Il tampone costa troppo, tutto qui

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Il guaio è che si tratta di un problema sostanzialmente economico, ma di economia non si può più parlare. A un certo punto si è deciso che la gente non voleva sentir parlare di economia, forse si sarebbe sentita fregata a sentirsi parlare di economia, e quindi insomma niente: bisogna parlare di diritti, di doveri, di scienza e di etica e di privacy e di controllo e di rava e di fava, e nessuno vuole parlarti di economia. Per cui prima o poi c'è sempre qualcuno che fa una proposta assurda – raddoppiamo gli autobus? O gli edifici scolastici? Saniamo il debito pubblico tagliando 300 parlamentari e un po' di auto blu? Oppure sentite questa, potremmo pagare un tampone ogni 48 ore a chiunque volesse farlo, perché no? Non è una domanda retorica, se lo chiedono davvero: perché no.

Ora la risposta più semplice, ma anche la più rispettosa dell'interlocutore, dovrebbe essere una e una sola: perché non abbiamo le risorse – 600 milioni al mese, vuoi scherzare. Non possiamo raddoppiare gli autobus, non possiamo gonfiare le scuole così occupano più cubatura: e non possiamo pagare un tampone a tutti quelli che non vogliono vaccinarsi, perché dovremmo farlo ogni 48 ore e quindi lo capisci benissimo che sono veramente troppi tamponi. Anche perché, riflettici: magari adesso ti sembrano pochi, questi irriducibili no-vax, e quindi magari per quel po' di pace sociale tu qualche miliardino in tamponi lo bruceresti. Ma se sono pochi è proprio perché i tamponi se li devono pagare. Se li avessimo messi gratis, avremmo avuto milioni di vaccinati in meno e centinaia di milioni di tamponi in più da pagare, perché questa cosa l'hai capita, vero?

Che chi chiede il tampone "gratis", sottointende: me lo pagate voi?

E che questi tamponi, se tutto sommato sono ancora disponibili e non troppo costosi, lo si deve al fatto che il 75% delle popolazione ha preferito vaccinarsi?

Quindi sì, dall'economia è facile discendere all'etica. Il tamponista commette lo stesso errore di valutazione del famoso runner che l'anno scorso si domandava: che male faccio a correre da solo, chi posso infettare? Non puoi infettare nessuno, stellina, se corri da solo: ma solo finché sei solo perché tutti gli altri restano a casa. La tua libertà si fonda sul fatto che tutti gli altri rispettino la norma che tu non vuoi rispettare: a te sembra un diritto, a noi risulta un privilegio. Un anno dopo, c'è questa studentessa di Bologna che va in giro senza green pass a disturbare le lezioni, e può farlo abbastanza sicura di non ammalarsi, perché? Perché tutti gli altri in quelle aule il green pass ce l'hanno, il vaccino se lo sono fatto, o al limite un tampone. Pagandolo. Lo so che ti senti un lupo, ma puoi farlo proprio perché intorno hai un gregge che tu deridi mentre ti difende. Ecco, vedete quanto poco ci ho messo a passare dall'economia alla morale – almeno ci ho messo un po', almeno sono partito da lì.

Ma davvero c'è qualcuno in questi giorni sui giornali che invece di parlare di diritti, e doveri, e la privacy, e il controllo, e i portuali, e i fascisti e i sindacati e il Nuovo Ordine Mondiale – c'è qualcuno che la mette giù dura e pura in termini di costi e benefici? Quanto costa un vaccino? Quanto costa un tampone? Da quel che ho capito, e potrei sbagliarmi, con cinque o sei tamponi ci paghi mediamente una dose di vaccino. Con cinque o sei tamponi sei a posto per due settimane lavorative. Col vaccino sei a posto per sei mesi. E a quel punto, ne staremmo ancora a parlare? 

Per esperienza, se provate a metterla in questi termini con una persona contraria al green pass, vedrete che il dibattito si blocca subito: anche l'interlocutore più addestrato a contrapporre a ogni argomento vaccinista un argomento antivaccinista, rimane perplesso davanti a una brutale analisi dei costi e dei benefici. Sembra davvero che nessuno gliene abbia parlato prima. Poi certo, qualche cosa replicherà. Cercherà, come è tipico del complottismo italiano dal Ventennio in giù, qualche tesoro nascosto. Potremmo prenderli ai politici, o alle banche. Tassare le rendite (per carità, ottima idea), non comprare quei famosi cacciabombardieri. E la caccia all'evasione fiscale, attività sacrosanta che però fa un po' strano sentire dalla bocca di qualcuno che pochi minuti fa voleva tamponarsi coi soldi delle tue tasse. Ma insomma l'economia è il terreno in cui le ipocrisie si svelano. Dovremmo avere meno paura di tirarla fuori – perché non lo facciamo? Ovviamente il pensiero corre subito al ritardo culturale italiano, alla scuola gentiliana, ecc. 

Poi pensi a quello che hanno combinato gli inglesi con la Brexit e ti viene il dubbio che sia un problema più storico che geografico – abbiamo sempre più paura dei numeri, come dei messaggeri di sventura. Tipico di chi eredita debiti, e interessi sui medesimi. 

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Via i fascisti da casa mia

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Non dico che l'assalto alla sede nazionale della Cgil non mi preoccupi, ma ammetto di sentirmi in quei momenti in cui la curiosità sovrasta la preoccupazione. Perché tutto questo non solo è abbastanza grave, ma è molto paradossale - insomma, da una parte abbiamo gli eredi di un movimento incentrato sul concetto di comunità nazionale, sull'obbedienza al partito e al governo, un movimento che costrinse tutti gli italiani a prendere una tessera per lavorare; e oggi gli eredi pelati e pompati di quel movimento protestano contro un governo che per difendere gli italiani obbliga all'uso del green pass: non solo, ma siccome nel green pass vedono la prevaricazione totalitaria,  che 99 anni fa evidentemente andava bene e oggi no, con chi se la prendono? Con il sindacato che sin dall'inizio si è opposto al green pass. Davvero, se solo si potesse osservare tutto questo da una certa distanza - ma non c'è, non ce la possiamo permettere. 

I risultati della vaccinazione in Italia sono stati spettacolari (è sufficiente confrontare l'Italia con un altro Paese europeo dove la campagna vaccinale sia andata purtroppo a rilento). Per ottenere questo risultato forse c'erano mezzi meno drastici del green pass, ma a me non sono venuti in mente. Non sono venuti in mente nemmeno alla Cgil, che è il mio sindacato, e che in questi mesi ho sofferto di vedere fermo su una controproposta (l'obbligo vaccinale) che mi sembrava, e mi sembra, irrealizzabile. Insomma tra no vax e Landini dovrei far fatica a capire non dico chi abbia qualche ragione, ma il minor torto; eppure vedi come la pratica vince sempre sulle idee? Mi basta vedere qualche testa rasata e qualche saluto romano e tutti i dubbi si dissipano: oggi, come 100 anni fa, la Camera del Lavoro è la mia casa, e chi l'attacca è un fascista e un porco. Non è una questione di idee (davvero: 100 anni fa dicevate di averle opposte), è qualcosa di più istintivo, forse di odori: potete gridare Libertà fin che volete, il puzzo rancido d'invidualismo becero e cieco di sente comunque forte e chiaro. Oggi non credete a un virus, domani non crederete alla crisi climatica e a qualsiasi altra cosa minacci i vostri miseri privilegi. Per salvarli correrete dietro a qualsiasi bandiera, canterete qualsiasi canzone, vi infiltrerete in qualsiasi corteo: ma riconoscervi resta abbastanza facile, e alla fine la realtà presenta sempre il conto. 

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Sergio e Bacco: santi, sposi e gay?

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7 ottobre: Santi Sergio e Bacco, martiri e patroni dei matrimoni gay

Robert Lentz, 1994
Icona per il gay pride di Chicago
A Sergio e Bacco, ufficiali di una legione romana, capitò tra terzo e quarto secolo una storia di martirio tutto sommato abbastanza ordinaria, non fosse per un dettaglio che più di un millennio dopo ha intrigato alcuni studiosi e/o militanti LGBT: subito dopo avere ammesso la propria fede e aver rifiutato di sacrificare nel tempio di Giove, prima di essere deportati dall'imperatore Galerio in una provincia orientale, bastonati a morte (Bacco), e costretti a indossare calzature chiodate all'interno (Sergio), entrambi furono costretti a sfilare davanti ai compagni in vestiti femminili. Questo è molto strano, e non ritorna in nessun'altra leggenda di martiri. Punizioni del genere non erano tipiche dell'esercito romano, anche se l'imperatore Giuliano effettivamente fece sfilare in vesti femminili un reparto di cavalleria che durante una battaglia non si era battuto con troppo coraggio.   

Si sa che le torture delle storie di martiri si assomigliano un po' tutte, per via che gli agiografi si leggevano tra loro e si copiavano spesso. Di santi frustati e bastonati ce n'è tanti, ma di santi costretti a vestirsi da donna ci sono solo questi due graduati dell'esercito, la cui amicizia fraterna è spesso sottolineata nelle icone da un altro elemento inusuale: le due aureole appaiono intrecciate. Del resto è lo stesso Bacco, apparendo a Sergio la notte prima del martirio, a dare l'impressione di non poter salire in cielo senza di lui, tradendo una certa fretta che il sacrificio si completi. Insomma Sergio e Bacco – che in Oriente diventarono santi molto popolari dopo il quarto secolo – sembrano comportarsi come una coppia. Prima qualcuno avrebbe avanzato l'ipotesi: e se fossero quel tipo di coppia? E se questa fosse stata la loro vera colpa, taciuta dagli agiografi ma rivelata indirettamente dal bizzarro castigo escogitato dall'imperatore: la parata in vesti femminili, una parodia del matrimonio?

Santo Sergio
(basilica
di San Demetrio
a Tessalonica)
A mettere in nero su bianco l'idea fu lo storico John Boswell nel suo saggio più famoso (The Marriage of Likeness: Same-Sex Union in Premodern Europe, 1994) che fu anche l'ultimo che riuscì a pubblicare, prima di morire nello stesso anno. Boswell aveva una cattedra di Storia a Yale, dove aveva collaborato a fondare il Centro di Studi Lesbici e Gay: era cattolico praticante dall'età di quindici anni e da venti viveva con un compagno. Studiando le manifestazioni della sessualità in epoca antica e medievale, era giunto a una conclusione contraria a quella avanzata dal più celebre Michel Foucault e dai suoi discepoli. Per i foucaultiani non ha molto senso parlare di gay prima dell'Ottocento, quando in Occidente cominciamo a sentire l'esigenza di dividere l'umanità anche a seconda delle preferenze di genere. Boswell stimava Foucault ma era di tutt'altro parere: i gay erano sempre esistiti, e se non se ne trovavano tracce per molti secoli, si trattava semplicemente di cercarle con più attenzione. Ora, gli storici soffrono appunto di questa deformazione professionale, per cui quando si mettono a cercare qualcosa con molta attenzione, prima o poi la trovano, anche a scapito del buon senso. Boswell a un certo punto decise che il termine "fratello", nel mondo greco-romano, poteva essere inteso come un eufemismo per "amante": una volta accettato questo, i numerosi riti in cui persone dello stesso sesso venivano riconosciuti come "fratelli" diventavano forme di matrimonio omosessuale, più o meno tollerato dalle autorità, non solo presso Greci e Romani ma anche nei primi secoli del cristianesimo (cerimonie di affiliazione fraterna sono ancora praticate in alcuni riti ortodossi), fino a una cesura che Boswell indicava solo intorno al dodicesimo secolo. 

L'ipotesi di Boswell è stata più volte smontata, anche da studiosi che riconoscono il valore pionieristico delle sue ricerche: e però non è difficile capire perché sia stata abbracciata da molti militanti LGBT. Per Foucault, semplificando brutalmente, l'omosessualità come la intendiamo oggi è un costrutto sociale: esiste finché esiste la nostra società, che è tutt'altro che una società ideale. Per Boswell l'omosessualità è qualcosa di più vicino a un dato di natura: ne sono esistiti in qualsiasi società, e hanno sempre variamente cercato di ottenere un riconoscimento della loro condizione e delle loro relazioni. Per quanto labili siano le prove, la teoria ha il pregio di venire incontro alle aspirazioni di tanti desiderosi di conciliare la propria omosessualità con la fede cristiana; magari è solo una leggenda, ma non più di qualsiasi altra leggenda di santi: esiste perché qualcuno ne ha sentito il bisogno. Nel 1996 un pittore frate francescano (e gay), Robert Lentz, dipinse per il gay pride di Chicago un'icona dei Santi Sergio e Bacco che divenne immediatamente il pezzo più riprodotto del suo catalogo. I due santi di Lentz sono trentenni di aspetto atletico, com'è lecito del resto immaginare due ufficiali dell'esercito, ma molto diversi da quelli tramandati dall'iconografia bizantina, che invece ne sottolineava gli aspetti quasi femminei. 

Il Cameo "Rothschild":
ritratto di Onorio e moglie e
(in seguito) di Bacco e Sergio
Lentz, forse inconsciamente, sembra aver sentito la necessità di sottolineare il rapporto paritario tra i due, ovvero l'aspetto che non solo corrisponde meglio al nostro ideale contemporaneo, ma che si discosta di più dal modello di rapporto omosessuale che di solito associamo al mondo greco-romano: quello pederastico, che prevede un uomo adulto, libero e attivo e un ragazzo ancora imberbe, passivo e spesso schiavo. Nelle raffigurazioni tardoantiche invece uno dei santi (Sergio) è spesso raffigurato come più giovane ed effemminato – qualcosa di analogo a quanto accade con Giovita, il partner di Faustino. Nel mosaico della basilica di San Demetrio a Tessalonica, Sergio sembra davvero una santa: ha capelli a caschetto, una tunica piuttosto chic che lo avvolge fino ai sandali, occhi grandi e labbra a cuoricino. Però anche questa nostra percezione di effemminatezza, alla fine sappiamo che è un costrutto culturale: molti tratti che oggi associamo al sesso femminile, nell'arte bizantina esprimevano semplicemente gioventù e purezza. 

A un certo punto gli stessi bizantini potrebbero aver cambiato paradigma e avuto problemi a interpretare le loro vecchie icone (magari tra una crisi iconoclastica e l'altra): capita così che a Costantinopoli un cameo che in origine raffigurava probabilmente l'imperatore Onorio e sua moglie venga ridedicato a Bacco – la figura maschile – e a Sergio: a quest'ultimo tocca la figura in precedenza femminile, più piccola. Chi incise i nomi dei due santi sul cameo forse aveva ancora più difficoltà di noi a riconoscere la sessualità di un personaggio che, pur ornato di orecchini, sfoggiava capelli insolitamente corti: oppure non ebbe altra scelta, se voleva salvare il cameo doveva trasformarlo in un'immagine di santi, e una coppia di santi maschio e femmina non esisteva, non era prevista. E siccome molte storie di santi non nascono prima delle immagini, ma per spiegare le immagini (vedi San Nicola), non è escluso che l'episodio del mascheramento dei sue santi sia stato inventato da un agiografo proprio per spiegare come mai in un mosaico o in un affresco i due venivano raffigurati in uno stile che già nel V secolo poteva sembrare troppo femminile. 



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Sabato 2 ottobre assemblea sulla scuola a Modena (in presenza!)

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DIG è questo incredibile festival internazionale del giornalismo investigativo che si fa a Modena dal 30 settembre (giovedì) fino a domenica tre ottobre, con reporter straordinari, non necessariamente Alberto Nerazzini ma tranquilli c'è anche lui che è uno dei fondatori. Tra le altre cose (il calendario è foltissimo, dateci un'occhiata) ci sarà un'Assemblea sulla scuola sabato 2 ottobre dalle 16:30 alle 19:00 con Christian Raimo, Federica Lucchesini, Cristiano Corsini, Paolo Landri, Vanessa Roghi (in collegamento) e... me. 

No, io non sarò in collegamento, sono quello che dovrebbe rappresentare il territorio, se tutto va bene sarò in presenza. (Non so se altrove a parte a scuola si usi questa espressione "essere in presenza").

(Pensate come doveva suonare strana soltanto due anni fa, "essere in presenza").

Si parlerà di tutto ciò che c'entra con la scuola, cioè di tutto. Venite anche voi se potete; se siete indecisi continuate a guardare il programma che davvero, è notevolissimo: e date un'occhiata anche a questa pagina. Grazie e a presto.

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La sinistra nel vicolo cieco dell'emergenza

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Ci vorrebbero i giacobini

Se avessi il tempo credo che vorrei scrivere un pezzo su come la pandemia ha infilato la sinistra radicale in un vicolo cieco. Se avessi il tempo e la diplomazia; se fossi capace di scriverlo senza concedere nulla al mio gusto per la polemica perché davvero, non ce l'ho con nessuno. Non è colpa di nessuno. Oddio qualcuno avrebbe potuto comportarsi meglio, ma saremmo comunque nello stesso vicolo cieco. La nave è salpata molto prima che il virus saltasse di specie (ammesso sia successo), quel che è accaduto in questi mesi è poco comprensibile come qualsiasi immagine a pochi istanti da un impatto. I posteri ci troveranno poco lucidi, ecco però posteri non crediate che al nostro posto avreste combinato chissà che. 

Se avessi il tempo, dopo un meditato preambolo, affronterei il convitato di pietra, quel busto di Michael Foucault a centrotavola che ci impedisce di vederci bene tra noi e ci intimorisce con la sua gravitas glabra. Su tante cose aveva non aveva torto; c'è tutto un discorso su come il Potere usa l'Emergenza che è ancora perfettamente valido; ma anche nel peggiore dei casi, davvero assumiamo per un istante l'ipotesi che questo virus sia stato liberato da un laboratorio per provocare un globale riassestamento totalitario della società, bene, adesso che si fa? Si nega che l'emergenza esista, che non provochi tot morti al giorno anche tra un'ondata epidemica e l'altra, si denunciano mascherine e green pass come marchi della Bestia? Alcuni si sono ridotti a questo. La maggior parte, voglio credere, no: e però le opzioni a disposizione non sono molte di più. 

Siamo all'incrocio di due strade che conosciamo, e quindi potevamo immaginare che ci conducessero qui, davanti a un muro troppo alto. Da cinquant'anni abbiamo imparato a diffidare di chi proclama stati di emergenza, carestie guerre e pestilenze; ma è persino da più tempo che sappiamo che gli stili di vita imposti dall'industrializzazione e dalla globalizzazione non sono sostenibili a livello planetario, che insomma prima o poi emergenze ce ne saranno per forza, e saranno vere guerre carestie e pestilenze. Il potere le avrà provocate? Probabilmente. Cercherà di cavalcarle? Sicuramente. Questo le rende meno vere? No: e quindi eccoci qui, come doveva sentirsi il lettore sbigottito dell'Apocalisse di Giovanni mentre leggeva che al momento della Rivelazione ci saranno in giro tanti falsi profeti. Forse il Covid è un segno della fine, forse no ma la fine è comunque qui nei pressi, ha veramente molto senso domandarselo? Ammettiamo di nuovo per un attimo che si tratti di un falso allarme, niente più che un'influenza stagionale un po' più forte: lo sappiamo che stanno già arrivando allarmi autentici, rincari dell'energia e tutto quanto, e quando li recepiremo, reagiremo in un modo diverso? O ci saremo talmente incattiviti da rifiutare qualsiasi misura emergenziale come ora rifiutiamo il Green Pass? Stiamo semplicemente esprimendo la nostra diffidenza per il Potere (qualsiasi potere) o non siamo semplicemente nostalgici del vecchio mondo pre-lockdown? Perché la sinistra può permettersi tanti difetti, ma non la nostalgia per il passato: quello ci dispiace tanto ma è competenza della destra. D'accordo, è storicamente assodato che il potere crea problemi e poi si accredita come l'unico che riesce a risolverli. Preso atto che si comporta così, noi invece come ci comportiamo? 

Pestiamo i piedi?

Ho in mente esempi – tutti antipatici – se avessi il tempo di scrivere un pezzo equilibrato vorrei riuscire a prenderli con le pinze, a spiegare nel modo più equanime possibile che non ci siamo, capisco l'intenzione, capisco tutto, ma non ci siamo, insomma c'è tutta una frangia importante della sinistra che si opponeva al Green Pass – e posso capirlo – chiedendo l'Obbligo Vaccinale – e non ci siamo. Si reagisce a un provvedimento di eccezione chiedendo un provvedimento ancora più eccezionale (e di quasi impossibile realizzazione pratica), insomma la si butta in caciara senza avere una minima idea di quello che si sta chiedendo, come le rane di quella vecchia favola. Dopodiché Zeus-Draghi cala dall'alto il Green Pass obbligatorio, e a questo punto qualcuno avrà capito che fosse una richiesta dei sindacati. 

La sinistra dovrebbe raccogliere con coraggio le sfide della tecnologia e avrebbe potuto dare un'occhiata più da vicino al più grande esperimento didattico collettivo mai tentato in Italia, la didattica a distanza: tanto più interessante quanto completamente improvvisato dagli insegnanti, nel silenzio attonito di quasi tutta la filiera di consulenti didattici che per anni si erano accreditati presso il ministero come latori di chissaquali innovazioni: per lo più chiacchiere sulle competenze e test a crocette che nel momento del bisogno non ci sono serviti a nulla. La sinistra radicale invece ha deciso per lo più che la DaD era il male, che avrebbe senz'altro portato a suicidi e disperazione, e si è precipitata ad abbracciare qualsiasi ricerca la confortasse su questa opinione: non importa se i numeri erano un po' falsi o se il Corriere e il Ministero la pensavano esattamente allo stesso modo; c'è solo una scuola e dev'essere al 100% in presenza, perché noi l'abbiamo fatta così e ciò ci ha resi le persone perfette che siamo. Ma questa è esattamente nostalgia, e con la nostalgia la sinistra non dovrebbe avere molto a che fare.

La sinistra dovrebbe sorprendere gli avversari con una competenza tecnica superiore e un'abitudine inveterata a ragionare in termini di strutture, sovrastrutture e infrastrutture, perché è questo che ha sconfitto il nazismo, la capacità di smontare intere città industriali e ricostruirle in in Siberia: e invece continuo a leggere gente che si lamenta che non si sta usando la bacchetta magica per raddoppiare gli autobus e i treni, oh, niente da fare. Il giorno che per caso qualcuno vi facesse entrare nella stanza dei bottoni, provereste subito a raddoppiare i treni. Quando vi convincessero che tecnicamente non si può, cerchereste di raddoppiare gli autobus. Quando vi mostrassero il preventivo vi ridurreste a raddoppiare i banchi di scuola, magari con le rotelle, ecco, tutto questo è già successo: qualcuno come voi o comunque con un idealismo simile e la stessa carenza di senso pratico è già entrato nella stanza dei bottoni, e ora abbiamo spazi già limitati occupati da scorte di banchi inutili sia per il distanziamento sia per la DaD, e i comuni continuano a tagliare i servizi di trasporto perché nessuno ha pensato che i veri fondi dovessero arrivare a loro, nessuno sa più chi fa le cose quando e dove. 

La sinistra dovrebbe essere fieramente operaista e riconoscere nel lavoro la trave portante su cui si fonda la società: e invece è successa questa cosa, per carità inevitabile, per cui la maggior parte degli esponenti della sinistra radicale sono rimasti ai margini delle filiere produttive, confinati in ghetti professionali meno confortevoli di quanto potrebbero apparire, insomma fanno lavori creativi ed è ormai da due anni che li sentiamo lamentarsi perché ad es. la gente non va più a teatro e ora pure alle presentazioni dei libri bisogna controllare il green pass – se avessi il tempo riuscirei ad articolare la cosa senza risultare offensivo ma insomma, secondo voi in una situazione del genere è davvero così strano che il potere ci tenga a tenere le fabbriche un po' più aperte dei teatri? Sì, secondo loro è strano, se ne lamentano, maledetta Confindustria. Se avessimo il contrario, chiuse le fabbriche e aperti i teatri, chissà quanti cassintegrati in fila ai botteghino. E lo capisco che per i lavoratori dello spettacolo è dura, sono solidale con le vostre rivendicazioni così come voi senz'altro sapete che mangiare, dormire sotto un tetto, mandare i figli a scuola sono attività che per forza vengono prima dello spettacolo, senza le quali comunque gli spettatori non avrebbero la possibilità di assistere a nessuno spettacolo. Questa cosa la capisce persino Confindustria – non può permettersi di non capirla. Noi possiamo permettercelo?

La sinistra dovrebbe essere all'avanguardia nella competenza scientifica (avrebbe dovuto accorgersi del rischio pandemia quand'era ancora un rischio) e nell'elaborazione di scenari alternativi: dovrebbe continuamente chiedersi Che fare? e non dovrebbe vergognarsi di produrre risposte drastiche. Questo nella teoria. Nella pratica continua a intonare lamentazioni per il Povero Runner, un tic retorico che ti fa riconoscere la prosa di sinistra tanto quanto "Bill Gates", " idrossiclorochina" o "stella di David" ti fanno riconoscere da lontano il delirio complottardo. Il Runner che malgrado nella vita reale si sia già rimesso a correre in scarpette da un anno e mezzo, nei dibattiti in rete continua a scappare da folle inferocite affamate di capri espiatori, è ormai il personaggio di una Colonna Infame completamente immaginaria. Dato per scontato che il potere è alla costante ricerca di capri espiatori da additare, forse la reazione migliore non è inventarsi agnelli sacrificali per olocausti che per ora non si sono visti.

La sinistra dovrebbe cambiare il mondo, ma il mondo forse cambia troppo veloce e la sinistra potrebbe essersi accontentata di rappresentare questo cambiamento, di metterlo in scena in un determinato spazio temporaneamente liberato. Questo lo potrei capire: rappresentare è pur sempre meglio di niente. Ma attenzione a non rappresentare soltanto un 40-50enne che si strugge perché non può sfoggiare la sua tuta di lycra nel parco. Siamo tutti meglio di così. Tutti, anche il 40-50 enne in lycra è meglio di così, bisognerà illuminarlo in un modo diverso ma garantisco che è meglio di così. 

La sinistra dovrebbe qua, la sinistra dovrebbe là. Quando l'Assemblea Nazionale votò la guerra contro l'Austria, i giacobini si opposero: per loro era relativamente facile indovinare che si trattava di un'emergenza ad hoc creata dalla corona di Francia per inceppare l'inesorabile ruota della rivoluzione. Quando i fatti diedero loro ragione, e si ritrovarono al potere, i giacobini non finsero che la guerra non esisteva: era stata una pessima idea, non l'avevano voluta, ma ormai si stava combattendo e andava vinta con tutti i mezzi possibili. Non importa quanto un'emergenza sia autoindotta da un sistema per perpetuarsi: una volta appurato che l'emergenza c'è, la sinistra non ha nessun diritto di nascondersi o fuggire nel privato o a teatro. Se avessi tempo cercherei di motivare tutto questo con serenità ed equilibrio. Evidentemente non ne ho. 

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Giona: ti sembra il caso di prendertela così?

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21 settembre – Giona, profeta suo malgrado

La Bibbia, letterariamente parlandone, non è che sia questo capolavoro: ma quello che la rende più verosimile di tanti altri libri è l'incoerenza. Bel paradosso. Non c'è dubbio che Iliade e Odissea siano più armoniche – e se poi parliamo di coerenza narrativa, Il Signore degli anelli lascia piste a tutte e tre. Ma se in giro nessuno crede più all'esistenza di Achille o Ulisse, e nessuno ha mai per un attimo preso sul serio l'esistenza di Sauron, è proprio perché si vede benissimo che sono storie con un inizio, una fine, e quasi sempre una morale. La Bibbia, beh, non proprio. La Bibbia è evidentemente una raccolta di libri scritti da mani diversissime, rivisti da traduttori e compilatori che avevano idee talvolta opposte, e messi assieme da editori che avevano criteri ancora diversi, e a fare tutto questo potrebbe esserci voluto un millennio: per cui alla fine più che una storia è uno scrigno pieno di roba che per quanto stia lì da secoli lascia sempre questa impressione di materiale raccolto alla benemeglio da qualcuno che stava scappando da un incendio, un'alluvione, una scorreria dei Caldei. Se apri l'Iliade trovi sempre duelli e litigi; se apri la Bibbia puoi trovare a distanze di poche pagine teorie sulla creazione, pagine di censimenti, storiacce di donne e predoni, dibattiti sul senso della vita, poesie d'amore, cronache storiche, profeti preoccupati dalla corruzione dei costumi, e il Libro di Giona: il quale potrebbe essere anche solo una presa in giro.

Dio parla con Giona, seduto fuori dalla città di Ninive, salterio armeno del XVII secolo, immagine di dominio pubblico

"Libro" poi si fa per dire, sono tre o quattro paginette, ma è come se mettessero tra virgolette tutto il resto della Bibbia: e se fosse tutto uno scherzo, di Dio o di chi racconta? I cristiani lo piazzarono verso la fine dell'Antico Testamento, perché Giona sembra il profeta più vicino a una certa concezione di Gesù, e Gesù stesso a chi gli chiedeva un "segno" aveva accennato al "segno di Giona" (Matteo 12,40): così come il profeta era rimasto nel ventre di un pesce per tre giorni e tre notti, così dopo tre giorni Gesù sarebbe riemerso dal mondo dei morti. Nella Bibbia ebraica invece la storia di Giona appartiene al libro dei Profeti Minori, di cui Giona sembra però una parodia. Mentre tutti gli altri libri profetici contengono, non sorprende, profezie, quello di Giona sin dalla seconda riga dimostra al lettore che vuole essere qualcosa di diverso: un racconto. C'è da dire che l'ipotetico del lettore della Bibbia a questo punto di profezie dovrebbe averne lette centinaia, per cui dopo aver ammirato lo stile di Isaia, la verve di Geremia, la visionarietà di Ezechiele, potrebbe essere subentrata una certa stanchezza – alla fine si tratta perlopiù di ammonizioni nei confronti di uno o più popoli che non amano Dio come dovrebbero; minacce, lamenti, prefigurazioni di sventura, non è che non ci siano variazioni sul tema ma insomma la canzone è quella.

Il libro di Giona parte appunto da questa saturazione. È una specie di pausa riflessiva organizzata da qualcuno che potrebbe essere vissuto anche parecchio più tardi e che questi profeti li conosceva bene, forse li leggeva di mestiere. In Giona le profezie sono date per scontate, stanno in due righe: quello che interessa all'autore è il contesto: come si comporta il profeta che le deve enunciare, e il pubblico che le ascolta? O meglio: come ci aspettiamo che si comportino? Ipotizziamo che si comportassero in un modo diverso: cosa succederebbe? E se il profeta non avesse voglia di fare il profeta? E se il popolo, che per definizione non ascolta mai il profeta e non si pente dei propri peccati, decidesse invece di farlo? Il libro di Giona è questo: un piccolo grande What If, un esperimento mentale e narrativo. Sarà anche per questo che a differenza di tutti i cartigli profetici che lo circondano, ci suona più contemporaneo. Gli altri profeti si lamentano, minacciano, vaticinano: l'autore di Giona racconta una storia e sorride.

1,1 Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: «Alzati, va' a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me». 1,2 Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. 

Vedete, bastano davvero i primi due versetti. Il primo sembra in tutto e per tutto il classico incipit del profeta minore: il Signore parla a un Tale figlio di un altro Tale e gli ordina di andare presso la tal città di peccatori, che sta per essere distrutta come Sodoma, Gerico, Babilonia... a questo punto lo sappiamo bene cosa succede alle città che continuano a dispiacere a Dio malgrado gli avvertimenti  I nomi sono presi da altri libri della Bibbia, il che tradisce l'intento narrativo: un profeta di nome Giona è  brevemente menzionato nel Secondo Libro dei Re (dovrebbe essere vissuto nel IX secolo aC), mentre Ninive era stata una capitale dell'impero Assiro. Il secondo versetto spiazza tutto l'impianto, perché stavolta il profeta in questione disobbedisce: Dio gli ha dato una missione, Giona preferisce di no. Fin qui i profeti hanno sempre detto di sì al Signore, però con dubbi e timori che ci autorizzano a pensare che dire di sì al Signore sia qualcosa di faticoso, di eroico: ma l'eroismo implica una libera scelta. Se chi dice di sì al Signore è un profeta, una persona eccezionale, ne consegue che non possiamo essere tutti eccezionali, e che dunque a un uomo non eccezionale dovrebbe essere concesso rifiutarsi a Dio. Perlomeno Giona decide di scappare; il che è buffo, dato che il Signore è dappertutto.

Ma perché Giona non vuole obbedire? Non è subito chiaro, il che ha alimentato interpretazioni molto diverse, compresa quella nazionalista: Giona non vorrebbe convertire i Niniviti perché sono nemici degli Ebrei, e non tollererebbe l'idea che Dio per mezzo suo dia loro una possibilità di redimersi. È un'idea di San Girolamo, che Martin Lutero riprende in chiave antisemita: Giona rappresenterebbe l'ebreo geloso del suo Dio e dell'esclusiva alleanza che ha stretto col suo popolo. E però da nessuna parte nel piccolo libro si legge che gli Assiri stessero attaccando Israele: certo, da altri libri sappiamo che è storicamente accaduto, del resto tutti gli altri popoli nella Bibbia ci stanno apposta per attaccare e opprimere Israele. Ma l'autore non spende una sola parola per accreditare questa interpretazione: Giona non sembra avere a cuore il suo popolo o qualcun altro a parte sé stesso. È un uomo solo a cui Dio affida una missione, e che non la vuole. Può l'uomo rifiutare questo a Dio? Esiste insomma il libero arbitrio? L'autore di Giona non sembra crederci troppo: il profeta riesce a imbarcarsi, ma la nave va incontro a una furiosa tempesta. I marinai capiscono subito che un Dio ce l'ha con loro, e per riconoscere quale tirano a sorte. Viene ovviamente estratto Giona, che capisce di non avere scampo e propone di essere buttato in mare. I marinai non accettano subito l'idea: ma siccome la tempesta non cessa, si rassegnano (non dopo aver pregato il Dio di Giona perché li perdoni, loro in fondo non fanno che quello che è richiesto dalla divinità o dall'autore del racconto). Il sacrificio funziona: il mare si calma, Giona va a fondo ma Dio manda un enorme pesce a inghiottirlo.

Giona viene buttato a mare, Catacomba di Priscilla, foto di dominio pubblico

Nel ventre del pesce Giona intona un canto di speranza che è il vertice lirico del libro: "Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce". Giona sembra avere imparato la lezione: una volta rigurgitato dal pesce sull'asciutto, riceve di nuovo dal Signore l'ordine di servizio e si reca ubbidiente a Ninive.

La città è un incubo kafkiano, troppo grande per essere vera: per percorrerla tutta servono tre giorni di cammino, insomma Los Angeles, e Giona deve attraversarla continuando ad annunciare il preavviso di Dio: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta". Quante possibilità ci sono che i Niniviti lo ascoltino? Se abbiamo già letto un po' di Profeti lo sappiamo: nessuna. La punizione è troppo solenne, i peccati evidentemente troppo gravi, la popolazione immensa, Giona è un uomo solo, e di malavoglia. Non possono salvarsi, è troppo tardi.

Ma se invece decidessero di ascoltare il Signore? Perché per la prima volta in tutto l'Antico Testamento, l'autore sceglie di percorrere questa via. I Niniviti si pentono tutti, dal primo all'ultimo e persino gli animali; lo stesso re smonta dal trono e si affretta a emanare un editto in cui impone a cittadini (e persino gli animali) di astenersi dal cibo, vestire di sacco ed espiare i gravi peccati che, tra l'altro, nessuno ha ancora spiegato quali siano, sono soltanto un mcGuffin per fare andare avanti la storia. Del resto, se Dio ha mandato Giona, significa appunto che voleva dare ai Niniviti un'ultima possibilità; se i Niniviti approfittano della possibilità, Dio non può che "pentirsi del male che aveva minacciato di far loro" e revocare la distruzione. Tutto è bene quel che finisce bene – salvo che Giona preferirebbe di no. È offeso a morte.

Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. Pregò il Signore: "Signore, non era forse questo che dicevo quand'ero nel mio paese? Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!"

Che senso ha una scenata del genere? Se lo domanda persino Dio: "Ti sembra giusto essere sdegnato così?" Una spiegazione è sempre quella nazionalista: i Niniviti sono nemici degli Israeliti e per averli salvati Giona si sente ora un traditore dei suoi... ma non convince. Forse Giona è scontento perché il libero arbitrio sembra andare in una sola direzione: Giona non era libero di sottrarsi alla missione, mentre i Niniviti sembrano liberi di sottrarsi col proprio pentimento a una catastrofe che Dio aveva già predisposto per loro. Oppure, semplicemente, a Giona l'idea di una catastrofe non dispiaceva. In effetti anche dopo il perdono di Dio, che cosa fa? Esattamente quello che ci aspetteremmo dal classico profeta di sventura: esce dalle mura e resta a una prudente distanza, a osservare se per caso non arriva un terremoto o un diluvio o un fulmine. E intanto chiede a Dio la morte.

Questa posa querula e accigliata è la definitiva presa in giro dell'atteggiamento convenzionale del profeta: l'autore di Giona li conosce bene e forse ha cominciato a domandarsi se sotto le loro barbe non covi una certa ipocrisia. È davvero così affranto, il profeta-tipo, di vedere il popolo andare in malora? Non ci sta provando gusto, perché questo lo rassicura del suo essere migliore? E questo compiacimento interiore, la sicurezza di avere ragione mentre il popolo sguazza nel torto, sarà cosa davvero gradita a Dio? Lo stesso Dio, da che parte dovrebbe stare: col profeta che si sente l'unico uomo giusto, o con un popolo peccatore che riconoscesse i suoi errori?

Giona e la balena, di Pieter Lastman, riproduzione di dominio pubblico (non lo sta inghiottendo, lo sta rigurgitando).

Dio ha salvato una città, anche grazie al lavoro di Giona: ma Giona avrebbe preferito di no. È stanco, ha la sensazione di avere lavorato molto senza ottenere quello che per un profeta è lecito attendersi: un bel disastro da contemplare sdegnato all'orizzonte. Fa anche un po' caldo, Giona cerca di ripararsi ma non c'è molta frasca nel deserto. Dio allora fa crescere per lui una pianta – non sappiamo di che specie, perché il suo nome, kikayon, compare solo qui in tutta la Bibbia. Spesso è tradotta come il ricino, ma non è così importante. L'importante è che questa pianta dà a Giona un po' di sollievo, addirittura di gioia. Allora Dio la uccide.

Sembra veramente che Dio se la prenda soltanto con Giona: tutti gli altri meritano il suo perdono, che siano marinai pagani o Niniviti peccatori. Solo Giona viene sempre tormentato, e quando ricomincia a lagnarsene, Dio ha la faccia tosta di chiederglielo: ma ti sembra il caso di lamentarti per una semplice pianta di ricino? Giona conferma di sì, che è sdegnato al punto di morirne: solo allora Dio gli svela di essere non essere che il protagonista di una parabola, un brontolone ideato apposta per servirGli su un piatto d'argento la risposta finale.

«Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?»

L'Antico Testamento sta per cedere il passo al Nuovo: il Dio che nei primi libri sembrava una presenza terribile, gelosa e vendicativa sembra diventato un altro, una persona talvolta imprevedibile ma di buon senso, disponibile a rivedere le sue decisioni, più affezionato ai peccatori che a chi fa loro tutto il tempo la morale. Ama persino gli animali, il Libro finisce con questa precisazione che sembra un'inezia e non lo è: anche loro si sono pentiti, anche loro meritano il perdono. Tutti lo meritano, persino Giona che dovrebbe scendere dal suo piedistallo e capire che Dio sta facendo per Ninive quello che ha fatto per lui quando era nel pesce: offrire una seconda possibilità. Se i primi autori della Bibbia avevano chiaramente un rapporto complesso con padri autoritari e bizzosi, si intuisce che i tempi sono cambiati, i padri si sono addolciti o comunque si sente in giro la necessità di padri buoni, misericordiosi, persino un po' ironici, padri che abbiano creato il mondo perché questo li rendeva felici, come l'ombra ci rende felici quando siamo nel deserto.

Non sappiamo se Giona abbia imparato la lezione: l'importante è che l'abbia intesa il lettore. Subito dopo comincia il Libro di Michea, un altro rotolo di furenti minacce per le genti di Samaria e Gerusalemme che non ascoltano la Parola del Signore. Insomma è stata solo una pausa di riflessione. Molto utile, per me almeno. Spero anche per voi.

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Corpo e anima all'Organizzazione

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Settembre è sempre più duro e ormai mi manca anche il tempo di spiegare il perché – per fortuna che ho trovato questo sfogo anonimo su facebook in cui mi riconosco un poco: 

"Come tutti gli stalinisti anch'io di formazione avrei dovuto fare tutt'altro, mi sentivo incline alla speculazione e forse all'insegnamento, invece i casi della vita mi hanno portato a occuparmi sempre più di organizzazione, cose per le quali (credo non ci sia bisogno di dirlo), non ho nessuna inclinazione e/o attitudine. È un po' il paradosso di alcuni dislessici che per imparare a scrivere devono fare una tale fatica di rielaborazione che poi diventano scrittori, io più banalmente non riuscivo a tenere un'agenda per cui ho dovuto imparare a usare i fogli elettronici e adesso eccomi qui a smacchinare con 'sti fogli tutto il tempo e un codice orrendo, perché per fare andare avanti le cose bisogna pure che qualcuno le organizzi, e organizzare è noioso e complicato". 

"(No, ok, se ci sei davvero dentro lo sai che a un certo punto diventa divertente, è il nostro piccolo segreto, ma anche se lo diciamo in giro non ci crede nessuno)".

"L'organizzazione è essenziale per far funzionare le cose. La gente non vuole sentirselo dire, ma le guerre si vincono con l'organizzazione, non con l'eroismo, con quello convinci soltanto i grulli ad arruolarsi che è comunque parte dell'organizzazione. E le rivoluzioni, quelle pure all'inizio sembrano 90% entusiasmo ma se non c'è nessuno a organizzare finisce come il Grande Balzo in Avanti, con la gente che muore di fame. L'organizzazione è una cosa sporca, devi continuamente nascondere polvere sotto un tappeto che si solleva sempre nel momento meno adatto". 

"Essendomi venduto corpo e anima all'Organizzazione, io non riesco più a capire i discorsi assoluti. Sento dire: bisogna fare questo! E penso: ok, ma come? Questo con tutto, dalla meritocrazia all'obbligo vaccinale. Siccome sono abituato a pormi i problemi da un punto di vista organizzativo, a volte mi guarderai scrollare la testa e penserai che sto dicendo Non È Giusto, ma non è vero: sto solo pensando Non Si Può Fare. E mi fai un torto se pensi che io non abbia ideali anche nobili, il problema è che l'Organizzazione te li prende e te li sbatte contro questo muro chiamato realtà, da cui staccarli a volte diventa complicato. Ho visto gente, non potrei dirlo, ma ho visto gente entrare nel mio lavoro con l'idea di combattere per l'Uguaglianza e la Multiculturalità, e dopo un po' li ho visti diventare belve che si attaccano al telefono col centro territoriale e trattano per scambiare cinque bambini bengalesi contro tre pugliesi che neanche al mercato del bestiame, e vuoi sapere una cosa? Stanno ancora combattendo per l'uguaglianza e per la libertà, però lo fanno col telefono in mano, lo fanno con un budget preciso, non lo fanno più nel beato territorio delle idee ma nello schifoso mondo reale dove i soldi non si stampano a piacere, qualsiasi favore deve essere ricambiato con gli interessi e così via". 

"L'Organizzazione è sporca. Se pensi di poterci saltare fuori pulito sei un illuso, c'è gente la fuori che soffre per scelte che hai fatto tu davanti a uno stupido foglio a quadretti, e le hai fatte per motivi che a volte nemmeno condividi, ma comunque dovrai dormirci la notte e domani si ricomincia, ma forse non è questa la cosa peggiore".

"La cosa peggiore è che devi rapportarti con persone che lavorano con te che l'Organizzazione nemmeno la vedono – non esiste. Non sentendosi portati, non si sono mai preoccupati di come funziona. Nessuno ha provato a spiegarglielo, dal momento che nessuno faceva affidamento su di loro per questa genere di faccende. Loro semplicemente vengono al lavoro ogni giorno come se fosse una cosa naturale, e non il complicato risultato di una serie di eventi che hanno permesso che loro potessero entrare alla data ora facendo un dato percorso per offrire quella data prestazione a un dato gruppo di utenti. Per loro i casi sono due: o tutto sta andando male, e allora la colpa sarà di Qualcun Altro che non ha fatto il suo dovere (un collega, anzi tutti, la segreteria, la direzione, il ministero, il governo, Bill Gates), o tutto sta andando diciamo in maniera passabile: ma in questo secondo caso non passa l'idea che le cose stiano funzionando perché c'è gente che si sbatte per organizzarle, noooo: tutto questo complicato congegno, il collega lo scambia per un dato di natura. E ne deduce che non c'è tutto questo bisogno di organizzarsi, che bisogna Lasciar Fare, lasciar spazio all'iniziativa del singolo, perché tutto in natura si regola nel migliore dei mondi possibili. Appena qualcuno gli dice guarda che devi spostarti un attimo qui perché dobbiamo far passare questa cosa, il tizio reagisce come se qualcuno volesse scacciarlo dal giardino dell'Eden. Come osano? Cos'è che stanno organizzando? Ma cos'è tutta questa mania di organizzare? Io non organizzo niente e sto bene, siete voi con la vostra mania di organizzare ad aver fatto del mondo una valle di lacrime". 

"Questa gente ormai è così, non è puoi ridarla indietro in cambio di modelli funzionanti: ci devi lavorare, li devi mettere in posti dove possano svolgere la loro mansione (a volte in modo brillante), devi ungerli oliarli e montarli nella macchina come se funzionassero anche se sai che ogni tanto gripperà e qualcuno darà la colpa a te. Hai voluto la bicicletta? No, in realtà non l'hai mai voluta, ma moto da cross non te ne ha mai offerte nessuno, quindi pedali".

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Tutti i miei 11/9

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  • L'11 settembre 2001 è uno dei momenti più cinematografici della mia vita: non perché abbia fatto un granché, anzi non ho proprio fatto niente, ma l'Evento mi ha preso proprio in quella brevissima fase in cui lavoravo in un open space di un'azienda che aveva a che fare coi media, insomma ero veramente una di quelle comparse che nei film catastrofici di quel periodo girano smarrite con una cartella in mano da un monitor all'altro cercando di capire se saranno i prossimi a essere schiacciati da Gozzilla o un asteroide. Un altro ricordo che ho è i notiziari in formato video sui siti web, non mi ricordo di averne mai visto uno prima dell'11/9, Youtube era ancora molto al di là da venire. In tutto questo riuscii a scrivere un paio di cose – che dovevano catturare l'emozione del momento anche se ero dall'altra parte del mondo e oggettivamente non rischiavo nulla. Sensazione particolare (narcisistica anche indubbiamente) su cui in seguito avrei riflettuto un po'. E poi cercavo ovviamente già la chiave moralistica, su Repubblica trovai il titolone "Crollano i Future" e mi suonava solenne questa cosa che mentre la gente precipitava da grattacieli in fiamma il vero crollo, quello che minava la società occidentale, fosse quello dei titoli obbligazionari. Poi andai alla festa dell'Unità perché c'era un evento sul Genoa Social Forum; poi mi addormentai sul divano con il tubo catodico acceso su Rainews, trasmise tutta la notte.
    Conflitto: terrorismo vs speculazione.
  • L'11 settembre 2002, in piena fase di attivismo (due mesi dopo il Social Forum di Firenze sarà l'apice del Movimento dei Movimenti) scrivo il mio primo vero temino sull'11/9 che al netto di qualche ingenuità mette già a fuoco il modo in cui avevo deciso sin da allora di interpretare l'Evento. Non solo da un punto di vista ideologico, ma persino i tic retorici sono già gli stessi: si parte irridendo il tormentone del "niente sarà più come prima" per poi riconoscere che nulla è veramente come prima, l'11/9 è uno dei nodi al pettine che annunciano la fine di un'era, lo stile di vita occidentale è insostenibile ma piuttosto di cedere su quel fronte l'Occidente farà la guerra al mondo. La chiave non è più il crollo dei Future ma un discorso che Bush aveva fatto poche ore dopo, in cui chiedeva agli americani di non mettersi l'elmetto in testa ma di uscire e consumare. Così si sarebbe combattuta la vera guerra: consumando. Chiedevo anche già scusa per il tono apocalittico. Già mi lamentavo di invecchiare. Che palla che sono a rileggermi.
    Conflitto: Consumismo vs Resto del Mondo.
  • L'11 settembre 2003 non ricordo cosa fosse successo nel frattempo, ma la spinta propulsiva del Movimento mi sembrava a quanto pare già esaurita, al punto che scrivo questa cosa in cui Genova e 11/9 sono visti come due eventi che si annullano a vicenda, o meglio uno annulla l'altro. "Quando su un tavolo di biliardo una boccia colpisce un’altra, trasferisce su di lei gran parte della sua energia cinetica. La boccia che era immobile schizza via. La boccia che correva si ferma di colpo. Ma se potessimo rallentare come in un filmato, scopriremmo che c’è un istante in cui le due bocce sono ferme, immobili, e l’energia cinetica è trattenuta da qualche parte. La collisione c’è già stata, ma le reazione non ancora. L’11 settembre ci sentivamo così. Venivamo da Genova, andavamo forte, siamo andati a sbattere contro questa cosa enorme. E sapevamo già che non ci saremmo più mossi, e che anche questa cosa enorme in breve sarebbe schizzata via, per la sua rovinosa strada: ma intanto eravamo lì, a bocce ferme, disperati e impazienti".
    Conflitto: 11/9 vs Genova.
  • L'11 settembre 2004 osservo che ormai l'evocazione dell'11/9 è diventato un genere letterario – del resto anche la spinta propulsiva dei blog si stava smorzando; si comincia a fare i conti col fatto che scriviamo tutti le stesse cose. Cedo la parola a Defarge che usa già la parola "panopticon" e preferisce occuparsi di scrittori, notando però che anch'essi tendono allo stereotipo: "Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria..."
    Conflitto: Storia vs Biografia.
  • L'11 settembre 2005... è complicato. Tutti i pezzi del 2005 sono ambientati in una distopia situata 20 anni più tardi, dunque come mi immagino il 24ennale dell'Evento? L'idea è che sia ancora considerata una data storica, ma per motivi del tutto imprevisti. Dai bassifondi di Wikipedia porto alla luce una notiziola strana: il 12 settembre 2001 è stato il primo giorno senza aviazione civile sul Nordamerica (quindi senza... scie chimiche!) il che combinato con un cielo molto limpido ha portato a un aumento della temperatura media di 1° (il più importante da 30 anni, c'è ancora scritto, 15 anni dopo). Che senso aveva? Non ne avevo idea, ma ci costruisco sopra un delirio sul riscaldamento globale, le scie chimiche, il tramonto dell'occidente, ecc.
    Conflitto: Umanità vs Ambiente.
  • L'11 settembre 2006 potevo finalmente confrontare l'11/9 con un evento commensurabile: l'uragano Katrina. Perché ci ostiniamo a sentirci più newyorkesi che neworleanseani, mi domandavo (retoricamente)? Perché non accettiamo che il nostro futuro non è il film d'azione coi grattacieli, ma la palude coi caimani? La contrapposizione ormai è guerra al terrorismo vs cambiamenti climatici: e comincio anche ad ammettere di avere provato, 5 anni prima, una particolare euforia. "Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico. Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta".
    Conflitto: Capitale vs Periferia.
  • L'11 settembre 2007 non ho scritto niente (finalmente). La pressione sociale che ci costringeva a rimodulare gli stessi pensieri commemorativi si stava allentando. Anche i teatri di guerra cominciavano ad annoiare, se ne discuteva un po' quando era ora di votare i rifinanziamenti, o se moriva uno dei nostri. Si sperava molto in Obama.
  • L'11 settembre 2008... continuo a non scrivere niente ma qualche giorno dopo alla Blogfest di Riva del Garda un influencer, in realtà non so come li chiamassimo allora, definisce l'11/9 "la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni", il che mi fornisce il pretesto per tornare sul luogo del massacro ma da un angolazione finalmente diversa: dalla parte del carnefice/pubblicitario/artista-concettuale. L'ipotesi è che sotto i costumi islamici covi un fantasma occidentale: per la prima volta suggerisco che il miglior film per spiegare la mente dei terroristi sia Matrix (riciclerò la cosa sull'Unità.it qualche anno dopo). Se qualche anno prima mi ero interessato agli argomenti dei complottisti, adesso m'intriga la loro mentalità. 
    Conflitto: L'Occidente vs i suoi fantasmi.
  • L'11 settembre 2009 calma piatta, ma pochi giorni dopo si riparla di Afghanistan (non ricordo perché) e butto fuori un pezzo sul mito dell'esportazione della democrazia che un mese fa avrei quasi ripubblicato senza modifiche: "La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia..."
    Conflitto: Neocon vs il buon senso.
  • L'11 settembre 2010 non pervenuto.
  • L'11 settembre 2011, a dieci anni dall'Evento, i tempi sono maturi per affrontare l'elefante nella stanza: l'euforia (un sentimento che avrei riprovato di lì a poco, durante il sisma emiliano).
    Conflitto: Status Quo vs Niente Sarà Come Prima
  • L'11 settembre 2012 una delle variazioni sul tema di cui sono meno insoddisfatto, di nuovo centrato sulla figura del terrorista: avevo scoperto che Mohammed Atta prima di dedicarsi alla jihad si era laureato in architettura con una tesi critica nei confronti dei grattacieli di Aleppo, insomma: l terrorismo come prosecuzione della tesi di laurea con altri mezzi. Nel frattempo Aleppo era stata distrutta durante la guerra di Siria e la Mecca stava diventando il luogo distopico che è oggi. Questa foto continua a darmi i brividi.
    Conflitto: globalizzazione vs buona architettura

  • L'11 settembre 2013 si parla ancora di Siria ma io ormai sono stanco di guerre, anche le guerre di chiacchiere le vivo ormai da veterano: c'è tutto un modo di discutere su qualsiasi guerra che ci riporta sempre sugli stessi luoghi, sugli stessi delitti retorici e ideologici. Le discussioni tra 2001-2003 sono state talmente furiose che chiunque c'è passato non fa che ripeterle all'infinito, come i reduci traumatizzati. Questo vale per me e vale anche per chi litiga con me. "Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi"
    Conflitto: ideologia vs buon senso
  • L'11 settembre 2014 non pervenuto, del resto ormai c'era Renzi in giro e qualsiasi altro argomento cedeva il passo.
  • L'11 settembre 2015 ormai si parla di disimpegno americano, e la tentazione di infierire sui neocon calpestando i loro sogni infranti è irresistibile. "Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi. Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film..." 
    Conflitto: neocon vs buon senso.

  • Gli 11 settembre del 2016, del 2017, del 2018, del 2019... non pervenuti. Esauriti gli argomenti, dopo quindici anni. Inoltre settembre sta diventando un mese sempre più pieno di impegni, a volte non scrivo niente per settimane.
  • L'11 settembre 2020 sono molto indaffarato. Stiamo cercando di riaprire la scuola in piena pandemia, è un problema più logistico che didattico, dobbiamo far entrare e uscire 18 classi da tre corridoi diversi, frughiamo negli scaffali in cerca di planimetrie, scopriamo che da qualche parte c'era un piano "antiterrorismo" risalente al 2001 e ci domandiamo: ma cos'era successo di terroristico nel 2001? Ci metto un po' a ricordarmene, l'Evento ormai è lontano, non bazzico più uffici open space ma corridoi affollati. Sono un'altra persona. 
    Conflitto: Niente Sarà Come Prima vs Ma cos'era successo poi?
  • L'11 settembre 2021 sono passati vent'anni, la maggior parte per fortuna facendo altro. Non sapendo cosa aggiungere, metto in fila tutti i pezzi sull'11/9 sperando che l'effetto d'insieme significhi qualcosa. Forse no. 

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I NoVax ci fanno comodo

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Non è la prima volta che succede: abbiamo visto una minoranza protestare (gli antivaccinisti, in questo caso), li abbiamo visti fomentarsi a vicenda sui social; a volte abbiamo anche notato come tendessero a scambiarsi contenuti un po' prefabbricati, veri e propri meme, messi in giro da professionisti della disinformazione che non possiamo credere in buona fede. Li abbiamo visti scendere nelle piazze vere, insomma prendere forma nella vita reale, e lì ci siamo preoccupati: ma oltre alla preoccupazione c'era una frustrazione più sorda, perché noi non siamo quel tipo di persone che dovrebbe inquietarsi per un corteo e invocare la repressione, insomma scoprirci dal lato sbagliato delle barricate ci deprime, stiamo proprio invecchiando, ma loro nel frattempo cominciavano a diventare violenti – per chi continuava a leggerli su internet non era affatto una sorpresa, insomma, c'è gente che da mesi vive in una dimensione allucinata in cui Bill Gates sta controllando il mondo e vuole decimare la popolazione, io se credessi veramente in cose del genere mi starei già facendo le bombe in casa – loro invece dicevano che avrebbero fermato i treni, il primo settembre, buffo, come il Mussolini socialista ai tempi della guerra di Libia (e come noi stessi ai tempi della seconda guerra del Golfo), ovviamente non ci riusciranno, ma cosa succederà poi? E poi? E poi...

L'immunità di gregge, in un raro scatto


E poi erano in quattro gatti, anzi in due. Due sfigati con la bandiera hanno avuto il loro giorno da leone, grazie soprattutto alla disciplina di tutte le pecorelle intorno, regolarmente vaccinate. Chi se lo poteva aspettare? Oddio sarebbe bastato chiedere a chi ha esperienza: un conto è manifestare il weekend, un conto presentarsi un martedì mattina. 

Ma insomma li avevamo sopravvalutati, questi NoVax? Certamente. Come tutti i movimenti prima di loro (tutti tranne il M5S, buffo). È un fenomeno abbastanza classico, il modo in cui ogni volta che fissiamo l'obiettivo su una minoranza, dopo un po' ci dimentichiamo che l'obiettivo è una lente d'ingrandimento. Io ho meno scuse di tutti perché vent'anni fa ero un blogger, in un periodo in cui i blogger erano forse in tutto un centinaio ma a furia di parlarsi tra loro e di far parlare un po' i media tutt'intorno si erano convinti di essere il futuro della comunicazione politica, del giornalismo e perché no, della letteratura. Era un po' esagerato? Era molto esagerato: dopodiché in quel centinaio se vai a vedere c'è gente che oggi sta in parlamento, dirige giornali e ha scritto bei libri, insomma su internet cerchi sempre di trovare le cose prima che esplodano, e per farlo ti serve la lente d'ingrandimento, e dopo aver ingrandito, tutto ti sembra enorme. Questo non esclude che tu possa aver trovato qualcosa. I NoVax non fermeranno i treni. Forse alcuni di loro combineranno guai, ma in linea di massima non è che possiamo aspettarci una svolta terroristica da un gruppo di gente che ha paura di farsi una puntura. Possiamo dunque liquidarli come un gruppetto di sfigati? Non del tutto: nel gruppetto ribolle qualcosa che un giorno esploderà, spero solo metaforicamente. Quel giorno rimpiangeremo di non averli studiati meglio prima, cioè adesso. Adesso io però ho davvero poco tempo, butto giù solo due appunti.

Libero Quotidiano


I NoVax duri e puri sono ormai un fantoccio polemico. Li si inquadra quanto basta a mostrarli brutti, cattivi, fanatici. Si stigmatizza il loro egoismo antisociale; si sussurra che dovrebbero essere esclusi dal sistema sanitario nazionale – ovviamente è solo una provocazione, ma intanto qualcuno la mette per iscritto. Quando poi uno di loro si ammala davvero, la notizia viene condivisa con malcelata soddisfazione. Tutto questo anche su quegli organi di stampa che fino a qualche settimana e mese fa li hanno irradiati di contenuti che mettevano in dubbio i vaccini – il caso più eclatante credo sia quello di Libero Quotidiano, passato nel giro di poche settimane dai deliri di Montagnier agli insulti allo stesso Montagnier. Ma alla fine anche alla stampa cosiddetta seria non dispiaceva affatto vendere qualche copia in più, in primavera, con un po' di sano allarmismo su Astrazeneca. I NoVax insomma sono una creaturina allevata e vezzeggiata dal giornalismo, che in prima pagina qualche mostriciattolo deve pure esibirlo; e l'altro padrino senza scrupoli è la politica, e in particolare i partiti di destra fuori e dentro il governo, che ai NoVax continuano a fare l'occhiolino ma al primo fatto grave chiederanno leggi speciali per ristabilire l'ordine e la disciplina. 

Allarghiamo un po' il quadro adesso che è il quarto paragrafo, tanto chi vuoi che legga fin qui. Su Repubblica c'è un pezzo che spiega in quali regioni italiane conviene trasferirsi in vista dei cambiamenti climatici; ci hanno messo un po' ma ormai ci sono arrivati anche gli agenti immobiliari; insomma la civiltà liberaldemocratica è finita. Ha garantito per più di mezzo secolo un benessere crescente a centinaia di milioni di cittadini occidentali; per funzionare però doveva continuare a crescere e questo è fisicamente impossibile; ci abbiamo provato ma le risorse non si moltiplicano con la fantasia e il desiderio. Dobbiamo cambiare sistema ma le alternative sulla piazza sono per lo più totalitarismi. Ma soprattutto dobbiamo modificare il nostro stile di vita e questo è impossibile sul piano esistenziale: è peggio che toglierci il nostro dio, le nostre abitudini sono molto più sacre. I NoVax questa cosa l'hanno capita molto meglio di tanti liberali e democratici: alla fine il loro complottismo è una lente più nitida di tante altre ideologie più rispettabili. I NoVax rivogliono il mondo di prima, ma chi avrebbe il coraggio di dir loro apertamente che indietro non si torna, che la crisi è irreversibile e che se ne usciremo vivi, ne usciremo in un mondo molto diverso, sacrificando molto di quello che credevamo ci spettasse di diritto in quanto occidentali? Meglio imbottirli di minchiate, tenerli d'occhio, aspettare che i più facinorosi si agglutinino e poi quando scoppia la bolla additarli al pubblico ludibrio. Non penso che ci sia una regia occulta, è un meccanismo che si sta montando da solo. 

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Gesù e i suoi fichi

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24 agosto - San Natanaele apostolo

Natanaele (in ebraico Dio ci ha dato) è un apostolo di Gesù, perlomeno nel vangelo di Giovanni; nelle liste degli altri vangeli non compare, ma è tradizionalmente identificato con Bartolomeo. Natanaele è di Betsaida come gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo: quando quest'ultimo comincia a parlargli del nuovo messia arrivato in paese ("Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe", Gv 1,45), Natanaele risponde sprezzante: da Nazaret non può venire niente di buono. Nazaret era in Galilea, Betsaida nella regione del Golan, entrambe zone molti periferiche per la mentalità giudaica del tempo, centrata sulla città del Tempio, Gerusalemme. Gesù però appena incontra Natanaele reagisce nel modo opposto: lo saluta come un "vero israelita in cui non c'è frode" (1,47). Natanaele perplesso domanda: come fai a conoscermi? La risposta è sibillina: "Prima ancora che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto il fico" (1,48). Noi lettori non ci capiamo molto: cos'era successo di particolare sotto quel fico? Qualcosa di importante, perché Natanaele reagisce esclamando: "Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele" (1,49).

Santi Giovanni e Bartolomeo (Dosso Dossi) (nessun fico rilevato)
Santi Giovanni e Bartolomeo (Dosso Dossi) (nessun fico rilevato)

I miracoli del quarto vangelo sono un po' diversi dagli altri. Giovanni (se davvero fu lui l'autore) li chiama "segni" e li considera momenti fondamentali in cui Gesù si manifesta come Messia davanti a testimoni credibili. Alcuni studiosi pensano che l'evangelista abbia rielaborato una fonte precedente, il cosiddetto "vangelo dei segni", che avrebbe contenuto alcuni dei miracoli più spettacolari (le nozze di Cana, la resurrezione di Lazzaro). Accanto a questi però ci sono piccoli segni come il riconoscimento di Natanaele, che è il primo miracolo in assoluto e somiglia molto a quello che accadrà più tardi con la Samaritana: Gesù rivela al testimone qualcosa che soltanto lui può sapere. Di fronte a questo riconoscimento, le riserve del testimone crollano di schianto: non possono sussistere dubbi, Gesù è il Messia. Alla professione di fede di Natanaele, Gesù reagisce minimizzando: il meglio deve ancora arrivare. Credi in me solo perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico? "Tu vedrai cose maggiori di queste. In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo" (1,50-51). Il primo capitolo finisce così, promettendo effetti speciali e un lieto fine spettacolare, e sappiamo che l'evangelista manterrà. Ma il piccolo interrogativo iniziale non sarà mai risolto: cosa era successo a Natanaele sotto il fico? Cosa sapeva Gesù di lui, che noi forse ignoreremo per sempre?

Il fico è decisamente l'albero più enigmatico dei vangeli. Addirittura è l'unica creatura che Gesù maledice, in uno degli episodi più controversi, Marco 11,12-14. Il giorno prima Gesù è entrato trionfalmente in Gerusalemme: ma siccome ha preso alloggio in un villaggio fuori dalle mura, Betania, ogni giorno gli tocca rientrare, scortato dagli apostoli. La mattina seguente, mentre rientra a Gerusalemme, si scopre affamato e "veduto di lontano un fico", cerca se tra le foglie per caso non ci sia un frutto. Il fico, si sa, è un albero generoso: anche molto prima della stagione, e molto dopo, se si ha pazienza qualcosa si trova. Eppure Gesù in quel singolo fico "non trovò niente altro che foglie", del resto Marco ha cura di annotare che non era ancora stagione. Spazientito, Gesù maledice il fico: "Nessuno mangi mai più frutto da te!" Entrato in città, Gesù manifesta in modo ancora più plateale il suo malumore: si reca nel Tempio e ne scaccia i mercanti con grande scandalo dei farisei (ma la folla sembra ammirarlo). L'indomani, ripassando sulla stessa strada, Pietro fa notare al maestro che il fico maledetto si è seccato. Gesù ne approfitta per spiegare che la fede in Dio può tutto, anche spostare le montagne. Gli apostoli di Marco sono i più perplessi dei quattro vangeli, e in questo caso la loro perplessità è la nostra: se Gesù era in grado di seccare un albero (e spostare una montagna), perché non ha semplicemente trovato un frutto di fico quando gli serviva?

Odifreddi is for boys, Bertrand Russell is for gentlemen (foto del 1954, pubblico dominio).

La maledizione del fico è l'unico vero miracolo eseguito da Gesù con un fine punitivo; in tutti gli altri casi Gesù guarisce, resuscita, salva, riconosce, provvede di beni di prima necessità (o voluttuari, nel caso delle nozze di Cana). Solo in questo caso punisce un essere vivente, il che provocò l'indignazione, tra gli altri di Bertrand Russell che ne parla in Perché non sono cristiano. Per Russell l'episodio dimostrerebbe una certa inferiorità morale dell'uomo Gesù rispetto ad altri maestri dell'umanità come Buddha e, ehm, Socrate. A riprova che la morale è molto meno stabile di quanto si creda; Socrate che per Russell era un uomo più retto di Gesù, oggi si ritroverebbe di nuovo nei guai con le autorità per quel problemino coi minori che già impensieriva gli ateniesi. Oltre a sovrapporre all'episodio del fico una sensibilità ecologica completamente sconosciuta al primo secolo, Russell rifiuta qualsiasi lettura simbolica dell'episodio; inoltre sembra aver voluto trovare il passo evangelico in cui Gesù sembra più capriccioso e vendicativo. Non sorprende che si tratti del Gesù di Marco, il più arrabbiato e il meno conciliante con gli apostoli.

Quel che lascia perplessi i lettori di ogni epoca è che Marco afferma chiaramente che non si trattava della stagione dei fichi, insomma quel che Gesù chiedeva alla pianta era anch'esso un miracolo: o forse è la pianta l'unica, tra le creature di Dio, che rifiuta la grazia di Gesù, il quale può seccarla ma non vuole compiere il prodigio opposto: renderla rigogliosa di frutti se lei non li vuole. Il simbolismo abbastanza ovvio per i lettori del Vangelo (ma non per Russell) è col popolo di Israele, che i profeti avevano più volte descritto come un albero da frutto, una vite o un fico. Gesù dunque sembra voler fornire agli apostoli una parabola mimata, nello stile tipico soprattutto del profeta Ezechiele: gli apostoli dovrebbero imparare qualcosa non dalle parole, ma dalle azioni del Maestro. L'albero di fichi è Gerusalemme: Gesù vi ha cercato invano qualcosa di buono, ma non è evidentemente ancora tempo; non resta che mandare tutto all'aria; non a caso Marco prosegue con la cacciata dei mercanti che porterà i farisei a decidere la morte di Gesù.

Ramo, frutto, seme e fiore del fico, da Wikipedia 

Lo stesso episodio torna in Matteo, molto più stringato (21,18-22) malgrado degli evangelisti Matteo sia il più critico nei confronti del popolo ebraico dal quale pure proveniva. Matteo omette il riferimento alla stagione: nel suo racconto il fico si secca immediatamente dopo la maledizione, e gli apostoli se ne sorprendono subito. Ed eccoci all'eterno dilemma su quale sia il primo vangelo: è Marco che prende da Matteo o viceversa? È Matteo che attenua l'episodio di Marco, ne stempera la lettura antiebraica concentrandosi piuttosto sull'aspetto prodigioso? O viceversa è Marco che legge di un piccolo miracolo in Matteo e decide di trasformarlo in una metafora storico-religiosa?

Sia come sia, né il racconto di Marco né quello di Matteo convincono Luca, che in un Gesù maledicente le piante si rifiuta di credere. Luca non capisce la profezia mimata (che del resto è un unicum in tutti i vangeli) e decide di trasformare l'intero episodio in una parabola (13,6-9): non è più Gesù a cercare i fichi, ma un "padrone" ("Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò"). Ma nemmeno a questo padrone l'ambientalista Luca concede di uccidere la pianta: intercede in suo favore il "vignaiolo": "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai". Il padrone accetta la proposta; il fico per il momento è salvo. Il che oltre a introdurre un dualismo tra un Dio-padrone stanco di essere tradito e un Cristo-vignaiolo incline all'intercessione, conferma terribilmente i miei sospetti su Luca, l'evangelista mansueto come il bue, quello che cerca in ogni atto o detto di Cristo la pietà, la dolcezza. Il che sarebbe magnifico; non fosse che quando questa pietà e questa dolcezza non le trova, Luca se le inventa. Trasformare in una parabola un episodio della vita di Gesù, attestato in due vangeli (uno dei quali Luca conosceva sicuramente) dimostra una certa disinvoltura con le fonti: a Luca non interessa più se il Cristo originale stava emettendo una sentenza nei confronti di un popolo. Luca ha deciso che il suo Cristo sarà misericordioso: i valori che vuole trasmettere vengono prima della fedeltà ai testi originali.

La maledizione del fico, già completamente stemperata in Luca, scompare in Giovanni: il quarto vangelo del resto è il più diverso dei quattro. Può darsi che l'episodio di Natanaele ne sia un'ulteriore rielaborazione: senz'altro è l'unico passo in cui un fico riveste qualche importanza, e come la maledizione descritta da Marco e Matteo, mantiene un'irrisolvibile ambiguità: cos'è successo sotto il fico? Ora che sappiamo che l'albero può rappresentare il popolo di Israele, possiamo meglio inquadrare il saluto di Gesù al nuovo apostolo: "Ecco un vero israelita in cui non c'è frode". La situazione di Marco e Matteo apparirebbe capovolta: Gesù ha controllato l'albero e ha scoperto almeno un frutto senza difetto. Dunque Israele non merita la distruzione - certo, per autorizzare un'interpretazione del genere, Giovanni deve tenere il fico più distante possibile da Gerusalemme, che al momento della composizione del quarto vangelo era già stata rasa al suolo dai Romani. Sappiamo che il testo è l'espressione di comunità cristiane-ebraiche dell'Asia Minore (Efeso e dintorni) che a differenza dei lettori degli altri tre vangeli avevano mantenuto forti legami con la religione originaria e festeggiavano la Pasqua nella data prevista dalla religione ebraica. Due secoli più tardi, un esegeta proveniente dallo stesso ambito culturale, Afraate il Siriaco, collegherà la maledizione del fico all'episodio della Genesi in cui Adamo, dopo aver peccato disobbedendo a Dio, usa foglie di fico per nascondere la sua oscenità. Seccando il fico, Gesù avrebbe annunciato l'espiazione del peccato originale: dopo di lui non ci sarebbe stata più vergogna, né più bisogno di nascondersi. Tornando a Giovanni, il suo Natanaele forse serve ad affermare il concetto: Dio ci ha dato ancora un frutto; non si è scordato del suo albero prediletto, Israele; non lo ha trovato sterile, non lo ha maledetto, non lo ha seccato.

C'è un'ultima leggenda a cui non si può non accennare parlando di fichi e di Gesù: a un fico si sarebbe impiccato Giuda, il traditore, secondo una tradizione antica ma non attestata nei vangeli ufficiali. Oltre alla simbologia ormai chiarita (il frutto del tradimento penzola dall'albero maledetto), può trattarsi di un tentativo dei primi interpreti di mettere d'accordo due versioni diverse e ugualmente attendibili: secondo Matteo, Giuda si impicca per disperazione quando si rende conto che i farisei hanno intenzione di consegnare Gesù ai Romani per farlo condannare a morte (27,1-10). Luca però ha sentito una versione diversa, e negli Atti degli Apostoli la mette in bocca a Pietro (1,18): "Egli dunque acquistò un campo con il salario della sua iniquità; poi, essendosi precipitato, gli si squarciò il ventre, e tutte le sue interiora si sparsero". Come conciliare un Giuda impiccato con un Giuda squarciato dopo una caduta? Una possibilità è che Giuda avesse scelto per impiccarsi un albero che non avrebbe retto il suo peso: una pianta dai rami fragili, come il fico o un suo parente subtropicale, il sicomoro, che ha rami più spessi ma ugualmente soggetti a spezzarsi con poco sforzo. L'albero in questo caso è già simbolo di qualcos'altro: fragilità, incapacità di tenere fede alla promessa data (anche di reggere il peso della colpa), ipocrisia.

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