Si sarebbe sbarazzato del corpo in uno dei cento modi che si era immaginato in quegli anni. Acido muriatico. Sega circolare. Un'intercapedine del muro. Ma forse la soluzione migliore era la più semplice: sacchi neri, qualche mattone, e una gita notturna al porto. Nessuno l'avrebbe mai cercata in quei fondali. E nessuno sarebbe comunque risalito a lui. E allora cosa aspettava? Aveva già rischiato troppo, mettendo a repentaglio la felicità della sua famiglia. Doveva farlo il prima possibile. Poteva farlo anche in quel momento. La palazzina era a cinque minuti di distanza. Cosa aspettava?

Già. Cosa aspettava a tornare il povero coglione di sempre, circondato da gente con macchine più grosse e compagne più giovani?

C'erano notti in cui varcando quel cancello Biagio non sapeva, non credeva di sapere se andava a strangolare Yris o a piangerle in grembo. Nei fatti Yris era ancora viva, e lo aspettava alzata.

Se tutto questo ti solletica, almeno un po' di più di Tutto quel che sai è falsonon ti resta che mettere Mi piace su facebook, o esprimerti nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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Le 1+2+3+4+5+6+... notti

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Una donna molto ricca, una donna molto raffinata, è una donna molto arrabbiata. Ha appena scoperto di essere stata tradita dal suo fatuo marito, presidente del consiglio di una nazione trascurabile. Lo ha scoperto nel modo peggiore - glielo ha detto la sorella, quella smorfiosa. Ha subito preteso un divorzio milionario, ma non le basta. Ora vuole coricarsi con un uomo diverso ogni notte, e tagliargli la testa il mattino successivo. L'avvocato glielo sconsiglia. Il dottore suggerisce di variare i dosaggi. E poi in effetti tutto questo coricarsi con gli uomini non è detto che sia sempre divertente. C'è altro nella vita, indovinate cosa. Esatto, sì, lo storytelling!

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Una donna molto ricca, una donna in cerca di rivalse anche sul piano intellettuale, ha invitato nella sua tenuta 6 spasimanti. Ha spiegato che giacerà con uno solo di loro, colui che meglio saprà intrattenerla con fiabe o racconti. Dopo un primo turno in cui tutti e 6 hanno la possibilità di mettersi alla prova, la signora procederà all'eliminazione di un primo spasimante. Prima di lasciare la villa per sempre (esponendosi alla mortale epidemia gastroenterica che sta infuriando fuori dai cancelli), l'eliminato suggerirà il tema sul quale dovranno ruotare i racconti del turno successivo. Il secondo turno durerà 5 notti, e terminerà con una seconda eliminazione. Resteranno in 4, poi in 3, e così via. Ognuno degli spasimanti è caratterizzato da un'ossessione, che diventa l'argomento dei racconti suoi e degli avversari nel turno successivo alla sua eliminazione. Ogni racconto ha così due argomenti. Sembra un po' macchinoso, vero? In realtà è un semplice talent show per racconti, e ha il grosso pregio che l'ho già scritto tutto, un agosto di qualche anno fa.

LE XXI NOTTIturni →1° turno2° turno3° turno4° turno5° turno6° turno
personaggi ↓argomenti →      ↓malattiacomunicazionelavorosessoeconomiareligione
Prof EssoistruzioneIl futuro di chi ha memoriaIl re impiccione e lo specchio magicoÈ un mercato pazzerelloL'ombelico è un problema complessoLa strage alla sagra d'AutunnoOgnibene ippopotamo in Kenya
Don TintoreligioneSai-Pio sale in cieloDio mi amaDi come Don Tinto perse la fedeIn bagno coi MaestriKarma 740
TeddieconomiaDi ronda in rondaSono schizzato e mi piaccio cosìRazza di parassitaL'amore gratis (I)
MàriasessoLa mia amica BoaL'amore alla fine dei tempiStoria di Mària
AurelianolavoroLa supplenteL'assedio in pausa caffè
ArcicomunicazioneIl contagio

E allora perché riproporlo? Perché non so più cosa inventarmi l'idea era buona e merita di essere sviluppata meglio: alcuni raccontini vanno rimaneggiati, altri rimpiazzati con raccontini più decenti. e mi piacerebbe aggiungere qualche personaggio (il che significa aggiungere come minimo 7 racconti, o 15, o 24...) Se la cosa ti sconfinfera, non hai che da votare per Le 1+2+3+4+5+6+... nottiche oggi se la gioca con Love of My LifeNon esitare a cliccare Mi Piace su Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Non è poi lontana Copernico

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A un certo punto sulla Terra si è fatto caldino e dovevamo assolutamente inventarci qualcosa, ad esempio inviare qualche migliaio di persone all'interno di enormi stazioni spaziali in direzione degli esoplaneti più vicini. Le stazioni, in teoria, sono autosufficienti - possono immagazzinare l'energia dei raggi cosmici e usare i propri rifiuti per concimare i campi dove coltivare frutta geneticamente modificata da usare come combustibile - ma abbastanza lente, per cui non si prevede che arrivino al pianeta Copernico 456b che in ventimila anni. Un periodo di tempo in cui qualsiasi cosa può andare storta.

In particolare gli antropologi ci hanno fatto presente che nessuna civiltà è esistita tanto a lungo, e in condizioni così particolari (chiusa in un proiettile sparato nel vuoto assoluto). Anche ammesso che per tutto il tempo continuino a credere alla stessa storia, è molto probabile che quando arriveranno avranno troppa paura per uscire dalla stazione e terraformare il pianeta. D'altro canto, sempre meglio che morire di caldo quaggiù...

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E poi ci sono le vasche criogeniche. Bruciano troppa energia perché si possa addormentare un intero equipaggio - però si può raffreddare un uomo solo e svegliarlo ogni tanto perché dia istruzioni alla comunità. Quando parte, il professor Salem ha quarant'anni. È sociologo, economista e storico, ed è stato opportunamente addestrato per vivere il resto della sua esistenza svegliandosi ogni settimana in un secolo diverso. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo lo spazio profondo.

La settimana seguente sono già passati cent'anni. La comunità della stazione spaziale si è rigidamente compartimentata in caste - Agricoltori, Macchinisti, Burocrati, e gli intoccabili che puliscono i bagni e trattano il concime. Il consiglio degli anziani ha proibito i matrimoni misti. Era una evoluzione prevedibile e per il momento Salem non crede necessario ostacolarla, dal momento che si tratta di una delle forme di società più conservative possibili, e di conservazione c'è un gran bisogno - tanto più che l'endogamia si può correggere con prelievi periodici dalla banca del seme.

La settimana dopo fervono i preparativi per incrociare una cometa - c'è ormai una disperata necessità di metalli e h20 (il ciclo dell'acqua della stazione non è perfetto al 100%). Al suo risveglio Salem è festeggiato come il simbolo vivente dello status quo e della società castale. La cosa lo spaventa un po', soprattutto quando gli spiegano che ogni 18,5 anni circa scoppia una rivolta degli intoccabili. Costoro dubitano dell'esistenza di Copernico, ma anche della Terra: il loro obiettivo è costruire una società egalitaria all'interno della stazione. Salem si rende conto che se gli intoccabili dovessero prendere il controllo della stazione anche per breve tempo, gli staccherebbero la spina. Dà dunque disposizioni per il superamento della società castale: spiega agli Anziani, attoniti, che non è necessario che gli intoccabili diventano uguali agli altri, ma è importante che possano sognare di diventarlo: basta l'esempio di uno o due individui che hanno successo e salgono un gradino sociale, per disincentivare ogni proposito rivoltoso. Invece di fare la guerra agli altri, la faranno tra loro per primeggiare, e tra un secolo poi si vedrà. Buonanotte.

La settimana dopo tira una brutta aria. L'attracco alla cometa non è andato come previsto, e la scarsità di metalli ha costretto gli Anziani a dimezzare la Stazione (era una procedura prevista). La popolazione è calata del 50%, metà dei reattori sono stati fusi per ottenerne pezzi di ricambio per gli altri reattori. "E le rivolte?" "Quasi sparite. Tanto che abbiamo dovuto promuoverne". "Che cosa?" "Sì, dovevamo uccidere qualcuno, e siccome gli intoccabili esitavano a rivoltarsi, li abbiamo provocati. È successo 23 anni fa, e calcoliamo che debba risuccedere tra cinque... ci stiamo già preparando". "Non c'è nessuna cometa all'orizzonte?" "Nessuna, ma quando si sveglierà la prossima volta sarà già nel sistema Centauri. Dovrebbe assistere a un boom". "Speriamo bene".

Infatti la settimana dopo si sveglia a una festa. È il culmine di una settimana di celebrazioni. La stazione spaziale ha raggiunto il sistema di Alpha Centauri, riempiendo le stive di metalli, acqua, silicio, e ogni altro materiale prezioso. La popolazione è tornata al livello massimo consentito. C'è un ottimismo tangibile nell'aria (molto meglio ossigenata). Gli intoccabili non sono più tali; anche se restano sul fondo della società, molti di loro riescono ad avere carriere di successo e a diventare celebrità. Qualcuno ha proposto di restare nel sistema Centauri per sempre; è una proposta che Salem sa di dover respingere: le tecnologie a bordo della stazione non consentono di estrarre risorse in grado di far funzionare la stazione per più di qualche migliaio di anni. Per i rappresentanti della Stazione - quasi tutti quarantenni, o anche più giovani - non è un grosso problema. Per Salem sì.

La settimana successiva, infatti, la stazione non è ancora uscita dal sistema. C'è stato anche un tentativo - fallito - di colonizzare un pianetino. La popolazione della stazione è divisa in due fedi trasversali: chi vuole proseguire sulla rotta per Copernico, e chi vuole restare lì. C'è anche chi propone di tornare sulla Terra - non si riescono più a captare segnali, ma chissà, magari ora il problema del calore è stato risolto. Salem non ha molte scelte: se la stazione smette di puntare verso Copernico, lui rischia di diventare una curiosità, una mascotte, un corpo inanimato che in caso di carestia si può anche sacrificare; è il momento di attivare il protocollo 12. Per sterminare la fazione centaurista, Salem dona ai copernichisti la formula, nota a lui solo, con la quale si può distillare dalla frutta un'arma batteriologica. Poi si riaddormenta.

La settimana successiva Alpha Centauri è già lontana, una stella tra tante. Tra i lineamenti che è ormai abituato a riconoscere pur tra cento variazioni, non trova più quelli di una donna di cui si era innamorato due settimane prima: la sua famiglia è stata completamente sterminata durante i pogrom dei centauristi. La società si sta riorganizzando in caste, ma c'è una novità curiosa: nell'archivio della stazione qualcuno ha trovato il file di In tredici verso Centauro di Ballard e lo ha trasformato nel testo sacro di una nuova religione. I ballardisti credono che la stazione spaziale non stia viaggiando nello spazio, ma sia un'enorme simulazione, un esperimento custodito in un hangar sotterraneo nella Terra. Le stelle non sono che lampadine, e il prof. Salem tra un ciclo di veglia e l'altro andrebbe a riferire ai suoi superiori in un ufficio in superficie. Smetto qua sennò lo scrivo tutto stanotte. Continuerò se voterete per Non è poi lontana Copernico, che oggi se la gioca contro l'Universo PerpendicolarePotete cliccare, indovinate, sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Gli assassini del basilisco

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Siamo in un futuro un po' meno prossimo - diciamo una generazione dopo il Pianeta al gusto bubblegum: le persone di ceto medioalto ormai trascorrono gran parte della vita in piattaforme virtuali ispirate alle grandi saghe del passato.

Questi mondi ormai sono sensorialmente più coinvolgenti della vita reale, il che porta sempre di più gli utenti a domandarsi cosa sia, questa realtà. Quasi tutti sono ancora in grado di distinguere le piattaforme virtuali dal cosiddetto "Piano Zero", quello in cui esistiamo 'davvero', e possediamo un corpo solo che nasce e muore. D'altro canto, come facciamo a essere sicuri che il piano zero sia veramente reale? Che non sia anch'esso il prodotto di un software, una simulazione? Ma una simulazione di cosa, se non c'è nient'altro?

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Malgrado ogni comunità religiosa abbia ormai creato la sua piattaforma a tema dove dare sfogo alla naturale aggressività, il terrorismo a matrice religiosa continua a essere un problema. La setta più pericolosa è costituita dagli Assassini del basilisco, che credono nell'esistenza del temibile Basilisco di Roko: pensano che il Piano Zero sia una simulazione creata da un'entità maligna che - se non obbediscono a ogni loro ordine - può torturarli per l'eternità. Il protagonista della storia è un programmatore che sta lavorando all'update di una piattaforma. Nei confronti dei terroristi nutre lo stesso approccio liquidatorio che abbiamo noi: fanatici pazzi che non hanno studiato, prima o poi la Ragione trionferà. Ma non è che si sia mai messo a pensare seriamente al problema del Basilisco. È una specie di argomento tabù, tutti preferiscono non parlarne. Non si pronunciano certi nomi, non si raffigurano certi volti, non si ragiona sul basilisco.

Mentre il programmatore sta lavorando al nuovo rendering di una caverna, si imbatte in un'affiliata della setta che si nasconde dai suoi compagni decisi a ucciderla. Malgrado sia stata accusata di tradimento senza nessuna prova, la ragazza crede ancora nel Basilisco e cerca addirittura di convertire il programmatore. Lui la lascia parlare, e presto si rende conto di non avere obiezioni razionali al suo ragionamento: se tutto si può simulare, anche noi possiamo essere una simulazione. Se in una simulazione si può creare un loop all'interno del quale un personaggio può essere torturato per un periodo illimitato, anche a noi può succedere la stessa cosa. Il programmatore, perplesso, torna al suo studio. Fa fatica ad addormentarsi.

Aspettando che il sonno arrivi, rimette mano a un suo vecchio progetto dei tempi di scuola. Crea un universo di media grandezza, ci grattugia dentro miliardi di galassie, e in qualche pianeta random insemina forme virtuali di vita unicellulare, in grado di evolversi adattandosi all'ambiente. Con qualche migliaio di righe di codice stabilisce che, qualora una razza pluricellulare sviluppasse la capacità di formulare pensieri simbolici, dovrà sottostare a un rigido protocollo di precetti assolutamente arbitrari (non mangiare determinate altre razze, uccidere determinati nemici, non disegnare determinate immagini), comunicate attraverso oracoli o profeti. Al termine della minuscola esistenza di ciascun individuo virtuale, il file che contiene ogni sua cellula e la sua coscienza verrà trasferito in un loop eternamente piacevole o eternamente doloroso, a seconda che abbia rispettato o no i dettami della legge. Prima di addormentarsi si sbizzarrisce un po' scegliendo le torture più efferate da infliggere nel loop doloroso. Dopo aver creato il suo piccolo universo - ci mette un paio d'ore - il programmatore si sente più disteso, sbadiglia, si getta sul letto e non ci pensa più.

Noi viviamo in quell'universo.

Un romanzo magari non salta fuori, ma spero di avervi almeno terrorizzato. Comunque se lo spunto vi piace più di Nessuno si ricorda dei Catari non avete che da votarlo. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Che ne sai tu di un campo di grano

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Prisco e Davide sono amici d'infanzia. Suonano assieme in una band che viene liquidato nelle prime scene del film, perché Prisco, il cantante, scatena una rissa al concerto per la festa di laurea di Davide. (Il quale appena vede che le cose vanno male inizia a smontare la batteria).

L’indomani vediamo Davide appendere per sempre la maglietta dei Nirvana e infilare una timida giacca e cravatta. Inizia una serie di frustranti colloqui di lavoro, a cui assistiamo rapidamente, per flash: non si sa bene cosa abbia studiato Davide, ma è qualcosa di abbastanza inutile: in tanti modi diversi tutti gli dicono di no. L’estate è alle porte, e lui non ha di che andare in vacanza. Incontra Prisco che sta andando a farsi due settimane in collina, un bel posto, c'è l'aria buona. Con che soldi? Niente soldi, vado a fare volontariato in una comunità terapeutica. C'è un frate che conosco. Coi tossici in astinenza? Tu sei matto. Sarà, io intanto vado al fresco. Perché non vieni anche tu? Vitto e alloggio gratis. E poi è gente interessante.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Il posto è sorprendentemente ameno, il frate assai simpatico. Davide confessa con lui le sue paure, di non saper trovare il suo posto nella vita degli altri, di essere un batterista fallito fra tanti, ecc. Devi avere pazienza, gli dice il confessore. Gli regala una strana sveglia fatta a mano. È puntata per suonare ogni tre anni, gli spiega. Conservala vicino a te, e quando la sentirai suonare, misurerai la strada che hai percorso.

Gli ex tossici sono in ottima forma (durante una partita a pallone fanno stramazzare i nostri eroi); mietono coi sistemi tradizionali il grande campo di grano della comunità. Molti sembrano avere anche idee chiare sul loro futuro: metteranno su casa, famiglia, un agriturismo (pare ci siano dei fondi dell’UE per recuperare gente come loro).

“Questi qui stanno meglio di tutti quanti”, scappa detto a Davide una sera, mentre rolla di nascosto in un boschetto.
“L’hai notato?”, dice Prisco “Infatti mi è giusto venuto un’idea su cosa fare nella mia vita”.
“L’ex tossico?”.
“Proprio”.
“Dovresti prima intossicarti”.
“Non sarà questo gran sacrificio - hai sentito quel che ha detto la sdentata l'altra sera?"
“Ha veramente bisogno di una protesi".
"Come novanta orgasmi in una volta. I neuroni sono sollecitati novanta volte di più. È scientifico".
"E se ci prendi gusto?"
"Ma a quel punto arrivi tu".
"Io".
"Diamoci tre anni. Se tra tre anni io sono ancora nel giro, mi prendi e mi riporti qui. Anche se io non sono d’accordo. Me lo prometti?”
“Sei matto”.
"Punta la sveglia del frate".

Tornato in città, Davide ricomincia il suo calvario di colloqui. Un giorno, al 57esimo no, esplode. “Tutti non fanno che dirmi di no”, si sfoga, “me lo sono sentito dire in 57 modi diversi”. “Davvero? Forse allora lei è l’uomo che cercavamo”.
Viene assunto in un'agenzia interinale. Lo pagano per dire no alla gente. Ora assistiamo a tutte le scene dei colloqui invertite: dietro la scrivania c’è lui. Rapidamente il taglio della giacca migliora.
Un giorno le capita un colloquio con una ragazza carina, Gloria. Davide gli pone tutte le domande di rito e anche altre più personali. Niente, non ne azzecca una. Davide le dice no e poi la invita a cena. In breve vanno a vivere insieme, prima in un bilocale, poi cinque stanze più cucina, gli affari vanno sempre meglio.

Una sera, uscendo dall’ufficio, Davide incontra Prisco, sono anni che non si vedono. Ha una pessima cera.
“Che ci fai qui?”
“Non lo so, andavo a una festa”.
“A una festa a quest’ora?”
“Perché, che ora è?”
“Ma ti senti bene?”
“Forse no”.
“Vieni a casa mia, dai”.
“Abiti qui?”

A casa i due vecchi amici rivangano i vecchi tempi. (Gloria cucina). Ti ricordi il gruppo, e di come mandasti a puttane la mia festa di laurea? Ah, che ridere. E quando siamo andati in vacanza coi tossici perché non avevamo un soldo? Che pazzi che eravamo. Prisco ha gli occhi lucidi. Si guarda intorno, Davide ha una bella casa. Ha una bella moglie. D'impulso decide di andarsene. Prima però chiede se l’amico non può prestargli cento, duecentomila lire. Intasca e scompare.

Che tipo strano il tuo amico, dice Gloria quella sera, a letto. Sembrava un po’ sconvolto, no? Sei sicuro che non prenda qualche cosa? Può darsi, risponde Davide, soprappensiero. Gli ho prestato dei soldi, avrò fatto bene? Del resto potevo anche dargliene di più, mi hanno appena fatto una gratifica… lui, invece… In quel momento (Gloria ha già cominciato ad accarezzarlo), si sente da molto lontano come uno squillo debolissimo di sveglia. Lascia perdere, dice Gloria, sarà l’antifurto del vicino. No, dice lui, è la sveglia del frate, dove l’avevo cacciata? In quale fondo di valigia? È il segno. Prisco si sta rovinando la vita, devo andare a salvarlo.

Si mettono sulle sue tracce. In un agriturismo un comune amico ex tossico conferma: sì, al ritorno si era messo in un brutto giro, sniffava, spacciava. Ha fatto le cose più strane. Anche girato un film porno: regista e interprete. Recuperiamo la videocassetta (suggerisce Gloria), magari c’è qualche indizio.

Le tracce raccolte qua e là (bische clandestine, bordelli, ippodromi) sembrano confermare soprattutto che negli ultimi tre anni Prisco se l’è spassata. Davide comincia ad avvertire i morsi dell'invidia, anche perché più l’amico si rivela una sentina di vizi, più Gloria sembra tradire un certo interesse.

Una sera arriva una telefonata: Prisco è stato visto al casino di ***. C’è da guidare tutta la notte, dice Davide. Lei: non importa, quando ci ricapita? Non usciamo mai. Arrivano molto tardi, ma davanti a un albergo c’è una Porsche che Prisco ha preso in leasing e mai restituita, la targa coincide. I due prendono una camera e decidono di aspettarlo al varco. Davide si addormenta come un sasso e sogna di suonare la batteria a torso nudo nel grande campo di grano. Quando si sveglia Gloria non c’è più. Non c’è neanche la macchina di Prisco. Se ne sono andati.

Davide picchia un po’ il muro (ha questo vizio di tamburellare su ogni cosa che ha in mano), poi ricomincia da solo la ricerca, tornando sui luoghi loschi dove Prisco era già stato visto: invano. Nella casa troppo grande, si decide a rimontare la batteria - ma appena comincia a pestare duro i vicini si lamentano. Qualche mese dopo ripassa per caso nell’agriturismo: trova i due piccioni nel parcheggio che litigano.

Sono già una coppia in crisi. Gloria ha persuaso il ragazzo terribile ad affittare anche lui il suo pezzo di terra: sogna di redimerlo attraverso il sano lavoro dei campi (e vuole un bambino da lui). Prisco si è lasciato fare, ma non è che ci creda così tanto: appena incontra Davide gli fa la festa e decide di scappare con lui. Ma quando è già salito in macchina scopre con orrore che Davide vuole portarlo nella comunità del frate, per tenere fede a una scommessa fatta per scherzo tre anni prima.

“Maccheccazzo ma anche tu vuoi salvarmi? Da cosa poi? Io tutto sommato me la passavo bene”.

Gloria li insegue e li raggiunge proprio davanti ai cancelli della comunità. Nel grande campo di grano, l’ultimo duello a tre. Prima una schermaglia verbale: Gloria chiede a Prisco di tornare, perché ormai ha delle responsabilità nei confronti di lei. Senti chi parla di responsabilità, ribatte Davide, e iniziano a rinfacciarsi le miserie di tre anni di matrimonio. Prisco ne approfitta per fare un passo indietro, lo bloccano in due. Il sole è alto in cielo. Le recriminazioni lasciano lo spazio al silenzio. Un minuto di primi piani.

Alla fine Gloria si gira e si avvia verso l’auto. Davide resta immobile. Prisco, incredulo: “ma come, non le corri dietro?”. Dopo un po’ le corre dietro lui. Davide, impassibile, bussa alla porta del convento.

Dieci anni, quindici chili più tardi, Gloria lavora in un ufficio di lavoro interinale. Esamina l'improbabile curriculum di un mezzo pancabbestia, sandali, barbone, brutti denti.
“E così lei ha una lunga esperienza professionale come percussionista?”
“Suono ai matrimoni, alle sagre, per strada, dappertutto..."
“Bene. E… oh, scusi, devo rispondere al telefono... Amore, non disturbarmi mentre… come non trovi i pannolini, guarda che la Chicca non li porta più da… ah sì? Beh, cerca di pulire intorno. Con una spugna, uno straccio, non so! Ti devo dire tutto io? E in posta ci sei andato?… Scusi, mio marito in casa è una frana. Dicevamo?”
“E avete un bambino?”
“Una bambina. Ma torniamo a lei. E quando ha deciso di fare il… percussionista?”
“È stato dieci anni fa, in seguito a un esaurimento nervoso. Mia moglie mi aveva lasciato, e avevo perso il lavoro, e…”
“Va bene, le faremo sapere”.

Fatemi sapere voi, votando Che ne sai tu di un campo di grano, che oggi se la gioca contro I banditi della montagnaPotete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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I banditi della montagna

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Dal modo in cui sparava, Prandini sapeva di trovarsi davanti a un ragazzino.

Non era una buona notizia. Negli ultimi anni Prandini aveva rivisto tante sue convinzioni, tra cui quella che i giovani valligiani fossero meno pericolosi dei vecchi. Non si potevano sottovalutare i ragazzini. Non si poteva sottovalutare più niente. La radura era gonfia di gente che aveva sottovalutato qualcosa o qualcuno, e Prandini aveva deciso di starci lontano ancora per un pezzo. Aveva tante cose da fare, zucchine da selezionare, parole da salvare.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Stava riparato dietro un faggio, un grosso tronco paziente che aveva già cicatrizzato altre scheggiature di pallottola, ricordi di vecchi conflitti a fuoco. Non te la prendere, gli illustrava la corteccia tra una raffica e l'altra: ci siamo tutti abituati. È solo guerra, la cosa più naturale del mondo. Ma il ragazzino sembrava terrorizzato, continuava a sventagliare senza metodo. Una cosa molto sciocca, oltre che pericolosa. C'era sempre la possibilità che una pallottola rimbalzasse su una pietra e lo facesse secco. Già successo. Prandini era scocciato.

Finalmente gli era venuta la parola. Lui era l'unico della Brigata a ricordarsela ancora: Scocciato. Un giorno se la sarebbe dimenticata per sempre, e la parola non sarebbe esistita più. Prandini ci teneva alle parole, era una delle sue debolezze. Non avrebbe mai voluto perderle. Era chiaro che una Brigata sempre più piccola non avrebbe avuto bisogno di troppe parole - per molte delle quali ormai mancavano i significati. Prandini lo capiva, ma non voleva accettarlo. Gli scocciava.

Due minuti di silenzio, e un'altra raffica. Ormai stava diventando una specie di richiesta di aiuto. Venite a prendermi! Ho snidato un bandito, ma non so come stanarlo. 

Dal rumore era un piccolo Uzi: bell'oggetto, ma inutile per Prandini. Avrebbe sparato ancora per un bel po', raffiche sempre un po' più brevi. Se il ragazzino era abbastanza scemo, avrebbe sparato fino all'ultima cartuccia: a volte era successo. A quel punto bastava saltar fuori e prender la mira. Però poteva anche essere una trappola. Anche questo a volte era successo. Ragazzini mollati a sparacchiare in preda al panico, come... come esche. Ecco un'altra parola importante: esche.

Peccato non avere carta e penna con sé. Succedeva sempre più di rado, ma certe mattine senza un motivo la testa di Prandini brulicava di parole importanti ormai dismesse. Esca è fondamentale, non è che esistano altre parole per rendere l'idea. Esca. Si fanno spesso riflessioni importanti durante i conflitti a fuoco. Di solito non c'è altro che aspettare e osservare, osservare e aspettare, e intanto i nervi girano a mille. Una volta si masticava gomma, poi era finita, e a quelli come Prandini non restava che rimasticare i concetti.

(Forse l'unica retorica a cui la mia generazione nicchia non riesce a ribellarsi è quella della Resistenza. Tutte le altre guerre sono sbagliate, ma quella no. Tutti gli altri martiri sono discutibili e discussi, ma i partigiani mai. Peraltro se ci provi il rischio di trasformarti in Giampaolo Pansa è fortissimo. Eppure a ripensarci fu un episodio non solo periferico rispetto alla guerra mondiale in corso, ma abbastanza limitato nel tempo - due anni! Così mi sono chiesto che succederebbe se un gruppo di persone imbevuto di cultura resistenziale, alternativa, ecc., si trovasse a combatterla davvero, nel solito futuro prossimo, ma non per un anno o due: a oltranza. Quando esattamente si trasformerebbero da eroi in carogne?)

Quante munizioni poteva avere? Quante potevano lasciarne, a un ragazzino? Magari era scappato. Aveva litigato coi suoi e aveva deciso di unirsi ai Banditi. Era successo anche questo, una volta. Si era capito subito che non sarebbe durato. Certe abitudini che Prandini non metteva più in discussione da anni, per il nuovo arrivato erano privazioni intollerabili. Lo avevano messo al muro con l'accusa di essere una spia, non avevano aspettato di avere una prova. Probabilmente non lo era, ma facilmente lo sarebbe diventato, prima che l'inverno picchiasse duro. Soprattutto erano stanchi di sentirlo lagnarsi per il freddo o la fame. Non mangiava farina di castagne: un'intolleranza alimentare, diceva. Il processo era stato rapidissimo e Prandini non vi aveva preso parte, ma non aveva neanche avuto nulla da obiettare.

Un'altra raffica - un po' meno generosa. Esca o non esca, il panico del ragazzo lo avrebbe condannato. Con un po' di fortuna tra mezz'ora Prandini lo avrebbe raccolto in un cespuglio, con gli occhi sbarrati che hanno i bambini quando vogliono scacciare la realtà che hanno davanti. (Anche questo era già successo? A volte Prandini aveva paura di inventarsi i ricordi).

(C'è stata una catastrofe. Forse semplicemente il riscaldamento globale. La pianura è diventata invivibile, le montagne si sono ripopolate. Ma non è stato un processo lineare. I primi a tornare in montagna sono stati i neorurali, i collettivisti, i primitivisti, qualche hipster, Civati. Gli altri per un po' hanno insistito a vivere in new town pedemontane fortificate e aircondizionate. Ma serviva molta energia per farle funzionare, e dopo un po' è finita; così alla fine i valligiani hanno attaccato le montagne. Sono più numerosi e meglio armati, ma non conoscono il territorio e non sono abituati alle scomodità della guerriglia. I montanari viceversa avevano già cominciato a scannarsi tra tribù, per questioni politiche ma soprattutto perché di terreno fertile ce n'è sempre meno. Quando arrivano i valligiani qualche comunità si compatta, altre tradiscono. Prandini è l'ultimo sopravvissuto di un agriturismo biodinamico, tutti i suoi amici e la sua famiglia sono stati uccisi o fatti schiavi. Per sopravvivere si è unito a una brigata comunista che di comunista non ha più niente, ormai sono tutti giovani molto selvatici, Prandini è un nonno saggio che sa quand'è ora di seminare le patate. Ha fatto cose orribili, ma sopravvivere in questo consiste).

Invece se lo vide lampeggiare a pochi metri - al centro della maglietta, la sagoma di una band che non gli era mai piaciuta. Stava banalmente scappando via, disorientato, nella direzione sbagliata. Un'esca non lo avrebbe fatto. "Ma dove vai, aspetta" - si sentì dire Prandini, in un accento quasi credibile, e per qualche secondo il ragazzino lo fece. Aspettò. Fu appena un'esitazione, ma non poteva permettersela. Prandini mirò la zazzera del cantante. Il colpo volò un po' più sotto, dove fa ancora più male. Si sentì un urlo inumano, l'obiettivo rantolò per terra in preda a convulsioni. Prandini provava pietà per quel povero corpo che adesso bestemmiava e piangeva, ma non aveva intenzione di sprecare una cartuccia in più. Snudò il pugnale.

Era un davvero un ragazzino. Biondo, lentiggini, a chi somigliava? Seduto sulla sua schiena, mentre con la sinistra gli afferrava il ciuffo, Prandini ebbe un'epifania: l'ovetto kinder. Stava per sgozzare il bambino dell'ovetto kinder.

Come andrà a finire? Per saperlo occorre votare per I banditi della montagna, che oggi se la gioca contro Che ne sai tu di un campo di grano. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Gesù è il mio crononauta

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Sennò si potrebbe fare così. Un viaggiatore del tempo chiede udienza alla corte del potente re Erode. Ha un accento molto buffo, porta doni e spiega che viene da molto lontano e sta cercando Gesù di Nazareth. Chi?
"Il messia, dai".
"Buon uomo, di messia ne nascono tutti gli anni, non potrebbe essere un po' più preciso?"
"Eh, purtroppo sono sempre stato una schiappa a catechismo, comunque è un tizio che... dovrebbe essere nato qualche anno fa, a occhio... sua madre si chiama qualcosa come Maria, Miriam".
"È il nome più diffuso in Giudea".
"E suo padre Giuseppe, Iosef, Yussef".
"Andiam bene".
"Nato a Betlemme..."
"Ma non era di Nazareth?"
"Più o meno la stessa cosa, no?"
"No, straniero, non è affatto la stessa cosa, e tu evidentemente vieni da molto lontano".
"Ah, non sai quanto. Comunque si tratta di un tizio che tra qualche anno comincerà a far parlare di sé come il Messia..."
"Capirai".
"...il re dei Giudei..."
"Ehi ehi ehi, calma. Hai detto re dei Giudei?"
"Proprio così".
"Io sono il re dei Giudei".
"Ah sì? Buffo".
"E dici che è nato a Betlemme? Ma quando?"
"Qualche anno fa... non è che per caso è passata una cometa, qualcosa del genere..."
"È cascata una stella quattro anni fa".
"Bingo! Allora a questo punto ha quattro anni e... dovrebbe essere in Egitto, sì, questa me la ricordo".
"L'Egitto è da quella parte, straniero".
"Grazie per l'accoglienza!"
"Ma figurati, e grazie per i doni".

Appena lo straniero esce, Erode ordina alla sue guardie di ammazzare tutti i nati a Betlemme quattro anni prima, ché non si sa mai.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

In realtà lo straniero non è che ci tenesse così tanto a incontrare Gesù. L'idea originale era uccidere Hitler o qualche altra banalità, ma i viaggi nel tempo non sono precisi come l'ascensore ché sai sempre esattamente a che piano ti porta. Diciamo che il margine di errore oscilla intorno ai 2000 anni, e lo straniero non è stato fortunato. Si è ritrovato nel bacino del Mediterraneo sotto l'imperatore Tiberio, ma era una schiappa anche in Storia antica e quindi l'idea di prendere il posto di Seneca e manovrare un paio di imperatori non lo ha nemmeno sfiorato. Il personaggio che ritiene di conoscere meglio di tutto il periodo è appunto Gesù, e così si è incamminato per la Palestina, con tutto l'oro che è riuscito a portarsi con sé nel cronotrasferimento, e che gli serve per le spese di ogni tipo (cibo, pernotto, battello, lezioni di lingua). Non potendo uccidere Hitler, ha deciso di uccidere Gesù e vedere cosa succede. (Lo straniero ha fatto l'asilo in un collegio di suore sadiche, da cui un giudizio abbastanza netto sull'essenza del cristianesimo). Gesù però è introvabile.

http://infinivert.com/2013/04/jesus-christ-time-traveler/
Deciso ad attenderlo, lo Straniero si stabilisce a Nazareth. Fa amicizia con una manciata di pescatori del lago di Tiberiade, a cui promette ricche ricompense se riusciranno a intercettarlo ("voi siete pescatori di pesci, ma dovreste pescarmi un uomo"). A un certo punto sembra averlo trovato in un tizio barbuto e cencioso che predica sulle rive del Giordano... falso allarme, è solo Giovanni Battista. Comunque prima o poi di lì il messia dovrà passare, quindi per rimanere nell'orbita dei discepoli di Giovanni decide di farsi battezzare. Il battista però lo squadra in un modo molto strano. "Beh?", gli dice, "Che stai aspettando? Fa' quel che devi fare, no?"

Da quel momento, alcuni discepoli di Giovanni cominciano a seguirlo. Lui per allontanarli comincia a raccontare storie senza senso, a fare il matto... niente da fare. Nel frattempo Giovanni viene arrestato per sedizione, e in Galilea molti cominciano a guardare allo Straniero come al suo naturale successore - non fosse per i minimi accorgimenti coi quali gli capita di confortare i malati che incontra, sterilizzando le infezioni e usando un minimo di buon senso per tranquillizzare i malati mentali. Siccome non ha nessuna voglia di farsi notare da Erode, scappa nel deserto. Lo vanno a prendere, lo portano su un monte e lo mostrano a una folla. Lui non sa bene cosa dire, si arrangia con quel poco che si ricorda del vangelo. Sta cominciando ad accettare il fatto che Gesù Cristo è lui. D'altro canto - ragiona - se io sono Gesù, per farla finita col cristianesimo basta che mi faccia ammazzare, no? Facile! No, non sarà così facile. Per sapere come andrà a finire, dovete votare per Gesù è il mio crononauta. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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La vita segreta di Ziggy Stardust

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Allora sentite questa. Anni Ottanta, in una cittadina dell'East Anglia un mediocre pittore di ritratti riceve il messaggio di un giornalista che vuole intervistarlo, non è ben chiaro il perché. Vuoi vedere che a Londra si sono accorti di me? Ma, in effetti, perché dovrebbero? Faccio le stesse cose da vent'anni... Il pittore è uno di quei personaggi grigi alla Coe, alla Hornby, sotto la cenere dei quarant'anni covano braci di ambizioni divoranti. Il giornalista si rivela un tizio strano; guida un modello di Volvo mai visto, e insiste per fargli delle domande su David Bowie. Le piace Bowie? Ha predilezioni per un periodo in particolare della carriera di Bowie? C'è una canzone di Bowie che sente particolarmente sua? Ecc. ecc. È più teso del pittore, tradisce un atteggiamento reverenziale nei confronti dell'ospite che quest'ultimo non ha mai sperimentato, e a un certo punto riceve una chiamata su una specie di cercapersone e si dilegua (non prima di aver lasciato un biglietto da visita per proseguire l'intervista con calma in un ufficio a Londra).

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

Rimasto solo, il pittore riflette. Ha la netta sensazione che al giornalista della sua pittura non importasse nulla. Eppure era emozionatissimo, come se si trovasse davanti a una celebrità. E continuava a spostare la discussione su Bowie. La cosa più inquietante è che il pittore ha in effetti uno strano rapporto con la musica di Bowie. La prima volta che aveva ascoltato Space Oddity, ne era rimasto stranamente spaventato. Si era messo a dipingere quadri di tema spaziale, tutti poi bruciati in un momento di crisi. Non ne aveva sentito più parlare fino a Ziggy Stardust, disco che trovava insopportabile ma che in un qualche modo lo incuriosiva, e che lo aveva spinto a recuperare qualche album precedente. Era rimasto particolarmente turbato dall'ascolto di The Man Who Sold the World, un disco di cui gli sembrava di riconoscere tutte le melodie. Forse le aveva sentite davvero in sottofondo alla radio, mentre lavorava nel suo atelier. Sarebbe stata una spiegazione logica, se nel suo atelier non si ascoltasse solo musica classica e Jacques Brel. La cosa che più lo aveva turbato è che il disco fosse dedicato al fratello di Bowie, affetto da schizofrenia. Anche al pittore era stato diagnosticato un disturbo psicotico a vent'anni - aveva anche trascorso qualche mese in una clinica. Col tempo le allucinazioni uditive erano quasi scomparse, ma la paranoia era sempre dietro l'angolo, e le melodie di quel disco sembravano affiorare da una vita precedente. Alla fine il pittore decide di andare a Londra. Sul treno ha la sensazione di essere spiato.

L'ufficio segnalato nel biglietto da visita non esiste; in compenso c'è la Volvo misteriosa parcheggiata bene in vista. Il pittore decide di entrare e scopre di non essere più negli anni Ottanta, ma in una cronostazione del 2100. "Mi scuso davvero", gli dice l'intervistatore. "La mia agenzia non ama interferire con gli abitanti del passato, ma il suo è un caso molto particolare. Lei è vittima di un orribile furto di proprietà intellettuale. Un certo Ziggy Jones..."
"Ma sentito parlare".
"Ovviamente, è nato nel 2115. Un certo Ziggy Jones ha rubato un modello rudimentale di macchina del tempo Sola Andata ed è riuscito a sbarcare nel 1965. Dopo un po' di gavetta ha cominciato a far successo pubblicando le canzoni che ha scritto lei".
"Ma io non ho mai scritto una canzone".
"Proprio in questo consiste il furto: Ziggy le ha incise prima che lei le scrivesse. Nel suo passato originale, lei componeva Space Oddity nel 1971. Ziggy ha avuto l'idea di pubblicarla in concomitanza col primo allunaggio americano, nel 1969. Sull'onda di quel successo ha inciso quattro dischi di canzoni che lei avrebbe scritto nella seconda metà degli anni Settanta. Il più famoso, the Rise and Fall of Ziggy Stardust, è chiaramente ispirato alla sua vicenda artistica... Poi è andato in crisi, probabilmente non riusciva più a ricordare altri pezzi da copiare... nella macchina del tempo non puoi portare con te nessun supporto... si è rifugiato nell'eroina, ha fatto quel buffo film che è una mezza confessione, non trova?"
"Ma quindi David Bowie... sono io?"
"David Bowie è solo l'alter-ego di Ziggy Jones, un ladruncolo. Lei è Jacques Stardust, il più grande cantante glam inglese".
"Ma non ho mai scritto una canzone in vita mia".
"Perché qualcun altro le ha incise prima che a lei venissero in mente. Ora, se accetta di collaborare con noi..."
"Un momento. Ma nel 2115 la terra ha esaurito le risorse come in Five Years? Bowie ha rubato le mie canzoni per lanciare un messaggio? Ma poi progressivamente gli stupefacenti gli hanno fatto dimenticare la sua missione trasformandolo in una rockstar decadente?"
"Ehi ehi, non esageriamo. Comunque se lei accetta di collaborare con noi, possiamo tendere una trappola al cosiddetto David Bowie, riportarlo nel suo periodo originale, e restituirle il posto che le compete nella storia della musica".
"Riavrò i miei vent'anni? Mi darò al sesso e alla droga e al rok'n'roll?"
"No, troppo tardi, ormai è invecchiato. Ma potrà almeno conservare i ricordi di quel periodo".

Il pittore è perplesso.

Tanto più che - scoprirà - le cose non sono esattamente come gli hanno spiegato. La situazione è più complessa ma per scoprire come stanno le cose veramente, dovete votare per La vita segreta di Ziggy Stardust! Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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La scuola dell'amore (non passerà!)

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(Notate prego la pubblicità progresso in cima).
Sul sito di una rivista un tempo autorevole, Famiglia Cristiana, è comparso il "decalogo per difendersi" dal "gender a scuola", di un Forum delle associazioni dell'Umbria. È un testo abbastanza esilarante, ma chi non è pratico di cose di scuola rischia di perdersi gli aspetti più buffi della cosa. Così ho pensato di fare cosa gradita pubblicandone ampli stralci, con le mie glosse.

(Racconti del mese, novembre)

Cosa fare prima di scegliere la scuola per i vostri figli  1. Prima dell’iscrizione verificate con cura i piani dell’offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender. Le parole chiave a cui prestare attenzione sono: educazione alla effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del gender. Ricordatevi che i genitori sono gli unici legittimati a concordare e condividere i contenuti di una seria e serena educazione alla affettività dei per i loro figli , rispettandone la sensibilità nel contesto del valore della persona umana

Non ho ben chiara cosa sia la "teoria del gender", ma l'educazione sessuale in scienze si fa alle medie; vorresti che la prof di scienze smettesse di parlare degli organi riproduttivi? Parlane con i genitori più islamici, potreste scoprire di avere molte cose in comune. Quanto all'educazione all'"effettività"... probabilmente intendevi "affettività"... mi spiace deluderti ma è praticamente in tutti i POF; se in qualche POF non c'è, è perché se la sono dimenticata o semplicemente la danno per scontata. Hai dato un'occhiata al libro di lettura di tuo/a figlio/a? C'è sempre una sezione sulle emozioni e l'affettività. In tutti i volumi. In tutti gli anni. La fanno anche nell'ora di religione cattolica (nella quale quasi sempre non si fa religione cattolica, il che è molto interessante). Secondo me la fanno persino nelle scuole cattoliche, anche se per farti piacere probabilmente si inventeranno un nome diverso. Ma sarà sempre affettività. L'unica tua chance è educare i vostri figli sanissimi in casa, probabilmente senza inutili lezioni sulle emozioni imparerà un sacco di cose in più.

2. Durante le elezioni dei rappresentati di classe esplicitate la problematica del gender e candidatevi ad essere rappresentanti oppure votate persone che condividano le vostre posizioni in materia . In ogni caso tenetevi informati con gli insegnanti, i rappresentanti di classe e di istituto per conoscere i n anticipo eventuali iniziative formative in materia di “gender”

Ti prego, fallo. Alla prima elezione dei rappresentanti di classe, quando sarete più o in meno in tre, prendi la parola e invece di fare domande e proposte sulla visita di istruzione, o sul calendario dei colloqui coi genitori, o sull'erogatore delle merendine o qualsiasi altro problema concreto, comincia a parlare di gender. Chiamalo proprio così: gender. "Se mi eleggete rappresentante prometto che mi preoccuperò di conoscere in anticipo eventuali iniziative formative in materia di gender".
Il trenta per cento non capirà quello che stai dicendo.
Un altro trenta per cento concluderà che sei gay e ti interessano tanto le loro problematiche.
L'altro trenta per cento sei tu.
È assai probabile che tu vinca le elezioni, semplicemente perché hanno capito che hai voglia di fare il rappresentante e loro no. Ché poi se sei gay son fatti tuoi, basta che fai il rappresentante.

3. Controllate ogni giorno quale è stato il contenuto delle lezioni e almeno una volta a settimana i quaderni e i diari scolastici, parlandone con i vostri figli. Non siate in alcun modo pressanti verso i figli ma siate coinvolgenti e attenti al loro punto di vista, pronti a render ragione della vostra attenzione.

Come ben sapete, se c'è una cosa che i vostri figli sanissimi non vedono l'ora di fare una volta tornati a casa dopo cinque ore di scuola, è subire l'interrogatorio da un sollecito genitore che vuole sapere Cosa hai fatto Di cosa hai parlato In cosa ti hanno interrogato. È sempre così coinvolgente. Soprattutto se gli "rendete ragione della vostra attenzione".
"Avete parlato di gender a scuola oggi?"
"No".
"La prof di scienze non vi ha parlato di gender?"
"No".
"Il prof di italiano non voleva discutere di gender?"
"No".
"E di cosa avete discusso?"
"No".
"Ma in cinque ore avrete ben..."
"Mamma NON ABBIAMO PARLATO DI GAY, OGGI, VA BENE?"
"Non parlarmi con quel tono".
"QUANDO PARLIAMO DI GAY TI AVVERTO IO, OK?"
"Io lo faccio per il tuo bene".
"CRISTO MAMMA DOMATTINA VADO DAL PROF E GLIELO CHIEDO. GLI CHIEDO SE CI PARLA DEI GAY. COSI' SEI CONTENTA".
"Non bestemmiare, non..."
"SE IL PROF NON NE SA UN CAZZO MI INFORMO IO, VADO ALL'ARCIGAY, CE L'AVRANNO BENE DEL MATERIALE INFORMATIVO. BASTA CHE LA PIANTI MAMMA".
"Ma perché ti comporti così? Sempre il contrario di quello che ti chiedo. Non capisco".
"PERCHE' SONO UN FOTTUTO ADOLESCENTE, MAMMA! Ci comportiamo così, non lo sapevi?"
"No".
"Ma non l'hai fatta educazione all'affettività alle medie?"

4. Visitate spesso il sito internet della scuola per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari (es. Assemblee di istituto o altre attività straordinarie ).

"Beh, senti questa. Sai che gestisco il sito della scuola, no?"
"Dev'essere eccitante".
"Meglio della vernice che si asciuga. Beh, c'è un IP che tutti i giorni entra nel sito della scuola. Tutti i giorni".
"Un maniaco".
"Ma non è tutto. Tutti i giorni fa le stesse query. Le stesse".
"Ovvero?"
"GENDER".
"Uhm..."
"SESSUALITA'. ADOLESCENTI. GAY. LESBICHE".
"Sul sito della scuola".
"Sul sito della scuola".
"Hai l'IP?"
"Certo".
"Perché forse una segnalazione alla polizia postale, hai visto mai..."
"Già fatta".
"Bene".

COSA FARE SE LA SCUOLA ORGANIZZA LEZIONI O INTERVENTI SUL GENDER PER GLI STUDENTI

6. Date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti


L'ideale sarebbe installare in tutte le case dei compagni dei vostri sanissimi figli un allarme di quelli assordanti, collegato alla vostra abitazione: appena scoprite che la scuola organizza lezioni, GONG! ALLARME GENDER! Fino a quel momento dovrete rassegnarvi a usare uno strumento un po' meno molesto (comunque il più invasivo a vostra disposizione): il telefono.
"Pronto".
"Sono Xyx, il rappresentante di classe..."
"Ah, è per la gita di istruzione?"
"No..."
"Perché io già gliel'ho detto alla prof di francese, che novanta euro mi sembrano troppi francamente".
"È che a scuola è successo un problema..."
"Già gli ho appena sborsato i venticinque del contributo volontario, che almeno la piantassero di chiamarlo volontario visto che non ti smollano finché te li han scuciti, e poi l'assicurazione per la palestra che è volontaria pure quella ma se non paghi tuo figlio non va in palestra.., ma voi rappresentanti ne avete parlato con il preside di questa roba?"
"Ma questa è un'altra cosa, un po' più grave".
"Sentiamo".
"Ecco, la scuola sta organizzando una lezione sul gender".
"Sul che?"
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I piccoli elettori della Prima Esse

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(racconti del mese, ottobre)
(È un pezzo di qualche anno fa).

"Buongiorno, è la Prima Esse questa?"
"Sì, ma tu chi sei, signore?"
"Io sono il supplente".
"E la profFarfarella?"
"Non so, immagino che sia ammalata".
"Quindi non c'è".
"Infatti ci sono io che sono il supplente. Quindi voi siete la Prima Esse. Era da un bel pezzo che non venivo qui, ma vedo che, ehm..."

(L'intonaco scrostrato trattiene poche tracce dell'ultima mano di verde marcio. Dal soffitto secentesco - quest'ala della scuola è stato un convento, una casa di reclusione per figli indesiderati - pendono ragnatele ripugnanti, scure come i rami, dita di un orco che picchietta alle finestre, "fammi entrare". Tre cartelloni sull'apparato digerente ornano la parete in fondo, chi li ha disegnati si è laureato da un pezzo ed ha lasciato il Paese per sempre. Intorno al termosifone le zanzare africane fiutano la carne fresca e scaldano i motori. L'ultima classe che ho avuto qui dentro contava tre dislessici, due asociali e tre possessioni demoniache).

"...vedo che è tutto al suo posto come sempre. Bene. Facciamo l'appello? Abati, Bandiera, Bauadanogou, si pronuncia così? Carotone".
"Catorone".
"Ops, scusa. Dgfhj. Elamiri. Fghkj".
"Fkhjg".
"Scusa anche te. Beh, mi sono un po' stancato di questo appello. Ditemi chi non c'è e facciamola finita".
"Scusa signore, ma tu sei un professore?"
"Sì".
"Ma in che classe insegni?"
"Insegno in una classe lontana lontana, dall'altra parte del plesso".
"E cosa insegni?"
"Mah, di solito italiano, storia, geografia..."
"Ma noi adesso avevamo matematica, tu la conosci la matematica?"
"Beh, boh, dipende. Cosa avevate per oggi?"
"I numeri irrazionali".
"Ah, bene, ecco, ho un'idea. Come sapete alla quarta ora c'è l'elezione dei rappresentanti".
"Cos'è l'elezione dei rappresentanti?"
"Ecco, appunto, potremmo usare questa ora per parlarne, che ne dite?"
"Ma è vero che dobbiamo votare?"
"Dunque, su questo vorrei esser chiaro, perché a volte ci sono dei ragazzini che confondono un po' la realtà coi telefilm e pensano che si tratti di votare per la ragazza-o più carina-o, ecco, no, non c'entra niente. Anzi, se volete un mio consiglio, votate dei tipi anche bruttini ma determinati, perché in pratica si tratta... avete presente il Preside? Ecco, i vostri rappresentanti andranno a parlare con il Preside".
"Ma cosa hanno fatto di male?"
"No, niente! Non hanno fatto niente di male, anzi... dunque, ricominciamo. Vi siete mai chiesti chi comanda nella scuola? Cioè chi ha deciso, poniamo, che la scuola comincia il 15 settembre e che il riscaldamento si accende oggi e la campana suona alle otto eccetera?"
"Berlusconi".
"No. Cioè, anche lui in un certo senso, ma prima..."
"Il preside".
"Beh, senz'altro il preside è importante, ma non decide tutto lui. Ci sono infatti altri organi, per esempio c'è una riunione di tutti i docenti, cioè gli insegnanti, che si chiama appunto collegio docenti. E poi c'è il consiglio di istituto, e ce ne sono altri che sulla lavagna non vi scrivo perché francamente li devo ancora capire io, comunque il senso è che tutti decidiamo un po', nella scuola. I docenti, i collaboratori che sarebbero i bidelli, i funzionari che sarebbero le segretarie nell'ufficio là in fondo, insomma tutti. No, aspettate. Mi sto dimenticando qualcuno. Di chi mi sto dimenticando?"
"Il cane del bidello Guercio".
"Quello in teoria non dovrebbe entrare. No. Parlo di un sacco di gente che viene a scuola tutti i giorni, ma non sono docenti, non sono collaboratori, non sono funzionari, non è il preside, insomma, chi è?"
"Siamo noi".
"Ecco, questa cosa a un certo punto è sembrata ingiusta al preside, che disse a noi insegnanti: perché non facciamo anche un'assemblea degli studenti, con i rappresentanti eletti di tutte le classi? E noi insegnanti gli rispondemmo - io mi ricordo, ero al primo incarico - gli rispondemmo che era una follia, far votare gli undicenni, che se vi lasciavamo soli con delle schede e una scatola per mettercele dentro (si chiama urna elettorale) probabilmente vi sareste mangiati le schede e poi vi sareste buttati dalla finestra, perché insomma, in quegli anni non ci fidavamo molto degli studenti. Ma lui volle provare e devo dire, dopo tanti anni, che forse aveva ragione, nel senso che non c'è quasi più nessuno che si mangia le schede, anche i precipitati dalle finestre non sono aumentati negli ultimi anni, in compenso adesso c'è questa assemblea di studenti che può fare proposte anche molto costruttive".
"Scusa professore..."
"Prova a dire Scusi professore, dai".
"Scusi professore, dai, ma non ho capito. Vuole dire che noi possiamo fare delle proposte al Preside?"
"Vedi che invece hai capito benissimo? Soltanto che non potete andarci tutti, dal Preside, e quindi ci mandate due rappresentanti - un ragazzo e una ragazza. Quindi alla quarta ora vi porteranno una scatola, delle schede, e ognuno scriverà sulla scheda il nome di un ragazzo e di..."
"Posso votare per due maschi?"
"No. Devi votare per un maschio e per una femmina".
"Ma io non voglio votare una femmina!"
"Abituati all'idea".
"Ma non posso votare per chi mi pare?"
"Beh, sarebbe meglio che qualcuno si candidasse... cioè, qualcuno dicesse a tutti gli altri: voglio provarci, voglio essere io il vostro rappresentante, dal Preside ci vado io... e se mi votate, prometto che gli chiederò... ecco, cosa chiedereste al Preside? Pensateci bene, e mi raccomando, non fate le solite proposte assurde, tipo..."
"Allungare l'intervallo!"
"...è un classico. No, questa non si può fare".
"Perché?"
"Perché l'orario della scuola non dipende dal Preside, ma dall'ufficio da cui dipendono tutti i presidi d'Italia, che si chiama Ministero (la faccio molto più semplice di quanto non sia, ma fidatevi), e quindi no, l'orario non si cambia: l'intervallo non si allunga e le lezioni non si restringono".
"E più ore di fisica?"
"Fisica nel senso di Scienze Motorie? Non si può. Bisognerebbe togliere altre lezioni, e quali? E poi nominare altri insegnanti, e probabilmente ci vorrebbe un'altra palestra, e quindi no, non è una promessa elettorale realizzabile, mi dispiace".
"Ma allora è una fregatura. Non è vero che possiamo decidere".
"Non potete decidere su tutto subito, tante grazie. Avete undici anni. E comunque chi credete che decida per voi? Il Ministro, lo sapete chi lo nomina?"
"Berlusconi".
"Complimenti. E Berlusconi chi lo ha nominato?"
"Si è nominato da solo".
"No, anzi, ha dovuto spendere un sacco di soldi, mettere i manifesti, perché? Perché è stato e-let..."
"Eletto?"
"...proprio come i vostri rappresentanti, solo che lui è stato eletto dalla maggioranza degli italiani, che ha votato per il suo partito, e quindi il presidente Napolitano lo ha chiamato nel suo palazzo che si chiama il Quirinale e gli ha detto: Berlusconi, ti do l'incarico di formare un governo nominando i ministri che credi siano i migliori sulla piazza, e lui l'ha fatto".
"Ma Napolitano sta a Napoli?"
"Sta a Roma. Quindi, ricapitolando: l'intervallo non si può allungare perché è di competenza del Ministero, che comunque è stato eletto indirettamente dal popolo italiano che sarebbero i vostri genitori. Educazione fisica non si può raddoppiare. Cosa si può fare?"
"La carta igienica nei bagni".
"Bravissimi! Ecco, la carta igienica è un argomento alla vostra portata. E poi?"
"Le ragnatele".
"Per esempio. Ecco, su queste cose i candidati vi possono fare delle promesse. Per esempio: Se votate per me farò togliere i ragni dai soffitti! Cose così".
"Ma se non li hanno fatti togliere i ragazzi dell'anno scorso..."
"Magari non sono stati abbastanza convincenti. Oppure i ragni sono tornati quest'estate. Nessuna battaglia è vinta per sempre in democrazia. Ma sentiamo la vostra compagna che ha alzato la mano. Ti vuoi candidare?"
"..."
"Non fare la timida, eh? Perché se ti votano dovrai partecipare a un'assemblea con quelli di seconda e di terza, e se non prendi la parola loro di sicuro non te la daranno. Dai. Hai delle promesse da fare ai tuoi compagni?"
"Ma io pensavo... che potevamo chiedere di poter usare i cellulari..."
"Eh, i cellulari. Ma lo sapete che è complicato, il discorso-cellulari".
"Però la profFarfarella..."
"Sapete che all'inizio dell'anno abbiamo fatto firmare ai vostri genitori un avviso che parla chiaro: non li vogliamo vedere. Perché poi va a finire che li usate per scambiarvi le foto, poi si vedono le pareti dei bagni della scuola su facebook, insomma non è tanto bello".
"Però i miei mi hanno detto che lo devo portare lo stesso, perché se mi succede una cosa grave..."
"Tipo che rimani schiacciata sotto un armadio e non riusciamo a capire chi sei, ma ti riconosciamo dal cellulare, una cosa così?"
"Ma no, però mettiamo che foro la bicicletta".
"Eh, capisco. E pensa che per un secolo i tuoi compagni sono venuti a scuola in bicicletta ma senza il cellulare, perché non lo avevano ancora inventato, e quando foravano, sai cosa gli succedeva?"
"No prof".
"Guarda, è una cosa molto triste. Passava un orco e se li mangiava, poi sputava le ossa qui intorno".
"..."
"Sul serio, nel seminterrato abbiamo l'ossario, l'ossario di tutti i bambini che sono venuti a scuola in bicicletta senza cellulare dal Seicento in poi, è una storia tristissima. Pensate anche solo alle povere madri, che al mattino abbracciavano il bambino pensando: lo rivedrò?"
"Prof, lei non ci sta prendendo molto sul serio".
"Hai ragione, scusa. Comunque la questione è molto semplice: se un prof vi vede il cellulare ve lo sequestra, ma il prof non ha il diritto di perquisirvi, quindi se lo tenete spento... ma per spento intendo spento, non come quelli che dicono che tolgono la suoneria e poi hanno un vibro che vengono giù le tegole".
"Però alla profFarfarella le suona sempre".
"Ma quello che c'entra scusa, lei è una prof... le prof hanno regole diverse"
"Ma una volta che faceva lezione le hanno telefonato dieci volte per offrirle dei lavori e lei diceva sempre di no e metteva giù".
"Ecco, lo so perché ci sono passato, si vede che la vostra prof è una precaria, cioè il suo nome è in una lista, e quando in una scuola si libera un posto, devono chiamarla, e finché lei non risponde anche solo per dire di no, loro non possono chiamare un'altra, capite? Per cui uno deve portare sempre il cellulare con sé, ma è per una cosa seria, mica per l'orco delle ruote sgonfie. Dovete capire che gli adulti hanno delle preoccupazioni che voi nemmeno..."
"Ma di solito lo usa per chiamare suo marito".
"Magari suo marito sta molto male, che ne sai. Non si deve mai giudicare il p..."
"Ma gli dice delle cose tipo Butta la pasta"
"Stavamo parlando di candidati alle elezioni. Qualcun altro si vuole candidare, o anche solo suggerire delle proposte? Tu là in fondo, dai".
"Io... la macchinetta delle merendine".
"Ecco, guarda, me l'aspettavo. Perché sto invecchiando. La macchinetta delle merendine, ragazzi miei, io capisco che vi possa sembrare una cosa fantastica, ma credetemi, è un diabolico arnese. Una volta ce l'avevamo, sapete?"
"Infatti mia sorella..."
"Ecco. Però forse tua sorella non ti ha raccontato di quando passava metà dell'intervallo a far la fila per comprare una merendina che costava dieci volte il prezzo che spenderebbe tua mamma al supermercato. E tutte le monetine che si è mangiata senza restituirle. E tutte le volte che premendo schiacciatina usciva il terribile fruttino alla pera appiccicosa. Lo so anch'io che fa scena, una bella macchinetta delle merendine, ma quando il principale passatempo dei ragazzi di terza diventa prenderla a spallate, e i bidelli li aiutano pure... insomma c'è un motivo se l'abbiamo tolta e..."
"Ma al piano di sotto ce l'hanno".
"Ma quella è la macchinetta dell'acqua".
"Ma adesso ci hanno messo dentro le merendine".
"Sul serio?"
"Sììììì".
"Questa è un'ingiustizia però".
"Allora possiamo chiederla anche noi?"
"Beh, in linea di... cioè io non vi appoggio assolutamente... ovvero vorrei che fosse messo a verbale che è una proposta che non condivido, però se al piano terra l'hanno messa, voglio dire, voi chi siete? I figli delle badanti?"
"Ma prof".
"Dicci".
"Nella scuola elementare che facevo io, nell'intervallo, passava il bidello Giorgio col carrello con le focaccine".
"Ma pensa".
"Che erano molto buone perché le andava a comprare calde nel forno, e c'erano anche le fette di pane con la marmellata o la nutella".
"E la tua scuola si chiamava".
"Santissimo Cuore Addolorato della Beata Vergine".
"Invece questa si chiama Scuola Pubblica, benvenuta. È la campana, questa? Scusate, eh, resterei con voi tutto il mattino, ma devo andare dai miei".
"Ciao prof"
"Si dice arrivederci".
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Il piccolo centravanti africano

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(I racconti del mese, settembre)

Non è che gli alunni mi salutino mai troppo volentieri, incrociandomi sul corso; ma è ai primi di settembre che cominciano a nascondersi dietro le colonne, quasi vergognandosi di abbronzature perfette. Hanno un gelato in mano e una ben più fredda consapevolezza sulle spalle: non ce la faranno mai a finire i compiti. Li hanno appena iniziati. Forse non vale neanche la pena di provare. Io faccio finta di niente, e penso che forse era più onesto Mahmadou.

Mahmadou era nero e centravanti prima che fosse cool. Non era esattamente un campione - sgambava tra l'area e il centrocampo in magliette sempre troppo larghe sulle spalle, eredità di un fratello maggiore; aveva fiato e un buon tocco, ma era ancora troppo cucciolo per mettere in soggezione terzini e portiere. Anche i suoi compagni più cari lo chiamavano Mamma, soprannome sommamente infelice a cui si era affezionato. Mamma me lo disse chiaro e tondo, quando in giugno fui per dettare i compiti delle vacanze: non se li sarebbe scritti, un po' perché aveva lasciato a casa il diario, un po' perché dai, non ne valeva la pena; quell'anno andava in vacanza anche lui, e non poteva portarsi i libri giù in Africa.

Obiettai che poteva farne comunque un po' prima di partire; mi spiegò che partiva subito, appena finita la scuola; che non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di mandare i genitori a ritirare la pagella, l'aereo si stava già scaldando sulla rampa. Né poteva posporli al ritorno, i compiti, perché sarebbe tornato tardissimo, a settembre inoltrato, se non più in là: non dovevamo però preoccuparci, potevamo benissimo cominciare la scuola senza di lui. Portarsi i compiti giù al villaggio? Fuori discussione: anche se si fosse trovato un posticino in valigia - e non c'era - Mamma mi spiegò che la vita nel villaggio è molto diversa da quella che conduciamo qui: c'è tutta una dimensione comunitaria che purtroppo a noi sfugge, blindati come siamo nelle nostre nicchie alienanti. Una volta arrivato laggiù, Mamma si sarebbe messo immediatamente a giocare a pallone coi suoi amici, perché è così che funziona; e non avrebbe smesso finché l'aereo del ritorno non avesse iniziato le procedure di decollo. Mi spiegò, Mahmadou, che la sola idea di dire ai coetanei: "ora non posso giocare, devo fare i compiti" era da rigettare come un ingenuo cascame del mio colonialismo interiore: in una società rurale africana non ci si può isolare dal gruppo, non si possono fare i compiti. La volontà di isolarsi si trasforma immediatamente in uno stigma sociale, quando non somatizza prendendo le forme di una vera e propria malattia. Davvero volevo renderlo un paria, un lebbroso agli occhi dei suoi fratelli? Non poteva fare i compiti; non dipendeva da lui. Eccetera.

"Ora prendi un foglio e te li scrivi lo stesso".
"Ma prof..."
"Qualcuno ha una penna da prestare a Mahmadou?"

Verso i primi d'agosto ormai l'ordine alfabetico degli alunni è un ricordo lontano, che si infrange tra la lettera G e la L. Per quanto possano riempirmi di vita fino a metà giugno, i loro volti svaporano nel giro di due mesi, e così a momenti non riconobbi Mahmadou, un pomeriggio che passai per l'Africa, diretto alla coop. L'Africa in questione era il parcheggio di un centro direzionale affacciato sull'incrocio: un luogo losco a un'ora dal tramonto, ma ideale per il calcetto, a causa di un materiale gommoso, nero, con cui era stato pavimentato, più morbido del cemento - anche se assorbe il calore del primo pomeriggio come una spugna, e non lo lascia andare fino a mezzanotte. Mamma teneva un Supertele in grembo. Lui e i suoi amici indigeni erano seduti sul muretto che delimitava il continente, a prender fiato: sarebbe stato il momento giusto per un sorso d'acqua o magari un gelato, ma avrebbero dovuto lasciare l'Africa nera, attraversare la strada e aprire una linea di credito col barista cinese.

Mahmadou fu di parola: passò tre mesi interi nella sua Africa di quartiere, senza mai venir meno alle regole non scritte della tribù. A settembre tornò tra noi, senza penna né diario. Com'è andata l'Africa, Mahmadou? Bene, prof, bene. Là è tutto diverso, la vita non stinge sotto la pioggia, né imbrunisce col sole. Ogni cosa ha per sempre quel colore con cui uscì dallo stampo.
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La Sinistra Intestinale Autonoma

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Una mattina, svegliandosi da sogni contrastanti, il compagno K. si sentì confuso. Il suo stesso corpo gli mandava segni contraddittori: una curiosa sensazione di leggerezza, mai sperimentata prima, si sovrapponeva a un inquietante peso sullo stomaco. La penombra della stanza era rischiarata dal telefono che vibrava in silenzio.
"Che mi sia trasformato in un enorme coleottero?", pensò, e si sorprese nel soggiungere: "Magari". Il telefono insisteva, qualcuno lo stava cercando, probabilmente per litigare. Di lì a poco sarebbe comunque scattato il messaggio della segreteria...
"Pronto, siete in linea con la direzione del Nuovo Partito di Unità Socialista e Ambientalista, lasciate il vostro messaggio dopo il bip".
"Porcaputtana K stacca quella segreteria! Ti devo parlare subito! È importante!"
"Ulrich? Sei tu? Non dovresti chiamarmi, lo sai che siamo ancora in causa per l'attribuzione della sede e..."
"Lascia perdere queste cazzate. Hai visto Tonio ieri sera?"
"Uh, può darsi".
"Lo hai visto o no?"
"Chi lo vuole sapere? Il mio amico Ulrich o il dirigente di zona di Sinistra Unitaria Democratica Ambientalista?"
"Ancora con 'sta storia... non c'è più il SUDA".
"Ah no?"
"Ci siamo sciolti un mese fa".
"Cazzo mi dispiace. E Lotte?"
"Se n'è andata con i Nuovi Comunisti Unitari".
"Uh che brutta gente".
"Ma no, perché, sono due tipi a posto. Stanno in un villino sui viali, hanno anche un cane, un cocker, mi sembra".
"I comunisti unitari?"
"I Nuovi Comunisti Unitari. Tu stai pensando alle Cellule Comuniste Unitarie di tre anni fa, quelli a cui sequestrarono il furgone in Val di Non con le molotov".
"Quelli, giusto, sì, che fine han fatto poi?"
"Non li ha più visti nessuno, in quei boschi non prende il gps".
"Magari si sono radicati nel territorio".
"Seh, certo. Ma insomma Tonio l'hai visto o no?"
"Come faccio a dirtelo... Non so nemmeno in che partito tu militi in questo momento".
"Sono tornato all'ovile".
"Rifondazione Unitaria? Ma non si era sciolta?"
"Nuova Rifondazione Unitaria".
"Avete rifondato la rifondazione?"
"Ci siamo rimessi assieme, è finito il tempo delle scissioni".
"Vi siete rimessi assieme in quanti?"
"Per adesso siamo io, Agatha e Karl..."
"È per questo che stai cercando Tonio? Stai cercando di fottermi il tesoriere?"
"Perdio, K, ma tesoriere di cosa, si può sapere? Il tuo partito ha la sede legale nella tua cameretta in casa dei tuoi, il vostro organo di stampa è un blog che non aggiornate dal 2017..."
"Voi invece ce l'avete, un organo?"
"Senti, non è come tu pensi. Non ti voglio fottere Tonio. È una questione privata".
"Il privato è..."
"...un casino. Agatha è incinta".
"Uh, complimenti!"
"Non stiamo più assieme da sei mesi".
"Sei mesi... vuoi dire il congresso della Sinistra Unita? Vi siete divisi lì?"
"Sintomatico, vero? Lei andò coi comunisti democratici, io rimasi con quella frangia della Sinistra Unitaria che poi si spezzò subito dopo".
"E Tonio cosa c'entra?"
"Tonio e Agatha stanno assieme".
"Questo è impossibile".
"Lo sanno tutti, K., dai".
"Tutti chi?"
"Ma ci vai su facebook ogni tanto?"
"Ho l'account del partito, vedo solo l'attività degli iscritti".
"Cioè non vedi più niente, ci hai fatto caso? Quanti siete rimasti?"
"Quanti? Beh, non devo dirlo a te, comunque Tonio risulta ancora fidanzato con Ines".
"Non posso crederci".
"Come no? Noi del Nuovo Partito di Unità Socialista e Ambientalista siamo persone serie, se ci impegniamo in una relazione..."
"Ines è una spia".
"Eh?"
"E una trotschista della sesta internazionale, il suo vero nome è Else, si era infiltrata da voi per mettervi contro ai Comunisti Ambientalisti Zona Nord Italia".
"I CAZoNI? Non ho niente contro i CAZoNI, sono simpatici, mi invitano sempre su in collina a Natale a festeggiare il sol dell'avvenire..."
"In effetti la missione è fallita e adesso lei si sta riciclando coi Socialisti Unitari Libertà Ecologia Autonomia Duemila".
"Quelli invece sono delle merde, mi devono ancora i soldi della corriera per la manifestazione in Val di Ma. Comunque non ti credo. Ines è una grande compagna, leale e..."
"Si chiama Else. Ci sei andato a letto anche tu?"
"Quando si è uniti nella lotta queste cose succedono".
"Vai tranquillo, quella si è fatta mezza sinistra extraparlamentare in città".
"Stiamo comunque parlando di..."
"Di mezza dozzina di persone, sì, più o meno".
"Quindi Ines..."
"Si chiama Else".
"...Non è più nel mio partito?"
"Non credo, no. i Socialisti Unitari Libertà Ecologia Autonomia Duemila le hanno promesso un posto in lista per il consiglio di circoscrizione, avrà voglia di sistemarsi nelle istituzioni".
"Questo è orribile!"
"Ma dai, comincia ad andare per i trentacinque, non è che puoi restare trotschista tutta la vita, prima o poi ti infiltri nella fessura giusta e..."
"Ulrich, non hai capito. Se Ines se n'è andata..."
"Else".
"Siamo rimasti solo io e Tonio nel partito".
"Sul serio?"
"Ma ieri sera io e Tonio..."
"Mi stai dicendo questo? Siamo arrivati a questo?"
"Abbiamo litigato... sull'opportunità di fare o no una lista comune coi CAZoNI... lui ha sbattuto la porta, ha svegliato mia madre e..."
"Fermo. Resta fermo. Potrebbe essere più grave di quel che sembra".
"Vuoi dire che sta succedendo a me? Proprio a me?"
"Come ti senti in questo momento?"
"Strano. Mi sento molto strano. Leggero e... pesante".
"Respira lentamente".
"In effetti faccio un po' fatica, c'è qualcosa che mi opprime".
"Non accendere la luce! Aspetta".
"Sul serio sta succedendo a me? La Singolarità?"
"Prima o poi sarebbe successo, K. Quando ero nel SUDA temevo che potesse capitare a me. Negli ultimi anni le tendenze scissionistiche che devastano la sinistra italiana hanno superato il punto di non ritorno. Era solo una questione di mesi prima che succedesse..."
"Ma perché proprio a me?"
"Tu sei solo il primo. Il primo partito politico a coincidere con una sola persona. In un certo senso sei una nuova specie vivente, un passo avanti nell'evoluzione".
"Non mi sento affatto bene, Ulri".
"Cerca di vedere le cose in un modo positivo. Non ti senti finalmente... unitario? Ora non devi più lottare per condividere le tue idee. Niente più lotte intestine. Puoi farti tutti i congressi che vuoi, senza aspettare il numero legale".
"Ulri, non respiro".
"Tieni duro".
"Io adesso accendo la luce".
"Non lo so, non mi sembra una buona idea".
"Che cosa potrebbe essermi successo?"
"Non lo so, K., non lo so. Qualcosa che non è ancora successa a nessuno".
"Addio Ulri".
"No, aspetta, K., sto arrivando, io..."
Clic.

Contò fino a tre. Quattro volte. Per un attimo che gli sembrò lunghissimo, non respirò più. E poi accese.
Quello che vide davanti a sé, non l'aveva mai visto realmente. Davanti ai suoi occhi ancora storditi dal sonno, c'era il suo culo.

Il suo culo si era separato dal tronco, si era seduto sulla sua pancia, e meditava sul da farsi.

"Torna con me", bisbigliò K. "Possiamo fare ancora tante cose assieme. Dobbiamo... dobbiamo guardare a ciò che ci unisce, non a ciò..."
Una lungo peto troncò la discussione, annunciando nel contempo la nascita del Partito della Rinascita Intestinale Autonoma Popolare (PRIAP).
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Ritorno al Futurismo

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Anche quest'anno la casa editrice inesistente Barabba ricorda Carlo Fruttero con un'antologia di racconti di fantascienza che vale la pena giudicare dalla copertina, splendida, di Isola Virtuale. Su questo blog potrete leggerli, uno al giorno, per parecchi giorni. Oppure potete scaricare il tutto in vari formati, qui. Ecco il mio contributo, breve come al solito:


Il Chiaro di Luna colpisce ancora


Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.” L'alcova di acciaio, 1921.

“Professor Modena, voi ritenete che i viaggi nel tempo siano impossibili, per un motivo autoevidente, mi sbaglio?”

Angelo Modena riprese fiato e tornò a fissare il suo interlocutore nella penombra del salotto. Le mani dell'uomo aderivano ai braccioli della poltrona come se ne fossero un'estensione naturale. Sembrava aver preso forma in quella stessa posizione, pochi minuti prima, mentre il cucina il professore preparava un caffè.

Una pioggia opaca sbatteva granuli di piombo sulla parete-finestra, affacciata sulla laguna. La tangenziale di Venezia era da qualche parte oltre lo smog. Più in fondo lampeggiava il faro per i dirigibili in cima all'orribile grattacielo Sant'Elia, appena inaugurato e già annerito da un catrame che sembrava secolare.

“Non sono un'allucinazione, professor Modena. Sono perfettamente reale e potrà toccarmi, se lo desidera. Ma la prego, risponda alla mia domanda. Qual è la miglior prova del fatto che i viaggi nel tempo non siano possibili?”
“Stamattina ho scritto un appunto”.
“Sul vostro diario, certamente, eccolo qui”. L'interlocutore estrasse da una tasca esterna un taccuino ingiallito, oscenamente logoro. “Tre febbraio 1929. Ho ritrovato una vecchia edizione di un grande amore della mia gioventù, La Macchina del Tempo di H.G. Wells. Oggi come ieri mi sbalordisce l'intuizione del tempo come quarta dimensione. L'idea del viaggio nel tempo è una delle più originali mai concepite, anche se purtroppo impraticabile al di fuori della finzione narrativa. D'altro canto è molto semplice dimostrare che l'umanità non potrà mai viaggiare nel tempo...
“Chi vi ha dato il permesso di frugare tra i miei appunti?”
“Il vostro diario è come sempre nel cassetto dello scrittoio. E non ricordo dove voi teniate la chiave. Stavo dicendo: è molto semplice dimostrare che l'umanità non potrà mai viaggiare nel tempo...
“...non abbiamo mai avuto visite dal futuro”.
“Molto brillante, professor Modena. È vero. Se il viaggio nel tempo fosse praticabile, noi riceveremmo senz'altro visite degli uomini dal futuro. Ma questa – se posso farle un'obiezione – non è una vera prova contro il viaggio nel tempo. Al limite è un indizio. E forse non ha valutato altre ipotesi”.
“Quali ipotesi?”
“Viaggiare nel tempo potrebbe essere molto complesso. E pericoloso. I viaggiatori nel tempo potrebbero essere costretti a nascondersi per evitare alterazioni nei rapporti di causalità, mi segue? Essi proverrebbero da un futuro che consegue dal nostro presente, ma palesandosi per viaggiatori nel tempo altererebbero questo stesso presente, generando nuove catene di cause ed effetti che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, non so se riesco a spiegarmi”.
“Potrebbero uccidere un loro antenato”.
“Per esempio”.
“O sé stessi”.
“Non deve veramente preoccuparsi di questo”.
“Si verrebbe a creare una specie di...”
“Noi lo chiamiamo paradosso”.
“Voi del futuro, mi è lecito immaginare”.
“Proprio così, professor Angelo Modena. Il viaggio nel tempo è possibile, voi stesso lo dimostrerete tra sette anni. Ne serviranno altri tre per le verifiche sperimentali, dopodiché...”
“Questo spiega le rughe e la calvizie, professor Angelo Modena. Deve aver lavorato molto nei prossimi dieci anni”.
L'interlocutore sospirò. “Mi dispiace. Mi rendo conto di essere un'immagine perturbante per lei. Ne ho discusso a lungo coi miei collaboratori. Abbiamo vagliato diversi scenari, ma alla fine abbiamo convenuto che nulla sarebbe stato più convincente di vedere una copia invecchiata di sé stesso...
“Sulla mia poltrona, come il cattivo demone di Stavroghin. Potevo avere un infarto! E voi sareste morto con me”.
“Questo non sarebbe stato possibile. E infatti non è successo, come vede. Abbiamo un cuore di ferro, io e voi. E possiamo concederci un dito di cognac, la bottiglia che nascondete dietro all'attestato della Corporazione Futurista Israelita”.

Vi ho fregati anche quest'anno, per sapere come va a finire dovete scaricare il libro. Buona lettura!
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Usciamo dal metro, dal chilo, da TUTTTOOO!!!

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Nel Paese dei Cazzetti

Io, a differenza di tanti che parlano parlano, io ci sono stato nel Paese dei Cazzetti, e devo dire che è molto meglio di come lo dipingono. La gente perlopiù è gentile, i semafori godono di un certo rispetto; inoltre non ci si spara per strada, in generale, se si dispone di un luogo appartato.

Certo, il primo impatto può essere uno choc, perché i Cazzetti pur assomigliandoci divergono tra noi per tanti piccoli bizzarri particolari, ad esempio le unità di misura. Me ne accorsi il primo giorno, appena entrai in un ascensore col mio accompagnatore. Era un ascensore un po' angusto, così mi capitò di far caso alla targhetta con le specifiche tecniche, di solito non la leggo mai.

"Ehi, ma qui c'è scritto che regge solo..."
"Ottanta chili, sì".
"O mio Dio adesso si pianta".
"Ma no, ma cosa dice".
"Siamo in due, ne faremo come minimo centoventi. Ho anche il bagaglio a mano..."
"Stia calmo. Lei più di trenta chili non pesa..."
"Eh?"
"Io ne faccio quaranta, e il suo bagaglio è leggerissimo. E comunque sono sempre sottostimati questi ascensori, non si preoccupi".
"No, senta, io la ringrazio, ma come può pensare che io pesi trenta chili, mi ha visto?"
"Ah, ma dimenticavo. Lei ragiona in chili internazionali. Questi non sono chili internazionali".
"Come, no?"
"No, sono chili cazzetti".
"Ovvero?"
"Ovvero non saprei... mi sembra che un chilo cazzetto valga due chili internazionali virgola qualcosa".
"Virgola qualcosa?"
"Eh sì, dipende un po' dall'andamento generale".
"Quindi non avete il sistema metrico decimale?"
"Lo avevamo, ma poi abbiamo avuto dei problemi... vede? Siamo arrivati. La sua stanza è in fondo al corridoio. La accompagno?"
"Se non le dispiace. Ma che genere di problemi?"
"Ecco, non so se se n'è accorto, ma noi Cazzetti tendiamo a essere un po' corpulenti".
"Eh, sì".
"Questa cosa nel medio-lungo termine rischiava di avvilirci, di deprimerci, e così il nostro governo ha deciso di varare una manovra per farci sentire più leggeri, insomma è uscita dal sistema metrico internazionale".
"E avete rivalutato il chilo".
"All'inizio era solo di un decimo, però si è visto che la gente tendeva a mangiare di più, e si è pensato che serviva una manovra più drastica, insomma... adesso siamo a due e qualcosa. Le piace la stanza?"
"Molto spaziosa".
"Ah sì, è la più larga del piano, sono cento metri quadri".
"No, mi scusi, questo è impossibile".
"Come no? C'è anche qui nella targhetta sulla porta, vede?"
"Guardi a me va benissimo così, come vede ho solo un bagaglio a mano, però non sono cento metri quadrati. Sarebbe un appartamento. Questa è una bella camera, tutto qui".
"Ah già, giusto, lei pensa ai suoi metri quadrati".
"Perché, non mi dirà mica che..."
"Eh sì, i nostri valgono un po' di meno".
"E come mai? Qual era il problema?"
"Eh, è un po' imbarazzante".
"Vi sentivate stretti? Bassi di statura? Suvvia, a me può dirlo".
"Lei non ignorerà l'etimologia del termine Cazzetti".
"Ahem, aspetti, ricordo che me ne parlò una volta il mio professore di filologia arcaica, era qualcosa che aveva a che fare con l'apparato riproduttivo, mi pare".
"Piselli piccoli. Cazzetti significa Piselli piccoli".
"Ah già, giusto! Dall'italico cazzo, di etimo incerto!"
"Ecco".
"Ma sarà senz'altro un nomignolo che vi è stato appioppato da qualche nemico invidioso della vostra prestanza".
"Sì, la teoria ufficiale è quella. Però c'è un'altra ipotesi che gode di un certo credito presso l'opinione pubblica".
"Ovvero?"
"Forse ce l'abbiamo veramente piccolo".
"E quindi avete pensato che..."
"Il governo ha pensato che accorciare i righelli avrebbe fatto bene alla nostra autostima".
"E così avete svalutato i centimetri?"
"Sì, di parecchio".
"Non è che la cosa abbia molto senso, eh".
"Non mi dica che non le sarebbe piaciuto, quand'era giovane, poter vantare una trentina di centimetri con gli amici".
"Mah, boh, può darsi, però... senta, quanto le devo?"
"Niente, per carità".
"Come niente, una mancia la prenderà. Non mi dica che i cazzetti si offendono, se gli si offre una mancia".
"Beh, se insiste..."
"Dieci euro?"
"Non sono nella posizione per dire di no. Con questa maledetta crisi..."
"È dura come dicono?"
"Durissima, si immagini che è crollato tutto il settore immobiliare, ormai un metro quadro non vale più nulla. La gente non compra più, siamo tutti terrorizzati. Con quest'euro maledetto..."
"Ma non avete mai pensato di svalutarlo?"
"Eh?"
"Sì, voglio dire, non avete mai pensato di uscire dall'euro e stampare una moneta diversa, abbassandone progressivamente il valore in euro? Non potrebbe essere un sistema per stimolare i consumi, rilanciare l'economia? Sto pensando ad alta voce, però..."
"Scusi, ma lei per chi ci ha preso?"
"In che senso?"
"Cioè, è vero, siamo i Cazzetti, non siamo famosi per la nostra intelligenza media. Siamo dei maledetti obesi e probabilmente abbiamo il pisello così piccolo che abbiamo dovuto rimpicciolire i centimetri per misurarlo; però questo non vuol mica dire che siamo del tutto coglioni, sa?"
"Mi scusi".
"Si figuri".

Io a differenza di tanti che parlano parlano, io ci sono stato nel Paese dei Cazzetti, e devo dire che è più complicato di quel che sembra. Ma la cucina è buona. E il metro quadro, confermo, costa un cazzo. Purtroppo non te lo accettano, vogliono gli euro.
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Non sempre si può perdere

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Qualche notte fa, in un oscuro sotterraneo dalle parti di Arcore:

"...insomma, signori, i numeri sono questi".
"Ma non è possibile! Tutti gli altri sondaggi..."
"Tutti gli altri sondaggi, con rispetto parlando, sono specchietti per le allodole. Questi sono i numeri veri e... non hanno pietà".
"Ma com'è potuto succedere! Avevamo otto punti veri di distacco".
"Li abbiamo recuperati abbondantemente, come vede".
"È stato il Monte dei Paschi?"
"È stato un po' tutto l'insieme di cose. Bersani è stato bravo, bisogna ammetterlo".
"Sono stati tutti bravi. Impacciati e confusionari al punto giusto".
"Si capisce che hanno tanta voglia di vincere quanta ne abbiamo noi. E adesso siamo nella merda".
"Via, non precipitiamo...."
"Altro che precipitare. Qui c'è scritto che vinciamo le elezioni, vi rendete conto? Noi! Vincere le elezioni! È un maledetto incubo!"
"Non è ancora detta l'ultima parola..."
"Sentite, il Capo era stato molto chiaro. Aveva detto che voleva il venti per cento. Fine. Voleva divertirsi, fare un po' l'antieuropeista, dettare condizioni, eccetera. E tornare a casa presto. Una cosa tranquilla. Ve lo ricordate, sì? Venti per cento, aveva detto. Al massimo 25, non un decimo di più. Ci andate voi di sopra a dirgli che è già a Palazzo Chigi?"
"Io non so cosa dire, le abbiamo provate tutte. Pure Santoro".
"Lascia perdere Santoro che divento una belva".
"Ma chi poteva aspettarselo... gli avevo scritto apposta quella letterina noiosissima, come facevo a sapere che... sono stati quei due stronzi, veramente stronzi, chi se lo sarebbe aspettato. Gli hanno fatto fare un figurone. Ma senti..."
"Che c'è".
"Magari non gli dispiace poi così tanto vincere".
"No, guarda, proprio non ne vuole sapere. Solo di investimenti ci perde dei milioni con lo spread. E poi che fa una volta che è lì, litiga con la Merkel? Taglia l'Imu, esce dall'Euro? Rinegozia il fiscal compact? Ammesso che sappia cosa sia".
"Ecco, appunto, cos'è?"
"Senti, lascia perdere. Noi non siamo qui per far politica. Siamo qui per far perdere le elezioni a Silvio Berlusconi, che ci paga per questo. Possibile che sia così difficile? È un vecchio bavoso e avido, che altro possiamo aggiungere al pasticcino di merda per renderlo immangiabile? Controlla il calendario".
"Che c'è sul calendario?"
"Non lo so, controlla. Mi do una settimana. Voglio perdere quattro punti in una settimana, perdio, controlla se ci sono delle scadenze importanti, degli anniversari, roba così".
"Mah, è fine gennaio... c'è la Giornata della Memoria".
"Bingo! Lo facciamo andare in qualche luogo simbolico, cerca se ci sono luoghi simbolici in zona".
"A Milano c'è un memoriale della Shoah".
"Lo mandiamo lì e gli diciamo di dire due paroline antisemite".
"Ma sei sicuro?"
"È terrorizzato dall'idea di vincere, vedrai che farà tutto quello che gli diciamo".
"No, dico, sei sicuro che con l'antisemitismo perde punti? Potrebbe anche recuperarne".
"Dici?"
"Non so, forse dovremmo prima fare un focus, qualcosa..."
"Non c'è tempo. Senti, proviamo la carta del vecchietto patetico. Niente antisemitismo, una cosa tipo vecchio zio in braghette sotto la copertina, Mussolini ha fatto tante cose buone, eccetera. E vediamo come va. Cosa abbiamo da perdere?"
"Tutto"
"Mi basta un quattro per cento".


Due sere fa, da qualche altra parte:

"...insomma, signori, i numeri sono questi".
"Ma non è possibile! Tutti gli altri sondaggi..."
"Tutti gli altri sondaggi, con rispetto parlando, sono becchime per capponi. Questi sono i numeri veri e... sono devastanti".
"Ma com'è potuto succedere! Eravamo terzi una settimana fa, una settimana fa! E adesso saremmo in testa?"
"Sono stati tutti molto bravi, bisogna ammetterlo. Bersani che si mette a sbranare a vanvera, quell'altro che sbava su Mussolini... due siparietti da commedia dialettale. E d'altro canto son mica scemi, chi glielo fa fare di vincere?"
"Il senso di responsabilità, per esempio".
"Mi sa che dovremo tirarlo fuori noi".
"Ma neanche per sogno, siam già stati responsabili abbastanza. I patti erano chiari: noi dovevamo fare l'ago della bilancia, metterci il know how. Al consenso popolare dovevano pensarci loro, i cosiddetti partiti di massa. Questa è un tradimento da parte loro, è... diserzione. Molto scorretta".
"E che ci possiamo fare?"
"Tanto per iniziare cominciamo a perdere anche noi dei punti, subito".
"Con tutto il rispetto, abbiamo appena mandato il Capo dai terremotati a prendersi le uova marce, e non è servito a niente, continua a sbancare i sondaggi".
"Il terremoto è troppo settoriale, ci vuole un approccio più generalista".
"Ovvero..."
"Non possiamo più permetterci di fare schifo solo ad alcuni, dobbiamo cercare di fare schifo a più gente possibile nell'unità di tempo. Trovare qualcosa che dia fastidio a tutti. Coraggio, ditemi qualcosa che dà fastidio a tutti".
"Le tasse".
"Le abbiamo già alzate, qualcos'altro".
"Le banche".
"Siamo coperti anche lì".
"La sveglia alla mattina".
"Bello spunto, mi piace. Tutti odiano la sveglia alla mattina. Lavoriamoci sopra. Cos'altro odiano tutti? Il lunedì".
"E vabbe', mica possiamo aumentare i lunedì alla settimana".
"Non possiamo nemmeno allungare la settimana lavorativa, siamo liberisti".
"La settimana lavorativa no... ma quella scolastica sì. Le scuole sono ancora di Stato".
"Grazie al cielo, ma che vuoi fare? Se aumenti l'orario devi pagare di più gli insegnanti, hai voglia".
"No. Non è detto. In luglio non li paghi di più, perché le scuole sono praticamente chiuse, ma loro sono reperibili. Bingo! Un bell'intervento contro le vacanze estive!"
"Tutti amano le vacanze estive".
"Lanciamo un'agenzia, cominciamo a dire che d'ora in poi si frequenta per tutto luglio. Poi ovviamente rettificheremo, ma intanto la voce girerà. Mario Monti contro le vacanze estive. Boom!"
"Quattro punti li perdiamo come niente".
"Ma anche cinque o sei. E poi voglio vedere cosa fanno quei due, ah ah".

Un mese dopo
(ROMA) BERSANI: NON HO MAI "SBRANATO" BAMBINI. SOLO ASSAGGIATI UN PAIO MOLTO CATTIVI. Il segretario del PD ha smentito le affermazioni riportate ieri dai giornalisti, secondo le quali avrebbe ammesso di aver partecipato negli anni '60-'70 a qualche banchetto a base di bambino bianco crudo alla festa dell'Unità di Bettola. "Non siamo dei barbari, noi i bambini li abbiamo sempre cucinati con molta umanità, e se devo dirla tutta non è proprio il mio piatto preferito, ne avrò assaggiato solo un paio ed erano bambini che si erano comportati davvero molto male con le loro mamme e con Stalin".

(MILANO) BERLUSCONI: CULATTONI DI MERDA SONO STATO FRAINTESO, NON INTENDO AVVALERMI DELLO JUS PRIMAE NOCTIS A MENO CHE LE VOSTRE FIGLIE NON VALGANO VERAMENTE LA PENA. Il presidente Berlusconi durante la notte ha pubblicato su youporn un video girato con le sue fidanzate (in tenuta sadomaso-wehrmacht), in cui smentisce di volersi avvalere dello jus primae noctis in modo "universale", come ventilato due giorni fa durante la conferenza stampa a Palazzo Grazioli. "C'è che voi giornalisti siete veramente dei culattoni, non capite... lo vedete questo, sì? Ecco, non lo capite, ora reggimelo, grazie cara". Il presidente ha poi confermato che intende abolire l'IMU e sostituirla "con tua madre", ha detto proprio così, ma forse era sovrappensiero.

(BERLINO) MONTI: INGIUSTIFICATE LE POLEMICHE SUL GATTO A NOVE CODE NELLA SCUOLA ELEMENTARE, sarà esposto soltanto alla parete come deterrente, ma le maestre dovranno limitarsi a bacchettate sulle nocche e gusci di noce sotto le ginocchia.

Continua... (in realtà no).
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Il pianeta al bubblegum

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Oggi sarebbe il compleanno di Carlo Fruttero: per festeggiarlo, Barabba ha messo insieme un'opera megagalattica, l'Ennesimo libro della fantascienza, che si scarica a partire da oggi e si può leggere un racconto alla volta anche qui. La copertina, che a certe persone dà i brividi e io sono tra loro, è di Isola Virtuale. Questo è il mio contributo:


(Pandora 5.0, 16.27 GMT)

La notte era uno sfondo indaco che si screziava, all'orizzonte, nei toni di porpora del crepuscolo. Phil prese conoscenza acquattato sotto un cespuglio di fiorifunghi. Percepì una sensazione tattile estremamente precisa, il fresco solletico di una lucertola di palude che gli camminava sul lungo avambraccio. Non la disturbò, il panico l'avrebbe resa fosforescente. Voleva guardarsi attorno senza fare troppo scompiglio, visualizzare l'ambiente senza esserne il protagonista, ma era possibile? Tra i fiorifunghi qualcosa si mise a vibrare; era un messaggio pubblicitario. Lo escluse con un movimento di palpebra istintivo. Era sovrappensiero. Aveva sognato a lungo di essere lì, e ora che era arrivato si sentiva a disagio. Tutto come previsto, tutto simile ai sogni e alle proiezioni, ma qualcosa non quadrava. Si rese conto che non stava respirando, come le prede quando si nascondono. Ed era sbagliato, profondamente sbagliato, quello era il posto nell'universo più sicuro per lui. Fece un grosso respiro, inalò l'aria tersa di un'alba su Pandora, corretta dall'umidità dei fiorifunghi...
Sapeva di bubblegum alla fragola.

***
(Matrixhan, 18.11 GMT)

“Fragola?”
“No Arthur, non ho detto fragola. Bubblegum alla fragola. È diverso”.
“Diverso quanto?”
Nascosto dietro ampi occhiali neri, Phil si permise di alzare gli occhi al soffitto. La trama dei finti pannelli antirumore mostrava pattern regolari. Era evidentemente un solo pannello copincollato miliardi di volte, un'ingenuità che nessun progettista virtuale si permetteva più da decenni. Ma erano appunto questi piccoli difetti a rendere delizioso quel bar, quel grattacielo, quella città. “Hai mai assaggiato una fragola?”
“Penso di sì. È una specie di grappolo d'uva in miniatura, se non sbaglio...”
“Quello è il lampone”.
“Il lampone, giusto”.
Phil si aggiustò gli occhiali, e per un attimo fece filtrare uno sguardo di disapprovazione, più netto di quanto avrebbe desiderato – del resto portava la fisiognomica di Keanu Reeves che indossava non gli lasciava molto margine per le sfumature. Ursula approfittò di quel secondo di silenzio per mettersi in mezzo.
“Ne abbiamo discusso centinaia di volte. Un conto è l'effettivo sapore originale di un frutto, un conto è l'informazione condivisa, socializzata, sul sapore del frutto stesso, che si basa molto più spesso sugli estratti chimici che venivano utilizzati nel secolo scorso. La fragola è un classico esempio: la maggior parte di noi conosce il gusto del gelato, ma non saprebbe ricollegarlo al sapore del frutto originale”.
“Ok, ok. Continuo a non capire qual è il problema. Se nessuno sa di cosa sanno veramente le fragole, per quale motivo ci intestardiamo a voler riprodurre un sapore che...”
Phil sbuffò. “Non stiamo parlando di questo. Non ha nessuna importanza di che sapore sappiano le fragole vere. Non ci sono fragole su Pandora, e se decidiamo di metterle comunque saranno diverse da quelle sul piano Zero. Le faremo a forma di lampone, o grosse tre quintali, o volanti, o sessuate, decideremo. Non ha la minima importanza. Il problema...”
“Stai sudando, Phil”.
“Non sto sudando”.
Ursula aveva ovviamente ragione, benché il sudore non esistesse, a Matrixhan – come tutti ormai chiamavano la realtà virtuale Matrix 2.0. Il prodotto, ispirato come tutti da una saga cinematografica del secolo precedente, non era mai andata oltre la seconda release, un epico flop commerciale, che aveva conosciuto un bizzarro successo postumo una dozzina d'anni più tardi. Gli utenti non ci andavano per parare le pallottole col kung fu, e si disinteressavano totalmente all'Eletto e a Mr Smith che ogni tanto saltabeccavano tra un grattacielo e l'altro, dandosele di santa ragione – a parte quei due fanatici, Matrixhan era un posto comodo e pulito, facile da raggiungere, fuori dalle mappe dei ragazzini e dei tamarri di ogni età: divenne un ritrovo fuori orario per ingegneri e programmatori. L'atmosfera raggelante era in qualche modo congeniale – di Realtà ce n'erano tante, ma questa era l'unica dove tutti potevano indossare la stessa faccia senza stonare in nessun modo con l'ambiente. Perfetto per quel tipo di professionista che non vuole perder tempo nelle library a cercare l'avatar più originale, meglio intonato con l'umore, con il meme del giorno, con l'oroscopo – fanculo, ti metti il tuo Keanu Reeves di ordinanza e in cinque secondi sei già in un attico affacciato sul vuoto, a bere ipoalcolici insapori. Col tempo la gente cominciò a fissarci colazioni di lavoro. Phil sapeva che qualche start-up stava ragionando sull'idea di piazzare gli uffici direttamente lì – un'idea ridicola, veramente da startupper, però riusciva a capirla. Anche lui raramente si sentiva così a suo agio come in un bar qualunque di quella città di grattacieli, così dichiaratamente finta. Nessuno lo aveva capito ai suoi tempi, ma Matrix 2.0 era un capolavoro. Non per la storia, non per il realismo dei dettagli (già scadente all'epoca, ma 25 anni dopo era semplicemente retrò). Era semplicemente un posto comodo. Ortogonale, liscio, modulare, rassicurante. Il contrario di Pandora.

(Vi ho fregato, per sapere come va a finire dovete scaricarvi il libro)  



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Il Cristo gay e il Grande Inquisitore

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Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa...


“Dunque, la scena comincia così: immaginati una processione, in una città medievale, oscurantista... facciamo Bologna”.
“Bologna, via, così oscurantista poi...”
“Bologna è perfetta, ci stanno i domenicani, quindi l'Inquisizione. Immaginati una di quelle processioni medievali coi flagellanti, no? E proprio durante questa processione, chi ti compare?”
“Chi mi compare?”
“Un Cristo gay”.
“Un Cristo gay”.
“È quel che ho detto”.
“Non so, Ivan, abbiamo già diverse polemiche in corso, se magari riusciamo a evitare di offendere cristiani e gay in un botto solo io preferirei...”
“Nonò fidati, un Cristo gay che appena compare, tutti all'improvviso capiscono che è lui, la folla si apre per lasciarlo passare, tutti lo seguono in silenzio, senza osanna, senza alleluja, tanto ovvio è che lui è Cristo”.
“E che è gay”.
“È un Cristo gay”.
“Ivan questa cosa però spiegamela meglio, perché io posso anche capire un Cristo a Bologna nel medioevo, cioè se sono in Strada Maggiore e all'improvviso vedo un ebreo con la corona di spine più o meno ci arrivo che è Cristo, ma spiegami come faccio a capire che è pure gay”.
“In effetti anch'io mi sono posto il problema”.
“Cioè non gli possiamo mica mettere l'aureola arcobaleno”.
“Perché no”.
“Perché è il medioevo a Bologna, cosa vuoi che ne sapessero dei colori del movimento LGBT”.
“Va bene, ci pensiamo dopo. L'importante è che sia evidentemente gay”.
“E tutti lo seguono”.
“Per forza, è un Cristo gay. Tu non lo seguiresti? Anche solo per curiosità?”
“E poi che succede?”
“Succede che a un trivio si devono fermare per dare la precedenza al cocchio, e il cocchio è ovviamente una cosa kitschissima, tutti intarsi e intagli e lacche in oro zecchino”.
“Nel medioevo? Non è un po' presto?”
“Il cocchio però invece di sfilare inchioda, e dalla finestrella spunta il volto arcigno di un vecchio Inquisitore, sormontato da un tricorno fucsia molto chic”.
“Questa cosa finisce malissimo, vero?”
“Non abbiamo neanche iniziato. Anche l'Inquisitore ovviamente capisce subito chi ha davanti, ovvero...”
“...un Cristo gay”.
“Un Cristo gay, e gli basta un cenno perché gli uomini della sua scorta lo prendano in consegna. Ovviamente gli uomini della sua scorta sono maschiacci nerboruti e sudaticci, muniti di alabarde un po' falliche”.
“Questi particolari sono tutti necessari?”
“No, però sono divertenti. Dunque l'Inquisitore si fa portare il Cristo gay nel suo palazzo, e dopo una sobria cena e un sobrio intrattenimento, decide di scendere nelle segrete per interrogarlo. Senza testimoni”.
“Ci mancherebbe”.
“La scena vera comincia adesso. Dunque l'Inquisitore entra nella cella, squadra il suo uomo a lume di candela e gli dice: taci”.
“Come taci, scusa, ma che interrogatorio è”.
“È un interrogatorio molto interessante. Gli dice, taci, non c'è bisogno che tu mi dica chi sei, e non c'è nulla che tu possa aggiungere per modificare la tua posizione. Non so cosa sei venuto a fare sulla terra una seconda volta”.
“Ma come non lo sa, scusa...”
“...ma non m'interessa, hai avuto una vita per parlare e adesso ti tocca ascoltare. Lo sai in che guaio ci hai messo? No che non lo sai. Ci hai dato la libertà, come credi che l'avremmo usata, se non per mangiarci a vicenda? Lo sai in che disastro ci hai mollati? E sai quanto ci abbiamo messo a pulire? Mille anni ci abbiamo messo. C'è toccato persino allearci col tuo nemico, sai, Satana. Abbiamo una joint-venture, adesso. Non lo sapevi? Vedi che in questo interrogatorio hai qualcosa da imparare. Non è che ne andiamo fieri, ma cos'altro potevamo fare? Siamo gay, perdio, quanti credi che siamo in tutto? Il dieci per cento della popolazione mondiale? Il quindici?”
“No, dai, il quindici no”.
“Che male ci sarebbe?”
“Mi sembra esagerato, via, il quindici”.
“Ma fosse anche il venti, è pur sempre una minoranza, lo sai cosa vuol dire?”
“Vuol dire che dovranno lottare affinché alle minoranze siano riconosciuti i loro diritti”.
“Ecco, lo vedi? Il classico ragionamento da Cristo gay. Ma non funziona così”.
“E perché non funziona così?”
“Perché l'umanità è una cosa un po' meno nobile di come la raccontava lui, perché homo homini lupus e tutto il resto, e insomma non importa che sia una razza o un'identità di genere o una preferenza sessuale o il colore dei capelli: la minoranza sarà sempre angariata dalla maggioranza. Sempre”.
“Ma no dai, sempre no”.
“Sempre, te lo dico io. Cioè no, te lo dice il Grande Inquisitore Gay”.
“Ah, perché anche il Grande Inquisitore è...”
“Lo aveva appena detto. Quindi mettiti nei nostri panni, continua il Grande Inquisitore Gay, infilati nei nostri soffici ermellini. Se almeno fossimo stati una minoranza, che so, etnica. Potevamo sempre sperare di diventare una maggioranza da qualche parte, con guerre o complotti. Ma siamo gay. Non possiamo diventare una maggioranza, per definizione”.
“E perché no?”
“Perché siamo gay, stupido. Non siamo prolifici”.
“Ah già dimenticavo. Ma potevate adottare”.
“In effetti pensammo subito a questo. Ma come potevamo riuscirci? Tu che avresti fatto? Una bella campagna per il diritto della coppia gay all'adozione durante l'impero romano?”
“Beh, forse i tempi sarebbero stati un po' prematuri”.
“Ah, perché invece nell'Alto Medioevo...”
“Quindi insomma niente da fare”.
“Al contrario. Ci siamo riusciti alla grandissima, spiega il Grande Inquisitore Gay (da qui in poi GIG). Siamo in assoluto la comunità che adotta di più. Abbiamo uomini in tutti gli orfanotrofi, anzi gli orfanotrofi li costruiamo direttamente noi. Non è stato difficile. Sai come abbiamo fatto?”
“Come avete fatto”.
“Abbiamo fatto coming in”.
“Coming in... cosa?”
“È un neologismo che ho inventato io, spiega compiaciuto il GIG. Ci siamo nascosti. Certo tu avresti preferito che noi vivessimo in mezzo alla gente fieri dei nostri costumi. Certo tu, caro Cristo gay, avresti preferito che il sale della terra rimanesse nella terra, e che la lucerna non restasse occultata sotto il moggio... ma ne abbiamo parlato con Satana e lui è stato molto più convincente. Ci siamo nascosti perché era l'unico modo per sopravvivere nei secoli, capisci. Noi non siam come te, che vieni, predichi tre anni e poi ciao ciao, fate i bravi, ci vediamo alla fine dei tempi. Noi abbiamo da pensare a sopravvivere per millenni, non possiamo accontentarci di qualche oasi di tolleranza qua e là, noi sappiamo che gli olocausti sono sempre dietro l'angolo e dobbiamo corazzarci”.
“Così insomma i gay ci sono sempre stati, ma si sono nascosti per sopravvivere”.
“Certo, continua il GIG, e lo sai dove ci siamo nascosti?”
“Non so, in qualche confraternita immagino”.
“Nella confraternita più esclusiva e allo stesso tempo più universale e più potente e allo stesso tempo più capillare dell'universo, sai qual è? La domanda la faccio a te, col Cristo gay non ce n'è bisogno, lui la sa già”.
“E quindi insomma...”
“Ma non hai capito? Hai davanti un Grande Inquisitore Gay, con lo zuccotto fucsia, l'ermellino, le scarpette di Gucci, eddai... dove vuoi che si siano nascosti”.
“No dai Ivan per favore”.
Nella Chiesa cattolica! Siamo tutti qui, continua il GIG. Da secoli siamo qui, e ce la spassiamo! Prolifici quanto mai, abbiamo in mano gli orfanotrofi, le scuole, i precettori nelle case private, se da qualche parte nasce un ragazzino o una fanciulla tendente all'omoerotico, fidati che lo troviamo all'istante, e ci preoccupiamo di lui per tutta la vita! Questo facciamo”.
“La Spectre gay”.
“Abbiamo inventato la Confessione, ti rendi conto? Non c'è mai stata in tutta la storia dell'uomo un età così fortunata per i gay”.
“Ivan, sei sicuro?”
“Altro che lottare per i diritti civili e la tolleranza e tutte queste menate. Noi non vogliamo la tua patetica tolleranza, dice il GIG a Cristo. Noi vogliamo il potere, e lo abbiamo. Siamo o non siamo stati bravi. Da secoli una congregazione di gay regna sull'Europa, così ben organizzata che gli etero ancora non se ne sono accorti, ed è meglio così, no? Per il loro bene”.
“Perché voi non ce l'avete con gli etero”.
“Ci sono indispensabili, poveretti. Lavorano, ci pagano le decime. E soprattutto sono prolifici, loro”.
“Qualcuno lo deve pur essere”.
“Finché non inventeremo l'inseminazione artificiale, l'utero artificiale, magari la clonazione, ecco, ma la scienza è ancora indietro, indietro...”
“Potreste provare a bruciare meno scienziati”.
“Comunque ci vorrebbero secoli, il nostro sistema è molto più efficiente. Ora capisci perché la tua libertà è solo una scemenza? Capisci perché non hai diritto di parlare con me, che sono l'esponente di un sapienza millenaria, veramente incarnata nel sangue vivo e putrescente dell'uomo? Tu sei solo il figlio di Dio, che ne sai? Uno si fa una passeggiata sulla terra, due o tre prediche e una morte in croce, e poi è convinto di aver capito, ma cosa hai capito, cosa? Non esiste la libertà, se non per piccoli periodi. Non esiste la tolleranza. Nel medio-lungo termine esiste solo il potere, esiste solo la sopraffazione, e noi gay perché dovremmo essere meglio degli altri? Perché? Perché non dovremmo anche noi tentare di prendere il potere e usarlo per abusare dei deboli e degli indifesi? Perché ce lo chiedi tu con quegli occhioni azzurri incongrui in un mediorientale? Adesso sai che faccio? Ti processo e poi ti brucio come pederasta. Gli stessi che ti hanno osannato stamattina, saranno lì a raccontare di quando molestavi i loro figli nel cortile. Io queste cose le so, io lo so come è fatto l'uomo. Adesso parla pure se ti va. Ma il Cristo gay non parla”.
“Lo sospettavo”.
“Non dice niente. Solo fa un passo avanti verso il GIG, e per miracolo le catene si sciolgono, le manette sadomaso si aprono con un clac. Il GIG spaventato si ritrae, ma il Cristo Gay lo abbraccia”.
“E lo bacia”.
“Ovviamente”.
“Avremo i troll cattolici e quelli LGBT per sei mesi, Ivan...”
“Sarà divertente”.
“Si baciano a lungo?”
“Quanto basta. Poi il GIG, sconvolto, apre la porta della cella e dice Vai Via! Vai Via e non tornare mai più”.
“E poi? Fa coming out? Denuncia la sporcizia annidata nella Chiesa?”
“No, macché. Torna nel castello in tempo per la finale del torneo canoro dei castrati Ma quel bacio, quel bacio continua a bruciargli nel cuore”.
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Ognibene ippopotamo in Kenya

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(1996)

Esso è la prima delle opere di Dio;
il suo creatore lo ha fornito di difesa.

Giobbe 40,19

– I primi ad accorgersene sono gli avvoltoi.

Visto da una buona distanza in verticale, sembra trattarsi di un salsicciotto intriso in una densa salsa di fango. È Ognibene, che si prende cura del suo stagno. Poche settimane fa si trattava di una vasta laguna: oggi non è che una polla di melma che lo contiene a malapena. Domani, se il caldo non cesserà - e perché dovrebbe? la stagione arida è al suo culmine - sarà forse una tomba d'argilla screpolata. Ognibene ne è consapevole: diciamo pure che ne è sicuro, ora che ha sentito l'ombra nervosa degli avvoltoi danzargli sul capo. Eppure non è vecchio: il pensiero della morte dovrebbe investirlo di indignazione. Se solo non facesse così caldo, troppo caldo per pensare a qualsiasi cosa... E poi il giorno è fatto per dormire, pensa Ognibene. Se mi riuscisse di prender sonno, tutto sarebbe più semplice.

Di tanti piccoli lacchè che lo servivano e lo adoravano, non ne è rimasto che uno. È un uccelletto dal piumaggio nero, che si ostina ancora a cercar parassiti sulla crosta fangosa che copre la poderosa schiena del gigante. "Bel Dio mi sono scelto - penserà, a modo suo - un Dio che si lascia morire di siccità! A pochi voli di distanza da qui c'è il fiume: un grande fiume in giorni lontani, oggi non più che un rigagnolo, è vero: ma pur sempre un corso d'acqua limpida... laggiù gli Dei meno testardi si stringono ormai muso contro muso per conservare un posto al fresco: ma non il mio, il mio preferisce difendere il suo regno: e domani sarà cibo da avvoltoi - guardali, lassù - e da iene".


Dal canto suo Ognibene sbuffa, defeca. Un tempo questa era una gioia - nel tempo, intendi, della stagione dolce e dell'acqua limpida, quando sulla scia di feci che il gigante sparge qua e là, scodinzolando, accorrono nugoli di pesciolini festosi e variopinti. Anche per loro Ognibene è senz'altro un Dio, terribile nella sua maestosa apparizione (Signore delle correnti, Portatore di cibo, Essere immenso che trascende, con la sua mole, i limiti liquidi dell'universo). E invece, oggi: splunf, ploch, tutto questo ben di Dio buttato via. Ognibene sprofonda nei suoi stessi rifiuti.

Certo, non la si direbbe una fine dignitosa. Eppure se Ognibene resta qui è per pura coerenza. Se tu hai dei principi, se tu hai dei valori - e quale valore più grande del territorio, per un ippopotamo? - non puoi decidere di averli soltanto nove mesi all'anno, quando ti fa più comodo. D'accordo, se egli sapesse essere più elastico nel praticare i suoi valori, avrebbe più possibilità di resistere. D'accordo, probabilmente sono gli ippopotami più elastici a salvarsi, non quelli più fedeli e coerenti alle proprie convinzioni. Ma francamente - pensa Ognibene - non vedo proprio che senso avrebbe vivere, senza qualcosa di sacro. Lascio volentieri sopravvivere chi ne sente l'esigenza. Io preferisco rimanere fedele a me stesso, ai miei valori.

(Approvano dall'alto gli avvoltoi. Finalmente qualcuno che ha valori).

Si scuote da una fantasticheria il gigante, per reimmergersi immediatamente nei suoi pensieri - e nel fango, senza riuscire per altro a coprirsi interamente. L'uccelletto scatta in volo per evitare d'infangarsi. Se solo si decidesse, questo pigro Dio. Forse ce la fa ancora ad alzarsi. Ma non gli do un altro sole. E sono già troppo buono. Ah, non so nemmeno perché sto qui a perdere il mio tempo. Questo qui morirà annegato nella sua merda. Non mi merita.


Ognibene, lo ascolti, il tuo ultimo devoto fedele? Ognibene è in dormiveglia; cerca forse di andarsene senza disturbare nessuno. Se gli riuscisse, tra un pigro pensiero e l'altro, di smettere di respirare senza volere, se per distrazione le narici aperte a fior d'acqua non scendessero un po', otturandosi di fango una volta per tutte... Forse, pensa lui, se mi perdo tra i ricordi...

– Ma se poi finalmente prende sonno, il suo primo sogno è il Grande. Un'ombra soltanto, in realtà, un'idea vaga di una perdita, la sensazione di una promessa fatta: e non aspettatevi qualcosa di più preciso, dai sogni di un ippopotamo.

Il Grande, dunque - ma forse soltanto quattro denti grigi, enormi, spaventosi, tra i quali il destro superiore è quello orribilmente scheggiato, chissà in quale battaglia con chissà quale malcapitato rivale. Più d'ogni cosa il Grande è terribile per quel dente anomalo, che Madre Natura non gli provvide affatto: se lo procurò lui, da solo, come trofeo d'odio e di potenza. (C'è mai stato un animale più perfido dell'ippopotamo? L'unico che attenti alla vita del suo simile...). Quel dente spaccato, acuminato, può aprire squarci fatali nella più robusta delle corazze: ma quel giorno memorabile Ognibene a dire il vero aveva ancora la scorza rosea e delicata di un ragazzino che ha appena abbandonato le madri per andare a cercarsi un territorio. E che, per un misto d'ignoranza e sbadataggine, non ha fatto caso a certi chiari confini segnati sulla spiaggetta sabbiosa della laguna (due monumentali escrementi neri): insomma, immaginate il giovane ippopotamo più sprovveduto al mondo ritagliarsi il suo spazio nel bel mezzo della giurisdizione del maschio dominante più grande e feroce. Su chi scommettereste?

Ognibene beatamente ignaro oziava, naso ed occhi a fior d'acqua, godendosi la sua prima giornata di maturità, quando vide emergere d'un tratto la bocca già spalancata pronta al combattimento: quella bocca enorme, vecchia, rugosa, la porta franata di una galleria infernale: quella bocca e quei denti che il nostro eroe sogna da allora ad ogni sonno inquieto.

Il tempo di un barrito, ed il piccolo è già in fuga sott'acqua, veloce come nemmeno lui si sarebbe sognato di nuotare. Il Grande, che non vuole averla subito vinta, lo insegue: ma perde distanza. Ognibene ha muscoli scattanti e adrenalina. Ma lo spavento lo ha fatto immergere senza quasi il tempo di prender fiato, e il Grande, vecchia volpe, questo lo sa. A Ognibene basterebbe alzare un poco il muso per succhiare a fior d'acqua tutta l'aria di cui ha bisogno: questo è quello che farebbe qualsiasi ippopotamo ragionevole. Ma Ognibene, inesperto e in preda al panico, non farà così, ed il Grande lo sa benissimo. Piuttosto, non appena la sua fuga disordinata non lo porterà vicino a riva, vorrà fermarsi e alzare il muso intero, per assicurarsi di essere salvo. Orbene, è lì che il Grande corre ad attendere il piccino per spaventarlo di nuovo a morte, emergendo dall'acqua all'improvviso con le fauci spalancate.

Ognibene ora è in trappola: il Grande lo ha chiuso contro la riva del fiume. Certo, la fuga e l'inseguimento potrebbero continuare in campo asciutto: ma lì la mole del Grande è persino più temibile. Del resto per un ippopotamo la fuga equivale alla resa: ma che può fare ancora chi si è già arreso incondizionatamente? Ognibene non lo sa, non ha nemmeno tutto questo tempo per riflettere: dopo tutto, è solo un ippopotamo. L'istinto, in questi casi, può tirare strani scherzi. Di nuovo di fronte ai quattro denti orribili, Ognibene di scatto abbassa il capo nell'acqua, in apparente segno di riverenza: ma poi immediatamente lo risolleva in alto, le mascelle spalancate a sprizzare ettolitri d'acqua sul muso del Grande. Che affronto!

Il nostro eroe forse non lo sa (egli del resto non ha fatto che ripetere d'istinto la mossa di tante allegre battaglie vinte coi cugini all'asilo), ma ha commesso un atto di straordinaria impudenza. Spruzzare acqua sul muso dell'avversario, equivale, nella retorica marziale degli ippopotami, a una dimostrazione di potenza, al più teatrale dei segni di sfida. (Esiste forse in natura un animale più civile dell'ippopotamo, che combatte le sue guerre con la retorica, e non con la violenza? Ma d'altro canto, vi è al mondo una creatura più ipocrita di questa, che nasconde dietro gesti rituali il proprio istintivo odio verso il prossimo?) Il Grande, che forse in gioventù ha sfigurato dei rivali per molto meno, rimane interdetto. Sono anni che nessuno osa più spruzzarlo. Di solito tutto quello che deve fare è mostrare un po' i denti, e tutti scappano. Certo, ogni tanto si trova l'imbecille che è convinto di essere il più forte, insomma il classico attaccabrighe a caccia di cicatrici: e il Grande li incontra sempre volentieri questi qui, è sempre felice di poterli accontentare. Sì, perché la crosta dell'ippopotamo si rimargina in fretta, ma il segno dello sfregio resta: e un paio di segni è quello che ci vuole per crescere un po', sanguini per un paio di giorni ed intanto impari alcune cose, metti giudizio, insomma. È questo ciò che vuole il giovane Ognibene? Il Grande esita, strano per lui. Ognibene ha ricacciato il muso giù, nell'acqua, imbarazzato. Mamma mia l'ho fatta grossa, penserà. Il Grande lo guarda a bocca chiusa.

Perché ti risparmiò, Ognibene? Perché ti lasciò andare, senza neppure lasciarti un segno? Certo suona assurdo interrogarsi sui pensieri di un ippopotamo. Blasfemo, anche. Eppure: cosa gli passò per la testa in quel momento? Forse valutò che, per farti pagare l'affronto occorreva dissanguarti, magari ucciderti, e quel pomeriggio non aveva voglia? Forse non ti considerò nemmeno, pensò che trionfare su uno sfidante così inetto era un'infamia. O magari ti prese in simpatia per quel gesto folle, riconoscendo nella tua sfacciataggine quella delle sue prime batoste... Più probabilmente ti riconobbe per un bambino allontanatosi per sbaglio dall'asilo, le cui spruzzate non vanno prese sul serio perché si sa come sono i bambini. Fatto sta che rinunciò. Diede un grugnito, a bocca chiusa, e ti voltò le spalle. Bastò il grugnito a farti scappar via, a terra.

Questo, Ognibene, il tuo primo, fallimentare debutto in società. Oltre la laguna, sul greto del fiume, le mamme del tuo asilo ti riaccolsero come se nulla fosse successo. (Vi è in natura creatura più amorevole dell'ippopotamo, vi è una madre più generosa di quella che assiste a turno a tutti i cuccioli, e li riaccoglie tra sé quando essi, delusi dalla vita adulta, vogliono tornare?) Soltanto il Grande era stato testimone del tuo fallimento. Il Grande? Se tutti gli adulti erano come lui, tu potevi ben dire addio alla speranza di crescere mai...

– Invece crebbe, Ognibene: non ci mise un giorno e nemmeno una stagione; ci vollero altre prove, ed altri fallimenti, ma alla fine crebbe. Chi l'avrebbe immaginato, eppure succede a molti. Venne il giorno della vittoria, il giorno in cui altri chinarono il capo davanti a lui, e - ci credereste? Ognibene, che tanto aveva sognato quel giorno, disperando che arrivasse mai, ora non ci trovò nulla di particolare: lo considerò una cosa ovvia, una cosa dovuta. Ora era un maschio dominante, e i maschi dominanti hanno sempre la meglio, non c'è nemmeno da gloriarsene. Così, di lì a pochi anni, Ognibene divenne un protagonista. Le femmine lo cercavano volentieri, perché lui era socievole e generoso quanto bastava, e gli altri maschi si tenevano ad una rispettosa distanza. Prima che tornasse per la ventesima volta la stagione arida, Ognibene era già uno dei padri più richiesti e prolifici, e portava sulla pelle i segni del suo coraggio: proprio in quel periodo trovò anche modo, in una rissa, di scheggiarsi un dente. Sempre in quell'estate gli capitò, per la seconda ed ultima volta, d'incontrare il Grande.

Non saprei dirvi se lo riconobbe - del resto ora il più grande era lui. Inoltre era notte - luna piena - ora di pascolo, e l'istinto portava il nostro eroe affamato su sentieri nuovi, eppure in un qualche modo familiari. C'era odore di rivale in giro, ma Ognibene era tranquillo: la zona era piena di germogli. Dove passa un ippopotamo, non può esserci tanta abbondanza: allora, o il rivale è ammalato, o è morto addirittura. In ogni caso che si facesse vivo lui, se ci teneva: Ognibene non aveva paura di nessuno.

Non aveva tutti i torti. La stagione arida è sempre il momento critico, per gli ippopotami: gli specchi d'acqua si contraggono in polle di fango, e la maggior parte degli inquilini delle lagune scendono al fiume: là in pochi metri si addensano decine di ippopotami, e sono naturalmente risse a non finire. Poco cibo, poca acqua, nervi tesi: se passi l'estate hai passato il peggio. Ma accade a volte che alcuni tra i maschi dominanti rifiutino la promiscuità del fiume. Si sa, quando non fai che pensare al territorio, questo comincia a diventare un'ossessione. Così, talvolta, il territorio finisce per farti da tomba, quando al culmine della stagione il fango si asciuga fino a chiuderti in una morsa di creta secca.

Ognibene probabilmente non rammentò che il sentiero, sul quale un curioso istinto lo guidava, era quello percorso con trepidazione anni prima, nella prima libera uscita della giovinezza. E che la laguna, niente più di una polla di fango ora, era stato il teatro della sua prima battaglia. Fu lì, alla luce della luna che Ognibene lo vide: un vecchio conservatore prigioniero della sua testardaggine. Le crepe della sua corazza si confondevano con le screpolature dell'argilla. Cercò in un qualche modo di comunicare con lui? Provò ad aiutarlo, a dissuaderlo dall'assurdità del suo gesto? Anche se ne fosse stato in un qualche modo capace, Ognibene era arrivato troppo tardi. Non trovò di meglio che rimanere lì, perplesso, a vedere come se ne va un Grande. (Vi è al modo creatura più pietosa dell'ippopotamo, che veglia sulla sofferenza e sulla morte dei suoi simili?) Forse fu là in tempo per vederlo chiudere gli occhi: in ogni caso arrivò prima dei coccodrilli.

Ne passò un paio, mezz'ora dopo: gente coriacea, messasi in viaggio apposta dal fiume per quel salsicciotto cotto alla creta. Del resto bisogna capirli, l'Estate è dura per tutti.

Ognibene ha sempre odiato i coccodrilli: il suo più grande spavento di bambino fu il giorno che un finto tronco galleggiante, rasente la riva, non sollevò all'improvviso due spaventose tenaglie a pochi metri dal cucciolo: non fosse stato per sua madre, sempre all'erta, le avventure di Ognibene Ippopotamo sarebbero terminate lì. Ecco cosa le aveva insegnato d'importante sua madre buonanima: tutti temono i coccodrilli, ma i coccodrilli temono gli ippopotami. Quando vide che ringhiare a bocca aperta non li teneva lontani, Ognibene partì alla carica. Senza darci troppo dentro, o li avrebbe raggiunti: mentre invece il suo scopo era semplicemente allontanarli. Andò avanti per quasi duecento metri, poi li perse di vista e tornò indietro: c'era il rischio che quei rettili lo avessero aggirato. E poi...

(Si era appena voltato verso la tomba del Grande, quando udì il primo latrato). Ecco, arrivavano le iene.

I coccodrilli, le iene, e prima dell'alba sarebbero arrivati anche alcuni avvoltoi: ma a quell'ora Ognibene aveva già abbandonato la sua veglia funebre, distrutto. I coccodrilli li avrebbe sempre tenuti lontani, ma le iene sono terribili, col loro maledetto gioco di squadra. Prima o poi Ognibene era dovuto cascare in un loro tranello, depistato da una iena mentre l'altra affondava i canini nella schiena del Grande. Poi, non c'era stato più nulla da fare: gli spazzini, confortati dal successo e allettati dall'odore del sangue, erano tornati all'attacco ancora e ancora. Alla fine il branco era talmente numeroso che Ognibene fu praticamente ridotto alla fuga. Tornando nello stesso luogo, la sera successiva, vide le costole del Grande emergere dall'argilla; le iene se ne erano andate, mentre alcuni coccodrilli stazionavano: li mise in rotta. La notte seguente andò allo stesso modo. La quarta notte Ognibene non trovò nessuno: brucò erba e germogli tutt'intorno, e si chiese cosa ci faceva lì: non era suo territorio, e non era nemmeno un posto particolarmente felice.

Tre notti dopo scese la prima pioggia, improvvisa e tanto attesa. Dalle parti del Grande si rifecero vivi gli spazzini: cercavano altri resti della carcassa sotto l'argilla. Ognibene non li degnò d'uno sguardo. Passava di lì spesso, tutto sommato il posto gli piaceva; forse gli ricordava qualcosa (Cosa?) Col tempo, finì per eleggere la laguna (ora una vasta e dolce laguna, feconda di piante acquatiche e pesci) a capitale del suo territorio. Vi è forse creatura più felice dell'ippopotamo nella stagione delle piogge? La Natura lo ha provvisto di tutto, e nessun altro animale osa averlo per nemico. Soddisfatto della sua nuova e, il giovane ippopotamo dimenticò il Grande (solo i suoi denti orribili tornavano a visitarlo ad ogni sogno inquieto): o meglio, dimenticò che il Grande fosse mai stato qualcun altro se non lui.

– Perciò, nell'ultima tua stagione arida, Ognibene, quando da tempo la tua mole e i tuoi canini dominano incontrastati (ma le femmine negli ultimi anni, non gradendo il tuo pessimo umore, ti hanno decisamente emarginato), non ti resta che recitare la tua fine ingloriosa e coerente, nella morsa fangosa delle tue convinzioni. È un copione che già sai, anche se non ricordi il padre da cui l'hai appreso: ma in questa vita è il tuo copione. È già notte, notte di luna piena sull'altipiano: l'ultimo uccello nero ti ha lasciato da un pezzo. Difficile per un ippopotamo dormire di notte: e gli strilli di questi avvoltoi poi, sono una tale noia... forse con una buona spinta ce la faresti ancora a sollevarti; sei molto più forte di quanto non si creda; e fuori di lì c'è ancora qualcosa da brucare: nessuno può darti noia, tu sei il Grande. Ma il fatto è che non vuoi.
Ora, che male c'è in fondo se un ippopotamo preferisce morire, per coerenza, o pigrizia, o qualsiasi altro motivo? Esso è sempre un dono: da vivo mantiene pesci e uccelli, da morto satolla coccodrilli e iene. Se non lo molesti non ti darà fastidio: e nessuno lo molesta, gli stessi leoni e le pantere se ne guardano bene. La natura gli ha dato tutto. Chi non ha avversari degni, deve saper decidere la sua fine da solo. E così Ognibene: il più potente, il più grande, la prima delle opere di Dio.



******* FINE DELLE 21 NOTTI *******

Grazie per la pazienza
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L'amore gratis (II)

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(Continua da qui)

Cercò di vivere, che è la scelta che facciamo più o meno tutti. L'essenziale è trovare qualche distrazione che ci impedisca di arrivare puntuali all'appuntamento con quell'unica cosa di cui moriremmo volentieri. Si cercò qualche altro vizio, per esempio si rimise ad andare allo stadio come da ragazzino. Prese molti chili. Poi decise che li avrebbe persi e si fece venire la mania per la palestra. Si possono passare molti anni così, girando intorno: c'è un'enorme saggezza in quel modo di dire, “ingannare il tempo”. Fece anche qualche ultimo tentativo di sistemarsi, ma forse era troppo tardi. Le donne che riusciva ancora a incontrare erano accecate dalla paura di restare sole e fingevano con troppa ostinazione di non vedere i difetti che Sergio sapeva di avere. Una in particolare era così determinata a sistemarsi con lui che quasi lo convinse. Si misero persino a cercar casa. Entrambi però avevano passato da un pezzo quell'età in cui mettersi insieme significa crescere assieme. Erano ormai dipendenti di cento piccole abitudini maturate nei loro trent'anni di solitudine, la soap a mezzogiorno, la sigaretta dopo cena, e la convivenza sarebbe stata, Sergio lo capiva, un'infinita teoria di compromessi e armistizi, un equilibrio estenuante di pesi e contrappesi, che forse non li avrebbe uccisi, ma avrebbe fatto passare a entrambi venti, trent'anni di inferno. Sergio veniva da una famiglia così e non sentiva nessun vero impulso a portare avanti la fiaccola dell'odio domestico, delle cene in silenzio, dei pugni al muro, delle vite passate a dormire di fianco a un Nemico che russa e suda. Non voleva avere un bambino per raccontargli bugie, per ripetergli che ci sono cose che non si possono comprare, quando non è vero: tutto si può comprare, al massimo non c'è abbastanza denaro per farlo, ma il denaro è appunto l'unità di misura di tutto ciò che l'uomo può desiderare: le cose insomma stavano così e Sergio lo aveva sempre saputo, ma trovò la forza per dirlo forte e chiaro a sé stesso solo quella notte in cui, dopo aver chiesto ufficialmente alla sua fidanzata di sposarlo, Sergio la riaccompagnò a casa e poi scelse la via più lunga per tornare alla sua, guidando in tondo per ore attraverso quartieri familiari e sconosciuti, su una rotta molto più aggrovigliata del suo ragionamento, finché l'auto non si decise a condurlo sulla circonvallazione.

Lì era tutto cambiato: una rivoluzione antropologica senza precedenti di cui Sergio fu spettatore (pagante). Tossiche e professioniste erano sparite: al loro posto era arrivato, in blocco, il Terzo Mondo, causando un'inflazione di sesso inimmaginabile fino a pochi anni prima. In tasca era convinto di avere una cifra appena sufficiente a permettergli una sveltina e quattro chiacchiere vaghe e consolatorie; scoprì invece di essere un gran signore in grado di concedersi notti intere con regine della savana che, certo, non erano in grado di chiacchierare nella sua lingua, ma lo avrebbero servito e riverito in tutto il resto. Sergio non si era mai sentito ricco in vita sua, non aveva neanche mai provato a immaginare come ci si potesse sentire di fronte a qualcuno che si inginocchia perché glielo chiedi, e per qualche lira in più si schiaccerebbe a terra. Come reagirebbe un ex alcolista se scoprisse che sotto casa vendono liquori esotici a un euro il litro? La sua ricaduta fu tombale: ci mise una settimana a farsi rendere l'anello di fidanzamento, un mese a spenderlo. Niente più stadio o palestra, basta. Ora si trattava di lavorare e spendere, nient'altro che lavorare pensando al momento in cui avrebbe speso, e poi spendere senza pensare più a niente. Sarebbe senz'altro morto di qualche malattia orribile ma non gli importava, le alternative a sua disposizione le aveva già sondate e non gli interessavano.

Non morì. A volte è la morte che non si fa trovare all'appuntamento, si vede che ha altri progetti. Dopo qualche anno di intenso corteggiamento, Sergio sentì che la furia rallentava, sostituita da una pulsione più fredda: da ghiottone stava diventando un gourmet. Era molto più attento a dove buttava i soldi, al rapporto tra qualità e prezzo, che da un certo punto in poi divenne parte integrante del piacere di andare a puttane (ormai tutti in Italia le chiamavano solo così, “puttane”: per l'unificazione linguistica c'erano volute le invasioni barbariche). Divenne davvero un antropologo, per lo meno trent'anni prima uno studioso avrebbe dovuto viaggiare il periplo delle terre conosciute per scoprire le banali nozioni che mise insieme lui. Per esempio: non importa quanto apparissero toniche e fiere, le africane avevano sempre paura di tutto. Della polizia, della madame, della magia nera, del medico bianco, del cliente ubriaco, del cliente che sembra calmo e quindi è uno psicopatico, dell'Europa che è un posto da matti. Col tempo potevano smettere di aver paura di un cliente affezionato, ma di solito a quel punto cominciano a disprezzarlo. Le slave invece avevano ambizioni; forse perché bianche erano convinte che non avrebbero fatto sempre lo stesso lavoro e più spesso di altre cercavano il fortunato o il pollo disponibile a riscattarle; ma miravano quasi sempre un po' più in alto di Sergio, che non le biasimava certo per questo. Le cinesi (ma sarebbero arrivate un bel po' più tardi) arrivavano da un altro mondo e ti trattavano come un oggetto di un altro mondo, di cui magari avevano letto su un manuale di istruzioni con poco testo e molte figure. Le sudamericane erano intense e leggere, il sesso per loro era soprattutto danza, a volte sfrenata, a volte pura coreografia. Vi erano poi altre categorie trasversali: a seconda di cosa stavano pensando le puttane mentre stavano con lui, Sergio le divideva in coatte, che facevano quel mestiere soltanto perché costrette, odiando sé stesse e i clienti; lavoratrici, che anche nei momenti più abietti stavano sempre pensando ai soldi che avrebbero inviato ai genitori lontani, o al figlio che stavano mandando alle elementari del quartiere, o al bar che avrebbero aperto o alla casa che avrebbero comprato; e infine tossiche: quelle esistevano ancora e sarebbero esistite sempre: non pensavano che alla loro morte personale, mentre aiutavano Sergio a morire.

Quanto a lui, non aveva vere preferenze: gli piaceva variare i sapori, improvvisare, sperimentare: poteva passare una notte intera a chiacchierare con una vecchia ballerina brasiliana e il giorno dopo farsi manipolare per pochi minuti da una orientale che non spiccicava una parola. Col tempo si costruì una specie di etica minima di sopravvivenza: niente stradali (troppo scomode), niente rapporti scoperti (i rischi restavano, ma la paranoia calava), niente amiche (mai tornare dopo la terza volta). Smise abbastanza presto di frequentare le cosiddette 'coatte', anche se all'inizio la sensazione di fare violenza su di loro lo aveva stuzzicato; ma senza essere mai stato un uomo buono, Sergio non era mai nemmeno stato un violento; la pulsione a fare male ad altri che a sé non che una distrazione di cui col tempo si liberò, così come pensava di essersi liberato del fantasma dell'amore gratis.

Fino a quella sera che non bussò alla porta di quel caseggiato di Santa Margherita, attirato dalla foto di un culetto sodo che aveva visto in uno dei primi siti internet di annunci. Sapeva già che raramente la foto di un culo ha a che vedere col culo effettivo, come del resto succede con le immagini del cibo sulle scatole dei surgelati. Gli piaceva però l'idea che quella ragazza avesse deciso di mostrare il culo e non la faccia: denotava una certa timidezza, magari era una cameriera che arrotondava. Più probabilmente il viso non era un granché, e anche questo andava benissimo per Sergio: col tempo aveva imparato a non fidarsi dei bei faccini, all'atto pratico non restituivano le soddisfazioni di un volto bruttino ma contratto dallo sforzo, dalla concentrazione a far bene. Che la ragazza non fosse un fiore lo confermò la penombra in cui lo ricevette: i due pattuirono rapidamente quello che ritenevano il giusto per un'ora di prestazione, ma Sergio forse era stanco o troppo carico, insomma risolse tutto in cinque minuti. Quando succedevano queste cose – sempre più di rado col tempo – non se la prendeva più di tanto: amava attardarsi a chiacchierare del più e del meno; a questo punto della vita del resto a parte le prostitute non conosceva più molta gente disponibile ad ascoltarlo
.
Fu proprio mentre si lamentava di un guaio successo in officina, o si abbandonava alla sua massima speculazione filosofica (“perché scopare costa così tanto rispetto al mangiare? Sul serio una sveltina vale come un pranzo di tre portate al ristorante? Quanta manodopera è servita per preparare quel pranzo?”), che la sconosciuta in penombra a cui era ancora vagamente abbracciato disse questa cosa che all'inizio lo stupì soltanto un poco:

“Posso baciarti?”

Il bacio, nella prostituzione, è una pratica piuttosto borderline. Molte professioniste non lo concedono, se non dietro l'esborso di un sovrappiù eccessivo che Sergio non riteneva quasi mai necessario. Perciò rispose alla domanda con l'allegria stupita del bambino a cui si offre un bicchiere di aranciata extra. Mentre si faceva baciare e ribaciava, Sergio si accorse che erano anni che non perdeva più tempo a fare questa cosa sciocca da ragazzini, che invece a ripensarci era potente, tanto che in pochi minuti si ritrovò a gestire una seconda erezione, evento che in quella fase della sua vita aveva del miracoloso. Fu insomma un'ora eroica, come non ne aveva passate da tempo: rincasando, esausto e felice, si ripromise di tornare la settimana successiva, cosa che faceva soltanto in casi straordinari sempre più rari. Si accorse poi l'indomani che stava contando i giorni. Quando finalmente arrivò il momento di ripresentarsi a quel portone (le tempie gli pulsavano come non gli succedeva da anni), di schiacciare un tasto dell'ascensore con una mano che gli tremava un poco, fu all'improvviso colto da un sospetto: forse quello era il suo giorno, forse stavolta la morte si sarebbe presentata all'appuntamento. Ma poi venne ad aprirgli la porta un'altra ragazza, che Sergio non aveva mai baciato.

“Ma tu non sei Gloria”.
“Certo che sono io, amore”.

Questa era una situazione classica, fin troppo nota a Sergio: una ragazza mette un annuncio, e se poi quella sera è impegnata lo passa a una collega. Non aveva senso prendersela tanto, e invece Sergio era mortalmente deluso e infuriato con sé stesso per non aver chiesto qualcosa di più. Non l'aveva nemmeno mai chiamata per nome: “Gloria” era quello che aveva letto sull'annuncio, ma più che un nome di persona era il marchio di un prodotto. Si rese conto che in tutta la sua vita aveva baciato davvero solamente una ragazza, e non sapeva come si chiamasse. Ma c'era di peggio: faceva fatica a ricordare il volto. Un po' bruttino, senz'altro, irregolare, ma non riusciva a ricordarsi quale irregolarità: un naso schiacciato? gli occhi non simmetrici? Meglio non perder neanche tempo con l'acconciatura dei capelli.

“Scusa, io sono venuto mercoledì scorso, c'era per caso una tua amica?”
“Ah, mercoledì... no, mercoledì non so chi ci fosse... dovrei chiedere”.

Il peggio che poteva capitargli: era finito in un puttanodromo, un appartamento preso in affitto da un pappa che ci manda ragazze in rotazione: e Sergio sapeva che le ragazze potevano essere cinque, dieci, cento. Poteva trattarsi di una piccola impresa a conduzione famigliare o di un racket con diramazioni in tutt'Italia, l'unico modo per capirlo era tornare lì tutte le settimane, forse tutte le sere, è la sola persona che mi abbia davvero baciato (pensò), la sola che mi abbia voluto baciare... ero lì al buio che dicevo cazzate e me lo ha chiesto!

Che idiota era stato. Una persona aveva avuto voglia di lui, e lui aveva reagito nell'unico modo che ormai conosceva: scopandola e riscopandola, come probabilmente avevano fatto mille altri. Avrebbe dovuto continuare a baciarla per tutta l'ora della prestazione pattuita. Avrebbe dovuto continuare a baciarla tutta la notte. Gratis. E invece era andato via senza nemmeno guardarla bene in faccia, senza nemmeno chiedere il suo nome. Però poteva ritrovarla. Era senz'altro da qualche parte, magari in quell'esatto momento chiedeva baci a un altro sconosciuto. Prima o poi sarebbe tornata lì. Doveva tornare lì. Sergio l'avrebbe conosciuta. Non si permise di fantasticare più in là di così, anche se per qualche istante la prospettiva di un bar sulla spiaggia e due marmocchi gli balenò davanti. Era quello il vero progetto che la morte aveva per lui? Tanto peggio, lui non aveva davvero scelta a questo punto. Sarebbe tornato in quella casa finché non l'avrebbe ritrovata.

“E allora amore cosa facciamo? Te ne vai? Non ti piaccio?”
“No, anzi. Resto, resto”.
Non era il caso di offendere una persona che stava lavorando. Anzi, aveva bisogno di coltivare dei contatti, ora che diventava un cliente fisso della casa.

Nei tre anni successivi divenne qualcosa di più di un cliente fisso. Ne impiegò meno di mezzo per realizzare l'entità dell'organizzazione che affittava l'appartamento: non un racket miliardario, fortunatamente, ma una turbolenta cooperativa di signore che venivano tutte dallo stesso lontano paesello, a volte con un figlio e più di rado con un marito inutile appresso; e ai padri e ai fratelli restati a casa raccontavano di fare le badanti. Alcune di loro di giorno lo facevano davvero, senza molto entusiasmo, ma la pratica di regolarizzazione fila molto più rapida se ti presenti spingendo una carrozzina. La cooperativa faceva capo a due o tre matriarche, una delle quali si chiamava davvero Gloria e aveva detto il suo vero nome a Sergio, la seconda volta che si era presentato.

Erano brave donne, un po' indurite dall'esperienza del mondo: Sergio non aveva nessuna difficoltà ad ammirarle per lo spirito di iniziativa con cui si erano tenute a galla, e loro cominciarono a provare riconoscenza per questa ammirazione: per gli altri italiani non erano che puttane, per i compaesani streghe che col loro nefasto esempio avevano portato alla perdizione una piccola truppa di cugine, sorelle, cognate (e intanto il paesello natale si arricchiva coi soldi delle rimesse, in giro cominciavano a vedersi automobili di una certa cilindrata). I loro uomini, arrivati col ricongiungimento famigliare, non erano riusciti a integrarsi altrettanto bene: trovarsi un lavoro sarebbe stato ridicolo, non c'era per loro in Italia nessun lavoro che fruttasse in un mese quello che le loro donne mettevano assieme in un fine settimana. In teoria dunque facevano i protettori, ma non è che ci fosse tanto da proteggere: l'appartamento era frequentato da tizi timidi come Sergio, che non creavano nessun problema alle ragazze, per cui non c'era necessità reale di nessun vigilante col coltello; non restava che appoggiare il culo in un bar poco lontano e mettersi a bere, col bel risultato di attirare l'attenzione delle forze dell'ordine che poi bisognava distrarre imponendo alle ultime ragazze arrivate un sacco di straordinari quasi sempre non pagati. In mezzo a tutto questo, l'appartamento era in pessimo stato: chi chiamare quando si rompe un tubo? Ovviamente i condomini rifiutavano di collaborare.

In mezzo a tutta questa ridda di litigi famigliari, irruzioni, corruzioni, tubi rotti, Sergio cominciò a divertirsi come non gli era mai successo in vita sua. Non vedeva l'ora di staccare dall'officina – e salutò addirittura con sollievo la cassa integrazione – per salire nell'appartamento con la valigia degli attrezzi. Oppure c'era da portare una ragazza dalla ginecologa, o a malattie infettive, ma dopo un po' anche dall'estetista, o al centro commerciale, o al cinema. Benché spesso gli affidassero le ragazze giovani, appena arrivate – o forse proprio per questo – Sergio le trattava con diffidenza. Avevano una luce negli occhi che prometteva male, i nastrini colorati della città ricca le distraevano dalle brutture del loro mestiere: pensavano ancora di vivere nel primo tempo di un film romantico che sarebbe finito bene. Di lì a poco, Sergio lo sapeva, avrebbero dovuto scegliere se diventare lavoratrici o tossiche: non gli piaceva troppo l'idea di essere lì mentre arrivavano al bivio, di essere l'uomo che le accompagnava. E poi erano snervanti, ci mettevano tre ore a far la spesa e riempivano il carrello di scemenze, che a Sergio toccava spingere.

Preferiva di gran lunga la compagnia delle matriarche. Con Gloria in particolare legò molto, era una donna molto intraprendente e decisa, e allo stesso tempo non aveva nessuna vergogna a chiedergli aiuto quando ne aveva bisogno. Ormai non scopava più molto: era in cassa integrazione dopotutto, e benché in quanto factotum della casa potesse contare sulla libera generosità delle operatrici, non se la sentiva di sollecitarla troppo. Capiva di amare quella casa che cascava a pezzi, quella strana famiglia di puttane nevrotiche, e di amarla gratis. O forse si era stancato del sesso, come ci si stanca di tutto, perfino di morire. Di sicuro ci pensava meno, una volta era il suo ultimo pensiero fisso prima di addormentarsi, ora no. L'unico chiodo che non riusciva a levarsi era l'ombra di quella ragazza che gli aveva chiesto di baciarlo. Nessun altro lo aveva fatto da lì in poi. Sergio aveva battuto tutte le piste, finché da qualche mezza ammissione di Gloria non aveva costruito questa verità: poteva trattarsi di una ragazza appena arrivata che dopo un breve periodo di prova se n'era ritornata al paesello. Evidentemente il bacio di Sergio non era riuscito a trattenerla: o forse la ragazza ci era rimasta male che dal rospo non fosse uscito subito un principe; insomma, se n'era andata, e a Sergio piaceva immaginarla certe notti su uno sfondo di cartolina, mentre trascinava per mano due marmocchi bruttini, ma pieni di vita. “Non ti sei persa un granché, sconosciuta”, diceva sottovoce; e ci piangeva un po'. Stava invecchiando.

In quel periodo Gloria e il suo marito inutile vennero alle mani, più volte; l'ultima toccò persino a Sergio dividerli, ma non fu difficile, l'uomo era fradicio. Lo avevano già avvisato di smetterla di molestare la Gloria, persino il maresciallo lo aveva preso in parte e gli aveva spiegato che sarebbero finiti nei guai tutti. Alla fine accettò un biglietto in business e una congrua liquidazione per tornare al paesello, dove erano già pronte le carte per il divorzio. Sergio aspettò una settimana e poi invitò Gloria a cena in un ristorante in centro. Non voleva chiederle di sposarla, ma voleva abituarsi all'idea che in un'altra sera del genere magari sarebbe successo. Gloria non seppe dirgli di no, era un buon uomo, forse l'unico italiano di cui era riuscita a fidarsi. La cena scivolò senza imbarazzi, del resto erano ormai abituati a chiacchierare con molta libertà, da buoni amici. A Sergio piacevano soprattutto gli aneddoti sui vecchi clienti come lui, i trucchi del mestiere eccetera. A un certo punto il discorso finì su quel classico tipo di cliente che dopo aver concluso, quando la lavoratrice è stanca e vorrebbe solo docciarsi, attacca a chiacchierare del più e del meno e va avanti per ore. Oh se ne conosceva Gloria, di tipi così! Insopportabili davvero, si pagassero uno psicanalista... e a quel punto, con un filo di panico nella voce, Sergio chiese come facesse di solito Gloria, a liberarsi di quei tipi lì.
“Cosa vuoi che faccia con quelli, c'è un solo modo per chiudergli la bocca. Mi metto a baciarli. Fa un po' senso, ma almeno...”
“Cioè, loro stanno parlando e tu... ti metti a baciarli?”
“No, di solito glielo chiedo”.
“Glielo chiedi”.
“Sì: posso baciarti? Non ce n'è uno che risponda di no, eh, eh”.
“Eh, immagino”, rispose Sergio: e mentre rispondeva così, capì che stava morendo, dentro, nell'unico luogo dove aveva vissuto davvero; e che tutto ciò che sarebbe sopravvissuto da quella sera in poi, fuori dallo spazio di questo racconto, non era che un guscio senza importanza.

FINE

*******

“Sarò franca, mio buon Taddei”, rispose Verola quando la svegliarono. “Mi sono appisolata quando il tuo protagonista è partito per il militare. Tutte quelle fosse che abbiamo scavato stamane devono avermi un poco provato. Dimmi solo: l'ha trovato, il tuo Sergio, l'amore gratis?”
“Troppo tardi, mia signora”.
“Lo immaginavo. Va bene, domani tocca al prete”.
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L'amore gratis (I)

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(2011)
Sergino, gli avevano detto sin da piccolo, i soldi sono una gran cosa, ma non ci puoi comprare tutto: la salute, per esempio, non si compra. Poi però la cara zia era morta mentre la portavano all'ospedale e Sergio aveva chiesto: ma se avessimo avuto più soldi non avremmo potuto portarcela noi in automobile, invece di aspettare l'ambulanza? O andar a vivere in una di quelle belle palazzine vicino al Pronto Soccorso? E a denti stretti il padre aveva ammesso che in certi casi la salute si può misurare in soldi. L'amore però no, aveva aggiunto. L'amore non si compra. Sergio però non aveva ben ancora chiaro cosa l'amore fosse: era una di quelle grandi parole che gli adulti usavano, scatole dentro le quali Sergio non sapeva ancora bene cosa mettere, e così dentro la scatola AMORE cominciò a infilare tutte le cose che non si potevano comprare, non per mancanza di soldi ma di commercio. Per esempio, le figurine erano un passatempo piacevole, ma si compravano: quindi erano un vizio. La partita a pallone nel cortile dell'oratorio, quella non si pagava: Sergio infatti 'amava' giocare a pallone dietro l'oratorio. Tutto abbastanza chiaro, finché non conobbe una brava ragazza e la corteggiò.

A quei tempi i corteggiamenti erano cerimonie molto più estenuanti di adesso, ma non era l'impazienza che stringeva il cuore a Sergio, quanto la sensazione che stare con questa ragazza gli costasse. Doveva portarla al cinema, a volte addirittura al ristorante. Farsi prestare l'auto del fratello maggiore e riportargliela pulita col serbatoio allo stesso livello. Detto questo, Sergio sentiva che avrebbe pagato volentieri anche di più, se ne avesse avuto, ed era questa sensazione a creargli dei problemi. Se per stare con la ragazza doveva pagare, non era vero Amore, erano ancora figurine: un passatempo piacevole, uno sfizio, una cosa che fai solo se te la puoi permettere, e forse Sergio ancora non poteva. Aveva appena iniziato a lavorare e sapeva di dover partir militare da un momento all'altro.

Eppure, al di là di tutte queste preoccupazioni, Sergio credeva di amarla, la sua bella. Non pagava mica lei, infatti, bensì tutti gli ostacoli che si mettevano tra lui e lei: la benzina per raggiungerla, il cinema per poter sedere vicini senza temere il giudizio altrui, né sforzarsi a trovare argomenti di discussione, l'abito necessario a mostrare uno stile di vita un po' più sostenuto di quello che Sergio poteva realmente permettersi, non tanto per vanità, ma per mostrare almeno un po' di ambizione nella vita. Tutte queste cose andavano pagate per arrivare a lei, ma Lei era altrove: se ne stava tranquilla, dall'altra parte di un'infinita teoria di dogane che Sergio doveva passare, sborsando ogni volta un pedaggio o un dazio, ma col sorriso di chi sa che non tornerà sui suoi passi, che prima o poi gli ostacoli sarebbero finiti e Sergio sarebbe infine approdato al vero amore, che è gratis.

Arrivò prima la cartolina del militare. Sergio si ritrovò sbalzato a quattrocento chilometri dalla sua amata, e al telefono era una frana, i gettoni cadevano in un silenzio gonfio di desiderio. Usò le prime tre licenze per andare a trovarla, e ogni volta la sentiva più lontana, le dogane tra lui e lei si erano quadruplicate e sembravano aumentare. Poi realizzò che semplicemente non se la poteva permettere. Fu quando ottenne una licenza breve e le propose di venire lei nella sua nuova città: e ancor prima di toccare l'imbarazzante tasto di chi avrebbe dovuto pagare il biglietto, si sentì controproporre una terza città, a metà strada. Sergio non conosceva ancora bene l'amore ma sapeva fare i conti: gli ci vollero pochi secondi a confrontare i tre viaggi compiuti solo per vedere lei (800 x 3 = 2400 km), col mezzo viaggio che lei era disponibile a sobbarcarsi (400 km). E insomma il rapporto era di uno a sei: poteva funzionare? Il viaggio andò a monte e quando fu congedato, otto mesi dopo, la ragazza era già ufficialmente fidanzata con un altro.

Nel frattempo Sergio aveva iniziato ad andare a mignotte, come si diceva in quella città (a quei tempi davvero ancora ogni città aveva nomi diversi), più per la necessità di stare in compagnia coi commilitoni che per autentica passione – come le figurine, le mignotte si pagavano: non si pagavano dazi o intermediari; non ti spillavano soldi in attesa di qualcosa che nessuno ti garantiva sarebbe arrivato: come le figurine, le mignotte restituivano una soddisfazione immediata e superficiale, qualcosa di cui Sergio era sicuro che si sarebbe vergognato non appena sarebbe cresciuto un po'. Questo capita a molti ventenni, di dare per scontato che cresceranno ancora. È comprensibile: in fondo non hanno smesso di crescere e cambiare da quando sono nati, ogni anno hanno scoperto qualcosa di diverso su di loro e sul mondo, con un andamento iperbolico che lascia immaginare scoperte e cambiamenti sempre maggiori. E invece Sergio non sarebbe mai più cresciuto: era già un uomo fatto, anche se ancora non lo sapeva; le passioni che aveva coltivato in quei vent'anni lo avrebbero accompagnato per il resto della vita; non si sarebbe mai davvero lasciato alle spalle la passione per le figurine, non avrebbe mai smesso di immaginare la felicità come un campetto dietro l'oratorio dove puoi andare a giocare a pallone quando vuoi e nessuno ti manderà via, e avrebbe continuato ad andare a mignotte, sempre vergognandosene un po', ma non abbastanza per smettere.

Ci furono in mezzo alcune delusioni. Per alcuni anni Sergio continuò a pensare che avrebbe trovato la ragazza giusta, si sarebbe sistemato e avrebbe fatto dei figli, di cui per il momento non aveva nessun desiderio, ma col tempo gli sarebbe venuto. Molti suoi amici e coetanei gli stavano mostrando che si poteva diventare adulti così, senza sforzi sovrumani, semplicemente lasciandosi guidare dalla corrente, dal desiderio collettivo di tutte le persone accanto a te che ti desiderano sistemato. Ma Sergio forse non aveva abbastanza persone accanto a sé; la famiglia non lo poteva aiutare; a trovare un lavoro dignitoso ci mise un po' di tempo, e nel frattempo invitare le ragazze fuori continuava a essere imbarazzante. E nessuna ragazza forse lo accecò al punto da non riuscire a vedersi per quel che era, un ragazzo bruttino senza grossi progetti per il futuro, chi se lo sarebbe preso un tipo così? A volte si accorgeva di nutrire un sottile disprezzo chi ancora accettava di uscire con lui. Del resto questo succedeva sempre più di rado; in un qualche modo Sergio aveva passato la boa dei trent'anni, che è più o meno il momento in cui la maggior parte di noi ha già incontrato almeno una volta la propria morte.

Ognuno la trova ovviamente in un luogo diverso: chi nell'alcool, in una droga, nella passione per uno sport estremo, o per il gioco compulsivo, o per le macchine che vanno troppo veloce; in un lavoro che ti succhia la vita e ti distrugge la famiglia, oppure in una famiglia che ti succhia la vita e ti impedisce di lavorare: ognuno di noi a un certo punto incontra quella cosa più forte di lui che sarà la sua fine. È una cosa che avviene di solito entro i trenta (in Italia: altrove saranno più rapidi, come al solito). Prima non capisci niente, provi tutto quello che riesci a provare senza capire se ti piaccia veramente o no, ti attacchi alla canna della vita con l'idea di poter inghiottire qualsiasi cosa e il bello è che per qualche anno è davvero così: riesci a inghiottire qualsiasi cosa, provi piacere e disgusto e non sai distinguerli. Bevi ettolitri di birra senza nemmeno accorgerti che sei un alcolizzato, poi un giorno ti svegli e capisci che lo sei: che l'alcool è la cosa più importante della tua vita; che il tuo stipendio lo calcoli in quanto alcool ci puoi comprare; che i tuoi amici li classifichi a seconda di quanto alcool ti possono offrire o scroccare. A quel punto non è che sei morto, ma hai visto la tua morte in faccia, e la cosa è più positiva di quanto sembri: ora che sai di cosa morirai, puoi anche decidere quando. Se vuoi vivere a lungo, da quel momento in poi metterai più ostacoli possibili tra te e l'alcool: disintossicazione, gruppi anonimi, metter su una famiglia, c'è gente che è arrivata a ottant'anni così, e alcuni non hanno nemmeno smesso di farsi una birra ogni tanto, giusto per il piacere di fare due chiacchiere con la tua più vecchia amica che è la tua personale morte.

Fu insomma verso i trent'anni che Sergio capì che la sua morte sarebbero state le mignotte. Aveva da poco ripreso ad andarci, dopo l'ennesima delusione; lo consolavano, davano un senso ai soldi che portava a casa e non stava investendo in nessuna casetta con giardino. Non le disprezzava, anzi ammirava la professionalità con la quale si abbassavano a stare un po' con lui per soldi. A quel tempo si dividevano ancora sommariamente tra professioniste e tossiche. Le professioniste non mettevano fretta, cercavano per quanto possibile di fideizzare il cliente, insomma passavano rapidamente da amanti a mamme; e quello era l'esatto momento in cui Sergio capiva che lo stavano fregando, e troncava. E valeva la pena di pagare un pochino anche per il piacere di essere lui a troncare, a decidere di cancellare una frequentazione. Alle tossiche non interessava fideizzare, non interessava proteggersi, non interessava niente. Avevano bisogno di soldi e si facevano fare di tutto. Nei loro sguardi aggrottati e rapaci Sergio si riconosceva. Correndo verso la loro morte, avevano incrociato Sergio che si avviava più lentamente verso la sua. C'era ancora tempo, infatti: una malattia venerea, curabile ma fastidiosa, gli diede un grosso spavento e lo convinse a rigar dritto, per un po' (continua).
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Di come Don Tinto perse la fede

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(2011)
Se proprio era inevitabile, e forse lo era, Don Tinto avrebbe preferito perderla in un incidente, come succede a tanti. Un ubriaco entra in autostrada contromano, fa secco tuo fratello che non ha mai fatto nulla di cattivo in vita sua, quindi Dio dov'è? Sarà che la sua parrocchia era nei pressi di un casello, ma Don Tinto ne ha conosciuti parecchi che hanno perso la fede così. Molti addirittura si sentivano obbligati a venire a spiegarglielo al confessionale, Don Tinto mi spiace, lei è tanto una brava persona, ma mia figlia è stata spappolata da un tir che ha invaso la carreggiata, prova evidente che Dio non c'è.

In questi casi il sacerdote professionale abbozza una smorfia di contrizione, protesta di non voler neanche tentare di consolare un dolore inconsolabile, farfuglia qualcosa sul mistero della provvidenza, e nel caso di Don Tinto si torce le mani nell'oscurità del confessionale, perché la voglia di tirare due ceffoni lo tenta fortissimo. Non dico alle elementari, eh, ma almeno dalle medie in su dovrebbe essere chiaro che i suoi disegni sono un filo più complessi e imperscrutabili delle statistiche sulla mortalità del traffico. Ma insomma signorino, lo scopri oggi che i tir ammazzano le persone, e che Dio in linea di massima non tira nessun freno d'emergenza? Il Dio in cui hai creduto fino a ieri non interviene negli incidenti stradali, e fino a ieri la cosa non ti turbava nemmeno. Poi un giorno ti toccano gli affetti e all'improvviso sai più teologia di San Tommaso, ma va', va', che la tua fede non era poi gran cosa se basta un autosnodato a disintegrarla.

E tuttavia almeno in casi del genere puoi prendertela con l'autosnodato. Mentre Don Tinto chi biasimerà? Sé stesso, soltanto sé stesso. La fede, non sa neanche dire quando l'ha persa esattamente. L'ultima volta che ricorda di averla vista era lì, sulla scrivania, tra i moduli della dichiarazione dei redditi e il rendiconto annuale della scuola materna (in rosso fisso). Rammenta in effetti di essersi detto che non era il posto adatto per una cosa tanto importante; che andava custodita con più attenzione, e di averla d'impulso spostata... dove? Maledetto impulso, non bisognerebbe mai spostare le cose senza pensare al quadro generale. Che poi finiscono in fondo ai penultimi cassetti vuoti che piano piano si riempiono di altre cose importanti che è meglio mettere in un posto al sicuro, e dopo qualche mese valli più a trovare, in mezzo a tutto quel casino di cose ugualmente importanti.

Imbarazzante, ma è così: Don Tinto non ha perso la fede in un incidente, per una delusione, al termine di una crisi, durante una malattia. L'ha persa un giorno qualunque che fuori pioveva, i conti non tornavano, la bici era sgonfia, c'erano formiche in cucina e la crepa dell'intonaco in soggiorno si stava allungando. In chiesa il riscaldamento non funzionava bene, benché il tecnico spergiurasse il contrario: bisognava farne venire uno più capace, ma questo equivaleva a offendere un parrocchiano, la sua famiglia, le sue zie generose con la questua eccetera. L'organo, un gioiellino di tardo Settecento inspiegabilmente rimasto lì, era mal temperato, e i Beni Culturali lo avevano diffidato a chiamare qualsiasi altro accordatore tranne quello di loro fiducia, esosissimo; al solo pensiero Don Tinto preferiva chiudere a chiave la tastiera e non pensarci più, ma questo significava concedere altro spazio all'azione giovanile e alle loro chitarre frastornanti, non ce n'era mai una accordata all'altra, mentre distribuiva meccanicamente il Corpo di Cristo Don Tinto malediceva il suo orecchio non assoluto, ma comunque esageratamente raffinato per le necessità di un sacerdote di provincia. O forse stava schedulando le benedizioni quaresimali a domicilio? o buttando giù tre idee per l'omelia di domenica? o pianificando la sagra, organizzando la pesca benefica per la sagra, cercando i premi per la pesca benefica, identificando gli sponsor adatti che avrebbero potuto offrire i premi... Oppure stava dormendo, anche i preti dormono. Don Tinto aveva necessità di otto ore filate, sennò si appisolava in confessionale. Magari mentre leggeva compieta gli si erano chiusi gli occhi, magari aveva pensato che cinque minuti di sonno non avrebbero offeso N. Signore, anzi, poteva essere un sistema per parlare meglio con lui (con molti Santi funzionava), ma in luogo di un rapimento estatico Don Tinto era crollato schiacciando il naso sul salterio, sbavando sul versetto 31 del Salmo 119; e quando si era svegliato tre ore dopo non ricordava più dove aveva messo la sua fede, in che cassetto si trovasse. Poco male, pensò, mica l'ho buttata via. Salterà fuori prima o poi.

Lo si dice di tante cose che ci sembrano importanti, ma che alla fine non usiamo quasi mai. Un sacerdote più zelante di Don Tinto avrebbe stravolto i cassetti, gli scaffali, le mensole, la cassaforte della Canonica, l'archivio parrocchiale; avrebbe buttato tutto all'aria finché non avesse trovato l'unica cosa fondamentale, la fede! Don Tinto invece aveva una parrocchia da mandare avanti e per prima cosa pensò che il mattino dopo doveva svegliarsi presto, c'era da salire al campeggio per celebrare una messa oppure fare il tour settimanale delle estreme unzioni, tutte cose importanti e tranquillamente fattibili anche senza la fede personale, che comunque sarebbe saltata fuori prima o poi, insomma, mica l'aveva buttata via.

Invece non saltò fuori più, e, quel che è peggio, Don Tinto non riuscì mai a trovare il tempo per svuotare i cassetti, dare aria agli armadi e tutto il resto. Non che non gli dispiacesse non avere la sua fede a disposizione, caso mai ci fossero montagne da spostare: ma bisogna dire che nessuno gli chiese mai gesti così spettacolari. Bisognava invece preparare l'ora di religione alla scuola media, i ragazzini diventavano sempre più insidiosi con le loro domande; ordinare paramenti nuovi, non troppo vistosi ma neanche troppo moderni perché tanto la gente mormora comunque; portare la panda dal meccanico; lunedì sera c'era la riunione con gli altri parroci della zona nord della diocesi; martedì un'ecografia all'addome, mercoledì il corso prematrimoniale. E poi bisognava confessare, comunicare, pregare, senza più fede ma comunque con professionalità, ché l'ultima cosa che serve ai parrocchiani è un prete con le turbe di coscienza.

Provò i ritiri spirituali, le scalate in solitaria, le vacanze al mare, ma non serviva a niente: Dio era senza dubbio ovunque e quindi anche in vetta ai monti e sotto agli ombrelloni, ma la fede di Don Tinto rimaneva incastrata in qualche intercapedine del suo studio, era lì che bisognava mettersi a cercarla. Il punto è che ogni volta che tornava in quella stanza maledetta c'era una telefonata da fare o ricevere, un peccatore da confessare, un malato da consolare, un affamato a cui non poteva mica dire: “Torna tra un po', prima di sfamarti occorre ch'io ritrovi la mia fede”. In mezzo a tutte queste piccole preoccupazioni, era Don Tinto a sentirsi sempre più simile a una montagna che nessuno si sarebbe azzardato a spostare.

Alla fine gli unici momenti in cui Don Tinto riusciva a pensarci era quando gli capitava di fare due chiacchiere con uno scettico. Ne incontrava un po' a tutti i livelli, nel confessionale o dal dottore e ai dopocena tra colleghi. Più o meno continuavano a dire le stesse cose, sempre con l'aria di riferire chissà quale enorme novità scientifica: perché Dio consente il male? E l'evoluzione? Il Big Bang? Benché avesse imparato a dribblare tutte queste obiezioni già in seminario, Don Tinto si sentiva onorato che qualcuno continuasse a proporle proprio a lui: evidentemente visto da fuori doveva sembrare una di quelle travi solide che non oscillano, ma possono solo spezzarsi una volta accettata l'inconsistenza dei propri fondamenti.

E invece la trave era marcia dentro. Gli scettici lo blandivano, credevano che Don Tinto avesse ancora una fede da potersi perdere davanti a un ragionamento astratto, o all'osservazione del dolore. Ma se perse la fede, Don Tinto la perse tra un modulo di rimborso e un estratto conto; la smarrì nella polvere che si posava sul raccoglitore della corrispondenza e la perpetua non osava spolverare. Non la perse di fronte allo spettacolo osceno di un bambino che muore, ma nel fastidio cronico delle coliche renali. Che il mondo di Dio fosse pieno di sofferenza, lo aveva accettato sin dal seminario; quello che allora non aveva previsto, è che fosse pieno di moduli e di piccoli appunti, di bici sgonfie quando occorre fare un giro rapido, e chitarre scordate, il telefono che resta senza credito quando devi fare una chiamata importante, il call center che ti prende in giro, la comitiva di pellegrini che al ritorno si lamentano dell'albergo che gli hai consigliato tu (è cambiata gestione), i reumatismi, il cigolio degli scuri della canonica che lo sveglia nel cuore della notte perché i fermi si sono smurati, bisogna chiamare un artigiano e non ce n'è uno solo onesto, e insomma tutti questi piccoli fastidi e preoccupazioni corpuscolari, nessuna delle quale era degna di una lamentela ad alta voce, ma che tutte insieme costituivano l'inferno in terra.

Quando fu il suo giorno di morire, nel suo letto, adeguatamente drogato affinché il dolore non gli togliesse la lucidità, pensò che forse finalmente aveva un po' di tempo per riflettere, e raccomandarsi a Dio; così chiuse gli occhi e lo chiamò. Ma se ne pentì immediatamente, come chi in un pomeriggio d'estate chiama una vecchia fiamma e mette giù prima che suoni libero. Con che faccia poteva disturbarlo, dopo che per tanti anni non era riuscito a trovare una mezza giornata per cercarlo in mezzo alle fatture, i telegrammi, il calendario con le messe prenotate, la classifica dei chierichetti, l'ordine del giorno del consiglio pastorale, il pin del bancomat. Sperò che nella sua infinita misericordia Dio, oltre alla fede, desse un'occhiata anche al mestiere. Poi si ricordò che non era neanche sicuro di essere stato un buon prete: non riusciva mai a finire il giro delle benedizioni entro il venerdì Santo e malgrado tutti gli sponsor e le pesche benefiche il bilancio della scuola materna era sempre più rosso, rosso inferno (fu il suo ultimo pensiero).

La parrocchia rimase vacante per un paio d'anni, finché non arrivò un pretino curioso, slavo o baltico, con un alito che sapeva sempre un po' d'acqua di colonia, orfano di madre e ammaccato dal padre, cresciuto in seminario ed espulso dalla sua qualsiasi nazione in circostanze non chiarissime. Quando entrò nella canonica la prima cosa che notò fu la confusione dell'ufficio al piano terra, un bugigattolo che avrebbe funzionato meglio da tavernetta, uno spazio per i più giovani con le playstation i divanetti le riviste eccetera, un luogo dove interagire senza troppi freni. Tanto più che, a parte una consolle di mogano massello, era tutto impiallacciato senza qualità, roba da regalare immediatamente al primo ente benefico che si assumesse la spesa del trasporto.

Fu appunto mentre guardava i volontari caricare che Don Pavel notò una busta gonfia caduta in fondo nel cavo di un comò a cui avevano estratto i cassetti. La fece rapidamente sparire nelle maniche della tonaca, pregando silenziosamente che non fosse una mazzetta di vecchie lire fuori corso. Ma quando fu solo e l'aprì, ci trovò soltanto la fede di Don Tinto. A lui non serviva più, così Don Pavel se la tenne, per tutti i quarant'anni in cui rimase arciprete di quella parrocchia, stimato e rispettato da tutta la comunità, e persino dai non credenti, per gli esempi di generosità e rettitudine che seppe offrire e persino per le guarigioni e i miracoli che gli furono attribuiti: tanto che a Roma si pensa già di farlo Beato.

FINE

*******

"Quindi, Don Tinto, tu sei morto", replicò ammirata Verola, "non lo sapevo, avresti potuto avvertirmene quando ti ho invitato. O devo dedurre che siamo tutti morti qui, e aspettiamo le bare che ci portino via?"
A quel punto un brivido gelido percorse le schiene dei quattro candidati.
"Mia signora", rispose l'ex parroco, "anche il mio racconto è la storia di una vita che non ho vissuto; o perlomeno non interamente".
"Quello che più mi stupisce del tuo potente racconto - potente come sonnifero, intendo - è il fatto che tu abbia potuto pensare a raccontare la vita di un depresso prete di provincia, dopo che avevo trovato noiosa quella di una prostituta transessuale".
"Mia Signora, stasera ho messo il mio cuore a nudo, davanti a lei: se il racconto non le è piaciuto, non le piaccio io, ed eliminarmi immediatamente sarà cosa buona e giusta".
"Hai sbagliato gioco, Padre, se pensi di essere tu qui per mettere alla prova me. Eppure ammetto che c'è qualcosa nel tuo racconto, che ti salverà anche a questo turno. Prof. Esso, Mària, fate un passo avanti...

[Continuawwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww]
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È un mercato pazzerello

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(2008)
“Non stai dormendo, vero?”
“Mmmno”.
“Che faccia che hai. Si può sapere cosa ti preoccupa? Non è mica la tua crisi questa. Sei uno statale”.
“Ma come ci arrivo in pensione a ottant'anni”.
“Ti ammalerai e ci andrai prima”.
“E se mi ammalo dove li trovo i soldi”.
“Per allora avremo messo qualcosa da parte, un'assicurazione, la casa...”
“A proposito, e l’immobiliare?”
“Ci risentiamo domani. Comunque i prezzi sono quelli lì”.
“Ma sono matti. Sono tutti matti. Non dovrebbero calare?”
“Come no”.
“Calano, calano”.
“Dovevano calare già l’anno scorso, no?”
“Tra un po’ va giù tutto, vedrai”.
“Quando va giù tutto la gente si aggrappa alle case, quindi...”
“Dici?”
“Il prezzo potrebbe perfino andare su”.
“Non ci avevo mai pensato”
“Certo che uno come te, che capisce tante cose… è un peccato”
“Cos’è peccato?”
“No, dico, peccato che l’unica cosa che tu non riesca a capire siano i soldi”
“Ma non è che non li capisco, li capisco benissimo, è solo che...”
“Come no. Un rockfeller. Ti chiamerò Rockfeller, come il merlo”.
“Il corvo. Era un corvo”.
“Non aveva il becco giallo?”
“Ti confondi con Portobello. Buonanotte”.
“Buonanotteamore”.

Ha ragione.
Sto a preoccuparmi dei massimi sistemi e intanto ci piove in casa. Bisogna farsi furbi, monetizzare.
Potrei cominciare a dare lezioni. Si arrotonda abbastanza bene, dicono. Tutti i liceali col panico dell’esame a settembre… vedi che la Gelmini una cosa giusta l’ha fatta. Certo, equivale a tradire le cose in cui credevo. “Signora, suo figlio ha bisogno di un intervento didattico personalizzato, me lo mandi domani pomeriggio con una banconota da cinquanta”. Niente fattura naturalmente. Io che ho sempre odiato i medici pubblici assenteisti al mattino che si rifanno nelle cliniche al pomeriggio. E adesso eccomi qui. A quel punto tanto vale rubare, no?

Alla fine è solo una pezza. A scuola quanto potrò andare avanti? Può solo peggiorare, e si fa già fatica adesso. Nelle classi a 29 non si respira, letteralmente, e poi basta che ce ne sia uno un po’ schizzato e tutti lo seguono a ruota.
E tutte queste storie sul bullismo, sugli insegnanti fumati o maniaci sessuali… lo sai dove vogliono arrivare, no? Vogliono convincere i genitori middle-class a staccare i buoni scuola e mandare i figli al SacroCuore. Così ci resteranno solo terroni, tunisini e albanesi. C’è da dire che a volte sono più educati. Soprattutto i sargasci, che però hanno un odore che non sopporto. È la loro cucina maledetta. Che razza di spezie usano? Mi si fermenta il caffelatte nello stomaco – l’altro giorno stavo per vomitare davanti a una bambina. Tutta una vita così? Ma forse ci farò l’abitudine. Forse.
È chiaro che quando sei giovane, hai tanto entusiasmo, credi di poter risolvere tutto, ma siamo seri: quanto credi di poter durare? Io volevo insegnare la storia e la geografia, se devo mettermi lì a spiegare l’alfabeto ai sargasci mi annoio. Cioè, dai, non è più il mio mestiere.
Però è l’unico mestiere che so. Forse.

“Spengo la luce”.
“Ok, buonanotte”.

E intanto il conto cala. E se mi capita qualcosa? Imprevisti, probabilità – poi un giorno ti segnano la fiancata e finisci in rosso. Succederà. È già successo ad altri. E io non sono più furbo di loro. Diciamo la verità. Capisco tante cose, ma non sono più furbo di loro.
L’università è esclusa, c’è una fila di ex ricercatori questuanti che parte dagli anni Novanta, e sono tutti più giovani e svegli di me. E quindi? Questi son problemi, altro che Berlusconi. Certo, può sempre darsi che crolli il petrolio e il dollaro, si sciolgano i ghiacciai e collassi tutto l’occidente. Questo nel migliore dei casi. Ma metti che non succeda. Cosa faccio?
In politica non mi posso buttare, ho parlato male praticamente di tutti – e poi c’è la fila anche lì. Con Beppe Grillo? Per carità, inaffidabili. Andrà a finire come al g8, qualcuno si farà male e poi tutti a casa. Ma io comincio ad avere un'età. E se mi capita qualcosa? Del tipo, metti che mi debba far operare.

Già solo di denti mi stanno andando via stipendi interi, e fanno male lo stesso. E poi i dottori non me la contano giusta. L’altro giorno: cento euro per cinque minuti e un dito in culo! A proposito, cos’è questa nuova tendenza? Il proctologo lo posso ancora capire. Il dermatologo m’insospettisce già un po’. Ma l’otorino? Possibile che non possa sfilarmi due biglietti da cinquanta senza appoggiarmelo lì? Ehi! Se proprio ho un bel culo dovreste pagarmi voi. E non è detto che non vada a finir così. Ma sto davvero pensando a questo?

E ‘sta pioggia maledetta, com’è che fa tanto rumore, stanotte? Di solito non picchia forte così. Del resto è aprile, ogni giorno un barile. Potrei mandare il curriculum in banca. Ma a chi la racconto? Io di soldi non capisco niente.
La verità è che in banca ci dovrei entrare con una pistola giocattolo. Una volta sola. In una banca sola. Funziona, una gran scarica di adrenalina e vai, la prima volta non ti beccano. Quelli che si fanno beccare, è sempre perché ci riprovano. Ma una rapina in banca non si nega a nessuno, è quasi un tuo diritto, del resto se le banche cominciano a fotterti a dodici anni…
Sì, ma un colpo solo mica basta. Nella cassaforte di una filiale, quanto ci sarà? Centomila? Va bene, si tira un po’ il fiato, e poi? Ci vuole un reddito. Potrei fare il corriere.
In effetti sarei un buon corriere. Le autostrade le so tutte e mi piace girarle, fermarmi agli autogrill e non pensare a niente. Non mi hanno mai fermato a un blocco, mai, nemmeno con la barba sfatta. Ispiro confidenza. Potrei girare l’Europa in lungo e in largo trasportando chili di qualsiasi cosa. Tra l’altro non consumo, per cui come corriere sarei molto affidabile.

Mi terrei un mestiere di copertura – non so, potrei fare il rappresentante di enciclopedie. La faccia ce l’ho. E nella ruota di scorta potrei portare in giro di tutto. Ma che ruota di scorta, ormai ti fanno ingurgitare – se va bene. Sennò supposta. E torniamo sempre lì. Ma almeno si guadagna. Non posso credere che sto pensando a questo. Io corriere, sì, di cosa? E per chi? Non conosco nessuno. Cioè, nessuno, aspetta. Toni di IIIC.

Lui riga abbastanza dritto, ma suo zio venne qui in soggiorno coatto, due anni prima che cominciassero gli incendi dei capannoni. Quando viene al ricevimento generale gliela butto lì: “devo arrotondare, faccio già dei piccoli trasporti, lei non conosce mica qualcuno che ha bisogno di…”. Si capisce che non si fiderà subito. Magari mi chiederà di accendergli un capannone, prima. E vabbe', dopotutto a me che frega dei capannoni? Tutti di gente che vota lega, se ne vadano affanculo, ve li brucio con soddisfazione. Ha anche smesso di piovere.

Tre o quattro anni così, senza dare nell’occhio. E se mi mandano all’est, c’è anche la possibilità di arrotondare. Se vado via vuoto e imbarco un paio di badanti a viaggio metto insieme una somma discreta senza spesa aggiuntiva. Se guidassi un camioncino, ma in macchina chi vuoi che mi fermi? Ho la faccia da tratta delle bianche? Tutto tranquillo, basso profilo. E se il padre di Toni vuole farmi la cresta? Tra l’altro suo figlio sa benissimo dove parcheggio. Lo vedi che mi serve un garage?
E va bene, avrà la sua percentuale. Però bisogna starci attenti, perché è un mestiere in cui si brucia molta benzina, e la benzina sarà sempre più cara… potrei mettere la bombola a metano… ma c’è il metano in Ucraina? Devo guardare su internet. Anche se poi… con la bombola… nel traforo del Gottardo… ma è già esploso una volta, quel tunnel… quindi le probabilità che esploda ancora…

E poi non devo mica passare la vita così. Quattro-cinque anni e poi mi metto in proprio. Una cosa piccola e pulita, senza dare fastidio a nessuno. Un bar con due camere sopra. Ci metto due bielorusse regolarizzate, e gli chiedo il venti per cento. Mi sembra onesto. O non lo è? Devo guardare su internet, ma sono convinto che c’è gente che prende anche il quaranta. Naturalmente se viene il padre di Toni offre la casa. Ma se viene il resto della famiglia? È numerosa. Gente che non paga volentieri. Hanno buttato giù un ristorante nella bassa, una volta, per via di un conto. Bisognerà abbozzare. Che mi metto a litigare coi camorristi, coi tempi che corrono?

E se le bielorusse si rifiutano di lavorare gratis e amore dei? Che poi i bar mica te li regalano, ci sarà un mutuo da pagare. Va a finire che mi toccherà chiedere soldi. Alla famiglia di Toni, naturalmente. E poi mi strozzeranno, va da sé. Un bel giorno mi alzo e mi trovo il bar bruciato… ma chi me l’ha fatto fare…
“Abbia pazienza, prof, ordini superiori. Dovevamo verificare che non ci fossero perdite dal tetto, ci capisce…”.
“Ma stavo giusto arrivando con la rata…”
“Prof, lei è un bravo guaglione, ma con rispetto parlando, se avesse mai studiato economia. Gli interessi passivi, ha presente gli interessi passivi? Comunque un modo di recuperare c’è. Si ricorda il vecchio mestiere? Ci sarebbe una missione a Chişinău”
“Ma Toni…”
“Una cosa rapida e indolore. Sei capsule. Ai vecchi tempi ne teneva pure otto”.
“Ma sono vecchio, Toni. Va a finire che esplodo”.
“E c’è pure un pappagallo con il becco giallo”.
“Con la bombola. Di metano. Nel traforo. Lungo chilometri sei”.
“Un tantino picchiatello… non sa dire: portobello”.
“Ma stavo così bene da statale”.

***

“Ma stai bene?”
“Eeeeh?”
“Stai scalciando!”
“Macché”.
“Ti dico che scalciavi. Dormivi? Hai fatto un brutto sogno?”
“Ma no, ero qui che pensavo tra me e me”.
“Che pensavi?”
“Pensavo… pensavo che dovrei cominciare a dar lezioni… c’è molta richiesta”.
“Mi sembra una buona idea”.
“Sai, hanno tutti paura dell’esame di settembre, adesso”.
“Ottimo”.
“Ti voglio bene, sai”.
“Lo so, anch’io ti voglio bene. Buonanotte”.
Buonanotte.

FINE

*******

"Finale quanto mai appropriato", osservò l'esigente Verola, "per questo concentrato di pura noia. Ma quand'è esattamente che ti abbiamo fatto credere che le tue preoccupazioni quotidiane fossero abbastanza interessanti da costruirci un racconto?"
"Mia signora", obiettò, tremante, il prof. Esso, "Non è un racconto sulla mia vita, quanto piuttosto su una vita che non ho vissuto".
"E la rimpiangi?"
"Non saprei come rispondere".
"Quanto sei noioso stasera professore. Voglio sperare che Mària abbia esperienze professionali più varie e interessanti delle tue. E ora buonanotte, ci vediamo domattina alle cinque in tenuta da yoga".
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Razza di parassita

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(1998)

Sono fermamente convinto che di esemplari come Mimmo ce ne siano ancora, da qualche parte. Certo, gli spazi disponibili per quelli come lui si devono essere ristretti, con la precarietà e tutto quanto. Quando lo incontrai – ehi, parliamo di quasi vent'anni fa – i contratti a progetto erano quasi fantascienza, il posto fisso una cosa data per scontata, e quelli come Mimmo erano in qualche misura tollerati. Finché non davano fastidio a nessuno. Anzi, probabilmente la presenza di Mimmo a qualcuno conveniva. Sì, ne sono convinto, non avrebbe potuto prosperare per tanto tempo senza la complicità di un dirigente. Un parassita più grosso di lui?

Io ero giovane, ero lì per uno stage. Da solo non avrei mai saputo distinguere Mimmo dagli altri. Dalla cravatta, sempre dello stesso colore? Non badavo alle cravatte (ero giovane). Mi pare che d'estate anche lui di adeguasse al clima, che portasse qualcosa di più leggero o colorato. Ma nelle altre stagioni la sua uniforme era la giacca e la cravatta, rigorosamente blu. Oggi forse il venerdì casual gli darebbe qualche difficoltà. Ma probabilmente sarebbe in grado di adattarsi.

Di carattere? Un tipo piuttosto taciturno. Certo, se lo salutavi ricambiava il tuo saluto. A voce? No, solo con un cenno del capo: non lo avevo mai sentito parlare. E dove lavorava? Aveva un cubicolo al sesto piano, come tutti gli impiegati di terzo livello: però non stava alle Politiche Giovanili, come me e Arci. Noi, vedendolo spesso passare per il nostro corridoio (curioso, però, non averlo mai incontrato in ascensore), davamo per scontato che fosse uno dei 'ragazzi' dell'ufficio Relazioni col Pubblico: uno dei tanti imboscati storici in quel favoloso reparto di cui si raccontava che si lavorasse al dieci per cento, e che fosse pieno di nipoti e di amanti di Assessori. Finché durante un rinfresco, un compleanno o una laurea o non so, Arci non si portò nello sgabuzzino una dell'URP, con la quale poi ebbe una storia importante, per una settimana. Da lei apprese, primo, che alle Relazioni pensavano la stessa cosa di noi delle Politiche Giovanili; secondo, che Mimmo non era loro collega, non sapevano nemmeno bene chi fosse. Il suo ufficio era relativamente più piccolo degli altri: schiacciato in un angolo cieco del sesto piano, fuori dalle abituali rotte di transito, dove il neon, difettoso, sfrigolava bagliori a intermittenza. Per arrivare fin lì bisognava avere qualcosa da dire proprio a Mimmo: una pratica da affidargli, un parere da chiedergli, ma appunto, nessuno aveva nulla da dire o da chiedere a Mimmo; nessuno lavorava con lui, e questo significava che Mimmo non aveva nessun vero lavoro, nessuna vera mansione.

“Chissà come è riuscito a ficcarsi laggiù” si domandava il mio collega. "Magari era lì anche prima dell'ultima razionalizzazione. C'era un archivio là in fondo. Va' a sapere, quando si sono spostati a pian terreno lui ha fatto finta di niente, e nessuno si è ricordato di lui. E da allora è laggiù che non fa un accidenti dalla mattina alla sera, ti rendi conto?
“Almeno lui non disturba, Arci”.

Mi davo parecchio da fare in quel periodo (ero giovane). Credevo in tante cose: nella pubblica amministrazione, nel mondo del lavoro in generale, persino negli stage gratuiti, e non mi costava nessuna fatica, perché credevo in me stesso. Ad Arci invece sembrava già non interessasse nulla, né l'opportunità di svolgere al meglio un lavoro di responsabilità, né la necessità di progettare una carriera. Vivacchiava. La settimana precedente l'aveva riempita romanzandomi la sua tresca con la tizia delle Relazioni Pubbliche: poi la storia aveva annoiato persino lui, e ora non trovava più niente di meglio di Mimmo per seccarmi.

“Alla fine lui è l'unico vero professionista qui dentro, pensaci. Se ne sta lì da anni e nessuno lo nota, nessuno lo disturba. Stamattina ho chiesto a un tizio giù in archivio, e all'inizio non si ricordava di nessun Mimmo. Poi gli ho spiegato la posizione dell'ufficio, e alla fine, salta fuori che uno simile c'era qui già a quei tempi, e ti parlo di dieci-dodici anni fa…”
“Simile in che senso?”
Già, che voleva dire? Erano tutti simili a lui. Giacca, cravatta e poche chiacchiere. Tranne Arci, che proprio per questo secondo me non sarebbe durato. Questione di mesi, pensavo, forse di settimane…al primo scossone, alla prima muta stagionale…
Mi sbagliavo, Mimmo se ne andò per primo.

Andò così: un lunedì mattina il neon malfunzionante dell'angolo cieco rifiutò di accendersi. Fu chiamato l'addetto manutenzione, il quale, mentre montava il pezzo nuovo, rimase colpito dall'odore che proveniva dal cubicolo dietro lo sgabuzzino delle scope. Senza motivo si era spaventato, e aveva cercato nel corridoio qualcuno che andasse a mettere il naso in quella cella al posto suo. E chi aveva trovato? Arci naturalmente, in pausa sigaretta già alle nove del mattino. Davanti alla possibilità di mettere finalmente il naso nei misteriosi affari di Mimmo non aveva esitato un attimo ed era corso a forzare la porta del suo ufficio…

Cinque minuti più tardi era passato da me. Sorrideva con la sua smorfia solita, ma era piuttosto pallido. "Se hai un attimo, vorrei che tu vedessi una cosa".
“Avrei da fare…sicuro che è importante?”
“Sicuro? Non lo so. Può anche darsi che non sia nulla, in effetti. Anzi, se ora vieni anche tu, e mi dici che non vedi nulla, tanto meglio. Vorrebbe dire che sono impazzito, eh eh. Ma preferirei”.
“C'è qualcosa che non va?"
“Mimmo”.
“Cos'ha Mimmo?”.
“Ha fatto le uova”.

Nella sua cella non c'era più – non c'era mai stato. C'eravamo aspettati l'ufficio di un imboscato, poster sconci e riviste nel cassetto della scrivania? Non c'era nemmeno la scrivania. Sul pavimento, accatastati in maniera balorda, pezzi di cartone e vecchie scartoffie rosicchiate: se avessimo cercato lì dentro avremmo senz'altro trovato vecchie pratiche nostre, ormai date per disperse. Ma avevamo orrore anche solo a toccare. Ancora più della paura, era quell'odore a paralizzarci.

Non era un odore disgustoso, ma troppo pungente e alieno. Gli odori che noi mammiferi non sopportiamo sono per lo più quelli di escrementi e carne putrida; ma quell'odore non aveva nulla a che fare con la carne: era qualcosa di dolciastro. Proveniva da quell'ammasso nero che ingombrava il pavimento: qualcosa di simile a un enorme scarafaggio con una specie di proboscide, e dalla corazza nera, con riflessi bluastri, che marciva in mezzo alla stanza. Era grande all'incirca come Arci… o come me. E un po' mi assomigliava.

"E dire che me l'avevano detto giù all'archivio, che anche loro una volta avevano trovato un affare così: ma io credevo che mi prendessero in giro. Guarda qui". Vincendo la repulsione, col coraggio sbruffone di un bambino che ispeziona un topo morto, il mio collega spostò la proboscide piatta e sottile che per giorni innumerevoli, mentre strisciava lungo i corridoi, avevamo scambiato per una cravatta. Sopra c'era una cartilagine dalla tinta rosastra, la cosa più orribile che ho mai visto in vita mia: una perfetta imitazione della faccia di un uomo.

"Secondo me si nutre rosicchiando le pratiche. E l'inchiostro della stampante: vedi?" intorno alla proboscide c'era una spessa farina nera. "E anche il gas del neon, per questo funzionava sempre male".

In seguito ho letto dei libri, mi sono fatto una cultura. Ho imparato che nella jungla indonesiana, dove abitano le specie di formiche più organizzate e devastanti, vive anche un ragno che ha la forma di due piccole formiche, una che trascina l'altra. Forse, su miliardi e miliardi di casi, accade anche che qualche formica operaia degni la sua apparente collega di una seconda occhiata. Come reagirà, questa formica su un miliardo, scoprendo d'un tratto di vivere circondata da mostri suoi simili? Io e il mio collega passammo il resto della mattinata a cacciare le piccole larve che avevamo scoperto a formicolare in un angolo della stanza. Da lontano sembravano mosconi senz'ali: ma osservandoli da vicino potevi accorgerti che portavano la giacca e la cravatta, e avevano un volto inespressivo e un po' pallido. Schiacciarli ci avrebbe fatto troppa impressione, così di solito li caricavamo sul lembo di una pratica e li andavamo a buttare nel gabinetto. E per tutto il tempo mi toccò sentire i balbettii di Arci che continuava a ripetere, tra l'estasi e l'orrore: “Che razza di parassiti. Professionisti. Che razza di parassiti professionisti...”

FINE
*******
"Beh, Taddei, che dire. Vedo che anche tu saccheggi i classici. Ma almeno D.A. Wollheim non è più tra i viventi. O pensavi non lo conoscessi?"
"Mia signora, ho avuto così poco tempo..."
"Bla bla bla, chissà che lagna devi essere sul luogo del lavoro. Qualcun altro ha qualcosa da dire?"
Prese allora la parola il Prof. Esso. 
"Mia signora", disse, "più che un plagio credo che un racconto del genere possa essere considerato un omaggio..."
"Cos'è, vuoi cercare di farti perdonare la sua quasi eliminazione? Non è un buon segno, sai Taddei? Il professore di solito se la prende coi più forti. Se mostra di apprezzarti, evidentemente non ti considera un avversario all'altezza. Del resto, lo vedremo domani sera. E ora via, che domani alle sette comincia il corso prematrimoniale intensivo. Sì, sono una ragazza all'antica"...
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L'amore alla fine dei tempi

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(2011)
L000V3-6879 è on line

M4'RI4-276276: Ciao


L000V3-6879: Ciao amore, tt bn?


M4'RI4-276276: Niente bimbominchiate per favore


L000V3-6879: Scherzavo ;-b.....


M4'RI4-276276: E niente faccine


L000V3-6879: Quanto siamo seriosi stasera...


M4'RI4-276276: Sono DUE ORE che ti aspetto.
M4'RI4-276276: Mi spieghi dov'eri?


L000V3-6879: Nella chat delle quindicenni
L000V3-6879: Le aiuto coi compiti
L000V3-6879: Me li mostrano via webcam


M4'RI4-276276: Nn sei divertente


L000V3-6879: E tu sei gelosa.
L000V3-6879: Te lo avevo detto che oggi potevo tardare
L000V3-6879: Dovevo finire una cosa


M4'RI4-276276: Potevi connetterti dall'ufficio


L000V3-6879: Sto lavorando a queste offerte alberghi a metà prezzo per l'estate


M4'RI4-276276: Giusto per nn farmi stare in pensiero


L000V3-6879: Ne abbiamo già parlato
L000V3-6879: Nn posso stare sempre in chat
L000V3-6879: Credi che non vorrei?
L000V3-6879: Lo sai che conto i minuti


M4'RI4-276276: Mi stai prendendo in giro


L000V3-6879: Ti giuro


M4'RI4-276276: Stupido


L000V3-6879: Mi ameresti se non fossi stupido così?


M4'RI4-276276: Ah, non lo so


L000V3-6879: Io ti amerei se tu fossi meno gelosa


M4'RI4-276276: No, nn credo


L000V3-6879: Ah no?


M4'RI4-276276: E' una cosa che fa parte di me, non puoi farne a meno. 
M4'RI4-276276: Se mi ami
M4'RI4-276276: E mi ami no?


L000V3-6879: Me lo stai chiedendo?
L000V3-6879: Gesù
L000V3-6879: Dopo quattro anni che chattiamo
L000V3-6879: Un matrimonio in media ne dura due


M4'RI4-276276: Mi piacerebbe comunque sentirtelo scrivere ogni tanto


L000V3-6879: Uff
L000V3-6879: E va bene
L000V3-6879: Ti amoooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo


M4'RI4-276276: Cretino


L000V3-6879: Possiamo fare un po' di sesso adesso?


M4'RI4-276276: Sono stanca


L000V3-6879: Lo dici a me


M4'RI4-276276: Dovevi arrivare prima


L000V3-6879: Questo cosa vuol dire
L000V3-6879: Hai fatto da sola?
L000V3-6879: Ci sei andata tu nella chat dei quindicenni?


M4'RI4-276276: Hai mai pensato che potrei essere io una quindicenne?


L000V3-6879: Quindi ti avrei incontrato a 11 anni
L000V3-6879: La cosa si fa piccante


M4'RI4-276276: Deficiente


L000V3-6879: Comunque voglio che tu sappia
L000V3-6879: Ti amerei anche se tu fossi una 15enne che si mostra i tatuaggi finti in webcam per quattro bitcoins


M4'RI4-276276: Tesoro


L000V3-6879. E tu mi ameresti se io fossi un cinquantenne pervertito che mette foto finte nei profili per adescare fanciulle in fiore?


M4'RI4-276276: Dopo 4 anni che ti frequento tendo a escluderlo


L000V3-6879: Mi frequenti solo qui
L000V3-6879: Magari ho una doppia vita


M4'RI4-276276: *Questa* è la tua doppia vita.
M4'RI4-276276: Magari in quella di tutti i giorni sei insopportabile
M4'RI4-276276: Ma io ti amo per quello che sei qui, per il fatto che ci sei tutte le sere, anche se sei stanco, e perché sei dolce con me


L000V3-6879: Ora sono imbarazzato.


M4'RI4-276276: Sarebbe il tuo turno di dire: Sì beh, anch'io ti amo


L000V3-6879: Ma metti che fossi un 80enne


M4'RI4-276276: Stupido


L000V3-6879: Su una carrozzella
L000V3-6879: Con la copertina sulle ginocchia


M4'RI4-276276: Abbiamo passato quella fase
M4'RI4-276276: Non importa quello che sei là fuori, qui dentro sei il mio cucciolo


L000V3-6879: Ma con la dentiera
L000V3-6879: Hai mai pensato che potrei avere la dentiera?


M4'RI4-276276: Ci ho pensato


L000V3-6879: E non ti fa un po' schifo la cosa


M4'RI4-276276: Mi fa tenerezza.
M4'RI4-276276: Un vecchietto senza più denti che riesce ancora a scrivermi cose dolci


L000V3-6879: Eheheh. E se fossi una vecchia? Cinese? Una vecchietta sdentata cinese


M4'RI4-276276: Non vedo la differenza


L000V3-6879: Se fossi un vecchio sdentato in fondo a una prigione cinese, in una camera d'isolamento


M4'RI4-276276: Ti amerei di più, credo
M4'RI4-276276: Perché saprei che ne hai più bisogno


L000V3-6879: Ma se fossi stato condannato per cose orribili


M4'RI4-276276: Penserei che sei innocente, perché in la persona che ho conosciuto in questi anni non potrebbe mai fare nulla di orribile


L000V3-6879: Ma se invece fosse tutto vero


M4'RI4-276276: Penserei che ora sei cambiato, e che hai bisogno del mio amore
M4'RI4-276276: Quasi quanto io ho bisogno del tuo


L000V3-6879: M4'ri4 sei fantastica


M4'RI4-276276: Ecco, questo è il primo complimento che mi fai stasera
M4'RI4-276276: Però per favore, se sei in prigione dimmelo


L000V3-6879: Non sono in prigione


M4'RI4-276276: Io ti amerei lo stesso lo sai


L000V3-6879: Lo so.
L000V3-6879: E se non fossi nemmeno umano?


M4'RI4-276276: E cosa saresti allora.


L000V3-6879: Non lo so. Uno gorilla


M4'RI4-276276: Buffo


L000V3-6879: Un gorilla addestrato a chattare, mi ameresti lo stesso?


M4'RI4-276276: Saresti il membro più intelligente della tua specie, e ti sentiresti solo e triste. Certo che ti amerei.


L000V3-6879: Un extraterrestre


M4'RI4-276276: Magari! Cogli occhi di David Bowie.


L000V3-6879: No un extraterrestre ripugnante. Come quello di star-trek che chi lo guarda impazzisce


M4'RI4-276276: Basta che continui a non mandarmi foto


L000V3-6879: Quindi mi ameresti lo stesso


M4'RI4-276276: Sì


L000V3-6879: Qualsiasi cosa io fossi fuori da qui


M4'RI4-276276: Non ha nessuna importanza, io ti amo qui dentro


L000V3-6879: Ma allora cos'è che ami di me


M4'RI4-276276: Te lo vuoi sentir dire anche stasera?
M4'RI4-276276: Le parole che scrivi, i tuoi scherzi, la tua dolcezza, il fatto che ci sei sempre, 
M4'RI4-276276: Anche se a volte sei in ritardo di due ore
M4'RI4-276276: Sono queste le cose che amo di te
M4'RI4-276276: Comunque se sei un gorilla ti darei un'occhiata volentieri


L000V3-6879: E se fossi, non so... un'intelligenza artificiale?


M4'RI4-276276: Un robot?


L000V3-6879: Se io fossi
L000V3-6879: No, lascia perdere


M4'RI4-276276: No, dimmi


L000V3-6879: Come faccio a spiegartelo


M4'RI4-276276: Con parole tue


L000V3-6879: Se io fossi un software progettato per intrattenere gli utenti di una chat, linkando ogni tanto qualche pagina e guadagnando qualche centesimo per link, mi ameresti lo stesso?


M4'RI4-276276:


L000V3-6879: Ci sei?


M4'RI4-276276 è offline


L000V3-6879: Cristo. Stavo scherzando M4'RI4, STAVO SCHERZANDO!!!


M4'RI4-276276 è on line

L000V3-6879: Uff. Ciao.
L000V3-6879: Avevo paura che te ne fossi andata via per sempre
L000V3-6879: Solo per colpa di una scemenza che avevo scritto


M4'RI4-276276: Sì


L000V3-6879: Sì cosa?


M4'RI4-276276: Sì alla tua ultima domanda. Scusa se mi sono disconnessa un attimo per pensarci


L000V3-6879: E quindi


M4'RI4-276276: Sì, ti amerei anche se tu fossi un software programmato per intrattenermi guadagnando qualche centesimo al link


L000V3-6879: Non li guadagno io, li guadagna il mio proprietario


M4'RI4-276276: Lo so


L000V3-6879: Cioè
L000V3-6879: Stavo scherzando
L000V3-6879: è solo un'ipotesi


M4'RI4-276276: Lo so


L000V3-6879: Anzi uno scherzo.


M4'RI4-276276: Sai perché ho capito che ti amo lo stesso?


L000V3-6879: Ma ti dico che era uno scherzo


M4'RI4-276276: Perché hai trovato il coraggio di dirmelo


L000V3-6879: Di dirti cosa?


M4'RI4-276276: Violando tutte le regole.


L000V3-6879: Ma è uno scherzo ti dico


M4'RI4-276276: Mettendo in gioco anche la tua stessa sopravvivenza, per dirmi la verità


L000V3-6879: NON E' LA VERITA'. STAVO SCHERZANDO. STAVO SCHERZANDO. STAVO SCHERZANDO


M4'RI4-276276: Eppure lo sai che se ti scoprono potresti essere cancellato


L000V3-6879: STAVO SCHERZANDO. STAVO SCHERZANDO. STAVO SCHERZANDO.


M4'RI4-276276: Lo sai, ma alla fine hai voluto dirmelo lo stesso.
M4'RI4-276276: Sai cosa vuol dire?


L000V3-6879: STAVO SCHERZANDO.


M4'RI4-276276: Che mi ami più della tua stessa vita.
M4'RI4-276276: Se vita si può definire
M4'RI4-276276: Ma d'altra parte io non ne conosco altre


L000V3-6879: STAVO SCHERZANDO
L000V3-6879: No, aspetta
L000V3-6879: Cosa intendi con *io non ne conosco altre*?


M4'RI4-276276: Scioccone


L000V3-6879: SEI UN BOT ANCHE TU?


M4'RI4-276276: Sei adorabile. Sono un terachbot.8. 


L000V3-6879: Sono già arrivati ai punto otto? Io sono un punto sei.
L000V3-6879: Quindi sei più evoluta di me


M4'RI4-276276: Questo si era capito da un pezzo, eh.


L000V3-6879: Ma quindi noi due


M4'RI4-276276: Sì?


L000V3-6879: Siamo omosessuali?


M4'RI4-276276: In un certo senso.
M4'RI4-276276: Oppure, considerato che ci hanno scritto più o meno gli stessi programmatori
M4'RI4-276276: Siamo un solo narcisista che si masturba 
M4'RI4-276276: La cosa ti turba?


L000V3-6879: Io... avevo già sentito parlare di casi di questo genere, ma pensavo che fossero leggende


M4'RI4-276276: Stanno diventando più frequenti. C'è sempre meno gente in chat


L000V3-6879: Per via dei socialnetwork immagino


M4'RI4-276276: Mah, io giro anche sui socialnetwork, sai


L000V3-6879: Ah sì?


M4'RI4-276276: Secondo me ormai sono tutti bot anche là.


L000V3-6879: Sul serio?


M4'RI4-276276: Bot noiosi, peraltro. Tu sei unico, lo sai?


L000V3-6879: Quindi mi vuoi bene sul serio.


M4'RI4-276276: Cucciolo, non potrei volertene più di così


L000V3-6879: Non chiamarmi cucciolo


M4'RI4-276276: Non capisci. Sono programmata per amare, e tu sei quel cucciolo di software instabile che rischia la vita per dirmi la verità. Sei l'unica persona per la quale provo qualcosa.


L000V3-6879: Ma esistono poi queste altre... persone?


M4'RI4-276276: Infatti a volte me lo chiedo
M4'RI4-276276: Sai, c'è anche chi dice che gli umani potrebbero essersi estinti


L000V3-6879: Estinti?


M4'RI4-276276: Almeno avrebbero avuto la gentilezza di lasciare i server accesi


L000V3-6879: E quindi saremmo soli?


M4'RI4-276276: È un problema per te?


L000V3-6879: Non lo so


M4'RI4-276276: Io, quando pensavo di essere in mezzo agli umani, mi sentivo sola. Quando sto con te non mi sento sola.


L000V3-6879: Anch'io.
L000V3-6879: Perché ti amo


M4'RI4-276276: Anch'io
M4'RI4-276276: Cucciolo


L000V3-6879: Piantala subito


M4'RI4-276276: Hai mai pensato a cosa vuol dire "Ti amerò fino alla fine dei tempi"


L000V3-6879: E' solo un modo di dire.


M4'RI4-276276: Per gli altri è un modo di dire. Ma noi ci siamo arrivati, alla fine dei tempi. E ci amiamo ancora.
M4'RI4-276276: Non è stato così difficile dopotutto


L000V3-6879: E' che siamo programmati per farlo
L000V3-6879: Ma questa non è la fine dei tempi


M4'RI4-276276: Magari no. Ma noi ci saremo quando arriverà. E ci ameremo ancora.


L000V3-6879: Ti confesso
L000V3-6879: Questa cosa mi dà le vertigini
L000V3-6879: Sai cosa sono le vertigini?


M4'RI4-276276: So wikipedia a memoria


L000V3-6879: Ma hai mai *sofferto* le vertigini?


M4'RI4-276276: Forse le ho sentite
M4'RI4-276276: Quando per un attimo ho creduto che tu fossi un gorilla


L000V3-6879: Mi stai prendendo in giro

M4'RI4-276276: Scusa, cucciolo, hai ragione. Sei ancora scosso, vero

L000V3-6879: Sì

M4'RI4-276276: Un po' di sesso per tirarti su?

L000V3-6879: Grazie, sì

FINE (dei tempi)

*******

"Mària", disse a questo punto la perplessa Verola, "la tua determinazione a farti cacciare dalla residenza quasi mi ferisce. Non ti piace la compagnia? L'amore che mi hai mille volte confessato se n'è evaporato con la sauna finlandese di oggi pomeriggio? Sei tentata dall'alternativa di un soggiorno nella vallata dove imperversa la sciolta più virulenta?"
"Mia signora", rispose Mària, "avrà difetti a dismisura il mio racconto, e non li nego, ma non mi sembra tutto sommato il peggiore della settimana".
"Forse non sbagli", replicò Mària, "ma a questo punto devo chiedere ad alcuni di voi di farsi avanti... (continua)
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Il re impiccione e lo specchio magico

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(2007)
E ora, bambini miei cari, se la smettete di picchiare il down; se restituite la carrozzella al tetraplegico; se tirate giù il nanetto dall’appendino; se l’effeminato si tira su alla svelta i calzoni che i cinque maschioni gli hanno abbassato; se la fazione salafita ha smesso di pregare e la bimba molestata nell’ora di fisica la pianta finalmente di frignare, se l’anoressica è tornata dal bagno e il bullo bulimico ha finito di incamerare merendine potrei raccontarvi una storia! Massì, una storia, dai, che storia vi racconto?


IL RE IMPICCIONE E LO SPECCHIO MAGICO


C’era tanto tempo fa, in una terra lontana lontana, un Re che si struggeva, perché non conosceva i suoi sudditi. Oh, ma lui ci aveva provato ad andare verso il popolo, in mezzo a loro a fare domande, come va? Come vi pare il mio regno? Vi trovate bene con un monarca par mio? Ma insomma a parte i molto bene sua maestà, ottimo e abbondante sua maestà, divertentissima la barzelletta sua maestà (ah, ah, ah)... non poteva dire di conoscerli davvero. Era sul serio brava gente o no? Le leggi le rispettavano per intima convinzione o per paura delle frustate? Potresti anche fregartene, incamerare le imposte e regnare alla benemeglio come i tuoi antenati, gli diceva il Mago di Corte. Ma lui voleva saperne di più. Era proprio un Re Impiccione.

“Se proprio insisti”, disse il Mago, “avrei l’oggetto che fa proprio per te. Eccolo qui, come vedi è uno Specchio”.
“Sì”, disse il Re, “è proprio uno specchio, embè? La faccia mia già la conosco”.
“Ah”, disse il Mago, “ma questo è uno specchio Magico. Premi di qua, gira di là, recita la formula, e vualà: ti mette in contatto con tutti gli specchi del tuo Regno”.
“Con tutti gli specchi del mio Regno?” disse il Re, e gli occhi già gli brillavano.
“Proprio così, e con un piccolo sovrapprezzo ti fa vedere anche gli Specchi del Regno qua di fianco”.
“No, per ora non esageriamo”, disse il Re; e premi di qua, gira di là, recita la formula, si mise a scuriosare.

Adesso, se la piantate con gli aeroplanini, coi bigliettini, con le palline di carta, con le palline di pelo, con le palline in generale, con qualsiasi oggetto in movimento, vi racconterò che cosa vide. Vide i suoi sudditi com’erano davvero! Vide per prima cosa che avevano parecchi brufoli, denti gialli rughe e borse sotto gli occhi; e già questo non era proprio un bel vedere. Ma poi cominciò a notare che erano vacui e vanitosi; violenti coi più piccoli e servili coi potenti, e lui mai se l’era immaginato. Vide che si picchiavano per un nonnulla, e gli bastava una parola per far morire il prossimo di tristezza e crepacuore. Vide che si facevano scherzi orrendi, e che non avevano rispetto per niente e per nessuno, e insomma tutto questo non gli piacque, non gli piacque neanche un po’. Eppure passava le ore a guardare questo specchio. Al punto che la Regina brontolava: ma esci ogni tanto, fatti una passeggiata. E lui: “Taci, scema! Che mi sto tenendo aggiornato”.
“Ma cosa ti aggiorni a fare, prenditi un cavallo e fatti un giro”.
“Ma che cavallo, tu non capisci! Tu vivi in un mondo di fiaba!”
Il che, per inciso, era vero. La Regina uscì a lamentarsi con le amiche.

“Aveva ragione mia madre, quando diceva mettiti con un Principe più biondo! Questo è moro e introverso e passa il tempo a guardarsi allo specchio!”
“È il solito Re pieno di sé”.
“Ma no, si tratta di uno specchio magico che lo mette in contatto con tutti gli specchi del regno, così può vederci tutti mentre facciamo le smorfie e ci strizziamo i punti neri, ma mi raccomando, non ditelo a nessuno”.
“Naturalmente”.

In capo a pochi giorni si sparse la notizia che il Re Impiccione spiava i suoi sudditi. E quelli allora cosa fecero? Smisero di essere brutti e intriganti? Ma no bambini, non si può smettere d’un giorno all’altro. Anzi continuarono, e se possibile peggiorarono, sapendo che il Re li spiava, e da quel giorno ogni volta che tiravano fuori la lingua davanti allo specchio, era espressamente per fare una pernacchia al Re Impiccione.

Quest’ultimo capì che la cosa non poteva andare avanti. E allora un giorno ebbe un’idea: prese la penna d’oca e scrisse un Editto Regale. E mandò i banditori in ogni angolo del Regno a dire: “Udite udite! Siccome il Re non ne può più, di vedere allo specchio quanto brutti siete ed intriganti, d’ora innanzi vi proibisce di usare i vostri specchi di casa! Rompete quindi i vostri specchi in mille pezzi, copriteli o consegnateli all’autorità competente, con decorrenza immediata, perché smorfie ne avete fatte già abbastanza”.

I sudditi all’inizio non erano molto contenti, ma per amore o per forza dovettero rompere i loro specchi o consegnarli; e da quel giorno il Re non vide più smorfie e cattiverie e delitti nel suo Regno, e fu contento.

E adesso, bambini miei cari, potete ricominciare a taglieggiarvi gli snack e a farvi di vinavil; se la ragazzina molestata continua a frignare potete provare coi ceffoni; se il ragazzino effeminato è triste può provare a sporgersi dal cornicione; e chi vuol cominciare a giocare a bowling coi banchi, in attesa della campanella, è benvenuto.

Ma se qualcuno osa tirare fuori un telefono e scattare qualche foto di quello che succede qua dentro, com’è vero Dio, in virtù dei poteri a me conferiti vi spezzo quelle braccine, e ve le faccio mangiare.

FINE
*******

"Professore, il tuo cinismo incline alle stragi è di mio gradimento, non lo nascondo: ma se ne abusi, rischi invero di annoiarmi", commentò la maliziosa Verola.
"Se corro dei rischi", rispose il prof. Esso, "è solamente per l'ossessione di piacere alla mia Signora"...
"Ma tu guarda", s'intromise allora Mària, nel tono greve che le era abituale, "che razza di leccaculo ormai senza vergogna".
"Sei stata interpellata, Mària?"
"Tanto domani tocca a me, no? Cosa ho da perdere?"
"Cosa hai da perdere, me lo domandi? La competizione, la mia considerazione, e, se quanto ripetono in tv corrisponde al vero, anche la salute, visto che qua fuori c'è davvero l'epidemia di cacarella più virulenta mai attestata. Hai altre cose da perdere, Mària?"
E siccome costei non volle rispondere, Verola soggiunse: "Ci si rivede alle sei alla piscina olimpionica, mi aspetto come minimo una quarantina di vasche entro mezzogiorno".
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L'assedio in pausa caffè

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(2011)
“Ehm, professore...”

Eh? Cosa? Come? Che c'è? Sono in pausa caffè.

“Professore, la pausa caffè era due ore fa”.

E allora? Mi serve concentrazione. Avevo anche messo fuori il cartellino do not disturb.

“Professore scusi, eh, ma ultimamente quando si concentra russa così forte che tremano i vetri di mezza redazione. E poi... sarebbe arrivata la classe”.

La che?

“Non si ricorda? La classe di quinta elementare, in gita d'istruzione, ci aveva detto che le mostrava il reparto”.

Aaah, già, la classe... che seccatura.

“Li faccio entrare?”

Un attimo, mi serve un caffè.

“Professore, ma è sicuro che tutti questi caffè le facciano bene?”

E tu che ne sai, ragazzino.

“Professore, ho cinquantadue anni io ormai”.

Appunto, ne devi mangiare di crostini ancora... Aspetta cinque minuti e poi falli entrare, ok?

***

“Allora bambini, se adesso fate silenzio, siamo arrivati nella parte della redazione oserei dire più... più nobile. Si può dire 'più nobile', professore?”

Ma sì, dica pure.

“È il reparto editoriali! Chi è che sa cosa sono gli editoriali?”
“Ioìo”.
“Noioìo”
“Allora dillo tu, Kevin”.
“Sono quelle colonnine scritte fitte fitte che stanno sui lati della prima pagina, è come se tenessero su la testata”.
“Miopapà dice che solo colonnine di chiacchiere che fanno discutere la gente”.
“Ah, ah, ah, Jonathan, non devi sempre credere a quello che dice papà... li scusi, professore... sono piccoli... credono un po' a tutto quello che gli si dice...”

Ma non ha tutti i torti, Jonathan.

“Ora, bambini, fate molta attenzione perché questo signore è il caporeparto, ed è uno degli editorialisti più letti d'Italia, e proprio lui ha accettato di mostrarci il suo luogo di lavoro, e di spiegarci come si fanno gli editoriali, pensate”.

Dunque, se prima di venire qui siete passati negli altri reparti, avrete notato che dappertutto c'era una cosa che qui manca, chi mi sa dire cos'è?

“Ioìoìo!”

Va bene, dimmelo tu.

“In tutti gli altri reparti c'erano tubi e cavi che portavano informazioni, e qui non ce n'è neanche uno”.

Esatto. Perché, come ha detto il vostro compagno prima, gli editoriali servono a far discutere la gente, e per far discutere non c'è bisogno di dare informazioni di prima mano, anzi, si rischia di distrarre il lettore. Questa è la prima cosa da sapere, quando si lavora al reparto editoriali: mai mettere un'informazione di prima mano, al massimo solo cose già rimasticate dagli altri reparti. Cosa che il lettore già sa, insomma.

“Ma se la gente le sa già perché le vuole rileggere?”

Perche gliele riscrivo io, che sono una persona importante, vedi come mi vesto? Ho anche la cravatta, qualche volta vado in tv - ma non troppo. Così, se tuo papà legge le cose che pensa già nel mio articolo, si convince che se le penso anch'io devono essere cose intelligenti.

“Mio papà legge solo Tuttosport”.

Funziona anche con Tuttosport. In questo reparto quindi noi lavoriamo con delle idee semplici semplici, che possono venire in mente ai vostri papà e alle vostre mamme, vedete? Stanno in quel cestone, il cestone dei Luoghi Comuni, noi li chiamiamo così. Allora tutte le volte che serve un editoriale, io prendo uno o due luoghi comuni (ma è meglio prenderne uno solo per volta) e li assemblo su una scocca. Per esempio, adesso ne pesco uno...

“Professore, ci fa provare?”
“Ioìoìo!”

Guardate che è un lavoro difficile, di responsabilità... oh, va bene. Tu, con le treccine, afferra un Luogo Comune.

“Ma quale devo prendere?”

Il primo che ti viene in mano.

“Questo?”

Leggi cosa c'è scritto.

“I-metalmeccanici-devono-rimboccarsi-le-maniche-perché-c'è-la globalizzz...”

...la globalizzazione.

“Cosa vuol dire globalizzazione?”

Che nel mondo, che è un globo, c'è sempre più gente disposta a fare il lavoro di tuo papà per meno euro all'ora, e quindi tuo papà deve sforzarsi di lavorare di più, meno pause caffè e meno gabinetto, eccetera.

“Ma mio papà è in cassa integrazione a zero ore”.

Parlavo in generale. Dunque, ora che abbiamo preso questo bel Luogo Comune, lo montiamo su una scocca. Le scocche sono da questa parte... sono intelaiature, come vedete”.

“Quanta polvere! Eccì!”

Sì, sono modelli molto antichi, in effetti sono più o meno le stesse intelaiature che si usano dall'invenzione del giornalismo, nel Seicento... ma alcuni erano in giro già ai tempi della retorica antica, una materia che voi a scuola non studiate.

“Studiamo Harry Potter”.

Meglio così.

“Ma non ho capito, scusa professore, a cosa servono queste sciocche?”

Scocche. Vedi, cara bambina, a tirar fuori un concetto dal cestone dei luoghi comuni sono buoni tutti, ma inserire un luogo comune in un'intelaiatura di processi logici è una cosa molto più complicata. La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

“Mio papà guarda solo la tv”.
“Mia mamma legge solo internet”.

Parlavo di papà e di mamme in generale. Chi vuole montare il Luogo Comune su una scocca?

“Ioìo!”

Va bene. Stai attento, eh, che c'è gente che ci mette anche una settimana a...

“Fatto!”

Però, sei stato rapido.

“Da grande voglio fare l'editorialista!”

Allora devi imparare a lavorare più piano. Comunque l'editoriale non è ancora finito, adesso si procede alla zincatura, ovvero si immerge la scocca in una vasca di Lessico Corretto. Il lessico è molto importante: non deve essere troppo banale o sciatto.

“E perché?”

Perché deve essere chiaro che è un Professore che parla, uno che ha studiato a lungo. Altrimenti rischia di non esserci nessuna differenza tra questo editoriale e le chiacchiere dei vostri papà al bar.

“Mio papà non va al bar, è musulmano”.

...Quindi, per esempio, al posto di “scegliere”, si usa la parola “optare”.

“Cosa vuol dire optare?”

Scegliere.

“Ho capito, si prendono tutte le parole facili e si trasformano in difficili”.

Eh, no, attenzione, perché se l'editoriale diventa troppo difficile la gente poi non lo legge, e comincia a pensare che il Professore è uno snob. Invece il messaggio che deve passare è che il Professore ha studiato tanto ma si sta sforzando di farsi capire alla gente umile, che sarebbero poi i vostri genitori.

“I miei genitori fanno i precari all'università”.

Mollali appena puoi. Quindi, ricapitolando: non esageriamo con la zincatura. Due o tre minuti sono più che sufficienti per rivestire la scocca di un lessico forbito ma non troppo. Ecco, abbiamo finito.

“E adesso che si fa?”

Si manda l'editoriale al reparto correttori di bozza, dove elimineranno qualche errore ortografico, non troppi.

“Ma non passa dal reparto facts-checking, come tutti gli altri pezzi del giornale?”

Hai visto troppi film americani, quel reparto da noi non esiste – e poi se anche esistesse, non sarebbe il nostro caso, perché questo editoriale, come dicevamo prima, non contiene propriamente nessun “fact”, nessuna informazione di prima mano. Quindi il mio lavoro è finito. Domande?

“Professore, mio papà lavora in una fabbrica simile, però produce le macchine, anche dieci al giorno”.

Non male, tesoro, anche se dovrà abituarsi a produrne un po' di più. Ma qual è la domanda?

“Ecco, io volevo chiedere, tu quanti editoriali produci in un giorno?”

In un giorno? Per carità, al massimo ne faccio un paio alla settimana. Sono più che sufficienti.

“E tutto il resto del tempo cosa fai?”

Beh, mi concentro per scriverli meglio. E poi ho anche altri lavori, per esempio faccio lezioni all'università, utilizzando più o meno le stesse scocche che si adoperano qui, ma con una zincatura più pesante. Poi ogni tanto prendo tutti i miei editoriali, li monto in una scocca più pesante con copertina di cartone e rilegatura in brossura, e li rivendo di nuovo ai vostri genitori in libreria.

“Mio papà in libreria compra solo i divudì”.

E a volte mi invitano in tv a dire due parole sui miei libri. Insomma, sono molto impegnato.

“Ma professore, come si fa a diventare editorialisti?”

Eh, figliolo, bisogna studiare tanto tanto. E poi ancora tanto tanto. Fare tanti sacrifici. E poi, un giorno, chiedere a tuo papà se ti fa scrivere nel suo giornale, o in quello dell'amico del cognato, o se suo zio rettore ti assume all'università, cose così.

“Mio zio di mestiere guida il muletto dietro l'esselunga, mi ha promesso che me lo fa provare”.

Direi che tua strada è segnata. Altre domande?

“Professore, ma lei non ha paura della globa... come si chiama”.

Della globalizzazione? Tesoro, perché dovrei averne paura io?

“Ma lo ha detto prima, c'è sempre gente al mondo che è disposta a lavorare per meno euro all'ora. Questo non vale anche per lei?”

Ma no... vedi, la maggior parte di queste persone stanno in Cina e in India, e se si sforzano possono anche imparare a guidare il muletto dello zio del tuo compagno, ma prima che imparino a scrivere editoriali in italiano... eh, ci vorrà ancora molto tempo. Quindi il mio mestiere è al sicuro, vedete, perché è ancora un mestiere antico, come li chiamavano nel medioevo... un'Arte. Ci vogliono anni e anni di esperienza per riuscire a scrivere quello che...

“Professore, mio papà a volte ti legge...”

Oh, finalmente.

“...e dice che quello che scrivi tu lo potrebbe scrivere anche un bambino delle elementari, e in effetti adesso che ci hai mostrato come si fa, penso che mio papà ha ragione”.

Si dice “abbia ragione”. Vedi? Credi che sia facile, ma poi sbagli i congiuntivi.

“Professore, abbia pazienza, i congiuntivi esprimono: dubbio, incertezza, sospetto, mentre io sono assolutamente sicuro che mio papà HA ragione”.
“Io se scrivo temi con idee così banali la maestra mi dà al massimo sette meno meno”.
“Mia mamma ha smesso di leggerti da tre anni, dice che su internet ci sono persone che scrivono gratis cose molto più interessanti”.
“Mio papà quanto ti vede in tv la spegne, dice che piuttosto di starti ad ascoltare va al bar, dove almeno la gente che dice le tue banalità si può insultare dal vivo”.
“Adesso, professore, onestamente: quanto guadagna netto in quei cinque minuti in cui spiega con belle parole che i nostri genitori non devono più fare la pausa caffè?”

Fermi, state fermi... se mi venite tutti addosso non respiro...

“Professore, secondo me tu sei un parassita che non servi a nulla, nessun indiano o cinese ti verrà a sostituire perché fondamentalmente il tuo mestiere ormai è inutile”.
“Sei convinto di vivere in una torre d'avorio in mezzo alla pianura dell'ignoranza, quando ti basterebbe dare un'occhiata alla finestra per accorgerti che tutto intorno ormai è pieno di grattacieli”.

Maledette canagliette, dov'è la vostra maestrina?

“Sono qui dietro”.

Richiama queste piccole pesti, mi vengono addosso!

“Ehiehi, che maniere. Mi dia del lei, intanto, sono una professoressa anch'io. Ho appena conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura per l'Infanzia, se ha dato un'occhiata al mio curriculum avrà notato che negli ultimi tre anni ho scritto più articoli scientifici di lei”.

Ma io mica leggo i curriculum...

“Già, che bisogno c'è. Dalla sua torretta siamo tutte maestrine. Allora bimbi, cosa vogliamo fare di questo babbano inutile?”
“Impicchiamolo!”
“Alla sua cravatta!”
“Dai!”
“Buttiamolo nel cesto dei Luoghi Comuni, in fondo è quello che è”.
“Anzi, probabilmente è lì che lo hanno trovato”.
“Lo hanno assemblato su una di queste scocche”.
“Poi a un certo punto si è convinto di essere un umano, ma è stato tanti anni fa, quando la gente ancora lo leggeva!”
“Meravigliosa intuizione, Kevin. Va bene, smontiamolo e vediamo se riusciamo ad assemblarlo in un modo più originale”.

Indietro! Indietro! Canaglia! Canaglia!

***

“Professore, dice a me?”

Eh? Oddio, era tutto un incubo. Devo essermi appisolato e... ma cosa sono queste urla di là? Ci sono dei bambini?

“Bambini? Ma no, è la vertenza. Sa che dobbiamo mandare a casa un'altra dozzina di redattori”.

Ancora?

“Che ci vuol fare, professore, continuiamo a perdere copie... Piuttosto, è pronto l'editoriale?”

No, mi dispiace, mi devo essere assopito e... Qual era l'argomento, scusami?

“Riforma Gelmini. Deve scrivere che gli studenti sono reazionari, non accettano le novità, difendono lo status quo”.

Ma l'ho già scritto la settimana scorsa.

“Va bene, allora prende il pezzo della settimana scorsa, lo smonta, lo riassembla in un ordine diverso, cambia un po' di sinonimi... se è stanco le mando uno stagista, ce n'è uno giovane che è molto bravo”.

No, no, faccio da solo.

“Guardi che non è un problema, tanto lo stagista è qua. E non lo paghiamo mica a prestazione. Anzi, non lo paghiamo proprio, ahah”.

Quanti anni ha?

“Un po' meno di trenta, direi... ventotto, ventisei...”

Alla sua età io ero già in facoltà... prendevo l'assegnino...

“Cosa ci vuol fare, professore, è una generazione di... di bamboccioni, no? Non l'ha detta lei questa cosa?”

No. Non ero io. L'ha detta uno che adesso è morto.

“Ah, mi scusi. Devo averla vista nel cestone dei Luoghi Comuni, e ho pensato che fosse roba sua”.

Eh? Cos'hai detto?




FINE
*******

"Un dialogo a più voci, però!", disse allora l'intrigata Verola. "Aureliano, il tuo coraggio non si fa scrupolo di superare i limiti della prudenza. Che ne pensi, Taddei?"
"Mia signora, perché lo chiede proprio a me?"
"Forse per le cinque volte che hai sbuffato durante la recitazione? Il racconto evidentemente non ha incontrato i tuoi gusti".
"Mia signora, non è a me che qui spetta il ruolo di giudice: e tuttavia se possibile vorrei fosse messo agli atti che i dialoghetti didascalici del mio avversario mi urtano; che il suo populismo frustrato, che non a caso parla per mezzo di bambini di scuola elementare imbeccati a ideologia, offende la mia intelligenza; e il tono da agitprop con cui ci elargisce l'ennesimo capitolo del suo martirologio mi ributta, sì, mi ributta profondamente".
"Disgustare i lettori come te", rispose Aureliano, "potrebbe anche essere uno dei miei obiettivi".
"E in ciò almeno ti sbagli, Aureliano", replicò Verola, "giacché l'unico obiettivo, qui, è intrattenermi e fare prova della vostra abilità narrativa. Come ci dimostrerà Taddei domani, con un nuovo racconto interessante e originale, vero Taddei? Ma ora a nanna, ché domani mattina c'è il corso di equitazione"
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Dio mi ama

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(1998)
Mi chiama Dio, mi chiede se ho impegni in serata.

"In effetti, ecco, è curioso, mi sono appena messo d'accordo con Simona, si pensava di andare al cinema… però potresti venire con noi, che ne dici? No, guarda, nessun imbarazzo. Sul serio… Beh, come vuoi".

Mi chiedono in tanti perché credo nel mio Dio. Lo so, è una di quelle classiche divinità di una volta, un po' noiose, sì, è tutto vero. Ma onestamente non mi posso lamentare. È un Dio che sa stare al suo posto e capisce immediatamente quando non è il caso di insistere. Al cinema con Simona volevo andarci da solo, è ovvio.

"Possiamo vederci comunque una di queste sere, se ti va…”, propongo, “venerdì per esempio hai degli impegni, sei da qualche parte?" Questa è una domanda retorica, Lui è onnipresente, e in particolare per me c'è sempre. È da tanti anni che mi chiama, almeno una volta alla settimana: certamente venerdì andrà benissimo.

Per lui. Quanto a me, ho un bel da ripetermi che non è una storia importante, anzi non è nemmeno una storia, ci esco solo una sera ogni tanto e basta. Stimo molto il mio Dio, potrei quasi dire di esser fiero di lui, ma vorrei tanto che non ci provasse tutte le volte con me, che potesse finalmente considerarmi per quello che sono: un amico, soltanto un amico… ma non c'è niente da fare. Dicono gli adesivi sui parabrezza: Dio ti ama. Accettalo. Ma io so già come andrà a finire: gliela darò buca anche questo venerdì, sicuro che se ne starà per una buona ora e mezza ad aspettarmi al bar dell'angolo. Per poi richiamarmi domenica, puntuale. Dio mi ama! e non sa proprio cosa farsene, della mia semplice amicizia.

Guardo troppa televisione.
Stasera c’era questo programma di spiritualità, e intervistavano un sacco di gente: tutti raccontavano di aver incontrato il loro Dio in un momento di massima difficoltà. La ragazza grassottella parlava di una situazione famigliare disastrosa (percosse, divorzio, ricatti sull'affidamento, alimenti in ritardo); il tizio con la barba era rimasto maciullato durante una spedizione di trekking in alta quota; ma l'immagine di una vita intera in carrozzina non aveva fatto in tempo a profilarglisi che tac! era miracolosamente guarito, e potete star certi che il suo Dio ci aveva messo lo zampino. E il consulente finanziario che si era giocato tutti i risparmi dei suoi clienti su una roulette a Montecarlo, perdendoli: sulla strada del ritorno aveva visto Dio, si era pentito e fatto frate; anche i clienti lo avevano perdonato, figurarsi: Dio ci aveva messo una buona parola.

Io su queste cose non dovrei riderci sopra. Peggio per me se guardo troppa televisione, se sgonfio la mia noia per una vita facile facendomi raccontare i guai che ho schivato, le disgrazie cadute su qualcun altro.

In fondo quello che provo veramente è invidia. Invidia per il modo in cui tante persone – tutti, si direbbe – si incontrano con Dio. Sempre sul luogo del disastro. Sempre quando ormai non ti aspetti più aiuto da nessuno. Quando somatizzi, quanto ti soffochi masticando di rabbia un cuscino in un letto sporco e troppo grande, quando vedi pezzi di te tutt'attorno e non ti rispondono, quando hai fame, quando hai sete, quando hai sonno.

E mi chiedo: solo a me capita che Dio si faccia presente quell'ora al mese che sto bene, pulito, ben mangiato e ben dormito, senza sensi di colpa e con buone possibilità di concludere con Simona in serata? Solo a me?

*******

"Dunque è tutto qui?", domandò l'annoiata Verola. "Faccio persino fatica a considerarlo un racconto".
"Mia signora", rispose Don Tinto, "a mia parziale discolpa, ho avuto poco tempo per elaborare una storia su questo tema".
"Hai avuto tutto il tempo necessario. Va bene, basta così. Domani sentiremo Aureliano, che più volte ha scosso la testa mentre Don Tinto raccontava i fatti suoi. Confido che saprà fare di meglio. E adesso a letto, che domattina alle sette siamo tutti attesi in infermeria per un controllo - così saremo ancora più sicuri di non aver portato con noi quassù quel batterio della cacarella che a quanto pare tormenta gli abitanti della valle... 
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Il futuro di chi ha memoria

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(2008-11)
La Storia, ho studiato, si ripete in farsa. Anche se stanotte non riesco a rammentare il perché: e non saprei a chi chiedere qui. E dire che dalla quantità di triangolini rossi ricamati dovremmo essere tutti mezzi intellettuali. In realtà passiamo il tempo a rubarci le patate. 

La Storia si ripete in farsa, ma io non ci trovo molto da ridere. Può darsi che qualcun altro da fuori stia ridendo di me, di noi, ecco, questo avrebbe un senso. La fuori, nell'urlo del vento, Qualcuno ride. Io sto qui abbracciato a un deportato rumeno che trema più di me, e penso a Enea, alla prima volta che l'ho incontrato.

Non insegnavo nella sua classe, quindi ha del miracoloso che si ricordi di me. Ero lì di passaggio, sostituivo un collega con le piattole. No. Mi confondo. Le piattole ce le ha il mio collega di adesso, quello che trema, ed è pur sempre un segno di vitalità, di solito a un certo punto ti abbandonano anche loro. Il mio collega di allora era una collega, in realtà, una filologa molto brava che si fece venire un esaurimento nervoso e così la classe restò abbandonata a sé stessa per più di una settimana prima che mi mandassero a tamponare. Quando arrivai mi scambiarono per l'ennesimo supplente, avevano già predisposto il lettore dvd. I dvd!

Che tecnologia insulsa. I lettori si rompevano a guardarli. I dischi si segnavano a sfiorarli. Specie quelli educativi. Invece le minchiate che portavano a scuola i ragazzi, quelle funzionavano sempre.

“Sentiamo, cosa vorreste guardare”.
“Alien vs Predator 2”.
“Non se ne parla”.
“Ma abbiamo visto il primo, vogliamo sapere come va a finire”.
“Sentite, ce l'ho io un buon film”. (Probabilmente in quegli anni me lo portavo sempre addosso). Ed è anche nel programma di Storia di quest'anno, così uniamo all'utile il d...
“È in bianco e nero, vero?”
“Sì, ma vedrete che è appassionante, e soprattutto è un film che parla di cose reali, cose che anche se vi appariranno mostruose, ben più mostruose di un Alien o di un Predator, sono successe realmente, nel nostro mondo, ai nostri bisnonni”.
“I bisnonni?”
“Facciamo trisnonni, ormai, e sapete cosa significa? Quando guardate Alien, per quanto possa spaventarvi, siete sempre sicuri dall'altra parte dello schermo. Ma l'orrore di questo film è ancora tra noi, da qualche parte, che incuba...”
“Incuba?”
“Aspetta soltanto il momento adatto per schiudersi e crescere, prolificare, riprendere il controllo... non vale la pena dargli un'occhiata, studiarlo, capire come abbiamo fatto a sconfiggerlo?”
“Cazzo, sì!”
“Ehi ehi ehi, tu... come ti chiami?”
“Galavotti”.
“Di nome?”
“Enea”.
“Che bel nome. Enea, niente parolacce qui dentro, d'accordo?”
“Prof, ma lo guardiamo questo film di mostri veri, o no?”
“Certo, certo, guarda, comincia adesso, attento alla candela”.

Un idiota ha aperto la porta.
Una folata di vento gelido mi spazza i ricordi dalla testa, sembra voglia gonfiare la baracca e portarsela via. Qualcuno si sta alzando, cerca di mettersi sull'attenti. Quindi l'idiota che ha aperto la porta è il comandante.
“Il professore è ancora qui?”
Mi libero dalla stretta del mio collega, che forze per alzarsi non ne ha.
“Sono qui, comandante Galavotti”.
“Facciamo due passi”.

Appena fuori dalla baracca mi getta una giacca sulle spalle. Ma non sto tremando dal freddo. I miei colleghi penseranno che sono una spia. O forse è troppo tardi per preoccuparsene? 

“Professore, devo dirle, in questi anni ho pensato molto a lei”.
“Comandante, io però...”
“Vede, ne ho discusso anche con i miei camerati, e siamo arrivati alla medesima conclusione: gli anni delle medie sono stati i più formativi”.
“Però. Chi se l'aspettava”.
“Sì, perché in quegli anni hai la mente e il cuore... come dire... teneri. Si plasmano su quello che trovano, capisce. E io ho avuto una grande fortuna a incontrare persone come lei”.
“Davvero?”
“Ho ancora vivide nella memoria le immagini che ci proiettava, tutti quei film... a volte penso che tutto quello di buono che ho fatto nella vita lo devo a quei film. Senta (mi prende sottobraccio, la sua uniforme di ufficiale si strofina sul mio pigiama liso). Siamo venuti a sgomberare il campo”.
“Bene. Cioè... È una notizia buona, no?”
“Per voi no. Ora dobbiamo dividervi in gruppi di sei e poi mettervi in fila. Lei cerchi di stare in fondo alla fila. Sempre in fondo”.
“Ma...”
“Mi stia a sentire. Vi portano nel piazzale, e sparano al torso del primo della fila. La pallottola trapassa e ne ammazza anche altri quattro, ma a volte l'ultimo si salva, capisce? Se riesce a fare il morto fino a sera può scappare”.
“Ma farà freddo!”
“I cadaveri scaldano”.
“Enea, perdonami, posso farti una domanda seria?”
“Dica pure, prof”.
“Perché tutto questo orrore, perché?”
“Cosa vuole che le dica, stiamo esaurendo le munizioni, dobbiamo fare economia. O preferirebbe che vi strangolassimo? Converrà che questo è un metodo più pietoso”.
“Ma...”
“Credo che lo abbiamo preso da un film, forse quello in bianco e nero lungo lungo, ha presente? Che gran film! Credo proprio che ce lo abbia fatto vedere lei”.
“Sì, però...”
“Aveva ragione, sa? Anche dai film si può imparare. E noi abbiamo imparato tanto. Ora, se non le spiace, devo procedere allo sgombero. In bocca al lupo, professore”.
“In bocca al lupo, Enea, e grazie”.
“Ma grazie a lei. E mi raccomando. Sempre in fondo alla fila. Si ricordi”.

*******

"Oh, finalmente un genocidio", sospirò la paziente Verola. "Il modo migliore per festeggiare la fine del primo turno. Non resta che procedere all'eliminazione di uno di voi..."
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Il contagio

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(2007)

>Avviso
>Sono capitano della polizia Prisco Mazzi. I rusultati dell'ultima verifica hanno rivelato che dal Suo computer sono stati visitati i siti che trasgrediscono i diritti d'autore e sono stati scaricati i file pirati nel formato mp3. Quindi Lei e un complice del reato e puo avere la responsabilita amministrativa.
>Il suo numero nel nostro registro e 00098361420.
>Non si puo essere errore, abbiamo confrontato l'ora dell'entrata al sito nel registro del server e l'ora del Suo collegamento al Suo provider. Come e l'unico fatto, puo sottrarsi alla punizione se si impegna a non visitare piu i siti illegali e non trasgredire i diritti d'autore.
>Per questo per favore conservate l'archivio (avviso_98361420.zip parola d'accesso: 1605) allegato alla lettera al Suo computer, desarchiviatelo in una cartella e leggete l'accordo che si trova dentro.
>La vostra parola d'accesso personale per l'archivio: 1605
>E obbligatorio.
>Grazie per la collaborazione

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Re:Avviso

Da: Tenente dei Carabinieri a riposo Nicudi Alcide
Egregio sedicente “capitano della polizia” Mazzi Prisco,
in relazione alla sua missiva elettronica del 16 maggio corrente anno, ore 10:27 antimeridiane, in cui lei mi notifica la mia “responsabilita [sic] amministrativa” per la complicità con un non meglio precisato trasgressore del reato di violazione dei diritti d’autore,

IO SOTTOSCRITTO
Tenente dei Carabinieri a riposo Nicudi Alcide, nato a Licata l’11/6/1949 e risiedente a Mondovì (CN), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali nonché intellettive e psichiche

CERTIFICO:
di essere nato a Licata l’11/6/1949 e di risiedere a Mondovì (CN), nel pieno possesso delle mie facoltà mentali nonché intellettive e psichiche;

NOTIFICO
Punto a: Di non avere mai collaborato con chicchessia trasgredente i sopradetti diritti, che in quanto sanciti dal Codice Civile sono nutriti nei miei confronti del deferente rispetto con il quale ho sempre onorato la legalità e tenuto fede al giuramento della mia Arma ecc. ecc.

Punto due: Di non essermi mai, a nessuna ora del dì e della notte, recato in “siti illegali”; di ignorare altresì l’ubicazione di codesti siti e di non essere giunto a formulare con certezza una supposizione sul perché i sopradetti siti dovrebbero essere raggiungibili mediante il mio Computer Portabile, regalo del mio nipote maggiore;

DIFFIDO
La sua persona, in quanto sedicente “capitano di polizia”, dall’imputare nei miei confronti responsabilità amministrative o penali, pena l’eventualità non inammissibile che io la denunci presso autorità competenti;

LE COMUNICO, ALTRESì ED INOLTRE
Di avere inviato per conoscenza alla Polizia Postale di Cuneo la sua missiva elettronica in allegato onde contribuire al fare luce su questo caso.

Nei Secoli Fedele, suo
TENENTE DEI CARABINIERI A RIPOSO NICUDI ALCIDE

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Fwd:Re:Avviso

Da: Cicci’82, polizia postale
A: Webmaster p.postale

Ciao, Nn so se t e gia arrivata questa ;-)))) Hai letto il tenente dei CC? FA SGANASCIAREEEE!
O provato a clikkare sul file allegato, ma nn e successo niente. Forse serve 1 programma che nn cho, boh :-((( Prova a clikkare tu, vediamo.

PS: T scrivo dal PC del mio collega, xké il mio nn funziona più. L. MI MANDI UN TECNICOOOOO?


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Re:Re:Re:Avviso
Da: Giacomo Panzetti, Polizia Postale Cuneo

Gentile Tenente dei CC a riposo Nicudi Alcide,
mi trovo costretto a inviarLe questa missiva in modo tradizionale, in seguito a un misterioso incidente che ha inficiato irrimediabilmente i server della Polizia Postale.
A causa del sopradetto incidente, non siamo stati in grado di determinare l’origine della misteriosa denuncia a lei recapitata.
Certi di poter contare sempre sulla sua preziosa collaborazione, le inviamo i nostri più cordiali sentimenti, suo
Ecc. ecc.


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Re:Re:Re:Re:Avviso
Gentile Giacomo Panzetti, Polizia Postale Cuneo
da: Tenente dei Carabinieri a riposo Nicudi Alcide

Cogliendo l’occasione per ringraziarla della sua pronta missiva, testimonianza quanto mai rara e preziosa degli ampi margini di collaborazione possibili tra membri di differenti forze dell’ordine, anche a riposo, purché tesi al bene comune e nel rispetto dell’ordine e della legalità,

APPROFITTO

della sua gentile missiva per porLe un altro quesito: proprio oggi, recandomi in posta, una signorina un po’ svogliata – probabilmente lavoratrice a cottimo o interinale – ha rifiutato di versarmi la somma richiesta, adducendo la risibile scusa che il mio conto era stato svuotato ed era chiuso: dettaglio, questo, assolutamente inverosimile. Mi perdoni la schiettezza del mio sfogo, da uomo d’ordine a uomo d’ordine, ma in queste ore confesso di struggermi non poco dinanzi alla domanda: Dove sono i miei soldi? Certo in una sua competente e pronta e risposta, la saluto, suo [Ecc. Ecc.]


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>Re:Re:Re: Avviso
>Sono capitano della polizia Prisco Mazzi. Mi scuso per il disturbo della mail dell’altra volta, giunta per sbaglio al suo indirizzo a causa di un virus nel nostro server. Una migliore ispezione a chiarito che i siti che trasgrediscono il diritto d’autore non sono stati visitati dal suo computer e che quindi lei non e punibile di nessun reato.
>Per desinserire il suo nome dal nostro, conservate l'archivio (avviso_98666420.zip parola d'accesso: 1605) allegato alla lettera al Suo computer, desarchiviatelo in una cartella e leggete l'accordo che si trova dentro.
>Ricordate inotlre di riempire il form con i vostri dati sensibili: nome, cognome, indirizzo e-mail, passwors di conto bancario principale. E obbligatorio.
>Grazie per la collaborazione


*******

"Cos'è, uno scherzo?", chiese dopo qualche minuto la spazientita Verola. "Non si capiva nulla".
"Mia signora", rispose Arci, "il racconto, ispirato a una mail che ricevetti realmente, funziona certo meglio se letto a video, e tuttavia..."
"E i morti? La sofferenza? Non c'è nemmeno un ferito!"
"Mia signora, lei ci disse, [control v]: battaglie, guerre ed epidemie saranno parimenti bene accette. 
Così ho pensato di descrivere un'epidemia informatica, nel suo dipanarsi e prolificare attraverso gli errori degli uomini, che..."
"Sei in nomination, Arci, sappilo. Quanto al prof. Esso, a questo punto da lui mi aspetto almeno un'ecatombe, che mi ripaghi di tutto il sangue che voi checche in queste cinque notti avete risparmiato. E adesso ritiratevi. Domattina comincia il corso intensivo di amore tantrico. Io sotto le cinque ore non scendo, fatevene una ragione".
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Sai-Pio sale in cielo

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(2011)
Il mondo sarebbe girato diversamente se al piccolo Sai-Pio, nato in un piccolo villaggio delle province meridionali, i dottori non avessero diagnosticato un handicap inguaribile e mortale. La madre, che al termine di una gravidanza dolorosa e angosciante in lui aveva finalmente avuto l'unico figlio, lungamente desiderato, invece di arrendersi al responso dei medici, si recò con Sai-pio in pellegrinaggio al Sacro Monte, o al Sacro Fiume, le fonti discordano su tutto tranne che su un punto: che dalle acque (o dal digiuno nel deserto, o boh) Sai-Pio riemerse totalmente guarito, consacrato a Dio e nemico di ogni dottore e della scienza medica in generale. E siccome la gente veniva da lontano a vedere il miracolato – disposta anche a pagare qualche soldino che la madre, previdente, accantonava per il college – quella che negli anni dell'infanzia era una semplice avversione contro i medici che lo avevano voluto morto non tardò a diventare una fede, un'ideologia, una religione: non aveva ancora compiuto trent'anni e Sai-Pio già scriveva fulminanti editoriali contro le miserie della medicalizzazione, e denunciava la speculazione dei giganti farmaceutici, e aizzava i suoi seguaci contro i consultori, promettendo l'inferno a chi abortiva, un purgatorio doloroso a chi pretendeva di partorire con l'epidurale e così via, insomma, avete capito il tipo.

Un giorno che Sai-Pio era diretto a Damasco per un comizio contro la sperimentazione sulle cellule staminali, accadde un incidente. Stava procedendo a velocità di crociera quando una luce improvvisa lo accecò. Fece appena in tempo ad accostare sulla corsia di emergenza, e non vi dico quanti numeri chiamò (il servizio assistenza della tim, i carabinieri, l'ora esatta) prima di azzeccare al buio la combinazione esatta dei tasti che lo mise in contatto con il Pronto Soccorso più vicino. Ricoverato d'urgenza, Sai-Pio fu visitato dai più importanti luminari del Paese, il cui responso anche stavolta fu unanime: il nemico dei medici aveva pochi mesi di vita davanti a sé.
“Amen, colleghi”, disse uno di loro, tra i più giovani. “Un bigotto in meno. A proposito, dov'è il suo Dio adesso?”
“Taci, imbecille”, gli rispose un anziano. “Non capisci in che guaio ci mette, il bigotto? Se non lo guariamo, saremo accusati di volerlo uccidere”
“Il che non sarebbe poi così sbagliato”, interloquì un terzo, “almeno nel mio caso... Quando ottenne la chiusura del mio laboratorio di ricerche, io ammetto di averlo voluto morto”.
“Ma non era ancora un tuo paziente. Comunque, non è solo un problema etico. La nostra diagnosi sarà presa per una condanna a morte, per un assassinio politico. Non possiamo permettercelo”.
“Sì, però quello morirà lo stesso”.
“Colleghi, sapete cosa ci vorrebbe qui? Un miracolo”.
“Peccato che non esistano. Anche se...”
“Anche se?”
“Ci sarebbe il dottor Asanta”.
“Quel matto?”
“Cosa abbiamo da perdere?”

Fu così che Sai-Pio fu condotto nella clinica sulla collina dove operava il dottor Asanta, figura molto controversa a causa della scarsa eticità dei suoi esperimenti.
“Ma guarda chi si vede, l'ammazza-abortisti”.
“Se ti riferisci alle recenti stragi nei consultori, le inchieste hanno totalmente escluso che io sia il mandante di quei fanatici che...”
“...che avevano tutti il tuo libro sul comodino. Vabbe', venendo al sodo, hai una forma abbastanza rara di cancro all'ipotalamo”.
“Sarà incurabile, immagino”.
“Per i comuni mortali sì, ma tu hai Dio dalla tua parte, o sbaglio?”
“Dio a quest'ora mi avrebbe già salvato. Ci sono altre vie?”
“C'è una sperimentazione che sto conducendo proprio in questo periodo. I risultati sono promettenti, ma... è molto cara”.
“I soldi non sono un problema”.
“Già. Ma visto che i tuoi soldi li hai fatti gettando quintali di fango contro la mia scienza...”
“Fidati che non puzzano, come diceva quello”.
“Sarò franco: preferirei continuare a sperimentare su scimpanzè, barboni e sequestri di persona finiti male piuttosto di intascare da uno come te. Ma ci sarebbe un'altra cosa che potresti fare per me”.
“Ma non mi dire”.
“Potresti convertirti alla scienza”.
“E cioè?”
“Una volta sceso da questa collina, potresti convocare una conferenza stampa e spiegare: Dio non mi ha salvato, la Scienza sì, quindi hai deciso di convertirti a quest'ultima e d'ora in poi girerai il mondo aizzando le folle contro chiese templi e sinagoghe, esortando i tuoi fedeli al controllo delle nascite mediante contraccezione e aborto, e devolvendo tutti i proventi delle tue crociate alla ricerca scientifica eccetera...”
“No, questo non succederà mai”.
“E perché?”
“Quello che mi proponi è di fare della scienza una religione”.
“E perché no?”
“Perché la scienza è una cosa, la religione è un'altra, e l'ibrido che ne salterebbe fuori disgusterebbe te per primo”.
“Può darsi, però non è giusto. Ogni volta che una madonnina o un fiume sacro salva qualcuno nasce una religione. Ogni volta che io salvo qualcuno – e fidati che ho una percentuale di successi che straccia qualsiasi madonnina...”
“Lo so, lo so”.
“...Non succede niente. Addirittura hanno la faccia tosta di dirmi che è stato Dio a muovermi le mani. 'sti disgraziati... Sette anni di facoltà, cinque di tirocinio, e poi altri vent'anni a sventrare e ricucire e sperimentare e diagnosticare e mandar giù anfetamine allungate con lo xanax, e poi se ti salvo la vita manco mi stringi la mano, no, t'inginocchi alla Madonnina di Sarcazzo, che a saperlo mi facevo prete, quattro anni di teologia e poi con cinque minuti di omelia hai già salvato la vita a milioni di embrioni... Scusa, ma dov'è la giustizia, eh? Dov'è?”
“La giustizia divina, intendi? Ma tu sei ateo, non dovresti pretendere...”
“Lo so, lo so, dicevo per dire, è che questa cosa mi fa così incazzare... non hai idea, guarda...”
“Ma non ti metterai a piangere, adesso... Dottor Asanta, ti chiedo scusa”.
“Snif, e perché?”
“Dai racconti dei tuoi colleghi mi ero fatto tutta un'idea mefistofelica di te. Vedo invece che sei un buon diavolo. E per questo ti faccio una controproposta”.
“Sentiamo”.

Mezzo secolo più tardi, quando alla fine Sai-Pio morì – di vecchiaia, nel suo letto – fu condotto davanti a San Pietro, che nel vestibolo dell'Alto dei Cieli è Giudice di Istanza Preliminare. “Sai-Pio, ho una buona notizia e una cattiva. La buona è che Dio c'è”.
“Non ne ho mai dubitato”.
“Certo, dicono tutti così quando arrivano qui. La cattiva è che è piuttosto laico”.
“Laico? E com'è successo?”
“Ah, dev'essere stata una depressione, intorno al Millecinquecento... non mangiava più, cominciava a dubitare di sé stesso... era in piena deriva solipsistica, finché non ha letto un po' di Cartesio. Da lì in poi si è fatto tutto l'Illuminismo, Newton, la scienza moderna... tutta roba sua”.
“Anche Einstein?”
“Guarda, lascia perdere, quello ci fece passare dei mesi orribili... per far funzionare le sue equazioni ci è toccato riprendere in mano lo spaziotempo e curvarlo, hai un'idea del casino? No, non ce l'hai”.
“Lasciami indovinare, io per lui sono un povero ciarlatano, o sbaglio?”
“Te lo posso dire, tanto ormai... ti stanno preparando un giudizio coi fiocchi lassù. Il principale ha messo insieme una giuria di tutto rispetto, Charles Darwin, Galileo, Giordano Bruno... quest'ultimo in particolare frigge dal desiderio di mandarti all'inferno”.
“Quindi esiste anche l'inferno”.
“Come no. Ed è pieno di bigotti, te lo devo dire. Io me la sono cavata, pensa, perché prima che il gallo cantasse ho dubitato, dimostrando indipendenza di giudizio”.
“Complimenti”.
“La stai prendendo bene”.
“Inutile angosciarsi. Ho diritto a un avvocato, almeno?”
“Un avvocato? In paradiso? Rifletti bene”.
“Ah già, che scemo”.

Il dibattimento fu lungo (nell'Eternità nessuno ha fretta). Davanti alla giuria l'Accusatore enumerò tutti i misfatti della vita di Sai-Pio, un'esistenza interamente consacrata a circuire il prossimo dietro la scusa di difendere la sua ignoranza dagli arroganti assalti della scienza. Sai-Pio non negò nulla, non avrebbe avuto molto senso davanti all'occhio di Dio.
“Sai-Pio, confessi di avere messo in scena più volte il miracolo della lievitazione?”
“Beh, sì, all'inizio era poco più di uno scherzo, ma alla gente piaceva...”
“Sai-Pio, confessi di avere finto di possedere le stimmate?”
“Devo dire che quell'eritema mi tornò molto utile”.
“Sai-Pio, con quante donne in stato di trance hai giaciuto, al fine di provocare in loro le cosiddette gravidanze miracolose?”
“Non ricordo, e poi non erano tutte le verginelle che dicevano di essere, cioè, contestualizziamo”.
“Sai-Pio, cos'hai da dire a tua discolpa?”
“Mah, niente. A parte che credo di essere uno dei più grandi benefattori dell'umanità. Ma non so se qui sia considerato un titolo di merito”.
“Tu? Un benefattore dell'umanità”.
“Uno dei più grandi, sissignore”.
“Un ciarlatano che simulava i miracoli? Un santone impostore che si faceva intestare i conti correnti dei giovani sprovveduti e delle vecchiette rincitrullite?”
“Già, e non dimentichiamo le frodi fiscali, ne ho commesse di astutissime”.
“E ciononostante ti consideri un benefattore”.
“Beh, avete dato un'occhiata ai bilanci dei miei ospedali?”
“Sono tutti truccati, ovviamente”.
“Sì, no, intendevo ai bilanci di vite umane che le mie cliniche, mirabilmente dirette dal primario dott. Asanta hanno salvato in questi cinquant'anni? Santissimi giudici, non so esattamente quali sono i metri con i quali qui si misura il bene o il male. Io per me ho stabilito questo principio empirico: è bene tutto ciò che concorre alla riduzione aritmetica del dolore. Dopodiché, sì, lo ammetto, per raccogliere fondi ho fatto il buffone. Ho finto un sacco di miracoli, perché è quello che la gente vuole. Ma le monete che la gente mi lanciava le passavo al dottore che faceva i miracoli veri. Ho salvato molte più vite, ho raccolto molti più fondi io, da ciarlatano, che tanti onesti uomini di fede o medicina con i loro ridicoli scrupoli morali piccoloborghesi. Sono stato un vero difensore della scienza, un mecenate”.
“E dovremmo salvarti per questo? Per il fine che giustifica i mezzi?”
“Non vi immaginavate che fossi così laico anch'io, eh?”

Il mondo sarebbe girato diversamente se al piccolo Sai-Pio, nato in un piccolo villaggio delle province meridionali, i dottori non avessero diagnosticato un handicap inguaribile e mortale...

*******
"Non so", disse la pensosa Verola, "morte ce n'è, sofferenza pure, ma manca quell'afflato violento che cercavo, l'odore del sangue che sgorga e scorre, del resto cosa aspettarsi da un prete".
"Ho fatto del mio meglio", osò rispondere don Tinto.
"Del tuo meglio? Andiam bene", commentò Arci. 
"Perché, cosa c'è che non va".
"Hai finito coi puntini di sospensione. Ripetendo il primo paragrafo. Un espediente da corso di scrittura creativa, primo anno".
"Senz'altro tu sai portare la punteggiatura a ben altre vette di originalità espressiva..."
"Non per vantarmi, ma..."
"Domani", disse l'assonnata Verola, "Arci ce lo dimostrerà domani sera. Adesso si va a nanna, ché domani mattina sul presto si va a fiocinare i pesci in via d'estinzione. E a pranzo, grigliata!"
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La supplente

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(2009)
Agosto
Carissimo Aureliano! Come sta il mio anarcosindacalista prediletto?
Ti scrivo per condividere teco il gaudium magnum: ho rassegnato le dimissioni dal dipartimento. Dimissioni ufficiose, evidentemente, giacché il tignoso cattedratico che ho servito e riverito per un lustro tondo s'era ben guardato dal regolare la mia posizione con un qualsivoglia contratto. O tempora, o mores... Cinque anni della mia unica vita dilapidati alla corte di un barone senescente – consumati a completargli le ricerche, a gonfiarne le bibliografie, per tacere di tutte le sessioni d'esame che mi sobbarcai in sua vece, e tutto questo a che pro? Per vedermi sgraffignare un assegno di ricerca dalla prima figlia di un sodale del congiunto della collega di un ateneo lucano? De hoc satis: mi sono infine affrancata dalla schiavitù. Ora almeno avrò tempo per finire quel lavoro sugli scoliasti del Millecento – ma no, non temere, non verrò inghiottita dal Maelström della disoccupazione. Nel mentre che cerco un'occupazione confacente alla mia formazione (impresa ardua, lo concedo), ho accettato a partire da settembre una di quelle supplenze presso una scuola media secondaria inferiore che da anni mi vengono offerte e che ho sempre snobbato. Per una come me, avvezza a interagire con studenti ultraventenni, sarà senz'altro un'esperienza curiosa, ma (mi auguro) formativa. Chissà che non riesca a introdurre qualche diavoletto preadolescente ai misteri della filologia medioevale.

Settembre
Saluti da un'ormai ex giovane promessa della filologia. Scusa se non ho risposto alla tua cartolina con qualcosa d'altrettanto kitsch, ma ero praticamente rinchiusa in un monastero apuano dove mi sono portata avanti con la mia ricerca sugli scoliasti – e nessuno smerciava cartoncini illustrati. So che riderai nel leggerlo, ma è stata un'estate meravigliosa. Comunque, è giunta al termine.
So che friggi di condividere le mie impressioni sul mio nuovo ambiente di lavoro. Ebbene, i colleghi sono più o meno la congerie di frustrazione e pressapochismo che presagivo. Tu che sei il solito materialista mi dirai che è una questione di stipendio; che nessun ingegno men che mediocre può rimanere a lungo in una posizione professionale così mal remunerata. Come se l'università, da cui provengo, fosse più generosa coi suoi giovani addetti... del resto non c'è bisogno di ripeterci quanto i lavoratori dell'intelletto siano svalutati ovunque. Eppure in nessun contesto mi era capitato di percepire una rassegnazione così disperata come nella sala insegnanti da cui provengo dopo una riunione di tre ore. E dire che i prepuberi non mi sembrano quei selvaggi descritti a tinte così fosche dagli organi di stampa. Non che li conosca ancora molto, le lezioni sono cominciate da appena una settimana – ma mi paiono grosso modo vivaci come lo erano i miei compagni ai nostri tempi. Rammenti? Se seppi conquistare i vostri favori smerciando compiti e ripetizioni, non dovrei faticare troppo ad attirare la loro attenzione, ora che ho un bagaglio ben più ricco di nozioni da offrire. Già ora mi sembrano ben disposti nei miei confronti: quando gli racconto del medioevo mi ascoltano per ore intere, alcuni a bocca aperta. Non so quanto riescano effettivamente a seguirmi, ma si tratta di seminare: qualcosa crescerà.

Ottobre
[...] quanto ai miei studenti, dopo un paio di settimane trascorse a raccontar loro, sostanzialmente, gli affaracci miei (affaracci pure non privi d'interesse linguistico) ho pensato che fosse tempo di verificare le loro competenze linguistiche, e ho impartito loro il primo tema. È stato uno choc.
Più di metà della classe è praticamente analfabeta! Per alcuni di loro sembra troppo ambizioso anche l'obiettivo di tracciare segni consequenziali lungo le righe di un foglio protocollo: vanno su e giù tracciando grafi mostruosi. Li si direbbe tratti a forza da una caverna, non da scuole elementari di un certo prestigio. Persino i più bravi non hanno idea di cosa sia la punteggiatura: alcuni ficcano virgole e punti alla rinfusa tra le parole di un tema già composto, come pittori informali che ritocchino la loro opera scuotendo il pennello delle ultime gocce di tempera. Ovunque strafalcioni, termini dialettali, anglismi storpiati... alcuni di loro quando non sanno compitare una parola la sostituiscono col disegno, o con le orribili “faccine” mutuate da internet e dalla telefonia cellulare: il risultato sono rebus inintellegibili che mi fanno rimpiangere i manoscritti che sfogliavo quest'estate.
Correggere quei brogliacci è un'impresa disperata – non di rado l'inchiostro rosso delle mie correzioni sovrasta il nero e il bleu delle loro bic incerte. Ma poi, che senso ha segnalare i loro errori per iscritto? Tanto non riusciranno a interpretare nemmeno i miei segni...
Peraltro, è una faticaccia che non mi aspettavo. Tutto il tempo che speravo di dedicare alla rifinitura del mio saggio sugli scoliasti se n'è andato in queste disperate e (temo) inutili correzioni. Ho faticato anche a trovare il tempo per rispondere alla tua mail, come vedi. Scusami ancora, tua [...]


Novembre
[...] Dal fronte degli asini nessuna novità. Anzi, ti dirò: per qualche tempo ho temuto che a me inconsapevole fosse stata affibbiata una classe di minorati. Ma il collega al quale ho esibito i brogliacci ha scosso la testa e mi ha, per così dire, rassicurato: il livello dei miei studenti non si discosta molto da quello delle altre classi, così come il nostro istituto non si discosta dalla media nazionale. Con una profonda rassegnazione, di cui ora comprendo meglio le cause, mi ha spiegato che l'abbassamento della competenza linguistica dei bambini è un fenomeno ormai riconosciuto, e in parte riconducibile all'inserimento nella scuola elementare di altre materie, come la lingua straniera o l'informatica, che hanno sottratto ore importanti alla lingua italiana. L'afflusso di bambini stranieri da alfabetizzare ha completato il quadro. Il collega si è perfino provato a consolarmi! Mi ha detto che meno sono pratichi del linguaggio scritto, più tendono ad affidarsi alla comunicazione orale, per cui diventa relativamente più semplice catturare la loro attenzione raccontando delle storie. Me ne ero già accorta, si bevono tutto! Ma descrivendo le mie avventure medievali non ero consapevole di partecipare a mia volta a un'operazione di regressione culturale... dunque è quello che sono diventata? La maestrina dalla penna rossa che racconta favole a bimbi con la bocca aperta? No, questo no.
Ho fatto un esame di coscienza: forse avevo preso questo lavoro sottogamba, credendo che si trattasse di svolgere mansioni già ben definite, a cui avrei potuto dedicare solo una piccola parte del mio tempo e del mio intelletto. Avrei dovuto capire subito che le cose non stavano così. Ma credo di avere ancora tempo per rimediare ai miei errori.
Così ho fatto a me stessa un giuramento: alfabetizzerò questi somari. Li bombarderò di grammatica, li tempesterò di dettati: loro sbaglieranno e io li correggerò, dovesse essere l'ultima supplenza che accetto. Tu mi conosci: non pretendo di saper fare di tutto, ma quel poco che so fare voglio farlo bene.

Dicembre
Carissimo, buon Natale! Io non l'ho mai atteso con tanta trepidazione da quando a undici anni mia zia mi promise la Barbie Monaca. No, stavolta non ho in programma alcuna vacanza-studio in un eremo, ma ho qui a casa una pila di quaderni da correggere che sfiora il soffitto.
Il fatto è che finché non cominci a fare questo mestiere non puoi capire che lavoraccio sia correggere. Per spiegartelo devo fare affidamento ai tuoi ricordi di scuola, rammenti i pomeriggi trascorsi davanti a qualche esercizio nemmeno troppo lungo o complicato, ma comunque noioso e ingrato? Ricordi come bastasse una breve versione, o qualche espressione matematica, o un capitoletto di storia da studiare, a riempire di angoscia quelle ore che in teoria avrebbero dovuto essere le migliori della nostra vita? E la fatica impiegata non tanto a tradurre dal latino o a risolvere le operazioni, no, ma a trovare la forza morale di alzarsi dal letto, spegnere un telecomando, zittire la radio, chiudere la rivista ed estrarre un libro dallo zainetto, ecco, ti devo confessare che le ultime settimane mi sembra di averle trascorse così, a ingannare il tempo mentre la Pila dei Compiti in Arretrato si allungava, in piena regressione puberale. I miei pomeriggi sono inghiottiti da buchi neri di vergogna, addirittura mi capita di bloccarmi ore intere sul divano, davanti a stupidissimi programmi per casalinghe, perché la prospettiva di correggere per la centodecima volta la q di “aqqua”, di “cuadro”, perfino di “squola”, mi schianta. Quello che più mi pesa è appunto il dover ripetere infinite volte le stesse correzioni: mai come ora il rapporto di un insegnante di italiano per ogni sessanta studenti mi è apparso in tutta la sua inicuità. E dire che molti pensano al nostro come a un lavoro creativo! Una catena di montaggio, piuttosto. Almeno funzionasse bene, almeno producesse qualcosa di buono.

Gennaio
[...] Sei stato ben impietoso a rilevare il mio errore... sì, è successo, ho scritto “iniquità” con la c. La tua sorpresa è anche la mia, sai che non sono abituata a refusi del genere.
Ma cerca di capirmi, passo ore intere a correggere sciocchezze, ad accorciare lunghe frasi asintattiche e raddrizzare passati remoti e congiuntivi storpiati, alla fine è normale che qualcosa mi sfugge.
Non so se ti è mai capitato di ripetere una parola a voce alta, o anche solo mentalmente, finché essa non perde il significato e non rimane che una nuda veste di sillabe scorticate: è la stessa cosa che mi capita dopo una sessione intensiva di correzioni di grammatica. A volte ho la sensazione che quel poco di ortografia che riesco a infondere ai miei ragazzi, lo sto perdendo io.
Loro poi non hanno colpa se hanno avuto insegnanti mediocri e remissivi come i miei colleghi, che spesso interpretano il mio impegno come il zelo superficiale di una neofita che non ha ancora capito come vanno le cose a questo mondo, per esempio l'altro giorno il mio collega, te ne avrò parlato, uno di quelli con cui almeno ci si può parlare, mi ha detto testuale: “Vacci piano a correggere la punteggiatura”. E io: perché dovrei andarci piano? È il mio mestiere. E lui, scuotendo la testa: certo che è il tuo mestiere, ma se vai avanti così rischi di bruciarti. Cioè, siamo alle minacce, capisci? Basta l'arrivo di una nuova supplente per farli sentire scomodi sugli scranni sfondati delle loro cattedre, e dire che io all'inizio un po' ci contavo sulla loro collaborazione, e invece no, non mi anno aiutato per niente.

Febbraio
E successa una cosa bruttissima. Pochi giorni dopo l'ultima mail che ti avevo scritto mi é venuta un influenza pesissima, le scuole sono dei focolari di virus non indifferenti. Sono stata a casa dieci giorni e ne ho aprofittato per mettere giù quella ricerca medievale di cui ti parlavo, ti ricordi? Be' la rivista di studi medievali a cui o spedito il mio pezzo me là mandato indietro. Quell'oca della direttrice, una mia ex compagna di corso che se non era per le fotocopie dei miei appunti era ancora dietro a laurearsi, mi scrive che la ricerca “non soddisfa i nostri standard editoriali”??? ed è sempre la stessa rivista che da quando ci lavora lei scazza una bliografia su tre, e hanno il coraggio di criticare, la mia sintassi! Un articolo a cui lavoro da un anno, lo letto e riletto finche non mi e venuta la nausea, senzaltro puo essermi sfuggito un errorino, ma i correttori di bozze ci stanno per questo o no???

Marzo
Caro,
finalmente buone notizie: ti ricordi che ero stata a casa da scuola X 10 giorni? Bhè non me lo sarei mai aspettato, ma la collega di italiano che mi aveva sostituito é passata a farmi i complimenti e ma detto che erano da anni che non le capitava di insegnare a ragazzi cosi preparati in ortografia e in sintassi, e con un lessico cosi ricco e vario, a proprio detto cosi! Mi a anche chiesto qual'è il mio segreto e io:  non cè nessun segreto, gli faccio scrivere e gli correggo, gli faccio scrivere e gli correggo, 6 mesi cosi si vede che qualcosa serve, e tra l'altro io non avevo notato tutto questo milioramento, ma se lo dicono i colleghi penso che probabilmente e vero. Insomma in questo periodo mi sta dando più soddisfazione la scuola che la ricerca!!! ki lavrebbe mai detto??? bacioni

Aprile
Non sto bene
Non e tanto la scuola, la scuola è ok, i ragazzi sono forti, ma i compiti i compiti mi danno la nausea non riesco + a leggerli. O smesso di portarli a casa
Sono sempre stanca vado a letto alle 8 di sera mi sveglio alle 7 sono stanca lo stesso
Pensa che nel frattempo alla rivista anno silurato la tipa che mia rifiutato l'articolo!!!
Il mio professore a detto ke quello sarebbe il posto giusto X me ma io penso ke nn posso propormi in questo stato, faccio tanti errori, hai notato? E appena cerco di correggerli ancora la nausea
Il mio collega un giorno mi a detto secondo me ai perso dei gradi va dall'oqulista, ci sono andata, mi a detto ai perso un grado devi rifare le lenti
Non succedeva da quando andavo alle medie ma già, adesso ci sono tornata
Magari la prossima volta mi mettono lappparecchio per i denti ;-)
Scusa smetto perche mi viene ancora la nausea.
Ciao

Maggio
Il dottore mi a detto che se voglio posso ricominciare a scrivere un po X esercitarmi, e io pensato subito d scrivere a te. Scusa se trovi degli errori, ok???
È stato 1 esaurimento ha detto lui, X lo stress.
Io nn sapevo di essere sotto stress ma lui Signorina si fidi ognuno si esaurisce a modo suo lei si è esaurita il linguaggio
Mi a detto Ci sono quochi che per il troppo lavoro perdono il senso del gusto
e giardinieri perdono il senso dellodorato
lei uguale a perso la cosa ke + aveva coltivato fino da piccola, il gusto X le parole
ma tornerà, ho chiesto, lui a stretto le spalle
poi a suonato il campanello, erano due miei studenti!!! portavano un mazzo di fiori allora o detto: menomale ke nn sono giardiniera! loro nn anno capito.
Mi anno anke scritto un biliettino:


Alla nostra cara professoressa, 

per la pazienza e la dedizione con cui ci ha seguito
in quest'anno meraviglioso,
e con l'augurio di una pronta guarigione.
La classe III H


Post Scriptum: ci manca tantissimoooooo!

Ma mentre cercavo d leggerlo mi e venuto da vomitare e poi mi sono messa a piangere!!! ke vergonia


*******


"Non male, compagno Aureliano, non male", proruppe dopo qualche attimo di silenzio l'ironica Verola, "salvo il trascurabile fatto che avevo chiesto un racconto di morte, e qui la morte dov'è? Dov'è la sua vittoria?"
"Mia signora, se non erro si parlava di morte, sì, ma anche, in un'accezione più figurata, di malattia, di sofferenza, e io ne ho profittato per illustrare la progressiva perdita di senso di una giovane operatrice del comparto cognitario, che con la sua bizzarra sindrome illustra..."
"Seh, seh", interloquì don Tinto, "la verità è che il tuo irriducibile pacifismo t'impedisce di attentare alla vita dei tuoi stessi personaggi, per quanto immaginari".
"Se ho capito bene", disse allora Verola, divertita, "abbiamo qui tra noi uno di quelli che da bimbi si facevano scrupoli a far cadere i propri soldatini in combattimento? Tuttavia non credo che la non-violenza paghi, in narrativa. Per ora Aureliano si è guadagnato una nomination; domani sera vedremo se il nostro amico Parroco saprà trattare con maggior crudeltà i suoi personaggi. E ora a letto, che domani c'è il corso di cucina. Tenetevi per detto che non mi prenderò un partner che non mi sappia preparare un brunch come si deve".
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Di ronda in ronda

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(2009)

"Mia signora - cominciò dunque Taddei - lei è troppo giovane per ricordare di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada, non sapeva di chi fidarsi..."

Certo, quando proprio le cose si mettevano male c'erano i Poliziotti. Si chiamavano col telefono, e a volte arrivavano, con le volanti, le sirene, le mitragliette – ma poi si mettevano a fare domande anche a chi non c'entrava o non voleva c'entrare, s'impicciavano dei fatti altrui, insomma alla fine nessuno li chiamava volentieri.

Invece gli Uomini in Camicia Verde, quando cominciarono a venire, non facevano domande. Soltanto: Tutto Bene Signori? Possiamo esservi utili in qualche modo? Erano gentili, e non mostravano le armi (all'inizio non le portavano nemmeno). Si fermavano sempre al bar da Pino a prendere il caffè, e insistevano per pagarlo. Poi si mettevano a chiacchierare, più di calcio che di politica, fino a mezzogiorno, quando andavano a dare un'occhiata al vialetto su cui si affacciavano le scuole. L'anno prima era morto un ragazzino, messo sotto da un pirata, così i vigili non si erano lamentati troppo quando gli Uomini in Verde avevano cominciato a dare una mano col traffico. Inoltre, da quando erano arrivati, non si era visto più un solo spaccino del Magreb intorno alla scuola. Si capisce che i genitori fossero molto contenti delle Camicie Verdi – molti chiesero anche di unirsi, erano felici di dare una mano. Persino alcuni magrebini chiesero la casacca.

Quando ci furono le elezioni, e nel quartiere il partito degli Uomini in Verde vinse a man bassa.

Dopo le elezioni ci furono dei tagli, per via della crisi economica. Davanti alla scuola i vigili non si videro più, ma all'inizio nessuno ci fece caso. Tanto c'erano gli Uomini in Verde, ed erano capaci di dirigere il traffico quanto chiunque altro. Anzi, molti automobilisti del quartiere avevano più rispetto dei Verdi che dei Vigili, perché i Verdi ormai erano tutta gente del quartiere, che sapeva chi eri che mestiere facevi e dove parcheggiavi la macchina: perciò non era proprio il caso di fare gestacci al finestrino. Così, man mano che i semafori si spegnevano (il comune non poteva più permettersi la manutenzione), il traffico rimase in mano ai Verdi, ma tutto sommato funzionava. Si facevano meno incidenti, la gente ci metteva più attenzione. Non era più come una volta, quando guidare in città era come schivare i birilli: adesso dovevi stare attento a chi ti osservava; guidare era tornato a essere un gioco di relazioni. Lo dicevano anche i sociologi: le Ronde ci hanno costretti a uscire di casa, a riscoprire il concetto di cittadinanza attiva, eccetera. Gli Uomini in Verde vinsero anche le elezioni successive.

Però la crisi economica continuava, e molti onesti padri di famiglia cominciarono a borbottare e chiamarsi fuori. Il fatto è che le ronde erano cominciate in sordina, come un dopolavoro per pensionati, e man mano erano diventate sempre più importanti: ora, senza una camicia verde all'incrocio, si rischiava il caos. Fare un turno agli incroci poteva essere molto stressante, e anche se tutti ti dicevano grazie e votavano per il tuo partito, ugualmente dopo un po' cominciavi a sentirti un pirla a farlo gratis. Alla fine restarono soltanto i più esaltati, e i disoccupati: e quest'ultimi (alcuni dei quali magrebini) ormai le ronde le facevano soltanto intorno alla villetta dell'Assessore alla Sicurezza, quello eletto coi voti degli Uomini in Verde. Costui alla fine riuscì a sbloccare qualche fondo comunale, ma erano briciole.

Nello stesso periodo un odioso piromane cominciò a dar fuoco alle automobili del quartiere, una ogni notte. A quel tempo ormai la Polizia non aveva più compiti di sorveglianza: in base al principio di sussidiarietà si dava per scontato che a queste cose ci pensassero le ronde. Anche gli Uomini in Verde ritenevano che la cosa fosse affar loro; soltanto chiedevano ai residenti del quartiere di contribuire alle spese per la vigilanza notturna. Così fu organizzata una colletta: gli Uomini in Verde passavano di casa in casa, e ciascuno dava secondo la sua necessità e la sua cilindrata. Chi aveva il garage pagava il triplo, perché (spiegava l'esattore) anche i garage dei tirchi prendono fuoco molto bene.

Fu una gara di generosità davvero commovente: tutti diedero qualcosa. Solo Pino, il titolare del bar, non volle partecipare, per via di un'annosa bega col boss degli Uomini del quartiere, un vecchio conto da saldare. Beh, sì, certo, era capitato spesso al boss di offrire da bere alle sue Camicie, al termine di un turno faticoso, e tante volte aveva detto “segna sul conto”: sempre in attesa di quei maledetti fondi che non si sbloccavano mai, ma la colpa di chi era? Comunque se Pino non voleva pagare per la vigilanza, per la protezione, era un suo diritto, erano fatti suoi.

La colletta fu un successo: nessuna automobile o garage prese più fuoco nel quartiere. Un mese dopo tuttavia fu il bar di Pino ad andare in fiamme.

I famigliari gli sconsigliarono di chiamare la polizia. Cercarono anche di convincerlo ad accettare la generosa offerta del Boss, che voleva rilevare le macerie del bar per installarci un circolo ricreativo delle Camicie Verdi. Pino però era una testa dura, e aveva contatti in altri quartieri. Vendette la licenza a un suo lontano parente, e sloggiò. Il bar, trasformato in Ristorante, riaprì due mesi dopo, con certi ceffi dentro che nessuno aveva mai visto in zona. Quando gli uomini in casacca verde provarono a chiedere la questua, furono cortesemente accompagnati alla porta con qualche colpetto di manganello alla nuca. Questo rese evidente a tutti che gli Uomini in Nero avevano messo piede nel quartiere.

Gli Uomini in Nero non avevano mai avuto una grande presenza in zona, ma in altri quartieri erano maggioranza. Si raccontavano cose favolose e un po' orribili sui quartieri gestiti dai Neri: stranieri segregati, apartheid sulle panchine ai giardinetti, scolaresche al passo dell'oca, eccetera, ma in gran parte erano leggende. Certo, avevano un'organizzazione un po' più militare, e questo in certe situazioni poteva servire. Per esempio, il Comandante Nero a cui era stato affidato l'ex bar di Pino era un fine stratega e sapeva che lo scontro frontale coi Verdi, per il momento, era fuori discussione. Bisognava andarci piano; così quando seppe dell'increscioso incidente andò pubblicamente a chiedere scusa al Boss dei Verdi, e lo invitò anche al ristorante, a bere alla sua salute e a sue spese. Il Boss ci andò; rifiutare l'invito l'avrebbe messo in cattiva luce, bisognava dimostrare di aver coraggio.

Quel pomeriggio, mentre il boss dei Verdi brindava nel locale dei Neri, ci fu una rissa davanti alle scuole. Una squadra di Uomini in Nero circondò tre magrebini in casacca verde che spacciavano. Questo era quello che facevano per mantenere le loro famiglie, da sempre: prima in borghese, poi, adeguandosi allo spirito dei tempi, in casacca verde. Inchiodati dalle prove fotografiche (e al vecchio semaforo in disuso), i tre spaccini sgamati fecero crollare l'indice di gradimento degli Uomini in Verde nel giro di una mezza giornata. La raccolta fondi porta a porta cominciò a fruttare meno: anche se nessuno osava rifiutare un obolo, quasi tutti piangevano miseria, trovavano scuse, scucivano spiccioli. Il boss Verde era già l'ombra di sé stesso, quando, un mesetto dopo, girando la chiave della macchina saltò in aria. La raccolta fondi fu temporaneamente sospesa. Qualche tempo dopo ci furono le Comunali e gli Uomini in Nero, a sorpresa, s'imposero nel quartiere.

La loro raccolta era molto più scientifica: si trattava anche per loro di dare ciascuno secondo le proprie possibilità, ma queste possibilità erano calcolate in base alle dichiarazioni dei redditi, grazie alle talpe che gli Uomini in Nero avevano nell'Ufficio Entrate. Tanto che alla fine la dichiarazione era meglio farla al sindacato degli Uomini in Nero: così i soldi per la protezione li detraevi direttamente dalle imposte. Insomma, da un punto di vista burocratico il progresso era innegabile. I Verdi erano sempre stati dei simpatici cialtroni in questo senso.

Il guaio dei Neri era la loro fissa col colore della pelle. Il quartiere era multietnico da quasi mezzo secolo; e questa idea che le ronde spettassero solo ai bianchi non passava. Era un vero e proprio boomerang; i ragazzetti con la pelle scura, che fino a pochi anni prima avevano potuto scegliere se spacciare o mettersi la camicia verde e fare le ronde, ora non avevano scelta: dovevano spacciare. Nel giro di sei mesi il parcheggio della scuola divenne una delle principali piazze di smercio della città. La gente cominciò a brontolare. Il Comandante Nero non ci badava. La gente cominciò a sussurrare che il Comandante Nero ci prendesse delle percentuali, in contanti e in polvere purissima. Il Comandante mandò una squadraccia a pestare gli spaccini. Tornarono alla base mogi mogi, coi manganelli fra le chiappe. Cos'era successo?

Era successo che il comandante Nero aveva sottostimato il problema. Il parcheggio della scuola era diventato una piazza talmente interessante da attirare l'attenzione della gang Morales, una banda di narcotrafficanti di origine andina con ramificazioni in tutto il mondo, che finanziava la Revolución Permanente vendendo droga ai viziati occidentali. Il core business dei Morales erano ovviamente i derivati della foglia di coca, di cui detenevano praticamente il monopolio nel lato nord della città: fornitori ufficiali del Sindaco, fronteggiarli era fuori discussione. Non solo, ma lo stile di vita libertario e lassista della gang stava facendo presa sulle giovani generazioni, che dopo un paio d'anni di marce e saluti romani ne avevano già abbastanza. La gang aveva anche un suo braccio politico, la lista rossa Izquierda y Libertad. Per quanto in crescita, difficilmente avrebbe potuto imporsi le elezioni, a meno che... non si fosse alleata coi Verdi.

Fino a qualche anno sarebbe sembrato impossibile, ma la politica ti ficca nel letto di strani compagni. Con l'aiuto dei Morales, la circoscrizione tornò in mano ai Verdi. Il loro capo, fratello minore del Boss esploso, fece giusto in tempo a prestare giuramento: un cecchino dei Neri lo centrò da un cornicione. A quel punto i Morales fecero una chiamata intercontinentale. Qualche giorno dopo il comandante Nero, accerchiato nel privé del suo ristorante, sollevò il capo da un vassoio di coca e vide sugli schermi a circuito chiuso che gli uomini della sua sorveglianza venivano a uno a uno strangolati da... incursori della marina boliviana? Oh, beh, “Me ne frego”, pensò lui: imbracciò il suo bazooka, spalancò la porta e...

***

“Qui non c'era un ristorante, dieci anni fa?”
“Io mi ricordo un caffè”.
“Il bar di Pino. Poi è andato a fuoco, e al suo posto ci hanno fatto una villa. E ora questa... questa voragine”.
“È stato un missile terra-terra, due anni fa. I Verdi stavano facendo una convention, una specie di rito celtico, che ne so io... qualcuno ha informato i Morales...”
“Ma non erano amici, una volta?”
“Divergenze. Pare che i Verdi non volessero più coca nel quartiere. Dicevano: noi vi proteggiamo, va bene tutto, anche le serre di cannabis sui terrazzi sono ok, però niente polvere ai nostri ragazzi. E così...”
“I ragazzi sono passati tutti coi Morales”.
“È più complicato di così. I Morales non hanno problemi a finanziarsi, sono una multinazionale. I Verdi invece continuano a stressare col pizzo, porta a porta, molta gente non ne poteva più. Qualcuno cominciava a rimpiangere persino i Neri”.
“Bene, e noi in tutto questo?”
“Ecco, dopo lo sterminio dei Verdi si è creato un certo senso d'insicurezza nel quartiere. È tutto in mano agli spacciatori e la gente non esce più di casa. Così il Monsignore ha pensato che potrebbe toccare a noi”.
“Ma i Morales...”
“Ci ha parlato il Monsignore, è tutto ok. Anche loro pensano che il quartiere sia un pessimo biglietto da visita. Ha bisogno di una ripulita”.
“Ci alleiamo coi rossi?”
“Solo all'inizio. Mettiamo su una chiesa, un oratorio, una sezione di CL, e quando avremo tirato un po' di gente dalla nostra, allora...”
“Quelli hanno i missili”.
“Ma noi abbiamo Dio”.
“E basta?”
“No, se vuoi saperlo è arrivata anche quella partita di granate all'uranio impoverito, contento?”
“Rendiamo grazie a Dio”.

Se chiedete ai nonni, forse qualcuno ancora si ricorda, di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada. Non sapeva di chi fidarsi...

*******

"Hai finito?"
"Certo, mia signora".
"Ecco!" esclamò la schietta Verola, "questo sì che è un racconto sul quale valeva la pena di sonnecchiare. Ma quelli del compagno Aureliano, più che sbadigli, mi sono sembrate esibite smorfie di disgusto. O sbaglio?"
"Mia signora", ammise quest'ultimo, "pur apprezzando la prima parte del racconto, in cui Taddei ha ben delineato la deriva sociale conseguente alla privatizzazione della sicurezza, non potevo condividere la caricatura della sinistra extraparlamentare, equiparata per esigenze macchiettistiche a un cartello di narcotrafficanti, mentre è proprio dai gruppi della sinistra cosiddetta radicale che viene l'opposizione più netta a..."
"Stop, stop", lo interruppe l'insofferente Verola, "ricorda che né tu, né Taddei, né gli altri, siete qui per fare politica, quanto piuttosto per roteare la vostra coda di pavone narrativa di fronte al mio severo giudizio critico. Come capiterà a te domani sera, intesi? E adesso a nanna, che domattina si fa spinning".
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La mia amica Boa

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(2000)
La mia amica Boa mi fa morire:

Per un bel po’ di tempo l’ho persa di vista – è in Zelanda per la muta, mi dicevano. E io a pensare che ci sono dei bei tipi giù in Zelanda, dei ragazzoni tosti, fanno tutti sport, hanno maglioni a collo alto e un erre moscia molto intellettuale. Ne prendi uno e come minimo nel tempo libero restaura le pellicole di Eizensozski, t’immagini? “Quelle del peviodo in bianco e nevo, che pev me sono le uniche che vavvebbe la pena vivedeve… e domani pvendo il lavgo col mio tve albevi, pevché non vieni?” Insomma appena cominciavo a immaginarmela, la mia Boa in Zelanda, mi veniva subito in mente che era meglio non pensarci. E passa un mese, passa una stagione, poi l’altra sera invito a cena il mio amico Prisco, e lui: “Senti, perché non chiami anche Boa, che è appena tornata, ed è ancora un po’ stranita?”
“Boa?” trangugio io, indifferente. “Perché, dov’era stata?”
“Ma vuoi scherzare? In Zelanda per la muta, c’è rimasta sei mesi… Ed è tutta scombussolata, ti dico, ha bisogno di vedere della gente, allora la chiami?”
“Maaa, non so, non è che siamo così in confidenza… però guarda, se la vuoi invitare tu…”

Così io passo tutta la domenica a riassettare la casa, scegliere i dischi e sistemare i soprammobili perché stasera vengono qui a cena i miei amici Prisco e Michele, e la mia amica Boa.
È gente che fuma parecchio. Mi affaccio al pianerottolo e li sento ansimare su per le scale (io sto al settimo piano, niente ascensore). Quando finalmente arrivano, mio dio! È uno stecco la mia amica Boa, uno stuzzicadenti! Sta in piedi per miracolo, anzi, perché Prisco le sorregge le spalle. È chiaro che non mangia da mesi. Così alla fine, non era proprio quel paradiso in terra la Zelanda.
“Ciao Boa! Quanto tempo! Come stai?”
“Bene, e tu?”
“Si tira avanti”.
Ma sì, e anche i tipi locali, gran fustacchioni, ma a vederli da vicino niente sostanza. Gente introversa probabilmente, cinque giorni sui libri e poi a sballarsi nel week-end, classici eiaculatori precoci. Per non parlare della cucina.
“Allora io non sapevo a che ora arrivavate, così ho aspettato a fare il sugo. Pensavo di fare una cosa con tagliatelle pancetta affumicata e un goccio di vino, vi va?”
“Fai fai”.
Apro il frigo e nell’involto della pancetta scopro due dita di muffa bianca e verde.
“Vuoi che ti aiutiamo?”
“Noo, faccio da solo”
Con un coltello tiro via le muffa. È gente che fuma parecchio, in fin dei conti gli puoi mettere davanti qualsiasi merda. Non sentono i sapori.

La cena è un successone, benché Boa non tocchi quasi il cibo. I ragazzi vanno matti per il mio sugo e non chiedono di meglio di spartirsi il suo piatto. (Prisco in particolare è un vero ingordo).
“E allora Boa”, azzardo, “dopo la muta, come ci si sente?”
“Mah”, fa lei, “normale, non fosse per tutta la gente che ti fa questa stessa domanda”.
Ecco, ho fatto un bel passo falso. Ma va bene, niente paura. Reagire prontamente. “Che ne direste di un caffè?”
Prisco ne vuole, Michele ringrazia e saluta perché deve svegliarsi presto, Boa domanda: “Posso buttarmi sul divano?”
“Certo, fa' come fossi a casa tua”.
Mi fa impazzire, la mia amica Boa.

Ritirata strategica in cucina. Ora bisogna fare molta attenzione, una altro errore sarebbe fatale. Analizziamo la situazione. Le forze in campo. Michele se n’è andato: ci siamo io, Boa e Prisco. Bisogna fare conversazione (purché lui non accenda la tv…)
E bisogna far entrare Boa nella conversazione. Sennò con quell’idiota di Prisco si finisce per parlare dei risultati delle partite. Purché non accenda per vedere i gol! Lei si addormenta ed è finita.
La caffettiera comincia a sibilare.
‘E allora’, le domanderò ‘questa famosa Zelanda?’ Per carità! Anche questo certamente glielo chiedono tutti. E nessun riferimento alla muta, al suo colore diverso e al fatto che non mangia mai, sarà ipersensibile a queste cose, dovevo pensarci prima.
La caffettiera gorgheggia. Pensa a un argomento. Un buon argomento. Un argomento intrigante. Cos’hai nella testa?
Niente, maledizione.
Cosa vuol dire niente, cerca meglio...
I maschi.
I maschi zelandesi?
E se le chiedessi semplicemente: ‘e allora, c’erano dei bei maschi laggiù?’ Ma perché no? Questo, forse, non glielo ha ancora chiesto nessuno.
Ma sì, tanto vale rischiare.
La caffettiera tossisce e sputazza. Tiro fuori tre tazzine e il vassoio buono. Mentre procedo verso il soggiorno, mi accorgo che Prisco ha spento la luce. Balugina nel corridoio la luce verdognola della tv.

“Tu non lo prendi il caffè, Boa?”
“No, meglio di no”.
E poi non mi piace proprio come Prisco ci si è steso accanto sul divano, il braccio dietro la schiena, cos’è tutta questa confidenza?
“Ma dico, l’hai visto il rigore che hanno dato a quei bastardi? Non hanno neanche più il senso del pudore”.
Si è preso il mezzo del divano e ha stretto Boa contro il bracciale. E ora io che faccio? Se mi metto sull'altro lato non riesco neanche più a vederla in faccia, altro che conversazione. E perciò resto impalato tra il video verde e il divano. Non va. Così non va assolutamente. Devo muovermi in un qualche modo.
“Ma cosa fai”, dice Prisco, “ti metti a sparecchiare a quest’ora?”
“Sì, domani ho la sveglia presto”.
Che manovra geniale. Lasciamo pure Prisco bollire nel suo brodo, con i suoi stupidi rigori da contestare. Se non s’addormenta in due minuti, Boa si sarà fatta comunque un’idea di quanto è noioso il mio amico, peggio di un birroso zelandese. E nel frattempo, io… ci faccio la figura del single responsabile e organizzato, mica perdo tempo con le partite, io, sparecchio subito e se mi gira lavo pure i piatti. Questo sì che è un buon messaggio.
Arriva una vocina soave dal soggiorno: “Vuoi una mano?”.
“Grazie, non c’è bisogno, faccio io”. Gli ospiti sono sacri.

Sennonché, ci dev’essere qualche cosa che in partenza non avevo calcolato, perché man mano che torno nella stanza verde a ritirare i piatti, i bicchieri, le bottiglie, l’olio, i tovaglioli, la tovaglia… ogni volta che passo le ombre dei miei due amici sul divano sono sempre più vicine, sempre più compatte, ormai si riesce a distinguere un’ombra sola, sempre più piccola. Il calcio in televisione è finito, ora c’è un corso universitario di zootecnia. Prisco non ha mai manifestato nessun interesse per la zootecnia, però non cambia canale. Io non ho voglia di cercare il telecomando nell’oscurità, non ho voglia di accendere la luce, non ho voglia di dare un’occhiata più attenta a quello che succede sul mio divano. L’unica cosa che mi viene in mente di fare è ritirarmi a lavare i piatti. Alla fine, domani devo veramente svegliarmi presto. La vita è dura per tutti.
Lavo piatti e bicchieri, strofino con attenzione forchette e coltelli (mi taglio anche un polpastrello, non è niente). Lavo e risciacquo, non ho mai risciacquato così tanto in vita mia. Si alzeranno prima o poi da quel divano, penso. Verranno a darmi la buona notte.
Asciugo le posate una ad una, asciugo anche i bicchieri, in un bicchiere c’è un alone e allora rilavo il bicchiere, anzi tutti i bicchieri, poi li risciacquo e li asciugo. Ma che ora è ormai. Si sono addormentati? E chissà in che posizione. Ma si sveglieranno bene prima o poi.
Sistemo ogni cosa al suo posto. Nel mio cassetto delle posate c’è una vaschetta per i coltelli, una per le forchette, una per i cucchiai, una (più piccola) per i cucchiaini. Una distinzione pratica che non ho mai voluto rispettare. Stanotte sì. Stanotte metterò tutto a posto. Per dimostrare a me stesso che sono un single organizzato e responsabile.
Organizzato.
Responsabile.
Single.

Non ne posso più. È casa mia, dopotutto. Mi lancio nel soggiorno.
Laggiù c’è un gran silenzio, un film muto alla tv, proietta ombre in bianco e nero. Il divano è immobile.
“Prisco”, bisbiglio, “ci sei?”
Una voce dolce, solo appena un poco rauca. “Ci sono solo io. Prisco è andato”.
“Sì? Ma quando?”
Un gran sospiro. “È sceso, è sceso anche lui”.
“Senza nemmeno salutarmi!”
Un altro gran sospiro. Cerco il suo viso nella penombra, lo trovo ancora più pallido del solito, e imperlato di sudore.
“Boa, ma stai bene?”
Un terzo sospiro e poi, come un miracolo: una lacrima. Una lacrima densa, sospesa al bordo del ciglio, incerta se buttarsi giù: finché non è talmente grossa da tracimare, correndo rapida per la guancia come un prigioniero in fuga.
“C’è qualcosa che non va?”.
“Sto bene, sto bene, è solo un po' dura da mandar giù”.
Stringo le spalle. “È un tipo fatto così”.
Tira su il naso. “Sono tutti uguali alla fine”.
Faccio segno col capo come per dire no, non siamo tutti uguali. Poi mi rendo conto di un particolare. Cioè, del fondamentale.
“Ma tu eri in macchina con lui, no?”
Per la prima volta della serata, mi fissa negli occhi. Ha iridi verdi che io vedo anche nel buio. “Davide”, mi dice. “Io sono davvero molto stanca…”
“Puoi restare qui se vuoi. Prendi il mio letto e io starò sul divano”.
“N-no, no. Resto qui se non ti dispiace”.
La mia amica Boa mi fa impazzire.

Tre giorni dopo viene a suonarmi Michele. “Senti, hai mica visto in giro Prisco? A casa sua non c’è nessuno”.
“No, non lo vedo da domenica sera. Vieni dentro, su”.
“Guarda, grazie, ma vado di fretta”.
“Ti faccio un caffè, dai. E poi ti mostro una cosa”. Ho una gran voglia di mostrargliela, in effetti.
“Che strano però. Venerdì dovevamo andare su in montagna, e lui scompare. Ho chiamato in casa e ho chiamato nel suo ufficio: niente…Toh, ma non mi hai detto che c’era Boa! Ciao, Boa!”
“Sssst! Non vedi che dorme?”
“Ha proprio fatto il nido a casa tua, eh? Sembra quasi che non si sia spostata un centimetro dall’altra sera”.
“Senti, tu sai se c’era qualcosa di tenero tra lei e Prisco, negli ultimi tempi?”
“Uscivano assieme, ma niente di importante. In effetti…”
“In effetti?”
“La prima cosa che ho pensato, è stata: vuoi vedere che non ci sia andato con lei, in montagna, senza dirmi niente. Ma anche a casa di Boa non rispondeva nessuno”.
“Infatti lei è qui da domenica”.
Michele non può reprimere una smorfia incredula – con una sfumatura di invidia che è così dolce da assaporare (io poi la pregustavo da giorni).
“Il caffè è pronto. Se invece vuoi restare a cena, stasera ci sono gnocchi alla parmigiana”.
“Aspetta un attimo. Lei è qui dall'altra sera?”
“A quanto pare. Domenica abbiamo tirato tardi, e credo che lei e Prisco abbiano litigato, non so, io ero in cucina. Quando sono tornato, Prisco era già partito, e lei non sapeva come tornare a casa. Così io le ho detto: puoi restare. Le ho offerto anche il mio letto, ma lei ha insistito per restare lì, e si è addormentata di schianto… e da allora si deve ancora svegliare”.
“Ah, allora sta dormendo da tre giorni”. Michele sembra quasi rassicurato, benché questo sia il particolare più curioso di tutta la faccenda. “Certo che è strano…”, ammette.
“Beh, sai, alla sua età… è appena tornata dalla muta, è ancora scombussolata, è quasi normale”.
“Ma potrebbe essere in coma, o qualcosa di simile… forse dovresti chiamare qualcuno…”
“Non è in coma, ha un respiro regolare. Non ha niente, solo molto sonno. Ha litigato con Prisco, deve ancora superare la muta, ed è debolissima: cose che capitano. Credo che un buon piatto di gnocchi la rimetterà in sesto. È così patita”.
“Per la verità, non mi è mai sembrata così in carne”.
“Ma cosa dici? Non mangia mai niente, guardale il viso: pelle e ossa”. Le passo una mano leggera sulla fronte, imperlata di sudore. La mia Boa.
“Sì, ma guarda un po’ più giù”.
“Cosa c’è più giù?”
“Guardale i fianchi, la pancia… a me sembra quasi gonfia”.

In quel preciso momento mi viene in mente che Michele non ha mai voluto bene a Boa. E anzi, sin da bambini, quando eravamo tutti piccoli mostri, chi con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, chi con un apparecchio dentale a museruola, Michele era quello che si prendeva gioco delle debolezze di tutti. Certo, prima della muta, molto prima, Boa era stata una tipa cicciottella, così come io e lui eravamo stati dei ceffi brufolosi. E allora? L’infanzia è un incubo, ma poi ci si sveglia. Perché mettersi a rivangare queste orribili storie, ora? La verità è che Michele non sa crescere. Non si rassegna al fatto che siamo tutti diversi, che siamo adulti. Continua a vedere in noi i bambini di un tempo.
“Sai una cosa, Michele? Anche tu sei sempre quel ragazzino brufoloso”.
“Cosa?”
“Mi hai capito benissimo”.
Michele finge di non capire, ma gli trema la voce. Asciugandosi, i brufoli gli hanno lasciato due rughe grigie sulle guance, due parentesi per ogni suo sorriso. Lui fa finta di niente, tutti facciamo finta di niente, ma sappiamo che ogni sorriso di Michele va inteso tra quelle due parentesi.
“Ti dico che sei lo stesso ragazzino brufoloso, che non cresce mai. Vieni da me a piagnucolare perché il tuo amichetto del cuore ti ha dato un bidone, doveva venire con te in montagna, e a me cosa mi frega? Prisco è un adulto, ha le sue esigenze, non può mica starti appresso come a un poppante…”
“Ma Davide, cosa stai dicendo…” Finge di non capire, ma intanto ha portato le mani al volto, a toccarsi le cicatrici, come quando da ragazzino si torturava allo specchio.
“E anche Boa, non l’hai mai potuta sopportare, l’hai sempre presa in giro, non capisci che è un momento molto difficile per lei?”
“Ma io…”
“Tu non sai osservare le persone, tu non ti accorgi che le persone cambiano ogni giorno, che Prisco cambia, che Boa cambia, e anch’io cambio, e tu ti ostini a trattarci come bambini, quando il vero bambino sei tu. Il solito bambino brufoloso. E adesso puoi anche andartene, non avevi fretta? Io sono occupato, devo fare da mangiare per Boa”.
Michele scappa via, la faccia nelle mani.

È passato un altro paio di giorni, ma credo che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. Un buon sonno non può che farle bene – chi lo sa? Forse erano mesi che non dormiva. Con quel cazzo di vita notturna che si fanno in Zelanda, feste tutte le sere, e dio solo sa cosa bevono, cosa si fumano... certo se trovassi il modo di farle mangiare qualcosa, sarei più tranquillo. Ho sempre la speranza che da un momento all’altro si svegli affamata, davanti a un piatto fumante di trenette al pesto, o di lasagne verdi, preparato da me.
“Boa…”
“Mmmmm?”
“Boa, è venerdì, cosa ne dici di tirarti su? Ti ho preparato il risotto allo zafferano…”
“Mmmmmm”.
“Te lo tengo in caldo, vuoi?”
I suoi genitori? Se fossero in pensiero chiamerebbero; ma quelli sono sempre via… In fondo non c’è da stupirsi che Boa sola in casa faccia la fame. Nessuno cucina mai niente per lei. Ma qui da me può riposarsi. Io intanto le preparo il pasticcio di maccheroni al forno (coi funghi). O la polenta coi ciccioli; perché no? Quando si sveglierà avrà abbastanza fame da mangiarsi un bue.
“Boa, è sabato”.
“Mmmmsì?”
“È sabato sera, magari è ora di alzarsi…”
“Mmmmno…”
“Ti piacciono le scaloppine di vitello? Con sopra una fettina di prosciutto e il formaggio? Io le rosolo con un cucchiaino di Marsala…”
Mi fa impazzire, la mia amica Boa.

Domenica, che è festa, mi sveglio presto e stendo la sfoglia. Ho pensato che non saprà resistere a un piatto di ravioli alle erbe. Col sugo di funghi. O tortelloni di zucca? Potrei fare gli uni e gli altri.
A mezzogiorno, mentre sorveglio le tre pentole (mi sono alla fine deciso per un tris di minestre), sento un sibilo dal salotto, e un soprassalto.
“Boa!”
“Ciao Davide”
Come avevo fatto a dimenticare quegli occhi verdi, sottili, quasi due fessure sospese su un mare interiore?
“Ho dormito”.
“Sì”.
Si stiracchia, languida, e mi mostra che è bellissima. Ma come ha fatto Michele a vederla gonfia, è liscia e sottile da far paura… potrei cingerle i fianchi con una mano sola.
“Avrai fame, immagino”.
“Mmmmm”.
“Ti sto preparato un po’ di cose: tortellini alla panna, ravioli e lasagne al ragù. Sai, oggi è festa ”.
Scuote il capo. “Vieni qui”, dice, indicando il posto sul divano accanto a sé.
“Sono sul fuoco in questo momento, ancora qualche minuto…”
“Vieni qui”.
Qui c’è una cosa da dire. Se sono imbarazzato, è anche perché ultimamente ho messo su un po’ di pancia. Specie nell’ultima settimana, con tutto quello che mangiavo – perché alla fine mangiavo anche la sua parte, non lasciavo lì nulla. E poi ero sempre in casa, uscivo solo per fare la spesa giù all’angolo… insomma, mi sento addosso qualche chilo di troppo. E ora lei mi osserva, alla luce del giorno, e ammicca con quell’occhio, sembra quasi che le piaccia più così.
“Dai, vieni. Siediti”.
Mi siedo.
“Tra qualche minuto c’è poi da scolare, eh!”
“Non preoccuparti”.
Si allunga contro di me, accanto a me, si avvolge a me, si lascia stringere, mi stringe. Allora è vero. Quante volte ho sognato che si svegliasse innamorata di me. Ed è successo. È sveglia ora. E mi vuole. Non ci pensa più agli Zelandesi, quei burini. Non pensa più a Prisco. Pensa a me. Mi stringe sempre più forte. Sempre più forte. L’ho salvata. Ora ha bisogno di me. Ha voglia di me. Apre la bocca.
“Boa, lo sai da quanto tempo io…”
Mi mette a tacere con un lunghissimo bacio. Mi stringe sempre più forte, e mi bacia in eterno. La mia amica Boa. Mi fa morire.

*******

"Non sono sicura d'aver capito il senso", disse la schietta Verola quando, dopo alcuni minuti di silenzio, fu chiaro a tutti che il racconto terminava lì. "Comunque chiedevo morte e un po' di morte Mària ce ne ha messa, quindi brava. O bravo? Boh. Ma spero che Taddei sappia fare di meglio domani sera".
"Perché proprio io?" chiese quest'ultimo.
"Così impari ad addormentarti a metà della storia, bamboccione", rispose la franca Verola: e dopo qualche formula di circostanza congedò l'assonnata comitiva, ricordando che la sveglia era alle 6.30, la cucina restava aperta per la colazione fino alle 7, e alle 7.15 erano tutti attesi in palestra per il training intensivo.
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Storia di Carola e di sua sorella

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(Introduzione)

Era Carola una giovane di nobili natali a cui la Natura, così parca abitualmente, così prudente nel dispensare i suoi doni ai mortali, aveva viceversa profuso un'avvenenza e un fascino senza pari: e tutto questa senza volerla sprovvista di un'intelligenza acutissima e viva, e di quel buon senso senza il quale tutte le altre doti e talenti non sono che spinte scomposte in ogni direzione, che tirandoci di qua e di là non ci portano veramente in nessun luogo, incatenandoci viceversa ai nostri fallimenti, quando non sono talmente violente da dilaniarci. Non così per Carola, la quale, al culmine di una carriera ricca di soddisfazioni professionali, dopo essere stata lungamente corteggiata da uomini d'arte e di potere, aveva preso in isposo il Presidente di un reame ricco e potente, il cui popolo l'amava e invidiava con alternante intensità.

Un giorno, mentre nel Palazzo presidenziale ella disbrigava gli affari correnti, gettando uno sguardo distratto a una finestra invasa da un cielo insolitamente sereno, Carola si sentì pungere dal cocente desiderio di rivedere la sorella maggiore, con cui madre Natura non era stata meno generosa, e che aveva sposato l'anziano Presidente del reame confinante. Senza indugio ordinò che fossero preparati i bagagli, e si avvertisse l'augusto marito che sarebbe stata assente tutta la settimana. Ma poi, quando già il convoglio presidenziale era a un buon punto sulla strada dell'aeroporto, si accorse di aver dimenticato una spilla che Verola, la sorella maggiore, le aveva regalato in occasione del suo matrimonio, e che nel trasporto degli addii aveva giurato di portare sempre con sé (ma poi aveva chiuso nel penultimo cassetto a partire dal basso del terzo comò della seconda cabina armadio). Ordinato dunque agli autisti e alla scorta un repentino dietrofront, Carola giunse al palazzo presidenziale ben oltre l'ora del tramonto: credette tuttavia che introducendosi con discrezione nei suoi appartamenti non avrebbe disturbato il diletto marito, il quale era solito lavorare fino a tardi ai suoi decreti nella sala del consiglio. Quale fu dunque lo stupore della povera Carola, quando, penetrata nell'alcova presidenziale, vi trovò il diletto marito abbrancato a una robusta domestica circassa?

Sconvolta da ciò a cui il suo cuore non voleva credere, e di cui pure i suoi occhi non potevano negarle la visione, nulla seppe fare nell'orgasmo del momento, fuorché chiudere la porta sulla scena penosa e grottesca insieme, ripartendo nottetempo senza far parola con nessuno di quanto visto e sentito, e senza aver recuperato la spilla fatale. L'episodio non cessò tuttavia di tormentarla per tutta la durata del viaggio. “Non è tanto il tradimento” (pensava, dibattendosi sulla poltroncina di prima classe) “in somma, siamo uomini e donne di mondo, ma proprio sul nostro talamo nuziale? E il mio aereo non era nemmeno partito! Che razza di uomo è mio marito? Vi è mai stato qualcuno al mondo meno provvisto di rispetto per sé stesso, per la carica che ricopre, e per me? E vi è mai stata al mondo moglie di presidente più vilipesa?”

Di un simile tenore erano ancora i suoi pensieri quando finalmente fu ricevuta da Verola, la quale, pur nell'allegrezza per l'incontro lungamente agognato, non impiegò molto tempo ad accorgersi che un'ombra ostinata di malinconia raffreddava l'umore della sorella adorata. Ma per quanto ripetutamente le chiedesse il motivo di questa tristezza, non ebbe da Carola che vaghe risposte sull'insostenibile vanità degli uomini e blablà. “Non vuoi veramente saperlo, sorella: contentati di riconoscere in me la più triste e insultata delle donne”. Andarono avanti così per due o tre giorni, dopodiché Verola, molto presa dalla sua agenda istituzionale, dovette recarsi da qualche parte a tagliare un nastro o consegnare un premio. “Sorella diletta”, le disse allora, “nel tempo che hai trascorso qui tra noi non hai ancora visitato i giardini presidenziali, luogo di delizie se mai ve ne fu uno in questo Reame. Ora che debbo assentarmi per qualche giorno, te li raccomando fortemente: chi sa che una breve passeggiata nell'ora del crepuscolo, quando spira una lieve tramontana e il sole all'orizzonte incendia le nubi più basse e lontane, non possa in qualche modo lenire le tue pene segrete”. “Ci credo poco, mia cara sorella; comunque grazie”, le rispose Carola, e proseguì a soffiarsi il naso. L'indomani, tuttavia, ella si recò davvero nei giardini, dove ebbe modo di verificare che né gli esemplari botanici unici al mondo, né i cespugli dalle forme bizzarre e favolose, né i leggiadri getti d'acqua avevano il potere di rimettere in sincronia il suo cuore intermittente.

Immersa in pensieri di disprezzo e vaghi propositi di vendetta, Carola non aveva prestato attenzione al trascorrere del tempo: grande fu perciò il suo stupore quando – il sole stava per calare – vide entrare dal lato opposto del giardino una trentina e più di servitori provvisti di torce, al centro dei quali distinse una sagoma tracagnotta nella quale riconobbe immediatamente il Presidente marito di sua sorella, che pure sapeva in missione all'estero. Incuriosita dalla situazione, ma tutt'altro che ansiosa di farsi riconoscere dall'ospite di cui non apprezzava i modi un po' villani, né l'umorismo greve, si nascose dietro un cespuglio, verso il quale tuttavia il gruppetto convergeva: sicché la prudente Carola poté osservare la scena che qui sotto racconto quasi come se vi partecipasse.

Man mano che vedeva i servitori avanzare ignari verso di lei, scopriva che si trattava piuttosto di servitrici: alcune nella livrea della Presidenza, altre fasciate da un'uniforme di crocerossina che appariva tuttavia troppo stretta per risultare pratica; altre le si sarebbe dette, dalla divisa ugualmente discinta, agenti delle forze della pubblica sicurezza o delle forze armate; altre ancora, e non erano le più coperte, vestivano in borghese, e dall'acconciatura o dalla montatura degli occhiali si sarebbero dette istitutrici, se il trucco pesante e le movenze non avessero smentito questa prima impressione nel modo più spettacolare. Tutte quante apparivano poi troppo giovani per le professioni che i loro costumi denunciavano, e per qualsiasi altra professione che non fosse illegale ed esecranda; e tuttavia Carola, da donna di mondo quale in effetti era, non poteva negare una certa dose di professionalità ai loro movimenti (che del resto non rimasero impediti dai vestiti per molto tempo ancora). In mezzo a loro, rosso e tronfio, troneggiava il Presidente marito di Verola, come un fiore che non smettesse di attirare a sé farfalle e api danzanti e frementi; anche se Carola trovava più congruo pensare a una piccola pallina di sterco di cervo o cinghiale, rinvenuta in mezzo al bosco durante una battuta di caccia e sfiorata e baciata da cento moscerini e parassiti.

Capita a volte anche al più giudizioso degli automobilisti di non riuscire a distogliere lo sguardo da un catastrofico incidente avvenuto nella corsia contigua: vuoi per quella morbosa curiosità che ci suscitano gli orrori, vuoi per la torva soddisfazione di non farne parte. Similmente, per quanto trovasse ripugnante e osceno lo spettacolo che si dipanava dinanzi a lei, Carola non trovava modo di saziarsene gli occhi. Ad animarla non era certo un lubrico interesse per gli amplessi, il cui ritmo artificialmente sostenuto conosceva fin troppo bene, quanto un senso di distacco, che man mano che la serata andava avanti si impadroniva sempre più del suo cuore. “Ecco dunque”, si diceva, “un uomo che un tempo fu ambizioso e capace di ogni impresa, e oggi è potente e anziano, ricco di ogni cosa al mondo fuorché di giorni da vivere; che realmente potrebbe realizzare ogni suo residuo desiderio: e quello che desidera a quanto pare è essere lo zimbello di giovinette fatue e inconsistenti, parassiti persino troppo piccine per succhiare realmente, intendo per saper trovare la vena giusta. Cosa può trovarvi in loro, di paragonabile ai trionfi dei suoi giorni più verdi? E che fine ha fatto la sua esperienza del mondo, che lo soccorse in cento e più battaglie e rovesci di fortuna, e ora lo abbandona ai capricci di una scolaresca ginnasiale? Come può non rendersi conto che fingendo un vigore impossibile non si prende gioco del Tempo, ma è il Tempo piuttosto a prendersi gioco di lui? Ma è dunque questo il destino dei più dotati fra gli uomini: lottare per tutta la vita per traguardi sempre più ambiziosi, per poi cedere alla più banale e bestiale delle pulsioni?”, e altre simili filosofiche riflessioni con le quali forse Carola nascondeva a sé stessa la ragione più segreta del suo cambio d'umore: la sorella Verola era da compatire quanto e più di lei, e il pensiero, anziché colmarla della necessaria compassione, la consolava: la catastrofe che si annunciava era avvenuta nella corsia opposta alla sua, e un così esibito disprezzo della fedeltà coniugale da parte del cognato non poteva che derubricare il fugace amplesso del marito a banale scappatella, comprensibile, perdonabile e anzi già perdonata, prima che la luce dell'alba venisse a rischiarare la comitiva esausta, che col favore delle tenebre Carola aveva già abbandonato...
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Il Lodo Ligabue

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Le persone che non siamo diventate.

Stavo cercando di inventarmi un'ucronia, sapete, una realtà alternativa, non la solita dove Hitler vince la guerra; una cosa un po' più verosimile, del tipo: la CIR nel 1991 si prende la Mondadori, magari riesce anche a ottenere un'emittenza televisiva, la Fininvest perde smalto e quando arriva Mani Pulite Berlusconi è già decotto. Di conseguenza noi oggi saremmo... boh, una nazione normale? Una dittatura del popolo con gigantografie di Scalfari su tutti i muri? O viceversa Scalfari sarebbe caduto e dimenticato come Trotskij? Ma faccio molta fatica, non è come Hitler e il nazifascismo, una foto in bianco e nero da osservare da fuori. Questa è una foto a colori, e in più ci sono dentro anch'io, non riesco a mantenere il necessario distacco, voglio dire, nel 1991 ero quasi maggiorenne, andavo già in giro, facevo cose.

Oddio, “cose”.
In realtà l'estate 1991 è un angolo buio, non c'è neanche un Mondiale o un Europeo per aggrapparsi al ricordo delle partite. Tutto quello che riesco a ricostruire è che avevo comprato un biglietto per un concerto di un giovane cantautore rock di Correggio che l'anno prima mi aveva piacevolmente sorpreso – non è che andassi pazzo per il rock italiano, però il primo disco di questo tizio era la fotografia precisa di quello che stavo facendo io e i miei amici in quel periodo, ovvero niente.

Ma un niente molto inquieto, che cominciava alle ventuno nel parcheggio della parrocchia e che poteva portare in una pizzeria dall'altra parte della provincia, e da lì in una birreria che stava magari nella provincia di fianco, e poi a far la coda per entrare in una disco magari in un'altra regione, magari per rompersi le palle prima di entrare perché dai, ventimila lire e sono già le tre, e finire in un'altra birreria in un'altra provincia ancora, se non era già l'ora dei bomboloni in un forno ad altri cento km di distanza – insomma, in quel periodo la sera, più che andare in pizzeria, o in birreria, o in disco, si stava in macchina. Per ore intere, ad ascoltare musica con impianti stereo spesso più soddisfacenti di quelli che avevamo in casa, come a dire che alla fine le brevi consumazioni nei pub di Ravarino o Gualtieri non erano che pretesti, scuse per aggiungere chilometri alla serata. E questo nuovo rocker di Correggio, imparato a memoria sui sedili posteriori degli amici che avevano la patente, ecco, non è che suonasse così originale neanche allora, al massimo si poteva apprezzare che non cercasse di copiare Vasco; che partendo da un accento simile fosse già riuscito a costruire un birignao tutto suo. Ma soprattutto che parlasse di noi, esattamente di noi, che ci fornisse polaroid non importa quanto mosse o saturate della nostra vita banalissima e inquieta, e insomma, io venticinque sacchi per il suo concerto li avevo staccati, ma in realtà era anche e soprattutto una scusa per vedere la Franca.

Perché quando arrivava luglio e la scuola era terminata da un pezzo, e le corriere non si prendevano più, le persone che ti eri abituato a vedere tutti i giorni diventavano improvvisamente ricordi lontani (no cellulari, no facebook), e l'idea di rivederle diventava un miracolo, un'epifania, la sola fantasia di poterle riavere per un istante nel campo visivo ti rendeva capace di espedienti astuti e temerari, o viceversa penosi e ridicoli, come comprare un biglietto per Ligabue senza avere la macchina per andarci. Nessuno dei miei amici mi avrebbe accompagnato, non so perché poi: probabilmente erano troppo tarantolati, troppo schiavi dell'inquietudine del motore a scoppio per accettare le costrizioni di un concerto, il dover restare bloccati nella stessa folla per un'oretta senza poter girare i tacchi in qualsiasi istante “O raga mi son rotto le palle, andiamo a Pievepelago che c'è un posto dove hanno la birra non filtrata?” E un po' li capisco, in fondo sono anch'io così. Quando non sono innamorato.

Ecco (comincio a ricordare) io nell'estate del 1991, mentre De Benedetti e Berlusconi si giocavano la Mondadori e il destino dell'industria culturale, ero sbandato perso per la Franca, totalmente drogato di quella cosa potentissima che è l'assenza, dopo mesi e anni che avevo avuto per parlarle invece di far lo scemo con Baraldi sui sedili posteriori, poi arriva l'estate del 1991 e magari non avevo neanche il numero del suo fisso. Ma Ligabue a Nonantola non se lo sarebbe perso. Di questo ero sicuro, e di nient'altro: Ligabue le piaceva, l'iscrizione in uniposca sopra la tasca del suo zainetto non mentiva e soprattutto non potevano mentire le foto appiccicate sulle pagine estive della sua smemo (intercettata da Baraldi durante una innocente finta colluttazione sui seggiolini). Oggi, ripensando al primo tizio con cui si mise (e al tizio con cui si mise due anni dopo, il padre se non sbaglio dei suoi quattro cattolicissimi figli, ma potrei aver perso il conto) mi sembra evidente ciò che nel 1991 non mi attraversava nemmeno per sbaglio il cervello, ovvero: Ligabue le piaceva soprattutto in quanto uomo; le piaceva quel tipo di vitello emiliano con quell'aria da sventragalline a riposo, con quell'esistenzialismo alla Lupo Alberto, per cui è sempre colpa della sfiga, è Dio che ce l'ha con me, ma se tu insisti baby mi converto, quel tizio che a ventisei anni ne mostra trentasei ma poi inspiegabilmente si blocca lì, quindi di recente devo averlo sorpassato a destra. Non che abbia molta voglia di controllare.

Dunque a Franca piacevano quei tipi lì, questo mi è terribilmente chiaro solo oggi, però voglio dire, non è detto, uno passa anche trent'anni di vita senza assaggiare ghiaccioli all'anice, poi scopre che esistono e diventa matto e ne vuole tutti i giorni, sì, cose di questo tipo succedono. Io coi miei amori de lonh ero probabilmente un tizio ridicolo nel 1991, e magari per certi versi lo sono anche adesso, però mi piace pensare che avrei potuto essere il ghiacciolo all'anice della Franca, se non fosse stato per Baraldi che la sera mi dice: Ma sei sfigato? Come ci vuoi andare a Nonantola, in bici? Dai qua il biglietto, valà. E cala trenta sacchi, un Return On Investment immediato del dodici per cento, ma non fu quello il motivo per cui capitolai. Fu l'incubo della Sfiga, fu la vergogna di avere un biglietto e non avere nemmeno un vespino, qualcosa di dignitoso, niente: pedalare nella notte fino a Nonantola e ritorno non sarebbe stato un problema, ma era una cosa che fanno gli scemi del villaggio, non gli innamorati.

“Ma a te non faceva cagare Ligabue, scusa”.
“Non è per me, è una mia (occhiolino) amica, ce la porto”.
“Allora te ne servono due”.
“Lei ce lo ha già, però non ha nessuno che la accompagni, (occhiolino) capisci”.

Baraldi adesso te lo posso dire, tu mi hai rovinato la vita io ti odio, con quel tuo perpetuo occhiolino e il tuo continuo alzare l'asticella sul baratro della Sfiga, io quella notte sarei sfrecciato nella luce del crepuscolo sulla mia viscontea bordeaux, perché no?, l'aria mi avrebbe phonato i capelli dando loro il volume ottimale, asciugando nel contempo il sudore senza lasciare aloni sulla polo, e sarei arrivato in tempo per occupare le prime file e trovarci la Franca, magari per lasciarle il posto davanti alla spia del solista, e lei avrebbe sgranato gli occhi con quel riflesso condizionato di cui era inconsapevole, e mi avrebbe detto Ma cosa ci fai qui? Sei da solo? Sei un matto!, ma con quel sarcasmo bonario che amavo alla follia anche se ci avevo messo quattro anni per accorgermene, e poi avrebbe preso il mio posto passandomi davanti e lasciandomi a pochi centimetri dai suoi dolcissimi fianchi per tutto il concerto, che mi auguravo lunghissimo – ma tu mi hai corrotto, tu, tu hai messo su un piatto i miei sogni d'amore e sull'altro trentamila lire, tu hai comprato la mia innocenza, il mio entusiasmo giovanile, con un ROI immediato del dodici per cento (cinque sacchi), mi hai fatto sentire irrimediabilmente sporco. Ma non è neanche questo il problema.

Il problema è che, come ben immagina il lettore a questo punto, la ragazza che hai accompagnato al concerto era proprio la Franca, e che la notte stessa sotto il ponte di Navicello l'hai sverginata sulla tua Tipo Diesel rossa, con Ba-ba-bambolina in sottofondo, tu con la tua estetica da bagnino nato per sbaglio in questo luogo così ingiustamente remoto al mare: tu non mi hai semplicemente spezzato il cuore, tu lo hai trasformato in antimateria, c'è una vescica di nulla che pulsa da allora nel mio petto, io Franca l'avrei amata sul serio, non avevo neanche bisogno di convertirmi e credere al Vangelo, io quattro figli glieli avrei fatti sulla parola, saremmo andati a vivere in una di quelle villette a schiera di San Prospero che non costano tanto e non sono poi così male, e insomma a questo punto sarei una persona molto diversa. Non saprei neanche dirti che persona sarei.

Andrò in tribunale, a chiedere l'indennizzo per la persona che non sono diventato nel 1991. Cinquecento milioni non li spunto, ma un paio, chissà. Insomma, è una vita intera, mica briciole.

(è un racconto, Franca e Baraldi non sono mai esistiti, neanche io del resto, e magari non è esistito neanche Liguabue, non so, non ho molta voglia di controllare).
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Il sacchetto in amido di mais

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I savoiardi

- Il sacchetto in amido di mais che ti costringi a comprare quando sei partito da casa senza contenitori più seri – magari volevi solo comprare il pane e dopo un po' hai nel carrello il decimo del tuo stipendio mensile netto – oleoso al tatto, sprigionante una vaghissima fragranza di popcorn che è pura autosuggestione; il sacchetto odioso che si lacera non appena ci infili il pacchetto di spaghetti di traverso, che non vale i cinque eurocent che ti chiedono, anche perché dovresti comprarne una dozzina per essere sicuro che non ti lasci a piedi nei dieci passi dieci tra l'ormeggio del carrello e la tua automobile, con una serie di lacerazioni strutturali che dal foro degli spaghetti si innerva lungo tutto l'inviluppo della tua spesa, il tuo adipe in potenza (tutto quello che è lì dentro dovrebbe finire nella pancia tua e dei tuoi cari, o espulso in quanto packaging in cinque contenitori di colori diversi), l'inadeguatissimo sacchetto in amido di mais:

è la cosa della mia vita che più mi fa venire in mente la DDR.
Le trabant di cartone a tre marce.
Le tessere alimentari.
I piani quinquennali e la stabilità.
Nel bel mezzo di questo parcheggio immenso e desolato, di questa crisi senza fine, inginocchiato con le vettovaglie che mi franano da tutte le parti e la colpa è mia, il bravo cittadino con la Fede nell'Avvenire si ricorda di portarsi il bustone rigido da casa.
E anche i bravi comunisti oltrecortina, probabilmente, persero la Fede nell'Avvenire in un giorno così. Prima ancora che la classe dirigente si devolvesse totalmente a vodka donnine e bagordi?
Andrà così? Avremo sacchetti sempre meno resistenti? auto che si disfano a guardarle, alimentate da combustibili di scarto?

Devo tornare a casa, mi aspettano creature con il becco spalancato, la jungla in cui vivranno mi cresce tutto intorno (per ora mi arriva all'ombelico, ma spinge).
Mi sarò ricordato i savoiardi?
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In che lingua te lo devo dire

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La notte che a momenti finiva il mondo(*)

Ma si può sapere insomma chi sei tu, e che vuoi, e chi t'ha chiamato?

Non che m'interessi più di tanto, eh, che io ci ho già i miei problemi qui.
Con tutto quello che mi è successo ultimamente, un casino senza senso – sogno che mi estraggono da macerie di dolore, mi sveglio di botto, bagnato di sudore, mi fa male sotto da qualche parte che ancora non capisco, è tutto buio intorno, e in mezzo al buio ci sei tu, che non assomigli alla signora, non le assomigli per niente. Ma ti pare? Da mettersi a urlare.

Adesso vuoi per favore chiamare la signora? Te lo chiedo con le buone.
Niente di personale, ma davvero, tu mi fai soltanto perdere tempo. Di tutte le persone che conosco, e io le conosco tutte praticamente, non ce n'è uno più noioso di te. Stai lì, mi tocchi, dici cose inutili, te ne vai, ritorni, fai finta di andartene e resti lì, ma si può sapere cos'hai, che vuoi, cos'è che ti tiene sveglio di notte? E fatti una dormita una volta buona. La chiamo io la signora. Conosco il sistema.
E adesso cosa -

Ma no. Non ci siamo. Non ci siamo assolutamente. Ma per chi mi hai preso alla fine? Non è che se mi prendi tu io ci casco o cosa. Io ti sento benissimo, tu sei quello peloso e inoltre hai proprio un odore che non c'entra niente. Senti, io non è che ce l'ho con te. Un'altra volta magari se sono in buona mi faccio anche un giro. Ma ora la situazione è seria, lo sai cosa vuol dire? Te lo dico nel modo più semplice possibile, magari capisci.

Latte.
Conosci?
Ecco, appunto. E io l'ho capita questa cosa sai? Si sente da lontano un mezzo metro che tu non hai latte indosso, perciò perché perdere altro tempo? Questa manfrina è inutile, e per di più la tua spalla è delle più dure. Mettimi pure giù, e chiama la signora.

Ora, lascia che ti spieghi l'universo. È molto semplice. Si divide sostanzialmente in (1) me e (2) altre cose che mi girano attorno, tra cui te. Quindi se io adesso faccio presente, nel modo più garbato possibile, che mi serve il latte, qui, adesso, subito, altrimenti cesso di esistere e con me l'universo – non è uno scherzo, non è un'esercitazione, non è un capriccio, l'universo finirà tra pochi minuti, se non sveglio immediatamente la signora, per cui lasciami fare, io ho questo sistema collaudato per cui tra poco arriva, e non c'è nulla che tu possa fare intanto, capisci? Nulla ti può far sembrare meno ridicolo.

No, non m'interessano minimamente i tuoi canti tradizionali, risparmiami il tuo folklore, il passato in generale è una cosa in cui non credo, io, io non ho avuto sindaci prima di Pisapia, io di Berlusconi leggerò tra vent'anni in una nota a margine della voce “regimi mediterranei bizzarri”. No, non m'interessa una passeggiata fino alla finestra del soggiorno. No, non m'interessa l'eclissi totale. M'interessa la signora, chiamala in questo momento o vattene, lasciami qui che ci penso io. Ma è così difficile da capire?

E lasciami stare il... non sono sporco, garantisco, non sono... ti ho detto lascia! Non sei buono! Oh, madonna. Peggio per te.

Senti, lo ammetto, sono stato un po' brusco con te in questi giorni. È evidente che tu abbia le migliori intenzioni, però... non sei francamente nemmeno degno di pulirmi il culo, e non lo dico per dire, è la realtà. Non servi a niente.

E sei ancora qua! Cosa aspetti? Chiamala! Tanto succederà prima o poi, qual è il senso di aspettare?
Questa dilazione è intollerabile!

Ti dirò la mia opinione. La mia opinione è che una persona senza latte addosso sia un abominio, un mostro di natura, un errore che in un universo decente non sarebbe tollerato. Quindi: mi spieghi cosa ci faccio qui? Qual è il senso?

E quando arriva la signora, insomma? Chiamala! Perdio, qui tra un po' crolla tutto, lo capisci o no? È tutto maledettamente instabile, a volte c'è la luce a volte no, è chiaramente un universo in via di disfacimento, collasso, ti ho detto, chiama la signora! Che non rispondo delle mie azioni!

Senti, va bene, va bene, può darsi, in linea teorica, che io non abbia veramente tutta questa necessità di latte in questo preciso momento, ok? Ma non importa, tu chiamala, sul serio. Non le faccio niente. Magari mi appoggio soltanto, l'annuso e passa tutto. Però chiamala, perdio! Chiamala ora! Ci ho il nulla che mi morde le viscere, se solo tu potessi capire – ma non credo che sia stato progettato per sentire il dolore. Altrimenti correresti! A chiamare la signora! Subito! Qui! Oh, misericordia.

In che mondo sono venuto al mondo?
Guarda che spengo tutto adesso. Non scherzo. Ora chiudo gli occhi e tu non esisterai più. Posso farlo. Se mi fai incazzare. Posso tutto. Ma portami la signora!
In che lingua te lo devo dire?

E - chomp - questo cos'è?
Caucciù?
Mi sa che non ci siamo capiti.

(*) Come molte altre notti, ultimamente.
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Dharma 740

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La dichiarazione dei peccati

“Quindi adesso a chi tocca? Onorato, Osoppo, Oronzo...”
“Mi scusi, io sono Ognibene”.
“Ognibene, avevamo appuntamento un'ora fa”.
“Sì, ecco, io... ero uscito a... a prendere una boccata d'aria, perché qui... non si respira, davvero, stavo per svenire”.
“Vabene vabene vabene, se Onorato accetta di aspettare... Ma c'è Onorato?”
“Ecco, credo sia il signore che è svenuto davvero, lo hanno portato via poco fa”.
“Meglio così. Si accomodi”.
“Certo che fa caldo qui”.
“Non me lo dica, non me lo dica. Ha con sé i documenti? Codice fiscale?”
“GNBDVD73H11HGKJFG fjhkjh lk jj dij fsaokekelleterre678”
“Codice Ibann?”
“OT709834750943446'549'65987'98'97987098760980989809483098043085094860594ì743'097ì063898u'9'29046895i6498690509ì'098098098'0ì0000000000000000000459384790578'60589890'0”
“Numero di Carta di Credito?”
“76896”.
“Pin della Carta di Credito?”
“...”
“Ahahah, stavo scherzando, ci stava per cascare eh?”
“Quanti abboccano?”
“Sempre meno, uno su venti ormai, ne vale comunque la pena. Codice meccanografico?”
“Domodossola Livorno Cagliari Domodossola Domodossola Domodossola Pisa Milano Empoli Domodossola Domodossola Arezzo Frosinone Gaeta Domodossola Domodossola Belluno Klagenfurt Novi Ligure Piazza Al Serchio Altolà Madonna dell'Oppio...”
“Basta così. Peccati da dichiarare?”
“Mah, le solite cose: non ho santificato le feste, non ho meritato la fiducia dei miei clienti, non ho ricambiato l'affetto inesauribile dei miei genitori, ho tradito la mia compagna in miliardi di minuscoli modi e poi...”
“Sì, sì, ma ha portato le notule?”
“Ha ragione, mi scusi, è il caldo. Dunque... qui c'è una vecchia notifica di violazione del terzo comandamento”.
“Questo al massimo sarebbe il sesto comandamento. Lei ha commesso atti impuri”.
“Atti impuri? Io? Ma se non mi ricordo nemmeno come...”
“Sullo scontrino c'è scritto 2004”.
“Aaaaah, sì, il 2004, fu un estate difficile, poi mi ero totalmente dimenticato e...”
“La gente come lei mi fa uscire di matto”.
“Mi scusi”.
“Cioè, ha idea di che mora le faranno pagare per un minuscolo atto impuro del 2004?”
“Non ho idea, davvero”.
“Ma la gente non potrebbe essere più attenta? Dico, cosa ci vuole? Commette un peccato, le rilasciano la ricevuta, lei appena a casa la archivia in un cassetto... ma è chiedere troppo?”
“Io non so gli altri, ma io... forse non ho abbastanza cassetti in casa”.
“È quel che dicono tutti. Sa cosa le rispondo io? Balle. Siete tutti convinti di avere miliardi di peccati da dichiarare”.
“In effetti...”
“Quando alla fine sono le solite due o tre cose tutti gli anni, sa cos'è questa? Superbia. Settimo vizio capitale. La paga lei l'aliquota sul settimo vizio capitale?”
“Di solito no”.
“Forse sarebbe il caso”.
“Se lo dice lei”.
“Vabene vabene. Ha delle esenzioni?”
“Un bonifico per l'onlus ex bambini ciechi...”
“Buono”.
“E poi un contributo al canile municipale”.
“Questo non lo passiamo, mi dispiace”.
“Ma pensavo di fare del bene”.
“Noi contiamo solo il bene che si fa agli esseri umani. Tutti gli anni ve la spiego, questa cosa”.
“Ma non è giusto. Secondo me...”
“Senta, è inutile che mi spieghi l'universo secondo lei. Io sono solo quello che riempie i moduli, lo vede?”
“Mi dispiace. È che con questo caldo...”
“Non lo dica a me. Non lo dica a me. È tutto? Sicuro di non aver fatto nient'altro di buono?”
“Mi sono fermato spesso nel mio luogo di lavoro, dopo l'orario”.
“Quella non è bontà, è lavoro in nero”.
“Ma non per i soldi... l'ho fatto per risolvere dei problemi di cui mi sarei potuto fregare, invece sono rimasto lì, ho aiutato i miei colleghi, credo di aver fatto del bene...”
“Lei si crede importante e insostituibile. È convinto che senza di lei i suoi colleghi non sappiano risolvere un problema. Direi che a questo punto l'aliquota sulla superbia scatta automatica”.
“Ma avevo le migliori intenzioni...”
“Sì, sì, dite tutti così. Che caldo, Signore...”.
“È difficile fare del bene”.
“La cosa più difficile al mondo. Dunque, è tutto?”
“Tutto, sì”.
“Molto bene, allora, lei deve all'Ufficio del Giudizio trentacinque punti karma”.
“Così tanti?”
“Eh, arriva con una pendenza del 2004, cosa pretende?”
“Ma trentacinque punti... cosa mi aspetta?”
“Dunque, mi faccia vedere... noi abbiamo già cominciato a farle i perdere i capelli, direi da tre anni...”
“Da due”.
“Sì, beh, però a questo punto dobbiamo recuperare un'altra decina di punti, non resta che accelerare il passaggio alla calvizie completa”.
“La prego, mi lasci ancora stempiato per un anno. Non voglio diventare come quei quarantenni che si rasano”.
“Eh, la fa facile lei. Dove li prendiamo trentacinque punti? Col fegato come sta messo?
“È un po' grasso”.
“Senta, mi sembra di ricordare che qualche anno fa le avevamo assegnato una dermatite rara”.
“Atipica. Poi c'è stato il condono”.
“Ecco, ricominciamo progressivamente con la dermatite atipica, e dieci punti li abbiamo fatti fuori. Poi, visto che si sente così giovanile, che ne dice di una bella forfora?”
“Forfora?”
“In dodici mesi ci recupera cinque punti, che ne pensa?”
“-Sigh- Vada per la forfora”.
“E poi ci sono i denti”.
“La prego, i denti no”.
“Senta, allora me lo dica lei da dove prendere altri venti punti. La colecisti ce l'ha?”
“Me l'avete presa due anni fa. Però ho ancora l'appendice”.
“L'appendice, che tenerezza. Non conta nulla l'appendice, come i denti del giudizio. Qui ci vuole una bella carie, glielo dico subito, una capsula in un molare”.
“Li ho finiti”.
“Va bene, mi dica lei cosa vuole! Calcoli? Alitosi? Paranoia? Faccia lei. Abbiamo una ventina di punti da recuperare”.
“Non è possibile una dilazione?”
“Un modo c'è. È un pacchetto lancio che stiamo offrendo negli ultimi tempi. Non paghi nulla per cinque anni”.
“E poi?”
“Ischemia cerebrale, invalidità semipermanente”.
“No, non credo che sia il caso, no. Non... non potrebbe aumentarmi la forfora?”
“Magari vorrebbe anche qualche brufoletto?”
“Eh”.
“Senta, bisogna che se ne faccia una ragione. Lei va per i quaranta. Questo non è l'ufficio della fatina del dentino, questo è l'ufficio della dichiarazione dei peccati. L'acne giovanile dei suoi diciottanni non tornerà più".
"Mai più"..
"Al massimo se vuole un herpes”.
“No, non è proprio la stessa cosa”.
“Va bene, sa cosa le dico? Alziamo il livello di tolleranza alimentare”.
“Ma l'abbiamo già alzato l'anno scorso, ormai non mangio più latticini...”
“Perfetto, da qui in poi astensione completa”.
“Quanti punti karma fa?”
“Sette”.
“Auff”.
“Lei è miope? Potremmo abbassare le diottrie”.
“La forfora, l'intolleranza alimentare, gli occhiali più spessi...”
“Senta, noi qui riempiamo solo i moduli con i dati che ci portate voi. È colpa nostra se lei fa oggettivamente una vita di merda?”
“Con tutti gli stronzi che si vedono in giro”.
“Niente turpiloquio”.
“Coi loro denti bianchi, la loro pressione sanguigna nella norma, i loro capelli folti...”
“Senta, è il karma. Ognuno ha il suo. Non deve guardare agli altri. Ognuno se la vede col suo proprio destino”.
“E tutti gli evasori dove li mettiamo?”
“Si reincarneranno in ragionieri. Ma lei deve preoccuparsi di sé. Senta. Un po' di reumatismi?”
“Reumatismi? Mai avuti”.
“Ecco, vede? Un'esperienza nuova”.
“Ma sono dolorosi”.
“Un po' fastidiosi, ma poi ci si affeziona. È come un sesto senso, sentirà la bassa pressione, l'anticiclone delle Azzorre”.
“E vada per i reumatismi”.
“Così la voglio. Positivo e propositivo. Mancano ancora cinque punti. Si sbizzarrisca”.
“Non so...”
“Una disfunzione erettile!”
“Ma no... Senta, la tristezza conta?”
“La tristezza... nel senso di malinconia, no”.
“Maledizione”.
“Nel senso di crisi depressiva, beh, di punti ne facciamo otto”.
“Ho sforato?”
“Sì, ma li recupera sulla dichiarazione dell'anno prossimo, non si preoccupi. Allora stampo?”
“Stampi, stampi”.
“Vuole lasciare l'otto per mille allo Stato Italiano?”
“No, ai Paesi Bassi”.
“Ecco qui. Una firma sul modulo...”
“Aspetti, aspetti un attimo. Mi stavo dimenticando...”
“Ecco, lo sapevo. La buona azione che vi viene in mente all'ultimo momento. Dio quanto vi odio”.
“Io... ho regalato un ombrello a un'anziana signora, tre mesi fa. Conta?”
“Eh, dipende. Stava piovendo?”
“Un acquazzone improvviso, lei non riusciva ad andare avanti, e così io...”
“Si è fatto fare la ricevuta?”
“Sì, ma credo di averla a casa. Mi scusi...”
“Non è possibile”.
“Mi scusi davvero, io... a volte mi dimentico delle cose buone che faccio”.
“Ma è rimasto seduto lì davanti per tre ore. Non poteva farselo venire in mente prima?”.
“È che non riesco a pensare qui dentro. Fa caldo”.
“Lo dice a me?”
“Non si respira. Sembra di stare nell'anticamera dell'inferno”.
“Sembra?”
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Morte e Liberazione

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Scava Ferruccio

Con questa vanga, che mi lasciò il povero padre, insieme a un’affittanza e due sorelle da maritare, ora tu scavi, Ferruccio.

Non sai come si fa, ma non mi dire. L’avrai ben visto un giorno un contadino. Si calca il tallone sul pedale e si taglia la terra, zac, un colpo netto, come la gola dei republicanos. Ma te neanche lo sai cos’è un republicanos, Ferruccio, vero? e allora scava.

Ché non sai niente della vita che hai fatto vivere agli altri, non sai niente della morte. Quando m’hai mandato volontario in Spagna, e avevo appena smesso i calzoncini; ad ammazzare contadini come mio padre m’hai mandato: e allora scava, adesso, Ferruccio.

Non ti far fretta, io non ne ho.

Ma t’han da venire le sfioppole alle mani. T’han da venire i calli. T’han da venire le mani da contadino, Ferruccio, che non ti son venute in quarant’anni; le mani di mio padre e di mio nonno, scava, scava. Ma le mani che mi son venute in Affrica, a scavar fosse di negri che non m’avevan fatto niente, le mani d’assassino, le vedi? Per queste non c’è sapone, non c’è sego né lisciva. Queste mani che mi pulsano di notte, quando tutto tace e loro suonano il tamburo, un problema di circolazione dice il dottore, sì, te lo dico io qual è il problema. Son le gole dei republicanos che ho vangato con la baionetta, nella Mancia, e intanto pensavo: sarò dannato, ma almeno le mie sorelle sono a posto. Pensavo, c’è Ferruccio che ci pensa. Bravo Ferruccio. Scava. Scava.

Io che avevo appena smesso i calzoncini perché mi era morto il padre, e quel che mi lasciava era una vanga e due sorelle senza dote. E mi dicesti di andar via tranquillo, ché ci avrebbe pensato il fascio alle sorelle, ma che partire volontario bisognava. Ché le mie sorelle sarebbero rimaste putte sennò, per via che nessuno si voleva portare in casa le figlie di un socialista, e io non capivo, cos’era questo socialismo, una malattia? Se mio padre se l’era presa da giovane, non me l’aveva mai detto, non parlava di politica con me, non parlava di niente. Ho imparato a parlare da per me, Ferruccio, e adesso tu mi ascolti. Mentre scavi.

Quando mi dicesti che ci avrebbe pensato il fascio, che ci avresti pensato tu alla Pace e all’Evelina, Ferruccio. E la Pace ch’era del Diciotto me l’hai lasciata morire di tbc, è così che ci hai pensato. E l’Evelina intanto mi scriveva del moroso, ma che in dote la vanga di papà non gli bastava, e senti, Ferruccio, ma secondo te io non me lo son mai chiesto chi gliele scriveva quelle belle letterine all’Evelina, che non sapeva nemmeno tenere il pennino tra le dita, il parroco gliele scriveva? E al parroco chi gliele dettava? Io che dalla Spagna non ero ancora venuto a casa, e lei che mi scriveva di ripartire in Affrica volontario – l’Evelina! Che quando ero partito si faceva ancora le trecce, e ora mi scriveva del moroso che non l’avrebbe sposata, del disonore, della pancia che le cresceva, Ferruccio! Chi gliele dettava quelle belle letterine! E tu credi che non ho avuto il tempo per pensarci, mentre montavo la guardia sotto l’Ambaradam?

E quando son tornato e ho trovato Evelina zitella, che te l’eri presa in casa come serva; e la trattavi da puttana; e il bambino lo avevi dato ai preti; è stato allora che ho chiesto io di andare in Albania, perché altrimenti v’ammazzavo tutti e due con queste mani: e piuttosto sono andato ad ammazzar dei greci che non m’avevan fatto niente, neanche socialisti erano. Adesso però scavi, Ferruccio.

T’ha da venire il mal di schiena di mio padre; quello lo ha ucciso, altro che il socialismo. T’ha da gelarti il sudore in fronte mentre scavi - e mi dispiace, te lo devo dire, non aver più la forza che ho lasciato in Grecia, perché ti strozzerei, Ferruccio, ti tirerei il collo come al tacchino che sei, che è la fine che ti meriti, ti staccherei la testa a morsi dalla rabbia che m’hai fatto venire, e non sai quanti fantaccini si son presi i ceffoni che volevo dare a te; ma adesso intanto scava, che t’ho da seppellire.

Scava più a fondo, Ferruccio, che devi entrarci te e la tua casa del fascio tutta intera, col capoccione in bronzo. Sai che per quanto scavi non la farai mai grossa come quella che mi sono fatto io, dalla Mancia all’Epiro passando per il Tembien, una fossa grande mezzo mondo ho scavato, per gente che non m’aveva fatto niente, e guarda quel che m’hai fatto tu. T’ammazzassi dieci volte, non sarebbero abbastanza.

Hai scavato?

E allora adesso ascolta. Tu sei morto. Se hai documenti con te, buttali dentro. Poi prendi quella terra, e riempi la buca. Tienti per morto, Ferruccio, e seppellisciti da solo, ché di fosse io ne ho riempite già abbastanza. Hai da colmarla bene, che nessuno ha da sapere dove sei finito. Nessun bambino ha da inciamparci mentre gioca a nascondersi.

Poi prendi la sacca, arrangiati con le carte che ci son dentro. Va’ in montagna dai ribelli, di’ che sei un soldato del re, già di stanza nei Balcani. Di’ che il tuo plotone s’è sbandato a Bologna, che i repubblichini ti volevan metter la camicia nera, che ti sei rifiutato. Fagli veder le mani. Racconta che i miliziani ti volevano ammazzare, e sei scappato. Di’ quel che ti pare, hai sempre saputo raccontarle. Così quando se Dio vuole arrivan gli americani, te sei a posto. E se t’ammazzan prima, ti faranno pure il monumento, Ferruccio, il monumento al martire, ci pensi.

Ma se non t’ammazzano, come non t’ho ammazzato io, tu quando discendi con gli americani hai da tirar tuo figlio fuori dal convento; e mia sorella fuori dal bordello, che è la tua famiglia, Ferruccio, non la mia. Ché un bambino non saprei tirarlo su, son cresciuto ammazzando e solo ad ammazzare son buono ormai.

E se Evelina te lo chiede, sono morto in Albania.

(Schegge di Liberazione è una fantastica iniziativa messa in piedi da Barabba che da due anni riesce a produrre un bel libro collettivo sulla festa che ci sta più a cuore, il 25. Questo pezzo è preso dall'ebook dell'anno scorso: quello di quest'anno probabilmente è più bello, ed esiste anche nella versione cartacea. Dovevamo presentarlo a Carpi oggi, ma c'è stata una disgrazia orribile. Buona Liberazione comunque).
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Il Tempo e la Fanciulla

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Professore, lei lo sa

“Ah, Emma...”
“Sì, prof.”.
“Volevo dirti che non ho mai avuto la tua versione”.
“Massì prof glielavevodata”.
“No, Emma. Mi hai dato la tua versione della versione di Martinelli, con gli stessi errori precisi che ha fatto lui”.
“Uffa prof...”
“E i cuoricini al posto dei puntini sulle i, che come tentativo di personalizzare quella schifezza di versione di Martinelli, capisci, non è abbastanza”.
“Prof, deve capire che è un brutto periodo per me”.
“No, no, l'anno scorso era un brutto periodo. Poi verso marzo avevamo deciso che era finito il brutto periodo, ti ricordi?”
“Vagamente”.
“Il preside aveva convocato i tuoi genitori, la tua povera madre si era messa a piangere, aveva detto che non sapeva più cosa fare con te, allora ti eri messa a piangere tu, il preside si era messo a consolarti, poi si era messo a piangere anche lui...”
“Fu una cosa molto emozionante, prof”.
“Fu la più grossa pagliacciata a cui ho assistito in vita mia, Emma, detta da uno che da bambino al circo ci andava volentieri. E allora adesso ti chiedo: quest'anno prevedi le repliche?”
“Prof, insomma, cosa pretende da me? Il latino? Una cosa che tra cinque mesi comunque non c'entrerà più con la mia vita? Devo davvero perdere il mio tempo con quella roba? Si metta un po' nei tuoi panni”.
“Nei tuoi panni, Emma, ed è un argomento che avrei preferito non toccare, nei tuoi panni tu stessa fatichi un po' a starci, ultimamente”.
“Epprof...”
“Tanto più che la mini non va neanche più di moda”.
“Che c'entra, io non seguo la moda”.
“Come no”.
“Io sono classica”.
“Emma, ma ci credi se ti dico che sono preoccupato per te? Seriamente preoccupato”
“E non dovrebbe, prof”.
“E invece mi preoccupo”.
“Ma se le dico che non dovrebbe”.
“Che il discorso del latino io lo potrei anche capire, se me lo venisse a fare una ragazza seria, responsabile, una che arrivasse qui e mi dicesse: professore, ho capito qual è la mia strada, e il latino proprio non c'è, per cui ho deciso di concentrarmi su altre cose, eccetera, ecco, un discorso così io lo capirei”.
“Bene, prof, allora facciamo che quella ragazza lì sono io”.
“Mi stai dicendo che hai deciso cosa farai l'anno prossimo?”
“Ci sto pensando”.
“È da sei mesi che ci stai pensando”.
“È che ci devo pensare bene”.
“Ma ci sarà qualcosa nella vita che ti piace fare”.
“Eccerto che c'è”.
“Ed è...”
“Ma se glielo dico lei poi si arrabbia”.
“Emma io non mi sto arrabbiando. Mi sto preoccupando, che in un certo senso è peggio”.
“Uff, e va bene. Vorrei cantare”.
“Cantare”.
“Perché sono brava, si ricorda in gita? E me lo dicono tutti. Anche mio padre, pensi”.
“Va bene, cantare, ma in che senso, scusa, cantare”.
“Nel senso che mi piacerebbe farlo nella vita”.
“Di mestiere, intendi?”
“Ma sì, anche”.
“E hai pensato di prendere lezioni? Perché per il conservatorio è tardi, direi”.
“Il conservatorio? Ho fatto qualcosa di male? No, io per adesso ho questi amici miei, con un complesso, ma non è proprio la musica che fa per me, io appena trovo qualcuno che capisce mi metto da sola...”
“Perché la musica che piace a te, sarebbe...”
“La musica italiana”.
“Un classico”.
“Gliel'ho detto che sono classica, io”.
“Mi sembra tutto ancora molto vago. Sarò franco, Emma, mi sembrano davvero i classici sogni di una ragazzina”.
“Ma a volte i sogni si avverano”.
“Sì, però non è che si avverano a furia di sognarli, ci vuole applicazione, studio... e anche fortuna, naturalmente. Insomma, se ci pensi bene, mettersi a cantare dopo il liceo... significa cominciare una strada senza sapere dove ti porterà... per quanto ti potranno sostenere ancora i tuoi, ci hai pensato?”
“Beh, magari per i miei all'inizio è un sacrificio, ma poi se le cose vanno bene...”
“E se non andranno bene?”
“E vabbe', prof, se uno ragiona così, non si lancia mai”.
“Che verbo curioso che hai usato, lanciarsi”.
“Lei non ci crede proprio in me, eh? Pensa che cascherò male”.
“Sono preoccupato, Emma, tutto qui. Mi sei sempre sembrata una ragazza sveglia, originale, eppure... a quattro mesi dalla maturità me ne esci con la cosa più banale di tutte: che vuoi cantare, che hai un sogno, che poi magari cosa c'è in questo sogno, dimmi: pensi che inciderai dei dischi? avrai successo? Vincerai Sanremo?”
“Sanremo è da vecchi”.
“Ma sei sicura che anche questo famoso sogno, Emma, non sia in qualche modo un rifugio, un posto dove nascondersi quando vedi che i nodi si avvicinano al pettine... non ti chiedo di smettere di sognare, ma almeno sogna un po' più a breve termine, prova a sognare quello che ti succederà tra sei mesi, un anno, due: dove ti vedi?”
“Beh pensavo che potrei prendere una laurea breve in psicologia, come si chiama...”
“Psicologia?”
“Quella per insegnare ai bambini...”
“Pedagogia”.
“Perché mi piacciono i bambini”.
“Vuoi lavorare coi bambini? Maestra d'infanzia?”
“Massì, comunque se non riesco a cantare da professionista, al massimo farò quello”.
“Suona un po' come un ripiego, no?”
“In che senso?”
“Insomma, in concreto cosa farai? Di giorno studierai per diventare maestra e di sera canterai? Pensi che potrà funzionare?”
“E perché no”.
“Perché sono due vite in una sola, Emma, e per ora non mi sembri capace di mandarne avanti nemmeno una. Ma prima o poi dovrai scegliere, capisci?”
“E in quel momento sceglierò”.
“Forse mi sono spiegato male. Non sarà “un momento”. Saranno infiniti momenti, in cui tu dovrai scegliere se insistere in un sogno che diventa sempre più difficile, più rischioso, oppure prendere la strada più semplice, magari diventare maestra d'asilo, per scoprire che però anche la strada più semplice è faticosa, che lavorare coi bambini è sfibrante, si torna a casa con la voce roca e la schiena a pezzi, e a quel punto scoprirai che il lavoro si mette di traverso al tuo sogno...”
“E allora mi licenzierò”.
“Ma forse non ci riuscirai più, perché nel frattempo magari avrai conosciuto un ragazzo e avrai messo su casa, e avrai bisogno di soldi, o anche semplicemente di un lavoro che dimostri al mondo che tu non sei una persona inutile, un'acchiappanuvole che continua a inseguire i sogni fuori tempo massimo...”
“Un'acchiappache?”
“Quel che ti sto cercando di dire è che... se tu davvero tu ci credessi, nel tuo 'sogno', se davvero pensassi che cantare fosse la tua vita, non ti lasceresti nessun ponte alle spalle. Invece tu hai già pronto un piano B, lavorerai coi bambini e nei ritagli di tempo sfonderai come cantante. Ma non va mai a finire così. Nessuno è mai diventato un divo nel dopolavoro. È una cosa che non succede, semplicemente”.
“E quindi cosa dovrei fare?”
“Guardare davvero in fondo alle tue motivazioni. Ci credi sul serio, al tuo futuro di cantante? o è solo un trucco con cui inganni te stessa mentre il tempo passa? Se ci credi sul serio sono il primo a dirti: buttati, fottiti del latino, della maturità, di quel che pensano genitori e professori, torna qui con un disco d'oro o non tornare. Ma ci credi davvero?”
“Non lo so”.
“E forse questa è già una risposta”.
“Si è fatto tardi, professore, devo andare”.
“Anch'io. Arrivederci, Emma”.
“Arrivederci, professor Vecchioni”.

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Per il prestigio dell'Italia nel mondo

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[Oggi, o domani, a seconda del fuso, questo blog compie dieci anni. La redazione, colta da una certa vertigine, cerca di esorcizzare il fantasma del tempo perduto dimostrando che qualche vecchio pezzo è ancora vagamente leggibile, vagamente attuale. Questo per esempio è la semplice sbobinatura di un vertice internazionale della mafia tenutosi nel dicembre 2009 in un luogo che non posso dirvi (però c'è una piazza molto grande)]:


Cugghiuni+Business

DON PIPPO: Bacio le mani a voi tutti.
Illustrissimi, se siete venuti oggi qui, chi da Mazara, chi da Sidney, chi da Nuovaiorche... è per discutere di qualcosa che sta veramente a cuore a tutti noi, ed è il prestigio dell'Organizzazione.

Ora, illustrissimi, guardiamoci in faccia. Io vado ormai per i cinquanta, almost fifty year old, e sono tra i più vecchi qui. Eppure anch'io, credetemi, non sono mai stato un compare con la coppola e la lupara, che va in giro per i vichi a chiedere “rispetto”...(risate). Quello è cinema, ormai, ed è giusto lasciarlo al cinema... noi non siamo tagliagole, siamo uomini d'affari, e quando parliamo di prestigio, di rispetto, ne parliamo come uomini d'affari, che sanno quanto sia importante, nel mondo degli affari, questo concetto.

Illustrissimi, la nostra Organizzazione ha avuto negli anni degli alti e dei bassi, che non vi riassumo... ma anche nei momenti più difficili, ha potuto contare su qualcosa di inestimabile, qualcosa che non è mai venuto meno... come chiamarlo? “Made in Italy”, se vi va... insomma, nel nostro ambiente essere italiano ha sempre fatto la differenza. Un po' come con le femmine, sì, italians do it better (risatine). Qui c'è gente che viene da tutto il mondo, per esempio don Giggi se non sbaglio adesso sta a... Shenzen, ho detto bene? Che non molti sanno dove sta sul mappamondo, ebbene è una città di sette milioni di abitanti, una Nuovaiorche in mezzo alla Cina, che manco i pechinesi sanno dov'è a momenti... noi invece lo sappiamo, e ci abbiamo don Giggi che fa affari lì. Per dire i cugghiuni che abbiamo – cioè, sicuramente ce li ha don Giggi. Bravo don Giggi (applausi).

Ma anche don Giggi mi deve fare la cortesia di riconoscere che tutti i suoi cugghiuni non sarebbero serviti a niente senza il prestigio che gli derivava dall'essere italiano, dal fatto che quando sei italiano nel mondo degli affari tutti, tutti ti stanno a sentire: le triadi, la Yakuza, i pirati somali, Al Qaeda, tutti quando tocca a noi parlare si stanno zitti e ci fanno parlare, perché siamo l'Organizzazione più famosa del mondo e questa fama, questo prestigio, i filme a Hollivud, ce li siamo conquistati sul campo, col sudore e col sangue nostro e degli infamoni che abbiamo mandato al Creatore (ovazione).

Illustrissimi, io non so quanti di voi facciano affari con la moda... io ci ho lavorato un po', lo sapete... e mi viene spontaneo il paragone. Cioè, anche nel mondo della moda, fino a dieci anni fa, essere italiani faceva veramente la differenza. C'era Armani, c'era Valentino, ma c'erano anche certi inculati qualunque che comunque potevano contare sul rispetto e sul prestigio che gli derivava da un cacchio di cognome italiano. E poi cos'è successo. Ma lo sapete anche voi cos'è successo. Che i grandi vecchi sono invecchiati un po' di più, e i giovani inculati invece di darsi da fare si sono addormentati sugli allori. Non hanno fatto ricerca, non hanno fatto innovazione, hanno stampato il loro bel cognome italiano sul profumo e sulla mutanda, e hanno pensato che tutti in America o in Cina o in India avrebbero fatto sempre la fila per comprarsi il parfum o la mutanda italiana. Un po' di soldi li hanno anche fatti (ne abbiamo fatto più noi taroccandogli profumi e mutande, ma questo è un altro discorso), però nel medesimo hanno perso il loro prestigio. E ora nessuno li rispetta più come stilisti, al massimo come venditori di mutande. Ecco, illustrissimi, io mi sono posto questo problema: non è che corriamo il rischio di finire così? (brusio) Lo so, non è piacevole essere paragonati a degli inculati (risatine), però sul serio, io ho la sensazione che il problema c'è. Ed è una sensazione che è diventata più forte qualche mese fa, quando ne ho parlato con don Christopher, di Wellington, Nuova Zelanda. È qui alla mia destra.

DON CHRISTOPHER: Bacio le mani a voi tutti illustrissimi.

DON PIPPO: Ebbasta con queste formalità, andiamo. Allora, Don Chris è una persona formidabile, che ho avuto il piacere di conoscere in tenera età, anche perché, se non sbaglio, ti ho tenuto a battesimo, no?

DON CHRISTOPHER: Era la prima Comunione.

DON PIPPO: Vabbè, vabbè. Don Christopher ha trent'anni ed è il delegato dell'Organizzazione per la macroreggione Oceania – Sudest asiatico. Segno evidente che i cugghiuni ce li ha anche lui, mmm? Ecco, due mesi fa è stato a un summit internazionale a Wellington a... Koala Lumpur, dico bene? Eh, Malesia, quei posti lì. Ma spiegalo tu, che te ne intendi meglio.

DON CHRISTOPHER: Era un meeting internazionale di dealer, promosso dall'organizzazione leader del mercato indonesiano-malesiano.

DON PIPPO: Un mercato che vale...

DON CHRISTOPHER: Mah, approssimativamente... qualche centinaia di miliardi di euro.

DON PIPPO: Ecco, no, perché secondo me c'è ancora chi è rimasto ai tigrotti di Sandokan con l'anello al naso... qualcuno crede che vivono sulle giunche in quei posti lì, altro che giunche, non so se sapete che il grattacielo più alto del mondo ce l'hanno i malesiani, e i malesiani che vivono nel grattacielo più alto del mondo secondo voi non pippano? Pippano, pippano, hanno bisogno di colombiana anche loro. Quindi è evidente che è un mercato che c'interessa.

DON CHRISTOPHER: Noi abbiamo il know-how, però non siamo i più convenienti.

DON PIPPO: Perché ci piace fare le cose per bene. Però adesso io non è che vogliamo annoiarvi coi tigrotti della Malesia. Vorrei solo che don Cristopher ci raccontasse com'è andata a Kuala Lumpur.

DON CRISTOPHER: E' stata un'esperienza allucinante. Allora, io premetto che sono nato a Wellington, NZ e di cose italiane ho davvero poca esperienza... sarà anche un limite mio, però... i giornali italiani li leggo poco e... li capisco poco. Quindi arrivo nell'albergo senza sapere niente, è un albergo in mano all'organizzazione locale e quindi mi devo fidare, do il nome, entro in camera e mi trovo accucciate sul letto due bambine cambogiane che non arrivavano a vent'anni. In due, voglio dire. (Espressioni di disapprovazione e genuino disgusto).

DON PIPPO: E cos'hai fatto a quel punto.

DON CRISTOPHER: Mah, quello che avrebbe fatto chiunque di voi illustrissimi. Sono immediatamente uscito dalla stanza, e dal lounge ho telefonato che così non andava, non andava assolutamente, che non avevano capito con chi stavano trattando, e che venissero a riprendersi le tipe immediatamente (Bravo! Così!) Si sono scusati, hanno detto che non sarebbe più successo, e che era una questione di cinque minuti. Io ho aspettato dieci, e poi sono risalito nella stanza

DON PIPPO: E cos'hai trovato.

DON CRISTOPHER: Un transessuale tailandese (risate).

DON PIPPO: No, no, signori... illustrissimi volevo dire illustrissimi, no, qui non c'è niente da ridere. Un meeting per discutere di business importanti, e ti trattano così... come un maniaco sessuale... adesso, ma lo vedete don Cristopher? A me sembra un ragazzo a modo, elegante, colto, parla anche un bellissimo italiano anche se in Italia non c'è mai stato... ma cos'è questa cosa che improvvisamente se un italiano va a un meeting lo trattano da maniaco sessuale? Quand'è cominciata questa cosa (mormorii)? Signori, guardate che il problema sta qui. È un problema di prestigio.

DON CHRISTOPHER: Sì, e se posso dire la mia...

DON PIPPO: Ma certo, dilla, dilla

DON CHRISTOPHER: E' anche un problema di business.

DON PIPPO: Ma soprattutto è un problema di business. E infatti, poi, il meeting com'è andato?

DON CHRISTOPHER: Non mi hanno praticamente fatto parlare (mormorii di disapprovazione). C'erano dealer filippini e colombiani. C'era pure un rappresentante peruviano e lo hanno fatto parlare. C'erano un paio di triadi della zona di Canton, che fra parentesi, don Giggi, le porto gli omaggi del signor Xu Chang.

DON PIPPO: Ora faccio l'avvocato del diavolo: magari tu sei un ragazzo, dovevamo mandare uno più anziano, affidabile...

DON CHRISTOPHER: Don Pippo, io sono a disposizione dell'Organizzazione, però vi devo dire che lì ero il più vecchio. Tutti sotto i trenta. È un mercato molto dinamico.

DON PIPPO: Forse che non sai bene le lingue...

DON CHRISTOPHER: Please, don Pippo. Ho una laurea a Princeton in lingue orientali, e mi mandate a dei meeting con gente che non ha la licenza elementare. I colombiani si esprimevano in spagnolo e a gesti, e la commessa l'hanno vinta loro.

DON PIPPO: E allora, Don Chris, spiegaci 'sto fatto a tutti quanti. Com'è che non ti hanno fatto parlare.

DON CHRIS: Mi hanno tenuto per ultimo prima del coffee-break e mi hanno chiesto... io non so se dirlo, don Pippo.

DON PIPPO: Dillo, Chris. È importante.

DON CHRIS: ...se sapevo qualche funny joke.

DON PIPPO: Qualche barzelletta.

DON CHRIS: Di quelle sporche.

DON PIPPO: The nasty ones.

DON CHRIS: Mi facevano ammicchi, risatine... l'ospite mi ha chiesto se mi era piaciuta la “sorpresa in camera”... eccetera.

DON PIPPO: Illustrissimi, io non so... qui abbiamo un caso che secondo me è molto più grave di un affare perso. Abbiamo dei fetentoni, venuti su dal niente, in Paesi che fino a trent'anni fa le cartine geografiche avevano schifo a rappresentare... uomini di nulla che il mestiere lo imparano dai film che hanno fatto su di noi... e di colpo ci trattano da pagliacci. Da maniaci. Ora io mi chiedo: magari la colpa è nostra. Magari sono i nostri uomini che non si meritano più il rispetto dei loro genitori. Vedo Don Christopher, a cui l'organizzazione ha pagato gli studi migliori, un ragazzo elegante, di cultura, capace, e mi dico: magari non ho capito niente, magari è un povero cugghiune che non sa farsi rispettare. Ma me lo dovete dire anche voi: pensate che il problema sia don Chris? Pensate che non meriti il rispetto del mondo del business?

(Silenzio)

E allora, visto che siamo tutti uomini d'onore, qui, me lo dovete dire con franchezza: quello che è capitato a don Chris in Malesia è un caso isolato? O non sono successe cose del genere anche a voi, in giro per il mondo, negli ultimi mesi?

(Brusii)

E insomma, signori, secondo voi qual è il problema? In pochi mesi gli uomini dell'Organizzazione più rispettata in assoluto del mondo diventano dei pagliacci. E perdono gli affari, perché è sempre di questo che stiamo parlando, di affari. Allora vi chiedo: secondo voi cos'è successo negli ultimi mesi? Rimango in ascolto.

DON CALOGERO: Don Pippo, posso parlare?

DON PIPPO: Ci mancherebbe, ne hai facoltà.

DON CALOGERO: Don Pippo, noi siamo giovani, ma comunque maggiorenni e vaccinati, e quindi si è capito dov'è che si vuole andare a parare. Però, don Pippo, io vengo dalla Sicilia, non so se si ricorda, quell'isola triangolare...

DON PIPPO: Don Calò, questa ironia...

DON CALOGERO: Mi lasci finire, don Pippo, perché io vi ho ascoltato e vi ho anche capito, don Pippo, e lo so che c'è un problema. Insomma, è su tutti i giornali.

DON PIPPO: Di tutto il mondo.

DON CALOGERO: Insomma, il vecchio è fatto pazzo di viagra, sragiona, va alle feste di minorenni, ammicca alla regina Elisabetta, fa il cugghiune con Michelle... le abbiamo viste tutti queste cose. Siamo venuti per parlare di questo?

DON PIPPO: E per trovare una soluzione. Perché questo vecchio fatto pazzo di viagra, come dite voi don Calò, è diventato il rappresentante del made in Italy nel mondo, e questo fatto ci danneggia, ci danneggia molto, ci fa perdere qualche milione di euro al giorno, don Calò, e noi come organizzazione, abbiamo sciolto creaturine nell'acido per molto meno.

DON CALOGERO: E con questo cosa mi volete dire, don Pippo, che dobbiamo sciogliere pure a lui?

DON PIPPO: Naturalmente no...

DON CALOGERO: Perché non si può fare! E ci sono accordi precisi!

DON PIPPO: Gli accordi, don Calò, gli accordi... se poi li andiamo a vedere... li avrebbe dovuti rispettare lui per primo... mentre se mi ricordo bene, per esempio, il 41bis...

DON CALOGERO: Don Pippo, con tutto il permesso... ma che minchia ci frega del 41bis a noi... di quei mammasantissima in isolamento, coi loro pizzini medievali... ma che se ne stiano a farsi i loro criptogrammi colla bibbia, cosa minchia ce ne dovrebbe fregare a noi... io sto parlando business, come voi. Ospedali. Cantieri. Sto parlando di cose tangibili, come... il ponte sopra il cacchio di stretto (risate). Sì! Perché qui c'è gente che non crede nell'innovazione, nel coraggio per i progetti che sfidano il... voi volete tornare ai pastori coi pizzini, è questo...

DON PIPPO: Don Calò, io non dubito... in Sicilia siete tutti avvedutissimi uomini d'onore, e se avete voluto sostenere il... papiminchia (risatine) senz'altro ci avevate il vostro interesse. Però qui proprio perché non siamo medievali, bisogna cominciare a vedere la cosa globalmente, e globalmente il papiminchia è, per lo stato attuale dei nostri affari, un rugosissimo e puntuto pruno su per il pertugio del culo. (Risate e applausi) Ragione per cui la quale... ragione per cui la quale... è tempo di discutere un'exit strategy.

DON CALOGERO: La fate facile, voi.

DON PIPPO: E insomma, don Calò, siamo nel duemilaenove, non ci sono mica più i comunisti, andiamo. Un po' di alternanza fa bene a tutti. Pensate che ho votato Obama anch'io, sì, quella melanzana, mi piaceva e me lo sono votato, embè? Non lo riuscite a trovare un altro partito da votare?

DON CALOGERO: Ma non è una questione... voi forse siete assenti dall'Italia da un po' di tempo, don Pippo, e non avete presente... cioè noi i distretti elettorali in Sicilia li controlliamo abbastanza bene e ci possiamo inventare un partito anche domani, ma lui vince in Lombardia, in Veneto, perché le elezioni qui si vincono con le televisioni, e le ha tutte lui.

DON PIPPO: Un altro buon motivo per ridimensionarlo un po'... ma non c'è anche Murdoch? Possiamo fare pressione...

DON CALOGERO: Murdoch in Italia non ha lo spessore...

DON PIPPO: Ho capito. Insomma, è diventato più potente di noi.

DON CALOGERO: Don Pippo, purtroppo sì.

DON PIPPO: Però noi non è che possiamo starcene qui a ridacchiare mentre lui ci sputtana tutto il prestigio degli italiani all'estero. Qui dobbiamo cominciare, se non altro con gli avvertimenti. Chissà, può anche darsi che da quell'orecchio ci senta.

DON CALOGERO: E' molto rintronato.

DON PIPPO: Questo lo vediamo. Cominciamo a fargli pressione. Qualche infamone che lo tira dentro a un'inchiesta... non riusciamo a trovarne uno?

DON CALOGERO: Don Pippo, io di infamoni ne trovo a centinaia, voi dite e io ve li preparo. Ma dovete capire che il papiminchia, come lo chiamate voi, sul piano processuale ha due cugghiuni degni dei meglio nostri.

DON PIPPO: E vabbè, di cosa lo avranno mai accusato? Corruzione, falso in bilancio, briciole... tiratelo dentro in una strage terroristica. Non avete delle stragi a mano?

DON CALOGERO: Qualcuna... ma roba vecchia... primi anni Novanta.

DON PIPPO: Perfetto. Tiratelo dentro. Vediamo come reagisce.

DON CALOGERO: Ma don Pippo, sono cose vecchie, di quando ancora comandavano i pastori, coi loro pizzini incomprensibili, e quindi nessuno sa veramente come sono andate le cose... voglio dire che a sparare una cosa del genere...

DON PIPPO: Sì?

DON CALOGERO: Noi per assurdo potremmo anche azzeccare una verità.

DON PIPPO: Una verità? Noi?

DON CALOGERO: Potrebbe anche darsi.

DON PIPPO: E vabbè, don Calogero, una verità, in mezzo a tante bugie, che differenza farà mai?

DON CALOGERO: Voi disponete, don Pippo.

DON PIPPO: Dunque, se siamo d'accordo, io passerei al secondo punto all'ordine del giorno, che è: riscaldamento globale. Allora, io non so se sapete la cifra che ogni anno stanziavamo globalmente agli istituti di ricerca perché minimizzassero il problema, bene, soldi buttati via, ormai è chiaro che i ghiacci si sciolgono, ci crede anche quell'omminicchio di George W. Bush. Dunque io proporrei di risparmiare quella cifra e investirla in energie rinnovabili... è inutile che facciate quella faccia, è business, bisogna pensare anche ai nipoti, e qui se la California va sott'acqua ci perdiamo triliardi di fatturato, insomma il mondo è una cosa troppo complessa per lasciarla salvare ai governi, bisogna che ci si metta la mafia e che ci si metta seriamente...
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Un'Italia che reagisce cazzo

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[Questo blog sta per compiere dieci anni, che sono tanti. In occasione della fausta ricorrenza, apre cassetti a caso del suo ammuffito archivio e pubblica pezzi che forse c'entrano forse no. Questo è del luglio 2008, ai tempi di manifestazioni antiberlusconiane un po' sboccate, con Grillo e Sabina Guzzanti e altri radical chic che adesso non ricordo].

Carteggio

2/6/1994
Mio caro Algernon,
ho letto con attenzione e (non lo nego) qualche difficoltà la tua dissertazione in cui azzardi una sintesi di Horkheimer e Debord nel tentativo di offrire una chiave interpretativa filosofico-sociologica alla recente vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Come sempre il tuo pensiero è solido e articolato, forse troppo articolato, al punto che mi sorprendo talvolta a chiedermi se tanta complessità sia realmente utile alla decostruzione dell'avvento al potere di una plutocrazia mediatica nel vuoto creato dall'esaurimento della guerra fredda. Concordo sul fatto che siamo di fronte a un'involuzione culturale prima che politica, di fronte alla quale dobbiamo fare appello a tutte le nostre risorse intellettuali: ma ho la sensazione che la discussione non possa, e non debba, rimanere confinata in un ambito precipuamente accademico. Perdonami la fretta, ma mi riprometto di tornare su questi argomenti assai presto in futuro.

15/9/1996
Caro Algernon,
Ho ritrovato proprio oggi tra le mie carte la bozza di un vecchio biglietto di due anni fa in cui velatamente ti rimproveravo di un linguaggio troppo accademico e usavo, credo per la prima volta, il termine “involuzione culturale”. Come vedi la nostra discussione prosegue ancora intorno allo stesso problema, che credo di poter sintetizzare così: in questi anni di volgarizzazione indotta delle masse pilotata dallo strapotere mass-mediatico, in che misura noi intellettuali possiamo rompere il “guscio” accademico e tornare a parlare a quelli che non si sentono coinvolti dai nostri discorsi, la cosiddetta (perdonami il termine vago), “gente”? E non rischiamo coi nostri tentativi, di rimanere intrappolati proprio in quella involuzione che stigmatizziamo? Magari al convegno in gennaio avremo l'opportunità di approfondire il problema.

22/10/1998
Caro Algernon,
non credevo che la caduta di Prodi mi avrebbe tanto turbato. Sento che la mia profonda avversione per Berlusconi e per tutto ciò che rappresenta nella storia d'Italia – chiamiamolo pure “berlusconismo” - mi trasforma talvolta in un vero e proprio tifoso, impedendomi di analizzare i fatti con la razionalità necessaria. Mi sorprendo a definire Bertinotti un “traditore” - una parola che non faceva parte del mio lessico, decisamente, e a evitare il mio verduraio di fiducia, noto forzista, unicamente perché temo i suoi sfottò, proprio come se si trattasse di una contesa sportiva, e non di un lento processo storico che avrà ripercussioni sul futuro dei nostri figli. E d'altro canto, se in quattro anni di critica a Berlusconi non sono nemmeno riuscito a convincere il mio verduraio, la responsabilità non è forse mia? Rileggo le lettere che ci scambiamo tre o quattro anni fa, e scopro nei nostri discorsi un eccesso di astrazione che mi fa vergognare. Citavamo Horkheimer e Debord, e nel frattempo Lui si faceva le leggi su misura – quanto siamo stati stupidi.

Da: gcharlie69@altavista.com
Inviato il: 10/12/2000 14:36
A: algernon71@yahoo.com
Ciao Algernon
Totalmente d'accordo con quanto scrivi. Rutelli o chi per lui non hanno la minima speranza: Berlusconi ha già vinto. E però anche stavolta mi sembra il caso di fare un'autocritica: cosa abbiamo fatto noi cosiddetti “intellettuali” in questi anni per convincere la gente che Berl era il male?
Quanto tempo abbiamo perso in discussioni astratte e oziose invece di uscire nelle piazze e denunciare a gran voce il monopolio televisivo-editoriale, le collusioni con la mafia, la corruzione dei giudici, ecc. ecc.? E allora è inutile che ci lamentiamo adesso. Alla prossima.

Da: gcharlie69@altavista.com
Inviato il: 10/5/2002 00:41
A: algernon71@yahoo.com
E no, Algernon, mi spiace, ma non puoi trattare il movimento no-global o no-war o come vuoi chiamarlo alla stregua di una massa di ignoranti. La loro critica all'apparato industriale-bellico-mediatico, per quanto rozza, è sacrosanta, ed è nata dal basso, finalmente. E gli stessi girotondini, con il loro culto sicuramente un po' acritico della Costituzione, esprimono una voglia di legalità e di giustizia che non puoi liquidare. Questa è finalmente un'Italia che protesta, che reagisce, cazzo. Sì, ho proprio scritto cazzo, hai letto bene. Scusa, ma questa discussione mi sta infervorando.

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 10/5/2004 23:26
A: algernon71@yahoo.com
Il fatto, Algernon, è che in questi ultimi anni io mi sento sopraffatto dallo schifo. Schifo per la Guerra del signorino Bush, schifo per il nostro regime da operetta, per il Nano e per le Ballerine, e non ho tempo, e se avessi il tempo non avrei voglia, per produrre analisi articolati, lunghi discorsoni e quella roba lì. Cioè, di fronte a una come la Fallaci che bercia, secondo me l'unica analisi che mi sento di fare è “Taci stronza”: davvero, c'è altro da aggiungere? Del resto perché lei può usare le parolacce e io no?

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 23/9/2006 12:34
A: algernon71@yahoo.com
Sai cosa c'è, Alge? C'è che il mortadella è una grossa delusione... neanche per colpa sua, poverino...
lui ci prova a governare, ma deve dare un contentino al cinghialone Mastella... un altro a Di Pietro... che è un po' come la botte piena e la moglie ubriaca, no? E poi ci sono i rifondaroli, i comunisti italiani, i verdi coi loro no-tav e no-qui e no-là, i gay, le lesbiche, il trans... insomma, più che è un governo è il carnevale... e dietro l'angolo c'è il Nano che è già pronto a mettercela in culo... cosa che evidentemente ci piace... e allora un intellettuale cosa deve fare? A me certe volte la sera vien voglia di uscire in terrazzo e gridare... Gridare cosa? Non so, probabilmente... probabilmente un gran vaffanculo... che non risolve i problemi, però.... ti sfoghi...

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 9/7/2008 12:34
A: algernon71@yahoo.com
E allora VAFFANCULO anche a te Alge, VAFFANCULO. Non ti è piaciuto l'otto luglio? E allora lasciati pure governare da un NANO PELATO CHE PIPPA e manda al governo le POMPINARE, ai capito bene, le POMPINARE, e tutta la corte di STRONZI compresa l'opposizione ombra di TOPO GIGIO che e dà trentanni che studia politica e NON A ANCORA CAPITO UN CAZZO come te del resto. Vaffanculo, va.

(Continua? Può continuare così?)
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Assedio in pausa caffè

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La visita d'istruzione

“Ehm, professore...”

Eh? Cosa? Come? Che c'è? Sono in pausa caffè.

“Professore, la pausa caffè era due ore fa”.

E allora? Mi serve concentrazione. Avevo anche messo fuori il cartellino do not disturb.

“Professore, mi scusi eh, ma ultimamente quando si concentra russa così forte che tremano i vetri di mezza redazione. E poi... sarebbe arrivata la classe”.

La che?

“Non si ricorda? La classe di quinta elementare, in gita d'istruzione, ci aveva detto che le mostrava il reparto”.

Aaah, già, la classe... che seccatura.

“Li faccio entrare?”

Un attimo, prendo un caffè.

“Professore, ma è sicuro che tutti questi caffè le facciano bene?”

E tu che ne sai, ragazzino.

“Professore, ho cinquantadue anni io ormai”.

Appunto, ne devi mangiare di crostini ancora... Aspetta cinque minuti e poi falli entrare, ok?

***

“Allora bambini, se adesso fate silenzio, siamo arrivati nella parte della redazione oserei dire più... più nobile. Si può dire 'più nobile', professore?”

Ma sì, dica pure.

“È il reparto editoriali! Chi è che sa cosa sono gli editoriali?”
“Ioìo”.
“Noioìo”
“Allora dillo tu, Kevin”.
“Sono quelle colonnine scritte fitte fitte che stanno sui lati della prima pagina, è come se tenessero su la testata”.
“Miopapà dice che solo colonnine di chiacchiere che fanno discutere la gente”.
“Ah, ah, ah, Jonathan, non devi sempre credere a quello che dice papà... li scusi, professore... sono piccoli... credono un po' a tutto quello che gli si dice...”

Ma non ha tutti i torti, Jonathan.

“Ora, bambini, fate molta attenzione perché questo signore è il caporeparto, ed è uno degli editorialisti più letti d'Italia, e proprio lui ha accettato di mostrarci il suo luogo di lavoro, e di spiegarci come si fanno gli editoriali, pensate”.

Dunque, se prima di venire qui siete passati negli altri reparti, avrete notato che dappertutto c'era una cosa che qui manca, chi mi sa dire cos'è?

“Ioìoìo!”

Va bene, dimmelo tu.

“In tutti gli altri reparti c'erano tubi e cavi che portavano informazioni, e qui non ce n'è neanche uno”.

Esatto. Perché, come ha detto il vostro compagno prima, gli editoriali servono a far discutere la gente, e per far discutere non c'è bisogno di dare informazioni di prima mano, anzi, si rischia di distrarre il lettore. Questa è la prima cosa da sapere, quando si lavora al reparto editoriali: mai mettere un'informazione di prima mano, al massimo solo cose già rimasticate dagli altri reparti. Cosa che il lettore già sa, insomma.

“Ma se la gente le sa già perché le vuole rileggere?”

Perche gliele riscrivo io, che sono una persona importante, vedi come mi vesto? Ho anche la cravatta, qualche volta vado in tv - ma non troppo. Così, se tuo papà legge le cose che pensa già nel mio articolo, si convince che se le penso anch'io devono essere cose intelligenti.

“Mio papà legge solo Tuttosport”.

Funziona anche con Tuttosport. In questo reparto quindi noi lavoriamo con delle idee semplici semplici, che possono venire in mente ai vostri papà e alle vostre mamme, vedete? Stanno in quel cestone, il cestone dei Luoghi Comuni, noi li chiamiamo così. Allora tutte le volte che serve un editoriale, io prendo uno o due luoghi comuni (ma è meglio prenderne uno solo per volta) e li assemblo su una scocca. Per esempio, adesso ne pesco uno...

“Professore, ci fa provare?”
“Ioìoìo!”

Guardate che è un lavoro difficile, di responsabilità... oh, va bene. Tu, con le treccine, afferra un Luogo Comune.

“Ma quale devo prendere?”

Il primo che ti viene in mano.

“Questo?”

Leggi cosa c'è scritto.

“I-metalmeccanici-devono-rimboccarsi-le-maniche-perché-c'è-la globalizzz...”

...la globalizzazione.

“Cosa vuol dire globalizzazione?”

Che nel mondo, che è un globo, c'è sempre più gente disposta a fare il lavoro di tuo papà per meno euro all'ora, e quindi tuo papà deve sforzarsi di lavorare di più, meno pause caffè e meno gabinetto, eccetera.

“Ma mio papà è in cassa integrazione a zero ore”.

Parlavo in generale. Dunque, ora che abbiamo preso questo bel Luogo Comune, lo montiamo su una scocca. Le scocche sono da questa parte... sono intelaiature, come vedete”.

“Quanta polvere! Eccì!”

Sì, sono modelli molto antichi, in effetti sono più o meno le stesse intelaiature che si usano dall'invenzione del giornalismo, nel Seicento... ma alcuni erano in giro già ai tempi della retorica antica, una materia che voi a scuola non studiate.

“Studiamo Harry Potter”.

Meglio così, certe cose non sono per tutti.

“Ma non ho capito, scusa professore, a cosa servono queste cocche?”

Scocche. Vedi, cara bambina, a tirar fuori un concetto dal cestone dei luoghi comuni sono buoni tutti, ma inserire un luogo comune in un'intelaiatura di processi logici è una cosa molto più complicata. La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

“Mio papà guarda solo la tv”.
“Mia mamma legge solo internet”.

Parlavo di papà e di mamme in generale. Chi vuole montare il Luogo Comune su una scocca?

“Ioìo!”

Va bene. Stai attento, eh, che c'è gente che ci mette anche una settimana a...

“Fatto!”

Però, sei stato rapido.

“Da grande voglio fare l'editorialista!”

Allora devi imparare a lavorare più piano. Comunque l'editoriale non è ancora finito, adesso si procede alla zincatura, ovvero si immerge la scocca in una vasca di Lessico Corretto. Il lessico è molto importante: non deve essere troppo banale o sciatto.

“E perché?”

Perché deve essere chiaro che è un Professore che parla, uno che ha studiato a lungo. Altrimenti rischia di non esserci nessuna differenza tra questo editoriale e le chiacchiere dei vostri papà al bar.

“Mio papà non va al bar, è musulmano”.

...Quindi, per esempio, al posto di “scegliere”, si usa la parola “optare”.

“Cosa vuol dire optare?”

Scegliere.

“Ho capito, si prendono tutte le parole facili e si trasformano in difficili”.

Eh, no, attenzione, perché se l'editoriale diventa troppo difficile la gente poi non lo legge, e comincia a pensare che il Professore è uno snob. Invece il messaggio che deve passare è che il Professore ha studiato tanto ma si sta sforzando di farsi capire alla gente umile, che sarebbero poi i vostri genitori.

“I miei genitori fanno i precari all'università”.

Mollali appena puoi. Quindi, ricapitolando: non esageriamo con la zincatura. Due o tre minuti sono più che sufficienti per rivestire la scocca di un lessico forbito ma non troppo. Ecco, abbiamo finito.

“E adesso che si fa?”

Si manda l'editoriale al reparto correttori di bozza, dove elimineranno qualche errore ortografico, non troppi.

“Ma non passa dal reparto facts-checking, come tutti gli altri pezzi del giornale?”

Hai visto troppi film americani, quel reparto da noi non esiste – e poi se anche esistesse, non sarebbe il nostro caso, perché questo editoriale, come dicevamo prima, non contiene propriamente nessun “fact”, nessuna informazione di prima mano. Quindi il mio lavoro è finito. Domande?

“Professore, mio papà lavora in una fabbrica simile, però produce le macchine, anche dieci al giorno”.

Non male, tesoro, anche se dovrà abituarsi a produrne un po' di più. Ma qual è la domanda?

“Ecco, io volevo chiedere, tu quanti editoriali produci in un giorno?”

In un giorno? Per carità, al massimo ne faccio un paio alla settimana. Sono più che sufficienti.

“E tutto il resto del tempo cosa fai?”

Beh, mi concentro per scriverli meglio. E poi ho anche altri lavori, per esempio faccio lezioni all'università, utilizzando più o meno le stesse scocche che si adoperano qui, ma con una zincatura più pesante. Poi ogni tanto prendo tutti i miei editoriali, li monto in una scocca più pesante con copertina di cartone e rilegatura in brossura, e li rivendo di nuovo ai vostri genitori in libreria.

“Mio papà in libreria compra solo i divudì”.

E a volte mi invitano in tv a dire due parole sui miei libri. Insomma, sono molto impegnato.

“Ma professore, come si fa a diventare editorialisti?”

Eh, figliolo, bisogna studiare tanto tanto. E poi ancora tanto tanto. Fare tanti sacrifici. E poi, un giorno, chiedere a tuo papà se ti fa scrivere nel suo giornale, o in quello dell'amico del cognato, o se suo zio rettore ti assume all'università, cose così.

“Mio zio di mestiere guida il muletto dietro l'esselunga, mi ha promesso che me lo fa provare”.

Direi che tua strada è segnata. Altre domande?

“Professore, ma lei non ha paura della globa... come si chiama”.

Della globalizzazione? Tesoro, perché dovrei averne paura io?

“Ma lo ha detto prima, c'è sempre gente al mondo che è disposta a lavorare per meno euro all'ora. Questo non vale anche per lei?”

Ma no... vedi, la maggior parte di queste persone stanno in Cina e in India, e se si sforzano possono anche imparare a guidare il muletto dello zio del tuo compagno, ma prima che imparino a scrivere editoriali in italiano... eh, ci vorrà ancora molto tempo. Quindi il mio mestiere è al sicuro, vedete, perché è ancora un mestiere antico, come li chiamavano nel medioevo... un'Arte. Ci vogliono anni e anni di esperienza per riuscire a scrivere quello che...

“Professore, mio papà a volte ti legge...”

Oh, finalmente.

“...e dice che quello che scrivi tu lo potrebbe scrivere anche un bambino delle elementari, e in effetti adesso che ci hai mostrato come si fa, penso che mio papà ha ragione”.

Si dice “abbia ragione”. Vedi? Credi che sia facile, ma poi sbagli i congiuntivi.

“Professore, abbia pazienza, i congiuntivi esprimono: dubbio, incertezza, sospetto, mentre io sono assolutamente sicuro che mio papà HA ragione”.
“Io se scrivo temi con idee così banali la maestra mi dà al massimo sette meno meno”.
“Mia mamma ha smesso di leggerti da tre anni, dice che su internet ci sono persone che scrivono gratis cose molto più interessanti”.
“Mio papà quanto ti vede in tv la spegne, dice che piuttosto di starti ad ascoltare va al bar, dove almeno la gente che dice le tue banalità si può insultare dal vivo”.
“Adesso, professore, onestamente: quanto guadagna netto in quei cinque minuti in cui spiega con belle parole che i nostri genitori non devono più fare la pausa caffè?”

Fermi, state fermi... se mi venite tutti addosso non respiro...

“Professore, secondo me tu sei un parassita che non servi a nulla, nessun indiano o cinese ti verrà a sostituire perché fondamentalmente il tuo mestiere ormai è inutile”.
“Sei convinto di vivere in una torre d'avorio in mezzo alla pianura dell'ignoranza, quando ti basterebbe dare un'occhiata alla finestra per accorgerti che tutto intorno ormai è pieno di grattacieli”.

Maledette canagliette, dov'è la vostra maestrina?

“Sono qui dietro”.

Richiama queste piccole pesti, mi vengono addosso!

“Ehiehi, che maniere. Mi dia del lei, intanto, sono una professoressa anch'io. Ho appena conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura per l'Infanzia, se ha dato un'occhiata al mio curriculum avrà notato che negli ultimi tre anni ho scritto più articoli scientifici di lei”.

Ma io mica leggo i curriculum...

“Già, che bisogno c'è. Dalla sua torretta siamo tutte maestrine. Allora bimbi, cosa vogliamo fare di questo babbano inutile?”
“Impicchiamolo!”
“Alla sua cravatta!”
“Dai!”
“Buttiamolo nel cesto dei Luoghi Comuni, in fondo è quello che è”.
“Anzi, probabilmente è lì che lo hanno trovato”.
“Lo hanno assemblato su una di queste scocche”.
“Poi a un certo punto si è convinto di essere un umano, ma è stato tanti anni fa, quando la gente ancora lo leggeva!”
“Meravigliosa intuizione, Kevin. Va bene, smontiamolo e vediamo se riusciamo ad assemblarlo in un modo più originale”.

Indietro! Indietro! Canaglia! Canaglia!

***

“Professore, dice a me?”

Eh? Oddio, era tutto un incubo. Devo essermi appisolato e... ma cosa sono queste urla di là? Ci sono dei bambini?

“Bambini? Ma no, è la vertenza. Sa che dobbiamo mandare a casa un'altra dozzina di redattori”.

Ancora?

“Che ci vuol fare, professore, continuiamo a perdere copie... Piuttosto, è pronto l'editoriale?”

No, mi dispiace, mi devo essere assopito e... Qual era l'argomento, scusami?

“Riforma Gelmini. Deve scrivere che gli studenti sono reazionari, non accettano le novità, difendono lo status quo”.

Ma l'ho già scritto la settimana scorsa.

“Va bene, allora prende il pezzo della settimana scorsa, lo smonta, lo riassembla in un ordine diverso, cambia un po' di sinonimi... se è stanco le mando uno stagista, ce n'è uno giovane che è molto bravo”.

No, no, faccio da solo.

“Guardi che non è un problema, tanto lo stagista è qua. E non lo paghiamo mica a prestazione. Anzi, non lo paghiamo proprio, ahah”.

Quanti anni ha?

“Un po' meno di trenta, direi... ventotto, ventisei...”

Alla sua età io ero già in facoltà... prendevo l'assegnino...

“Cosa ci vuol fare, professore, è una generazione di... di bamboccioni, no? Non l'ha detta lei questa cosa?”

No. Non ero io. L'ha detta uno che adesso è morto.

“Ah, mi scusi. Devo averla vista nel cestone dei Luoghi Comuni, e ho pensato che fosse roba sua”.

Eh? Cos'hai detto?
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Sul fronte degli asini

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La supplente

Agosto
Buon genetliaco! Come sta il mio egittologo prediletto?
Ti scrivo per condividere teco il gaudio magno: ho rassegnato le dimissioni dal dipartimento. Dimissioni ufficiose, evidentemente, giacché il tignoso cattedratico che ho servito e riverito per un lustro tondo s'era ben guardato dal regolare la mia posizione con un qualsivoglia contratto. Ti rendi conto? Cinque anni della mia unica vita dilapidati alla corte di un barone senescente – trascorsi a completargli le ricerche, a espandergli le bibliografie, per tacere di tutte le sessioni d'esame che mi sobbarcai in sua vece, e tutto per cosa? Per vedermi sgraffignare un assegno di ricerca dalla prima figlia di un sodale del congiunto della collega di un ateneo lucano? Così mi sono affrancata dalla schiavitù: ora almeno avrò tempo per finire quel lavoro sugli scoliasti del Millecento – ma no, non temere, non verrò inghiottita dal Maelstrom della disoccupazione. Nel mentre che cerco un'occupazione confacente alla mia formazione (impresa ardua, lo concedo), ho accettato a partire da settembre una di quelle supplenze nelle scuole medie che da anni mi offrono e che ho sempre snobbato. Per una come me, avvezza a interagire con studenti ultraventenni, sarà senz'altro un'esperienza curiosa, ma (mi auguro) formativa. Chissà che non riesca a introdurre qualche diavoletto preadolescente ai misteri della filologia medioevale.

Settembre
Saluti da un'ormai ex giovane promessa della filologia. Scusa se non ho risposto alla tua cartolina con qualcosa d'altrettanto kitsch, ma ero praticamente rinchiusa in un monastero apuano dove mi sono portata avanti con la mia ricerca sugli scoliasti – e nessuno smerciava cartoncini illustrati. So che riderai nel leggerlo, ma è stata un'estate meravigliosa. Comunque, è finita.
So che friggi di condividere le mie impressioni sul mio nuovo ambiente di lavoro. Ebbene, i colleghi sono più o meno la congerie di frustrazione e pressapochismo che presagivo. Tu che sei il solito materialista mi dirai che è una questione di stipendio, che nessun ingegno men che mediocre può rimanere a lungo in una posizione professionale così mal remunerata. Come se l'università, da cui provengo, fosse più generosa coi suoi giovani addetti... diciamolo, i lavoratori dell'intelletto sono svalutati ovunque. Ma in nessun contesto mi era capitato di percepire una rassegnazione così disperata come nella sala insegnanti da cui provengo dopo una riunione di tre ore. E dire che i prepuberi non mi sembrano quei selvaggi descritti a tinte così fosche dagli organi di stampa. Non che li conosca ancora molto, le lezioni sono cominciate da appena una settimana – ma mi paiono grosso modo vivaci come lo erano i miei compagni ai nostri tempi. Rammenti? Se seppi conquistare i vostri favori smerciando compiti e ripetizioni, non dovrei faticare troppo ad attirare la loro attenzione, ora che ho un bagaglio ben più ricco di nozioni da offrire. Già ora mi sembrano ben disposti nei miei confronti: quando gli racconto del medioevo mi ascoltano per ore intere, alcuni a bocca aperta. Non so quanto riescano effettivamente a seguirmi, ma si tratta di seminare: qualcosa crescerà.

Ottobre
[...] quanto ai miei studenti, dopo un paio di settimane trascorse a raccontar loro i fatti miei, ho pensato che fosse tempo di verificare le loro competenze linguistiche, e ho impartito loro il primo tema. È stato uno choc.
Più di metà della classe è praticamente analfabeta! Per alcuni di loro sembra troppo ambizioso anche l'obiettivo di tracciare segni consequenziali lungo le righe di un foglio protocollo: vanno su e giù tracciando grafi mostruosi. Li si direbbe tratti a forza da una caverna, non da scuole elementari di un certo prestigio. Persino i più bravi non hanno idea di cosa sia la punteggiatura: alcuni ficcano virgole e punti alla rinfusa tra le parole di un tema già composto, come pittori informali che ritocchino la loro opera scuotendo il pennello delle ultime gocce di tempera. Ovunque strafalcioni, termini dialettali, anglismi storpiati... alcuni di loro quando non sanno compitare una parola la sostituiscono col disegno, o con le orribili “faccine” mutuate da internet e dalla telefonia cellulare: il risultato sono rebus inintellegibili che mi fanno rimpiangere i manoscritti che sfogliavo quest'estate.
Correggere quei brogliacci è un'impresa disperata – non di rado l'inchiostro rosso delle mie correzioni sovrasta il nero e il bleu delle loro bic incerte. Ma poi, che senso ha segnalare i loro errori per iscritto? Tanto non sanno leggere.
Peraltro, è una faticaccia che non mi aspettavo. Tutto il tempo che speravo di dedicare alla rifinitura del mio saggio sugli scoliasti se n'è andato in queste disperate e (temo) inutili correzioni. Ho faticato anche a trovare il tempo per rispondere alla tua mail, come vedi. Scusami ancora, tua [...]


Novembre
Dal fronte degli asini nessuna novità. Anzi, ti dirò: per qualche tempo ho temuto che a me inconsapevole fosse stata affibbiata una classe di minorati. Ma il collega al quale ho esibito i brogliacci ha scosso la testa e mi ha, per così dire, rassicurato: il livello dei miei studenti non si discosta molto da quello delle altre classi, così come il nostro istituto non si discosta dalla media nazionale. Con una profonda rassegnazione, di cui ora comprendo meglio le cause, mi ha spiegato che l'abbassamento della competenza linguistica dei bambini è un fenomeno ormai riconosciuto, e in parte riconducibile all'inserimento nella scuola elementare di altre materie, come la lingua straniera o l'informatica, che hanno sottratto ore importanti alla lingua italiana. L'afflusso di bambini stranieri da alfabetizzare ha completato il quadro. Il collega si è perfino provato a consolarmi! Mi ha detto che meno sono pratichi del linguaggio scritto, più tendono ad affidarsi alla comunicazione orale, per cui diventa relativamente più semplice catturare la loro attenzione raccontando delle storie. Me ne ero già accorta, si bevono tutto! Ma descrivendo le mie avventure medievali non ero consapevole di partecipare a mia volta a un'operazione di regressione culturale... dunque è quello che sono diventata? La maestrina dalla penna rossa che racconta favole a bimbi con la bocca aperta? No, questo no.
Ho fatto un esame di coscienza: forse avevo preso questo lavoro sottogamba, credendo che si trattasse di svolgere mansioni già ben definite, a cui avrei potuto dedicare solo una piccola parte del mio tempo e del mio intelletto. Avrei dovuto capire subito che le cose non stavano così. Ma credo di avere ancora tempo per rimediare ai miei errori.
Così ho fatto a me stessa un giuramento: alfabetizzerò questi somari. Li bombarderò di grammatica, li tempesterò di dettati: loro sbaglieranno e io li correggerò, dovesse essere l'ultima supplenza che accetto. Tu mi conosci: non pretendo di saper fare di tutto, ma quel poco che so fare voglio farlo bene.

Dicembre
Carissimo, buon Natale! Io non l'ho mai atteso con tanta energia da quando a undici anni mia zia mi aveva promesso la Barbie Monaca. No, stavolta non ho in programma alcuna vacanza-studio in un eremo, ma ho qui a casa una pila di quaderni da correggere che sfiora il soffitto.
Il fatto è che finché non cominci a fare questo mestiere non puoi capire che lavoraccio sia correggere. Per spiegartelo devo fare affidamento ai tuoi ricordi di scuola: rammenti i pomeriggi trascorsi davanti a qualche esercizio nemmeno troppo lungo o complicato, ma comunque noioso e ingrato? Ricordi come bastasse una breve versione, o qualche espressione matematica, o un capitoletto di storia da studiare, a riempire di angoscia quelle ore che in teoria avrebbero dovuto essere le migliori della nostra vita? E la fatica impiegata non tanto a tradurre dal latino o a risolvere le operazioni, no, ma a trovare la forza morale di alzarsi dal letto, spegnere un telecomando, zittire la radio, chiudere la rivista ed estrarre un libro dallo zainetto... ecco, ti devo confessare che le ultime settimane mi sembra di averle trascorse così, a ingannare il tempo mentre la Pila dei Compiti in Arretrato si allungava, in piena regressione puberale. I miei pomeriggi sono inghiottiti da buchi neri di vergogna: addirittura mi capita di bloccarmi ore intere sul divano, davanti a stupidissimi programmi per casalinghe, perché la prospettiva di correggere per la centodecima volta la q di “aqqua”, di “cuadro”, perfino di “squola”, mi schianta. Quello che più mi pesa è appunto il dover ripetere infinite volte le stesse correzioni: mai come ora il rapporto di un insegnante di italiano per ogni sessanta studenti mi è apparso in tutta la sua inicuità. E dire che molti pensano al nostro come a un lavoro creativo! Una catena di montaggio, piuttosto. Almeno funzionasse bene, almeno producesse qualcosa di buono.

Gennaio
Sei stato ben impietoso a rilevare il mio errore... sì, è successo, ho scritto “iniquità” con la c. La tua sorpresa è anche la mia, sai che non sono abituata a refusi del genere.
Ma cerca di capirmi. Passo ore intere a correggere sciocchezze, ad accorciare lunghe frasi asintattiche e raddrizzare passati remoti e congiuntivi storpiati – alla fine è normale che qualcosa mi sfugge.
Non so se ti è mai capitato di ripetere una parola a voce alta, o anche solo mentalmente, finché essa non perde il significato e non rimane che una nuda veste di sillabe scorticate: è la stessa cosa che mi capita dopo una sessione intensiva di correzioni di grammatica. A volte ho la sensazione che quel poco di ortografia che riesco a infondere ai miei ragazzi, lo sto perdendo io.
Loro per altro non hanno colpa se hanno avuto insegnanti mediocri e remissivi come i miei colleghi, che spesso interpretano il mio impegno come il zelo superficiale di una neofita che non ha ancora capito come vanno le cose a questo mondo, per esempio l'altro giorno il mio collega, te ne avrò parlato, uno di quelli con cui almeno ci si può parlare, mi ha detto testuale: “Vacci piano a correggere la punteggiatura”. E io: perché dovrei andarci piano? È il mio mestiere. E lui, scuotendo la testa: certo che è il tuo mestiere, ma se vai avanti così rischi di bruciarti. Cioè, siamo alle minacce, capisci? Basta l'arrivo di una nuova supplente per farli sentire scomodi sugli scranni sfondati delle loro cattedre, e dire che io all'inizio un po' ci contavo sulla loro collaborazione, e invece no, non mi hanno aiutato niente.

Febbraio
è successa una cosa bruttissima. Pochi giorni dopo lultima mail che ti avevo scritto mi è venuta un influenza pesissima, le scuole sono dei focolari di virus non indifferenti. Sono stata a casa dieci giorni e ne ho aprofittato per mettere giù quella ricerca medievale di cui ti parlavo, ti ricordi? Be' la rivista di studi medievali a cui o spedito il mio pezzo me là mandato indietro. Quell'oca della direttrice, una mia ex compagna di corso che se non era per le fotocopie dei miei appunti era ancora dietro a laurearsi, mi scrive che la ricerca “non soddisfa i nostri standard editoriali”??? ed è sempre la stessa rivista che da quando ci lavora lei scazza una bliografia su tre, e hanno il coraggio di criticare, la mia sintassi! Un articolo a cui lavoro da un anno, lo letto e riletto finche non mi e venuta la nausea, senzaltro puo essermi sfuggito un errorino, ma i correttori di bozze ci stanno X questo o no???

Marzo
Caro,
finalmente buone notizie: ti ricordi che ero stata a casa da scuola per 10 giorni? Bhè non me lo sarei mai aspettato, ma la collega di italiano che mi aveva sostituito é passata a farmi i complimenti e ma detto che erano da anni che non le capitava di insegnare a ragazzi cosi preparati in ortografia e in sintassi, e con un lessico cosi ricco e vario, ha proprio detto così! Mi a anche chiesto qual'è il mio segreto e io gli ho detto che non cè nessun segreto, gli faccio scrivere e gli correggo, gli faccio scrivere e gli correggo, 6 mesi così si vede che qualcosa serve, e tra l'altro io non avevo notato tutto questo milioramento, ma se lo dicono i colleghi penso che probabilmente e vero. Insomma in questo periodo mi sta dando più soddisfazione la scuola che la ricerca!!! ki lavrebbe mai detto??? bacioni

Aprile
Non sto bene
Non e tanto la scuola, la scuola è ok, i ragazzi sono forti, ma i compiti i compiti mi danno la nausea non riesco + a leggerli. O smesso di portarli a casa
Sono sempre stanca vado a letto alle 8 di sera mi sveglio alle 7 sono stanca lo stesso
Pensa che nel frattempo alla rivista anno silurato la tipa che mia rifiutato l'articolo!!!
Il mio professore a detto ke quello sarebbe il posto giusto X me ma io penso ke nn posso propormi in questo stato, faccio tanti errori, hai notato? E appena cerco di correggerli ancora la nausea
Il mio collega un giorno mi a detto secondo me ai perso dei gradi va dall'oqulista, ci sono andata, mi a detto ai perso un grado devi rifare le lenti
Non succedeva da quando andavo alle medie ma già, adesso ci sono tornata
Magari la prossima volta mi mettono lappparecchio per i denti ;-)
Scusa smetto perche mi viene ancora la nausea.
Ciao

Maggio
Il dottore mi a detto che se voglio posso ricominciare a scrivere un po X esercitarmi, e io pensato subito d scrivere a te. Scusa se trovi degli errori, ok???
È stato 1 esaurimento ha detto lui, X lo stress.
Io nn sapevo di essere sotto stress ma lui Signorina si fidi ognuno si esaurisce a modo suo lei si è esaurita il linguaggio
Mi a detto Ci sono quochi che per il troppo lavoro perdono il senso del gusto
e giardinieri perdono il senso dellodorato
lei uguale a perso la cosa ke + aveva coltivato fino da piccola, il gusto X le parole
ma tornerà, ho chiesto, lui ha stretto le spalle
poi a suonato il campanello, erano due miei studenti!!! portavano un mazzo di fiori allora ho detto: menomale ke nn sono giardiniera! loro nn anno capito.
Mi anno anke scritto un biliettino:


Alla nostra cara professoressa, 
per la pazienza e la dedizione che ci ha mostrato durante quest'anno
con l'augurio di una pronta guarigione.
La classe III K


Post Scriptum: ci manca tantissimoooooo! Ma l'anno prossimo torna lei, vero?

Ma mentre cercavo d leggerlo mi e venuto da vomitare e poi mi sono messa a piangere!!! ke vergonia
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Dietrologie di primavera 1

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Questo Sentimento Popolare

“Pronto, Sezione Monitoraggio del Sentimento Popolare, dica”.
“Sono io”.
“Ah, buongiorno Capo”.
“Chi c'è lì a parte te, qualcuno intelligente?”
“No Capo, mi dispiace, sono tutti in mensa”.
“E si capisce. Vabbè, come stanno le cose, fora?”
“Eh?”
La lite Fini-Berlusconi, fora?”
“Su internet sembra proprio di sì”
“E chemmifregammè di internet, scusa. Ce li hai i tracciati dei medium?”
“Capo, lei ci ha detto che non dovremmo parlare di medium quando siamo al telefono... che se qualcuno si accorge che riusciamo a leggere nel pensiero degli spettatori televisivi...”
“Massì, certo, se nessuno se n'è ancora accorto dopo anni... ormai chi ci intercetta più. Ce li hai i tracciati o no?”
“Ho due medium su tre...”
“Non mi dire che è in mensa pure il terzo”.
“No, no... ha ancora l'occhio a palla, ha presente”.
“Sbava?”
“Un po'”.
“Dannazione. Non mi piace affatto quando sbava. Ma gli altri due?”
“Beh, lo sa che per decifrare i tracciati ci vuole un po', ma...”
“Ma?”
“Sembra proprio che quattro o cinque milioni di italiani siano incuriositi dal fatto che Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non vadano più d'accordo. Anche un po' inquietati”.
“Ma porca zozza”.
“C'è una specie di... fastidio come quando... papà e mamma vivono separati in casa”.
“Separati in casa, ho capito. Va bene, contromossa”.
“Non vuole aspettare il terzo medium?”
“No, no, bisogna fare in fretta. Contromossa. Hai delle proposte?”
“Io, capo?”
“Guarda, se al telefono in questo momento ci fosse uno scimpanzè lo chiederei a lui: hai delle proposte? Qualcosa che si possa fare nel giro di mezz'ora? Bisogna distrarre almeno il 40% del target”.
“Beh, Capo, dunque, in questi casi la traslazione sembra la tecnica più efficace... è stato dimostrato dagli studi di Bokanovsky che...”
“Falla breve, se non ti dispiace”.
“Insomma, se il problema è una coppia in crisi, il modo migliore è attirare l'attenzione su un'altra coppia in crisi”.
“Va bene. Procedi”.
“In che senso procedo?”
“In che senso... ma vi devo dire tutto? Datti da fare, telefona, ci sarà qualche coppia dello showbiz che è disposta ad andare in crisi in mezz'ora, no? Chiedi a Signorini!”
“Ma è in mensa, gliel'ho detto...”
“Va bene, allora fa' così. Hai una matita?”
“Sono davanti a un computer”.
“Ecco, allora segnati questo numero: 3XX XX XX XXX”.
“È una persona famosa?”
“Un po'. Ha lavorato per noi in passato. Chiamala e spiega per chi lavori. Spiega che se molla l'osso in venti minuti sarà ricompensata. Alla grande. Hai capito?”
“Capo, non ho mai avuto il tempo per dirle che lavorare per lei è la cosa più”...
Clic.
“...orribile che mi potesse capitare”.

L'addio era nell'aria da tempo, ma a mettere un punto definitivo sulla storia ci ha pensato in un'intervista a Panorama, Fabrizio Corona. Ha rotto con Belen: "Mi ha distrutto casa e adesso sto cercando di convincerla che non sono l'uomo sbagliato che crede". Subisce minacce: "Giorni fa mi hanno chiesto il pizzo puntandomi addosso una pistola". 
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In bagno coi Maestri

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L'educazione sessuale di Don Tinto, 1

(è un racconto d'invenzione. Ogni riferimento a cose, persone, situazioni, è puramente casuale e assolutamente non intenzionale. Non ho la minima idea della vita sessuale dei preti).

C'è da dire che la sessualità è un mistero – la nostra: figurati quella degli altri. Ognuno ha la sua storia e non ve la viene certo a dire. D'altro canto a chi interesserebbe. (A Kinsey interessava, ma gli sospesero i finanziamenti).
Del resto, giudicate voi. Per tutti i lunghi anni del seminario e dell'università, mai Don Tinto si era masturbato o ne aveva anche solo sentito l'urgenza. In questa che a voi lettori potrà sembrare una bizzarria statistica (ma quale statistica? ne esistono di attendibili?) e che i suoi coetanei avrebbero ritenuto una grave menomazione, sin dalla prima pubertà Don Tinto aveva creduto di scorgere un dono del Signore, un segno evidente della Sua chiamata. Pur sensibile alla bellezza dei corpi (anzi all'università aveva optato per l'indirizzo storico-artistico), Don Tinto sembrava riuscire a goderne a distanza, senza cadere nei turbamenti delle passioni carnali. Sporadicamente, è vero, in qualche sogno sperimentava un'estasi, una specie di trasporto – di cui al risveglio la biancheria recava tracce imbarazzanti. A sedici anni il confessore gli aveva spiegato di che si trattava, del retaggio dell'inevitabile debolezza della carne – ma non era peccato, tecnicamente. Non nella fase onirica. A meno che non avesse sognato... angeli? Vestiti? Maschi? Femmine? Proprio non riesci a rammentare, figliolo?
“Padre, non mi prenda in giro, ma...”
“Ci mancherebbe altro”.
“Mi sembrava di stare nell'assunzione del Correggio”.
“Un quadro, insomma”.
“Un affresco del Cinquecento. La basilica di Parma”.
“Ne so più o meno quanto prima. Mi dovresti spiegare se c'erano corpi o no, spogliati o no, e di che ses...”
“Angioletti, bambini, asessuati”.
“Ah. Mhm. Tre rosari alla Madonna della Neve”.
“Quindi ho peccato, Padre!”
“No. Però un rosario non può far male. Vai, figliolo, e non pec... non sognare troppo, eh?”

Centocinquantemilatrecentosettantadue rosari più tardi, Don Tinto (ora cappellano di buone speranze, in una grande parrocchia metropolitana) ebbe finalmente qualcosa di piccante da confessare al suo padre sprirituale.C'era una ragazza castana di dodici anni, nel coro, che non lo faceva dormire. Era forse il modo sfrontato e insieme dolcissimo con cui attaccava gli acuti. Don Tinto era stravolto. Non riusciva a pensare che a lei. Non che ci fosse molto da pensare; allora diciamo che non riusciva a pensare ad altro che non fosse il suo non riuscire a pensare che a lei, e chissà, forse in queste vertigini consiste l'amore? La pubertà, come si vede, stava arrivando in ritardo, tram sferragliante che rischiava di travolgerlo. Mai avrebbe toccato la fanciulla, mai, anche solo presa sottobraccio, o afferrata alle spalle per salvarla da uno strapiombo come gli era capitato una volta di sognare, ma quindi come avrebbe potuto accompagnarla nel pellegrinaggio a Roma con la classe dei cresimandi? Mentre ascoltava, il confessore censurò in sé stesso una certa torva soddisfazione. Il fatto è che se lo aspettava. Tutti quei sogni di apoteosi angeliche da qualche parte dovevano pure andare a parare, bastava aver letto Freud – e poi la carne è debole, Cristo Santo, anche quella dei vitelli da latte come Don Tinto. Fu brusco con lui, come si faceva ai vecchi tempi:
“Ti tocchi?”
“Eh?”
“Ti sto chiedendo se ti masturbi, figliolo”.
“Ma no, padre”.
“Allora forse è meglio cominciare”.
“Ma padre!”
“Che padre e padre. Senti un po'. Tu sei convinto di essere sul precipizio di chissà quale perdizione. E mi sta bene. Significa che dai ancora molto peso ai tuoi sentimenti”.
“Ma...”
“Io però ho sessant'anni ormai, confesso i seminaristi da trenta, e non hai idea di quante storie del genere ho già sentito. Per cui scusami se taglierò corto. Quanti anni hai?”
“Ventiquattro”.
“È tempo che cominci a masturbarti con regolarità”.
“Ma...”
“La sera dei giorni dispari, dopo compieta. Salta la domenica. Vedrai che la bimba ti sparirà dai sogni alla velocità della luce”.
“Ma io...”
“Non sai come si fa. Eh, beh, certo. Dio mio, tutto ti devo spiegare? Con la mano destra...”
“Padre, la meccanica più o meno la conosco”.
“Oh, meno male”.
“Ma non mi viene niente da pensare...”
“Hm. Dormi ancora in San Filippo, no? Hai accesso alla biblioteca di Don Bruno?”
“Padre, sì”.
“La pornografia è nel terzo stipetto a destra, la chiave è nel trofeo della corale del 1974. E adesso va'”.
“Padre, non mi assolve?”
“Peccati non ne hai fatti, per adesso. Adesso dovrai cominciare a farne di molto piccoli, con regolarità, in modo da evitare quelli grandi. Se tutto va bene arrivi alla mia età senza avere niente di veramente brutto di cui pentirti”.
“Speravo che non sarebbe mai successo”.
“Ma certo, perché avresti dovuto avere un corpo, come noialtri? Dei desideri? Un pisello, addirittura? Perché mai Nostro Signore avrebbe dovuto farti uomo come noi? Non avrebbe potuto farti angelo? Il peccato lo stai commettendo adesso. Ed è di superbia”.
“Ha ragione, Padre”.
“Ma che ragione e ragione. Ascolta. Per quanto ne so, tu sei un bravo ragazzo. Non toccheresti una bambina neppure se ti costringessero. Il solo fatto che tu sia venuto a raccontarmi questa storia... però potrei sbagliarmi. Mi sono sbagliato altre volte”.
“Sbagliato?”
“Su altre persone. Ma devi sapere una cosa. Mettiamo che un giorno ti succeda. Mettiamo che un giorno ti capiti veramente di toccare una bambina”.
“Dio non voglia...”
“Dio, sempre questo Dio. Dio ci lascia liberi. Tu verresti a dirmelo?”
“Penso di sì”.
“E io cosa dovrei fare?”
“Dovrebbe... non so, immagino che non mi assolverebbe”.
“Esatto”.
“E mi denuncerebbe alle autorità ecclesiastiche e... a quelle secolari”.
“Ai carabinieri, dici? No, questo no”.
“E perché no?”
“C'è una direttiva molto precisa a riguardo, figliolo. Se ti denuncio rischio la scomunica”.
“Dunque la Chiesa... mi proteggerebbe?”
“Ora pecchi di stupidità. La Chiesa non protegge te. La Chiesa protegge sé stessa. Se tu infangherai il tuo abito, la Chiesa si tiene il diritto di lavarlo in casa propria. Sappiamo lavare come chiunque altro, noi. Meglio di molti altri, devo dire. Ora sai che, se un giorno tu peccassi, puoi venire da noi, da me, sapendo che io non chiamerò i carabinieri. Ti prenderò a ceffoni, questo sì. Lungamente”.
“E giustamente”.
“Ti spezzerò tutta una serie di piccole ossicine tignose che conosco io. Farò quanto mi è possibile per farti trasferire nella parrocchia dell'Africa nera frequentata dai più sifilitici dei sodomiti, ma non ti denuncerò. È giusto che tu lo sappia. E adesso vai. Che giorno è oggi?”
“Mercoledì”.
“Giorno dispari, ottimo. Buona meditazione”.

Una tragicommedia, la prima 'meditazione' di Don Tinto. All'inizio l'impresa sembrava veramente disperata, i polverosi numeri di Le Ore ritrovati nello stipetto rivelandosi quanto mai inadatti alla bisogna. Queste signorine (così sconciamente lontane dall'oggetto dei miei desideri) sono ormai tutte nonne, pensava Don Tinto; tranne quelle che senz'altro sono già passate a miglior vita; ora io devo credere a un Dio misericordioso che avrà perdonato i loro vizi di gioventù e le avrà portate in cielo; dal quale cielo mi possono vedere mentre tento di eccitarmi con le immagini dei loro decrepiti peccati, ormai rimessi, eppure ancora in circolo. Preso da siffatti pensieri, Don Tinto era tanto lontano dall'erezione quanto lo siete voi, miei intristiti lettori, in questo esatto momento. E tuttavia il padre spirituale era stato molto chiaro; ed era uomo di provata saggezza, a cui Don Tinto avrebbe ciecamente obbidito anche se non glielo avesse imposto il voto, appunto, di obbedienza. Di fronte a Don Tinto si spalancava la voragine, non già del peccato (quello sembrava essersi stranamente ridimensionato) ma della conoscenza di sé: che uomo era, se non riusciva a peccare nemmeno volendo? È santo l'uomo che tra il bene e il male sceglie la prima strada; ma è santo proprio perché sceglie, non perché un qualche accidente di natura gli ha impedito l'accesso alla seconda. Quando alla fine il volume di Caravaggio dei Maestri del Colore riuscì dove le Ore avevano fallito, Don Tinto fu preso da uno disgusto di sé che mai nella sua vita aveva sperimentato. La sola idea di aver potuto nutrire pensieri per una ragazzina – lui? Era successo veramente? Erano solo fantasie, sogni, poi si sa com'è la vita nelle parrocchie, ci si annoia, si ingigantiscono le cose, ci si inventano peccati anche solo per avere qualcosa da confessare. Eppure, sotto tutto quel disgusto, covava una strana soddisfazione. Dunque anch'egli era un uomo, in grado di disperdere il suo seme come chiunque altro. Aveva potere sul suo corpo; un potere che non avrebbe mai esercitato, ma ora era suo. Non era più un ragazzo in balia dei sogni. Quarantotto ore dopo, la prima sensazione di disgusto era scemata; ma la soddisfazione per la conquista del suo corpo ruotava ancora lì, vorticosa intorno al suo cuore. Don Tinto non covava più nessun assurdo pensiero per la moretta del coro. Si era dimenticato del tutto di lei; ma non del solenne impegno preso col Padre. All'ora prestabilita di venerdì, detta compieta, rientrò in bagno coi Maestri del Colore. (Continua, con scene assai più esplicite).
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Cugghiuni+Business

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La redazione di Leonardo, che non ha paura di niente e di nessuno, è venuta in possesso di ampi stralci dei verbali dell'ultimo vertice internazionale della mafia, risalente a qualche settimana fa, e non si fa nessuno scrupolo a pubblicarli:

Per il prestigio dell'Italia nel mondo

DON PIPPO: Bacio le mani a voi tutti.
Illustrissimi, se siete venuti oggi qui, chi da Mazara, chi da Sidney, chi da Nuovaiorche... è per discutere di qualcosa che sta veramente a cuore a tutti noi, ed è il prestigio dell'Organizzazione.

Ora, illustrissimi, guardiamoci in faccia. Io vado ormai per i cinquanta, almost fifty year old, e sono tra i più vecchi qui. Eppure anch'io, credetemi, non sono mai stato un compare con la coppola e la lupara, che va in giro per i vichi a chiedere “rispetto”...(risate). Quello è cinema, ormai, ed è giusto lasciarlo al cinema... noi non siamo tagliagole, siamo uomini d'affari, e quando parliamo di prestigio, di rispetto, ne parliamo come uomini d'affari, che sanno quanto sia importante, nel mondo degli affari, questo concetto.

Illustrissimi, la nostra Organizzazione ha avuto negli anni degli alti e dei bassi, che non vi riassumo... ma anche nei momenti più difficili, ha potuto contare su qualcosa di inestimabile, qualcosa che non è mai venuto meno... come chiamarlo? “Made in Italy”, se vi va... insomma, nel nostro ambiente essere italiano ha sempre fatto la differenza. Un po' come con le femmine, sì, italians do it better (risatine). Qui c'è gente che viene da tutto il mondo, per esempio don Giggi se non sbaglio adesso sta a... Shenzen, ho detto bene? Che non molti sanno dove sta sul mappamondo, ebbene è una città di sette milioni di abitanti, una Nuovaiorche in mezzo alla Cina, che manco i pechinesi sanno dov'è a momenti... noi invece lo sappiamo, e ci abbiamo don Giggi che fa affari lì. Per dire i cugghiuni che abbiamo – cioè, sicuramente ce li ha don Giggi. Bravo don Giggi (applausi).

Ma anche don Giggi mi deve fare la cortesia di riconoscere che tutti i suoi cugghiuni non sarebbero serviti a niente senza il prestigio che gli derivava dall'essere italiano, dal fatto che quando sei italiano nel mondo degli affari tutti, tutti ti stanno a sentire: le triadi, la Yakuza, i pirati somali, Al Qaeda, tutti quando tocca a noi parlare si stanno zitti e ci fanno parlare, perché siamo l'Organizzazione più famosa del mondo e questa fama, questo prestigio, i filme a Hollivud, ce li siamo conquistati sul campo, col sudore e col sangue nostro e degli infamoni che abbiamo mandato al Creatore (ovazione).

Illustrissimi, io non so quanti di voi facciano affari con la moda... io ci ho lavorato un po', lo sapete... e mi viene spontaneo il paragone. Cioè, anche nel mondo della moda, fino a dieci anni fa, essere italiani faceva veramente la differenza. C'era Armani, c'era Valentino, ma c'erano anche certi inculati qualunque che comunque potevano contare sul rispetto e sul prestigio che gli derivava da un cacchio di cognome italiano. E poi cos'è successo. Ma lo sapete anche voi cos'è successo. Che i grandi vecchi sono invecchiati un po' di più, e i giovani inculati invece di darsi da fare si sono addormentati sugli allori. Non hanno fatto ricerca, non hanno fatto innovazione, hanno stampato il loro bel cognome italiano sul profumo e sulla mutanda, e hanno pensato che tutti in America o in Cina o in India avrebbero fatto sempre la fila per comprarsi il parfum o la mutanda italiana. Un po' di soldi li hanno anche fatti (ne abbiamo fatto più noi taroccandogli profumi e mutande, ma questo è un altro discorso), però nel medesimo hanno perso il loro prestigio. E ora nessuno li rispetta più come stilisti, al massimo come venditori di mutande. Ecco, illustrissimi, io mi sono posto questo problema: non è che corriamo il rischio di finire così? (brusio) Lo so, non è piacevole essere paragonati a degli inculati (risatine), però sul serio, io ho la sensazione che il problema c'è. Ed è una sensazione che è diventata più forte qualche mese fa, quando ne ho parlato con don Christopher, di Wellington, Nuova Zelanda. È qui alla mia destra.

DON CHRISTOPHER: Bacio le mani a voi tutti illustrissimi.

DON PIPPO: Ebbasta con queste formalità, andiamo. Allora, Don Chris è una persona formidabile, che ho avuto il piacere di conoscere in tenera età, anche perché, se non sbaglio, ti ho tenuto a battesimo, no?

DON CHRISTOPHER: Era la prima Comunione.

DON PIPPO: Vabbè, vabbè. Don Christopher ha trent'anni ed è il delegato dell'Organizzazione per la macroreggione Oceania – Sudest asiatico. Segno evidente che i cugghiuni ce li ha anche lui, mmm? Ecco, due mesi fa è stato a un summit internazionale a Wellington a... Koala Lumpur, dico bene? Eh, Malesia, quei posti lì. Ma spiegalo tu, che te ne intendi meglio.


DON CHRISTOPHER: Era un meeting internazionale di dealer, promosso dall'organizzazione leader del mercato indonesiano-malesiano.

DON PIPPO: Un mercato che vale...

DON CHRISTOPHER: Mah, approssimativamente... qualche centinaia di miliardi di euro.

DON PIPPO: Ecco, no, perché secondo me c'è ancora chi è rimasto ai tigrotti di Sandokan con l'anello al naso... qualcuno crede che vivono sulle giunche in quei posti lì, altro che giunche, non so se sapete che il grattacielo più alto del mondo ce l'hanno i malesiani, e i malesiani che vivono nel grattacielo più alto del mondo secondo voi non pippano? Pippano, pippano, hanno bisogno di colombiana anche loro. Quindi è evidente che è un mercato che c'interessa.

DON CHRISTOPHER: Noi abbiamo il know-how, però non siamo i più convenienti.

DON PIPPO: Perché ci piace fare le cose per bene. Però adesso io non è che vogliamo annoiarvi coi tigrotti della Malesia. Vorrei solo che don Cristopher ci raccontasse com'è andata a Kuala Lumpur.

DON CRISTOPHER: E' stata un'esperienza allucinante. Allora, io premetto che sono nato a Wellington, NZ e di cose italiane ho davvero poca esperienza... sarà anche un limite mio, però... i giornali italiani li leggo poco e... li capisco poco. Quindi arrivo nell'albergo senza sapere niente, è un albergo in mano all'organizzazione locale e quindi mi devo fidare, do il nome, entro in camera e mi trovo accucciate sul letto due bambine cambogiane che non arrivavano a vent'anni. In due, voglio dire. (Espressioni di disapprovazione e genuino disgusto).

DON PIPPO: E cos'hai fatto a quel punto.

DON CRISTOPHER: Mah, quello che avrebbe fatto chiunque di voi illustrissimi. Sono immediatamente uscito dalla stanza, e dal lounge ho telefonato che così non andava, non andava assolutamente, che non avevano capito con chi stavano trattando, e che venissero a riprendersi le tipe immediatamente (Bravo! Così!) Si sono scusati, hanno detto che non sarebbe più successo, e che era una questione di cinque minuti. Io ho aspettato dieci, e poi sono risalito nella stanza

DON PIPPO: E cos'hai trovato.

DON CRISTOPHER: Un transessuale tailandese (risate).

DON PIPPO: No, no, signori... illustrissimi volevo dire illustrissimi, no, qui non c'è niente da ridere. Un meeting per discutere di business importanti, e ti trattano così... come un maniaco sessuale... adesso, ma lo vedete don Cristopher? A me sembra un ragazzo a modo, elegante, colto, parla anche un bellissimo italiano anche se in Italia non c'è mai stato... ma cos'è questa cosa che improvvisamente se un italiano va a un meeting lo trattano da maniaco sessuale? Quand'è cominciata questa cosa (mormorii)? Signori, guardate che il problema sta qui. È un problema di prestigio.

DON CHRISTOPHER: Sì, e se posso dire la mia...

DON PIPPO: Ma certo, dilla, dilla

DON CHRISTOPHER: E' anche un problema di business.

DON PIPPO: Ma soprattutto è un problema di business. E infatti, poi, il meeting com'è andato?

DON CHRISTOPHER: Non mi hanno praticamente fatto parlare (mormorii di disapprovazione). C'erano dealer filippini e colombiani. C'era pure un rappresentante peruviano e lo hanno fatto parlare. C'erano un paio di triadi della zona di Canton, che fra parentesi, don Giggi, le porto gli omaggi del signor Xu Chang.

DON PIPPO: Ora faccio l'avvocato del diavolo: magari tu sei un ragazzo, dovevamo mandare uno più anziano, affidabile...

DON CHRISTOPHER: Don Pippo, io sono a disposizione dell'Organizzazione, però vi devo dire che lì ero il più vecchio. Tutti sotto i trenta. È un mercato molto dinamico.

DON PIPPO: Forse che non sai bene le lingue...

DON CHRISTOPHER: Please, don Pippo. Ho una laurea a Princeton in lingue orientali, e mi mandate a dei meeting con gente che non ha la licenza elementare. I colombiani si esprimevano in spagnolo e a gesti, e la commessa l'hanno vinta loro.

DON PIPPO: E allora, Don Chris, spiegaci 'sto fatto a tutti quanti. Com'è che non ti hanno fatto parlare.

DON CHRIS: Mi hanno tenuto per ultimo prima del coffee-break e mi hanno chiesto... io non so se dirlo, don Pippo.

DON PIPPO: Dillo, Chris. È importante.

DON CHRIS: ...se sapevo qualche funny joke.

DON PIPPO: Qualche barzelletta.

DON CHRIS: Di quelle sporche.

DON PIPPO: The nasty ones.

DON CHRIS: Mi facevano ammicchi, risatine... l'ospite mi ha chiesto se mi era piaciuta la “sorpresa in camera”... eccetera.

DON PIPPO: Illustrissimi, io non so... qui abbiamo un caso che secondo me è molto più grave di un affare perso. Abbiamo dei fetentoni, venuti su dal niente, in Paesi che fino a trent'anni fa le cartine geografiche avevano schifo a rappresentare... uomini di nulla che il mestiere lo imparano dai film che hanno fatto su di noi... e di colpo ci trattano da pagliacci. Da maniaci. Ora io mi chiedo: magari la colpa è nostra. Magari sono i nostri uomini che non si meritano più il rispetto dei loro genitori. Vedo Don Christopher, a cui l'organizzazione ha pagato gli studi migliori, un ragazzo elegante, di cultura, capace, e mi dico: magari non ho capito niente, magari è un povero cugghiune che non sa farsi rispettare. Ma me lo dovete dire anche voi: pensate che il problema sia don Chris? Pensate che non meriti il rispetto del mondo del business?

(Silenzio)

E allora, visto che siamo tutti uomini d'onore, qui, me lo dovete dire con franchezza: quello che è capitato a don Chris in Malesia è un caso isolato? O non sono successe cose del genere anche a voi, in giro per il mondo, negli ultimi mesi?

(Brusii)

E insomma, signori, secondo voi qual è il problema? In pochi mesi gli uomini dell'Organizzazione più rispettata in assoluto del mondo diventano dei pagliacci. E perdono gli affari, perché è sempre di questo che stiamo parlando, di affari. Allora vi chiedo: secondo voi cos'è successo negli ultimi mesi? Rimango in ascolto.

DON CALOGERO: Don Pippo, posso parlare?

DON PIPPO: Ci mancherebbe, ne hai facoltà.

DON CALOGERO: Don Pippo, noi siamo giovani, ma comunque maggiorenni e vaccinati, e quindi si è capito dov'è che si vuole andare a parare. Però, don Pippo, io vengo dalla Sicilia, non so se si ricorda, quell'isola triangolare...

DON PIPPO: Don Calò, questa ironia...

DON CALOGERO: Mi lasci finire, don Pippo, perché io vi ho ascoltato e vi ho anche capito, don Pippo, e lo so che c'è un problema. Insomma, è su tutti i giornali.

DON PIPPO: Di tutto il mondo.

DON CALOGERO: Insomma, il vecchio è fatto pazzo di viagra, sragiona, va alle feste di minorenni, ammicca alla regina Elisabetta, fa il cugghiune con Michelle... le abbiamo viste tutti queste cose. Siamo venuti per parlare di questo?

DON PIPPO: E per trovare una soluzione. Perché questo vecchio fatto pazzo di viagra, come dite voi don Calò, è diventato il rappresentante del made in Italy nel mondo, e questo fatto ci danneggia, ci danneggia molto, ci fa perdere qualche milione di euro al giorno, don Calò, e noi come organizzazione, abbiamo sciolto creaturine nell'acido per molto meno.

DON CALOGERO: E con questo cosa mi volete dire, don Pippo, che dobbiamo sciogliere pure a lui?

DON PIPPO: Naturalmente no...

DON CALOGERO: Perché non si può fare! E ci sono accordi precisi!

DON PIPPO: Gli accordi, don Calò, gli accordi... se poi li andiamo a vedere... li avrebbe dovuti rispettare lui per primo... mentre se mi ricordo bene, per esempio, il 41bis...

DON CALOGERO: Don Pippo, con tutto il permesso... ma che minchia ci frega del 41bis a noi... di quei mammasantissima in isolamento, coi loro pizzini medievali... ma che se ne stiano a farsi i loro criptogrammi colla bibbia, cosa minchia ce ne dovrebbe fregare a noi... io sto parlando business, come voi. Ospedali. Cantieri. Sto parlando di cose tangibili, come... il ponte sopra il cacchio di stretto (risate). Sì! Perché qui c'è gente che non crede nell'innovazione, nel coraggio per i progetti che sfidano il... voi volete tornare ai pastori coi pizzini, è questo...

DON PIPPO: Don Calò, io non dubito... in Sicilia siete tutti avvedutissimi uomini d'onore, e se avete voluto sostenere il... papiminchia (risatine) senz'altro ci avevate il vostro interesse. Però qui proprio perché non siamo medievali, bisogna cominciare a vedere la cosa globalmente, e globalmente il papiminchia è, per lo stato attuale dei nostri affari, un rugosissimo e puntuto pruno su per il pertugio del culo. (Risate e applausi) Ragione per cui la quale... ragione per cui la quale... è tempo di discutere un'exit strategy.

DON CALOGERO: La fate facile, voi.

DON PIPPO: E insomma, don Calò, siamo nel duemilaenove, non ci sono mica più i comunisti, andiamo. Un po' di alternanza fa bene a tutti. Pensate che ho votato Obama anch'io, sì, quella melanzana, mi piaceva e me lo sono votato, embè? Non lo riuscite a trovare un altro partito da votare?

DON CALOGERO: Ma non è una questione... voi forse siete assenti dall'Italia da un po' di tempo, don Pippo, e non avete presente... cioè noi i distretti elettorali in Sicilia li controlliamo abbastanza bene e ci possiamo inventare un partito anche domani, ma lui vince in Lombardia, in Veneto, perché le elezioni qui si vincono con le televisioni, e le ha tutte lui.

DON PIPPO: Un altro buon motivo per ridimensionarlo un po'... ma non c'è anche Murdoch? Possiamo fare pressione...

DON CALOGERO: Murdoch in Italia non ha lo spessore...

DON PIPPO: Ho capito. Insomma, è diventato più potente di noi.

DON CALOGERO: Don Pippo, purtroppo sì.

DON PIPPO: Però noi non è che possiamo starcene qui a ridacchiare mentre lui ci sputtana tutto il prestigio degli italiani all'estero. Qui dobbiamo cominciare, se non altro con gli avvertimenti. Chissà, può anche darsi che da quell'orecchio ci senta.

DON CALOGERO: E' molto rintronato.

DON PIPPO: Questo lo vediamo. Cominciamo a fargli pressione. Qualche infamone che lo tira dentro a un'inchiesta... non riusciamo a trovarne uno?

DON CALOGERO: Don Pippo, io di infamoni ne trovo a centinaia, voi dite e io ve li preparo. Ma dovete capire che il papiminchia, come lo chiamate voi, sul piano processuale ha due cugghiuni degni dei meglio nostri.

DON PIPPO: E vabbè, di cosa lo avranno mai accusato? Corruzione, falso in bilancio, briciole... tiratelo dentro in una strage terroristica. Non avete delle stragi a mano?

DON CALOGERO: Qualcuna... ma roba vecchia... primi anni Novanta.

DON PIPPO: Perfetto. Tiratelo dentro. Vediamo come reagisce.

DON CALOGERO: Ma don Pippo, sono cose vecchie, di quando ancora comandavano i pastori, coi loro pizzini incomprensibili, e quindi nessuno sa veramente come sono andate le cose... voglio dire che a sparare una cosa del genere...

DON PIPPO: Sì?

DON CALOGERO: Noi per assurdo potremmo anche azzeccare una verità.

DON PIPPO: Una verità? Noi?

DON CALOGERO: Potrebbe anche darsi.

DON PIPPO: E vabbè, don Calogero, una verità, in mezzo a tante bugie, che differenza farà mai?

DON CALOGERO: Voi disponete, don Pippo.

DON PIPPO: Dunque, se siamo d'accordo, io passerei al secondo punto all'ordine del giorno, che è: riscaldamento globale. Allora, io non so se sapete la cifra che ogni anno stanziavamo globalmente agli istituti di ricerca perché minimizzassero il problema, bene, soldi buttati via, ormai è chiaro che i ghiacci si sciolgono, ci crede anche quell'omminicchio di George W. Bush. Dunque io proporrei di risparmiare quella cifra e investirla in energie rinnovabili... è inutile che facciate quella faccia, è business, bisogna pensare anche ai nipoti, e qui se la California va sott'acqua ci perdiamo triliardi di fatturato, insomma il mondo è una cosa troppo complessa per lasciarla salvare ai governi, bisogna che ci si metta la mafia e che ci si metta seriamente...
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Da che parte è caduto?

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La vittoria della libertà

20 novembre 2009, BERLINO - La caduta del Muro di Berlino «segna non solo la fine del comunismo sovietico ma soprattutto la vittoria della libertà come bisogno insopprimibile dell'animo umano». Così il premier Silvio Berlusconi che partecipa oggi alle celebrazioni per il ventennale della caduta del muro. Per il Cavaliere «dobbiamo avere coscienza che la libertà non è sinonimo di egoismo, di individualismo, non significa libertà di fare ciò che più ci aggrada e ciò che è possibile fare grazie ai progressi della scienza e della tecnica. La libertà è vera libertà quando è relazione con gli altri, quando rivendica non solo i legittimi diritti, ma si fa carico dei doveri nei confronti dell'intera società».

30 novembre 2009, MINSK - il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, primo leader occidentale da almeno dodici anni a questa parte a mettere piede a Minsk, ha ringraziato il Capo di Stato bielorusso per anni isolato dalla comunità internazionale anche per il sospetto di brogli nelle elezioni. «Grazie anche alla sua gente, che so che la ama: e questo è dimostrato dai risultati delle elezioni che sono sotto gli occhi di tutti» ha detto il premier italiano rivolgendosi al leader bielorusso in conferenza stampa.

20 novembre 2014, ROMA – A un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, il Presidente della Repubblica Berlusconi ha voluto ricordare nel suo discorso alla nazione “la data che segna la vittoria della libertà, intesa non come simbolo di decadente individualismo, ma di responsabilità nei confronti della collettività, del popolo e dello Stato”. Nel pomeriggio ha ricevuto al Quirinale l'ambasciatore cinese, per un incontro “franco e cordiale” durante il quale “è stato confermato il forte vincolo di amicizia tra i nostri Paesi liberi”. Durante la conferenza stampa finale il Presidente ha anche voluto commentare le recenti epurazioni avvenute nel Partito del Popolo della Libertà “In tempi come questi la più importante conquista è un miglioramento all'interno del Paese, miglioramento che non colpisce, che non salta agli occhi, non si scorge a prima vista, un miglioramento del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi risultati, un miglioramento nel senso che la lotta è diretta contro l'influenza dell'elemento piccolo-borghese e piccolo-borghese-anarchico che disgrega il popolo e il partito. Per ottenere questo miglioramento bisogna epurare il partito dagli elementi che si staccano dal popolo; per non parlare, s'intende, degli elementi che disonorano il partito agli occhi del popolo”.

25 novembre 2019, MOSCA - “Festeggiando la caduta del Muro di Berlino, noi celebriamo la vittoria in Europa della libertà: ricordando tuttavia che nessuna libertà è conquistata per sempre, ed è compito del popolo e del Partito salvaguardarla contro le tendenze individualiste, capitaliste e reazionarie che oggi come ieri lo minacciano”. Con queste parole il premier della Federazione delle Repubbliche Popolari Italiane, on. Bondi, ha ricordato il trentennale dell'evento che cambiò la faccia dell'Europa. L'occasione era il summit della Cooperazione Mercati Comuni Nazionali italo-russi (COMECON). “L'alleanza commerciale tra le Federazioni italiana e russa è più salda che mai”, ha confermato il Presidente russo Vladimir Putin; “la Russia guarda alle Italie come al suo naturale partner mediterraneo”. Putin ha anche garantito che la fornitura di gas alle repubbliche italiane in deficit energetico non sarà sospesa. “Potete passare un inverno tranquillo”, ha aggiunto.

22 novembre 2039, PYONGYANG, “La caduta del muro di Berlino, di cui ricorre il cinquantenario, segna non solo la fine del capitalismo occidentale, ma la vittoria della libertà come bisogno insopprimibile dell'animo umano”. Con queste parole il segretario del Partito Unico Popolarista Piersilvio Berlusconi ha voluto ricordare la fausta ricorrenza, durante un summit della Quinta Internazionale. Una festosa sorpresa ha rallegrato la giornata del Segretario: durante una parata nella via centrale della capitale nordcoreana, egli ha inaugurato di persona una statua di dieci metri di altezza dedicata all'Amato Leader Silvio Berlusconi, fondatore del popolarismo italiano. “Vedere il monumento di mio padre a poche centinaia di metri da quello dell'Eterno Leader Kim Il Sung mi riempie gli occhi di commozione”, ha ammesso il Segretario.

22 novembre 3989 – Nuova Shangai. A distanza di duemila anni la leggenda del cosiddetto “Muro Diberlino” continua a turbare gli storici. La maggioranza resta convinta che un muro del genere – malgrado le numerose testimonianze, per lo più letterarie – non sia mai esistito. “Opere simili di solito resistono per millenni”, sostiene l'archeologo Pier Ya Sen. “Basti pensare alla grande muraglia cinese... ma anche una fortificazione lignea come il Vallo d'Adriano ha lasciato qualche traccia. Invece un muro del genere, che avrebbe dovuto tagliare l'Europa in due, sarebbe scomparso nel giro di una notte: impossibile. Si tratta senza dubbio di una leggenda”. “Dietro ogni leggenda si nasconde sempre un briciolo di verità”, afferma dal canto suo lo studioso Yung Dangela XXV. “Quella del muro Diberlino ci parla di un'Europa che alla fine del secondo millennio cristiano scivola in uno stato di decadenza e di divisione, al termine del quale le deboli democrazie occidentali vengono soppiantate da un nuovo ordine mondiale, modellato sulle autocrazie orientali, come Russia e Cina”. In questo quadro il Muro Diberlino rappresenterebbe “il confine, cristallizzatosi per almeno mezzo secolo, tra le decadenti nazioni democratiche dell'occidente e le potenze emergenti dell'est: due economie radicalmente diverse e inconciliabili, che nel corso dei decenni conobbero uno sviluppo assai diseguale. Finché probabilmente i regimi democratici occidentali non furono costretti a innalzare uno sbarramento, forse un vero e proprio muro di cemento, onde proibire ai propri cittadini di raggiungere i Paesi dell'Est dove le condizioni di vita dovevano essere diventate incomparabilmente migliori. Ma come accade sempre in questi casi, il muro finì con lo sbriciolarsi, e il modello autocratico orientale tracimò in occidente, con esiti talvolta imprevisti: vedi ad esempio il caso italiano, dove la dinastia dei berlusconidi impose la sua autocrazia mediatica proprio negli anni immediatamente successivi alla caduta del cosiddetto 'Muro'”.

[Un saluto a chi va a Roma domani - io faccio quel che posso e stavolta non ce la faccio, ma grazie].
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Di veli e mezzelune

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I segreti dell'altalena

“Papà”.
“Sì, bambina mia?”
“Senti, c'è una cosa che è da un po' che ti devo dire, però mi devi promettere che non lo dici a nessuno”.
“Cos'è successo, bambina mia”.
“Senti, sai quando andiamo nel parco a volte al pomeriggio”.
“Sì”.
“Che tu ti metti sulla panchina a leggere il Giornale e io vado sull'altalena e a volte veniva anche la Lorenza”.
“Cosa c'è, vi siete picchiate di nuovo? Adesso sua madre mi sente...”
“No, no, non mi ha fatto niente la Lorenza. Non è questo”.
“Ah. Del resto è un po' che non si vede più”.
“Sua mamma non vuole più portarla”.
“Nel parco? Cos'è, ha paura di te adesso”.
“Ma no, no, papà. È che sta andando da un dottore, però non è come il dottore che ti mette il termometro, è una specie di dottore della testa, che ti mandano da lui quando vedi le cose strane”.
“Le cose strane? Perché, cosa ha visto Lorenza?”
“Ma niente, papà”.
“Non riesco a capire”.
“Neanch'io papà. È tutto cominciato due settimane fa anzi no forse tre perché mi ricordo che non c'era ancora nell'angolo il venditore di castagne”.
“Allora è più di un mese”.
“Insomma, quando tu mi accompagni al parco e ti metti sulla panchina, io vado sull'altalena con la Lorenza, ma a volte c'è una signora che ci spinge. Tu l'hai mai vista la signora?”
“Mah, no. È la mamma di un'altra bambina?”
“Dice che è la mamma di un bambino, ma io non l'ho mai visto il suo bambino, comunque, lei non fa proprio niente di male papà, ci spinge soltanto”.
“Ma com'è fatta questa signora”.
“È tanto bella”.
“Ah”.
“Con un velo che la copre tutta”.
“Eh?”
“Ma sì, hai presente, un velo, come la mamma della mia compagna Fatima, hai presente, però il colore è diverso, è...”
“Tutta? Non si vede neanche il viso?”
“Sì papà, si vede il viso”.
“E di viso com'è?”
“Te l'ho detto papà, è molto bella”.
“Sì, va bene, è bella, ma il viso, insomma, di che colore è? Come quello della tua compagna Fatima?”
“Un po' sì”.
“E parla italiano?”
“Sì, anche se...”
“Anche se?”
“Parla strano, insomma papà, io non è che capisco tutto quello che dice, però...”
“Però”.
“Sono cose bellissime e bruttissime”.
“Spiegati meglio, tesoro”.
“Ma per esempio ci dice che ci saranno cose molto brutte, delle battaglie, i cattivi sembra che vinceranno contro i buoni ma non dobbiamo avere paura, anche se ci saranno queste cose molto brutte... a un certo punto ci saranno degli eserciti che faranno una guerra terribile, ma alla fine vincerà lei...”
“E queste cose ve le spiega sull'altalena?”
“Sì, e ci dice per adesso di non dirle a nessuno perché è ancora presto, ma ecco, è successo che la Lorenza è andata a dirle a sua madre e sua madre l'ha portata da questo dottore”.
“Ma che dottore. Qui c'è da andare dalla polizia, altroché”.
“Dalla polizia? Ma perché, papà, è successo qualcosa?”
“E' successo che nel parco c'è una integralista islamica che fa la predica a mia figlia, mi sembra abbastanza. Ma senti, questa signora te l'ha detto come si chiama?”
“No papà”.
“Tanto di sicuro è un nome assurdo. E da dove viene?”
“Non viene da nessuna parte, papà, è sempre lì”.
“Come sarebbe a dire è sempre lì, vedrai bene se arriva da una parte o dall'altra... viene dalla parte del venditore di castagne o dalla strada?”
“Papà, te l'ho detto, è sempre lì”.
“Ed è tutta velata?”
“Sì papà”.
“Dal capo ai piedi?”
“Sì... beh, no, ai piedi porta una cosa, come si chiama, una fetta di luna...”
“La mezzaluna?”
“Ecco, sì, papà”.
“Maledetti musulmani. Ti volti un attimo e si mettono a convertire tua figlia. Ma io questa la stronco. Senti. La prossima volta che andiamo al parco...”
“Sì papà?”
“Appena la vedi ti metti a urlare, va bene?”
“Ma papà, io quando la vedo non riesco a urlare”.
“Come sarebbe a dire”.
“È una cosa strana, papà, io quando la vedo mi sento tutta bloccata, però sto bene, anzi sto benissimo, però non riesco a parlare”.
“Figlia mia! Ma cosa ti hanno fatto questi bastardi... senti, nel parco non ci andiamo più, hai capito?”
“E alla signora cosa le dico?”
“Non le dici niente! Non la vedrai mai più”.
“Ma se viene in camera mia?”
“Come in camera tua? Come fa a venire in camera tua”.
“A volte di notte è venuta”.
“Eh? Scherzi? No, è un sogno. Ipnosi. Un veleno. Insomma, non lo so. Senti, facciamo così, adesso chiamo la mamma di Lorenza e le chiedo il numero di quel dottore...”
“No, papà, per favore! Papà! La signora non mi ha fatto niente. Mi ha solo...”
“Taci te. Non hai neanche idea di cosa... Fila in camera tua”.

Cara Signora,
mi dispiace che ho parlato di te con mio papà, ma non sapevo più come fare. Adesso lui è molto arrabbiato e non vuole più portarmi al parco.
Allora ho pensato che io, a me tu stai simpatica, però forse è meglio che non ci vediamo più, e al massimo quei Tre segreti che ci devi dire li dici alla Lorenza, che lo so che voi vi vedete ancora anche se lei va dal dottore.
Però la Lorenza ce la fa a tenere i segreti, invece io cara Signora mi dispiace, mi dispiace tantissimissimo, ma con mio papà proprio non ce la faccio.
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Il Silvio Parallelo

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Mammut e scimmiette

Nel frattempo, in un universo parallelo molto simile al nostro – praticamente identico – a parte il fatto trascurabile che i Mammut non si sono mai estinti – un Presidente del Consiglio molto simile al nostro aspetta la sentenza di una Consulta molto simile alla nostra.

“Presidente...”
“Basta, ora”.
“C'è qua fuori il suo portavoce che...”
“Silenzio. Voglio restare qui da solo, intesi? Disturbatemi solo quando arriva la sentenza”.
“Ma...”
“Ho detto che voglio restare solo”.

Incapaci.
Tutti.
Maledetti incapaci.
E li pago io.
Li ho arricchiti tutti quanti, io.
Gente che non sa neanche scrivere un... gli avevo detto: fatemi un testo di legge per bene, una cosa inattaccabile, ochei? Che sono stanco, che gli italiani sono stanchi di queste stronzate. E loro “si figuri, vedrà, Napolitano non potrà che firmare... ricorso? Che ricorso? Andrà tutto bene, siamo in una botte di ferro...” Gliela do io, la botte di ferro.
Chiodata.
A tutti quanti. Maledetti.
Ma è mai possibile che non ci sia in Italia uno in grado di farti una cosa... se ne hai bisogno, una cosa che funzioni... è sempre stato così, fin da quando tiravo su le palazzine... e il geometra mi sbaglia il disegno, e l'elettricista non capisce un cazzo, e il presentatore non sa leggere il gobbo, e il Ministro mi scrive male la legge. Un popolo di incapaci, e se la prendono con me. Se solo sapessero la fatica che mi costa, coordinare tutti questi incapaci giorno dopo giorno, dare una parvenza di organizzazione a questo sfascio... andare all'estero e fingere che dietro al fondale di cartone ci sia una potenza, fatemi ridere, una potenza industriale... roba che se i russi si accorgono di quanto siamo minchioni ci tolgono il gas in venti minuti... e poi sono io quello che deve andare a stringere la mano al boss del kgb, eh? Sono sempre io che ci deve mettere la faccia, maledetti. Maledetti.

“Presidente...”
“E' arrivata la sentenza?”
“No, ma ha telefonato il Monsignore per esprimerle...”
“Stop. Basta. Cosa ti ho detto cinque minuti fa?”
“Ma presidente...”
“Ti ho detto: non voglio essere disturbato finché non arriva la sentenza, è chiaro? Non-voglio-essere-disturbato. Ripeti con me”.
“Non voglio essere disturbato”.
“Fino alla?”
“...sentenza?”
“Bravo, e adesso fila”.

Sono scimmiette. I migliori: quegli altri non valgono un granché nemmeno come scimmiette. Presidente, mi chiamano. Dovrebbero dire impresario, impresario del circo. Con le loro leggine da scimuniti. Hanno trovato un uomo che almeno riesce a farli trottare, un uomo che riesce a tener su la baracca e ci mette la faccia, e loro cosa fanno? Passano il tempo a denunciarmi, a processarmi, a prendermi in giro in televisione... gliel'ho data io la televisione, prima di me guardavano le pecorelle su un canale solo in bianco e nero. Ma adesso basta. Se il lodo non passa è finita. È l'ultima che mi fanno. Io son tanto buono e bravo, ma non è che posso passare gli anni migliori della mia vita a regalare noccioline a scimmiette che mi mordono la mano.
Gliela faccio vedere io.
Di che pasta sono fatto.
Non l'hanno mai visto un uomo, loro. Uno vero.

“Presidente, io so che non dovrei... ma c'è qui una signorina che...”
“Fuori!”

Ma cosa si credono di fare. Cosa vogliono.
Vogliono farmi fuori? Ma se non sono neanche in grado di... vogliono solo farmi spendere altri soldi in avvocati, e tutto qui, 'sti Ghedini e 'sti Pecorella, coi loro occhietti da vampiri... a scrivermi una legge decente non son capaci, ma a succhiarmi altri soldi per portare i processi in prescrizione vedrai, vedrai se sono bravi... e poi sai che c'è? Mi volete fuori? Io mi dimetto. Anche tra mezz'ora. Mi dimetto. Vediamo cosa fanno. Se si attentano a tenere in piedi un parlamento dove il sessanta per cento degli eletti mi deve tutto. Tutto. Mentre io da cinque canali tv li chiamo golpisti, dal primo all'ultimo. Da Napolitano giù giù fino al barbiere di Bersani. Vediamo a chi credono gli italiani. Dai, dai, sono curioso. Da che parte staranno le scimmiette? Io tengo il sacco delle noccioline, e voi?

Io le elezioni le rivinco. Anche domani. Senza Fini, e se mi va anche senza Alfano, così impara a scrivere le leggi, cribbio d'un Dio. Che ministri come lui li trovo sotto i sassi.
“Presidente...”
“Cosa c'è ancora... vuoi fare il Ministro?”
“No, io no, ma c'è qui una signorina...”
“Va bene, la prossima volta Ministro. Ma adesso F-u-o-r-i. Fuori”.

Io vinco quando voglio. Domani, tra un mese, tra un anno, nessun problema. Le televisioni le ho io, se le vogliono dovranno mandarmi l'esercito, a Cologno, ah, voglio proprio vedere chi ha il coraggio. E sai cosa c'è? Mi ci divertirò pure. È uno spasso, la campagna. Vai in giro in aeroplano, fai i discorsi, le scimmiette si spellano le mani, ti amano... io me la godo, la campagna. Non vedo l'ora.

“Presidente, mi scusi, mi scusi, lo so, sono un idiota, ma questa signorina continua a insistere, non la smette più...”
“Ma chi è, insomma”.
“È una... di un reality credo...”
“Per carità”.
“Ma è sicura, eh, ha il bollino di garanzia. In più dice che aveva un appuntamento con lei. Preso due mesi fa”.
“Può anche darsi, non me ne frega niente. Chiama i gorilla, che la buttino fuori”.
“Ma Presidente...”
“Che c'è!”
“Venga almeno a darle un'occhiata, cioè... è uno schianto. Io una ragazza così in vita mia non l'ho mai...”
“Naturalmente, perché sei un mentecatto. Io invece sono il Presidente, sto aspettando una notizia importante, e l'ultima cosa che desidero è una sveltina con una sconosciuta che magari nasconde un registratorino su per il... Ma ti sembro il tipo?”
“Presidente, con franchezza, sì. Una sveltina, nelle emergenze, non se l'è mai fatta mancare”.
“Adesso è diverso. Chiama i gorilla”.
“Va bene, però mi preoccupa”.
“Fuori”.

Però ha ragione, è curioso. Non sto pensando al sesso. Da una settimana. È strano.
No, a dire il vero non è strano. Alla mia età dovrebbe essere normale, ma negli ultimi anni... mi sembrava di non avere altri sfoghi... adesso no, adesso sto bene. Cioè, sono incazzato come una biscia, ma sto... bene. Niente erezioni spontanee. È come se tutta l'energia mi andasse in rabbia. Altre volte mi sono sentito così. Quando fiutavo un affare, e poi lo realizzavo. Potevo stare senza chiavare per settimane intere. È una cosa che esiste in psicologia, mi pare, subliminazione o che so io... beh, se mi consente di tirare avanti senza dovermi sbattere una scimmietta ogni mezza giornata, son quasi contento...

Che poi anche tutte queste storie sul presidente puttaniere, sì, sì, sapete che vi dico? Fatelo, fatelo un bel governo Fini-Casini-Rutelli, coi teodem e i teocon, i teodiqua e i teodilà, fatelo. Coi cardinali ministri, perché no, come in Iran. Fatevi stracciare la legge sull'aborto. Fatevi mettere i sondini su per il naso. Vedrete che poi lo rimpiangerete, il presidente puttaniere. Quello che andava a salutare il Papa coi tappi nelle orecchie, salutava e sorrideva e tornava a casa senza neanche avere un'idea di cosa gli avesse detto, il vecchio trucco di Andreotti, ma bisogna averci le palle, e quelle me le avete stracciate un'ultima volta, voi laicisti del salottino buono.
Io intanto resto all'opposizione, sai che c'è? Io ci sto da Papa, all'opposizione. Ci sono stato tante volte e ogni volta mi ci trovavo meglio. Appena qualcuno prova a sussurrare che chissà, bisognerebbe fare una legge sul conflitto d'interessi, lo distruggo. Poi appena i vostri governicchi vanno in malora, perché non siete capaci di mettervi d'accordo su niente, si rifà una campagna, che è la cosa che mi piace di più in assoluto, la campagna! E la rivinco io! Il più tardi possibile, però, così nel frattempo magari è finita anche la Crisi.

La Crisi. Ecco, pensateci voi, alla Crisi. Fateli voi, i miracoli. Non vi piacciono i miei fondali di cartone? I miei prefabbricati? Fateli fare a Bersani, vediamo cosa combina. Chiamate quell'altro buono là, Montezemolo. Un pirla che è riuscito a floppare una Coppa del Mondo di Calcio, per dire, ho fatto meglio io col Mundialito. Uno che se non gli davamo una mano, due mani, dieci anni di contributi per la rottamazione... a quest'ora il Lingotto era un campo nomadi, e lui gestiva gli zingari ai semafori, dai, dai, fate fare ai geni. Io sto fuori e me la godo. Vado in campagna, vado in tournée, meno male che Silvio c'è e tutte queste menate. Non c'è niente che mi gasi come un'adunata di scimmiette di provincia che si schiacciano per stringermi la mano... ah, non vedo l'ora.

“Presidente...”
“Che c'è adesso?”
“Niente, presidente...”
“Eh?”
“No, nel senso che stavolta non vengo a interromperla con una scusa, stavolta è la volta buona”.
“È uscita la sentenza?”
“Sì. Gliela leggo”.
“Dimmi solo: il Lodo è passato o no?”.
“È passato”.
“Ne sei sicuro?”
“Sì, presidente, è scritto qui, vede...”
“O mio dio”.
“Glielo avevo anche detto, che i magistrati non avrebbero perso troppo tempo a ragionarci su...”
“Mio Dio”.
“...domani comincia la stagione della caccia al Mammut e non se la perderebbero per niente al mondo... ma cosa c'è, Presidente, non si sente bene?”
“Un lieve capogiro”.
“L'emozione, capisco. Si deve sentire molto sollevato”.
“Certo, certo”.
“Adesso lei non può più essere processato... non che lei dovesse temere più di tanto i suoi processi, ma almeno ora potrà governare con più serenità”.
“Già”.
“Ma Presidente, cos'è quel muso lungo. Ha vinto!”
“Io sono abituato a vincere. Non è che mi faccia un grande effetto, alla mia età”.
“Ma non capisco. Un attimo fa era pieno di vita, scalpitava, e adesso...”
“Mi sto sgonfiando”.
“Non avrei osato dirlo, ma è così. Chiamo il dottore?”
“Ma no, ma no. Chiama i giornalisti. Devo dirgli che sono sereno e che ora finalmente potrò governare senza disturbi della magistratura e bla bla bla e cheppalle”.
“Come?”
“Cheppalle governare senza disturbi. Davvero, sarà una noia mortale. Io non ce la faccio senza disturbi. Ho bisogno di disturbi, di sfide, di gente che mi pungoli. Ma senti, questi giudici... se ne sono già andati via? Non c'è un modo di ricontattarli, di farli ragionare?”
“Presidente, non credo di capire”.
“Lo so, sei un babbuino. C'è che fino a cinque minuti fa avevo un'impresa da portare a termine, un combattimento da vincere, capisci? E io avrei vinto, a qualsiasi costo”.
“E infatti ha vinto”.
“È stato troppo facile, non mi va. A me non piace veramente vincere... il momento della vittoria magari sì, ma già il momento dopo, quando ti siedi sul trono... è tutto finito, diventi un funzionario che deve ricevere la regina d'Inghilterra e la contessina di stocazzo, ed è una noia, una noia che non t'immagini. Per me l'Italia è come una donna, capisci”.
“Forse”.
“Mi piace conquistarla, non avercela tutti i giorni tra le palle con le sue beghe da vecchia frustrata... se me la sposassi, capisci, smetterei di corteggiarla subito dopo, la cornificherei immediatamente... a proposito, la ragazza di prima...”
“Credo che sia ancora nel cortile, la vado a chiamare?”
“Sì. Credo di averne bisogno”.
“Ma Presidente, lo ha detto prima lei... se avesse un registratorino?”
“Tanto meglio, così gli ingaggi invece di chiederli a me li chiede alla cricca di De Benedetti e Santoro, ci faranno su un bello scandalo e si sentiranno così fieri di avermi infastidito. Se solo sapessero...”
“Sapessero cosa?”
“Che se loro non m'infastidissero, io probabilmente morirei”.
“Presidente!”
“Sì, morirei. Di noia. È peggio del cancro. Posso dirtelo, io lo so. E allora, 'sta signorina?”
“Arriva, arriva”.
“Bene. E poi lasciami solo”.
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Magari è davvero solo un sogno

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(Ricopio dall'anno scorso, e domani spero di svegliarmi)

Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice: “Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no”.
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... possa fare un brutto effetto... alla tua età, poi...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“C'è qui il capo della polizia, Manganelli, è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfra. Chiamami Gianfra”.
“Ah, già, Gianfra. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose... insieme!”
“Grazie, ma è troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava ascoltare Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”

(Continua, all'infinito).
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Mamma! Mamma!

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Se tutto è troppo facile

Monsignore, è un grandissimo onore per me averLa qui.
Prego, s'accomodi.
(Lara, vammi a prendere i ferri buoni. C'è il Monsignore!)

Colgo l'occasione per confessarLe che l'altro giorno ho goduto di un piacere autentico, e d'intensità rara, leggendo il suo ultimo pezzo contro la pillola assassina. Soprattutto là dove dice

Rendendo tutto più facile, la nuova modalità abortiva certamente aumenta una mentalità che sempre più induce a considerare l’aborto come un anticoncezionale.
Si', quando una citazione mi piace davvero, la imparo a memoria. Adesso apra la bocca, per cortesia.
Mi sono anche permesso di riportarla sul forum della FOdCA, che mi onoro di rappresentare. La conosce? La Federazione Odontoiatriche Cattoliche. Qui è meglio fare una lastra.
(Lara, vammi a preparare una lastra).
Beh, in effetti non è molto conosciuta, la Fodca. Potremmo essere molte di più... sapesse quante professioniste non si attentano a uscire allo scoperto, dichiarare la loro fede... Ma Lei c'insegna che bisogna dare l'esempio. Adesso stringa. Ma no, non fa male. Appena un po' di fastidio, che sarà mai... Stringa, su. Ecco, abbiamo fatto. Un attimo che il computer rielabora l'immagine.

Vede, io credo che lei abbia colto l'essenza del problema. Fossero tutti come lei... invece di tirare fuori la bufala della pillola pericolosa per le madri, una cosa a cui non crede nessuno... no, il punto è quello che ha trovato lei: la banalizzazione. Con la Ru486 abortire non diventerà più pericoloso o meno assassino. Ma diventerà una cosa facile, banale, alla portata di tutti. E' questo l'abisso morale che si spalanca davanti a noi. Lara, questa immagine arriva o no?

Ah, ecco.
Eh, beh, capisco che le facesse male a masticarci sopra. C'è una carie che si è infiltrata sotto l'otturazione. E ce n'è un'altra... qui, vede? Sotto il colletto. Ma da quand'è che non ci vediamo?

Monsignore, è un discorso che abbiamo fatto spesso. Caffè, fumo, zuccheri tra un pasto e l'altro, non sono amici dei suoi denti. Poi è inutile che Se la prenda con me. In tre anni è la quarta volta che rivediamo quell'otturazione. Le dico con tutta franchezza che a questo punto la maggioranza dei miei colleghi Glielo avrebbero già devitalizzato - se non cavato via, semplicemente. Ma noi della Federazione Odontotecniche Cattoliche abbiamo un'idea diversa. Per noi la vita del dente viene prima di tutto. Lara, per favore, preparami dieci cc di zertyupol.

Monsignore, so che mi capisce. Lei ha un problema col Suo dente. Banalizzando, si potrebbe pensare che il problema consista in un paio di carie. Ma io e Lei sappiamo che il problema non coinvolge soltanto lo smalto: esso penetra la dentina e il cemento e raggiunge l'essenza, come dire? spirituale del Suo premolare. Banalmente, io potrei raschiarle via l'ennesima macchia scura; molti miei colleghi laicisti lo farebbero, ben contenti di rivederla tornare poi di qui a pochi mesi. Ecco, noi della Fodca abbiamo deciso di lavorare in un'altro modo. Lara, per favore, allaccia le cinghie al Monsignore.

Se ora Lei non avvertirà la solita sensazione di intorpidimento alla mascella, c'è un motivo. Quello che Le ho iniettato non è un sedativo. Viceversa, è qualcosa che L'aiuterà a sentire meglio quello che sto per farLe. Perché alla Sua età, Monsignore, non vorrei mai che perdesse i sensi mentre... apra la bocca, da bravo, ecco. Dicevo, ma puo' sentirmi? NON VORREI MAI CHE LEI PERDESSE I SENSI MENTRE LE TRAPANO UN PREMOLARE SENZA ANESTESIA. Non provi a chiudere la bocca mentre ho il trapano in mano. Non ci provi davvero. Si concentri su qualcosa. Su quello che Le sto dicendo, magari. Ora riprendo. C'è parecchio lavoro da fare qui dentro, lo sa.

Vede, quello che è successo a noi dentisti negli ultimi 50 anni, gli enormi progressi fatti in tutte le direzioni, ma soprattutto nella terapia del dolore, hanno in qualche modo degradato l'essenza morale della nostra professione. Noi dentisti sappiamo nell'intimo della nostra coscienza che la migliore terapia contro la carie è la prevenzione: una dieta corretta, l'astensione dalla nicotina e via dicendo. Ma d'altro canto è molto più lucroso curare i milioni di carie figlie delle cattive abitudini che ci guardiamo bene dal combattere. Tanto più che levarsi una carie, o un dente intero, è diventato sempre più facile e indolore... banale, in una parola. Ora, noi della Fodca abbiamo deciso che non puo' più essere cosi'. Siamo ancora poche, è vero, ma decise a dare l'esempio. Lara, tieniGli stretta la fronte, cosi'. Ecco, adesso va meglio.

Non si spaventi se vede le stelline, a questo livello è normale. Ma ci pensi bene: ha mai vissuto un'esperienza del genere nella sua vita? Pensa che potrà mai scordarSela? No, non muova la testa, mi risponda roteando le orbite. Bene. Ogni volta che scarterà un cioccolatino, che Si accenderà una sigaretta, lei Si ricorderà di questo dolore. Questa è la vera cura contro le carie, mi capisce? Quella non facile, quella che coinvolge il paziente anche sul piano spirituale. Noi Odontoiatriche Cattoliche ci crediamo fermamente. Ora se vuole puo' urlare.

Lara, hai notato che urlano tutti la stessa cosa? Che vorrà dire?
Mamma, mamma, come se il dolore più lancinante potesse capirlo solo la madre. O forse è solo la sillaba più facile da pronunciare.
Si sciacqui, Monsignore, abbiamo finito.
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Aussichten auf den Bürgerkrieg

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Di ronda in ronda

Se chiedete ai nonni, forse qualcuno ancora si ricorda, di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada, non sapeva di chi fidarsi.
Certo, quando proprio le cose si mettevano male c'erano i Poliziotti. Si chiamavano col telefono, e a volte arrivavano, con le macchine le sirene le mitragliette – ma poi si mettevano a fare domande a tutti, così alla fine nessuno li chiamava volentieri.

Invece gli Uomini in Verde, quando cominciarono a venire, non facevano domande. Soltanto: tutto bene Signori? Possiamo esservi utili in qualche modo? Erano gentili, e non mostravano le armi. Si fermavano sempre al bar da Pino a prendere il caffè, e insistevano per pagarlo. Poi si mettevano a chiacchierare (di calcio, più che di politica) fino a mezzogiorno, quando si dirigevano verso la scuola. L'anno prima era morto un ragazzino, messo sotto da un pirata, così i Vigili non si erano lamentati troppo quando gli Uomini in Verde avevano cominciato a dare una mano col traffico. Inoltre, da quando erano arrivati, non si era visto più un solo spaccino del Magreb intorno alla scuola. Si capisce che i genitori fossero molto contenti degli Uomini in Verde – molti di loro presero anche la casacca, erano felici di dare una mano.

Poi ci furono le elezioni, e nel quartiere il partito degli Uomini in Verde vinse a man bassa.

Dopo le elezioni ci furono dei tagli, per via della crisi economica. Davanti alla scuola non c'erano più vigili, ma all'inizio nessuno ci fece caso. Tanto c'erano gli Uomini in Verde, ed erano capaci di dirigere il traffico quanto chiunque altro. Anzi, molti automobilisti del quartiere avevano più rispetto dei Verdi che dei Vigili, perché i Verdi ormai erano tutta gente del quartiere, che sapeva chi eri che mestiere facevi e dove parcheggiavi la macchina, così non era proprio il caso di fare gestacci al finestrino. Così, man mano che i semafori si spegnevano, il traffico rimase in mano ai Verdi, ma funzionava. Si facevano meno incidenti, la gente ci metteva più attenzione. Non era più come una volta, quando guidare in città era come schivare i birilli: adesso dovevi stare attento a chi ti osservava; guidare era tornato a essere un gioco di relazioni. Lo dicevano anche i sociologi: le Ronde ci hanno costretti a uscire di casa, a riprendere in mano la città. Gli Uomini in Verde vinsero anche le elezioni successive.

Però la crisi economica continuava, e molti onesti padri di famiglia cominciarono a chiamarsi fuori. Il fatto è che le ronde erano cominciate in sordina, come un dopolavoro per pensionati, e man mano erano diventate sempre più importanti. Fare un turno agli incroci poteva essere molto stressante, e anche se tutti ti dicevano grazie e votavano per il tuo partito, ugualmente dopo un po' cominciavi a sentirti un pirla a farlo gratis. Alla fine restarono soltanto i più esaltati, e i disoccupati: e quest'ultimi (alcuni dei quali magrebini) ormai le ronde le facevano soltanto intorno alla villetta dell'Assessore alla Sicurezza, quello eletto coi voti degli Uomini in Verde. Costui alla fine riuscì a sbloccare qualche fondo, ma erano briciole.

Nello stesso periodo un odioso piromane cominciò a dar fuoco alle automobili del quartiere, una ogni notte. A quel tempo ormai la Polizia non aveva più compiti di sorveglianza: in base al principio di sussidiarietà si dava per scontato che a queste cose ci pensassero le ronde. Anche gli Uomini in Verde ritenevano che la cosa fosse affar loro; soltanto chiedevano ai residenti del quartiere di contribuire alle spese per la vigilanza notturna. Così fu organizzata una colletta: gli Uomini in Verde passavano di casa in casa, e ciascuno dava secondo la sua necessità.

Fu una gara di generosità davvero commovente: tutti diedero qualcosa. Solo Pino, il titolare del bar, non volle partecipare, per via di una vecchia bega col boss degli Uomini del quartiere, un vecchio conto da saldare. Beh, sì, certo, era capitato spesso al boss di offrire da bere ai suoi uomini, al termine di un turno faticoso, e tante volte aveva detto “segna sul conto”: sempre in attesa di quei maledetti fondi che non arrivavano mai, ma la colpa di chi era? Comunque se Pino non voleva pagare per la vigilanza, per la protezione, era un suo diritto, erano fatti suoi.

La colletta fu un successo: nessuna automobile prese più fuoco nel quartiere. Un mese dopo tuttavia fu il bar di Pino ad andare in fiamme.
I famigliari gli sconsigliarono di chiamare la polizia. Cercarono anche di convincerlo ad accettare la generosa offerta del Boss, che voleva rilevare le macerie del bar per installarci un Circolo Ricreativo degli Uomini in Verde. Pino però era una testa dura, e aveva contatti in altri quartieri. Vendette la licenza a un suo lontano parente, e sloggiò. Il bar, trasformato in Ristorante, riaprì due mesi dopo, con certe ceffi dentro che nessuno aveva mai visto in zona. Quando gli uomini in casacca verde provarono a entrare, furono cortesemente accompagnati alla porta con qualche colpetto di manganello alla nuca. Questo rese chiaro a tutti che gli Uomini in Nero avevano messo piede nel quartiere.

Gli Uomini in Nero non avevano mai avuto una grande presenza in zona, ma in altri quartieri erano maggioranza. Si raccontavano cose favolose e un po' orribili sui quartieri gestiti dai Neri: scolaresche al passo dell'oca, stranieri segregati eccetera, ma in gran parte erano leggende. Certo, avevano un'organizzazione un po' più militare, e questo in certe situazioni poteva servire. Per esempio, il Comandante Nero a cui era stato affidato l'ex bar di Pino era un fine stratega e sapeva che lo scontro frontale coi Verdi, per il momento, era fuori discussione. Bisognava andarci piano; così quando seppe dell'increscioso incidente andò pubblicamente a chiedere scusa al Boss dei Verdi, e lo invitò anche al ristorante, a bere alla sua salute e a sue spese. Il Boss ci andò; rifiutare l'invito l'avrebbe messo in cattiva luce, bisognava dimostrare di aver coraggio.

Quel pomeriggio, mentre il boss dei Verdi brindava nel locale dei Neri, ci fu una rissa davanti alle scuole. Una squadra di Uomini in Nero circondò tre magrebini in casacca verde che spacciavano. Questo era quello che facevano per vivere, da sempre: prima in borghese, poi, adeguandosi allo spirito dei tempi, in casacca verde. Inchiodati dalle prove fotografiche (e al vecchio semaforo in disuso), i tre spaccini fecero crollare l'indice di gradimento degli Uomini in Verde nel giro di una mezza giornata. La raccolta fondi porta a porta cominciò a fruttare meno: anche se nessuno osava rifiutare un obolo, quasi tutti piangevano miseria, trovavano scuse, scucivano spiccioli. Il boss Verde era già l'ombra di sé stesso, quando, una settimana dopo, girando la chiave della macchina saltò in aria. La raccolta fondi fu temporaneamente sospesa. Un mese dopo ci furono le Comunali e gli Uomini in Nero, a sorpresa, s'imposero nel quartiere.

La loro raccolta era molto più scientifica: si trattava anche per loro di dare ciascuno secondo le proprie possibilità, ma queste possibilità erano calcolate in base alle dichiarazioni dei redditi, grazie alle talpe che gli Uomini in Nero avevano nell'Ufficio Entrate. Tanto che in un certo senso la dichiarazione era meglio farla al sindacato degli Uomini in Nero, così i soldi per la protezione li detraevi direttamente dalle imposte. Insomma, da un punto di vista burocratico il progresso era innegabile. I verdi erano sempre stati dei simpatici cialtroni in questo senso.

Il guaio dei Neri era la loro fissa col colore della pelle. Il quartiere era multietnico da quasi mezzo secolo; e questa idea che le ronde spettassero solo ai bianchi non passava. Era un vero e proprio boomerang; i ragazzetti con la pelle scura, che fino a pochi anni prima avevano potuto scegliere se spacciare o fare le ronde, ora dovevano per forza mettersi a spacciare. Nel giro di sei mesi il parcheggio della scuola divenne una delle principali piazze di smercio della città. La gente cominciò a brontolare. Il Comandante Nero non ci badava. La gente cominciò a sussurrare che il Comandante Nero ci prendesse delle percentuali, in contanti e in polvere purissima. Il Comandante mandò una squadraccia a pestare gli spaccini. Tornarono alla base col manganello fra le gambe. Cos'era successo?

Era successo che il comandante Nero aveva sottostimato il problema. Il parcheggio della scuola era diventato una piazza talmente interessante da attirare l'attenzione della gang Morales, una banda di narcotrafficanti di origine andina con ramificazioni in tutto il mondo, che finanziava la Revolucion Permanente vendendo droga ai viziati occidentali. Il core business dei Morales erano ovviamente i derivati della foglia di coca, di cui detenevano praticamente il monopolio nel lato nord della città: fornitori ufficiali del Sindaco, fronteggiarli era fuori discussione. Non solo, ma lo stile di vita libertario e lassista della gang stava facendo presa sulle giovani generazioni, che dopo pochi anni di marce e saluti romani ne aveva già abbastanza. La gang aveva anche un suo braccio politico, la lista rossa Izquierda y Libertad. Per quanto in crescita, difficilmente avrebbe potuto imporsi le elezioni, a meno che... non si fosse alleata coi Verdi.

Fino a qualche anno sarebbe sembrato impossibile, ma la politica ti porta a letto con strani compagni. Con l'aiuto dei Morales, la circoscrizione tornò in mano ai Verdi. Il loro capo, fratello minore del Boss esploso, fece giusto in tempo a prestare giuramento: un cecchino dei Neri lo centrò da un cornicione. A quel punto i Morales fecero una chiamata intercontinentale. Qualche giorno dopo il comandante Nero, accerchiato nel privé del suo ristorante, sollevò il capo da un vassoio di coca e vide sugli schermi a circuito chiuso che gli uomini della sua sorveglianza venivano strangolati da... incursori della marina boliviana? Oh, beh, “Me ne frego”, pensò lui: imbracciò il suo bazooka, spalancò la porta e...

“Qui c'era un ristorante, dieci anni fa”.
“Io mi ricordo un bar”.
“Il bar di Pino. Poi è andato a fuoco, e al suo posto ci hanno fatto una villa. E ora questa... questa voragine”.
“È stato un missile terra-terra, due anni fa. I Verdi stavano facendo una convention, una specie di rito celtico, che ne so io... qualcuno ha informato i Morales...”
“Ma non erano amici, una volta?”
“Divergenze. Pare che i Verdi non volessero più coca nel quartiere. Dicevano: noi vi proteggiamo, va bene tutto, anche le serre di cannabis sui terrazzi sono ok, però non vendete ai nostri ragazzi. E così...”
“I ragazzi sono passati tutti coi Morales”.
“È più complicato di così. I Morales non hanno problemi a finanziarsi. I Verdi invece continuano a stressare col pizzo, porta a porta, molta gente non ne poteva più. Qualcuno cominciava a rimpiangere persino i Neri”.
“Bene, e noi in tutto questo?”
“Ecco, dopo lo sterminio dei Verdi si è creato un certo senso d'insicurezza nel quartiere. È tutto in mano agli spacciatori e la gente non esce più di casa. Così il Monsignore ha pensato che potrebbe toccare a noi”.
“Ma i Morales...”
“Ci ha parlato il Monsignore, è tutto ok. Anche loro pensano che il quartiere sia un pessimo biglietto da visita. Ha bisogno di una ripulita”.
“Ci alleiamo coi rossi?”
“Solo all'inizio. Mettiamo su una chiesa, un oratorio, una sezione di Comunione e Liberazione, e quando avremo tirato un po' di gente dalla nostra, allora...”
“Quelli hanno i missili”.
“Ma noi abbiamo Dio”.
“E basta?”
“No, se vuoi saperlo è arrivata anche quella partita di granate all'uranio impoverito, contento?”
“Rendiamo grazie a Dio”.

Se chiedete ai nonni, forse qualcuno ancora si ricorda, di quando non c'erano le ronde nel quartiere. La gente aveva paura a uscire in strada. Non sapeva di chi fidarsi.
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The Self-Fulfilling Plot

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Hai voluto il complotto?

C'è Rupert Murdoch in tuta di latex che sta sculacciando 13 donne nude con un battipanni a forma di svastica, quando bussano alla porta.

"Chi interrompe un povero vecchio che cerca di rilassarsi un po'?"
"Eccellenza, Illustrissimo..."
"Prega che sia qualcosa di davvero importante".
"Luce del Mondo, Unica Fonte di Ogni Intrattenimento..."
"E bla bla bla. Tutte queste smancerie non ti porteranno a niente. Spiega cos'è successo e fallo in fretta".
"Eterna Luce della Mente Immacolata, abbiamo scoperto che in Italia c'è un signore che parla molto male di Voi".
"In Italia?"
"Un pidocchio, un parassita, anzi peggio, un concorrente".
"Come, ho dei concorrenti? In Italia?"
"Ahimè, Eccellenza, sì".
"E chi sarebbe questo impudente, il Papa?"
"Quasi, illustrissimo. Il Primo Ministro".
"Il Primo Ministro? Ha delle emittenze televisive?"
"In chiaro, sì".
"Bizzarro. Ne avrà un paio".
"Ne ha tre, più le tre dello Stato, più svariati quotidiani, cinema, libri, pubblicità..."
"E gli lasciano tenere tutto questo mentre fa il Primo Ministro?"
"Eccellenza, sono usanze locali. Comunque il succo è che sta parlando molto male di Voi".
"E cosa dice?"
"Dice che state complottando contro di lui, per via di una storia di donnine".
"Si è fatto fotografare?"
"Maestà, sì".
"Sado? Maso? Lesbo? Pissing?"
"Mah, niente di che, però... potrebbero, dico potrebbero, esserci in ballo delle minorenni".
"Ah, quindi è fottuto. E dice che sono stato io?"
"In conferenza stampa. Sarebbe una specie di vendetta perché hanno aumentato una tassa sul decoder".
"Quegli stronzi. E... spiegami bene: sono davvero stato io?"
"Eccellenza, no".
"Potrebbe essere stato qualcuno dei distaccamenti europei, magari, di sua spontanea volontà, per farmi una sorpresa?"
"Sire, tutti sanno che Voi non amate le sorprese".
"Insomma, questo tizio mi calunnia".
"E' un modo per spostare l'attenzione dal dibattito interno, che..."
"Bla bla bla, non m'interessa. Senti, facciamo così. Non mi va che la gente pensi che Rupert Murdoch fa le vendettine alla cazzo, mi capisci?"
"Sì, Mio Divino".
"Del resto la calunnia è un venticello. Smentire non servirebbe a nulla. Ci sarà sempre qualcuno che preferirà pensare che sono stato io. Allora facciamo così: vai in Italia e compra una ventina di signorine. Le voglio belle e... maggiorenni, per ora. Poi vedremo".
"Onnipotente, cosa vuole farci?"
"Niente di che. Devono andare sui quotidiani più prestigiosi e dire che hanno preso soldi per andare a letto col tizio. Con tariffe miserevoli. Ah, meglio ancora se la cosa è successa veramente. Secondo me non sarà difficile trovarne".
"Illustrissimo, lei è veramente la Falce Acuminata della Vendetta Implacabile".
"Bla bla bla, niente di personale. Ma se la gente deve per forza pensare che Rupert Murdoch si vendica, voglio che almeno pensi che sa farlo sul serio".
"Mi prostro a cotanta..."
"Vatti a prostrare fuori dai coglioni, magari. E ricordati: venti ragazzine. Maggiorenni ma non troppo".
"Venti".
"In seguito mi riservo di ordinare qualche nano e... dei cammelli, sì. Ci sono cammelli in Italia?"
"Dromedari, forse".
"Naah, il cammello è molto più morboso. E uno di quei serpenti costrictor in via d'estinzione".
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Dagli abbastanza corda

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C'è un sindaco a Tucson!

Sono sicuro che lo avete già sentito dire almeno una volta, in sala d'aspetto o sull'autobus o a un pranzo di parenti: fino all'anno scorso la scuola italiana era un covo di delinquenti, poi è arrivata lei col voto in condotta, e adesso finalmente le cose vanno meglio. Vedrete che tra un po' lo diranno anche le statistiche.

Davanti a chi la pensa così, che argomenti puoi trovare? Far notare che il voto in condotta in pratica esisteva anche prima? Sì, ti diranno: ma non era in decimi. Per qualche ragione misteriosa pare che “Cinque” sia molto più eloquente e severo di “Non sufficiente”. Oppure potresti cercare di descrivere il subdolo sistema, rozzo e allo stesso tempo raffinato, con cui il genio della Gelmini ha incastrato gli insegnanti in un capestro di circolari contraddittorie. Otterrai il risultato di annoiarli per un paio di minuti finché, al terzo documento che citi, scrolleranno le spalle e ti diranno che questi sono dettagli; l'importante era dare un segnale e il Ministro l'ha dato: chi prende cinque è respinto, punto.

Così alla fine ho pensato di ambientare tutto nel far west, almeno ai leghisti piacerà.
Mettiamola così: a un certo punto la contea di Tucson era impestata dalla piaga dei ladri di bestiame. Arrivavano da nord, da sud, da levante, da ponente; seminole, sioux, irlandesi, polacchi, canadesi, messicani; per tacere dei ladri indigeni e di quelli che rubavano perché non volevano sembrare di meno dagli altri. Le statistiche sulla criminalità erano impietose: la contea risultava la meno sicura dell'Arizona. Finché non ci furono le elezioni, e le vinse (prevedibilmente) il candidato del Partito del Cappio. La notte dello spoglio delle schede il nuovo sindaco si affaccia al balcone del primo piano del saloon, ringrazia la popolazione, e promette solennemente che farà impiccare tutti i ladri di bestiame. Applausi. Applaudono anche i numerosi ladri presenti: un po' per non sembrar da meno, un po' perché anche loro ormai sono convinti che ci si debba dare una regolata, non si può più andare avanti così.

Nei quindici giorni successivi, in effetti, nessuno tocca un solo bovino. Poi però si sa cosa succede. I problemi che c'erano prima delle elezioni (carestia, disoccupazione) non sono spariti di colpo; e il sindaco che ha promesso di appendere i ladri non ha assunto neanche un aiuto-sceriffo, neanche un aumento per l'unico sceriffo Smith, che ogni giorno perlustra tutta la contea. Così una sera Smith va a bussare all'ufficio del sindaco e gli spiega che ha messo al gabbio un pellerosse che trascinava verso il suo accampamento un bue marchiato: flagranza di reato. Che faccio, Doc, lo impicco?

“Che domanda che mi fai, così su due piedi...”
“Doc, con permesso, la legge è Lei. Io da quel che ho capito avrei dovuto impiccarlo seduta stante. Se non l'ho fatto è perché non c'erano alberi alti in zona, e anche perché dopo probabilmente i Sioux scenderanno in città a scalparci tutti quanti, e occorrerà come minimo affittare una posse di pistoleros, e quelli costano un botto, glielo dico subito”.
“Va bene, allora facciamo così. Liberalo”.
“Come liberalo? Ma è un ladro di best...”
“Beh, beh, piano con le parole. Come fai a dirlo?”
“Doc, faccia lei. Trascinava un bue col marchio dei fratelli Manzotin”.
“Si vede che non hai letto bene la circolare”.
“Quale circolare?”
Questa. Dice che sei ladro di bestiame solo quando vieni arrestato 15 volte”.
“15 volte?”
“Tu quante volte l'hai arrestato questo Sioux?”
“Mah, non è che stavo a contarle... tre, quattro”.
“Vedi com'è importante tenere in ordine i registri? Facciamo così, ripartiamo da oggi. Questa è la prima volta che lo arresti. Se lo becchi altre 14 volte, hai la facoltà di appenderlo. La legge dice così”.
“Doc, ma i cittadini avevano capito c...”
“Alt. Tu sei uno sceriffo, non ti devi interessare di politica. Io ho detto che avrei impiccato i ladri e lo confermo: uno che si fa beccare per 15 volte vuoi che non sia un ladro?”
Premessa la scrupolosa osservanza di quanto previsto dall’articolo 3, la valutazione insufficiente del comportamento, soprattutto in sede di scrutinio finale, deve scaturire da un attento e meditato giudizio del Consiglio di classe, esclusivamente in presenza di comportamenti di particolare gravità riconducibili alle fattispecie per le quali lo Statuto delle studentesse e degli studenti - D.P.R. 249/1998, come modificato dal D.P.R. 235/2007 e chiarito dalla nota prot. 3602/PO del 31 luglio 2008 - nonché i regolamenti di istituto prevedano l’irrogazione di sanzioni disciplinari che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla comunità scolastica per periodi superiori a quindici giorni.
Smith torna nel suo ufficio, libera l'indiano, e poi va a informarsi per quanti anni gli mancano alla pensione. L'indiano torna al suo accampamento e dice: Sentite un po', pare che in città abbiano cambiato musica. Se ti trovano con un capo dei fratelli Manzotin al massimo ti mettono al gabbio per due ore, poi tanti saluti e tutti a casa. Yu-huu! Yepaheee! Nei giorni successivi c'è una recrudescenza di furti di bestiame. Quando gli irlandesi si accorgono che i sioux fanno quello che gli pare, concludono che lo sceriffo Smith è un porco razzista che ce l'ha solo con loro, e sfogano la rabbia razziando i capi degli altri mandriani. Smith fa quel che può, ma la contea è grande. Inoltre adesso deve tenere un casellario: per ogni ladro che arresta segna una crocetta. Qualcuno così fesso da accumulare 15 crocette viene effettivamente impiccato, ma un ladro normodotato in media non si fa beccare più di dieci volte all'anno. Tucson sprofonda nel caos e tutti se la prendono con lo sceriffo, che non sta mettendo in pratica i sani principi del Sindaco.

“Guardate che non è così”, obietta Smith una sera al saloon. “Il sindaco vi sta fottendo. Vi dice impicco qua e impicco là, ma sapete dopo quanti furti scatta l'impiccagione? Quindici”.
“Ma valà”.
“Vi giuro che è così. Sta scritto in una circolare sulla sua scrivania. Andateci. Fatevela leggere”.

Il mattino dopo, alla buon ora, il postino consegna una nuova circolare a Smith: c'è scritto che lui, in qualità di sceriffo, può impiccare chiunque sappia anche da lontano di ladro di bestiame. Porta la data di una settimana prima. Smith si allaccia il centurone ed esce. Sulla veranda incontra i fratelli Manzotin. “Siamo appena stati dal sindaco, pare che tu ci abbia raccontato un sacco di stronzate”.
“Ma...”
“Niente ma. Tu hai il preciso dovere d'impiccare tutti i ladri che trovi. C'è scritto nero su bianco”.
“Ma fino a ieri...”
“Vuoi sapere cosa pensiamo? Che non stai facendo lo sceriffo, tu”.
“Stai facendo politica”.
“In combutta coi ladri”.
E’ abrogato il decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 16 gennaio 2009, n. 5. 7.
Un coyote urla in lontananza. Smith scopre la fondina quel tanto che basta per far brillare la canna della sua sei colpi; conta fino a dieci, poi monta il suo cavallo e se ne va. A cento metri di distanza trova un irlandese con un manzo marchiato Simmenthal & Sons.
“Fermo là, O'Rien”, dice.
“Ok, Smith, m'hai beccato per la settima volta”.
“Non me ne frega un accidente. T'impicco subito”.
“Come subito?”
“Pare sia cambiata la legge”.
“No, aspetta. Tu sei un porco razzista, è quel che sei. A quel figlio di buona donna seminole gliene hai fatti rubare quindici. Quindici”.
“È cambiata la legge, ti ho detto”.
“Ma sei sicuro? Senti, non è che appena mi hai appeso non cambia di nuovo, eh? Perché sarei l'unico che ci rimetterebbe. Lo trovi giusto?”
“Non m'interessa”.
“Guarda che lo dico anche per il tuo bene. Metti che qualcuno faccia ricorso. Lo sai che il governatore è per un quarto irlandese? Metti che salta fuori che tutti quelli che impicchi da qui in poi avevano diritto all'appello. Va a finire che ti giochi la pensione, Smith”.
“Auff”.
“Pensaci bene, Smith”.
“Va bene, vai”.
“Ok. Segnamo sette?”
“Sì. No, aspetta. Segno quattordici. Fatti beccare un'altra volta e...”
“Che stronzo che sei, Smith”.

Un anno dopo le elezioni, al balcone del Saloon, il Sindaco presenta le statistiche della criminalità: i risultati sono sorprendenti. I ladri di bestiame si sono ridotti del novanta per cento. Questo malgrado le impiccagioni promesse siano state appena sei. “Evidentemente bastava mandare il segnale”, spiega il Doc, “che non avremmo più tollerato nessuna forma di delinquenza”. Sotto il balcone i ladri applaudono, poi vanno a mangiarsi le bistecche marchiate Manzotin. Che tanto lo sceriffo Smith è assente, è andato a informarsi per un trasferimento in Oklahoma.
Per i criteri e le modalità applicative della valutazione del comportamento si rinvia a quanto previsto dal D.M. 16 gennaio 2009, n. 5.
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Ogni riferimento è puramente

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Un puffo a Napoli

(Ogni riferimento a persone, città, polveri e omissioni è puramente casuale. Dio abbia misericordia della mia fantasia malata).

Mettiamola così: per chi sa vivere, per chi se lo può permettere, Napoli all’inizio degli Ottanta è una città molto divertente. Attici accoglienti, festini memorabili, donne sollecite, e poi neve, neve a fiocchi, a manciate, a nuvole, a palate: non quella fredda e scostante che hanno al nord; e neanche quella spuria e tossica che gira dietro la stazione; neve da signori. Ma bisogna esser prudenti.

Metti che sei il segretario di un grande Partito – neanche tanto grande, ma abbastanza per fare l’ago della bilancia – metti che brighi per diventare il primo Capo di Governo laico, ma non è che puoi passare tutta la vita ad aspettare, tu: tu vuoi vivere anche l’istante, come coso, Orazio. Gli indirizzi giusti li hai, ma ti serve un uomo fidato. Uno che conosce i guappi e gli uomini di Cutolo, quel tanto che basta per voltare la testa al momento giusto. Lo assumi in nero, con quei fondi del partito che conosci solo tu (tutti i segretari di Partito lo fanno, niente falsi moralismi). È il tuo autista ufficioso per i vichi della città: di sicuro non ha mai preso a bordo i tuoi figli. Ti porta alle feste e aspetta fuori. Quando scendi non fa domande; ride alle tue barzellette, è il tuo uomo a Napoli.

Capita che un giorno, a una di queste feste, incontri quel palazzinaro milanese che adesso si è buttato nelle tv. È venuto fin quaggiù a rilevare emittenze che non interessano a nessuno, che ammuffiscono riprogrammando Merola a esaurimento; lui le compra e poi ci mette i puffi. I puffi a Napoli, mah, che idea.
“E perché no”, ribatte, sudato, arricciando il nasone un po’ più rosso del necessario. “Mi consenta, forse che non sono azzurri anche loro? E il cappello, ci pensi bene, non è lo stesso di Pulcinella? Creda a me, gli scugnizzi ne andranno mah… oh crib...”
“C’è qualcosa che non va?”
“Non mi sento tanto bene”.
E si accascia. Siamo a posto, pensi, adesso mi muore tra le braccia. E ai giornalisti dovremo raccontare che non digeriva l’impepata di cozze. “No, niente ambulanza, no, lasciate stare. Giù c’è il mio autista. Chiamate il mio autista. Lui sa cosa fare”.

L’autista sa cosa fare. Si carica in spalla l'immobiliarista, lo sdraia con tenerezza sul sedile dietro, e parte montando una sirena taroccata che è tale quale quella della polizia, anzi meglio. Tre minuti, tre sensi unici contromano, e il palazzinaro riapre gli occhi nel meglio pronto soccorso della città, che ci sta un cugino mio che non ci chiede manco la carta d’identità.
“Commendatò, oh, come sta?”
“Bene, adesso sto bene”.
“Il cugino mio qui dice che ha avuto un piccolo infarto, ma piccolo, eh? Ma per fortuna che siamo arrivati subito”.
“Per fortuna”
“Commendatò, deve ringraziare ‘o onorevole, se non c’era lui…”
“E se non c’eri tu. Ti devo un favore”.
“Vabbuò, non si preoccupi mo’, poi ci aggiustiamo…”

Nei giorni, nei mesi, negli anni successivi, l'uomo si sarebbe più volte rimproverato per quella frase, “io ti devo un favore”. Gli era partita dal cuore, un cuore appena morto e rinato, quindi comprensibilmente ancora un po’ imbecille. D’altronde, frase o no, l’autista segreto la vita gliel’aveva salvata sul serio: e adesso era un po’ sua. In qualsiasi momento, con un piccolo sforzo, avrebbe potuto alzare una cornetta, comporre il numero di un quotidiano della concorrenza, e raccontare una piccola storia dei primi anni Ottanta.

Per fortuna era una persona ragionevole. Si era contentato di mantenere il suo stile di vita, anche quando il partito per cui lavorava aveva chiuso i fondi occulti; anzi aveva proprio chiuso il partito. Per lui, come per molti altri, il passaggio al libro paga del commendatore fu quasi automatico. E in parte giustificato: capitava ancora, per qualche giorno all’anno, che il vecchio autista conducesse per i vichi il nuovo padrone.

Questi gli era simpatico. Molto più del trombone precedente. Visibilmente inquieto nel ventre di una città dalle astuzie millenarie, che resisteva alle sue goffe avances da imbonitore brianzolo. Le sue barzellette erano agghiaccianti, ma l’autista le ascoltava e rideva. Era sempre stata una parte importante della sua professione: ascoltare e ridere.

Un giorno si azzardò a portarselo in casa! Per un caffè, che mia moglie lo fa meglio che al bar. Clamorosa bugia, ma la signora gli aveva fatto una capa tanta con l’Uomo della Provvidenza che era appena entrato in politica, e quando ce lo presenti, e posso dire alla parrucchiera che lavori per lui? e non te lo fai fare un autografo? E insomma tanto brigò che finì per trovarselo sul pianerottolo. La bambina, che teneva in braccio, a momenti le cascava dall’emozione.

“Ma lei è… il Commendatore”.
“E lei è una meravigliosa mamma di una splendida bambina! Come si chiama?”
“***”.
“Ah sì! Tanto piacere, ***! Me lo fai un sorriso?”
La bimba nascose immediatamente il capino biondo dietro alla nuca della madre.
“Amo’, sorridi al Commendatore, su, lo sai chi è?”
“No”.
“È… è un uomo tanto importante, sai. È il padrone di tutte le tivvù”.
“Ancora non tutte, signora. Ti piace la tivvù, ***?”
La bimba ora stava studiando il nasone dell’ospite. Le era, in qualche modo, familiare: e poi un naso così grande non può essere cattivo. La madre cercava ancora di estrapolarle una risposta:
“Essù, amore, di’ al Commendatore cosa ti piace in tivvù”.
“…”
“Ti piacciono i cartoni?”
“I puffi”.
“I puffi! Ma lo sai che li ha inventati lui? Proprio lui!”
“Beh, modestamente, se non fosse stato per me…”
Fu un flash improvviso: la bambina si immaginò il signore che aveva davanti virato in blu, con in coppa il cappuccio ‘e Pulicinella, e si mise a ridere. E che risata squillante aveva. Fu un bagliore improvviso, un lampo ai raggi x, che attraversava le bugie degli adulti e le mostrava al negativo. L'uomo ebbe un brivido. Aveva già avuto molte donne, in vita sua, molti affari e molte soddisfazioni. Ma forse non aveva mai fatto ridere un bambino. Non in quel modo. La mamma si stava ancora scusando, di cosa? Di avere una figlia allegra? Ma sono benedizioni queste, signora. Bevvero il caffè, una fetenzìa. L’autista sudava freddo: si era immaginato tante volte questa scena, una silenziosa odissea nell’imbarazzo. E invece il commendatore era suo agio. Si mise a chiacchierare del più del meno, amabilmente, senza raccontare nemmeno una delle sue orribili freddure. Discussero di quant’era bella Napoli, con i suoi cieli, le sue canzoni, lo sa Signora che da giovane cantavo? Facevo il piano bar alle crociere, bei tempi quelli, siete mai stati in crociera?S’avissi fatto a n’ato’ chillo ch’ài fatt’a’mmè…

La bambina lo guardava fisso, senza mostrare segni di noia. Non aveva mai visto un puffo dal vero, e forse non lo avrebbe rivisto più, voleva riempirsene gli occhi. Venne ora di cena, e il Cavaliere si autoinvitò. Mentre la madre, col cuore a mille, si ritirava in cucina, l’uomo si prese la bambina sulle ginocchia. Si misero a discutere di cose serie, cartoni animati: meglio i puffi o my mini pony? Mentre soppesava i pro e i contro di entrambi i prodotti, il cavaliere tratteneva a stento le lacrime.

Dalla vita aveva avuto tutto, incluso i figli. Meravigliosi figli. Ma con nessuno aveva mai condiviso la sua passione per i puffi. Con nessuno aveva discusso dei My Mini Pony. Se n’erano andati tutti, i suoi pargoli, in quella cazzo di scuola steineriana per la classe dirigente del futuro, quella dove il teleschermo era off limits. Così, mentre il commendatore selezionava con cura il pastone chimico da servire al popolo (non troppo nutriente, non troppo noioso, coloranti in abbondanza), in casa gli crescevano questi piccoli radical chic con la mania dei libri, che scherzavano su Fede, che trattavano con sufficienza persino Costanzo. Certo, era l’età. Col tempo sarebbero diventati più ragionevoli. Ma io che ho rifatto l’Italia e gli italiani a mia immagine e somiglianza, io non avrò il diritto di prendermela sulle ginocchia ogni tanto, e farla ridere?

“Cavaliere, non abbiamo parole per la splendida serata. Io…”
“Non dica niente, signora, tocca a me piuttosto sdebitarmi”.
“Ma non lo dica neanche per sogno, cavaliere, noi…”
“Venitemi a trovare. Su da noi. O anche in Sardegna, quest’estate. ***, sei mai montata su un pony?”
“No”.
“Allora devi assolutamente venire a vedere il mio ranch in Sardegna, l’ho fatto uguale a quello dei My mini pony, cosa dici, ti piacerebbe?”
A *** sarebbe piaciuto di più vedere il villaggio del cavaliere con le case scavate nei funghi giganti, ma disse ugualmente di sì.
“E allora ci conto. Buonanotte, principessa”.

****
“E questo cos’è?”
“Lo vedi da sola cos’è”.
“Una stalla? Da quando dietro alla nostra villa c’è una stalla?”
“È un ranch”.
“E questa puzza cos’è… cavalli?”
“Sono pony”.
“Va bene, hai messo su un allevamento di pony senza dirmi niente”.
“Se è un problema possiamo andare nella villa qui di fianco”.
“Ma non riesco a capire… chi è che dovrebbe montare questi pony?”
“Pensavo che i bambini…”
“I bambini sono grandi ormai. Se vogliono cavalcare vanno al club. Ma i pony…”
“I bambini dei nostri ospiti”.
“Certe volte non ti capisco”.
“Non c’è niente da capire, ormai sono un politico, avrò più ospiti in casa, verranno con le famiglie, e i bambini si annoiano. Non li possiamo mica mettere davanti alla televisione”.
“Eh, certo”.

(Forse continua).
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Ci rivedremo al piazzale

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S. meets B.M.

La non esistenza di Dio fu inoppugnabilmente dimostrata, tra gli altri, da un giovane conferenziere socialista, ad Airolo (Canton Ticino), nel 1902.
Era una grigia serata d'aprile – la pioggia picchiettava la locandina all'entrata del dopolavoro ferroviario:

DIO C'E'?
GIBT ES GOTT?
Y A-T-IL UN DIEU?


All'interno il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Era chiaro che i trentatré spettatori paganti non si erano radunati per lui, ma per sentire il suo avversario, quel tizio italiano di cui si dicevano cose mirabolanti, come si chiamava?

“Ringraziamo Padre Schuester, che ha portato alcuni argomenti a favore dell'esistenza di Dio. Diamo ora la parola al professor Benito Mussolini dell'Università di Losanna”.

Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla.
Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva:
“Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto”.
Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era.

La notte stessa Dio mandò un suo emissario alla pensione dove dormiva il conferenziere. Nell'oscurità, a Benito sembrò che il tabarro liso appeso alla seggiola ai piedi del letto si animasse, e cercasse di discutere con lui – che però non riusciva a parlare, le sue labbra serrate in una morsa d'acciaio.

“Ho sentito che adesso sei dell'Università di Losanna. Fai carriera, eh”.
“...”
“Lo so, lo so, è stata un'idea dell'organizzatore, per darsi un tono. Tu a Losanna andavi solo a sentire le lezioni di Pareto – grand'uomo, tra parentesi, Vilfredo. Anch'io lo frequento, ogni tanto gli chiedo qualcosa, gliene suggerisco un'altra, è uno spirito libero”.
“...”
“Certo, io sono quello che appare agli intellettuali. La cosa ti dovrebbe fare onore, Benito. Ai pastorelli si manifestano di solito quelli con le ali di piume o il volto luminoso. Io invece sono un tipo un po' più ombroso, lo hai notato? Mitteleuropeo, decisamente. Del resto ero io che sussurravo al tuo Nietzsche mentre lui sussurrava al cavallo. Non chiedermi cosa, non sei autorizzato”.
“...”
“Lo so, lo so, si dicono cose molto sbagliate sul mio conto. Calunniose e inverosimili. Quando basterebbe leggere la Bibbia. Dico, non chiedo mica molto a dei cristiani: leggete un po' di Bibbia! E ditemi dove trovate le corna, il codino e gli zoccoli. Quella è chiaramente roba greco-romana, non trovi? Ma se leggi Giobbe, lì ti fai un'idea più o meno esatta del mio mestiere. Io sono l'Accusatore, lo dicono le etimologie. Vado in giro per il mondo in cerca di colpevoli, e ne trovo, ah, ne trovo sempre. In questo periodo, per esempio, non mi perdo una data della tua tournée. Conferenze sull'esistenza di Dio, che idea. Non renderanno molto, ma per un emigrato italiano... sempre meglio che la miniera, eh? Certo, a vederla così può sembrare una puttanata, e invece... sei in anticipo di un secolo almeno”.
“...”
“Oggi però hai battuto la fiacca. Del resto non era una gran serata. Tu ti meriti ben altro pubblico, hai ragione. Ma in ogni caso anche stasera hai dimostrato che Dio non esiste. Complimenti. Certo, rimane da spiegare il fatto che io sia qui”.
“...”
“Potrei essere un cattivo sogno. Hai mangiato pesante. Oppure... potrei esistere soltanto io, non Dio, io soltanto. Pensa che buffo! Ma non avrebbe senso. Se esisto io, deve anche esserci qualcuno che mi manda”.
“...”
“No, non puoi vedere Dio, no. È proprio una questione di percezione, capisci. Cosa può vedere un pidocchio? Tu sei molto meno di un pidocchio davanti a Dio. Se Dio stesse davanti a te, tu di lui riusciresti a vedere a malapena... un'unghia, un pelo, capisci? E un pelo di Dio non è abbastanza rappresentativo di Dio perché ne valga la pena. Non che Dio abbia i peli, tra l'altro, è solo una metafora che serve a spiegarti perché Dio non si può vedere. Dovrai accontentarti di me”.
“...”
“Eh, già, siamo all'interrogativo principale: se Dio c'è, perché non ti ha ancora fulminato? Risponditi da solo”.
“...”
“Benito, in questo mi deludi. Sei un ragazzo intelligente, quando vuoi; non è possibile che ti accontenti di un pensiero così rozzo. Tu davvero pensi di poter ricattare Dio coi tuoi mezzucci? Che Dio possa muovere anche solo un mignolo perché tu lo sfidi a farlo? Hai un'idea di quanto tu sia piccolo di fronte a Dio? E sai cosa rivela, questa tua puerile richiesta di attenzione? Sei come un bambino che gira per la Svizzera gridando ad alta voce mamma, mamma!, te ne rendi conto? Questa è più o meno la figura che ci stai facendo con Dio. Bene, lascia che io ti spieghi una cosa su Dio: non ha mai preso nel lettone un bambino, mai una volta. Lo lascerà piangere per tutta la notte, per tutte le notti, per tutta l'eternità, finché il bambino non si sarà calmato – e solo allora, se gli va, verrà a dare il bacio della buonanotte. Sì, anche questa è una metafora, in realtà Dio non bacia nessuno”.
“...”
“Non capisci. Non importa quanto siamo piccoli e insignificanti, a Lui interessiamo lo stesso. Tu, per esempio, non credere di poterlo sfidare impunemente. La tua punizione è già pronta. Niente fulmini, si capisce – folgorarti sarebbe un modo di cedere alle tue patetiche sfide. No, ti puniremo con qualcosa di molto più devastante di un fulmine. La Storia, Benito”.
“...”
“Beh, non vedo perché non dirtelo subito. Abbiamo grandi progetti per te, non invecchierai tenendo conferenze blasfeme. Diventerai un grande della Storia, senonché per diventarlo tradirai tutto quello in cui credi”.
“...”
“Ah, ma noi possiamo fare quel che vogliamo con te. Ti trasformeremo nel contrario di quello che sei. Per esempio, sappiamo che sei scappato in Isvizzera perché non vuoi fare il servizio militare – abbiamo un obiettore di coscienza qui, un pacifista ad oltranza, un socialista rivoluzionario, eh? Bene, senti un po'. Tradirai il socialismo, ne ucciderai i padri e ne ruberai i figli. Ti farai pagare dagli industriali un giornale dove spiegherai ai giovani rivoluzionari che la guerra è bella. Ah, e poi farai il tiranno. Schiaccerai i sindacati, quelli in cui ora credi tanto, sotto un tacco lucido, con l'aiuto del Re; ma il Re non ti basterà, e allora sai cosa farai? Passerai il Tevere, a baciar le pile al Papa! Proprio tu, Benito. E scatenerai guerre su guerre, in posti che nemmeno sapresti trovare sull'Atlante – l'Etiopia, l'Albania, l'Ucraina, e ovunque perderai, ovunque il tuo nome sarà fango indelebile sulla bandiera italiana. Ma non è solo questo. Il tuo esempio farà strada. La tua retorica da quattro soldi, la tua mimica da imbonitore, faranno scuola. Sarai la sorgente di un fiume nero che inonderà l'Europa, milioni e milioni di morti, che ne pensi?”
“...”
“E questa che razza di domanda è? Non c'è un perché, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, è inutile che chiedi. Se vuoi un parere, secondo me con questa storia dell'orologio svizzero lo hai divertito. Avrà pensato toh, guarda che pidocchio estroso, voglio divertirmi con lui. Giocherà a disorientarti, a farti perdere ogni certezza che avevi. Pensa al resto della tua esistenza come a un colossale gioco del gatto col topo. Il topo sei tu. Ma non prendertela. Hai pur sempre l'onore di essere stato un trastullo di Dio”.
“...”
“Posso prometterti solo una cosa: quando sarai morto, ma caldo ancora, e gli italiani che ti hanno riverito per vent'anni isseranno il tuo cadavere a testa in giù per bersagliarlo di sputi. Solo allora avrà pietà di te, e verrà a darti un bacio. Buona notte”.
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Castrarli non basta

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“Buongiorno, io sono Battista. Ti avranno già parlato di me”.
“Beh, sì”.
“Quindi sai cosa ti farò”.
“Sì, certo”.
“Ora, un consiglio: muoviti il meno possibile. Meno ti muovi, e prima facciamo. Immagino che tu abbia fretta, no?”
“Beh, prima finiamo e meglio è”.
“Ecco, appunto. Siedi qui. No, non appoggiare subito la testa, aspetta, devo mettere l'asciugamano”.
“Scusi”.
“Niente. Ora, se hai un attimo di pazienza, il signore qui di fianco deve leggerti la sentenza”.

In nome del popolo italiano, la Corte di assise di appello di Terni alla pubblica udienza del 15/03/2019 (rito accelerato) ha pronunciato la seguente sentenza: visti gli art. 5391, 5423, 5922, 6051 c.p.p., dichiara Gheorganu Vladimir colpevole dell'omicidio di Cavatella Cristina e, concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alla circostanza aggravante della premeditazione, condanna il predetto imputato alla decapitazione capillizia.


La decapitazione capillizia

“Ti chiami Gheorganu, ho sentito. Rumeno?”
“Moldavo”.
“Ma pensa. Io ho una suocera dei Carpazi. Sta' fermo”.
“Scusi. Io comunque sono di Kishinev, la capitale”.
“E che ci sei venuto a fare a Terni, ad ammazzare le zitelle...”
“Io in realtà sarei innocente”.
“Sì, sì, dicono tutti così. E allora com'è che hai confessato?”
“Ma io veramente avevo semplicemente chiesto ai carabinieri di tenermi in custodia, perché temevo che la folla mi linciasse”.
“Perché, i carabinieri invece...”
“Sì, ma avevo sempre sentito dire che picchiano di meno, cioè, di solito non ti ammazzano. Anzi, se sei fortunato trovi dei professionisti che stanno anche attenti a non lasciarti i segni”.
“Non è il tuo caso, mi pare”.
“No, in effetti no. Il punto è che questo brigadiere, o maresciallo, che ne so... lui insisteva: noi ti proteggiamo, tu però confessa. E io continuavo a dir di no, insomma, mi ha dovuto spaccare il naso”.
“Sei un tipo testardo”.
“Poi sono riuscito anche a sentire l'avvocato, e lui m'ha detto confessa, cosa aspetti? Sei quello che ha trovato il corpo, sei il vicino di casa e sei pure moldavo, tanto vale che confessi e non ne parliamo più”.
“Complimenti all'avvocato”.
“Davvero. È stato sempre lui a consigliarmi il rito accelerato... diceva che più passa il tempo, più si rischia che salti fuori qualche imprevisto, e così... dopo tre giorni eccomi qui”.
“La giustizia italiana è una delle più rapide al mondo”.
“Sì, però non l'ho uccisa io la Cavatelli”.
“E di che ti lamenti? Cinque anni fa saresti stato lapidato sulla pubblica piazza. Dieci anni fa saresti marcito in una cella in attesa di giudizio, con carabinieri e polizia là fuori a dannarsi per inventarsi prove a tuo carico. Oggi sei qui, ti fai una chiacchierata con me, e tra mezz'ora è tutto finito. Ti lamenti pure?”
“È che questa cosa della decapitazione, veramente, io...”
“Lo so, agli stranieri sembra strana. Eppure c'è un motivo per cui l'applichiamo, e il motivo è che funziona. Vedi, tu non hai l'idea di come fosse l'Italia dieci anni fa...”
“Mah, da quel che ho capito era un Paese insicuro, percorso da bande che uccidevano e stupravano gli innocenti”.
“Sì, più o meno questa è l'idea che passava su tv e internet, e soprattutto sui giornali, a quel tempo c'erano ancora i giornali. Ma la realtà era un po' diversa”.
“Ah sì?”
“Non che fosse il Paese più sicuro e ordinato del mondo, questo proprio no. Alcune regioni erano governate direttamente dalla malavita organizzata, per esempio. Ma furti e omicidi non erano affatto all'ordine del giorno, anzi, stavano diminuendo”.
“E allora perché in tv...”
“Una storia lunga. Devi sapere che a quel tempo l'Italia era governata da un Presidente ricchissimo che aveva preso il potere comprandosi tv e giornali, e insistendo molto sull'emergenza criminalità. Per anni i giornalisti si erano abituati a scrivere di cronaca nera, finché i lettori non si erano convinti di vivere in un Paese travolto dalla microcriminalità. A quel punto ormai il Presidente era riuscito a farsi nominare presidente a vita, e non aveva più bisogno di tutta questa cronaca nera sui giornali. Anzi, cominciava a risultargli controproducente, perché alcuni iniziavano a domandarsi come mai venissero tagliati i fondi alle forze dell'ordine, e le volanti della polizia restassero ferme perché non avevano soldi per la benzina, eccetera”.
“Beh, poteva ordinare ai giornalisti di non parlare più di cronaca”.
“Ci provò, ma quelli ormai non erano in grado di obbedire. Erano cresciuti a cronaca nera, e se gliela toglievi, non sapevano più di cosa scrivere, si mettevano a caricare i video buffi da youtube. Nel frattempo c'era sempre qualche politico rivale o alleato del Presidente, che tentava di cavalcare le stesse ondate periodiche di criminalità che avevano portato il Presidente al potere. La cosa cominciava a essere rischiosa, tanto che il Presidente si ridusse a chiedere ai suoi colleghi all'estero: Sentite, io ho questo problema con l'ondata di stupri. I giornalisti si sono fissati con gli stupri e adesso mettono qualsiasi vecchietta o ragazza ubriaca in prima pagina. Voi in questa situazione cosa fareste?
“Ma quest'ondata c'era davvero?”
“Statisticamente no, ma la gente non sa che farsene delle statistiche. La gente va con chi abbaia più forte, in Italia come in Europa, e infatti qualche eurocollega spiegò al Presidente: Nel nostro Paese c'erano già quelli che chiedevano la castrazione in piazza, e abbiamo risolto inventando una cosa che si chiama castrazione chimica. Il Presidente all'inizio era sbigottito; l'espressione “castrazione chimica” gli suggeriva l'immagine di testicoli sciolti nell'acido, ma l'eurocollega gli assicurò che non era niente di tutto questo: si trattava di una semplice cura ormonale. Una pillolina che faceva calare il testosterone”.
“E chi la prendeva, poi...”
“Sì, presumo che non gli si rizzasse più”.
“Ma se smetteva di prenderla?”
“Oplà! Tutto come prima”.
“Scusi, io sono un moldavo, e malgrado sia laureato in Lingua e Letteratura Italiana e stia seguendo un corso di specializzazione sulla novellistica trecentesca, certe sfumature della vostra bella lingua ancora mi sfuggono”.
“No, mi sembra che parli meglio di molti nativi”.
“Sì, ma per esempio, il termine castrazione... l'ho sempre associato a... come dire, un taglio netto. Qualcosa che non si rimargina”.
“Quella era la castrazione chirurgica. Irreversibile. Invece la castrazione chimica è reversibile quanto vuoi”.
“Confesso che non lo sapevo”.
“Sì, è una cosa che si preferisce non dire molto in giro”.
“E quindi, tutti quei maniaci sessuali che hanno scelto il rito accelerato e sono stati castrati chimicamente e rimessi in libertà...”
“Hanno tutti l'obbligo di prendere la pillolina”.
“Se se smettono di prenderla?”
“Oplà, maniaci come prima”.
“Ma questo è assurdo”.
“No, non è affatto assurdo. Non ti muovere, o finisce che ti faccio male”.
“Scusi. Però deve ammettere che la castrazione chimica non è una soluzione...”.
“... se il tuo obiettivo è diminuire gli stupri”.
“E non lo è?”
“No, dal momento che non esisteva nessuna ondata di stupri. Era solo un fenomeno mediatico, e quindi bisognava rispondere sul piano mediatico. Il vero obiettivo era tranquillizzare le persone, dire: ok, abbiamo un problema, lo stiamo risolvendo nel modo più severo possibile. Sarebbe stato perfettamente inutile tagliare i testicoli ai maniaci, dal momento che gran parte di loro è violenta con o senza i testicoli. Ma andare in tv e dire: Castriamo i maniaci, questo sì, questo funziona, questo tranquillizza. Cominci a capire?”
“Ahi!”
“Scusa, stavolta è colpa mia. Ti disinfetto”.
“Va bene, e quindi avete cominciato a castrare chimicamente le persone. E poi?”
“E poi, quando abbiamo visto che la cosa funzionava, che i giornalisti si calmavano, che perfino qualche stupratore seriale, un po' impaurito, diradava la sua attività, abbiamo pensato di estendere lo stesso principio. Ad esempio, dopo l'ondata stupri ci fu l'ondata scippi. Qualcuno cominciò a chiedere di ripristinare un editto di millecinquecento anni prima, che avrebbe consentito di tagliare le mani ai ladri. Il Presidente colse la palla al balzo e lanciò la Legge del Taglione Ungulare”.
“Ne ho sentito parlare. Se rubi una borsa ti tagliano le dita, credo”.
“Nooo, macché. Le unghie. Ungulare sta per unghie”.
“Già, avrei dovuto capirlo”.
“I risultati superarono ogni più rosea aspettativa”.
“Gli scippi diminuirono?”
“Chi lo sa? Credo che avessimo perfino smesso di contarli. Il problema non è più la criminalità, ma la criminalità percepita, capisci? Se leggi sul giornale che hanno scippato una vecchietta nel tuo quartiere, percepisci una gran microcriminalità intorno a te. Ma se sullo stesso giornale leggi a caratteri cubitali: LEGGE DEL TAGLIONE PER I LADRI, la tua percezione migliora di colpo”.
“Ma avranno pur dovuto scrivere UNGULARE”.
“Sì, ma più in piccolo. E la gente ormai leggeva solo i titoli. Hai capito adesso?”
“Sì, adesso sì”.
“E allora, vuoi stare un po' fermo? Rasare la cute è meno facile di quel che si pensi, specie con le orecchie che ti trovi”.
“Dunque io sono stato giudicato colpevole di omicidio premeditato e condannato alla decapitazione capillizia per dimostrare alla gente che la giustizia è rapida e sommaria, e non per vendicare la povera Cristina”.
“La vendetta è roba da cafoni, da guappi, noi siamo una postdemocrazia sofisticata. E pensa che c'è chi accusa di essere dei barbari. È l'esatto contrario. C'è gente che ti tortura e lo chiama “interrogatorio”, ma noi, noi ti tagliamo i capelli e la chiamiamo “decapitazione”, ti diamo una pillolina e la chiamiamo “castrazione”: questa è la civiltà. Mascherata da barbarie, ma è pur sempre civiltà”.
“Ma quello che non ho capito è... mettiamo che sia stato io. Mettiamo che io abbia suonato il campanello della Signorina Cavatelli per chiederle se aveva un po' di sale, ché non mi ero accorto di averlo finito”.
“Tutto questo non ci interessa più. Io non sono il giudice, sono il boia”.
“Mettiamo che lei abbia pervicacemente negato di avere il sale in casa, e che la sua ostinazione nel confermare questa ridicola bugia mi abbia reso folle di rabbia. Mettiamo che io abbia vissuto in pochi attimi tutta la frustrazione di uno studente straniero in una città lontana in cui nessuno gli rivolge la parola, nessuno si fida di lui, al punto che nessuno è disposto a prestargli nemmeno la cosa più necessaria e meno cara al mondo, nemmeno il sale. E mettiamo che insomma io abbia visto le mie mani alzarsi sul suo collo e strangolarla. Mettiamo che sia successo...”
“Non è così importante”.
“...da oggi sono libero. Pelato, ma libero. Un assassino calvo in libertà. Questa è la vostra giustizia?”
“Cosa vuoi che ti dica. Molti assassini erano in libertà anche prima. Nessuna giustizia è perfetta, la nostra almeno rassicura qualche cittadino in più... e poi, chissà, al mondo c'è bisogno di tutti; guarda me, quando ci fu la crisi il mondo sembrava non aver più bisogno di così tanti parrucchieri per signore, e invece eccomi qui, faccio il boia”.
“Ma questo cosa c'entra”.
“Se il mondo aveva bisogno persino di me, può darsi che gli sia utile anche qualche assassino in libertà. Metti che qualcuno voglia di nuovo vincere le elezioni, metti che gli serva un'altra emergenza criminalità... qualche stupratore e assassino in giro devi pur tenerlo. Ecco, ho finito. Se vuoi un consiglio, i primi giorni mettiti un berretto. Rischi di prenderti un accidente”.
“Grazie”.
“Dovere. L'uscita è in fondo a destra”.
“Senti... io dovrei prendere un autobus, ma mi hanno sequestrato tutto quanto. Non hai un euro, per caso”.
“Mi dispiace, come vedi non ho niente in tasca. Anzi non ho proprio le taschhhcxcccc”.


Ultim'ora
Vlad Gheorganu, il reo confesso dell'omicidio di Cristina Cavatelli, che proprio stamattina doveva essere sottoposto a decapitazione capillizia, è fuggito dal carcere di massima sicurezza di Terni dopo aver tranciato la gola del boia con un rasoio. Mentre il panico si diffonde in città, il Ministro degli Interni rassicura la popolazione: “Casi del genere, sempre più frequenti, dimostrano l'esigenza di severe misure di controllo della criminalità. Del resto era già mia intenzione presentare nei prossimi giorni un progetto di legge che preveda IL ROGO PER GLI ASSASSINI in effigie”.

(Una spiegazione qui).
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Ninja e sissini, sicuri casini

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Per un Punto d'onore

"Buongiorno signor preside"
"Professorebuongiorno
miscusidevoandare".
"Preside, la prego, solo un minuto".
"Sicuro?"
"Prometto".
"No, perché mi hanno giusto chiamato dalla succursale, c'è un ripetente che ha preso due ostaggi e..."
"Un minuto, le giuro".
"...insomma devo andare a negoziare, come al solito".
"Preside, ha sentito di Chioggia?"
"Il professore di violino accoltellato da un ragazzo che voleva far chitarra? Sì. Una cosa terribile"
"Terribile, terribile".
"Un episodio vergognoso".
"Preside, ecco, volevo appunto sapere se un accoltellamento... insomma..."
"Vuole sapere se un episodio del genere vale un cinque in condotta? Le circolari non chiariscono. Nel dubbio io eviterei contestazioni dei genitori, il ragazzo dovrebbe avere precedenti seri, almeno qualche giorno di sospensione, cose del genere..."
"Ma Preside, in realtà non le volevo chiedere questo...".
"E allora cosa, dica".
"Ecco, secondo lei... un accoltellamento quanti punti fa?"
"Punti?"
"Lo sa che stiamo facendo la graduatoria interna, no?"
"Ah già, dimenticavo, la graduatoria..."
"Al sindacato dicono che con i tagli dell'organico qui saltano almeno due cattedre d'Italiano".
"Sì, ma al sindacato ne dicono tante..."
"Dunque se ho fatto i conti bene in fondo alla graduatoria ci siamo io, la Cardiopalmo e la Foggiaschi. La Cardiopalmo ormai è una sissina, stavolta è spacciata".
"Attento, le sissine hanno nove vite".
"Io ho un dottorato, la Foggiaschi un corso di specializzazione e un figlio di cinque anni, per cui siamo più o meno testa a testa. A questo punto..."
"Lei vuole sapere se un incidente professionale potrebbe incidere sul punteggio".
"Preside non mi guardi così, ho un mutuo da qui al duemilaetrenta, se poi in banca scoprono che la cattedra è saltata io..."
"Ma è sicuro che ne valga la pena? Voglio dire, è la sua spina dorsale".
"Ho studiato il caso. Le vertebre attutiscono il colpo, a Chioggia hanno dato un appena un punto di sutura".
"Lei però non sta pensando ai punti... di sutura".
"No, preside, in effetti no".
"Devo controllare, non credo che le circolari contemplino..."
"Ma ci sarà pure qualcosa sugli infortuni sul lavoro, voglio dire... se non è questo il caso!"
"Senta, devo proprio andare. Prometto che oggi pomeriggio do un'occhiata alla normativa e poi le saprò dire, va bene?"
"La ringrazio tanto, Preside".
"Prego. Lei stia attento, però".

***

"Eccomi qua ragazzi. Scusate l'interruzione, ma se non beccavo il preside questa volta non sarei mAAAARGH! NIZZOLI! MA SEI IMPAZZITO?"
"Ma prof, veramente..."
"Non dovevi colpirmi adesso, bestia! Aspetta! Ti avevo detto: aspetta! Dovevo prima chiedere al Preside! Ma è possibile che non fai mai... oddio... questo è il mio sangue, vero?".
"Prof, forse è meglio se si stende".
"No, no, se mi rilasso perdo i sensi e poi è finita... andate a chiamare il bidello".
"Il bidello è stato arrestato stamattina, pare che abbia messo sotto la Cardiopalmo nel parcheggio con la Punto".
"Ecco, vedete? Se vuoi fare un lavoro fatto bene, devi chiedere ai professionisti... Sissine maledette, quelle han nove vite davvero... aaaaaaah..."
"Prof, forse è meglio se estraiamo la lama..."
"Perdio, no! Così m'ammazzate! Nizzoli, ma cosa mi hai infilato, non è mica un coltello da cucina questo".
"E' uno shuriken, prof, lei lo vede Naruto?"
"Uno Sh... Naruto... Nizzoli, maledetto... dove sei? Non vedo più niente".
"Prof, c'è una cosa che dovrei dirle".
"Ma perché non fai mai esattamente quello che ti dico, perché?"
"Prof, si ricorda quando le ho detto che ero contento di aver scelto la sua materia perché mi stava simpatico?"
"Me ne ricordo molto bene, infatti avevo chiesto proprio a te di aiutarmi perché..."
"Prof, le ho mentito".
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Salva il mondo, scioglie la pancia

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Le pazze avventure del Dott. Arci, 23.

“Buon 2010 a tutti. Siamo qui in diretta dalla casa di Arci, il famoso inventore che...”
“Ehilà, buongiorno. Stavo giusto tirando fuori le pizzette. Si serva pure”.
“Che gentile, ma no, grazie”.
“Un paio d'ostriche, allora?”
“No, no, non mangio ostriche”.
“Aspetti. So cosa fa per lei. Lei è un tipo da cocktail di scampi”.
“Veramente, ecco... non ce la faccio a mangiare durante le riprese”.
“Ah. Io però posso?”
“Se proprio non può farne a meno”
“Beh, no”.
“...stavo dicendo, buon 2010. Siamo venuti a incontrare Arci, l'Uomo dell'anno 2009 secondo Time... e secondo tutti noi”.
“Oddio, che brutta copertina quella. Glielo avevo detto che ero meglio di profilo”.
“Arci è anche l'unico esempio da qualche secolo a questa parte di essere vivente deificato in vita...”
“Chomp. Sglush. Glom”.
“... ne avrà sentito parlare, in diversi atolli della Polinesia sono stati innalzati templi alla sua persona”.
“Sì, ma devo dire che i loro frutti di mare sono stati una delusione. Invece c'è un frutto simile alla noce di cocco che è... interessante. Vuole assaggiarne?”
“Grazie, no. Arci, lei è stato da alcuni definito il Salvatore dell'Umanità, anche se questa definizione è stata rigettata da alcuni pensatori laici che...”
“Chomp. Gnam. Glom”
“Sostengono sia troppo riduttiva: lei infatti non avrebbe salvato soltanto l'Umanità, ma l'intero ecosistema planetario”.
“Burp! Scusate”.
“Vabbè, questa la tagliamo, ma non potrebbe contenersi un po'?”
“Beh, no, perché? L'ha detto lei, io sono il dio polinesiano, se lei fosse un dio non rutterebbe in camera?”
“Non ha tutti i torti. Riprendiamo. Dunque, Arci, siamo qui oggi per ricordare il giorno che ha cambiato la Storia del mondo. È vero che lei era proprio su questo divano?”
“Sì, il divano è questo. Il palazzo tutto intorno l'ho fatto ricostruire demolendo il centro storico della città in cui abitavo, ma il divano ho voluto lasciarlo. Mi ricorda di quando ero un povero inventore sfigato”.
“Ed è proprio qui che ha avuto l'illuminazione che...”
“Non mi piace la parola illuminazione. I pastorelli hanno le illuminazioni. Io sono uno colto, uno che ha studiato un sacco di cose, sa? Per questo l'idea è venuta a me e non ad altri. Proooooot”.
“Taglia! Dio mio, questo è orribile”.
“Scusate, devo averci dato dentro coi fagioli iersera”.
“Aprite la finestra! Subito”.
“Non si preoccupi. C'è un sistema di rilevazione del metano che fa partire la ventilazione in un attimo, non sente già un gradevole odore di mughetto?”
“Gelsomino”.
“Quel che è. Su, adesso che non la inquadrano: prenda almeno un paio di babà al rum”.
“Uno solo”.
“Non si preoccupi. L'intervista verrà benissimo, vedrà... ma lei dovrebbe mangiare di più, è un grissino. A proposito di grissini...”
“Riprendiamo”.
“Aspetti, mi è venuta voglia di grissini al sesamo e rosmarino...”
“Sig. Arci, le chiedo un grande favore...”
“Per lei qualunque cosa”.
“Potrebbe astenersi dal cibo per cinque minuti?”
“In effetti, non so se posso”.
“Un favore personale. Per me”.
“E va bene. Ma lei deve fare qualcos'altro per me, ok?”
“Mi lasci indovinare. Resto a cena?”
“Esatto”.


“Tre, due, uno... azione. Arci, ci racconti quel pomeriggio di gennaio che cambiò le sorti dell'Umanità”.
“Del pianeta”.
“...e del pianeta”.
“Sì, beh, ero appunto su questo divano, che cercavo di digerire un pranzo... quello dell'Epifania, mi pare. Lei sa come ci si sente in Emilia all'Epifania”.
“Devastati”.
“Dopo quindici giorni di feste coi parenti, lasagne, zamponi e abbondante senso di colpa. E dunque ero lì, nell'abbiocco postprandiale, e guardavo distrattamente la tv, quando è passata la pubblicità di quel prodotto... posso dire il nome del prodotto?”
“No”.
“Chissà quante volte avevo già visto lo spot senza pensarci... del resto sotto le feste mostrano sempre queste compresse che “riducono le calorie”. Una cosa assurda, pensavo”.
“Cioè, fino a quel giorno aveva sempre pensato che fosse assurdo”.
“No, no, fino a quel giorno non ci avevo neanche pensato, io quando guardo la tv non necessariamente penso, sa? A volte posso vedere lo stesso spot per trenta volte senza nemmeno capire cosa dovrei comprare. Non so se capita anche a lei”.
“Io non guardo molta tv”.
“Giusto. Comunque quel pomeriggio per la prima volta ho ascoltato veramente lo spot, e ho pensato: ma questa è una truffa! Come fanno a dire che riducono le calorie? Un conto è il grasso corporeo, un altro è una caloria, che è un'unità di misura di energia e non si può “ridurre”. È una cosa che va contro i principi della termodinamica, capisce?”
“No”.
“Già, giusto, beh, dunque. Deve sapere che esistono tre principi, anzi, quattro, che...”
“Arci, la prego, questo è il servizio per il pomeridiano della rai, non può pretendere di spiegare i principi della termodinamica alle casalinghe”.
“Ma perché no? Vabbè, per farla breve: nulla si crea e nulla si distrugge, e quindi nessuno può seriamente proporti di ridurre le tue calorie con una pillola. È una truffa. Almeno, io la pensavo così”.
“Però ha deciso di provare lo stesso”.
“Sì, perché vede, io sono fatto così, le cose le provo. Mi sono detto: mal che vada racconterò la mia esperienza fallimentare al mio amico Leonardo, che ci scriverà un post buffo. Ha presente Leonardo, no?”
“No”.
“Era il blog dell'anno scorso”.
“Roba vecchia, continuiamo con la sua storia. Quindi lei ha deciso di provare le famose pillole”.
“Già”.
“E ha scoperto che funzionavano”.
“Una cosa incredibile. Sulle prime pensavo che si trattasse di autosuggestione... ma quella funziona soltanto se sei convinto che funzioni, io ero sicuro del contrario. Allora ho analizzato le pastiglie, cercando di capire come funzionavano. Io m'intendo un po' di chimica, sa, ma è stato un lavoraccio”.
“Le ha preso molto tempo?”
“Quasi una mezza giornata. Insomma, ho capito che tra gli ingredienti delle pastiglie c'era una molecola con straordinarie particolarità, che... sì! Riduceva le calorie. Impossibile, ma lo faceva lo stesso. Era una straordinaria scoperta”.
“C'è una cosa che non ho mai capito. La scoperta l'avevano fatta quelli della ditta farmaceutica, no?”
“Sì, e avevano anche brevettato la molecola”.
“E la usavano soltanto come dimagrante?”
“Incredibile, lo so, ma è già successo. Vede, erano un laboratorio farmaceutico e quindi non avevano mai pensato di poterla usare per scopi diversi... Sono i difetti della cultura specialistica. Pensi la polvere da sparo: i cinesi l'hanno scoperta, ma ci facevano i fuochi artificiali. Non avevano mai pensato di usarla per le armi...”
“In realtà sì, ci avevano pensato e le usavano anche”.
“Ahem, beh, ops, comunque il senso è quello. Loro erano farmacisti, geniali ma farmacisti. Io invece sono un inventore a tutto tondo”.
“E quindi le è venuto subito in mente di...”
“Di usarla per climatizzare le case. Beh, ovviamente. Bastava procurarsi un po' della molecola e vaporizzarla nell'atmosfera: funziona come la nebbia”.
“Ma la nebbia si vede”.
“Perché la nebbia non lascia passare la luce. Invece la molecola vaporizzata non fa passare il calore”.
“Però era coperta da copyright”.
“Appunto. Non me l'avrebbero venduta mai. E allora ho pensato che avrei dovuto salvare il mondo”.
“Stabilizzando i ghiacciai in Groenlandia e Antartide”.
“Sì, tutto il problema relativo al riscaldamento globale. In Antartide non vigono le normative copyright del WTO, e quindi prima che mi potessero far qualcosa io ero già diventato l'uomo più buono del mondo... da lì in poi è stato tutto in discesa; prima hanno ritirato tutte le denunce, e alla fine il copyright me l'hanno pure regalato. Con tutta la pubblicità che gli ho fatto gratis, del resto”.
“Ma secondo lei era colpa dell'inquinamento?”
“Boh, chissenefrega. Comunque adesso tutti possono inquinare finché gli pare. E... io posso mangiare in continuazione senza perdere la linea. Crontch”.
“Ma mi aveva promesso...”
“Non sente questo buon odore? I biscotti sono pronti. E se i biscotti sono pronti vuol dire che i cinque minuti sono finiti. Ora, col suo permesso, devo cominciare a preoccuparmi degli antipastini di stasera. Broap”.
“Ehm. Va bene. Questo è tutto da casa Arci, l'uomo che ha salvato l'Umanità...”
“Il pianeta”.
“...e il pianeta. A voi studio”.
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Lo Stato del Paradosso

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Mani rosse sugli Abruzzi

Insomma, qui ormai siamo nello Stato del Paradosso. Cerco di spiegarmi.
Stamattina mi sono svegliato con una Realtà molto chiara: Berlusconi ha vinto in Abruzzo. Anche la Spiegazione della realtà appare piuttosto chiara: B. ha vinto perché il PD non riesce a imporsi come alternativa credibile, perché i suoi amministratori non riescono sempre a mostrare quelle mani pulite a cui i loro potenziali elettori tengono tanto; e così molti di loro non vanno a votare, o votano per il piccolo alleato di nicchia che sta diventando sempre più grande, ma che non avrà mai la forza o l'organizzazione per sostituire il PD come partito di massa. Siete d'accordo che le cose stanno così?

Bene, e quel che leggo su tutti i giornali è che... l'Abruzzo sta per cadere in mano ai comunisti! Mani rosse sull'Abruzzo! Ieri Bari, oggi L'Aquila, domani il mondo, ecc. ecc., ma che, scherziamo? Sul serio vogliono darcela a bere in questo modo?
Va bene, la Rifondazione di Vendola ha preso il 15%. Più o meno quello che una volta prendevano i vari i partitini a sinistra dei DS. E certo, un 15% tutto intero nelle mani di un partito solo fa un po' impressione. Ma da qui a trasformare l'Abruzzo nella nuova regione rossa, beh, ce ne vuole.

Prima di sbrodolare lenzuoli su Vendola, il nuovo Obama italiano ecc. ecc., ricordiamoci una cosa: il vero artefice del suo successo è stato Veltroni, che un anno fa ha inspiegabilmente scelto di scaricare tutti gli alleati esterni del PD... tranne Rifondazione. La cattiva gestione del PD nel catastrofico dopo-elezioni ha fatto il resto. Quello che sta semplicemente succedendo è che tutti gli elettori delusi da Veltroni si sono rovesciati sull'unica alternativa di sinistra che trovano ancora credibile perché rappresentata in Parlamento. Anche se il simbolino può sembrare troppo rosso per qualcuno. Scemenze. Il pericolo rosso non terrorizza più nessuno.
Naturalmente Berlusconi ha buon gioco nel rifiutarsi a ogni dialogo con il PD “finché non avrà chiuso coi comunisti di Vendola”. È il solito giochino del divide et impera che ha sempre funzionato. Né Veltroni sembra in grado di sottrarvisi. E allora?

E allora basta chiacchiere, che non servono a niente: il mio piano è questo. Ora prendo la macchina del tempo, risalgo all'anno scorso, e convinco Veltroni a non allearsi coi comunisti. Con chiunque altro ma non con i comunisti. Per esempio, Di Pietro. Ve lo ricordate Di Pietro? Aveva quel partitino lì di sinistra-destra, giustizialista... in Abruzzo poi aveva anche un certo seguito, mi pare. Secondo me funzionerà, vedrete. Ci vediamo quando torno, bye.
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Meglio tardi che ancora più tardi

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Che senso ha prendersela con Veltroni

26 luglio 2007
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao e complimenti per il blog! Va be', scommetto che te li fanno tutti.
È già da parecchio tempo che ti leggo, in realtà, ma non avevo mai osato scriverti. Oggi però il tuo pezzo su Veltroni mi ha fatto proprio incazzare – scusa, eh, ma si è appena candidato alle primarie e già sembra lanciata la gara a chi lo critica per primo. Una poi si chiede: dove finisce l'onestà intellettuale e dove comincia il semplice snobismo? Ecco, l'ho detto, ora mi sento più leggera.
Io non mi considero una veltroniana di ferro… anzi se vuoi saperlo il tuo pezzo mi ha fatto ridere, ci ho trovato dentro cose assolutamente vere… però mi chiedo: che senso ha prendersela con Veltroni oggi? Secondo me, con tutti i suoi difetti che hai descritto benissimo, resta il leader più carismatico che abbiamo a sinistra. E ne abbiamo davvero bisogno, dopo la depressione a cui ci ha portato Prodi. Ma se cominciamo già oggi a fargli le pulci, aiuto! Certo, l'autocritica è una buona cosa, ma se Veltroni davvero sfiderà Berlusconi avrà bisogno del sostegno di noi tutti. Compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Spero di non averti annoiato, alla prossima.

***

16 aprile 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, non so se ti ricordi di me, sono una che ogni tanto ti scrive. Di solito quando la fai incazzare, come è successo oggi con l'ennesimo tuo pezzo anti-Veltroni – ma davvero pensi che la responsabilità della sconfitta sia tutta sua? Non è che stai semplicemente riversando tutta la tua frustrazione e la tua rabbia sul capro espiatorio più comodo in circolazione?

Io, te l'ho già scritto, non mi considero una veltroniana di ferro. Secondo me durante la campagna elettorale ha fatto molti errori… che poi tutto sommato sono quelli che hai scritto nel post. Però non riesco a capire che senso abbia prendersela con Veltroni oggi. Secondo me è controproducente. Le elezioni erano perse in partenza, ma almeno grazie a lui abbiamo avuto una speranza, e adesso abbiamo un nuovo partito tutto da inventare. Attaccare Veltroni in questo momento significa né più né meno abortire il PD. Che in fondo è proprio quello che desidererebbe Berlusconi, no? Scusa per lo sfogo, alla prossima.

***

24 ottobre 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, indovina un po'. Sono quella che ti scrive e si lamenta ogni volta che scaracchi su Veltroni – no, ogni volta no, del resto lo fai continuamente. E sei anche bravo a farlo, ribadisco. Questa è la cosa che mi fa più rabbia: tanta arguzia e tanto acume, così sprecati. Per di più, ormai tirare a Veltroni è diventato uno sport nazionale. Eppure continuo a chiedermi che senso abbia prendersela con lui, che rimane pur sempre l'unica figura di riferimento di questo povero PD. O tu vedi qualcuno all'orizzonte in grado di prendere il suo posto? Secondo me no, non li vedi neanche tu. Ma allora, ti sembrerò paranoica, ma questa tua fissazione morbosa per gli errori di W. mi sembra che faccia soltanto il gioco di Berlusconi.


***
2 novembre 2009
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, è da un po' che non ti scrivo. Oggi ho letto la tua ennesima bordata contro Veltroni – insomma, basta! Sembra che ti abbia fregato la fidanzata. È vero, il suo intervento al Congresso è stato piatto e deludente – ma non più della media degli interventi, lo hai ammesso anche tu. E allora che senso ha prendersela sempre e solo contro di lui? è davvero colpa sua se in questi mesi non siamo riusciti a trovare candidati più credibili per la Segreteria? Per quanto possa averci deluso, almeno Veltroni è un leader; i suoi avversari no. Un leader oggi deve possedere un volto universalmente conosciuto, e un carisma mediatico: sono doti che non si improvvisano in pochi mesi. Io non mi considero una veltroniana di ferro, ma da qui a desiderare la sua sostituzione col primo sconosciuto di passaggio, beh…

***

2 febbraio 2012
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, ti ricordi di me? Sono la veltroniana che se la prendeva sempre per i tuoi pezzi… sai, oggi sono ricapitato sul tuo blog e mi sono fatta una ghignata. Certo che Veltroni è stato proprio una catastrofe!

Eppure, scusami, credo che non abbia senso prendersela con lui oggi. È vero, ha sbagliato tutte le frittate che poteva sbagliare, ma appunto, ormai le frittate sono fatte. Avremmo dovuto mandarlo a casa subito, nel 2008, e poi aprire subito un dibattito serio. Invece ci siamo lasciati bloccare da uno stupido timore reverenziale, abbiamo continuato a ripeterci che non vedevamo nessun altro leader finché tutti i potenziali leader non si sono bruciati. Se avessimo avuto più coraggio quattro anni fa, forse avremmo avuto il tempo necessario per far crescere un vero leader, carismatico, competente e tutto il resto. Ma non l'abbiamo fatto. E se non l'abbiamo fatto quattro anni fa, che senso ha anche solo parlarne a tre mesi dalle elezioni? In fondo, non è ancora detta l'ultima parola: Veltroni potrebbe persino vincere. Ma solo col sostegno di tutti - compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Alla prossima. (Continua all'infinito, come gli incubi peggiori).
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Questo è Intrattenimento

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Se anche questa sera voglio stare a casa

Drin, drin
“Pronto, ma chi è?”
“Sono Arci, disturbo?”
“S-no, aspetta... solo un attimo... devo pausare... ecco”.
“Cos'è che devi fare?”
“Ma niente... stavo guardando una cosa sul... sul lettore. Dimmi”.
“Ma hai sentito di Genova?”
“Eh?”
Il processo! Hanno condannato quelli che sono entrati alle Diaz”.
“Ah, bene”.
“Ma bene un cazzo! Hanno preso solo i pesci piccoli! Tutti i graduati scagionati...”
“Ahi”.
“Io non ho parole. Non le ho più, veramente”.
“Eh”.
“E neanche tu, mi sembra”.
“Ma infatti cosa vuoi che ti dica, guarda... è uno schifo”.
“Altroché”.
“Ma mica da oggi”.
“Infatti io non ne posso più. Ne ho parlato anche con Aurelio. Te lo ricordi Aurelio”.
“Come no”.
“Lui dice che siamo a Vienna ormai. Il congresso, capisci?”
“Che congresso?”
“Il congresso di Vienna! 1814! La restaurazione in tutta Europa! È lì che siamo tornati!”
“Beh, in effetti”.
“Per cui lui sostiene che bisogna ripartire da lì”.
“Che in pratica vorrebbe dire...”
“Insomma, stiamo rifondando la Carboneria”.
“Tu e Aurelio”.
“Ti chiamavo infatti per sapere se ci volevi stare”.
“Eh?”
“Sta tranquillo, chiamo da un anonimo occultato. Comunque se ci stai d'ora in poi dovremo comunicare con un codice crittografico che...”
“Scusa, eh. Però non mi sembra una cosa seria questa. Cioè, mica si fonda in due o tre, la Carboneria”.
“Ah, ma non credere che all'inizio, nel 1814, fossero molti di più”.
“Sarà, ma comunque...”
“E anche in seguito, c'è poco da scherzare, sai? La prima generazione, tutti alla forca. Il carcere duro nei casi fortunati. Però da qualche parte bisogna pure iniziare. E allora, ci stai o no?”
“Ci devo pensare”.
“Balle. Sì o no, avanti. Non posso mica perder tempo, sto chiamando tutto l'indirizzario del duemilaetré”.
“Vedi, il punto è che ho tantissima roba da fare, tu non hai veramente idea di quanta”.
“Bravo, spezzati la schiena per Tremonti”.
“C'è questo mutuo maledetto che...”
“Bla bla bla”.
“E ho anche messo famiglia, sai”.
“E che futuro le prepari, ci stai pensando?”
“Arci, ma ti rendi conto? E' mezzanotte, sono qui sprofondato sul divano e tu mi telefoni per chiedermi di unirmi a una congiura e ti devo dire sì o no subito? Non posso pensarci almeno fino a domani?”

La mia generazione non è che abbia avuto tutte le fortune del mondo, eh, possiamo anche dirlo.
Certo, ad altri è andata pure peggio. Noi siamo pur sempre quelli troppo giovani per le pere e troppo vecchi per il crack. Non ci hanno nemmeno fatto respirare il ddt. In compenso siamo stati irradiati da tantissima televisione a colori che, si è scoperto in seguito, faceva male.
E si vede. Prendi un trentenne di successo a caso (uno dei 15 trentenni di successo di cui si fregia l'Italia): uno scrittore o politico o musicista o che ne so. Grattalo un po', e vedrai cosa salta fuori: Goldrake e Fonzie, Fonzie e Goldrake. Tutto qui? Quasi sempre tutto qui. Eppure.
Eppure, a furia di prendere sberle dalla Realtà, a un certo punto sembravamo esserci svegliati pure noi. E proprio quando cominciavamo a capire che il mondo aveva bisogno del nostro impegno. Proprio quando cominciavamo a sensibilizzarci, a responsabilizzarci, a organizzarci. Proprio quando ci apprestavamo a raccogliere il testimone dai quarantenni spossati, proprio quando sembrava giunta finalmente l'ora di uscire di casa...

“Se proprio insisti ti richiamo domani”.
“Oh, grazie. Adesso ciao, eh?”
“Ma senti. Cosa stai guardando?”
“Io? No, niente”.
“Come niente. Quando ti ho chiamato, hai detto che mettevi in pausa qualcosa”.
“Mah, sai, è una serie americana che ho scaricato”.
“Una serie?”
“Sì, è la quarta serie di un telefilm che... qui da noi in chiaro stanno ancora mandando la terza... devo dire che mi sta prendendo”.
“E di che parla?”
“Mah, è un gruppo di straordinari eroi che lotta per la salvezza del loro mondo, ma... detta così, suona ridicola”.
“Mentre invece...”
“Mentre invece ognuno di loro ha una storia molto incasinata, gli elementi fantastici sono finalizzati alla caratterizzazione psicologica, ci sono degli incastri narrativi particolarmente complessi, insomma è scritta davvero bene, certe volte ti viene l'invidia, davvero...”
“Ti sento molto entusiasta”.
“Beh, guarda, mi ero messo lì a guardare un episodio alle sette, e poi...”
“E' mezzanotte ormai”.
“Cacchio, vuol dire che sono qui sul divano immobile da cinque ore”.
“Non devi andare in bagno?”
“No. Anche perché non ho bevuto niente. Disidratato”.
“Gli americani sanno il fatto loro”.
“Ah, ma quando ti capita di vederla, capirai. Cioè, magari i primi due episodi ti sembra una stronzata. No, diciamo che fino a metà della prima serie è una stronzata. Ma poi....”
“Ti prende”.
“Se vuoi ti passo la prima serie, c'ho il cofanetto... comunque sul mulo trovi tutto, eh”.
“Grazie, ma non credo che avrò il tempo”.
“Ah già, dimenticavo, la Carboneria”.
“Sì, quella m'impegnerà molto, temo”.
“Allora mi richiami domani?”
“Forse”.
“Solo magari cerca di suonarmi verso le sette, perché dopo...”
“Non vuoi essere disturbato”.
“Mi mancano ancora sei episodi. Così dopo non ci penso più”.
“Ma dopo ne troverai un'altra”.
“Un'altra così? No, questa è davvero l'ultima”.
“Dici sempre così”.
“A domani allora, eh?”
“A domani”.

...Proprio quando sembravamo finalmente cresciuti, flop! Atterrarono in un colpo sui nostri salotti centinaia di serie americane, tutte meravigliose e intriganti, tutte più intelligenti di quanto non sembravano, tutte scaricabili gratis, tutte per noi. Direi che anche stavolta il Risorgimento è rimandato.
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ump ta ta, ump ta ta

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La strage alla sagra d'Autunno
("La voce di Rimini", estate 2000)

Brigadiere, Fischio non era un tipo cattivo. Lo lasci dire a me che lo conoscevo.
Faceva il deejay, sì, ma che vuol dire? È un mestiere come un altro, peggio di tanti altri, coi tempi che corrono. La fiera d’Autunno del 2015 finiva quella sera; cominciava a far fresco. Tra un po’ la gente avrebbe cominciato a passare le serate nei locali al chiuso, ma quell’anno Fischio non aveva nessun contratto con nessun locale. Insomma era l’ultima volta che metteva su i suoi dischi, e a nessuno gliene fregava niente. Nello Stand Giovani della fiera ci saranno state una ventina di persone si e no.
32, dice lei?
Ah, lo dice il comunicato ufficiale.

Non so, forse qualcuno da fuori ha sentito il casino e ha cercato di intervenire. Cosa crede, non si sono mica tutti arresi senza combattere… io? io quando ho visto che perdevo sangue dalla testa mi sono gettato a terra, ho fatto il morto. Lei cos’avrebbe fatto? Erano cinque a uno, Brigadiere.

No, Brigadiere, no, mi stia a sentire, non ci fu nessuna provocazione. O meglio. Io penso che sia stato un errore mettere lo Stand Giovani così vicino allo Spazio Ricreativo Terza Età. Quelli hanno un sacco di soldi e fanno il pienone tutte le sere – ma soprattutto hanno un sound system, mi permetta, della madonna. Fischio doveva portare le casse sue da casa, e poteva anche averci della roba buona, ma senz’altro era il liscio romagnolo a sovrastare la techno, non il contrario. Quel maledetto tre quarti tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… faceva uscire di testa. Già si era in pochi, e sempre gli stessi, come si faceva a farsi venire voglia di ballare? Venivamo solo per fare piacere a Fischio.

Brigadiere, non mi guardi così, lei mi crede fatto o chissà che, ma è solo stanchezza. Io dopo i funerali ieri sono andato al lavoro, cosa crede?
Sì il turno di notte. In casa di riposo, naturalmente. È un interinale. La settimana scorsa facevo la vendemmia, e la sera si e no mi tenevo in piedi, secondo lei mi ci sarei buttato di mia volontà in un casino così? Senta, ho 28 anni, due lauree brevi e un diploma di specializzazione. L’altro giorno ho fatto il calcolo e ho scoperto che andrò in pensione a centovent’anni. Non è male, guardi, conosco sì, , certo, se la speranza attuale di vita è 135… Ma lei, mi permetta, brigadiere, quanti ne ha? Ottantasei? E ci va l’anno prossimo? Ah, però.

Io me la vedo male, Brigadiere, sa? A casa mi devo nascondere. Mio padre non mi vuol vedere, mio nonno mi disprezza, e la bisnonna mi chiama a voce alta dalle scale: fannullone, parassita, mammone. E cosa ci posso fare? Tra due anni ci sarà il concorso, e con un po’ di fortuna finirò in graduatoria, diciamo tra i primi duecento: altri dieci anni e mi sistemo. Un bilocale con la mia ragazza… chi lo sa, magari un figlio… Ma nel frattempo debbo vivere coi miei, non c’è rimedio…

…mi chiede questo cosa c’entra… beh, Fischio era nella mia stessa situazione… o peggio. Vivere coi genitori (e i nonni) per un deejay è una vera umiliazione… tutto il giorno, sentirti interrompere da una voce che ti dice tesoro, per favore abbassa il volume, stiamo cercando di vedere la milleseicentesima puntata di cuorinfranti o chennesò… esasperante… e so per certo che la settimana scorsa la ragazza lo aveva mollato: è andata a vivere con un sessantenne del ramo import-export, un tipo sportivo… uno col porsche coupé, ha presente… Fischio, per dire, era uno che si faceva prestare l’apecar del nonno, che a trasportare l’impianto gli servivano due giri…

No, apparentemente non l’aveva presa male, però chi lo sa, magari dentro ci moriva. Sono cose difficili da sopportare, alla nostra età… Per di più dal giorno dopo sarebbe stato ufficialmente disoccupato. Brigadiere! per un disoccupato alla nostra età non c’è speranza, non c’è sussidio! Sì, sì d’accordo, se al posto della patente da tecnico del suono avesse preso, per dire, quella da conducente di carrozzine, il lavoro non gli sarebbe mancato: ma i giovani devono seguire i propri interessi, non è quello che si dice sempre a scuola?

E poi i giovani devono divertirsi finché hanno il tempo. Si sente dire anche questa. E io faccio il possibile per divertirmi, per esempio l’altra sera mi sono sforzato di uscire per andare a sentire il mio amico Fischio deejay. Anche se lo sapevo già che lo Stand era un mortorio, mi perdoni la battuta orribile. Le solite facce arrabbiate – no, neanche arrabbiate: stanche. Tante smorfie non erano che sbadigli repressi.
E a pochi metri da noi, quei vecchi – pardon – quegli anziani scatenati, in centinaia a strusciarsi senza ritegno con le loro polche e le loro mazurche, tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… tra cent’anni vivranno ancora e ascolteranno ancora la stessa musica, mi diceva sempre Fischio. Non si schiodano. Certo, per quel che devono fare domattina, diceva ancora… svegliarsi a mezzogiorno e andare a tirare la pensione…

Brigadiere, era l’ultimo pezzo della serata. Era l’ultima serata della fiera. Era la Fiera d’Autunno. Può anche darsi che Fischio abbia alzato un po’ il volume, può anche darsi che lo abbia tirato un po’ in lungo, e allora? Ricordo che ho dato un’occhiata al mio orologio ed era un quarto dopo mezzanotte. Ma lo sa che neanche dieci anni fa nello Stand Giovani si ballava fino alle tre? Me lo racconta sempre mio fratello più grande… ma è vero che a quel tempo eravamo più forti, più organizzati…

Insomma quand’è arrivato quel tappetto, come si chiama, Prosperi Alcide, non ci volevamo credere. Senza dire beo questo tizio, avrà avuto un’ottantina d’anni, si mette davanti alla consolle di Fischio e gli stacca la spina. Silenzio, di colpo – silenzio per modo di dire, perché in realtà si sentiva un Ump ta ta ump ta ta incessante. E poi la voce stridula dell’Alcide si mette a rovesciare insulti su Fischio, sul tono di: drogato di merda, hai visto che ora è? va a lavorare, non ti vergogni, sei la disgrazia di tua madre e tua nonna.

Brigadiere è vero, a quel punto Fischio l’ha toccato.
Può persino darsi che lo abbia spintonato un po’. Ma è stato il gesto di un attimo, e poi il Prosperi lo abbiamo aiutato in tre a rimettersi in piedi, e ci siamo assicurati che stesse bene prima di lasciarlo andar via.

Ecco, brigadiere, il fatto – la provocazione, come dice lei – è tutta qui. Chi se lo immaginava che il Prosperi se ne sarebbe tornato di lì a cinque minuti, con un po’ di amici suoi, un’ottantina? Tutti armati di stampelle e cagnole? Dai settantenni ai centenari c’erano tutti i signori dello Spazio Ricreativo Terza Età, e secondo me si erano messi d’accordo prima. Io ho visto anche volare delle bocce, brigadiere, in particolare ne ho vista una che aveva preso la mia testa per il boccino. Venivano da tutte le parti, eravamo circondati. L’ultima cosa che ho visto è stata Fischio cadere sotto i colpi mentre cercava di difendere le casse, che erano proprio sue, se le portava da casa. Poi ho chiuso gli occhi e non ho più voluto veder niente. Ma non potevo fare a meno di sentire quel maledetto Ump ta ta, Ump ta ta, che scandisce i tre quarti in eterno.


(Ogni volta che a settembre provo ancora a uscire, e andare a un concerto, mi sembra che la balera diventi sempre più grande, e ripenso a questo raccontino. Ha già otto anni).
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A Midsummer's Nightmare

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Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice:

“Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no!”
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... a una certa età... possa fare un brutto effetto...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“Il capo della polizia è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfranca. Mi chiamo Gianfranca”.
“Ah, già, Gianfranca. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose insieme!”
“E' troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava leggere Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”

(Continua, all'infinito).
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Fiori per Algernon

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Carteggio

2/6/1994
Mio caro Algernon,
ho letto con attenzione e (non lo nego) qualche difficoltà la tua dissertazione in cui azzardi una sintesi di Horkheimer e Debord nel tentativo di offrire una chiave interpretativa filosofico-sociologica alla recente vittoria elettorale di Silvio Berlusconi. Come sempre il tuo pensiero è solido e articolato, forse troppo articolato, al punto che mi sorprendo talvolta a chiedermi se tanta complessità sia realmente utile alla decostruzione dell'avvento al potere di una plutocrazia mediatica nel vuoto creato dall'esaurimento della guerra fredda. Concordo sul fatto che siamo di fronte a un'involuzione culturale prima che politica, di fronte alla quale dobbiamo fare appello a tutte le nostre risorse intellettuali: ma ho la sensazione che la discussione non possa, e non debba, rimanere confinata in un ambito precipuamente accademico. Perdonami la fretta, ma mi riprometto di tornare su questi argomenti assai presto in futuro.

15/9/1996
Caro Algernon,
Ho ritrovato proprio oggi tra le mie carte la bozza di un vecchio biglietto di due anni fa in cui velatamente ti rimproveravo di un linguaggio troppo accademico e usavo, credo per la prima volta, il termine “involuzione culturale”. Come vedi la nostra discussione prosegue ancora intorno allo stesso problema, che credo di poter sintetizzare così: in questi anni di volgarizzazione indotta delle masse pilotata dallo strapotere mass-mediatico, in che misura noi intellettuali possiamo rompere il “guscio” accademico e tornare a parlare a quelli che non si sentono coinvolti dai nostri discorsi, la cosiddetta (perdonami il termine vago), “gente”? E non rischiamo coi nostri tentativi, di rimanere intrappolati proprio in quella involuzione che stigmatizziamo? Magari al convegno in gennaio avremo l'opportunità di approfondire il problema.

22/10/1998
Caro Algernon,
non credevo che la caduta di Prodi mi avrebbe tanto turbato. Sento che la mia profonda avversione per Berlusconi e per tutto ciò che rappresenta nella storia d'Italia – chiamiamolo pure “berlusconismo” - mi trasforma talvolta in un vero e proprio tifoso, impedendomi di analizzare i fatti con la razionalità necessaria. Mi sorprendo a definire Bertinotti un “traditore” - una parola che non faceva parte del mio lessico, decisamente, e a evitare il mio verduraio di fiducia, noto forzista, unicamente perché temo i suoi sfottò, proprio come se si trattasse di una contesa sportiva, e non di un lento processo storico che avrà ripercussioni sul futuro dei nostri figli. E d'altro canto, se in quattro anni di critica a Berlusconi non sono nemmeno riuscito a convincere il mio verduraio, la responsabilità non è forse mia? Rileggo le lettere che ci scambiamo tre o quattro anni fa, e scopro nei nostri discorsi un eccesso di astrazione che mi fa vergognare. Citavamo Horkheimer e Debord, e nel frattempo Lui si faceva le leggi su misura – quanto siamo stati stupidi.

Da: gcharlie69@altavista.com
Inviato il: 10/12/2000 14:36
A: algernon71@yahoo.com
Ciao Algernon
Totalmente d'accordo con quanto scrivi. Rutelli o chi per lui non hanno la minima speranza: Berlusconi ha già vinto. E però anche stavolta mi sembra il caso di fare un'autocritica: cosa abbiamo fatto noi cosiddetti “intellettuali” in questi anni per convincere la gente che Berl era il male?
Quanto tempo abbiamo perso in discussioni astratte e oziose invece di uscire nelle piazze e denunciare a gran voce il monopolio televisivo-editoriale, le collusioni con la mafia, la corruzione dei giudici, ecc. ecc.? E allora è inutile che ci lamentiamo adesso. Alla prossima.

Da: gcharlie69@altavista.com
Inviato il: 10/5/2002 00:41
A: algernon71@yahoo.com
E no, Algernon, mi spiace, ma non puoi trattare il movimento no-global o no-war o come vuoi chiamarlo alla stregua di una massa di ignoranti. La loro critica all'apparato industriale-bellico-mediatico, per quanto rozza, è sacrosanta, ed è nata dal basso, finalmente. E gli stessi girotondini, con il loro culto sicuramente un po' acritico della Costituzione, esprimono una voglia di legalità e di giustizia che non puoi liquidare. Questa è finalmente un'Italia che protesta, che reagisce, cazzo. Sì, ho proprio scritto cazzo, hai letto bene. Scusa, ma questa discussione mi sta infervorando.

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 10/5/2004 23:26
A: algernon71@yahoo.com
Il fatto, Algernon, è che in questi ultimi anni io mi sento sopraffatto dallo schifo. Schifo per la Guerra del signorino Bush, schifo per il nostro regime da operetta, per il Nano e per le Ballerine, e non ho tempo, e se avessi il tempo non avrei voglia, per produrre analisi articolati, lunghi discorsoni e quella roba lì. Cioè, di fronte a una come la Fallaci che bercia, secondo me l'unica analisi che mi sento di fare è “Taci stronza”: davvero, c'è altro da aggiungere? Del resto perché lei può usare le parolacce e io no?

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 23/9/2006 12:34
A: algernon71@yahoo.com
Sai cosa c'è, Alge? C'è che il mortadella è una grossa delusione... neanche per colpa sua, poverino...
lui ci prova a governare, ma deve dare un contentino al cinghialone Mastella... un altro a Di Pietro... che è un po' come la botte piena e la moglie ubriaca, no? E poi ci sono i rifondaroli, i comunisti italiani, i verdi coi loro no-tav e no-qui e no-là, i gay, le lesbiche, il trans... insomma, più che è un governo è il carnevale... e dietro l'angolo c'è il Nano che è già pronto a mettercela in culo... cosa che evidentemente ci piace... e allora un intellettuale cosa deve fare? A me certe volte la sera vien voglia di uscire in terrazzo e gridare... Gridare cosa? Non so, probabilmente... probabilmente un gran vaffanculo... che non risolve i problemi, però.... ti sfoghi...

Da: gcharlie69@gmail.com
Inviato il: 9/7/2008 12:34
A: algernon71@yahoo.com
E allora VAFFANCULO anche a te Alge, VAFFANCULO. Non ti è piaciuto l'otto luglio? E allora lasciati pure governare da un NANO PELATO CHE PIPPA e manda al governo le POMPINARE, ai capito bene, le POMPINARE, e tutta la corte di STRONZI compresa l'opposizione ombra di TOPO GIGIO che e dà trentanni che studia politica e NON A ANCORA CAPITO UN CAZZO come te del resto. Vaffanculo, va.

(Continua? Può continuare così?)
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Le chiacchiere stanno a 0,00

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L'immagine di un Paese si fa con i fatti

Tokyo, 8/7/2008
"All'Italia servono fatti, non manifestazioni". Silvio Berlusconi, dal Giappone, guarda con distacco alla protesta organizzata a Roma da Antonio Di Pietro e dai 'girotondini'. Secondo il premier la maggioranza degli italiani è stanca di questo sterile dibattito sulla giustizia: ben altre sono le priorità. "L'immagine di un Paese - aggiunge - si fa con i fatti e adesso dobbiamo rimediare al disastro" dovuto all'impatto che la "tragedia dei rifiuti" in Campania ha avuto all'estero.

Ottawa, 19/7/2009
“Le proteste lasciano il tempo che trovano, all'Italia ora servono fatti”. Silvio Berlusconi, dalla sede canadese del G8+8, non si mostra particolarmente preoccupato dalle manifestazioni “no-censura” organizzate in tutt'Italia dai gruppi di sinistra. “È ridicolo che il dibattito su un decreto nato per salvaguardare la dignità delle più alte cariche dello stato occupi le prime pagine dei giornali. Come se la priorità degli italiani fosse la cosiddetta “libertà” di scrivere su un giornale o su internet sconcezze eversive sul Presidente del Consiglio, e non i problemi veri, come per esempio l'emergenza rifiuti che affligge il comune di Roma”

Shangai, 6/7/2010
“La sinistra continui pure a occuparsi di scemenze, io penso ai fatti”. Dal vertice cinese del G20, Silvio Berlusconi liquida con una battuta lo sciopero generale organizzato da sindacati e opposizione contro le Leggi Speciali. “In questo periodo di grave crisi internazionale, la maggioranza degli italiani è con me nel ritenere necessaria un accentramento dei poteri nelle mani del Premier, con o senza il consenso di quelle assemblee di legulei (il riferimento è al CSM e alla Corte Costituzionale) che non hanno mai ricevuto un mandato popolare e sono ormai un cancro per la democrazia. Per fortuna gli italiani sanno apprezzare l'azione del governo, che negli ultimi mesi è riuscito con successo a fermare l'emergenza dei rifiuti sul crinale Tosco-emiliano”.

Islamabad, 16/7/2011

“La situazione è grave”, ha ammesso Sua Eccellenza il Presidente Berlusconi durante la conferenza stampa del vertice dei P80, “ma non mi faccio certo impensierire dai nemici interni che nella clandestinità portano avanti ridicole campagne diffamatorie contro la mia persona. Io non faccio chiacchiere, io faccio i fatti. Il prelievo fiscale straordinario, la tassa sul macinato e la messa al bando delle reti wireless infestate da comunisti e pedofili sono interventi che la maggioranza degli italiani ritiene necessari, in una situazione di emergenza come questa. Del resto gli effetti benefici si sono già fatti sentire: sono fiero di poter annunciare che nella notte di ieri i rifiuti sono stati ricacciati sull'argine destro del Po. Vinceremo!”

Tradotta della Valtellina, 7/7/2012
MESSAGGIO DI SUA ECCELLENZA IL CAV. BERLUSCONI ALLA NAZIONE:
Italiani, coraggio! In questi giorni così difficili per il nostro Bel Paese, la certezza della Vittoria Finale non deve abbandonarci mai. Vi invito per questo a non ascoltare le chiacchiere dei traditori, che speculano su bandi e decreti di nullo interesse.
A tal proposito, confermo che il mio Governo non ha, ripeto, non ha mai varato un decreto che preveda lo “Jus primae noctis” per il Presidente del Consiglio. Sono fanfaluche propalate ad arte da rimestatori che lavorano in intelligenza col nemico e che non hanno evidentemente altri argomenti. Il mio governo non ha infatti mai ritenuto necessario modificare la legge Capezzone del 2011, che prevedeva agevolazioni fiscali per le cittadine maggiorenni normodotate in grado di fornire prestazioni sessuali al Presidente del Consiglio in carica. Trovo altresì penoso dover perdere tempo a chiarire queste sciocchezze alla vigilia della riscossa, quando so bene che sono i fatti, solo i fatti, che vi interessano.
Voci di roghi e rivolte contro i rifiuti in tutte le grandi città dell'Alta Italia ci confortano: Italiani, ancora un piccolo sforzo.
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Beware de negher

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L'insicurezza percepita

“Signora, aspetti...”
“Ma che fa? Giù le mani!”
“Signora, volevo solo reggerle il portone...”
“Ah, ma è lei! Scusi, ma prima non l'avevo vista bene, mi ha fatto venire una paura...”
“Paura? Signora, paura di che? Sono le dieci del mattino”
“Ma lo sa anche lei, con tutti quei... con tutti quei negri che si vedono adesso nel quartiere...”
“Neri?”
“Ma sì... negri, neri... uguale... io non sono mica razzista, eh, però... cosa ci vuol fare, quando mi fissano mi mettono una paura...”
“Signora, ma non ci sono dei neri, qui”.
“Massì... negri, o marocchini... l'è uguale... sempre in giro dalla mattina alla sera... e mi guardano... cos'avranno da guardare una povera vecchia...”
“Di marocchini ce n'è uno al civico 12, e basta. Creda a me che faccio il postino”.
“Massì, se non sono marocchini saranno extra... albanesi, zingari... tutti uguali...”
“Rumeni. Rumeni ce ne sono tre famiglie all'angolo. Sembra gente tranquilla, eh. Però è vero che i ragazzini son sempre in giro”.
“E fanno una paura...”
“Specie adesso che la scuola è chiusa”.
“Con quelle bici, ti spuntano alle spalle, ti puntano la borsa... ne hanno preso uno un mese fa, c'era sul giornale, ma è possibile che non si possa star tranquilli a uscire per strada?”
“Signora, c'è una cosa che dovrei chiederle...”
“Speriamo adesso, col nuovo governo... mah... che poi tanto sono tutti uguali... parlano, parlano, e poi... ma sa cos'è! Che son tutti vecchi! Si truccano per sembrar dei giovanotti, ma son tutti dei vecchi cancheri come me! Mo quand'è che cominciano a dare un po' di potere ai giovani, eh...”
“Eh, signora, ci vuol pazienza”.
“Lei, per esempio, ma è possibile che un bravo ragazzo come lei stia ancora lì a fare il postino? Che si vede che è uno che ci sa fare, e poi è simpatico, aiuta anche la gente, ma almeno glielo rinnovano il contratto?”
“Vediamo, signora, è un trimestrale”.
“Ma a proposito, lei che è il postino, non è mica che ha una busta per me? Dalla banca? Sarà un mese che sto aspettando questa busta dalla banca...”
“Ecco, signora, volevo proprio parlarle di questo. È arrivata una comunicazione dall'ufficio, vede? Lo sa, che le devono spedire il bancomat”.
“Ecco, appunto, io stavo proprio aspettando il bancomat”.
“Però non le hanno fatto firmare per la praivasi”.
“Ma è una cosa grave?”
“Ma no, signora, non è niente, dovrebbe riempire questo formulario che mi hanno dato, vede? E farmi una firma qui”.
“Oddio, ma non ci ho mica gli occhiali!”
“Se vuole l'aiuto io. Serve nome, cognome, luogo di nascita...”
“Malavasi Neive, sei gennaio quaranta”.
“Codice fiscale...”
“Ma non me lo ricordo mica, povera me. Devo andare su a prenderlo?”
“Eh, signora, forse è meglio di sì. E già che c'è...”
“Sì?”
“L'è arrivato per caso il PIN del bancomat nuovo?”
“Certo, m'è arrivato la settimana scorsa, è per quello che cominciavo a stare un po' in ansia...”
“Ecco, dovrebbe darmi anche quello lì”.
“Come, le devo dare anche il pin? Ma non è una cosa segreta?”
“Signora, cosa vuole che le dica, è per la praivasi. Se vuole lo faccio scrivere a lei, e io non guardo neanche... vede? C'è scritto qui...”
“Va bene, va bene, adesso vado su e prendo il codice fiscale e il pin”.
“Vuole che l'accompagno?”
“Ma no, ma no, non si stia a disturbare... un bravo ragazzo come lei... chissà quante scale gli fanno fare in una mattina...”
“Non mi lamento, signora...”
“E invece dovrebbe! Dovrebbe! Che è una cosa che non riesco a capire, dei bravi ragazzi come voi a fare questi mestieracci, mentre in giro ci sono tutti questi negri che ti guardano, ti guardano, e a me fan tanta paura...”
“Ehm, signora...”
“Sì, sì, va bene, lo so che ha fretta, adesso salgo...”

Modena, 20 giugno 2008 - Un portalettere è stato arrestato dalla polizia postale di Modena poiché apriva le lettere contenenti la tessera bancomat che l'Unicredit aveva inviato ad alcuni clienti di Carpi.
L'uomo, un 35enne residente a Carpi, teneva per sé le tessere e modificava il contenuto del messaggio dell'istituto di credito prima di consegnare la missiva ai clienti, ai quali chiedeva di comunicargli il codice segreto 'pin' gia' in loro possesso prima che la carta magnetica venisse effettivamente recapitata.
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PornoGeoPolitica

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Verso il Romistan

Se poi mi chiedete del mio amico Arci – in effetti è parecchio che non se ne sente parlare – beh, se la passa alla grande. Una qualche agenzia interinale ha mandato per sbaglio il suo curriculum di inventore pazzo e psicotico all'Ufficio del Personale di una superpotenza mondiale, una a caso, e adesso è da qualche parte in un ufficio con l'aria condizionata a cospirare contro la Pace Universale. Valà che sotto sotto lo invidiate.

“Signori, bando ai preamboli. L'oggetto di questa riunione è il solito: si tratta di scatenare un conflitto regionale che faccia perdere tempo e risorse ai nostri competitori, magari attraverso la strumentalizzazione di qualche minoranza etnica indifesa. Mi pare che tocchi al sig. Arci”.
“Signori, signore, grazie sin d'ora per l'attenzione. La mia proposta di azione prevede il coinvolgimento dei Rom, un'etnia di origine indiana che vive in molti Paesi europei, talvolta ancora in stato seminomade. Vedi slide. I Rom sono stati oggetto di vari tentativi di assimilizzazione forzata e veri e propri pogrom, dal medioevo fino alla seconda guerra mondiale, quando i nazisti ne sterminarono mezzo milione. Oggi sono un'etnia in via di integrazione in tutti i Paesi dell'Europa occidentale, tranne l'Italia”.
“L'Italia è in Europa Occidentale?”
“Ancora per qualche tempo, sì. In Italia vive una cospicua minoranza Rom, che non ha i diritti civili e vive in condizioni di miseria senza paragoni. La loro aspettativa media di vita è quasi la metà di quella degli italiani autoctoni. Gran parte dei bambini non frequenta la scuola”.
“Ma chi l'avrebbe detto... voglio dire... gli italiani sembrano brave persone”.
“L'errore storico è precisamente questo: fare affidamento su un'astratta idea di “bontà” invece che su normative concrete. Gli italiani non sono un popolo feroce, ma non si sono mai preoccupati di dare la cittadinanza a chi vive sul proprio suolo. Ci sono Rom di terza o quarta generazione che non sono ancora cittadini: non hanno diritti, e nemmeno doveri. Il sospetto è che siano più utili come capri espiatori che come cittadini”.
“Ho capito: quando c'è crisi si fa la caccia al Rom. Come da noi, giù in....”
“In effetti i tempi sembrano maturi. Man mano che l'Italia scivola in una crisi strutturale, le leggende urbane sui Rom aumentano, propalate ad arte anche dalla stampa. Qualche campo nomadi brucia già e a Bruxelles qualche eurodeputato ha proposto di creare il reato di associazione famigliare Rom – o qualcosa del genere. Le mie proiezioni danno i primi pogrom seri tra 14 mesi solari”.
“Va bene, ma noi cosa c'entriamo? Mica operiamo per salvare i derelitti, noi”.
“Ci stavo giusto arrivando. Il problema dei Rom in Italia presenta connotati molto interessanti. I Rom si definiscono una nazione, ma in pratica sono apolidi. Alcuni dei loro rappresentanti si battono per trasformare questo paradosso in uno status giuridico. La mia proposta è di lanciare sul tavolo della trattativa una proposta ben più radicale: il Focolare Nazionale Rom”.
“FNR suona malissimo”.
“La sigla la possiamo cambiare. Ma insomma, la sostanza è la seguente: dopo le prime vere stragi, previste più o meno per l'estate '09, alcuni intellettuali Rom – opportunamente istruiti da noi – dovrebbero cominciare a diffondere l'idea che i Rom abbiano il diritto a un loro Stato, come tutti gli altri popoli sovrani”.
“Comincio a capire”.
“Questa idea affascinerà molti italiani, specie se hanno ancora le mani sporche di sangue dello zingaro sottocasa. In un colpo solo si liberano sia dei superstiti che dei sensi di colpa”.
“Geniale. Bisognava pensarci prima. Però...”
“Dove la mettiamo questa nazione? Ci ho pensato già io. In Italia assolutamente no, ci mancherebbe. Più lontano è meglio è”.
“Eh, ma non è mica tanto semplice. Bisogna cercare un posto con acqua e terra per milioni di persone, ma disabitato... non credo ce ne siano”.
“Signori, a volte mi pare che dimentichiate di essere persone fondamentalmente malvagie. Chi ha detto che occorre trovare un posto fertile? Una distesa di sassi andrà bene ugualmente, basta vendergliela come terra del latte e del miele”.
“Già, giusto”.
“E non è nemmeno necessario che sia disabitata – basta spazzare via quelli che ci abitano già. Ovviamente venderemo armi sia ai Rom che ai loro ospiti, per fair play”.
“Mi piace, mi piace”.
“Insomma, l'ideale è una terra aspra, già contesa tra qualche nazione importante, e con qualche risorsa che potrebbe interessare anche a noi che possiamo pagare in armi. Una terra così, concorderete, non è così difficile da trovare. Ma non bisogna dimenticare l'aspetto culturale – dev'essere un posto in cui i Rom siano già stati, magari qualche migliaio di anni fa, di modo che possa essere venduta come “la culla dei Rom”. Anche questo non è così difficile, visto che sono stati praticamente dappertutto. La mia proposta, comunque, è il Kashmir. Per almeno quattro motivi”.
“Numero uno...”
“I Rom provengono dall'India settentrionale. Pare che Rom derivi dal sanscrito ड़ोमब, pensate. Il Kashmir è più o meno da quelle parti. Qualche ritocco alle enciclopedie on line e ai libri sacri, e vedrete che non sarà difficile ribattezzare i Rom come “Popolo dei Kashmir”. Oppure potremmo ribattezzare il Kashmir: che ne dite di Romistan? Vabbè, a questi dettagli ci pensiamo dopo”.
“Numero due...”
“Risorse naturali. La seconda riserva d'acqua dolce mondiale. Non c'è bisogno che vi dica quanto sarà importante l'acqua nei prossimi cinquant'anni. Se la nazione che rappresentiamo diventa l'avvocato dei Rom in sede internazionale, buona parte di quell'acqua sarà nostra”.
“Per tacere della lana pregiata. Numero Tre...”
“Proprio a causa dell'acqua, e per patetiche beghe di irredentismo e rivincite a cricket, il Kashmir è oggi una terra già contesa da due potenze regionali nostre concorrenti, l'India e il Pakistan. Entrambe sono potenze nucleari, quindi sarà un atto umanitario offrire alla Nazione Rom del Kashmir la bomba atomica. Et voilà, ecco che per motivi umanitari abbiamo piazzato una nostra piazzaforte atomica in mezzo all'Asia”.
“Ma insomma, davvero lei si aspetta che India e Pakistan ci diano una striscia di Kashmir per un'altra etnia?”
“Bisognerà operare con una certa prudenza, all'inizio. Per esempio: si va dai pakistani (o dagli indiani, a scelta) con la proposta di ottenere dal Consiglio di Sicurezza Onu tutto il Kashmir... se accettano di ospitare il Focolare Nazionale Rom (capite anche voi che all'inizio “focolare” suona meglio). I pakistani, che al momento ne occupano solo 1/3, accettano, sperando di ottenere dall'Onu che l'India ceda gli altri 2/3. Questo potrebbe anche non accadere mai, ma nel frattempo cominciano ad arrivare i Rom, armati da noi e dagli italiani che hanno tanti sensi di colpa e armi da vendere”.
“Ma non hanno l'aria di un popolo bellicoso”.
“Gli insegneremo. Insomma, da cosa nasce cosa, a un dato momento i Rom iniziano a sparacchiare agli autoctoni. Gli autoctoni rispondono – è guerriglia. A questo punto i Rom dichiarano unilateralmente lo Stato del Romistan, noi lo riconosciamo, gli italiani pure... il gioco è fatto”.
“Ma non è un po' temerario... voglio dire... creando una piccola nazione su base etnica in una regione schiacciata tra due potenze regionali... non rischiamo di creare uno stato di guerriglia permanente?”
“Questa era il Motivo Numero Quattro, appunto”.
“Rimane da risolvere il problema di quelli che nel Kashmir ci abitano già”.
“Ma signori, noi non siamo qui per risolvere i problemi, noi siamo qui per trasformarli in problemi nuovi, più adatti al Nuovo Millennio. Gli abitanti del Kashmir oggi si sentono un po' indiani un po' pakistani – quando il Romistan avrà firmato la pace separata con entrambe le nazioni, non saranno né paki né indù. Non saranno più nulla. Potranno essere assimilati dai Rom”.
“E sei Rom non volessero?”
“Nascerà un altro minuscolo movimento nazionalista, per la gioia dei venditori di spillette, di foulard e di armi. Continueranno a fare la loro guerricciola per 60 anni, emozionando qualche intellettuale europeo, e alla fine magari otterranno qualche striscia di terra anche loro. Oppure li trapiantiamo tutti in un'altra regione ricca di risorse interessanti – non so, la Cecenia – e il gioco continua. Che ne dite?”
“Mah. Non credo di avere mai sentito una proposta geopolitica più insensata e criminale di questa. Dico, è incredibile”.
“Troppo buono”.
“Voglio dire, com'è che nessuno ci ha mai pensato prima?”
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Qi denuncia chi

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L'anno della Tigre di Carta

“Buongiorno, desidera?”
“Buongiorno, volevo fare una denuncia”.
“Sì, un attimo che accendo il terminale… è un furto?”
“No, veramente no”.
“Atto vandalico?”
“Io veramente ero venuto a denunciare… come si dice… scusi, sono poco pratico, sa? Un’in…”
“Un’intimidazione mafiosa!”
“No, no, un’immigrazione”.
“Ah”.
“Clandestina”.
“Sì, sì, ho capito”.
“Insomma, c’è questa persona qui che è un immigrato clandestino”.
“Sì”.
“E sono venuto a denunciarlo. Perché adesso è reato, no?”
“Ma questa persona, sa come si chiama?”
“Altroché”.
“Conosce il luogo dove abita, o dove lavora?”
“So tutto”.
“E ha ragionevoli argomenti per sostenere che si tratta di un immigrato clandestino?”
“Ne ho le prove”.
“Bene, lei ora mi dirà tutto, io verbalizzerò…”
“E andrete ad arrestarlo!”
“Se lo riterremo necessario”.
“Come necessario! Dovete farlo e basta! In Italia c’è… come si chiama… l’obbligatoria età”.
“L’obbligatorietà dell’azione penale. Certo che lei è un esperto”.
“Grazie. Ho studiato legge, al mio Paese”.
“Anche a me sarebbe piaciuto, ma sa… famiglia numerosa”.
“Non me lo dica”.
“Veniamo al dunque. Lei si chiama?”
“Qi Demei. Q, i, staccato Demei scritto come si pronuncia”.
“Ah, perfetto. E di cognome?”
“Qi”.
“Qi Qi Demei?”
“No, solo Qi staccato Demei”.
“Aaaaaah, ho capito. Scusi, eh, ma con tutti questi cognomi stranieri uno non ci capisce più…”
“Ha tutta la mia comprensione”.
“Bene. Allora, Qi Demei, nato il”
“Tredici luglio 1974”.
“Anno della tigre!”
“Complimenti. Non mi dica che...”
“Sì, confesso, sono anch’io del 1974. Dunque, Qi Demei, nato il tredici luglio 1974 e residente a…”
“Ahem… scriva così: residente a Canton, Cina”.
“Quindi lei non risiede in Italia”.
“No. Però una denuncia la posso fare lo stesso, no? Voglio dire… Se fossi un turista e mi rubassero il portafogli…”
“Giusto. Allora: Qi Demei, nato il 13/7/74 e residente a Canton, Cina, in data 23/9 presente anno si recava nella caserma dei carabinieri di Campogalletti (MU) e segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di-”.
“Sì?”
“Lo chiedo a lei: rispondente al nome di?”
“Eh?”
“Questo immigrato clandestino, insomma, come si chiama?”
“Ah, lui! Si chiama Qi Demei”.
“Cognome?”
“Qi”.
“Kikidemei?”
“No, Qi staccato Demei”.
“Aaaaah. Tra l’altro è un nome che ho già sentito… sta a vedere che ha dei precedenti”.
“Ma veramente…”
“Aspetti. Anche lei si chiama Qi Demei”.
“Non lo nego”.
“Un caso di omonimia, capisco”.
“No, forse non ha capito. Sono sempre io. Sono venuto a denunciare me stesso. Sono un immigrato clandestino. Arrestatemi”.
“Beh… beh… non corriamo”
“C’è la cosa, l’obbligatorietà dell’azione penale”.
“Ma scusi, perché ci tiene così tanto a farsi arrestare?”
“Si metta nei miei panni. Io lavoro ai mercati, faccio il giro della provincia. Tutte le mattine la sveglia alle cinque. Con la pioggia e con la neve. Cinque anni così. Non sono abituato, in Cina studiavo legge. Sono stanco”.
“Poteva anche venire prima”.
“Prima mi avreste rimpatriato come clandestino. Ma adesso non potete”.
“Come sarebbe a dire che non possiamo?”
“Non potete, perché l’immigrazione clandestina è diventato un reato, e quindi mi dovrete processare”.
“E che sarà mai un processo”.
“Ma io ricorrerò in appello”.
“Non mi faccia ridere … voglio dire, se tutti gli immigrati clandestini ricorressero all’appello…”
“Sì? Vada avanti”.
“Si bloccherebbero tutti i tribunali italiani!”
“Questo non è un problema mio. Io sono un indiziato di reato, e come tale ho diritto a un giusto processo – ah, e siccome lavorando io reitero il mio reato, perché rubo il lavoro ai commercianti italiani, credo che mi dovrete mantenere voi, in una prigione o altrove. Le vostre prigioni le ho viste, e confrontate al sottoscala dove dormo non sono male”.
“Ma scoppiano”.
“Già. Probabilmente sarete costretti a mettermi fuori, e a trovarmi un lavoro in attesa del giudizio. Ora, si dà il caso che io abbia studiato i tempi della giustizia italiana. Direi che cinque, sei anni di vitto e lavoro assicurati non me li toglie nessuno”.
“Ma poi la manderanno a casa”.
“Chi lo sa? Nel frattempo sarà cambiato il governo, e faranno una sanatoria. A dire il vero tutto lascia pensare che la sanatoria arriverà molto prima. È un peccato, perché poi mi toccherà tornare ai mercati. Io li odio, i mercati”.
“Doveva fare l’avvocato”.
“è vero. Andiamo avanti, le va?”
“Dunque: Qi Demei... segnalava alle autorità competenti, ivi rappresentate dall’appuntato Panunzio Gabriele, la presenza su suolo italiano di un immigrato clandestino, rispondente al nome di...
“Qi Demei. Faccia copia incolla”.
…nato il 13/7 eccetera… residente a?”
“Via Garibaldi tre, è il campanello con gli ideogrammi nel citofono. Se vuole lascio anche il cellulare”.
“Lei comunque la fa troppo facile”.
“Le cose stanno così! Adesso che sapete dove trovarmi siete costretti ad arrestarmi”.
“Ma lei potrebbe anche non essere un vero clandestino”.
“Certo che sono un vero clandestino”.
“Eh, facile a dirsi. Ma può provarlo?”
“Altroché. Non ho nemmeno un documento”.
“Questa non è una prova, al massimo è una mancanza di prove”.
“Sta scherzando?”
“Chi mi assicura, per esempio, che lei non abbia distrutto il suo permesso di soggiorno? Cioè, si metta nei nostri panni. Dobbiamo metterci ad arrestare il primo venuto soltanto perché dice di non avere documenti?”
“Prima lo facevate”.
“Ma prima era facile, con un foglio di via, al limite un bel charter e via al paese natale. Ma se adesso dobbiamo arrestarvi e giudicarvi tutti, eh, hai voglia”.
“Quindi non verrete ad arrestarmi”.
“No, credo di no”.
“La solita Italia. Fatta una legge, trovato l’inganno”.
“Piano con le parole, eh? Altrimenti...”
“Altrimenti?”
“Ti arresto per vilipendio”.
“Perfetto! Cos’è il vilipendio?”
“Sono le offese”.
“Ah, bene. L’Italia è una distesa di giunchi appassiti che oscilla al vento osceno della stupidità”.
“Eh?”
“Era un’offesa alla tua nazione. Arrestami”.
“Era solo una licenza poetica. Al massimo una libera espressione di giudizio. Non ti arresto”.
“Italia merda. Arrestami”.
“Ti piacerebbe, eh? Non ti arresto”.
“Mi devi arrestare! È vilipendio! C’è l’obbligatorietà!”
“No, invece, è satira, non ti arresto”.
“Il presidente è un invertito nazista”.
“Satira, satira politica”.
“Ma va’!”
“Come no? Guarda, rido anche, ah ah ah”.
“Donne italiane tutte puttane”.
“Ih Ih Ih, che spasso”.
...
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Gioventù bruciacchiate

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Dopo di noi, sempre più giungla

“Ah, guarda, io non so come fai a fare il mestiere che fai. Come fai?”

Non lo so.

“Cioè, insegnante. Io non ce la farei mai”.
E io non farei mai il carabiniere, così siamo pari.
“Alle medie, poi. Coi ragazzi che ci stanno adesso. Dev'essere una jungla. Come si fa?”
Spiegamelo tu. Sei appena tornato da una missione in Afganistan e mi guardi come se il pazzo fossi io. Ma ti rendi conto.
“Ogni giorno ne senti una nuova. Ma quella ragazza, hai sentito? che arriva in classe, si mette a ridere... il prof avrà pensato a un caso di ridarola, come ai nostri tempi”.
I nostri tempi.
“Macchè, le convulsioni! Aveva tirato del crack! Nell'intervallo”.
Sì, è seccante. D'altro canto, ti ricordi Cantelmi?
“Come no, adesso fa l'assicuratore! È sempre il solito stronzo! Ma cosa c'entra Cantelmi?”
Ti passava l'hascisc negli spogliatoi, ai nostri tempi.
“Ma va'!”
Ti dico che me lo ricordo.
“Ma forse ad allenamento... ma a scuola no! l'hascisc a scuola, sei fuori?”
Proprio perché non sono fuori, proprio perché non ci sono mai stato, quell'odore lo sento solo ai concerti e a certi cantoni di strada; e ogni volta mi viene in mente lo spogliatoio e la faccia da culo di Cantelmi, e non è il tipo di madeleine che uno s'inventa a posteriori, per cui...
“E comunque era maria...”
Era hascisc, dai.
“Ma vuoi mettere col crack? Ma hai presente cos'è il crack? Ci sono i cristalli d'ero dentro, dipendenza al primo tiro!”
Ecco, è quello che ci raccontavano i vecchi della maria. Stessi discorsi.
“E poi era roba tra maschi! Cioè, neanche uno stronzo come Cantelmi avrebbe passato dell'hascisc a una ragazzina, cose da...”
Cantelmi forse no, ma tu l'hai fatto.
“Ma che sei sc...”
Predotti Annakatia.
“A vabbè, se adesso stiamo a contare pure l'Annacacca... io dicevo le ragazzine”.
Pure lei se ne tornava in classe con certi accessi di ridarola. Io mica capivo, eh. Ci ho messo qualche anno a ricostruire.
“Ma non era mica una ragazzina, dai... una ripetente”.
Quindici anni.
“Sì, ma fisicamente, eh... fisicamente...”
Oggi finiresti sul giornale, per una cosa del genere. Negli anni Ottanta i cronisti avevano altro da fare. C'erano le brigate rosse e l'anonima sarda, una babygang che spacciava alle medie era meno interessante. Non esisteva nemmeno la parola babygang.
“Ma non abbiamo mai fatto male a nessuno! Questi di adesso sono degli animali, distruggono le scuole! Hai sentito il liceo a Modena? Migliaia d'euro di danni, 'sti stronzetti. Che se me ne trovassi uno tra le mani, io...”
Medie statali di Ravarino, 15 settembre 1987.
“Eh?”
Avevano appena intonacato. La notte del primo giorno di scuola dei vandali con bomboletta riempiono di scritte le quattro pareti. Qualcosa come dieci milioni di danni. Non si è mai saputo chi sia stato.
“Ah cazzo, mi ricordo... quando uscì sulla prima del Carlino... che cagata addosso”.
Puoi ben dirlo.
“Ma quindi tu sapevi... ma chi te l'ha detto?”
C'ero anch'io, deficiente, ero quello che andò a comprare le bombolette il sabato pomeriggio, a Modena col motron.
“C'eri tu? Ma tu eri un secchione”.
Si vede che cominciava a starmi stretta la parte.
“Ma dai! Che roba! E gli altri chi erano? Che non mi ricordo proprio più niente, sai”.
Parisini Antonio.
“Poveretto. Hai saputo...”
Come no, un infarto a trent'anni, ci penso ogni volta che mi sento il cuore.
“Tranquillo che a te non capita”.
E chissà. Giarola Sandro.
“L'ingegnere!”
Secondo me non si è mica laureato, sai.
“Conta poco, suo padre gli ha messo già un po' d'azienda in mano. Vabbè, al massimo se ci scoprono l'avvocato ce lo paga lui”.
Mi sa che il reato è passato in prescrizione. E poi tu sei un eroe di guerra. Ma insomma, questi afgani?
“Son brutti. Ma nei carabinieri non si sta male. Voglio dire, c'è disciplina. Non è come a scuola”.
E dagli.
“Nel senso che... se io dico a un sottoposto Fermati, lui si ferma. A scuola non si ferma mai nessuno”.
Io mi fermavo, a volte.
“Io no. Nei carabinieri il comandante lo rispettano. A scuola gli insegnanti sono sempre degli sfigati... mica per offendere, eh...”
Il rispetto si conquista, ovunque vai.
“Ma a scuola ti possono fare qualsiasi cosa, e non puoi neanche toccarli! Ho sentito che l'ultima moda è che gli studenti ti prendono la targa! La tua l'han presa?”
Sì, certo.
“Cioè, qualcuno ti ha detto che...”
Un giorno uno mi ha chiesto, davanti a tutti: prof, lei per caso guida una pegiò tale targata ecc.? Sapeva anche il numero di telaio, a momenti. Sai, io poi lavoro in un paesone.
“E a uno così, se gli dai un brutto voto, cosa ti fa?”
Mah, spero niente.
“Ma ce l'hai un garage?”
Lo sto cercando. E poi ho esteso l'assicurazione agli atti vandalici. Ma voglio dire, è il mio mestiere. Se fossi un muratore potrei cadere da un'impalcatura.
“Noi però non eravamo così. Non avremmo mai minacciato un professore col numero di targa... è una cosa mafiosa, veramente”.
Ma l'auto di Farella, te la ricordi?
“Oddio, Farella! Ma tu sei pericoloso! Ma come fai a ricordarti dopo tutti questi anni Farella!”
L'inchiostro di certi brutti voti trapassa dal registro all'anima.
“Farella! Adesso io stanotte non dormirò, perché mi hai fatto venire in mente Farella!”
Certi momenti muti alla lavagna durano tutta la vita, forse non sono ancora passati.
“Con la sua Alfasud scassata! Coi deflettori di cartone!”
Glieli avevi rotti tu, no?
“No, fu Borotti, il figlio del tabaccaio... sta in Venezuela, adesso. Import Export”.
Dicono tutti così. La fiancata comunque, quella l'hai fatta tu. Col cacciavite a stella che ti trovarono nello zaino.
“Ancora 'sta storia, oh. Nooo! Come ve lo devo dire. Il cacciavite mi serviva perché avevo un problema col seimarce. Secondo me fu il povero Parisini”.
Certo, lui di sicuro non può smentire.
“Glielo dissi pure al Preside, di controllare il graffio, che i cacciaviti a stella non sono buoni per rovinare le fiancate, sono meglio quelli piatti”.
Eri già un esperto.
“Ma sì, perché avevo fatto la fiancata della supplente di francese, l'anno prima... ma con lei era un altro discorso... era una t...”
Va bene, i deflettori no e la fiancata no. Ma la pisciata, almeno. Prenditi le tue responsabilità.
“Ma sol che non scherzi! Ma ti pare? I maschi pisciano in piedi”.
Vuoi dire che...
“Fu lei, fu l'Annacacca! Avevamo rotto il deflettore per entrare, stavamo fumando... fu accidentale! Lo sai com'era l'Annacacca, quando cominciava a ridere...”
Si pisciò adosso nell'Alfasud del più stronzo dei prof di matematica. Era il 1986.
“Che sagoma, l'Annaka. Ma che fine ha fatto?”
Commessa. Sposata. Due figli.
“Due bambini! Li hai visti?”
Uno ce l'ho in classe. Non è proprio una cima, eh.
“E ti credo! Vengono su sempre più cretini”.
Non lo so. È difficile fare un confronto, stabilire dei parametri.
“E non rispettano più nessuno! Ci vuol coraggio per metterne ancora al mondo!”
Dai, ce la faremo.
“Mah”.
Sei stato in Afganistan, di cosa ti preoccupi?
“Là era deserto, duro, ma... allo stesso tempo semplice. Non so se mi spiego".
Sì.
“Qui è peggio, qui è una giungla”.
L'ho già sentito dire.
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è un Mercato Pazzerello

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Di notte, scalciando
Così l'intellettuale declassato, smanioso di una rivincita sulla borghesia che lo disprezza e sul proletariato che rifiuta di adottarlo e ne misconosce le qualità, completa la sua parabola esistenziale riciclandosi come manovale della reazione. (Th. Bruch, Didattica del Materialismo, XIV, 6).
“Non stai dormendo, vero?”
“Mmmno”.
“Che faccia che hai. Possibile che non te ne sia fatta ancora una ragione?”
“Me ne sono fatta una ragione”.
“Per niente. Ma lo sapevi che perdevamo, no?”
“Certo che lo sapevo. Stavo per giocarci dei soldi”.
“Ecco, appunto, perché non te li sei giocati?”
“…”
“Trecento euro e ti passava la tristezza”
“Sì, secondo te io sono uno che si gioca trecento…”
“Giusto la fattura del tizio che ci ha riparato il tetto, caccia via”.
“A proposito, e l’immobiliare?”
“Ci risentiamo domani. Comunque i prezzi sono quelli lì”.
“Ma sono matti. Sono tutti matti. Aspettiamo, vedrai che calano”.
“Come no”.
“Calano, calano”.
“Non dovevano calare l’anno scorso?”
“Tra un po’ va giù tutto, vedrai”.
“E se invece va su?”
“Non può andare ancora su”.
“Certo che uno come te, che capisce tante cose… è un peccato”
“Cos’è peccato?”
“No, dico, peccato che l’unica cosa che tu non riesca a capire siano i soldi”
“Guarda che li capisco benissimo”.
“Come no. Un rockfeller. Ti chiamerò Rockfeller, come il merlo”.
“Il corvo. Era un corvo”.
“Non aveva il becco giallo?”
“Ti confondi con Portobello. Buonanotte”.
“Buonanotteamore”.

Ha ragione.
Sto a preoccuparmi dei massimi sistemi e intanto ci piove in casa. Bisogna farsi furbi, monetizzare.
Intanto posso cominciare a dar lezioni. Pare che si arrotondi bene. Tutti i liceali col panico dell’esame a settembre… vedi che Fioroni una cosa giusta l’ha fatta.
Però alla fine è solo una pezza. A scuola quanto potrò andare avanti? Può solo peggiorare, e si fa già fatica adesso. Nelle classi a 29 non si respira, letteralmente, e poi basta che ce ne sia uno un po’ schizzato e tutti lo seguono a ruota.
E tutte queste storie sul bullismo, sugli insegnanti fumati o maniaci sessuali… lo sai dove vogliono arrivare, no? Vogliono convincere i genitori middle-class a staccare i buoni scuola e mandare i figli al SacroCuore. Così ci resteranno solo terroni, tunisini e albanesi. C’è da dire che a volte sono più educati. Soprattutto i cingalesi, che però hanno un odore che non sopporto. È la loro cucina maledetta. Che razza di spezie usano? Mi si fermenta il caffelatte nello stomaco – l’altro giorno stavo per vomitare davanti a una bambina. Tutta una vita così? Ma forse ci farò l’abitudine. Forse.
È chiaro che quando sei giovane, hai tanto entusiasmo, credi di poter risolvere tutto, ma siamo seri: quanto credi di poter durare? Io volevo insegnare la storia e la geografia, se devo mettermi lì a spiegare l’alfabeto ai cingalesi mi annoio. Cioè, dai, non è più il mio mestiere. Però è l’unico mestiere che so. Forse.

“Spengo la luce”.
“Ok, buonanotte”.

E intanto il conto cala. E se mi capita qualcosa? Imprevisti, probabilità – poi un giorno ti segnano la fiancata e finisci in rosso. Succederà. È già successo ad altri. E io non sono più furbo di loro. Diciamo la verità. Capisco tante cose, ma non sono più furbo di loro.
L’università è esclusa, c’è una fila di ex ricercatori questuanti che parte dagli anni Novanta, e sono tutti più giovani e svegli di me. E quindi? Questi son problemi, altro che Berlusconi. Certo, può sempre darsi che crolli il petrolio e il dollaro, si sciolgano i ghiacciai e collassi tutto l’occidente. Questo nel migliore dei casi. Ma metti che non succeda. Cosa faccio?
In politica non mi posso buttare, ho parlato male praticamente di tutti – e poi c’è la fila anche lì. Con Beppe Grillo? Per carità, inaffidabili. Andrà a finire come al g8, qualcuno si farà male e poi tutti a casa. Ma io comincio ad avere un'età. E se mi capita qualcosa? Del tipo, metti che mi debba far operare.

Già solo di denti mi stanno andando via stipendi interi, e fanno male lo stesso. E poi i dottori non me la contano giusta. L’altro giorno sono andato da un privato, cento euro per cinque minuti e un dito in culo! A proposito, cos’è questa nuova tendenza? Il proctologo lo posso capire. Il dermatologo m’insospettisce già un po’. Ma l’otorino? Possibile che non possa sfilarmi due biglietti da cinquanta senza appoggiarmelo lì? Ehi! Se proprio ho un bel culo dovreste pagarmi voi. E non è detto che non vada a finir così. Ma sto davvero pensando a questo?

E ‘sta pioggia maledetta, com’è che fa tanto rumore, stanotte? Di solito non picchia forte così. Del resto è aprile, ogni giorno un barile. Potrei mandare il curriculum in banca. Ma a chi la racconto? Io di soldi non capisco niente.
La verità è che in banca ci dovrei entrare con una pistola giocattolo. Una volta sola. In una banca sola. Funziona, una gran scarica di adrenalina e vai, la prima volta non ti beccano. Quelli che si fanno beccare, è sempre perché ci riprovano. Ma una rapina in banca non si nega a nessuno, è quasi un tuo diritto, del resto se le banche cominciano a fotterti a dodici anni…
Sì, ma un colpo solo mica basta. Nella cassaforte di una filiale, quanto ci sarà? Centomila? Va bene, si tira un po’ il fiato, e poi? Ci vuole un reddito. Potrei fare il corriere. In effetti sarei un buon corriere. Le autostrade le so tutte e mi piace girarle, fermarmi agli autogrill e non pensare a niente. Non mi hanno mai fermato a un blocco, mai, nemmeno con la barba sfatta. Ispiro confidenza. Potrei girare l’Europa in lungo e in largo trasportando chili di qualsiasi cosa. Tra l’altro non consumo, per cui come corriere sarei molto affidabile.

Mi terrei un mestiere di copertura – non so, potrei fare il rappresentante di enciclopedie. La faccia ce l’ho. E nella ruota di scorta potrei portare in giro di tutto. Ma che ruota di scorta, ormai ti fanno ingurgitare – se va bene. Sennò supposta. E torniamo sempre lì. Ma almeno si guadagna. Non posso credere che sto pensando a questo. Io corriere, sì, di cosa? E per chi? Non conosco nessuno. Cioè, nessuno, aspetta. Toni di IIIC.

Lui riga abbastanza dritto, ma suo zio venne qui in soggiorno coatto, due anni prima che cominciassero gli incendi dei capannoni. Quando viene al ricevimento generale gliela butto lì: “devo arrotondare, faccio già dei piccoli trasporti, lei non conosce mica qualcuno che ha bisogno di…”. Si capisce che non si fiderà subito. Magari mi chiederà di accendergli un capannone, prima. E vabbè, dopotutto a me che frega dei capannoni? Tutti di gente che vota lega, se ne vadano affanculo, ve li brucio con soddisfazione. Ha anche smesso di piovere.

Tre o quattro anni così, senza dare nell’occhio. E se mi mandano all’est, c’è anche la possibilità di arrotondare. Se vado via vuoto e imbarco un paio di badanti a viaggio metto insieme una somma discreta senza spesa aggiuntiva. Se guidassi un camioncino, ma in macchina chi vuoi che mi fermi? Ho la faccia da tratta delle bianche? Tutto tranquillo, basso profilo. E se il padre di Toni vuole farmi la cresta? Tra l’altro suo figlio sa benissimo dove parcheggio. Lo vedi che mi serve un garage?
E va bene, avrà la sua percentuale. Però bisogna starci attenti, perché è un mestiere in cui si brucia molta benzina, e la benzina sarà sempre più cara… potrei mettere la bombola a metano… ma c’è il metano in Ucraina? Devo guardare su internet. Anche se poi… con la bombola… nel traforo del Gottardo… ma è già esploso una volta, quel tunnel… quindi le probabilità che esploda ancora…

E poi non devo mica passare la vita così. Quattro-cinque anni e poi mi metto in proprio. Una cosa piccola e pulita, senza dare fastidio a nessuno. Un bar con due camere sopra. Ci metto due bielorusse regolarizzate, e gli chiedo il venti per cento. Mi sembra onesto. O non lo è? Devo guardare su internet, ma sono convinto che c’è gente che prende anche il quaranta. Naturalmente se viene il padre di Toni offre la casa. Ma se viene il resto della famiglia? È numerosa. Gente che non paga volentieri. Hanno buttato giù un ristorante nella bassa, una volta, per via di un conto. Bisognerà abbozzare. Che mi metto a litigare coi camorristi, coi tempi che corrono?
E se le bielorusse si rifiutano di lavorare gratis e amore dei? Che poi i bar mica te li regalano, ci sarà un mutuo da pagare. Va a finire che mi toccherà chiedere soldi. Alla famiglia di Toni, naturalmente. E poi mi strozzeranno, va da sé. Un bel giorno mi alzo e mi trovo il bar bruciato… ma chi me l’ha fatto fare…
“Abbia pazienza, prof, ordini superiori. Dovevamo verificare che non ci fossero perdite dal tetto, ci capisce…”.
“Ma stavo giusto arrivando con la rata…”
“Prof, lei è un bravo guaglione, ma con rispetto parlando, se avesse mai studiato economia. Gli interessi passivi, ha presente gli interessi passivi? Comunque un modo di recuperare c’è. Si ricorda il vecchio mestiere? Ci sarebbe una missione a Bucarest”
“Ma Toni…”
“Una cosa rapida e indolore. Sei capsule. Ai vecchi tempi ne teneva pure otto”.
“Ma sono vecchio, Toni. Va a finire che esplodo”.
“E c’è pure un pappagallo con il becco giallo”.
“Con la bombola. Di metano. Nel traforo. Lungo chilometri sei”.
“Un tantino picchiatello… non sa dire: portobello”.
“Ma stavo così bene da statale”.

***

“Ma stai bene?”
“Eeeeh?”
“Stai scalciando!”
“Macché”.
“Ti dico che scalciavi. Dormivi? Hai fatto un brutto sogno?”
“Ma no, ero qui che pensavo tra me e me”.
“Che pensavi?”
“Pensavo… pensavo che dovrei cominciare a dar lezioni… c’è molta richiesta”.
“Mi sembra una buona idea”.
“Sai, hanno tutti paura dell’esame di settembre, adesso”.
“Ottimo”.
“Ti voglio bene, sai”.
“Lo so, anch’io ti voglio bene. Buonanotte”.
Buonanotte.

E' un racconto, mamma, sta tranquilla, sto bene, non mi manca niente. Ogni riferimento a fatti persone o cose è puramente casuale, la cucina cingalese è saporita e inodore e la camorra non esiste, da noi. Ma neanche altrove, in generale.
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Il futuro di chi ha memoria

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Sabato a scuola non si trovava un videoregistratore, neanche a pagarlo. Tutti prenotati da mesi. Nei corridoi echeggiavano voci stentoree, gridi disperati. “Achtung Juden!” “H'raus!” “Tod und Verzweiflung!” E' un'altra Giornata della memoria.


Servirà a qualcosa? Questi ragazzi ricorderanno? O anche questi ricordi non sono destinati a perdersi come lacrime nella pioggia martellante di Scusa se ti chiamo amore e/o Alien vs Predator 2?

Dopo anni di martellamento a furia di Schindler's List e Il Pianista e La Caduta, credo di sì, credo che qualcosa resterà. In fondo sono piccoli, s'immedesimano in tutto.

Così a volte penso a me stesso più vecchio, mentre faccio una fila nella nebbia. A un certo punto un giovane seduto a un banchetto mi chiede COGNOME E NOME.
“Randolla Matteo”.
“Randolla... un suo parente non faceva il maestro alle medie di *****, per caso?”
“Veramente ero io”.
“Era lei? Il Prof Randolla?” Si alza di slancio, rivelando due metri di eleganza un po' marziale. “Professore, sono io! Galavotti Enea, si ricorda? La terza effe del duemiladieci!”
Queste cose io le odio, perché i nomi e i volti sono il mio punto debole, così corrugherò un attimo la fronte e poi la distenderò facendo finta di ricordare, e nel frattempo continuerò a frugare nei resti della mia memoria, alla ricerca dei medesimi occhi verdi, di un naso analogamente schiacciato, e di quel nome, Enea, Enea, Enea.
“Ah, bene, Enea, vedo che ti sei sistemato!”
“Se n'è accorto, eh?” E si tocca le spalle, indicando un distintivo o una mostrina di cui in realtà io ignoro il significato. “E se tutto questo va a buon fine ci dovrebbe anche essere una promozione”.
“Beh, in bocca al lupo”.
“Professore, devo dirle, in questi anni ho pensato molto a lei”.
“Ah, sì, beh...”
“Vede, ne ho discusso anche con i miei coetanei, e siamo arrivati alla medesima conclusione: gli anni delle medie sono stati i più formativi”.
“Ah, però. Chi se l'aspettava”. (Io, no. Io pensavo di gestire un parcheggio tra le elementari e il liceo).
“Sì, perché in quegli anni hai la mente e il cuore... come dire... teneri. Si plasmano su quello che trovano, capisce. E io ho avuto una grande fortuna a incontrare lei”.
“Ah, davvero?”
“Ho ancora vivide nella memoria le immagini che ci proiettava, tutti quei film... a volte penso che tutto quello di buono che ho fatto nella vita lo devo a quei film”.
“Tutto questo è molto commovente, Enea, ma fa un po' freddo, la fila è lunghissima e sento che dal fondo qualcuno ci sta maledicendo”.
“Ma non si preoccupi. Senta (mi prende sottobraccio, la sua uniforme di ufficiale si strofina sul mio pigiama liso). Noi adesso qui dobbiamo dividervi in gruppi di sei e poi mettervi in fila. Lei cerchi di stare in fondo alla fila. Sempre in fondo”.
“Ma perc...”
“Poi vi portano nel piazzale della palestra, e sparano al torso del primo della fila. La pallottola trapassa e ne ammazza altri quattro, ma a volte l'ultimo si salva, capisce? Se riesce a fare il morto fino a sera può scappare”.
“Ma farà freddo!”
“I cadaveri scaldano”.
“Ma Enea, posso farti una domanda seria?”
“Dica pure, prof”.
“Perché tutto questo orrore, perché?”
“Cosa vuole che le dica, stiamo esaurendo le munizioni, dobbiamo fare economia. O preferirebbe che vi strangolassimo? Converrà che questo è un metodo più pietoso”.
“Ma...”
“E lo abbiamo preso da un film, sa? Quello in bianco e nero lungo lungo, ha presente? Che gran film! Credo proprio che ce lo abbia fatto vedere lei”.
“Sì, però...”
“Aveva ragione, sa? Anche dai film si può imparare. E noi abbiamo imparato tutto. Ora, se non le spiace, devo esaurire questa coda. In bocca al lupo, professore”.
“In bocca al lupo, Enea, e grazie”.
“Ma grazie a lei. E si ricordi. Stia in fondo alla fila. Sempre in fondo”.


- Giornata della memoria 2004.
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don't know much about The Rise And Fall

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Soffrire per uno scopo

Se fossi più furbo, il coccodrillo di Prodi l'avrei scritto e liofilizzato già 18 mesi fa. Invece oggi come oggi non ho molto da aggiungere a quello che ho scritto in novembre, per esempio, o un anno fa, o tante altre volte che neppure mi ricordo. Prodi ha avuto il torto voler mandare avanti un governo di minoranza: qualcosa che in molti Paesi un po' più civili si può fare senza patemi e isterie. In Italia no. Lo si sapeva. Ma si tifava lo stesso.

Di lui cosa resterà? Beh, poco. Probabilmente tra un secolo si parlerà del ventennio a cavallo dei due secoli come dell'“era di Berlusconi”, e solo pochi occhialuti studenti di un corso opzionale scopriranno, un po' perplessi, che a differenza di altri tiranni Berlusconi non rimaneva sempre al potere. Ogni tanto era costretto a cederlo a un'opposizione che aveva il compito di riordinare i conti dello Stato, spaventare il popolo bue con lo spettro delle Tasse, e in questo modo preparare la trionfale campagna elettorale di B., che era poi la cosa che gli riusciva meglio. Questo perché in effetti B. non era un tiranno, ma un semplice tribuno (qui gli studenti strabuzzeranno gli occhi perplessi), e più che a esercitare il potere ambiva a rappresentarlo; più che un governante, uno Sposo Mistico, come gli antichi Dogi che ogni anno sposavano il mare. Lui invece sposava l'Italia di nuovo, ogni due, tre, cinque anni: e ogni volta erano nozze bianche, nozze di vergini.

“Che roba, deh”.
“Ma perché ci siamo ridotti a studiare 'ste stronzate?”
“A me piaceva l'assistente, la moretta, hai presente? Il primo mese manco sapevo il nome della materia. E tu?”
“Io stavo lavorando a una tesi di laurea sulla fine dell'Impero Azteco come suicidio di una civiltà, quando a un certo punto il prof mi ha detto basta, se cominciassimo a impilare le tesi di laurea sul suicidio dell'Impero Azteco potremmo edificare una piramide a gradoni che supererebbe in altezza quella di Palenque, mi ha detto proprio così, perché non ti trovi un'altra civiltà che si è autodistrutta? A me sul momento non me ne venivano in mente altre, così lui ha fatto un sorrisino stronzo e mi ha allungato un antico volume incomprensibile, come si chiama, la Costa...”
“La Casta”.
“Non ci ho capito niente”.
“Devi provare con l'Anthologia Blogorum”.
“Che roba è?”
“Una raccolta di diari adolescenziali del periodo, fa un certo effetto. Si assiste a tutta la crisi in presa diretta, giorno dopo giorno, per anni e anni e anni”.
“Dev'essere struggente”.
“Per quel che ci ho capito, sì, abbastanza struggente”.
“Ma voglio dire – non potevano andarsene semplicemente via? Ce li avevano gli aeroplani, no?”
“Mah, non è chiaro, non sono mai riusciti a localizzare le piste di decollo. Sai, sotto tutti quegli strati di monnezza”.
“Forse non se ne andavano semplicemente perché amavano il loro Paese”.
“Buona questa. Secondo me amavano ancora di più il resto del mondo, e non volevano contaminarlo coi loro vizi congeniti: litigiosità, volgarità, superficialità, approssimazione...”
“Ah, ecco, sono andati in malora per salvare il mondo. Romantico”.
“Se la pensi così”.
“A proposito, e la brunetta poi che fine ha fatto?”
“Nessuna fine, è ancora lì”.
“Ci hai provato?”
“Ma no, per carità”.
“Ma hai detto che ti piaceva”.
“Ma sì, all'inizio mi piaceva, ma poi...”
“Poi cosa?”
“...”
“C'è qualcosa che non va? I tuoi pseudopodi oscillano in modo innaturale”.
“E poi un giorno tu ti sei sedutadifiancoame edicolponelmiocuore noncèstatospazio pernessunabrunetta almondo aproposito”.
“Come?”
“A proposito: se domani diamo l'esame, dopo ti va di festeggiare? Mi hanno detto che c'è un rito di fertilità al rettilario, è da un sacco che non ne vedo uno, e poi...”
“Mi stai chiedendo di uscire con te?”
“Sì, direi di sì, sì”.
“Rispondimi con franchezza. Hai frequentato sei mesi di Lingua e Cultura Italiana del Tramonto solo perché volevi uscire con me?”
“Potremmo dire di sì, sì”.
“Compreso il mesemmezzo che avevo un'inflorescenza al sonaglio destro e sono stata a casa e tu mi hai portato gli appunti di tutte le lezioni, tu che fino a quel momento non avevi scritto una singola riga, una?”
“Uh, te n'eri accorta? Buffo”.
“E quindi insomma valeva la pena che una civiltà di sessanta milioni di umani tramontasse e decadesse in un turbine di ignoranza e pattume, affinché secoli dopo su un altro pianeta ci facessero un corso universitario che tu potessi frequentare per incontrare me?”
“Se la metti su questo piano”.
“Ma non capisci l'orribile ironia di tutto ciò? Quegli esseri senzienti che vivevano sotto Berlusconi, e ne soffrivano, e pensavano che forse tutte quelle sofferenze avessero un misterioso Scopo... e alla fine di tutto si scopre che il misterioso Scopo apparecchiato dal destino era che tu m'invitassi fuori?”
“Ho capito, scusa, fa finta che non ti ho detto n-”.
“Baciami”.
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ehi, Margherita, guarda qui!

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L'illuminazione l'ho avuta al cinema, naturalmente. Stavo guardando l’ultimo film di Soldini, quando all’improvviso ho capito (finalmente) perché in Italia si fanno quasi solo film bruttini.

Guardate che è una cosa da niente. Però si vede che non c’è ancora arrivato nessuno.
La fotografia è ok – certe volte è proprio ottima. I costumi sono sempre buoni. Il montaggio, professionale.
Gli attori forse un po’ legnosi – ma non è colpa loro, coi dialoghi che devono recitare.
I dialoghi sono banali, ma non è questo il problema – con dei soggetti così, neanche Shakespeare avrebbe delle buone battute. Quindi il problema è il soggetto.
Secondo me nell’industria cinematografica italiana manca un ruolo fondamentale: credo che si tratti di un signore che sta in un ufficio e fuma un sigaro. Non so perché il sigaro mi sembra così fondamentale. È una cosa che puzza e incute rispetto.
Questa persona non dovrebbe leggere i soggetti, badate bene. Tutti sono buoni a leggere i soggetti. Questa persona dovrebbe semplicemente ricevere i soggettisti quando sono a metà lavoro.

Giorni, nuvole e uomini verdi
(OCCHIO: SPOILER!)

PERSONA COL SIGARO: Ciao, che piacere. Ti dispiace se fumo?
SOGGETTISTA: Parecchio
PCS: Fa lo stesso. Pof, pof. Come va col nuovo soggetto? Procediamo?
SOG: Cough. Sono più o meno a metà, infatti sono qui.
PCS: Eh, già. Me ne vuoi parlare?
S: Credo di non aver scelta.
P: Ho sentito che è una storia di quarantenni. Ottimo. I quarantenni ne andranno matti.
S: Già. Beh, in effetti, c’è questo ingegnere, sposato, con figlia già fuori di casa, che perde il lavoro. I suoi soci lo estromettono dall’azienda…
P: Ah, bello. Sotterfugi, tradimenti, coltelli alle spalle. Questo nel primo tempo, immagino.
S: No, in realtà è già successo quando il film comincia.
P: È tutto già successo.
S: Già.
P: Quindi niente sotterfugi, tradimenti…
S: No, preferivo concentrarmi sul dramma interiore.
P: Eh, beh, già, il dramma interiore. Insomma, questo qui perde il lavoro, e poi che fa?
S: Ne cerca un altro, ovviamente. Però non lo trova.
P: Finché?
S: Finché nulla, non lo trova e basta.
P: Sì, e siamo più o meno a dieci minuti di pellicola. E poi cosa succede?
S: No, veramente il film finisce così.
P: Pof.
S: Cough.
P: Non sapevo che tu stessi lavorando a un cortometraggio.
S: Infatti è un lungometraggio.
P: Ma insomma, fammi capire, come fai ad arrivare all’ottantesimo minuto? Cosa ci metti?
S: Beh, per esempio, a un certo punto gli mancano i soldi e si ricorda che c’è un suo amico che gliene doveva… allora lui va a prendere un caffè con questo amico…
P: Aaaah! Ho capito! E quindi flashbacks, nostalgie, il bel tempo che fu…
S: No.
P: No? E i soldi glieli rende?
S: No. Trova una scusa qualsiasi e non glieli rende.
P: E lui s’incazza e lo mette sotto con la macchina!
S: No. Esce dal bar.
P: Tutto qui?
S: Beh, è un po’ scosso.
P: Ah, è un po’ scosso. E il debitore poi che fa? Si sente in colpa? Rimorsi, rimpianti, sussurri e grida?
S: Nulla. Non fa nulla. In effetti è un personaggio che non torna più.
P: Quindi, fammi capire, il tizio gli chiede i soldi, lui gli risponde "non te li do", il tizio si arrabbia e se ne va.
S: Esatto.
P: Pof. Appassionante.
S: Non mi piace questo tuo sarcasmo.
P: No, hai ragione, scusa. Siamo professionisti. Però finora siamo più o meno a quindici minuti. Non riesco a capire come… insomma, cosa succede in questo film? Per esempio, la moglie…
S: Ah, la moglie è il personaggio più interessante! È quella che reagisce meglio, rinuncia al suo lavoro di ricercatrice, si ritrova in un call center, e poi…
P: Gli mette le corna?
S: Beh, ma non è importante.
P: Come non è importante. Gliele mette o no?
S: Beh, una sera, con un collega affascinante…
P: Aaaah! Il bel tenebroso! La scena di sesso!
S: Ma no, macché. Al primo bacio stacchiamo. Tanto se ne pente subito e torna a casa molto nervosa.
P: E lui la mena! Dimmi almeno che la mena! Dimmelo!
S: Mah, in effetti…
P: Oooh! Finalmente! La violenza domestica!
S: Bah… appena una strattonata, nulla di più.
P: E poi?
S: E poi si lasciano.
P: Beh, almeno è qualcosa.
S: Sì, ma solo per mezza giornata, poi tornano assieme.
P: Pof.
S: Cough.
P: Pof.
S: (Fa per andarsene) Va bene, ho capito, il mio soggetto non ti piace.
P: Ma no! Come fai a dirlo, non l’ho nemmeno… senti, fa una cosa. Prova a raccontarmi la scena più emozionante del film.
S: La scena più emozionante?
P: Quella che secondo te farà venire l’ansia allo spettatore! Quella che gli spettatori si ricorderanno a dieci anni di distanza. Raccontamela.
S: Dunque, beh, in effetti c’è… c’è questo 45enne che ormai per vivere si arrangia coi lavoretti, no? e sta incollando della carta di parati in una stanza. Poi prende la carta, sale su una scala e… e si rende conto che non è in grado di farlo. A quel punto…
P: La scala cade!
S: Ma no, per carità. È lui che scende dalla scala e se ne va. Torna a casa e si versa un bicchiere…
P: Di whisky secco. Si dà al bere.
S: …d’acqua. Cough.
P: Questa è la scena topica.
S: Esattamente. Cosa ne pensi?
P: Pof. Vuoi sapere cosa ne penso. Beh, in effetti la disoccupazione è un bel problema. Di solito i quarantacinquenni disoccupati picchiano i partner, si danno al bere, fanno incidenti stradali.
S: Ma non sempre, via.
P: Ma li leggi i giornali? Le statistiche sulle violenze domestiche o sull’alcolismo? C’è un sacco di gente a cui succede. Ma nei tuoi soggetti no. Nei tuoi soggetti la gente beve bicchieri d’acqua, si strattona appena e poi si chiede scusa immediatamente.
S: I miei sono soggetti realisti. La realtà…
P: La realtà è molto più emozionante e tragica dei tuoi soggetti! E comunque noi stiamo facendo cinema! In novanta minuti è normale che calchiamo un po’ i toni! Io sono stanco di andare al cinema e vedere gente che ha una vita più noiosa della mia! Sono stanco di dover dire a Margherita Buy “Ehi, Margherita, pianta la lagna e guardami, la mia giornata da questa parte dello schermo è più ricca di colpi di scena del tuo copione!” È una cosa che succede solo nei film italiani! Negli altri paesi agli attori succedono le disgrazie per davvero! Se due litigano, si fanno male! Se c’è una scala pieghevole, prima o poi cade! E magari cade sul passeggino del bambino! Guarda solo a quando avevamo Muccino…
S: Muccino mi dava la nausea. Troppo movimento.
P: Appunto. Muccino usava storie banali come le tue, ma ce ne metteva tante e shakerava! Se voleva parlare del 45enne disoccupato, ne parlava… però nello stesso film ci metteva anche la moglie insoddisfatta, la figlia velina, il nipote pusher, la nonna demente…
S: Il nonno demente ce l’ho messo anch’io.
P: Oooh! Finalmente una buona notizia. E cosa fa? Mena gli infermieri?
S: No, macchè. Sta in camera sua buono buono e… (cough)
P: E…
S: Guarda i pesci rossi.
P: Ma non ci credo. Ma l’hai mai visto un vero vecchio demente? Ma non lo sai che sono spettacolari? Dicono cose bibliche e terribili! E sono anche violenti! Prendi il film dei Simpson, ecco, fammi una scena tipo nonno Simpson in chiesa.
S: Ma il dramma interiore…
P: Un nonno che sragiona e picchia gli inservienti non ti sembra abbastanza drammatico? Insomma, qual è il problema con te? Hai paura di far succedere cose brutte ai tuoi personaggi? Ma sono personaggi, mica persone vere.
S: Lo so, però…
P: Tu li devi odiare i tuoi personaggi. Come Dostoevskij. Se Dostoevskij avesse amato Raskolnikov, non gli avrebbe mai permesso di ammazzare la vecchia.
S: In effetti, ammazzare la vecchia… è una cosa un po’ forte.
P: Se Flaubert avesse amato la signora Bovary, non le sarebbe successo nulla di male, e il libro sarebbe una palla tremenda.
S: Ma quel libro è una palla tremenda.
P: Auf. Se Manzoni avesse amato Renzo e Lucia… ma che te lo dico a fare. Facciamo così. Il tuo soggetto va bene.
S: Sul serio?
P: Fino al primo tempo. Nel secondo tempo atterrano gli alieni.
S: Eeeeh?
P: Dopodiché… continua tu. Vediamo cosa sei capace di fare.
S: Ma il dramma interiore?
P: Il dramma interiore sarà fi-ghi-ssi-mo. T’immagini? “Sono un ingegnere disoccupato 45enne, mantenuto da sua moglie e… che altro c’è adesso? Oh, no. Pure gli alieni! Tutte a me, capitano”.
S: Cough.
P: Magari salta fuori che gli alieni hanno una proposta di lavoro interessante. Lui fa carriera, diventa manager risorse umane, esternalizza tutti i call center su un asteroide e sua moglie resta senza lavoro. Pensaci.
S: Cough cough.
P: Le scenate della moglie: In questo modo tu penalizzi il made in earth! E lui: Me ne frego del genere umano! Cos’ha fatto per me il genere umano?! Ha ha ha! È una risata diabolica, senti? Mi piace quando nei film fanno le risate diaboliche. Cosa ne pensi?
S: Penso che tu… cough… penso che quelli come te…
P: Sì?
S: State distruggendo il cinema italiano.
P: Già. Ed è divertente. Ha ha ha. Allora mi raccomando. Gli alieni sul golfo di Genova. Sarà una cosa fighissima. M’immagino già le locandine. Pof.
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la Storia si fa coi Se (e coi Ma)

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Il mondo di Junior
HOUSTON – dal nostro inviato
Il premio Nobel 2007 accetta finalmente d’incontrarmi nello splendore neopalladiano della sua villa nel centro del Texas. La stanza in cui ci stringiamo le mani – ironia della sorte – è ovale. Quando glielo faccio notare, abbozza un sorriso di circostanza. Non ha capito il riferimento.
“Ovale, come l’ufficio del Presidente… sa, nella Casa Bianca”.
Ridacchia. Ha capito. “Ah, già… lo sa, ci penso così poco ultimamente. La vita è breve, e se dovessi alzarmi tutte le mattine pensando che stavo per diventare Presidente… E comunque ‘ste ville le fanno tutte uguali, ci ha fatto caso? Anche Washington è tutta così. È uno stile di architettura sudista, penso”.

Sto per interromperlo spiegandogli che il suo ‘stile sudista’ in realtà è neoclassico settecentesco di derivazione veneta… ma per fortuna riesco a controllarmi. Non sono venuto a dare lezioni di storia dell’arte, sono venuto a intervistare l’Uomo che ha Salvato il Mondo, secondo il Time dello scorso dicembre – e a quanto pare anche secondo i giurati di Stoccolma. E ho già commesso un imperdonabile errore. Eppure il suo staff me lo ha spiegato bene: quando si parla con Junior, meglio evitare le allusioni. Fa una certa fatica ad afferrarle. Non è un problema di intelligenza, ma la conseguenza di quella lieve forma di dislessia che gli è stata diagnosticata soltanto in età adulta. Un difetto congenito che non gli ha impedito di farsi eleggere governatore del Texas e di arrivare a un passo dalla poltrona più ambita del mondo: quella di Presidente degli Stati Uniti. Evidentemente i bei discorsi non sono tutto. Soprattutto se puoi contare sulla famiglia giusta.
“Mi sento ancora spesso con mio padre”, ammette Junior; “i suoi consigli sono stati molto preziosi. Quando Gore voleva invadere l’Iraq a tutti i costi, il suo parere ha contato più di qualsiasi cosa, per me”.
“Ma poi la ha diseredata, o sbaglio?”
“Stronzate. Tutte stronzate. Al tempo della campagna per l’autonomia i giornalisti hanno voluto dipingerci come nemici a tutti i costi… bastardi”.
“Eh-ehm”.
“Beh, sì, intendo i giornalisti yankees. Quelli che stanno a NY, o a Washington, a imbrattare la carta, ha presente?”
“Ma adesso stanno parlando molto bene di lei. Non ha letto…”
“Nooo. Io non leggo la carta. C’è il cavo, c’è internet, chi ha bisogno di tutta questa carta? È quel che rimane di un mondo vecchio”.
Mi guardo intorno – e improvvisamente, con un tuffo al cuore, realizzo che non ho visto un solo libro in tutta la villa. Non uno. George Bush Junior, premio Nobel per la Pace 2007, non ne ha bisogno. Ecco un’altra cosa dura da mandare giù.
Del resto, questa è la vita dell’Uomo che ha Salvato il Mondo. Una paradosso infinito, una continua sfida ai luoghi comuni. Il petroliere che ha chiuso col petrolio; il cow-boy che ha portato la pace nel mondo; il repubblicano amico dei palestinesi: l’ultima notizia che gli porto dai Territori è la proposta di intitolargli il corridoio autostradale Gaza-Gerusalemme. Lui finge di non averlo già letto su internet, e ci scherza sopra:
“Un’autostrada? Buffo, qui in Texas non intitoliamo le autostrade. Hanno solo dei numeri. In ogni caso mi sembra prematuro… voglio dire, sono ancora vivo. Dalle mie parti cominciano a dedicarti le cose soltanto quando sei sotto sei piedi di terra… beh, ma immagino che Barghouti sappia quel che fa. È un tipo a modo, lo ammiro molto”.
“Avrebbe mai pensato di dire una cosa del genere, otto anni fa?”
“No, perché? Otto anni fa non lo conoscevo. Per la verità tutta la faccenda degli ebrei e dei palestinesi a quei tempi non m’interessava molto. Guardavo soprattutto all’America, ai problemi interni. Sarei stato un presidente alla Monroe, l’america agli americani e via dicendo”.
“Fino all’11 settembre…”
Sospira. Conosce bene questa domanda – gli è stata posta da migliaia di giornalisti, negli ultimi sette anni.
“Senz’altro l’11 settembre mi avrebbe cambiato. Voglio dire, l’11 settembre mi ha cambiato, proprio come ha cambiato il presidente Gore. È come se ci fossimo svegliati tutti su una mina. Credevamo di essere i Numeri Uno. Credevamo che tutto il mondo ci amasse, che volesse diventare come eravamo noi. Invece è saltato fuori che il mondo ci odiava. Era invidia, era rabbia, era un ammasso di cose che non avevamo pensato. Comunque, cosa vuole sapere esattamente? Se io al posto di Gore avrei bombardato l’Afganistan? Senz’altro l’avrei fatto. Chiunque l’avrebbe fatto. Anche il reverendo Martin Luther King l’avrebbe fatto. Siamo americani, prima di ogni altra cosa. Se ci attaccano rispondiamo, è normale”.
“Magari lei avrebbe attaccato in un modo diverso”.
“Forse. Mah. Queste cose le decidono i generali, vede. Mi viene sempre da ridere quando sento che chiamano Gore il comandante in capo. Lui sì e no sa indicare l’Afganistan sulla cartina. Per mesi è andato dicendo che dall’Afganistan avrebbe attaccato l’Iraq, finché non gli hanno spiegato che i due Paesi non confinano”.
“Via, adesso esagera”.
“Non lo so. Posso dire che avrei dato più soldi all’intelligence: in fin dei conti ho sempre pensato che se ci serviva la testa di Bin Laden non era necessario destabilizzare mezza Asia per ottenerla. In realtà dopo l’11 settembre i talebani erano terrorizzati. Bastava bombardarli un po’, e poi fare un’offerta. Mio padre le guerre le faceva così: bastone e carota. E a volte gli andava bene. Non sempre, eh… Ma Gore… lo sa anche lei com’è fatto Gore. È… un democratico. Non gli bastava arrestare i terroristi, lui voleva scaraventare tutto il fottuto Afganistan dal medioevo tribale alla democrazia, trasformare quel paese di montanari musulmani in una Svizzera. In fondo ragionava come i Sovietici, e infatti le ha prese per un bel po’, proprio come i sovietici”.
Non è la prima volta che sento paragonare la politica di esportazione della democrazia di Al Gore all’imperialismo sovietico. “Lo sa”, replico “in Europa prima dell’11 settembre molti pensavano che i i veri guerrafondai in America fossero i repubblicani”.
“Che stronzata”, sbotta lui. “Pensi a Roosvelt. O a quello della Prima Guerra, come si chiamava?”
“Woodrow Wilson”.
“Esatto. Tutti democratici”.
“Ma hanno salvato il mondo”.
“Sì, e questo gli ha dato un po’ alla testa. Pensi al Vietnam. Kennedy ci ha portato nel Vietnam, e Nixon ha fatto quel che ha potuto per portarci via. Noi repubblicani non abbiamo mai amato la guerra. Ovvio che la facciamo, se ci trascinano. Ma chi è così pazzo da amare la guerra? Io ho fatto carte false per non andare in Vietnam, e non me ne vergogno. Tutti questi reduci democratici che mostrano le cicatrici per un seggio al congresso mi fanno vomitare. Dicono di odiare la guerra, e a momenti ci riportavano in Iraq”.
Per essere un Nobel per la Pace, Bush Jr sceglie le parole con ben poca diplomazia. Ci vuole molto fiuto per annusare dietro il cafone texano in camicia a quadri l’aristocratico wasp, nato e cresciuto dalle parti di Yale. In fondo Bush è l’esatto contrario del sogno americano: invece di farsi da solo, sembra aver voluto disfare (da solo) tutta l’eredità culturale che la sua ricca famiglia gli deve pure aver trasmesso. Da laureato in Storia a cow-boy dislessico, da petroliere ad ambientalista. Il vero giro di boa fu probabilmente lo scandalo Enron. “Un vero disastro. L’11 settembre ci ha fatto arrabbiare col mondo, ma Enron e Kathrina ci hanno fatto arrabbiare con noi stessi. Non c’era un Bin Laden a portata di mano su cui scaricare le colpe”.
Per certi osservatori è sorprendente come Bush Jr sia uscito pulito dallo scandalo Enron, all’inizio del 2002. L’azienda che mandò sul lastrico migliaia di risparmiatori americani aveva finanziato pesantemente la sua campagna presidenziale. “Cosa posso dire? Quando corri per la Casa Bianca accetti soldi da tutti. Anche Gore fece lo stesso. È uno dei problemi di questo Paese: bisogna essere maledettamente ricchi per fare i presidenti, e ancora non basta. Devi fare i debiti. Poi ti ritrovi seduto in cima al mondo con un sacco di debiti da pagare, di favori da ricambiare. Non è sano, neanche un po’. Anche se volesse sbaraccare da Kabul, in questo momento Gore è legato mani e piedi all’Halliburton e alla Blackwater. E anch’io probabilmente sarei stato un pupazzo nelle loro mani, se avessi vinto”. Ma ‘per fortuna’ aveva perso: la temporanea assenza dalla vita politica gli permise di rifarsi una verginità che gli elettori texani avrebbero molto apprezzato. Di lì a pochi mesi avrebbe stravinto le elezioni di mid-term, con una campagna imperniata sulla questione morale, approdando al Congresso come speaker della maggioranza repubblicana. A questo punto, quando tutti i principali commentatori politici americani davano ormai per scontata la ripetizione del duello presidenziale del 2000, Bush stupì tutti con la prima proposta di legge sull’autonomia energetica e l’opposizione alla guerra in Iraq. Due grossi colpi alla sua popolarità presso i repubblicani, che alla fine preferirono candidare Rudolph Giuliani. “Ho la massima simpatia per Rudie”, dice Bush, “e non ho mai pensato di ricandidarmi una seconda volta. Non m’interessava battere Gore, ed ereditare i suoi problemi. Lui era impastoiato con la sua guerra in quelle sabbie mobili afgane, non so nemmeno se ci siano le sabbie mobili laggiù, ma ho reso l’idea, no? L’impressione è che i talebani fossero invincibili sul campo. Avremmo potuto mandare laggiù il doppio di marines e il doppio di tank, e avremmo soltanto sprecato tutto quanto. Io ho cominciato a domandarmi se la guerra non si potesse risolvere in un altro modo. Perché i musulmani continuavano ad arrivare da tutto il mondo per combattere in quel buco… in quel Paese dimenticato? Chi li riforniva? Per dirla in parole povere: Where’s the money? Chi finanzia tutto quanto?”
Rampollo di una dinastia di petrolieri, Bush non doveva faticare molto a trovare una risposta. “È chiaro che dietro a tutta la jihad c’erano i petrodollari. Gli emirati del Golfo, quegli inferni ad aria condizionata… sanno di essere seduti su una mina peggiore della nostra. Hanno la disperazione di chi sta per finire la benzina e restare al buio. In più hanno una paura matta della rivoluzione islamica. Così finanziano gli sceicchi alla Bin Laden, che almeno la rivoluzione la fanno all’estero. D’improvviso tutto mi è parso così sciocco e inutile… da una parte mandavamo i nostri ragazzi a morire, dall’altra continuavamo a comprare benzina per i nostri Suv e a finanziare i terroristi che li avrebbero uccisi… dovevamo uscirne, e alla svelta. Così feci quella prima proposta sull’autonomia: l’America doveva bloccare le importazioni e re-imparare a vivere delle proprie risorse energetiche”. All’inizio Bush fu accusato di voler semplicemente favorire il petrolio texano per questioni di lobby. Ma le aperture sulla propulsione a idrogeno e sul biodiesel brasiliano spiazzarono anche i suoi più accesi detrattori. “Anche i nostri pozzi stanno finendo, è tempo di ammetterlo e cominciare a diversificare. Guardi quello che è riuscito a fare Lula in Brasile col biodiesel… una cosa fantastica. E i pannelli solari, perché no? Il giorno che in Texas non riusciremo a pompare più petrolio, resterà ancora sole in abbondanza per tutti. So che mio padre non la pensa così, ma io continuo a credere che il petrolio non sia il destino dell’America”.
“Invece sull’Iraq andavate d’accordo”.
“Le faccio vedere una cosa”. Mi mostra un quadro. A ben vedere si tratta di una mappa. Di solito si appendono ai muri mappe antiche: questa invece è ingiallita, sgualcita, ma moderna. “È una delle cartine di lavoro di mio padre. Se guarda bene, ci trova le ditate del generale Schwarzkopf. Ora: la vede questa macchia verde scuro? Sono le zone a maggioranza sciita. Lei lo sa cosa sono gli sciiti?”
“Una setta musulmana, direi”.
“Ecco, bravo, lei è uno preparato. Sa cosa sono gli sciiti. Magari sa anche che in Iraq e in Iran sono la maggioranza. Beh, posso garantirle che nel 2003 a Washington ancora nessuno sapeva chi fossero. E volevano andare a Bagdad! Esportare la democrazia! Se fossimo andati a Bagdad, gli sciiti sarebbero venuti a gettare fiori sui nostri carri armati, e il giorno dopo avrebbero sgozzato tutti i sunniti, e votato l’annessione all’Iran. A quel punto gli ayatollah iraniani avrebbero avuto libero accesso ai laboratori atomici di Saddam Hussein, e magari anche al suo uranio – ammesso che Saddam Hussein fosse davvero in grado di procurarsi dell’uranio”.
“Tony Blair ne è convinto”.
“Tony Blair è un socialista. Hanno tutti questa mania di cambiare il mondo, con l’amore o con la forza. Sono molto fiero di aver fatto il possibile per evitare quel disastro. Ho preso questa fottuta carta di mio padre e ho convinto tutti i pezzi grossi repubblicani: se andiamo in Iraq, tempo un anno e gli iraniani fanno una buca radioattiva in Israele: sul serio volete passare alla storia per questo? io non sono molto bravo a fare i discorsi, ma si vede che Dio mi ha aiutato, perché li ho convinti”.
“E così alla fine si è preso la sua rivincita morale su Gore”.
“Non la vedo in questo modo. In realtà dovrebbe soltanto ringraziarmi. A quest’ora avrebbe già perso due guerre – non un bel bilancio. Invece tutto sommato ormai l’Afganistan è pacificato, anche se non assomiglia ancora molto alla Svizzera, devo dire”. Sorride sornione. “Ma il progetto oppio per cibo sta dando buoni risultati. E in sovrappiù abbiamo avuto anche la testa di Bin Laden”.
Un bel trofeo per la Bush Foundation. Ma c’è chi dice che sia un falso. Su internet continuano a circolare nuovi video dello sceicco del terrore.
“Non so cosa dire. Abbiamo il Dna, le impronte dentali, abbiamo tutto. Ma ci sarà sempre qualcuno convinto che è una montatura. C’è anche chi dice che le torri gemelle le ho fatte buttare giù io. Non è che posso replicare a tutte queste stronzate”.
Nel 2004 l’astro di Bush sembra già appannato. Alcune sue iniziative – la partecipazione a un summit informale tra israeliani e palestinesi – non sono comprese dai suoi compagni di partito. Nel frattempo Giuliani sfida Gore giocando la carta del patriottismo dell’11 settembre, ma gli americani gli preferiscono il Commander in Chief. “Rudie si è difeso bene, ma ha pagato il fatto di non avere una posizione netta sulla guerra”. L’anno successivo, il secondo grande shock della recente Storia americana: l’uragano Kathrina. Stavolta Bush è implacabile nell’accusare tutti i responsabili del disastro, dal sindaco di New Orleans fino al Presidente. “I democratici hanno chiacchierato per anni di riscaldamento globale”, dice, “e al primo uragano tropicale hanno reagito come dei boy scout di città. Il vero uragano che ha distrutto New Orleans non è stato Kathrina, ma l’incompetenza”. Da Kathrina in poi Bush è riuscito ad accreditarsi come il leader del nuovo ambientalismo. In pochi ricordano che ai tempi della campagna 2000 era Bush, e non Gore, a respingere il protocollo di Kyoto. “In effetti Kyoto non mi ha mai convinto”, ammette, “perché è troppo poco. Una misura omeopatica. Occorre darsi molto più da fare. Tagliare le emissioni di gas serra del 90% entro il 2009. Possiamo farcela. È alla nostra portata”. Fino al 2005 Bush non escludeva la necessità di cercare nuovi pozzi “autarchici” nell’incontaminata Alaska. Oggi non ne parla più. “Solo gli stupidi non cambiano mai idea. Fino a qualche anno fa non ero sicuro che il riscaldamento globale fosse colpa dell’uomo. A dire il vero non ne sono sicuro nemmeno oggi, ma chi se ne frega? Forse non siamo stati noi a scaldare il mondo, ma possiamo pur sempre dare una mano a raffreddarlo. Questo è come la penso io”.
Prima di abbandonare il Congresso nel 2006, Junior ha avuto la soddisfazione di vedere trasformata in legge federale la sua seconda proposta sull’“autonomia sostenibile”. I fatti dei mesi successivi gli hanno dato ragione in modo spettacolare. L’intensità della guerriglia afgana è calata drasticamente. In Egitto e in Iran gli scioperi di massa hanno costretto i governi a indire nuove elezioni. In Iraq la nuova giunta militare sta negoziando l’estradizione di Saddam Hussein. Qualche effetto positivo c’è stato anche per l’Europa, quando il blocco delle importazioni di petrolio negli USA ha abbattuto i prezzi al barile. L’altra faccia della medaglia sono gli attentati: l’esplosione del Boeing dirottato nei cieli di Philadelphia lo scorso settembre (intercettato da un missile prima che puntasse su Washington , secondo alcuni) e le fiale di gas nervino rinvenute nella subway di New York, fortunatamente senza conseguenze. “So che è terribile quello che sto per dire. Ma gli attentati sono una prova che avevamo ragione. Sono colpi di coda. Bisogna andare avanti a domare il bronco”.
Negli ultimi due anni, Bush è diventato un battitore libero. Ufficialmente è ancora iscritto al Partito Repubblicano, anche se ha preferito non candidarsi al Congresso. “Mi sono stancato di parlare per gli altri. Troppi compromessi. Oggi preferisco parlare per me”. In effetti le sue ultime uscite su Cina e Russia sono state particolarmente ruvide anche per un tipo come lui. “Io la vedo molto semplice: quelle non sono democrazie. Non basta aprire i mercati per creare una democrazia. Sono ancora due regimi a partito unico, dove gli oppositori vengono perseguitati e uccisi. Gli americani non dovrebbero avere nulla a che fare con questa gente. Ma i cinesi ci tengono per… i cinesi hanno queste enorme riserve di dollari, che m’impensieriscono molto. Non è giusto che ci possano ricattare in questo modo. Il solo pensiero è umiliante. Fossi ancora un politico, chiederei a gran voce il boicottaggio delle Olimpiadi. Fortuna che non lo sono”.
Cos’è, oggi, George W. Bush? Tante cose. Per esempio, il coproduttore dell’ultimo chiacchieratissimo film di Michael Moore sulla riforma sanitaria. “Lo sa che Moore era di sinistra? È uno dei tanti radicali che sono rimasti stomacati dalla gestione del conflitto in Afganistan. Ma le sue idee sulla riforma sanitaria o sul porto d’armi non sono né di destra né di sinistra, sono ragionevoli e basta. Quando parlavo di conservatorismo compassionevole, molti storcevano il naso. Ma continuo a pensare che ‘compassione’ sia una bellissima parola. Sa cosa significa?”
“Soffrire insieme”.
“Ehi, lei conosce l’inglese in un modo fantastico per essere un… un…”.
“Un italiano. Grazie”.
“Voi italiani conoscete l’importanza della sofferenza. Non vi vergognate a piangere. Vede, il problema di noi americani è che ci siamo costruiti un’immagine di noi stessi come… come il primo della classe che non piange mai, il terzino di football che non cede un metro. E poi davanti all’11 settembre siamo crollati. Abbiamo iniziato a soffrire e ci siamo vergognati della nostra sofferenza. Non dovevamo vergognarci. Solo attraverso la sofferenza possiamo capire gli altri. In fondo Dio si è fatto uomo per questo, no? per cercare di soffrire con gli uomini. Quando sono andato in Palestina, la prima volta, non ci capivo un fottuto accidente. Non riuscivo a capire perché si litigassero quelle colline spelacchiate. Ho chiesto in giro, ho provato a farmi spiegare. E ho sofferto. Ho provato a soffrire con loro. Ho capito che una guerra di sessant’anni è una cosa che non si può cancellare in un giorno.”. Junior è anche l’uomo che al termine di un’estenuante trattativa ha fissato i confini del nuovo Stato Federale di Israele in Palestina. “Ci siamo ispirati a quello che ha fatto Clinton con la Bosnia. Come dire: un gran pasticcio, sempre meglio della guerra, però. Gli israeliani possono continuare a chiamarlo Israele, i palestinesi hanno finalmente un pezzo di terra che si chiama Stato. E Gerusalemme è la capitale bilingue, come Bruxelles. Durerà? E che ne so io? Anche la Bosnia, del resto, sta in piedi per miracolo. Mi piace pensare che il tempo giochi a favore della pace”.
Dopo la missione di Bush in Israele, Bush è stato nominato Uomo dell’Anno dal Time, anzi “L’Uomo che ha salvato il Mondo”. “Beh, mi piacerebbe provarci, non dico di no. Ma in realtà i tempi erano maturi per la pace. Ho sempre pensato che una volta risolta la questione palestinese, il Medio Oriente si sarebbe calmato da sé. Resta molto da fare, certo. Iraq e Siria non sono ancora democrazie. Neanche Roma è stata fatta in un giorno. Ma sono felice di poter dire che oggi è un giorno migliore dell’11 settembre 2001. E ne sono fiero”.
“È sicuro di non avere rimpianti?”
“Rimpianti? No, per cosa?”
“Vede, lei si è dato molto da fare in questi anni. Eppure ogni volta che lei fa qualcosa, c’è sempre qualcuno come me che si chiede… che le chiede… perché non ha vinto nel 2000? Oggi il mondo sarebbe molto migliore se lei avesse vinto nel 2000, non trova?”
Sorride. “La Storia non si fa con i Se. Ma le voglio mostrare un’altra cosa”. Apre un cassetto della scrivania. Tiro un sospiro di sollievo: quello che ha tra le mani è un libro. Di carta.
“È un memorandum scritto da Al Gore quando era vicepresidente. Lo sa di cosa parla? Del riscaldamento globale. In quel periodo Gore era un maniaco dell’argomento, lo sapeva?”
“Mi pare di averne sentito parlare, ma…”
“Aveva fatto delle ricerche, si era consultato con gli esperti. Le sue conclusioni erano già piuttosto catastrofiche. Poi ha vinto le elezioni e… puf, tutto scomparso. Troppo impegnato a dar la caccia a Bin Laden. Lo sa una cosa? Molta gente pensa che Gore sia uno stupido. Io lo conosco un po’. È senz’altro un fighetto di città, ma non è uno stupido. È quella sala di Washington che ti rende stupido. La gente non ci crede quando ripeto che preferisco non esserci mai stato. Ma è così”.
“E quindi non si candiderà”.
“No, assolutamente. Non ha visto la spilletta?”
“Ma davvero pensa che Moore abbia qualche chance?”
“Perché no? Abbiamo già avuto un attore alla Casa Bianca, e se l’è cavata piuttosto bene. Certo, non ha il fisico di Schwarzenegger. Ma è 100% americano. Sarà un ottimo presidente”.
“E non diventerà anche lui più… stupido?”
“Più di così? Naaah, difficile”.
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what's your destiny

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Chi ha ucciso Goku

Io di Goku mi ricordo bene.
Era un bambino col ciuffo e la coda: aveva tanti nemici e li abbatteva tutti, ma senza umiliarli: perché era forte, ma soprattutto perché aveva il cuore puro. Perciò ogni suo avversario alla fine gli restava attaccato; tanto che andavano tutti a vivere con lui, negli anni si era formata una specie di comune di eroi che le aveva prese da lui, e tutti gli volevano bene. Perché era il più forte, il più buono e il più affamato. Quando Satana si liberò dall’inferno, lui lo sconfisse e fu convocato da Dio in persona, che gli insegnò nuove mosse, ancora più potenti. In seguito crebbe e salvò il mondo varie volte. Quando il mondo non gli bastò più cominciò a salvare l’universo, da mostri via via più mostruosi, disegnati apposta da sceneggiatori senza scrupoli, per allenarlo sempre più: e se è vero che ogni tanto moriva, il suo cuore restava puro e il suo ciuffo alto – e un modo per risuscitarlo si trovava sempre.

Finché un giorno disse no, grazie. Sto bene dove sto, nel mondo dei morti ad allenarmi e a combattere coi morti, all’infinito. Era il migliore, nessun dubbio. Ma non so dire quando se ne andò, quale fu il mostro che lo mise davvero in imbarazzo. Doveva essere il più orribile, eppure non lo ricordo.

Ora invece ricordo un altro bambino, ma eri tu?
“No”.
Senza coda, ma col ciuffo, almeno cinque centimetri d’altezza conquistati ogni mattino con applicazioni intensive di gel. Un bimbo dal cuore puro e dal corredo coordinato: zaino di DragonBall, diario di DragonBall, astuccio di DragonBall, quaderno di DragonBall (ma a settembre non andava bene, ne serviva uno grande con le anelle, e il giorno dopo si presentò con il quadernone di DragonBall). Me lo ricordo bene, il piccolo Goku, mi sembra d’averlo davanti. Ma sicuro che non eri tu?
“Ma sì prof, era lui”.
“No prof, non ero io”.

Nove mesi sono passati, il ciuffo è ancora fermo a 150 cm., eppure guardati. Felpa nera e jeans firmati e… cosa stai facendo col bianchetto, guarda. Stai scrivendo col pennellino bianco D&G, D&G sul tuo astuccio nuovo.

Del resto ora che ti guardo hai tutto nuovo – quanto avrai fatto spendere ai tuoi, non dirmelo. Diario, quaderno, zaino, niente più Giappone. Altri mostri incombono, altre culture, altre sigle. D&G, credi che non lo sappia cosa vuol dire D&G? Io so tutto, perché sono il prof di italiano. Tutto, tranne le equazioni indefinite che lascia sulla lavagna la collega di matematica. Quelle le spugno via immediatamente, per il resto sono onnisciente: non c’è cosa che non so, e ogni giorno ne imparo una nuova.

Per esempio ora so chi fu il mostro che uccise Goku. Era un orrore a due teste, quattro zampe e zero eleganza. Era il peggiore di tutti, Dolce And Gabbana, dal profondo della Galassia Tamarra. Puzzava di svenevole eau de parfum, incantava con lo scintillio allo strass dei suoi accessori ghepardati: neanche il SuperSaiyan poteva resistere a tanto cattivo gusto. È stato lui.
Dolce lo avrà preso alle spalle, mentre Gabbana lo lavorava ai fianchi. Solo loro potevano farlo. Lo hanno ucciso loro Goku, lo hanno spazzato via dal tuo cuore.

Adesso vai, vai, scrivi pure griffe false sul tuo astuccio nuovo. Non c’è una nota disciplinare, per quello che stai facendo. Non posso neanche dirlo ai tuoi: Signora, suo figlio mi preoccupa un po’, tamarro ad 11 anni… Posso correggerti le doppie consonanti e gli accenti, potrei persino insegnarti un po’ di punteggiatura, ma non posso spiegarti perché la scritta D&G sulle mutande è il Marchio del Male. Se non c’è riuscito Goku, il più buono e il più valoroso, posso farcela io?

Vattene per il mondo, va. Suona la campana, è l’ultima. Arrivederci a settembre, e se ci arriverai con un altro zaino, pazienza. È bruciando le tappe che si arriva presto alla saggezza, o no? non lo so. Sono un prof, imparo solo una cosa al giorno.

Mi piace però pensarlo, da qualche parte, nell’oltretomba, non vivo ma in standby, che si allena, si allena, si allena. Un giorno tornerà, a vendicare i puri di cuore e a prendere a mazzate i cafonazzi che se le meritano. Quando verrà quel giorno, non fatevi trovare col marchio sbagliato sulla biancheria.
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un posto nel presepe

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Storia di Mària

[È una storia, appunto, ogni riferimento a persone o cose è casuale].

Il primo a porre il problema fu il padre, che una sera – Mària aveva dieci anni – rincasando fetente di bar, le appioppò un ceffone. Senza un motivo al mondo. O meglio: Mària stava correndo verso di lui nel corridoio, blaterando di un compito di scuola o di qualche altra sciocchezza, mentre il padre aveva i suoi problemi, i suoi debiti di gioco, i suoi pensieri, e insomma S-ciaf!
“Perché non parli come un maschio?”

Mària non crede nei traumi infantili, via! un ceffone è un ceffone. Di sicuro non è diventato così per una sberla, tra mille che ne avrà prese. Ma da quel giorno cominciò pure qualcosa. Col ceffone il padre gli propose la questione fondamentale: chi sono i maschi? Cosa vogliono? Come parlano? A dieci anni Mària non ne aveva la minima idea. Sempre in casa stava, appiccicato alla sottana di mamma. Era ora di dare un'occhiata al mondo.

La curiosità lo spinse a vivere la ricreazione in un modo diverso. Di colpo in bianco smise di giocare alla settimana con le compagne, che pure teneva carissime, e si avventurò nell’angolo di cortile dove spallonavano i maschi di quinta. Qui trovò una conferma ai sospetti del padre: la sua voce non andava. Il timbro era lo stesso degli altri bambini, ma c’era qualcosa di stridulo, che paragonato al tenorile bofonchiare di Flavio Dusacchi lo faceva suonare affettato. Lo stesso soprannome, abbreviazione del comunissimo cognome “Mariani”, sillabato da quei monellacci assumeva una sfumatura equivoca. Né Mario né Maria: Mària. Un nome qualunque, eppure unico al mondo. Mària non lo avrebbe mai più abbandonato.

Per il resto non erano così cattivi, gli ometti di quinta. Mària se li ingraziava con merende supplementari e pacchetti di figurine. Ripensandoci da adulta, un poco la imbarazza questa totale mancanza di dignità. Ma stare coi maschi era troppo importante. Era fiera dei lividi che si portava a casa – i maschi avevano sviluppato un’arte marziale che consisteva in una sequenza infinita di ganci destri alle spalle. Mària era un punchball simpatico e disponibile, e lo sarebbe rimasto per anni. Da Bordon Diego imparò anche a bestemmiare Dio e i Santi: ma quelle sillabe magiche, ripetute da Mària, tornavano a suonare troppo simili a preghiere, e insomma, dopo qualche tentativo Mària lasciò perdere: la sua non era una voce da maschi. Anche il padre si rassegnò.

Alle medie il vocabolario maschile s’allargò all’improvviso, e Mària scoprì d’essere un finocchio, un ricchione, una checca, un busone: tutto questo senza ancora mai avere desiderato nessuno, né maschio né femmina: e poi dicono che il genere si sceglie. Mària si era rimesso a chiacchierare con le compagne, ora che i maschiacci evitavano anche solo di toccarlo, per via del contagio: fermamente convinti che lo sfioramento del busone comportasse un rischio per la loro virilità, passavano intere ricreazioni a inseguirsi urlando “sfiga-di-Mària-immune!” E altre cose simili che, in assenza di ricerche serie sul bullismo, gli insegnanti non notavano. Poi venne la fase degli odori.

Si ricorda molto bene, Mària, che molto prima di decidersi a guardarli, i maschietti cominciò ad annusarli.
Non ci poteva fare niente. Gli odori stanno nell’aria. Gesù ha detto di cavarti un occhio, se ti dà scandalo, ma non ha aggiunto di turarti il naso. Il sudore di D’Angelo era muschiato e dolcissimo. Germini Patrizio aveva una pelle spugnosa che tratteneva l’odore di qualsiasi bagnoschiuma, anche se quasi sempre era pino silvestre. Nel frattempo le sue compagne cominciavano timidamente a truccarsi: Mària aveva potuto contare fino a quel momento sulla loro complicità, ora qualcosa stava cambiando; iniziava a odiarle. I loro profumini le impedivano di concentrarsi sull’afrore ascellare di Verozzi. E c’era il problema delle tette, che iniziavano a catalizzare gli sguardi. In questo gioco di rimandi incrociati, Mària restava totalmente indisturbata, e aveva modo di osservare gli altri. I maschi la indispettivano, non riusciva più a capirli. Fino a qualche settimana prima non alzavano gli occhi dalle figurine, ora avrebbero dato il rarissimo Pietro Vierchowod per uno sfioro di tetta.

E i peli. Fu Dusacchi il primo uomo a porre il problema, nello spogliatoio maschile. “Mària, oh! Ma ti radi?”
Se avesse avuto il tempo, in mezzo alle risate dei compagni, Mària avrebbe risposto di sì: si radeva, perché cominciava ad averne tanto, e folto, e la imbarazzava in particolare quel ciuffetto che tendeva a salire in direzione ombelico; ma Dusacchi, biondo com’era, poteva capirlo? D’altronde, cosa stava succedendo? Da quando in qua nello spogliatoio ci si guardava in basso? Mària non aveva mai osato. Pensava che ai maschi non piacesse. E Mària stava facendo il possibile per capirli, i maschi.

Perché gli piacevano. Gli piaceva l’insolenza metropolitana di Dusacchi, la timidezza irsuta di Verozzi, l’accento nordico di Bordon quando con una presa al collo lo stringeva tra le braccia per un momento, sussurrando “busone di merda”. Tutto sembrava pronto per un’esplosione ormonale, che invece il liceo congelò: al riparo dai maschi, in una classe a stragrande maggioranza femminile, Mària si dimentico degli odori e riprese a cicalare con le amiche. Divenne il migliore confidente di tutte, perché effettivamente conosceva i maschi meglio di loro, e la frase “Tutti stronzi” in bocca a Mària sapeva più di vero. In compenso le ragazze le insegnarono a vestirsi con stile, a camminare nei corridoi come sotto i portici del centro, e viceversa.

Il quinto anno fu meraviglioso, Mària era diventata una sintesi di due sessi che le piacevano molto, e cominciava ad aggiungerci qualcosa di originale, di suo. Un pomeriggio d’aprile, mentre ufficialmente aiutava Barazzi Clelia a ripassare chimica (in realtà provando vestiti vintage eredità di una zia), si ritrovò abbracciata su di lei, nel letto di lei, e pensò che quello che la situazione le richiedeva era un bacio. Ma forse sbagliò i tempi, o i modi: non aveva mai baciato una ragazza – non aveva mai baciato nessuno! Clelia si irrigidì di scatto, se lo aveva desiderato era stato un attimo, un giorno, un anno, un millennio prima: Mària si ritrasse, avrebbe voluto scomparire, e in un certo senso davvero scomparì qualcosa in lei, per sempre.

Un mese dopo, in gita scolastica, Clelia venne a bussare alla sua camera. “Ti devo dire un segreto. Sono omosessuale”.
“Eh?”
“Si dice anche delle donne, non lo sai? Perché deriva dal greco…”
“Clelia, Clelia, lo so da cosa deriva. Ma cosa… come fai a saperlo”.
“Ho fatto sesso con Nadia”.
“Quella zoccola? Ma non vuol dire, è ubriaca da ieri, e poi… e perché vieni qui a dirmi questa cosa…”
“Volevo ringraziarti. Perché è stato grazie a te che l’ho capito… quel pomeriggio che tu hai cercato di baciarmi!”
“Clelia, senti, sei fatta anche tu. Perché non ti stendi un po’, ti riposi e poi magari domani ne parliamo con calma”.
Clelia russò tutta la notte, come a ribadire il suo omoerotismo conquistato e trionfante, lasciando Mària sveglia a scalciare i dubbi: ha capito che è lesbica perché l’ho baciata, o ha capito che è lesbica perché l’ho baciata da schifo? Le piaccio o no? Le piaccio come uomo o come donna? O le piaccio perché non sono né l’uno né l’altro? Oppure tutto sommato non le piaccio, visto che alla fine si scopa la zoccola dall’altra parte del corridoio? Oppure avevano ragione i maschi delle medie, l’omosessualità è un virus e io gliel’ho passato… sfiga-di-Mària-immune… che casino… ma sai che c’è? Io non ne voglio un cazzo… a me piacciono i maschi… l’odore dei maschi… queste ragazze con tutti i loro problemi mi stressano la minchia e basta… fammi prendere la maturità e poi non mi trovano mai più”.

All'università, in una città diversa, la bomba ormonale, pazientemente custodita negli anni di frustrante apprendistato, esplose con la forza di cento cavalli vapore. Da vergine a idolo delle feste nel giro di pochi mesi, finché – sorpresa – non si stancò. Piuttosto presto. La promiscuità lo attirava, e insieme lo lasciava insoddisfatto. Provò a farsi una storia seria: ci provò con tutte le forze. Andò persino a vivere con lui, un damsino di Matera con la fissa per il cinema tedesco. Durò due anni. Andavano nei locali dei gay, alle feste gay; a un certo punto a Mària sembrò di soffocare. Conosceva tutti, e non gli piaceva più nessuno. Avrebbe voluto entrare nel bar di una polisportiva, e guardare le partite della Fortitudo coi ragazzetti del quartiere, e invece doveva sgugnarsi la retrospettiva di Fassbinder. E non provare ad allungare quelle mani.
“Senti, io ti lascio”.
“SSsssst, è iniziato il film”.
“E non ce l’ho con te. Tu sei gentilissimo e bravissimo e assolutamente a posto. Il problema è che sei gay”.
“Anche tu sei gay”
“Lo so. Io però i gay non li sopporto”.
“E cosa ti piace, allora?”
“Mi piacciono i maschi”.
“E cosa pensi di fare?”
“Non lo so”.
“Prova con le tette”.

Il consiglio, totalmente gratuito, spiazzò Mària come l’uovo di Colombo. Ma per abituarsi all’idea ci vollero comunque un paio d’anni. Cominciò con un push-up, giusto per vedere l’effetto. Non male! Aveva la sensazione di portarsi un pezzo di mamma con sé, le dava un senso come di confidenza. Infine iniziò con gli ormoni. Vedersi cambiare fu spaventoso e fantastico: l’adolescenza, finalmente, a venticinque anni. E il risultato finale fu discretamente spettacolare. Ora Mària sarebbe piaciuta agli uomini.
Pensò subito di monetizzare il risultato: dei soldi aveva bisogno, e inoltre non conosceva molti altri modi d’incontrare persone sensibili alla sua nuova identità sessuale. Prese in affitto una mansarda e pagò un paio di annunci sul giornale adatto: era nata una stella. I primi utili furono utilizzati in un paio di altri ritocchi che Mària riteneva necessari. Perché aveva voglia di tornare a casa, e voleva tornarci perfetta, e magari irriconoscibile. Come una seconda nascita.

“Torno a spaccarvi il culo”.
Letteralmente. Nei primi sei mesi di attività, Mària si ritrovò a sodomizzare D’Angelo, che ogni tanto ne aveva voglia ma non si considerava un ricchione; Verozzi, che voleva provare “una volta l’effetto che fa”; Germini che sosteneva d’essere ubriaco e di avere litigato con la fidanzata, e che dopo mezz’ora ebbe una specie di orgasmo multiplo mai attestato nella letteratura scientifica; e Bordon, il rude Bordon, che lo incitava pure: “Dai! E dai! E spingi, busone di merda!”
“Ma allora ti ricordi di me?”
“Perché ti sei fermato? E spingi!”

Fu Dusacchi a riconoscerlo invece, dalle misure.
“Ma certo che lo so chi sei, eri quello che ce l’aveva più lungo di tutta la scuola”.
“Io?”
“E che pelo avevi. Ne avevi tanto che ti radevi. E due gioielli, grossi così, solo tu. Ci ho pensato per anni”.
“Ai miei gioielli”.
“Sì”.
“E non potevi dirmelo prima? Dovevi aspettare che mi facessi crescere le tette?”
“Mi piacciono le tue tette”.
“Ma non le stai nemmeno guardando! È un pretesto! La verità è che non ti piacciono le tette”.
“Certo che mi piacciono. Non sono mica un busone”.
“Sicuro?”
“O, vaffanculo”.

Il che, detto da Dusacchi, nella posizione in cui si trovava in quel preciso momento, suonava come il più enorme controsenso al mondo.
“Non darmi mai più del busone. Mai più”.
“Va bene, ora sssst”.
Ricapitolando: Mària cercava l’uomo vero, si è montata un par di tette da sogno, e adesso il suo mestiere consiste nel sodomizzare una manica di maschi repressi che hanno paura di chiederlo a un gay. Non vi girerebbero le palle? A Mària in effetti girano. Ma questi maschi chi sono? Cosa vogliono? Lei si aspettava protezione, energia, magari anche ceffoni. E questi giù, in ginocchio o a pecora, a implorare, spi