Colonizzare costa

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Le immagini e le notizie dall'Afghanistan sono agghiaccianti: questo va detto prima di ogni altra cosa. C'è qualcosa di peggio di un regime integralista e oscurantista? Forse c'è, ed è l'aver alimentato per qualche anno la speranza che un regime del genere non avrebbe prevalso; aver creato una bolla di modernità che non avrebbe mai potuto difendersi da sola e adesso scoppia, e questo ci fa più male. Ci sono al mondo persone che nascono nella sofferenza e nella prevaricazione, ma a Kabul per vent'anni qualcuno era nato e cresciuto nella speranza, e in questo momento l'ha persa: questo ci riesce molto più insopportabile. Come se non ne fosse valsa la pena. 

Sull'Afghanistan abbiamo litigato in tanti e può sembrare meschino, davanti a una situazione del genere, rispolverare vecchie polemiche. Per me si tratta solo di ripassare quel che penso di aver capito (molto poco) (ma nessuno ha mai capito l'Afghanistan, da Alessandro Magno in poi). 

Contrariamente a quello che i più giovani potrebbero aver sentito dire, gli americani non invasero l'Afghanistan per "esportare la democrazia"; nel 2001 il concetto di una democrazia esportata a suon di missili in un territorio conteso da faide tribali suonava ancora molto balzano. La guerra cominciò come una rappresaglia dopo l'11 settembre e fu presentata come la prima tappa di un'inevitabile (e potenzialmente interminabile) "Guerra al Terrore": si trattava di snidare Bin Laden e punire chi lo proteggeva, e poi sì, certo, togliere i burqa, ma con calma. Chi ne parla in questi giorni commette un perdonabile errore di sovrapposizione: di esportazione della democrazia e "nation building" si cominciò a parlare qualche mese dopo, durante quell'estenuante campagna mediatica che precedette l'invasione dell'Iraq e che nelle intenzioni dei promotori e dei finanziatori doveva convincerci tutti che deporre Saddam Hussein era un'ottima cosa. 

In questa fase fece molto parlare di sé un think-tank americano, i cosiddetti neocon, che diventarono molto interessanti (più che popolari) anche per la loro bizzarria: nascevano evidentemente conservatori, non avevano ancora messo via le spillette dei Bush e persino di Reagan, e però, per via di una specie di convergenza evolutiva, avevano sviluppato una specie di variante del trotskismo: la rivoluzione democratica permanente. Una posizione abbastanza infida per noi pacifisti senza-se-senza-ma che osteggiavamo la guerra in quanto guerra: di colpo diventavamo i difensori dello status quo, di tutte le dittature che non avevamo il coraggio di abbattere. George W. Bush il coraggio ce l'aveva e molto presto il Medio Oriente si sarebbe riempito di democrazie. Nel frattempo l'Afghanistan era stato occupato e, anche visto che Bin Laden non vi si trovava, i neocon si dedicarono a dimostrare come l'esportazione della democrazia stesse dando i suoi frutti: a Kabul erano ricomparsi i giornali, qualche donna si era tolta il burqa, eccetera. Come potevamo noi pacifisti duri e puri opporci agli indubbi passi avanti? Personalmente non mi sono mai opposto a niente. Ero scettico, non capivo come avrebbe potuto funzionare. In effetti non ha funzionato, ma questo non significa che avessi ragione; semplicemente non capivo: e si è poi visto che non capivano neanche i neocon, e che in generale nessuno ci ha mai capito molto. 

Per loro la democrazia era un valore in sé, a-storico, che si poteva tranquillamente esportare e che si misurava con parametri abbastanza chiari: numero di testate nelle edicole, quantità di volti femminili non coperti nelle strade della capitale. Per me è il risultato di determinate fasi storiche e addirittura circostanze geografiche: tanto per cominciare occorre che in una nazione prenda coscienza di sé un ceto borghese (in Afghanistan non è successo e non si capisce nemmeno come potrebbe succedere in tempi brevi); poi questo ceto deve ribellarsi alle gerarchie precedenti, clero compreso (ma se in Afghanistan il clero era rappresentato dai talibani, era questa la classe emergente sul tribalismo precedente: certo, era emersa grazie ai finanziamenti dei Sauditi). Sarebbe inoltre stata necessaria una scolarizzazione di massa, una rivoluzione industriale, eccetera. Insomma non è che ritenessi in assoluto impossibile l'esportazione della democrazia: ma credevo che servissero risorse immense, laddove gli stessi americani non ritenevano necessario mantenere che un piccolo contingente.

Un'idea (maliziosa) che mi sono fatto, è che i neocon non capissero la democrazia perché la confondevano con la loro condizione: erano un piccolo think tank generosamente finanziato, e quindi erano portati a considerare la democrazia come l'espansione del concetto: a Kabul non c'è? Sarà sufficiente aprire a Kabul un analogo piccolo think tank, coi quotidiani e il bar con le ragazze senza velo. E in effetti almeno a Kabul la cosa era fattibile. Si poteva anzi finanziare un'intera classe di funzionari, e scambiare l'indotto per la ripresa economica afgana. Probabilmente i sovietici negli anni '70 fecero qualcosa di abbastanza simile (a proposito di convergenze evolutive), e infatti in questi giorni sono rispuntate le foto delle ragazze di Kabul vestite alla moda degli anni Settanta. E però l'Afghanistan non è solo Kabul, anzi alla fine una delle poche costanti della storia afgana è che alla lunga la provincia trionfa sempre sulla capitale. Inoltre: come si chiama quel fenomeno per cui un potere X si conquista il favore della classe Y destinandole soldi a pioggia? 

Si chiama corruzione. 

Gli americani hanno provato a comprarsi un po' di Afghanistan, per un po' di tempo. Non ha funzionato e appena hanno trattato la resa (già durante l'amministrazione Trump), nessuno ha più voluto difendere qualcosa che senza i loro soldi non avrebbe comunque più funzionato. E del resto bisogna riconoscere a Trump, prima ancora che a Biden, che la situazione era insostenibile: gli USA stavano occupando l'Afghanistan da vent'anni. Come si chiama quel fenomeno per cui occupi un altro Paese per decenni interi, cercando di cambiarne un po' la cultura, quel tanto che ti basta per non aver continuamente la sensazione che i maggiordomi ti stiano fregando?

Si chiama colonialismo.

E c'è un motivo per cui a un certo punto è andato in crisi. I grandi imperi colonialisti sono caduti come frutti marci, dopo la seconda guerra mondiale, quando le nazioni che l'avevano combattuta (e vinta, ma a che prezzo) si sono trovate di fronte a banali questioni di budget. Gli inglesi non potevano più permettersi l'India, i francesi non potevano più permettersi mezza Africa. Scolarizzare popoli interi - che invariabilmente si sarebbero ribellati? Militarizzare immense regioni lontanissime dalla madrepatria? Non era più economicamente sostenibile. Anche quando non volevano mollare l'osso - i francesi e i portoghesi soprattutto - a un certo punto hanno dovuto arrendersi. Il colonialismo oggi richiederebbe risorse immense e sono incompatibili con la democrazia interna, ed è successo almeno un paio di volte che invece di esportare cultura e democrazia abbiano importato rivoluzioni o colpi di Stato. Gli americani, che in Vietnam subentrarono ai francesi, questa cosa in teoria dovrebbero saperla. Ma il complesso militare-industriale ha forse qualche interesse a dimenticarla, ciclicamente. Faccio notare che, perlomeno dal loro punto di vista, la missione afgana non è stata così inutile: c'è gente che ci ha fatto carriera, e di armi se ne sono vendute e comprate parecchie.

Ricapitolando: gli americani(*) andarono in Afghanistan perché dopo l'11/9 dovevano fare qualcosa. Ci restarono perché la situazione laggiù tende sempre a ingarbugliarsi, e lasciarono intendere che avrebbero tentato di esportarvi la democrazia. Quel che ragionevolmente potevano fare era alimentare la corruzione di un protettorato, ma anche questo a un certo punto era economicamente insostenibile, e così se ne sono andati. Chi in questi anni è cresciuto laggiù sperando che ci fossero margini per fare qualcosa di più, ora è prigioniero di uno dei regimi più oscurantisti del mondo. Chi invece è rimasto quassù deve ammettere di non avere capito abbastanza l'Afghanistan. Il fatto che nessuno abbia mai veramente capito l'Afghanistan (neanche gli afgani, forse) non è di nessuna consolazione.

(*) Beh sì, per un po' ci siamo stati anche noi, ma credo che l'istinto gregario sia sufficiente a spiegare il fenomeno.

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Se non bombardi sei isolato in Europa, dice il Pd (lo dice davvero)

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Ora può anche darsi che il Movimento 5 Stelle sia una setta di improvvisatori che nella stanza dei bottoni farebbe soltanto danni. Può benissimo darsi. Mentre la Lega è la solita cricca populista, razzista e ultimamente pure filoputiniana: sono abbastanza d'accordo che sia così. Mentre il Pd, quel che resta del Pd, dovrebbe essere il partito responsabile eccetera. Va bene. Però a questo punto, caro partito adulto e responsabile che ha deciso di stare fermo un giro per far giocare gli irresponsabili, spiegami una cosa: perché lasci fuori in giro un tizio come Andrea Romano senza guinzaglio o museruola? A rischio che vada a un talk show ad abbaiare cose?


Cioè mi rendo conto che "abbaiare" è un po' forte, ma come si fa infilarsi in un guaio del genere? Che Salvini sia stato filoputiniano (come lo era Trump prima di entrare alla Casa Bianca, e tuttora ogni tanto gli sale il riflusso) non c'è dubbio, e forse un buon comunicatore politico a questo punto non sbaglierebbe a farlo notare. Che abbia sostenuto Saddam Hussein è ridicolo, una fake news grossa come una casa, il modo più spiccio per mettersi dalla parte del torto. Ma questo è solo un piccolo dettaglio. Con questa meravigliosa abbaiata ponderatissima dichiarazione, Andrea Romano è riuscito a sembrare meno serio di Salvini e più guerrafondaio di lui. E dici: pazienza. Magari non ha il polso del suo elettore-tipo, sai questi giovani geni quando bombardavamo il Kossovo e ci ammazzavano a Nassiriya stavano studiando sodo, sodissimo, e si sono persi le manifestazioni. Recupererà. Crescerà. Eh, ma in calce c'è già scritto: Partito Democratico. Cioè in attesa di sapere chi sta dirigendo il Partito Democratico, la linea agli esteri la ulula Andrea Romano in tv, con questi meravigliosi risultati.



Ovviamente, poche ore dopo non si è mossa soltanto la cancelliera Angela Merkel, per farci sapere che non ha nessuna intenzione di partecipare a un bombardamento della Siria (e non ci voleva molto a immaginarlo, visti i precedenti: ma ecco, pare che l'esperto di Esteri on. Andrea Romano non li conosca). No, a poche ore da questo fantastico tweet ufficiale del Partito Democratico, il capo del governo Gentiloni ha chiarito che "l'Italia non parteciperà ad azioni militari in Siria". Per dire quanto rischia di restare isolata la posizione di Salvini.

Il quale Salvini fin qui che io sappia ha dichiarato soltanto: "Che qualcuno pensi ad una terza guerra mondiale farneticando di bombe e di missili sulla pelle di donne e bambini è assolutamente impensabile". Notate: non propriamente detto che la Siria non ha usato armi chimiche (ma chi non ci vuole credere penserà che Salvini gli dà ragione). Ha invece senz'altro detto che è impensabile scatenare la terza guerra mondiale per questo. Io penso che Salvini sia il leader di una cricca populista fascista e putiniana: mi addolora molto notare come risulti molto più professionale degli attuali portavoce del Pd. Più misurato, più affidabile, temo persino più responsabile – non che ci voglia tantissimo, eh: basta non precipitarsi a bombardare appena Trump e Macron dicono che è il caso. No, basterebbe pochissimo, ma quel pochissimo il Pd in questo momento non ce l'ha. Ha Andrea Romano.
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A Dunkerque il cinema resiste

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Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Bon voyage.
Hai mai visto una spiaggia della Manica, quando il mare è così basso che sembra un deserto? Hai visto la schiuma strisciare spinta dal vento? Hai sentito l'urlo degli Stuka, il gemito di chi sta affogando nella stiva di una nave che cola a picco? Hai guardato il cielo e chiuso gli occhi, pensando che stavolta toccava a te? Sai quanto poco dista Dover da Dunkerque, una ritirata da una vittoria, un eroe che lotta per resistere da un vigliacco che ha paura di morire, un congegno meccanico di precisione da un capolavoro? Adesso che sai tutte queste cose, perché le hai viste e le hai sentite in un sogno di una settimana, di un giorno, di novanta minuti - torna pure a casa e scrivi che Dunkirk in fondo non è quel gran film che tutti dicono: che non c'è storia e non ci sono personaggi: solo gelidi meccanismi di attesa che scattano senza pietà per intrappolare gli spettatori. Che Nolan, per carità, regista sublime: ma noi volevamo vedere la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi cattivi, gli inglesi flemmatici, i francesi disperati - e lui anche stavolta è come se si mettesse davanti coi suoi trucchi, con le sue musiche a effetto, coi suoi orologi da sincronizzare. Che tanta tecnica può lasciare freddi, tanta lucidità può dare la vertigine: e che la Dunkerque del tuo cuore alla fine resta ancora quella del lungo piano sequenza di Espiazione.

Nell'ultimo momento c'è chi si tappa le orecchie e chi prende la mira.

Ogni sconfitta può sembrare una vittoria, se la inquadri nel modo giusto. Il desiderio condiviso, e comprensibile, di salutare in Dunkirk il film dell'anno, è il rovescio di una constatazione amara: non è che ci siano tutti questi capolavori in giro per le sale ultimamente... (continua su +eventi!)  Sia Hollywood che il cinema d'autore europeo sembrano navigare a vista, mentre le corazzate della serialità televisiva dilagano nel bacino dei giovani spettatori (quelli che se non si fanno una sensibilità cinematografica adesso, tra cinque anni in sala non verranno più: o al massimo per vedere la maxipuntata di un prodotto seriale come un cinecomic). Dunkirk è, tra le altre cose, un disperato manifesto di vitalità del cinema: non tanto per il feticismo della pellicola 70mm, ma per la sintassi così orgogliosamente antitelevisiva. In questo ricorda un film apparentemente diversissimo, Gravity: si tratta di due film brevi, senza tempi morti, che chiedono allo spettatore una specie di apnea: fai un bel respiro e ci risentiamo tra un'ora e mezza. Nolan ci promette lacrime, sudore e sangue (in realtà pochissimo), ma ci dice che la tv non è invincibile, che il cinema resisterà, perché c'è qualcosa che soltanto il cinema può fare.


Sangue e nafta
E però il cinema non è solo Nolan: non sei obbligato a condividere le sue ossessioni; ti è concesso restare diffidente nei confronti di un orologiaio che concepisce ogni film come un meccanismo di precisione. Non tutti vengono perfetti: quando oscillano un po' sbilenchi puoi criticarne i difetti più evidenti, irridere le ambizioni eccessive del progettista. Altre volte sembrano girare a meraviglia, al punto che hai la sensazione che non si fermeranno mai. In questo caso puoi sempre obiettare che non c'è niente di così profondo in un meccanismo che funziona; è vero, c'è un momento vero la fine del film in cui l'ansia per la sorte dei personaggi cede il posto a una strana soddisfazione pre-intellettuale, il sollievo di chi vede un puzzle completarsi tessera dopo tessera, il piacere che si prova a unire i puntini e scoprire il senso del disegno. Non è esattamente quel tipo di sensazione che ci si aspetta di provare mentre l'Inghilterra lotta per la libertà del mondo, ma è qualcosa che rende i film di Nolan diversi da tutti gli altri, e non è poco. Nel momento in cui tutti sembrano considerarci spugne emozionali, da imbevere e strizzare a piacere, lui almeno lavora su stimoli diversi. Alla fine ci strizza anche lui, ma qualcosa rimane. Su quella spiaggia, ci siamo stati. Per una settimana, per un giorno, per un'ora. Abbiamo visto la marea riportare i compagni a riva, abbiamo provato a saltare la fila, abbiamo creduto di potercela fare remando fino a Dover: abbiamo deciso che non entreremo mai più in una camera stagna. E intanto, dall'altra parte, ci siamo chiesti fino a che punto potevamo spingerci senza spia nel serbatoio e senza un sonar per gli U-Boot; il punto in cui il coraggio sarebbe diventato irresponsabilità e follia. Magari Nolan non è tutto il cinema, ma il cinema ha parecchio bisogno di lui. Al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 21:30, 22:40); Fiamma di Cuneo (21:00); ai Portici di Fossano (21:15), al Cinemà di Savigliano (20:20, 22:30).
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I cagnolini della guerra

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Trafficanti (War Dogs, Todd Phillips, 2016)

Voi cosa combinavate a 22 anni? Nel 2006, Efraim Diveroli gestiva dal tinello del suo appartamento una ditta scalcinata che gli aveva passato il padre per levarselo di mezzo. Cercava di vincere appalti per forniture all'esercito. Appena l'esercito metteva il bando su un sito, Diveroli si metteva a cercare le forniture più a basso costo che trovava. Le forniture erano armi, fucili e munizioni, raccattate il più delle volte a prezzi di saldo dai magazzini dei Paesi del vecchio blocco sovietico. Qualche volta vinceva un appalto, qualche volta lo perdeva, e nel giugno del 2006 ne vinse uno per trecento milioni di dollari. Questo faceva Efraim Diveroli a 22 anni - e a 24 era in galera. Ma non c'è rimasto poi tanto, e in seguito non ha nemmeno cambiato mestiere - solo il nome alla ditta. In fondo cos'aveva fatto di male? aveva soltanto smerciato munizioni albanesi agli afgani filo-USA, senza sapere che erano di fabbricazione cinese. Pare che per il Pentagono non sia un problema se armi i tuoi alleati con Ak-47 degli anni Sessanta e con proiettili recuperati in qualche bunker in Albania, magari da un tizio che è sulla blacklist e usa come prestanove un ventiduenne sovrappeso di Miami. Però se scopre che è roba fatta in Cina, è un guaio, ehi, con la Cina c'è un embargo. La guerra è così. L'America è così. E Trump non ha ancora vinto, pensa

Un film come War Dogs si scrive da solo, ma se l'avesse scritto Scorsese saremmo tutti più felici (continua su +eventi!)



Fa ridere perché sono al Ministero della Difesa
ma si sono appena fatti una canna e quindi sono in para dura
AH AH AH  (no sul serio forse sono troppo vecchio, boh),

Un film come War Dogs si scrive da solo, ma se l'avesse scritto Scorsese saremmo tutti più felici. Un bel vortice di avidità e dissipazione, l'ascesa e la caduta dell'ennesimo personaggio posseduto dallo spirito animale del capitalismo eccetera. Invece è toccato a Todd Phillips, reuccio della stoner comedy, avete presente, quei film coi ragazzi americani che si fanno le canne (il che pare sia divertente in sé, almeno questa è la spiegazione che mi do: i giovani americani vanno al cinema a vedere giovani americani farsi le canne, perché ciò li diverte). Molto spesso c'è Jonah Hill, che in Wolf of Wall Street faceva proprio da anello di congiunzione tra la stoner comedy e l'universo adulto (ma ancora più stonato) di Scorsese. E benché Jonah e la sua spalla perfettina Miles Teller, mentre inseguono i loro sogni avidi, citino più volte Scarface di De Palma, è a Scorsese che Phillips torna in continuazione. E va benissimo: siamo tutti in crisi di astinenza da Scorsese, in quella fase in cui non si va tanto per il sottile e mandi giù di tutto, anche Bradley Cooper che fa il ricercato internazionale (del resto produce lui). War Dogs avrebbe potuto riuscire meglio: l'epopea di due ragazzini americani ignoranti che si ficcano in guai più grandi di loro meritava forse una narrazione più distesa; ma la formula originale per miscelare il moralismo con la fascinazione per il crimine la conosce solo Scorsese, e se la tiene ben stretta. O forse si sarebbe potuto insistere di più su come l'esercito americano si sia voltato dall'altra parte per non vedere da dove i fornitori gli procuravano le armi - imbroglioni di mezza tacca, ragazzini che fotoscioppavano i bilanci, a un certo punto andava bene di tutto, e se non ci si fossero messi in mezzo i giornalisti forse Diveroli starebbe ancora trafficando kalashnikov della guerra fredda. Magari lo sta ancora facendo. Hill e Teller sono in parte, ma non sembrano giovani come effettivamente erano Diveroli e il suo socio Packouz: del resto a 22 anni qui da noi sei ancora un ragazzino. I due protagonisti sembrano già sulla trentina, quel momento nella vita in cui certe porte si chiudono, magari una compagna resta incinta e sì, se un tuo vecchio amico ti avesse proposto di trafficare munizioni in medio oriente, tu saresti stato abbastanza disperato da accettare. Trafficanti è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:45; al Cinecittà di Savigliano alle 20:20 e alle 22:30.
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Chi vi uccide sa quello che fa, date retta

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Il diritto di uccidere (Eye in the Sky, Gavin Hood, 2015)

Ora vi spiego la guerra, signorini.
O uomo occidentale, cos'è troppo grande per te? Gli dèi del tuo antenato, gli dèi della folgore e degli oracoli, non avevano un decimo del tuo potere e del tuo sapere. I tuoi droni possono localizzare il nemico al gabinetto; colpirlo con folgori da decine di megatoni e spalancare l'inferno ovunque tu decida che è giusto. Puoi vedere tutto, puoi bruciare tutto. Ma a volte vorrai solo chiudere gli occhi.

C'è un Occhio che gira intorno al mondo e vede quello che vuoi e che non vuoi. C'è una casetta da qualche parte in Kenya, con stanze separate da tramezze che non arrivano al tetto (molto comodo per le inquadrature dei mini-droni). Dentro ci sono terroristi fanatici, che forse credono che la cittadinanza inglese o americana li protegga dall'Occhio. Stanno per indossare pettorine e andarsi a fare esplodere in qualche luogo affollato. Bisogna colpirli prima che colpiscano - ma c'è una bambina in strada, a pochi metri dal probabile impatto, vende focacce e non si sposterà finché non avrà il paniere vuoto. Ci sono soldati che devono fare il loro mestiere. Ci sono politici che non sanno che ordini dare.

È fortissimo, James Bond gli taglia le unghie dei piedi.
Gavin Hood lo ha fatto di nuovo. Dopo Ender's Game, ecco un altro film meno problematico di quanto vorrebbe sembrare, in cui sotto il dilemma etico si intravede una visione del mondo abbastanza solida: la guerra esiste e bisogna farla combattere ai soldati, che hanno competenze, nervi saldi, mani sensibili ma disponibili a sporcarsi. Mentre i civili, i politici, non ne capiscono niente: si commuovono al momento sbagliato, per la bambina sbagliata, perdono tempo, giocano allo scaricabarile, cercano disperatamente al telefono qualche superiore, qualche mamma o qualche Dio che li perdoni o si addossi le loro colpe. La democrazia è una perdita di tempo che non produce consapevolezza, ma falsa coscienza. I militari sono più bravi anche a farsi venire i dubbi - e a superarli - e a piangere per le vittime collaterali. Scordatevi i cecchini cinici di quel vecchio video di Wikileaks che dopo aver fatto strage di combattenti, fotografi e bambini si complimentavano per i "nice shots" e ridacchiavano per il cadavere caldo calpestato da un tank.

QUALCUNO LE COMPRI QUEL PANE
I soldati d'occidente di Gavin Hood non alzano mai la voce coi sottoposti; sono autorevoli, umani, anche fragili, e se premeranno un grilletto state ben sicuri che ci avranno prima pensato cento volte (continua su +eventi!)

Hanno già le armi più potenti e precise mai adoperate, ora reclamano anche di avere sentimenti raffinati e coscienze tormentate. Come il ragazzino di Ender's Game, a cui Hood non consentiva soltanto la licenza di sterminare una razza aliena, ma anche il privilegio di sentirsi in colpa e rimediare. Anche stavolta la voce più falsa è quella di una donna che fa appello ai buoni sentimenti; nella penultima battuta del film, il generale le fa il cazziatone. Io ho visto il mondo, ho raccolto i cadaveri di quattro attentati suicidi, non si permetta più di spiegarmi cos'è la guerra. Uno vorrebbe tanto che Hood fosse un po' meno militarista di così, perché bravo è bravo; o che almeno lo fosse in modo più onesto (alla Clint Eastwood?), senza confondere le acque, senza mimare la tenerezza e nascondersi dietro il velo quasi integrale di una povera bambina innocente. E invece anche stavolta si può andare a vedere il suo film convinti che si tratti di una parabola sugli orrori della guerra; si può tremare per un'ora sul destino della povera vittima collaterale, ma poi?

Non esistono razze superiori, salvo rare eccezioni
come gli attori britannici di una certa età.
Rickman e la Mirren sono perfetti e lo sarebbero
anche se interpretassero i droni.

Ma poi sulla strada di casa ti accorgi che i militari sono quelli che ne escono meglio. Sono attori di razza come Helen Mirren e Alan Rickman (nel suo ultimo ruolo), ma c'è anche tantissima varietà razziale, ci sono ragazze ispaniche e morette dell'Iowa con occhioni pronti a inumidirsi, c'è una coppia fantastica di spie kenyote, tra cui il Barkhad Abdi già visto di Captain Phillips. Sono tutti bravi, sono competenti, dicono le bugie solo a fin di bene ed è chiarissimo che non godono a uccidere la gente, anzi. Chi potrebbe mai pensarlo. Alan Rickman è molto preoccupato per la bambola che deve comprare alla nipote. Le vittime collaterali dovrebbero sentirsi fiere di essere uccise da gente così.

Per contro, i politici sono tutti bianchi e preoccupati. Sudano, strillano, si tolgono la giacca, il Ministro degli Esteri è al gabinetto a Hong Kong perché ha mangiato gamberetti - non che l'Occhio del Cielo non riesca a trovarlo anche lì, ma insomma Hood non rinuncia a nessun espediente per ridurre l'autorevolezza degli eletti dal popolo. Un discorso a parte gli americani, che non capiscono che tempo ci sia da perdere e preferirebbero sparare prima e farsi le domande poi. Eye in the Sky resta un film importante: forse il primo dramma da camera ambientato intorno al mondo. Semplicemente non è il film controverso che il trailer ci vende: è un film sulla guerra telecomandata e chirurgica, su come funziona bene e soprattutto su come funzionerebbe meglio senza troppi civili nella sala dei bottoni. Un eventuale ufficio propaganda delle forze armate britanniche non avrebbero saputo produrne uno migliore - anche per la pubblicità offerta ai mini-droni di ultimissima generazione

Finalmente hanno riaperto l'Aurora di Savigliano, che lo proietta alle 18:30 e alle 21:15, e il Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (alle 15:15, alle 17:35, alle 20:15 e alle 22:35).
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La bomba, o al limite un camion

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Ma hai sentito quei bastardi cos'hanno fatto.
È una vergogna.
E noi glielo lasciamo fare.
Quanta altra gente dovrà morire.
Le donne, i bambini.
È una vergogna.
E noi ancora qui a discutere, cosa c'è da discutere.
La bomba atomica, altroché.
Averne una.
Dove la tireresti.
E che ne so.
Tanto i potenti hanno sempre i rifugi, non li becchi mai.
La tiri nel mucchio.
Come avvertimento.
Voi ci ammazzate? Noi bomba atomica.
Ma non l'abbiamo.
Allora una bomba normale.
E dove la compri?
Ci sono quelle bombe che si fanno in casa.
Tu la sapresti fare?
E allora che si fa?
Restiamo qui a dirci "bastardi è una vergogna" finché non toccherà anche a noi?
Basta chiacchiere.
Facciamo qualcosa stavolta.
Una bomba non l'abbiamo.
Fucili?
Qualche cosa si trova, poca roba.
Poi ti ammazzano subito.
Ci ammazzino, che mi frega.
Avessimo un blindato.
Basta coi sogni, su.
Blindati non se ne trovano.
Non è un film.
Un camion?
Un camion si trova.
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Anche in Bosnia può andar peggio

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 Perfect Day (Fernando León de Aranoa, 2015).

Da qualche parte in Europa ci sono i Balcani; da qualche parte nei Balcani c'è la Bosnia; da qualche parte in Bosnia c'è un pozzo d'acqua buona; da qualche giorno nel pozzo c'è un cadavere. Per toglierlo serve una corda, ma corde non ce n'è più. Ci fai tante cose con le corde: puoi legare gli animali o impiccare i cristiani. O i musulmani. Da qualche parte in Bosnia c'è una missione umanitaria, che si arrabatta come può. Sotto ogni carcassa di vacca può esserci una mina. Dietro ogni angolo, un posto di blocco. La guerra è finita, in teoria. La pace è molto in là da arrivare. I paesi sono rottami, la gente ride per un niente e si ammazza per un saluto, per un pallone. Se ti fermi a pensarci non ne esci più. Meglio scherzarci sopra e concentrarsi sul prossimo posto di blocco, sulla prossima carcassa, sul prossimo pozzo. Quel che deve andare a puttane c'è già andato; quel che ancora può salvarsi, magari si aggiusterà da sé.

Perfect Day meriterebbe di essere visto anche se non fosse il piccolo film perfetto che è, per quel pezzo della nostra storia che ci rimette davanti, dopo anni passati anche a cercare di dimenticarcelo: la Bosnia. Piccola come l'Emilia e la Toscana, alle stesse latitudini, ad appena qualche centinaio di km. Per quarant'anni un mistero sulle cartine politiche che avevamo a scuola - se ne sentiva parlare solo per l'attentato a Sarajevo - e poi all'improvviso l'inferno: il fratello che uccide il fratello, i cetnici, gli ustascia, i mujaheddin. Noi cresciuti a pane ed euromissili, convinti che la guerra fosse solo una cosa fredda, globale, assoluta, ce la siamo trovata davanti così piccola, tossica e incomprensibile, come una muffa che ci prende la cantina e non la cacci più via. Non avevamo mai sentito parlare di stupri etnici, di enclavi, di nazionalismo serbo. Ma stava succedendo a pochi passi e bastava prendere un furgone per andare a controllare nelle retrovie, che faccia familiare avesse l'orrore. Perfect Day ci riporta in quei giorni e riesce per un attimo a recuperare quel romanticismo fuori tempo che negli anni Novanta conservavano le ONG, prima dello scandalo della missione Arcobaleno.

Sarebbe insomma un film da vedere anche se fosse un noioso e tragico affresco sull'assurdità di una guerra contemporanea eccetera. Tanto meglio se invece di affliggerci o ricattarci, León de Aranoa prende una strada del tutto laterale e minata, e la butta in commedia... (continua su +eventi!) Riuscire a far coesistere dialoghi divertenti e dramma dei Balcani era una sfida quasi impossibile che in un qualche modo il film si porta a casa. Merito anche di un cast affiatato: Benicio del Toro, operatore umanitario che ne ha viste troppe e racconta a tutti che vuole andare a casa; Tim Robbins, il collega fuori di testa che guida per le mulattiere minate con lo stereo a palla; Mélanie Thierry alla prima missione, che deve imparare a guardare i cadaveri; Olga Kurylenko, boss in trasferta (ammirabile anche il modo in cui la regia riesce a gestire la sua ingombrante bellezza); Fedja Stukan, flemmatico interprete. Non sono in Bosnia per scherzare, ma qui se non si scherza si diventa matti. La guerra è dappertutto e in nessun luogo: nessuno sparerà un solo colpo, ma la morte è a ogni svolta di strada, a ogni portone. Ogni faccia che vedi ti sembra di conoscerla, e hanno tutti i loro motivi per ucciderti. Siamo in Bosnia: che altro ancora potrebbe andare storto? Perfect Day è al Lux di Busca, giovedì 7 e venerdì 8 aprile alle ore 21.


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Giù le mani dal trombone

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Cari studenti del Collettivo Studentesco Autonomo (CUA), che siete finiti sul giornale negli ultimi giorni contestando ripetutamente il professor Panebianco durante le sue lezioni:

Sono stato giovane anch'io blablabla ho fatto le manifestazioni pacifista blablabla vi risparmio la tiritera. Anche perché non è che abbia cambiato molte idee da allora. Continuo a pensare che le guerre siano in linea di massima fregature da cui chi ha un po' di senno dovrebbe sottrarsi, e a esecrare ogni forma di violenza. E tuttavia debbo prevenirvi: se davvero riuscirete a fare di Angelo Panebianco un martire della libertà di opinione, io non risponderò più di me. Verrò a cercarvi, non sarò solo. Si possono commettere tante scemenze e per i migliori motivi: ma dare a un noioso propagatore di luoghi comuni l'occasione di mostrare un po' di coraggio è tra le più grosse.

Per quanto io possa ricordare, Panebianco ha sempre scritto sul Corriere. Stava in prima pagina quand'ero ragazzino e ci sta tuttora: e non mi è mai capitato di leggere nulla di suo non dico originale, almeno interessante. Sempre e solo i due o tre frusti concetti che il lettore-tipo del Corriere della Sera vuole sentirsi dire. Negli anni, la sua figura pubblica è finita per diventare l'illustrazione della voce "trombone" della mia enciclopedia interiore. Deve aver ricordato alla sinistra italiana i suoi errori e le sue compromissioni almeno una volta al mese per un migliaio di mesi. Poi ci fu la fase della guerra contro il Terrore, e anche lì, Panebianco ci spiegò che Saddam Hussein stava sviluppando armi di distruzione di massa; che esportare la democrazia era necessario, e chi a sinistra non capiva queste semplici verità era un imbelle, un pavido. A distanza di più di dieci anni da quella cantonata solenne, Panebianco continua a pontificare sugli stessi argomenti, a metterci in guardia sui presepi che scompaiono, e continua a saperne quanto me o quanto te, che il giornale in teoria lo compreremmo per imparare qualcosa di nuovo (e siccome ci scrive gente come Panebianco, non lo compriamo più).

In questi giorni ad esempio ha insistito sul fatto che Regeni non deve averlo ammazzato il regime di Al Sisi, ma gli oppositori islamici. Perché? Da cosa lo deduce? Ha accesso a fonti confidenziali? Ma no, ma che bisogno c'è, Panebianco è meglio di Poirot: da Bologna può risolvere un caso al Cairo. Lo devono avere ammazzato gli islamici, spiega, perché il corpo è stato ritrovato: se l'avessero ammazzato i governativi infatti lo avrebbero fatto sparire. Non fa una grinza, no? Se vi è capitato di sentire la stessa storia al bar sotto casa, da gente che in Egitto non c'è mai stata e avrebbe difficoltà a indicarlo su una cartina, ebbene, Panebianco è sulla stessa frequenza: Panebianco sa le cose prima che accadano, visto che le uniche cose che davvero gli serve conoscere sono gli umori di una classe media benpensante che se cambia idea, la cambia molto più lentamente di quanto ci mettono le loro chiome a incanutire.

Questa alla fine è anche la sua utilità - molto relativa, d'accordo. Panebianco probabilmente non ha mai spostato un voto, né convinto un solo lettore a invadere l'Iraq o votare moderato. Panebianco è un elegante barometro che ci mostra sinteticamente quello che un sacco di italiani pensano già. Cercare di metterlo a tacere sarebbe come fermare gli orologi per evitare che il tempo passi, truccare le bilance per riuscire in una dieta, censurare il meteo, aggiungete metafore a piacere. Dannoso, oltre che inutile: di Panebianco ne crescono in continuazione in tutte le redazioni. Se ne tagliate uno ne crescono altri sette, per tacere dei bot che già adesso probabilmente sarebbero in grado di scrivere fondi di Panebianco molto meglio di Panebianco.

E poi, sul serio, non fa comodo anche a voi dare un'occhiata al barometro ogni tanto? Quel che rivela al termine di quel suo fondo che vi ha fatto arrabbiare - quella voglia fino a questo momento inconfessabile di fare della guerra "la prima preoccupazione dell’Unione" - pensate che sia un'idea solo sua? (Come se P. potesse davvero maturare idee in autonomia). Non notate che è la conclusione naturale di un ragionamento collettivo? Date un'occhiata ai dati in giro. Siamo la quarta economia d'Europa, e stiamo sprofondando. Per trent'anni abbiamo fatto debiti e investito in tutto fuorché in ricerca e innovazione. Ora abbiamo la più alta percentuale di illetterati, un debito pubblico enorme, e una voragine di violenza dall'altra parte del mare. È il momento esatto in cui gli intellettuali, anche quelli un po' ribelli in gioventù, cominciano a sentire il prurito, a vedere Grandi Proletarie, a cianciare di Sola Igiene del Mondo. Sono criminali? Alcuni sì. Ma il prurito che sentono è una cosa collettiva.

Chi vi scrive è stato anche lui giovane blablabla. Ultimamente insegno in una scuola media, e di ragazzini iperattivi con una gran voglia di partire per la guerra ne ho avuti sempre, in una percentuale grosso modo costante. Da un po' di tempo a questa parte, però, mi accorgo di un fenomeno diverso. Arrivo con alcune nozioni, niente di speciale: debito pubblico, tasso di disoccupazione, piramide delle età, eccetera. E ogni tanto sul fondo un ragazzino - di solito un maschio - mi interrompe: "ma allora bisogna fare una guerra". Così. Non perché ne abbia voglia - molti ne hanno voglia, ma c'è anche un altra cosa: c'è la limpidezza del ragionamento, che poi con gli anni si annebbierà, intorbidandosi con la nostra voglia individuale di sopravvivere, avere eredi, ecc. ecc. Ma se fossimo razionali e irresponsabili come può essere un bambino di dodici anni, ci basterebbero un paio di grafici per giungere a una conclusione del genere. Abbiamo tanti disoccupati poco qualificati, abbiamo industrie che scalpitano, abbiamo un fronte pronto a poche miglia nautiche. Angelo Panebianco dà voce a quel ragazzino di ogni età. Volerlo mettere a tacere - non avete idea, fidatevi, di quanto sia patetico provarci.
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Avevamo il 5% e avevamo ragione

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Avevo in bozza la fine del ragionamento sul partito di sinistra del 5%, che questa settimana sembra abbastanza superato (alligna in me almeno il germe dell'ottuso-bravo-cittadino, quello che nei momenti di crisi si stringe alla bandiera e alle istituzioni; al punto che riesco ad apprezzare un buon discorso di Renzi e persino qualche degno intervento di Angelino Alfano; e a sospirare al pensiero che nelle stanze dei bottoni ci siano loro e non altre creature sempre meno antropomorfe).

Una cosa però la voglio buttare giù, visto che in questi giorni è facile andare col ricordo al periodo della guerra al terrore. Bene, se c'è stato un momento, negli ultimi vent'anni, in cui una sinistra minoritaria ha dimostrato di essere utile, se non necessaria, è stato quello. Non eravamo tantissimi, non avevamo necessariamente categorie più raffinate dei neocon che avversavamo; non eravamo eleganti, non sapevamo capitalizzare i successi dei forum sociali e dei cortei no-war. Non eravamo l'avanguardia intellettuale del Paese e non meritavamo senz'altro di conquistare l'egemonia; però avevamo ragione.

Ce lo hanno mostrato i fatti, lo ha ammesso persino il mellifluo Tony Blair. Qualsiasi ingenua analisi postata su un blogghetto amatoriale (che mi costa una certa fatica andarmi a rileggere) sembra comunque illuminata da una spaventosa chiaroveggenza, se solo la paragono alle ciarle che nello stesso periodo facevano sbrodolare alla povera Fallaci. Avevamo ragione sui rischi di destabilizzazione del Medio Oriente, avevamo ragione nel liquidare a sberleffi le ideologie contraddittorie dello scontro di civiltà e dell'esportazione della democrazia; eravamo forse un po' più ingenui quando parlavamo di petrolio, ma almeno avevamo capito che sotto la trama religiosa c'è sempre la cara vecchia economia.

In seguito c'è chi è partito per la tangente; chi aveva troppo fiuto per i retroscena ha iniziato a vedere false flag e scie chimiche; però l'intuizione iniziale era buona, e veniva da un ambiente che conservava gli strumenti per vedere quello che altri non potevano o non volevano vedere, per diplomazia o per interesse o pura e semplice insipienza. Non è che abbia nostalgia di quello spazio e di quel momento (che non è mai riuscito a costituirsi in un partito organizzato, peraltro). Ma credo che molti giovani avrebbero bisogno proprio di un ambito del genere, dove coltivare un sano dubbio post-ideologico e imparare a irridere gli impavidi arruolatori di ogni stazza ed età. Certo, le elezioni non si vincono subito e forse non si vinceranno mai. C'è però anche altro nella vita: e anche il piccolo orgoglio di avere avuto i dubbi giusti e quasi sempre ragione non è da sbatter via. Ci si può costruire qualcosa.

(Vien quasi la vertigine, a pensare quanto ero stupido quando avevo sempre ragione. A me poi piacerebbe anche aver torto ogni tanto, son quel classico Tramaglino a cui piacerebbe annoiare il prossimo raccontando i propri errori di gioventù. Ne avessi fatti un po' di più! e invece quasi niente).
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Se è una guerra siate adulti, per favore.

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In Italia al sabato le scuole sono aperte, il che almeno mi ha impedito di passare mezza giornata su internet a litigare. Grazie al cielo c'è un lavoro da fare, e grazie al cielo è un ottimo lavoro - anche le mattine in cui i ragazzi sono nervosi e non sai bene cosa raccontare. Una cosa bella del mio lavoro è che mi mette costantemente davanti ai miei limiti e mi obbliga a essere una persona un po' migliore. Non sempre ci riesco, ma quando uno è costretto a provarci cinque mattine su sei alla fine qualche risultato lo porta a casa.

A volte credo che molta gente avrebbe semplicemente bisogno di sperimentare quello che quotidianamente capita a tizi come me: invece di alzarsi e correre a citare qualche frasetta della povera Fallaci, o titolare "bastardi islamici" per lucrare un po' di copie, provare a venire in una scuola qualsiasi della Repubblica, al mattino: a entrare in una classe e trovarsi venticinque cuccioli, di cui quattro o cinque musulmani. E a quel punto, coraggio, vediamo fino a che punto riesci a parlare di invasione, di eurabia. Vediamo fino a che punto riesci a dire "islamici bastardi" in presenza di bambini normalissimi che hanno lo stesso zainetto degli altri, lo stesso astuccio degli altri, gli stessi voti degli altri - e sono nati nello stesso ospedale dove sei nato tu.

In *tutte*, cioè non è che se fai il liceo coreutico
non devi studiare la Fallaci.
A questo punto, mentre non trovi le parole per offendere la religione di un miliardo di persone, magari potresti notare che quei bambini, quei ragazzi, possono essere persino più spaventati di te: e che quei gridi scomposti e intolleranti che su facebook o altrove ti riuscivano così bene, ti facevano sentire così libero... non sono altro che forme di panico; e tu non puoi farti prendere dal panico, perché sei l'adulto e gli adulti non dovrebbero cedere al panico. Altrimenti hanno vinto loro, no?

E tu non vuoi che vincano loro, o no?

Tu dici che è una guerra: va bene. Non sarà allora il caso di comportarsi come ci si comporta in una guerra? Da uomini, si diceva una volta. Da adulti, diciamo. E quindi: se abbiamo paura, dobbiamo ricacciarcela in gola, e ai ragazzi prima di ogni discussione premettere un concetto: vinceremo. Anche se oggi siamo in ginocchio (ma ci rialziamo), anche se per qualche minuto abbiamo davvero avuto paura (ma ci sta passando), anche se per un attimo un nemico ci ha portato a sospettare l'uno dell'altro, ad accusare l'uno o l'altro; tutto questo non importa, perché contro il terrorismo abbiamo sempre vinto e vinceremo anche stavolta. Perché ieri sera i parigini aprivano le porte delle case per dare rifugio a chi scappava; perché i tassisti hanno fatto la spola per tutta la notte, perché per ogni terrorista ieri a Parigi c'era almeno un migliaio di cittadini che sono accorsi agli ospedali a donare il sangue: perché noi siamo tanti, e loro no. Siamo uniti, e loro no. Siamo più forti, e certamente qualcuno di noi può cadere, ma noi tutti insieme no.

Va bene che non siamo tutti Churchill, ma resto convinto che siamo migliori della nostra bacheca su facebook. E allora basta chiacchiere per favore, un po' di coraggio e un po' di disciplina, è tutto.
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The Great Game

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Ai lettori di Libero che in stragrande maggioranza si sono detti favorevoli a un "blitz militare" in India per liberare i marò vorrei esprimere i sensi della mia commozione, accompagnati alla speranza che una così meravigliosa fiducia nelle capacità delle forze armate italiane non sia mal riposta.

La mia obiezione non riguarda tanto i dettagli del piano (un po' vecchiotto), né l'eventualità di una crisi diplomatica che in caso di intervento militare non potrebbe che portare a un conflitto con una nazione di un miliardo e alcune centinaia di milioni di abitanti - del resto, immagino che lettori e redattori di Libero non si nascondano l'entità dalla sproporzione tra noi e l'Unione Indiana. Forse però non hanno riflettuto con la dovuta attenzione sul vecchio adagio che dice: il nemico del mio nemico è mio amico. Senz'altro possiamo muovere guerra a una potenza nucleare popolosa come venti Italie - per il nostro onore questo e altro - ma così facendo non rischiamo di farci... degli amici? Pensiamoci bene. Chi è l'eterno rivale dell'Unione Indiana? Chi ha combattuto contro di essa praticamente sin dal giorno dell'indipendenza, trascinando una disputa territoriale e religiosa per più di settant'anni?

Il Pakistan.

La seconda nazione musulmana più popolosa del mondo - l'unica nazione islamica membra ufficiale del club nucleare. Sul serio vogliamo averla come amica? Quelli che hanno ospitato Bin Laden mentre Bush lo cercava sotto ogni singolo sasso dell'Afganistan. Sul serio vogliamo allearci con loro? Eppure è chiaro che se attacchiamo l'India, spezzandole inevitabilmente le reni, i pakistani non esiteranno ad approfittare del collasso del suo apparato difensivo e ad occupare il Kashmir. Sul serio gli stimati lettori di Libero vogliono questo? Le mani degli islamici sulle pregiate capre da maglione?

Io credo di no.

Con questo non voglio dire che un blitz militare contro l'India non vada portato a termine: ma va calato in un preciso contesto geopolitico. Vale a dire: se attacchiamo l'India bisogna che attacchiamo anche il Pakistan. Par condicio. Del resto la nazione che può permettersi di muovere guerra a una potenza nucleare di un miliardo di abitanti, che difficoltà dovrebbe avere contro un'altra potenza nucleare di appena 180 milioni? Facciamo trenta, tanto vale far trentuno. Tanto più che a Suez hanno appena aperto la seconda corsia. Da lì è tutto dritto fino ad Aden, poi si divide la flotta in due spezzoni. La Cavour col grosso dei sottomarini procede spedita verso il golfo di Bengala; la Garibaldi con un po' di cacciatorpediniere si attarda nel Mar d'Arabia, finché nell'ora x -

Un momento.

Non credo che a Libero ignorino la cosa. Se spezziamo le reni all'India e pugnaliamo contestualmente le spalle al Pakistan, se davvero decidiamo di umiliare i due storici litiganti... c'è il grosso rischio che il terzo goda. E sappiamo tutti qual è il terzo, no?

Il Bangladesh. Appena 156 milioni di abitanti, su un territorio più piccolo dell'Italia e prevalentemente paludoso - pane fradicio per i denti dei nostri Lagunari. E va bene.

Ricapitolando: si passa per Suez, si sbarca in Pakistan, si marcia spediti verso l'Indo - nel frattempo la Folgore potrebbe occupare Sri Lanka e Maldive per prevenire eventuali interferenze nello spazio aereo. Se abbiamo un tris di carte si può fare, io non temporeggerei. E se i dadi ci dicono bene, si può anche provare ad attaccare il Siam.

Con tre carri armati.
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Gli imperi recalcitranti

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Essere Kaiser oggi. 
Non la piccola Ungheria gelosa di una sua qualche identità e del po' di benessere che è riuscita a strappare alla fine del Novecento; non la sottile Danimarca, che fino a ieri ci veniva venduta come un modello di società flessibile e replicabile - salvo bloccare flessibilmente i treni di fronte alla minaccia di qualche migliaio di profughi. Non le province del Mediterraneo, Spagna Grecia e Italia, che temono i migranti come si temono i parenti poveri. Solo la Germania poteva decidere di fregarsene di Bruxelles e aprire la porta ai rifugiati, e finalmente lo ha fatto. Non è stata semplicemente una scelta giusta; è stata una scelta imperiale.

La Germania è al centro dell'Europa, di cui è il Paese più ricco (per PIL) e popoloso. È normale che sia anche al centro del bersaglio di chi di quest'Europa è insoddisfatto: e sono sempre di più, e non hanno tutti i torti. Ma tra tante accuse, quella di imperialismo è la meno sensata. Si potrebbe serenamente sostenere il contrario: quel che è mancato fin qui alla Germania, ai suoi governanti e ai suoi abitanti, è proprio una visione imperiale del problema europeo.

Abbiamo tutti studiato abbastanza Novecento per indovinare il perché: diciamo che dopo due guerre mondiali e durante un lacerante stallo di quarant'anni, i tedeschi hanno rinnegato quella posizione dominante che pure appare inevitabile per una questione meramente geografica - sono di più, sono al centro, hanno le materie prime. Potremmo anche spingerci a immaginare che l'ottusa etica del rigore che abbiamo rimproverato ai tedeschi sia il risultato di questa rimozione: se i nazisti avevano visto l'Europa come una prateria da saccheggiare, i tedeschi del dopoguerra si sono concentrati su sé stessi e sui propri doveri. Da qui la scarsa o nulla empatia nei confronti dei popoli insolventi - un'insensibilità che non ha nulla di imperiale. I tedeschi non vedono nella Grecia una frontiera difficile, da mettere al riparo dalle influenze russe e dalle turbolenze del Medio Oriente. È solo un condomino insolvente, che se smettesse di far baccano, si rimboccasse le maniche e licenziasse la servitù improduttiva, potrebbe ottenere i risultati di qualsiasi altro inquilino - proprio come l'Italia potrebbe diventare la Finlandia o la Danimarca in qualsiasi momento, se solo ci credesse. Basta fare il proprio dovere, stringere la cinghia e pagare i debiti. Una mentalità più Biedermeier che da Quarto Reich. Il fatto che alcuni inquilini siano abituati storicamente a vivere al di sopra delle proprie possibilità è considerato tutt'al più come una questione morale - non il risultato di contingenze storiche ed evidenze geografiche.

Grecia e Italia in effetti sono entrati nel palazzo quando erano avamposti NATO - e tuttora gli americani non riescono a capire perché alla Grecia non si possano condonare i debiti come si fa, diciamo, con Porto Rico. Ma anche l'imperialismo USA sta perdendo i colpi, ed è forse questa la vera crisi che stiamo vivendo, perché diciamolo, nel Medio Oriente che altro c'è di nuovo? Sunniti e sciiti si odiano da secoli, turchi e curdi se le sono sempre date;  tra israeliani e palestinesi è cominciata più tardi ma promette ugualmente di non finire mai. Se però all'improvviso Mubarak crolla, Gheddafi lo segue, Assad quasi soccombe; se nel giro di pochi mesi un gruppo più fondamentalista di altri riesce a piantare bandierine su un pezzo di Iraq e Siria - e nel frattempo Arabia Saudita e Qatar bombardano lo Yemen, insomma, se tanti topolini ballano forse la novità è che il gatto ne ha avuto abbastanza, ha imparato a distillare petrolio dalle rocce di casa sua, ha fatto una pace separata e non troppo onorevole col nemico più pericoloso e si sta disinteressando della questione - col prevedibile risultato di attirare i rivali di sempre.

Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi.

Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film. Poi magari l'anno prossimo vince un repubblicano e alè, si ricomincia. Ma di tante accuse che possiamo muovere agli USA, la più ingiusta è di aver provocato l'attuale crisi in Medio Oriente col proprio imperialismo. È abbastanza plausibile il contrario: finché hanno fatto gli imperialisti seri l'Iraq tutto sommato lo tenevano. Quando si sono stancati, e hanno pensato che si potevano portare i ragazzi a casa e risolvere tutto con un po' di droni, è successo il patatrac. Quindi è comunque responsabilità loro? Beh, quando sei così grande è sempre responsabilità tua. È un po' il senso di avere un impero. Ma chi vuol essere un impero, oggi?

Non gli USA, non la Germania, anche la Cina sembra spaventata delle sue stesse dimensioni. Solo Putin ha l'aria di tenerci davvero, ma è l'ultimo di cui ci fideremmo. Nel frattempo fa sempre più caldo, siamo sempre di più e non c'è nessuno che sappia cosa fare.

No, scusate, non è vero. Gli ungheresi sanno cosa fare. Alzano i recinti. Buon per loro.
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La ritirata di Berto

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"Torno a Majano con l'autoblindo il mattino del 30 ottobre. Gli austriaci se l'erano ripresa nottetempo. Avevano 6 pezzi mitragliatrici montate su biciclette".
"Su biciclette".
"Almeno tre in riga, stupidamente scoperte. Procedo in retromarcia e le punto con la mia mitragliatrice di culo a 50 metri di distanza. Una raffica e la mitragliatrice austriaca al centro è rovesciata. Vedo sollevarsi il mitragliere che era coricato dietro pancia a terra e tentare di alzarsi. Ha nel petto e nel ventre un buco enorme squarciato di 30 cm che schizza sangue a fiotti, a rivoli, destra, sinistra, inondando la strada piena d'acqua, che si arrossa tutta..."


(Questo pezzo riprende Fiume 1920, che si è qualificato agli ottavi della Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 


Al bar il comandante teneva banco con la storia della sua ritirata del Friuli - un'anabasi di epici conflitti a fuoco. Berto gliel'aveva sentita raccontare una dozzina di volte, sempre più fiorita di dettagli vividi, sempre più simile a un'avanzata vittoriosa. Non era del resto il solo, tutti avevano il loro aneddoto su Caporetto. Era curioso. Quel che era successo nel maledetto ottobre del 1917, per un anno nessuno aveva voluto raccontarlo. Tutta questa memorialistica da locanda, da bar, da caffè concerto, ci aveva messo almeno un anno a incubare. E adesso tutti avevano la loro storia.

"Il mitragliere morto impigliato sanguinosamente nel suo trepiede è schiacciato dalla mia blindata che passa sopra. L'altro tira pancia a terra. Ho le gomme sfasciate. Il mio sergente automobilista lo insegue e lo pugnala contro la porta chiusa d'una casa. Le altre 3 mitragliatrici che ci bersagliavano nascoste nel granoturco sulla destra tacciono. Il capitano del battaglione di fanteria è colpito a terra e cade morto...."

Solo a Berto non toccava nessuna storia. Lui a Caporetto si era messo in coda, semplicemente. All'inizio non si era nemmeno reso conto di dove stavano andando - era nuovo del fronte e non capiva quanto fosse eccezionale tutto quello che gli succedeva intorno. Solo dopo un paio d'ora, quando avevano superato un carro di profughi impantanato, e il sergente si era lasciato sfuggire una bestemmia in una varietà di lombardo mai udita prima. Sergente ma che succede, dove ci mandano?

"Ma non hai capito, gnàro? Abbiamo perso la guerra. A casa ci mandano".

Detta da lui, non era sembrata una buona notizia; a Berto però si era gonfiato il cuore, in quel momento, e da allora non riusciva a pensarci senza vergognarsene. Perché mentre quel metro e sessanta di sergente veterano tratteneva le lacrime per tre anni di battaglie sull'Isonzo mandati a puttane da quattro traditori infami, tre anni inutili a marcire in trincea mentre qualcuno a casa vendemmiava il suo e gli metteva incinta la figlia, Berto si era improvvisamente visto a casa, tutto intero, pronto per fidanzarsi a Natale e sposarsi entro Pasqua, senza che nessuno potesse permettersi di dirgli niente. In guerra non c'era andato? Appena era stato abbastanza grande da imbracciare il Novantuno. Mica era colpa sua se nel frattempo era finita. E Trento? E Trieste? Sarebbe stata per un'altra volta. Era senz'altro terribile perdere una guerra, ma almeno per un istante Berto ricordava di aver calcolato quanto gli convenisse.

Lo stesso pomeriggio aveva di nuovo incrociato Martone. Portava un fez verde mai visto, e coi suoi colleghi andava nella direzione contraria. Camerati buonasera! noi si va a Trieste! Nessuno rispondeva. Solo il sergente aveva reagito.
"Cosa dicono questi scriteriati".
Martone si era voltato, mostrando un ghigno che Berto conosceva (gli immaginava lo stesso ghigno addosso mentre rigirava coltelli tra le vertebre dei crauti).
"Non ha sentito le novità signor sergente? La Terza Armata ha sfondato. Sono a Trieste, adesso".
"Ma dove Trieste. Ma fatemi il piacere. Se volete andarvi ad ammazzare, almeno non raccontate storie ai ragazzini".
"Allora se non le dispiace sergente io vado".
"Chi vi ha dato l'ordine?"
"Non lo so, io seguo i miei?"
"E io non sono il tuo superiore, quindi vatti pure a farti inculare dove ti piace".
"Berto tu vieni?"

Berto si era immobilizzato. Prima gli avevano detto che la guerra era finita e persa. Poi vinta. Adesso gli offrivano un po' di gloria e lui non sapeva più cosa provare.

"Gnàro, se fai solo per seguire questo malmaturo ti fucilo seduta stante. Alle spalle".

Il sorriso di Martone si era appena incurvato. "Sergente io e voi a fine guerra abbiamo un appuntamento".
"Va bene, vediamo chi ci arriva".

Il sergente era morto un mese prima della vittoria, Martone si nascondeva da qualche parte nel Carnaro. La storia della liberazione di Trieste - Berto aveva saputo poi - era una bufala messa in giro dagli austriaci.

Se il baldo furor giovanile non ti manca, orsù, vota con entusiasmo questo spunto che compete con. Il mondo dei non-ancora-nati. Metti Mi piace su facebook, o esprimi il tuo ardimento nei commenti in calce al pezzo. Eja, carne del Carnaro! e arrivederci ai quarti di finale.
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I banditi della montagna

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Dal modo in cui sparava, Prandini sapeva di trovarsi davanti a un ragazzino.

Non era una buona notizia. Negli ultimi anni Prandini aveva rivisto tante sue convinzioni, tra cui quella che i giovani valligiani fossero meno pericolosi dei vecchi. Non si potevano sottovalutare i ragazzini. Non si poteva sottovalutare più niente. La radura era gonfia di gente che aveva sottovalutato qualcosa o qualcuno, e Prandini aveva deciso di starci lontano ancora per un pezzo. Aveva tante cose da fare, zucchine da selezionare, parole da salvare.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Stava riparato dietro un faggio, un grosso tronco paziente che aveva già cicatrizzato altre scheggiature di pallottola, ricordi di vecchi conflitti a fuoco. Non te la prendere, gli illustrava la corteccia tra una raffica e l'altra: ci siamo tutti abituati. È solo guerra, la cosa più naturale del mondo. Ma il ragazzino sembrava terrorizzato, continuava a sventagliare senza metodo. Una cosa molto sciocca, oltre che pericolosa. C'era sempre la possibilità che una pallottola rimbalzasse su una pietra e lo facesse secco. Già successo. Prandini era scocciato.

Finalmente gli era venuta la parola. Lui era l'unico della Brigata a ricordarsela ancora: Scocciato. Un giorno se la sarebbe dimenticata per sempre, e la parola non sarebbe esistita più. Prandini ci teneva alle parole, era una delle sue debolezze. Non avrebbe mai voluto perderle. Era chiaro che una Brigata sempre più piccola non avrebbe avuto bisogno di troppe parole - per molte delle quali ormai mancavano i significati. Prandini lo capiva, ma non voleva accettarlo. Gli scocciava.

Due minuti di silenzio, e un'altra raffica. Ormai stava diventando una specie di richiesta di aiuto. Venite a prendermi! Ho snidato un bandito, ma non so come stanarlo. 

Dal rumore era un piccolo Uzi: bell'oggetto, ma inutile per Prandini. Avrebbe sparato ancora per un bel po', raffiche sempre un po' più brevi. Se il ragazzino era abbastanza scemo, avrebbe sparato fino all'ultima cartuccia: a volte era successo. A quel punto bastava saltar fuori e prender la mira. Però poteva anche essere una trappola. Anche questo a volte era successo. Ragazzini mollati a sparacchiare in preda al panico, come... come esche. Ecco un'altra parola importante: esche.

Peccato non avere carta e penna con sé. Succedeva sempre più di rado, ma certe mattine senza un motivo la testa di Prandini brulicava di parole importanti ormai dismesse. Esca è fondamentale, non è che esistano altre parole per rendere l'idea. Esca. Si fanno spesso riflessioni importanti durante i conflitti a fuoco. Di solito non c'è altro che aspettare e osservare, osservare e aspettare, e intanto i nervi girano a mille. Una volta si masticava gomma, poi era finita, e a quelli come Prandini non restava che rimasticare i concetti.

(Forse l'unica retorica a cui la mia generazione nicchia non riesce a ribellarsi è quella della Resistenza. Tutte le altre guerre sono sbagliate, ma quella no. Tutti gli altri martiri sono discutibili e discussi, ma i partigiani mai. Peraltro se ci provi il rischio di trasformarti in Giampaolo Pansa è fortissimo. Eppure a ripensarci fu un episodio non solo periferico rispetto alla guerra mondiale in corso, ma abbastanza limitato nel tempo - due anni! Così mi sono chiesto che succederebbe se un gruppo di persone imbevuto di cultura resistenziale, alternativa, ecc., si trovasse a combatterla davvero, nel solito futuro prossimo, ma non per un anno o due: a oltranza. Quando esattamente si trasformerebbero da eroi in carogne?)

Quante munizioni poteva avere? Quante potevano lasciarne, a un ragazzino? Magari era scappato. Aveva litigato coi suoi e aveva deciso di unirsi ai Banditi. Era successo anche questo, una volta. Si era capito subito che non sarebbe durato. Certe abitudini che Prandini non metteva più in discussione da anni, per il nuovo arrivato erano privazioni intollerabili. Lo avevano messo al muro con l'accusa di essere una spia, non avevano aspettato di avere una prova. Probabilmente non lo era, ma facilmente lo sarebbe diventato, prima che l'inverno picchiasse duro. Soprattutto erano stanchi di sentirlo lagnarsi per il freddo o la fame. Non mangiava farina di castagne: un'intolleranza alimentare, diceva. Il processo era stato rapidissimo e Prandini non vi aveva preso parte, ma non aveva neanche avuto nulla da obiettare.

Un'altra raffica - un po' meno generosa. Esca o non esca, il panico del ragazzo lo avrebbe condannato. Con un po' di fortuna tra mezz'ora Prandini lo avrebbe raccolto in un cespuglio, con gli occhi sbarrati che hanno i bambini quando vogliono scacciare la realtà che hanno davanti. (Anche questo era già successo? A volte Prandini aveva paura di inventarsi i ricordi).

(C'è stata una catastrofe. Forse semplicemente il riscaldamento globale. La pianura è diventata invivibile, le montagne si sono ripopolate. Ma non è stato un processo lineare. I primi a tornare in montagna sono stati i neorurali, i collettivisti, i primitivisti, qualche hipster, Civati. Gli altri per un po' hanno insistito a vivere in new town pedemontane fortificate e aircondizionate. Ma serviva molta energia per farle funzionare, e dopo un po' è finita; così alla fine i valligiani hanno attaccato le montagne. Sono più numerosi e meglio armati, ma non conoscono il territorio e non sono abituati alle scomodità della guerriglia. I montanari viceversa avevano già cominciato a scannarsi tra tribù, per questioni politiche ma soprattutto perché di terreno fertile ce n'è sempre meno. Quando arrivano i valligiani qualche comunità si compatta, altre tradiscono. Prandini è l'ultimo sopravvissuto di un agriturismo biodinamico, tutti i suoi amici e la sua famiglia sono stati uccisi o fatti schiavi. Per sopravvivere si è unito a una brigata comunista che di comunista non ha più niente, ormai sono tutti giovani molto selvatici, Prandini è un nonno saggio che sa quand'è ora di seminare le patate. Ha fatto cose orribili, ma sopravvivere in questo consiste).

Invece se lo vide lampeggiare a pochi metri - al centro della maglietta, la sagoma di una band che non gli era mai piaciuta. Stava banalmente scappando via, disorientato, nella direzione sbagliata. Un'esca non lo avrebbe fatto. "Ma dove vai, aspetta" - si sentì dire Prandini, in un accento quasi credibile, e per qualche secondo il ragazzino lo fece. Aspettò. Fu appena un'esitazione, ma non poteva permettersela. Prandini mirò la zazzera del cantante. Il colpo volò un po' più sotto, dove fa ancora più male. Si sentì un urlo inumano, l'obiettivo rantolò per terra in preda a convulsioni. Prandini provava pietà per quel povero corpo che adesso bestemmiava e piangeva, ma non aveva intenzione di sprecare una cartuccia in più. Snudò il pugnale.

Era un davvero un ragazzino. Biondo, lentiggini, a chi somigliava? Seduto sulla sua schiena, mentre con la sinistra gli afferrava il ciuffo, Prandini ebbe un'epifania: l'ovetto kinder. Stava per sgozzare il bambino dell'ovetto kinder.

Come andrà a finire? Per saperlo occorre votare per I banditi della montagna, che oggi se la gioca contro Che ne sai tu di un campo di grano. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Fiume 1920, l'immaginazione al potere

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Tra un po' sarà il centenario, forse ne vale la pena. Nel ’19, mentre l'Europa si rigira ancora sbigottita dopo il più grande macello di tutti i tempi, un poeta un po’ fuori moda, autore di best-seller ed eroe di guerra, occupa con un manipolo di reduci fuori di testa la città di Fiume (Rijeka), che i diplomatici seduti al tavolo dei vincitori sono ancora incerti se assegnare al regno d’Italia o a quello appena nato di Slovenia Croazia Serbia e Montenegro (che qualcuno chiama col buffo nome "Jugoslavia").

Mentre i politici cercano di metterci una pezza, la ridente cittadina adriatica scivola nel delirio liberty del suo improvvisato dittatore, che inventa tante cose destinate a lasciare il segno, ad esempio i discorsi al balcone, il culto della personalità, l'eja eja alalà. D'altro canto Gabriele D'Annunzio, perché è di lui che stiamo parlando, sa che di discorsi alati non si vive, e cerca finanziatori. Li trova tramite quel giornalista ex socialista a cui l'Ansaldo finanzia ancora il quotidiano, Benito Mussolini. Quest'ultimo per copertura organizza una sottoscrizione, ma è scettico, teme di rimanere fregato. D'Annunzio gli propone cose folli, ieri abbiamo marciato su Fiume, domani marceremo su Roma! Seh, su Roma, figurati, ci massacrano ad altezza Orte. Non capisci, ormai lo Stato liberale è disgregato, lo dice anche quel sovietista torinese, come si chiama... Uh, buono quello.  

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

Ma è solo l'inizio. Quando si accorge che i negoziati vanno per le lunghe, e che anche Mussolini è favorevole a una situazione di compromesso, D'Annunzio trasforma Fiume in uno Stato indipendente, comincia a stampare francobolli, legalizza il giuoco d'azzardo e, cosa più sconvolgente di tutte, si butta a sinistra: riconosce, primo stato al mondo, la Russia dei Soviet. Nomina capo del governo un sindacalista rivoluzionario e redige con lui una costituzione che Trotskji trovò interessante. "Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high-life" [Turati]" Vi accorrono criminali internazionali e le spie a cui la pace ha tolto il posto di lavoro. Sono tutti variamente impazziti: sono sopravvissuti alla guerra più orribile e non sono nemmeno sicuri che sia finita. La rivoluzione è data per scontata, inevitabile; probabilmente sarà bolscevica ma anche anarchici e legionari l'attendono con trepidazione. D'altronde se D'Annunzio può fondare uno Stato, allora qualunque cosa, no?

Poi se lo volete più Pynchon me lo dite e lo facciamo più Pynchon, si può fare di tutto. Attilio è un ragazzo dello ’00, di quelli che hanno mancato la leva per un pelo, e in pratica hanno solo il rimpianto di essersi persi la gloriosa cavalcata di Vittorio Veneto. In più suo fratello maggiore Bernardo era un Ardito, uno delle truppe speciali che strisciavano nelle trincee dei crucchi e li strangolavano nel sonno, in teoria. Lui sì che è un vero uomo. Ma dopo Vittorio Veneto non si è più fatto vivo a casa. Morto non è, perché continua a spedire le sue cartoline sgrammaticate da Verona, Milano (forse c’era quando hanno dato fuoco alla sede dell’Avanti)… l’ultima cartolina è timbrata Fiume. Attilio, che di suo è già purtroppo un estimatore del Piacere e delle Laudi, decide di raggiungere il fratello.

A Fiume incontrerà gente delle più strana. Sono mutilati, traumatofili, si accoltellano per passarsi il tempo, una marchesa va in giro vestita da Ardito col pugnale. Gira anche un po' di coca, ma è la guerra la vera droga di cui tutti sono in crisi d'astinenza, la presa di Fiume è solo un succedaneo. A un certo punto arriva Marinetti con un volante in mano - ha cappottato strada facendo, per lui è una cosa naturale. È appena appena un po' più fuso degli altri, in preda a ossessioni erotiche incontenibili maturate tra fronte e ospedale. Un gran parlare della trincea come di una festa di fine di mondo in cui ogni tanto qualche tuo amico esplodeva. Bei tempi, ma torneranno.

Quando finalmente incontra il fratello, Attilio ne resta turbato. All'apparenza è il più tipico miles gloriosus, la sua guerra sembra consistita nello sfoggiare il fez e sparare su fantaccini in fuga. Ma sotto la maschera si intravede un mostro in preda al panico. Che cosa combinerà nella città dove tutto è possibile? Riuscirà D'Annunzio a finire l'avventura in bellezza senza farsi male? Riuscirà Mussolini a rivendere l'idea della marcia su Roma come sua? Per saperlo non avete che da votare per Fiume 1920! Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che il pezzo vi è piaciuto. Eja ej... ehm... grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto).
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Dio è il mio cingolo di scorta

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Fury (David Ayer, 2014)


Stanno arrivando. Sono assassini fanatici e suicidi innamorati della morte; mentre ci fanno fuori rendono lodi al loro Dio. Prenderanno le nostre donne, schiacceranno i nostri figli sotto i cingoli. Asfalteranno la nostra terra e la chiameranno pace. Sono gli americani. E noi... siamo i tedeschi?

Se Fury ha un merito, non è la tanto vantata accuratezza storica, che anzi lascia parecchio a desiderare; e nemmeno la pretesa di rendere la Seconda Guerra Mondiale l'inferno in terra che è stata (come molti horror della sua generazione, Fury si accontenta di esibire l'orrore invece che suscitarlo). Il vero risultato di Fury è aver portato un po' di relativismo storico in quella che è rimasta l'unica guerra buona: aver violato in punta di piedi il tabù per cui si può raccontare il Vietnam dalla parte dei vietcong, la Secessione dalla parte dei sudisti - ma la Seconda Guerra Mondiale non si discute, la Seconda Guerra Mondiale è il Bene contro il Male, fine. Non che Ayer tenti di raccontarla dalla parte dei nazisti; ma nel trasformarla in un videogioco rende per un attimo le parti intercambiabili. Brad "Wardaddy" Pitt è un americano che parla tedesco e avrebbe potuto nascere tedesco; odia i nazisti ma sa che sarebbe altrettanto incapace di arrendersi; di fronte a un intero plotone di SS-Waffen, si comporta come la più fanatica delle SS.

Fury arriva quasi vent'anni dopo il Soldato Ryan, dal cui confronto non riesce a sottrarsi. È una lotta impari, come quella tra un panzer Tiger e un carro Sherman: Spielberg aveva in mano un racconto solido, Ayer è partito dai carri armati, e tra una battaglia e l'altra non sa bene come gestire i suoi uomini. Se Fury fosse un film di serie B - se esistesse ancora, la serie B, come concetto cinematografico - sarebbe il primo del campionato, perché a suo modo è un film agile e solido. Ma l'idea che per realizzarlo Pitt, LaBeouf e compagnia si siano addestrati come veri carristi, e abbiano passato giorni interi a sudare, insultarsi e lasciarsi cicatrici in faccia, lascia perplessi. Questo è un film di idee povere, ma buone, che avrebbe dovuto essere realizzato al risparmio: attori scarsi e scazzati, tre location e pedalare. La precisione filologica, addirittura l'idea matta di far scendere un campo un vero Tiger I (che su quel fronte nell'aprile '45 era in realtà piuttosto raro), finisce per ottenere il risultato opposto: trasforma tutto in uno smagliante videogioco 3d. Anche perché Ayer non sa sottrarsi a una certa sintassi action, e prima di far esplodere le sue bare cingolate vuole mostrarle mentre si aggirano sul teatro delle operazioni in elaborati passi di danza. Ma se non si sono mai fatti molti film spettacolari sui duelli tra carri armati, forse c'è un motivo.

Quanto alla storia, sembra veramente buttata giù da un ragazzino traumatizzato dal Soldato Ryan (continua su +eventi!): non ne ha capito molto - forse era troppo piccolo - ma non riesce a non tornarci sopra, come chi soffre di stress post-traumatico. Addirittura c'è un artigliere (LaBeouf) che cita la Bibbia in continuazione, come il cecchino Clip. Spielberg però lo usava in senso ironico: il Dio che gli armava la mano, a un certo punto sembra cambiare partito. Ayer invece si lascia trascinare dalla suggestione biblica, dopo un po' comincia a mettere versetti in bocca anche a Brad Pitt e probabilmente non si rende conto che trasformare due rottami di guerra in due martiri che cantano Isaia può essere un po' discutibile. Spielberg aveva inventato un capitano carismatico dal passato misterioso, per poi rivelare che si trattava semplicemente di un maestro di scuola. Brad "Wardaddy" sbuca fuori dal nulla, è un maestro di vita dai modi assai più spicci: ti costringe a sparare e poi ti procura una donna per la notte. Come punto di vista, Spielberg aveva avuto l'idea originale di usare la matricola senza esperienza, evitando però il rischio di farne un film di formazione: Upham restava un codardo sino alla fine, quando sparava al nemico disarmato (al punto che il suo nome è diventato sinonimo di contendente imbelle). Ayer riprende l'idea e la declina nel modo più banale: il giovane dattilografo Norman (Logan Lerman) ha 24 ore di tempo per imparare a uccidere tedeschi, baciare tedesche e diventare un eroe. Spielberg rifletteva sull'eroismo, sul senso che può avere una singola vita in un conflitto mondiale. Ayer non riflette: non sapendo bene come si fa, preferisce gestire la questione su un piano bestiale che è semplicemente il più comodo: tu-ragazzo-impara-a-uccidere-o-muori.

Spielberg, soprattutto, non ha mai messo in bocca a un personaggio una massima così scema come "gli ideali sono pacifici, la realtà è violenta": una puttanata neocon che manda all'aria tutta la fedeltà storica e svela l'età del film meglio di un orologio da polso in un peplum - chi mai nel 1945, con l'Europa contesa tra Marx e Nietzsche, avrebbe osato parlare di "ideali pacifici"?

Fury è al Cityplex di Alba (19:45, 22:15); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 21:00, 22:45); all'Impero di Bra (20:00, 22:30); al Fiamma di Cuneo (21:00); ai Portici di Fossano (21:15); al Cinecittà di Savigliano (21:30)
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Cosa pretendiamo da Israele

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Banksy?
"Fuori dalla realtà". A sentire Gideon Levy gli israeliani che hanno rivotato per il Likud sarebbero vittima di un lavaggio del cervello collettivo. "Se Netanyahu è il prossimo primo ministro, allora Israele non ha divorziato soltanto col processo di pace, ma col mondo". Che Israele non la pensi come buona parte del "mondo" non è per la verità una gran sorpresa. Nemmeno la vittoria di Netanyahu lo è, non fosse per i sondaggi che hanno movimentato un po' gli ultimi giorni di campagna. Forse esiste un fattore timidezza anche tra gli elettori del Likud, molti dei quali fino alle scorse elezioni avevano preferito scegliere altri partiti più a destra.

Il pezzo di Levy sembra pensato per lenire la delusione degli osservatori esterni, che continuano a non capire dove Netanyahu voglia portare la sue gente. Niente Stato palestinese, nessuna trattativa con l'Iran finché c'è Obama alla Casa Bianca, nessuna concessione, nessuna novità. Tutto questo a Levy e a tanti suoi lettori sembra fuori dalla realtà, eppure fin qui bisognerebbe riconoscere che ha funzionato. È vero, ogni tanto scoppia una guerra a bassa intensità; è vero, molte risorse si spendono in sicurezza, e il costo della vita ne risente. È vero, visti da una certa distanza gli israeliani (e i palestinesi) sembrano bloccati in uno stallo senza uscita. Ma che altro dovrebbero fare a questo punto? Cosa pretendiamo da loro?

Magari li avremmo voluti anche noi più ragionevoli. Ci sarebbe piaciuto che la formazione di sinistra vincesse le elezioni - come se il film non l'avessimo già visto. Abbiamo letto che Herzog era a favore di un processo di pace e tanto ci bastava. Due popoli e due Stati? Ma certo. Un negoziato a tre con Abu Mazen e Obama? anche subito.

E gli insediamenti in Cisgiordania? Ehm, vediamo.

Herzog: My settlement policy first and foremost is based on the famous [Clinton] parameters. I believe in the blocs. I definitely believe in Gush Etzion [a major settlement bloc just outside Jerusalem] being part of Israel. It's essential for its security.
Goldberg: When the U.S. administration tells you to stop building in Gush Etzion—
Herzog: Wait, wait, I haven't finished.
Goldberg: No, no, no, I want to get this in. When the U.S. administration tells you, no building in Gush Etzion, and you're prime minister, what do you say?
Herzog: It will be a mistake that you go in with all these - (continua qui)

http://www.mideastweb.org/palestineisraeloslo.htm
Come se non ci fossimo già passati. Un Herzog primo ministro avrebbe senz'altro rallegrato i lettori di Gideon Levy, le cancellerie europee e la Casa Bianca; avrebbe dato un'occasione ad Abu Mazen di volare in qualche location esotica e sorridere in favore dei fotografi come il rappresentante legalmente eletto di un qualche popolo; dopodiché - ci siamo già passati - la trattativa si sarebbe rapidamente incarognita sui soliti punti. Ad Abu Mazen, Herzog avrebbe offerto la consueta arlecchinata, una Cisgiordania a brandelli circondata e bucherellata dagli insediamenti e dai posti di blocco. Abu Mazen avrebbe potuto persino accettare, ma Hamas no, e saremmo al punto di prima. Non si capisce perché le cose non dovrebbero andare così, e non credo che un elettore medio israeliano dovrebbe immaginarsi che vadano diversamente. Quindi perché non Netanyahu?

Lui non ci prova nemmeno più, a far la pace: di Palestina non vuol più sentir parlare. Non è più onesto, almeno? Si può nel 2015 continuare a parlare di Due Stati ma senza toccare gli insediamenti? Si può immaginare un processo di pace come se dall'altra parte ci fosse sempre una leadership palestinese ancora in grado di farla, questa pace? Come se Hamas non si fosse ulteriormente radicalizzata, come se Abu Mazen non avesse smesso di convocare elezioni, come se il treno dei Due Popoli Due Stati non fosse ripartito da un pezzo?

Sono italiano, non faccio testo. A molti miei compatrioti basta un attentato o l'arresto di due marò per perdere la brocca. Non posso permettermi di giudicare la tenuta psicologica di un popolo che vota a qualche centinaio di chilometri dal caos siriano e iracheno. Mi sembrava improbabile che la maggioranza degli israeliani in questa situazione fosse disponibile a ritirarsi da un territorio di vitale importanza strategica - a meno che non si fosse trattato del solito ritiro per finta che è stato offerto ai palestinesi fin qui.

Un errore che facciamo quasi tutti, quando parliamo di Israele e di Palestina, è isolarli in un piccolo mondo a parte - un mondo tutto sbagliato i cui abitanti dovrebbero finalmente trovare un modo per andare d'amore e d'accordo. Ma Israele non è un'isola; non prospera sotto una cupola di vetro o di acciaio. Lo chiamiamo conflitto israelo-palestinese come se da una parte ci fossero soltanto israeliani, e dall'altra soltanto palestinesi. Non è così, non è mai stato così - conflitti del genere di solito si risolvono in molto meno di sessant'anni. C'è una guerra molto più grande intorno, e se per adesso Israele non è la prima linea, non è nemmeno una retrovia. C'è chi dall'altra parte del mondo finanzia i coloni e i partiti; c'è chi da qualche parte nel Golfo ha ancora interesse a nutrire Hamas e altre formazioni che credono nel piccolo e frammentato Stato di Palestina ancora meno di quanto ci creda Herzog. Il torto più grande che facciamo agli israeliani (e ai palestinesi), è pensare che possano fare la pace da soli. Che possano anche soltanto desiderarla, bloccati come sono nell'occhio del ciclone di un conflitto mondiale a intensità nemmeno così bassa. Un giorno finirà - finisce tutto col tempo. Ma non saranno gli israeliani (e i palestinesi) a farla finire: non da soli, almeno. Da loro non possiamo pretenderlo.
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La Grande Proletaria è confusa

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Ci sono due ipotesi.

La prima è che ci sia da qualche parte in Italia (ma più facilmente altrove) un Potere forte, un gruppo di pressione che ci vuole tra breve in Libia a difendere qualcosa, l'occidente o la cristianità o un oleodotto. Al fine di convincere l'italiano medio, notoriamente refrattario all'idea di combattere (cioè la guerra al cinema non gli dispiace, e i soldati in parata li ammira volentieri: ma morire per questioni territoriali è proprio una cosa che storicamente non gli va giù), al fine di convincerlo, dicevamo, questo Potere forte sta disseminando notizie allarmiste nei media italiane (l'ultima di ieri erano gli "scafisti kamikaze"), calcando la mano su semplici concetti geografici del tipo "la Libia è a sud di Roma" e offrendo finalmente un po' di ribalta agli orrori di quella guerra.

La seconda ipotesi è che non ci sia nessun Potere forte - o meglio, di Poteri forti ce ne sono senz'altro, ma nessuno è particolarmente interessato a un intervento italiano in Libia, o all'Italia in generale. E allora perché si leggono titoli come "l'IS a Roma", e il Giornale ieri titolava "SIAMO NEL MIRINO Arriva la bomba umana"? Ecco, la seconda ipotesi è che i media stiano facendo tutto da soli, seguendo i loro automatismi. C'è una notizia? Fa paura? C'è un modo di scriverla perché ne faccia ancora di più? Sennò la gente non compra / non legge / non clicca / ecc.

Andiamo avanti così, continuiamo a togliere ore di geografia
a scuola, ché tanto non serve a niente.
La seconda ipotesi è più semplice, non coinvolge nessun Nuovo Ordine Mondiale, ed è quindi preferibile. Controprova: quando qualche anno fa un gruppo di pressione del genere esisteva davvero, e la partecipazione dell'Italia alla Guerra al Terrore di Bush era ancora in discussione, le cose si facevano più seriamente. Bufale ce n'erano anche allora (alla fine le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein non è che fossero meno farlocche dei gommoni esplosivi), ma le trovavi negli editoriali del Foglio o della Stampa, non sotto la testata del Giornale. Il Corriere dava risalto ai deliri senili di Oriana Fallaci, sul Foglio Ferrara si rivendeva come consulente Cia, eccetera. Pagliacciate se ne facevano anche allora, ma con più metodo, e soprattutto con una grande costanza: chi c'era se lo ricorderà, di Iraq discutemmo per due anni prima di intervenire davvero. Un sacco di gente aprì blog apposta per farci sapere che intervenire in Iraq era necessario.

Invece stavolta che è successo? Ci siamo scordati della Libia per tre anni, e poi all'improvviso una banda ha conquistato un'emittente radio e ci ha informato di questa curiosa particolarità geografica per cui in effetti sì, la Libia è a sud di Roma. A quel punto dovremmo sentire già suonare pifferi e grancasse; e invece sulla Stampa il titolo dice "Soluzione politica per la Libia", il Corriere sembra più preoccupato da Tsipras, la Fallaci è tornata in tv con una fiction che però era programmata da mesi. Insomma la Libia sembra esserci cascata addosso mentre eravamo in tutt'altro affaccendati, il classico surplus di disgrazie che non vengono mai da sole. E dire che era assolutamente prevedibile, sin dal momento in cui Sarkozy decise di appoggiare dal cielo gli oppositori di Gheddafi. Eliminare un tiranno è sempre la cosa giusta da fare, ma forse bisognava anche avere un piano per il dopo. Non lo avevamo. Dietro la fobia dei complotti c'è l'orrore del vuoto: il Mediterraneo brucia e nessuno sa o vuole dirci cosa fare.
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Questo pezzo non fa ridere (perché voi invece)

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Ma certo, anch'io sono stato giovane e ho pensato che dei comici non avevo bisogno. Gente che ti fa ridere mentre il mondo brucia? Spacciatori d'oppio dei popoli, giullari del regime, boooooooh. Oggi la penso in un modo diverso, perché sono vecchio.

Ma anche perché il mondo là fuori è un vero casino - cioè lo è sempre stato, ma da qualche anno a questa parte veramente esagera. C'è bisogno di spiegarvelo? Come ormai non potete più far finta di non sapere, la Libia è nel caos.

Ovviamente è anche colpa nostra, per via di quello che abbiamo fatto e soprattutto lasciato fare qualche anno fa, quando ci fu una cosa che allora chiamavamo primavera araba. Il prezzo dei cereali era impennato, fiorivano rivolte qua e là per il Mediterraneo, e in certi casi se ne approfittò per mandare in pensione alcuni dittatori decisamente impresentabili. L'unico posto in cui la cosa ha funzionato senza troppi disastri fu la Tunisia - meglio che niente.

In Egitto l'esercito scaricò Mubarak, lasciò soffriggere i fratelli Musulmani e poi tornò al potere senza Mubarak (meglio che niente?) In Siria è successo quel che sta succedendo: in sostanza chi pensava di levare di mezzo il dittatore Assad ha scoperchiato un nido di tagliagola, col bel risultato che ora i tagliagola scorrazzano liberi tra Iraq e Kurdistan, girano snuff e li mostrano ai nostri figli su youtube, e a noi tocca pure appoggiare il dittatore e gasatore Assad.

In Libia dopo Gheddafi è proseguita in sostanza la guerra tribale, che nessuno si è filato finché un gruppetto tra tanti non ha issato la bandiera nera dei tagliagola e ci ha ricordato la distanza in miglia nautiche da Roma. Anche qui, come in Siria, la sensazione è che i tagliagola stiano facendo tutto quello che possono per attirare l'attenzione di chi può bombardarli dal cielo e poi asfaltarli a terra, e soffrano molto il fatto che dopo quindici anni di guerra al terrore noi non ci crediamo più così tanto, nella favola dei bombardamenti mirati e nel peacekeeping.

Soprattutto non ci crediamo noi italiani, che per motivi storici dovremmo essere gli ultimi a partecipare a una missione del genere, ma per motivi geografici ci troveremo comunque in prima linea, come ai tempi della Bosnia e del Kossovo (avete voluto una nazione a forma di portaerei?) A quel punto le possibilità di attentati di matrice islamista, come in Francia e in Danimarca, aumentano esponenzialmente. Borghezio e Salvini secondo me non vedono l'ora. Questo è il mondo in cui ultimamente vivo, e immagino anche voi.

Quindi se ogni tanto c'è qualcosa di leggero in tv, chessò, Sanremo, e un comico prova a tirarmi su il morale con qualche battuta disimpegnata, io non ho obiezioni: voi ne avete? Io no, la vita è così dura. Per favore, comico, dammi del tuo meglio.





Il bambino grasso! ma certo! fa ridere perché, invece di essere magro, come tutti i bambini in tv, lui è grasso! Quindi è divertente, perché... boh, perché probabilmente soffre della sua grassezza. Gli altri stanno comodi nella poltrona e lui no, ah ah ah, soffre! E io non soffro come lui! Io mi diverto! Grazie comico! Ora non sto più pensando ai tagliagola dell'Isis, ora sto pensando al fatto che ci sono bambini obesi e hanno una speranza di vita inferiore alla mia! Ah ah ah aah ah.

Bah.

Proprio quando ci vorrebbe davvero qualcuno che non ti facesse pensare troppo a quel che succede, che ne so, in Ucraina - ma a chi la voglio raccontare?

L'Ucraina è lontana e nemmeno le badanti la rimpiangono troppo; quel che davvero mi pesa è l'embargo. Dovete sapere che dalle mie parti, in questi anni difficili, c'è stato qualcosa a cui ci siamo aggrappati come a un solido albero maestro in un naufragio, e questo qualcosa era il Ricco Russo Cafone. Sapete quando dicevano che il Lusso teneva, che il Lusso ci avrebbe salvato: vi sarete domandati anche voi chi era previsto si comprasse tutto questo Lusso neanche troppo ben confezionato. Il RRS (PPC) era la risposta. Non c'era vestito ultravalutato che non avrebbe comprato per sé o per qualche sua accompagnatice; non c'era ristorante esagerato in cui non avrebbe ordinato ostriche champagne e cocacola, perché egli era Ricco, Russo e Cafone, e sopra ogni considerazione geopolitica sarebbe sempre prevalso l'atavico amore per Toto Cutugno.

Poi gli americani, pardon, la Nato ha deciso di espandersi a est - perché poi? Non c'è un perché, un'alleanza militare o si espande o si ritira, la stasi non esiste - Putin si è sentito minacciato dalla prospettiva di qualche base missilistica o dronica a meno di 300 km da Mosca, ha armato qualche separatista, Obama ci ha imposto l'embargo, tanto a lui che frega? Mica deve vendere accessori griffati ai mafiosi di San Pietroburgo, lui, e così addio Ricco Russo Cafone, dasvidaniya PPC. Ho sentito dire che a Madonna di Campiglio è un mortorio, vi rendete conto? E non torneranno mai più, sapete, non torneranno. Putin vuole potenziare il prodotto interno, farà costruire qualche Madonna di Campiglio sugli Urali. Nella crisi in cui siamo avevamo un solo relitto a cui appoggiarci, e ci hanno tolto anche quello in nome di beghe geopolitiche che comunque a noi non frutteranno un soldo. Non ha neanche senso lamentarsene, è andata così. Si fossero almeno tenuti Toto Cutugno, no, ne faranno una copia autoctona. Se magari ci fosse un modo stasera di riderci su, un comico che riuscisse a strapparci una risata con qualcosa di genuinamente divertente...
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Troppi specchi in questo bar, andiamo via

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Ma siamo sempre stati così? Così incapaci di festeggiare semplicemente per il ritorno a casa di due giovani, così insofferenti per il coraggio che le ha trascinate nei guai, così meschini da voler fare i conti in tasca a chi all'occorrenza salverà anche noi? È difficile dire. Senz'altro sono successe cose, negli ultimi dieci anni, che ci hanno segnato. Può darsi che la crisi ci abbia indurito; di certo le guerre in medio oriente non sono più una nostra priorità - più una di quelle pendenze a cui non vorremmo mai pensare, che ogni tanto salta fuori irritando i nostri sensi di colpa.

Del resto, se anche fossimo stati altrettanto cinici dieci anni fa - quando furono rapite e poi liberate Simona Torretta e Simona Pari - non ci avremmo fatto così tanto caso. Non c'erano i social network ad amplificare le nostre reazioni più luride. Probabilmente qualche brutta chiacchiera da banco la sentivamo anche allora: ma quel che si diceva al bar, restava al bar. Adesso è diverso. Adesso un commentino di un balordo in calce a un pezzo del Giornale rimbalza su qualche sito specializzato in bufale finché non rimpalla sulla timeline del vicepresidente del Senato.

A che serve avere un blog da così tanti anni, se non a offrire qualche controprova, qualche capsula del tempo. Sull'argomento in archivio c'è un pezzo solo, abbastanza imbarazzante (quanto scrivevo male, dio mio). Tutto giocato sull'idea dell'"isteria" di media, governo e opposizione, che secondo il mio illuminato giudizio non sapevano gestire la crisi né comunicare nulla di sensato. Col senno del poi è tutto piuttosto discutibile (il governo in questione risolse la crisi con una certa efficienza, anche se nessuno dei suoi esponenti sembra andarne molto fiero oggi). Me la prendevo già coi giornali che titolavano qualunque cosa senza riscontri, con la nostra ansia di essere aggiornati ("noi che tra un tg e l'altro consultiamo il televideo", che tenerezza), con Berlusconi che non annullava una visita diplomatica, con Bertinotti che parlava in nome dell'opposizione quando avrebbe potuto anche tacere, con Gianni Letta che licenziava un comunicato costituito di un solo periodo sintattico di 113 parole. Basta. E per gli standard di allora ero uno che se la prendeva per un sacco di cose. Ma l'opinione pubblica? Niente. Non pervenuta. Parlavo di media, e non di lettori. Di governanti, e non dei loro elettori. Ero molto incazzato con chi aveva responsabilità - io non ne avevo. Urlavo dal basso all'alto. Non è una posizione molto elegante, ma per un blog è l'unica sensata.

E se fosse questa, la cosa che è maggiormente cambiata in questi dieci anni? Non la meschinità, non il cinismo, ma l'enorme specchio che Zuckerberg e colleghi ci hanno messo davanti. Tutti questi pareri di perfetti sconosciuti che rimbalzano qua e là - spesso ritagliati e riprodotti in screenshot come rappresentativi di chissà quale sentimento popolare - tutta questa merda non era ancora così facilmente disponibile. Bisognava andare a estrarla dai forum o dai blog (molti quotidiani non avevano ancora aperto lo scolo della fogna sotto ai loro articoli), una gran fatica. Quel che era al bar restava al bar. Era meglio? Era peggio? Era diverso.

Che ipocrita sarei a sostenere che lo specchio di Zuckerberg non mi fornisca mai dritte importanti. È come entrare in decine di bar tutti i giorni, e non m accorgo nemmeno di pagare la consumazione. Quel che pensa la gente mi interessa, mi ha sempre interessato, perché non dovrebbe interessarmi? C'è il problema che su facebook, come dovunque, la battuta trucida o l'opinione tagliata col coltello vinceranno sempre la gara di like contro i ragionamenti ponderati: c'è un sacco di gente intelligente e garbata al bancone, ma l'unica cosa che si sente distintamente è la gara di rutti là nell'angolo. Se l'obiettivo è perdere la fede nell'umanità, i social network si prestano davvero molto bene.

Continuerò a usarli, perché non saprei dove altro andare. Ma mi propongo, come misura di profilassi, di non prendermela mai coi perfetti sconosciuti, per quanto penose od offensive mi possano sembrare le loro opinioni. Continuerò per quel che posso a mirare in alto, con quella caratteristica immodestia che mi imbarazzerà tantissimo quando rileggerò questo pezzo nel 2025. Me la prenderò con chi ha il potere, e in teoria dovrebbe saperla più lunga, e in pratica ha più responsabilità per quello che dice o fa: coi giornalisti e politici. Con chi 'indirizza' le opinioni - per quanto sappia che non funziona esattamente così: che per ogni Sallusti ci sono migliaia di italiani che erano stronzi anche prima di mettersi a leggerlo; migliaia di stronzi con cui un Sallusti ha deciso lucidamente di sintonizzarsi. Questo però non scusa un Sallusti: io continuerò a prendermela con lui, e a salutare con gentilezza i suoi lettori che domani incontrerò al bar, perché in questo mondo ci devo pur vivere. Ci sarà sempre qualche idiota che la spara più grossa e non posso fare a pugni con tutti, per quanto ne dica il papa.
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Il cecchino pasticcione

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American Sniper (Clint Eastwood, 2014)

Invece di sparare subito al bambino potresti tirare a un metro per dissuaderlo. Ci hai pensato anche solo un istante?
"Figliolo".
"Papà".
"Devi sapere che le persone si dividono in due categorie: pecore e lupi".
"E i cani pastore?"
"Sono contento che tu mi abbia fatto questa domanda. Devi sapere che a un certo punto alcuni lupi si sono accorti che le pecore erano risorse non rinnovabili, insomma, se ogni lupo pretendeva di continuare a mangiarne a pranzo e cena presto sarebbero finite, e sarebbero morti tutti".
"Quindi decisero di cambiare dieta?"
"Ah ah ah ah, no. Cominciarono ad ammazzarsi tra loro".
"E le pecore?"
"Qualche lupo cominciò a offrire a greggi intere la propria protezione. Meglio consegnargli un agnellino ogni tanto che farsi sbranare da branchi inferociti, no? E questi divennero i cani pastore".
"E i lupi?"
"Se li troviamo li facciamo fuori".
"E se non ce ne fossero più?"
"Li andiamo a cercare. Anche dall'altra parte del mondo se necessario. È vitale che ci siano i lupi. Se le pecore smettono di avere paura dei lupi, è la fine".
"Papà, ma quindi noi chi siamo?"
"Pecore non siamo".
"Allora siamo lupi o cani pastore?"
"Dipende, figliolo".
"Dipende da cosa?"
"Dal mirino del tuo fucile. Se c'è inquadrato qualcuno, è un lupo: e tu sei il cane. Quindi spara".
"Quindi noi... siamo i cani".
"Finché nessuno ci mette nel mirino".
"È complicato, papà".
"Tu spara, capirai col tempo".

Appena tornato dalle vacanze ho chiesto in classe se qualcuno per caso avesse visto il Ragazzo invisibile, giusto per verificare la mia triste opinione. Nessuno. Non l'aveva visto nessuno. Invece tutti non vedevano l'ora di andare a vedere American Sniper. I fratelli Kouachi avevano appena massacrato i redattori di Charlie Hebdo, ma probabilmente l'ultimo film di Eastwood non aveva necessità di un lancio di questo tipo per mettere d'accordo cinquantenni cinofili, trentenni fascistoidi, decenni in crisi d'astinenza post-natalizia da playstation. American Sniper è quel tipo di film che non potrebbe andare male al botteghino neanche se ci si impegnasse: ci sono le scene da sparatutto in soggettiva, c'è quel patriottismo americano che piace tanto anche da noi, la retorica dei corpi d'élite, le classiche scene preparatorie in cui gli addestratori urlano stronzate demenziali mentre tartassano le reclute con torture assurdamente incongrue (secchi d'acqua gelida sul pacco per prepararsi al deserto iracheno?) E poi dirige Clint, che a ottant'anni continua a guardare dall'alto un po' tutti. Specie perché stavolta non si tratta di gruppi vocali in falsetto, ma di guerra in Iraq: una situazione in cui il suo nome non funziona soltanto da suggello di garanzia, ma anche da pungolo per lo spettatore critico, perché dopo tanti anni e tante guerre e tanti film veramente non lo sai cosa potrebbe dirti stavolta, il vecchio Clint. Il patriota tutto d'un pezzo di Gunny che però ci ha anche lasciato Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima, cosa ne pensa della storia del più letale cecchino americano? Eh.

Probabilmente entrare in sala con questa domanda è il miglior modo per uscirne delusi. Non che Eastwood non abbia qualcosa da dirci. Non che non ce lo dica con l'asciuttezza e l'eloquenza consuete. Ma sembra in qualche modo distratto anche lui, come quel veterano che quando ci parli è sempre evasivo e non ti guarda dritto in faccia volentieri. Come seduto sul tappo di un vespaio che non ha intenzione di aprire mai più.

Lo si può apprezzare se non altro per l'onestà: American Sniper non è uno di quei film furbetti che si scrivono oggigiorno, ambigui quanto basta per consentire a qualsiasi spettatore di rispecchiare le sue idee (quando uscì Zero Dark Thirty, Michael Moore lo salutò come un film che denunciava la tortura: ve ne eravate accorti?) Sarebbe bastato poco per confezionare un prodotto così. Non sarebbe stato nemmeno necessario inventarsi qualche crepa nel monumento che Chris Kyle si era costruito da solo nella sua autobiografia piena di dettagli inverosimili e mai verificati: bastava evidenziare quelle che c'erano già. Approfondire il rapporto col padre (che scompare dopo cinque minuti) o col fratello (scompare dopo un'ora). Evitare insomma che l'unica vera voce di inquietudine fosse Mrs Kyle, una Sienna Miller che alla decima volta che dice "Amore tu non sei davvero qui" farebbe venir voglia di tornare in Iraq anche me che non ho mai fatto il militare.

Ma non sei qui con me perché pensi sempre alla guerra, o ti sei trovato una guerra perché non hai voglia di stare qui con me a rispondere alla domanda che ti ho appena fatto? Ehi? Mi senti? Ti ho chiesto se sei qui con me perché pensi sempre alla guerra o...
Il film invece sceglie di smussare tutti gli spigoli, scartando anche opportunità spettacolari, in funzione di un messaggio elementare: l'eroismo è necessario, ma è un fardello pesante. Tutto qui? Tutto qui. Se non la pensate così, peggio per voi: il vecchio Clint non ha nessuna intenzione di venirvi incontro. Ma se la pensate come lui forse vi aspettavate qualcosa di più. E invece Clint distoglie lo sguardo, risponde a monosillabi, sembra che abbia voglia di chiudere la conversazione il prima possibile.

La spiegazione potrebbe essere delle più banali: il film è diventato suo solo in un secondo momento. Il progetto, fortemente voluto da un Bradley Cooper in cerca di Oscar (e infatti è in lizza anche come produttore), passa a un certo punto per le mani di Steven Spielberg, che nel soldato Ryan aveva già tratteggiato una figura di cecchino indimenticabile. Spielberg forse si accorge che l'autobiografia di Kyle, oltre a fare un po' acqua quanto a verosimiglianza, è priva di un elemento fondamentale a ogni epos: un Nemico identificabile, qualcuno con cui misurarsi ad armi pari. Nasce così la figura del cecchino nemico, intorno alla quale Spielberg costruisce uno script di 160 pagine che spaventa la Warner. Il duello di cecchini sulla carta non poteva non ricordare quello ambientato a Stalingrado nel Nemico alle porte di Jean-Jacques Annaud, un film che tanto doveva al Soldato Ryan - specie nella spaventosa sequenza in cui i nazisti massacrano le reclute sovietiche. Ma prima di quella sequenza c'è quella iniziale, in cui il padre di Jude Law insegna al figlio come si tira all'orso: la stessa scena che ritroviamo, un po' prevedibilmente, all'inizio di American Sniper. Quando nell'agosto del 2013 Spielberg rinuncia al progetto, Eastwood viene contattato immediatamente e mi piace immaginarlo mentre si infila il berrettino e si dice Coraggio, portiamo a casa questo cazzo di film. La sua versione non rinnega del tutto la visione spielberghiana: sopravvive il personaggio del cecchino nero, l'uomo che Kyle deve uccidere per riportare davvero la testa a casa dall'Iraq. È un'idea più romanzesca che biografica, ma ormai era scritta e il regista non poteva o voleva perder altro tempo a ripensare la storia.

Il Kyle che esce dal film è ancor più tagliato a metà (continua su +eventi...) quando è a casa sembra il protagonista di un reality sulla sindrome post stress traumatico; quando è in Iraq si dedica a una caccia all’uomo ossessiva e tatticamente abbastanza disastrosa. Tutto il film si svolge in una strana bolla temporale: Kyle decide di arruolarsi dopo gli attentati alle ambasciate del ’98, ma non è pronto per il fronte fino alla guerra in Iraq (2003!) I “turni” all’inizio durano sei settimane, al termine delle quali un figlio appena nato può già camminare sulle sue gambe e discutere col padre (ma continuate pure a lamentarvi di Interstellar). I cattivi sono cattivi perché sono cattivi: e siccome ai buoni capita di tirare ai bambini, la cattiveria dei cattivi prevede l’uso del trapano contro altri bambini. Nessuno si domanda mai, nemmeno retoricamente, perché Kyle e i suoi compagni si trovino in Iraq per difendere gli USA da un’organizzazione terroristica basata tra Afganistan e Pakistan. L’Iraq peraltro è un enorme set di Call of Duty in cui l’esportazione massiccia di democrazia sembra non ottenere nessun tangibile effetto.

Su questo set, Chris Kyle si dimostra tiratore tanto magnifico quanto soldato pasticcione. Almeno una volta disobbedisce platealmente agli ordini; si improvvisa interrogatore e negoziatore e dirige commandos senza averne le competenze – e infatti combina disastri: quello che lo tormenta una volta a casa potrebbe essere stress post-traumatico, ma anche un banale senso di colpa per aver più volte trascinato i compagni a morire in situazioni inutilmente pericolose. Malgrado gli effetti sonori, i siparietti domestici finiscono per farlo assomigliare a un qualsiasi workahoolic durante la crisi del fine settimana: ora che faccio? chi sono? perché non sono in ufficio/in cantiere/in prima linea? In ogni caso la soluzione al suo male di vivere non è così complessa: la fine tragica e assurda di Kyle avrebbe potuto fornire un finale molto più inquietante, ma Eastwood preferisce congedarsi con serenità, riuscendo se non altro a ottenere il massimo di patriottismo con il minimo di retorica.

American Sniper è ovunque – copritevi le spalle. Al Cityplex di Alba (21:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:45); al Vittoria di Bra (21:30); al Fiamma di Cuneo (21:00); ai Portici di Fossano (20:00, 22:30); al Cinecittà di Savigliano (21:30).
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E se George W Bush avesse avuto ragione?

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Il nemico perfetto

La guerra, quindi, se giudichiamo dall'esperienza delle guerre passate non è se non una impostura. È come quei combattimenti fra certi animali appartenenti alla specie dei ruminanti, e le cui corna crescono secondo determinati angoli tali da impedire che essi possano effettivamente ferirsi l'un l'altro. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo, ed aiuta, nel contempo, a conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede ad una società organizzata gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna. (E. Goldstein, Teoria e pratica del collettivismo oligarchico).

1. A un certo punto - più o meno a ridosso delle primavere arabe - abbiamo credo in molti percepito un'accelerazione degli eventi che mal si accordava con la nostra disponibilità, sempre più scarsa, a comprenderli. Avevamo tutti i nostri schemini, più o meno gli stessi dai tempi della Guerra al Terrore, e quando abbiamo visto che in Siria o in Libia non funzionavano più, non ci siamo dati troppa pena di abbozzarne altri. Avevamo già un sacco di problemi a casa nostra.
Quest'accelerazione, che magari segna l'inizio di una fase di instabilità mondiale, potrebbe viceversa essere del tutto soggettiva: siamo noi che rallentiamo, invecchiando. Se quel che succede in Palestina continua a interessarci un po' di più. non è perché la situazione sia meno ingarbugliata, ma perché ci abbiamo investito tanto tempo e attenzione che continua a risultarci più familiare. Come se l'Hamas di oggi fosse la stessa di dieci anni fa, come se Abu Mazen avesse mai più vinto un'elezione, eccetera.
La Siria viceversa è un pastrocchio inedito da cui abbiamo cercato di prendere le distanze. Chi non lo ha fatto - chi all'inizio ha parteggiato per gli insorti, o per Assad - adesso si ritrova scottato. Noi possiamo anche sopportare di risvegliarci in un mediterraneo che sfugge alle nostre capacità di comprensione, purché non ci tocchi ammettere che a un certo punto della discussione avevamo avuto torto. Piuttosto ce ne stiamo zitti, il che poi è quasi sempre l'opzione più elegante. Troppe cose ci sfuggono, troppi contendenti danno l'impressione di fare il doppio gioco. Ma a dirlo si passa per complottisti, che è pure peggio. La sensazione di non capire è tutto sommato sopportabile - l'esempio di tanti intellettuali svagati alla vigilia di ogni guerra mondiale ci conforta. L'unica cosa che non sopportiamo è che qualcuno ogni tanto ci voglia fregare. C'è sempre qualcuno che ci prova. È umiliante.

2. Prendi l'ISIS. Sembra davvero una cosa orrenda, anzi sicuramente lo è. Ma perché ce lo stanno vendendo come un'organizzazione terroristica? Le BR erano un'organizzazione terroristica. Settembre Nero era un'organizzazione terroristica. Al Qaida era una rete molto lasca di organizzazioni terroristiche quasi del tutto autonome tra di loro, che hanno organizzato attentati in una vasta porzione del mondo. L'ISIS, per adesso, no. È un'organizzazione o banda armata che ha imposto il suo controllo su un territorio vasto come una nazione, attraverso la violenza e il terrore. Gli osservatori la considerano ben organizzata e ben finanziata. Però attentati - per ora - non ne fa.
Tante altre dittature in tutto il mondo massacrano i propri cittadini e quelli dei paesi confinanti; non li chiamiamo però terroristi, non abbiamo bisogno di chiamarli così per esecrarli. Con l'ISIS è diverso. Non fa attentati (per ora) ma diamo per scontato che vorrebbe farli. Terroristi in potenza, insomma. Dobbiamo crederci per forza?
Tra le righe si intuisce un ragionamento: se l'ISIS per ora non è riuscita a terrorizzarci come vorrebbe, c'è solo da ringraziare lo stato dell'arte dell'antiterrorismo non solo aeroportuale. Tutte quelle leggi che hanno un po' ristretto le nostre libertà individuali; tutte quelle pratiche non sempre illegali che hanno consentito alla NSA di farsi un bel backup delle nostre conversazioni telefoniche; sì, è molto seccante, ma se l'alternativa è precipitare in un aereo di linea o soffocare in una metropolitana, non ci formalizzeremo più di tanto. Insomma, nel grande dibattito sulla libertà della Rete, lo spauracchio dell'ISIS ha una sua indubbia utilità. Che poi l'ISIS stia mostrando, nei fatti, tutta un'altra strategia, è un dettaglio in fondo trascurabile. Anzi, dimostra quanto il terrorismo stragista stia diventando impraticabile in Occidente. Anche se.

3. Anche se tre anni fa Anders Breivik ha fatto esplodere una bomba nella sede del governo a Oslo, e mentre la polizia accorreva si è spostato nell'isola dove campeggiavano i giovani socialdemocratici e ne ha ammazzati 69. Forse la Norvegia è un caso particolare, ma quel che è successo nell'isola di Utoya ci lascia sospettare che lo stragismo non sia poi così impraticabile come sembra. Gli eccidi antisemiti di Tolosa o Bruxelles ce lo confermano. In tutti questi casi però lo stragista sembra un individuo isolato, che magari si richiama a un'ideologia o a un'organizzazione (l'assassino di Tolosa si ispirava ancora ad Al Qaida), ma agiscono in solitudine. È proprio questa solitudine a costituire un vantaggio tattico: il fatto di non dover concertare con nessuno le proprie azioni rende questi assassini meno identificabili e tracciabili.

Ora, se esistesse realmente una grande organizzazione, ben finanziata, determinata a destabilizzare l'Occidente attraverso azioni terroristiche, non tarderebbe a trarre le sue conclusioni e a disseminare Europa e USA di aspiranti kamikaze, tutti assolutamente non coordinati fra di loro, con un unico ordine: ammazzare e distruggere quel che possono, appena possono. Un'infiltrazione di questo tipo, lungo le correnti dell'immigrazione mondiale, non sarebbe così difficile. E magari è quello che sta succedendo; però quel che osserviamo per adesso sembra suggerirci l'esatto contrario. I cosiddetti terroristi del Medio Oriente non stanno infiltrando l'occidente: piuttosto, ci sono migliaia di occidentali (non tutti di origine araba) che se ne stanno andando a combattere nella Siria e nel Levante. Senza che alle frontiere si faccia molto per trattenerli, a quanto pare. Gente che fino a qualche anno fa avrebbe potuto esprimere il suo disagio facendosi esplodere davanti a un macdonald o a una sinagoga (cito due episodi avvenuti in Italia negli anni di Bush), oggi è più facilmente tentata di far la valigia e arruolarsi nell'ISIS. In luogo di rianimare il terrorismo semispento in occidente, l'ISIS per ora sembra quasi che ne stia assorbendo gli ultimi fuochi. Tutto questo sembra quasi dar ragione al condottiero più sottovalutato della Storia, George W. Bush.

4. Bush junior vedeva il terrorismo come "qualcosa che tende a scendere verso il basso, come un liquido; per cui le guerre in Afganistan e in Iraq, lo scavo progressivo e metodico di una profondissima buca in Medio Oriente, si giustificava attraverso la necessità di far convergere nella buca tutti i terroristi jihadisti del mondo. Lo disse decine di volte, col tono texano di chi dice un'ovvietà: meglio combatterli laggiù che qui da noi. È la logica semplice semplice e spietata spietata della guerra moderna, tecnologica ma tutt'altro che chirurgica: armi che fanno decine di vittime civili per ogni obiettivo centrato non possono che utilizzarsi in casa d'altri, a casa nostra sarebbero insostenibili [...] notate che è un buon motivo per continuare la guerra, non per finirla; anzi: c'è quasi da dolersi che in Iraq stia terminando: dove andranno i jihadisti disoccupati? Un po' in Afganistan, va bene, e gli altri? Ehi, aspetta forse è meglio riaprire un buco da qualche parte".

Questa concezione liquida del terrorismo non mi ha mai convinto: io lo trovavo un fenomeno piuttosto volatile, e gli attentati del 2003-2005 (metropolitana di Madrid e di Londra, Sharm el Sheik, e tanti altri ancora) mi sembravano tristi conferme di quanto avesse torto. A dieci anni dall'ultimo attacco terroristico in grande stile, forse è il caso di farsi venire qualche dubbio. Quella che Bush chiamava Guerra Infinita, a dispetto di tutte le pacificazioni, in Iraq non è davvero mai finita: e ora attira da tutto il mondo jihadisti convinti, ma anche occidentali insoddisfatti a caccia di guai. Che possa mai vincere sembra improbabile, ma nel frattempo guardate quanti servizi ci rende: (1) tiene viva in occidente la minaccia islamica, per la gioia dei partiti più o meno nazionalisti o xenofobi; (2) giustifica gli apparati antiterroristici, ben determinati a spiarci per salvarci; (3) catalizza il disagio di tanti giovani cittadini occidentali, non solo tra gli immigrati di seconda o terza generazione; (4) rinsalda la NATO e renderà presto o tardi necessario un intervento delle nostre forze armate, tale da farci ricordare perché le stiamo finanziando. Tanti altri motivi di sicuro non mi sono accessibili, però questi quattro mi sembrano più che sufficienti a rendere ISIS il nemico perfetto. Quello che se ci non ci fosse bisognerebbe inventarselo. Non ce n'è stato bisogno.
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La strage di San Marino

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(Ai cittadini della Repubblica di San Marino, qui evocati, va tutto il mio rispetto. Questo pezzo non intende essere un atto di antisanmarinismo, ne di antiqualcosaltrismo. È soltanto una riflessione sull'assurdità dell'equazione Kissinger).

Un tallone è un tallone

Se ci penso ho ancora i sudori freddi. A mia discolpa, la tizia in sandali davanti a me era distratta. Armeggiava sul telefono e non aveva notato che la fila andava avanti. Io viceversa ero fin troppo concentrato su quel che succedeva allo sportello, venti metri più in fondo. Vedevo la testa della fila procedere lentamente ma inesorabilmente, e non mi accorsi che lei manteneva la posizione, finché i miei piedi non finirono sui suoi. Ebbi la nitida percezione della punta della mia suola che sfregiava il suo tallone.
"Ahi! Ma guarda cos'ha fatto".
"Oh, mi scusi, mi scusi davvero, sono desolato".
"E questo cos'è... sangue!"
"Ma non è niente, via, mi faccia vedere..."
"Stia lontano".
"È solo un'escoriazione superficiale".
"La fa facile lei. Evidentemente non si rende conto".
"Se posso fare qualcosa per lei..."
"Vede, io sono cittadina della Repubblica di San Marino".
"Buon per lei, io invece vengo dalla bassa e..."
"Non ha capito. Sa quanti abitanti fa San Marino?"
"Ahem".
"Provi, dica un numero".
"Non so... centomila?"
"Trentaduemila".
"Ah, però".
"Le sembrano pochi?"
"Beh, sì, pochini in effetti".
"E crede che sia un buon motivo per cercare di estinguerci?"
"Eh?"
"Non faccia il finto torto. Saremo pochi ma abbiamo lo stesso diritto a vivere che ha lei. Non è d'accordo?"
"Ma per carità, d'accordissimo".
"E però questo non le ha impedito di attentare alla salute del mio popolo".
"Prego?"
"Non cominci a negare. Lei mi ha fatto sanguinare un tallone, è vero o no?"
"Certo. Mi dispiace, mi dispiace tantissimo, ma..."
"Lo sa che cosa rappresenta questo tallone per la sopravvivenza della nobile e indomita Repubblica di San Marino?"
"Confesso di no".
"Immagini ora che un drappello di prepotenti e nerboruti invasori entri in questa città e calpesti a sangue i talloni di duemila suoi concittadini. Come reagirebbe?"
"Non so, non... non ci avevo mai pensato prima".
"Io credo che protesterebbe con veemenza!"
"Sì, in effetti è probabile".
"Chiederebbe soccorso alle autorità?"
"Certo, sì".
"Questo è quello che è appena successo. Chi calpesta un tallone a un cittadino della nostra nobile Repubblica, è come se ne calpestasse duemila in Italia".
"E perché?"
"Ma le devo proprio spiegar tutto? Perché io, in quanto cittadina di San Marino, sono pari a un trentaduemillesimo della popolazione. Sa quanti talloni di cittadini italiani deve calpestare per ottenere lo stesso risultato?"
"Confesso di no".
"Millenovecentotrentasette".
"Ah, ecco".
"E non si vergogna?"
"Comincio a capire. Lei postula che tutte le nazioni abbiano pari dignità..."
"Osa negarlo?"
"...E questa dignità sia una quantità x che va divisa per il numero di cittadini. Quindi siccome l'Italia è duemila volte San Marino, se qualcuno fa male a lei è come se facesse male a duemila italiani".
"Precisamente" (PAFF!)
"Ehi, ma che cos'ha fatto?"
"Niente, perché?"
"Come niente? L'ho appena vista? Ha tirato un calcio nello stinco a quel signore".
"Sì, mi dava fastidio".
"Che fastidio le dava?"
"Ma che importanza ha? Diamine, non l'ha visto in faccia? È sicuramente un cittadino della Repubblica Popolare Cinese".
"E allora?"
"E allora un suo stinco quanto può valere... sono un miliardo e mezzo più o meno, dunque... uno stinco di San Marino vale più o meno come cinquantamila stinchi cinesi. Dovrei azzoppare un'intera città per causargli un danno".
"Ma gli ha causato un danno".
"Ma no, lo vede, si è già alzato".
"Sta chiamando qualcuno... spero per lei non siano i vigili".
"Ma si figuri, non vorrà mica rischiare un incidente diplomatico".
"E se non fosse un cinese della Repubblica Popolare? Se fosse di Taiwan".
"Beh, allora avrei fatto una tremenda gaffe".
"Senta, non si offenda. Mi dispiace davvero tanto per averle fatto male..."
"Giovanotto, non basta dispiacersi. Provi a pensare a duemila talloni italiani sanguinanti. Fiumi di sangue. Come reagirebbe?"
"...però secondo me lei è un po' matta. Non può ragionare così".
"Ah no?"
"Un tallone è un tallone. Non è che valga di più se è di San Marino o del Lichtenstein o di qualche altra nazione piccola".
"Noto un certo fastidio per le nazioni molto piccole".
"Un tallone è un tallone. E basta. Nessuno ragiona come lei".
"Ne è sicuro?"

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Guarda la tua vittoria

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Il lungo cammino del popolo eterno.

Cerchiamo di restare razionali e di guardare i numeri. Dall'inizio delle operazioni sono morti tredici soldati israeliani. (Sono morti anche più di quattrocento palestinesi, ma quelli per adesso lasciamoci stare). La loro morte era in qualche modo necessaria?

Prima che l'IDF entrasse a Gaza, i razzi lanciati da Hamas e da altre organizzazioni non avevano fatto nessuna vittima. Zero vittime. Evidentemente l'Iron Dome funziona bene (e i razzi palestinesi funzionano male). Poi Netanyahu, dopo una lunga riflessione, ha lanciato l'offensiva di terra: e tredici ragazzi israeliani, fin qui, sono morti. Più di tutte le vittime delle ultime due operazioni a Gaza. Nel frattempo l'operazione pare che abbia cambiato finalità: all'inizio si trattava di snidare qualche base sotterranea e qualche tunnel, ora si parla di "azzoppare Hamas, cosicché non sia più in grado di colpirci di nuovo per qualche anno»".
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Israele ha vinto

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...sed victa Catoni. 

Piano piano ci stiamo arrivando: cominciamo re-interessarci di Gaza. Un po' in ritardo sulle nostre bacheche on line arrivano le solite dannate foto di bambini morti - magari non sono esattamente i bambini che stanno morendo stavolta; magari sono altri bambini di altre guerre, ma insomma, è l'orrore che conta. Però è vero che stavolta abbiamo avuto bisogno di più tempo del solito per carburare la nostra indignazione.

Parlo soprattutto di chi sta coi palestinesi; la controparte ha sempre riflessi più pavloviani. Però da noi è in minoranza: così che c'è stato un momento, durato fino quasi alla fine del mondiale di calcio, in cui davvero sembrava che stavolta gli israeliani avrebbero potuto occupare Gaza senza neanche passare su una prima pagina italiana. Si respira una disaffezione generale per una tragedia che una volta era La Tragedia, il punto focale di tutte le travagliate vicende del Medio Oriente e del mondo - e poi a un certo punto ha smesso di appassionarci. Quando è successo? Dopo Piombo Fuso, prima di piazza Tahrir. Perché è successo? Perché tanto sembra che non cambi mai nulla.

L'insofferenza per una stagione di stasi infinita la mette a verbale sul Post Christian Raimo ("La ripetitività della tragedia") : "Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo". Chi si ostina a discuterne dà a volte l'effettiva impressione di un reduce sotto choc che continua a fare gli stessi discorsi, a ricordare le stesse battaglie: Quarantotto, confini del '67, accordi di Oslo, eccetera.

Quel reduce a volte siamo anche noi - e forse il problema è tutto lì: perché chi segue la scena con un'attenzione più costante sa che quello che scrive Raimo è vero solo in apparenza: Gaza 2014 non è Piombo Fuso. Netanyahu non è Olmert, Abu Mazen non è più lo stesso Abu Mazen che aveva ottenuto una legittimazione popolare con le elezioni del 2005. Anche Hamas non è più la stessa Hamas. Dietro ai nomi sono cambiate davvero tantissime cose. Forse l'unica cosa che non è cambiata siamo noi, con le nostre idee sul conflitto israelo-palestinese ormai cristallizzate da più di un decennio, refrattarie a tutto quello che nel frattempo si è incaricato di smentirci.

Siamo peraltro in ottima compagnia, se persino John Kerry all'inizio dell'anno pensava di riproporre Due Popoli e Due Stati. Nel frattempo Israele continua a costruire colonie al centro di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina; nel frattempo un Abu Mazen che non osa più convocare le elezioni riesce a trovare un accordo di governo con Hamas; ma anche Hamas è molto diversa da quella che conoscevamo. È un'organizzazione indebolita, che non può più contare sull'appoggio dei Fratelli Musulmani, passati dall'oggi al domani dal governo dell'Egitto alla clandestinità, e che fatica a contenere correnti più estremiste ed eterodirette.

Nel frattempo, soprattutto, l'intero Medio Oriente sta collassando; tra Siria e Iraq è nato un nuovo sedicente califfato che costituisce per Israele una minaccia meno apocalittica della fumosa atomica iraniana, ma più vicina e concreta: il che offre poi a Netanyahu l'occasione migliore per ridere in faccia a Kerry e a chiunque creda che gli israeliani siano mai intenzionati a ritirarsi davvero. Obama può lamentarsi e magari lo farà, ma quando dovrà scegliere tra Israele e uno Stato Islamico del Levante non potrà avere molti dubbi; quanto agli altri osservatori (Europa, Onu), ci aspettiamo tutti che brontolino, ma la loro impotenza è agli atti da decenni. Quindi?

Quindi Israele ha vinto. Ma non adesso: da molti anni. Forse dalla Seconda Intifada, se non da prima. Tutto quello che è successo poi, il piombo fuso e le cupole d'acciaio, fanno già parte della cruenta cerimonia trionfale. Israele ha vinto, nell'unico modo in cui poteva probabilmente vincere. Non riusciva a cacciare i palestinesi e non voleva sterminarli; non poteva assimilarli senza rischiare di essere assimilato; e allora li ha recintati, umiliando e stroncando sul nascere qualsiasi embrionale tentativo di formare una classe dirigente. Ogni vittoria ha un prezzo, e ogni tanto in effetti qualche israeliano muore per mano palestinese. Ne uccide più il traffico, ma quando succede l'IDF può dimostrare a tutti i bravi cittadini israeliani la sua forza morale e la sua potenza di fuoco. In modo davvero non dissimile gli Spartani dichiaravano ogni anno la guerra ai loro schiavi Iloti: quella era Sparta, questo è l'Israele di Netanyahu. A noi la cosa non piace e riteniamo che prima o poi debba cessare, in un modo o nell'altro; è un modo molto occidentale di ragionare. Essendo tutti ormai nati in tempo di pace, riteniamo che la guerra sia uno stato eccezionale; che debba finire prima o poi, e sarebbe meglio prima: basterebbe dare un'occhiata migliore ai libri di Storia per capire che l'eccezione siamo noi.

Gli israeliani non sono come noi; la nostra pace non è la loro priorità. Il futuro che lasciano ai loro figli è comunque promettente: chi 15 anni fa cresceva col terrore degli attacchi suicidi oggi può gustarsi i bombardamenti stagionali dell'IDF portandosi il divano in una posizione panoramica. Eppure basta qualche razzo alimentato a fertilizzante a sentirsi sotto assedio e pronti a giustificare qualsiasi bombardamento. Ragazzi e ragazze crescono bellicosi: saranno buoni soldati e maggiormente inclini a votare per la sicurezza e la disciplina. Ci sarà sempre, anche laggiù, una minoranza che non si rassegna; ma chi credeva che Israele avrebbe potuto diventare un'altra cosa ha avuto molto tempo per ricredersi: così chi con tanto ottimismo immaginava che i palestinesi avrebbero potuto resistere, di generazione sconfitta in generazione sconfitta, all'abbraccio del fanatismo islamico. Peraltro il loro ruolo di eterni sconfitti non deve troppo dispiacere anche a chi ancora li finanzia, mantenendoli in vita quanto basta perché possano infastidire il nemico a intervalli regolari. La Palestina non è che la casella di una scacchiera più complessa che non abbiamo mai compreso per intero.

In una parte di questa scacchiera Israele sembra proprio aver vinto. Ammetterlo non significa approvarlo; quel che sta bene agli dei non deve piacere per forza anche a noi. Abbiamo ancora un po' di spazio e di tempo per ribellarci alla cattiva fede di chi inverte bombardatori e bombardati, di chi scambia un razzo qassam per un attacco atomico, di chi lancia accuse di antisemitismo a vanvera, di chi paventa la fine di Israele faro-di-democrazia-nel-medio-oriente. Israele non è un faro; non è nemmeno il cane da guardia dell'occidente, come molti falsi amici pretenderebbero che fosse: è un piccolo Paese che ha militarizzato i suoi problemi esterni per risolvere i suoi problemi interni. Proprio perché funziona, proprio perché rischia di essere un modello esportabile, vale la pena di osservarlo, studiarlo, smontarlo. Senza quelle certezze prefabbricate che alla lunga, davvero, annoiano.
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Scuola di genocidio 1

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Ender's Game (Gavin Hood, 2013)

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Quelli ancora implumi che non guardano le ragazze e sono imbattibili ai videogiochi. Gli adulti faranno solo i selezionatori; andranno in giro per le scuole medie come mercanti di bestiame in cerca del puledro più promettente. Sarà senz'altro un mingherlino caricato a molla con tutte le frustrazioni proprie dell'età, un fascio di nervi pronti a contrarsi e uccidere. Un giorno videogiocando i ragazzini entreranno in un livello appena appena più elaborato e sarà la guerra. Se ne accorgeranno, di non pilotare grumi di pixel sullo schermo, ma droni veri contro nemici mortali? Farà qualche differenza per loro? Tratto da un classico della fantascienza usa anni '80, Ender's game si è già parzialmente avverato: parla di droni, guerra preventiva, abolizione della privacy in nome della sicurezza; il tutto senza rinnegare la sua vocazione spettacolare.

Vi schiaccio come zanzare, E POI mi faccio venire anche
i sensi di colpa.
Sarà anche per l'età del protagonista (il 16enne Asa Butterfield, sempre fantastico), ma rispetto ad altri film di fantascienza della stagione Ender's Game sembra più orientato verso un pubblico giovane, anche a rischio di diventare una specie di Harry Potter Contro Starship Troopers.

In particolare il vero Starship Troopers (il romanzo di Heinlein) condivide con Ender un dettaglio rivelatore: è uno dei romanzi più letti nelle accademie militari USA. Ora, la fantascienza militare al cinema ha un problema (in realtà ce l'ha tutta la fantascienza, ma quando è ambientata in scuole d'addestramento si nota di più). Da una parte c'è un pubblico che ha esigenza di vedere battaglie, guerre, nemici annichiliti, ecc. A questa domanda la fantascienza non può rispondere con qualche varietà di mostri dalle ovvie cattive intenzioni, che sia lecito sterminare (zombie, vampiri, draghi, orchi). La fantascienza non è costituzionalmente manichea come il fantasy o l'horror; al massimo ti può fornire qualche razza aliena; ma sterminare una razza aliena non è proprio una buona cosa: senti come suona male, sterminare una razza? I film di fantascienza militare ci mettono un attimo a diventare fascisti.

Si può ovviare in vari modi: per esempio, immaginare alieni molto cattivi (Independence Day, La guerra dei mondi). Sono loro che hanno cominciato, l'uomo vuole solo difendersi. Guillermo Del Toro ci aggiunge la diffidenza latinoamericana per le forze armate e sostituisce l'esercito regolare con una brigata di robottoni partigiani che resiste all'invasore squamato. E tuttavia anche in casi come questi allo spettatore rimane un retrogusto di propaganda.

Nel futuro i fascisti hanno vinto. E indovina che macchina guidano.

Proprio su questa sensazione Paul Verhoeven costruì quel film che a un certo punto divenne Starship Troopers semplicemente perché i produttori acquistarono i diritti per il romanzo: l'idea originale era più debitrice del nazista Trionfo della volontà. Verhoeven (che non si diede mai la pena di leggere tutto il romanzo di Heinlein) risolse il problema del fascismo elevandolo alla massima potenza, con tanto di cinegiornali didascalici tra una strage di insetti e l'altra. Poi ci fece sapere che era una satira del nazismo. Purtroppo ce lo rivelò anni dopo, nei contenuti speciali del dvd: nel frattempo milioni di persone in tutto il mondo si erano goduti un film simpaticamente nazista senza nemmeno sospettare l'ironia.

Starship Troopers è anche l'esempio di scuola del film furbetto, che assume punti di vista ambigui non per disorientare gli spettatori, come la sana fantascienza dovrebbe fare, ma per conquistare due fette di pubblico senza dare noia a entrambe: il militarista ci trova tutta l'esaltazione delle virtù militari di cui ha bisogno, il pacifista si diverte pensando che tanto è tutta parodia. Anche Ender's Game purtroppo si risolve in un trucchetto simile: dopo aver insistito per un'ora e un quarto sull'irredimibile malvagità degli insetti alieni che minacciano la Terra nella sua stessa esistenza, arriva il finalino edificante in cui si scopre che, beh, non ve lo dico, comunque forse sterminarli non era tutta questa priorità. Rispetto al romanzo manca la volontà di insistere su questo aspetto (che ci costringerebbe a rivedere tutto il film da una prospettiva diversa). Sembra esattamente quel che è: un tentativo in extremis di prendere un po' le distanze dal fascismo che gronda indisturbato in tutto il resto del film. Tentativo fallito: Hood e il suo cast sono molto più a loro agio quando ci mostrano l'ascesa al potere del gerarca Ender, genocida predestinato: le battaglie sostenute per sottrarre agli altri maschi alfa la solidarietà del branco, l'astuzia innata con cui sfida o blandisce gli adulti da cui dipende il suo successo. Dietro il vetro, in realtà, gli adulti non cessano di studiarlo e di metterlo alla prova per vedere se crolla o diventa più forte. Ogni tanto passa sul set una psicologa progressista, dice che tutto questo stress farà male al ragazzo... ma suona terribilmente falsa. Non ci crediamo, Ender è una macchina per uccidere e vogliamo soltanto vederlo all'opera. Sì, beh, ha degli scrupoli, chi non ne ha... non ce ne frega niente, Ender, vai! Uccidili tutti!

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Al comando metteremo quelli che prima colpiscono e poi, solo poi, si fanno venire qualche rimorso. Daremo loro divise colorate, ne vanno matti: caschi e ginocchiere e altre bardature, anche se la guerra la faranno seduti davanti a uno schermo. Gli adulti passeranno il tempo a ripeterci, come Harrison Ford, che il nemico sta per arrivare e ci vuole distruggere, e nessun compromesso è possibile. Ma alla fine si tratterà sempre di andarlo a snidare in qualche pianetino remoto, nella fascia degli asteroidi o in Afganistan. Ender's game è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:40. Ai ragazzini di prima media piacerà immensamente - finalmente un film che li guarda e vede in loro quel meraviglioso potenziale di assassini.
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Sei e più tipi di eroi al caffè

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Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
Per me - barbotta - c'è una strada sola...
E intigne li biscotti ne la tazza.
Per molto tempo siamo riusciti a ignorare la Siria. C'era la campagna elettorale, poi la campagna post-elettorale, poi bisognava fare il governo, poi disfarlo... In mezzo a tutto questo, anche chi aveva lo stomaco per dare un'occhiata alle notizie dal Medio Oriente trovava quasi sempre guerre e rivoluzioni più promettenti. Finché Obama non si è arrabbiato per vie di certe armi chimiche, e insomma finalmente è venuto il momento di discutere di Siria: con la competenza e la serietà che contraddistingue noi eroi al caffè, opinionisti della domenica ma ormai anche del fondo del lunedì. Può anche darsi che fino a qualche ora fa ignorassimo l'ubicazione della Siria sul planisfero: non è cosa che ci scomponga, la geografia, figurati, bruscolini, pinzillacchere. Ciò che conta, quando si parla di Siria o di Egitto o Birmania o Sarcazzo, è la rapidità con la quale riusciamo a declinare le due o tre opinioni prefabbricate che scriviamo da vent'anni, sempre le stesse. Ci riconosci? Siamo un po' dappertutto, su blog e su carta e ogni tanto finiamo pure in diretta al parlamento; ci dividiamo in simpatiche tribù, vediamone alcune.

Gli Stranamore
E vabbe', in Siria gasano i civili, che problema c'è? Si bombarda. No, ma sul serio, stiamo ancora a discuterne? con tutti i Cruise negli arsenali Nato da rottamare? Bombardiamo, ha sempre funzionato, no? Vedi la Serbia.
"Veramente finché non sono entrate le truppe da terra, Milosevic è restato lì".
"Sì, vabbe', allora vedi l'Iraq".
"Ahem".
"Che c'è?"
"...no, niente".
Gli Stranamore amano il bombardamento per il bombardamento: quasi mai si ricordano come sia andata a finire la storia in Iraq o altrove, loro di solito ronfavano del sonno postcoitale dei giusti. Non c'è crisi umanitaria che non si possa risolvere con un'operazione chirurgica, mirata, un bel megatone di argomenti. Obama questa cosa non la capisce, perché è un pappamolle, un insicuro, uno che perde tempo a chiedere il parere del Congresso, vi rendete conto? Del Congresso. Non ti basta il parere di Gianni Riotta?

Gli amerikanisti
È successo qualcosa di brutto? A Damasco, o a New York, o a Pearl Harbor, o dovunque? Se è qualcosa di veramente brutto, il colpevole si è già tradito: infatti esiste una sola entità veramente malvagia in questo mondo, e tutto ciò che è veramente brutto non può che derivare da lei. Tale entità è ovviamente l'Amerika. Crollano le Twin Towers? È stata l'Amerika - oh, l'ha detto un deputato alla Camera, pare che non ci siano più dubbi: era un complotto dell'Amerika per gettare l'Amerika nel panico. In Siria gasano i civili? Chi può essere così malvagio da vendere gas venefici a uno storico alleato dei russi? È evidente, no? No? Non resta che lasciare la parola all'esperto:
Ora però la situazione si è fatta grave, perché un gran numero di civili, bambini in particolare, sono stati uccisi dal gas nervino che solo i mercenari, i tagliagole, i ribelli, bene armati e foraggiati attraverso mille triangolazioni dagli Stati Uniti possono aver diffuso. Quale interesse avrebbe avuto il governo siriano ad ammazzare civili, se non guadagnarsi impopolarità? Quindi sono stati gli Stati Uniti a fornire ai tagliagole questo gas letale. Le televisioni fanno di tutto con la loro informazione assassina per confondere le idee alla gente, quando la situazione invece è estremamente semplice, e non rimane che sperare sui deputati e senatori del Movimento 5 Stelle... (Mario Albanesi, non so chi sia ma era in home sul sito di Beppe Grillo, per cui tenderei a fidarmi)
I semplicisti
Hanno letto che in Siria c'era un dittatore e hanno pensato: brutto! Poi hanno saputo che c'era una rivoluzione e si sono detti: bello! Però la rivoluzione è diventata una guerra civile e hanno pensato: mah, non tanto bello. A un certo punto hanno scoperto che tra i rivoltosi c'erano molti integralisti islamici: bruttissimo! Lo stavano per scrivere, quando il dittatore si è messo a gasare gli avversari, e adesso i semplicisti sono un po' in imbarazzo. Perché la vita è così complicata? Se solo si potesse trasformare una guerriglia senza quartiere tra un dittatore baathista sostenuto da russi ed hezbollah e uno schieramento eterogeneo sempre più dominato da jihadisti e predoni in qualcosa di più semplice, che so, Buoni contro Cattivi, o meglio ancora... Pace contro Guerra! Viva la pace! Muoia la guerra!
"E come la uccidi?"
"Uffa ma lo vedi che lo fai apposta?"

Gli elefanti
Non li sottovalutare. Vanno piano, ma non li smuovi, e si ricordano tutto. Hai un'opinione sulla Siria? Pensaci bene prima di condividerla. Potrebbe non essere coerente con quello che pensavi ai tempi di Srebrenica.
"Ma io ai tempi di Srebrenica... non ero ancora nato".
"Allora è stato tuo padre".
Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi.

Gli israelomani
Una sottospecie di elefante che non si è mai veramente ripreso dall'Intifada. Esiste solo Israele. Purtroppo è minacciato nella sua stessa esistenza. Occorre difenderlo a ogni costo. Per esempio, se in Siria un dittatore massacra la popolazione coi gas, l'israelomane si gonfierà di sdegno, non tanto per il dittatore, ma per chi in Italia perde tempo a criticare Israele. Che magari potrebbe anche avere commesso qualche errorino, l'israelomane non lo esclude a priori, ma... con che faccia si può criticare Israele mentre a pochi chilometri di distanza accade ben peggio? E siccome ci sarà sempre qualcuno a mille o diecimila km di distanza che si comporta peggio di Israele, ne consegue che Israele non può essere criticato.
Ogni volta che ammazzano arabi fuori da Israele, l'israelomane dà l'impressione di goderne. Non perché muoiano arabi, no, come si può anche solo pensare che l'israelomane goda per la morte di arabi? Ma si tratta di dimostrare che Israele li tratta meglio: infatti è indubbio che ne ammazzi di meno. Chi perde tempo quindi a criticare Israele è antisemita, cvd.
L'israelomane ha una domanda retorica ricorrente: perché gli unici arabi che ci interessano sono quelli un po' oppressi da Israele? Perché i tiranni giordani, iracheni, libanesi, egiziani, siriani possono massacrarli senza destare la nostra indignazione? Perché siamo tutti antisemiti, certo. Inutile protestare, inutile cercare di dimostrare che (per quel poco che è servito) ci siamo indignati anche per quel che succedeva in Giordania o in Iraq o in Egitto o adesso in Siria. Anche negli ultimi mesi si è parlato nei quotidiani italiani più di Siria (comunque poco) che di Palestina, ma l'israelomane che ne sa. Filtra solo le notizie che parlano di Israele. Ne deduce che tutti criticano soltanto Israele.


I Cavalieri dell'Ovvio
Per ogni mille blog che ci fanno sapere che la guerra è brutta, c'è almeno un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che ci tiene a farci sapere che purtroppo è ineliminabile. Ci avevate mai pensato? Sì. Ma avevate mai pensato a quel che pensavate pensando di pensare?
C'è infine un argomento molto usato per dirsi in generale contro la guerra: «La guerra non ha mai risolto alcun problema». Nella sua perentorietà l'argomento è però palesemente falso. Dipende infatti dalla natura dei problemi: non pochi problemi la guerra li ha risolti eccome (penso a tante guerre per l'indipendenza nazionale, ad esempio); per gli altri bisogna intendersi su che cosa significa «risolvere»
Un dibattito sul significato di "risolvere", professore, ma è sicuro che siamo pronti a un simile sforzo ermeneutico? Non è che prima ci dovremmo intendere su che cosa significa "significa"? Ed è nato prima l'uovo o la gallina? Ok, Sartori prima di entrambi, ma qual è l'anello di congiunzione? Sartori partorì il primo uovo da cui la prima gallina? Sartori si evolse in pollo da cui il primo uovo? Tutto ciò merita un supplemento di indagine.

(potrebbe pure continuare)
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Il Grande Osama Bianco

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Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty è un film unico nel suo genere: l'autobiografia di un personaggio vivente che forse non conosceremo mai. Nel film si chiama Maya ed è l'agente della CIA che ha passato quasi dieci anni a cercare Bin Laden, finché non l'ha trovato (forse) e l'ha fatto ammazzare (così dicono, ma perché hanno buttato il corpo in mare immediatamente? E perché non hanno divulgato al pubblico nemmeno una foto? Vabbe', storia vecchia, parliamo del film).

C'è stato un momento - non posso dire quale - in cui guardando il film della Bigelow mi sono accorto che stavo tifando per i cattivi, i malvagi terroristi islamici. È stato un solo momento, comunque imbarazzante. Il punto è che dopo un'oretta nei corridoi della CIA, trascorsa a guardare dei professionisti seri e poco empatici alle prese con procedure standard che prevedono la tortura di alcuni mentecatti, quando finalmente un mentecatto riesce a organizzare un tranello e ammazzarne un po', ti viene spontaneo pensare qualcosa del tipo toh, beccatevi questa yankees, chissà se succede a tutti. Probabilmente no. Zero Dark Thirty è un film ambiguo, il che andrebbe benissimo, se fosse un sistema per disorientare lo spettatore e costringerlo a rivedere le sue opinioni. Da quel che ho letto in giro però non mi pare che le cose siano andate così: ognuno ha semplicemente pescato nell'ambiguità del film quello che serviva a sostenere la propria tesi preconfezionata. Per aver mostrato semplicemente come funzionavano gli interrogatori dei prigionieri (waterboarding, musica ad alto volume ecc.), la Bigelow è stata accusata di apologia di tortura. Per Michael Moore invece il film sarebbe la dimostrazione che la tortura è inefficace, infatti Bin Laden viene trovato soltanto dopo che Obama la proibisce (ma l'inchiesta era partita molto prima, dalla soffiata di un tizio sottoposto a waterboarding...) Per Andrew Sullivan è addirittura un atto di accusa ai criminali che governavano nel 2002 (quando Sullivan li sosteneva), ma in fondo è inutile porsi il problema di quel che pensa Sullivan, tra qualche anno avrà cambiato di nuovo idea. Se però uno spettatore medio entra convinto che la tortura possa essere necessaria per prevenire stragi come quella dell'11/9, non sarà Zero Dark Thirty a fargli cambiare idea: il film a un certo livello di lettura sembra proprio dire che Bin Laden è stato trovato anche grazie al waterboarding.

Se ne parli con un cinefilo puro ti dirà che è un film, soltanto un film: mostra cose che semplicemente sono successe, e lo fa molto bene. La sequenza dell'attacco al compound di Abbottabad è senz'altro lo stato dell'arte del film di guerra nel 2012: tra cinquant'anni guarderemo ancora Zero Dark Thirty se vorremo sapere come era fatta la guerra ai nostri tempi. Purtroppo era una cosa molto noiosa, con elicotteri invisibili e occhiali infrarossi da una parte e kalashnikov impolverati dall'altra, un lunghissimo estenuante match di nervi tra Juventus e Nocerina di cui peraltro conosci già il risultato finale. E i giocatori della Nocerina sono brutti, sporchi, fanatici. Ciononostante, quando fanno almeno un gol... (continua su +eventi!) mi è venuto da alzare il pugno, ma è un problema credo solo mio.

Forse ha ragione chi sostiene che la Bigelow è diventata una specie di regista embedded. Dopo il successo di The Hurt Locker (premio Oscar alla faccia blu dell'Avatar dell'ex marito Cameron) si è subito rimessa a scrivere un altro film di guerra vera, non videogiocata: all'inizio doveva raccontare la battaglia di Tora Bora (in cui Bin Laden non veniva trovato), poi la scoperta del vero nascondiglio dello sceicco del terrore l'ha portata a riscrivere la sceneggiatura in corsa. Film del genere sono interessanti e persino necessari, però per girarli devi avere dei contatti nell'esercito, forse anche nell'Agenzia - ed è gente preparata, magari non sono bravissimi a trovare Bin Laden, ma è indubbio che ai registi la sappiano raccontare. I giornalisti embedded sono inquadrati nell'esercito senza la possibilità di vedere le cose dal di fuori: non c'è scelta, l'unico modo di vedere la guerra è assumere il punto di vista di chi la fa. Allo stesso modo la Bigelow non può permettersi di mettere in dubbio la sua fonte. Col tempo forse scatta anche una specie di sindrome di Stoccolma: a forza di stare in mezzo ai soldati (o agli agenti CIA) non puoi che sviluppare un po' di simpatia per questi uomini rudi, per queste donne tutte d'un pezzo che lottano contro mille avversità per uno scopo, e se torturano qualche talebano nelle gabbie lo fanno comunque con professionalità e senza partecipazione emotiva, figurati, poi si sfogano vezzeggiando le scimmiette nella gabbia più piccola. Per la verità, da quel poco che sappiamo, i carcerieri sadici (e le carceriere) non sono affatto mancati; però la Bigelow non ce li mostra, non ha tempo. Deve raccontarci la storia di Maya, piccola grande Maya, che sola contro tutti e contro tutto riesce a trovare Bin Laden e poi - siccome ai suoi superiori alla fine sembra che non interessi più di tanto questo Bin Laden - pianta una grana infinita finché Obama non si decide a farlo ammazzare.

Maya, ha osservato qualcuno, a suo modo non è meno fanatica dei tizi che vuole eliminare. Sotto ai capelli rossi di Jessica Chastain (bravissima) è ancora e sempre il capitano Achab che non si darà pace finché la Balena Bianca non sarà catturata, e con la Balena tutto il dolore e tutto il terrorismo del mondo. Non ha un passato e, una volta liquidata la Balena, nemmeno un futuro; non si capisce nemmeno come possa far carriera, visto che l'unica cosa che ammette di saper fare è dare la caccia a Bin Laden, con risultati (per i primi nove anni) piuttosto frustranti. In un qualche modo, comunque, i compagni la rispettano e i superiori la temono, e lei va dritta per la sua strada finché la Storia non le dà ragione. Quella che vuole raccontarci la Bigelow, per sua stessa ammissione, è la success story di una persona che non tradisce la sua fede. "Tutti noi come esseri umani possiamo identificarci con il credere in qualcosa - crederci così tanto che non rimane nient'altro nella nostra vita" (tutti? Sul serio?) La narrazione americana procede per success stories: anche la biografia complessa di Lincoln deve essere bignamizzata da Spielberg in un singolo episodio in cui lui deve avere ragione e tutti gli altri torto, a onta di tante altre situazioni in cui gli altri acceleravano e lui frenava, e del chiaroscuro degli eventi precedenti e successivi. Alla fine della fiera Zero racconta la stessa storia dei film di ballerini da talent: devi credere fortissimo nel tuo successo finché si autoavvera; tutti i falliti che ti scorrono attorno non ci hanno creduto abbastanza forte.

Per una Maya testarda che cerca Bin Laden e alla fine incoccia nella pista giusta, chissà quanti agenti hanno continuato a brancolare per dieci anni nel buio, leggendo e rileggendo verbali di interrogatori tradotti alla carlona, bevendo caffè e mangiando ciambelle a spese del contribuente senza cavarci un ragno dal buco - ma la Bigelow ci mostra solo Maya, quell'una su mille che ce l'ha fatta. E ci mostra il mondo con gli occhi di Maya: un luogo pieno di maschi lenti che non vogliono convincersi che Maya ha ragione. Neanche quando un superiore glielo dice chiaro e tondo: Bin Laden è morto, o comunque chissenefrega di Bin Laden, il terrorismo è ovunque, le cellule si scambiano informazioni via internet... Maya non capisce, non può. Nemmeno per un istante l'attraversa il dubbio di essere una semplice pedina: trova intollerabile che una volta rintracciato il compound i dirigenti esitino a fiocinare la Balena. L'unica spiegazione che riesce a darsi (ed è l'unica che ci offre la Bigelow) e che vogliano essere assolutamente sicuri che quello sia proprio Bin Laden e non, poniamo, un trafficante di droga: sono rimasti traumatizzati dalla figuraccia di Colin Powell che mostrava delle foto di camion alle Nazioni Unite spergiurando di aver trovato le Armi di Distruzione di Massa in Iraq. Nemmeno il dubbio che ai piani alti non preferissero tenersi un Bin Laden anziano, stanco, tracciato, piuttosto di farlo fuori a rischio di scatenare rappresaglie e una prevedibile gara tra i successori per conquistarsi sul campo la carica di "Numero uno di Al Qaida". Nemmeno il sospetto che l'ordine finale non sia dovuto all'esasperazione di un direttore che non ne può più di vedersi Maya tutte le mattine che tiene il conto dei giorni col pennarello, ma a un presidente che magari comincia a pensare alla campagna per la rielezione. Niente. Un pezzo grosso saudita offre un'informazione fondamentale? Sarà senz'altro perché gli hanno offerto una Lamborghini, i sauditi sono tutti bambinoni viziati. Così almeno le fonti governative devono averla raccontata alla Bigelow, ma potrebbe anche essere andata diversamente: qualche pezzo grosso saudita potrebbe aver deciso che era il momento politico adatto per mollare l'osso, e la Lamborghini potrebbe essere stato un semplice lubrificante di una trattativa più complessa. Non è che ci voglia molto per farsi venire il dubbio, ma la Bigelow non sembra nutrirne, né ha l'aria di credere che ne debbano nutrire i suoi spettatori.

Solo in un fotogramma l'arcigna Maya si scioglie in un sorriso: quando un soldato, in attimo di relax alla vigilia della battaglia, ammette con un commilitone di essere convinto che Bin Laden c'è, soltanto perché ci crede lei, Maya, e in Maya lui confida. Lì tutto il femminismo della Bigelow si stacca come una concrezione calcarea, e sotto riusciamo a vedere ancora la fanciulla medievale che gode nel vedere il cavaliere pronto a morire per lei. Perlomeno io l'ho vista, ma forse è solo un problema mio eccetera.

Zero Dark Thirty è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 21). Buona visione.
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Striscia, il futuro

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La verità è che siamo pigri. Non è nemmeno colpa nostra. Siamo cresciuti in un mondo in espansione, tutto stava andando per il meglio e nessuno sentiva l'esigenza di frustarci se sbagliavamo le coniugazioni. L'importante era essere felici, trovare la nostra strada, la nostra creatività, e poi c'era posto per tutti e saremmo tutti diventati artisti scienziati ballerini in tv. Così siamo cresciuti effettivamente molto espansivi e pieni di idee, di intuizioni e altre cazzatine, ma come dire, ci manca un po' il mordente.

Anche quando arrivò la globalizzazione, i nostri genitori non si spaventarono più di tanto, all'inizio la consideravano soprattutto come una globalizzazione di manovali colf badanti e puttane, tutti mestieri che intendevano evitare ai figli, e tanto meglio se il prezzo di quel tipo di prestazioni crollava. Che dall'altra parte del mondo ci fosse gente disposta a sanguinare nelle fabbriche e sui libri per fotterci la competitività; che dall'altra parte del mondo ci fosse un altro mondo intero più giovane e disposto a tutto; che nel 2012 persino gli operatori dei call center cominciassero a tradire un accento bengalese: questo proprio non lo potevano immaginare, e invece.

Ora vallo a spiegare alla Seconda Erre, che se non imparano sul serio gli irregolari della seconda coniugazione, da qualche parte del delta del Gange c'è un tizio in uno scantinato che li sta studiando meglio di loro, e che tra dieci anni gli fregherà il telelavoro. È un discorso che non capiscono, anche perché per farglielo è inevitabile usare qualche irregolare della seconda coniugazione. Sono piccoli, non pensano al futuro, o meglio ci pensano perché fanno tanti disegnini, sono tutti piccoli Matt Groening che a scuola disegnava solo coniglietti e poi ha inventato i Simpson ed è diventato ricco e questo è un grosso argomento contro il divieto di fare disegnini in classe. Quanto a reintrodurre il frustino, il consiglio d'istituto non capirebbe. Quindi che si fa.

Una volta si facevano le guerre, più o meno una generazione sì una no aveva la sua bella guerra, bella per modo di dire, in realtà quasi sempre orrenda: una generazione la faceva, quella successiva se la faceva raccontare, e per quaranta cinquant'anni avevi risolto un po' di problemi occupazionali, formativi, per tacere delle enormi opportunità industriali e urbanistiche. Non è mica un deficiente l'essere umano, parlo in generale: se ha sempre fatto delle guerre si vede che ci si trovava bene. Meglio che i lemming con quella storia delle estinzioni di massa, che tra parentesi è una leggenda urbana. Ma a un certo punto questa cosa di fare guerre sempre più tecnologicamente avanzate ci è un po' scappata di mano, sono state scoperte reazioni a catena che potrebbero estinguere la specie, così adesso almeno in Europa non si può più, e te ne accorgi dalla gioventù che dopo sessant'anni ti ritrovi tra i piedi. Per carità quasi tutti simpatici, e poi che bei denti, e che guance paffute, quanti progressi nell'alimentazione e nell'igiene. Soltanto un po', come dire, smidollati. Ma non è mica colpa nostra. Cosa ne sapevamo.

Tutto questo per dire che se siete venuti qua cercando un un pezzo che stigmatizzasse gli scontri nelle manifestazioni, le guerriglie più o meno giovanili, ormai rituali, sganciate da qualsiasi percorso di causa-effetto... ripassate magari tra qualche anno, non sono ancora così rincoglionito (anche se prometto bene). Mi dispiace certo che vada a finire sempre così, ma questo istinto a giocare alla guerra lo capisco. È evidente che in Italia - ma in Europa in generale - è sfruttato ancora male, canalizzato in eventi calcistici o sindacali che in fondo non c'entrano nulla. Altrove hanno capito come fare, altrove sono stati più furbi. Forse è genetica, ma secondo me è soprattutto necessità.

E allora forse dovremmo smetterla di chiedere la pace in Medio Oriente come se noi avessimo qualcosa da insegnare al Medio Oriente - quando forse a questo punto è il contrario: è il Medio Oriente che ci mostra la via, è il litigioso Medio Oriente il futuro dell'Europa e magari, dai, del mondo. Forse nel futuro avremo tutti diritto a una nostra Striscia di Gaza a quaranta-cinquanta km dalle nostre case: un recinto pieno di uomini cattivi che ci tirano i razzi e ci distruggono pollai o asili nido. Lo si alleva con molta attenzione, isolandolo il più possibile da qualsiasi contatto con la realtà, e poi ogni quattro anni si organizza una guerra, ma mica una cosa tragica stile Novecento, una cosa molto più tranquilla, una spedizione punitiva, si va nel pollaio e si rompono le uova, e arrivederci al prossimo bisestile: olimpiadi, elezioni americane, bombardamento nella striscia. Tenersi una Striscia sotto casa presenta tutta una serie di vantaggi da non sottovalutare: certo, sporca un po', ma è relativamente piccola, e soprattutto, per quanto sia cattiva, alla fine vinci sempre tu (vincere è importante). E ai giovani altro che SCO, ai giovani puoi far fare il servizio militare come ai vecchi tempi, e vedrai che anche la scuola la prenderanno meno sottogamba, coi cattivoni alle porte di casa. Studiate ragazzi, e studiate cose utili, e studiatele sul serio. Non vorrete mica diventare la Striscia di qualcun altro?
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Scherzando col Magog sbagliato

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10 aprile - Sant'Ezechiele, profeta (620-550 aC circa).

[Il prezzo si legge intero e ampliato qui] Si parlava di Maya. A me non fanno nessuna impressione. Invece, sapete cos'è che mi dà qualche brivido? Il profeta Ezechiele. C'è poco da scherzare. Stiamo parlando di uno degli scrittori più influenti della storia. Ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni lo venerano come uomo di Dio; persino gli ufologi lo apprezzano molto per quella pagina in cui si ritrova al cospetto della gloria divina su una specie di carro alato che è la cosa più simile a un'astronave aliena che sia possibile trovare nella Bibbia; non solo, ma persino il processo di pace in Medio Oriente (e quindi nel mondo intero) dipende non in minima parte dall'interpretazione di alcuni suoi versetti oscuri - non sto scherzando, e non è il solito complotto rettiliano, è tutto alla luce del sole purtroppo.

È curioso, ma non del tutto inappropriato, che a tanta fama Ezechiele sia arrivato senza essere un grande scrittore: lo schiaccia soprattutto il confronto con gli altri due profeti maggiori della Bibbia, Isaia e Geremia, che lo precedono nel canone biblico. A Ezechiele manca l'afflato lirico del primo, e il pathos rancoroso del secondo; ma forse è proprio per compensare le sue carenze stilistiche che è costretto lavorare con gli effetti speciali, inventando un nuovo stile visionario e teatrale a base di mostri, oggetti volanti, battaglie titaniche, morti che risuscitano... già qualche esegeta ebreo storceva il naso, considerandolo un contadino al cospetto del nobile Isaia, eppure le sue allucinazioni avranno un enorme successo. Postumo, ovviamente, perché i grandi profeti biblici in vita sono quasi sempre inascoltati e sbeffeggiati. Nemmeno l'aver azzeccato la caduta di Gerusalemme e la deportazione nella Babilonia di Nabucodonosor II gli guadagnerà la stima dei contemporanei. Con Ezechiele però comincia la letteratura apocalittica, quella che descrive un futuro imminente o remoto a base di visioni allegoriche e oscure. Alle sue macchine volanti e alle sue battaglie finali si ispireranno gli autori del Libro di Daniele e dell'Apocalisse di San Giovanni. Ma il contributo di Ezechiele alla storia del mondo non si conclude certo lì.

Siamo nei primi mesi del 2003. L'invasione angloamericana dell'Iraq è ormai data per certa: si tratta soltanto di definire i dettagli, capire chi abbia voglia di dare una mano (Berlusconi, in quel momento, pochissima). Jacques Chirac è all'Eliseo che sbriga le sue faccende quando gli passano il telefono più importante che hanno, non so se all'Eliseo ci siano i telefoni colorati come una volta alla Casa Bianca, ma è un dettaglio che ci possiamo anche inventare e non farà sembrare la storia meno verosimile. Insomma, dall'altra parte del filo c'è George W. Bush. Chirac quando prende in mano la cornetta si immagina già cosa il tizio più potente del mondo vorrebbe da lui: l'appoggio francese alla Coalizione dei Volenterosi. E tuttavia Bush riesce ugualmente a sorprenderlo. Le Président non riesce a capire di cosa stia parlando: non è un problema linguistico, c'è senz'altro un interprete in mezzo, ma i ragionamenti di Bush sono talmente sconnessi che farfuglia anche l'interprete. Ci sono due tizi, Gog e Magog, operativi in Medio Oriente... una profezia biblica si sta per compiere e una nuova era sta per giungere, et toute cette sorte de conneries. Chirac si mantiene sul vago, le faremo sapere, e poi chiama il suo staff: si può sapere chi sono questi Gog e Magog, e perché io non ne sapevo niente? Che figure mi fate fare in società? (Continua sul Post...)
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Chamberlain a chi?

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Guerra è Pace

È rimasto da anni appicicato in un angolino della mia memoria virtuale un foglietto, un post-it sgualcito, “ricordati di parlare di Disegni e Caviglia, di quanto gli hai voluto bene, di quanto sono stati importanti per la tua, boh, chiamiamola arte”. È vero, maledizione, non ne ho mai avuto una sola parola di lode per Disegni, e stanotte ne parlerò persino male. Eppure gli devo tanto: spesso se chiudo gli occhi e penso alle cose che scrivo, mi sembra di vedere i pupazzetti di Disegni, ed è un grosso complimento che faccio a me stesso.

Una volta chiesero a Charles M. Schulz se da bambino aveva mai usato il suo talento per disegnare caricature, e mi pare che lui rispose in un modo scandalizzato, che non ne sarebbe stato capace, che la sola idea di usare il disegno per prendere in giro un compagno o una maestra lo riempiva di sdegno; e parliamo della persona che ha fatto sorridere milioni di persone coi suoi disegnini. Ma non ha mai fatto una caricatura. Chiamiamola integrità artistica, o purezza di cuore, è quella cosa che lo ha fatto amare a milioni di persone in tutto il mondo: Schulz disegnava bambini buffi ma non li prendeva in giro, li amava, li rispettava, li trovava profondi e importanti. Ecco, Disegni qualche caricatura l'ha fatta, ma in generale mi piace pensare a lui come a un piccolo maestro del verbo di Schulz, uno che non ti mostra un pupazzetto col naso grosso per farti ridere del naso grosso; ti mostra un pupazzetto fatto più o meno come te e ti dice Guarda, questo è Craxi, o Andreotti, o Berlusconi: ma potresti anche essere tu. Lo avevi notato? Che c'è un po' di te in Berlusconi e viceversa? Un minimo comune d'umanità? Ecco, questo è l'unico tipo di satira che mi interessa fare. Ma è ancora satira?

La domanda diventa improvvisamente attuale nella settimana in cui Stefano Disegni s'impadronisce della direzione del supplemento satirico del Fatto, in circostanze burrascose che non ci tengo ad approfondire, dando fuori nel frattempo una paio di tavole che definire 'controverse' è un eufemismo. La seconda è un vero manifesto: Disegni vuole dar fastidio ai lettori conformisti, che abbondano dappertutto, e quindi anche al Fatto. Bisogna quanto meno concedergli che ci sta riuscendo. Ma è ancora satira? Eh, bisognerebbe prima intendersi su cosa la satira sia. Prego, accomodatevi, se ne parla da sempre, in fatto di metareferenzialità gli autori di satira danno ancora tantissimi punti ai blogger: ognuno sembra avere la sua idea ben precisa di cosa la satira sia e non sia, di cosa debba e non debba fare, e dove passino i nettissimi confini tra satira e sfottò becero, tra satira e raccontino didascalico, tra satira e propaganda. Un'idea ce l'ho anch'io, ovviamente, ed è molto meditata, ma vi risparmierò la meditazione e salterò alle brutali conclusioni: per me non c'è nessuna differenza sostanziale tra la satira, sfottò, propaganda, raccontino a tema. Sono nomi diversi con cui chiamiamo lo stesso animale: zanne, coda, orecchie, zampe. Un autore di satira è sostanzialmente un propagandista. Anche quando come Disegni non indulge nella caricatura, è pur sempre un artista che semplifica la complessità del reale per difendere il suo sistema di credenze, quello che una volta si chiamava ideologia. Questa idea dell'autore satirico che ride di tutto e di tutti, ecco, per me è un mito: non è che se ogni dieci battutacce su Berlusconi ne infili tre su Bersani diventi imparziale, non è così che funziona.

Il fatto è che io sono di quelli che non credono all'autonomia dell'Arte con la A maiuscola, figurati se credo all'autonomia dell'arte di scrivere disegnini buffi sugli inserti dei giornali. Quindi non ci trovo nulla di strano nel fatto che Disegni stia diventando didascalico: è sempre piuttosto didascalico, e mi è sempre piaciuto così (anch'io scrivo storielle didascaliche, e ho imparato da lui). Se non mi piace più è semplicemente perché abbiamo maturato idee diverse, divergenze ideologiche. Se ne potrebbe discutere – ma quando si fa satira non si discute: si difendono le proprie credenze, si semplificano le idee degli avversari, si fabbricano pupazzi di paglia. Non c'è niente di male, eh, finché restano pupazzetti negli inserti satirici: il problema è che dilagano.

Vedi la prima tavola, quella su Asor Rosa. Per difendere la sua tesi (l'anziano professore appartiene a un ceto intellettuale che ha perso il contatto con la realtà) Disegni non disdegna il repertorio frusto del gauchiste-caviar: il casale in Toscana, il paté, eccetera. Asor Rosa viene cannoneggiato dalla posizione arretrata del cosiddetto 'buon senso', per cui non puoi chiedere ai carabinieri di chiudere il parlamento. E probabilmente no, non puoi, specie se sei un professore che scrive sul Manifesto; quantomeno è difficile che i carabinieri ti diano retta. Questo sarebbe il buon senso. Ok. Il vantaggio dell'autore satirico è che il più delle volte deve semplicemente distruggere le affermazioni altrui. Ma sul finale Disegni si lascia scappare un'affermazione vagamente propositiva: e se provassimo a vincere le elezioni? Ecco: pensare di “vincere le elezioni” è ancora buon senso? Sì, perché le avremmo vinte con Prodi... ma appunto: le abbiamo già vinte (o perlomeno pareggiate): è cambiato qualcosa? Potrà mai cambiare davvero qualcosa, finché a Berlusconi e ai suoi non si sottraggono le leve della produzione del consenso, finché gli si lascia tutta intera Mediaset e qualche bel pezzo di Rai? Il guaio del buon senso: ognuno ha il suo. Il mio mi suggerisce che un'azienda di produzione del consenso, monopolista di fatto, non si arrenderà senza combattere: che sfidarla in questa situazione equivale ad andare a combattere le corazzate con la cavalleria leggera: una cosa molto nobile e rapida (ma non indolore). E a quel punto mi ritrovo molto più vicino ad Asor Rosa che a Disegni, pensa te gli scherzi che ti combina il buon senso.

Però fin qui forse non valeva nemmeno la pena di parlarne, infatti stavo quasi per cancellare il file. Poi ho letto un'altra tavola di Disegni. E mi sono ritrovato di nuovo nel 2002, quando sui blog bastava manifestare qualche sano dubbio sulle guerre di Bush per ritrovarsi accusato di voler rinfocolare lo Spirito di Monaco, regalando a Hitler la Boemia e anche un bel pezzo di Moravia e di Slovacchia. Eh? No, sul serio, giuro, per qualche mese ogni conversazione sulla in Afganistan, sull'11/9, su Al Qaeda, su Saddam Hussein doveva per forza passare per la Conferenza del 1938 (appena prima di finire, ovviamente, in vacca). Soltanto che nel 2002/3 quelli che ti circondavano e ti davano del Neville Chamberlain (Eh?) erano dei perfetti sconosciuti, oscuri correttori di bozze di house organ di centrodestra, tutti diventati improvvisamente titolari di blog con le bandiere a stelle e strisce e le vignette sugliimbelli pacifinti. Nel 2011 lo stesso paragone te lo fa Stefano Disegni, sull'inserto del Fatto Quotidiano.

Sulla Libia non ero contrario in linea di principio a un intervento, purché avesse modalità e finalità chiare, che fin qui non si son viste. Ma ne faccio una questione formale, a questo punto: non puoi tirare fuori i nazisti, tutte le volte che non sei d'accordo con un pacifista. Non puoi ogni volta mettergli davanti al naso Hitler, come se il nemico di turno fosse sempre e solo Hitler. Cioè, per carità, puoi, in fin dei conti è propaganda. Ma c'è propaganda e propaganda: quella che tira fuori Hitler ogni due per tre è pessima, per la legge di Godwin è il segno che gli argomenti a tua disposizione sono esauriti, e per l'assioma del pastorello-che-chiamava-al-lupo affermo che dovesse un giorno ritornare Adolf Hitler in carne e ossa, dovesse reincarnarsi in un clone o tornare dal Brasile o da Marte su un disco volante, deciso a rifondare quanto prima il Quarto Reich e a completare i massacri lasciati a metà, ebbene probabilmente non ci faremo più caso, tanto siamo abituati a sentire Bin Laden paragonato a Hitler, Saddam Hussein il nuovo Hitler, anche Arafat quando lo tenevano sequestrato nel suo palazzo a Ramallah e giocavano a sforacchiarglielo con le granate, anche lui in quel periodo era il nuovo Hitler; adesso invece è Ahmadinejad il nuovo Hitler, salvo quando si parla di Libia e allora il nuovo Hitler è Gheddafi, e chi non lo bombarda è Neville Chamberlain. Sempre. E comunque. Questo è il Fatto del 2011, ma era anche il Foglio del 2003: hai dei dubbi su qualsiasi guerra? Sei un complice dei nazisti. E anche questo modo di usare i bimbi ebrei, sei pacifista? Da qualche parte qualcuno grazie a te sta ammazzando un bambino ebreo, ecco, io la chiamerei speculazione sulla Shoah, se non fosse che anche il solo pensarlo probabilmente mi fa incorrere nell'odioso psicoreato di antisemitismo, e insomma, io ci tengo al mio lavoro, per cui clicco via e ripenso ai miei diciottanni, allo scrondo su Tuttirutti, a quella volta che a Lupo Solitario due ragazzi strani raccontavano la storia di Canna Bianca, che era un cane tipo Zanna Bianca ma che invece di salvare i bambini in pericolo si faceva le canne, una cosa cretina veramente e io mi misi a ridere, e non la smettevo, in effetti non ho più smesso da allora, c'è una parte di me che ci pensa e ride ancora, chissà cosa ne pensa della conferenza di Monaco, aspetta che chiedo. Ehi, Canna Bianca, sono venuti a prendermi i cattivi nazisti, corri nella bufera a chiedere aiuto, vai a grattare con le zampette sul portone di casa Churchill finché non ti aprono... ehi... Canna Bianca...
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Andate avanti voi

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Gli Dei dell'Alba

- Gli dei dell'Odissea sono una famiglia allargata di entità litigiose e scostanti, non proprio onnipotenti ma comunque piuttosto potenti, che questo potere lo usano un po' come gli viene, tifando ora per questo ora per quel mortale: sicché anche il destino di Odisseo è tirato un po' di qua un po' di là finché Zeus Atena e Poseidone non si stancano del giocattolo.

Gli dei di Odissey Dawn, migliaia di anni più tardi, continuano a rifarsi ai modelli classici. Hanno folgori più veloci del suono, ordigni invisibili e micidiali, però non è che abbiano le idee molto chiare su cosa colpire e perché. Arrivano sempre in ritardo, quando i guai sono stati commessi e i mortali che li invocavano già da qualche giorno morti; quando infine colpiscono, colpiscono comunque in fretta e male, senza obbedire a un disegno preciso, a un coordinamento. Si capisce a questo punto la fretta di Gheddafi nei giorni scorsi: si trattava di spicciarsi a far deserto prima che i lamenti dei ribelli disturbassero troppo le orecchie degli dei. Stava per farcela, ma poi l'Oracolo internazionale, che si chiama ONU, ha rilasciato una delle sue enigmatiche Risoluzioni, in cui chiedeva di salvare i civili in qualsiasi maniera. Anche bombardandoli a tappeto? In qualsiasi maniera: quindi pronti, partenza, via. Chi comanda? Non si sa. Alla fine probabilmente sarà Zeus Obama, per via che possiede più folgori e più possenti; ma finché esita, è una gara a chi fa più casino. È anche lo stato dell'arte del diritto internazionale: una cosa che a 66 anni dalla nascita dell'ONU, a venti dalla prima guerra del Golfo, a dieci dall'intervento in Afganistan, continua a non assomigliare a niente di sensato. Semplicemente, gli Oracoli di New York o di Ginevra rilasciano risoluzioni e poi chiunque abbia degli aeroplani da quelle parti può iniziare a bombardare. Stavolta è stato Sarkozy, e gli altri a ruota. C'è evidentemente qualcosa che non va, ma cosa?

Potrebbe essere l'Europa. Non esiste. È un'espressione geografica. Lo abbiamo sempre saputo, ma fa comunque male constatarlo, perché noi europei invece esistiamo. E senza essere antiamericani per principio, ma avendo sofferto il protagonismo USA in Medio Oriente che ci ha esposto agli attentati dei terroristi islamici, per una volta tanto che lo Zeus a stelle e strisce era riluttante a prendere il comando delle operazioni, avremmo potuto dimostrare che sappiamo prenderci cura del nostro cortile (perché la Libia in fondo è questo: una tirannide affacciata sul nostro cortile). Avete sentito parlare qualche rappresentante di quella cosa che eleggiamo ogni cinque anni e si chiama Parlamento Europeo? Avete sentito una dichiarazione di Javier Solana [update: Solana non è più Mister Pesc, lo è soltanto sul sito della Treccani, è l'ultima volta che uso la Treccani].

Quanto all'Italia, siamo onesti. È una piccola nazione sempre in mezzo ai guai, cronicamente assetata di gas e petrolio, a cui si poteva giusto chiedere qualche baciamano in meno, prima, e meno capricci sui profughi, adesso. Non siamo onnipotenti e lo sappiamo da generazioni: per questo i nostri padri saggiamente scelsero di cedere parte della nostra sovranità a quegli organismi sovranazionali che, in teoria, dovrebbero saper guardare un po' più in là. Non dovremmo essere messi nella condizione di trattare paci separate con questo o quel tiranno, però è successo: è solo colpa nostra? Del resto, nessuno sembra volercelo rimproverare, per il solito motivo che gli dei hanno bisogno delle nostre basi. Noi però vorremmo più chiarezza e chiediamo che l'operazione passi sotto il controllo Nato, insomma, o arriva subito zeus Obama o non se ne fa più niente. È penoso doversi dire d'accordo con Frattini, ma sembra una richiesta ragionevole. Almeno la Nato si sa cos'è: l'alleanza militare di cui ci onoriamo di essere, da sessanta e più anni, i generosi albergatori. E ci ritroviamo così, atlantici per inerzia, filoamericani per paura d'essere europei.

Nel frattempo sui media possiamo passare il tempo con uno dei nostri passatempi preferiti, dalla prima guerra di Libia in poi (giusto un secolo fa): il cancan neutralisti/interventisti. Come se poi il nostro parere contasse qualcosa, come se gli dei ci stessero a sentire. A sinistra ci sbraneremo come al solito, sarà divertente, ma un po' già visto. Più interessante l'atteggiamento della stampa filogovernativa, che a momenti si mette a sventolare la bandiera arcobaleno. Non è del tutto una sorpresa: anche ai tempi feroci del 2003, quando su decine di blog liberali (nati tutti all'improvviso) garriva la bandiera stelle-e-strisce, l'unico organo di stampa genuinamente neocon era il Foglio, e già allora serviva più a punzecchiare i pacifisti che a motivare i berlusconiani. Questi ultimi in fondo non si sono mai scostati molto da quella posizione che storicamente più ci appartiene, almeno dal 1915: se proprio deve essere guerra, occorre attendere finché non sia chiaro che i nostri amici la stanno vincendo; in caso contrario, cambiare amici. Così, mentre a sinistra si discute di massimi sistemi, di diritto internazionale, al limite di dubbi interiori, si gioca a chi l'ha più duro e puro (l'ideale), a destra si ostenta il pragmatismo dei furbacchioni, quelli che la sanno lunga e si mettono in guardia gli uni gli altri contro quel Sarkozy che vuole rubarci il petrolio, dopo la fatica e la saliva spese da Silvio e dalle altre hostess per aspirarlo a Gheddafi. Spicca nel coro dei furboni la voce bassa e greve dei leghisti, sulla nota costante del “no” agli sbarchi: in fondo, in mezzo a tanti strateghi da bar sport, sono quelli che danno l'impressione di maggior concretezza. Per loro non c'è crisi internazionale e umanitaria che non si possa nascondere sotto il tappeto, tutto è subordinato alla quantità di vuccumprà che con la scusa dello status di profughi di guerra potrebbero avvicinarsi alle porte di Varese o Bergamo. Per evitare questa invasione i leghisti sono disposti a mandare un Silvio a sbaciucchiare qualsiasi beduino pianti la tenda in Villa Pamphili: la concretezza dei leghisti è questa cosa qui, l'astuzia del cumenda che si cautela dagli zingari lasciando le chiavi di casa alla badante.


Quanto al Silvio in questione, forse ha ragione Libero a mostrarcelo mentre saluta i liberatori e gli scappa da ridere. Non sa dirci nemmeno se i nostri aerei stiano bombardando o no, non che abbia molta importanza. Notate: di fianco c'è ancora la pubblicità del finto diario del clown precedente, più professionale, ma meno divertente. Anche lui stringeva patti pericolosi con dittatori criminali, ma poi li prendeva sul serio, si prendeva sul serio, e la cosa alla lunga lo rovinò. Silvio invece è il trastullo degli dei: farà qualsiasi cosa per divertivi, e se alla fine sarà costretto a bombardarvi, la cosa comunque gli dispiacerà. Siamo brava gente, noi.
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Forse dovremmo intervenire in Libia

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Datti una mossa, Grande Proletaria

- Può darsi che la mia Patria non sia proprio il mondo intero, può darsi che in un mondo di risorse limitate la mia sopravvivenza implichi la non sopravvivenza di qualcun altro che quindi è un mio nemico. Può darsi che io non mi possa sobbarcare di tutto il dolore e di tutta l'ingiustizia del mondo, perché non sono onnipotente, anzi. Può darsi.

Ma non sono neanche del tutto impotente: per esempio, potrei essere l'Italia: la Libia allora sarebbe uno spiazzo poco lontano da casa mia, dove ai tempi del nonno avevo pure piantato qualche bandierina. Io che da dieci anni mi segno sul calendario di ricordarmi di piangere per l'undici settembre, cosa scriverò sulla mia agendina il ventuno, sul ventidue, sul ventitré febbraio? “Nulla”, come Luigi XVI il 14/7/1789?

Allora, accantoniamo per favore la svenevole polemica su chi abbia più baciato e abbracciato Gheddafi. Lo hanno fatto tutti, da Andreotti a Berlusconi; se quest'ultimo in particolare ci diede la sensazione di aver calato le braghe, non è questo il momento per rimproverargli una mancanza di stile che è cronica. Questo è il momento del disastro, il momento in cui si accantonano le nostre beghe familiari perché là fuori ci sono i nostri vicini, che gridano, e bruciano vivi.

Se fossi l'Italia, sarei una nazione in crisi, che sta stagliuzzando a sangue servizi essenziali (sanità, istruzione, pubblica sicurezza, giustizia), ma continua a non tagliare un settore strategico. La Difesa. Ci spendo tutti gli anni il 2% del PIL, qualcosa come 24mila milioni di euro: sono un sacco di soldi. Ecco, appunto. Dove li sto mettendo? Ora c'è un folle incendiario, uno stragista assassino che sta bombardando un popolo amico alle porte di casa: non dovrei intervenire? Non sono intervenuto per molto meno, in passato? Dove sono le mie navi, i miei jet, i miei uomini? In Asia centrale, a insegnare la democrazia ai sassi. Ma siamo sicuri che sia ancora la priorità?

E l'Unione Europea dov'è? Perché se fossi l'Italia avrei la fastidiosa sensazione di essere trattata un po' come io trattavo la Libia, da parente povero e scemo a cui appaltare un bel campo profughi in riva al mare. Non è il caso di chiamare dal deserto: guardate che qui o si fa il Mediterraneo o si affonda tutti? A chi spetta, se non a noi? Tra dieci anni potremmo avere un Nordafrica civile, democratico, che scambia le sue enormi risorse energetiche in cambio di cibo (e l'Europa dovrebbe averne in sovrappiù); che per costruire infrastrutture assorbe manodopera da Europa e Africa Nera. Oppure potremmo avere la costa settentrionale del Sahel, il porto della disperazione, un'enorme Somalia piagata da lotte tribali o religiose e appaltata a bande di pirati. Democratici di sinistra, cinici di destra, o viceversa; leghisti, nazionalisti, cattolici, lo chiedo a tutti: cosa ci conviene avere, in quello spiazzo poco lontano da casa nostra? Può darsi che le sorti dell'Antartide e di Haiti non dipendano da noi, ma possiamo davvero lasciare che un pazzo massacri i nostri vicini di casa? Scusate, io d'impostazione sarei un pacifista, ma non posso evitare di pormi la questione: se le forze armate non mi servono a intervenire in situazioni di questo genere, per cosa mi servono? E quindi, insomma, per cosa le pago?

Se invece siete di quelli che avevano buoni motivi per la guerra in Afganistan o in Iraq, allora vi prego, moltiplicate quei buoni motivi per cento, per mille. Gheddafi possiede armi di distruzione: Gheddafi le sta usando, ora.

Se poi i libici si libereranno da soli, tanto meglio per loro: ma con che faccia tratteremo coi loro nuovi capi? E se l'assassino invece dovesse vincere, se dovesse trionfare su un deserto di fosse comuni, andremo a stringergli le mani al prossimo summit? Sul serio è ancora realpolitik, ma cosa c'è di realistico nell'idea che un incendio nello spiazzo dietro casa si spenga facendo finta di niente?
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A scuola si sta zitti in generale

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60 secondi di niente

Guardate che se ci riflettete bene, non c'è cosa più assurda di chiedere un minuto di silenzio a scuola.
Ripeto: a scuola. Un minuto di silenzio.
E poi c'è anche chi non lo vuole rispettare, eh, guai! Come faranno? Pattuglieranno le aule per essere sicuri che ci sia un minimo di confusione almeno ogni 50 secondi? Toc, toc.
“Buongiorno Signor Preside”
“Seduti, seduti, ragazzi, passavo solo di qua e... sentivo poca confusione allora mi sono detto: ma non staranno mica osservando un minuto di silenzio, eh?”
“Nooooo, signor Preside, stavamo solo osservando delle diapositive sull'accoppiamento”.
“Ah, vedo, molto belle. D'accordo ragazzi, ma mi raccomando, eh? Un po' più di vita... questo corridoio è un mortorio”.
“VabenesignorPreside”.

Dopo la scuola lo chiederanno in ospedale, o in chiesa, o al cimitero. Insomma, non so se riesco a spiegarmi: c'è qualcosa di assurdo nel celebrare un fatto eccezionale con un gesto (il silenzio) che a scuola dovrebbe essere la norma. Il solo fatto che il Ministro lo proponga dimostra quanto poco creda lei stessa in quella dagherrotipia di scuola che predica, quella con gli studenti in grembiule che scattano sull'attenti. A me non dispiace né il grembiule né l'attenti al prof. Ma se chiedo un minuto di silenzio ai ragazzi, proprio come si fa allo stadio, è come se li autorizzassi a fare altri 59 minuti di stadio.
“Va bene, il minuto di silenzio è finito”.
“Ju ve! Ju ve! Ju Ve!”
“Taci, Nizzoli”.
“Ma prof, l'ha detto lei, è finito il silenzio”.
“È finito il mio. Il tuo prosegue per il resto dell'ora”.
“Non è giusto, anch'io voglio rispettare i morti”.

Non è vero che su Wikipedia ci sia tutto: per esempio, manca una pagina sul minuto di silenzio. Chi lo ha inventato? In che contesto? Di sicuro non era a scuola. Né in chiesa, o in tutte le altre occasioni dove il silenzio sarebbe di default. Per cui davvero, secondo me è tutto cominciato in uno stadio. Sarà stata una partita, o un concertone... magari qui c'è qualcuno che c'era, scrivetelo. Non capita a tutti di assistere alla nascita di un grande rito di massa.
Un rito sostanzialmente laico, tutto in negativo. In sé molto moderno, quelle linee asciutte stile Novecento – semplifichiamo, sfrondiamo, via le orazioni, i predicozzi sulla Patria e il Progresso e tutto questo tipo di menate. Via tutto. Ci teniamo soltanto il raccoglimento interiore. È anche un modo elegante e novecentista per dire che quando ci raccogliamo in noi stessi... non ci troviamo niente: il vuoto, il silenzio, a volte una cattiva coscienza che conta i secondi – e che tra noi non abbiamo niente di profondamente Sacro da dirci: tra chi crede nella Patria e chi crede nel Progresso, o nella Pace, l'unico discorso comune è appunto un discorso senza parole:
“...”
“...”

Se il gesto in sé è moderno, trovarselo travasato a scuola o in chiesa è decisamente post.
Postmoderna è quell'allegra commistione di generi che ti fa applaudire ai funerali (brave bare! Complimenti!), piangere allo stadio, osservare minuti di silenzio in classe. E forse sotto c'è anche un'idea televisiva della scuola: l'avete proprio presa per un palinsesto, che deve rispettare tutti gli anniversari (la Shoah, le foibe...) e silenziarsi a ogni lutto nazionale. È vero: quando in tv c'è silenzio, tutti si voltano. È istintivo pensare che si sia rotto l'apparecchio. Ma la tv è appunto un diffusore di confusione, molti l'accendono semplicemente per sentire un po' di allegro caos. Per questo il silenzio in tv è scandaloso, eversivo. A scuola no, a scuola silenzio e rumore dovrebbero alternarsi armonicamente, e un minuto intero di non rumore non dovrebbe essere percepito come eccezionale.

Il minuto di silenzio è il rito laico più simile a una preghiera. Però non è una preghiera, allo stesso modo in cui una bottiglia vuota non è una bottiglia di Valpolicella. I casi secondo me sono due: o sei religioso (e allora preghi), o non lo sei: e allora non hai veramente motivo di stare zitto a occhi bassi a fissare il pavimento. Autoipnosi? Training autogeno? Uno dice: ne approfitto per pensare. Aaah, ho capito: meditazione. Chissà che pensieroni in sessanta secondi, eh. Ma fosse anche: a che pensi? Ai morti in Afganistan, a quello che hai capito sull'argomento. Rifletti sulle cose che sai, perché sei adulto e qualcosa sull'argomento lo conosci già. Ma la scuola non funziona così. La scuola è appunto il luogo dove si raduna la gente che le cose ancora non le sa: del resto è il suo bello. È un luogo dove basta dire una banalità, non so, tipo: l'Afganistan è il primo produttore di eroina... e loro ti guardano basiti, ma come, non ve l'aveva detto nessuno? No, e chi avrebbe dovuto dircelo, Carlo Pastore? Il Gabibbo? Le verità della vita non ce le può mica passare tutte Fabri Fibra.

A me andrebbe anche bene il minuto di silenzio, purché preceduto da sessanta minuti di spiegazione: dov'è l'Afganistan? Perché siamo andati là?... Sì, lo so, tacere è più elegante. Ma se non hanno idea di cosa sia l'Afganistan, non sarà un minuto diverso da tutti quelli che passano in classe seduti a pensare ai fatti loro, mentre si forgiano un visetto serio di circostanza che li assisterà poi in tutti i momenti noiosi della vita, in tutte quelle occasioni in cui è necessario fingere che ci freghi qualcosa di qualcuno. E forse l'alto senso educativo del minuto di silenzio a scuola è proprio questo.
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Il segno di una resa indelebile

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La democrazia macchia

Ma se ci raccontassero che tanto tempo fa, in un Paese lontano, le tribù per contarsi (e dimostrare di essere più potenti delle altre tribù) costringevano i loro membri, maschi e femmine, a lasciare un'impronta del dito su un brandello di tessuto finissimo, con un un pigmento che rimaneva indelebile sulla pelle per giorni e giorni; e che poi questi brandelli venivano pazientemente raccolti, e contati, e che la tribù che alla fine riusciva a portare più impronte aveva il diritto di spadroneggiare sulle altre per cinque inverni, noi la chiameremmo democrazia?

Il momento in cui ce ne andremo dall'Afganistan – presto, tardi, dipende dalla fibrillazione mediatica di un governo distratto e di un Paese che si ricorda di una guerra solo quando ammazzano i suoi soldati – sarà il momento in cui ci saremo rassegnati a considerare “democrazia” una cosa del genere. Per alcuni andare via sarà come perdere l'onore; io che l'onore non so bene cos'è mi preoccupo piuttosto di perdere il senso di una parola. Siamo in Afganistan per difendere la “democrazia”; la “democrazia” afgana consiste nel mandare contadini analfabeti a macchiarsi le dita con una scheda in cui devono identificare il referente della loro tribù. Il feudalesimo coi plebisciti: questa è la “democrazia” che stiamo difendendo.

Forse il primo esempio compiuto di democrazia postmoderna; nel senso che combina liberamente e creativamente citazioni di civiltà e millenni diversi: il suffragio universale, il colore indelebile, la tribù, il partito, la legge del taglione (nell'Helland se ti trovano col dito sporco te lo mozzano), tutto assieme in un calderone che per gli ottimisti è solo il brodo primordiale, l'inizio di una civiltà; e per i pessimisti è la negazione stessa del concetto di progresso. Per quale motivo al mondo l'Afganistan dovrebbe migliorare? Quando mai è migliorato? E per quale concatenazione di cause la democrazia tribale afgana dovrebbe evolversi in qualcosa di più occidentale? Se fosse invece l'Afganistan il futuro dell'Occidente?

La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia. Con tutto quello che ha di bello: pluralismo, libertà di stampa (che gioia a quei tempi, per i primi fogli usciti a Bagdad o Kabul), e poi via il burqa e tutti in discoteca: tutto facile, tutto immediatamente desiderabile, perché chi è che non ama la democrazia? Bisogna essere fessi.
Chi in quel periodo osava ricordare che la democrazia non è un Monolite piovuto dal cielo, ma il risultato ultimo di un processo storico (alfabetizzazione, industrializzazione, affermazione dei ceti medi, crisi della famiglia patriarcale, emancipazione femminile) veniva bollato come un razzista, quindi un nazista, uno che “è convinto che la democrazia sia solo cosa nostra” mentre invece piace a tutti, un apologeta della superiorità dell'occidente, uno snob, quindi anche un comunista, però un po' filoislamico, e naturalmente antisemita – e qualche etichetta devo averla persa per strada, ma quelle qui sopra me le hanno appiccicate tutte. Erano i giorni in cui si metteva in copertina la foto della ragazza afgana col dito macchiato – che coraggio nel macchiarsi il dito, che fierezza, lei sì che è orgogliosa della sua democrazia, una lezione per tutti noi che tra un'elezione e un'altra perdiamo regolarmente il tesserino.

Nessuno sembrava insospettito dall'immagine di una democrazia che macchia. Una democrazia fondata sull'analfabetismo e sui gruppi tribali. L'idea è che il processo storico si potesse pacificamente invertire: la democrazia doveva favorire l'emancipazione femminile, mettere in crisi la famiglia patriarcale, segnare l'affermazione dei ceti medi, e perché no, provocare l'industrializzazione e l'alfabetizzazione. Così, tutto a rovescio, senza neanche stanziare troppi fondi per le scuole: dategli il diritto di voto e vedrai che si alfabetizzeranno da soli. Il neoconservatore postmoderno è convinto che causa ed effetto siano polarità che si possano invertire a piacimento: Newton scopre la gravità e dà una testata alla mela che si impicca all'albero. Non solo, ma bisogna riformare la termodinamica: tutto non tende più all'entropia, ma alla democrazia. È il destino ultimo: tutte le nazioni diventeranno democrazie, è autoevidente. Non vedi come scalpitano tutti per ribellarsi ai tiranni? La rivoluzione arancione, la rivoluzione zafferano, la rivoluzione dei cedri, tutto un arcobaleno di rivoluzioni che ci porta direttamente verso l'Organizzazione Mondiale delle Democrazie (niente a che vedere con quel consesso di dittatori che era l'Onu).

Ah, e nel frattempo avevano anche la faccia tosta di parlare di fine delle ideologie. Io a dire il vero una sbornia ideologica così pesante non la ricordo: al confronto i famosi sessantottini avevano qualche piede piantato per terra. È di questa sbornia che stiamo ancora pagando i postumi.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, sarà il giorno che ci sveglieremo in un mondo più cattivo: senza destino, senza sacre missioni, senza progresso. Parola un po' abusata, anche da me: forse non c'è nessuna direzione verso cui tendere, forse progredire significa semplicemente adattarsi all'ambiente. Il tirannosauro era già perfettamente progredito, dal suo punto di vista; poi è cambiato l'ambiente. L'Afganistan è una gola tra il Karakorum e deserto, e ci cresce bene l'oppio; forse il tribalismo non è un retaggio del passato, ma il sistema di governo più adatto all'ambiente. E non è neanche vero che non progredisce: smette le lance e passa ai razzi terra-aria, sostituisce i messi coi telefoni cellulari, e si trasforma nella versione più evoluta di sé stesso: la narcomafia.

Il giorno che ce ne andremo da Kabul, temo, ci porteremo un po' di Kabul con noi. Sarà la fine di un'ideologia sbrigativa e facilona, roba da fighetti americani decisamente, ma comunque ultima incarnazione di un'idea lunga tre secoli: il progresso. Torneremo con l'idea che in certi casi il medioevo è inevitabile, che bisogna venirci a patti; e se si fa a Kabul, perché no a Scampia.

Il giorno che ce ne andremo – ma perché ci siamo andati, poi? D'accordo, ci sentivamo responsabili, ma eravamo già una piccola nazione in crisi d'identità. Questa idea di andare in capo al mondo a fare i missionari armati – ma davvero siamo così bravi? Quanto ci costa ammettere che il mondo non poggia sulle nostre spalle?
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Certi Hussein sono più uguali di altri

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Trova l'errore

“Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”.

Questo lo ha detto Barack Obama, quest'estate. E in quel momento era uguale a tutti noi. Chi non farebbe qualsiasi cosa per salvare le figlie.

Ma poi ha aggiunto: “...e mi aspetto che Israele faccia la stessa cosa”, perché era a Sderot, Israele, dove arrivano i razzi di Hamas che non precipitano prima sui palestinesi stessi: e aveva un elettorato ebraico da conquistare in casa, oltre a quel fastidioso secondo nome, Hussein, da far dimenticare; per cui è comprensibile, perfino perdonabile, che Obama abbia detto così.

E tuttavia in quel momento ha smesso di essere tutti noi, per concentrarsi su alcuni: gli israeliani. Con tutti i loro meriti e le loro colpe su cui non voglio annoiarvi stasera. Stasera vorrei solo riproporvi la stessa bellissima frase da un'angolazione appena diversa. Sentite:

“Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”

Fin qui è uguale, e sacrosanto. Ma adesso provo ad aggiungere:

“...e mi aspetto che i palestinesi facciano la stessa cosa”.

Incredibile, no? La stessa frase: se leggi “Israele” ti votano Uomo più Potente del Mondo; se leggi “i palestinesi”, rischi una denuncia per apologia di terrorismo.

Mettiti nei panni di un palestinese qualsiasi, della stessa età di Obama, con due figlie come lui. Possiamo anche dargli lo stesso nome, Hussein. E quindi, Hussein, se qualcuno tirasse razzi alle tue bambine, tu avresti il diritto di fare qualsiasi cosa? Evidentemente no.

In effetti, c'è ben poco che potresti fare: la striscia di Gaza è una trappola di 50 chilometri per otto, chiusa su tre lati da Israele e dall'Egitto sul quarto, con la più alta densità di popolazione al mondo. Se uno Stato potente pianifica di bombardarti (Barak ha ammesso che il piano del bombardamento è di sei mesi fa), in modo massiccio, nell'ora in cui le tue figlie escono da scuola, tu cosa puoi fare? Hussein Obama farebbe qualsiasi cosa, ma tu, Hussein Qualunque?

Tu te la dovresti prendere con Hamas, certo, che ha contribuito a fare della Striscia di Gaza il recinto dei polli dei politici israeliani: quelli che in campagna elettorale vengono poi a mostrare quanto son bravi a tirarvi il collo. Ecco, sì, da occidentale abbastanza informato mi sento di dirtelo: dovresti prenderla con Hamas, Hussein.
Ma tu non mi puoi mica sentire, non ci sono giornali né luce né telefono; tutte cose che forse ti renderebbero più facile informarti e capire il gioco che Hamas e israeliani fanno con la tua pelle; e anche ammesso che tu l'abbia capito ugualmente, forse la guerra civile contro Hamas l'hai già combattuta e persa l'anno scorso, perché eri dell'Olp; e in ogni caso prendertela contro chi governa la tua disperazione servirà in qualche modo a mantenere più sicure le tue figlie? No, al contrario. E allora? Hussein Obama farebbe qualsiasi cosa, ma tu?

Tu non ne hai diritto. Gli israeliani possono buttare bombe nel recinto e ammazzarne altri trecento, tanto siete più di un milione: questo probabilmente rientra ancora nel “qualsiasi cosa” previsto da Obama. E tu?
Tu corri verso casa a perdifiato perché ti hanno detto che la scuola è andata a fuoco; sul portone ti inginocchi e ringrazi il Dio misericordioso, perché le hai sentite da dentro, sono salve anche stavolta: ed entrando la preghiera appena mandata giù ti si blocca nello stomaco, perché le sorprendi in camera mentre si stanno provando una pettorina, di quelle che hai visto altre cento volte, quelle da riempire di esplosivi.

E non farci la predica, papà Hussein. Se dobbiamo morire, almeno sia per difenderti. Lo sai che per te faremmo qualsiasi cosa.

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Dal divano occidentale

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Tre proposte

Ma a questo punto, insomma, uno cosa deve fare?
Preso atto che la Russia di Putin può rosicchiarsi e annettersi pezzi di Georgia a suon di bombe, e tutto quello che otterrà dall'opinione pubblica occidentale sarà un sommesso mormorio; preso atto che il Diritto internazionale è la legge del più forte addobbata con qualche nastrino; che la democrazia non è necessariamente un destino; preso atto di tutto ciò, come dovrebbe comportarsi, mettiamo, un pacifista cresciuto tra Ottanta e Novanta, per salvare giusto la propria dignità?

Per adesso mi sono venute in mente solo tre opzioni, vedete voi se ne avete di migliori.

1. La prima opzione potremmo chiamarla Realpolitik, ma sarebbe ancora un nome troppo gentile. È il riflesso che scatta quando dopo un paio di giorni di georgiani massacrati sui giornali, la tv finalmente inquadra la faccia di Bush II, con l'aria contrita di uno che è tornato prima dalle vacanze a causa di un'Abcazia che ancora non ha capito cosa sia, forse una malattia della milza. A quel punto dalla tua poltrona d'occidente realizzi una cosa terribile, e cioè che se dobbiamo proprio tornare in Guerra Fredda (e ci stiamo tornando) tu non avresti dubbi a scegliere tra il minchione texano e Putin. Cioè, vogliamo mettere? Il primo è un incapace che si è trovato nell'eredità di famiglia l'esecutivo di una Superpotenza, un dislessico che si è fatto dettare l'agenda internazionale da una banda di terroristi beduini. Il secondo è il vero uomo che nel cuore putrido dell'impero del male si è fatto strada a colpi di judo, uno che da solo ha rimesso in piedi un impero, altro che alitalia, un impero! In fondo basta così poco, dalla poltrona d'occidente. Disinserisci la funzione “pietà” e di colpo non è più un bombardatore di innocenti, ma un grande protagonista della Storia che sta mettendo sotto il tacco un fastidioso celenterato. Stringi un po' gli occhi. Con le bande nere sopra e sotto sembra fiction, vedi? La scena più divertente è quella della telefonata in cui il Grande Uomo dice a Saakashvili dove può ficcarsi l'appoggio degli occidentali. Come si fa a non ammirarlo, un Malvagio così? Se Machiavelli fosse vivo, non avrebbe dubbi. Sarkozy e Berlusconi, che appunto sono vivi, dubbi non ne hanno. Quest'uomo può gelarci nel giro di due inverni: ci tiene per le palle, ma farsi tenere per le palle da lui è quasi un onore. Non è come il minchione, che per cercare un tizio sepolto sotto il Karakorum ci sta tenendo impegnato un po' di truppe da cinque, dico, cinque anni. Lui arriva, bombarda e si annette l'Ossezia: rapido e doloroso, è un uomo del XXI secolo (ma anche nel XVI o nel IV avrebbe fatto la sua porca figura).
No, questa non è neanche Realpolitik, è qualcosa di molto più profondo. È la fine della Storia come ce la siamo raccontata per più di un secolo, come un percorso verso la libertà dell'individuo, o verso la società degli uguali, in ogni caso come un romanzo a lieto fine a cui mancavano tra l'altro poche pagine. No, probabilmente la Storia futura somiglierà alla passata, un lungo elenco di violenze e prevaricazioni senza fine, dinastie di uomini forti che decadono in figliocci minchioni, finché nuovi barbari arrivano, spodestano e spadroneggiano, ma poi decadono anche loro, una palla tremenda ben nota a chi ha provato a orientarsi tra le dinastie cinesi. Il futuro è questo, niente di nuovo sotto il sole: se per vostra sfortuna siete uomini di ingegno e non di lignaggio, vi conviene spogliarvi di ogni ideologia residuale e mettervi a corte del Principe più cinico che trovate in giro. Più somiglia a Putin, meglio è.

2. Ma se ti spogli di ogni ideologia, sei proprio sicuro che ti resti qualcosa? E se saltasse fuori che l'ideologia non era nei vestiti che indossavi, ma nella tua carne e nel sangue, nella tua dignità di essere umano che non ci sta, per Dio, non è nato per sottomettersi alla legge del più forte? In fin dei conti si potrebbe ricominciare benissimo da qui. Le idee le abbiamo, volendo abbiamo anche gli strumenti. Un tiranno ci taglieggia col gas? Dovremo rinunciare al gas. E appena possibile anche al petrolio, che finanzia il terrorismo. E a tutte le materie prime e alla manodopera sottopagata con cui le nuove tirannidi stanno drogando il nostro stile di vita. Non sarà facile e nemmeno indolore, serviranno sacrifici, ma non li stiamo già facendo? Non ci stiamo già allenando per questo? È da quindici, vent'anni, che ci alleniamo a riconoscere l'oppressione in un pieno di benzina, in un succo di frutta, nel logo di una scarpa – forse la comparsa all'orizzonte di tiranni moderni come Putin e i suoi colleghi cinesi è quello che ci voleva per darci una sveglia, per rispolverare quella vecchia idea di Mondo Libero che a fine secolo scorso trovavamo banale e perfino un po' scontata, e invece no. Si tratta di una sfida titanica, beninteso: non solo contro la Storia, ma anche contro la politica spicciola dei nostri piccoli governanti. Necessiterebbe di uno sforzo emozionale molto alto, per raggiungere la temperatura di fusione necessaria a forgiare un'ideologia nuova, che vista da vicino poi somiglierebbe molto a una religione. Ma probabilmente è proprio una religione quella che ci vuole per convincerci a separare la spazzatura, a spegnere le luci inutili, a sopportare un po' di più il buio e il freddo, e a chiamare tutto questo con un nome che da solo dovrebbe illuminare e scaldare: Libertà...

3....eh? Sì, scusate, mi ero appisolato (sempre qui sulla poltrona d'occidente) e ho fatto un sogno in cui l'Europa restava al buio e diventava una specie di delirio quacchero. Ma a chi la vogliamo raccontare? Se ci staccano la spina noialtri ci mettiamo cinque minuti a cominciare a divorarci a vicenda, sotto i cuscinetti di ciccia siamo belve. E poi, che bisogno c'è di vedere tutto nero. La soluzione è molto più semplice: vedrete che adesso Barack Obama farà un bellissimo discorso, vincerà le elezioni, e la differenza tra il bene e il male diventerà molto più chiara: dico, te l'immagini? Obama contro Putin? Puoi esitare anche soltanto un secondo nel scegliere da che parte stare? Un sorriso da telefilm contro il ghigno dell'agente kgb? La famiglia interrazziale contro lo zar che per compleanno si fa uccidere le giornaliste? E se l'obamania ti sembra una soluzione troppo semplicista, attento: forse sei solo tu a essere troppo complicato. Davvero sei cresciuto tra Ottanta e Novanta? Allora ormai la maggioranza della popolazione mondiale è più giovane di te. Se l'entusiasmo occidentale (più europeo che americano) per l'Uomo Nuovo trasmette una frequenza che non capti più, alla fine è un problema tuo. Ma se ci rifletti bene, Obama incarna tutta quella voglia di sentirsi cittadini del mondo liberi civili e democratici che Bush frustrava. Magari è un abbaglio. Quasi sicuramente lo è. Ma intanto ci farà perdere tempo, due o tre anni, prima della solita delusione. E nel frattempo ci potrebbe anche venire un'idea migliore.
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la classe talebana non piace all'insegnante

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Primavera dei papaveri

Ma è solo Fassino, o stiamo diventando tutti scemi?

Probabilmente il peccato originale è stato chiamarla “missione di pace”. Ma a questo punto dovremmo saperlo tutti che si sparacchia un po’, in Afganistan. Che la vita, insomma, costa poco.

Però, come dire, siamo italiani. Siam convinti che non ci sia argomento abbastanza duro per noi. Parla e parla, e vedrai che ammorbidiamo anche i Talebani. Con un po’ di pazienza, un paio di salotti in tv, due giorni di dibattito, tre giri alla frittata, e vedrete che dopo Sircana e il trans riusciremo a cucinarci anche il Tavolo di Pace in Afganistan. Onorevole Fassino: il Tavolo di Pace in Afganistan? Coi talebani? Ma ha presente la situazione?

Mettiamola così. I talebani stanno a sud, ma anche a est. A nord, guerra tagiko-uzbeka permettendo, ci stanno i talebani. Ah, pare che siano anche a ovest. Insomma, alla nostra alleanza, c’è rimasta solo Kabul e periferia. È un assedio, per così dire. Per di più da un paio di mesi gli americani – che queste cose le studiano – se la stanno menando con la prossima offensiva di Primavera. Può anche essere una scusa per le future irradiazioni di uranio e fosforo, ma per quanto ne sappiamo le cose stanno così: ci hanno circondato e adesso ci attaccano. Come i Sioux a Little Big Horn.

Ma noi siamo più furbi di Custer, perché ci abbiamo Piero Fassino, noi! Che ha deciso che li invita al Tavolo della Pace! "Qualsiasi persona di buonsenso non può che essere d'accordo", ha detto. Eh, beh, certo, controllano due terzi del Paese e stanno per attaccare, vuoi che non accettino la proposta di Piero Fassino? Non sarebbe buonsenso.

E poi ci sono quelli che non sono d’accordo con Fassino, quelli che i talebani, al Tavolo della Pace, non ce li vogliono. Perché sono brutti e sporchi e cattivi, dei veri tagliagole. Eh, beh, certo, se la butti sui diritti umani, effettivamente... Luca Sofri si augura che i sequestratori di Mastrogiacomo siano arrestati. E anche questo, in fondo, è buonsenso. Voglio dire, non fa una grinza, no? Controllano due terzi del Paese? Chiamiamo la polizia che li arresti, così imparano.
Perché, non c'è una polizia, in Afganistan?
Ah, saremmo noi?
Ah.

È due giorni che ne parlano: tavolo-della-pace sì, tavolo-della-pace no. Quanto buonsenso, gente. Nessuno ancora ha provato a chiedersi cosa ne pensino i Talebani. Probabilmente se lo sapessero ghignerebbero alla grande, i Talebani, con quei denti che Mastrogiacomo ha trovato curati e bianchissimi. C’è un piccolo Paese a ovest della Turchia, dove i cani infedeli litigano se invitarci o no a un tavolo! Il 54% vuole e il 51% 41% non vuole. Non fa ridere?

No, non è solo Fassino: 54 + 41 = 95% di italiani un po' confusi. Siamo in armi in Afganistan da 4 anni e non riusciamo ad accettare che laggiù ci sia un nemico. Uno che al tavolo, con noi, non ha mai detto di volersi sedere. Probabilmente pensiamo che ci sia un bottone, da qualche parte. Lo premi e puf! Il nemico non c’è più. È diventato un simpatico signore che ha voglia di sedersi con noi. Che ci abbiamo tanto buonsenso.

***
Vien da dire: meno male che i giovani non vi ascoltano. E invece no. Qualcosa è arrivato anche ai ragazzini.
Stamattina in classe dovevo spiegare cos’è un Soviet. Non è molto difficile: è un’assemblea dove tutti parlano, e chi ha la voce più grossa spesso vince. La rappresentante ne ha approfittato per chiedere cinque minuti di discussione sull’Annuario. Devono decidere se fare la foto in costume. Bello, sì, ma che costume?

Qualcuno propone: personaggi famosi. Onde prevenire una gara a chi somiglia più a Paris Hilton, intervengo col vocione: guardate che Garelli resta Garelli anche se lo vestite da Brèdpitt. No, nemmeno un cartello con su scritto Brèdpritt lo farà sembrare meno Garelli.

“E allora ci vestiamo tutti da Talebani”.
“Non se ne parla nemmeno, no”.
“Ma prof, perchè?”
“Perché? Mi state chiedendo perché?”
“Sì, perchèèè?”

Perché no.
Perché se vi fate una foto conciati da Talebani finite in prima pagina sulla gazzetta, e ci finisco anch’io.
Perché non è uno scherzo, stavolta: c’è una guerra, e ci siamo anche noi.
Io non posso avere opinioni, ma questa non è un'opinione: è un fatto e basta.
Loro sparano ai nostri soldati.
Arrestano i nostri giornalisti e li scambiano coi loro parenti che noi abbiamo fatto prigionieri, perché loro sono i nostri nemici. Come posso spiegarlo più chiaro di così. Nemici.
Si finanziano col papavero, e voi avete studiato cosa si estrae dal papavero. Hanno fatto saltare la borsa mondiale degli oppiacei. Tra due ore sarete a casa e al tg vi diranno che hanno sequestrato un quintale di eroina afgana in Toscana. Un q u i n t a l e.

Ci sparano, ci sequestrano, ci bombardano di droga. Non vogliono fare la pace con noi. Non hanno mai detto di voler fare la pace con noi. Ci hanno circondato e forse in primavera ci attaccano.
“Ma prof, primavera è oggi”.
“Appunto”.
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ci vorrebbe un Nemico

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(Avvertenza: questo pezzo contiene molte informazioni imprecise, perché questo è un pezzo sulle informazioni imprecise. Non ci tiene a dire "la verità" su Iraq o Afganistan: tiene solo a far notare quanto poco sappiamo su Iraq o Afganistan).

Adesso tutti, sull’Afganistan, dovranno farsi un’opinione. Facciamo la guerra? Dialoghiamo coi talebani? Ce ne torniamo a casa e facciam finta di nulla? Ecc ecc.
Il problema è che dell’Afganistan nessuno sa niente.

Qui non è questione di informazione superficiale: l’informazione, semplicemente, non c’è. Non ci sono giornalisti, né da una parte né dall’altra. Possiamo avere mille, centomila opinioni, possiamo aggiornare i nostri blog o guardarci un bel programma di approfondimento: il problema è che non c’è nulla da approfondire, perché al mulino manca l’acqua, e l’acqua la portano soltanto i reporter. Nel giorno in cui siamo tutti felici perché Mastrogiacomo è tornato, vale la pena di notare questa cosa: ora laggiù non c’è nemmeno lui, ed è difficile pensare che qualcuno segua le sue tracce per parecchio tempo.

È un discorso che va esteso anche all’Iraq. Ogni giornalista, ogni cooperatore che è tornato felicemente a casa, è un giornalista o un cooperatore in meno sul territorio. Da quattro anni a questa parte le informazioni che abbiamo su questi due Paesi sono diventate sempre più confuse e frammentarie – il problema è che siamo troppo indaffarati, distratti o partisan per accorgercene. Del resto diamo per scontato di vivere in una piccola sfera dove le informazioni sono ovunque immediatamente accessibili. Sbagliato: Iraq e Afganistan sono due buchi nel medioevo. Non passano più notizie. Nemmeno ai tempi del Vietnam era successo qualcosa del genere: due grandi nazioni scomparse dalla rete mondiale dell’informazione.

Pensate a questa semplice evidenza: non sappiamo contro chi stiamo combattendo. Per dire, gli americani in Vietnam lo sapevano. I russi in Afganistan lo sapevano. Oggi non lo sappiamo. Perché non vogliono dircelo? Oppure non lo sanno proprio?

Proviamo a ragionare da agit-prop: dobbiamo convincere il crasso Occidente a picchiare duro in Iraq e in Afganistan. Ci serve per prima cosa un Nemico. Osama Bin Laden andava benissimo, salvo che da qualche anno in qua comincia un po’ a puzzare, il cinquantenne ex-dializzato nascosto in una caverna. Continuare a insistere sul fatto che sia vivo, a 2-3 anni dall’ultimo filmato, è quasi un boomerang. E infatti sulla carta stampata si comincia timidamente a darlo per morto. Ma se muore, bisognerà trovare un altro Nemico, ugualmente cattivo ed emblematico, e non è semplice.

Qualche anno fa ci fu l’ondata dei Numeri Due. Il Numero Due era un modo abbastanza elegante per scalare dal concetto di “Bin Laden è il Male” a quello di “Il Capo di Al Quaeda in carica è il male”. Io ho onestamente perso il conto di quanti Numeri Due di Al Quaeda gli americani abbiano catturato e processato. Verso il 2004 la carica di Numero Due si è cristallizzata su Al Zarqawi, un tale che ai tempi non lavorava nemmeno nella stessa organizzazione di Bin Laden, ma era comunque il personaggio più sporco e cattivo in circolazione. Tagliava le teste occidentali, metteva gli snuff in rete, aveva ormai le dimensioni del mito.

Intorno ad Al Zarqawi si è detto di tutto. Proprio come Bin Laden, che fino a un certo punto si dava per dializzato, e poi miracolosamente è guarito, anche Al Zarkawi all’inizio sembrava uscisse e rientrasse dall’Iraq con una gamba finta (generoso regalo di Saddam Hussein) – finché a un certo punto non gli è ricresciuta. Viene in mente il personaggio di Gambadilegno: lo sapete perché si chiamava così? Nelle prime strisce americane aveva una gamba di legno, ma i disegnatori perdevano troppo tempo a disegnarla, e soprattutto non si erano mai messi d'accordo su quale gamba fosse. Finché Walt Disney o chi per lui decise di montargli un “modello nuovissimo” di gamba in tutto e per tutto uguale a quella vera: problema risolto. I Nemici degli americani hanno un po’ la consistenza dei cattivi da fumetti, o delle action figures smontabili.

A dicembre del 2004 Al Zarqawi a furia di decapitare occidentali si era fatto una fama talmente cattiva che Bin Laden in persona è resuscitato da qualche grotta di Tora Bora per nominarlo suo luogotenente in Iraq. Bene. Anzi no, perché a differenza di Bin Laden, Al aveva un difetto: era vivo e operante in Iraq. E se sei vivo e operante, prima o poi qualcuno ti cattura (lo stesso Zarqawi pare non fosse molto popolare nemmeno tra gli iracheni, che del resto ha massacrato a centinaia). E quando ti cattura, poi tocca inventarsi un nuovo Numero Due. Ma a questo punto i lettori occidentali cominciano a spazientirsi: sono abituati a trame di telefilm più verosimili (maledetto intrattenimento di qualità).

Dalla cattura in poi di Al Zarqawi non s’è più capito niente – non che prima si capisse molto. A un certo punto nell’autunno del 2005 Falluja è diventata la roccaforte dei sunniti. C’è stata una battaglia terribile, con armi al fosforo, Falluja è stata espugnata, e poi? E poi evidentemente non era la roccaforte, visto che la guerra coi sunniti è proseguita. O no? Giuro, ho provato a informarmi, ma non ci si capisce nulla. I giornalisti a Bagdad e Kabul e tirano i pastoni con quel che possono. Un’espressione ricorrente, nell’identificare il Nemico, è “un mosaico di formazioni”. Quando non è un mosaico è una mescolanza o un caleidoscopio o un ammasso o una pletora o qualunque cosa. Mai un nome. Mai un progetto politico o nazionale. Mai la faccia di un vero Nemico.

Ci servirebbe. Abbiamo bisogno di una faccia. E abbiamo bisogno di sapere se è una faccia nemica o no. Prendiamo quegli altri simpaticoni degli sciiti. Sono nostri alleati o no? Non si sa. Quante volte s’è visto il faccione di Muqtada-al-Sadr. È un nemico? O un amico? L’impressione è che l’ufficio propaganda se lo tenga come jolly, a seconda del momento. Ci sono fasi filo-sciite e fasi in cui gli sciiti ci stressano, evidentemente, e a seconda del momento il gattone sciita diventa un nemico o un alleato di riguardo.

Gli effetti sono paradossali: in gennaio in Occidente abbiamo assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un tribunale legittimo, giusto? Ma in Medio Oriente hanno assistito all’esecuzione di Saddam Hussein per mano di un boia sciita, e circola voce che l’abbiano appeso davanti a Muqtada-al-Sadr. Ognuno ha la sua verità. Persino Camillo, che tra tanti difetti non aveva l’incoerenza, a fine anno si è messo a parlar bene dell’ayatollah Al Sistani. Per carità, ognuno dosi come vuole le sue idealità col realismo: ma partire dall’esportazione della democrazia per arrivare, in capo a tre anni, agli ayatollah, mi sembra abbastanza triste.

Quanto a me: io qualche anno fa avevo una certa idea, su Iraq e Afganistan. Da lì in poi non l’ho cambiata; non per coerenza, ma perché non ci ho più capito nulla. Se mi dimostrassero con dati alla mano che a questo punto è meglio restare là, sarei disponibile a cambiare idea. Penso che le idee abbiano una loro durata, come la biancheria; ogni tanto cambiarle è doveroso.

Il problema è che le informazioni, semplicemente, non arrivano: nessuno si attenta più ad andarle a prendere. Onore a Mastrogiacomo. Tutto il poco che sarà riuscito a portare indietro da questa esperienza, è oro puro per noi.

Il resto è fuffa, teatrino delle ideologie. “Stiamo combattendo contro i talebani”. “Dobbiamo dialogare coi talebani”. Entrambe sono opinioni rispettabili, il problema è che non hanno senso. La parola “talebano” non ha senso. I talebani del 2000 erano diversi da quelli del 2007. Quelli, per dire, pare avessero vietato la coltivazione del papavero da oppio per motivi religiosi - con conseguente crisi mondiale dell'offerta di eroina. Questi invece con l’oppio ci comprano le armi. Ne producono talmente tanto che la quotazione dell’eroina è ai minimi storici. Tra un po’ ai nostri ragazzi cominceranno a offrire schizzi gratis che nemmeno nel ’78. Un buon motivo per restare laggiù? O per andarsene? E chi lo sa? Non ne sappiamo nulla.

Verrebbe voglia di dire “Sì, restiamo”, giusto per ricordarci che l’Afganistan esiste. Bisognava che sequestrassero Mastrogiacomo perché in tv e sulla carta stampata tornassero notizie di attentati, stragi, combattimenti. Se ce ne andiamo, c’è il rischio oggettivo di dimenticarcene. Ma è solo un’opinione come un’altra. Ci scambiamo opinioni, in mancanza di informazioni.
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- le anime belle e

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Le anime stronze

L’Afganistan è importante.
Ma la nostra presenza in Afganistan, è davvero altrettanto importante? Così importante da mettere in crisi una coalizione, un governo, un parlamento?
Io sulla nostra presenza in Afganistan non ho opinioni. Ce ne sono a favore e contro, tutte legittime. Ma bisognerebbe riconoscere, schiettamente, che non sono opinioni pro o contro la salvezza dell’Afganistan. Si tratta, più semplicemente, di opinioni pro e contro il nostro atto di presenza militare-diplomatico in Afganistan. Il nostro contingente è quel che è: senza offendere i nostri militari, credo che gran parte degli afgani non si accorgerebbe di un loro eventuale ritiro. Questo non rende il ritiro più o meno giusto, ma dovrebbe servirci a ridimensionare il problema (e potrei capire chi mi dicesse che anche la sicurezza di una sola donna o di un solo bambino afgano possono giustificare il nostro atto di presenza).

Anche la coscienza è importante. Specie la coscienza dei parlamentari, che una volta eletti dal popolo, si trovano da soli con lei. È solo ad essa che devono rispondere: non all’elettore (a cui renderanno conto a fine legislatura), né ai capigruppo, capi di governo, Capi di Stato. E chi lo dice? La Costituzione – quella che abbiamo appena salvato, con soddisfazione generale. Sì, ma adesso ci toccherebbe rispettarla.

Io non credo di poter essere sospettato di intelligenza con le anime belle. Ho un lungo conto in sospeso con chi, intrappolato dalla sua coscienza, ha messo nella peste pure me – rifondaroli in primis. Ma. Guardiamoci un po’ intorno. Il Parlamento è fatto di due semicerchi, totale: un cerchio completo. La stragrande maggioranza di quel cerchio non ha nessun dubbio sull’utilità del nostro atto di presenza diplomatico-militare in Afganistan. E allora? Di cosa stiamo parlando? Perché un argomento su cui la stragrande maggioranza dei parlamentari pensa allo stesso modo diventa un problema? Perché da settimane i riflettori fanno l’occhio di bue sulla coscienza di qualche parlamentare di sinistra?

Non varrebbe la pena di zoomare un po’ anche su quel vasto semicerchio di parlamentari che in teoria sono preoccupati per la sorte dell’Afganistan, in teoria sono convinti assertori della presenza del nostro contingente, ma in pratica forse voteranno contro perché l’importante è mettere in difficoltà la maggioranza, il governo, l’Italia?
Dalmomento che, diciamolo, di fronte a questa eventualità (una crisi di governo al buio) la sorte di anche una sola donna, di un solo bambino afgano va a farsi fottere alla grande?
Ecco, la mia domanda è: ma non ce l’hanno una coscienza, anche questi qui? No? Solo la coscienza di tre-quattro senatori comunisti fa notizia?

Si parla tanto delle anime belle. Diamo a ognuno quello che è suo. Le anime belle non avrebbero tanto peso, se non steccassero rare in un bel concerto di anime stronze.
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- and I said to myself

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Un mondo migliore

Io non capisco di cosa si stia parlando, lì da voi. Io qui vivo in un mondo migliore.
In questo mondo il Medio Oriente è stato definitivamente stabilizzato, in 4 tappe.

Prima tappa: eliminazione di Bin Laden e dell’odioso regime talibano in Afganistan.
Oggi l’Afganistan è una democrazia fondata sulla libertà, che attira investitori da tutto il mondo. Gli oleodotti in costruzione contribuiscono alla prosperità del popolo afgano. I volti delle donne afgane hanno fatto il giro del mondo e sono diventati un esempio di emancipazione per tutto l’Islam.

Seconda tappa: rimozione di Saddam Hussein e delle armi di distruzione di massa in Iraq. Oggi l’Iraq è una repubblica fondata sulla libertà, che attira investitori da tutto il mondo. Gli iracheni vivono finalmente in prosperità grazie ai proventi dell’estrazione petrolifera. Il dittatore è stato regolarmente processato.

Terza tappa: rivoluzione democratica in Iran. Questa è la mia tappa preferita, perché non c’è stato neanche bisogno di combattere! L’anno scorso gli iraniani, trovandosi ormai accerchiati da due democrazie fondate sulla libertà, hanno finalmente trovato il coraggio per reagire contro il governo moderato oscurantista di Khatami. Gli studenti di Teheran hanno rovesciato l’Ayatollah, non c’è voluto molto, dopotutto. Oggi l’Iran è finalmente una democrazia moderna, che ha subito riconosciuto l’esistenza dello Stato d’Israele e smantellato le basi hezbollah in Libano (d’altro canto anche il Libano è diventata una democrazia moderna, ma quello lo sapete anche voi).

Quarta tappa: de-arafatizzazione della Palestina. Anche in questo caso, il massimo risultato col minimo spargimento di sangue. Alla morte di Arafat i palestinesi hanno finalmente compreso che ciò che li opponeva agli israeliani non era che il puntiglio di un vecchio terrorista spelacchiato, e hanno voltato le spalle alla lotta armata. Al Fatah è diventato un partito social-liberale, che ha ottenuto alle elezioni il 70% dei suffragi, e si è subito precipitato a riconoscere l’esistenza dello Stato d’Israele. In attesa che Israele abbia la bontà di riconoscere uno Stato di Palestina, composto di Gaza e di qualche circoscrizione in Cisgiordania.

A questo punto, cosa manca? La Siria, la Cecenia? Vabbè, ho detto che il mio è un mondo migliore, mica perfetto. Del resto c’è sempre un dittatore che minaccia la libertà mondiale. Chiedete a Christian Rocca, lui ha fatto il conto, credo siano ancora una quarantina. Comunque nel nostro mondo (migliore) abbiamo capito come si fa: si prende il Paese dove sta il dittatore, si bombarda, si invade, si arresta il dittatore, e poi subito la popolazione corre nelle piazze a farti festa! È così gratificante lasciare il mondo migliore di come lo si ha trovato.
È anche una cosa di sinistra.
Cioè, la sinistra che altro dovrebbe fare.
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La guerra è finita (se lo vuoi)

Alla fine lo hanno ucciso, il capo-terrorista noto come Al Zarkawi. Come prima di lui Bin Laden. E hanno preso Saddam Hussein, e in Afganistan hanno spodestato i talebani. Insomma, il bilancio di questa guerra al terrore non è proprio da buttar via.
E invece nessuno riesce a fare festa. Qualche graduato comincia anche a dirlo alla stampa: la guerra in Iraq è persa (via Asphalto). Persa? Sul serio?

La guerra in Iraq si può vincere, invece. Tra due anni, o uno, o anche meno. Non c'è nessun reale impedimento. La mesopotamia non è la jungla vietnamita, gran parte è sabbia e sassi e si fa presto a rastrellare. Dietro i vietkong c'era l'Urss; dietro i guerriglieri iracheni c'è senz'altro una scaltrita opera di fundraising che fa appello alla frustrazione di un miliardo di fratelli islamici – alcuni dei quali petrolieri – ma anche quei rubinetti non sono infiniti. La supremazia tecnologica e militare americana è un fatto: hanno ucciso Al Zarqawi, uccideranno anche il successore. Possono ucciderli tutti, pacificare l'Iraq e passare al prossimo Stato canaglia, se vogliono.
Il problema è tutto lì: lo vogliono davvero?

A sentire la cronaca, si direbbe di no: agguati, rapimenti di massa, eccidi di sciiti. Il contingente angloamericano sembra impotente. In effetti lo è. Ma è anche un contingente numericamente inadeguato, che non riesce a difendere non dico gli iracheni, ma sé stesso. Come si diceva quest'estate, George W. Bush sta cercando di controllare due grandi Paesi con due piccoli eserciti da guerricciola coloniale. Tutto sommato è sorprendente che non abbia ancora del tutto fallito.

È anche sorprendente che i neocon di tutti i Paesi e i colori cerchino ancora di venderci la sòla del regime change. Che per carità, è un'idea interessante. Anche il ponte sullo stretto di Messina, se è per questo. Personalmente non ho chiusure ideologiche nei confronti né dell'uno né dell'altro. Chiedo solo di andare a vedere il preventivo, perché secondo me sono operazioni molto rischiose e – soprattutto – costosissime. Mentre George W, fin qui, non mi è sembrato uno spendaccione.

Invece è un gran cristiano, George W, e probabilmente conosce la parabola che dice: il regno dei cieli è come un uomo che trova un tesoro in un campo: sai che fa? Vende tutti i suoi averi e col ricavo compra quel campo. Il regno dei cieli è così. Anche il regime change è un po' così. Può funzionare, ma solo se ci credi fino in fondo, se vendi tutto quel che hai. Non puoi crederci al risparmio.

Se George W volesse crederci, avrebbe già vinto. Potrebbe raddoppiare il contingente – quadruplicarlo. Costringere gli alleati a partecipare al conflitto seriamente, pena sanzioni commerciali. Ah, ma per farlo dovrebbe reintrodurre la leva militare e aumentare le tasse – in pratica, dovrebbe smettere di essere trotskista in politica estera e neoliberale in economia. E allora vincerebbe la guerra in Iraq – forse ne scoppierebbe una in Arizona – ma i problemi si risolvono uno alla volta.

E allora perché non lo fa? È al secondo mandato, di che si preoccupa? Il regime change è o non è una priorità? Perché continua a trattare Iraq e Afganistan come fronti coloniali di terz'ordine? Io naturalmente non lo so, ma ho comunque preparato tre ipotesi: una grezza, una media e una sottile.

BUSH MANTIENE IN IRAQ E AFGANISTAN UN CONTINGENTE INADEGUATO PERCHÉ:

1) Teoria grezza: è un deficiente, circondato da deficienti.
2) Teoria media: È un "idealista al risparmio" (secondo la calzante definizione del Braccini), seriamente convinto che esportare la democrazia e cambiare i regimi sia una buona cosa, fintanto che riesce a farlo senza aumentare le tasse. Un atteggiamento compromissorio che spesso la Storia punisce (si perde la guerra e poi alla fine le tasse aumentano lo stesso).
3) Teoria sottile, anche troppo: È il degno reggitore dell'Impero Mondiale, che ha fatto proprio il diabolico motto dei predecessori latini: divide et impera. Non ha nessuna intenzione di vincere la guerra al terrore: vuole solo combatterla. Il suo orizzonte non è la liberazione dell'Iraq, ma la trasformazione di Iraq e Afganistan in sfiatatoi per il terrorismo mondiale, i luoghi dove sfogare le frustrazioni della comunità islamica e le ambizioni del complesso militare-industriale. La guerra al Terrore sarà infinita, come il Terrore. Morto un Bin Laden si fa un Al Zarqawi, morto Al Zarqawi si farà un altro.

A me – e credo anche a voi – la numero 3 suona sinistramente familiare. Come si chiama quella situazione in cui invece di risolvere un problema lo si amministra? Si può chiamare in tanti nomi, come Satana. Da noi si chiama spesso mafia. Saddam Hussein, Al Zarqawi: non hanno fatto un po' la fine di certi boss, spremuti fino all'osso e poi rivenduti allo Stato quando non servivano più a nulla? (Però anche la numero 1 non è da sottovalutare).
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Mina Vagante 4x4

Interrompo il non imprescindibile sermone sui barbari perché è morto un altro italiano a Nassiriya, e quel che è peggio – è morto su un VM90. Ora.

Io non sono un esperto di cose militari, perciò posso sbagliare, e se sbaglierò correggetemi, ma sul VM90 mi pare di aver già letto qualcosa quando morirono i penultimi tre italiani, su Repubblica.

Se mi ricordo bene, il VM90 è un furgone blindato dell'Iveco, dall'apparenza molto solido, è in effetti lo è. Il suo problema è che è troppo solido.
La cabina non teme le raffiche, ma in Iraq non è questione di raffiche ai camion. Il problema sono le mine e le bombe. Mine e bombe esplodono sotto la cabina – l'unica superficie non blindata. E siccome la cabina è molto solida, invece di saltare in aria, rimane al suo posto e contiene l'esplosione.

Questo significa, se ho ben capito, che tutta l'energia dell'esplosione, invece di disperdersi in tutte le direzioni, si sfoga totalmente all'interno della cabina. Significa che chi sta dentro la cabina, prima di essere dilaniato, muore per choc termico, come è successo a Ciardelli, Lattanzio, De Trizio e Bogdan Hancu. Significa che il VM90, affettuosamente chiamato bacherozzo, è una trappola orrenda, e anche i ribelli iracheni stanno cominciando a farci caso (prima di oggi almeno altri 10 VM90 erano stati colpiti).

Da cui la domanda: se ci piacciono così tanto i nostri soldati, ché eravamo tutti davanti alla tv per la parata (meno i soliti idealisti pancabbestia comunisti terroristi pacifisti antisemiti traditori), perché lasciamo che vadano in giro con un mezzo così pericoloso? Va bene il virile sprezzo del pericolo, ma non c'è nulla di più sicuro?

Certo che c'è. A Nassiriya ci sono mezzi più sicuri, i Dardo e gli Ariete. Blindati anche sotto. E cingolati. Insomma, sono dei tank. Antica Babilonia ha i carri armati! Ma non glieli lasciano usare. Se ho ben capito, è una questione d'immagine. Se esci dalla base in tank, non sembra più una missione di pace. Bisogna salvare le apparenze, insomma.

Se ora interrompo i fatti miei per parlare, tra tutti i morti della guerra d'Iraq, di un morto italiano, è appunto per questo: che tra migliaia di morti assurdi io non sopporto che un altro venticinquenne crepi così, di choc termico, per salvare un'apparenza. Nessuna apparenza mi sembra così preziosa. A prescindere da qualsiasi dibattito sul perché siamo lì e quanto dobbiamo ancora restare, per l'amor di Dio, fategli tirare fuori quei tank. Sono militari, mica crocerossine! Con tutto il rispetto per quest'ultime. Come si fa a chiedere a qualcuno di morire per salvare un'immagine?

Come sia possibile, poi, che il sei giugno del duemilaesei un noglobbal-pancabbestia-comunista-terrorista-pacifista-antisemita-traditore si metta a chiedere a gran voce di tirare fuori i tank, mentre lo Stato Maggiore insiste con il maquillage da missione di pace e i VM90, è un problema da discutere in seguito con più calma. Personalmente credo che in Iraq sia stato commesso un grande peccato originale: abbiamo fatto organizzare una guerra agli idealisti. Peggio di un deficiente che blatera di armi di distruzione di massa o regime change, c'è solo un idealista che al regime change ci crede davvero. Questo tipo di deficienti, li abbiamo fatti commander in chief. E a pagare sono i professionisti – quelli che la guerra la saprebbero anche fare. Dovrebbero essere i primi ad incazzarsi (e non è detto che non si siano già incazzati).

Quello che abbiamo perso, in Iraq (oltre a migliaia di vite umane), è la distinzione netta tra idealismo e realismo. Una volta gli idealisti erano i pacifisti, con le loro utopie. Ancora adesso, il Presidente della Camera rischia di apparire puerile, con la sua spilletta arcobaleno alla parata. Come se la sfilata militare fosse uno spettacolo più serio. Come se giocare ai liberatori dell'Iraq fosse meno puerile. Come se mandare in giro VM90, autentiche mine vaganti 4x4, per le strade di Nassiriya fosse un gesto meno irresponsabile.

Andiamo pure avanti così. Continuiamo a credere alla nostra piccola guerra di liberazione, agli iracheni che prima o poi verranno ai balconi a lanciarci i fiori. Ecco, siamo al quarto anno, e ancora giriamo in VM90, in attesa di essere salutati a colpi di fiori. Quanti ragazzi, o uomini, quanti professionisti moriranno nel frattempo, non importa. Abbiamo una riserva illimitata di lacrime, bei discorsi e spari a salve.
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Tre anni di (piccola) guerra al Terrore

Piangere i propri morti è giustissimo; stupirsene, un po' meno. In Iraq muore molta gente, tutti i giorni (per la maggior parte iracheni): e noi italiani siamo in Iraq da tre anni. Ecco, questo dovrebbe stupirci di più: la nostra piccola guerra compirà tre anni in maggio (e tre anni fa, il primo maggio 2003, Bush proclamò che le ostilità erano cessate).

Tre anni sono tanti per una guerra, anche se piccola. Pensiamo alla nostra di liberazione, che tanto ci fa discutere: per alcuni è la Resistenza antifascista, protocostituzionale; per altri è una guerra civile, madre di tutte le nostre divisioni; in entrambi i casi resta il momento fondante della nostra coscienza di italiani. Ed è durata due anni scarsi: 8/9/1943 – 25/4/1945. Certo due anni devono esser lunghi, coi tedeschi in casa. Nei racconti dei vecchi, e nei film in bianco e nero, sembra una guerra interminabile. Per contro tre anni di italiani in Iraq, non so voi, ma a me sono volati. Saranno le tv a colori (ma ormai di Nassiryia non si vede più niente), saranno i blog. Sarà che l'Italia della Resistenza era un'Italia bambina, e ai bimbi basta un pomeriggio di gloria per costruirsi, anni dopo, il ricordo di mesi e mesi di felicità. Mentre Italia di oggi è vecchia, e ai vecchi il tempo vola. Sono tre anni che siamo a Nassiriya. Abbiamo risolto qualcosa? Quand'è che ce ne andiamo?

Se allarghiamo un po' il campo, dalla casella Iraq allo scacchiere mondiale, ci accorgiamo che l'11 settembre di quest'anno la Guerra al Terrore compie cinque anni. Sono tanti. Per me, una soglia psicologica: cinque anni duravano, di solito, le Guerre Mondiali. Quella al Terrore è a suo modo una Guerra Mondiale – si combatte in Afganistan, Medio Oriente, New York, Madrid, Londra – ma rischia di durare parecchio di più. Del resto ce lo aveva detto lo stesso Bush: "sarà una guerra lunga". Quanti anni ancora, due? Tre? Venti? Ci abitueremo all'idea di una guerra infinita di bassa intensità? Ci siamo già abituati (teniamo sempre conto che in tre anni la campagna in Iraq ha fatto meno morti italiani di un qualsiasi ponte di Pasquetta).

Ci siamo talmente abituati che l'idea non ci impensierisce. Quello che un po' ci spaventa è la prospettiva di un'escalation – la crisi con l'Iran. Ma anche in questo caso, forse ci sfugge la dimensione del problema. Nei discorsi di Bush e compagnia, Ahmadinejad è paragonato spesso a Hitler. Anche se è dura credere a Pierino ogni volta che grida al Führer al Führer, l'accostamento non è del tutto campato in aria. Quello che forse ci sfugge è che si tratta di una stima per difetto: Ahmadinejad è un avversario più temibile di quanto fosse Hitler nel 1940.

Non vi pare? Qualche cifra. Su quanti sudditi ariani poteva contare il folle tiranno tedesco? Cinquanta milioni? [Update: mi segnalano che invece erano settanta]. L'Iran ne fa settanta. Ma i tedeschi, per quanto bene organizzati, potevano contare soltanto su due alleati di rilievo in tutto il mondo, uno dei due neanche troppo affidabile. L'Iran avrebbe dalla sua parte la solidarietà di tutto il mondo sciita, e forse buona parte delle masse islamiche – se si tratta davvero di un conflitto di civiltà, e la civiltà in guerra è l'Islam, parliamo di un miliardo di avversari virtuali. Non sono probabilmente tutti disposti a immolarsi per i loro fratelli, ma sono tanti. Una guerra contro un miliardo di persone non è stata ancora combattuta. È una prima mondiale.

Su un piano Ahmadinejad sembra meno temibile di Hitler: il fattore tempo. Gli esperti dicono che non avrà uranio necessario ad una bomba per dieci anni almeno – Hitler probabilmente c'è andato più vicino. D'altro canto dieci anni passano in un lampo, nella Guerra al Terrore. Non è escluso che gli americani comincino ora a parlarne per abituarci all'idea – il training per rendere accettabile al pubblico l'invasione all'Iraq durò più di un anno, e fu estenuante.

Quello che alla fine stupisce – o perlomeno, dovrebbe stupire – è la sproporzione tra l'entità delle accuse e la mobilitazione. Nel dicembre del 1941 Roosvelt si rese conto definitivamente che l'Asse era una minaccia per il mondo intero e per l'America: tre anni e mezzo dopo Hitler si suicidava, Hiroshima e Nagasaki venivano distrutte. L'undici settembre 2001 Bush si è reso conto della necessità di una guerra mondiale al Terrore; sono passati quattro anni e mezzo, e il Terrore bene o male è ancora in sella. Certo, in Afganistan e in Iraq il regime sta cambiando.

Ma si tratta di un processo maledettamente lento – chi ha tutto questo tempo? E cosa impedisce Bush, Blair (ma persino Berlusconi, che nei giorni migliori si professava loro alleato) da accelerare i tempi? Un motivo per cui la Guerra al Terrore non finisce mai, è che gli angloamericani la combattono (almeno in Iraq) con un quarto del contingente necessario. Per tacere degli italiani e della loro collaborazione omeopatica (per pattugliare un pezzo di strada a Nassiriya tutti i cittadini italiani del mondo sono virtualmente esposti ad attacchi terroristici).

Si obietterà che una mobilitazione più massiccia rischierebbe di affossare le carriere politiche di Bush e Blair. Ma i due sono al culmine della loro carriera, ineleggibili ormai, nel momento in cui dovrebbero preoccuparsi più della loro gloria di statisti che delle preoccupazioni elettorali (proprio come Roosvelt nel 1941). Possibile che nessuno faccia loro notare l'incredibile discrepanza tra i proclami di Guerra al terrore e l'effettiva entità del sacrificio che hanno chiesto ai loro connazionali? Se la minaccia è così grave, se è paragonabile al nazismo, cosa trattiene il Comandante in capo da portare in Medio Oriente tutti gli uomini che servono, ripristinando se necessario la leva militare?

Vien fatto di pensar male. Forse la minaccia non è così grave. Oppure sì, è grave, ma fino a che punto Bush e Blair sono interessati a debellarla davvero? Il Terrore si combatte per sconfiggerlo, o non piuttosto per amministrarlo? Per me è una domanda retorica, da più di tre anni in qua. Ma voi siete liberi di rispondere come preferite.
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- 2025

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I colloqui eccetera (4)

Attacco alle torrette elettriche

Caro Leonardo,
mi rendo conto che qsta fissazione di Taddei per la sfida Bush-Kerry ha qualcosa di maniacale. Ma bisogna mettersi nei suoi panni. Oppure, fingiamo di essere nell'intervallo del primo tempo della finale Italia – Germania Ovest, luglio 1982, stadio Bernabeu, e di cadere in coma profondo davanti alla tv. Svegliandoci vent'anni dopo, qual è la prima cosa che chiederemmo agli infermieri? Se i nostri parenti sono ancora in vita? Se la DC è ancora al governo? Se l'olocausto nucleare poi c'è stato? O come sta Pertini? E chi ha messo la bomba a piazza Fontana? Tutte cose importanti, indubbiam. Ma non saremmo più curiosi di sapere chi ha vinto la partita?
Credo che con Taddei sia andata così. Si è addormentato a metà di un evento mediatico molto importante, che a noi non dice più niente, ma che per lui era la vita. Non fosse stata per quell'indigestione di peperoni.
Peperoni, peperoni.
Cosa mi ricordano?

"Che strano però. Mi ero quasi convinto che fosse colpa di Kerry. Vince nel 2004, la guerra al Terrore si sgonfia…"
"Colpa di cosa?"
"Di tutto questo. Invece di cacciare Al Qaeda nelle sue tane… richiama a casa i ragazzi e si allea con sceicchi ed emiri vari… Signori, non mi frega nulla se siete dei tiranni: garantitemi tot petrolio all'anno e una parvenza di democrazia… anzi, perché non eleggete una principessa, una da copertina, stile Giordania? In Occidente la chiameremo presidentessa, da voi la chiamerete Califfa, e saranno tutti contenti".
"Magari è proprio andata così".
"No, fottimadre, non è andata così, perché Kerry ha perso!"
"E quindi?"
"E quindi ha vinto George W. Bush, che ha riappacificato l'Iraq trasformandolo nella prima, anzi nella seconda democrazia del Medio Oriente, e ha diviso equamente i proventi del petrolio tra i cittadini iracheni. Perché lo ha fatto, vero?"
"Guarda, adesso su due piedi, così…"
"E l'esempio dell'Iraq è stato così fulgido che in pochi anni tutto il Medio Oriente arabo ha cacciato i suoi tiranni si è federato in un'unica democrazia! E ci saranno state tante rivoluzioni pacifiche, finanziate dai paladini della libertà… la rivoluzione del dattero, la rivoluzione dell'ulivo, la rivoluzione del cuscus…"
"Quella me la ricorderei".
"…finché non è nato, in tutto il territorio dell'antico califfato, un'unica grande democrazia, che ha eletto sua rappresentante: una donna araba!"
"Kadija Bin Laden".
"È andata così?"
"Sì, magari è andata così"
"Che significa magari! Anche prima hai detto magari!"
"È andata in entrambi i modi. Sono solo due modi diversi di raccontare lo stesso processo".
"No. Non è lo stesso processo. Il primo caso è Kerry-style. Il secondo è Bush".
"Sono solo persone. Tu credi che le persone possano cambiare la storia".
"Certo che è così".
"La tua fiducia è irrazionale e a-scientifica. Ricordati che noi siamo venti anni avanti a te, e sappiamo che non è vero. È la Storia che cambia le persone".
"Stronzate".
"Guarda noi. Guarda cosa abbiamo fatto a Berlusconi. Avevamo bisogno di un simbolo del passato, qualcosa di rassicurante, in cui si riconoscessero anche le vecchiette. Come gli argentini quando richiamarono Peron. Abbiamo preso un vecchio tycoon iperliberale e lo abbiamo trasformato nel capo di un regime teocratico-socialista. E lui si è lasciato manovrare. È la Storia che fa gli uomini".
"Ma se ho capito bene, adesso è lui che manovra voi".
"Incidenti di percorso. Ma noi sappiamo che…"
"Ma che cazzo volete sapere, voi. Piantate alberi, riciclate tovaglioli sporchi e comunicate con la playstation".
"È solo un'interfaccia utente. Che c'è di male. Guarda che ci sono volute generazioni di studiosi ed ergonomi per arrivare a…"
"Generazioni di segaioli".
"Sentilo, ha parlato il superoe. Hai fatto qualche altra buona azione di recente? Rubati molti super-polli nel contado? Sai che hanno dato la colpa ai terroristi libici anche delle tue scorrerie nei pollai?"
"Non sono libici".
"Certo che no".
"Non parlano arabo. Ne ho fermati un paio e…"
"Cos'hai fatto?"
"Ho sventato un paio di attentati, qui. Alle torri dell'enel. Che immagino non si chiami più enel, ma comunque…"
"Taddei, gli attentati non sono veri. È solo propaganda di regime. Speravo che tu lo capissi. Che leggessi tra le righe che…"
"Ho letto tra le righe, grazie. Ma i terroristi ci sono. Io li vedo. Di notte. E ti dico che non sono arabi. Io me li ricordo, gli arabi".
"Non ne hanno mai trovato uno vivo".
"Sono svelti. Appaiano e scompaiono".
"E magari si immolano alle torrette dell'enel di San Lazzaro, dai. Non pensi che dovresti tornare all'ospedale?"
"Sto bene qui".
"Sei proprio sicuro? Voglio dire, vivi in un rifugio sotto il cimitero ai caduti americani. La sera esci, rubi un pollo, compi qualche vilipendio alla religione, vegli sulle torrette enel, distruggi il male, e poi? Ti sembra una cosa normale alla tua età? Hai cinquant'anni!"
"Trentuno".
"Oh, sì, va bene. Adesso però, scusa, mi parte il filobus. E non vedo altri motivi per perdere tempo con un fanatico filo-usastro che vent'anni fa ha fatto un'indigestione di peperoni e…"
"Tu sei qui perché ti hanno promesso soldi. Molti soldi".
"Non così tanti, poi".
"E, in secondo luogo, sei qui perché io ho voluto incontrarti, e non te ne andrai finché io non lo vorrò".
"Credi di farmi paura?"
"Sì. Per cui spero che risponderai senza troppe cerimonie. Voglio la decima risposta".
"Cosa?"
"Quando sei stato malato, ti ho scritto dieci domande. Tu hai risposto solo a nove. Hai finto di non vedere una domanda, e non hai mai risposto. Voglio sapere il perché".
"Semplice distrazione".
"Stronzate".
"Ma no, sul serio, non ricordo neanche più qlla domanda…"
"Strano, per uno con la tua prodigiosa memoria. Quando ho visto che non avevi risposto, mi sono molto preoccupato. Ho domandato una cartina geografica. Non ne avevano. Sono arrivati con una di qlle fottutissime playstation, gliel'ho rotta in testa".
"Qllo lo ricordo".
"Poi sono evaso. Tutto perché ti sei rifiutato di rispondere a qlla fottuta domanda, e non credo che tu sia poi così distratto, herr Immacolato".
"Si è fatto tardi".
"Rispondi, una volta buona, o t'ammazzo. Non scherzo".

Non scherzava, così gli ho risposto.
Lui poi è restato ancora a lungo sulla panchina, il volto infagottato nel cappuccio. Se ha pianto è stato in modo molto discreto. Io sono riuscito a prendere il filobus in tempo. Gli ho dato un appuntam in facoltà, la vita continua, ed è tempo che impari a usare la playstation.
Volevo dire, l'interfaccia utente di Supernet.
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- 2025

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All'inferno, e pedalare

Caro Leonardo, è da non crederci.
Il pezzo sui numeri ritardatari del Lotto, 'ribattuto' da me è finito in prima serata, a quanto pare funzionava. Un bel colpo, se l'avessi firmato io: ma tecnicam si trattava di un pezzo di Loreto.
"Almeno te l'avran pagato bene. Mi devi il sessanta per cento, se non sbaglio".
"Mi dispiace, mi hanno fregato".
"Chi? Quelli del Tg?"
"No. Sì. In un certo senso. Cioè, alla fine sei stato tu".
"Io?"
"Il tuo pezzo era così convincente. Così, tornando a casa… Sai quel tabacchino che c'è qui sotto, no?"
"Loreto, mi stai prendendo in giro. Non puoi averlo fatto davvero. O puoi?"
"Pensavo che con un po' di fortuna… e poi più si va avanti più le probabilità aumentano, no? È la legge dei grandi numeri, così…".
"Ti sei giocato il compenso".
"Io che di solito non gioco mai. È la prova che sono stato traviato. E sei stato tu, tu! con che faccia mi chiedi dei soldi, adesso?"
"E hai giocato il 52".
"Ma cos'ha quel numero? Perché non esce mai? Sul serio: Perché?"

Intanto c'è la guerra. Come in ogni decorso bellico, dopo i primi dieci giorni si comincia coi funerali di Stato in pompa magna. Stavolta è toccato a un volontario del Genio Infermieri, un ventiseienne di San Gennaro finito su una mina con l'ambulatorio cingolato. Lascia una bimba di sei mesi, una moglie casalinga e un bis-marito disoccupato: per intercessione pontificia quest'ultimo è stato assunto in una ditta del quartiere. Un ex manifattura pirotecnica riconvertita nel settore bellico, uno di quei sottoscala che sono la gloria produttiva del Nostro Bel Paese, dove realizziamo prodotti che fanno il giro del mondo: tipo le mine anticarro fatte a mano.

È da queste piccole cose che si capisce che Sua Santità è in forma – e dallo stato di agitazione del mio capo, Antonio-Abate. Fino a due settimane fa era il primo a raccontare barzellette sull'Uomo in Coma Vigile, ogni aneddoto di vent'anni fa era buono per far ridere gli utenti. La sera del Messaggio Unificato dev'essersi inghiottito un manico di scopa: ora non fa che girare per l'ufficio con passo militare e occhio clinico. Si aspetta di essere epurato alla minima grana.
"E questo cos'è?"
"Eh? Questo? È uno spot che ho trovato da qualche parte, stavo pensando di proporlo in trasmissione".
"È di vent'anni fa?"
"Precisam".
"Non ci capisco niente. Perché il signore gira su quella bicicletta finta?".
"Si chiama cyclette, signore, era un attrezzo ginnico. Quand'era ragazzino ne avrà ben visto uno…"
"Lo sa che io avuto un'adolescenza difficile…"
"Già, mi scusi"
"…e non è che mi ricordi molto del mondo di prima. Del resto, se ricorderemmo, non avremmo bisogno della sua prodigiosa memoria, Immacolato. Ma insomma, perché costringere un vecchietto a fare ginnastica? eravate così ossessionati con la forma fisica?"
"Non è ginnastica, direttore: sta cercando di produrre energia per l'uso domestico, vede? La cyclette è collegata a una dinamo".
"Aaaah, ingegnoso. Ma era conveniente? Voglio dire, per spingere quei pedali servono tot calorie. Quello che risparmi in luce lo paghi in spese alimentari. Non rischia di finire la tessera mensile prima del…"
"Si tratta di un'esagerazione, direttore. Nessuno ha mai collegato una cyclette a una dinamo per cercare di risparmiare energia, naturalm".
"…naturalm".
"È uno di quegli spot di vent'anni fa che cominciavano a gettare ombre sul benessere acquisito. A quel tempo la maggior parte delle pubblicità ci trasportava ancora in un mondo di macchine di grossa cilindrata, ristoranti di lusso, eccetera. Verso la metà degli anni Zero si impone questo tipo di pubblicità proletarizzante, in cui il consumatore si specchia in un sé stesso un po' più povero: una tendenza incoraggiata anche da molti sondaggi d'opinione del tempo. Ricordo che al tempo trovavo l'idea di impoverire nel futuro molto elettrizzante. Non mi chieda il perché".
"Non te lo chiedo".
"Avevamo un'idea molto romantica della povertà a quel tempo. Consumavamo molto, ma non rinunciavamo alle nostre oasi private di povertà. Prendevamo d'assalto gli outlet, i negozi in saldi. Violavamo la legge, duplicavamo i Cd, ci divertivamo. La povertà era un mondo immaginario in cui riuscivamo a far fruttare il nostro famoso genio nazionale. Come questo vecchietto che pedala per ascoltarsi la partita: lui non è un semplice consumatore, lui è un uomo che si conquista il suo diritto ad ascoltare i gol. È allo stesso tempo buffo, ingegnoso, eroico e ribelle. Noi volevamo essere così".
"Direi che ci siete riusciti, complimenti…"

Touché. In quel momento è passato Pioquinto:

"Io non so fino a che punto possa funzionare in trasmissione. È un frammento di passato che fa subito venire in mente il presente".
"Appunto. Così gli utenti smetteranno di considerare i razionamenti energetici una novità, e si ricorderanno che sono iniziati giusto vent'anni fa!"
"Così presto?"
"Se vogliamo tirarla per i capelli…"
"Tiriamola, tiriamo pure i capelli".
"Vent'anni fa l'Enel aprofittò dell'installazione del contatore elettronico per ridurre la portata energetica delle famiglie. Iniziò in modo soft, abbassando le soglie di tolleranza per i sovraccarichi. Improvvisamente i contatori delle case si misero a saltare, i vhs a perdere le impostazioni (molti di loro non furono reimpostati mai più). Quando il malcontento cominciò a prendere forma, l'Enel fece la sua offerta: duecento euro a chi voleva farsi alzare la soglia da 3 a 4,5 kilowatt".
"A condominio?"
"No, signor direttore, a famiglia".
"A famiglia? E cosa ve ne facevate, di tutti quei kilowatt?"
"Mah, in un modo o nell'altro, riuscivamo sempre a non farcela bastare. In fondo bastava accendere lavatrice e lavastoviglie insieme e..."
"Lavatrice e lavastoviglie? Contemporaneam nello stesso condominio?"
"No, nella stessa casa".
"Sarà stato un caso limite, qualche edonista sfrenato che..."
"No, capitava a tutti. Sarà successo anche a me, probabilm, senza pensarci. L'energia è una droga, lo sa".
"Tre kilowatt a famiglia! Però vi sentivate tanto poveri dentro, eh?"
"Erano altri tempi, direttore".
E Pioquinto: "Roba dell'altro mondo. Tre kilowatt al giorno. Poi uno si chiede perché ci fu la catastrofe. Dio dovrebbe mandarvi tutti a pedalare all'inferno, altroché!"

È buffo, lo so, ma da allora l'immagine di tutti noi cinquantenni, nudi e calvi in un girone di malebolge, incatenati a scomodissime cyclette, costretti a pedalare per mantenere costanti le fiamme dell'inferno… mi è rimasta dentro.
Cristallizzata. Come se l'avessi già vista o sentita da qualche parte. O me la fossi sognata.
Ma è da tanto tempo che non ho più sogni da ricordare.
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Il Cattivo Supplente
(sì, è sempre Lui)

E io ti dico, Spoon River,
e dico a te, Repubblica:
guardatevi dell’uomo che sale al potere
e una volta portava una sola bretella.


Edgard Lee Masters, John Hancock Otis

A proposito di Mussolini, ho scoperto un’altra analogia con Saddam Hussein. La prima, famosa, era il pallino per le bonifiche: pare che quando lo abbiano tirato fuori dalla buca, una delle prime cose che abbia detto sia “come vi permettete di trattarmi così, io ho fatto le bonifiche, ecc.” (questo è Saddam, non Mussolini).

L’altra, notevole, è il bullismo. Un anno fa scoprivamo come Saddam Hussein fosse il terrore della scuola elementare di Tikrit; non da meno il giovane Benito. Quando dopo la Marcia su Roma i giornalisti cominciarono a salire a Predappio in cerca di materiale per i loro instant book, raccolsero testimonianze abbastanza eloquenti: “Un dscuréva; e pciéva!”, dicevano di lui i suoi coetanei (Per chi non fosse pratico: “Non discuteva: picchiava”).

Il fascismo, poi, nella versione littoria che meglio conosciamo, è una sorta di bullismo elevato a sistema politico: se la scuola tradizionalmente tenta di correggere il bullo (o almeno di allontanarlo…), la Milizia lo incoraggia, lo seleziona: così negli anni neri si potevano leggere biografie sull’infanzia del duce di questo tenore:

(Y. De Begnac, Vita di Mussolini, Milano 1936; citato in De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965):
“provocatore, sempre desioso di fare a pugni, di gareggiare nella corsa e nella scalata degli alberi da frutto… che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco […]
La sua violenza e la sua volontà di dominio lo spingevano a battersi. Il pugno, il calcio erano le sue armi preferite. Si abituò presto al sangue altrui e al proprio. Provocato quasi mai, provocatore sempre…”


Un esempio per tutti i balilla d’Italia. (Non dovevano avere vita facile, i maestri, a quel tempo).

Il bello è che lo stesso Mussolini, dieci anni dopo i suoi exploit da bullo, cercò lavoro nelle scuole del Regno come maestro: con esiti disastrosi. Disastrosi per lui e per noi, perché a quel punto decise di darsi al giornalismo e alla politica…
La prima esperienza è come supplente in una scuola di Gualtieri, nel 1902: non andò malaccio, considerati i suoi 19 anni. In effetti fu scacciato per aver intrecciato una relazione con una donna sposata (con un marito sotto le armi). Ma la professione non doveva essergli piaciuta particolarmente, se preferì emigrare in Svizzera con la prospettiva di fare il manovale.
In Svizzera poi fece molto altro: il giornalista, l’oratore, l’organizzatore politico… avrebbe riprovato l’avventura dell’insegnamento soltanto nel 1906, a Tolmezzo (Udine). Per rendersi conto una volta per tutte che il mestiere non faceva per lui.

Sin dai primi giorni m’avvidi che la professione del maestro non era la più indicata per me. Avevo la seconda elementare, che contava quaranta ragazzetti vivaci, taluni dei quali incorreggibili e pericolosi monelli. Inutile dire che lo stipendio era modestissimo. Appena 75 lire mensili. Feci tutti gli sforzi possibili per tirare innanzi la scuola, ma con scarso risultato, poiché non ero stato capace di risolvere sin dal principio il problema disciplinare.
(Mussolini, citato sempre da De Felice).

Questo episodio vuole senz’altro dirmi qualcosa, ma non sono sicuro di cosa.
Da una parte, i “quaranta ragazzetti vivaci” sono il contrappasso perfetto per quel bullo che “voleva sempre dominare”… Certo, che se i ragazzetti fossero stati un po’ più buoni (e lo stipendio anche) magari avremmo avuto un dittatore in meno.
D’altro canto, il fatto che il futuro duce di trenta milioni d’italiani non fosse in grado di domare 40 ragazzini di seconda elementare, la dice lunga sulla difficoltà del mio mestiere. Un supplente fallito può sempre riciclarsi giornalista, politico, tiranno efferato: è un pensiero consolante. No. Inquietante. Volevo dire inquietante.

Dovevano passare ancora vent’anni prima che l’ex-bullo, ex-maestro, ex-socialista, cominciasse a riformare l’ordinamento dello Stato – e in particolare dell’educazione – su basi bullistiche. Ma perché lo fece? Lo fece perché anche lui da bambino era stato un bullo, o perché da maestro aveva capito che coi bulli bisogna venire a patti?

Domanda oziosa. La scuola non è la società. Ma la classe di scuola, come metafora della società, funziona sempre. Vedi ad esempio questo pezzo di ieri, su Macchianera, in cui si demolisce Fassino con una sola accusa, sleale quanto micidiale: avere un'aria da primo della classe:

Ciascuno di noi ha avuto in classe un fassino, a un certo punto della vita. Era quello allampanato, con il naso a proboscide, che fiero della sua scoliosi stava seduto al terzo banco, malgrado la statura, perché i randa delle ultime file non lo volevano.

Niente di personale, ma un tipo così non può fare "Il capo della cumpa":

Il capo della cumpa è un’altra storia. È uno che va o non va. Che si allea o non si allea. Che fa la guerra o non la fa. Anche perché di dubbi ne abbiamo già per i fatti nostri...

Uno come Lui, insomma. (Lui?)

***

Rimane questo fatto curioso: spesso i fondatori dei regimi totalitari sono persone di origini relativamente umili: se non proletari, comunque borghesi spiantati, come il pittore-imbianchino Hitler o il maestro Mussolini. L’anno scorso lo avevamo chiamato Paradosso di Otis-Findlay, dai protagonisti di due poesie di Edgard Lee Masters (le trovate ancora qui).

Questo è un grosso problema, che dovrebbe tormentare tutti gli esportatori di democrazia: di solito i regimi totalitari si sviluppano in nazioni che passano un po’ troppo velocemente dal medioevo alla modernità, dal feudalesimo al suffragio universale: Unione Sovietica, Italia, Germania, Spagna nel primo dopoguerra. Sudamerica, Iraq, Iran e altri Paesi in via di Sviluppo nel secondo dopoguerra. Cosa manca in questi Paesi? Forse il famoso ceto medio, a fare da camera di compensazione (in Germania c’era, ma era stato risucchiato dalla crisi).
È come la risposta a uno shock: la democrazia “delle opportunità” arriva prima della democrazia “dei diritti”: ma proprio i più bravi a cogliere questa opportunità (i migliori scalatori sociali) sono i più feroci a negarla agli altri. È quel tipo di dittatore che vince le elezioni e poi le abolisce.
In pratica, è il bullo: “che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco”.

E noi insegnanti, noi buoni e cattivi supplenti, in realtà a cosa serviamo? A crescere buoni cittadini, o a tener buoni i tiranni prossimi venturi? È l’interrogativo delle due meno un quarto.
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Lui e la guerra

Riassunto di ieri: un socialista, un rivoluzionario, fonda tutta la sua carriera sul pacifismo più intransigente: finché alle soglie di un grandioso conflitto di civiltà non cambia idea. Chi è? È Lui.

E io sono a Roma per aiutar [Lui]. Sapete che è “un uomo”? Ha fatto un quotidiano in una settimana.
(G. P.)

In quei giorni Lui sta già pensando di metter su un nuovo giornale. Naturalmente, occorrono soldi. Soldi puliti, perché Lui sta per essere espulso dal Partito e deve dimostrare a tutti che la sua coscienza è immacolata. “Dove trovare il denaro?”, si chiede, “Un denaro che io possa accettare”.

In realtà non ci mette troppo a trovarlo. In Italia (e anche all’estero) c’è qualcuno che crede in Lui. Il primo ad aiutarlo è il collega capo-redattore di un quotidiano borghese: in seguito, un po’ di soldi arriveranno da un Partito straniero, che si è già convertito alla guerra e che vorrebbe che la stessa cosa accadesse in Italia. Nel giro di un mese esce il primo numero. Sotto la testata portava ancora la dicitura di “quotidiano socialista”, ma gli articoli chiedevano a gran voce l’entrata in guerra dell’Italia.
È un successo strepitoso: il primo numero viene esaurito verso le dieci del mattino. Nei mesi successivi il quotidiano, partito con una tiratura di trentamila copie, arriva a punte di 80.000. Socialista o no (l’espulsione dal partito è ormai inevitabile), Lui rimane soprattutto un grande polemista. Il fronte degli italiani che vogliono la guerra – fronte trasversale, che mette insieme destra nazionalista e sinistra rivoluzionaria – finisce per trovare in lui la Guida. (La parola non è esattamente quella). Come dice un telegramma di ex avversari, all’indomani dall’espulsione: “Partito Socialista ti espelle. Italia ti accoglie”.

Quest’“Italia” non è – nemmeno si sogna di essere – la maggioranza del Paese. È un gruppo di pressione, formato per lo più da intellettuali, impiegati, piccoli borghesi: un ceto medio che legge i giornali e si tiene informato, e che chiede la guerra in modo assolutamente disinteressato. Non si può lasciare la civiltà europea sola a lottare contro la barbarie e le dittature: l’intervento dell’Italia avrebbe potuto essere decisivo, e salvare ulteriori vite umane. Coi mesi questo gruppo prende coraggio: in primavera scendere persino in piazza. Dalle colonne del suo giornale, Lui scandisce gli slogan: “O guerra o rivoluzione”. Sembra più determinato che mai.
In realtà è disperato. Teme di aver sbagliato tutto: il giornale vende bene, è vero, ma non rientra nei costi (l’eterno dramma dei quotidiani italiani). Le manifestazioni di piazza riescono bene, ma la maggior parte degli italiani restano ostili alla guerra, impermeabili a tutti gli appelli alla civiltà, alla fratellanza, a qualsiasi cosa. In una lettera di quei giorni, scrive:

Siamo vecchi, amico mio, decrepiti: è stato il sole – compiacente ruffiano – che ci ha fatto credere in una seconda o terza giovinezza. Ma è ora di seppellirci o di cambiare patria. La nostra è vile. Una buona e disperata stretta di mano dal tuo…

Pochi giorni dopo, l’Italia entra in guerra. In seguito, Lui se ne prenderà il merito (si prenderà molte altre cose).

La guerra sarebbe durata ancora tre durissimi anni. L’Europa, con tutta la sua esperienza di invasioni ed epidemie, forse non ha mai assistito a un carnaio peggiore. Armi di distruzione di massa, gas, ma anche il caro vecchio corpo a corpo, il coltello e la baionetta. Sul fronte si scoprì che Barbarie e Civiltà fraternizzavano, come fraternizzavano i fantaccini nemici tra un massacro e l’altro.
E sul fronte c’era anche Lui – mica poteva stare a casa! (e pensare che in gioventù aveva cercato di obiettare al servizio militare fuggendo in Svizzera). Non fu un’esperienza facile: i graduati lo guardavano male perché socialista, i commilitoni che si ritrovavano in una guerra non voluta avevano parecchi motivi per detestarlo. Nel frattempo il suo giornale, senza di Lui, infilava una gaffe dopo l’altra, perdeva colpi e tiratura. Dopo due anni di guerra combattuta, ferito dallo scoppio di un lanciabombe, Lui venne congedato e tornò al suo vecchio posto in redazione.
Il giornale sembrava alla frutta. La posizione filo-guerra era sempre meno popolare, e molti finanziatori, una volta centrato l’obiettivo dell’entrata in guerra, avevano chiuso i rubinetti. A questo punto forse Lui avrebbe dovuto chiudere il giornale. Ma il giornale – oltre a essere l’arma che maneggiava meglio – era ormai tutto quello che aveva: il vecchio Partito lo aveva espulso, un nuovo partito era ancora tutto da fondare. Nei mesi successivi il quotidiano non solo riuscì a superare la crisi, ma aprì anche una seconda redazione a Roma. Da qualche parte, quindi, Lui aveva trovato altri soldi. Ma da chi?

Dall’entrata in guerra erano passati due anni e mezzo, ormai, quando un giorno d’ottobre il fronte italiano cedette su tutta la linea. Per qualche giorno la guerra sembrò ormai persa. Lui (ancora in stampelle) continuò a lavorare al giornale. I famigliari lo trovavano stanco e depresso: a sua sorella disse che gli sarebbe piaciuto morire.
Ma non morì, e nemmeno perse la testa: s’indurì soltanto. Chiese leggi speciali, disciplina di guerra. Scriveva:

Non fermiamoci dinanzi ai diritti della libertà individuale. Spazziamo questo feticcio. Lo ha spazzato l’Inghilterra…

Non c’è solo l’Inghilterra, qualche giorno dopo trova un esempio migliore:

Una delle condizioni per vincere la guerra è questa: chiudere il Parlamento. Mandare i deputati a spasso. [Il Presidente degli Stati Uniti del tempo], per esempio, esercita la dittatura. Il congresso ratifica ciò che [egli] ha deciso. La più giovane democrazia, come la più antica, quella di Roma, sente che la condotta democratica della guerra è la più grande delle stupidità umane.

E ancora (contro i socialisti che continuano a parlar male della guerra):

Fuori di qui ci sono gli stranieri e i nemici. Ma il governo, invece di prendere una buona volta di fronte questi nemici e schiantarli – in questo momento propizio – li tratta coi guanti. È pieno di riguardi per loro. Guai a toccarli! Censura! E quelli non disarmano.

Fino a ridursi, Lui, socialista e giornalista, a chiedere la chiusura dei quotidiani…

O i giornali si uniformano alle necessità della guerra – sotto tutti i suoi aspetti, dai politici ai psicologici – o diamo al governo l’incarico di tenerci informati, con un foglio quotidiano di carta stampata.

Ma per il momento i quotidiani resistono – compreso il suo – e non campano di sole parole. In quei giorni comincia a farsi sempre più insistente, sulle pagine del suo giornale, la pubblicità di un certo gruppo industriale, il più grande e importante dell’epoca. Nel frattempo, nei suoi editoriali, Lui comincia a sostenere la necessità di superare il socialismo. Con cosa? Il nome è nell’aria, ma non è ancora stato individuato. Il primo tentativo è un neologismo orrido: “Trincerocrazia"

L’Italia va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati; quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti… I partiti vecchi, gli uomini vecchi che si accingono, come se niente fosse all’exploitation dell’Italia politica di domani saranno travolti. La musica di domani avrà un altro tempo […] Potrà essere un socialismo anti-marxista, ad esempio, e nazionale.

Il nome deve ancora essere trovato, ma gli ingredienti, come vedete, ci sono già quasi tutti. È tempo ormai di togliere dalla testata quel sottotitolo “anacronistico”:

Oggi, dopo quattro anni, dalla testata di questo giornale scompare il sottotitolo di socialista. Un altro lo sostituisce che mi piace di più. D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori.

I combattenti li conosciamo: ma chi sono questi “produttori”? È presto detto: “quelli che producono, ma non soltanto con le braccia”: un po’ borghesi, un po’ proletari.

Difendere i produttori significa permettere alla borghesia di compiere la sua funzione storica – ci sono ancora due continenti quasi intatti che attendono di essere travolti nel turbine della civiltà moderna capitalistica – e significa anche agevolare agli operai il conseguimento del maggior benessere per il maggior numero.

E qualche giorno dopo.

L’essenziale è “produrre". Questo è il “cominciamento”. In una nazione ad economia passiva, bisogna esaltare i produttori, quelli che lavorano, quelli che costruiscono, quelli che aumentano la ricchezza e quindi il benessere generale. Produrre, produrre con metodo, con diligenza, con pazienza, con passione, con esasperazione è soprattutto nell’interesse dei cosiddetti proletari. […] Bisogna esaltare i produttori, perché da essi dipende la più o meno rapida ricostruzione del dopoguerra. Disorganizzate la produzione e preparerete un dopoguerra tristissimo ai reduci dalle trincee. […] Sì, produrre, produrre, produrre: non già e non soltanto perché l’Italia di domani sia meno povera di quella di ieri, ma perché sia l’Italia libera.

Produrre, produrre, produrre. Con metodo, con passione, perfino con esasperazione. Ma cosa?
Facciamo un esempio. Prendiamo il grande Gruppo industriale che da qualche mese, ormai, pubblicava le sue inserzioni sul giornale di Lui. Cosa produceva? Un po’ di tutto. Fondeva i metalli, estraeva i minerali. E fabbricava armi: cannoni, bombarde, aeroplani, navi. Prima della guerra dava lavoro a 4000 operai: nell’ultimo anno di ostilità, gli operai (anzi, i “produttori”), erano passati a 56.000. Ma la guerra non sarebbe durata in eterno. E allora?
Il grande gruppo industriale era nelle mani di due uomini, i fratelli Perrone. Due classici industriali italiani, insaziabili e onnivori. Compravano di tutto: fonderie, miniere, cantieri. E anche banche. E quotidiani: avevano già Il Messaggero e Il Secolo XIX. E in un qualche modo, misero le mani anche sul giornale di Lui.

Non fu difficile. Si mossero per interposta persona – c’erano pur sempre delle parvenze da salvare – ma un polemista di razza come Lui, in un momento in cui bisognava convincere gli italiani a produrre, produrre, produrre, faceva veramente comodo.
E a Lui faceva comodo lavorare per i Perrone. Dopo avere perso un Partito, aveva trovato un padrone. Che è meglio di niente. Dopo anni di vita grama, ora viaggiava su un automobile messa a disposizione dall’importante Gruppo. Addirittura, un giorno ebbe il privilegio di poter provare una straordinaria novità della tecnica: un aeroplano! Per planare sui cantieri del Grande Gruppo e poi pubblicare, sulle colonne del suo non più suo quotidiano, queste riflessioni “en plein air”:

Combattere oggi e nello stesso tempo lavorare, navigare, produrre, volare: conquistare la terra, i mari, i cieli, ecco l’Italia grande che va, sicura dei suoi destini, incontro all’avvenire…

E nell’avvenire dell’Italia, senza dubbio, c’era ancora tanto spazio per Lui. Che, per inciso, era Benito Mussolini, socialista rivoluzionario, direttore dell’Avanti fino al 1914, fondatore del Popolo d’Italia, e poi del movimento nazional-socialista di “combattenti e produttori” che alla fine prenderà il nome di Fascismo. Il gruppo dei fratelli Perrone era l'Ansaldo.
Tra socialisti e Ansaldo, la Grande Guerra: nessun conflitto sembrò così giusto all’inizio e così insensato alla fine.

Ora ci scuserete – mi prendo la licenza del plurale, per stavolta – se noialtri, che in fondo saremmo socialisti se il nome non se ne fosse andato da parecchio tempo a puttane, preferiamo non seguire l’esempio e restare dalla parte della Pace. Perché avete un bel da dire, voi, che questa guerra è giusta e necessaria, e da una parte ci sono le barbarie, e dall’altra la civiltà: tutte cose già dette, già sentite. Ma quando avremo rinnegato i compagni, i fratelli, chi si prenderà cura di noi? C’è un padroncino vorace anche per noi, che ci farà scrivere su un giornale tutto quello che ci va? No, non c’è, tutti i posti già occupati.
Voi che vi riempite la bocca con lo spirito di Monaco: bravi, conoscete la Storia. Ripassatevi allora anche lo spirito delle “radiose giornate”. Un’élite di piccoli borghesi che chiede la Guerra per spirito di avventura, e si mette contro il popolo, e nella disgrazia resta sola, si fa odiare e odia, e per vendetta si vende al miglior offerente. Questo è il fascismo, questo è l’uomo che l’ha inventato. Un pacifista che un giorno rimase intrappolato in un se, in un ma. Forse la Storia non c’insegna nulla. Ma a ogni buon conto.

Le citazioni da Mussolini (e quella da Prezzolini in cima al pezzo di oggi), sono tratte da Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.
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Lui e la guerra

la guerra
quando sia progressista
perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l’ultima
e lo è sempre
per sua costituzione


(Montale, Fanfara)


Sulla guerra la sinistra è divisa. Questa non è una novità. Anzi, è la cosa meno nuova di tutte. È da un secolo che la sinistra si divide sulla guerra. Molto prima che nascessero i partiti di oggi, prima dei post-fascisti, prima dei fascisti, prima persino della democrazia cristiana, esisteva già una sinistra che si divideva sulla guerra. La storia ci insegna qualcosa? Chi lo sa. Ma certi corsi e ricorsi sono curiosi.

Questa è la storia di un socialista rivoluzionario che fu pacifista intransigente, e che poi un giorno cambiò idea. Per ora lo chiameremo Lui.
Lui?
Lui non era di indole particolarmente pacifica: negli anni dell’infanzia aveva tentato di accoltellare un compagno di collegio. Ma sul rifiuto della guerra e del militarismo aveva costruito la sua carriera politica. Per protestare contro una guerra imperialista aveva guidato i braccianti e gli operai della sua sezione a bloccare i treni. I treni erano passati lo stesso, ma Lui, arrestato e imprigionato per cinque mesi, era diventato un leader di livello nazionale. Al Congresso aveva messo i riformisti all’angolo ed era riuscito a ottenere la direzione del giornale di partito: nelle sue mani era un arma micidiale, perché i discorsi, scritti e parlati, erano le azioni che gli riuscivano meglio.

(Parecchi avranno già capito chi è Lui: facciano finta di niente).

Negli anni successivi la guerra si trascinò, e con lei la protesta; quando in una torrida estate la polizia represse una manifestazione uccidendo un po’ di anarchici, per una settimana l’Italia sembrò sull’orlo di una rivoluzione: da Milano Lui soffiava sul fuoco con corsivi dal contenutoaltamente infiammabile. Non si preoccupava di difendere, coi pacifisti, anche i teppisti che danneggiavano le vetrine: “sarebbe stato invero relativamente facile, comodo e igienico lasciarsi alle spalle una porticina aperta: accettare, ad esempio, ciò che è opera del proletariato, e respingere ciò che opera della teppa. Ma è assurdo distinguere”.

Lo stesso giorno in cui venivano pubblicate queste parole, in un altro Paese un attentato terroristico sconvolgeva l’opinione pubblica mondiale. Nelle settimane successive apparve chiaro che le potenze del mondo civilizzato si preparavano allo scontro finale contro la barbarie. E Lui, da che parte stava? Lui non poteva che essere per la Pace. Con le parole e coi fatti. Ma soprattutto con le parole, che erano i suoi ferri del mestiere.

È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!

E Lui non perde tempo. Indice un referendum interno al Partito: volete la guerra, sì o no? Niente se e ma. Il “no” stravince, e Lui dimostra ancora una volta di avere la base dalla sua parte: abbasso la guerra, né un uomo né un soldo. Ma nei mesi successivi la sua coerenza è messa a dura prova. La guerra va male: la potenza barbarica invade nazioni neutrali, uccide innocenti. Intorno a Lui molti cominciano a parlare dell’opportunità di partecipare alla guerra… per prima cosa, si tratta di salvare la civiltà dalla barbarie. Poi, chissà, può essere l’occasione per fare la rivoluzione. Lui è sensibile a questi argomenti, ma come figura pubblica si sente obbligato a mantenere la linea. A qualcuno confessa la sua angoscia.

Ma sono triste e scoraggiato. Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure… Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso… È terribile. Ciardi, Corridoni, la Ryeger apologisti della guerra. Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. […] Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento. Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano…

Lui cominciava a "diffidare di sé stesso". E non aveva tutti i torti.
Verso ottobre i suoi editoriali cominciano a tentennare, e qualcuno se ne accorge. Gli danno dell’“uomo di paglia”. Giudicate voi:

Se domani […] si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi […] vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie […] sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse […] non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia […] non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità previsioni, sappiamo bene.

Siamo contro la guerra, ma saremmo disposti a farla, se fosse breve e risolutiva: l’Italia, chissà, potrebbe diventare mediatrice armata di pace. Ha un che di D’Alema, non trovate? O di un Rutelli. Ma non è Rutelli. Non è D’Alema. È Lui. Un articolo del genere gli costa la direzione del giornale. Il vertice del Partito gli fa giustamente notare che, dopo aver portato lo stesso partito su una posizione di pacifismo intransigente con il referendum interno, non è il caso di disorientare in questo modo i lettori (gli elettori). Lui non fa una piega, ed esce senza nemmeno sbattere la porta. Che cosa ha in mente?

Chi è Lui? E cosa va tramando alle spalle del Partito? Entrerà l’Italia nel conflitto di civiltà che si annuncia breve e risolutore? Tutte queste cose e molte di più le saprete domani (in realtà le sapete già).
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La mia posizione
(se proprio vi interessa)

Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.
Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.

Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.

Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?

Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.

Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.

Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.

Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.

(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).
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Mister Pappappero

Ai giornalisti e ai blog che dopo la sentenza Hutton hanno esclamato: Pappappero!, e anche Noi lo sapevamo da sei mesi, bisogna ricordare che questo è impossibile, perché, affinché la BBC e Gilligan fossero trovati colpevoli di qualcosa, bisognava che Lord Hutton valutasse i pro e i contro, e questo ha richiesto appunto diversi mesi.

(Anche se è pur vero che At the heart of the process is a mysterious lack of logic. On the one hand Hutton spent weeks listening to evidence about the preparation of the Government's case against Saddam in the September dossier, but when it came to writing his report he rejected the need to address the issue of the dossier's truth. 'A question of such wide import ... is not one which falls within my terms of reference.')

Cioè, al massimo Essi hanno azzeccato una previsione. Ma se adesso stessimo qui a contare tutte le previsioni che azzecchiamo. Per dire, io un anno fa sapevo (1) che la guerra si sarebbe fatta; (2) che sarebbero morti un sacco di civili; (3) che sarebbe morta anche più gente durante la successiva “pacificazione”; (4) che la Palestina sarebbe rimasta il disastro che è; (5) che l’opinione popolare nelle comunità islamiche avrebbe preso le parti di Saddam Hussein. E allora chi sono io, Mandrake? Il Divino Otelma? (Molto peggio: sono un comune pessimista).
L’unica previsione che ho sballato sono le Armi di Distruzione di Massa: credevo che alla fine le avrebbero pure trovate (al limite ce le avrebbero messe). Che figura. Tutta colpa di B… di B… di Gilligan. Mi dicono dalla regia che adesso tutta la colpa è di Gilligan.

Però questa cosa, che Essi sapevano già, mi fa pensare. Come facevano a sapere già tutto, Essi?
Forse Essi sapevano qualcosa che Lord Hutton non sapeva (ma perché non glielo sono andati a dire, così si faceva prima?)
Oppure Essi, in quanto esperti di cose inglesi, sapevano che Lord Hutton era già orientato a scaricare tutto il barile sulla BBC, dati i suoi precedenti (che includono anche un voto sull'immunità a Pinochet?)
Però in tal modo, Essi avvallano l’ipotesi che Lord Hutton abbia deciso sulla base alle sue convinzioni ideologiche. Insomma: se Essi stavano zitti, gli rendevano un servizio migliore.

Ma il fatto è che Essi non ce la fanno proprio. Tutto l’anno a copiare, tradurre, lincare, arrampicarsi in su, centimetro di specchio dopo centimetro di specchio. Se per una volta arriva una buona notizia, com’è possibile frenare l’urlo di gioia che viene dal cuore? E tale urlo di gioia è, per l'appunto, assimilabile a un “Pappappero!”

Essi poi dicono a quelli che non sono d’accordo di tacere, sennò il loro Pappappero non si sente forte e chiaro. E io mi chiedo se Essi non si riferissero per caso a me. Ma non credo. Tanto, le cose che scrivo io, Essi non le hanno mai lette, o se le hanno lette, non hanno capito il punto, e neanche le lettere prima del punto.
Io mi sforzo, badate, ma più semplice di così non ci riesco, per cui è l’ultima volta:

La BBC e Gilligan hanno reso più sexy il dossier: questo ha causato indirettamente la morte di una persona, Kelly. Quindi il direttore della BBC e Gilligan si sono dimessi. Bene.
Tony Blair ha raccontato un sacco di balle agli inglesi sulle armi di dimostrazione di massa: questo ha causato la morte di migliaia di persone, civili, effettivi britannici e iracheni. Quindi Tony Blair si deve dimettere migliaia di volte. Non lo fa? Male. Molto male.

Questa cosa, scritta in maniera più breve e sexy, suona così: “ne uccide più una bugia di Blair che venti di Gilligan, pecoroni”. Che è l’unica cosa che io avevo scritto sul caso Kelly. E l’avevo scritta più o meno… sei mesi fa. Ehi! L’ho scritta sei mesi fa! E avevo ragione! Ma forse allora io sono davvero il Mago Otelma!

A Essi raccomandiamo comunque di non tacere, di continuare così, ché sono troppo forti: e anche il giorno che Essi non sapessero cosa dire, per favore, non tacciano, che il contenuto ideologico del Loro blog ne potrebbe soffrire: dicano comunque qualcosa, al massimo facciano dei rumori con la bocca, purché di guerra (perché là fuori c’è una guerra, non lo sapete?): Tatatatatata, Badabum, Craaaak, Ziiiiiiip! Szock! E, si capisce, qualche Pappappero ogni tanto. La vita sarebbe così dura, senza queste piccole soddisfazioni.

Concludo salutando Essi – Essi in realtà sarebbero quasi sempre solo un blog, ma siccome Essi amano parlare sempre di Loro Stessi al plurale, anche io parlo di Essi al plurale, così non si sentono soli.

The BBC is a surprising victim. Of course, Andrew Gilligan was a fool. Of course, Greg Dyke and Gavyn Davies should have investigated Gilligan before they addressed the Government. But that is the extent of their crimes.

Compared to the invasion of a sovereign territory on flawed intelligence they are minor. The issue now is not whether Campbell lied; it is whether he and Blair got it wrong and skewed the processes of government to forge the dossier that took us to war.


A volte un dignitoso silenzio sarebbe più onorevole rispetto a simili imbarazzanti argomenti. Senza speranza.
postato da Essi
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Forza Occidente (alè alè)

Non bisogna crederlo stupido, non lo è. Ha un’intelligenza pratica, intuitiva, brillante: ma anche grossolana, priva di quelle finezze che si apprezzano negli uomini di mondo. La parola esatta dovrebbe essere “furbacchione”, o “furbastro”: abbastanza furbo da essersi preso più volte gioco di tanti più astuti e sottili di lui. Ma anche abbastanza grossolano da farci cascare le braccia, ogni volta che dichiara qualcosa. Di chi sto parlando? Ma del Capo, no? Se n’è stato in silenzio per tutta la guerra, e appena ha visto Baghdad libera, eccolo qui: pronto a dire che la guerra in Iraq l’ha vinta lui e l’ha persa il Centrosinistra.

Ecco allora che insieme ai "rallegramenti" per quella che il premier definisce "la fine della guerra", e alla rivendicazione di una "posizione filoamericana risultata vincente", il capo del governo spende molte parole per polemizzare con il centrosinistra, colpevole, a suo parere, di "non aver manifestato la nostra stessa allegrezza, perché evidentemente non ha apprezzato compiutamente il senso della liberazione di un popolo".

Vogliamo dire una piccola verità? A parte l’indubbio merito di essere stato zitto quando c’era da tacere, e avere festeggiato quando c’era da festeggiare, il filoamericano Berlusconi non ha fatto un bel niente per l’America. Più che un alleato, è stato un tifoso. Il suo sostegno alla coalizione ha avuto l’importanza che può avere, durante Milan-Nocerina, un signore calvo sulla sessantina con una sciarpa rossonera sul quarto anello di San Siro. Questo spiega anche gli sfottò al centrosinistra, che hanno il senso del gesto dell’ombrello che si mostra ai tifosi avversari: io rido, tu piangi, tiè.

E se la coalizione avesse perso? Impossibile. Ma se avesse perso in termini di immagine, logorandosi in una guerra lunga e ancora più sanguinosa? Allora l’anziano signore avrebbe riposto con fare circospetto la sua sciarpina nella borsa, e sarebbe uscito dallo stadio senza farsi notare. E tu chiamalo scemo. Per non sapere leggere e scrivere, Berlusconi ha capito perfettamente come funziona la diplomazia.

Così le settimane della guerra, e quelle che l'hanno preceduta, dimostrano che "la sinistra è in una crisi profonda", e che, "se ci fosse un Blair nella sinistra italiana, dovrebbe battere un colpo".

Ecco un lapsus interessante. Tony Blair non è soltanto il leader della sinistra inglese (ammesso che lo sia ancora); è anche, e soprattutto, il capo dell’esecutivo del Regno Unito. Lamentandosi della mancanza di un Blair italiano, Berlusconi non si rende conto (o finge di non rendersi conto) che quel Blair poteva benissimo farlo lui. Se era così persuaso della necessità di un’invasione cruentissima, perché non se n’è fatto promotore in Italia, come Blair a Londra? Perché se n’è stato sulle sue, mentre Blair, Bush e perfino Aznar confabulavano alle Azzorre? Già, perché? Perché è un furbastro, il nostro grande capo. Sa benissimo di essere il Presidente non di una nazione di guerrieri della libertà, ma di sessantenni come lui, a cui si può chiedere al massimo di sfoggiare la sciarpina coi colori dell’Occidente. Ha dato un occhio ai sondaggi, ha contato i giorni dalle elezioni, e ha pensato: col cavolo che mi metto nei guai per venti milioni di arabi che neanche so dove stanno sull’atlante. Son mica un petroliere, io, io vendo emozioni. La guerra mi piace giusto giusto alle sette di sera su Retequattro. (Anche perché, mentre a sinistra si discettava di guerra lunga, breve, media, ecc., lui era già in giro in campagna elettorale).

In questi giorni si sono viste casacche di ogni colore in Golfo. Perfino tedeschi e (mi pare) francesi, tanto polemici nei confronti dell’invasione, hanno reso qualche servizio nelle retrovie. L’Italia, niente. L’Italia suonava la trombetta dagli spalti. In un certo senso Berlusconi è stato l’unico vero governante pacifista. Di un pacifismo autentico, viscerale, antieroico: il pacifismo dell’otto settembre: tutti a casa, che la mamma sta in pensiero.

Purtroppo c’è un purtroppo: non sempre si può restare sul quarto anello: presto o tardi questi noiosi alleati chiedono il conto, in termini di “contingenti di pace”. L’Afganistan ce l’ha insegnato, ormai si è rassegnato anche il Ministro Martino, l’idolo di tutte le mamme e le nonne d’Italia: inutile cercare di sottrarsi.

Tornando all'Iraq, il presidente del Consiglio spiega che c'è la disponibilità del governo, "dopo un voto del Parlamento", a fornire un contingente di pace, perché "da tempo sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, ci hanno rivolto la richiesta di inviare soldati dopo la guerra"; ma sulla richiesta alleata di inviare i Carabinieri, di cui si parla da ieri, non si sbilancia: "Sono famosi per il loro operato, ma è presto per dire quale Corpo sarà mandato in Iraq".

Non so se è una mia suggestione, ma mi sembra di leggere tra le righe il piccolo fastidio di doversi decidere a mandare in giro carabinieri o altri, a rischio che qualcuno inciampi in un fucile carico, o venga ucciso in un agguato, o venga sorpreso a torturare nativi, o qualsiasi altra cosa per cui le nostre forze armate sono conosciute nel mondo.
[Probabilmente fanno anche bellissime cose, i nostri militari, ma è sempre il peggio a fare notizia].

E qui finisce la speranza (ridicola speranza) di un Presidente pacifista, che pur plaudendo alla lodevole iniziativa di Iraqi Freedom, se ne stava in disparte e ci teneva al riparo dai venti di guerra. Berlusconi non sa, o finge di non sapere, che la differenza tra “guerra” e “pacificazione” è puramente nominale: dicesi “guerra” quella sotto i riflettori di tutto il mondo, con un sacco di giornalisti rompicoglioni che attizzano i sensori dei carri armati intelligenti. La “guerra” finisce con la presa della capitale, una chiassata in piazza e qualche pittoresco saccheggio. Dopodiché le truppe scelte e la maggior parte dei giornalisti se ne va (svelti, che c’è la Siria in cartellone), e ha inizio la “pacificazione”, che dura anni e anni e miete vittime su vittime, senza che nessuno si prenda più la briga di contarle.

(Per maggiori dettagli sulla “pacificazione”, consiglio di consultare WarNews alla voce Afganistan. Così, già che ci siamo, possiamo anche renderci conto in che inferno abbiamo mandato i nostri cari Alpini, in missione di pace).
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Il costo della Vita…
Cala, cala. E non è una buona notizia

Devo fare due cose che mi seccano un po’.
La prima è ammettere che ehm, forse mi sono sbagliato. O almeno, ho cambiato idea. Insomma, non mi riconosco più in quello che scrivevo un anno e mezzo fa. (Chi se ne frega, direte voi, ma questo sito era nato anche per riordinare le mie idee).

Il 18 settembre 2001 (erano giorni un po’ convulsi), scrivevo:
Gli USA si ritirarono dal Vietnam perché il prezzo in Vite Umane era troppo alto. E da allora non sono più riusciti a combattere una guerra che fosse realmente tale. Le truppe di terra sono intervenute soltanto quando la sproporzione col nemico era tale da non poter veramente impensierire (Granada, Panama, per certi versi anche Somalia e Mozambico); quando invece il nemico aveva un esercito vero e proprio, USA e NATO hanno sostituito la guerra con la cosiddetta "operazione chirurgica": tonnellate di tritolo su Iraq e Serbia.
Non è mancato a noi occidentali 'illuminati' il tempo di criticare la viltà di queste operazioni. Ma anche manifestando contro i bombardamenti non mancavamo mai di proclamare che mai e poi mai saremmo andati in guerra contro serbi e iracheni. Ribadivamo in questo modo che le nostre Vite Umane valevano troppo: che non potevano essere spese per sollevare un Saddam Hussein o un Milosevic. Che si sollevassero da soli, i tiranni. Noi non avremmo dato un capello. (Anche se, naturalmente, eravamo tutti solidali con le povere Vite di curdi o cossovari).


Proseguivo come al solito di paradosso in paradosso per arrivare a parare qui:
Le guerre degli anni Novanta sono state terribili. Ma noi Occidentali – che pure le abbiamo combattute – non ci siamo accorti di nulla. Nel frattempo il costo della Vita Umana in certe regioni del mondo precipitava. Oggi una vita afgana, o palestinese, vale veramente poco. Oggi a un giovane del Sud del mondo, con una speranza di vita ridicola, cresciuto nella dittatura, nella povertà, nell'ignoranza, nel fanatismo, costa relativamente poco arruolarsi nella Jihad come kamikaze. Costa una Vita: la sua. Ben poca cosa. I kamikaze abbondano quando e dove la Vita non costa più nulla.
E siamo a oggi. Bush ha dichiarato guerra contro il "Male", anche da parte nostra, a quanto pare. Non sappiamo ancora che tipo di guerra sarà (ribadiamo comunque la nostra scarsa attitudine a marciare e a sparare contro altre Vite Umane, per quanto poco possano valere). Speriamo tuttavia che non si tratti dell'ennesima vigliacca 'operazione chirurgica', che farebbe precipitare ancora di più il valore della Vita in una regione del globo, contribuendo così a creare migliaia di potenziali kamikaze.
Certe dichiarazioni dell'entourage della Casa Bianca ("sarà una guerra lunga"…) fanno ben sperare. Se gli americani sono convinti che il loro nemico è Bin Laden, o l'intero Afganistan, paghino il loro prezzo in Vite Umane, rovescino l'inumana dittatura dei talebani, arrestino Bin Laden. E se hanno bisogno dell'aiuto degli alleati, ci chiedano un prezzo in vite umane: vedremo poi noi, italiani, ed europei, se siamo ancora così entusiasti di far parte della Nato.


Sono passati venti mesi, gli USA hanno combattuto due prevedibilissime guerre in Asia, che non sono state “operazioni chirurgiche”, e (questa è la novità) non hanno neanche preteso di esserlo. I soldati americani – e i loro alleati – si sono rimessi a morire, in quantità che lasciano sgomenti. In venti mesi il mito del Militare Occidentale Intoccabile si è sciolto al sole: oggi ascoltiamo i bollettini dei morti angloamericani come routine, e già iniziamo a sbadigliare al pensiero del prossimo kolossal hollywoodiano con Demi Moore nei panni di Jessica Lynch.

E intanto io ho cambiato idea. (Forse perché sono il solito bastian contrario antiamericano). Venti mesi fa pensavo che “Le guerre sono cose veramente orribili. Specie se si mandano i missili a combatterle in vece nostra”. Trovavo qualcosa di positivo nel fatto che gli Occidentali rimettessero in gioco le loro vite.
Oggi non ci credo più. Me ne sono reso conto oggi in un bar, leggendo un pezzo del Resto del Carlino. E questa è la seconda cosa che mi secca un po’ fare: lincare il Resto del Carlino. D’altronde sulla pagina in questione non ci sono donnine nude, e il pezzo di Giampaolo Pioli, Soldati in fuga dalla povertà, merita. È il tipo di pezzo che mi piacerebbe leggere sul Manifesto. (E magari ce ne sono, di pezzi così, sul Manifesto, ma al bar non lo trovo mai, e il sito è labirintico).

La guerra a Saddam sta mostrando il volto nuovo delle forze armate Usa. Non sono più la rappresentanza quasi esatta dei gruppi etnici del paese e delle sue classi sociali, ma una vera e propria super azienda. La più grande del paese con oltre 1.500.000 dipendenti in servizio effettivo. Più di 31.000 soldati non sono nemmeno cittadini. Hanno la «carta verde», il permesso di residenza permanente ma vengono da luoghi poveri e lontani. A uno di loro, il caporale Martinez-Flores di Guadalajara in Messico, morto nel suo carro armato di 60 tonnellate Abrams finito nell'Eufrate durante la battaglia di Nassiriya il «passaporto blu» il governo Usa lo ha consegnato alla moglie perché lo tenesse come ricordo e come segno di ringraziamento per l'alto sacrificio.

Vale a dire: finché lavori (e ammazzi) sei solo un immigrato; ma se muori, sei un Eroe e sei morto per la Patria.
Questo mi ricorda qualcosa: le centinaia di irregolari (il numero vero non si saprà mai) con o senza carta verde caduti l’11 settembre. Ci fu qualche senatore che ebbe la macabra idea di proporre per loro la cittadinanza post mortem.

Sul Carlino il pezzo è accompagnato da una foto di Jessica Lynch e Lori Piestewa, insieme. Sorridono. Potrebbe essere l’occasione per una tirata retorica sull’esecito democratico, che ha abbattuto le barriere sessiste e razziali, mandando a morire anche ragazze native americane, come appunto la Piestewa (in Italia c’è già chi rende onore alla “squaw caduta sotto il fuoco amico”). Invece è l’occasione per raccontare come l’esercito americano stia diventando un rifugio non solo per gli immigrati, ma per una fascia crescente della popolazione che la crisi economica spinge oltre la soglia della povertà. In fondo, è la stessa cosa che hanno in mente al Foglio (cioè sul Wall Street Journal), quando dicono che l’esercito sta dando una mano a raddrizzare i giovani: altroché se li raddrizza, gli dà una paga e una posizione sociale. In cambio, certo, ogni tanto chiede una vita: si incrocia le dita, si spera che tocchi al collega, ma se toccherà a noi, pazienza: era nel contratto.

Viene in mente una sequenza di Gangs of New York: gli immigrati appena sbarcati da Ellis Island, che ancora non sanno l’inglese, e già si ritrovano reimbarcati con una casacca blu e un fucile per andare a combattere i Sudisti. “Ma pensi che adesso ci daranno da mangiare?”
Viene in mente l’altra grande “superazienda” emergente negli USA: l’amministrazione carceraria. È da dieci anni che gli americani hanno deciso che conviene ingrandire le galere (e privatizzarle) piuttosto che spendere per lo Stato Sociale. L’ospedale più grande della California è in un penitenziario.

Viene in mente Jessica Lynch, che si è difesa strenuamente mandando al creatore più nemici che poteva, che non è una fanatica cresciuta a film di Chuck Norris (quelli secondo me restano a casa a scrivere sui blog), ma soltanto una ragazza a corto di risorse, che vuole “pagarsi il college e diventare insegnante elementare”. Insomma, forse se io fossi nato negli USA nei primi anni 80 ora mi ritroverei indosso una casacca grigioverde e un fucile, non perché io creda nella Terra della Libertà e della Democrazia, ma solo perché voglio studiare in un college decente.

E allora mi rendo conto che mi ero sbagliato, il 17 e il 18 settembre 2001, a pensare in termini di Vite Umane Occidentali e non Occidentali: che quest’occidente è sempre più una categoria immaginaria: che esistono semplicemente Vite Ricche e Vite Povere, e la grande novità degli ultimi due o tre anni è che i Poveri ormai anche negli USA e in Occidente sono maggioranza. E manovalanza.
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Senso unico

siamo qui, a migliaia di chilometri, puliti e soddisfatti. Facciamo tre pasti e una doccia al giorno. Ogni tanto un occhio alla tv – stiamo vincendo una guerra. Bene. Ma quand’è sabato, e ci va di farci un giro in Centro, c’è sempre qualche stupido idealista che…

“Salve, passante”.
“Salve, scocciatore”.
“Stiamo raccogliendo fondi per…”
“Sentiamo cos’è stavolta”
“…la leucemia”.
“E perché proprio la leucemia? Quanti morti fa la leucemia?”
“Eh?”
“Perché non l’Aids? O il cancro? O la malaria? Lo sai quanti morti fa in Africa la malaria?”
“N-no”.
“Peggio per te. Lo sai cosa sei, tu? Sei un salutista a senso unico. La gente intorno a te muore a sciami, ma per te è tutta colpa della leucemia. Dov’eri mentre si diffondeva la SARS?”
“Ecco, io…”
“A Zanzibar, in Tanzania, una donna è condannata a morire di peritonite. Lo sapevi?”
“Ne ho sentito parlare, ma…”
“Ma non t’interessa niente. Tu sei solo contro la leucemia. Hai occhi e orecchi solo per la leucemia. Del resto, non c’è da stupirsi di gente come te, che ha chiuso gli occhi davanti ai milioni di vittime dell’influenza Spagnola nel 1918”.
“Ma io nel 1918 non ero ancora nato…”
“Certo, certo. E il vaiolo? E la lebbra? Tu sai cosa può fare la lebbra al volto di un bambino? Anzi, ho giusto delle foto qui con me. Le vuoi vedere?”
“Ehm, preferirei di no”
“E invece io te le mostro. Guarda qui”.
“Oddio”
“Guarda, guarda”
“Sto per svenire”.
“Roba forte, eh? E tu non fai nulla per evitare tutto questo, non ti vergogni?”
“Un po’ sì. Però anche la leucemia…”
“E sentilo! Leucemia, leucemia, sai solo dire leucemia. Ma sai che mi stai facendo venire i nervi? E se mi venisse voglia di difenderla, questa leucemia? Di organizzare un leucemia day? Di esporre la bandiera della leucemia dai miei balconi?”
“Senta, mi dispiace averla importunata. Vada pure per la sua strada”.
“Vedete come siete, voialtri? Faziosi e arroganti”.
“Sì. Ci vediamo un’altra volta”.
“Non si può parlare con voi”.
“Già. Le auguro una buona domenica”.
“Anche a te. E ricordati la faccia del bimbo lebbroso”
“Non me la dimenticherò mai”.
“È anche colpa tua, ricordati”.
“Sì, mi ricordo. Addio”.
“Leucemia, leucemia, sempre a dare addosso alla leucemia. È tutta invidia, ecco cos’è”.
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First we take Bassora, then we take Berghèm, II
(Continua da venerdì)

I cittadini, dicevo, gli abitanti di quella sedicente Repubblica fondata sul lavoro (precario), erano giustamente un po’ perplessi.
Fin dal medioevo essi si erano mostrati molto inclini a dividersi in bande, a sfoggiare emblemi di colori sgargianti, e a dividersi su qualsiasi problema, la politica così come lo sport. Negli ultimi anni l’operazione Libertà Infinita aveva polarizzato la cittadinanza in due grandi fazioni: i pacifisti e i filo-Iperpotenti. Ma non bisognava pensare che tutti i pacifisti fossero di indole pacifica (ad alcuni prudevano parecchio le mani), né che tutti i filo-Iperpotenti fossero convinti assertori della democrazia e della libertà: ma siccome l’Iperpotenza era manifestamente la più forte, ritenevano doveroso tifare per lei, come si tifa per la squadra che vince sempre, che si può permettere i giocatori più costosi e gli arbitri più compiacenti. Come se la vittoria degli altri potesse riscattare la nostra mediocrità: un’idea piuttosto singolare, eppure a quel tempo era credenza condivisa da larghe fasce della popolazione.

They sentenced me to twenty years of boredom
for trying to change the system from within.
I'm coming now, I'm coming to reward them.
First we take Bassora...


Il contrasto tra Pacificisti e Iperpotentisti era stato serrato, un tempo; poi con gli anni si era un po’ moderato: la gente continuava a esporre le bandiere comperate ai vecchi tempi, ma con i colori era un po’ sbiadita la passione. I cortei e i controcortei assecondavano il ritmo eterno delle stagioni: c’era sempre una guerra da sostenere o da avversare. Però non si litigava più come una volta: tanto ormai ognuno aveva fatto la sua scelta di campo, e nessuno si sognava di cambiare idea, o di cambiarla a un conoscente, un famigliare, un collega di lavoro. E ci si annoiava parecchio, francamente.

Finché un giorno, Tac! L’Iperpotenza cominciò a minacciare bombardamenti e invasioni, e all’improvviso fu tutto un fioccare di dubbi, ripensamenti, conversioni: nessuno era più sicuro di niente. Molti iperpotentisti dovettero riconoscere con sé stessi che sì, d’accordo, la democrazia, la libertà erano valori fondanti, ma essere bombardati era pur sempre una grossa seccatura. Così, quatti quatti, senza ritirare la bandiera dell’Iperpotenza dal balcone (che poteva tornare utile in caso d’invasione) iniziarono a prendere contatti col Comitato Pacifista di Quartiere, che si riuniva di solito il martedì sera in Parrocchia.

Ma immaginatevi la sorpresa di un ex guerrafondaio, un timorato padre di famiglia, improvvisamente tentato dal pacifismo gandhiano, quando a queste riunioni sentiva gente della sua stessa età brontolare che sì, d’accordo, l’Iperpotenza era proprio un’Iperarroganza, ma un po’ di bombe in fondo ce le meritavamo, col regime che ci eravamo fatti in casa. Che era una cosa mai vista al mondo: per prima cosa i programmi tv erano uno schifo (curiosamente, il palinsesto tv era sempre in cima alla lista delle lagnanze), e poi le leggi su misura dei potenti, l’inflazione, i lavori sempre più precari, le pensioni sempre più ridotte, gli ospedali e le scuole un macello, le forze di polizia una macelleria, e la tv, soprattutto la tv, mai visto uno schifo simile. “Un po’ di bombe ci vorrebbero, altroché”, diceva il pacifista medio. Certo, soggiungeva, “mica così, un tanto al chilo. Ma un missile ben mirato… su chi ho in mente io…”.
E – sorpresa! – molta gente intorno assentiva con la testa: tutti sembravano avere in mente qualche obiettivo strategico da mirare con precisione.
“Ehm, scusate”, azzardava allora il padre di famiglia. “Ma stiamo parlando di bombe su palazzi, voglio dire, di vite umane”.
“E tu chi sei?”, interveniva il campanaro, “che non ti ho mai visto. Dov’eri quando gli azeri massacravano gli armeni?”
Questo era un vecchio trucco dialettico per mettere in difficoltà il pacifista medio: tirare fuori un massacro un po’ esotico, per il quale sicuramente si era dimenticato di protestare, per distrazione, o per un esame, o perché era troppo giovane. Un pacifista un po’ scafato sapeva reagire, ma il signore in questione era ancora un novellino, ignorava totalmente l’ubicazione dell’Armenia e dell’Azeria, e non replicò.
“Probabilmente eri a casa a guardare la tv di merda. Non ti è mai fregato nulla degli Armeni. E invece dei tuoi connazionali ti frega. Solo perché hanno il tuo stesso colore della pelle. Vergogna”.
Un po’ brusco, ma come dargli torto?

I'd really like to live beside you, baby.
I love your body and your spirit and your clothes.
But you see that line that's moving through the station?


Il Paese era insomma in subbuglio. Bisognava amare gli Iperpotenti, anche quando recavano bombe e carri armati? E chissà che un po’ di bombe e di carri armati non avrebbero risolto certe eterne pendenze… Il Governo, che conosceva i suoi polli, non si era fatto illusioni sulle capacità dell’esercito o dei cittadini di opporre resistenza all’invasore; oltretutto era antica consuetudine, in questo Paese, consegnarsi al nemico appena possibile.
Gli stessi rami del parlamento non promettevano nulla di buono. Il Partito dei Celti non trovava nulla di male che bombardassero il Sud del Paese, purché gli sfollati se ne restassero a casa loro; il Partito della Mafia salutava l’iniziativa degli invasori, che venivano a sopprimere l’ingiusto ordinamento carcerario, il carcere duro già severamente criticato da Amnesty International. Il Partito Fascista Pentito fremeva di rabbia, ma ormai si era pentito e doveva contenersi.
A sinistra le posizioni erano più variegate. I leader si distinguevano in distinguo: alcuni accettavano di essere bombardati, purché sotto l’egida dell’ONU. Altri auspicavano un conflitto lungo e doloroso. Ex capipopolo di marce della pace promettevano: “combatteremo casa per casa: non oltrepasserete mai la linea rossa del bagnasciuga!”
Altri ancora tentavano l’autoanalisi: “Se mi guardo allo specchio”, scrisse un opinionista, “Vedo una parte di me contraria alla guerra, una parte di me che spera di vincerla, un’altra parte che risponde: seeee, figurati, e il naso che non sa mai da che parte stare, s’innervosisce e gli vengono i brufoli. Succede anche a voi?”.

Visto l’andazzo, il Presidente, un vecchio mascalzone non privo di fantasia, tentò di proporre una resa incondizionata all’amico invasore. Si sarebbero così evitati inutili spargimenti di sangue e di costosi armamenti; quanto a lui (ormai in età di pensione), si contentava di una modesta tenuta all’estero e mani libere sui suoi conti in Svizzera. Un buon affare, no?
Ma i diplomatici Iperpotenti, consultati, risposero che la resa incondizionata non bastava. Apprezzavano la buona volontà, ma loro la guerra la facevano anche per smaltire armamenti e mostrare a tutto il mondo quant’era efficace la guerra preventiva. Quindi, prima di arrendersi, i nemici dovevano rassegnarsi a fare un po’ i nemici, suonare le sirene e rifugiarsi in cantina per un qualche sera. Tanto i bombardamenti avevano raggiunto un tale grado di qualità e di precisione, che spesso le città colpite diventavano più belle di prima (e poi ci sarebbe stata la ricostruzione, e tanto lavoro per i piccini e appalti per i più grandicelli, promesso!)

(Continua, sorry).
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Notizie e tentazioni

La notizia è che la guerra sta andando male, da qualunque lato la si voglia vedere.
La tentazione è: (Sorrisino) “Vedete! Noi l’avevamo detto!”.
È una tentazione alla quale io resisto abbastanza facilmente (le immagini di questi giorni troncherebbero il sorrisino a chiunque), ma Barenghi?

Barenghi è il direttore del Manifesto, un quotidiano che spesso predica ai convertiti, specie in prima pagina. E in prima pagina venerdì scriveva:

Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua.

Una parte di noi, quella certa parte di noi, se c’è, di solito se ne sta ben ricantucciata dentro di noi, per la paura che le altre parti di noi la prendano a sberle. È precisamente la parte di noi che sogghigna a ogni notizia di strage di mercato o di marines sperduti nel deserto. È quella parte di noi – profondamente stupida – che ogni volta che vede grande confusione sotto il cielo pensa che la situazione sia eccellente, e la palingenesi rivoluzionaria alle porte. È la parte di me (spero irrisoria), che se qualcuno riuscisse a localizzarmi in una zona fisica (un dito dei piedi, un etto del cervello, una piega dell’intestino), io sarei disposto a farmela asportare, perché non si può essere così idioti, anche solo in una recondita parte di noi.

Alla fine Barenghi (sempre allo specchio) si chiede, amletico: E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?.
La risposta è molto semplice: non speriamo niente. La politica non si fa con la speranza. La guerra, figurarsi. I belligeranti, delle nostre speranze, non sanno che farsene.
(A meno che non siamo convinti che i nostri auspici possano modificare il corso degli eventi, ma in tal caso siamo cristiani e questi auspici si chiamano preghiere. Nulla di male, basta riconoscerlo).

Fine invettiva. Consigli per gli acquisti:
l’ultimo numero di Internazionale è molto bello. Passi il titolo di copertina (“War Blog”), ma ci trovate tante cose che credete di aver già letto in settimana navigando su Internet, e invece avete solo fatto finta, perché erano scritte in piccolo e in inglese. Per esempio, il blog di Raed, da Baghdad, tradotto in italiano. Un pezzo di Seymour Hersh su una delle tante bufale pre-belliche: un presunto traffico di uranio dal Niger all’Iraq. Doveva essere una delle prove del rinnovato interesse di Saddam Hussein per le armi atomiche, ma le pezze d’appoggio erano smaccatamente false, come hanno ammesso a mezza voce anche i servizi americani.

La redazione di Leonardo, che la sa sempre un po’ più lunga, è venuta in possesso di uno di questi documenti riservati. Si tratta di un’e-mail inviata all’indirizzo di posta elettronica saddam@hussein.ir Ne citiamo le prime righe:

Sir,

URGENT BUSINESS RELATIONSHIP

First, I must solicit your confidence in this transaction,
which is of mutual benefit. This is by virtue of it's nature
of being utterly confidential.I am sure and have confidence
of your ability, and reliability to prosecute a transaction
of this great magnitude.

We are top Officials of the Federal Government Uranium
review Panel who are interested in importation of goods into
our country with tons of uranium which are presently trapped in
Niger. In order to commence this business,we need your
assistance to enable us transfer funds into your
account.


Secondo me non c’è cascato. (Qui la spiegazione).


Bambini internazionali

Ma soprattutto, su Internazionale di questa settimana c’è una buona traduzione delle e-mail di Rachel Corrie. Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni, sensibile, coraggiosa e intelligente. Ed è morta il 16 marzo in Palestina, schiacciata da un bulldozer israeliano. Poi è scoppiata una guerra, e non se n’è più parlato. Ma dobbiamo cercare di vedere le cose in prospettiva: dopo questa guerra ce ne saranno altre, e sempre crederemo di assistere a svolte cruciali, e sempre ci dimenticheremo della guerra precedente. Ma se avremo dei figli, loro non ci chiederanno se c’è stato prima il Kossovo o l’Iraq o l’Afganistan o il Vietnam. Ci chiederanno se abbiamo sentito parlare di Rachel Corrie, se abbiamo pianto per lei, e se abbiamo ancora quella vecchia rivista con le sue lettere. Credo. Spero.

Ho pensato che in fondo siamo tutti bambini curiosi di altri bambini: bambini egiziani che strillano a una strana signora che passeggia sul sentiero dei carri armati. Bambini palestinesi presi di mira dai carri armati quando si affacciano dal muro per guardare quello che succede. Bambini internazionali in piedi davanti ai carri con striscioni. Bambini israeliani nei carri, anonimi, che a volte urlano, a volte salutano, molti obbligati a essere lì, molti semplicemente aggressivi, pronti a sparare sulle case appena noi ce saremo andati...
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First we take Bassora, then we take Berghèm (primo episodio)

I'm guided by a signal in the heavens
I'm guided by this birthmark on my skin
I'm guided by the beauty of our weapons
First we take Bassora...


Fu lunga, breve, giusta, sbagliata, preventiva, mal preventivata, disumana, umanitaria, fu tante cose, la Seconda Guerra del Golfo, finché un giorno finì: e mentre i soldati dell’Iperpotenza sgomberavano (sostituiti dagli effettivi degli Stati vassalli), l’attesa montava, di conoscere quale sarebbe stato il prossimo obiettivo della Libertà Infinita; quale altro Stato Canaglia avrebbe avuto il privilegio di assaggiare il dolce sapore della democrazia, con quel vago retrogusto di uranio. In Occidente si accettavano scommesse; nel Medio Oriente s’incrociavano le dita e le code di paglia, lunghe assai.

Perciò la sorpresa fu grande, quando si scoprì che il fortunato prescelto era un Paese mollemente sospeso tra Africa ed Europa, ma da millenni iscritto nel catasto Occidentale; un antico faro di Civiltà, anche se negli ultimi tempi sbirluccicava appena, e un amico di vecchia data dell’Iperpotenza (come l’Iraq, del resto). Cosa poteva giustificare una simile scelta? Il petrolio? No, petrolio non ce n’era. Appena appena un po’ di metano, ma chi farebbe una guerra per il metano? No, ormai le guerre non si facevano più per il profitto, ma per la democrazia, punto e basta. L’Iperpotenza riteneva che non ce ne fosse abbastanza, in quel Paese, e aveva deciso di rovesciargliene un po’, lei che non sapeva più dove metterla.

A chi obiettava che quel Paese era, ufficialmente, una Repubblica democratica fondata sul Lavoro, gli ideologi dell’Iperpotenza replicavano con franche risate. Una Democrazia, quella? Con un Presidente che possedeva in forma privata metà dell’etere televisivo e in forma pubblica l’altra metà? Con un Parlamento che varava riforme della giustizia ogni volta che un parlamentare veniva beccato con le mani nel sacco? Con intere regioni in mano a tribù e a clan della malavita organizzata? Forse che Saddam Hussein era un Presidente democratico perché vinceva le elezioni col 99%?

E poi c’erano alcuni diabolici dettagli, che alimentavano il sospetto – qualcosa di più di un sospetto – nel cuore della diffidente Iperpotenza. Già da tempo essa aveva imparato a dubitare degli amici ancor prima dei nemici, specie se erano amici grandi produttori e commercianti di armi.
Perché, proprio nel corso della guerra del Golfo, il Parlamento di quel Paese aveva sentito l’esigenza di consentire ai propri produttori di vendere armi ai Paesi che violavano i diritti civili? Pura coincidenza? E che dire di due anni prima, quendo ancora fumava Ground Zero e il mondo faceva la fila per esprimere le condoglianze all’Iperpotenza ferita al cuore? Non era stato forse lo stesso Parlamento *democratico* a votare una norma sulle rogatorie internazionali che era come un invito alle organizzazioni criminali e terroriste del mondo a nascondere i propri capitali in quel bel Paese? Insomma: si trattava di uno Stato amico o di uno Stato canaglia? Certe volte era difficile distinguere. Ma nel dubbio, si bombarda: era una prassi consolidata, ormai.

Certo, i governanti di quel Paese avevano avuto tante belle parole di solidarietà con l’Iperpotenza. E quanta retorica sulla Terra della Democrazia, sulla bellezza delle stelle e delle strisce… ma aiuti concreti? Pochini. Invio di truppe al fronte? Solo a guerra conclusa. Uso delle basi? Sì, ehm, no, solo per azioni umanitarie, solo se ci mettete davanti al fatto compiuto.
“Ma insomma”, sbottavano i diplomatici dell’Iperpotenza, “siete nostri alleati o no?”
“Ma sì. Ma no. Cioè, dipende dai sondaggi”.

E intanto la situazione degenerava, giorno per giorno. Nel Paese era scoppiata da anni una violentissima guerra civile, detta Guerra del Traffico. Ogni giorno (e ogni notte) su strade e autostrade i civili si scontravano in duelli suicidi, col tacito consenso dell'autorità, che incoraggiava le fazioni a rottamare e acquistare auto sempre più veloci e distruttive, in nome dell'interesse nazionale e del Prodotto Interno Lordo. Ogni anno il numero di morti superava di gran lunga quello dell’Intifada palestinese. Urgeva un’invasione, per ripristinare, se non la libertà e la democrazia, almeno il Codice Stradale. Sarebbe morto qualche innocente, certo. Ma non si poteva far finta di niente, nascondere la testa nella sabbia.

I don't like your fashion business, mister.
I don't like these drugs that keep you thin.
I don't like what happened to my sister.
First we take Bassora...


Furono così avviate le procedure d’invasione, i colloqui multilaterali, i siparietti con gli ispettori ONU, e tutto l’armamentario che serve a far rilassare il telespettatore tra una guerra e l’altra, e a stimolargli l’appetito (parla di guerra per sei mesi, e alla fine ti supplicheranno di cominciarla). Ma nel Paese in questione, pigramente sospeso tra Europa e Africa, la tensione cresceva. Non era cosa di tutti i giorni, diventare un target militare.
I cittadini, specialmente, erano un po’ perplessi. (Continua...)
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Potere Insegnante
(Avvertenza: pezzo fazioso e autocelebrativo. E ci sono tanti altri blog interessanti in questi giorni. Avvertiti).

La scuola è naturalmente per la pace. Come fa a non essere per la pace?
Anonimo sindacalista

So che non siete d’accordo, e non penso di riuscire a convincervi, ma io credo che la diplomazia internazionale potrebbe tranquillamente essere affidata agli insegnanti della scuola dell’obbligo italiana. La situazione, più di tanto, non potrebbe peggiorare – ma se migliorasse?

Quando parlo o sento parlare di containment, mi rendo conto che la maggior parte delle persone non ha un’idea di ciò di cui si sta parlando. All’università, nei master, ai corsi di autostima, si impara ad affrontare i nostri nemici di petto, come se si trattasse sempre di nemici da poco e noi fossimo tanti piccoli Rumsfeld, tante piccole superpotenze. E questo va benissimo, per degli adulti abituati a trattare con altri adulti, più o meno dello stesso segmento sociale.
In fondo sono animali mansueti, gli adulti, gli fai una sfuriata e loro arretrano, istintivamente. Non vogliono grane. Prendili di petto, insegnagli chi è il capo, e loro abbozzeranno.

Ma la scuola dell’obbligo – eh, signori – la scuola dell’obbligo è tutt’un’altra cosa. Mettete da parte i vostri ricordi adolescenziali; mentre voi crescevate e facevate carriera l’Italia è cambiata, e la scuola per prima. Per voi la società multietnica consiste in pratica nel dare una mancia al lavavetri marocchino, e già la cosa è un piccolo fastidio. Ma vostro figlio e il figlio del lavavetri fanno la stessa scuola e corteggiano la stessa ragazza. La lotta di classe riparte da qui, ed è più dura di quanto non crediate.
C’è poco da fare i gradassi, qui. Qui se vuoi delle grane sei il benvenuto. Ed è inutile mostrare le palle, c’è gente pronta a staccartele a morsi.
L’insegnante lo sa.
L’insegnante non ha letto Sun Tzu, non ha letto Clausewitz, ma dopo una decina d’anni di scuola dell’obbligo potrebbe dare qualche lezione a Rumsfeld. Una molto semplice, per esempio: guai a innervosire un avversario disperato. Non c’è nulla di più pericoloso di un torello messo con le spalle al muro. I nemici non si prendono di petto, mai. I nemici vanno addormentati, lentamente. Questo è il containment.
E un insegnante lo pratica tutti i giorni, tre o quattro ore al giorno, solo contro 25/30 torelli in piena ebollizione ormonale. Per farsi rispettare non dispone di nessun armamento convenzionale: per disarmare chi brandisce forbici acuminate o cutter non può far ricorso all’uso della forza, né minacciare ritorsioni. I presidi li sorvegliano, i genitori diffidano di loro, i bidelli scuotono la testa. E le loro macchine restano nei parcheggi scolastici, incustodite, un’esca per qualsiasi vendicatore di ingiustizie.
Eppure in un qualche modo l’insegnante ce la fa. Non sempre, certo. Sui giornali che sfogliate, sotto alle decine di pagine di guerra, a volte troverete nella cronaca locale qualche trafiletto sulla scuola dell’obbligo: un pestaggio, un accoltellamento, un atto vandalico, un racket di merende. È solo la punta dell’iceberg. Il resto è containment, quotidiano containment. Pino, non picchiare Yu col righello. Aziz, ti do il permesso di uscire per fare la pipì, non per fregare il giubbino firmato di Alì. Concetta, se ti do Buono invece di Distinto è perché te lo meriti, non perché sono razzista nei confronti della tua etnìa: cerca di spiegarlo a tuo padre che ha già chiamato il preside per suggerire il mio trasferimento.

Non va sempre bene. Ogni tanto qualcuno esce di testa. La gente non lo sa, ma l’insegnamento è una professione a forte rischio di malattia fisica e mentale. Eppure di solito – novantacinque volte su cento – il containment funziona. Come funziona?
Non lo so. Onestamente. Da qual che ho capito, il containment è un misto di pazienza, simpatia, antipatia, ironia, scenate teatrali, impassibilità, urli, silenzi, minacce, moine, ispezioni, pugni sulla cattedra, praticamente tutto quello che può fare un essere umano senza arrivare al contatto fisico. Qualcosa di molto poco elegante, e tuttavia novantacinque casi su cento funziona.

E a quel punto viene anche spontaneo cercare di applicarlo fuori dalla scuola, ai rapporti con gli amici e coi conviventi, e perché no, alla politica internazionale. Cosa si potrebbe fare con un dittatore del Medio Oriente che tiranneggia il suo popolo e forse dispone di armi di distruzione di massa? Si sarebbe potuto provare, per esempio, con la pazienza, le scenate teatrali, l’impassibilità, gli urli, i silenzi, le minacce, le moine, le ispezioni, i pugni sulla cattedra… con qualsiasi cosa che non fosse lo scontro diretto. Non so cosa ne pensi Sun Tzu o Clausewitz, ma un insegnante lo sa: è una follia sfidare in campo aperto chi non ha più niente da perdere. Siamo sicuri di aver provato davvero in tutti i modi? Siamo sicuri di non aver ceduto all’emotività, all’ancestrale bisogno di mostrare le palle, contro chi è abbastanza sciocco e disperato da potercele strappare?

Ma io chi sono, e a nome di chi parlo? Io sono un supplente, e forse non sono fatto per questo lavoro. (E tanto, per come si stanno mettendo le cose, non andrò mai di ruolo). Sono una persona discretamente coraggiosa, anche nel senso d’imprudente: ho visto le cariche di Genova e i carri armati a Ramallah, e non me la sono fatta sotto. Invece certe mattine, prima di andare a lavorare, mi succede: me la faccio sotto. E questo qualche cosa vorrà dire.
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antiamericani a New YorkDomande più frequenti (2)

Dov’eravate quando la NATO bombardava la Serbia?

Alcuni erano qui, altri erano via, alcuni erano contro i bombardamenti, altri pensavano che fossero giusti. Il dibattito fu feroce, ma è proprio il caso di riaprirlo adesso? La situazione in Iraq è molto diversa.
Ma anche se, per assurdo, avessimo sostenuto tutti la Nato in quell’occasione: e allora? Non ci sarebbe consentito cambiare idea? Molti che espongono bandiere ai balconi non l’avrebbero sicuramente esposta nel 1991 o nel 1999. Ma il pacifismo in Italia è cresciuto anche perché i Paesi Occidentali ultimamente viaggiano al ritmo di una guerra all’anno: una cosa mai vista sui libri di Storia.
E allora attenti, perché in democrazia sono proprio le persone che cambiano idea a far vincere o perdere le elezioni. Dov’eravamo ai tempi della Cecenia, della Bosnia, del Ruanda, del Congo, delle Falkland? Non sono fatti vostri. Adesso siamo qui, è questo il problema.
(Perché invece, voi dov’eravate ai tempi della Cecenia, della Bosnia, del Ruanda, del Congo, delle Falkland?)

Siete sicuri di non essere anti-americani?

E l’America è sicura di non peccare di arroganza? Sempre, davanti all’ostentazione del potere, qualcuno storce la bocca. Un grande potere dev’essere gestito con molta saggezza, per evitare di destare intorno a sé invidia e rancore. In passato, negli USA, ci sono state amministrazioni che hanno dato prova di questa saggezza. Non è il caso dell’amministrazione Bush jr.
L’opposizione all’America, in ogni caso, non è dettata dalla semplice invidia (così come il vostro filoamericanismo non è necessariamente servilismo). La politica estera dell’amministrazione Bush jr è tutt’uno con la politica interna e con il modello economico che sottende. La guerra è il modo in cui il gigante proclama al mondo che “il tenore di vita dei cittadini americani non è in discussione”. Noi, se ci permettete, non siamo d’accordo.
Poi, certo, finché siamo cittadini occidentali istruiti siamo anche in grado di distinguere tra un’amministrazione americana (che ci sta antipatica) e il popolo americano (che adoriamo, col suo cinema, la sua musica e la sua letteratura). I ragazzi nati nei campi profughi di Gaza non sono in grado di fare questa distinzione. E i ragazzi nascono nei campi profughi di Gaza da cinquant’anni.

E siete sicuri di essere meglio degli americani? Anche voi consumate petrolio. Non trovate che gli americani stiano combattendo anche per voi?

Il nostro stile di vita è molto simile a quello degli USA. Ma mentre cerchiamo di moderare i nostri consumi, non possiamo fingere di non vedere che gli americani si accaparrano il 60% delle risorse mondiali. La loro avidità crea un forte squilibrio nel mondo, e li rende impopolari presso una parte crescente della popolazione mondiale. Nei Paesi meno sviluppati questa impopolarità prende la forma dell’integralismo religioso; in Occidente dà vita ai movimenti di protesta. Gli USA (e i loro Paesi satellite) devono combattere contro gli uni e gli altri, e nel frattempo accaparrarsi le risorse necessarie a mantenere il proprio status di superpotenza. La guerra in Iraq non è che un fotogramma di questo lungo conflitto, che è iniziato anche prima dell’11 settembre.

Ma allora voi e Bin Laden siete dalla stessa parte…

No. Noi e Bin Laden non parliamo la stessa lingua e non saremmo in grado di capirci. Il fatto che anche lui attacchi l’egemonia USA non ce lo rende in nessun modo più vicino a noi. Dal nostro punto di vista c’è più distanza tra noi e lui che tra lui e Bush. Del resto sono stati gli USA a inventarlo, e non è escluso che in futuro tornino a usarlo contro di noi. Come fa ogni capetto locale quando grida all’intelligenza fra sinistra pacifista e terrorismo islamico: è una demonizzazione dell’avversario indegna di una democrazia, e di chi si sente così ricco di democrazia da volerne anche esportare.

Come ci si sente a essere la seconda superpotenza mondiale?

Hai letto troppi giornali. Noi non siamo la seconda superpotenza, siamo ancora una potenza di terzo o quart’ordine. Ma in questa fase storica siamo gli unici che possono diventare una superpotenza senza correre il rischio di essere bombardati preventivamente.
È per questo che facciamo un po’ paura ai nostri governi. Non tanta paura: appena un po’.

C’è altro?
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Domande più Frequenti (ai pacifisti)
mi piacerebbe rispondere una volta per tutte e che non se ne parlasse più:

Ora che la guerra è iniziata, che senso ha continuare a manifestare? Non è meglio sperare che sia rapida ed efficace?

Come chiedere a un appestato: ora che hai contratto il morbo, perché continui a lamentarti? Mettiti lì calmo e aspetta che il male faccia il suo corso. Il fatto di aver contratto il virus – dopo aver fatto il possibile per evitarlo – ci dà un motivo in più per essere arrabbiati contro i nostri governi. Non è che la guerra smetta di essere una vergogna soltanto perché è già iniziata.

Ma che speranze concrete ci sono di fermare la guerra in questo momento?

Nessuna. Ma erano scarsissime anche un mese fa.
Questa guerra era nelle agende dei leader occidentali già da quest’estate. Difficilmente avrebbero cambiato idea, anche perché non c’erano elezioni in vista (solo in Germania, dove non a caso Schroeder ha vinto dichiarandosi contrario al conflitto). È solo attraverso una pressione costante del movimento pacifista che si riuscirà a evitare non questa guerra, ma la prossima, o la prossima ancora. Proprio per questo motivo non dobbiamo mollare la presa proprio adesso.

Come potete negare la legittimità di questo intervento militare, quando la risoluzione 1441 prevedeva l’uso della f...

Dai, basta. Non è che perché siamo pacifisti dobbiamo berci tutto quello che è stato detto in questi mesi, compresa la manfrina diplomatica.
È chiaro che gli USA e il Regno Unito volevano la guerra (non hanno mai smesso un attimo di prepararla sul campo), è chiaro che gli serviva un casus belli e che al momento giusto l’avrebbero trovato. Ma tutta la faccenda, a guardarla con un certo distacco, è assurda. Come si può chiedere a un dittatore di disarmare proprio mentre i suoi nemici accumulano armi ai confini e continuano a dichiarare un giorno sì e un giorno no le loro intenzioni bellicose? È quello che Bush e Blair hanno fatto per mesi. La cosa paradossale è che gli iracheni hanno perfino assecondato qualche richiesta degli ispettori, quando era chiaro che Usa e Regno Unito non sarebbero mai stati soddisfatti (e infatti hanno aumentato via via le loro richieste).
In realtà questa guerra è condotta dagli angloamericani su due fronti: il primo fronte è l’Iraq, il secondo sono le istituzioni internazionali. L’attacco all’Iraq è anche un attacco alla legittimità dell’Onu.

Criticate, criticate, ma alla fine non avete nessuna proposta concreta.

È un segno di scarsa fantasia (e quindi di scarsa intelligenza) ritenere che non ci siano proposte alternative all’uso indiscriminato della forza. Ce ne sono svariate, e se non sono ‘concrete’ è semplicemente perché non sono mai state realizzate.
Certo, bisognava pensarci un po’ per tempo. Finanziare partiti democratici (come ha fatto la Nato in Italia nel dopoguerra), invece di sostenere Saddam Hussein. Investire nello sviluppo di una classe media, che invece è scomparsa con l’embargo. Oggi la situazione è disperata, e sembra non lasciare alternative concrete all’uso della forza. Ma di chi è la colpa?
(E poi chissà: magari si potrebbe togliere l’embargo, mandare aiuti a pioggia in cambio di concessioni democratiche, inviare ispettori non solo negli arsenali, ma anche fuori dalle cabine elettorali. Tante cose si potrebbero provare, invece di metter subito mano all’uranio impoverito).

Perché voi pacifisti non avete manifestato anche per l’esilio di Saddam Hussein, come ha fatto, per esempio, Marco Pannella?

Perché è ingenuo credere che Saddam Hussein, insensibile al dolore del suo popolo e a tante risoluzioni dell’ONU, avrebbe tenuto conto dalle manifestazioni dei pacifisti occidentali. Pannella, che ha a cuore prima di tutto la visibilità internazionale del suo piccolo partito, fa un’altra valutazione.
Questo non significa, naturalmente, che i pacifisti non abbiano sperato nelle trattative diplomatiche: ma la diplomazia non si fa nelle piazze e non devono farla i manifestanti. Il ruolo dei manifestanti è dire “no” alla guerra. Spetta poi ai politici e ai diplomatici recepire questo “no” e articolarlo in proposte concrete.

Nel mondo ci sono decine e decine di conflitti in corso. Perché vi mobilitate soltanto per l’Iraq (e in genere per tutte le guerre in cui sono coinvolti gli USA)?

I principali obiettivi di una manifestazione sono sempre due: l’opinione pubblica e il governo del Paese in cui la manifestazione si svolge.
I pacifisti non si mobilitano per questioni di principio (contro “la guerra” in generale), ma ogni qual volta ritengano possibile fermare concretamente una guerra, sensibilizzando l’opinione pubblica e facendo sentire la propria voce al governo. Per questo preferiscono protestare contro le guerre che vedono la partecipazione attiva o passiva dell’Italia e dei suoi principali alleati: i paesi Occidentali. È appunto il caso della guerra in Iraq.
Prendiamo invece un altro fronte del mondo, a caso: la guerra civile in Colombia. Che senso avrebbe manifestare davanti al parlamento italiano per la pace in Colombia? Il governo avrebbe ben poche possibilità di influire sul conflitto in corso.
Questo non significa che i pacifisti dimentichino le decine di conflitti in corso nel mondo, alcuni dei quali più sanguinosi della guerra in Iraq; da anni fanno informazione su alcuni di questi conflitti, mettendo in luce le responsabilità dei paesi Occidentali e di alcune compagnie transnazionali, di cui propongono il boicottaggio. Se però oggi si parla soprattutto dell’Iraq, non è certo per colpa dei pacifisti... (continua)
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Pacifisti e Vincenti

(Intanto in Senato votano la 185...)

I Pacifisti dovrebbero essere persone tranquille, pacate.
I Vincenti dovrebbero essere persone sicure di sé, serene.
E siccome gli italiani si dividono in Pacifisti e in Vincenti (che nessuno si sogna di dichiararsi guerrafondaio, o di stare dalla parte del perdente), i dibattiti dovrebbero svolgersi in un clima di sbadigliante serenità. E invece.
E invece ai pacifisti capita d’incazzarsi, e parecchio, come se la pace riguardasse solo la politica estera e non il nostro quotidiano; e ai vincenti capita di replicare istericamente, come se, in luogo di un poker d’assi, si trovassero in mano una coppia di sette, o giù di lì. Qualcosa non va.
E intanto bombardano. Ma questo non significa che dobbiamo farci la guerra anche tra noi, (e che guerra patetica sarebbe). Qualche concessione a vicenda potremmo pure farcela.
Io, per esempio, che sono un pacifista (anche se tante volte m’incazzo) potrei, in linea teorica potrei, riconoscere che la scelta di intervenire subito da terra, riducendo le perdite civili, è una cosa positiva. Ecco, l’ho detto (e non è stato facile). Proprio perché la guerra non mi piace, e perché trovo che le guerre più ipocrite della storia siano stati i massicci bombardamenti dell’Iraq (1991), della Serbia (1999), e in parte dell’Afganistan.

In cambio, però, chiederei da parte dei Vincenti una maggiore sobrietà. Perché non c’è nulla da festeggiare in un bombardamento. Le persone educate, se proprio devono appoggiare un bombardamento, lo fanno a mezza voce, con espressione contrita. Perché il bombardamento è per prima cosa l’ammissione di una sconfitta. La sconfitta della politica di contenimento delle amministrazioni americane dal ’91 in poi. La sconfitta dell’embargo, che ha affamato centinaia di migliaia di persone e non è riuscito a sconfiggere il regime. La sconfitta di tutto un modo di gestire il Medio Oriente, che viene da lontano, dagli anni Ottanta e forse anche prima.
Noi occidentali abbiamo sbagliato tutto in Iraq. Abbiamo appoggiato un despota sanguinario, lo abbiamo spinto a combattere contro l’Iran, gli abbiamo fornito i mezzi per reprimere le minoranze e il dissenso nel suo Paese. Quando ce ne siamo stancati gli abbiamo tirato la sòla del Kuwait, lo abbiamo bombardato al tappeto, e poi lo abbiamo lasciato lì, a marcire col suo popolo. Finché all’improvviso non ci è venuta voglia di portare la democrazia nel Medio Oriente… andiamo. Con questi bombardamenti non facciamo che mettere una pezza, che si attacca ad altre pezze messe male, che fanno del Medio Oriente una delle regioni più pasticciate del mondo, e della comunità araba una polveriera umana. Non c’è nulla di cui andare fieri.

Tanto più che voi non siete esattamente i Vincenti, ma soltanto i tifosi locali, e non vestite in grigioverde, non pilotate gli Stealth, vi va già grassa se in tv vi fanno vedere i missili con gli infrarossi. Le vostre bandiere americane sono soltanto un simpatico attestato di stima, che non cambia di un millimetro quello che era già stato deciso dagli strateghi militari mesi e mesi fa.
Mentre le nostre pacchiane bandiere arcobaleno – questo dovete riconoscercelo – giorno dopo giorno hanno scalfito la sicurezza di un governo prima filoamericano, poi sempre meno entusiasta della guerra. Senza le nostre bandiere Berlusconi sarebbe stato il quarto ospite al vertice delle Azzorre (se hanno invitato una mezzasega come Aznar potevano invitare anche lui). Invece il nostro amato presidente è rimasto a casa, a dichiarare la “non belligeranza” alle Camere blindate.

La guerra, comunque, non l’abbiamo impedita. Questo lo ammettiamo tranquillamente. Anche voi, potreste ammettere tranquillamente che non siete riusciti a convincere la maggior parte degli italiani, così come il vostro Bush non è riuscito a convincere la maggior parte della comunità internazionale. Forse la colpa non è solo dei pacifisti ignavi e stupidi; forse è anche un po’ vostra: magari non siete stati abbastanza convincenti. Magari siete stati un po’ troppo supponenti. Tante volte avete fatto capire che le bandiere arcobaleno vi facevano perdere la calma, e questo è un segno di debolezza. Ma i Vincenti non possono mostrare debolezza. Noi sì, noi possiamo. È il nostro piccolo vantaggio.
Eppure, forse, ogni tanto qualche dubbio farebbe bene anche a voi. Per esempio: siete sicuri che l’Iraq liberato sarà una democrazia? Da dove salterà fuori il ceto medio necessario a esprimere una classe dirigente democratica? Non è più probabile che le masse dei profughi subiscano il richiamo del fondamentalismo islamico, come purtroppo è successo in Palestina? Avete le prove per dimostrare che le cose andranno come desiderate voi? Studi sociologici, statistiche, previsioni scientifiche? No. Andate avanti per sentito dire. Come anche noi, del resto. Ma allora un po’ di dubbio farebbe bene a entrambi.
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Alle quattro del mattino, ora italiana, si sente dire che bombardano Bagdad.

Io, che non sempre ho cose intelligenti da dire, passo la palla al vecchio Defarge:

Il monopolio della realtà

A questo punto è una questione di ore, poi i missili cominceranno a fischiare. Missili convenzionali, missili cui manca qualche trascurabile diottria, missili con una scritta divertente e liberatoria, ³in culo a Saddam² o ragazzate affini. Due o tre di questi missili rovineranno subito sul Ministero dell¹Informazione, tranciando i cavi che permettono a Saddam di cucinare le notizie di guerra e di drogare l'opinione dei suoi sudditi. Dalle competizioni eletorali alla guerra, la superficie sulla quale si estende il dominio della rappresentazione deve essere totale, senza increspature e zone franche, tanto da tramutarsi in una vera e propria privatizzazione della realta'. A settembre, quando i ministri dei paesi che aderiscono al WTO si troveranno a Cancun, in Messico, per aggiornare l'elenco dei servizi privatizzabili, bisognera' che qualcuno lo dica: la realta' non e' in vendita, se ne sono esaurite le scorte. Chi gestisce il telecomando e' il vero padrone di casa. I padroni della realta' controllano il modo in cui viene rappresentata e rendono narcotica la sovranita' del padrone di casa. C¹e' tutta una storia della guerra a luci soffuse che comincia con l¹invasione delle Malvinas, passa per il Kossovo e la Cecenia e arriva a Kabul...

Non e' solo una storia di falsi e di contrabbandieri, ma un romanzo dozzinale di ciechi e di black-out che arrivano a scioglierne l'intreccio. Oggi quel romanzo ricomincia: bisogna tagliare la lingua di Saddam, per questo il Ministero dell¹Informazione rimane uno dei target più prevedibili. Poi la guerra delle notizie tracimera' in un secondo tempo, più delicato e paradossale: quello in cui chi e' bombardato riceve informazioni, sul fatto di essere bombardato, da chi lo bombarda. Non tramite la tivu', la radio, gli SMS, il satellite o internet. Niente di tutto questo. Probabilmente - visto che da qualche giorno se ne fa un uso massiccio in alcune zone del paese - verra' rispolverato lo stesso mass-media adoperato dal generale Alexander, nel 1944, per sbandare i nostri partigiani: il volantinaggio aereo. Privatizzare, anche nel caso della realta', non significa fornire un buon servizio, all¹avanguardia e competitivo, ma evitare che ne vengano forniti altri.

Ma e' davvero possibile? Davvero crediamo che un buon grafico e un signor volantinaggio possano intaccare lo spirito nazionale di un popolo temprato da decenni di esclusione (su tutti i fronti, compreso quello della pieta' internazionale)? Che la promozione della guerra scalfisca gli orientamenti prodotti dalla miriade di Saddam che tappezzano quelle strade e quelle piazze? Che l¹operazione di marcketing degli alleati faccia fiorire bande di patrioti e comitati di liberazione nazionale? Che gli iracheni possano rimanere ammaliati da un nuovo e cosi' compromesso erogatore di realtà, insomma? Io francamente sono molto scettico. E penso inoltre che farsi questo genere di illusioni significhi aver drammaticamente perso il senso della misura, sovrastimarsi, non essere piu' capaci di ammettere che ci sono identita' culturali e situazioni politiche più resistenti della nostra al nostro modo di smerciare modelli di vita. C¹è parecchio eurocentrismo ­(come lo si chiamava una volta)­ in chi crede di convincere gli altri con un volantinaggio: un¹inconscia teologia del tutto-mercato, che giustifica e redime, che si vende in ogni contesto e che, anzi, lo riconfigura.

Questa prospettiva può convincere i fattorini della democrazia d¹asporto, ma difficilmente modifichera' gli orientamenti di chi riceve dagli stessi aerei il lutto, la morte ­ e la buona novella. Per la buona novella non si uccide: al limite, ma proprio al limite, si muore. Del resto lo sanno anche al Pentagono, nonostante lo ignorino parecchie migliaia di elettori che vivono dell¹area di egemonia del Dipartimento di Rumsfelds e che commettono l'errore imperdonabile di confondere la democrazia con le definizioni commerciali che escono dai nostri centri di comando. Il 15 febbraio, se non altro, sta li' a testimoniare che il numero di questi elettori e' in una fase di erosione.
[...]


Madame, ma quando torni?
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Un altro ragazzo si è tolto la vita all’accademia militare di Modena. Si chiama Ermir Haxhiaj, era albanese, aveva 19 anni. È il secondo suicidio in due mesi, il quarto in sei anni. I graduati insistono che si tratta di pura fatalità. Il padre del ragazzo invece accusa gli insegnanti di discriminazione.
Sull’accademia di Modena ho già scritto un pezzo , un mese fa, e non saprei cosa aggiungere.


Coccodrilli di guerra
Invece vorrei far presente una cosa che in questi giorni mi sta spaventando: mi sono reso conto che questo sito è un interminabile officio funebre, una galleria di coccodrilli.
Sono sceso in fondo alla pagina, e ho iniziato a contare i morti del mese, da Alberto Sordi fino al povero Ermir. Sono troppi.
D’altro canto, quando muore un attore importante, un cantante celebre, una ragazza schiacciata da un bulldozer, sembra impossibile non parlarne. I morti reclamano spazio, proprio loro che ormai non possono più essere aiutati: muovono i ricordi, scuotono le coscienze, fanno arrabbiare e commuovono. I morti – mi sto rendendo conto – sono un argomento molto comodo. Se vuoi fare indignare un lettore, o fargli spendere una lacrima, non c’è nulla di meglio di una prece in prima pagina.

E c’è di più – c’è di peggio: nelle nostre quotidiane battaglie di idee, i morti sono armi. Armi improprie, non convenzionali, micidiali. Rachel Corrie è morta, non esiste più. Perché ho messo la sua foto sul mio sito? Per commuovermi, per sentirmi buono. E perché il sorriso di Rachel Corrie è un colpo basso a chi non è d’accordo con me, a chi difende i carri armati israeliani.
Forse non avrei dovuto mettere quella foto. Forse non è giusto sventolare i morti come bandiere, gettarli addosso al nemico come armi.
C’è qualcosa di molto sbagliato in me, se la prima reazione al lutto del mattino è “Vedete che avevo ragione”. All’accademia si uccide un altro cadetto: “Vedete che avevo ragione? Lì dentro c’è del marcio”. Accoltellano un giovane disobbediente: “Vedete che avevo ragione? I neofascisti sono pericolosi”.
Potrò avere tutte le ragioni del mondo, ma ho perso la mia battaglia se ho trasformato i morti in argomenti, se non riconosco più in loro degli esseri umani, come me, che ieri respiravano e stamattina non esistono più.

Ho pensato a tutto questo dopo aver visto, su icapperi, un banner spaventoso, dedicato ai pacifisti, che mostra foto di vittime del regime iracheno, in gran parte bambini. “In Iraq in migliaia non possono camminare: Saddam ha dato loro “la pace”… Voi marciate per la vostra pace, voi marciate per la pace di Saddam. Ecco il prezzo della vostra pace. Io non posso permetterlo. Io non voglio pagare. È tutto vostro”.

Ora, qui c’è qualcosa di più del pessimo gusto. Innanzitutto c’è l’idea che i milioni di pacifisti del 15 febbraio siano poveri ingenui, che non abbiano mai sentito parlare dei crimini di Saddam Hussein: altrimenti non potrebbero non invocare l’invasione immediata dell’Iraq.
L’autore del banner non ha nessuna intenzione di ‘educare’ i pacifisti: essendo loro ingenui e ignoranti, l’unica cosa da fare è stordirli con una caterva impressionante di foto di bambini morti e feriti, possibilmente con il viso in primo piano e gli occhi sbarrati. Non è citata nessuna fonte per le immagini (sono curdi? Sciiti? A che anno risalgono le foto?).
Quei bambini morti non hanno una storia da raccontare. Sono soltanto un’arma di persuasione, una bandiera di civiltà (civiltà?).

Naturalmente si potrebbe obiettare in milioni di modi: che i pacifisti non sono filo-Hussein, perché Hussein non è pacifista; che i crimini del regime iracheno sono noti da sempre, e che è molto sospetta quest’improvvisa fregola di vendicare gli eccidi al gas nervino commessi più di dieci anni fa. Ma tutto questo non ha la forza del volto di un bambino che non esiste più.
E allora cosa facciamo? Alla fine qualcuno si metterà a cercare foto di bambini uccisi dai missili americani o israeliani, in Iraq, in Afganistan o in Palestina: e ci farà anche lui il suo bello, commovente, scioccante banner animato. E la battaglia per le idee continuerà così, a colpi di foto di bambini morti.

Andrà davvero così? Dipende da noi. Siamo così affezionati alle nostre idee, da rinunciare alla nostra umanità per difenderle?
Domani inizia la guerra, e i morti – come succede in questi casi – smetteranno di avere un volto: diventeranno numeri. Io prometto che ci andrò piano, coi coccodrilli, e non innalzerò più nessuna foto di morto come bandiera, e non userò nessun corpo di morto come arma. Voi fate pure quello che vi pare, siamo su internet. Buona fortuna.
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Ingenuità II
(perseverare diabolicum)

Saddam Hussein non disarmerà mai. Non è una previsione campata in aria, è un'analisi dei suoi comportamenti e della sua politica.

E noi, di chi ci dobbiamo fidare? Degli ispettori ONU o delle analisi di Christian Rocca sul Foglio? È una scelta dura, perché le analisi di Christian Rocca migliorano di giorno in giorno (questa settimana, per esempio, non confonde più i turchi con gli arabi).
Ma è ancora intimamente persuaso che l’uranio impoverito sia la via più breve alla democrazia nel Medio Oriente. Naturalmente “si tratta di un processo lungo, faticoso, pieno di insidie e molto, molto costoso”, e “Il rischio è che gli Stati Uniti, quanto più se isolati, decidano di abbandonare il progetto alle prime difficoltà”. “Se l'Europa e i paladini della pace si occupassero di questo, di spronarli e aiutarli a non lasciare le cose a metà, contribuirebbero molto più efficacemente a un futuro pacifico del mondo”.

Insomma, se alla fine dei bombardamenti non spunterà dai crateri della Mesopotamia un ceto medio in grado di produrre una classe dirigente democratica, la colpa sarà dell’Europa e dei Paladini della Pace. Intesi?
E ora silenzio, disfattisti, che comincia baywatch.

(Ma io mi chiedo: un dittatore, anche avendone voglia, come fa a disarmare, con tutto questo baccano di piani di invasione e di spartizione delle pelli che si fa sui giornali di tutto il mondo?)
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Nel conflitto in corso tra palestinesi e israeliani, come in tutte le guerre attuali, muoiono pochi soldati (cioè gente che per scelta o per mestiere mette in conto anche di essere ammazzata) e tanti bambini, donne, civili (cioè gente che non aveva messo in conto di morire dilaniato da una bomba o colpito da un proiettile). Ecco, oggi la guerra la fanno gli armati, ma non fra di loro, bensì a discapito dei disarmati. Questa dovrebbe essere la spirale da rompere, prima ancora della spirale dell'odio. Giuste o ingiuste le guerre le facciano gli armati, assumendosi la responsabilità di uccidersi tra di loro, in nome di dio, della patria o di qualsiasi altra ragione.


Assassini oggettivi

Michele Marziani non ha tutti i torti: una guerra civile è molto più orrenda di una guerra tra professionisti. Ma Michele Marziani non ha tutte le ragioni: non è giusto lasciare la guerra ai soli militari, non è così facile separare i civili indifesi e gli assassini.
Il caso di Israele è l’esempio più eclatante. I soldati della Israeli Defence Force non sono “gente che per scelta o per mestiere mette in conto anche di essere ammazzata”. Sono i giovani e le giovani di Israele, molti dei quali in servizio di leva. Non necessariamente condividono le vedute del governo in carica, anche se – in quanto militari – il loro mestiere consiste nell’eseguire gli ordini.
E i civili? Cosa significa “essere civili” per un cittadino israeliano? Nella maggior parte dei casi, significa vivere nel terrore di un attentato.
Ma sono civili, per esempio, i 400 coloni insediati nel centro di Hebron, che un tempo era città palestinese? Certo, loro non si sporcano le mani di sangue (anche se girano armati). Sono perfino esentati dal servizio militare. E sono protetti da 2500 effettivi dell’esercito, come se la città si assediasse da sola.

Mettiamo ora che noi – vi chiedo un grosso sforzo di fantasia – mettiamo che noi fossimo giovani palestinesi, cresciuti in un campo profughi di Gaza o della Cisgiordania, e che avessimo l’insana idea di voler combattere per l’indipendenza del nostro Paese. Mettendo in conto di essere ammazzati, è chiaro.
Dovremmo arruolarci in un esercito, e qui cominciano i problemi, perché in Palestina l’esercito non c’è.
Potremmo farci assumere dalla polizia di Arafat, ma istintivamente non ci fidiamo di quel capobanda che è sulle foto di tutti i giornali e che in tanti anni non è riuscito a fare uscire dai campi profughi i nostri padri e le nostre madri.
Molto più probabilmente ci rivolgeremmo a qualche Mullah che ci conosce, che nel campo si fa rispettare, che non si macchia di compromessi col nemico, che in questi anni ha già aiutato la nostra famiglia.
Il Mullah prenderebbe nota del nostro nome e cognome, e poi, un bel giorno, si farebbe vivo con una pettorina di esplosivo e ci ordinerebbe di esplodere in un dato posto, a maggior gloria di Dio. Promettendoci – in più – una buona pensione per la nostra famiglia, che vive nella miseria. Noi cosa faremmo?
Non abbiamo lavoro, non abbiamo prospettive, non abbiamo educazione; abbiamo la rabbia di un’occupazione militare che è più vecchia di noi. Ci propongono di morire come eroi, raggiungere rapidamente il paradiso e allo stesso tempo garantire il mantenimento dei nostri cari che restano quaggiù. Potremmo davvero dire di no?

E il giorno che, aggirati i posti di blocco, ci ritrovassimo in una città israeliana pronti a esplodere, come faremmo a decidere chi uccidere e chi no? Dovremmo avere pietà di un ragazzo o di una ragazza soltanto perché in quel momento non indossa la casacca verde? Dovremmo avere pietà dei bambini, quando uno di quei bambini potrebbe crescere e diventare Sharon? E forse che Sharon ha avuto pietà dei nostri?

Ma noi (fortunatamente) non viviamo in un campo profughi di Gaza e della Cisgiordania. Noi (fortunatamente) non siamo cittadini di Haifa o Tel Aviv. Stiamo dall’altra parte del mare e, anche se facciamo il possibile per tenerci informati, guardiamo tutto da un curioso punto di vista, che chiamiamo Oggettività.
Crediamo che oggettivamente si possano tirare delle righe, in Palestina. Non solo tra i Due Popoli e i Due Stati, ma anche tra i civili e i militari, e tra i militari e i terroristi. Per noi il colono di Hebron, che tiene in ostaggio un’intera città, è un civile innocente, mentre il ragazzo di Tel Aviv vestito di verde al posto di blocco ha il dovere di morire per difenderlo.
Per noi il ragazzo di Gaza con la pettorina è un terrorista, mentre chi l’ha lasciato crescere in quell’inferno è un civile innocente.

Di più. Noi siamo convinti che tutto sommato ci possano essere anche guerre giuste, finché si combattono molto lontano da qui, e finché a combatterle sono assassini regolarmente iscritti a eserciti regolari. Eppure lo sappiamo che nei processi per omicidio si condanna anche il mandante.
E il mandante non siamo forse noi, quando abbiamo deciso che il nostro petrolio, la nostra sicurezza, il nostro stile di vita non erano in discussione?
Certo, noi non ci sporchiamo le mani. Stiamo dall’altra parte del mondo e valutiamo i pro e i contro con oggettività. Nel frattempo abbiamo abolito il servizio di leva. Così, d’ora in poi, gli assassini regolari saranno soltanto quelli che non si possono permettere qualche professione più appagante. Magari saranno gli emigrati arabi, curdi, albanesi. E noi li manderemo a combattere in Arabia, in Kurdistan, in Albania, con le mostrine dei nostri eserciti.

Insomma, noi non siamo così migliori di quei coloni di Hebron. E in fondo la guerra in Palestina non è che la prova generale della grande guerra delle Civiltà. Ma non c’è da aver paura: la combatteranno altri per noi. L’essenziale è tenere lontani i soldati dai civili, cioè da noi, che siamo persone responsabili e oggettive. Mentre loro – i soldati – se vanno in giro per il mondo a uccidersi, in fondo è il mestiere che si sono scelti, no?
Oggettivamente.

(Io con chi sto? Io sto con tutti i giovani dei campi profughi che non aderiscono ad Hamas, non aderiscono alla Jihad, non si mettono pettorine: sono tanti, anche se non vanno sui telegiornali. E sto con i giovani dell’esercito israeliano che hanno rifiutato di prestare servizio nei Territori Occupati. Per ora sono 525).
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Il cammino del diritto internazionale
è lungo e irto di ostacoli, che mi accingo a illustrare:

Nel 1453, dopo lunghi mesi di assedio da parte dei turchi, le sorti di Costantinopoli sembrarono volgere al meglio quando una delegazione del Sultano Maometto II fu ricevuta con tutti gli onori dallo staff diplomatico Bizantino. Per un attimo l’intesa cordiale fra i due contendenti parve possibile. Purtroppo le richieste della delegazione turca furono stoltamente rifiutate dalla controparte, che le riteneva assurde e lesive della dignità bizantina.
La redazione di Leonardo è giunta in possesso delle pergamene riservate che mostrano l’ultimo, drammatico faccia a faccia tra il capo delegazione turca (Omar Balacs) e l’ufficio di gabinetto bizantino, l’eunuco Tarekon Amos:

Tarekon: Ah, questa no! Le torri poi no, per Santa Tecla! Io credo che dovrebbe esserci un limite anche alla faccia tosta dei Mori!
Balacs: Trovo singolare e alquanto buffa l’abitudine dei Bizantini di chiamare Mori noi Ottomani, che condividiamo con voi la medesima rosea carnagione.
(FSssssssss! Booooom!)
Tarekon: E non cambiare sempre argomento, brutta faccia di Beduino!
Balacs: Come? Non ho sentito, con tutto questo rumore.
Tarekon: “Questo rumore” sono i vostri infernali cannoni, a cinque leghe da qui.
Balacs: Si tratta di esercitazioni, la cosa non mi riguarda. Io sono un diplomatico.
Tarekon: Tu? Un diplomatico? Un ladro di casbah, ecco quello che sei, Omar! Con che faccia vieni a chiederci di abbattere le nostre stesse fortificazioni?
Balacs: Non tutte le fortificazioni, solo le torri che superano la misura di centocinquanta piedi.
Tarekon: E perché centocinquanta, di grazia?
Balacs: Dai 150 in poi noi le riteniamo armi offensive.
(Boooom! Tatrac!)
Tarekon: Offensive? Cosa c’è di offensivo in una torre, per San Diodato?
Balacs: Non fare il finto tonto, eunuco, sai benissimo che il fuoco greco cola dalle vostre torri in quantità, ed è un’arma esecrata dalla comunità internazionale. Sapete quanti padri di famiglia avete spedito ad Allah il Misericordioso, con quella diavoleria?
Tarekon: Tutti quei padri potevano starsene anche dalle loro pidocchiose famiglie in Cappadocia, invece di stazionare sotto le nostre torri difensive. È colpa nostra se ci state assediando da mesi?
Balacs: Non starò qui a discutere del concetto di colpa con un cane infedele, rappresentante di una monarchia tirannica ormai sconfitta dalla Storia. Un giorno, forse, ci sarà un organismo sovranazionale che dirimerà le controversie tra gli Stati…
Tarekon: Eh, magari.
Balacs: …ma nel frattempo ci si arrangia come si può. Allora il problema è tutto qui: Noi troviamo che quelle torri sono troppo alte, e noi vi chiediamo di tirarle giù.
(Tatrac! Booom!)
Tarekon: Ah sì, eh?
Balacs: Come segno di buona volontà.
(Entra il giovane scriba di Tarekon, tutto tremante)
Scriba: Ehm… illustrissimo Tarekon, è permesso?
Tarekon: Che c’è, ancora?
Scriba: Un… un dispaccio dal contrafforte orientale. Pare che gli infedeli – con rispetto parlando – gli infedeli, dicevo, pare che abbiano aperto una breccia.
Tarekon: Una breccia!
Scriba: Nel contrafforte orientale, sì.
Balacs: Non guardate me, non c’entro. Io sono un diplomatico.
Tarekon: Un diplomatico? Vieni qui col tuo asciugamano in testa a chiederci di abbattere le torri e intanto i tuoi cannoni stanno prendendo di mira i nostri contrafforti?
Balacs: Sono operazioni di routine, vedrete che…
Tarekon: Routine? Le nostre spie riferiscono che il tuo Sultano sta già facendo le gare d’appalto per ricostruire la città dopo il saccheggio! La vostra imprudenza è pari solo alla vostra supponenza! Fuori di qui.
Balacs: Bene, se le cose stanno così, me ne vado alla buon ora. Lungamente ho pregato in cuor mio (Crac! Booooom!) che la Montagna andasse da Maometto. Ma se le cose stanno così, non resta a Maometto che muoversi. E tanto peggio per la montagna. A presto, Tarekon.
Tarekon: A presto, Balacs, saraceno infame. Spero di strozzarti coi tuoi stessi genitali.
Balacs: Vorrei poter dire lo stesso. Addio.

Erano tempi bui, si sa, e il diritto internazionale era ancora indietro, indietro.

Veniamo al secolo scorso: 1940. Dopo aver invaso la Polonia e dilagato in Francia, il Terzo Reich sta studiando la prossima mossa. Isolata dal resto del Continente, la Gran Bretagna sembra una preda alla portata di mano: ma la Royal Air Force si sta dimostrando un osso più duro del previsto.
Mentre i caccia si scontrano sui cieli della Manica, un’altra battaglia di logoramento viene condotta sul piano diplomatico. La redazione di Leonardo è giunta in possesso di un altro documento riservatissimo: la conversazione tra Sir Terry Adsow, intmo amico di Winston Churchill, e Herr Heinz Blichsen, sottosegretario personale del marchese Von Ribbentrop. L’abboccamento tra i due ebbe luogo in uno chalet svizzero.

Adsow: Herr Blichsen, con tutto il rispetto, io credo che lei sia totalmente uscito di senno.
Blichsen: Non faccio che eseguire gli ordini dei miei superiori.
Adsow: In tal caso le pongo le mie scuse, ma la prego altresì di far presente ai suoi superiori che io li ritengo totalmente fuori di senno.
Blichsen: Bando alle cerimonie, si tratta soltanto di esaudire alcune semplici richieste, suggerite dal buon senso.
Adsow: Un tedesco che parla di buon senso è come un italiano che parla di treni in orario. Ma lasciamo perdere. Dunque, secondo i vostri superiori noi dovremmo smantellare il nostro sistema di contraerea…
Blichsen: Vede, è così semplice. Sappiamo che voi avete sviluppato quest’arma offensiva, contraria a tutte le più elementari regole della cavalleria, il… voi come lo chiamate? Quella cosa con le onde ellettromagnetiche…
Adsow: Il radar.
Blichsen: Ecco, sì, quello.
Adsow: E secondo voi il radar sarebbe un’arma offensiva?
Blichsen: Beh, senz’altro offende il nostro concetto di eroismo militare. Dove va a finire tutta la poesia del duello aereo? Lo Sturm, il Drang, l’impeto futurista dell’aviatore, membro scalpitante e ribollente nella guaina d’acciaio della fusoliera? Tutto questo, per voi non è che un bip bip su un quadro comandi. E la chiamate civiltà, questa?
Adsow: Ma lo facciamo per difenderci. Voi vorreste bombandarci e invaderci.
Blichsen: Vile propaganda, menzogne sioniste. La Gran Bretagna non è il nostro nemico naturale. Il nostro vero obiettivo è il blocco pluto-giudaico-bolscevico. Londra non ha nulla da temere.
Adsow: E che mi dite del Leone Marino?
Blichsen: Del che?
Adsow: L’Operazione Leone Marino. È il nome – fantasioso, invero – con cui il vostro Führer avrebbe battezzato un dettagliato piano d’invasione della nostra isola. Almeno stando al rapporto dei nostri servizi. Rapporto consegnato un mese fa.
Blichsen: Oh, i Servizi, si sa, ne dicono tante…
Adsow: Ogni giorno qualche vostro velivolo militare attenta al nostro spazio aereo. I vostri scenziati stanno studiando la possibilità di bombardarci con razzi a reazione, e chissà quale altra diavoleria. Il mare del Nord e la Manica pullulano dei vostri sommergibili. Il vostro Führer ha già pianificato la spartizione dell’Europa. E voi ci chiedete di smantellare il radar.
Blichsen: In segno di buona volontà.
Adsow: Il mio lignaggio e la mia educazione m’impediscono di riversare su di lei e sui suoi emissari le contumelie che vi meritereste.
Blichsen: Non so nemmeno perché sto a perder tempo col rappresentante di una decadente monarchia plutocratica, sconfitta dalla Storia e dall’insorgenza dei popoli giovani, forti, vivi, rigogliosi, ariani…
Adsow: Vada via, se ne torni nella birreria da dove è stato vomitato.
Blichsen: Come preferisce, ma si ricordi le parole di Brenno: guai ai vinti.
Adsow: Prenderò nota, grazie. E addio.


Ma oggi le cose vanno diversamente: oggi, finalmente, c’è un organismo sovranazionale che dirime le controversie tra gli stati. E infatti…
Hans Blix: Qui Blix.
Tareq Aziz: Sono Aziz. Niente, chiamavo solo per comunicare che abbiamo rottamato altri sei missili Al Samoud 2
Blix: Molto bene.
Aziz: … E nel frattempo, gli americani hanno bombardato Bassora, uccidendo sei civili.
Blix: Sì, ne ho sentito parlare. Ma sai bene che la cosa non ci riguarda. È un’operazione di routine…
Aziz: Certo, certo. E poi ho letto del piano di Bush per il nuovo assetto democratico dell’Iraq dopo l’invasione.
Blix: Già. Beh, Bush è in democrazia, sai. Lui può dire tutto quello che vuole.
Aziz: Già.
Blix: Non farmi il broncio, Aziz, non provarci nemmeno. Non m’incanti. Sei il rappresentante di una feroce dittatura. Hai sterminato i curdi col gas nervino.
Aziz: Ma per l'appunto. Quando sterminavamo i curdi col gas nervino tutti ci rispettavano. Ma adesso che abbiamo quattro missili in croce, dobbiamo pure distruggerli con le nostre mani, mentre Bush grida ai quattro venti che ha intenzione d’invaderci.
Blix: Aziz…
Aziz: Ho la sensazione di trovarmi nella pagina più ridicola della Storia del mio Paese e dell’Umanità intera. Il mio nemico grida ai quattro venti che vuole invadermi. Il mio nemico vuole che io mi disarmi, così l’invasione gli riesce più comoda. E io mi disarmo. Che razza di politica è mai questa?
Blix: Che ti posso dire, Aziz. È il diritto internazionale. Una prima mondiale, quasi. Un esperimento.
Aziz: E noi saremmo le cavie, eh?

Penso che Saddam Hussein se avesse davvero avuto intenzione di disarmare, lo avrebbe fatto. Deve disarmare, perché è pericoloso. Quindi qualsiasi cosa gli sentiate dichiarare adesso, si tratta soltanto di un tentativo di prendere tempo e di ingannare il mondo, perché è abituato a fare esattamente questo...
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Stasera penso a Em., che è molto lontano.
L’anno scorso mi disse: “Vado in Palestina”, io gli risposi: “quasi quasi vengo anch’io”.
Quest’anno mi ha detto: “Vado in Iraq”, io gli ho risposto: “sei matto”.
Oggi dovrebbe essere a Bassora. Il suo 15 febbraio l’ha fatto a Bagdad.

... [la sintassi è quella che è, provateci voi con le tastiere del medioriente] Qui tutto ok, la manifestazione bellissima. Temevamo che si inserissero iracheni con le foto di S.H. ma cosi' non è stato. Però la gente, i bambini, le donne ci salutavamo dalla finestra con sorrisi e "thank you", gli operai dalla impalcature ci chiedevano le bandiere della pace per sventolarle. Bello. […]
Per il resto incontri, visita al suk, alla università, al rifugio della famosa strage del 92. La gente e la città sono molto più laiche di come pensavo. Rarissimi i burka e perfino i veli non tanti, molte donne vestite occidentali, la gente ti parla, accetta le foto perfino nella moschea. Certo niente alcool, ecc, la strada è lunga ma diversa da come ce la raccontano. La paura non si sente, viene esorcizzata con vita intensa e festosa, molti matrimoni, gente in strada, musica, ecc. Un po' sarà anche che non sanno tutto e un po' che sono fatalisti ma non del tutto, vedo la tv in camera e non parla quasi d'altro.


Em. non lo sa (e quando lo saprà s’incazzerà molto), ma è un porco fascista. Almeno stando a Fred Barnes, direttore del Weekly Standard (segnalato da Camillo). Come tanti altri opinionisti non solo americani, Barnes ha improvvisamente scoperto che in Iraq c’è una vergognosa dittatura da abbattere, altro che petrolio. E chi non lo ha ancora capito è un “porco fascista” (testuale: “Fascist pigs”). Compresi i milioni che hanno manifestato sabato.

Siam tre (milioni di) piccoli porcellin

Mi scuserete per la traduzione casereccia.
“La corruzione della Sinistra si è aggravata negli ultimi anni. Questo non è mai stato tanto evidente come lo scorso Sabato, quando massicce manifestazioni contro la guerra si sono svolte a New York, San Francisco e altre città degli Stati Uniti e del mondo, tra cui Londra. Forse che i manifestanti hanno marciato contro il consolato iracheno di New York per chiedere di porre fine ai crimini di Saddam? No. Forse che lo hanno condannato nei loro slogan e nei loro striscioni? Macchè. Forse che hanno difeso le vittime di Saddam? No. La sinistra, oggi, sta sdoganando i dittatori fascisti. Il suo nemico sono gli Stati Uniti”.

“Mr. Barnes?
Mr. Barnes, la chiamo dall’Italia. È una nazione fuori dagli Stati Uniti. Ha presente Roma? Lì intorno. Roma, sì, il Colosseo, Ridley Scott ci ha fatto un film.
Anche a Roma c’è stata una manifestazione, un po’ più grande che a Londra. Eravamo tre milioni. Mancava praticamente solo il Papa, per motivi di salute. Chi è il Papa? È… un capo religioso, molto importante. Fascista anche lui, evidentemente.
Lo sa che il Fascismo lo abbiamo inventato noi? Poi, grazie a voi, lo abbiamo scacciato. Anche se a dire il vero, nell’inverno del ’44 potevate darvi una mossa, invece di lasciarci i tedeschi in casa … ma è inutile recriminare. Ci avete salvati. Vi saremo eternamente grati. Oddio, senza l’Armata Rossa ci avreste messo ancora più tempo, ma noi preferiamo essere grati a voi piuttosto che all’Armata Rossa. Voi siete più simpatici, anche se non avete mai brillato in Storia e Geografia.

Mr. Barnes, ho letto il suo ultimo editoriale. Secondo lei tutti quelli che danno una chance a Saddam Hussein sono porci fascisti. Beh, è un’idea coerente. E io apprezzo la coerenza.
Apprezzo la coerenza che la portò, negli anni Ottanta, a scrivere vibranti editoriali contro l’amministrazione Reagan che finanziava Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran. A quel tempo scriveva che non è giusto finanziare una dittatura fascista per combattere una dittatura religiosa. Ed aveva perfettamente ragione.
Apprezzo la coerenza che la portò, nel ’91, a dare del porco fascista a George Bush Primo, quando ordinò al generale Schwarzkopf di ritirarsi invece di entrare a Bagdad. Aveva ragione: quale insulso calcolo geopolitico poteva valere più della libertà di un popolo? Forse che i cittadini iracheni non avevano lo stesso diritto alla libertà degli emiri del Kuwait?
Per tutti questi anni ha continuato a tenerci informato sugli abusi criminali di quel regime. Non ha mai distolto lo sguardo. Diede del porco fascista a Clinton, che a parte qualche bombardamento di routine non sembrava assolutamente intenzionato a cambiare nulla in Iraq. Spiegò con pazienza che anche l’embargo, che colpisce la popolazione e rafforza la classe dirigente (e quindi la dittatura) in realtà è solo una porcata fascista. E aveva ragione, Mr. Barnes. Lei è l’autentico paladino delle libertà irachene.

Mentre noi, poveri illusi pacifisti, per tutto questo tempo neanche sapevamo dove fosse sulla cartina, l’Iraq. Non ce n’è mai fregato niente. Lo abbiamo tirato fuori solo come scusa per parlar male dell’America.
Il fatto è che oltre a essere porci e fascisti, siamo anche schifosamente modaioli. Nel 2001 ce la menavamo tanto con l’Afganistan, dicevamo che era ingiusto bombardarlo: ma che ne sapevamo? Credevamo che i bombardamenti anglo-americani avessero lasciato diverse migliaia di vittime, ma a quanto pare ci sbagliavamo: le vittime civili sono solo poche centinaia, “few hundred”. Lo dice lei, che è un giornalista informato, noi non abbiamo motivo per dubitarne. Quest’anno c’è venuta la smania per Saddam Hussein. Ma ci passerà presto. Piuttosto c’è da chiedersi cosa ci verrà in mente dopo. L’Iran? Il Venezuela? Il mondo è pieno di dittatori da difendere. C’è solo l’imbarazzo della scelta, per dei piccoli porcellini fascisti come noi”.

(Se qualcuno mi dà una mano a tradurre, gliela spedisco pure.
Dite che capirà l’ironia?)
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Maestri di vita (6) – Giovanni Papini: Amiamo la guerra

Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra.

Non è solo per fare il bastan contrario – o forse sì – ma il fatto è che ultimamente sono un po’ stanco di sentire gente che odia la guerra. Specie quelli molto più idealisti, realisti, intelligenti e informati di me, che odiano la guerra più di me ma sono convinti che a questo punto sia necessaria, per poter arrivare più rapidi alla pace.
Ecco, dopo mesi e mesi di discorsi su quanto sia brutta e ineluttabile la guerra, mi vien voglia di andare a cercare quel pezzo in cui un giornalista italiano dichiarava francamente e senza vergogna di amarla, questa benedetta guerra. Ma chi era? E dove scriveva? E quand’è che l’abbiamo letto? Come facciamo a ricordarcelo così bene?

Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sudore nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l’arsura dell’agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre. […]
È finita la siesta della vigliaccheria, della diplomazia, dell’ipocrisia e della pacioseria. I fratelli son sempre buoni ad ammazzare i fratelli! I civili son pronti a tornar selvaggi, gli uomini non rinnegano le madri belve.


Il giornalista si chiama Giovanni Papini (Firenze 1881-1957). Scriveva su una piccola rivista fiorentina, “Lacerba”, da lui fondata nel 1913 e sotterrata nel 1915, che ebbe un certo successo. A volte viene considerato un futurista: in realtà Papini e Marinetti non sono mai andati molto d’accordo, ma pescavano nello stesso bacino di malumori che sarebbe poi fermentato nelle trincee della Grande Guerra, dando luogo a quel singolare fenomeno politico italiano, il fascismo.
Però Marinetti, che di solito viene ricordato per aver scritto “Guerra, sola igiene del mondo”, non sarebbe mai stato capace di scrivere righe asciutte e feroci come queste:

C’è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un’infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutare la vita.

Non è un caso che in quasi tutte le antologie di letteratura italiana per la scuola superiore ci sia una foto di Marinetti, ma questa pagina di Papini. Volendo dare un esempio di letteratura francamente, schiettamente bellicista, i compilatori delle nostre antologie scolastiche (tutti comunisti, com’è noto) finiscono invariabilmente per ritagliare questo editoriale di Lacerba, datato primo ottobre 1914. E questo il motivo per cui ce la ricordiamo bene: in mezzo a tante letture soporifere, Papini ha uno stile che ti dà la sveglia. Senti qui:

Non si rinfaccino […] le lacrime delle mamme. A cosa possono servire le madri, dopo una certa età, se non a piangere. E quando furono ingravidate non piansero: bisogna pagare anche il piacere.

Ah, se sentisse il Ministro Martino…

E chissà che qualcuna di quelle madri lacrimose non abbia maltrattato e maledetto il figliolo prima che i manifesti lo chiamassero al campo. Lasciamole piangere: dopo pianto si sta meglio.

Papini di recente è finito anche al cinema, in una brevissima scena di Un viaggio chiamato amore: è in un caffè di Firenze con dei sottufficiali di passaggio, che declama un suo articolo. Indovinate quale.

C’è una linea fiorentina che forse non risale fino a Dante Alighieri, ma sicuramente a Machiavelli: una scia brillante di scrittori che non sempre (anzi, quasi mai) diventano classici della letteratura, ma conoscono un buon successo presso i loro contemporanei. Perché? Per due motivi. Primo: cercano di scrivere come parlano, un lusso che fino a poco tempo fa solo un fiorentino poteva permettersi. Secondo: dicono cose enormi, micidiali. Machiavelli scriveva saggi su come ammazzare gli avversari politici, con tanto di esempi documentati. Papini spiega che la guerra ha tutta una serie di ricadute positive in vari settori, l’agricoltura, per esempio:

I campi di battaglia rendono, per molti anni, assai più di prima senz’altra spesa di concio. Che bei cavoli mangeranno i francesi dove s’ammucchiano i fanti tedeschi e che grosse patate si caveranno in Galizia quest’altro anno!

Nel Novecento Papini è il primo interprete di questa scia. Dopo di lui la fiaccola passa a Maccari e a qualche altro strapaesano, ma c’è meno gusto a fare i gradassi quando il gradasso in capo è a Palazzo Chigi. Finché, dopo la seconda guerra la fiaccola viene afferrata da Montanelli, che la impugna con sicurezza, ma la normalizza, la imborghesisce. Ed essa languisce con lui.
Quando Montanelli muore (nell’estate del 2001), l’Italia resta senza il suo grillo parlante toscano, per alcuni mesi. Finché l’undici settembre, in un attico di New York un’anziana signora di Firenze perde la testa, scrivendo torrenti di insulti. Il Corriere della Sera glieli pubblica, senza cambiare una virgola. E gli italiani impazziscono, si rubano il Corriere dalle mani, corrono in copisteria per fotocopiarlo. Gli italiani hanno un bisogno disperato di toscanacci maldicenti.

E il fuoco degli scorridori e il dirutamento dei mortai fanno piazza pulita fra le vecchie case e le vecchie cose. Quei villaggi sudici che i soldatacci incendiarono saranno rifatti più belli e più igienici.

È fin troppo evidente quanto abbiamo perso nel passaggio da Papini alla Fallaci. Senza bisogno di scrivere Cazzo e Fottiti, come il peggio scrittore pulp, Papini resta oggi molto più osceno di quanto non sia mai riuscita a essere la povera signora. A proposito, io della Rabbia e dell’Orgoglio già non ricordo più niente. Mentre questo Amiamo la guerra, veramente, non me lo levo dalla testa.

È scritto bene, diciamolo. Papini è uno dei pochi scrittori italiani che sia veramente riuscito a campare con quello che scriveva. Ma ogni settimana doveva inventarsene una più grossa. Noi ricordiamo solo “Amiamo la guerra”, ma da un numero all’altro Papini doveva consigliare di chiudere le scuole, abolire il senato, picchiare le donne, i bambini e i cani. E quando i futuristi vennero da Milano a fargli i complimenti, lui per un po’ se li tenne cari, poi non ci fu niente da fare: si mise a insultare anche i futuristi. Doveva farlo: era il suo mestiere. Aveva moglie e figlie, tante figlie da mantenere.
Era un polemista, ma non uno qualsiasi: era l’inventore della moderna polemica giornalistica: stringata, ma linguacciuta, razionale ma vendicativa. Oggi ne abbiamo fin sopra i capelli, ma negli anni Dieci c’era solo lui; i suoi colleghi erano rimasti alla retorica dell’Ottocento. E ogni settimana lui li tirava giù, metodicamente, a colpi di temperino. I suoi lazzi e insulti a quel tempo erano un nuovo stile di giornalismo: oggi li chiameremmo satira. Perché, in fin dei conti, avete creduto che Papini parlasse sul serio?

E rimarrano anche troppe cattedrali gotiche e troppe chiese e troppe biblioteche e troppi castelli per gli abbrutimenti e i rapimenti e i rompimenti dei professori. Dopo il passo dei barbari nasce un’arte nuova fra le rovine e ogni guerra di sterminio mette capo a una moda diversa.

Può darsi che Papini si sentisse un po’ barbaro. Della sua famiglia era stato il primo a studiare, e l’ultimo a patire la fame. Aveva la foga rabbiosa tipica degli autodidatti: il suo libro di critica filosofica (una specie di Simulator, appena un po’ più serio) si chiamava Stroncature.
Ma non era uno stupido. Ce n’erano tanti, come lui, che scrivevano o dipingevano roboanti odi alla guerra: Marinetti, Boccioni, Soffici, Carrà… Finirono tutti al fronte, e dal fronte all’ospedale, e chi tornò a casa (Boccioni non tornò) scrisse poi cose molto più tranquille.
Papini – che probabilmente vedeva un po’ più lontano – preferì saltare un passaggio, e a guerra appena scoppiata si convertì al cattolicesimo, senza passare dal fronte. Evitando così un inutile perdita di tempo (e di sangue).

Ora che lo sappiamo, proviamo a rileggere “Amiamo la guerra”. Curioso: a differenza di tutti i suoi colleghi interventisti, Papini non s’immagina mai di dover combattere la sua amata guerra. Il suo è il più smaccato “armiamoci e partite”. Che la facciano gli altri, la guerra igenica: che si tolgano pure di mezzo.

Chi odia l’umanità – e come non si può non odiarla anche compiangendola? – si trova in questi giorni nel suo centro di felicità. La guerra, colla sua ferocia, nello stesso tempo giustifica l’odio e lo consola. “Avevo ragione di non stimare gli uomini, e perciò sono contento che ne spariscano parecchi”.

E veniamo a noi. Dicevo che ultimamente sono un po’ stanco di sentire persone molto più idealiste, realiste, intelligenti e informate di me, che odiano la guerra più di me, ma sono convinti che sia necessaria. E mi viene da dire: signori, se proprio ne siete convinti, andateci. E levatevi un po’ dai coglioni.
Ma credo che loro scuoterebbero la testa, scettici: “non siamo noi che dobbiamo andarci, sciocco, noi saremmo d’intralcio. Lasciamo lavorare chi conosce il mestiere”.
Senza dubbio. Però, permettete: io non m’intendo di geopolitica, ma non volendo combattere, e non essendo tagliato per farlo, non oserei chiamare qualcun altro a far la guerra in vece mia. Non si fa. Non è fine. Chi è in grado di combattere combatta, chi non ne è capace stia zitto e attento. Tutti questi applausi d’incoraggiamento sono indecenti.Tanto si sa che voi resterete a casa, davanti alle vostre confortevoli finestre sul mondo. Sempre pronti a convertirvi al dio di turno, a seconda della convenienza.

E allora ditelo, che sotto sotto la guerra vi piace (purché la facciano gli altri): fa un sacco di spazio, e concima i terreni. E l’economia riparte. Coraggio. Ditelo. Non mi farete più schifo di quanto non mi facciate già. Non mi piace la retorica dei buoni sentimenti, preferisco la schiettezza di chi scrive come parla e parlando dice quello che pensa. La schiettezza di Giovanni Papini:

Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerrà e spaventosa – e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.
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