I bambini soldato. Così nuove tecnologie e capitalismo ci riportano alla preistoria



L’annichilimento della coscienza funziona così: al bambino o alla bambina viene praticato un taglio sulle tempie e qui vi viene appoggiato lo stupefacente, che viene poi avvolto da bende o tenuto fermo da cerotti. Lo fanno perché non sempre è facile prendere le vene di un bambino di 10 anni con un ago. Oppure semplicemente, perché così si fa prima.
La droga in questione varia a seconda dell’esercito che ha arruolato il piccolo soldato. In Liberia o in Sierra Leone va alla grande la Brown-Brown: eroina tagliata con polvere da sparo per renderla più potente. In Africa orientale preferiscono l’erba khat che a quelle latitudine cresce un po’ dappertutto e non costa niente. In ogni caso, la droga aiuta il bambino a vincere la paura ed a ignorare gli stimoli della fame e della stanchezza. In breve tempo, sarà il bambino stesso ad assumere volontariamente lo stupefacente, che ha anche il pregio di allontanarlo dalla realtà e da non fargli provare nessun rimorso per i crimini che gli vengono ordinati di commettere.
Non c’è pericolo che disertino. Molti di loro sono stati venduti dalle loro stesse famiglie. Altri sono stati costretti ad assistere, e spesso anche partecipare attivamente, alle torture e al massacro dei loro genitori. La droga per loro è una liberazione. Altri ancora, soli e abbandonati in paesi in guerra, si sono arruolati volontariamente nell’illusione di avere in quell’esercito qualcosa che somigli ad una famiglia, o anche solo per mangiare e avere un riparo dalla notte e dal freddo.

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¡Que corra la voz!

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Facciamo vivere Radio Despertar
Un progetto di Ya basta! Êdî bese! per ridare voce alla stazione radio del caracol de La Realidad
La Realidad - Bisogna tirarsi giù all'amaca alle quattro della mattina per arrivare puntuali all'appuntamento con i compas di Radio Despertar. Le quattro della mattina che, da queste parti, non è neppure tanto presto. Quando il sole sorge verso le sei, trova i campesinos del caracol de La Realidad già sui campi da un pezzo. A te, ancora mezzo cotto dal sonno, vien da pensare "dormo in auto considerato che, per fortuna, non guido io" ma la strada è talmente sconnessa che ringrazi il dio dell'occidente e anche il Gran Serpente Piumato Quetzalcóatl che non hai fatto colazione prima. Poi bisogna inerpicarsi per una collina e hai appena la forza di accorgerti che il paesaggio che si dipana attorno a te, mentre la nebbia si scioglie lentamente sotto i primi raggi del sole, è tanto bello da togliere il fiato. Dall'alto, la selva Lacandona sembra un manto morbido e soffice di verde intenso, che copre tutto il Creato. Tiri gli occhi ma non trovi traccia della poche fattorie che hai incrociato. Anche la strada balorda che hai appena percorso sembra inghiottite dal verde.
Radio Despertar sorge proprio nel punto più alto della collina. Qui i compas zapatisti hanno tirato sù una antenna lunga 35 metri che, piantata là in mezzo alla selva, fa più effetto della torre Eiffel a Parigi. Proprio sotto di lei, tutta coperta di scritte e di colori, c'è la baracca della radio. "La Radio de Los Marez" si legge sul logo. Marez è l'acronimo di "municipi autonomi ribelli dell'esercito zapatista".
Il giorno prima la carovana di Ya Basta Êdî Bese era stata ricevuta dalla Giunta di Buon Governo "Hacia la esperanza" della Realidad. La radio, ci hanno spiegato i portavoce zapatisti, ci permette di raggiungere tutte le comunità, i villaggi e le piccole fattorie che fanno riferimento al caracol. Nel cuore della Locandona non c'è copertura telefonica, non c'è internet e la stessa elettricità, dove questa arriva, viene fornita saltuariamente da un generatore. La radio a modulazione di frequenza è quindi uno strumento indispensabile per comunicare, fare controinformazione ed anche allertare la popolazione nel caso di azioni da parte di reparti governativi o paramilitari. Già. Perché nel Chiapas la guerra non è ancora finita e il rischio che il Governo voglia tentare di mettere fine alla ribellione zapatista con un violento colpo di mano è sempre in agguato.
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Al sonido de una voz


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Perché ci ostiniamo a tornare in Chiapas
Sono quasi due decenni che camminiamo a fianco delle popolazioni indigene che il 1 gennaio 1994 si sono sollevate in armi per rivendicare giustizia e diritti dopo secoli di soprusi e discriminazioni. Dopo essere stati posti ai margini della storia, sfruttati da governi e imprese straniere per la ricchezza dei loro territori, privati della possibilità di scegliere o anche solo di intervenire nelle decisioni che li riguardavano, hanno ripreso in mano con forza e consapevolezza il proprio destino e hanno iniziato un percorso che li ha portati, e li sta ancora portando, verso la costruzione di un mondo migliore.
Grazie ai nostri viaggi in Chiapas nelle comunità zapatiste abbiamo potuto vedere con i nostri occhi la costruzione di quella autonomia diventata possibile. Gli incontri svolti con le Giunte del Buon Governo ci hanno permesso di costruire insieme alle comunità ribelli progettualità comuni, dal basso, che hanno non solo permesso il miglioramento di alcuni aspetti legati alla vita nella Selva, ma che ci hanno dato l’opportunità di mettere in comune le nostre esperienze, apprendendo l’uno dall’altro conoscenze nuove che sono diventate poi strumenti di lotta che ognuno ha riportato nei propri territori con un rinnovato senso di essere comunità.
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La Vocera de los pueblos

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Repressione e barriere tecnologiche per frenare la raccolta firme
Sulle orme di Marichuy, la candidata indipendente indigena alla presidenza del Messico
San Cristóbal de Las Casas - C'è un uomo che canta nel grande zócalo di San Cristóbal. In Messico, neppure la politica può fare a meno di una colonna sonora di musica campera. Dietro di lui, un banchetto dove attiviste e attivisti dispensano volantini informativi e raccolgono firme. Siamo a due passi dal balcone dove, in quella indimenticabile notte del primo gennaio 1994, il subcomandante Marcos urlò "ya basta!" contro lo sfruttamento capitalistico dei popoli indigeni.
Le firme che il banchetto raccoglie sono tutte per lei: María de Jesús Patricio Martínez meglio conosciuta come "Marichuy". Una donna di 53 anni, indigena nahua ed esperta in medicina tradizionale, che il Cni, il Congreso Nacional Indígena, ha candidato niente meno che alla presidenza del Messico. Candidatura che in tanti hanno definito pretestuosa, inutile, utopistica, controproducente… ma una candidatura che, in ogni caso, fa paura.
"Le stanno provando tutte per impedirci di raccogliere le firme necessarie - ci spiega Marisol, una attivista indigena -. Si sono attaccati ad ogni pretesto. Ad esempio non possiamo scrivere nei moduli 'la candidata Marichuy' ma 'l'aspirante candidata' altrimenti invalidano tutto. E poi questa storia che le firma vanno raccolte elettronicamente e trasmesse entro lo stesso giorno, pena la loro cancellazione… In un Paese come il Messico dove la maggior parte degli indigeni fatica a farsi dare un documento di identità!"
La raccolta delle firma elettronica è una novità di questa campagna elettorale e, guarda caso, si applica solo alle nuove candidature, proprio come quella di Marichuy! I documenti e le relative firme debbono essere scansionate tramite un tablet - e non con uno qualsiasi, ma in uno di quelli di ultimo modello con l'aggiornamento di sistema, altrimenti l'app non funziona! - e quindi trasmessi entro la mezzanotte del giorno di raccolta all'ufficio preposto. In un Paese del nord Europa la faccenda potrebbe avere un aspetto pratico volto a facilitare le procedure democratiche, ma in Messico, dove la connessione è ancora un privilegio riservato a pochissimi, e, quando va bene, due ore di connessione ti costano due anni di purgatorio per le bestemmie che ti trovi a tirare, la questione assume tutto un altro significato, anche senza contare il costo non indifferente di un tablet di alta tecnologia. E come se non bastasse, l'app ci mette in media oltre 5 minuti per scansionare un documento e non lo "legge" se non è posto sotto un faro di luce bianca! "Qualche giorno fa - continua Marisol - siamo andati in un paese vicino. Abbiamo lavorato tutto il giorno e raccolto più di cento firme. Al momento di inviare tutto all'ufficio elettorale, la connessione è sparita. Non c'è stato verso di collegarsi alla rete in tutto villaggio. Internet è magicamente tornato a funzionare solo dopo che sono scaduti i termini di invio. Tutto da rifare, per noi! Sarà un caso?"
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Compartir la salud, compartir la vida

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La società è malata, lo zapatismo è la cura
A San Cristóbal nasce Radici nel Vento, un progetto di salute dal basso
San Cristóbal de las Casas - Che non sia esattamente un quartiere residenziale dell'alta società, il barrio di Cuxtitalli, lo si capisce subito. Siamo ad una sola mezz'ora di scarpinata in salita dallo zócalo di San Cristóbal, eppure siamo in un altro mondo. "Qui sono tutti indigeni, per la maggior parte tzozil. Lo spagnolo è la seconda lingua" ci spiega Nina. Lei è una attivista dei movimenti romani. Da otto anni si è trasferita in Chiapas col compagno, Fabio. Entrambi fanno parte del nodo solidale alla lotta zapatista. Qui sono nati i loro due figli. Qui hanno continuato quella lotta per la casa, la salute ed i diritti che ha caratterizzato tutta la loro vita. Qui hanno comprato una casa che oggi è un punto di riferimento per tutti i compagni che, per un progetto o per l'altro, passano per il Chiapas.
Il piano terra è diventato la Casa de Salud Comunitaria Yi'bel Ik'. Termine, quest'ultimo, che in lingua tzozil significa "Radici nel vento". "Radici, perché con le radici noi ci curiamo e perché è nel recupero delle radici che noi vogliamo costruire il futuro - ci spiega una ragazza indigena -. Vento, perché non sta mai fermo, nessuno può dire dove possa arrivare".
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Hay que seguir soñando

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Migranti in cammino tra la violenze dei narcos e quella dello Stato
Lungo i binari dove corre la Bestia, sorge l'Albergue, un progetto di accoglienza dal basso che salva centinaia di vite
Ixtepec - Non ci sono treni passeggeri in Messico. La rete ferroviaria esiste, ma i soli treni che vi transitano trasportano merci. Eppure, sono tanti - uomini, donne, bambini, intere famiglie - sono tantissimi i migranti che si aggrappano ai vagoni scuri e sporchi di quel treno, e gli affidano le loro vite e la speranza di superare i muri di confine. Lo chiamano "la Bestia".
In centro America come in Europa, in Messico come in Italia, i migranti non sono nient'altro che merci. Ma sono quegli stessi muri che li respingono a trasformarli in merce. In roba che si vende e si compra: manodopera a poco prezzo per i latifondi o per le minas, carne da cannone per le bande di narcos, schiavi da marciapiede nei viali o nelle case chiuse della prostituzione, organi per i ricchi mercati chirurgici degli Stati Uniti.
Il prezzo del biglietto lo contratti con i coyotes che ti ci fanno salire, su quel treno. Qualche volta ti costa tutto quello che hai, qualche volta la vita, qualche volta il prezzo è ancora più alto. Ci sali nell'indifferenza di chi, in quel confine che ti separa dal futuro, è nato dalla parte giusta. Ci sali nella complicità della polizia, delle istituzioni e di quella politica che urla alla "tolleranza zero", ai "pericoli della clandestinità", alla "difesa della nazione" e di presupposti "valori culturali".
Oggi questo treno transita ancora per Ixtepec. A nord, i binari hanno uno scartamento diverso e la Bestia è obbligata a fermarsi, regalando la possibilità ai fuggitivi di scendere senza rischiare troppo l'osso del collo.
Ma i migranti che scelgono di cavalcare la Bestia sono sempre meno. Ma non certo perché la loro situazione sia migliorata. Anzi. Il muro è ancora là.
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Los escombros de la pobreza

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Le catastrofi non sono mai naturali
Lo Stato del Oaxaca dopo il terremoto
Juchitán - I cumuli di macerie interrompono la strada sterrata che porta allo Zócalo di Ixtepec, cittadina nel sud del Messico, precisamente nello Stato di Oaxaca. Qualche edifico incrinato con la facciata piena di crepe si distingue dagli altri, per il resto uguali tra loro nel modulo tipico del meridione, bassa altezza, forma rettangolare, tetti inesistenti. Un grosso albergo accanto alla piazza centrale del Paese è messo in sicurezza dai nastri ufficiali, i muri dei suoi recinti sono sgretolati a terra.
‘Tutto sommato - affermano le padrone dell’albergo che ci ospita - qui non si sono verificati grossissimi danni. Siamo più che altro rimasti segnati dalla paura, che ti prende di soprassalto ogni volta che arriva una scossa di assestamento’. Le réplicas sono del resto giornaliere - basti pensare che nel nostro secondo giorno a Ixtepec ce ne sono state ben due.
Il vero marchio di riconoscimento del terremoto si nota però a Juchitán. A soli 16 chilometri da Ixtepec, la città - centro di periferia della zona - è stata profondamente segnata dalla inaudita scossa di terremoto del 7 di settembre. Il palazzo del mercato rimane vuoto e isolato dalle autorità a causa del dissestamento che ha subito. La parte laterale della costruzione è leggermente inclinata e una parte della torre dell’orologio è stata divelta.
‘Almeno abbiamo potuto rimettere i nostri banchi qui di fronte’, sospira una venditrice di fiori. ‘Piano piano stiamo iniziando di nuovo a vivere nel quotidiano’. Attorno a lei un labirinto di banchi definisce la nuova, provvisoria piazza del mercato di frutta, verdura, carne e vestiti. Dei supporti e dei gazebo in legno sono stati montati per dare a ciascuno il suo punto di vendita. La piazza è affollata, tanto che in alcuni punti risulta difficile passare data la strettezza dei corridoi di questo tortuoso labirinto.
‘Molta gente ha perso il lavoro perché è fallita la sua impresa oppure è crollato il suo negozio. Come fa una persona a reinventarsi in una professione di punto in bianco?’, ci racconta il taxista che ci ha accompagnato alla cittadina, aggiungendo che, dopo la minaccia proveniente dalla natura, hanno dovuto fronteggiare i saccheggi da parte del proprio vicino, dell’altro. ‘Ma per fortuna non tutti si vogliono approfittare della situazione di tragedia che tutti noi viviamo. Si sono dati tanti momenti di solidarietà e condivisione, tra chi ha ospitato gente rimasta senza casa nel suo appartamento e i gruppi di vicino che organizzano i pasti in comune’.
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Solo quieren vivir

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La dignità dei migranti del Centroamerica
Intervista a Ana Enomarado del "Movimiento Migrantes Mesoamericano"
Città del Messico - Abbiamo salutato Ana Enamorato a Venezia, quando aveva portato a Ca' Bembo, nell'esposizione Huellas de la memoria,  decine e decine di scarpe calzate dalle madri, dai padri e dei fratelli dei migranti desaparecidos nelle frontiere centroamericane. La troviamo oggi a Città del Messico dove è portavoce del Movimiento Migrante Mesoamericano ed aiuta i genitori dei migranti scomparsi a ripercorrere le orme dei loro cari, nella speranza di trovare qualche traccia del loro passaggio. 
Ci accoglie nella sua casa, in una grande stanza piena di piante verdi. Ci abbraccia e ci offre un caffè italiano. Ha un sorriso esausto.
"Città del Messico ha dei ritmi stressanti che ti mettono in ginocchio", ci spiega. Ma ben presto capiamo che vivere in una delle metropoli più grandi al mondo diventa ancora più estenuante se ci si fa carico dell'impegno quotidiano in una associazione difficile come la sua.
La storia di Ana è un intrico di personale e politico che difficilmente può essere sbrogliato. La cruda intensità dell'esperienza emotiva che ha dovuto sopportare con la sparizione del figlio, partito dall'Honduras alla volta dell'American Dream per cercare condizioni di vita migliori, si unisce all'organizzazione del movimento per la difesa dei diritti dei migranti centroamericani e per la ricerca dei desaparecidos. La dimensione singolare di ciascuno e ciascuna, il dolore e lo sforzo per la ricerca e per le migrazioni diventano strumenti di lotta per tutti e tutte grazie all'organizzazione collettiva fornita dal movimento. In particolare, Ana e il suo collettivo si occupano di facilitare le pratiche burocratiche per la richiesta di asilo e per il permesso di soggiorno alle persone provenienti, nella fattispecie, dall'Honduras, da El Salvador e dal
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Vivos los queremos!

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Contro las mentiras, giustizia per i 43 di Ayotzinapa
Davanti alla Procura Generale Federale un presidio lungo 1139 giorni chiede giustizia
Città del Messico - Il Paseo della Riforma è una della strade più eleganti della capitale messicana. Grandi marche, negozi di lusso, ristoranti esclusivi, i grandi palazzi istituzionali, tra i quali la Procuradia General de la Republica. Ed è proprio davanti alla facciata barocca della procura generale che troviamo un… accampamento con tanto di tende, installazioni, bandiere e striscioni che colpisce i passanti come un pugno allo stomaco. A colpire chi passa per il Passo sono soprattutto quelle 43 immagini. I 43 volti dei giovani studenti della scuola di Ayotzinapa, fatti scomparire il 26 settembre 2014 a Iguala. Una scritta in grande e in costante aggiornamento segna il numero "1139".
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Tutti i colori dell’ingiustizia. La Patagonia di Benetton tra violenze e desaparecidos

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Giù, giù, verso sud. Giù, lungo la Ruta 40 raccontata da Chatwin, La Ruta 40 che parte da Buenos Aires e si ferma solo ad Ushuaia. Dopo non c'è niente: è la Fin del Mundo. Sempre a sud, tra gli spazi sconfinati della Patagonia, quando arriverete vicino alla cittadina di Leleque - quattro case in croce per poco più di cento abitanti -, non crederete ai vostri occhi nello scorgere un grande cartellone pubblicitario che vi informa che in quell'immenso niente qualcuno ha costruito un museo. Un museo dedicato al "pueblo desaparecido", il popolo scomparso, realizzato dalla Benetton.
Già, perché tutto quell'infinito che vedete attorno a voi - terra, acqua e anche il cielo, se fosse possibile confinarlo - appartiene al Gruppo trevigiano. Lo ha comprato nel “reparto occasioni" nella svendita avviata dal presidente Carlos Menem (ve lo ricordate? L'amico personale del Berlusconi!) nel '91, quando una Argentina appena uscita dalla dittatura doveva pagare i tanti debiti accumulati dalle eroiche imprese delle giunte militari. In cambio di dilazioni e finanziamenti, il Fondo Monetario Internazionale aveva chiesto al Governo sudamericano di vendere tutto quello che poteva vendere e privatizzare tutto quello che ancora rimaneva da privatizzare. Il provvedimento, come era ragionevole attendersi, fece piombare l'Argentina nella crisi monetaria più pesante della sua storia ed ebbe come effetto la messa all’asta delle terre mapuche. E senza che, per questo, qualcuno abbia mai chiesto l'opinione dei mapuche che, come loro affermano, "viviamo in queste terre sin dal 11 ottobre del 1492". Come dire: da prima che arrivasse il Cristoforo Colombo con le sue cazzo di caravelle.
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