Meglio un giorno da pecorella

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Lo so che ci sono tante cose più importanti e interessanti, ma ieri sera, provato dagli scrutini, sono restato su una poltrona e ho visto un po' del Cantante mascherato; quanto basta per scoprire Alessandra Mussolini sotto la maschera della pecorella. Ecco, per me questa piccola cosa è abbastanza interessante.


Mi ha fatto venire in mente un tweet o qualcos'altro di un americano o di un inglese, non mi ricordo più, che qualche mese fa scoprì tutto scandalizzato che la sopradetta Alessandra Mussolini, nipote di tanto nonno, invece di vivere per sempre marchiata dall'indelebile infamia, partecipava alla versione italiana di Dancing with the Stars (Ballando con le stelle). Anche in quel periodo c'erano tante cose più importanti o interessanti per cui anche se avevo voglia di rispondergli non l'ho fatto. 

Però ripensandoci avrei dovuto, qualcuno avrebbe dovuto rispondergli, ehi Mister, Sir, qual è il problema? Con tutti quelli che abbiamo, una Mussolini che balla è interessante? È vero, a differenza di voi imperialisti abbiamo avuto un dittatore certificato. Non c'è dubbio, è successo, e molti di noi hanno ancora un grosso problema ad accettarlo; resta fermo però il principio che le colpe del padre non ricadono sul figlio (tantomeno sul nipote). Quindi la signora Mussolini non solo ha fatto la ballerina, e l'attrice, ma è stata pure eletta in parlamento: ne aveva il diritto, si è candidata, e qualcuno aveva il diritto di votarla. Però alla fine non ha funzionato, e adesso fa l'ospite televisiva. Il che dovrebbe essere avvilente, ma per chi? Lei si diverte, la gente è moderatamente contenta di riconoscere una faccia nota, il cognome così terribile si associa un po' meno agli orrori del Novecento e un po' più alle copertine dei rotocalchi, e questo in qualche modo dovremmo sentirlo ingiusto. Per me è il contrario, e forse è una delle particolarità italiane che esporterei. La tv come camera di compensazione per i rampolli di famiglie celebri per il motivo sbagliato. 

Remembering China’s last emperor, Puyi, 50 years after his death 

Ho sempre trovato incredibile il modo in cui i comunisti cinesi trattarono l'ultimo imperatore, quel Pu Yi che pure si era macchiato di un tradimento e aveva permesso orrori che fanno impallidire quelli del nostro Mussolini e del nostro Savoia. Come sa anche solo chi ha visto il film di Bertolucci, quando i comunisti riuscirono a farsi consegnare Pu Yi dai sovietici, lo trasformarono in un... giardiniere. Non fu un trattamento indolore: dovette passare per un campo di rieducazione. Ma l'idea era potente: prendere l'ultimo erede di una dinastia, e di una storia millenaria, e trasformarlo in un cittadino qualunque. Una cosa del genere noi non potremmo farla – è ingiusto anche solo sognarla – però qualche buona idea a volte ci viene, ad esempio prendere il nipote di un re esiliato, o la nipote di un dittatore ancora rimpianto da molti italiani e trasformarli in celebrità sospese tra mainstream e trash. Per loro è sempre meglio che lavorare; per chi rimpiange i fasti dei nonni è un'offesa alla memoria, per noi che guardiamo è un modo per confiscare loro un'eredità che non hanno richiesto e che non meritano, nel bene e nel male.  

Quindi, o popoli: avete figli di dittatori da gestire, o eredi a un trono che non c'è più, e vi sembra ingiusto fucilarli? Mandateli in tv a ballare e cantare, in Italia facciamo così e secondo me funziona. Non fate il contrario, come gli americani, non mandate i personaggi televisivi in politica: quello sì che è pericoloso. (Allo stesso Trump, forse sarebbe bastato offrire di nuovo una stagione di The Apprentice e magari avrebbe acconsentito a lasciare la Casa Bianca con meno strascichi). 

(E ora che ci penso, quando ci lamentiamo di Renzi che continua a far politica, dobbiamo ammettere che lui a un certo punto ci aveva anche provato, a passare alla televisione; e non era una idea così sbagliata: dopo che aver vissuto per anni in quel trip egotico che è la politica ad alto livello, circondato e riverito da lacchè, quale altra cosa puoi fare, che ti produca una soddisfazione lontanamente paragonabile? La tv generalista funziona, ha salvato Giulio Ferrara, Claudio Martelli, chissà quanti altri. Avrebbe potuto salvare anche lui, e lui ci ha provato, non dite di no. Ha fatto quel documentario... l'avete guardato? Sì, lo so. È tv generalista, bisogna essere molto stanchi o disperati. Tra un po' bisognerà pagare qualcuno per guardarla).

(Ho chiesto in classe: avete visto il Cantante Mascherato? Nessuno. E li capisco, però comincio ad aver paura). 

(Ma insomma quando qualcuno si mette a dire che Renzi è un sagace politico, ricordate un attimo che si è dovuto rimettere a far politica perché neanche in tv funzionava. Cioè la politica come camera di compensazione della camera di compensazione).

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Schizogene e la sposa inventata

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– Il dibattito su Indro Schizogene Montanelli, che si è trascinato per quasi un mese, ci ha lasciato pochi punti fermi e uno è lo stato necrotico del giornalismo italiano. Invece di discutere il contesto, di improvvisarsi storici o antropologi, i giornali riguardo a Montanelli avrebbero dovuto fare una sola cosa, molto semplice: andare a verificare la notizia. Magari non nel 2020, con tutti i problemi del lockdown; ma se ne parla già da un anno buono, il pubblico sembra interessato, e da Fiumicino partono voli per l'Africa orientale tutte le settimane: c'era il tempo e l'agio per mandare un reporter in Eritrea a controllare se risultasse un "Indro" nato nel 1938. Visto che è lo stesso Montanelli a raccontarci che Fatima (o Destà) aveva dato il suo nome al primo figlio. "Indro" è un nome strano in italiano, figurarsi in tigrino. Dovrebbe stare sull'ottantina: magari ha avuto figli, magari qualcosa hanno sentito raccontare della nonna. Ecco, una volta si pensava che i giornalisti dovessero fare questa cosa, la caccia alle notizie. Almeno provarci. Invece tra 2019 e 2020 siamo stati più di un anno a discutere una storia che ha una fonte sola: e questa fonte è lo stesso Montanelli, che ogni volta la raccontava un po' diversa.  Prima si chiamava in un modo e aveva dodici anni, poi si chiamava in un altro modo e ne aveva quattordici, ecc. ecc. Finché qualcuno giustamente non si è domandato: ma non potrebbe essersi inventato tutto? E nessuno ha sentito la necessità di rispondere.


Ma pensa se davvero si è comprato la foto
 in un mercatino, e poi la mostrava ai colleghi
appesa accanto a quella delle altre mogli.
– Su Montanelli forse avevo ragione quando scrivevo: tiratene giù il monumento prima che il giornalismo italiano prenda la decisione di difenderlo a tutti i costi, prima che ne faccia il suo Fort Apache. Troppo tardi: e così ho potuto leggere e sentire cose straordinarie. Montanelli innamorato. Montanelli che voleva diventare abissino. Montanelli che va relativizzato perché anche nella Bibbia fanno i sacrifici umani (ma veramente no, nella Bibbia non li fanno; ma anche se li facessero, cosa c'entra la Bibbia col 1936... vabbe'). Montanelli giustificato così, Montanelli giustificato colà, neanche fosse un ricco vivo che vi tiene a libro paga, no: l'arte che avete imparato per tenervi a galla tra salotti e redazioni la state impiegando per relativizzare un tizio che se ne strafotteva e raccontava allegramente avventure africane vere o immaginate. E più ne parlavate, più ci confermavate l'unico fatto concreto: ovvero che il tizio si fosse affittato una ragazzina. Le vostre chiacchiere sfumano, e il fatto resta lì incontestato. Ma è questo sul serio il vostro mestiere?

– Di Montanelli forse ho avuto torto a fidarmi. Dettaglio imbarazzante: 19 anni fa, appena tornato da Genova, le pale degli elicotteri ancora nelle orecchie, mentre cerco di scrivere qualcosa di leggibile per le dieci persone che mi leggono e si stanno preoccupando, scopro che IM è appena morto e gli dedico il resoconto che sto scrivendo. Non sono mai stato tanto lontano dalle sue idee, che in quel momento non mi interessano minimamente. Della sposa bambina avevo già sentito parlare e mi sembrava un dettaglio lontanissimo nel tempo, impossibile da accostare all'anziano giornalista che faceva parte del mio paesaggio mediatico sin da quando ero bambino. L'unica cosa che mi muove in quel momento è l'immagine mentale del reporter con la macchina da scrivere sulle ginocchia, il mito del reporter che scrive mentre osserva e scrive solo quello che osserva. Precisamente il monumento che gli hanno fatto. E che al di là di ogni considerazione sugli abusi coloniali, probabilmente non si merita.



– Per me Montanelli era questo: un tizio con opinioni terribili ma un certo rispetto per la verità. Questa cosa m'interessava salvare: ho un approccio storico, m'interessano le testimonianze, non i moralismi. Se avesse avuto scrupoli morali, avrebbe cercato di occultare l'episodio: meno male che non li aveva, meno male che non hai mai pensato di chiedere scusa (come se chiedere scusa servisse a qualcosa) (sul serio, se avesse chiesto scusa 50 anni dopo la statua non gliel'imbrattereste lo stesso?) Finché non ho letto questo pezzo che mi ha messo in crisi. In effetti un tizio che ha raccontato di aver incontrato Adolf Hitler perché si era attardato a pisciare in un cespuglio potrebbe anche essersi inventato una sposa bambina. Perché? Per i motivi per cui i mitomani mitomaneggiano, e che cambiano col tempo: nel 1950 per vantarsi con gli amici, nel 1976 per trollare le femministe, nel 2000 perché ormai era troppo tardi per cambiare versione – come Enrico IV. Tutto plausibile, salvo i cortigiani che continuano a recitare a soggetto dopo vent'anni che il re è morto. E così continuiamo a discutere di una ragazza che magari nemmeno esiste, magari è una foto che IM si è comprato a un mercatino di Asmara. Oppure è esistita ed è la protagonista di un abuso coloniale, ma insomma, sarebbe utile saperlo. O no? Perché ho anche sentito dire questo, in questi giorni. Che alla fine non è necessario che Montanelli abbia abusato di una ragazzina: basta che se ne sia vantato. Non è che non abbia senso: alla fine anche una bugia può servirci a capire la psicologia di chi la racconta e di chi se la fa raccontare. Ma anche quella di chi ci casca, e a volte vuole cascarci.

– Di Montanelli ho sentito dire di tutto. Mi ha colpito la difficoltà di molti a contestualizzare non già le vicende di un graduato italiano nel 1936, ma i discorsi di un giornalista italiano nel 2000. Perché non chiedeva scusa? Perché le scuse non servono mai, e comunque riteneva di non aver fatto nulla di male. Perché ha cambiato l'età, che nel 1969 era 12 anni e nel 2000 diventa 14? Perché nel 2000 (anno 5 post Marcinelle) la pedofilia era diventata uno stigma sociale; sarebbe utile tenere conto che prima non lo era; a proposito, uno storico dovrebbe trovare interessante il fatto che racconti l'infibulazione, un dettaglio che nel 1969 avrebbe considerato ributtante o forse nemmeno conosceva. In ogni caso difficilmente nel 1976 o nel 2000 avrebbe potuto conoscere l'età precisa della ragazza africana dal momento che... non so, avete mai giocato con le figurine? Io da bambino avevo l'album Panini Espana 1982; non lo completai, ma scoprii nell'occasione che dei calciatori africani non veniva riportata la data di nascita. Non si sapeva. Nel 1982. Parliamo dei giocatori delle nazionali, non di abitanti della jungla. Può anche darsi che cinquant'anni prima Montanelli avesse accesso al certificato di nascita della sposa, ma è lecito dubitarne. Il vero discrimine in molte culture rurali (Italia compresa) è il menarca: prima si è bambini, dopo si è adulti, fine della questione. Montanelli insiste sul concetto, anche se ne parla col linguaggio di un giornalista del dopoguerra: non si abbassa a dire "mestruazioni", si limita a scrivere cose come "in Africa a quell'età si è adulte" e si aspetta che lo capiamo.



– Invece Montanelli noi non lo capiamo più. Non capiamo più quello del 2000, figurarsi quello che affittava ragazzine o sosteneva di averlo fatto. Tra i tanti che si affannano a giudicarlo ho trovato notevoli coloro che invece di adoperare il loro personale metro morale del 2020, cercano di fabbricarsene uno vintage: ovvero desiderano dimostrare quanto Montanelli fosse considerabile un maniaco sessuale anche per i costumi e i codici dell'Italia fascista. Col risultato indiretto di rivalutare i costumi e i codici di siffatta Italia. Ho letto cose come: quello che Montanelli faceva in Africa, in Italia sarebbe stato reato! Già, e questo era il motivo per cui certe cose venivano promesse ai volontari in Africa: Faccetta nera, l'avete mai sentita? Scrivono: ma il madamato era esecrato anche dal generale, dal tale politico. Sì ma forse a questo punto vi sfugge il quadro: il tale generale e il tale politico erano contrari al madamato in quanto razzisti che intendevano stabilire un regime di segregazione. È un dato acquisito dagli storici che la propaganda di regime abbia attirato i volontari con un'esca sessuale, e dopo i primi matrimoni abbia virato direzione.

– Abbiamo bisogno di mostri, così come abbiamo bisogno di eroi. La statua in effetti si potrebbe togliere (o museificare), ma poi toccherebbe individuare qualche altro feticcio e scoperchiare cose più noiose (il Risorgimento?) L'esigenza di fare di Montanelli un mostro sottopone alcuni antifascisti a una tale torsione che finiscono per riabilitare il contesto; per dimostrare che Montanelli era un mostro anche per le leggi fasciste e per i costumi fascisti, e per i fascisti che passavano e osservavano. E così dopo un lungo giro si ritorna all'archetipo degli italiani brava gente. Per quel che interessa, io non credo in una Storia di eroi, né di mostri. L'eventuale Montanelli-mela-marcia interessa molto meno del sistema che ha permesso, ispirato e tollerato le sue eventuali mostruosità.

– Se però accettiamo che Montanelli invece di un mostro sia un mitomane, c'è da riscrivere un pezzetto di Storia d'Italia magari non cospicuo ma trasversale. Alcuni dettagli di quello che sappiamo cambiano significato. Com'è noto, Montanelli dopo l'otto settembre fu arrestato dai tedeschi e tradotto in una prigione a Gallarate – dove fucilarono quasi tutti i suoi vicini di cella – e poi a San Vittore, dove tra i prigionieri conobbe un giovanissimo Mike Bongiorno e il cosiddetto generale Della Rovere – in realtà un truffatore infiltrato dai nazisti. Anche a San Vittore dopo un po' cominciarono le esecuzioni. A Fossoli finì fucilato anche il sedicente generale, su cui qualche anno dopo Montanelli scriverà un soggetto cinematografico per Rossellini (il ruolo sembrava tagliato addosso a Vittorio De Sica) e poi in un romanzo. Il generale Della Rovere è un prototipo dell'antieroe della commedia all'italiana, un imbroglione senza scrupoli che viene introdotto in una prigione per fare la spia, ma proprio grazie al suo istrionismo riesce a riscattarsi e dopo un'improvvisa alzata d'orgoglio muore da eroe come capiterà a Sordi e Gassman nella Grande Guerra. A questo punto però concedetemi il dubbio notturno: se il generale Della Rovere fosse un alter ego di Indro Montanelli? Se fosse lui l'imbroglione che teneva alto il morale dei prigionieri? Se nel romanzo Montanelli avesse esorcizzato il suo rimorso per essersi salvato la vita tradendo i compagni di prigionia, inventandosi un gemello buono che faceva tutto il contrario e moriva da eroe?

– La cancel culture (che per ora da noi è una più modesta imbratta-di-vernice-culture) si propaga attraverso prove di forza. Si individua un obiettivo e si martella finché l'obiettivo diventa indifendibile. Non ha così tanta importanza cosa abbia realmente detto o fatto l'obiettivo, quanti abusi abbia realmente commesso un Kevin Spacey o l'oggettiva incidenza del ruolo di Cristoforo Colombo nella diffusione dello schiavismo. Si individua un punto debole del nemico e si batte sullo stesso punto finché non cede. Non è che prima di Twitter si lottasse diversamente. A chi si sente sotto assedio consiglierei di dare un'occhiata ai punti deboli del nemico; di confondere le acque, magari mandando un'ambasciata a stabilire qualche punto fermo, qualche convenzione tra belligeranti (ad esempio: fino a prova contraria si è innocenti). Ai giornalisti italiani non consiglio niente perché nulla più hanno da difendere – giusto un'altra serata a raccontarsi quanto erano bravi, quanto erano furbi, nell'attico di un quartiere abbandonato. Che Montanelli li abbia presi per il culo tutta la vita: che si sia fatto trattare da maestro mentre li stordiva di frottole, è una circostanza che troverei appropriata – una volta dimostrata.
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Quanto fascista sei? (no, adesso, seriamente).

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C'è stato un momento, almeno io me lo ricordo, in cui tutta l'internet italiana non discuteva della fine del fidanzamento di Salvini, e nemmeno delle opinioni di Calenda sui videogiochi. E di cosa discutevamo in quei giorni? Del fascistometro di Michela Murgia. Una simpatica trovata pubblicitaria che ha fatto arrabbiare molti lettori, difficile adesso ricordare il perché. Forse perché il fascismo è una cosa un po' più complessa. Ecco, probabilmente il motivo era quello. Sarà per questo che a un certo punto, mentre avevo molte altre cose da fare, mi sono ritrovato a concepire un fascistometro alternativo, molto più rispettoso della complessità del fenomeno. Eccolo qui, e spero che non vi spiaccia troppo. Tanto anche se vi spiace ci cascherete lo stesso. Si fa in un paio di minuti, giuro.

Clicca qui per accedere al test: Quanto fascista sei?
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Hai il diritto di fare il razzista, io di fartelo notare

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[Questo pezzo è uscito ieri su TheVision]. Capita un paio di sere ogni estate. Mentre cerco di parcheggiare sotto casa, trovo una camionetta della polizia. Lì per lì non ci faccio caso. Poi verso le dieci di sera, invece dei soliti echi di pianobar, comincio a udire cazzate alla finestra. Ce l'hanno coi musulmani, con l'Europa, ancora loro? Sono arrivati i tizi di Forza Nuova, più puntuali e molesti di un circo Togni. Sono sempre una ventina, probabilmente nel pulmino non ce ne stanno di più. Non fanno numeri di giocoleria, sanno solo sventolare tricolori, uno per braccio, forse nel tentativo di sembrare il doppio. Non mangiano spade, non sputano fuoco, al massimo sempre quelle tre cazzate, l'Europa è Cristiana Non Musulmana e così via. La gente transita un po' perplessa: il mio piazzale è equidistante tra un kebab e la gelateria. Ma in fondo che male c'è. Hanno diritto di dire quello che vogliono, no? In Italia c'è libertà di parola, e quindi perché non occupare un parcheggio con venti ragazzotti, quaranta bandieroni e un megafono e scandire per due ore "L'Europa è Cristiana, non Musulmana"?

E se io scendessi ad avvertire che hanno rotto i coglioni: non sarebbe libertà di parola anch'essa?
È una domanda retorica. Chi ci ha provato le ha prese un po' da loro, un po' dalla polizia: poi è stato denunciato e condannato a pagare multe da 2000 euro. Sembra insomma che la libertà di parola dei forzanovisti sia molto preziosa. Dev'essere il motivo per cui, ogni volta che me li ritrovo nel piazzale, tutto intorno è silenzio: il sindaco fa bloccare il traffico. Il sindaco in effetti non sembra mai molto entusiasta di trovarseli tra i piedi, ma in questura pare che ci tengano molto al diritto di parola dei forzanuovisti. Ci tengono talmente che di solito mandano almeno due camionette, più di una quarantina di agenti bardati di tutto punto, sicché i ragazzotti di Forza Nuova che vengono dal Veneto a sgolarsi sul concetto dell'Europa Cristiana non hanno solo due bandieroni a testa, ma anche due o tre o quattro agenti di pubblica sicurezza che vegliano sulla loro incolumità e sulla loro libertà di espressione. Così la mamma è contenta, dev'essere una tizia assai apprensiva, tesoro, dove vai? Vado in Emilia Romagna a difendere la civiltà cristiana. Tesoro, ma sei sicuro? Tranquilla mamma, ci assegnano quattro agenti a testa, e li paghi tu con le tue tasse, sei contenta?

Se vuoi protestare contro il tour estivo di Forza Nuova devi trovarti in una piazza ad almeno 500 metri di distanza, e accomodarti dietro la transenna, dove ci sono i poliziotti più simpatici che spiegano ai cittadini che non ci possono fare niente, anche loro sono antifascisti, siamo tutti antifascisti, però ehi, la libertà di parola dei forzanuovisti è tutelata dalla Costituzione e quindi dietro la transenna e muti. Ché tra un po' il siparietto finisce, i ragazzotti tornano a casa in pulmino e i poliziotti si pigliano auspicabilmente una serata di straordinario in busta, win win e buonanotte. Vien da pensare che il senso sia tutto qui: questi sbandieratori da noi non se li fila nessuno, e dire che di razzisti anche qui sarebbe pieno, ma più che razzisti sembrano la caricatura. Non ce l'hanno un po' d'orgoglio anche loro, non si vergognano di essere trattati dalle forze dell'ordine come una specie protetta? Anche a Brescia, ho letto che la polizia li scorta mentre fanno le ronde, perché da soli non si azzarderebbero ad andare in giro nei quartieri difficili. Dunque, se ho capito bene: nei quartieri difficili di Brescia si sente la mancanza delle forze dell'ordine; da questa mancanza scaturisce la necessità di una ronda di Forza Nuova, e a questo punto la polizia ci va per scortare i ragazzotti di Forza Nuova che da soli in effetti potrebbero farsi male. Qualcosa non mi torna.

D'altro canto devono pur potersi esprimere: libertà di parola! Quel che non sopportano è che gli altri si esprimano su di loro. Alla vigilia della finale della Coppa del Mondo di calcio un giornalista sportivo molto vicino a Casa Pound scrive un tweet dove saluta la nazionale croata "completamente autoctona, un popolo di 4 milioni di abitanti, identitario, fiero e sovranista", contro il melting pot della selezione francese. Nessuno lo picchia per quel tweet, nessuno lo minaccia; qualcuno ridacchia perché ha scritto "melting pop" che come refuso è abbastanza geniale; molti lo prendono in giro, ma ehi, non si può piacere a tutti, no? Specie se manifesti insofferenza con tutti quelli che non sono "autoctoni", cioè più o meno chiunque. E sicuramente un po' di polverone aveva messo in conto di sollevarlo; non è un ragazzino. Però succede che prenda le distanze la Mediaset, nientemeno: e questo forse non l'aveva calcolato Il tizio in questione infatti non scrive solo su "Il Primato Nazionale / Quotidiano Sovranista": è anche un riconoscibilissimo dipendente dell'azienda, e Mediaset tra l'altro è in una fase delicata. L'approccio allarmista adottato in campagna elettorale nei confronti dei migranti si è molto stemperato, ormai è normalissimo ascoltare opinionisti in prima serata su Rete4 che spiegano che l'Italia ha bisogno di badanti, quindi di migranti – regolari, s'intende – che Salvini dovrebbe pensare a farne entrare di più di regolari, invece di prendersela con quei poveretti sui barconi. Insomma Mediaset sta correggendo il tiro, e così le redazioni giornalistiche e sportive approfittano del tweet del suo dipendente per prendere le distanze dal "contenuto razzista" del tweet. Apriti cielo. Come puoi parlare di "razzismo" per un tweet che difende il sovranismo degli autoctoni? Pare che non sia ammissibile (continua su TheVision).

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Marco Minniti ha visto un mostro

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Marco Minniti è il ministro degli Interni. Già ai tempi di Renzi (e Letta), era sottosegretario con delega ai servizi segreti. Qua fuori magari c’è gente che si spaventa per un nonnulla, ma Marco Minniti, in virtù della sua posizione e della sua esperienza, è probabilmente la persona che conosce meglio di chiunque in Italia il quadro generale. Se fossimo alla vigilia di una rivolta di popolo, Minniti dovrebbe essere il primo a rendersene conto. Se fossimo alle soglie di una guerra civile, il primo a farsene un’idea dovrebbe essere lui. Tutto questo, che a noi può sembrare improbabile, se c’è qualcuno che può vederlo è Minniti.
Marco Minniti a un certo punto ha visto qualcosa di orribile. Qualcosa che nessun altro ancora ha visto, e che lo ha terrorizzato. E non ha terrorizzato un politico qualsiasi, uno di quelli che si allarmano per una sciocchezza e per mestiere; ha talmente preoccupato proprio Marco Minniti, da spingerlo a zelanti iniziative: a concludere accordi svilenti; a fornire, secondo Amnesty International, navi ai miliziani libici a cui è stato di fatto subappaltato il respingimento dei migranti; rinnegare quello che fino a qualche anno fa era considerato un tratto irrinunciabile della nostra identità nazionale: l’umanità. Tutto questo Minniti non può averlo fatto semplicemente per l’orgoglio di annunciare che quest’anno è sbarcato qualche migliaio di disperati in meno. O per spostare un po’ la lancetta dei sondaggi verso il centrosinistra. No. Se Minniti ha fatto quel che ha fatto è perché deve aver visto Qualcosa.
Lo aveva visto già sei mesi fa, lo ha ribadito ieri. Noi magari pensavamo che cinque milioni di stranieri residenti in Italia non costituissero un’invasione; che fossero, viceversa, quasi indispensabili al bilancio demografico e alla vitalità del Paese; che al netto del fenomeno della clandestinità, non delinquessero molto di più degli italiani; che contro di loro si stesse montando su tv e organi di stampa una squallida campagna di propaganda con evidenti finalità elettorali. Stolti che siamo stati. Se abbiamo creduto in tutto questo, è perché non abbiamo visto quello che hanno visto gli occhi da oracolo di Marco Minniti.
Deve aver scorto la sagoma di un mostro, tratteggiata in qualche rapporto top secret o sondaggio confidenziale: uno di quegli esseri impossibili alla Cloverfield, che è impossibile racchiudere in un solo sguardo perché sono più grandi di qualsiasi cosa, e sfidano ogni possibilità di essere descritti e definiti. Una Bestia assetata di sangue che in qualsiasi momento potrebbe sorgere dalle viscere dell’Appennino – basterebbe la minima sollecitazione, lo sbarco in Sicilia di appena qualche centinaio di stranieri in più. A quanto pare, però, questa orripilante creatura per ora si limita a far perdere la ragione a qualcuno. Ma ecco: se un leghista un po’ impressionato da quel che ha sentito al telegiornale si mette a girare per Macerata tirando a tutti gli afro-italiani che trova, Minniti se l’aspettava e non si è fatto trovare impreparato. “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione”. Non c’è dubbio che la politica sia cambiata – quanta gente sia annegata a causa di questo cambio di politica, per contro, non lo scopriremo mai. La politica è stata cambiata, eppure questo non ha impedito a Traini di innervosirsi davanti a un Tg e di prendere la pistola in mano: oppure dobbiamo pensare che la tentata strage di Traini sia il male minore e che senza l’intervento di Minniti sarebbe successo qualcosa di molto più grave.
Qualcosa di più grosso ribolle nelle viscere di questo Paese e potrebbe risvegliarsi con un nonnulla, ad esempio una manifestazione antifascista. Il sindaco di Macerata ha chiesto ad ANPI, ARCI e CGIL di non venire a testimoniare la propria solidarietà ai feriti – un’attestazione di umanità che potrebbe infastidire la Bestia – e Minniti ha espresso soddisfazione. Ha anche aggiunto che in ogni caso è pronto a vietarle lui, le manifestazioni. A vietare anche una manifestazione antifascista. Promossa dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nella città dove un leghista si è esercitato per mezza giornata al tiro all’africano, e poi si è fatto trovare coperto dal tricolore davanti a un Monumento ai Caduti. Ai nostri ciechi occhi tutto questo parrebbe alquanto paradossale.
Ma diciamo pure che non è successo niente di grave, niente di cui ci si debba troppo vergognare o per cui ci si debba troppo allarmare. Salvini ha già spiegato che sono cose che succedono se in giro ci sono troppi immigrati; Renzi è disposto ad ammettere che ci sia stato un po’ di razzismo nel deprecabile gesto di Traini, ma “non sa se chiamarlo terrorismo”:  come se quella parola potesse infastidire la Bestia.


Una Bestia che a questo punto davvero ci si domanda che contorni possa avere... (continua su TheVision)
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Il convegno del Coisp è una grossa chiazza di merda sull'immagine della polizia italiana

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Non credo di avere tra i miei lettori molti poliziotti, e visto l'andazzo non sono nemmeno sicuro di volerli avere: pensavo di scrivere un appello, ma non avrebbe molto senso. Secondo me ci devono arrivare da soli, e non dico i tesserati del Coisp che non so nemmeno che penetrazione abbia: ci devono arrivare tutti, a capire che un manifesto del genere, un titolo del genere, un convegno del genere, è un'enorme chiazza di merda sull'immagine delle forze dell'ordine.

E non importa quanti l'abbiano concepito e stampato - fossero pure quattro goliardi che hanno il numero di telefono dell'ex ministro e di quel povero ragazzo che una parte migliore dello Stato ha evidentemente lasciato solo: potrebbe anche averlo scritto e concepito un solo poveretto, ebbene quel poveretto sta cagando a spruzzo sull'immagine della polizia italiana. Credo sia un problema per la polizia italiana.

Poi sì, certo, è un problema anche per me; non tanto perché a Genova c'ero e leggendo questa cosa mi dovrei incazzare (a proposito no, non mi fa incazzare, mi fa solo tristezza. Alle provocazioni non reagivamo neanche 15 anni fa, figurati adesso che abbiamo la pancia, le occhiate, il mutuo, e in questura ci andiamo con le nostre gambe, anzi sulle nostre macchine non più di seconda mano). Non è più Genova il problema, non è Giuliani e non è Placanica, poveri ragazzi ridotti a bandierine.

Il problema è un padre di famiglia come posso essere io, che quando parla con uno di voi, in uno dei vostri uffici, mentre sbircia il calendario ufficiale e le bandierine delle missioni umanitarie pensa: speriamo che non sia del Coisp, speriamo che non sia uno di quelli che fa le battute con gli estintori e chiama pure Placanica a riderci su. Cioè non voglio dire che passo il tempo della stesura di un verbale a sperare di non aver davanti un poveretto rancoroso: ma il dubbio, anche solo il dubbio, io alla mia età non ce lo dovrei avere. Io dovrei fidarmi di voi, della vostra professionalità e della vostra dedizione. Se non succede, è un problema per voi, è un problema per me, è un problema per tutti.

Allora forse è un po' questo il punto: da una parte c'è gente che bene o male è cresciuta, diciamo pure invecchiata, chi meglio chi peggio; gente che il G8 ormai lo vive come una ricorrenza, quella settimana afosa in cui ti ritorna tutto in mente, gli elicotteri le salsicce l'anabasi in piazza Kennedy. Dall'altra chi c'è? Quelli che si caricavano ballando la techno dietro i container, quelli che si raccontavano le storie coi gavettoni di sangue infetto, come sono venuti su? Oltre alla pancia avranno messo un po' di senno? Voglio sperare di sì, non ce la farei ad alzarmi al mattino in Italia se non riuscissi a sperare di sì. Poi guardo il manifesto del convegno Coisp e penso vabbe', se nutri una personcina di titolacci di Libero e sfottò di Feltri, cosa vuoi che diventi da grande? Uno che chiama Placanica a ridacchiare su piazza Alimonda. Non dico il rispetto per i morti, che pure è una cosa nobile e antica: ma il rispetto per i vivi, per chi quel giorno aveva vent'anni e si è distrutto l'esistenza in un istante. Se non capisci una cosa del genere, come posso fidarmi di te? E magari giri pure armato.
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Non volete che votino gli imbecilli? Non votate.

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Potrà essere capitato anche a voi di intercettare, nel rumore di fondo di questi giorni, un'ondata montante di rancore verso il suffragio universale e il suo difetto strutturale - la clausola per cui il voto di un imbecille conta quanto quello di una persona istruita, onesta, rispettabile, insomma quel tipo di persona che è convinta di non essere imbecille mentre fa questo ragionamento.

Per quanto posso, vorrei rassicurare i più giovani: non è veramente niente di nuovo sotto il sole, il problema della demagogia era già ben avvertito dai Greci classici. I sofisti avevano notato l'incostanza delle folle prima che diventassero masse; Tucidide ci ha scritto qualche versioncina che almeno agli studenti del classico dovrebbe risultare familiare. Qualche tempo più tardi Montesquieu affrontò il problema della corruzione del principio della democrazia con parole che si potrebbero benissimo usare oggi per distruggere il concetto di democrazia diretta alla Beppe Grillo, ma forse varrebbe la pena scrivere tutto questo con le maiuscole: LEGGI COME QUESTO ILLUMINISTA DISTRUGGE BEPPE GRILLO! Nel frattempo in Inghilterra, con tutti i limiti del caso, stavano trovando anche una soluzione al problema, magari imperfetta ma non priva di una sua rude bellezza: la democrazia parlamentare, coi suoi meccanismi di delega, e la conseguente professionalizzazione della politica. E non siamo ancora alla rivoluzione francese. Per dire di quanto siamo ignoranti e autoreferenziali, mentre crediamo di aver inquadrato il problema del giorno, anzi del mese o del secolo: gli ignoranti votano! Sì, a cominciare da noi. Oddio, nessuno ci obbliga.

Però adesso c'è qualcosa di nuovo, dicono. L'insofferenza per i politici di professione, la "casta", l'"establishment". Ancora: la novità sta negli occhi di chi guarda, e di chi magari non ha mai dato un'occhiata ad altri momenti, altri Paesi: Giannini ce l'aveva coi partiti, Poujade ce l'aveva coi partiti, Mussolini ce l'aveva coi partiti. Hanno tutti avuto un po' di successo, chi per un quarto d'ora chi per vent'anni.

E internet? Perché qualcuno suggerisce che sia colpa di internet, che ha abolito i diaframmi - ora possiamo rispondere direttamente al politico sul suo blog, naturale che ci venga spontaneo immaginare di governare al suo posto, da casa, con un clic. Sì. A dire il vero la maggior parte della gente che frequento non usa internet per governare o anche solo fingere di farlo. Lo sport più diffuso nell'ambiente è guardare gli imbecilli. Abbiamo sempre saputo che esistevano, ma da un po' di tempo in qua non facciamo che ammirarli, linkarli, screenshottarli, e poi ammiccare coi compari: pensate che anche questi hanno il diritto di voto! Che roba, che vergogna. Dieci anni fa c'era il Grande Fratello, adesso la bacheca di FB. Non è neanche elitismo ormai, è una specie di bullismo benigno che affligge gente insospettabile. Molto spesso, lo si capisce, è gente che dai bulli le prendeva. Ora li guarda coprirsi di ridicolo sui social e ne gode, fortuna che tra i tasti c'è "Like" e non c'è "leva il diritto di voto a questo imbecille", probabilmente Zuck ci sta lavorando.

Ricapitolando: la demagogia è antica come la democrazia e l'ha già spesso stroncata sul nascere o in seguito; l'imbecillità è una costante della storia dell'uomo, ma prima di internet avevamo meno finestre per osservarla e forse era meglio così, l'imbecillità è ipnotica. La novità - perché secondo me una novità c'è - sta nella crisi. Non quella occasionale o ciclica, ma quella strutturale che sta affliggendo l'Occidente, e che ha tante concause e spiegazioni, ma io resto affezionato alla più banale di tutte: la Cina e l'India hanno tre miliardi di bocche da sfamare e ormai sono Paesi sviluppati. Serviranno ancora generazioni prima che il costo della vita in quei Paesi si alzi ai livelli dell'Occidente - a meno che l'Occidente non si inabissi, e forse questa sarà la soluzione. Nel frattempo la popolazione mondiale continua a crescere e a spostare l'equilibrio, e poi c'è il riscaldamento globale, insomma sarà molto complicato. Di fronte a questo scenario, diversi demagoghi occidentali hanno reagito in modi diversi ma non così dissimili: Trump vuole l'America "great again" e propone di risolvere costruendo un muro col Messico, come se non ci fosse già. Gli inglesi vogliono uscire dall'UE, così come gli scozzesi un anno fa erano tentati di uscire dal Regno Unito. In confronto da noi Bossi era lungimirante: chiedeva i dazi con la Cina quindici anni fa. Almeno aveva le idee chiare: invece i grillini non sanno bene cosa propongono (uscire dall'Euro?), ma sanno perché: bisogna dar fiato all'impresa italiana, crolli il mondo.

Quello che unisce Trump ai fautori del Leave e ai leghisti o ai grillini non è la polemica anti-establishment, che in fondo usano tutti, è come il giro di do a Sanremo (anche Renzi lo ha intonato). Se per un attimo smettiamo di considerarli imbecilli e ascoltiamo quel che vogliono in concreto, scopriremo che è molto chiaro e perfettamente comprensibile, vista la gravità della situazione. Vogliono alzare uno steccato che li protegga dalla competizione del Resto del Mondo. Vogliono un'America di nuovo Grande, una Britannia ancora impero, una Padania di nuovo rigogliosa di fabbrichette che si rimettano a macinare fatturati come se in Cina non sapessero ormai fare tutto quello che sappiamo fare noi a un quinto del prezzo. Siamo ovviamente liberi di considerarlo un rigurgito fascista, una nostalgia di anziani che non ha più senso cercare di convincere, o il riflesso istintivo del bambino che si rintana in un angolo mentre la casa crolla. Ma non è imbecillità. Non c'è nulla di stupido nel rintanarsi in un angolo mentre la casa crolla.
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Fascista io, fascista tu

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In questi mesi sapete quante volte avrei potuto tirar fuori tutto il nero che mi cresceva dentro, e invece no.

Tutte le volte in cui si parlava di premio di maggioranza, e avrei potuto far notare che l'inventore del concetto "premio di maggioranza" si chiama Benito Mussolini, e non l'ho (quasi) mai fatto, perché... boh, perché era troppo facile, forse un po' sleale.

Tutte le volte in cui ho sentito dire che la governabilità è importante, e che ovunque nel mondo se arrivi al 40% ti fanno governare lo stesso, salvo che non è vero, tranne forse in Grecia e in Ispagna; e avrei potuto far notare che in comune con questi due Paesi mediterranei abbiamo anche un passato di regimi totalitari; e non l'ho fatto.

E avrei potuto chiamare l'Italicum Acerbo-bis, ma non l'ho fatto, perché non sono tanto accecato dal mio antirenzismo da non notare la differenza tra la soglia del 25% prevista da Giacomo Acerbo nel 1923 e quella del 40% a cui Renzi si è fermato (certo, all'inizio voleva il 35%...)

E quella volta che in una bozza di riforma la Boschi aveva ribattezzato il Senato "Camera delle Autonomie", e aveva previsto che ne facessero parte ventuno membri nominati direttamente dal Presidente della Repubblica “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario". Ventuno. E avrei potuto scrivere ehi ehi ehi, guardate che l'Accademia d'Italia l'aveva già fondata Mussolini: sarebbe stato un goal a porta vuota, e non ho tirato (almeno ai tempi di Mussolini il Capo di Stato non avrebbe potuto usare un pacchetto così consistente per assicurarsi la rielezione, perché era già sovrano a vita).

E quando la Camera delle Autonomie è ridiventata il Senato, ma comunque un senato assurdo pieno di consiglieri provinciali nominati per cooptazione, quanto sarebbe stato facile parlare di Camera dei Fasci e delle Corporazioni? Ma non l'ho fatto: anche lì, troppo facile. Ma fuorviante.

E tutte le volte che ho letto un titolo sull'"ira di Renzi", e ho pensato che a quasi un secolo di distanza, il trucchetto di Mussolini funzionava ancora, e mi sono chiesto se Renzi fosse consapevole di copiarlo: ma me lo sono chiesto tra me e me, e non l'ho scritto da nessuna parte; perché pensavo che il mondo non avesse bisogno di un altro pezzo dove Renzi era paragonato a Mussolini.

Perché alla fine io non credo che Renzi sia un fascista, o più precisamente un Mussolini.

Certo, è sospinto da un'ambizione ugualmente smisurata. E tende, più o meno come tutti gli autocrati, a circondarsi di mediocri e allontanare i migliori. Ma non si è formato su Nietzsche e Sorel, non disprezza (così tanto) la democrazia parlamentare, non crede nel destino del popoli, non è un violento. Sulla crisi dei profughi, fin qui, è stato persino bravo. Quindi no, non ha senso cogliere nel mucchio tutti i piccoli dettagli che il renzismo ha in comune con quell'altra cosa. E di solito non lo faccio.

Poi un giorno il ministro Boschi mi fa notare che se voto no alla sua riforma costituzionale la penso come Casa Pound. 

E quindi, insomma.

Cara ministra, se io la penso come Casa Pound, lei la pensa come quel tale Giacomo Acerbo che preparò un premio elettorale per far vincere le elezioni a Mussolini. Mus-so-li-ni. Lo sa chi è stato il primo a vincere un'elezione col premio? Mus-so-li-ni. E allora sa cosa le dico, rispettosamente? la sua Camera dei Fasci e delle Corporazioni - pardon, il suo Senato di cooptati dalle regioni, se lo vota lei. Mi dispiace che non è riuscita a reintrodurre gli accademici d'Italia con le loro belle feluche, ma sarà per la prossima volta. Tenga duro, lo sa quanto ci mise Bottai? Ma forse preferisce che le dia del Voi.

Rispettosamente vostro, Eja eja, eccetera.
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I due populismi complementari

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È un po' tardi, ma volevo condividere l'intuizione di mezzanotte: se il populismo di destra si caratterizza per la retorica del Nemico, ne consegue che in Italia di populismi attualmente ne abbiamo due, complementari. Questo in parte spiega la momentanea eclissi del M5S, che dopo gli attentati di Parigi non ha ritenuto necessario definire con maggior chiarezza la sua posizione in politica estera; in sostanza non ne ha una. Il fatto è che il populismo di Grillo e del suo comitato centrale è uno dei più curiosi al mondo, concentrato com'è sul Nemico Interno: il Politico. Viceversa il populismo di Salvini e della Meloni, che in mancanza di niente stanno opzionando quel che resta del centrodestra berlusconiano, si concentra sul Nemico Esterno: l'immigrato quasi sempre islamico e potenzialmente terrorista (Berlusconi non ci sta mettendo la faccia, ma il suo Giornale e i suoi tg sono già piuttosto allineati sull'argomento).

Messi assieme, Grillo e Salvini produrrebbero il populista perfetto; purtroppo, o per fortuna, sono inconciliabili. Al punto che nel momento più propizio per dare addosso agli immigrati, gli uomini di Grillo si sottraggono e mostrano il lato più umano (dopotutto anche loro hanno votato per depenalizzare la clandestinità); specularmente, quando passerà l'eccitazione collettiva per il terrorismo e scopriremo qualche altra Mafia Capitale, i grillini tireranno fuori gli artigli, ma Salvini si mostrerà molto più equilibrato, se non proprio garantista alla Berlusconi.

A un certo punto poi si voterà, e uno dei due populismi probabilmente arriverà al ballottaggio (sempre ammesso che ci si arrivi). Forse è inutile analizzare i trend elettorali, forse tutto dipenderà dall'ultimo fatto di cronaca importante: se sarà un attentato, Salvini; se sarà uno scandalo, Grillo. I due personaggi sono incompatibili, ma i loro elettori non lo sono affatto: anzi appartengono a un unico bacino che è in comunicazione anche coi serbatoi inesplorati dell'astensione. Poi c'è lo scenario hard - un ballottaggio tra Salvini e un grillino - e non mi sento di escluderlo a priori. Ah, nel caso voterò M5S: "Onestà" mi sembra meno pericoloso di "Stop Invasione". E poi in generale mi danno meno affidamento: al primo casino si rivota.
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Non potresti picchiarci più piano, Matteo Renzi?

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Non solo Renzi non è Mussolini, ma si fatica a immaginare tra i suoi oppositori un Matteotti, un Gramsci. In particolare tra gli interni al Pd, che dopo aver adombrato derive totalitarie si sono accontentati di uscir dall’aula: dietro magari c’è un raffinato ragionamento tattico precongressuale che appassionerà gli addetti. Da qui Bersani e soci sono solo sembrati patetici; spiace a me per primo.

Si poteva far di peggio? 50 deputati della minoranza hanno votato sì, ma cogliendo un’occasione per un rimbrotto a Renzi: chissà quanto c’è rimasto male. Non è questo “il modo di relazionarci”, ha spiegato Mauri; è stato “un grave errore aver continuamente esasperato i toni”! Lo ha detto accingendosi a ingoiare l’Italicum. “Così si è solo dimostrato una volta in più che le prove muscolari non portano lontano”. Senza dubbio Renzi non li mostrerà più i muscoli, ora che ha visto con quanta velocità vi inginocchiate.

Non è Mussolini, no, e a voi non sarebbe riuscito nemmeno un Aventino. Piagnucolare che non si fa così, non si esasperano i toni, mentre ci si prostra a terra con tanto senso di responsabilità e la speranza che si ricordino di voi stilando i prossimi listini elettorali. Non si capisce però perché in quell’occasione Renzi dovrebbe preferirvi a qualche ragazzo/a di bell’aspetto, in grado di pigiare gli stessi pulsanti con meno melodramma e più fotogenico entusiasmo. Sul serio, credete di essere più utili alla democrazia? Ieri non s’è visto; oggi è tardi.
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E fascista qua e fascista là

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Questa cosa dei paragoni col fascismo magari ci sta un po’ sfuggendo di mano, come accade spesso verso la fine di aprile. Renzi è uno sbruffone, ma non è Mussolini. Vuole comandare per 5 anni senza darsi pena di ottenere la maggioranza dei suffragi, ma l’Italicum non è la legge Acerbo...

…E stavo quasi per buttar giù 1500 caratteri sul tema, quando ho sentito il ministro dell’istruzione definire “squadristi” gli insegnanti che, non apprezzando una riforma pasticciata che trasferisce tutti i poteri delle scuole a una specie di preside-prefetto, osavano contestare il suo comizio. La Giannini, che ha idee vaghe su chi siano questi dirigenti scolastici che tra pochi mesi dovrebbero governare la scuola, forse è parimenti inconsapevole del fatto che gli squadristi, di solito, non interrompevano i discorsi dei ministri, ma le manifestazioni dei lavoratori: e non facendo un po’ di chiasso, ma con bastoni e armi da fuoco.


Conviene rassegnarsi: dal ‘45 in poi l’accusa di fascismo è un’iperbole a cui attingiamo tutti troppo spesso, per comodità e scarsa fantasia. In fondo è meglio così che se ce lo fossimo dimenticato. Invece, a furia di lanciarcelo addosso, siamo costretti a ripassarlo. Ne possiamo ottenere addirittura parametri oggettivi: ad esempio, Mussolini pretese un premio di maggioranza al 25%, Renzi si accontenta del 40. Non solo possiamo dire che non è fascista, ma abbiamo anche una cifra precisa: non lo è per un 15%. È tanto, è poco? Io non mi accontenterei.
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Mussolini era una zecca

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Al ragazzino che oggi prova a rimpiangerlo direi: ma lo sai chi era davvero Benito Mussolini, morto oggi 70 anni fa?

Perché se hai fatto i compiti a questo punto dovresti saperlo. Una zecca. Nei vari e non simpatici sensi del termine. Socialista, per esempio; e figlio di socialisti. Porta il nome di un rivoluzionario messicano. Da giovane scappò in Svizzera per non fare il militare. Ateo e mangiapreti, e quando in Libia c’era da difendere il sacro nome della patria, lui andò a mettersi sui binari per non far passare i treni.

Poi, certo, ha cambiato idee. Quando scoppiò la Grande Guerra cominciò a parlare di Patria e Valori. Ma prendeva ancora i soldi dai socialisti francesi, che speravano di portare dalla loro gli italiani. Poi dagli industriali che annusavano l’affare. Cominciava a metter pancia. Succhiando un po’ qui, un po’ là, mandando avanti bravi reduci e ragazzini in camicia nera, eccolo a Roma. Da lì in poi, naturalmente, tutto Dio Patria e Famiglia: anche nel senso che succhiò da tutte e tre. Il primo s’accontentò di un quartierino sul Tevere, la seconda tra Etiopia e leggi razziali si ritrovò il nome infangato per sempre. Alla terza prese pure le fedi nuziali.

Non ci credi? Giusto. Non fidarti di nessuno: studia. A De Felice puoi dar retta? Rimpiangilo pure se vuoi, ma ricordati da dove veniva. Era un maestro di scuola, pensa: e socialista. Vi ha succhiato per vent’anni e vi ha lasciato gusci vuoti. Dimmi che lo rivorresti indietro, dimmi che ne vorresti un altro.
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Sacco e Vanzetti: innocenti o...

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23 agosto 1927 - A Boston, Massachusetts, Ferdinando Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sono giustiziati per aver ammazzato un contabile e una guardia giurata. Esattamente 50 anni dopo (23 agosto 1977) il governatore del Massachusetts, li proclama innocenti. Meglio tardi che mai. Ma c'è ancora chi non si rassegna...


Alle 23,40 (ora americana) i personaggi ufficiali ed i testimoni sono entrati nella parte del carcere riservata ai condannati a morte. Poco dopo, la triplice esecuzione aveva luogo. Alle 0,9 minuti (ora americana) Madeiros, che aveva preso posto per primo sulla sedia elettrica, è stato dichiarato morto. Alle 0,19 Sacco era a sua volta giustiziato; e per ultimo Vanzetti, alle 0,26. La tragedia è compiuta. Dopo sette anni dalla sentenza di condanna a morte, pronunziata senza che la loro colpevolezza, nel delitto a essi ascritto, fosse menomamente provata, Sacco e Vanzetti sono stati elettresecutati. La barbarie della parola s'adegua alla barbarie del tatto. E la nostra coscienza di uomini civili, la nostra coscienza romana e cristiana ed europea, ha avuto un sussulto, ha subito un'offesa non facilmente dimenticabile. ("La Stampa", 23 agosto 1927).


Se fosse un agosto qualsiasi - se non ci fosse una guerra in Europa e un'altra guerra in Medio Oriente che parla fin troppo europeo - e il cambiamento climatico - e la mancata ripresa - se insomma fosse uno di quegli agosti in cui il problema dei redattori è come riempire una dozzina di pagine senza annoiar troppo il lettore sotto l'ombrellone - potremmo facilmente scommettere sulla riapertura del caso Sacco-Vanzetti da parte di qualche testata di centrodestra.

I dettagli sono sempre gli stessi: malgrado lo Stato del Massachusetts abbia formalmente e solennemente scagionato i due italiani (cinquant'anni dopo averli inceneriti), qualche indizio di colpevolezza continua a trascinarsi. La confidenza raccolta da Carlo Tresca, uno dei promotori delle manifestazioni pro-Sacco-e-Vanzetti, che riteneva in cuor suo che il primo fosse colpevole e il secondo complice. E la perizia balistica del 1961, che afferma che fu la colt di Sacco a sparare il colpo che uccise il custode Alessandro Berardelli. Storie arcinote che possono vivacizzare una discussione da spiaggia ma non sarebbero sufficienti a riaprire un processo: la versione di Tresca è solo una delle tante che fornì, quando aveva preso le distanze dalla frazione anarchica in cui avevano militato i due martiri; la stessa "colt di Sacco" potrebbe anche non essere davvero quella di Sacco (la polizia ebbe molto tempo a disposizione per sostituirla).
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Non fosse per un piccolo sterminio

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Domenica come tutti sapete era l'anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz. Sabato, come non tutti sanno, era il settantesimo anniversario di Nikolajewka, l'eroica battaglia in cui gli alpini italiani in ritirata spezzarono l'accerchiamento sovietico pagando un prezzo altissimo: più di ventimila morti e ottantamila prigionieri, per riportare a casa un contingente che Hitler non aveva voluto, che Mussolini aveva comunque ritenuto necessario inviare per dimostrare qualche cosa. Ieri, come tutti sapete, Berlusconi ha anche dichiarato che Mussolini ha fatto tante cose buone.

In seguito ci ha già fatto sapere che è stato ovviamente frainteso, che non intendeva dire quello che ha detto, che "non ci può essere alcun equivoco sulla dittatura fascista" anche se pensava "che questo dato fosse chiaro per tutta la mia storia politica passata e presente". Siccome però nella sua storia politica c'è quella famosa intervista allo Spectator in cui affermò che Mussolini mandava i dissidenti in villeggiatura (2003) o quella volta in cui definì la dittatura fascista una "democrazia minore" (2011), è lecito sospettare che Berlusconi queste sparate non le faccia soltanto per conquistare qualche voto ai nostalgici, che ci creda davvero: che non abbia smesso di provare una sincera simpatia per il Mussolini "troppo buono" dei diari apocrifi fatti pubblicare da Dell'Utri, quello disilluso a cui amava paragonarsi al tramonto della sua esperienza di Presidente del Consiglio. Detto questo, non ha veramente importanza cosa provi Berlusconi per Mussolini dentro di sé. Sarebbero fatti suoi.

Ma il fatto che decida di ricordare pubblicamente che ha fatto cose buone, durante una campagna elettorale, e proprio nel momento apparentemente meno adatto (la giornata della Memoria), ecco, questo è interessante e merita una discussione che vada un po' più in là del semplice compitino a base di indignazione (che continua sull'Unita.it, H1t#164).

Per inciso: probabilmente era quello che desiderava, una bella batteria di editoriali sdegnati su tutti i quotidiani che non siano suoi. Un tentativo di attirare l’attenzione rozzo ma efficace (prova ne è che ne stiamo parlando). Può sembrare paradossale che Berlusconi scalpiti per i riflettori anche nel momento in cui sono puntati sulle eventuali responsabilità dei vertici PD in un caso di malafinanza, ma B. è fatto così: deve stare al centro. Preferisce che si parli male di lui, piuttosto che si parli male degli altri. Per convincere i suoi vecchi elettori a votarlo ha bisogno di essere attaccato, e per essere attaccati ci si può anche ridurre a parlar bene di Satana in chiesa o di Mussolini al Memoriale della Shoah.
“Credo che Berlusconi abbia detto quello che la maggioranza degli italiani pensa su Benito Mussolini” ha affermato oggi Renato Brunetta: non esattamente un osservatore imparziale, ma non è detto che si sbagli. Magari non è (ancora) la maggioranza, ma è una parte cospicua dell’opinione pubblica quella che sostiene, più o meno a mezza voce, che Mussolini non sia poi stato un cattivo amministratore. Non gli fosse venuto questo inspiegabile prurito per certe pratiche hitleriane, quelle sì cattive, cattivissime, “male assoluto”, Mussolini lascerebbe un bilancio positivo, l’Agro Pontino eccetera. Nelle memoria di seconda mano delle nuove generazioni la vita del dittatore diventa simile a quella di certi imperatori tratteggiati dai cronisti romani: validi comandanti, bravi governanti, padri amorosi finché a un certo punto qualcosa va storto, impazziscono, giustiziano i parenti e muoiono di morte violenta. Ma Benito Mussolini non è un fantasma di duemila anni fa: è l’uomo italiano più studiato del secolo scorso. Il fatto che si possa prendere il mandante del delitto Matteotti, l’invasore dell’Etiopia, il responsabile dei bombardamenti di Barcellona, e del disastro degli Alpini in Russia per un bravo ragazzo sviato dalle cattive amicizie, è il segno che qualcosa non ha funzionato nella trasmissione delle minime nozioni di Storia del Novecento. A più di dieci anni dall’istituzione della Giornata della Memoria, forse vale la pena di discutere su questo: e sul fatto per esempio che Amba Aradam sia ancora un simpatico modo di dire, e non il nome di uno dei massacri più orribili messi in atto dall’esercito italiano e no, Adolf Hitler non c’entri nemmeno di striscio.
Ricordare i campi di sterminio è doveroso e necessario, ma se non allarghiamo un po’ il campo a scuola o in televisione rischiamo di suggerire che i nazisti spuntino dal nulla, con tutta la loro malvagità assoluta e irredimibile. Il passo successivo è farne i capri espiatori di tutto il male non assoluto nel Novecento. Forse oltre a proiettare film e documentari sullo sterminio varrebbe la pena di riservare un po’ più tempo al Ventennio nero. Non solo ai delitti di cui Mussolini si macchiò sin dall’inizio, ma anche ai banali indicatori economici, che ci dicono che la sua amministrazione fu rovinosa (dovrebbe essere un dato acquisito dalla maggioranza dei diplomati, e non lo è), e che le guerre combattute dalla metà degli anni Trenta in poi non furono un increscioso incidente, ma l’esito naturale del nazionalismo che Mussolini aveva brevettato molto prima che il verbo di Adolf Hitler uscisse dalle birrerie. A chi spetta ricordarlo, se non a noi. http://leonardo.blogspot.com
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C'è sempre qualcuno che ti odia (sull'internet)

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La lista è la morte

C'è stato un po' di baccano, ieri, a causa di una lista comparsa su di un sito neonazista. Io sono arrivato a casa tardi e non sono riuscito a leggerla: il sito era inaccessibile a causa del traffico elevato (poi è tornato visibile, ma la lista era stata cancellata). Si trattava di un forum semisconosciuto, ma quando i quotidiani hanno scoperto il fattaccio (Repubblica è stato il primo, direi), da blog e social network tutti hanno cominciato a puntare link verso la lista, che da quel che ho capito censiva gli italiani da odiare perché amici degli immigrati.

Io naturalmente sto con gli immigrati, auspico l'estinzione dei fascisti eccetera. Però queste ondate di indignazione mi lasciano perplesso. Un gruppetto di fascisti butta giù un elenco di nominativi; nessuno per quanto ne so ha scritto “italiani da ammazzare”. È una lista di persone odiose, su internet se ne stilano parecchie. Peraltro non è mai successo fin qui che un personaggio à la Breivik o alla Casseri, nel momento in cui decide di passare alle vie di fatto, utilizzi una lista divulgata via internet: di solito c'è un notevole scarto tra chi scrive su un foglietto (o su un sito) i nomi delle persone che detesta e chi si procura le armi e scende in strada a farle fuori. Insomma le possibilità che quella lista potesse ispirare l'istinto criminale di un fanatico erano abbastanza esigue. Fino a ieri.

Poi ieri Repubblica, Twitter e via dicendo hanno iniziato a puntare sul forum semisconosciuto. Migliaia di persone hanno potuto leggere la lista o scaricarla prima che si oscurasse, e a questo punto la possibilità che qualche emulo di Casseri l'abbia letta e decida di utilizzarla è cresciuta sensibilmente. È il solito doppio taglio dell'informazione: vale la pena dare risalto nazionale a un gruppetto che stila liste di proscrizione? Io non lo avrei fatto; oltre al concreto rischio di attirare l'attenzione su gente pericolosa, mi ritroverei anche a spalare l'acqua col forcone: sicuramente da qualche parte qualcun altro sta compilando un'altra lista di persone da odiare, internet glielo consente e io non posso fare il cane da guardia di internet, mica mi pagano. C'è chi invece può.

Il giornalista che ha scoperto la lista di ieri non è nuovo a scoop del genere. Un'occhiata al suo sito (molto interessante) suggerisce l'impressione che le sue scoperte siano frutto di un'indagine sistematica: come quel prete che batte l'internet alla ricerca di siti pedofili, il giornalista in questione è costantemente alla caccia di segnali di razzismo, antisemitismo, intolleranza. Avrete notato che non lo chiamo per nome.

È uno scrupolo ridicolo, chiunque può benissimo recuperare le sue generalità. E anche lui presto o tardi troverà questo mio post, lo leggerà, e deciderà se infilarlo o no in un eventuale dossier sull'antisemitismo di sinistra. In effetti è lo stesso giornalista che la scorsa primavera commise una grossa carognata nei confronti di una mia doppia collega, blogger e insegnante, la quale professa opinioni fortemente critiche nei confronti dello Stato d'Israele. Il giornalista in questione l'accusò, sempre su Repubblica, di negazionismo: accusa falsa, peraltro. Non solo, ma nello stesso articolo suggerì, in modo piuttosto ambiguo (anche un po' maldestro, via), che questa blogger, essendo insegnante, avrebbe anche insegnato il negazionismo ai suoi studenti (e in effetti noi blogger-insegnanti siamo proprio così, la molla che ci spinge a riempire lenzuolate digitali sul sionismo o su San Giovanni Damasceno è che sono proprio gli stessi argomenti che spieghiamo a lezione ripetutamente, a tutte le classi, tutti gli anni, siamo così felici di continuare a parlare di sionismo e San Giovanni Damasceno che anche sul blog non vorremmo scrivere d'altro. Sono ironico). E arrivarono gli ispettori. Parli male d'Israele su un blog? Faccio in modo che ti arrivino gli ispettori a scuola. Ecco.

Per tagliar corto: il giornalista in questione ha già ampiamente dimostrato che se vuole sputtanare un insegnante lo fa. Però questo non è un buon motivo per non chiamarlo per nome e per cognome; magari era un buon motivo per non iniziare nemmeno a scrivere questo post, per fare finta di niente. Invece sto parlando di lui, ma il suo nome non lo metto perché si sa cosa succede ai nomi: li lasci lì e dopo un po' diventano una lista: e io una lista non la voglio fare, la lista è la morte, e anche se mi scappasse una lista, mai vorrei mettere al primo posto lui. Lui è un buon diavolo con una missione: battere la campagna, censire tutti gli insetti, tutti i parassiti che ce l'hanno con quelli come lui. O con qualche altra minoranza, tutto fa brodo. E sono convinto che nel suo far circolare insetti e parassiti è in buona fede: il suo scopo è mostrare quanta intolleranza (e quanto antisemitismo) ci siano in Italia, e a tale scopo qualsiasi infimo insetto, qualsiasi larva di bacherozzo abbia dichiarato di non sopportare il presidente della comunità ebraica di Roma fa buon brodo. Il problema è che in quel brodo i bacherozzi sguazzano, e sembrano addirittura ingrossare – ma questo effetto ottico collaterale il giornalista in questione lo ritiene sopportabile. Oppure si tratta del solito gioco win/win: i bacherozzi ottengono più visibilità, le minoranze minacciate più solidarietà. Sì. Non credo che convenga a tutte le minoranze.
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Vi rifaccio Benito?

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Berlusconi ha detto di nuovo che sta leggendo i diari di Mussolini. Al di là di ogni dibattito sull'autenticità, quei diari han da essere una vera palla: è da un anno e mezzo che dice che li sta leggendo, ci hanno messo meno tempo a scriverli.



E insomma, lui racconta sempre le stesse storielle, io riciclo i vecchi pezzi. Dovrei aggiungere qualcosa? Anzi, ho tolto parecchio. Il Mussolini triste sul comodino di Silvio B. è sull'Unità.it.

«Sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci, e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni. Anche con le lettere della Petacci», dice l’ex premier, che ricorda come Mussolini si lamentasse del fatto di non potere neppure raccomandare una persona. «Che democrazia è questa?», si chiedeva Mussolini. E infatti, fanno notare a Berlusconi, non era una democrazia quella di Mussolini. «Beh, era una democrazia minore», aggiunge Berlusconi.
Più che indignare fa tristezza, Berlusconi che si paragona a Mussolini; se non altro perché si ripete, e forse nemmeno se ne accorge. I (finti) diari del duce, per esempio, li stava già leggendo nel maggio del 2010, quando erano ancora inediti nelle mani di Dell’Utri. Insomma la lettura non è che stia proprio procedendo spedita. L’altra ipotesi è che i diari siano diventati il suo livre de chevet: li tiene sul comodino e ogni sera ne rilegge un po’. Devono avere ormai soppiantato la sua antica passione, l’erasmiano Elogio della Follia.
Il fatto che all’ironia e al vitalismo di Erasmo sia subentrata la stanchezza di uno Pseudo-Benito, che contempla lo sfascio della sua nazione e non riesce nemmeno a raccomandare un’amica, ci dice molte cose: e nessuna di queste cose riguarda Mussolini, che quei diari non li ha mai scritti. Il duce è ormai un mito più patetico che tragico: il grande uomo (tanto buono) che si prende sulle spalle la responsabilità di una nazione, ma nonostante i titanici sforzi non riesce a spostarla di un passo. Né lo Pseudo-Benito né il vero Silvio sono verosimili, quando confessano la loro impotenza: entrambi potevano fare e disfare ministeri, godevano di consenso popolare, controllavano i mezzi d’informazione. Eppure non ce l’hanno fatta: l’Italia è un corpo inerte che non si lascia possedere. Perlomeno, il finto Benito e il vero Silvio la pensano così. Il primo illumina il secondo di una luce crepuscolare: il Berlusconi che legge lo Pseudo-Benito è un potente affaticato, esaurito, che cerca nei fallimenti degli uomini illustri una consolazione ai propri, e si domanda cosa resterà di lui. http://leonardo.blogspot.com
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La tartaruga non ha visto niente

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Quasi scordavo di segnalare la teoria di ieri, scritta a caldo, su questo fenomeno strano per cui se un attivista di destra, che scrive cose di destra su siti di destra, frequenta centri sociali di destra, improvvisamente apre il fuoco su dei senegalesi, ecco, in quell'esatto momento smette di essere di destra, le cose che ha scritto le ha scritte a titolo personale e sul sito di Casapound le cancellano immediatamente.


Ritirata strategica, camerati. Sei fascista solo se ti beccano (H1t#103) è sull'Unita.it, si commenta là.

Quando tre anni fa Nicola Tommasoli fu ammazzato, in una via di Verona, da quattro ragazzi che indossavano bomber neri, che andavano ai cortei di Forza Nuova, che alla domenica erano spesso in curva, accadde un fenomeno piuttosto curioso. Si scoprì che non erano di destra. Il sindaco Tosi affermò che la politica non c’entrava niente, il presidente della Camera Fini ammise che forse la politica poteva entrarci un po’, ma che a Torino quello stesso giorno a un corteo di sinistra avevano bruciato una bandierina d’Israele e questo era ugualmente grave, uno a uno palla al centro. Il coordinatore di Forza Nuova negò. Il Fronte Veneto Skinheads si dissociò, insomma quei quattro ragazzi che si vestivano come ragazzi di destra, che frequentavano ritrovi di destra, che menavano i capelloni come da decenni usano fare i ragazzi veronesi di destra… improvvisamente nessuno li conosceva più. Smisero di essere di destra nell’attimo esatto in cui furono beccati.
Ieri, nel momento esatto in cui Gianluca Casseri – che frequentava gruppi di destra, che scriveva cose di destra – l’ha fatta finita, a Casa Pound improvvisamente si sono dimenticati di lui. Non lo avevano mai conosciuto. Nel giro di pochi minuti sul sito della Casa non c’erano più i suoi lunghi articoli, deliri molto dettagliati, che ricordano per certi versi il testamento di Breivik. C’è da dire che Breivik nella scelta del luogo e del momento ha rivelato una lucidità ben più spaventosa di Casseri, che si è limitato a sparare nel mucchio. Però non era un matto: sapeva scrivere ed era molto apprezzato a Casa Pound. Dove c’è gente svelta, se non ad agire perlomeno a cancellare.
E insomma circolare, non c’è niente da vedere: si tratta solo di aspettare la prossima bandierina bruciacchiata, la prossima vetrina scheggiata, la prossima orda di editoriali accigliati sull’emergenza terrorismo, sulle nuove BR che senz’altro stanno nascendo nei pericolosi centri sociali di estrema sinistra.  http://leonardo.blogspot.com
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Non siete così meglio di Breivik

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Non è un pazzo.

Solo perché ha portato alle logiche, estreme conseguenze le chiacchiere che possono scapparvi a una certa ora al terzo grappino, al secondo limoncello, voi dite che è un pazzo, Breivik.

E siccome sotto la patina becera e pagana siete uomini di mondo, moderni e disincantati, non vi attraversa nemmeno per un istante il sospetto di averlo evocato voi il folle Breivik, durante i sonnellini della vostra ragione. No, il mostro lo avrà senza dubbio partorito qualcun altro - il gene dello stragismo, il welfare nordico, il disagio della società multiculturale, i videogiochi, il "sistema".

Io per me non credo che Breivik sia un pazzo, o meglio: non credo che la sua pazzia sia di un genere diverso dalla vostra. Se faccio qualche distinguo tra voi e lui, non è perché rispetti l'atteggiamento moderato con cui anche stanotte vi alzerete dal tavolino e ve ne andrete a nanna senza aver fucilato nemmeno un negro, nemmeno un comunista. Non è che vi stimi più di lui: mi fate meno paura, questo sì, ma non perché lui sia un pazzo e voi no. Il fatto è che la sua "pazzia", chiamiamola pure così, è molto più efficiente. Breivik, se ho capito bene, è stato abbastanza pazzo da trasferirsi in campagna per qualche anno, onde poter acquistare tutto il fertilizzante esplosivo che gli serviva senza destare sospetti. Quando alla fine ha colpito, non ha tirato alla cieca come i terroristi, a cui basta seminare il terrore.

Breivik aveva un obiettivo molto più preciso, accessibile soltanto in una piccola nazione: ammazzare un intero partito, interrompendone il ricambio generazionale. Così ne ha fatto esplodere la sede della capitale, attirando la polizia lontano dall'isola dove ha decimato con freddezza i futuri quadri del laburismo norvegese. Tutto alla luce del sole, perfettamente spiegato, senza quelle zone d'ombra in cui il terrorismo incuba: Breivik non è un terrorista, è il flagello di Dio. Il sorriso che mostra nelle foto dell'arresto lo leggete come il sorriso di un folle: io ci vedo la soddisfazione per un buon piano eseguito, per un lavoro ben fatto. C'è nella sua "pazzia" un metodo, una lucidità che forse noi sani di mente non possiamo permetterci. Quella che ci impedisce di irrompere con una mitraglietta nella redazione di Feltri, togliendo a lui e ai suoi pards la possibilità di mettere alla prova il proprio coraggio, la propria abnegazione, cos'è? ragionevolezza? O paura, o rassegnazione? Siamo meno pazzi o soltanto più pigri?

Di fronte a uomini lucidi come Breivik, in grado di concepire una missione e sacrificarvi tutta la loro esistenza; individualisti assoluti pronti a bruciare il proprio ego pur di rischiare l'alba di un nuovo Califfato o di un nuovo Sacro Romano Impero, forse la soluzione è: più videogiochi. Sul serio. Nel suo caso evidentemente non ne ha giocati abbastanza: alla lunga è rispuntata la voglia di irrompere nella realtà, realizzandovi le sue fantasie di sterminio e sacrificio. Forse avremo risolto il problema quando ognuno di voi, senza neanche alzarsi dal tavolino, avrà a disposizione la sua realtà simulata in cui uccidere tutti i laburisti e i negri che vuole, trionfare e regnare. Più crociate per tutti, purché virtuali; più target, più missioni, più munizioni, più ministeri in Brianza, più oppio per i popoli dell'Europa dei popoli. Il giorno in cui la fantasia sarà davvero più soddisfacente della realtà, quel giorno forse vi libererete all'estasi dei vostri sogni di purezza e gloria, e ci lascerete in pace a tentare di convivere e sopravvivere in questo mondo imperfetto. Forse a Bossi non abbiamo dato abbastanza Braveheart; forse da qualche parte qualcuno ha già scritto il gioco di ruolo che riuscirà a incatenare per sempre l'inquieto Borghezio, come Merlino nel Lago.

Nel frattempo dobbiamo sopportarvi, ma non è che ci facciate meno schifo di Breivik. Un po' meno paura, forse: e forse abbiamo torto. Perché non sarete lucidi e conseguenti quanto Breivik, ma quando volete sapete uccidere meglio di lui, con più pulizia e senza pagarne le conseguenze. A un simpatico leghista moderato come il ministro Maroni, a quel mattacchione ex-post-fascista sdoganato del ministro La Russa, basta lasciare soltanto due motovedette a pattugliare un largo braccio di mare all'apice dell'emergenza profughi in Libia, e il Canale di Sicilia si riempie in pochi giorni di quelle centinaia di cadaveri di fronte ai quali Breivik perde tutto il suo carisma folle e si rivela per quel che è: un dilettante, che ora andrà in galera. Voi invece restate al governo. Ma non è che mi facciate meno schifo di Breivik, o che dobbiate sembrarmi meno pazzi di lui.
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Ovunque (è piazzale Loreto)

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Non dico dagli anni Ottanta, non credo che ce la faremo mai, ma sarebbe bellissimo cercare di uscire vivi almeno dai Quaranta - da questa fiction sugli anni Quaranta in cui viviamo da vent'anni, con finiture di cartapesta sempre più slabbrate. Non dico per sempre, magari giusto qualche mese per vedere se funziona, come le coppie rodate quando vanno in vacanza: io e te, proviamo a vedere se litighiamo anche, boh, alle isole Marchesi. Ecco, allo stesso modo io e voi potremmo passare questo giugno 2011 nel Secolo XXI parlando di calcio-scommesse o questione palestinese o crisi di Berlusconi senza mai nominare (neanche quando ne avremmo tanta voglia): Hitler, il nazismo, l'Olocausto, la conferenza di Monaco, Mussolini, il fascismo, le leggi razziali, Piazzale Loreto, eccetera. Non perché ce ne vogliamo dimenticare, tutt'altro: proprio perché vogliamo conservarli come ricordi preziosi, importanti, da tirar fuori soltanto quando ne vale la pena e non, capitano Buffon, al primo scandaletto che arriva.

Anche perché il fascismo, quel fascismo ruspante che ti abbiamo sempre perdonato finché ci paravi i rigori, Capitano, non è che può trasformarsi in un'enciclopedia buona a tutti gli usi, come accade a quelli che a furia di lamentarsi che a scuola non si insegnano le foibe, e le stragi del triangolo rosso, e a pretendere nei programmi di tutte le scuole le foibe (e il triangolo rosso), dopo un po' l'unica cosa che sanno dirti di tutto il Novecento è che ci sono state delle foibe e un triangolo (rosso). Non dico che non siano storie importanti, ma impariamone altre. Perché non è vero che tutto intorno a noi ci parla di Mussolini. Siamo noi che abbiamo questa fissa per Mussolini e lo vediamo in qualsiasi uomo di potere, da quando Forattini infilava Craxi nello stivale e anche prima.

Altrimenti continuiamo la solita recita: il calciatore fascistone che tira fuori Piazzale Loreto, il blog sinistroide che risponde Ma-gari, sarebbe ora di appendere tutti i disonesti e intrallazzoni eccetera eccetera. Come se fosse una fune che ognuno può tirare dalla sua parte, Piazzale Loreto, mentre invece è un simbolo che dovrebbe unirci, fascisti e antifascisti, nella vergogna. Se ne abbiamo studiato quel poco per sapere che non ci fu nessuna gloria nello sparacchiare e sputacchiare sui cadaveri; che Pertini se ne andò disgustato, che il CLN deplorò immediatamente e unanimemente la "macelleria messicana", e che a tutt'oggi non si è ancora capito chi abbia dato l'ordine di portare lì le salme e appenderle alla tettoia della pompa di benzina. Nulla di cui andare fieri, davvero: Mussolini avrebbe potuto morire da combattente, e si fece catturare travestito mentre fuggiva; quanto agli italiani, Capitano, non ha tutti i torti: hanno questo vizio di tenersi tutta la saliva per quando i potenti cadono in disgrazia. Lei poi stava semplicemente pensando a quella banda un po' sgangherata di calciatori pizzicati a truccare le partite, ma forse nelle ossa ammaccate ha sentito lo Zeitgeist: c'è un'aria strana in questi giorni, a Roma hanno perfino messo in scena una farsa di Gran Consiglio. Poi magari non succederà nulla, come non è successo nulla tante altre volte, ma a Piazzale Loreto in questi giorni ci stanno pensando in tanti: più per mancanza di fantasia che per reale attinenza.

Tanto che io, solito bastianino, sento qui di dover lasciare un piccolo voto: il giorno che Silvio sarà caduto - ma caduto sul serio - domani o tra vent'anni, prometto che non sprecherò una sola cattiva parola, un solo sputo per lui; e ne rispetterò la salma. Magari dagli anni Quaranta si può uscire anche così.
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Morte e Liberazione

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Scava Ferruccio

Con questa vanga, che mi lasciò il povero padre, insieme a un’affittanza e due sorelle da maritare, ora tu scavi, Ferruccio.

Non sai come si fa, ma non mi dire. L’avrai ben visto un giorno un contadino. Si calca il tallone sul pedale e si taglia la terra, zac, un colpo netto, come la gola dei republicanos. Ma te neanche lo sai cos’è un republicanos, Ferruccio, vero? e allora scava.

Ché non sai niente della vita che hai fatto vivere agli altri, non sai niente della morte. Quando m’hai mandato volontario in Spagna, e avevo appena smesso i calzoncini; ad ammazzare contadini come mio padre m’hai mandato: e allora scava, adesso, Ferruccio.

Non ti far fretta, io non ne ho.

Ma t’han da venire le sfioppole alle mani. T’han da venire i calli. T’han da venire le mani da contadino, Ferruccio, che non ti son venute in quarant’anni; le mani di mio padre e di mio nonno, scava, scava. Ma le mani che mi son venute in Affrica, a scavar fosse di negri che non m’avevan fatto niente, le mani d’assassino, le vedi? Per queste non c’è sapone, non c’è sego né lisciva. Queste mani che mi pulsano di notte, quando tutto tace e loro suonano il tamburo, un problema di circolazione dice il dottore, sì, te lo dico io qual è il problema. Son le gole dei republicanos che ho vangato con la baionetta, nella Mancia, e intanto pensavo: sarò dannato, ma almeno le mie sorelle sono a posto. Pensavo, c’è Ferruccio che ci pensa. Bravo Ferruccio. Scava. Scava.

Io che avevo appena smesso i calzoncini perché mi era morto il padre, e quel che mi lasciava era una vanga e due sorelle senza dote. E mi dicesti di andar via tranquillo, ché ci avrebbe pensato il fascio alle sorelle, ma che partire volontario bisognava. Ché le mie sorelle sarebbero rimaste putte sennò, per via che nessuno si voleva portare in casa le figlie di un socialista, e io non capivo, cos’era questo socialismo, una malattia? Se mio padre se l’era presa da giovane, non me l’aveva mai detto, non parlava di politica con me, non parlava di niente. Ho imparato a parlare da per me, Ferruccio, e adesso tu mi ascolti. Mentre scavi.

Quando mi dicesti che ci avrebbe pensato il fascio, che ci avresti pensato tu alla Pace e all’Evelina, Ferruccio. E la Pace ch’era del Diciotto me l’hai lasciata morire di tbc, è così che ci hai pensato. E l’Evelina intanto mi scriveva del moroso, ma che in dote la vanga di papà non gli bastava, e senti, Ferruccio, ma secondo te io non me lo son mai chiesto chi gliele scriveva quelle belle letterine all’Evelina, che non sapeva nemmeno tenere il pennino tra le dita, il parroco gliele scriveva? E al parroco chi gliele dettava? Io che dalla Spagna non ero ancora venuto a casa, e lei che mi scriveva di ripartire in Affrica volontario – l’Evelina! Che quando ero partito si faceva ancora le trecce, e ora mi scriveva del moroso che non l’avrebbe sposata, del disonore, della pancia che le cresceva, Ferruccio! Chi gliele dettava quelle belle letterine! E tu credi che non ho avuto il tempo per pensarci, mentre montavo la guardia sotto l’Ambaradam?

E quando son tornato e ho trovato Evelina zitella, che te l’eri presa in casa come serva; e la trattavi da puttana; e il bambino lo avevi dato ai preti; è stato allora che ho chiesto io di andare in Albania, perché altrimenti v’ammazzavo tutti e due con queste mani: e piuttosto sono andato ad ammazzar dei greci che non m’avevan fatto niente, neanche socialisti erano. Adesso però scavi, Ferruccio.

T’ha da venire il mal di schiena di mio padre; quello lo ha ucciso, altro che il socialismo. T’ha da gelarti il sudore in fronte mentre scavi - e mi dispiace, te lo devo dire, non aver più la forza che ho lasciato in Grecia, perché ti strozzerei, Ferruccio, ti tirerei il collo come al tacchino che sei, che è la fine che ti meriti, ti staccherei la testa a morsi dalla rabbia che m’hai fatto venire, e non sai quanti fantaccini si son presi i ceffoni che volevo dare a te; ma adesso intanto scava, che t’ho da seppellire.

Scava più a fondo, Ferruccio, che devi entrarci te e la tua casa del fascio tutta intera, col capoccione in bronzo. Sai che per quanto scavi non la farai mai grossa come quella che mi sono fatto io, dalla Mancia all’Epiro passando per il Tembien, una fossa grande mezzo mondo ho scavato, per gente che non m’aveva fatto niente, e guarda quel che m’hai fatto tu. T’ammazzassi dieci volte, non sarebbero abbastanza.

Hai scavato?

E allora adesso ascolta. Tu sei morto. Se hai documenti con te, buttali dentro. Poi prendi quella terra, e riempi la buca. Tienti per morto, Ferruccio, e seppellisciti da solo, ché di fosse io ne ho riempite già abbastanza. Hai da colmarla bene, che nessuno ha da sapere dove sei finito. Nessun bambino ha da inciamparci mentre gioca a nascondersi.

Poi prendi la sacca, arrangiati con le carte che ci son dentro. Va’ in montagna dai ribelli, di’ che sei un soldato del re, già di stanza nei Balcani. Di’ che il tuo plotone s’è sbandato a Bologna, che i repubblichini ti volevan metter la camicia nera, che ti sei rifiutato. Fagli veder le mani. Racconta che i miliziani ti volevano ammazzare, e sei scappato. Di’ quel che ti pare, hai sempre saputo raccontarle. Così quando se Dio vuole arrivan gli americani, te sei a posto. E se t’ammazzan prima, ti faranno pure il monumento, Ferruccio, il monumento al martire, ci pensi.

Ma se non t’ammazzano, come non t’ho ammazzato io, tu quando discendi con gli americani hai da tirar tuo figlio fuori dal convento; e mia sorella fuori dal bordello, che è la tua famiglia, Ferruccio, non la mia. Ché un bambino non saprei tirarlo su, son cresciuto ammazzando e solo ad ammazzare son buono ormai.

E se Evelina te lo chiede, sono morto in Albania.

(Schegge di Liberazione è una fantastica iniziativa messa in piedi da Barabba che da due anni riesce a produrre un bel libro collettivo sulla festa che ci sta più a cuore, il 25. Questo pezzo è preso dall'ebook dell'anno scorso: quello di quest'anno probabilmente è più bello, ed esiste anche nella versione cartacea. Dovevamo presentarlo a Carpi oggi, ma c'è stata una disgrazia orribile. Buona Liberazione comunque).
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Mors vestra

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Col volto umano

“Signore, quelli bussano”.
“E che vogliono?”
“Le solite cose, ma stavolta...”
“Stavolta?”
“C'è un'aria diversa in giro, insomma, io non vorrei che succedesse un disastro...”
“È già successo”.
“Sì, ma dal punto di vista umanitario, insomma...”
“No”.
“Come dice, signore?”
“Sto rispondendo alla domanda che non hai il coraggio di farmi”.
“Prego?”
“Tu dovresti chiedermi: Signore, li aiutiamo? Apriamo i cancelli? Stanziamo quel che c'è da stanziare? Ma non hai il coraggio, perché conosci benissimo la risposta, e sai che è una risposta criminale, e hai paura che anche solo pormi la domanda ti renda in qualche modo complice. Ma io non ho bisogno di complici e non ho vergogna a risponderti: mi prendo tutta la responsabilità e ti dico: no. Non li aiutiamo. Non stavolta”.
“Con tutto il rispetto... questo non sarà il solito naufragio di gommoni”.
“No, probabilmente no”.
“Parliamo di una carestia. Forse milioni di morti. In generale la Storia non è generosa con chi lascia morire milioni di persone”.
“Fammi pensare. Cina 1960, Grande Balzo in avanti, carestia, dai venti ai quaranta milioni. Hanno tolto i quadri di Mao alle pareti?”
“Non ancora, no”.
“Del resto non è che mi interessi più di tanto del parere dei posteri, eh. Mi biasimeranno, diranno cose terribili su di me, con la loro ciotola piena. Hai mai letto Malthus, tu?”
“No, confesso di no”.
“È passato di moda un po' troppo presto. Insomma, questi hanno fame e vorrebbero entrare. Non gli basta mandare a casa qualche governante corrotto? Eppure sono belle le rivoluzioni, no?”
“Non danno il pane”
“Al massimo i rincari ti spingono a eliminare qualche sacca di corruzione. Ma non basta, la fame è più potente. La fame ti compra il biglietto per il gommone. Comunque stavolta no. Sparino pure ai gommoni, me ne prendo la responsabilità”.
“...”
“E non guardarmi con quegli occhi, son cose che capitano. Un giorno faranno un film su gente come me e come te. Te ti faranno dimesso e lagnoso, consapevole dei crimini che commetti, ma incapace di disobbedire gli ordini. A me invece regaleranno una faccia da matto fanatico. Ti sembro un matto fanatico?”
“No, signore, assolutamente”.
“Probabilmente ti sbagli, la storia la fanno i vincitori quando cominciano a sentirsi in colpa. Io sono il matto che preferisce salvare una sola scialuppa invece di aiutarne un'altra col rischio che affondino entrambe. Mi daranno del razzista. Pensi che io sia razzista? Che se fossero biondi e pallidi magari li aiuterei?”
“Se posso permettermi...”
“Certo che puoi”.
“Se le politiche si giudicano dai risultati, quello che stiamo per fare sarà interpretato da molti come razzismo”.
“Senz'altro, ed è il motivo per cui negli ultimi quarant'anni ne abbiamo fatti entrare un po' di tutti i colori, e adesso abbiamo elettori che si chiamano Mohammed e Chen, e saranno loro, capisci, saranno loro a votare per noi quando gli diremo che non possiamo aprire i cancelli a tutti i meridionali del mondo. Perché loro lo hanno sempre saputo: Malthus ce l'hanno nel sangue, loro. Sono quelli che si sono messi in moto per primi. Selezione naturale. E nessuno potrà darci del razzista, se applichiamo un banale principio di sopravvivenza. Tutte le specie viventi, i branchi e le comunità cercano di sopravvivere difendendo il loro territorio, e noi possiamo fingere di non essere un branco, possiamo affettare una cosiddetta 'cultura', ma quando i prezzi dei cereali salgono mostriamo i denti, come qualsiasi altro mammifero stanziale. Non c'è posto per tutti qui da noi. Semplicemente non c'è. Ce n'era un po', e chi è arrivato prima se l'è preso. E ora non ce n'è più”.
“Signore, posso essere franco?”
“Spara”.
“Questo è semplicemente fascismo. Fascismo dal volto umano, ma...”
“Preferiresti il volto disumano? Perché a questo punto il problema si pone in questi termini. Non credete a noi, che vi sbarriamo le porte con gentilezza? Aspettate qualche anno, e poi al nostro posto ci sarà un matto vero, un visionario che ha letto il mein kampf o altre stronzate, uno di quelli che con la scusa del revisionismo ogni tanto va a Bergen Belsen a controllare le cubature perché, dopotutto, il Novecento ci ha mostrato che qualche sistema rapido per far spazio, con un po' di impegno e fantasia...”
“Quindi, insomma, alla delegazione che gli dico?”
“Me lo hai già chiesto. Ti ho già risposto. No. Stavolta Non ci muoveremo. Diglielo. Conoscono il latino?”
“Dovrebbero”.
“Allora digli così: Mors vestra, vita nostra. Niente di personale”.
“E se si mettono a piangere?”
“Piangere? una delegazione diplomatica?”
“Signore, lo sa... in fin dei conti sono italiani”.
“E tu lasciali piangere, ne hanno il diritto”.

Secondo Roberto Maroni è “impensabile” che, di fronte a quella che definisce “emergenza umanitaria” di Lampedusa, “le istituzioni europee stiano solo a guardare”.
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Lo Pseudobenito

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Ok, Marcello, ce l'hai fatta. I 'tuoi' diari di Mussolini saranno anche una patacca. 

Ma ormai ci tocca leggerli lo stesso. Ho una teoria #39 è sull'Unita.it, e si commenta qui.

Alla fine Dell'Utri ce l'ha fatta. Ha trovato un editore prestigioso per quei “Diari di Mussolini” che sono il pezzo più importante della sua collezione di bibliofilo. A questo punto non ha più molta importanza che che i diari siano autentici o no: ci toccherà leggerli lo stesso. Non certo per imparare qualcosa di più sul dittatore, dal momento che gli studiosi che li hanno già letti (tra gli altri Denis Mack Smith, Pasquale ChessaEmilio Gentile) non vi hanno trovato fin qui nessuna novità di rilievo; nessuna rivelazione importante, niente che non fosse già noto agli studiosi attraverso altre fonti. Il che è già piuttosto strano: di solito chi tiene un diario vi riversa quello che non può scrivere o dire altrove. Dell'Utri sostiene di avere trovato nelle cinque agendine un Mussolini più “umano”, che avrebbe perso la guerra “perché era troppo buono”. Gli studiosi si sarebbero aspettati di trovarci qualche dettaglio inedito sui suoi rapporti con il Re e con gli altri potenti della terra. Ma il Mussolini dellutriano è uno stranissimo autore di diario, che invece di mettere sulla carta i suoi stati d'animo preferisce soffermarsi lungamente sulle sue uscite pubbliche, ricopiando per pagine e pagine le cronache dei quotidiani. Un dittatore saltuariamente dotato del dono della profezia, che menziona nel 1939 il carro armato tedesco “Tigre”, progettato solo tre anni più tardi. Un ex maestro di scuola, ex giornalista affermato, che commette errori da matita blu, e sbaglia a scrivere “Nietzsche”; il che beninteso può succedere a chiunque, ma più difficilmente a un appassionato lettore di Nietzsche come lui...

Tutti questi dettagli ormai hanno poca importanza. Come ammise lo stesso Dell'Utri qualche mese fa in un'intervista radiofonica, l'importante non è che i diari siano veri o falsi, ma che siano belli, anzi, “bellissimi”: “se fossero falsi, ma bellissimi, chi se ne frega”. Così le agende già rifiutate da Feltrinelli, Mondadori, Times, Sotheby, L'Espresso, saranno pubblicate da Bompiani: e anche se non abbiamo ragione di dubitare delle perizie condotte fin qui dagli esperti, le leggeremo lo stesso. Consapevoli di leggere un probabile falso. Ma a volte un documento falso può diventare più interessante di uno autentico. Anche se non ci dice nulla sull'autore a cui è stato attribuito per errore, può dirci molte cose sugli uomini e le donne che hanno deciso di considerarlo vero. Oggi nessuno può più credere all'autenticità dei Protocolli dei Savi di Sion; eppure essi restano un documento straordinariamente interessante. Non per le cose che affermano su un fantomatico complotto sionista mondiale, ma perché gettano luce sull'antisemitismo di inizio secolo, raccontandoci le superstizioni che sedussero milioni di persone, dai contadini allo zar. Allo stesso modo lo pseudo-Benito che uscirà dai diari sarà interessante in sé, al di là della sua somiglianza al Benito originale. Più che di Mussolini, esso ci parlerà di Dell'Utri, e soprattutto del suo mentore, che a quanto pare i diari ha già potuto leggerli in fotocopia.

C'è infatti un momento preciso in cui il Mussolini taroccato è diventato un oggetto meritevole di studio. Il 27 maggio scorso, durante il vertice OCSE, Berlusconi ha citato una frase di “colui che era ritenuto un grande e potente dittatore, e cioè Benito Mussolini”. “Dicono che ho potere, non è vero, forse ce l'hanno i gerarchi ma non lo so. Io so che posso solo ordinare al mio cavallo di andare a destra o di andare a sinistra e di questo devo essere contento”.

A differenza di altri politici (Veltroni su tutti), Berlusconi non ama infiorettare i suoi discorsi di citazioni storico-letterarie. Un'eccezione importante è costituita da un libro da lui letto in gioventù e molto amato (nel 2001 viene menzionato addirittura nella brochure elettorale Una Storia Italiana): L'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Non a caso, quando la passione bibliofila di Dell'Utri lo spinse ad aprire una collana di libri d'arte, il primo volume a uscire per i tipi della “Silvio Berlusconi editore” fu proprio l'Elogio. Nella prefazione, lo stesso Berlusconi confessava di essersi riconosciuto nella tesi centrale “della pazzia come forza vitale creatrice”: “nella mia vita di imprenditore sono stati proprio i progetti a cui più istintivamente mi sono appassionato contro l'opinione di tanti, anche amici cari, i progetti per i quali ho voluto dar retta al cuore più che alla fredda ragione, quelli che hanno poi avuto i maggiori e più decisivi successi”.

Ultimamente però l'Elogio è sparito dai suoi discorsi. Il fatto che all'“eccezionale ricchezza dell'arte della comunicazione” di Erasmo sia subentrata la stanchezza di uno Pseudo-Benito che contempla lo sfascio della sua nazione e non riesce a governare più in là del suo cavallo ci dice molte cose, e nessuna di queste cose riguarda Mussolini. Il duce è ormai un mito, e quel che più importa, un mito tragico: il grande uomo (tanto buono) che si prende sulle spalle la responsabilità di una nazione, ma nonostante i titanici sforzi non riesce a spostarla di un passo. Né lo Pseudo-Benito né il vero Silvio sono verosimili, quando confessano di non riuscire a tenere le redini del Paese: entrambi potevano fare e disfare ministeri, godevano di consenso popolare, controllavano i mezzi d'informazione. Eppure non ce l'hanno fatta: l'Italia è un corpo inerte che non si lascia possedere. Il finto Benito e il vero Silvio la pensano così. Il primo illumina il secondo di una luce crepuscolare: il Berlusconi che legge lo Pseudo-Benito è un potente affaticato, esaurito, che cerca nei fallimenti degli uomini illustri una consolazione ai propri, e forse si domanda cosa resterà di lui. http://leonardo.blogspot.com

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Il senso di Marcello per la sòla

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Insomma, questo capitolo inedito di Pasolini, Dell'Utri ce l'ha oppure no? Prima diceva di sì, che l'avrebbe mostrato alla tal fiera del libro antico. Adesso sostiene di no: l'ha solo visto, ma non ha fatto in tempo a comprarlo. I critici fanno appelli. Veltroni porta il caso in Parlamento. E dopotutto perché no, è giusto indagare, è giusto volerci veder chiaro. Però non si può fare a meno di riflettere sull'uomo che ha aperto il caso. L'uomo che ha annunciato alla stampa di possedere un inedito di Pasolini prima ancora di averlo acquistato. Marcello Dell'Utri. Si possono dire molte cose di lui, nessuna bella. Concentriamoci però su una delle meno brutte: è un bibliofilo. Laddove uomini del suo medesimo rango spendono e spandono per le femmine, Dell'Utri spende e spande per rettangoli di carta rilegati su un lato. Un vizio più di nicchia, ma comunque non sconosciuto presso i notabili di destra (ricordo anni fa la tragedia di un intellettuale postfascista che durante una causa di separazione aveva lasciato in ostaggio alla moglie una biblioteca personale con qualcosa come quindicimila tomi; e la tipa glieli buttava via. Vanitas vanitatum e tutto il resto).

I bibliofili non sono tutti uguali, proprio come gli altri puttanieri. Ci sono quelli che apprezzano le cose antiche, quelli che vorrebbero mettere le mani su qualcosa che nessuno ha mai toccato (sì, è paradossale, ma è così), quelli che cercano l'insolito, quelli che hanno fiuto per i pezzi autentici... Dell'Utri non è tra questi. Ci sono anche quelli che sembrano pronti a farsi rifilare qualsiasi sòla, e poi non vedono l'ora di vantarsene in giro. Dell'Utri è più probabilmente tra questi, come l'episodio dei diari di Mussolini dovrebbe aver abbondantemente dimostrato. O no?

In breve: c'erano in giro alcune agendine attribuite a Benito Mussolini, in cui il dittatore tanto amato dagli italiani svelava un lato più umano (e figurati), oltre a lamentarsi delle bieche leggi razziali che aveva appena fatto emanare. Queste agendine avevano provato a rifilarle un po' a tutti: Feltrinelli, Panorama, L'Espresso, e chissà quanti altri. Sapevano di sòla da molto lontano. Perché, rifletteteci, chiunque sarebbe felice di trovare diari inediti di Mussolini (finalmente materiale nuovo per le dispense in edicola); però quando il grafologo ti dice no, lo storico ti dice no, il linguista ti dice no, insomma, alla fine è no. Puoi credere a tutto, ma devi per forza credere a un Mussolini che fa errori di quinta elementare? Ehi, non stiamo mica parlando di un pittorucolo, di un bohemien alla Hitler, o di un seminarista alla Stalin: Benito aveva fatto l'insegnante, prima di diventare un instancabile giornalista. Uno che con la sua firma ti fa vendere il giornale: quando durante la Grande Guerra non aveva più potuto mandare corsivi al Popolo d'Italia, le vendite erano crollate di botto. Un polemista non raffinato ma efficace: uno scrittore prima di tutto; divenuto poi - gli scherzi del destino! - dittatore di un popolo analfabeta. Uno così, con le manie di grandezza del caso, non indulge a errori di ortografia nella scrittura privata. Un ex socialista che di Marx non si era mai fidato troppo, ma era cresciuto a pane e Nietzsche: uno così non sbaglia a scrivere il nome di Nietzsche sui suoi diari. Se poi sbaglia anche a scrivere la data di nascita di sé stesso, insomma, no. Non è il vero Mussolini. E poi è plausibile scrivere tutte quelle pagine di diario senza introdurre un solo dato che gli storici non conoscessero già, neanche il cognome di un'amante inedita di Ciano, niente di niente, solo che gli dispiace tanto per i poveri Ebrei che sta facendo interdire dai pubblici uffici? Insomma, nessuno si sentiva di comprarle, 'ste agendine.

Poi un giorno arriva Marcello Dell'Utri, con una specie di scritta in sovraimpressione COMPRO QVALSIASI SOLA A QVALSIASI PREZZO, e fa lo scoop.

La cosa fantastica è che ci crede ancora: ogni tanto qualche cronista cattivello ritira fuori la storia e lui conferma: li sto rileggendo, penso proprio che siano autentici, ne esce fuori un Mussolini molto umano, ha perso la guerra perché era troppo buono. Va bene.

A questo punto mettetevi nella testa di un falsario d'Italia: uno che piazzando una sòla del genere ci campa per degli anni. E volete che non ci provi? Non bisogna nemmeno sforzarsi. Qual è lo scrittore più chiacchierato del Novecento? Ha scritto incompiuti? C'è da qualche parte un riferimento a un capitolo mancante? Benissimo. Che macchina da scrivere usava? Con un po' di fortuna è ancora in commercio. La carta si trova. Addirittura si sa già cosa doveva contenere il capitolo: scottanti retroscena su Mattei. Si conosce addirittura il libro che Pasolini stava saccheggiando usando come fonte. Capite: Mattei morto ammazzato in circostanze misteriose, Pasolini pure, prime pagine assicurate, Dell'Utri compra sicuro. Ti piace vincere facile? Vendi un falso Pasolini a Marcello Dell'Utri.

In realtà non si può escludere che da qualche parte quel capitolo ci sia - i parenti e i curatori dicono di no, Carla Benedetti sembra più per il sì, io non me ne intendo e proprio non lo so. Ma che a Dell'Utri possano avere mostrato l'originale... a Dell'Utri si rifilano le sòle, per definizione. Perché lui, anche se non lo ammetterà, cerca proprio quelle: cerca il Mussolini più umano, il Pasolini che non è mai esistito. L'equivalente bibliofilo di andare a donne e ritrovarsi a trans. Senza riuscire ad ammettere che ti ci ritrovi perché è esattamente quello che cercavi, ti piace più il finto del vero, hai il gusto della sòla, e che male c'è? Piace a tutti. Si chiama fiction. (Massimo rispetto allo scrittore che ha buttato giù un capitolo finto di Petrolio, non vedo l'ora di leggerlo; spero che oltre Dell'Utri prenda in giro anche Pasolini, che la prima lettera di ogni paragrafo componga la scritta F O R Z A C A L V I N O, cose del genere).
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Nelle urne andrà la cenere

Detto e stradetto che sbagliano coloro che vogliono battere Berlusconi con i soprammobili, bisognerebbe anche dire qualcosa a quelli, e sono molti di più, che Berlusconi lo vogliono “battere nelle urne”.

Per carità, la loro opzione è incomparabilmente più civile di quella di Tartaglia, ma mi viene il sospetto che sia ugualmente ingenua. Battere Berlusconi alle elezioni. Quali elezioni? Con quale legge elettorale? Con quale regolamentazione della propaganda elettorale? Con quale finto duopolio televisivo (finto nel senso che è in realtà è un monopolio)? Siete veramente sicuri che si possa?

Io, ci tengo a ricordarlo, non ho mai perso un'occasione di votare contro Silvio Berlusconi. Non mi sono mai vergognato di ammettere che avrei votato qualsiasi avversario credibile di Silvio Berlusconi. Non voglio nemmeno ricordare certi personaggi che ho votato semplicemente perché dicevano di volerci provare. Ne salvo volentieri solo uno, se non altro perché tecnicamente ha sconfitto Berlusconi. Due volte.
Ma come s'è visto, non è bastato: Berlusconi vince anche quando perde; non smette mai di occupare il centro del dibattito politico. Per forza, gli lasciamo in mano il suo impero mediatico, la sua concentrazione di potere economico e clientelare, e poi pensiamo di poterlo sconfiggere in un duello leale. Ma lui non è mai stato leale con noi. E noi, se pensiamo di poterlo sconfiggere lealmente, pecchiamo o di ingenuità o di una smisurata fiducia dei nostri mezzi.

Siamo la squadra che vuole sconfiggere gli avversari in un campo in salita. Per loro è in discesa. Non è molto regolare ma pazienza, noi vogliamo sconfiggerlo lealmente. L'arbitro ha un rolex identico a quello del presidente della squadra avversaria. Sì, ma non importa. I riflettori funzionano soltanto nella nostra metà campo. Sì, ma non possiamo barare noi, perché siamo quelli buoni. La stampa sportiva appartiene tutta allo stesso editore, indovinate chi è... sì, ma non c'entra niente, noi vinceremo lo scontro finale perché siamo giusti e alla fine giustizia trionferà. Ma chi l'ha detto.

Può darsi che un giorno effettivamente il consenso popolare intorno a SB crolli, per motivi interni o esterni: errori di marketing, crisi economica, poteri forti occulti che si stancano delle figuracce internazionali, un giudice che riesce ad andare fino in fondo... io penso da anni che in Italia che il peggior nemico di SB sia lo stesso SB, sarà lui ad autodistruggersi alla fine. E anche quel giorno le urne non c'entreranno molto. Al limite ratificheranno un riassestamento che è avvenuto altrove.

Nel frattempo no, non credo più (ma l'ho mai creduto?) che Berlusconi sia un leader eletto democraticamente. Anche se dietro ha il consenso delle masse, certo: lo ha avuto per un periodo anche Mussolini, e non era un leader democratico. È capitato sia a B. che a M. di vincere nelle urne, ma in modo irregolare, in modo disonesto. Mussolini ha usato violenze e intimidazioni, Berlusconi la propaganda tv. Il secondo è senz'altro meno dittatore e meno sanguinario del primo, ma no, non è un leader democratico; e no, non lo sconfiggeremo nelle urne (anche se è giusto provarci). E allora come? S'apra il dibattito.
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Tempo di tacere, di recitare una parte

Ieri al collegio i soliti psicodrammi – in realtà io le mie colleghe le capisco. Dopo due ore di discussione smetto forse di sopportarle, ma le capisco ugualmente. La Gelmini ci ha in pratica costretto a trasformare i cinque in sei politici. È una vergogna, ok, ma si sapeva. Non dico che non ha senso lamentarsene pubblicamente, ma che senso ha prendersela in giugno per una cosa di settembre? È tardi, fa caldo, ho fame, e comunque non è un problema che si possa risolvere qui. E non ditemi che la mia è una resa, perché non è così. Piuttosto è la vostra che è una sortita inutile. Non facciamo che lamentarci tra noi, c'innervosiamo, litighiamo, e non cambia nulla. Ho un problema con le mie colleghe.

Dico “colleghe” perché la maggioranza sono signore. Ma soprattutto perché non ho mai visto nessuno della minoranza maschia fare come fanno loro, che non si rassegnano, e cercano appigli legale in circolari che si smentiscono da sole, come prigionieri che a tastoni cercano fessure in celle buie. Non si arrendono mai. Però la guerra nel frattempo è finita. Però se glielo dici s'incazzano. Non so neanche se se sia un tratto specifico femminile, in fondo ho sempre e solo lavorato in ambienti a maggioranza muliebre. Chissà, forse anche i maschi quando sono in gran numero si comportano così, ma io ho sempre avuto colleghi rassegnati e di poche parole (e anche le donne più giovani di me, devo dire, entrano a far parte di questa minoranza silenziosa. Attenzione! La prossima generazione d'insegnanti sarà passivo-aggressiva).

Ho cercato di dimenticare il mio antifemminismo da collegio docenti andando al cinema, ma non potevo scegliermi un film peggiore. No, per carità, Vincere è un bel film, Bellocchio un grande mettitore in scena, la Mezzogiorno e Timi superbi. E prima o poi qualcuno doveva farlo un film sul giovane Benito, rivoluzionario senza scrupoli che tradisce il mondo intero per conquistare il potere. Già. Il punto è quello. Qualcuno prima o poi dovrà farlo quel film, ma nel frattempo dobbiamo arrangiarci con Bellocchio che fa un film sulla moglie segreta. Senza dubbio un personaggio di donna complessa e ricca di sfaccettature, no?

No. Perlomeno a Bellocchio non risulta. È una che ha un salone di bellezza a Milano, e Mussolini le fa un sesso incredibile. Lo ha incontrato a Trento quando faceva i suoi discorsi da guitto ateista, adesso non ditemi che v'innamorereste di uno che prova l'inesistenza di Dio col trucco dell'orologio, o che spunta sanguinante dalla nebbia e vi bacia solo per nascondersi dalle guardie – ok, va bene, può succedere alle ragazzine. Ma lei aveva un anno in più di lui. E quando lui rompe coi socialisti decide di vendere il salone per aiutarlo a metter su un nuovo giornale. Perché condivideva la sua decisione coraggiosa e scandalosa di abbandonare l'ortodossia socialista e tentare la carta della guerra rivoluzionaria? Mah, possibile, però non è che Bellocchio ci voglia mostrare questo. Ce la mostra soltanto mentre tallona Mussolini, lo spia dalle vetrate dell'Avanti, non si perde una mossetta del musone, perché le fa un sesso tremendo. E tutti quegli orgasmi nella penombra – voi mi darete del bacchettone, ma non è il punto, trovo giusto e appropriato mostrare un coito tra due amanti (e la Mezzogiorno è sempre un piacere), ma tre? Cosa volete che aggiunga il terzo? Non si poteva mettere qualche minuto di discussione, così, giusto per mostrare che aveva anche un cervello questa Irene Dalser? No, discutono solo trenta secondi, e in realtà è solo Mussolini che parla, e dice “Non sono realizzato”, e lei “ma no, guarda, dirigi l'Avanti, sei fighissimo”, e lui “non è abbastanza, voglio tutto”. “Come Napoleone?” “Ma chi è questo Napoleone?”, insomma, la discussione verte sostanzialmente sull'ego di Mussolini, che a Irene fa un sesso tremendo. Per dire che verso la fine del primo tempo cominci già a trovare più simpatico lui, che almeno ha delle idee, dei progetti, insomma una vita tra un coito e l'altro. Poi arriva il secondo tempo.

Nel secondo tempo la storia si riavvita un po' su sé stessa, come talvolta avviene con Bellocchio. Insomma Irene, essendosi accorta che Benito ha già la sua donna-base in Romagna, Rachele, tenta la solita carta e si fa mettere incinta; ma non funziona. Mussolini ormai ha scelto la chioccia romagnola, e durante la sua ascesa al potere farà il possibile per cancellare i documenti del matrimonio con Irene (che a tutt'oggi non è storicamente accertato) e del riconoscimento del figlio avuto da lei.

Però Irene non si rassegna. Questo è il fulcro intorno al quale gira il secondo tempo: Mussolini vince, ma Irene non si arrende. Lotterà fino alla fine – sì, ma per cosa? Lo dice lei ai suoi parenti, quando la riconfinano al paesello: Credete che io possa rimettermi a fare la vita di prima? Il mio posto è accanto a Lui. “Mi ama ancora, mi sta mettendo alla prova”. Va bene, insomma, è la storia di una che sogna di fare la principessa, e quando scoprono che non si può diventa isterica. La Bovary del fascio. E come Bovary, non vedi l'ora che si rovini con le sue mani; e soffri pure perché ci mette un po'. Certo, le fanno fare una fine orribile, ma non se l'è scelta lei? Bastava ammettere la sconfitta, e avrebbe potuto tenere il figlio – ma ci teneva veramente a quel figlio? Con quelle sue carezze nervose? O non le serviva semplicemente come prova del suo Primato? Quanto ci contava, sul record di avere dato alla Patria un erede maschio di Mussolini con 10 mesi di anticipo sulla romagnola? Ma se gli avesse voluto un po' più di bene, non avrebbe accettato la sconfitta per tenerlo con sé, invece di spappolargli il superego con tutte quelle storie sul Grande Padre?

Ora io non so se tutte queste domande abbiano un senso storico. Ma durante il film non riuscivo a non farmele. Forse è colpa mia, un residuo del mio antifemminismo da collegio docenti – ma in questa donna che non si arrende di fronte all'evidenza (e perde tutto) non trovo niente di non dico eroico, ma nemmeno simpatico; né in lei né nelle compagne, che quando non sono inebetite dalla religione o dall'isteria, sono comunque prigioniere della commiserazione o dall'invidia (“Davvero sei la moglie del duce? Come ce l'ha il duce?”) Gli unici sprazzi di luce del secondo tempo me li portano i personaggi maschili che cercano di condurla a più miti consigli: il cognato che vorrebbe tenersi il bambino, lo psichiatra di Venezia che prova a spiegarle i segreti della dissimulazione onesta... “Questo non è il tempo di gridare la verità. È il tempo di tacere, di recitare una parte”. Bisogna saper perdere, dicono i maschi del film. In certi periodi non si può fare altro, bisogna aspettare: i vincitori non vinceranno per sempre. Che davvero Bellocchio volesse dirci solo questo?
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Ci rivedremo al piazzale

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S. meets B.M.

La non esistenza di Dio fu inoppugnabilmente dimostrata, tra gli altri, da un giovane conferenziere socialista, ad Airolo (Canton Ticino), nel 1902.
Era una grigia serata d'aprile – la pioggia picchiettava la locandina all'entrata del dopolavoro ferroviario:

DIO C'E'?
GIBT ES GOTT?
Y A-T-IL UN DIEU?


All'interno il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Era chiaro che i trentatré spettatori paganti non si erano radunati per lui, ma per sentire il suo avversario, quel tizio italiano di cui si dicevano cose mirabolanti, come si chiamava?

“Ringraziamo Padre Schuester, che ha portato alcuni argomenti a favore dell'esistenza di Dio. Diamo ora la parola al professor Benito Mussolini dell'Università di Losanna”.

Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla.
Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva:
“Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto”.
Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era.

La notte stessa Dio mandò un suo emissario alla pensione dove dormiva il conferenziere. Nell'oscurità, a Benito sembrò che il tabarro liso appeso alla seggiola ai piedi del letto si animasse, e cercasse di discutere con lui – che però non riusciva a parlare, le sue labbra serrate in una morsa d'acciaio.

“Ho sentito che adesso sei dell'Università di Losanna. Fai carriera, eh”.
“...”
“Lo so, lo so, è stata un'idea dell'organizzatore, per darsi un tono. Tu a Losanna andavi solo a sentire le lezioni di Pareto – grand'uomo, tra parentesi, Vilfredo. Anch'io lo frequento, ogni tanto gli chiedo qualcosa, gliene suggerisco un'altra, è uno spirito libero”.
“...”
“Certo, io sono quello che appare agli intellettuali. La cosa ti dovrebbe fare onore, Benito. Ai pastorelli si manifestano di solito quelli con le ali di piume o il volto luminoso. Io invece sono un tipo un po' più ombroso, lo hai notato? Mitteleuropeo, decisamente. Del resto ero io che sussurravo al tuo Nietzsche mentre lui sussurrava al cavallo. Non chiedermi cosa, non sei autorizzato”.
“...”
“Lo so, lo so, si dicono cose molto sbagliate sul mio conto. Calunniose e inverosimili. Quando basterebbe leggere la Bibbia. Dico, non chiedo mica molto a dei cristiani: leggete un po' di Bibbia! E ditemi dove trovate le corna, il codino e gli zoccoli. Quella è chiaramente roba greco-romana, non trovi? Ma se leggi Giobbe, lì ti fai un'idea più o meno esatta del mio mestiere. Io sono l'Accusatore, lo dicono le etimologie. Vado in giro per il mondo in cerca di colpevoli, e ne trovo, ah, ne trovo sempre. In questo periodo, per esempio, non mi perdo una data della tua tournée. Conferenze sull'esistenza di Dio, che idea. Non renderanno molto, ma per un emigrato italiano... sempre meglio che la miniera, eh? Certo, a vederla così può sembrare una puttanata, e invece... sei in anticipo di un secolo almeno”.
“...”
“Oggi però hai battuto la fiacca. Del resto non era una gran serata. Tu ti meriti ben altro pubblico, hai ragione. Ma in ogni caso anche stasera hai dimostrato che Dio non esiste. Complimenti. Certo, rimane da spiegare il fatto che io sia qui”.
“...”
“Potrei essere un cattivo sogno. Hai mangiato pesante. Oppure... potrei esistere soltanto io, non Dio, io soltanto. Pensa che buffo! Ma non avrebbe senso. Se esisto io, deve anche esserci qualcuno che mi manda”.
“...”
“No, non puoi vedere Dio, no. È proprio una questione di percezione, capisci. Cosa può vedere un pidocchio? Tu sei molto meno di un pidocchio davanti a Dio. Se Dio stesse davanti a te, tu di lui riusciresti a vedere a malapena... un'unghia, un pelo, capisci? E un pelo di Dio non è abbastanza rappresentativo di Dio perché ne valga la pena. Non che Dio abbia i peli, tra l'altro, è solo una metafora che serve a spiegarti perché Dio non si può vedere. Dovrai accontentarti di me”.
“...”
“Eh, già, siamo all'interrogativo principale: se Dio c'è, perché non ti ha ancora fulminato? Risponditi da solo”.
“...”
“Benito, in questo mi deludi. Sei un ragazzo intelligente, quando vuoi; non è possibile che ti accontenti di un pensiero così rozzo. Tu davvero pensi di poter ricattare Dio coi tuoi mezzucci? Che Dio possa muovere anche solo un mignolo perché tu lo sfidi a farlo? Hai un'idea di quanto tu sia piccolo di fronte a Dio? E sai cosa rivela, questa tua puerile richiesta di attenzione? Sei come un bambino che gira per la Svizzera gridando ad alta voce mamma, mamma!, te ne rendi conto? Questa è più o meno la figura che ci stai facendo con Dio. Bene, lascia che io ti spieghi una cosa su Dio: non ha mai preso nel lettone un bambino, mai una volta. Lo lascerà piangere per tutta la notte, per tutte le notti, per tutta l'eternità, finché il bambino non si sarà calmato – e solo allora, se gli va, verrà a dare il bacio della buonanotte. Sì, anche questa è una metafora, in realtà Dio non bacia nessuno”.
“...”
“Non capisci. Non importa quanto siamo piccoli e insignificanti, a Lui interessiamo lo stesso. Tu, per esempio, non credere di poterlo sfidare impunemente. La tua punizione è già pronta. Niente fulmini, si capisce – folgorarti sarebbe un modo di cedere alle tue patetiche sfide. No, ti puniremo con qualcosa di molto più devastante di un fulmine. La Storia, Benito”.
“...”
“Beh, non vedo perché non dirtelo subito. Abbiamo grandi progetti per te, non invecchierai tenendo conferenze blasfeme. Diventerai un grande della Storia, senonché per diventarlo tradirai tutto quello in cui credi”.
“...”
“Ah, ma noi possiamo fare quel che vogliamo con te. Ti trasformeremo nel contrario di quello che sei. Per esempio, sappiamo che sei scappato in Isvizzera perché non vuoi fare il servizio militare – abbiamo un obiettore di coscienza qui, un pacifista ad oltranza, un socialista rivoluzionario, eh? Bene, senti un po'. Tradirai il socialismo, ne ucciderai i padri e ne ruberai i figli. Ti farai pagare dagli industriali un giornale dove spiegherai ai giovani rivoluzionari che la guerra è bella. Ah, e poi farai il tiranno. Schiaccerai i sindacati, quelli in cui ora credi tanto, sotto un tacco lucido, con l'aiuto del Re; ma il Re non ti basterà, e allora sai cosa farai? Passerai il Tevere, a baciar le pile al Papa! Proprio tu, Benito. E scatenerai guerre su guerre, in posti che nemmeno sapresti trovare sull'Atlante – l'Etiopia, l'Albania, l'Ucraina, e ovunque perderai, ovunque il tuo nome sarà fango indelebile sulla bandiera italiana. Ma non è solo questo. Il tuo esempio farà strada. La tua retorica da quattro soldi, la tua mimica da imbonitore, faranno scuola. Sarai la sorgente di un fiume nero che inonderà l'Europa, milioni e milioni di morti, che ne pensi?”
“...”
“E questa che razza di domanda è? Non c'è un perché, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, è inutile che chiedi. Se vuoi un parere, secondo me con questa storia dell'orologio svizzero lo hai divertito. Avrà pensato toh, guarda che pidocchio estroso, voglio divertirmi con lui. Giocherà a disorientarti, a farti perdere ogni certezza che avevi. Pensa al resto della tua esistenza come a un colossale gioco del gatto col topo. Il topo sei tu. Ma non prendertela. Hai pur sempre l'onore di essere stato un trastullo di Dio”.
“...”
“Posso prometterti solo una cosa: quando sarai morto, ma caldo ancora, e gli italiani che ti hanno riverito per vent'anni isseranno il tuo cadavere a testa in giù per bersagliarlo di sputi. Solo allora avrà pietà di te, e verrà a darti un bacio. Buona notte”.
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Cattiva maestra

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Io ero pronto al peggio, come sempre quando si tratta di odontoiatria.
Per dire, una volta mentre trafficava intorno a un premolare, il mio dentista d'allora mi fece ascoltare un album intero di Laura (non Irene), Laura Pausini. Voi l'avete mai ascoltata la Laura per un album intero? È come mangiarsi un'intera busta di gommini alla cocacola, sapete, quelli che vendono alle fiere, però a trent'anni. Hai la sensazione netta di rovinarti per sempre le papille, pensi che non saranno mai più degne di tastare del Brunello, ma in un qualche modo poi ti passa. Quindi, insomma, ero pronto a tutto.

Stavolta però, accomodandomi sulla poltroncina, non orecchiavo alcuna zuccherosa melodia. Mi sembrava invece che qualcuno stesse litigando, forse due assistenti nella sala di fianco? No, le voci erano un po' troppo sguaiate. In sala d'aspetto? Eppure venivo da là, e ci avevo lasciato due vecchine sfoglianti Oggi e Panorama. Che fossero antiche rivali, e avessero aspettato che le lasciassi sole per saltarsi alla gola? Il dentista interruppe le mie indagini chiedendomi quale fosse il problema.

“C'è il molare qui sopra, arcata destra, che fa parecchio male”.
“Ah, è di sopra”.
All'improvviso, come teleguidata da un pensiero, la poltroncina cominciò a ruotare, e la parete coi diplomi che avevo fissato fino a quel momento calò rapida sotto il mio orizzonte. Man mano che il soffitto si rivelava ai miei occhi, le voci del misterioso litigio continuavano ad aumentare d'intensità, finché il mistero non mi fu di colpo svelato.

Fissato al soffitto, a mo' di lampadario, stava un enorme (mi sembrò enorme) televisore al plasma. Sintonizzato su Canale 5. Alle 4 del pomeriggio.

Il gelato del comando
Ecco chi litigava sopra di me: gli Uomini e le Donne di Maria De Filippi si stavano scannando intorno a un tronista. Tutto quello che avevo sempre cercato di non vedere, l'amaro calice televisivo che non avevo mai voluto bere, ora avrei dovuto ingollarlo d'un pezzo, e pagarlo salato. Chiusi gli occhi, cercai di pensare ad altro. Mi concentrai sul rumore del trapano, sul dolore che mordeva i miei nervi, sul mistero della Carie, sullo sfacelo del corpo, sulla vecchiaia e la morte, la mia morte, no fiori ma opere di bene, crematemi – ma nulla riusciva a scacciare quelle voci chiocce e sgraziate dalla mia testa: Passami il gelato, vediamo l'errevuemme, Terry dice che Maicol è un falso, adesso sentiamo cosa dice Maicol.

Ora, mentre cerco di scrivervi cosa penso di Maria De Filippi, quelle voci mi tornano in testa, più fastidiose del mal di denti, e m'impediscono di essere simpatico, ironico e che tu sia maledetta Mariadefilippi, tu e chi ti crede un genio. Intellettuali da caffè che vi si nota di più se la rivalutate – ma l'avete mai vista per una puntata intera, una sua puntata intera di qualsiasi cosa? No, probabilmente a quell'ora state leggendo Heidegger in versione originale. Ma provateci, dai, fatevi legare a una poltrona da dentista, sottoponetevi a questo esperimento, e poi ditemi.

Tutto quello che posso dirvi io è che per quanto si circondi di principianti, la sua professionalità non si nota. Non sa annunciare la pubblicità, che se ci pensate è l'unica cosa che una conduttrice di rumore di fondo pomeridiano dovrebbe saper fare. Questo, e saper creare aspettative nel pubblico – che non è tutta questa fatica, ce la fa persino Dj Francesco, guarda in camera e alza il tono, ma lei no. I casi umani che le arrivano davanti sfilano uno dopo l'altro con lo stesso climax drammatico di una coda in un ambulatorio. Ma voi dite che è un genio, “perché dà alla gente quello che alla gente piace”. Che siate maledetti.
Quando Sabina Gregoretti su segnalazione di Maurizio è venuta a lavorare con me, insisteva nel volermi far conoscere degli autori. 'A cosa servono?', chiedevo. 'Hanno le idee', rispondeva lei. E io: 'Non c'è bisogno'.

Credete che non sappia anch'io cosa piace alla gente? Alla gente piace il popcorn. Fate scoppiare del mais nel suo amido, ci rovesciate sopra più sale possibile, spruzzate un odore sintetico che vi fa salivare, et voilà, avete dato alla gente quello che alla gente piace. Non per questo vengono a darvi le stelle Michelin. Anzi, molti penseranno che state rubando soldi agli adolescenti che non sono in grado di capire cosa è buono davvero e poi si presentano all'età adulta con un fegato sfondato anzitempo.
Lo sanno tutti cosa piace alla gente. Per esempio, su internet vanno molto le tette e i gatti. Ehi, perché mi ostino a scrivere un temino tre volte alla settimana? Non sarei molto più genio se mi limitassi a lincare youporn e lolcatz?

“Eccolo” – mi sembra di sentirli – “il solito elitista snob”. Fottetevi. Anche a me piacciono le tette e il popcorn, finché potevo mangiarne; non per questo ritengo giusto regalare fritti e giornaletti porno ai bambini. E soprattutto non trovo geniale chi lo fa. Trovo odiosa la mancanza di scrupoli di chi specula sui sogni imbecilli dei preadolescenti, e questo odio è un sentimento istintivo che provo da quando ero preadolescente anch'io, e non sopportavo chi mi prendeva in giro. Chissà poi perché tutti gli istinti dei preadolescenti vanno rispettati e onorati tranne i miei.
“Eccolo, il professorino che pretende che la televisione sia di qualità – e magari educativa”. Già, belle pretese. “E cosa ci metteresti al suo posto, documentari di animali? Superquark?” Ma perché no. “No-o! Tu pensi ancora che la tv debba educare, ma la tv non deve educare!” Che i vostri figli male educati vi strozzino nel sonno.

La tv non è che deve o non deve.
La tv educa, per definizione. Non può fare altrimenti. La tv è verticale, non interattiva: una voce sola che parla a tante orecchie, e non può essere interrotta: vi ricorda qualcosa? Tv = maestro domestico, ficcatevelo in testa. Voi che vi drogate di serie americane, non avete mai fatto caso a quanto siano etiche? A come a ogni azione corrisponda una reazione, a una bugia una rivelazione, alla rivelazione un pentimento? E pensate che i telegiornali stiano lì, e non insegnino a nessuno a identificare i problemi o, meglio ancora, i nemici? Non c'è un solo cartone animato, non un solo spot che non cerchi d'insegnarci qualcosa. Persino Maria? Soprattutto Maria.
Maria è il Dipartimento Scuola Educazione del 2000.
Maria insegna a giovani e vecchi l'arte di vivere al giorno d'oggi; arte che consiste prima di tutto nell'acquattarsi alla corte (di Maria), accettare tutto quello che Maria ti propone o ti ingiunge, ringraziando e umettando, implorando che vi si passi il gelato e tramando dietro gli altri cortigiani. Se obbedite al capo, sorridete ai sottocapi e accoltellate i vostri colleghi alle spalle, Maria vi sarà riconoscente. È tutto chiaro? Forse era meglio prendere appunti.

Quando poi si diventa grandi, e passa la voglia di fare i balletti e cantare le canzoni, magari ci si butta nell'unico campo agonistico accessibile agli adulti, la politica, e che succede? Che si va tutti quanti, giovani e vecchi, ad acclamare presidente di partito a vita un signore che nominerà tutte le cariche di quel partito, tutte, finché campa, e camperà. A quel punto uno si chiede: ma che v'è successo a tutti quanti? La chiamate politica quella? Persino il Partito Nazionale Fascista dei tempi aveva raduni più simili a congressi. Unanimi al 99,9%, tutti in cova sotto il capiente culo del galletto in capo. Ma chi vi ha insegnato a comportarvi così?
I più vecchi non lo so, forse qualche nonnetto gerarca. Ma i più giovani, guardali. Hanno una faccia che dice Maria, Maria, Maria, posso dire una cosa?
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La strategia del verme

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A sinistra tira un'aria di ritirata strategica, non so se ci avete fatto caso. Basta leggere sociologi autorevoli come Diamanti, o blogger autorevoli come Trino (su Inkiostro, il blog dell'anno). In mezzo a tutto questo, mi capita di trovare in mezzo al mio antispam questo "comunicato", che probabilmente dovrei cancellare... e invece no, è da una settimana che non so cosa scrivere, ve lo copincollo e vediamo cosa succede.


Partito Resistente Clandestino (nome provvisorio)

Comunicato #1 - Marzo 2009

Amico, compagno, anche semplice conoscente:

Questo comunicato ti è stato inviato da una persona fidata, che ti conosce come persona “di sinistra”. Per favore, non cominciare a obiettare sulla definizione di sinistra, su cosa sia la sinistra per te che non è per tutti quelli un po' diversi da te... lo sappiamo, è una storia lunga. Chi ti ha mandato questo comunicato sa che il partito in cui ti riconosci (ammesso che ti sia mai riconosciuto in qualcosa di così ottocentesco come un partito) non esiste più da due, dieci, venticinque anni; oppure esiste ancora degradato a cifra simbolica con una patetica esistenza extraparlamentare. Se ti riconosci in tutto questo, continua a leggere.

Leggi a fondo e poi, per favore, cancella. Sappiamo che questa è una prassi ormai sconosciuta, che il tuo hard disk per quel che ne sai potrebbe contenere ancora la mail con cui dieci anni fa invitavi per la prima volta fuori la tipa a cui adesso paghi gli alimenti; sappiamo. In realtà è abbastanza difficile che in futuro questo comunicato potrà essere usato contro di te. È una catena come tante; non contiene foto di minorenni, passerà inosservata. Ma la rivoluzione passa anche dal recupero di oggetti desueti, come il Cestino; e di una certa salutare aria di clandestinità che abbiamo smesso da un bel po' di respirare. Certo, ormai su facebook siamo tutti “amici”... no, ma va tutto bene, continua pure a usare fb, a pubblicarti le foto segnaletiche da solo... tutto questo (lo scoprirai in fondo) ha una sua utilità. Cerchiamo però di separare le cose “sociali” da... quelle serie, ok? Perché in fondo quello che ti chiediamo, compagno, è tutto qui: passare alla clandestinità.

Aspetta. Non ti chiediamo di mollare famiglia, lavoro e affetti... anche se magari ne hai una gran voglia, sì, ma non è il nostro caso, ci dispiace. Se l'Italia ti fa schifo e vuoi mollare, molla, cancellaci e fai finta di non averci mai letto, comprati un biglietto d'aereo e fatti trovare ogni tanto alle pizzate di Severgnini. No. Quello che ti proponiamo è di mantenere il tuo lavoro, la tua famiglia, il tuo posto nella società (annesso profilo facebook), ma nel frattempo... di sdoppiarti un po'. Avrai una tua piccola vita segreta. Sì, diventerai un cospiratore. Per il bene della tua nazione. Pensaci.

Non si tratta nemmeno di commettere grossi crimini, per ora. Se ti è già capitato di passare col rosso o dire qualche bugia alla mamma possiedi già tutta l'elasticità morale che ci serve. In effetti, si tratta per lo più di dire bugie. Parecchie. E – cosa un po' più delicata – di continuare a dirle per per mesi o per anni, senza però cominciare a crederci. Grandi uomini del nostro passato non ce l'hanno fatta, tu ci riuscirai? Non lo sappiamo, ma a questo punto comunque non abbiamo molto da perdere.

Compagno. Guardiamoci negli occhi. La sinistra in Italia ha perso la guerra. L'ha persa da anni, ormai: forse da quando il PCI è venuto meno al suo ruolo di partito di massa, oppure forse no, chi lo sa, ma per favore non litighiamo sul passato: è passato. Quello che onestamente potevamo aspettarci da Veltroni era una resa onorevole, che non c'è stata. Dopo vent'anni di lotte, l'impero mediatico di Berlusconi è più saldo che mai, e noi viviamo in una realtà virtuale confezionata tra Cologno Monzese e Saxa Rubra. Tutto questo potrà anche sembrarti un po' esagerato, ma se dai un'occhiata a qualsiasi tg sai che è vero: i nostri incubi di quindici anni fa si sono avverati. È che un incubo, a furia di viverci dentro, comincia a sembrare un po' meno brutto, in fin dei conti persino abitabile, e così... a lungo andare ci siamo accomodati. Ti sei scavato la tua nicchia confortevole, come un vermiciattolo nella mela marcia, è così? Hai foderato la tua tana coi tuoi dischi/libri/film preferiti, non è vero?

Ebbene, compagno, non ti biasimeremo per questo. Anzi! Hai fatto bene! Col tuo gesto apparentemente individualista e snob, ci hai mostrato la via. Comincia a pensare ai tuoi anni zero come se li avessi passati nel tuo bozzolo personale, fabbricato con la tua bava, in attesa che ti si schiudessero le ali! Ora che tutti ormai ti conoscono come un individualista disincantato, uno che non s'interessa di politica da una vita, ecco questo è il momento di passare alla fase B. Di passare in clandestinità. Di infiltrarsi.

Perché è di questo che stiamo parlando, compagno. La rivoluzione ricomincia da qui. Fuori dagli steccatini ridicoli con cui Ferrero o Vendola difendono il loro zero per cento. Fuori dal partito ex di sinistra, liquidato dal democristiano Franceschini. Gente che nei loro bunker tratta ancora sulle condizioni di una resa che nei fatti è già incondizionata. Il futuro è altrove. Nei giovani che nei prossimi anni andranno a votare, e si troveranno a scegliere tra Berlusconi, Lega e Neofascisti. Ebbene, compagno, lì devono trovare noi. Dobbiamo infiltrarci. Entrare nel PdL, nella Lega, nei Fasci. Non è poi così difficile. Dopo un po' potresti persino trovarlo divertente.
Prova a immaginarti, Compagno, mentre vai a informarti in comune: “voglio anch'io entrare in una Ronda, come si fa?” Difficile che si mettano a indagare sul tuo confuso passato di sinistroide, e anche se fosse? Il fatto che hai cambiato idea non è la migliore dimostrazione che stanno vincendo? Compagno, se si tratta di farsi qualche giro di notte nei quartieri, tu sei in grado di farcela come chiunque altro. E se anche solo venti grammi del tuo cervello funzionano ancora bene, nella Lega dovresti far carriera.

E se la Lega al tuo paese non c'è, ci saranno bene i fascisti, no? Quelli sono un po' più impegnativi, perché hanno questa fissa coi libri da leggere... Pound, i futuristi... ma parliamoci chiaro, in due serate su wikipedia dovresti essere in grado di sostenere una conversazione sui massimi sistemi. Tutto quello che devi dimostrare è di essere un tipo quadrato e pieno di voglia di fare. Non devi per forza scalare i vertici: cerca di infilarti nel reparto Reclutamento. Fatti trovare sempre dove arrivano i ragazzini. Coi trentenni è già impossibile ragionare.

E una volta che sarai lì... simula certezze, semina dubbi. Pensi che sarà difficile? Non sarà difficile. Tanti quadri del grande Pci sono usciti dalla Gioventù universitaria fascista. Basta una mela marcia a rovinare un raccolto: comincia a pensare a te stesso come a quella mela marcia.
Tutto chiaro? Ora cancella, e aspetta istruzioni. Chi ti ha contattato si farà vivo. Se ti accorgi che è un po' cambiato, che sta frequentando gente impresentabile, che gira di notte con una camicia buffa e saluta alzando la mano... non preoccuparti.
Sta andando tutto bene.

Per il Partito Resistente Clandestino - Nome Provvisorio
Il Segretario "Vero Eretico"
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sofismi su Israele, 9-10

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(Comincia qui, continua qui)


9. Attacco all'Antisemita

Il sillogismo è abbastanza noto: gli israeliani sono ebrei; tu ce l'hai con loro; quindi ce l'hai con loro perché sono ebrei. Non li odi perché bombardano, non li odi perché espropriano, non li odi perché segregano; li odieresti anche se non facessero nulla di tutto ciò, perché il vero motivo per cui li odi è che sono ebrei.
Smontare questo sofisma non è affatto facile, sapete? In realtà l'unica dimostrazione empirica richiederebbe la collaborazione degli israeliani: se smettessero anche solo per un breve tempo di espropriare, bombardare, segregare, a quel punto sarebbe più facile distinguere chi critica Israele per queste cose dagli antisemiti tout court.

Da un punto di vista logico, l'antisemitismo di un critico di Israele si smonta in un attimo, grazie a quel famoso rasoio di Occam: se l'esercito di Israele fa cose oggettivamente odiose (ad es. bombardare scuole disarmate); se il governo gliele ordina; se il popolo le sostiene, non c'è affatto bisogno di inventarsi un astratto “odio per gli ebrei” che giustifichi le mie critiche: entia non sunt multiplicanda. Da un punto di vista logico.
I guai cominciano quando si passa alla comunicazione. Occorre criticare Israele senza suggerire nessun tipo di odio razziale. Beh, non è facile. Diciamo anche che è maledettamente difficile.
Ci sono motivi contingenti: un critico di Israele, oggi, si trova schiacciato tra quelli che hanno tutto l'interesse a fraintendere quello che dici e ad affibbiarti patenti di antisemitismo, e quelli che sono antisemiti davvero (e non sono mica pochi): gruppetti neofascisti che tentano insolite accozzaglie rosso-brune, teppisti che dopo anni di svastiche hanno imparato a disegnare la Stella di David, semplici provocatori... e musulmani. I musulmani, in realtà, non sai mai cosa stiano gridando alle manifestazioni, ma è sufficiente inneggiare Hamas per associarsi a un movimento che (lo abbiamo visto) assume tratti antisemiti.

Giusto per complicare la situazione, nell'ultimo decennio ha preso piede la definizione di “antisemitismo di sinistra”, una vera e propria piaga che ammorberebbe la coscienza di generazioni, denunciata da cronisti coraggiosi, come Piero Citati:

Quanto agli antisemiti di sinistra, sono talmente tanti che non oso nemmeno nominarli.


E si capisce, il coraggio uno non se lo può dare – poi però l'omertà diventa un peso insostenibile, ed ecco la preziosa testimonianza

Ricordo soltanto una giovane, non so se casariniana o carusiana o agnolettiana, che proclamava ad alta voce: «Quelli che non ha ucciso Hitler, li ammazzeremo noi».

Da far accapponare la pelle, la giovinetta di sinistra che si augura ad alta voce di terminare l'opera di Hitler; soprattutto considerando il numero di vittime che il terrorismo casariniano-carusiano-agnolettiano ha fatto in questi anni dieci anni di lotta armata senza quartiere. Il pezzo di Citati, pubblicato nel torrido agosto 2006 mentre i carabinieri partivano per andare a mettere una pezza in Libano, e salutato da molti come un formidabile j'accuse nei confronti del nuovo strisciante odio etnico, esemplifica un po' l'atteggiamento dei nostri intellettuali di fronte al fenomeno: è una cosa terribile, gli antisemiti di sinistra sono tanti che non si possono nemmeno nominare, fanno cose orribili, per esempio... una ragazzina ha detto una scemenza. Dove? Mah, a una manifestazione. Citati, lei va alle manifestazioni col taccuino e si scrive le frasi? O gliel'hanno raccontata? O l'ha vista in tv? Ma è sicura che fosse di sinistra quella ragazzina? Ha una minima idea di come si vestano quelle di sinistra? Ma pensate che qualcuno gli abbia fatto anche solo una di queste domande, a Piero Citati?

Di antisemitismo di sinistra si è cominciato a parlare parecchio più o meno nel 2003, con la pubblicazione di un controverso dossier commissionato dall'Unione Europea (in un primo momento annunciato in ambienti neoconservatori come un tuonante atto d'accusa contro gruppi di sinistra: quando poi lo abbiamo letto abbiamo scoperto quello che sapevamo già, e cioè che in Italia i responsabili di aggressioni e atti vandalici contro gli ebrei sono quasi tutti esponenti di movimenti o tifoserie di destra).
Quel dossier non mi ha mai convinto, forse perché definiva Informazione Corretta un sito web “imparziale nel giudizio” (dai, con tutta la più buona volontà...): però è un documento utile per capire cosa si intende per “antisemitismo di sinistra”. Un concetto che io trovo una contraddizione in termini: se uno è antisemita crede nelle razze pure e impure, per cui non può essere di sinistra; se uno è di sinistra, come fa a dire o fare cose antisemite? Può dirle per sbaglio?

Il sito Web Che fare?, appartenente ai gruppi
dell'estrema sinistra, riporta elementi antisionisti, del fondamentalismo filoarabo e antiamericani, oltre a ricorrenti stereotipi contro gli ebrei, utilizzati in passato e attualmente: le lobby ebraiche, il rapporto con la Massoneria, il complotto internazionale, il potere economico mondiale in mano agli ebrei, ebrei circoncisi con il marchio del dollaro sono tutti esempi di slogan più e più volte ripetuti.

Siete avvertiti: se usate questo repertorio, siete antisemiti. Secondo me tutto sommato ci può stare: l'unica mia perplessità è legata alle “lobby ebraiche”. Se dico che negli Usa esiste una lobby che cerca di mantenere il governo su posizioni filo-israeliane, affermo una cosa antisemita?

Ma poi, ha senso farsi domande del genere? Tanto ci sarà sempre qualcuno che capirà male, e qualcuno che farà di tutto per capire male. Io alla fine della fiera sono solo un blog. Posso fare tutti gli sforzi che voglio per criticare Israele nel modo più politically correct possibile; poi succede come alla Fiera del Libro di Torino: arriva Vattimo, dice due scemenze sui Savi di Sion, et voilà! Ecco squalificato tutto il movimento filopalestinese italiano. Perché? Che ci sia un complotto internazionale, una lobby massonica che paga Vattimo per dire la prima sciocchezza che gli frulla in testa e sputtanarci tutti quanti? No, le cose sono più semplici: un professore universitario in pensione è abituato a gettare le sue piccole o grandi Verità su un pubblico di laureandi, dottorandi, assistenti e altri yesmen; non è minimamente abituato a soppesare tutto quello che dice per evitare fraintendimenti pericolosi: e quindi cade nel primo tranello che trova, e se non ce ne sono se li fabbrica da solo.


10. Attacco al nazista, o Sillogismo del Gran Muftì.

Sillogismo: i palestinesi sono nemici di Israele: gli israeliani sono ebrei; i nazisti li sterminavano: i palestinesi sono nazisti! E sei nazista anche tu che li difendi.
Possibile che qualcuno scriva veramente roba del genere? Sì, lo fanno. E si credono pure astuti, perché sanno una cosa che tu non sai: come si scrive “Gran Muftì”.

Per “Gran Muftì” si intende in realtà Mohammad Amin al-Husayni, leader nazionalista prima panarabo e poi palestinese, che dal 1921 al 1948 fu effettivamente Gran Muftì (autorità giuridico-religiosa islamica) di Gerusalemme. Al-Husayni capeggiò la rivolta araba degli Anni Trenta, quando i kibbutz ebraici erano presi di mira dai cecchini palestinesi. Ma fece uccidere anche parecchi arabi, rei di non sostenere una linea più morbida con gli ebrei, o semplicemente perché parteggiavano per fazioni avversarie alla sua. Nel frattempo tesseva relazioni diplomatiche con Italia e Germania, nella speranza di far fronte comune contro inglesi ed ebrei. L'occasione venne nel 1941, quando quattro generali filo-Asse fecero un golpe in Iraq. Ma andò male: gli inglesi si ripresero Iraq e Palestina, e al-Husayni scappò in Germania, diventando definitivamente un uomo del Reich. La sua mansione specifica fu organizzare le SS musulmane in Bosnia, una cosa che mi riempie di stupore ogni volta che la rileggo: c'erano SS musulmane in Bosnia. Se non bastasse a qualificarlo come nazista, molti studiosi ritengono che abbia partecipato attivamente allo sterminio degli ebrei. Alla fine della guerra scappò in Svizzera, e nel 1948 era di nuovo il leader palestinese durante la guerra che non a caso i palestinesi chiamano Catastrofe. Arafat continuò a considerarlo (in mancanza di meglio?) un eroe della causa palestinese, e fino a un certo punto lasciò intendere di essere suo nipote. Ma in generale Al-Husayni ha reso davvero un servizio catastrofico alla sua causa: ha diviso i palestinesi, facendo guerra anche a molti di loro, e ha procurato loro quella fama di nazismo che filtra la legge di Godwin. Ovvero: in una discussione sulla questione israelo-palestinese citare Hitler è ammesso, perché in una determinata situazione storica i palestinesi (alcuni) si sono alleati dei nazisti in chiave anti-ebraica. Questo è incontrovertibile, malgrado anche la studiosa israeliana Idith Zertal abbia riconosciuto che “la demonizzazione del Gran Muftì serve a ingigantire la minaccia-Arafat”. Per demonizzazione s'intende quello che ha osservato lo storico americano Peter Novick (trad. mia):
Il Muftì è stato per molti versi un personaggio riprovevole, ma una sua partecipazione significativa all'Olocausto, sostenuta più volte nel dopoguerra, non è mai stata sufficientemente comprovata. Questo non ha trattenuto i curatori dei quattro volumi dell'Enciclopedia dell'Olocausto dal dargli un ruolo di primissimo piano. L'articolo sul Muftì è due volte più lungo di quelli su Goebbels e Goering, più lungo di quelli di Himmler e Heydrich, più di quello su Eichmann... di tutte le voci biografiche, è superato in lunghezza (di poco) solo da quello su Hitler.
Se Al-Husayni è tanto popolare, è perché si presta alla perfezione al ruolo di padre dell'"islamofascismo", un ibrido che andava per la maggiore anche in Iraq, finché non ci siamo messi a mercanteggiare la pace con i mullah.
Dunque, tecnicamente, chi cita il Gran Muftì segna un punto per Israele: era un alleato di Hitler. Parte del popolo palestinese, in un periodo della sua storia, è stato alleato di Hitler, persino complice di Hitler. Quanto ne possano sapere di Hitler a Gaza o nei campi profughi, è irrilevante: gli eredi di un popolo che sessant'anni fa ha collaborato con Hitler devono continuare a pagare per il loro errore. Quindi gli israeliani han ben ragione di bombardare loro – ehi, aspetta, ma a quel punto avrebbero il diritto di bombardare anche noi, che con Hitler abbiamo collaborato un po' di più. E i tedeschi. E perché no, i giapponesi. E... sì, vabbè, ma perché darsi tanta pena? I palestinesi sono dietro casa, son comodi, facciamo che il Male Assoluto se lo espiano loro.

(Continua, ma il più è fatto)
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Tollererete caro, tollererete tutto

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Alla fine mi sono ricordato.
C'è un motivo per cui la visione di una frotta di fasci che invade una tv mi suona familiare. Ma certo. Il glorioso attacco di Forza Nuova ad Adel Smith, gennaio 2003! Una pagina gloriosa dell'eterna sfida tra il bene, il male e il ridicolo. Per dire, più o meno immediatamente dopo Lepanto viene l'attacco di Forza Nuova ad Adel Smith.
E dire che non se ne ricorda più nessuno. Me ne stavo scordando anch'io. Meglio ravvivare la Fiamma della Gloria con ciò che scrissi allora.

Tollerando tollerando

Ha ragione il Presidente
Galan: il Veneto è una regione tollerante. Fin troppo.

C’è un tale Adel Smith,
abruzzese di origini egizio-scozzesi convertitosi all’Islam, che sostiene di poter confutare la religione cristiana. Con una combriccola di amici (tra cui un ex brigatista, Massimo Zucchi) fonda un’associazione dal nome indovinato: Unione Musulmani d’Italia. Comincia con il chiedere la distruzione dell'affresco di San Petronio dove Maometto è dipinto tra le fiamme dell'inferno; diffonde volantini in cui considera la Comunione un "rito antropofago".
Pittoresco com’è, viene nominato da Bruno Vespa rappresentante televisivo dell’Islam italiano. E da lì in poi, ci si può immaginare come tutti i talk show politici non vedano l’ora di ospitarlo per tollerarlo un po’.

Quando arriva in Veneto, Adel Smith trova la gente molto ben disposta nei suoi confronti. “Qui sono tutti gentilissimi con noi”, dice, e c’è da credergli. Negli studi di Teleserenissima (Padova) ha un primo scontro a chi si tollera di più col leghista Pelanda.
Smith fa quel che può per dare una buona immagine di sé e dei Musulmani d’Italia: oltre a confutare come sempre la religione cattolica, annuncia che le torri gemelle sono state abbattute da Bush per darsi un tono, ecc.Vince lui, che si prende per primo un ceffone. Poi, certo, replica con calci e pugni, ma era stato l’altro a non tollerarlo per primo.

Fatto questo, Smith se ne poteva pure tornare in Abruzzo o dovunque. Invece riceve un invito da un'altra emittente locale, Telenuovo (Verona), caso mai qualcuno cominciasse a farsi dei dubbi sulla tolleranza dei veneti.
Poi è successo che per fatalità passassero di lì 23 valorosi attivisti di Forza Nuova.
Dico “valorosi” perché si sa, gli attivisti di Forza Nuova sono guerrieri con la testa sulle spalle e non attaccano mai se non sono sicuri di essere in una situazione, diciamo, di parità col nemico: dodici contro uno. Siccome Smith e il suo compare erano in due, ce ne sarebbero voluti 24, ma ne mancava uno. A questo punto qualcun altro si sarebbe tirato indietro, ma loro no: dando prova di una determinazione e di un coraggio fuori della norma, il manipolo di valorosi eroi si è fatto sotto il campanello di Teleserenissima. “Pronto, siamo di Forza Nuova, vorremmo irrompere in una vostra trasmissione in diretta, abbiamo anche ortaggi e uova marce”.

Anche in questo caso, l’atteggiamento del personale di Teleserenissima è stato improntato a una massima tolleranza e disponibilità al confronto: ai 23 valorosi eroi è stata mostrata la strada più breve verso lo studio dove stava parlando Adel Smith.
Il conduttore dapprima non ha mostrato, se proprio dobbiamo dirlo, quell’atteggiamento tollerante che ci si aspetterebbe da un operatore dell’informazione: per esempio, ha chiesto loro che non si coprissero il volto mentre si avvicinavano ai due musulmani d’Italia e iniziavano a pestarli. Ma poi si è ammansito, e alla fine ha caldamente consigliato ai valorosi di andarsene prima che arrivasse la polizia.

Tutto questo sabato. Nei giorni successivi scopriamo che questo match di tolleranza è solo il primo round della prossima campagna elettorale. Smith, infatti, dichiara che l’Unione Musulmani si candiderà alle elezioni; il segretario di Forza Nuova, dopo aver proposto una decorazione per i suoi valorosi, annuncia che i sei arrestati, "che difendono i valori della patria e del cattolicesimo" saranno
candidati a Treviso, altra città rinomata per la sua tolleranza nei confronti di tutti i cittadini, a partire dal primo.

Gli unici a non tollerare Smith, a quanto parte, sono i musulmani, che già dopo la prima serata a Porta a Porta lo avevano
cacciato fuori con infamia dalla moschea di Roma. “È un personaggio preoccupante, sedicente presidente di un’associazione che al massimo rappresenta 4-5 persone. La condanna per la sua aggressione non deve far dimenticare che è una figura che fa della provocazione la sua ragion d’essere” (Hamza Piccardo, segretario dell’Unione Comunità Islamiche, sulla Repubblica di domenica). “Siamo dispiaciuti. Dispiaciuti per la violenza inaccettabile… ma anche per la scelta fatta dai media di avvallare un’immagine dell’Islam, quella di Adel Smith, che non corrisponde al vero volto dell’Islam” (Hamdi Guerfi, Imam di Verona, sulla Repubblica di domenica).
Si vede che è gente arretrata, che non ha ancora capito il valore della moderna tolleranza.
Nel frattempo, Teleserenissima aveva già invitato Smith a un’altra serata. Giusto perché non si pensasse che Verona non lo tollera abbastanza.

E tutto questo, noi, lo tolleriamo.
Ma a volte mi chiedo se non tolleriamo un po’ troppo. (2003)


...Va bene, storie vecchie. Che senso ha riparlarne?
Il fatto è che se dovessi sintetizzare il dibattito politico italiano negli anni '00 con un episodio, probabilmente userei questo. Proprio perché non ha nulla di serio: finti musulmani si picchiavano con finti cattolici su emittenti televisive ridicole. I posteri diranno di noi che avevamo un'altissima soglia di tolleranza.
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Vabbe', ma di morte lenta

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"Cosa volete, il morto?"

L'altro sera ho letto una scritta sul muro di un bagno: "agisci da prepotente e pensa da vittima". Ecco, credo che gli ideologi del Blocco Studentesco siano maturati in cessi simili.
Vuoi andare in testa al corteo ma non ti fanno passare? Agisci da prepotente: cìnghiali! Vedrai che se ne vanno.
Loro non se ne vanno? Chiamano i fratelli grandi e vi fanno un mazzo tanto? Pensa da vittima: ce l'hanno tutti con te perché sei fuori dal coro. E tu dal coro hai fermamente intenzione di star fuori! Almeno finché non te lo fanno dirigere.
Rai3 possiede un video che vi sputtana? Pensa da vittima: quelli vogliono fare le liste di proscrizione! Vogliono consegnare i vostri nomi e cognomi a quelli cattivi coi caschi che poi ci ammazzano. Agisci da prepotente: tutti in massa in via Teulada, dimostrazione di forza. Quando non c'è nessuno, perché altrimenti rischia di non venir bene, come dimostrazione di forza. 
Il risultato di questa tattica è interessante: più guai fanno, e più ci sono video con la loro faccia all'attenzione di giornalisti e magistratura. Più sono esposti, e più reagiscono. Più reagiscono e più sono esposti. In pratica si stanno spingendo a testa bassa in una tonnara di denunce.Va bene, sono ragazzini. Ma chi li spinge da dietro è un criminale - e non è Cossiga. Comunque non è nemmeno l'ultimo arrivato. 
Come finirà? Sarebbe bello che finisse in niente; purtroppo l'esperienza dice che questo tipo di cose finisce quando qualcuno si fa male davvero. Qualcuno chi? Chiunque può farsi male: un giovane di destra, uno di sinistra, un passante apolitico, un poliziotto o un carabiniere (magari uno giovane giovane e inesperto come quelli che furono lasciati in prima linea a Genova) La domanda che conclude il video del Blocco si può leggere in vari modi: Volete un morto? Se proprio v'interessa, ve lo procuriamo: ragazzini da mandare al macello se ne trovano agli angoli di strada. Voi guadagnate un pretesto per tirare un sipario sulla protesta studentesca, e il Blocco ci guadagna quel martire di cui ha un gran bisogno (mica possono continuare a riciclare il rogo di Primavalle, roba da Pleistocene).
A una tattica così suicida, come si reagisce? La prima regola è quella di sempre: non reagire alle provocazioni, mai, per nessun motivo. Se proprio vogliono un Caduto, se lo devono procurare da soli, cinghiamattandosi a morte.
La seconda regola ce la mostra il vecchio pazzo Cossiga, nostro Re Lear: parlare, parlare al vento. Può essere paranoia, o anche solo scaramanzia, ma se parlando di queste cose possiamo anche solo ridurre di un millesimo la possibilità che accadano, facciamolo. In tutti gli spazi dove possiamo dire qualcosa, diciamolo. Per esempio, se mi viene il sospetto che il governo mandi avanti i ragazzini fascisti nella speranza che un giorno o l'altro uno di loro faccia la fine di Placanica, pardon, la fine che doveva fare Placanica, io qui lo scrivo. Se poi non succede, sarò il primo a esserne felice. 
La terza regola: riderci sopra. Vogliono fare i martiri? Sommergiamoli di pernacchie. Coi ragazzini di solito funziona.

(E giu le mani dai Motörhead, pagliacci)
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a chi la cacarella? A noi!

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(Gloria imperitvra a SAVRO e Heil! Phonkmeister)
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Lasciate che i morti

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Una via

Se dovessi dirvi che la cosa non mi preoccupa, mentirei. Si parla pur sempre di una strada, e io alle strade ci tengo.
Per esempio, non vorrei mai che fosse una di quelle contrade oscure, dove la notte a due passi dal centro il gufo echeggia che pare già jungla; e i pipistrelli sfrecciano sotto lampioni troppo alti o troppo fiochi o troppo pochi; e ogni portiera d'auto che sbatte, ogni tintinnio di chiavi ha un suono di minaccia. Strade dove ti trovi sempre per sbaglio, e non sai quale destra tenere, quale marciapiede seguire che comunque è tutto sconnesso, e a nessuno chiederesti la direzione, perché in quelle strade è una vergogna il solo perdersi, e ti è scuro in faccia anche l'ariano.

- Ma purché sia una strada verde, di rampicanti su tutti i cancelli; che gli inquilini di comune accordo abbiano smesso di chiuderli, perché l'edera ne soffriva troppo;
- e non silenziosa, ma come larvata di mille rumori sempre diversi, e mai molesti; all'alba l'allodola, il grillo al tramonto, qualche auto ma rara, col ronzio del metano e come a punta di ruota;
- allora il rumore più sgradevole sarebbe il tintinnio compunto dei ciclisti sulla ciclabile, che si sa, appena gli dai una striscia di terra per quanto sottile credono di poterci stare soltanto loro e no, no, no, nessuna metafora politica stavolta;
- e grida di bambini, quelle sì! Moleste alle orecchie dei vegliardi, che se ne migrino in centro o in provincia o altrove, vecchi di merda! Che possiate in questa sola strada d'Italia, in barba ai dati Istat, esser ridotti a minoranza;
- e purché vi sia un bar, all'angolo, pulito e caciarone, dove tutti sono benaccetti tranne i coglioni coi tatuaggi sui polpacci; ché qualsiasi fede politica e calcistica, una volta iniettata sottopelle, rimane coglionaggine e basta; ma dovevano spiegarvelo da piccoli. E purché vi sia una scuola poco distante, dove lo spieghino ai piccoli, che a voialtri grandi ormai è tempo perso; e ci vadano tutti quanti, chi a piedi chi in bici e chi in triciclo, senza tema di essere vestiti diversi o di essere diversi sotto i vestiti;
- e un forno davanti a scuola, sana alternativa alle merendine. E un negozio di frutta e verdura, ma fresche e a prezzi onesti. E un'edicola, meglio se dirimpetto al bar, piccola ma ben fornita; e anche un bel wireless non guasterebbe: e panchine lungo tutto il marciapiede, meglio se all'ombra di siepi comprensive.

Purché sia una strada così, potrei anche sopportare di vederla chiamata Via Almirante. Anche se quel nome non mi piace, devo dir la verità.
Dacché m'immagino i bambini, che imparano l'indirizzo di casa quattro o cinque anni prima di saper leggere, prigionieri di infiniti qui-pro-quo: “Tu dove abiti?” “In via al Mirante!” “Ti aspettavo al parchetto del Mirante per provare il nuovo scivolo comunale e non ti sei fatta viva!” “La mia mamma ha cercato questo Mirante sul Tuttocittà, e non l'ha trovato!” “Tua madre minaccia la nostra amicizia! Tutto il mondo sa dov'è Il Mirante, c'è il forno che fa le sfogliatine più buone del mondo”. Ecc. ecc. Insomma, non la potreste semplicemente chiamare Via Mussolini, che è meno ambiguo e più riconoscibile? Nonché più onesto, dal momento che l'arzillo vecchietto in tutta la sua vita non ha fatto di notevole se non mantenere accesa la famosa fiaccola di cui nessuno sentiva l'esigenza tranne voi, ma lasciam stare: via Mussolini, un bel lastrone di marmo e non se ne parli più. E non credo vi nasceranno più fascisti per questo, credo. Anzi lo so per certo, vivendo e lavorando tra borghesi frustrati tutti più o meno battezzati tra una via Lenin e una via Marx. Come se i nomi contassero qualcosa più dei tatuaggi. Ma sono parole vuote, i nomi. Provate a ripetere il nome che t'è più caro venti volte, se vi serve l'esperienza empirica.

Se il nome avesse una qualche importanza, vivremmo tra torme di carducciani, e garibaldini, e persino i nino-bixiani sarebbero una minoranza sensibile. C'è un quartiere, sempre dalle mie parti, tutto di poeti latini; no, dico, sarebbe bello vederli affacciarsi in toga dai balconi di via P. Virgilio Marone lanciandosi epigrammi caustici, e distici lascivi. Questo ovviamente non accade: la gente non nasce dalle targhe. E se pure vi nascesse, per crescere dovrà sempre appoggiarsi alle inferriate della propria strada, e respirarne l'aria mentre allunga le radici sotto i suoi marciapiedi; così da una strada buia, chiusa o marcia potrà sempre nascere un fascista, fosse anche via Pertini; ma se mi fate una via come l'ho chiesta io, chiamatela pure Mussolini, o Hitler, o Gengis Khan: tutti i nomi più brutti che troverete sul libro di storia non sono che nomi di gente che è morta, che noia mai potranno dare ai vivi?

Ma se, viceversa, possono dare qualche soddisfazione ai morti, che nel 2008 si sprangano per un dibattito sulle foibe... insomma, lasciate che i morti s'intitolino le strade: se è il prezzo da pagare per un po' di spazio dove vivere in pace. Anche solo una strada.
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Le nuove notti bianche

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Hai una sigaretta?

Uno ci prova anche, a buttarsi a destra, ma come si fa? Hai voglia a parlare di ritirata strategica, di resa allo spirito dei tempi... giusto il tempo di accendere il microfono a Gianfranco Fini e patatrac. Il più grande statista del secolo (quando tace) ha colpito ancora.

"Quel gruppo che si definisce neonazista va punito, ma quello che accade a Torino è più grave". A Torino, se ve lo chiedete, per ora hanno bruciato solo due bandiere israeliane (2) e una bandiera USA (1), ma se Fini insiste, chissà.

È morto Nicola Tommasoli. Per il presidente della Camera la sua vita valeva meno di tre drappi azzurri e bianchi. Per il presidente della Camera ammazzare di botte un cristiano per una sigaretta è meno grave di bruciare un'effigie per ragioni ideologiche. Questo non sa nemmeno che per la legge italiana i "futili motivi" sono un'aggravante.

Ma forse sono un'aggravante solo per gli albanesi e i rom - i visi pallidi, invece, se proprio devono ammazzare, lo facciano per un futile motivo; così nessuno li strumentalizzerà. "Hai una sigaretta?" Ci sono città in Italia dove un viso non pallido questa domanda non osa nemmeno rivolgerla. In queste città girano facce pulite e belle giacche che fanno paura. Gente che ti squadra come nessun marocchino o tunisino ha mai osato squadrarti. Li allevano così. Li pascolano così. Volpacchiotti eleganti, utili a spaventare i roditori.

Poi un giorno allentano il guinzaglio - giusto di quel poco che basta perché facciano una cazzata più cazzata del solito - ed ecco che scatta la caccia alla volpe. Tutti in bella vista a cacciare i Cattivi, per primo il Sindaco, naturalmente. E via che si va, finché c'è Allarme Criminalità c'è speranza.
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ma Chi Te L'Ha Fatto Far

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Caro Egregio Silvio Berlusconi,

ho esitato a lungo prima di scriverti questa lettera. Vedi, il fatto è che in queste settimane di campagna elettorale c'era una cosa che avrei voluto chiederti. Era una domanda semplice, non maliziosa, anzi piuttosto banale; così mi aspettavo che qualcuno prima o poi te la ponesse. Ho aspettato invano, e così ora te la faccio io.
Egregio Silvio Berlusconi, probabilmente tra tre giorni avrai vinto le elezioni. A quel punto dovrai ben farti la domanda che ora ti rivolgo, e cioè: Chi Te L'Ha Fatto Fare?

Egregio Silvio, è la quinta volta che ti candidi alla Presidenza del Consiglio: credo che sia un record, almeno per le democrazie europee. E deve essere una fatica mortale, che ha stroncato ben altri cavalli di razza. Io confesso di aver pensato, per molti anni, che tu partecipassi all'agone politico principalmente per motivi extrapolitici, vale a dire per salvare le tue aziende e anche un po' la fedina penale tua e dei tuoi amici. Tutti risultati pienamente raggiunti, dopo una dozzina d'anni di lotta (forse valeva la pena dartela vinta subito e non pensarci più). A questo punto però avresti potuto tirare i remi in barca. In un certo senso avresti dovuto, dal momento che non sei un giovanotto e che tutto sommato la politica ti ha dato tutto quello che ti poteva dare. E invece no, tu insisti. Perché?

Davvero non c'era nessuno in grado di prendere il testimone? Ecco, questo è grave. Tu dici che lo fai per salvare l'Italia, ma l'Italia è fottuta, se l'unica speranza è appesa alle sorti elettorali di un settantenne. E per favore, non cominciare con la manfrina della tua immortalità. È vero, quando sei in campagna elettorale tiri fuori i muscoli, e li abbiamo visti. Ma sulla distanza le righe rispuntano fuori. E lo sappiamo tutti che le elezioni ti eccitano tanto quanto ti deprime poi governare. Non sbaglio di molto se prevedo che dopo aver nominato il nuovo governo, a fine maggio ti eclisserai: ti si rivedrà abbronzato sulle riviste a fine agosto, e poi ancora silenzio fino alla Finanziaria. Era più o meno il modo in cui governavi tre anni fa, e non credo che lo cambierai. Certo, un gaffeur come te meno parla meglio è (a proposito, come si fa a offendere Totti a tre giorni dalle elezioni?) Il problema è che oltre a parlare poco, farai poco. I tuoi governi non hanno mai brillato per decisionismo. Poche riforme, e spesso disastrose. Per di più, la congiuntura economica è molto difficile, e anche questo lo sai. Fino a ottobre riuscirai a dare la colpa al governo precedente, e poi? E poi, se non l'hai capito, sarai nei guai. Guai grossi. Gli italiani non potranno per sempre dare la colpa a Prodi all'Euro. Presto o tardi (più presto che tardi) cominceranno a darla a te. A ragione o torto, non importa.

C'è una marea montante di malcontento popolare nel Paese, che la campagna elettorale non è riuscita a cavalcare (anche perché ne sarebbe rimasta travolta). L'hanno chiamata “antipolitica”: è un nome come un altro. Questo movimento neanche più sotterraneo appare sedotto, più che da Beppe Grillo, da un'idea: le colpe della crisi italiana vanno attribuite in toto alla sua classe politica. È una bella idea, se ci pensi, perché fornisce alla gente quello di cui in cui nei momenti di panico ha più bisogno: un Nemico. E tuttavia questo Nemico è ancora un po' troppo astratto. Chi dovrebbe rappresentare la classe dei politici, chi dovrebbe impersonare il Nemico Numero Uno? Romano Prodi? Non funziona. Napolitano? Si fa fatica persino a considerarlo un politico. E allora chi? Chi è il capro espiatorio che serve alla nazione? Ecco, se ci pensi bene, queste elezioni servivano proprio a designarlo. E le vincerai tu. Se invece le vincesse Veltroni, non farebbe lo stesso effetto: Veltroni è rassicurante, ma ha un decimo del tuo fascino. Odiarlo è difficile quanto amarlo veramente. Tu invece ci hai sempre regalato emozioni forti: hai voluto che ti amassimo o che ti odiassimo. E nel momento più nero della crisi, insisti per risalire sulla poltrona del potere. Ma sul serio, Chi Te L'Ha Fatto Fare?

Può essere incosciente vitalismo il tuo – perché il salmone risale la corrente? Perché la gallina attraversa la strada? Perché Berlusconi continua a gareggiare per Palazzo Chigi? – fatto sta che con la tua cocciutaggine dai proprio l'impressione di prepararti a un finale in grande stile. Spero per te un po' più eroico di Hammamet e un po' meno cruento di Piazzale Loreto: eppure questi esempi non li ho scelti a caso. Non fraintenderti, non è per darti del fascista, quanto per ricordarti una delle peggiori qualità degli italiani: quando il Grand'Uomo cade, fanno la fila a sputacchiare il cadavere. E poi faranno finta di non averti mai conosciuto. E questo ti farà male, lo so, più degli sputi. E quindi: Chi Te L'Ha Fatto Fare?
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sconvorto

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il più grande statista, finché tace

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L'uomo inutile

In questi giorni di grande confusione, in cui Forza Italia si scioglie e si rifonda anche in due ore, io non saprei proprio dire chi vincerà, ma se dovessi puntare sul perdente scommetterei tranquillamente su Gianfranco Fini.

Perché proprio lui?
Perché è inutile. Anche se molto popolare. Ecco un altro mistero italiano: ogni volta che si fa un sondaggio di popolarità, quel tizio è in cima. L’impressione è che la gente si vergogni meno di lui che di Berlusconi, almeno quando parla ai sondaggisti. Poi nel segreto dell’urna fa altre cose. Fini è stato la faccia seria del centrodestra, fino a ieri. Ma poi alla fine uno cosa se ne fa, della faccia seria?

Fini è un caso di hybris, la superbia che offende gli Dei. Passare in una sola generazione dal Fronte della Gioventù a Palazzo Chigi non si può fare, spiacenti. Capisco benissimo che ti rode, con tutti questi ex partigiani al Quirinale. C’è la piccola differenza che hanno vinto la guerra, loro. Mentre tu, tu hai scelto il tuo destino un pomeriggio che volevi andare a vedere un film con John Wayne e dei comunisti non ti facevano entrare. Ora, capisci anche tu che non suona bene come la storia della via di Damasco. Se quel giorno non avessi scelto John Wayne, forse oggi saresti più presentabile. E cioè saresti un presentabilissimo Signor Nessuno, perché tutte le belle figure della vita le hai rimediate circondandoti d'imbecilli. Sei sempre stato il più furbo tra i pecoroni, il più profumato degli stronzi. Ma quanto vali veramente? Difficile dirlo.

Cosa lasci ai posteri? La legge di Bossi sui flussi? Qualunque xenofobo era in grado. Un partito post-fascista che sta per confluire in un movimento post-post-fascista che a sua volta… tre righe d’enciclopedia ti faranno giustizia. Tu dovevi dimostrare che gli ex fascisti erano diventati persone ragionevoli. Ma poi alla lunga cosa ce ne facciamo, di ex fascisti ragionevoli? Non servono a niente, è questa l’amara verità. Fanno solo arrabbiare i fascisti irragionevoli, i cui voti oggettivamente fanno gola. A Gerusalemme hai messo la kippa, e hai strappato con la Mussolini. Hai parlato di voto agli stranieri, e hai strappato con Storace. Sei un accorto politico, finché taci: appena parli cominciano i guai. Se anche riuscissi a ripulire del tutto le stalle di Augia del tuo partito, non ci servirebbero a niente, perché quello che interessava veramente non erano le stalle in sé, ma il marciume che c’era dentro.

Ora che dopo mille pulizie il tuo salotto è quasi pulito, guarda che succede: invece di venire a prendere il caffè da te, Berlusconi sta rovistando nella tua spazzatura. Esce con Storace. Se serve si metterà d’accordo anche con Forza Nuova. Perché Storace e Roberto Fiore sono quello che Gianfranco Fini era nel 1994: simpatici teppisti con tanta voglia di fare. Tu invece sei un ex teppista che hai solo parole di buon senso, e che se ne fanno a destra del buon senso? Ed è inutile alternare colpi al cerchio e alla botte: se voglio un politico che parla bene delle imprese coloniali italiane, ne trovo di più convinti di te. Se voglio un filoisraeliano, ne conosco anche di quelli che da piccoli non inneggiavano al Duce. Idem se ne cerco uno che tenda sinceramente la mano agli stranieri. Ognuno hai i suoi gusti, ma tu, tu sei uno strano cocktail di rum e olio di ricino, per quale motivo al mondo dovrei mandarti giù?

Ieri da Mentana hai osato una cosa incredibile: una battuta su Berlusconi. Hai osato insinuare che non sia molto sviluppato in altezza. Ecco, se volevi caratterizzarti come un politico serio offeso dalle ultime piazzate del padrone di casa, hai sbagliato registro. Per l’ennesima volta. Non azzecchi mai il tono giusto, questo è il problema. Finché stai zitto funzioni. Ma in politica non si può star zitti sempre, ecco il dramma.

Lo scrivo senza pietà, ma neanche compiacimento, perché alla fine credo che tu sia stato sul serio il meno peggio. Però sei anche l’anello più debole, e la catena comincia a tirare. Niente di personale, eh. Massimo rispetto, come sempre, finché taci.
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ritorno al futurismo

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Dialogo sull'arte contemporanea, II
(meno divertente del primo)

A me la Fontana di Trevi rossa è piaciuta!


Anche a me. Però quel tale bisogna metterlo in galera.

Ma non ha fatto niente. Anzi, è stato un gesto artistico.


Precisamente. Guarda, fosse per me istituirei tutta una categoria di Reati Artistici, a cui riserverei la parte più soleggiata delle galere.

L’Arte, un reato? Ma non ti vergogni?

Un po’ sì, mi vergogno. Ma vedi, è per il loro bene e dell’arte. Gli artisti che violano la legge hanno assolutamente bisogno di leggi da violare. Macchiare di rosso l’acqua della fontana diventa artistico soltanto se è un reato. Se lo derubrichiamo, tutti cominceranno ad andare alla Fontana con i secchielli di tutti i colori, e fidati, smetterà di essere bello dopo poche ore. Sarà diventata una cosa banale, istituzionale, verrà anche Veltroni a tinger l’acqua d’arcobaleno nel Giorno delle Minoranze,vogliamo ridurci così? Se invece desideriamo che l’acqua rossa resti un vero gesto artistico, dobbiamo ribadire che esiste una legge che la impedisce: e se la legge non c’è, ci toccherà scriverla. È un po’ lo stesso discorso dei writers. I writers sono artisti-contro. Se smettono di essere contro, smettono di essere artisti, per cui la società è costretta a dargli contro. Dalle mie parti a volte un assessore concede un muro ai writers: il risultato è sempre deludente. Il writer ha bisogno di avere fretta, freddo, paura dei poliziotti col manganello. Altrimenti diventa solo un decoratore di camion con aerografo, un madonnaro, e neanche dei migliori.

Scusa, ma in pratica stai dicendo che le pratiche artistiche fuorilegge ottengono il risultato opposto a quello che si prefissavano: rafforzare il controllo, inasprire le leggi…

Mi sembra una cosa abbastanza ovvia. Da quando nella mia città ci sono i writers, sono nati i comitati cittadini che ricoprono le scritte dei writers. Io penso che l’artista moderno (non l’artista classico, che era un grande artigiano al servizio di una committenza)... dicevo, penso che l’artista moderno sia quasi sempre un grande bambinone, e il contenuto ultimo delle sue opere sia, nel 50% dei casi: “Ehi, papà guardami, esisto”. Mi sembra di averne già parlato. Questo è un tipo di arte che, prima ancora di soldi, ha bisogno di un Papà. È un’arte che trasforma gli spettatori in padri, in borghesi da épater. Se la apprezziamo, dobbiamo fare esattamente quello che l’artista chiede: dargli tanti scapaccioni.

E allora Sgarbi…

Sgarbi è un critico d’arte. Se gli artisti dobbiamo mandarli tutti in galera, a Sgarbi propongo il ruolo di secondino. Lo trovo molto appropriato: gli altri dopo un po’ escono, lui resta lì.

Il tizio si è qualificato come futurista. Io ci avrei visto più certo situazionismo, oppure Christo, o un happening…

Guarda, è una questione di riferimenti culturali. Una fontana rossa è una provocazione. Durante il Novecento molti artisti hanno praticato la provocazione come arte, e ogni 5-6 anni cambiavano etichetta. Se poi nel tuo percorso personale hai studiato più gli anni ’70, magari lo chiamerai Happening. Il tizio è un fanatico di estrema destra, per cui ci vede il Futurismo. Ognuno alla fine è libero di sfoggiare l’etichetta in cui si riconosce.

Ma i futuristi macchiavano l’acqua delle fontane?

Che io sappia, no. Però non gli sarebbe dispiaciuto, anzi. Del resto il rosso era il colore preferito di Filippo Tommaso Marinetti, che proponeva di aumentare a dismisura la banda rossa sulla bandiera italiana. Il bianco e il verde dovevano rimanere due striscioline sul bordo. Lui però probabilmente avrebbe usato una vernice corrosiva.

Un criminale!

Ecco, hai centrato il punto. L’artista moderno è un criminale vero o un criminale per finta? Non lo so. Posso dire che molta neoavanguardia, dai Cinquanta-Sessanta in poi, ha trasformato in gesti teatrali quelli che all’inizio del secolo erano atti criminali veri e propri. I futuristi non andavano così per il sottile. Quel Guido Keller che sorvolò Montecitorio con un biplano, non credo che urlasse: “Scostatevi, sto per tirare un pitale”. Probabilmente non escludeva di ammazzare qualcuno mentre effettuava il suo gesto artistico.

Sì, ma Marinetti è vissuto per anni a Roma e non ha mai danneggiato in alcun modo la Fontana di Trevi.

Per un motivo molto preciso: voleva venderla ai turisti.

Prima di Totò?

Forse Totò si è ispirato in qualche modo a un manifesto composto tra il 1913 e il 1919, in cui Marinetti proponeva al Governo di vendere il patrimonio artistico italiano.

Dato che soltanto le Gallerie degli Uffizi e Pitti furono valutate più di un miliardo, l’Italia sarà in pochi anni abbastanza ricca per: 1. avere la prima marina mercantile del mondo; 2. avere una grande navigazione fluviale; 3. intensificare decisamente tutte le industrie esistenti, e creare immediatamente le mancanti; 4 sviluppare fino al rendimento massimo l’agricoltura e sanare tutte le zone malariche; 5. vincere completamente l’analfabetismo; 6. abolire totalmente ogni imposta per venti anni almeno; 7. dare un utile compenso ai combattenti.
Prevediamo tutte le obbiezioni e le distruggiamo: La vendita del nostro patrimonio artistico, ben lungi dal diminuire il nostro prestigio, dimostrerà al mondo che un popolo giovane e sicuro del proprio avvenire ne sa affrontare tutti i problemi, trasformando in forze vive le sue ricchezze morte, come un aristocratico intelligente rinuncia ad ogni fasto vano e lancia il proprio oro nell’industria.[…]*

Ma il turismo…

Aspetta, aspetta:

Si obietterà anche che questa vendita allontanerà dall’Italia il fiume rimunerativo dei visitatori stranieri. Non vogliamo discutere qui sull’utilità dell’industria dei forestieri, che pur regalando all’Italia molti milioni, è tanto aleatoria da poter cessare per un caso isolato di colera o per una scossa di terremoto, ed è sempre dannosa poiché snazionalizza e umilia il nostro paese, lo riempie di spie e trasforma un terzo degl’italiani in albergatori, in ciceroni e in boys d’hôtel.
Dichiariamo soltanto che i forestieri verranno sempre, purtroppo, in gran numero, poiché la nostra penisola fa il clima più dolce, il cielo più bello [ecc. ecc.]*

Aspetta. Marinetti non era lo stesso che proponeva di asfaltare Venezia?

Proprio lui. Se fosse andato al potere avrebbe trasformato l'Italia in un un’enorme Porto Marghera. Anche se probabilmente il risultato sarebbe stato più simile a un enorme Agro Pontino.

Mi sfugge l’apparentamento dei futuristi coi fascisti, con il loro culto della tradizione, dell’antichità…

È un discorso molto lungo.

Allora lasciamo perdere, non mi interessa più.

Ti dico solo questo: il fascismo nel 1919 non è il fascismo del 1930. Il Mussolini di fine anni Dieci, che vive a Milano e scrive vibranti editoriali sul suo giornale finanziato dall’Ansaldo, è un appassionato di motori, di automobili e aeroplani. Per lui esistono ormai soltanto due classi sociali, i “produttori” (operai, industriali, ecc.) che fanno la ricchezza del Paese, e quelli che vivono alle spalle dei produttori (i politici corrotti di Roma ladrona).

Stai dicendo che Mussolini è nato leghista!

No. È nato socialista. Poi è stato anarcosindacalista, socialista-interventista, nazionalista… nella fase del flirt con Marinetti aveva idee molto simili a quelle dei padroncini di oggi. Quando è andato a Roma la musica è cambiata. Sai, il cupolone, il fontanone… è roba che alla lunga ti rammollisce.

Aveva ragione Marinetti? Dovevamo vendere tutto?

Non lo so. Però è da duemila anni che facciamo la figura di quelli che pisciano sui monumenti eterni. I monumenti restano abbastanza eterni, e il nostro piscio dopo un po’ se ne va via. I futuristi ormai son roba più vecchia del Colosseo. Personalmente preferisco non coltivare nostalgie per il passato, figurati se metto a nutrirle per un futuro andato male.

(*)F. T. Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Milano, Mondadori, 1983, pagg. 432-434.
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passa la Storia, fai ciao con la manina

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Genova fu una dimostrazione fascista

Genova dovremmo iniziare a raccontarcela in un modo diverso.
Quando dico “raccontare”, non parlo di bugie, ma dell’esigenza di raccogliere centinaia di testimonianze, memorie, fotogrammi, in un qualcosa che abbia un capo e una coda, un senso e una morale: un racconto.
In questo racconto, di solito, ci sono gli 8 uomini più importanti della terra riuniti in una città, e migliaia di persone seriamente preoccupate per la situazione che vanno nella stessa città a manifestare il loro malcontento. Alcuni erano pacifici, altri molto meno, alcuni erano immersi in una loro mitopoietica personale di zone rosse e armature di gommapiuma, alcuni la sapevano più lunga. E parecchi hanno preso tante, tantissime mazzate, soprattutto in una scuola (le Diaz) e una caserma (Bolzaneto). Un ragazzo è morto. Noi ce la raccontiamo così, e tutto sommato nel nostro racconto non c’è niente di sbagliato. Resta comunque un racconto insoddisfacente, che non spiega quasi nulla.

Il nostro racconto pecca del solito vecchio peccato: l’autoreferenzialità. Siccome a Genova c’eravamo anche noi, riteniamo giusto raccontarlo dal nostro punto di vista. Preso il treno, fatto il corteo, prese le mazzate, ripreso il treno. Tutto questo può essere interessante (anche le foto delle vacanze sono interessanti, a piccole dosi), ma è solo la punta dell’iceberg.
È tempo di ammetterlo: noi non siamo i protagonisti di Genova. Un livido, una cicatrice, un bello spavento, non ha fatto di noi i protagonisti. Avremmo voluto tanto esserlo, una volta almeno nella nostra vita. Con tutte quelle videocamere in giro il rischio di passare alla Storia era molto forte. Ma anche stavolta i fatti ci hanno oltrepassato, e di molto. Genova avrebbe dovuto essere la nostra manifestazione, ma non lo è stata.

Genova è stata la manifestazione dei ragazzi in uniforme blu, in uniforme nera, in tuta aderente con casco accessoriato, con scudo di plexiglas, con lacrimogeni non omologati. Genova è stata la sagra del tonfa, il manganello multiuso. Genova è stata la dimostrazione delle forze dell’ordine, che venivano da tutte le parti a confrontare le proprie esperienze: bella la tua divisa, forte il tuo manganello, fammi vedere come usi lo spray. Come se qualcuno avesse detto (e qualcuno deve averlo detto): adesso vi facciamo vedere quanto riusciamo a essere fascisti, se c’impegniamo. Quasi un esperimento, che nei giorni successivi fece molta paura: e se fosse stato l’inizio di un nuovo stato di cose? La paura sfumò quando ci rendemmo conto che no, finita la sagra la giustizia italiana riprendeva il suo corso sbuffante, incerto, ma sui soliti binari repubblicani. Era stato un esperimento, e neanche molto riuscito. Meno male. Però adesso vorremmo che ci raccontassero la storia.

La mamma bastonata, il pancabbestia straniero preso a calci in testa, non sono i veri protagonisti. Tutto quel che possono raccontare sono le loro mazzate, prese senza sapere il perché. Molto più interessante, più drammatico e più intrigante, sarebbe il racconto di chi quelle mazzate si è messo a darle: chi sei? Da dove vieni? Com’è che d’un tratto, da difensore della legge e dell’ordine, ti sei trasformato in un picchiatore di vecchiette? Hai preso qualcosa? Qualcuno ti ha fatto un discorso? Quante cose potresti dirci, se ne avessi voglia. E che storia ne verrebbe fuori, se anche i tuoi colleghi parlassero.

Altro che le nostre cronache scipite – treno-corteo-mazzate-treno – che ormai fanno sbadigliare gli invitati a cena. L’inizio potrebbe essere ambientato da qualche parte in un ministero. O nei quartieri generali di una forza dell’ordine, con un gruppo di persone che si pone problemi e trova soluzioni. Alcune di queste persone avranno avuto le mostrine, altri le cravatte; ad ogni buon conto noi vorremmo conoscerli tutti: poter dare un nome e un cognome a certe decisioni importerebbe moltissimo. Vorremmo anche un capitolo circostanziato sul training dei ragazzini in uniforme blu e nera sul piazzale di fianco al nostro: quelli che mentre noi facevamo i seminari sul disastro climatico e la Banca Mondiale, prendevano appunti sui manifestanti dotati di razzi terra aria e gavettoni di sangue infetto. Quelli che mentre noi ascoltavamo Manu Chao e mandavamo giù birra e salsicce, si caricavano con la techno e mandavano giù pasticche. Vogliamo sapere come mai su quel defender in Piazza Alimonda si trovavano due sbarbatelli, e uno aveva in mano la pistola e l’altro il volante. Quanto daremmo per dettagli anche piccoli, ma succosi, come ad esempio: quel poliziotto che si graffiò il giubbotto alle Diaz e poi si autodefinì accoltellato, fu un geniale improvvisatore o eseguiva un ordine?

Identificare le responsabilità, risalendo le catene di comando, sarebbe il minimo. Noi vorremmo qualcosa di più: preso atto che a Genova ci fu una colossale manifestazione delle forze dell’ordine, che eclissò la manifestazione anti-g8, vorremmo sapere per quale motivo i poliziotti e i carabinieri manifestavano. Vorremmo capire il senso: era un messaggio? A chi era rivolto? E ha funzionato? Perché alla fine della fiera rimane in noi la sensazione di essere stati menati a casaccio, per nessun motivo, da gente che in realtà pensava ad altro, e menava la nuora perché la suocera intendesse. Non è piacevole. Una volta si diceva “vogliamo sapere per cosa combattiamo”. Noi siamo molto più pacifisti: ci accontenteremmo di sapere per quale motivo le abbiamo prese. E ne abbiamo prese tante.

Prendete le registrazioni saltate fuori in questi giorni. Forse non aggiungono nulla al quadro probatorio, eppure è sconvolgente il solo fatto che esistano ancora. Sei anni fa, dopo essere tornati a casa, vivevamo nell’incubo che tutto quello che era successo sarebbe stato cancellato. La polizia che col blitz in sala stampa aveva preso possesso dei server indymedia avrebbe cancellato ogni prova. Si è poi visto che di prove in giro ce n’erano ancora in abbondanza. Ma le registrazioni di questi giorni sono documenti interni della polizia: qualcosa che gli uomini in uniforme avrebbero potuto cancellare infinite volte in questi sei anni, così come hanno fatto sparire le molotov di loro fabbricazione. E invece no. Queste registrazioni sono rimaste: qualcuno ha deciso di conservarle. E qualcuno le ha fatte avere ai legali delle vittime. Chi sarà stato mai? Un poliziotto che dopo una manciata d’anni ha cominciato a vergognarsi, come Fournier? O qualcuno che anche stavolta usa le botte del G8 per dire indirettamente qualcosa a qualcun altro? E a chi?

Si dice che i vecchi poliziotti non buttino mai via niente, simili anche in questo ai vecchi macellai. Anche nel nastro meno interessante, debitamente invecchiato, c’è sempre da trovare qualcosa per ricattare qualcuno. Lo sa bene Pollari, che deve avere una cantina fantastica, piena di registrazioni millesimate ("Senti, senti che aroma questo D’Alema del 1999”). Tutto questo è molto interessante, anche se alla fine della fiera resta una delusione. La delusione di chi ha visto la Storia passare davanti ai caschi e i manganelli, e si è messo in posa pensando di avere un posto in prima fila. E invece no. Eravamo solo le vittime predesignate del solito gioco italiano troppo difficile da capire, e impossibile da raccontare. Però sarebbe interessante, anche solo provarci.
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Fascisti da Sparta

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Corso di Martirio Illustrato

1. Insegnate bene ai vostri figli:
Ogni volta che qualcuno tira fuori le Termopili, è per fotterti. Per dire, una volta ci provò persino Bertinotti. 300 intrepidi spartani si fecero massacrare per salvare un popolo che se la spassava alle Olimpiadi: voi lo fareste? E mentre tirate su un muro di cadaveri persiani, non vi sentireste un po' presi per il culo, a fare il cane da guardia alla democrazia e alla libertà degli altri?

2. Fasìsta!
Già sparare giudizi, come si fa in questi maledetti blog, è un po’ antipatico.
Usare poi etichette come “fascista” è veramente tremendo. Puzza di anni ’70 – e gli anni ’70 ormai puzzano parecchio. Detto questo, Frank Miller è un fascista. Ma non è questo il motivo per cui non andrò a vedere il film sulle Termopili.
E perché sarebbe un fascista, sentiamo.

Non c’è un “perché”. Anche se facciamo finta di non credere in nulla, abbiamo tutti un sistema di credenze e di valori, che emerge in quello che scriviamo. Spesso non è esattamente il sistema di credenze e di valori che vorremmo avere. Io, per dire, preferirei essere meno pessimista quando scrivo, ma non ci riesco. Anche Miller forse preferirebbe essere meno fascista. Specie ai tempi del Cavaliere Oscuro aveva sviluppato tutta una serie di anticorpi e controcanti che rendevano la sua opera straordinariamente dialettica e complessa: ma alla fine di tutta questa complessità, comunque, sopravviveva un personaggio marziale e mascellone che si appartava negli inferi a crescere una nuova razza di uomini superiori. Le sue ultime parole erano: “Robin, sta composto!”, e Robin gli rispondeva “Sissignore”. Miller è un fascista perché, in fin dei conti, quel che gli importa è essere Uomini, con la schiena dritta, i valori saldi e i riflessi pronti. Dietro questa grande idea di mascolinità ti aspetti sempre che ci sia qualcosa di più, ma alla fine non c'è.
Non è mica il solo, figurarsi. Prima di lui ci fu la letteratura hard-boiled, con i suoi eroi mascelloni di poche parole e rocciosi ideali. Ma nessuno si sogna (oggi) di dare del fascista al detective Marlowe, che senso avrebbe? Anche gli eroi di Miller, finché si muovono nel mondo depravato di Gotham o Hell's Kitchen o Sin City, sono semplicemente uomini tutti d’un pezzo, senza complicazioni ideologiche. Se Miller si limitasse a disegnare i suoi ribelli, muscolosi e derelitti, quelli che di solito perdono tutto per colpa di una donna e poi risuscitano più forti di prima (gratta l’80% delle sue storie e ci trovi il mito biblico di Sansone)…
Il problema è che Miller non tratteggia solo ribelli: è ugualmente tentato dalla figura del Re. Lo ha ombreggiato nel Batman Oscuro, c’è tornato sopra con Leonida. Ecco, quando disegna i suoi re, Miller non può evitare di suonare certe corde. Forse la canzone suona più sinistra qui in Italia, dove ai mascelloni siamo più vaccinati. In ogni caso è terribilmente significativo che, in un momento di assoluta libertà creativa, abbia scelto per un’epopea a fumetti proprio quei fascistoni degli spartani, una casta chiusa di guerrieri famosi per le pratiche eugenetiche (e dovevano averne bisogno, perché a furia di sposarsi tra consanguinei i parti mostruosi dovevano essere frequenti).

3. Gente che non sopporto.
A questo punto c’è sempre qualcuno che risponde “Dai, ma è solo un fumetto / un film / una canzone, che palle con le tue sovrainterpretazioni, goditelo e basta". Io questa gente non la sopporto. Solo un fumetto? Siete cresciuti con Zio Paperone, il simpatico capitalista in palandrana, e vi domandate perché vi viene istintivo votare Berlusconi? Solo un film? La cinematografia è l’arma più forte, l’ha detto un tale più furbo di voi. Ma sul serio voi siete in grado di “godervi” 300 senza riflettere neanche un momento sul messaggio politico, neanche se è evidente e grosso come una montagna? Come fate? Avete il Giudizio Estetico tutto in un emisfero del cervello, il Giudizio Etico nell’altro, e una manopolina tipo Balance, per cui riuscite a oscillare a comando?
Io ho due cose da dirvi. Prima cosa: non vi credo. Non credo all’autonomia del giudizio estetico. Se 300 vi piace, probabilmente siete sensibili anche al messaggio politico. È solo che vi vergognate ad ammetterlo. Ma io non mi vergogno a giudicare voi.
Seconda cosa: a me 300 (il fumetto) è piaciuto, proprio perché sono sensibile ai messaggi politici di Frank Miller. Anch’io penso talvolta che il mondo girerebbe meglio se i giovani tenessero la schiena diritta. E per inciso, studio la letteratura del fascismo. Mi interessa, mi intriga. Ma soprattutto, credo che sia indispensabile studiarla: capire come funziona, le rare volte che ha funzionato.
Ed è anche (almeno credo) un modo per immunizzarsi: i sultani assumevano veleno dopo i pasti, per diventare invulnerabili. Io non sono del tutto sicuro di essere invulnerabile ai messaggi fascisti, ma col tempo ci arriverò. Anche grazie a Frank Miller, che è stato una fantastica scuola di fascismo illustrato.

3. Il senso del ridicolo

Con tutto questo, non credo che andrò a vedere il film. Già Sin City mi lasciò l’amaro in bocca.
Eppure era fedele al fumetto, addirittura ricalcato dalle tavole. Già, è proprio questo il punto. È triste vedere storie che sulla carta sembravano robuste e (relativamente) verosimili, trasformarsi sullo schermo in pagliacciate. Come quella scena di Kill Bill dove Uma Thurman uccide 88 ninja assassini: sembrava già il Wolverine di Miller, eppure era una pacchianata. Il fumetto rende astratte e credibili le più pantagrueliche carneficine. Ma se lo trasformi in pellicola, diventa ridicola, e di riflesso anche il fumetto. Non credo che riprenderò più in mano gli albi di Sin City: grazie regista Rodriguez, adesso mi fanno senso. Perché devo rovinarmi anche 300, trasformando un buon fumetto in un torneo di culturisti? E poi diciamolo, è roba da ragazzini.

4. “I nostri ragazzi!”

I ragazzini, appunto. Non è che io creda veramente che la visione di 300 possa trasformarli in piccoli fasci lacedemoni. Non credo che li spingerà a sostenere un’eventuale guerra americana all’Iran – tutti i film del mondo possono poco, finché gli americani continuano a dare sul campo di battaglia un’immagine così poco vincente. E tuttavia qualcosa mi disturba. Un po’ di fascismo, nell’intrattenimento dei ragazzini, c’è sempre stato. C’è stato John Rambo, e prima di lui John Wayne. Presi a piccole dosi, questi grandi uomini ci aiutavano a immunizzarci dal mito del Grand’Uomo.
Da qualche anno in qua – direi dal Gladiatore in poi – la dose mi sembra sempre più massiccia. Si punta tutto su paroloni come Onore o Gloria, ripescati in extremis dai vocabolari; Mel Gibson sdogana persino i Conquistadores; ed è tutto così sfacciato e palese che ti aspetti da un momento all’altro l’ironia. Ma non c’è nessuna ironia. Gibson è terribilmente serio; e anche Miller lo è. Il film, da quel che ho capito, la butta un po’ sul fantasy, ma senza arretrare di un centimetro dal messaggio milleriano. Mi sembra che stia nascendo un cinema per ragazzini propedeutico alla Guerra di Civiltà. Che dalle sale possano uscire buoni soldati, ripeto, è difficilmente credibile. Ma per le esercitazioni ci sono pur sempre playstation e xbox. E comunque, anche Rambo sparava parecchio; ma il Gladiatore di Scott, il Cristo di Gibson o il Leonida di Miller vanno più in là. Stanno recuperando, a colpi di ralenty ed effetti digitali, l'antiquata nozione di Martirio. La stanno trasformando in qualcosa di moderno, qualcosa di occidentale, qualcosa di cool (che alla fine può piacere anche agli eredi dei persiani, che questi dvd se li comprano volentieri).

Queste son cose che mi angosciano, molto più di sapere se alla fine ha vinto Serse o gli intrepidi difensori dell’occidente. Che importanza ha chi ha prevalso alla fine, se entrambe le fazioni erano unite dall'esaltazione fanatica del martirio? Se per vincere dobbiamo assomigliare a Bin Laden, secondo me Bin Laden ha vinto.

(Mi sembra di ricordare che vinsero i greci, giusto per il gusto di scannarsi tra loro qualche decennio dopo. Ma è roba passata, appunto: mi preoccupano di più i sequel).
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- Bullandia

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La terra dell'ignoranza

Il vero problema dell'Alta Italia è il fascismo, e il vero fascismo in Alta Italia non è quello di quattro sfigati in bomber. Prima dello squadrismo, molto prima, c'è la scuola dell'arroganza. L'Alta Italia ha inventato il fascismo, e continua a essere la maggiore produttrice di fascismo in Europa; tanto peggio se ormai l'articolo in Europa non se lo fila più nessuno: c'è sempre domanda interna, oh se ce n'è.

Ora vi state chiedendo: cos'è quest'Alta Italia? Di che fascismo sta parlando? Si è bevuto, infine, il cervello? L'Alta Italia, che alcuni chiamano padania, è la valle in cui il fascismo è stato inventato e vent'anni dopo debellato, casa per casa e cortile per cortile. Ma certe scritte nere si leggono ancora sotto gli intonaci.

Il fascismo. Mi piacerebbe ora prendervi per mano tutti e venticinque e portarvi in una secondary school di Spokane, Stato di Washington, USA, è lì che si è fermato il dito sul mappamondo. Quello che vi mostrerò non è il fascismo.

Entriamo in classe. Non serve bussare, non possono sentirci. E dunque. Ecco un ragazzino con gli occhiali spessi e l'apparecchio per i denti, che di nascosto dalla prof sta provando a fare un'equazione di secondo grado – quelle di primo ormai lo annoiano. I suoi sforzi sono disturbati dai proiettili di carta sputacchiata provenienti da cerbottane di terza fila: due bulletti di seconda categoria, uno dei due è ripetente. È uno stereotipo, mi rendo conto. Vi ho portato dall'altra parte del mondo per mostrarvi uno stereotipo.

Torniamo a noi. Entriamo in una qualunque media inferiore dell'Alta Italia. Ecco un altro ragazzino – questo ha l'asma e la scoliosi, e sotto il banco legge i Buddenbrook di nascosto. La cultura ha mille forme, il sapere è inesauribile. Ma i proiettili di carta sputacchiata sono gli stessi di Spokane; e anche i bulletti si assomigliano. Ora, una domanda: se lo stereotipo non cambia, se i bulletti arroganti ci sono dappertutto, perché la nostra scuola media inferiore produce fascismo, e quella di Spokane, Washington, no?

Per rispondervi ho bisogno della mia vecchia macchina del tempo. Ecco. Sono passati dieci anni, e il nerd di Spokane, Washington, ha trovato un lavoro in un'azienda di Seattle. Ingegnere informatico – come vedete non mi discosto dallo stereotipo. In cantina sta ancora lavorando a un'idea che potrebbe diventare un brevetto e sistemarlo per tutta la vita – nel frattempo è un membro stimato della società. A volte per scherzo porta i fuoristrada all'autolavaggio dove lavorano i due bulli ex compagni di classe, che guadagnano un sesto di quello che prende lui.

Il bello è che tutto questo è davvero uno stereotipo. Non fa notizia. Tutti sapevano che sarebbe andata così: lo sapeva il nerd (per questo era così paziente), lo sapevano i bulletti (per questo erano così rancorosi). Non è né giusto né sbagliato: è il mondo. Il bullismo scolastico è un modo per reagire a una società che ti sta per lasciare a terra. Non è fascismo, è disperazione. Al limite, il super-bullo prende l'intera scuola in ostaggio e fucila tutti quanti.

Ora torniamo in Alta Italia – ma attenzione, siamo ancora dieci anni in avanti. Il ragazzino che leggeva i Buddenbrook abita ancora coi suoi, e sta per addottorarsi con una tesi sulle opere giovanili di Th Mann scritta t u t t a in t e d e s c o! Per il resto, è un disadattato. Esce poco la sera, non ha niente da mettersi, e la macchina della mamma è un catorcio. A Tubinga, in Erasmus, conobbe una ragazza fiamminga, ma non poteva funzionare. Quando incontra i suoi ex bulli di classe, li saluta ancora con affetto e una sfumatura reverenziale: uno è vice-titolare della concessionaria del padre, l'altro dirige una catena di autolavaggio.

Credo di avere risposto alla domanda: cos'è il fascismo? Il fascismo è l'arroganza dell'ignoranza. I balilla contro i quattrocchi. Il bullismo che esce dalla scuola e diventa struttura sociale. L'ignoranza è premiata, accudita, festeggiata; la cultura per contro produce solo alienazione.

Continuare a studiare, in Alta Italia, significa autoemarginarsi. Non c'è nessun premio al termine del tuo percorso di studi: tutt'intorno l'ignoranza è al lavoro. Come facciamo a sorprenderci della crisi della piccola industria italiana, quando la maggior parte di queste piccole industrie sono state lasciate in mano a eredi incompetenti, senza laurea o con una laurea inutile? Gente che ha creduto in Tremonti, e magari in buona fede. Gente che non crede, e non crederà mai, in paroloni come "innovazione" o "cultura d'impresa", perché appunto sono solo paroloni, quando tutti sanno che la cultura non serve a niente, è roba da quattrocchi asmatici e invertebrati.

L'altra faccia della medaglia è il Liceo. E qui le responsabilità non sono tutte settentrionali. C'è molta Bassa Italia nell'invenzione gentiliana del Liceo – la scuola dei ricchi impostata sull'apprendimento di materie inutili, possibilmente lingue morte e strasepolte. C'è una diffidenza tutta borbonica verso la cultura del lavoro – il lavoro è roba da servi, i padroni nulla fanno, tutto il giorno. Ma in Bassa Italia chi studia è perlomeno rispettato. Il vero fascismo nasce quando il Liceo gentiliano mette le radici in Alta Italia. È a quel punto che la scuola per nobili diventa una scuola per alienati. I figli dei metalmeccanici che hanno imparato le declinazioni non vorranno più fare i metalmeccanici. Ma non riusciranno nemmeno a riconvertire le declinazioni in un gradino superiore del ciclo produttivo. Quello succede nel resto del mondo: in Alta Italia la laurea non l'appendi neanche al muro. Puoi bruciarla, o usarla come passaporto per l'estero.

Una terza strada c'è: puoi restare in Alta Italia, e fare l'insegnante. Passerai il tempo tra bulli e secchioni. Senza sapere da che parte stare, a questo punto.

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- ombre nere

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E poi, già, ci sarebbe anche il problema dei fascisti.
Ogni tanto bisognerebbe abbassarsi a dirlo. Che stavolta la Casa delle Libertà ha pescato veramente nel torbido; che il primo risultato della svolta di Fini è un bollino nella scheda elettorale con alcune siglette e fiammelle che non avremmo più pensato di trovarci, roba da volantino di liceo o da curva di stadio: fronte nazionale, forza nuova, sul serio? Se vince Berlusconi questa gente va in parlamento? Ma li faranno entrare, in bomber?

Chi non molla è perduto

Il rischio è di sembrare antipatici, radicalscic, anche un po' fuori dal tempo: i fascisti al governo, capirai. Come se in questi anni non avessimo avuto Buontempo o Storace (per dirne due a caso), e monumenti ai caduti di Salò e proposte di pensione ai reduci repubblichini, e fiction su quant'era brava e tosta Edda Ciano. Per cui insomma, uno o due simbolini con la fiamma in più o in meno che differenza fanno? Ma sul serio, cosa cambierà con una dozzina di deputati di Alternativa Sociale in più in parlamento? Cerchiamo di essere moderni, disinvolti, disinibiti. Fiamme tricolori a parte, cosa c'è di così sconvolgente nel programma di Alessandra Mussolini e compagnia? È il classico memo nazionalista: soldi alle famiglie baluardo di civiltà, soldi agli africani, così restano in Africa a farsi i cazzi loro, soldi un po' a tutti, tanto li stampiamo noi, no? (No. Glielo spiegherà poi Tremonti). Il lancio d'ortaggi al Candidato Luxuria, gesto esecrabile in sé, dà la misura della distanza dallo squadrismo storico, quello che bastonava a sangue. Vien da pensare che in Parlamento c'è già di peggio: che magari un po' di bomber tricolori possono equilibrare quegli altri simpatici in camicia verde, che non sono meno pericolosi.

Cosa c'è che non va, allora. Non lo so. Una sensazione. Non è la Mussolini in tv, non è neanche la celtica allo stadio. Gran parte del fascismo contemporaneo è puro folklore, eppure… quando succedono cose terribili come la morte del bambino Tommaso, quando una nazione compatta finalmente può liberarsi fiera, perfettamente giustificata, al suo Quarto d'Ora d'Odio… ti chiedi se in giro non ci sia più voglia di fascismo di quanta le liste elettorali riescano effettivamente a soddisfare.

A questo punto ti verrebbe voglia di misurarti col fenomeno, ma non è facile. Il fascismo è sfuggente. Contrariamente a una certa mitologia (Boia chi molla, chi si ferma è perduto, se indietreggio uccidetemi, ecc. ecc.), non c'è nulla di più sgusciante di un fascista. Sul serio. Prova a trovarne uno, prova a parlarci. Dalle mie parti, perlomeno, è impossibile. Ci sono, ma non si vedono. Sì che il fascismo serio, squadrista e agrario, lo abbiamo inventato qui: c'è scritto sui libri di Storia, e io mi fido. Eppure passiamo per regione rossa. Rossa? Ma è pieno d'ombre, anche qui. Io di sera ne ho viste. Ma scompaiono al sole.

Il caso che conosco meglio è quello di Forza Nuova a Modena. Oddio, "conosco meglio". In realtà non li conosco affatto, quelli di Forza Nuova a Modena. Perché sgusciano, appunto. Nei cinque anni di vita di questo blog, hanno fatto in tempo ad aprire due sedi in Centro – in entrambi i casi scomodando un bel po' di antifascisti incazzati e di forze dell'ordine. Mica male per un'organizzazione politica – salvo che a nessuno dei due indirizzi, oggi, risulta un'organizzazione di nome Forza Nuova. Al punto da chiedersi: ma esiste o no, Forza Nuova a Modena? E se non esiste, perché ci ha fatto perdere tanto tempo?

Prendi me. Ogni volta che Forza Nuova apriva una sede in Centro, io ho trovato un modo per farmi compatire.
La prima volta, è successo esattamente cinque anni fa. Cinque anni e un giorno. A quel tempo io ci abitavo, in Centro; ma non avevo la residenza. Come a dire che non potevo parcheggiare sotto casa.
Il giorno che ho saputo che Roberto Fiore stava per sbarcare in via Ramazzini a bordo di un Freelander, scortato da sette camionette della polizia, il mio antifascismo militante si è precisato in un grido di sdegno: Cani, porci, e puranche l'ideologo di Forza Nuova possono parcheggiare in Centro, ma io no! Tanto che scrissi alla Gazzetta di Modena. Scrissi che sì, va bene, ideologo finché vuole, ma poteva benissimo parcheggiare sui viali ed entrare in Centro Storico a piedi, come tutti i non residenti; o aveva paura? Di che? Dei cinesi di piazza Pomposa? Del Kebab all'angolo? L'ideologo di Forza Nuova ha paura che lo infilzino col Kebab?

In realtà mentre Fiore posteggiava in via Ramazzini (con gli agenti Digos ad aiutarlo a far manovra, suppongo), la prima esperienza di Forza Nuova a Modena si era già conclusa. Il modenese che in un primo momento aveva invitato Fiore stava già spiegando ai microfoni che non era sua intenzione aprire veramente una sezione FN, bensì fondare un'associazione tutta sua, chiamata Unione Nazionalisti Italiani, che forse esiste ancora (il simbolo sembra un aquilotto malriuscito, più probabilmente un piccione, l'animale totemico del Centro Storico). Ma il giorno dopo la Gazzetta titolava la rubrica della posta:

«Vi infilzeranno coi kebab»
Sotto c'era il mio nome. Non solo, ma per completare la frittata, nella versione Web esso compariva sotto un parere favorevole a FN – e sono certo che qualche cache se ne ricorda ancora. Vorrei poter dire di avere imparato, da allora, certe elementari regole di prudenza, ma è stato un processo lento. Due anni dopo a momenti mi arrestavano. La storia sta qui.

In sostanza fino a un certo punto era tutto secondo programma: un gruppo di forzisti, scortato da un nutrito drappello di forze dell'ordine, aveva inaugurato una nuova sede di FN in via Gallucci, mentre da fuori un bel po' d'antifascisti manifestava e sacramentava. Quando si è trattato di uscire dal centro, sono volate ben più che le parole, e bisogna dire che qualche manganellata da pubblici ufficiali se la sono presa anche i forzisti (ma bisogna anche aggiungere che un signore di Forza Nuova ha inciso con un'asta di bandiera un bel taglio sulla testa di un signore che manifestava contro di lui). Così, quando i neri hanno iniziato a ritirarsi virilmente in direzione Trento-Trieste (dove li aspettava un'ambulanza), noi… sapete come fa il cane col gatto, no? Se scappi, t'inseguo. Ecco, ci siamo messi a inseguirli; solo per sfotterli, mica per altro. In quell'occasione un poliziotto promise di rompermi la testa, siccome ero venuto a riprendere Cragno che continuava a sfidare verbalmente i forzisti che si leccavano le ferite (uno a momenti lo centrava con il ghiaccio degli impacchi).

Tutto qui? no, perché il giorno stesso la Digos promise che avrebbe "visionato i filmati", ma che io sappia l'unico video di tutto l'episodio lo chiesero gentilmente a un tale che da un balcone di Trento-Trieste aveva riconosciuto l'amico Cragno: sicché di tutta la manifestazione in questura probabilmente rimangono solo primi piani di Cragno che insulta i forzisti e di me che vengo a prenderlo; e l'unico sonoro è la voce del cameraman che dice: "Toh! Ma quello è Cragno!"

Da quel giorno in poi, non mi è mai capitato di vedere la sede di Via Gallucci aperta, ma è pur vero che non ci passo spessissimo. Le finestre, già protette da sbarre massicce, erano state coperte del tutto da schermi di acciaio dipinti di nero – faceva una certa impressione. Ci furono atti di vandalismo, una petizione dei commercianti – ma c'è stato anche parecchio silenzio, per un paio d'anni. Finché un mesetto fa, improvvisamente, non passo di lì e la trovo aperta! Finalmente! Salvo che non è più la sede di Forza Nuova in Centro. No. Il nero si è fartto giallo – ora è un negozio di articoli etnici. Indiani. (Ariani?) I fascisti sono sgusciati anche stavolta. Altro che Boia chi molla. Qui chi non molla è perduto.

A questo punto mi attendevo l'annuncio trionfale di una sede di Forza Nuova a Modena – che sarebbe già la terza! Ma per adesso, niente. Chissà, forse dopo il dieci aprile. E immagino che riuscirò a farmi compatire anche stavolta.

Nel frattempo me ne resto coi miei dubbi. Perché sono così difficili da afferrare, 'sti fascisti? Perché sgusciano sempre? Non dovremmo essere noi, a scappare da loro? Non dovremmo essere noi, ad avere paura? E in effetti un po' di paura io ce l'ho. Questo ciclico apparire e scomparire, è molto inquietante. Vien da pensare che il nero salti fuori solo quando serve, ma a chi? E com'è che adesso a Modena non serve più? E quand'è che servirà ancora? Qualcuno ne sa niente? Qualcuno ci capisce qualcosa? C'è qualcosa di serio o sono solo ombre, che scompaiono al sole?
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- prepararsi al peggio e al meglio

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Insomma, a questo punto (io lo dico piano) (anzi, non lo dico proprio) (lo dico sotto forma di ipotesi, di ipotesi lontanamente plausibile) (un'ipotesi accademica, pura speculazione) dobbiamo prepararci all'eventualità, intendo dire la remota eventualità, che Berlusconi perda le elezioni.

Cosa fare dopo B ?


E che sarà mai, uno dice. Ne ha perse altre. Sì, ma stavolta è diverso. L'uomo è anziano e stanco – e sarebbe anziano e stanco persino se il dieci aprile vincesse. Spira una certa tramontana, e secondo me è il caso di prepararsi. Noi siamo maniaci di Berlusconi, è cosa nota. Per noi è il simbolo delle mille cose di questo Paese che non ci sono mai piaciute. In questo è persino troppo comodo – un signore che da solo mette insieme il malaffare della Tangentopoli milanese con la mafia siciliana, la speculazione edilizia, la televisione spazzatura, la politica spazzatura, l'anticomunismo da strapazzo, l'arroganza brianzola: nell'odissea dello schifo italiano di questi ultimi vent'anni non c'è praticamente un solo capitolo che non possa essere ricondotto a lui. Forse la mucillagine sulla riviera adriatica. Ma con un po' d'impegno.

Ebbene, questo comodo simbolo, questo sorriso a 32 perle stampigliato su tutte le cose che non ci piacciono, sta per salutarci, ed è un grosso pezzo della nostra vita che se ne va. È probabile che ci sentiremo più liberi, dopo. Ma è la liberta dei canarini fuori dalla gabbia, non è detto che sopravvivremo. Berlusconi è al governo dal 2001, ma ingombra il dibattito politico almeno dal 1994. Eravamo ancora ragazzini quando abbiamo imparato a dare ogni colpa a lui. Cosa faremo quando non ci sarà più? Sul serio, si accettano consigli.

S'intenda, noi non siamo quelli disperati che per saltare dal carro, in questi giorni, sono pronti ad aggrapparsi a qualsiasi cosa, comprese le sdrucciolevoli radici cristiane e le tonache di placidi cardinali che mai avrebbero pensato di trovarsi in prima linea nel conflitto di civiltà. Per quelli ormai è ragione di vita o di morte, per noi no; è abbastanza certo che manterremo gli stessi impieghi e le stesse frequentazioni; però siamo quel tipo di persone che non amano trovarsi a corto d'argomenti, e se B dovesse sparire d'un colpo, potrebbe appunto succederci questo: ritrovarci in società senza argomenti. E questo noi non lo vogliamo, vero?

Sgombriamo il campo da certi equivoci. Il fascismo, per esempio. Ogni tanto (anche all'estero) si fa questo paragone, che in realtà non ci dice molto né su Berlusconi né su Mussolini, né sul fascismo, né sull'Italia in cui viviamo oggi. Berlusconi senz'altro non è un antifascista molto convinto. Ma non ha mai pensato di praticare restrizioni alle libertà dei cittadini paragonabili a quelle di Mussolini. Né la situazione gliel'avrebbe consentito – l'Europa del 1994 non era più quella del 1922. Lo dico con una punta di rincrescimento, perché se fosse stato davvero il neoduce che un po' ci aspettavamo, avrei cospirato contro di lui. Il che francamente non è successo – mi sono limitato a lagnarmi su un blog, e lui me l'ha consentito.

D'altro canto il berlusconismo è stato per certi versi qualcosa di più subdolo e strisciante: e se fosse vivo oggi Pasolini affermerebbe senza tema che il ventennio berlusconiano (1986-2006?) ha fatto assai più danni di quello mussoliniano, perché la tetra propaganda fascista non aveva veramente fatto breccia nella coscienza del popolo, nel borgataro e nella contadina, mentre Canale 5… ma Pasolini è morto, e se fosse vivo io probabilmente non sarei d'accordo con lui e passerei il tempo a fargli il verso, quindi lasciamo perdere.

La verità è che il paragone tra Benito e Silvio è molto abusato perché comporta un notevole risparmio d'energia mentale. Soprattutto all'estero. Quando al Guardian parlano di un ritorno al fascismo, non fanno che interpretare male i sintomi, attribuendoci la stessa malattia di cui ci hanno già visto soffrire. Punti rossi, quindi è varicella. E se fosse morbillo?
C'è un'altra possibilità. Nella coscienza politica degli italiani, di quasi tutti gli italiani, Mussolini rappresenta il polo negativo. Ma all'estero, quando si cita Mussolini, non si ha tanto in mente il traditore ex-socialista, il delitto Matteotti, le leggi razziali, Salò… quanto piuttosto il massimo esempio di moderno tiranno-buffo, tiranno wannabe che si sgola per trascinare all'Impero un popolo di guitti scettici. È questo, dunque? Berlusconi sarebbe il successore di Mussolini in quanto clown?

Oggi non c'è dubbio che Berlusconi sia un clown – e anche come clown, piuttosto malriuscito. Da anni le sue clownerie ingombrano la scena politica italiana, abbassando il livello del dibattito, impedendoci di parlare di altro che non sia una pelata e un nasone rosso. Ma non è sempre stato così.
Nel 1994, quando abbiamo iniziato a preoccuparci seriamente di lui, l'aspetto clownesco era l'ultima voce in lista. A quel tempo eravamo tutti sinceramente spaventati di quello che avrebbe potuto fare un uomo in possesso di tre televisioni e un polo editoriale-pubblicitario, se si fosse conquistato la maggioranza in Parlamento. In effetti non sembravano esserci limiti al suo potere. Avrebbe potuto completare la conquista dei media italiani e sopprimere ogni voce di dissenso. E non era nemmeno inverosimile che un imprenditore di successo riuscisse a dare una scrollata a un sistema di potere incancrenito, e a conquistarsi coi fatti un consenso superiore a quel famoso 51% degli italiani.

Nei fatti, in cinque anni di governo si è 'limitato' a far votare innumerevoli leggi a suo favore, Costituzione inclusa. Ma non è andato oltre, non ci ha costretti ad amarlo con la forza.
Perché? Ci sono tante spiegazioni. Alcune ce le ha fornite lui stesso: gli alleati rissosi, la campagna d'odio della sinistra, il buco dell'Ulivo, l'Euro a 1936 lire, l'undici settembre… sì, sì, d'accordo.
E se B, più semplicemente, fosse un inetto? Come imprenditore ha avuto qualche buona idea (e qualche Santo in paradiso), ma come politico è stato incapace di mettere a frutto l'incredibile credito politico che milioni di italiani (dagli operai a Confindustria) gli hanno aperto nel 1994 (e qui il paragone con Benito Mussolini, giornalista post-socialista abbandonato dagli ex compagni, che in pochi anni si fa gioco di Giolitti e del Re, è davvero impietoso). Nella sua megalomania, si è sempre aspettato che gli italiani dovessero innamorarsi di lui spontaneamente. È un vecchio patetico playboy, che sotto il cerone si crede ancora, in qualche modo, irresistibile.

Ma è facile dirlo col senno del poi. Nel 1994 non potevamo saperlo. Eravamo partiti a lottare contro un tiranno moderno, efficiente e seducente; e ci siamo trovati di fronte, strada facendo, un clown che infila una serie prodigiosa di gaffes e orrende freddure. Dopo un'adolescenza abbastanza spensierata eravamo finalmente pronti alla tragedia, e abbiamo impiegato degli anni a capire che era una farsa, a nostre spese. Il nostro disagio non è poi così dissimile da quello di tanti berlusconiani, che dieci anni fa salirono sul carro pensando di appoggiare uno statista liberista, e oggi devono ridursi a dimostrare la genialità dell'odierna strategia comunicativa del Cavaliere. Partiti per fare i maître à penser, si ritrovano oggi a ridacchiare a comando sulle quinte del Drive In.

Da cui l'equivoco fondamentale, nel quale ci troviamo tutti invischiati: cosa non ci piace veramente in Berlusconi? Il caimano o il clown? Il fatto che abbia concentrato su di sé tutto il potere, o il fatto che non abbia saputo che farsene? Guardiamoci in faccia, compagni di trincea: abbiamo lottato contro un tiranno ridicolo perché era un tiranno o perché era ridicolo? Uno statista democratico altrettanto ridicolo ci andrebbe bene? O non preferiremmo un altro tiranno, ma un po' più serio?

Insomma, dopo B. una possibilità potrebbe essere rifarlo. Ma migliore. Più serio. Niente barzellette. O almeno divertenti. In Italia del resto gli autori non mancano. Siamo un popolo di allenatori, opinionisti, spindoctors. Forse è meglio mettersi sul mercato, si aprono mesi interessanti, le ragazze tirano fuori le camicette, e questa tramontana… è un bel momento, proviamo a godercelo. Ci sentiamo.
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- 2025

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L'ultimo duemilaecinquista

Caro Leonardo:
È successo qlcosa, in facoltà. E temo che mi riguardi.
Dopo l'incidente della scorsa settimana, pensavo di avere chiuso un bel cerchio di odio e livore nei miei confronti: studenti defargisti a sinistra, fallaciani a destra, tutti uniti contro di me. Mi aspettavo di fare il vuoto a lezione (un po', lo ammetto, ci speravo: Left behind è veram una palla).
E invece, sorpresa! Ieri ho fatto il pieno. In prima fila tutti i fallaciani, nel cui sguardo catatonico intravedo ora una strana sfumatura riverenziale. Qsto deve avere a che fare con Taddei: ma è strano. Chi è Taddei per loro? Un fuoricorso fuorisede? Un tipo strano che si aggira per i corridoi e impreca mentre tenta di usare una normalissima consolle universitaria? Un supereroe? Chi è?
Sul fondo dell'aula, poi, si sono rifatti vivi quelli che nello scorso trimestre avevo identificato come defargisti (e che ero riuscito con qualche sforzo ad allontanare). Persino l'amico di Aureliana, il quattrocchi col nome buffo, quello che avevo mandato nella stanza 68 per punizione (lui, a dire il vero, è il più catatonico di tutti: temo non abbia retto al supplizio). Perché sono tornati? Credo c'entri Aureliana.
Aureliana, infine, è stata la sorpresa più grande. Mi ha teso un agguato. Alle spalle. Ieri. Davanti alla macchinetta della cicoria.

"Il latte no, professore".
"Eh?"
"Non la prenda al latte, la polvere dev'essere scaduta. C'è stata una specie di epidemia di dissenteria tra gli studenti".
"Ah, ma io ti conosco. Ti chiami…"
(Seguono sei secondi di silenzio imbarazzato in cui io, che non voglio ammettere di ricordare il suo nome, attendo che lei, pietosa, stia al gioco):
"Mi chiamo Aureliana, e mi conosce perché frequento il suo corso di Ucronica".
"Ma certo, Ucronica, come no". (È l'unico corso che faccio).
"Mi scusi se l'ho chiamata professore, so che lei ha qsto pallino di non volersi chiamare così".
"Non è un pallino, è… ecco, io… potrei incorrere in sanzioni".
(Altri cinque secondi in cui il non-professore, mordendosi la lingua, evita di iniziare un lungo discorso sulla sua posizione di docente a progetto, che porterebbe a tutta una serie di considerazioni sulla sua vita da eterno precario, e altre chiacchiere da cinquantenne a cui le laureande carine son fin troppo aduse).
"Lo sa, stavo riflettendo a qllo che è stato detto in classe l'altro giorno".
"Ti prego, se hai considerazioni su Left behind, salvale per la lezione. Sono stufo di parlare solo io, e inoltre…"
"No, non ho niente da dire su quel libro merdico".
"Ah".
"Stavo invece riflettendo sull'intervento di alcuni dei miei compagni… colleghi di corso. Mi ha molto incuriosito".
"Oh".
"Così ho controllato, ed è vero! Lei è un duemilaecinquista".
"Un che?"
"Uno di quelli che hanno preso parte ai primi raduni segreti del 2005, in pratica i fondatori del Teopop".
"Beh, beh, no, il Teopop è venuto dopo".
"Certo, e tra i fondatori c'erano in pratica tutti i duemilaecinquisti. Compreso lei".
"Davvero?"
"Non mi dica che non ci aveva mai pensato".
"No, perché sai, poi, i casi della vita, con molti mi sono perso di vista, e…"
"Qsto è patente".
"?"
"Pardon. Volevo dire: è chiaro che lei li ha persi di vista. Tutti li abbiamo persi di vista. In effetti lei è l'unico ancora in circolazione".
"Ah sì?"
"Anche a qsto, non aveva mai pensato?"
"Ma no, scusa… posso essere franco con te, come ti chiami? Anastasia?"
"Aureliana".
"Aureliana, mi sembri una ragazza sveglia. In cosa ti laurei? Storia Moderna?"
"Contemporaneistica".
"Ecco, allora non sto a farti la storia della mia generazione, penso che tu la conosca già abbastanza bene. Tu sai che due terzi degli italiani della mia età dopo la Catastrofe hanno smammato, no? E il più era gente sveglia, come te, che sapeva le lingue e non riteneva giusto rimanere in Valpadana se diventava una palude".
"Ma con qsto cosa…"
"Il che significa, se ci pensi, che due terzi delle persone che conoscevo le ho perse di vista. Compresi i miei amici, i compagni, la mia fidanzata, eccetera. E probabilmente anche tutti qlli che erano all'incontro di Firenze nel giugno 2005. Che, tra parentesi, non fu nemmeno una gran riunione. Faceva caldo e io stavo alla fotocopiatrice. E adesso ci chiamano duemilaecinquisti?"
"Sul sito ufficiale di contemporaneistica, sì".
"E c'è un elenco di nomi? Ma a quel tempo ci chiamavamo tutti con un nome diverso".
"Sul sito ufficiale comparite coi nomi di bisbattesimo. Tranne, ovviam, Defarge".

È solo a prezzo di un indicibile sforzo interiore che riesco a tossir fuori il caffè non sulla camicetta bianca di Aureliana, ma sul fondoschiena del professore che fuma accanto, affacciato alla finestra. Mi aspetto di essere mandato al diavolo almeno da lui: macché. Si volta, si accorge che sono io, bisbiglia un 'faccia più attenzione' e fugge via. Mi temono anche i professori, adesso. Non mi piace.

"Tutto bene?"
"Sì, non è niente, diceva?".
"Lei ha conosciuto Defarge".
"Ah, beh, certo. Voglio dire, chi della mia generazione non ha conosciuto…"
"Ma anche Arci. Ecco, qsta cosa non sono riuscita a controllarla. È vero quel che hanno detto i miei compagni? Lei era il suo assistente?"
"Di nuovo con qsta storia. Sì. No".
"Sì o no, scusi".
"In un certo senso lo assistevo, ma chiamarmi assistente… Sarebbe come dire che il cane era l'assistente di Pavlov".
"Pardon?"
"Ero piuttosto la sua cavia. Mi somministrava delle cose… mi faceva indossare dei caschi… roba del genere. Quando voleva sperimentare qlcosa, veniva da me".
"Dev'essere stato molto interessante. Ma qndo Arci e Defarge ruppero, lei da che parte stava?"
"Da che parte? Da nessuna parte, forse al buffet, ah-ah".
"Davvero, è molto curioso. Lei ha partecipato ad alcuni momenti cruciali della nostra storia, e sembra non ricordarsi niente".
"Non è così curioso, magari è triste, ma non è curioso. L'età, sa, col tempo si seleziona…"
"Si cristallizza, vorrà dire".
"Ah, certo, sì".
"Quindi tra qualche anno avrà ricordi più definiti di quel periodo".
"Penso di sì".
"Ma saranno probabilm falsi".
"Perché dici una cosa del genere, scusa?"
"È una sensazione. Mi sembra che lei stia facendo del suo meglio per riscrivere il suo passato. Il modo in cui ne parla… nel 2005 è addetto alle fotocopie, quando Defarge scappa è al buffet… possibile che lei sia passato indenne attraverso tutto qsto?"
"Perché no? Il cane di Pavlov è morto di vecchiaia".
"Sì, certo. Posso farle un'ultima domanda?"
"Sì. No. Dipende".
"Secondo lei chi ha tradito Defarge?"
"Non lo so".
"Certo. Grazie, comunq. È un onore poter frequentare il corso dell'ultimo dei duemilaecinquisti".
"Bah".
"Non le piace qsto nome, vero?"
"È molto brutto. E poi mi ricorda i diciannovisti".
"Chi?"
"Un gruppo di rivoluzionari che nel 1919 fecero un'adunata per fondare un movimento antimonarchico, anticlericale, libertario…"
"E come lo chiamarono?"
"Decisero di chiamarlo Fascio, perché dava un'idea di compattezza e unità, e poi evocava il simbolo della Roma repubblicana".
"Non ebbero molto successo, vero?"
"No. Sì. Dipende dai punti di vista".
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Il Cattivo Supplente
(sì, è sempre Lui)

E io ti dico, Spoon River,
e dico a te, Repubblica:
guardatevi dell’uomo che sale al potere
e una volta portava una sola bretella.


Edgard Lee Masters, John Hancock Otis

A proposito di Mussolini, ho scoperto un’altra analogia con Saddam Hussein. La prima, famosa, era il pallino per le bonifiche: pare che quando lo abbiano tirato fuori dalla buca, una delle prime cose che abbia detto sia “come vi permettete di trattarmi così, io ho fatto le bonifiche, ecc.” (questo è Saddam, non Mussolini).

L’altra, notevole, è il bullismo. Un anno fa scoprivamo come Saddam Hussein fosse il terrore della scuola elementare di Tikrit; non da meno il giovane Benito. Quando dopo la Marcia su Roma i giornalisti cominciarono a salire a Predappio in cerca di materiale per i loro instant book, raccolsero testimonianze abbastanza eloquenti: “Un dscuréva; e pciéva!”, dicevano di lui i suoi coetanei (Per chi non fosse pratico: “Non discuteva: picchiava”).

Il fascismo, poi, nella versione littoria che meglio conosciamo, è una sorta di bullismo elevato a sistema politico: se la scuola tradizionalmente tenta di correggere il bullo (o almeno di allontanarlo…), la Milizia lo incoraggia, lo seleziona: così negli anni neri si potevano leggere biografie sull’infanzia del duce di questo tenore:

(Y. De Begnac, Vita di Mussolini, Milano 1936; citato in De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Torino, Einaudi, 1965):
“provocatore, sempre desioso di fare a pugni, di gareggiare nella corsa e nella scalata degli alberi da frutto… che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco […]
La sua violenza e la sua volontà di dominio lo spingevano a battersi. Il pugno, il calcio erano le sue armi preferite. Si abituò presto al sangue altrui e al proprio. Provocato quasi mai, provocatore sempre…”


Un esempio per tutti i balilla d’Italia. (Non dovevano avere vita facile, i maestri, a quel tempo).

Il bello è che lo stesso Mussolini, dieci anni dopo i suoi exploit da bullo, cercò lavoro nelle scuole del Regno come maestro: con esiti disastrosi. Disastrosi per lui e per noi, perché a quel punto decise di darsi al giornalismo e alla politica…
La prima esperienza è come supplente in una scuola di Gualtieri, nel 1902: non andò malaccio, considerati i suoi 19 anni. In effetti fu scacciato per aver intrecciato una relazione con una donna sposata (con un marito sotto le armi). Ma la professione non doveva essergli piaciuta particolarmente, se preferì emigrare in Svizzera con la prospettiva di fare il manovale.
In Svizzera poi fece molto altro: il giornalista, l’oratore, l’organizzatore politico… avrebbe riprovato l’avventura dell’insegnamento soltanto nel 1906, a Tolmezzo (Udine). Per rendersi conto una volta per tutte che il mestiere non faceva per lui.

Sin dai primi giorni m’avvidi che la professione del maestro non era la più indicata per me. Avevo la seconda elementare, che contava quaranta ragazzetti vivaci, taluni dei quali incorreggibili e pericolosi monelli. Inutile dire che lo stipendio era modestissimo. Appena 75 lire mensili. Feci tutti gli sforzi possibili per tirare innanzi la scuola, ma con scarso risultato, poiché non ero stato capace di risolvere sin dal principio il problema disciplinare.
(Mussolini, citato sempre da De Felice).

Questo episodio vuole senz’altro dirmi qualcosa, ma non sono sicuro di cosa.
Da una parte, i “quaranta ragazzetti vivaci” sono il contrappasso perfetto per quel bullo che “voleva sempre dominare”… Certo, che se i ragazzetti fossero stati un po’ più buoni (e lo stipendio anche) magari avremmo avuto un dittatore in meno.
D’altro canto, il fatto che il futuro duce di trenta milioni d’italiani non fosse in grado di domare 40 ragazzini di seconda elementare, la dice lunga sulla difficoltà del mio mestiere. Un supplente fallito può sempre riciclarsi giornalista, politico, tiranno efferato: è un pensiero consolante. No. Inquietante. Volevo dire inquietante.

Dovevano passare ancora vent’anni prima che l’ex-bullo, ex-maestro, ex-socialista, cominciasse a riformare l’ordinamento dello Stato – e in particolare dell’educazione – su basi bullistiche. Ma perché lo fece? Lo fece perché anche lui da bambino era stato un bullo, o perché da maestro aveva capito che coi bulli bisogna venire a patti?

Domanda oziosa. La scuola non è la società. Ma la classe di scuola, come metafora della società, funziona sempre. Vedi ad esempio questo pezzo di ieri, su Macchianera, in cui si demolisce Fassino con una sola accusa, sleale quanto micidiale: avere un'aria da primo della classe:

Ciascuno di noi ha avuto in classe un fassino, a un certo punto della vita. Era quello allampanato, con il naso a proboscide, che fiero della sua scoliosi stava seduto al terzo banco, malgrado la statura, perché i randa delle ultime file non lo volevano.

Niente di personale, ma un tipo così non può fare "Il capo della cumpa":

Il capo della cumpa è un’altra storia. È uno che va o non va. Che si allea o non si allea. Che fa la guerra o non la fa. Anche perché di dubbi ne abbiamo già per i fatti nostri...

Uno come Lui, insomma. (Lui?)

***

Rimane questo fatto curioso: spesso i fondatori dei regimi totalitari sono persone di origini relativamente umili: se non proletari, comunque borghesi spiantati, come il pittore-imbianchino Hitler o il maestro Mussolini. L’anno scorso lo avevamo chiamato Paradosso di Otis-Findlay, dai protagonisti di due poesie di Edgard Lee Masters (le trovate ancora qui).

Questo è un grosso problema, che dovrebbe tormentare tutti gli esportatori di democrazia: di solito i regimi totalitari si sviluppano in nazioni che passano un po’ troppo velocemente dal medioevo alla modernità, dal feudalesimo al suffragio universale: Unione Sovietica, Italia, Germania, Spagna nel primo dopoguerra. Sudamerica, Iraq, Iran e altri Paesi in via di Sviluppo nel secondo dopoguerra. Cosa manca in questi Paesi? Forse il famoso ceto medio, a fare da camera di compensazione (in Germania c’era, ma era stato risucchiato dalla crisi).
È come la risposta a uno shock: la democrazia “delle opportunità” arriva prima della democrazia “dei diritti”: ma proprio i più bravi a cogliere questa opportunità (i migliori scalatori sociali) sono i più feroci a negarla agli altri. È quel tipo di dittatore che vince le elezioni e poi le abolisce.
In pratica, è il bullo: “che cerca la lotta per puro spirito agonistico e sempre vuol dominare, e quando vince vuol più del pattuito, e quando perde non vuol pagare la posta in gioco”.

E noi insegnanti, noi buoni e cattivi supplenti, in realtà a cosa serviamo? A crescere buoni cittadini, o a tener buoni i tiranni prossimi venturi? È l’interrogativo delle due meno un quarto.
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Lui e la guerra

Riassunto di ieri: un socialista, un rivoluzionario, fonda tutta la sua carriera sul pacifismo più intransigente: finché alle soglie di un grandioso conflitto di civiltà non cambia idea. Chi è? È Lui.

E io sono a Roma per aiutar [Lui]. Sapete che è “un uomo”? Ha fatto un quotidiano in una settimana.
(G. P.)

In quei giorni Lui sta già pensando di metter su un nuovo giornale. Naturalmente, occorrono soldi. Soldi puliti, perché Lui sta per essere espulso dal Partito e deve dimostrare a tutti che la sua coscienza è immacolata. “Dove trovare il denaro?”, si chiede, “Un denaro che io possa accettare”.

In realtà non ci mette troppo a trovarlo. In Italia (e anche all’estero) c’è qualcuno che crede in Lui. Il primo ad aiutarlo è il collega capo-redattore di un quotidiano borghese: in seguito, un po’ di soldi arriveranno da un Partito straniero, che si è già convertito alla guerra e che vorrebbe che la stessa cosa accadesse in Italia. Nel giro di un mese esce il primo numero. Sotto la testata portava ancora la dicitura di “quotidiano socialista”, ma gli articoli chiedevano a gran voce l’entrata in guerra dell’Italia.
È un successo strepitoso: il primo numero viene esaurito verso le dieci del mattino. Nei mesi successivi il quotidiano, partito con una tiratura di trentamila copie, arriva a punte di 80.000. Socialista o no (l’espulsione dal partito è ormai inevitabile), Lui rimane soprattutto un grande polemista. Il fronte degli italiani che vogliono la guerra – fronte trasversale, che mette insieme destra nazionalista e sinistra rivoluzionaria – finisce per trovare in lui la Guida. (La parola non è esattamente quella). Come dice un telegramma di ex avversari, all’indomani dall’espulsione: “Partito Socialista ti espelle. Italia ti accoglie”.

Quest’“Italia” non è – nemmeno si sogna di essere – la maggioranza del Paese. È un gruppo di pressione, formato per lo più da intellettuali, impiegati, piccoli borghesi: un ceto medio che legge i giornali e si tiene informato, e che chiede la guerra in modo assolutamente disinteressato. Non si può lasciare la civiltà europea sola a lottare contro la barbarie e le dittature: l’intervento dell’Italia avrebbe potuto essere decisivo, e salvare ulteriori vite umane. Coi mesi questo gruppo prende coraggio: in primavera scendere persino in piazza. Dalle colonne del suo giornale, Lui scandisce gli slogan: “O guerra o rivoluzione”. Sembra più determinato che mai.
In realtà è disperato. Teme di aver sbagliato tutto: il giornale vende bene, è vero, ma non rientra nei costi (l’eterno dramma dei quotidiani italiani). Le manifestazioni di piazza riescono bene, ma la maggior parte degli italiani restano ostili alla guerra, impermeabili a tutti gli appelli alla civiltà, alla fratellanza, a qualsiasi cosa. In una lettera di quei giorni, scrive:

Siamo vecchi, amico mio, decrepiti: è stato il sole – compiacente ruffiano – che ci ha fatto credere in una seconda o terza giovinezza. Ma è ora di seppellirci o di cambiare patria. La nostra è vile. Una buona e disperata stretta di mano dal tuo…

Pochi giorni dopo, l’Italia entra in guerra. In seguito, Lui se ne prenderà il merito (si prenderà molte altre cose).

La guerra sarebbe durata ancora tre durissimi anni. L’Europa, con tutta la sua esperienza di invasioni ed epidemie, forse non ha mai assistito a un carnaio peggiore. Armi di distruzione di massa, gas, ma anche il caro vecchio corpo a corpo, il coltello e la baionetta. Sul fronte si scoprì che Barbarie e Civiltà fraternizzavano, come fraternizzavano i fantaccini nemici tra un massacro e l’altro.
E sul fronte c’era anche Lui – mica poteva stare a casa! (e pensare che in gioventù aveva cercato di obiettare al servizio militare fuggendo in Svizzera). Non fu un’esperienza facile: i graduati lo guardavano male perché socialista, i commilitoni che si ritrovavano in una guerra non voluta avevano parecchi motivi per detestarlo. Nel frattempo il suo giornale, senza di Lui, infilava una gaffe dopo l’altra, perdeva colpi e tiratura. Dopo due anni di guerra combattuta, ferito dallo scoppio di un lanciabombe, Lui venne congedato e tornò al suo vecchio posto in redazione.
Il giornale sembrava alla frutta. La posizione filo-guerra era sempre meno popolare, e molti finanziatori, una volta centrato l’obiettivo dell’entrata in guerra, avevano chiuso i rubinetti. A questo punto forse Lui avrebbe dovuto chiudere il giornale. Ma il giornale – oltre a essere l’arma che maneggiava meglio – era ormai tutto quello che aveva: il vecchio Partito lo aveva espulso, un nuovo partito era ancora tutto da fondare. Nei mesi successivi il quotidiano non solo riuscì a superare la crisi, ma aprì anche una seconda redazione a Roma. Da qualche parte, quindi, Lui aveva trovato altri soldi. Ma da chi?

Dall’entrata in guerra erano passati due anni e mezzo, ormai, quando un giorno d’ottobre il fronte italiano cedette su tutta la linea. Per qualche giorno la guerra sembrò ormai persa. Lui (ancora in stampelle) continuò a lavorare al giornale. I famigliari lo trovavano stanco e depresso: a sua sorella disse che gli sarebbe piaciuto morire.
Ma non morì, e nemmeno perse la testa: s’indurì soltanto. Chiese leggi speciali, disciplina di guerra. Scriveva:

Non fermiamoci dinanzi ai diritti della libertà individuale. Spazziamo questo feticcio. Lo ha spazzato l’Inghilterra…

Non c’è solo l’Inghilterra, qualche giorno dopo trova un esempio migliore:

Una delle condizioni per vincere la guerra è questa: chiudere il Parlamento. Mandare i deputati a spasso. [Il Presidente degli Stati Uniti del tempo], per esempio, esercita la dittatura. Il congresso ratifica ciò che [egli] ha deciso. La più giovane democrazia, come la più antica, quella di Roma, sente che la condotta democratica della guerra è la più grande delle stupidità umane.

E ancora (contro i socialisti che continuano a parlar male della guerra):

Fuori di qui ci sono gli stranieri e i nemici. Ma il governo, invece di prendere una buona volta di fronte questi nemici e schiantarli – in questo momento propizio – li tratta coi guanti. È pieno di riguardi per loro. Guai a toccarli! Censura! E quelli non disarmano.

Fino a ridursi, Lui, socialista e giornalista, a chiedere la chiusura dei quotidiani…

O i giornali si uniformano alle necessità della guerra – sotto tutti i suoi aspetti, dai politici ai psicologici – o diamo al governo l’incarico di tenerci informati, con un foglio quotidiano di carta stampata.

Ma per il momento i quotidiani resistono – compreso il suo – e non campano di sole parole. In quei giorni comincia a farsi sempre più insistente, sulle pagine del suo giornale, la pubblicità di un certo gruppo industriale, il più grande e importante dell’epoca. Nel frattempo, nei suoi editoriali, Lui comincia a sostenere la necessità di superare il socialismo. Con cosa? Il nome è nell’aria, ma non è ancora stato individuato. Il primo tentativo è un neologismo orrido: “Trincerocrazia"

L’Italia va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati; quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti… I partiti vecchi, gli uomini vecchi che si accingono, come se niente fosse all’exploitation dell’Italia politica di domani saranno travolti. La musica di domani avrà un altro tempo […] Potrà essere un socialismo anti-marxista, ad esempio, e nazionale.

Il nome deve ancora essere trovato, ma gli ingredienti, come vedete, ci sono già quasi tutti. È tempo ormai di togliere dalla testata quel sottotitolo “anacronistico”:

Oggi, dopo quattro anni, dalla testata di questo giornale scompare il sottotitolo di socialista. Un altro lo sostituisce che mi piace di più. D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori.

I combattenti li conosciamo: ma chi sono questi “produttori”? È presto detto: “quelli che producono, ma non soltanto con le braccia”: un po’ borghesi, un po’ proletari.

Difendere i produttori significa permettere alla borghesia di compiere la sua funzione storica – ci sono ancora due continenti quasi intatti che attendono di essere travolti nel turbine della civiltà moderna capitalistica – e significa anche agevolare agli operai il conseguimento del maggior benessere per il maggior numero.

E qualche giorno dopo.

L’essenziale è “produrre". Questo è il “cominciamento”. In una nazione ad economia passiva, bisogna esaltare i produttori, quelli che lavorano, quelli che costruiscono, quelli che aumentano la ricchezza e quindi il benessere generale. Produrre, produrre con metodo, con diligenza, con pazienza, con passione, con esasperazione è soprattutto nell’interesse dei cosiddetti proletari. […] Bisogna esaltare i produttori, perché da essi dipende la più o meno rapida ricostruzione del dopoguerra. Disorganizzate la produzione e preparerete un dopoguerra tristissimo ai reduci dalle trincee. […] Sì, produrre, produrre, produrre: non già e non soltanto perché l’Italia di domani sia meno povera di quella di ieri, ma perché sia l’Italia libera.

Produrre, produrre, produrre. Con metodo, con passione, perfino con esasperazione. Ma cosa?
Facciamo un esempio. Prendiamo il grande Gruppo industriale che da qualche mese, ormai, pubblicava le sue inserzioni sul giornale di Lui. Cosa produceva? Un po’ di tutto. Fondeva i metalli, estraeva i minerali. E fabbricava armi: cannoni, bombarde, aeroplani, navi. Prima della guerra dava lavoro a 4000 operai: nell’ultimo anno di ostilità, gli operai (anzi, i “produttori”), erano passati a 56.000. Ma la guerra non sarebbe durata in eterno. E allora?
Il grande gruppo industriale era nelle mani di due uomini, i fratelli Perrone. Due classici industriali italiani, insaziabili e onnivori. Compravano di tutto: fonderie, miniere, cantieri. E anche banche. E quotidiani: avevano già Il Messaggero e Il Secolo XIX. E in un qualche modo, misero le mani anche sul giornale di Lui.

Non fu difficile. Si mossero per interposta persona – c’erano pur sempre delle parvenze da salvare – ma un polemista di razza come Lui, in un momento in cui bisognava convincere gli italiani a produrre, produrre, produrre, faceva veramente comodo.
E a Lui faceva comodo lavorare per i Perrone. Dopo avere perso un Partito, aveva trovato un padrone. Che è meglio di niente. Dopo anni di vita grama, ora viaggiava su un automobile messa a disposizione dall’importante Gruppo. Addirittura, un giorno ebbe il privilegio di poter provare una straordinaria novità della tecnica: un aeroplano! Per planare sui cantieri del Grande Gruppo e poi pubblicare, sulle colonne del suo non più suo quotidiano, queste riflessioni “en plein air”:

Combattere oggi e nello stesso tempo lavorare, navigare, produrre, volare: conquistare la terra, i mari, i cieli, ecco l’Italia grande che va, sicura dei suoi destini, incontro all’avvenire…

E nell’avvenire dell’Italia, senza dubbio, c’era ancora tanto spazio per Lui. Che, per inciso, era Benito Mussolini, socialista rivoluzionario, direttore dell’Avanti fino al 1914, fondatore del Popolo d’Italia, e poi del movimento nazional-socialista di “combattenti e produttori” che alla fine prenderà il nome di Fascismo. Il gruppo dei fratelli Perrone era l'Ansaldo.
Tra socialisti e Ansaldo, la Grande Guerra: nessun conflitto sembrò così giusto all’inizio e così insensato alla fine.

Ora ci scuserete – mi prendo la licenza del plurale, per stavolta – se noialtri, che in fondo saremmo socialisti se il nome non se ne fosse andato da parecchio tempo a puttane, preferiamo non seguire l’esempio e restare dalla parte della Pace. Perché avete un bel da dire, voi, che questa guerra è giusta e necessaria, e da una parte ci sono le barbarie, e dall’altra la civiltà: tutte cose già dette, già sentite. Ma quando avremo rinnegato i compagni, i fratelli, chi si prenderà cura di noi? C’è un padroncino vorace anche per noi, che ci farà scrivere su un giornale tutto quello che ci va? No, non c’è, tutti i posti già occupati.
Voi che vi riempite la bocca con lo spirito di Monaco: bravi, conoscete la Storia. Ripassatevi allora anche lo spirito delle “radiose giornate”. Un’élite di piccoli borghesi che chiede la Guerra per spirito di avventura, e si mette contro il popolo, e nella disgrazia resta sola, si fa odiare e odia, e per vendetta si vende al miglior offerente. Questo è il fascismo, questo è l’uomo che l’ha inventato. Un pacifista che un giorno rimase intrappolato in un se, in un ma. Forse la Storia non c’insegna nulla. Ma a ogni buon conto.

Le citazioni da Mussolini (e quella da Prezzolini in cima al pezzo di oggi), sono tratte da Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.
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Lui e la guerra

la guerra
quando sia progressista
perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l’ultima
e lo è sempre
per sua costituzione


(Montale, Fanfara)


Sulla guerra la sinistra è divisa. Questa non è una novità. Anzi, è la cosa meno nuova di tutte. È da un secolo che la sinistra si divide sulla guerra. Molto prima che nascessero i partiti di oggi, prima dei post-fascisti, prima dei fascisti, prima persino della democrazia cristiana, esisteva già una sinistra che si divideva sulla guerra. La storia ci insegna qualcosa? Chi lo sa. Ma certi corsi e ricorsi sono curiosi.

Questa è la storia di un socialista rivoluzionario che fu pacifista intransigente, e che poi un giorno cambiò idea. Per ora lo chiameremo Lui.
Lui?
Lui non era di indole particolarmente pacifica: negli anni dell’infanzia aveva tentato di accoltellare un compagno di collegio. Ma sul rifiuto della guerra e del militarismo aveva costruito la sua carriera politica. Per protestare contro una guerra imperialista aveva guidato i braccianti e gli operai della sua sezione a bloccare i treni. I treni erano passati lo stesso, ma Lui, arrestato e imprigionato per cinque mesi, era diventato un leader di livello nazionale. Al Congresso aveva messo i riformisti all’angolo ed era riuscito a ottenere la direzione del giornale di partito: nelle sue mani era un arma micidiale, perché i discorsi, scritti e parlati, erano le azioni che gli riuscivano meglio.

(Parecchi avranno già capito chi è Lui: facciano finta di niente).

Negli anni successivi la guerra si trascinò, e con lei la protesta; quando in una torrida estate la polizia represse una manifestazione uccidendo un po’ di anarchici, per una settimana l’Italia sembrò sull’orlo di una rivoluzione: da Milano Lui soffiava sul fuoco con corsivi dal contenutoaltamente infiammabile. Non si preoccupava di difendere, coi pacifisti, anche i teppisti che danneggiavano le vetrine: “sarebbe stato invero relativamente facile, comodo e igienico lasciarsi alle spalle una porticina aperta: accettare, ad esempio, ciò che è opera del proletariato, e respingere ciò che opera della teppa. Ma è assurdo distinguere”.

Lo stesso giorno in cui venivano pubblicate queste parole, in un altro Paese un attentato terroristico sconvolgeva l’opinione pubblica mondiale. Nelle settimane successive apparve chiaro che le potenze del mondo civilizzato si preparavano allo scontro finale contro la barbarie. E Lui, da che parte stava? Lui non poteva che essere per la Pace. Con le parole e coi fatti. Ma soprattutto con le parole, che erano i suoi ferri del mestiere.

È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!

E Lui non perde tempo. Indice un referendum interno al Partito: volete la guerra, sì o no? Niente se e ma. Il “no” stravince, e Lui dimostra ancora una volta di avere la base dalla sua parte: abbasso la guerra, né un uomo né un soldo. Ma nei mesi successivi la sua coerenza è messa a dura prova. La guerra va male: la potenza barbarica invade nazioni neutrali, uccide innocenti. Intorno a Lui molti cominciano a parlare dell’opportunità di partecipare alla guerra… per prima cosa, si tratta di salvare la civiltà dalla barbarie. Poi, chissà, può essere l’occasione per fare la rivoluzione. Lui è sensibile a questi argomenti, ma come figura pubblica si sente obbligato a mantenere la linea. A qualcuno confessa la sua angoscia.

Ma sono triste e scoraggiato. Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure… Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso… È terribile. Ciardi, Corridoni, la Ryeger apologisti della guerra. Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. […] Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento. Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano…

Lui cominciava a "diffidare di sé stesso". E non aveva tutti i torti.
Verso ottobre i suoi editoriali cominciano a tentennare, e qualcuno se ne accorge. Gli danno dell’“uomo di paglia”. Giudicate voi:

Se domani […] si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi […] vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie […] sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse […] non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia […] non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità previsioni, sappiamo bene.

Siamo contro la guerra, ma saremmo disposti a farla, se fosse breve e risolutiva: l’Italia, chissà, potrebbe diventare mediatrice armata di pace. Ha un che di D’Alema, non trovate? O di un Rutelli. Ma non è Rutelli. Non è D’Alema. È Lui. Un articolo del genere gli costa la direzione del giornale. Il vertice del Partito gli fa giustamente notare che, dopo aver portato lo stesso partito su una posizione di pacifismo intransigente con il referendum interno, non è il caso di disorientare in questo modo i lettori (gli elettori). Lui non fa una piega, ed esce senza nemmeno sbattere la porta. Che cosa ha in mente?

Chi è Lui? E cosa va tramando alle spalle del Partito? Entrerà l’Italia nel conflitto di civiltà che si annuncia breve e risolutore? Tutte queste cose e molte di più le saprete domani (in realtà le sapete già).
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Calcio di Stato, calcio di Mercato

Avvertenza: i livelli di dilettantesimo in questo pezzo sono pericolosamente alti.

Pare dunque che in Italia John Charles sia stato soprattutto un campione di fair play. In Gran Bretagna, invece, merita di essere ricordato per un altro motivo: il libro che sto traducendo afferma che Charles fu “the first rich British footballer”, il primo calciatore britannico “ricco”. Ecco, questo è interessante.
Charles è il primo a sbarcare con successo in Continente: l’offerta bianconera di 70.000 sterline non ha precedenti per il Regno Unito. Non ho capito bene quanto prendesse alla Juventus (gli inglesi fanno i conti in sterline e in settimane, noi in lire e in mesi), ma era quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna. Così, nel 1957 gli italiani spendevano già più soldi per i calciatori degli inglesi. Questo è curioso, perché gli inglesi i soldi non li spendevano soltanto, li facevano anche. Ma gli italiani?

L’impressione che dà il calcio inglese (un’impressione, non una conclusione) è che si sia trattato, per più di un secolo, di una economia reale, che distribuiva ricchezza reale (anche se magari non ne distribuiva parecchia). Il fatto che molta di questa ricchezza non arrivasse ai giocatori non deve stupire: in fondo il loro ruolo era quello degli operai (o al limite, degli artigiani). Del resto i calciatori lo hanno capito presto, e hanno cominciato presto a sindacalizzarsi. Billy Meredith, altro leggendario campione del Galles, fondò una prima “Union” dei calciatori nel 1908. In quel periodo Meredith, ex minatore, giocava nel Manchester United e prendeva 4 sterline alla settimana. Oggi un giocatore della stessa squadra guadagna la stessa cifra in pochi secondi.

A partecipare più da vicino alla distribuzione della ricchezza erano i “Manager”. Attenzione, perché in Inghilterra il “Manager” è anche quello che siede in panchina (e che molto spesso riveste anche la funzione di “coach”). Ma non si limita a allenare la squadra, fare la formazione e studiare gli schemi: il Manager è il vero impresario del club: è lui ad acquistare e cedere i giocatori. Questo, almeno, nello schema classico del calcio inglese, impersonificato da alcuni grandi manager che hanno fatto la storia dei loro club: Herbert Chapman (Arsenal), Matt Busby (Man United), Bill Shankly (Liverpool). Alex Ferguson si inserisce nel solco di questa tradizione: non un semplice “mister” (ovviamente gli inglesi non usano questa parola): è il “Boss”. Le sorti della squadra e dell’intera società dipendono da lui. E la proprietà? C’è, ma in una posizione molto più defilata rispetto al modello italiano. Anche se oggi le cose stanno cambiando (ma un caso Berlusconi-Ancelotti deve risultare ancora abbastanza inconcepibile).

I manager scelgono come spendere i soldi dei club: ma i club, i soldi, dove li trovano? Prima della grande invasione degli sponsor, la principale fonte di reddito era lo stadio. Semplice, no? Se compri buoni giocatori e vinci le partite, la gente ti viene a vedere, e paga il biglietto. Se sei una piccola squadra, puoi crescere dei buoni giocatori e venderli alle grandi. (E se riesci a salire su qualche scalino della Coppa d’Inghilterra puoi farti notare meglio…)
Il classico stadio inglese non è né grandissimo né piccolo: diciamo che è più piccolo dei grandi stadi italiani e più grande degli stadi delle nostre ‘provinciali’. Ogni stadio (meno uno) appartiene a un club. Quando una squadra gioca “in casa”, gioca veramente “in casa”. Coabitazioni come quelle di Milan e Inter a San Siro sono inconcepibili: ci vollero i bombardamenti nazisti perché il Manchester United si abbassasse a giocare nello stadio del Manchester City.

Negli stadi inglesi molto spesso si stava in piedi, appoggiati a una ringhiera: se il manager era bravo e la squadra aveva successo, lo stadio si ingrandiva e magari metteva su una grande tribuna coperta. Poi il manager se ne andava e la squadra tornava piccola: la grande tribuna restava il simbolo del periodo d’oro della squadra (è il caso della grande tribuna del Nottingham Forest, intitolata a Brian Clough, che portò la squadra a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni).
Questo tipologia di stadio fu quasi totalmente smantellata dopo gli ultimi tragici incidenti degli anni Ottanta (Heysel, Hillsborough): lo Stato stanziò fondi ingenti per trasformare tutte le gradinate del Regno (le più importanti, almeno) in tribune con soli posti a sedere. Ma le abitudini non si stroncano dall’oggi al domani: all'Old Trafford di Manchester c’è ancora uno zoccolo duro di tifosi che segue le partite in piedi (contrasti con le autorità a non finire).

E in Italia? Le cose sembrano essere andate molto diversamente. La differenza più macroscopica sono gli stadi: nessun club possedeva il suo (a parte, credo, la Reggiana, che per farlo si è trasformata in Spa, ha venduto azioni ai tifosi e poi è quasi subito retrocessa). Di solito gli stadi sono comunali. Eppure le cose non erano sempre andate così: il primo San Siro, per esempio, fu costruito per iniziativa di Pirelli. Ma il modello “un manager – una società – uno stadio” non ha mai avuto successo. Cosa è andato storto?
Probabilmente l’Italia ha cominciato a giocare a calcio quando era una società ancora troppo povera (e contadina). Il calcio è un bene voluttuario: in Italia non c’era abbastanza pubblico, all’inizio. Poi il pubblico è arrivato, ma non aveva a disposizione abbastanza soldi per far girare la macchina. E così il calcio non è mai riuscito a diventare un’economia reale, ma è diventato subito un problema di ordine pubblico. Era la cittadinanza a doversi preoccupare di edificare gli stadi e tenerli in ordine. Era lo Stato (che presto diventa fascista) a doversi preoccupare di garantire agli italiani la loro quota di successi e vittorie: nasce così la nazionale di Vittorio Pozzo veicolo di propaganda del regime.

Non può fare tutto da solo, lo Stato. E infatti lo aiutano i padroni, in puro stile fascista e corporativo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Mussolini non favorisce né la Roma né la Lazio (né il Predappio): intervenire a gamba tesa in un argomento tanto frivolo non era nel suo stile. Ma proprio gli anni ’30 vedono l’affermarsi della grande squadra-tipo italiana: la Vecchia Signora. La Juventus è la squadra di Agnelli che deve piacere all’operaio di Agnelli. L’ultimo Agnelli amava chiamare i giocatori coi nomi dei pittori del Rinascimento. Ci sentivi un muto rimprovero ai tempi: nel Cinquecento un principe come lui avrebbe finanziato artisti veri. Ma oggi la propaganda si fa con un centravanti, non con un affresco.
Non c’è spazio, in Italia, per una vera (e piccola) economia del calcio, come non c’è spazio per una vera libera impresa. Il calcio cresce, in Italia, soffocato dall’abbraccio mortale di politica e capitale. È da subito una questione di rappresentanza, di propaganda. Il nostro calciatore non è un operaio o un artigiano: è ancora e sempre il caro vecchio gladiatore, vezzeggiato e poi massacrato. Il suo ingaggio non ha niente a vedere con l‘economia reale e con quanta gente verrà effettivamente a vederlo: è una spesa di rappresentanza. Si spende tanto perché si deve dimostrare di poter spendere tanto: è la logica dei grandi padroni (Agnelli, Berlusconi, il vecchio Moratti), ma anche dei falliti eccellenti (Tanzi, Mantovani, Cecchi Gori). E' una logica rinascimentale, a cui si somma in alcuni casi quella medievale delle lotte tra i Comuni: una squadra che perde diventa una vergogna per l'intera cittadinanza. Il comune, l'ente pubblico, lo Stato, devono provvedere!

Il risultato è che il Calcio, in Italia, soffre di una cronica mania di grandezza che non ha nulla a che vedere con l'indotto che produce. San Siro è l'unico stadio ad avere aumentato i posti a sedere negli anni Novanta (mentre la tendenza mondiale è alla riduzione). Ma questa pretesa di grandezza ha qualcosa a che vedere con l'economia? Italia '90 ci ha resi più ricchi? I club italiani spendono davvero i soldi che guadagnano? Non saranno, anche loro, enti para-statali, protetti dalle municipalità (che mantengono gli stadi) e dal potere politico?

Gli inglesi hanno inventato uno sport, noi ci abbiamo messo la politica. Ma ci abbiamo messo anche il glamour: abbiamo trasformato il calciatore in un uomo di spettacolo. Deve averlo capito il buon John Charles, che era venuto a fare il suo mestiere (tirare calci a un pallone) e si ritrovò a cantare canzoni confidenziali nelle balere.
Poi (quel che è peggio), gli inglesi ci hanno copiato (ma questo, un’altra volta…)
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L’avete chiesto, l’avete richiesto, e mo’ beccatevi il

Basic Culture Simulator 1.9

Mai più nozioni superflue!


Proust, Marcel
Gay della prima metà del Novecento. Viveva in una stanza foderata di sughero per attutire i rumori. Grandissimo scrittore, mica come certi blog prolissi ed egocentrici.
Intingendo un giorno un pasticcino nel the, Proust trova l’ispirazione per scrivere un’autobiografia in otto volumi, dopodiché muore.
Preferiva le canzonette alla musica classica, come chiunque, ma aveva la faccia tosta di dirlo, per cui quando in società tutti parlano di Brahms e a voi scappa un commento sugli Strokes, potete sempre difendervi tirando fuori Marcel Proust. Forse è per questo che è lo scrittore più amato dai deejay di un certo spessore.


Musil, Robert
Scrittore austriaco della prima metà del Novecento. Nel primo libro parla delle sue esperienze gay in un collegio. In seguito decide di scrivere un colossale romanzo sulla decadenza dell’Impero Asburgico, ma arrivato a metà (più o meno a pagina mille, cioè) si blocca. Nel frattempo (nel 1919) l’Impero Asburgico crolla davvero, di colpo, lasciando esterrefatti centinaia di scrittori che contavano di sfornare romanzi sulla decadenza asburgica ancora per qualche secolo.
Anche Musil si fa prendere dallo sconforto, pubblica i suoi articoli come “scritti postumi di un autore in vita”, è tentato di archiviare il poderoso romanzo, ma i suoi lettori non lo lasciano in pace: si sono sciroppati un migliaio di pagine intense e hanno il diritto di sapere come va a finire. Musil cincischia, tenta la carta del morboso inventandosi una sorella gemella del protagonista, ma anche dopo l’incesto il romanzo non vuole saperne di finire. Almeno credo, perché a pagina duemila mi sono fermato pure io.

In realtà ho tirato fuori Musil soltanto perché non riesco a dimenticarmi la sua definizione di snobismo, letta su un’antologia della quinta liceo che non riesco più a trovare: lo snobismo consiste nell’infilare in una lista di pittori famosi il nome di un pittore sconosciuto ai più. (Funziona benissimo anche con gli scrittori e coi cantanti).

Mi è venuta in mente qualche giorno fa, leggendo il canone occidentale di Scarpa: Catullo, Agostino, Montaigne, Proust, Céline, Henry Miller, Anais Nin, Paul Léautaud… mi chiedevo, per l’appunto: ma chi diavolo è Paul Léautaud? Beh, ecco qui. Bastava un link…

E per oggi con la letteratura abbiamo finito. Che ne dite di un po’ di Storia?

Termopili, Battaglia delle
Strage greca del quinto secolo avanti Cristo: per rallentare le armate persiane, trecento spartani guidati da Leonida (più altri 700 tespiesi di cui nessuno parla mai) si fecero massacrare eroicamente. Se avessero lasciato passare i persiani, probabilmente il re Serse si sarebbe fatto un giro, avrebbe sottomesso formalmente una ventina di villaggi costieri e se ne sarebbe tornato soddisfatto dall’altra parte del mondo.
Invece, mandando al macello sé e mille compagni, Leonida (luogotenente di uno stato fascista basato sulla schiavitù e sulla segregazione razziale) ha ottenuto l’indubbio onore di figurare in tutti i libri di scuola della quarta ginnasio come il salvatore della cultura occidentale. Che nel cinquecento avanti Cristo consisteva già in questo: considerarsi radicalmente superiori agli stranieri, tenere democraticamente gli schiavi lontano dall’acropoli e mandare i cittadini a morire in battaglie sanguinose e inutili.
(Sulle Termopili c’è un bel libro a fumetti, scritto dal più geniale e fascistoide fumettista americano: Frank Miller).

Le battaglie famose sono sempre quelle che finiscono male, ci avete fatto caso? Di solito le Termopili vengono citate dai leader politici che s’imbarcano in imprese disastrose. Per esempio:

Ma lo rifaresti? Bertinotti risponde citando la poesia di Costantino Kavafkis “in onore di coloro che hanno difeso le loro Termopili ben sapendo che i Medi sarebbero comunque passati”. «Se non avessimo fatto il referendum avremmo lasciato libero il campo al rullo compressore di Berlusconi e non si sarebbero accesi i riflettori sull’invisibilità del lavoro dipendente...».

Invece, grazie all’eroica figuraccia del referendum, il rullo compressore di Berlusconi è passato sopra lavoratori e sindacato, e i riflettori sul lavoro dipendente si sono spenti subito. Che dire: Bertinotti è ancora vivo e orgoglioso, pronto a imbarcarci in una nuova gloriosa battaglia.
Almeno Leonida alle Termopili ci lasciò le penne, e la smise, una buona volta, di mandare allo sbaraglio la sua gente.
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Cantico del 25 aprile
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Ehm, allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, una qualche festa ci sarà”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla tranne forse tuo nonno; fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Ma le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso leggeri come angioletti.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassì in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline invisibile dilaghi in valpadana, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario della sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una testimonianza…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”
“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Devo essere allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si più è candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua)
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Tiranno Proletario

Ma questo tiranno efferato, Saddam Hussein, la cui ferocia poteva passare inosservata soltanto in un secolo sanguinoso come il XX, come ha cominciato? Dove ha fatto pratica?
Alla scuola elementare, ovvio. Come racconta Magdi Allam (preso dal volume La guerra di Bagdad de la Repubblica, ma è un estratto del suo libro, Saddam):

La sua maestra ha ricordato di essere rimasta impressionata dalla violenza sadica di Saddam: “Accendeva un fuoco con delle schegge di legno di palma, attorno a lui si raccoglievano gli allievi che marinavano la scuola. Saddam riscaldava la verga di ferro nel fuoco e, non appena vedeva passare un animale di soma, glielo infilzava sotto la pancia o nella parte posteriore”. Con quella verga Saddam si sentiva sicuro e potente.
Grazie alla prepotenza e alla forza bruta, Saddam si distinse precocemente come un piccolo boss locale. Era regolarmente attorniato da uno stuolo di bambini che obbedivano ai suoi ordini…


Il bullo della classe. Ma finché è alle elementari possiamo anche cercare di capirlo, il piccolo Saddam: è orfano di padre. Il compagno della madre, un capobanda detto il Bugiardo, lo considera un “figlio di cane”. Ha passato la prima infanzia in un villaggio di case d’argilla, a bruciare letame per scaldarsi e a rubare galline per mangiare. A dieci anni ha commesso il suo primo omicidio (la vittima è un pastore); quindi è fuggito dallo zio materno, un generale nazistoide che lo ha abbandonato dopo pochi mesi. Quella verga, l’attributo del potere, ha imparato a usarla per scacciare i cani randagi sul sentiero della scuola.

È un figlio (degenere) del popolo, Saddam Hussein, e non ha difficoltà a confessarlo: “Ero padre e madre di me stesso, Saddam era la mia sola famiglia”.
In che modo un ladruncolo di campagna è potuto diventare, in meno di quarant’anni, il tiranno assoluto di una nazione popolosa? Possiamo immaginare che abbia continuato ad agitare la verga di ferro davanti e dietro di sé, su tutti quelli che gli impicciavano il cammino.
Eppure, in un certo modo, la sua storia è la proiezione distorta del sogno democratico, quello che in America si bambini si racconta così: “Studia sodo, e forse un giorno diventerai presidente”. Anche un figlio del popolo, a prezzo di sforzi e sacrifici, può diventarlo. Anche Saddam Hussein, che non brillava negli studi, ma che “in quel periodo” ha imparato “la pazienza, la sopportazione e la fermezza per fronteggiare le prove della vita”.

Ora, uno dei problemi che ci lascia il Novecento, è appunto questo: che mai come in questo secolo i proletari e i borghesi piccoli piccoli hanno avuto la possibilità di prendere in mano le leve del comando. Ma proprio alcuni di questi proletari e di questi borghesi piccoli piccoli si sono rivelati i tiranni più efferati: l’artista squattrinato Adolf Hitler, il supplente Benito Mussolini, il seminarista Jozip Stalin. Forse anche Pol Pot e Kim Il Sung, e altri che non rammento. Gente che si è fatta da sé, che ha scalato la società dai piani più bassi fino alla cima. E che durante questa scalata ha maturato un profondo disprezzo per chi restava sotto: il genere umano.

Tutto questo, nelle democrazie consolidate, non accade più. Nelle democrazie di lunga data, per quanto si continui a consigliare ai bambini di studiare sodo, si riconosce ormai che la classe dirigente è una casta a parte: tanto che spesso i ministri e i presidenti sono figli di altri ministri e presidenti, e nessuno ci trova niente da ridire. Se fosse nato negli USA, Saddam Hussein molto difficilmente avrebbe proseguito a lungo la sua carriera di bullo di quartiere. La società lo avrebbe calmato subito, col Ritalin, o un po’ più tardi, con qualche droga più pesante.

Ed ecco allora due paradossi interessanti:
1) un pastore analfabeta aveva più chances di diventare Presidente nell’Iraq degli anni ’40 che negli USA di oggi. Ma...
2) ...un pastore analfabeta, se diventa Presidente, ha molte più chances di diventare un tiranno che non un figlio di papà cocainomane e alcolizzato.

Ho deciso di chiamarli Primo e Secondo Paradosso di Otis-Findlay, dal nome di due persone (John Hancock Otis e Anthony Findlay) che non sono mai esistite. Sono i titoli di due poesie di Edgar Lee Masters, due lapidi del cimitero di Spoon River. Siccome però è ormai chiaro a tutti che sono un bieco antiamericano, invece di propinarvi il testo originale, stasera li citerò nella traduzione della giovane Pivano:


John Hancock Otis

Quanto alla democrazia, concittadini,
sarete pronti ad ammettere
che io, erede d’un patrimonio, e nato in alto,
non ero secondo a nessuno in Spoon River
nella mia devozione alla causa della Libertà.
Mentre il mio coetaneo Findlay,
che nacque in una baracca e cominciò
come acquaiolo dei ferrovieri,
poi diventò ferroviere a sua volta
e poi capo-reparto, finché raggiunse
la sovraintendenza della Società,
e visse a Chicago,
fu un vero negriero e maltrattò i lavoratori,
un nemico mortale della democrazia.
E io ti dico, Spoon River,
e dico a te, Repubblica:
guardatevi dell’uomo che sale al potere
e una volta portava una sola bretella.



Anthony Findlay

Per tutti, per il paese e per l’uomo,
e per un paese così come per un uomo,
è meglio essere odiati che amati.
E se questo paese preferirebbe separarsi
Dall’alleanza di qualsiasi nazione
Piuttosto che cedere le sue ricchezze,
dico che per un uomo è peggio perdere
il denaro che gli amici.
E strappo la tendina che nasconde il segreto
di un’antica aspirazione:
quando la gente fa chiasso per la libertà
in realtà cerca di conseguire il dominio sui forti.
Io, Anthony Findlay, che giunsi a una tale grandezza
Da umile acquaiolo,
da poter dire a mille persone “Vieni”
e ad altre mille “Va’”,
sostengo che una nazione non potrà mai andar bene,
o fare del bene,
se il forte e il saggio non hanno una verga
da usare sugli stupidi e sui deboli

Quando la gente fa chiasso per la libertà / in realtà cerca di conseguire il dominio sui forti. Hmm. Forse anche Masters è diventato un antiamericano.
Non sai più di chi ti puoi fidare.
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Risposta a Leonardo: non è che per non attaccare Indymedia - che pure qualche filtro lo potrebbe usare, e raccoglie quel che semina: quando Repubblica mise su un forum in cui qualsiasi grafomane frustrato era invitato a dire se Sofri era un assassino o no, io me la presi con Repubblica, e non misi a repentaglio la libertà di stampa - non si deve nemmeno parlare del fatto che ci sia gente così. Va bene fare spallucce e essere uomini di mondo, ma per me la cretineria a queste quote è una notizia. E non siamo tutti cretini uguali, no: c'è gente che non scrive cazzate, gente che non le pensa, gente che non mette su forum sicari, gente che non ne strilla i contenuti in home page, gente che non è senza peccato, ma ci sta attenta).

Saloon Indymedia

Risposta (un po’ tardiva) a Wittgenstein:
sicuramente non siamo tutti cretini uguali, ma da ogni parte ci sono cretini, e alla fine si tratta di scegliere quali cretini tollerare, e quali no.
Detto questo, io non difendo Indymedia perché è libertaria (discutibile) perché è il sito del movimento (discutibile), perché ha contenuti interessanti (qualche volta).
Io difendo Indymedia perché fa open publishing, e l’open publishing è internet, allo stato puro. E io adoro internet, adoro l’open publishing, adoro essere qui nella parte dello sfigato qualunque a discutere pubblicamente con un giornalista di fama nazionale, grazie a internet. E pazienza se il prezzo da pagare per la mia libertà di parola è il dilagare di forum rissosi e trucidi.

Se chiedessi un filtro per Indymedia lo dovrei chiedere anche ai gestori di blogspot, di splinder, e di tutti i concessori di server del mondo. Dovrei chiedere la chiusura di Internet al personale non autorizzato. Non posso farlo. Ho deciso che Internet mi va bene com’è: uno spazio libero nel bene e nel male, uno spazio ancora largamente ignorato dalla legge. Un far west, più che un’utopia.
Un far west popolato non soltanto da attivisti indomiti e selvaggi, ma per lo più da cretini. Per te è una notizia. Per me no, è una banalità. Il mondo è pieno di cretini, che progressivamente stanno scoprendo internet, quindi il fenomeno è destinato ad aumentare. La maggior parte di costoro non diventano più intelligenti grazie all’open publishing (ma una piccola parte sì). Se trovano un luogo di discussione (un saloon, per restare nella metafora), il loro primo impulso è entrare in cesso con un pennarello e scrivere parolacce sullo sciacquone. Perché? Misteri dell’uomo.

Dopo un po’ arriva un giornalista, saluta tutti, entra in bagno ed esce scandalizzato: sullo sciacquone qualcuno ha disegnato una stella di David! Ma che locale è mai questo? Ma non ci vergognamo?
A questo punto non c’è da sorprendersi se i tizi al bancone alzano le spalle. Perché, d’accordo, è un fatto spiacevole, ma qui non siamo in una redazione di un giornale o di un organo di partito: siamo mille miglia lontano. È giusto lamentarsi con Repubblica per un forum infelice: Repubblica è un quotidiano d’informazione e ha il dovere di proporre contenuti di qualità. Indymedia no. Nasce con altri scopi.
Poi, se proprio insistete che ci vogliono regole, beh, qualche regola effettivamente c’è. C’è un vecchio cartello che dice che i messaggi razzisti, sessisti e fascisti verranno occultati. Ma il problema è che il newswire si aggiorna in tempo reale (è utile soltanto per questo motivo). Per cui, se ci dite che avete trovato una brutta scritta sul muro, noi andiamo di là e la cancelliamo.
Se però quella scritta riappare cinque minuti dopo, e ricancellata ricompare una terza volta, è chiaro che non ci troviamo più di fronte a semplice cretineria. È il caso del messaggio “Annunziata non è neanche giudea” che hai citato tu: è stato cancellato e qualcuno l’ha rimesso, tre o quattro volte. Insomma, c’è qualcuno che gioca sporco. Come si addice a un far west, del resto.

Io credo che una democrazia matura non dovrebbe troppo preoccuparsi dal fenomeno delle scritte sui muri (anche perché chi scrive sui muri di solito non uccide nessuno). Il problema è che noi non viviamo in una democrazia matura, bensì in Italia, dove qualsiasi sfregio su un muro o su internet può tornare utile nel grande Gioco della Strumentalizzazione. Dove (per fare un esempio bastardo) in occasione della morte di Stalin il partitino dei nostalgici stalinisti (che affigge spesso i suoi proclami nel saloon di Indymedia, nell’ilarità generale) può ritrovarsi ospitato in prima serata su un programma televisivo serio, ed essere trattato dai moderatori con più condiscendenza di quanta di solito gli riservi la marmaglia del saloon. Come può succedere questo? Dabbenaggine dei conduttori? Non posso crederlo.
Credo piuttosto che un certo tipo di cretineria (non tutta la cretineria), un certo tipo di merda (non tutta la merda), faccia comodo a qualcuno. E a questo punto rispondo anche a Cesare, che scrive:

Se certi toni o un certo linguaggio fossero usati su un sito di destra non grideremmo tutti, istintivamente, all'antisemitismo, senza se e senza ma?

Caro Cesare, purtroppo no.
Se “certi toni e un certo linguaggio” fossero usati su un sito di destra, noi non ce ne accorgeremmo neppure. Solo la merda di sinistra fa notizia. Quella di destra no. Non ci credi?

Leggi un po’ qui:

Bah è giusto che quel tizio non dovrebbe stare in RAI, ma c'è anche da dire che dovrebbero buttare fuori il negro che dirige il TgR su rai 3 del Lazio...

Un ebreo come direttore della RAI, guarda caso. Sempre i posti meno importanti finiscono per occupare, quegli arrampicatori sociali...

Ancora mi chiedo come si può onorare Paolo Mieli, che è un Ebreo alla ricerca di notorietà, od onorare [Massimo] Fini, che è un Intellettuale con nessun fattore di spicco, tra l'altro di sinistra...

Meno Male che è uscito di scena.. un presidente ebreo, che prendeva così tanti soldi...ed ex sessantottino.. era impossibile pagare il canone.


Che cos’ho fatto? Niente di che. Sono andato in un sito di estrema destra (ce ne sono tanti) e ho pescato un po’ di frasi antisemite scritte sul forum nei giorni del caso Mieli. Naturalmente ho ignorato i messaggi sopra o sotto, dove altri attivisti prendevano le distanze, perché sono un furbetto.
Beh? Vi sembra uno scoop?
No, non credo. Adesso che ci pensate, vi rendete conto di aver sempre saputo che su internet ci sono anche contenuti antisemiti, neofascisti, neonazisti, ecc.. Ci sono perfino blog che fanno un po’ di propaganda revisionista.
È triste, sì, ma di solito nessuno si mette a spulciare queste cose.
Invece una stella di David su Indymedia finisce sui giornali e alla radio. Perché?
Perché Indymedia, evidentemente, dà più fastidio di tutti i siti d’estrema destra messi assieme. Ma a chi?
A me no.

Ora potrei decidere di fare così: per ogni sconcezza che trovate su Indymedia, pescarne una su un sito di estrema destra. Probablimente vincerei la partita, ma perderei la dignità.
Secondo me la battaglia per la qualità su Internet non si combatte così, ma portando nel saloon contenuti di qualità. È quello che di solito cerco di fare. Per cui mi scuso della polemica (mi scuso anche coi fascisti che ho disturbato mentre discutevano) e passo oltre. Grazie per l’attenzione (e sì, potevo anche rispondere un po' prima).
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