Nel sogno l'ho picchiato

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– Nel sogno sto cercando qualcosa nella campagna intorno a San Felice Secchia, sto seguendo una pista che mi ha fornito una collega in pensione. Non c'è molta gente in giro ma noto questa nuova tendenza di affondare vecchie automobili nei canali, una la vedo proprio imbarcare acqua e sprofondare, un'Alfasud grigio metallizzato.

Altre auto invece le abbandonano sui cigli delle strade e a questo punto mio padre, che non sogno quasi mai, mi insegna come attaccarne una all'uncino di un carro attrezzi, evidentemente sto lavorando con lui. Più che un carro attrezzi però sembra un mini-ponte, non so come lo chiamassero in qualsiasi altra auto-officina, una minigru semovente che guido stando in piedi, con l'auto al traino, e mio padre ci segue con un altro mezzo indistinto. Andiamo ai venti all'ora ma nel sogno sono comunque fiero del mezzo che sto conducendo, quell'orgoglio da ragazzo neopatentato. A un certo punto, e abbiamo già attraversato una piazza di San Felice, svoltando in una curva, ci affianca una motocicletta telecomandata, un giocattolo. Io che nel sogno non sono comunque esperto di quello che mi sta succedendo, per un attimo penso che sia una specie di mascotte della nostra ditta, invece mio padre mi avverte che è una truffa, un drone (non usa quella parola), insomma un affare che serve per fregarmi i dati dal telefono.

– Accostiamo il mio veicolo, estraggo lo smartphone con la stessa fatica che ci metto quando sono sveglio a farlo sgusciare dalla tasca dei jeans, e leggo in inglese che adesso sono cliente di Telecom Irlanda. Calcolo che con uno scherzo del genere mi sono giocato tutto quello che ho vinto online e questo è veramente curioso perché è da parecchio tempo che non gioco, da sveglio, mentre nei sogni evidentemente continuo e ovviamente vinco – non sarebbero sogni – ma non così tanto.

Acquattato in un androne noto il tizio con il telecomando giocattolo in mano. Ha i capelli neri, ma pochi, lo sguardo triste perfettamente sbarbato. In questo sogno in cui mi muovo molto, lui invece è prigioniero, mi vede e non può muoversi. Adesso mi dai i documenti e li fotocopio, gli dico, che è una frase che di solito uso nella mia scuola coi nonni che quando un bambino sta male vengono a prenderlo ma non hanno una delega firmata dai genitori. La stesa frase adesso è intonata come una minaccia: lui non può darmi i documenti ma non può nemmeno scappare. Non ti conviene farmi arrabbiare, gli spiego, perché è da tanto che voglio picchiare qualcuno e ho pure in mano il connettore che serve ad adattare il bocchettone del GPL al serbatoio della mia macchina: un affarino che sta in un pugno ma che è molto pesante. Il tizio si dibatte ma non può scappare, così lo martello in testa con quell'affare e al primo colpo va giù. Non è svenuto, è solo che non ne vuole prendere più.

Gli prendo il portafogli e leggo il suo nome su un documento rovinato, un liquido colando a rivoli l'ha corroso in due punti, è un nome di origine mista con le consonanti più strane proprio dove passano i segni del liquido. Inoltre è doppio, e anche il cognome è doppio, ma io ci sorrido sopra perché in questo sogno sono espertissimo di nomi, li conosco tutti. Lo passo a mio padre/collaboratore e gli dico di fotocopiarlo. In questo largo androne, una specie di sottoscala ma di una scala architettonica, c'è in effetti una fotocopiatrice, forse a gettone. Siamo a posto, mi dice, e poi mi dice un'altra cosa divertente, ma gli rispondo che ho picchiato una persona e quindi adesso sarò di cattivo umore per un mese intero. Il tizio sotto di me finge di dormire, o forse a questo punto si è svegliato.
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La diabolica strategia mediatica

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(La notte)

"Va bene, adesso interroghiamo. Nizzoli per esempio, che Paese dell'Africa Occidentale portavi? Mi vuoi parlare del Senegal?"
"No".
"No?"
"No".
"Forse la Gambia?"
"No".
"Di cosa mi vuoi parlare, Nizzoli?"
"Della strategia social di Salvini".
"No".
"Credo che Salvini ci stia fondamentalmente trollando, postando contenuti provocatori che dovremmo invece ignorare..."
"Ok, è un incubo, vero? Adesso mi sveglio".
"Per esempio la Nutella..."
"Oppure guarda facciamo così, adesso bussano ed entra un elefante nella stanza".
"O De Andrè..."
"Ma perché no, va bene, fate entrare De Andrè..."


(Al forno)

"Buongiorno, come va?"
"La strategia social di Salvini non va presa sottogamba".
"Eh? No, no certo. Mi darebbe uno sfilatino ai cereali, per favore".
"Questa sua enfasi sul cibo, per esempio, è una chiara rincorsa al pubblico dei talent, e in generale delle trasmissioni sul food..."
"Ho cambiato idea, scusi, lo prendo senza cereali..."
"Ma secondo me sbagliamo a rispondere sempre alle sue provocazioni".
"Anzi no guarda non lo prendo proprio, mi scusi, mi è passata la fame".
"Per esempio, rifarsi a De Andrè..."
"Addio".



(Dal barbiere)

"Come li tagliamo?"
"Beh, corti".
"Sì però non faccia quella faccia".
"Che faccia?"
"Lei ha la faccia di uno che sta per mettersi a parlare della strategia social di Salvini".
"No le giuro no".
"Dicono tutti così, e poi...  Io tra l'altro faccio un mestiere a rischio, non so se la gente ci riflette, ma sono sempre qui con le forbici in mano".
"Eh, mi rendo conto".
"Un giorno o l'altro succederà, capisce? Uno si siede, mi parla della strategia mediatica di Salvini, della Nutella e di De Andrè e io... zac".
"Un solco lungo il viso".
"No anche un po' più sotto guardi".
Drin
"...Allora se preferisce non dico niente".
"Grazie".
Drin
"Ma stanno suonando?"
"Sì, è l'elefante. Ma io non lo faccio entrare".
Drin
"Bravo".
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È un mercato pazzerello

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(2008)
“Non stai dormendo, vero?”
“Mmmno”.
“Che faccia che hai. Si può sapere cosa ti preoccupa? Non è mica la tua crisi questa. Sei uno statale”.
“Ma come ci arrivo in pensione a ottant'anni”.
“Ti ammalerai e ci andrai prima”.
“E se mi ammalo dove li trovo i soldi”.
“Per allora avremo messo qualcosa da parte, un'assicurazione, la casa...”
“A proposito, e l’immobiliare?”
“Ci risentiamo domani. Comunque i prezzi sono quelli lì”.
“Ma sono matti. Sono tutti matti. Non dovrebbero calare?”
“Come no”.
“Calano, calano”.
“Dovevano calare già l’anno scorso, no?”
“Tra un po’ va giù tutto, vedrai”.
“Quando va giù tutto la gente si aggrappa alle case, quindi...”
“Dici?”
“Il prezzo potrebbe perfino andare su”.
“Non ci avevo mai pensato”
“Certo che uno come te, che capisce tante cose… è un peccato”
“Cos’è peccato?”
“No, dico, peccato che l’unica cosa che tu non riesca a capire siano i soldi”
“Ma non è che non li capisco, li capisco benissimo, è solo che...”
“Come no. Un rockfeller. Ti chiamerò Rockfeller, come il merlo”.
“Il corvo. Era un corvo”.
“Non aveva il becco giallo?”
“Ti confondi con Portobello. Buonanotte”.
“Buonanotteamore”.

Ha ragione.
Sto a preoccuparmi dei massimi sistemi e intanto ci piove in casa. Bisogna farsi furbi, monetizzare.
Potrei cominciare a dare lezioni. Si arrotonda abbastanza bene, dicono. Tutti i liceali col panico dell’esame a settembre… vedi che la Gelmini una cosa giusta l’ha fatta. Certo, equivale a tradire le cose in cui credevo. “Signora, suo figlio ha bisogno di un intervento didattico personalizzato, me lo mandi domani pomeriggio con una banconota da cinquanta”. Niente fattura naturalmente. Io che ho sempre odiato i medici pubblici assenteisti al mattino che si rifanno nelle cliniche al pomeriggio. E adesso eccomi qui. A quel punto tanto vale rubare, no?

Alla fine è solo una pezza. A scuola quanto potrò andare avanti? Può solo peggiorare, e si fa già fatica adesso. Nelle classi a 29 non si respira, letteralmente, e poi basta che ce ne sia uno un po’ schizzato e tutti lo seguono a ruota.
E tutte queste storie sul bullismo, sugli insegnanti fumati o maniaci sessuali… lo sai dove vogliono arrivare, no? Vogliono convincere i genitori middle-class a staccare i buoni scuola e mandare i figli al SacroCuore. Così ci resteranno solo terroni, tunisini e albanesi. C’è da dire che a volte sono più educati. Soprattutto i sargasci, che però hanno un odore che non sopporto. È la loro cucina maledetta. Che razza di spezie usano? Mi si fermenta il caffelatte nello stomaco – l’altro giorno stavo per vomitare davanti a una bambina. Tutta una vita così? Ma forse ci farò l’abitudine. Forse.
È chiaro che quando sei giovane, hai tanto entusiasmo, credi di poter risolvere tutto, ma siamo seri: quanto credi di poter durare? Io volevo insegnare la storia e la geografia, se devo mettermi lì a spiegare l’alfabeto ai sargasci mi annoio. Cioè, dai, non è più il mio mestiere.
Però è l’unico mestiere che so. Forse.

“Spengo la luce”.
“Ok, buonanotte”.

E intanto il conto cala. E se mi capita qualcosa? Imprevisti, probabilità – poi un giorno ti segnano la fiancata e finisci in rosso. Succederà. È già successo ad altri. E io non sono più furbo di loro. Diciamo la verità. Capisco tante cose, ma non sono più furbo di loro.
L’università è esclusa, c’è una fila di ex ricercatori questuanti che parte dagli anni Novanta, e sono tutti più giovani e svegli di me. E quindi? Questi son problemi, altro che Berlusconi. Certo, può sempre darsi che crolli il petrolio e il dollaro, si sciolgano i ghiacciai e collassi tutto l’occidente. Questo nel migliore dei casi. Ma metti che non succeda. Cosa faccio?
In politica non mi posso buttare, ho parlato male praticamente di tutti – e poi c’è la fila anche lì. Con Beppe Grillo? Per carità, inaffidabili. Andrà a finire come al g8, qualcuno si farà male e poi tutti a casa. Ma io comincio ad avere un'età. E se mi capita qualcosa? Del tipo, metti che mi debba far operare.

Già solo di denti mi stanno andando via stipendi interi, e fanno male lo stesso. E poi i dottori non me la contano giusta. L’altro giorno: cento euro per cinque minuti e un dito in culo! A proposito, cos’è questa nuova tendenza? Il proctologo lo posso ancora capire. Il dermatologo m’insospettisce già un po’. Ma l’otorino? Possibile che non possa sfilarmi due biglietti da cinquanta senza appoggiarmelo lì? Ehi! Se proprio ho un bel culo dovreste pagarmi voi. E non è detto che non vada a finir così. Ma sto davvero pensando a questo?

E ‘sta pioggia maledetta, com’è che fa tanto rumore, stanotte? Di solito non picchia forte così. Del resto è aprile, ogni giorno un barile. Potrei mandare il curriculum in banca. Ma a chi la racconto? Io di soldi non capisco niente.
La verità è che in banca ci dovrei entrare con una pistola giocattolo. Una volta sola. In una banca sola. Funziona, una gran scarica di adrenalina e vai, la prima volta non ti beccano. Quelli che si fanno beccare, è sempre perché ci riprovano. Ma una rapina in banca non si nega a nessuno, è quasi un tuo diritto, del resto se le banche cominciano a fotterti a dodici anni…
Sì, ma un colpo solo mica basta. Nella cassaforte di una filiale, quanto ci sarà? Centomila? Va bene, si tira un po’ il fiato, e poi? Ci vuole un reddito. Potrei fare il corriere.
In effetti sarei un buon corriere. Le autostrade le so tutte e mi piace girarle, fermarmi agli autogrill e non pensare a niente. Non mi hanno mai fermato a un blocco, mai, nemmeno con la barba sfatta. Ispiro confidenza. Potrei girare l’Europa in lungo e in largo trasportando chili di qualsiasi cosa. Tra l’altro non consumo, per cui come corriere sarei molto affidabile.

Mi terrei un mestiere di copertura – non so, potrei fare il rappresentante di enciclopedie. La faccia ce l’ho. E nella ruota di scorta potrei portare in giro di tutto. Ma che ruota di scorta, ormai ti fanno ingurgitare – se va bene. Sennò supposta. E torniamo sempre lì. Ma almeno si guadagna. Non posso credere che sto pensando a questo. Io corriere, sì, di cosa? E per chi? Non conosco nessuno. Cioè, nessuno, aspetta. Toni di IIIC.

Lui riga abbastanza dritto, ma suo zio venne qui in soggiorno coatto, due anni prima che cominciassero gli incendi dei capannoni. Quando viene al ricevimento generale gliela butto lì: “devo arrotondare, faccio già dei piccoli trasporti, lei non conosce mica qualcuno che ha bisogno di…”. Si capisce che non si fiderà subito. Magari mi chiederà di accendergli un capannone, prima. E vabbe', dopotutto a me che frega dei capannoni? Tutti di gente che vota lega, se ne vadano affanculo, ve li brucio con soddisfazione. Ha anche smesso di piovere.

Tre o quattro anni così, senza dare nell’occhio. E se mi mandano all’est, c’è anche la possibilità di arrotondare. Se vado via vuoto e imbarco un paio di badanti a viaggio metto insieme una somma discreta senza spesa aggiuntiva. Se guidassi un camioncino, ma in macchina chi vuoi che mi fermi? Ho la faccia da tratta delle bianche? Tutto tranquillo, basso profilo. E se il padre di Toni vuole farmi la cresta? Tra l’altro suo figlio sa benissimo dove parcheggio. Lo vedi che mi serve un garage?
E va bene, avrà la sua percentuale. Però bisogna starci attenti, perché è un mestiere in cui si brucia molta benzina, e la benzina sarà sempre più cara… potrei mettere la bombola a metano… ma c’è il metano in Ucraina? Devo guardare su internet. Anche se poi… con la bombola… nel traforo del Gottardo… ma è già esploso una volta, quel tunnel… quindi le probabilità che esploda ancora…

E poi non devo mica passare la vita così. Quattro-cinque anni e poi mi metto in proprio. Una cosa piccola e pulita, senza dare fastidio a nessuno. Un bar con due camere sopra. Ci metto due bielorusse regolarizzate, e gli chiedo il venti per cento. Mi sembra onesto. O non lo è? Devo guardare su internet, ma sono convinto che c’è gente che prende anche il quaranta. Naturalmente se viene il padre di Toni offre la casa. Ma se viene il resto della famiglia? È numerosa. Gente che non paga volentieri. Hanno buttato giù un ristorante nella bassa, una volta, per via di un conto. Bisognerà abbozzare. Che mi metto a litigare coi camorristi, coi tempi che corrono?

E se le bielorusse si rifiutano di lavorare gratis e amore dei? Che poi i bar mica te li regalano, ci sarà un mutuo da pagare. Va a finire che mi toccherà chiedere soldi. Alla famiglia di Toni, naturalmente. E poi mi strozzeranno, va da sé. Un bel giorno mi alzo e mi trovo il bar bruciato… ma chi me l’ha fatto fare…
“Abbia pazienza, prof, ordini superiori. Dovevamo verificare che non ci fossero perdite dal tetto, ci capisce…”.
“Ma stavo giusto arrivando con la rata…”
“Prof, lei è un bravo guaglione, ma con rispetto parlando, se avesse mai studiato economia. Gli interessi passivi, ha presente gli interessi passivi? Comunque un modo di recuperare c’è. Si ricorda il vecchio mestiere? Ci sarebbe una missione a Chişinău”
“Ma Toni…”
“Una cosa rapida e indolore. Sei capsule. Ai vecchi tempi ne teneva pure otto”.
“Ma sono vecchio, Toni. Va a finire che esplodo”.
“E c’è pure un pappagallo con il becco giallo”.
“Con la bombola. Di metano. Nel traforo. Lungo chilometri sei”.
“Un tantino picchiatello… non sa dire: portobello”.
“Ma stavo così bene da statale”.

***

“Ma stai bene?”
“Eeeeh?”
“Stai scalciando!”
“Macché”.
“Ti dico che scalciavi. Dormivi? Hai fatto un brutto sogno?”
“Ma no, ero qui che pensavo tra me e me”.
“Che pensavi?”
“Pensavo… pensavo che dovrei cominciare a dar lezioni… c’è molta richiesta”.
“Mi sembra una buona idea”.
“Sai, hanno tutti paura dell’esame di settembre, adesso”.
“Ottimo”.
“Ti voglio bene, sai”.
“Lo so, anch’io ti voglio bene. Buonanotte”.
Buonanotte.

FINE

*******

"Finale quanto mai appropriato", osservò l'esigente Verola, "per questo concentrato di pura noia. Ma quand'è esattamente che ti abbiamo fatto credere che le tue preoccupazioni quotidiane fossero abbastanza interessanti da costruirci un racconto?"
"Mia signora", obiettò, tremante, il prof. Esso, "Non è un racconto sulla mia vita, quanto piuttosto su una vita che non ho vissuto".
"E la rimpiangi?"
"Non saprei come rispondere".
"Quanto sei noioso stasera professore. Voglio sperare che Mària abbia esperienze professionali più varie e interessanti delle tue. E ora buonanotte, ci vediamo domattina alle cinque in tenuta da yoga".
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L'assedio in pausa caffè

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(2011)
“Ehm, professore...”

Eh? Cosa? Come? Che c'è? Sono in pausa caffè.

“Professore, la pausa caffè era due ore fa”.

E allora? Mi serve concentrazione. Avevo anche messo fuori il cartellino do not disturb.

“Professore scusi, eh, ma ultimamente quando si concentra russa così forte che tremano i vetri di mezza redazione. E poi... sarebbe arrivata la classe”.

La che?

“Non si ricorda? La classe di quinta elementare, in gita d'istruzione, ci aveva detto che le mostrava il reparto”.

Aaah, già, la classe... che seccatura.

“Li faccio entrare?”

Un attimo, mi serve un caffè.

“Professore, ma è sicuro che tutti questi caffè le facciano bene?”

E tu che ne sai, ragazzino.

“Professore, ho cinquantadue anni io ormai”.

Appunto, ne devi mangiare di crostini ancora... Aspetta cinque minuti e poi falli entrare, ok?

***

“Allora bambini, se adesso fate silenzio, siamo arrivati nella parte della redazione oserei dire più... più nobile. Si può dire 'più nobile', professore?”

Ma sì, dica pure.

“È il reparto editoriali! Chi è che sa cosa sono gli editoriali?”
“Ioìo”.
“Noioìo”
“Allora dillo tu, Kevin”.
“Sono quelle colonnine scritte fitte fitte che stanno sui lati della prima pagina, è come se tenessero su la testata”.
“Miopapà dice che solo colonnine di chiacchiere che fanno discutere la gente”.
“Ah, ah, ah, Jonathan, non devi sempre credere a quello che dice papà... li scusi, professore... sono piccoli... credono un po' a tutto quello che gli si dice...”

Ma non ha tutti i torti, Jonathan.

“Ora, bambini, fate molta attenzione perché questo signore è il caporeparto, ed è uno degli editorialisti più letti d'Italia, e proprio lui ha accettato di mostrarci il suo luogo di lavoro, e di spiegarci come si fanno gli editoriali, pensate”.

Dunque, se prima di venire qui siete passati negli altri reparti, avrete notato che dappertutto c'era una cosa che qui manca, chi mi sa dire cos'è?

“Ioìoìo!”

Va bene, dimmelo tu.

“In tutti gli altri reparti c'erano tubi e cavi che portavano informazioni, e qui non ce n'è neanche uno”.

Esatto. Perché, come ha detto il vostro compagno prima, gli editoriali servono a far discutere la gente, e per far discutere non c'è bisogno di dare informazioni di prima mano, anzi, si rischia di distrarre il lettore. Questa è la prima cosa da sapere, quando si lavora al reparto editoriali: mai mettere un'informazione di prima mano, al massimo solo cose già rimasticate dagli altri reparti. Cosa che il lettore già sa, insomma.

“Ma se la gente le sa già perché le vuole rileggere?”

Perche gliele riscrivo io, che sono una persona importante, vedi come mi vesto? Ho anche la cravatta, qualche volta vado in tv - ma non troppo. Così, se tuo papà legge le cose che pensa già nel mio articolo, si convince che se le penso anch'io devono essere cose intelligenti.

“Mio papà legge solo Tuttosport”.

Funziona anche con Tuttosport. In questo reparto quindi noi lavoriamo con delle idee semplici semplici, che possono venire in mente ai vostri papà e alle vostre mamme, vedete? Stanno in quel cestone, il cestone dei Luoghi Comuni, noi li chiamiamo così. Allora tutte le volte che serve un editoriale, io prendo uno o due luoghi comuni (ma è meglio prenderne uno solo per volta) e li assemblo su una scocca. Per esempio, adesso ne pesco uno...

“Professore, ci fa provare?”
“Ioìoìo!”

Guardate che è un lavoro difficile, di responsabilità... oh, va bene. Tu, con le treccine, afferra un Luogo Comune.

“Ma quale devo prendere?”

Il primo che ti viene in mano.

“Questo?”

Leggi cosa c'è scritto.

“I-metalmeccanici-devono-rimboccarsi-le-maniche-perché-c'è-la globalizzz...”

...la globalizzazione.

“Cosa vuol dire globalizzazione?”

Che nel mondo, che è un globo, c'è sempre più gente disposta a fare il lavoro di tuo papà per meno euro all'ora, e quindi tuo papà deve sforzarsi di lavorare di più, meno pause caffè e meno gabinetto, eccetera.

“Ma mio papà è in cassa integrazione a zero ore”.

Parlavo in generale. Dunque, ora che abbiamo preso questo bel Luogo Comune, lo montiamo su una scocca. Le scocche sono da questa parte... sono intelaiature, come vedete”.

“Quanta polvere! Eccì!”

Sì, sono modelli molto antichi, in effetti sono più o meno le stesse intelaiature che si usano dall'invenzione del giornalismo, nel Seicento... ma alcuni erano in giro già ai tempi della retorica antica, una materia che voi a scuola non studiate.

“Studiamo Harry Potter”.

Meglio così.

“Ma non ho capito, scusa professore, a cosa servono queste sciocche?”

Scocche. Vedi, cara bambina, a tirar fuori un concetto dal cestone dei luoghi comuni sono buoni tutti, ma inserire un luogo comune in un'intelaiatura di processi logici è una cosa molto più complicata. La scocca è la base di tutto, perché rende i luoghi comuni resistenti al senso critico. E dev'essere aerodinamica, nel senso che deve offrire meno attrito possibile agli argomenti contrari. Deve dare l'immagine della coerenza, della logica, della rapidità, così che quando da lontano vedono passare il mio editoriale con tutti i luoghi comuni al posto giusto sulla scocca, tuo papà e tua mamma esclamano: “è tutto chiaro! Non c'è nulla da aggiungere, ha già detto tutto il Professore!”

“Mio papà guarda solo la tv”.
“Mia mamma legge solo internet”.

Parlavo di papà e di mamme in generale. Chi vuole montare il Luogo Comune su una scocca?

“Ioìo!”

Va bene. Stai attento, eh, che c'è gente che ci mette anche una settimana a...

“Fatto!”

Però, sei stato rapido.

“Da grande voglio fare l'editorialista!”

Allora devi imparare a lavorare più piano. Comunque l'editoriale non è ancora finito, adesso si procede alla zincatura, ovvero si immerge la scocca in una vasca di Lessico Corretto. Il lessico è molto importante: non deve essere troppo banale o sciatto.

“E perché?”

Perché deve essere chiaro che è un Professore che parla, uno che ha studiato a lungo. Altrimenti rischia di non esserci nessuna differenza tra questo editoriale e le chiacchiere dei vostri papà al bar.

“Mio papà non va al bar, è musulmano”.

...Quindi, per esempio, al posto di “scegliere”, si usa la parola “optare”.

“Cosa vuol dire optare?”

Scegliere.

“Ho capito, si prendono tutte le parole facili e si trasformano in difficili”.

Eh, no, attenzione, perché se l'editoriale diventa troppo difficile la gente poi non lo legge, e comincia a pensare che il Professore è uno snob. Invece il messaggio che deve passare è che il Professore ha studiato tanto ma si sta sforzando di farsi capire alla gente umile, che sarebbero poi i vostri genitori.

“I miei genitori fanno i precari all'università”.

Mollali appena puoi. Quindi, ricapitolando: non esageriamo con la zincatura. Due o tre minuti sono più che sufficienti per rivestire la scocca di un lessico forbito ma non troppo. Ecco, abbiamo finito.

“E adesso che si fa?”

Si manda l'editoriale al reparto correttori di bozza, dove elimineranno qualche errore ortografico, non troppi.

“Ma non passa dal reparto facts-checking, come tutti gli altri pezzi del giornale?”

Hai visto troppi film americani, quel reparto da noi non esiste – e poi se anche esistesse, non sarebbe il nostro caso, perché questo editoriale, come dicevamo prima, non contiene propriamente nessun “fact”, nessuna informazione di prima mano. Quindi il mio lavoro è finito. Domande?

“Professore, mio papà lavora in una fabbrica simile, però produce le macchine, anche dieci al giorno”.

Non male, tesoro, anche se dovrà abituarsi a produrne un po' di più. Ma qual è la domanda?

“Ecco, io volevo chiedere, tu quanti editoriali produci in un giorno?”

In un giorno? Per carità, al massimo ne faccio un paio alla settimana. Sono più che sufficienti.

“E tutto il resto del tempo cosa fai?”

Beh, mi concentro per scriverli meglio. E poi ho anche altri lavori, per esempio faccio lezioni all'università, utilizzando più o meno le stesse scocche che si adoperano qui, ma con una zincatura più pesante. Poi ogni tanto prendo tutti i miei editoriali, li monto in una scocca più pesante con copertina di cartone e rilegatura in brossura, e li rivendo di nuovo ai vostri genitori in libreria.

“Mio papà in libreria compra solo i divudì”.

E a volte mi invitano in tv a dire due parole sui miei libri. Insomma, sono molto impegnato.

“Ma professore, come si fa a diventare editorialisti?”

Eh, figliolo, bisogna studiare tanto tanto. E poi ancora tanto tanto. Fare tanti sacrifici. E poi, un giorno, chiedere a tuo papà se ti fa scrivere nel suo giornale, o in quello dell'amico del cognato, o se suo zio rettore ti assume all'università, cose così.

“Mio zio di mestiere guida il muletto dietro l'esselunga, mi ha promesso che me lo fa provare”.

Direi che tua strada è segnata. Altre domande?

“Professore, ma lei non ha paura della globa... come si chiama”.

Della globalizzazione? Tesoro, perché dovrei averne paura io?

“Ma lo ha detto prima, c'è sempre gente al mondo che è disposta a lavorare per meno euro all'ora. Questo non vale anche per lei?”

Ma no... vedi, la maggior parte di queste persone stanno in Cina e in India, e se si sforzano possono anche imparare a guidare il muletto dello zio del tuo compagno, ma prima che imparino a scrivere editoriali in italiano... eh, ci vorrà ancora molto tempo. Quindi il mio mestiere è al sicuro, vedete, perché è ancora un mestiere antico, come li chiamavano nel medioevo... un'Arte. Ci vogliono anni e anni di esperienza per riuscire a scrivere quello che...

“Professore, mio papà a volte ti legge...”

Oh, finalmente.

“...e dice che quello che scrivi tu lo potrebbe scrivere anche un bambino delle elementari, e in effetti adesso che ci hai mostrato come si fa, penso che mio papà ha ragione”.

Si dice “abbia ragione”. Vedi? Credi che sia facile, ma poi sbagli i congiuntivi.

“Professore, abbia pazienza, i congiuntivi esprimono: dubbio, incertezza, sospetto, mentre io sono assolutamente sicuro che mio papà HA ragione”.
“Io se scrivo temi con idee così banali la maestra mi dà al massimo sette meno meno”.
“Mia mamma ha smesso di leggerti da tre anni, dice che su internet ci sono persone che scrivono gratis cose molto più interessanti”.
“Mio papà quanto ti vede in tv la spegne, dice che piuttosto di starti ad ascoltare va al bar, dove almeno la gente che dice le tue banalità si può insultare dal vivo”.
“Adesso, professore, onestamente: quanto guadagna netto in quei cinque minuti in cui spiega con belle parole che i nostri genitori non devono più fare la pausa caffè?”

Fermi, state fermi... se mi venite tutti addosso non respiro...

“Professore, secondo me tu sei un parassita che non servi a nulla, nessun indiano o cinese ti verrà a sostituire perché fondamentalmente il tuo mestiere ormai è inutile”.
“Sei convinto di vivere in una torre d'avorio in mezzo alla pianura dell'ignoranza, quando ti basterebbe dare un'occhiata alla finestra per accorgerti che tutto intorno ormai è pieno di grattacieli”.

Maledette canagliette, dov'è la vostra maestrina?

“Sono qui dietro”.

Richiama queste piccole pesti, mi vengono addosso!

“Ehiehi, che maniere. Mi dia del lei, intanto, sono una professoressa anch'io. Ho appena conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura per l'Infanzia, se ha dato un'occhiata al mio curriculum avrà notato che negli ultimi tre anni ho scritto più articoli scientifici di lei”.

Ma io mica leggo i curriculum...

“Già, che bisogno c'è. Dalla sua torretta siamo tutte maestrine. Allora bimbi, cosa vogliamo fare di questo babbano inutile?”
“Impicchiamolo!”
“Alla sua cravatta!”
“Dai!”
“Buttiamolo nel cesto dei Luoghi Comuni, in fondo è quello che è”.
“Anzi, probabilmente è lì che lo hanno trovato”.
“Lo hanno assemblato su una di queste scocche”.
“Poi a un certo punto si è convinto di essere un umano, ma è stato tanti anni fa, quando la gente ancora lo leggeva!”
“Meravigliosa intuizione, Kevin. Va bene, smontiamolo e vediamo se riusciamo ad assemblarlo in un modo più originale”.

Indietro! Indietro! Canaglia! Canaglia!

***

“Professore, dice a me?”

Eh? Oddio, era tutto un incubo. Devo essermi appisolato e... ma cosa sono queste urla di là? Ci sono dei bambini?

“Bambini? Ma no, è la vertenza. Sa che dobbiamo mandare a casa un'altra dozzina di redattori”.

Ancora?

“Che ci vuol fare, professore, continuiamo a perdere copie... Piuttosto, è pronto l'editoriale?”

No, mi dispiace, mi devo essere assopito e... Qual era l'argomento, scusami?

“Riforma Gelmini. Deve scrivere che gli studenti sono reazionari, non accettano le novità, difendono lo status quo”.

Ma l'ho già scritto la settimana scorsa.

“Va bene, allora prende il pezzo della settimana scorsa, lo smonta, lo riassembla in un ordine diverso, cambia un po' di sinonimi... se è stanco le mando uno stagista, ce n'è uno giovane che è molto bravo”.

No, no, faccio da solo.

“Guardi che non è un problema, tanto lo stagista è qua. E non lo paghiamo mica a prestazione. Anzi, non lo paghiamo proprio, ahah”.

Quanti anni ha?

“Un po' meno di trenta, direi... ventotto, ventisei...”

Alla sua età io ero già in facoltà... prendevo l'assegnino...

“Cosa ci vuol fare, professore, è una generazione di... di bamboccioni, no? Non l'ha detta lei questa cosa?”

No. Non ero io. L'ha detta uno che adesso è morto.

“Ah, mi scusi. Devo averla vista nel cestone dei Luoghi Comuni, e ho pensato che fosse roba sua”.

Eh? Cos'hai detto?




FINE
*******

"Un dialogo a più voci, però!", disse allora l'intrigata Verola. "Aureliano, il tuo coraggio non si fa scrupolo di superare i limiti della prudenza. Che ne pensi, Taddei?"
"Mia signora, perché lo chiede proprio a me?"
"Forse per le cinque volte che hai sbuffato durante la recitazione? Il racconto evidentemente non ha incontrato i tuoi gusti".
"Mia signora, non è a me che qui spetta il ruolo di giudice: e tuttavia se possibile vorrei fosse messo agli atti che i dialoghetti didascalici del mio avversario mi urtano; che il suo populismo frustrato, che non a caso parla per mezzo di bambini di scuola elementare imbeccati a ideologia, offende la mia intelligenza; e il tono da agitprop con cui ci elargisce l'ennesimo capitolo del suo martirologio mi ributta, sì, mi ributta profondamente".
"Disgustare i lettori come te", rispose Aureliano, "potrebbe anche essere uno dei miei obiettivi".
"E in ciò almeno ti sbagli, Aureliano", replicò Verola, "giacché l'unico obiettivo, qui, è intrattenermi e fare prova della vostra abilità narrativa. Come ci dimostrerà Taddei domani, con un nuovo racconto interessante e originale, vero Taddei? Ma ora a nanna, ché domani mattina c'è il corso di equitazione"
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Roveti in bianco e nero

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L'educazione religiosa, 3

(Riassunto delle puntate precedenti: lasciate perdere le puntate precedenti. Inutili. La storia comincia adesso).
È tempo di fare entrare uno dei personaggi principali dell'Educazione Religiosa di Saul, vale a dire la cattiva maestra preferita di tutti noi, la televisione. Saul le vuole bene, e ammette di avere imparato tantissime cose da lei; ma vogliamo anche un po' parlare delle mazzate che ha preso? Saul si sente ancora i bozzi nel cervello. Poi nella vita si va avanti, si fa finta di niente, senz'altro era peggio crescere al tempo della scarlattina, della tbc. Però che il tv color non avesse effetti collaterali, eh, questo no. Non potete dirlo. I bozzi ce li avete anche voi.

I posteri faticheranno a capire questa cosa. Ammesso che gli interessi, ai posteri (nessuno ne sa mai niente, dei posteri). In fondo era un elettrodomestico come un altro, via, portava un po' di rumore e di colore, e non se ne possono sottovalutare le potenzialità propagandistiche, sì, ma... non ci siamo capiti. Qui stiamo parlando di qualcosa di molto più profondo e più violento. Lo sapete che i bambini della generazione di Saul facevano sogni in bianco e nero? Se è per questo anche i loro genitori, cresciuti a pane amore e cinematografo parrocchiale. Oggi ormai siamo talmente abituati all'idea del “bombardamento mediatico”, e a portarci il laptop in bagno, che la percentuale di tempo passato da Saul e i suoi genitori davanti a schermi in bianco e nero ci sembra ridicola. Un'oretta al giorno, chi meno chi più. Tutto il resto della loro vita la vivevano a colori. Però sognavano in bianco e nero. È una cosa che fa spavento, a voi non fa spavento? Vabbe', voi non vi stupite più di niente.

Il cinque del quarto mese dell'anno trentesimo, il profeta Ezechiele vede un uragano arrivare da nord. Dentro c'è un turbinìo di fuoco, e nel turbinìo quattro esseri di sembianza umana, ma provvisti di zoccoli e quattro ali ciascuno (e mani sotto le ali). Gli esseri hanno quattro facce ciascuno: una di uomo, una di leone, una di toro e una di aquila. Di fianco a loro, un complicato incastro di ruote di topazio. Sopra di loro, un firmamento, e oltre il firmamento s'intravede quell'immagine di Dio dalla quale il profeta saggiamente preferisce distogliere lo sguardo. Di solito a questo punto il divulgatore laico inserisce una battutina, del tipo: ma che si era mangiato la sera prima il profeta Ezechiele? Che tipo di funghi raccoglieva? Che tipo di fumi inalavano, gli ebrei della cattività, durante i loro sacrifici? Non lo sappiamo. Ammettiamo pure che il sogno sia frutto della fantasia di Ezechiele: mica male come fantasia, no? Lo credereste che il sacerdote di un popolo contadino sia in grado di mettere insieme dei sogni così? C'è l'insistenza sul mondo animale che è più che prevedibile in una cultura agricola; l'aspetto orgiastico (vagamente peccaminoso) dell'ibridazione bestiale. Più sorprendente è l'elemento geometrico (che di solito associamo al razionalismo ellenico), ma in fondo stiamo parlando di ruote, anche i contadini di Babilonia le montavano ai carri. Insomma, nel sogno Ezechiele non fa che rielaborare cose che ha già visto (tranne forse i leoni, animali leggendari). Però il risultato è talmente delirante che Ezechiele non può dubitare nemmeno per un istante di essere davanti a un messaggio di Dio. Il caso di Ez è quello classico di un uomo antico che ha di fronte le libere associazioni del suo inconscio e, non riconoscendole, le scambia per Dio. Questo cosa c'entra con la televisione? Niente.

Ma sono abbastanza sicuro che se Ezechiele fosse nato ai tempi di Saul, oltre a disporre di molti più elementi da combinare (pantere, dinosauri, corsari, cow-boys, astronavi, marziani), li avrebbe sognati in bianco e nero. Ecco, ma puoi veramente credere in un Dio che ti parla in bianco e nero? No, secondo me no. Era come se il nostro inconscio, parlo dell'inconscio della generazione di Saul, tarandosi sul B/N avesse trovato una specie di valvola di sfogo. Anche davanti a un sogno angosciante, o delirante, od orgiastico, il B/N ti rassicurava, ti diceva tutto ok: queste cose non possono succedere nella realtà, quindi non sei nella realtà. Sei dunque davanti a un Dio? Noooo, ci mancherebbe. Sei soltanto davanti alla televisione. Saul non sognava cose brutte o paurose. Sognava di essere davanti alla tv e guardare cose brutte o paurose. Non è proprio la stessa cosa, anche se nei sogni non si può cambiare canale (del resto neanche in quelle vecchie tv si poteva).

Finché la tv rimase in bianco e nero, il piccolo Saul non poteva avere visioni. Al massimo poteva sognare film stranissimi, ma i film dei grandi sono sempre un po' stranissimi. Ci siamo persi, in quegli anni, qualche dozzina di profeti visionari. (Sarebbe curioso saperne di più. Sarebbe curioso sapere se Hitler o Wojtyla sognassero a colori o in BN. Gli esseri umani per milioni di anni hanno sognato a colori, poi per qualche decennio sono passati in bianco e nero, e prima che la cosa diventasse oggetto di una seria ricerca neuropsichiatrica, la parentesi è finita). Voi che avete paura dello switch da analogico al digitale, ahah, Saul vi ride in faccia. Lui ha vissuto ben altro switch, il suo inconscio è passato dal BN ai colori proprio negli anni più delicati dell'infanzia. Abbiamo detto che il B/N lo proteggeva. Ma un bel giorno il B/N non ci fu più... (continua, più lento della vita).


Tutte le puntate fin qui.
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Per ora è un sogno, ma

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Fondata sui Sogni

Se dovessi scegliere qual è lo spot più stimolante degli ultimi mesi, a occhio direi il Mito di Pietro Barilla. Diciamo che è l'unico su cui riuscirei a buttar giù un pezzo in uno di quei giorni in cui non si pescano altri argomenti (Craxi: fatto, Haiti: fatto, Processo breve: troppo difficile, Fotoricatti: troppo presto...)

Non che abbia molto da dire, giusto due cose: 1. C'è una gran voglia di identità, di Storia, di tradizioni, e non da ieri. La Barilla su queste cose ci lavora da anni – ormai però questa voglia di passato si è fatta così parossistica, e mobilita talmente tante professionalità (costumisti, scenografi) da rasentare il grottesco (nella pubblicità, negli sceneggiati, al cinema). Non ci si limita più ad allestire qualche quadretto vintage: no, qui si assiste alla nascita di veri e propri Miti di fondazione. Riemerge così, dalle tenebre della Storia (risuscitato da qualche dagherrotipia sfocata) Pietro Barilla: non più oscuro bottegaio in Parma, ma novello Romolo che traccia un solco e fonda il Marchio Leggendario. Tutto molto bello, e ovviamente falso.

2. Ma come si fa a capire che è falso? Beh, basta sentirlo parlare. Malgrado baffi e camicia filologicamente fedeli al 1877, il mitico Pietro Barilla ragiona come un nostro contemporaneo. E allora, sentiamo, Sig. Barilla, perché vuole venderci sfarinati di grano duro? Ancora dieci anni fa ci avrebbe detto che aveva dei “valori” (la famiglia, la tradizione, l'identità, bla bla bla), ma oggi... oggi Pietro Barilla ha “un sogno” (oltre alla “passione”, ovviamente: vicino ai sogni c'è sempre quella roba lì). E qual è il sogno del mitico Barilla? “Forse diventare una pasta famosa”. Proprio come la tredicenne che vuole diventare una famosa ballerina, o il chitarrista 16enne che incita i suoi amichetti, “se c'è la passione potremo diventare una band famosa...” ecco, riuscite a immaginare gli stessi pensieri nella testa di un vero signore baffuto in una bottega di Parma nel 1877? No, infatti questo è Pietro Barilla 2009: un uomo che aveva un sogno, e tanta passione, e quindi ce l'ha fatta, proprio come Balotelli o Marco Carta. La Barilla non è una semplice fabbrica di sfarinati, la Barilla è fatta della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni – s'intende, non i vostri sogni di adulti decrepiti (il massimo delle vostre fantasticherie, lo so, è buttarvi sul divano davanti a una maratona di telefilm), ma i sogni vergini, i sogni dei ragazzini, i sogni di Gloria e di Successo.

In pratica la Storia, proprio mentre si evoca (1) si abolisce (2). I bottegai baffuti del nostro passato sono uguali a noi, siamo noi, la Storia non è che un'infinita sequela di generazioni di giovincelli che si pettinano in modi diversi ma tutti comunque sognano di sfondare nel mondo dello showbiz o, in mancanza di show, almeno nel pastabiz.

Se continueremo con passione, allora potremo perfezionarci, e forse diventare una pasta famosa... magari in tutto il mondo! Per ora è un sogno, ma se c'è la passione, perché non sognare?

Ecco, bravo Pietro, perfezionati, allenati, studia la parte. Com'è poi andata lo sapete: nel 1895 al teatro Storchi di Modena la prima edizione di Italy's Best Pasta vide i rigatoni di Pietro sconfitti in finale, di misura, dalle linguine di Gioachino Buitoni. I cronisti dell'epoca riportano la sensazione che i veri antagonisti dei rigatoni fossero i boccoli biondi di Gioachino, soprattutto presso il pubblico femminile (per tacere del pubblico gay, di cui effettivamente a quei tempi si taceva). Un'altra teoria è che la popolarità di cui godeva già Barilla abbia portato la giuria di qualità a favorire l'altro prodotto, col risultato di lanciare sul mercato due marchi invece di uno...

Eh? No, scusate, mi ero fatto prendere da una vertigine steampunk. Niente, cari creativi, non c'è che da togliersi il cappello davanti alla vostra doppia capriola: (1) trasformare un anonimo bottegaio in un fondatore di civiltà e (2) dotare questo fondatore di civiltà dello stesso lessico e della stessa sensibilità di un Amico di Maria De Filippi. Sulla cui trasmissione avrei racimolato un altro paio di cose da buttar giù. Magari un'altra volta, in un altro di quei giorni in cui non si pesca niente.
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Magari è davvero solo un sogno

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(Ricopio dall'anno scorso, e domani spero di svegliarmi)

Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice: “Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no”.
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... possa fare un brutto effetto... alla tua età, poi...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“C'è qui il capo della polizia, Manganelli, è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfra. Chiamami Gianfra”.
“Ah, già, Gianfra. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose... insieme!”
“Grazie, ma è troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava ascoltare Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”

(Continua, all'infinito).
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La banda dei Luca

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Gli incubi del prof. Esso, 2
(Delirio)

Che strano. Mi trovo nel corridoio della scuola, ma è notte. Mi domando chi mi avrà fatto entrare.
“Buongiorno prof. Esso”.
Toh, ma chi si vede. Rossi Luca! Ma che ci fai tu qui, le lezioni cominciano martedì, e inoltre...
“Buongiorno prof. Esso”.
“Verdi Luca, che sorpresa! Ma tu ti sei diplomato tre anni fa, se non mi sbaglio, oppure...”
“Buongiorno prof. Esso”.
“E tu chi accidenti saresti... aspetta, ce l'ho sulla punta della lingua... mi rigasti una fiancata nel duemilaetré se non sbaglio...”
“Bianchi”.
“Bianchi, certo, e di nome...”
“Luca”.
“Luca, ma quella volta, scusa, perché non me la rigasti fino in fondo! L'assicurazione non me la rimborsò perché non superava la franchigia, insomma, se volete fare le cose almeno fatele bene, dico sempre io...”
“Ma non tace mai?”
“Prova ad alzare la mano, a volte funziona”.
“Professore, si starà domandando perché la evochiamo”.
“Come sarebbe a dire che mi state evocando? Al massimo sono io che sto evocando voi”.
“È un punto di vista. In ogni caso si tratta di questo: lei è uno dei pochi esponenti del mondo adulto di cui ci fidiamo...”
“Oh, grazie, questo è molto commovente, ecco uno di quei momenti che mi ripagano delle frustrazioni di una...”
“E quindi ci dovrebbe aiutare a occultare un cadavere”.
Eh?”
“Naturalmente non è che glielo chiediamo a gratis, insomma, se lei ci fa questa cosa per noi, noi poi ci sdebitiamo, abbiamo già trovato un modo...”
“Ma come sarebbe a dire un cadavere, scusate? Intendo dire, non è per caso che fino a qualche ora fa fosse ancora vivo e poi qualcuno di voi si sia adoperato in tal senso...”
“Lei è molto perspicace".
"In effetti ci siamo adoperati concretamente in tal senso tutti e tre”.
“Molto concretamente”.
“O mio Dio”.
“Tuttavia un conto è trasformare una persona in cadavere – questo era alla portata delle nostre capacità di teenager coglioni – un altro paio di maniche è farlo sparire, per queste cose serve come minimo il baule di una macchina e quindi, in definitiva, un adulto facilmente manipolab...”
“Ma perché, perché? Tutte queste cose brutte, l'odio, la violenza, il bullismo...”
“Ecco, ha detto bene, il bullismo”.
“È diventata una vera piaga negli ultimi anni, prof, lo ha notato?”
“Dico, uno fa tutto il possibile per restare calmo, non rispondere alle provocazioni... ma non serve a niente”.
“Si attaccano a tutto per prenderti in giro. Se sei biondo ti danno del biondo, se sei scuro ti danno dello scuro...”
“Non dico poi se i tuoi genitori ti hanno dato un nome appena appena stravagante... è la fine”.
“Ma i vostri genitori non vi hanno lasciato nomi stravaganti”.
“Certo che no”.
“Ci volevano bene, i nostri genitori”.
“Hanno fatto tutto il possibile per non farci spuntare dal mucchio”.
“Sin da piccoli ci hanno sempre infilato in tutte le code possibili... ci hanno sempre raccomandato di guardarsi intorno e poi fare quello che fa la maggioranza... i nostri genitori non hanno nessuna colpa”.
“Pensi solo a come ci hanno chiamato: Luca”.
“Capirei “Filippo”. Capirei “Giuseppe”. Ma come si fa a prendere in giro un Luca? È il nome più neutro che c'è. Fino all'anno scorso nessuno ti prendeva in giro se ti chiamavi Luca”.
“Fino all'anno scorso? E poi?”
“E poi è successo quello che è successo”.
“Il disastro”.
“La catastrofe”.
“L'armagheddon”.
“Complimenti per i sinonimi, si vede che avete avuto un buon insegnante, ma insomma, stringendo...”
“Luca, credo sia venuto il momento di mostrarglielo”.
“Va bene Luca, apro l'armadietto”.
“Che buffo, nella scuole dei sogni ci sono gli armadietti. Si vede proprio che il nostro immaginario è americano, e inoltre... O. Mio. Dio. Ma quello è...
“Proprio lui”.
“...il celebre cantante Povia!”
“Si riconosce ancora molto bene, maledizione”.
“Abbiamo provato anche a staccargli la testa, ma col coltellino non è mica facile”.
“Ma poverino, cosa vi aveva fatto di male?”
“Cosa ci aveva fatto? Ci sta veramente chiedendo cosa ci ha fatto di male?”
“Ci ha distrutto!”
“Ma lo sa che ci sono ragazzi che non escono di casa da mesi, per colpa sua?”
“Per colpa sua? Non capisco”.
“Sua e della sua maledetta canzone! Quella dei gay”.
“No, aspettate. Capisco che il testo potesse essere discutibile e anche un pelo omofobico, ma da qui a ritenere Povia responsabile dell'ondata di omofobia degli ultimi mesi...”
“Ma che sta dicendo?”
“Crede che noi ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“Anche lui? Ma allora non c'è speranza”.
“Professore, ma con rispetto parlando, chi se ne frega dei gay. Noi non ce l'abbiamo con Povia perché siamo gay”.
“E allora perché, non capisco...”
“Ma perché ci chiamiamo Luca, ecco perché! Da quando ha portato a Sanremo quella maledetta canzone, tutti i nostri compagni ci prendono in giro”.
“Aaaah, ora mi è chiaro. Luca era gay”.
“Tutti a dire: Ti chiami Luca? Ihihih! Allora eri gay”.
“Ma noi non siamo gay”.
“Non vogliamo che la gente dice che siamo gay”.
“O anche che lo eravamo”.
“Uno passa i migliori anni della sua vita a disegnare piselli nei bagni della scuola per costruirsi un'immagine di macho, e poi arriva 'sto cantante col suo ritornello del c...”
“Abbiamo cercato di spiegarglielo a tutti, ma più glielo spieghiamo più loro insistono, più loro insistono più noi ci arrabbiamo, è un vero fenomeno a livello nazionale”.
“Così ci siamo organizzati. Abbiamo fondato un'associazione”.
“Un'associazione per i diritti dei Luca?”
“No, un'associazione per spaccare la faccia a Povia. Poi però forse abbiamo trasceso”.
“È colpa di Luca, glielo avevo detto di lasciare a casa il tirapugni chiodato”.
“Luca, Luca, Luca, sentite, tutto questo non può essere vero. Voglio dire, era solo una canzone che parlava di uno che a un certo punto della vita era gay. Sono cose che succedono”.
“Sì, ma perché l'ha chiamato proprio Luca?”
“Perché, mah, perché è un nome semplice, molto comune, perché sta in metrica... ma non sarebbe stata la stessa cosa se avesse usato, che ne so, Giovanni?”
“Ah, perché Giovanni era gay?”
“Ma certo che era gay, l'ho sempre detto io”.
“Ma no... Sentite, non so come spiegarvelo... quello che avete fatto è molto sbagliato. Molto molto molto sbagliato. Forse vi sentivate presi di mira, ma questo non vi autorizzava a... l'odio non è mai la risposta, la violenza è brutta, e inoltre...”
“Luca, questo è capace di andare avanti tutta notte così”.
“Lo so, Luca, è meglio che apriamo subito il secondo armadietto”.
“Oh, e va bene. Prof, senta, noi lo sapevamo che lei non avrebbe preso la cosa molto bene, e quindi abbiamo pensato di addolcire la pillola un po'”.
“In che modo?”
“Già che siamo in tema di ammazzare cantanti, ci siamo chiesti se non c'era un cantante che le avrebbe fatto piacere trovare legato e incaprettato nel suo armadietto...”
“A disposizione della sua troppo giusta ira”.
“Ma siete veramente folli. Io ammazzare un cantante? E perché mai? Io non ce l'ho con nessuno, e in particolare con nessun cantante”.
“Neanche uno?”
“Ma ci mancherebbe, al massimo se sono in coda in autostrada e Isoradio mette su Gianni Togni o Sandro Giacobbe mi adonto un po', ma so che non è colpa loro e quindi...”
“Va bene, Luca, apri l'armadietto”.

"Hmmm-mmm!"
“Ma questo... questo non è un cantante”.
“In senso stretto forse no...”
“Questo è...”
“Tricarico. Quello schifoso pezzo di...”
“Immaginavamo che avesse, come dire, una certa animosità nei suoi confronti”.
“Animosità? Questo, come definirlo, questo tra virgolette uomo, che ha fatto successo vendendo ai bambini un disco che diceva Puttana la maestra. Che se mi fossi capitato tra le mani, io...”
“Prof, guardi che è così. Le è capitato tra le mani”.
“Già”.

Hmmm-mmmm!

“Luca, passami il tirapugni chiodato”.
“Prof, ma è sicuro? In fondo era solo una canzone”.
“Una canzone? Ma mia mamma faceva la maestra! E la mamma, la mamma non si tocca”.
“Ma non parlava della sua mamma, era una maestra in generale”
“Non importa! Ricordo quell'anno, i bambini ai giardinetti che cantavano Puttana Puttana, e tutto questo per arricchire un cantante-sacco-di...”
“Ma se rammento bene, la canzone descriveva un trauma vissuto nell'età evolutiva”.
“Dammi qua, glielo do io il trauma a Tricarico. Toh!”

HMMM!

“E toh! Cioè, questi arrivano a scuola orfani ed è sempre colpa delle maestre, sempre colpa del servizio pubblico, toh! ma non ti vergogni a speculare sui traumi infantili anche tuoi, ma sai che ti dico, il tema su tuo padre morto te lo doveva far scrivere in ginocchio sui ceci! E prendi questa! E questa!”
“Be', ma guarda che roba”.
“Abbiamo liberato una belva, mi sa”
“E questa! e questa! e...”
“Professore, basta così, è morto già da cinque minuti”.
“Ah sì? Strano, non mi sento per niente in colpa”.
“Adesso però deve liberarsi del corpo”.
“Ah, già, mi servono dei sacchi di nylon... una paletta... e devo andare a prendere la macchina”.
“Allora già che c'è può sbarazzarsi anche del nostro, cosa dice?”
“Beh, se insistete”.
“Grazie prof, sa che le dico? Io credo che stanotte noi non abbiamo solamente sfogato i nostri istinti bestiali”.
“Ah no?”
“No, noi stanotte abbiamo fatto qualcosa d'importante per la musica italiana”.
“Di solito a questo punto però mi sveglio sudato”.
“E perché prof? Non è mica un incubo questo”.
“Ah no?”
“Ma no, è un sogno come un altro. Più piacevole di altri”.

....

“Dormito bene stanotte?”
“Fatto un sogno strano... c'erano Qui Quo Qua che però erano tre miei studenti un po' bulli che ammazzavano Povia... e allora io per non essere da meno dovevo far fuori Tricarico, e poi...”
“Quand'è che ricominci a lavorare?”
“Dici che ne ho bisogno?”
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Divincolare il vulture

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Gli incubi del prof. Esso, 1.

Drin drin, drin drin
“Ma chi è... pronto”.
“Pronto, parlo col professor Esso?”
“Sì, ma sono le quattro del mattino”.
“Professore mi dispiace, qui è la banca”.
“La banca?”
“Vede, come sa domani è il grande giorno, andiamo tutti dal notaio per le firme, ebbene –
“Giusto, il notaio, vi ha chiamato?”
“No, non ci ha chiamato”.
“Me l'aveva promesso”.
“Promessa di notaio. Ma il punto è che stavo ristudiando bene le carte della sua richiesta di mutuo, e...”
“Avevamo risolto tutto, no?”
“Ecco, appunto, pare che...”
“No”.
“...lei si sia dimenticato di vulturare l'accollo”.
“Eh?”
“L'accollo, si ricorda? Ecco, andava vulturato”.
“Ma certo che mi ricordo. L'accollo. E l'ho anche vulturato. Due giorni fa sono andato dal notaio e...”
“Ma in questo caso qui avrei il testo di vincolo, e non ce l'ho”.
“Ce l'ha il notaio. Vi doveva chiamare”.
“Non mi ha chiamato, e comunque la vultura non risulta assicurata”.
“Ma sì, l'ho assicurata... la settimana scorsa”.
“No, la settimana scorsa lei l'ha vincolata, è una cosa diversa”.
“L'ho vincolata?”
“Poi però doveva assicurarla”.
“Assicurare cosa?”
“L'accollo”.
“Non il vincolo?”
“No, scusi, la vultura”.
“Sull'accollo”.
“No, sul vincolo”.
“Insomma, lei davvero non crederà...”
“Ma diamoci del tu”.
“Ecco, dunque, non credere che io non mi renda conto che mi stai semplicemente scodellando dei sintagmi a caso”.
“Non possiamo correre il rischio di andare dal notaio con una voltura in accollo non vincolata”.
“...approfittando della mia stanchezza e della mia incompetenza per scucirmi altri soldi”.
“Al limite l'accolliamo alla catasta del volture”.
“...che tanto ormai mi hai succhiato così tanto che sono del tutto insensibile al dolore, quindi perché non mi dici semplicemente quanto vuoi stavolta? Quanto vuoi per lasciarmi un po' in pace?”
“Mah, dipende... gli interessi passivi, il taeg, lo spread...”
“Dimmi solo quanto”.
“Dipende, ti ho detto. Quanto ti resta?”
“Niente. Vi siete presi anche i ragni”
“Tua moglie ha delle gioie?”
“Le aveva, poi mi ha incontrato”.
“Buona questa, perché non fai lo scrittore?”
“Ahem”.
“Prendi i pezzi del blog, ci fai un libro...”
“Già fatto, l'editore ha chiuso”.
“Sarà stata una coincidenza”.
“Senz'altro”.
“Possiedi qualcos'altro di valore? Libri rari?”
“Il mio, rarissimo”.
“Senti, visto che siamo a questo, posso farti una domanda intima... hai mai avuto rapporti?”
“Non mi lamento, grazie”.
“No, intendo passivi”.
“Ah, ecco dove volevamo arrivare”.
“Perché magari, chissà, in questo momento sei seduto su una risorsa da valorizzare”.
“Vogliamo valorizzarla?”
“La cosa è tecnicamente fattibile, se tu mi dai l'ok, nella prossima delibera... ma ti posso garantire sin d'ora che... certo, ti chiederanno di assicurare...”
“Furto e incendio?”
“Anche fulmini e... vandalismo”.
“Brr...”
“Ma è una formalità. Poi ci accolliamo l'assicurazione”.
“Chi se l'accolla?”
“La banca. Altrimenti se preferisci un'accatastamento, la vulturiamo”.
“Oddio, ricomincia da capo”.
“Ma voglio essere sicuro che hai capito”.
“Ora conterò fino a tre e mi sveglierò. Uno, due

“Ehi, che c'è?”
Tre! Sono sveglio!”
“Hai fatto un altro incubo?”
“Dovevo comprare la casa e all'ultimo momento mi ero dimenticato di vulturare... di accatastare... che ne so...che angoscia”.
“Stai tranquillo. Non devi comprare nessuna casa”.
“Perché l'ho già comprata anni fa, giusto?”
“Giusto. Dormi adesso, che domattina devi svegliarti presto per il turno alla cava”.
“Spaccare pietre fino a mezzodì. Non vedo l'ora. Ma non so se riuscirò a prender sonno adesso”.
“Conta le pecore che saltano il recinto”.
“Non ha mai funzionato”.
“Conta i bancari che saltano nella fossa dei leoni”.
“Ci sono anche i notai?”
“I notai sono tutti infilzati in uno spiedino rovente”.
“Buono lo spiedino”.
“Su un tappeto di assicuratori disossati”.
“Ma sono ancora vivi, vero? Li hanno disossati ma sono ancora vivi, e soffrono”.
“Sì, soffrono tanto”.
“Anche i notai, girono nello spiedino per l'eternità, ma non è che si abituano, eh? Soffrono ogni momento come fosse il primo”.
“Soffrono tutti tantissimo, adesso dormi”.
“E i bancari dov'è che li avevamo messi?”
“Nella fossa dei leoni”.
“Poi quando sanguinano un po' li ripeschiamo... loro credono di essersi salvati, e invece li tuffiamo...”
“Nella vasca degli squali. Dormi”.
“Zzz”.
Che domani è un altro giorno.
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ridete, pagliacci

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Per la società dell'avanspettacolo è stata una settimana difficile. Il palco scricchiola, il pubblico sonnecchia, il sipario è smandrappato e rischia di venir giù tutto d'un tratto.

Su Piste ho messo insieme tre episodi che non hanno apparentemente nulla in comune, eppure:
- A Siena non riescono più a mettersi d'accordo nemmeno su chi ha comprato il Palio.
- A Parigi John Galliano trascina l'Alta Moda Internazionale nel solito carrozzone disneyano.
- A Torino, per scartare il nuovo giocattolino di Lapo e lapoidi, una compagnia di sosia di Vip e acrobati demotivati rifrigge per l'ennesima volta la Storia d'Italia per luoghi comuni.

Tutto questo potrebbe voler dire una cosa sola: non riusciamo più a divertirci. L'Occidente è in quella fase crepuscolare dell'adolescenza in cui appoggiato al muro di un locale con un bicchiere in mano ti rendi conto che non ti piace la musica, non ti piace la compagnia, non ti piace nemmeno il Gin Tonic, che l'abitudine ha preso da un pezzo il sopravvento sul piacere. E la colpa di chi è? E se fosse colpa del Dj? La solita scaletta, invariata da cinquant'anni, non dice niente della nostra vita.

Questa classe dirigente fa schifo per vari motivi, e forse il primo è che non ha fantasia. Ricicla persino i sogni dei papà e dei nonni. Scusate, ma che tipo di nostalgia dovremmo provare davanti a una Cinquecento a diecimila euro? Ma ridateci una Panda a cinquemila, e ai sogni ci penseremo noi.
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Il Paradiso non è un modello di sviluppo economicamente sostenibile

Bene, Leonardo
A questo punto stai iniziando a chiederti seriamente se è un sogno, il tuo, o non piuttosto un'allucinazione guidata, un'ipnosi, ecc.. T'interessa il mio parere?
È da un tempo indefinito che stai ascoltando le mia storia che, per quanto sconnessa, conserva una certa dose di consequenzialità. Questo tenderebbe a escludere i sogni, che non sono sequenziali. I sogni sono straordinarie divagazioni: se in un sogno inciampi in qualcosa d'interessante, improvvisamente l'obiettivo del sogno si sposta su questo oggetto. Non mi sembra che sia il nostro caso.
D'altro canto, se io stessi cercando di plagiarti, facendoti credere a qualcosa di non vero, sarei venuto probabilmente a te con una storia più semplice e credibile. Invece questa storia è molto complicata e vagamente surreale. Che senso ha cercare di circuire un individuo intelligente con una storia complicata? Nessun senso. (Ad esempio, perché proprio 19 piramidi? Perché non un bel numero tondo?)
Non ti resta che una terza possibilità: la storia che ti sto raccontando è autentica. È complicata ma in qualche modo consequenziale, proprio come la Realtà. Nessuna simulazione è altrettanto pasticciona della Realtà, come ben sai.
Considera questo: Tom, l'Anticristo, aveva centrato l'obiettivo a cui tendeva l'umanità da migliaia di anni (la felicità, l'immortalità, ecc.) per un puro accidente. Ci era inciampato mentre stava cercando di evitare una banale crisi economica e la conseguente Guerra Mondiale. Serendipità. E per qualche tempo, non si rese conto dell'effettiva portata della sua scoperta. Nemmeno quando si sentì chiedere da molti personaggi potenti di tutto il mondo, nei circoli in cui le informazioni filtrano, ehi, senti, perché non ci porti con te nel tuo Paradiso?
"Ma non è il Paradiso. È solo una pietosa menzogna".
"La vita è una menzogna. La tua, almeno, è pietosa".
"Ma non è vita la mia, è solo un sogno".
"La vita è sogno".
"Oggi non riesco proprio a spiegarmi. Voglio dire, non è un Paradiso. È solo una buona simulazione. Abbiamo preso lo staff di The Sims, gli abbiamo dato tutti i terabyte che gli servivano e…"
"Tom, Tom, tutta la vita è una simulazione. Ma tu solo ci prometti una buona simulazione".
"Beh".
"Solo tu hai il Codice Sorgente di vita eterna".

Il successo della sua invenzione impensieriva Tom. 144.000 persone in animazione sospesa da qui all'eternità sono già un bel po' di Kilowatt; ma se la voce iniziava a spargersi e la gente si metteva in fila per andare in coma, dove l'avrebbe trovata, l'energia? Ne parlò col Presidente.
"Arnold, sono molto in pensiero".
"Problemi di budget?"
"Alla grande. E soprattutto: questa cosa è potenzialmente eterna. Non rientrerò mai nei costi".
"Perché non metti l'accesso a pagamento? La gente ha sempre pagato per salvarsi l'anima. Nella mia vecchia Europa, sai, nel Medioevo…"
"Arnold, io non metto in dubbio la tua cultura e la tua conoscenza, ma le mie teste d'uovo mi hanno già avvertito che il modello ticket-per-eternità non può funzionare. Per quanto sia alto il ticket, l'utente lo paga una volta sola. E poi io devo mantenerlo nei secoli dei secoli. Dopo un paio di millenni vado in rosso. È matematico".
"Ma se reinvesti i fondi con un tasso d'interesse…"
"Ma cosa sono i fondi davanti ai millenni? Tra l'altro, se la voce inizia a spargersi davvero tutti vorranno entrare, l'economia occidentale andrà a rotoli e i titoli di borsa saranno carta straccia".
"Vuoi dire che tutti preferirebbero vivere in una simulazione, piuttosto che nella Realtà?"
"Pare proprio di sì. Ho fatto dei sondaggi".
"Ma come. La vita è così bella".
"Arnold, tu sei Presidente degli USA, ex campione del mondo di culturismo, hai recitato a Hollywood e intrattenuto relazioni sessuali con centinaia di partner. Ti sei fatto anche tutto l'umanamente fattibile. Può darsi che la tua esperienza di vita non sia quella dell'umano medio".
"Dici?"
"E comunq stai perdendo i capelli anche tu, non credere".
"Sì, già, beh, sai che ti dico? Ti aiuterò, Tom. Il tuo progetto tutto sommato mi piace. Mi fa risparmiare un sacco, sai?"
"Risparmiare?"
"Ha ha, sì, non lo avevi capito? Tu spendi, ma io risparmio. Hai fatto piazza pulita di 144.000 consumatori, e sai cos'è successo?"
"Hai perso forza lavoro".
"Macché, erano lavori inutili. Ho risparmiato energia. Non usano più il frigo, il PC, il microonde. Non vanno più a prendere i bambini a scuola con la 4x4. Niente più riscaldamento d'inverno e condizionamento d'estate. Tutto quello che gli serve è…"
"Una flebo di alimenti e una nicchia calda nei sotterranei del Mars Project, New Mexico".
"E non si riproducono più, non creano ulteriori consumatori. Perciò, se altri miei cittadini venissero da te, a chiederti il Codice Sorgente di vita eterna, tu non preoccuparti della spesa, Tom. Anzi, sai che ti dico. Di' agli ingegneri di preparare qualche nicchia in più, cento o duecento milioni. È l'occasione per trasformarci finalm in una nazione economa e virtuosa".
"Arnold, hai intenzione di dare la vita eterna a tutti i cittadini americani?"
"Perché no? Io sono democratico, dopotutto. E comporterebbe un taglio alla spesa pubblica, quindi…"
"Ma ci vorrà pure qualcuno al piano terra, a produrre alimenti ed energia!"
"Non lo possono fare le macchine?"
"No, non sono abbastanza affidabili! E se s'inceppano? E se si ribellano?"
"Ha ha ha, Tom, sai una cosa? Sei sempre uno spasso. Le macchine che si ribellano, roba da matti. Hai visto troppi film, amico".
"Certo che ho visto troppi film. Ho visto anche i tuoi. E tu hai visto i miei. Siamo di Hollywood, i film erano il nostro mestiere! Com'è che dei guitti come noi si ritrovano affibbiato il destino dell'uomo?"
"Bella domanda. Non lo so. Forse è uno stadio dell'evoluzione".
"Tu credi all'evoluzione?"
"Sì, perché?"
"Ma ti sei visto in faccia?"
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Volevi la bicicletta

Il sogno è molto sciocco, non varrebbe la pena parlarne.
Io ho studiato Freud, sapete, e anche il mio inconscio lo ha studiato. Perciò non è così facile infinocchiarlo. Non è quel tipo di inconscio che sogna simboli fallici evidenti, del tipo banane o Space Shuttle, seh, stai fresco. È un inconscio scaltro.
Nel sogno in questione – per esempio – sto pedalando.
Mi piaceva pedalare da ragazzino, ero un discreto passista. Una volta andai al mare da solo, la bici la tenda ed io. Dormivo in tenda con la bici, per salvarla dall'umidità. È chiaro il simbolismo? Autonomia, mi porto la casa sulle spalle, come una chiocciolina. E la sera mi ritiro nel guscio, e tiro dentro la bicicletta. Autonomia, autoerotismo? O la bicicletta rappresenta la partner? Ma non credo che pedalare significhi far sesso. Freud non avrebbe dubbi, ma il mio inconscio è più furbo di Freud. Noi stiamo sulle spalle dei giganti, e il mio inconscio sta appollaiato sull'inconscio di tutti i pazienti di Freud. Per cui escluderei il trito simbolismo sessuale.
In ogni caso, se è sesso, è sesso faticoso e sterile e inutile: per quanto pedalo non mi sposto di un centimetro. All'inizio questo aspetto del sogno ne era la componente più angosciosa. Ma in una versione più recente l'angoscia si è condensata in un particolare iperrealista e bizzarro: non mi sposto di un centimetro, perché sto pedalando su una cyclette.
Una cyclette in stile Liberty, o Secessione, il mio inconscio se ne intende più di me di qste cose. Non credo che esistessero attrezzi ginnici di qsto tipo nel periodo Liberty, ma il mio inconscio se ne frega.
Mi trovo dunque in una palestra (odore di suole di gomma e sudore), una bizzarra palestra liberty con vetrate istoriate di scene di caccia e Santi martiri, ma in realtà non è vero, è solo una pietosa bugia che il mio inconscio racconta a sé stesso, perché io e lui sappiamo bene che siamo all'inferno.
A questo punto c'è sempre un brivido che corre lungo la schiena (sudata, è da un'eternità che pedalo) fin sulla punta dei miei capelli, e probabilm è il momento in cui potrei svegliarmi se volessi, ma evidentem non voglio, e continuo a pedalare, senza più speranza di poter essere altrove che all'inferno.
L'inferno è a 144 piedi di profondità, il numero lo so con precisione, ma purtroppo ho dimenticato quanto è lungo il piede. Un demone (non riesco a vederlo, è alle mie spalle) mi suggerisce che un piede è lungo esattam un piede: ci sono piedi lunghi e meno lunghi, piedi di vecchi e fanciulle, e sono conficcati uno sotto l'altro nel sottosuolo. Mi vergogno un poco a confessare queste simbologie idiote. Non so poi perché il numero 144 rappresenti per me l'essenza della malvagità e della lussuria. Un ricordo puberale forse.
Il demone sa tutto di me, e mi rassicura. Si crea quel tipo di affetto che unisce carnefice e vittima, sul quale Orwell scrisse pagine che non vi devo rammentare. In ogni caso so per certo che il mio inconscio le ha lette. Se smetto di pedalare lui mi punzecchia, o morde, non è chiaro. Non gli piace farlo. Ma se smetto di pedalare, se smettiamo tutti di pedalare (siamo in tanti), l'inferno va gambe all'aria in mezz'ora, e io non voglio questo, vero? Me lo chiede con tono di supplica. Dà per scontato che l'inferno sia qualcosa di doloroso, d'accordo, ma meglio l'inferno di tante altre robacce che ci sono in giro, e poi quando sei fuori ti vengono in mente tante cose che non avresti mai creduto ti potessero mancare, e insomma lo rimpiangi, l'inferno. In breve, l'inferno è casa tua. Sei tu. Chi può darti di più.
Ultimam il sogno si è fatto sempre più nitido, ormai sembra una fiction via supernet. Io pedalo, e non provo particolare dolore. Solo un po' di fatica, e sudo. Sono ammanettato al... portapacchi? Ogni tanto il demone alle spalle mi fa un discorso.
Discorsi strani. Sembrano scritti (male). Siamo verso la fine del romanzo, il protagonista è prigioniero, ma il carnefice prima di sopprimerlo gli svela tutto il meccanismo. La macchinazione ai suoi danni. Il mio inconscio è un narratore non così imprevedibile come crede.
Inizia sempre con "Caro Leonardo" – bella presa per il culo.
E sì, d'accordo, sono stato un pollo. Ho abboccato a un'esca grossa così. Pensare che esistesse ancora il vecchio protocollo www. Che esistesse solo per me. Ma sono davvero così cretino?
Forse l'età. O forse sono sempre stato cretino. Forse mi sono incastrato vent'anni fa. Il mio inconscio non ha idee chiare.
Inizia sempre con "Caro Leonardo" – e poi continua con toni da blog saccente. Mi spiega cose arcinote sul petrolio, i gialli, gli usastri, l'idrogeno… un riassunto, il mio demone mi sta riassumendo svariate puntate precedenti. Il mio inconscio è un narratore assai sciatto. Ma sì, certo, ce ne sono di peggiori, ma non è il caso di vantarsi.
Sarebbe il caso di svegliarsi, piuttosto. Dato che è un sogno. Un sogno ricorrente. Anzi, di più, un sogno condiviso. So che lo abbiamo fatto in tanti. Concetta è stata una delle prime. A riprova che è un sogno. Mi sono svegliato tante altre volte e mi sveglierò anche stavolta. Sono già in quella fase meta-onirica, in pratica sto facendo la critica, la recensione del sogno, per cui coraggio, al mio tre, uno, due, due e mezzo…
Il demone m'ha morso.
Non fa davvero male (è un sogno). Solo un brivido. Sudore freddo. Mi sveglierò con la febbre.
Dalla schiena alla punta dei capelli.

"Caro Leonardo…"

E ricomincia.
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- 2025

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Un incubo e 10 domande

Caro Leonardo,
adesso va meglio, ma un febbrone così non mi veniva da anni.
L'influenza si è fatta annunciare da un sogno assurdo – io che non faccio incubi da quando ero bambino. Fu proprio l'altra sera, rincasando dall'ospedale.
Avevo camminato per un'ora, sotto una fitta pioggia di minuscoli grani di ghiaccio. Il sogno ricominciava da lì: di nuovo ero là fuori, sotto la pioggia, e camminavo, ma non avevo più una casa a cui tornare. Nel sogno sentivo una grande angoscia per Letizia. A volte era davanti a me e non riuscivo a raggiungerla. Altre volte era al mio fianco. Reggeva un orsetto che non era suo, suo fratello ne aveva avuto uno simile. Almeno una volta mi chiese: "Papà, cos'è Bar Taddei?"
"Tesoro, non te lo posso dire".
Io sapevo quanto fosse importante per lei, e mi vergognavo di non poterglielo. Temevo anche di offenderla, e subito la perdevo. Poi mi sentivo scuotere, ed era Assunta, arrabbiata, che mi chiedeva dove fosse Letizia. (Ho saputo più tardi che davvero Assunta venne a scuotermi, perché dal letto chiamavo Letizia a gran voce).
Nel sogno avevo paura di trovarmi solo con Assunta. Temevo che Concetta ci scoprisse e ci cacciasse via. Inoltre, ero vestito da Capitan America e me ne vergognavo profondam.
"Ma come sei conciato", rideva lei. E io – siccome la logica dei sogni è tutta particolare – continuavo a chiederle se avesse visto Letizia.
"Certo, eccola qua!" E mi porgeva l'orsacchiotto. Cercavo di spiegarle che Letizia non era l'orsacchiotto, invano.
Poi – sempre per via della logica nei sogni – l'orsacchiotto cominciò ad appartenermi perché lo avevo vinto a una Pesca del Festival dell'Amicizia, in un'estate di un agosto lontano, tirando a sorte un 52. Ma poi, invece dell'orsetto, mi veniva consegnata una Graziella azzurra, la bicicletta su cui salivo di nascosto a mia madre. Un attimo dopo ero in sella – e a quel punto mi svegliavo e mi trovavo in una galleria dell'inferno, nudo, in sella a una cyclette, ammanettato al portapacchi. Ciò che rendeva spaventosa questa parte del sogno era la straordinaria impressione di realtà: io sapevo che tutto il resto era sogno e quello era la realtà, per sempre, e non avevo più nessuna paura, ma un'angoscia orribile. Tutto intorno, disseminati fin oltre l'orizzonte, file di ciclisti uguali in tutto per tutto a me, salvo che indossano il passamontagna del Capitano. Sopra di me, non il cielo ma la volta di una caverna: sospesi alla volta, ancora ciclisti come me, capovolti. Come un grande specchio.
Poi la volta diventa davvero un grande specchio, e io penso: se guardo bene, riesco a vedere anche il mio volto riflesso. Guardo in alto. Mi vedo. Tutto tranne il volto. Metto a fuoco. Ora mi vedo. Ma non sono più io. O no?
Grido.

"L'altra notte avevi quaranta minimo".
"Come fai a dirlo, Concetta".
(Abbiamo perso il termometro).
"Deliravi".
"Dai, come nei romanzi! E cosa dicevo?"
"Di tutti i colori. Hai persino tirato fuori il 52, davanti ad Assunta, ho avuto paura. E parlavi inglese".
"Io? In inglese?"
"Qualcosa su un orsetto, mi pare. E a un certo punto ci siamo messi a ridere perché hai urlato forte: Sono giovane!"
"Guarda, non ti puoi immaginare lo spavento. Era come se il cielo fosse uno specchio, e io mi specchiavo, ma la mia faccia era diversa. Aveva vent'anni di meno".
"Ah, capisco lo spavento".
"Guarda che non niente male, sai".
"Oh, ma sei ancora niente male".
"F'nql"
"E adesso sei anche un uomo importante. Ti è arrivato un messaggio Supernet, stamattina".
"Per me? E che dice?"
"Non si sa. È tutto crittato, anche il mittente. Serve il riconoscimento oculare. L'unica cosa che si capisce è la parola urgente".
"Va bene. Dammi una mano ad alzarmi".

Il sistema di messaggeria via Supernet è roba da ricchi professionisti, ormai. Mentre fisso il lettore ottico per farmi riconoscere, mi viene un attimo di panico: e se fosse un sistema per spillarmi soldi? Un messaggio pesantissimo a carico del destinatario? Poi compare il nome del mittente: Ospedale Maggiore. Meno male.
In seguito, purtroppo, compare anche Damaso, seduto dietro la sua scrivania. Concetta, che è di fianco a me, spalanca la bocca e non la chiude più per un po'.

INIZIO MESSAGGIO

"Buongiorno Immacolato.
Ho saputo da Assunta della tua influenza, spero che tu possa rimetterti quanto prima. Ne approfitto per scusarmi per il modo in cui ti ho trattato l'altra sera. Ero al termine di un lungo turno straordinario, e avevo passato l'ultima mezz'ora a cercare di immobilizzare quell'energumeno... spero che accetterai le mie scuse.
Devo riconoscere che il tuo breve intervento è stato in un qualche modo risolutore. Dall'altra sera Taddei si è decisam ammansito. Tanto che stiamo riflettendo se non sia il caso di levargli le manette".

(È rimasto ammanettato tutto questo tempo?).
"L'idea che da qualche parte ci sia una persona che è in grado di comunicare con lui gli è di grande aiuto. D'altro canto, il fatto che tu sia mancato all'appuntamento che avevate fissato è stato per lui un grande motivo di frustrazione. Gli abbiamo spiegato che eri indisposto, ma non è che si fidi molto di noi. Nel frattempo ha stilato la lista delle prime dieci domande che tu gli avevi chiesto.
Ho pensato di fartele avere via Supernet, di modo che tu possa preparare risposte convincenti e misurate. Non sarebbe male se tu ti facessi vivo con le risposte al più presto, di persona o via Supernet. Addebita pure il messaggio al destinatario..."

(Che gentile).
"... provvederò io a scalarlo dal tuo compenso".
(F'nql).
Stacco. Compare il faccione di Taddei in primo piano. Una voce fuori campo che dice: Adesso puoi parlare. Si schiarisce la voce.
"Molto bene, signor... signor Immacolato, mi hanno detto che è ammalato e che in questo modo io posso comunicare con lei. Le faccio i migliori auguri e le pongo le dieci domande che mi aveva chiesto. Ci sono molte altre cose che vorrei sapere, ma queste mi sembrano indispensabili per cominciare.
(Adesso è lui a darmi del lei?)

Uno. Questa in realtà gliela avevo già fatta, ma spero che nel frattempo abbia controllato: chi ha vinto le elezioni americane del 2004?
Due. Osama Bin Laden è stato catturato?


"E chi diavolo sarebbe questo Osama..."
"Zitta, Concetta".

Tre. Qual è la situazione attuale del Medio Oriente? L'Iraq è una repubblica democratica? Mi sembra che questi infermieri non sappiano nemmeno cos'è l'Iraq. Mi sembra che non sappiano niente... mi dica lei, per favore.
Quattro. In realtà farebbe parte del Tre... Come è stato risolto il problema del terrorismo islamico nel territorio di Israele? Perché è stato risolto, non è vero?


"Mac, siediti, sei pallido come un cencio..."
"Ssst, Concetta, per favore".

Cinque. Nel nostro unico colloquio, a un certo punto lei accennava al fatto che gli Stati-Nazione non esisterebbero più. Si riferiva per caso all'Unione Europea? Qual è l'attuale assetto politico europeo? La Turchia ne fa parte?
Sei. Quali sono i nostri attuali rapporti con gli Stati Uniti d'America? Spero buoni.
Sette. Dai discorsi dei miei carcerieri infermieri, mi è parso di capire che l'Italia, o come diavolo si chiama adesso, è attualmente coinvolta in operazioni militari contro la Libia. Potrei avere qualche ragguaglio sulle ragioni e l'andamento del conflitto? La Libia è forse una dittatura islamofascista? Gli USA partecipano al conflitto?
Otto. Questa è solo una curiosità mia, credo legittima: perché sono stato vestito così? Potrei cambiarmi?
Nove. Mi è capitato di chiedere del caffè. Qui sostengono che il caffè in Italia non si beve più perché non… "non piace più a nessuno". Mi stanno prendendo in giro?
Dieci. Cosa c'è nella stanza 68? Mi riferisco alla stanza 68 di questo ospedale. Gli infermieri vi alludono spesso. Si tratta di minacce?".

FINE DEL MESSAGGIO


"Mac".
"Sì?"
"Il tuo nuovo lavoro…"
"Sì, è un'idea di Damaso".
"Perché lo hai accettato?"
"Perché stavamo alle pezze, come sai bene".
"Mac, ti sta incastrando".
"Eh?"
"Questo è materiale compromettente. Un tizio che ti fa delle domande sul caffè e sugli usastri via Supernet…"
"Concetta, è tutto a posto. È un progetto finanziato dal Teopop".
"Mac, ci vuole distruggere. Vuole portarci via Assunta e la bambina".
"Concetta, in tutta franchezza…"
"Ascoltami…"
"Tu mi preoccupi".
"No, tu mi preoccupi".
"No, c'ero prima io, scusa. Prima mi ferisci con un cutter; poi ti giochi i miei risparmi al lotto. E adesso mi salti fuori con un delirio paranoide. Concetta, tu non stai bene".
"Tu non stai bene. Ieri notte deliravi".
"Io ho avuto una febbre alta".
"Tu hai avuto una febbre alta perché l'uomo che si scopa tua moglie ti fa andare a spasso in una bufera di neve senza darti un passaggio! Ma lo capisci che vuol farti fuori!"
"Non era una bufera! Almeno il senso delle proporzioni!"

[Va avanti a lungo, ma mi fermo qui].
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- 2025

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Il Trimonio spiegato a mia figlia (2)

Continua da venerdì.
Sto spiegando il Trimonio a mia figlia, che è perplessa.
Ora siamo su divano, davanti a noi Supernet mostra il Pontefice che si sbraccia dal balcone di una clinica. Non ho mai capito se giornalisti e spettatori siano solo contenti della guarigione, o se non sperino di assistere di persona a una polmonite fulminante. Dev'essere un ambiguo misto di tutt'e due.
Dall'altra parte di una parete di cartone, so che Concetta mi ascolta. So che ha gli occhi sbarrati e non riesce a dormire. La conosco troppo bene.

"Non ho capito, papà. La Bibbia dice che ci si deve sposare in tre?"
"No, però non dice neanche il contrario. E molti personaggi importanti avevano due mogli, come Abramo o Giacobbe".
"E c'erano anche donne con due mariti?"
"No, questo in effetti è un'assoluta novità".
"Quando sono grande, voglio avere due mariti".
"Hai ancora molto tempo, per fortuna".
"E poi voglio avere un bambino".
"Ma se ti sposi con due uomini, dovrai averne almeno due".
"Perché due?"
"Ogni Trimonio deve produr mettere alla luce due bambini, è la regola".
"Ma se uno non se la sente?"
"Tesoro, avere bambini è molto importante. Un altro dei motivi per cui fu istituito il Trimonio, era il fatto che se ne facevano sempre meno. A un certo punto tutte le coppie facevano solo un bambino, e così nel giro di una generazione gli italiani rischiavano di diventare la metà, mi segui? E questo non andava bene".
"Ma non potevano farne due?"
"No, diventava sempre più faticoso, e sia la mamma che il papà dovevano lavorare".
"E se uno dei due stava a casa?"
"Non c'erano abbastanza denari per crescere i bambini. Ma Arci aveva pensato anche questo. Lui ragionava in questo modo: non c'è nulla di grave se caliamo un po', ma non dobbiamo dimezzarci. Allora possiamo fare così: invece di avere due genitori che produc che fanno un bambino, con un calo demografico del 50%, noi possiamo avere tre genitori che ne fanno due, riducendo il calo del 33%. Questo funziona anche per il lavoro: se chiederemmo a ogni madre di famiglia di stare in casa a badare ai bambini, noi ridurremmo la forza produttiva del Teopop al 50%. Ma col Trimonio, noi possiamo avere due coniugi che lavorano, e il terzo che sta a casa e bada ai due bambini. Risultato: 66% di forza produttiva esterna, 33% di autogestione familiare, e…"
"Papà, noi le percentuali a scuola non le abbiamo ancora fatte".
"Scusa, hai ragione. Ma insomma, il Trimonio risolveva un sacco di problemi".
"A me non sembra tanto".

Ora le cose si fanno difficili. Cerco di abbassare il volume di Supernet, invano. Ultimam il comando del volume non funziona più tanto bene. Spegnere non è il caso, darei una brutta immagine della famiglia, e poi magari la bambina si spaventa.

"Tesoro, non devi pensare soltanto a noi. Arci pensava alla situazione generale, non ai casi particolari".
"È vero che una volta mamma Sunta non era sposata con voi?"
"Sì, all'inizio c'eravamo soltanto io e Conci. Ci siamo sposati nel giorno del nostro bisbattesimo, ricordi? L'otto…"
"L'otto dicembre, Immacolata Concezione, per cui tu ti sei chiamato Immacolato e lei si è chiamata Concezione, anzi Concetta, me l'hai detto ottantamila volte, papà".
"E dopo un po' è nato quel debosciato di tuo fratello".
"Cosa vuol dire debosciato?"
"Hai presente tuo fratello? Ecco. Poi io sono andato in un lungo… lungo…"
"Viaggio d'affari".
"Per conto del Teopop, esatto, e mentre ero via mamma Conci ha fatto amicizia con mamma Sunta, che ti stava aspettando, così quando hanno fatto domanda al Teopop di sposarsi, il Teopop si è commosso e ha chiesto che io… che io tornassi dal mio lungo viaggio, e così siamo diventati un perfetto Trimonio, con due figli, un papà e una mamma che lavorano e un'altra mamma che sta in casa. Fine".
"C'è una cosa che non ho capito".
"Lo so, ma te la spiego un'altra volta, è ora di lavarsi i denti".
"Però, papà, quando tu eri giovane il Trimonio non esisteva".
"No".
"E adesso ti sembra una cosa normale".
"Certo tesoro, la cosa più normale che c'è".
"E allora quando io sarò grande, ci si potrà sposare in quattro, sembrerà una cosa normale".
"Ancora con questa storia? No, tesoro, non ci si potrà mai sposare in quattro".
"E come fai a saperlo, papà? Conosci il futuro?"
"No, ma… insomma, in quattro non avrebbe senso".
"Invece in tre ha senso".
"Sì, in tre ha senso. È molto meno divertente di quel che credevamo, ed è difficile, ma io sono tanto contento di essere sposato con le due mamme, e di essere tuo papà".
"Papà, io vorrei parlare con Arci".
"Tesoro, è impossibile, Arci è andato via".
"E nessuno sa dove?"
"No, nessuno sa dove. Buonanotte".

***

"Sapevo che eri sveglia".
"Ciao".
"E piangi, pure? È qualcosa che ho detto?"
"No, no sei stato abbastanza bravo. Ma lei è tanto piccola…"
"È ancora per Assunta, allora?"
"No, la puttana non c'entra. Ho fatto una cosa terribile".
"Tu? Hai comprato altra conserva scaduta?"
"Seh".
"Assunta, ce la faremo anche stavolta. Basta bollirla a bagnomaria, e i batteri…"
"Ho bisogno di soldi ".
"Va bene. Appena arriva la busta di gennaio, di solito a metà febbraio arriva…"
"No, Mac. Io ho bisogno di soldi adesso".
"Adesso?"
"Entro la settimana minimo".
"Ma il prestito…"
"È appunto il prestito che è scaduto due settimane fa ed è da saldare con gli interessi".
"Però, come passa il tempo. Va bene, lo sai dove tengo la mia scorta, no?"
"Certo che lo so".
"E allora?".
"Ho fatto una cosa terribile".

Ahi.

"Non so cosa mi sia preso, io… ero sicura di vincere".
"Di vincere cosa? Concetta, eri sicura di vincere cosa?"
"Su Supernet continuavano a dire: 'giocate, giocate, si vincono i miliardi…'"
"Ti sei giocata la mia scorta al lotto?"
"Ma non l'avrei mai fatto, ma… è successa una cosa assurda. Ho fatto un sogno".
"Un sogno".
"Nitido, come nero su bianco, una specie di ordine: gioca! E poi una bicicletta. Ho sognato che pedalavo".
"Hai sognato di pedalare?"
"Insomma non so che mi ha preso, non l'avevo mai fatto. Ho controllato su Supernet, la bicicletta è…"
"52, sulla ruota di Sanmarco".
"Proprio il numero che non esce mai, quello dei miliardi! Pensavo che fosse la volta buona. Sono stata così stupida, vero?"
"Sì, sei stata stupida, ma non è tutta colpa tua. Ed è strano il sogno che hai fatto".
"Perché?"
"Devo averlo fatto anch'io".
"E hai giocato?"
"No, no. Ma è molto strano".
"Ti prego, non dir nulla alla puttana".
"Non dirò nulla ad Assunta, ma tu devi fare pace con lei. E tra due giorni avrai i soldi".
"Mac, nessuno ci farà un altro prestito".
"Niente prestiti. Chiederò un anticipo. C'è una persona che mi ha offerto un lavoro".
"Un altro?"
"Un altro, sì. Non mi lasci molta scelta".
"Se tu sapessi che vergogna…"
"Mi posso immaginare, ma adesso basta. Ti ho detto che non è tutta colpa tua. Adesso dormi".
"Non posso dormire".
"Dormirai".

Ci siamo a lungo vegliati a vicenda, abbracciati. Il respiro regolare di Letizia, nell'altra stanza, si mescolava alle battute di un programma Supernet in replica.
Il volume.
Non si controlla più.
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Ho incontrato Simone
Stasera in processione. Che erano anni che non lo vedevo.
“Stai bene?”
“Insomma, sì”.
“Ma sei ingrassato?”
“Anche tu”.
“E ti sposi?”
“No no. Chi mettono in croce quest’anno?”
“Il figlio di Beppe, sai…”
“Quello della segheria? Ma è un ragazzino!”
“Si è fatto grande anche lui”.
Ogni anno il giro è lo stesso, ma il paese intorno cambia. Una volta, qui, era tutto lotto edificabile, c’era il canale e ci venivi a rospi. Io no, avevo paura nella gramigna oltre il canale, poi ero allergico.
Hanno interrato il canale (che adesso è la fogna), hanno asfaltato, hanno fatto gli appartamenti in stile colonico, e adesso la processione passa in un giardino con le panchine.
“Qui ci abita Franca, sai che ha avuto il bambino…”
“La bambina”.
“Due anni fa. Quest’anno un bambino”.
“Non ci tengo dietro. E tu?”
“Insomma. Sai che ho preso casa da solo, no?”
“Lo so, lo so”.
“Non mi vieni mai a trovare”.
“È che sai, il lavoro…”
“Eh già”.
Ci arrivano dalle spalle due legionari romani, dalle spalle enormi, non più di diciott’anni ciascuno: pigliano Simone per le braccia: “Vieni, c’è bisogno di uno”.
“Ma…”
“Sta zitto. Serve uno che dia una mano a portare la croce”.
“Ma perché proprio io?”
“Perché sì. E poche storie”.
“Ehi, ma è questo il modo?”
“Zitto tu. O vuoi prendere il suo posto?”
“Ma…”.
“Ma cosa?”
“No, niente”.

Una volta, qui c’era il campo di pallone, teso al canale. E una volta portai io un pallone nuovo, e Simone apposta lo calciò fuori, lo calciò nella gramigna oltre il canale, e nessuno voleva andarlo a prendere.
Dove adesso c’è la lavanderia.
Mi chiedo se l’avranno mai trovato.

Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù… (Luca 23,26).
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