L'ultima notte

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Allora io diciamo che qualche anno fa ero seduto su una panchina in un pianerottolo di un ospedale e in reparto non mi facevano entrare, non c'era proprio pezza. Se fosse successo qualcosa mi avrebbero chiamato ma intanto potevo soltanto restare lì – o al massimo andare a mangiare qualcosa.

Quella sera c'era la finale di Champions, Barcellona contro una squadra credo tedesca.

Di fronte al Grande Cancello dell'ospedale c'era un kebab, e io avevo fame, e quindi andai a mangiare il kebab. Stavano ancora giocando il secondo tempo.

Io il calcio ho smesso di guardarlo da un pezzo, pure mentre masticavo mi sembrava che il Barcellona stesse giocando contro l'oratorio, magari il prestigioso oratorio di Monaco o Brema o Schleswig Holstein, ma insomma sembravano terrorizzati, impalati, non c'era partita. La finale di Champions sembrava un allenamento, mi sembrava una presa in giro, non capivo.

E intanto erano passati... venti minuti? Quanto ci si mette a masticare un kebab? Riattraversai la strada.

Il Grande Cancello era chiuso.

Come chiuso?

Così. Prima si entrava, adesso no. A farci caso c'era anche scritto sopra, c'era un cartello con gli orari. Ma era rivolto verso l'esterno, per cui uscendo non me ne ero proprio accorto.

Oppure non ci avevo fatto caso. Nella mia città gli ospedali non ce li hanno i cancelli, la gente quando vuole entrare entra. Ma questa non era esattamente la mia città e adesso io ero fuori.

Fuori dall'ospedale.

Stavo per diventare padre ed ero fuori.




Per un lunghissimo minuto riflettei sulla mia inadeguatezza, sulla mia avventatezza, su porca puttana son dieci anni che non guardo una partita mi devo proprio metter lì a cercar di capire perché non marcano Messi? Consapevole che qualsiasi cosa avrei detto o fatto nella vita, non c'era più niente da fare, sarei sempre rimasto il padre rimasto fuori dal cancello.

"Papà maccheccazzo vuoi che manco c'eri la notte che son nato, mavvanculo va".

"Figliolo, fu un attimo, avevo fame".
"Papà, ma vaffanculo, c'era Messi in tv lo sanno tutti".

Per sempre questo. Una notte, una sola notte nella vita mi serviva, e mi ero messo a guardare il Barcellona.

Per un lungo minuto pensai a tutto questo.

Poi girai l'angolo ed entrai dal Pronto Soccorso.




Non era successo niente, non sarebbe successo niente ancora per parecchio. Passai la notte sul pianerottolo, accucciato tra la panchina e la macchinetta degli snack. Ma dormii sodo. Negli anni successivi lo avrei spesso rimpianto.
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Nel sogno l'ho picchiato

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– Nel sogno sto cercando qualcosa nella campagna intorno a San Felice Secchia, sto seguendo una pista che mi ha fornito una collega in pensione. Non c'è molta gente in giro ma noto questa nuova tendenza di affondare vecchie automobili nei canali, una la vedo proprio imbarcare acqua e sprofondare, un'Alfasud grigio metallizzato.

Altre auto invece le abbandonano sui cigli delle strade e a questo punto mio padre, che non sogno quasi mai, mi insegna come attaccarne una all'uncino di un carro attrezzi, evidentemente sto lavorando con lui. Più che un carro attrezzi però sembra un mini-ponte, non so come lo chiamassero in qualsiasi altra auto-officina, una minigru semovente che guido stando in piedi, con l'auto al traino, e mio padre ci segue con un altro mezzo indistinto. Andiamo ai venti all'ora ma nel sogno sono comunque fiero del mezzo che sto conducendo, quell'orgoglio da ragazzo neopatentato. A un certo punto, e abbiamo già attraversato una piazza di San Felice, svoltando in una curva, ci affianca una motocicletta telecomandata, un giocattolo. Io che nel sogno non sono comunque esperto di quello che mi sta succedendo, per un attimo penso che sia una specie di mascotte della nostra ditta, invece mio padre mi avverte che è una truffa, un drone (non usa quella parola), insomma un affare che serve per fregarmi i dati dal telefono.

– Accostiamo il mio veicolo, estraggo lo smartphone con la stessa fatica che ci metto quando sono sveglio a farlo sgusciare dalla tasca dei jeans, e leggo in inglese che adesso sono cliente di Telecom Irlanda. Calcolo che con uno scherzo del genere mi sono giocato tutto quello che ho vinto online e questo è veramente curioso perché è da parecchio tempo che non gioco, da sveglio, mentre nei sogni evidentemente continuo e ovviamente vinco – non sarebbero sogni – ma non così tanto.

Acquattato in un androne noto il tizio con il telecomando giocattolo in mano. Ha i capelli neri, ma pochi, lo sguardo triste perfettamente sbarbato. In questo sogno in cui mi muovo molto, lui invece è prigioniero, mi vede e non può muoversi. Adesso mi dai i documenti e li fotocopio, gli dico, che è una frase che di solito uso nella mia scuola coi nonni che quando un bambino sta male vengono a prenderlo ma non hanno una delega firmata dai genitori. La stesa frase adesso è intonata come una minaccia: lui non può darmi i documenti ma non può nemmeno scappare. Non ti conviene farmi arrabbiare, gli spiego, perché è da tanto che voglio picchiare qualcuno e ho pure in mano il connettore che serve ad adattare il bocchettone del GPL al serbatoio della mia macchina: un affarino che sta in un pugno ma che è molto pesante. Il tizio si dibatte ma non può scappare, così lo martello in testa con quell'affare e al primo colpo va giù. Non è svenuto, è solo che non ne vuole prendere più.

Gli prendo il portafogli e leggo il suo nome su un documento rovinato, un liquido colando a rivoli l'ha corroso in due punti, è un nome di origine mista con le consonanti più strane proprio dove passano i segni del liquido. Inoltre è doppio, e anche il cognome è doppio, ma io ci sorrido sopra perché in questo sogno sono espertissimo di nomi, li conosco tutti. Lo passo a mio padre/collaboratore e gli dico di fotocopiarlo. In questo largo androne, una specie di sottoscala ma di una scala architettonica, c'è in effetti una fotocopiatrice, forse a gettone. Siamo a posto, mi dice, e poi mi dice un'altra cosa divertente, ma gli rispondo che ho picchiato una persona e quindi adesso sarò di cattivo umore per un mese intero. Il tizio sotto di me finge di dormire, o forse a questo punto si è svegliato.
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Siamo pari

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Vi abbiamo messo al mondo in un mondo che sapevamo essere alle soglie di un'estinzione di massa. Lo sapevamo e vi abbiamo messo al mondo lo stesso, perché ci sentivamo soli e avevamo bisogno di qualcuno che ci pagasse i contributi.

Non siamo riusciti a ridurre le emissioni, non ci siamo rivoltati contro chi ci avvelenava, non abbiamo nemmeno protestato, cioè ci abbiamo provato ma ci siamo ritirati alle prime mazzate. Da chi ci ha preceduto non abbiamo imparato nulla, ma ve l'abbiamo insegnato lo stesso.

Abbiamo esaurito le risorse, esaurito gli antibiotici, esaurito l'ossigeno, il che non significa che non abbiamo smesso di parlare, di solito per farvi la predica. Vi stiamo per lasciare un mondo in macerie e tantissime armi per litigarvele. D'altro canto.

D'altro canto voi ci avete portato a vedere Me Contro Te La Vendetta Del Signor S, quindi direi che adesso siamo pari.


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L'amore illegale

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Loving (Jeff Nichols, 2016)

Hai 18 anni, e quando sei rimasta incinta, il tuo ragazzo ha solo detto: Ok. È un uomo di poche parole, un muratore, ma "ok" è una parola bellissima. Poi è andato a comprare il terreno per costruirti una casa. Per sposarti ti ha portato fuori dallo Stato perché, dice, la burocrazia è più semplice. Nella camera dove a volte dormite assieme ha appeso il certificato di matrimonio; è una cosa carina.

Una notte, mentre dormite, qualcuno vi entra in casa con le torce. C'è anche lo sceriffo. Vi ammanettano. Tuo marito indica il certificato - ecco perché l'ha appeso, allora - lo sceriffo scuote la testa e dice che quel pezzo di carta non vale niente, e che voi due dormendo assieme state commettendo un reato. Perché tu sei nera, lui è bianco, e questo è lo Stato della Virginia. Siccome dormite assieme, vi condannano a cinque anni di prigione (se vi avessero colto durante un atto sessuale, il reato e la pena sarebbero stati più gravi); vi rilasciano a condizione che non torniate più in Virginia per 25 anni. È il 1958 e il matrimonio interrazziale diventerà legale in tutti gli Stati Uniti soltanto tra nove anni. Grazie a voi. Mildred e Richard Loving.

La storia della coppia che ha cambiato la Costituzione degli Stati Uniti si meritava un film che non fosse un semplice temino edificante di educazione civica. Jeff Nichols, che fin qua aveva girato solo thriller angosciosi, psicologici o apocalittici, gioca la carta dell'iperrealismo, girando in 35 mm. e curando alla perfezione ogni dettaglio, dagli oggetti di scena alla pronuncia degli attori, affidandosi soprattutto a questi ultimi. Ruth Negga e Joel Edgerton danno vita a due protagonisti straordinariamente credibili, malgrado gli esigui margini di manovra: i Loving parlavano poco, e non amavano esibire i loro sentimenti. In particolare Edgerton riesce a nascondere sotto un ceffo da galera un personaggio mite e glorioso, uno che in due ore di film (e di prepotenze subite) avrebbe tutto il diritto di commettere una o due cazzate, e invece continua a ingoiare rospi fino a una vittoria che è così tanto più grande di lui che quasi non gli interessa (continua su +eventi!) Nel suo vocabolario di cento parole c'è spazio per frasi potentissime: quando lo arrestano, lo rilasciano e gli impediscono di pagare la cauzione per la moglie incinta: "Questo non può essere giusto". Quando l'avvocato gli spiega che lo Stato di Virginia ha intenzione di difendersi presso la Corte Suprema: "Come possono difendersi da quello che mi hanno fatto?" E quando sempre l'avvocato gli chiede se ha qualcosa da dire alla Corte Suprema: "Dica che amo mia moglie".

I tentativi di imbruttire Ruth Negga si sono rivelati
abbastanza vani.
Concentrandosi sugli attori, Nichols è riuscito a evitare che Loving diventasse uno di quei film in cui il meccanismo dell'indignazione scatta meccanicamente, perlopiù ai danni di cattivi da operetta, obiettivi fin troppo facili come i segregazionisti della Virginia di mezzo secolo fa. E però la scelta di escluderli quasi completamente dalla scena è molto particolare, e discutibile. Loving è un film antirazzista in cui i razzisti non stanno in scena. C'è in quattro scene intensissime uno sceriffo (un granitico Marton Csokas), anche lui un tizio di poche parole, che non ha bisogno di alzare la voce per annunciare che spaccherà la testa a qualcuno, e che tratta i Loving come due bambini testardi e capricciosi. C'è un giudice convinto di essere clemente, quando spiega che Dio creò bianchi e neri in continenti diversi perché non li voleva mescolati. Ma i bravi e onesti cittadini bianchi della contea - quelli che elessero il giudice e lo sceriffo - Nichols decide di non mostrarli. In questo modo l'imposizione della legge diventa un po' più assurda, e forse il film un po' più astratto. Loving voleva parlare soprattutto dei suoi due eroi per caso, e di come loro tranquilla cocciutaggine abbia reso la Virginia e il mondo intero un posto migliore. Tratta il razzismo come un male oggettivo che peggiora la vita delle sue vittime, un ostacolo da rimuovere: non ne indaga le cause, non ne studia i comportamenti. Chi andava al cinema in cerca di questo - chi ha la sensazione che nel 2017, in Italia, ci sia bisogno soprattutto di questo - potrà restare deluso, e forse continuerà a voler più bene a Mississippi Burning, o al Buio oltre la siepe.

Loving si rivede solo martedì 20 giugno, al Cinema Italia di Saluzzo (ore 17:00 e 21:15).

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Solo un dimenticabile ritorno di fiamma

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Planet Waves (1974)
(Il disco precedente: Pat Garrett & Billy the Kid.
Il disco successivo: Before the Flood).

In una notte come questa, sono così contento che ti sia fatta viva... abbracciami stretto che scaldo un po' di caffè. (Che inizio promettente per un disco, vero? No, appunto).

L'Asylum gli aveva evidentemente
dato carta bianca per la grafica
delle copertine: e il pittore Dylan, ehm,
faceva progressi.
Nel mezzo del cammin di vostra vita, diciamo sulla trentina, potrà capitare anche a voi di ritrovarvi soli, o male accompagnati. Sono cose che possono succedere a tutti, e in teoria non c'è niente di male, ma a un certo punto potreste dovervi arrendere all'evidenza: non sta succedendo a tutti, sta succedendo a voi; e fa male, eccome se fa male. È proprio in quel momento, in cui cominciate a sentire quanto sia salato il pane altrui, che statisticamente aumentano le possibilità di incrociare per caso una vecchia fiamma che non sentivate da anni, da mesi, e poi improvvisamente da settimane, e poi dopo un po' cominciate a chiamarvi tutte le sere perché avete un sacco di cose da dirvi, un sacco, cosa sta succedendo? Forse siete cresciuti; gli errori che vi siete lasciati alle spalle ormai sembrano sciocchezze, incomprensioni giovanili; e le cose che invece funzionavano, ora, con più esperienza, non potrebbero che funzionare meglio.

Insomma dovreste rimettervi assieme. È un segno del destino essersi ritrovati dopo tanto tempo. Forse è così.

Oppure siete entrambi nel panico, perché state sulla trentina e siete soli; e non farete che tirarvi giù a vicenda.

Stenditi accanto a me, tienimi compagnia... (c'è un sacco di spazio, per cui, per favore, non sgomitarmi). (Questo forse è uno dei versi più profondi di Dylan).

Sia come sia, nel 1974 Dylan e la Band decisero di rimettersi assieme. Per un po'. Per vedere come andava. Un disco e un tour. Dylan nel frattempo si era trasferito a Malibu, California, ai margini del cantiere di una casa enorme che sua moglie riprogettava tutti i giorni: un pozzo senza fondo in cui finivano i diritti delle sue vecchie canzoni. Aveva persino rotto con la sua Casa Madre, la Columbia, che aveva lasciato scadere il contratto e poi per ripicca pubblicato un brutto disco a nome suo, una collezione di scarti. Quanto alla Band, beh...

Mamma Tosta, ti balla la ciccia sugli ossi. Andrò al fiume a prendere un po' di pietre. Tua sorella è per strada con la squadra dei minatori. Papà è nella grande casa, ha finito di faticare. Mamma Tosta, posso soffiarti un po' di fumo addosso?

La Band era molto cambiata. Non era più la fanciulla screanzata con cui Dylan aveva fatto tutto quello straordinario baccano nel '66; non era quella ragazzina emozionata e inesperta che aveva piantato in asso a New York per andare a registrare Blonde On Blonde a Nashville, con musicisti seri. Non era neanche la ragazza volenterosa e disponibile alle sperimentazioni che lo aveva coccolato e rimesso in sesto nella cantina della Grande Rosa. Ma nemmeno la splendida signora che si era emancipata a partire da Music From the Big Pink, e che senza il patrocinio di Dylan, disco dopo disco, era diventata una vera professionista, puntuale, affidabile sul palco e impeccabile in sala di registrazione. Nel mezzo del cammino della sua vita, anche la Band si stava perdendo in una di quelle tipiche selve anni Settanta che attendevano i musicisti di successo: alcool droghe e ripicche. Gli ultimi due dischi non erano andati un granché bene, anche Robertson aveva smesso di imporre le sue canzoni ai colleghi alcolisti o eroinomani. Nel 1974 si ritrova pure lui a Malibu, a pochi isolati da casa Dylan, guarda tu la coincidenza. Ehi Bob, hai notato che dopo tanto tempo siamo ancora qua tu e io? Qualcosa vorrà dire. E se ci rimettessimo assieme? Ora che siamo adulti, che siamo seri, che abbiamo imparato come si fa. Un disco, ci vuole, e un tour. Cosa potrà andare storto?

Planet Waves è l'unico disco che Dylan e la Band hanno inciso assieme. Pazzesco, se uno ci pensa: si frequentavano da otto anni (e continueranno a frequentarsi, fino all'Ultimo Valzer). Basterebbe questo a renderlo un disco memorabile, no?

No. Perché Planet Waves non è un disco memorabile. Non sto dicendo che sia un brutto disco, perché davvero, non si può dire che lo sia: Dylan sa fare molto di peggio, lo abbiamo visto. Ma è davvero un disco facile da dimenticare. Alzi la mano chi si ricordava che dopo Pat Garrett c'era Planet Waves. Visto? Anch'io stavo quasi per passare direttamente a Blood on the Tracks. Ho notato che è un lapsus che commettono in parecchi - è come se Planet Waves avesse qualcosa che implora di passare inosservato. Qualcosa come... come...

Come un ritorno di fiamma che non ha funzionato.

(Del resto è mai successo che funzionasse?)

cahoots

Credevo di essermi scrollato di dosso le meraviglie e i fantasmi della mia giovinezza. Giorni piovosi nei Grandi Laghi, a spasso sulle colline di Duluth. C'ero io e Danny Lopez, dagli occhi freddi come la notte nera e c'era anche Ruth. C'è qualcosa di te che mi riporta a una verità dimenticata da tempo. 

Non funziona mai. Non importa quanto siate disperati, quanto ci siate riavvicinati, quanto vi stiate impegnando: tempo due settimane, un mese, e starete litigando per gli stessi antichi motivi. La Band aveva bisogno di Dylan per superare le lotte intestine e disintossicarsi; Dylan aveva bisogno della Band per non impazzire a Malibu mentre la moglie gli spostava per l'ennesima volta la posizione del camino nel soggiorno. Avrebbe dovuto filare tutto liscio. Erano grandi stavolta, erano professionisti, avevano avuto altre esperienze e sapevano come fare a farla funzionare, almeno questa. E invece si rimisero a suonare all'infinito la stessa canzone senza che Dylan riuscisse a spiegare cos'era che non funzionava. Le stesse, perverse dinamiche di tanti anni prima. La canzone in questione era, significativamente, Forever Young. Dylan l'aveva scritta durante la permanenza sul folle set di Pat Garrett, paradossalmente uno dei momenti più felici per la sua ispirazione: anche Knockin' on Heaven's Door viene da lì. Knockin' era perfetta per il film; Forever Young rimase nel cassetto ancora per un po'. Non sapeva cosa farci. Cioè: era chiaro che ci avrebbe fatto un sacco di soldi. Ma esitava. Cosa avrebbe perso nella transizione? Un po' di credibilità, un po' di... giovinezza?

Eppure su Google i primi sono ancora
gli Alphaville, incredibile.
Era un brano dal potenziale altissimo. Il testo è semplice, una variazione sul tema della lista (o anafora), simile ad altri suoi brani discograficamente fortunati, All I Really Want to Do e Rainy Day Women (in seguito verranno Gotta Serve Somebody ed Everything Is Broken). L'argomento è una tipica ossessione dylaniana: la necessità di essere giovani, la lotta contro un invecchiamento morale prima che anagrafico. Ma varcata la boa dei trenta, Dylan non può più come in My Back Pages permettersi di rivendicare il suo ringiovanimento, senza rischiare di passare per uno di quegli adulti patetici che cominciano a frequentare palestre e tingersi i capelli. Forever Young è anche un paradosso: è evidente che chi la canta non è più davvero giovane da un po'.

Che tu cresca per essere giusto, che tu cresca per essere sincero.
Che tu conosca sempre la verità, e vedere luce intorno a te.
Che tu sia sempre coraggioso, sempre saldo sui tuoi piedi,
che tu possa essere
per sempre giovane.

È una canzone che implica la paternità - la prima, direi, in cui parla in seconda persona a un figlio. È anche la canzone di Dylan che più si avvicina a un testamento morale: nel senso che se uno si domandasse cosa significa essere Per Sempre Giovane, Dylan qui per la prima volta avrebbe delle risposte: significa aiutare gli altri e farsi aiutare, significa sincerità e rettitudine, etica del lavoro e "forti fondamenta" che non cedano al "vento del cambiamento". Insomma è una canzone in cui finalmente papà Dylan scopre le carte e ci mostra la sua scala di valori - a costo di perdere la mano col pubblico, perché tutto sommato si tratta proprio dei valori di un onesto lavoratore del Midwest. Era una canzone che avrebbe funzionato: in radio, sul palco, in classifica. Dylan ormai aveva l'esperienza sufficiente per capirlo subito. Ma forse lo avrebbe anche rovinato. Forever Young scorreva troppo liscia, credo che quando l'abbia scritta Dylan abbia sentito come se improvvisamente il piano si stesse inclinando; magari di pochissimo ma adesso scendeva, verso cosa? forse verso il rincoglionimento? Figlio mio, comportati bene e non smettere mai di lavorare, e resterai Per Sempre Giovane. Mio Dio. Ci vorrebbe un arrangiamento che prendesse le distanze, qualcosa di dissonante. La Band avrebbe dovuto capirla, questa cosa.

Che ci fa un angioletto come te
in una storiaccia del genere?


Ma - questo è il punto - la Band non capiva, neanche stavolta. Erano vecchi amici, sul palco s'intendevano al volo, conoscevano Dylan da quando erano ragazzini, eppure... non erano fatti per stare assieme, tutto qui. Planet Waves, se proprio vogliamo, potremmo ricordarlo come la cronaca di come andò l'ultima volta che provarono a mettersi assieme: dalla smagliante introduzione chitarristica di Robertson a On a Night Like This, fino a quel senso di spossatezza e nessuno-sta-andando-a-buttare-la-spazzatura di Wedding Song. Gran parte delle sessioni se ne andarono in realtà nel tentativo di capire cosa voleva fare Dylan con Forever Young: lui ovviamente era il primo a non avere una chiara idea in testa. Lavoravano in uno studio di Los Angeles, assistiti da Bob Fraboni, un tecnico del suono che aveva fatto la gavetta con Phil Spector e lavorato con gli Stones. Se Forever Young fu davvero pubblicata nel '74 nella sua versione più famosa (quella lenta), lo dobbiamo a Fraboni. La storia è nota: dopo una serie di tentativi infruttuosi, finalmente erano riusciti a registrare questa versione che Fraboni definiva "immediata", "potente", "avvincente" (anche se per me quando parte l'armonica è come se tutti se ne stessero andando per i fatti loro; ma forse non si poteva pretendere di più). A un primo ascolto anche il silenzio di Dylan si lasciava interpretare come un segno di assenso: questa sì, questa funziona. Ma poi... (continua sul Post)
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Ma quindi, insomma, Renzi governa

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Ieri è stato uno dei giorni più belli del governo Renzi, che in teoria di cose ne ha già cambiate tante, ma appunto: in teoria. Ci vorrà del tempo per capire se il Jobs Act ha creato posti di lavoro (per ora sembra di no), se la Buona Scuola ha migliorato la qualità delle scuole italiane (vasto programma), se le riforme elettorali e costituzionali renderanno l'Italia più governabile. Invece da oggi le unioni civili esistono: e portano una serie di diritti (comunione dei beni, reversibilità, assistenza in ospedale) che una volta estesi alle coppie omosessuali, difficilmente potranno essere cancellati.

È un passo più corto di quello che molti si aspettavano - anche tra i renziani - ma indietro non si torna. Da qui in poi sarà anche più facile, per queste famiglie, ottenere quella stepchild adoption che i tribunali concedono sempre più spesso (come previsto), con buona pace degli ultras cattolici, alcuni dei quali questa legge l'hanno pure dovuta votare. Ieri è stata una splendida giornata, la dimostrazione che non tutti i governi sono uguali e non tutti i compromessi catastrofici. È un peccato che molti renziani non abbiano potuto godersela.

Stanno già pensando all'autunno, il referendum sulle riforme. Già difendono affannosamente l'assoluta necessità di un senato eletto dai consiglieri regionali, così come difesero l'ineluttabilità di quel bizzarro proporzionale con ballottaggio e premio elettorale - senza tutto ciò, ci spiegano, l'Italia è fottuta, ingovernabile, preda del trasformismo, dell'inciucio contronatura.

E ci potrebbe anche stare - però, scusate. I giorni pari il renziano dice che è impossibile governare l'Italia senza Italicum e riforma. I giorni dispari si sta spellando le mani per i prodigiosi risultati del governo Renzi. Ma quindi, insomma, Renzi sta governando. Con una maggioranza raccogliticcia, con la collaborazione di personaggi discutibili e indigesti a molti elettori del Pd, Renzi è in sella da due anni e più e ha fatto il Jobs Act, la Buona Scuola, le unioni civili, l'Italicum, le riforme costituzionali. Tutte queste cose con la complicità di Alfano, a volte anche di Verdini: e magari gli sono uscite male, ma siamo sinceri: non è che si possa dare la colpa ad Alfano, o a Verdini. Il Jobs Act non è un provvedimento di sinistra inquinato dai centristi: era proprio quella roba che i fan di Ichino sognavano ai tempi della Leopolda. La Buona Scuola di Renzi è proprio la Buona Scuola di Renzi, non di Alfano. L'Italicum, la riforma del senato, non sono pastrocchi a causa di compromessi o larghe intese. Addirittura a un certo punto Renzi ha chiuso con Berlusconi, ma poi le riforme gli sono venute brutte lo stesso: si vede che a lui garbano così. Lo stesso dl Cirinnà arriva al traguardo senza stepchild adoption non solo per l'opposizione di Alfano: sul tema era diviso anche il Pd. Non posso dimostrarlo, ma ho la sensazione che se due anni fa Renzi avesse vinto le elezioni e fosse arrivato a Palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza monocolore del Pd, in capo a due anni avremmo più o meno lo stesso Jobs Act, la stessa Buona Scuola, lo stesso Italicum, lo stesso dl Cirinnà. Insomma, Renzi governa. È una buona notizia per i renziani. Già.

Non gli toccasse ripetere, nei giorni pari, che senza riforme questo Paese non si può governare.

Forse non è così vero che le istituzioni italiane condannino la nazione all'inerzia o all'immobilità. Se Berlusconi non ha fatto molto, forse era semplicemente un incapace. Certo, un centrosinistra a dieci partiti aveva un problema strutturale - ma con una coalizione di due o tre partiti anche l'Italia si governa. Il paradosso è che lo sta dimostrando proprio il leader che sostiene il contrario, che la costituzione vada cambiata. Il premio di maggioranza è una rarità nel mondo libero, con precedenti storici inquietanti - il premio assegnato con un ballottaggio nazionale, una specie di referendum, è proprio una novità assoluta. Secondo Renzi è necessario: eppure lo stesso Renzi ne sta brillantemente facendo a meno. Ci ha già fatto sapere che è un prendere-o-lasciare: che in autunno non voteremo per il futuro assetto costituzionale, ma per tenerlo in sella o mandarlo a casa. È un ricatto abbastanza puerile. Quando sarà ora di eleggere i miei rappresentanti in parlamento, esprimerò il mio giudizio su Renzi e il suo partito. Ma quando si parla di costituzione, occorre guardare un po' più in là. Un futuro monocolore Renzi non mi spaventa più di tanto, il tizio ha già dato del suo meglio e del suo peggio. Ma dopo? Qualcuno dovrà pur venire dopo.
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La lobby anticiccioni è furbissima

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Next quotidiano
Ma parliamo di Mario Adinolfi. C'è chi lo trova buffo perché, beh, è obeso.

- Lunedì, mentre cominciavano ad apparire i primi articoli sul delitto Varani, Adinolfi già accusava la "lobby lgbt" di occultare i particolari fastidiosi, ovvero il fatto che almeno uno dei due assassini fosse gay. La stessa cosa secondo lui sarebbe avvenuta col delitto della professoressa Rosboch, "vittima di altri due gay impazziti. Anche lì, la morbosità si concentra sulla povera donna strangolata e poi gettata forse ancora viva in un pozzo di acqua gelida, niente titoli sul rapporto omosessuale tra i due assassini, che pure forse ha puntellato il delirio omicida della coppia di amanti con un dislivello d'età di 34 anni". Non pago, il giorno dopo ci ha fatto dono di uno scoop: l'ultimo post sulla bacheca di Luca Varani era un meme contro il matrimonio gay. Insomma, abbiamo un tizio che è riuscito a inventarsi un movente politico per il delitto Varani - che sta raccontando la storia di un gay e un fiancheggiatore che attirano un etero contrario alle unioni civili e lo torturano a morte, mentre la lobby lgbt fa il possibile per depistare questo e altri assassinii gay - e voi gli date del ciccione. Perché in effetti, ahah, è ciccione. 

- La settimana scorsa, sempre sulla sua bacheca, ci aveva informato di una cosa orribile avvenuta in Norvegia: un preside avrebbe accusato due coniugi di essere "troppo cristiani", e i servizi sociali non solo avrebbero sequestrato i cinque figli, disperdendoli in varie "casa-famiglia", ma anche arrestato il padre e la madre - si vede che in Norvegia i servizi sociali arrestano la gente troppo cristiana. "L'obiettivo è l'assalto a Cristo, alla Chiesa, ai cristiani". Naturalmente la storia è un po' diversa, e non serve molto tempo per controllare: padre e madre non erano accusati di eccessiva cristianità, reato ancora sconosciuto al codice penale norvegese, ma di percosse: lo stesso padre - che oltre a essere norvegese, come diceva Adinolfi, era rumeno - aveva ammesso di aver distribuito qualche sberla. Il preside aveva raccolto le confidenze di uno o più figli e aveva fatto un esposto. Insomma Adinolfi si era fabbricato la sua notizia su misura, prendendo le cose che gli piacevano - la famiglia norvegese di cinque figli! - e dimenticando il resto (le percosse, il fatto che il padre fosse un immigrato). Che cosa dire di un tizio che violenta la realtà in questo modo? Cosa gli diciamo? Gli diciamo che è un panzone! ah ah ah! Scacco matto, proprio.

- Nello stesso periodo è riuscito ad andare in qualche trasmissione tv a spiegare che Spotlight, un film dove non si vede mai un solo prete toccare un bambino; un film così poco controverso che persino la diocesi di Boston, che fu devastata dallo scandalo, ne consiglia la visione ai suoi sacerdoti, Spotlight dicevo, ha vinto l'Oscar solo perché attacca la Chiesa. Davvero, cosa si può dire di tanta cattiva fede? Che ha la pancia grossa! Ahahahah.

Ecco qua, questi sono solo i tre momenti più incredibili dell'ultima settimana di Mario Adinolfi. Se davanti a un materiale del genere voi ancora vi concentrate sulla pancia, credo che abbiate un problema. Lasciatemi indovinare - siete quelli che sconfissero Berlusconi dandogli del nano, sì? Sul desktop avete quella foto in cui Renzi è accostato a Mr Bean? Ah ah ah, che sagome che siete. Ora Adinolfi si sta lamentando delle affissioni goliardiche a Torino: "devo passare le giornate a difendermi dagli assalti violenti di un segmento dell'associazionismo Lgbt. Si tratta di una intollerabile lesione della democrazia". Insomma gli state facendo la campagna elettorale, senza chiedergli un soldo. Che dire? Siete furbissimi. E lui - non c'è dubbio - è un ciccione. 
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O con Vendola o con Adinolfi

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Vorrei poter dire che le reazioni alla paternità di Nichi Vendola mi hanno sorpreso e un po' scandalizzato - soprattutto quelle venute da sinistra - ma purtroppo non è così. Si tratta di reazioni prevedibilissime, quasi automatiche, che spiegano abbastanza bene perché l'Italia ha una legislazione molto arretrata su questi temi (no, non è colpa di Adinolfi o delle sentinelle in piedi: loro al massimo ne approfittano, come è giusto che la squadra di tiro alla fune scarsa ma costante approfitti di un avversario che non ha capito da che parte bisogna tirare).

Chiariamo subito la mia opinione: per me non si può e non si deve impedire a nessuna persona in possesso delle sue facoltà di avere un figlio, e quindi nemmeno a Vendola. Non lo chiamo esattamente diritto, non credo che la collettività debba adoperarsi perché chiunque possa avere un figlio; ma se qualcuno vuole averne uno, coi mezzi che la tecnologia oggi consente (maternità surrogata), non credo nemmeno che la collettività si debba mettere in mezzo.

Non ritengo peraltro che ne sia capace, nei tempi medio-lunghi: sul serio credete di poter impedire a chi porta un utero di disporne come vuole? Come intendete recintarli, esattamente, questi uteri? Non si era appena deciso che appartenevano alle portatrici? Io la penso così, e in seguito cercherò di difendere questa opinione senza insultare chi la pensa diversamente. Non sarà semplice, perché davvero, nulla mi infastidisce più di un prepotente: e quando arriva qualcuno a spiegarmi che la sua idea della genitorialità è l'unica giusta, e che gli altri dovrebbero essere genitori soltanto alle condizioni dettate da lui, ecco: a me questa sembra prepotenza. Io non vengo a dire a voi come dovreste essere genitori. Se non volete figli in provetta, non fateli.

Paradossalmente, mi arrabbio meno coi cattolici. Loro perlomeno sanno quello che vogliono e soprattutto quello che non vogliono. Le loro opinioni sono basate su assunti non dimostrabili, ma coerenti: per loro la libertà della donna di disporre del proprio corpo viene dopo il diritto del nascituro. Quest'ultimo, malgrado debba ancora nascere, secondo i cattolici ha idee molto chiare: desidera una famiglia naturale composta da almeno un padre e la madre. Loro la pensano così, e si comportano di conseguenza. Se vinceranno loro, l'utero sarà effettivamente recintato e riassegnato a un Ente morale che col pretesto di impedire "l'affitto" veglierà affinché nessuna portatrice ne disponga troppo liberamente. La stessa definizione di "utero in affitto" tradisce il disprezzo degli eredi degli antichi padroni, che possedendo tutto non avevano bisogno di affittare nulla. Ma insomma quella è la direzione in cui tirano la corda, e secondo me è quella sbagliata: quindi tiro dall'altra parte. A volte mi lamento perché barano (tutta l'offensiva sul "gender"), ma non li biasimo certo per il fatto che stiano tirando in direzione opposta alla mia. È lo scopo del gioco.

Nutro viceversa un'insofferenza crescente per chi ha deciso di stare dalla mia parte ma forse non ha capito dove stavamo tirando: e adesso sta lì, si guarda smarrita e impiccia i compagni di squadra. Davvero, se per voi il nascituro ha il diritto naturale di avere un padre e una madre, dovreste passare dall'altra parte. Non è niente di personale. Se appena scoprite che da qualche parte nel mondo una donna ha deciso di ospitare per nove mesi un nascituro dovete immaginare che ci sia stata una costrizione - se siete sicuri che Vendola e il suo partner abbiano pagato, e trovate che pagare in cambio del temporaneo e consensuale uso dell'utero equivalga alla mercificazione del corpo - evidentemente ritenete che esista nel corpo qualcosa di sacro che quel corpo non può gestire in autonomia.

E allora, scusate, cosa ci fate qui? Vi servirà un Ente morale che decida cosa si può vendere e cosa no, cosa si può affittare e cosa no: le braccia sì, altrimenti non avremmo agricoltura nemmeno nei nostri campi di pomodori; le corde vocali sì, altrimenti io non potrei sopportare di ricevere uno stipendio. I reni, forse? Ma perché non avete mai denunciato la mercificazione dei reni? non è un po' sospetta questa cosa? L'utero, sicuramente. L'utero per voi è sacro, l'utero non può essere gestito dall'individuo, davanti all'utero si deve sospendere qualsiasi forma di economia? Ok, allora scusate, avete sbagliato squadra.

Quelli che credono nelle cose sacre sono dall'altra parte: quelli che pensano che l'economia non sia semplicemente il modo in cui gli uomini gestiscono gli scambi tra loro, ma una degenerazione di quel bello stato di natura in cui al limite si barattava un pesce per un pomo, sono di là. Sono anche ben organizzati, hanno una gerarchia che si difende bene, e tuttavia non preoccupatevi: sono molto ospitali con le pecorelle smarrite. Sedicenti comunisti che rinnegano l'economia, sedicenti femministe favorevoli a recintare l'utero e a regolarne i comportamenti: cosa state facendo ancora qui? Scusate, ma noi saremmo quelli progressisti: magari ci poniamo qualche problema su come andare avanti, ciò non toglie che è avanti che vogliamo andare. Voi invece avete in mente l'eden del matriarcato, magari con un po' di baratto. Non ha neanche senso litigare. Diciamo che c'è stato un grosso equivoco, e ognuno proceda per i fatti suoi.
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E se i gay fossero pessimi genitori? (Come gli etero, del resto)

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Forse ho capito cos'è che andato storto con me
sin dall'inizio: poche mamme. 
Io, come ho cercato di spiegare sommariamente in un pezzo qua sotto, non ho molta fiducia nella buona fede della Chiesa su alcuni temi etici. Mi insospettisce il modo in cui spesso procede - alzando steccati nottetempo. Ci svegliamo un giorno e l'embrione è un essere vivente, l'utero un bene concesso in usufrutto (e il subaffitto è peccato mortale). Ho la sensazione che si tratti di paraventi che celano qualcos'altro - banalmente, una concezione di sessualità che non è più la nostra. Da qui la diffidenza per ogni forma di controllo delle nascite, più o meno intrusiva: e per gli omosessuali, anche quelli che in realtà aspirano alla serenità famigliare.

Però.

Lo sapevate che c'era un però.

Quando qualcuno mi pone una domanda, non è che mi metto subito a questionare sulla buona fede di chi me la fa. Prima cerco di capire se ho una risposta. Non credo alla buona fede di chi antepone i diritti dei bambini ai diritti degli omosessuali, ma la domanda resta interessante: esiste il diritto a crescere con un padre o una madre? Se consentiamo a due genitori dello stesso sesso di sposarsi non stiamo in un qualche modo defraudando di qualcosa di fondamentale il bambino?

Di solito a questa domanda si risponde in due modi. I cattolici con una tautologia: la famiglia con due padri o due madri non è una famiglia perché la famiglia è quella con una madre e un padre. I più sottili aggiungono lo spettro del bullismo: il bambino sarà sicuramente preso in giro, in quanto si discosta dallo standard. (Come d'altronde gli orfani. E i figli dei separati. E degli stranieri. Ma anche se la loro esperienza di vita scolastica in sostanza si basa sullo standard di un collegio cattolico, rimane interessante il fatto che riconoscano ai bulli un prezioso ruolo sociale: i cagnolini da guardia dell'eterosessualità).

A tutto questo, i sostenitori della famiglia omo (me compreso) rispondono di solito con un argomento empirico: le statistiche ci dicono che i figli di gay e lesbiche crescono mediamente bene. In realtà di studi statistici se ne sono fatti diversi, alcuni più discussi di altri - però ormai i risultati sembrano andare nella nostra direzione. E così pare che i figli di genitori vadano relativamente bene a scuola, non soffrano di discriminazioni in modo più grave di altre minoranze, ecc.

A questo punto la battaglia sembra vinta. Tra la tautologia e le statistiche non c'è gara. Tu mi dici che crescere con due madri è sbagliato perché è sbagliato, io ti mostro che il loro benessere aumenta del 6%, fine del dibattito. Però.

(Lo sapevate che c'era un però).

Questo modo di argomentare mi ricorda i tempi in cui si discuteva della pena di morte. Per giustificare la mia contrarietà alla pena di morte io facevo sempre notare come la criminalità non fosse calata in diversi Stati che l'adottavano. Finché un giorno qualcuno non mi chiede: e se cambiasse la statistica?
E io gli risposi: "eh?"
"Se cambiasse la statistica?", mi ripeté. "Se a un certo punto da qualche parte la criminalità cominciasse a diminuire perché impiccano a nastro, tu smetteresti di essere contro la pena di morte?"
"Ma cosa stai dicendo? Questo è senz'altro un argomento fallace. È come chiedermi se mia nonna avesse le ruote. Mia nonna non ha le ruote e le esecuzioni capitali non fanno calare la criminalità. È statistica".
"Rispondi".
"Ma..."
"Rispondi".
"...No, non credo che cambierei idea".
"Allora non è una questione di statistica. La statistica è solo una stampella che ti porti per sorreggerti - e darla in testa a chi ti contraddice. Ma tu non sei contro la pena di morte perché non ne vedi i risultati".
"E allora perché sono contro la pena di morte?"
"Se non lo sai tu... forse, dico forse, potrebbe essere un elemento del tuo sistema di valori..."
"Ma se il mio sistema di valori non è basato su dati statistici, su cosa..."
"...della tua ideologia".
"Un'ideologia? Io? Ho... un'ideologia?"
"Non è per forza una brutta parola".
"Tienimi la mano".

Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche sono molto belle e incoraggianti. Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche soffrono probabilmente di un errore di prospettiva. I gay che oggi si sposano, e decidono di avere i figli, sono un sottoinsieme particolarmente motivato. Molti di loro hanno lottato contro l'inerzia sociale che fino a dieci anni fa li considerava inetti alla vita famigliare. È facile immaginare che ci tengano a essere buoni genitori (e anche a partecipare a indagini statistiche, com'è il caso dello studio dell'università di Melbourne).

È anche abbastanza scontato ipotizzare che appartengano a una fascia di reddito media o medio-alta. Sotto alla quale probabilmente non diminuiscono soltanto i matrimoni, ma anche i coming out. Non sto dicendo che è giusto, anzi è esattamente quello che si dovrebbe combattere con politiche sociali più avanzate - nonché con campagne antiomofobia, certo - fatto sta che quando confrontiamo le famiglie omo con le famiglie etero, rischiamo di confrontare famiglie di ceto medio e medio-alto con famiglie di tutti i ceti - compreso il medio-basso e il bassissimo. Se scopriamo che i bambini tutto sommato stanno bene, come facciamo a essere sicuri che il reddito non c'entri per nulla?

È come la storia del liceo classico che sforna gli studenti migliori - come facciamo a essere sicuri che non c'entri per niente il reddito, se le famiglie più benestanti iscrivono i loro figli lì? Lo sapremo solo quando cominceranno a mandarli all'istituto tecnico. Allo stesso modo come facciamo a essere sicuri che i figli delle famiglie omo si trovino bene perché hanno i due papà o due mamme, e non perché comunque vivono in un bel quartiere, vanno in buone scuole, i genitori ci tengono particolarmente e hanno i mezzi per garantire un determinato benessere. Lo sapremo soltanto quando anche gli omosessuali poveri si potranno sposare.

Quindi sono davvero uguali a tutti gli altri!
A quel punto però temo che scopriremo che anche i figli degli omosessuali hanno i loro casini. Che possono andare male a scuola ed essere vittime di abusi dentro o fuori casa. Perché in fondo l'uguaglianza è un po' questo - parafrasando Ben Gurion: i gay saranno finalmente persone normali solo quando anche loro falliranno come genitori. Quando i figli non saranno più il risultato di un'epica lotta politica contro l'oscurantismo, ma un diritto che si dà per scontato - e diventeranno anche per i nostri concittadini gay quei puzzolenti fagotti che ti svegliano alle tre del mattino e ti mettono in imbarazzo al ristorante.

Forse un giorno potremo davvero istituire un confronto statistico serio, e allora chissà cosa scopriremo. Magari salterà fuori che crescere con due genitori di un solo sesso non è effettivamente un handicap - del resto c'è chi cresce con tre fratelli maschi, chi cresce solo con la madre, ce n'è già di varietà a questo mondo, cosa vuoi che faccia differenza se in una casa nessuno fa la pipì in piedi.

Ma se scoprissimo il contrario? Che chi cresce in una casa dove nessuno lascia l'asse alzata ha poi difficoltà a interagire nella vita con gli individui di sesso maschile? Cambieremmo idea?

Potete rispondere di sì o di no, ma non potete spiegare il perché, temo. Non ci sono statistiche vere a cui appigliarsi. È ideologia, o se preferite una professione di fede. Voi non volete il matrimonio gay perché è stato dimostrato che non turba il minore. Voi lo volete perché in cuor vostro siete persuasi che sia giusto. E dall'altra parte c'è chi è ugualmente persuaso che sia sbagliato, e anche lui in teoria ha tutto un complesso sistema di credenze che lo portano a pensare così - ma è un'impalcatura fallace, un paravento. Come la nostra. Non siamo migliori di lui. Non possiamo convincerlo. Lo vogliamo battere e basta.

E non lo batteremo perché abbiamo ragione. Avremo ragione solo se lo batteremo.

Buon family day.
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Il giorno che hanno fatto santo l'utero

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Non so se è successo anche voi, di svegliarvi un mattino e scoprire che affittare un utero era diventato peccato mortale.

D'accordo, la pratica è relativamente moderna; di sicuro non potevano parlarne i padri della Chiesa o i cardinali al concilio di Trento; e nessuno nega di poter trovare discutibile, l'offerta di una facoltà del proprio corpo in cambio di denaro - ma allora, chi di mestiere usa le mani, i piedi, la testa? Non le sta in sostanza "affittando" a un utente in cambio di denaro? E chi si vende un rene? Quello non è affitto, non ti torna più indietro, perché nessun cardinale sembra aver notato lo scandalo della cosa? Perché nessun cattolico alza la voce contro trasfusioni o trapianti? Perché sempre solo in quella zona del corpo? Sono domande interessanti, ma io non le farei a voce troppo alta. C'è il rischio che qualcuno si ponga il problema davvero, e magari domani oltre ai manifestanti contro il mercimonio dell'utero avremmo quelli contro la compravendita dei reni. Perché è così che funziona.

Chi accusa la Chiesa di rimanere attaccata alle proprie tradizioni, non si accorge che la Chiesa le tradizioni le stravolge continuamente: per San Tommaso la vita non cominciava dal concepimento, per papa Francesco sì. Non c'è stata nessuna precisazione dello Spirito Santo, nel frattempo. Ma a un certo punto la modernità è arrivata, ha notato un problema - i costi sociali e umani degli aborti clandestini - ha proposto di risolverli depenalizzando gli aborti, e la Chiesa ha detto di no. Perché?

- Perché la vita comincia dal concepimento.
- Ma chi l'ha detto?
- Noi adesso.
- Funziona così?
- Funziona così.
- Comodo però.
- Vero?

In modo analogo, a un certo punto la modernità ha deciso che l'omosessualità non era una malattia, una tara. Bisogna dire che è stata convincente, se oggi persino molti uomini di Chiesa hanno imbarazzo a trattare i gay da handicappati. Quindi come si fa a negare loro il diritto a sposarsi? Se sono persone come gli altri... ma no, guarda, è facile. Basta ricordare che il matrimonio è finalizzato alla procreazione, e quella Dio l'ha donata soltanto alle coppie etero. Lo dice il Catechismo.

- Veramente il Catechismo dice che "I coniugi ai quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente. Il loro matrimonio può risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio" (1654). Cioè in pratica se sposo una persona del mio stesso sesso potrei persino adottare, "risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio", c'è scritto così...
- No.
- Perché no?
- Perché se ti sposi con una persona del tuo sesso tu sai già benissimo che Dio non ti concederà di concepire figli.
- Quindi bisogna togliere il diritto di sposarsi a quelli che sanno già di essere sterili?
- Loro possono sperare in un miracolo.
- E un gay non può?
- No.
- Chi lo stabilisce?
- Io in questo momento.
- Non stai ponendo limiti alla misericordia di...
- Sii serio, su.
- Ma insomma, niente fecondazione niente matrimonio?
- Niente matrimonio.
- Senti, mettiamola su un altro piano. Se io fossi cieco, e volessi vedere, e la tecnologia mi consentisse di farlo, Dio si opporrebbe?
- In quel caso la tecnologia sarebbe un dono di Dio.
- Perfetto. Invece sono un gay che vuole avere bambini.
- Cioè smettere di essere gay.
- No. Sono un gay. Non c'è niente di male a essere gay. Ma Dio mi ha dato anche il desiderio di avere un bambino.
- Allora non è più un dono di Dio. È un capriccio.
- Ma la tecnologia mi consente di averlo.
- Allora la tecnologia è immorale.
- Cosa c'è di immorale nel desiderare di avere bambini?
- Ci devo pensare su, ma c'è senz'altro qualcosa... trovato. Devi usare un utero non tuo.
- Embè?
- Lo devi pagare.
- Non necessariamente, ma se anche fosse?
- È un orribile mercimonio.
- Lo hai deciso adesso, vero?
- Creerà un discrimine tra chi si può permettere un utero e chi no.
- Ma anche un sacco di opportunità di lavoro.
- Non è lavoro, è un orribile mercimonio.
- Perché metti a disposizione una parte del tuo corpo? E allora chi lavora con le mani? Con gli occhi? con le corde vocali?
- L'utero è su un altro piano.
- C'entra il sesso, vero?
- Che orribile gioco di parole.
- Alla fine è tutto lì. Non vi piace il controllo delle nascite, e vi inventate l'umanità dell'embrione - tra l'altro a quel punto vi tocca riempire l'inferno di embrioni non nati e quindi non battezzati.
- Abbiamo abolito il Limbo.
- Lo avete fatto l'altro ieri.
- È così che funziona.
- Poi ai gay vien voglia di avere una famiglia, e a quel punto scatta tutta una serie di proposizioni che ci conducono alla sacralità dell'utero. Non fate prima a dire che i gay sono orribili peccatori?
- Mi stai offendendo, io non discrimino nessuno. Ho a cuore gli uteri dei poveri e tutti gli embrioni del mondo. Che hanno il diritto di crescere con un padre e una madre.
- E gli orfani?
- Anche adottati. Ma da un padre e una madre.
- E i figli di separati?
- Eh, fosse stato per noi...
- Senti, non è scritto da nessuna parte che è un diritto.
- Lo scrivo io adesso.
- No. No. Non funziona così.
- E come funziona, sentiamo.
- Dovresti dimostrare che... senti, partiamo da un punto su cui siamo d'accordo. I bambini hanno diritto a crescere nel modo migliore.
- Cioè con una madre e un padre.
- Come fai a essere sicuro che sia il modo migliore?
- È quello naturale.
- Per favore, dai. La natura.
- La natura.
- Anche la peste bubbonica è naturale. I terremoti sono naturali. Non mi vorrai mica dire adori la natura. Che sotto lo zuccotto porti treccine da sciamano.
- Si è sempre fatto così.
- Lo dissero anche a Semmelweis quando si lamentava che le infermiere non si lavassero le mani tra obitorio e maternità. "Si è sempre fatto così", e le donne morivano di parto. Le cose cambiano.
- Certe cose no.
- La famiglia naturale è quella che ha cresciuto miliardi di psicotici. Il luogo dove tuttora avvengono più abusi.
- Chi lascia la vecchia via per la nuova...
- Eh?
- È un proverbio.
- Lo so che è un proverbio, mi hai preso per scemo? Questo è un dibattito tra la Modernità e la Chiesa su temi di bioetica, potremmo citare filosofi e teologi e tu mi citi un proverbio scemo?
- È che alla fine tutto si riduce a questo. Io la vecchia via la conosco. So che produce tot psicotici, tot abusi, tot risultati accettabili. E mi sta bene. Tu invece, la tua via, lo sai a cosa porta?
- ... (Continua) (Sul serio).
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Emiglio è ancora meglio?

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Secondo me è andata così: a metà anni Novanta qualcuno alla Giochi Preziosi scrisse un numero sbagliato su un documento. Una virgola spostata, o uno zero in più. Cose che succedono.

Il risultato è che il signor Preziosi ha capannoni dismessi pieni di Robot Emiglio, e continua a comprare spazi pubblicitari sotto le feste per ricordarci che Emiglio è meglio. Lo stesso spot (non questo) da dieci anni. Lo stesso robot di plastica che andava ai tempi della Fiat Tipo. Stavano sostituendo i telefoni a gettone coi telefoni a schede magnetiche. Se siete passati per qualche negozio di giocattoli sotto le feste avrete visto uno dei simboli del lato oscuro del Natale - la piramide degli scatoloni di Robot Emiglio. Costa pure un sacco di soldi.

Voi però nel negozio ci andavate per cercare i Paw Patrol.

Non li ha promossi nessuno. Sono introvabili. Quando arrivate alla corsia giusta, tra l'oggettistica dell'orsetto Paddington e il merchandising di Peppa in offerta speciale da due anni, c'è il classico buco. Sono gli animaletti di Paw Patrol. Nessuno intendeva venderteli a Natale. Poi Cartoonito aveva un buco nel palinsesto e lo ha riempito con le repliche del simpatico cartone animato in cui i cuccioli forniscono servizi socialmente utili in cambio di crocchette.

E adesso Skye è introvabile.

Skye è la cucciola che pilota l'elicottero - è anche l'unica di cui si può desumere il sesso femminile (secondo me è femmina anche il dalmata pompiere, ma non è chiaro). Il lupetto poliziotto e il bulldog cantierista te li tirano dietro, ma Skye non si trova. Tutti i negozi di giocattoli di tre popolose province italiane. Amazon. Ebay. Niente. Santa Lucia non ce l'ha fatta, e ha passato la pratica a Babbo Natale. Babbo Natale ha chiesto alla Befana. La Befana ha proposto uno sconto sul robot Emiglio.

(E anche queste feste ce le siamo messe alle spalle. Sarà un grande 2016).
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Divorzio all'israeliana

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Viviane (Gett: Le procès de Viviane Amsalem, Ronit e Shlomi Elkabetz, 2013)

In Israele sposarsi è più difficile di quanto sembra: il matrimonio civile non è previsto. Il divorzio, poi, se sei membro di una comunità più osservante di altre, può essere quasi impossibile. Viviane vive separata dal marito da anni, in una dépendance nel cortile di casa. La vita col marito è impossibile, ma lui non vuole concedere il divorzio e la corte di rabbini a cui Viviane si rivolge non può costringerlo. La causa di separazione si trascinerà per più di cinque anni.

Simon Abkarian è una misuratissima, sublime
faccia da schiaffi.
In Viviane ci sono almeno due film interessanti. Il primo è quello di denuncia, che si presenta sin dalle prime scene senza sfumature: c'è un'ingiustizia, c'è una vittima eroica che combatte con tutte le sue forze, c'è un'evidente iniquità nella legge, tre giudici parziali che non la vogliono vedere e non hanno altra scelta che applicarla, un marito ottuso e geloso che ne approfitta senza sforzo. Tutto è già definito, nero su bianco, nei dialoghi iniziali, e anche a noi spettatori non resta che accomodarci dalla parte in cui Ronit e Shlomi Elkabetz hanno deciso di farci sedere. Non possiamo che detestare il flemmatico marito, e tifare per Viviane, parrucchiera autosufficiente (personaggio ispirato alla madre dei registi) - l'unica persona a portare un po' di colore in quella sala: una traccia delle stagioni che fuori da quelle finestre sbarrate stanno passando senza che nulla cambi. Siamo già parecchio indignati e il film è cominciato da pochi minuti. I registi hanno tutta l'aria di volerlo ambientare tutto in una candida ma angusta sala di tribunale, e il fantasma del Noioso Film A Tema si sta pericolosamente concretizzando. Scopriamo nel frattempo che in Israele un rabbino può sospendere una patente (ma il marito non l'ha mai presa per paura di dover guidare il sabato) e una carta di credito (ma l'unico conto in banca del marito è quello cointestato alla moglie); può persino incarcerare il marito che si rifiuti di comparire - ma non può costringerlo a recitare la terribile frase di assenso, "a partire da questo momento... sei permessa a qualunque uomo"


Siccome il tribunale è veramente piccolo e dimesso, è impossibile non pensare agli spazi ancora più sacrificati del palazzo di giustizia iraniano di Una separazione, il grande film di Asghar Farhadi (continua su +eventi!) Lì per lì il paragone sembra impietoso: Farhadi è molto più sfumato, riesce a distribuire torti e ragioni con equilibrio acrobatico, mira più in altro della semplice denuncia: vuole mostrarci quanto è complessa la realtà e quanto è difficile raccontarla... anche perché Farhadi in Iran probabilmente un semplice film di denuncia non potrebbe farlo. Questa necessità di mirare un po' più in alto, o almeno un po' più a lato, che è una nota costante di tanto cinema iraniano, lo ha reso un po' più universale e commerciabile all'estero, ma ne ha senz'altro smussato i toni. In Israele invece ai fratelli Elkabetz era consentito mirare a qualcosa di concreto e ne hanno approfittato, costruendo un film che in patria ha creato un dibattito intenso su un argomento scottante, ma che al pubblico italiano non risulterà altrettanto interessante (peraltro i nostri tribunali civili riescono a essere lentissimi anche senza l'ausilio dei rabbini).

Se malgrado queste premesse la visione si rivela un'esperienza piacevole, al punto che due ore di tribunale religioso scorrono che è un piacere, è perché dentro Viviane c'è un altro film, che usa il tema politico per scavare più in profondità. I registi non hanno semplicemente chiuso uno spaccato minuscolo del loro Paese in una stanza, ma nella stessa stanza hanno scelto di girare tutto in soggettiva: ogni ripresa riflette il punto di vista di un personaggio presente in sala. Il tribunale diventa un palcoscenico in cui siamo ammessi a guardare la scena dagli occhi della corte, dei testimoni, degli imputati. Il montaggio ci tiene continuamente sul chi vive con scelte imprevedibili: i dialoghi sono studiati al millimetro, alternando dramma e commedia. Gli attori sono tutti credibili e Ronit Elkabetz - che firma il film col fratello - dà un corpo a un personaggio commovente.
Viviane è l'esempio di come una scelta formale rigorosa può trasformare un film di denuncia in un oggetto molto più complesso e affascinante. Lo si potrà finalmente vedere al Lux di Busca mercoledì 19 e giovedì 20 novembre, in occasione della rassegna d'autunno.
Buona visione!
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Dama e cavaliere

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Dama non ne può più di Cavaliere, Dama ha deciso che lo lascia. Non sopporta più i suoi lunghi silenzi, i suoi passatempi puerili, le sue stanche ossessioni sessuali. Per qualche anno è stato divertente, ma non ci puoi crescere figli con uno così. Tantomeno invecchiare. Dama sta già mentalmente facendo le valigie.

Cavaliere non ce la fa più con Dama, Cavaliere ha deciso che la molla. Non sopporta più le sue chiacchiere inconcludenti, la sua mania compulsiva per l'ordine - e poi come si fa a vivere con una donna che non ti desidera più. Basta, è tempo di mettere un punto, Cavaliere si sta già preparando un discorso.

Va avanti così da dieci anni.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Ma la primavera ha in serbo sorprese. In aprile Dama, in un attimo di debolezza (Cavaliere non la sfiora da un mese), ha una rapidissima avventura con un collega in viaggio di lavoro, un coglione che malgrado tutte le sue rassicurazioni alla fine non usa le necessarie protezioni. Dama era nei giorni fertili. Dama si sente una merda, ma un eventuale figlio lo terrebbe. Certo, preferirebbe averlo fatto con Cavaliere, perché tutto sommato non riesce più a concepire una vita senza di lui. Certo, se Cavaliere scoprisse che l'eventuale figlio che Dama porta in grembo non è suo, non sarebbe contento. Dama delibera di avere un rapporto quanto prima con Cavaliere. Non dovrebbe essere difficile convincerlo in tal senso.

Ma un mese prima, in un attimo di debolezza, Cavaliere ha avuto un rapporto con una escort, e da quel momento vive nel terrore di aver contratto orribili malattie e di poter contagiare la persona senza la quale - ora se ne rende conto - non potrebbe vivere. È per quello che da un mese non la tocca più, e di nascosto sterilizza quotidianamente i sanitari.

L'idea insomma è descrivere due persone incerte, che non sanno se ammazzare il partner o avere un figlio da lui/lei. Con più cattiveria di quanto non si faccia di solito. Arriva il ponte del primo maggio. Dama deve assolutamente giacere con Cavaliere. Cavaliere non vuole altrettanto assolutamente. Lei sembra assatanata, lui s'è messo a pulire compulsivamente l'asse del water e a fingere i mal di testa. È tutto ridicolo, tragico e meschino. Se il ridicolo il tragico e il meschino sono il tuo pane, non esitare a votare per Dama e cavaliere, che oggi se la gioca con Il mio ragazzo è buono da mangiare? Sentiti libero di cliccare Mi Piace su Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo ti è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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I grillini e il "baronetto"

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Stefano Dolce e Domenico Gabbana investono abbastanza denaro in inserzioni da poter dare per scontata la compiacenza dei gruppi editoriali italiani più importanti; tanto più interessante risulta l'appoggio totalmente gratuito e disinteressato dei parlamentari m5s, che per voce di Tiziana Ciprini accusano il "baronetto" Elton John di ricattare non solo D&G, ma l'Italia intera. (Elton John peraltro non è un baronetto, ma mica si può pretendere che i parlamentari controllino su google: e poi alla fine è tutta un'opinione, e chi siamo noi per non rispettare un'opinione?)

Se qualcuno avesse ancora voglia di spiegare quanto sia cambiato il Movimento 5 Stelle dal grillismo degli esordi, il discorsino della Ciprini potrebbe risultare utile: basti pensare a quanto si usava la parola "boicottaggio" tra i membri dei primi MeetUp. Si boicottava la Nestlè per un buon motivo, McDonald per un altro buon motivo, eccetera. Il Movimento nacque in quel brodo primordiale pre-www, di quando le informazioni sui boicottaggi viaggiavano ancora negli allegati mail. A quel tempo nessuno sarebbe morto per difendere le opinioni di D&G. Costoro a dire il vero fino all'anno scorso comparivano nelle liste grilline degli imprenditori che tradivano l'Italia, trasferendo sedi fiscali in "paesi a fiscalità privilegiata". Oggi tutto è perdonato - anche perché nel frattempo la Cassazione li ha assolti - e chi minaccia di boicottarli è un nemico della patria, più o meno. Il finale dell'intervento è un piccolo capolavoro di strapaese involontario, perfino divertente per chi ancora ha lo stomaco di ridere dell'inadeguatezza di chi ha vinto a tombola un seggio in parlamento. C'è anche la proposta per un plurale di "fatwa", e un "colonizzato" abbreviato in "colono" (sempre meglio di colon, dopotutto).
Ci mancava solo un multimilionario angloamericano annoiato a lanciare fatwe contro le nostre aziende.
Ricordo all'inglesino che 9 milioni di italiani di tutte le età sono in sofferenza lavorativa secondo gli ultimi dati Eurostat e che siamo sempre più un Paese colono dei poteri finanziari centrali del Nord Europa e statunitenzi che ci stanno riducendo in un popolo di schiavi. Pertanto chiedo all'illustre baronetto di chiedere scusa in primis ai lavoratori italiani del gruppo D&G, grazie. 
L'illustre baronetto è insomma il complice di un enorme complotto ai danno dell'Italia, ordito dagli americani coadiuvati dai tedeschi o viceversa. Deve pertanto chiedere scusa ai lavoratori, purché italiani, perché è l'Italia che si offende qui. Dove si capisce che alla fine D e G possono aver reagito un po' istericamente, ma hanno toccato corde sensibili, non solo in zona Forza Nuova. Forse tutto questo è davvero il frutto di un riposizionamento: da brand globale a epitome di un certo tipo di italianità retrograda, che poi magari piacerà a livello globale proprio perché puzza un po' di capra e di patriarcato. I nostri maschi in canottiera, le nostre donne col pancione, i nostri ragazzini discinti e disponibili, tutto molto pitoresco. Non giudicateci, amateci per quello che siamo, lasciateci mance cospicue e poi tornate a casa a fare le vostre cose moderne.

Anche al M5S insomma hanno deciso che devono essere gli altri a morire per le nostre opinioni. Noi no, noi abbiamo il diritto di manifestarle senza che nessuno osi offendersene. Chi si offende è un fascist, e se si attenta a non comprare più le nostre merci è un ricattatore e uno schiavista. Va bene, basta saperlo. 
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Noi 4, per niente incredibili

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Noi 4 (Francesco Bruni, 2014).

Caro tredicenne italiano che mi sbavi a distanza sin dalla prima media, qual è il tuo problema? I tuoi genitori sono separati, embè? lo dici con un tono come se fossero morti. I tuoi genitori non sono morti. Si fanno fin troppo vivi, se vuoi la mia opinione di cinese di seconda generazione. Vengono pure ad assistere al tuo orale di licenza media. I miei non sono venuti ad assistere al mio esame. I vostri genitori vennero ad assistervi? Solo i genitori di bambini separati fanno questo tipo di cose. Passano il tempo a palleggiarsi figli e responsabilità e ricordi, con una vitalità che altre coppie segretamente invidiano. Caro tredicenne tirati su col morale: sei un trofeo, una terra di nessuno da conquistare. O preferiresti essere un bagaglio a mano, come i bambini delle famiglie noiose?

E JackJack?
In un certo senso assomigli a questo film, ne contieni in piccolo tutte le proprietà. Sei molto più italiano di quel che vorresti sembrare. Ti piacerebbe arrivare da altrove, parlare un po' russo come qualche parente. E però non vorresti nemmeno sembrare uno sfigato primo della classe, uno di quei film d'autore che poi alla fine magari andranno meglio di te al botteghino anche se la metà del pubblico non capisce la metà di quel che succede. La distanza tra te e il tuo pubblico altri la colmano con la spocchia, per te è un lago d'ansia: oddio, la gente mi capirà? Capirà che non ce l'ho con loro, che sono dalla loro parte, che voglio mostrare la loro vita nel 2014, che non ho pretese moralistiche o paternalismi? E d'altro canto non voglio neanche essere troppo banale. Però qualche stereotipo ogni tanto è meglio infilarlo. Tra l'altro sono molto pratici, la gente li capisce al volo, non c'è bisogno di insistere più di tanto sulla vocazione teatrale della ragazza: due treccine, una specie di caftano, e via che si va. Un cialtrone lo fai svegliare per terra in una stanza disordinata e non sua, gli metti il sedere su una moto, poi il pos gli rifiuta la carta ed è più che sufficiente, in cinque minuti hai tratteggiato tutta la personalità cialtrona che ti serve.

D'altro canto i miei sono sempre i soliti tre o quattro trucchetti, che noia, lo so, lo so. Sono quel tipo di film che ti mette nel trailer una scena in cui la famiglia canta in macchina, anche se poi andando a vedermi ti accorgi che la parte più russa della famiglia se ne vergogna: no, la cantata in macchina io proprio no. E d'altro canto, accidenti, gli italiani in macchina ci cantano davvero, perché non dovremmo mostrarli? Perché ci vergogniamo sempre?

Che cosa vogliamo dai film che facciamo? (continua su +eventi!) Che pubblico vorremmo portare in sala? Che domande, più gente possibile. Cosa vogliamo dire a tutta questa gente? Ehi, su col morale, la vita è complicata, ma… boh, siamo con voi. Non ci divertiamo a farvi la caricatura, il grottesco è un pedale che non ci possiamo più permettere. Non siamo intellettuali distanti. Vi seguiamo, vi giriamo intorno, ci state simpatici. Non vi giudichiamo se vi volete rifare le tette, ce le rifaremmo anche noi per riempire venti sale in più. Siete ansiosi? Anche noi, tantissimo. Siete cialtroni? Un po’ anche noi. Vi vergognate di essere italiani? Date un occhio ai titoli, metà cognomi non finiscono con la vocale, più xenofili di così non potevamo. Vi sentite orgogliosi di essere italiani? Vi veniamo incontro, piazzeremo più Grande Bellezza che possiamo, colossei e archi in ogni centimetro di sfondo. Una Roma villaggio e metropoli, lari e penati che impicciano la metropolitana, le arcate che incombono dalle finestre di una scuola elementare, una Roma sudaticcia di metà giugno, se tutto tacesse si sentirebbe il mare.

Noi 4 più che un film è quel ragazzino simpatico che si è sempre preparato; quello che all’esame interrogheremo per ultimo perché sappiamo che sarà una formalità da sbrigare in pochi minuti: sa tutto quello che deve dirci e non si attenterà mai a sbavare, a prenderci in giro, a mettere in discussione la Commissione o il pubblico là dietro. Ha bisogno di piacerci, e questo ce lo rende più simpatico: da grande non farà il coglione, se c’è da fare brutta televisione lui non scapperà da Via Teulada saltando i tornelli: la farà con dedizione e abnegazione. Ma dire che ci piaccia davvero, boh. La tesina era ben scritta; l’ha recitata bene; ma se fossero tutti come lui, che noia sarebbe il nostro mestiere. Lo trovate al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:10, 17:30, 20:20, 22:35); all’Impero di Bra (20:20, 22:30); ai Portici di Fossano (18:15, 20:30, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30).
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Tutt'uno con la pozzanghera di fango

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Ogni tanto qualcuno mi chiede cosa penso di questa o quella serie tv - e non vi dico quanto mi faccia piacere, davvero, che un mio giudizio vi interessi, però avete presente quanto tempo perdo sull'internet? Secondo voi me ne resta anche per guardarmi anche serie tv?

La triste verità è che c'è un'unica serie che posso dire di aver seguito con attenzione scostante, ma sufficiente a imparare a memoria diversi episodi. Ingannerò quindi il tempo e la crisi di governo snocciolandovi i dieci migliori episodi di Peppa Pig secondo me (prima parte), una lista che medito da mesi e che probabilmente scontenterà tutti, ma del resto de episodibus.

10. La recita scolastica (S01E52)

"Papà! Hanno detto che non bisogna fare fotografie!"
Il Season Finale della prima stagione getta un ponte tra le trame elementari del primo periodo e il sarcasmo che dominerà progressivamente le stagioni seguenti. Benché bonari, gli autori non risparmiano nessuno: genitori vanitosi, nonni invadenti, bambini incapaci. A reggere tutta la baracca, Madame Gazzella e, insolitamente, Peppa. La maialina stavolta davvero è più brava degli altri e non lo fa pesare; anzi, concede a Pedro il primo e unico bacio di tutta la saga. La recita scolastica è una mise en abime spettacolare, una rigorosa messa in scena del caos, in cui prende la parola almeno una dozzina di personaggi già perfettamente caratterizzati - e pensare che cinquanta episodi prima c'erano solo due maialini e una pozzanghera di fango.


9. Pattinando sul ghiaccio (S02E34)

"Sono sicuro che saremo tutti bravi". "Sì; ma soprattutto io!"
Prima di pattinare, Peppa è sicura che sarà la migliore di tutte: al primo capitombolo, è altrettanto certa che non pattinerà mai più. Per fortuna che c'è Mamma a insegnarle a stare in piedi - e Papà a insegnarle a cadere. Dunque il talento naturale non esiste? Tutto si può imparare dagli errori? Non necessariamente: dopo aver accettato i suoi limiti e imparato a cadere, Peppa deve anche accettare che il fratello sia un campione nato e la surclassi al primo colpo. In cinque minuti, una riflessione aperta sul talento e sul mestiere. E vince George, che è una cosa importante. Siamo tutti più contenti quando vince George.


8. Il campione del mondo (S03E41)

"Devo diventare tutt'uno con la pozzanghera! Pensare come la pozzanghera!"
L'esilarante episodio in cui Papà Pig si vendica di tutte le umiliazioni che gli autori gli hanno inflitto, riportando a casa l'ambito record mondiale di salto nella pozzanghera di fango, è probabilmente il più farsesco e meno realistico della serie, ma che importa. I nostri figli hanno diritto di immaginarci tutti campioni del mondo di qualcosa. Se solo ci ricordassimo a chi abbiamo prestato gli stivaletti.

7. Giochi da grandi (S03E44)

"Per me il gris è musica forte!"
Peppa Meets the Hipsters. Messi di fronte - per la prima e unica volta - a una banda di ragazzini più grandi di loro, Peppa e George si difendono imprevedibilmente bene, eludendo lo snobismo dei prepuberi e conquistandosi il loro rispetto al suono di testa spalle gambe e pie' (gambe e pie'). Memorabile il bozzetto dei 'ragazzi grandi' visti dai bambini piccoli, con tanto di mini-dibattito sui generi musicali di cui Peppa ignora il senso ma intuisce la tronfia vacuità. Occhi, orecchie, bocca ed il nasin, altroché.

6. Il cantiere navale (S03E39)

"Straordinario, galleggia!" "Sembri quasi sorpreso". 
È l'episodio dell'inglorioso naufragio di Nonno Pig, ma soprattutto è una storia di Nonno Coniglio. Gli episodi di Nonno Coniglio hanno un che di speciale. È come quando ti capitava un Topolino con una storia di Superpippo: Nonno Coniglio è un maledetto pazzo senza controllo che qualcuno ha liberato in un innocente cartone per bambini piccoli. Il cantiere navale contiene le sue gag migliori: il sottomarino ricavato da materiali di scarto che funziona tranne per un piccolo particolare (non riemerge più), la candida ammissione che "al primo tentativo affondano tutte". Ci vorrebbe uno spinoff.

(continua...)
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Dal mercimonio al degrado antropologico

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Chi ha coniato l'odioso termine "Baby-squillo"? Il nome del titolista che per primo condensò uno scandalo in quattro sillabe probabilmente non lo recupereremo mai. E quando avvenne l'irreparabile battesimo? Una breve ricerca nell'archivio on line dell'Unità porta a un risultato sorprendente. Di "baby squillo" si parlava già nel 1976 - quasi quarant'anni fa. "La violenza quotidiana alleva le baby-squillo", scriveva Massimo Cavallini, e la sua prosa da sola basta a farci sentire la distanza:
"I personaggi si muovono con prevedibile scelleratezza. C'è il grande corruttore, il genio del male che trascina decine di fanciulle sulla via della perdizione, fino al mercimonio del loro giovane corpo: c'è la vecchia "maitresse", rotta ad ogni vizio, incartapecorita nella propria dissolutezza, che accuratamente educa alla professione le neofite del meretricio; ci sono i clienti ricchi ed annoiati, pronti a pagare cifre favolose per rapporti mercenari; c'è il medico corrotto, il "fabbricatore di angeli", che dietro lauti compensi stronca la vita che nasce dall'amore, anche quello a pagamento".
Il pezzo prosegue così per quattro colonne fitte, su un paginone senza foto. In mezzo a tanta retorica irrimediabilmente fuori moda, l'espressione "baby squillo" galleggia come un anacronismo. Oggi facciamo frasi più brevi, abbiamo paura di addormentare il lettore. Ma sempre retorica è; abbiamo semplicemente cambiato il modello. Oggi Marida Lombardo Pijola risponde a Silvia Gigli che sulle colonne dell'Unità le chiede "Come si è arrivati a questo?", spiegando che "negli ultimi vent’anni in Italia i costumi si sono trasformati, c’è stato un degrado sociale, politico, umano e antropologico incarnato da una persona, da un regime e da una tv che ci hanno segnati. I ragazzi sono cresciuti circondati da messaggi precisi sul sesso, lo strapotere del denaro, il disvalore del corpo delle donne. Sono stati accerchiati e martellati da queste informazioni fin da piccolissimi».

Degrado sociale, politico, umano e ovviamente antropologico, qualsiasi cosa ciò voglia dire: tutto questo incarnato da una persona e non c'è nemmeno bisogno di spiegare chi sia. Regime. Tv. Disvalore del corpo delle donne. Il tutto sarebbe una novità degli ultimi vent'anni, insomma niente baby squillo prima del 1997. Prima di allora evidentemente non c'erano "incontri sessuali nei bagni [delle scuole]", niente mamme dietro "che spingono per il successo o il denaro facile" (anche a dire il vero è stata una mamma a scoperchiare il caso, ma passi). Tutto questo non sarebbe che uno dei pesanti lasciti del berlusconismo.

Nel 1976 ovviamente Cavallini non poteva pensarla così. Nemmeno poteva incolpare il web, oggi fonte delle "prime informazioni sul sesso - distorte, parziali o amplificate dal web e senza alcuna mediazione da parte degli adulti". Poteva però già prendersela con una "civiltà fondata sul predominio del denaro", con la Torino bene, la città dove "il più grande quotidiano aveva organizzato una petizione popolare per l'abolizione della legge Merlin. È non è forse un luogo comune  affermare che la prostituzione è il più antico mestiere del mondo?"
"Antico, certo, almeno quanto l'ingiustizia, e oggi molte ingiustizie considerate ineliminabili non vengono più ritenute tali. Cresce ogni giorno il numero di coloro che le vogliono cancellare". 
Bel finale ottimista: ci si prostituisce, ci si è sempre prostituiti, ma se lottiamo insieme un giorno non sarà più così. Se devo essere onesto preferisco questo vecchio tipo di retorica al nuovo, quello che continua ad attaccarsi ai soliti obiettivi polemici (Berlusconi, la tv, e da qualche anno anche il web), senza farci intravedere uno spiraglio; e soprattutto al coro dei terapeuti che spiegano a Silvia Gigli che è colpa "nostra", il pezzo dice proprio così, che puntano il dito contro "noi genitori". "Non diamo loro mai situazioni di affettività". In che senso? I nostri genitori ce ne davano molte di più? (No: e infatti qualcuno faceva sesso nei bagni della scuola anche ai nostri tempi, a volerselo ricordare). "Nessuno si sforza di conoscere il loro alfabeto, di capire il loro linguaggio". Proprio nessuno nessuno? E dire che stanno tutti su facebook, in teoria potrebbero essere la generazione più monitorata della Storia (altrove i ragazzini stanno lasciando Facebook proprio per questo motivo). Ma soprattutto non passiamo mai abbastanza tempo con loro, i terapeuti si lamentano di questo. Abbiamo tutti questi impegni, ad esempio lavorare. Una volta non era così, le mamme avevano più tempo e infatti ci si prostituiva meno. Ci si prostituiva meno?

Nel 1977 sulla Stampa ricompare l'orrenda espressione baby-squillo. Stavolta però lo scandalo è più vasto, coinvolge "una cinquantina di donne" (continua sull'Unita.it...)

 E’ stata scoperta e arrestata l’organizzatrice del giro di «squillo» che da questa città provvedeva ai bisogni dei ricchi «uomini soli» di Milano e Torino. Si tratta di una signora della società «bene», Celestina Gùalandrìs di 45 anni, che in pochi anni ha accumulato centinaia di milioni. La specialità della Gùalandrìs era di arruolare volontarie dai «quartieri alti», cioè mogli e figlie di dirigenti e personalità, disposte a fare le «belle di giorno». [...] La questura ‘ di Torino sta svolgendo indagini supplementari, perché dai « clienti » torinesi erano richieste soprattutto «baby-squillo», ragazze minorenni ancora inesperte. Questi clienti pagavano, oltre le prestazioni, tutte le spese di viaggio e soggiorno delle giovanissime prostitute.
Anche stavolta nessun cenno alle generalità dei clienti: ricchi, soli, anonimi. Viene in mente quella straordinaria scena di Signori e Signore, in cui il direttore del quotidiano locale è costretto a cancellare un cognome per volta dal suo vibrante pezzo di denuncia, a ogni squillo imperioso di telefono.
Ma Signori e Signore non solo è del 1966 (Berlusconi stava cominciando a vendere i suoi primi condomini) ma è ispirato a fatti realmente accaduti anni prima, raccolti e rielaborati da Luciano Vincenzoni, che scrisse il soggetto con Pietro Germi. Tra le tante storie c’è appunto quella di una ragazza di campagna che arriva in città per comprare, mi pare, un tubo di gomma per l’irrigazione; una bella ragazza cresciuta senz’altro senza tv, neanche in bianco e nero, seguita dalla madre 24 ore su 24; poi arriva in città e il suo comportamento non è esattamente quello che sociologi e terapeuti si aspetterebbero. Non lo fa per una borsa, le basta un gelato e poco più; al contrario di tanti moralisti di oggi Germi non si sofferma più di tanto a giudicarla (gli interessa di più osservare i quattro rispettabili cittadini che cercano di sfangarla). Dieci anni dopo invece Carlo Lizzani gira il suo film meno visto, Storie di vita e malavitaRacket della prostituzione minorile, uno sguardo a tutto tondo su un fenomeno che già allora appariva un po’ più complesso di come lo descrivevano i giornali. Tra i vari casi messi in scena da attrici non professioniste, c’è anche la ragazza studiosa che lo fa per ribellarsi alla famiglia: oggi sottolineeremmo la sua arroganza, e allo stesso tempo accuseremmo il padre (e soprattutto la madre) di non capirla, di non sforzarsi di conoscere il suo alfabeto eccetera. Nel ’75 prevaleva un’altra chiave di lettura: la prostituzione giovanile come spia di un disagio sociale e ovviamente politico. In un lungo discorso alla basilica di Massenzio, Berlinguer accusava la classe dirigente di lasciato il Paese in balia di “spinte che disgregano ogni valore morale, ogni principio di convivenza civile: da cui sempre più preoccupanti fenomeni come quelli della delinquenza, della violenza cieca e irrazionale, della droga, della prostituzione minorile, della disperazione”.
La tv aveva due canali, ancora per qualche anno in bianco e nero. Senz’altro organizzare un racket, o anche un semplice servizio di escort, doveva essere molto più complicato, in un mondo senza internet e cellulari. Ma ci si riusciva anche allora. E ci si preoccupava anche allora. La prostituzione esiste da tantissimo tempo, affermarlo è davvero un luogo comune. Ma come scrivevano sull’Unità più di trent’anni fa, non è detto che debba esistere per sempre. Magari esiste anche un modo per ridurla progressivamente, fino a farla scomparire: non saprei proprio indicarlo, ma non posso escludere che ci sia. Non credo che abbia a che fare con internet, cellulari, tv: la prostituzione (anche minorile) è un fenomeno un po’ meno recente. Non è un’eredità di Berlusconi né dei governi centristi degli anni Settanta. Non evidentemente è un segno della decadenza dei costumi, a meno di voler concludere che i costumi decadano continuamente. Forse è un fenomeno che andrebbe studiato con lenti meno appannate da moralismi e sensi di colpa che fin qui, a quanto pare, non sono serviti a molto. http://leonardo.blogspot.com
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Non togliete gli spot a Rai YoYo

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Cara Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, forse a tutt'oggi non hai ancora finito di esaminare la bozza del contratto di servizio tra ministero dello Sviluppo Economico e tv pubblica per il triennio 2013-2015. Tra le varie proposte, molto interessanti, c'è quella di eliminare le interruzioni pubblicitarie durante le trasmissioni per bambini di età prescolare. Il che significa che uno dei canali rai digitale di maggior successo, Rai YoYo, tra qualche mese potrebbe andare in onda senza più pubblicità.

Cara Commissione parlamentare, benché il tuo parere non sia vincolante, ti chiedo di pensarci seriamente, e te lo chiedo da genitore di prole in età pre-scolare: sulla carta trasformare Rai YoYo nell'unico canale senza pubblicità di tutto l'etere può sembrare una cosa buona e giusta - e pazienza per quei dieci milioni d'euro all'anno che la Rai perderebbe, bruscolini. La pubblicità è fastidiosa, sobilla appetiti e capricci; e poi i bambini a quell'età sono autentiche spugne, memorizzano gli slogan e li sputano fuori al parco mentre litigano per questioni di priorità intorno all'altalena. E tuttavia sento di interpretare un sentimento diffuso quando ti imploro di non togliere la pubblicità a Rai YoYo. Non è molto evasiva; ci offre un diversivo, un'occasione per accompagnare la creatura al vasino (e magari per cambiare canale in modo non troppo violento). Ma soprattutto è praticamente l'unica cosa che rende Rai YoYo diversa da un dvd di Peppa Pig in rotazione da due anni. Almeno nella pubblicità i prodotti ogni tanto cambiano.

Le puntate di Peppa invece no, sono le stesse tutti i giorni. Da anni. A dire il vero l'estate era iniziata con un grande annuncio: sta arrivando l'ultima serie di Peppa! Sì, quella che su internet chiunque è in grado di scaricare in inglese, a settembre sarà in italiano su Rai YoYo! L'attesa era grande, soprattutto tra i genitori che al sessantesimo passaggio delle stesse puntate si esprimono ormai per citazioni di Peppa Pig. Basta frequentare un po' il parco per rendersene conto... (continua sull'Unita.it, H1t#198).

Basta frequentare un po’ il parco per rendersene conto: non saltate nelle pozzanghere di fango. Non è affatto divertente. Gr, gr, dinosauro. E via dicendo. Ma è la stessa cosa nella sala d’aspetto del pediatra, nel parcheggio dell’asilo, e in tanti altri spazi che i dialoghi di Peppa Pig stanno infestando come spettri. Un enorme esperimento sociale, questo sta diventando Peppa Pig in Italia. Al di là dei pregi del cartone, che è simpatico e ricco di humour, il fatto che Rai YoYo decida scientemente di non mandare in onda altro per ore intere avrà forse ripercussioni su un’intera generazione. Ah, due settimane fa la serie nuova è uscita davvero. Purtroppo siamo anche stati contestualmente avvisati che da lì in poi Peppa avrebbe occupato la fascia serale con una striscia di UN’ORA E TRENTACINQUE MINUTI. Considerate che gli episodi di Peppa ne durano cinque. Che una serie consta di cinquanta episodi. E insomma, due giorni dopo anche la terza serie era già alle repliche, e stiamo già cominciando a impararla a memoria. Per fortuna che ogni tanto c’è un spot di merendine.
Ma questa non è l’unica grande novità di Rai YoYo per la stagione 2013/14. L’altra è… Peppa Pig in inglese, a metà mattina, subito dopo le puntate di Peppa Pig in italiano. Non male come idea, e a questo punto mi sento di avanzare altre proposte per allungare il brodo in modo educativo. Perché non Peppa Pig in inglese ma coi sottotitoli in italiano? Seguita dalla versione italiana ma coi sottotitoli in inglese? Peppa Pig muta coi sottotitoli in italiano e poi in inglese? I sottotitoli senza Peppa, per stimolare la memoria visiva del bambino? E poi Peppa in francese, ça va sans dire, e in tedesco, ma ricordiamoci delle minoranze: Peppa in arabo, cinese, urdu, con e senza i sottotitoli, se ne potrebbero imparare di cose con Peppa Pig. Tanto più che se la Rai toglierà gli spot, avanzerà un sacco di spazio per introdurre sempre nuove versioni degli stessi episodi di Peppa Pig.
Oppure, cara commissione di Vigilanza, si potrebbe continuare ad accettare inserzioni dei gormiti e dei parchi acquatici e destinare quei dieci milioni di euro all’acquisto di qualche nuova serie per bambini. Qualcosa che prima o poi possa prendere il posto della maialina, perché il giorno in cui i cinquenni si stancheranno della milionesima replica non è forse lontano, e a quel punto l’esodo su Boing o Cartoonito o qualche altro succedaneo sarà inevitabile: e quel giorno farà ben poca differenza il fatto che quei canali siano farciti di pubblicità e YoYo no.
Un’altra volta magari sarebbe interessante discutere più a lungo del fenomeno Peppa Pig in Italia; uno dei rari casi in cui la Rai ha azzeccato l’acquisto di un prodotto, e invece di valorizzarlo ha deciso di buttarlo via programmandolo in questo modo massiccio, eventualmente chiudendo anche la porta agli inserzionisti. Ma si è fatto tardi, e qualcuno sta gridando che vuole il telecomando. Cara commissione, da un genitore un’ultima, semplice parola: pietà http://leonardo.blogspot.com
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Papà era una scheggia bionda

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Fate molto, molto posto
sulla vostra Smemoranda.
Come un tuono (The Place Beyond the Pines, Derek Cianfrance, 2013)

Ryan Gosling è un mentecatto. No. Ryan Gosling è sempre il bravo attore e sex symbol che sappiamo. Ma all'inizio del film, intendo, Ryan Gosling è un mentecatto che nella vita sa fare una cosa soltanto: correre in moto, come un fulmine. In attesa di schiantarsi, prevedibilmente, come un tuono. Ma finché se ne sta bravo a vorticare nella sua ruota per criceti, l'attrazione della fiera itinerante, va tutto bene. Probabilmente ha una donna in ogni città, per esempio a Schenectady, New York, si vede con Eva Mendes: caccia via. Un anno però quando bussa alla sua porta si trova davanti un neonato. "E questo chi è?" "È tuo figlio". A questo punto qualcosa nella testa comincia a girargli nel modo sbagliato, come una ruota che sta per mollare il mozzo. Ryan lascia il circo e decide di cambiare vita. Il che non significa cambiare la stessa maglietta unta e bucata che sta indossando da mezz'ora alla rovescio (la porta anche in chiesa quando assiste al battesimo). Nel suo caso consiste nell'accamparsi in un garage nei boschi e mettersi a rapinare le banche: è così che si conquistano le madri dei propri figli, non lo sapevate? Facendosi vivi all'improvviso con un sacco di soldi o pacchetti senza perder troppo tempo in spiegazioni, mandando all'ospedale il nuovo compagno di Eva non appena se ne presenta l'occasione. C'è poi il piccolo particolare che Schenectady è una cittadina di sessantamila abitanti, e Ryan ci ha preso gusto e vuole svuotare tutte le filiali di tutte le banche con la stessa semplicissima modalità. In pratica sta solo aspettando di andarsi a schiantare, ma lo schianto avrà conseguenze impreviste su tanti altri personaggi interessanti che non vi racconto (ma continuo su +eventi!)


MILF DEL MILLENNIO
Come un tuono comincia come un esercizio sul fascino di Ryan Gosling. Ogni tanto i registi le fanno, queste cose. Cianfrance, che all'attore deve il successo della sua apprezzata opera seconda (Blue Valentine), gli ricambia il favore calandolo nei panni di un povero coglione senza prospettive, forse solo per il gusto di dimostrare che anche se gli metti in testa i capelli di Enzo Paolo Turchi e gli dissacri i polpacci e gli zigomi coi tatuaggi più dozzinali, Gosling rimane assolutamente Gosling. Non deve dire nulla, anzi, meno parla meglio è, visto che non dice e non fa nulla che non sia intrinsecamente stupido. Ed è giusto così, se gli scappasse qualcosa di intelligente l'Incantesimo si spezzerebbe di colpo e ci troveremmo davanti un rospo con la parrucca bionda. È Luke il Bello, non gli si chiede altro che essere bellissimo e stupido e andarsi a schiantare contro muretti e marciapiedi. Quando arrivò a questi livelli, Mickey Rourke cominciò ad andare in giro a farsi spaccare la faccia da professionisti. Speriamo bene.

Come il tuono è anche la storia di Avery Cross (Bradley Cooper), un giovane laureato in legge che invece di seguire la carriera del padre giudice di Corte Suprema, decide di passare ai fatti, sporcarsi le mani, arruolarsi nella polizia di Schenectady. Salvo rimanere disgustato quando le mani dovrà sporcarsele davvero. Il "posto oltre i pini" del titolo originale è l'antico significato del termine Schenectady, una di quelle cittadine americane in cui sembra che nulla possa succedere e invece è successo di tutto. Ma è anche la radura dove sia Luke che Cross perderanno l'innocenza, scoprendo i fili delle rispettive marionette sociali: un figlio di giudice di Corte suprema sarà sempre un figlio di giudice, e un figlio di NN resterà sempre una scheggia impazzita fuori dalla ruota dei criceti. Come il tuono è un film sulla paternità, sul panico che ti assale quando ti mettono in braccia per la prima volta un piccolo tizio e non sai come pulirti le mani dal grasso d'officina, né come difenderlo da un mondo che tu stesso non capisci; il primo istinto è uscire nella foresta a cercare il cibo, ma se ti allontani troppo dalla caverna quando torni lui sarà un sedicenne deficiente che si fa le canne cogli amichetti in casa tua.

Come il tuono è un film che attira gli spettatori col miraggio di un Gosling in motocicletta e di una raggiante Eva Mendes in sottoveste, ma poi li sequestra sulla poltrona con una lunga riflessione sui tragici casi della paternità e più in generale della vita che ricorda un po' Iñárritu, in particolare quella sensazione che prova il cinefilo dilettante dopo due ore di Iñárritu, "non è che non mi interessino tutte queste storie, anzi, magari quando esce il dvd mi vedo altri sessanta minuti di destini intrecciati a causa di tragici incidenti, però adesso fatemi andare al bagno, per favore". È un film lunghissimo, dovrebbero avvertire la gente di una certa età: non prendete la Coca grande, venite già pisciati, ecc.. Lo so, non è il massimo come recensione.

È che non mi sono mai sentito così inadeguato. Ieri è morto il principe dei recensori USA, Roger Ebert. Sul web c'è un sacco di gente che linka le sue stroncature più divertenti. Dopo averne lette  un po', mettersi qui a scrivere un pezzo su un film è un po' come fare karaoke dopo aver sentito le Variazioni Goldberg. C'è solo da fare in fretta, chiedere scusa e andare a sbattere. Di me non raccontate niente ai bambini.

Come un tuono è al Cityplex Cine4 di Alba (ore 21:00) e al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:00 22:45). Dura veramente parecchio. Buona visione
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"Iatta iatta"

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Per farti perdonare

Fine del ragionamento, chiedo scusa se è durato troppo ma comunque in agosto non legge quasi nessuno. Rimane da segnalare un fenomeno che, considerate le premesse, potrebbe apparire piuttosto paradossale: quest'anno sto cantando molto. Moltissimo. Probabilmente non ho mai cantato tanto nella mia vita come in questo 2011/12. E ho anche ascoltato tantissima musica, con attenzione e partecipazione, al punto di impararla - non mi succedeva da anni - a memoria. Il fatto si spiega con la nascita di una Creatura, più o meno un anno fa: non più un bambino interiore, ma, lo si è capito abbastanza presto, ugualmente affamato di musica. No, non esattamente di musica: purtroppo Rossini lo lascia freddo. Di canzoni. Con le strofe e i ritornelli al loro posto. Meglio se cantate da voci bianche. In mancanza di meglio, anche dal falsetto di papà. Un falsetto che si è rifatto sentire, molto roco, per la prima volta nel secolo.

Non mi piace parlare di genetica, io mi rifiuto di credere alla genetica anche quando è evidente, perché la genetica non ha nessun bisogno di me per funzionare. (Lavoro nella scuola pubblica, sono un avversario della genetica: cerco di insegnare a leggere a quelli a cui non viene naturale, lotto per la redistribuzione democratica dei talenti, perdo regolarmente ma è il mio mestiere). Certo è bello quel momento in cui ti accorgi che una piccola Creatura che nulla sa fare al mondo a parte piangere, cessa all'istante se ascolta una melodia. Meraviglioso è poi il giorno in cui ti accorgi che cessa soltanto con una melodia; le altre non le vuole; insomma ha già un gusto musicale; già molto meno meraviglioso è il mese successivo, in cui ti tocca cantare 15 volte al giorno la stessa melodia; molto duro a passare quell'anno in cui il bambino non più interiore ha deciso che in macchina ci può anche stare, purché si ascolti un disco solo, solo quello, a rotazione, per sempre.

Così l'anno che termina con questa mia geremiade sulla musica-che-èmmorta è l'anno in cui io ho ascoltato, davvero (prima con imbarazzo, poi con fastidio, poi con odio, poi con rassegnata partecipazione) il Meglio dello Zecchino d'Oro, un disco che racchiude le migliori prestazioni ottenute da un serraglio di bambini sottoposti a un training che oggi si configurerebbe come reato, e dei più odiosi; nonché la viva e pulsante testimonianza di un periodo storico in cui anche per suonare mazurke infantili era richiesta una solida formazione musicale. Più volte, conducendo la mia famiglia in autostrada, verso vacanze o in fuga da terremoti, mi sono ritrovato a studiare lo sfolgorante attacco di tromba del Topo Zorro, l'incedere tanghero del Caffè della Peppina, gli sleghi furtivi del basso che cavalca ne Il Lungo il Corto e il Pacioccone. Fino al flamenco beffardo di colui che ho elevato a mio eroe e punto di riferimento esistenziale, il Torero Camomillo, matador senza paura e senza vergogna che se il toro si avvicina "lui schiaccia un pisolino e non ci pensa più". Così come io vorrei, di fronte al palesarsi di ogni minaccia e scossa tellurica, intrepido addormentarmi.

Non è che mi sia arreso facilmente. Si scontrano, in quell'abitacolo, due bambini con ossessioni simili e in conflitto. Quello che ha ancora per poco il controllo dell'autoradio ci ha provato, a tagliare lo Zecchino con qualche altro materiale più prezioso: in fondo Astrud Gilberto è una bambina anche lui. Un'Agua de Beber tra Non lo faccio più e Volevo un Gatto Nero passa quasi inosservata. Anche la Ruggiero è ammissibile, purché sia la Gatta di Paoli. E il Quartetto Cetra, se si sbriga a vocalizzare. Ma se il preludio strumentale passa i dieci secondi, implacabile si leva dal loggione un urlo di intensità crescente, Iatta Iatta, vagamente traducibile in "Un'altra, un'altra canzone [desidero ascoltare in luogo di codesta]".

Ho setacciato i vecchi cd, gli archivi accumulati in dieci anni senza sapere per chi, e ora forse è chiaro il perché. Ho trovato i Gufi e i canti delle Mondine. La giovane Mina per qualche minuto è tollerata. La Vanoni con Ma mi resiste per due strofe. Ho ritrovato la Fiera dell'Est, e già che c'ero la Pulce d'acqua, che l'ombra mi rubò
e tu ora sei malato
e la mosca d'autunno che hai schiacciato
non ti perdonerà.
Sull'acqua del ruscello forse tu
troppo ti sei chinato:
tu chiami la tua ombra, ma 
lei non ritornerà.
Così in definitiva credo che la musica per me sia finita perché non ce ne sta più: il mio unico archivio è il cervello, dove 33 giri, Cd e anche mp3 non suonano molto diversi, mi dispiace, ma è così. Non dovrei lamentarmi, ho avuto a disposizione tantissimo tempo per immagazzinare, ora si tratta di restituire. Forse sono in ritardo, il mio falsetto non è più quello di una volta, ma finché tiene. Mi sono chinato forse troppo, a cercare ombre che non mi sarebbero comunque servite: adesso è il tempo di cantare. Se mi sentite in giro, non ridete più di tanto: alla fine è il mio destino, probabilmente sono nato per questo. È la pulce d'acqua che l'ombra ti rubò: e tu ora sei malato; e la serpe verde che hai schiacciato non ti...

"Iatta, iatta"
E allora devi a lungo cantare per farti perdonare; e la pulce d'acqua, che lo sa l'ombra ti renderà.

"Iatta, iatta"
"Va bene, adesso parte il Pulcino Ballerino".

(Grazie e alla prossima).
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Ma in quattro non avrebbe proprio senso

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(Vuoi perché è estate, tempo di repliche; vuoi perché i rudi panni del sensale di compromessi al ribasso mi stanno stretti, il fine settimana... insomma sono andato a riprendere un vecchio pezzo del 2005, cioè del 2025, insomma, la mia proposta utopica ma serissima per risolvere il problema non solo del matrimonio gay, ma anche del matrimonio etero, che è in crisi fissa da anni, al punto che io ho un po' paura che estenderlo ai gay sia rifilar loro una sòla che non si meritano; comunque il pezzo eccolo qui).

Il Trimonio spiegato a mia figlia

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Non era senz'altro ieri sera che mi sarei messo a spiegare il Trimonio alla mia piccola Leti.
Non mentre le cose sembravano filare lisce, tutto sommato. Assunta non si era presentata a cena con una scusa qualsiasi. Apparecchiando, Concetta aveva annunciato a monosillabi che non avrebbe mangiato, perché aveva mal di testa anzi sonno anzi nausea e si ritirava in camera, e i piatti li avrei lavati io. Leti si era subito offerta di aiutarmi, per il grande amore che porta al profumo del detersivo biologico al limone. Così avevamo stabilito che lei avrebbe risciacquato i piatti che le passavo, e intanto avremmo parlato di come vanno le cose a scuola.

Ma Leti non aveva voglia di parlare della sua scuola. Voleva invece parlare del nostro Trimonio.

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Anche questa doveva succedere prima o poi, ma proprio ieri sera?

"Tesoro, sono cose che capitano ai grandi. Anche tu, quando-sarai-grande…"
"Papà no, quella frase era vietata. Lo avevi promesso!"
"Hai ragione".
"Tu lo conosci, l'uomo che piace a mamma Sunta?"
"Sì, credo di sì".
"È il dottore, quello da cui siamo andati per il vaccino, te lo ricordi?"
"Certo"

(Assunta aveva deciso d'informarci della sua relazione un giorno d'autunno che pioveva, e Supernet ogni mezz'ora interrompeva le trasmissioni con paurosi bollettini sull'incredibile virulenza del bacillo influenzale in arrivo dalla Corea, mentre Concetta faceva e rifaceva i conti di casa senza trovare i denari per vaccinare la bambina.
"Conosco un uomo all'Ospedale Maggiore", aveva detto.
Un uomo).

"Certo che mi ricordo".
"A me sta simpatico, lo sai?"
"Bene".
"Papà, ma lui non può venire a stare con noi?"
La piccola, ecco dove voleva arrivare… "No, tesoro, no. Lui non può entrare nella nostra famiglia".
"Però la mia compagna di banco, l'Elisabetta, lei ce li ha due papà, e vivono tutti e due insieme con lei".
"E quante mamme ha l'Elisabetta?"
"Una".
"Lo vedi? Lei ha due papà e una mamma: totale, tre. Tu hai già due mamme e un papà: quanto fa?"
"Fa sempre tre".
"Certo, per questo si chiama Trimonio. Ognuno deve avere tre genitori, questa è la regola".
"Ma perché proprio tre?"
"Tesoro, tre è il numero perfetto. Vedi, una volta, quando il Trimonio non c'era, la gente era triste, le famiglie nascevano e morivano in un niente, i papà e le mamme si litigavano i bambini, tutta un'enorme confusione senza senso, mi segui?"
"Sì".
"Finché un giorno un gruppo di persone, che si riuniva in segreto per cercare di risolvere i problemi del mondo, decise di studiare con attenzione la faccenda e cercare di proporre delle soluzioni nuove. Qualcosa a cui nessuno avesse pensato prima".
"Chi c'era questo gruppo di persone?"
"Tesoro, nessuno lo sa. Si trovavano in segreto, appunto".
"Ma tu non c'eri?"
"No, beh, io… andavo e venivo, portavo il carrello con le paste. Ma è stato tanto tempo fa, sai. Insomma, questo gruppo di persone, che sono i fondatori del Teopop, decisero di consultare un uomo molto intelligente. Gli dissero: abbiamo grossi problemi coi rapporti di coppia. Gli uomini e le donne non fanno che litigare, e poi ci sono anche uomini che vogliono stare con altri uomini, e donne che vogliono stare con altre donne, e questi uomini e queste donne vogliono ugualmente crescere dei bambini, il che ci pone altri problemi di natura etica che non abbiamo più voglia di porci, perché sono irresolubili e in definitiva una gran perdita di tempo; potresti risolverci tutte queste complicazioni, e farlo in fretta, per favore? Perché noi tra una settimana facciamo un colpo di stato e andiamo al potere".
"Cosa vuol dire colpo di stato?"
"Scusami, non importa. L'importante è che questo uomo molto intelligente, che si chiamava Arci…"
"Quello che faceva gli esperimenti con te?"
"Proprio lui. Be', lui ci pensò su una mezz’oretta e poi disse: avete mai pensato che forse il problema è la coppia? Perché non proviamo a inventarci qualcos'altro, qualcosa di più stabile? La coppia è un concetto incerto, traballante, come la bicicletta, se non è in movimento cade. Non è molto più stabile il triciclo?"
"Cosa c'entra il triciclo, papà?"
"Era un esempio per spiegare la grande differenza che c'è tra una Coppia e un Trimonio. La Coppia deve sempre sorvegliare il suo equilibrio; il Trimonio invece è stabile, perché è sorretto da tre persone, come le ruote di un triciclo, e se una delle tre persone ha problemi, ce ne sono ancora due su cui si può contare. All'inizio però la gente non ne voleva sapere".
"Perché?"
"Sai, la gente non si fida delle cose nuove. Dicevano: da che mondo e mondo si è sempre fatto in due. E Arci rispondeva: ma guardatevi attorno, signori. Non vi è mai venuto in mente che da che mondo e mondo si è sempre fatto male, che sarebbe ora di provare a fare un po' meglio? Ma loro scuotevano la testa e dicevano: se aumentiamo le persone in una famiglia, aumenteranno anche i litigi".
"E lui cosa rispondeva?"
"Lui spiegava che i litigi di coppia sono i peggiori, perché si è sempre uno contro uno, e nella maggior parte dei casi uno deve cedere di sua spontanea volontà, e questo alla lunga lo avvelena. Mentre quando si è in tre o più, i litigi sono più facili da contenere, perché, per esempio, si può votare, e ci sarà sempre una maggioranza e una minoranza; oppure, molto spesso quando due litigano la terza persona cerca di rimetterli d'accordo".
"Come tu con le mamme?"
"Sì, vedi. Probabilm se avessi una sola mamma, e lei non fosse qui ora, io sarei molto arrabbiato con lei".
"Come mamma Cetta".
"Ma siccome mamma Cetta è già molto arrabbiata, io sono portato a sentirmi meno arrabbiato di lei, perché devo stare nel mezzo. Arci questo lo capiva, ma gli altri non gli credevano. Gli dicevano: non puoi generalizzare queste cose".
"E lui?"
"E lui rispondeva, perché no? Anche voi non fate che generalizzare i rapporti di coppia, perché io non posso generalizzare quelli in tre? Solo perché non si sono ancora visti? Ma appena si vedranno, sembreranno naturali e imperfetti come se fossero sempre esistiti. Altri gli dicevano: ma noi siamo cristiani e la Bibbia non lo permette".
"Davvero?"
"Macché, infatti lui rispondeva: la Bibbia è un libro molto grande, sfogliatelo bene e vedrete che vi permette qualsiasi cosa".

Ora siamo su divano, davanti a noi Supernet mostra il Pontefice che si sbraccia dal balcone di una clinica. Non ho mai capito se giornalisti e spettatori siano solo contenti della guarigione, o se non sperino di assistere di persona a una polmonite fulminante. Dev'essere un ambiguo misto di tutt'e due.
Dall'altra parte di una parete di cartone, so che Concetta mi ascolta. So che ha gli occhi sbarrati e non riesce a dormire.

"Non ho capito, papà. La Bibbia dice che ci si deve sposare in tre?"
"No, però non dice neanche il contrario. E molti personaggi importanti avevano due mogli, come Abramo o Giacobbe".
"E c'erano anche donne con due mariti?"
"No, questo in effetti è un'assoluta novità. Ma non ha creato particolari problemi. Per molti uomini anzi è stata una specie di liberazione, perché... come faccio a spiegarti... si dividevano le donne anche prima, ma dovevano farlo di nascosto".
"Quando sono grande, voglio avere due mariti".
"Hai ancora molto tempo, per fortuna".
"E poi voglio avere un bambino".
"Se ti sposi con due uomini, dovrai averne almeno due".
"Perché due?"
"Ogni Trimonio deve produr mettere alla luce due bambini, è la regola".
"Ma se uno non se la sente?"
"Tesoro, avere bambini è molto importante. Un altro dei motivi per cui fu istituito il Trimonio era il fatto che se ne facevano sempre meno. A un certo punto tutte le coppie facevano solo un bambino, e così nel giro di una generazione i cittadini rischiavano di diventare la metà, mi segui? E questo non andava bene".
"Ma non potevano farne due?"
"No, diventava sempre più faticoso, e sia la mamma che il papà dovevano lavorare".
"E se uno dei due stava a casa?"
"Non c'erano abbastanza denari per crescere i bambini. Ma Arci aveva pensato anche questo. Lui ragionava in questo modo: non c'è nulla di grave se caliamo un po', ma non dobbiamo dimezzarci. Allora possiamo fare così: invece di avere due genitori che produc che fanno un bambino, con un calo demografico del 50%, noi possiamo avere tre genitori che ne fanno due, riducendo il calo del 33%. Questo funziona anche per il lavoro: se chiederemmo a ogni madre di famiglia di stare in casa a badare ai bambini, noi ridurremmo la forza produttiva del Teopop al 50%. Ma col Trimonio, noi possiamo avere due coniugi che lavorano, e il terzo che sta a casa e bada ai due bambini. Risultato: 66% di forza produttiva esterna, 33% di autogestione familiare, e…"
"Papà, noi le percentuali a scuola non le abbiamo ancora fatte".
"Scusa, hai ragione. Ma insomma, il Trimonio risolveva un sacco di problemi".
"A me non sembra tanto".

Ora le cose si fanno difficili. Cerco di abbassare il volume di Supernet, invano. Ultimam il comando del volume non funziona più tanto bene. Spegnere non è il caso, darei una brutta immagine della famiglia, e poi magari la bambina si spaventa.

"Tesoro, non devi pensare soltanto a noi. Arci pensava alla situazione generale, non ai casi particolari".
"C'è una cosa che non ho capito".
"Lo so, ma te la spiego un'altra volta, è ora di lavarsi i denti".
"Però, papà, quando tu eri giovane il Trimonio non esisteva".
"No".
"E adesso ti sembra una cosa normale".
"Certo tesoro, la cosa più normale che c'è".
"E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale".
"Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro".
"E come fai a saperlo, papà? Conosci il futuro?"
"No, ma… insomma, in quattro non avrebbe proprio senso".
"Invece in tre ha senso".
"Sì, in tre ha senso. È molto meno divertente di quel che credevamo, ed è difficile, ma io sono tanto contento di essere sposato con le due mamme, e di essere tuo papà".
"Papà, io vorrei parlare con Arci".
"Tesoro, è impossibile, Arci è andato via".
"E nessuno sa dove?"
"No, nessuno sa dove. Buonanotte".
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I Got You Babe

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A scuola ho appena chiuso il quadrimestre - registri e schede in ordine, più o meno. Ieri sera ho spalato anche per il vicino, così stamattina il vicino ha spalato per me. Oggi sono a casa, la Creatura gorgheggia sul tappeto, da mezzanotte si è svegliata appena tre, quattro volte, dai. In frigo tutto quel che serve, comunque il mercato è sotto casa. Niente lavoro fino a lunedì. Potrei persino mettermi a correggere temi freschi di tre giorni, ma ho paura di viziare i miei pupilli. No, tutto questo per dire -mollami i capelli - stavo dicendo - lascia stare la tastiera di papà - tutto questo perrkòl sdòfbndfskòlbnklgbn  gbfdgh fhd nkl k gkhlnjm  cvlkjnglhj toyiu96i79juorb lkhglfj- hai la tua di tastiera, un acer del 2006 che fa un rumore bellissimo, pensa ai poveri bambini africani con i tasti a membrana di Negroponte, dvxmbkh glnhòcgkhlcòghnlvmlvmxòckgffdno, tutto questo per dire che se domani dovessi svegliarmi ancora nel 2 febbraio, a me starebbe benissimo, capito Dio? Sì, lo so che non funziona così, però peccato.
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Anche dieci anni, anche vent'anni

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A leggere intercettazioni e fuori-onda dei notabili del centrodestra, all'inizio ti diverti: c'è il Ministro Caio che dà del cretino al Ministro Tizio, la ministra Sempronia che dà della vaiassa alla deputata Calpurnia... dopo un po' però ti viene lo stesso sospetto che ti socchiude le palpebre mentre guardi i reality, e cioè: non faranno anche un po' finta? Si danno dei cretini per risultare credibili, e in effetti dopo un po' uno gli crede. Però in fondo va bene così, tanto c'è gente che è in nomination da anni e non viene mai eliminata, e per un Bondi o un Fini che lasciano le scene c'è sempre pronto uno Scilipoti o uno Stradacquanio.

D'altro canto ti chiedi anche se si possa vivere in quel modo, senza potersi fidare di un amico, un collega, un complice; dovendo dare per scontato che tutti ti sparlino alle spalle. La Casa delle Libertà, una volta si chiamava così, sembra una di quelle famiglie dove il papà non deve neanche più dare le spalle per sentire che gli danno del rincoglionito, dove tutti si sorvegliano nei corridoi per evitare che il fratello tossico si venda il televisore, la sorella cominci a ricevere i clienti pure in camera. Uniti tutti solo dalla paura che frani il tetto che nessuno si umilia a riparare, e dalla paura che fa il mondo di fuori. E ti chiedi per quanto ancora può durare, una famiglia così, per quanto.

Poi pensi a famiglie che conosci, e ti rispondi.
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Il sacchetto in amido di mais

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I savoiardi

- Il sacchetto in amido di mais che ti costringi a comprare quando sei partito da casa senza contenitori più seri – magari volevi solo comprare il pane e dopo un po' hai nel carrello il decimo del tuo stipendio mensile netto – oleoso al tatto, sprigionante una vaghissima fragranza di popcorn che è pura autosuggestione; il sacchetto odioso che si lacera non appena ci infili il pacchetto di spaghetti di traverso, che non vale i cinque eurocent che ti chiedono, anche perché dovresti comprarne una dozzina per essere sicuro che non ti lasci a piedi nei dieci passi dieci tra l'ormeggio del carrello e la tua automobile, con una serie di lacerazioni strutturali che dal foro degli spaghetti si innerva lungo tutto l'inviluppo della tua spesa, il tuo adipe in potenza (tutto quello che è lì dentro dovrebbe finire nella pancia tua e dei tuoi cari, o espulso in quanto packaging in cinque contenitori di colori diversi), l'inadeguatissimo sacchetto in amido di mais:

è la cosa della mia vita che più mi fa venire in mente la DDR.
Le trabant di cartone a tre marce.
Le tessere alimentari.
I piani quinquennali e la stabilità.
Nel bel mezzo di questo parcheggio immenso e desolato, di questa crisi senza fine, inginocchiato con le vettovaglie che mi franano da tutte le parti e la colpa è mia, il bravo cittadino con la Fede nell'Avvenire si ricorda di portarsi il bustone rigido da casa.
E anche i bravi comunisti oltrecortina, probabilmente, persero la Fede nell'Avvenire in un giorno così. Prima ancora che la classe dirigente si devolvesse totalmente a vodka donnine e bagordi?
Andrà così? Avremo sacchetti sempre meno resistenti? auto che si disfano a guardarle, alimentate da combustibili di scarto?

Devo tornare a casa, mi aspettano creature con il becco spalancato, la jungla in cui vivranno mi cresce tutto intorno (per ora mi arriva all'ombelico, ma spinge).
Mi sarò ricordato i savoiardi?
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In che lingua te lo devo dire

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La notte che a momenti finiva il mondo(*)

Ma si può sapere insomma chi sei tu, e che vuoi, e chi t'ha chiamato?

Non che m'interessi più di tanto, eh, che io ci ho già i miei problemi qui.
Con tutto quello che mi è successo ultimamente, un casino senza senso – sogno che mi estraggono da macerie di dolore, mi sveglio di botto, bagnato di sudore, mi fa male sotto da qualche parte che ancora non capisco, è tutto buio intorno, e in mezzo al buio ci sei tu, che non assomigli alla signora, non le assomigli per niente. Ma ti pare? Da mettersi a urlare.

Adesso vuoi per favore chiamare la signora? Te lo chiedo con le buone.
Niente di personale, ma davvero, tu mi fai soltanto perdere tempo. Di tutte le persone che conosco, e io le conosco tutte praticamente, non ce n'è uno più noioso di te. Stai lì, mi tocchi, dici cose inutili, te ne vai, ritorni, fai finta di andartene e resti lì, ma si può sapere cos'hai, che vuoi, cos'è che ti tiene sveglio di notte? E fatti una dormita una volta buona. La chiamo io la signora. Conosco il sistema.
E adesso cosa -

Ma no. Non ci siamo. Non ci siamo assolutamente. Ma per chi mi hai preso alla fine? Non è che se mi prendi tu io ci casco o cosa. Io ti sento benissimo, tu sei quello peloso e inoltre hai proprio un odore che non c'entra niente. Senti, io non è che ce l'ho con te. Un'altra volta magari se sono in buona mi faccio anche un giro. Ma ora la situazione è seria, lo sai cosa vuol dire? Te lo dico nel modo più semplice possibile, magari capisci.

Latte.
Conosci?
Ecco, appunto. E io l'ho capita questa cosa sai? Si sente da lontano un mezzo metro che tu non hai latte indosso, perciò perché perdere altro tempo? Questa manfrina è inutile, e per di più la tua spalla è delle più dure. Mettimi pure giù, e chiama la signora.

Ora, lascia che ti spieghi l'universo. È molto semplice. Si divide sostanzialmente in (1) me e (2) altre cose che mi girano attorno, tra cui te. Quindi se io adesso faccio presente, nel modo più garbato possibile, che mi serve il latte, qui, adesso, subito, altrimenti cesso di esistere e con me l'universo – non è uno scherzo, non è un'esercitazione, non è un capriccio, l'universo finirà tra pochi minuti, se non sveglio immediatamente la signora, per cui lasciami fare, io ho questo sistema collaudato per cui tra poco arriva, e non c'è nulla che tu possa fare intanto, capisci? Nulla ti può far sembrare meno ridicolo.

No, non m'interessano minimamente i tuoi canti tradizionali, risparmiami il tuo folklore, il passato in generale è una cosa in cui non credo, io, io non ho avuto sindaci prima di Pisapia, io di Berlusconi leggerò tra vent'anni in una nota a margine della voce “regimi mediterranei bizzarri”. No, non m'interessa una passeggiata fino alla finestra del soggiorno. No, non m'interessa l'eclissi totale. M'interessa la signora, chiamala in questo momento o vattene, lasciami qui che ci penso io. Ma è così difficile da capire?

E lasciami stare il... non sono sporco, garantisco, non sono... ti ho detto lascia! Non sei buono! Oh, madonna. Peggio per te.

Senti, lo ammetto, sono stato un po' brusco con te in questi giorni. È evidente che tu abbia le migliori intenzioni, però... non sei francamente nemmeno degno di pulirmi il culo, e non lo dico per dire, è la realtà. Non servi a niente.

E sei ancora qua! Cosa aspetti? Chiamala! Tanto succederà prima o poi, qual è il senso di aspettare?
Questa dilazione è intollerabile!

Ti dirò la mia opinione. La mia opinione è che una persona senza latte addosso sia un abominio, un mostro di natura, un errore che in un universo decente non sarebbe tollerato. Quindi: mi spieghi cosa ci faccio qui? Qual è il senso?

E quando arriva la signora, insomma? Chiamala! Perdio, qui tra un po' crolla tutto, lo capisci o no? È tutto maledettamente instabile, a volte c'è la luce a volte no, è chiaramente un universo in via di disfacimento, collasso, ti ho detto, chiama la signora! Che non rispondo delle mie azioni!

Senti, va bene, va bene, può darsi, in linea teorica, che io non abbia veramente tutta questa necessità di latte in questo preciso momento, ok? Ma non importa, tu chiamala, sul serio. Non le faccio niente. Magari mi appoggio soltanto, l'annuso e passa tutto. Però chiamala, perdio! Chiamala ora! Ci ho il nulla che mi morde le viscere, se solo tu potessi capire – ma non credo che sia stato progettato per sentire il dolore. Altrimenti correresti! A chiamare la signora! Subito! Qui! Oh, misericordia.

In che mondo sono venuto al mondo?
Guarda che spengo tutto adesso. Non scherzo. Ora chiudo gli occhi e tu non esisterai più. Posso farlo. Se mi fai incazzare. Posso tutto. Ma portami la signora!
In che lingua te lo devo dire?

E - chomp - questo cos'è?
Caucciù?
Mi sa che non ci siamo capiti.

(*) Come molte altre notti, ultimamente.
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Vivono tra noi

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[È un pezzo del maggio 2007]:

Amare i bambini

Noi siamo persone normali, persone buone. Abbiamo chi un cane, chi un gatto, chi almeno un canarino. E molti di noi hanno bambini. Sono belli, i bambini. Teneri, senza colpe. Sono angeli. Noi amiamo i bambini.
E questo ci riempie di angoscia, perché sono indifesi, i bambini. Se potessimo tenerli sempre con noi – ma non è possibile. Ogni tanto dobbiamo lasciarli andare fuori.
Fuori ci sono altre persone. Sembrano normali, come noi, ma non sono normali. Magari hanno un cane, hanno un gatto, come noi, ma sono mostri. Sono pedofili. Sono organizzati. Hanno libri e siti internet.
Adescano i nostri bambini. Li drogano, coi tranquillanti. Li costringono a fare cose che noi non riusciamo neanche immaginare. Davanti a una telecamera li molestano. Gli rubano l’infanzia e la felicità per sempre.
In una casa come la nostra c’è una stanza buia, in cui torturano i nostri bambini. Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Bidelli e benzinai sono d’accordo. Insegnanti e medici, custodi, obiettori, avvocati, preti. Non ti puoi fidare di nessuno.

I bambini di questo non parlano. Non esistono, alla loro età, le parole, per l’orrore che hanno dentro. Vorrebbero dimenticare.
Per salvarli dai pedofili, noi non li facciamo più uscire. Per aiutarli a non dimenticare, li chiudiamo in una stanza, e cominciamo con le domande. Quello che devono dirci, lo abbiamo già sentito da altri, a cui è successa la stessa cosa. Perché noi ci teniamo informati. Abbiamo libri, abbiamo siti internet.

Loro all’inizio non vogliono dire niente. Allora insistiamo. Li tempestiamo di domande.
Può durare un paio d’ore o un paio di giorni. A volte occorre abbassare la luce, e minacciarli. È durissimo ascoltarli quando ancora non vogliono parlare. È odioso riprenderli con una telecamera. Ma è l’amore che ci fa resistere, è l’amore che ci costringe a farli parlare. E alla fine l’amore vince sempre.

Arriva il momento in cui parlano. È terribile starli ad ascoltare, ma tutto quello che dicono di solito coincide. E non sono invenzioni. Tutti i racconti coincidono. Come potrebbero, bambini così piccoli, inventarsi dettagli così orribili. E sono sempre gli stessi! Chi può in buona fede pensare a un’invenzione? I bambini non mentono mai. Sono angeli.

Dopo aver parlato sono sempre molto scossi. Fanno fatica a uscire. A volte dobbiamo dargli tranquillanti, perché ciò che hanno ricordato, ciò che hanno vissuto in quella stanza buia è orribile. Resterà con loro per tutta la vita.

Ora però abbiamo il loro racconto. Lo metteremo su internet. Faremo girare anche il video, è giusto che tutti vedano, che tutti sappiano. Perché ci sono persone cattive là fuori.
Persone che torturano i bambini. Che mettono i video on line. Ci sono i mostri. Il mondo deve saperlo. E glielo dobbiamo dire noi.

Bisogna che tutti stiano attenti. Fuori c’è gente cattiva. Torturano i bambini. Dicono di amarli, ma sono i mostri.
Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Vigili e carabinieri sono d’accordo. Giornalisti e psicologi, giudici e magistrati. Di chi ti puoi fidare.
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La libera impresa è fichissima

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Lo Stato Liberale

Nel senso che ti cresce con molta libertà. Ma non ti fa mai mancare niente. Ti ho mai fatto mancare niente?

Tesoro, ti vedo un po' patito, ma mangi?
Dai, prendi ancora un po' di questi contributi alle rottamazioni. Senti, mi han detto che a Termini o Pomigliano ci sono sacche di manodopera a basso costo molto saporite, cosa ne pensi? Se vuoi ti pago il viaggio. Ma sì, anche un po' degli stabilimenti, sei uno di famiglia, non te lo devi dimenticare mai. Sì. Adesso però scusami che io Stato ho da fare, devo bombardare Belgrado per una serie di circostanze controverse.

***

Mi hanno detto che ti ha mollato la GM. Quella lì non ti meritava, sai, io l'ho sempre detto. Ti sei fatto dare una congrua buonuscita, almeno? Bravo. Adesso sai cosa facciamo? Torni a casa da mamma che ti prepara il tuo piatto preferito, una bella scofanata di incentivi, che lo so che ti piacciono tanto.
Manda giù, manda giù, bravo, bravo. Cocco di mamma.
Ah, senti, volevo dirti una cosa. Stacci un po' attento, con quelle polacche.
Non credere, non siamo mica bacchettoni noi, però... quelle sembra che non pretendano niente, all'inizio, ma poi...

***

E così è deciso, te ne vai a Belgrado. Eh, beh, è chiaro che lì ti danno tutto quel che vuoi per un pezzo di pane, hanno ancora gli stabilimenti bombardati... Ma no, figurati, è giusto così. E' solo che... sembra ieri che muovevi i primi passettini, mi ricordo il Lingotto, Mirafiori... e adesso te ne vai libero per il mondo. Ma è giusto così, largo ai giovani, benvenuti nel duemila e tutto il resto. Cosa dici?

Vuoi che ti compri la tua nuova macchinina?
Tesoro, ormai sei grande, pensavo che avessi capito.
Sei tanto bello e bravo, ma con le macchinine non ci hai mai saputo fare. Te le compravo perché mi facevi compassione, adesso cerca di farne ai polacchi e ai serbi, perché io qui ho già i miei problemi. Largo ai giovani, dai.
Adesso se non ti spiace, sto cambiando badante, devo fare un'audition a una giovane domenicana che mi pare molto... Ma mi vuoi mollare il braccio o no?
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He-he ho-ho ahi-ahi-ahi

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Di tutte queste donne

“O, ma hai sentito Rihanna?”
“No, è da un po' che non chiama”.
“Intendevo: hai sentito di Rihanna?”
“Il suo ragazzo le ha spaccato la faccia, sì. È dominio pubblico da due settimane”.
“No, ma pare che lei lo ami ancora. Dico, ma queste ragazze di oggi...”
“Tu poi dove le scopri queste cose?”
“Nello spogliatoio. Dicevo, queste ragazze che si fanno picchiare...”
“Nello spogliatoio maschile si parla degli amori di Rihanna?”
“La radio parlava di Rihanna. Gli uomini parlavano di un programma di culturismo che c'è di notte su Italia1. Comunque: ma tutte queste ragazze che si lasciano picchiare dai loro uomini...”
“E tu lo guardi questo programma?”
“Ma secondo te. Mi hai mai visto guardare del culturismo?”
“Che ne so di quello che guardi quando vado a letto, scusa”.
“Niente. Non ne sai niente. Ma ti stavo dicendo di queste ragazze di oggi, che si lasciano picchiare, che poi chiedono scusa perché è colpa loro, sono state troppo gelose...”
“E quindi quando gli altri parlano di culturismo, tu cosa dici?”
“Io non dico niente. Mi faccio i fatti miei, cammino spalle al muro. Comunque: tutte queste ragazze che si fanno dominare, che si fanno fare di tutto e non denunciano mai, tutte queste ragazze...”
“In che senso spalle al muro?”
“Ne senso che... ma mi stai ad ascoltare? Sto cercando di finire un discorso”.
“Lo so, ma è una cazzata”.
“Come fai a saperlo, scusa, fammi finire. Insomma, tutte queste donne che...”
“Guarda, è inevitabile. A quest'ora, su questo divano, con questi argomenti, tu non puoi che sparare una cazzata. Lo so. La presento”.
“Cos'è che presenti?”
“Nooo, la pre-sento, con la esse sorda, senti? Presentire, non presentare. Io pre-sento la tua cazzata”.
“E allora dilla tu, vediamo se è proprio quella”.
“Perché dovrei dire una cazzata? È il tuo specifico”.
“Ma cristo santo, ma con tutte le donne che ci sono al mondo, che si fanno rompere la faccia e non sbattono ciglio, per anni e anni da parenti e marito senza denunciare, e che pare siano l'assoluta maggioranza al mondo, no, ma tra tutte queste donne...”
“Sì?”
“...Non ne potevo incontrare una anch'io? Una sola”.
“Vedi che era una cazzata?”
“Giusto per vedere l'effetto che fa, e poi statisticamente, voglio dire...”
“Ti senti meglio adesso che l'hai detta?”
“No. Ma forse un ceffone...”
“Ti accontento subito, toh”.
“AHI! Non da te a me, intendevo da me a te”.
“Scusa, non avevo capito”.
“Mi sembrava ovvio: io uomo, tu donna, io dare ceffoni tu prendere”.
“No, non credo. Ma prova con Rihanna, magari per lei è ok”.
“Cioè, mi autorizzi a provarci?”
“Con Rihanna? Sì”.
Cara Rihanna,
sono un tuo grande ammiratore. Mi piace il tuo stile, il modo in cui canti e i contenuti che esprimi. Mi dispiace per le tue ultime disavventure, e ti volevo dire che in qualsiasi momento, se ti servisse una persona su cui contare, uno che non ti manda all'ospedale, uno che al limite se proprio insisti ti rifila un paio di ceffoni dopocena e sta ben attento a non lasciare i segni, be', io sono qua. Tuo Leo
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Ma io non c'è metodo

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Tema: descrivi la tua famiglia
Nel mia famiglia ci sono: la mia mamma, il mio papà, la mia sorella e io.
Mia mamma lavora in uno lotano negozio, ogni mese viene a casa guarda io, mia mamma sebbene un po' violenza, ma qualche volta verso io e benissimo, mia mamma è una benevola madre. 
Il mio padre è molto magro, indossare un occhiali, lui ogni giorno di mattina è telefona io dice: devi vesti bene. Mio Padre è molto interessarsi io, se io dove fa male, lui è subito bollire natrimento da me. 
Sebbene qualche volta lui
Da mia sorella nascere, io molto felice perché io dopo c'è una compagna, ma mia mamma detta dopo 3 o 4 mese mia sorella deve andare a Cina con mia zia, perché loro devono lavorano, non c'e tempo guidare lei. Io essere molto attaccati a lei. Ma io non c'è metodo.
In seguito, mia mamma porta a mia sorella andare a Cina, nonno e nonna è molto felice, dice io e mia sorella è molto rittrato, io ogni settimana fa telefona mia nonna, mia sorella mi chiama Sorella, sorella....., qualche volta io nel computer guarda foto di mia sorella, lei è molto grasso, coscia come piedi di maiale, è molto carina.
Io, mi chiamo ***, addesso in prima media, io italiano non è molto bene, io non molto piace Italia, perché è troppo noia, ***** è una città piccola, non c'è cosa da gioco, io ogni giorno in casa gioca computer, addesso occhi è un po' miopa.
Ma ogni Italiano sono gentile.


Questo tema non è stato scritto da una ragazza seduta in un angolo china sul dizionario bilingue per due ore incluso intervallo: è il puro frutto della mia fantasia.
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Non di sole parole

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Che misero amore sarebbe

Santità,
Vi scrivo ancora commosso per il Vostro messaggio di venerdì contro la contraccezione. La commozione non è tanto per il messaggio in sé, che ovviamente non condivido, ma per l'ammissione che contiene. Un Papa che ammette qualcosa è sempre uno spettacolo glorioso, nel senso più cattolico del termine – ad maiorem dei gloriam.
Voi dunque ammettete che persino i credenti “trovano difficoltà” a seguire le vostre indicazioni anticontraccettive. Difficoltà, d'accordo ma di che genere? Cosa porta milioni di coppie cristiane ben disposte nei confronti del Vangelo e del magistero della Chiesa a infischiarsi bellamente di un'indicazione tanto precisa, e così spesso ribadita dai suoi pastori? Non stiamo parlando – se non in minima parte – di giovinastri promiscui travolti da intorte spirali di erotismo. Parliamo di gente tranquilla, che va a Messa, prende i sacramenti, versa volentieri l'otto per mille, ogni tanto magari si reca a un Santuario per chiedere una grazia, e cerca in generale di mettere in pratica tutte le verità proposte dal Vangelo e dalla Chiesa – tranne questa. Ecco, perché proprio questa no?

Quello che vengo ad offrirVi, Santità, non sono che ipotesi basate su osservazioni dal vero, condotte in trent'anni di vita all'ombra dei campanili.

1. Un primo motivo, da non sottovalutare, è che nemmeno predicando questo divieto la Chiesa riesce a mostrare un'assoluta fermezza e coerenza. Per esempio, venerdì Voi avete ribadito che i “metodi naturali” vanno bene. Ora, può darsi che fino a venti, trent'anni fa, ci fosse un diffuso consenso su cosa fosse “naturale” e cosa no. Ma oggi sono ben pochi, nel mondo industrializzato, i fedeli che hanno un'esperienza diretta della natura. La maggior parte di noi sugge il latte dal tetrapak e non ha mai visto un vitello se non ritagliato in comode porzioni al banco della macelleria. A gente così forse varrebbe la pena di spiegare meglio perché alcuni metodi sono “naturali” e altri no, perché sul serio, coi nostri sensi non ci arriviamo. Ovviamente non esiste la pillola in natura, e nemmeno la plastica dei preservativi, però pare che gli antichi usassero vesciche di capra, oggi ripugnanti al nostro igienismo, ma naturali. Una cosa che invece non esiste in natura è una tabella dei giorni fertili, come quelle introdotte da Ogino e Knaus. Quindi, daccapo: “naturale” in che senso? Ho un vago ricordo puberale di preti che concedevano agli sposini il coiptus interruptus: esiste in natura? Qualche animale lo fa? Magari i bonobo, ma se per questo fanno anche sesso anale, e comunque noi siamo esseri umani, perché mai dovremmo guardare alla natura? La natura è un insieme caotico di specie irredente che si mangiano tra loro. Gesù è morto in croce per me, mica per i cinghiali. Perché ogni tanto mi si chiede questo ritorno alla “natura”?

2. L'unica differenza molto chiara tra i metodi “naturali” e quelli “innaturali” è che i primi funzionano peggio. Come dire che una capanna è più naturale di una casa in mattoni perché è maggiore il rischio che ci piova dentro...
Io ho avuto la fortuna di crescere in una normalissima parrocchia. Tutti gli amici che si sono sposati in quell'ambiente hanno fatto dai 3 ai 4 figli. Tra questi la percentuale di procreazioni indesiderate si aggira, secondo i miei calcoli, intorno al 30%. E' tutta brava gente che seguendo i Vostri consigli è stata premiata con almeno un figlio in più di quanti non desiderasse. I figli poi sono pezzi di cuore e bastoni della nostra vecchiaia – questo non toglie che ci si senta un po' presi in giro: e dal proprio prete, poi. Ma seriamente, che figura ci fa, la Chiesa, insistendo a sponsorizzare un vecchio sistema che di “naturale” ha il solo difetto di non funzionare? Anche qui, Santità, si tratta di stare al passo coi tempi. Magari ottant'anni fa una percentuale d'insuccesso intorno al 20% era passabile – del resto ottant'anni fa il sommo pontefice non metteva il naso fuori dal Vaticano; oggi viaggia in jet. Lo prenderebbe lei, un jet col 20% di possibilità di sfracellarsi? Ecco, appunto.

3. Resta poi da capire come mai le famiglie premiate con un terzo o un quarto figlio, invece di ringraziare Dio, si lamentino. Certo, Santità, possiamo chiamarlo anche egoismo indotto dalla civiltà del consumo, ma prima vogliamo fare almeno due conti? Qui c'è un calcolo sommario su quanto spende una famiglia di parrocchia con due figli. Non è opera di un economista laicista esasperato, ma di un prete, direi che ci possiamo fidare. E quindi, senza contare bollo auto, tasse universitarie per i figli, assicurazioni... (tutte cose che oggi un buon cattolico sente di dover 'egoisticamente' provvedere ai suoi figli) si arriva a 2350 euro al mese. Sono tanti, Santità. Con uno stipendio solo non se ne parla, deve lavorare anche la mamma. Ma stiamo parlando di famiglia a crescita zero, famiglia a due figli. Se arriva il terzo, dove lo mettono? Cosa gli danno da mangiare? Le tabelle di Ogino impanate? Ci deve pensare la Caritas? Ma sul serio, Santità, una famiglia che non riesca a mettere da parte cento euro al mese è “egoista” se prende provvedimenti per non generare altri figli? E Voi siete sicuri di essere convincente, mentre lo sostenete? Che esempio date?

Siete scapolo. Amate indossare vestiti eccentrici e costosi. Certo, ci sono motivi storici per cui Vi comportate così, ma non stupiteVi poi troppo se il buon padre di famiglia indebitato con due o tre figli a carico mostra qualche difficoltà ad ascoltare le Vostre indicazioni sull'amore coniugale.

Non intendo naturalmente consigliarVi di prender moglie, ma qualcosa di più concreto che potreste fare c'è. Nelle voci di spesa che abbiamo visto più sopra ci sono margini per un Vostro concreto intervento. E non mi riferisco al lobbying in parlamento per aumentare gli assegni famigliari o i buoni scuola – noccioline, palliativi.

Lasciamo stare la politica, per una volta. Parliamo semplicemente di soldi. Oggi avete ricordato che l'uomo non vive di solo pane, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. Tuttavia il versetto si può leggere anche a rovescio: non di sola parola della parola di Dio, ci vuole anche il pane. E i panni. E la casa. Ecco, ad esempio. Santità, le case italiane sono tra le più care del mondo, lo sapete? I genitori a cui chiede di tenere alto l'indice di natalità sono spesso strozzati da mutui o affitti. Non si può fare niente per loro? Perché per una volta, invece della solita risaputa lettera ai genitori sulla necessità di procreare ulteriormente, non ne mandate una circolare alle Curie, affinché comincino a cedere tutti quegli immobili che si tengono ben stretti, a volte persino senza affittarli, in attesa che valgano ancora di più? A Voi basta un cenno, e il prezzo delle case andrebbe giù. Molto giù.
Chi ci perderebbe? Giusto qualche immobiliarista profittatore, con papalina o senza.
Chi ci guadagnerebbe? Voi, moltissimo, perlomeno in simpatia. Ma anche in serietà – nel senso che sarebbe poi molto più semplice, per una coppia cristiana, prendere sul serio le Vostre parole sull'amore cristiano finalizzato a generare figli. Come se sul serio l'amore finisse lì, nel generarli. E invece l'amore è anche sfamarli, vestirli, crescerli. Che misero amore sarebbe, altrimenti.
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Non siamo capaci di tacere, certe volte

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C'è sempre una risposta, ed è Tua Madre

Insomma, c'è questa 12enne di Treviso che qualche mese fa, per fare un po' di soldi si fotografava nei bagni. Notizia avvilente, ma bisogna dire, non straordinaria. La nudità è sempre stata una risorsa facile, la diffusione dei telefonini l'ha resa ancor più a portata di mano, e di vivere in una società materialistico-esibizionista avevamo già qualche sospetto. Cosa dobbiamo fare? Quello che stiamo facendo già: consumare un po' di meno e dissuadere i ragazzi dal portare i telefoni a scuola. Del resto non è che volessi parlare di questo.

Volevo parlare di Paolo Crepet, “psichiatra, sociologo e docente di cultura e linguaggi giovanili” che conosciamo tutti per distratta frequentazione televisiva – oltre perché il suo volto ci rassicura su tantissime sovraccoperte nei reparti più affollati delle librerie. Crepet si ritrova invischiato nel caso della 12enne di Treviso semplicemente perché qualcuno (forse un giornalista di Repubblica, forse dell'Ansa, non ho capito) gli ha chiesto un parere. E magari Crepet era lì pronto... oppure invece no, magari era molto indaffarato a correggere bozze di un libro, o con un seminario di cultura e linguaggi giovanili, oppure semplicemente si stava scegliendo gli slippini per andare il mare, vai a sapere, squilla il telefono ed è un giornalista che vuole il tuo fondamentale parere su un caso di cronaca di mesi fa, tirato fuori giusto per la chiacchiera sotto l'ombrellone. E siccome sai come funzionano queste cose, tu capisci che i giornalisti, e i lettori, non vogliono sentire un trattato, ma una battuta pronta e precisa, per cui la butti giù così:

“La mamma faccia un po' meno shopping - invita -. Temo che il modello cui quella ragazza aspira da qualche parte in famiglia lo abbia visto”. E al padre Crepet consiglia "di comportarsi come avrebbe fatto suo nonno, cioé incazzarsi come una bestia".


Così il giornalista è contento, e lo psichiatra-sociologo-linguista giovanile può tornare rapisamente ai suoi problemi di psiche o di lingua. Tutti contenti. Cioè, tutti? Per esempio, immaginatevi la madre.

La madre deve essere per forza una sciamannata modaiola? Quante possibilità ci sono che Crepet sia riuscito ad azzeccare il profilo così, al telefono, in due minuti? Diamogli anche il quaranta per cento, in fondo è uno stimato psichiatra e sociologo. Ma se invece fosse una signora normale, vittima della moda più o meno come te e me, con una figlia un po' succube dei costumi delle compagne o dei programmi in tv pensati apposta per quelle della sua età?

C'è persino la possibilità non remota che la figlia abbia iniziato il suo commercio perché la madre, lettrice attenta se non di Paolo Crepet almeno di Asha Phillips, le aveva appioppato uno di quei bei No Che Aiutano A Crescere: no, la cintura D&G non te la compro, così cresci. Ah sì? E allora io mi vendo le chiappe via bluetooth, e alla fine vedrai che il tuo Crepet darà la colpa a te, perché Non Sei Capace Di Ascoltarmi.

Poi per fortuna i prof (che grazie al cielo danno un'occhiata anche ai bagni) si accorgono della cosa – oppure c'è una ragazza un po' più assennata che fa una spiata, la scuola si attiva per far capire alla 12enne che ha sbagliato, la famiglia, messa al corrente, decide di spostare la ragazza, la notizia per fortuna non filtra. Tutto è bene quel che finisce bene, o no? No, perché a giugno fa caldo e quando fa caldo le notizie morbosette filtrano, filtrano. Così questa povera mamma (che magari è davvero una sciamannata modaiola, eh: però nel frattempo potrebbe anche essersi rimessa in discussione) ritrova la storia della figlia scriteriata sui giornali, e in una colonnina uno dei suoi psichiatri televisivi preferiti che, con il tatto e la serenità tipica degli psichiatri, la sputtana ai quattro venti: basta shopping, sgualdrina! Magari è una che si veste all'Oviesse, ma Crepet non aveva tempo di indagare, e poi il giornalismo al giorno d'oggi è fatto così, opera per stereotipi... tu non sei uno stereotipo? fottiti.

E il padre? E il padre si deve incazzare come suo nonno... posso tradurre? Cinghiate. Tutto si può dire tranne che uno psichiatra e sociologo come Crepet non sappia il suo mestiere, quindi suggerisce cinghiate, cinghiate siano. Mi rimane solo un dubbio: ma se il pregiato psichiatra ci suggerisce di comportarsi come i nostri nonni, a cosa serve esattamente tutta la psichiatra e sociologia e tutti i libroni di Crepet che ci siamo comprati nei cinquant'anni successivi? È un po' come se Einstein, dopo una lunga cavalcata di formule su una lavagna, bofonchiasse e ci dicesse: “Beh... quindi Newton aveva ragione dopotutto”.

E se invece il padre fosse quello che incita la ragazzina a truccarsi, a pettinarsi, a farsi vedere come la più bella ragazzina del quartiere? Magari è separato, si fa vedere una volta all'anno e le regala un indumento firmato che lei non sa come abbinare... Cioè, magari no, che ne so? Niente, più o meno quanto Crepet, però Crepet ha già deciso che la madre è una modaiola e il padre no. La madre impari a vivere, e il padre cinghi pure, l'ha detto lo psichiatra sociologo, e quindi ok.

E perché la cosa mi fa arrabbiare tanto? Non lo so. Vedere un pregiato psichiatra che decide di trattare la realtà come uno stereotipo mi urta. Anch'io faccio parte di questa realtà, e non vorrei ritrovarmi nel prossimo stereotipo bofonchiato al telefono da Crepet. E poi c'è questa colpevolizzazione della famiglia. Una ragazzina si fa delle foto? È la famiglia che non dà il buon esempio. Molto comodo, finché non ci va la tua famiglia di mezzo. Ma io ricordo bene che a 12 anni riuscivo già a fare enormi cazzate senza che i miei ne avessero la minima responsabilità. Mi bastava guardarmi in giro – leggere, guardare la tv, tenermi aggiornato.

La famiglia sta diventando il grande alibi. È da un po' che non muore un'anoressica, ma la prossima volta che succederà, fateci caso: chiuderanno tre o quattro irreprensibili personaggi della moda e dello spettacolo in uno studio televisivo, gli chiederanno: “Perché”, e loro risponderanno che è colpa della famiglia. Non è la tv o le sfilate che producono anoressia, ci mancherebbe altro. Infatti non muoiono tutte le ragazze che guardano le sfilate, no? Muoiono solo quelle che hanno problemi famigliari, come volevasi dimostrare. Noi non abbiamo nessuna responsabilità. È tutta colpa della mamma (e al massimo del papà, che non cinghiava come il nonno).
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Beneath the blue suburbian skies

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Dopo di noi, la jungla

Allora, mettiamo che io stia cercando una casa in una cittadina che stavolta non vi dico, tanto l'ho già chiamata per nome altre volte.
Devo dire che andar per case è divertente. Di solito capisci che non le comprerai già dal portone; ugualmente ti fai un giro in una zona che magari conoscevi poco, getti uno sguardo da una finestra insolita, le stanze sono tutte vuote e ti metti lì a pensare a dove si accuccerebbe un bambino e dove si rintanerebbe un adolescente. Vivi un sacco di vite possibili; alla fine ti dicono il prezzo, tu fai il possibile per non ridergli in faccia, tanti saluti, la faremo sapere.

Ieri per esempio un tale ci aveva promesso “un pezzo di villetta praticamente in centro”. Alééééé! E un superattico no? Andiamo a vedere. Per essere in centro, non è in centro. È in uno di quei quadranti residenziali degli anni Settanta che hanno un certo effetto su di me, perché in luoghi simili vivevano quasi tutti i miei compagni delle elementari : casetta, cortile, un'aiuola, due ciliegi, un garage, e da qualche parte quell'uccello che fa sempre cuu-cuuu (io vivevo sopra un'officina sulla statale, vroooom! Vrooom!) Tutto questo percuote il mio cuore come la promessa di un'estate infinita, il calcetto per strada, le ragazze che saltano su piste di gesso...
“E poi, ci tengo a dirlo, è una zona italiana al cento per cento”.
“Eh, già”.
“Perché sa, adesso c'è tanta gente che scappa dal centro... senza voler discriminare nessuno, però... sta diventando una jungla”.

Fanno tutti così. Forse è colpa mia, che se mi chiedono “lei è di qui”, rispondo di no. In realtà sono nato a 15 km di distanza, in centro ci abito e ci lavoro, però non glielo dico: e il risultato è che cercano di vendermi una via di brutte casette anni Settanta come il quartiere fortificato sudafricano, sospeso tra le bidonville.
“Una jungla, una jungla”.

La principale emergenza criminalità in centro sono gli scippi in bicicletta. Giusto ieri però leggevo che è stata debellata: si trattava di un 15enne albanese che siccome in quattro mesi ha scippato 25 donne, è stato battezzato dal Resto Del Carlino “scippatore seriale”. Qui c'è tutto lo stile dei giornali locali: se in zona non c'è un assassino seriale, e nemmeno uno straccio di stupratore seriale, ci arrangiamo con lo scippatore; sarà seriale pure lui. Così non si rischia di confonderlo con gli scippatori episodici, quelli occasionali: voglio dire, se mi scappa di acciuffare una borsetta in piazza mica sono uno scippatore seriale, no? Il RdC descrive anche il suo “modus operandi”:

dopo aver individuato le proprie vittime, generalmente donne anziane a bordo di biciclette, le avvicinava da tergo, anch’egli a bordo di una bicicletta, e, con mossa repentina, asportava le borse riposte incautamente nei cestini, per poi fuggire.

Una strategia diabolica, anche se per scippare una vecchina in bicicletta non me ne verrebbero in mente altre. (Il frontale? Farsi investire e fingere un malore?)
Nel frattempo il venditore ci ha fatto vedere il piano terra. L'unica vera finestra è a affacciata a nord, e sbarrata da inferriate. “Però è molto luminoso e tranquillo... siamo tutti tranquilli, qui...”
Il figlio del vicino di casa sta suonando la batteria. Non è neanche male, dai.
“Perché senza essere razzisti, è inutile nasconderlo, quando poi arriva il rumeno, o il cinese... anche se è uno tranquillo anche lui, eh? Però il valore cambia”.

Dalla strada vedo passare una Ritmo rossa – non avesse la vecchia targa nera, penserei che è stata reimmatricolata da un fanatico del vintage. Invece no: è una Ritmo del 1981, e non stona nell'insieme. E a quel punto mi viene veramente da ridere, però non posso! E non posso neanche rifarmi gli zigomi e presentarmi alla porta con una valigetta piena di Yuan, ma Dio sa quanto mi piacerebbe.
“Buongiolno signole, ho visto sua blutta casa in qualtiele di vecchie case in cemento, abitato da anziani signoli italiani, sì? Io so che essele in vendita”.
“Ma veramente noi... non per essere razzisti, ma abbiamo deciso di fare del nostro quartiere cadente il baluardo della razza ariana, e quindi...”
“Io ho qui tlecento subito”.
“Affare fatto. Lunga vita al Presidente Mao”.
“Plesidente Mao molto”.
“Sì, piace molto anche a noi”.

C'era una via così nel paese dove abitavo. Avevo un paio di amici lì. In realtà era la via più sicura del mondo, siccome contava ben due residenti agli arresti domiciliari. Un bel risparmio per i carabinieri di ronda: due firme al prezzo di una. Però, ripensandoci, col senno della maggiore età, una via di 500 m. con due arresti domiciliari ha da essere un record. Cioè, che infanzia ho vissuto? Uno spacciava droga, l'altro droga più armi. Tutti italiani, eh, ci mancherebbe. Gente tranquilla. Solo i cani, un po' mordaci.

Invece adesso sto in centro, in affitto. Anche qui, ci avevano spiegato, “siamo tutti italiani”. Tranne un interno che restava sempre sfitto. Un bel giorno è arrivata la famiglia magrebina, col passeggino: la jungla che avanza! Io ci speravo da sempre, che arrivasse quel momento in cui si insediano gli stranieri e i prezzi crollano. Ma l'affitto non me l'hanno mica abbassato, anzi. E, scommetto, neanche ai magrebini.

Non per fare il razzista: io lavoro a scuola e quando lavoro per me le razze non esistono. Lo dico anche ai ragazzi. Gli dico che hanno fatto un esperimento molto complicato (hanno mappato il genoma, vabbè)... e hanno scoperto che le razze veramente non esistono. Ma se compro casa è chiaro che penso a tutto. M'interessa l'orientamento, il verde, il posto macchina, e m'interessa pure il colore della pelle dei vicini. Non andrei mai a vivere sopra una friggitoria cinese. Non andrei mai a vivere in un condominio con altre cinque famiglie tutte curde o cingalesi. Quindi in generale sì, preferirei vicini italiani. Non per essere razzista, anche se forse un po' lo sono.

Ma per lo stesso motivo preferirei non avere vicini poveri, e non c'è un motivo al mondo per cui la povertà debba rimanere a lungo fuori da un quartiere così dimesso. Cioè, guardatevi, girate ancora in Ritmo. Oppure vi prendete un SUV della Kia, ma a chi la raccontate? Queste vecchie case non troppo grandi e non troppo luminose, che vi verranno libere quando vi muore il nonno o la zia, non le rivenderete agli italiani – almeno finché la povertà non li avrà ripresi, questi fighetti illetterati nipoti di contadini, quindi chissà, quel giorno forse non è così lontano. Ma a quel punto il posto dello scippatore seriale albanese se lo sarà preso uno scippatore seriale di Quartirolo, e a me che differenza fa? Seriamente, che differenza fa? Le razze non esistono. Esistono ricchezza e povertà, e c'è capitato di vivere un decennio in cui la pelle scura è un indicatore di pezze al culo. Tutto qui.

E a proposito di culo, o proprietari: lo volete capire che state appoggiando con troppa sicumera il vostro su un'enorme bolla immobiliare? Parlo almeno del paese mio, dove per un quartiere del genere ti propongono prezzi assurdi, buffoneschi, catartici, dirompenti, esagerati, folli, gargantueschi, hollywoodiani, insensati, jenniferlopeziani, kafkiani, luculliani, massicci, notevoli, oppressivi, pazzeschi, quasariani, roboanti, strabilianti, temerari, unici, viziati, watussiani, xenofobi y zarri.

Un po' vi compatisco: vi hanno raccontato sin dalla culla che tutto era vanità, fuorché il mattone. Le maglierie potevano chiudere, la lira sprofondare, l'oro arrugginire, ma il mattone sarebbe cresciuto sempre. Sempre. Bastava mettere su quattro pareti e un tetto, e tutti avrebbero fatto la fila per comprartelo.
Adesso sospendono i cantieri. Ne ho visti: metton su le impalcature, poi si fermano. Nessuno ha più voglia di comprare: e voi fate pure i difficili. Valà che ve lo sognate pure voi, il cinese con la valigetta. Però anche i cinesi hanno i loro problemi, adesso.
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Sfonderò i vostri armadietti maledetti

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Un luogo appena un poco più comune

Basta armadietti
È giusto, prima di parlare di un film del genere, che il piccolo recensore confessi le sue idiosincrasie. Perché magari Juno potrebbe essere una pietra miliare del cinema mondiale, tipo Quarto Potere od Odissea nello Spazio, e tuttavia non sarei riuscito ad apprezzarlo appieno dal momento che è un film con gli armadietti e io, quei fottuti armadietti dei licei americani, non li sopporto più, levatemeli dagli occhi.

Non è colpa degli americani – che ci possono fare? Loro hanno gli armadietti, è giusto che li mostrino. E hanno anche le cheerleader e i bibitoni dai colori improbabili, e il ballo di fine anno… è normalissimo e comprensibile che continuino a fare film su queste cose. Si tratta di un problema mio: a un certo punto della mia vita ho iniziato a sentire una voce nella mia testa che mi diceva BASTA COI FOTTUTI ARMADIETTI e questo forse pregiudica la mia capacità di recensire Juno.

Forse ho visto troppi telefilm, fatto sta che a un certo punto il mio immaginario ha sviluppato un’intolleranza agli scaffali grigi lungo i corridoi. L’impressione di conoscere le scuole di laggiù meglio delle italiane, oltre che illusoria, è frustrante, perché in quella italiana ci lavoro, e benché ricopra una mansione di grande responsabilità il mio personale armadietto è largo 40x20cm.: ogni mattina che m’inginocchio per aprirlo, ripenso agli immensi armadietti degli imperialisti americani. Non sono la persona più adatta a parlare di Juno.

Non so se l’ho mai spiegato, ma l’America mi fa paura. Meno della Cina, ma un po’ più del Perù. Si può viaggiare per giorni e giorni e si resta in America. Cambierà il paesaggio (non tanto), ma le città avranno nomi simili, i ristoranti i nomi identici, e nei licei le bionde faranno le cheerleader e le more ascolteranno punk. Tu pensi che sia un luogo comune. Ma l’America è precisamente questo: un immenso luogo comune. Quando esce un film, e tutti dicono che è un film diverso dagli altri, tu ti aspetti precisamente che rovesci il luogo comune. Ma un luogo comune rovesciato è ugualmente comune, come quella canzone che ascoltata all’incontrario suona uguale. Così Juno arriva a scuola, apre il suo armadietto, scambia due scortesie col bulletto di torno, e ci spiega che in realtà ai bulletti piacciono le more postpunk, mentre alle bionde piacciono i professori, avete capito come ragiona Juno? È questo che mi spaventa dell’America. La quantità ti porta a ragionare per categorie. Al massimo riconoscono che le categorie si comportano in modo un po’ più complesso (pensavi che le bionde si filassero i terzini di football? sbagliato), ma questo non toglie che le categorie esistano, e tu ci sia dentro. Hai capito, individuo di una piccola nazione esotica? Tu in realtà non esisti. La tua individualità è una somma di variabili che noi abbiamo individuato e quantificato da tempo. Esistono i nerd, esistono i fighetti, esistono quelli che prenotano la limousine per il ballo di fine anno ed esistono quelli che trovano il ballo una stronzata ma sotto sotto gli rode. Più su esistono i ricchi che vivono tra mobili per ricchi in case da ricchi nei sobborghi da ricchi, e i non ricchi che hanno lo sportello del frigo adorno di cento calamite.
Quello che mi fa più paura in questo modo di pensare, è che probabilmente gli americani hanno ragione. Se prendiamo 200 milioni di persone, e li facciamo vivere in una fascia geograficamente abbastanza omogenea, vedremo che le personalità si allineano lungo determinati standard sociali, e che l’individualità non può essere che un’illusione. Un’illusione che probabilmente è più facile coltivare in una penisola stretta e stretta ricca di paesaggi e climi diversi, dove sulle due sponde dello stesso fiume si parla un dialetto diverso. Comunque io preferisco tenermi la mia illusione di individualità, e voi tenetevi quei fottuti armadietti.

(Qui non parlo più di Juno)
A un certo punto della mia vita ho fatto la pace coi luoghi comuni. Dal momento che esistono, e funzionano, ho capito che devo imparare ad usarli e a non essere usato da loro. Per esempio io ho un blog, non so se ne avete sentito parlare. Su questo blog a volte scrivo dei racconti, li scrivo molto brevi con la scusa che sono per il blog, e siccome non ho spazio per costruire personaggi a tutto tondo (ma avendo lo spazio probabilmente mi mancherebbe la capacità), nella tazzona oversize dei luoghi comuni c’intingo alla grande, e quando i commentatori s’incazzano io sghignazzo. “Ehi, Leonardo, ho letto il tuo pezzo sugli imprenditori arroganti e i benzinai pachistani con la faccia gentile, bella roba, eh? Forse non al livello di quello sugli omosessuali petulanti, ma insomma quando arriva il pezzo sui negri col senso del ritmo?” Tempo al tempo, arriverà anche quello, non fatemi pressione. Siccome non ho pretese di naturalista ottocentesco, né di monologhista interiore novecentesco, ma vorrei semplicemente descrivere la mia società in abbozzi sintetici ed efficaci che arrivino a più gente possibile, io ho da tempo incluso i luoghi comuni nella mia cassetta degli attrezzi, e non credo di falsificare la realtà quando li uso, anzi.

Forse l’ultimo Virzì mi è piaciuto tanto perché ci leggo la stessa premessa: perché darsi pena ad evadere dai luoghi comuni, quando la realtà stessa è ben più macchiettistica del vero? Virzì descrive la realtà abitata da tizi come quel manager della Telecom che incita a vincere come “Napoletone a Waterloo”: l’avete visto tutti. Sembrava o non sembrava un provino di Tutta la vita davanti? Ma probabilmente i critici l’avrebbero trovato troppo caricaturale. E allora non prendetevela con Virzì, l’Italia è questa. Se mai mi piace che Virzì abbia scelto l’opzione della vecchia commedia all’italiana: dati gli stereotipi, carichiamoli finché scoppiano. Il suo è un film dove la gente litiga, impazzisce, imputtanisce, in generale fa male a sé stessa e agli altri. Questo mi piace, tanto più ultimamente al cinema m’imbatto sempre più spesso in film che praticano una via opposta.

(Adesso parlo di Juno, raccontando quasi tutta la trama)
Juno è per l’appunto un rappresentante di questa seconda via, che potrei descrivere così: siccome i luoghi comuni esistono, li diamo per scontati, li accenniamo appena appena, e poi lavoriamo per sottrazione. E quindi, caro spettatore che conosci a memoria tutto lo sfondo umano del liceo americano: ti aspetti che Juno sia una sedicenne irresponsabile e deficiente? Ecco, no, vedrai che non è così irresponsabile e deficiente. Ti aspetti che il suo ragazzo sia nerd e immaturo? Dai, non è così nerd, corre gli 800 metri e si preoccupa dell’alito. Ti aspetti che la migliore amica sia una bionda senza cervello? Scoprirai che ne ha abbastanza per dare a Juno i consigli migliori. Ti aspetti che la matrigna manicure voglia più bene ai cani che a Juno? E invece no, anche lei ha un gran cuore. Forse la madre affittuaria è una donna in carriera maniaca delle creme? Ma al centro commerciale gioca per dieci secondi con una bambina bionda, e quindi probabilmente sarà una brava madre. Forse suo marito è un Peterpan con la crisi dei quarant’anni, pronto a gettarsi su una 16enne incinta di suo figlio? Ehi, ehi, piano, messa così potrebbe sembrare un mostro, e invece vedete che anche lui si ferma subito, capisce il suo errore, chiede il divorzio, naturalmente consensuale e collaborativo perché mostrare un litigio coniugale in un film fa trooooppo anni Novanta, insomma… è un luogo comune.

Il problema è che un luogo comune “impoverito” non è meno comune di prima: è semplicemente appiattito, una versione bidimensionale della realtà (e come tale forse in grado di suscitare un effetto cromatico che solo le ragazze riescono veramente ad apprezzare, il famoso effetto Klimt), dove non ci sono più veri conflitti e tutto è così… carino, ma così carino, che a un certo punto fantastichi di Juno che torna a casa dalle prove del complesso e ci trova Javier Bardem che ha ucciso tutta la sua famiglia con una bombola da enfisema (avete notato che i marciapiedi sono identici? Ma tutta l’America suburbana è così, anche quando la girano in Canada).

Immaginate la storia di Juno scritta e girata da un cultore del conflitto grottesco. La ragazzina scopre d’essere incinta: piange, strepita, poi si mette a cercare dei genitori seri. Perché mai dovrebbe trovarli al primo colpo? Quando mai nella vita è buona la prima? Io mi sarei preso venti minuti almeno di tour nelle case degli aspiranti genitori: madri isteriche, fratelli bulimici, padri passivi aggressivi con uncini appesi al garage, non mi sarei fatto mancare nessun luogo comune, dal momento che tutti questi luoghi comuni sono documentati nella cronaca, sono stramaledettamente veri. Poi avrei fatto litigare Juno con padre e matrigna: so benissimo che esistono genitori che sanno prendere le cose con filosofia, ma che gusto c’è a mostrarli in un film? Io al cinema voglio vedere la gente che litiga, è una cosa che Aristotele chiamava catarsi, e funziona: dopo torno a casa placido come un agnellino e se trovo mia figlia a letto con un cingalese sono io che la prendo con filosofia.
Invece un film carino e pacificato come Juno mi rende nervoso, finisce che litighiamo per una svolta a sinistra, non è certamente questo lo scopo dell’arte. E anche il Peterpan, l’avrei voluto un po’ più stronzo, perché che gusto c’è a mostrarci uno stronzo senza mordente? Siamo tutti stronzi così, ma quando andiamo al cinema vorremo vedere uno stronzo assoluto, qualcuno che prenda su di sé i nostri vizi e li potenzi al massimo, onde farcene realmente vergognare (o al limite darci la consolazione dei vili: sono pur sempre meno stronzo di lui). Un fighetto ex grunge coi sensi di colpa non ci fa neanche arrabbiare, non ci fa nulla, quasi quasi ha ragione lui, genitori non ci si improvvisa. Dateci una vera canaglia. E il ragazzo di Juno, lo vogliamo caratterizzare in qualche modo? Non è troppo nerd, non è troppo atleta, non è troppo niente, gelatina al gusto di gelatina, nessuno si innamora veramente di un tipo così.

I luoghi comuni esistono, ma non diventano più interessanti a smussarne le punte e a ricoprirli di melassa. Ma quel che è paggio è che in questo modo si tradisce l’adolescenza di cui si vorrebbe parlare, che non è – per quel che ne so e che mi ricordo – un’età carina. Ma neanche un po’. È un’età grottesca e piena di conflitti, in cui si urla e si strepita per un biglietto dei Tokyo Hotel – figurarsi per un bambino. È l’età dei brufoli, e Juno non ne ha: questo per me chiude ogni discorso. E poi, scusate, è un’età manichea. Se ti piacciono gli Stooges, non suoni i Moldy Peaches. I Moldy Peaches li mangi vivi e li vomiti nel vaso della matrigna, perché se ti piacciono di Stooges e Patti Smith l’ultima cosa che vuoi dare di te è un’immagine “tanto carina”.

Certo, se facciamo finta che i sobborghi americani (e quelli italiani, di riflesso), siano pieni di ragazze carine e vitali e sotto-sotto-sotto-sagge come Juno, è chiaro che l’aborto diventi una cosa assurda: che bisogno ce n’è? Nove mesi di nausea e poi un bel pianto, in casa tutti capiscono le tue scelte, fuori è pieno di simpatici ricchi che non vedono l’ora di prenotare il pargolo, insomma, per raschiarlo via bisogna essere veri mostri. Così l’estetica “carina” finisce anche suo malgrado per contribuire alla battaglia dei più salottieri degli attivisti pro-life. Anche se… ma quindi i ratzingeriani atei sono favorevoli all’adozione da parte dei single? No, perché non lo sapevo. E Ratzinger lo sa? Forse è anche per quello che non manda nessuno alle loro manifestazioni. Vabbè, si consolino coi pomodori di Bologna, città generosa.
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caccia la grana, nonno

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Da quando Padoa Schioppa li ha chiamati bamboccioni, i giovani d’oggi sono diventati popolarissimi. Soprattutto a centro-destra, dove tutti improvvisamente si accorgono che avere vent’anni è un problema. Gli affitti. Le caparre. Il precariato. Paolo Guzzanti è scatenato. "Se un ragazzo vuole prendere in affitto una topaia non gli bastano oggi tremila euro soltanto per firmare un contratto prima ancora di cominciare a pagare l’affitto". Qualcosa non mi torna. Tutta questa gente dov’era, cinquanta ore fa?
Non erano gli stessi pronti a denunciare per concorso in brigatismo chiunque parlasse male della Legge 30 detta Biagi? Non erano gli stessi che in cinque anni di governo hanno lasciato andare gli immobili alle stelle? La strategia di Tremonti per fare uscire di casa i giovani in cosa consisteva esattamente? Perdonatemi se a tutti questi avvocati della gioventù per il momento preferisco Padoa Schioppa, che borbotta, sì, ma scuce.

D’altro canto è pure vero: il suo paternalismo è vomitevole. Ma è un tic molto diffuso. Mi fa venire in mente una cosa che ho scritto sei mesi fa. La ripubblico qua sotto, non avrei molto da aggiungere.

Se mille euro al mese (in due) vi sembran tanti

Caro Augias,
sto leggendo con molto gusto i servizi di Concita de Gregorio sulla famiglia italiana, pubblicati sul retro della sua rubrica.
Martedì scorso, la sua collega ha coraggiosamente messo il dito sulla piaga purulenta della società italiana: i mammoni, i parassiti, insomma, i figli che non schiodano mai di casa. Le percentuali contenute nel pezzo sono agghiaccianti: in Italia 7 maschi su 10 tra 25 e 29 anni vivono coi genitori. I mammoni spesso hanno un lavoro, eppure non contribuiscono al bilancio famigliare: non puliscono, non fanno la spesa, hanno libero accesso al frigo, insomma protraggono scandalosamente i privilegi dell’infanzia.
Nei carruggi genovesi, la giornalista ha snidato un esemplare di giovane adulto italiano che a 27 anni, malgrado porti a casa uno stipendio (400 euro) e abbia una relazione seria con una “fidanzata”, inspiegabilmente non schioda. Il bilancio della famiglia rimane così tutto sulle povere spalle del padre gruista: 58 anni, 1800 euro al mese “arrotondati con qualche lavoretto” (un bel modo all’antica per dire che prende del nero, ma pazienza).
Caro Augias, non c’è dubbio che un 27enne che si porta la ragazza in casa e chiude a chiave sia qualcosa di squallido; qualcosa di cui dobbiamo cominciare a vergognarci; qualcosa su cui è giusto puntare il dito, come coraggiosamente ha fatto la sua collega. E tuttavia qualcosa non mi torna. Nel pezzo di martedì c’è un’affermazione un po’ curiosa. È scritta in corpo sedici, perché tutti la notino. La de Gregorio scrive che i due giovinastri che passano le serate “in famiglia”…
arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.

Caro Augias, francamente non m'intendo molto dei prezzi di Genova. Ma i casi sono due: o è un’isola felice in tutta l’Italia settentrionale (nel qual caso mi ci trasferirò immediatamente con la mia compagna, abbattendo quasi del 50% le mie spese correnti), o c’è un refuso. Perché vede, d’accordo con la mentalità parassitaria e tutto il resto, ma nessuna coppia sana di mente, al giorno d’oggi, si cercherebbe una casa con mille euro al mese. Una casa? Un affitto? O magari un mutuo? E magari anche i mobili, la cucina, il posto
macchina? E dopo tutto questo… un figlio? Pannolini, pappe, culle, vestitini, madre probabilmente licenziata (a 600 euro al mese è difficile credere che il suo contratto la tuteli)?

Metter su famiglia con mille euro al mese… Qui non si tratta di essere poveri ma belli: qui è roba da folli o criminali. Qui dopo tre mesi i servizi sociali ti tolgono il figlio. Come minimo. E fanno bene.
Perché d'accordo, il mammismo è un problema: ma è inutile puntare il dito sul mammone. Lui non fa che incarnare il problema, e tirare a campare. Fingere che dipenda da lui, in un Paese dove qualsiasi buco con servizi costa come una reggia, è nascondersi dietro le cifre: come pretendere che i sanculotti si sfamino a brioches. Per quanto possa ingegnarsi o darsi da fare, il mammone non raggiungerà mai i 1800 euro più nero del padre. Ergo, chi glielo fa fare di crearsi un nido nuovo? Sarebbe persino irresponsabile, da parte sua. Non gli resta che attendere che i suoi vecchi gli smollino la casa, per consunzione. Del resto le probabilità che il padre nei prossimi anni venga colpito da un incidente professionale sono dannatamente alte.
Non vede come tutto si tiene? In Italia, la terra dei mammoni e degli infortuni sul lavoro, abbiamo scelto di aiutare le famiglie e stipendiare i padri; tuteliamo i pensionati e non finanziamo gli studi dei giovani: a questi ultimi non resta che attendere, economizzando le risorse e minimizzando gli sprechi. Il 27enne a 400 euro al mese non esce di casa perché sa che, dietro a tutta la retorica dell’indipendenza dai genitori, sarebbe soltanto un enorme spreco di soldi.
È vero che altrove è diverso. Nell’Europa del nord i figli evacuano a 18 anni. Questo ce lo hanno detto tutti. Quello che non sempre ci hanno detto, è che quasi sempre ricevono generosi aiuti dallo Stato, per lasciare i genitori e metter su famiglia. In quei Paesi, dopo la Mamma e il Papà, i giovani imparano a rispettare lo Stato e le sue leggi anche grazie agli sgravi, ai sussidi, alle borse di studio.
In Italia s’è deciso altrimenti, e non da ieri: è la Famiglia l’unico soggetto che ottiene aiuti. Ci sono motivi storici e culturali per cui è andata così, e forse è inutile lamentarsene. Sta bene: ma è altrettanto inutile prendersela col Mammone, in un Paese in cui gli unici soggetti riconosciuti sono le Mamme e i Papà. Lui ha semplicemente tratto le conseguenze: non si fa romanzi, arrotonda lo stipendio rubando dal frigo materno, e conta di andare tirare ancora avanti a lungo con la pensione di papà. Per quale motivo al mondo non dovrebbe?
E soprattutto, caro Augias, lei crede davvero che se potesse uscire di casa non lo farebbe? Sul serio: pensa che a 27 anni ritirarsi con la ragazza nella cameretta sia divertente?
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un posto nel presepe

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Storia di Mària

[È una storia, appunto, ogni riferimento a persone o cose è casuale].

Il primo a porre il problema fu il padre, che una sera – Mària aveva dieci anni – rincasando fetente di bar, le appioppò un ceffone. Senza un motivo al mondo. O meglio: Mària stava correndo verso di lui nel corridoio, blaterando di un compito di scuola o di qualche altra sciocchezza, mentre il padre aveva i suoi problemi, i suoi debiti di gioco, i suoi pensieri, e insomma S-ciaf!
“Perché non parli come un maschio?”

Mària non crede nei traumi infantili, via! un ceffone è un ceffone. Di sicuro non è diventato così per una sberla, tra mille che ne avrà prese. Ma da quel giorno cominciò pure qualcosa. Col ceffone il padre gli propose la questione fondamentale: chi sono i maschi? Cosa vogliono? Come parlano? A dieci anni Mària non ne aveva la minima idea. Sempre in casa stava, appiccicato alla sottana di mamma. Era ora di dare un'occhiata al mondo.

La curiosità lo spinse a vivere la ricreazione in un modo diverso. Di colpo in bianco smise di giocare alla settimana con le compagne, che pure teneva carissime, e si avventurò nell’angolo di cortile dove spallonavano i maschi di quinta. Qui trovò una conferma ai sospetti del padre: la sua voce non andava. Il timbro era lo stesso degli altri bambini, ma c’era qualcosa di stridulo, che paragonato al tenorile bofonchiare di Flavio Dusacchi lo faceva suonare affettato. Lo stesso soprannome, abbreviazione del comunissimo cognome “Mariani”, sillabato da quei monellacci assumeva una sfumatura equivoca. Né Mario né Maria: Mària. Un nome qualunque, eppure unico al mondo. Mària non lo avrebbe mai più abbandonato.

Per il resto non erano così cattivi, gli ometti di quinta. Mària se li ingraziava con merende supplementari e pacchetti di figurine. Ripensandoci da adulta, un poco la imbarazza questa totale mancanza di dignità. Ma stare coi maschi era troppo importante. Era fiera dei lividi che si portava a casa – i maschi avevano sviluppato un’arte marziale che consisteva in una sequenza infinita di ganci destri alle spalle. Mària era un punchball simpatico e disponibile, e lo sarebbe rimasto per anni. Da Bordon Diego imparò anche a bestemmiare Dio e i Santi: ma quelle sillabe magiche, ripetute da Mària, tornavano a suonare troppo simili a preghiere, e insomma, dopo qualche tentativo Mària lasciò perdere: la sua non era una voce da maschi. Anche il padre si rassegnò.

Alle medie il vocabolario maschile s’allargò all’improvviso, e Mària scoprì d’essere un finocchio, un ricchione, una checca, un busone: tutto questo senza ancora mai avere desiderato nessuno, né maschio né femmina: e poi dicono che il genere si sceglie. Mària si era rimesso a chiacchierare con le compagne, ora che i maschiacci evitavano anche solo di toccarlo, per via del contagio: fermamente convinti che lo sfioramento del busone comportasse un rischio per la loro virilità, passavano intere ricreazioni a inseguirsi urlando “sfiga-di-Mària-immune!” E altre cose simili che, in assenza di ricerche serie sul bullismo, gli insegnanti non notavano. Poi venne la fase degli odori.

Si ricorda molto bene, Mària, che molto prima di decidersi a guardarli, i maschietti cominciò ad annusarli.
Non ci poteva fare niente. Gli odori stanno nell’aria. Gesù ha detto di cavarti un occhio, se ti dà scandalo, ma non ha aggiunto di turarti il naso. Il sudore di D’Angelo era muschiato e dolcissimo. Germini Patrizio aveva una pelle spugnosa che tratteneva l’odore di qualsiasi bagnoschiuma, anche se quasi sempre era pino silvestre. Nel frattempo le sue compagne cominciavano timidamente a truccarsi: Mària aveva potuto contare fino a quel momento sulla loro complicità, ora qualcosa stava cambiando; iniziava a odiarle. I loro profumini le impedivano di concentrarsi sull’afrore ascellare di Verozzi. E c’era il problema delle tette, che iniziavano a catalizzare gli sguardi. In questo gioco di rimandi incrociati, Mària restava totalmente indisturbata, e aveva modo di osservare gli altri. I maschi la indispettivano, non riusciva più a capirli. Fino a qualche settimana prima non alzavano gli occhi dalle figurine, ora avrebbero dato il rarissimo Pietro Vierchowod per uno sfioro di tetta.

E i peli. Fu Dusacchi il primo uomo a porre il problema, nello spogliatoio maschile. “Mària, oh! Ma ti radi?”
Se avesse avuto il tempo, in mezzo alle risate dei compagni, Mària avrebbe risposto di sì: si radeva, perché cominciava ad averne tanto, e folto, e la imbarazzava in particolare quel ciuffetto che tendeva a salire in direzione ombelico; ma Dusacchi, biondo com’era, poteva capirlo? D’altronde, cosa stava succedendo? Da quando in qua nello spogliatoio ci si guardava in basso? Mària non aveva mai osato. Pensava che ai maschi non piacesse. E Mària stava facendo il possibile per capirli, i maschi.

Perché gli piacevano. Gli piaceva l’insolenza metropolitana di Dusacchi, la timidezza irsuta di Verozzi, l’accento nordico di Bordon quando con una presa al collo lo stringeva tra le braccia per un momento, sussurrando “busone di merda”. Tutto sembrava pronto per un’esplosione ormonale, che invece il liceo congelò: al riparo dai maschi, in una classe a stragrande maggioranza femminile, Mària si dimentico degli odori e riprese a cicalare con le amiche. Divenne il migliore confidente di tutte, perché effettivamente conosceva i maschi meglio di loro, e la frase “Tutti stronzi” in bocca a Mària sapeva più di vero. In compenso le ragazze le insegnarono a vestirsi con stile, a camminare nei corridoi come sotto i portici del centro, e viceversa.

Il quinto anno fu meraviglioso, Mària era diventata una sintesi di due sessi che le piacevano molto, e cominciava ad aggiungerci qualcosa di originale, di suo. Un pomeriggio d’aprile, mentre ufficialmente aiutava Barazzi Clelia a ripassare chimica (in realtà provando vestiti vintage eredità di una zia), si ritrovò abbracciata su di lei, nel letto di lei, e pensò che quello che la situazione le richiedeva era un bacio. Ma forse sbagliò i tempi, o i modi: non aveva mai baciato una ragazza – non aveva mai baciato nessuno! Clelia si irrigidì di scatto, se lo aveva desiderato era stato un attimo, un giorno, un anno, un millennio prima: Mària si ritrasse, avrebbe voluto scomparire, e in un certo senso davvero scomparì qualcosa in lei, per sempre.

Un mese dopo, in gita scolastica, Clelia venne a bussare alla sua camera. “Ti devo dire un segreto. Sono omosessuale”.
“Eh?”
“Si dice anche delle donne, non lo sai? Perché deriva dal greco…”
“Clelia, Clelia, lo so da cosa deriva. Ma cosa… come fai a saperlo”.
“Ho fatto sesso con Nadia”.
“Quella zoccola? Ma non vuol dire, è ubriaca da ieri, e poi… e perché vieni qui a dirmi questa cosa…”
“Volevo ringraziarti. Perché è stato grazie a te che l’ho capito… quel pomeriggio che tu hai cercato di baciarmi!”
“Clelia, senti, sei fatta anche tu. Perché non ti stendi un po’, ti riposi e poi magari domani ne parliamo con calma”.
Clelia russò tutta la notte, come a ribadire il suo omoerotismo conquistato e trionfante, lasciando Mària sveglia a scalciare i dubbi: ha capito che è lesbica perché l’ho baciata, o ha capito che è lesbica perché l’ho baciata da schifo? Le piaccio o no? Le piaccio come uomo o come donna? O le piaccio perché non sono né l’uno né l’altro? Oppure tutto sommato non le piaccio, visto che alla fine si scopa la zoccola dall’altra parte del corridoio? Oppure avevano ragione i maschi delle medie, l’omosessualità è un virus e io gliel’ho passato… sfiga-di-Mària-immune… che casino… ma sai che c’è? Io non ne voglio un cazzo… a me piacciono i maschi… l’odore dei maschi… queste ragazze con tutti i loro problemi mi stressano la minchia e basta… fammi prendere la maturità e poi non mi trovano mai più”.

All'università, in una città diversa, la bomba ormonale, pazientemente custodita negli anni di frustrante apprendistato, esplose con la forza di cento cavalli vapore. Da vergine a idolo delle feste nel giro di pochi mesi, finché – sorpresa – non si stancò. Piuttosto presto. La promiscuità lo attirava, e insieme lo lasciava insoddisfatto. Provò a farsi una storia seria: ci provò con tutte le forze. Andò persino a vivere con lui, un damsino di Matera con la fissa per il cinema tedesco. Durò due anni. Andavano nei locali dei gay, alle feste gay; a un certo punto a Mària sembrò di soffocare. Conosceva tutti, e non gli piaceva più nessuno. Avrebbe voluto entrare nel bar di una polisportiva, e guardare le partite della Fortitudo coi ragazzetti del quartiere, e invece doveva sgugnarsi la retrospettiva di Fassbinder. E non provare ad allungare quelle mani.
“Senti, io ti lascio”.
“SSsssst, è iniziato il film”.
“E non ce l’ho con te. Tu sei gentilissimo e bravissimo e assolutamente a posto. Il problema è che sei gay”.
“Anche tu sei gay”
“Lo so. Io però i gay non li sopporto”.
“E cosa ti piace, allora?”
“Mi piacciono i maschi”.
“E cosa pensi di fare?”
“Non lo so”.
“Prova con le tette”.

Il consiglio, totalmente gratuito, spiazzò Mària come l’uovo di Colombo. Ma per abituarsi all’idea ci vollero comunque un paio d’anni. Cominciò con un push-up, giusto per vedere l’effetto. Non male! Aveva la sensazione di portarsi un pezzo di mamma con sé, le dava un senso come di confidenza. Infine iniziò con gli ormoni. Vedersi cambiare fu spaventoso e fantastico: l’adolescenza, finalmente, a venticinque anni. E il risultato finale fu discretamente spettacolare. Ora Mària sarebbe piaciuta agli uomini.
Pensò subito di monetizzare il risultato: dei soldi aveva bisogno, e inoltre non conosceva molti altri modi d’incontrare persone sensibili alla sua nuova identità sessuale. Prese in affitto una mansarda e pagò un paio di annunci sul giornale adatto: era nata una stella. I primi utili furono utilizzati in un paio di altri ritocchi che Mària riteneva necessari. Perché aveva voglia di tornare a casa, e voleva tornarci perfetta, e magari irriconoscibile. Come una seconda nascita.

“Torno a spaccarvi il culo”.
Letteralmente. Nei primi sei mesi di attività, Mària si ritrovò a sodomizzare D’Angelo, che ogni tanto ne aveva voglia ma non si considerava un ricchione; Verozzi, che voleva provare “una volta l’effetto che fa”; Germini che sosteneva d’essere ubriaco e di avere litigato con la fidanzata, e che dopo mezz’ora ebbe una specie di orgasmo multiplo mai attestato nella letteratura scientifica; e Bordon, il rude Bordon, che lo incitava pure: “Dai! E dai! E spingi, busone di merda!”
“Ma allora ti ricordi di me?”
“Perché ti sei fermato? E spingi!”

Fu Dusacchi a riconoscerlo invece, dalle misure.
“Ma certo che lo so chi sei, eri quello che ce l’aveva più lungo di tutta la scuola”.
“Io?”
“E che pelo avevi. Ne avevi tanto che ti radevi. E due gioielli, grossi così, solo tu. Ci ho pensato per anni”.
“Ai miei gioielli”.
“Sì”.
“E non potevi dirmelo prima? Dovevi aspettare che mi facessi crescere le tette?”
“Mi piacciono le tue tette”.
“Ma non le stai nemmeno guardando! È un pretesto! La verità è che non ti piacciono le tette”.
“Certo che mi piacciono. Non sono mica un busone”.
“Sicuro?”
“O, vaffanculo”.

Il che, detto da Dusacchi, nella posizione in cui si trovava in quel preciso momento, suonava come il più enorme controsenso al mondo.
“Non darmi mai più del busone. Mai più”.
“Va bene, ora sssst”.
Ricapitolando: Mària cercava l’uomo vero, si è montata un par di tette da sogno, e adesso il suo mestiere consiste nel sodomizzare una manica di maschi repressi che hanno paura di chiederlo a un gay. Non vi girerebbero le palle? A Mària in effetti girano. Ma questi maschi chi sono? Cosa vogliono? Lei si aspettava protezione, energia, magari anche ceffoni. E questi giù, in ginocchio o a pecora, a implorare, spingi spingi, che roba è? Mària è molto delusa. Cambierebbe anche sesso, se gliene fosse rimasto uno da provare.

L’altro giorno, per incanaglirsi, sbirciava la diretta del family day, quando in uno scorcio rapido li vide: nell’orgia cattolica di Piazza San Giovanni – milioni di persone convenute da tutt’Italia perché ce l’avevano con lei – Barazzi Clelia e Dusacchi Flavio mano nella mano, quest’ultimo con un bambino biondo calcato sulle spalle. E a momenti sveniva, sul serio, perché un bambino coi capelli di Dusacchi e il labbro di Clelia era ciò che più si avvicinava alla sua idea di perfezione.
Eh, quanto è piccolo il paese. Dunque è Clelia l’oca-moglie a cui Flavio ama sputare ingiurie postcoitali. Ma non era lesbica? Si vede che s’era sbagliata – chi è Mària per giudicare. Ma chi sono Flavio o Clelia, d’altro canto, per dare lezioni di normalità sessuale? E perché ce l’hanno tanto con Mària, che in tutta la sua vita non ha mai tolto niente a nessuno? Dio probabilmente ha inventato la famiglia solo per vedere il sorriso dei bambini, e si dimentica alla svelta tutte le ipocrisie, le promesse e le minchiate che vengono prima o dopo. Gli uomini e le donne e gli altri però quaggiù hanno da vivere, raccontandosi bugie e tirando avanti – e finché funziona che male c’è? Ma funzionerebbe, la Sacra Famiglia Dusacchi, senza la mansarda di Mària che fa da camera di compensazione? Sul serio non c’è posto nel presepe per lei? Potrebbe fare il bue, un'altra creatura di sessualità incerta; ma senza di lui si moriva dal freddo, quella notte.
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vivono tra noi

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Amare i bambini


Noi siamo persone normali, persone buone. Abbiamo chi un cane, chi un gatto, chi almeno un canarino. E molti di noi hanno bambini. Sono belli, i bambini. Teneri, senza colpe. Sono angeli. Noi amiamo i bambini.
E questo ci riempie di angoscia, perché sono indifesi, i bambini. Se potessimo tenerli sempre con noi – ma non è possibile. Ogni tanto dobbiamo lasciarli andare fuori.
Fuori ci sono altre persone. Sembrano normali, come noi, ma non sono normali. Hanno un cane, hanno un gatto, come noi, ma sono mostri. Sono pedofili. Sono organizzati. Hanno libri e siti internet.
Adescano i nostri bambini. Li drogano, coi tranquillanti. Li costringono a fare cose che noi non riusciamo neanche immaginare. Davanti a una telecamera li molestano. Gli rubano l’infanzia e la felicità per sempre.
In una casa come la nostra c’è una stanza buia, in cui torturano i nostri bambini. Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Bidelli e benzinai sono d’accordo. Insegnanti e medici, custodi, obiettori, avvocati, preti. Non ti puoi fidare di nessuno.

I bambini di questo non parlano. Non esistono, alla loro età, le parole, per l’orrore che hanno dentro. Vorrebbero dimenticare.
Per salvarli dai pedofili, noi non li facciamo più uscire. Per aiutarli a non dimenticare, li chiudiamo in una stanza, e cominciamo con le domande. Quello che devono dirci, lo abbiamo già sentito da altri, a cui è successa la stessa cosa. Perché noi ci teniamo informati, sui libri e i siti internet.
Loro all’inizio non vogliono dire niente. Allora insistiamo. Li tempestiamo di domande.
Può durare un paio d’ore o un paio di giorni. A volte occorre abbassare la luce, e minacciarli. È durissimo ascoltarli quando ancora non vogliono parlare. È odioso riprenderli con una telecamera. Ma è l’amore che ci fa resistere, è l’amore che ci costringe a farli parlare. E alla fine l’amore vince sempre.
Arriva il momento in cui parlano. È terribile starli ad ascoltare, ma tutto quello che dicono di solito coincide. E non sono invenzioni. Tutti i racconti coincidono. Come potrebbero, bambini così piccoli, inventarsi dettagli così orribili. E sono sempre gli stessi! Chi può in buona fede pensare a un’invenzione? I bambini non mentono mai. Sono angeli.
Dopo aver parlato sono sempre molto scossi. Fanno fatica a uscire. A volte dobbiamo dargli tranquillanti, perché ciò che hanno ricordato, ciò che hanno vissuto in quella stanza buia è orribile. Resterà con loro per tutta la vita.
Ora però abbiamo il loro racconto. Lo metteremo su internet. Faremo girare anche il video, è giusto che tutti vedano, che tutti sappiano. Perché ci sono persone cattive là fuori.
Persone che torturano i bambini. Che mettono i video on line. Ci sono i mostri. Il mondo deve saperlo. E glielo dobbiamo dire noi.
Bisogna che tutti stiano attenti. Fuori c’è gente cattiva. Torturano i bambini. Dicono di amarli, ma sono i mostri.
Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Vigili e carabinieri sono d’accordo. Giornalisti e psicologi, giudici e magistrati. Di chi ti puoi fidare.
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fammi andar fuori, come una vescica al sole

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Proud to be dumb

Erano un milion
e, erano un milione e mezzo, ma che importa? Se l'Italia è il paese delle mille parrocchie, un milione non è nemmeno un granché. Forse i politici di sinistra avrebbero dovuto reagire facendo spallucce: un milione? Tutto qui? E i quotidiani di sinistra avrebbero dovuto titolare: Appena un milione a San Giovanni. Perché la battaglia delle idee si combatte così.

E invece no, un milione è tanto. Tantissimo. Perché va confrontato con un altro dato: i signori che sono andati in Piazza Navona perché orgogliosi di essere laici. Qualche migliaia di orgogliosi. Complimenti. Una curiosità: chi vi ha invitati? Da chi è partita l'idea? Tiro a indovinare: i radicali. Sempre così intelligenti. E così pochi. Così orgogliosi di essere in pochi a essere intelligenti. Tanto orgoglio e tanta intelligenza, non c'è dubbio, in Piazza Navona ci stavano stretti.

E' un po' come parlare del Sole. Sapete quanto è grande il Sole? Potrei darvi un numero, ma non vi direbbe nulla. Invece vi faccio vedere una foto: c'è un pezzo di sole, e un puntino azzurro a destra. Il puntino azzurro è la Terra. Ecco: adesso avete un'idea di quanto sia grande il Sole. Per farvi un'idea della sua grandezza, vi serviva un punto di riferimento. Qualcosa di relativamente molto piccolo.

Ora sapete anche quant'è forte il familismo militante cattolico in Italia, o, se preferite, quanto sia debole l'orgoglio laico. Il primo riesce a mobilitare mille volte più persone del secondo, nella stessa unità di tempo e in uno spazio contiguo. Se era una gara, l'orgoglio laico l'ha persa mille a uno. Chi dobbiamo ringraziare per questo bel risultato?

I radicali. Se non esistessero, andrebbero inventati. E siccome quantitativamente, oggettivamente, non esistono, ogni tanto io me lo chiedo: ma chi è che li inventa? E perché lo fa? E perché c'è sempre qualcuno così orgoglioso da cascarci? Mah. La mia risposta alla domanda è Mah.
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sbatti il mostro in prima serata

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Di solito, dopo gli strilli dei primi giorni, molti preferiscono non parlarne più, magari non pensarci proprio. È la maggioranza silenziosa che in questi giorni, quando sente parlare di Rignano Flaminio, sbuffa e cambia canale. È un atteggiamento perfettamente comprensibile, di fronte a fatti così gravi, che dopotutto non sono di nostra competenza. Ci sono i giudici, giudicheranno loro. Giusto. Spesso poi i giudici assolvono, ma al secondo o terzo grado di giudizio, dopo molti anni, quando il caso non è più seguito dai cronisti d’assalto che avevano sbattuto il mostro in Prima. L’assoluzione invece andrà tra le Brevi di cronaca. Questo fa sì che ancora molta brava gente sia convinta, in perfetta buona fede, che Marco Dimitri stia marcendo in prigione condannato per pedofilia. Dimitri invece è stato totalmente scagionato in non uno, ma due processi.

Ci sono però anche quelli che non riescono a smettere di pensarci, senza per questo essere in grado di formulare un giudizio ponderato. In questo momento sembra impossibile mediare tra le due possibili verità: o esiste una rete mondiale di pedofili che controlla scuole pubbliche e private, o si tratta di una psicosi di massa straordinariamente virulenta, che viaggia di città in città e ha effetti devastanti su bambini e genitori. Un compromesso sembra impossibile. Bisogna scegliere.

Per esempio, la redazione di Studio Aperto ha scelto di credere nell’Internazionale Pedofila, e le ha dedicato una lunga puntata di Live, martedì sera, molto difficile da seguire. Io ci ho provato, e mi sono trovato in un incubo. Questo tutto sommato potevo aspettarmelo. Forse non me l’aspettavo confezionato con tanta accortezza.

La professionalità di Studio Aperto

Lo Speciale non parlava solo di Rignano. Il filo della trasmissione si dipanava lungo una serie di casi più o meno simili, in Italia e all’estero. Episodi controversi come il caso di Brescia (tutti assolti meno uno) erano mescolati a casi acclarati e famigerati, come Marcinelle. Chi potrebbe schierarsi dalla parte del mostro di Marcinelle? Nessun riferimento alla lunga catena di processi a carico di maestre di scuole dell'infanzia negli anni 80 in USA, quasi tutti conclusi (dopo anni) con assoluzioni. Nessun riferimento a un episodio storico e importante come il caso d’Outreau in Francia, un processo fiume terminato col Presidente Chirac costretto a chiedere scusa agli imputati assolti per la “catastrophe judiciaire” (parole sue). Insomma, nessuno spazio a chi parla di psicosi di massa, perché chi parla di psicosi di massa non vuol credere ai bambini, e bisogna sempre credere a quello che dicono i bambini.

Invece agli avvocati non si può credere, e infatti ai difensori degli imputati di Rignano non viene dato il tempo di esprimersi: qualche frase tagliata, qualche ragionamento monco, ed è tutto. Volendo dimostrare la sua imparzialità, la cronista decide di seguire la fiaccolata di sostegno agli indagati, e nel montaggio riesce a far sentire due volte le urla dei carcerati di Rebibbia che dalle finestre gridano ai manifestanti “pedofili”. Il senso qual è? Qual è esattamente la credibilità dei carcerati, la loro competenza in merito? Eppure, cronometro alla mano, hanno avuto più tempo loro, per esprimere il loro parere, dei partecipanti alla fiaccolata: i quali davanti agli improperi dei galeotti battono in precipitosa ritirata. Questo almeno ci fa vedere il montaggio.

Non mancano gli esperti. Massimiliano Frassi, vero ispiratore del programma, che merita un discorso a parte. Don Fortunato di Noto, che avalla l’ipotesi di una rete pedofila mondiale. Sull’inchiesta di Rignano, però, non dice niente. Forse non glielo hanno chiesto. Curioso, perché qualche giorno prima al Giornale l’aveva definita “disastrosa” per le modalità con cui era stata condotta.

Uno dei momenti più ripugnanti dello Speciale è la testimonianza di alcune madri bresciane, che riferivano le violenze narrate dai loro bambini con dovizia di particolari. Secondo la giustizia italiana quegli episodi non sono mai accaduti: Studio Aperto ha deciso di riportarli ugualmente. È una scelta piuttosto forte.
Ora: io non credo nel mantra “ho fiducia nella magistratura”. Non ho nemmeno, se proprio devo dirlo, tutta questa fiducia metafisica nella magistratura, che è un’istituzione umana e quindi soggetta ad errori. Inoltre credo nella libertà di espressione – sono un blog, ci mancherebbe altro. Non discuto il diritto di Studio Aperto di schierarsi così apertamente dalla parte di genitori che hanno perso un processo. Avrei qualcosa da dire, magari, quando immediatamente dopo un noto sacerdote di Brescia viene duramente preso di mira dalla cronista perché crede nell’innocenza dell’unico condannato. Come si permette questo prete di non attenersi a una sentenza? Beh, se si permette Studio Aperto, perché non dovrebbe farlo un prete? Il problema è sempre quello: il prete, oltre a non credere alle sentenze, non crede ai bambini. Studio Aperto invece ha deciso di credere a qualsiasi cosa dicano i bambini, che le sentenze lo confermino o no. Del resto le sentenze vengono citare soltanto nei casi in cui rispettano i resoconti dei bambini. Ripeto, è una scelta piuttosto forte. Ma del resto è Studio Aperto. Alle undici di sera.

A meno che qualcuno a Mediaset non voglia seguire l’invito di Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, che propone di replicare la trasmissione in prima serata. Copio e incollo dal sito dell’Osservatorio (ma i grassetti sono miei):

“Con sensibilità e professionalità da parte degli addetti ai lavori la trasmissione ha trattato il tema della pedofilia mettendo in rilievo aspetti mai fino ad oggi evidenziati dalla televisione. Un contenitore che ha permesso a pochi sonnambuli, vista e considerata l’ora tarda della messa in onda, di comprendere come e quanto la pedofilia non sia più da considerarsi patologia individuale ma aberranza collettiva e lobbistica. Per tali ragioni – continua il presidente dell’Osservatorio – è indispensabile che un pubblico più massiccio abbia l’opportunità di fruire di una delle produzioni più coraggiose, coscienziose e credibili che siano mai state trasmesse in Tv”.
Marziale chiede dunque ai vertici di Mediaset: “La riproposizione della puntata in prima serata allo scopo di favorire presso l’opinione pubblica il giusto grado di comprensione del fenomeno pedofilia ancora troppo sottovalutato”. Ecc.


Marziale è stato componente del gruppo di lavoro della "Commissione per l'assetto del sistema radiotelevisivo" del Ministero delle Comunicazioni per la stesura del "Codice di autoregolamentazione sulla tutela dei minori in tv". Memorabile fu la sua protesta per la proiezione della seria “Roma” in prima serata: troppa violenza, troppo sesso. Questo è molto curioso, perché in fatto di sesso e violenza lo speciale di Italia 1 non è certo secondo a nessuno. Uno dei punti clou è un’intervista a un detenuto per reati pedofili. Marziale deve aver pensato che il fine (salvare i bambini) giustificasse una dose di violenza, visiva psicologica e verbale, molto superiore a quella di un telefilm di legionari.
Quel servizio ha impedito a persone adulte di dormire, ieri sera. Marziale propone di farlo vedere a tutti. Naturalmente, “con i dovuti accorgimenti contemplati dalla normativa vigente in materia di tutela dei minori”.

Io sono di un altro parere.
Ripeto quanto detto la scorsa settimana: non posso sapere cosa è veramente successo a Rignano. Non ho gli elementi necessari: forse un giudice li avrà, io no.
Se preferisco pensare all’isteria collettiva, è forse per pregiudizio razionalistico, o perché istintivamente tra genitori e maestre parteggio per queste ultime, o forse solo perché mi piacerebbe che quei crimini non fossero stati commessi. In ogni caso non ho le prove per parlare di isteria collettiva. Ma so che in altre città, che in altre nazioni, si sono verificati casi d’isteria collettiva molto simili a quanto successo a Rignano.
E so anche come questo tipo di isteria può contagiarsi: attraverso programmi confezionati come lo Speciale di Italia 1. Che sembrano davvero fatti apposta per indurre al dubbio e all’angoscia la persona forse più fragile del mondo: il giovane genitore. In buona fede, naturalmente. Siamo tutti in buona fede qui. Si parla molto di buona fede in questi giorni, come se fosse l’acqua lustrale: come se l’umanità non avesse dato spesso il peggio di sé, in perfetta buona fede.
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c'era tanto tempo fa un'antica civiltà

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Morire per gli Ozpetechi?
Una storia originale e bellissima di amore e amicizia, che si svolge in una famiglia allargata, in cui convivono coppie etero e omosessuali, ex amanti e futuri amanti. (Onemoreblog)

Il peggio del cinema italiano. E non lo si dice esagerando: Saturno Contro ha tutti i difetti possibili immaginabili, tutte le mancanze che tengono ancorato il nostro cinema ad un livello bassissimo, incapace di raccontare altro che "crisi tra quarantenni" e tutte quello che ne consegue.
(Secondavisione)

Sono in mezzo a noi. Sono come noi. Soltanto un po’ più ricchi.
Siccome sono un po’ più ricchi, colti e raffinati, gli Ozpetechi non hanno così tanto bisogno di Pacs o DiCo o QuelCheSia. Già c’è l’amore; poi c’è qualche soldino da parte; se ti muore il partner vedrai che suo padre, legittimo erede, sarà sensibile e recettivo. Anche se era omofobo fino a un istante prima. “Volevo seppellirlo con sua madre, ma lei dice che preferiva essere cremato …” Massì, volemose bbene, no? Tra gente d’un certo livello, vuoi che non ci si metta d’accordo?

(Ma chi l’ha poi detto, che ogni film italiano debba riflettere per forza il dibattito contemporaneo. Uno va al cinema a Una va al cinema a svagarsi con le amiche, per il dibattito contemporaneo c’è Vespa, e Mentana in sovrappiù. Non è che se tutti parlano di DiCo Ozpetek debba per forza dire la sua. E se avesse voluto soltanto fare un film sugli amici suoi? Qualcosa in contrario? In fondo ci sono due attori maschi che si baciano, per il pubblico italiano è già abbastanza forte).

La coppia di gay benestanti. Uno stereotipo oppure no? Esistono in Italia coppie di gay non benestanti? Se ci penso bene, altroché. Per esempio, gli studenti. Esiste gente che a venti, trent’anni convive, e non è benestante per forza. Insomma, questa idea che si possa essere gay consapevoli solo a partire da un certo scalino di reddito, è uno stereotipo e anche pericoloso. Lo scalino c’è, ma non è economico.

Probabilmente è culturale. Dati in mano non ne ho, ma potrei scommetterci qualcosa: si è gay consapevoli solo a partire da un certo titolo di studio. I soldi insomma c’entrano, ma indirettamente. In fondo anche gli Ozpetechi, per quanto benestanti, sono abbastanza sobri nei gusti e nei consumi. Non voglio dire che bisogna essere colti per essere gay. Ma senz’altro la cultura aiuta a capire che si è gay, e che si può esserlo in modo relativamente sereno.

Il problema è che in Italia – solo in Italia? – la cultura è un lusso. Di conseguenza è un lusso anche la possibilità di farsi una serena esistenza gay. E qui arriviamo al punto: per quanto possa essere irritante la campagna anti-DiCo dei cattolici, io non credo che i DiCo siano una priorità. La priorità è la cultura. In Italia non ce n’è ancora abbastanza per tutti. Ce ne deve essere di più.
In Italia non esistono solo rodate coppie di ozpetechi che leggono buoni libri e si guardano un film tutte le sere. Oso dire che gli ozpetechi non sono che la punta di un iceberg. D’accordo che bisogna tutelare le minoranze, ma ricordiamoci che sotto il pelo dell’acqua c’è una quantità enorme di persone che potrebbe essere gay ma non lo sa, o non lo dice, o non lo ammette, perché non ha avuto a disposizione gli strumenti per capirlo, o per accettarlo. Questi strumenti sono culturali.

Io non so se l’orientamento sessuale sia un destino o una scelta, ma sono abbastanza convinto che la cultura sia lo sbarramento fondamentale, e non solo in materia di sesso. Da una parte c’è chi ha i mezzi per capire gli altri e capire sé stesso: dall’altra c’è chi deve attenersi a una serie di moduli stereotipati di comportamento: maschio vs culattone, in questo caso. Detto questo, siete liberi di combattere per i propri diritti di qua o di là. Io continuo a pensare che vada abbattuto lo sbarramento. Tutti dobbiamo avere libero accesso alla cultura; tutti dobbiamo essere liberi di indirizzare la nostra preferenza sessuale, o almeno di riconoscerla. Un’Italia un po’ più democratica, un po’ più scolarizzata, un po’ più colta, sarebbe anche un po’ più gay. E un Italia un po’ più gay non avrebbe bisogno di tanti cortei e chiacchiere per vedere riconosciuti i propri diritti in Parlamento, Vaticano o non Vaticano.

Viceversa in questa Italia, con la scuola e l’università un po’ allo sfascio, sembra che il governo debba cadere perché non riconosce qualche diritto in più a una minoranza di fighetti con appartamento di proprietà in centro. Sul serio, questo è il messaggio che rischia di passare. Attenzione. Con tutte le minoranze da tutelare che ci sono in giro, a me non va di morire proprio per gli Ozpetechi. C’è gente che sta peggio (anch’io, forse, per esempio).

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stanateli a brioches

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Se mille euro al mese (in due) vi sembran tanti

Caro Augias,
sto leggendo con molto gusto i servizi di Concita de Gregorio sulla famiglia italiana, pubblicati sul retro della sua rubrica.

Martedì scorso, la sua collega ha coraggiosamente messo il dito sulla piaga purulenta della società italiana: i mammoni, i parassiti, insomma, i figli che non schiodano mai di casa. Le percentuali contenute nel pezzo sono agghiaccianti: in Italia 7 maschi su 10 tra 25 e 29 anni vivono coi genitori. I mammoni spesso hanno un lavoro, eppure non contribuiscono al bilancio famigliare: non puliscono, non fanno la spesa, hanno libero accesso al frigo, insomma protraggono scandalosamente i privilegi dell’infanzia.

Nei carruggi genovesi, la giornalista ha snidato un esemplare di giovane adulto italiano che a 27 anni, malgrado porti a casa uno stipendio (400 euro) e abbia una relazione seria con una “fidanzata”, inspiegabilmente non schioda. Il bilancio della famiglia rimane così tutto sulle povere spalle del padre gruista: 58 anni, 1800 euro al mese “arrotondati con qualche lavoretto” (un bel modo all’antica per dire che prende del nero, ma pazienza).

Caro Augias, non c’è dubbio che un 27enne che si porta la ragazza in casa e chiude a chiave sia qualcosa di squallido; qualcosa di cui dobbiamo cominciare a vergognarci; qualcosa su cui è giusto puntare il dito, come coraggiosamente ha fatto la sua collega. E tuttavia qualcosa non mi torna. Nel pezzo di martedì c’è un’affermazione un po’ curiosa. È scritta in corpo sedici, perché tutti la notino. La de Gregorio scrive che i due giovinastri che passano le serate “in famiglia”…

arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.
Prego?
arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.

Caro Augias, francamente non m'intendo molto dei prezzi di Genova. Ma i casi sono due: o è un’isola felice in tutta l’Italia settentrionale (nel qual caso mi ci trasferirò immediatamente con la mia compagna, abbattendo quasi del 50% le mie spese correnti), o c’è un refuso. Perché vede, d’accordo con la mentalità parassitaria e tutto il resto, ma nessuna coppia sana di mente, al giorno d’oggi, si cercherebbe una casa con mille euro al mese. Una casa? Un affitto? O magari un mutuo? E magari anche i mobili, la cucina, il posto
macchina? E dopo tutto questo… un figlio? Pannolini, pappe, culle, vestitini, madre probabilmente licenziata (a 600 euro al mese è difficile credere che il suo contratto la tuteli)?

Metter su famiglia con mille euro al mese… Qui non si tratta di essere poveri ma belli: qui è roba da folli o criminali. Qui dopo tre mesi i servizi sociali ti tolgono il figlio. Come minimo. E fanno bene.

Perché d'accordo, il mammismo è un problema: ma è inutile puntare il dito sul mammone. Lui non fa che incarnare il problema, e tirare a campare. Fingere che dipenda da lui, in un Paese dove qualsiasi buco con servizi costa come una reggia, è nascondersi dietro le cifre: come pretendere che i sanculotti si sfamino a brioches. Per quanto possa ingegnarsi o darsi da fare, il mammone non raggiungerà mai i 1800 euro più nero del padre. Ergo, chi glielo fa fare di crearsi un nido nuovo? Sarebbe persino irresponsabile, da parte sua. Non gli resta che attendere che i suoi vecchi gli smollino la casa, per consunzione. Del resto le probabilità che il padre nei prossimi anni venga colpito da un incidente professionale sono dannatamente alte.

Non vede come tutto si tiene? In Italia, la terra dei mammoni e degli infortuni sul lavoro, abbiamo scelto di aiutare le famiglie e stipendiare i padri; tuteliamo i pensionati e non finanziamo gli studi dei giovani: a questi ultimi non resta che attendere, economizzando le risorse e minimizzando gli sprechi. Il 27enne a 400 euro al mese non esce di casa perché sa che, dietro a tutta la retorica dell’indipendenza dai genitori, sarebbe soltanto un enorme spreco di soldi.

È vero che altrove è diverso. Nell’Europa del nord i figli evacuano a 18 anni. Questo ce lo hanno detto tutti. Quello che non sempre ci hanno detto, è che quasi sempre ricevono generosi aiuti dallo Stato, per lasciare i genitori e metter su famiglia. In quei Paesi, dopo la Mamma e il Papà, i giovani imparano a rispettare lo Stato e le sue leggi anche grazie agli sgravi, ai sussidi, alle borse di studio.

In Italia s’è deciso altrimenti, e non da ieri: è la Famiglia l’unico soggetto che ottiene aiuti. Ci sono motivi storici e culturali per cui è andata così, e forse è inutile lamentarsene. Sta bene: ma è altrettanto inutile prendersela col Mammone, in un Paese in cui gli unici soggetti riconosciuti sono le Mamme e i Papà. Lui ha semplicemente tratto le conseguenze: non si fa romanzi, arrotonda lo stipendio rubando dal frigo materno, e conta di andare tirare ancora avanti a lungo con la pensione di papà. Per quale motivo al mondo non dovrebbe?

E soprattutto, caro Augias, lei crede davvero che se potesse uscire di casa non lo farebbe? Sul serio: pensa che a 27 anni ritirarsi con la ragazza nella cameretta sia divertente?

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scuola di brigatismo, 1

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Effetti non collaterali

E continuano a parlare di Brigate Rosse. Tanto chiasso per un gruppetto che non era ancora riuscito a scassinare un bancomat.

Minimizzo? Beh, dipende. D’accordo, il brigatismo uccide. Quanto? Negli anni Zero direi una media di un morto ogni tre anni. Nel frattempo – sarà un po’ banale ricordarlo – abbiamo due o tre Regioni controllate da bande criminali spesso in guerra fra loro. In ogni caso non fanno in un anno i morti che fa il traffico.

Volendo restare ai morti ammazzati, ci sarebbe un'altra emergenza: le famiglie. Il posto più rischioso in assoluto, come sa chiunque ne abbia una (Ratzinger, per esempio, non lo sa). In realtà, se si potessero abolire, si salverebbero centinaia di vite all’anno. Peraltro, se non ti ammazza un parente, spesso è il vicino di casa. In confronto alla casa e al quartiere, lo stadio è un ambiente relativamente più sicuro – più o meno un morto all’anno. Sempre peggio dell’emergenza brigatismo, comunque.

Se comunque preferite discutere di quest’ultima, prego. Ci sono comprensibili motivi per cui periodicamente il brigatismo in Italia diventa un’emergenza più chiacchiarata di mafie, camorre, traffico, violenze domestiche e stadi in rivolta.

Da una parte è una questione politica: lo spauracchio rosso da agitare prima delle grandi manifestazioni. Ma non è solo questo. Il brigatista è quanto di più romantico la cronaca nera ti possa offrire. Infiltrazioni, agguati, complotti, cosa vuoi di più? Solo i padrini mafiosi potevano reggere il confronto; ma da quando hanno iniziato a prenderli si sono scoperti più simili allo zappatore di Merola che a Vito Corleone, e la fascinazione collettiva si è un po’ ammosciata. Meglio allora l’antico killer idealista e metropolitano, metodico e allo stesso tempo fuori del mondo, il che fa sentire un po’ più intelligenti noi che, in questo mondo, ormai ci siamo dentro.

E perché no, dopo tutto. Soltanto, non vorrei che si raccontassero storie ai ragazzini.

Perché il rischio è altissimo, e il tempo non aiuta. I ragazzini non sono copie conformi a quelli che eravamo noi: ormai sono nati a muro di Berlino crollato. Il comunismo è un concetto che dovrebbero imparare a scuola, se ci arrivano. E anche se ci arrivano, cosa vuoi che possano capire sui banchi di un concetto che tiene insieme Marx, Berlinguer, Guevara e Mao – per fare il nome di quattro persone che, se fossero vissute nella stessa unità di tempo e spazio, probabilmente sarebbero venuti alle mani o al Kalashnikov. Se poi pretendiamo di allargare la foto di famiglia per includere Curcio o Moretti, non facciamo che complicare un pastrocchio.

Si rischia, per amore di brevità, di avallare la favola del collateralismo: i brigatisti erano rossi, quindi collaterali a Pci e Cgil. Le cose sono assai più complicate. I brigatisti s’infiltravano e s’infiltrano nella Cgil: tante grazie, dove dovrebbero infiltrarsi? Nella Cisl? Nei circoli Acli? Ma questo non toglie che le Br, vuoi per strategia, vuoi per istintivo settarismo, abbiano sempre considerato la sinistra ufficiale come un obiettivo primario. Ed è vero anche l’inverso: la sinistra ufficiale – che era cosa ben diversa da quella che ci troviamo oggi – ha capito abbastanza presto che il brigatismo era il nemico.

Nei salotti era un’altra cosa, è vero. Lì una zona grigia c’era: del resto la rivoluzione era data per imminente, e non sarebbe stato un pranzo di gala. Lo slogan Né con lo Stato né con le Br tradiva l’atteggiamento di chi stava semplicemente aspettando il vincitore per attaccarsi al carro. Ha vinto lo Stato, e oggi le Br sembrano una banda di matti. Facile, col senno del poi.

Ma chi lo spiegherà ai ragazzini, che proprio il PCI era la bestia nera dei brigatisti, e viceversa? Con la litigiosità istituzionale, e l’ansia dei piccoli partiti di raccattare qualsiasi voto d’estrema sinistra, è diventato difficile capire l’atteggiamento del partito di Berlinguer. Gli si può rimproverare molto, ma certo non la connivenza col brigatismo. Addirittura gli si può rimproverare il contrario: il brigatismo si sviluppò e fece adepti nella sinistra estrema anche perché il PCI, in un decennio che complessivamente andava verso sinistra, intraprese una lunga e faticosa marcia nella direzione opposta, verso quell’impossibile Grossa Coalizione DC-PCI che crollò proprio nel giorno in cui le Br sequestrarono Moro. È quel che scrive per esempio Paul Ginsbourg, e forse stasera mi conveniva semplicemente copiare e incollare.

Un secondo fattore(*) è da ricercarsi nella frattura, sempre più marcata, che si creò tra il Pci e quel ceto giovanile urbano e universitario che gli aveva dato un appoggio cruciale nelle elezioni di giugno [1976]. Più il partito di avvicinava al governo rafforzando la sua alleanza con la Dc, più cercava di stabilire con forza le proprie credenziali come “responsabile” partito di governo. Qui Berlinguer compì uno dei suoi più gravi errori. Nei trent’anni di vita della Repubblica gli attivisti del Pci erano sempre stati presi di mira dalle misure repressive della polizia; dal 1976 in poi, invece, il partito divenne il più zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine, anziché farsi campione delle campagne per i diritti civili. Un esempio emblematico di tale atteggiamento fu l’appoggio acritico dato al governo per il rinnovo della legge Reale sull’ordine pubblico, contro la quale il Pci aveva votato nel 1975. Sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati – il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria – i comunisti mantennero un silenzio che non lasciava presagire niente di buono.
I più severi critici del partito imputarono al suo passato stalinista questo ritrovato autoritarismo. Quali che ne fossero state le cause, gli effetti erano indubbi. Qualsiasi opposizione al compromesso storico veniva spesso qualificata semplicemente come atteggiamento deviante. […] Si generò un terribile paradosso: i comunisti volevano prevenire l’estendersi della violenza, ma la loro politica creava un terreno più fertile per i terroristi.
L’anno 1976 vide infine un rafforzamento in termini numerici e organizzativi delle bande terroriste, in stridente contrasto con la caduta verticale della forza e delle attività di gruppi similari negli altri paesi europei interessati dal fenomeno.

(Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi Torino 1989, pagg. 512,513).

È una lunga citazione, ma credo ne valga la pena. Considerato che stiamo ancora scontando, a trent’anni e più, le conseguenze di una svolta centrista che lasciava troppo spazio scoperto a sinistra (non vi ricorda qualcosa?) Continuiamo a discutere di manifestazioni, detenzioni preventive e carceri allo sfascio; la legge Reale, più o meno, è sempre lì. Gli allievi di Berlinguer che oggi formano la classe dirigente dei DS dovrebbero meditare su quello che successe allora. Gli orfani di Berlinguer che ancora oggi oscillano tra manifestazioni antimperialiste e rimpianti per il vecchio PCI dovrebbero scrostare un po’ di nostalgia e ricordare quel periodo con più freddezza.

E tutti dovrebbero impegnarsi a raccontare meglio quel periodo ai ragazzini. Senza inutili nostalgie, e senza troppe storie: la Storia di per sé, con tutti i suoi errori, è già fin troppo interessante.

______________________________________________________
(*) Il primo fattore era la crisi dei “gruppetti” extraparlamentari, Lotta Continua, PotOp, ecc.; anche di questo varrebbe la pena di parlare, perché i gruppi avevano costituito fino a quel momento una sorta di ‘tampone’ che aveva assorbito le energie di un pubblico che diversamente avrebbe potuto indirizzarsi alla lotta armata. Qualcosa di simile per certi versi a quello che oggi fanno i movimenti: quelli che portano la gente pacificamente in piazza a Vicenza. E attenzione: periodicamente vanno in crisi anche loro.

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roba da Amintore

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Fanfani la metterebbe in questi termini:

Con il Dico, vostro marito potrà lasciarvi e fuggire col maggiordomo: e qualora l'insano connubio resistesse alla crisi dei 9 anni, al maggiordomo spetterebbe anche una fetta d'eredità. Sodoma e Gomorra.
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ma che Dico

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3285 di questi giorni
J'ai l'honneur de
Ne pas te demander ta main
Ne gravons pas
Nos noms au bas
D'un parchemin

Allora, verifichiamo se ho capito bene. Dovrò vivere con una persona.
Dovrò amarla e rispettarla.
Dovrò passarle il telecomando, se me lo chiede. Per le pulizie ci organizzeremo, ma è facile che la rimozione della spazzatura tocchi a me. Anche quella sua. Che puzza in un modo diverso dalla mia. Dovrò farci l’abitudine.
Dovrò portarla al cinema, al teatro, ai concerti, e offrirò io. Curerò la puntualità, ma guiderò piano, perché il colpo di frizione la innervosisce.
Guarderò, a braccetto con lei, centinaia di migliaia di vetrine piene di vestiti inspiegabilmente più interessanti di altri. Sbarrerò gli occhi per non chiuderli, soffocherò migliaia di sbadigli finché non mi verranno i crampi.
Le farò da mangiare, se proprio non c’è alternativa. Le farò la colazione. La sveglierò con le buone o le cattive. Se è malata, veglierò su di lei, a casa o al Pronto Soccorso. Visiterò i suoi parenti con una certa frequenza. Andrò a matrimoni e funerali.
Dovrò desiderare solo lei. Dovrò perdonarla, se lei non desidera più soltanto me. Dovrò portare pazienza, tanta pazienza, per quanto? per nove anni.
Nove anni. 3285 giorni, più bisestili.
Dopodiché, avrò dei diritti.

Dei diritti. Ora, io non è che voglio la polemica a tutti costi. Siamo nel Paese in cui siamo, con la maggioranza che abbiamo, con l'affitto che dobbiamo al Papa, ecc. ecc.. Ma nove anni? Quando i matrimoni di Santa libera Chiesa in libero Stato ne durano ormai due o tre? E io, che ho pagato perfino più tasse, devo soffrire il triplo senza nessuna copertura, e alla fine mi date dei diritti? Ma io dopo nove anni io non voglio dei diritti.
Io voglio una medaglia.
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de te fabula?

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Il film non partiva neanche male.
La prima scena è una matrioska, contiene tutto il film liofilizzato. Bonolis e consorte, a teatro, guardano uno spettacolo che è scemenza pura. (Lo spettacolo è Commedia Sexi, appunto). Tutti ridono, tranne Bonolis un poco imbarazzato. Questi sono gli italiani, dice. Questa è la gente che ce tocca governà. E la moglie: maddai, in fondo è divertente.
Lo spettacolo finisce sulle note di “Tutti fanno le corna, e chi se ne frega, ecc.”; la moglie esce, Bonolis si attarda nel camerino con la ballerina e… ripete, per filo e per segno, la scenetta che ha appena visto recitare. È un ipocrita, è ridicolo, è farsesco, ma è credibile. La realtà imita la farsa, quindi non bisogna disprezzare la farsa: parla di te. Quindi non bisogna disprezzare le commedie sexy. Quindi ho fatto bene ad andare a vedere Commedia Sexi?
No.

Nessun popolo si merita questo

Mettiamo in chiaro una cosa: non sono fiero di quello che sto facendo. Non ci vuole nessuna abilità a parlar male di Commedia Sexi. Chiunque è capace.
Io avrei voluto essere l’originale fantasista che riesce a parlare bene anche di Commedia Sexi. Se ce l’ho fatta con Muccino, perché no?
E mettiamo in chiaro un’altra cosa: nessuno si aspetta che D’Alatri faccia il Bergman. Ma neanche il Pietro Germi. In effetti, nessuno si aspetta molto da D’Alatri.
Giusto qualche sorpresa. Commedia Sexi dovrebbe essere il film che, senza pretese intellettuali, ti piazza lì un paio d’istantanee riuscite, sicché io dovrei uscire dalla sala pensando: in fondo la vita è così. Più farsa che tragedia. Più D’Alatri che Bergman.
E invece no, più ci penso e più mi sembra una tragedia. Non tanto la vita in generale, ma il tempo e il denaro buttato via in Commedia Sexi. Una farsa con delle pretese. Benissimo, andiamo a vedere queste pretese.

Non si può fare il cinema se non dialogando con il popolo, questo film è stato realizzato per rispondere a delle necessità espresse, cercando di apportare qualche cosa di nuovo.

L’ambizione del film è divertire il pubblico natalizio con qualcosa di popolare, originale, moderno. E cioè? Una storia di corna. Ah però. Il pubblico resterà senza fiato. Il pubblico poi sarebbe lo stesso (un po’ imbolsito) che andò a vedere il primo panettone dei Vanzina e ci trovò Christian De Sica a letto con un uomo. Sembra fantascienza, ed era il 1983 (Moonlight shadow). Per dire che sì, ci tocca rimpiangere i Vanzina. Loro qualche istantanea l’azzeccavano.

D’Alatri manco ci prova. Lui si affida all’intreccio, tutto basato su un’idea di un’inconsistenza singolare: se una velina ha una storia con un politico, basta intestare tutto all’autista, e nessuno sospetterà niente. Ma proprio nessuno. Anche quelli pagati per sospettare. Non solo: ma l’autista entrerà nello star system dalla porta principale, perché tutti sono curiosissimi di conoscere un mister nessuno che paga le bollette a una velina. È storia di tutti i giorni, no? Le pagine del gossip sono piene di mister nessuno che fanno innamorare donne bellissime.

E poi ci sono gli attori. Con la farsa vai tranquillo: devono essere macchiette. Se davvero hai qualche pretesa, puoi chiedere all’attore di lavorare sulla sua macchietta, di problematizzarla un po’, di trasformarla in un personaggio. Il mito della commedia all’italiana nasce così. Persino Goldoni è partito così: prima canovacci con le maschere, poi sempre meno maschere e sempre più persone.
Qui invece si assiste al fenomeno contrario. Una manciata di attori magari anche buoni che s’ingegna a trasformarsi in macchiette per il gusto del pubblico bue. È la farsa del Cuoco Porco e della Moglie Ipocondriaca: indovinate un po’ chi hanno chiamato a indossare queste due mascherine. Ma non s'è un po' rotto i coglioni, Michele Placido? Lui è famoso financo in Afganistan, potrebbe fare il mafioso cattivo in qualche produzione di Karachi, non sarebbe più dignitoso di questo? Alla fine ci fanno una figura migliore Bonolis e la Santarelli, proprio perché nessuno si aspetta da loro niente che non siano già.

E poi c’è il Figlio Segaiolo, la Figlia Apprendista Zoccola, ma niente paura che tutto si sistema: basta andare in tv a Porta a Porta. Dove (in presenza del direttore di Chi, garanzia di moralità) accade un corto circuito logico: l’autista carezza la velina e implora alla moglie di tornare. Se fossimo in casa davanti alla tv gli tireremmo in testa il telecomando: siccome siamo al cinema ci tocca dargliela per buona. Se Bonolis è un ipocrita, il suo autista chi è? Perché gli deve andare tutto bene, visto che mente esattamente come il suo padrone? Soltanto perché il padrone è il padrone e Arlecchino è un suo servitore?

E perché la tv deve guarirci da ogni male? La figlia non ha più bisogno di psicologi, la moglie cornuta può buttar via pillole e flaconi. Non c’è niente di più salutare di una spaghettata su un terrazzo con una velina e il suo maestro di danza. Tanto paga Pantalone Bonolis. Lui però deve finire disonorato, scornato, pussa via. Così impara. In fondo l’unica cosa che ha azzeccato D’Alatri è la gran voglia che c’è in giro di capri espiatori. E Bonolis ha il phisyque du role: oggi non c’è niente di più napoleonico del ruolo del Presentatore, dalla polvere all’altare alla polvere nel giri di sei mesi. Bonolis parla a nome di Moggi, di Savoia, di Lapo, di tutti i potenti che abbiamo trovato con le dita nella stessa marmellata che piacerebbe tanto anche a noi. Li prendiamo per il culo per un po’, e poi magari li riabilitiamo, in fondo cosa senza di loro non sapremmo di chi parlare. In casa o a Porta a porta.

Rimane una cosa da dire, un po’ imbarazzante. Il film fa ridere.
Non tanto me, ma le dieci persone che avevo dietro facevano confusione per cinquanta. E non si capisce per cosa, davvero. Battute memorabili non ce ne sono. A dire il vero non mi ricordo proprio una battuta che sia una. Forse è qualcosa che mettono nel popcorn.
Ma davvero, a un certo punto ti sembra di essere come Bonolis all’inizio del film: sono davvero questi gli italiani? Il problema è che almeno Bonolis è un ipocrita: io no, io sono proprio così. Nessuna velina mi aspetta in nessun camerino, la gente tutt’intorno ride e io non mi diverto. È un problema solo mio? Guardo su internet. No. È un problema anche di Broono. Phew. Viva i blog.
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- la città delle crepe

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Da venerdì è riaperta la Tenda, il locale all'incrocio di viale Molza e Monte Kosica che scuoterà dalle fondamenta la vita notturna modenese e non solo. La redazione di Leonardo ci andrà spesso, e consiglia a tutti di consultare il programma (non appena sarà disponibile) e farci un salto. Oggi e domani, per esempio, c'è un incontro su Pier Vittorio Tondelli nel cinquantenario della nascita, con testimonianze, interviste inedite e racconti a cura di Enos Rota ed Ennio Trinelli.

Il pezzo che segue non c'entra niente, è una serie di frasi senza senso.


4 domande

Uno passa una mezza vita a combattere contro il concetto astratto e stucchevole di "generazione" –
– finché non si arrende: è proprio così. Siamo nati tutti nello stesso momento (più o meno una trentina di anni fa) e continuiamo più o meno a trovarci negli stessi luoghi. Se esiste altra gente (dovrà pur esistere) si muove in posti e in orari che non frequentiamo. Non frequentandoli, difficilmente riusciremo a riprodurci con loro. Continueremo a stare tra noi, e quando faremo dei figli, li faremo nello stesso momento (il che sta accadendo).
Certo, in trent'anni sono cambiati un poco i luoghi, l'abbigliamento, e (grazie al cielo) gli argomenti.

Dieci anni fa le domande erano: "cosa studi" e "che musica ascolti".

Si trattava di quesiti identitari: volevamo sapere chi eravamo. Chi ci preparavamo a diventare ("cosa studi?") e, nel frattempo, che stile di vita stavamo abbracciando (apprezzate l'economia del quesito: "che musica ascolti". Non hai bisogno di dirmi in che tipo di locale vai, come ti vesti, se ti piace o no ballare e cosa: se ti piacciono gli U2 ho già capito tutto questo e anche di più. La condivisione dei gusti musicali è l'equivalente umano dell'annusarsi canino).

Lentamente, ci siamo spostati al "ti stai laureando? / ti sei già laureato?"

Una domanda già un po' minacciosa. Dopo aver capito più o meno chi eravamo, e che musica ascoltavamo, abbiamo iniziato a sospettare che ci fosse gara tra noi. Per cui: come stai andando? Sei davanti a me o dietro? Non è necessariamente competitività o invidia. Si trattava anche di capire dove sono io: la mia posizione. Perché i sorpassi esistono, è inutile far finta di niente. Gente che fino a qualche tempo fa ti stava dietro, improvvisamente te li trovi che ti danno le spalle. Il minimo è fargli i complimenti. E si passano degli anni così, a fare complimenti e a incassarne. È un quadretto stucchevole, perché di solito chi fa i complimenti è sinceramente ammirato, sinceramente invidioso, sinceramente angosciato: e tutta questa invidia e ammirazione e angoscia va a sbattere contro un neolaureato (magari pure neoimpiegato) che fa spallucce. Come se laurearsi fosse la cosa più semplice del mondo.
Il problema è che è vero: laurearsi è la cosa più semplice del mondo. Quello che per il suo inseguitore sembra il traguardo della vita (cui seguiranno mesi di bisbocce e viaggi per il mondo) era solo una mediocre tappa di trasferimento, e il neolaureato lo sa. Lui sta già chiedendo a qualcun altro:

"Che lavoro fai / Dove abiti adesso?"

In realtà non siamo quella generazione di mammoni sfigati che qualcuno pensa: non è che fino alla laurea siamo tutti restati a casa dei genitori senza fare altro che studiare. Ma per molto tempo il domicilio e il lavoretto non sono stati veri argomenti di discussione. Non dicevano davvero nulla sulla nostra identità, e nemmeno sulla nostra posizione. Erano simpatici diversivi. Poi ti laurei e ti accorgi che la vita è tutta lì: un ufficio e un bilocale. A chi va bene. E a nessuno frega più di quel che ascolti in cuffia.
A quel punto – che per molti è coinciso con l'inizio di una fase critica della storia dell'umanità (l'11 settembre, il Berlusconi-bis, l'Euro, la Cina nel WTO, la crisi strutturale della piccola economia italiana, l'islamofobia dilagante ecc. ecc.) – a questo punto in città hanno iniziato ad aprirsi dei solchi.
In un primo tempo sembravano solo corrugamenti dell'asfalto, quel tipo di cose che fanno le radici degli alberi. Ma nessuno veniva a riasfaltare. E i solchi sono diventati crepe, e le crepe sono diventate profonde, e chi più chi meno ci siamo tutti cascati dentro; e siccome non siamo persone molto tragiche, siccome siamo cresciuti in anni di operetta, e la commedia ce l'abbiamo nel sangue, cosa si pretendeva che facessimo? Ci siamo semplicemente adoperati a rendere questa crepe più confortevoli. Ci abbiamo portato la nostra musica, la pergamena della nostra laurea, il nostro CV con tutti i lavoretti, e il contratto di affitto, e abbiamo fatto il possibile per non trovarci male, nella crepa.
Addirittura ogni tanto ancora usciamo – specie quando torna la bella stagione, e apre un posto nuovo. Nominalmente, si tratta ancora di uno spazio aggregativo "giovanile". Ma la domanda che gira non è più molto giovanile, infatti è:

"Che fine hai fatto?"
Che domanda è. Sono andato a stare in una crepa di fianco alla tua. Non si sta male, non mi lamento. Ovvero sì, potrei lamentarmi all'infinito, ma che senso ha. Era una bella giornata e siamo usciti, adesso non tiriamoci giù da soli con le nostre domande stupide. Piuttosto: che musica ascolti, adesso? Che mestiere fai? Abiti sempre lì? Ti sposi? Ma certo che vengo, ci mancherebbe altro. Aspettate un bambino? Che bello.
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Verso il Partito Unico

Caro Leonardo,
è da un po' che non ti racconto come va in casa. Beh, va male.
Quando mi sospesero dal Progetto Duemila, non me l'ero presa più di tanto. Avrei avuto più tempo per curare le lezioni al corso di Ucronia (sta per iniziare il nuovo trimestre), e tanti altri lavoretti sospesi – inclusi gli appostamenti per localizzare Taddei, naturalm. Ma è un fatto che il più del tempo stavo in casa. Una situazione esplosiva.
Da quando Damaso è scomparso, in teoria andiamo tutti d'amore e d'accordo. In realtà Concetta non sopporta di avermi tra i piedi tutto il santo giorno, ed è convinta che dovrei trovarmi un lavoro. Un altro. Che sono il solito buono a niente. E anche Assunta è scontrosa. È convinta che io le nascondo qlcosa, e ha ragione, ma che ci posso fare? Crede che io sappia dov'è Damaso, ma qsto non lo so. All'ospedale non c'è, il suo nome non è più nell'organigramma. Ora sto aspettando che i cagnoni si facciano vivi e mi chiedano di Taddei – è da un po' che sono scomparsi anche loro. Nel frattempo, è vero, non combino molto in casa. Giro per le stanze, mi faccio una cicoria, vado in bagno, inciampo in un soprammobile, un giocattolo di Letizia…
"Papà! Hai pestato Teddi!"
"Eh?"
"È l'orso Teddi. È vecchio adesso. Sta più attento".
Un vecchio orso di peluche – fabbricazione cinese. Letizia lo ha ereditato dal fratello.
"Cristo, vuoi stare attento a dove metti i piedi?"
"Scusa, Concetta, nel corridoio è buio e io…"
"Ma perché non esci a farti un giro? Eh? Potresti comprare il pane".
"Già preso".
"Vai da Marino, allora. Vai a farti una birra".
"Ho un po' di gastrite".

È un po' il limite strutturale del Trimonio: quando Arci lo inventò, fece ben presente che sarebbe occorsa una drastica rivoluzione edilizia. Secondo le sue stime una famiglia con tre elementi adulti e due bambini necessitava, minimo, di tre camere da letto: occorreva tener conto del fatto che i tre adulti non avrebbero necessariam voluto dormire insieme (letti a tre piazze e cose simili erano fuori discussione), bensì in due, o anche tre camere separate. Qsto si scontrava con l'edilizia degli ultimi trent'anni, concepita per lo più per famiglie a figlio unico: occorreva dunque abbattere muri, rifare planimetrie. E qualcosa in effetti fu messo in cantiere, ci furono appalti, se ne occupò una commissione su cui poi indagò un'altra commissione, che si sciolse tra mille polemiche e si riformò, e nel frattempo i trimoni andarono a vivere nelle case che erano disponibili. Noi, per dire, siamo in quattro in un bilocale. Non si vive male, a patto di non essere tutti in casa nello stesso momento.
Quanto ai letti: nei primi tempi io dormivo sul divano, da noi si usa così, è il posto degli uomini. Poi tra Assunta e Concetta cominciò a far freddo, e piovve, piano, e crebbero stalagmiti e stalattiti, finché Assunta non volle prendermi il posto e io tornai a letto con Concetta. Poi le cose peggiorarono sempre di più, Assunta aveva trovato un uomo e Concetta si era evoluta nella nota casalinga frustrata, faceva tardi sul divano davanti a Supernet, sognandosi numeri al lotto, cyclettes all'inferno e altre cose così, e per la prima volta in diversi anni di matrimonio io e Assunta ci siamo trovati a letto assieme. Buffo.
No, per niente buffo.
Io russo un po', ed è stabilito che lei può prendermi a calci. Sono gli unici contatti che abbiamo. A volte lei mi dà dell'idiota per essermi fatto sospendere dal lavoro, io replico che non era lei un tempo a lamentarsi del mio eccessivo conformismo? Lei risponde piccata che non si può passare dall'eccessivo conformismo a pigliare i sacerdoti per il bavero davanti a un cardinale, non è coerente, io le obietto che non è scritto da nessuna parte che io devo essere coerente, non sono mica come quei personaggi dei romanzi che fanno tutto qllo che ci si aspetta da loro, lei mi dice che nessun romanzo è abbastanza scadente per un personaggio lunatico e smorto come me, e che mi merito tutto il mio fallimento, tutto tutto tutto. E io allora le chiedo se ne tutto tutto è inclusa anche lei che a letto con me, e Letizia, e lei risponde lasciami stare, sto dormendo, e la cosa finisce lì.
Ma l'altro ieri mi ha detto: "Domani torni al lavoro".
"Ma sono sospeso a tempo indeterminato".
"Nessun tempo è indeterminato per sempre, Mac. Il nuovo capo ha chiesto di te. Te l'ho detto che Antonio-Abate è stato rimosso, no?"
"Per colpa mia?"
"Può darsi. Così il nuovo capo ti deve qlcosa".
"Mm".
"Per favore, niente sensi di colpa. Antonio-abate era un noto incapace. Non si ricordava nemmeno il colore delle sue mutande. Voltati sul fianco e dormi. Domani devi essere in forma".
Ha spento la luce, prima che io potessi alzare le lenzuola e dare una sbirciata alle mutande. Di che colore erano? Mah.

***

Io non bestemmio, per antica e inveterata abitudine, ma se c'è stato un momento nella mia vita in cui avrei dovuto e forse voluto, è stato il giorno dopo, appena entrato nell'ufficio che era stato di Antonio-Abate.
"Oh, habemus Immacolato! Come va?"
"Ma Diob…"
"Ssst! Ssst…" (Il suo sguardo si mette a vagare nell'aria a formare il tipico messaggio Attento ai microfoni) "ti ho appena riabilitato e già vuoi farti mettere ai ceppi?"
"Tu mi hai riabilitato?"
"Sic. Questo dovrebbe suggerirti qualcosa"
"Sei tu? Pioquinto, tu sei il nuovo Capo?"
"Tu lo dici. Mi hai aggredito davanti al Capo; tu sei stato sospeso, il Capo rimosso, e io ho preso il suo posto. Se ci rifletti un po', Immacolato, qsta è la storia della tua vita".
"E ora che altro vuoi da me?"
"Beh, la tua anima".
"?"
"Ma no, scherzo. Voglio il tuo lavoro. Ora che io dirigo il Reparto Nostalgia, voglio solo i migliori. Tu sei il migliore in circolazione, perciò voglio te. È molto semplice".
"Ma io e te la pensiamo diversam su molte cose".
"Suvvia. Gente come me e te nella vita l'ha pensata praticam in tutti i modi possibili. Occorre soltanto sintonizzarci un po'".
"Io so che Wojtyla ha stretto la mano a Pinochet in Cile. Sintonizzati su questo".
"Sei sicuro che gli abbia stretto la mano? Forse era sul balcone e ha rifiutato di stringergliela. Sei sicuro di ricordare bene?"
"Se mi lasci andare nell'archivio, io…"
"Nell'archivio non c'è più niente, Immacolato. Resti solo tu. Sei sicuro di qllo che ricordi? Magari non gli ha stretto davvero la mano. Vuoi montare un polverone per qlcosa che non ti ricordi bene? E a che pro?"

Caro Leonardo, uno dei grandi flagelli dell'umanità è l'inveterata abitudine a sottovalutare i preti. Prendi qsto. Dov'è finito il sonnacchioso abatino di tre mesi fa? Al suo posto c'è un avvocato del diavolo coi controcoglioni. Mi fa impressione.
"Ora, se stai tranquillo e non ti metti a cianciare di complotti e altro, ti spiego cosa vorrei da te, per esempio, entro stasera. Un bel pezzo sull'anniversario del V-day di vent'anni fa. Sai cos'è il V-day?"
"Sì, ma non mi ricordo niente".
"Nel 2005 era il sessantenario della presa di Berlino. Grandi festeggiamenti a Mosca. C'era anche Berlusconi, anzi, Berlusconi-bis. E il presidente usastro… non mi viene il nome… del resto è irrilevante. Ma concentrati con Berlusconi. Che ci faceva là?"
"Non mi ricordo".
"Prova a inventare".
"Inventare?"
"Una sfilata di anziani combattenti dell'armata Rossa, sulla Piazza Rossa, il Cremlino… le falci e i martelli rimessi a nuovo da Putin… e Berlusconi-bis che guarda tutto qsto, e sorride, e saluta…"
"Forse rammento qlcosa".
"Sì?"
"È qlla volta che ha detto: non saluto i comunisti, ma i patrioti!".
"Dimenticatene. È irrilevante".
"Ma…"
"Quel che dovresti invece ricordare, Immacolato, se tieni al posto tuo e a qllo di tua moglie, è che Berlusconi tornò da Mosca con un'idea fulminante destinata a sconvolgere definitivam la scena politica del Bel Paese. Il Partito Unico, Patriottico e Popolare! Un Partito, Un Dio, Un Popolo, Un canale digitale terrestre! In pratica, la prefigurazione del Teopop".
"Ma è una stronzata".
"Come tante".
"No, più di tante altre. Il Teopop è nato da un'altra parte, e all'inizio Berlusconi non c'era. Mi ricordo benissimo, io lavoravo nel catering, e…"
"E se trovassi in archivio una serie di articoli datati maggio 2005 in cui B. parla di Partito Unico?"
"Non vuol dir niente. Eran solo discorsi. Mi ricordo bene. Il Teopop è nato in un'assemblea permanente in cui ci si chiedeva perché la sinistra perde sempre. Ma eravamo tutte mezze calzette, e B. non c'era".
"Perché, tu c'eri?"
"Andavo avanti e indietro coi carrelli".
"Ne hai fatta di strada, da allora".
"In discesa, direi".
"Immacolato, ascoltami. C'è ancora tempo per salire. Perché non varchi la soglia della speranza?"
"F'nql".
"Non avere paura".
"Non dirmelo. Non dirmelo mai più".
"Va bene, come vuoi. Ma buttami giù due cartelle su Mosca, 8 maggio 2005. Berluconi in visita a Mosca ha la prima folgorante intuizione che lo porta alla creazione del Teopop".
"Quindi è così. Ha davvero ripreso il controllo".
"Non lo ha mai perso ".
"E tu sei un suo uomo".
"Io sono un vincente, Immacolato. I vincenti puntano sui vincenti. I perdenti rosicano, s'arrabbiano, sollevano un polverone, e quando il polverone si abbassa, il vincente è sul podio. A maggior gloria di Nostro Signore, amen".
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Il Trimonio spiegato a mia figlia (2)

Continua da venerdì.
Sto spiegando il Trimonio a mia figlia, che è perplessa.
Ora siamo su divano, davanti a noi Supernet mostra il Pontefice che si sbraccia dal balcone di una clinica. Non ho mai capito se giornalisti e spettatori siano solo contenti della guarigione, o se non sperino di assistere di persona a una polmonite fulminante. Dev'essere un ambiguo misto di tutt'e due.
Dall'altra parte di una parete di cartone, so che Concetta mi ascolta. So che ha gli occhi sbarrati e non riesce a dormire. La conosco troppo bene.

"Non ho capito, papà. La Bibbia dice che ci si deve sposare in tre?"
"No, però non dice neanche il contrario. E molti personaggi importanti avevano due mogli, come Abramo o Giacobbe".
"E c'erano anche donne con due mariti?"
"No, questo in effetti è un'assoluta novità".
"Quando sono grande, voglio avere due mariti".
"Hai ancora molto tempo, per fortuna".
"E poi voglio avere un bambino".
"Ma se ti sposi con due uomini, dovrai averne almeno due".
"Perché due?"
"Ogni Trimonio deve produr mettere alla luce due bambini, è la regola".
"Ma se uno non se la sente?"
"Tesoro, avere bambini è molto importante. Un altro dei motivi per cui fu istituito il Trimonio, era il fatto che se ne facevano sempre meno. A un certo punto tutte le coppie facevano solo un bambino, e così nel giro di una generazione gli italiani rischiavano di diventare la metà, mi segui? E questo non andava bene".
"Ma non potevano farne due?"
"No, diventava sempre più faticoso, e sia la mamma che il papà dovevano lavorare".
"E se uno dei due stava a casa?"
"Non c'erano abbastanza denari per crescere i bambini. Ma Arci aveva pensato anche questo. Lui ragionava in questo modo: non c'è nulla di grave se caliamo un po', ma non dobbiamo dimezzarci. Allora possiamo fare così: invece di avere due genitori che produc che fanno un bambino, con un calo demografico del 50%, noi possiamo avere tre genitori che ne fanno due, riducendo il calo del 33%. Questo funziona anche per il lavoro: se chiederemmo a ogni madre di famiglia di stare in casa a badare ai bambini, noi ridurremmo la forza produttiva del Teopop al 50%. Ma col Trimonio, noi possiamo avere due coniugi che lavorano, e il terzo che sta a casa e bada ai due bambini. Risultato: 66% di forza produttiva esterna, 33% di autogestione familiare, e…"
"Papà, noi le percentuali a scuola non le abbiamo ancora fatte".
"Scusa, hai ragione. Ma insomma, il Trimonio risolveva un sacco di problemi".
"A me non sembra tanto".

Ora le cose si fanno difficili. Cerco di abbassare il volume di Supernet, invano. Ultimam il comando del volume non funziona più tanto bene. Spegnere non è il caso, darei una brutta immagine della famiglia, e poi magari la bambina si spaventa.

"Tesoro, non devi pensare soltanto a noi. Arci pensava alla situazione generale, non ai casi particolari".
"È vero che una volta mamma Sunta non era sposata con voi?"
"Sì, all'inizio c'eravamo soltanto io e Conci. Ci siamo sposati nel giorno del nostro bisbattesimo, ricordi? L'otto…"
"L'otto dicembre, Immacolata Concezione, per cui tu ti sei chiamato Immacolato e lei si è chiamata Concezione, anzi Concetta, me l'hai detto ottantamila volte, papà".
"E dopo un po' è nato quel debosciato di tuo fratello".
"Cosa vuol dire debosciato?"
"Hai presente tuo fratello? Ecco. Poi io sono andato in un lungo… lungo…"
"Viaggio d'affari".
"Per conto del Teopop, esatto, e mentre ero via mamma Conci ha fatto amicizia con mamma Sunta, che ti stava aspettando, così quando hanno fatto domanda al Teopop di sposarsi, il Teopop si è commosso e ha chiesto che io… che io tornassi dal mio lungo viaggio, e così siamo diventati un perfetto Trimonio, con due figli, un papà e una mamma che lavorano e un'altra mamma che sta in casa. Fine".
"C'è una cosa che non ho capito".
"Lo so, ma te la spiego un'altra volta, è ora di lavarsi i denti".
"Però, papà, quando tu eri giovane il Trimonio non esisteva".
"No".
"E adesso ti sembra una cosa normale".
"Certo tesoro, la cosa più normale che c'è".
"E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale".
"Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro".
"E come fai a saperlo, papà? Conosci il futuro?"
"No, ma… insomma, in quattro non avrebbe senso".
"Invece in tre ha senso".
"Sì, in tre ha senso. È molto meno divertente di quel che credevamo, ed è difficile, ma io sono tanto contento di essere sposato con le due mamme, e di essere tuo papà".
"Papà, io vorrei parlare con Arci".
"Tesoro, è impossibile, Arci è andato via".
"E nessuno sa dove?"
"No, nessuno sa dove. Buonanotte".

***

"Sapevo che eri sveglia".
"Ciao".
"E piangi, pure? È qualcosa che ho detto?"
"No, no sei stato abbastanza bravo. Ma lei è tanto piccola…"
"È ancora per Assunta, allora?"
"No, la puttana non c'entra. Ho fatto una cosa terribile".
"Tu? Hai comprato altra conserva scaduta?"
"Seh".
"Assunta, ce la faremo anche stavolta. Basta bollirla a bagnomaria, e i batteri…"
"Ho bisogno di soldi ".
"Va bene. Appena arriva la busta di gennaio, di solito a metà febbraio arriva…"
"No, Mac. Io ho bisogno di soldi adesso".
"Adesso?"
"Entro la settimana minimo".
"Ma il prestito…"
"È appunto il prestito che è scaduto due settimane fa ed è da saldare con gli interessi".
"Però, come passa il tempo. Va bene, lo sai dove tengo la mia scorta, no?"
"Certo che lo so".
"E allora?".
"Ho fatto una cosa terribile".

Ahi.

"Non so cosa mi sia preso, io… ero sicura di vincere".
"Di vincere cosa? Concetta, eri sicura di vincere cosa?"
"Su Supernet continuavano a dire: 'giocate, giocate, si vincono i miliardi…'"
"Ti sei giocata la mia scorta al lotto?"
"Ma non l'avrei mai fatto, ma… è successa una cosa assurda. Ho fatto un sogno".
"Un sogno".
"Nitido, come nero su bianco, una specie di ordine: gioca! E poi una bicicletta. Ho sognato che pedalavo".
"Hai sognato di pedalare?"
"Insomma non so che mi ha preso, non l'avevo mai fatto. Ho controllato su Supernet, la bicicletta è…"
"52, sulla ruota di Sanmarco".
"Proprio il numero che non esce mai, quello dei miliardi! Pensavo che fosse la volta buona. Sono stata così stupida, vero?"
"Sì, sei stata stupida, ma non è tutta colpa tua. Ed è strano il sogno che hai fatto".
"Perché?"
"Devo averlo fatto anch'io".
"E hai giocato?"
"No, no. Ma è molto strano".
"Ti prego, non dir nulla alla puttana".
"Non dirò nulla ad Assunta, ma tu devi fare pace con lei. E tra due giorni avrai i soldi".
"Mac, nessuno ci farà un altro prestito".
"Niente prestiti. Chiederò un anticipo. C'è una persona che mi ha offerto un lavoro".
"Un altro?"
"Un altro, sì. Non mi lasci molta scelta".
"Se tu sapessi che vergogna…"
"Mi posso immaginare, ma adesso basta. Ti ho detto che non è tutta colpa tua. Adesso dormi".
"Non posso dormire".
"Dormirai".

Ci siamo a lungo vegliati a vicenda, abbracciati. Il respiro regolare di Letizia, nell'altra stanza, si mescolava alle battute di un programma Supernet in replica.
Il volume.
Non si controlla più.
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Il Trimonio spiegato a mia figlia

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Caro Leonardo,
non era senz'altro ieri sera che mi sarei messo a spiegare il Trimonio alla mia piccola Leti.
Non mentre le cose sembravano filare liscie, tutto sommato. Assunta non si era presentata a cena con una scusa qlsiasi. Apparecchiando, Concetta aveva annunciato a monosillabi che non avrebbe mangiato, perché aveva mal di testa anzi sonno anzi nausea e si ritirava in camera, e i piatti li avrei lavati io. Leti si era subito offerta di aiutarmi, per il grande amore che porta al profumo del detersivo al limone. Così avevamo stabilito che lei avrebbe risciacquato i piatti che le passavo, e intanto avremmo parlato di come vanno le cose a scuola.

Ma Leti non aveva voglia di parlare della sua scuola. Voleva invece parlare del nostro Trimonio.

"Papà-Mac?"
"Sì?"
"Perché la mamma vuole bene a un altro uomo?"

Anche questa doveva succedere prima o poi, ma proprio ieri sera?

"Tesoro, sono cose che capitano ai grandi. Anche tu, quando-sarai-grande…"
"Papà no, quella frase era vietata. Lo avevi promesso!"
"Hai ragione".
"Tu lo conosci, l'uomo che piace a mamma Sunta?"
"Sì, credo di sì".
"È il dottore, quello da cui siamo andati per il vaccino, te lo ricordi?"
"Certo"

(Assunta aveva deciso d'informarci della sua relazione un giorno d'autunno che pioveva, e Supernet ogni mezz'ora interrompeva le trasmissioni con paurosi bollettini sull'incredibile virulenza del bacillo influenzale in arrivo dalla Corea, mentre Concetta faceva e rifaceva i conti di casa senza trovare i denari per vaccinare la bambina.
"Conosco un uomo all'Ospedale Maggiore", aveva detto.
Un uomo).

"Certo che mi ricordo".
"A me sta simpatico, lo sai?"
"Bene".
"Papà, ma lui non può venire a stare con noi?"
La piccola, ecco dove voleva arrivare… "No, tesoro, no. Lui non può entrare nella nostra famiglia".
"Però la mia compagna di banco, l'Elisabetta, lei ce li ha due papà, e vivono tutti e due insieme con lei".
"E quante mamme ha l'Elisabetta?"
"Una".
"Lo vedi? Lei ha due papà e una mamma: totale, tre. Tu hai due mamme e un papà: quanto fa?"
"Fa sempre tre".
"Certo, per questo si chiama Trimonio. Ognuno deve avere tre genitori, questa è la regola".
"Ma perché proprio tre?"
"Tesoro, tre è il numero perfetto. Vedi, una volta, quando il Trimonio non c'era, la gente era triste, le famiglie nascevano e morivano in un niente, i papà e le mamme si litigavano i bambini, tutta un'enorme confusione senza senso, mi segui?"
"Sì".
"Finché un giorno un gruppo di persone, che si riuniva in segreto per cercare di risolvere i problemi del mondo, decise di studiare con attenzione la faccenda e cercare di proporre delle soluzioni nuove. Qualcosa a cui nessuno avesse pensato prima".
"Chi c'era questo gruppo di persone?"
"Tesoro, nessuno lo sa. Si trovavano in segreto, appunto".
"Ma tu non c'eri?"
"No, beh, io… andavo e venivo, portavo il carrello con le paste. Ma è stato tanto tempo fa, sai. Insomma, questo gruppo di persone, che sono i fondatori del Teopop, si consultarono un uomo molto intelligente. Gli dissero: abbiamo grossi problemi coi rapporti di coppia. Gli uomini e le donne non fanno che litigare, e poi ci sono anche uomini che vogliono stare con altri uomini, e donne che vogliono stare con altre donne, e questi uomini e queste donne vogliono ugualmente crescere dei bambini, il che ci pone altri problemi di natura etica che non abbiamo più voglia di porci, perché sono irresolubili e in definitiva una gran perdita di tempo; potresti risolverci tutte queste complicazioni, e farlo in fretta, per favore? Perché noi tra una settimana facciamo un colpo di stato e andiamo al potere".
"Cosa vuol dire colpo di stato?"
"Scusami, non importa. L'importante è che questo uomo molto intelligente, che si chiamava Arci…"
"Quello che faceva gli esperimenti con te?"
"Proprio lui. Be', lui ci pensò su una mezz’oretta e poi disse: avete mai pensato che forse il problema è la coppia? Perché non proviamo a inventarci qualcos'altro, qualcosa di più stabile? La coppia è un concetto incerto, traballante, come la bicicletta, se non è in movimento cade. Non è molto più stabile il triciclo?"
"Cosa c'entra il triciclo, papà?"
"Era un esempio per spiegare la grande differenza che c'è tra una Coppia e un Trimonio. La Coppia deve sempre sorvegliare il suo equilibrio; il Trimonio invece è stabile, perché è sorretto da tre persone, come le ruote di un triciclo, e se una delle tre persone ha problemi, ce ne sono ancora due su cui si può contare. All'inizio però la gente non ne voleva sapere".
"Perché?"
"Sai, la gente non si fida delle cose nuove. Dicevano: da che mondo e mondo si è sempre fatto in due. E Arci rispondeva: ma guardatevi attorno, signori. Non vi è mai venuto in mente che da che mondo e mondo si è sempre fatto male, che sarebbe ora di provare a fare un po' meglio? Ma loro scuotevano la testa e dicevano: se aumentiamo le persone in una famiglia, aumenteranno anche i litigi".
"E lui cosa rispondeva?"
"Lui spiegava che i litigi di coppia sono i peggiori, perché si è sempre uno contro uno, e nella maggior parte dei casi uno deve cedere di sua spontanea volontà, e questo alla lunga lo avvelena. Mentre quando si è in tre o più, i litigi sono più facili da contenere, perché, per esempio, si può votare, e ci sarà sempre una maggioranza e una minoranza; oppure, molto spesso quando due litigano la terza persona cerca di rimetterli d'accordo".
"Come tu con le mamme?"
"Sì, vedi. Probabilm se avessi una sola mamma, e lei non fosse qui ora, io sarei molto arrabbiato con lei".
"Come mamma Cetta".
"Ma siccome mamma Cetta è già molto arrabbiata, io sono portato a sentirmi meno arrabbiato di lei, perché devo stare nel mezzo. Arci questo lo capiva, ma gli altri non gli credevano. Gli dicevano: non puoi generalizzare queste cose".
"E lui?"
"E lui rispondeva, perché no? Anche voi non fate che generalizzare i rapporti di coppia, perché io non posso generalizzare quelli in tre? Solo perché non si sono ancora visti? Ma appena si vedranno, sembreranno naturali e imperfetti come se fossero sempre esistiti. Altri gli dicevano: ma noi siamo cristiani e la Bibbia non lo permette".
"Davvero?"
"Macché, infatti lui rispondeva: la Bibbia è un libro molto grande, sfogliatelo bene e vedrete che vi permette qlsiasi cosa".

(Continua).
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"Non è come pensi (posso spiegarti tutto)"

Caro Leonardo,
Questi continui blecaut sono davvero preoccupanti. È chiaro che qualcuno ci sta attaccando, o che noi stiamo attaccando qualcuno, e nessuno si è ancora preso la briga di dirci niente. Ma non è solo questo.
È che senza luce è difficile restare seri. Non ci si può più concentrare sul lavoro, non si possono più mandare messaggi, montare il programma, niente. Voglio dire, che razza di regime siamo se non riusciamo nemmeno a organizzare uno straccio di onesta propaganda?
È come se il regime andasse a singhiozzo, un po' c'è e un po' non c'è. Un momento siamo cinque funzionari, cinque professionisti che lavorano in un ufficio; un attimo dopo siamo solo cinque persone sole in un palazzo freddo e buio, cinque esseri umani senza nulla di meglio che coltivare le loro stupide dinamiche interpersonali. Del tipo: Mac, perché non parliamo un po' dei nostri problemi? Dio, ti prego, no…

"Mac, ti andrebbe di parlarne?"
"No".
"Mac, prima o poi dobbiamo parlarne".
"Va bene Assunta, comincia tu".
"Quel taglio sulla fronte, è stata Concetta?"
"No, t'ho detto, sono scivolato nella vasca".
"Non era la doccia?"
"Mai raccontare la stessa versione, è una cosa che ho imparato a Rieducazione".
"Mac, per favore. Siamo in un blecaut, nessuno sta registrando. È stata lei?"
"Non è stata lei. È… è stato un attimo. L'attimo dopo era di nuovo lei. Le è bastato vedere un po' di sangue e si è calmata. Tutto qui".
"Senti, mi dispiace così tanto per come sono andate le cose l'altra sera. Io pensavo che…"
"Tu pensavi che Concetta riportasse a casa Letizia dalla palestra alle sette e mezza, ma siccome mancava la luce la palestra era chiusa. Avresti dovuto pensarci ".
"Se Concetta non fosse scattata in quel modo…"
"Se tu non ti fossi trovata nel nostro letto con un viceprimario…"
"Primario. Adesso è primario".
"Congratulazioni".
"Ma non è come pensi tu, non stavamo facendo niente".
"Dio, che brutti dialoghi che abbiamo stamattina".
"Chiacchieravamo – al buio, per forza – in effetti stavamo aspettando te".
"Sunta, ma tu mi vuoi bene?"
"Certo che ti voglio bene, perché?
"E allora non trattarmi come il nonnino scemo, almeno tu".
"Tiggiuro, è stato lui a insistere, voleva parlarti. Io gli ho detto che tu arrivavi verso le sette, e così…"
"Voleva parlarmi? Il tuo viceprimario?"
"Primario. Dice che voleva proporti un lavoro".
"Ma che gentile. Ma ne ho almeno tre lavori in questo momento, diglielo".
"Gli ho detto che hai tre lavori che ti danno poca soddisfazione, e che non vedi l'ora di trovare qualcosa di meglio. Soprattutto non vedi l'ora di andartene da qui".
"Ma no, nientaffatto. Io qua mi trovo bene".
"Mac, non mi prendere in giro. Credi che non veda quello che stai facendo qui?"
"Sto facendo il mio lavoro. Cosa…"
"Stai immerdando il Progetto Duemila, ecco cosa. Da quando ti sei messo a ripescare soubrettes fallite e reality show scadenti abbiamo avuto un crollo di qualità verticale".
"A me non risulta".
"Ah no?"
"A me risulta un aumento significativo e costante di accessi".
"Ecco, ci mancava solo che mi tirassi fuori il contatore".
"Il contatore è importante".
"Ti rendi conto che stai ragionando proprio come i direttori di palinsesto di vent'anni fa? La gente che probabilmente detestavi di più nella vita?"
"Sto solo dando una mano ad alleggerire il programma".
"Ma non è solo un programma. È la memoria della gente. Ti rendi conto della tua responsabilità? Lo sai che muovendoci a ridosso del Muro di Cristallo possiamo modificare per sempre i ricordi di chi ci guarda?"
"Di' la verità, ti brucia perché ti abbiamo cassato la tua storiella del lupo".
"Al massimo posso essere irritata per il modo in cui hai trattato me, un tuo superiore, davanti al direttore".
"Ho semplicemente spiegato perché la storiella non funzionava".
"Volevi solo vendicarti perché io esco con un altro uomo".
"Assunta, insomma… mi credi davvero così meschino?"

Stava per rispondermi, Assunta, quando si è sentito uno scatto, e il ronzio dei calcolatori che si riavviavano, e la luce improvvisa ci ha accecato per un istante: il Regime ripartiva.
"Oh-oh, guarda".
Al posto della hompage di ordinanza, una foto del Sommo Pontefice e una frase: Ore 20.30 – messaggio unificato.
"Direi che siamo in guerra davvero".
"Occazzo".
"Già".
"Io torno al mio ufficio".
"Aspetta, aspetta un attimo. Il… il tuo uomo, come si chiama, il nuovo primario…"
"Si chiama Damaso".
"Che tipo di lavoro voleva propormi?"
"Qualcosa di piuttosto riservato, credo, non ha voluto dirmi niente. Vuoi il suo numero?"
"Sì. Cioè, no".
"Tieni".
"Grazie".
"Grazie a chi?"
"Grazie, Vicedirettore".
"Prego, compagno Immacolato".
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Casa, dolce casa

Caro Leonardo,
sono un po’ inquieto, un blecaut programmato di sei ore non accadeva da mesi. Non è che siamo di nuovo in guerra, per caso?
Te la raccomando, San Petronio al buio d’inverno. Con la nebbia. E senza filobus: tocca scarpinare fino a casa, a rischio che mi facciano la pelle mentre scendo dal ponte di Mascarella.
A casa, poi, il solito caos. Io sono un tipo all’antica, in fondo, e continuo a immaginarmi che almeno una delle mie due mogli mi stia aspettando a casa, magari con qualcosa di caldo in un piatto: è troppo? Evidentemente sì, è troppo.
Quando alla fine apro la porta, c’è solo Leti seduta al tavolo, che sgranocchia crechers al lume di una candela.
“Ciao papà Mac”.
“Ciao Leti, hai visto per caso…”
“Mamma Sunta è andata via”.
“Via dove?”
“Non lo so, è andata via di corsa col suo collega”.
“Ah. E mamma Conci?”
“E’ di là che disfa lo zaino di mamma Sunta”.
“Bene. Cosa ci metti sui crechers?”
“Ci metto altri crechers”.
“Ma ci sarà bene qualcosa in frigo”.
“Io ho paura ad andare nel nostro frigo quando è buio”.
“Povera Leti, hai ragione, adesso ci penso io. Ma aspetta un attimo. Hai detto che mamma Conci sta disfando lo zaino…”
“Di mamma Sunta”.
“Quindi mamma Sunta è tornata”.
“Nooooo! Se ti ho detto che è andata via! Sei il solito testone, papà”.
“Tesoro, sto cercando di capire. Di solito lo zaino si disfa quando si arriva, non quando si va via, a meno che…”
“A meno che?”
“Leti, cosa sta usando mamma Conci per disfare lo zaino di mamma Sunta?”
“Le forbici e…”
“E?”
“Il catter”.
“Grazie, tesoro, adesso è tutto chiaro”

Dalla camera da letto proviene un ansimare spezzato. Vorrei essere furtivo, ma naturalm inciampo in sei paia di scarpe.
“Concetta, sei lì?”
Concetta è distesa sullo scendiletto, in una mano il catter, nell’altra un brandello di zaino invicta, uno dei tesori della famiglia. Non ne fanno più così: una volta un vicino mi offrì cinque chili di caffè vero per quell’affare. Lo abbiamo usato in tre traslochi.. Ma questo era prima che mia moglie sviluppasse istinti omicidi.
“Concetta, senti, di là c’è tua figlia che cena a grissini. Mi spieghi cosa…”
“Quella troia”.
“Ssst!
“Lo ha portato qui, hai capito? Qui! In casa nostra!”
“E tu li hai mandati via”.
“A momenti la strozzo, stavo salendo con Letizia in braccio, e lei era qui con… con quel…”
“Senti, in fondo era il posto più sicuro dove andare”.
“Ma sei ammattito?”
“No, Concetta. Sono uno che si preoccupa se sua moglie è per strada con qualcuno al buio, in mezzo a un blecaut. Sono diventato apprensivo, con l’età”.
“Sei diventato anche cornuto, sai”.
“Concetta, non ci credo. Non ci credo che hai detto questa parola”.
“E’ la parola esatta”.
“No, Concetta, no, non è la parola giusta. Siamo nel duemilaeventicinque, porca puttana. Abbiamo fatto la rivoluzione. Abbiamo inventato il Trimonio. Abbiamo fatto il Teopop. Ci si aspetta da noi qualcosa di più interessante delle solite questioni di corna. Qualcosa di più creativo”.
“Allora io, creativamente, quella lì appena torna l’ammazzo. La strozzo con le bretelle del suo zaino del c… ti pare abbastanza creativo?”
“Ma proprio non ce la fai ad accettarlo? Se c’è una persona a cui vuoi bene, con cui hai diviso tante cose, che riesce ancora a vivere una storia con una persona: buon per lei, no? Mi spieghi in che modo ti offende, oggetivam? Non ti toglie niente, non ti nasconde niente…”
“Lei, lei farebbe bene a nascondersi, perché io entro domattina l’ammazzo”.

A questo punto c’è una parola, che mi è venuta in mente da un pezzo, una parola che non dovrei assolutamente dire, perché può trasformare questo dialogo al buio in una rissa condominiale, una parola che per quanto io mi sforzi di cacciar giù sta per emergere, e io in fondo sono un debole, non so che farci, io…
“Quando mi fai queste scene, sai cosa penso di te, Concetta?”
“Cosa pensi, sentiamo”.
“Che sei gelosa”.

***

“Ciao Leti”.
“Ciao Papà, tutto bene?”
“Tutto bene, certo”.
“Ma adesso mi guardi nel frigo?”
“Povera Leti, hai ragione, vediamo. Cosa vuoi di buono?”
“Il budino”.
“Il budino, giusto. Uhm”.
“Papà…”
“Letizia, qua di budino non ce n’è. C’è un flacone di… di… conserva, e poi…”
“Papà, ti sanguina la faccia”.
“Tesoro, ti piacciono le carote?”
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Questo pezzo va in onda arruffato e sconclusionato per uno sciopero del buon senso.



Non drammatizziamo, è solo una questione di… di...

Lost in translation.
Se mi sia piaciuto o no, francamente non lo so, e poi in fondo cosa importa. Volevo solo annotare qui la fine di un grande tema narrativo, che nel bene e nel male teneva duro sin dai tempi di Re Artù, l’adulterio.

In sostanza, per molti secoli i racconti per adulti consistevano in questo: un marito vecchio e scemo (Artù, re Marco), una sposina sveglia e fresca (Ginevra, Isotta), un baldo giovine probabilmente spiantato (Lancillotto, Tristano). Dal punto di vista psicanalitico, è chiaro che Lancillotto vuole competere col padre e giacere con la madre; da un punto di vista sociale, immaginatevi la vita di corte in uno di quei brutti castelli intorno l’anno Mille: i signorotti quarantenni, già brutti arnesi e reduci di guerra, sposano ragazzine quindicenni, non sempre, non necessariamente santarelline. Il minimo che possa fare la castellana nelle lunghe sere invernali è spassarsela coi paggi. I paggi, poi, non sono altro che i figli cadetti di amici del padre, destinati a un futuro di cavalleria di ventura: giovani, belli e inutili, irresistibili. Nei migliori romanzi cavallereschi s’intuisce che è la castellana a prendere l’iniziativa. Volendo potremmo cercare nell’adulterio narrativo qualche embrione di emancipazione femminile. Volendo. (Dopotutto questi romanzi li scrivono gli uomini, ma perché li leggano le donne).

Il modello del matrimonio “verticale” (lui quarantenne – lei quindicenne), combinato e d’interesse, formalmente va in crisi nell’Ottocento, secolo romantico. Nell’Ottocento le nozze combinate diventano ‘out’: si fa strada l’idea che marito e moglie debbano amarsi, addirittura prima di salire all’altare: che debbano essersi innamorati l’uno dell’altro. Questo nella fiction: la realtà continuava a essere piena di borghesi quarantenni pieni di soldi pronti a impalmare quindicenni spiantate con un quarto di nobiltà. Rispetto alle loro antenate medievali, queste povere ragazze non hanno neanche più la possibilità di conoscere dei paggi interessanti. Nelle lunghe serate d’inverno non resta che leggere romanzi d’amore. Non sorprende che il secolo romantico sia pieno zeppo di adulteri: Emma Bovary, Anna Karenina, Effi Briest… e in Italia? In Italia i romanzi sono più castigati, ma basta assistere a un qualsiasi melodramma che, come ha detto qualcuno, è quello spettacolo dove il tenore vuole andare a letto col soprano ma il basso non vuole (o era il baritono?)

Il modello del “matrimonio d’amore” dura molto meno del precedente, in Italia diciamo fino agli anni ’50: la generazione dei babyboomers non ci crede già più, ma anche i loro genitori, sposati da un pezzo, nel 1974 votano per il divorzio con buona pace della Chiesa e di Fanfani. In fondo, il matrimonio d’amore era ancora più oppressivo del matrimonio d’interesse, perché obbligava due persone a essere innamorate tutta la vita: il che, oggettivamente, è un po’ difficile. Tra ’60 e ’70 si ha la sensazione che il matrimonio, come ogni altra istituzione, stia per cedere definitivamente: nei film e nelle pièces teatrali del periodo l’adulterio è solo l’avanguardia della rivoluzione. Invece ci si continuerà a sposare, se non per amore per inerzia: e a tradirsi allegramente… sempre meno allegramente. Comunque l’adulterio continua a essere un argomento d’attualità nelle fiction fino a tutti gli anni ’80. E siccome sono gli anni della cultura di massa, conviene far notare quanto s’insistesse, nei film di serie B di quel periodo, sul concetto di “corna”, e quanto frequente fosse l’appellativo “cornuto”: oggi non lo è più.

Alla fine del secolo secondo me c’è una frattura, anche se non saprei dire dove. Per rintracciarla mi torna utile ragionare sui famosi film italiani ‘bruttini’. Uno a caso: Denti, di Salvatores. Il protagonista ha lasciato sua moglie “per passione”, col conseguente e già logoro strascico di alimenti da pagare e di figli palleggiati tra i due ex coniugi. Una situazione così, che nel 1970 era ancora fantascienza, nel 2001, ci sembra già un cliché più abusato di quello di Ginevra e Lancillotto. Ora il protagonista ha una nuova compagna, più giovane… e di conseguenza ne è gelosissimo. I rapporti d’amore sono sempre più simile ai rapporti di potere o di proprietà. Uomini e donne si attaccano e si staccano nel tentativo di salire qualche piolo della scala sociale. L’adulterio non è più infrazione alla regola, è la regola: dalla liberazione sessuale alla competizione sessuale. E siamo nel 2000. E poi? Negli anni successivi alcuni film italiani riscuotono un successo quasi sorprendente capovolgendo i termini: l’adulterio, proprio in quanto regola non scritta, ma ineluttabile, viene svuotato di senso, banalizzato, superato. Simbolo di questa banalizzazione è l’interpretazione di Raoul Bova nell’ultimo film di Ozpetek: ma anche gli adulteri di Muccino sono di una banalità che rasenta lo squallido: si combinano in cinque minuti (una volta era molto più difficile) e lasciano un amarissimo sapore in bocca al protagonista, che non chiede di meglio di tornare al nido familiare. Trent’anni fa l’adulterio poteva essere un’eroica trasgressione all’istituzione matrimonio: oggi un semplice matrimonio borghese, ordinario, diventa l’eroica trasgressione all’istituzione adulterio. Sì: noi riempiamo i cinema per guardare film che ci dicono quant’è faticoso ed eroico metter su famiglia: proprio mentre, paradossalmente, le statistiche sulle violenze domestiche c’informano che la famiglia è il posto meno sicuro in assoluto. Ma del resto che sfida sarebbe, se non ci corresse del sangue?

E Lost in translation cosa c’entra? Quasi niente. Di sicuro, non ha niente a che vedere con i film italiani bruttini. Ma a suo modo è un film che dovrebbe raccontarci un adulterio e non lo fa. E perché non lo fa? Perché sarebbe banale. Mi sembra di sentire gli sceneggiatori: “li facciamo andare a letto?” “No, troppo banale”. Banale come andare in un tempio buddista ed emozionarsi. O come essere bionde e anoressiche attrici di film d’azione. Roba da coatti. Le persone che hanno stile non tradiscono più i consorti: al massimo un abbraccio fraterno, una carezza paterna, e poi via, ognuno torna al nido che gli compete.

Gli unici che sembrano avere ancora un po’ di voglia di sesso extraconiugale sono i vecchi professori universitari: ne La Macchia umana Hopkins (già vedovo, però) si fa di viagra per soddisfare Nicole Kidman, nelle Invasioni barbariche un gruppo di docenti universitari si ritrova in uno chalet a ricordare le belle ammucchiate del tempo che fu. Patetici, e sanno di esserlo. I loro figli, i “Barbari”, emergono per contrasto: sono belli e pragmatici, fanno carriera, hanno già programmato matrimonio e figli, sanno che non si lasceranno mai e… non vogliono sentire la parola “amore”. (“I miei genitori non facevano che usarla: ti amo, ti amo, ti amo… non t’amo più”).
Poi grazie al cielo, c’è ancora qualche imprevisto.
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Anche i ricchi piangono
(e hanno tutta la nostra solidarietà)


Ma noi (e intendo proprio io e te), a che generazione apparteniamo?
È una storia vecchia. Direi che si tratta di una generazione di passaggio (come tutte), che fa discretamente fatica a crescere (come tutte), e che è composta più o meno da una quarantina di persone che mi conosco e mi stanno simpatiche, quasi tutte comprese tra Bologna e Reggio, con casuali propaggini in altre città della penisola.

Questa generazione avrà senz’altro le sue tradizioni e i suoi svaghi, molto interessanti da rievocare, mentre tutte le altre generazioni intorno sbadigliano. Qual era il nostro telefilm preferito? E il cartone animato? Cosa cantavamo intorno al fuoco sulla spiaggia? C’è un libro, una marca di scarpe, una droga, una lettera dell’alfabeto che ci possa identificare? Per me andrebbe bene anche Lambrusco Generation, ma tu sei astemia e fai le smorfie, come non detto.

E quando la nostra generazione va al cinema, cosa guarda? Per prima cosa guarda il prezzo del biglietto, e non è una battuta. Quest’estate la mia generazione era in vacanza in Spagna e passava più tempo a studiare i menu dei ristoranti che a mangiare. Potremmo chiamarla Nice Price Generation: ha studiato, sa cos’è buono e pretende di consumarlo, ma non sempre se lo può permettere. Cavalca con passione tutte le tendenze finto-povere, nella speranza di riuscire a passare l’inverno con la giacca dell’anno prima. Perché in effetti il sushi è buono, ma pensa che colpo se lo gnocco fritto andasse di moda. 

Perciò va al cinema i giorni dispari (prezzo tagliato), cercando di non farsi fregare. Diffida naturalmente dei kolossal, e non ha apprezzato molto la svolta splatter di Scorsese. L’appartamento spagnolo meglio di no, perché la nostra generazione non c’è andata, in Erasmus. Oh, ci sarebbe piaciuto. Ma costava un po’ e non abbiamo mai avuto il coraggio di chiederlo alla generazione dei nostri genitori.

Così andiamo a vedereil film di Muccino, un regista che nei suoi film “indaga sui rapporti tra le generazioni”. E che almeno è un ragazzo sveglio: infila nei suoi film il maggior numero di personaggi possibili, così è costretto a lavorare per sottrazione, a condensare una sequenza in una scena, un dialogo in un’occhiata: e intanto il pubblico resta sveglio, anche se i critici preferiscono ritmi più lenti. Molti entrano per vedere un ritratto destabilizzante della loro generazione, e anche noi, nel buio della sala, facciamo finta di destabilizzarci un po’. Anche se le generazioni di Muccino pagano d’affitto in un mese quello che noi guadagnamo in tre.  

Dunque più o meno andrà così: tra vent’anni avremo un bell’appartamento, nostro figlio ci fregherà il bancomat per comprare fumo da offrire a tutta la sua classe, nostra figlia sognerà di fare i calendari, noi continueremo ad alimentare i fuochi di paglia delle nostre velleità di ragazzini, quando volevamo scrivere un libro o fare gli attori. Ogni tanto andremo in crisi, ogni tanto faremo la pace. Andrà così?
Beh, magari.

Se tutti i problemi della mia vita dovessero consistere nel vivere in tre camere, cucina e soggiorno di un quartiere signorile, nel fare un lavoro noioso con un capo che posso permettermi di mandare affanculo, nel dover scegliere, a 45 anni, tra Laura Morante e Monica Bellucci… io ci farei la firma.

Ma temo che la mia vita non andrà così, perché sono precario, e ho sentito dire da fonte autorevole che la precarietà invecchierà con me. L’inflazione galoppa, i buoni del tesoro sono carta straccia, e mi pare che la guerra non stia aiutando le borse e i mercati. Anche se dicono che sarà una guerra breve (ma allora perché la chiamano “Infinita”?)

Per tutti questi motivi, temo che non riuscirò mai a permettermi quell’appartamento, e forse non avrò nemmeno le risorse per riuscire a mantenere un paio di figli stronzi. Credo che continuerò ad avere un lavoro difficile, e non finirò mai il mio romanzo, probabilmente non lo inizierò nemmeno. Credo che la mia compagna, anche volendo, non avrà il tempo di fare teatro, perché continuerà a lavorare più di otto ore al giorno. E se avremo amanti, saranno poveri cristi come noi, non registi di teatro, non Moniche Bellucci, e non avranno seconde case al mare in cui ospitarci. Insomma, in fin dei conti forse questi amanti non li avremo proprio, sotto un certo standard economico l’adulterio perde ogni romanticismo, diventa una povera, squallida cosa.

Di più: credo che se dopo vent’anni di società precaria esisterà ancora il bancomat, e io sarò stato così fortunato da conservare il mio, me lo terrò ben stretto, e se mio figlio lo userà per comprare un etto di fumo, prima lo romperò di botte, poi lo costringerò a rivendere quel fumo nella sua scuola per restituirmi il maltolto con gli interessi. Perché la precarietà rende tutti più nervosi e violenti, e la mia generazione non farà eccezione.

E credo che il giorno che mi capiterà un incidente, tipico deus ex machina delle moderne sceneggiature, forse dovrò indebitarmi per pagare l’operazione, forse non potrò permettermi una riabilitazione a regola d’arte. Insomma, forse alla fine resterò su una sedia a rotelle. E a quel punto tu dovrai volermi bene a tutti i costi, o assumere una badante più precaria di me, che mi spinga lungo il viale del tramonto aggirando le barriere architettoniche.

Insomma, credo che le cose non andranno così bene per noi due. Abbiamo contro tutte le statistiche del mondo, il buco dell’ozono, le micropolveri, le pensioni che paghiamo agli altri e che nessuno pagherà a noi. Meglio non pensare troppo al futuro. Meglio infilarci in un cinema, a guardare le case e le scenate di persone che anche se vanno in crisi stanno comunque meglio di noi. Così come una volta andava di moda la decadenza asburgica, destini infelici in un tripudio di stucchi e waltzer, così ora va in scena la decadenza della borghesia italiana. Ma il vero modello resta il Sudamerica: loro lo sanno da vent’anni, che gran consolazione sia per la povera gente sapere che Anche I Ricchi Piangono.

E noi piangiamo con loro, amore. È un momento difficile per incontrarsi, per volersi bene, per guardare avanti. Ma è il nostro momento. Tra un po’ scorreranno i titoli e si tratterà di uscire. Ma io non ho paura, almeno finché mi tieni la mano. E tu?
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Sangue in famiglia

Ora come avvoltoi giornalisti e altri esperti in sociologia spicciola accorrono sui luoghi dei delitti efferati, dando la colpa un po' a tutto e a tutti… ma è il caso di biasimarli?
Come i poveri preti, che anche nelle situazioni più disperate sono forzati a trovare parole di speranza, così il dovere d'ufficio impone agli editorialisti di trovare subito i colpevoli. Piuttosto che fra gli indiziati, sotto tutela degli avvocati, meglio cercare colpevole e movente fra "i mali della nostra società", sempre più disumana, priva di valori, ecc..
Ma non hanno tutti i torti. Quello che è successo a Novi Ligure sembra non essere un caso isolato. A parte i casi di emulazione degli ultimi giorni (un tempo c'erano epidemie di suicidi, oggi la rabbia è più estroversa), i delitti in famiglia sembrano essere aumentati del 100% negli ultimi anni. Una guerra tra generazioni.
Questo è interessante. I giovani assassini negli USA fanno stragi in classe, in Italia preferiscono la famiglia. È un'altra prova di quanto sia centrale la cellula famigliare nella nostra società. Che è una società dei consumi. Ma sempre più orientata al consumo giovanile. Quello dei ragazzini è il target più sotto tiro, nonostante i ragazzini siano sempre meno (questa è una cosa che non riesco a capire. Se davvero siamo il Paese più vecchio del mondo, dovremmo avere la tv piena di pubblicità di mutandoni di lana, e Nilla Pizzi trionfatrice a Sanremo, ma non è così. Perché?).
Forse in Italia soffriamo di una lieve schizofrenia. Diamo per scontato che il giovane debba vivere coi suoi per venti, trent'anni – finché non mette su famiglia a sua volta. Tuttavia è altrettanto scontato che sin da 14, 15 anni, lo stesso giovane debba consumare quanto e più di un adulto. Lasciamo per un attimo perdere la componente affettiva e chiediamoci: dove li trova i soldi? E se i genitori non ne guadagnano abbastanza?
Ora, se due coniugi vengono ai ferri corti possono divorziare. Ma un ragazzino che ritenga i suoi genitori inadatti al proprio stile di vita ha davanti a sé ancora cinque, dieci anni di convivenza.
Il professore di Padova ucciso dal proprio figlio per un voto falsificato avrebbe comprato l'auto al figlio soltanto dopo la laurea. Diciamo a 24, 25 anni. Questo non faceva di lui un padre-padrone, e tutto sommato i soldi erano suoi. Ma anch'io, la prima volta che ho saputo la notizia, ho pensato: che padre degenere. Negare al figlio il sacrosanto diritto all'automobile. Sul serio, per un attimo ho pensato a questo.
(D'altro canto è vero che costringere un figlio a prendere una laurea "per non deluderlo" può equivalere a tenerlo sequestrato in casa per cinque anni, con un doppio ricatto affettivo ed economico, e nessun genitore verrà mai accusato di plagio in questi casi).
Con questo, non voglio assolutamente giustificare gli assassinii in famiglia. Non voglio neanche dare la colpa alla società dei consumi. In effetti, cosa sto facendo? Forse anch'io, da sociologo spicciolo, in piena emulazione giornalistica, accorro sul luogo del delitto e reclamo la mia piccola stilla di sangue. Un avvoltoio no. Diciamo una fastidiosa zanzara.

Segnalo un articolo di Tahar Ben Jalloun – già collaboratore della prestigiosa rivista Energie Nuove – sulla demolizione dei Buddha afgani.
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