PD e 5Stelle, separati alla nascita

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Un accordo di governo tra Pd e M5S: fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, e forse lo è. Certo, il parlamento lo ha accettato: ma la base? Prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai milioni di elettori Cinque Stelle che il Pd non è più il partito di Bibbiano. Prima o poi qualcuno dovrà convincere gli elettori del Pd che il ministro Di Maio non è più “er bibbitaro“, e che Rousseau in fin dei conti è una semplice piattaforma di consultazione interna, con molte falle nella sicurezza e zone d’ombra, ma del tutto legittima. Prima o poi, due popoli aizzati da anni l’uno contro l’altro su media e social network dovranno seppellire l’ascia di guerra.

Ammesso che sia possibile, chissà se ne vale la pena. Pd e M5S potrebbero riallontanarsi tanto velocemente quanto si sono avvicinati. A farli convergere per un istante sarebbero mere considerazioni tattiche, in un tentativo più o meno disperato di resistere a un Salvini trionfante nei sondaggi. Ecco l’unica cosa che avrebbero in comune, gli elettori dem e grillini: il nemico. In politica è normale trovarsi a letto col nemico del proprio nemico, ma non significa che devi andarci d’accordo tutto il giorno. Non resta che stringere i denti e ricordare che Di Maio-Zingaretti è meno peggio di Di Maio-Salvini. Con queste premesse, è chiaro che l’alleanza potrà durare fino a un calo di Salvini nei sondaggi, o il nodo di qualche inchiesta su di lui non giunge al pettine. Dopodiché, o si troverà un altro nemico in comune, oppure addio. Potrebbe anche essere tutto qui.

Oppure democratici e cinquestelle potrebbero approfittare di questo strano flirt estivo per rimettersi in discussione. Per qualche anno si sono odiati e disprezzati, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma quando è cominciato tutto questo, e chi l'ha deciso?

Quella tra elettori del M5S e del Pd non è la tipica contrapposizione ideologica che separa – per fare un esempio – fascisti e comunisti. Non è nemmeno una nuova forma di lotta di classe: i bacini sociali dei due elettorati sono contigui, forse sono gli stessi. Anche l’interpretazione che va per la maggiore (Pd elitista contro M5S populista) convince fino a un certo punto: il Pd ha molto spesso assorbito spinte populiste (specie nella fase rottamatrice della segreteria Renzi), mentre il M5S sembra essere il partito più votato dai laureati. Fingiamo di essere appena arrivati in Italia da un altro pianeta: di fronte a due partiti che si odiano e si spartiscono gli stessi serbatoi elettorali, non potremmo che concludere che si tratta del risultato di una scissione. Non abbiamo mai pensato di analizzarla da questo punto di vista, ma forse potremmo.

Se non è facile trovare una data per sancire l’inizio dell’odio tra i due soggetti politici, è certo che già nell’estate del 2007 c’era una forte diffidenza reciproca. Nell’ottobre di quell’anno i leader di Margherita e Ds decidono di fondersi in un unico partito, con Walter Veltroni come segretario, eletto durante le prime primarie aperte ai cittadini della storia repubblicana. Fino a quel momento lo schema dei Democratici di sinistra era stato quello dalemiano di coalizzarsi con forze più centriste (le schegge dell’esplosione della vecchia Dc), cercando di arginare Berlusconi. Lo schema era sembrato efficace con l’Ulivo di Prodi nel 1996, ma molto meno con l’Unione di dieci anni dopo. Per Veltroni, apparentemente più bonario, quelle stesse forze andavano attirate e assorbite, eliminando gli elementi meno assimilabili grazie a una legge elettorale che prevedesse una soglia di sbarramento sufficientemente alta. D'Alema non credeva nella strategia di Veltroni ma in un certo senso la preparava; Veltroni era insofferente dei tatticismi di D'Alema, ma in un certo senso li portò a compimento. Perché sia i dalemiani che i veltroniani erano convinti che l'unico modo di vincere le elezioni fosse andare verso il Centro, visto come un'immensa pianura in cui pascolava un abbondante elettorato moderato che non poteva davvero sopportare la volgarità di Berlusconi e prima o poi lo avrebbe abbandonato. Sia D’Alema che Veltroni erano convinti che il futuro della socialdemocrazia fosse una liberaldemocrazia allineata alle direttive di Maastricht, mitigata da alcuni ammortizzatori sociali da decidere poi con calma. Il fatto che la classe media cominciasse a impoverirsi non destava molte preoccupazioni: l’eventualità che la frustrazione degli elettori li portasse a cercare formazioni politiche più estreme sembrava fantascienza. Sia D'Alema che Veltroni erano convinti che la battaglia si sarebbe vinta al centro perché, in sostanza, sia D'Alema che Veltroni erano buoni politici di Centro, e non facevano che tendere a sé stessi. E sia D’Alema che Veltroni non ci arrivarono mai.



Oggi forse si è chiarito il perché... (continua su TheVision)


Oggi forse si è chiarito il perché: quel favoloso centro in realtà non esisteva, non era una piana sconfinata ma uno spazio residuale. Tutt'altro che moderati erano gli elettori del sedicente centrodestra: tutt'altro che moderati i toni con cui Berlusconi li aveva attirati e sedotti, raccontando di un pericolo rosso incarnato persino nelle forme rassicuranti e democristiane di Romano Prodi. Berlusconi non sarebbe stato sconfitto dalla moderazione: se solo qualcuno l'avesse capito prima del 2008. Beh, in realtà qualcuno l'aveva capito. 

No, in realtà lo avevano capito in molti. Marco Travaglio, per esempio, che sull'antiberlusconismo aveva già costruito una carriera e che di lì a poco ne avrebbe fondato l'organo di stampa. Antonio Di Pietro, che stava portando il suo piccolo partito giustizialista a conduzione famigliare a sfiorare il 5%. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, i due giornalisti del Corriere autori del caso editoriale del 2007, La Casta, in cui la classe politica italiana veniva accusata di una voracità insaziabile. E Beppe Grillo, che nel settembre di quell'anno celebrò a Bologna il suo primo V Day, un fluviale comizio a pagamento. Il pretesto era una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che conteneva già in nuce uno dei cardini del futuro movimento 5 Stelle: il tetto massimo di due legislature per i parlamentari. 

Alla fine dell'estate 2007 insomma la situazione era chiara a chiunque la volesse capire: gli elettori non stavano cercando contenuti moderali, anzi. Da tredici anni Berlusconi catalizzava l'opinione pubblica, polarizzandola tra due schiere di fan e haters. Se tra i fan cominciava a serpeggiare la delusione per un nuovo miracolo italiano mai realizzato, la rabbia accumulata degli haters ormai tracimava verso nuovi obiettivi: non più soltanto Berlusconi, ma anche tutti i politici che non erano riusciti a batterlo, anzi non ci avevano nemmeno provato: e in effetti né D'Alema né Prodi erano riusciti a far approvare una legge sul conflitto d'interessi; quanto a Veltroni, stava promettendo che Berlusconi non lo avrebbe nemmeno nominato.

La scissione avvenne in quel momento, anche se non ce ne accorgemmo subito e forse non ce ne siamo ancora accorti. Eppure sapevamo che la folla accorsa a Bologna per firmare le proposte di legge di Grillo era formata in gran parte da elettori di centrosinistra. Elettori sempre meno interessati ai discorsi moderati di un Veltroni alla vana ricerca di un Centro che alla fine coincideva con sé stesso. Nel 2008 prese comunque 15 milioni di voti (alla Camera), un dato mai più raggiunto dal PD ma inferiore di 4 milioni al risultato dell'Unione di Prodi due anni prima: anche stavolta la conquista del Centro era rimandata. A quel punto si dimise, ci furono nuove primarie e Beppe Grillo chiese di partecipare. Era soltanto una provocazione: stava già iniziando ad approvare liste locali con le cinque stelle nel simbolo. 

In quell'occasione Piero Fassino pronunciò la famigerata frase che gli sopravvivrà: "Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un'organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende". Nel 2013 ne avrebbe presi più di otto milioni, superando di misura il PD di Pierluigi Bersani. Il partito che era nato per conquistare il centro moderato lo aveva completamente perso, e oggi sappiamo perché: sappiamo che non era affatto moderato. Sappiamo che sotto la cenere covava un risentimento che abbiamo chiamato prima antipolitica e dopo populismo, e che Grillo ha cavalcato un po' per buona fede un po' per calcolo, finendone quasi travolto. Sappiamo che è un magma in cui si trovano ormai fuse assieme istanze che una volta erano di pura sinistra (l'ecologismo, la questione morale) e veleni di estrema destra. Con questo magma, il PD ora dovrebbe tentare di costruire un'alternativa al sovranismo eterodiretto di Salvini e camerati. Forse è impossibile, probabilmente è troppo tardi, purtroppo non ci sono alternative.
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Sei sicuro che vuoi fare come gli americani, Matteo Renzi?

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Riportando tutto a casa, sarà interessante capire cosa succede ai renziani ora che Obama se ne va, e con lui forse si dissolve quel campo di distorsione che li ha portati a immaginare per l'Italia un assetto simil-presidenziale. Ovviamente c'è già in giro chi trae dalla vittoria di Trump auspici per la vittoria del Sì o del No al referendum: ognuno cerca di inquadrarla con le cornici che si trova in casa - due in particolare non le reggo in più, la cornicetta che si chiama "cambiamento" e quella che si chiama "anti-establishment". Non vogliono più dire nulla: quale cambiamento? Quale estabishment?

Io non ho la minima idea di chi vincerà il quattro dicembre, ma penso che la riforma sia brutta, e che fosse ancora più brutta nelle prime stesure, quando ancora il Senato delle Regioni era concepito come l'assurdo Senato Americano: quello in cui tutti gli Stati eleggono lo stesso numero di senatori, compreso il Vermont dove sono bastati 190.000 voti; in California ce ne sono voluti 4.800.000, venticinque volte tanto. Si tratta evidentemente di un sistema iniquo e arcaico, ma è difficile rinunciarvi dopo due secoli di successi; più difficile è capire perché in Italia qualcuno lo volesse introdurre, offrendo a trecentomila molisani la stessa rappresentanza di dieci milioni di lombardi - dopo vent'anni di leghismo! Ci scrissi qualcosa sul sito dell'Unità - pazzesco quel che pubblicava una volta il sito dell'Unità.

Poi magari la Boschi si accorse che qualcosa non andava e cambiò di nuovo la bozza; ma il solo fatto che l'abbiano proposta e divulgata lascia sgomenti - è come l'inglese di Renzi, anzi, molto peggio: da una parte sei contento che Renzi stia migliorando la sua pronunzia e che la Boschi abbia scoperto che in Italia la densità di popolazione varia sensibilmente di regione in regione; dall'altra è un po' imbarazzante veder crescere in diretta questi aspiranti riformatori e statisti: cioè per carità bravini, la stoffa c'è, ma non siamo a un talent show, bisognava arrivare già preparati.

È dal dopoguerra che gli italiani guardano con ammirazione agli USA - i democristiani più di altri. Fino a un certo punto qualsiasi ipotesi di modificare la costituzione in senso americano rimane comunque circoscritta alle fantasie di un Pannella o un Almirante. Quand'è che la passione per le cose di Washington si trasforma in una vera e propria tensione riformatrice che contagia persone altrimenti ragionevoli? Il 2008 mi sembra un ottimo termine a quo. A primavera, la sconfitta del Pd di Veltroni - non fu per la verità una sorpresa, quella volta forse persino i sondaggi ci azzeccarono: ma ci si aspettava senz'altro qualche punto percentuale di più e soprattutto nessuno immaginava la completa sparizione della sinistra. Delusi da un bipartitismo ancora molto imperfetto, diversi elettori italiani del PD si appassionano alla più emozionante campagna elettorale statunitense, quella con Obama prima contro la Cinton e poi in finale contro McCain (con la Palin spalla comica). C'è una vignetta dell'allora sconosciuto Makkox che esprime il lato patetico di quell'entusiasmo. L'ipotesi veltroniana, qui ho cercato di spiegarlo, proponeva una interiorizzazione dell'antiberlusconismo: visto che sconfiggere il Berlusconi reale sembrava per il momento impossibile, occorreva eliminare il berlusconismo dentro di noi. Smettere di nominarlo, smettere di pensarci, purificarsi. Guardare all'estero era l'unica possibilità, e all'estero quella di Obama era l'unica favola a lieto fine. Alcuni non hanno distolto lo sguardo per otto anni, e sì che molti dettagli non tornavano; le tensioni razziali, le stragi a mano armata a cui il POTUS ha assistito indignato e impotente, l'approccio un po' dilettantesco alla crisi in Medio Oriente, lo scandalo della NSA e il trattamento riservato ai whistleblower. Tutto questo non ha impedito a Obama di essere straordinariamente cool fino all'ultimo, e tanto bastava. Veniva bene in tutte le foto, faceva battute divertenti, è stato un presidente fantastico.

Negli stessi anni prende piede in Italia un timido tentativo di riformare l'Italia in senso semipresidenziale - senza avvertire i cittadini, il che è un problema a parte: cioè se almeno lo avessero detto chiaramente, si sarebbe potuta apprezzare la franchezza. Non è a dire il vero il primo e forse nemmeno il più sostanziale: già l'introduzione dell'uninominale del 1993 - e soprattutto l'abitudine di Berlusconi di mettere il suo cognome bene in evidenza sul simbolo - avevano preparato il terreno. Tuttora, chi si lamenta che Renzi non sia stato "eletto dal popolo", ha probabilmente in mente il modo in cui Berlusconi e Prodi sono usciti vincitori dalle elezioni tra '94 e '08: molti elettori avevano la sensazione di votare per l'inquilino di Palazzo Chigi oltre che per il parlamento (avevano torto?) La riforma Renzi e Boschi non fa che proseguire la tendenza: l'idea che la sera delle elezioni si debba conoscere il vincitore è una suggestione quasi hollywoodiana - se socchiudi gli occhi ti sembra di vedere i coriandoli rossi e blu. Renzi si allena a fare i discorsi, tutti lodano il suo Concession Speech alle primarie del 2012, sembra di stare in uno di quei videoclip di Vasco Rossi o Ligabue che giravano negli USA per darsi un tono - non importa dove, bastava un incrocio qualsiasi, il primo parcheggio con un concessionario appena fuori dall'aeroporto.

A un certo punto tutti si mettono a parlare di Accountability, che viene molto imprecisamente tradotto "votami per cinque anni e se faccio un disastro ne discuteremo poi". L'obiezione che l'Italia non è una repubblica presidenziale, che è il parlamento a nominare il capo del governo, a concedergli la fiducia e a potergliela ritirare in qualsiasi momento, viene liquidata con fastidio: roba da vecchi! Vecchi! Guarda invece Obama quanto è cool. Nel frattempo Obama aveva perso da un pezzo la maggioranza del Congresso, e dopo aver faticato a varare una riforma sanitaria, non ha più potuto far nulla per limitare la vendità delle armi da fuoco - solo dei discorsi accoratissimi all'indomani di ogni strage. Fantastici discorsi. Renzi & co. avranno senz'altro preso appunti.

Ieri un'elezione ha regalato a Trump la presidenza (malgrado la Clinton abbia avuto più voti) e un'ampia maggioranza al congresso e al senato. Per molti è stata una doccia freddissima; magari salutare. L'uomo più cool del mondo sta lasciando la Casa Bianca: forse è l'occasione per maturare un minimo distacco critico. Obama non ha rottamato la vecchia America; non ha mai avuto i numeri per farlo; per gran parte del suo doppio mandato è stato poco più che un'anatra zoppa. Adesso la palla passa a Trump, che avrà almeno all'inizio molto più margine d'azione. Certo, dopo quattro anni gli americani giudicheranno. Sono comunque notevoli i disastri che un capo del governo, attorniato da un parlamento plaudente, può fare in quattro anni. L'Italia è una cosa molto diversa, ma appunto: siamo sicuri di voler fare come loro o addirittura peggio di loro? Il fatto che presto o tardi qualche populista pericoloso possa aggiudicarsi il 41% dei suffragi è un buon motivo per regalargli un premio alla Camera, eliminargli il contrappeso del Senato, e aspettare cinque anni per vedere come va? Ammesso che gli americani si possano permettere questo tipo di accountability, noi possiamo?

Questo mi sembra un terzo buon motivo per votare No al referendum.

Gli altri motivi:

1. Non si riscrive la carta costituzionale col martello pneumatico.
2. Non si usa una brutta legge elettorale come moneta di scambio.
3. Non mi piacciono le riforme semipresidenziali.
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Veltroni profeta del Renzismo

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(Continua da qui: nel nostro fantastico viaggio nella mente del renziano, ci imbattiamo finalmente in una figura chiave: Walter Veltroni. Ma non è il Veltroni che ci sembra di conoscere da una vita, è... diverso).

L'istrionismo del personaggio pubblico WV, il suo eterno baloccarsi tra cinema tv musica e letteratura, rischia di occultare l'importanza del suo ruolo politico, in una fase circoscritta ('07-'08) ma cruciale della storia d'Italia. In quei mesi, e solo in quelli, Veltroni non è il pacioso personaggio al quale in fondo siamo tutti affezionati. Ha una vocazione, una missione, un messaggio: e chi non è con lui è contro di lui. Il renzismo è ancora invisibile all'orizzonte, ma Veltroni lo percepisce e grida nel deserto: dirigite viam Domini. Non è un semplice leader: non propone un programma di governo, ma un nuovo regno di rettitudine che deve esistere, per prima cosa, dentro di noi. L'antiberlusconismo non è negato, come potrebbe sembrare superficialmente, ma trasferito completamente nella sfera della nostra coscienza: è qui che dobbiamo negarlo, rifiutarlo come fonte di ogni male. Se rinunceremo al Berlusconi che è in noi, non vi sarà più Berlusconi sulla terra, e finalmente il bene trionferà. La banale presenza in terra di un Berlusconi in carne e ossa e milioni coi quali può corrompere i senatori è minimizzata: quello non è così importante, è solo un epifenomeno che svanirà non appena ci saremo purificati.

Non è stato il Berlusconi reale a batterci - come avrebbe potuto? È solo mera apparenza, la forma che prende la punizione che ci autoinfliggiamo in quanto peccatori. Non siamo stati sconfitti perché perdevamo le elezioni contro un tycoon che giocava sporco. Siamo stati sconfitti perché siamo un popolo di dura cervice: cattivi, rissosi, indisciplinati, settari (e guardate che non sto negando che siamo stati indisciplinati o settari: ma a partire da Veltroni questa diventa la giustificazione di tutto quello che ci è successo, a prescindere se Berlusconi violi la par condicio o no, vari leggi elettorali anticostituzionali o no, corrompa guardie di finanza o no, eccetera).

Il battesimo che ci propone Veltroni è molto semplice: un nuovo partito (Pd), un nuovo strumento di investitura popolare (le primarie). La via che ci indica è anch'essa abbastanza lineare: come possiamo sopprimere il male che è in noi? Abolendo i partitini. Sono loro che ci hanno condannato all'esilio nel deserto: lasciamoci alle spalle (in ciò Veltroni mostra anche una perversa astuzia: contro Berlusconi forse non può vincere, ma contro i partitini sì).

Ma anche questa è una narrazione insoddisfacente, perché a conti fatti Veltroni non chiuse affatto le porte ai partitini, e anzi le spalancò ai due meno affidabili: Radicali e Italia dei Valori. I secondi li accolse in coalizione, i primi addirittura nelle liste del Pd, offrendo nove collegi sicuri a un gruppetto che non avrebbe avuto i numeri per eleggerne nessuno. Era abbastanza ovvio che appena arrivati in parlamento i radicali avrebbero fatto di testa loro, salvando in un paio di occasioni una maggioranza traballante. Ma con l'IdV andò persino peggio: il partito che nel 2006 aveva espresso De Gregorio, due anni dopo portò in parlamento Scilipoti. Il primo fece cadere Prodi nel 2008, il secondo salvò Berlusconi nei giorni più bui del 2010, quando persino Fini scappò dalla corte dell'amico della nipote di Mubarak. La storia insomma dimostra che i partitini erano davvero inaffidabili, e che Veltroni non avrebbe avuto così torto a sbarazzarsene - ma non lo fece.
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Renzi, Ronaldo, Veltroni, altre cose

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Cristiano Ronaldo - Ci provo con la metafora sportiva, chissà se funziona. A me Cristiano Ronaldo sta antipatico. A pelle. Poi scende sottocute e diventa antipatia per tutto un tipo di cultura calcistica che mi vien comodo fargli rappresentare. Non tiferei mai per Cristiano Ronaldo. Se lo vedessi rubare la palla a un compagno a centrocampo (non credo che un professionista lo farebbe mai) gli darei del matto egocentrico sconsiderato. Però se a quel punto saltasse tre difensori e la tirasse in porta da millanta metri, che altro potrei fare se non alzarmi in piedi e applaudire? All'estero, perlomeno, fanno così. Se un avversario fa qualcosa di molto rischioso ed eccezionale, tutti applaudono, perché la sportività consiste in questo.

Noi italiani questa cosa forse non l'abbiamo molto capita. Quando finalmente abbiamo cominciato ad avere un po' di tempo libero, cent'anni fa, abbiamo importato dall'Inghilterra una serie di passatempi agonistici ("sports") che laggiù servivano anche a educare l'individuo al rispetto per l'avversario e all'accettazione dei propri limiti. Li abbiamo presi e li abbiamo usati per fare le stesse cose che nel medioevo facevamo con i palii e i tornei: risse tra città e tra quartieri e tra vicini di casa.

Dunque se Matteo Renzi, che non è del mio quartiere - diciamo che è dalla parte sbagliata del mio quartiere - frega una palla a un compagno un po' spompato e la manda in porta da una posizione impossibile, io non posso alzarmi in piedi e applaudire. Se lo faccio, è perché voglio salire sul carro. Come se ci fosse ancora posto. Non posso ammirare, semplicemente, il gesto tecnico? No. Se lo faccio tradisco gli amici, i colori, il papà, il nonno, Berlinguer, Gramsci, Garibaldi.

È un peccato che le cose vadano così, perché la sportività è importante. È una sensibilità diversa dalla politica: io politicamente non ho cambiato idea su Matteo Renzi. Ho ricontrollato, e l'italicum continua a fare schifo come la settimana scorsa. Spero che ora non ne abbia più bisogno (ma purtroppo ci ha messo la faccia...) Spero soprattutto che superi l'atteggiamento di subalternità nei confronti della Merkel, visto che a causa di una complicata serie di fortune e circostanze è diventato nel giro di tre mesi il più importante leader socialdemocratico europeo.



Il prossimo Uomo.Così come non si pecca di trasformismo se ci si limita a riconoscere il carattere epico della vittoria di Matteo Renzi, non si fa del disfattismo a rammentare il dato numerico puro e semplice: Renzi non è che abbia preso proprio tantissimi voti. Li avrà pescati al centro, a sinistra, dalle casalinghe, chi lo sa, ma in ogni caso in un'elezione che era un vero e proprio referendum sul suo destino politico, ne ha presi meno di Veltroni, e nel 2008 ci sembravano pochi. Erano altri tempi, d'accordo, Berlusconi più in forma, ma il punto non è questo. Non si tratta di rovinare la festa ai renziani. Si tratta di riconoscere che nelle praterie dell'astensione c'è tantissimo spazio di manovra, per chiunque volesse davvero provare a creare un nuovo movimento di destra antieuropeo. Renzi ha la fortuna di trovarsi davanti avversari vecchi e litigiosi che non mollano l'osso: se Berlusconi e Grillo fossero abbastanza sportivi da cedere la mano, una sintesi tra il populismo cinquestelle, l'identitarismo leghista e il conservatorismo berlusconiano non dovrebbe poi essere così impossibile. Grazie al cielo manca l'Uomo, ma gli italiani sono così bravi a trovarlo quando gli serve.

C'è chi in questi giorni festeggia come se non avesse mai vinto. Purtroppo non è così: abbiamo festeggiato tante altre volte per un Berlusconi che rinculava o un Bossi che eclissava periodicamente. Quasi sempre erano europee e amministrative. Pensate solo Milano, esattamente tre anni fa. Sono le legislative che da quasi vent'anni ci prendono sempre in controtempo.

Respira ancora. - Non date Berlusconi per finito, per favore. Non è una questione scaramantica: 16% di Forza Italia più 4% di NCD fa 20%. Più altri 4% di Fratelli d'Italia...  se facessero un partito solo sarebbe il secondo. Ovviamente a loro non conviene, ma non è un motivo per fingere che si siano vaporizzati.





Chiedi scusa a Veltroni. C'è anche chi nei commenti è venuto a dirmelo: aveva ragione lui, e i teorici della vocazione maggioritaria. Come se la stessa mossa nel gioco degli scacchi avesse sempre la stessa importanza, a prescindere dalla posizione degli altri pezzi. Quello che fece Veltroni nel 2008, contro un Berlusconi ancora in grado di promettere miracoli, fu sconsiderato e quasi suicida: quasi, perché Veltroni non si suicidò (si lasciò morire di inedia l'anno seguente) ma assassinò una sinistra composita che con tanti difetti aveva sostenuto Prodi lealmente. È impossibile confrontare Renzi e Veltroni anche perché Renzi si trova a giocare in una situazione disperata che Veltroni ha contribuito come pochi a creare. È veramente paradossale che a questo punto il V redivivo si rimproveri di non aver avuto la stessa cattiveria di Renzi: ironia immensa e inconsapevole, perché Renzi avrà anche modi da bullo, ma il vero killer, quello che ha fatto a suo tempo il vero lavoro sporco, è stato lui, l'amabile Valter Veltroni.
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I rinoceronti e i figli dell'Apocalisse

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In questi giorni sto assistendo a due fenomeni abbastanza inquietanti, e mi è venuto in mente che siano due facce dell'unico fenomeno; mi piacerebbe poterne discutere qui, senza litigare.

(Sarà difficile).

Da una parte c'è una discussione sulla legge elettorale che mi sembra arrivata all'ultimo atto dei Rinoceronti di Ionesco, quando ormai sono tutti diventati perlappunto rinoceronti, e gli ultimi umani non si vogliono rassegnare (anche se cominciano a invidiare quel bel grigio corazzato).

All'inizio era un dibattito tra Democrazia e Governabilità; pare che stia vincendo quest'ultima al punto che c'è gente che si meraviglia, maccome, a uno che raccolga il 37% dei suffragi vuoi togliergli il sacrosanto diritto di governare per cinque anni? Di colpo l'orizzonte del 50%+1 viene definito utopico. Nel frattempo Stephen Hawking ha dei dubbi sui buchi neri, ebbene anche l'utopia va ridefinita: non è più un mondo di uguaglianza pace e libertà, ma un posto dove governa chi ha la maggioranza assoluta, cioè senti che brutta parola: assoluta. Non ti fa pizzicare un po' il naso, non senti odore di totalitarismo? Uno che riesce a piacere al 50%+1 del suo corpo elettorale deve avere davvero qualcosa da nascondere. Per dire, non c'è riuscito nemmeno Berlusconi - in realtà non c'è riuscito mai nessuno. Infatti di solito si tira avanti a coalizioni - eh, no, non si può più. Adesso si chiamano "inciuci" e sono orribili, la fonte di ogni male. Voi credevate che il malgoverno degli ultimi anni dipendesse dalla scarsa qualità della classe dirigente berlusconiana? sbagliato, la colpa di tutto è l'inciucio, l'inciucio totale, bisogna evitare l'inciucio e tutto andrà bene.

(Questo paragrafo si può allegramente saltare) La memoria corre ovviamente a Veltroni e alla sua fobia dei cespugli, in parte giustificabile, ma che già in quella fase si stavano raggruppando, sicché sarebbe bastato dare spazio a una federazione verdi-rifondazione per avere una chance. Veltroni preferì perderla, perché era stanco di tutti questi cespugli che impedivano la crescita del vero centrosinistra: piuttosto perdiamo un turno e regaliamo altri cinque anni a Berlusconi ma disboschiamo i cespugli e vedrete. Vedemmo. Una volta disboscato i cespugli, Veltroni non fece più niente: rimase lì con la pompetta del ddt in mano, mezzo intossicato, lo pizzicarono in giugno e convocò una manifestazione in ottobre. Renzi è senz'altro diverso. I want to believe.

I rinoceronti, sono belli, tozzi, puntuti, non li smuovi neanche con l'Europa. Quando gli fai presente che in realtà succede in tutte le democrazie decenti, per dire in Germania si fa la Grosse Koalition e non sembra che se la cavino malaccio; pure in Inghilterra, quel luogo di uninominalisti senzaddio, può succedere che Cameron non abbia abbastanza seggi per governare e debba allearsi coi liberali; è senz'altro increscioso ma alla fine se la maggior parte dei cittadini non ti vuole, non ti vuole: sennò si fa un po' fatica a chiamarla democrazia, no? No. La Germania, dicono, è fatta per i tedeschi; la Gran Bretagna lasciamola agli albionici, noi abbiamo questa diversità mediterranea per cui coalizioni brutto brutto brutto BRUTTO. Deve esserci un uomo solo al comando, e se non ha i numeri dobbiamo trovare un algoritmo per darglieli, 'sti numeri, solo così finalmente sarà libero di lavorare, senza cespugli, senza lacci e lacciuoli, quelli che remano contro, i disfattisti, eccetera.

Insomma forse mi sbagliavo su Renzi, forse non ha fatto scrivere la legge elettorale a Berlusconi per dabbenaggine, ma perché è giusto così; chi se non Berlusconi può rappresentare al meglio questa tendenza rinocerontica? È da vent'anni che si lamenta perché non lo lasciano lavorare, ché se solo potesse avere un consiglio d'amministrazione come lo vuole lui, vedreste che roba, vedreste. E in fondo la cosa ha anche un senso, il tizio è arzillo ma definitivamente sputtanato, può fare fuoco e fiamme ma non dovrebbe potersi ricandidare, al 37% è più facile che ci arrivi Renzi: e se arriva al 37, vuoi non dargli Palazzo Chigi? Ma pure Palazzo Madama in usucapione, tanto il senato 2.0 si farà in videoconferenza.

Questa è la prima tendenza.

La seconda è rappresentata dalle vene sul collo di Grillo, che secondo me non stanno passando un buon momento. Scherzo, il tizio è un attore; se s'incazzasse davvero un decimo di quello che s'incazza per contratto ci avrebbe lasciato da parecchi anni. E però con tutta la sua esperienza Grillo si trova nella situazione dell'insegnante supplente al primo incarico, che appena entrato trova un motivo per incazzarsi, magari un motivo giustissimo, e quindi urla; e però sbaglia il timbro, la frequenza, il volume, cioè urla troppo forte. Il problema di chi urla troppo forte è che da lì in poi non si può salire: hai bruciato le tue cartucce troppo presto. Magari tra dieci minuti qualcuno negli ultimi banchi fa una cazzata veramente seria e tu non hai più voce.

Purtroppo Grillo non fa l'insegnante ma il profeta. Da mesi sta tenendo la sua cerchia allargata (i parlamentari) e quella più estesa (gli attivisti) in una dimensione parallela dove tutti sono nemici, tutti! Sono morti! Ci vogliono morti! Non potete allearvi con nessuno! Non potete fidarvi di nessuno! Sta per venire giù tutto! Quasi un anno così: c'è da stupirsi che sbrocchino? Sono stati fin troppo calmi fino a questo punto, in sostanza vivono in una paranoia quotidiana. Probabilmente a certi livelli avviene una specie di assuefazione, per cui non importa quanto il capo stia abbaiando A casa! Tutti morti!, tu in realtà a Roma ti diverti, è una bella città, qualche soldo riesci a risparmiarlo, magari se nessuno t'inquadra passi pure dalla buvette, ecco, che si può fare per evitare una deriva così? Non resta che urlare ancora più forte A casa! Tutti morti!, ma come fai a gridarlo più forte di così?

Aggiungi la difficoltà a calibrare l'intervento; per cui persino quando potresti avere qualche ragione (sulla ricapitalizzazione di Banca Italia gli hanno riconosciuto qualche ragione pure quelli di Noise from Amerika, decisamente non signoraggisti) non riesci a fare un'ostruzione o una sensibilizzazione efficace, perché questi tizi li hai ridotti a puro istinto, puro impulso: o dormono o urlano. Poi cominciano le ripicche insensate e le battaglie assurde, la Boldrini nemico del popolo, Napolitano traditore eccetera, se c'era spazio per discutere della ricapitalizzazione lo hanno sprecato a sbavare contro i deputati della maggioranza. Di Battista è fuori di sé, tra un po' sfonda porte aperte coi busti di Giolitti e noi subito a pensar male, ma se uno vive tutti i giorni in una dimensione alienata non ha neanche bisogno di sostanze. Cosa faranno domani? Come faranno a urlare più forte di così? Aventino? Bombe carta? E chi lo sa.

Il guaio è che non sono soltanto i parlamentari. Ci sono milioni di persone in Italia che li seguono, che li rivoteranno, che leggono o ascoltano Beppe Grillo e vivono nella stessa dimensione paranoide. Quando Bersani ebbe il malore, ci fu tra mille commentatori chi spiegò che non era in pena per lui perché aveva causato "l'impoverimento di dieci milioni d'italiani". Bersani. E d'altro canto se Bersani è l'unico che sono riusciti a mandare a casa, per gonfiare un po' il risultato non resta che mettere tutto in conto a Bersani. Questi magari al 37% non ci arrivano. Va bene. Potrebbero comunque essere decisivi al tie-break, pardon, ballottaggio. Per favore, non date per scontato che tra Renzi e un berlusconiano scelgano Renzi. Chissà quanti milioni di poveri si scoprirà che ha fatto Renzi da qui a un anno su Beppegrillo.it.

Poi magari un bel giorno anche Grillo esploderà, per quanto consumato attore non può urlare all'infinito. Oppure i grillini si stancheranno dell'eterna apocalisse annunciata. Di solito cosa succede in quei momenti? In certe sette c'è qualcuno che passa col veleno. Oppure le barricate. Probabilmente anche quest'ultima opzione è prevista. In fondo non c'è una sola rivolta negli ultimi dieci anni in Europa e dintorni che abbia avuto l'esito previsto dai rivoltosi (Tunisia?) Peraltro a quel punto l'Italia avrà un Premier libero e forte in grado di fronteggiare qualunque sommossa senza l'intralcio di alleati dubbiosi od oppositori, e che potrà contare sulla benevola attenzione dei media, che si stanno riallineando già.

Quindi.

Quindi, insomma, da una parte si mette per iscritto ormai senza pudore che un terzo degli italiani deve avere diritto su tutto e gli altri nulla; dall'altra l'opposizione si fa sempre meno consapevole, sempre più istintiva, ringhiosa, sbavante. Per adesso comunque è appena un venti per cento.

Ma se la riforma va in porto, diventerà il sessanta per cento.

Magari anche il sessantatré.

Voi pensate che l'Italia possa gestire cinque anni così - pensate che per la stabilità sia sufficiente garantire un numero di seggi, dopodiché per strada possono sbavare finché vogliono. Voi avete in mente cinque anni così.

Nel frattempo potrebbero succedere cose - facciamo degli esempi - qualche fabbrica comincia a ridurre i salari del 40% perché sennò Polonia. L'illuminato premier, senza cespugli che lo ricattino, senza dover temere rappresaglie dei sindacati, senza che i giornali si diano la pena di biasimarlo, non dovrebbe avere realmente molto da eccepire. Qualcuno mormorerebbe, ma nulla che possa intaccare il 37%. Perché l'illuminato premier dovrebbe darsi pena di conquistare voti fuori dal suo necessario 37%? E così via.

Cinque anni così. Il 37 comanda. Il 63, nulla.

Ecco, secondo me non funziona così. A voi sembra stabile? A me, da qui, non sembra stabile. Non è questione di seggi o rappresentanza. È proprio un problema strutturale.
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Verso WV2

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Io so che tu sai che io so che il PD poteva essere una buona idea, ma non lo è stato; di tutte le cose che poteva essere, è finito per essere un'americanata all'italiana concepita da gente che non conosceva bene né l'America né, evidentemente, l'Italia. Che per funzionare sarebbe servito un elemento impalpabile che nella stanza dei bottoni davano per acquisito e non lo era; il cattolicesimo di sinistra. Senza quello - dissoltosi chissà dove, negli ultimi 20 anni - l'amalgama di postcomunisti e postdemocristiani semplicemente non poteva riuscire, lo sai tu come lo so io, l'unico che ancora non lo sa è Veltroni; ma non lo disturbiamo. Adesso scrive romanzi, spiega ancora alla gente il valore dei valori, la bellezza del bello, l'importanza delle cose importanti.  Non riesco neanche a ritenerlo responsabile, mi domando come sia possibile che lo si sia lasciato anche solo per mezz'ora nella cabina di comando; i danni che in pochi mesi ha arrecato alla sinistra italiana sono incalcolabili. Tu sai che io so che tu pensi che la sinistra italiana in parte se li meritava; pure, resta straordinario cosa è riuscito a combinare WV tra 2007 e 2008 mentre noi lo lasciavamo fare e pensavamo che magari poteva avere ragione lui, poteva dare una svolta salutare, svecchiare tutto il sistema, eccetera. Difficile poi farsi prendere sul serio, dopo aver preso una cantonata così.

Tu sai che io so che tu sai che le Primarie avrebbero potuto essere uno strumento fantastico, se non fossero nate veltroniane, e cioè vaghe, sregolate, tutto ottimismo della volontà e niente pragmatica modestia della ragione; per cui dopo cinque anni ancora non si è capito come si fa a evitare che i capobastoni si comprino i voti dove meglio credono, i sabotatori sabotino, gli infiltrati infiltrino, le civette civettino. Probabilmente WV pensava che per evitare tutto ciò si dovesse fare come in America, senza ovviamente porsi il problema di studiare in concreto cosa in America si faccia. Poi un giorno sul Corriere ha visto dei cinesi votare a Napoli e si è spaventato. Ogni tanto salta ancora fuori con l'idea delle primarie obbligatorie per legge, un'istituzionalizzazione dei partiti che mi pare la cosa meno americana concepibile, ma non ho un pied-à-terre a Manhattan e quindi probabilmente mi sbaglio.

Tu sai che io so che tu sai che quando Matteo Renzi dice che vuole i voti dei berlusconiani delusi, ma non alle primarie (cioè io dovrei votarlo affinché poi nel 2013 lui si faccia votare da qualcun altro?) si infila in un paradosso barocco e non è nemmeno colpa sua; è l'eredità veltroniana che ci portiamo appesa al collo come un albatross, finché non avremo il coraggio di tirar giù sto partito assurdo e rifarne un altro; non necessariamente blairiano o socialdemocratico (io preferirei la seconda), ma fatto bene, con statuti rispettabili, portavoci leali, segretari autorevoli e rispettati. Fino a quel momento anche Renzi si barcamena come può: come Agostino la santità, lui vuole i berlusconiani ma non subito, tra un po': alle primarie preferirebbe che lo votassi io. Io però che interesse dovrei avere a votarlo?

Io so che tu sai che io so che il progetto di conquistare voti al centro è sempre stato perdente, sempre: che sia Berlusconi che Prodi hanno vinto quando i voti sono andati a prenderli agli estremi, Prodi accordandosi coi comunisti (desistenza nel '96, alleanza nel '06), Berlusconi imbarcando qualsiasi ratto di fogna potesse trovare ai margini di qualsiasi decenza, Lega e Forza Nuova e anche sé stesso. Tu sai che io so che il progetto di Renzi è talmente giovane e nuovo da ricalcare quello di Veltroni, che voleva "affascinare" (usò proprio quel verbo) i moderati inquieti, e non ci riuscì. Non ne conquistò nemmeno uno: alle urne il PD fece la somma aritmetica degli elettori DS e Margherita. E tuttavia Renzi ha più chance, lo so io e lo sai tu: non perché sia più piacione di Walter2008 - lo batte alla grande, direi - ma perché nel frattempo il berlusconismo si è davvero sgretolato, e qualcuno che mai avrebbe votato WV nel 2008, un pensierino a Renzi lo sta facendo.

Io so che tu sai che intanto Bersani cuoce a fuoco lento, ed è un peccato: più passa il tempo, più si mena il cane per l'aia della legge elettorale, più lui si ritrova a sostenere un governo di destra proprio mentre per opporsi a Renzi dovrebbe fare una campagna di sinistra. Mi dispiace per lui, che è migliore di molti: l'avrei voluto vedere, entro margini d'azione altrettanto ristretti, il mitico Berlinguer che tutti rimpiangono.

Tu sai che io so che tu pensi che in una situazione del genere, con l'Italia già commissariata, l'agenda Monti già impostata, un Bersani o un Renzi (o un X) non è che farebbero tutta questa differenza: però dalla parte di Renzi c'è l'entusiasmo, e io so che tu sai che io a volte mi scopro a pensare che l'entusiasmo della gente, l'allegra certezza di stare dalla parte giusta, è un valore in sé, è una cosa che ti fa vincere le battaglie, e non possiamo permetterci di buttarla via. Ma tu sai che io poi mi ricordo di aver pensato così altre volte, ed erano le volte in cui c'era entusiasmo intorno a Veltroni, appunto, o intorno a Rutelli, perfino. Tu sai che io so l'altra faccia dell'entusiasmo essere la delusione, e che tanta gente è già pronta in fila col numeretto per iscriversi ai futuri Delusi-da-Renzi, quelli che pensavano chissaché e poi s'è scoperto inveceché. Tu sai che io già preventivamente non li sopporto e anch'io lo so che tu.

Tu lo sai che non è un problema se per la prima volta c'è in ballo uno più giovane di noi; cioè, dobbiamo lavorarci un po', su questa cosa, parlarne anche magari con uno specialista, ma ce la faremo. Tu sai che il vero problema non è lì, ma è persino in un posto peggiore: è nella faccia che fa, nei sorrisi che ha. Tu sai che io so che tu sai che i voti dei postberlusconiani li potrebbe prendere davvero, non perché su 100 punti di programma (ma chi se lo legge) ce n'è 20 sottoscrivibili da Alfano (ma chi se ne frega), no. Io so che tu sai che Renzi per piacere ai postberluschini deve fare molto meno: sorridere. L'abbronzatura ce l'ha già, vedi che in estate ha fatto i compiti. E almeno vent'anni senza cerone li regge.
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Sembravi un politico

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Ormai commentare le iniziative mediatiche di Veltroni è un po' come ridere delle chiacchiere di un umarell sulla panchina, un gesto sostanzialmente vile dal quale chi ha un minimo di autostima saprebbe astenersi. A mia discolpa posso dire che l'umarell è creativo: anche quando pensi che non potrà mai più stupirti riesce sempre ad aggiungere qualche nuovo dettaglio. In questo caso, per esempio, ha usato twitter. L'anno scorso chiamava i pacifisti alle manifestazioni pro-guerriglieri libici via facebook, adesso usa twitter e anche stavolta si distingue. Pensandoci, riuscite a trovare qualcosa di meno efficace di una dichiarazione ufficiale spezzettata in cinque o sei tweet che ovviamente leggeremo in ordine inverso, come la segnaletica orizzontale in autostrada (DI NEBBIA / IN CASO / RALLENTARE)? Oltre al senso di totale solitudine che ti dà quell'uomo che "vede solo ora" una cosa di cui stanno parlando tutti da un giorno, e reagisce scrivendo sei tweet di getto. Uno si chiede. Non ce l'ha VW da qualche parte un sito ufficiale, sul quale pubblicare questa breve dichiarazione, che poi si potrebbe linkare con un tweet, uno solo, basta e avanza? Oppure neanche uno, non sarebbe meglio lasciare che siano gli altri a cinguettare di noi?

È un vecchio discorso. Che ci fanno i politici su twitter? Davvero credono di poter interagire con chiunque passa, così, senza diaframmi? A parte il fatto che un diaframma spesso c'è ed è un ufficio stampa incapace, ma in generale è una cosa che a un politico conviene? Sicuri che non sia meglio mantenere una certa distanza, una certa aura di professionalità e ineffabilità? I re merovingi a un certo punto non parlavano più con nessuno, se ne stavano impalati sul trono in silenzio, e se ti toccavano ti guarivano dalla scrofola. Quello era carisma: non dico che sia riproponibile nella postmodernità digitale, ma sicuri che valga la pena di esserci sempre, in qualsiasi accrocchio comunicativo vada di moda in quel momento? Vent'anni fa non c'era twitter, ma andavano già molto forte le scritte sui muri dei bagni pubblici. La gente le usava per esprimere i propri punti di vista sulla politica e sulla società, e per incontrare nuovi partner. E tuttavia a nessun politico venne in mente di armarsi di uniposca e di intervenire in quella che era già una grande conversazione sociale. Non è che se scrivevo CRAXI LADRO lui perdeva tempo ad affittare un muro e scriverci SIAMO TUTTI LADRI IDIOTA. Dite che facebook o twitter siano meglio delle scritte sui bagni? Per qualità? Per quantità? Perché finalmente si può usare il simbolo del cancelletto che prima nessuno sapeva a cosa servisse? Se ne può discutere, ma se mentre discutiamo Veltroni decide di dire la sua su twitter, chi lo proteggerà dagli schizzi di guano?

Prendiamo il caso Calearo. Il mio politico ideale, in una situazione del genere, non risponde. Siccome non c'è nessuna risposta elegante, la cosa più elegante da fare è star zitti, aspettare un'occasione migliore per apparire intelligenti. Ma se proprio vuol parlare, il secondo mio politico ideale è quello che affetta un minimo di astuzia. Non quello che scrive "sembrava diverso", forse la frase più patetica che può dire un adulto senziente. Chi è che nella vita normale dice "sembrava diverso"? Ve lo dico io: La moglie con due occhi neri al pronto soccorso dice che quando si è fidanzata il tizio "sembrava diverso", il puttaniere che scopre troppo tardi di aver imbarcato una trans si guarda allo specchio e dice "sembrava diverso"; nessuno con un minimo di professionalità politica da difendere risponde "sembrava diverso". È un'affermazione che contiene già in sé la risposta più sensata: no Veltroni, Calearo non sembrava diverso, Calearo è sempre sembrato quel che era. Davvero la tua linea di difesa è: non mi sono accorto che Calearo è Calearo? L'inno di Forza Italia sul cellulare ti suonava un po' Fossati? Stai invocando l'infermità mentale, renditi conto. Il secondo mio politico ideale, visto che non riesce a mandare giù in silenzio, risponde: sì, Calearo è quel che è, e lo abbiamo sempre saputo (mica siamo fessi, eh), ma nel 2008 stavamo cercando di sparigliare le carte: candidare un imprenditore arrogante in Veneto poteva destabilizzare gli equilibri, magari alla Lega sbroccavano e candidavano un cattedratico di filosofia teoretica nato a Timbuctù. Ci abbiamo provato, è andata male, ma bisognava provarci, facile giudicare col senno del poi. Ecco, se proprio deve rispondere, il mio politico ideale la mette giù così. Non dico di essere astuti, ma almeno di fare un po' finta, ammiccare.

Nel merito, sul serio, tutto si può dire tranne che Calearo non sembrasse Calearo. Però è troppo facile prendersela con Veltroni: forse che nel 2008 non sembrava già Veltroni? Come diamine è potuto succedere che ci siamo fidati di lui, come possiamo aver buttato via due partiti che funzionavano discretamente per creare al loro posto un paciugo su misura per lui, che non è stato in grado di gestire sin dall'inizio? Io parlo per me, non è che lo stimassi tantissimo, ma ritenevo che avrebbe affascinato molta gente intorno a me, nel qual caso mi sarei accodato volentieri, meglio lui che altri eccetera. Evidentemente mi sbagliavo. Però non è che vado a dire in giro "sembrava diverso". O lo sto dicendo?
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AntiPerformatiValter

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Nella teoria degli atti linguistici di John L. Austin esistono quei famosi "atti performativi", che sono discorsi che non si limitano ad affermare o a commentare, ma fanno esattamente quello che dicono di fare. Ad esempio, "lascio in eredità la casa a mio figlio" non è una semplice affermazione: chi la dice/scrive sta proprio lasciando in eredità la casa a suo figlio, in quell'esatto momento, se c'è un notaio nei pressi.

Ora chiedo aiuto a chi il linguaggio l'ha studiato seriamente: qualcuno ha mai pensato all'esistenza di atti anti-performativi, discorsi che disfano proprio quello che stanno affermando e proprio nel momento in cui lo affermano? Per esempio, quando uno dice: Sono molto modesto: proprio in quel momento non lo è più. Oppure uno che urla: voglio Silenzio! Però questo secondo esempio in realtà non funziona, perché uno urlando spera comunque di essere performativo e di ottenere in un secondo momento il silenzio a cui aspira. In realtà non è così facile usare la lingua in modo antiperformativo. Bisogna vivere sul filo del paradosso, non è da tutti. Ma sicuramente è da Veltroni.

Vi ho fregati, altro che filosofia del linguaggio, quello che segue è un altro pezzo su Veltroni. Sì, ci sono ricascato. E dire che le ho provate tutte. Mi sono trovato questa bella rubrica, per esempio domani si festeggia la cattedra di San Pietro, non San Pietro ma proprio la cattedra di legno, non è fantastico? Il mondo è pieno di cose meravigliose di cui scrivere, la vita è breve, l'arte è lunga, e non combinerò mai niente di buono se ogni volta devo fermarmi perché Veltroni ne ha detta un'altra.

D'altro canto lui esiste, e rilascia interviste che sono atti antiperformativi: non vale la pena di segnalarlo agli studiosi? Quando chiama Maltese e rilascia un'intervista dove detta una linea del PD che non ha niente a che fare con la linea del segretario del PD, e nello stesso momento afferma: basta correnti, Veltroni non sta semplicemente giocando a rompere il suo partito e minare la sua fragile risalita nei sondaggi; non sta semplicemente pestando nel torbido del dibattito interno, offrendo a giornalisti interessati settimane di polemiche che poi ricascheranno nel nulla. Veltroni sta sfidando il principio di non contraddizione che è alla base del pensiero razionale moderno scientifico occidentale, Veltroni sta andando oltre, chi sa dove chi sa dove, in una nuova dimensione dove le correnti si fondano negandone la necessità.

E allora dite quel che volete, ma non negate che Veltroni sia affascinante. Molto, molto più interessante del tizio peace and love and figurine che credevamo di aver candidato quattro anni fa. Veltroni è oltre, Veltroni è post, Veltroni è il primo vero politico italiano a vivere in una dimensione 2.0, e in questa dimensione Veltroni si è preso un ruolo di tutto rispetto che è quello del troll. E come tutti i troll, Veltroni è in cattiva fede: non può non sapere che partiti senza correnti ce ne sono stati tanti nel Novecento, anche perché il più importante di tutti è quello in cui è cresciuto lui, il Partito Comunista Italiano. Esatto, sì, era un partito senza correnti formalmente riconosciute: a differenza della Democrazia Cristiana, dove le correnti erano associazioni con tessere, convegni, dirigenti, nel PCI tutto questo per statuto non esisteva. E i miglioristi? Giorgio Amendola era un migliorista. Giorgio Napolitano era un migliorista. Giuliano Ferrara era un migliorista. I miglioristi insomma esistevano; candidavano loro esponenti a livello locale e nazionale; avevano quote di tutto rispetto nelle cooperative e i loro corsivisti di riferimento sull'Unità. Però non potevano chiamarsi corrente, perché il centralismo democratico del PCI non ne prevedeva l'esistenza. Formalmente.

In pratica erano una corrente e si comportavano da corrente, perché - come Veltroni sa benissimo - non c'è nessuna disciplina interna compatibile con la democrazia che può impedire un insieme di esseri umani di pensarla tutti nello stesso modo e organizzarsi all'interno di un partito. Quindi in pratica cosa sta chiedendo Veltroni quando dice che vuole abolire le correnti? Rivuole il centralismo democratico, per cui il segretario detta la linea e la minoranza borbotta impotente contando i giorni al Congresso? Difficile conciliare una visione del genere col veltronismo militante, che consiste nel telefonare a un giornalista ogni volta che si ha una mezza idea da buttar lì, e chìssene se c'è un segretario regolarmente eletto che la pensa in un modo diverso. Quindi: correnti riconosciute no, sarebbe come rifare la DC. Centralismo e correnti sottaciute no, sarebbe come rifare il PCI. Cosa vuole esattamente dalla vita e da noi Veltroni? Una cosa nuova. Il partito leggero. Il partito leggero è una cosa fichissima, l'ha teorizzato Giuliano Ferrara ma avrebbe anche potuto farlo George Orwell dopo aver mangiato pesante. Il partito leggero non ha iscritti, perché gli iscritti potrebbero condizionare le scelte del leader. Il partito leggero elegge il leader mediante primarie, dove tutti i cittadini, senza tessere, possono eleggere i candidati: e per tutti si intende proprio tutti, non c'è nessun sistema per tenere fuori elettori di altri partiti e semplici disturbatori: tutti dentro, tranne i cinesi perché dei cinesi Veltroni sospetta.

Il popolo insomma, cinesi a parte, elegge un leader, scegliendolo da una rosa di candidati che sono espressi non si capisce da chi, visto che correnti non ce ne possono essere. O forse possono esserci soltanto la settimana in cui ci si candida, e devono promettere di sciogliersi subito dopo giurin-giuretta. Il popolo elegge quindi il suo leader, e da quel momento in poi non ci sono correnti, non ci sono minoranze, c'è "più pluralismo" che però non si può organizzare, e quindi non si può esprimere, tranne evidentemente Veltroni, che può rilasciare interviste alla Stampa al Corriere o alla Repubblica. Ma forse mi sbaglio, forse non è una prerogativa che Veltroni vuole per sé, forse qualsiasi non-iscritto al PD ha il diritto di protestare facendosi intervistare sulla Stampa o sul Corriere o su Repubblica, e in ciò consiste il pluralismo. Probabilmente è così, probabilmente la prossima volta che non apprezzo un'uscita di Bersani invece di perdere tempo qui chiamo direttamente Maltese che si prenoti un paio di pagine e un titolo basso in prima. Il partito leggero in somma è così... ah, dimenticavo, Veltroni non solo vuole primarie senza correnti, ma le vuole obbligatorie per tutti i partiti, che se ci pensate è fantastico, cioè, perché poter votare soltanto per il segretario del PD? ma giustamente io voglio scegliere anche il candidato PdL, e IdV, e mi vengono anche in mente un paio di nomi per Rifondazione. In pratica dopo un po' ci sarebbe un gruppo di aficionados che vota a tutte le primarie che trova: ma a quel punto a che serve eleggere tanti partiti diversi? Ma facciamone un solo Partito unico, no? Tanto alla fine della fiera si tratta solo di trovare un modo poco macchinoso per eleggere Monti alla carica che ha già.

Più o meno questa è l'idea di 'leggerezza' di Veltroni-Ferrara: una leggerezza opaca (non sono identificabili né i gruppi che esprimono una candidatura, né gli elettori), strutturata per legge (le primarie obbligatorie), plebiscitaria (l'elettorato non può darsi nessuna organizzazione intermedia, deve votare un leader e poi sciogliersi in attesta della consultazione successiva). Il potere rimane nelle mani del leader, il dissenso in quelle di chi ha in rubrica i numeri di telefono dei giornalisti. E nota che non sono alieni appena arrivati da un disco volante: sono esperti di Novecento che hanno studiato il Novecento e non fanno altro che parlare di Novecento, ogni loro parola è talmente pregna di quel secolo mai troppo breve che Veltroni non riesce neanche a dire la parola "tabù" senza soggiungere che l'ha già usata Freud, insomma è una parola certificata Iso-Novecento: e dopo tutto questo mangiare Novecento, ruttare Novecento, cacare Novecento, il risultato è che ti buttano lì una proposta di partito totalitario per il nuovo millennio, ma grazie tante, è proprio vero che la Storia insegna un sacco di cose a chi l'ha studiata bene.
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Sradicateli

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La foto via Malvino
Lo scrivo qui perché vorrei che si sentisse il più chiaro e il più forte possibile. Io questi signori non li voterò più. Non riesco nemmeno a capire com'è possibile che sia successo, che io li abbia votati.

E' successo che tre anni fa mi fu proposto di votare un partito di centrosinistra che doveva farla finita coi cespugli e con gli inciuci; e in effetti quel partito sbatté fuori dal parlamento verdi e comunisti. Però nel frattempo aveva imbarcato questi qui, che di voti probabilmente non ne portavano più di un 2%, ma ottennero nove seggi sicuri tra Camera e Parlamento (e una cospicua percentuale del rimborso spese elettorali; sarei curioso di sapere com'è andata a finire, se insomma oltre alla valanga di denaro che sborso per Radio Radicale ho pagato pure i loro manifesti).

Già allora la cosa lasciava perplessi, però io quel favoloso PD egemone e duro e puro lo votai lo stesso, respirando forte. Poi è successo quel che ognuno poteva immaginare: in capo a qualche mese si è scoperto che lorsignori votano un po' come gli va; e che gli ordini, piuttosto che dai capigruppo PD di Camera e Senato, li prendono da tal Giacinto Pannella detto Marco, il loro guru. Insomma, è successo. Una setta di poche migliaia di persone si è fatta regalare nove seggi nel Parlamento, oltre a tutto lo spazio mediatico che possono ottenere giocando al Mi Si Nota Di Più Se Entro All'Ultimo Momento.

Va bene. Va tutto bene. Ora credo che la piccineria di questi signori sia evidente anche ai sordi e ai ciechi, e a quelli che, avendo studiato la Storia dell'Italia contemporanea sugli album Panini, si erano convinti che senza radicali non avremmo avuto divorzioabortomoratoriallapenadimorte (e Fioravanti starebbe ancora scontando uno qualsiasi dei suoi ergastoli). E posso dare per scontato che nessun dirigente del PD stia ancora pensando di imbarcarli nel prossimo grande partito egemone a vocazione bipolare eccetera.
Posso?

Perché - vorrei che fosse chiaro - se ne imbarcate anche uno solo, voi il mio voto ve lo scordate. E non soltanto il mio, direi.
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Walter lo scrivano

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Insomma, Veltroni ha scritto un'altra lettera alla Repubblica. E voi non l'avete letta. E io invece sì. E indovinate un po', cita Olof Palme, il Sessantotto, Berlinguer e... no, stranamente Don Milani stavolta non c'è. C'è però un racconto di Herman Melville, indovinate quale dai, indovinate.


Complimenti. Avete vinto un link a Cosa c'è che non va con Veltroni? (H1t#88), che si legge e si commenta sull'Unita.it

Ma Walter Veltroni se lo fila più nessuno? A parte i massimi quotidiani nazionali, che continuano impietosi a pubblicare tutte le sue lunghe lettere, come Repubblica oggi, ormai senza neanche mettere a posto le virgole e – quel che è peggio – senza moderare i commenti. Col risultato che tutti tranne forse Veltroni si possono aspettare, ovvero che in capo a mezza giornata l'ennesima orazione riformista si ritrovi sprofondata in un mare di pernacchie, di “vattene in Africa” ormai stucchevoli ma non del tutto campati in aria. D'accordo, la maggior parte dei lettori i commenti nemmeno li legge. Ma almeno Veltroni dovrebbe darci un'occhiata, dal momento che è da più di un annetto che sembra sondare il bacino di quotidiani e internet alla ricerca di uno spazio dove rilanciarsi: giusto per capire le dimensioni dei buchi nell'acqua che invece i suoi interventi producono.

Cosa c'è che non funziona nella comunicazione di Veltroni? Un po' tutto, verrebbe da dire: perfino quegli spazi messi prima delle virgole, che nessun redattore professionista lascerebbe in un testo da pubblicare su un quotidiano, e che a livello subliminale suggeriscono la solitudine di un uomo politico che un tempo aveva senz'altro uno staff che gli desse un'occhiata alla punteggiatura, e oggi evidentemente no. Il tono paternalistico per cui ogni tensione mondiale – dalla crisi dei mercati europei agli scontri di Londra – deve sempre essere causato dall'egoismo di un monello globale che non sa dire “noi”, che sa dire solo “no”, che insomma non vuole ascoltare il predicozzo del buon Walter che gli spiega di fare il bravo e pensare agli altri: un approccio non proprio ideale per il lettore di quotidiano, che assume un aspetto suicida quando Veltroni cerca di trasferirlo in un ambiente radicalmente egalitario come Facebook, dove il suo accorato invito ai pacifisti italiani a essere bravi e coerenti e scendere in piazza contro Gheddafi ottenne meno apprezzamenti della risposta di uno sfigato chiunque (il sottoscritto). Che altro? L'irriducibile pulsione al ma-anche, per cui un pezzo che sembra salvare, degli ultimi vent'anni di centrosinistra, solo l'esperienza di Prodi, deve comunque concludersi con un inno ai patriarchi del PCI, sia mai che si possa fondare la sinistra di domani senza ricordarsi di onorare Occhetto e Berlinguer...

Ma soprattutto, una certa ripetitività, che sconfina nel comico involontario, per cui dopo averne lette una mezza dozzina ormai la prossima letterina veltroniana potremmo scriverla noi: è sufficiente ricordarsi, in presenza di qualsiasi rivolgimento sociale, di citare il Sessantotto, giusto per ribadire che comunque era diverso, perché allora si voleva “cambiare il mondo”... anche se poi alcuni si sbagliarono e diventarono terroristi cattivi, insomma, tutta una Storia d'Italia ridotta ai minimi termini di una fiction Rai che a questo punto credo irriti per primo chi il Sessantotto lo ha vissuto davvero, e si ricorda che le cose erano un filo più complesse. Invece, quando si parla di riformismo, bisogna sempre ricordarsi di citare Olof Palme, come se poi l'esempio di questo Palme potesse risultare utile al lettore medio. Il che non è, insomma, qualcuno prima o poi dovrebbe spiegare a Veltroni che la maggior parte dei lettori del suo bacino di riferimento non si ricorda chi sia, il buon Palme, se non un pallino privato di Walter Veltroni.

Il fatto è che certe ripetizioni veltroniane ormai più che distrazioni sembrano ossessioni, non facilmente spiegabili e persino un po' inquietanti. Faccio un altro esempio: ogni volta che qualcuno, nella sua prosa, dice “no”, Veltroni sembra costretto a soggiungere che lo fa “come Bartleby lo scrivano”, il protagonista di quel famoso racconto di Melville che poi, secondo me, in Italia così famoso non è. Voglio dire che se parli di Renzo e Lucia, su un quotidiano, tutti i tuoi lettori non faticheranno a ricordarsi che si tratta di due fidanzati con qualche difficoltà a concludere; se parli di metamorfosi kafkiana, alla maggior parte non sfuggirà che si tratta dello strano caso di un uomo che si risveglia trasformato in scarafaggio. Ma se parli di Bartleby, ecco, a quel punto non credo che la maggioranza abbia ben chiaro a cosa ti stai riferendo. A questo punto di potrebbe ipotizzare che Veltroni stia cercando i suoi nuovi interlocutori tra gli appassionati di letteratura americana, o i fans di Baricco, che sono comunque un bacino cospicuo. Il fatto è che anche questi non disprezzabili conoscitori di Melville, ogni volta che Veltroni lo cita, non riescono comunque a capire dove voglia andare a parare.

Due anni fa per esempio per Veltroni Bartleby era D'Alema, perché diceva sempre di no. E già in quel caso c'era qualcosa di maldestro nel riferimento letterario: per quanto ci si sforzasse si faticava a immaginare i baffetti di D'Alema sul volto inespressivo dello scrivano che si lascia morire di inedia in prigione perché preferirebbe non mangiare. Nella lettera di oggi, per contro, il riferimento scatta davanti ai "pochi, coraggiosi, docenti italiani che si sottrassero al giuramento di fedeltà al fascismo e risposero, come Bartleby lo scrivano ,"Preferirei di no"”. Superfluo notare che non risposero proprio così. Ma anche stavolta, quel Bartleby esattamente cosa c'entra? Chiunque abbia letto il racconto sa che non si tratta di un eroe; tra i critici che si sono cimentati con l'enigma c'è chi lo considera un'incarnazione dell'alienazione, della depressione, perfino del blocco dello scrittore. Il modo in cui oppone il suo rifiuto prima al datore di lavoro, e poi progressivamente al mondo non sembra avere molto di politico; poi naturalmente la politica si può attaccare a qualsiasi cosa, ma l'impressione è che Veltroni più che operare dei riferimenti efficaci a opere letterarie condivise si impigli troppo spesso nelle reminiscenze private delle sue tante passioni (cinema jazz figurine romanzi).

Al punto che uno smette di pensare a cosa Veltroni vorrebbe dagli italiani per domandarsi cos'è che Veltroni nasconde, nella sua testa, sotto il feticcio di Bartleby. Forse un'irrazionale pulsione a restare nella sua posizione, come il copista nel suo studio su Wall Street, quando ormai il suo capo lo ha licenziato e persino l'azienda si è trasferita. Magari Veltroni non se ne rende conto, ma se c'è un Bartleby in Italia oggi, probabilmente è proprio quel personaggio che si ostina a ricopiare la storia del Sessantotto e degli anni di piombo, a dettare manifesti riformisti a destra e manca, a ringraziare Di Vittorio e Berlinguer. Fuori il più della gente lo ignora; chi ancora lo nota gli domanda con stanca malizia se non è il caso di andare in Africa. Lui evidentemente preferisce di no. http://leonardo.blogspot.com
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La Winx di Veltroni

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Veltroni 132 - Nessuno 113

Io mi rendo conto che a volte mi rendo noioso, con Veltroni, che per quante ne dica e ne faccia non è senz'altro sulla lista dei primi dieci problemi di ciascuno di noi. Però stavolta penso che valga la pena di insistere, almeno qui. Ha anche a vedere con quello che si diceva lunedì, l'esigenza di darsi obiettivi precisi, anche minuscoli, ma raggiungibili. Ecco, stasera potrei scrivere di tante cose (la Libia, la scuola, la crisi) senza riuscirne a cambiare neanche una. Oppure potrei insistere su Veltroni, perché forse stasera qui si può fare un passo concreto per ridimensionarlo. Esatto, ormai Veltroni è alla mia portata. Non significa che io sia diventato importante, eh, attenzione. Significa semplicemente che Veltroni sta diventando piccolo, e che le sue dichiarazioni strampalate stanno cominciando a perdersi nel brusio di fondo (che sarei poi io, ciao, mi chiamo Leonardo e produco brusio).

Del resto, giudicate voi. Domenica Veltroni ha chiamato nelle piazze il popolo pacifista. Ha deciso di farlo attraverso facebook, il che a mio parere rappresenta una mossa suicida, una dimostrazione abbastanza plateale di non conoscenza delle dinamiche internettiane – nessuno pretende del resto che WV le conosca, di sicuro ha meglio da fare che imparare cosa sono i tag e i like – ma non dovrebbe esserci qualcuno in grado di consigliarlo? Non è il rappresentante di un'importante corrente del PD? Non si sa. Sia come sia, l'appello è ancora là. Ha collezionato centinaia di commenti, e non sono tutti ingiuriosi come ho scritto lunedì. Ci mancherebbe, il mondo è bello perché è vario. Ma vogliamo parlare dei “like”, o come si chiamano in italiano i “mi piace”? Il pezzo di Veltroni, pubblicato la domenica mattina, piace per ora a 132 persone. Vi sembrano tante? A me non sembrano tante. Mi sembrano quasi 132 sassolini sulla tomba del carisma di un leader. Esagero? Un importante uomo politico si domanda perché le piazze non si riempiono per la pace, o contro Gheddafi (come se fosse la stessa cosa manifestare per la pace e contro Gheddafi), e il suo accorato invito alla mobilitazione... piace a 132 persone. Così, a occhio non ci riempi una piazza. D'altro canto è solo un numero, e i numeri da soli non dicono molto.

Ma è sufficiente accostarli ad altri numeri: per esempio io (che non sono nessuno), lunedì mattina ho pubblicato sull'Unita.it un pezzo in cui rispondevo a Veltroni. Mi è venuto magari un po' pedestre, va bene, chiedo scusa, in ogni caso la mia risposta a Veltroni piace per ora a 113 persone. Sono molte? Sono poche? Per i numeri che faccio di solito io su facebook, sono parecchie. In termini assoluti sono pochissime. Ma se le confrontiamo col dato di Veltroni... Pensateci, è un ex segretario del PD, uno che va ancora in prima pagina con le sue dichiarazioni (ieri ha dato un'intervista sul Sole 24 Ore, sconclusionata come al solito, dove continua a domandarsi perché i pacifisti non sostengono i guerriglieri. Veltroni, insomma, quelli che manifestavano contro l'intervento in Iraq erano pacifisti; quelli che marciano su Tripoli sono guerriglieri. Davvero è così difficile capire la differenza?) Ecco, una personalità del genere chiama i pacifisti alle armi su facebook, e ottiene 132 like. Uno sfigato gli risponde, e ne ottiene 113. E con un po' di sforzo secondo me quel 113 potrebbe anche superare il 132. Esatto, sì, vi sto chiedendo di votare per me su Facebook. Lo so che è imbarazzante, ma credo che potrebbe avere un pur minuscolo significato mediatico. Come minimo, sarebbe la dimostrazione che è meglio non usarlo, Facebook, se sei Walter Veltroni e vuoi chiamare il tuo popolo alle barricate. Non è l'ambiente adatto. Lo so che fuori c'è un mondo che non saprà mai chi sono io e conosce e stima WV. Lo so, Facebook non è assolutamente rappresentativo di nessun bacino elettorale. Però un flop su Facebook è pur sempre un flop. Il ridimensionamento di un personaggio che non sta facendo bene al PD passa anche attraverso momenti come questi: lui prova una sortita, rimedia pernacchie, la prossima volta starà più attento.

È qualcosa che è già successo, in passato, per esempio a Francesco Rutelli. Ve lo ricordate, Rutelli? Vi ricordate che a un certo punto siete persino arrivati a considerare il pensiero di votare per lui? Per molto tempo la sua figura dominò il dibattito politico: la sua scelta di campo prodiana, le sue sbandate centriste, riempivano le prime pagine. Poi successe qualcosa. Lentamente, molto prima che scomparisse dalla scena, Rutelli smise di essere interessante. Cos'era successo? Non si è capito bene, ma nessuno mi toglierà mai dalla testa che fu a causa delle Winx, le popolari bamboline. Ovvero, a un certo punto qualcuno pubblicò un sondaggio sui leader del centrosinistra (Rutelli era evidentemente tra i candidati), qualche buontempone tra i leader inserì le Winx, che non sbancarono, ma guadagnarono un dignitoso uno o due per cento, attestandosi – questo è importante – molto al di sopra del dato di Francesco Rutelli. A quel punto forse anche ai vertici capirono. Continuarono a candidarlo, perché l'autolesionismo a sinistra è un dato oggettivo: riuscirono persino a perdere il municipio di Roma: però ormai era andata, dopo il confronto con le Winx Rutelli non è più stato lo stesso. Era già antipatico più o meno a tutti, ma tutti davano per scontato che fosse il candidato adatto a qualcun altro. I comunisti pensavano ai cattolici, i cattolici pensavano ai radicali, i radicali pensavano mboh, mal che vada ce lo siamo tolti di dosso. Le Winx ci hanno liberato dal sortilegio, grazie Winx. E infatti poi Rutelli è persino uscito dal PD, e sapete quanto ha perso nei sondaggi il PD quando Rutelli è uscito con tutti i suoi teodem? Niente, anzi, ha guadagnato un po'. Grazie Winx.

Ecco, forse il caso, o il destino, o il complotto plutomassogiudaicofacebookiano, mi ha dato la possibilità di essere la Winx di Walter Veltroni. Credo sia mio dovere giocare il mio ruolo fino in fondo. Non sono nessuno, sono un personaggino inutile che scrive pezzi lunghi e seriosi. Però su facebook forse sono più popolare di Walter Veltroni. Quindi, cari giornalisti, non pretendo certo che mi prendiate sul serio. Ma la piantiamo piuttosto di prendere sul serio Walter Veltroni?
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Se non ora, dopo.

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Dunque, come forse già sapete ieri Walter Veltroni - un rappresentante del PD che questo blog segue con un certo interesse - si è domandato su facebook perché nessuno va a riempire le piazze per manifestare contro il cattivo Gheddafi. L'episodio credo che farà storia, anche soltanto per le modalità con cui Veltroni ha deciso di intervenire in un argomento delicato che sta tormentando molte coscienze pacifiste e non: cosa dovremmo fare per i libici? Ecco, mentre noi stavamo a tormentarci le coscienze, Veltroni ci ha scritto che dovremmo darci da fare, che una volta eravamo più attenti, che siamo rifluiti al "nostro giardino", e lo ha fatto su Facebook, così, senza filtri. A questo punto è cominciato il tiro al piccione, che su Facebook viene benissimo.

Mentre Veltroni veniva ingiuriato in vari modi, io ho scritto la mia teoria del lunedì (qui la copia cache), nella quale in sostanza gli spiegavo che Gheddafi non è quel tipo di persona che se riempi una piazza a Roma se ne va; che è un po' semplicista affrontare i problemi in questo modo; che un leader politico si vede anche dalla capacità di offrire a un movimento di piazza delle proposte concrete, invece di lagnarsi perché la gente in piazza non ci va e la domenica preferisce stare a casa a innaffiarsi il giardino. Il pezzo sull'Unità.it stava andando abbastanza bene, ma adesso c'è un problema tecnico e i blog dell'unità risultano (spero momentaneamente) inesistenti. Così per ora lo ricopio qua sotto (update: è tornato, andate a leggerlo di là).


Caro Veltroni, ecco perché non scendo in piazza contro Gheddafi è on line (spero) sull'Unita.it. Si commenta su facebook oppure qui.

Caro onorevole Veltroni, chi le scrive è uno dei tantissimi che manifestarono, tra il 2002 e il 2004, contro l'invasione dell'Afganistan e soprattutto dell'Iraq. Le scrivo perché mi sento tirato in ballo da quello che ha scritto ieri sul suo profilo Facebook. “Perché nessuno scende in piazza al fianco dei patrioti libici?”, si è chiesto. "Perché era così facile mobilitare giustamente milioni di persone contro Bush e gli americani per la guerra in Iraq e nessuno prova a riempire le piazze contro il dittatore Gheddafi?"

Dunque, non so gli altri, ma io non provo a riempire le piazze contro il dittatore Gheddafi principalmente perché non sono uno stupido; non credo che una o cento piazze piene in Italia possano avere qualche effetto sulle scelte del dittatore Gheddafi, proprio perché è un dittatore e se ne frega persino delle piazze dei libici (che hanno dovuto sparare per cominciare a farsi sentire), si figuri di quelle degli italiani. Non è neanche esatto che io abbia manifestato “contro Bush e gli americani”. Io manifestavo per dimostrare la contrarietà mia, e di moltissimi italiani, a due guerre alle quali l'Italia avrebbe partecipato. Sì, ero contro la guerra di Bush, ma era davanti a Berlusconi che sventolavo la bandiera arcobaleno, e non me ne pento. Si è pentito invece Berlusconi, che anche a causa di quelle guerre perse sonoramente le elezioni regionali del 2005 e, di misura, le legislative del 2006. Al suo posto arrivò Prodi, e una delle poche promesse che fece in tempo a mantenere fu il ritiro del contingente italiano dall'Iraq. Siamo rimasti in Afganistan, è vero, ma lo stesso Berlusconi non si ricorda più il perché.

Ora una breve digressione, che spero mi perdonerà. il mio pacifismo militante è cominciato con la prima guerra del Golfo, ero al quarto anno di liceo e lo occupai. Mi piace pensare che non fossi stupido nemmeno allora. Avevo molti brufoli e una cotta imbarazzante per una compagna, ma non ero stupido, quindi votai una mozione che dichiarava la contrarietà del mio liceo all'intervento militare dell'Italia. Era una minuscola cosa, certo, ma molti miei compagni non erano d'accordo nemmeno su quella, e preferivano sostenere una mozione vaga, che era contraria alla Guerra con la G maiuscola, la guerra in generale, non a quella guerra specifica e non all'intervento italiano. Ecco, per me occupare il liceo così, contro la guerra in generale, mi sembrava solo una perdita di tempo. Non ho cambiato idea: le manifestazioni, le occupazioni, gli scioperi, secondo me si fanno per ottenere obiettivi minimamente concreti: non si manifesta contro un dittatore, ma per chiedere al proprio governo di troncare i rapporti con quel dittatore. Faccio questo esempio perché su facebook c'è adesso chi le chiede con insistenza dov'era quando in Parlamento si votava il Trattato Italia-Libia, il perno dell'asse Berlusconi-Gheddafi. In quell'occasione i voti contrari, anche tra le file dell'opposizione, furono davvero pochi.

Caro Veltroni, quello che io ho imparato occupando per qualche giorno un liceo nel gennaio del '91, è che le persone che manifestano contro la guerra si possono dividere in due gruppi. Ci sono quelli che vorrebbero cambiare le cose, anche di poco: quelli scenderanno in piazza solo se credono di poterci riuscire, e ci resteranno solo finché ci credono, non un solo momento di più. Di solito avranno obiettivi precisi: convincere l'opinione pubblica che la tal guerra è sbagliata, spingere un partito a votare contro un intervento, mostrare al governo che questo eventuale intervento andrebbe contro la volontà popolare, eccetera. Sono queste le persone che hanno fatto grande il movimento pacifista che riempiva le piazze otto anni fa. Sono questi che possono andare fieri del nostro ritiro in Iraq: lo hanno chiesto, hanno spostato un po' di opinione pubblica dalla loro parte, e alla fine lo hanno ottenuto.

Poi c'è un altro gruppo di persone: quelli che manifestano per il gusto di farlo: perché in un corteo c'è sempre qualcuno che sta davanti, e può diventare uno importante. Costoro di solito non hanno obiettivi precisi, anzi, hanno la necessità di restare sul vago, perché l'obiettivo preciso si può raggiungere o si può fallire, ma una Manifestazione contro la Guerra in Generale si può convocare sempre (guerre ce ne sono sempre) e farà sempre sentire tanto buoni tutti quelli che vi partecipano. Ecco, nel 1991 ho imparato a non fidarmi di quelle persone. Sono passati vent'anni e continuano a tormentarmi su facebook, hanno sempre qualche oscuro senso di colpa su cui far leva, qualche oscuro dittatore contro il quale non ho manifestato e di cui quindi dovrei sentirmi complice. Qualche anno fa volevano che sfoggiassi uno straccetto verde per l'Iran, o uno rosso per la Birmania, o era il Tibet, non ricordo. Ma io non ho mai pensato che uno straccetto indossato a mille miglia di distanza possa influire sul karma di un dittatore: mi sbaglio?

Magari mi sbaglio, caro Veltroni, ma quando mi chiede di scendere in piazza contro Gheddafi, mi pare che lei si guardi bene dal mostrarmi un obiettivo concreto. A parte un sostegno generico a chi si batte contro un dittatore, cosa dovremmo chiedere, e a chi? Dobbiamo mostrare vicinanza a chi si batte, dice. Va bene, ma quelli più che della nostra vicinanza hanno bisogno di armi e munizioni: apriamo una sottoscrizione? “Ci vuole un grande impegno politico e umanitario”, ha detto ai microfoni del tg3. Ovvero? Caro Veltroni, ribadisco: non siamo stupidi, e sappiamo che nessun impegno umanitario è possibile, in un teatro di guerra, senza una copertura militare. Quindi, concretamente, vogliamo chiedere all'Unione Europea (o alla Nato, o all'Onu) una “missione di pace”, di quelle che di solito si fanno con le forze armate? Se ritiene che sia una buona idea lo faccia, caro Veltroni: se ne prenda la responsabilità, e poi proponga a chi è d'accordo di riempire una piazza con lei. Forse a quel punto accetterei il suo invito.

Ma lei in questo momento non sta facendo questo. Si sta lamentando perché non manifestiamo contro la Guerra in Generale, contro il Dittatore in quanto tale, e si permette pure di darci degli egoisti, di parlare di riflusso (“Anche le coscienze di tutti noi sono rifluite dal mondo al " nostro giardino" ?”) come se fosse l'egoismo a toglierci la voglia di scendere in piazza per obiettivi vaghi che nessuno centrerà mai. "Ho la sensazione che nessuno si mobiliti per la Libia perché tutti aspettano chi vince", dice. In realtà siamo confusi: non dovremmo esserlo? La situazione non è chiara, e non siamo tutti esperti di geopolitica. In casi come questi un leader politico dovrebbe fornirci un'interpretazione convincente di quello che sta succedendo, e proposte concrete per cui lottare. Lei invece si lamenta perché non abbiamo le idee chiare, e ci accusa più o meno di disertare le piazze per egoismo.

Vede, caro Veltroni, è vero che noi pacifisti abbiamo famiglie, lavori, impegni, quel famoso “giardino” che in sostanza è la nostra vita, nella quale possiamo pure trovare qualche fine settimana per manifestare, ma per obiettivi concreti. Non per il gusto di farlo, non per dimostrare semplicemente di essere in tanti, e di sicuro non per portarla sugli scudi, caro Veltroni, senza che lei si prenda neppure la briga di proporci una direzione precisa. A proposito: ha letto quanti commentatori su facebook le chiedono piuttosto di manifestare contro Berlusconi? Non li snobbi: rifletta bene se è più concreto chi chiede a Roma di manifestare contro Tripoli. 
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Ma quest'Africa, poi, dove sta?

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Professione Disastro

Quello che è riuscito a fare Walter Veltroni nelle ultime settimane è incredibile. Stupefacente anche per chi pensava di conoscerlo un po', Walter Veltroni; di essersi assuefatto, a Walter Veltroni. No. Veltroni ha questo, che riesce a essere sé stesso e a stupirti lo stesso sempre.

Vogliamo riassumere? Due settimane fa - Silvio Berlusconi era già discretamente a mollo nelle sue stesse secrezioni - Veltroni pensò bene di convocare un'adunata della sua corrente, un Lingotto Due dove lanciò, tra le altre, l'idea fantastica di una patrimoniale. Fantastica, sì, peccato che la presentò in un modo per cui praticamente la dovremmo pagare un po' tutti, la patrimoniale di Veltroni. A questo punto, ed è un'incredibile coincidenza, no? Un vecchio amico di Veltroni, praticamente uno di famiglia, Giuliano Ferrara, si è scrollato di dosso la polvere clericale che si era accumulata in anni di abbandono, ed è tornato a contare qualcosa nello staff berlusconiano. Esempio commovente di topo che non abbandona la nave che affonda, Ferrara ha scritto per conto di Berlusconi una commovente letterina in cui scongiura Bersani di non fare la patrimoniale. Bel colpo, no? Bersani (che ovviamente ha dovuto respingere la proposta) si è ritrovato cucito addosso una patrimoniale che non era nel programma del PD. La ha anche sconfessata pubblicamente a Ballarò - troppo tardi, tra un po' si va a votare e il PD sarà presentato come il partito che vuole carotare tutti gli italiani con una casa di proprietà. Tutto questo dimostra che Ferrara non è ancora un vecchio arnese, e poi? Che altro dimostra? Ah, sì. Che Veltroni è... Veltroni. Ma si può essere più disastrosi di Walter Veltroni? Si può fare? Qualcuno può superarlo?

Ma certo che si può. Veltroni stesso, ad esempio: lui può. Non c'è limite. No limits. Ieri è morta la dolce Maria Schneider, e voi direte vabbe' che c'entra. Cosa vuoi che c'entri. Assolutamente nulla, uff questi blog che saltano dal palo alla frasca. Sì, ma aspettate. Vi ricordate, vero, che Veltroni è uno studioso di cinema? Che ne conosce a mucchi, di cinema? Che scriveva le trame dei film in tv per il Venerdì, nello stesso periodo in cui faceva non so se il Ministro alla cultura o il Vicepremier o il segretario dei DS al minimo storico o tutte e tre le cose? Ebbene, Veltroni ha voluto scrivere il coccodrillo per Maria Schneider. Bene: è un esperto, scriverà cose belle su di lei. Bof. Cinque righe, non molto originali, senza un solo apprezzamento per le sue qualità di attrice.
Maria Schneider era bellissima. Di una bellezza assai rara. Era sfrontata, con il suo corpo rassicurante. Era angelica, con quello sguardo da adolescente impertinente. La sua sensualità era moderna, un impasto di solitudine e nevrosi. Era, esteticamente, figlia del ‘68 e della rivoluzione femminista. Era una ragazza del suo tempo. Un tempo giovane, per la vecchia Europa.
Par di capire che era bella e basta. Ma aspetta. Dove sta andando a parare?
Ci pensavo guardando in queste ore le immagini delle rivolte nel Nord Africa. In piazza sono tutti giovani, segno di società dinamiche. Ma, in piazza, sono tutti uomini. Indice di comunità che negano diritti fondamentali e protagonismo alle donne.

No, ma sul serio? Quindi insomma Walter "Vado-in-Africa" Veltroni non ha la minima idea di quello che sta succedendo al Cairo? E ci tiene comunque a dircelo? A lanciare il suo messaggino di ignoranza benpensante ad usum del lettore della Stampa, affinché tutti noi possiamo, domani, al bar, sentire più forte e chiaro il tizio che Signora mia, se va via Mubarak quelli metteranno le donne sottochiave? Roba che neanche Christian Rocca, ormai?

Via Lia, allego una gallery di foto di donne che stanno manifestando al Cairo. Adesso. Si trovano su Internet, una rete di condivisione delle informazioni di cui forse Veltroni non ha sentito ancora parlare. Va bene, non importa, è ancora un giovane, diamogli tempo, ne abbiamo così tanto.
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Che roba Contessa i cinesi

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Io non voglio morire antiveltroniano, non voglio essere ricordato come uno che se la prendeva contro WV sempre e comunque, perciò adesso facciamo così: vi incollo una cosa che Veltroni ha detto sulle primarie di Napoli, vi spiego perché due righe così a me fanno venire l'ulcera, e poi mi spiegate se è un problema solo mio, se sono i miei soliti pregiudizi antiveltroniani, o se lui è davvero pessimo come sembra.

«Sul sito del Corriere della Sera ho visto file di cinesi che andavano a votare - o sono cinesi democratici o c'è qualcosa che non va. Se c'è una piccola ombra si vada sino in fondo, non può esserci».

Da che parte cominciare. Mettendo per esempio le mani avanti: anch'io ho forti dubbi su come siano andate le cose a Napoli. E, devo dire, non ho neanche dovuto consultare il pregevole sito del Corriere. Napoli non pretendo di conoscerla, ma ho leggiucchiato qualcosina in questi anni (Saviano soprattutto) e mi sono fatto l'idea che non sia ignota in città la prassi del voto di scambio (infatti non capisco bene da che pero sia caduto lo stesso Saviano). Ora, le primarie PD sono, per la loro stessa natura, le elezioni più esposte a infiltrazioni e mercimoni di ogni tipo: uno entra, lascia due spicci, mostra il documento, e vota. I controllori sono volontari del partito stesso. In una situazione del genere, “piccole ombre” si riscontrerebbero anche in un ridente paesello ai confini della Svizzera, figurati a Napoli con tutti i problemi della città e del suo PD. Non ci voleva molto insomma a immaginare come sarebbero andate le cose. Non ci voleva molto, eppure Veltroni fino a lunedì non se l'era immaginato. Aveva bisogno di vedere file di cinesi sul Corriere.

Alla luce del suo sbigottimento, forse bisogna rileggere lo storico dibattito interno, tra chi vuole le primarie-sempre-e-comunque e quei noiosi che invece sollevano obiezioni. Questi ultimi sono spesso dipinti come malvagi uomini-apparato decisi a trasformare il PD in una dinastia di burocrati. E magari alcuni sono proprio così. Ma non potrebbero essercene molti altri semplicemente in grado di immaginare che succeda quello che a Napoli è successo? E davvero lui, Veltroni, non ne è in grado? Ora si stupisce che votino i cinesi, lui che seguendo i disinteressati consigli del caro zio Giuliano Ferrara ha propalato per anni la fola del Partito-leggero-senza-tessera? Va bene, la tessera è roba vecchia, ma Veltroni non ci ha mai spiegato con cosa l'avrebbe sostituita, quale sistema avremmo usato per tenere lontano dalle primarie infiltrati o venditori di voti all'incanto. L'importante era che il PD uscisse dal Novecento e si sottraesse al potere dei temibili signori delle tessere. Ma sul serio bastava stracciare il cartoncino e tutto il clientelismo sarebbe svanito come al neve al sole? Sul serio? Viene il sospetto che sì, che lo abbia pensato sul serio. Fino a lunedì.

Poi d'un tratto, oplà! - la scoperta dell'alba. Sono andati a votare dei cinesi. Ma dai. Come lo ha scoperto? Ha degli osservatori? Magari si è fatto una passeggiata per qualche quartiere di Napoli, non dico mica quelli brutti che sarebbe populismo, non so, una capatina al Vomero, boh. No, lui ha visto le file di cinesi... sul sito del Corriere. Lui così specifico, così preciso e settoriale quando si tratta di informarti su come passa il suo tempo libero, che libri legge e che film guarda, quando si tratta di politica, politica dal basso, quella che sarebbe il suo mestiere in questo preciso momento – niente, lui ha solo visto qualche immagine sul sito, proprio come me e te e chiunque altro, che a questo punto potremmo fargli da consulente, a Veltroni, e davvero non saremmo molto peggiori di quelli che lo consigliano in questo momento. Cosa dirti, onorevole: è il tuo partito, e tu sei in lizza per la leadership, non dico che tu debba avere uno staff di gente che ti tiene informata 7x24 sul territorio, ma almeno far finta di averla; ecco, magari evitare di render noto a tutti che le cose di Napoli le impari per ultimo, sull'organo d'informazione dei milanesi rintronati.

Ma non è neanche questo il peggio, vero? Il peggio lo sapete qual è. I cinesi.

Veltroni vede, diciamola come va detta, delle facce gialle, e trae una conclusione: o ci sono decine, forse addirittura dozzine di democratici cinesi, oppure... elementare Walter, se hanno gli occhi a mandorla non possono essere veri militanti del partito-leggero-leggero, che non ti fa le tessere ma una sbirciatina al colore della pelle te la dà. Ma spiegati meglio, caro aspirante leader democratico che ti riempi la bocca di Gandhi e Martin Luther King, spiega: davvero non potrebbero esserci democratici cinesi, anzi, democratici residenti in Italia di origine cinese a Napoli, terza città più popolosa d'Italia, terra d'immigrazione? Magari sono venuti a mettere una croce proprio perché tu, due anni fa, parlavi di voler dare il voto agli immigrati, il che magari sulle terrazze romane suona come una boutade buona per un titolo di giornale o un'apertura di tg, ma per un napoletano di origine cinese è una cosa importante, una cosa che gli cambia la vita, il riconoscimento di un diritto, un'apertura sul futuro: ma forse appunto tu ne parlavi come di ipotesi di scuola, chissà se hai mai discusso con un solo abitante italiano di origine cinese, uno arrivato qui in qualsiasi momento dagli anni Novanta al 2011, o magari qualcuno che in Italia ci è nato, e ce ne sono di maggiorenni già: e tu dov'eri mentre le nostre metropoli cambiavano colore, a scrivere libri sul futuro o sugli anni di piombo? E guardarsi un po' più attorno? Di tutti i motivi banalissimi per cui si potevano mettere in dubbio le primarie di Napoli, tu hai scelto la peggiore: il pregiudizio etnico nei confronti di una minoranza.

Il dramma della sinistra da salotto si misura tutto qui: nella distanza tra la retorica veltroniana (uguaglianza, solidarietà, aggiungete sostantivi astratti a caso) e la reazione stizzita del lettore del Corriere che vede facce gialle e si spaventa: hai visto che roba, Contessa, a Napoli fanno votare i cinesi. E il bello è che le hai volute tu, le primarie senza tessera, le primarie senza regole, le primarie tana-libera-tutti, le primarie portatevi gli amici da casa. Ma non avevi pensato ai cinesi. Già, ma del resto come potevi pensarci.

Ecco, adesso per favore ditemi che esagero, che ho capito male, che Veltroni è molto meglio di così. Scrivetemelo. Massacratemi. Ditemi che non ho capito niente, che il meccanismo delle primarie come lo aveva progettato lui era a prova di bomba, che sui cinesi non ho colto l'ironia, ditemi per favore che Veltroni è una risorsa, una speranza per tutta la sinistra. Ditemi che mi sbaglio. Non voglio morire antiveltroniano.
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Chips, chips

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(Questi sono appunti per un pezzo su Vieni via con me che non ho mai avuto il tempo di scrivere. Chiedo scusa se ormai puzzano un po').

- Io non sono un esperto, ogni tanto bisogna dirlo. Di qualsiasi cosa si stia parlando in quel momento. Tv, ad esempio: io non sono un esperto. Non si può neanche dire che ne guardo. Vivo in stanze in cui è accesa, questo si può dire. Può darsi che questo a volte mi avvantaggi rispetto a critici che ci si mettono davanti come fosse il cinema, perché in effetti la tv dei grandi numeri è concepita per gente che sta facendo altro: cucina, stirare, i compiti, scrivere sui blog. Forse sono più casalinga di Voghera io di tanti. Però non sono un esperto. Ed è meglio così.

- Perché se da esperto mi avessero detto: “abbiamo in mente un nuovo format che spaccherà il culo”.
“Sentiamo”
“Dunque, al posto del comico, Roberto Saviano che fa lezioni di mezz'ora sulla camorra”.
“Interviste? Reportage?”
“Nonono, lui da solo sul palco, al massimo ogni tanto parte una clip, ma pochepoche”.
“Mhm. E poi?”
“E poi magari parte un balletto”.
“Ah, ecco”.
“Ma concettuale, anche un po' brechtiano, hai presente, e le ragazze rigorosamente coperte”.
“Rigorosamente”.
“E poi tieniti forte, perché questa è la vera bomba, dunque, ospiteremo persone famose e persone normali, e...”
“Li intervisterete, come dappertutto”.
“No! Appunto, questa è la vera bomba, tieniti forte, tieniti, perché... insomma, gli faremo leggere delle liste”.
“Delle liste”.
“Sì”.
“Ma in che senso?”
“Ma metti, per esempio, che invitiamo un parente delle vittime di piazza della Loggia, e gli facciamo leggere la lista delle vittime: una cosa così”.
“Ah”.
“Guarda che ci facciamo venti punti come niente”.
“Su raitre”.
“Eccerto”.
“A mezzanotte, tipo”.
“Nonono, questo va al lunedì contro il Grande Fratello, e lo sbaraglia, fidati”.
“Ma ne hai parlato con qualche specialista?”
“Oh, sai, “gli specialisti”, tutti credono di intendersi di tv, quando in realtà...”
“No, intendo un dottore”.

- Io di televisione davvero non m'intendo. Potevo immaginarmi che Fazio e Saviano avessero successo su Raitre perché, in effetti, Fazio e Saviano sono due certezze e hanno da sempre un pubblico affezionato: aggiungi la cassa di risonanza polemica che già fece trionfare Raiperunanotte la scorsa primavera. Tutto questo era ampiamente prevedibile. Non era altrettanto previsto che si abbattesse sull'audience già inossidabile del Grande Fratello come una lama nel burro. Non era affatto previsto che fosse visto da milioni di spettatori che rai3 probabilmente non la vedono mai. Va bene, la prima puntata c'era Benigni. Ma in seguito ci sono state tantissime altre cose che mai, in tutta la mia carriera di attraversatore di stanze con tv accesa, mi sarei immaginato che potessero forare l'attenzione del grande pubblico – del pubblico veramente grande. Femminismo, rifiuti, vittime di Piazza della Loggia. C'è da dire che l'ultimo Grande Fratello è più loffio del solito. A detta di chi lo guarda.

- In realtà non è soltanto il Grande Fratello. Tutto è più loffio del solito, ultimamente. Negli ultimi anni, mentre attraversavo stanze con le tv accese, mi è sembrato che la temperatura intorno a me si abbassasse fino al congelamento. La tv non è mai stata un medium particolarmente innovativo, però qualche cambiamento mi ero abituato a rilevarlo. Ho visto arrivare i colori e le tv locali. Ho visto la nascita di mediaset e la standardizzazione di un gusto medio-basso. I telefilm e i contenitori nazionalpopolari. Ogni anno c'era qualcosa di nuovo. Negli ultimi dieci anni, sempre meno. Dieci anni fa i reality sembravano l'ultima frontiera. In effetti non è che siamo andati molto più in là. I talent in una certa misura erano già un ripiego. Giochini preserali, più o meno gli stessi da cinque anni a questa parte. Ah, e un sacco di interviste dappertutto. C'è qualcosa d'inquietante quando le trasmissioni più forti cominciano ad avere numeri progressivi di due cifre. Da quand'è che si fa Amici? Le Iene quanti anni hanno? Striscia ne ha 22. Ma ci pensate ai ragazzini? Io quando crescevo avevo l'impressione che la tv crescesse insieme a me. I nostri figli crescono in mezzo alle repliche. Quante volte è stata programmata una puntata dei Simpson?

- Il successo di Vieni via con me potrebbe anche essere l'espressione di questa stanchezza. Vorremmo vedere qualcosa di nuovo. Niente di particolarmente difficile o astruso: semplicemente qualcosa che non si è ancora visto. Il problema è che è concettualmente difficile – se non impossibile – fare qualcosa di nuovo in tv. Proprio perché la tv è un mezzo pigro, per persone non necessariamente pigre, ma quasi sempre stanche: persone che la tengono accesa per addormentarsi, o stanno lavando i piatti, o giocando coi bambini sul tappeto. Non gli puoi chiedere di seguirti in chissà quale percorso innovativo. Dovresti trovare qualcosa di nuovo ma anche di immediatamente popolare. Non è facile. In un certo senso era un lavoro per Fazio.

- Intorno a Fazio c'è un equivoco storico. Per molti è il paladino della tv alternativa, quello che cerca di fare in tv cose che nella tv italiana, per vari motivi, non si possono fare. E di conseguenza lo vorrebbero più cattivo, meno prono ai suoi ospiti, eccetera eccetera. Secondo me le cose sono più semplici. Fazio non vuole fare un'altra televisione: Fazio vuole fare la televisione, proprio quella italiana, lo scatolone nazionalpopolare che Baudo faceva negli anni Ottanta. I suoi eroi sono proprio i grandi presentatori storici, Bongiorno o la Carrà. Quando scopre qualcosa di nuovo, e gli è successo più di una volta, è sempre qualcosa che in realtà era già lì, davanti a tutti: bastava solo valorizzarlo e mostrarlo al grande pubblico. Per esempio, quando gli diedero il pomeriggio della domenica su rai3, lui scoprì quello che sapevamo tutti: che il pomeriggio della domenica lo passavamo ascoltando parlare di calcio senza poterlo vedere, e che tutte queste chiacchiere inconcludenti erano incredibilmente rilassanti, e tanto bastava per farci un programma. Ha scoperto il segreto di Everardo Dalla Noce, un signore simpatico che faceva i servizi dalla borsa di Milano per il tg2, e ci teneva attaccati alla tv senza che noi capissimo un'acca di azioni e obbligazioni: il segreto del nonnetto in tv. Che i quarantenni degli anni '90 soffrissero di nostalgia per un'infanzia già televisiva, non era così difficile da capire: ma lui ci fece Anima mia. Un'idea di Fazio è sempre un uovo di Colombo: qualcosa che è già davanti a tutti. In questo caso le liste.

- Erano in mezzo a noi. Da vent'anni, ormai. Nelle e-mail. Le prime catene di Sant'Antonio, le ricordate? Erano liste allungabili a piacere. Alcune sono diventate libri, altre sono finite nei film. Ci voleva molto a metterle in televisione? La lista è popolare, è facile. A pensarci bene, può darsi che sia il genere letterario più praticato del secolo. Scrivere una storia o un blog è complicato, ma tutti possono scrivere una buona lista con un po' d'impegno. La lista, finalmente, è qualcosa di diverso dall'intervista. La lista è come Dio, siamo tutti uguali davanti a una lista: possiamo essere segretari di partito o clandestini appena scesi da una gru, la prosodia più o meno è la stessa. La lista è primitiva, sta al discorso più o meno come il tamburino sta alla musica. La lista può piacere o non piacere, ma funziona. La lista funziona, ma può piacere e non piacere.

- A me non piace.

- Mi vergogno molto a dirlo, perché stimo Fazio, stimo Saviano, stimo tutti, ma a me Via con me non piaceva. Ho un problema con le iterazioni, tra l'altro quella canzone in particolare è quasi tutta su due accordi e io non posso reggere gli stessi due accordi per due ore, potete variarli finché vi pare ma alla fine mi state martellando come Albertino.

- In generale non mi piacciono le liste; è senz'altro un problema mio, perché piacciono a tutti; non mi piace l'anafora, il martellamento, i pensierini delle elementari, la concezione paratattica dell'esistenza, e questa idea che la realtà sia fatta a collanine: la collanina dei valori in cui credere, la collanina delle cose da cambiare, la collanina delle cose che valgono la pena – c'è stato un momento preciso in cui il mio telecomando stava per volare verso il televisore, ed è stato nell'ultima puntata, quando qualcuno ha letto una lista di “cose di cui siamo fatti”, una riduzione dell'italianità a diapositive edificanti, e a un certo punto, molto dopo “la tonaca di Don Milani” e “gli occhi di Sofia Loren” (chissà cosa pensava Don Milani, di quella svergognata di Sofia Loren) sono arrivate “le sopracciglia di Alberto Moravia”. Allora, insomma, a no. C'è un limite a qualsiasi edulcorazione, e il mio limite è evidentemente l'arco sopracciliare di Moravia. Io sarò anche fatto di tante cose, avrò ricevuto tante dosi di italianità, ma di sicuro non sono fatto delle inquietanti sopracciglia di Alberto Moravia. E in generale la cultura non è questo. Non è un album di figurine. Inoltre pensavo che il veltronismo fosse una cosa di cui ci eravamo liberati. Invece no.

- Invece no. La notizia forse è questa. Proprio nel momento in cui Berlusconi è in difficoltà, il veltronismo trionfa, in prima serata. Con la sua enciclopedia di buoni sentimenti in piccole dosi, con l'idea che Sofia Loren e Don Milani siano nella stessa chiesa (la stessa, sì, di Guevara e Madre Teresa), questa visione pacificata, edulcorata del mondo. Hai voglia allora a biasimare Veltroni che si fa vedere molto più spesso ultimamente che quando dirigeva il PD, e si vantava di non andare in tv (e nelle sezioni – e in piazza – da nessuna parte, in effetti). Sta a vedere che alla fine il futuro è lui.

Sul veltronismo vorrei chiarirmi: non mi è mai piaciuto, ma a un certo punto mi aveva illuso. Non pretendevo che mi piacesse, non è colpa sua se ho gusti difficili; ma per qualche giorno nel 2007 ho davvero pensato che potesse fornire agli italiani un nuovo terreno comune, un nuovo paesaggio morale, un nuovo palinsesto. Neanche così nuovo, in realtà era nell'aria da anni. Ma almeno era diverso dalla fiaba del berlusconismo (e dell'antiberlusconismo speculare). Non è un film che mi sarei visto volentieri. Ma non mi avrebbe offeso vivere in una stanza in cui lo proiettavano. Se sono stato cattivo con Veltroni, dopo le elezioni, lo sono stato perché mi era sembrato di aver capito che no, quel sogno lì non funzionava, non piaceva, la gente continuava a preferire il Grande fratello. E allora tanto valeva liberarsene alla svelta. Ma se adesso salta fuori che il sogno funziona, io non so più che dire. Tranne quello che ho detto all'inizio, ovvero: non me ne intendo, non capisco niente, qualche cosa la capisco al volo e ad altre ci arrivo davvero troppo tardi.
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Veltroni fra i Mammut

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Come qualcuno dei più affezionati lettori saprà, il blog Leonardo è misteriosamente in contatto con un universo parallelo che è praticamente identico al nostro, proprio uguale uguale, salvo il trascurabile fatto che i mammut non si sono estinti. In quell'universo ci sono tutti i personaggi che ci sono nel nostro; per esempio c'è Berlusconi e fa più o meno le stesse cose. E Veltroni c'è? Ovviamente c'è, e la scorsa settimana ha scritto una lettera, per fortuna un po' più corta. Solo che invece di leggerla sul Corriere la trovate sull'Unità. E si commenta qui.

[Nel frattempo, in un universo parallelo praticamente identico al nostro, salvo il trascurabile fatto che i mammut non si sono mai estinti, è arrivata in redazione la lettera di Walter Veltroni. In quell'universo ci ha messo qualche giorno in più perché è arrivata via posta aerea].

Caro direttore,
non so se si ricorda di me, sono stato segretario del PD per qualche tempo... scherzi a parte, a me sembra davvero una vita fa. Comunque. Mi ero solennemente ripromesso di non intervenire più nel dibattito del partito che ho contribuito a fondare, ma mi sono sentito in qualche modo chiamato in causa dalla discussione degli ultimi giorni. Mi scuserete se intervengo in modo un po' sbrigativo; lo so, ai vecchi tempi vi avevo abituato a pagine e pagine sui massimi sistemi... in questi giorni però ho molto da fare e cercherò di essere breve. Per quanto mi è possibile.
Da quel che mi è parso di capire (non arrivano molti giornali, qui da noi, e la connessione internet fa i capricci), le possibilità che la maggioranza di centrodestra collassi sono concrete, e nel partito si discute sulla strategia da adottare in caso di crisi di governo. Urne subito o governo tecnico con tutti quelli che ci stanno (tutti, presumo, tranne Bossi e Berlusconi)? Ecco, per prima cosa voglio dire che trovo naturalissimo e per niente scandaloso il fatto che ci siano pareri divergenti. È questo che rende il PD uno dei pochi veri partiti (se non l'unico) dove esiste un confronto: ai vertici così come alla base.

Detto questo, bisogna anche tener conto che qualsiasi opinione lievemente diversa da quella del segretario (che saluto) sarà per forza di cose amplificata e distorta dagli organi di informazione, che campano di scontri e titoli strillati. Alla fine può passare l'idea che il PD non abbia una linea chiara. A dire il vero neanche il centrodestra ce l'ha: la differenza è che al PD la linea a volte non è chiara perché c'è un dibattito; nel centrodestra la linea non è chiara perché quei due signori, Bossi e Berlusconi, cambiano idea una volta alla settimana. C'è una bella differenza, e vorrei che gli italiani la notassero. Anche se abbiamo tutti misurato quanto sia difficile fargliela notare.

Il segretario Bersani è stato abbastanza chiaro, fin qui: lui è per un governo tecnico, che ci restituisca una legge elettorale decente, e la par condicio sui mezzi d'informazione. In pratica, si tratta di ripristinare i minimi fondamentali di una democrazia. Poi si potrà anche andare a votare, presentando il PD in uno schieramento di forze che dovrà essere comunque più compatto di quell'accozzaglia che era l'Ulivo del 2006 (dieci partiti). Ecco. Quanto sto per scrivere sbalordirà alcuni lettori, ma per quanto riguarda l'agenda dei prossimi mesi io tutto sommato non la penso molto diversamente da lui. In fondo non esistono molte vie d'uscita praticabili dal disastro in cui Berlusconi e Bossi ci hanno portato.

Per contro, altri ritengono che il PD dovrebbe essere pronto a costruire un'alternativa, che credo significhi andare alle elezioni subito e cercare di vincerle, anche da solo. È a questo punto che mi sento tirato in ballo, perché chi ritiene il PD pronto oggi a una sfida di questo genere non può rifarsi che a un precedente: le elezioni del 2008, quando il partito lo guidavo io.

Il problema è che quelle elezioni io le ho perse. Le ho perse anche male. Non credo che sia il momento dell'autocritica (ritengo di averne fatta abbastanza), però mi trovo costretto a dover ribadire questa semplice evidenza. Nel 2008 io ritenevo (sbagliandomi) che il progetto di un grande Partito Democratico avrebbe potuto polarizzare intorno ai sostenitori di DS e Margherita un corpo elettorale assai più consistente. Lo dissi anche al Lingotto, mi pare: il PD era un partito che doveva “affascinare quei milioni di italiani che credono nei valori dell’innovazione, del talento, del merito, delle pari opportunità”, ecc. ecc. Fu con questo obiettivo (affascinare un po' tutti), che mi misi ad attraversare l'Italia facendo lunghissimi discorsi alla Obama, arruolando per strada Parri, De Gasperi, Saviano, Kennedy, Charlie Chaplin, chiunque potesse essere funzionale alla creazione di un immaginario collettivo progressista postmoderno, alternativo all'immaginario televisivo berlusconiano. Un pantheon, lo chiamavamo. Anche se alla fine somigliava più alla rassegna del lunedì di un cinemino d'essai.

È stato un progetto che rivendico: voglio dire che c'era un ragionamento, dietro, che è facile liquidare col senno del poi, ma che in quel momento poteva sembrare vincente, e che nel tentativo di realizzarlo ho speso molte energie. Credo che nessuno in Italia abbia fatto lo sforzo di sintesi e di rielaborazione che ho fatto io. Oltre ad averci messo la faccia. Resta il fatto che ho perso: che il mio tentativo alla fine si è dimostrato velleitario e fondato su un'errata interpretazione della realtà. Alla prova dei fatti la corazzata mediatica berlusconiana ha schiacciato il nostro cinemino d'essai, lasciando giusto qualche poster appeso alle macerie. Ora, quelli che ritengono che il Pd possa andare alle elezioni da solo anche a febbraio, pensano di avere più carisma e più energie di quante ne avessi io nel 2008? Ma andiamo.

Non mi si fraintenda, io rimango un convinto assertore dell'uninominale, e credo nella vocazione maggioritaria del PD. Su questo ho ancora una posizione diversa da quella della segreteria che ha vinto le primarie: ma appunto, hanno vinto loro, non tocca a me rimettere in discussione le loro scelte. Affrontiamo un problema alla volta: qualcuno davvero ritiene che il PD di oggi sia capace di presentarsi da solo alle elezioni con questa legge elettorale e questa concentrazione mediatica? Costui non si rende ancora conto che sarebbero semplicemente elezioni truccate. Berlusconi vi sembra davvero così bollito? Abbandonato? Qualcosa di simile ci sembrava anche nel 2006. Poi cominciò la campagna elettorale: le corazzate televisive e pubblicitarie fecero il loro lavoro; Berlusconi recuperò i cinque punti di svantaggio e pareggiò. Prodi, penalizzato dalla legge "porcellum", cercò di governare con una maggioranza risicatissima, e fu cucinato a fuoco lento. Oggi volete andare alle elezioni nella stessa situazione? Va bene l'ottimismo della volontà, ma il pessimismo della ragione mi suggerisce che andrebbe a finire più o meno nello stesso modo. Sono lieto che anche Franceschini mostri di pensarla così.

Ho finito – e avrei dovuto essere più breve. Spero comunque di aver contribuito in modo costruttivo al dibattito di questi giorni. Ora scusate, ma devo accompagnare una carovana di turisti all'Oasi dei Mammut. È un lavoraccio, anche se sono molto fiero di come sta andando la mia piccola cooperativa qui a Nburunburu. L'idea di ripopolare la zona con questi meravigliosi animali si è rivelata vincente: l'indotto creato dai safari fotografici ha risollevato le sorti di un villaggio di cinquemila anime. I giovani ormai preferiscono restare qui e frequentare l'istituto tecnico artigianale invece di tentare la via del deserto verso le carrette del mare. Capirete anche voi che da questa distanza mi riesce più semplice giudicare le mie sconfitte del passato, e accettare gli sbagli che ho commesso. Può darsi che io passi alla Storia solo per i miei errori; se è il mio destino, lo accetto con abnegazione; ma vorrei almeno che da questi errori s'imparasse qualcosa. Ringrazio lei, direttore, e tutti i lettori, per la pazienza e l'attenzione.
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Un uomo mosaico

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Cartoncini

Tornando a casa (chiedo scusa a tutti quelli che non ho fatto in tempo a salutare) ci siamo fermati a un outlet e dopo 5 minuti credevo di morire, quando ho avuto una visione: nel riflesso di una vetrina scintillava la decalcomania WiFi. Sono andato a chiedere come funzionava e mi hanno detto che per abbonarmi dovevo fare una tessera. Io gli ho spiegato che non volevo abbonarmi, quanto semplicemente attaccarmi alla rete per mezz'ora e poi non mi avrebbero visti mai più, proprio mai più nella vita, ma loro mi hanno spiegato che anche in questo caso mi avrebbero fatto la tessera.

Io le tessere non le faccio volentieri, per vari motivi. Il primo è che mi sformano il portafoglio. Dici: e che sarà mai un cartoncino; bene, adesso apro e controllo: due biblioteche (mica tante). Un sindacato, il solito. Un cinema che non ci vado vai, ma la volta che mi capita sta a vedere che la lascio a casa; no, la tessera è sempre qui vicina a me. La palestra. Due videonoleggi. Con questa ci caricavo le fotocopie in facoltà, mi fa sentire giovane. La tessera sanitaria nazionale. La tessera Arci, per entrare al Mattatoio e poco più. La tessera di un kebab di Modena, ogni dieci kebab ti regalano un kebab. La tessera di un supermercato per non fare la fila alle casse. La tessera di una catena di elettrodomestici, ebbene sì, raccolgo i punti... e poi cosa c'è qui sotto... dio mio, non ci credo, ho ancora nel portafoglio la dichiarazione alla volontarietà di donazione di organi e tessuti. Devo essere l'unico in Italia (si era appiccicata a quella dei kebab). Queste sono le tessere su cui mi siedo abitualmente. Poi ci sono le altre, quelle che sono arcisicuro che non userò mai, eppure mi hanno costretto a farle, e adesso giacciono in qualche cassetto sotto a pile di scorta, viti e bulloni che potrebbero tornare utili, biglietti di Natale, santini, preservativi. Il secondo motivo per cui odio le tessere è che sono molto restio a buttarle via, sicché ogni tessera finisce nel grande mosaico del mio disordine spaziale e mentale.

Il terzo motivo per cui odio le tessere è che sopra c'è scritto il mio indirizzo, e che dopo qualche settimana di solito mi arriva a casa un foglio a colori che finirebbe immediatamente nel cestino della carta riciclata se non fosse avviluppato di cellophane, e il tempo che perdo ad aprire il cellophane mi serve tutto a maledirvi, o Signori delle Tessere. Il quarto motivo è che non mi piace il discorso che c'è dietro a molte tessere che faccio. Quando entro in un locale, o in un negozio, o in un cinema, io preferirei sentirmi solo un cliente; ma agli esercenti non basta mai, loro vogliono farmi sentire parte di una comunità, il che, francamente... fino a qualche anno fa pensavo che si trattasse di una particolarità della mia regione, una specie di retaggio sovietico, e mi faceva mancare l'aria; allora mi sono messo a frequentare ragazze di regioni più capitaliste. Così è successo una volta in una regione particolarmente capitalista di entrare in un negozio di camicie; e dopo mezz'ora mi stavano chiedendo l'indirizzo di casa per ricevere la loro newsletter di camicie... insieme alla tessera, ovviamente. Va bene, adesso si chiama “card” e non fa più venire in mente i razionamenti annonari, ma il concetto è il medesimo. A quel punto ho capito che la tessera era trasversale, né di sinistra né di destra, piuttosto al crocicchio in cui il veterocomunitarismo incontrava il turbocapitalismo e insieme in maniche di camicia firmata andavano a bersi una vodka nel circolo arci di prossimità: uniti solo in questo, nella condivisione dei miei dati più o meno sensibili. Esercenti, banchieri, assessori, espiantatori di organi, birrai e cinefili, tutti vogliono il mio indirizzo, tutti hanno un cartoncino per me.

Tutti tranne Veltroni.

Ecco, lui non solo non era riuscito a piazzarmi una tessera del suo Partito (se per questo, neanche i suoi predecessori), ma non ci aveva nemmeno provato. Non solo, se ne vantava anche pubblicamente: faccio un partito senza tessere, diceva, un partito leggero. E devo dire che questa leggerezza non era priva di un suo fascino (specie se paragonata all'immagine di abbandono e consunzione del mio povero portafogli sformato). Però, insomma, dire “partito senza tessere” è un po' come dire “automobile senza ammortizzatori”: i casi sono due; o sei un genio che hai capito come inibire le sospensioni senza tutte quelle componenti che appesantiscono il veicolo, o sei un bambino a cui nessuno ha mai spiegato a cosa servono quegli affari che sono, sì, pesanti, ma necessari. Ma insomma da dove veniva l'idea? Pare che a cominciare a parlare di “partito all'americana, senza tessere” sia stato Giuliano Ferrara. A parte che i partiti americani le tessere le fanno (se vuoi ti personalizzano pure la Mastercard) ma aspettarsi buoni consigli da Ferrara sul Pd non è un po' come chiedere a Erode un parere illuminato sulla puericultura? Sì, però c'è sempre qualcuno che ci casca.

Metti Adinolfi – questo pezzo in effetti è nato da una costola di quello di venerdì, sempre stimolato dalla concezione un po' troppo internettistica che Adinolfi ha di Obama. Insomma, da come scrive sembra convinto che il Partito Democratico americano sia una community di non-tesserati che ogni tanto vanno a congresso più per stringersi la mano che per ratificare quello che hanno già taggato su facebook. Scherzo, eh, ma fino a un certo punto. Io capisco che Adinolfi abbia dei buoni motivi per diffidare del tesseramento, così come lo praticava il suo vecchio partito che, se non erro, era la DC. I Signori delle Tessere esistono: le logiche clientelari esistevano nei DS e sopravvivono alla grande nel PD; e sono responsabili dei brogli che quasi sicuramente sono stati commessi in Calabria e altrove. Tutto vero. Quello che non capisco è la soluzione proposta da Adinolfi o Ferrara: abolire le tessere. Così non ci saranno più brogli? Non ci saranno più logiche clientelari? Quindi era così facile, bastava rinunciare al cartoncino?

Ma scusate, è come togliere i limiti di velocità perché non li rispetta nessuno – e nel frattempo pretendere che la gente rallenti. Mi dite che gli spogli nei circoli calabresi non sono stati limpidi? Vi credo sulla parola. Ma come avete fatto a capirlo? Facile: i tesserati sono risultati più degli elettori. Bene, quindi grazie alle tessere avete capito che ci sono stati dei brogli. Ma se abolite le tessere, la prossima volta come farete a capirlo? La tessera è uno strumento, niente di più. Magari non funziona tanto bene, ma voi non state proponendo di sostituirla con uno strumento più efficace. Voi state pensando di eliminarla e basta: pensate che questo possa impensierire per più di un minuto i famigerati Signori delle Tessere? Secondo me gli semplificate la vita.

A sentirli sembra ovvio che la tessera sia roba vecchia, novecentesca, mentre nel Duemila la gente fa tutto su internet: acquista i viaggi on line, compra le azioni on line, seleziona la classe dirigente on line. Ecco, lo spiegassero ai miei librai, ai miei camiciai, ai miei negozianti, che insistono per ficcarmi in tasca tutti quei cartoncini – ahò, e piantatela, non avete letto Adinolfi? Siete vecchi, vecchi, siete roba Novecento, come i cassettoni della nonna.

“Il 25 ottobre”, scrive, “il popolo del Pd, simpatizzanti ed elettori a cui non si deve più chiedere di pagare una tessera, sceglierà il suo segretario”. Ho ormai maturato una sufficiente esperienza di primarie per sapere cosa mi attende il 25: per esempio so che mi toccherà sbors... ehm, “offrire” qualche euro. La cosa non mi scandalizza: oltre all'occasione di autofinanziamento, è anche l'unica misura che viene effettivamente presa contro abusi e infiltrazioni. È anche probabile che mi chiedano qualche dato personale, tra cui l'indirizzo e mail. Se non l'hanno già – qualcuno glielo deve aver passato, altrimenti non si spiega come fece Veltroni a mandarmi la convocazione per la manifestazione dell'anno scorso. Riepilogando: mi chiedono soldi e mi prendono i dati, con i quali mi manderanno poi le comunicazioni che riterranno utili, però non mi fanno il cartoncino, perché altrimenti sarebbero ancora un Partito Novecento: e invece sono nel Duemila, il millennio in cui dire “abbiamo una mailing list di millantamila nominativi” suona meglio di “abbiamo millantamila tesserati”.

La cosa curiosa è che io, quel cartoncino, lo prenderei. E che diamine, in fondo è solo un cartoncino. In tasca ne ho già una dozzina, di cui uno per gli sconti sul kebab, pensate davvero che sia un problema mettermi quello del PD? Magari se me lo mettessi in tasca mi farebbe sentire un po' più responsabile, un po' più militante. Magari potrebbe risultare una motivazione in più per farmi vedere al circolo (“mi sono tesserato e non ci vado mai...”) e per votare. Insomma io non trovo niente di scandaloso se Bersani e i suoi in futuro otterranno di fare primarie solo coi tesserati: significa semplicemente che chi vorrà votare ritirerà il cartoncino, e amen. Le regioni in cui vige il clientelismo non ne guariranno improvvisamente – in compenso le infiltrazioni saranno un po' più difficili. Ma in generale la differenza sarà molto più sottile di quanto non sembriate credere: oltre a prendere i miei dati e i miei soldini mi rifilerete un cartoncino, tutto qui. Sarà più sottile di quello della palestra e magari mi procurerà meno sconti di quello della libreria, ma non per questo mi precipiterà nel Secolo Scorso. E soprattutto la tessera mi darà una possibilità di iterazione fisica ineguagliabile su Internet: la potrò stracciare, in determinati casi, come per esempio quando i miei deputati non si faranno trovare nel momento in cui c'è da respingere lo scudo fiscale. Certo, su Facebook posso coprirvi di tutte le parolacce che voglio, ma la tessera, stracciare la tessera... vuoi mettere la soddisfazione?
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Il veleno è in coda

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Ode avvelenata al segretario

Tutto sommato sono piuttosto contento di avere rispettato, qualche settimana fa, quell'elementare norma di precauzione che mi ha impedito di attaccare il Segretario Franceschini sin dal primo momento. Perché in fondo una possibilità di fare il leader del Pd non va negata a nessuno; anche se il referendum dell'Assemblea Nazionale tra lui e Parisi non aveva esattamente l'aria di un'investitura democratica.

Se poi siete talmente in malafede da immaginarmi in agguato come un cecchino, pronto a colpire il Segretario al primo errore, come se questa fosse tutta la soddisfazione che può prendersi un blog di sinistra nel 2009... beh, sì, più o meno è andata così, ma a questo punto credo sia ora di scendere a valle e ammettere che fin qui un vero errore non c'è stato: Franceschini sta facendo un buon lavoro. Ha il ritmo, tiene gli spazi, riesce a riconoscere gli argomenti giusti (assegni a disoccupati, i famosi 400 milioni per il referendum che Berlusconi potrebbe risparmiare con un tratto di penna, ecc.). Non che faccia niente di trascendentale, ma, come dice Georg, lui almeno respira, e questa è appunto la novità: sta a vedere che per fare il leader del PD non servivano doti di eccezionale comunicatore. Bastava tirarsi su le maniche e cominciare a comunicare qualcosa.

Gli avrà fatto buon gioco una certa modestia, nell'accettare lo scontro quotidiano che oggi si fa nei panini dei tg. Ai tempi in cui Veltroni sembrava l'Arma Finale della comunicazione politica, molti plaudirono la sua decisione di “stare lontano dalla tv”. In effetti poteva trattarsi di un modo per rompere un certo cerimoniale politico-televisivo, abbassare il salotto di Vespa da Terza Camera della Repubblica a semplice rotocalco del centrodestra, eccetera; e nel frattempo rimettersi a fare la famosa politica nelle sezioni e nelle piazze. Ma Veltroni, oltre a star lontano dalla tv, chiudeva le sezioni e stava abbastanza lontano anche dalle piazze; suggerendo la sensazione, tutte le sere che qualcuno parlava e lui taceva, di essere rintanato da qualche parte a scavare un nuovo spazio per la politica nella quarta dimensione, uno spazio che alla fine, se mai si è aperto, si è richiuso immediatamente su di lui.

Franceschini da Vespa ci andrà (se non ci è già stato – scusatemi, non seguo Vespa). Ha l'umiltà di riconoscere che una guerra è stata persa, e che ora si deve combattere in territorio ostile, non più in piazza ma in tv. Umiltà è la parola, e una volta tirata fuori è difficile non usarla per marchiare i post-democristiani rispetto ai post-comunisti: i secondi sempre un po' troppo sicuri di una vittoria finale, o almeno di un qualche diritto storico all'alternanza al potere, per cui sarebbe bastato piantare una bandierina nel proprio zoccolo duro, ogni settembre stringere qualche mano ai piadinari della Festa dell'Unità, e prima o poi le porte di Palazzo Chigi si sarebbero schiuse di fronte a una necessità storica; i primi molto più rassegnati alla fatica di doversi far perdonare un passato e convincere il prossimo di avere un futuro; senza grandi carismi apparenti, ma gran passatori, che spuntano solo alla distanza: Prodi, Bindi, e adesso Franceschini. Che potrebbe diventare, si parva licet, il Giovanni XXIII del PD: un tale messo lì per prendere tempo, che quatto quatto ne approfitta per stravolgere tutto il palazzo (e salvarlo). Che bella storia.

Ma probabilmente è solo una storia. C'è qualcosa di curioso nella benevolenza che riesco a sentire intorno a Franceschini quando lo vedo in tv, nell'aria intontita dei portavoce PdL che quando si trattava di replicare a Veltroni scattavano, e adesso han l'aria di pugili suonati. Un grande comunicatore non s'improvvisa, e Franceschini fino a un mese fa non lo era. Forse il segretario riesce a bucare il video quasi tutte le sere perché in rai e a mediaset glielo lasciano fare; a Berlusconi in fondo dovrebbe fare abbastanza comodo un segretario paziente e volenteroso, che si accontenti del suo 20% (e che canti vittoria se riporta un 25%) e nel frattempo procrastini a data da destinarsi la ricerca di un candidato carismatico e competitivo.

Ma questa è una paranoia mia. Se Franceschini proseguirà così, mettendo insieme un po' di idee di sinistra con un po' di pragmatica umiltà postdemocristiana, andrà a finire che ce lo teniamo.
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E l'Africa venne a Walter

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Allegria di naufraghi

Anche su questo sito, nei mesi scorsi, è stato pubblicato qualche paragrafo un po' critico nei confronti di Veltroni. Qualche lettore più affezionato se ne ricorderà.
Oggi che la disistima degli elettori del PD nei confronti del segretario dimissionario è gridata da tutti i cantoni, quelle mie critiche possono sembrare un po' facilone; eppure rammento che fino a un paio di mesi fa chiedere un cambio al vertice il più presto possibile era un discorso tutt'altro che banale. Tutt'intorno era un fioccare di pareri più ponderati e saggi, del tipo: Veltroni aveva perso oggi per vincere domani; Veltroni aveva fatto qualche errore ma il progetto era buono; Veltroni aveva sbagliato tutto, ma non c'era nessuna alternativa; eccetera. È interessante osservare come le solide convinzioni si sgretolino in fretta, ultimamente.

Va bene, acqua passata. Adesso però tocca anche a me cambiare discorso.
Fino a ieri mi sembrava giusto smontare il mito del carisma di Veltroni, l'idea che nessuno potesse occupare il suo posto: oggi credo che sia giunto il momento di far presente che chiunque sostituirà Veltroni si troverà alle prese con la stessa situazione e gli stessi errori pregressi, e che quindi non potrà effettivamente fare molto meglio di lui. Mi contraddico? Sì, probabilmente, portate pazienza.
Riassumendo a chi non ha tempo: il problema non è Veltroni, ma il PD: un partito che è nato male, con tare ereditarie che sarà difficile correggere.

Il difetto strutturale, a ben vedere, è uno solo: la democrazia. Dopo aver rifiutato ogni altra denominazione sociale che non fosse la Democrazia, i fondatori del PD hanno dato vita a una struttura che oltre il nome, di democratico, non è che abbia molto. La tragedia delle elezioni politiche del 2008 parte anche da qui: il 75% di elettori democratici che alle primarie incoronò Veltroni, sapeva che egli intendeva rompere l'alleanza storica con le sinistre e andare avanti solo con Di Pietro? Se ne fossero stati al corrente, lo avrebbero votato ugualmente? Insomma: WV ha davvero avuto un mandato democratico per combinare il disastro che ha combinato?

Domande vecchie: facciamocene di nuove. Per esempio: ora che Veltroni si dimette, chi prenderà il suo posto? Al Coordinamento nazionale pensano a dare un incarico pro tempore a Franceschini. Il Coordinamento Nazionale, però, chi lo ha nominato? Walter Veltroni. E quindi in teoria con le sue dimissioni anche il coordinamento perde, se non la sua legittimità, perlomeno la credibilità.

In teoria, perché in pratica Veltroni aveva nominato i membri del coordinamento non in base alle sue profonde convinzioni (quello era l'esecutivo, e non sembra che abbia eseguito parecchio), ma su indicazione delle principali correnti di DS e Margherita. In pratica, dimettendosi, Veltroni mette il PD in mano ai vecchi apparati. Certo, farebbero un bel gesto ad andarsene anche loro, ma poi chi resta?

A ben vedere l'unica struttura formata da persone che non sono state cooptate o designate, ma elette da chi andò a votare le Primarie, è l'Assemblea Nazionale. L'Assemblea però è un organo oceanico, costituito da più di duemila persone, che senza la guida dell'apparato probabilmente avranno difficoltà anche semplicemente a deliberare a chi tocchi prendere in mano un microfono. Tutto quello che potrebbero fare è indicare candidature: in pratica, inaugurare la fase congressuale. Ma non c'è tempo, perché tra un po' ci sono le Europee. E se non ci fossero le Europee, ci sarebbe qualche altro voto amministrativo o referendario, come c'è tutti gli anni in primavera: proprio per questo bisognava cominciare a pensarci prima.

Comunque è meglio adesso che mai. La fase che si apre ora è talmente caotica che propongo di trovarla divertente.
(Tra i vari interrogativi, ce n'è uno così demenziale che non mi fa dormire: e adesso chi lo farà il Presidente del Consiglio Ombra?)
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Lo Stato del Paradosso

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Mani rosse sugli Abruzzi

Insomma, qui ormai siamo nello Stato del Paradosso. Cerco di spiegarmi.
Stamattina mi sono svegliato con una Realtà molto chiara: Berlusconi ha vinto in Abruzzo. Anche la Spiegazione della realtà appare piuttosto chiara: B. ha vinto perché il PD non riesce a imporsi come alternativa credibile, perché i suoi amministratori non riescono sempre a mostrare quelle mani pulite a cui i loro potenziali elettori tengono tanto; e così molti di loro non vanno a votare, o votano per il piccolo alleato di nicchia che sta diventando sempre più grande, ma che non avrà mai la forza o l'organizzazione per sostituire il PD come partito di massa. Siete d'accordo che le cose stanno così?

Bene, e quel che leggo su tutti i giornali è che... l'Abruzzo sta per cadere in mano ai comunisti! Mani rosse sull'Abruzzo! Ieri Bari, oggi L'Aquila, domani il mondo, ecc. ecc., ma che, scherziamo? Sul serio vogliono darcela a bere in questo modo?
Va bene, la Rifondazione di Vendola ha preso il 15%. Più o meno quello che una volta prendevano i vari i partitini a sinistra dei DS. E certo, un 15% tutto intero nelle mani di un partito solo fa un po' impressione. Ma da qui a trasformare l'Abruzzo nella nuova regione rossa, beh, ce ne vuole.

Prima di sbrodolare lenzuoli su Vendola, il nuovo Obama italiano ecc. ecc., ricordiamoci una cosa: il vero artefice del suo successo è stato Veltroni, che un anno fa ha inspiegabilmente scelto di scaricare tutti gli alleati esterni del PD... tranne Rifondazione. La cattiva gestione del PD nel catastrofico dopo-elezioni ha fatto il resto. Quello che sta semplicemente succedendo è che tutti gli elettori delusi da Veltroni si sono rovesciati sull'unica alternativa di sinistra che trovano ancora credibile perché rappresentata in Parlamento. Anche se il simbolino può sembrare troppo rosso per qualcuno. Scemenze. Il pericolo rosso non terrorizza più nessuno.
Naturalmente Berlusconi ha buon gioco nel rifiutarsi a ogni dialogo con il PD “finché non avrà chiuso coi comunisti di Vendola”. È il solito giochino del divide et impera che ha sempre funzionato. Né Veltroni sembra in grado di sottrarvisi. E allora?

E allora basta chiacchiere, che non servono a niente: il mio piano è questo. Ora prendo la macchina del tempo, risalgo all'anno scorso, e convinco Veltroni a non allearsi coi comunisti. Con chiunque altro ma non con i comunisti. Per esempio, Di Pietro. Ve lo ricordate Di Pietro? Aveva quel partitino lì di sinistra-destra, giustizialista... in Abruzzo poi aveva anche un certo seguito, mi pare. Secondo me funzionerà, vedrete. Ci vediamo quando torno, bye.
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Slightly Out Of Focus

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Io non credo che un blog sia il luogo adatto per un dibattito sul PD. Non il mio, almeno. Il mio è più piccolo e semplice, e i dibattiti grandi e complessi non riuscirebbe a contenerli. Al limite lo posso caricare con uno slogan forte e chiaro, e lo slogan dell'autunno '08 è il seguente: piantiamola di dire che non esiste un'alternativa a Veltroni, perché è solo la classica profezia che si autoavvera. L'alternativa ci sarà quando tutti cominceremo a ritenerla inevitabile. Questo blog la ritiene inevitabile, e continuerà a trattare Veltroni come uno che se ne deve andare il prima possibile. Il mio piccolo contributo è tutto qui.

Detto questo, faccio il possibile per non trasformarmi nella parodia di me stesso. Per esempio, mai due pezzi antiveltroni di fila. Certo, sarebbe più facile se Veltroni mi desse una mano, evitando di scadere lui per primo nella parodia di sé stesso.

In realtà facciamo tutti e due quel che possiamo. Un esempio è il caso Sky. Il blog antiveltroniano duro-e-puro avrebbe chiuso la questione già l'altro ieri: con tutti i problemi che abbiamo, che razza di leader è uno che s'impunta su un aumento che la stessa Sky prevede di un euro e venti centesimi a famiglia?
Non ci sono proprio altri argomenti? Altroché se ce ne sono: la cancellazione degli eco-incentivi, ad esempio, come hanno fatto presente parecchi blog (e allora alla fine vedi che a qualcosa servono). I cittadini che lo Stato aveva convinto a investire in tecnologie ecosostenibili hanno rischiato di trovarsi si troveranno migliaia di euro sul groppone. E perché invece di parlare di questo (e compattare ecologisti e semplici persone ragionevoli) il segretario del PD s'impunta su Sky?

Forse perché davvero, la questione Sky sembra perfidamente ritagliata su misura per Walter, anzi, per Wally, e per la sua idea di cittadino come spettatore. Levagli pure gli ecoincentivi, le ore di malattia, gli asili e gli aeroporti, ma non interrompergli un'emozione! Al punto che cominci a sospettare un'intelligenza là dove mai più te la saresti aspettata: in Tremonti e Berlusconi, che perfidamente, tra tutte le aliquote, scelgono proprio quella che attirerà il frescone nella trappola. Giusto per poi dire, vedete: noi distribuiamo tessere alimentari alla povera gente, e lui si lamenta perché gli tolgono il film coi sottotitoli...

Ecco, vedete? Dei pezzi così si scrivono da soli. E piacciono, si fanno leggere, si fanno lincare. E lasciano il tempo che trovano.

Anche perché, siamo onesti: fino a che punto Veltroni si è impuntato sul caso Sky? Lui ha fatto una dichiarazione, stop. Se l'andiamo a rileggere, non ci troviamo nemmeno tutta questa foga: ha fatto presente che c'è un conflitto di interessi (e il conflitto c'è) e che l'aliquota inciderà sulle famiglie (vero; meno di ordinare una pizza, ma è vero). Era un breve intervento nel mezzo di un'intervista estemporanea, dove magari aveva toccato tantissimi altri temi interessanti, chi lo sa. Fatto sta che il resto dell'intervista è caduta nel dimenticatoio, mentre le tre parole su Sky da un paio di giorni stanno rimbalzando nei media. Anche oggi Repubblica ci ha fatto la prima pagina, e dire che siamo in emergenza terrorismo. È Veltroni che ha deciso di parlare solo di Sky, o sono i media?

Per me è la seconda. Se la questione Sky ha forato il video è soprattutto grazie all'autoreferenzialità dei media, che parlano più volentieri di sé stessi che degli ecocentivi. E se uno cerca la dichiarazione di Veltroni sugli ecoincentivi, la trova: un po' in ritardo (è di oggi pomeriggio), ma ieri ce n'era una simile di un altro esponente PD. Però queste dichiarazioni non hanno forato.

Non è la prima volta che si assiste al fenomeno: anche quando ha le idee giuste nel momento giusto, Veltroni resta vittima dell'impaginazione. Le cose che più gli premono non sono necessariamente quelle che le redazioni metteranno in risalto. Senz'altro pesa il fatto che metà di queste redazioni siano controllate da Berlusconi o consociati. Ma è proprio in una situazione del genere che un leader deve dimostrare di essere Più-Che-Bravo, e Veltroni semplicemente non lo è.

Si dice: smettiamola di parlare di nomi, parliamo di idee. Ma non sono necessariamente le idee il problema. Io continuo a pensare che ci sia anche un problema di comunicazione. Nel momento in cui ogni giornalista che ti mette il microfono davanti è in grado d'importi le sue priorità, un leader dovrebbe reagire, riuscire a imporsi, e Veltroni non lo fa. Nella fattispecie, avrebbe dovuto avere la prontezza di spirito per avvertire, già lunedì, che la questione Sky era penosa ma secondaria e che quelle importanti erano altre. È quello che chiediamo a lui: parare ogni affondo insidioso, murare le schiacciate. È una missione quasi impossibile, ma noi avevamo scelto lui appunto perché credevamo che fosse il più bravo.

Rivedendolo adesso con calma, ci rendiamo conto che tanto bravo non è. Magari ci vengono in mente altri che nella stessa emergenza si sarebbero comportati meglio: benissimo, cominciamo a ragionare sulla necessità di cambiarlo. Forse non è proprio il momento più adatto per farlo, ma è senz'altro il momento migliore per cominciare a parlarne: in futuro avremo ancora più fretta e più pressione.
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Meglio tardi che ancora più tardi

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Che senso ha prendersela con Veltroni

26 luglio 2007
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao e complimenti per il blog! Va be', scommetto che te li fanno tutti.
È già da parecchio tempo che ti leggo, in realtà, ma non avevo mai osato scriverti. Oggi però il tuo pezzo su Veltroni mi ha fatto proprio incazzare – scusa, eh, ma si è appena candidato alle primarie e già sembra lanciata la gara a chi lo critica per primo. Una poi si chiede: dove finisce l'onestà intellettuale e dove comincia il semplice snobismo? Ecco, l'ho detto, ora mi sento più leggera.
Io non mi considero una veltroniana di ferro… anzi se vuoi saperlo il tuo pezzo mi ha fatto ridere, ci ho trovato dentro cose assolutamente vere… però mi chiedo: che senso ha prendersela con Veltroni oggi? Secondo me, con tutti i suoi difetti che hai descritto benissimo, resta il leader più carismatico che abbiamo a sinistra. E ne abbiamo davvero bisogno, dopo la depressione a cui ci ha portato Prodi. Ma se cominciamo già oggi a fargli le pulci, aiuto! Certo, l'autocritica è una buona cosa, ma se Veltroni davvero sfiderà Berlusconi avrà bisogno del sostegno di noi tutti. Compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Spero di non averti annoiato, alla prossima.

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16 aprile 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, non so se ti ricordi di me, sono una che ogni tanto ti scrive. Di solito quando la fai incazzare, come è successo oggi con l'ennesimo tuo pezzo anti-Veltroni – ma davvero pensi che la responsabilità della sconfitta sia tutta sua? Non è che stai semplicemente riversando tutta la tua frustrazione e la tua rabbia sul capro espiatorio più comodo in circolazione?

Io, te l'ho già scritto, non mi considero una veltroniana di ferro. Secondo me durante la campagna elettorale ha fatto molti errori… che poi tutto sommato sono quelli che hai scritto nel post. Però non riesco a capire che senso abbia prendersela con Veltroni oggi. Secondo me è controproducente. Le elezioni erano perse in partenza, ma almeno grazie a lui abbiamo avuto una speranza, e adesso abbiamo un nuovo partito tutto da inventare. Attaccare Veltroni in questo momento significa né più né meno abortire il PD. Che in fondo è proprio quello che desidererebbe Berlusconi, no? Scusa per lo sfogo, alla prossima.

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24 ottobre 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, indovina un po'. Sono quella che ti scrive e si lamenta ogni volta che scaracchi su Veltroni – no, ogni volta no, del resto lo fai continuamente. E sei anche bravo a farlo, ribadisco. Questa è la cosa che mi fa più rabbia: tanta arguzia e tanto acume, così sprecati. Per di più, ormai tirare a Veltroni è diventato uno sport nazionale. Eppure continuo a chiedermi che senso abbia prendersela con lui, che rimane pur sempre l'unica figura di riferimento di questo povero PD. O tu vedi qualcuno all'orizzonte in grado di prendere il suo posto? Secondo me no, non li vedi neanche tu. Ma allora, ti sembrerò paranoica, ma questa tua fissazione morbosa per gli errori di W. mi sembra che faccia soltanto il gioco di Berlusconi.


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2 novembre 2009
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, è da un po' che non ti scrivo. Oggi ho letto la tua ennesima bordata contro Veltroni – insomma, basta! Sembra che ti abbia fregato la fidanzata. È vero, il suo intervento al Congresso è stato piatto e deludente – ma non più della media degli interventi, lo hai ammesso anche tu. E allora che senso ha prendersela sempre e solo contro di lui? è davvero colpa sua se in questi mesi non siamo riusciti a trovare candidati più credibili per la Segreteria? Per quanto possa averci deluso, almeno Veltroni è un leader; i suoi avversari no. Un leader oggi deve possedere un volto universalmente conosciuto, e un carisma mediatico: sono doti che non si improvvisano in pochi mesi. Io non mi considero una veltroniana di ferro, ma da qui a desiderare la sua sostituzione col primo sconosciuto di passaggio, beh…

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2 febbraio 2012
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, ti ricordi di me? Sono la veltroniana che se la prendeva sempre per i tuoi pezzi… sai, oggi sono ricapitato sul tuo blog e mi sono fatta una ghignata. Certo che Veltroni è stato proprio una catastrofe!

Eppure, scusami, credo che non abbia senso prendersela con lui oggi. È vero, ha sbagliato tutte le frittate che poteva sbagliare, ma appunto, ormai le frittate sono fatte. Avremmo dovuto mandarlo a casa subito, nel 2008, e poi aprire subito un dibattito serio. Invece ci siamo lasciati bloccare da uno stupido timore reverenziale, abbiamo continuato a ripeterci che non vedevamo nessun altro leader finché tutti i potenziali leader non si sono bruciati. Se avessimo avuto più coraggio quattro anni fa, forse avremmo avuto il tempo necessario per far crescere un vero leader, carismatico, competente e tutto il resto. Ma non l'abbiamo fatto. E se non l'abbiamo fatto quattro anni fa, che senso ha anche solo parlarne a tre mesi dalle elezioni? In fondo, non è ancora detta l'ultima parola: Veltroni potrebbe persino vincere. Ma solo col sostegno di tutti - compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Alla prossima. (Continua all'infinito, come gli incubi peggiori).
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The Future's So Bright

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Non è un Paese per Obama

Occorrerebbe essere musoni irriducibili per non essere contenti oggi, semplicemente, a prescindere da chi sia e da cosa farà di qui a due mesi questo Obama: intanto ha vinto, e un anno fa sembrava impossibile. Dico sempre che sarei felice di sbagliarmi: per una volta è davvero così. Sarà un grande presidente? Non è detto. Peraltro, non è nemmeno sicuro che l'America sia ancora la grande nazione di appena otto anni fa. Ma intanto Obama ha vinto. Essere razzisti, oggi, è ancora più cretino di quanto non lo fosse venti ore fa. Non basta questo, per essere contenti?

E questo ci deva bastare. Lasciamo perdere l'Italia, per una volta. Non perché non sia importante – ma oggi non c'entra quasi nulla. Ha ragione Cacciari: è patetico appicicare su Obama il simbolino di questo o quel partito italiano. Per essere più chiari: la vittoria di Obama è una cosa grandissima, ma non avvicina di un giorno solo la fine di Berlusconi e del Berlusconismo. Ha più a che vedere col giorno in cui vedremo Balotelli in nazionale. E col giorno in cui i cinesi di via Paolo Sarpi, se angariati, non chiameranno l'ambasciatore della Repubblica Popolare, ma il loro consigliere comunale eletto da loro – questi sono i regali che ci porta Obama. Per Veltroni, invece, niente. Ma non è neanche colpa sua.

Sì, senza dubbio non è l'Obama italiano. Lo abbiamo già detto: uno è giovane, l'altro no; uno infiamma le folle e l'altro no; uno è l'outsider, l'altro no... ma non è nemmeno questo il punto. Se anche avessimo un Obama italiano, non vincerebbe le elezioni, esattamente come Kobe Bryant trapiantato nell'Udinese non segnerebbe per forza un gol. La politica italiana e quella statunitense sono due sport diversi, con regole diverse. Diverso è persino lo scopo del gioco. Il voto americano è un Atto di Fede. Per quattro anni i cittadini americani crederanno in Obama, poi si vedrà. Il voto italiano è un attestato di appartenenza. Essere di sinistra o di destra, per noi è ormai un destino.

Ora ci racconteranno che Obama ha vinto conquistando il centro. È il solito modo di vedere l'America con lenti italiane. In un certo senso è vero, c'è un centro che Obama ha conquistato, ma non è quello a cui punterà Veltroni o il suo successore. Il centro che Obama ha fatto suo è una moltitudine di persone che non sono di sinistra o di destra perché, semplicemente, non hanno quasi mai votato. Ma queste moltitudini, in Italia, non ci sono. E questo non perché la politica italiana sia peggiore di quella americana, come opineranno gli opinionisti del provincialismo inestirpabile. Anzi: paradossalmente l'exploit di Obama in Italia è impensabile proprio perché noi andiamo a votare quasi tutti. Non c'è nessun ventre molle in cui affondare. Le parti sono fatte più o meno dal 1994: metà centro-sinistra, metà centro-destra. L'alternanza non la fanno i cosiddetti indecisi, ma i transfughi, le leggi elettorali in continua evoluzione, le composizioni e scomposizioni di alleanze e cespugli, e infine gli astensionisti (che spesso praticano un astensionismo consapevole e selettivo: rifondaroli delusi da D'Alema nel 2001, berlusconisti mosci nel 2006).

Il fatto che una democrazia iper-partecipata non sia per forza una buona democrazia è di un'evidenza che personalmente mi schianta. Ma è andata così: il dibattito politico si è sovrapposto alle rivalità tra comuni medievali e dinastie signorili; al punto che a vent'anni dalla fine ufficiale di tutte le ideologie ancora non si riesce a discutere di problemi concreti per più di una settimana tra cittadini, anche giovani, senza che tutto precipiti in un'astratta contesa tra Rossi o Neri. Forse è per questo che nella loro infinita saggezza i Padri Costituenti accollarono alla comunità le spese di gestione degli stadi, affinché la plebe potesse ivi menarsi unicamente per futili motivi, lasciando la politica a quelli che avessero tempo e pazienza per preoccuparsene seriamente; eppure non è bastato, anzi forse è stato controproducente: oggi le indicazioni di voto te le danno in curva. Nel frattempo mi è capitato di sentire degnissime persone mormorare: ma perché non facciamo votare soltanto i laureati? Ipotesi discutibile, ma per ora vorrei solo far notare come l'America di Obama stia percorrendo la strada nella direzione inversa. Forse ci troveremo in mezzo. Nel frattempo al candidato nero è bastato riempire qualche green perché intellettuali conservatori cominciassero a intravedere lo spettro delle adunate naziste.

Metafora per metafora, proviamo con l'economia: è come se Obama avesse lanciato un prodotto (la politica) in un mercato emergente, un Paese in cui il 40% dei potenziali clienti ancora non aveva bene idea di cosa fosse. Ma l'Italia è un mercato saturo, dove dal 1948 in poi il 90% degli italiani ha acquistato un partito, e da allora al massimo lo può cambiare ogni venti, dieci, cinque anni: come l'automobile, sì, più si va avanti e più vien voglia di disfarsene alla svelta. Il berlusconismo finirà soltanto quando non riuscirà più ad azzeccare un modello. Non è detto che ci voglia ancora molto: ma non si capisce perché la vittoria di Obama dovrebbe accorciare i tempi. In ogni caso è meglio farci trovare con un buon modello per quel giorno. Perché lo so, sembra impossibile, ma potrebbe anche essere domani.
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Salva il mondo, salva il p-d-leader

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L'imboscata

Caro Walter Veltroni,
ho ricevuto la sua lettera in cui mi chiede di partecipare alla manifestazione nazionale del PD di sabato. Le dirò, ci sto riflettendo. Mi sto interrogando su tante cose.
Per esempio, mi sto chiedendo fino a che punto sia stato corretto creare una banca dati con gli indirizzi di chi ha votato alle Primarie. Non si faceva prima a tesserarci tutti? Ah, già, ma il Foglio vi aveva spiegato che bisognava fare il partito moderno, all'americana, senza tessere. E tuttavia, in un qualche modo un “partito con quattro milioni di tesserati” mi suona meglio di “partito con un indirizzario di quattro milioni di cittadini”. Ma vabbè, questi son dettagli.

Mi chiede di andare in piazza il 25 d'ottobre per salvare l'Italia. Bello slogan, eh. Se poi vado sul sito e cerco qualcosa di più concreto, delle proposte... non ce n'è. A meno che io non creda che manifestando contro il governo, il governo cadrà come una pera matura. Ma non funziona così di solito, no? Altre volte si sceglieva il punto debole dell'avversario e si attaccava tutti compatti lì: per esempio, il 23 marzo di Cofferati era contro l'abrogazione dell'articolo 18: semplice e concreto. Ma stavolta?

Ok, c'è la petizione sui tagli alla scuola, questione sacrosanta; ma ci si sorprende a pensare: meno male che la Gelmini sta facendo questi tagli, così abbiamo qualcosa di concreto contro cui manifestare. Insomma: adesso sappiamo per cosa combattiamo. Anche se è ben curioso, no? Questa manifestazione è stata programmata in giugno.

Caro Veltroni, secondo me programmare una manifestazione a quattro mesi di distanza è stato un grandissimo errore. Direi che basterebbe questo a farmi seriamente dubitare sulle sue doti di stratega e di leader. In quattro mesi può succedere di tutto: infatti è successo di tutto. Prima si è fatto rubare la scena da Di Pietro, poi c'è stato quel mezzo inciucio su Alitalia, poi il crack delle borse... i motivi per cui dovrei manifestare oggi sono davvero diversi da quelli che mi avrebbero portato in piazza tre mesi fa. Come molti elettori democratici, ho il vizio di voler essere trattato come una testa pensante, uno che riflette, e non come una pecora che si pascola in piazza nella data programmata.

Non solo, ma quando tu fai sapere a tutti che quattro mesi dopo sarai lì, il minimo che ti puoi aspettare è che ti preparino un'imboscata. Che è esattamente quello che sta succedendo, basta leggere il Foglio per rendersene conto. Anche se poi, il Foglio, ormai, chi lo legge più? Ah, lei, già. Beh, cos'ha pensato quando ha letto quel pezzo(*) in cui le veniva spiegato che la manifestazione del 25 sarebbe stata un successo soltanto dal milione in su? Non si è sentito definitivamente preso in giro? Prima l'hanno convinta a non tesserare la gente, e poi le chiedono un milione? 

Lei sa, tutti sappiamo, che un milione di manifestanti è una quantità assai difficile da raggiungere (e comunque da contare: anche se ce la facessimo, nessuno ce lo riconoscerà mai). È vero che durante il Berlusconi II il contapersone era un po' saltato a tutti, e si sono salutate spesso folle di due e persino, con Cofferati, tre milioni (e non si capisce perché a quel punto il buon Sergio non abbia semplicemente ordinato di marciare su Palazzo Chigi, visto che Roma fa appena due milioni e 700mila abitanti). In seguito c'è stato un po' di revisionismo sull'argomento: persino la Repubblica ha riconosciuto che il Circo Massimo si riempie con meno di un milione, ecc.. E adesso, guarda un po', chi è che ti rivende come nuova la panzana dei tre milioni di Cofferati? Il Foglio! Ma quanto sono stronzi, eh? Non ci si crede.

Per farla breve: un corteo alla buona, ma appassionato, organizzato in luglio, avrebbe potuto sembrare l'inizio della riscossa; il super-mega-corteo tanto atteso di ottobre non potrà che essere un flop. Anche se facessi il mio dovere di brava pecora obbediente, ecc., ecc., ecc.. E il pezzo avrebbe potuto anche finire qui, ma ieri è successo (lo sapete) che Berlusconi ha invitato la polizia a entrare nelle università. Quel poco di esperienza che ho maturato mi dice che quando i reparti speciali abituati a spezzare le schiene agli ultrà si ritrovano di fronte a degli studenti, succede un guaio di quelli che poi se ne interessa Amnesty International, e non sto scherzando: Amnesty International. Ovviamente sto pensando a Genova, ma pensare a Genova mi ha anche fatto ricordare quel sabato mattina in cui ero io che avevo un bisogno disperato di un grande manifestazione civile e democratica; perché i resti di Carlo Giuliani erano ancora caldi, e per mezza Italia io non ero che un teppista spaccavetrine e bruciamacchine. Ecco, in quell'occasione il grande corteo serviva a me, per spiegarmi, per riportare la pellaccia a casa, e Massimo D'Alema disse no: a Genova non ci dobbiamo andare. Ecco. Quand'ero nei guai, voi per me non c'eravate.
Adesso siete voi ad avere bisogno di me, e io quasi quasi vi direi no. 

...E il pezzo poteva finire anche qui. Ma poi è arrivato il comunicato di Cossiga. E tutti i blog a dire brutto Cossiga, ma perché? Cos'ha fatto di male stavolta? Ha solo detto la verità, quella che ti libera. Ormai l'unica speranza di vederci chiaro nei misteri di trent'anni di Storia d'Italia sta negli errati dosaggi di farmaci del vecchietto ciclotimico. Credo che Cossiga sia il primo pezzo grosso ad ammetterlo: nei movimenti c'erano infiltrati che creavano caos. Lo abbiamo sempre saputo, ma ormai c'eravamo stancati di dirlo, sembravamo paranoici. Almeno ora sappiamo che non eravamo paranoici a caso. "Il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri". E' esattamente quello che accadde alle Diaz, grazie per avermi finalmente spiegato il perché.

E soprattutto: alla fine Cossiga mi ha fatto venire voglia di andarci, a Roma. Perché bisogna farmi incazzare, e lui ci riesce ancora. C'è da ringraziarlo, davvero.

(*)...non riesco a lincarlo. Il sito continua a fare schifo.
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Communication breakdown, it's always the same

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Il falso e vero verde

Ieri è partita YouDem, una tv che non guarderò perché non ho il decoder, e se lo avessi guarderei cose più interessanti e possibilmente non immerse in un verde fosforescente. Naturalmente io non sono un esperto di comunicazione, eh: però nello spezzone che è stato consegnato ai TG, Veltroni e Riotta apparivano come due marziani che complottano nel sottomarino dei cattivi di Ottobre Rosso (il sottomarino dei buoni invece aveva sfondi azzurri, riposanti, o arancioni, caldi e rassicuranti).

Di fronte a spettacoli come questi, il problema non è più tanto perché, ma chi.
Chi è che ha deciso che quel maledetto colore deve spuntare dappertutto, non solo sullo sfondo, ma persino rifrangersi sulle guance del leader? È per caso lo stesso esperto che immerse tutti i manifesti elettorali in un glorioso verde vomito che trasformava i candidati in alieni? Quanto lo avete pagato? Siete sicuri che Berlusconi non lo stia pagando un po' di più? Perché il lavoro che sta facendo è ottimo, da un certo punto di vista. Sono pronto a scommettere che nei prossimi giorni gli ultimatum di Veltroni-verde-psicadelico, lanciati a Riotta dalla plancia di un sottomarino sovietico, ce li faranno vedere con una certa frequenza anche sui telegiornali in chiaro (ieri s'è visto persino al tg2 delle tredici). Insomma, la strategia comunicativa c'è, ed è brillante, ma è chiaramente anti-PD, e Veltroni non ne è il protagonista, ma la vittima.

Io non sono esperto di comunicazione, lo ripeto. In effetti, non sono esperto di un granché, per esempio non m'intendo molto neanche di calcio. Però se vedo un portiere che afferra il pallone e lo scaglia nella sua rete, una certa idea riesco a farmela. Ecco, Veltroni piazza almeno un autogol a settimana; quando non c'è lui ci pensano Franceschini, o Morando. Posso avanzare il sospetto che qualcosa non vada?
Fingiamo che il Pd non abbia gravi problemi di democrazia interna, di rappresentatività, di organizzazione; resterebbe comunque un enorme problema di comunicazione. Finché lo dico io, coi miei trascorsi estremisti, va be', chissenefrega. Ma a se furia di spalmare l'america su tutto, Veltroni è riuscito anche a stuccare obamiani della prima ora come Bordone (che implora basta America, basta Obama!), il sospetto si rafforza.

Non è che Veltroni non si dia da fare, anzi. Il leader viaggia, rilascia dichiarazioni, cambia linea ogni qualvolta lo ritenga necessario (disorientando magari l'elettore che non ha capito in che modo il Berlusconi-interlocutore-per-le-riforme di tre mesi fa si sia trasformato nel Berlusconi-minaccia-per-la-democrazia). Eppure in un qualche modo sembra slegato dal mondo in cui viviamo: sempre fatalmente in ritardo di quattro o cinque giorni.

La settimana scorsa è scoppiata una grande bolla, ce ne siamo accorti tutti. Persino l'estremista di sinistra ha tremato per i titoli a dieci anni della povera mamma. Persino lo scettico razionalista, di fronte a un paio di bancomat in tilt, ha confessato la sua preoccupazione (quelli un po' meno razionali erano già nel panico da mezza giornata). Nel frattempo Veltroni dov'era, cosa dichiarava? Già da parecchi giorni stava andando avanti con la storia della dittatura soft, dello svuotamento della democrazia. Erano gli stessi giorni in cui temevamo tutti che ci si svuotasse il portafoglio, altro che democrazia; i giorni in cui persino i liberali speravano in un'autorità statale forte, a Bruxelles o a Roma; qualcuno coi nervi saldi. Nel fragore dell'emergenza, quando si parlava di nazionalizzare gli istituti bancari, poteva veramente interessare a qualcuno se Berlusconi fosse democratico o no? Le dichiarazioni di Veltroni hanno continuato a risuonare come un persistente piagnucolìo, che per fortuna andava spegnendosi nel rumore di fondo. I contenuti non erano affatto sbagliati; a essere sbagliata era la tempistica.

A un certo punto nel loft devono essersi accorti che qualcosa non andava. E hanno reagito... nel modo sbagliato. Anche perché si sono trovati con una bomba a orologeria innescata: la Grande Manifestazione. Quella che Veltroni aveva promesso ancora in primavera.
Ora, c'è un motivo abbastanza semplice per cui un partito o un sindacato, quando ha un problema, indice una manifestazione subito e non quattro mesi dopo. Intanto bisogna evitare che qualcuno s'impossessi della lotta al posto tuo, come appunto ha fatto Di Pietro in luglio. E poi bisogna battere sul ferro finché è caldo, non aspettare che la situazione cambi magari a tuo sfavore, ridurre le incognite... chi può dire cosa sarà di noi da qui a cento giorni? Il crack non era previsto dagli analisti finanziari, figuratevi dagli esperti del loft. Che infatti si sono ritrovati con una Grande Manifestazione programmata contro il governo proprio mentre il governo si proponeva difensore dei risparmi degli italiani. Sì, non lo potevano prevedere. Ma è proprio per questo che le manifestazioni non vanno troppo posticipate.

È qui che Morando se ne esce col suo capolavoro: dichiarare al Giornale che la manifestazione del 25 ottobre non sarà antigovernativa, anzi di sostegno al Governo. Un modo sicuro per togliere a qualche migliaio di sostenitori la voglia di perdere un sabato a fine ottobre. Se ne sarà reso conto? Morando non ha perso semplicemente il contatto con la base (se mai ne ha avuto uno) ma la fiducia: è convinto che bastino due o tre scene madri di Berlusconi salvatore dell'economia per infinocchiarci. In realtà l'Italia continua a essere piena di antiberlusconiani, esattamente come in aprile: gente che di manifestare contro questo governo non vede l'ora. Questo vale soprattutto per due categorie, molto importanti per il bacino elettorale del PD, che hanno la sensazione di essere diventati la preda di guerra dei berlusconiani: insegnanti e impiegati statali. La stretta della Gelmini sulle scuole e quella di Brunetta sulle ore di malattia sono colpi bassi, che dopo lo choc iniziale cominciano a risultare dolorosi; basterebbe dar voce a queste lotte per ricominciare a fare opposizione seria. Ma bisognerebbe essere contrari a quello che sta facendo la Gelmini o Brunetta, e temo che Morando e Veltroni non lo siano. E qui il problema smette di essere un problema di comunicazione, e diventa una questione di contenuti, ovvero: il minimo requisito per fare opposizione è avere idee opposte a quelle dominanti. Se non ce le hai, forse è meglio che ti fai da parte. Lapalissiano, vero? eppure non passa mica.
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Veltroni uno e trino

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La tripla V
A distanza di giorni sembra chiaro che l'appartamento a New York dei Veltroni è destinato a diventare un luogo comune dell'opinionismo, alla stregua della “Barca di D'Alema”. Così come non c'è niente di male ad avere una barca, allo stesso modo un investimento immobiliare a Manhattan presenta in questo periodo indiscutibili vantaggi; e tuttavia non c'è più scampo: da qui in poi WV sarà sempre “quello con il flat a Manhattan”. Si batte dalla parte dei ceti più deboli? Sì, però c'ha casa a Manhattan. Difende cautamente qualche principio di economia liberale? Per forza, cosa vuoi che faccia uno con la casa a Manhattan? E me li vedo già, corsivisti di Libero e Liberazione, divisi per credo e per stipendio, ma affratellati nel rinfacciare al leader della sinistra il suo salottino tra i grattacieli. Tutto ampiamente prevedibile: in fondo bastava studiare, appunto, il caso della “Barca di D'Alema”; il bello degli errori degli altri è che ti permettono di imparare, o no? No, pare di no. O vuoi negare a un leader della sinistra il diritto di sbagliare di testa sua?

Io lo so che dovrei piantarla, con Veltroni. Che sì, avrà fatto i suoi errori, ma non è Il Male. Non è lui che si è fatto le leggi su misura. Non è lui che mi taglierà le ore, e prossimamente la paga. Non è lui che si è preso editoria e tv. Insomma non è lui ad avermi costruito un mondo così brutto intorno. E prendersela con lui non risolve niente. Eppure non ce la faccio. C'è qualcosa che continua ad attirarmi a lui, come le ultime zanzare al faro incandescente. Il fatto è che mentre il fenomeno Berlusconi è stato descritto e interpretato fino alla noia, il fenomeno Veltroni ha ancora vaste zone d'ombra, e complessità che votandolo non t'aspettavi. Per esempio, negli ultimi giorni mi sono reso conto che Veltroni è uno e trino, proprio come Dio (un altro sul quale è meglio non fare troppo affidamento nel breve termine). Le tre persone di Dio sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; le persone di Veltroni le ho scoperte io e, con un certo risparmio di fantasia, le ho chiamate Wally, Vartere e Valter.

Wally è quello simpatico, alla mano, americano ma di Brooklin. Uno sciuscià cogli occhi lucidi di speranze e sogni... In realtà sappiamo tutti che dietro Wally c'è una strategia. Ma è comunque una strategia elaborata da Wally, mica da una commissione di sociologi ed economisti. Wally è cresciuto con il mito dell'America (quasi clandestino, perché nel frattempo Vartere e Walter frequentavano la scuola del PCI), e quando è crollato il muro di Berlino ha pensato di rivendersela come La Nuova Idea. Istintivamente, Wally ha centrato un bersaglio: esaurite le vecchie ideologie, non valeva neanche la pena di montarne di nuove. Bastava creare un certo immaginario, popolato di Personaggi Giusti: Kennedy, Martin Luther King, Don Milani, di arredi cool (il jazz, il cinema), con qualche concessione al Trivial (le figurine). Non una struttura: un fondale. L'idea era interessante, ma si è ritrovata a fare i conti con la corazzata Mediaset, che pescando nelle acque basse del desiderio collettivo stava creando un immaginario di livello assai più scadente, ma di più facile presa. Fu la battaglia tra il Cinema e la TV, e non c'è mai stato nessun dubbio su chi avrebbe vinto. In fondo, Wally la sua campagna elettorale la perse 12 anni fa, quando il suo partito montò un referendum al grido “Non si interrompe un'emozione”, e gli elettori gli mostrarono che le emozioni s'interrompono, eccome, anche con le televendite (che così c'è il tempo per sparecchiare e poi a volte si fanno buoni affari). Ma neanche quella batosta lo ha fermato.
Ancora l'anno scorso Wally continuava a snocciolare i suoi eroi, di fronte a una platea invecchiata con lui, e incredula di trovarlo tanto simile alla sua caricatura. Io comunque ho tifato Wally, fino alla fine. Perché sì, è facile sfotterlo quando cerca di mettere insieme due come Che Guevara e Bob Kennedy, che si sarebbero sparati a vicenda; però un'Italia con cinque canali nazionali in mano a Wally non sarebbe così male. Jovannotti finirebbe ministro dell'ambiente e i ragazzini scaricherebbero “I have a dream” come suoneria: perché no? In un'Italia così sarebbe facilissimo anche ritagliarsi il proprio spazio di bastian contrario: sfottere Wally e il wallismo è facilissimo, è come stroncare i romanzi di Baricco: non ci vuole niente e ti fa sentire super-intelligente. Se Veltroni fosse tutto qui, sarebbe simpatico. Invece no, questo è solo il primo terzo (ahimè, il migliore).

La seconda persona di Veltroni l'ho chiamata Vartere, forma romanesca, e qui la romanità è intesa come un mix di incompetenza e autoindulgenza – no, lettori romani, non sto dicendo a voi, che siete straordinariamente simpatici e vivete in una città meravigliosa, però... però un po' sì. Del resto se Veltroni è rimasto sulla breccia è colpa anche vostra, che per due volte lo avete eletto sindaco. Un buon sindaco, dicevate – anche se Roma era sporca parecchio, dai. Ma in generale, non vi sembra che Vartere abbia goduto di una certa condiscendenza? Dopotutto fu il segretario che portò i DS ai minimi storici – sette anni dopo gli abbiamo dato in mano la sinistra intera. E lui che ne ha fatto? A un anno dalle primarie, vogliamo provare a tracciare un bilancio?
Da una parte mettiamo le cose buone. Anzi mettetele voi, ché a me non ne vengono.
Dall'altra proviamo a mettere tutte le idee bislacche e perdenti... per esempio, il Loft. Che razza di strategia comunicativa, eh, annunciare a tutti che il partito aveva un Loft. Sì, sono dettagli, ma proviamo a metterli in fila. Chi ha scelto quel colore verde vomito? Chi ha escluso la sinistra per imbarcare Di Pietro e quattro radicali? E la raccolta firme, qualcuno si ricorda della gloriosa raccolta firme (vedi Zoro)? E tante altre piccole cose che si sentono dire e che spesso si preferiscono dimenticare... ma lo sapete che vuole chiamare il movimento giovanile PD “Young Democrats”? No, ma seriamente, Young Democrats? Ma che roba è? Ma quanti yesmen devi avere incontrato sulla tua strada per venirtene fuori con queste stronzate? E il balletto su Alitalia? Mi ero finalmente convinto – leggendo quotidiani di sinistra – che il progetto CAI fosse un papocchio berlusconiano irricevibile... quand'ecco arriva Vartere, ci mette il naso, lascia intendere che i sindacati non avrebbero fatto niente senza di lui, e pretende pure che tutti gli dicano grazie, e se Berlusconi non lo fa pesta i piedi. Roba da farti rivalutare Berlusconi nel 2008, almeno lui nel fotterti è coerente.
Insomma, Vartere è il disastro nascosto dentro Veltroni, che tutti abbiamo fatto finta di non vedere. Quello che s'inventa i piani più complessi pur di fallire. Dagli in mano un quotidiano, e lui lo trasformerà in una videocassetta, che fallirà comunque. Chissà cos'avrebbe combinato all'Africa – magari questo è il senso del nostro sublime sacrificio. E comunque no, Vartere non è il peggio di Veltroni.

Il peggio è Valter. Pronunciato alla tedesca. Con un'intonazione marziale e un sinistro rantolio. Dark Valter è il lato oscuro di Veltroni, quello che ancora oggi s'intravede a fatica. Quello che deve aver ceduto alla metà oscura, a un certo punto della sua carriera. Forse subito.
È quello che assorbe polemiche e proteste come un buco nero, senza riflettere niente.
Quello che si è preso il partito, tutto, e non lo molla più, nemmeno se perde le elezioni (e infatti le ha perse. Però ha mandato Franceschini a spiegare che è normale, che anche Zapatero e la Merkel hanno perso la prima volta. Menzogne spudorate).
Quello che le critiche interne non le concepisce, semplicemente.
Quello che in giugno si fa approvare una direzione nazionale su misura e poi manda a casa i delegati in anticipo.
Quello che con gli young democrats sfodera un'arroganza che si starebbe meglio indosso a un vincente
"Il vostro compito è riprendere lo spirito del Lingotto, quando mi sono candidato alla guida del Pd, lo spirito del pullman e delle primarie di un anno fa. Altrimenti, vi spengo la luce" (Lo spirito del Lingotto?)
Quello che in sostanza persegue un progetto preciso: gestire il PD come roba sua, in attesa che Berlusconi passi di moda o muoia. E tanto peggio se nel frattempo il partito sta diventando “Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi”. Del resto anche queste non sono che parole di Wally – uno che in fondo Valter lo conosce bene.
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Ma dove avevo messo l'alba, ah... ecco.

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Si riparla in questi giorni della Scoperta dell'alba, un libro che tutti hanno comprato e letto tranne i bloggers, questi fighetti insopportabili che hanno tempo solo per i saggi di DF Wallace. Tutti uguali.

Tutti tranne me. Sì, perché io l'ho letto, La scoperta dell'alba. Comprato in edizione Rizzoli Oro a 6€. Letto in un cesso a Rotterdam, un anno fa, proprio nella speranza di trovare qualche spunto per un pezzo su Veltroni. A questo ti riduce, un blog. 
Qui ci sono i miei appunti per una recensione, abbozzata due anni fa e mai terminata, perché fino a qualche mese non aveva molto senso pubblicare cattiverie gratuite su WV; e poi evidentemente avevo roba migliore da farvi leggere. E adesso? Adesso no.

Giovanni Astengo di mestiere legge le biografie delle persone normali, quelle che non hanno ancora aperto un blog e pubblicano i libri a loro spese. C’è un archivio a Roma dove li conservano (deve essere un pozzo enorme, che arriva fino al centro della terra), e lui li legge nel suo ufficio, con la musica classica in sottofondo. Anche a lui piacerebbe avere una storia da scrivere, e alla fine del libro ci riuscirà.

Intorno a lui il mondo dà segni di cedimento strutturale (terremoti e carestie alla tv), la moglie è in Europa per affari, il figlio primogenito è in California, disperato per essersi portato con sé la sorella, afflitta da sindrome di Down, che ha sviluppato un affetto morboso per lui, ma tutto questo è secondario, perché Giovanni Astengo sta finalmente per avere una storia, di quelle che si leggono sui libri.

Giovanni ha 40 anni, ed è orfano da quando ne aveva 9. Suo padre, già sessantottino in carriera, poi giovane barone della facoltà di architettura, sparì nel 1977, proprio la mattina che doveva portare il piccolo Giovanni allo stadio; e se non è un trauma questo. Ma forse il mistero di quella sparizione può finalmente essere risolto, perché nella vecchia casa al mare Giovanni ha trovato un vecchio telefono nero grazie al quale è in grado di comunicare con… sé stesso nel 1977, quand’era bambino! Giovanni, si capisce, avrebbe una gran voglia di parlare di figurine e di carosello, di John Lennon che è ancora vivo, ma si contiene, perché per prima cosa vuole capire cosa è successo al padre. Fingendosi lo zio di sé stesso, riesce a convincere il bambino che era a fare qualche indagine nei cassetti del padre appena scomparso. Quello che scoprirà, lo guarirà per sempre dalla morbosa attrazione per il suo passato. Meno male, perché nel frattempo c’è stato un altro tornado, il figlio californiano sta quasi per strozzare la sorella, e la moglie è sempre in giro.

Quello che volevo fare a Rotterdam era intrinsecamente stupido. Se avessi voluto farmi un’idea sul politico Veltroni, non avrei avuto che da scegliere un volume: ne ha scritti sei. Invece volevo affidarmi all’unico romanzo che ha scritto, vale a dire a quell’unico testo in cui senz’altro non dice la verità, ma racconta una storia. Mi fido più di un bugiardo, perché il bugiardo è costretto a inventare, e dove troverà il materiale per le sue invenzioni, se non nella sua… anima? O nel suo inconscio, sì, è uguale. Ero convinto che Veltroni si fosse scoperto di più nel suo romanzo che in tutte le sue interviste e relazioni; e poi speravo che da narratore fosse meno noioso. Ecco, non è proprio così. La scoperta dell’alba è un libro breve e deprimente. Ci ho messo un poco a capire perché il protagonista non riuscisse a ispirarmi neanche un briciolo di umana simpatia, finché verso la fine ho avuto un’illuminazione: non ride mai, non ha il minimo senso dell’umorismo. La cosa mi ha un po’ atterrito, perché ho cominciato a pensare se avevo mai visto o sentito Veltroni fare una battuta divertente, e mi sono accorto di no.

Poi però ho pensato: cos’è il senso dell’umorismo, se non un meccanismo di difesa? Io l’ho sviluppato quando i miei compagni di classe hanno cominciato a crescere mentre io restavo in fondo alla fila. Ma Veltroni è cresciuto regolarmente, diventando ogni anno sempre più alto e più potente: capoclasse, segretario di sezione, segretario di partito, sindaco, che bisogno ha di fare le battutine? Corollario: i romanzi lasciateli fare ai perdenti, che hanno un sacco di humour.

Quando lo humour non ce l’hai (o non vuoi usarlo), il rischio è sempre quello di scivolarci sopra involontariamente. E in effetti ogni tanto La scoperta dell’alba strappa un sorriso suo malgrado. Alcuni esempi: verso la fine Giovanni va a incontrare un’ex terrorista, assassina pentita, che fa la bibliotecaria. È convinto che c’entri qualcosa con la scomparsa del padre, e le tiene il seguente discorso:
“Lei con quelle pallottole non ha spezzato una sola vita. Ne ha spezzate molte. Il suo proiettile ha superato il corpo di quel pover’uomo, è uscito da lui, ha superato angoli di strade, attraversato piazze, salito scale, sfondato porte [sfondato? Non bastava forarle?] ed è arrivato alle gambe di una donna e di una bambina. Poi è proseguito ancora. Ha fatto ancora chilometri, indisturbato, è entrato nella mia casa e ha spezzato altre gambe, quelle di mia madre e le mie”.
Sì, va be’, la pallottola intelligente. Le manca solo di impattarsi con un sasso e rimbalzare nella testa di un manifestante. Certo, ho capito, è una metafora dell'eterogenesi dei fini, in quella pallottola ficcanaso c'è senz'altro il ritratto di tutta una generazione che ha smarrito la sua direzione rettilinea ecc. ecc., ma io riuscivo solo a pensare alle pallottole messicane di Roger Rabbit col sombrero e i mustacchioni, olè olè, gringo.
“Che fai, ti fermi ancora?” mi disse un collega che stava andando via dal piano deserto.
“Sì, un po'”. Nel computer avevo messo la mia musica preferita, le romanze più famose reinterpretate al pianoforte da Danilo Rea e la nona delle Enigma Variationis di Elgar, il brano che più di ogni altro mi stringeva il cuore.
[A questo punto parte la musichetta di Mission: Impossible, e il collega si leva la maschera: è Renato Brunetta! Fermo, Giovanni Astengo, ti ho sgamato: in luogo di lavorare in modo produttivo passi le ore a sviluppare gusti musicali radicalsciccosi. Licenziato in tronco! Va' a scoprir l'alba a ca' tua, va']

[Cose che proprio non mi piacciono]:
1. Il Forrest-Gumpismo. Dicesi Forrest-Gumpismo la tendenza a rivisitare il passato recente in una collana di momenti topici, infilando a forza i personaggi in tutti gli avvenimenti storici rilevanti (vedi il fondamentale contributo di Manu). In Italia ci sguazzano un po’ i vari autori di noir, ma l’oggetto forrest-gumpista in assoluto è La meglio gioventù di Giordana, dove se due ex coniugi si danno un appuntamento durante gli anni Ottanta, dev'essere per forza la sera di Italia-Germania al Santiago Bernabeu con le comparse che ascoltano la telecronaca di Martellini alla radio, cioè, hai capito spettatore scemo? Siamo negli anni Ottanta! Rossi! Tardelli! Altobelli! Gli autori forest-gumpisti di solito raccontano sempre la stessa storia: eravamo giovani e pieni di speranze, a Firenze ruppe l’Arno, poi occupammo l’università, poi i più bravi si laurearono e si misero a lavorare nella stessa università, mentre i più nervosi si infilarono nella lotta armata, che fu brutta brutta brutta. La scoperta dell’alba è una delle cose più forrest-gumpiste che ho letto: sembra che la storia d'Italia si sia dipanata esclusivamente nell'isolato dove vive il protagonista. Il papà di Giovanni conquista la cattedra proprio nel ’68 (sei mesi dopo non sarebbe stato abbastanza simbolico) e si disillude definitivamente nel ’77, mentre gli autonomisti gli sparano sotto casa. Tutto plausibile, ma noi che nel frattempo vivevamo in provincia lo troviamo un po' stiracchiato.
2. Dal Calvinismo al Baricchismo. Le piccole epifanie del quotidiano. I grandi exploit degli eroi dello sport, celebri e sconosciuti. Le persone che c’hanno delle storie da raccontare. L’autore è convinto di rifarsi a Calvino, ma gli riesce tutto così terribilmente Baricco. Forse il baricchismo è il destino degli emuli di Calvino. Forse a furia di far leggere Calvino a scuola abbiamo trasformato Calvino in un mito adolescenziale, meno nocivo di Kurt Cobain, ma non è detto... il figlio di Astengo è un maniaco del tardo Calvino, quello combinatorio che presso i critici è caduto un po' in disgrazia, ma lui ne va matto. Se non è indaffarato a gestire la sorella down che i genitori ignorano, potete essere sicuri che è in camera di suo padre a disturbare il suo flusso di coscienza raccontando la struttura del Castello dei destini incrociati o, in alternativa, le grandi imprese di sconosiuti cestisti NBA. A un certo punto gli scappa detto che Michael Jordan e Marcovaldo “sono un po' la stessa persona”. Eh? in che senso? Va bene, sei un ragazzino, anch'io magari alla tua età amavo Mohammed Ali e Guido Gozzano, ma mica li pasticciavo assieme.

[Cose che (un po') mi sono piaciute]:
1. La trama sembra un episodio di Twilight Zone (in italiano: Ai confini della realtà). Quei brevi racconti con un'idea fantastica, veri esercizi intellettuali, ma sempre con l'umanità in primo piano. Di autori italiani capaci di scrivere un episodio di Twilight Zone non ce ne sono poi così tanti.
2. Di buono c’è la scoperta finale: il passato non è tutto rose e madeleine, il passato è una truffa, una finzione, una cosa schifosa. Giovanni distrugge il telefono magico e torna alla vita. Il problema è che il libro si ferma proprio lì: è un libro che dice “guarda in avanti”, ma per un centinaio di paginette ha guardato quasi soltanto all’indietro. Oddio, però con un argomento del genere si potrebbero anche stroncare Les liaisons dangereuses, Le anime morte, la Bibbia, ecc. 

Ma insomma, il finale ha qualcosa. Piantiamola col culto del passato, piantiamola di frignare perché il papà non ci ha accompagnato alla partita, rompiamo i vecchi giocattoli e preoccupiamoci del mondo che va in rovina. Sono d'accordo. È il libro che consiglierei a Veltroni.
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One people one vote

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E poi un bel giorno, all'improvviso, Veltroni batte un colpo.

Non è chiaro perché proprio adesso. È comunque tardi, ma sarebbe stato tardi anche tre anni fa. Il voto agli immigrati. Ha ragione anche Di Pietro a dire che per ora è un annuncio a vuoto. Uno slogan. Ma almeno è uno slogan. È chiaro. E riporta alla luce una verità sacrosanta. Se sono regolari, lavorano. E se lavorano, perché non possono votare?

La senti, la forza della verità che mette all’angolo gli avversari? Non c’è una sola risposta che essi possano dare a una domanda del genere. Non una che non riveli grettezza, egoismo, paura. Qui non c’è destra o sinistra, ci sono semplicemente due modi diversi di considerarsi italiani. Chi sono gli italiani? Quelli che hanno ereditato un cognome dal papà, e col cognome i diritti, i privilegi, i posti fissi e al limite i treni gratis per la partita? Oppure italiano potrebbe essere chiunque viva qui, chiunque tra Ventimiglia e Trieste si dia in qualche modo da fare per tenere in piedi questa penisola traballante. Che è più o meno quello che c’è scritto nella carta costituzionale, art. 1. Ma quella è carta, si può usare in tanti modi, ormai lo abbiamo capito. Si tratta di scegliere: che italiani vogliamo essere? Bianchi, vecchi, micragnosi attaccati ai nostri minuscoli privilegi, o un po’ più scuri e un po’ più giovani, e un po’ più aperti a un mondo che comunque ha fretta e non chiede il permesso? Ci ha messo un bel po’, Veltroni, ma ha scelto. È la prima buona notizia.

Per molti anni la Sinistra è stata accusata di favorire l'immigrazione perché voleva sostituire la classe immigrata alla vecchia classe operaia. Magari una vera sinistra avrebbe operato così, ma certo non la nostra, timida e arroccata nella difesa di privilegi di corporazione. La battaglia per il voto agli immigrati è sempre stata relegata a questione secondaria, così secondaria che a un certo punto se ne impossessò persino l'inutile Gianfranco Fini. In mala fede si dipingeva come un complotto terzomondista quello che era il primo effetto della tanto osannata (a quei tempi) globalizzazione: è stato il libero mercato del lavoro a cambiare il colore della pelle agli operai e ai braccianti, così come è stato il mito borghese dell’ascesa sociale a portare i figli bianchi degli operai sui banchi dell’università. È andata così e non c’è nulla da recriminare. Ora si tratta di ricordare che non ci sarà vera democrazia, in Italia, finché i nuovi braccianti e i nuovi operai non avranno gli stessi diritti degli altri. Questa è la vera campagna sui diritti civili.

E quando avranno il voto, magari voteranno Lega. E allora? Io me lo sogno, il giorno in cui la Lega comincerà a fare i conti con una base di elettori dalla pelle scura o dal cognome strano. Sarà il giorno in cui smetterà di essere un partito di cialtroni, in mano di pagliacci trucidi alla Borghezio. Il giorno in cui in Parlamento nessuno oserà più parlare di “reato di immigrazione clandestina” o di “reato di associazione in famiglia Rom”. Quel giorno potrei farmi leghista anch’io – perché no? Il partito che oggi candida Obama, era il partito dei segregazionisti del Sud, neanche un secolo fa. Tempo al tempo.
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Adesso è tutto più chiaro, grazie

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Clicca sull'immagine per vederla meglio (e soffrire con maggior intensità).
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Scuola di Opposizione 1

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Voghera is burning

Trenta giorni fa:
“Benvenuti al Laboratorio di Opposizione... cosa sono quelle facce mogie? Lasciatemi indovinare. Avreste preferito essere ammessi al Laboratorio di Governo, vero? Beh, non si può aver tutto dalla vita. E comunque vi svelerò un segreto”.
“Sentiamo”.
“L'Opposizione è più divertente! Distruggere è più facile che proporre, e poi ti dà la possibilità di imparare le priorità tra le notizie... per esempio, guardate i titoli dei giornali. C'è molta carne al fuoco, stamattina. Quante notizie. Quanti spunti. Dovete allenarvi a vedere in ogni notizia un'opportunità per mirare al Governo, capite? Ogni titolo è una freccetta. Però, attenzione: la maggior parte delle freccette sono scadenti. Hanno la punta smussata. Oppure sono pesanti e cadono prima d'arrivare al bersaglio. O sono troppo leggere. O il peso è mal calibrato e la traiettoria devia, credi di aver mirato al Governo e invece hai colpito qualcun altro, magari un tuo amico. Vi dirò che ci sono persino freccette boomerang, pensateci, freccette che vi tornano indietro, voi credevate di aver fatto un buon tiro e d'improvviso ve le trovate in... ci siamo capiti.
Ora, l'esercizio è il seguente. Prendete queste prime pagine. Osservatele. Trovatemi la freccetta giusta. Quella né troppo leggera né troppo pesante, ben calibrata, con una punta acuminata come la lingua di un serpente, e che non torna indietro. Vi dico che ce n'è una sola, le altre sono tutte freccette sbagliate. Cominciamo”.
“Mah, ci sarebbe il decreto sulle intercettazioni”.
“Interessante. Il decreto sulle intercettazioni. Spiegaci perché secondo te è la freccetta giusta”.
“Ecco, mi sembra chiaro che Berlusconi stia pensando solo ai suoi interessi”.
“Come tutti, del resto. Abbiamo tutti a cuore i nostri interessi, e Berlusconi è un po' il simbolo di questo. La gente lo vota perché si riconosce. Sei ancora sicuro che sia la freccetta giusta?”
“Ci sarebbe la storia dell'intercettazione con Saccà... quella in cui dice che gli serve una Velina per convincere un senatore a votare la sfiducia al governo Prodi...”
“Tu sai che quella telefonata non rappresenta nessuna violazione della legge, vero?”
“Sì, però abbiamo un leader politico che propone di scambiare favori sessuali con voti di fiducia... mi sembra uno scandalo. Cioè, io insisterei su questo fatto che...”
“Eccone un altro che se ne va impettito con la sua bella freccetta in culo. Ti svelerò un segreto: alla gente di queste cose non potrebbe fregar di mano. Berlusconi telefona a un amico che lavora in Rai. Parlano di veline. Embè? Credi che la casalinga di Voghera si svegli alla mattina pensando Speriamo che anche oggi Berlusconi non faccia cadere il governo in cambio di una velina? Sveglia! La casalinga pensa alla borsa della spesa, all'inflazione! Ai rifiuti sul marciapiede! Alla criminalità, quella vera, quella piccola che fa paura! A questo pensa”.
“Sì, ma...”
“Niente ma. L'opposizione si fa sui fatti veri, quelli che interessano alla gente. Non sui gossip da quattro soldi. Prendete appunti”.

Quindici giorni fa:
“Rieccoci qui al nostro corso di Opposizione. Se ricordo bene avevate un compito per il fine settimana. Dovevate...”
“Cercare la freccetta giusta".
“Come al solito. Vediamo un po'. Tu, là in fondo. Cos'hai trovato”.
“Beh, io... C'è questa chiacchiera insistente, sui fondi dei quotidiani... che secondo me meriterebbe più attenzione”.
“Una chiacchiera? Non sarà quello a cui sto pensando, vero?”
“Cioè, si parla di intercettazioni... in cui al telefono si allude a... pratiche sessuali tra Berlusconi e qualche giovane ministra...”
“No”.
“Sì, lo so che in apparenza si direbbe mero gossip, ma riflettendoci bene...”
“Dopo un mese, ancora mi cascate in un tranello del genere”.
“...lasciamo stare il pettegolezzo: abbiamo almeno un paio di giovani di bell'aspetto che nessuno sa perché facciano le ministre. Non lo sanno nemmeno i loro colleghi di Partito. Gente che magari ha studiato sodo e si vede scavalcata per motivi... per motivi... io credo che ci sia lo spazio per un'indignazione bipartisan”.
“Pure questo mi tocca sentire. L'indignazione bipartisan”.
“Che se uno ci pensa bene, fa parte sia del discorso sul ricambio generazionale che di quello sullo svuotamento delle istituzioni repubblicane: c'è un signore che si è preso tutto, e nei posti di responsabilità ha piazzato dei... delle pompinare, reali o metaforiche. Credo che in un altro Paese i quotidiani insisterebbero sull'argomento tutti i giorni”.
“E perché non ci vai?”
“Prego?”
“Perché non ci vai, in un altro Paese civile dove non hanno altri problemi al di fuori dei pompini presidenziali? E così magari ci lasci liberi di discutere dei veri problemi... i rifiuti... il carovita... le tasse... certo, posso capire che alla tua altezza questi problemi non esistano...”
“Ma veramente...”
“Di sicuro non te ne preoccupi. Ti preoccupi perché Berlusconi ogni tanto se la spassa come una ministra. E anche la famosa casalinga, immagino. Lei non dev'essere spaventata dalla microcriminalità, dall'emergenza rifiuti, no, no. Lei è preoccupata perché la ministra delle Pari Opportunità stacca delle pompe al Presidente”.
“Mi sembra... mi sembra un affronto alle istituzioni...”
“Ma non capisci che è un tranello? Che ci vogliono far passare l'estate a parlare di pompini e affronti alle istituzioni, mentre loro si prendono il potere vero? Le aliquote. Le accise. Dobbiamo parlare di questo. Di cose reali, capisci? Di fatti? La vera opposizione si fa così”.

Ieri
“Buongiorno professore”.
“'Giorno”.
“Le abbiamo portato il lavoro di gruppo che ci aveva richiesto”.
“Ah, sì, bravi...”
“Professore, ma che faccia ha? Non sta bene?”
“Ma no, è che... ho fatto mattina con il gruppo di crisi del Governo Ombra... siamo un po' in difficoltà”.
“Per via dell'emergenza rifiuti, vero?”
“Già... La fine dell'emergenza rifiuti. Che colpo di genio”.
“Beh, professore, era prevedibile. Dopo un po' le emergenze finiscono. È a quello che servono, no?”
“Sì, ma sono stati bravi. Dei professionisti. Pare che faranno uno special su Italia1 dopo Lucignolo... la propaganda spalmata sulle tette. Fantastico...”
“Comunque noi, professore, avremmo pensato di passare al contrattacco...”
“Avercelo noi, un traino come Lucignolo”.
“Siamo partiti da un presupposto: nulla si crea e nulla si distrugge, quindi la monnezza è ancora lì. Non resta che farla notare a tutti”.
“...e invece a noi, che ci tocca? Chi l'ha Visto? Ma fateci il piacere...”
“E quindi pensavamo a un intervento massiccio da Napoli in giù! Distaccare tutti i pezzi grossi del partito, mandarli dove hanno riaperto le discariche che già scoppiano”.
“Certo, tra luglio e agosto mi sa che non vedono l'ora... invece delle Seychelles... un bel weekend a Chiaiano...”
“Mandarli nei comuni che continuano a dire di no agli inceneritori. Insistere sul fatto che l'emergenza non può essere finita, perché le cause strutturali non sono state risolte”.
“Sì, me li immagino i telespettatori... appena sentono "Cause strutturali", clic!”
“E che quindi, insomma, annunciare che è finita l'emergenza significa soltanto: per noi non è più un'emergenza, sono solo cazzi vostri...”
“Ci vorrebbe un diversivo, invece...”
“Che è poi il vero messaggio in codice di Bossi, quando ha mostrato il dito”.
“Che cosa?”
“Sì, ieri sera Bossi ha mostrato il dito medio. A un comizio. Le solite cose”.
“Questo sì che è interessante! E cos'ha detto?”
“Mah, un qui-pro-quo sull'Inno di Mameli... dice che non vuole più essere schiavo di Roma...”
“Volete dirmi che ha osato prendersi gioco dell'Inno?”
“Massì, professore, sono le solite cose da repertorio... le abbiamo studiate, no?”
“Ci sono! Questa è la freccetta giusta! Non troppo leggera, non troppo pesante, ben calibrata e acuminata il giusto! Giù le mani dall'Inno!”
“Ma professore...”
“E sarà una campagna bipartisan! Nessuno può prendersela con l'Inno! Chiederemo le dimissioni! Questa sì che è Opposizione!
“Ma veramente...”
“Cosa c'è adesso?”
“Sono le solite cose che Bossi dice e fa da vent'anni – è stato anche processato per vilipendio al tricolore”.
“Bravi! Rispolverate la storia, insistiamo sul concetto!”
“Sì, ma poi lo hanno eletto e lo hanno rifatto ministro. È evidente che per la casalinga di Voghera l'inno e il tricolore non sono una priorità”.
“La casalinga, sempre questa casalinga, come se fossimo qui per andare dietro alle casalinghe. Certo che voi non imparate mai”.
“...”
“Uno si sgola a spiegarvi i fondamentali, ma è tutto inutile”.
“...”
“Stiamo qui a far accademia, e intanto quegli altri agiscono. Son forti loro, hanno Lucignolo. Ce l'avessimo noi, Lucignolo. Ah, ma verrà il giorno...”
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Il partito dell'Uomo Chiunque

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ovunque chiunque
saprebbe potrebbe
non ditelo qui...

Si fa presto a criticare Veltroni, dicono. Cioè, dopo che ha sbagliato strategia, ha sbagliato tattiche, ha sbagliato i candidati, ha sbagliato gli apparentamenti, ha sbagliato in pratica tutto, cos'è, vuoi pure prendertela con lui? è persino banale. Ma tu, proprio tu che critichi Veltroni, ce l'avresti un'alternativa? Cioè, metti che Veltroni partisse domani, o stasera, un bel charter per l'Africa: non ti sentiresti improvvisamente orfano e solo? Tu, proprio tu che ti senti così figo a criticare: chi ci metteresti al posto suo? Trovalo tu un rimpiazzo, un segretario del PD. Coraggio, dai, trovalo.

Se proprio insistete.
È già da settimane che ci penso – che non si dica che critico senza offrire alternative. Ebbene, io un nome da proporre ce l'avrei. Non è nessuno di particolare, davvero. Probabilmente ci avete pensato anche voi dozzine di volte, senza neanche accorgervene. Magari non vi sembrava abbastanza capace, o carismatico, o colto – cazzate. Ve lo dico io chi è che può fare il lavoro di Veltroni meglio di Veltroni. Chiunque.

Proprio così. Il mio candidato alla segreteria del PD è Chiunque. Pensateci bene.
Chiunque potrebbe evitare gli errori che ha commesso Veltroni fin qui.
Chiunque ha la faccia giusta.
Chiunque ha l'aria meno losca di D'Alema. Chiunque ha l'aria meno fessa di Franceschini. Chiunque è pronto a dettare la linea.
Chiunque saprebbe cosa fare il giorno dopo che Berlusconi ha dato l'annuncio che a Napoli non c'è più l'emergenza rifiuti, vale a dire: prendere il primo volo per Napoli (in fretta, finché Alitalia funziona), farsi inquadrare davanti al primo mucchio di monnezza che trova, e rilasciare la seguente dichiarazione: “Ora che Berlusconi ha tolto l'emergenza, chissà, forse gli resta un po' di tempo per togliere anche i rifiuti”. Sorriso di circostanza e via, verso una nuova avventura. Dite che non sarebbe capace? Io dico che Chiunque sarebbe capace, perché Chiunque ha delle idee che a Veltroni e D'Alema non sono mai venute. Deriva forse dal fatto che mentre Veltroni e D'Alema si sfidavano a calciobalilla alle Frattocchie, Chiunque cercava di laurearsi in un'università normale – o forse già lavorava, insomma, Chiunque ha la preparazione giusta per fare il leader.

Più ci penso e più mi convinco che Chiunque è l'uomo giusto. Chiunque riuscirebbe a ricucire con Vendola e la Francescato, che non chiedono di meglio. Chiunque a questo punto romperebbe con Rutelli e la Binetti, che avendo portato lo zero virgola al Partito, forse è il caso che vadano a farsi valorizzare all'UDC. Che poi al massimo si farà la Coalizione – Chiunque sa che morirà democristiano, no? Date retta a me, non abbiate paura: il posto di Veltroni se lo può prendere Chiunque, già da domani.
Cos'è, avete paura del volto nuovo? Dopo tutti i discorsi sul padre da uccidere? Ma fatemi il piacere. Chiunque piacerà proprio per questo. Avete presente cosa successe ad Affari Tuoi, quando se ne andò Bonolis? Sembrava l'Apocalisse, nessuno voleva prendere il suo posto, così chiamarono Chiunque. E Chiunque alla fine fece ascolti anche migliori. Perché se il Format è buono, Chiunque ce la può fare. Basta dargli un po' fiducia.
Io gliela do. Se l'ho data a Veltroni, posso veramente darla a Chiunque.

(E se proprio Chiunque non vi va, al limite c'è Bersani).
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La voluttà d'esser fischiati

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A volte ritornano
(E ti invitano ai convegni)


Ma perché poi io dovrei sempre scriver cattiverie su Veltroni? A che pro?
Ieri stavo per scrivere quello che pensavo della sua nuova formidabile iniziativa (una petizione, ehi, Silvio se la starà facendo sotto al pensiero), ma per fortuna mi sono guardato allo specchio e ho visto quello che stavo diventando: un trentenne patetico che sfoga le sue frustrazioni sparando ai pesci nel barile e ai leader del PD. Basta. Non è così che intendo invecchiare. Veltroni avrà fatto i suoi errori, ma anche fatto cose molto buone. Per esempio.
Per esempio.
Ha liquidato i socialisti! Quella sì che è stata una cosa ottima!
Un partito inutile, una cricca autoreferenziale, gli orfani degli anni Ottanta che stiamo scontando – e non parlo soltanto delle tangenti che presero il volo di Hammamet, forse davvero una goccia nel mare – ma tutta quella politica economica che pretendeva di finanziare il benessere sul debito pubblico: si sono giocati il nostro futuro (il presente) e ne vanno ancora fieri? Fanno i convegni? Le scissioni e le riunioni? Da dieci anni non fanno che succhiar voti a tutti i partiti con cui si alleano, finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire di no! E se è stato Veltroni, viva Veltroni, sradicatore del più inutile cespuglio politico italiano!

“Ehi, hai sentito l'ultima?”
“Non mi seccare, sto scrivendo un pezzo filoveltroniano”.
“Tu? Filoveltroniano?”
“Sì, basta con questo livore per partito preso, che poi va a finire che torna D'Alema...”
“Beh, allora questa t'interessa. Hanno fischiato Veltroni”.
“Capirai. Girotondini?”
“No, socialisti”.
“Come socialisti. Non esistono più”.
Hanno fatto un convegno”.
“Sì, vabbè, allora io e te decidiamo di fondare il club degli amici di Eta Beta e facciamo un convegno, ma chissenefrega, scusa, hanno lo zero virgola zero...”
“Hanno fatto un convegno e hanno invitato Veltroni”.
“Ma lui non c'è andato, non è mica uno che casca in una trappola così...”
“C'è andato”.
“Al convegno dei socialisti? Quelli che ha spazzato via?”
“Proprio quelli. C'è aria di distensione”.
“Cioè, fammi capire, prima li riduci allo zero assoluto e poi li legittimi?”
“Magari il senso era quello. Però, pensa un po', mentre parlava l'hanno fischiato”.
“L'hanno fischiato”.
“Chi l'avrebbe detto, eh”.
“Tutti gli illustri trombati... i vedovi e gli orfani Craxi... se pensi che Veltroni ha regalato i loro seggi alla banda di Di Pietro...”
“Nooo, ma figurati se stanno a pensare alle poltrone, i socialisti, loro... loro hanno fischiato i contenuti”.
“E naturalmente la scena dei fischi adesso farà il giro di tv e giornali... no, che non venisse a qualcuno il dubbio che il segretario del PD sia un poco impopolare”.
“Ma se sei un leader carismatico una bella fischiata ogni tanto ti fa bene. Pensa a Berlinguer”.
“Berlinguer?”
“Sì, anche lui lo invitarono e lo fischiarono, è una specie di tradizione, sai quanto ci tengono, alle tradizioni, quelli che non hanno proprio nient'altro”.
“E a Berlinguer gli fecero bene, quei fischi?”
“Beh, in effetti dopo qualche settimana è morto”.
“Morto?!”
“Sì, però il suo partito andò ai massimi storici. Pensaci”.
“La mente vacilla”.
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Veltroni, troppo Veltroni

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abile quando deve lanciare sfide immaginifiche e un po' vacue ma piuttosto scarso come leader di contenuto e organizzativo, [dà] oggi l'impressione di un fresco divorziato un po' stordito dai daiquiri all'uscita di un bar per single. (Falsoidillio)

Un anno di W
  • Mentre oggi è un giorno come gli altri, domani è l'anniversario del Discorso Per L'Italia. Sì. Un anno fa, Veltroni si candidava alle primarie del Partito Democratico. È passato solo un anno, pensate. Prodi era al governo, Bertinotti presidente della Camera: ora sono pensionati e senza partito tutti e due. È bastato così poco.

  • Lo ripeto: questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no non esiste, veramente. Veltroni non sarà più il candidato premier del centrosinistra. Storicamente, chi perde un'elezione contro Berlusconi non ha seconde possibilità: i precedenti (Occhetto e Rutelli) parlano da soli. Lo stesso ruolo di Presidente del Consiglio Ombra ha già l'aria di un'onorevole buonuscita. Se nel frattempo Veltroni resta nominalmente segretario del PD, è giusto per dare il tempo alle famose non-correnti di organizzarsi. Il tempo però potrebbe essere lungo, perché a Roma non sanno cosa sia la fretta: sicuramente pensano già di contarsi alle Europee. Nel frattempo a me, povero elettore di sinistra, tocca di accendere la tv e vedere Veltroni che fa finta di essere il mio leader. Ma non va, dico sul serio, non va. Dopo una batosta del genere nemmeno Wiston Churchill sarebbe credibile. Così accendo il Pc e mi sfogo scrivendo un pezzo il cui senso è: Tiratelo Via il Prima Possibile: nel mio, nel vostro, nel suo interesse. O credete che io possa davvero dar retta a Franceschini?

  • È così: non mi sono ancora riavuto dell'intervista a Franceschini di qualche giorno fa, là dove spiegava che bisogna dar tempo al tempo, che Aznar non ha vinto le sue prime elezioni, né Cameron, né Zapatero, né la Merkel, insomma nessuno (a parte Berlusconi e Prodi, sì, dettagli). Ora il punto è: ci crede veramente, o sono solo chiacchiere per il parco buoi? Spero la seconda, ma è comunque avvilente. Voglio dire, fino a tre mesi fa mi stavano vendendo il Veltroni-Obama, in grado di sovvertire i pronostici, liberarci dal male, moltiplicare pani pesci e voti; e adesso mi devo pure comprare il Veltroni-Zapatero, che perde sempre ma trionferà domani? E cosa posso farci se là dove voi mi puntate Obama, Zapatero, la Merkel, io continuo a vedere sempre solo Veltroni, il povero Veltroni?

  • A proposito: per indulgere a certi paragoni bisognava avere veramente fede. Obama è un outsider, persino fisiognomicamente; Veltroni ha la faccia tipo del notabile DS non troppo sveglio. Obama due anni fa non lo conosceva nessuno, Veltroni nessuno si ricorda la prima volta che ne ha sentito parlare. Obama può risvegliare dal torpore ampie fasce della popolazione che a votare non ci vanno; Veltroni era convinto di dover puntare a una fascia di “indecisi” che alla prova dei fatti si è dimostrata irrilevante.

  • Ma soprattutto: Obama è un grande oratore; Veltroni no. Quante volte, quest'anno, vi siete rivisti il filmato del Discorso Per L'Italia? Sì, lo so, vi eravate totalmente dimenticati che il 27 giugno 2007 Veltroni avesse fatto un discorso per l'Italia. Ecco, il punto è questo: Berlusconi nel '94 registrò una vhs di mezz'ora, e da quel giorno “scendere in campo” ha avuto un significato in più. L'anno scorso Veltroni ha parlato a una platea plaudente per due ore filate, e dopo venti giorni nessuno se ne ricordava. A rivederlo oggi dà lo stesso effetto di certe lettere di vecchie fiamme: Come Ho Potuto Perder Tempo Con Uno Così?



Dall'archivio del 27/6/2007: Arriva W (pelato e spettinato)
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Di Pietro is a Virus

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Quindi Veltroni si è svegliato. Alleluja, ma è curioso.

Sonnecchiava quando provarono a introdurre il reato di clandestinità o di associazione a delinquere di famiglia Rom. Non si fece molto sentire ai tempi del blocco totale delle intercettazioni. E si sveglia proprio ora, per cosa? Per una legge che Berlusconi ha provato a ritagliarsi ad personam. Ecco, ora vale la pena di organizzare una grande manifestazione in autunno. Attenzione, però: Il Pd non si farà "trascinare nel passato" e cioè "al massimalismo e all'antiberlusconismo". Insomma, contro Berlusconi senza essere antiberlusconiani. Cosa vorrà dire?

Forse non vuol dire niente. Oppure.
Oppure forse Di Pietro ha vinto. Sì. Pensateci bene. Da Ex magistrato scalcagnato a leader assoluto del centrosinistra parlamentare, in soli due anni. Ve la ricordate una carriera altrettanto fulminea, dopo il '94? Certo, nominalmente Veltroni è ancora al suo posto. Ma è un'anatra zoppa, per usare una metafora cara ad americanisti kennediani o meno. Ha scommesso la sua residua credibilità su una carta (il “dialogo”) che è nelle mani dell'avversario politico. Ma di questo “dialogo” il centrodestra non ha poi tutto questo bisogno. È troppo occupato ad accaparrarsi il potere e a consolidare il consenso popolare che ha già. E dagli torto.

Il PD non resterà senza guida per sempre. Con la sua tradizionale lentezza e litigiosità, alla fine riuscirà a trovare un nuovo leader. Ci saranno altre gloriose primarie, altre entusiastiche incoronazioni. Ma ci vorranno mesi. Nel frattempo Veltroni zoppica, e la scena è vuota. La occuperà Di Pietro, in mancanza di comprimari all'altezza. E Di Pietro ha gli argomenti che ha. Con l'agenda dell'indignazione in mano sua, è chiaro che le leggi ad personam diventano una priorità rispetto ad altri argomenti.

A mesi di distanza non è ancora chiaro perché Veltroni decise di salvare, tra i tanti cespugli del Centrosinistra, proprio l'Italia dei Valori. Non dite, per favore, che si trattava di vincere le elezioni; se davvero avesse voluto vincerle avrebbe dovuto allearsi con tanta altra gente, anche più seria. Probabilmente Veltroni voleva fare esattamente quello che ha fatto, cioè approfittare di una legge elettorale mostruosa per estromettere dal parlamento i rivali interni alla sinistra: via i comunisti con le loro mitologie fuori dal tempo, via i noglobbal che sono solo folklore, via i verdi con le loro priorità ambientaliste, e va bene; e invece Di Pietro si poteva salvare – perché? Storicamente era stato un alleato assai meno affidabile; politicamente si prestava a fare il portabandiera proprio di quel vessillo giustizialista e antiberlusconiano a cui Veltroni voleva rinunciare – e allora perché? Forse perché Beppe Grillo faceva paura. Ma a quel punto era quasi logico che le cose finissero così. Così come?

Così come ci siamo ridotti: con un grande insipido PD, che sta in Parlamento senza saper bene cosa fare (dialogare con Berlusconi no, fischiarlo per cinque anni neppure, e allora cosa), che non rappresenta bene nessuno, in mezzo a cui lo sparuto drappello del miracolato Di Pietro rappresenta l'unica spezia. Se non ci fosse lui, il PD saprebbe ancor meno di quello che sa. Davvero, Di Pietro è l'unico sapore che riusciamo a sentire oggi noi poveracci che ci ostiniamo a masticare PD. Non è un gusto particolarmente piacevole, ma non c'è altro. O se preferite un'altra metafora: il PD è un vascello sterile il cui equipaggio ha avuto la sventurata idea di caricare a bordo una persona infetta col virus dell'antiberlusconismo. Ora, in mancanza di vaccini ideologici, che nessuno si fa più, l'antiB sarà libero di dilagare. Quando arriverà a destinazione, il PD rovescerà sul molo un'orda di antiberlusconiani affamati.

Questo spiega, se vi pare, perché il PD, che non ha quasi battuto ciglio mentre si partorivano mostri come il reato d'immigrazione clandestina o di divulgazione d'intercettazione, ha improvvisamente battuto il colpo di fronte allo spettro della legge ad personam. Sì, è fastidioso pensare che le vicissitudini giudiziarie di Berlusconi siano ancora l'unica cosa che ci unisce, dopo tanti anni. In realtà ce n'erano altre (l'ambiente, i migranti, la sicurezza sul lavoro, i salari)... però i partiti che le rappresentavano sono stati estromessi. È rimasto Di Pietro, e Di Pietro è un giustizialista. Peraltro non ha mai cercato di essere qualcos'altro, lui. Un'altra cosa che alla lunga rischia di renderlo simpatico.
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tramare nell'Ombra

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Salve, sono Walter Veltroni, il vostro Presidente del Consiglio Ombra.
Forse mi conoscete già per La scoperta dell'Alba e Acqua calda, che sorpresa!
Oggi vi parlo del Consiglio d'Amministrazione Rai, che tra qualche mese dovrebbe dimettersi ed essere rimpiazzato secondo i criteri previsti dalla Legge Gasparri.
Questa legge al Governo Ombra non piace, perché è illiberale. Anzi, è proprio una legge truffa, diciamolo. Quando Gasparri la propose, noi ci opponemmo con tutte le forze, perché eravamo all'opposizione.

Qualche anno dopo siamo andati al governo, con un programma che prevedeva la modifica della legge Gasparri. Però non l'abbiamo modificata.
C'erano altre priorità, e comunque il nostro ministro, Gentiloni, ci stava lavorando... finché a febbraio è cascato il governo.

Coincidenza, è caduto proprio quando ho fatto sapere che il PD correva da solo. Così la legge Gasparri è rimasta al suo posto, già.

In seguito ho perso le elezioni - provatele a vincere voi, con la concentrazione mediatica che c'è in Italia - e sono diventato Presidente Ombra, come sapete.

Ora sto chiedendo alla nuova maggioranza, per cortesia, di non nominare il CDA Rai secondo la legge illiberale che in due anni non abbiamo modificato. E se glielo chiedo cortesemente, chissà, magari ci stanno. Insomma, ce provo.

Però la linea è disturbata... ci sono come delle risate in sottofondo... Hallo? Hallo?
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Un lampione non fa il Sudafrica

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Città buia

Di Roma veramente non dovrei scrivere, perché è una città molto grande e complicata che non conosco. È solo che alla fine di tante chiacchiere mi è rimasta una curiosità, che forse un raro lettore romano potrà esaudire: ce l'hanno poi messo, quel lampione in zona Tor di Quinto di cui tanto si parlava l'anno scorso?
Oggi forse qualcuno se n'è scordato, ma il dibattito sul lampione – illuminante, è il caso di dirlo, col senno del poi – fu talmente sentito da lambire i commenti di questo blog, che veramente con Roma c'entra nulla o poco. La mia imminente svolta a destra(*) probabilmente è iniziata in quel momento, cioè da quando osai proporre anch'io “qualche notte bianca in meno e qualche lampione in più”... e subito ci fu chi m'accusò di voler importare dentro il Grande Raccordo il modello sudafricano: telecamere, torrette, filo spinato... lo vedete che alla fine è l'estremismo che ci frega? Intendo l'estremismo degli argomenti: perché se ci pensate a mente fredda dovrete convenire che un lampione non fa il Sudafrica: non costa neanche molto e tiene un po' più lontano la paura, e magari anche chi sulla paura ci specula su.

Certo, quelli non sono mica dilettanti: è da vent'anni che ammucchiano testate ed emittenze, vent'anni che insistono sul problema; un lampione in più di sicuro non li avrebbe messo in difficoltà, non avrebbe salvato Roma da Alemanno e i suoi manipoli. Però almeno ci avrebbe lasciato la coscienza pulita, la sensazione di aver fatto tutto quello che onestamente si poteva per evitare la psicosi del buio montata ad arte sui media. Oltre al fatto, non secondario, che lo stesso lampione potrebbe salvare una vita. Sto parlando del lampione che l'anno scorso non illuminava il sentiero di casa di Giovanna Reggiani, aggredita e uccisa a pochi km. dal Campidoglio. Per l'occasione il sindaco Veltroni promise e minacciò; siccome l'aggressore veniva dalla Romania andò a parlarne col presidente rumeno personalmente, ma quel lampione poi lo piantò? Chiedo, perché onestamente non lo so. Qualcuno lo sa?

E nel caso il lampione non ci fosse ancora, mi avvertite quando lo pianterà Alemanno? Giusto per verificare un pregiudizio mio sulla destra tutta ordine-e-sicurezza: secondo me è un bluff. O meglio: Alemanni e compagnia sono talmente dipendenti da questo problema, che se lo risolvessero non sarebbero più in grado di trovare un motivo per farsi votare. Voglio dire che se per assurdo i soldi di tutte le Notti Bianche e delle Feste Del Cinema da qui all'eternità fossero dirottate sui lampioni e sulle ronde di quartiere, e sui voli charter per rimpatriare qualsiasi straniero dall'aria vagamente delinquenziale; se insomma Roma diventasse improvvisamente una capitale moderna, pulita, ordinata, una specie di enorme Treviri... a quel punto chi se la filerebbe più, la destra torva di Fini e Alemanno? Certi problemi è meglio cavalcarli che risolverli. D'altro canto, anche quel giorno i canali in chiaro e scuro non smetterebbero di pompare l'allarme criminalità (in fondo hanno continuato a farlo per vent'anni, man mano che i delitti diminuivano). Per cui, insomma, sì, da qui in poi il Sudafrica è davvero più vicino. Ma è in strada da anni: e sono ingiusto io, a pensare che un povero lampione avrebbe potuto ritardarlo.

(*) ...tengo famiglia.
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Va bene anche di plastica, il vassoio

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In seguito non mancherà il tempo per l'analisi serena e spassionata, e perché no, per l'autocritica: perché qualcosa di male l'avrò fatto pure io, non ne dubito, e in seguito avrò il tempo per chiedervene scusa, affezionati lettori.
E ci sarà anche il tempo per riconoscere che in mezzo a tanti torti c'era pure qualche ragione. Tempo al tempo, ce ne sarà per qualsiasi cosa. Ma stanotte no. Stanotte voglio solo la testa di Francesco Rutelli su un vassoio d'argento.

In realtà scherzo, come sempre. Mi basterebbe non vederlo più in circolazione: in un'altra nazione perdere le elezioni come le ha perse lui, cascando a piedi pari nel più banale tranello sulla sicurezza, equivarrebbe alla morte politica. Mi fanno sapere, invece, che Rutelli ha comunque un seggio pronto in Senato, capolista in Umbria. Che gli elettori umbri fossero consapevoli o no di votare per lui, mentre mettevano la croce sulla scheda, non ha naturalmente la minima importanza: né avevano importanza le rilevazioni che qualche mese prima delle primarie lo davano all'1% di popolarità tra gli elettori del neonato PD. Ripeto, l'1% del suo bacino elettorale. Un dato tra tanti che avrebbe dovuto far riflettere, ma non c'era tempo. Al loft erano troppo occupati a ventilare riforme costituzionali alla cacchio, ispirarsi al superbowl, svenarsi per acquistare quattro radicali che una volta eletti stanno già meditando di rimettersi sul mercato.

In questi giorni riapre il Parlamento, e per la prima volta non mi rappresenta. Non solo manca la Sinistra, che qualcosa di me avrebbe potuto rappresentarlo; ma il PD che ne ha preso il posto è composto da personaggi politicamente finiti come Francesco Rutelli. O come Massimo D'Alema, che comincia a mandare i suoi in ricognizione tra le le macerie del loft. E allora mi tocca scriverlo una volta in più, su questo sito di nessuna importanza: a un certo livello di professionalità, imprenditoriale o politica, non possono esistere seconde possibilità. Rutelli ha perso (male)? Rutelli fuori. Veltroni ha perso? Veltroni fuori. Bettini ha perso? Bettini chi? Il mio grado di attaccamento a questo catastrofico Partito Democratico, da qui in poi, sarà direttamente proporzionale al numero di teste che cadranno, pagando per i loro innumerevoli errori. Il fatto che Rutelli & co. abbiano ancora cinque anni di indennità parlamentare garantita deve scivolare nell'oblio: vadano pure a Palazzo Madama o a Montecitorio, votino e intaschino i gettoni secondo coscienza, ma non si facciano più vedere davanti a una telecamera; ne va della nostra residua capacità di immaginarci un'Italia migliore.
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Maometto gli fa barba e baffi

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forse Dio è malato

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Te e i tuoi sfondi verde vomito

1. Mi dispiace, seriamente.
Vabbè, me l’aspettavo, ma la sconfitta di Veltroni mi addolora ugualmente. È vero, non condividevo la sua strategia. È vero, un signore che a settembre, con un gap del 22%, decide di andare da solo e giocarsi cinque anni della mia vita e del mio potere d’acquisto perché… “yes we can”, più che un leader è un cavaliere dell’apocalisse. Eppure sarei stato felicissimo di ricredermi: se ce l’avesse fatta sarei stato tutto suo, corpo e anima. Avrei cancellato tutti i pezzi livorosi nei suoi confronti (senza contare tutti quelli che mi sono proibito di scrivere) e li avrei sostituiti con citazioni ossequiose da “Forse Dio è malato” e “La scoperta dell’alba”. Quando ci promise gli anni ’60 ero anche pronto a farmi la frangetta e la Vespa 50. Ma ha perso, e ha perso male. Coi tuoi sfondi verde vomito, ma nasconditi.
“Siamo a meno sei”, dicevi un mese fa. Oggi è a meno nove. Dovevi conquistare gli indecisi? Li hai persi. Col tuo nobile gesto hai ucciso la sinistra arcobaleno, che avrà pur avuto tanti difetti, ma non meritava una fine del genere. O la meritava? E io la meritavo? Io, non Bertinotti, io, dovrò vivere altri cinque anni pagando con le mie tasse gli sgravi fiscali dei padroncini incapaci. Io finanzierò il Ponte sullo Stretto, e vedrete che se c’è un modo di farmi salvare Alitalia, magari espiantandomi il midollo, me lo espianteranno (naturalmente Ahmad sarà mio compagno di cordata). Tremonti metterà i dazi, l’Unione Europea ci multerà, e sapete chi pagherà la multa? Io.
Il minimo che possa chiedere, in questo momento, è la testa di Veltroni. Dite che non è colpa sua? Luca Sofri dà ancora la colpa a Prodi. E perché non a Occhetto? Guardiamo in faccia alla realtà. Il partito di Veltroni doveva “affascinare” gli italiani: non è successo. Dietro al gran nome, dietro alla simpatia paracula delle claques romane, dietro ai paraventi di Repubblica sempre più serrati intorno a una realtà parallela, c’era l’evidenza di un leader un po’ bollito, rassicurante ma privo di appeal, che ai giardini l’anno scorso mi fece una così triste impressione – ed era in territorio amico. Durante la campagna elettorale ho atteso vanamente il colpo da Grande Comunicatore, il coniglio nel cappello – niente. Credo che l’Africa non debba attendere ulteriormente. Il suo posto può prenderselo chiunque, meglio se gradito a nord: col senno del poi, Bersani fece proprio male a ritirare la sua candidatura alle primarie.

2. Quello che è successo a sinistra ha le dimensioni di un suicidio rituale di massa. La stessa scelta di nonno Fausto come leader gridava: “Non votate per noi, siamo vecchi stanchi e forse nocivi”. È la storia più triste che io conosca: un gruppo di politici (non tutti bravi, anzi in gran parte scarsi, ma non è quello il problema) decide di sacrificare le proprie forti idealità per assicurare un governo stabile all’Italia. Non solo non riescono ad assicurarlo, ma perdono sia il loro elettorato che l’alleanza in nome della quale si erano sacrificati. E adesso? Il passo più logico è all'indietro: le europee dell’anno prossimo sono proporzionali senza sbarramento, verdi e comunisti andranno tutti alla spicciolata alla ricerca di un euro-seggio che li tenga fuori dai guai e dalle monnezze d’Italia. Non li biasimo. Piuttosto mi chiedo cosa farò, in un’Italia senza sinistra parlamentare. Se aggiungo il quadro la crescita dei movimenti parafascisti nelle scuole, me la vedo proprio male.
Poi penso che poteva andarmi peggio, in fondo sono etero. Amici gay, l’estate scorsa litigavate con me perché i DiCo proposti dalla Bindi non erano veri matrimoni, vi ricordate? Sembra già trascorsa una vita.

3. Se i gay piangono, i Vescovi non hanno molto da ridere. A loro modo, volevano dare una dimostrazione a Berlusconi: guarda che senza di noi non vai lontano. Sbagliato. Il governo Bossi-Berlusconi sarà uno dei governi più laici della storia della Repubblica, senza Binetti e con un sacco di allegri puttanieri. Memorandum per Casini: la prossima volta che il signore che già ti regalò cinque anni di presidenza della Camera ti telefona per invitarti nel suo nuovo partito, tu digli di sì, anche se sei spossato da un viaggio in eurostar e tutti gli amichetti ti strattonano per andare a giocare nel loro nuovo partitino bianco. E lascia perdere anche i tuoi amici vescovi. Quelli brontolano un po', ma alla fine ti assolvono sempre, dovresti saperlo.

4. Come volevasi dimostrare, il partito di Giuliano Ferrara non esiste. Purtroppo dovrò pagarlo ugualmente (nelle nazioni civili, ad es. in Francia, chi non supera una soglia percentuale non accede ai rimborsi elettorali: in Italia invece bastano due firmette di senatori e ti candidi a spese mie; chissà quanti poi gonfiano le spese e ci lucrano su). E tuttavia voglio sperare che il suo flop sia abbastanza rumoroso da chiudere per un pezzo qualsiasi speculazione su legge 194 e derivati. È l’unica vera buona notizia di stasera, direi. Però attenzione, perché da dopodomani lui ripartirà a scrivere sul suo giornaletto quanto è stato bravo, e sarà in tv tutte le sere a dire che ha perso però è stato tanto bravo, e insisterà finché gli daremo retta, e ci rimetteremo anche noi a parlare di questa archiviatissima legge 194. Perché? Perché siamo dei polli (infatti continuiamo a dar retta agli exit poll).

5. Anche Boselli non esiste – ma questo si sapeva già. Persino i numeri non sono una novità. La notizia è che, dopo 15 anni, se ne sia reso conto anche lui. Chissà come ci si sente. Come Bruce Willis in quel film quando si rende conto di essere morto, un’ora e mezza dopo che lo hanno capito gli spettatori.

6. Il successo della Lega merita un pezzo a parte – stasera mi fermo a questo: tutti avevano in mente una campagna iper-moderna, all’americana, Obama-style: e invece ha vinto il partito più vecchio dell’arco costituzionale: direttamente dai ruspanti anni ‘80, coi suoi leader cresciuti alla Scuola Radio Elettra (altro che Frattocchie) assolutamente non fotogenici, così impacciati e involuti che un ictus al cervello non li peggiora. Pensavamo che l’Italia fosse “Yes we can” e invece ha vinto “tiriamo fuori i fucili, grunt”. Però questa è l’Italia in cui vivo io. Non la amo, questo no, ma la riconosco. Quell’altra invece non riuscivo proprio a metterla a fuoco. E mi dispiace, credetemi.
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Un voto non dannoso

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Ok, dichiarazione di voto.

Salvo ripensamenti dell'ultima ora dovuti ad accadimenti improbabili (ad es. Berlusconi che promette di triplicare lo stipendio degli insegnanti o Veltroni che mostra le chiappe in pubblico, ecc.) la redazione di Leonardo voterà PD alla Camera e Sinistra L'Arcobaleno al Senato, e invita i lettori elettori dell'Emilia Romagna a fare altrettanto.

Un voto del genere ha poco a che vedere con la qualità degli argomenti espressi da questi due partiti in campagna elettorale; in particolare la mia antipatia per il candidato presidente dell'Arcobaleno rimane piuttosto forte. Direi che la decisione finale è stata presa consultando questo pezzo di NoiseFromAmerika sul voto utile, e ponendomi la domanda: quale tipo di voto può portare più danni al Popolo della Libertà? Ebbene sì: a 14 anni dal 1994 io continuo a considerare la sconfitta di Berlusconi come un valore in sé (esattamente come diceva due anni fa quel candidato antipatico di cui sopra).

Forse B. non sarà l'unico responsabile dell'imbarbarimento della classe politica, imprenditoriale, e ahimè, lavoratrice, ma sicuramente ne è la migliore incarnazione. Farlo fuori una volta per tutte, elettoralmente, non è certo la soluzione finale, ma sarebbe un buon inizio. Purtroppo non ci credo più come due anni fa: l'uomo ha dimostrato di essere molto più vitale dei suoi avversari. Certo, è più facile mostrare vitalità quando si fa appello agli istinti più bassi del proprio corpo elettorale: l'avidità, il successo individuale, ecc. Ho sempre fatto fatica a non confondere la lotta degli italiani contro Berlusconi in una lotta tra il Bene e il Male, in un mondo dove il primo fa buchi da tutte le parti e non ci sono trucchi, anellini o spade laser che tengano. Mi dispiace per chi si aspettava un'analisi più sofisticata, io davvero arrivo solo fin qui.

Come forze del Bene forse mi trovavo più a mio agio nell'armata Brancaleone di Prodi che nel Pd di Veltroni, per una questione di gusti che è inutile disputare. Io non sono tra quelli che credono in un accordo pre-elettorale tra Berlusconi e V: forse entrambi lo hanno previsto come Piano B, ma a nessuno dei due conviene veramente. Quel che temo sia successo è che Veltroni, consapevole di non avere chances, abbia chiesto e ottenuto di perdere bene, in modo da far fuori gli altri partiti di sinistra. Questi ultimi non sono certo immuni da colpe, ma nei due anni del governo Prodi si sono dimostrati un partner di governo più affidabile del previsto. Non meritavano di essere emarginati in questo modo. Ma è una polemica vecchia: Veltroni ha tratto il dado. Vediamo come andrà.

Se andasse bene, se cioè Veltroni riuscisse a vincere o anche solo a pareggiare, è possibile che io cancelli alcuni pezzi degli ultimi mesi e mi vanti persino di aver capito prima degli altri che era in grado di farcela, grandissimo Valter, come Paolo Rossi nell'82, o Dossena nell'83, o gli Abbagnale nell'84, eccetera eccetera. Non vogliatemene, tengo famiglia, e poi chi siete voi per giudicare, ah?
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sconvorto

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Shyness can stop you

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Il fattore timido

Io ho la sensazione che lo staff statistico di Repubblica stia un po' mescolando le carte per il gusto di darci qualche speranza - nobile intento, non v'è sensazione più dolce della primaverile speranza che ti fa aprire le timide foglioline ai primi tepori di febbraio, salvo che poi se aprile arriva la gelata si soffre anche più di quanto previsto.

Oggi per esempio il pur degnissimo Ilvo Diamanti scrive che il vantaggio di Berlusconi su Veltroni sarebbe più o meno lo stesso (6%) che staccava Prodi da Berlusconi stesso due anni fa: e si è visto poi nelle urne che questo distacco era solo teorico. Quindi insomma, chi lo sa, forse Veltroni ce la potrebbe fare...

...il problema è che il distacco di due anni fa era un effetto ottico, dovuto alla versione italiana di quello che gli inglesi chiamano shy tory factor, ossia la timidezza innata dell'elettore tory, che non osa ammettere il suo voto se interpellato dal sondaggista.

Questo fattore esiste anche in altre nazioni, e di solito influisce sulla rilevazione del voto a destra. Quello che accadde due anni fa è che alle urne andarono molti elettori di Berlusconi che i sondaggi erano stati incapaci di rilevare, perché il loro campione statistico si vergognava ad ammetterlo (e giustamente, aggiungo io). Quanti? più o meno quel 5% che mancava all'appello. Il problema è che questo shy factor di solito funziona solo a destra: applicarlo anche all'elettorato di Veltroni mi sembra una forzatura. Quindi al massimo è Berlusconi che potrebbe salire da +6% a +11%, e non l'avversario. Ci si aspetta poi che i sondaggisti italiani comincino a calcolarselo da soli, lo shy Berlusconian factor, visto che anche per questo motivo non azzeccano una previsione da 10 anni. Ma tanto i giornali li pagano ugualmente.

Dopo questa doccia fredda, per la quale so che mi sarete grati, ho una notizia buona. Oddio, buona: curiosa. Sul blog di un gruppo di cervelli italiani fuggiti in America ho trovato (via Psycho) una proiezione interessante. Come sarebbe composto il Senato se più o meno tutti gli italiani mantenessero lo stesso voto che hanno dato nel 2006? E' una proiezione che m'interessa parecchio, dal momento che resto convinto che in Italia il bacino degli indecisi sia in realtà poca cosa (nel senso che dopo infinite discussioni con sé stessi gli indecisi italiani vanno a votare e votano più o meno per lo stesso partito per cui avevano votato nelle elezioni precedenti - come faccio io, ad esempio).

Ebbene, se le cose andassero così (se tutti gli elettori di Forza Italia e AN nel 2006 votassero PdL; se quasi tutti gli elettori DS e Margherita votassero PD, ecc. ecc.) pare che al Senato Berlusconi non riuscirebbe ad avere la maggioranza, nonostante il suo schieramento abbia perso meno pezzi di quello di Veltroni - anzi, proprio per questo motivo. E' uno dei perversi risultati del porcellum, per cui la separazione tra PD e Sinistra consente a Veltroni di usufruire del premio di maggioranza nelle regioni cosiddette rosse, Emilia Romagna e Toscana, e a portare a casa un sacco di seggi in più proprio perché vale meno voti. Il discorso in realtà è un po' più complesso, ma nel blog in questione è spiegato veramente molto bene, per cui vi ci rimando. Questo cosa significa? Beh, per prima cosa conferma un dato ben noto allo stesso Calderoli: quella legge elettorale è una porcata.

E per seconda cosa, significa che Veltroni, se ha strappato con la Sinistra per questo motivo, è un vero genio del male, a cui andrebbe tutta la mia stima, e sarei pronto a rimangiarmi tranquillamente tutto quello che ho scritto di cattivo su di lui fin qui. Forse non vincerà le elezioni, ma se riesce a pareggiarle in questa situazione sarà stato davvero bravo.
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Walter è OK, noi siamo OK, Alleluja!

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Ex voti?

Oggi ho scoperto che le verità dipendono anche da chi le afferma. L'ho scoperto leggendo la seguente affermazione di un politico italiano:
"Il trasferimento in Italia di un modello statunitense si fonda più sull'indicazione del nuovo come speranza che sulla politica come soluzione dei problemi"
Beh, che dire - sacrosanto. Il problema è che il politico in questione è Ciriaco De Mita, che in 45 anni di onorato servizio in Parlamento tutti questi problemi non è che li abbia proprio risolti, eh.

La lettura dell'episodio in chiave "nuove speranze vs vecchie cariatidi" potete farvela su qualche altro blog, o al limite da soli. Io ne propongo un'altra, giusto per variare un po': la deriva protestante del PD.

Cosa significa protestante? Banalmente, significa che al concetto cattolico di "perdono dei peccati", che rende gli italiani quei lagnosi peccatori sempre pronti a pentirsi, sostituisce il concetto protestante di "grazia". Per Lutero l'uomo non si salva in virtù delle opere buone che può commettere (e che comunque sono una goccia nell'oceano della malvagità universale), ma solo perché Dio gli dona la Fede. Se hai la Fede, sei salvo. Incollo da un vecchio pezzo mio:
Quando andai in Scozia, mi capitò di andare a un paio di liturgie della locale chiesa protestante. Solo un paio di volte, per cui sarò costretto a generalizzare.
In quella situazione caso quel che mi ha stupito di più sono le parole degli Inni. In quella chiesa non facevano che cantare: Dio è grande, Dio è con me, ho trovato la via, wow. Una cosa entusiasmante, sul serio. E il sermone del pastore era sullo stesso tono.
Ora, non so se avete presente le canzoni che si cantano in una qualunque chiesa cattolica la domenica, ma vi garantisco che all'80% sono variazioni sul tema: Dio mio, che razza di povero piccolo peccatore che sono. Quando poi il prete attacca l'omelia, non fa che ribadire il concetto: ragazzi, quanti stupidi peccati avete fatto questa settimana? Perché non date più retta a quel che dice Gesù, eh, non avete sentito il Vangelo?
Una liturgia piuttosto demoralizzante, specie se ripetuta per tutte le domeniche di una vita. Ma i cattolici sono fatti così: hanno bisogno di sentirsi nel Peccato, è parte della loro quotidianità. Quello che li spinge a migliorarsi, e nei casi peggiori a tormentarsi, è l'idea di doversi liberare dal Peccato.
Come i cattolici vivono nel Peccato, i Protestanti vivono nella Grazia. Loro, se vanno in chiesa la domenica, è per sentirsi parlare della Grazia. Quanto al Peccato, non è più così difficile da individuare. È Peccato tutto quello a cui hanno rinunciato da quando vivono nella Grazia. Può essere il sesso, la droga, l'alcol, o qualsiasi altro impedimento che è stato superato, è stato vinto.
La mia ipotesi è che il PD - anche a causa dell'americanofilìa del suo segretario - stia scivolando in una deriva protestante, oltremodo favorita dalla marcia trionfale di Barack Obama, il personaggio più messianico in circolazione (via Gilioli). Tutto ciò che dice Veltroni mi sembra che suoni semplicemente: "Io sono ok, voi siete ok, se abbiamo fede ce la possiamo fare!"

Sì, ma perché "deriva"? Che problema c'è ad essere protestanti? Beh, se dovete farvi eleggere in una nazione di cultura cattolica, qualche problema c'è. Per questo lo scetticismo di De Mita nei confronti del nuovo corso non è liquidabile tanto alla leggera. De M. rappresenta un tipo di elettore insofferente alle promesse a lungo termine, più incline al do ut des immediato, verificabile entro i confini della propria circoscrizione elettorale: il fedele cattolico che a Dio non si permette di chiedere niente, ma è continuamente affaccendato a mercanteggiare davanti all'altare del Santo del Paese: se mi fai questo favore t'accendo la candela, se mi fai questa grazia ti faccio un regalino... Molto prima di andare al voto, l'Italia era la terra degli ex voto. Una riforma nel senso protestante del termine potrebbe essere un po' prematura.

Non che non ci abbiano già provato. Forse che Berlusconi non si presentava già come Uomo della Provvidenza? Forse che non ostentava i segni del suo successo, da bravo calvinista? Sì, giusto. Però Berlusconi temperava questo americanismo alla Mike Bongiorno con sane dosi di pragmatismo cattolico. Per esempio, l'enfasi sulle opere. Sapete che i cattolici, a differenza dei protestanti, credono nell'importanza delle Opere. Pur essendo gocce nel famoso oceano di malvagità, esse sono l'unica espressione della nostra fede. Questo punto di vista è bene illustrato dalla breve Lettera di San Giacomo (2,14-18):

A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: "Andate in pace, scaldatevi e saziatevi", ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: "Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede".

Berlusconi ha capito abbastanza presto che gli italiani, più che alla Fede, guardano alle Opere, o meglio: a chi gli chiede di avere Fede, rispondono "mostraci le Opere". Così l'enfasi sul Nuovo Miracolo Italiano si è sempre accompagnata a proposte concretissime: "un milione di posti di lavoro!" "Abolirò l'ICI!", ecc.. Che poi queste promesse non fossero sempre esaudibili, ha un'importanza relativa: diciamo che gli italiani non si lasciano convincere dalle visioni a lungo termine, ma amano essere coglionati con proposte il più possibile concrete. Spero che al PD ne tengano conto, mentre rifiniscono il programma.
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Ars longa, Valter longior

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La vita è troppo breve
(per guardare il Superbowl)

La mia impressione è che con gli anni il tempo diventi una cosa sempre più rigida e lineare. Da giovani era più elastico, poteva ammorbidirsi o irrigidirsi a piacimento. Con pochissime cose potevi riempire mesi interi, e poi in qualche giorno disfare la tua vita due o tre volte. A un certo punto questo non accade più. Ti sorprendi sempre più intento a calcoli algebrici: in un giorno ci stanno 24 ore e non di più, se faccio il sugo non posso andare in palestra, se vado a Bologna non posso essere a Carpi, se scrivo un pezzo su internet non posso leggere un libro; se lavoro a una tesi tutta la notte la mattina racconterò sciocchezze ai ragazzini; e la vita va avanti e ogni giorno escono interessanti libri che non leggerò mai, e album interessanti di musicisti nuovi che lascerò in qualche cartella a marcire, e mi capita sempre più spesso di riportare in videoteca dei film senza averli neanche guardati, e spesso erano grandi film che volevo vedere ancora una volta, magari un'ultima volta, perché l'arte è lunga, dio mio se è lunga, e la vita così breve. Capita anche a voi? Ma sì, capita un po' a tutti. Tranne a Veltroni.

Veltroni, lo sapete, è uno dei più indaffarati uomini politici italiani: sindaco della capitale e segretario del PD. Inoltre da mesi sta andando in giro per un ciclo di conferenze sulla “bella politica” (qui il resoconto della non esaltante data a Modena). L'altro giorno per esempio era a Firenze e ha rilasciato a Concita De Gregorio questa intervista, che getta uno scorcio interessante sulla vita quotidiana del politico più impegnato d'Italia. Il lettore maturo che riesca a ritagliare cinque minuti della sua giornata per leggerla apprende, con invidia crescente, che Veltroni...

1) ...ha finalmente messo le mani su un vecchio libro che cercava da un sacco di tempo, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura di Francesco Orlando. Se ne deduce che lo ha già letto e che nei prossimi giorni lo rileggerà. Anzi ha già iniziato a spulciarlo davanti all'incredula De Gregorio. (“Legge in francese? Guardi questa poesia”). Una poesia, capite? Quand'è l'ultima volta che vi siete messi spontaneamente a leggere poesie? Un romanzo in fin dei conti si può portare al gabinetto, ma una poesia? Non è qualcosa che necessita un sacco di tempo vuoto? E dove lo trova tutto questo tempo il sindaco?

2) Ieri sera, alla vigila della convocazione da Marini, ha rivisto Full metal Jacket (“Capolavoro assoluto”). L'informazione è talmente gratuita che uno si mette a sospettare un messaggio in codice: Veltroni ha detto no a Marini perché non vuole finire come Palla di Lardo? La tattica di Berlusconi è la stessa della ragazza-cecchino? Ma non c'è niente da capire: Veltroni l'ha visto semplicemente perché aveva la voglia di vederlo, ed evidentemente anche il tempo. E beato lui.

3) Ma non si vive solo di classici, Veltroni è anche immerso nella contemporaneità, infatti aggiunge subito che ha già visto pure Caos calmo, in anteprima. E fanno già cinque ore di proiezione in una settimana. Non male, per un sindaco + segretario nazionale

4) La ciliegina però è il Superbowl. A un certo punto Veltroni esclama: “E ieri notte ha visto il Superbowl?”. Darei qualcosa per vedere il volto dell'intervistatrice in quel momento. Vi potete immaginare qualcosa di meno interessante per una giornalista italiana della finale notturna di uno insulso sport americano che da noi non si fila nessuno? Direi che più in basso di così in classifica ci sono soltanto le pornotelefoniste e qualche bel monoscopio di una volta. Lei comunque è molto carina e riesce a rispondere: “Visto no, letto le cronache”. Al che lui:"Ah, appassionante. Un touchdown negli ultimi 39 secondi, hanno vinto i Giants di New York contro i Patriots che dire favoriti era poco: imbattuti, avevano vinto 18 partite di fila”. Acciderbola, un touchdown negli ultimi 39 secondi, queste sì che son notizie, Valter, ma a proposito: chi se ne frega? E tu saresti il gran comunicatore? In trenta righe ci comunichi che il sindaco di Roma passa il tempo a fare conferenze, guardarsi film vecchi e nuovi, e addirittura ha due ore notturne a disposizione per uno spettacolo da 'mmeregano deficiente come il Superbowl? Che per carità, ognuno ha le sue debolezze, ma sono debolezze, appunto. Nessuno ti chiede cosa guardi in casa tua, nelle ore piccole, ma preferiamo tutti pensarti mentre rifletti sul destino del Centrosinistra e studi delle analisi serie e circostanziate sulla situazione italiana, o al limite sfogli il piano regolatore. Che gusto ci provi nel distruggere anche le nostre fantasie? Solo per il gusto della metafora politica? Il PD come i Giants? Sul serio?
Se ti serviva una metafora, non potevi tirarla fuori da uno sport che noi italiani possiamo vedere in chiaro? Prendi il rugby, sabato c'era Italia-Eire, l'hai vista? Io con un occhio, ché l'altro lavorava. L'Italia partiva sfavorita, e all'inizio le ha pure prese, eppure ci ha creduto fino alla fine, non ha mollato mai, ha combattuto su ogni palla, su ogni metro, e sai una cosa? Alla fine ha perso! Ha perso! Ti ricorda qualcosa?
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giocando all'Italia

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Le nuove avventure di Fesso e Stronzo

"Ciao, ti va di giocare?"
"Va bene, ma a che gioco?"
“Giochiamo all'Italia!”
“Va bene, allora io faccio lo Stronzo e tu il Fesso”.
“Perché tocca sempre a me fare il Fesso?”
“Perché ti viene naturale. Allora, facciamo che governo il Paese”.
“Ma non vale, sei uno stronzo! E rubi anche!”
“Allora faccio una legge che dice che si può rubare”.
“Ma poi la gente lo scopre e non vota più per te!”
“Mah, chissà. Comunque posso fare una legge per cui, anche se perdo le elezioni, chi le vince non riesce a governare!”
“Non riesco a crederci. Come fai ad essere così stronzo?”
“Mi viene naturale”.

[...]

“Comunque hai perso le elezioni! Tie'!”.
“Non ci credo, ricontiamo”.
“Riconta quello che vuoi, tanto hai perso! Hai perso!”
“Sì, ma di poco. È meglio che ci mettiamo a governare insieme”.
“Ma neanche per sogno, ho vinto io e governo io”.
“Vedrai che cadi tra una settimana”.
“E invece no”.
“Vedrai che cadi tra un mese”.
“E invece no”.
“Vedrai che cadi tra un anno”.
“E no, no, no... ops”.
“Aha! Lo vedi che sei caduto!”
“Ma non è colpa mia! La tua legge elettorale faceva schifo!”.
“Non mi frega niente, sei caduto. Rifacciamo le elezioni”.
“Aspetta! Se rifacciamo le elezioni con questa legge schifosa...”
“Vinco io, embè?”
“Ma anche se vinci, farai una fatica matta a governare, come l'ho fatta io”.
“E a te che te ne importa?”
“Ma aspetta, scusa, aspetta un momento! Troviamo un accordo! Facciamo una legge più seria. Così, dopo, se vinci tu...”
“Se vinco io...”
“...puoi governare per cinque anni senza cadere!”
“Non riesco a crederci. Come fai ad essere così fesso?”
“Mi viene naturale”.
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un Ottimista ben informato

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Unicorni

Vivere in un regime di Campagna Elettorale Permanente non è tanto bello, lo sappiamo. Litigi continui in tv, il Parlamento sempre in bilico... è una vitaccia.
Ma ha i suoi lati positivi: per esempio, ci dà la possibilità di misurare la serietà dei candidati quando si confrontano con i problemi di attualità.

Prendiamo l'emergenza dell'ultima settimana, la crisi dei rifiuti. In un altro Paese i riflettori sarebbero soltanto sul Governo e sulle amministrazioni locali, che dovrebbero difendersi dalle accuse, giustificarsi, recriminare, ecc.. Tutto abbastanza scontato, e anche inutile, visto che Prodi ormai parla con la valigia in mano.

Invece, grazie alla Campagna Elettorale Permanente, abbiamo avuto la possibilità di sapere nel giro di poche ore cosa ne pensano i due candidati, Berlusconi e Veltroni, e cosa intendono fare non appena li eleggeremo (molto presto!) Ognuno ha potuto leggere le loro interviste e guardarli parlare dalle principali tribune tv, ognuno ha potuto confrontare le diverse soluzioni proposte dai due a questo enorme problema che ci angoscia tutti quanti.

E' confortante sapere che, quando esplode un'emergenza vera, sentita dalla gente, i due candidati se ne accorgono subito, smettendo di cincischiare di leggi elettorali ed altri tecnicismi interessanti per pochi. E' una cosa che dà speranza, e restituisce anche un senso di serietà alla competizione elettorale: ora che so cosa vuole seriamente fare Veltroni sui rifiuti, lo posso confrontare con quello che concretamente ha intenzione di fare Berlusconi sui rifiuti. Tutto molto semplice e molto chiaro.

Io non so voi, ma i due paginoni della Repubblica e del Corriere con le mega-interviste a Veltroni e Berlusconi sull'emergenza rifiuti le ho appese al muro della mia stanza, e le sto studiando intensamente da un par di giorni, perché voglio capire davvero chi dei due ha veramente preso le misure al problema. A sinistra ho messo Veltroni, a destra c'è Berlusconi, e in mezzo c'è un poster che ho ricavato da uno scatto su flickr, che mostra un rarissimo esemplare di unicorno albino mentre punta una zebra con evidenti intenzioni sodomite. Lo so, ho dei gusti un po' così.

Come dite? Gli unicorni non esistono?
Ma dai, impossibile, c'ho la foto.
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"Suggerisci una riforma costituzionale a caso", 2

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Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.

Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.

Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?

"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".
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il problema non è parlare di Grillo

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Il problema è non parlare di Veltroni

Chiedo scusa, ma non c’è niente da fare.
Questa sensazione settembrina di compiti da fare in arretrato non se ne va, non se ne andrà, finché non avrò scritto anch’io qualcosa su Beppe Grillo. Cercherò di non dire banalità, ma sarà dura.

“E tu che hai un blog, ci sei andato a Bologna?”
Sì: in questi giorni capita d’incontrare persone che t’iscrivono d’ufficio al partito di Grillo per il semplice motivo che hai un blog. Se poi sapessero che hai un’auto, e che anche Mussolini amava guidarla…
Peraltro, come nessuno è profeta in patria, nemmeno Grillo può vantare molti seguaci tra i blog. Come ha ben spiegato Mantellini, nel mondo dei blog italiani il sito di Grillo è un’enorme isola che non comunica col resto del mondo: il problema è che quest’isola è più frequentata di tutto il resto delle terre emerse. È frustrante, sì.
E tuttavia è pur sempre un blog che sta ispirando i titoli dei tg e dei giornali: la prova che il web italiano è diventato uno spazio importante, anche se è uno spazio usato ancora in modo rudimentale. Proprio mentre parla di partecipazione dei cittadini, Grillo produce un sito assolutamente monolitico in cui Lui parla e gli altri possono solo ascoltare. Il web 2.0 condivide, socializza… Grillo detta la linea. È come attaccare un’automobile ai buoi.
Fatto è che in Italia in questo momento attaccare un’automobile ai buoi funziona. Forse è il modo migliore di spostarsi, visto che le strade asfaltate sono ancora inaccessibili, o comunque poco conosciute e frequentate. Il problema (ma non sono nemmeno sicuro che sia un problema) è che la politica in Italia è sempre un discorso di massa, e le masse, in un meccanismo delicato come il web 2.0, forse non ci entreranno mai. Non ce le vedo le masse a realizzare un programma politico via wiki, come stanno facendo iMille, per esempio.

“Sì, ma tu poi di Grillo cosa pensi?”
Io credo che sia in buona fede. Non lo vedo nel ruolo di attentatore alle istituzioni democratiche. Secondo me è assolutamente convinto di lavorare per il bene del Paese, oltre che per un modesto tornaconto personale. È precisamente queste buona fede che lo rende così pericoloso.
Credo anche che sia un po’ più furbo di quanto non sembri. Due delle tre proposte di legge per cui ha raccolto le firme non hanno nessuna possibilità di passare in Parlamento (una è probabilmente anticostituzionale: un condannato che ha scontato una pena torna in possesso dei suoi diritti civili e politici, e quindi nessuno può impedirgli di candidarsi). Allora perché ha mobilitato milioni di persone per un’iniziativa di legge popolare che è destinata ad arenarsi alle camere? È chiaro che pensa già alla fase due: la fase, appunto, in cui i parlamentari saranno costretti a bloccare le sue proposte benedette dal bagno di folla di Bologna (non potrebbero fare diversamente).

“Era una trappola?”
Direi. Che speranza possono avere, quelle proposte di legge, al nostro parlamento? Se non sono anticostituzionali, comunque fanno a pezzi l’establishment: la proposta di mandare a casa i parlamentari dopo due legislature è una pura e semplice provocazione. Si può essere d’accordo o no (io no), ma quale senatore o deputato oserebbe votare una cosa del genere? Nessuno vota per la propria autodistruzione. E Grillo lo sa benissimo. Il suo obiettivo non era fare approvare le sue proposte. Il suo obiettivo è portare a un grado massimo l’indignazione popolare, e quando le leggi si areneranno tra Camera e Senato, ci riuscirà.

“La vittoria dell’antipolitica…”
Io lo trovo molto politico, invece. Se la politica è astuzia e strategia, con questa storia delle proposte di legge è riuscito a mettere in sacco un bel po’ di mummie molto più navigate di lui. Se la politica consiste nel saper intercettare il sentimento popolare, beh, non lo trovo molto inferiore a Bossi o D’Alema. Non è politico perché non crede nei partiti di oggi? Non ci credevano neanche Fassino o Rutelli, se hanno appena sciolto i loro partiti. L’unica differenza, evidenziata da Luttazzi, è che Fassino e Rutelli comiziano gratis, mentre Grillo si fa pagare. Il che, da un punto di vista meramente economico, significa che Grillo è un oratore di gran lunga superiore.

“Quindi tutto bene. Viva Grillo…”
No, Grillo è il sintomo della prossima sconfitta del centrosinistra. Anzi. Facciamo dei nomi. Grillo è il segno della sconfitta di Veltroni. Non della sconfitta alle primarie, che vincerà in souplesse. Ma la sconfitta politica. Veltroni doveva recuperare al PD un’ampia fetta di elettorato di centrosinistra delusa da Prodi, da D’Alema, dal carovita, dal TAV, da qualsiasi cosa. Questa era la missione di Veltroni: il famoso valore aggiunto tra Ds e Margherita.
Invece Veltroni ha fatto una bella orazione ecumenica al lingotto, poi è partito per i mari del sud, è tornato molto abbronzato, e con la scusa di evitare le polemiche da bassa politica ha praticamente evitato la politica. C’è stato un appassionante dibattito sulla sicurezza; lui è il sindaco di una città assediata da ubriachi internazionali; vi ricordate esattamente la sua presa di posizione? E meno male che era un gran comunicatore. La sua strategia in questi giorni mi sembra ispirata al migliore Gianfranco Fini: silenzio e raggi UV. Certo, meno parlano, meno dicono cazzate: intanto però Grillo parla e riempie le piazze.

In quelle piazze, nel settembre 2007, avrebbe dovuto esserci Walter Veltroni. Avrebbe dovuto avere parole di speranza per chi paga troppo il pane e l’Ici. Avrebbe dovuto trovare la quadra tra i lavavetri e gli automobilisti frustrati. Avrebbe dovuto essere populista e ragionevole, e tirare bordate al vecchio establishment. E invece al momento è ammiraglio di una corazzata arrugginita sulla quale sono saliti tutti: D’Alema, De Mita, Rutelli, tutti. C’è anche Fioroni. Fioroni è il ministro dell’istruzione che qualche settimana fa è andato al meeting di Rimini ad annunciare che lo Stato avrebbe pagato a mamma e papà il liceo privato del figliolino. Un altro bel buco nel bilancio dell’istruzione pubblica, ma probabilmente ha conquistato 15 voti a Formigoni. Ecco, gli uomini di Veltroni sono questi qui. Se la gente non è entusiasta, se si butta sul primo comico che non le manda a dire, la responsabilità è anche sua.

“Quindi Grillo fa più proseliti al centro-sinistra?”
Mi sembra di sì: al centro-sinistra e al centro-nord. Lo scrive Ilvo Diamanti e io stavolta mi fido. Vado più in là: a me sembra che ci sia una continuità tra il grillismo, i girotondini, una parte del movimento di Genova (quella più moderata, intorno alla Rete di Lilliput) e più su, più su, fino a quelli che manifestavano contro il colpo di spugna e raccoglievano le firme con Segni e Orlando. Sono diplomati e laureati, prevalentemente impiegati e insegnanti, che hanno vissuto venti o trent’anni in un Paese di furbi dove sembra che paghino le tasse soltanto loro. Oscillano abbastanza comprensibilmente tra rabbia e speranza. Finché c’è Berlusconi a coalizzare la loro frustrazione, sfoggiano adesivi e spillette anti-nano; quando Berlusconi se ne va, e l’Italia non diventa immediatamente il Bengodi degli Onesti, diventano matti: non sanno nemmeno più in cosa sperare. Comprano “La casta”, proprio come nel 2001 compravano “L’odore dei soldi”. Si buttano su Grillo, che li capisce perfettamente. E vuoi sapere la cosa più incredibile?

“Dai, dimmela”.
La cosa più incredibile è che questa sacca di malcontenti, quando è alle strette, si rifugia storicamente sempre sotto la stessa bandiera: la Costituzione. Quando Berlusconi si faceva le leggi ad hoc, loro lottavano in nome della Costituzione. Le botte di Genova furono criticate in nome della Costituzione. E anche adesso, gli strumenti usati da Grillo per rivoltare la politica come un calzino sono perfettamente costituzionali: una legge di iniziativa popolare, liste civiche, eccetera eccetera. Questo secondo me è il vero limite di questo movimento: la carta costituzionale come inizio e fine di ogni cosa, quando è proprio la stessa carta a sancire lo strapotere del parlamento. Questo è anche il motivo per cui, periodicamente questo movimento deve morire e reincarnarsi in qualcosa di nuovo: i suoi rappresentanti presto o tardi devono entrare in Parlamento, o almeno in un consiglio comunale: ma appena varcano la soglia, diventano i nemici, che siano Pardi o Cofferati. E si riparte con qualcosa di nuovo. Perciò non credo che Grillo si candiderà. Sarebbe la sua fine.

“E allora cosa succederà?”
Non lo so. È probabile che le liste civiche col bollino di Grillo abbiano un buon successo. Questo potrebbe risultare persino positivo, se contengono nomi davvero nuovi. In fondo è quello che vogliamo tutti, no? Nomi nuovi. A quel punto i dirigenti del Pd se la faranno addosso, e prometteranno ponti d’oro. Questo potrebbe essere anche il momento in cui D’Alema o De Mita decidono di pensionarsi, per il bene della collettività. Se a quel punto anche Grillo manterrà una posizione marginale, finalmente avremo un ricambio di classe dirigente in seno al maggiore partito del Paese. Però mi sembra una strada impervia. Avrei preferito che il rinnovamento cominciasse all’interno del Pd: contavo molto su quello che avrebbe fatto Veltroni. Forse avevo frainteso un certo suo piglio presidenziale.
Sono passati quattro mesi e Veltroni non ha fatto nulla. A questo punto Beppe Grillo ce lo meritiamo.

“Parlando d’altro: ti piace la radio?”
Da matti.

“Anche a Hitler. Non è per caso che…”
Ma vaffanculo, va.
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I am a dream, 2

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Meeting Dj W.
Ieri sera viene Veltroni ai giardini di Modena, a presentare un suo libro+dvd, e noi ci andiamo.
Arriviamo con un certo anticipo, perché è Veltroni; in realtà posti a sedere ce n’è parecchi. La media del pubblico si assesta sui 45-50 anni. L’età Veltroni. C’è anche qualche ragazzino, che in seguito si addormenterà sulle spalle della mamma.

L’Uomo sale sul palco alle 21.30, appena c’è abbastanza buio per il proiettore. Si prende il leggio, resta in piedi, e avverte che parlerà solo del libro, di nient’altro al di fuori del libro. In settimana l’eroina locale di Forza Italia, la Bertolini, ha accusato il comune di finanziare con questa iniziativa la campagna veltroniana per le primarie. Il comune ha un ottimo alibi: l’incontro era calendarizzato da mesi. Anche il libro era pronto da mesi, già. Ed è uscito proprio adesso. E di che parla? Un altro romanzo? No. Parla della bella politica. Quindi Veltroni non parlerà del Partito Democratico, della sua candidatura, no. Parlerà della bella politica. C’è una bancarella con pile e pile del suo libro+dvd.

Ugualmente qualcosa non va. Io ho una certa esperienza di presentazioni di libri: c’è un tale che presenta l’autore e c’è l’autore che parla del suo libro. E magari legge qualche pagina e se ne discute col pubblico. Veltroni invece monta sul pulpito e inizia a recitare una specie di lezione. È molto bravo a leggere alzando continuamente gli occhi sul pubblico; ma per quanto possa essere bravo, un lettore resta un lettore. È una scelta che non capisco: secondo me l’uomo è capacissimo di parlare a braccio. Anche di sostenere un contraddittorio (peraltro in terreno amico). Ma non lo fa.

A distanza di dodici ore è molto difficile per me ricordare cos’abbia detto in 120 minuti: direi grosso modo che la bella politica è quella che si fa pensando alla collettività e non alla propria individuale sopravvivenza. Tutto giusto e condivisibile, e detto senza banalità, ma nessuno avrebbe resistito a due ore così. Infatti il fulcro del suo discorso – ciò che ci ha tenuti saldati alle sedie – sono i video. Ogni tanto si ferma di parlare e manda un video. Inizia praticamente da subito: non ha ancora finito di salutare e già ha mandato il primo, che è il discorso di Chaplin barbiere ebreo nei panni del Grande Dittatore. Uno dei momenti più commoventi, ma in fondo anche rischiosi e imbarazzanti della storia del cinema – il regista che fora la quarta parete e spiega al mondo come fare a vivere bene. Più tardi ci farà vedere M.L.King che esegue I have a dream a Washington. E poi Berlinguer, Mandela. È come se non potendo fare un comizio, Veltroni fosse arrivato con la sua personale compilation: i Grandi Comizi del Novecento. Un comizio al quadrato. Il pubblico dapprincipio si emoziona, e applaude – come fai a non applaudire Berlinguer che non vuole morire prima di finire il suo discorso? Poi però comincia a riflettere: beati i neri dell’Alabama, che potevano ascoltarsi MLK e vedere la libertà brillare dagli Appalachi al Gran Canyon; mentre a noi tocca Veltroni che continua a leggere la sua relazione e non infiamma, non infiamma neanche un po’. Mentre parla mi sorprendo ad alzare gli occhi alle stelle, a tracciar costellazioni, a pensare al mal di denti. “Uffa. Quand’è che manda un altro video?”

Intanto l’oratore continua a insistere sulla sua idea di bella politica, e non parla di pensioni. Non parla di tasse. Di riforma della giustizia. Di referendum elettorale. Di Cus o Dico. Le pagine di cronaca politica sono pieni di argomenti interessanti e controversi, e lui non ne parla. Mette su Berlinguer. Peraltro quel famigerato comizio padovano non aveva nulla di speciale: parole accorate, come ne dicono i politici, ma senza ictus nessuno oggi lo ricorderebbe. Veltroni lo ha scelto come esempio di politico che vuole fare fino in fondo il suo mestiere. Berlinguer che manda giù il bicchiere, fa una smorfia e va avanti, è come lo spartano che si lascia rodere dal lupo.

Ho un’intuizione: per Veltroni la bella Politica è soprattutto ars oratoria, Fare Bei Discorsi. Appassionare la gente. Affascinarla. A Torino usò proprio questo verbo: il partito democratico si propone di affascinare gli italiani. E come li affascini? A parole? Non solo, siamo moderni, possiamo usare anche le clip. Di Berlinguer non gli interessano tanto i contenuti (quel giorno stava parlando di Scala Mobile, cos’è la Scala Mobile?), ma il suo fascino discreto. Inoltre Berlinguer è un esempio di caduto sul lavoro, uno dei pochi che la politica possa vantare.

Io sono un piccolo uomo che prende in giro i potenti, è il mio modo di sentirmi vivo. Eppure stavolta mi sento a disagio. Sembra che Veltroni sia venuto a Modena col preciso intento di farmi piacere, incarnando tutte le caricature del veltronismo. Eppure persino io sono convinto che l'uomo sia molto migliore di come si sta presentando in queste settimane. Lui è molto di più di un deejay di Grandi Successi del Novecento che legge testi scritti tra un filmato e l’altro. Lui la politica la fa realmente. È un amministratore, una persona che esercita il potere sulla gente. Volentieri leggerei un suo trattatello sulla politica sporchina: cosa succede concretamente quando il sindaco onesto di una grande città mette il naso nella gestione degli appalti? Come si fronteggia l’emergenza nomadi? Pagherei, pagheremmo tutti per leggere un libro così.

Invece, dopo due ore di belle parole e filmati toccanti, dopo gli applausi e la standing ovation, la gente sfuma verso il bar, e le pile del suo libro+dvd restano lì, dov’erano all’inizio. Si aspettavano diecimila persone, dice Cragno.
“Ma neanche un po’”.
“Parlar bene parla bene, ma se non leggesse sempre…”
“Sì, ma cos’ha detto alla fine?”
“Il fatto è che si mette in una posizione in cui non lo puoi criticare perché… è come se fosse il Presentatore”.
Lo speaker. Forse Veltroni non ha veramente tutta questa voglia di governare. Forse preferirebbe regnare, lasciando agli altri le dispute quotidiane sulle leggi elettorali e le riforme della giustizia. Il Sarkozy italiano, pronto come Sarkozy a costruirsi un partito-squadra a suo modello e poi, una volta all’Eliseo, comprare i migliori giocatori dell’altra squadra. Va bene. Rimane una fondamentale obiezione. È davvero così bravo, Veltroni, a fare i discorsi? Ce lo vedreste Veltroni nell’olimpo veltroniano, dopo Chaplin, Luther King e Rigoberta Menchù? Qualcuno ce lo vede, indubbiamente. Io sono un po' scettico.

Lui e Cacciari sono gli ultimi veri filosofi. Gli altri si mangian la torta.
(Anonimo plaudente, alla fine del discorso)

Un appunto per i Mille. Questa idea che sta passando – che Veltroni col suo fenomenale carisma sia in grado di scatenare una deriva plebiscitaria nel Pd, anzi in tutto il Centrosinistra, se non in tutto l’elettorato italiano, mi sembra alla prima prova dei fatti un po’ esagerata. Forse vivendo tra internet e i giornali si ha la tendenza a dare un po’ troppo risalto a eventi che in realtà coinvolgono solo gli appassionati e gli addetti ai lavori. La situazione che vedo io (e posso sbagliarmi) è che Veltroni sia piaciuto molto solo a quegli italiani che hanno già votato Prodi. Forse Veltroni gli è piaciuto di più, forse lo voteranno molto più volentieri, forse non voteranno Mussi, ma per ora questo è tutto. Gli altri non se ne sono neanche accorti, che Veltroni s’è candidato. Non solo gli italiani a centrodestra, ma anche quelli a centrosinistra che non leggono tanti giornali e non hanno visto la diretta del discorso di Torino dalle 17 alle 19 su La 7 – e fidatevi che son parecchi. La candidatura di Veltroni non è troppo forte, anzi. Se Bersani decide di non candidarsi, non credo che lo faccia perché ha paura di perdere. Il problema è che qui, dopo aver tanto parlato, abbiamo finalmente comprato il Fenomeno da cui tutti si aspettano sfracelli; e tutto quello che finora ha fatto il Fenomeno è segnare un paio di gol in qualche partitella estiva senza troppa importanza; e il pubblico non è affatto affascinato, anzi, lo stadio è mezzo vuoto. Magari a settembre tutto andrà bene. Magari. Se Veltroni fosse più forte, lo prenderei in giro anche più volentieri. Adesso francamente no. Tocca tifar per lui.
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e comunque

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...io sono felice se con Veltroni la Precarietà diventa l'Emergenza.
Peccato che non sono più Precario.
Da oggi.
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pelato e spettinato

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Arriva Walter (appunti)

Gli applausi
Troppo pochi. Allora è meglio niente. Oppure oceanici. Vedrete che Fede li monterà continuamente.

La testa.
La testa è tutto Veltroni. Sono magro e rigoroso come Fassino, però ho anche il doppio mento bonario alla Prodi. Sono pelato come Phil Collins, però ho anche i capelli sbarazzini da eterno giovincello. La chierica di Veltroni è un vero mistero: allo stesso tempo pelato e spettinato, com’è possibile? Sembrano due teste assemblate.

Gli occhi.
Dietro gli occhiali s’indovinano rughe secolari. È uno stanco cronico, lavora molto. Però in occasioni come queste ci vorrebbero una palpebra più alzata.

Il discorso.
Troppo lungo! Ma cosa pretendi, chi è che dovrebbe starti a sentire dalle cinque alle sei? Se almeno avesse avuto tantissime cose da dire, ma si è ripetuto spesso. A un certo punto ha anche detto: “Mi ripeto, e so di farlo”. Mi ripeto e so di farlo. Sembra una frase da innamorato all’ultima spiaggia.

Si muoveva molto
Gli hanno spiegato di non stare fermo impalato, e di guardare a destra e a sinistra. Lui, diligente, si mette a guardare a sinistra e a destra e intanto ondeggia in senso inverso: bascula a sinistra e guarda a destra, dà un colpo a destra e guarda a sinistra. Il risultato di questa strategia comunicativa è simile a quello di Funari quando cercava i testi di Jack Folla sui gobbi incrociati (se non ha i gobbi, tanto peggio: sembrava ne avesse tre mescolati nel pubblico). In quella trasmissione che hanno chiuso dopo tre puntate, esatto.

Il confronto con Berlusconi ’94 è significativo: lui stava seduto e guardava fisso in camera: “Ciao, sono l’uomo della Provvidenza e sto parlando solo a te, a te, a te!”. Veltroni ’07 sembra piuttosto voler dire: “Ehi, sto dicendo tante cose, qualcuna vi interessa? potrebbe interessare al signore laggiù a sinistra? O a quello laggiù a destra? Eh? Qualche scatto laterale, come se udisse rumori improvvisi. Io lo avrei tenuto bello fermo, invece, con tanto di leggio e microfono fisso come a un congresso, e il dinamismo lo avrei reso con movimenti da una macchina e dall’altra, però io non capisco niente di comunicazione.

All along the watchtowers
Gli hanno detto “per carità niente santini sullo sfondo, piuttosto tanti bei paesaggi rassicuranti, tante torri, l’Italia è tutta torri, siamo tutti a nostro agio sotto le torri”. Mah. Boh. Le torri sono un’arma difensiva, tanto per cominciare. E poi sono l’emblema di una classe dirigente miope e arroccata al suo particulare: nel tardo Duecento, invece di re-investire in welfare, ogni famiglia si costruiva la torre più alta di quella del vicino, e nel Trecento sappiamo tutti com’è andata a finire. Non lo sapete? Beh, recessione, crisi, carestie, pestilenze (si salvò solo l’industria del lusso, ricorda qualcosa?) Ecco. Le Torri ci ricordano che l’ignoranza e la stupidità della nostra classe imprenditoriale e dirigente hanno radici millenarie. Molto bene. Io avrei fatto senza diapositive, ma non sono mica un consulente.

I contenuti
Buoni, per carità. La cosa che mi è parsa più impegnativa è il sì al TAV, ma d’altro canto chi non è d’accordo ha a disposizione un sacco di partiti più a sinistra del Pd. Buono il risalto dato all’emergenza clima, un po’ noiosa la digressione sulla previdenza, ridondante il ritornello “lotta alla precarietà”, ma ha fatto bene a ricordare che i precari inglesi hanno più sicurezze dei nostri, è una cosa che i Blair alle vongole non sanno.
Io avrei lasciato perdere Prodi. Sono e resto un prodiano, mi sembra che in una situazione difficile si stia difendendo bene, ma cosa c’entra? Politicamente è fregato, bisogna dare l’impressione che cambi tutto. Come Sarkozy, il chiracchiano che ha cambiato l’etichetta sul chiracchismo ed è riuscito a venderlo ai francesi come roba nuovissima. E gli italiani non sono più furbi dei francesi, proprio no.

A whiter shade of pale.
Veltronismo puro. Voglio farvi sentire gli anni Sessanta, ma anche Johann Sebastian Bach. Potremmo essere al rinfresco della Prima Comunione di Pinuccia o in un film impegnato di Tullio Giordana, o anche in tutti e due simultaneamente.

La ragazza morta.
Il colpo basso alla fine ci voleva, e una lacrima non avrebbe guastato. Anche se c’è una terribile ironia in tutto ciò. I nostri ragazzi di oggi non sono tutti bulli e oche, io ho conosciuto una quindicenne saggia e consapevole. Ed è morta!
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a un'ora dal Secondo Avvento

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Tra un'ora Veltroni scende in campo, e il mondo non sarà più lo stesso. Se - come me - non state più nella pelle, potete cominciare a ripassare.
La pietra di paragone è sempre questa.

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I am a dream

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Mentre Prodi non è niente di più né di meno di un onesto funzionario di Stato sposato e non divorziato (comunque merce rara), Veltroni è molto di più, e di meno.

Veltroni è un Sogno: e i sogni aiutano a vivere meglio.
Prodi era rassicurante, ma a un certo livello le rassicurazioni non bastano più. Per rassicurare servono spiegazioni, statistiche, proiezioni, yawn. Gli italiani non vogliono essere rassicurati: vogliono essere sedati. Veltroni è l’unico che fa sognare il Trenta per Cento. No, riflettendo bene ce n’era un altro: Berlusconi.
Perciò non dirci più “I have a dream”, che sarebbe un po’ banale: di’ la verità: “I am a dream”. Il sogno che la tua generazione ce la farà, metterà d’accordo tutti, i neri con i bianchi e i padani coi mafiosi; Luxuria si fidanzerà con Ratzinger e tu celebrerai le nozze durante la Notte Bianca, al Colosseo, prima di uno spettacolo di gladiatori per la pace nel mondo.
Nel sogno veltroniano il futuro è una mescolanza di ricordi del passato, tutti virati in rosa: Kennedy e Che Guevara forse erano nemici, eppure nessuno mi proibisce di appendere i poster nella stessa cameretta. Il Novecento è principalmente un bello spettacolo, ma anche molto culturale. C’era Martin Luther King e c’erano le figurine Panini. E c’era anche Don Milani, anzi Veltroni si considera un allievo di Don Milani. Cresciuto a crostini e Lettera a una professoressa. C’è un piccolo problema.
Nel sogno veltroniano, tutto è ridotto a figurina. Se Che Guevara si riduce a un simpatico guerrigliero, Don Milani probabilmente ce lo ricordiamo come un simpatico prete che si arrabbiava perché le maestre borghesi bocciavano i figli dei contadini. Cattivone, le maestre borghesi! La lezione che Veltroni e i suoi coetanei hanno capito, leggiucchiando Don Milani, è che Bocciare È Cattivo. Una perfida usanza borghese.
Basta scavare un po’, mettersi a leggere neanche tanto, per rendersi conto che Don Milani era un personaggio molto più complesso e più ruvido. Per esempio: non sopportava la Ricreazione. Nel suo primo libro, Esperienze pastorali, scrisse proprio un capitolo "Contro la ricreazione" che a suo parere era tempo sottratto allo studio e al lavoro. L’arcivescovo lo esiliò a Barbiana e lui ne approfittò per creare un esperimento educativo irripetibile, anche perché se qualcuno riprovasse a ripeterlo al giorno d’oggi finirebbe in galera per plagio o sequestro di persona: gli alunni di Barbiana studiavano dodici ore al giorno senza giorni festivi e senza ricreazione.
Se il piccolo Walter avesse veramente studiato a Barbiana, se avesse provato a introdurre illegalmente un album di figurine, Don Milani probabilmente glielo avrebbe strappato di mano e lo avrebbe segregato in una stanzetta con compiti extra di matematica. Vaglielo a spiegare, al simpatico prete, che anche la figurina Panini “è cultura”. Milani aveva un’idea arcigna e guerrigliera della cultura. Quando seppe che alcune ragazzine del paese scendevano a valle a ballare, attaccò una predica che non finiva più. Le ragazze proletarie non devono ballare! Devono partecipare alle riunioni sindacali e di partito, altroché. A quindici anni.
UNA RAGAZZINA: Alle riunioni sindacali e politiche non si capisce nulla.
DON LORENZO: A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? Eppure probabilmente l’anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la tesata e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica. Tu queste cose le dovrai decidere l’anno prossimo e per ora ti prepari twistando in una sala da ballo?[…]
La preparazione alla vita sociale e politica, o oggi o mai. L’età giusta è questa.
(Don Lorenzo Milani, Anche le oche sanno sgambettare (1965), Edizioni Stampa Alternativa, 1995, pagg. 16-17).

Veltroni è la formula alchemica per trasformare ogni Passatempo in Fatto Culturale, e poi, con procedimento inverso, ogni Fatto Culturale in Divertimento. Una parola che Don Milani odiava: divertirsi è scantonare, scordarsi dei propri problemi. Molto meglio rovesciar macchine e rompere vetri. Don Milani sarebbe il profeta dei Black Block, se i BB leggessero e non indulgessero anche loro alle danze e al divertimento. Diciamo allora che Don Milani è un po' troppo tosto per i Black Block - figurarsi per Veltroni.
Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Pensate alla Notte Bianca. Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece li tiene alzati per far festa, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma deve anche prendersi Don Milani, deve scrivere “I care” sui manifesti. Ci metterà anche la foto di Don Milani, il prete buono che non voleva bocciare gli asini. Ci stamperanno pure le magliette.
Veltroni è la trasformazione della Storia in Sedativo, e il bello è che funziona: il Passato è roba forte, avvolgente, e ciascuno di noi ha almeno un punto debole. Nessuno è indenne.
Guardate Wittgenstein: quanto si è dato da fare in queste settimane per ringiovanire la classe dirigente. Bene, bravo, non fosse che nel frattempo Veltroni ti organizza al Circo Massimo un concerto dei Genesis. I Genesis. Un gruppo di pelati tronfi che erano già pelati tronfi quando io portavo le braghette. E lui va in sollucchero. Si può rinnovare la classe dirigente e andare ai concerti dei Genesis? Non c’è una contraddizione? No. Non c’è mai una contraddizione, se in città c’è Veltroni.
Io lo voto anche subito. In un mondo di sognatori, stare svegli è fighissimo.
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