- lo spettacolo nell'era in cui è da idioti pagarlo

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Bisogna essere scemi

Scusate se continuo a parlarne come se me ne intendessi, ma il calcio è davvero una metafa potente. Come a dire che è tutta una finta, non è di calcio che si sta parlando qui.

Uno dei paradossi del calcio contemporaneo, ad esempio, è la selezione naturale degli utenti più scemi. Intendo dire che come molti altri servizi voluttuari, il calcio, nell'era della riproducibilità digitale e gratuita, è destinato a fare affidamento sugli unici che insistono ancora per pagare, vale a dire quelli che non apprezzano una partita di calcio per quello che è, ma ne fanno un feticcio, deformato da una serie di connotazioni extracalcistiche (attaccamento ai colori, campanilismo, cameratismo, non saper come passare la domenica pomeriggio, ricerca di un senso della vita). Ma i feticisti sono, per definizione, irrazionali e irresponsabili. Spero di non offendere nessuno se li definisco, per amor di brevità, scemi. Ebbene, l'industria del calcio oggi distilla i più scemi tra gli utenti, e ne diventa schiavo.

Cerco di spiegarmi meglio. Il grande problema dell'industria dello spettacolo, oggi, è farsi pagare. Questo, a causa delle tecnologie su cui viaggia lo spettacolo, autostrade dell'informazione, via banda larga o satellitare, che sono meravigliosamente efficienti e indispensabili, ma hanno un grosso difetto: sono insofferenti ai pedaggi. Appena individui un tratto dove mettere un pedaggio, tutt'intorno si mettono a fiorire le scorciatoie. Legali o meno. Di solito meno.

Ora, attenzione: fingiamo per amor di teoria che le persone siano catalogabili unicamente per la loro intelligenza: che non vi siano persone più o meno belle, simpatiche, abbronzate, stronze, furbe, ma solo più o meno intelligenti. Detto questo, chi saranno secondo voi i primi a trovare la scorciatoia per pagare meno un servizio (o non pagarlo affatto)? I più intelligenti e informati. È ovvio.
E chi saranno gli ultimi ad accorgersene e a smettere di pagare? I meno intelligenti.
Può darsi che lo facciano perché sensibili a un concetto di legalità, o per tradizione, per senso di responsabilità, attaccamento alla maglia, eccetera eccetera: ma tutte queste cose nel nostro modello non risultano, il nostro è un modello in bianco e nero in cui appare soltanto questo: chi continua a pagare per vedere una partita di calcio è un deficiente.

Naturalmente non è tutto bianco e nero, ci sono miliardi di sfumature: in alto (bianco puro) abbiamo l'ingegnere trafficone che guarda tutto via adsl sul sito pseudoclandestino – oppure ha clonato SKY – seguono sfumature di neve sempre più sporca (chi va al bar, chi ha approfittato della super-mega-offerta del mese), fino al grigio cupo di chi la partita la paga fino all'ultimo centesimo. E poi le varie sfumature di nero di chi la partita la va ancora a vedere allo stadio: tribuna, gradinate, curva. Nel nostro modello costoro sono i più scemi: pagano relativamente di più per usufruire di meno servizi (niente primi piani, replay, commenti) e per correre più rischi (fila al WC, pioggia, tafferugli, precipita dal terzo anello un ciclomotore). Nella realtà naturalmente non è così: non è idiozia quella che li porta allo stadio alla domenica, ma attaccamento ai colori, sano cameratismo, voglia di dare un senso alla vita… ma tutte queste cose nel nostro modello, purtroppo, non si vedono. Nel nostro modello, ripeto, l'utente che paga di più per usufruire di meno servizi è considerato il deficiente.
Si tratta anche dell'unico tipo di utente che porta soldi alla maggior parte delle squadre – i soldi di Sky e company, com'è noto, se li pigliano le grandi, quindi…

Quindi, diabolicamente, le squadre medie e piccole devono investire sugli utenti scemi: ossia quelli che invece di procurarsi un'adsl, una carta clonata, una carta vera, un amico che ce l'ha, un bar… preferiscono venire allo stadio, per tutti quei famosi motivi: attaccamento ai colori, necessità di passare il pomeriggio della festa scandendo cori a rischio di beccarsi ciclomotori e mazzate. Gli ultras, insomma. Gli unici abbastanza idioti da pagare per quel che vedono: le squadre si sono messe nelle loro mani.

Verso la fine, l'Impero Romano si basava su un tacito accordo tra Imperatore e plebe romana. L'Imperatore manteneva la pace tra i confini e continuava a distribuire razioni di grano gratis da tutte le regioni dell'impero: la plebe mangiava a sbafo e non rovesciava l'imperatore. In sostanza, il bacino del mediterraneo era soggetto all'appetito della plebe romana. Il calcio contemporaneo, che smuove miliardi, è nelle mani delle plebi di una ventina di città, che in virtù della loro idiozia (pagano per vedere ciò che è gratis su tutti gli schermi ad alta definizione del mondo!) possono fare e disfare squadre, cacciare presidenti e allenatori, addirittura creare bolle di illegalità garantita. Se io non posso saldare un debito, dopo alcuni mesi verranno a pignorarmi. Ma se sono il presidente della SS Lazio, posso saldare comodamente in una trentina d'anni. Perché? Perché il presidente ha un po' di plebe dalla sua parte, perché se la sua squadra fallisse quel po' di plebe ruggirebbe forte, e fa paura la plebe quando ruggisce.

Il paradosso, purtroppo, funziona per tutta l'industria dello spettacolo. Prendiamo la musica: perché negli ultimi dieci anni le major sembrano avere investito soltanto su sgallettate improponibili? Perché bisogna essere idioti per pagare una canzone, oggi, e gli idioti non sono sensibili a virtuosismi musicali, non hanno un grande orecchio per la melodia, ma sanno riconoscere un culo se gli balla davanti. Del resto è una corsa disperata: ormai anche un deficiente sa scaricare gratis un mp3 o una suoneria. Il settore musicale è più dinamico – il calcio è più lento. Ci sono un sacco di fattori cosiddetti 'culturali' (le tradizioni, l'attaccamento, il campanilismo) che ancora impediscono una manifestazione di idiozia pura. Ma la strada più o meno è tracciata: pian piano ogni riferimento vagamente culturale verrà via, come la farina dal setaccio, e sulle gradinate vedremo soltanto una congerie di scemi paganti. Giudicate voi quanto siamo vicini o lontani da quel giorno.

Spero di non avere offeso nessuno con questo pezzo, non era mia intenzione, mi state tutti simpatici. Ma mi è ancora più simpatica la realtà.
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- la fiaccola sotto Moggi

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Eppure c'è gente che per il circo mediatico-giudiziario non riesce proprio a scandalizzarsi. Io, per esempio.
Lo confesso, è un mio limite, ci sono tante cose che non mi commuovono: le zingare ai semafori con preghiere di cartone, per dirne una, e un'altra sono i politici in manette. Massì, capisco, è un abuso di potere, lo so, però non mi commuovo. E anche Luciano Moggi può piangere tutte le calde lacrime che vuole, io resto di pietra. Sono giustizialista? Sono forcaiolo? Oppure semplicemente ho un'alta soglia di sopportazione.

Ognuno ha la sua, del resto. C'è fior di giornalisti, là fuori, che sapeva sapeva sapeva e nulla ha scritto, per anni, perché si sa come vanno le cose, finché ora basta, non se ne può più, la soglia di sopportazione è stata oltrepassata. Da chi? Da Moggi e Giraudo? Macché. Dai magistrati che torchiano, dagli intercettatori che non rispettano la privacy, dal circo mediatico-giudiziario.

Per contro, noi populisti forcaioli, è da vent'anni che ci scandalizziamo; da dieci che nel campionato italiano di calcio non ci crediamo semplicemente più: e oggi che c'è da inveire contro il circo mediatico-giudiziario, che ci volete fare, siamo un po' stanchi. Inveite voi, si fa un po' a turno.

Tutto questo in realtà non ha molta importanza. È molto più intrigante chiedersi: Luciano Moggi è un semplice accidente di percorso, o un difetto strutturale? Se è un accidente di percorso, è sufficiente farlo piangere ancora un po', interdirlo fino alla settima generazione, e poi passare ad altro. Ma siccome siete su Leonardo Blog, avete già capito dove voglio parare, vale a dire: secondo me Moggi è strutturale. Il che significa che il catrame e le piume non serviranno proprio a niente: cacciato con infamia un Moggi, ce ne servirà subito un altro. Perché il problema non è tanto Moggi, quanto… la struttura.

E che razza di struttura sarebbe il calcio, sentiamo. Beh, possiamo descriverla in vari modi. Struttura neoliberista: in un universo de-regolato, dove ogni squadra-società-per-azioni è libera di raccattare sul mercato qualsiasi giocatore a qualsiasi prezzo, prima o poi qualcuno doveva arrivarci: gli arbitri costano meno. E come investimento sono relativamente più sicuri. È proprio una semplice questione logica: perché svenarsi per i giocatori? Per gli sponsor, d'accordo, per il pubblico pagante. Ma se poi la squadra all-star non funziona? Se il Real Madrid galattico non quaglia? Se l'Europeo lo vince una squadra qualsiasi, tipo la Grecia? È il bello del calcio, ma comporta rischi economici che una squadra-società-per-azioni non può correre. E se intrallazzare con gli arbitri costa relativamente meno che procurarsi un paio di rinforzi a centrocampo, perché no? Sul serio, perché no? Morale: il calcio non può essere quotato in borsa. Una cosa è il professionismo, un'altra la speculazione, e Luciano Moggi è solo uno di quei manager che hanno agito per il bene degli azionisti, come i soldatini tedeschi obbedivano agli ordini del Führer. Fucilatelo se vi fa sentire meglio, ma il problema non è lui.

Questo in un universo neoliberista. Ma il calcio italiano è davvero in quell'universo? Qualche anno fa scrissi tre pezzi un po' naïf (1-2-3) in cui paragonavo il calcio inglese al calcio italiano, sull'unica base di un libro illustrato che stavo traducendo. La morale era questa: il calcio inglese è nato e si è sviluppato come una piccola industria, semi-artigianale. I calciatori hanno lottato per i loro diritti. Le squadre provinciali campavano costruendo dei campioni e rivendendoli alle Grandi. Le Grandi erano in realtà piccole ditte che si autofinanziavano con i biglietti negli stadi di loro proprietà. E tutto questo, fino agli anni Ottanta, generava ricchezza e la ridistribuiva.

Nel frattempo, in Italia, il calcio prosperava al di sopra delle sue possibilità. John Charles, “the first rich British footballer”, divenne "il primo calciatore britannico ricco" solo in Italia: la Juventus lo pagava quattro volte lo stipendio massimo consentito nel Regno Unito. Che senso avevano, questi ingaggi stratosferici?
Nessun senso strattamente economico. Il calcio non è mai stata un'attività veramente remunerativa in Italia – se così fosse le squadre sarebbero state società indipendenti, e non fiori all'occhiello dell'industriale, del petroliere, del palazzinaro di turno. Il calcio italiano del dopoguerra si è sviluppato come uno status symbol – un'attività in cui buttare un bel po' di soldi per dimostrare ai tuoi concittadini che ce l'hai fatta, sei in tribuna vips. E se avessimo dubbi sulla moralità e sull'effettiva intelligenza della nostra classe imprenditoriale, ci basterebbe fare i conti di quanti padroncini hanno rovinato sé stessi e i loro dipendenti con surreali operazioni di calciomercato. Da Zico all'Udinese all'Europarma di Tanzi, quanti soldi, quante energie buttate. E stiamo a prendercela con Moggi.

Moggi è semplicemente il capo dei briganti, e come tale lo considerava il suo padrone, Gianni Agnelli. Lo stesso che paragonava i suoi calciatori ai pittori del rinascimento: ecco cos'è il calcio in Italia, non un'industria, ma puro mecenatismo. Gli industriali contribuiscono alla pace sociale pagando la loro quota di circenses. Altro che neoliberismo. Stiamo ancora all'evo antico, ai Gladiatori. Oppure il guaio è stato passare troppo in fretta dal Circo Massimo alla Parabola, dal panem et circenses alla Società per azioni.

Rimedi? Si potrebbe cavar fuori il calcio italiano dall'evo antico, obbligandolo a diventare uno sport moderno, in cui tutte le squadre hanno rose di 22 giocatori e, udite udite, lo stesso budget: e si mantengono con il pubblico pagante.
Non c'è bisogno che me lo facciate presente, tutto ciò è frutto di un delirio, il tentativo di tornare a un modello europeo che non esiste più, perché a ben vedere è l'Europa che si sta italianizzando. È il calcio europeo che sta riscoprendo il modello pre-medievale del circo massimo: le squadre come brand mondiali, il calciomercato globale che serve anche a riciclare i soldi della malavita globale (pensare al Chelsea). L'Italia, che ha inventato il fascismo e il berlusconismo, continua ad esportare il peggio di sé. E c'è mercato.
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- schietta autocritica

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Ho creato un mostro

È interessante tornare indietro e rifare tutti i passaggi, e scoprire che il delitto è stato commesso con le migliori intenzioni. Come sempre.

La domenica sera è il momento più deprimente della settimana. La sera di domenica nove aprile, Astolfo Pigna, classe '58, nato e vivente a Belfosdignano (QL) operaio specializzato (ramo termoriduttori), juventino, capricorno, dà un'occhiata al suo destino dal divano del soggiorno. Il destino gli si delinea nel blu elettrico della grafica del televideo. Dalla cucina un vago rumore di lavastoviglie all'opera.
"E allora ci vai?" dice la moglie.
"Adesso ci vado".

Io pensavo di fare cosa buona e giusta, tornando al blog politico. Con la fantascienza, lo sapete, c'erano stati dei problemi, e tutti a dirmi: "dai, torna a fare il blog politico". Per giunta era l'anno delle elezioni, come facevo a sottrarmi. Era un modo di impegnarsi. O di dimostrare a me stesso che m'impegnavo. Che poi è la stessa cosa.

"Se non ci vai dimmelo subito, ché metto la pizza in forno".
"Ti ho detto che ci vado, ci vado".
"Me l'hai detto mezz'ora fa. Cos'è che guardi? Il televideo?"
Astolfo si vergogna ad ammettere di essere indeciso, ma le cose stanno così.
Ultimo di quattro fratelli, non si è trovato nella condizione di prendere una decisione autonoma fino a 22 anni, quando in un cinema sfiorò la mano della sua futura moglie (il film era Laguna Blu). Da quello contatto in poi fu lei a prendere saldamente il timone che era appena stato lasciato incustodito da madre padre e fratelli maggiori. Lei a stendere il curriculum vitae del perito tecnico industriale e spedirlo alla Bianchi Termoriduttori Srl. Lei a indicare l'anellino che Astolfo non riusciva proprio a scegliere da solo. In sostanza, lei stasera dovrebbe dirgli se andare a votare o no, ma non lo fa.
È il suo modo di farlo impazzire.

Mi sono accorto quasi subito che le cose stavano prendendo una piega curiosa.Mi misi a parlar male dei Diesse. Non era la prima volta. Erano anni che parlavo male dei Diesse, ormai avevo sviluppato dei veri e propri cavalli di battaglia.
Nel frattempo Berlusconi imperversava in tv e in radio, accusando gli avversari politici di qualunque cosa gli venisse in mente (scemenze, di solito). Ma io B. non lo reggevo più, da anni ormai.
È vero che nei primi anni era stata una specie di ossessione. Le sue cafonerie. Le sue gaffes. Quella volta che chiamò Kapò un europarlamentare tedesco. E gli antifascisti in vacanza a Ventotene. Sì, a quel tempo Berlusconi era almeno divertente. Ma nel 2006, io avevo smesso di divertirmi da un pezzo
.

Tradito dalla sua Grande Timoniera, Astolfo cerca conforto nell'unica altra cosa al mondo in cui abbia un po' fiducia: la doxa.
Se proprio deve credere a qualcosa, Astolfo crede nella Maggioranza. Sin da quando era il cucciolo di casa, egli è stato educato al rispetto per le opinioni più diffuse. Schierarsi con una maggioranza è sempre la cosa più saggia: intanto perché la maggioranza ha quasi sempre ragione, o comunque ha i mezzi per ottenerla: e anche quando non la ottiene, il torto va diviso con un maggior numero di persone. Aver torto in maggioranza è un mezzo gaudio.
Questa filosofia di vita ha portato Astolfo Pigna dov'è adesso: sul divano di casa sua, inebettito, davanti agli istogrammi del televideo, che indicano che l'affluenza è… normale. Se almeno ci fosse stato un record dell'astensione, pensa Astolfo. Mi sarei astenuto anch'io e buonanotte. Invece devo andare.
"E allora?"
"Vado, vado".

È difficile spiegare quello che è successo. È stata come una cateratta. A un certo punto il grigio ha prevalso: ho chiuso gli occhi e ho iniziato a pensare ad altro. Il biennio 2004-5 potrei descriverlo così. Oppure potrei dire che ho sentito il richiamo del privato: la famiglia, il lavoro, l'appartamento in affitto… insomma, Berlusconi è uscito dalla mia vita. Non era più divertente, era solo spiacevole rumore di fondo. Come i jingle pubblicitari delle telefonie, li ascolti due secondi e cambi canale.

Naturalmente questo non impediva a Berlusconi di rimanere lì dov'era, di farsi ancora approvare leggi ad hoc; di tagliare fondi alla mia regione e al mio ministero; di mandare truppe in Iraq; in sostanza, nulla gli impediva di farmi del male. Questo era inteso. Ma io ero mi ero stancato di parlarne, ne parlavano tutti! Basta! Quando mise la bandana, io non ci trovai niente di divertente. Quando il governo cadde e si rialzò, io non stetti in apprensione neanche per un attimo. E quando infine fu il 2006, e lui riapparve sui muri e su tutti i canali, io non avevo più niente da dire. Preferivo parlar male dei DS.

Mi sentivo più originale. I DS non mi avevano fatto un'oncia del male che mi aveva fatto Berlusconi; e tuttavia il loro modo di fare sinistra mi offendeva. Mi urtava quel loro oscillare tra machiavellismo e ingenuità, senza fermare mai per una volta la lancetta sul materialismo storico… voglio dire, un grande partito dei lavoratori che si trasforma nel "partito della gente perbene"? Ma scherziamo? Il "perbenismo" è una sovra-sovrastruttura borghese! I lavoratori non sono perbene, i lavoratori lottano per impossessarsi dei mezzi di produzione e non fanno sconti a nessuno! Sono la forza motrice della storia, non sono delle nonnine bianche che prendono il te' e i pasticcini! La definizione di "Partito Perbene" era un'offesa alla mia cultura. E al mio senso estetico.
Dovevo vendicarmi.


Astolfo, non crediate, si vergogna di essere così. Ma non ci può fare niente.
Quel che vorrebbe sapere, dal televideo, è: chi ha vinto le elezioni? Alle ultime regionali Astolfo ha votato Forza Italia. Pensava che avrebbe vinto. E ha perso. I tre comunistoni del reparto lo hanno sfottuto in mensa per tre mesi. Questo Astolfo non lo sopporta.
Il momento più grigio della sua intera esistenza fu il quinquennio seguente alla gestione Boniperti, quando la Juventus non vinse più nulla. Lui apposta si era scelto la squadra più tifata e più vincente d'Italia: e loro, vigliacchi, cambiavano Boniperti e Zoff con Montezemolo e Maifredi! Cinque anni d'inferno! Un inferno di milanisti ghignanti al bar, in mensa, in reparto… persino in casa gli era cresciuto un figlio milanista, persino in casa!
Astolfo ama il quieto vivere, e forse nella vita non ha mai sfottuto nessuno. Perché sa cosa si prova.
Gli piace Berlusconi; gli sembra un vincente. Ma di sicuro molte volte racconta delle palle. E chi non le racconta. Il più grande contapalle d'Italia, per fare un esempio, è Luciano Moggi. Ma sono palle a fin di bene (così ragiona Astolfo). In politica, come nel calcio, non conta la verità: conta vincere. Astolfo, fino a un paio d'anni fa, passava per berlusconiano di ferro. Faticosamente, negli ultimi venti mesi si è rifatto una reputazione di centrista indeciso. Ha fatto capire che Berlusconi lo aveva un po' deluso, che forse non lo avrebbe rivotato.
Sua moglie, invece, si è richiusa in un silenzio di sfinge.
"Il voto è segreto", ha detto, e non c'è stato modo di smuoverla. Astolfo ha il dubbio che sia passata ai comunisti.
Cosa che lui non farebbe mai, per principio. Sarebbe come passare dalla Juve al Milan. No. La squadra si critica, si boicotta, ma non si cambia.
O no?

Quel pezzo che ho scritto… era roba vecchia, d'archivio. In cinque anni mi ero fatto un bell'archivio, anche sulle stronzate dei DS. E insomma, i fatti erano inoppugnabili: la fondazione di D'Alema prendeva soldi da multinazionali pluri-inquisite. Soldi puliti, per carità. Ma era un dato che faceva a pugni con la nozione di "Partito perbene". Volevo far risaltare la dabbenaggine dietro al perbenismo.
Ma non volevo convincere la gente a votare Berlusconi! Questo mai! Io mi ero messo a scrivere per l'esatto contrario!

Sono le 19.50 di Domenica 9 aprile, e Astolfo Pigna è indeciso. Si tratta di votare Berlusconi o no.
Negli ultimi tempi sembra ringiovanito! È tornato in tv, sui muri, ovunque. Ha l'aria di uno che non può perdere. Certo, forse è solo scena. Ma pensa se vincesse! Cinque anni di gloria.
Il guaio (pensa Astolfo) è che domani saranno molto più veloci gli amici e i colleghi a chiedermi se l'ho votato, che gli istituti di statistica a dare le proiezioni. E comunque le proiezioni sbagliano una volta su due, peggio che Maurizio Mosca col pendolino, a momenti. Insomma (pensa Astolfo) non ci sono Santi. Devo scegliere da solo.
Per la seconda volta nella mia vita.
Driiin!

Mi scrissero quelli di Libero Blog, che il pezzo gli era piaciuto e lo avevano ripubblicato. Niente di che, era già successo quando scrivevo fantascienza, e nessuno ci aveva fatto caso. Prego, dissi, fate pure.
Lo tennero in home per un giorno. Ottenne più di 400 commenti. Una cifra che il mio cervello fa fatica a comprendere.
Quattrocento persone che avevano letto un mio post. 400 persone che avevano perso tempo a commentare.
E il più delle volte ringraziavano per aver finalmente fatto luce sull'immondo segreto dei Ds, questo partito di ladri, terroristi, infoibatori, persecutori dei poveri reduci della Repubblica Sociale, ecc., ecc., ecc., ecc..
Mi dissi: è normale. Un mio post, estrapolato dal contesto, scatena una tipicissima dinamica da forum. Tutto già visto. Niente di nuovo.


Driiin!
È Rinaldo, il fratello di Astolfo, che chiede in prestito la falciatrice per domani. Non ce l'ho io, dice Astolfo, ce l'ha nostro padre, devi chiederla a lui. Ah, dice Rinaldo.
E poi gli chiede: Hai votato?
Ahi ahi ahi, pensa Astolfo.
Da una parte è contento che il fratellone ultraforzista gli stia dando un consiglio, come ai vecchi tempi. È una cosa che gli fa piacere, istintivamente. Si vergogna ad ammetterlo, ma è così.
Dall'altra Astolfo non può fare a meno di pensare che i forzisti sono proprio messi male, se devono mettersi a telefonare in casa ai parenti domenica 9 aprile alle otto di sera. È così? Rinaldo sa qualcosa che io non so? In campana.
"Beh? Hai votato o no?"
"Non ancora, no. Non so se ci vado".
"Ma solo che non scherzi. Hai dei dubbi?"
"Beh, dei dubbi… diciamo che quel Berlusconi è…"
"È?"

Dinanzi ad Astolfo si spalanca l'abisso. Deve dare un giudizio. Da solo. Davanti al fratellone. E non c'è tempo. Dio mio.


"È un po' un contaballe, dai".
"Beh, su questo…"

(L'abisso! Astolfo precipita!)

"…c'hai anche ragione…"

(Ma il paracadute si apre, tempestivo, a cento metri dal suolo).

"…ma sono tutti dei contaballe, sai, è il loro mestiere. Almeno lui non ci ruba".
"Come fai a dire che non ci ruba, Rinaldo".
"Lui è già ricco di suo. Ma quegli altri… gente che non ha mai lavorato in vita sua… loro sono falsi e ladri, per di più".
"Sì, ma…"
"Prendi D'Alema. Quello che è andato in direzione del suo partito a dire: Siamo gente perbene!. Lo sai chi glielo paga il leasing della barca, a D'Alema?"
"…"
"Quelli della G****, lo sapevi? Ti ricordi della G****? Quella compagnia farmaceutica che corrompeva i medici e metteva in commercio valvole difettose. Lo finanziano loro, D'Alema".
"Ah sì? Questa non la sapevo".
"Ma è da un po' di mesi che è in giro – naturalmente i giornali non dicono niente. L'ho letta su Internet".
"Ah, beh, sai, internet".
"Internet è il futuro, altroché! Impresa, Inglese, Internet! Allora, ci vai a votare o no".
"Ci vado, ci vado".
"O, meno male".
"Ma dici che vinciamo?"
"Certo che vinciamo. Ti sembra che possa perdere, uno come lui?"

Col senno del poi, credo di essermi sbagliato. Non esiste il concetto di "estrapolato dal contesto", su Internet.
Internet è un libro dai mille fogli aperti – il contesto non esiste. Scrivere un pezzo anti-DS in campagna elettorale significa fornire un'arma in più a Berlusconi. Un'arma minuscola, certo. Ma un'elezione si vince anche con milioni di queste armi minuscole. E io ne ho messa in giro una.


Le elezioni politiche del 9 aprile 2006 videro l'ennesima affermazione del centrodestra – anche se stavolta il margine di vantaggio sul centrosinistra fu microscopico. L'ago della bilancia fu il distretto elettorale di Belfosdignano (QL), che rimase incerto fino all'ultimo. Si dice (ma forse è una leggenda) che Berlusconi abbia distanziato Prodi per un voto solo.
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