Marina e l'invidia del saio

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18 giugno – Santa Marina di Bitinia, travestita

Non so di chi sia,
è convenzionale ma
è la rappresentazione più
 androgina che ho trovato.
[2013] Santa Marina vergine visse in Bitinia o da qualche altra parte, tra il terzo e l’ottavo secolo, una vita pia e abbastanza noiosa come capita alle monache, con un’importante eccezione: Marina la visse in un monastero maschile, col nome di “Marino”. Orfana di madre, Marina si nascose nel saio per restare vicina al padre che aveva deciso di entrare in un monastero. Come eccezione non è nemmeno così eccezionale: di sante travestite, soprattutto in area bizantina, ne fiorirono diverse. Santa Eufrosina, Santa Matrona, Sant’Anna, Santa Eugenia, Sant’Anastasia (che aveva fatto perdere la testa a un imperatore e si nascondeva dalle ire della di lui moglie), Santa Teodora, e chissà quante altre, l’invidia del saio era insomma una patologia diffusa e non c’era probabilmente monastero senza la sua mascotte. Un sistema per scansare i sospetti era dichiarare di essere eunuco; questo poteva spiegare la voce acuta e la difficoltà a far crescere una barba monacale. Sempre che ce ne fosse il bisogno. Nel caso di Marina, il travestimento fu così efficace che la santa fu accusata di aver messo incinta una cameriera. 

L'episodio un po’ boccaccesco fece il giro del mediterraneo e ci è arrivato in dozzine di versioni diverse. In sostanza, il giovane Marino/Marina, già stimato da tutti i confratelli per la rettitudine e le virtù eccetera, viene inviato da qualche parte insieme con una delegazione di monaci. Nella locanda dove pernottano, un soldato giunto nottetempo stupra la figlia dell’oste. Quando i genitori se ne accorgono è troppo tardi, il soldato è già tornato alla tenebra donde è venuto, e la fanciulla è disonorata per sempre. L’unica è incolpare qualcun altro; in questo sono fortunati, perché Marino, l’irreprensibile Marino, denunciato davanti al suo superiore, non osa difendersi. Anzi, a un certo punto confessa la sua impossibile colpa. In questo possiamo ravvedere il masochismo tipico del folle di Dio, che decide di caricarsi delle colpe degli altri, ma anche un atteggiamento più prosaico: Marino aveva ben altro da temere che un’accusa di violenza sessuale, robetta. Al risarcimento ci avrebbe pensato il monastero. Quello che rischiava veramente, Marino/a, era il rogo per travestitismo: indossare indumenti non confacenti al proprio sesso era peccato mortale, e mille anni dopo sarebbe stato ancora il cardine di tutto il processo-farsa a Giovanna d’Arco. Marina insomma è una peccatrice, che diventa santa proprio in quanto peccatrice: una contraddizione che si spiega soltanto se immaginiamo la sua storia all’incrocio tra due civiltà diverse.

Il Vangelo di Tommaso prometteva il Regno dei Cieli a “ogni donna che si farà uomo” – ma fu escluso abbastanza presto dai testi canonici. Quando la storia di Marina comincia a diffondersi nel Mediterraneo, il cristianesimo è già una cultura egemone che aspira prima d’ogni cosa all’ordine: donne e uomini se ne stiano al loro posto. Ma il nocciolo della storia contiene ancora l’anima del cristianesimo degli inizi, una setta di folli che in attesa di una fine imminente avevano abolito la proprietà e le differenze di ceto e di genere. Marina nel frattempo deve abbandonare il monastero, ma pazienza: basta trasferirsi lì nei pressi, vivere rettamente e aver pazienza, prima o poi l'avrebbero riaccolto/a – figurati se lo bandiscono a vita per uno stupro, uno stupro solo? figurati.

Nove mesi dopo, la sorpresa.

Marino/a si trova un fagotto davanti alla porta di casa. Non le resta che improvvisarsi padre. Con che latte? Qui le versioni divergono: chi s’immagina una miracolosa montata lattea nella vergine-monaco, chi suggerisce che il latte glielo portassero i pastori. Preferisco quest’ultima: mi lascia il sospetto che una storia del genere possa essere capitata davvero. Marina cresce il figlio non suo come un padre, avviandolo ovviamente alla carriera monacale; e ovviamente se lo porta con sé quando i confratelli decidono di riammetterlo, a tre anni dal fattaccio. Continuerà a mostrarsi un esempio di rettitudine e virtù per il resto della sua esistenza; il suo segreto sarà scoperto soltanto quando i monaci ne spoglieranno il cadavere per pulirlo. Questo aspetto della storia a un certo punto divenne un po’ scabroso (monaci scoprono vagina in un cadavere), sicché nacque la variante del biglietto: prima di morire Marina avrebbe lasciato scritto: “sono una donna, ciao, non fate troppi pettegolezzi”, o qualcosa del genere. Noi ovviamente preferiamo la scena in cui i monaci si trovano davanti alla vagina di un cadavere:

“Ehi, aspetta, ma l'affare dov'è?”

“Non capisco. Forse è molto piccolo”.

“Pure pare lo sapesse usare”.

“Zitto! Cerca bene, dev’esserci”.

“Ma succede così quando muori? Ti si ritira?”

“Miracolo!”

“Ma sta’ zitto! Questa è una vagina”.

“Che cosa?”

“È una vagina, ti dico”.

“Fratello, non può essere!”

“Invece è così”.

“Come fai poi a esserne così sicuro?”

“Ne... ne vista una, da ragazzino a Tessalonica”.

“A Tessalonica?”

“Da ragazzino. Quella. È. Una. Vagina”.

“Io non sarei così sicuro, fratello, di quel che hai visto da ragazzino in un bordello a Tessalonica”.

“Ehi, ritira quello che hai detto”.

Segue rissa. Per cercare di disbrigare il bandolo, i monaci tornano alla locanda fatale. L’oste cade dalle nuvole; la figlia invece confessa durante una crisi isterica, o come si diceva allora, esorcismo. San Marina è patrona delle gravidanze difficili, dei genitori non standard, e si invoca per far sgorgare l’acqua o il latte. Il nome l’ha resa molto popolare tra i marinai, i monaci del mare, anche loro spesso inclini a favoleggiare di fanciulle travestite, compresse in abiti da mozzo. Dopo il crollo dell’Impero Bizantino, Venezia ne volle a tutti i costi le spoglie e le trovò, ma non fu sempre un’ospite all’altezza.
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Il terzo (o il quarto?) segreto di Fatima

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13 maggio - Madonna di Fatima.

[2012]. 31 anni fa oggi, a Piazza San Pietro Mehmet Ali Ağca sta per sparare il terzo colpo (o il quarto), quando una suora e un addetto alla sicurezza del Vaticano lo atterrano. Stacco. Dieci giorni prima, un monaco trappista dirotta un Boeing 737 in Normandia e minaccia di dar fuoco all'aeroplano se non gli viene rivelato il Terzo Segreto di Fatima. Stacco. Il Papa Buono dietro una scrivania tiene in mano una busta. C'è scritto, in portoghese: per ordine di Nostra Signora aprire nel 1960. La mano trema. Stacco. Una folla radunata in un villaggio: siamo nell'ottobre 1917, quindi le immagini sono in bianco e nero, tranne che all'improvviso il sole esplode in una supernova arcobaleno. Stacco. Karol Wojtyla parla dal balcone, la sua voce fuori campo annuncia: "gli oceani annegheranno intere sezioni della terra... da un momento all'altro milioni di persone periranno... però non abbiate paura". Dissolvenza incrociata: la statua della Madonna di Fatima, zoom sulla corona, una voce fuori campo: "Perché il Papa non ci volle consegnare la terza pallottola? Oggi magari sapremmo che Ağca non era il solo killer". Zoom sulla corona dorata, ehi, ma quella... sembra proprio una pallottola! Dissolvenza incrociata. Un uomo in bianco sale su una montagna cosparsa di cadaveri, dispensando benedizioni con fare allucinato. Una voce simile a quella di Joseph Ratzinger, fuori campo, dice: "Chi leggerà con attenzione... resterà presumibilmente deluso o meravigliato". Titolo: IL QUARTO SEGRETO DI FATIMA. PERCHÉ LA CHIESA NON VUOLE RIVELARLO? Ecco. Io una puntata di Voyager sulla Madonna di Fatima la lancerei così. E voi probabilmente avreste già cambiato canale da un pezzo. Va bene, ricominciamo.

Il terzo segreto di Fatima è stata l'apocalisse Maya della mia generazione - il solo nominarlo causava a preadolescenti di educazione cattolica autentici brividi di terrore. Considerate le coincidenze: Ali Ağca (in seguito preferì accreditarsi come "Gesù Cristo il Messia") sceglie per sparare a Papa Wojtyla, di tutti i giorni possibili, il 13 maggio, anniversario della prima apparizione della Madonna ai bambini di Fatima. Un anno dopo (12/5/1982) il Papa, salvo per miracolo, si trova appunto a Fatima, quando il sacerdote spagnolo don Juan María Fernández y Krohn tenta di trafiggerlo con una baionetta. Per don Juan, Wojtyla era un agente di Mosca. Per molti ancora oggi l'uomo di Mosca era Ali Ağca - con o senza intermediazione bulgara. I russi, ma anche la CIA, i Lupi Grigi, i cardinali invidiosi, qualsiasi ente tirato in ballo da Cristo-Ağca nelle settecento versioni che ha fornito. Tutte dotate di qualche grammo di verosimiglianza: i Lupi Grigi erano terroristi laici, senza pregiudiziali, che per soldi potevano far lavoretti per chiunque. Per conto loro avevano messo su un fiorente traffico di stupefacenti che li aveva messi in contatto con tutte le criminalità organizzate d'Europa.


Suor Letizia, quella che ha buttato giù il Lupo Grigio. Alla grande, sorella.

La guerra fredda, nella sua fase finale: il rush della corsa agli armamenti, gli euromissili sepolti sotto le nostre biolche di onesti coltivatori padani, puntati anche verso la Bulgaria. Per chi cresceva negli anni Ottanta, l'apocalisse nucleare era un'opzione. Non dico che ci pensavi tutti i giorni, ma ci pensavi. A scuola ti mostravano The Day After. A catechismo ti parlavano della Madonna di Fatima. Dei meravigliosi doni che aveva fatto ai tre pastorelli portoghesi: per esempio, aveva mostrato loro l'inferno. E consegnato informazioni riservate sulla fine del mondo, con una speciale attenzione per l'Unione Sovietica. Poi li aveva richiamati a sé, due su tre, facendoli morire ancora bambini durante un'epidemia, in modo piuttosto doloroso. La terza viveva semisepolta in qualche convento iberico, e conservava l'immagine specchiata di cose di là da venire.


 Lucia dos Santos (dieci anni) tra Jacinta Marto (7) e Francisco Marto (10), al tempo delle apparizioni (1917). Francisco sarebbe morto di spagnola nel 1918, Jacinta due anni dopo.

Però la cosa che davvero mi agghiacciava era il matto che aveva dirottato il Boeing 737. Si era cosparso di benzina ed era andato a trovare i piloti con un accendino in mano. All'inizio aveva chiesto di farsi scaricare in Iran - era un volo Dublino-Londra, figuratevi, il posto più vicino all'Iran a disposizione era il primo aeroporto di qua dalla Manica. Quando atterra, ai negoziatori chiede che gli sia rivelato il Terzo Segreto, quello che solo pochi alti prelati conoscono. Dieci ore dopo i francesi mandano le teste di cuoio. È facile immaginare che nel frattempo fosse stata consultata la Santa Sede, la quale doveva aver risposto: meglio di no. Cosa c'era di così orribile in quelle quattro paginette scritte a mano, da rischiare piuttosto l'esplosione di un Boeing 737 pieno di passeggeri? È chiaro che un ragazzino di quell'età si fa subito venire in mente cose tremende. Poi crescendo uno all'apocalisse smette di pensarci tutto il tempo - si diventa razionali, direte voi - in realtà no, il contrario, a un certo punto gli ormoni cominciano a pompare e dei dieci anni successivi ho vaghi ricordi, mi sembra di aver pensato al sesso tutto il tempo. Quando hai 16, 17 anni, anche se ti dicono "fine del mondo", tu non pensi più agli euromissili e al segreto di Fatima, tu pensi Dai, è la volta che si scopa. Cioè, se non stavolta vuol proprio dire che mai.

Questa fase diciamo endocrinosofica della mia esistenza era già in gran parte terminata quando nel 2000 fu finalmente svelato il segreto che mi aveva terrorizzato da bimbo. Come aveva previsto Joseph Ratzinger (allora prefetto della Congregazione per la Difesa della Fede) rimasi deluso. Ma neanche tanto, in fondo è come vedere Belfagor da adulti, o ritrovare lo scivolo altissimo che ti terrorizzava all'asilo, in tutti i suoi due metri di orrido splendore. Tutti i brividi che hai provato ti lasciano giusto una punta di malinconia, come sentire il freddo sotto un'antica otturazione. Ormai sei grande, se ti dicono "fine del mondo" pensi Dai, allora stasera non correggo i compiti... Il terzo segreto di Fatima è il seguente.

Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco, “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.

Chissà poi perché tanta paura.

Tutto qui? Tutto qui. Per carità, c'è di che stare in ansia: massacri, martiri, un Papa assassinato, innaffiatoi di sangue. E allora perché non fa più paura? Perché, dopo anni di speculazioni, appena lo abbiamo letto ce lo siamo dimenticato? Forse perché nel frattempo siamo cresciuti. O forse non fa più paura proprio perché adesso lo conosciamo; la cosa veramente terrorizzante era quella busta chiusa, quell'avvertimento: non aprire prima del 1960. Un segreto ben custodito fa paura, una profezia divulgata dopo pochi minuti suona già falsa come l'oroscopo di ieri. Fu Umberto Eco il primo a far notare che il "segreto" era un collage di immagini dall'Apocalisse di San Giovanni: e in fondo, notava lo stesso Eco, Ratzinger con molto tatto aveva scritto la stessa cosa. Sopra Ratzinger però c'era Wojtyla, e Wojtyla aveva fatto incastonare la terza pallottola di Ağca nella corona della Madonna di Fatima. Un modo per sottrarla alle attenzioni degli inquirenti? Forse, però se davvero avesse voluto occultarla, non avrebbe scelto una posizione così in vista. Prima o poi qualcuno andrà lì con qualche strumento di ultima generazione e riuscirà a capire se la pallottola è uscita o no dalla pistola di Ağca. E se avesse avuto un complice? Cambia qualcosa? C'è un mafioso che a Borsellino ha detto di aver seppellito la sera stessa un terrorista turco in un orto fuori Milano, che due compagni avevano prelevato a Roma per ordine di un mafioso bulgaro per fargli poi fare "la fine dell'asino", che "si usa fino a che serve, dopo, quando non serve più, si uccide!" Salvo che il cadavere non si è mai trovato. C'è che in cella ci si annoia e allora si leggono i classici, ognuno il suo: San Giovanni per suor Lucia, Mario Puzo per il mafioso, e fuori c'è sempre qualcuno vuole sapere se hai studiato e ogni tanto ti fa interrogare.

La pallottola è nella corona, dicono.

I tre segreti di Fatima sono in realtà un'unica rivelazione che suor Lucia ebbe il 13 luglio 1917, a dieci anni, durante il terzo degli incontri con la Signora di bianco vestita. Quando su invito dei superiori decise di metterli per iscritto ne aveva quasi quaranta. Il sole rotante e tutti i prodigi di quegli anni dovevano essere ormai un ricordo al di là della nostalgia, come lo scivolo dell'asilo o Belfagor, o la paura degli euromissili. È impossibile per me parlare di queste cose senza mescolare i labili ricordi originali con tutto quello che ho letto e ascoltato e visto negli anni successivi - tutta la cultura che ho ammucchiato sopra i miei choc d'infanzia. Belfagor, per dire, non sono nemmeno sicuro di averlo visto. Qualsiasi cosa suor Lucia vide veramente, non è rimasta indenne dal contatto dei libri che ha letto negli anni del convento - del resto era stata la stessa Signora a ordinarle di studiare. Suor Lucia infatti ha studiato, e si vede. Il primo segreto - la visione dell'inferno - è Teresa d'Avila. Il secondo segreto, col quale la Madonna di Fatima si dà alla politica internazionale prevedendo con tre mesi d'anticipo la rivoluzione d'Ottobre e chiedendo la consacrazione della Russia al suo Sacro Cuore - è Santa Margherita Maria Alacoque, roba da intenditori. La veggente francese nel Seicento aveva disperatamente tentato di raggiungere il Re Sole per chiedergli la consacrazione della Francia intera a una cosa che a quel tempo non si capiva ancora bene cosa fosse, una pompa cardiaca raffigurata in modo ormai anatomicamente corretto, sormontata da una croce e aggrovigliata da una corona di spine: il Sacro Cuore di Gesù che sanguina per i peccati dei francesi. Il Re Sole non aveva mai dato udienza e così Gesù dopo un secolo aveva mandato la Rivoluzione Francese. Sostituisci alla Francia la Russia zarista, il cuore di Maria al cuore di Gesù, e il Secondo Segreto si scrive da solo. Comunque:

Avete visto l'inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un'altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa.

Immaginare una guerra "ancora peggiore" della prima mondiale non doveva essere così difficile, nel 1941. La "notte illuminata da una luce sconosciuta", lo affermava Lucia stessa, era un riferimento all'eccezionale aurora boreale nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 1938. Tuttavia la veggente, con tutto che s'impegna, non è un'esperta di geopolitica e commette un errore imbarazzante, che in seguito cercherà di emendare. Dal suo convento del profondo Portogallo salazarista probabilmente la guerra in corso le sembra davvero un'iniziativa della Russia demoniaca contro il mondo: la Storia però la scrivono i vincitori, e noi oggi abbiamo di quella guerra un'opinione ben diversa, che vorremmo condivisa anche dalla Madonna di Fatima. E infatti più tardi, molto più tardi, suor Lucia scriverà che il secondo segreto riguardava

lo scoppio di una guerra atea, contro la fede, contro Dio, contro il popolo di Dio. Una guerra che voleva sterminare il giudaismo da dove provenivano Gesù Cristo, la Madonna e gli Apostoli che ci hanno trasmesso la parola di Dio ed il dono della fede, della speranza e della carità, popolo eletto da Dio, scelto fin dal principio: "la salvezza viene dai giudei".

Sono parole commoventi, soprattutto nei confronti dei giudei, salutati come il popolo eletto. Magari se le avesse messe per iscritto nel 1941 - e non in un documento pubblicato postumo nel 2005 - Pio XII avrebbe avuto qualche motivazione in più per contrastare il genocidio in atto. Invece, purtroppo, il secondo segreto di Fatima racconta di una seconda guerra mondiale scatenata dalla Russia e non fa nessun cenno al genocidio degli ebrei. Il fatto è che con le profezie bisogna andarci piano, anche quando sono divulgate post eventum, e la Congregazione della Fede lo sa. Suor Lucia aveva già toppato col secondo segreto, quante possibilità c'erano che ci azzeccasse col terzo? Probabilmente la busta chiusa "da aprire solo dopo il 1960" se ne sarebbe rimasta in un archivio per sempre, e a parte qualche ufologo flippato tutti ce ne saremmo dimenticati presto - se Ali Ağca, di tutti i giorni del calendario, non avesse scelto proprio quel 13 maggio. Wojtyla era già devotissimo alla Madonna prima, dal 14 in poi fu Tutto Suo. Nel corso di pochi anni i due veggenti morti bambini furono canonizzati, la Russia fu consacrata al Sacro Cuore di Maria secondo le indicazioni di Suor Lucia; la corona della Madonna di Fatima si adornò di una pallottola; e Wojtyla divenne il papa più famoso di tutti i tempi, con uno slogan ("non abbiate paura") che a me a dire la verità ha sempre fatto un po' paura.

Non metto in discussione la trovata geniale: quando Wojtyla si mise a dire che bisognava Varcare la Soglia della Speranza, molta gente in giro per il mondo non si ricordava neanche più cosa fosse quel peso sullo stomaco, quella morsa alle tempie: ecco cos'era, finalmente qualcuno non aveva paura di ricordarcelo: avevamo paura. Vivevamo nella paura, e ci era così familiare che ormai la davamo per scontata come una tabe ereditaria, io da bambino guardavo il cielo e ogni scia chimica per me era un potenziale SS20 con testata innescata. Wojtyla non mi ha mai veramente convinto, però posso capire quanta forza potesse avere un messaggio del genere: non abbiate paura. Ma perché non dovevamo averne? Su questo il Santo Padre non era mica tanto chiaro, al punto da farmi pensare al genere di persone che gridano "niente panico" alla folla. Per esempio, il personale di volo durante un disastro. Forse il "non abbiate paura" di Wojtyla era esattamente questo, un professionale "niente panico" rivolto ai passeggeri di un mondo che stava precipitando nelle fiamme della terza guerra mondiale: non abbiate paura, tanto andrà così e non c'è nulla che possiate fare.

Il quadro raffigurante il Terzo Segreto approvato da suor Lucia.

C'è un'intervista tedesca, pubblicata nell'ottobre del 1981 (dopo l'attentato) ma che sarebbe stata rilasciata nel 1980 (prima dell'attentato): il perché ci sia voluto un anno a pubblicarla non lo so. Comunque in quest'intervista un Giovanni Paolo di fresca nomina commette un'imprudenza che in seguito non ripeterà più: richiesto di parlare del Terzo Segreto, spiega:  "Se c'è un messaggio in cui si dice che gli oceani annegheranno intere sezioni della terra, e che da un momento all'altro milioni di persone periranno... non c'è veramente nessun motivo di voler pubblicare questo messaggio. Molti vogliono conoscerlo per pura curiosità, o per il gusto del sensazionalismo, ma dimenticano che "sapere" implica anche per loro una responsabilità. È pericoloso soddisfare una curiosità se sei convinto che non possiamo fare nulla per una catastrofe che è stata predetta". La traduzione dall'inglese è mia, miei i corsivi: sono veramente contento di non aver mai letto a 12 anni questa intervista in cui il mio Papa, miracolosamente sopravvissuto a un attentato, diceva papale papale che se sei convinto che l'aereo è spacciato e non puoi farci nulla, è inutile mettersi a soddisfare le morbose curiosità dei passeggeri. Negli anni successivi anche il più prudente Ratzinger confermò il carattere apocalittico della rivelazione. Però quando nel 2000 Wojtyla decise di divulgarlo, Ratzinger lo scrisse: molti si sentiranno delusi. "Nessun grande mistero viene svelato; il velo del futuro non viene squarciato".

Alla fine è la stessa delusione che ti assale alla fine di un film horror: la locandina ti terrorizzava, pensavi che non avresti retto la visione... poi a un certo punto le luci si accendono, ti guardi intorno, hai perso un'ora e mezza per vedere cinque fotogrammi imbrattati di sangue finto e qualche maschera di gomma, e in tasca hai diecimila lire in meno. La delusione di vedere Belfagor da grandi: ma come faceva a far paura? E lo scivolo dell'asilo, eccetera. Molti non ci stanno. Non è vero. Questo non è il vero scivolo, è stato sostituito. Questo non è il vero film di paura che mi avevano detto gli amici, l'avrà censurato qualcuno, maledetta censura. Questo non è il vero Belfagor, andate a cercare negli archivi Rai perché quello vero mi faceva venire gli incubi. C'è un complotto, un'organizzazione segreta che modifica l'arredamento degli asili e censura i film e sostituisce gli sceneggiati francesi nelle teche Rai. E il terzo segreto di Fatima non è il vero terzo segreto. È stato censurato, sostituito. Quello vero fa ancora paura. Quello vero è davvero indicibile. Questo tipo di voci comincia a girare già nel 2000, facendo sdegnare un giornalista di provata fede come Antonio Socci. Però col tempo il dubbio di insinua in lui come un tarlo. Possibile che sia tutto qui, il terrore della mia infanzia? E come si spiega quella vecchia intervista a Wojtyla? E quella frase al termine del Secondo Segreto, "In Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede, ecc.", che non è ripresa all'inizio del Terzo? E il foglietto originale, non era in quattro facciate? Perché quello pubblicato sembra un foglio solo. Eccetera. Tutto sembra portare verso una sola conclusione: Ratzinger e Wojtyla hanno truccato le carte. Esasperati dal dover sempre rispondere alle stesse domande sul Terzo Segreto, a un certo punto ne hanno "divulgato" una parte, ma non quella fondamentale. Così, insomma, il segreto della nostra infanzia è salvo! E possiamo anche cominciare a terrorizzare i nostri figli, se ne abbiamo.

Peraltro io sono abbastanza d'accordo - non su terrorizzare i nostri figli, no, ma sul fatto che il testo del terzo segreto abbia subito un robusto lavoro di editing. La frase con cui probabilmente iniziava, "in Portogallo si conserverà sempre il dogma della fede", è lessicalmente infelice: la fede non è propriamente "un" dogma, e di "dogmi di fede" ne esistono tanti. Insomma, suor Lucia faceva quel che poteva, ma era una veggente, non una teologa omologata. Che gusto c'è a dirigere la Chiesa cattolica se non puoi rieditare le profezie dei tuoi fedeli? E c'è un'altra possibilità, alla quale Socci e i gli altri fatimiti complottardi non hanno pensato - probabilmente perché non sono programmati per farlo. Forse il terzo segreto autentico rimane indicibile per il semplice motivo che non si è realizzato - così come non si era realizzato il secondo. Mettiamo che fosse una profezia di fine di mondo, come ai veggenti piace fare. Mettiamo che Wojtyla, dopo tre pallottole e un attacco alla baionetta, fosse incline a crederci, mentre invece Ratzinger no. A me viene già in mente la data perfetta: il 13 maggio dell'anno che più di tutti da bambino mi terrorizzava: il 2000. Quei due a un certo punto si saran detti: se il mondo deve proprio finire nei termini verbalizzati da suor Lucia, non diciamolo a nessuno, tanto è inutile. Ma se quel giorno non succede niente, prepariamoci un piano B. Il 13/5/2000 il mondo non è effettivamente finito: lo stesso giorno però Wojtyla ha beatificato Francisco e Jacinta Marto, e ha divulgato il terzo segreto cattolicamente corretto.

Nella sua versione del 2000, il Segreto è inattaccabile: parla di una futura persecuzione del clero cattolico, forse in parte già iniziata. Nessuno pensa più alla terza guerra mondiale, ormai, tutti hanno in mente l'offensiva laica mondiale contro il diritto alla vita, la sana famiglia eterosessuale eccetera. Ratzinger stesso lascia intendere che la Chiesa potrebbe essere punita per i propri peccati, per la "sporcizia" che il pontefice ha esplicitamente stigmatizzato, alla terza o quarantesima accusa di coprire i preti pedofili. In sostanza il terzo segreto può significare qualsiasi cosa, come una quartina ben tornita di Nostradamus, o l'oroscopo di domani. E anche questa idea che non tutto sia stato detto, che da qualche parte ci sia un quarto segreto... a suo modo torna utile. Pensate quando saremo a gennaio 2013, e nessuno potrà più rivendersi la profezia Maya: l'industria della fine del mondo avrà bisogno di qualche nuovo spunto. Magari Giacobbo ci sta già lavorando. Ecco, magari tra sei mesi fateci caso, se su Voyager o Mistero non passa un filmato simile a quello che vi ho raccontato io all'inizio. E se lo vedete - se la mia profezia si avvera - voi non cambiate canale, ma ditelo subito ai vostri bambini, che il terzo o il quarto segreto di Fatima non vogliono dire nulla, che è solo una favola riciclata in mancanza di meglio da gente che vuole venderti un libro o un altro film sulla fine del mondo. Diteglielo subito, non aspettate che siano i bambini a chiedervelo, perché i bambini a volte si vergognano, non vi dicono niente, hanno degli incubi per anni, se li tengono per sé. Lo scivolo dell'asilo ci mette decenni a rimpicciolire, Belfagor è ancora da qualche parte nell'ombra dietro un comodino, e sotto le nostre case di onesti coltivatori, dormono pazienti gli euromissili, per svegliarli basterebbe premere un pulsante. Ma va tutto bene, non c'è nulla di cui aver paura. Accendete la luce, diteglielo, dategli un bacio.

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Hai mai visto il mio ippopotamo?

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Ci conosciamo?
10 maggio - San Giobbe, personaggio letterario (600 a.C:?) 

[2012]. Nelle seconde file del calendario cattolico, accucciati dietro le spalle di santi più ordinari per non dare troppo nell'occhio, ci sono personaggi incredibili. Per esempio c'è Edipo - in realtà non proprio Edipo, un Edipo tarocco made in Ungheria, lo abbiamo visto, e c'è Buddha, un'altra volta spiegheremo magari cosa ci fa Buddha. Ma il più incredibile secondo me è Giobbe. Come abbia potuto ritrovarsi il protagonista del libro di Giobbe nel martirologio della Chiesa cattolica nello stesso giorno di Sant'Alfio, San Filadelfio e San Cirino, onestamente non lo so. Giobbe non è un profeta e non è un patriarca in senso stretto, non è nemmeno chiaro se sia un ebreo (il suo Dio però è chiamato proprio JHWH). Il suo libro omonimo è uno dei capolavori letterari dell'Antico Testamento - anche se non si armonizza molto bene con quella collezione di leggende ancestrali e antiche cronache redatte alla benemeglio. Anche Giobbe forse all'inizio poteva essere un mito, una fiaba, ma si capisce che a un certo punto uno o più scrittori ci hanno rimesso le mani. E almeno uno di loro doveva essere bravo davvero, perché la Genesi parla di Abramo, l'Esodo di Mosè, ma Giobbe parla ancora di noi, dopo tremila anni. E contiene anche la risposta di Dio all'Unica Domanda Che Valga Veramente La Pena, scusate se è poco.

La trama la sapete, no? No? Cioè l'Odissea sì, i promessi sposi sì, e Giobbe no? C'è qualcosa che non va nella nostra educazione. Poi per carità, Omero è ok, ma non è che ti capiti così spesso di organizzare massacri di Proci, né di volerti sposare contro la volontà di un signore feudale; mentre un'imprecazione alla Giobbe prima o poi sfugge a tutti, e l'Unica Domanda ce la poniamo più o meno tutti i giorni. Per dire, negli ultimi tre anni gli americani lo hanno riciclato in un paio di film, entrambi molto apprezzati (A Serious Man e The Tree of Life). Certo, se la mettiamo su questo piano i fumetti della Marvel battono Giobbe 5 a 2, ma per un prodotto di nicchia non è comunque un risultato da buttar via. La trama, dicevamo.

Nel paese di Uz (deserto del Negev?) Giobbe è un uomo giusto che fa tutto quello che deve fare un buon ebreo. (Il fatto che non sia identificato come un ebreo secondo alcuni è un modo per evitare la censura, visto che tra lui e Dio accadranno eventi spiacevoli: un'altra ipotesi è che dietro a Giobbe ci sia un mito più antico, di origine mesopotamica). Nel frattempo, alla corte di Dio... ecco, già questo è incredibile. Non si è mai vista la corte di Dio fin qui nella Bibbia: si sono visti roveti ardenti, carri rotanti, ma un Dio che tranquillo riceve i suoi cosiddetti "figli" (angeli?) è un unicum, solo in Giobbe assistiamo a scene così. Non solo, ma tra questi "figli" c'è Satana, nella sua prima apparizione pubblica. Non è ovviamente il Satana cristiano con le corna o la coda, non è visto come un nemico di Dio (anzi prende ordini da lui). Al limite è l'unico in grado di reggere una conversazione con l'Ente supremo. Da dove vieni, gli chiede infatti l'Ente, e Satana: Me ne sono andato a spasso per la terra. "Hai visto Giobbe? Lui sì che mi vuol bene, eh?" "Per forza ti vuol bene, gli hai dato tutto: una casa, una famiglia, gli affari vanno bene... prova a togliergli qualcosa, e vedrai se non ti maledice". L'Ente accetta la scommessa: "Vai pure, levagli quel che vuoi". Satana insomma è una specie di pubblica accusa che punta il dito sull'umanità (la parola forse in origine significava avversario, accusatore); più che il diavolo, l'avvocato del diavolo, con la missione di mostrare a Dio quanto gli uomini facciano schifo. Per questo bazzica la terra, mentre gli altri angeli se ne vanno per i cieli. Dunque Satana prende il migliore degli uomini, e in pochi minuti gli toglie la famiglia, il raccolto, la casa, tutto... tranne la moglie. La moglie gliela lascia (qui io ci sento un'ironia fortissima, ma forse sovrainterpreto).


"Allora il Signore rispose a Giobbe dal seno della tempesta..." (A Serious Man)

Giobbe reagisce come un vero santo: quel che il Signore mi ha dato, il Signore me lo può togliere, sia benedetto il Signore. Nell'alto dei cieli Dio gongola: visto che avevo ragione io? Non è male questa umanità, dopotutto. Satana non fa una piega, anzi rilancia: in realtà, dice, non lo abbiamo ancora toccato. Sì, gli abbiamo tolto tutto, ma gli abbiamo lasciata salva la pelle, l'unica cosa che agli umani interessi realmente. Dammi il permesso di rovinargli la salute, e vedrai se non ti maledice. Dio accetta, e Satana si affetta a coprire il sant'uomo di piaghe dalla testa alla punta dei piedi. Da uomo ricco e potente, Giobbe si ritrova nudo nella polvere a grattarsi le pustole con un coccio di terracotta, e in più la moglie che gli dice: Ma che aspetti a morire bestemmiando? Taci cretina, dice più o meno Giobbe; e non bestemmia.

Questo è l'antefatto in prosa, e sta in due paginette. Secondo alcuni è il nucleo iniziale della storia, a cui si ispirò il poeta (o i poeti) del poema successivo. Secondo altri è un'aggiunta posteriore, il che cambierebbe tutto, perché, per esempio, Satana nel resto del libro non compare più, e della scommessa nessuno fa più menzione. Se togli il prologo, il libro inizia con questo Giobbe, uomo giusto che non ha fatto nulla di male, che giace nella polvere cosparso dalle piaghe,  domandandosi il perché. Il perché lo sa il lettore - c'è una scommessa in ballo - ma forse la scommessa è un'aggiunta posteriore, il tentativo abbastanza romanzesco di un copista di razionalizzare lo scandalo di un libro che comincia con un uomo che non maledice Dio, no, ma maledice il giorno in cui è nato. Oggi possiamo leggere Giobbe come il libro in cui Dio scommette sull'uomo, ma forse c'è stato un periodo in cui Giobbe era semplicemente il libro che si chiedeva: perché esiste il male? Perché comportarsi bene, visto che Dio non ti premia, anzi? Un problema molto attuale, come si vede. 

Tante coccole

Si sa come lo risolsero i cristiani: inventarono la vita eterna, come ricompensa per tutta le sofferenze che ci capita di espiare nel mondo. In un certo senso Dio scommette davvero su di noi (e Satana tiene banco): ci manda delle prove, e noi dobbiamo tener duro. Per la verità ai tempi di Gesù l'idea circolava già da qualche secolo, la difendevano per esempio anche i farisei. Pare che non ci credessero invece i sadducei, la fazione legata alla casta sacerdotale, più tradizionalista (e infatti in Luca 20 cercano di prendere in castagna Gesù domandando cosa succede nel Regno dei Cieli alle vedove risposate: la risposta del messia, devo dire, non è troppo convincente). Ma nei libri più antichi dell'Antico Testamento, di vita eterna non si parla se non per vaghissimi accenti. Lo stesso Giobbe sembra dare per scontato che la vita sia una sola, al punto che si ritrova a invidiare una pianta, che "se viene tagliata ributta, e continua a gettare polloni... L'uomo, invece, quando muore, giace inerte: quando un essere umano spira, non esiste più". Ma se non c'è una ricompensa in un altro mondo, ed evidentemente non ce n'è una neanche in questo, che senso ha comportarsi bene? Il dibattito era acceso. Il grosso del libro di Giobbe è esattamente questo: un dibattito. Inconcludente, come è giusto che sia. I capolavori, fateci caso, sono tutti inconcludenti: i grandi scrittori non hanno nessuna pretesa di ficcarti in testa le loro idee, mica sono dei distributori automatici di idee. Al massimo costruiscono un congegno, te lo fanno provare, e tu magari con quel congegno alla verità ci arrivi da solo.

(William Blake) Silenzio, non si sente la Saggezza.


Il nucleo centrale del libro ha un ritmo molto meno concitato: niente più angeli o demoni o scommesse divine, ma una lunghissima contesa dialettica tra Giobbe e tre saggi, Elifaz, Bildad e Zofar, che uno si aspetta all'inizio siano venuti a consolarlo, e invece no: vengono a fargli la morale, perché Giobbe, ehi, se ti è andato tutto così male, un motivo sotto sotto ci sarà. Ognuno di loro pronuncia tre discorsi, per un totale di nove (alcuni forse andati persi), magnificando Dio e la sua onnisciente giustizia, e Giobbe replica ogni volta, mandandoli a quel paese mentre si gratta le pustole. Il libro di Giobbe è anche l'antenato dei flame su internet: i saggi blandiscono, insultano, rigirano frittate, continuano a ribadire gli stessi argomenti fino alla noia, e tutto il repertorio che potreste immaginarvi se a una certa ora della notte su facebook un vostro amico scrivesse: "aiutoooooo o xso la kasa la famiglia la salute ma xkEEEEEEEEEE'? DOVE' DIO ALL'ORA????"

Entità onnipotenti che fanno una scommessa sulla natura dell'uomo, mi ricordano qualcosa.

Secondo alcuni i tre saggi rappresenterebbero tre diverse scuole di pensiero dell'epoca, ma per un orecchio moderno la differenza è impercettibile, sembra che ripetano tutti la stessa cosa: soffri? Devi aver offeso Dio in qualche modo. Magari non te ne sei accorto. Magari stavi per farlo e Dio ti ha fermato in tempo. Magari sono stati i tuoi figli, ecco perché Dio li ha fatti fuori. Magari sono stati i tuoi antenati, sì, c'è chi pensa che Dio punisca i figli per le colpe degli antenati, anche se al riguardo i profeti non sono d'accordo. Tu comunque sei fortunato, poteva andarti peggio, raccomandati a Dio e vedrai che tutto si sistema. Giobbe è famoso per la pazienza, ma questi tre lo fanno uscire di testa. "Perché non tacete?", dice a un certo punto, "quella sì che vi sarebbe contata come sapienza". Rendetevi conto. Giobbe fa parte di una famiglia di libri dell'Antico Testamento definiti "sapienziali", che contengono tutti i suggerimenti per vivere una vita pia e benedetta dal Signore. Il prototipo dei libri sapienziali è il noiosissimo Libro dei Proverbi, una sequela di saggi consigli del tipo, non dire il falso, guardati dalle donne malvagie... che forse tremila anni fa non suonavano così banali, ma a differenza di Giobbe sono invecchiati malissimo. I Proverbi avevano avuto svariati tentativi di imitazione nei secoli successivi, ma Giobbe è un'altra categoria: è un libro antisapienziale, un testo che ospita le tirate sapienziali dei tre dotti personaggi solo per il gusto di replicare a tutti e tre: non avete capito niente, la vita non va come vorreste voi, l'unica cosa veramente saggia nei vostri sproloqui è il silenzio tra una parola e l'altra.

Comunque vanno avanti per trenta capitoli, con Giobbe che ribadisce la sua innocenza. A un certo punto c'è una specie di intervallo, un elogio della sapienza un po' spiazzante, forse inserito in un secondo momento. Poi, mentre Giobbe continua a professarsi innocente, ecco che appare dal nulla un quarto sapiente, di cui nessuno fin lì aveva parlato. È un giovane, si chiama Elihu, e sostiene di esserci stato sin dall'inizio, ma di non aver parlato fino a quel momento per rispetto nei confronti della maggiore età dei tre insopportabili. Ma dopo aver visto che né Elifaz, né Bildad, né Zofar, sono in grado di smontare la sicumera del pustoloso Giobbe, Elihu prende la parola e se la tiene per altri cinque capitoli che, ve lo dico, non sono il migliore argomento in favore del ricambio generazionale: Elihu è ottuso quanto gli altri tre, ma in più ha pure l'arroganza del maestrino con tanta teoria in testa e poco rispetto per la pratica. Giobbe non capisce, Dio è misericordioso, chiunque glielo può dire, lo sanno tutti, eccetera eccetera. Giobbe tace. Immagino che continui a grattarsi, ma non c'è modo di saperlo, il libro non contiene repliche a Elihu. In effetti nessuno risponde a Elihu in tutto il testo: nemmeno Dio che nel finale rimprovererà gli altri tre, ma di Elihu non dirà niente. Il sospetto, insomma, è che l'intervento del quarto saggio sia un'aggiunta posteriore, di un giovane scriba che ricopiando il testo deve aver pensato: questi tre vecchi sbabbioni avrebbero anche ragione, ma non riescono a difenderla! Ci penso io. Benedetta gioventù.

William Blake - Giobbe, l'ippopotamo e il coccodrillo

Quando Elihu cessa di parlare - nell'indifferenza totale - la parola passa a... Dio. Sul serio. Di punto in bianco, senza complimenti, il Signore esce dalla tempesta e parla a Giobbe. A questo punto uno si aspetta una specie di premiazione per aver fatto vincere una scommessa contro Satana: sbagliato, di scommessa non si parla più, forse Dio un po' si vergogna, ma più probabilmente la scommessa non c'è mai stata, è un'aggiunta posteriore, un pretesto. Va bene, pensa allora il lettore, comunque visto che siamo nella Bibbia, e che qui parla Dio direttamente, forse finalmente avremo una risposta alla Unica Domanda Che Valga Veramente La Pena: perché l'uomo giusto soffre? Col cavolo. Dio non perde tempo a rispondere. È passato soltanto a ribadire la sua incommensurabile superiorità: cos'è che chiedi, Giobbe, cosa pretendi di voler capire? Vuoi interrogarmi, sei forse il mio maestro? Vai, cingiti i fianchi, fammi le domande, dai. Tu senz'altro conosci le misure della terra, sai come si fanno girare le stelle durante la notte, e dov'è il deposito estivo della neve... Giobbe capisce che l'ha fatta grossa e chiede scusa, ma ormai Dio è un fiume in piena: Giobbe, ma tu hai un'idea di quante cose ci sono in cielo e in terra, tutte fatte da me? Sei tu che cacci la preda per la leonessa, che sazi i leoncini? Hai mai visto, che so, il coccodrillo? Hai mai visto l'ippopotamo? All'inizio per la verità si traduceva col misterioso termine "Behemoth", ma nelle versioni più recenti Behemoth è sempre più chiamato semplicemente "ippopotamo". Ecco, questo è il punto in cui secondo me poteva anche finire il libro di Giobbe. Ogni volta che ci chiediamo perché esiste il male, perché Dio lo consente, sapete come vi risponde Dio nella Bibbia? Con un'altra domanda: hai mai visto l'ippopotamo? 

Giobbe viveva nel Negev, è ovvio che non ne ha mai visto uno. E allora cosa vuole, cosa pretende? Uno che non ha mai visto un ippopotamo, né un tranvai o un'equazione di Maxwell, pensa di poter interrogare Dio sul segreto della Creazione? L'universo è complesso ed evidentemente non gira intorno all'uomo: perché poi chi l'ha detto che l'universo sia fatto su misura per l'uomo, che l'uomo sia il figlio prediletto di Dio? Ah, la Genesi? Il Dio di Giobbe sembra vederla in un modo diverso. Invita a considerare gli ippopotami. Sono effettivamente bestie meravigliose. Quando sono sott'acqua sono morbide e aggraziate: quando ne escono sono terribili, leoni ed elefanti si guardano bene dal disturbarli. I cuccioli sono adorabili, gli anziani sono maestosi; vivono nella Rift Valley più o meno da quando nella stessa zona una sottospecie di scimmie è scesa dagli alberi, e se non si sono molto evoluti nel frattempo, forse è perché erano già perfetti così. E anche Dio, perché dovrebbe creare a sua immagine e somiglianza questi scimpanzè mal addestrati? Se uno ci pensa, la terra sembra più fatta per gli ippopotami che per gli uomini. Magari è l'ippopotamo che Dio ha creato a sua immagine e sua somiglianza, forse insomma Dio somiglia un po' più all'ippopotamo che all'uomo, e per farti un'idea di Dio un documentario sugli ippopotami in Kenya è più utile di tutta quanta la Bibbia. Forse Dio ha creato la terra per gli ippopotami, affinché l'ippopotamo ne godesse ogni giorno della sua santa vita. E l'uomo?

Esatto, sono l'essere perfetto, il fine ultimo della creazione. Altre domande?

Magari è solo un effetto collaterale. Una sottospecie di scimpanzé con una straordinaria manualità. Dio potrebbe averlo creato affinché producesse splendidi documentari sugli ippopotami: ma bisognava prima inventare il cinema, fare la rivoluzione industriale, le manifatture, l'artigianato, la fusione del ferro e prima del bronzo, e l'agricoltura: nella mezzaluna fertile servivano buoni agricoltori come Giobbe, disposti a sopportare i rovesci della fortuna, affinché millenni dopo Dio potesse guardarsi un documentario sugli ippopotami ben montato e illuminato. Però questa cosa a un contadino come Giobbe non gliela puoi spiegare, è un possidente dell'età del bronzo, i suoi bisnonni avevano ancora parenti sugli alberi. Come spiegare a una formica perché stiamo dando il veleno sul battiscopa del terrazzo, senti, niente di personale, ma tu sei meno di nulla per me, non vali neanche la pena di schiacciarti con un dito. Giobbe questa cosa la capisce, e china la testa. Anche se sul significato del suo ultimo versetto (42,6) non c'è consenso tra i critici: forse si cosparge di polvere in segno di umiltà, sta chiedendo scusa, forse sta rinnegando JHWH. Ognuno traduce a modo suo.

Ma il Libro non finisce qui. C'è un'aggiunta in prosa, in cui Dio riabilita totalmente Giobbe, sbugiardando i tre insopportabili barbogi, e raddoppiando le sue ricchezze: nuove terre, nuovi figli e figlie (bellissime), nuova fiducia in un mondo migliore. L'ex pustoloso campa 140 anni e conosce i suoi bis-nipotini. Dovrebbe essere un finalino rassicurante, ma per il lettore moderno l'effetto è strano, sembra tutto un capriccio di Dio, un mettersi a giocherellare con una formica sul terrazzo. Perché Dio si comporta così? Forse perché Giobbe, nella sua totale e riconosciuta inadeguatezza, è comunque riuscito a sostenere una conversazione con Dio? Più probabilmente perché il Giobbe degli ultimi versetti non è più il Giobbe inquietante di 42,6. È invece lo stesso Giobbe del prologo, quello che ha fatto vincere a Dio una scommessa un po' puerile, rivoltandosi nella polvere per giorni e giorni senza mai bestemmiare Dio. Così alla fine prologo e finale si rivelano per quel che sono: una cornice rassicurante, che pretende di spiegare quello che Dio si guarda bene da dettagliare agli umani: il giusto soffre perché Satana lo tenta, ma basta tener duro. Il vero Giobbe, il Giobbe del poema centrale, su una cornicetta così ci avrebbe sputato. Ma probabilmente senza la cornicetta rassicurante Giobbe nella Bibbia non ci sarebbe mai arrivato, tantomeno nel calendario cattolico, e io non vi avrei mai raccontato la sua storia, che contiene la risposta di Dio all'Unica Vera Domanda Che Valga La Pena (perché il giusto soffre?) E la risposta è (ricordatevene quando vi capiterà di subire qualche malanno palesemente ingiusto): Hai mai visto l'Ippopotamo?

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Col mio cuore vincerai

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La bandiera offerta al colonnello
de Charette non era probabilmente
un tricolore, ma uno stendardo bianco.

16 ottobre - Santa Marguerite-Marie Alacoque, veneratrice del Sacro Cuore di Gesù.

[2012]. Nell'autunno del 1870 Parigi è assediata, la Francia è fottuta. Appena nominato comandante di una delle legioni di volontari formate nel tentativo, ormai disperato, di spezzare l'assedio prussiano, il colonnello Athanase de Charette riceve la visita di un Monsieur Dupont qualsiasi, che viene da Tours a portargli il dono più prezioso: uno stendardo con il Sacro Cuore di Gesù, recante il motto Cuore di Gesù, salvate la Francia. Era stato l'abate di Musy a concepirlo, e a farlo cucire dalle suore di Paray-le-Monial. In origine era previsto che Dupont lo portasse al comandante della piazza di Parigi, ma la città era ormai irraggiungibile. Mentre cercava un sistema per passare, Dupont incocciò nei volontari di de Charette, e l'incontro gli parve provvidenziale. Tra loro vi erano 300 zuavi che avevano appena difeso (male) Roma dall'attacco sabaudo: fuggiti dopo la breccia a Porta Pia, nel giro di un mese erano già sul fronte francoprussiano, pronti per una nuova sconfitta. Prima però accettarono di farsi consacrare al Sacro Cuore di Gesù, "l'unico vero re di Francia". La Francia per la verità era appena ridiventata una Repubblica (la terza), dopo la fuga di Napoleone III e l'ingloriosa fine dell'Impero (il secondo). Ma la situazione era un caos, a Parigi incubava lo spettro della prima rivoluzione comunista, che sarebbe scoppiata di lì a pochi mesi, tutt'intorno i prussiani dilagavano, e più indietro ancora i legionari accanto al tricolore sventolavano il Sacro Cuore. Di Gesù. Un muscolo cardiaco raffigurato solitamente con un certo realismo, avvolto in un rovo spinoso, e sormontato da una croce. Che razza di brand. Chi lo aveva inventato?

Pompeo Batoni, 1760 (chiesa
del Gesù, Roma). Una vita a
far ritratti, e l'unico di cui tutti
si ricordano è un santino.

È una storia lunga. Monaci e suore devoti al Sacro Cuore ce n'è stati per tutto il medioevo. Il cuore in questione però non era ancora esattamente il nostro: oltre a rappresentare l'affettività, era considerato la sede delle facoltà intellettive. Ma era ancora un cuore perlopiù astratto, nelle miniature rassomigliante più a una fiamma che a una pompa cardiaca. Che ne sapevano, in fondo, nel medioevo, del cuore? quel che potevano dedurre macellando altri animali: autopsie e dissezioni del corpo umano erano atti sacrileghi. Il vero e proprio culto del Sacro Cuore nasce in epoca moderna, quando ormai il cuore si è capito cos'è, quanti atri ha, quanti ventricoli. È una specie di sfida cattolica alla scienza medica: tu dici che il cuore è solo una pompa? Ebbene, dal Seicento in poi i mistici si metteranno a sognare pompe cardiache, i pittori a raffigurarle nei quadri, i combattenti a esporle nei loro stendardi. Il realismo - nei limiti dell'abilità degli artisti - è causato dalla necessità di negare qualsiasi stilizzazione simbolica: il Sacro Cuore non è un simbolo, è semplicemente e trionfalmente il muscolo cardiaco di Nostro Signore Gesù Cristo, sanguinante per i nostri peccati. Come nel quadro di Batoni, che abbiamo tutti visto almeno una volta nella vita senza saperlo (è uno dei quadri semisconosciuti più famosi del mondo), molto spesso è Nostro Signore stesso a mostrarlo, esattamente come lo vide nel maggio del 1675 una suora del convento di Paray-le-Monial, Marguerite-Marie Alacoque.

Antonio Ciseri (1888) lo fa
sembrare un tatuaggio,
per me è un no.
Mi disse: "Il mio Cuore divino è così appassionato d'amore per gli uomini e per te in particolare che, non potendo più contenere le fiamme della sua ardente carità, occorre che le diffonda attraverso il tuo tramite, e che si manifesti a loro per arricchirli dei suoi preziosi tesori che ti ho rivelato, e che contengono le grazie santificanti necessarie e salutari necessarie a rimuoverli dal baratro della perdizione; (tirate fiato) e ti ho scelto in quanto abisso d'indegnità e ignoranza per la realizzazione di questo grande scopo, in modo che tutto sia compiuto da me.

Dopodiché domandò il mio cuore, che io lo pregai di prendere, ciò che fece, e lo mise nel suo, adorabile, all'interno del quale me lo fece vedere come un piccolo atomo che si consumava in questa fornace ardente..." basta, tanto non sta più leggendo nessuno. Un simile scambio di cuori era stato descritto da una monaca tre secoli prima: ma la novità di un cuore-atomo che si vaporizza in una fornace ci suggerisce che persino l'immaginario delle suore di clausura, il luogo che immagineremmo più refrattario all'innovazione, lentamente si rinnovi.

Così come dietro ogni grande uomo c'è (quasi sempre) una grande donna, dietro a una mistica di successo c'è sempre un prelato che ne ha capito le potenzialità. Nel caso di Marguerite-Marie, fu Padre Claude La Colombière, anche lui più tardi proclamato santo (da Giovanni Paolo II). Padre Claude era un gesuita, e gesuitico fin da subito fu il tentativo di trasformare il Sacro Cuore nel brand più fortunato della Controriforma francese. Come ogni bandiera, il Sacro Cuore per trionfare aveva bisogno di sconfiggere qualche nemico in battaglia: nei primi cent'anni il nemico furono i giansenisti, una corrente teologica che rifacendosi ad Agostino aveva elaborato una dottrina della Grazia pericolosamente vicina a quella protestante. I giansenisti portavano avanti un cristianesimo austero e intellettuale, che due secoli dopo avrebbe attirato Manzoni, se vi ricordate negli appunti della maturità sotto Manzoni c'era una freccina che puntava verso "giansenismo". I giansenisti, di fronte a questo nuovo culto del Sacro Cuore, reagirono prevedibilmente storcendo il naso: sapeva di idolatria, di paganesimo, e poi insomma siamo nel diciassettesimo secolo, sappiamo tutti che il cuore è una pompa, via. Vien quasi da pensare che i gesuiti lo facessero apposta, a sventolare quel simbolo simil-pagano, continuando gesuitescamente a insistere che non era affatto un simbolo, ma il vero Cuore di Gesù, da adorare in tutti suoi atri e ventricoli e reticoli venosi. Con il cuore però si difendeva l'idea di un Gesù buono, misericordioso, disposto a perdonare i peccati a chiunque si fosse arruolato nelle sue schiere: il Gesù gesuita, insomma. I giansenisti furono più volte condannati per eresia, il Sacro Cuore si conquistò la sua festa (mobile) sul calendario (19 giorni dopo la Pentecoste). 

Questa invece è una bandiera quebecchese (dei canadesi di lingua francese)

Riprese a battere con vigore nell'Ottocento, ancora una volta impugnato come stendardo contro un nemico: non più il giansenismo, ma la rivoluzione (anche se ai ribelli della Vandea, i primi a metterlo sulla bandiera, non aveva portato troppa fortuna). L'idea che il cuore di Gesù sanguini per i peccati della Francia rivoluzionaria si fa strada soprattutto durante il disastro del 1870: rileggendo le lettere di Marie-Marguerite (beatificata quattro anni prima da Pio IX) ci si accorge che nella visione del 1675 il Sacro Cuore aveva espressamente richiesto di essere dipinto "su tutti gli stendardi" del nuovo re di Francia: il giovanissimo Luigi XIV. L'entourage di Marie-Marguerite aveva effettivamente mandato una petizione a Versailles, ma probabilmente la richiesta non era mai arrivata all'attenzione del Re Sole. Evidentemente il Sacro Cuore se l'era presa male e, 150 anni più tardi, aveva inviato la tempesta rivoluzionaria sulla casa Borbone. Poi, siccome l'empietà dei francesi perdurava, aveva insistito mandando, un secolo dopo, i prussiani. Per salvarsi non restava che pentirsi e consacrare la Francia intera al Sacro Cuore di Gesù, magari costruendo un'enorme basilica in un luogo che sovrastasse la capitale, e magari sostituendo al tricolore lo stendardo del muscolo cardiaco. Questo tentativo antico e postmoderno di riscrivere tutta la storia delle rivoluzioni francesi come una serie di punizioni divine culmina con la battaglia di Loigny, dove i volontari di de Charette si battono come martiri, indossando scapolari del Sacro Cuore e massacrando effettivi prussiani al grido di "Sacro Cuore Salvaci!", "Viva la Francia", "Viva Pio Nono". Vincono? No.

RESTA! quella parte di me, quella più quella più vicina al nulla (scusate).

Tanto ormai la guerra è persa. Tre anni dopo viene posata la prima pietra della basilica del Sacro Cuore a Montmartre, in espiazione per i sacrilegi commessi durante la Comune. Sarà consacrata soltanto nel 1919. Il Cuore avvolto nelle spine e sormontato da una croce continua a essere uno degli stendardi della Francia reazionaria e cattolica, quella che oltre confine si conosce meno. Ciò che è da noi il crocefisso. Quando in Italia qualche teocon, con l'arroganza dei neofiti, propone di cucire il crocefisso sulla bandiera, in Francia qualcuno, come una corda che vibra per simpatia, butta lì una foto col Sacro Cuore sul tricolore blu-bianco-rosso. Segue dibattito, perché per molti il tricolore è ancora una creatura massonica e satanica, e l'idea di cucirci sopra la pompa cardiaca di Nostro Signore può risultare un sacrilegio. E così via. Nel frattempo il Sacro Cuore ha riscosso successi in tutto il mondo: dopo la Francia (consacrata al S. C. nel 1873 in seguito a un pellegrinaggio di una cinquantina di parlamentari a Paray-le-Monial), anche l'Ecuador si consacrò qualche mese dopo, per decisione del suo Presidente. Alla fine, su insistenza di un'altra religiosa, Leone XIII consacrò al Sacro Cuore tutti i cristiani in una volta sola. Nel Novecento l'iniziativa passò all'altro Cuore, quello Immacolato di Maria, che attraverso i pastorelli di Fatima chiese per sé la consacrazione della Russia, proprio nel momento più complicato, il 1917. Oggi cuori se ne vedono un po' dappertutto, sono parte del paesaggio. Insomma il brand ha funzionato, padre Claude aveva visto giusto. E tuttavia è sempre più un cuore di plastica, un simbolo astratto: non quel muscolo palpitante che Marguerite-Marie aveva visto atomizzare il suo. Il quadro di Batoni, a vederlo con occhi vergini, ha un che di surrealista: non era un'idea, non era un simbolo, era davvero un uomo di carne, con un cuore di carne in mano. Questa idea della carne, la afferriamo sempre meno. Non è solo l'agnosticismo moderno, è che stiamo diventando sempre meno palpabili, sempre più virtuali, simboli di noi stessi: e davanti a un cuore di carne non sappiamo veramente cosa dire. Ci aspettiamo che rappresenti qualcosa, un'idea, uno stile, un brand, qualsiasi cosa: è impossibile che sia tutto lì, due atri e due ventricoli, una pompa. Forse siamo troppo astratti per il cristianesimo.

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L'esercito delle 150 rose

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7 ottobre - Madonna del Rosario

[2011]. Quante Avemarie ci sono in un rosario? Ok, "questa la so": cinquanta. No, non proprio. Certo, nella collanina del rosario ci sono cinquanta chicchi piccoli, e a ogni chicco piccolo corrisponde un'Avemaria. Ma il rosario completo, quello da beghina seria, prevedeva tre giri di collana, per un totale di centocinquanta Ave, quindici Pater e quindici Gloria (ne parlo al passato perché con Wojtyla, sempre abbondante, siamo passati rispettivamente a 200 Ave, 20 Pater, 20 Gloria). E perché proprio 150? Siccome è l'esatto numero di Salmi della Bibbia, l'ipotesi è che il rosario sia nato nel Medioevo come rito sostitutivo, per devoti analfabeti che non avrebbero potuto leggere il salterio. E questo ci dice qualcosa sul cattolicesimo.

Prendiamo un musulmano, un protestante e un cattolico. Il primo ha un libro sacro, ma spesso non sa leggerlo: quindi lo impara a memoria. In arabo. Altrimenti non sarebbe un buon musulmano. Il secondo ha un libro sacro, ma non riesce a impararlo a memoria, in una lingua che oltretutto non parla più da secoli: quindi impara a leggere. Così può essere un buon protestante. E il cattolico? Anche lui ha un libro. Ma studiarlo a memoria è troppa fatica. Imparare a leggere? Non se ne parla. E quindi? E quindi invece di leggere guardi le figure - le chiese ne sono piene - e al posto di ogni salmo che non hai imparato a memoria, reciti la stessa preghierina. Breve. Semplice. Pratico.

Santa Vergine,
dacci l'Eurobond!
Resta da capire perché a ogni salmo si debba sostituire una preghiera proprio alla Madonna. Non è detto che sia stato sempre così. Nel medioevo la collana del rosario era conosciuta come “paternoster”, il che lascia pensare che a ogni chicco corrispondesse piuttosto la recitazione del Padre Nostro, preghiera fissata già nei Vangeli. L'Ave Maria, nella sua versione definitiva, è parecchio più tarda: così come la devozione alla Madonna, personaggio abbastanza in ombra nei primi secoli della Chiesa. Di recitazioni di Avemaria in batteria da 50 o 150 si comincia a parlare nel tredicesimo secolo, quando San Domenico, (terrore degli eretici, flagello degli albigesi) lo riceve in sogno dalle sante mani della Vergine, come arma finale contro la mala pianta delle eresie. Sin dall'inizio dunque il Rosario alla Madonna assume una valenza battagliera che oggi può sembrare curiosa: che c'entrano le vecchiette salmodianti con le guerre, ancorché sante? Ma all'indomani della storica vittoria di Lepanto – 7 ottobre 1571 – mentre genovesi e veneziani litigano su chi ne sia stato l'artefice, e se l'ammiraglio Gianandrea Doria ritirandosi dal centro dello schieramento abbia praticato una geniale strategia diversiva o più semplicemente cercato di tagliare la corda, Papa Pio V taglia la testa al toro decretando che a vincere era stata la Madonna del Rosario, con l'implicito ausilio dei milioni di vecchine recitanti avemaria a raffica.

In pratica il Papa aveva introdotto il televoto: un mantra che annulla la tua identità ma ti rende protagonista delle grandi svolte storiche. Altro che Gianandrea Doria! A sconfiggere i feroci turchi sei stata proprio tu, vecchietta analfabeta, li hai battuti tu gli infedeli saraceni, al ritmo impareggiabile di 6 avemarie al minuto (fanno 5 rosari all'ora, al netto di misteri e litanie) che nessun muezzin di Istanbul evidentemente poteva reggere. Da lì a poco la Madonna del Rosario si insedia a Pompei, diventando meta di pellegrinaggi di massa che continuano tuttora, specie in ottobre e in maggio.

Sempre a Pompei un allievo di Luca Giordano la ritrae coronata di dodici stelle, come la misteriosa donna che nell'Apocalisse compare "vestita di sole" in piedi sulla luna. Quelle dodici stelle in cerchio richiamano effettivamente un po' il rosario, ma in realtà nessuno sa esattamente cosa rappresentino: le dodici tribù di Israele? I dodici apostoli? Insomma, la donna misteriosa sarebbe la Chiesa che si espande nel mondo? Potrebbe darsi. La cosa curiosa è che quelle dodici stelle, dipinte a Pompei su uno sfondo blu, assomigliano terribilmente a...

...esatto. Vedi cosa succede ad andar per rosari. Siamo inciampati nelle famigerate radici cristiane dell'Unione europea!

Non è possibile, direte voi. Sarà solo una coincidenza. Tanto più che le dodici stelle della bandiera europea hanno una storia diversa, no? Già, a proposito, perché ci sono dodici stelle nella bandiera europea? Ecco, non è affatto chiaro.

Va detto che né il Consiglio d'Europa, che issò per primo il vessillo a dodici stelle, né l'Unione che lo copiò, erano composti da dodici membri quando lo adottarono come simbolo. All'inizio il Consiglio di membri ne aveva quindici, salvo che uno era il Saarland, una piccola regione della Germania che nell'immediato dopoguerra era amministrata dai francesi e di cui non era ancora chiaro il destino: raffigurarla con una stella su una bandiera internazionale poteva apparire come un passo ulteriore verso la definitiva separazione dalla Repubblica Federale Tedesca. Quindici no, insomma. Ma non è comunque chiaro perché non quattordici. Tredici men che meno (oltre alla sfortuna, è veramente difficile da disegnare, un circolo di tredici stelle), e quindi, insomma, dodici. Proprio come la Madonna, che coincidenza. Ma un cattolico non metterebbe mai "Madonna" e "coincidenza" nella stessa frase. Ed ecco l'autore del bozzetto della bandiera, Arsène Heitz, rivelare ai giornalisti cattolici di essere un devoto mariano, e di essersi ispirato a una medaglietta mariana che portava sul petto; ecco fiorire leggende intorno a Paul Lévy, politico belga di origine ebraiche, sopravvissuto a Dachau, convertitosi al cattolicesimo, che davanti a un'immagine della Vergine ha un'illuminazione: ma come stanno bene dodici stelle gialle in campo blu. E appena vede il bozzetto di Heitz fa di tutto affinché i colleghi lo approvino. Ma c'è di più: per la gioia di tutti i Teocon presenti e futuri il Consiglio decise ufficialmente di approvare il suo vessillo l'otto dicembre 1955, festa dell'Immacolata Concezione. Insomma, sarà anche una coincidenza, ma la donna misteriosa vestita di sole e in piedi sulla luna che sconfisse i turchi a Lepanto sembra aver posato la testolina anche a Bruxelles. A pensarci bene è un po' inquietante. 

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Siamo tutti Francesco? (No, ma ci piacerebbe)

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 4 ottobre - San Francesco d'Assisi (1182-1226)

[Anche questo è un pezzo molto antico 2011!, che ho sempre trovato insoddisfacente, ma per farlo meglio dovrei buttarmi sul serio sulle Fonti Francescane e non ho il tempo, probabilmente non l'avrò mai. Aggiungo solo che il ritratto di Cimabue non è esattamente il più antico, ce n'è credo un altro a Bologna].

Che dire di San Francesco, patrono degli italiani e (coincidenza inquietante) degli animali? Primo grandissimo poeta della letteratura italiana, con quel Cantico delle creature pieno di k che piacciono ai giovani? Ce ne sarebbe da scriverci un libro. Ma lo hanno già fatto in tanti. E anche a proposito dei libri su San Francesco si potrebbe scrivere un libro. Ma hanno già fatto anche questo. Quindi a questo punto che si fa?

In San Francesco al massimo ci si può specchiare. Nel senso che è uno di quei personaggi così popolari che ormai mille narrazioni diverse ne hanno levigato l'immagine fino a farla diventare una superficie specchiante. Per esempio io, se penso al mio San Francesco, lo vedo ormai un po' datato; ma non datato al dodicesimo secolo; piuttosto agli anni Settanta, che sono quelli in cui sono cresciuto leggendo anche la bio a fumetti di San Francesco sul Piccolo Missionario; guardando il film di Zeffirelli (la cosa più gay che si poteva proiettare in un cinema parrocchiale); cantando le canzoni di Forza Venite Gente, il più fortunato musical da oratorio della storia (brevissima) dei musical da oratorio.

Insomma che Francesco era il mio Francesco'70? Un fricchettone. Però di buona famiglia. Zeffirelli lo aveva capito benissimo, e la parte più interessante del suo film probabilmente è quella in cui la famiglia lo tratta un po' come si trattavano i figli da disintossicare, che fanno il gioco del silenzio e ti abbracciano, poi un mattino te li trovi sul tetto, “guarda mamma adesso volo”

“Va bene, adesso mi dite chi è che continua a vendergli le pasticche”.

E prima o poi – come tutti gli eroi medievali di Zeffirelli – ti mostra angelico il culo. Erano tempi così. La colonna sonora, tutti lo sanno, la canta Baglioni. Invece non tutti sanno che in originale era di Donovan, esatto, sì, Dolce Sentire è Baglioni che canta su Donovan, e finì nei canzonieri liturgici, avete presente, quelli posati sui banchi di chiesa, con Noi vogliam Dio e Symbolum '77 (Tu sei la mia vita / altro io non ho). Si cantava di regola durante la comunione. Non che nessuna autorità ecclesiastica l'abbia mai omologata, ma i preti facevano finta di niente, erano anni così. Pur di avere giovani in chiesa avrebbero aperto le porte anche ai Black Sabbath.

Il culo era proprio un selling point.
Questo insomma era il mio Francesco '70-80: l'unico Santo che ci fosse vicino in quel periodo in cui volevamo stare in parrocchia ma anche farci crescere la barba, azzuffarci nei fienili e magari farci le canne. E i soldi di papà ci pesavano un po' in tasca. Fossi nato giusto qualche anno prima probabilmente sarebbe stato un tizio più tosto, come quello che fa la morale a Totò e Ninetto in Uccellacci: un estremista intransigente che rifiuta il concetto di proprietà privata (perché in fondo il pauperismo medievale consisteva in questo), occupa chiese diroccate e insieme ad altri giovani disadattati fonda comuni maoiste sul filo dell'eresia. Ma ormai gli anni Ottanta incalzavano. I tempi erano maturi per un Francesco diverso, un Francesco rockstar. In realtà in questo blog io vorrei trattarli un po' tutti da popstar, i Santi; ma nel caso di Francesco l'approccio è perfino banale, voglio dire, la Cavani per il suo film francescano a colori scelse Mickey Rourke. Mickey Rourke! Che abbraccia un crocefisso di Cimabue buttato lì per caso e ci si struscia sensuale! Mickey Rourke nudo coi tatuaggi che si masturba nella neve! Ma vediamo il filmato.

Cioè, capite, Mickey Rourke. Agli altri santi, quando va bene, affibbiano Castellitto (quando va male Beppe Fiorello).

Però è finita anche quella fase – e pensando a Mickey, oserei dire che non è finita bene. A questo punto mi domando con che Francesco stiano crescendo i ragazzini di oggi. Esce ancora il Piccolo Missionario? Ok, il Francesco ambientalista funzionerà sempre, ma è plausibile, mi chiedo, un Francesco teocon? Perché no, dopotutto aveva la fissa per le crociate (a proposito, una delle molle per la conversione potrebbe essere stato un attacco di panico: partiva per la guerra, ma c'era già stato e non gli era piaciuta affatto, soprattutto l'esperienza della prigionia: mettersi addosso un sacco e fare il mendicante poteva essere un'exit strategy, ma il senso di colpa per essersi ritirato dalla lotta alla fine potrebbe avere prevalso e averlo portato in Terrasanta; è un'ipotesi come un'altra, ma Francesco ormai uno specchio, per cui l'ipotesi probabilmente somiglia meno a Francesco che a me).

Che altro potrebbe essere tornato di moda in questo momento? Di sicuro non il pauperismo, uno stile di vita che in fin dei conti consiste nell'elemosina: è un fenomeno tipico dei periodi di boom economico, ma quando il ciclo finisce la gente sbarra le case e comincia ad aver paura dei lebbrosi e degli zingari. Invece dovrebbero andare forte le stimmate: per molti secoli ne è stato l'unico portatore ufficiale. E in generale la sua sensibilità nazionalpopolare (ha inventato il Presepe vivente).

Sotto la superficie dello specchio, Francesco resta lì, aspetta le generazioni che verranno e lo vedranno in un modo diverso. Inutile ormai domandarsi chi fosse veramente - nel suo ritratto più antico e verosimile (quello di Cimabue nella Basilica inferiore di Assisi) è semplicemente un uomo che conosce il dolore e la povertà, e che da otto secoli, senza abbassare lo sguardo, sembra fissare proprio noi.

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Teresina, pallina di Gesù

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1 ottobre - Santa Teresa di Lisieux, AKA Teresa del Bambin Gesù AKA Teresa del Sacro volto, vergine e dottore della Chiesa (1873-1897)

[Questo è in assoluto il primo pezzo sui Santi comparso sul post, il primo ottobre del 2011]. Può anche darsi che a un certo punto, dopo cinquant'anni di roselline, bacini, bambini Gesù e altri bamboleggiamenti, anche gli uomini di Chiesa non ne potessero più, di Santa Teresa del Sacro Volto e del suo cattolicesimo così irrimediabilmente pucci che nella prima metà del Novecento aveva scatenato una vera e propria Thérèse-mania nella profonda provincia francese. Però a quel punto forse si è un po' esagerato sull'altro versante, volendo per forza vedere in lei uno spessore intellettuale che l'ha esposta alla furia di esegeti intransigenti come Simone Weil e fior di analisti lacaniani. Al punto che vien da dire: lasciatela stare! in fondo era solo una ragazzina.

Certo, nei suoi nove anni di reclusione volontaria in convento le era capitato anche di desiderare un futuro da Dottore della Chiesa (ma anche da Guerriero, da Apostolo, da Martire: tante strade tutte troncate dalla tbc). Sono quelle cose che si dicono da ragazzini, appunto. E invece ce l'ha fatta: nel 1997 Wojtyla l'ha nominata Dottore, proprio lei! terza donna a entrare nel club dopo Teresa d'Avila e Caterina di Siena. Per intenderci, Agostino da Ippona per ottenere lo stesso titolo ha scritto le Confessioni e la Città di Dio. Tommaso d'Aquino ha messo giù la Summa Theologica, dimostrando l'esistenza di Dio tipo in cinque modi diversi. Teresina, dal canto suo, non lascia visioni particolarmente mistiche né edifici teologici o meditazioni metafisiche. Cosa v'aspettavate, del resto, da una ragazza morta a 24 anni? Poco più di un best seller del primo Novecento, Histoire d'une âme, l'autobiografia sgarzolina di una ragazza sveglia che perde giovanissima la mamma, vede le sorelle maggiori entrare in convento, vorrebbe seguirle subito ma il prete severo le dice di no, allora fa un viaggio lungo lungo fino a Roma per chiedere al Papa se la fa entrare subito in convento e il Papa le dice: vediamo. Suo più grande desiderio, spiega al lettore, era diventare una pallina, un giochino nelle mani del Bambin Gesù. Tutti ci vedono subito il desiderio di umiltà, ma la pallina ha pur sempre qualcosa di sfuggente e capriccioso, che ti colpisce nei fotoritratti (fu una delle prime sante di cui circolassero immagini fotografiche, e questo può spiegare parte del suo successo).

Le consorelle fotografate da Thérèse.

È davvero ingiusto ridurla a Shirley Temple del cattolicesimo: Teresa studiò e scrisse molto, conobbe la sofferenza e il dubbio, che la tormentò negli anni della malattia. Però a noi piace ricordarla un po' così, più ragazzina che intellettuale, in posa da Giovanna d'Arco mentre prova il suo nuovo dramma con la filodrammatica del convento (i testi li scriveva lei); fanciullina vezzosa tutta contenta perché il suo ragazzo Gesù è il più figo del Creato mentre il fidanzato della sorella Giovanna, per quanto sia “una creatura molto perfetta”, è “pur sempre una creatura”. Quando le arriva la partecipazione delle nozze, lei risponde scrivendone una tutta per sé, traboccante come si vede di cristianissima umiltà:

“Iddio Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, Sovrano Dominatore del mondo, e la gloriosissima Vergine Maria, Regina della Corte celeste, partecipano il Matrimonio del loro Augusto Figlio, Gesù, Re dei re e Signore dei signori, con la Signorina Teresa Martin, attualmente Dama e Principessa dei regni portati in dote dal suo Sposo Divino, cioè: l'Infanzia di Gesù e la sua Passione [...] Non avendo potuto invitarvi alla benedizione nuziale che è stata data loro sulla montagna del Carmelo, l'8 settembre 1890 (essendo stata ammessa soltanto la Corte Celeste), la S. V. è comunque pregata al Ritorno dalle Nozze che avrà luogo Domani, Giorno della Eternità, nel quale giorno Gesù, Figlio di Dio, verrà sulle nubi del Cielo nello splendore della sua Maestà, per giudicare i Vivi e i Morti. L'ora essendo ancora incerta, siete invitati a tenervi pronti, e a vegliare”.

Non è in castigo, è in posa da Giovanna d'Arco

Una cosa che mi fa impazzire dell'Ottocento è che tutto è già pronto per Freud, ma Freud non è ancora arrivato. Così nei diari e nelle lettere nessuno ha ancora alzato nessun schermo protettivo, e insomma tutti ti squadernano i loro complessi senza accorgersene, fanno una gran tenerezza. Una lettera del genere finisce dritta nell'autobiografia di un Dottore della Chiesa senza che nessuno abbia trovato niente da obiettare. Il libro è tutto pieno di perle così: per esempio, quando l'altra sorella prediletta che ancora vive nel mondo, Celine, riesce a farsi invitare a un ballo, Teresa non si vergogna a supplicare il Signore “d'impedirle di ballare”, con tanto di lacrimoni, finché “Gesù si degnò di esaudirmi”.

Tra le braccia del suo primo cavaliere, Celine si blocca, umiliando il povero ragazzo e costringendolo a una fuga ingloriosa. Quando lo viene a sapere, Teresina esulta senza vergogna e ringrazia Gesù di aver rovinato la serata alla sorella prediletta, che non a caso entrerà in convento poco dopo e l'aiuterà a scrivere quell'autobiografia che le porterà tanta gloria. Teresa è vicepatrona di Francia, patrona delle Missioni, dell'Australia e della Russia, tutti posti dove la pallina di Dio avrebbe rimbalzato volentieri. Se avesse avuto il tempo.

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Un ciceroniano a Betlemme

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Lionello Spada, passi la penna d'oca
 e il tappeto ikea, ma GLI OCCHIALI?
30 settembre - San Girolamo (347-420), padre della Chiesa.

[2012]. Oggi quando una ragazza muore di digiuno la gente dice: è colpa delle riviste di moda, e le riviste di moda dicono: è colpa della famiglia - ma nell'antichità? A chi si attribuiva la colpa, in mancanza di foto patinate? 

Ai padri della Chiesa. A Girolamo, perlomeno, che su certe fanciulle della Roma-bene pare che facesse questo effetto: si appassionavano al suo eloquio, si lasciavano catturare dal suo personaggio un po' hobo  - quel tipo di snob figlio di patrizi che passa qualche anno in una comunità in Siria e poi torna con una certa aria di saggezza e i pidocchi nella barba - ne adottavano i costumi vegetariani, e dopo un po' rischiavano di lasciarci le penne. La giovane Blesilla  ci restò secca davvero, dopo qualche mese di dieta, e Girolamo cadde in disgrazia: dovette abbandonare la città. Non aveva ancora quarant'anni ed era già stato segretario particolare di un Papa, il padre Georg di Damaso I; alla morte di Damaso alcuni lo davano già per papabile, ma appunto: i romani possono sopportare molte cose, ma un papa convinto che nell'attesa del Regno dei Cieli imminente non sia più concesso mangiar carne, eh, grazie, anche no. Girolamo se ne tornò nei deserti della sua giovinezza tormentata, la cristianità ci perse un papa vegetariano e ci guadagnò la miglior Bibbia che poteva permettersi. Perché Girolamo, riparato a Betlemme, non ebbe più niente di meglio che riprendere le sue traduzioni del testo sacro in latino, rimaneggiarle ed espanderle. Ci mise altri quindici anni, ma alla fine la latinità aveva un testo leggibile, organico, comprensibile, alla portata di tutti (Vulgata, lo chiamarono), e a suo modo elegante, come doveva essere stato elegante quel patrizio romano sotto gli stracci da asceta che ostentava nei circoli romani.

L'influenza di Girolamo sulla lingua che parliamo milleseicento anni dopo è incalcolabile. Nel senso che davvero è impossibile calcolare quante parole gli dobbiamo. Un esempio qualsiasi, su milioni che si potrebbero fare: l'aggettivo "geloso". Deriva da "zelotes", un termine che compare due volte nell'Esodo tradotto da Girolamo; in entrambi i casi è riferito a Dio, e in entrambi i casi Dio sta chiedendo al suo popolo di non avere altro Dio. Insomma la prima gelosia della storia è la gelosia divina, di un Dio che si considera Unico ma evidentemente non ne è troppo sicuro - sennò tanta gelosia non avrebbe un senso. Prima della vulgata i latini non avevano una parola per "gelosia": ne avevano il concetto? A leggere Catullo pare proprio di sì, ma così come non marcavano una netta distinzione tra l'azzurro e il verde, gli autori classici non danno la sensazione di distinguere nettamente invidia e gelosia. Forse i concetti sono dei grumi di senso che prendono forma intorno alle parole: finché non esiste una parola, non c'è nemmeno il concetto. Forse non avremmo il concetto di gelosia, se Girolamo non avesse deciso di tradurre un certo termine ebraico in un certo modo.

È da un po' che scrivo storie di santi sul Post. All'inizio non sapevo bene dove sarei andato a parare, ho proceduto per tentativi. A distanza di qualche tempo mi sembra che il metodo sviluppato consista nella simpatia: si prende un uomo o una donna vissuti secoli o millenni fa, in contesti radicalmente diversi, e si tenta di trovarli simpatici. A volte la cosa è fattibile, altre volte è così disperata che diventa divertente. Come metodo, è il meno serio e il più anti-storico che si possa adottare. Le persone nate secoli fa, in contesti alieni, sono alieni. Non parlano come noi, non pensano come noi, non mangiano le cose che mangiamo noi (Girolamo era vegetariano in un mondo senza pomodoro e senza pastasciutta). Trasformarli in figurine simpatiche (o antipatiche) non serve probabilmente a nulla. E in certi casi è veramente impossibile. Come si fa a provare simpatia per Girolamo, un fanatico ossessionato dall'inferno, che si fece mantenere per tutta la vita dalla nobildonna (Santa Paola) a cui aveva fatto perdere la figlia (Santa Blesilla)? C'è che contrariamente a tutte le aspettative, questo fanatico ossessionato è un grande intellettuale, un bravo scrittore, un incredibile traduttore. E la sua Bibbia in latino è un dono, prezioso anche per quelli che a milleseicento anni di distanza non si considerano cristiani.

Ai tempi del suo primo disperato pellegrinaggio nel deserto - durante il quale altri suoi amici erano morti di stenti - Girolamo aveva fatto un incubo, dopo una di quelle sere in cui prima di andare a letto si era messo a leggiucchiare un po' di Plauto, così, per prender sonno. Il sogno lo aveva catapultato alla corte di Cristo Re, che lo aveva interrogato: "sei forse tu cristiano?" "Mi sembra di sì", aveva risposto Girolamo, tremebondo. "Mi sembri piuttosto ciceroniano", aveva risposto il dio-magistrato, e ne aveva disposto l'immediata flagellazione. Girolamo, sanguinante, aveva promesso che non avrebbe toccato un autore pagano mai più, mai più: da lì in poi solo libri sacri. In pochi sogni come in questo vediamo un uomo tradirsi.

Perché il dio flagellatore aveva ragione: Girolamo era più di ogni altra cosa ciceroniano, e nessun digiuno, nessuna penitenza lo riuscirono a cambiare davvero. Sotto quella pelliccia puzzolente, il monaco traduttore era rimasto Eusebius Sophronius Hieronymus, una spia del classicismo greco-romano, infiltrata nel cuore più profondo del cristianesimo trionfante: la piccola cella di Betlemme dove stava prendendo forma la Vulgata. Nel giro di due secoli il testo avrebbe sbaragliato la concorrenza, diventando per un buon millennio l'unica Bibbia leggibile in Europa. Il libro di Dio, ma anche un po' di Cicerone. No, mettiamola così: il ciceronianesimo di Girolamo è un virus, rimasto in sonno per secoli prima di attivarsi. Finché il supporto rimase la pergamena, e i lettori poche migliaia in tutto il continente, quasi nessuno ci fece troppo caso. Ma quando arrivò Gutenberg, e la stampa a caratteri mobili, il virus dilagò. Era il virus del pensiero critico.

Come animale da compagnia, un leone vegetariano. Il problema coi leoni vegetariani è che mangiano chili di cespugli al giorno, e hanno continuamente una spina da farsi cavare, e tu intanto stai cercando di capire le unità di misura del Levitico

Ci sono stati nella Storia dell'uomo altri traduttori di libri sacri. Siccome i libri di questo tipo durano molto, e nel frattempo non cambia solo la lingua, ma anche la cultura, il modo di pensare... di solito tradurli è l'occasione per riammodernarli un po', magari per riscrivere intere parti da capo. Girolamo sapeva bene, per esempio, che quando i greci avevano tradotto la Bibbia ebraica, l'avevano un po' aggiornata, togliendo magari qualche riferimento messianico che loro non capivano e che invece a lui premeva molto. Girolamo crede, indiscutibilmente crede, che l'autore della Bibbia ebraica sia Dio, e che quindi sia necessario ripartire da là: ma l'ebraico è difficile, e Girolamo non si fida veramente di nessuna delle sue fonti: non degli ebrei suoi contemporanei, non dei Greci, non del saggio Origene che aveva fatto uno splendido lavoro accostando tutte le traduzioni conosciute, ma era anche lui in odore di eresia... Diffidando di tutti, Girolamo è costretto a metterli a confronto, e a inventare un metodo filologico che poi ci servirà a restaurare tutti i classici, Cicerone incluso.

Ma quel che forse è più importante, e che lo rende il Santo dei traduttori, è che Girolamo diffida anche di sé stesso. Altri, prima di lui, avevano risolto i dilemmi di interpretazione lasciandosi semplicemente ispirare dalla Divinità. Lui no, lui traduce a senso, anche quando il senso magari non gli piace. Non è un profeta, non cerca Dio nella sua testa: Dio sta fuori, Dio ha scritto un libro, Girolamo deve capire cosa c'è scritto senza lasciarsi tentare dal demone dell'interpretazione. Nelle sue mani, la Bibbia diventa latina, ma non si evolve. Non si adatta alla cultura della civiltà tardoantica. Rimane un ingombrante centone di miti ebraici totalmente sganciati dalla quotidianità dei cristiani: qualcosa di oggettivamente difficile da manovrare, che rimarrà per secoli incastonato nella liturgia come un meteorite piovuto dal cielo. Nella maggior parte del testo, il Dio di cui si parla non è quello dei cristiani: a volte è buono e misericordioso, altre volte è mandante di genocidi; il più delle volte non si capisce cosa pretenda e con chi ce l'abbia, tutti i popoli di cui si parla sono lontani nella Storia e nella geografia. Dopo un migliaio di pagine così (intervallate da qualche salmo commovente, qualche onesta riflessione sulla condizione umana, qualche poesiola d'amore, qualche proverbio abbastanza banale), arriva Gesù - ma persino le storie di Gesù non sono affatto raccontate in modo univoco e coerente. C'è un sacco di contraddizioni, e Girolamo le avrebbe potute risolvere: chi meglio di lui?

Un piccolo esempio, di cui abbiamo parlato altre volte: i fratelli di Gesù. Tutti quelli che nei secoli hanno difeso la verginità della Madonna, si sono scontrati contro quei versetti in cui si dice, chiaramente, che Gesù aveva dei fratelli. Non c'è niente da fare, il testo dice così: hai voglia a dire che magari gli evangelisti intendevano "cugini", "amici", "discepoli", no: c'è scritto fratelli, punto. Ma chi l'ha scritto? Girolamo era nella stanza dei bottoni (o meglio nella cella dei papiri), Girolamo avrebbe potuto cambiare. Certo, ci sarebbe stata qualche polemica, Agostino avrebbe storto il naso... ma nel giro di qualche secolo tutto sarebbe stato risolto, un testo meno contraddittorio avrebbe fatto comodo a tutti. Bastava convincersi che quel "fratelli" era un evidente sinonimo di cugini, le religioni sono piene di gente che si convince di cose così, ma Girolamo non era quel tipo di fanatico. Tradusse "fratelli", e "fratelli" rimase. Sotto quella pellaccia livida di tutte le frustate che si autoinfliggeva per aver esagerato a condire la lattughina, sotto tutto il suo cristianesimo furioso e militante, Girolamo Eusebio Sofronio era rimasto un filologo. Classico. Ciceroniano. Se oggi leggiamo la Bibbia, e ci troviamo i migliori argomenti per non dare retta ai preti, lo dobbiamo a lui, che poteva sostituirla con un bel catechismo edificante, ma non ne era in grado. Tra l'amore per la Chiesa e quello per la lettera del testo, Girolamo scelse il secondo, e lo sapeva: almeno nei sogni.

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Hai visto Giuseppe volare?

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La sua gabbia a Osimo. Neanche un trespolo.
La sua gabbia a Osimo. Neanche un trespolo.
San Giuseppe da Copertino (1603-1663), frate e mistico, patrono degli astronauti, amico degli studenti e protettore degli esaminandi

[2014]. Comporre le classi, in particolare le prime medie, è più un'arte che una scienza. Non ci sono parametri oggettivi, non c'è modo di sapere se quello che stai facendo funzionerà o no. Rimane una regola empirica, valida in questo e in tanti altri campi: se alla fine tutti si lamentano, è un buon segno. In effetti quando si lamentano in pochi è palese che è stata commessa un'ingiustizia: qualcuno è stato favorito rispetto a qualcun altro, ecco perché non si lamenta. Se si lamentano tutti almeno sei sicuro di non aver favorito nessuno, il che è già qualcosa.

Una delle difficoltà fondamentali, quando componi le classi, è far vuotare il sacco alle maestre elementari. Esse sanno molto degli elementi che tu devi mescolare in un pastone il più possibile uniforme. Sanno senz'altro distinguere i ragazzi talentuosi e i criminali in erba, e tuttavia neanche sotto tortura ti diranno "Omar Pascià è un ragazzo talentuoso!" o "Livio Barazzutti è un criminale in erba". Li hanno avuti in custodia per cinque e più anni, e quindi non glieli tocchi, sono i loro bambini. Sono tutti bravissimi. Sono tutti meravigliosi. Al limite, a volte, aggiungeranno espressioni sibilline come "...è da capire". Per intenderci: se la sua maestra dice che Livio "è da capire", Livio non è semplicemente da capire. È da guardare a vista per evitare che mangi gli altri bambini, o i loro astucci, o li faccia mangiare agli altri bambini (i loro astucci).

"E Giuseppe?"
"Eh, Giuseppe, Giuseppe... è meraviglioso".
"Naturale. Ma a parte questo? Morde?"
"No... no... tendenzialmente no".
"Tendenzialmente".
"È un ragazzo straordinario, con una sensibilità, una fantasia..."
"Quindi non lo mettiamo in prima X".
"Ma no, perché?"
"Perché sarebbe il ventesimo straordinario, sensibile e dotato di fantasia. Anzi facciamo così: da qui in poi, mi dici soltanto quando non sono straordinari e sensibili. Se non dici niente do per scontato che sono straordinari e sensibili. C'è il completamento automatico, vedi?"
"Però Giusi non è come gli altri, lui è un po' di più... come dire..."
"Più sensibile?"
"Insomma va capito".
"O mio dio. Un altro?"
"Ma no, non in quel senso..."
"Non è un maniaco oppositivo violento, mi vuoi dire".
"No, tendenzialmente..."
"Tendenzialmente".
"Anche la neuropsichiatra ci ha confermato che è tutto a posto, non ha niente che..."
"Ehi ehi ehi, ferma, è uno da neuropsichiatria?"
"No, no, assolutamente".
"Ma qualcuno ce l'ha portato".
"La famiglia forse, noi non c'entriamo, per noi era solo un ragazzo che..."
"Senti, ne ho altri settanta da piazzare entro sabato, e non è che io voglia sapere vita morte miracoli. Soltanto se graffia o no".
"Non graffia".
"Oh, grazie".
"Però... vola un po', ecco".
"Ricevuto, lo mettiamo al piano terra".

GIU'! PORTATELO GIU'!
Portatelo giù.

Giuseppe da Copertino volava. Per un santo è quasi una cosa banale. Un po' meno banale è il modo in cui confratelli e gerarchie reagivano al miracolo: con fastidio. Il francescano volante passò parecchio tempo in gabbia. Dopo aver tanto penato sui libri per riuscire a diventare sacerdote, alla fine gli toccò officiare nella sua cella, da solo. Questa cosa di levitare a ogni menzione della Madonna o di Gesù, o anche solo per aver fissato un'immaginetta santa, dopo un po' riusciva snervante. Ok, lo abbiamo capito, sei santo, ma adesso vieni giù, comportati come una persona normale. No, niente da fare. Giuseppe non ce la faceva. Guarda che chiamiamo l'Inquisizione!

Per fortuna quella spagnola era impegnata. Si scomodò l'Inquisizione napoletana, forse meno intransigente. Ma chi è questo tizio? Perché non riesce a star fermo? Siamo nel Seicento, è un po' prestino per diagnosticare un deficit dell'attenzione.

"Non riesce a farci niente. Anche mentre gli parli: un momento è qui che ti ascolta, l'attimo dopo è in orbita".
"Ha sempre fatto così?"
"Difficile dirlo, ha già cambiato molte classi... volevo dire, molti conventi".
"Ahi".
"Copertino (Lecce), Martina Franca, Roma, Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone, Osimo..."
"Non riesce a tenerlo nessuno. Nel faldone cosa c'è scritto?"
"Bambino meraviglioso"
"Naturale. E poi?"

La modesta sede della Apple a Cupertino (il nome della località deriva da un fiume che un cartografo spagnolo dedicò a "San José de Cupertino".
La modesta sede della Apple a Cupertino (il nome della località deriva da un fiume che un cartografo spagnolo dedicò a "San José de Cupertino").


"Un po' distratto. I compagni di banco lo chiamavano "Boccaperta", forse perché a volte si scordava di chiuderla".
"Sintomatico. E com'è che è diventato sacerdote?"
"Eh, vossignoria lo saprà meglio di me: Dio ci chiama e noi..."
"E noi dobbiamo studiare e passare esami di latino e teologia. Spiegatemi come ha fatto a passarli questo bifolco che non riesce a star fermo sul banco neanche a legarlo".
"Pare che sia stato un miracolo".
"Ma guarda".
"Lui racconta di aver penato molto sui libri, invano".
"Sì ma non siamo nell'Ottocento romantico, tutte queste menate sul buon selvaggio che riesce a diventare un buon curato di campagna anche se non gli entra in testa il periodo ipotetico del terzo tipo non le capiamo. Com'è andata davvero questa cosa, spiegate per filo e per segno".
"Dunque... lui era già stato espulso dal convento di Martina Franca perché rompeva i piatti".
"I piatti?"
"Non riusciva a lavarli senza romperli. Pare che andasse in estasi anche mentre li sfregava".
"Ma potrebbe persino essere epilessia. E lo abbiamo fatto prete?"
"No, anzi, i confratelli lo rimandarono a casa coi cocci ancora impigliati al saio. Ma lui a casa non ci poteva stare".
"E perché no?"
"Orfano di padre debitore. C'è una sentenza del tribunale supremo di Napoli che in pratica lo obbliga a lavorare finché non avrà saldato il debito del padre. L'unico modo di scamparla..."
"Era farsi frate".
"Quelli della Grottella si impietosiscono e lo riprendono. Ma siccome in cucina rompe tutto, pensano bene di farlo studiare".
"Meglio che rompa i libri che le scodelle".
"Dopo tre anni passa a fare l'esame per il diaconato il vescovo in persona".
"Com'è andata?"
"Un miracolo! Il vescovo apre il messale a caso e chiede a Giuseppe di spiegare il vangelo. Esce Luca 1,42".
"La Visitazione".
"Era l'unica pagina che Giuseppe era riuscito a memorizzare".
"Magari sullo stesso messale".
"In che senso?"
"Che se era l'unica, magari aveva dovuto aprirla spesso, e i messali si aprono più facilmente nella pagina che è rimasta aperta più tempo".
"Beh, in effetti questo potrebbe spiegare l'esame per il diaconato, ma poi... è diventato presbitero".
"Ecco. Ci piacerebbe capire come ha fatto. Un altro miracolo?"
"Di nuovo in presenza del vescovo. Sono tutti preparatissimi tranne Giuseppe. Il vescovo interroga i primi tre. Sanno tutto. Va bene, dice, si vede che siete una classe che studia. E se ne va".
"Questo è il miracolo?"
"Così lo raccontano".
"Le scuole migliori del mondo, abbiamo".
"E infatti produciamo santi che il mondo ci invidia. Ma adesso che si fa?"
"Che si fa. Che si fa. È una parola".
"Vossignoria, non è un modo di dire, siete l'Inquisizione. Se lo volete bruciare, dite solo una parola e appena viene giù lo mettiamo sulla pira".
"Ma come si fa... cioè, a parte volare e sfangare gli esami, ha mai fatto qualcosa di male? Morde?"
"Lui? No, macché... è buono come il pane".
"Predica al volgo? Non vorrei che mettesse in giro qualche fesseria sediziosa o rivoluzionaria, non sarebbe nemmeno il primo".
"No, no, è tranquillo. Parla agli animali".
"Ah, meno male. Ci piacciono quelli che parlano con gli animali".
"In effetti danno molti meno problemi".
"È proprio una pratica da incoraggiare, l'animaloterapia. Stiamo riscrivendo anche la storia del vostro fondatore in tal senso".
"Francesco?"
"Gli facciamo parlare un sacco con gli animali, così dà l'esempio".
"Tornando a Giuseppe..."
"Massì, che ci volete fare, è solo un poveretto che non riesce a star fermo in un posto. Mettetelo in una cella col soffitto non troppo basso e abbiate cura che non dica o faccia troppe scempiaggini. Al limite quando muore lo facciamo santo".
"Lui i soffitti proprio non li sopporta. Ci picchia contro, si fa male".
"E che vi devo dire. Siamo nel Seicento, non ci sarà ritalin in circolazione per quasi tre secoli, che altro dovremmo fare? Lo incateniamo?"
"E se lo lasciassimo libero?"
"Libero di fare che?"
"Di volare dove vuole".
"Ma non dite fesserie, siamo l'Inquisizione noi. La gente non vola".
"Infatti è un miracolo".
"Proprio per questo deve restare una cosa rara. Un poveretto che vola è un miracolo. Un popolo di poveretti che volano è l'anarchia".
"Uff".
"Non è contento".
"In coscienza, mica tanto".
"Meglio così, se vi lamentate in tanti è segno che facciamo un buon lavoro".
"Questa cosa di scontentare più gente possibile, se devo essere sincero..."
"Deve"
"...io non l'ho capita tanto".
"Capirà, capirà, se resta a terra prima o poi capisce tutto".

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Cos'è una croce?

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14 settembre - Esaltazione della Croce

Velazquez
[2012]. C'è la mamma di Daniele Luttazzi che si fa il segno della croce con un dito. Il papà la vede e le dice: "sei fortunata che non l'hanno impalato, sennò..." Di questa battuta, che ovviamente deve essere completata da un gesto preciso della mano destra, Luttazzi andava (va?) particolarmente fiero. "Mi piace", diceva, "il fatto che da questo momento in poi non riuscirete più a guardare un crocefisso senza pensarci". Qualche anno fa ci fu un caso un po' penoso di cui forse avete sentito parlare: Luttazzi dovette riconoscere che molte battute di cui si arrogava la paternità non erano farina del suo sacco. Il Cristo impalato però continuò a rivendicarlo, ignorando forse che qualche anno prima Paolo Poli era stato molto più sintetico e brutale: "Se Gesù fosse stato impalato, i Santi dove le avrebbero le stimmate?" Che Luttazzi possa non aver conosciuto la battuta di Poli è quasi probabile; difficile che ignorasse quella (già parecchio diversa) di uno dei suoi numi tutelari, Lenny Bruce: "Se Gesù fosse stato ucciso venti anni fa, i bambini delle scuole cattoliche porterebbero intorno al collo delle piccole sedie elettriche". Dove non è chiaro se Bruce ce l'avesse più coi cattolici o più con la pena di morte, ma questo era forse il bello di Bruce. Il quale a sua volta magari pescava da Heinrich Böll: "È una fortuna per gli esteti che la croce fosse lo strumento di morte abituale in Palestina, altrimenti dovrebbero appendere in camera da letto una ghigliottina o una forca". Böll a sua volta non poteva veramente ignorare quel famoso frammento del Discorso veritiero dove il filosofo Celso (II secolo dopo Cristo) scrive:
E dovunque da loro troverai l’albero della vita, e la resurrezione della carne dall’albero: questo, credo, perché il loro maestro fu inchiodato alla croce ed era di professione carpentiere. Così, se per caso egli fosse stato buttato giù da un dirupo, o spinto in un burrone, o strangolato con un capestro, o fosse stato ciabattino oppure scalpellino o fabbro, al di sopra dei cieli vi sarebbe un... dirupo di vita? O un burrone di resurrezione? O una corda di immortalità, o una pietra beata, o un ferro d’amore, o un cuoio santo? Ma quale vecchia intenta a canticchiare una fiaba per ninnare un bambino non si vergognerebbe di sussurrare cose del genere?
Il salto bimillenario tra Celso e Böll è dovuto - oltre alla mia ignoranza - dal fatto che in mezzo c'è stato un periodo in cui in Europa davvero, scherzare sul crocefisso non era molto consigliabile - meno di quanto lo sia oggi satirizzare su Maometto e la sua barba. Lo stesso Celso non ha avuto molta fortuna: la sua opera ha circolato liberamente finché i cristiani non hanno preso il possesso delle biblioteche, poi è rapidamente scomparsa. I frammenti che ci sono rimasti li ha salvati il suo miglior nemico, Origene, che per confutarlo scrisse un intero trattato, in cui non poteva evitare di citarlo. Se solo la Chiesa avesse avuto più apologeti alla Origene, e meno censori e raschiatori di codici antichi... ma raschiare è un risparmio, confutare è faticoso, insomma, è andata così. 

Un politico italiano in un'apparizione pubblica, ai tempi della prima sentenza.

Che il crocefisso, l'effigie di un cadavere esposta alla venerazione, sia qualcosa di scandaloso non è dunque una scoperta di Luttazzi. Lo era ai tempi di Paolo di Tarso, (1 Corinzi 22-24) lo era tre anni fa quando una signora italo-finlandese rivolse alla Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo più o meno il seguente quesito: mio figlio in Italia è costretto a studiare in una stanza dove è appeso il similacro di un uomo torturato e sanguinante, è legale questa cosa? La Corte in un primo momento disse no, sollevando un polverone che si era già abbondantemente posato quando nel marzo 2011 cambiò idea (il che è sempre sbagliato, parlo per me: il crocefisso appeso non mi dà fastidio, me ne danno di più i giudici che cambiano idea). Nel frattempo in molte aule e luoghi pubblici il simulacro continua a essere esposto con i chiodi e le ferite e tutto quanto. A causa di un bizzarro fenomeno di assuefazione culturale, la maggior parte degli italiani (e dei cattolici in generale, forse) non ci fa caso. Ovvero: facciamo tutti caso a un crocefisso, quando c'è, e magari litighiamo sul suo significato politico-storico-religioso-identitario, ma non lo guardiamo mai veramente per quel che è. Il fatto che descriva, con orripilante realismo, l'aspetto di un uomo torturato a morte, non colpisce quasi mai la nostra attenzione. Bisogna che arrivi Daniele Luttazzi con una battuta (o Paolo Poli, o Lenny Bruce, o chi volete).

In ogni caso io ho una risposta per Luttazzi e per Poli: se in luogo di essere crocifisso - la punizione capitale che veniva inflitta più frequentemente agli schiavi ribelli nelle province romane - Gesù fosse stato impalato, ebbene, i cristiani di oggi farebbero lo stesso identico segno della croce: e i santi continuerebbero a mostrare stimmate alle mani, ai piedi, al costato. Come faccio a saperlo? La domanda è malposta. Chiediamoci piuttosto: come facciamo a sapere che Gesù è stato davvero crocefisso? Siamo sicuri che non sia stato piuttosto impalato, o strangolato, o precipitato in un burrone? In realtà no, non siamo sicuri di nulla. Persino se decidiamo di prendere per buoni i vangeli, ci rimangono ancora ampi margini di dubbio. Ma come, direte, nei vangeli la croce c'è (anzi, ce ne sono tre). Sì, ma qui sta appunto il problema: cosa significa "croce" nei vangeli? Oggi il primo significato a cui associo la parola non è nemmeno religioso, ma geometrico: la croce è l'incrocio di due segmenti, c'è quella latina col braccio basso più lungo, mentre quella greca è un equilatero, eccetera. La Croce Rossa, la Croce del Sud, non ci sono dubbi su cosa sia una croce. Oggi. Ma per i contemporanei di Gesù la parola latina "crux", la parola greca σταυρός, indicavano per prima cosa il più orribile e umiliante dei supplizi capitali. La forma dello strumento di tortura era secondaria: una "crux" poteva avere diverse forme. I pali non avevano necessariamente la forma che vediamo nei dipinti, e non erano necessariamente due: un uomo inchiodato o legato a un solo palo era ugualmente "crocefisso". E i vangeli, anche se parlano di croci, non le descrivono mai. Dunque perché noi ci immaginiamo la croce fatta proprio in un certo modo? Perché ci facciamo il segno della croce proprio in un certo modo? 

Ma li inchiodavano davvero? In Giudea sì: il reperto a destra (I sec. dC) è stato ritrovato in Israele (a sinistra una ricostruzione).



Chiunque abbia discusso un po' con un testimone di Geova conosce l'argomento: Gesù potrebbe benissimo essere stato fissato a un semplice palo di tortura. La croce dei cristiani sarebbe un simbolo pagano preesistente, un idolo riciclato, un mandala.Ipotesi affascinante, ma probabilmente errata. Nel primo secolo dopo Cristo la crocifissione era ormai una procedura standard, che i Romani praticavano più o meno nello stesso modo ovunque gli schiavi dessero problemi. In un primo momento (1) si fustigava il condannato (senza esagerare, altrimenti moriva lì: quando ci si mettevano i Romani ti tiravano fuori le ossa a nerbate); si procedeva quindi (2) a fissare le braccia a un travicello (patibulum), con corde e/o inchiodando i polsi; così conciato (3) lo si conduceva nel luogo dell'esecuzione, spesso su un'altura - e il percorso in salita, col patibulum già attaccato alla schiena, era un'ulteriore tortura - ivi giunti (4) si innalzava il condannato su un palo verticale conficcato al suolo, fino a un'altezza di tre metri, dove il patibulum veniva assicurato al palo medesimo. Infine (5) si legavano (o inchiodavano) i piedi, e si aspettava. Ancor più che una forma di tortura, la croce era un'umiliazione: l'esposizione del moribondo, che poteva durare giorni interi, e spesso proseguiva ben oltre il decesso - le spoglie di solito non venivano sepolte, finivano in discarica. Tuttora non siamo sicuri sul modo in cui i condannati spirassero (dissanguamento? asfissia?); sappiamo che potevano rimanere appesi per giorni e notti. Qualcuno riusciva anche a staccarsi e farla franca. In qualsiasi momento comunque l'autorità poteva decidere di tagliar corto e ordinare agli aguzzini di praticare il crucifragium, ovvero la rottura delle ossa delle gambe. A quel punto i condannati, non potendo più reggersi, morivano soffocati. Fu la sorte dei due ladroni crocifissi con Gesù, il quale invece era già morto quando il legionario incaricato  andò a controllare. I racconti evangelici (piuttosto realistici, eclissi a parte) sono sostanzialmente compatibili con questa procedura standard, il che ci porta a concludere che la forma più probabile della croce sia proprio quella che troviamo appesa nelle aule scolastiche. 

Sullo stendardo di Costantino c'era il Chi-Ro (X+P), non la croce. In epoca precristiana rappresentava ChRonos, il Tempo. Quando l'imperatore apostata, Giuliano, lo fa rimuovere da un monumento allo zio Costantino (360 ca.), il Chi-Ro è già un simbolo cristiano.


Però non possiamo esserne sicuri. Gesù potrebbe essere stato inchiodato (o legato) a una croce di Sant'Andrea, o a una forca, e persino a un palo solo: e anche se è abbastanza improbabile che sia stato impalato nella maniera suggerita da Luttazzi e Poli (un supplizio non attestato presso Romani né Ebrei) immaginiamo per assurdo che un orrore del genere fosse successo: i cristiani hanno avuto più di mille anni per cancellare le evidenze e rimodellare la scena nel modo più scenografico possibile. Alla croce - come la intendiamo oggi - dovevano arrivarci per forza. È la forma più fotogenica, la più adatta ad attirare l'attenzione di chi rimira la pala d'altare: è simmetrica, rigogliosa di simbologie (i quattro punti cardinali) e, come già notava Origene, dietro la maschera di dolore ci mostra un abbraccio. Se non esistesse il crocefisso, insomma, lo avrebbero inventato. E non è da escludere che lo abbiano fatto, magari in un secondo momento. Non siamo nemmeno sicuri che i cristiani riconoscessero nella croce un simbolo cristiano, almeno fino al quarto secolo. Fino a quel momento il segno più spesso associato alla religione di Gesù era l'ichthýs (un pesce stilizzato); anche sotto Costantino viene spesso utilizzato il monogramma Chi-Ro, che sovrappone le prime due lettere della parola Christos. A dire il vero un crocefisso databile nel primo o secondo secolo c'è, ma pone un problema: non è un esattamente un simbolo religioso, anzi: è uno sgorbio osceno. 

"Prega il tuo Dio, Alessameno!"




Siamo sempre a scuola (il Paedagogium, un collegio sul colle Palatino). Pensate, il primo crocefisso a scuola non l'ha messo un prof di religione, ma lo ha inciso con un temperino un ragazzo che voleva sfottere un compagno, Alessameno, dal nome greco e dalla religione esotica. L'intento parodico è evidente nella scelta di raffigurare Gesù con una testa d'asino. I cristiani venivano chiamati confidenzialmente "asini che portano misteri", e venivano spesso accusati di adorare un Dio mezzo uomo mezzo mulo. Il disegnino scolastico più studiato della storia dell'uomo descrive sommariamente una croce proprio come ce la immaginiamo e come la disegnerebbe un ragazzino con un punteruolo, con il dettaglio realistico del predellino per i piedi (che veniva tolto quando si voleva accelerare il decesso). La sgraziata didascalia ("Alessameno venera il suo DIO") suona ai nostri orecchi postmoderni decisamente bullistica. Però anche questa in fin dei conti è una ricostruzione a posteriori: vediamo un crocefisso e lo riconduciamo immediatamente a Gesù, ma a quei tempi si crocifiggeva un po' chiunque; il Dio di Alessameno potrebbe anche essere qualche altra entità asinocefala.  Per vedere un Cristo in croce in una raffigurazione ufficiale dobbiamo aspettare il quinto secolo, quando compare tra i ladroni in una formella della porta lignea della basilica di Santa Sabina a Roma. Ma anche in questo caso - esempio interessante di autocensura - le croci non si vedono: sono del tutto coperte dai corpi dei suppliziati. Come se  piuttosto che un simbolo venerabile fossero ancora un tabù, qualcosa che indubbiamente c'è ma che è meglio non mostrare.

 

 Ancora negli anni di impero di Costantino, il sovrano che promulgò la libertà di culto (313) e forse si convertì e forse no, che forse vide una croce in cielo e forse no, gli schiavi ribelli continuavano a essere appesi a delle croci. La cose andò avanti fino a Teodosio, l'imperatore che nel 380 proclamò il cristianesimo religione di Stato. Fino a quel momento la croce richiamava l'umiliazione, la tortura e la morte. Certo, Costantino aveva raccontato al suo amico e biografo cristiano, Eusebio di Cesarea, di aver visto la croce iscritta nel sole alla vigilia della battaglia decisiva di Ponte Milvio. Il racconto non doveva essere molto convincente, se ne dubitava perfino Eusebio, che avrebbe avuto invece tutto l'interesse a propagarlo con entusiasmo. C'è da dire che di visioni di Costantino ne circolavano tante: in un tempio di Apollo a Treviri avrebbe visto tre X sormontate di alloro, per un totale di 30 (XXX) anni di vittorie; molti suoi legionari adoravano il Dio Mitra e portavano sugli scudi una croce simile al Chi-Ro. Magari Costantino amava modellare la storiella sulla fede del suo interlocutore: ai cristiani raccontava di una croce, ai pagani di Apollo e dell'alloro, se avesse avuto legionari indù gli avrebbe raccontato di quella volta che strinse le mani alla Dea Kalì. Era un dittatore militare che si barcamenava come poteva in un momento di forti tensioni religiose. Non si battezzò che in punto di morte, e chissà quanti altri sacerdoti e santoni ricevette sul medesimo letto. La sua immagine di imperatore cristiano dipende semplicemente dal fatto che mezzo secolo dopo i cristiani avevano vinto, ed erano liberi di raccontare la storia come meglio credevano, coi simboli che credevano.Ancor più che a Costantino, la croce fu associata a sua madre, l'imperatrice Elena, che rispetto al figlio aveva l'indubbio vantaggio di essere riconosciuta come santa. È a lei che viene attribuito il ritrovamento della Vera Croce a Gerusalemme, durante la demolizione del tempio pagano che occupava il luogo del Santo sepolcro. All'inizio il 14 settembre era semplicemente l'anniversario dell'inaugurazione della basilica, nel 335; i primi resoconti in cui compare la croce risalgono a una decina d'anni dopo. La reliquia diviene ovviamente il fulcro dei pellegrinaggi a Gerusalemme, anche se molto presto perde i suoi attributi più preziosi, i chiodi. Già prima di Cristo i chiodi dei crocefissi erano considerati potenti talismani. Quelli della vera croce, trasportati a Costantinopoli, finiscono un po' dappertutto: fusi negli elmi imperiali, nei morsi dei cavalli, sulla Sacra Lancia, nella corona ferrea, nel duomo di Milano, ovunque. 

La croce schiodata rimane a Gerusalemme per tutto l'Alto Medioevo - con un breve intermezzo tra il 614 - quando lo Scià Cosroe II saccheggia la città - e il 628, quando Eraclio lo sconfigge e recupera la reliquia. I conquistatori arabi, sopraggiunti poco dopo, non sembrano porre problemi. Le cose cambiano con l'arrivo dei più intransigenti turchi, ma siamo già verso l'anno Mille. È in quel momento che della Vera Croce si perdono le tracce. Ne ricompare un grosso frammento, incastonato in una croce d'oro, nel 1099, durante l'assedio crociato di Gerusalemme (quello che terminerà con un massacro indiscriminato). Come al solito in questi casi l'unico certificato di autenticità è l'entusiasmo dei fedeli, e la loro vittoria finale. La reliquia era tuttavia destinata a venire nuovamente smarrita nel giro di un secolo, a causa dell'abitudine crociata di portarla in processione durante le battaglie, battaglie che sempre più spesso i crociati perdevano. La Croce scompare durante la catastrofe tattico-logistica di Hattin, l'assurda battaglia del 1187 magistralmente descritta da Ridley Scott in Kingdom of Heaven, un titolo che non vi dice niente, vero? In italiano si chiama Le crociate con Orlando Bloom, io perlomeno quando lo proietto a scuola lo chiamo sempre così e tutti lo apprezzano, forse perché sperano che da un momento all'altro saltabecchi fuori Jack Sparrow - e invece si ritrovano davanti Edward Norton nei panni del re lebbroso, una magistrale interpretazione, ma non divaghiamo. 

Ridley Scott, Kingdom of Heaven, AKA "Le crociate con Orlando Bloom", 2005.

Dopo Hattin i cristiani sono costretti a evacuare Gerusalemme: il prode sultano Saladino decide di non vendicare il massacro del 1099 (lode ad Allah il Misericordioso). Di pezzi di croce a Gerusalemme non se ne troveranno più, ma non importa. I pellegrini avevano avuto quasi un secolo a disposizione per andarla a vedere, e si sa cosa succede in questi casi, no? Ognuno fa quel che può per portarsene a casa un pezzetto. La proliferazione di Veri Frammenti della Vera Croce in tutte le chiese della cristianità occidentale diventa nel giro di qualche secolo un fenomeno imbarazzante per i cristiani stessi, al punto che qualcuno comincia a ipotizzare una virtù miracolosa del legno originale, che gli consentiva di riduplicarsi all'infinito. Una toppa del genere era peggio del buco, visto che prefigurava una vera e propria inflazione di Veri Frammenti: la riproducibilità ne avrebbe fatto crollare il prezzo. Al contrario ogni monastero o diocesi o pieve ci teneva a ribadire l'originalità e la rarità del suo Frammento, e la cosa andò talmente avanti che nel Cinquecento in Europa si sarebbe potuto riempire un'intera nave soltanto di Veri Frammenti. Così almeno scriveva Calvino nel suo Trattato delle reliquie. Solo nel 1870 uno studioso francese (Rohault de Fleury) si prese la briga di inventariare davvero tutti i Frammenti ritrovati e sommarne la cubatura, ottenendo una stima insospettabilmente bassa, 0,004 metri cubi: perfettamente compatibile con il volume di una croce che doveva aggirarsi intorno agli 0,178 metri cubi. Certo, in mezzo c'erano tre secoli di guerre religiose, dinastiche e napoleoniche: magari molta legna si era persa per strada. Il minuscolo pezzettino della mia chiesa di Sorbara è ancora lì, immagino. Mal che vada ne grattugeremo un'altra briciola dal pezzo che sta all'abbazia di Nonantola, sei chilometri più in là. Rigettato dai protestanti, il crocefisso si è legato sempre di più all'iconografia cattolica, che dalla Controriforma in poi, tra Sacri Cuori coronati di spine, e amputazioni di martiri, e miracolose emorragie, ha scoperto una certa tendenza al Grand Guignol spirituale. È curioso che dopo esser cresciuti in mezzo a immagini del genere, tanti di noi se la prendano coi film e i videogiochi che banalizzano la violenza. Il crocefisso funziona allo stesso modo: ti mette sotto il naso un uomo agonizzante o cadavere, finché non ci fai più caso, finché non diventa un semplice simbolo religioso o identitario o politico a cui associ qualsiasi significato tranne quello della carne e del sangue. Bisogna che arrivi qualcuno da lontano, ogni tanto, a ricordarcelo. Forse basterebbe davvero toglierlo dalle pareti, e aspettare che torni il bullo archetipico, il compagno di Alessameno, che ce lo incida sul banco per spremerci una fitta al cuore.
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Il sole si è fermato?

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1° settembre - San Giosuè, sterminatore di popoli immaginari (molti secoli prima di Cristo)

John Martin
[2012]. Ecco un personaggio biblico che ormai nessuno pretende di considerare come realmente esistito. Giosuè è il generalissimo ebraico che dopo la morte di Mosè porta il popolo di Dio attraverso il Giordano nella Terra di Canaan. Ivi, in luogo del latte e del miele promesso, gli Israeliti trovano altri popoli stanziali, con città fortificate e fiorenti. La cosa non scompone per nulla Giosuè, che nei primi anni si dedica con metodo e dedizione al genocidio, attaccando e sterminando una città alla volta, un popolo alla volta: prima Gerico, poi Ai, poi gli Amorrei... Lui del resto non fa che obbedire agli ordini: è Dio che vota quei popoli allo sterminio, e a differenza di Mosè e di altri patriarchi Giosuè non tentenna, non ha ripensamenti, né psicologia: è l'uomo giusto per fare il deserto e chiamarlo pace. Non si può nemmeno dire che ci provi gusto a passare a fil di spada, per esempio, ogni essere che trova nella città di Gerico, "dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l'ariete e l'asino" (si salva solo la prostituta che ha fatto la spia). Sta solo eseguendo gli ordini. Più un grigio burocrate che un valente condottiero: d'altro canto i suoi biografi mettono in chiaro più volte che Giosuè, senza l'intervento di Dio, non avrebbe vinto nemmeno una scaramuccia. È il Signore degli Eserciti a far cadere le mura di Gerico, previo prolungato squillo di trombe, ed è sempre Lui a bombardare gli Amorrei a Gabaon con una grandinata di pietre che ammazza più nemici "di quanti ne uccidessero gli Israeliti con la spada". In linea di massima, queste guerre le vince il Signore: alle truppe di Giosuè viene chiesto di fare un atto di presenza, ma soprattutto le pulizie dopo che la battaglia è vinta. Questo tuttavia può richiedere molte ore, in un'epoca arcaica in cui tutto si doveva comunque interrompere al calare del sole; al punto che almeno nel caso della battaglia di Gabaon, Giosuè chiede e ottiene una proroga straordinaria, uno stop del sole per almeno una giornata - il tempo necessario per inseguire gli Amorrei e terminare un'operazione di massacro che sennò chissà quanto si sarebbe trascinata nel tempo.
Allora, quando il Signore mise gli Amorrei nelle mani degli Israeliti, Giosuè disse al Signore sotto gli occhi di Israele:
«Sole, fèrmati in Gàbaon
e tu, luna, sulla valle di Aialon».
Si fermò il sole
e la luna rimase immobile
finché il popolo non si vendicò dei nemici.
Questo famigerato passo è probabilmente l'unico della Bibbia dove si parla un po' di astronomia. Mi chiedo a volte se sia esistito un antico popolo, con una mitologia complessa e stratificata, altrettanto disinteressato ai moti degli astri e dei pianeti, alle costellazioni eccetera. Giusto una piccola cosmogonia nelle prime pagine, e poi più nulla. Forse era un modo da differenziarsi dai dominatori babilonesi, loro sì fissati con le stelle. Questa sostanziale indifferenza nei confronti del cielo fu paradossalmente un vantaggio nel momento in cui la Bibbia entrò nel mainstream dell'Impero Romano, gareggiando coi testi scritti di altre religioni: i testi manichei, quelli gnostici, mitraici, eccetera. Rispetto agli altri libri sacri, la Bibbia si conciliava meglio con la scienza ufficiale aristotelica, per il semplice motivo che di astronomia non si parlava: Agostino mollò i manichei perché il cosmo che descrivevano era ridicolo rispetto a quello progettato da Aristotele. I cristiani non avevano questo problema: purché il sole girasse intorno alla terra, tutto il resto si poteva organizzare come dicevano i filosofi greci.

Ma insomma nella Bibbia di solito si parla d'altro. E anche nel passo del libro di Giosuè, in fondo, di che si parla? Di massimi sistemi? Non è che Giosuè dica semplicemente "fermati o sole" come noi diciamo tutti i giorni "il sole è sorto", o "è tramontato", senza per questo voler negare il sistema copernicano? Siamo sicuri che Giosuè, guerriero e uomo di fede, ci tenga a farci sapere che il sole gira intorno alla terra?

Nicolò Malinconico

Galileo, per esempio, era sicuro del contrario. Fu proprio questa sua sicumera a cacciarlo definitivamente nei guai. Di questi guai noi di solito conosciamo una versione molto semplificata, che abbiamo preso per buona a scuola. Riassumendo: Galileo riteneva che la terra girasse intorno al sole (sistema copernicano); i preti però pensavano che questo contraddicesse la Bibbia, almeno in quel versetto dove Giosuè ferma il sole, e così si arrivò al processo e all'abiura. Le cose sono un po' più complicate. In un gioco di specchi piuttosto barocco, scopriamo che i preti in questione, tutt'altro che oscurantisti inchiodati alla Verità rivelata in un versetto, giocarono la modernissima carta del relativismo: avrebbero voluto che Galileo considerasse la teoria copernicana una teoria, non la realtà dimostrata delle cose. Mentre a Galileo, il famoso Galileo-inventore-del-metodo-scientifico, tutto questo relativismo infastidiva: lui riteneva di aver dimostrato che la terra gira e il sole è fermo e punto. Quel che è peggio, è che la prova definitiva esibita da Galileo (il moto delle maree) era una solenne cantonata. Non solo, ma così come gli avversari clericali di Galileo erano tutt'altro che digiuni di scienza, lo stesso Galileo ci teneva a mostrarsi uomo di religione. Non aveva nessuna intenzione di contraddire la Bibbia: viceversa, scrivendo al suo amico benedettino Benedetto Castelli, nel 1613, prova a dimostrare che è proprio la Bibbia a dargli ragione; che il miracolo di Gabeon è incompatibile col sistema tolomaico-aristotelico. Secondo Tolomeo infatti il moto del sole da levante a ponente è solo apparente: a muoversi davvero è il cielo più lontano, il Primo Mobile; se fosse stato esperto di queste cose, Giosuè avrebbe dovuto chiedere di fermare il Primo Mobile, non il sole; anzi, se avesse fermato il sole all'interno del sistema tolomaico, il giorno si sarebbe accorciato un po'. Al contrario, nel sistema copernicano il sole, pur essendo al centro dell'universo, continua a girare su sé stesso (Galileo lo aveva notato osservando le macchie solari), e quindi può essere fermato da Dio, se Giosuè glielo chiede: in che modo poi fermando la rotazione del sole il giorno di luce si allunghi sulla terra, io non l'ho capito, ma Galileo mentre lo spiega sembra molto sicuro di sé, come sempre. Non dico che questo sia un buon motivo per processarlo, minacciarlo di torture, forzarlo all'abiura e mandarlo agli arresti domiciliari; però le cose sono più complicate di come a scuola, per forza di cose, le impariamo.
Galileo al Sant'Uffizio
Che Galileo non fosse un campione di diplomazia, è cosa che riconoscevano anche i suoi sostenitori. Chiamare "Simplicio" il difensore ottuso della dottrina aristotelica, nel Dialogo sopra i massimi sistemi, e mettergli in bocca nel finale le opinioni del Papa Urbano VIII, fu un capolavoro di imprudenza che ancora oggi lascia sbalorditi. "S'infuoca nelle sue openioni, ci ha estrema passione dentro, et poca fortezza et prudenza a saperla vincere", riferiva Guicciardini a Cosimo II Medici. Quando Galileo scriveva a Castelli che "se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de' suoi interpreti ed espositori", non si accorgeva che nella foga di scagionare la Bibbia finiva per scaricare la responsabilità proprio sugli "interpreti ed espositori", ovvero i preti. I quali preti poi, avevano ben più che un versetto biblico da difendere: in ballo c'era quell'edificio aristotelico che aveva retto per tutto il medioevo, e restava il sistema ufficiale insegnato nelle università.

C'è un'altra abiura di cui conserviamo una storia eccessivamente semplice: quelle famose scuse che Giovanni Paolo II avrebbe fatto a Galileo, per conto della Chiesa. Anche qui, la storia è ben più complessa. Basti pensare che la Commissione pontificia per esaminare la questione ci lavorò per 13 anni, un periodo di tempo più che sufficiente per trovare un sistema per salvare i cavoli copernicani e la capra ecclesiastica. E infatti le conclusioni del 1992 individuarono un concorso di colpa: da una parte gli inquisitori non erano stati nell'occasione molto "lungimiranti". Ma la sua parte di colpa ce l'aveva anche quel Galileo, che invece di attendere "prove irrefutabili" aveva preteso di imporre la sua verità. Alla fine sono i vecchi argomenti di Feyerabend. Questi però voleva far notare come il presunto metodo sperimentale di Galileo sia una ricostruzione a posteriori: anche Galileo aveva i suoi pregiudizi, le sue osservazioni e i suoi esperimenti non gli impedivano di intestardirsi su ipotesi errate, come quella sulle maree, o sulle comete. Questo discorso, nelle mani di Ratzinger, diventa una specie di jolly relativista che la Chiesa si riserva di giocare quando le è comodo: di sicuro non quando si parla di Trinità o di Immacolata Concezione o di vita che comincia dal concepimento. Siccome la scienza è fondata sul dubbio, della scienza si può dubitare; dei dogmi di fede no, quelli sono valori non negoziabili e punto. A uno scienziato, Galileo, che si era permesso di spiegare ai preti come si legge la Bibbia, fa da contrappunto un collegio ecclesiastico che pretende di spiegare a Galileo e ai suoi seguaci il metodo scientifico. Chi dei due ci fa la figura meno peggiore? Beh, Galileo aveva i suoi difetti. Ma ai suoi avversari mica faceva i processi; non li condannava, non li teneva agli arresti domiciliari. Il dettaglio, almeno per quanto mi riguarda, è decisivo.
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Il santo che perse la testa (a causa di una ragazzina!)

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29 agosto - San Giovanni decollato (1-30 ca.)

Infanzie devastate da materiale audiovisivo discutibile.
[2013]. Giovanni Battista è l'unico santo di cui festeggiamo sia il compleanno (24 giugno) che il martirio (oggi). Io per la verità da bambino pensavo che il Giovanni Decollato fosse un santo omonimo che avevano ammazzato buttandolo dalla finestra.

Invece Giovanni, come tutti sanno, fu decollato nel senso che gli staccarono la testa dal collo: un supplizio violento ma che esprimeva una considerazione per lo status della vittima; la crocifissione invece era una cosa da schiavi. A metterlo a morte fu Erode Antipa, tetrarca della Galilea satellite di Roma. Su questo le fonti concordano. Purtroppo le "fonti" sono i vangeli e l'ebreo romanizzato Giuseppe Flavio. Quest'ultimo dovrebbe essere un po' più affidabile, ma le sue Antiquitates Judaicae sono state interpolate per secoli, da copisti cristiani anche in buona fede, a cui sembrava impossibile che un cronista ebreo del primo secolo si facesse sfuggire notizie su Giovanni Battista e Gesù Cristo - così le aggiungevano loro, toh, ecco, adesso sì che è un testo completo. Quindi non è sicuro che Flavio abbia mai veramente scritto qualcosa su Gesù o Giovanni. Senz'altro non erano al centro del suo interesse: lui parla di politica, guerre, dinastie, e poi ogni tanto ci sono questi predicatori che fanno un po' casino, ma niente su cui valga la pena di imbastire un capitolo. Nelle Antiquitates si accenna a Giovanni come "un uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo". Questo sarebbe bastato al sospettoso re per incarcerarlo e, in un secondo momento, farlo ammazzare.
Un'eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.
Condannato a morte perché parlava bene. Non che non sia plausibile, da quelle parti, almeno in quel periodo, però è veramente troppo vago. Cosa avrebbe detto il battista di così pericoloso per l'ordine costituito? I vangeli di Marco e Matteo ci forniscono un'ipotesi ragionevole: Giovanni avrebbe protestato contro il matrimonio di Erode con Erodiade. "Non ti è lecito tenerla". E in effetti prima di stare con Erode, Erodiade era stata sposata col di lui fratello, che aveva litigato col padre Erode il grande e si era trasferito a Roma. Inoltre era figlia di un altro fratello di Erode, il maggiore, Aristobulo; anche lui caduto in disgrazia presso Erode il grande e fatto ammazzare. E se tutto questo vi pare un po' incestuoso, considerate che la mamma di Erodiade era una cugina di Aristobulo. L'endogamia della famiglia erodiana era tipica di altre dinastie regali del Medio Oriente, dai faraoni in poi, ma non degli ebrei. E in effetti gli Erodi erano ebrei sui generis: venivano da una regione di confine (l'Idumea), e malgrado Erode il grande avesse sposato una principessa di stirpe maccabea, molti sudditi li consideravano ebrei posticci, pedine dell'imperialismo romano. Criticare un tetrarca per i suoi costumi incestuosi poteva, insomma, avere un significato politico.

Miley Cirus scostati, questo è un lavoro per Brigid Mary Bazlen.
Infanzie che volevano vedere un film su Gesù al cinema parrocchiale, messe davanti alle anche di Brigid Mary Bazlen.
Un altro motivo per diffidare dei resoconti evangelici è che quando si voltano indietro a ricordare il martirio di Giovanni, la buttano in fiaba. Marco e Matteo sono due scrittori asciutti, ma entrambi all'improvviso sembrano voler abbassare le luci e atteggiarsi a Shahrzad, tutta un'atmosfera da corte orientale che non c'entra niente con quel che viene prima e dopo, miracoli e prediche per strade polverose. I dettagli sono universalmente noti: Erode che imprigiona Giovanni ma lo teme, Erodiade che invece lo vuole morto e per ottenerne la testa manda avanti la figlia Salomè, la danza dei sette veli, chiedimi tutto quel che vuoi, eccetera. Tutto sembra modellato sulla storia biblica di Ester, la moglie ebrea di Assuero scià di Persia. Durante un banchetto, accecato dalla sua bellezza, Assuero (Serse?) le promette che le regalerà qualunque cosa lei chieda, qualunque: anche metà del suo impero. Ester si accontenta di far ammazzare il nemico del suo popolo, l'antisemita ministro Aman, che aveva già preparato un pogrom per il mattino seguente. (Anche Erodoto attribuisce un aneddoto del genere a Serse il grande, ma la moglie nel suo caso si limita a chiedere la testa dell'amante).

Maud Allan, la prima Salomè in scena.
Maud Allan, la prima Salomè in scena
Ester però è un personaggio assolutamente positivo, l'eroica patriota che mentre si trucca e si tira da urlo per lobbizzare il marito non cessa di pregare per le sorti del suo popolo minacciato nella sua stessa esistenza. L'Erodiade dei vangeli viceversa è una malvagia principessa orientale, disposta a usare la figlia come un'esca per manovrare gli impulsi incestuosi del marito. La danza dei sette veli, che Oscar Wilde voleva far ballare a Sarah Bernhardt, ma poi il testo fu accusato di blasfemia e lei strappò il contratto, nei vangeli non c'è. Non è chiaro da che punto in poi qualcuno decise che Salomè dovesse togliersi sette veli. Potrebbe essere un'antica reminiscenza di Ishtar, la dea babilonese dell'amore e della fertilità che quando va sottoterra a trovare la dea avversaria Ereshkigal deve passare sette cancelli e togliersi sette vestiti - finché non resta nuda. Ma del mito è rimasto soltanto un motivo narrativo, riutilizzato in chiave romanzesca. Quello che Erode Antipa promette a Salomè, che Serse prometteva alle sue mogli, è il cosiddetto "don contraignant": una promessa in bianco che impegna un sovrano a fare qualunque cosa, compresa ovviamente qualcosa di cui il sovrano si pentirà immediatamente. Diventerà un motivo tipico della letteratura cavalleresca, soprattutto nel ciclo bretone, dove spesso i cavalieri sono costretti a fare cose molto stupide perché l'hanno promesso senza saperlo. Salomè, lo sappiamo tutti, chiede la testa di Giovanni su un piatto d'argento, e su tutto è questo dettaglio di decadente cinismo a farci sentire a miglia di distanza dal resto dei vangeli. Erode è sconvolto: anche in catene il profeta gli fa paura, da martire poi sarà sicuramente foriero di sciagure, ma ha promesso: e ogni promessa è un debito. Verrà sconfitto in guerra, morirà in esilio. Anche di Salomè si raccontano morti orribili, in cui di solito le capita di perdere la testa, ad esempio incastrandosi in un lago ghiacciato. Quanto a Giovanni, darà vita a una importante produzione di teschi reliquia: ce n'è una a Roma (ma la mascella è a Viterbo), una a Istanbul, a Monaco di Baviera, a Damasco, ce n'era anche una poco lontano, ad Antiochia, un'altra ad Amiens bottino della quarta crociata, una a Kent. Di ossa e frammenti d'ossa ce n'è praticamente dappertutto.

HO BACIATO LA TUA BOCCA, IOKANAAN. HO BACIATO LA TUA BOCCA.
HO BACIATO LA TUA
BOCCA, JOKAHAN.
Si parlava di Oscar Wilde. La sua Salomè, la fanciulla assetata di sangue di martire, è uno dei suoi personaggi più memorabili. Per darle forma scelse il francese, che amava ma non maneggiava alla perfezione. Quanto alla traduzione in inglese, si affidò all'amico del cuore, Lord Alfred Douglas, che ne aveva recensito con tanto entusiasmo l'originale nel 1891, ai tempi del loro primo incontro. C'era solo il piccolo problema che Douglas non era un bravo traduttore, la sua versione era disastrosa. Wilde non sapeva come dirglielo senza offenderlo, l'altro del resto decise di offendersi comunque, è colpa tua che in francese non ti spieghi bene ecc. ecc.. Beardsley, l'illustratore (a cui si deve gran parte del successo), racconta di un traffico incessante di fattorini e telegrammi, non c'erano ancora gli sms per litigare ma nella scena letteraria decadentista ne esisteva già la necessità. Alla fine la traduzione fu rifatta, forse da Wilde forse no; il nome di Douglas fu tolto dalla copertina, ma all'interno una dedica di Wilde lo accreditava come traduttore. Douglas apprezzò, in fondo è volgare il nome in copertina, la dedica invece fa fine. L'anno dopo suo padre riuscì a far sbattere Wilde in carcere: era ancora rinchiuso quando finalmente Salomè debuttava a Parigi, senza la Bernhardt. Wilde a Douglas voleva bene, questo non si discute: ma così bene da affidargli il suo libro, il suo nome? Chiedimi qualunque cosa, qualunque cosa, la testa del mio superego su un piatto d'argento, eccola: ma non di tradurmi un libro, per favore, no, quello no; è mio, c'è il mio nome sopra, potrebbe sopravvivermi, e tu scusami sei tanto carino ma tradurre è roba da professionisti. Io gli avrei risposto così. Ma io non ho mai amato Lord Douglas, evidentemente.
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Monica (non molla mai)

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27 agosto - Santa Monica (331-387), madre e maestra di Sant'Agostino

Quell'ubriacona di tua madre. Di tutti i colpi bassi, quello che l'eretico Giuliano tentò con Agostino rimane memorabile. In mezzo a una lunga polemica sul peccato e la grazia, buttò lì quel dettaglio: tua madre beveva. L'hai scritto tu, no? In effetti era stato lo stesso Agostino ad aver raccontato l'aneddoto nelle Confessioni, con quel suo tipico gusto per le inezie e i peccatucci infantili che però rivelano la personalità più dei grandi gesti, che lo mette nel solco di Freud con quel millennio e mezzo d'anticipo: da bambina, quando i genitori la mandavano in cantina a prendere un'anfora di quello buono, Monica suggeva il vino di nascosto. Aveva iniziato per curiosità, vincendo la repulsione, per poi prenderci gusto - finché la tata non l'aveva presa di petto: uno choc. Il vino è dolce, ma non compensa la vergogna di una schiava che ti dà dell'ubriacona. Da lì in poi aveva smesso, quasi smesso di bere, e soprattutto di provare curiosità per i vizi di questo mondo. Per compiere una rinuncia simile suo figlio, il grande dottore della Chiesa, avrebbe dovuto aspettare i trentatré anni. Rispondendo a Giuliano, Agostino abbozzò qualcosa del tipo 'lascia stare mia madre, non ti ha fatto niente di male', quasi una finta, e poi il gancio sinistro: "Io al contrario tengo in onore i tuoi genitori come Cristiani cattolici e mi rallegro con essi che siano morti prima di vederti eretico".

Il figlio lo fa Alessandro Preziosi (poi invecchia e diventa Franco Nero).
Il figlio lo fa Alessandro Preziosi (poi invecchia e diventa Franco Nero).
Monica non avrebbe potuto morire prima di vedere Agostino santo. E però fu proprio Monica a scegliere di non battezzarlo da bambino; decisione di cui il santo la rimprovera anche da morta. Dietro a questa scelta c'era probabilmente una consapevolezza: Agostino non era pronto. Il battesimo dei primi secoli non era una semplice formalità: poteva trasformare un peccatore in un santo. Ma cosa succedeva se poi il santo si rimetteva a peccare? C'erano varie opinioni, ma Monica non se la sentiva di rischiare. Conosceva troppo bene suo figlio. Io succhiai il cristianesimo con il latte materno, racconta Agostino (e anche qui il freudiano va in estasi). Ma forse succhiò anche quella curiosità per il proibito che Monica aveva sentito nelle vene sin da bambina. La famosa battuta di Agostino - Dio dammi la santità, ma non subito - in fondo è farina sua. Figlio mio, sarai dottore, sarai santo, ma tra un po': adesso studia, bevi, divertiti. Basta che non mi porti in casa quella lì.

L'estasi di Ostia. Conversando riuscirono ad avere un'idea di Dio, poi lei si mise a letto e decise che poteva morire.
L'estasi di Ostia. Conversando riuscirono ad avere un'idea di Dio, poi lei si mise a letto e decise che poteva morire.
Monica, si è soliti dire, seguì Agostino dappertutto, anche quando lui fuggiva in Italia e la piantava in asso al porto di Cartagine con una scusa. Monica è l'unico vero amore della sua vita... Ecco, forse no. Monica è solo quella che ha vinto, e ha ottenuto che delle altre si cancellasse il nome. Ma non è sempre stata quella presenza silenziosa e sollecita che ci immaginiamo in un angolo del suo studio, a rosicchiare paternostri, o in cucina a preparare gli snack per i compagni di meditazione. Quando il giovane Agostino era tornato da Cartagine con una laurea, non l'aveva voluto ricevere. È perché si era convertito al manicheismo, dicono. Sì, certo, un figlio manicheo era senz'altro una sciagura (erano i grillini del tempo, avevano un'opinione su tutto ed era quasi sempre una sciocchezza). Ma c'è anche quel piccolo dettaglio che nel frattempo Agostino si era preso una concubina e ci aveva fatto un figlio.

Mah, vecchia così probabilmente non lo fu mai. Morì a 56 anni.
Mah, vecchia così probabilmente
non lo fu mai. Morì a 56 anni.
Quella concubina, di cui nelle Confessioni non si fa il nome, fu la vera avversaria di Santa Monica, per quindici lunghissimi anni. C'era anche lei quella sera che al porto Agostino disse: beh, mamma, devo aspettare un amico, partiamo domattina, tu nel frattempo va pure a rilassarti e pregare in quella chiesa laggiù. E mentre Monica venerava il suo San Cipriano, Agostino salpava in fretta e furia con figlio e concubina. Ce l'aveva fatta. Aveva troncato il cordone, a 29 anni. In Italia lo aspettava senz'altro una brillante carriera accademica.  Si sarebbe sposato, chissà, magari proprio con la madre di suo figlio.

In effetti non è chiaro il perché non si sia mai voluto sposare, anche quando la madre era ormai lontana. Questioni di status, dicono. Ma anche Agostino non era di estrazione nobile; il fatto che abbia succhiato fede e latte dal seno materno suggerisce che la famiglia non si potesse permettere di metterlo a balia (oppure è solo una bella frase da scrivere nella propria autobiografia). Forse i due si erano uniti, ma con un rito manicheo che in seguito Agostino preferì disconoscere. Forse, anche al di là del Mediterraneo, la minaccia di essere diseredato lo bloccava. Certo, Monica sognava per lui un matrimonio in salita. Lo pretendeva. Lui e il padre, l'irruente Patrizio, gli avevano garantito un'educazione di primo livello, un po' al di sopra delle proprie possibilità. Anche da vedova Monica non aveva smesso di svenarsi e credere nelle potenzialità del figlio. E lui finiva per intrupparsi con quei cialtroni dei manichei, si faceva incastrare da una di quelli, e scappava. Era intollerabile. Tempo un anno, e Monica lo aveva raggiunto al di qua del mare. A quel punto fu la concubina a far bagagli e tornare in Africa.

Nel frattempo Agostino aveva definitivamente troncato coi manichei, e forse aveva già conosciuto il suo padre spirituale, Ambrogio. Era pronto per convertirsi, quasi pronto, doveva soltanto... peccare un altro po'. Monica intanto si dava da fare a trovargli un buon partito, una ragazzina fresca che "piaceva a tutti", scrive (a tutti chi? alla madre, evidentemente). Era tuttavia un po' troppo giovane, e così in attesa che arrivasse all'età giusta, Agostino si prese una concubina di transizione. E la madre non gli disse niente. Pecca pure un altro po', tanto poi ti battezzi. Il problema dunque non era il peccato in sé. Pecca pure, ma non con quella. Cosa aveva quella di intollerabile? La fede manichea? Forse.

Un po' troppo pallida, però l'espressione secondo me è quella giusta.
 Un po' troppo pallida, però l'espressione
secondo me è quella giusta.
O forse Agostino la amava davvero. Forse era lei, non Mani, non Cicerone, l'unica vera contendente seria al cuore del ragazzo. Monica poteva chiudere gli occhi su qualsiasi bravata ed eresia passeggera, ma lei andava eliminata. "Quando mi fu strappata dal fianco", scrive, "il mio cuore ne fu profondamente lacerato e sanguinò a lungo".

"Essa partì per l'Africa, facendoti voto di non conoscere nessun altro uomo  e lasciando con me il figlio naturale avuto da lei".

E Monica, la vincitrice. Del resto "il figlio di tante lacrime non può andar perso" le aveva detto un maestro a Cartagine, esasperato dalle sue confidenze: vincerai tu, piangendo. Monica che piange, Monica che prega, Monica che combina matrimoni, Monica che durante le meditazioni serve gli aperitivi, poi il figlio le dice resta con noi, parlaci della sapienza, e lei snocciola due o tre banalità che però, osserva il figlio, sono esattamente il nucleo dell'insegnamento ciceroniano... Qualcun altro avrebbe dedotto che Cicerone è un filosofo superficiale, per Agostino era naturalmente il contrario. Tanti anni passati a studiare, per scoprire che sua madre in cucina ne sapeva di più.

Monica che non si dà per vinta mai. Monica che al figlio perdona tutto, quasi tutto, ma al termine di ogni avventura e infatuazione si fa sempre trovare a casa. Monica la berbera, a cui è facile assegnare le fattezze di una di quelle signore olivastre e minute che escono velate al pomeriggio, col figlio maschio in braccio anche a quattro anni. Monica non è un dottore della Chiesa, ma il sospetto è che più che suo figlio o Ambrogio il cristianesimo lo abbia rifondato lei. Una religione di mamme sollecite e soffocanti, che non ti mollano mai, finché rimbalzi di qua e di là nel mediterraneo. La mamma italiana, ma anche tunisina, che differenza fa. Puoi studiare, far carriera, e tutte le storie che vuoi: ma loro sono lì che ti aspettano al varco, al primo cedimento, col biberon pronto che non hanno mai smesso di riempire, di scaldare, dove scappi? dove credi di scappare? non c'è Roma, non c'è Milano, ovunque è Tagaste.
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Il santo a quattro zampe

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26 agosto - San Guinefort, cane, vittima del suo padrone (XIII secolo).

guinefort cartolina[2013] "Oggi è san bastardino", diceva l'anno scorso Luca Laurenti in uno spot contro l'abbandono dei cani in autostrada. È un gioco di parole abbastanza insulso; eppure per una bizzarra coincidenza il cosiddetto "esodo estivo" coincide più o meno con la Canicola latina, grosso modo il periodo tra il 24 luglio e il 26 agosto in cui Sirio, la stella più brillante del Cane Maggiore (e del firmamento) sorge nel cielo boreale appena prima dell'alba. L'associazione tra Sirio e il migliore amico dell'uomo è antichissima, o perlomeno si è diffusa in popoli e culture assai distanti: pellerossa nordamericani, cinesi, inuit. Anche per i latini "Canicula", cucciolotto, era un sinonimo di Sirio. In seguito divenne sinonimo di afa, siccità, vacanze al mare, abbandono degli animali domestici. Il cane è probabilmente il primo animale che abbiamo addomesticato, più o meno trentamila anni fa, dopo che per qualche tempo branchi di canidi avevano cominciato a vivere nei pressi degli insediamenti umani, offrendo un servizio di allarme contro le incursioni dei grossi predatori in cambio di qualche buon osso da rosicchiare: e magari davano una mano anche a scacciare topi e bisce. Nella grotta di Chauvet, dipartimento dell'Ardèche, Francia meridionale, ci sono tracce di un cane e di un bambino che camminano assieme 28.000 anni fa. Così è abbastanza appropriato che l'unico animale a essere stato venerato (abusivamente) come santo sia un cane: San Guinefort, un levriero vissuto plausibilmente nel XIII secolo a Villars-les-Dombes. Siamo ancora nella valle del Rodano, a non troppi chilometri dalla grotta di Chauvet; e anche stavolta accanto al cane c'è un bambino.

GuinefortLa storia, anzi leggenda, c'è stata tramandata da Stefano di Borbone, l'inquisitore domenicano che decise di stroncarne il culto. Un giorno il castellano tornando a casa non trova il figliolino nella culla, ma tracce di sangue dappertutto e soprattutto addosso al cane. Folle d'ira, lo trafigge con la spada: il levriero non offre resistenza al suo padrone, ma proprio mentre esala l'ultimo guaito il castellano ode il pianto flebile del neonato: è sotto il letto, illeso! E in mano ha... che schifo... una vipera morsicata. Dunque è andata così: una vipera voleva mordere il bambino, il prode levriero Guinefort aveva ingaggiato contro di lui una lotta sanguinosa, vincendola: ma poi era arrivato il padrone e non aveva capito niente, povero Guinefort. Il castellano lo seppellì con tutti gli onori, sotto un cespuglio al quale vennero presto attribuite guarigioni miracolose. Ai tempi dare una sepoltura di un certo rilievo a un animale domestico era più discutibile di oggi, e forse questo contribuì alla diffusione della storia. Che ha tutta l'aria di una leggenda, perché diciamolo: quanto sangue puoi perdere mentre ti azzuffi con una vipera? Mica ti stacca la carne a morsi. Magari fu tutta un'invenzione del castellano che voleva coprire la sua infamia: chissà, magari lo aveva trafitto perché voleva andare in villeggiatura in Borgogna e non sapeva a chi affidarlo. San Guinefort guariva le patologie infantili: chi aveva un bambino malato deponeva un ex voto presso l'antico cespuglio. L'inquisitore non ci mise molto a fiutare l'idolatria: fece sradicare il cespuglio, riesumare e bruciare i resti del levriero, chiudere il sito al pubblico. A chi vi si recava venivano requisite tutte le proprietà.

Ma in zona non smisero mai di invocare San Guinefort. Per evitare guai con l'inquisizione lo rivestirono di panni umani, approfittando dell'omonimia con altri santi Guineforti, tra i quali uno originario della Scozia e sepolto a Pavia. La Chiesa romana ribadì la sua condanna negli anni trenta del secolo scorso, il che significa che nel 1930 qualcuno ancora invocava il santo cane. La cui storia magari vi ricorda qualcosa, ma cosa? Pensateci bene...

Esatto, Beverly Hills Chihuahua 2! Bravi!
bhc2No, scherzo, e spero che vi sia venuto in mente prima Lilly e il Vagabondo: la sequenza del ratto. È una scena piuttosto violenta ed esplicita - come del resto tutto il film, il primo capolavoro disneyano del dopoguerra. Già al tempo la Disney si stava ponendo il problema di offrire a un pubblico spaccato in due (bambini e genitori) un prodotto leggibile su due livelli, e Lady and the Tramp rappresenta uno dei risultati più estremi. Il Ratto nella versione finale è veramente orrendo, lontano anni luce dall'immagine paffuta dei topi di cartoon dei tempi. Il Vagabondo, senza tanti complimenti, lo uccide.

Non è il primo personaggio disneyano che uccide un animale - chiedete a Bambi - ma il Vagabondo è un personaggio positivo. Ed è un maledetto sciupafemmine. Tutti si ricordano la scena iconica dello spaghetto, ma ce n'è un'altra formidabile in cui si svegliano insieme il mattino dopo nella tana di lui, ed è chiaro a ogni spettatore adulto (e anche a qualche bambino) che hanno passato la notte a fare sesso. Due personaggi dinsneyani! Sesso! Senza prima sposarsi! Anzi al primo appuntamento! Sesso con un vagabondo sciupafemmine e assassino! E Walt Disney diede il via libera a tutto ciò. Erano tempi diversi.

Lady and the Tramp

Ieri non sapevo come finire il pezzo e così me ne sono andato a letto. Mi ha svegliato un cane con un uggiolìo così triste e umano che l'ho subito riconosciuto. Qualche cagnetta dev'essere andata in calore, proprio nella notte della levata eliaca di Sirio - la festa di San Guinefort Cane, e dell'altro santo mezzo cane, Cristoforo. Io non è che me ne intenda molto di canidi, ho dato un'occhiata su internet e so che vanno in estro due volte all'anno (il lupo una volta sola), ma non so se ci vadano tutti proprio adesso. Però le classiche cagnare estive me le ricordo. Curiosamente mi davano noia anche da bambino, quando in fondo svegliarsi nel bel mezzo della notte non doveva essere un così grosso problema. Ma una volta c'era un bastardino disperato che continuava a uggiolare tutta notte, l'avrei ammazzato. Decisi di ammazzarlo davvero.

Era un botolo tranquillo, e siccome pensava solo al sesso, era facile avvicinarlo. Io e mio cugino gli allacciammo una corda al collo e lo portammo verso il fiume. Stavamo andando a buttare un cane nel fiume. Lo stavamo facendo davvero. Non avevamo mai ucciso qualcosa di più grosso di una mosca, e adesso avremmo ucciso un cane bastardo. Camminavamo a ritroso su una strada che avevano percorso i nostri progenitori trentamila anni fa, non lo sapevamo. Non sapevamo neanche che cosa tremenda fosse essere sessualmente eccitati tutto il tempo, non avere nient'altro in testa. Non potevamo provare nessuna solidarietà, era una settimana che guaiva tutte le notti, lo volevamo morto. Lui per la verità era abbastanza contento del diversivo, ci seguiva docilmente. Passammo l'argine, arrivammo in riva al fiume, lo slegammo e afferrammo per le zampe, lo buttammo giù.

Lui da principio ci rimase un po' male - mi ricordo la sua smorfia di canina sorpresa - ma poi zampettò nell'acqua stagna e arrivò dall'altra parte, scrollandosi e godendosi l'improvviso refrigerio. A fine luglio il Secchia era un rigagnolo, non lo avevamo calcolato. Non ci avresti annegato una biscia. "Guardalo, sta meglio di noi", disse mio cugino. Io mi misi a ridere, o forse no.

Forse ci misi qualche anno a riderci su. Stavo per ammazzare un cane, lo stavo facendo davvero. San Guinefort, se puoi perdonami. Proteggi i miei piccolini dalle bisce e dai topi e dalle cazzate che combina papà. Nelle lunghe notti di desiderio, che nessuno mai mi metta un cappio al collo e mi porti più in là di dove voglio andare. Non dico che non lo meriterei. Dico solo: pietà.
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Bart, il più nudo di tutti

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24 agosto - San Bartolomeo Apostolo (primo secolo).

"Figlio del guerriero vittorioso, figlio di colui che ascolta, dall'anima semplice e pura".
[2012]. Avete mai conosciuto un Bart Simpson? Credo di sì. Ne conosciamo tutti uno. È un ragazzino a tratti svogliato, a tratti iperattivo, dal quale possiamo aspettarci azioni di efferata crudeltà e insospettabile eroismo. Se poi ha pure i capelli a spazzola e gira in skate, magari c'è capitato di chiamarlo Bartsimpson. C'è una possibilità non remota che un giorno, quando il cartone animato oggi più famoso al mondo sarà solo una curiosità per archivisti, bartsimpson resista come sostantivo - se ce l'hanno fatta mecenate e donchisciotte, perché no? Persino gianburrasca ha avuto una chance. Chi dice "casanova" quasi mai ha letto l'Histoire de ma vie; chi userà in una lingua del futuro "bartsimpson" per dire "bimbo iperattivo" non saprà nulla del vero Bart, della sua infanzia difficile, del tormentato rapporto col padre, il bullismo subito a scuola, le umiliazioni... bartsmpson non sarà più un discorso, ma solo una parola. E non ha nessuna importanza che questa parola conservi la traccia di secoli di discorsi.

"Bartolomeo" è un ibrido curioso. "Bar" è una particella aramaica che si usa per costruire il patronimico (vuole dire "figlio di"), mentre "Tolomeo", è un nome greco con una lunga storia che riassume tutta l'era ellenistica: è il nome del generale macedone che segue Alessandro il Grande in capo al mondo, per ritrovarsi alla fine in Egitto e fondare l'ultima dinastia dei faraoni. In realtà esiste anche il nome "Talmai" in ebraico e in aramaico, però non è da escludere la possibilità che il nome sia diventato popolare nell'area medio-orientale con la diffusione dell'ellenismo, quella forma antica di globalizzazione a cui gli ebrei avevano opposto il loro senso di appartenenza a una tradizione e a un unico Dio. Ai tempi di Gesù comunque ormai la lingua dei colonizzatori, il greco, era penetrata fino ai patronimici, fino a saldarsi con le particelle aramaiche. Quando compaiono nomi come "Bartolomeo", tu capisci che il melting pot ha funzionato. Quindi Bar-T è il "figlio di un guerriero" (quanti secoli di significato in quella misera T). Ed è "Simpson", ovvero figlio dei semplici - ma questa è l'etimologia più superficiale. In realtà "Simp-" è una corruzione dell'anglo "Simme", che può essere sia la versione nordica dell'ebraico "Simon" (colui che ascolta), sia una corruzione di Sigmund. In questo caso "Sig" starebbe per vittoria, "mund" per uomo, e Simpson significherebbe: figlio dell'uomo vittorioso. In una lingua impossibile, che mantenesse il ricordo di tutti significati transitati da ogni sillaba, "Bart" e "Simpson" sarebbero quasi sinonimi: figlio del guerriero, figlio del vincitore. Come due fratelli che ignorano di esserlo, pur vivendo a fianco da una vita. Solo dimenticandosi della loro origine possono funzionare assieme. E in effetti Matt Groening quel giorno non aveva la minima idea degli ingredienti che stava mescolando: scelse Bart forse perché anagramma di "brat", e "Simpson" era il cognome perfetto per una famiglia di sempliciotti. Inventare una parola significa strapparla a viva forza da un contesto, e darle un senso nuovo.

Insisto sul nome perché del San Bartolomeo evangelico non conosciamo molto di più. La sua popolarità passa dalla tradizione figurativa, grazie alla tradizione che lo vuole martirizzato in un modo che più spettacolare non si può: scuoiato vivo. Dove come e quando non si sa, o meglio, lo sanno tutti, ma nessuno va d'accordo: chi dice Armenia, chi India, ma il supplizio era tipico dei persiani, o dei Medi, insomma boh. Quel che importa agli artisti è che gli abbiano levato la pelle, perché un martire nudo, ancorché mutilato o abbrustolito, sono capaci di buttarlo giù tutti, ma uno scorticato, con la muscolatura in evidenza... come scriveva Alberto Savinio è "per gli scultori ciò che il Trillo del diavolo è per i violinisti": il pezzo di bravura, il puro virtuosismo. Anche se oggi il primo Bartolomeo che viene in mente a tutti è quello del Giudizio di Michelangelo, che mostra la roncola al Gesù trionfante con aria un po' recriminatoria, e non mostra tendini all'aria né budella a penzoloni, perché nel giorno del giudizio ci si presenta con tutte le membra a posto; d'altronde è noto che ai martiri gli organi mutilati rispuntano immediatamente, ad Agata i seni, a Giovanni Damasceno la mano e così via. Così il Bart in questione ha due pelli: quella scorticata nel martirio la tiene in mano, e tutti sappiamo che dovrebbe raffigurare Michelangelo scorticato dai suoi critici (oppure Pietro Aretino, oppure in realtà non ne sappiamo niente, salvo che prima e dopo il martirio Bart sembra aver cambiato di fisionomia: il che mi spinge ad avanzare una timida candidatura per il patrono dei sottoposti a interventi estetici).

Made by Marco d'A, bitches
Se però di Storia dell'arte vi intendete almeno un po' sapete che il vero San Bartolomeo per eccellenza, il pezzo di bravura, il tour de force, è quello scolpito da Marco d'Agrate, che sta all'interno del Duomo di Milano. Un bel martire tutto muscoli, che si passa la pellaccia scuoiata sulle pudenda e dietro il collo a mo' di asciugamano, un pugile che contempla la vittoria. Marco d'Agrate è vissuto nel Cinquecento, e non ha fatto tantissimo altro. Però ai suoi tempi la statua dello scorticato era considerata uno dei massimi capolavori della scultura mondiale. Lui stesso ne era consapevole, al punto da mettere nel piedistallo una firma che è un capolavoro di ambrosiana spacconeria (in un secolo, poi, in cui tanti Maestri assoluti non si firmavano nemmeno): NON PRAXITELES, SED MARC(VS) FINXIT AGRAT(ENSIS). Non so se ci siamo spiegati. No, non è Prassitele (lo scultore classico più celebre, il non plus ultra, oggi diremmo Michelangelo), non lo ha scolpito lui... ma Marco d'Agrate. Ed era così. Lo scorticato era la frontiera ultima della rappresentazione, in un periodo in cui sezionare i corpi continuava a essere una pratica a forte rischio di scomunica. Siamo tra Rinascimento e Maniera, e c'è ancora nell'aria l'idea che l'arte debba soprattutto raffigurare. Tutto. Il più fedelmente possibile. Nel Giudizio Michelangelo aveva denudato il cielo e la terra: cosa restava da fare? Levare la pelle. Marco doveva avere la sensazione di aver toccato il vertice  ultimo della sua arte: da una parte c'era Prassitele, dall'altra lui.

Oggi la gente che entra in Duomo gli passa davanti senza fermarsi. Non è cambiato semplicemente il gusto, ma la stessa idea di arte. La tendenza era già chiara quando passò Stendhal: al cicerone che gli faceva notare il capolavoro, lo scrittore arricciò il naso: ma che ci fa questa volgarità? Non starebbe meglio in un anfiteatro di anatomia? Sono passati tre secoli, e scienza e arte hanno preso due strade diverse. Raffigurare scrupolosamente il corpo umano non è più l'obiettivo degli artisti, i modellini anatomici vengono prodotti in serie, San Bartolomeo rimane lì per inerzia, ma i turisti preferiscono la madonnina placcata oro.
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Rosa l'autoreclusa

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23 agosto - Santa Rosa da Lima, vergine (1586-1617)

Santa_Rosa_de_Lima_Ebrafol
Il volto di Santa Rosa, ricostruito dal grafico Cícero Moraes
a partire dal cranio, custodito in un convento di Lima., via Wiki.
[2016]. Isabel da Lima, decima di tredici figli, ribattezzata "Rosa" per la tenerezza dell'incarnato che in America Latina più che altrove era indizio di origini europee e quindi di bellezza e nobiltà (anche se secondo un'agiografia fu proprio una serva india a chiamarla così) (secondo un'altra fu il vescovo che la cresimò) (chi le ha contate dice che in giro ci sono 400 agiografie diverse di Santa Rosa patrona di Lima) (e comunque il cambio di nome fu ratificato da una visione mariana) Isabel da Lima, dicevo, a vent'anni si fece costruire una casetta nel cortile di famiglia e non volle più uscirne.

Da bambina aveva letto di Caterina da Siena, che volendo restare sola con Dio, invece di entrare in un convento era rimasta a casa coi suoi: Isabel scelse di seguirne le orme. Caterina da Siena morì di digiuni e anche Rosa non arrivò a compiere 32 anni. È patrona di Filippine, India, Perù, Spilamberto (MO), giardinieri e fioristi: ma voi vi preoccupate del burqini.

(No a voi del burqini non frega più niente, forse non sapete neanche di cosa si tratta) (è in sostanza una muta per nuotare, come quelle che indossano molti surfisti nei mari più freddi, ma siccome è pensata per un pubblico musulmano che vuole andare in spiaggia senza spogliarsi, ha preso questo nome che francamente ripensandoci è agghiacciante: burqa+bikini=burqini) (nel 2016, quando mi misi a scrivere questo pezzo, da più di due settimane non si parlava d'altro, che nostalgia) (vi ricordate di quando negli aeroporti avevamo paura dei bagagli e non della gente).

No, avete ragione. Il burqini è senz'altro un argomento più fresco. Cosa importa se da una parete vi pende ancora un calendario affollato di nomi di vergini anoressiche che spesso sfidarono l'autorità famigliare per autorecludersi a vita: ieri era ieri, oggi è oggi, e dalla Storia non s'impara mai niente. In questi giorni leggo molto discorsi che cominciano per "noi" o per "loro". Noi siamo quelli liberi di stare in ispiaggia come vogliamo. Noi il velo ce lo siamo tolto, salvo le nostre suore che però lo sono per libera scelta, mentre chi si infila un burqini no. Tra parentesi: voi l'avete mai vista davvero una bagnante in burqini? Io due o tre in Francia o in Turchia. In nessuno dei casi era accompagnata da un maschio barbuto e arcigno che la sorvegliava. Ok, tre episodi non fanno statistica. Ma insomma ho il sospetto che molti siano convinti che il meccanismo della prevaricazione funzioni sempre nel modo più banale: se qualcuno le costringe a portare un velo, noi le obblighiamo a togliersi il velo e saranno libere. Però se fossimo entrati con la forza nella casa di Isabel, se avessimo scardinato la porta della sua cella, lei non sarebbe uscita. Nessuno l'aveva rinchiusa con la forza: nessuno riusciva a farla uscire. Per Isabel la libertà era dentro la cella, la gioia era recitare maratone di rosari e strimpellare laude alla chitarra: evadere sarebbe stata una costrizione. Nel Giappone di oggi il fenomeno degli adolescenti che rifiutano di uscire di casa si chiama hikikomori.

chitarra
Ah vabbe' ma si era portata la chitarra. Anch'io probabilmente sono rimasto tappato in casa qualche anno con la chitarra (poi per fortuna hanno inventato l'internet).
D'accordo, Isabel-Rosa era una vittima dei tempi, del patriarcato, ecc.. Ma come la maggior parte delle vittime, aveva interiorizzato la propria condizione. Era stata condannata dalla società prima ancora che nascesse, ma il carcere se l'era fatto costruire su misura.

A me piace che nelle spiagge ci siano persone molto diverse da me. La spiaggia è il luogo in cui ho imparato da bambino che esistono gli stranieri, esistono i mutilati e infinite altre forme di diversità. Ultimamente vedo molti tatuaggi, una forma di creatività per la quale ho una repulsione fortissima, pre-razionale, chi può mi perdoni. Se avessi passato gli ultimi vent'anni in coma, e se al risveglio mi avessero raccontato che il Pessimo Gusto è salito al potere e costringe la gente a tatuarsi contro la propria volontà, ci crederei: voglio dire, per crederci mi basta andare fare due passi in ispiaggia. Se poi qualcuno mi dicesse: no, guarda che queste frasette motivazionali o queste cornicette da diario delle medie me li sono iniettati sottopelle a mie spese, è stata una mia libera decisione che ho deciso di difendere finché campo, io scrollerei la testa: è quel che ti costringono a credere, dai. Sei solo una vittima, anche se non hai il coraggio di ammetterlo. Se una persona mi dice che si mette il velo per libera scelta, sono libero di non crederci. Ma se invece di manifestare il mio scetticismo le strappo il velo, o le ordino di non presentarsi più in ispiaggia o a scuola, cosa ottengo? Isabel, ti ordino di uscire dal convento.

Io credo che molte donne che si bagnano in burqini non sappiano cosa si perdono. Cosa posso fare per convincerle a cambiare idea e costumi? Se le vieto di bagnarsi, in un colpo solo avrò ammesso che il loro abbigliamento mi fa paura, e che la *nostra* spiaggia non le vuole. Se ne staranno in casa, magari si radicalizzeranno, non un gran risultato. Se invece la tollero, le do la possibilità di passare un po' di tempo con tanta altra gente che ha costumi diversi dai suoi. Questo non le cambierà necessariamente idea, però io non sottovaluterei l'effetto che ti può fare una spiaggia libera e aperta a tutti, che ti accoglie e non ti giudica. Certo, sappiamo che in altri Paesi (quelli sulla frontiera della radicalizzazione) l'introduzione del burqini ottiene l'effetto opposto. Tre anni fa ce n'era un paio, poi quindici, e ora chi non si copre da capo a piedi preferisce stare a casa. È il rischio che corri se credi nella tolleranza.

Universitarie a Kabul negli anni Ottanta - quando in città c'erano, uhm, i filosovietici e Reagan, ehm, sosteneva i mujahidin di Bin Laden.
Universitarie a Kabul negli anni Ottanta - quando in città governavano, uhm, i filosovietici, e Reagan, ehm, sosteneva i mujahidin di Bin Laden.
Avete mai discusso con una donna che porta il velo – esclusa vostra nonna? (La mia lo metteva sempre per uscire di casa, salvo che lo chiamava "foulard") (non lo metteva per una questione religiosa, o per tranquillizzare suo marito che, per quel che mi ricordo, era l'uomo più tranquillo e buono del mondo) (lo metteva perché era una signora sposata e quello era il costume. Era la Bassa, era il 1980) (quando pubblicate le foto delle studentesse di Kabul a capo scoperto negli stessi anni, che sono in effetti molto interessanti, ricordate che l'Afganistan è molto grande e che la condizione delle donne sposate nelle regioni montuose era probabilmente molto diversa). A causa della mia professione io ho un approccio piuttosto particolare all'Islam femminile, insomma, ne discuto soltanto con studentesse minorenni, un campione abbastanza bizzarro. Intorno al velo c'è un equivoco strano: siccome a noi occidentali evoca il monacato, diamo per scontato che le ragazze si velino per una questione di umiltà (in certi casi è davvero così).

Poi in seconda le vediamo contemporaneamente imparare a sistemarsi un nijab elegante e fare i primi esperimenti col rossetto, e rimaniamo interdetti (giuro, io ho visto preadolescenti in pantaloni di pelle e nijab). Non ci viene in mente che l'indumento, prima ancora dell'Islam e del patriarcato, rappresenti il passaggio all'età adulta – e che quindi una tredicenne lo possa sbandierare con orgoglio. Tengo alle mie radici! Credo nel mio Dio! Ma soprattutto, raga, ho avuto il ciclo. Io a tredici anni ho fatto cose più cretine. Per farmi notare? Anche. Per sentirmi diverso? Mi sono sempre sentito diverso. Mi sembrava che qualcosa o qualcuno mi spingesse fuori dal mucchio, mi obbligasse a trovare una mia identità. Leggevo libri, bevevo cose, giravo di notte, scrivevo cose orrende sui muri, pregavo e adoravo il mio Dio. Se mi ritrovassi davanti, mi prenderei certo a schiaffoni. Prenderei tutti a schiaffoni: chi si copre il capo e chi vuole abolire i copricapi; scorticherei i tatuatori nelle pubbliche piazze. Ma siccome non posso prendermela con me stesso, siccome con quel tredicenne cretino devo convivere, non posso nemmeno prendersela con gli altri. Per me la tolleranza è questo. Non è detto che funzioni. Le crociate, per contro, si è visto molto bene che non funzionano.

Rosa da Lima era considerata la prima santa sudamericana, finché non attecchì la leggenda di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, l'atzeco che avrebbe fotografato la Madonna della Guadalupe.
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Il dottor Miele e il prof Golia

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20 agosto - San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), mistico antipatico

[2013]. L'estate sta finendo, l'autostima è sotto i livelli di guardia? Il mistico Bernardo di Chiaravalle ci può aiutare. Nel suo trattato De diligendo Deo, Bernardo ci spiega come raggiungere il più puro amore per noi stessi, attraverso un lungo percorso che può prendere la vita intera. Dunque: in un primo momento noi ci amiamo, perché il nostro amore non può avere altri obiettivi, visto che conosciamo soltanto noi stessi; o meglio, crediamo di conoscerci. Ma presto ci rendiamo conto di non essere autosufficienti, e allora cominciamo a rivolgere il nostro amore a chi ci ha creato e ci sostenta, ovvero Dio. È il Secondo Stadio: amiamo Dio perché ne abbiamo bisogno, allo stesso modo in cui amiamo la mamma perché è un'estensione della tetta che ci nutre, egoismo puro. Ma è comunque amore, un punto di partenza. E nel frattempo cominciamo a ridimensionare il nostro ego, a renderci conto di quanto siamo piccoli, e così arriviamo al Terzo Stadio - quello a cui ragionevolmente possiamo puntare noi miseri peccatori: l'amore di Dio per Dio. Cioè non amiamo più Dio per i doni che ci fa, ma amiamo Dio perché è bellissimo in quanto Dio. E qui si fermano praticamente tutti, ammette Bernardo di Chiaravalle: il quarto stadio forse non è per i viventi. Comunque, se volete provarci, lo stadio finale prevede l'amore per sé stessi attraverso Dio. Sì, nel quarto stadio Bernardo ama Bernardo, perché è una creatura di Dio, e ciò che fa Dio non può essere che meraviglioso, sublime, cioè guarda Bernardo: non è bellissimo?

Ah, è così che ripassi la metafisica, eh?
Ah, è così che ripassi la metafisica?
In realtà è difficile da dire. Di lui ci rimane solo un po' di testa, gelosamente custodita nella cattedrale di Troyes. Il resto del corpo è stato spazzato via durante la Rivoluzione, succede. Era più facile che succedesse a Bernardo che ad altri, perché Bernardo, tanto venerato già in vita, tra tanti carismi non aveva quello della simpatia. Il tempo, in altri casi tanto equanime, non gli ha reso un buon servizio. Oggi lo si ricorda soprattutto per la famosa disputa con Pietro Abelardo, il filosofo più in voga dei suoi tempi (lui modestamente si definiva l'unico filosofo dei suoi tempi, e forse aveva ragione). Una contesa che ha un enorme valore simbolico: filosofia contro fede, scolastica contro misticismo... ma che in realtà verteva su argomenti teologici piuttosto tecnici: la solita Trinità, che Abelardo pretendeva di poter spiegare con qualche strumento filosofico, mentre Bernardo si contentava di ammirarla come un mistero della fede. Una vera e propria disputa, come ci piace immaginarla, non ci fu: Abelardo e Bernardo non si trovarono mai uno di fronte all'altro davanti a un pubblico. Come andò veramente al concilio di Sens non è ben chiaro - ognuna delle due fazioni cerca di tirare l'acqua al suo mulino - ma pare che prima dell'arrivo dell'avversario Bernardo si fosse già lavorato la giuria ecclesiastica, falsificando alcune tesi di Abelardo per accentuare l'odore di eresia. Un caso di straw man argument direttamente dal dodicesimo secolo. Il filosofo, avvertito della trappola in cui stava per ficcarsi, decise di marcar visita e annunciò che intendeva fare appello a Roma, dove sperava di avere ancora degli amici. Non doveva averne abbastanza, perché fu condannato quando era ancora in viaggio.

Abelardo trovò rifugio presso il monastero di Cluny, dove l'abate Pietro il Venerabile intercedette per lui: passò l'ultimo anno della sua vita agli arresti domiciliari, ma poteva ancora insegnare. Aveva una sessantina d'anni, vissuti intensamente. Con Eloisa non si vedeva da più di venti. Però si scrivevano ancora. Anche lui, malgrado tanto filosofare e disputare, è più famoso per aver sedotto una studentessa diciassettenne, da cui ebbe un figlio, e che poi sposò, ma che alla fine decise di spedire in convento; e soprattutto perché a quel punto lo zio di Eloisa assoldò una gang che nottetempo entrò nel suo alloggio e lo evirò. Sembra incredibile che tutto questo sia successo nello stesso secolo in cui Bernardo passa il tempo a invocare crociate, identificare eretici e ammirare Dio, o sé stesso per mezzo di Dio. Ma ad Abelardo erano successe tante altre disgraziate avventure; persino la condanna per eresia non era una novità, ne aveva già subita una con conseguente rito di abiura. Forse a Sens non andò perché era stanco di perdere sempre, contro gente che per di più non se lo meritava. Forse perché era indiscutibilmente il più bravo coi concetti, Abelardo non aveva mai accettato che le dispute si vincono soprattutto con la politica.
No, lui non ammise mai una cosa così imbarazzante.

Bernardo, per contro, negli anni Quaranta era sulla cresta dell'onda; leader dei cistercensi (benedettini integralisti), pope-maker, boccuccia melliflua e mani ancora pulite dal sangue delle crociate di cui si sarebbero sporcate in seguito. Ci fu chi lo accusò, senza mezzi termini, di aver voluto vincere facile. Benché in una lettera al Papa chiami il suo avversario "Golia", nel senso di gigante gonfio di sé, è difficile immaginarlo nel ruolo di giovane Davide armato solo di un'umile fionda. "Hai trovato Abelardo come bersaglio della tua freccia, per vomitare contro di lui tutta la tua acidità, per spazzarlo via dalla terra dei vivi... eri infiammato contro Abelardo non dallo zelo della correzione, ma dal desiderio di vendetta" (Berengario di Poitiers). Forse più che al vecchio Abelardo, troppo orgoglioso per non farsi mazzolare periodicamente da qualche inquisitore, Bernardo temeva i suoi studenti (che dal termine "Golia", forse iniziarono a essere definiti "goliardi"). Loro sì erano ancora in grado di seminare guai per mezza Europa: come quell'Arnaldo di Brescia che qualche anno dopo avrebbe teorizzato un papato privo di potere temporale, senza fermarsi alla teoria, ma profittando di una vacanza papale per fondare un libero comune a Roma. Erano tempi duri per la cristianità, come sempre d'altronde: scismi in ogni dove, papi e antipapi, che costringevano l'umile Bernardo a uscire periodicamente dal monastero che aveva fondato, a riconquistare il cuore e l'anima dei fedeli, con prediche ben calibrate ed effetti speciali (=miracoli). La gente lo amava, metteva in giro voci ancora più grosse di quanto fosse autorizzato: le api han fatto il nido nella sua bocca, la Madonna stessa lo ha allattato a distanza, ecc. ecc. Ma non andava sempre così bene. In vari centri della Linguadoca i catari, ormai maggioritari, lo buggeravano sistematicamente. Altri santi, come Domenico o Antonio, li affronteranno con più pazienza, mostrando anche una certa ammirazione per la coerenza e la serietà degli avversari. Bernardo no, a un certo punto lasciò scritto che andavano tutti sterminati, tanto non ascoltavano: erano in cattiva fede. Bernardo era già nella tomba da una decina d'anni quando il massacro dei catari cominciò. Più dirette sono le sue responsabilità nel grande flop della seconda crociata in Palestina

Fu papa Eugenio III a metterlo nei guai. All'indomani della sua consacrazione, l'umilissimo Bernardo gli scriveva ricordandogli che prima di essere papa era stato un cistercense ordinato a Chiaravalle, insomma una sua creazione: e sapete cosa si dice in giro Santità? "Che non siete voi a essere papa, ma io e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me". Benissimo, ma anche Eugenio aveva un problema: Edessa (bastione crociato in Assiria) era caduta, Gerusalemme rischiava di tornare ai Saraceni in tempi brevi. Sarebbe stato uno smacco per tutta la cristianità occidentale; viceversa, una seconda crociata (a mezzo secolo dalla prima) avrebbe fortificato il prestigio della Chiesa romana e dato sfogo a un sacco di nobili riottosi. Bernardo era sensibile all'argomento: aveva già indirizzato i fondatori dell'ordine dei templari con un libretto in cui ammetteva che ammazzare i saraceni poteva essere seccante, erano anche loro creature del buon Dio. Tuttavia, non essendo desiderosi di convertirsi, ma viceversa propensi a minacciare i pellegrini nella loro stessa esistenza, non restava che farli fuori, con qualche attacco preventivo mirato. Era la teoria del "malicidio": uccidere è male, ma uccidere il male non è così male, con la quale si poteva anche giustificare a posteriori il massacro di Gerusalemme del 1099, più un'altra dozzina di spedizioni crociate nei secoli a venire. Da bravo intellettuale neocon dei suoi tempi, Bernardo si mise al servizio della propaganda crociata con la consueta dedizione: dopo le prediche gli ascoltatori gli strappavano lembi del saio, non potevano aspettare che morisse per averne una reliquia.


I'll never look into your eyes, again.
I'll never look into your eyes, again.
Per la Seconda Crociata si smossero anche le teste coronate, che non si erano fatte vedere durante la Prima: un imperatore e un Luigi di Francia, il settimo. Non servì a niente, anzi, il flop fu ancora più eclatante e Bernardo (rimasto in Francia) ne subì il contraccolpo. Scrisse che i crociati erano stati puniti per i loro peccati, e si disse disponibile a partire in testa a una terza spedizione: un bluff che nessuno gli vide mai. Cominciava ad avere un'età, anche lui. Morì a 64 anni nella sua abbazia; fu santificato vent'anni dopo; nel 1830 proclamato dottore della Chiesa. Pio XII gli dedicò una delle sue numerose encicliche, Doctor mellifluus, il dottore al gusto miele. Nella sua bocca melliflua Dante infila la preghiera a Maria, "figlia del tuo figlio", all'inizio dell'ultimo canto della Commedia. In cielo insomma il suo astro non tramonta.

Su questa terra, mah. C'è rimasta solo un po' di testa a Troyes, snobbata dai turisti. Abelardo ed Eloisa invece sono seppelliti assieme al Père-Lachaise, sì, quello di Jim Morrison. La gloria del mondo gira così.
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Rocco e il suo fardello

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16 agosto - San Rocco (XIV secolo) taumaturgo o untore?

[2012]. Intorno al 1370, nel carcere di Voghera viene tradotto un ambiguo personaggio sulla trentina, vestito alla foggia dei pellegrini, che ha rifiutato di rivelare le sue generalità, ma che l'accento denuncia come straniero. Accusato di spionaggio, non fa nessuno sforzo per difendersi, anzi afferma di essere "peggio di una spia". Trascorre le notti in cella flagellandosi, finché non muore, tre o anche cinque anni dopo. Accanto al suo corpo, le guardie trovano una tavoletta su cui è inciso il suo nome: "Rocco"; e una dedica, "Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato". Quando sul petto del cadavere viene trovato un angioma rosso a forma di croce, il giudice che lo ha condannato riconosce finalmente un suo lontano parente di Montpellier - sì, nel XIV secolo a Voghera c'era un giudice imparentato con una famiglia nobile di Montpellier, c'è chi ha provato a sostenerlo.

È un modo per tenere insieme almeno qualche pezzo di due leggende diverse: quella che vuole il più celebre protettore contro la peste nato e morto a Montpellier, e quella che lo pretende ingiustamente recluso a Voghera. Ma ce ne sono tante altre, così come probabilmente c'era più di un Rocco in giro per le terre funestate dalle epidemie, tentando di soccorrere, di dare una mano, con qualche trucco da taumaturgo che a volte funzionava a volte no. Può darsi che il più famoso o fortunato si chiamasse Rocco, e che da un certo punto in poi tutti i sedicenti guaritori che arrivavano in città pretendessero di chiamarsi così, come tutti i circhi si chiamano Orfei. E dire che siamo nel Trecento, ormai dovremmo avere a che fare con personaggi storici, non leggende. Ma Rocco è un fantasma trascinato dalla peste, un flagello che surclassa ogni apocalisse scritta o immaginata, arrivando in certe città a dimezzare la popolazione. Muoiono anche i cronisti - a Firenze Giovanni Villani cade con la penna in mano - e la civiltà comunale risprofonda nel medioevo dei miti. C'è un Rocco ad Acquapendente, Viterbo, che guarisce gli appestati con un segno di croce e l'imposizione della mano. Ce n'è uno a Roma che guarisce un vescovo e si fa presentare al Papa, così con l'ortodossia siamo a posto. Ce n'è uno francescano, perché a un certo punto del culto s'impossessano i francescani. C'è quello di Piacenza, che contrae la peste e si ritira in una grotta a Sarmato, dove un cane ogni giorno viene a portargli un pezzo di pane. Ma tanti altri Rocchi ci sono in Francia, e in Germania, e forse nessuno è il Rocco vero. Secondo Pierre Bolle sono tutte rivisitazioni di un San Racho di Autun vissuto nell'alto Medioevo: anche lui imprigionato ingiustamente, ma in una isoletta; perciò a lui ci si raccomandava contro le tempeste. Col passar dei secoli Racho sarebbe diventato Rocco, e le "tempeste" - magari per la disattenzione di un copista - sarebbero divenute la "peste". Bella storia.

Ma la più curiosa resta quella della prigionia di Voghera. Perché quel Rocco - che magari non è il Rocco di Acquapendente o di Piacenza, ma è comunque un taumaturgo - si lascia morire in cella, senza cercare di spiegarsi, senza far valere le sue conoscenze altolocate? "Sono peggio di una spia", dice ai suoi accusatori. Cosa c'è di peggio di una spia? Un untore, per esempio.

Mettiamo che ci sia stato davvero almeno un Rocco in giro per la penisola, durante una delle tante epidemie del secondo Trecento (il morbo era rimasto endemico dopo la spaventosa Peste Nera del 1348). Magari 'curava' con l'imposizione delle mani, magari aveva capito qualche trucco in anticipo (ad esempio, incidere i bubboni). Magari semplicemente assisteva i malati  con un'umanità sconosciuta ai terrorizzati dottori del tempo, e questo bastava in tante città per far gridare al miracolo. Però, malgrado i miracoli veri o presunti, la peste continua a falciare intere generazioni. Forse a un certo punto questo Rocco, dalla sua postazione in prima linea, potrebbe aver formulato un'ipotesi sul morbo che ancora per secoli non verrà in mente a nessuno: e se la stessi portando un giro io? Se fossi io il portatore sano? A Piacenza, per esempio, la gente non cadeva come mosche finché non sono arrivato io. A quel punto farsi rinchiudere in un carcere, con un qualsiasi pretesto, diventa un comportamento perfettamente spiegabile. Forse Rocco si riteneva davvero peggiore di una spia, e si è lasciato morire così, in quarantena.
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Il dibattito secolare su Sua Madre

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15 agosto - Assunzione della Beata Vergine Maria, dogma di fede

Il fatto che dopo Tiziano
ci siano stati altri pittori
mi lascia, talvolta,
stupefatto.
[2012]. Buon Ferragosto, la più snobbata tra le feste nazionali. Alcuni ignorano persino che sia un giorno rosso sul calendario: è gente che la pagina di agosto non la degna di uno sguardo, beati loro. Persino tra chi la osserva non c'è accordo su cosa si stia festeggiando: ancora le feriae Augusti, istituite dal primo imperatore romano il 18 avanti Cristo? Sarebbe l'ultima traccia dell'antico impero nel nostro calendario (nel Ventennio si festeggiava anche la fondazione di Roma, il 21 aprile). Molti però sono convinti che Augusto non c'entri nulla, e che si festeggi l'Assunta. Si tratterebbe quindi di una festività nazionale a carattere religioso: una delle due dedicate alla Madonna (l'altra è l'Immacolata, 8 dicembre); ci sarebbe anche il 1° gennaio, Maria Madre di Dio, ma in quel caso il carattere laico ha decisamente preso il sopravvento. Ferragosto è in bilico: a partire dal dopoguerra la transumanza turistica ha svuotato le città dell'entroterra e reso semivuote e malinconiche le processioni con in testa la Madonna in trono. L'Assunta è un po' in crisi, paradossalmente, proprio da quando è diventata un dogma di fede, l'ultimo, nel 1950. Sì, perché prima non c'era molta chiarezza sul fatto che la Madonna fosse stata assunta o no. Ma forse vale la pena spiegare cosa significa "assunta", in cosa consista l'Assunzione.

In sostanza, Maria di Nazareth in questo momento è una delle poche creature (l'unica?) a essere in Paradiso non soltanto con l'anima, ma anche col corpo, come Gesù - però Gesù è Dio; Maria no, è una donna, ma non come tutte le altre: come ufficializzò Pio IX nel 1854, è nata senza peccato originale (da cui la festa dell'Immacolata, appunto), e per questo motivo, seguendo un filo logico, non si vede perché il suo corpo debba essere morto. Se uno guarda le prime pagine della Genesi, nota che la morte è la punizione che Dio commina a Eva, Adamo e tutta la loro stirpe, per avergli disobbedito (il peccato originale). Ma una volta stabilito per dogma di fede che Maria è nata senza, che non avrebbe potuto concepire Gesù altrimenti, non c'è motivo per cui essa debba essere morta, nemmeno nel corpo.

Se non metto un Carracci stavolta,
non lo metto più.
Così la pensavano molti teologi nell'Alto Medioevo (l'Assunzione in Occidente si festeggiava almeno dal VII secolo); così si pronunciò definitivamente Pio XII nel 1950. C'è solo un piccolo, minuscolo problema, che i più sgamati avranno già individuato, ovvero: la Bibbia non ne parla. Mai. Nessuna traccia dell'Assunzione di Maria.

Ma d'altro canto di Maria la Bibbia parla poco in generale. Il Vangelo di Marco, che come abbiamo visto potrebbe essere il più antico, Maria non la nomina nemmeno. Il Gesù di Marco è un messia piuttosto altero che disconosce madre e fratelli. Con Matteo la madre di Gesù prende almeno un nome, ma è Giuseppe a sognare l'angelo e a portarla prima a Betlemme e poi in Egitto. La Maria che conosciamo davvero è quella di Luca, la vera protagonista della prima parte del suo vangelo: è una donna coraggiosa, illuminata, è persino una poetessa (lì per lì ti improvvisa il Magnificat)... però scompare del tutto appena il figlio comincia a predicare. L'ultimo evangelista, Giovanni, cambia ancora le carte in tavola: non racconta il Natale o altri episodi dell'infanzia di Gesù, ma segnala una "madre" (non la nomina mai per nome) che sembra seguirlo e assisterlo fino alla morte e alla resurrezione. Non che il Gesù di Giovanni sia diventato un mammone, tutt'altro: alle nozze di Cana, quando mamma fa presente che è finito il vino, le risponde "che ho da fare con te, donna?" È la prima cosa che Gesù dice a Maria, in quattro vangeli. Poi, sul finale, quando è già inchiodato alla croce, gli affida Giovanni apostolo ("madre, questo è tuo figlio"), e secondo alcuni l'umanità tutta. Maria è segnalata un'ultima volta da Luca negli Atti, tra le donne che fanno parte dell'entourage degli Apostoli prima della Pentecoste. Ma dalla Pentecoste in poi, quando gli apostoli diventano missionari nel mondo, di Maria si perde ogni traccia. Tutto quello che ci raccontano gli apocrifi (è morta l'anno dopo; ha seguito Giovanni a Efeso; non è mai morta; è morta ed è immediatamente salita in cielo davanti a tutti gli apostoli) non è attestato che un abbondante secolo dopo, insomma, non c'è niente di affidabile e lo sapevano benissimo anche i Padri della Chiesa. Di Maria non si sa più niente.

Il Correggio aveva afferrato ciò che ai teologi
ancora sfuggiva, ovvero: se potessimo rimirare
la Gloria di Dio, vedremmo un sacco
di gambe per aria
Eppure i credenti continuavano a chiedere notizie della mamma. La cosa è comprensibile. Per quanto la Chiesa degli inizi debba essere stata una gerarchia rigidamente maschile (le donne dei vangeli, come le tre Marie, scompaiono immediatamente dagli Atti), senza figure femminili di riferimento non avrebbe fatto molta strada. Non avrebbe penetrato in molte famiglie, e soprattutto non si sarebbe insinuata nel cuore delle ricche matrone romane in cerca di novità orientali. Accanto a Gesù e ai coraggiosi apostoli e martiri ci voleva qualche donna, e la mamma era senz'altro la scelta migliore: anche per scacciare le altre Marie un po' equivoche, che ungono i piedi di Gesù o li tergono coi capelli, tutti gesti dal dubbio significato. Queste signorine dal passato ambiguo negli apocrifi e nei testi gnostici rimanevano pericolosamente popolari, mettendo in ombra gli stessi apostoli maschi. La mamma no, sulla mamma non si può dire niente di male, tanto più se è la mamma di Dio.

Il dibattito infatti sarà tra chi ne parla bene e chi ne parla benissimo, e noi non siamo in grado di seguirlo in tutta la sua completezza, perché chi non ne parlava benissimo rischiava spesso di essere bruciato con le sue opere. Questo è magari il motivo per cui a distanza di secoli non si capisce perché il Papa abbia aspettato tanto a omologare l'Assunzione, quando l'opinione prevalente dei Padri della Chiesa e degli altri teologi che ci sono arrivati oscilla tra il "sicuramente sì" e il "quasi sicuramente sì". Il dibattito si concentrava su altri punti secondari, per esempio: prima di essere assunta in cielo anima e corpo, Maria è morta o no? i committenti di Caravaggio, come vedete sotto, pensavano di sì, e questa era la tesi più diffusa, soprattutto tra gli ortodossi, che il 15 agosto festeggiano la Dormizione (in attesa di risorgere, Maria non muore: dorme). In Occidente però si stava facendo strada l'idea che Maria fosse stata assunta senza passare dalla morte. Pio XII nel 1950 con l'enciclica Munificentissimus Deus lascia aperta la questione, limitandosi a stabilire che "l'immacolata Madre di Dio, la sempre vergine Maria, una volta terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo".

Quindi il capolavoro del Caravaggio è ancora cattolico doc. Meno male. La prudenza di Pio XII è anche dovuta al fatto che in questo documento, per la prima volta, un Papa impugna esplicitamente la sua Arma Teologica di Fine di Mondo, messa a punto soltanto nel 1870: l'infallibilità ex cathedra, sulla materia di fede. Anche su questo per la verità il dibattito è ampio; c'è chi sostiene che il Papa in cathedra ci stia ogni volta che dà alle stampe un'enciclica o anche solo un discorsetto dalla finestra; ma solo nel Munificentissimus Deus un Papa ha scritto nero su bianco che chi non la pensa come lui è fuori:
Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica.
Quindi ora siamo tutti d'accordo, no? Sì, c'è solo quel piccolo, minuscolo problema di cui parlavamo sopra: che di questo dogma di fede, discusso per diciannove secoli e definito nel ventesimo, il Nuovo Testamento non parla. Così come non parla di Maria se non per accenni brevissimi. Qualcuno timidamente ha anche sostenuto che un mistero così profondo possa avere una causa divina. Insomma, immacolata o no, assunta o no, forse Gesù preferirebbe che noi non discutessimo troppo di sua madre. Ma è più forte di noi, evidentemente.
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Le due corone di Massimiliano

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14 agosto - San Maksymilian Kolbe (1894-1941), missionario, radioamatore, vergine e martire.

[2013]. Da bambino ti raccontano tante storie, però tu sei sempre libero di capirle a modo tuo. Ieri sera ho scoperto che la leggenda delle due corone di San Massimiliano l'avevo sempre fraintesa. Nella versione che rammentavo, il giovane non ancora Massimiliano (al secolo si chiamava Raimondo) riceveva nottetempo la visita di una misteriosa signora che gli mostrava due corone, una bianca e una rossa. I colori della Polonia, e i miei.

Nel 1939.
La signora gli diceva "Scegline una", e Raimondo, come fanno i bambini, rifiuta la contrattazione: "Perché? Mi piacciono tutte e due". Va bene, fa la signora: allora avrai tutte e due. Raimondino non lo sapeva, ma aveva appena scelto la VERGINITÀ e il MARTIRIO. Avevo sempre trovato un po' scorretto questo modo della Madonna di strappare contratti di santità a bambini inconsapevoli. In effetti ho scoperto che la versione ufficiale è ben diversa: è la donna stessa presentarsi come Maria Immacolata e a spiegare a Raimondo cosa implichi scegliere una delle due corone, o entrambe. D'altro canto è pur sempre un bambino, quante volte da bambini abbiamo sognato di morire morti eroiche, generose e piene di significati, ma questo non autorizza la Madonna a comparire proprio in quel momento e dire firma qui - e trent'anni dopo ci ritroviamo ad Auschwitz in una camera della morte ingombra di cadaveri. Insomma, io da bambino l'unica morale che riuscivo a trarre dalla leggenda è: non accettare i regali dagli sconosciuti in sogno, neanche dalla Madonna. Soprattutto dalla Madonna. Massimiliano Maria Kolbe però ha pensato diversamente, ha avuto una vita intensa e breve, piena di soddisfazioni e malattia, ed è morto da eroe. Da martire?

Non è stato subito così chiaro. Paolo VI, che lo beatificò, si contentò di definirlo "confessore" e "martire della carità", che non è proprio un martire al 100%, un martire in nome della fede. Massimiliano non era morto per difendere la fede cristiana, ma più prosaicamente per salvare la vita di un uomo: il soldato Franciszek Gajowniczek, compagno di prigionia e padre di famiglia. Scambiare la propria vita con quella di qualcun altro, morire al suo posto in uno dei modi più penosi possibile è cosa molto nobile, ma ancora negli anni Settanta non rientrava nella definizione compiuta di martirio. Per cambiare questa impostazione ci volle l'interessamento molto attivo di un papa compatriota, Giovanni Paolo II, che nel 1982 lo promosse non solo santo, ma martire a tutti gli effetti. Scegliendo di morire al posto del soldato Gajowniczek, Massimiliano avrebbe infatti combattuto il nazismo, ideologia anti-umana e... anti-cristiana. In un colpo solo Wojtyla procurava alla Polonia un santo recente e lo metteva in prima fila nella lotta contro il nazismo, che già negli anni Ottanta stava perdendo i suoi contorni storici per trasformarsi nel cosiddetto Male Assoluto. Trovare cattolici che invece di collaborare vi si fossero opposti apertamente diventava una priorità.

Padre Kolbe è anche il santo meglio onorato dai fumettisti italiani. Questo è Dino Battaglia nel 1962.
Dino Battaglia nel 1962
Kolbe era quasi perfetto nel ruolo: occorreva tuttavia minimizzare la propaganda antisemita che aveva contribuito a diffondere sulle sue riviste nella Polonia anteguerra. Far notare viceversa l'abnegazione con cui aveva soccorso vittime di ogni religione ed etnia, ebrei compresi, durante l'occupazione tedesca. Deportato ad Auschwitz a fine maggio 1944, Kolbe, con un polmone già devastato dalla tbc, vi sarebbe sopravvissuto poco più di due mesi. A fine luglio la fuga di tre prigionieri del suo blocco, durante una trasferta per la mietitura, dà l'occasione al comandante tedesco di procedere a una decimazione sommaria: mette gli uomini in fila e comincia a scegliere: tu, tu, tu. Tra i dieci, il soldato Franciszek è l'unico che si ribella. Implora pietà, strepita che ha moglie e figli. Come se fregasse più qualcosa a qualcuno.

Quando Massimiliano fa un passo oltre la fila e propone al comandante lo scambio, ha scarsissime possibilità che una richiesta del genere sia recepita. Il comandante avrebbe potuto benissimo farli fuori entrambi, probabilmente era il suo "dovere", nella cella della morte il posto c'era. Quando Massimiliano propone di scambiare la sua vita di instancabile propagatore del messaggio cristiano e mariano, di pubblicista e radioamatore all'avanguardia, fondatore di conventi in Polonia e Giappone, con la vita di un soldato semplice, forse è più stanco di sopravvivere di quanto gli agiografi non vogliano ammettere. Agiografi in cui Massimiliano del resto difficilmente sperava. In una tragedia così spaventosa, un sacrificio così minimo - una vita per un'altra - davanti a un pubblico di nazisti indifferenti e vittime destinate comunque al macello da lì a poco - quante possibilità aveva di essere ricordato?

Questo è Tacconi nel 1982, con testi di Nizzi, il Kolbe della mia infanzia.
Nizzi-Tacconi, 1982 ("Il Giornalino").
Ma Franciszek sopravvisse. Fatto prigioniero nel '39, internato ad Auschwitz nel '41, ci passò tre anni prima di essere trasferito in un altro campo. In tutto passò cinque anni e mezzo nelle strutture concentrazionarie naziste, e riportò la pelle a casa. Nel frattempo non era più padre di famiglia: i figli erano morti in un bombardamento sovietico nel '45. Lui tirò avanti fino al 1995, quando morì alla ragguardevole età di 94 anni, metà dei quali passati a ricordare il sacrificio di don Maksymilian. Sopravvisse anche qualche carceriere nazista, che poté testimoniare dei quindici giorni trascorsi dal prete e dai compagni nella cella della morte senza acqua né cibo, e dei canti che Massimiliano intonava per infondere coraggio - i tipici canti della devozione mariana, Dall'aurora tu sorgi più bella e consimili, magari anche Noi vogliam Dio Mira il tuo popolo, certamente Madonna nera, tutta roba che oggi stroncherebbe un papaboy al secondo ascolto, e invece ebbe l'effetto di prolungare l'agonia a dismisura. Non sono mai riuscito a capire se in quella cella ci fossero anche ebrei: voglio sperare di no (di certo Franciszek era cattolico), morire ad Auschwitz è già orribile senza bisogno dell'accompagnamento musicale di un prete mariano. Sopravvisse anche il tenente nazista che dopo due settimane entrò nella cella per iniettare l'acido fenico a chi si ostinava a non morire. In seguito raccontò che mentre lo finiva, Kolbe gli aveva detto: "Lei non ha capito nulla della vita". "L'odio non serve a niente. Solo l'amore crea. Ave Maria".

Qualche mese dopo un B29 americano sganciò una bomba atomica su un sobborgo industriale di Nagasaki, uccidendo quarantamila persone sul colpo. Il convento fondato da Kolbe nel 1930, il giardino dell'Immacolata (Mugenzai no Sono) si trovava dal lato giusto di una collina: resistette all'esplosione e ospitò i feriti durante i primi soccorsi.

***

Questo pezzo ha una buffa appendice; due anni dopo (2015) fu segnalato all'Ordine dei Giornalisti in quanto "disgustoso". L'Ordine tuttavia non poteva però aprire un procedimento disciplinare su di me, siccome non sono iscritto.
Così aprì un procedimento a carico di Luca Sofri (il pezzo era stato pubblicato sul Post), per "violazione della deontologia professionale e vilipendio della religione cattolica".
Per fortuna è finito tutto bene (ho cancellato i nomi).




Ultima postilla: San Massimiliano Kolbe fu canonizzato il 10 ottobre 1982, il giorno in cui nel mio paese nacque un gruppo scout cattolico, che lo elesse immediatamente suo patrono. Anche per questo motivo è un santo che mi è caro in un modo particolare. Il pezzo più o meno disgustoso che scrissi su di lui doveva avere un finalino in cui la Madonna in sogno mi compativa per non aver mai scelto nessuna corona, né bianca né rossa né a pois: vedi cosa ti è successo? Avevi paura a scegliere e non sei diventato niente. L'ho cancellato - mi sembrava un po' troppo personale - e adesso non riuscirei a riscriverlo. Lo segno qui per ricordarmene, non ho molti altri spazi a disposizione.
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Più francescana di Francesco

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11 agosto - Santa Chiara (1193-1253), fondatrice delle Clarisse, amica di Francesco, patrona della TV.

Il velo lungo è una forma di censura,
lei andava a piedi nudi e non li nascondeva.
[2014]. C'è questa proposta di legge di cui avrete sentito parlare, che vorrebbe introdurre il "reato di istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare". Nel mirino ci sarebbero soprattutto i siti pro-ana, di cui da qualche tempo non sentivo più parlare; e invece nella bozza della legge c'è scritto che in Italia ce ne sarebbero almeno trecentomila. Una legge del genere avrebbe falciato anche un sacco di trattati di mistiche e sante medievali, per le cronache dei digiuni che compivano o che raccomandavano (e che le mandavano in paradiso molto presto). Ma in un certo senso è sempre stato così, non è che procurarsi i loro libri fosse molto semplice nel medioevo e durante la controriforma. I digiunatori – e ancor più le digiunatrici – hanno sempre creato qualche preoccupazione nell'autorità costituita.

Il caso di Chiara Scifi è particolare. Non che non digiunasse - era anzi una campionessa della categoria – ma le sue lettere non ci lasciano nessun compiacimento morboso. Nessun delirio mistico. È anche vero che ne scrisse poche, ma ci danno la sensazione di una persona poco incline alle esperienze estreme. Ad Agnese di Boemia lascia intendere che dovrebbe anzi sforzarsi di mangiare qualcosa di più:
Siccome però, non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito, anzi siamo piuttosto fragili e inclini ad ogni debolezza corporale, ti prego e ti supplico nel Signore, o carissima, di moderarti con saggia discrezione nell'austerità, quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata.
Giotto: Pianto di Santa Chiara su Francesco morto.
Non so la storia del tipo che monta sull'albero, ma un po' mi
ci riconosco: un impiccione che vorrebbe saperne di più
senza averne il diritto.
Santa Chiara è un caso forse unico di mistica non visionaria: l'unica esperienza che si può paragonare a un'allucinazione fu quella famosa messa di Natale a cui avrebbe voluto tanto partecipare - partecipava il suo amico Francesco – ma siccome era malata a letto, se la vide scorrere davanti come, come... come una diretta televisiva! (Pare che fu Ugo Gregoretti a suggerire l'episodio a Pio XII che stava cercando un patrono del nuovo media audiovisivo). A dire il vero fu una tv un po' più interattiva di quella che abbiamo in casa, visto che in Chiara riuscì persino a fare la comunione. Forse a monte dell'aneddoto c'è soltanto una metafora colloquiale, qualcosa come "mi sembrava che tu fossi qui davanti a me", che gli agiografi hanno sviluppato nel modo più miracolistico possibile. In ogni caso è molto significativo che l'unica visione miracolosa di Chiara non riguardi né il Santissimo, né Maria, né Madonna Povertà: Chiara vide il suo amico Francesco.

Credo che per capirla dovremmo partire da qui. Chiara amò e seguì Francesco per tutta la sua vita, anche quando Francesco non ci fu più. Fu la prima ragazza a seguirlo – forse non aveva 18 anni – entrando in rotta con la famiglia nobile che l'avrebbe preferita accasata con qualche cavaliere, o persino monaca, se proprio ci teneva: ma in un monastero come si deve, servita e riverita da monachelle di rango inferiore. Chiara invece voleva vivere del sudore della sua fronte e se ne scappò in quella comune della Porziuncola che forse non aveva ancora ottenuto l'approvazione papale: in sostanza, quando Chiara si fece tagliare i capelli, Francesco era ancora il capo carismatico di una piccola comunità di giovinastri di buona famiglia scalzi e vestiti di sacco che andavano in giro cantando e restaurando chiesette diroccate. Prima o poi si sarebbero stancati, come si erano già stancati di altre cose, degli amorazzi e della guerra. Oppure si sarebbero montati la testa come i patarini o i valdesi, e sarebbe stato necessario bruciarne un po'. La situazione era talmente rischiosa che lo stesso Francesco cercò di allontanare la ragazza, indirizzandola presso un monastero benedettino. Chiara non ci restò a lungo. Tornò ad Assisi, riuscì a trovarsi un posto a San Damiano, e nel giro di pochi anni dirigeva un convento. Tra le prime seguaci (che poi sarebbero state chiamate 'clarisse'), una sorella e la madre.
Francesco è figlio di un mercante, anche se molto ricco, mentre Chiara è figlia di una famiglia nobile, una delle più importanti di Assisi. Chiara quindi è più colta, conosce bene il latino, e ha una mentalità diversa da Francesco perché, per esempio, non ha, come lui, orrore del denaro. Per Francesco il fatto di essere figlio di un mercante è sentito come un marchio. Dice ai frati che non devono mai toccare il denaro. Per lui anche chiedere la carità era rubare ai poveri. Noi siamo abituati a parlare di ordini mendicanti, ma al tempo di Francesco era assolutamente proibito chiedere l’elemosina. Tutti dovevano vivere con il lavoro delle proprie mani e Francesco puniva anche in modo molto crudele i frati che avevano toccato del denaro, sia pure per usarlo poi per i malati. Non andava bene lo stesso. Invece Chiara, anche nella regola che scriverà, dice che, se qualche parente dà dei soldi a una monaca, la Superiora glieli deve lasciare, sarà la monaca stessa a decidere cosa farne, se tenerli per sé o darli a un’altra consorella oppure ai poveri (Chiara Frugoni quando parla di Santa Chiara è meravigliosa).
Nel 1209 Francesco prese la decisione più ragionevole e controversa della sua vita di giullare di Dio: decise di affidarsi al Papa. Si recò addirittura a Roma per convincerlo. Non era una mossa così scontata: Innocenzo III, Lotario dei Conti di Segni, non rientrava certamente nell'idea francescana di povertà. Aveva appena incoronato un imperatore e lo avrebbe scomunicato di lì a poco. Prostrarsi a lui, venirci a patti, era magari l'unico modo per non essere presto o tardi spazzati via da un'inquisizione: ma comportava inevitabilmente qualche compromesso. Francesco stesso finì per sottoscrivere nel 1223 una nuova Regola meno estrema, stilata in collaborazione con un cardinale. Ma era ormai un Francesco stanco, sfinito dalle penitenze e dai lunghi viaggi, dimissionario dal suo stesso movimento, che sarebbe morto di lì a quattro anni. Chiara ne aveva una trentina, e si ritrovava senza più guide a capo del ramo femminile di un movimento religioso in piena espansione. Altre al suo posto si sarebbero lasciate andare - in fondo bastava digiunare con più assiduità, chi avrebbe impedito a una ragazza già acclamata come santa di raggiungere un po' più presto il proprio posto nel calendario?

Get thee to a nunnery, go.
Chiara invece resistette su questa terra altri per altri 27 anni, e non cedette mai. Restò fedele a Francesco e a tutto quello che aveva rappresentato. Non mise mai i sandali, né il velo da badessa: continuò ad andare scalza e vestita di stracci finché riuscì a uscire dal convento. Quando fu il momento di far riscrivere al cardinale anche la regola delle clarisse, Chiara tenne duro. Il progetto era creare un grande movimento di monache di clausura che nel segreto dei loro chiostri l'avrebbero venerata come fondatrice. Chiara non strepitò, non si lamentò, non sognò madonne o cuori di Cristo sanguinanti, ma non firmò. Qualche anno dopo fu quello stesso cardinale, eletto Papa, a cedere: Chiara ottenne il "privilegio della povertà", in sostanza il diritto di seguire la sua regola originale (modellata sugli insegnamenti di Francesco) e andar scalza.

A quel punto Chiara probabilmente non scendeva più da letto. Lavorava ancora al filatoio; ogni tanto magari si riguardava quella vecchia messa di Natale in videocassetta. Ma quel che importa è che nella regola ci fosse scritto che le clarisse potevano uscire, dal convento, e lavorare: anche ben calzate, se il lavoro lo avesse richiesto. Con Chiara le suore escono dai conventi ed entrano nel mondo. Ci sarebbero rimaste poco, ma fu un precedente importante.
Bisogna arrivare fin quasi al 1500 per incontrare donne religiose che lavorano negli ospedali o che insegnano. Prima per le donne c’era solo la clausura. Chiara, invece, voleva portare avanti la proposta di Francesco, naturalmente con alcune limitazioni e cautele perché anche lei, donna di quel tempo, non è che pensasse di andare in piazza. Però, come si desume da tante cose che lei dice, prevedeva non solo un continuo rapporto con Assisi, ma anche delle sue monache con la gente. Il suo è un monastero aperto, vanno e vengono una quantità di persone: mamme con bambini che si sono fatti male, donne che soffrono, ma anche uomini che hanno problemi con la moglie… E Chiara predica, fa proprio delle prediche. Uno dei miracoli di Chiara ci racconta che un giorno l’uscio del monastero si sgancia e cade su Chiara ma lei rimane illesa. Si può desumere che un monastero il cui uscio era così traballante fosse assai poco custodito e quindi molto aperto. Poi Chiara non definisce mai in maniera molto precisa il rapporto con le monache che servono fuori del monastero, lei le tratta esattamente allo stesso modo delle monache che rimangono dentro il monastero. Dagli indizi che si possono ricavare sono monache che vanno a curare dei malati, soprattutto le lebbrose. E lei dice loro: “Quando siete per la strada e incontrate la gente, dite quanto è bello il creato, quanto sono belli i fiori, cercate di dire, appunto, la gratitudine che bisogna avere per questo mondo così bello”
Di Chiara i cronisti parlano poco. Soffre senz'altro la vicinanza con Francesco, la cui vita fu senz'altro più interessante e avventurosa. Francesco digiunava, ma andava anche alle crociate, e aveva visioni mistiche, e dettava i cantici, e se ne andò presto lasciò un movimento nel caos. Chiara scriveva poco, alle crociate non poteva andarci, di visione ne ebbe una sola. Me la immagino raggrinzire nella sua cella come una tartaruga, saggia e tetragona. Francesco aveva tante idee per la testa: qualcuna la realizzò, altre si persero per strada. Chiara aveva un'idea sola: ci appoggiò la casa sopra ed è ancora lì. La più francescana dei due, in un certo senso.
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L'arcidiacono alla griglia

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10 agosto - San Lorenzo (225-258), martire ai ferri.

[2013] La santità, come la fama, dipende da variabili imponderabili. C'è chi passa la vita a inseguirla invano, e chi diventa immortale senza averci mai provato, per cose che non ha mai fatto, o parole che non ha mai detto. È un po' quel che è successo a San Lorenzo, uno dei meno evanescenti tra i martiri del terzo secolo, nel senso che, a differenza di molti altri personaggi leggendari, potrebbe essere esistito realmente: in questo caso sarebbe nato alle pendici dei Pirenei, e da studente a Saragozza potrebbe aver conosciuto il futuro papa Sisto II, di cui sarebbe diventato stretto collaboratore, seguendolo a Roma e morendo pochi giorni dopo di lui, durante la persecuzione di Valeriano imperatore. Mentre però San Sisto II Papa non è mai stato un santo particolarmente popolare - tranne a Manerbio (BS), Joppolo (VV) e pochi altri centri - il suo arcidiacono Lorenzo è stato per molti secoli un'indiscussa superstar della cristianità, patrono di Rotterdam e dei cuochi, dei pasticcieri, dei rosticceri, dei librai e dei vetrai, di un rione di Roma e di Grosseto. E tutto questo perché? Per un supplizio originale, che probabilmente non ha subito (la graticola ardente) e per una frase celebre che sicuramente non ha detto: Assum est: versa et manduca. "È cotto: gira e mangia".

Bernini a 16 anni scolpiva così, vi rendete conto.
Bernini a 16 anni scolpiva così, vi rendete conto.

Sono le parole che avrebbe rivolto ai suoi aguzzini, secondo Sant'Ambrogio, mentre lo arrostivano. Anche la graticola compare per la prima volta nel resoconto di Ambrogio, a cui non mancava la fantasia. Dal suo racconto poi derivano tutte le leggende seguenti, sempre più adorne di particolari improbabili: anche perché da un certo punto in poi nel medioevo smisero di capire l'ironia e la battutina del martire fu presa mortalmente sul serio; dunque i pagani furono accusati di grigliare i cristiani per mangiarseli. Nel frattempo comunque l'originale supplizio e il brillante motto di spirito avevano conquistato a Lorenzo un culto di primo livello: tanto che quando arrivarono a Roma le reliquie di un altro santo prestigiosissimo, Stefano primo martire, esse furono collocate accanto a quelle di Lorenzo, così anche se erano false i miracoli comunque li garantiva il martire precedente (in realtà all'inizio Roma aveva proposto uno scambio con Costantinopoli: noi vi diamo Lorenzo, voi Stefano, ma tutti i componenti dell'ambasciata costantinopolitana, dopo aver consegnato Stefano, muoiono, un vero segno della volontà di Dio a sentire Iacopo di Varazze).

Ho inoltre saputo da fonte degna di fede che di giorno si suda.
Ho inoltre saputo da fonte degna di fede
che di giorno si suda.
Lorenzo deve dunque tutta la sua fama a un motto di spirito che non ha nemmeno detto. Non è un caso tanto infrequente. Prendete Voltaire. I più lo conoscono per un aforisma che non ha mai detto (non sono d'accordo con te ma morirei perché tu possa eccetera) e che gli viene testardamente attribuito. Il suo caso è anche più grave perché, a differenza di un oscuro arcidiacono dell'oscuro terzo secolo, di cui non ci è arrivato nessun documento, di Voltaire abbiamo scaffalate di libri ricolmi di detti ben più arguti, ma non c'è niente da fare: se uscite per strada e chiedete di Voltaire, la possibilità che il passante vi citi Candido o il secolo di Luigi XIV è minima: vi diranno tutti che era quello disposto a morire purché voi abbiate il diritto di dire le vostre cazzate, povero Voltaire. Tra l'altro non ce lo vedo affatto a morire per dar voce a Rousseau, ma neanche per sogno. Come Neruda, quante poesie ha scritto Neruda, alcune anche belle: poi un giorno su internet qualcuno gli ha attribuito una mezza scemenza rifiutata dal team dei cioccolatini perugina, e da allora non c'è più stato niente da fare, oggi se digito Neruda su google lui automaticamente mi completa "Neruda lentamente muore", il che probabilmente è vero: ogni volta che qualcuno gliela attribuisce, Neruda muore un altro po'.

Quindi, insomma, non ha nessuna importanza quante cose belle abbiate detto o scritto nella vostra vita. La cosa a volte mi tormenta nella notte insonni. Io, sapete, sono uno che scrive parecchio, e da anni pubblico tutto. Ho un blog che è più grosso della bibbia ormai, non è un'iperbole: è davvero più grosso della bibbia, e l'ho scritto tutto io. Però i posteri non hanno bisogno di tutto questo materiale. Va da sé che se ho anche una possibilità, risicatissima, di sopravvivere, sarà per una frase o poco più. Ora, le possibilità che quella frase sia una stronzata sono altissime. Non è solo il fatto che io ne abbia scritte tante – veramente tante – è più forte di me – anche adesso, vedete? – ma c'è anche da calcolare una certa appiccicosità della stronzata; le stronzate resistono meglio, se ne calpesti una non te ne liberi più. E anche se non ne avessi mai detta una, anche in quella remotissima eventualità, non ha importanza: basta che qualcuno te l'attribuisca, e non te ne liberi più. Come Neruda, come Voltaire, come Lorenzo. Anche se il caso più famoso credo sia quello di Cambronne.

cambronne
Pierre Cambronne (1770-1842) ha combattuto per la Francia su quasi tutti i fronti aperti dai rivoluzionari e poi da Napoleone: Italia, Svizzera, Spagna, Russia, persino Irlanda. Già prima di farsi ripetutamente infilzare da spade e baionette a Waterloo, si era preso tre o quattro pallottole in altre battaglie. I suoi soldati lo adoravano. Ha il profilo scolpito da qualche parte sull'Arco di Trionfo. Ma non è per questo che lo ricordiamo. E non è nemmeno per la frase "la guardia muore ma non si arrende", semplice ma di una certa efficacia, che comunque probabilmente non ha pronunciato (forse la disse un collega che a Waterloo ci lasciò le penne, i suoi eredi portarono Cambronne in tribunale per attribuzione indebita di detto celebre, ma non la spuntarono). No. "Cambronne", da metà Ottocento in poi, divenne un garbato eufemismo per "merda", e tale è rimasto. La wikipedia francese ricorda persino il verbo, "cambronniser". Il tutto a causa di una rispostaccia che potrebbe essergli capitato di dare in un momento di fortissimo stress – gli inglesi avevano circondato la Guardia Imperiale e si trattava di scegliere, appunto, se arrendersi o morire imprecando. Quel che buffo è che non solo Cambronne non morì, ma una volta fatto prigioniero, finì per sistemarsi con la nobildonna scozzese che incontrò in infermeria. Quest'ultima, come condizione necessaria per sposarlo e assumere il suo cognome, gli fece giurare di non avere assolutamente mai detto "merde", perlomeno non a Waterloo nelle circostanze a tutti note. Fece di più: lo corruppe. Una cosa molto triste: gli regalò un prezioso orologio, in cambio dell'ammissione di non avere assolutamente mai risposto a un generale britannico "merda". Fu tutto inutile, perché dell'episodio si impossessò Victor Hugo, sempre a suo agio quando si tratta di impastare prosa aulica e liquami. Secondo Hugo, con questa parola Cambronne aveva semplicemente vinto Waterloo:
...fulminare con una tale parola il nemico che vi annienta, vuol dire vincere.
Dare questa risposta alla catastrofe, dire questo al destino, dare questa base al futuro leone, gettar questa ultima battuta in faccia alla pioggia della notte, al muro traditore d'Hougomont, alla strada incassata d'Ohain, al ritardo di Grouchy e all'arrivo di Blücher.
Portare l'ironia nel sepolcro, fare in modo di restar levato sulle punte dopo che si sarà caduti, annegare in due sillabe la coalizione europea, offrire ai re le già note latrine dei cesari, fare dell'ultima delle parole la prima, mescolandovi lo splendore della Francia, chiudere insolentemente Waterloo col martedì grasso, completare Leonida con Rabelais, riassumere questa vittoria in una parola impossibile da ripetere, perdere il campo e conquistare la leggenda, aver dalla sua, dopo quel macello, la maggioranza, è una cosa che raggiunge la grandezza di Eschilo.
La parola di Cambronne fa l'effetto d'una frattura: la frattura di un petto per lo sdegno, l'irruzione dell'agonia che esplode!
Merda d'artista a Nantes.
Merda d'artista a Nantes
E bla bla bla, tutto un capitolo dei Miserabili così. Cambronne era già morto da vent'anni e non poteva più schermirsi. Lui stesso del resto doveva talvolta dolersi del suo giuramento; e almeno una volta, a una cena in suo onore, tradì la moglie con una mezza ammissione: «No, non ho detto 'La guardia muore, ma non si arrende', ma, intimatomi di deporre le armi, ho risposto con alcune parole meno brillanti, certo, ma di una naturale energia». Insomma, hai detto merda. E merda sia. Non si può nemmeno dar la colpa a internet, nel suo caso. Fecero tutto gli scrittori, da Hugo a Proust. Persino oltreoceano qualcuno cambronizzò su Cambronne. Tra le epigrafi di Spoon River, Edgard Lee Masters riporta questa (Kinsey Keene):
Bene, quello che Cambronne disse a Maitland
prima che il fuoco inglese spianasse il ciglio della collina
contro la luce morente del giorno
io dico a voi, a tutti voi,
e a te, mondo.
E vi impongo di scolpirlo
sulla mia pietra.
Tutto un giro di parole per dire, in effetti, merda. E può capitare anche a voi. Non importa chi siate, o cosa abbiate fatto o pensato per tutta la vita. Un giorno pesterete una cambronne in pubblico, qualcuno riderà, e si ricorderà di aver riso anche quando tutte le vostre foto saranno sbiadite e nipotini non si rammenteranno più chi siete stati. Succede. Succede anche oggi che le foto non sbiadiscono più. Chiedete a Voltaire. Chiedete a Neruda, cosa significa morire lentamente.
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A volte nevica in agosto

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5 agosto - Madonna delle nevi

santamariamaggiore[2014] La notte tra il 4 e il 5 agosto del 352, il ricco patrizio Giovanni riceve una visita in sogno della vergine Maria, che si congratula con lui per il proposito recentemente espresso di finanziare una chiesa in suo onore, e gli suggerisce di erigerla nel luogo che il mattino dopo sarà ritrovato ricoperto di neve. La mattina dopo la moglie gli riferisce di aver fatto un sogno molto simile. Vanno immediatamente a raccontarlo a Papa Liberio (siamo tra l'Editto di Milano e quello di Tessalonica, la Chiesa non è più clandestina ma non è ancora Chiesa di Stato, e anche i papi sono ancora tizi alla buona che ti ricevono in giornata, specie se sei patrizio). Il quale papa Liberio risponde: ma sapete che credo di aver fatto lo stesso sogno anch'io? Proprio in quel momento irrompe in scena un figurante: Santità, sull'Esquilino è successa una cosa molto singolare. È nevicato. Non dappertutto, no. Solo in uno spiazzo. Uno spiazzo a forma di basilica. Chissà cosa vuol dire.

La basilica liberina, o "Ad nives", è il primo nucleo di Santa Maria Maggiore, la più antica delle quattro basiliche papali di Roma. In realtà la parte più antica della costruzione dovrebbe risalire al papato di Sisto III, nel secolo successivo - poi rimaneggiata e ingrandita più volte nel corso dei secoli. Prima di questa doveva esserci una chiesa ancora più antica, consacrata però al Credo niceano. Quella di Sisto è invece dedicata alla Madonna, che era stata da poco proclamata "madre di Dio" durante il concilio di Efeso (i nestoriani, che la ritenevano soltanto madre della parte umana di Cristo, furono contestualmente dichiarati eretici). Il nome di Madonna delle Nevi fu progressivamente accantonato, specie a partire dalla controriforma, quando l'antico miracolo delle nevi fu accantonato in quanto privo di fonti serie. La festa del 5 agosto divenne, ufficialmente, la "dedica della basilica di Santa Maria Maggiore". Ma ancora viene ricordata con un lancio di petali di rosa dalla cupola.

Madonna giapponese (con tanto di drago sotto i piedi).
Madonna giapponese (con tanto di drago sotto i piedi).
Per molti secoli comunque la Madonna delle Nevi fu una delle più popolari - scacciata dal cuore di molti fedeli soltanto con l'arrivo delle Madonne moderne, dal Sette-Ottocento in poi: quelle che appaiono ai pastori minacciando inferni o guarendo infermi. Tra gli indizi di questa popolarità tramontata ce n'è uno disseminato dall'altra parte del mondo, in un'isoletta dell'arcipelago Goto, nell'estremità sudoccidentale del Giappone. Lì fuggirono molti cristiani giapponesi della fiorente colonia gesuita di Nagasaki, quando a fine Cinquecento lo Shogun proibì la pericolosa religione importata da portoghesi e spagnoli. Per più di due secoli gli isolani avrebbero continuato a nascondere i loro Cristi nascosti dietro a statuette di Budda, e venerare Madonne sempre più simili a Budda anch'esse. Senza missionari, senza contatti con l'esterno, senza nemmeno poterne parlare troppo tra loro. Col tempo persero i libri sacri o la capacità di leggerli; continuarono a ripetere paternoster a memoria. Quando a metà Ottocento si riaprirono le frontiere, alcuni non potevano più riconoscere nel cattolicesimo occidentale il culto che avevano ereditato dagli antenati. Era diventato un altra cosa, alla quale non avrebbero comunque rinunciato. Quando la documentarista Christal Whelan arrivò nelle isole Goto, a metà anni Novanta, sopravvivevano soltanto due sacerdoti di novant'anni – i quali peraltro non andavano d'accordo, non si rivolgevano la parola. Tra i loro riti vi era una cerimonia a base di riso e saké vagamente simile alla comunione, impartita a collaboratori che si prestavano per non far morire del tutto una tradizione ormai inspiegabile. Christal notò che i due sacerdoti festeggiavano la vigilia di Natale e altri riti buddisti e scintoisti; la crocifissione ma non la Pasqua; la fede nella resurrezione era ormai stata sostituita da una venerazione per le anime degli antenati. Però entrambi i sacerdoti – gli ultimi rappresentanti della loro religione – a inizio agosto veneravano ancora Nostra Signora delle Nevi.
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Tu sei il Male, io sono il Curato

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4 agosto - San Jean-Marie Vianney (1786-1859), patrono dei parroci (ma non dei sacerdoti).

La cosa fantastica è che un po' a Voltaire ci somiglia.
La cosa fantastica è che
un po' a Voltaire ci somiglia.
[2013] La notizia girava da quasi un anno. Lo sapevano tutti, lo davano per scontato. Venerdì 11 giugno 2010 San Giovanni Maria Vianney, già patrono dei parroci di tutto il mondo, sarebbe stato promosso a patrono dei sacerdoti di tutto il mondo (i parroci sono sacerdoti titolari di una parrocchia, perciò non tutti i sacerdoti sono anche parroci). Lo avevano scritto su Avvenire e sull'Osservatore Romano. Di più. Avevano già steso il suo arazzo da una balaustra della facciata della basilica di San Pietro, un onore che ti fanno soltanto quando ti beatificano, ti canonizzano o ti concedono un nuovo patronato, come appunto in questo caso. Insomma, era ufficiale.

E invece no. Due giorni prima la prevista proclamazione, un sobrio comunicato informò che non se ne faceva niente. L'arazzo restò lì a sventolare, la beffa unita al danno, e i vaticanisti ad arrovellarsi: perché? Cosa aveva fatto di male il povero Jean-Marie, per subire uno smacco del genere? Nulla di nuovo, avendo lasciato il mondo un secolo e mezzo prima. Forse qualcosa, un particolare fino a quel momento inosservato era diventato importante all'ultimo minuto? Buon Dio, e cosa? Non era "abbastanza abbastanza rappresentativo del sacerdozio del XXI secolo, né abbastanza universale", scrissero. Non rifletteva "completamente la figura del prete di oggi, all'epoca della comunicazione". Se ne erano accorti solo 48 ore prima?

In effetti Jean-Marie non è proprio quel tipo di parroco che oggi mettono nelle pubblicità dell'otto per mille. Da laici poi è molto difficile accostarsi alla sua storia senza fare quella tipica smorfia, avete presente - il sorrisetto à la Voltaire che Voltaire magari poteva permettersi, noi no. Gli agiografi ufficiali ci mettono del loro, sembrano che ci tengano particolarmente a tratteggiare una figura di prete ignorante e oscurantista, e perché no, fanatico e allucinato. Tutta questa insistenza sulla carriera scolastica, per esempio. Non c'è una biografia di Jean-Marie che non sottolinei e dettagli la sua inettitudine agli studi, la sua profonda incompatibilità col latino, che potrebbe non essere molto inferiore a quello di un classico liceale classico diplomatosi per il rotto della cuffia. A catechizzare i fanciulli viceversa pare fosse molto bravo, ed era un buon predicatore, uso a mandare a mente le omelie; col tempo si sarebbe dimostrato un fundraiser astutissimo, insomma qualche virtù intellettuale doveva pure averla; però i suoi veneratori ci tengono a dipingerlo come la capra più capra che ci fosse in circolazione. Dietro c'è tutta una polemica con l'illuminismo e con la Rivoluzione: Jean-Marie era cresciuto negli anni in cui i preti francesi che rifiutavano di giurare fedeltà alla République rischiavano la ghigliottina celebrando la messa nascosti nei fienili.

Dopo un lungo, lunghissimo percorso scolastico, in cui gli capitò di avere insegnanti più giovani di lui, finalmente Jean-Marie ottenne una minuscola parrocchia (200 anime), e la trasformò. Fece chiudere le taverne e proibire i balli. Messa giù così, suona veramente male. Se fossi io il PR di Jean-Marie, l'articolerei in questi termini: "lottò vittoriosamente, con le uniche armi della parola e dell'esempio, contro la piaga dell'alcolismo che dilagava in quella piccola comunità agraria". E con le taverne siamo a posto.

Coi balli, davvero, coi balli non saprei che dire. Jean-Marie ma che male ti facevano questi contadini ottocenteschi, se per la mietitura gli veniva voglia di divertirsi e sgambare un po'? Vediamo cosa ne dicono su wikipedia...
 Il fatto era che, all'epoca, il ballo non era certo un divertimento innocuo e innocente ma una vera e propria piaga...
Eh?
...una specie di ebbrezza e furore"[84] la definirono alcuni, che spesso conduceva a disordini descritti come "vergognosi" dai contemporanei. Anche qui la sua azione pastorale non fu riservata soltanto al pulpito ma si tradusse in azioni concrete. Il più delle volte fu costretto a pagare il doppio di quanto stabilito ai suonatori itineranti perché smettessero di incitare la gente a questa frenetica usanza[85].
Vabbe', ma che tattica è, come pagare gli spacciatori il doppio perché cambino il quartiere, peggio che nascondere la polvere sotto il tappeto...
Per educare le giovani e le fanciulle, spesso vittime d'abusi durante le frenesie del ballo, il curato mise un'estrema cura nella formazione dei genitori[86], non solo delle ragazze che spesso, venute a confessarsi, non ricevevano l'assoluzione finché non avessero deciso di abbandonare quel pericoloso divertimento[87].
Io lo giuro non lo sapevo che i balli ottocenteschi fossero così frenetici; dai romanzi perlomeno non risulta. Gli è che i romanzieri parlano sempre e solo delle città, maledetto Flaubert, quattrocento pagine di I Love Shopping Con La Moglie Del Dottore e nel frattempo in campagna facevano le orge musicali e non te ne sei accorto, non ci hai scritto niente.
Si giunse perfino a una lotta giudiziaria: nel 1830 un decreto del sindaco, Antonio Mandy, aboliva i balli pubblici scatenando così la riprovazioni degli organizzatori delle feste locali e di alcuni ragazzi che chiesero al sottoprefetto di Trevoux di abrogare la decisione del sindaco. Cosa che ottennero, ma senza risultato[88]: le giovani avevano infatti preferito recarsi in parrocchia per la messa domenicale, non lasciando così altra scelta ai festaioli che di disperdersi. Senza più ragazze con cui ballare la gioventù maschile di Ars fu costretta a dividersi: chi accolse le parole del curato e chi invece preferì trasferirsi nei paesi vicini.
La cucina dove digiunava.Ok, ci rinuncio, sei indifendibile Jean-Marie. Anche se un mostro sacro della sinistra italiana, don Milani, sul ballo aveva più o meno le tue stesse idee. Comunque è difficile immaginare Ratzinger che a 48 ore dalla proclamazione si fa prendere dallo scrupolo, ehi, un prete che odia le feste danzanti forse non è il massimo come esempio per il XXI sec.

Jean-Marie Vianney era un simbolo già in vita: il suo villaggio per i cattolici francesi un anti-Parigi, da contrapporre polemicamente alla modernità peccatrice. Con lui prende forma l'archetipo del Curato di Campagna che lotta contro le tentazioni di un demonio annidato nell'ignoranza e nella povertà della provincia: il protagonista dei romanzi di Georges Bernaros. Un modello che ha esercitato un fascino incontestabile per un secolo e mezzo, ma che forse oggi segna un po' il passo.

Sul blog di un famoso vaticanista infuriava il dibattito. "Un altro colpo da maestro assestato al Papa dai soliti modernisti postconciliari che non accennano ad estinguersi. Si spegneranno, per contrappasso, all’inferno". In che modo i modernisti fossero riusciti a scongiurare la proclamazione all'ultimo minuto non era chiaro. Altri, pur professando una "venerazione di prim'ordine", ammettevano che "il sacerdozio è una figura piu’ ampia, e vi sono figure sacerdotali molto diverse dai parroci".
Senza scomodare i soliti missionari, facciamo l’esempio dei cappellani militari. Il curato d’Ars è famoso per aver passato tutta la sua vita nel confessionale: e un buon parroco si vede da questo, dal poterlo sempre trovare in Chiesa a qualunque ora del giorno. Accostamento perfetto.
Ma un buon missionario o un buon cappellano militare hanno bisogno di altri esempi, non immediatamente riconducibili al curato d’Ars.
Come vede, non ho menzionato la questione modernista nemmeno di striscio. Saluti.
Non ha neanche menzionato il fatto che Jean-Marie fu disertore, imboscato per tre anni, e se la cavò con un'amnistia, insomma decisamente non il miglior patrono che i cappellani militari potrebbero augurarsi. Tra tanti pareri un tanto al chilo (però interessanti) posso anche dare il mio. Secondo me a Ratzinger il curato d'Ars non era simpatico.

Non mi vengono in mente due preti più diversi: un teologo e una capra. Uno ha passato la vita in campagna, lottando per portare in paradiso le sue duecento anime, incurante di quello che succedeva poco più in là, dove sarebbero andati i suonatori e i ballerini che allontanava. L'altro ha vissuto quasi tutta la sua carriera al centro delle cose, a Roma, abituato a pensare alla Chiesa come a una comunità planetaria. Jean-Marie stava così tanto tempo nel confessionale che puzzava. Ratzinger sapeva d'acqua di colonia persino dalle fotografie, e aveva una certa passione per scarpine e cappelli. Vianney digiunava e sentiva le voci, il demonio che lo voleva morto. Ratzinger da prefetto per la congregazione della dottrina deve aver passato anni a esaminare storie di infelici allucinati. Vianney è un santo ovviamente caro ai lefebvriani. Ratzinger ai lefebvriani ha concesso molto, ma forse cominciava a stancarsi dell'arroganza con cui rispondevano alle sue aperture. Ma alla fine dev'essersi trattato di un moto improvviso, qualcosa che non sapremo mai e che ha reso all'improvviso insostenibile il fastidio naturale che Ratzinger doveva nutrire per una figura come quella di Jean-Marie Vianney.

Che così alla fine non è diventato patrono dei sacerdoti. I suoi fan possono consolarsi ricordando come Jean-Marie non apprezzasse le onorificenze: quando Napoleone III volle concedergli la Legion d'Onore, lui prima volle informarsi se la medaglietta in sé avesse qualche valore; nel qual caso ci avrebbe fatto su qualche soldo per i poveri d'Ars (o per ingrandire la sua collezione di reliquie). Gli dissero di no, non valeva niente: e allora la rifiutò.

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Lazzaro che morì due volte

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29 luglio - San Lazzaro, amico di Gesù

(Juan De Flandes) Ce n'hai messo di tempo, eh, amico.
(Juan De Flandes) Ce n'hai messo di tempo, eh, amico.
[2014] Tutti dobbiamo morire, e secondo la dottrina cristiana Gesù a tempo debito ci resusciterà. Tranne Lazzaro: lui è stato risorto prima. Così presto che è probabilmente già rimorto. Ma perché con lui Gesù si è comportato così? A prima vista sembrerebbe una debolezza: Lazzaro ha un trattamento di favore perché... è suo amico.

Gesù ha un solo amico: gli altri li chiama fratelli, o discepoli. Quando muore, ci rimane male. È il messia, è il Cristo, giudicherà i vivi e i morti, ma ci rimane male lo stesso. Davanti alla tomba scoppia a piangere. Non era successo per tre vangeli sinottici, ed ecco che succede nell'ultimo, quello di Giovanni. Anzi, un argomento per considerare il vangelo di Giovanni il più tardo è proprio questa virata nel patetico: all'estremo opposto sta il Gesù di Marco, probabilmente il più antico, un tizio sempre corrucciato e sdegnato perché i comuni mortali non hanno orecchie per intendere le sue parabole. Il Gesù di Giovanni invece sembra ridisegnato per un ceto medio che vuole bei discorsi ma anche una certa dose di sentimento.

Insomma, frigna come un pupo. Tanto che la gente comincia a darsi di gomito; però! Gli voleva bene davvero, al suo amico. Boh, ma se è davvero Chi dice di essere, non poteva arrivare un po' prima? Gesù non fa segno di ascoltare, ma chiede che sia aperta la tomba, malgrado le obiezioni della sorella più pratica, Marta ("Sono passati tre giorni, puzzerà"). E invece Lazzaro ne esce fuori fresco come appena deposto, e soprattutto esce vivo. Gesù l'ha risorto. Non è un miracolo come gli altri.

Gesù non aveva mai risorto nessuno prima. Certo, ci sarebbe l'episodio della figlia di Giairo, "capo di una sinagoga", riportato dai tre vangeli sinottici: ma non è chiaro se la bambina sia davvero morta. Lo stesso Gesù minimizza; afferma che la bambina sta solo dormendo, e la risveglia. Il caso di Lazzaro è molto diverso. Addirittura Gesù prende tempo; anche se le sorelle Maria e Marta gli avevano fatto sapere della malattia dell'amico, Gesù decide di aspettare che muoia. E agli apostoli prima di partire dice proprio così: Lazzaro è morto.
...e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!
(Giotto) E gli amici li tratti così, figurati gli altri.
(Giotto) E gli amici li tratti così, figurati gli altri.
La decisione di risorgere Lazzaro non è una semplice debolezza, ma parte di un piano. I tre giorni di attesa sono fondamentali, non solo perché preannunciano la morte di Gesù, ma perché legalmente sono necessari affinché la resurrezione non possa essere derubricata a risveglio da un coma (quel che era successo nel caso della figlia di Giairo). Anche il dettaglio della puzza non è un semplice tocco di realismo: il testo vuole eliminare qualsiasi dubbio sul fatto che quella di Lazzaro sia stata una resurrezione, non una guarigione. Gesù ha scelto il suo amico per farne il cardine di tutto il Vangelo.

Non a caso nel testo di Giovanni occupa proprio il capitolo centrale: tra la prima parte, il cosiddetto "vangelo dei segni", e la seconda parte, il lungo racconto della passione. Nella prima parte Gesù ha esibito agli scettici tutti i "segni" necessari affinché credano che lui è il Messia - e che riprendono una profezia di Isaia: gli storpi camminano, i sordi odono, i ciechi vedono... i morti devono resuscitare. Lazzaro è appunto l'ultimo segno, la prova definitiva che Gesù è Colui che afferma di essere. Ma proprio la sua resurrezione è l'inizio della passione di Gesù: appena farisei e sommi sacerdoti si accorgono di che è successo, decidono di ammazzare sia Gesù che Lazzaro, il colpevole e la prova. L'idea di uccidere un tizio in grado di resuscitare dai morti può lasciare perplessi, ma il ragionamento dei sacerdoti non è poi così peregrino:
"Quest'uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione".
Col suo nuovo culto, potenzialmente rivoluzionario, Gesù rischia di attirare l'attenzione della potenza occupante. Chi scrive il Vangelo probabilmente sa già di cosa sono capaci i Romani – che raderanno davvero al suolo Gerusalemme nel 70. "Meglio che muoia lui, piuttosto che un popolo intero", dice il sommo sacerdote. Una frase troppo bella e pregna di significato per essere stata pronunciata davvero. Tutto l'episodio sembra, in effetti, una costruzione a posteriori, di un autore che conosce per sommi capi il racconto evangelico, ma vuole dargli un senso nuovo, un respiro diverso (oltre a spruzzare un po' di sentimenti qua e là).

Wake up dead man ((Caravaggio)
Wake up dead man (Caravaggio)
Giovanni è l'evangelista più filosofico, lo sanno tutti; mastica un po' di gnosi, e scrive molto bene; ma da un punto di vista meramente narrativo, sembra un autore di fanfiction - un lettore dei vangeli precedenti che si mette a ricamarci sopra perché molti episodi lo hanno lasciato insoddisfatto - inoltre crede di aver trovato dei buchi di sceneggiatura e non li sopporta. Perché Gesù non scoppia mai in lacrime? Non sarebbe bello se avesse un amico? Tra le domande che il fan-Giovanni si pone ce n'è una fondamentale: perché Gesù non ha mai resuscitato un morto? Ok, ha resuscitato sé stesso, ma solo alla fine. E però, molto prima della fine, ai discepoli di Giovanni Battista che gli chiedevano se fosse veramente il Messia aveva detto:
Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano.
Questo è Matteo 11, ma i morti che risuscitano chi sono? In Matteo non ci sono! Ok, la figlia di Giairo, ma possiamo veramente contarla? Con lo stesso Gesù che afferma "non è morta ma dorme"? Insomma qui c'è un buco, bisogna riempirlo. Ma con cosa?

Un altro tratto tipico degli autori di fanfiction è il riutilizzo di nomi e personaggi minori. È un modo per sentirsi più 'canonici', vicini all'originale che stanno rielaborando. Giovanni evangelista riprende così le due sorelle Marta e Maria, già protagoniste di un breve e famoso diverbio nel vangelo di Luca; e le provvede di un fratello di cui nessuno fin qui ha sentito parlare, ma a cui Gesù voleva un bene dell'anima. Se il personaggio-Lazzaro è un'assoluta novità, il suo nome non è tuttavia nuovo: Eleazar ("Dio è il mio aiuto") era già il nome di un lebbroso in una parabola dei sinottici, costretto a mendicare davanti alla casa del ricco Epulone: da lui viene il termine "lazzaro" come sinonimo di "lebbroso" (da cui "lazzaretto"), nonché l'accrescitivo "lazzarone" . Poi Epulone finisce all'inferno e non può nemmeno supplicare che Lazzaro dal paradiso gli allunghi un po' d'acqua, tra i due oltremondi non vi è nessuna convenzione. Battezzando "Lazzaro" l'amico di Gesù, il Fan-Giovanni può anche alludere al luogo dove Lazzaro sarebbe stato nei tre giorni tra la morte e la prima resurrezione: il paradiso. Una questione che lasciava perplessi alcuni teologi, secondo i quali l'amico di Gesù non poteva che essere stato all'inferno: il paradiso era ancora chiuso. D'altro canto, il Lazzaro del vangelo di Giovanni non è un lebbroso, non è un mendicante; forse il fan-Giovanni stava soltanto cercando un nome di origine ebraica, per evitare di inventarsene uno che rischiasse di suonare falso a un orecchio più allenato del suo.

Stavo a fare il muschio, ormai (Spagnoletto).
Stavo a fare il muschio, ormai (Spagnoletto).
Lazzaro dunque dovrebbe morire e resuscitare una prima volta per risolvere un'incongruenza narrativa dei vangeli sinottici, e dimostrare incontrovertibilmente che Gesù è il messia. Giovanni dà particolare importanza dei "segni", i miracoli rivelatori; laddove gli altri evangelisti li snobbano un po', ammettendo in alcuni casi che Gesù li facesse controvoglia e li considerasse con sufficienza. La gente lo avrebbe dovuto seguire per quel che diceva, e non per i pani o i pesci, o un lebbroso guarito o un paralitico rialzatosi dalla sedia. Per Giovanni invece i "segni" sono fondamentali, e Lazzaro è il più importante.

Un altro indizio del carattere fittizio dell'amico di Gesù è la sua improvvisa scomparsa: così com'era apparso, fa sparire subito le sue tracce. Che fece durante la passione dell'amico? E dopo la resurrezione? Non si sa. Di sicuro non era coi Dodici, ma gli Atti degli Apostoli di lui non dicono niente (per forza, li aveva scritti Luca prima che Giovanni partorisse il personaggio). È lo stesso Fan-Giovanni a suggerirci una spiegazione: i sacerdoti del sommo sinedrio volevano far accoppare anche lui, magari ci sono riusciti. Un'altra teoria, ma molto più tarda, è che Lazzaro sia stato occultato dai proto-cristiani proprio perché il sinedrio gli dava la caccia. Paolo di Tarso lo avrebbe portato a Larnaca, nell'isola di Cipro, di cui Lazzaro sarebbe diventato il vescovo fino alla sua seconda morte, trent'anni dopo. La leggenda orientale dice che non sorrise mai, per tutto il tempo, a causa di quello che aveva visto nei suoi tre giorni da morto. Dunque era stato all'inferno. Solo una volta gli sarebbe scappato un sorriso - davanti a un ladro di vasellame - dopo aver sentenziato: "L'argilla ruba l'argilla".

L'ipotesi occidentale, che i lettori di Dan Brown magari conoscono, è che Lazzaro sia miracolosamente approdato con le due sorelle nel Midi della Francia, diventando il primo vescovo di Marsiglia. La devozione dei marsigliesi fu tale che nel 1204, durante la Quarta Crociata, (detta anche saccheggio di Bisanzio) si portarono a casa le reliquie. Poi le persero, forse anche in seguito a una riflessione: se davvero le sue ossa erano custodite a Bisanzio, Lazzaro non avrebbe mai potuto evangelizzare Marsiglia. In ogni caso i suoi resti si possono venerare ad Autun e a Vézelay in Borgogna - oltre che naturalmente a Larnaca. A Vendome invece c'è un'ampolla con le lacrime che Gesù avrebbe pianto davanti al suo amico. Forse perché sapeva di averlo lasciato scendere all'inferno, anche solo per tre giorni. Oppure perché davvero gli voleva bene.
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La santa prostituta che non lo era (prostituta)

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22 luglio - Santa Maria Maddalena, non più peccatrice (I secolo).

"(Non sarò mai) Maria Maddalena".
[2012]. A Maddalena, che lo vede per prima risorto, Gesù dice una cosa curiosa, che nella versione latina suona Noli me tangere, "non mi toccare". Perché Maddalena non lo può toccare? Eppure più tardi Gesù acconsentirà a farsi tastare le piaghe da Tommaso, l'apostolo incredulo. Forse perché Maddalena è donna? perché ha un passato discutibile? Ma in realtà nell'originale greco si capisce che Maddalena è già riuscito a toccarlo: più che "non mi toccare" è un "lasciami andare", "mollami". Toccarsi insomma era consentito, ma forse Maddalena insisteva troppo, non lo lasciava andare più, mentre Gesù aveva altre cose da fare, un impegno a Emmaus di lì a poche ore, eccetera. Eppure per secoli in occidente i pittori la scena l'hanno dipinta come se tra Gesù risorto e la donna a lui più vicina ci fosse un abisso. È che Maddalena è proprio difficile da maneggiare.

Di solito scrivere un'agiografia consiste nel trasformare un peccatore in un santo. Si tratta insomma di prendere la vita di un uomo / una donna, enfatizzare le buone azioni e levare le magagne più grosse. Con Santa Maria Maddalena, che pure è un personaggio di primo piano, la cosa è andata in un modo diverso: è da duemila anni che la consideriamo una ex prostituta, e semplicemente non è vero. Cioè, basta tornare ai vangeli: in nessun punto vi è scritto che Maria di Magdala facesse quel mestiere. C'è poi qualche 'peccatrice', nei vangeli, con le quali Gesù si mostra piuttosto tollerante, ma non è chiaro se siano prostitute o semplicemente adultere. C'è quella che lava i piedi a Gesù con le sue lacrime, glieli asciuga coi capelli (portare i capelli sciolti nella Giudea del tempo era già un segno eloquente di vita non irreprensibile), e forse è la stessa che lo unge davanti a tutti, in quella che un fariseo del tempo avrebbe potuto prendere per una caricatura di un'unzione regale. Il vangelo di Giovanni, che è il più tardo, ma come vedremo ha un rapporto particolare con la figura di Maddalena, chiama questa peccatrice "Maria", e soggiunge che era la sorella di Lazzaro e Marta, che si venerano tra sette giorni. Vale la pena di ricordare che il nome "Maria" ("Miriam", la sorella di Mosè) era già al tempo il più diffuso nella zona: basandosi sulle incisioni funerarie, gli archeologi hanno calcolato che il 25% della popolazione femminile portasse quel nome.

Nei vangeli di Marie ce ne sono parecchie, al punto che risulta impossibile contarle perché è chiaro che gli stessi evangelisti – già piuttosto elusivi sui nomi e i ruoli degli apostoli – semplicemente non ci si raccapezzano. Questo è un dettaglio verosimile: chi si metteva a scrivere dopo decenni di narrazioni orali poteva facilmente confondere le figure femminili che dalla morte di Gesù non avevano più avuto molto peso nel movimento dei cristiani, e stavano invecchiando da qualche parte in Palestina o altrove. Per prima c'è la madre di Gesù (che non in tutti i vangeli è chiamata "Maria"); poi la Maddalena, che non necessariamente si prostituisce ma sicuramente viene esorcizzata da Gesù, che le toglie dal corpo "sette demoni", fa parte del suo entourage più ristretto ed è testimone oculare della resurrezione (il nome forse deriva da un paese sul lago di Tiberiade, Magdala appunto, forse dall'ebraico migdal, "torre", "fortezza"); c'è poi la sorella di Marta e di Lazzaro, detta anche Maria di Betania; e ancora un'altra figura dell'entourage apostolico, Maria madre di Giacomo (il quale a sua volta potrebbe anche essere il fratello di Gesù...) A un certo punto a papa Gregorio le tre Marie sodali degli apostoli devono essere sembrate troppe, visto che si permise in un'omelia di ridurle a una sola; poi, siccome almeno una delle tre, in almeno un Vangelo, era chiamata "peccatrice", se ne dedusse che oltre a una e trina la Maddalena dovesse pure essere prostituta.

Maddalena penitente,
Georges de La Tour, 1640.
Se è stata una calunnia, pure non è mancata qualche conseguenza positiva. Pur restando ai margini della società, le prostitute hanno potuto contare su una protettrice di primo rango, una che a Gesù dava del tu. E il fatto che Cristo risorto preferisse apparire per primo a un'ex puttana, piuttosto che agli undici patriarchi della Chiesa Apostolica, ha dato a qualcuno la possibilità di intendere il cristianesimo come una religione un pelo meno maschilista ed elitaria di altre (anche se l'immagine di un Gesù gioviale frequentatore di meretrici è un'altra proiezione; non le lapida, ma le perdona, purché "non pecchino più"). Nel frattempo i pittori hanno potuto raffigurare, nelle crocefissioni e deposizioni e apparizioni, almeno una donna coi capelli sciolti. Molto presto hanno deciso che doveva averli rossi. La riduzione di una seguace di Gesù a prostituta potrebbe avere avuto semplicemente questo senso: più basso era il peccato, più orribile il mestiere, più gloriosa appariva la redenzione. Un Dio che perdona le puttane è uno che davvero può salvare chiunque, non fa una grinza.

Mary, mmm, that is good.
Però forse c'è dell'altro. C'è che se le togli quella patina di peccatrice, Maddalena diventa un personaggio un po' più difficile da gestire, per una Chiesa governata dai maschi. Alcuni dettagli sono imbarazzanti: per esempio: da Luca e Marco sappiamo che prima di incontrare Gesù era un'ossessa. Non sappiamo che tipo di disturbi avesse: deliri? Allucinazioni? Però lo stesso Marco - e Giovanni è d'accordo - affermano che fu lei la prima a vedere Gesù risorto. A quel punto non sorprende che gli apostoli non ci abbiano creduto; altrimenti saremmo portati a pensare che si siano lasciati suggestionare da una persona che in passato aveva manifestato segni di squilibrio mentale. Peraltro ai tempi di Gesù la testimonianza delle donne, ossesse o no, non era accettata in sede legale. Non stupisce che Paolo qualche anno dopo non ne faccia menzione ai Corinti: per lui Gesù risorto era riapparso, prima a Pietro "e poi ai Dodici" (Giuda Iscariota era già stato rimpiazzato). Maddalena è come se non ci fosse mai stata. Probabilmente Paolo non si pone nemmeno il problema se la sua apparizione sia reale o no; in ogni caso è stata un'apparizione a una donna, e le donne, per Paolo, non contano. Però, per sgombrare proprio ogni dubbio, a un certo punto si fa strada almeno nella Chiesa d'occidente l'idea che i "sette demoni" scacciati da Gesù non siano i sintomi di una possessione demoniaca, ma i peccati associati alla professione del meretricio. Meglio puttana che isterica - se mi è consentito condensare in poche parole il risultato di un dibattito secolare tra padri della Chiesa, teologi e agiografi e pontefici. Non puoi costruire seri dogmi di fede sulle testimonianze di un'indemoniata: puttana è meglio, dà più affidamento.

Poi c'è la questione del rapporto con Gesù. Per quanto scarsi, i riferimenti dei vangeli alla Maddalena sono sufficienti a farne la seconda donna più importante, dopo la Madonna – però Gesù non le risponde mai male, come si permette di fare qualche volta con la mamma. A quel punto la chiacchiera era inevitabile: insomma, Gesù è un trentenne, c'è questa tizia che lo segue per tutti i vangeli, vuoi vedere che...? Non è una deviazione moderna, se ne parlava già nei primi secoli, lontano dai centri di irradiazione maschile del credo ortodosso, nei circoli (spesso femminili) dove ribolliva quel brodo di credenze che per comodità chiamiamo Gnosi.

La Gnosi è un fenomeno un po' troppo complesso per spiegarlo qui. Grosso modo si trattava della new age del primo secolo: una serie di credenze misteriche che a volte pre-esistevano al cristianesimo, ma non tardarono ad agganciarsi alla figura di Gesù. C'è ancora da precisare che quelle che oggi chiamiamo "sette gnostiche" non avevano la percezione di esserlo: si consideravano cristiani pure loro. Ci volle qualche secolo, qualche concilio, qualche processo per eresia, perché si chiarisse il discrimine tra cristianesimo e gnosi. E siccome la storia la scrivono i vincitori, e spesso i libri dei perdenti vanno distrutti, noi non abbiamo un'idea nitida di quella che poi si è deciso di chiamare Gnosi. Però qualche paletto interessante possiamo piantarlo. Per esempio: gli gnostici si rifanno a rivelazioni che Gesù non avrebbe fatto a tutti, ma solo a un gruppo ristretto di "iniziati". Per contro, il cristianesimo è orgogliosamente essoterico, con due S: dogmi e insegnamenti sono accessibili a tutti, e anche i misteri sono misteri per tutti, non è che il Papa li comprenda meglio di noi.

Un'altra differenza notevole è che mentre il cristianesimo, già dalla generazione di Paolo, sembra affidato a una gerarchia maschile, nella gnosi le figure femminili mantengono ruoli di primo piano: e Maddalena assume un ruolo ancora più importante. Di questa cosa resta un'eco nei vangeli apocrifi più gnosizzanti, come quello secondo Filippo, dove addirittura Gesù "la bacia spesso" (gli esegeti si precipitano a precisare che il bacio gnostico non è quel che pensiamo noi, ma una trasmissione di saperi e di energie eccetera), al punto che gli altri apostoli fanno una scenata di gelosia perché ritengono che Gesù non li baci abbastanza. Nel vangelo di Tommaso c'è addirittura una promessa di transessualità: a Pietro che si lamenta che una femmina sia ammessa tra gli iniziati, Gesù replica che la trasformerà in un maschio, "perché ogni donna che farà di sé un uomo entrerà nel Regno dei Cieli". Il testo mantiene ancora un maschilismo di fondo: altrove l'eterno femminino è reclamato come portatore di saggezza, verità, energia, tutto quell'insieme di cose. Nel Pistis Sophia, il testo gnostico più completo che ci è rimasto, Cristo risponde a 64 quesiti dei discepoli iniziati. Di questi, 39 li pone Maddalena, e Cristo non cessa di lodarla. Da lì a considerarla sua sposa il passo era breve. C'è pure chi la voleva autrice del Vangelo di Giovanni, visto che l'autore si presenta come "il discepolo che Gesù amava": meglio lei del ragazzino, in fondo.

Un'altra possibilità è che fosse la moglie di Giovanni, oppure la sua fidanzata, poi votatasi alla verginità: ipotesi liquidata come fantasia da Iacopo di Varazze, il che è molto buffo perché Iacopo è l'agiografo di bocca buona per eccellenza, non c'è drago o mostro o supplizio che non valga la pena riportare: però una liaison tra Maddalena e Giovanni no, quella era meno verosimile del drago di San Giorgio. In ogni caso per la Chiesa ufficiale era meglio prostituta. Le prostitute sono simpatiche e non pretendono d'insegnare niente ai maggiorenni. Se poi si pentono tutti sono contenti, ma nessuno si aspetta di trovarsele in cima alla scala gerarchica, sopra gli apostoli o addirittura sullo stesso piano di Cristo.

Ecco, in effetti se vai in giro acconciata così
nella Palestina del I secolo poi per forza la gente
si fa certe idee.
Nel Pendolo di Foucault (1988), tre avventurieri da casa editrice si fanno stampare dal computer una sequenza randomizzata di frasi enigmatiche, e poi provano a utilizzarle per costruire una teoria del complotto. Il risultato finale è: Gesù non è morto, ha sposato Maddalena e ha fondato la dinastia merovingia. Quello è il senso del mistero del Graal: non un semplice calice che contiene il sangue di Cristo, ma l'utero pregno di Maria. Uno dei tre nota che la storia non gli è nuova, l'ha appena letta su un manoscritto che gli è stato proposto. In realtà il manoscritto era già stato pubblicato nel 1982 col titolo The Holy Blood and The Holy Grail, e aveva avuto un certo successo, tanto che nel 1987 i suoi autori  (Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln) ne avevano pubblicato un seguito. Questa nozione è fondamentale per evitare di considerare Umberto Eco un profeta, che pubblica stringhe randomizzate in un libro del 1988 che diventano nel 2003 la trama di un best seller mondiale, Il codice da Vinci. In realtà sia Eco che Dan Brown si rifacevano a The Holy Blood, quest'ultimo così apertamente che il nome del protagonista, Leigh Teabing, è un anagramma di Michael Baigent. Il testo del 1982 è considerato un incunabulo della letteratura pseudostorica, e in particolare di un filone così fortunato da essere diventato un genere a sé, all'incrocio tra la ricerca del Graal, le derive sui templari e il fantomatico priorato di Sion: il mistero di Rennes-le-Château (di solito evito di lincare wikipedia, ma meglio guardare lì che in altri siti, potreste imbattervi in troll antropomorfi e no).

Tra pseudostoria e fantarcheologia sta anche il documentario di Discovery Channel prodotto da James Cameron qualche anno fa, The Lost Tomb of Jesus, in cui veniva esibita una possibile tomba di Cristo, a Gerusalemme. Non solo la tomba custodiva delle ossa, il che ovviamente metterebbe in crisi duemila anni di fede nella resurrezione dei corpi; ma si tratterebbe di una tomba di famiglia, Gesù figlio di Giuseppe ("Yeshua bar Yehoseph" in un'iscrizione) sarebbe sepolto vicino a sua madre ("Miriam"), al padre o a un fratello ("Yose", diminutivo di Yehoseph), e a una donna con la quale non ha DNA in comune, di nome "Mariamene", variante di Miriam. Ci sarebbe anche un figlio, col nome meno intuitivo che Gesù avrebbe potuto dare a un figlio suo, Yehuda (Giuda). D'altro canto se Gesù ha avuto un figlio, forse non è nemmeno morto in croce e quindi Giuda non l'ha tradito e, insomma, il cristianesimo sarebbe tutto da rifare. Ma la storia fa acqua da tutte le parti: l'unico argomento a favore è la possibilità statistica di ritrovare, in Palestina, una famiglia con tante coincidenze con quella descritta dai vangeli: un Gesù che sia figlio di un Giuseppe e di una Maria, e sposato a un'altra Maria. In realtà come si è visto erano tutti nomi comunissimi, e poi perché mai dei galilei avrebbero dovuto comprarsi una tomba di famiglia nei pressi di Gerusalemme? E poi il non avere un DNA in comune non è un argomento molto probante per considerare Mariamene la moglie di Yeshua; e poi chi l'ha detto che Mariamene sta per Maddalena? Eccetera eccetera.

Nel frattempo la Chiesa cattolica ha chiesto scusa, con la sua proverbiale tempestività, nel 1969, ammettendo che Maddalena non è la buona donna nel senso eufemistico dell'epiteto. È stata persino cambiato un verso del Dies Irae: Qui Mariam absolvisti è diventato Peccatricem qui solvisti. Ma conta poco. Ormai il vangelo non è più proprietà della Chiesa, Vallo a spiegare a chi si è inflitto L'ultima tentazione di Scorsese, vallo a spiegare a chi guarda Jesus Christ Superstar e si commuove quando Yvonne Elliman canta Everything's alright o Could we start again, please? Rischi che ti diano del revisionista, uno che vuole purgare i vangeli dalle prostitute, mentre lo sanno tutti che nei vangeli c'è un sacco di prostitute, e Maddalena è la rappresentante di categoria...

A lei poi probabilmente la cosa neanche scoccia, voglio dire, quando sei a quei livelli possono dire di te quel che vogliono: indemoniata, isterica, puttana, regina merovingia, sposa di Cristo, eterno femminino, che differenza fa. Non ti tocca più niente.
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Esdra e l'invenzione d'Israele

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13 luglio - Esdra (V secolo a.C.), sacerdote.

[2014]. I mormoni che nel 1846 fuggirono dall'Illinois per fondare una nuova patria sulle rive del Grande Lago Salato. I giamaicani che a partire dagli anni Sessanta si trasferiscono a Shashamane (Etiopia) per stare più vicini a Ras Tafari, l'imperatore Hailé Selassié. Gli adepti del reverendo Jim Jones, pronti a seguire il loro Messia fino in Guyana, e poi all'altro mondo. Tutta questa gente che lascia la propria terra per arrivare in un'altra, dove quasi mai scorrono il latte e il miele promessi - tutta questa gente non sta improvvisando, il canovaccio è vecchio di migliaia di anni, ma chi l'ha scritto? È abbastanza impossibile saperlo, ma probabilmente è meno antico di quanto crediamo. Mosè dovrebbe essere vissuto più o meno verso la metà del secondo millennio avanti Cristo, ma gli storici ormai propendono per considerarlo un personaggio fantastico. Lo scontro col faraone, primo esempio storico di vertenza sindacale (finita malissimo), sarebbe un'invenzione molto posteriore, che riecheggerebbe un altro esodo, questo sì realmente accaduto: la deportazione babilonese. Proprio a Babilonia verso il sesto secolo prenderebbero forma le Scritture ebraiche, rielaborate intorno a nuclei più antichi. Come se gli Ebrei nascessero già in diaspora: con la consapevolezza di essere sparsi per il mondo, disuniti e perennemente minacciati nella loro stessa esistenza.

Trent'anni di lobbying e appena arrivate qui vi accoppiate coi nativi. È sconfortante.
Trent'anni di lobbying per ottenere una provincia autonoma,
e appena arrivate qui vi accoppiate con le indigene. È sconfortante.

A Babilonia, nel VI secolo, gli Ebrei cominciano a raccontarsi storie sul loro passato; storie che valgano la pena di provvedere a un futuro. Decidono di essere stati, prima delle invasioni assire e babilonesi, una grande nazione, guidata da grandi re: David e Salomone. Alla promiscuità di quest'ultimo viene imputata la decadenza successiva; ai peccati e alla disobbedienza di popolo e regnanti la divisione in due regni e le ripetute sconfitte, culminate con la deportazione. Ma se la diaspora è la punizione che Dio ha inflitto a un popolo disobbediente, il premio per un popolo obbediente non può essere che l'inverso: una Terra Promessa.

Ciro, lo Scià di Persia, che in una fase di recessione economica globale ha rilevato i resti dell'impero Babilonese, sembra sensibile all'argomento: la Palestina è un avamposto remoto, ma importante: un passaggio obbligato per le carovane dirette verso l'Egitto. Quando una lobby che rappresenta un gruppo di fedeli di un Dio di quella regione, un certo YHWH, gli propone di tornare là e cominciare a fortificare la zona, imponendo la pace imperiale alle burrascose tribù autoctone, Ciro sottoscrive l'editto, chissà se ci avrà pensato più di tanto. Era il Re dei Re, in quella mattinata gli capitò di suggellare tante altre tavolette o papiri che credeva assai più importanti, decisioni che avrebbero dimostrato ai posteri la sua illuminata potenza. Altro che le beghe di una piccola regione periferica, di cui nessuno probabilmente si sarebbe ricordato da lì a trent'anni...

L'Esdra biblico è un personaggio appena abbozzato; compare in un paio di scene, e non se ne sa più nulla. Il suo libro è tra i più frammentari e rimaneggiati del canone biblico. Una specie di backdoor ben occultata; se riusciamo a trovarla possiamo guardare le Scritture dal lato di chi le ha scritte. La storia si capovolge; Mosè diventa una proiezione di Esdra; l'esodo dall'Egitto è il ritorno a Gerusalemme; i popoli sterminati da Giosuè alludono ai popoli con cui il nuovo Israele non doveva mescolarsi; il Primo Tempio è un sogno concepito intorno al Secondo; il Faraone che insegue i suoi manovali è l'immagine specchiata dello Scià Ciro che lascia partire volentieri una tribù stanca di vivere mescolata alle altre.

Il sacerdote Esdra non è tra i primi ebrei che tornano a casa. Non assiste ai primi tentativi di costruire il tempio; non c'è quando i nemici cominciano a tramare e a mandare messaggi allarmisti alla corte del nuovo Scià, Dario. Esdra arriva anche venti anni più tardi, verso il 500. Porta con sé i rotoli della Legge, di cui darà solenne lettura davanti a tutto il popolo: la storia di un Mosè che aveva guidato i suoi fedeli fuori dall'empio Egitto, e di un Giosuè che li aveva ricondotti nella Terra Promessa, sterminando dietro richiesta divina i suoi indegni abitanti.
Alcuni gruppi concepirono anzi ed impostarono il nuovo esodo come un'impresa basata su una sorta di organizzazione para-militare e con forte conflittualità verso i gruppi residenti. La visualizzazione del popolo in marcia attraverso il deserto deve qualcosa a questa impostazione para-militare; ma deve anche qualcosa (e forse molto) all'esperienza delle deportazioni imperiali. Già la promessa divina del tipo "io vi farò abitare in un paese in cui scorre il latte e miele" è significativamente consonante con l'assicurazione del rab-saqe assiro di dare a chi si sottomette la possibilità di andare ad abitare in un paese fertile e produttivo. Altrettanto indicativo è il timore serpeggiante nel popolo in marcia, di non trovare nella terra di destinazione condizioni di vita adeguate alle promesse e alle speranze - timore che riflette lo stato d'animo di chi nella diaspora doveva decidere se affrontare o meno i rischi del rientro. E soprattutto gli elenchi o censimenti (Num. 2; 26) del popolo diviso per gruppi familiari e per clan risentono di un tipo di registrazione amministrativa che veniva applicata ai gruppi di deportati, al fine di controllarne il numero (nonché le inevitabili perdite in corso di trasferimento) e le mete finali (Mario Liverani, Oltre La Bibbia, Laterza, 2003). 
Esdra porta con sé un'ulteriore ideuzza destinata ad avere, anch'essa, una lunga fortuna: la purezza etnica. La prima cosa che fa quando arriva è stracciarsi le vesti in segno di protesta: i capifamiglia gli hanno appena accennato il problema dei matrimoni misti.
Udito ciò, ho lacerato il mio vestito e il mio mantello, mi sono strappato i capelli e i peli della barba e mi sono seduto costernato. Quanti tremavano per i giudizi del Dio d'Israele su questa infedeltà dei rimpatriati, si radunarono presso di me.
Matrimonio Israele
È tuttora una questione spinosa.


Esdra rimane seduto e costernato diverse ore, fino al sacrificio serale. Poi cade in ginocchio e prorompe: "Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare, Dio mio, la faccia verso di te, poiché le nostre colpe si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpevolezza è aumentata fino al cielo" e bla bla bla, insomma stava andando tutto bene, e che mi fanno? Cominciano a sposarsi con le donne del luogo. Ora non dico che vadano sterminate – come c'è pur scritto che avremmo fatto un millennio fa in quel rotolo che abbiamo messo assieme a Babilonia – ma sposarle, farci i figli... l'assimilazione culturale... e nel giro di due o tre secoli finisce che mangiamo maiale pure noi, e poi come faranno gli archeologi del Duemila a capire se in tale insediamento ci stavano i canaaniti o gli israeliti? [sul serio, l'unica differenza spesso sta nei resti di ossa di maiale].
Ma ora, che dire, Dio nostro, dopo questo? Poiché abbiamo abbandonato i tuoi comandi che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: Il paese di cui voi andate a prendere il possesso è un paese immondo, per l'immondezza dei popoli indigeni, per le nefandezze di cui l'hanno colmato da un capo all'altro con le loro impurità. Per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli; non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere, così diventerete forti voi e potrete mangiare i beni del paese e lasciare un'eredità ai vostri figli per sempre...
Va avanti così per molti altri versetti, ma insomma il senso è chiaro. Mentre piange e si dispera, intorno a lui si forma un crocchio di fedeli che cerca di consolarlo. Alla fine uno di loro (Secania, figlio di Iechiel) prende la parola: dai Esdra, possiamo ancora salvarci. Che ne dici se divorziamo tutti quanti in una volta, e rimandiamo le nostre mogli infedeli ai loro genitori? E i figli? Anche i figli naturalmente. Al che Esdra, snif, si calma un po': dite che è possibile? Massì, Esdra, che ci vuole. Un bel divorzio collettivo, magari per ogni moglie offriamo anche un ariete in sacrificio. E va bene, mi avete convinto. Ma d'ora in poi guai a chi sgarra."Con Ezra", spiega ancora Liverani, "si conclude l'elaborazione della Legge, si chiude anche l'elaborazione storiografica, cessano di agire i profeti, il sacerdozio di Gerusalemme ha pieni poteri".

Lo Utah dei mormoni, l'Etiopia dei rastafariani, la Guyana di Jim Jones. Tutte queste terre promesse, senza Esdra, ci sarebbero state? Probabilmente sì; è difficile immaginare che un oscuro sacerdote ebraico-babilonese a cavallo tra sesto e quinti secolo a.C. sia la causa di tutto. Più probabilmente è solo il primo sintomo di qualcosa che ci portiamo dentro: il retaggio di millenni di nomadismo, una propensione ancestrale ad andarcene da qualche parte dove finalmente saremo soli, saremo puri, saremo noi. Poi ci arriviamo e c'è sempre qualcun altro.
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Rita l'impossibile, una spina nel cervello

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22 maggio - Santa Rita da Cascia (1381-1447), donna dei prodigi.

Con l'aiuto dell'Onnipotente vincerò


[2012]. Erano mesi che aspettavo, ma finalmente oggi è il 22 maggio e vi posso mostrare in tutto il suo splendore la monumentale Santa Rita di Cascia di Santa Cruz, Rio Grande do Norte, Brasile. Coi suoi 56 metri d'altezza, la signorina qui (opera di Alexandre Azedo Lacerda) può serena-mente mangiare in testa al Redentore di Rio de Janeiro, e anche la Statua della Libertà deve stare molto, moolto attenta, che Rita è appena un metro più bassa, ma ha l'aria più robusta. Poi che altro dire. Io la prima volta che l'ho vista ho avuto un'illuminazione, ho capito che dovevo tenere una rubrica dei santi da qualche parte. Solo i santi ispirano cose del genere. I santi, i supereroi americani e i robot giapponesi, ma sulla distanza io non scommetterei troppo su Daitarn3 o l'incredibile Hulk. Rita c'era prima di loro e ci sarà anche quando loro se ne saranno andati, con la sua spina retrattile in fronte e il suo crocione contundente. Ma chi era Santa Rita da Cascia? Perché la chiamano la Santa degli impossibili? Ma anche: dove accidenti è Cascia? In provincia di Perugia. Rita è una di quelle sante più invocate che conosciute, e c'è un motivo. La Rita originale, quella su cui si sono incrostati i miracoli più fantasiosi, è un personaggio piuttosto inquietante.


Nata sul finire del difficile XIV secolo (epidemie, recessione economica, terremoti, tutto un repertorio che ormai vi è noto), Rita è un altro esempio anti-romantico e anti-illuminista di donna che vorrebbe disperatamente entrare in convento, se la famiglia non la costringesse a sposare un uomo violento e darle due figli. Il marito, ufficiale di qualche soldataglia di ventura, finirà ammazzato in una delle classiche faide famigliari con le quali si ingannava il medioevo nei piccoli centri. Se Sant'Albano è un Edipo battezzato alla benemeglio, Rita è la Medea cristiana, che per spezzare le catene dell'odio non uccide i suoi due figli, ma prega Dio di prenderseli con sé alla svelta, che alla fine è la stessa cosa. Nel giro di un anno Dio la esaudisce: i figli muoiono, la faida secolare s'interrompe, ma il senso di colpa la schianta. Forse la spina che le si conficca nel cervello, trent'anni più tardi, ne è ancora un segno.

Rifiutata dal convento delle agostiniane, Rita si fa miracolosamente paracadutare entro le mura di cinta dai suoi tre amici altolocati: Sant'Agostino, San Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, non ancora santo ufficiale (ma grazie a lei lo diventerà). Quando se la ritrovano in casa, le sorelle fanno buon viso a cattivo gioco: bisogna dire che all'inizio Rita è la collega ideale, se ne sta sempre confusa sullo sfondo. L'unico episodio singolare avviene nel 1432, quando al termine della funzione del Venerdì Santo sulla sua fronte spunta una spina della corona di Gesù. La badessa proibisce allora a Rita di recarsi a Roma in pellegrinaggio, ché non son cose da mostrare in giro, le suore trafitte da spine. Rita al pellegrinaggio ci tiene molto, ha intenzione di perorare la causa di beatificazione di Nicola da Tolentino: così la spina per qualche giorno si ritrae, e Rita può partire. Ricomparirà miracolosamente al suo ritorno a Cascia. Ha ormai cinquant'anni: porterà la spina in fronte per altri quindici, medicando quotidianamente la ferita, il suo chiodo fisso. Le cronache non riportano altre stranezze, salvo una stravaganza che la vecchierella si sarebbe concessa sul letto di morte: a un parente venuto a trovarla chiese di portarle una rosa del suo vecchio orto. Il tizio osserva, imbarazzato, che siamo in pieno inverno, ma si reca ugualmente nell'orticello e in mezzo alla neve... trova una rosa appena sbocciata. È chiaramente un miracolo postumo, suggerito a qualche anonimo predicatore dall'elemento della spina. Sono postumi, e di origine antichissima, anche i miracoli a base di api, che le avrebbero depositato il miele nella bocca da bambina (lo stesso prodigio è attribuito a Sant'Ambrogio e ad altri).


Lo sai che non esisti? O se esisti, esisti male?
La vera carriera di Santa degli Impossibili comincia immediatamente dopo il trapasso: guarisce la zoppia del falegname venuto a farle la cassa. La stessa bara verrà rimossa e sostituita da una teca di cristallo e argento, man mano che i prodigi concessi ai fedeli si faranno più eccezionali e sorprendenti. All'interno della teca, il suo corpo si conserva mirabilmente, dicono: attualmente testa mani e piedi sono incartapecoriti, e sotto l'abito si indovinano le ossa. Ma va bene così, c'è fior di santi che sono durati anche meno di sei secoli. Per il resto la Chiesa ufficiale è scettica, a canonizzarla ci mette quattrocento anni, finché a furia di miracoli Rita non riesce a convincere anche Leone XIII, che la nomina santa già nel 1900.

A questo punto dovrei enumerare, con esibita ironia, i miracoli più eccezionali attribuiti alla Santa dal Cinquecento in poi, ma non me la sento. Per prima cosa, un elenco di siffatti miracoli non è poi così facile da trovare, e i più famosi (la spina, la rosa, le api) si lasciano smontare fin con troppa facilità. Ma i classici miracoli di Rita sono fatti privati: un marito disperso in guerra, un cancro al pancreas, una media del quattro in greco. Dietro a ogni ex voto c'è una storia di disperazione e un fiore sbocciato all'improvviso, e io mi sento a disagio, con la disperazione non si scherza. Non mi piace chi ci specula su nelle dirette del pomeriggio, ma farci dell'ironia non sarebbe un modo appena un po' più elaborato di specularci su? Un giorno potrebbe capitare anche a me di trovarmi in guai così grossi da invocare una santa degli impossibili: prego che non succeda mai, ma appunto, chi prego?

Uno dei miei miracoli preferiti è quello che portò l'anziano Dino Buzzati, nel 1970, a scrivere e dipingere il suo ultimo capolavoro, I miracoli di Val Morel. Nella prefazione spiega di aver trovato, durante una delle sue camminate in montagna, un vecchio santuario dedicato alla santa, rivestito di ex voto naïf che in realtà fu proprio Buzzati a dipingere negli ultimi mesi di febbrile lavoro. Sapeva di avere poco tempo a disposizione, ma in fondo era Buzzati, lo sapeva da una vita. Nelle tavole la Santa è già una super-eroina che sconfigge i mostri giganti e i mostri sotto il letto, ammaestra le formiche del cervello, salva i grattacieli abbattuti dalla folgore. Buzzati è uno dei più grandi scrittori e inventori di immagini che abbiamo avuto, ma facciamo ancora fatica a riconoscerlo, a riconoscergli un posto nel canone. È un po' la stessa fatica che dovette fare Rita per imporsi nel calendario. Entrambi lavoravano con la nuda disperazione, un argomento che nelle accademie non si porta molto bene. Nessuno li stronca più, ormai, ma nessuno ha il coraggio di invocarli a voce alta. Li preghiamo di nascosto, la sera: spirito di Dino Buzzati, fammi fare sogni orribili che io possa raccontare, fammi dormire qualsiasi sonno tranne quello noioso dei giusti.
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Giorgio il megalomartire

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23 aprile - San Giorgio, cavaliere (III secolo).

[2012]. San Giorgio un giorno s'è stufato, di ammazzare draghi e salvare fanciulle che poi alla fine si sposano sempre con coltivatori diretti e fanno tre bambini. San Giorgio di Portogallo. Di Ferrara. San Giorgio di San Giorgio a Cremano. Un giorno ha spento la sveglia ed è rimasto a letto, lo ha chiamato la segretaria verso le 8.05.

“Cavaliere, tutto bene?”
“Insomma”.
“Cavaliere lei forse non si ricorda ma stamattina avevamo un appuntamento per le otto, c'è un drago nel Polesine, una dozzina di fonti da bonificare, e inoltre...”
“Il drago nel Polesine, ricordo benissimo”.
“Cavaliere c'è qualcosa che non va?”
“Sono un po' depresso Teresa”.
“Si mette in mutua? In aspettativa? Cavaliere mi scusi eh, ma io a quest'ora lo devo sapere, se devo chiamare un supplente...”
“Sì, ecco, chiamate Demetrio”.
“Cavaliere, Demetrio è morto”.
Clic.

San Giorgio di Lituania. Di Catalogna. Di Reggio di Calabria. Un giorno si è stufato e basta. Hai voglia a dire la vocazione. Cos'è poi questa famosa vocazione? Siamo bambini di campagna, ci sbucciamo i ginocchi sulla ghiaia, un giorno arriva la fanfara: arruolati nella cavalleria! Girerai il mondo! Ucciderai i draghi, salverai le fanciulle! Bivaccherai sulle vette più alte!

“Si suona la chitarra nei bivacchi?”
“Prima si ammazzano i draghi, poi si suona la chitarra”.
“Cosa sono i draghi?”
“Sono bestie cattive sputafuoco, minacciano le nobili fanciulle, quando sono giovani guizzano un po' ma li trafiggi facile”.

Allora, tanto per cominciare non è vero che sputano fuoco. Forse una volta, sicuramente nelle favole. È un modo romantico di nascondere la prosaica verità, ovvero che i draghi hanno un alito pestilenziale, se sbuffano sai di fogna per tre settimane. Sono bestie anfibie ma non si lavano, anzi sporcano dappertutto, si installano in un fiume e ci fanno palude. E gli escrementi, quando ti arruolano non ti parlano mai degli escrementi. Tonnellate da smaltire, e mai – mai – mai! una sola pentola d'oro. Al limite qualche minorenne impaurita e incrostata dai liquami che non ti dice grazie. Giorgio cova il dubbio che alle tizie il drago sotto sotto piaccia. Coi genitori non lo ammetteranno mai, ma... È quel tipo di mostro virile che si fa strada nel parcheggio delle scuole con un sei marce scoppiettante, il maschio alfa, le ragazzine fiutano il testosterone e la morchia, una cosa che fa ribrezzo. Giorgio certe mattine sotto l'elmo vorrebbe portare la mascherina, si è anche informato, pare non si possa.

“Che figura ci facciamo con gli utenti”.
“Sono allergico al polline”.
“Tu sei San Giorgio, il Megalomartire”.
“Ma infatti, sono già morto di choc anafilattico sotto Diocleziano”.

San Giorgio di Georgia, Caucaso. San Giorgio di Georgia, USA. San Giorgio in Campobasso. Non è che rivanghi così spesso i vecchi tempi. Quando i draghi erano verdi e non marron, e sprigionavano una deliziosa fiammella al sentor di diavolina, te la ricordi Demetrio l'odore della diavolina a Champorcher -

“Giorgio, la devi smettere di parlarne con me. Io sono morto, non sta bene”.
“Come sarebbe a dire che sei morto, scusa, quando sarebbe successa questa cosa”.
“Una sera eravamo usciti, con Michele e Gabriele, un drago è spuntato da una curva”.
“Una curva. Sempre una curva. Ma si può sapere cosa ci stanno a fare tutte queste curve in Terrasanta”.
“Giorgio non fare il cretino. Tirati su”.
“Demetrio ma tu ci pensi mai a me?”
“Non è che uno nella mia condizione può pensare o non pensare, eh, non è così che funziona”.
“Perché io a te ci penso tutti i giorni”.
“Tutti i giorni tu pensi alla morte, che è una cosa diversa. Datti una mossa”.
“Ah io vorrei tornare anche solo per un dì lassù nella valle alpina”.
“Renditi utile. C’è un drago da ammazzare a Vieste”.
“Là tra gli alti abeti ed i rododendri in fior, distendermi a terra e…”
“Fai bene a cantare. I cavalieri sorridono e cantano nelle difficoltà”.
“Mi sono rotto i coglioni, Demetrio”.
“È una mattina come un’altra, nuvoloso tendente al bello, apri i biscotti al cioccolato”.
“Non mi piacciono i biscotti al cioccolato”.
“Alla fine li mangiavi”.
“Li mangiavo perché io sono così, io non mi lamento, sono laborioso ed economo, se in cambusa c’erano solo biscotti al cioccolato perché a te piacevano, a te, non c’era ragione perché non li mangiassi anch’io, però, se devo dire la mia, i biscotti al cioccolato non sono i miei preferiti, va bene? Ma perdio, sono un adulto ormai, avrò ben il diritto…”
“Apri i tarallucci”.

Io sono San Giorgio, il Megalomartire. Sono morto tre volte, tre volte resuscitato. Mi hanno tagliato in due e mi sono ricucito. Cavati gli occhi, mozzata la lingua, di’ un supplizio a caso, me l'han fatto. La cistifellea? Senza anestesia. L’altro giorno il dentista mi ha guardato il molare 35 e ha detto “una cosa da niente”, poi mi ha conficcato nella gengiva un perno grosso come un picchetto da tenda. Non è che mi lamento, ma sai cos’è una colica renale? È peggio di una colica biliare. Sai cos’è una colica biliare? Ho l’anemia mediterranea. Tutta una serie di dermatiti misteriose. Sono allergico alle noccioline. All’uva passa. Alle mele. Alla buccia delle arance. Ho l’intestino rapsodico e il cuore asincrono, non tiene il tempo, me lo sento continuamente in petto, l’altro giorno mi faceva anche un po’ male e il medico mi ha mandato al pronto soccorso, mi hanno detto che non era infarto. Come sarebbe a dire non è un infarto? Poteva essere un infarto? Sono sempre stanco. Mi avrà morso un drago malarico, che vi devo dire. Gli antistaminici mi deprimono. Le droghe causano sonnolenza. Io volevo solo fare il chitarrista.

Ammazzare i draghi dicono che è un bel mestiere, che uno lo deve fare per passione, per la gioia di lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato, come no, la gioia di spalare tonnellate di merda per utenti che non si ricordano nemmeno come si coniuga il verbo ringraziare. La paga, ora non vorrei rivangare, però è una vergogna. E i draghi sempre più grossi. Ogni anno che viene ce n’è di più. Alla fine, sai cosa ti viene da pensare? Che l’errore sono io. Se non ci fossi io, tutte le mattine, a tappare un’emergenza, col dito nella falla della fogna, forse si accorgerebbero che c’è un problema, forse la puzza diventerebbe insostenibile, forse la pentola scoppierebbe, lo vedi che alla fine è tutta colpa mia Demetrio?

“Non so, non rispondo”.
Dai che lo sai.
“Vai pure avanti così, fatti dare la ragione dai morti, complimenti”.

San Giorgio d’Inghilterra, dove non mi pregano più. San Giorgio di Genova, ma lì fanno finta di non riconoscermi. Sono nato da nessuna parte in particolare, sono morto sotto Diocleziano come tutti. Sono sempre esistito, i miei maestri si chiamano Perseo e Marduk. Non li vado a trovare spesso, vivono in campagna, hanno fatto dozzine di bambini che hanno reso centinaia di nipoti. Tutti cortesi, amanti della natura, puri di pensieri parole azioni. All’Accademia dormivo in camerata con San Maurizio e San Martino. Sono ancora miei amici su facebook, a volte a tarda ora ci linchiamo vecchi canti di bivacco che troviamo su youtube.

“Senti, non te l’ho mai chiesto, ma sei stato tu quella sera a Crocette, a farmi lo scherzo della spada?”
“Che spada?”
“A Crocette di Pavullo, una sera. Ci eravamo appena coricati, e nel buio davanti a me all’improvviso è apparsa una spada di luce”.
“Perché non hai detto niente?”
“Pensavo che uno di voi due mi stesse facendo uno scherzo con la torcia elettrica”.
“Io no di sicuro”.
“Sarà stato Martino”.
“Martino è morto”.
“Ma piantala”.
“Un drago non ha visto uno stop”.
“Comincio ad averne abbastanza”.
“Sarà stata la luce di sicurezza, a volte si illuminano all’improvviso”.
“Era più affusolata, una specie di spada”.
“E poi? È scomparsa?”
“Tre volte si è accesa, due volte si è spenta”.
“Il riflesso di fari di auto in curva dalla fessura degli scuri della finestra. Ma cos’è successo la terza volta?”
“Non lo so, mi sono voltato”.
“Cosa hai fatto?”
“Mi sono voltato, di solito dormo pancia in giù”.
“E se era Dio?”
“Non era Dio, adesso Dio fa gli scherzi con le torce elettriche, andiamo. Era Martino. Oppure eri tu”.
“Non ero io”.
“Non ti ricordi, capirai, uno scherzo con la torcia che hai fatto a dieci anni”.
“Hai paura di aver deluso Dio?”
“È Dio, se ne sarà fatto una ragione”.

Drin!
“Pronto”.
“Cavaliere buongiorno, le volevo dire per quel drago in Polesine, abbiamo risolto”.
“Avete trovato Demetrio?”
“No abbiamo chiesto a Perseo”.
“A Perseo? Quel Perseo? Ma è in pensione!”
“Ci aveva detto che in caso di emergenza potevamo chiamarlo, così…”
“Ma non potete… ma guardate che è una cosa… cioè ma lo capite cosa state rischiando? Ha tremilacinquecento anni e pretendete che vada ad ammazzare un drago, un drago di adesso? Ma non sa neanche più come sono fatti, ci vien fuori un disastro”.

“Cavaliere, cosa dobbiamo fare, lei è depresso e a noi serviva un supplente”.
“Ma uno giovane”.
“Graduatoria esaurita”.
“Teresa mi sta prendendo in giro”.
“Vuole venire qua a vedere?”
“No voglio stare a letto! Perché sono depresso! Ho sempre sonno!”
“Come vuole cavaliere, si ricordi solo di portare il certificato e rendere la spada”.
“La spada”.
“Le passo Perseo”.
“Cosa? No”.
“Non vuole parlare con Perseo?”
“Vaffanculo, no. Lo mandi a casa. Gli dica di salutarmi i nipoti, tutti e centocinque”.
“Ci va lei allora in Polesine?”
“Vaffanculo sì, ci vado io”.
“Lei però non dovrebbe parlarmi così. Dovrebbe essere più cortese”.
“Vaffanculo sì, dovrei essere cortese e amico di tutti, perché sono San Giorgio Ammazzadraghi, tutti i giorni mi sveglio e ne ammazzo un paio, tutti i giorni spalo la merda, questo sono io, va bene? San Giorgio degli arcieri, San Giorgio Cavaliere, San Giorgio degli scout, sono pronto. Seppellitemi impiccato al mio stendardo. Bianco e rosso.
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Kateri, il giglio dei Mohawk

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La cresta che in italiano chiamiamo "moicana", in realtà è mohawk. I moicani erano loro nemici e avevano i capelli lunghi.
17 aprile - Santa Kateri Tekakwitha (1656-1680), vergine mohawk

[2014]. Di solito gli irochesi attaccano su due fronti; accerchiano il villaggio; uccidono i guerrieri feriti, gli anziani, i bambini troppo piccoli e in generale chi non reggerebbe la fatica di un lungo viaggio a piedi. Ai restanti prigionieri viene tagliato un dito a scopo di identificazione; nel frattempo un messaggero viene mandato al villaggio per avvertire che la piccola guerra è andata bene. Lungo il cammino i prigionieri che cadono vengono terminati rapidamente a colpi d'ascia e abbandonati insepolti. Quando finalmente arrivano al villaggio, un capannello di osservatori si fa avanti per percuoterli un po'. Vengono spogliati e torturati con più professionalità dalle donne, specie le più anziane ed esperte. A questo punto venivano nutriti e potevano riposare; quindi erano fortemente invitati a danzare in cerchio mentre il consiglio del villaggio deliberava sul loro destino. I nuclei famigliari che avevano avuto un lutto recente avevano la facoltà di adottare uno dei prigionieri, che in caso contrario veniva ulteriormente torturato, ucciso e parzialmente mangiato. Il prigioniero adottato diventava membro della famiglia a tutti gli effetti, e dalla sua disponibilità a impersonare il parente precedente morto in guerra o in malattia dipendeva la sua sopravvivenza: se non riusciva a integrarsi poteva essere ucciso anche dopo qualche anno. Anche la madre di Kateri Tekakwitha divenne mohawk in questo modo, quando era bambina. Di nascita era algonchina, di una tribù cattolica e filofrancese; gli irochesi (di cui i mohawk facevano parte) in questa fase acquistavano armi da olandesi e inglesi, e attaccavano i francesi che si ostinavano a comprare pelli di castoro da altri popoli.

Le "longhouse" irochesi, condomini plurifamigliari (anche la Conferazione delle Sei Nazioni era concepita come una longhouse; i mohawk guardavano la porta orientale).
Gli irochesi erano tutto meno che un popolo in simbiosi con la natura. Giunti da sud nel medioevo, miravano a diventare la potenza egemone di tutta la zona tra i Grandi Laghi e il Mississippi che in alcune mappe europee si chiamava invece Nuova Francia. La loro idea di egemonia prevedeva il genocidio e l'assimilazione delle tribù nemiche. Da un punto di vista economico, miravano al monopolio della vendita di pelli del castoro gli europei, e questo era un buon motivo per combattere contro le tribù alleate dei francesi. Pazienza se nel frattempo la caccia sistematica dell'animale lo stava portando all'estinzione in una vasta porzione del suo habitat. Cacciatori e guerrieri erano costretti a viaggi sempre più lunghi, il che aumentava il prestigio e l'importanza delle donne che restavano a casa. Alle donne appartenevano terreni e abitazioni; soltanto loro conoscevano i misteri delle "tre sorelle" (mais, fagioli, zucche), senza le quali anche i più potenti guerrieri non avrebbero saputo come riempire la scodella quotidiana. E tuttavia le donne dovevano sposarsi e avere figli: era l'unico destino concesso. L'infertilità era connessa con la stregoneria e con altre sciagure. D'altro canto, divorziare sembrava straordinariamente facile: bastava posare i mocassini del marito fuori dalla casa.

Di solito è raffigurata senza i segni del vaiolo, con tratti somatici quasi europei (del resto dopo la morte ai gesuiti sembrava "più chiara").
non molto credibile
Kateri però non voleva sposarsi. Quando le presentarono un pretendente (a 14 o a 17 anni), se la squagliò senza tante cerimonie. Ora faccio l'avvocato del diavolo: Kateri non era un buon partito. Non per via delle origine algonchine, dal momento che l'abitudine a rimpolpare le famiglie con prigionieri di altre tribù aveva reso gli irochesi un melting pot più amalgamato del nostro: dopo l'epidemia del vaiolo del 1662 gli etnologi calcolano che il 90% dei mohawk non fossero di origine mohawk.

Nella stessa epidemia però Kateri aveva perso la famiglia e la bellezza: i segni del vaiolo le sfiguravano la fronte. Aveva anche una vista assai debole, il che non le impediva di essere un'artigiana molto abile. La zia che l'allevava non aveva probabilmente né l'interesse né la possibilità di trovarle un guerriero bello e forte: bisognava arrangiarsi. Le fonti gesuite ovviamente non scrivono così, bensì:
Tekakwitha crebbe senza scuola e senza studio, amante soltanto della solitudine e del lavoro, ma la grazia di Dio la condusse per vie misteriose alla pratica eroica di tutte le virtù, specialmente di quella più sconosciuta agli Indiani, la castità.
E può anche darsi che abbiano ragione; che Kateri non disprezzasse unicamente il suo promesso sposo, ma il matrimonio e il congiungimento carnale in sé. Persone del genere esistono in tutte le culture e a tutte le latitudini. Fu la scelta di non sposarsi - che nella cultura mohawk l'avrebbe portata dritta a un'accusa di stregoneria - ad avvicinarla ai "vestenera", i missionari gesuiti. Ogni villaggio ne aveva uno: lo prevedeva una clausola di una pace da poco firmata coi francesi. Qui bisognerebbe aprire una parentesi enorme sul ruolo dei gesuiti, che abbinavano a una devozione fanatica una duttilità etnologica veramente in anticipo sui tempi. Ovunque arrivano - e arrivano ovunque, sprezzanti dei rischi di martirio - i gesuiti sanno di non trovarsi semplicemente in mezzo a selvaggi, ma al cospetto di culture da interpretare e studiare. Saranno i primi a pubblicare grammatiche giapponesi e azteche; ma a differenza degli antropologi di oggi, che sono portati a considerare ogni popolo come una nicchia da preservare, anche a costo di impedirsi di conoscerla, i gesuiti sono in missione per conto di Dio. La cultura che si portano con sé, dall'Europa sconvolta dalle guerre di religione, la vogliono spargere nel Nuovo Mondo, innestandola su piante autoctone ed esotiche, nella speranza che da qualche parte nella foresta o nella jungla nasca qualcosa di simile a un regno dei cieli, o anche solo una Repubblica di Indios conversi come in Paraguay. Anche in Nuova Francia erano riusciti a farsi intestare delle seignuries, dei feudi. Il piano era infettare le Sei Nazioni come un virus, portando armi e sacramenti.

Un po' più realistico.
più credibile
Quando aveva 12 anni, nel suo villaggio a Caughnawaga si celebrò la decennale festa dei morti. Il cerimoniale prevedeva la riesumazione di tutti i cadaveri morti durante il decennio, i cui spiriti finalmente avrebbero potuto volare verso ovest. Il vestenera Padre Pierron si oppose all’usanza, contestandone la logica: se i vostri morti devono volare, perché li seppellite? Se li seppellite, perché poi li riscoperchiate? E anche da un punto di vista igienico, c’è il rischio di epidemie. Era un discorso pericoloso, e Pierron poté proseguirlo soltanto grazie all’intercessione del capo Oneida Garakontié. L’episodio ci è utile per capire la forza della penetrazione gesuita: Pierron riuscì a convincere i capi a non celebrare la festa, a non onorare più il dio della guerra e a non intraprendere più iniziative belliche sulla base dei sogni. In cambio i francesi si impegnavano ad acquistare castori e a vendere armi da fuoco. In sostanza era la liquidazione della cultura guerriera irochese, ma in quel momento dovette sembrare un buon affare. Garakontié si convertì l’anno dopo; Ganeagowa – il capovillaggio di Caughnawaga nel 1671, dopo aver stabilito una rotta commerciale con un accampamento francese sulle rive del San Lorenzo.

Nei villaggi Mohawk nasceva la contrapposizione tra clan filo-francesi e filo-inglesi. I francesizzanti erano cattolici e meglio armati: i gesuiti riuscivano anche a trafficare armi, benché la cosa non andasse a genio alle guarnigioni francesi. I filo-inglesi difendevano le tradizioni, i riti degli antenati; e anche l’alleanza con gli europei protestanti era a quel punto una tradizione secolare (i protestanti non avevano mai cercato di evangelizzarli; al massimo di ubriacarli con l’acqua-di-fuoco). Gli zii di Kateri erano filo-inglesi e non consentivano ai gesuiti di entrare nella loro casa. D’altro canto erano spesso fuori loro, lo zio a caccia e la zia nell’orto; i gesuiti invece erano liberi di curiosare a casa di chiunque, e presto o tardi padre Jacques Lamberville incontrò anche la diciottenne Kateri.

Facciata della basilica di Sainte-Anne-de-Beaupré, dalle parti di Quebec City.
Facciata della basilica di
Sainte-Anne-de-Beaupré,
dalle parti di Quebec City.
Fu subito deliziato dalle virtù di una ragazza che fino a quel momento non aveva mai studiato dottrina: difficilmente poteva conservare qualche ricordo della madre, morta quando aveva quattro anni, e comunque già in precedenza assimilata alla cultura mohawk. Ma i gesuiti erano diversi da tutte le persone che Kateri aveva conosciuto: non si sposavano, non avevano figli; Kateri desiderava un destino simile. Lamberville fu talmente impressionato dalla sua vocazione da impartirle il battesimo dopo appena un anno di catechismo. Era un evento eccezionale: i gesuiti non avevano molta fiducia nella costanza degli amerindi e li battezzavano soltanto sul letto di morte. Kateri era diversa. Fu Lamberville a darle quel nome, la versione mohawk di “Caterina”, in onore dell’anoressica di Siena. Non sappiamo come si chiamasse in precedenza.

Le fonti gesuite raccontano con dovizia di particolari la vita difficile della conversa Kateri, perseguitata da zie e zii che la volevano sposa e pagana. Monelli del villaggio assoldati per insultarla e prenderla a sassate “al grido di cristiana”. Aggressori inviati dallo zio a “minacciarla di morte facendole roteare una scure sopra il capo”, a cui avrebbe risposto: “Eccomi pronta. Puoi togliermi la vita, ma non la fede”. L’atmosfera diventò veramente pesante solo quando qualcuno mise in giro la voce di una tresca col padre adottivo. Discutendo in pubblico, Kateri lo aveva nominato senza soggiungere, secondo l’uso, l’espressione “mio padre”. Per qualche vecchia malelingua di famiglia questo equivaleva a un’ammissione di colpa.

Ai mohawk filofrancesi, quando se la vedevano brutta, restava la possibilità di scappare nel Canada francese. I gesuiti li aspettavano a braccia aperte: il villaggio che avevano fondato per loro vicino a Salto San Luigi si chiamava Caughnawaga, come quello vecchio dall’altra parte del fiume. Kateri arrivò nel 1677, con una lettera di raccomandazione di padre Jacques.
“Caterina Tekakwitha viene a Salto San Luigi. Vi prego di volervi interessare della sua direzione. Conoscerete presto il dono che vi facciamo; è un tesoro”.
I gesuiti di Salto San Luigi non conobbero mai veramente Tekakwitha. Esteriormente, non fece nulla per deludere le aspettative di chi si immaginava un miracolo di castità, il “giglio dei mohawk”. Le pratiche sadomasochistiche che già probabilmente aveva coltivato al villaggio rimasero confinate all’ambito delle sue nuove amiche, tra cui Anastasia Tegonhatsiongo, che aveva conosciuto sua madre, e l’amica del cuore Maria Teresa Tegaiaguenta. Padre Pierre Chaulenec scrive dell’entusiasmo con cui Kateri si accostò al sacramento della Prima Comunione; della sua dedizione al lavoro e alla preghiera; del pudore che le infiammava il volto vaioloso ogni volta che udiva un complimento. Solo di sfuggita accenna alla sua passione per il flagello, durante sessioni che prevedevano tra le millecento e le milleduecento frustate.

Alla ricerca di un terreno comune, uomini gesuiti e donne irochesi lo avevano trovato nel masochismo. Cholenec aveva introdotto flagelli, cilici e cinture di ferro, nella speranza di soppiantare le torture tradizionali. D’altro canto i convertiti e le convertite avevano la sensazione che i gesuiti non raccontassero tutta la storia. L’idea che il dolore auto-inflitto portasse a un’alterazione della coscienza simile a uno stato mistico era già presente nella loro cultura originale: i flagelli dei gesuiti sembravano suggerire la stessa idea, ma i vestenera sembravano restii a condividere tutti i loro segreti. Nel frattempo Anastasia aveva fondato una confraternita di donne che metteva insieme il meglio delle torture europee e amerindie. Kateri dormiva su un tappeto di spine; si praticava tagli rituali; si bruciava con carboni ardenti e si gettava nel fiume in pieno inverno. Nel giro di quattro inverni era morta: aveva 24 anni. I gesuiti al suo capezzale raccontano che il volto, dopo la morte, perse ogni segno del vaiolo e divenne bellissimo. Anastasia la vide risorta ai piedi del suo stesso letto, con in mano una croce luminosa. Maria Teresa udì soltanto la sua voce nel bosco: Di’ al padre che vado in cielo, Adieu. Sulla sua tomba scrissero Ownkeonweke Katsitsiio Teonsitsianekaron, “il più bel fiore mai cresciuto tra i pellerossa”.

La sua venerazione, immediatamente promossa dai gesuiti, incontrò numerosi ostacoli: nel Settecento dopo la guerra dei Sette anni i francesi abbandonarono il Nordamerica; nel frattempo l’ordine gesuita veniva sciolto. Anche gli irochesi furono sconfitti da George Washington (“il Distruttore di Città”). Nel Settecento viene ricordato almeno un miracolo – necessario per qualunque causa di canonizzazione: un gesuita avrebbe curato un bambino protestante dal vaiolo con un frammento ligneo della bara di Kateri – prima però il bambino aveva dovuto convertirsi al cattolicesimo.

A prendere sul serio la causa di Kateri fu la comunità cattolica statunitense, che a metà Novecento non poteva ancora vantare un santo autoctono. Nel 1943 – un anno delicato per i rapporti con gli USA – Pio XII si limitò a dichiararla venerabile. Persino Giovanni Paolo II, il più grande canonizzatore di tutti i tempi, si contentò di renderla beata, segno che alla gerarchia la ragazza mohawk che amava le frustate non è mai realmente andata a genio. Non le hanno nemmeno dedicato una chiesa: soltanto una cappella nella chiesa di S. Francesco Saverio, a Montreal. Kateri è diventata santa a tutti gli effetti soltanto nel 2012, in una delle ultime cerimonie di canonizzazione celebrate da Benedetto XVI. Oggi il vecchio accampamento di Caughnawaga si trova all’interno dell’area metropolitana di Montreal: vi hanno sede almeno una decina di casinò on line, e pare ci sia un fiorente commercio di sigarette di contrabbando.

Prima ancora che le gerarchie cattoliche si interessassero realmente a lei, nel 1966 Kateri era diventata un’eroina di primo piano nel complesso romanzo di un giovane e brillante scrittore canadese, Beautiful Losers. L’insuccesso spinse il suo autore ad abbandonare la letteratura e a concentrarsi sulle canzoni; peraltro se era riuscito a sfondare Bob Dylan, con quella voce, avevano tutti quantomeno il diritto a provarci, no? Si chiamava Leonard Cohen.
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Il roveto di Benedetto

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21 marzo - San Benedetto da Norcia (480-547), eremita, fondatore dell'ordine benedettino, patrono d'Europa

[2013]. Benedetto ogni tanto lo volevano ammazzare. Gli intossicavano il vino, gli avvelenavano il pane, a lui ovviamente bastava un segno di croce perché il bicchiere impestato si frantumasse, o un corvo venisse a far sparire il pane avvelenato. Ma chi è che voleva così male a Benedetto? Gli invidiosi, come al solito. Quelli che prima magari avevano strisciato per portarselo nel proprio monastero, per il solito fatto che un teorico della povertà integrale è sempre molto decorativo; però poi quando si rendevano conto che Benedetto non scherzava, che digiunava sul serio e voleva che anche i confratelli lo facessero, cercava un sistema per toglierlo di mezzo. Il tentativo più famoso comunque resta quello di Don Fiorenzo che, constatata l'impossibilità di avvelenare Benedetto, tentò di screditarlo mandando sette giovinette nude a ballare girotondi nel giardino del monastero. Giacché diciamocelo: chi resisterebbe a un girotondo di sette giovinette nude?

Benedetto, per esempio. Vide le giovini, provò una profonda tristezza, fece i bagagli e se ne andò. Pochi minuti dopo lo stavano già richiamando: torna pure indietro, Don Fiorenzo è morto, era sul terrazzo a guardarti partire e sghignazzava così tanto che insomma il terrazzo è crollato, eheh.

Dai, facciamo una cena elegante (È il famoso quadro in cui il Sodoma aveva dipinto le giovani nude, per precisione filologica, ma i monaci di Monte Oliveto non lo pagarono finché non le rivestì).

Qualcun altro si sarebbe inginocchiato e avrebbe reso gloria al Signore, Benedetto invece si rattristò, era pur sempre morta una persona, e redarguì il messaggero: che hai da ridere? vergognati, piuttosto, e penitenziagìsci. Resistere alle coreografie di sette donne nude è già una virtù eroica, ma non accennare nemmeno una smorfia di soddisfazione mentre apprendi che il tuo nemico è morto precipitato tra i rottami mentre ti rideva alle spalle, questo è da superman della santità, questi è Benedetto, primavera del Medioevo. Non amava che i monaci ridessero; la sua Regola tradisce una certa insofferenza per il riso. Ma tutto sommato è un testo ragionevole, poco in sintonia con l'integralismo del Benedetto leggendario, che prima di dirigere o fondare monasteri era stato a lungo un eremita solitario e poi forse, chissà, invecchiando si era di molto addolcito. L'esempio più famoso è quello del vino: il digiunatore Benedetto nella Regola lascia benissimo intendere che lui non ne berrebbe mai ("riteniamo che il vino non sia per il monaco"), ma siccome con i giovani è impossibile ragionarci, vada per un quartino al giorno, e non di più. Una dose di tutto riguardo, considerati gli standard di vita dei secoli bui. Con Benedetto i monasteri occidentali si allontanano dagli eccessi ascetici di oriente e si avviano a diventare luoghi di rifugio per artigiani e intellettuali in quei secoli senza mecenati.

Ai tempi in cui resisteva vittorioso alle sette ballerine nude, Benedetto era ormai trasceso al di là di ogni concupiscenza. Non era stato un percorso graduale o faticoso, come smettere di fumare. Da giovane aveva sperimentato la seguente terapia shock: un giorno che si era sorpreso a pensare a una ragazza vista per strada, si era gettato nudo in un roveto. La libido era cessata all’istante. Son quelle leggende che quando te le leggono da bambino, in refettorio, tu alzi il sopracciglio, mmm, la capriola nel roveto che ti fa passare per sempre la voglia di copulare, certo, certo. Ma poi il tempo passa, e quanto ne passa a inseguire persone di solito inadatte, che magari hanno solo la sfortuna di passare di lì e poi devono sopportarti per mesi, anni, e quanta fatica, per cosa poi? Diciamo la verità: trovassimo il rovo di San Benedetto, non ci getteremmo? Una capriola, un po’ di croste e poi via, tranquilli ed eunuchi per il resto dei nostri giorni. Non ci faremmo un pensiero?

No.


I funerali
Non ci pensa mai nessuno. Solo qualche maniaco, quando lo beccano, chiede la castrazione chimica, ma è comoda così. Noi proprio non ce la facciamo a spegnere il pulsante. È frustrante, è faticoso, ti porta a commettere gli errori peggiori della tua vita, e ciononostante non lo spegne nessuno. Neanche i più intelligenti sono così intelligenti. Neanche i più potenti. Faccio un nome a caso. Silvio Berlusconi. Ma cosa combinava, ma è possibile. Poteva avere tutto quello che voleva, possibile che tutto quello che voleva fosse una corte dei miracoli di sgallettate che avevano un quarto dei suoi anni? Poi la gente dice che è tutta invidia. Può anche darsi che lo sia. Voglio dire, il caso di Berlusconi mi interpella come maschio. Ogni volta che ne leggo una nuova su di lui non posso fare a meno di misurarmi, di pensare: ma se io avessi tutto quello che ha lui, se potessi fare tutto quello che può lui, sul serio mi ritroverei a settant’anni a scambiare appartamenti per pompini? Davvero potrei essere così imbecille? E per quanto la coscienza mi dica di no, perbacco, che io non sono così, non lo sono mai stato, c’è un’altra voce più profonda, dal basso scroto che mi dice Altroché che tu potresti. Siete tutti uguali. Siete maschi. Capite un cazzo. Solo quello. Quando punta, voi seguite.


Colgo l’occasione per salutare un grande re d’Israele che nel calendario non c’è, il saggio Salomone. Su di lui le Scritture si contraddicono allegramente: per parecchi capitoli non fanno che dire quant’era savio, quant’era bravo, e qui e là: ma nei fatti dopo di lui il Regno franò miseramente spezzandosi subito in due. A mo’ di spiegazione la Bibbia accenna al fatto che Salomone, dopo aver chiesto e ottenuto da Dio la saggezza, verso la fine si era un po’ rincoglionito a causa delle troppe concubine, peraltro non tutte 100% ebree. Insomma a un certo punto Dio, scandalizzato avrebbe ritirato il suo dono. Ma se dissipare tutte le energie senili in concubine fosse al contrario la cosa più saggia da fare? Se Salomone, se Berlusconi non fossero semplici vecchietti bavosi, se al contrario avessero capito tutto quello che c’è da capire?

Siamo tutti così. Se non allestiamo un condominio per le nostre concubine è soltanto perché non ce lo possiamo permettere. Io comunque non ho intenzione di invecchiare così, eh, appena trovano il roveto di San Benedetto…

“Trovato”.

“Eh?”

“Sai il roveto di cui parlavi? L’hanno trovato”.

“Ma no ma dai che stai dicendo”.

“È in farmacia”.

“Ah, bene”.

“Quindi vai?”

“Magari domani”.

“Punto la sveglia?”

“Magari tra un anno o due”.

“Google Calendar?”

“Ma cambiamo argomento, è un periodo che mi sento flaccido, stavo pensando di iscrivermi a un corso, qualcosa…”

“Pilates?”

“No pensavo una cosa un po’ più sociale, non so, tipo… la salsa e…”

“Il merengue? Sei pronto per la salsa e il merengue? Sul serio?”

“Guarda che si bruciano un sacco di calorie, e inoltre…”

“Penitenziagisci”.
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L'ultimo patriarca, il primo papà

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Lo sapevo, tutto sua madre.
19 marzo - San Giuseppe artigiano, padre putativo di Gesù (primo secolo)

[2012]. Giuseppe, dice il messale romano, è l'ultimo patriarca della Bibbia. Buffo, lui che era padre solo in senso lato. Però pensando ai suoi predecessori – Noè che ubriaco si fa ridere dietro da Cam e lo maledice; Abramo che quasi sacrifica Isacco; Isacco che benedice Giacobbe ma solo perché è travestito da figlio maggiore; Giacobbe che ha 12 figli ma sembra curarsi solo di Giuseppe e Beniamino; il profeta Samuele che quasi adotta Saul, lo unge re e poi lo tratta da mentecatto; Saul che quasi adotta Davide e poi cerca di farlo fuori... la lista potrebbe continuare, ma insomma in fondo alla sequela di tutti questi padri e patrigni arrabbiati o distratti, talvolta paranoidi, schizzati, tutte proiezioni di un Dio padre geloso e irascibile... Giuseppe sembra fin troppo tranquillo: un intruso.

In realtà non conosciamo quasi nulla di lui; anche nel suo caso molte cose che crediamo di sapere sono incrostazioni di leggende e chiose che non hanno fondamento nella lettera dei Vangeli. Per esempio ci piace raffigurarcelo come un tizio avanti negli anni ("i vecchi quando accarezzano" cantava De Andrè, "hanno paura di far troppo forte"). L'anzianità di Giuseppe è un dettaglio che diventa sempre più nitido man mano che si chiarisce, nel corso dei primi secoli, l'altro dettaglio fondamentale della verginità di Maria: immaginare il marito anziano era il modo più spiccio per allontanare il sospetto di intimità tra i due sposi.

In realtà i pochi versetti che ce ne parlano hanno dato filo da torcere a chi voleva saltare a certe conclusioni. Di Giuseppe parla soprattutto Matteo, l'evangelista più legato al mondo ebraico dove Gesù era nato e vissuto; Luca, come abbiamo visto, è più liberal, scrive subito in greco e mette donne e proletari in primo piano, il suo Giuseppe è un semplice custode di Maria: è lei che viene visitata dall'angelo, è lei che acconsente, è lei che intona il Magnificat, che medita le cose nel suo cuore, Giuseppe è una semplice scorta. Matteo tratta il marito con più considerazione: nel suo vangelo è lui a ricevere più volte istruzioni dall'angelo. Il problema è che proprio in Matteo (1,25) c'è una parolina maledetta, che anche San Girolamo a malincuore dovette tradurre con "donec", "finché": Giuseppe "non ebbe con lei rapporti coniugali finché Maria non ebbe partorito un figlio".

Non vi dico le arrampicate sugli specchi dei padri della Chiesa per dimostrare che quel finché in realtà non è quel che sembra, e che Maria restò vergine anche in seguito. Arrampicate rese ancor più disagevoli da quel che Matteo combina nel capitolo 13: mette per iscritto una lista di fratelli di Gesù, nientemeno. Hanno tutti nomi familiari. C'è da dire che a parlare è la folla, e si sa, la folla è sempre male informata. Ma comunque:
Non è questi il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda?
Anche qui si sono spesi in centinaia per dimostrare che "fratelli" non vuol dire proprio "fratelli", che al tempo di Gesù si diceva "fratelli" anche ai cugini, agli amici, ai conoscenti, come no, la Galilea era una specie di Bronx dove tutti si dicevano Hey Bro. Giusto per mettere il dito sulla piaga, anche Luca negli Atti degli Apostoli e Paolo nella Lettera ai Galati menzionano un personaggio importante della prima comunità di Gerusalemme chiamandolo Giacomo, "il fratello del Signore". Un'altra spiegazione è che i fratelli fossero in realtà fratellastri, e che Giuseppe avesse sposato Maria da vedovo. Ecco un'altra buona ragione per immaginarlo vecchietto incanutito (ma è anche un tizio che quando l'angelo gli dice in sogno: adesso prendi su con la tua sacra famigliola e ti rechi in Egitto per tot anni fino a nuovo ordine, lui lo fa; non era proprio un viaggetto di piacere da raccomandare a un pensionato).

Il versetto sopra è fondamentale anche per determinare la professione di Giuseppe: falegname. Di questo almeno siamo sicuri, o no? No, nemmeno di questo.

Intanto la parola greca (tekton) è più vaga: un tekton lavorava con materiali duri, senz’altro con il legno, ma poteva essere anche carpentiere o muratore. Persino impresario di cantiere, e in questo caso cadrebbe la tradizione di San Giuseppe artigiano e patrono dei medesimi. Ma c’è di più. Se leggiamo il versetto corrispondente in Marco (6,3), ci accorgiamo che è un po’ diverso

Non è questi il falegname, il figlio di Maria, e il fratello di Giacomo e di Iose, di Giuda e di Simone? Le sue sorelle non stanno qui da noi?
Dai che ti fai buon sangue

Qui ci sono delle sorelle, addirittura… ma notate: non c’è più il padre. Marco non parla mai del padre. C’è la parola falegname (che in realtà è tekton), e poi la parola figlio. Qui è Gesù a essere chiamato tekton: ma magari suo padre non lo era, chi lo sa? Va bene, quel che sappiamo della mobilità del lavoro nella Galilea del primo secolo ci autorizza a immaginare che Gesù abbia fatto gavetta come tekton semplicemente perché era il mestiere del patrigno. Di quest’ultimo Marco non parla forse perché nel suo breve vangelo ci tiene a sottolineare la vera, divina, paternità di Gesù, e il patrigno diventa un’inutile distrazione. Viceversa Matteo scrive per gli ebrei del suo tempo, che nel perplesso ebreo Giuseppe potevano riconoscersi. Ovviamente non ci siamo mai messi d’accordo su quale dei due vangeli sia stato scritto per primo.

Nell’ultimo episodio evangelico in cui compare Giuseppe, Gesù ha 12 anni. Dopo aver festeggiato la Pasqua a Gerusalemme, come si conviene, la Famiglia è ripartita per la Galilea. Che Gesù fino a quel momento fosse stato un figlio modello lo dimostra il fatto che papà e mamma si facciano un giorno di viaggio senza nemmeno domandarsi come mai Gesù non si faccia sentire, non si lamenti che vuole fare la pipì o comprare un pupazzetto all’autogrill. Solo verso sera si accorgono che non è più nella carovana, e questa è la Sacra Famiglia, figuriamoci quelle ordinarie. Il mattino dopo ripartono per Gerusalemme. Lo cercano per tre giorni, che sembrano un’esagerazione: alla fine lo trovano al tempio che si fa interrogare da scribi e dottori della legge e dà i punti a tutti. A quel punto parla Maria, perché l’evangelista è Luca (2,48); però parla anche per conto del padre, che in tutto il Nuovo Testamento non dice una parola. Forse è davvero un falegname e in mezzo a tutti quei dottoroni si vergogna; oppure è un padre sanguigno, di quelli che se inizia a parlare poi esplode, e Maria sta cercando di contenerlo; oppure è solo triste, come certi padri che non sanno bene come si fa, ci provano tutti i giorni ma non esistono ancora i manuali, insomma Giuseppe tace e frigge, e Maria parla per lui:

«Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?»
Secondo me, sbaglierò, proietterò, mio padre è un artigiano e quando mi laureai era un po’ a disagio, però secondo me in quel momento a papà, volevo dire a Giuseppe, si spezza il cuore: e poi scompare. Lasciamo stare le leggende medievali, se sia stato o no assunto in cielo, sì, d’accordo, glielo auguriamo tutti, però se restiamo alla lettera dei vangeli da lì in poi nessuno ne parla più. Solo i nemici di Gesù per screditarlo, taci tu che sei figlio del tekton. L’evangelista Marco nemmeno lo nomina. Alla fine di tutti i padri padroni della Bibbia, Giuseppe è il padre che non minaccia, che non maledice, che non disereda e non cospira, è il padre che si lascia cancellare così: dopo avere sposato una vergine, dopo averne accudito il figlio, dopo averlo nascosto in Egitto, riportato in Galilea, magari insegnato un mestiere, quando non ha avuto più nulla da dare al figlio suo, lo ha lasciato andare. L’ultimo patriarca, il primo papà.
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Patrizio e il mal d'Irlanda

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San Patrizio (385-481) - Patrono d'Irlanda, scacciatore di serpenti.

Jatavenne, per dirla
in gaelico antico.
[2013]. In Irlanda non ci sono serpenti. L'unico è l'orbettino, che in realtà non è un vero serpente, è una lucertola che si adattata all'ambiente perdendo le zampe, come io potrei adattarmi a un divano. E anche lui comunque non era stato avvistato fino al 1970, secondo gli esperti è stato portato qui via nave. Non si vede in che altro modo i serpenti potrebbero arrivare in Irlanda dopo l'ultima glaciazione, del resto. Però in Scozia ci sono, in Irlanda no: tra le due terre nel punto più stretto ci sono appena 35 km di mare. Per cui secondo alcuni è stato San Patrizio, che i serpenti avevano infastidito mentre meditava. Posò il bastone a terra ed essi strisciarono in mare ad annegarsi (o a evolversi in serpenti di mare).

Secondo alcuni la leggenda parla di serpenti ma allude ai druidi, quei viscidi sacerdoti pagani: Patrizio, che forse si chiamava Palladio (o forse erano due evangelizzatori diversi) li cacciò dall'isola con relativa facilità. L'Irlanda, da quel che ho capito, è l'unica terra cattolica senza martiri - anche se alcuni, per darsi un contegno, sostengono che Patrizio fu martirizzato (almeno lui) il 17 marzo. Nella sua Confessione, una delle cose più noiose che ho letto (e io leggo storie di Santi, rendetevi conto), Patrizio ammette di avere avuto qualche grana coi locali. A un certo punto lo fermarono in un bosco.

"Quel giorno avevano una gran voglia di uccidermi, "ma non era ancora venuto il tempo" [cf. Giona 7,20-30], e tutto ciò che ci trovarono nei bagagli ce lo presero, e mi incatenarono perfino, ma dopo quattordici giorni il Signore mi liberò dalle loro mani e tutto ciò che era nostro ci fu restituito, «per opera di Dio» [1 Pt 2,13] e di «amici fidati»".


Patrizio si esprime copia-incollando citazioni bibliche. Anche Agostino, suo contemporaneo, fa così; era lo stile del tempo; però Agostino era anche un grande scrittore, mentre Patrizio, per sua ammissione, un "peccator rusticissimus", uno che a scrivere non ha mai veramente imparato, ma non essendo un italiano del XXI secolo la cosa non lo inorgogliva, anzi, lo colmava di vergogna.

Senz'altro ausilio che qualche vecchio tomo della Vulgata da usare anche come vocabolario, Patrizio non è che riesca a spiegarsi molto bene. Potrebbe trattarsi di una persecuzione ordita da qualche druido invidioso del successo dell'evangelizzatore, ma anche di un banalissimo sequestro di persona: gli "amici fidati" potrebbero essere guerrieri cristiani pronti a liberare il loro leader, ma anche più prosaicamente i compagni di Patrizio venuti a pagare un riscatto. Patrizio era ricco, forse il segreto del suo successo con le anime fu tutto qui: evangelizzò l'Irlanda comprandosela. Fu un ottimo affare per tutti, non gli costò neppure tantissimo. Quanto? Per spiegarcelo, Patrizio usa un'unità di misura che ci dice molte cose, la "persona". Coi soldi spesi per beneficiare le autorità delle varie regioni, nelle frequenti visite, Patrizio riteneva

di aver distribuito loro una somma non inferiore al prezzo di quindici persone, per far sì che possiate godere di me e io sempre godere» di voi «in Dio» [cf. Lettera di San Paolo a Filemone]..


I vecchi romanzieri russi tradurrebbero "quindici anime", noi oggi diciamo "15 schiavi" e inorridiamo, ma era il quinto secolo, la compravendita di esseri umani era una cosa normalissima; era successo allo stesso Patrizio (al secolo Maewyin Succat, dicono) di essere rapito a 16 anni e trattenuto in schiavitù per sei. Ecco perché, malgrado fosse di famiglia benestante e cattolica (prete il nonno, diacono il padre) non ebbe un'istruzione all'altezza: negli anni in cui i compagni ci davano dentro col rosa rosae Maewyin pascolava ovini per il suo padrone in quell'isola dimenticata da tutti e quindi in teoria pure da Dio. Lui veniva dall'isola più grande, non si sa bene se dall'Inghilterra o dalla Scozia, ammesso che la divisione avesse un senso ai suoi tempi. È il tempo degli Scoti e dei Pitti, quest'ultimi famosi per l'abitudine a dipingersi il corpo con disegni favolosi e forse anche qualche serpente annodato. Solo con le sue pecore, in quell'isola fuori dal mondo, Maewyn riscopre la fede nel Dio dei suoi padri, che fino a quel momento aveva snobbato. Cristo fu forse l'amico immaginario che lo aiutò a non impazzire - fino al giorno in cui lo condusse a una nave che faceva la traversata.

Tornato miracolosamente agli affetti famigliari, Maewyn cominciò a fare carriera ecclesiastica, visitò l'Europa e forse persino l'Italia. Ma il mal di Britannia che aveva sofferto in quell'isola lontana si era trasformato in mal d'Irlanda. Voleva tornare là. Sognava che Cristo lo volesse là, a proteggere i pochi cristiani che già c'erano e a farne altri. Era l'uomo giusto, se non altro perché conosceva quella lingua impossibile. E la famiglia aveva abbastanza da parte.

Cioè pazzesco sembra verde
Patrizio forse non era colto, ma sull'inculturazione aveva già capito tutto. Il paganesimo non si combatte, il paganesimo si assorbe. Le fonti sacre si riconsacrano ai santi; i pozzi sacri ci mettono in contatto con l'Aldilà; e cari iberni rudi e incolti come me, che avete pascolato le capre tra le pietre come me: volete capire cos'è la Trinità? Il mistero più misterioso di tutti? Ve la spiego, è facile, la Trinità è il trifoglio, uno e trino; a Roma la fanno difficile perché non hanno tutta quest'erba, tutto questo verde. Adorate il disco del Sole? No problem (non so come si scriva in gaelico), il Sole è effettivamente importante, basta che ammettiate che la Croce è più importante, quindi da qui in poi sul disco del Sole ci iscriviamo una croce, che non sarà un simbolo fascista per altri 1500 anni (lo è diventato forse a partire dal Ku Klux Klan, la circostanza non è chiara).

Patrizio forse non è esistito, ma qualcuno che abbia evangelizzato l'Irlanda sarà pure esistito, e non c'è dubbio che abbia fatto un lavoro egregio. Niente persecuzioni, niente martiri. Nei tre secoli a venire, i più oscuri del medioevo, il latino si conservò grazie ai monasteri irlandesi, lontani dalle guerre e dalle pesti del continente. Addirittura a un certo punto furono i monaci irlandesi a sbarcare in Inghilterra e in Francia per rievangelizzarle. Un irlandese, San Colombano, arrivò anche in Italia e fondò il monastero di Bobbio.

Sono l'unico che nota questa cosa?
Secoli più tardi fu il dominio inglese a rendere ancora più caro agli irlandesi il loro santo protettore. La croce di San Patrizio (che non è quella celtica; è una X rossa in campo bianco) diventò lo stendardo ufficiale dell'Irlanda anglizzata, e come tale finì nell'Union Jack quando l'Irlanda fu unita al Regno Unito. È ancora lì, iscritta nel bianco della Croce di Sant'Andrea degli Scozzesi ma sormontata dalla croce rossa di San Giorgio degli inglesi. È un po' asimmetrica, il che consente ai soldati di capire al volo qual è il lato giusto per appendere la bandiera, ma lascia aperti sospetti inquietanti: se alzi la croce di San Giorgio, sotto ci dovrebbe essere un inviluppo rosso simile a una svastica, non so se qualcuno ci ha fatto caso. Comunque gli irlandesi (meno quelli protestanti dell'Ulster) hanno sempre preferito il verde di San Patrizio - che per la verità all'inizio era associato a una sfumatura di blu - ma alla fine fu il trifoglio a vincere su tutto e oggi a Chicago tingono il fiume di verde, e nei pub se la chiedi ti danno pure la birra verde, io una volta l'ho assaggiata e me ne vergogno. Nella bandiera della Repubblica accanto al verde c'è l'Arancione degli orangisti di Guglielmo III, protestanti, che a fine Seicento combatterono contro il re cattolico Giacomo II Stuart suo suocero. Insomma è una bandiera interconfessionale, anche se come tutte le bandiere troppo oberate di simboli il colpo d'occhio non è un granché (un tricolore italiano lavato per sbaglio a 90°).
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Madonna Povertà, Sorella Morte

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5 settembre – Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), mendicante.

(Chissà se è lei davvero)
[2012] "La mia prima impressione fu quella di tutte le fotografie e i filmati che avevo visto di Belsen e posti del genere, perché tutti i pazienti avevano la testa rasata. Non c’erano sedie, solo barelle. Sono dello stesso tipo di quelle usate durante la prima guerra mondiale. Non c’è un giardino, nemmeno un cortile. Niente di niente. Allora mi chiesi: che cos’è questo posto? Sono due stanze, di cui una ospita tra i cinquanta e i sessanta uomini, e l’altra tra le cinquanta e le sessanta donne. Stanno morendo. Non ricevono molte cure mediche. Praticamente non ricevono nemmeno antidolorifici oltre all’aspirina e, in pochi casi fortunati, del Brufen o cose del genere, per il tipo di dolori che accompagnano il cancro terminale e le malattie di cui stavano morendo… Non avevano un numero sufficiente di fleboclisi. Gli aghi li usavano e riusavano all’infinito e di tanto in tanto si vedeva una suora sciacquare gli aghi sotto il rubinetto dell’acqua fredda. Chiesi a una di loro perché lo faceva, e mi rispose: “Be’, per pulirli”. Allora le dissi: “Sì, ma perché non li sterilizzi; perché non fai bollire l’acqua e sterilizzi gli aghi?” Mi rispose: “Non ce n’è motivo. Non c’è tempo”. (Testimonianza raccolta da Christopher Hitchens in La posizione della Missionaria, che titolo del cazzo, 1995).

Prima dell’India, prima dei poveri, prima della dottrina sociale della Chiesa, prima di qualsiasi altra idea o concetto, nella nostra memoria involontaria Madre Teresa evoca un’immagine precisa: le rughe. Non c’è una Teresa di Calcutta senza rughe. Cercatela su google: non si trova. Avrete miglior fortuna digitando il nome secolare, Anjeza Gonxha Bojaxhiu (nata a Skopje, a quel tempo Kossovo ottomano, poi Regno di Jugoslavia, poi Federazione Jugoslava, poi Repubblica Ex Jugoslava di Macedonia, oggi Macedonia del Sud). Sin dai primi suoi timidi passi sulla ribalta mondiale (più o meno 1969: stava per compiere 60 anni) Teresa ha sempre mostrato quella faccia vizza che le persone della mia generazione erano abituati a identificare in pochi decimi di secondo. Prima di cambiare canale.

Perché nessuno guardava volentieri Madre Teresa. Di lì a poco di solito l’obiettivo si sarebbe allargato e intorno a lei sarebbero comparsi bambini denutriti o lebbrosi e mosche e tutto il resto, e da questa parte del televisore era quasi sempre ora di pranzo o cena. Madre Teresa è l’unica celebrità internazionale davanti alla quale veniva spontaneo abbassare lo sguardo. Questo, paradossalmente, potrebbe essere stato il segreto del suo straordinario successo. Senza dimenticare il velo delle missionarie della Carità, con quella banda di un bell’azzurro su bianco, sobria ed elegante, in mancanza del quale forse non avremmo mai riconosciuto davvero Madre Teresa di Calcutta. Le sue rughe in fondo non sono quelle di una qualsiasi signora di una certa età? Se oggi incontrassimo una Teresa vestita in abito civile, mentre chiede la carità in qualche luogo pubblico, la scambieremmo abbastanza facilmente per una mendicante abituale. E faremmo esattamente la stessa cosa che facevamo con la Teresa originale: scapperemmo via, magari lasciandole in mano una cifra qualsiasi, consapevoli che quello che stiamo facendo non servirebbe a nulla, né a distenderle le rughe né a salvare o cambiare la vita di qualcuno, e nemmeno ad alleviare un nostro senso di colpa o un semplice fastidio. Si tratta semplicemente di svincolare il prima possibile da una presenza sgradevole.

Questa situazione non è frutto di un caso, ma il risultato di accurate ricerche di mercato che i mendicanti fanno da millenni, al termine delle quali si è capito che infastidire il passante è meglio che commuoverlo: il passante commosso potrebbe fermarsi più del dovuto, preoccuparsi, mettersi a discutere, ostruendo così il passaggio e facendo perdere tempo al mendicante, che non è mica lì per raccogliere confidenze e consigli (sta lavorando). Si è scoperto altresì che il mendicante macilento rende più di quello sano; discorsi fatalisti e professioni di fede in entità superiori sono di gran lunga più redditizi che accuse circostanziate verso nemici identificabili; e che certi dettagli funzionano meglio di altri: le rughe, per esempio. A Teresa non sono mai mancate.
Il mio primo giorno di lavoro, finito il turno nel reparto donne andai ad aspettare fuori dal reparto uomini il mio ragazzo, che assisteva un ragazzino di quindici anni in fin di vita, e una dottoressa americana mi disse che aveva cercato di curarlo: aveva un problema renale relativamente semplice che era andato peggiorando sempre più perché non gli avevano somministrato antibiotici. Aveva bisogno di essere operato. Non ricordo quale fosse il problema, ma la dottoressa me lo disse. Era arrabbiatissima, ma anche molto rassegnata, come capita a molte persone in quella situazione. Disse: “Be’, non vogliono portarlo all’ospedale”. E io: “Perché? Basterebbe chiamare un taxi e portarlo all’ospedale più vicino, e chiedere che venga curato. Farlo operare” Lei rispose: “Non lo fanno. Non vogliono. Se lo fanno per uno, devono farlo per tutti”. Allora pensai: ma questo ragazzino ha quindici anni. Tenete presente che le entrate complessive di Madre Teresa bastano e avanzano per attrezzare svariati ambulatori di prim’ordine nel Bengala". (Hitchens, 1995).
Con Michèle Duvalier (la moglie del dittatore haitiano).
Nel 1995, quando Christopher Hitchens pubblica la prima edizione del suo pamphlet anti-Teresa, si meraviglia un po’ retoricamente di essere il primo a picconare un monumento tutto sommato abbastanza friabile: “mi sorprende ancora”, scrive, “che nessuno abbia deciso prima di guardare alla santa di Calcutta come se il soprannaturale non c’entrasse nulla”. Il fatto è che alla beata di Calcutta non si guarda proprio in faccia volentieri. Sappiamo tutti vagamente che gestiva delle case di cura (migliaia, diceva lei), in luoghi disperati a cui noi non abbiamo voglia di pensare. Di solito nel giro di pochi secondi abbiamo già voltato pagina, cambiato canale, cliccato su qualche altro contenuto più leggero; una piccola percentuale di noi avrà nel frattempo compilato un vaglia, ed è su questa piccola percentuale che fanno riferimento le imprese mendicanti come quella fondata da Teresa. Questa piccola percentuale non necessariamente crede nel soprannaturale; più spesso deve gestire sensi di colpa o mostrarsi compassionevole a sé stessa o a un pubblico.


Teresa questa cosa la capiva, e accettava il denaro senza giudicare, provenisse da Lady D o dal dittatore di Haiti, o da Reagan, o dall’accademia di Svezia, o da me o da te. Tutta gente unita dalla necessità di sgravarsi la coscienza, ma anche dall’urgenza di pensare ad altro, perché i poveri e i lebbrosi sono veramente brutti da guardare ed è quasi sempre ora di pranzo o cena. Anche su questo senso di urgenza, sulla necessità di distogliere in fretta lo sguardo, faceva affidamento Madre Teresa, mentre raccoglieva soldi in tutto il mondo, per metterli dove?
“Il denaro non era impiegato male”, racconta Susan Shields (ex suor Virgin); “per la maggior parte non era impiegato affatto. Quando ci fu una carestia in Etiopia, molti assegni arrivarono con la causale “per gli affamati in Etiopia”. Una volta chiesi alla sorella che era responsabile dei fondi se dovevo mettere da parte tutti quegli assegni e spedire il totale in Etiopia. Lei mi rispose: ‘No, noi non spediamo soldi in Africa’. Però continuai a inviare ricevute ai donatori intestate ‘Per l’Etiopia’” (Wüllenweber, “Stern”, 1998).
Dove siano finiti i soldi, ancora non è chiaro. Nessuno, nemmeno il laicista più esasperato, si è mai spinto fino a immaginare che Teresa e le sue Missionarie abbiano una doppia vita dissoluta, in cui scialano le offerte che piovono dal mondo intero. E quindi, considerato che i sanatori da loro gestiti restano luoghi poverissimi dove i malati muoiono a volte senza antibiotici (figurarsi gli antidolorifici), e che persino la presenza di un frigorifero o di un ascensore è maltollerata; considerato che è inverosimile che possano buttare via molti soldi le suore che usano gli stessi aghi ipodermici più volte, sciacquandoli nell’acqua fredda, e che somministrano vaccini molto oltre la data di scadenza… non resta che immaginare un enorme pozzo senza fondo in cui vanno a finire tutti i vaglia – poco importa se questo pozzo esiste davvero o è una metafora per lo IOR. Può darsi semplicemente che Teresa abbia reinvestito ogni soldo che le è arrivato nell’apertura di nuovi sanatori senza frigorifero, ascensore e aria condizionata, dato che la sua priorità non è mai stata la salute o il benessere dei suoi pazienti. Mai. Anche se noi viandanti infastiditi abbiamo spesso dato per scontato che lo fosse: che a Calcutta e altrove Teresa combattesse contro il dolore e la disperazione e la morte. Niente di più sbagliato, e non possiamo nemmeno prendercela con lei, che non ha mai fatto finta di essere diversa da quello che era.
A San Francisco fu messo a disposizione delle suore un convento a tre piani con molte stanze spaziose, lunghi corridoi, due scaloni e uno scantinato immenso. […] Le suore non esitarono a sbarazzarsi dei mobili indesiderati. Tolsero le panche dalla cappella e strapparono via tutta la moquette dalle stanze e dai corridoi. Buttarono grossi materassi dalle finestre e spogliarono l’edificio di tutti i divani, di tutte le sedie e di tutte le tende. La gente del quartiere stava sul marciapiede a guardare sbalordita. Quel magnifico edificio fu reso conforme allo stile di vita che doveva aiutare le sorelle a diventare delle sante.

Spaziosi soggiorni furono trasformati in dormitori stipati di letti. […] I riscaldamenti rimasero spenti per tutto l’inverno nonostante la casa fosse umidissima. Nel periodo in cui vissi là molte sorelle contrassero la TBC (Hitchens, 1995).


Con GP2, che faccia fa.
Anche i suoi grandi accusatori glielo riconoscono: Madre Teresa è sempre stata sincera su quello che intendeva fare. Se solo avessimo voluto ascoltarla, invece di scantonare appena potevamo, ci saremmo resi conto che dei dolori e della disperazione e della morte Teresa non era il nemico, ma un fedele alleato: che la sua priorità non era salvare delle vite, ma guadagnare delle anime. Spesso nel modo più spiccio; battezzandole ad esempio in punto di morte, distribuendo “biglietti per il paradiso”. Più in generale, in Teresa prosegue una corrente di pensiero che dal medioevo alla Controriforma vede nel dolore uno strumento di espiazione e di santificazione. Le Missionarie della Carità sono forse l’unico vero ordine mendicante che è resistito alla modernità, oggi che anche i francescani mettono su degli ospedali di eccellenza. La loro fondatrice – che pure è la protagonista di uno dei processi di beatificazione più rapidi della storia – in vita non ha mai fatto miracoli. O meglio: i miracoli a cui accennava nei suoi discorsi non riguardavano le guarigioni, malgrado avrebbe facilmente potuto attribuirsene, vivendo tra un sanatorio e l’altro. I prodigi che raccontava Teresa erano piuttosto telefonate improvvise in cui veniva avvisata che il tale ente aveva deciso di corrisponderle una cifra, proprio nel momento in cui questa cifra le serviva per aprire una casa della carità da qualche parte nel mondo. Miracoli di fundraising, miracoli da mendicante. Nulla di paragonabile alle trovate un po’ guittesche di Padre Pio, che a suo modo però mostrava di considerare il dolore e la malattia nemici da sconfiggere, anche con buone dosi di autosuggestione, in mancanza di meglio. Teresa no: non ha mai guarito nessuno (da viva. Da morta avrebbe fatto sparire il cancro a una signora indù che la invocava, miracolo sufficiente e necessario per ottenere la beatificazione). Guarire non era semplicemente la sua missione, né ha mai preteso che lo fosse. Siamo noi che abbiamo capito male, perché avevamo fretta, perché ci faceva comodo pensarla così.
Col crescere della sua fama, la fondatrice dell’ordine divenne in qualche modo consapevole dell’equivoco su cui si basava il “fenomeno Madre Teresa”. A un certo punto scrisse alcune parole che fece appendere fuori dalla sede dell’ordine: “Dite loro che non siamo qui per fare un lavoro; siamo qui per Gesù. Siamo prima di tutto religiose. Non siamo assistenti sociali, né insegnanti, né medici. Siamo suore” (Wüllenweber, 1998)
Nata e maturata sulle soglie del Terzo Mondo, Anjeza Gonxha Bojaxhiu ha trovato negli slums indiani l’habitat ideale per conservare un cristianesimo arcigno, refrattario a ogni progresso medico e scientifico, che in Occidente era già in crisi un secolo fa. Da Calcutta lo ha poi diffuso in giro per il mondo, trovando il sostegno di un Papa molto più simpatico, ma che in fin dei conti condivideva la stessa concezione: no a qualsiasi forma di contraccezione efficace, no al controllo delle nascite, i poveri e i sofferenti sono più vicini a Dio e quindi è giusto farne nascere sempre di più, e offrire la loro sofferenza a Dio. Bastava prestare attenzione ai loro discorsi, ma di solito avevamo meglio da fare.

L’equivoco di Madre Teresa si nasconde in quelle rughe balcaniche, tanto simili a quelle di chi ci tende agguati ai semafori per insaponarci il parabrezza in cambio di un euro, e se ci rifiutiamo abbiamo sempre paura che ci sputi addosso. Le abbiamo dato il Nobel, tutti i soldi che ha chiesto, e gliene avremmo dati di più: eravamo disposti a considerarla una benefattrice, una taumaturga, un’operatrice di pace, pur di non vederla per quello che era davvero: Madonna Povertà, la piccola Morte sdentata che ci aspetta fuori di casa, con la sua faccia vizza, e il suo occhio antico che mai vorremmo fissare, mai vorremmo che ci fissasse.
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Le pere del male

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28 agosto - Sant'Agostino di Ippona (354-430), ladro di pere e dottore della Chiesa.

L'Agostino della fiction Rai
(invecchiando si evolve in Franco Nero).
(2012). Eravamo in seconda elementare, quando in mezzo a noi comparve questa bambina nuova, inspiegabile. Perché prima non c'era e adesso sì? Era stata bocciata? Non risultava bocciata. Però a scuola andava male. Da dove veniva, era straniera? Non era straniera, anche se aveva un nome diverso dagli altri. La sua famiglia non la conosceva nessuno, e lei raccontava storie incoerenti, di parenti ricchissimi o poverissimi, a seconda della piega che prendeva la trama di Candy Candy in quella settimana. Io non la sopportavo, per nessun motivo al mondo. Non mi aveva fatto nulla di male, ma per esempio respirava. Durante le lezioni la sentivo respirare con un certo affanno e m'innervosiva, mi distraeva, le dicevo Smettila. Un giorno stavamo tutti al nostro posto, aspettando la maestra che aveva avuto un contrattempo. Eravamo una classe tranquilla: per ingannare l'attesa giocavamo a passaparola. Un messaggio passava da orecchio a bocca a orecchio, facendo il giro dell'aula, finché non arrivava a me, che ero il penultimo. Dopo di me c'era la bambina nuova, a cui io avrei dovuto passare il messaggio che mi arrivava. Ma non lo facevo. Ricevevo il messaggio e lo riconsegnavo a un'altra compagna, dall'altra parte dell'aula, e così il giro ricominciava, ignorando la bambina nuova. Nessuno mi aveva detto di fare così, era una mia iniziativa. Nessuno mi aveva corrotto o minacciato, e la bambina non mi aveva mai fatto nulla, salvo respirare. Il male che stavo facendo non aveva nessuna origine al di fuori di me: nasceva in me, e avrebbe causato probabilmente rabbia, dolore, e altro male. Ma a monte di tutto il dolore e la frustrazione c'ero io, un bambino di otto anni a cui nessuno aveva fatto niente.

Scrivere di Sant'Agostino non è come raccontare di un qualsiasi santo tardoantico di cui ci rimane il nome di battesimo e tre dettagli pittoreschi. Non è una leggenda, Agostino: è una delle persone del mondo antico che conosciamo meglio. Forse troppo per affezionarci. Ci si affeziona ai personaggi letterari, che hanno vite avventurose ma comunque ordinate secondo una traiettoria. Che Agostino sia un uomo vero, e non il personaggio di un romanzo, lo si capisce dal racconto della sua conversione, lungo, estenuante, proprio come sono lunghe e tortuose e un po' insensate le traiettorie delle nostre vere vite, tanto più complesse dei romanzi quanto meno belle da raccontare. Agostino non cade di cavallo, non vede roveti ardenti o segni in cielo, Agostino arriva al cristianesimo (o meglio vi ritorna, visto che aveva lo aveva succhiato col latte materno) al termine di un lungo assedio intellettuale; quando si direbbe che ceda per stanchezza.

E dire che il momento è storico: Agostino è stato uno dei più grandi acquisti della Chiesa. Se fosse rimasto alla concorrenza, se il guru manicheo Fausto di Mileve si fosse impegnato un po' di più con lui, oggi forse invece che cristiani non potremmo non dirci manichei, o più probabilmente il nostro cristianesimo avrebbe una forte componente manichea. Ma i manichei avevano il difetto tipico di molte dottrine new age, l'ansia di voler riempire i buchi della conoscenza, di spiegare tutto con teorie, magari per pochi iniziati, ma onnicomprensive. Agostino era un intellettuale, competente di Platone e di Aristotele; non poteva mandare giù l'astronomia for dummies degli opuscoli manichei, un cumulo di favolette che non reggevano il confronto con lo sferragliante ma apparentemente efficace sistema tolomaico. Cominciò a farsi domande, a porle ai correligionari, e l'unica cosa che gli sapevano rispondere è: aspetta Fausto, lui sa tutto. Ti risponderà su tutto. Fausto però era sempre in tournée, Agostino lo aspettò nove anni, al termine dei quali si rese conto che aveva atteso un conferenziere amabile ma abbastanza ignorante, che di astronomia nulla sapeva e lo ammetteva con candore. La fede di Agostino si dissolse in quell'esatto momento, di fronte all'inadeguatezza dell'ennesimo maestro. Se mi permettete la psicologia da strapazzo, anche stavolta Agostino non era riuscito a trovarsi un padre all'altezza. Dev'essere dura rendersi conto di essere il tizio più colto e intelligente in circolazione, proprio mentre ti rendi conto che alla fine non sai quasi nulla, e non c'è nessuno in giro in grado di rispondere alle tue domande. L'Impero Romano stava per rovinare, c'era da ripensare tutta la filosofia della Storia, trovare un nuovo modello, un nuovo senso a tutto quello che sarebbe successo di lì in poi, e Agostino non aveva nessuno che gli mostrasse una strada. Solo la madre (Santa Monica) in un angolo a sgranare paternostri.
Augustine of Hippo
(Existentialcomics.com) 

Alla fine trovò Ambrogio. Molto prima di farsi cristiano, Agostino divenne ambrosiano. Al patriarca di Milano Agostino non fece astruse domande di astronomia. Del resto i cristiani, più astuti, su queste materie lasciavano campo libero agli scienziati laici: l'unica indicazione biblica parlava di un sole che fa il giro intorno alla terra, e questo era pacifico, autoevidente, riconosciuto da tutti. Ad Ambrogio in realtà Agostino chiese ben poco perché, particolare realistico, non aveva molta voglia di disturbarlo. Forse era stanco di delusioni. Forse era per la prima volta soggiogato dal carisma di un uomo, l'unico, che percepiva intellettualmente superiore. C'è un dettaglio famoso che tradisce il suo senso di inferiorità: Ambrogio, riferisce Agostino, sa leggere a mente! Senza dar voce alle parole, senza nemmeno muovere le labbra, Ambrogio è così... così forte che gli basta scorrere l'occhio, e il senso delle parole gli arriva al cervello. Sì, oggi tutti leggiamo così (quasi tutti). Nel quarto secolo no, era appannaggio degli uomini più colti dell'impero.
Di Agostino tutti conoscono un passo, che sotto forma di aforisma da qualche parte avranno anche attribuito a Oscar Wilde: Dio mio, dammi la forza di resistere alle tentazioni, ma non subito. A rendere faticosa la conversione di Agostino al cristianesimo non fu la cultura scientifica che gli aveva impedito di diventare un buon manicheo. Il vero ostacolo stavolta era la carne. Per molti anni probabilmente Agostino seppe di essere destinato al magistero, ma continuò a vivere in quel "subito" in cui poteva concedersi ogni sorta di vizio e nequizia. Cosa facesse in realtà, se orge luculliane o semplicemente qualche bicchiere di falerno e una partitina di dadi con gli amici, non ci è dato sapere. Quando scrive le Confessioni è pur sempre un vescovo, troppo sgamato per lasciare descrizioni dettagliate dei suoi anni perduti. Sappiamo che visse con una concubina per quindici anni. Oggi sembrerebbe piuttosto un indice di relativa stabilità sentimentale. Tanto più che la signora, di cui ignoriamo il nome, manifestò l'intenzione di rimanere fedele allo stronzo anche una volta ripudiata, strappata al figlio e rispedita in Africa. Agostino era profondamente lacerato, ma intendeva fidanzarsi con un buon partito, mammà soprattutto ci teneva tanto. La fidanzatina tuttavia non era ancora in età da marito, occorreva aspettare due anni, e così nel frattempo Agostino si trovò un'altra donna di ripiego. Va bene, però noi quando pensiamo a una vita dissoluta non abbiamo esattamente in mente le traversie di un arrampicatore sociale un po' mammone che in 17 anni intreccia ben due relazioni a sfondo sessuale. Che altro faceva di orribilmente peccaminoso, Agostino?
L'unico misfatto su cui il grande autobiografo si concentra è un furto, congegnato a 16 anni.
Chi già sa, porti pazienza: chi non lo sa, trattenga il fiato: a 16 anni Sant'Agostino organizzò coi suoi amici un furto di pere ai danni di un coltivatore diretto. Questo furto, assolutamente gratuito (nel giardino dei suoi Agostino aveva a disposizione pere di qualità superiore), occupa un libro intero degli undici delle sue Confessioni - è quasi un decimo di quel che Agostino sceglie di raccontare della sua vita. Questo libro, il secondo, comincia così:
Voglio ricordare il mio sudicio passato e le devastazioni della carne nella mia anima.
Non è che avevi fregato pure una paletta dei vigili?
E prosegue raccontando di un furto di pere, ma come si potrebbe raccontare di un delitto premeditato. Era laida e l'amai, amai la morte, amai il mio annientamento. Non l'oggetto per cui mi annientavo, ma il mio annientamento io amai, anima turpe, che si scardinava dal tuo sostegno per sterminarsi. Va avanti così per diverse pagine, e sta introducendo una bravata combinata a 16 anni. Alla nostra sensibilità tutto questo potrebbe sembrare morboso, scriveva Bertrand Russell. Certo, noi avremmo preferito che Agostino ci portasse a fare un giro notturno in qualche luogo peccaminoso del quarto secolo. Ben altra testimonianza d'inestimabile valore storiografico-antropologico avrebbe avuto questo Libro II, per noialtri storiografici e antropologici guardoni. Agostino invece sceglie un episodio squallido, dove non c'è spazio possibile per il compiacimento: a certi peccati di gioventù è impossibile non guardare con tenerezza, ma riempire un sacco di pere altrui senza nemmeno mangiarle, senza aver fame e nemmeno voglia, è una stronzata e basta, se guardi indietro non puoi che darti dell'imbecille. Del resto chi combina scherzi del genere di solito non guarda indietro, non è progettato per farlo, non reggerebbe lo sguardo. Agostino è diverso. Agostino, trent'anni dopo, ha ancora quelle pere sulla coscienza.
Un'accusa che ho spesso sentito muovere al cristianesimo, è che ci avrebbe fatto il dono non richiesto della nozione di peccato: una gabbia ferrea imposta ai nostri desideri, alla libertà della carne, o dei corpi, come li chiamiamo adesso. Non dubito che il cristianesimo sia stato questo per milioni, per miliardi di persone: un prete che ti controlla, ti spia, ti giudica, da fuori o persino da dentro. Ma se guardiamo ai padri fondatori, a quelli che conosciamo un po' meglio: a gente come Paolo, come Agostino, come Martin Lutero, ci accorgiamo che hanno qualcosa in comune. Un'ossessione del peccato, un oscuro senso di colpa che suona persistente per tutta la prima fase della loro vita, una nota grave e costante che si fa sentire sopra ogni altra passione o emozione. Paolo o Agostino non credevano nella colpa perché erano cristiani: erano cristiani perché si sentivano già in colpa, prima, di qualcosa o di tutto. Per loro la fede non era una gabbia, ma un riparo. Se volevano sopravvivere dovevano prima o poi trovare un padre che dicesse: va bene. Sei una merda, lo sei sempre stato: tutto quello che hai fatto è vile e cattivo, e non poteva essere diversamente, ma non importa. Io ti voglio bene, ti ho scelto, ti perdono. Ora smetti di frignare e renditi utile, confuta i pelagiani, scrivi la Citta di Dio, ché tra le infinite merde del mondo sei quello che ha più talento per queste cose, e del tuo talento c'è bisogno.

Agostino è un grande filosofo. Ha anticipato, tra le altre cose, il cogito cartesiano, e ipotizzato una concezione relativistica del tempo. Passato e futuro forse non esistono, sono illusione: ogni cosa accade ora, mentre io scrivo e tu leggi e Agostino a 16 anni ride mentre ruba quelle pere che non mangerà e che non cesserà di rimproverarsi per il resto della sua vita, cioè adesso. Agostino è un grande scrittore. Intuisce che il cuore ha le sue intermittenze, e che anni interi di vita possono sparire dietro il ricordo cristallizzatosi in un giorno solo: come quel giorno delle mie elementari, l'unico che ricordo bene, in cui dovevo fare entrare la mia compagna in un gioco, e senza nessun motivo al mondo la esclusi. Ho commesso senz'altro molte altre cattiverie e cose buone, essendo io buono e cattivo come chiunque altro. Ma gli altri ricordi sfumano, e in questo eterno presente io rimango lì, il penultimo della fila, un atomo che senza motivo decide di fare il male, di generare il male, da cui nascerà altro male che forse è ancora attivo sulla terra in questo momento, cioè sempre; senza nessuna grazia ricevuta.
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Gesù e la colf

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29 luglio - Santa Marta e San Lazzaro, amici di Gesù, I secolo.

 Se abbiamo bisogno di qualcosa
ti chiamiamo noi, grazie.
[2012]. Comincia tutto nel vangelo di Luca, con una episodio che sta in cinque versetti (10,38-42): Gesù predica in casa di due sorelle, Marta e Maria. Quest'ultima resta seduta ai suoi piedi ad ascoltarlo, mentre Marta attende ai lavori domestici, finché non sbotta: ehi, Gesù, lo vedi come sono messa? di' a mia sorella che mi aiuti.
Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».
Luca, lo abbiamo visto, è l'evangelista liberal: ha un debole per i poveri, gli extracomunitari, le donne. Forse, come ogni liberal si rispetti, a casa aveva pure dei domestici, che trattava con molta gentilezza, versando i contributi e usando la frusta solo in caso di estrema necessità. Chissà. In ogni caso ogni progressismo ha un limite, e quello di Luca riguarda i lavori domestici: tutti possono seguire Gesù, tutti possono entrare nel Regno dei Cieli, però gli sguatteri in seconda fila, grazie. Non è che il loro lavoro non sia utile, anzi. Però qualcun altro si è scelto la parte migliore: un modo educato per dire che a voi è rimasta la peggiore. Luca non immaginava forse che la religione che stava contribuendo a fondare avrebbe attecchito nelle metropoli proprio presso quel ceto sradicato senza tradizioni e senza prospettive, la servitù. Gli schiavi che venivano comprati e venduti nei porti del mediterraneo si mescolavano tra loro, cercavano un'identità comune e un riscatto almeno ideale: lo trovarono in una fede religiosa che implicava l'uguaglianza di schiavi e padroni davanti a Dio, ma a quel punto l'episodio di Marta cominciò a creare difficoltà. Per ogni vergine che si consacrava alla vita contemplativa, all'estasi e alle rivelazioni mistiche, dovevano esserci una o più Marte che continuassero a rigovernare le case. Tra la sorella incantata ai piedi del Salvatore, e quella indefessa e brontolona che continua ad andare su e giù tra cucina e lavatoio, lo zoccolo duro dei fedeli ha sempre istintivamente tifato per la seconda. Anche personaggi insospettabili, come Agostino e persino Teresa d'Avila, hanno lasciato scritto che la "parte" di Marta è fondamentale, irrinunciabile, complementare a quella di Maria, eccetera. Però alla fine se torniamo alla lettera del vangelo, vediamo che il Gesù di Luca la mette giù molto più semplice e brutale: Marta è una che si agita per molte cose inutili. Nel vangelo c'è scritto così, se non vi va scrivete un altro vangelo.

Sì, vabbe', miracolo, ma che puzza.
Ciò è stato fatto. In quello di Giovanni, il più tardo dei quattro, scopriamo che la sorella di Marta è la donna che unge i piedi di Gesù e li asciuga coi capelli: la Maddalena, dunque? Giovanni non lo dice. Non sembra considerarla nemmeno una peccatrice: l'unico a sdegnarsi per la scena è Giuda, il disonesto tesoriere degli apostoli, che si lamenta dei 300 denari buttati via per l'unguento, invece di darli ai poveri. Non solo, ma Maria e Marta hanno anche un fratello, Lazzaro, che Gesù risuscita al capitolo 11, creando qualche imbarazzo nei sommi sacerdoti che deliberano di far crocifiggere il sedicente Messia. Le due sorelle da comparse sono promosse insomma a personaggi di rango, e Marta è quella che parla di più. Però c'è sempre il sospetto che Giovanni stia scrivendo una fan-fiction, utilizzando personaggi e nomi già noti per imbastire una storia coerente, ma che non ha riscontri negli altri vangeli, e a ben vedere li contraddice (nei sinottici i sacerdoti decidono di sbarazzarsi di Gesù dopo l'incidente del tempio). Persino il nome di Lazzaro non è una novità: nel vangelo di Luca era il nome di un mendicante. Giovanni insomma sembra conoscere Luca, ma non lo cita. Del breve alterco sulla "parte migliore" non c'è traccia, però le due sorelle sembrano modellate proprio su quel precedente. Quando Gesù arriva, Marta è quella che si muove di più, mentre Maria in un primo momento resta ferma. E se il momento di commozione più pura, in cui si scioglie in lacrime, Gesù lo vive con Maria, è Marta quella che dice le parole che devono esser dette:
«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».
Guardandosi bene dal pretendere un miracolo qui-e-ora, Marta pronuncia la professione di fede necessaria a ottenerlo. È l'ultimo dei sette "segni" che nel vangelo di Giovanni attestano la divinità di Gesù; è anche quello che ne causa il martirio: siamo insomma al centro di tutta la buona novella, e al centro c'è una sguattera.  Dai tempi di Luca sono passati venti o trent'anni, ma ormai i servi hanno preso il sopravvento, e si stanno forse plasmando un Salvatore a loro uso e consumo: più gentile di quello dei sinottici, più umano, un amico che piange i fratelli morti, e che si fa intenerire dai discorsi di una colf. Perché Marta dentro è rimasta una colf, come si vede bene qualche versetto più giù, dove ribadisce la sua essenza di donna pratica nell'esatto momento del prodigio. Qui, senza apertamente dubitare della divinità del Cristo, si permette di far notare che se si scopre la tomba dopo quattro giorni probabilmente ne uscirà un cattivo odore.
Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».
Dopo il miracolo Gesù torna nel capitolo 12 a trovare la famiglia e a farsi ungere i piedi da Maria (Marta serve in tavola). Lazzaro a quel punto è una celebrità, vengono da lontano per vederlo; però di lui e delle sue sorelle nessuno parla più. Successivamente le leggende li localizzano qui e là per tutto il Mediterraneo: Lazzaro sarebbe diventato il vescovo di Kittim, Cipro, oppure di Marsiglia, Francia. Quest'ultima ipotesi è compatibile con lo sbarco di Marta e delle tre Marie tra Provenza e Camargue, dove avrebbero compiuto varie imprese. A Marta ovviamente è assegnata una delle più pedestri: sconfiggere il Tarasque, uno di quei mostri medievali dal fiato mefitico che rendevano malsani gli acquitrini. Alla fine si trattava di fare pulizie, come al solito. Marta è la protettrice delle casalinghe, delle collaboratrici domestiche, degli albergatori, dei ristoratori, dei cuochi, delle cognate, di tutte le donne e gli uomini che si lamentano perché non li stai aiutando e allora tu ti alzi e loro ti dicono che tanto ormai è troppo tardi e hanno già finito e dopo un'ora sono ancora lì che passano qualcosa sul pavimento e brontolano ma non puoi più alzarti perché contamineresti il pavimento, e poi non c'è proprio niente da fare, è la parte peggiore, se la sono scelta.
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Dormire come sette

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Questa è una versione turca27 luglio - Sette dormienti di Efeso

In una grotta, dalle parti di Efeso (Lidia, oggi Turchia sudoccidentale), forse riposano ancora i Sette Dormienti. Si chiusero nella grotta ai tempi di Decio imperatore, per sfuggire alle sue violente persecuzioni. Si coricarono, e il mattino dopo mandarono uno di loro a comprare il pane. Al tizio la città sembrò subito un po' cambiata. In ogni foro, grandi edifici sormontati da croci. La gente non voleva il suo denaro, e sì che era argento buono, coniato sotto Decio imperatore. Ci misero un po', i Sette, a capire che avevano dormito duecento anni. La loro religione, già proibita, ora era obbligatoria. Inoltre fra Decio e Teodosio imperatore vi erano state almeno tre riforme monetarie, quindi forse era difficile capire cosa si potesse comprare ora col denaro che si erano portati nella grotta, al di là del valore intrinseco. Racconta la leggenda che i Sette morirono quello stesso giorno, dopo aver ringraziato il Signore per averli tenuti in stand-by tutto quel tempo; il che non ha molto senso da un punto di vista narrativo, ma è una pezza necessaria se sei un agiografo e vuoi conservare il loro status di santi - in alcuni calendari vengono chiamati anche martiri, il che è abbastanza incongruo.

È facile immaginare che il mito esistesse già prima dell'avvento del cristianesimo (che a Efeso arrivò prestissimo, già ai tempi di Paolo). Da un punto di vista cristiano, non ha molto senso sottrarsi al martirio durante una persecuzione - anzi in certi periodi era considerato un vero e proprio tradimento: il vero cristiano dimostrava la sua fede andando incontro ai supplizi, non imboscandosi in una grotta. D'altro canto, la leggenda era troppo bella per rinunciarvi. È in sostanza il primo viaggio nel tempo della storia della narrativa. Non si può però venerare un dormiente: finché dorme non è in cielo. Deve dunque essere morto, possibilmente subito dopo il risveglio miracoloso.

Che la leggenda sia antica, e famosa, lo dimostra anche la sua presenza in un testo d'eccezione, il Corano. Nella Sura della Caverna, Maometto afferma che i giovani dormirono 300 anni "più nove" (309 anni lunari = 300 anni solari?). Poi si svegliarono freschi e decisero di mandare in città qualcuno ad acquistare il cibo, con gentilezza; questa parola ("comportarsi con gentilezza") pare sia il centro esatto di tutto il Corano. In città vengono scoperti e onorati. Ma quale città? Efeso o Ahl al-Kahf, in Giordania? O a Chenini, in Tunisia, dove si ritiene che dormano ancora senza aver mai smesso di crescere, e quindi non potranno che risvegliarsi giganti? Maometto non lo dice. Non chiarisce nemmeno quanti fossero i giovani, ma di una cosa è sicuro: con loro c'era un cane. Quel cane che ancora è udito dai viandanti nei pressi di Azeffoun, Algeria.
Diranno: “Erano tre, e il quarto era il cane”. Diranno, congetturando sull'ignoto: “Cinque, sesto il cane” e diranno: “Sette, e l'ottavo era il cane”. Di': “Il mio Signore meglio conosce il loro numero. Ben pochi lo conoscono”. Non discutere di ciò, eccetto per quanto è palese e non chiedere a nessuno un parere in proposito. Non dire mai di nessuna cosa: “Sicuramente domani farò questo...” senza dire “...se Allah vuole” (Sura XVIII,22-24)
Il cane è del tutto assente nella versione cristiana. Secondo il Corano anche lui dormì per tutto il tempo, assolvendo comunque la funzione di guardiano: stava sulla soglia e dissuadeva chiunque passasse di lì a curiosare nella caverna. Il cane non è un animale molto apprezzato in ambito islamico, anche se Maometto non sembra considerarlo impuro (si raccomanda però che siano lavate molto bene le stoviglie e i vestiti in cui ha ficcato il muso). Impossibile non pensare al dio egiziano Anubi, testa di cane, guardiano del mondo dei morti, e al suo padrone Osiride, anche lui congelato in uno stato di sonno o animazione sospesa, fino alla vittoria finale del figlio Horus sul suo assassino, il fratello Seth. Anubi per l'occasione dovrebbe anche avere inventato l'imbalsamazione - sempre che non fosse un procedimento criogenico per ibernarlo in attesa dell'arrivo di qualcosa che poi non si è fatto vivo, magari rinforzi da Sirio su dischi volanti - da bambino devo aver letto qualcosa di Kolosimo in merito. Da bambino mi faceva un po' paura Kolosimo, pensavo fosse russo o almeno americano. Poi ho scoperto che è nato a Modena.

Tuttora mi domando: ma è terrestre?
Tuttora mi domando: non è terrestre?
Kolosimeggiamo un po’, dai. Mettiamo che Osiride, Horus, Seth, Nefti e tutta la combriccola siano i rappresentanti di una civiltà avanzata che si ritrova a regnare sull’Egitto dell’età del bronzo. A un certo punto scoppia un litigio, Seth ferisce Osiride, ma la tecnologia per guarire Osiride non è più disponibile. Si può soltanto ibernare e aspettare. Con gli anni, tutti i suoi colleghi lo seguono, in un sito perfettamente occultato. Gli egiziani continuano a governarsi da soli, facendo tesoro di alcune innovazioni tecniche portate da Osiride, e dimenticandone altre. Anche la pratica dell’imbalsamazione dei faraoni potrebbe essere nata per scimmiottare le tecniche criogeniche dell’ing. Anubi. I sette dormienti sarebbero ancora nascosti da qualche parte, in attesa di qualcosa che non sappiamo. “Non discutere di ciò, eccetto per quanto è palese e non chiedere a nessuno un parere in proposito”.

Come ormai saprete siamo nei giorni della Canicola, la levata eliaca della stella Sirio (il Cane); tre giorni fa festeggiavamo San Cristoforo, che nelle prime raffigurazioni aveva la testa da cane come Anubi, e faceva un mestiere simile (il traghettatore). Il 29 luglio invece è la festa di San Lazzaro, l’unico uomo a essere stato risorto da Gesù prima della fine dei tempi: un’eccezione incongrua, proprio come quella dei sette dormienti.


Il mito del sonno sospeso è comune a culture diverse e lontanissime: vi è un dormiente nel Talmud, uno in una leggenda cinese del decimo secolo, uno giapponese un po’ più antico, altri simili nei folklori europei – fino alla Bella Addormentata (ma anche i Sette Nani vivono da qualche parte in una caverna fuori dal tempo). Nell’Ottocento Washington Irving si inventa Rip Van Winkle, un contadino fuori New York che dopo un diverbio con la moglie esce di casa e ritorna vent’anni dopo con una barba lunga. Racconta di essere stato accolto in una caverna da dei tizi strani che gli hanno fatto bere qualcosa di molto forte (i superstiti della spedizione di Hudson, abbandonati dopo l’ammutinamento del 1611?) Quando si proclama fedele suddito di Re Giorgio, i locali restano sbigottiti: Rip si è dormito tutta la rivoluzione. Un po’ lo invidiano.

Nel 1961 Rod Sterling scrive per la seconda stagione della serie tv Twilight Zone (Ai confini della realtà) un episodio in cui quattro rapinatori, dopo una fortunata visita a Fort Knox, si nascondono in una caverna nel deserto dove hanno preparato tutto l’occorrente per ibernarsi. Quando si sveglieranno, nel 2061, chi si ricorderà di loro e della loro refurtiva in lingotti d’oro? Uno dei quattro è ovviamente lo scienziato matto dell’occasione, incurante del consiglio del profeta: non dire mai di nessuna cosa: “Sicuramente domani farò questo…” senza dire “…se Allah vuole” . Gli altri tre sono un po’ perplessi, ma si chiudono comunque nelle teche criogeniche.

Si svegliano poco dopo. Quanto tempo è passato? Impossibile capirlo. Però sono rimasti in tre – la quarta teca è stata danneggiata da una roccia. Dentro c’è uno scheletro completamente bianco. Quindi sono nel 2061? Risalgono sulle vetture, ma scoppia un diverbio. Un altro rapinatore ci lascia le penne. Ora le vetture sono inservibili e i rapinatori sono rimasti in due. Nel deserto. Con due sacchi di lingotti d’oro.

C’è solo una strada. Dov’è tutta la gente? In cielo non un aeroplano. Siamo davvero nel 2061? Dove sono le macchine volanti? Dopo un po’ uno dei due ha sete. La sua borraccia è finita. Hai sete? Io ho ancora un po’ d’acqua. Ma ti costa un lingotto d’oro.

I superstiti vengono alle mani. Forse sono tutto quel che resta dell’umanità; in ogni caso uno ammazza l’altro e rimane solo nel deserto, senz’acqua e con due sacchi di lingotti d’oro. Prosegue per l’unica strada. Prima di soccombere, vede finalmente arrivare un veicolo futuristico (un avanzo del set del Pianeta proibito, girato cinque anni prima). Ne scende un tizio vestito in modo strano. Acqua, voglio acqua, dice l’assassino. Ve la pago. E brandisce un lingotto. Va bene, dice il tizio, ma l’assassino muore subito dopo.

Nel veicolo c’è anche una signora. Che voleva, caro? Acqua. Pensa, in cambio voleva darmi questo. Questo affare? E che roba è? Un lingotto d’oro. Una volta era molto prezioso, lo usavano per scambiare le cose. Lo butta via e riparte sul veicolo.

In Galles, Germania, Scandinavia, Ungheria e Boemia, “sette-dormiente” significa dormiglione. In Siria ti augurano di dormire “come quelli di Efeso”. Buona notte anche voi, a Dio piacendo.
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Il santo che tolsero da tutti i portachiavi

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25 luglio - San Cristoforo, cinocefalo, ex patrono degli automobilisti

San Cristoforo e il bambin Gesù, portachiavi
[2012]"Wof".
"Ciao Cristoforo, qual buon vento! Erano secoli che..."
"Taglia corto. Voglio vedere il capo".
"Il... il capo non riceve, mi dispiace".
"Cosa vuol dire che non riceve. Non ha senso. Io gli devo parlare. Adesso".
"Adesso no, Cristoforo, adesso è in... in riunione".
"Ecco. Parliamo di queste riunioni. Cosa sta succedendo là sotto, me lo vuoi spiegare? Cosa stanno combinando?"
"Ma niente... rimettono a posto il calendario, cose che capitano, d'altronde ogni tot secoli una riforma è necessaria, devi pensare che arriva gente nuova in continuazione, e così..."
"E io che c'entro? Forse che ho fatto qualcosa che non va?"
"Ma no Cristoforo, non c'è niente che non vada, però..."
"È vero che mi tolgono il patronato degli automobilisti? Perché? Forse che non li ho protetti?"
"Hai fatto quel che hai potuto, ma..."
"E poi se li tolgono a me a chi li danno, scusa".
"A Sant'Antonio, pare".
"Antonio? L'eremita?"
"Noo. Quello nuovo, il francescano... Antonio di Padova".
"Il ragazzino? E che ha fatto, scusa, che c'entra lui cogli automobilisti".
"L'hanno visto col Bambino in braccio, miracolo attestato in un processo di canonizzazione".
"Col Bambino in braccio? E io allora? Non ce l'ho un affresco col bimbo in spalla in tutte le cattedrali d'Europa?"
"Cristoforo, eddai..."
Cima da Conegliano,
San Cristoforo col bambino e San Pietro
"In braccio. Quel francescano smagrito. Ma vuoi mettere. Gesù si tiene sulle spalle. Seduto comodo, in posizione frontale, come un automobilista, appunto. Sennò vabbe', capirai, il bimbo in braccio... allora diamolo pure alla Madonna, il patronato degli automobilisti. Ma chi è questo Antonio. È appena arrivato e già fa le scarpe agli anziani".
"È qui da sette secoli, ormai..."
"Appunto. Una matricola. Io lo sai che sono qui da quando hanno messo in piedi la baracca".
"Forse anche da prima".
"Esatto".
"È un po' questo il problema, Cris. Tu sei veramente un po' antico".
"Arf! Che male c'è?"
"Basta vedere gli affreschi più vecchi, il bambino sembra minuscolo sulle tue spalle".
"Sono un gigante, e allora? Cosa c'è di male?"
"C'è che i giganti non esistono, Cristoforo".
"Che ne sai tu. Una volta, magari..."
"Una volta, una volta. Adesso queste cose si sanno. C'è la paleontologia, l'archeologia. I giganti non sono mai esistiti".
"Magari ero un Neanderthal".
"Eddai Cristoforo, non fare il furbo. È saltata fuori questa cosa imbarazzante della cinocefalia".
"Wof, di che parli?"
"Nelle raffigurazioni più antiche avevi la testa di un cane, Cris"
"Embè?"
"Senti, non è niente di personale. Non è che ti cacceranno proprio... ti toglieranno dalla prima fila del calendario, questo sì".
"Bau! Cosa?"
"Per quanto riguarda il patronato degli automobilisti, cerca di capire... è un affare serio, parliamo di un settore in crescita vertiginosa, c'è tutta una gadgettistica che sta fiorendo, calamite, adesivi da parabrezza, portachiavi..."
"Io mi sono difeso bene, non puoi dire di no".
"Non sto dicendo questo. Però cerca di metterti nei panni del capo. È un ruolo importante. Non possiamo metterci uno che forse all'inizio aveva la testa di cane. Serve un tizio che abbia dei riferimenti storici, uno di cui si possa dimostrare l'esistenza. Mentre tu..."
"Io cosa? Cosa c'è che non va con me?"
"Tu sei una leggenda, Cristoforo, dai".
"Ma siamo tutti leggende, qui..."
"Tu più di altri. Sei un mostro che guada il fiume col bambino sulle spalle. Magari eri una figura mitologica legata a qualche guado di fiume, o il guardiano di un ponte. Sempre che tu non sia Anubi".
"Anubi? Io? Ma come vi è venuta in mente".
"Già, chissà come. Un traghettatore con la testa di cane, guarda un po'".
"Pietro, questo è veramente un colpo basso".
"Anubi traghettava le anime dal mondo dei vivi al mondo dei morti. Sei sicuro di non saperne niente?"
"Un santo come me, a cui hanno dedicato cattedrali e sagre..."
"La tua festa è il 25 luglio, giusto? La levata eliaca di Sirio, pensa un po'".
"La levata che?"
"Non fare il furbo. La levata eliaca è il giorno dell'anno in cui una stella sorge esattamente all'alba. Nell'antico Egitto la levata di Sirio annunciava la piena estiva del Nilo".
"Molto interessante, ma che c'entro io..."
"Sirio è la stella alfa della costellazione del Cane".
"Costellazione greca, non egiziana".
"Aha! Vedi che queste cose le conosci. Il 25 luglio è l'inizio della canicola, il periodo più caldo dell'anno".
"Io non c'entro niente, io porto il bimbo in spalle, basta".
"Di Anubi si sono perse le tracce con l'arrivo dei Greci. Sappiamo che a un certo punto si è fatto assumere nel loro pantheon come Ermete Psicopompo, l'accompagnatore delle anime. Un autista, praticamente. Però..."
Chi è Anubi? Bau, bau
mai sentito
"Non lo conosco".
"...però c'è questo dettaglio intrigante in Apuleio, che parla di un culto di Anubi ancora nel secondo secolo dopo Cristo, a Roma..."
"Wof! Non ci sono prove!"
"Cris, sei sicuro di non essere Anubi, il dio egiziano dei morti, lo sciacallo inventore dell'imbalsamazione?"
"Ma certo che ne sono sicuro".
"Puoi dimostrarlo?"
"Siete voi che dovreste provare il contrario, al massimo".
"Erano tempi un po' particolari, lo sai meglio di me. C'era il calendario vuoto e molti riti pagani ancora ben radicati, e insomma, si cristianizzò tutto molto in fretta e un po' alla benemeglio. Anch'io in fin dei conti ho una barba bianca un po' da Zeus, diciamo. Però sto nei vangeli, sono abbastanza inattaccabile. Ma tu?"
"Io ho un sacco di affreschi..."
"Sei una figura del folklore. Il gigante selvaggio che salva il bambino. Sei anche un topos letterario. Ma non possiamo metterti nei portachiavi. Che figura ci facciamo?"
"Fino all'anno scorso andava tutto bene".
"Siamo nel 1969, l'uomo è andato sulla luna. L'uomo protestante, almeno. Il cattolico deve ancora star lì a credere ai giganti e onorare gli sciacalli del mondo dei morti? Eddai".
"Mentre invece Antonio..."
"È un predicatore, un francescano, un personaggio storico, ha un carnet di miracoli attestati che non finisce più. E poi era cosmopolita, parlava una dozzina di lingue, tu ancora abbai".
"Non abbaio più così tanto".
Sant'Antonio e il bambin Gesù, portachiavi
"È ancora un po' troppo, Cris, mi dispiace".
"Ho guidato Colombo verso il Nuovo Mondo, ricordati".
"Fu una botta di culo, lo sanno tutti".
"E così mi date il benservito".
"Ma non è così... si tratta di aver pazienza, è cominciata questa fase industriale in cui si dà importanza ai documenti, alla scienza... magari passa un secolo e ti ritiriamo fuori, anche con la testa di cane. Lo sai che ci fu un dibattito medievale sui cinocefali, chi diceva che erano anche loro figli di Dio e chi diceva di no?"
"E allora?"
"E allora per certi versi precorreva i tempi, era un dibattito sulla diversità radicale, in seguito abbiamo capito che i cinocefali non esistono, ma ora ci stiamo misurando con diversità sempre maggiori, per dire, metti che incontriamo razze extraterrestri intelligenti, metti che invece di essere primati siano canidi, per dire... A quel punto torni in ballo tu, con la testa originale".
"Mi stai dicendo che devo aspettare degli ET con la testa di cane?"
"Non necessariamente, però in pratica sì, si tratta di aspettare. Sei un archetipo dopotutto. Hai l'eternità davanti".
"Wof".
"E non fare così, su. Non ti ha preso a pedate nessuno".
"Wof".
"Senti. Non ci guarda nessuno. Perché non facciamo un gioco?"
"Wof".
"Io tiro le chiavi e tu me le riporti".
"Arf! Arf! Arf!"
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Alessio, il finto povero

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17 luglio – Sant’Alessio (V secolo), povero di rango

Un mendicante a Manchester, nel 2015. (Christopher Furlong/Getty Images)
[2018]. Lo trovarono secco nel sottoscala, il mendicante, nella casa del patrizio che diciassette anni prima gli aveva dato riparo. “Anche mio figlio, come te, è in giro per il mondo”, gli aveva detto: “ovunque sia, prego che un altro padre gli dia un tetto e un giaciglio per dormire”. Quando l’ospite morì, e furono per raccogliere dal pavimento le sue ossa irrigidite, si accorsero che la mano stringeva un cartiglio, e che c’era scritto qualcosa; ma non si riusciva a leggere, il morto non mollava la pergamena.

Ci provarono i medici ad aprirgli la mano, i pompieri e i pretoriani, ormai era diventata una specie di sfida. Alla fine chiamarono gli imperatori Arcadio e Onorio, tutti e due, perché l’autore della leggenda probabilmente non era sicuro su quale imperasse a Roma e quale a Costantinopoli; e in effetti probabilmente all’inizio la storia era ambientata nella nuova Roma sul Bosforo, ma poi un copista si confuse, probabilmente un locale, sai come la pensano: di Roma ce n’è una sola, hai voglia a spiegare che ce ne sono almeno tre. In una versione successiva interviene il Papa direttamente, così è chiaro in quale Roma siamo. Dunque ecco arriva il Papa in questo palazzo sull’Aventino, ah ma quindi è in questa casa che dormiva quel sant’uomo del mendicante? Gli volevano tutti tanto bene. Cos’avete detto che ha nella mano? Un cartiglio? Ecco qui (la mano morta si apre senza fatica). C’è scritto… c’è scritto che si chiama Alessio e che ringrazia suo padre per l’ospitalità.

Al padrone di casa si ferma il cuore.

Ritrovamento del corpo di sant’Alessio, XVIII secolo
Il papa all’improvviso si rammenta. “Ma tu avevi un figlio che si chiamava Alessio, no? Quello che mollò la fidanzata davanti all’altare, quando fu? Trent’anni fa? Ma non se n’era andato per il mondo?”

“Alessio, figlio mio”.

“Vuoi dire che per tutto questo tempo non l’hai riconosciuto?”

“Figlio mio!”

“Anche lui però poteva dirti qualcosa, eh”.


Di tutti i santi del calendario, Alessio è forse quello che capisco meno. Tutti i suoi atti di eroica santità, ai miei occhi di abitante del 21esimo secolo, mi sembrano un mix indigeribile di ingenuità e stronzaggine. Mollare la sposa all’ultimo momento perché Dio è più importante? ok, può succedere a tutti di cambiare idea all’ultimo momento, per fortuna lei ti capisce, condivide la tua scelta di castità e si fa monaca, a questo punto perché non dovresti farti monaco anche tu? No, tu te ne scappi via, beh, posso capire anche questo. Decidi di dare tutto quello che possiedi ai poveri, molto giusto, salvo che sei andato via senza un soldo e quindi sei povero anche tu: se fossi rimasto a casa dei tuoi almeno avresti avuto a disposizione un budget da destinare in imprese benefiche, microcredito eccetera, e invece niente: vuoi combattere la povertà con la povertà, una di quelle cose omeopatiche. Ti è mai venuto in mente che invece potevi metterti a lavorare? In fondo sei un giovane sano, puoi benissimo trovarti un mestiere e poi elargire elemosine a tutti i poveri che incontri, il Vangelo si rispetta anche così – eh, no, dopotutto sei un patrizio romano, o campi nel lusso o fai l’elemosina, ma lavorare è fuori discussione.

A un angolo di strada di Edessa di Siria, dove potrebbe stazionare un povero vero, uno che ha problemi seri, un cieco, uno storpio, un lebbroso ci vai tu che per affettare la miseria non ti lavi per anni; e l’espediente funziona, la gente ti annusa e caccia i pezzi d’argento, che poi nottetempo tu dividi davvero coi poveri, e vabbè, se questo è il posto che ti sei trovato nel mondo buon per te; ma a quel punto che fai? Decidi di tornare a Roma. La nostalgia, posso capire. Ma incontri tuo padre e non gli dici chi sei. Ti fai ospitare 17 anni da tuo padre, tuo padre che è in pensiero per te e si torce il cuore all’idea che tu sei in giro per il vasto mondo senza un soldo ed è sicuramente colpa sua, è stato il padre peggiore del mondo, se solo potesse avere una seconda possibilità, e tu stai lì per 17 anni e questa seconda possibilità non gliela dai.

E va bene, chi sono io per giudicare, son tre giorni che non telefono ai miei. Però alla fine prima di morire glielo scrivi sul cartiglio, così fa ancora in tempo a guastarsi la vecchiaia dal rimorso che non ti ha riconosciuto – eh no vabbè ma allora vaffanculo, Sant’Alessio, sei la leggenda di santi più stronza che conosco.

Talmente stronzo che sembri vero. Cioè qui non parliamo di draghi che rapiscono fanciulle o dormienti in una grotta o martiri che accarezzano i leoni; qui c’è un hippy di buona famiglia che sembra stato ritratto l’altro ieri. Figurati se non ce n’è stato almeno uno a Roma o Costantinopoli od ovunque, figurati se in mille anni non è mai successo che un giovinastro mollasse la famiglia per fare il barbone, in teoria in giro per il mondo ma ben presto a pochi metri dalla casa dei genitori. I quali magari a un certo punto si erano impietositi e lo ospitavano pure nella mansarda a uso foresteria, magari fingendo di non riconoscerlo perché il ragazzo ha un suo distorto senso della dignità, che non gli impedisce di chiedere scusa a mamma e papà ma non di chiedere moneta sotto il loro portico di casa. Magari ce n’è stato uno sia a Edessa che a Bisanzio che a Roma, che si svegliavano presto senza mettere a posto la cameretta e uscivano in strada a mendicare, e alla fine che gli vuoi dire? Dopo un po’ sei parte del paesaggio urbano, il giorno che non ti vedono sulla panchina si preoccupano.

Nausicaa s’imbatte sulla spiaggia in un migrante economico.
La leggenda di Sant’Alessio, che io trovo tanto stronza, era una delle più popolari nell’Alto Medioevo. Serviva probabilmente a spiegare che in ogni mendicante ci potrebbe essere un principe, e quindi come tale va trattato; o anche più di un principe: un figlio nostro. Nei tempi in cui capitava a tutti di aver figli in giro per il mondo, su barchette sospesa sui flutti del Mediterraneo o intruppati in qualche legione a portare la pace dove ancora non la sapevano apprezzare; ma ovunque si fossero perduti, avrebbero potuto contare sull’ospitalità, che è la legge più antica. E che ci riguarda tutti, uomini di terra o di mare: se qualcuno è senza tetto, è figlio nostro. Anche se non fosse mai esistito un Alessio, a un certo punto la leggenda ne produsse almeno uno: il primo che mi viene in mente è San Benedetto Labre, un ragazzo francese che nel Settecento arrivò a Roma a piedi senza lavarsi mai, la sua Vita sembra un servizio di Chi l’ha visto. I romani lo presero in simpatia, decisero che era un santo e che faceva i miracoli. Si vede che sotto i pidocchi era un bel ragazzo, ma in un certo senso aveva il terreno preparato dalla storia di Sant’Alessio. Ma io lo so cosa state pensando, voi tre che siete arrivati fin qui.

Pensate: ma quindi viviamo nell’epoca più selvaggia, quella che ha rinnegato persino i principi basilari di umanità espressi nelle leggende medievali? Cosa ci è successo? Niente di così nuovo in realtà. Sant’Alessio non è sempre stato così popolare: in alcuni secoli lo era, in altri no, la percezione del mendicante è cambiata spesso nel corso della Storia. Persino l’Odissea, il libro che mette per iscritto la legge dell’ospitalità nei confronti dei viaggiatori (chi non la rispetta è un antropofago, un mostro senza abbastanza occhi per vedere): persino l’Odissea nella seconda parte nel finale diventa una storia molto diversa, forse lievemente più tarda, un libro in cui gli ospiti puzzano, si azzeccano, mangiano bevono e non vogliono saperne di sloggiare, bisognerebbe farli fuori tutti, ruspa! Anzi no, arco e frecce e nessuna pietà.

Ulisse e i migranti economici.
L’oscillazione che conosco meglio è quella avvenuta tra i secoli XIII e XIV. Nel Duecento, il secolo d’oro della civiltà comunale, il povero diventa un modello. Più i borghesi metton pancia e vestono elegante, più le strade e i sentieri si riempiono di gente che vuole essere povera non per necessità, ma perché la povertà è un valore. Il pauperismo diventa uno stile di vita, un’ideologia, la Chiesa corre al riparo, brucia un po’ di rivoluzionari come eretici e poi cerca di irregimentare le frange moderate: nascono gli Ordini Mendicanti, che sono poveri perché il Papa glielo ha concesso. In mezzo a tutto questo, gli uomini del Duecento continuano a considerare il poveraccio come un’immagine di Cristo, un modello di vita e un figlio da ospitare.


Ma poi arriva il Trecento, la popolazione è aumentata un po’ troppo rispetto alle risorse, le carestie sono sempre più frequenti. La percezione del povero cambia altrettanto repentinamente. L’accattonaggio diventa un reato, i mendicanti vengono incatenati e condotti ai lavori forzati. Non sono più principi in incognito, ma minacce per la società costituita. In effetti spostandosi di città in città non è escluso che diffondano le epidemie: a metà secolo la peste nera falcidia più di un terzo della popolazione. Ritrovarsi per strada senza un soldo nel Trecento era molto più pericoloso che nel secolo precedente. È un esempio che mi ha sempre fatto pensare, forse perché ho spesso avuto la sensazione di vivere in uno di quei passaggi difficili, come tra Duecento e Trecento: i ricchi ingrassano, i poveri aumentano, la classe media perde coscienza di sé, gli artisti si rifugiano nel mercato del lusso e così via. Tutto già previsto e prevedibile.

Anche la nostra insofferenza nei confronti dei mendicanti non è un fenomeno inedito. Quel senso di vergogna che ci sembra così personale, così intimo, quando avvistiamo un’accattona col piattino sotto il portico e tiriamo dritto: anche quel senso di vergogna è una variabile fortemente correlata ad altre funzioni sociali misurabili con un certo margine di errore, per esempio nelle fasi di crescita economica il povero viene trattato meglio, talvolta idealizzato, è il momento in cui Claudio Lolli vede gli zingari felici e Bob Dylan si traveste da gitano sulla copertina di Desire. Probabilmente c’è una correlazione tra il PIL e l’apprezzamento per la musica balcanica, perché vi giuro che c’era un periodo che Bregovic tirava da matti qui da noi, mentre oggi è universalmente disprezzata e bandita anche dal congresso annuale dei poveri, il Concertone del primo maggio. Noi poi siamo convinti che sia tutto relativo, tranne noi. Pensiamo di avere una morale indipendente dalle nostre coordinate geografiche, storiche, sociali; magari siamo comunisti o femministi o vegetariani e siamo convinti che lo saremmo stati anche se fossimo nati a Bisanzio nel V secolo. Tutti convinti di saperci giocare sapientemente le carte che il destino ci ha messo in mano, come se la vita fosse uno scopone scientifico e non un triviale rubamazzo.



E siccome crediamo di avere una morale tutta nostra, e non ereditata dall’ambiente o determinata dal reddito, ci crediamo in diritto di farla agli altri, che dovrebbero essere più buoni, più ospitali, meno egoisti, meno preoccupati per catastrofi che in effetti non sempre accadono, in fondo chi mai potrebbe pensare che l’umanità stia di nuovo finendo le risorse a disposizione? E ci preoccupiamo, quanto ci preoccupiamo di quel che penseranno i posteri di noi: ma i posteri non è che avranno sempre tempo o voglia di processarci. Probabilmente penseranno quello che pensiamo noi degli europei del Trecento: che eravamo sostanzialmente dei poveracci, terrorizzati dall’idea di perdere quel po’ di benessere accumulato dai genitori, smarriti di fronte a segnali di catastrofe che non sapevamo interpretare. E che per quanto superstiziosi, per quanto ignoranti, i peggiori di noi avevano capito quello che gli economisti patentati fino a qualche anno prima si rifiutavano di accettare, ovvero: non si può crescere all’infinito, magari sul grande grafico della Storia una curva può venire un po’ più ampia di un’altra, ma prima o poi si riabbassa, è la sua natura. Sant’Alessio, fossi vissuto un po’ più a monte della curva, mi sarebbe riuscito un po’ più simpatico, un proto-San-Francesco integerrimo e giramondo. Ma non ci posso fare niente, io invece vivo nel 2018 e non lo sopporto, mi sembra la caricatura di un hipster che si fa morire di stenti per fare un dispetto al padre. Invece di salire quelle scale e dirgli scusa, papà, mi sono sbagliato, insegnami un mestiere, ai poveri poi manderò un vaglia. Li aiuterò a casa loro.
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L'arcivescovo in guêpière

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16 luglio – San Vitaliano di Capua (VII sec.), un vescovo molto distratto.

Brancati
Che patrono del cacchio
A San Vitaliano capitò, verso la fine del settimo secolo, di svegliarsi molto presto, come tutti i giorni, per il servizio mattutino; di intonare i salmi in cattedrale con gli occhi probabilmente ancora incispati di sonno; e di cominciare a udire, negli intervalli tra inno e responsorio, qualche risolino sempre meno imbarazzato, finché non capì che stava succedendo qualcosa di veramente terribile; e solo in quel momento aprì gli occhi davvero; e solo in quel momento si accorse che era vestito da donna.

Da donna come?

La leggenda non lo dice! e quindi siamo liberi di sfrenarci: reggicalze, guêpière, eccetera. Anche se più probabilmente era un semplice sottanone, neanche troppo diverso da quelli che veste un prete: ma siamo nel settimo secolo, quasi ottavo, qualsiasi indumento femminile in quella situazione sarebbe risultato piuttosto conturbante.

Bisogna anche dire che il mattutino si cantava molto presto: prima dell’alba. Con tutto questo, per arrivare vestiti da donna in cattedrale ci vuole una certa disattenzione. Vale la pena di ricordare ancora una volta che il travestitismo fu ritenuto per tutto il medioevo un peccato gravissimo (carnevale a parte), e che l'unica prova veramente trovata per bruciare Giovanna d’Arco come strega fu il fatto che si era messa in pantaloni. In seguito Vitaliano riuscì a dimostrare che si era vestito così a sua insaputa: alcuni suoi nemici, preti invidiosi che mal digerivano la sua popolarità presso i fedeli capuani, gli avrebbero sostituito nottetempo i paramenti sacri con abiti femminei; Vitaliano poi era uno di quelli che al mattino si vestono alla cieca, senza neanche accendere il lume, e così… in fondo sempre gonne sono, no? Devo dire che non è così implausibile. Meno di un vescovo col fetish degli indumenti femminili? Non saprei.

Fieni pure a noi, Fitaliano, noi capiamo le extrafakantze tegli uomini ti fede.
Fieni pure a noi, Fitaliano:
noi capiamo le extrafakantze tegli uomini ti fede.
La prima reazione di Vitaliano fu darsela a gambe in direzione Roma, dove il Papa lo avrebbe senz’altro capito e sostenuto. Ma i preti invidiosi lo inseguivano e lo catturarono all’altezza di Mondragone: lo ficcarono in un sacco e lo buttarono a mare, incuranti delle mille altre leggende in cui i santi insaccati e affogati la fanno franca. E infatti, mentre Vitaliano approdava senza grosse difficoltà a Ostia e decideva di trascorrerci le vacanze, a Capua cominciarono a infuriare carestie e pestilenze. La gente mormorava: rivogliamo Vitaliano, anche in tacchi e reggipetto. Torna Vitaliano! Ti capiamo! Chi non ha mai infilato una giarrettiera anche solo per l’effetto che fa, scagli il primo tacco dodici. No.

Mi sto inventando.
È estate, dai.

Ma insomma rivolevano tutti ardentemente Vitaliano, e Vitaliano… non tornò. Cioè, sì, ma appena per un’ospitata di una sera – più che sufficiente a far piovere e ad allontanare il morbo. Ma non si fermò, si vede che non si sentiva più a suo agio; e forse presagiva la fine. Si ritirò in eremitaggio presso due o tre cime diverse – c’è sempre un po’ di concorrenza – nei pressi di Caserta o forse più verso Avellino, dove il Monte Virgiliano fu ribattezzato, in suo onore, Montevergine. E dove poteva anche infilare un paio di mutandine di pizzo sotto il cilicio senza che nessuno avesse niente da dire.
In occasione della sua festa, gli abitanti di Capua si vestono tutti da donne comprese le donne, e poi si abbracciano e si baciano fino al mattutino e anche oltre. No.

Mi sto inventando.

Ma sarebbe divertente, insolito, e credo che gioverebbe anche al turismo, insomma io se fossi nella pro loco ci farei un pensiero. Vitaliano è patrono di tutti gli uomini molto sbadati o che fanno finta, e che si vestono al buio e certe volte arrivano a lavorare con delle mises che ma ti sei visto? Eh, no, scusa, ancora no…. Mado’ che vergogna… San Vitaliano proteggimi.
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Maria12 perdona tutti

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5 luglio - Santa Maria Goretti (1890-1902)

Uno dei due ritratti autorizzati dalla madre
(tra loro non si somigliano).
[2012]. La modernità è una crosta sottile, ha scritto qualcuno, in cui vivono solo alcuni di noi, e solo in alcuni momenti del giorno; altre ere, anche arcaiche, sono a portata di mano, letteralmente: afferri il telecomando, accendi la tv al pomeriggio, e non sei più nella modernità. Sei da qualche altra parte, molto prima o molto dopo, comunque altrove. Vedi cose che in altre ore del giorno non capiresti: ad esempio, le file per entrare ai processi. Anche d'estate, col caldo che fa, c'è gente che a certi processi vuole proprio assistere, e alla sbarra di solito non c'è lo speculatore che si è giocato i loro risparmi coi bond tossici; più spesso si tratta di un tizio che forse ha ammazzato qualcuno di cui non sono nemmeno parenti. Ma in quel momento del pomeriggio – sarà che hai caldo anche tu – sei in un'altra era e capisci che il concetto di parentela è relativo, chi è mia madre? chi è mio parente? Se i parenti sono le persone che vediamo tutti i giorni, ormai Sarah Scazzi è nostra cugina.

Possibile persino che ce la sogniamo di notte. Prima o poi qualcuno verrà a riportare un miracolo commesso da Yara Gambirasio, una grazia ricevuta da Ylenia Carrisi. Non credo che diventeranno sante: il calendario della Chiesa cattolica e quello della cronaca nera sono trasmessi ormai su due frequenze diverse. Però su quelle frequenze si trasmettono cose non dissimili, e forse all'inizio la frequenza era una soltanto. Poco prima del bivio, dello switch, c'è Maria Goretti: l'ultima santa antica, la prima protagonista moderna di un fatto di cronaca nera. Le sue eredi non sono più protagoniste di lunghe cause di canonizzazione; però i fiori, e gli altarini, dopo pochi giorni crescono già, abbarbicandosi ai cancelli delle case, spontaneamente. Dopo un po' arrivano anche i primi biglietti, i primi rudimentali ex voto. La modernità è una crosta sottile: se scavi un po' ti accorgi che sotto c'è ancora un Seicento vivo e pulsante che se la cava benissimo. Non teme la tecnologia, anzi: è cablato, ha le antenne, le parabole, tutto quello che gli serve a produrre e vendere devozione. Evidentemente c'è chi compra.

Di Maria Goretti si sa tutto e niente, nel senso che quel tutto più volte scandagliato da agiografi e giornalisti è comunque poca cosa: è nata; è vissuta in un contesto di miseria profonda, in questo contesto ha resistito tre volte alle avances di un uomo (oggi lo chiameremmo ragazzino) che viveva nella sua famiglia allargata; la terza volta è stata trafitta con un punteruolo; è morta soffrendo orribilmente e perdonando il suo assassino, anzi, perdonando tutti. Siccome la storia era tutta lì, la si poteva gonfiare di ideologia come un palloncino. Maria poteva diventare il simbolo della purezza cristiana, la sua storia si prestava a racconti imbastiti sulla stessa trama delle antiche leggende di santi: uomo cattivo, vergine pura, punteruolo, perdono, resurrezione. Fin troppo facile (eppure il processo di beatificazione andò per le lunghe). Al punto che il palloncino a un certo punto qualcuno lo sgonfiò e lo rivoltò dall'altra parte, e Maria Goretti diventò il simbolo di come la Chiesa opprimeva le donne, attraverso la diffusione di figure sottomesse e sessuofobe come la bambinella illetterata. È il palloncino che abbiamo visto più volte sventolare a sinistra, ma non è sempre stato così: fino agli anni Cinquanta la Goretti poteva ancora passare come una figura protofemminista. Sì, la bambina che difende il suo corpo dalla prepotenza dell'uomo fu persino raccomandata da Togliatti come modello alle ragazze comuniste. Secondo un'altra fonte fu un giovane Enrico Berlinguer a proporla, insieme a un altro recentissimo prodotto mitologico, la partigiana sovietica Zoya Kosmodeminskaja: la lotta contro il nazismo e contro la prepotenza maschile erano evidentemente da intendersi sullo stesso piano. [D'altro canto anche oggi non serve alcuno sforzo per includerla tra le martiri del patriarcato femminicida].

Negli anni Ottanta, in un momento di relativa bonaccia ideologica, un appena trentenne Giordano Bruno Guerri sceglie di compiere seriamente quello che in questo blog si fa per burla: irrompe nella stanza dei palloncini, prende quello già un po’ ammosciato della Virtù Eroica di Maria Goretti… e lo fa esplodere, bang! spaventando chi sonnecchiava nei paraggi. Il suo libro, Povera santa povero assassino, fa il botto: è una ricostruzione storica affidabile, vende bene, viene respinto dal Vaticano come blasfemo e sacrilego, ma costringe la Congregazione per le Cause dei Santi a convocare una commissione, che risponderà ribadendo le tesi del processo di canonizzazione: la Virtù Eroica di Maria Goretti è una Virtù Eroica, punto.

Guerri era di un altro parere. Nel giochino scemo destra-sinistra, G. B. Guerri non può che andare dalla parte di chi ha scritto tante cose su Mussolini e sul Ventennio, tiene una rubrica sul Giornale, ha organizzato celebrazioni per il centenario del futurismo, dirige il museo del Vittoriale. Però rileggere un suo libro degli anni Ottanta ti fa lo stesso effetto di guardare le prime vignette di Forattini degli anni Settanta: dalla distanza sembrano tutti di sinistra estrema. Probabilmente è vero il contrario: siamo noi che ci siamo spostati dall'altra parte, in moto rettilineo uniforme, tanto che a un certo punto Montanelli è diventato un compagno, semplicemente perché restava fermo mentre noi ci muovevamo. A rileggerla oggi, l’anti-agiografia di Guerri sembra costruita su un solido impianto marxista: prima di essere vittima del suo assassino, Maria Goretti è insieme al suo assassino vittima della miseria, del contesto socio-economico che la produce. La prima metà del libro è tutta appunto concentrata sul contesto, e fa spavento: Guerri documenta una povertà dickensiana, una barbarie alle porte di Roma, in una palude in cui il fatto di sangue è l’esito logico di una catena di circostanze inesorabilmente determinate: il vero responsabile, lo si legge più volte tra le righe, è il padrone che affama la santa contadinella e il contadino allupato. Quanto alla Chiesa, se a un certo punto riscopre la martire è ad uso propaganda: per Guerri è cruciale che, dopo tanti ritardi, il processo si sblocchi durante l’occupazione angloamericana, nel momento in cui la virtù delle fanciulle di Roma e Napoli veniva facilmente scambiata al mercato nero. Bisognava trovare un esempio di eroica resistenza al mercimonio della carne, e Maria Goretti era lì a immediata disposizione.

"Dio non vuole. No! Alessandro, tu vai all'inferno. Sì. Sì. Sì".
Quando finalmente si tratta di parlare di Maria come persona, Guerri non nasconde di aver poco da dire: Maria non ha identità, non può averla: non ha studiato, non sa leggere, non aveva le facoltà intellettive necessarie a comprendere i rudimenti della sua stessa religione: sarebbe morta ubbidendo a un Dio che non capiva. Togliatti, lo abbiamo visto, non sarebbe stato d’accordo: Dio o non Dio, Maria non voleva acconsentire a una prepotenza, e questo significa che aveva una coscienza, un coraggio da additare ai giovani. Ma ce lo ebbe davvero, tutto questo coraggio? Scartabellando tra gli atti del processo, Guerri scopre che di fronte al punteruolo Maria aveva esclamato Sì, sì, sì. Quel triplo sì, certificato dal suo assassino (ormai pentito, quarant’anni dopo il fattaccio) aveva creato non pochi problemi ai cardinali durante il processo di beatificazione. Avevano cercato di girarlo in vari modi: “sì” poteva essere considerato la ratifica della frase precedente, “vai all’inferno”? O magari Maria stava acconsentendo a essere accoltellata? Oppure (ci fu chi lo propose) non era proprio un “sì”, magari uno strillo isterico, un “hi hi hi”? Il grido tipico di chi viene minacciato di violenza con un punteruolo…


A distanza di trent’anni la ricostruzione di Guerri sembra ancora solida: eppure c’è qualcosa nel libro che lo fa sembrare in un qualche modo datato, espressione di un periodo felice in cui si potevano ancora scoppiare palloncini per il gusto di farlo. All’inizio pensavo che fosse un problema di scarsa empatia con la vittima, ma non è così: Guerri prova sincera pietas per la “povera santa” (ma anche per il “povero assassino”); il che non gli impedisce di indagare sulle frustrazioni sessuali del secondo e su uno dei pochi misteri della prima: perché faceva la Comunione così poco spesso? (Risposta: perché fisicamente non avrebbe retto il digiuno eucaristico). A mancare è piuttosto un certo tipo di impostazione che negli ultimi trent’anni è diventata lo standard, quando si parla di vicende di questo tipo. Per Guerri i motivi che portano Maria sul calendario sono complesse circostanze storiche, sociali, politiche, e anche diversi colpi di fortuna (fortuna per i parenti, e persino per l’assassino: smisero tutti di far la fame). Oggi, se una Sarah o una Yara diventano improvvisamente famose, noi non ci chiediamo il perché. La fama si spiega da sola, è autoevidente: una persona diventa famosa perché tutti ne parlano, e tutti ne parlano perché è famosa. Se in un primo momento ancora ci sforziamo di imputare la morbosità dei media, appena sorgono i primi altarini ci arrendiamo: c’è un inconscio collettivo da qualche parte, e i media non fanno che sondarlo; ogni tanto invece è lui che sbuca sotto la crosta sottile della modernità, e si mostra per quel che è: un beghino del Seicento, tale e quale. Ma non andò così anche con Maria Goretti?

Secondo Guerri no, non ci furono altarini né una particolare devozione popolare, prima della beatificazione. La notizia di cronaca anzi rischiava di non essere nemmeno pubblicata sui quotidiani clericali, che la ripescarono in chiave polemica (qualche giorno prima erano morti due amanti suicidi, e qualche quotidiano ne aveva approfittato per lamentare il mancato diritto al divorzio). Per molti anni gli unici miracoli, le uniche apparizioni, Maria le fece ai suoi famigliari. Insomma tutto il carrozzone della piccola Santa sarebbe stato imposto dall’alto: solo quando dall’alto arrivarono le prime agiografie, i primi santini, il popolo rispose dichiarando i primi miracoli, le prime grazie ricevute. Magari è andata così davvero. Ma gli altarini che nascono spontanei alle cancellate delle giovani protagoniste di fatti di cronaca mi fanno pensare che potrebbe essere andata diversamente: che un culto di Maria Goretti, sotterraneo, popolare, potrebbe avere tenuto viva la memoria della bambina fino all’inizio della causa di beatificazione; in seguito gli stessi alfieri della causa avrebbero avuto interesse a cancellare questo tipo di devozione dal retrogusto pagano, che potevano creare difficoltà nel dibattimento.

Alla fine sto gonfiando anch’io per quel che posso il mio palloncino: secondo me le religioni esistono prima delle Chiese, che sono un tentativo più o meno goffo, più o meno elegante di dare un’aria strutturata, consequenziale, a qualcosa che nasce già spontaneamente. Per pensarla così mi basta accendere la tv al pomeriggio, c’è la Vita in Diretta e mi sembra una cerimonia. Parlano di qualche bambina scomparsa, e all’improvviso sembra scomparsa anche per me. Cosa voleva dirmi? Quale mio peccato sta espiando? Non è chiaro; Mara Venier fa il possibile per spiegarmi, ma forse certe verità sono accessibili solo a un ristretto cerchio di iniziati.
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Tommaso, apostolo doppio

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3 luglio – San Tommaso apostolo (I sec.), scettico credente e giramondo

[2018]. C'è un gesuita austriaco in giro per l'Amazzonia in cerca di popoli da battezzare. Quando incontra una tribù di Guaranì, la prende molto per il largo: salve, mi chiamo Martin Dobrizhoffer, vengo dall'altra parte del grande mare, sono un prete e vengo a portarvi il C...
"Sì, sì", taglia corto il capotribù, "grazie del pensiero ma non abbiamo bisogno di preti qui, tutta la storia di Cristo e della salvezza ce l'ha spiegata direttamente Tommaso".
"Tommaso?"
"L'apostolo".
Ci sarebbe di che gridare al miracolo – salvo che siamo nella seconda metà del Settecento e neanche Dobrizhoffer riesce ad accettare l'idea che San Tommaso si sia spinto a predicare il vangelo in Paraguay. La stessa risposta l'aveva ottenuta un gesuita spagnolo un secolo prima; magari i guaranì avevano semplicemente scoperto che raccontando la storiella giusta i gesuiti li lasciavano stare.

Oppure.

Oppure un Tommaso evangelizzatore è esistito davvero: non necessariamente l'apostolo, ma uno dei primissimi esploratori europei, perché no? un cane sciolto che si era perso nella jungla e che aveva insegnato il cristianesimo agli indigeni caricandosi una croce sulle spalle. Qualcosa del genere, lo vedremo, potrebbe essere successa anche dall'altra parte del mondo.

Il Vangelo non lo dice esplicitamente, ma Caravaggio, se c'è una piaga, ci mette il dito.

Del resto Tommaso è un doppio: lo dice il nome. In aramaico significa "gemello", e a volte è affiancato all'equivalente termine greco, Didimo. I tre vangeli sinottici non ci dicono nient'altro di lui. È solo col vangelo di Giovanni che diventa un personaggio, uno di quelli di poche parole ma tutte importanti. Sua è una delle frasi più icastiche di tutto il libro, quando alla notizia che Gesù intende riavvicinarsi a Gerusalemme, dice ai colleghi: "Andiamo a morire con lui". Giovanni passa per l'evangelista-filosofo, ma in certi casi mi sembra anche uno straordinario narratore: in tre parole ha suggerito al lettore il momento in cui Gesù decide di mettersi davvero nei guai, e la rassegnazione con cui i seguaci più intimi lo accompagnano al macello. Inoltre ci ha preparato per l'altra scena in cui userà il suo personaggio: che idea ci facciamo di Tommaso in questo versetto? Sembra il brontolone nell'angolo, il tizio che mentre Pietro e Giovanni si esaltano al pensiero di sedere nella gloria del figlio dell'uomo, sta riflettendo sul fatto che probabilmente nessuno riporterà la pelle a casa.

Oppure?

Io perlomeno l'ho sempre visto così ("Ecco, adesso ci tocca morire anche noi"), ma rileggendo mi sono reso conto che la frase si può anche interpretare in un modo più semplice, come un'esortazione al martirio: dai, andiamo a morire con lui! Dipende insomma tutto da come ti immagini la scena, e la tua immaginazione dipende molto dalla tua esperienza di vita. Per tutto questo tempo non mi ero accorto che alla fine il mio Tommaso era uno specchio: il brontolone nell'angolo ero io.

Ma l'episodio che fa di Tommaso uno degli apostoli più conosciuti è ovviamente quello del dito nella piaga (un dito che Tommaso non ha necessariamente infilato, anche se la scena era troppo adatta a Caravaggio perché Caravaggio non la dipingesse). Dopo la morte in croce, quando Gesù comincia ad apparire qua e là, Tommaso prende di nuovo la voce a nome degli osservatori più concreti, meno disposti a farsi prendere dall'entusiasmo: sentite, so che siamo tutti molto scossi, ma questa cosa non la bevo. Non ci credo. Potrebbe essere un altro, dopotutto, no? Per crederci dovrei vederlo, anzi no, dovrei infilare il dito nelle ferite dei chiodi, la mano nel suo costato. Otto giorni dopo, Gesù riappare e sfida Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio costato». A questo punto molti credono che Tommaso abbia davvero infilato il dito (e Caravaggio è appunto tra loro), ma il vangelo non lo dice. Giovanni si limita a riferire che Tommaso cede su tutta la linea: «Mio Signore e mio Dio», dice. Gesù gli risponde: tu hai veduto e hai creduto; beati quelli che non vedranno ma crederanno. Per il quarto evangelista in effetti non c'è niente di male a chiedere a Gesù dei segni tangibili della propria divinità: la prima parte del suo resoconto è proprio un elenco circostanziato di miracoli (il cosiddetto Vangelo dei segni), avvenuti davanti a testimoni credibili. Con l'Ascensione di Gesù in cielo il tempo dei segni si conclude: non sarà più possibile chiedere dei segni, Tommaso è tra gli ultimi ad averne ottenuto uno. Da qui in poi, per credere bisogna fidarsi dei testimoni: tanto più che la fine dei tempi è vicina.

Oppure?

Oppure il Gesù risorto era un imbroglione, e Tommaso il suo compare. Come altri personaggi del quarto vangelo, sembra più un'invenzione letteraria che un testimone in carne e ossa: nell'economia del racconto la sua funzione è proprio quella del compare del ciarlatano. Se avete presente la scena: il tizio con la cura miracolosa sta imbonendo la folla. Un tizio prende la parola per dire che non ci crede. Il ciarlatano stranamente lo lascia parlare, finché non ha catalizzato tutto lo scetticismo del pubblico, e poi gli propone di provare il suo elisir. Il tizio esita, in un primo momento non vuole (forse ha paura?) ma poi si lascia convincere, e miracolo! La cura su di lui funziona. Il pubblico si pente di aver dubitato.



Il ciarlatano, di Giovan Battista Tiepolo

È un trucco da quattro soldi; stupisce che l’abbia adoperato un narratore e un pensatore raffinato come il quarto evangelista, ma probabilmente la predicazione dei primi testimoni funzionava così: di fronte alle obiezioni degli scettici, reagivano raccontando che anche loro erano stati scettici, ma avevano dovuto ricredersi. Avevano visto il Risorto, avevano controllato le sue ferite, ed erano degni di fede. Paradossalmente, tendiamo tutti a credere di più al racconto di un ex scettico: solo gli scemi non cambiano mai idea, se questa persona che mi parla a un certo punto ha cambiato idea, forse non è scema. In un mondo in cui le informazioni viaggiavano attraverso i resoconti orali e le rare testimonianze manoscritte potevano essere interpolate a piacere, il trucco del Compare doveva essere particolarmente efficace (lo è tuttora). Non è che ci cascassero tutti, anche allora: ma se hai voglia di cascarci, se tutto quel che ti serve è una piccola spinta, non c’è niente come un tizio sereno e risolto che ti dice: dubiti? Dubitavo anch’io, so come ti senti, ma poi mi è passata. Passerà anche a te.

Lo stesso Pietro doveva insistere molto, nella sua predicazione, su tutti gli episodi in cui aveva dubitato di Gesù, talmente diffusi che compaiono in tutti e quattro i vangeli. Lo stesso Paolo ci teneva a ricordare che non era stato cristiano sempre, anzi all’inizio i cristiani li perseguitava. Quanto a Tommaso, ecco, appunto: dov’era finito Tommaso, col suo Dito Indagatore? Secondo un Acta del terzo secolo, era partito nella direzione contraria di Pietro e Paolo: a est, fino alle Indie. Dove effettivamente esistevano comunità ebraiche, e forse a un certo punto anche comunità cristiane, ma la leggenda potrebbe anche essere nata per spiegare la completa scomparsa di Tommaso dall’orizzonte. Di uno degli apostoli più interessanti dei vangeli (in realtà soltanto del quarto vangelo, il più tardo e il più diverso dagli altri) si erano completamente perse le tracce.

Oppure.

Oppure qualcuno le aveva cancellate con scrupolo, perché? Chi lo sa. Forse perché il vangelo di Tommaso era molto diverso dagli altri. Ancora più diverso di quello di Giovanni. Era un’ipotesi stuzzicante, non dite di no. Sta stuzzicando persino me che la racconto – l’idea di un vangelo completamente diverso dagli altri quattro, che racconta insegnamenti diversi, oppure gli stessi insegnamenti, ma presentati in una luce diversa. Ma gli uomini preferirono la tenebra alla luce, e nascosero il vangelo di Tommaso sotto il moggio. E se qualcuno lo ritrovasse? Oppure: se qualcuno lo scrivesse – magari interpolando qualche vecchia raccolta di detti di Gesù da cui avevano attinto anche gli altri evangelisti, e lo intestasse a Tommaso, l’unico apostolo degno di toccare le piaghe del Cristo? Se non fosse esistito, il Vangelo Apocrifo di Tommaso, prima o poi qualcuno lo avrebbe inventato. E anche se fosse stato scritto in qualche dispersa comunità cristiana di quelle terre lontane tra l’Eufrate e l’Indo, ai tempi dell’impero Arsacide o Sasanide, prima che l’invasione islamica facesse tabula rasa, sarebbe stato comunque più facile trovarne una copia semidistrutta in Egitto, nei pressi della grande biblioteca di Alessandria – anche se in realtà il manoscritto integrale è stato ritrovato a Nag Hammadi, dall’altra parte dell’Egitto. È una copia del quarto secolo, ma il testo quando è stato composto? Gli studiosi non si raccapezzano. Potrebbe essere stato scritto presto, prestissimo, quando ancora non esisteva il racconto della Passione (il vangelo di Tommaso è soltanto una raccolta di detti di Gesù), quando i cristiani non si chiamavano così e alcune credenze fondamentali non erano ancora state fissate. Ad esempio il Giudizio Universale, la fine dei tempi: il Gesù del vangelo di Tommaso non ne parla, e almeno in un punto sembra suggerire che non esista la vita dopo la morte, e che il Regno dei Cieli sia qualcosa che esiste sulla terra, tra i viventi.

Oppure?

Oppure potrebbe essere un’opera molto tarda, una rielaborazione dei detti di Gesù da parte di una setta gnostica che li travisa completamente – il Gesù che emerge da molti versetti è più simile a un santone orientale, dà consigli sull’alimentazione e sull’abbigliamento e insegna misteriose parole magiche ai discepoli più intimi (a Tommaso). Potrebbero anche essere vere entrambe le ipotesi: una setta gnostica nel terzo o quarto secolo potrebbe aver interpolato un manoscritto molto più antico, forse addirittura il resoconto più antico dei detti di Gesù (la famosa “fonte Q”). Sarà una suggestione, ma quando provo a leggerlo mi sembra di avere davanti un oggetto ambiguo, doppio: quando racconta gli stessi episodi degli altri quattro vangeli, li esprime in modo più rozzo degli altri, come una fonte primaria; quando invece aggiunge qualcosa, si perde in svolazzi misticheggianti.
Avete presente quando si dice che la tale questione è “un puzzle che affascina gli studiosi”? È solo una frase fatta, ma col cristianesimo antico spesso si tratta di ricostruire un puzzle 700×700 quando in mano abbiamo soltanto una manciata di pezzi che non combaciano tra loro. Tre tessere sono azzurre, il che ci fa pensare che il puzzle sia l’immagine di un cielo – ma il cielo potrebbe anche essere solo un angolo del quadro.

Tommaso è venerato come martire: gli Acta del quarto secolo raccontano che dopo aver costruito chiese ovunque dalla Persia all’India (del resto era carpentiere) fu messo a morte da un re dell’India meridionale che è stato identificato in Vasudeva I. Oppure no: Marco Polo nel Milione racconta una storia molto poetica, che scagiona Vasudeva e toglie all’apostolo la corona del martirio: mentre pregava in un boschetto, circondato da pavoni che facevano le loro ruote, Tommaso sarebbe stato trafitto accidentalmente dalla freccia di un cacciatore. Marco Polo scrive tutte le storie che sente raccontare sul suo cammino, senza porsi troppi problemi sull’affidabilità di chi glieli racconta; oppure è un uomo del suo tempo: in Italia i santi si sono improvvisamente messi a predicare ai pesci e agli uccelli, perché un apostolo disperso in oriente non dovrebbe attirare a sé i pavoni? Marco Polo però non accenna all’esistenza, in India, di comunità che si definivano Cristiani di San Tommaso. Queste comunità esistono tuttora sulla costa meridionale dell’India, nello stato di Kerala, riconosciute dai governanti locali come sottocaste: esistevano ben prima dell’arrivo dei mercanti portoghesi, coi quali strinsero un’alleanza commerciale. Solo a quel punto cominciarono a definirsi Cristiani di San Tommaso, ad abbandonare i riti in lingua siriaca e ad abbracciare il latino. Da cui l’ipotesi che l’evangelizzazione indiana di Tommaso sia una leggenda arrivata solo nel XVI secolo con le prime caravelle europee.

Oppure?

Tommaso di Cana

Oppure il Tommaso dei cristiani di Kerala potrebbe essere un altro Tommaso, e più precisamente Tommaso di Cana: un sacerdote e capotribù che tra il IV e il IX secolo avrebbe guidato 72 famiglie cristiane dalla Siria orientale fino alla costa occidentale dell’India. Questo almeno è l’ipotesi più accreditata presso i Cristiani di San Tommaso del sud, e non è poi così inverosimile che una comunità di cristiani possa aver cercato nell’India politeista un rifugio durante questa o quella invasione turca o mongola; mentre i Cristiani di San Tommaso del nord insistono sul fatto che a Kerala, prima del Tommaso di Cana, fosse già arrivato Tommaso apostolo. Proprio come in Paraguay, dall’altra parte del mondo. Tommaso è sempre un doppio, qualcuno che ci racconta una storia che già sappiamo: ma forse ripeterla ci aiuta a crederci. Oppure a dubitarne.
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Ester e il primo pogrom

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1 luglio - Santa Ester (V secolo aC), da reginetta a salvatrice

La più famosa alla fine resta l'Ester di Benouville.
(Benouville) Niente teste tagliate, qui,
al massimo ogni tanto spunta un piedino.
[2014]. Ester è la protagonista di una delle storie più divertenti della Bibbia - anche se non ha avuto presso i gentili lo stesso successo di Mosè o David. La sua vicenda è molto più popolare presso gli ebrei, che sin dall'antichità rileggono il breve libro di Ester una volta all'anno in occasione dei festeggiamenti primaverili del Purim. I cattolici invece la celebrano il primo luglio, mai capito il perché. Alcuni la confondono con un'altra eroina assai più discutibile, Giuditta: la ragazza di buona famiglia che si concia da prostituta per far abboccare un generale antisemita e tagliargli la testa, offrendo un buon pretesto a generazioni di pittori e pittrici per ritrarre indumenti sexy e schizzi di sangue. Giuditta però non è stata ammessa né nella Bibbia ebraica, né nel calendario cristiano. Ester, al contrario, per salvare il suo popolo non commette nulla di riprovevole: anche lei si tira da urlo, ma soltanto per convincere il suo legittimo convivente a non ammazzarla, e magari a sospendere un pogrom.

Siamo a Susa, a corte del potente re Assuero. Chi sia questo potente re che governa "dall'India all'Etiopia" non è ben chiaro, anche se tradizionalmente viene identificato con Serse I, sì, il cattivo delle Termopili. Erodoto ha scritto parecchio su Serse, ma senza menzionare nessuna Ester. A un certo punto però ricorda l'episodio in cui promette alla moglie di concederle qualsiasi cosa ella chiederà, ed ella ovviamente chiede che Serse tagli la testa a una sua amante. È un esempio molto antico di "don contraignant", il tropo narrativo in cui un re firma una specie di promessa in bianco che gli costa sempre molto caro.

Lo stesso tropo torna nel libro di Ester, che se fosse davvero ambientato ai tempi di Serse descriverebbe fatti successi nel V secolo aC. Più probabilmente è stato composto tre secoli più tardi, da un bravo narratore senza molte preoccupazioni di verosimiglianza storica, all'epoca dei Maccabei - una dinastia di sacerdoti che lottava per conservare l'autonomia e l'identità del popolo ebraico, contro l'imperialismo assimilatore dei tiranni seleucidi. Per sopravvivere arrivarono al punto di allearsi coi Romani, che nel primo secolo aC. finirono per sostituire i tiranni precedenti, e il resto della storia più o meno la sapete.

Ma torniamo a Serse, anzi, Assuero. Siamo a una festa in grande stile a Susa, più o meno al settimo giorno di festeggiamenti, quando al re dei re, un po' brillo, vien voglia di esibire la regina Vasti davanti ai suoi invitati. Mandata a chiamare dagli eunuchi, Vasti si nega, senza neanche accampare la scusa di un mal di testa. Per il re dei re non è solo una figuraccia insopportabile: come gli spiegano i consiglieri, una cosa del genere rischia di devastare l'istituto famigliare in tutto l'impero. Appena la notizia si saprà in giro, dall'India all'Etiopia, c'è il rischio concreto che le mogli smettano di correre in salotto quando il marito le chiama, bisogna fare qualcosa. Vasti viene immediatamente detronizzata e, secondo una tradizione successiva, messa a morte; per rimpiazzarla viene lanciato un concorso che porta a Susa le più avvenenti (e obbedienti) fanciulle vergini di tutto l'impero. A vincere è la giovane Hadassa, un'orfanella ebrea che Mardocheo, funzionario del re, aveva allevato come una figlia, e che forse per nascondere le sue origini si fa chiamare "Ester", stella del mattino.

Il fatto che il nome richiami Ishitar, la dea babilonese della fertilità, e abbia per cugino un Mardocheo (Marduk è il re degli dei babilonesi, cugino di Ishitar) lascia sospettare che il canovaccio sia un antico mito mesopotamico, ripreso dagli ebrei quasi in chiave di farsa. Il Mardocheo del libro ha probabilmente dovuto assumere il nome pagano per poter lavorare a corte. Proprio qui gli capita di sventare un complotto di eunuchi che vogliono attentare alla vita del sovrano. Mardocheo avvisa Ester, Ester avvisa Assuero, Assuero fa arrestare e interrogare i due eunuchi e premia Mardocheo con una promozione. La vita di un re dei re è però molto intensa, e in poco tempo Assuero finisce per dimenticarsi sia dello zelante funzionario che dell'avvenente reginetta. Nel frattempo splende a corte la stella di Aman (BOOOOOOOOOOOOOH! SCRASHSBDANGANGDANG), un principe agaghita - non che nessuno sappia chi siano gli agaghiti e donde vengano. Infatti la versione greca, un po' più tarda, lo nazionalizza macedone.

Questo Aman (BOOOOOOOOOOOH!), investito di un'autorità inferiore solo a quella di Assuero, si monta immediatamente la testa e impone che tutti si inginocchino davanti a lui. L'unico a non inginocchiarsi davanti ad Aman (BOOOOOOOOOOOOH!) è proprio Mardocheo. Quando Aman (BOOH!) se ne rende conto, decide di fargliela pagare, sterminando completamente il suo popolo. Per decidere il giorno del genocidio si affida ai purim, pietruzze adoperate per estrarre i numeri a sorte. Esce il tredici del dodicesimo mese (Agar, tra febbraio e marzo). Quindi tutto contento si reca dal suo re e gli propone, in cambio di un indennizzo di diecimila talenti d'argento di sterminare un popolo disseminato nel suo regno "che non osserva le leggi del re". Il re gli passa tranquillamente l'anello col sigillo reale, che Aman (BOH!) usa per controfirmare uno dei primi discorsi antisemiti in nostro possesso - se non il primo in assoluto.
...in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l'assetto dell'impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l'unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz'alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l'avvenire un governo completamente stabile e indisturbato».
(Tintoretto) "Dei sali, presto".
(Tintoretto) “Dei sali, presto”.
È la versione greca; l'originale ebraico è molto più stringato. Ma insomma la sostanza è già familiare: vivono tra noi, ma non sono come noi. Vanno eliminati. È un rotolo di ventuno o ventidue secoli fa, pensate. E già allora la situazione, per quanto terribile, ispirava i toni di una farsa. Perché il libro di Ester, secondo alcuni lettori contemporanei, è una spietatissima commedia.

Quando Mardocheo viene a sapere dell'Editto di sterminio, si lacera le vesti e si cosparge il capo di cenere; coperto di un umile sacco viene a chiedere udienza al re, ma ovviamente viene bloccato prima di entrare. Ester lo vede dalla finestra e gli fa mandare dei vestiti; Mardocheo rifiuta di indossarli e le spiega (tramite un eunuco) cosa sta per succedere. Ricordati dei giorni della tua povertà, di chi ti ha nutrito! Intercedi per noi presso il tuo re, che aspetti? Il guaio è che Ester non è più la favorita del re. Succede a molte reginette: adorabili, ma stancano subito, non ti entrano nelle vene. Pensa che è da trenta giorni che il re non mi fa chiamare, spiega Ester. Credi che io possa andare da lui così, come se niente fosse? Lo sai cosa succede a chi cerca di incontrarlo senza essere stato convocato? Gli tagliano la testa all'istante.

Mardocheo reagisce con una certa durezza: credi di salvarti perché sei nella reggia, ma sei ancora un'ebrea. Morirai comunque se non fai qualcosa. Chissà, forse c'è un motivo per cui ti è capitato si essere lì dove sei.

È a quel punto che Ester cessa di essere la reginetta timida e noiosa. Manda a dire allo zio di radunare tutti gli ebrei di Susa: ché preghino e digiunino tre giorni. Anche lei, nei suoi appartamenti, farà la stessa cosa. Nella versione greca seguono due lunghe preghiere di Mardocheo ed Ester, aggiunte probabilmente da un ebreo di Alessandria, forse un po' impensierito dallo spirito laico del libro - uno dei due della Bibbia in cui non viene mai nominato Dio (l'altro è il Cantico dei Cantici). E tuttavia anche le due poesie ottengono un effetto narrativo, perché dopo tante accorate invocazioni, quando al terzo giorno Ester depone i vestiti di sacco e si leva la cenere dal capo e si veste da principessa, è un po' come in quel film in cui la Mangano da suora si trasforma improvvisamente in ballerina: ecco, adesso sì che non è più una reginetta slavata, adesso sì che è sexy. La vediamo procedere nel corridoio, rosea nel volto, ma col cuore stretto dalla paura: sta andando al supplizio. Quando il re la vedrà, le guardie verranno a coprirle il capo e l'ammazzeranno. La sua unica speranza è che il re stesso stenda lo scettro verso di lei. Il re è seduto sul trono, "tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terribile".

Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: «Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune. Avvicinati!». Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: «Parlami!».
Gli disse: «Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto».

(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
Ma poi sviene di nuovo (anche in questo caso, l’originale ebraico è meno fotoromanzesco e svenevole). Il re a questo punto è pronto a prometterle anche mezzo regno: Ester si accontenta di invitare a pranzo lui e Aman (BOOOOOOOOOOOH!)

A pranzo li tiene sulle spine: insomma Ester cosa vuoi? Mezzo regno? Guarda che è tuo, eh, basta che me lo dici. No, mi piacerebbe invitarvi a un banchetto anche domani. Uhm, va bene. Mentre Assuero non sa più che pensare, Aman (BOOOOOH) se ne va tutto tronfio per l’onore di essere l’unico ammesso in questi esclusivissimi meeting col re e la favorita. Ma poi in fondo al corridoio vede Mardocheo e gli torna la rabbia, una gran rabbia. Tanto che quando torna a casa è ancora lì che rimugina, e Mardocheo di qua, e Mardocheo di là, al che la moglie esasperata gli dice, ma senti, perché non pianti un palo di 50 cubiti e non chiedi al re di farlo impiccare? Così la facciamo finita. Grande idea!

Mentre l’odioso personaggio sta facendo piantare il palo, Assuero nei suoi appartamenti non riesce a dormire. C’è un pensiero che lo tiene sveglio, e nemmeno sa che pensiero sia. In casi come questi non c’è niente come il librone delle cronache: i domestici te ne leggono un po’ e tu cadi in letargo, meglio che contar le pecore. Orbene di tutte le pagine, quella sera gli viene letta la storia di come un oscuro funzionario – Mardocheo – gli salvò la vita sventando un attentato. Ma toh, pensa Assuero, me n’ero dimenticato. E cos’ho fatto per ricompensare il tizio? Niente di che, gli rispondono. Niente di che? Sono davvero un cafone tanto insensibile? Non sorprende che non riesca a dormire.

(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
L’indomani, di buon ora, Aman (BUH!) si reca tutto contento da Assuero. Non vede l’ora di chiedergli di impiccare l’ebreo. Ma prima che possa aprire la bocca, Assuero gli domanda: senti, se io volessi onorare un uomo, sul serio intendo, che dovrei fargli? Di me! Sta parlando di me!, pensa l’odioso. E di chi altri? Eh, mio sovrano, se dipendesse da me… io lo vestirei con gli abiti regali, gli metterei in testa una corona e lo farei scortare dal più nobile dei principi, a cavallo per le vie della città. E il più nobile dei principi dovrebbe gridare davanti a lui: guardate cosa succede all’uomo che il re vuole onorare!
Mi piace, dice Assuero. Allora facciamolo. Prendi queste vesti, prendi la corona, e va a scortare per le vie di Susa Mardocheo… conosci Mardocheo, sì?

E questo è solo l’inizio. Dopo aver accompagnato il suo peggiore amico nel trionfo, l’odioso antisemita deve pure andare a pranzo dalla regina e assistere alla solita manfrina: cosa vuoi Ester? Mezzo regno? Qualsiasi cosa. Stavolta Ester una richiesta ce l’ha: vuole vivere.
Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Ora, se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, avrei taciuto; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte».
È chiaro? Ti stanno fregando. In cambio di diecimila talenti d’argento stanno dissipando un capitale culturale inestimabile. E chi è che mi avrebbe convinto a fare una cazzata del genere?, si domanda il re dei re. È lui, Aman. BOOOOOOOOOOOOOOOOOOH!

Assuero è talmente fuori di sé che deve uscire dalla stanza. L’antisemita è completamente distrutto, fa persino un po’ pena. Si inginocchia davanti a Ester, ai piedi di Ester, si prostra davanti al divano in cui giace semisdraiata Ester – in quel momento Assuero rientra nella stanza, lo vede e impazzisce. Ti vuoi anche fare la regina, davanti a me, in casa mia? Eunuchi, prendetelo. E gli eunuchi: ehi, ma è lo stesso che stamattina ci ha fatto piantare un palo per impiccare Mardocheo. CHE COOOOOSA?


Il lieto fine potreste immaginarvelo da soli: l’antisemita viene appeso al suo palo, Mardocheo prende il suo posto, Ester è di nuovo la favorita. No, c’è di più. Bisogna sistemare la questione del pogrom. Siccome ciò che è stato suggellato con l’anello imperiale non può più essere revocato, Assuero non può impedire ai nemici degli ebrei di prendere le armi. Può però dare agli ebrei ampia facoltà di difendersi. Quanto ampia?
...il re dava facoltà ai Giudei, in qualunque città si trovassero, di radunarsi e di difendere la loro vita, di distruggere, uccidere, sterminare, compresi i bambini e le donne, tutta la gente armata, di qualunque popolo e di qualunque provincia, che li assalisse, e di saccheggiare i loro beni […] In ogni provincia, in ogni città, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo decreto, vi era per i Giudei gioia ed esultanza, banchetti e feste. Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro.
E tuttavia, quando alla fine arriva il 13 di Agar, evidentemente qualcuno ancora stava minacciando l’esistenza degli ebrei, perché solo a Susa ne fecero fuori mezzo migliaio.
I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero. […] Quel giorno stesso il numero di quelli che erano stati uccisi nella cittadella di Susa fu portato a conoscenza del re. Il re disse alla regina Ester: «Nella cittadella di Susa i Giudei hanno ucciso, hanno sterminato cinquecento uomini e i dieci figli di Amàn; che avranno mai fatto nelle altre province del re? Ora che chiedi di più? Ti sarà dato. Che altro desideri? Sarà fatto!»
Ester si contenta di far impiccare i dieci figli di Aman (buh), e di prolungare il contro-pogrom fino a tutto il quattordici. “Il quindici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia”. Purim si festeggia da allora.

Credo di non essere il solo lettore contemporaneo che preferirebbe chiudere il libro al capitolo sette. Ester e Mardocheo ci piacciono soltanto finché lottano per sopravvivere; quando ordinano la rappresaglia, ci lasciano a disagio. D’altro canto, Ester e Mardocheo ce l’hanno fatta: la loro festa si celebra da più di duemila anni. La rappresaglia funziona; può non andare incontro ai nostri gusti, ma chi siamo in fondo noi? Quante guerre avremmo vinto, al posto loro? La Storia non premia il fair-play, non è proprio mai successo; anche senza scomodare le scritture ci sono abbondanti esempi. Ormai siamo adulti e vaccinati e potremmo anche ammettere che le cose vanno così. Inginocchiarci.
Io però non m’inginocchio, aspetto un altro po’. Spero che non si offenda nessuno.
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Figure di Pietro

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29 giugno – San Pietro apostolo, gaffeur di dimensioni bibliche

[2012]. C'è Gesù in Molise alle pendici di un monte, non chiedetemi il perché, è una favola raccolta da Francesco Jovine. Dice agli apostoli: dobbiamo salire in cima, ognuno si prenda una pietra: gli apostoli obbediscono. Solo san Pietro, che già borbottava dall'inizio della gita, domanda a Gesù: come dev'essere questa pietra? Grande? Piccola? Vedi un po' tu, risponde Gesù, ognuno si carica secondo le sue forze. Perfetto, pensa Pietro, e si mette in tasca un sasso grande quanto un uovo di piccione. Comincia la salita. Gli apostoli arrancano, tranne Pietro che anzi perde tempo a sfotterli. Finché non arrivano in cima, dove Gesù con due paroline magiche trasforma i sassi in pane e ricotta...
...Tanti rotoli di pane e di ricotta quanti erano quelli della pietra portata. Tutti dissero la preghiera di ringraziamento e si misero a mangiare. Solo san Pietro si rigirava in mano la sua pagnottella grande come un uovo di piccione e piangeva: "Io così poco mangio?" Gesù disse: "Pietro, Pietro, poco hai lavorato e poco mangi" (Continua...)
Qual è il santo più ridicolizzato, il più citato nelle barzellette? Quello che è più facile trovare nelle vignette sui giornali, senza che nessuno mai si offenda? Il protagonista di episodi apocrifi strutturati come sketch comici, in cui appare come la vittima designata degli scherzi di Gesù? San Pietro, il suo primo vicario sulla terra. Non è un caso. Di altri santi è difficile scherzare; a volte è proprio sconsigliabile: con Pietro è quasi necessario. Quando ci prendiamo gioco di lui, non facciamo che proseguire un solco tracciato fin dalle Scritture. Pietro, tra l'altro, è il più grande gaffeur dei Vangeli. Nessuno fa tante figuracce come lui, anzi è discutibile che nei Vangeli altri a parte lui facciano figuracce. Sembra proprio che sia il suo specifico: a volte è come se a Gesù servisse una spalla comica. L'esempio più estremo è in Giovanni (13,8-9), l'evangelista filosofo, che però quando si tratta di Pietro è capace di montare dei veri e propri siparietti:
PIETRO: Tu lavarmi i piedi? Giammai.
GESÙ: Se non ti lavo, non avrai parte alcuna con me.
PIETRO: Ah, allora anche le mani e la testa, grazie.
Altre volte l'impressione è che a Gesù serva semplicemente un tizio ottuso, di quelli che si incontrano spesso nei dialoghi filosofici, e servono semplicemente a far rifulgere meglio la sapienza dell'interlocutore; quando replicano il più delle volte lo fanno soltanto per permettere al Maestro di prender fiato e molto spesso in realtà non dicono niente, se il dialogo fosse una videointervista li vedresti annuire in controcampo. Il classico esempio di battuta di dialogo che può toccare a Pietro è "spiegaci la parabola": come il dottor Watson, il più delle volte Pietro non ha capito bene, non ha capito niente, e questo oltre a essere funzionale a introdurre nel racconto una spiegazione, ce lo rende immediatamente simpatico. L'esatto opposto di Paolo di Tarso, che ha capito tutto senza neanche conoscere Gesù: Pietro viceversa c'era sin dai tempi della Galilea, e sin d'allora non si raccapezzava, chiedeva spiegazioni, continuava a non raccapezzarsi, rimediava figuracce.

Pietro è uno di noi. Quando conosce Gesù, e si rende conto dei suoi poteri, gli si getta ai piedi e lo supplica: "allontanati, perché sono un peccatore". Però poi lo segue: Lui solo ha parole di vita eterna (e all'occorrenza sa come si combina una pesca miracolosa). Sul monte Tabor ha l'incredibile privilegio di vedere il suo Maestro trasfigurato nella gloria, tra Elia e Mosè: la sua reazione è la più pedestre che si possa immaginare. "Maestro, qui si sta proprio bene, restiamo? Posso fare tre tende": il pescatore si preoccupa che le apparizioni bibliche possano prendere freddo. Nell'orto degli ulivi è un disastro ambulante: vuole vegliare su Gesù ma invariabilmente si addormenta; quando arrivano le guardie del Sinedrio sfodera la spada, stacca un orecchio a un servo, finché non è lo stesso Gesù a calmarlo. L'istinto barricadero, già ribadito poche ore prima a cena ("se anche gli altri ti abbandoneranno io non ti abbandonerò!", "Ti seguirò anche in prigione e fino alla morte!") gli passa d'un tratto nella portineria del sommo sacerdote, quando Pietro rinnega il Maestro tre volte prima che il gallo canti, senza bisogno di torture, di minacce e nemmeno di giudici: Pietro si fa mettere sotto torchio da una serva. L'episodio è uno dei pochi a essere ricordato in tutti e quattro vangeli, il che ci lascia capire che non esiste, nemmeno nella Chiesa primitiva, una corrente che cerchi di addolcire, di profumare in un qualche modo le fecali figure di Pietro: Pietro è un rodomonte che in tutto il suo romanzo tira un solo colpo di spada e stacca l'orecchio a un poveretto senza colpe; il classico duro-e-puro che alla prima minima difficoltà nega tutto e se la dà a gambe: costui è Pietro già nei primi racconti ancora non scritti, ovvero quelli che probabilmente ha messo in giro lo stesso Pietro. Il quale probabilmente aveva nel repertorio numeri simili a quelli di certi predicatori che raccontano sempre di quando vivevano nel peccato e nell'ignoranza di Gesù: probabilmente l'ex pescatore faceva qualcosa del genere, deliziava il suo pubblico raccontando tutte le sue figuracce in presenza del Dio vivente. ("Ehi, raccontaci ancora di quando hai provato anche tu a camminare sulle acque e a momenti affogavi").

Se Pietro è così umano, troppo umano, cosa ci fa sulla cattedra più importante della Chiesa? Ma sono proprio i suoi difetti a renderlo, oltre che simpatico, una prova vivente della grazia di Dio che esalta gli umili e arricchisce i poveri in ispirito. Sul primato di Pietro si discute del resto da millenni: i cattolici si basano sull'interpretazione metaforica di Matteo 16,18: "Tu sei una roccia e su questa roccia edificherò la mia Chiesa". Pietro prima si chiamava Simone: da lì in poi prenderà il nome di Cefa, "Roccia" in aramaico, "Pierre" in francese: l'italiano "Pietro" perde un po' di significato nel passaggio dal latino. Simone ottiene il prestigioso nomignolo in una delle rare volte in cui risponde correttamente a un'interrogazione del Maestro: "Chi voi credete che io sia?" Simone "the Rock" risponde: "Il Cristo, il figlio del Dio vivente". Per i protestanti la vera "roccia" sulla quale Gesù voleva fondare la sua Chiesa non è la persona fisica di Simone, ma la verità che lui per primo riconosce: che Gesù, appunto, è il Messia. Un'altra possibilità, poco accreditata ma non del tutto improbabile, conoscendo i due personaggi, è che Simone abbia preso l'ennesima topica e che Gesù se ne stia prendendo gioco: oh, ancora con questa storia del Cristo, ma sei duro eh, sei proprio un sasso, d'ora in poi ti chiamerò Sasso. Poi si sa, alla gente piace interpretare e fa ancora più casino.

Il momento di gloria di Simon-Sasso dura pochissimo: pochi versetti dopo lo stesso Gesù lo chiama addirittura “Satana”, una parola che non usa con nessun altro nel Vangelo. Bisogna dire che la parola non ha quella pregnanza che gli assegniamo dal medioevo in poi: il Satana biblico, lo vedremo, è un accusatore, un tentatore, un negatore dei piani divini; più che un demonio, una specie di distillato del senso comune degli uomini, quello che di fronte al progetto di morire in croce reagisce dicendo: magari anche no. Meglio di tutti lo spiega Gesù stesso: Pietro è Satana perché non pensa come Dio, ma come gli uomini:
Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti, degli scribi, ed essere ucciso, e risuscitare il terzo giorno. Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: «Dio non voglia, Signore! Questo non ti avverrà mai». Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini». (Mt 16,21-23)

Ma no niente, io passavo di qui,
la Galilea manco so dov'è sulla cartina.
Parole del genere sembrano fatte apposta per suggerirci un sospetto: forse alla morte di Gesù Pietro sale in cattedra perché di un Satana, di un uomo che abbia il senso delle cose degli uomini, anche la Chiesa di Dio ha un gran bisogno. Ipotesi interessante: peccato che Pietro non abbia nulla del leader machiavellico, del pontefice scaltro. È vero che dopo la Pentecoste, quando lo Spirito finalmente scende su di lui, ci troviamo davanti a tutt’un altro Pietro; un tipo sicuro di sé, che seduce la folla con appassionanti lezioni di teologia, mette in imbarazzo il Sinedrio, guarisce i malati, ridona la vista ai ciechi: sembra venuto insomma quel momento del film in cui il personaggio imbranato finalmente mostra sotto i vestiti qualunque la calzamaglia del supereroe. A dire il vero la cosa prende pieghe più inquietanti: tra le prime realizzazioni di Super-Pietro c’è infatti il comunismo, che si realizza per la prima volta nella Storia (e forse per l’ultima) con la comunione dei beni della Chiesa primitiva. E a chi non è d’accordo, come per esempio un certo Anania, che tenta di occultare una parte del ricavato della vendita di un podere, Pietro fa un discorsetto al termine del quale Anania cade stecchito. Se l’esempio non è sufficiente, la cosa si ripete subito dopo con la moglie:
Circa tre ore dopo, sua moglie, non sapendo ciò che era accaduto, entrò. E Pietro, rivolgendosi a lei: «Dimmi», le disse, «avete venduto il podere per tanto?» Ed ella rispose: «Sì, per tanto». Allora Pietro le disse: «Perché vi siete accordati a tentare lo Spirito del Signore? Ecco, i piedi di quelli che hanno seppellito tuo marito sono alla porta e porteranno via anche te». Ed ella in quell’istante cadde ai suoi piedi e spirò. I giovani, entrati, la trovarono morta; e, portatala via, la seppellirono accanto a suo marito. Allora un gran timore venne su tutta la chiesa e su tutti quelli che udivano queste cose (At 5,7-11).
In un primo momento, insomma, Pietro sembra quel tipo di predicatore che si fa intestare tutti i beni degli adepti e mantiene il controllo su di loro terrorizzandoli: un genere di satana che nel Novecento abbiamo conosciuto abbastanza bene. A rileggerli a questo punto, gli stessi passi del Vangelo che abbiamo visto più sopra appaiono più sinistri: sotto alla patina del pasticcione c’è forse la sagoma di un mitomane violento e intransigente? Però questo è il Pietro che conosciamo di meno, il Pietro che non sarebbe mai diventato testimonial del caffè. La fase superomistica non dura così tanto, possiamo dire che occupa soltanto i primi dieci capitoli degli Atti degli Apostoli. In seguito Pietro si raddolcisce: comincia a viaggiare, allentando il controllo sulla comunità dei cristiani di Gerusalemme; a un certo punto risente la voce del suo Signore in sogno, e di fronte all’antico Maestro torna di nuovo il vecchio Pietro dubbioso e pasticcione. La Voce gli srotola un’enorme tovaglia in cielo, piena di ogni sorta di animale, e gli propone: “Ammazza e mangia”. Pietro avrebbe anche fame ma non osa, lui è pur sempre un ebreo e le cose non kosher non le ha nemmeno mai toccate. La Voce insiste tre volte, come al solito, poi Pietro si sveglia e scopre che c’è un centurione romano, uno di quei mangia-maiali, che ha mandato da lui un messaggero perché vuole battezzarsi. Pietro finalmente capisce: “In verità comprendo che Dio non ha riguardi personali; ma che in qualunque nazione chi lo teme e opera giustamente gli è gradito”. In pratica sta aprendo alla mozione Paolo-di-Tarso, quell’ex fariseo con contatti a Roma che vuole trasformare la setta di Pietro in un movimento internazionale basato ad Antiochia di Siria e chissà, un indomani a Roma stessa. Siamo intorno al 50 dopo Cristo, magari il grande pescatore di uomini comincia a sentire la stanchezza e vuole far spazio ai giovani. Negli anni successivi Pietro si barcamenerà tra due fazioni, quella internazionalista di Paolo e quella giudaica di Giacomo il Giusto, “fratello del Signore”, che con ogni evidenza ha preso il suo posto a Gerusalemme. Pietro invece dov’è? Ad Antiochia, probabilmente: in origine il 22 febbraio era la festa della sua cattedra in quella popolosa città, la terza dell’Impero dopo Alessandria d’Egitto e Roma. È ad Antiochia che nasce, tra l’altro, la parola “cristiani”.


Di là, t'ho detto che si va per di là! 
Ma lo sai che sei proprio duro, tu.
Il problema è che ad Antiochia c’è pure Paolo, e i due non vanno sempre d’accordo; e l’iniziativa sembra ormai nelle mani del secondo, che non ha mai visto Gesù ma sa come si scrivono epistole teologiche. Nei fatti, dopo l’episodio del centurione l’autore degli Atti (Luca evangelista) smette di seguire Simon-Pietro e si concentra su Saul-Paolo. Dal canto suo Pietro firma due epistole del Nuovo Testamento, ma sono brevi testi che non si discostano molto dalla teologia paolina, scritte in un greco elaborato che lascia supporre che l’ex pescatore si sia affidato a degli editor competenti. Nella prima Pietro manda i suoi saluti da “Babilonia”, che già duemila anni prima di Bob Marley era sinonimo di impero del peccato: i cattolici ovviamente leggono un riferimento in codice a Roma, dove Pietro avrebbe operato in clandestinità negli ultimi anni della sua vita. Talmente in clandestinità che persino Luca evangelista, sbarcato a Roma in compagnia di Paolo, non ne parla. Per la verità Babilonia a quei tempi era ancora il nome popolare di una città vera, e importante: Seleucia-Ctesifonte, sulle rive del Tigri, contesa per secoli tra Parti e Romani. Era una grande città e vi erano già comunità ebraiche: non è affatto inverosimile che a un certo punto da Antiochia Pietro abbia deciso di predicare il Vangelo laggiù. Diventa inverosimile pensare che da laggiù si sia poi recato a Roma: o l’una o l’altra, insomma; e tutte le testimonianze di Pietro nell’Urbe sono apocrife.

Non c’è bisogno di sottolineare quanto sia importante per la Chiesa cattolica la presenza di Pietro in città: Paolo può aver scritto tutte le epistole che vuole, ma senza Pietro a Roma tutta la dottrina del primato romano casca come un castello di carte. È proprio la presenza di un personaggio ingombrante come Paolo a rendere in qualche modo necessaria la presenza a Roma del capo indiscusso degli apostoli. Il problema è che l’arrivo di Paolo è descritto da un cronista di parte, ma scrupoloso e abbastanza attendibile (Luca): viceversa, l’arrivo di Simon Pietro è tratteggiato da racconti leggendari che tra l’altro sono imperniati sulla rivalità con un altro Simone, il mago.

Quest’ultimo merita una rapidissima digressione. Di lui si parla per una manciata di versetti negli Atti degli Apostoli: è un esperto di “arti magiche” con un certo seguito in Samaria. Luca non si spinge a definirlo un imbroglione, ma senz’altro le sue “arti” non hanno nulla a che vedere con i doni dello Spirito Santo. Quando nella zona arriva il diacono Filippo, Simone ha modo di vedere all’opera lo Spirito, e ne rimane impressionato: per questo motivo chiede a Pietro di entrare nella Chiesa… in cambio di denaro. Peccato gravissimo, che da lui prenderà il nome di simonia, e conficcherà nell’Inferno dantesco una nutrita schiera di acquirenti di titoli ecclesiastici, papi e cardinali inclusi. Simone se la cava con una ramanzina di Pietro: gli è andata bene, era il periodo che a contrariarlo si cadeva in terra morti. Da qui partono gli spin-off che in diversi testi apocrifi trasformano Simon Mago nel più pericoloso antagonista dei cristiani, uno stregone invidioso che ha commerci con le forze demoniache e che tenta in tutti i modi di pervertire i neoconvertiti al cristianesimo, al punto che il povero Simon Pietro si deve scontrare con lui più volte, inseguendolo per tutta la cristianità, fino allo scontro finale, ovviamente a Roma.

Le leggende su Simon Mago in realtà sembrano ispirate da un altro episodio degli Atti, quello in cui Paolo (sempre lui!) davanti al omonimo proconsole romano di Cipro sconfigge il mago Elima Bar-Gesù. Il Simon Mago che arriva a Roma forse non è lo stesso che Pietro aveva incrociato in Samaria: più probabilmente era un predicatore gnostico, in un periodo in cui gnosi e cristianesimo giungono in città sulle stesse navi, magari invischiati assieme in un calderone di nuove credenze orientali che ai Romani di allora dovevano sapere un po’ tutte di New Age. Il dubbio è che forse l’unico vero Simone arrivato a Roma sia stato il Mago: Simon Pietro è la sua nemesi, evocata dai cristiani per farlo tacere una volta per tutte. Ma anche in queste leggende Pietro non è più l’intransigente supereroe degli anni di Gerusalemme: è appesantito, chiede spesso aiuto a Dio, e cominciamo a vederlo raffigurato con la barba bianca. Alla fine in un qualche modo il Mago sparisce dalla circolazione, ma i problemi non sono finiti qui, anzi. La predicazione di Paolo, pardon, la predicazione di Paolo e Pietro ha conquistato diverse matrone importanti, che di conseguenza non si concedono più alle brame pagane e perverse dei mariti. Le loro lamentele giungono alle orecchie del saggio Nerone, che proprio in quel periodo sta meditando di dare all’Urbe un piano regolatore più funzionale e degno di una grande capitale, però bisognerebbe demolire tutto il centro… trovato! Si può dar fuoco a Roma e poi dare la colpa a quei sessuofobi dei cristiani! Detto, fatto. Il Pietro che ritroviamo in questa leggenda è un Pietro anziano, modellato però sul Pietro giovane, il pescatore tremebondo e pasticcione: alla notizia delle prime persecuzioni, decide coerentemente di darsela a gambe. Lungo la strada incontra Gesù, e anche Gesù è proprio quello di certe pagine dei Vangeli, che con Pietro non si capisce mai se scherzi o sia serio: e insomma immaginatevi un Gesù con la corona di spine e la croce in spalla a questo crocicchio tra l’Appia Antica e l’Ardeatina. Pietro è così sbalordito che invece del nativo aramaico gli scappa la domanda in latino: Domine, quo vadis? Signore, ‘ndo’vvai? E dove vuoi che vada, a Roma vado, a farmi crocifiggere per la seconda volta. Come dire: se vuoi fare una cosa bene fattela da sola, eh. Pietro come ci rimane? come volete che ci rimanga: in perfetta coerenza con la sua figura evangelica: di sasso, diciamo così. Torna a Roma e si fa crocifiggere, ma a testa in giù, da buon vecchio satana.
Un altro giorno arrivati ai piedi di Monte Peloso Gesù Cristo disse: "Ognuno di voi prenda una pietra e la porti in cima". San Pietro vedendo che il monte non era molto alto disse tra sé: "Questa volta non mi gabbi!" Si caricò sulle spalle una pietra grande come quella di un'aia. Arrivati su in cima Gesù cristo si fece il segno della croce e disse rivolto agli apostoli, facendo l'occhiolino: "Posate le pietre e sedetevici sopra". (Francesco Jovine, Signora Ava).
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La puttana di Don Milani

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26 giugno -  Don Lorenzo Milani (1923-1967), priore di Barbiana

scuola_ultima[2014, con inserti più antichi].

UNA RAGAZZINA: Alle riunioni sindacali e politiche non si capisce nulla.
DON LORENZO: A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? 
(Don Lorenzo Milani, Anche le oche sanno sgambettare (1965), Edizioni Stampa Alternativa, 1995, pagg. 36-37).

Nel suo primo libro, Esperienze pastorali, Don Lorenzo Milani scrisse un intero capitolo "Contro la ricreazione" che a suo parere era tempo sottratto allo studio e al lavoro. Quando l’arcivescovo lo esiliò a Barbiana, lui ne approfittò per creare un esperimento educativo irripetibile, anche perché se qualcuno riprovasse a ripeterlo al giorno d’oggi finirebbe in galera per sequestro di persona: gli alunni di Barbiana studiavano dodici ore al giorno senza giorni festivi e senza ricreazione. Quando seppe che alcune ragazzine del paese scendevano a valle a ballare, attaccò una predica che non finiva più. Le ragazze proletarie non devono ballare! Devono partecipare alle riunioni sindacali e di partito, altroché. A quindici anni.

Eppure probabilmente l’anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la tesata e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica.

Questo è il periodo dell'anno in cui mi capita più spesso di pensare a don Milani, alle sue classi e alle sue lettere. L'anniversario della morte (52 anni nel 2019) non c'entra molto. Un giorno magari finirà sui calendari, ma il percorso per la causa di beatificazione si annuncia molto accidentato. E dire che qualche miracolo da esibire davanti a una commissione Milani ce l'avrebbe: il solo fatto che stiamo parlando ancora oggi di un sacerdote che morì a 44 anni, dopo aver servito e insegnato in due piccole parrocchie, non ha del miracoloso? Ma i tempi non sono ancora maturi: per adesso i suoi seguaci cattolici devono accontentarsi di poter finalmente leggere le Esperienze pastorali senza incorrere nella censura del Sant'Uffizio, ritirata dopo più di cinquant'anni. Bella e saggia mossa di Francesco, dopo il silenzio dei quattro pontefici che l'avevano preceduto. Milani continua a essere un prete molto più popolare fuori dalla Chiesa che dentro.

Tu queste cose le dovrai decidere l’anno prossimo e per ora ti prepari twistando in una sala da ballo?[…] La preparazione alla vita sociale e politica, o oggi o mai. L’età giusta è questa.

Questo è il periodo dell'anno in cui penso più spesso al priore di Barbiana, e ai suoi studenti, perché è il mese degli esami: quel bizzarro momento in cui il bistrattato insegnante, da nove mesi zimbello di studenti genitori e riformatori, si ritrova improvvisamente investito di un potere enorme, sproporzionato: la facoltà di rovinare al fanciullo un'estate, un anno, eventualmente anche la vita. Proprio così: da settembre a maggio il professore soffre, supplica, corregge, sorregge; ma a giugno boccia. O perlomeno potrebbe. Ma prima di brandire un'arma così sproporzionata, il prof pensa sempre a don Milani. Da qualche parte - non necessariamente l'Alto dei Cieli - il priore lo guarda, scuote la testa e dice: lo sai cosa sei, vero? Un cane da guardia del sistema? Sì, ma non basta. Una bestiolina ammaestrata dai padroni? Certo, ma c'è di più. Lo sai.

Sei una puttana.

È in fondo a pagina quarantuno.

Tutti noi, quando ricordiamo un libro, o un film - quando crediamo di ricordare un libro, o un film - in realtà peschiamo dal pozzetto della nostra memoria due o tre situazioni o immagini, sempre le stesse. Sono il riassunto estremo di quell'opera d'ingegno, come lo schema finale che ci siamo fatti la notte prima di un esame. A volte ci aiutano a recuperare il resto; altre volte finiscono per assorbirlo, sicché alla fine molti libri che crediamo di aver letto in realtà non li ricordiamo più, a parte quella paginetta, quella frase. La maggior parte delle persone che conosco, quando pensa a Lettera a una professoressa, ricorda Gianni e Pierino. In effetti sono due personaggi sbozzati in modo molto efficace. Io però quando ripenso alla Lettera, ripesco sempre mio malgrado quel passo volgare in fondo a pagina quarantuno: "Le maestre sono come i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere".

Mi viene sempre in mente questo passo a fine giugno, perché non è solo il mese degli esami; è anche quello dei commiati, che a scuola sono sempre frettolosi e informali. L'esame è finito. Buone vacanze. Di solito me la sbrigo così, e in alcuni casi sarà l'ultima cosa che dirò a quella persona in tutta la mia vita. Ho diviso con lui ore, settimane, mesi, anni. Gli ho voluto bene, l'ho detestato, l'ho aiutato quando non ne avrebbe avuto bisogno, l'ho ignorato quando invece gli serviva un aiuto; in ogni caso è tutto finito, buone vacanze. Loro mi dicono "arrivederci", e poi qualche volta mi saluteranno per strada, un po' imbarazzati. Io non ho mai tempo per piangerli perché, in effetti, sono una puttana. A pagina quarantuno è spiegato molto bene, da qualcuno che evidentemente aveva sperimentato sulla sua pelle cosa significa essere maestro, essere prete: voler bene alla gente per mestiere. Con tutto il rispetto per le puttane e la loro professione complicata e pericolosa, mentre per noi maestri o preti si tratta semplicemente di voler bene tutti i giorni a un sacco di gente che poi, improvvisamente sparirà dalla nostra vista senza che ci sia il tempo per rimpiangerla - stiamo già preparando le prime dell'anno prossimo, ci sono già centinaia di nuovi sciagurati a cui voler bene. Da settembre a giugno. È strano, però. Alienante, si sarebbe detto una volta.

A meno di non fare come don Milani: abolire le vacanze, i pomeriggi, la domenica, il tempo libero, la famiglia. Allora sì, l'amore smetterebbe di essere finzione. Noi però alle vacanze ci teniamo, e alle domeniche, e anche i pomeriggi non li passiamo proprio tutti a correggere, ad aggiornarci, ad amare i nostri piccoli clienti a distanza. Perché siamo delle puttane, e Don Milani ce lo diceva in faccia - no, peggio. Ce lo faceva dire dai suoi studenti.

"Quante T ci sono in "puttana"?"
Alla scuola di Barbiana si parlava molto schietto. Sulla porta di tutte le scuole della Repubblica gli studenti di Don Milani avrebbero voluto scrivere LA SCUOLA SARÀ SEMPRE MEGLIO DELLA MERDA. L'aforisma è attribuito al giovane Lucio, che quando non era a scuola dal priore aveva una stalla con 36 mucche da gestire. A me piacerebbe ogni tanto parlarne nelle mie classi, sollecitare un'inchiesta: tu che ne pensi? Secondo te è meglio la scuola o la merda? Ma ho paura di finire sul giornale.

Dici: potresti sempre usare un eufemismo. Potresti chiedere se è meglio la scuola o la deiezione vaccina. No, non potrei. Merda si dice merda. Puttana si dice puttana. Non solo don Milani si lasciava evidentemente sfuggire queste parole di fronte ai suoi ragazzi; non solo permetteva che le scrivessero in un libro, e resistessero alle decine di stesure e ristesure; ma le sottoponeva al vaglio dei suoi amici colti e raffinati, ad esempio David Maria Turoldo che sale a Barbiana per farsi leggere le bozze e "si sganascia dalle risa a ogni parola grossa". Lettera a una professoressa è un testo molto elegante nella sua rozzezza. Profondamente toscano, azzarderei, ma poi dovrei spiegare il perché solo ai toscani è concesso di maneggiare la nostra lingua letteraria come se fosse un coltellaccio da cucina, senza quella distanza, quel disagio in cui consiste l'uso della lingua per tutti noialtri non toscani - quella maschera che indosso continuamente, qualsiasi cosa io scriva, come se io la stessi traducendo da un'altra lingua che ho in testa (quale lingua, se non so nemmeno bene il mio dialetto?) Eppure questa distanza c'è: la sentiamo tutti ogni volta che rileggiamo quello che scriviamo e ci sembra sempre fuori fase, distorto come la nostra voce registrata. Un diaframma che forse è responsabile di intere età letterarie, di barocchi, classicismi e linee lombarde, mentre ai toscani basta scrivere come si mangia. Papini, Malaparte, la Fallaci. Ma anche i ragazzi di Barbiana, e il loro priore che non poteva più pubblicare niente a nome suo.

Questo è il periodo dell’anno in cui tento di scrivere qualcosa in memoria di don Milani, e ogni volta passo dalla biblioteca a ritirare l’edizione speciale del quarantennale (2007) di Lettera a una professoressa, uno dei pochi libri di carta che forse varrebbe la pena tenere in casa. Non solo per il testo, che merita un ripasso ogni tanto, ma anche per il paratesto: le testimonianze di studenti e colleghi, gli articoli che la Lettera ispirò alla sua uscita, e ancor di più la polemica che nacque 25 anni dopo intorno a due articoli di Sebastiano Vassalli su Repubblica. Vassalli detestava la Lettera, la definiva una mascalzonata; e nel suo secondo intervento ammise anche le sue ragioni personali. Nella professoressa svillaneggiata dai ragazzi di don Milani, Vassalli riconosceva sé stesso, giovane professore travolto dalla contestazione. “Per quindici anni, dal 1965 al 1979, mi sono sforzato, giorno dopo giorno, di essere anche un bravo professore; e ho maturato in quegli anni difficili la persuasione – forse sbagliata ma certamente legittima per un insegnante – che la nostra povera scuola di Stato abbia urgente bisogno di un legislatore che porti a termine le riforme avviate trent’anni fa; e che non abbia invece alcun bisogno di redentori, e di maestri carismatici come don Milani. Che i redentori portino solo scompiglio; e questo è tutto”.

figuNel tentativo di vendicare la professoressa, Vassalli si abbatte sul “libretto bianco di don Milani” con foga lacerbiana. Don Milani non sapeva nulla di pedagogia. “Era un maestro improvvisato e sbagliato”, “manesco e autoritario (quanti dei suoi sostenitori d’un tempo hanno veramente saputo che nella Lettera c’è l’apologia della frusta, a pag. 82, e che a Barbiana erano considerati strumenti didattici “scapaccioni”, “scappellotti”, “cazzotti”, “frustate”, e “qualche salutare cignata”? Se da insegnante è portato a diffidare di un maestro in grado di insegnare 12 ore al giorno, da scrittore Vassalli non può credere neanche per un istante all’utopia della scrittura collettiva: macché dibattito, il prete dettava e i ragazzi esprimevano “la propria incondizionata adesione”: un po’ come votare una legge elettorale su beppegrillo.it. Don Milani avrebbe consapevolmente distorto la realtà dei dati statistici, pure generosamente riportati, per “dividere il mondo come allora s’usava, con tutti i buoni da una parte e tutti i cattivi dall’altra”; e soprattutto si sarebbe accanito contro un bersaglio di comodo: gli insegnanti.
Ma se don Milani avesse davvero alzato il tiro contro l’istituzione scolastica e i suoi potentati, l’arcivescovo lo avrebbe costretto a fare le valige anche da Barbiana e gli avrebbe tolto anche quell'ultimo pulpito. Perciò – credo – lui se la prese con gli insegnanti, che del resto sembravano messi lì apposta per fare da bersaglio ai rivoluzionari dell’epoca, come i poliziotti di valle Giulia infagottati nelle loro divise. Soprattutto i giovani, e tra loro l’autore di questo articolo, erano tutti poveracci e figli di poveracci: miracolati del “miracolo economico”, che, in onta alle statistiche, gli aveva permesso di arrivare alla laurea. Manovalanza intellettuale senz’altri sbocchi sul mercato del lavoro, che dall’università passava direttamente nella scuola di Stato, allora in grande espansione, e sognava e si sforzava di migliorarla. Queste e non altre furono, in concreto, le vittime della Lettera a una professoressa; i beneficati, invece, furono i furbi di sempre, studenti e insegnanti che buttarono all’aria libri e registri e si fecero qualche anno di finte lotte e di vere vacanze, movimentate da cortei e da discorsi reboanti contro la scuola di classe… Povera Italia! E povera sinistra, che dal ‘ 68, o forse dal ‘ 45, non ha saputo fare altra politica culturale che quella d’ applaudire tutte le primedonne e tutti i tenori che hanno calcato le platee del bel paese, e che già ha incominciato a pagarne le conseguenze; ma che ancora non sembra rendersene conto, e resta cieca e sorda sui suoi errori di sempre.
Chiedo scusa per la lunga citazione, che tra l'altro non rispecchia il mio pensiero. Nel volume ci sono tanti altri interventi interessanti, tra cui una lunga e ponderata replica a Vassalli di Tullio De Mauro, che ribadisce quanto fu importante, e necessario, il libretto bianco di don Milani e dei suoi studenti. Io però ogni tanto sento la necessità di rileggermi gli sfoghi di Vassalli, non so esattamente il perché. È un modo per sentirmi un po’ meno puttana? Dovrebbe consolarmi il pensiero che, sì, non avrò salvato nessuno dall’ignoranza, ma non ho nemmeno mai frustato un piccolo utente? Credo che ci sia di più. Io ci tengo a mantenere una certa distanza da don Milani, non perché disapprovi le sue frustate. Al contrario, è l’unico modo per sentirle. Se gli corressi incontro, se lo abbracciassi, se sillabassi anch’io “I care” come certi suoi discepoli postumi, magari la cinghia mi eviterebbe, ma che studente sarei? Cosa imparerei da lui? Don Milani diventerebbe anche per me un’icona come un'altra, una di quelle figurine che ti sorridono e ti confortano qualsiasi cosa tu faccia. Io invece vorrei ricordare che Don Milani non era così. Era ruvido, manesco, mi dava della puttana ed è difficile che condividesse il mio rispetto per le sex-worker.

Se oggi sono 52 anni, significa che ne sono passati dodici da quando Walter Veltroni lanciò il Partito Democratico, durante un discorso fiume che nessuno ricorda. Il giorno prima aveva voluto passare da Barbiana. Se il Berlinguer riscoperto da Grillo vi ha dato un po’ fastidio, immaginate per un attimo cosa potrebbe pensare don Milani, nell’alto dei cieli o dovunque, dell’uomo che aveva scoperto il valore culturale della figurina Panini. Il priore che nella sua prima parrocchia aveva abolito il biliardino e il ping pong – il maestro del popolo che non voleva sentire parlare di ricreazione e vacanze – riscoperto da un figlio di dirigente Rai con la fissa per il jazz e per il cinema, l’inventore delle notti bianche. Ecco. Pensate alla Notte Bianca.

Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua o dei suoi studenti. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Tutti obbligati a far mattina, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma doveva anche prendersi Don Milani, doveva scrivere “I care” sui manifesti...

A loro comodava che sciupaste gli anni migliori della vostra vita in ballonzoli inutili. Perché sapevano che se gli riesce farvi prendere un maritino che vi appioppi due o tre bambini, con un po' di tosse la notte, tra le poppate e una cosa e un'altra, sareste tagliate fuori dalla vita politica e sindacale. E al potere restano quelli che questi anni non li hanno sciupati così. Così succede che in Italia da diciassette anni a questa parte tutti votano liberamente, hanno libertà di sciopero e di organizzazione sindacale, di organizzazione politica, di leggere il giornale che vogliono, però al potere ci sono sempre quei pochi che alla vostra età non hanno ballato. Quelli che sono al potere, i potenti dell'industria e della politica, alla vostraetà hanno studiato, perché sennò non ci arrivavano a reggere in mano il mondo. I poveri obbediscono e gli industruali comandano, e hanno ottenuto questo ballonzolando come voi? 
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Uno, nessuno, centomila Calogero

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18 giugno – San Calogero eremita 

"San Calogero di Girgenti, miracoli non ne fa nienti;
San Calogero di Canicattì, miracoli non ne fa tri;
San Calogero di Naro, miracoli ne fa un migliaro".

Calogero di Agrigento
[2018]. Di Calogero si sa che fu eremita e fu in Sicilia; su tutto il resto i siciliani disputano. Potrebbe essere vissuto nel primo secolo ad Agrigento o nel decimo a Naro. Potrebbe aver viaggiato l'isola in lungo e in largo, soggiornando in quasi tutte le grotte da cui sgorgano acque termali; potrebbe esser vissuto a lungo, veramente molto a lungo. Per gli abitanti di Naro la questione si risolve come sopra, in modo molto pragmatico: cosa importa il passato? Quel che conta è determinare il Calogero più efficace nel presente, quello che fa più miracoli, e il nostro ne fa mille. Al che gli agrigentini obiettano: "San Calogero di Girgenti, le grazie le fa per nienti; San Calogero di Naro le fa sempre per denaro". Alla fine della disputa ognuno rimane col Calogero suo. Siccome poi "Calogero" in greco vuol dire "buon vecchio", non si fatica a immaginare che di Calogeri ce ne siano veramente stati più d'uno, e che a un certo punto della tarda antichità "Calogero" fosse il semplice appellativo con cui i siciliani si rivolgevano i vecchi e saggi eremiti che vivevano nelle grotte. Per non sottoporre i loro fragili corpi alle tentazioni del secolo? Per trovare nel silenzio e nella solitudine una via più diretta all'assoluto? Ma anche perché avevano scoperto che bagnarsi in acque solforose fa bene alla salute e ti aiuta a invecchiare più lentamente.

Di tutte le leggende, quella della cerva avvalora l'ipotesi. Racconta che giunto intorno ai novant'anni, Calogero non riuscisse più a mandar giù nessun tipo di cibo. Il digiuno, che di solito nelle storie dei santi è una pratica autoindotta e consapevole, qui è semplicemente il segno dell'invecchiamento. Calogero dunque si nutre unicamente del latte ad altissima digeribilità prodotto da una cerva che Dio gli invia tutte le mattine. Finché un cacciatore, Siero, non gliela ferisce a morte. La cerva fa giusto in tempo a tornare nella grotta di Calogero e morirgli tra le braccia; il cacciatore che la stava braccando arriva anche lui nella grotta, vede il monaco che l'ha battezzato bambino chiudere teneramente gli occhi alla preda che ha ucciso: minchia, pensa, l'ho fatta grossa. Ma il santo lo perdona immediatamente, e già che c'è gli mostra la grotta vaporosa e gli illustra tutte le virtù delle acque che sgorgano in quelle falde, un vero tour guidato al termine del quale Siero diventa un suo discepolo, appena in tempo perché Calogero non sopravviverà alla cerva che per quaranta giorni.

Calogero è un buon vecchio che conosce le virtù nascoste all'interno della terra; lo si venera a Sciacca, il cui monte era dedicato al dio Crono; sul monte di Termini Imerese dove avrebbe scacciato i demoni e lasciato l'impronta della mano; mentre a Vicari avrebbe lasciato quella del piede. Calogero è insomma una figura dell'inculturazione, il nome dietro al quale uno dieci o centomila chierici, forse davvero provenienti dalla Grecia bizantina, scacciarono le antiche divinità ctonie dalle grotte della Sicilia; che poi uno o dieci avessero davvero la pelle scura, non è implausibile; ma il momento in cui San Calogero diventò davvero nero fu quando cominciarono a circolare le sue statue, più spesso in bronzo o in rame. Il bronzo dei Calogeri di Agrigento e di Naro ha anche l'indubbio vantaggio di scintillare al sole, il che deve suggerire durante la processione del pomeriggio di giugno l'idea che anche il santo stia sudando; che il suo sudore sia qualcosa di fisico, che si può trattenere nelle pezzuole e poi usare per curare i malati. Il sudore di Naro pare che funzioni di più di quello di Agrigento (ma che sia anche più costoso).

La madonna nera di Czestochowa è talmente nera
che a Haiti è diventata una divinità Vudù,
storia lunga, un’altra volta la raccontiamo.

La negritudine di Calogero nei secoli è stata spiegata con tante ipotesi diverse, nessuna del tutto soddisfacente. Fino a un certo punto deve essere sembrata una cosa naturale, così come era naturale in ambito bizantino dipingere icone della Madonna con un certo pigmento; poi a un certo punto (nel basso Medioevo?) i colori hanno preso un significato diverso, un’icona qualsiasi della Madonna è diventata una “Madonna nera” e gli agiografi hanno cominciato a domandarsi il perché fosse stata dipinta con una tinta così scura (che magari in quel secolo era l’unica a disposizione): o non si era annerita col tempo, e il fumo degli incensi e dei ceri? O il colore scuro indicava la sofferenza? Più difficilmente si sarebbe potuta trattare di un’insolita concessione al realismo, visto che Maria di Nazareth in fin dei conti era un’ebrea della Palestina.


Anche nel caso di Calogero, il colore scuro forse dipende unicamente dai materiali a disposizione degli artisti. Però si lasciava facilmente interpretare anche come un segno della lotta dell’eremita contro i demoni del sottosuolo, quelle forze della terra che aveva domato, ottenendone in dono le acque della salute. Solo al termine del medioevo il colore assume un significato etnico o geografico; è il momento in cui davvero qualcuno potrebbe aver sostituito in un manoscritto l’appellativo Chalkhidonos, (“di Calcedonia”, la città bizantina sulla sponda asiatica del Bosforo), con “Karchidonos“, “Cartaginese”. A Cartagine poi non è che la gente abbia mediamente la pelle molto più scura che sul Bosforo, o a Sciacca. Ma lo scambio segna il momento in cui “nero” comincia a significare “africano”, ovvero “alieno”. Con la complicazione che in Sicilia, a differenza che nelle altre regioni dell’Europa cattolica, qualche alieno ci viveva: persino a quei tempi il Mediterraneo non aveva la chiusura ermetica che piacerebbe a Salvini e ai suoi seguaci. Il fatto che il nero fosse il colore di San Calogero portò a un curioso corto circuito: ai frati neri veniva chiesto più spesso di fare miracoli; e a furia di chiederli evidentemente i miracoli si realizzavano, sicché dopo Calogero in Sicilia nacque e visse più di un santo nero: Benedetto il Moro di San Frau, che oltre a essere nero come un etiope parlava pure un dialetto lumbard, in Sicilia nel XVI secolo, c’è da perderci la testa, e almeno tre Antonii: uno ad Avola (chiamato anche Catagerò, morto verso il 1550), uno a Caltagirone e uno a Camerano; tutti e tre portano il nome di quell’Antonio di Padova che in molti santini viene raffigurato con la pelle olivastra, benché sia nato a Lisbona.

Cercando “Calogero” sulla libreria di immagini
del Post ho trovato la foto di Sacko Soumali,
che è stato ucciso a 29 anni a San Calogero.
Ma il Calogero originale di che colore era? Non ha nessuna importanza. Proviene da un’epoca in cui in effetti nulla di individuale aveva molta importanza: non il colore, non il luogo di provenienza, né la data di nascita, né lo stesso nome. “Calogero” era chiunque riuscisse a invecchiare serenamente in un luogo salubre e appartato; anche tu potevi diventare Calogero e in fondo te lo auguro: è sufficiente togliersi dai piedi, farsi crescere più barba bianca possibile e mandare a memoria un po’ di buoni consigli da snocciolare ai giovani che salgono a trovarti e a portarti qualcosa di non troppo difficile da digerire. La cosa migliore è che quando diventi Calogero il tuo passato individuale scompare: anche se in teoria è il motivo per cui sei lì, nessuno ti chiede più davvero cosa hai combinato, chi eri, contro chi hai combattuto. Il tuo passato finisce sottoterra come quello di tutti i Calogero prima di te: l’idea che si fanno i giovani è che hai passato qualche migliaio di anni a lottare contro i demoni del sottosuolo, che ti hanno carbonato la pelle e incanutito le chiome ma non ti hanno vinto, e se ci rifletti un attimo è andata proprio così. Buon San Calogero a tutti.
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La ballata di San Vito

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15 giugno – San Vito (♱303, patrono di un sacco di posti e di 34 categorie professionali, invocato in tutte le patologie che contemplano convulsioni). 

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[2018]. Vito era un bambino agitato, alzi la mano chi non lo è stato. Il padre gli diceva: vuoi star fermo? Non è che se smetti di correrci non si chiama più corridoio. E quelle sono posate, non bacchette del tamburo. Ce la fai a star seduto mentre mangi? T'ha punto un ragno, t'ha morso un serpente, si può sapere cos'hai? E Vito, sempre: Scusa papà!, perché alla fine era un bambino perbene: ma non lo tenevi neanche con le catene.

"Un giorno io chiamo Diocleziano e gli racconto che sei un cristiano".
"No papà dai, non lo farò più".
"Non farai più cosa?"
"Non lo so, cosa stavo facendo?"

Vito faceva il distratto, alzi il piede chi non l'ha mai fatto. Perché in verità era cristiano sul serio: l'aveva convertito il suo maestro, che poi era San Modesto. E non aveva ancora finito di asciugarsi dall'acqua del battesimo che si era già messo a fare miracoli a destra e a manca; ora si capisce che un santo i miracoli ogni tanto li deve fare, ma Vito proprio non se li teneva, gli scappavano da tutte le parti. Ti guariva la psoriasi anche solo a guardarlo da lontano, anche solo a pensarci. San Modesto gli diceva: ti vuoi calmare? Hai tolto la rabbia all'intero canile, vuoi mandare sul lastrico i veterinari? Non c'è più un caso di encefalite da Praga a Mazara del Vallo: e i dottori che cosa faranno? Anche Cristo si è fermato a Eboli: tu dov'è che pensi di andare? E Vito, sempre: scusa Modesto! perché alla fine era un bambino onesto: ma niente da fare, come si voltava ricominciava a mollare miracoli dappertutto.

"Guarda che arriva Diocleziano, guarda che scopre che sei cristiano".
Difatti un bel giorno arrivò, lo processò e lo condannò. Ma Vito era un po' iperattivo, chi non lo è stato controlli se è vivo. Vuoi stare un po' fermo (gli diceva Diocleziano mentre lo immergevano nella pece bollente)? Non vedi che sporchi dappertutto.

"Guarda qui che macello, ci sono macchie di pece fino in Basilicata".
"Scusa Cesare".
"Augusto, io mi chiamo Augusto, Cesare è il mio vice. Ma a scuola non la studiate più la tetrarchia?"
"Non lo so, ho perso il diario".
"La solita scusa, anche mio figlio non fa in tempo a scriversi i compiti che..."
"Tuo figlio in realtà è indemoniato".
"Ti dirò che la cosa non mi sorprende affatto".
"Comunque l'ho guarito".
"Meno male, adesso se non ti dispiace potresti smettere di accarezzare quel leone?"
"Ma perché? È così carino".
"Non è carino, è una belva feroce, è anche paurosamente magro, non mangia da una settimana, l'abbiamo liberato in questa arena affinché ti morsichi a morte e tu gli stai facendo i grattini dietro alle orecchie".
"Senti che fusa, senti".
"Va bene, ho capito, portate via il leone, proviamo col supplizio del cavalletto. Io non li sopporto questi cristiani. Han così tanta voglia di morire e poi alla prova dei fatti non muoiono mai. Li immergi nella pece e non si scottano, liberi i leoni e fanno le fusa. Abbassi la scure e la scure rimbalza. Li lanci dalla finestra e s'involano con gli angeli, ma che razza di religione è. Se proprio ci tieni a morire, non puoi star fermo un attimo e aspettare che ti ammazzino? E adesso cosa c'è? Cosa dice il boia?"
"Cesare, si dimena troppo, non riusciamo ad appenderlo".
"AUGUSTO! MI CHIAMO AUGUSTO! È da vent'anni che ho implementato questa cazzo di tetrarchia e ancora i sottoposti non sanno come chiamarmi ma dico io, le leggete le circolari?"
"Ma Maestà..."
"Non si dice Maestà, non siamo in una fiaba medievale, questo è l'impero romano e io devo essere chiamato Au-gu-sto, Au-gu-sto, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano per i biografi. E il cristiano nel frattempo che fine ha fatto?"
"Credo che si sia involato con gli angeli".
“No vabbe’. Io esco. Vado a Spalato a coltivare i cavoli, con vent’anni di contributi da imperatore credo di potermi permettere una villetta in campagna”.

L’angelo aveva portato San Vito alla foce del fiume Sele, dove fece giusto in tempo a morire a causa delle torture, e salito in paradiso cominciò a tormentare anche i santi. Ma vuoi stare un po’ fermo? gli diceva San Simeone Stilita. T’ha morsicato un serpente? gli chiedeva San Patrizio. Qua bisogna dargli qualcosa da fare, propose Sant’Isidro contadino. Buona idea, pensò San Pietro: “Vito, ti va di proteggere i farmacisti? Non hanno ancora un patronato, potresti pensarci t–”

“Fatto”.
“Come fatto”.
“Li ho protetti, capo”.
“Ma ti ho detto di farlo due secondi fa”.
“Controlla”.
“Sì vabbe’ ma scusa non si fa così, non te l’ha spiegato San Modesto? Bisogna avere anche un po’ di rispetto per i santi che ci mettono più tempo”.
“Scusa hai ragione, prova a darmi un altro patronato”.
“Eh vabbe’, così, su due piedi… Gli albergatori”.
“Ok”
“Ok cosa vuol dire? Li hai già protetti?”
“No, no, ci sto lavorando”.
“Non fare il furbo con me”.
“Ti giuro capo, non ho già finito, ci sto mettendo più tempo, guarda”.
“Ci hai messo tre secondi in più, Vito, dai, non è una cosa seria”.
“Ma che ci posso fare? Sono nato così”.
“Non c’è nessuna gloria nell’essere nati, io per dire ero nato pescatore. Bisogna sforzarsi un po’, inventarsi qualcosa. Sennò sembriamo palline scagliate dalla racchetta di Dio. Almeno un po’ di effetto, un po’ di libero arbitrio; Dio t’ha fatto tondo? Prova a metter fuori gli angoli. Se Dio ti ha creato veloce tu almeno prova a rallentare”.
“Ma se Dio mi ha creato in un modo…”
“Di sicuro non era per vederti finire nello stesso modo. Dio ama le sorprese”.
“Ma se è onnisciente”.
“Esatto, ama l’unica cosa che non può avere davvero. È per quello che ci somiglia tanto. Ma cosa puoi capirne tu, sei solo un bambino. E probabilmente lo resterai. Ma fa una cosa: proteggimi i birrai, tu che non bevi mai”.
“Protetti”.
“E i bottai”.
“Fatto”.
“I muti e i sordi, tu che non taci mai”.
“Protetti”.
“Gli abitanti di Sapri e di Rijeka già Fiume, in Croazia. Gli idrofobi e i letargici – proprio tu che non dormi mai”.
“Ok”.
“Sei uno spasso, Vito, non invecchiare”.
“Capo, non credo di poterlo fare”.

Vito era un bambino complesso, chi non lo è stato può alzarsi adesso. Batti quel piede, batti la mano, danza con Pietro e con Diocleziano. Tu che se vuoi riesci a stare seduto (e per questo ai maestri sei sempre piaciuto); che se ti dicono “fermo” tu stai; ma io dico “balla”, e tu ballerai. Tutta la notte finché, sfinito, non ti verrà a salvare San Vito. Lui fa in un attimo, stende la mano: su te, su Pietro e su Diocleziano. Così saprai come ci si sente, a non poter star mai fermi per niente: a sentirsi bruciare le ossa, mentre i nervi ti danno la scossa. E avrai pietà anche di quel cristiano: e pietà per Pietro, e per Diocleziano.
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Il Santo che batté il Brasile. Due a uno.

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San Cono di Diano o Teggiano (XIII secolo), patrono ufficioso di chi si rovina al lotto e della nazionale di calcio dell'Uruguay. 

E lo stadio era pieno.
E lo stadio era pieno (record ineguagliato di spettatori).
[2014]. L'Uruguay è un piccolo Paese con un record calcistico impressionante: schiacciato tra Brasile e Argentina, ha vinto più Coppe America di entrambi. In effetti, ha vinto più Coppe America di qualsiasi altro Paese. È stata la prima nazione a organizzare una Coppa del Mondo (1930) e a vincerla; nelle due edizioni successive - vinte dall'Italia - non partecipò nemmeno. Si ripresentò nel 1950, al primo mondiale disputato in Brasile: e proprio contro il Brasile si trovò a disputare l'ultima partita, decisiva per aggiudicarsi il torneo. Al Maracanà, figuratevi.

Non era una finalissima vera e propria perché, per la prima e fin qui unica volta nella storia della FIFA, la fase finale del torneo era un girone all'italiana con quattro squadre: ma le due europee qualificatesi, Spagna e Svezia, si erano dimostrate molto inferiori al gioco delle sudamericane. Il Brasile, in particolare, aveva infierito su entrambe: 7-1 contro la Spagna, 6-1 contro la Svezia. L'Uruguay aveva più modestamente superato la Svezia per 3 reti a 2, e contro la Spagna aveva addirittura pareggiato. Dunque quella sera al Brasile bastava un pareggio. Già, ma voi avreste mai scommesso su un pareggio del Brasile, al Maracanà appena costruito, davanti a duecentomila spettatori paganti, nella finale di Coppa del Mondo?

Era stato un mondiale stranissimo, un difficile tentativo di recuperare la normalità dopo la lunga interruzione dovuta alla guerra mondiale. Su 16 squadre qualificate, solo 13 si erano presentate. L'India era stata squalificata perché si faceva un punto d'onore di giocare a piedi nudi. La Scozia non era venuta perché non sopportava l'idea di non essere testa di serie come l'Inghilterra. L'Inghilterra non aveva molta esperienza del gioco oltremanica, e si ritrovò sbigottita a perdere 0-1 contro gli Stati Uniti d'America. L'Italia - detentrice del titolo, conquistato dodici anni prima in camicia nera - si era presentata stremata da un viaggio di tre settimane in transatlantico. Le altre squadre avevano preferito prendere l'aereo, ma la federazione italiano aveva appena perso gran parte dei titolari nel disastro di Superga, e non se la sentiva di rischiare. Il transatlantico si era rivelato un pessimo ambiente per un ritiro: tutti i palloni dopo qualche giorno erano finiti nell'oceano. Inseriti in un girone a tre con Svezia e Paraguay, perdemmo con la prima che pareggiò col secondo, e a quel punto eravamo già fuori: vincemmo comunque col Paraguay ed eravamo già pronti a re-imbarcarci.

A quel punto non restava che tifare Uruguay, una delle nazioni più italiane del mondo. Italiani erano i cognomi dei titolari più titolati: Ghiggia, Schiaffino. Entrambi avrebbero qualche anno più tardi indossato la maglia della nostra nazionale. Il capitano, Obdulio Varela, prima della partita invoca addirittura un santo italiano, Cono da Diano. Promette, in cambio della vittoria, di compiere un pellegrinaggio a piedi da Montevideo al santuario di San Cono a Florida, ridente cittadina dell'Uruguay. Ma perché proprio San Cono?

La cappella di San Cono a Florida (Uruguay)
La cappella di San Cono a Florida (Uruguay)
Cono Indelli nacque a Diano (in seguito conosciuta come Teggiano, provincia di Salerno) alla fine del dodicesimo secolo, e scappò appena poté in un monastero benedettino a Montesano della Marcellana. Lì visse una vita breve, santa e, per i nostri parametri, noiosissima, ravvivata da qualche saltuario evento miracoloso: come quella volta che vennero a trovarlo i genitori e lui dimostrò l'amore che riservava loro nascondendosi in un forno acceso. Quando se ne andarono ne saltò fuori incolume: miracolo! Pur di non dire ciao papà, ciao mamma.

Del resto il forno era il suo habitat, ci entrava dentro per cucinare; col tempo aveva magari sviluppato una certa resistenza. È anche vero che morì giovane: e che a un anno dal decesso ancora non avevano deciso dove seppellirlo. Ne reclamavano le spoglie ancora incorrotte sia Diano che Padula - quest'ultimo centro non so a che titolo - finché non si decise di tirare a sorte, abbandonandole a metà strada su un carretto legato a due buoi. I due buoi presero di buona lena la strada per Diano e si fermarono solo davanti alla chiesa del paese. Vince Diano, perde Padula.

Gli abitanti lo eleggono subito protettore del paese e ricorrono a lui a ogni crisi. Le solite cose: una guerra coi vicini, un assedio, un’epidemia, il terremoto del 1857. Santificato nel 1871, durante le migrazioni di fine Ottocento Cono comincia a essere venerato anche nell’Altro Mondo. In particolare a Florida, Uruguay, dove al suo esordio in una processione pubblica fa tremare la terra. L’Uruguay ha la sua parte di sfortune, come ogni Paese del mondo, ma non è zona sismica: il terremoto è un prodotto d’importazione, grazie San Cono. Per diciassette anni nessun sacerdote mette piede nella cappella a lui dedicata. Più che superstizione, è il segno di un conflitto tra la comunità italiana che l’aveva portato con sé da Teggiano e la curia locale, ispanofona. Il dissidio viene superato in un modo bizzarro quando il 3 giugno del ’45 sulla ruota di Montevideo esce il 3. Il giorno della morte di San Cono, il giorno della sua festa in Cielo.

Due giorni dopo si estrae il primo premio della lotteria nazionale: il numero del biglietto finisce per 3. Può essere una coincidenza, ma a quel punto molti bravi uruguagi si mettono a giocare numeri che finiscono per 3. La situazione degenera al punto che le lottomatiche del Paese decidono di imporre limiti alle puntate sul 3 nelle settimane a cavallo tra maggio e giugno

A questo punto la cabala si scatena. Il tre negato in Uruguay può sempre uscire sull’altra riva del Rio della Plata, in Argentina. Oppure si può giocare il 2, o il 4: è l’intenzione che conta, il Santo capirà. Se esce l’12, è il secolo in cui nacque; il 13, quello in cui morì. A proposito, forse morì a 18 anni: controlla, due settimane fa è uscito un 18. È stato canonizzato nel 1871: prova il 18, il 71 o 1+8+7+1=17. La sua cappella è al numero 50 della strada numero 26. E così via.
L’ultima partita della Coppa del Mondo del 1950 si giocò il 16 luglio (1+6=7: le lettere di S-a-n-C-o-n-o). Gli spettatori erano 199.854, di cui un centinaio uruguagi. Molti tifosi brasiliani vestivano già la maglietta Brasil campeão 1950. La partita fu preceduta da un discorso del prefetto che salutava i connazionali come campioni del mondo. Insomma si possono dire tante cose dei brasiliani, ma non che pecchino di scaramanzia.


Potrei sbagliare ma Ghiggia dovrebbe essere il secondo in basso da destra; Schiaffino tiene il pallone.
Potrei sbagliare ma Ghiggia dovrebbe essere il secondo in basso da sinistra; Schiaffino tiene il pallone.

Durante il primo tempo non segnò nessuno – i tre quarti d’ora più noiosi dell’intero torneo. All’inizio della ripresa segnò Friaça per il Brasile. Tutto sembrava andare per il verso giusto.

Venti minuti dopo Ghiggia serve un cross a Schiaffino. Uno a uno. Tosto, però, l’Uruguay. E va bene, tanto al Brasile basta un pareggio. D’altro canto, è il Brasile. Nello suo stadio nuovo, concepito apposta per il trionfo. Non può mica cominciare a coprirsi, non sarebbe nemmeno capace. Altri tredici minuti. Ancora Ghiggia. Due a uno per l’Uruguay.

Due più uno fa tre.

A quel punto l’Uruguay serra le file – forse sanno che San Cono non ha più numeri a disposizione – o forse è il silenzio spaventoso dei duecentomila spettatori che non festeggiano più, non gridano più. Quando l’arbitro fischia tre volte, la Coppa sembra dissolversi in una nebbia d’angoscia. La banda non suona perché non si sono portati lo spartito dell’inno dell’Uruguay, e di suonare quello del Brasile non è veramente il caso. Jules Rimet, presidente FIFA e inventore della coppa del mondo, cerca le autorità brasiliane per andare a consegnare il trofeo, ma non le trova – sono tutti scappati. Scende in campo, vede piangere i soldati in uniforme di gala che dovrebbero creare il cordone di sicurezza. Individua Varela, lo saluta, gli consegna il trofeo d’oro che comincia a scottargli in mano, e scappa pure lui. Sulle gradinate non c’è la violenza come la conosciamo oggi. I brasiliani se la prendono con sé stessi. Si lanciano dagli spalti. Alcuni accusano fitte al petto; si contano almeno dieci infarti. Molti avevano scommesso sulla vittoria. Il governo proclamerà tre giorni di lutto nazionale. Il Brasile non giocherà per due anni, e abbandonerà per sempre la maglietta bianca e il colletto blu con cui aveva disputato tutte le competizioni internazionali fino a quel momento (la tenuta verde-oro debutterà quattro anni più tardi nel mondiale in Svizzera).

Al santuario di San Cono, Florida, tra gli ex-voto c’è una maglietta bianco-azzurra della nazionale dell’Uruguay. La leggenda racconta che l’abbia portata un calciatore, a piedi da Montevideo.

PS: Forse avrete sentito dire che quest’anno, dopo 64 anni, la Coppa del Mondo si disputa di nuovo in Brasile. Il 24 giugno si gioca Italia-Uruguay. 2+4=6. Giugno è il sesto mese. 6+6=12. 1+2=3. Coincidenza? Noi della rubrica dei santi del Post crediamo di no.
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Kizito e Carlo Lwanga, martiri di Buganda

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3 giugno - San Carlo Lwanga, San Kizito e i loro undici compagni, martiri d'Uganda (1886)

La vetrata che ricordo io però è più bella.
Senza essere nulla di
artisticamente rilevante,
la vetrata che ricordo io
però è più bella.
[2014]. C'è una chiesetta da queste parti, in cui nessuno mette piedi da due anni ormai. È una piccola pieve romanica molto rimaneggiata, che a dispetto dei sigilli e dell'incuria non vuole saperne di crollare. Nel coro della chiesetta c'è una vetrata istoriata che risale agli anni Ottanta del secolo scorso - il momento in cui l'astrattismo simbolico conciliare cede al riflusso del realismo e dopo tanti agnelli, anelli, croci e mani giunte, finalmente si rivedono sulle finestre le sane vecchie storie di santi. I due protagonisti della vetrata, che pregano sommersi dalle fiamme, hanno qualcosa che li rende particolari: sono neri, neri dell'Africa. Una didascalia in calce li chiama Carlo Lwanga e Kizito, martiri in Uganda. La vetrata testimonia la passione missionaria di quella minuscola parrocchia, accennando a una storia che da piccolo nessuno mi sapeva raccontare. Prima o poi, pensavo, qualche missionario in vacanza al paese mi avrebbe ragguagliato su quei due neri in un roveto ardente. Ma non successe mai, e ci ho messo anni a scoprire il perché. Il martirio del robusto lottatore e catechista Carlo Lwanga, del suo più giovane studente Kizito, e di altri undici compagni dai nomi molto difficili da trascrivere, non è una semplice storia di eroismo e testimonianza della fede.

C'entra anche il sesso.

E c'è poco da scherzare. Un anno fa mi capitò di raccontare la leggenda del martire Pelagio, fatto a pezzi dal sultano malvagio perché non rispondeva alle sue avances. Pura propaganda omofoba e antislamica messa in giro dalla prima drammaturga europea, Rosvita di Gandersheim, durante la riconquista cristiana della Spagna. Mentre dalla Germania alla Castiglia si spacciavano storie di califfi sodomiti e pedofili, i califfi veri lanciavano i gay dalle torri. Dalle due parti del fronte rimbalzavano le stesse accuse di virilità deviata. Pelagio probabilmente non è mai esistito, è il fantasma di una purezza che esiste solo nei sogni di chi non ha mai visto una guerra dal vero. Ma non facciamo in tempo a derubricarlo a leggenda medievale, che inciampiamo in Kizito.

L'unica foto che ritrae Kizito e compagni
L’unica foto che ritrae Kizito e compagni
Kizito non è medievale e non è una leggenda. È realmente vissuto, almeno per 14 anni, nel cuore dell'Africa: un mondo alieno che gli europei scoprono soltanto nell'Ottocento, dove al loro passaggio molti fantasmi occidentali prendono vita. Kizito ebbe il dubbio onore di essere scelto tra i paggi di Mwanga II, kabaka (re) di Buganda, al tempo una delle nazioni più importanti dell'Africa orientale. Gli agiografi del XXI secolo lo descrivono come un sovrano dissoluto, dedito a vizi d'importazione:
"Da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali. Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte." 
L'unica foto che ritrae il Kabaka Mwanga II
L’unica foto che ritrae il Kabaka Mwanga II
Prego notare il razzismo al contrario, che pur sempre razzismo è. Hascisc, alcool, sodomia: tutto deve venire per forza dai corruttori bianchi. Eppure l’abitudine a circondarsi di un harem di prepuberi era antica e consolidata, presso i kabaka. Possiamo dire che fosse parte delle prerogative reali, così come la poligamia su larga scala: il padre di Mwanga aveva avuto 85 mogli, lui si limitò a 16. Se ci immaginiamo un anziano vizioso siamo un po’ fuori strada, perché nel 1884, quando fu scelto da un collegio di anziani come successore del re appena morto, aveva soltanto sedici anni.

Ne aveva solo due in più quando mise fine alla politica di tolleranza che aveva permesso a suo padre di mettere cattolici, anglicani e musulmani gli uni contro gli altri, e lanciò ai cristiani della sua corte un ultimatum: rinnegate la vostra fede e sottomettetevi ai miei appetiti, oppure morite.

Tra i primi caduti il vescovo inglese James Hannington, assassinato nel suo villaggio. Quando il maggiordomo di corte (nonché sacerdote cattolico), Joseph Mukasa, accusò Mwanga di essere il mandante dell’omicidio, e lo rimproverò esplicitamente per le sue pratiche omosessuali, Mwanga lo fece giustiziare con una coltellata al cuore. Charles Lwanga, già primo tra i paggi reali, ne prese subito il posto.

martiri d'uganda

Pare che Mwanga lo ammirasse anche come wrestler. Ma Charles oltre che lottatore era un buon cristiano, maestro di catechismo addirittura: e molti paggi reali erano suoi catecumeni. Il giorno successivo si autoaccusa al cospetto del re con una ventina di suoi studenti. Mwanga non li fa ammazzare subito. Spera che il tempo, e un po’ di tortura, giochi a suo favore. Quando la sua residenza va a fuoco li porta con sé nella sua villa sul lago Vittoria: un lungo viaggio durante il quale alcuni compagni di Charles e Kizito muoiono trafitti dalle lance della guardia reale. Per tutto il tempo, raccontano gli agiografi, Mwanga non cessa gli approcci sessuali nei confronti dei suoi prigionieri, ma Charles riesce a difenderne l’onore. Quando il 3 giugno viene posto sulla pira, gli aguzzini hanno cura di accendere il fuoco sotto i suoi piedi, e si assicurano di carbonizzarli prima di dare fuoco al resto del corpo. Mentre muore, Charles dice due cose: “mi bruciate ma è come se rovesciaste acqua addosso al mio corpo” e katonda“, mio Dio. Con lui, anche dieci sacerdoti anglicani e due musulmani. A suo modo Mwanga non faceva differenze.

Ronald Muwenda Mutebi II e Sylvia Nagginda

Ronald Muwenda Mutebi II e Sylvia Nagginda

Lo scandalo per il massacro fu il pretesto che spinse i britannici a entrare nel Buganda, appoggiando una rivolta islamo-cristiana contro gli animisti governativi. Mwanga dovette scappare. Al suo posto, gli inglesi pescarono uno dei più di cento fratellastri. Durò un mese, e poi fu sostituito da un altro fratellastro. A questo punto Mwanga II rientrò in ballo, promettendo tra trasformazione del Buganda in un protettorato in cambio del suo reinsediamento al trono. Di lì a dieci anni avrebbe capeggiato due rivolte anti-inglesi, per finire i suoi giorni in esilio alle Seychelles, dove fece in tempo a convertirsi e morire a 35 anni, una vita intensa. Gli anglicani lo battezzarono ironicamente col nome di Daneri, Daniele: il libro della Bibbia in cui si racconta dei ragazzini che furono gettati in una fornace e non tradirono il loro Dio. Sì, ma loro dalla fornace uscirono illesi.

Kizito e i suoi compagni bruciarono vivi. Charles gli aveva promesso: Se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano. Gli ultimi giorni della sua vita, il ragazzino li passò tra due fuochi non letterali: quello del supplizio minacciato dal re, e quello dell’inferno evocato dal suo educatore, Charles. Vinse l’educatore, dal suo punto di vista un successo glorioso. Dal mio non saprei, ma è ingiusto sovrapporlo a una storia che conosco appena.

Il Buganda esiste ancora, è una regione autonoma che occupa un quarto dell’Uganda, ci vivono sette milioni di abitanti. L’odierno kabaka si chiama Muwenda Mutebi II. Sua moglie, la regina Sylvia Nagginda di Buganda, è molto impegnata in campagne di scolarizzazione e prevenzione delle malattie infettive.
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Giovanna era bellissima che ne sai

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30 maggio - Santa Giovanna D'Arco (1412-1431)


Spiacente Milla, mi spiace Ingrid,
Jean Seberg è più Giovanna di tutte.
[2013]. Santa Giovanna mi trova sempre nel momento peggiore - scadenze e pendenze d'ogni tipo, scrutini, rovesci temporaleschi, astratti furori che rubano sonno ed energia. Si arriva a fine anno scolastico sopravvivendo a tutti i buoni propositi caricati a settembre, seppelliti uno alla volta lungo il sentiero verso il maggio atroce, il giugno torrido. Si parte giovani e pieni di voglia di cambiare il mondo e si arriva stanchi, sfibrati, senza prospettive, come doveva trovarsi il Bastardo d'Orléans nel 1429, mentre difendeva Orléans. Tutti i sogni cavallereschi di gioventù seppelliti in quel disastro che era stato la battaglia delle aringhe. Ormai la guerra, se non già perduta, era comunque un mestiere come un altro, magari più a rischio infortuni. Il Bastardo, a dispetto del soprannome un nobile di primo rango, tirava avanti perché aveva due riscatti da pagare: i fratellastri prigionieri degli inglesi. Era l'ultimo Orléans rimasto in campo e ci mise 25 anni a saldarli, peggio di un mutuo sulla casa. Una guerra insomma senza gloria, le prospettive oscillavano tra la resa disonorevole e gli orrori di un assedio a oltranza, crepare di fame e peste mentre il tuo popolo ti maledice. Le provviste in città erano già razionate, il re Carlo lontano e talmente pavido da non potersi nemmeno definire in senso stretto un re: non aveva le palle per sfidare gli inglesi mettendosi una corona in testa. E poi che altro? Niente, sta arrivando in città una matta, una contadina che parla con gli angeli, ha appena imparato a cavalcare e dice che la guerra la vincerà lei. Pure i matti adesso, putain, non bastavano le epidemie? Ma quando finisce 'sto medioevo che ne ho piene le palle.

Finché non arriva Giovanna: ed è bellissima.

No, non abbiamo ritratti. Ma che fosse bella è chiaro. Per quanto tu possa parlare con Michele Arcangelo e vederti ogni sera con Domineddio, se non sei un po' carina difficilmente ti darebbero retta gli eserciti della Francia intera. Doveva essere bella di una bellezza scostante, hai presente quelle ragazze talmente fuori standard che nessuno ci prova veramente: così come non ci provarono i cavalieri che la stavano accompagnando, e che testimoniarono sulla sua correttezza al di sopra di ogni sospetto. Questa spaventevole bellezza, Giovanna doveva portarla con molta disinvoltura: in poche settimane aveva imparato a cavalcare, mentre teneva testa ai nobili della corte di Chinon e ai dotti di Potiers. Per esigenze di cavalcatura si era adattata a mettere i pantaloni, cosa mai vista se non in qualche bordello assai raffinato, di cui lei nella sua incontestabile innocenza nulla poteva sospettare. E poi che altro?

E poi era simpatica. Anche su questo, tutti concordano. Pronta al riso e alla battuta, di fronte a qualsiasi autorità. A Potiers un erudito, fra Seguin - immaginatevi un accademico davanti a una contadina che sostiene di parlare gli angeli, immaginatevelo - le aveva chiesto che lingua parlassero, questi angeli. Glielo aveva chiesto con uno spiccato accento di Limoges, la Campobasso della Francia meridionale. Beh (rispose lei) senz'altro una lingua migliore della vostra. E fu amore a prima battuta, anche per il professorone. Seguin avallò il parere della commissione, che considerava Giovanna utile alla causa regia, e anche ad anni di distanza non smise mai di parlarne e di scriverne tutto il bene che poteva scrivere il futuro ultrasettantenne decano della facoltà di Poitiers.

Giovanna era incantevole, nell'autentico senso. Piacque a tutti quelli che ebbero l'opportunità di conoscerla un poco. Durò poco (e lo sospettava) ma finché durò i mercenari smisero di chiedere riscatti, i saccheggiatori di saccheggiare, i politici di mercanteggiare, i francesi di lamentarsi - riuscite a immaginarli? Francesi che non si lamentano? Tutto dunque era possibile. Il Bastardo incontrò Giovanna, e all'improvviso non era più il mesto impresario di un teatrino al massacro. Era di nuovo un Capitano del Re; e anche il Re, quella mezzasega, se Giovanna insisteva una corona in testa poteva ben mettersela.

Jean de Dunois, senza l'aria di essere soprannominato il bastardo d’Orléans.

Giovanna non sapeva combattere, e ben presto fu chiaro che nemmeno le piaceva. Dopo la prima scaramuccia seria chiese di non portare la spada, ma la bandiera. Prima di ogni combattimento implorava i nemici di arrendersi, e riconoscere l’evidenza: erano un esercito di occupazione, avevano Dio contro, ma se si fossero arresi Giovanna li avrebbe difesi da vendette e ritorsioni. E quelli: fottiti strega! Puttana degli armagnacchi! Giovanna non portava rancore. Si prese frecce e pietrate; cadde sull’antenata di una mina antiuomo – un arnese di ferro appuntito che serviva ad azzoppare cavalli. Era la Guerra dei Cent’Anni, era cominciata con le frecce e finì coi cannoni. La gente nasceva in guerra, viveva in guerra, moriva in guerra, e gli anni di tregua dovevano lasciare come una sensazione di vuoto dentro. Più di una rivelazione angelica, questo era miracoloso: che una contadina nata in un’enclave armagnacca nei territori occupati credesse a qualcosa che chiamava “pace duratura”. Non erano mai esistite paci durature, solo tregue un po’ più lunghe del solito: esistevano assedi e battaglie, massacri e riscatti, dai tempi del nonno e del nonno del nonno era sempre andato così, in che modo una bella ragazza avrebbe potuto cambiare le cose?

Giovanna ci provò. Li fece innamorare. Liberò Orléans, diede al Bastardo la sua vittoria più bella. Portò il Delfino a Reims, dove si incoronavano i re di Francia, e lo fece re, lo rese uomo. Ma non poteva durare, ed era la prima a saperlo. Gli uomini son fatti così, i re come i bastardi: qualche anno di fuoco e fiamme, e poi cenere. Appena indossata la corona Carlo VII stava già pensando a cosa offrire agli inglesi per non farli troppo incazzare. A Giovanna regalò uno stemma nobiliare, ma nessuno riusciva a immaginare una Giovanna a corte che sorseggia champagne e discute di beneficenza rifiutando pudicamente un macaron. Disobbedendo all’ordine di ritirata, proseguendo la guerra in qualche scaramuccia periferica, Giovanna aveva controfirmato il suo destino: prima o poi si sarebbe fatta ammazzare. Si trattava semplicemente di stabilire il quando, il come. A Compiègne  mentre rientrava da una sortita trovò la porta della rocca chiusa. Forse qualcuno aveva tradito. C’erano taglie sulla sua testa, gli inglesi avrebbero pagato parecchio per portarla nella zona occupata, svergognarla pubblicamente e bruciarla viva. Anche se all’inizio la presero i borgognoni.


Divenuta merce di scambio lungo la proficua e intricata filiera dei riscatti, Giovanna per qualche tempo fu ospite-prigioniera di tre nobildonne che avevano il suo stesso nome. Quel poco di psicologia che crediamo di condividere con l’aristocrazia del Quattrocento ci lascia immaginare cosa potessero pensare queste tre Giovanne ben nate di lei, contadina in pantaloni al soldo del nemico. Ma è proprio da questi dettagli che si riesce a capire quanto doveva essere irresistibile la pulzella di Orléans, perché le tre dame si innamorarono anche loro, non volevano lasciarla andare; Giovanna di Lussemburgo minacciò di diseredare il nipote. Niente da fare, Giovanna finì a Rouen, a recitare la parte di invasata e strega, e a farsi bruciare viva.

Sola, senza nessun uomo esperto di legge o teologia, Giovanna combatté la sua ultima battaglia: e vinse. Per più di un mese la contadina che sentiva le voci mise in imbarazzo i teologi che cercavano disperatamente prove di eresia o stregoneria. Chiunque dia un’occhiata ai verbali non può nutrire dubbi su da che parte stessero superstizione e fanatismo. Il vescovo Cauchon le provò tutte. Insistette a lungo sulle ghirlande con cui da bambina Giovanna aveva adornata un albero al suo paese: è un’usanza pagana! Si fece ridere dietro, e intanto gli inglesi scalpitavano: la volevano al rogo, la procedura era un dettaglio; purché si trovasse un modo. Giovanna di morire sembrava tutt’altro che entusiasta, e si difese in tutti i modi che riuscì a trovare; ma non rinunciò mai alla sua ironia, forse controproducente. Quando l’inquisitore le chiese se un’entità soprannaturale le avesse suggerito un modo per evadere, Giovanna sbottò: ma se davvero me l’avesse detto ve lo racconterei? Dopo un po’ cominciarono a fare le udienze a porte chiuse.

Rarissima foto di santa travestita da altra santa (è Teresina del Bambin Gesù nei panni di Giovanna, e ci crede un casino).

Alla fine non riuscirono a trovare niente di più incriminante dell’abitudine di indossare i pantaloni. Giovanna aveva capito al volo e si era rimessa una gonna: gliela tolsero. Sola in un carcere maschile, senza indumenti (dopo aver già subito percosse e tentativi di violenza), Giovanna alla fine cedette e si rimise i pantaloni. Tecnicamente questo faceva di lei una relapsa, un’eretica che dopo aver abiurato alle sue perfide idee ritornava sui suoi errori. Cauchon si volle assicurare che il falò fosse composto di solida legna, e non fascine che avrebbero asfissiato la ragazza prima che le fiamme l’ustionassero. Giovanna doveva andare arrosto e bestemmiare, l’accordo con gli inglesi era questo. Giovanna andò arrosto, ma non bestemmiò. La gente venuta a vedere la strega allo spiedo tornò a casa dicendo che era morta da santa. Un soldato inglese ebbe un malore, raccontò di averle visto uscire di bocca una colomba.

Vent’anni più tardi gli inglesi avevano perso la guerra, una volta per tutte. Carlo VII era ancora re, il primo dopo secoli a regnare su qualcosa di simile a una Francia unita. Il Bastardo era diventato suo gran ciambellano. Un giorno ebbero la pensata di riabilitare Giovanna, con un processo al contrario. Invitarono i testimoni sopravvissuti, trovarono molta gente che non ne disse che bene. Il perfido Cauchon non era più su questa terra: lo scomunicarono ex post. E magari così si lavarono un po’ la coscienza, per aver lasciato andare al rogo quella ragazza bellissima che nel giro di pochi mesi aveva preso quei due falliti da un angolino sfigato del libro di storia – il bastardo e il delfino – e li aveva fatti uomini. Non risulta nessun tentativo di Carlo VII di liberare Giovanna, nei mesi della prigionia e del processo. Qualche storico pietoso però ha notato come non vi siano tracce del Bastardo, per almeno due mesi nel bel mezzo del 1431: sembra scomparso. Il Quattrocento non è un secolo oscuro, a saper scartabellare si riesce a trovare anche il nome del cavallo preferito dell’arcivescovo di Limoges; ma del Bastardo, in quei due mesi, niente. Così si è fatta strada questa ipotesi: che il Bastardo fosse in missione segreta per ordine di sua Maestà, oltre le linee nemiche. Scopo: liberare la pulzella, fede, speranza, amore della Francia. È una bella storia, raccontabile in settembre.

Ma è il trenta maggio e io me ne immagino un’altra: probabilmente il Bastardo era da qualche parte nelle retrovie, a non combinare un granché come la maggior parte degli uomini nella maggior parte delle loro esistenze (i soldati, poi). La Storia poi la fanno i vincitori, e il re e il suo uomo di fiducia avrebbero avuto vent’anni a disposizione per riscriverla a piacere, fingendo una missione priva di un reale senso strategico. Giovanna era andata, ormai: bellissima ragazza, sì, d’accordo, ma ingestibile come combattente, e nemmeno così performante. Invece come martire avrebbe ancora avuto un senso, e in fondo non era quello che voleva? Non era quello che aveva sempre voluto? Erano gli angeli a ispirarla, no? Ci pensassero gli angeli.

E così se n’è andata un’altra primavera. Quanta vita mi è passata intorno, senza che sia riuscito a trarne niente di sensato. Ormai non riesco neanche a ripromettermi che la prossima volta andrà diversamente: non andrà diversamente, come potrebbe? Le forze in campo sono queste, le conosco. Sono qui sotto assedio da cent’anni, è il mio mestiere e non so più perché lo faccio, chi sto riscattando. Intanto paro i colpi, schivo le scadenze, campo alla giornata. Eppure lo so, lo sento, che potrei rivincere tutto in un giorno solo, una sola meravigliosa battaglia campale. Se solo Giovanna si rifacesse viva e sorridesse, io mi ci metterei. E vincerei. Ma poi la tradirei, metterei pancia, e penserei a lei soltanto un giorno all’anno. Quel giorno farei in modo di trovarmi in una locanda, berrei forte e al primo borgognone che incontrassi farei una scenata: a chi hai detto puttana? Ta gueule, frocetto, mettiti in ginocchio quando parli di lei. Tu non c’eri, tu non puoi capire, era bellissima.
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26 maggio - San Filippo Neri, prete di strada.

...ma quando la morte ti coglierà
che ti resterà delle tue voglie?

Più Proietti che Dorelli,
effettivamente
[2012]. Sanpippo il Buono potrebbe, volendo, vantare alcuni futili primati. È il primo moderno prete di strada, trecento anni prima di Giovanni Bosco ma sostanzialmente alle prese con lo stesso lumpenproletariato di figli di NN. È il primo santo col cognome, che si usava già da secoli: però sul calendario ci finivi solo col nome di battesimo e al massimo il luogo di nascita. Francesca Bussa de' Leoni in Ponziani è Santa Francesca Romana, per dire; Caterina Benincasa non la conosce nessuno, bisogna togliere il cognome e specificare "Da Siena", ah, allora è la patrona d'Italia. Filippo invece è sin da subito Filippo-Neri. In circolazione c'era anche il suo nobile amico Carlo Borromeo, che invano cercò di portarselo a Milano dove c'erano analoghi problemi coi meninos da rua; però "Borromeo" è più di un cognome, è un blasone, uno stemma. Il cognome di Sanpippo è invece il più banale del mondo, uno di quelli bisillabi tipici toscani; non è un NN ma quasi, niente ascendenze nobili, è la marca di un chinotto poco noto oltre il GRA. Sanpippo è anche il protagonista della prima fiction agiografica della RaiTv, perlomeno la prima che ho visto io, che è anche la più bella, scritta e diretta da Luigi Magni, mica cotiche. E c'è Branduardi.

Parliamo di Angelo Branduardi. È uno degli artisti italiani più snobbati in Italia. Qualche mese fa una popolare rivista rock mise assieme la classifica dei cento migliori dischi italiani scelti da una giuria qualificata, e c'erano un po' rimescolati mostri sacri, meteore, e gente assurda (con tutto il rispetto per il prog italiano). Non c'era Branduardi. E Alla fiera dell'est? mai esistita. C'erano a dire il vero tante altre ingiustizie, ma per Branduardi si mobilitarono dall'estero: dal resto dell'Europa, del mondo, vennero a scrivere, ma come? Siete italiani e non vi piace Branduardi? Ma Branduardi è l'Italia. Come gli spaghetti alle polpette, forse. Su Youtube Vanità di Vanità, la sigla di State buoni se potete, c'è anche in versione serba, cantata da un coro di bambini ortodossi alla presenza del patriarca serbo. Ultimamente sento che tornano di moda gli 883, c'è una Repetto-renaissance, del resto in tv ieri pomeriggio ho visto Franco IV e Franco I, normale. Ma Branduardi guai, Branduardi se inviti gente in casa devi nasconderlo dietro i remix di Albertino e se lo carichi sull'Ipod lo devi travestire coi tag delle canzoni dei Sepultura. Forse in Serbia, chissà. A me Branduardi piaciucchia, niente di speciale. Mi sembra che non sia vissuto nel passato di tutti gli altri, ma in una bolla fuori dal tempo e dallo spazio. Anche in State buoni se potete è così, un'entità che suona il suo arciliuto dall'inizio alla fine senza accorgersi di tutto quello che gli succede intorno, risse di uomini e ragazzi e demoni; se Johnny Dorelli non gli dice di andare a letto lui probabilmente resta lì, su un inginocchiatoio a strimpellare tutta la notte, tutto il giorno. Ne ho conosciute di persone così, le invidio. Secondo me sono felici. Alla fine ti rendi conto che quel che fa la differenza tra una fiction normale e una scritta da Magni sono i dettagli: doveva infilarci Branduardi, e cosa fa? Lo mette lì, una presenza rassicurante e lontana, non invecchia mai ma non riconosce nemmeno bene i personaggi, un angelo. Io perlomeno gli angeli me li immagino così: suonano il liuto, sorridono, non capiscono niente. Qualche anno fa hanno rifatto una fiction su Filippo Neri, ci hanno messo Proietti. Non l'ho guardata, giusto un'occhiata su youtube per documentarmi. La prima apparizione angelica è arrivata prima ancora dei titoli iniziali. Invece Magni l'angelo te lo mette lì e tu te ne accorgi vent'anni dopo, che c'era e che l'hai visto.

È strano il modo in cui certe fiction ti restano in testa. Io Belfagor in realtà non me lo ricordo: rammento un mostro in bianco e nero negli incubi che facevo da piccolo, somigliava vagamente a lui. Ma se devo parlare di paura, ecco: Renzo Montagnani in State buoni se potete mi gelava discretamente in sangue nelle vene. Il dirimpettaio dell'Oratorio di Sanpippo, il fabbro che soffia col mantice su un fuoco che grida - altra idea geniale - con le voci dei dannati de l'inferno. Tanto più riusciva perturbante quanto più era Renzo Montagnani, una faccia nota, in teoria rassicurante. Negli stessi anni faceva i varietà alla domenica sera, si travestiva da prete addirittura. Però compariva anche in certi film scollacciati che riuscivi a captare su telepanaro la notte di nascosto, quindi quel bagliore luciferino negli occhi era in un qualche modo credibile. Una realistica incarnazione del Male, il vicino di casa dai modi schietti e bonari che ti invita in casa e ti regala i giornaletti porno, Montagnani metteva i brividi ogni volta che entrava in scena. Per fortuna se ne va nel primo episodio (ma se ne va col botto, nell'unica scena splatter: Johnny Dorelli gli scarnifica la testa con una secchiata d'acquasanta). Aggiungi l'accento toscano. Colgo l'occasione per dire una cosa ai toscani.


Il diavolo, o è un'africana, o parla toscano
Amici toscani, allo stesso modo in cui prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai francesi a cosa serve il bidet, voglio dire, a che serve realmente... qualcuno prima o poi deve illuminarvi sull'orribile equivoco. Voi siete convinti di essere simpatici a tutti, per via della vostra parlata schietta, per il fatto che nella lingua italiana, che tutti gli altri indossano come una camicia appena candeggiata col bottone del colletto che sega la glottide, voi vi ci trovate comodi come nel pigiama usato. Amici toscani ebbene, non è vero. Cioè, è vero che la gente ride. Ma è un modo per esorcizzare la paura. Ci fate paura. Tutti. Il primo toscano che ai non toscani viene in mente è Dante Alighieri, un tizio che nemmeno l'inferno si è tenuto, e tutti da secoli ci ripetiamo che un motivo ci sarà. Per noi comunque il fiorentino è la parlata dell'inferno, rifletteteci. Il secondo toscano che ci viene in mente è Pacciani, spiace ma è così. C'è qualcosa di arcaico, famigliare e perturbante, nel modo in cui aspirate o calcate le consonanti. Forse siete i superstiti di un antico olocausto etrusco, forse abbiamo tutti messo su casa su qualche vostra necropoli. I più celebrati tra voi nel mondo sono quelli che questa cosa l'han capita: la Fallaci, Benigni, se ci pensate hanno tutti un che di demoniaco nel loro immaginario. Pieraccioni no, ma forse è appunto quello che gli manca. In ogni caso io credo che Montagnani sia stato uno dei più grandi attori sprecati della sua generazione, anche se sicuramente recita in qualche film sexy rivalutato di recente. Però con Magni fa la sua porca figura pure Johnny Dorelli: pensate che io per tanti altri anni ancora non ho saputo che cantasse, per me era FilippoNeri e punto.

Un'altra grandissima trovata di casting fu Ignazio Loyola, cioè Philippe Leroy. Il suo accento francese non aveva molto senso; però Leroy era già stato Yanez e Leonardo Da Vinci, e questo invece aveva senso eccome: Leonardo + Yanez = Loyola, tutto torna. I suoi siparietti con Filippo-Johnny sono la cosa più divertente: il tormentone di Leroy è "Li avete letti i miei Esercizi Spirituali?"

"Eh, no, sa, ho avuto da fare".
"Ve li ho prestati quando Francesco Saverio partiva per l'India, adesso è in Cina".

I piccoli gesuiti irrompevano in State buoni se potete cantando in coro un inno scritto apposta da Branduardi, Capitan Gesù, una specie di sigla di Capitan Harlock se invece del Giappone del XX secolo lo avessero fatto nell'Italia durante il Concilio di Trento: Capitan Gesù, non star lassù, ma sta quaggiù a battagliare il male! Sempre quaggiù, a battagliare il male! Gesù mio generale! Irresistibile. Seguivano maledizioni alla "belva luterana" e "al popolo giudìo", e l'ultima strofa era tutta la la la la. A un certo punto fanno pure una partita a calcetto contro gli scalcagnati ragazzi di Sanpippo, e segnano ogni volta che Ignazio glielo ordina, perché sono gesuiti e i gesuiti sono così, obbediscono. Loyola e Sanpippo siedono in panchina.

Io avevo paura a riguardarlo, State buoni se potete. Certi vecchi album di foto non vanno semplicemente riaperti. Poi però su Sanpippo non sapevo bene come scrivere, volevo anche dare un'occhiata a una biografia ma mi hanno chiuso la biblioteca comunale per terremoto e non so quando riaprirà, insomma non ho fatto i compiti, signoramaestra. E allora mi sono detto vabbe', magari su Youtube c'è qualche frammento di quella fiction. No. Su Youtube c'è tutto, State buoni se potete, ed è una roba incredibile, i bambini attori passano il tempo a dire "stronzo" e "merda", ma io l'ho vista in prima serata a dieci anni! In particolare i ragazzini di Sanpippo se la prendono con un "frocio" che va in giro in ghingheri, un protetto di un cardinale. A un certo punto lo circondano per fargli la "stira", che da noi si chiamava sgugna, insomma lo schiacciamento dei testicoli a scopo bullismo, solo per accorgersi (orrore) che il frocio è una ragazzina (Federica Mastroianni). Al che il più grande, Cirifischio, spiega agli altri che la stira non si può più fare. ("Perché?" "Perché le femmine non ci hanno il pisello". "E che ci hanno?") La portano però all'oratorio, dove avviene il dialogo che accludo:
FILIPPO
"E tu chi sei, come ti chiami?"

LEONETTA
"Leonetta".

FILIPPO
"Leonetta. Ma il cardinale lo sa che sei una femminuccia?"

LEONETTA
"Ma se è stato lui a vestimme da maschio".

FILIPPO
"E perché?"

LEONETTA
"Io so' la figlia de madama Lucrezia".

CIRIFISCHIO
"Fiuuuu! 'Na mignotta rinomata".

FILIPPO
"Ma sta zitto! Ma cosa ne sai tu".

LEONETTA
"Per cui so' cresciuta ar casino, insieme alle altre figlie delle puttane. Ma mò Padre Ignazio de Loyola ha detto che le ragazzine nun ce devono sta' ar casino, sennò se imparamo er puttanesimo fin da piccole".

FILIPPO
"Beh, ci ha ragione. Non è un posto indicato".

LEONETTA
"Ah, perché secondo voi è indicato il convento delle vergini miserabili? È là che ci chiudono".

FILIPPO
"Beh, ma vi danno un'educazione, vi mandano a scuola per sette anni".

LEONETTA
"E ve l'immaginate sett'anni trammezzo ai gesuiti? Manco in galera".

FILIPPO
"Vabbe', mò sta' a vede' che è meglio il casino"

LEONETTA
"Apposta er cardinale m'ha portato via e m'ha vestito da maschio".

FILIPPO
"Eh... qui non ci capisco più niente".

LEONETTA
"Don Fili', er cardinale mi vo' bbene".

FILIPPO
"Beh, ma è proprio perché ti vuole bene che si deve preoccupare del tuo avvenire, di mandarti a scuola come tutte le bambine".

LEONETTA
"Ma questo che, ce fa?" (Risolini)

CIRIFISCHIO
"È Santo, è senza malizia".

FILIPPO
"Nel senso che sono un po' stronzo?" (Risate)

LEONETTA
"Don Fili', er cardinale me vo'bbene, ma no alla maniera che pensate voi".

FILIPPO
"Eh? Come? Ma... Voi tutti fuori! Fuori! Cosa state a sentire, tanto voi non capite niente, siete troppo 
piccoli. E tu?"

CIRIFISCHIO
"Io so' grande, posso pure sentì".

FILIPPO
"Ma io... io spero che tu ti renda conto, ma... lo sai quello che stai dicendo, tu capisci, vero?"

LEONETTA
"Io sì. Siete voi che non capite".

Siamo nel 1984 su RAI1, e di pedofilia nella Chiesa non si parlerà più per un bel pezzo. In effetti, non so nemmeno se esistesse già la parola, pedofilia. Ho come l'impressione che le fiction agiografiche di adesso glissino ancora sulla questione.

L'angelo il più delle volte dà le spalle
Per altre cose, State buoni oggi sarebbe considerato assolutamente politically uncorrect. Siccome il demonio dirimpettaio si rigenera periodicamente, come il dottor Who, al fabbro Montagnani subentra una "bella mora", un'extracomunitaria che usa il forno dei dannati per cuocere dolcissimi pasticcini, nel frattempo che seduce i più grandi tra i ragazzini di Sanpippo! C'è pure la scena in cui Johnny in vestaglia (che ti fa subito pensare a Nino Manfredi in vestaglia, è un tic autoriale di Magni la vestaglia) la prende a mestolate nel sedere e lei aaah, sì, picchiami picchiami, non riesco nemmeno a contare in quanti modi oggi una scena del genere sarebbe ritenuta lesiva di minoranze. D'altro canto a un certo punto Johnny sputa in faccia alla Madonna. Cioè, non è la Madonna, è il demonio, però si era truccato proprio bene.  L'episodio peraltro è apocrifo, Sanpippo si limitò a ricevere la confessione di un penitente che diceva di vedersi spesso con la Madonna. "Cotesto è il demonio, e non la vergine", avrebbe suggerito; "però se tornerà più, sputagli in faccia". Ma figuratevi se Magni si lasciava scappare l'occasione di mostrare un prete che sputa in faccia alla Madonna. Non credo che ne vedremo più molti in tv, in prima serata o anche in seconda. Eravamo più laici?
Forse. Eravamo più furbi, senz'altro: in grado di realizzare dei prodotti complessi, strutturati su più livelli di lettura. Anche allora si faceva tv per le vecchiette e i bambini dell'oratorio, e su quel livello State buoni era agiografia onestissima, c'era un Santo che faceva il santo e Montagnani e la bella mora che facevano i demoni, e che demoni. Su un livello un po' superiore c'è la Roma papalina in cui Magni sguazza come un pesce nel suo acquaio: cardinali corrotti e preti ironici, non c'è Manfredi ma Dorelli s'arrangia davvero molto bene. Anche un anticlericale moderato poteva farsi una mezza risata guardando Loyola e Neri che si misurano i centimetri d'aureola. "A me ha guarito la Madonna". "A me no, non volevo disturbare". "Io mangio sempre solo pane e acqua". "Ecco perché vede la Madonna". Forse eravamo anche un po' più paraculi; senz'altro pensavamo di poter costruire favole che piacessero a tutti, cattolici e scettici. Adesso ognuno se ne sta sul suo canale digitale, chi vuole vedere le aureole su rai1 spesso le trova, ma posso dire? Spesso è roba che non si può vedere, non regge neanche l'unico livello che è rimasto.

A Sanpippo è attribuito uno dei miracoli più delicati che si conoscano. Avrebbe resuscitato un ragazzino, ma solo per qualche minuto: il tempo per confessare l'ultimo peccato e salutare.
Interrogandolo poi Filippo la seconda volta se moriva volentieri rispose parimente che moriva volentierissimo, massimamente per andar a veder sua madre e sua sorella in Paradiso; onde il S. Padre, dandogli la benedizione, gli disse: "Va': che sii benedetto, prega Dio per me". E subito con un volto placido e senza alcun movimento tornò a morire nelle braccia del S. Padre...  
La morte non si può sconfigge, anche Lazzaro risorto sarà rimorto prima o poi. Sanpippo si accontenta di sconfiggerla una mezz'ora. Vai cercando là, vai cercando là: ma quando la morte ti coglierà, che ti resterà delle tue voglie? Quella di salutare gli amici, quella forse non è vanità.
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20 maggio - San Bernardino da Siena (1380-1444), predicatore.


'Ci saranno bombe, terremoti, falsi profeti
che vi diranno che ve l'avevano detto...'
[2012]. C'è crisi. Da parecchio. Ce n'è così tanta che non ci ricordiamo nemmeno quand'è cominciata, e nulla ci lascia sperare che possa finire. Le vecchie ricette non funzionano più, i vecchi partiti si sono scannati tra loro senza portarci nulla di buono. C'è confusione e non c'è nessuno che ci spieghi cosa fare. No, veramente uno c'è. È un tizio fuori degli schemi. Per dire, è esperto di Apocalisse e di teorie economiche. Però non è tanto questo l'importante. L'importante è che lui si fa ascoltare. Gli altri sono noiosi e battibeccano sempre, lui quando occupa la scena può tenerla per ore, giorni, settimane. Si capisce che ne sa a pacchi, ma non te lo fa pesare; cita gli economisti ma anche i barzellettieri, ti fa spetasciare dal ridere, certe volte; altre volte ti fa pensare. Quando arriva in città, col suo battage pubblicitario un po' rozzo ma innovativo, le donne fanno la fila per occupare i primi posti, dove si sente tutto. Gli uomini occupano i secondi posti, dove si vedono meglio le donne. Insomma è l'uomo dell'anno, del decennio. Dove passa ammainano le bandiere dei partiti e innalzano la sua. Gli hanno offerto cariche importanti, ma lui la politica preferisce lasciarla fare agli altri. Quello che veramente gli interessa non sono gli onori (ne ottiene), né i guai (se li procura). Quello che davvero vuole fare, lo sta già facendo: predicare è la sua più grande gioia, continuerà finché le forze non lo abbandoneranno. Sto ovviamente parlando di Bernardino degli Albizzeschi, il più grande predicatore del quindicesimo secolo.

I ritratti quattrocenteschi di Bernardino
sono tra i più realistici (si vede chiaramente
che non aveva più denti, per esempio).
Ma non è che nel ventunesimo le cose vadano troppo diversamente. A chi continua ad affettar stupore per gli exploit di Beppe Grillo, porto questa ipotesi in regalo: forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l'incarnazione di un archetipo dell'inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera.


Io sono andato a vederlo una volta sola, perché uscivo con una ragazza a cui interessava. Meno male che ci sono le ragazze, ne approfitto per dirlo, e che acconsentono a uscire con me, altrimenti io passerei le mie serate a leggere prediche quattrocentesche o ad approfondire su wikipedia dettagli oscuri delle biografie di supereroi di fumetti di cui si è interrotta la pubblicazione. Stavo dicendo. Una volta sono andato al palazzetto dello sport a vedere Bernardino di Siena, pardon, Beppe Grillo. Non era ancora diventato un non-leader politico, forse non aveva ancora nemmeno spaccato un PC col martello, ma ricordo che proiettò vecchi filmati in bianco e nero sulla canapa indiana. Spiegò che era un materiale incredibilmente duttile e resistente, che ci si poteva fare qualsiasi cosa, e mostrò in un filmato un’automobile realizzata con una carrozzeria di canapa indiana. Si poteva prendere a martellate. Poi interruppe il filmato e disse, con una voce un po’ meno urlata del suo standard: ragazzi vi ho preso in giro, è tutto finto. Poi riprese il tono stridulo abituale e disse: no, è vero, la canapa indiana è stata criminalizzata dalle multinazionali della plastica bla bla. Quello è stato uno dei momenti nella vita in cui mi è sembrato di avere avuto un’illuminazione. Cioè, veramente Grillo aveva detto che mi stava prendendo in giro? O me l’ero sognato? Forse voleva dimostrare che era in grado di convincermi di qualunque cosa: anche che con la canapa indiana si può carrozzare un’automobile. Il palazzetto era pieno di gente che in quel momento ne era convinta, ma lui non lo era. Allora capisci che uno così in politica doveva entrarci per forza, e che ha perso fin troppo tempo prima di decidersi. Che fantastici anni Novanta ci siamo persi, Grillo vs Berlusconi, il Milione di posti di lavoro contro la Biowashball. Stavo dicendo.

Ecco il bozzetto, che ne dite?
Quando predicava ai suoi concittadini, ed era libero di sbrigliare il suo volgare più schietto, Bernardino aveva un modo particolare di dire “stavo dicendo”. Diceva: “a casa”. Nei momenti in cui l’affabulazione lo portava lontano dal seminato, o si metteva a replicare a qualche ascoltatrice, per tornare all’argomento gli bastava annunciare: “a casa”. E ripartiva dal punto che aveva abbandonato. Bernardino, il più grande stand up comedian del Quattrocento, non era esattamente un improvvisatore. Aveva studiato la retorica di Marco Tullio e aveva perfezionato quella empirica dei grandi predicatori francescani. Il repertorio di storiellette buffe da cui poteva attingere era sterminato, Boccaccio e Sacchetti non erano nella condizione di esigere copyright. E comunque l’importante non era il repertorio, ma il personaggio: con quella voce suadente che gli era miracolosamente rifiorita in gola dopo una malattia di gioventù che aveva minacciato di troncargli la carriera. Con la mimica che doveva metterci – sfogliando le sue prediche sembra di vedere le smorfie e sentire le risate. Bernardino non fu il primo predicatore a diventare una celebrità assoluta: prima di lui, già Antonio da Padova aveva stupito l’Italia e il mondo. Ma a Bernardino capita di vivere e predicare in decenni di transizione, privi di personaggi guida, e a doversi ingegnare inquisitore, giudice, conciliatore, diplomatico. È anche patrono dei pubblicitari, per essersi disegnato di suo pugno il logo – il trigramma YHS nel sole raggiante – e per averlo trasformato in una bandiera che le città sventolano al suo passare, abbassando temporaneamente gli stemmi cittadini e nobiliari, i simboli delle rivalità senza fine che intrappolano l’Italia in un medioevo agli sgoccioli. Tanto clamore gli varrà l’attenzione degli inquisitori, attenzionati dai bigliettini di colleghi invidiosi. Vuoi vedere che dietro quel logo molto efficace, il trigramma nel sole, si nasconde l’idolatria? Bernardino dovrà difendersi in tre processi.

Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto: alle dame senesi osa dire che è persino più importante della Messa (“E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l’una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica”). La predica è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni. Continuerà a predicare in un tour infinito attorno all’Italia, fino all’esaurimento fisico, che lo coglierà all’Aquila nel 1455: gli era rimasto in bocca un dente solo.

Di lui ci sarebbe rimasto poco: un trattatello di economia interessante, non fosse per il fatto che è uno dei primi, in cui tesse le lodi dell’imprenditore che contribuisce alla ricchezza della collettività. Un altro tratto in comune con Grillo. Ma la vera eredità di Bernardino è nelle mille e più pagine di prediche volgari tenute sul Campo di Siena in quaranta mattine nel 1427: nella sua città Bernardino, fresco di assoluzione e di rinuncia alla cattedra vescovile, doveva parlare all’aperto, su un pulpito a rotelle manovrabile a seconda della posizione del vento, amplificatore naturale. Nel pubblico un cimatore, Benedetto di maestro Bartolomeo, raccoglie ogni parola del santo su tavolette di cera, con un metodo stenografico a noi sconosciuto. Il risultato è impressionante: come infilare un dvd medievale e trovarci davanti al Beppe Grillo del Quattrocento, che ammonisce, maledice, improvvisa, sghignazza, cita Duns Scoto e fa i versi degli animali. Qualcuno lo considera il più grande autore italiano del secolo: prima di fare quella smorfia, citatemi un altro autore italiano del Quattrocento. Nelle quarantacinque prediche Bernardino non risparmia invettive agli usurai e ai “maladetti sodomiti” che ammorbano Siena e l’Italia tutta, né elogi delle donne, angeli del focolare nonché parte più cospicua del suo pubblico. Tra i suoi discorsi più famosi c’è quello in cui Bernardino parla proprio dell’arte del predicare, spiegando come si fa a parlare “chiarozo chiarozo”. “O donne”, esordisce, “domani vi voglio fare tutte predicatrici”: le sue istruzioni sono così chiare che dal giorno seguente anche le donne saranno in grado di predicare come lui. Lo leggi, ti sembra di ascoltarlo, e sai che sta mentendo. Nessuno sarà mai bravo come lui, lo sa benissimo. La maggior parte si piegherà dalle risate, si commuoverà quand’è il momento, e pochi minuti dopo avrà già scordato il contenuto, perché la gente è fatta così: ha pance per ridere, occhi per piangere, ma non ha memoria. Sicché alla fine dei conti puoi raccontare loro qualsiasi cosa. L’unico concetto che conserveranno è: ma come predica bene Beppe Grillo, pardon, Bernardino.


Advenne che, una volta fra l’altre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si misse un dì in un cerchio di altri frati, e disse: – o voi, fuste voi stamane alla predica di mio fratello, che disse così nobile cosa? – Costoro li dissero : – o che disse? – O! elli disse le più nobili cose che voi udiste mai. – Ma dici di quello che elli disse. – E elli: – disse le più nobili cose di cielo, più che tu l’udisti. Elli disse…….doh, perchè non vi veniste voi? che mai non credo che elli dicesse le più nobili cose! – Doh, dicci di quello che elli disse. – E costui pure: Doh, voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire! – Infine, avendo costui detto molte volte in questo modo, pure e’ disse: – Elli parlò pure le più alte cose e le più nobili cose che io mai udisse! Elli parlò tanto alto, che io none intesi nulla.
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Storia di due Jan

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16 maggio - San Giovanni Nepomuceno (1340-1393), patrono degli annegati, dei confessori e della Boemia.

Monumento a Giovanni Nepomuceno, a Praga sul ponte di Carlo.
Monumento a Giovanni Nepomuceno,
a Praga sul ponte di Carlo.
[2014]. Nel centro dell'Europa, perenne spina nel fianco destro tedesco, c'è una nazione che da quattordici anni non sappiamo come chiamare. Sulle cartine c'è scritto Repubblica Ceca. Manco fosse l'unica repubblica d'Europa: per dire, e invece l'Italia cos'è? L'Estonia? E il Lussemburgo? No, aspetta, il Lussemburgo è un Granducato. Però non leggerai su nessuna mappa d'Europa "Repubblica Estone" o "Granducato di Lussemburgo", anche perché la dicitura ti occuperebbe mezzo Belgio e tutta la Renania. Non è che i cechi siano più repubblicani degli altri: è che in italiano abbiamo l'aggettivo ma non il sostantivo. "Cechia" è una parola che proprio non riusciamo a dire. Qualcuno ci prova: ricordo in tal senso il coraggio di Claudio Lippi nel presentare Giochi Senza Frontiere. E però a un certo punto dovremmo anche rassegnarci: ci sono parole che funzionano e altre che non prendono mai il largo, e "Cechia" in italiano non ce l'ha fatta.

Io sarei per tornare a "Boemia", che suona infinitamente meglio. E però ogni volta che su internet provo a proporre questa cosa, qualcuno protesta che sarebbe un'offesa ai moravi. In realtà non sono mai riuscito a capire perché un moravo dovrebbe offendersi meno se invece che "ceco" lo chiamiamo "boemo" (conoscete un moravo? Glielo chiedete per favore? grazie). I moravi in verità non sono né cechi né boemi. Sono una cospicua minoranza etnica all'interno della Repubblica Ceca: costituiscono il 30% della popolazione e occupano il 30% del territorio. Però non sono cechi. Sono moravi, appunto. Se ci tenessimo davvero alla loro opinione, dovremmo chiamarla Cecomoravia.

Nel Settecento, una volta fatto santo,
Jan divenne anche piuttosto bello, grazie a un anonimo
di scuola fiorentina che ne dipinse il ritratto più famoso.
"Cechi" è il termine slavo occidentale con cui gli abitanti della Boemia chiamano sé stessi sin dall'alto medioevo. "Boemia" è una parola ancora più antica, derivata probabilmente dai Galli Boi che abitavano nella stessa zona prima di emigrare in Valpadana (non tutti), strappare Felsina agli Etruschi e ribattezzarla Bononia. Similmente agli ungheresi, che tutti chiamano così anche se tra loro preferiscono chiamarsi magiari, i cechi fuori dai loro confini erano conosciuti come boemi: Böhmen in tedesco, bohémiens in francese (che però era anche sinonimo di "zingari", perché si riteneva che venissero da lì; finché per estensione diventarono bohémiens gli studenti squattrinati con ambizioni artistoidi, a metà strada tra hipster e pancabbestia). L'aggettivo "ceco" arriva nelle lingue occidentali nell'Ottocento, il secolo in cui incubano i nazionalismi e i tedeschi per primi scoprono la necessità di distinguere tra boemi di lingua tedesca (Deutschböhmen, concentrati nei Sudeti) e boemi di lingua... ceca (Tscheschien). I moravi però non c'entrano: perlappunto, non sono cechi, sono moravi. La tesi per cui Ceco=Boemo+Moravo non ha nessun serio fondamento, anche se ormai si sta consolidando (vedi la voce di Wiki Italia). Io non sono d'accordo, per cui da qui in poi dirò "Boemia", e credo che tutti dovrebbero imitarmi. Questa sciocchezza della Repubblica Ceca è durata fin troppo.

D'altro canto come potrei definire San Jan Nepomucký patrono della Repubblica Ceca? Una delle nazioni più agnostiche al mondo, dove i cattolici non superano il 10% della popolazione, e nell'ultimo censimento il 35% si è definito "irreligioso" e il 40% non ha nemmeno risposto alla domanda? Jan di Nepomuck era un pio suddito del Regno di Boemia, Stato piccolo ma importante; specie quando alla fine del Trecento il suo re, Venceslao (Václav) il Pigro, riesce a farsi eleggere Sacro Romano Imperatore. Non deve fare una campagna elettorale a tappeto: gli elettori sono sei, uno dei quali è proprio lui. Non solo, ma essendo re di Boemia e principe del Brandeburgo, la Bolla d'Oro gli riconosce il doppio voto (come il jolly ai GSF).

Nepomuceno in un ponte a Borghetto sul Mincio, con un'aria tipo ma dove mi hanno infilato.
Nepomuceno in un ponte a Borghetto sul Mincio,
un’aria tipo ma dove mi hanno infilato.
Essendo Imperatore, Re e Principe, Venceslao ritiene di avere il sacrosanto diritto di nominare vescovo un suo sodale; purtroppo nessuna diocesi è vacante. In compenso è appena morto l'abate del monastero di Kladruby; Venceslao converte l'abbazia in diocesi e ordina ai monaci di sospendere le procedure per l'elezione dell'abate. I monaci non lo ascoltano e nel marzo 1393 eleggono il loro collega Olenus. Jan è il vicario generale dell'arcivescovo di Praga, che ratifica la nomina. Venceslao lo fa arrestare insieme ad altri tre membri dello staff; li fa torturare finché gli altri tre non cambiano idea, e infine condanna l'irremovibile Jan a morte per annegamento nella Moldava (il fiume che attraversa Praga - da non confondere con l'omonima repubblica che sta molto più a est). Fin qui Jan ha tutte le carte per diventare il Thomas Becket boemo: un ecclesiastico tutto d'un pezzo che non si arrende ai diktat del potere temporale e difende fino alla morte l'autonomia della Chiesa. E però la fortuna di Jan sarà molto inferiore a quella del collega inglese: i tempi stanno cambiando. Proprio in quel 1393 a Praga un giovane studente squattrinato sta prendendo la laurea breve in filosofia. Si chiama Jan Hus.

La linea che separa medioevo ed età moderna non taglia lo spazio-tempo in due tronconi netti: a osservarla da vicino è un intrico di linee più sottili e spezzate. Una di queste linee passa proprio per Praga, per quel 1393; Giovanni Nepomuceno, annegato per ordine dell’imperatore, vive e muore in uno spazio ancora solidamente medioevale: il che consente a chi verrà dopo di lui di mitizzarlo, addirittura di anticipare la data della sua morte per farla combaciare con la leggenda. Jan Hus è già al di qua del confine: di lì a poco otterrà una cattedra di teologia e ne approfitterà per divulgare le opere di John Wyclif malgrado qualche papa le abbia già trovate eretiche. In comune i due Jan hanno un tratto del destino: anche Hus sarà gettato in un fiume (il Reno che passa per Costanza), non prima di essere stato carbonizzato sul rogo e convertito in cenere. Un secolo dopo, Lutero eviterà per un soffio la stessa fine. La riforma protestante comincerà in Boemia con un secolo d’anticipo, e assumerà i tratti di una guerra di popolo contro la prepotenza dei regnanti di lingua tedesca. Tutto questo mette in ombra il sacrificio del primo Jan, morto per una causa che i praghesi non riconoscevano più.

Di canonizzazione non si parlerà per altri duecento anni: in mezzo ci sono tutte le guerre di religione che innaffiano l’Europa, facendola germogliare in una forma tanto diversa – gli hussiti contro l’imperatore, gli hussiti pro-Lutero contro gli hussiti anti-Lutero, le guerre di religione del Cinquecento e la guerra dei Trent’anni che prende il volo proprio da una finestra del castello di Praga. Al termine di tutto il processo, i cattolici manterranno in Boemia una presenza residuale, tutelata dagli Asburgo. La necessità di trovare un eroe comune, uno Jan cattolico da contrapporre al più famoso Jan dei protestanti, inciampa in una difficoltà: Nepomucký ormai è una figura evanescente. Miracoli pochi, anche perché nel periodo hussita nessuno più glieli chiedeva. E a distanza di secoli è persino difficile capire cosa abbia fatto di eroico: ha scelto il martirio, d’accordo, proprio come Hus, ma per difendere cosa? Sul serio val la pena di morire per una ratifica? Anche il fatto che avesse disobbedito a un imperatore non doveva aiutare molto la sua causa presso una minoranza protetta dagli Asburgo. D’altro canto, se la sua storia non era più interessante, si poteva pur sempre cambiare.


vltava nepomuk

È così che progressivamente la storia di Jan Nepomucký assume connotati diversi. Viene spostata dieci anni indietro (forse a causa del refuso di un cronista), e confusa ad arte con un oscura vicenda di gossip di corte. Jan diventa il confessore della moglie dell’imperatore Venceslao – non inverosimile, dopotutto era il canonico della cattedrale – e sull’imperatrice Giovanna di Baviera vengono fatti penzolare turpi sospetti. A Venceslao spetta ora il ruolo del classico re becco dei romanzi cavallereschi. Sospetta la tresca, ma Jan è integerrimo e si rifiuta di violare il segreto professionale e sacramentale: e allora Venceslao lo annega. Riscritta così, la storia fila meglio: difendendo il sacramento della confessione, Jan diventa il difensore di tutto il cattolicesimo. Ora sì che lo si può venerare in quanto martire. Tanto più che i gesuiti hanno l’idea di pubblicizzarlo come patrono degli annegati: un colpo di genio che conquista a Jan, anzi a Johannes Nepomucenus (finalmente canonizzato nel 1729), un cospicuo numero di chiese anche in Italia, da Venezia al Polesine a Livorno ad Acireale e in generale un po’ ovunque un fiume o una bufera minacci il povero cristiano. Anche la sua statua va molto forte nelle nicchie sui ponti. In patria molte furono rimosse e distrutte al termine della grande guerra, mentre la Cecoslovacchia si affrancava finalmente dagli Asburgo e si apprestava a decollare come repubblica laica dalle enormi potenzialità industriali. Però la lapide con la croce dalle cinque stelle è rimasta, nel luogo dove Jan sarebbe stato buttato a mare. Ancora oggi qualche anziano si leva il cappello. I turisti invece sfiorano la grata in ferro battuto: pare che porti 10 anni di fortuna. Certo, giù in piazza Jan Hus ha un monumento molto più grosso. Ma non lo sfiora nessuno, i protestanti non vanno in giro a toccar cose.
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Gli angeli zappano per te

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15 maggio – Sant’Isidoro lavoratore, contadino col pilota automatico (1070-1130)

[2013]. Un altro Isidoro; questo non si nasconde in remoti conventi, non soffre di misteriose patologie e non inventa Internet; al limite può essere considerato il primo utilizzatore di un pilota automatico, perché è sostituito nelle sue incombenze da un angelo che si mette a zappare quando Isidro ha bisogno di pregare; e ne aveva bisogno spesso, essendo un santo.

Isidoro il contadino viveva con la moglie, Maria Toribia (beata, patrona dei lavori domestici) nei pressi di Madrid, cittadina araba riconquistata di fresco da sovrani cristiani, che mai avrebbe sospettato di trovarsi al centro di una nazione molto di là da essere disegnata sulle cartine, la Spagna. Colleghi invidiosi notano la sua abitudine ad assentarsi spesso dalla postazione di lavoro; se ne lamentano con il boss, ma questi constata che a parità di salario la produttività di Isidro è superiore a quella dei compagni. Miracolo! O più semplicemente Isidro ha scoperto le virtù rigeneranti del break, quattro secoli prima dell’introduzione del caffè nella penisola iberica.

Perciò Sant’Isidoro l’agricoltore è anche il vostro patrono in questo esatto momento, cari internauti che senza nessuna necessità al mondo siete venuti a vedere se c’era qualcosa di nuovo da leggere qui: e ve la meritate, lettori in pausa caffè, senza di voi nessuno avrebbe mai inventato l’internet; che consta al 70% di siti frequentati da gente che procrastina impegni professionali mentre sorbisce bevande calde. E fate bene, sarete molto più produttivi dopo che vi sarete rilassati un po’. Ma facciamola comunque corta – l’angelo ha detto che vi copre altri due minuti, non di più.
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Perché non avete orecchie

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25 aprile - San Marco evangelista (primo secolo)

[2012]. Un profeta grida nel deserto e battezza i peccatori nelle acque del Giordano; tra di loro vi è un nuovo giovane predicatore, che dopo una quarantena nel deserto si mette a proclamare una buona novella, attraverso parabole enigmatiche e profezie di sventura.
Basilica di York, Eire.
Gli va meglio con le guarigioni miracolose: usa sistemi un po' singolari, (fango, sputi), ma tutto sommato funzionano. Un paio di volte si ritrova a dover moltiplicare pani e pesci per le folle che si radunano ad ascoltarlo. Quel che dice però non è sempre chiaro, nemmeno ai dodici collaboratori più stretti, che a volte hanno troppa soggezione per chiedere spiegazioni. In seguito il predicatore viene accusato di sedizione, arrestato e fatto uccidere. Ma il terzo giorno le donne trovano nel sepolcro, al posto del corpo, un ragazzo vestito di bianco che parla di resurrezione, e scappano impaurite. Questo è in breve il Vangelo di Marco, che se non si trovasse mimetizzato in mezzo agli altri risulterebbe un testo abbastanza inquietante: c'è un Gesù senza Natale e senza Pasqua, sempre un po' arrabbiato perché la gente non capisce. Alla fine di diversi episodi, miracoli o parabole, c'è quel classico versetto alla Marco, come “E si meravigliava per la loro incredulità”, “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Solo i bambini lo smuovono un po' dal suo sempiterno cipiglio (“a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”). Insomma è un tizio burbero, con un cuore che lascia vedere solo a sprazzi:
Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse:“Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia”.
L'episodio c'è anche in Matteo, dove Gesù concede anche un complimento (“Donna, davvero grande è la tua fede!”). In Marco si limita a dire “va'”, e poi passa ad altro. Non è così difficile mettersi nei panni degli apostoli, sempre timidi e vagamente terrorizzati, “stupiti in sé stessi” “Essi però non comprendevano, e avevano timore a chiedere spiegazioni”. Marco è l'evangelista del leone, e il suo Gesù sembra davvero un re leone nella gabbia di un'umanità che non lo capisce. “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (9,19). L'unico Vangelo che suggerisce al lettore che Cristo sulla terra abbia avuto fretta di andarsene.

Ragioni per cui amo Wikipedia.
È anche il più breve: nessuna genealogia, nessuna storia sull'infanzia di Gesù (al punto da far sorgere più di un sospetto di adozionismo: Gesù diventerebbe figlio di Dio solo col battesimo nel Giordano, quando si sente una voce dal cielo dire “Tu sei il Figlio mio prediletto”). All'inizio non era inclusa nemmeno – cosa più sorprendente – un'apparizione di Gesù risorto: solo questo ragazzo vestito di bianco che dice alle donne “Non abbiate paura, Gesù è risorto, andate a dire a Pietro che vi precede in Galilea”. Al che le donne scappano terrorizzate “e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. La versione più antica finisce così: non molto promettente, per il testo fondativo di una religione. Del resto, se le donne non l'hanno detto a nessuno, come facciamo a saperlo? Logica e sintassi greca dell'ultima frase ci lasciano il sospetto che esistesse un seguito, andato perduto quasi subito e rimpiazzato a volte con un solo versetto, a volte con una paginetta che è quella che di solito troviamo nelle nostre traduzioni.

In questo finale Gesù appare di nuovo a Maria di Magdala, che lo dice agli apostoli (“Ma essi non vollero credere”), poi a due di loro (ma gli altri “non vollero credere”) e alla fine a tutti gli undici a tavola “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”. Il finale lungo probabilmente non è di Marco, ma come si vede è coerente con il suo protagonista: neanche una parola gentile (Ehi, che piacere ritrovarvi, scusate se vi ho fatto prendere paura con questa cosa della passione e morte...) Del resto Cristo è un re, poche smancerie.

Magari è anche il contesto romano, la necessità di conferire al figlio di Dio un’aura di imperiale autorità: se Marco è lo stesso Marco che Pietro chiama suo figlio (=discepolo) nella sua prima lettera (“La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta”), e se è vero che Babilonia in realtà è Roma, il suo Vangelo sarebbe nato nell’Urbe o comunque pensato per i cristiani della comunità romana. Lo lascerebbero pensare gli errori di geografia (la Palestina di Marco sembra un fondale di cartone, con laghi monti e città alla rinfusa), i tentativi non sempre riusciti di spiegare abitudini e ritualità ebraiche che Matteo dà per scontate, e un versetto: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il Sabato?” che è difficile immaginare sulle labbra di un Gesù davvero ebreo (nella Genesi persino Dio si riposa, nel primo sabato della creazione). Qualcuno si è spinto a trovare echi di Marco nel Satyricon di Petronio, come se la cena di Trimalcione fosse una parodia delle prime mense cristiane. Marco sarebbe dunque lo stenografo di Pietro: il suo Vangelo sarebbe il tentativo di dare una forma scritta coerente agli aneddoti che Pietro predicava (aneddoti in cui, come abbiamo visto, Pietro non ci fa quasi mai una bella figura). Ma Pietro a Roma potrebbe anche non esserci mai arrivato, “Babilonia” potrebbe essere Antiochia o Persepolis-Ctesifonte, tanto più che il Vangelo è scritto in greco (con qualche latinismo).


The Jefferson's Cut

Oltre a essere il testo più breve, è quello con meno materiale originale. Questo si può spiegare in due modi: il suo Gesù burbero potrebbe essere il più antico, quello da cui hanno attinto gli altri (meno Giovanni), addolcendolo un po’. Ma potrebbe anche essere un bignamino di Luca o di Matteo o di entrambi, in versione semplificata per un pubblico che non aveva dimestichezza con gli usi e i luoghi della Palestina. Il dibattito è sconfinato: comincia praticamente nel terzo secolo e arriva ai giorni nostri. Oggi l’ipotesi più condivisa dai critici è che Marco sia una delle fonti di Luca e Matteo, insieme a un altro testo che non ci è arrivato (la famosa “Fonte Q”). Ma anche Marco potrebbe avere attinto a Q, o viceversa, oppure potrebbero esserci più fonti diverse, è un caos interpretativo. Se vi intriga il suggerimento è: risolvervelo da soli; tanto i testi dei Vangeli li trovate ovunque, in qualsiasi traduzione. Non c’è neanche bisogno di una copia della Bibbia intonsa e un rasoio, come quello di Thomas Jefferson, che si fece un vangelo personale sforbiciando i versetti che per lui non avevano senso. È il dibattito filologico più antico della Storia ed è completamente gratis, approfittatene! (Wikipedia in questo caso mi sembra un buon punto di partenza; non può esserci tutto ma c’è un sacco di roba). Magari per scoprire che l’ipotesi di partenza, la cosiddetta “priorità marciana”, rimane una delle più probabili e suggestive: in questo caso il Gesù più vicino all’originale sarebbe un predicatore scontroso che salta fuori un po’ dal nulla e nel nulla scompare, senza che nessuno tra gli apostoli e le donne abbia ben capito il senso di tutta la storia.

Dopo Roma, la tradizione vuole Marco in missione nel Nordest per conto di Pietro: dopo aver battezzato il primo vescovo di Aquileia (forse la quarta città italiana per popolazione), un naufragio lo avrebbe sospinto nella laguna veneta. A questo punto una voce gli avrebbe detto: Pax tibi Marce, evangelista meus, dopo il martirio riposerai qui. Chissà Marco come dev’esser stato contento del suo palustre sepolcro promesso, sotto il cielo grigio topo che ha la laguna deserta nei giorni di tempesta (Venezia sarebbe sorta solo qualche secolo dopo). Invece in un qualche modo lo ritroviamo ad Alessandria d’Egitto, di nuovo in missione, martirizzato dai pagani. Le sue reliquie arrivano effettivamente a Venezia nel nono secolo, contrabbandate in un recipiente di carne di maiale che i saraceni avrebbero avuto orrore a perquisire.

"Non possiamo portarlo un attimo fuori e fare le fotocopie?"
Un altro dei rari versetti di Marco che non si ritrovano negli altri Vangeli parla di un ragazzo misterioso che fugge senza mantello al momento dell’arresto di Gesù. Non si sa chi sia e perché fugga; non se ne riparla più; non è strano che Luca e Matteo lo abbiano tagliato (sempre che Marco non sia venuto dopo e non lo abbia aggiunto). Un’ipotesi è che quel ragazzo fosse lo stesso Marco, che qui voleva segnalare la sua presenza come testimone oculare. Però Marco lo chiama con una parola, “neaniskos”, che nel suo testo torna una volta sola: quando si parla di un altro misterioso ragazzo, quello ritrovato dalle donne nel sepolcro di Gesù. È lo stesso ragazzo? Che senso avrebbe? Il Vangelo di Marco sembra un giallo aperto: c’è un protagonista che continua a dirti: non capisci? Non capisci? Neanche così capisci? In che altro modo te lo posso spiegare? Come se dall’altra parte del filo ci fosse un Ente superiore che cerca di comunicare delle ovvietà a un babbuino. E tu ti senti un po’ un babbuino: la soluzione è a un passo, ma ci devi arrivare da solo. Verranno altri evangelisti più completi e accomodanti, con la soluzione alla fine, ma forse il più riuscito è quello che dice: sono un enigma, risolvetemi (stupidi).

Oggi è anche ovviamente la festa della Liberazione. Il venticinque aprile è un giorno molto particolare, che purtroppo spesso si prepara con una serie di polemiche sull’apertura dei negozi. Io non lo so se sia giusto o no tenerli aperti. Però credo che tutte le feste, compreso il 25 aprile, siano fatte per l’uomo, non l’uomo per il 25 aprile. Almeno io l’ho capita così, ma magari non ho capito niente. Buona Liberazione.
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La pastorella che vide la Madonna (e non la riconobbe)

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16 aprile - Santa Bernadette Soubirous (1844-1879), pastorella e mistica di Lourdes

Ha degli occhietti furbetti.
Ha gli occhi furbetti. 
[2014]. La Madonna è contagiosa, chi la conosce lo sa. Chi la vede, di solito, ha già sentito parlare di altri che l'avevano vista. Proprio come le malattie infettive, il fenomeno è particolarmente virulento nei collegi. Un'allieva intravede Nostra Signora in fondo a un corridoio; lo dice a un'amica; la vede anche lei; il resto della camerata le prende in giro, lei insiste; nel giro di un mese l'hanno vista tutte. È successo in più di un caso. Da bambino mia zia ogni tanto andava a Medjugorje, molti anni prima che Paolo Brosio si accorgesse delle potenzialità mediatiche del fenomeno. Però non è che ci si potesse recare così spesso in quel Paese relativamente lontano che ancora si chiamava Jugoslavia (la Madonna spesso sceglie nazioni sulla via del disastro: in quegli anni si faceva vedere anche in un collegio in Ruanda). Così a volte si contentava di Fossoli di Carpi, perché tra i cultori locali di Medjugorie si era diffusa questa storia, che la Madonna stesse apparendo anche a Fossoli, poco distante dal vecchio campo di concentramento. E un giorno, in effetti, mentre una folla pregava da qualche parte a Fossoli, si sentì una voce ben distinta dall'alto che diceva: peccatori, pentitevi. Non era esattamente Nostra Signora, come si vedrà.

La natura virale delle apparizioni mariane è un grande argomento in mano agli scettici: chi vede la Madonna in realtà sa già cosa deve vedere. È stato, per così dire, istruito da una tradizione secolare. Questo spiega il perché la madre di Dio frequenti di preferenza contrade cattoliche: altrove, del resto, può capitare che ti curino a elettroshock, o ti recludano finché non confessi che ti eri inventato tutta la storia, prima per prendere in giro i compaesani e poi per non deluderli (così accadde per esempio alla giovane Margarethe Kunz nel 1878, appena qualcuno cominciò a parlare di una "Lourdes tedesca" a Marpingen, nel Saarland). Anche i veggenti in buona fede non farebbero che riprodurre, nelle loro allucinazioni, un immaginario cattolico condiviso da secoli.

Bernadette davanti alla grotta (ma è passato qualche anno).
Bernadette davanti alla grotta (ma è passato qualche anno).
A questa obiezione i credenti rispondono col modello della Pastorella, di cui la piccola Bernadette è l'incarnazione più famosa. Se è abbastanza naturale che una collegiale o una suora sogni le madonne e i sacri cuori che si vede intorno dappertutto, come la mettiamo con le pastorelle? Sono ignoranti, analfabete; frequentano cappelle disadorne; non riconoscerebbero la Madonna nemmeno se la vedessero, e nel caso di Bernadette andò proprio così: non la riconobbe. La chiamava "aqerò" ("quella là" in dialetto occitano); la descriveva come una piccola, bellissima signora biancovestita con una cintura blu e una rosa gialla su ciascun piede. Chiunque a quel punto penserebbe, se non a uno scherzo, a Maria di Nazareth; ma bisogna concedere che il vestito biancoazzurro non era così diffuso: entrò nell'iconografia standard proprio dopo le apparizioni di Lourdes. Nostra Signora dal suo canto ci mise più di quaranta giorni, e sedici apparizioni, prima di presentarsi con quelle fatali parole, que soy era immaculada concepciou, che, a detta di tanti lourdologi, Bernardette sarebbe stata troppo ignorante per capire: come poteva una pastorella sapere che appena quattro anni prima papa Pio IX aveva dichiarato dogma di fede l'Immacolata Concezione di Maria, al termine di un dibattito che aveva messo contro per secoli il fior fiore dei teologi? Anzi, se Bernadette riuscì a riferire la curiosa espressione allo scettico abate Peyramale, fu soltanto perché nel tragitto non smise di ripeterla sottovoce: quesoyeraimmaculadaconcepciou, quesoyeraimmaculadaconcepciou, quesoyeraimmaculadaconcepciou. Padre! Ho rivisto la bella signora! Mi ha detto di dirle quesoyeraimmaculadaconcepciou.

Per il povero parroco fu un bel colpo. Sei sicuro che ti ha detto così? Ma lo sai cos'è... lo sai chi è l'immaculada eccetera? No, certo che non lo sai, poveretta. Fin lì l'abate aveva diffidato della pastorella allucinata. Quando era venuta a riferirle la pretesa della bella signora di costruire un santuario nella grotta, aveva preteso un segno: di' alla tua signora che faccia fiorire il roseto lì sotto. Chissà se aveva in mente il miracolo della Vergine della Guadalupe.

Io ne avevo una, una volta mio cugino ne ha bevuto un sorso ed è ancora vivo.
Io ne avevo una, una volta mio cugino ne ha bevuto
un sorso ed è ancora vivo (miracolo).
Il roseto non rifiorì. In compenso la fonte che Bernadette aveva trovato scavando lì sotto con le unghie cominciava ad attirare i malati. Era stata un'amica della pastorella, Catherine, a immergere per prima un braccio paralizzato e a trarne, diceva, un subitaneo giovamento. Non poteva certo immaginare di essere la prima di settecento milioni di visitatori, nonché di una settantina di guarigioni ritenute inspiegabili e pertanto miracolose - una ogni dieci milioni, percentuale tutto sommato ragionevole. Fu l'acqua benedetta a fare di Lourdes la Madonna più famosa del mondo: le altre si limitavano a sorridere e sussurrare segreti angosciosi a pastorelli perplessi, ma quella della grotta ti guariva. O perlomeno ti lasciava un segno tangibile, imbottigliabile: un sorso d'acqua pura - a patto di intercettarla molto vicino alla fonte, perché qualche metro dopo il miracolo è non prendersi il colera, con tutti quei malati intinti nella fanga.

Se l'acqua rese famosa la Madonna di Lourdes, la dichiarazione raccolta da Bernadette (quesoyeraimmaculadaconcepciou) la rese canonica: Pio IX riconobbe ufficialmente le apparizioni quattro anni dopo (1862) un record. Per dire: i veggenti di Medjugorje stanno aspettando lo stesso riconoscimento da trentaquattro anni. E d'altro canto l'apparizione a Bernadette era stata straordinariamente tempestiva. Proclamando l'immacolata concezione nella sua enciclica Ineffabilis Deus, il pontefice aveva sfidato i suoi stessi vescovi: era la prima volta che un papa proclamava un dogma senza consultarli in un concilio. Parecchi probabilmente borbottavano, specie quelli di formazione domenicana che avevano osteggiato il concetto di immacolata concezione sin dai tempi di Tommaso d'Aquino. Per metterli a tacere, niente di meglio che un intervento della diretta interessata, anche nel dialetto dei Pirenei. Quando alla fine il concilio si farà - nel 1870 - Pio IX ne profitterà per farsi dichiarare infallibile ex cathedra. Notevole prova di forza per un pontefice che stava per perdere l'ultimo brandello di Stato della Chiesa. Bernadette per quanto possibile, gli aveva dato una mano, recapitando un messaggio dal Cielo con la sua voce pura, immune da contaminazioni culturali e intellettuali. Perlomeno la tesi è questa: Bernadette era troppo ignorante per essere stata anche solo imbeccata da qualcuno meno che santo.

È una tesi che trasuda malafede.

È vero, Bernadette non sapeva leggere e scrivere e si esprimeva soltanto in dialetto. È vero, non aveva nemmeno studiato catechismo: figurarsi se conosceva le ultime novità in fatto di dogmi di fede. Dimostrava anche meno dei suoi 14 anni, a causa della denutrizione. Veniva da una famiglia di mugnai caduti in disgrazia che si erano ridotti a vivere nella cella di una vecchia prigione in disarmo. Il padre era ancora nei guai a causa di un’accusa infamante: sottrazione di qualche sacco di farina. E però la pastorella non è una tabula rasa, non è un buon selvaggio. La storia che racconta assomiglia ad altre storie che si raccontano a pochi chilometri o a pochi anni di distanza: basta allargare un po’ il campo per accorgersene.

Continua a sembrarmi furbetta.
Continua a sembrarmi furbetta.
A 25 chilometri da Lourdes c’è un santuario, Notre-Dame de Médoux. È associato alla leggenda di Liloye, una pastorella a cui la Vergine sarebbe apparsa tra Cinque e Seicento, minacciando epidemie e alluvioni se gli abitanti di Bagnères-de-Bigorre non avessero cambiato atteggiamento; in un’altra versione, la Madonna avrebbe indicato a Liloye la fonte d’acqua pura da bere per guarire dalla peste. Possibile che Bernadette non ne avesse mai sentito parlare?

A 15 chilometri da Lourdes c’è il santuario di Lestelle-Bétharram. Bétharram significa “bel ramo”: si racconta che qui la Madonna avrebbe salvato una ragazza caduta nel torrente allungandole un bétharram. Di origine medievale, nel primo Ottocento il santuario era ancora rinomato per i suoi miracoli. Bernadette ne aveva sicuramente sentito parlare – sappiamo anzi che vi si recava spesso. Il che ci rende ancora più difficile immaginare che nella grotta di Massabielle non riuscisse a riconoscere nella bella signora la Vergine Maria. Persino il colore bianco delle vesti ricorda le fiabesche “dame bianche” che gli incauti viaggiatori dei boschi trovavano all’imboccatura delle grotte un tempo abitate (secondo altre leggende pirenaiche, all’imboccatura delle grotte si possono spiare le Basaandere che si pettinano i lunghi capelli; trattansi delle femmine dei Basajaun, ovvero gli abominevoli uomini pelosi dei Pirenei, che potrebbero discendere dai Neanderthal). Bernadette non ha bisogno di saper leggere o scrivere per conoscere tutte queste storie. Le basta chiacchierare con chi incontra; è una pastorella che vive in una locanda.

In effetti in foto non era mai venuta così bene.
Credo che si tratti già della maschera, ma non è affatto chiaro.
Allontaniamoci dai Pirenei, avviciniamoci al 1858. Alle pendici delle Alpi c’è La Salette, nel dipartimento dell’Isère, dove la madonna era apparsa dodici anni prima ai pastorelli Maximin e Mélanie. Il successo planetario di Lourdes li ha eclissati, ma in quegli anni la Francia cattolica non parlava d’altro. Ferveva il dibattito tra credenti e scettici; tra questi in un primo momento si era schierato anche il popolarissimo padre Jean-Marie Vianney, prima di cambiare idea. Anche a Maximin e Mélanie la “bella signora” si era rivolta in dialetto; anche loro non l’avevano riconosciuta. Certo, può darsi che Bernadette non ne avesse mai sentito parlare; che parimenti nessuno, neanche un prete durante una predica domenicale, le avesse mai raccontato delle apparizioni di rue du Bac (Parigi, 1830); e però al collo aveva proprio una versione della medaglietta miracolosa che in quell’occasione la Madonna aveva commissionato a Catherine Labouré. Su un lato della medaglietta si legge “conçue sans peché”, concepita senza peccato: dunque la concezione immacolata rivelata a Bernardette era già stata anticipata un quarto di secolo prima, e diffusa in centinaia di migliaia di medagliette. E in effetti una festa dell’Immacolata esisteva già, prima ancora che Pio IX ne ratificasse il dogma. Dunque come possiamo essere sicuri che Berdadette cascasse dalle nuvole, di fronte all’affermazione “que soy era immaculada concepciou”? Era analfabeta, d’accordo – ma anche a una pastorella analfabeta e denutrita può venire la curiosità di sapere cosa c’è scritto sulla medaglietta che le penzola dal collo tutto il giorno. Era così difficile trovare qualcuno che glielo spiegasse, anche solo tra il personale e la clientela di una piccola locanda?


Bernadette racconta che la Madonna le si dichiarò il 25 marzo – festa dell’Annunciazione. Era la prima apparizione dopo venti giorni di silenzio; la sedicesima in tutto. Le altre quindici si erano succedute quasi quotidianamente tra l’undici febbraio e il quattro marzo. In quel mese Bernadette aveva sperimentato l’ansia della celebrità: a ogni visita la folla che la accompagnava si moltiplicava. L’ultima volta erano in ottomila: la Signora non le aveva detto niente, e non l’aveva più invitata a tornare. È lecito immaginare che lei o Bernadette fossero stanche di tutto il chiasso. Poi, il 25, all’improvviso, il ritorno.

La madonna di Lourdes è la più simpatica tra quelle apparse in età moderna. Non preannuncia apocalissi o massacri, non terrorizza i suoi pastorelli con visioni infernali; si sforza invece di guarire i malati, con risultati discutibili, ma nessuno è perfetto evidentemente. Non pretende riti o consacrazioni specifiche; chiede solo di fare penitenza, da una madonna è il minimo. Non confida segreti – in breve, non fa politica. Tranne in quel fatale 25 marzo in cui offre a Pio IX un regalo inatteso: la conferma di un dogma di fede. Non è così implausibile che Bernadette sia stata imbeccata da qualcuno, se non dall’inizio, almeno nei venti giorni di silenzio tra le quindici apparizioni e la sedicesima. Credere alla madonna di Lourdes non è difficile – basta essere disperati, il che succede a molti e non escludo che possa capitare a me. Mi è più difficile credere al mito di una Bernadette che prima di incontrare la vergine non conosca niente: nessuna storia, nessuna leggenda, nessun fatto di cronaca, nessuna spiegazione per la medaglietta che portava al collo.

L'aeroporto di Carpi-Budrione, stranamente, non è ancora meta di pellegrinaggi.
L’aeroporto di Carpi-Budrione, stranamente,
non è ancora meta di pellegrinaggi.
Dopo il 25 marzo, Bernadette rivide la signora altre due volte. Il sette aprile rimase in estasi per quindici minuti, senza accorgersi della candela che le si era completamente sciolta in mano. Il medico che le esaminò la mano non trovò nessun segno di scottatura e si convertì all’istante. Infine, il 7 luglio Bernadette non riuscì a recarsi alla grotta, che era stata recintata per motivi di sicurezza. La signora le apparse comunque dall’altra parte del torrente; e fu tutto. Bernadette lasciò Lourdes e trovò ospitalità presso la scuola delle Suore della Carità di Nevers, dove prese i voti nel 1866. Non tornò più alla sua grotta; non vide i cantieri delle tre basiliche, né degli hotel progettati per accogliere migliaia di turisti. Solo in seguito a violenti attacchi d’asma si fece portare un po’ d’acqua benedetta, che a quanto pare le giovò. Morì comunque presto, a trentacinque anni, esattamente 135 anni fa. Anche da morta continuava a sembrare un po’ più giovane. Riesumata nel 1909, apparve in ottimo stato; gli esperti però non poterono esimersi dal notare nella cassa tracce di carbone e uno strato di sale, elementi adoperati in alcuni procedimenti di mummificazione. Dieci anni più tardi il cadavere non era più così di buon aspetto; a partire dal 1929 il volto fu coperto da una maschera di cera.

Che altro dire – ah, mi stavo dimenticando, la storia di Fossoli. La Madonna non so poi chi la vide; ma senz’altro quella voce, peccatori, pentitevi, la sentirono in parecchi, dall’alto. Era un coglione in deltaplano, con un megafono.
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Gemma

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Nel 1902?
1902? 
11 aprile - Santa Gemma Galgani, mistica, ragazza (1878-1903)

[2014]. Rientrano fra le gemme tutte quelle specie e varietà minerali (oltre ad alcune rocce ed alcuni materiali di origine vegetale od animale) che, suscettibili di taglio o lucidatura, possono essere utilizzate in lavori di gioielleria.
La preziosità di queste pietre è determinata dalla loro purezza e dall'intensità del loro colore oltre che dalla loro rarità.


Santa Gemma ha rischiato di chiamarsi Sant'Umberta Pia. Almeno il nonno pare che la volesse chiamare così in onore del nuovo re. Il nome Gemma, suggerito da uno zio, lasciava perplessa la madre, che non trovava nessuna santa omonima sul calendario. Si tratta in realtà di un nome attestato in Toscana già nel medioevo: ma nel lucchese, a fine Ottocento, un nome senza santo in paradiso era una scelta da anarchici o da socialisti. Non era il caso dei Galgani, stirpe di dottori e farmacisti generalmente timorati di Dio. A tagliar corta la questione fu il parroco: se non c'è ancora una santa Gemma, pazienza: magari il posto se lo prenderà la vostra bambina. Bella leggenda, parzialmente guastata dal fatto che il 13 maggio si veneri Santa Gemma di San Sebastiano di Bisegna (AQ).

La gemma è un organo vegetativo che rappresenta il primordio di un nuovo asse vegetale, da cui possono avere origine foglie, rami e fiori.

Gemma Galgani invece è una santa di fine Ottocento. Un secolo complicato per questa rubrica, ci avete fatto caso? Dal Novecento in poi è facile parlare di santi: sono nostri contemporanei, protagonisti o comparse di una storia condivisa. Per contro, i santi anteriori all'Illuminismo sono completamente alieni alla nostra sensibilità, il che in fondo ci libera dalla fatica di capirli: possiamo reinventarli un po' come preferiamo. Tra gli alieni del passato e i nostri contemporanei c'è una frontiera mobile lunga un secolo, che per ora è proprio il XIX. I santi ottocenteschi (Giovanni BoscoJean-Marie VianneyTeresina del bambin Gesù, Pio IX) sono particolarmente indigesti, refrattari a qualsiasi trattamento meno che devoto. O li stronchi o li veneri, una terza via è quasi impossibile.
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L'Ottocento, in generale, è un secolo che sta scivolando giorno dopo giorno oltre l'orizzonte della nostra sensibilità: e forse per un effetto ottico, nell'ultimo istante prima di sparire ci sembra che scorra più lentamente, come il sole al tramonto. La restaurazione e il risorgimento, il romanticismo e il patriottismo, ci abbandonando lentamente, un po' alla volta: facciata ritinteggiata dopo facciata ritinteggiata, convento dopo convento ristrutturato e adibito a hotel o sala convegni. Delle passioni di un secolo ormai ci restano formule vuote, frasi tronfie su targhe di marmo e la geolocalizzazione di ogni tetto sotto cui dormì Garibaldi. Forse ci fu anche un Ottocento felice, di garzoncelli scherzosi, ma il loro lieto rumore è il primo a essere svanito nel frastuono contemporaneo. A resistere, tenace, è una sensazione di tristezza che impregna ancora certi androni: l'Ottocento è lo spettro di molte scuole che abbiamo frequentato, infestate ancora negli sgabuzzini da anime in ginocchio sui ceci. Come si chiamavano? Non lo sanno più, ma i colletti lisi delle loro camicie non potrebbero appartenere a nessun altro secolo.

Le scuole poi stanno migliorando, secondo me, anche nei colori: certi gialli sporchi, certi verdi marci penitenziari ho smesso di vedermeli attorno da un pezzo. Dobbiamo restare lì seduti per sei mattine a settimana e quindi facciamo il possibile per trovarci tutti a nostro agio: un bell'azzurro pastello è in molti casi la soluzione migliore. Ma i muri, e certi sbraghi dell'intonaco da cui affiora l'anima in mattoni, ci ricordano ogni mattina la natura concentrazionaria della nostra istituzione.

Gemma con la sorella Angiolina che da piccola la picchiava e che dopo il processo di canonizzazione campava smerciando reliquie della sorella.
Gemma con la sorella Angiolina, che da
piccola la picchiava e che dopo il processo
di canonizzazione campava smerciando
reliquie della sorella.
In una scuola così, diversi anni fa, ebbi un'allieva che somigliava un po' ai fotoritratti di Gemma Galgani, Di molte altre ricordo ancora meno che il volto. Non sono fisionomista e ho già avuto mezzo migliaio di alunni/e. Altri mi tornano in mente tutti i giorni, come le battaglie devono tornare in mente a un soldato (nel mio caso sono più o meno tutte sconfitte: forse è normale, o forse sono io). Di questa ragazza ricordo lo sguardo vitreo che mi rivolgeva dall'ultimo banco, e che a volte mi dava qualche pensiero: era in trance? o mi guardava? mi giudicava? aveva senz'altro avuto insegnanti migliori. Ripeteva le lezioni diligentemente e consegnava elaborati molto corretti, benché fosse chiaro che la sua anima fosse da qualche altra parte. A me andava bene così, non sono uso nutrirmi dell'anima dei miei studenti.

Anche Gemma a scuola se la cavava. "Molto silenziosa e sempre obbediente", ebbe a dichiarare la direttrice che la dispensò negli ultimi anni dalla tassa scolastica. Altre colleghe non erano d'accordo: la trovavano "canzonatoria" e "ipocrita" e sabotarono la sua richiesta di ammissione nel convento delle oblate. L'apparente incoerenza delle testimonianze si lascia facilmente comporre con un po' di esperienza di consiglio di classe: alcuni insegnanti si contentano del tuo silenzio, della tua obbedienza. Altri no, vogliono scavarti dentro. Chissà cosa cercano poi, cosa pretendono: e se non riescono ad aprirti, ogni tuo vago sorriso diventa canzonatorio; ogni lezione memorizzata diventa ipocrisia. Il percorso di studi di Gemma si sarebbe interrotto di lì a poco in seguito alla morte del fratello Gino, seminarista, per tisi: aveva 17 anni. Gemma, che ne aveva due di meno, cercò coscientemente di trarre il contagio dai suoi indumenti. Lo stesso male le aveva portato via la madre quando aveva otto anni. Non morì, ma interruppe gli studi. Quattro anni dopo avrebbe perso il padre, raro esempio di farmacista senza senso degli affari: lasciava quattro figli sul lastrico. Gemma cominciava a sentire fitte lancinanti ai reni e alla testa. L'unico conforto erano i discorsi edificanti di Giulia Sestini, una sua ex maestra che l'andava ancora a visitare, molto legata ai padri passionisti: la biografia di Gabriele dell'Addolorata, un sacerdote passionista in via di beatificazione, letta tra un'emicrania e l'altra, la impressionò tantissimo.

L'allieva supera la maestra: Gemma è santa, Elena Guerra soltanto beata, so far.
L’allieva supera la maestra: Gemma è santa,
Elena Guerra soltanto beata, so far
La Sestini non fu l'unica maestra che segnò profondamente la vita di Gemma. A nove anni una lezione di suor Camilla Vagliensi sulla passione di Gesù le aveva fatto venir la febbre. Dalla mia distanza è impossibile capire se il tema della passione sia per Gemma un destino che si portava dalla nascita (così come una predisposizione genetica per la tbc che devastò la sua famiglia) o semplicemente un ritornello che ossessionava tutti i religiosi e insegnanti che ebbe la ventura di frequentare. Magari nell’aula di fianco un’altra maestra incantava le fanciulle parlando di fiori e farfalle, creando dal nulla potenziali floricultrici ed esperte di botanica – che qualche anno più tardi si sarebbero comunque sposate per morire di parto di lì a poco. Magari anche Gemma ebbe una maestra così, ma non la stava ad ascoltare: o la fissava con uno sguardo che poteva sembrare, a seconda dell’osservatore, estatico o canzonatorio.

A distanza di un secolo e più rimane l’evidenza: prima di soffrire e sanguinare, Gemma fu molto istruita sull’utilità del soffrire e del sanguinare, da insegnanti molto appassionate, che amavano il loro mestiere e amavano lei. Succede a molti ragazzi, spesso cresciuti in famiglie affettuose dove non hanno mai avuto necessità di dubitare della bontà dei genitori e della loro buona fede: una volta arrivati a scuola, cercano negli insegnanti la stessa affettuosa autorità, e si innamorano di ogni maestra appassionata – e, di conseguenza, della materia che insegna.


Molto spesso questa materia è lettere, ma devo avvertire che non ho rimpianti o rimproveri. Sono contento di avere incontrato maestre meravigliose e competenti ed entusiaste che amavano molto la loro materia, e che l’hanno fatta amare anche a me. Mi dispiace soltanto, in generale, che per ogni insegnante appassionato alla letteratura non ce ne sia uno altrettanto in fissa con la tavola degli elementi, un altro con l’ingegneria delle strutture, o con la teoria quantistica, la macroeconomia, e così via. Ci sono banali motivi culturali ed economici per cui questo succede, ma mi dispiace lo stesso. Comunque poteva andare peggio: a molte ragazze dell’Ottocento, come Gemma, veniva impartito il catechismo e poco più. Normale che una piccola percentuale andasse in fissa con il catechismo (Gemma vinse anche una medaglia), al punto di viverlo sulla propria pelle, e trasformare le proprie crisi nervose in visite angeliche e demoniache. Alla fine la santità era l’unica strada di successo accessibile a ragazze diligenti e studiose, rimaste senza dote ma con una grandissima forza di volontà.

Gemma senza photoshop? (Scherzi a parte, qui sembra più grande, ma gli altri scatti ufficiali sono del 1902-3, e lei è morta nel 1903).
Gemma senza photoshop?
(Scherzi a parte, qui sembra più grande,
ma gli altri scatti ufficiali sono del 1902-3,
e lei è morta nel 1903).
Era in forma di un grosso cane tutto nero, e mi metteva le gambe sulle mie spalle; ma mi ha fatto assai male, perché mi ha fatto sentire tutti gli ossi . Alle volte perfino credo che me li tronchi; anzi una volta, tempo indietro, nel prender l’acqua santa, mi dette una torta tanto forte al braccio, che cascai in terra dal gran dolore, e allora mi levò l’osso proprio dal posto; ma mi ci tornò ben presto, perché me lo toccò Gesù, e fu fatto tutto.

Prima di morire, di tubercolosi a venticinque anni, Gemma Galgani scrive per ordine del suo confessore un diario dove annota quello che le succede ogni giorno, e soprattutto ogni notte, nella piccola stanza della famiglia che la ospita. Scopriamo, leggendo, che Gemma è visitata in fasi alterne da Gesù e da un piccolo demonio. Il demonio la detesta e la bastona, soprattutto alla schiena; Gesù, che invece la ama, la incorona di dolorosissime spine. Vi è poi l’angelo custode, tizio volubile, incline allo scherzo ma anche all’invettiva sdegnosa: basta che a Gemma scappi un pensiero, o uno sguardo curioso al vestito di un bambino durante una funzione domenicale, perché l’angelo vada su tutte le furie e minacci di non tornare mai più, o avverta che addirittura Gesù non la vuole più vedere. Gesù in effetti si fa desiderare: passa anche settimane senza farsi vivo con la corona. Il demonio è più costante. Ogni tanto passano anche altri santi: l’Addolorata, e il Beato Gabriele dell’Addolorata, ormai nei panni del fratello maggiore. Sono allucinazioni? Sì e no. Gemma – che per tutto il tempo ebbe il dubbio di essere in preda ad allucinazioni di natura demoniaca – non ne scrive volentieri, è tutto un mondo privato che preferirebbe tenere per sé, ma il confessore ci tiene. Le capita allora di scrivere “Soffrivo poi tanto a ogni movimento che facevo: che poi era tutta mia fantasia”; “Non creda chi legge queste cose a nulla, perché posso benissimo ingannarmi; che Gesù mai non lo permetta! Lo faccio per obbedienza, e mi sottometto a scrivere con gran ripugnanza”. Di certo c’è che Gemma soffre molto, alla testa e forse ancora ai reni: che è una persona molto sola, educata ad apprezzare la sua solitudine e a popolarla dei personaggi della sua cultura, e ad assecondare ogni richiesta dei maestri che stima.

Appena mi si presentò, lo pregai tanto che non mi lasciasse sola. Mi domandò che avessi; gli feci vedere il diavolo, che si era assai allontanato, ma mi minacciava sempre. Lo pregai che stasse con me tutta la notte, e Lui mi diceva: «Ma io ho sonno». «Ma no, – gli ripetevo – gli Angeli di Gesù non dormono». «Ma pure – soggiungeva – devo riposarmi (ma mi accorsi che faceva per ridere); dove mi farai stare?». Io volevo dirgli che Lui si mettesse sul letto, e io stavo lì a pregare; ma allora avrei disobbedito. Gli dissi che stasse vicino a me; me lo promise.

Io andai a letto; dopo Lui mi parve che allargasse le sue ali e mi venisse sopra il capo. Mi addormentai, e stamani pure era al solito suo posto di ieri sera. Io ce l’ho lasciato; quando sono tornata dalla Messa, non ci era più.


Gemma avrebbe sofferto anche se avesse conosciuto altri maestri e altri dottori; ai suoi tempi la tbc non perdonava, e nel 1903 l’avrebbe presa in ogni caso: da chiuso morbo combattuta e vinta, eccetera. Questo non mi esenta dal provare pena per lei, e vergogna per non averla saputa aiutare in qualche modo; per non averle saputo raccontare qualche altra storia appassionante, per non aver trovato qualche altro senso al suo dolore. E d’altro canto: che senso avrei saputo trovare? Nessuno; io so molte cose, e alcune so spiegarle con passione; ma non so perché si soffre, non so perché si muore. La Vagliensi e la Sestini – che mi immagino spiritate, fanatiche – loro però sì, un senso da dare al dolore l’avevano. Gemma avrebbe comunque preferito ascoltare loro, e i miei discorsi sul big bang, o sulla tavola degli elementi, li avrebbe assecondati con uno sguardo assente o vagamente canzonatorio. Io credo di sapere tante cose, e che vadano insegnate in un certo modo, e che a Gemma sia stato impedito di sbocciare in un secolo di oscurantista bigotteria; ma io non sono nessuno. Gemma invece è sul calendario, ce l’ha fatta: 11 aprile, Santa Gemma Galgani.
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Chi ha paura del profeta Ezechiele

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10 aprile - Sant'Ezechiele, profeta (620-550 aC circa).

[2012]. I profeti biblici più familiari ai bambini della mia generazione erano Zaccaria ed Ezechiele. Zaccaria era il nome di un cono pralinato, la risposta Algida al Blob Toseroni; Ezechiele, beh, era Ezechiele Lupo, quello che dava la caccia ai porcellini nelle storie centrali di Topolino. Il motivo per cui il Big Bad Wolf del più fortunato cortometraggio di Walt Disney a un certo punto sia stato ribattezzato "Zeke" in inglese ed "Ezechiele" in italiano non è tuttora stato chiarito, e il sospetto che c'entri un qualche pregiudizio antisemita non è mai scomparso del tutto. Senz'altro nella sua prima apparizione cinematografica il Lupo Cattivo si travestiva anche da venditore ambulante di spazzole affettando un accento yiddish: e sappiamo che il riferimento era già considerato offensivo nel dopoguerra, quando la Disney portò in tv una versione autocensurata del cortometraggio.



(Però c'è anche chi sostiene che la versione originale sia quella a destra, e che la maschera col nasone sia un'aggiunta successiva: la Disney non ha nessun interesse a chiarire la situazione).

Per Laurence Olivier il personaggio disneyano era ispirato a un suo Riccardo III, e in quest'ultimo Olivier aveva voluto ritrarre un produttore teatrale che detestava, Jed Harris, nato a Vienna da famiglia di origini ebraiche come Jacob Hirsch Horowitz. Potremmo persino sforzarci di cercare nella ferinità del personaggio e nella sua determinazione a cucinare i grassi e rosei porcellini qualche traccia delle più nere leggende medievali sugli infanticidi rituali degli ebrei. Però per quanto grassi e rosei sono pur sempre porcellini; se Ezechiele Lupo fosse anche solo una caricatura di ebreo, non dovrebbe andarne così ghiotto. Del resto i nomi biblici negli USA erano condivisi da ebrei e protestanti, e forse Ezechiele è più popolare presso questi ultimi. Non il lupo, dico: proprio il profeta.

C'è poco da scherzare, con Ezechiele Profeta. Stiamo parlando di uno degli scrittori più influenti della storia. Ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni lo venerano come uomo di Dio; persino gli ufologi lo apprezzano molto per quella pagina in cui si ritrova al cospetto della gloria divina su una specie di carro alato che è la cosa più simile a un'astronave aliena che sia possibile trovare nella Bibbia; non solo, ma persino il processo di pace in Medio Oriente (e quindi nel mondo intero) dipende non in minima parte dall'interpretazione di alcuni suoi versetti oscuri - non sto scherzando, e non è il solito complotto rettiliano, è tutto alla luce del sole purtroppo.

È curioso, ma non del tutto inappropriato, che a tanta fama Ezechiele sia arrivato senza essere un grande scrittore: lo schiaccia soprattutto il confronto con gli altri due profeti maggiori della Bibbia, Isaia e Geremia, che lo precedono nel canone biblico. A Ezechiele manca l'afflato lirico del primo, e il pathos rancoroso del secondo; ma forse è proprio per compensare le sue carenze stilistiche che è costretto lavorare con gli effetti speciali, inventando un nuovo stile visionario e teatrale a base di mostri, oggetti volanti, battaglie titaniche, morti che risuscitano... già qualche esegeta ebreo storceva il naso, considerandolo un contadino al cospetto del nobile Isaia, eppure le sue allucinazioni avranno un enorme successo. Postumo, ovviamente, perché i grandi profeti biblici in vita sono quasi sempre inascoltati e sbeffeggiati. Nemmeno l'aver azzeccato la caduta di Gerusalemme e la deportazione nella Babilonia di Nabucodonosor II gli guadagnerà la stima dei contemporanei. Con Ezechiele però comincia la letteratura apocalittica, quella che descrive un futuro imminente o remoto a base di visioni allegoriche e oscure. Alle sue macchine volanti e alle sue battaglie finali si ispireranno gli autori del Libro di Daniele e dell'Apocalisse di San Giovanni. Ma il contributo di Ezechiele alla storia del mondo non si conclude certo lì.

Siamo nei primi mesi del 2003. L'invasione angloamericana dell'Iraq è ormai data per certa: si tratta soltanto di definire i dettagli, capire chi abbia voglia di dare una mano (Berlusconi, in quel momento, pochissima). Jacques Chirac è all'Eliseo che sbriga le sue faccende quando gli passano il telefono più importante che hanno, non so se all'Eliseo ci siano i telefoni colorati come una volta alla Casa Bianca, ma è un dettaglio che ci possiamo anche inventare e non farà sembrare la storia meno verosimile. Insomma, dall'altra parte del filo c'è George W. Bush. Chirac quando prende in mano la cornetta si immagina già cosa il tizio più potente del mondo vorrebbe da lui: l'appoggio francese alla Coalizione dei Volenterosi. E tuttavia Bush riesce ugualmente a sorprenderlo. Le Président non riesce a capire di cosa stia parlando: non è un problema linguistico, c'è senz'altro un interprete in mezzo, ma i ragionamenti di Bush sono talmente sconnessi che farfuglia anche l'interprete. Ci sono due tizi, Gog e Magog, operativi in Medio Oriente... una profezia biblica si sta per compiere e una nuova era sta per giungere, et toute cette sorte de conneries. Chirac si mantiene sul vago, le faremo sapere, e poi chiama il suo staff: si può sapere chi sono questi Gog e Magog, e perché io non ne sapevo niente? Che figure mi fate fare in società?

Lo staff, invece di limitarsi a googlare, chiama un esperto di Scritture, Thomas Römer dell’università di Losanna. Di questa storia c’è la testimonianza di Chirac e quella di Römer, non la sto inventando io, non sono così bravo. Römer ridà una controllatina ai testi per essere sicuro di non essersi perso niente, e poi spiega: “Gog e Magog” è un modo di dire che compare una volta sola nell’Apocalisse di Giovanni, in un passo in cui gli eserciti della terra si stanno radunando per la battaglia finale (non è l’Armagheddon, è qualcosa di ancora più definitivo, mille anni dopo). Gog e Magog insomma vuol dire tutto e niente, è un po’ come Tizio e Caio, questo e quello, e patatì e patatà: insomma, se arrivano anche Gog e Magog vuol proprio dire che alla battaglia ci saranno tutti. Dietro c’è un riferimento ormai stereotipato e quasi irriconoscibile a Ezechiele 38, in cui si parla di un Gog re di Magog, che invaderà Israele da nord alla testa di una coalizione di maligni, per volontà di Dio, e da Dio stesso Magog sarà sbaragliato con pioggia scrosciante, pietre di ghiaccio, fuoco e zolfo
Così mi magnificherò e mi santificherò e mi farò conoscere agli occhi di molte nazioni, e riconosceranno che io sono l’Eterno».
Dis donc mais tu rigoles, n'est-ce pas?
Seguono in Ezechiele 39 i dettagli su dove scavare una fossa comune grande come una città, perché di Magog non resterà un solo superstite: il profeta calcola che solo per seppellire i nemici gli ebrei ne avranno per sette mesi. “Cosí da quel giorno in poi la casa d’Israele riconoscerà che io sono l’Eterno”, un Eterno che quando c’è da distruggere non bada a spese, tanto poi a pulire c’è la casa d’Israele, ma vabbe’, dettagli. Chirac a questo punto ha un brivido: sul serio il presidente degli Stati Uniti mi ha chiamato per farmi un sermone apocalittico? Sul serio pensa che io, il punto di arrivo del più laico dei sistemi educativi, possa bermi una profezia escogitata quasi tre millenni fa? Oppure, il che è peggio, è in buona fede! cioè queste per lui non sono solo le chiacchiere che si dicono e si ascoltano per raccattare voti nella Bible Belt, ci crede veramente in Gog e Magog e compagnia bella? Devo insomma pensare, con la mia cultura laica e illuminista, che l’unica superpotenza mondiale è governata da un mattoide fanatico? E suo padre, il petroliere, lo sa? La Francia non entrò nella Coalizione dei volenterosi, questo lo sapete tutti. Ma ci resta il dubbio: quello di Bush fu il discorso sincero di un cristiano “born again”, o un semplice modo di dire mal calibrato? Magari Bush voleva soltanto parlare un po’ colorito, attingendo al suo vocabolario di riferimento, che nel suo caso è la Bibbia così come nel caso di Berlusconi è un libro illustrato di barzellette sconce.


Nel corso dei secoli “Gog e Magog” è diventato davvero un modo di dire per chi mastica un po’ di Bibbia, e forse se Chirac fosse provenuto dal sistema educativo italiano le tre sillabe non lo avrebbero trovato impreparato: di Gog e Magog parla Marco Polo, piazzandoli da qualche parte a nord nel suo planisfero immaginario. Di Gog e Magog parlano un po’ tutti gli apprendisti fantarcheologi del medioevo, tutti sicuri di avere trovato la chiave del mistero: sono i Romani, anzi no, sono i Barbari che invadono l’impero, più precisamente i Goti, no, meglio, gli Unni, ma perché non gli Ungari? Senz’altro Ezechiele aveva in mente gli Ungari… anche se, aspetta, anche questi Khazari… e i Tartari, massì, sono chiaramente i Tartari. Nel frattempo il folklore europeo li trasforma in due giganti; su Gog e Magog, popoli affamati che non osano oltrepassare il cancello eretto dal grande Alessandro, Giovanni Pascoli scrive uno dei suoi più suggestivi poemi conviviali. Insomma, uno studente italiano non dovrebbe avere scuse, noi la Bibbia la studiamo. O no?

Anche di carte come queste, su google images
ce n'è un fottio. Ognuno è il Gog e Magog di qualcun altro.
Credo che dovremmo. La Bibbia è un libro sacro, che Dio l’abbia dettata o no. Non ha così importanza: se uno o più popoli si scelgono un libro sacro, quello diventa sacro per forza. Se contiene delle profezie, alcune si avvereranno. Non è solo statistica (in fondo, che ci vuole a immaginare un’invasione del nord da qui a un migliaio d’anni): un popolo che crede in una profezia prima o poi la fa avverare. Il problema con la Bibbia è che molte profezie finiscono con enormi fosse comuni, e anche al popolo di Dio viene pronosticato un futuro da becchini intensivi.
Per questo io, che non ho nessuna paura del calendario dei Maya, ogni volta che sento parlare del programma nucleare iraniano e degli eventuali raid israeliani ho un brivido: ci risiamo, penso, Gog e Magog…

Tra i loro alleati (38,5) “la Persia, l’Etiopia e Put”. La Persia, si sa, oggi si chiama Iran. L’Etiopia, è vero, sembra in tutt’altre faccende affaccendata, ma nei pressi c’è quel ribollente calderone che è il Sudan (e il Sud Sudan). Quanto a Put… meglio non pensare a come si chiama l’autocrate di un grande impero settentrionale che al momento è il migliore amico dei persiani moderni. La punizione di Dio, a base di pioggia zolfo e pietre di ghiaccio, ha tutta l’aria di un armamento non convenzionale. Lo so, sono solo coincidenze. Ma non ha importanza: quel che importa è che qualcuno le trovi verosimili, e che possa concretamente dare una mano al caso affinché la profezia di una battaglia apocalittica si autoavveri. Ma chi? Non gli ebrei, che l’Apocalisse di Giovanni non la leggono, e anche Ezechiele lo prendono con le molle. Viceversa, negli Stati Uniti, milioni di cristiani evangelici (bisognerebbe chiamarli evangelicali, ma è un nome così brutto) prendono il loro contenuto per oro colato. E votano.

Bush jr non fu il primo presidente a parlare di Gog & co.; trent’anni prima li aveva evocati Reagan: ovviamente lui pensava all’URSS. In seguito Iraq e Al Qaeda hanno avuto il loro momento; adesso tocca all’Iran. Gli evangelicali si dividono in tante congregazioni e credenze; alcuni aspettano il regno millenario di Gesù, per altri il regno è già finito e siamo alla battaglia finale; su una cosa però tutti concordano, ed è che la battaglia prevista da Giovanni (e da Ezechiele) potrà avere luogo soltanto se il popolo di Israele si fa trovare là; insomma, affinché il disegno di Dio si realizzi compiutamente, ci dev’essere uno Stato Ebraico e dev’essere attaccato da nord. Dopodiché, apocalisse per tutti, ebrei compresi – solo allora accetteranno che Gesù Cristo è il Messia, prima no. La sto raccontando come una barzelletta perché non vorrei annoiare nessuno, ma non c’è niente da scherzare: è un’interpretazione della Bibbia come tante, ma è anche la chiave di volta dell’alleanza tra cristiani fondamentalisti americani – il cuore dell’elettorato repubblicano – e sionisti israeliani. Giusto per sfatare il mito della lobby ebraica: no, negli USA milioni di appassionati sostenitori (e talvolta finanziatori) dello Stato di Israele sono cristiani, cristiani born again. Per loro c’è un motivo escatologico per cui Israele deve stare proprio là, non esattamente al riparo, anzi in balia degli invasori del nord. Il tutto alla luce del sole, perché tutto si può dire dei cristiani rinati salvo che facciano mistero dei loro piani.

Insomma, gli ebrei di Israele non hanno solo dei nemici che dichiarano di volerli eliminare dalla cartina geografica, ma anche dei simpaticissimi “amici” che li vogliono tenere lì a fare da esca escatologica per Gog e Magog, Saddam Hussein e Ahmadinejad e tutti gli altri mostri della fine del mondo: e tutto questo magari perché una notte di duemilaseicento anni fa sant’Ezechiele profeta aveva mangiato un po’ pesante. E questa è la nostra storia, la storia dei nostri giorni e dei prossimi futuri. Voi direte che no, la nostra storia è fatta di altro: di democrazia e totalitarismo, denaro e materie prime, gasdotti e oleodotti, e che tutto questo è molto più importante delle profezie di Ezechiele. Ecco, mi piacerebbe darvi ragione, perché se è una questione di soldi e di petrolio, in un qualche modo ci si può mettere d’accordo. Ma se c’entra anche la Bibbia, se c’è gente importante che ci crede davvero e non fa finta, beh, per sapere come va a finire basta leggere Ezechiele 39:

«In quel giorno avverrà che darò a Gog, là in Israele un luogo per sepoltura, la valle di Abarim, a est del mare; essa ostruirà il passaggio ai viandanti, perché là sarà sepolto Gog con tutta la sua moltitudine; e quel luogo sarà chiamato la Valle di Hammon-Gog.

La casa d’Israele, per purificare il paese, impiegherà ben sette mesi a seppellirli.

Li seppellirà tutto il popolo del paese, ed essi acquisteranno fama il giorno in cui mi glorificherò», dice il Signore, l’Eterno...
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Benedetto el Negher (di Sicilia)

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San Benedetto il moro, francescano nero lombardo di Sicilia (1526-1589)

[2016]. Brot negher, torna all'infer'n. Immaginate la scena: una squadra di braccianti ha circondato un pastore, un ragazzino che porta due buoi al pascolo. Lo prendono in giro perché è scuro di pelle. Molto scuro. Figlio di schiavi dell'Africa nera, forse etiopi. Lui li guarda preoccupato ma cerca di tenere basso lo sguardo, non vuole grane. Se gli prendono i buoi è rovinato. E forse è a quello che puntano. Una parola sbagliata, uno sguardo di traverso, e un coltello si fa presto a tirar fuori...

Il ritratto (anonimo) più credibile.
Per fortuna arriva il frate. Non è neanche un frate vero e proprio, è Girolamo Lanza, un giovane di San Frau che si è messo in testa di fare il francescano per i fatti suoi; ha donato la sua eredità e si è trovato un eremo poco lontano, a Santa Domenica. Insomma arriva fra Girolamo e domanda: che succede, perché tormentate questo ragazzo? Vi ho visto, sapete. Lui non vi ha fatto niente. È un tipo a posto, secondo me ne sentirete parlare. I braccianti si ritirano di buon ordine: fra Girolamo sarà anche un mezzo matto, ma il suo cognome in paese pesa ancora. L'eremita resta solo col pastore. Magari gli chiede: "Ma di chi sono questi buoi?"
"Della mia famiglia".
"Ma tuo padre non è Cristoforo, che ha preso il cognome di Manasseri dal padrone che lo ha liberato? Quando mai hanno avuto animali i vecchi schiavi dei Manasseri?"
"Li ho comprati io".
"Due buoi? Con che soldi?"
"Avevo dei risparmi".
"E che volevano quei braccianti? Che ti dicevano?"
"Non ascoltavo".

Nella mia testa ovviamente non potevano che dargli del negher-de-merda. Perché a Benedetto non era capitato di nascere soltanto in Sicilia, dove la sua carnagione era già abbastanza eccezionale da suscitare, lo vedremo, forme di psicosi di massa; ma tra tutti i castelli e i villaggi di Sicilia, una serie di circostanze non chiarite avevano portato il padrone del padre a liberarlo a San Fratello, ridente cittadina della provincia messinese di lingua longobarda. Esatto, a San Frau (cattiva traduzione del latino Sanctus Filadelphus) gli abitanti parlavano un dialetto lumbàrd, come a Nicosia, a Sperlinga, a Piazza Armerina, ad Aidone (EN): e a differenza di Acquedolci, di Montalbano Elicona, e di Novara di Sicilia (ME), lo parlano ancora. Non si sa neanche esattamente quando abbiano iniziato - l'ipotesi è che queste zone siano state ripopolate dopo l'invasione normanna (1090), trapiantando in zona contadini e allevatori che provenivano da qualche anfratto non ben localizzato della valpadana occidentale, una zona tra Asti, Cuneo e Savona. Oggi insomma non li considereremmo nemmeno lumbard in senso stretto: ma erano longobardi, o addirittura franzosi, per i siciliani del tempo, che non capivano una parola. In mille anni poi la lingua è cambiata, a volte accettando a volte combattendo le parlate circostanti (trovate qualche esempio di sanfratellese nei romanzi di Vincenzo Consolo, Il sorriso dell'ignoto marinaio Lunaria). Per dire non credo proprio che oggi si dica "negher" in sanfratellese: oggi no, ma nel Cinquecento magari sì.

"Senti, perché non ti disfai di questi buoi?"
"Ma sono miei".
"Rivendili. Potrai donare il ricavato ai poveri".
"I miei sono poveri".
"A maggior ragione".
"E poi che faccio?"
"Vieni con me".
"A fare il frate?"
"Molto meglio che fare il pastore. E poi cos'hai da perdere?"
"Due buoi!"
"Non ci crederà mai nessuno che sono tuoi".
"E perché non dovrebbero..."
"Perché sei un negher!"

(Lo sguardo di traverso che Benedetto era riuscito a risparmiarsi in mezzo ai braccianti, ora fra Girolamo se lo prende in pieno).

"Ti ho offeso? Scusa ma insomma, si vede da lontano. E un pastore negro qua non s'è mai visto. Ma se vieni con me, io posso farti diventare..."
"Un frate negro?"
"Un santo".
"Un santo negro?"
"E quelli vanno forte".
"I santi negri?"
"Fidati di me. Vendi quei buoi".

Antonio l'Etiope,
il nero d'AvolaAHAHAH
CHE SPASSO
LA RUBRICA DEI
SANTI DEL POST.
Anche ad Aidone si parlava lombardo. Il santo patrono è Filippo apostolo: però la statua di Aidone è nera d'ebano "Ha occhi neri e acuti che fanno paura: e quando viene messo in movimento per il giro della città, desta un senso di sbalordimento e di raccapriccio". Il colore scuro testimonierebbe il transito del santo dal mondo dei morti. Altrove si venera un altro San Filippo, siriaco, molto efficace contro i demoni, talvolta definito "schiavo negro". Popolarissimo in tutta la Sicilia (e in particolare ad Agrigento) è San Calogero, sempre raffigurato nerissimo benché greco di Costantinopoli, al punto che in età moderna qualcuno ipotizzò un errore di traduzione: da Chalkhidonos (di Calcedonia, città sull'altra riva di Costantinopoli), a Karchidonos, cartaginese. Ma anche a Cartagine non nascono scuri così... poi ci sono le madonne nere, tipiche dell'iconografia bizantina e molto diffuse in Sicilia già prima dell'arrivo degli arabi. Finché a un certo punto non arrivano i neri veri: Benedetto non è il solo. A Noto c'è il Beato Antonio l'Etiope, detto anche Catagerò d'Avola, eremita e guaritore, poi inquadrato nei francescani, e morto verso il 1550 (ma altri etiopi, tutti chiamati Antonio, risultano a Caltagirone e a Camerano. Notiamo en passant che "etiope" poteva semplicemente significare "nero ma cristiano": il modo più semplice di rendere credibile questa curiosa compresenza di tratti somatici non europei e fede cristiana era evocare il mitico Paese cristiano al di là delle terre islamiche). Lo stesso Antonio di Lisbona, che in Valpadana tutti chiamano Antonio da Padova e raffigurano con l'incarnato roseo di un bambino, era secondo alcuni testimoni piuttosto scuro di pelle. Insomma, essere neri in Europa non è mai stato facile, ma in certe carriere poteva rivelarsi un bizzarro vantaggio.

Negli anni successivi, Girolamo e Benedetto dovranno spesso cambiare eremo per seminare i pellegrini che arrivavano da tutta la Sicilia a chiedere miracoli al frate nero. Il quale magari ci provava pure, a fare qualche miracolo – e non è escluso che qualche guarigione gli riuscisse – in ogni caso, male che andasse, i pellegrini potevano andare a casa e raccontare di aver visto un frate nero. Pensateci: voi quand’è che avete visto un nero per la prima volta? I vostri figli se li trovano all’asilo e non fanno nemmeno in tempo a farci caso. Io devo averne visti migliaia in tv per più di dieci anni, prima di incontrare un nero in carne e ossa. Cinquecento anni fa, quando la fantasia visiva si nutriva al massimo degli affreschi e delle vetrate delle chiese, che emozione poteva essere vedere un uomo nero? E dopo averlo visto, scoprire che malgrado l’incredibile ed evidentissima differenza, è proprio un uomo come noi. Mangia e beve come noi. Parla come noi – salvo quell’accento un po’ esotico, già: lombardo.

Otto anni nella valle di Nazara; poi a Mancusa. Qui Benedetto guarisce un malato di troppo e il traffico di pellegrini diventa tale che i seguaci di Girolamo decidono di trasferirsi sul Monte Pellegrino, fuori Palermo. Gli affari andavano talmente bene che a un certo punto la Chiesa ufficiale si fece sentire, e obbligò i francescani improvvisati a porre termine a ogni forma di spontaneismo. A quel punto Girolamo aveva già lasciato il mondo dei vivi, e i suoi seguaci avevano nominato superiore Benedetto. Niente male per un pastore analfabeta. Forse anche l’idea di avere una congregazione francescana guidata da un nero alle porte di Palermo potrebbe aver lasciato perplesso qualche elemento della gerarchia: fatto sta che nel 1550 Pio IV revocò i permessi. Benedetto scelse di entrare nei Frati Minori, che gli trovarono un posto nelle cucine del convento di Sant’Anna di Giuliana.

Da superiore a sguattero: però la prese bene. Fece ancora carriera: diventò capo-cuoco a Santa Maria del Gesù (Palermo), poi guardiano del convento, e, allo scadere del mandato, maestro dei novizi. Ma la cucina è l’ambiente che gli è rimasto più attaccato, come a Martin de Porres l’infermeria. Tra i suoi miracoli più famosi, oltre alle guarigioni, un paio di moltiplicazioni di pani e pesci – quel tipo di prodigio alla portata di un cuoco che sappia gestire con oculatezza materie prime e avanzi. L’ultimo suo viaggio, dal convento di Sant’Anna a quello di Santa Maria, lo aveva fatto tra due ali di folla venute a toccare il taumaturgo nero. Che magari non li avrebbe guariti, ma potevano pur sempre tornare a casa e raccontare di aver toccato un nero.

cuiaba
Qui siamo a Cuiabà, in Mato Grosso

Benedetto lascia questa terra il quatto aprile del 1589 – 427 anni fa oggi – senza nemmeno sospettare quanto sarebbe diventato importante. L’affetto di confratelli e novizi, la venerazione di palermitani e messinesi non è che una piccola frazione di quello che sta per succedere al di là dell’Atlantico. C’è un intero continente da cristianizzare, ci sono moltitudini di neri da battezzare, e di un santo con la pelle scura c’è un disperato bisogno. Il processo di beatificazione a dire il vero andrà un po’ per le lunghe (bisognerà aspettare Benedetto XIV, aka Prospero Lambertini, già in pieno Settecento: due anni prima, nel 1743, aveva pubblicato una severissima enciclica contro la schiavitù). Nel frattempo i francescani avevano già stampato e diffuso milioni di santini col cuoco nero che tiene in braccio il bambino biondo – l’iconografia più diffusa di Benedetto il moro è, in sostanza, una copia carbone di quella di Antonio di Padova. In Venezuela Benedetto diventa il protagonista di una settimana di festa che prosegue il Natale fino al sei gennaio. L’idea che dietro al santo siciliano si nasconda qualche rito non proprio omologato è qualcosa di più di un sospetto: in Brasile a un certo punto il festeggiamento prevede un matrimonio e un’incoronazione. A sposarsi e a regnare per un giorno sono il re e la regina del Congo, ma anche San Benedetto e la Madonna del Rosario.
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La terra piatta di Sant'Isidoro

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4 aprile - Sant'Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa, enciclopedista, patrono di Internet.

[2013]. I posteri non ci leggeranno, i posteri non leggeranno in generale. Smetteranno di imparare l'alfabeto come noi abbiamo smesso di fare le aste e le O. Per capire quel che c'è da capire probabilmente guarderanno cose sospese nell'aria, in fondo lo stanno già facendo. E rideranno di noi. Ci considereranno dei deficienti. Ogni tanto verranno a guardare come si imparava ai nostri tempi - sfoglieranno i libri, guarderanno le figure, e rideranno per cose che non fanno ridere. Un atlante geografico, per esempio, un planisfero, che risate.

AHAH CHE RIDERE, GOOGLE PENSAVA
CHE LA TERRA FOSSE UN RETTANGOLO.
"Ma guarda, ahah".
"Cosa c'è da ridere, stronzetto".
"Com'eravate buffi. Pensavate che la terra fosse piatta".
"Ma no, niente affatto".
"E allora perché la disegnavate così?"
"Tanto per cominciare non è un disegno, ma una proiezione. E poi non avevamo scelta, se volevamo raffigurarla su un libro dovevamo proiettarla su una superficie piatta, dal momento che... mi stai ascoltando?"
"No, scusa, sto facendo sesso in chat3d"

Devo scrivere un pezzo su Isidoro di Siviglia, a cui un papa - il terzultimo, ormai - ha affidato il padronato di Internet. Per cui capite che non posso assolutamente far finta che il quattro aprile non si festeggi Sant'Isidoro, il celebre erudito, l'ultimo dottore dell'Antico Occidente, prima dei secoli veramente oscuri; ma questo non vuol dire che ne sappia molto. Solo perché ho una prestigiosa rubrica sul Post la gente crede che io sia un pozzo di scienza ma non è vero, la più parte delle volte do solo un'occhiata su internet il giorno prima. Di solito su wikipedia. Che non è il massimo, eh, ci ha tanti difetti, però è sempre il primo posto in cui vai a cercare. È comoda, a portata di clic. Quando proprio voglio ostentare una profonda conoscenza della materia seguo un paio di link che partono da lì. Mi piacerebbe saperne davvero di più, ma ho tante altre cose da fare, sapeste a che ora mi alzo. Su Isidoro poi pensavo che avrei trovato tantissime cose, ma come succede spesso non è affatto così; dovunque trovo più o meno le stesse tre-quattro nozioni. Ho anche dato un'occhiata ai libri che ho in casa ma non dicono nulla di più; potrei sellare i buoi e recarmi in una biblioteca seria - ma a quel punto mi troverei davanti i venti volumi delle Etymologiae in edizione critica, e poi che ci faccio? Troppo materiale è uguale a nessun materiale.

Non sembra, ma questa è la prima versione a stampa
(Günther Zainer, 1472. Il disegnino compare in alcuni manoscritti,
ma non siamo sicuri che ci fosse anche nell'originale di Isidoro.
Isidoro ha scritto migliaia di pagine che non si legge quasi nessuno, ed è stato messo in croce per un disegnino. A un certo punto, dovendo spiegare nella sua enciclopedia di tutto lo scibile umano una questione abbastanza secondaria, una mera curiosità - com'è fatto il mondo? - Isidoro ne traccia uno schizzo semplificatissimo: una T dentro una O. La O è l'Oceano, che circonda le terre emerse; la T è costituita dal Mediterraneo, che a oriente si biforca in due fiumi (il Nilo e il Don) dividendo i tre continenti: Asia in alto (est), Europa a sinistra (nord), Africa a destra (sud).

Isidoro sapeva benissimo che il mondo era più complicato di così; probabilmente condivideva l'opinione degli antichi navigatori che lo consideravano sferico e non piatto; lui stesso aveva viaggiato per terra e per mare, emigrando da Cartagine in occasione dell'invasione bizantina, e trovando riparo nella Spagna visigota. Sapeva benissimo che Europa e Africa avevano coste irregolari e frastagliate; il suo schizzo non era una cartina geografica, ci sbagliamo a interpretarlo così. Era un simbolo, un ideogramma, un modo per raffigurare un concetto e mandarlo a mente. La forma circolare non alludeva a una presunta piattezza della Terra - del resto anche noi, con tutte le nostre approfondite conoscenze geografiche, sui libri usiamo ancora figure piatte, pardon, proiezioni.

Sappiamo benissimo che tutte le cartine piatte raccontano qualcosa di falso - la Terra non è piatta - semplificando un concetto più complicato. Ma le usiamo lo stesso, sono comode. Anche Isidoro, sappiamo benissimo che aveva conoscenze più approfondite di quelle espresse con la T nell'O. Ma ci è comodo semplificarlo così, inserirlo nella Storia che ci raccontiamo nel ruolo dell'ultimo compendiatore del mondo antico, sul suo terrazzino spagnolo sospeso sull'abisso dei Secoli Oscuri: si fece buio su tutta la terra e la gente smise di viaggiare, pensate che l'unica cartina che ancora si copiavano nei manoscritti era una T iscritta in un cerchio! È anche un'ottima occasione per fare sfoggio di un sano relativismo culturale, visto che di lì a poco in Ispagna arriveranno gli Arabi con mappe assai più precise, schizzate da navigatori che sapevano orientarsi tra un porto e l'altro.


(La realtà è solo apparenza, l'universo è tutto un codice).

Ma quello di Isidoro è un mondo che nessun navigatore avrebbe potuto esplorare. È un mondo di libri, di parole, di lettere. Isidoro lo raffigura con un calligramma perché lo considera realmente un calligramma: le lettere dell’alfabeto sono i suoi unici strumenti a disposizione. Deve riassumere tutto lo scibile umano in venti agili volumi che possano essere ricopiati a mano per una decina di secoli, e non ha a disposizione cannocchiali per vedere più lontano, o microscopi per vedere più piccino. Ha solo la grammatica, soltanto l’alfabeto – ma l’alfabeto per Isidoro non è un insieme di simboli arbitrari: è il Codice segreto in cui è stato scritto il mondo. Le sue etimologie, che ci sembrano così stiracchiate e fantasiose, sono tentativi di decifrare il mondo, che non è certo una T iscritta in una O: il mondo è un libro, un glossario di termini inventati da Dio, che forse gioca a ruzzle da un’eternità: da quando digitò la prima parola, tre lettere, “lux”, e la luce fu.

Isidoro non era un topo di biblioteca: fu un personaggio politico di primo piano, convocò un paio di concili della Chiesa di Spagna, contrastò l’eresia ariana. Ma il mondo che descrive nelle Etymologiae è un mondo di pergamena, tutto ricostruito nelle citazioni degli Autori venuti prima di lui. Persino Siviglia, la città dove viveva e lavorava, è un fantasma libresco. Millequattrocento anni prima di Wikipedia, Isidoro aveva fatto tesoro della Terza Direttiva: Niente Ricerche Originali (WP:NRO). Wiki però è una comunità di migliaia di persone; a Isidoro toccava arrangiarsi da solo, sperando che i copisti non lo maltrattassero troppo. Aveva però un vantaggio importante: i diritti d’autore non sarebbero stati codificati per altri dodici secoli. Copiare era insomma consentito, anzi, consigliato. Isidoro è il definitivo artista del copia-incolla: non si esprime a parole, ma a citazioni: come il tipico studente insicuro, che sfoglia le enciclopedie in cerca di un testo da ricopiare pari pari, ecco, la prima enciclopedia è stata scritta da uno studente del genere. Molto spesso non sa nemmeno cosa sta citando esattamente: la maggior parte degli autori non li ha potuti leggere in originale, con la solita scusa che era iniziato il Medioevo, e prima i Suebi e poi i Vandali e infine i Visigoti, insomma molte biblioteche erano marcite o andate in fiamme: e così a Isidoro non restava che citare Varrone attraverso riassunti altrui, bignamini anonimi. Chissà se era poi vero. Magari frugando un po’ nell’archivio qualche dozzina di volumi di Varrone avrebbe anche potuto reperirli; ma poi bisognava leggerli, e indicizzarli, sarebbero serviti degli anni, e Isidoro magari aveva fretta. Anche lui al mattino poi doveva alzarsi presto.

Per dire, questo è Al-Idrisi (arabo di Sicilia) nel 1150.
(Il nord è verso il basso).

Isidoro lavorava su materiali di seconda e terza mano, come gli studenti che studiano riassunti di altri studenti che hanno copiato da libri che riprendono altri libri, e se ci riflettete non c’è nulla di strano, è la tipica cultura scolastica: quel sistema per cui esci dal liceo con la sensazione di aver “studiato” Cartesio (cioè di aver studiato un riassuntino di due paginette di un manuale di filosofia che a sua volta riassume una monografia dedicata al Discorso sul metodo), di aver “studiato” Kant. Passa qualche anno e cominci a metterti in discussione: cosa ho studiato, realmente, di Kant? Magari a quel punto vai su internet e trovi più o meno le stesse cose, riversate da qualche studente come te, specie da quando Google ha deciso di mettere al primo posto Wikipedia. Che ha tanti difetti, però è comoda, e rapidamente ha soppiantato le altre fonti. Più in profondità magari ci sono contenuti più complessi e originali, ma servirebbe molto tempo per cercarli, e dobbiamo tutti alzarci presto. Così alla fine ci aggrappiamo tutti a Wikipedia, che galleggia su terabyte di nozioni che non si legge più nessuno.

Isidoro voleva solo rendersi utile, ridurre lo scibile umano in venti agili volumi per la classe dirigente del suo tempo; non aveva la minima idea del disastro che ne sarebbe derivato. La sua enciclopedia piacque così tanto che molte sue fonti dirette e indirette sparirono dalla circolazione. Non c’era più bisogno di loro: le Etymologiae bastavano e avanzavano, e così nessuno si prese la briga di copiarli. Non c’era tempo, bisognava copiare Isidoro.

I posteri queste cose non le capiranno. Tempo e spazio saranno a loro completa disposizione. Scansioneranno i palinsesti finché non troveranno tutti i libri di Varrone andati persi sotto una pandetta o un laudario. Vivranno immersi in archivi fatti a nuvola, densi di tutto ciò che è stato scritto, di tutto ciò che si potrebbe leggere, avendone il tempo. E tempo ne avranno, ma non sapranno più leggere: solo ogni tanto sul tapis roulant verso casa visualizzeranno qualche concetto volante, e un giorno da qualche parte un documentario interattivo sui blog italiani del XXI secolo si bloccherà per errore di sistema su uno screenshot di questa pagina, con la mappa di Isidoro in primo piano. Qualcuno chiederà: che roba è? Un disegno del mondo? Piatto? Nel XXI secolo? Come erano stupidi.
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Ciccio, eremita a corte del re

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Tre uomini in saio, attraverso lo stretto di Messina.
Tre uomini in saio, attraverso lo stretto di Messina
2 aprile, San Francesco di Paola o da Paola (1416-1507), eremita d'esportazione.

[2014]. Essere eremiti di successo è complicato. La logistica, ad esempio: devi vivere in un luogo lontano da tutti, ma non del tutto irraggiungibile, sennò rischi che i pellegrini si scelgano un altro venerato maestro. A Paola (provincia di Cosenza) a un certo punto si decise di costruire un ponte tra le due sponde scoscese di un torrente, che avrebbe accorciato di molto il faticoso percorso dei devoti all'eroe locale, Francesco detto Ciccio. Per fare i ponti, però, bisogna venire a patti col demonio: ciò è noto sin dal tempo dei Longobardi, e anche i santi più facili al miracolo si sono rassegnati: Dio fa tante cose, ma i ponti sono una specialità demoniaca.

Persino Francesco di Paola, che aveva attraversato lo stretto di Messina sul suo mantello per non pagarsi il traghetto; Francesco di Paola che aveva resuscitato il suo agnellino preferito facendolo uscire illibato dal forno da dove gli operai si aspettavano uscisse un abbacchio cotto e croccante; Francesco che per i suoi prodigi sarebbe stato invitato alla corte del re di Francia; persino lui dovette chiedere una consulenza ingegneristica al demonio. In cambio il demonio, come sempre in questi casi, richiese l'anima del primo essere vivente che avrebbe transitato sul ponte. Francesco accettò e, a lavori ultimati, fece attraversare il ponte a un cane.

Il demonio si arrabbiò molto, o almeno così dice la leggenda: ma siccome il trucco era vecchio di secoli, e adoperato in dozzine di ponti medievali in tutta Europa, viene il sospetto che sia tutta una messinscena, e che il demonio sia al contrario piuttosto ghiotto di anime di cani, maiali o altri animali. Non si spiega altrimenti la buona volontà con cui è disposto a edificare ponti a qualsiasi altezza, dimostrando capacità ingegneristiche elevate, sempre col pretesto di pigliarsi la prima anima che passa, e sempre costretto ad accontentarsi della povera bestiola il cui transito è una specie di cerimonia inaugurale, forse di origine pagana, tanto è diffusa in tutto il continente. Ponti del diavolo ce n'è dappertutto anche in Italia: quello di Paola è anzi uno degli ultimi, il medioevo ormai è finito. Il diavolo che finge di adirarsi col santo sembra volersi prestare a un'ultima sacra rappresentazione: la colluttazione lascia sul ponte una traccia, una buca in cui ancora oggi i viandanti sputano, anche chewing-gum se capita di averne in bocca.

Dai, non dite che non ci somiglia.
Dai, non dite che non ci somiglia
Sospeso tra medioevo ed epoca moderna, Francesco di Paola è un santo attualissimo: è difficile impedire alla fantasia di visualizzarlo con i tratti di un altro meridionale frate dei miracoli, Francesco Forgione, più noto come Padre Pio di Pietrelcina. Non si può escludere che tra le cause del successo di quest'ultimo ci sia la facilità con cui la sua figura aderiva a un modello già elaborato e diffuso da secoli: un frate barbuto, burbero e penitente, la cui severità è temperata dalla generosità con cui dispensa i suoi prodigi. Entrambi sembrano ricevere il loro destino insieme al nome di battesimo: Forgione chiese di entrare in convento a 14 anni, Francesco "Ciccio" di Paola a 13 fu contattato in sogno da un frate che gli ricordò il voto fatto dai genitori, già in età avanzata: se avremo un primogenito lo consacreremo a Francesco d'Assisi. Già da bambino del resto gli era stato imposto per un anno il saio francescano, affinché guarisse da un'infezione agli occhi.

Nel 1429 entra quindi in un convento a Cosenza, ma vi resta solo per l'anno di prova, quanto basta per stupire i confratelli con un primo assaggio di effetti speciali: Ciccio si sta già esercitando a reggere i carboni ardenti nelle mani, è in grado di accendere le candele con un semplice sfioramento; a volte riesce a essere simultaneamente sia nella cappella sia nel refettorio (è la bilocazione, un altro grande classico di Padre Pio). Ma il saio dei francescani regolari gli sta troppo stretto, o troppo largo, a seconda dei punti di vista. L'anno successivo coinvolge i genitori in una specie di grand tour della spiritualità nell'Italia centrale: visita Assisi, Loreto, Montecassino, nonché ovviamente Roma, dove rimprovera un cardinale per gli abiti sfarzosi. Al suo ritorno, decide di fare il francescano in proprio, ritirandosi sui monti. È una scelta estrema e anche un po' pericolosa: non solo l'epoca d'oro degli anacoreti era tramontata da secoli, ma da almeno cent'anni le gerarchie ufficiali della Chiesa guardavano con sospetto a chi interpretava la povertà francescana in senso troppo letterale. Lo scontro tra frati conventuali e spirituali era terminato con l'espulsione di questi ultimi; altre esperienze borderline, come quella dei fraticelli, erano state represse con la spietatezza riservata alle correnti eretiche. La povertà era potenzialmente rivoluzionaria.

Ciccio in realtà non rischia niente finché nessuno si accorge di lui: le cose cambiano quando i cacciatori cominciano a parlare di un sant'uomo ritirato sulle montagne. Ai primi ammiratori che lo raggiungono, Ciccio impone un regime durissimo: niente carne né latticini o uova, una quaresima di trecentosessantacinque giorni che si aggiunge ai tre voti francescani (povertà, castità, obbedienza). Anche all'ispettore ecclesiastico inviato da Roma, Baldassarre de Gutrossis, Francesco non nasconde la sua dieta vegan. Questo regime è impossibile, gli obietta il prelato. Nulla è impossibile a chi ama Dio, ribatte Ciccio, prendendo in mano un tizzone ardente a mo' di dimostrazione. Baldassarre riparte in fretta per Roma, deposita una relazione entusiastica, e ritorna a Paola, dove aiuterà il santo verdurista a organizzare un vero e proprio Ordine. Quando l'approvazione del Papa arriva, nel 1474, Francesco ha quasi sessant'anni, e anche se tra la corte di Napoli e la Sicilia ha viaggiato molto più di quanto ci si sarebbe aspettato da un eremita, tutti si aspettano che termini i suoi giorni in uno degli eremi da lui fondati. E invece, nel 1482, l'imprevisto: Francesco riceve un invito che non può rifiutare, dal più potente regnante europeo, Luigi XI detto il prudente.

Lui si è fasciato la testa per anni,
poi è morto e suo figlio ha sbattuto
la sua contro una trave.
Qualcuno lo ha anche chiamato il re Ragno, per la pazienza e l’astuzia con cui tesseva le sue trame. Un Andreotti medievale, che eredita dal padre la Francia uscita intera dalla guerra dei Cent’Anni e la traghetta verso il Rinascimento. Luigi XI era piuttosto brutto e andava sempre in giro con un berretto. Per alcuni storici non si trattava di un semplice trucco per mascherare le calvizie, ma di un’imbottitura che gli impediva di picchiare troppo forte la testa durante una delle sue crisi apoplettiche. In realtà non sappiamo esattamente di cosa soffrisse, ma la sua ostinazione a vivere lo portò a radunare a corte il fior fiore dei dottori del tempo, e a dare un nuovo impulso alla scienza medica. Verso i sessanta però doveva aver esaurito la pazienza: cominciò a rivolgersi ai guaritori.

A quel punto la fama di Francesco aveva già oltrepassato i confini, ma il santo non si sarebbe certo lasciato smuovere né da un ordine del re né dalle sue donazioni: il valore che dava a queste ultime lo aveva già dimostrato alla corte del re di Napoli Ferdinando, facendo stillare il sangue da una moneta spezzata. Strana parodia di miracolo eucaristico che, se aveva un significato politico (le tue ricchezze sono fondate sul sangue dei tuoi sudditi, ecc.), lo perse immediatamente nei resoconti degli agiografi. L’unico sistema per portare Ciccio in Francia era ottenere che glielo ordinasse il Papa, a cui tutti i frati devono obbedienza. Sisto IV, il pontefice dell’omonima cappella (che non vide mai affrescata) cercò di trasformare il viaggio di Ciccio in un’ambasciata: in cambio di una guarigione il re Luigi avrebbe dovuto rivedere le sue prerogative sulla chiesa di Francia, che in certi casi scavalcavano quelle del Papa. A quel punto Francesco doveva partire – e possibilmente salvare la vita al re.


Partendo a piedi dalla Calabria (s’imbarcherà solo a Civitavecchia), il frate ha cura di lasciarsi dietro una scia di miracoli che ci consentono di ricostruire il suo cammino a tappe forzate. Più volte si ritrova nella situazione paradossale del mendicante che non ha nulla ma vorrebbe lasciare qualcosa di prezioso: messo alle strette può sempre staccarsi un dente, come fece effettivamente quando la sorella gli chiese un ricordino. A un altro compaesano lascia un pezzo di pane che sarebbe resistito fresco e profumato per anni (finché non fu divorato durante una carestia). Sul Monte Pollino lascia le sue impronte in una roccia; a Castelluccio (provincia di Potenza) spilla vino da una botte vuota per rinfrancare i compagni; a Lauria (sempre Potenza) il suo asino si libera miracolosamente dei ferri, dal momento che il maniscalco pretende d’essere pagato; a Polla (Salerno) regala alla famiglia che lo ospita un suo autoritratto miracoloso, inciso nell’intonaco… che però un giorno scompare altrettanto miracolosamente. E così via, e non siamo neanche a Napoli. E tuttavia, al termine di questa odissea dei miracoli, Ciccio si ritrova a Tours davanti a un re provato dalla malattia – e non lo guarisce. Il miracolo più atteso di tutti non arriva: Luigi muore qualche mese dopo, nell’agosto 1483.


Carlo VIII, in questo ritratto ufficiale, ci ha quell'ineffabile espressione del figlio di capitano d'industria un attimo prima di intonare lodi alla meritocrazia.
Carlo VIII, nel ritratto ufficiale, con quell’ineffabile espressione
 da figlio di capitano d’industria un attimo prima
di intonare lodi alla meritocrazia.
A questo punto gli agiografi si sforzano in vario modo di indorare la pillola: Luigi non fu salvato, è vero, ma forse meritava di morire, ne aveva combinate tante; e comunque la missione di Francesco non fu vana, e portò a un riavvicinamento diplomatico tra Francia e Papato (e però la prammatica sanzione di Bourges non fu annullata, e la Corona mantenne le sue prerogative). Qualcuno si spinge anche a parlare dell’effetto che avrebbero avuto gli insegnamenti di Francesco sul re successivo, Carlo VIII, forse senza rendersi conto dello sproposito. Carlo era il giovane cialtrone che nel 1494 avrebbe invaso l’Italia, dando la stura a quei sessant’anni di guerre italiane che avrebbero devastato il Rinascimento e trascinato la penisola nei grigi secoli della Controriforma. Si può dire che il ritardo tra l’Italia e le zone più evolute dell’Europa comincia con Carlo VIII, per cui questa cosa che Francesco di Paola fosse il suo confidente meglio non dirla a voce troppo alta. Vero è che né lui né il suo successore, Luigi XI, lo lasciarono ripartire (Carlo VIII morì presto, a 27 anni, sbattendo la testa contro un’architrave del castello di Amboise mentre usciva a cavallo: la ritrosia del padre a lasciargli in eredità la Francia intera si spiega). Nel suo orticello di Plessis-les-Tours, Francesco continuò serenamente a coltivare e mangiare le sue verdure fino alla miracolosa età di 91 anni, un ottimo argomento per qualsiasi vegano.

Nel frattempo il suo Ordine cresceva anche in Francia: negli ultimi anni Francesco diede un significato più penitenziale alle privazioni che imponeva ai confratelli, ma non le alleviò: anche sul letto di morte rifece il vecchio trucco delle braci in mano. I suoi frati in Francia si chiamano bons-hommes, dal soprannome che re Luigi diede al suo mancato guaritore, “buon uomo”; in Italia “minimi”, o “paolotti”; in Germania “paulaner”: il fatto che il nome ricordi quello di un’ottima birra torbida ci lascia immaginare un certo addolcimento nel regime.

Francesco morì nei pressi di Tours nel 1507, dieci anni prima dell’arrivo a corte di un altra celebrità italiana, Leonardo Da Vinci. Fu canonizzato rapidissimamente, dodici anni dopo, da un Papa a cui da bambino aveva profetizzato l’elezione, Leone X. Nel 1562 gli ugonotti profanarono la sua tomba, dando fuoco a una salma che fino a quel momento (dicunt) si era conservata “incorrotta”. Oggi non restano che cinque frammenti ossei, custoditi nel santuario di Paola. Francesco è patrono di Napoli, di Calabria e di Sicilia; dei naviganti e dei pescatori; è invocato contro incendi, sterilità ed epidemie; ma anche mangiare tanta verdura può aiutare.
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Maria, la meretrice nel deserto

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Qui è ancora vestita.
1° aprile - Santa Maria d'Egitto (IV-V sec.), ex meretrice e patrona delle medesime.

[2012] Mettete a letto i bambini. Siamo nella Giordania del V secolo, gli anni ruggenti dei martiri sono finiti. Adesso vanno di moda gli eremiti. Gente che va nel deserto e ci resta per anni senza mangiare niente: la gente ne va matta, molti attraversano il Giordano alla ricerca di questi anoressici modelli di perfezione. Tra questi cercatori vi è un monaco palestinese, Zosimo (o Zozima), già stimato e riverito da tutti per la saggezza e la rettitudine. Un giorno una voce gli ha detto: Zosimo, o Zozima che dir si voglia, ma chi ti credi di essere, un Santo? Ma va', va', attraversa il Giordano se vuoi vedere quelli che fanno sul serio. Zosimo obbedisce, e si inoltra nel deserto alla ricerca di qualche "santo padre antico solitario". Dopo venti giorni di nulla, gli appare da lontano un'ombra, un miraggio, si direbbe... una donna, una vecchietta dai capelli d'argento e dalla pelle secca. Zosimo si mette a correre verso di lei, ma la donna gli sfugge. "Perché mi fuggi? Ti prego, fermati, parlami". "Zosimo, abbi pazienza, non vedi che sono nuda? Se vuoi che io parli con te, gettami il tuo palio, acciocché possa coprirmi". Accidenti, pensa Zosimo, questa sa persino come mi chiamo, è una santa seria. E adesso cosa fa? Si è inginocchiata a oriente, ma... per san Girolamo, sta volando! Ehi, ma siamo sicuri che non è un'allucinazione? Dopotutto è da venti giorni che vago nel deserto praticamente senza mangiare né...

"Zosimo, o Zozima che dir si voglia, non dubitare. Io non sono un'allucinazione o uno spirito maligno, ma una femmina peccatrice. Vuoi conoscere la mia storia? A dire il vero ho paura che ascoltandola fuggirai da me, non potendo il tuo cuore reggere tanta iniquità: ma se proprio insisti..."

Flashback! Quarantasette anni prima, su un dock di Alessandria d'Egitto, una donna si accosta a un gruppo di dieci marinai: ehi belli, ve ne salpate di già? Che peccato, e dove andate? Portiamo un carico di pellegrini a Gerusalemme, sai, il Santo Sepolcro. "Ah, ecco cos'era tutto questo movimento in giro, i pellegrini. Sentite, ma mi portereste con voi?" "Se hai il denaro per il naviglio, volentieri". "Il denaro non ce l'ho, ma una volta a bordo sarò io il vostro naviglio, ah ah". Dice proprio così. Qualcuno dei marinai si allontana schifato, qualcun altro sorride magari perché l'ha riconosciuta: costei è Maria d'Egitto, non è una come tutte le altre. Lei, per dirla col poeta, lo faceva per passione:
Diciassette anni fui meritrice pubblica e sì disonesta e libidinosa che non m’inducea a ciò cupidità o necessità di guadagno, come suole addivenire a molte, ma solo cupidità di quella misera dilettazione; in tanto ch’io m’andava profferendo impudicamente e non volea altro prezzo da’ miei corruttori, reputandomi a prezzo e a soddisfazione solo la corruzione della lussuria: onde gli giuochi, l’ebrietadi, e altre cose lascive e induttive a quel peccato, io riputava guadagno; e spesse volte rinunziava al guadagno e ai doni per trovare più corruttori, sicché nullo si scusasse e lasciasse di peccare con meco per non avere che darmi; e questo non faceva io perch’io fossi ricca, ma avvegnach’io fossi indigente, sommo mio disiderio e diletto era stare in risi e in giuochi e in disonesti conviti e ‘n corruzione continova.
La vita di Maria d'Egitto ci arriva in tre versioni. La prima è di san Sofronio, patriarca di Gerusalemme tra sesto e settimo secolo, ed è forte il sospetto che se la sia inventata lui (e complimenti patriarca per la fervida fantasia). L'idea di un eremita che attraversa il deserto per incontrarne uno ancora più santo sembra ricalcata sulla storia dei santi Antonio e Paolo scritta da Girolamo (anche in quel caso i due si scambiavano il pallio). La seconda è un riassuntino di una nostra vecchia conoscenza, Jacopo di Varazze o Varagine. La terza versione è quella che sto citando, ed è già in volgare: avete notato come scorre bene, malgrado la patina medioevale? Perché è di Domenico Cavalca, un domenicano del Due-Trecento che scriveva benissimo. La vita di Maria Egiziaca è considerata il suo capolavoro: Gianfranco Contini la riporta nella sua antologia della Letteratura italiana delle origini, che è dove l'avete letta voi, popolo di laureati in lettere. Ma probabilmente non c'era bisogno di ricordarvelo, probabilmente di quel mattone è l'unica pagina che vi rammentavate, dopotutto Maria è la cosa più hard che succede nella letteratura italiana fino al Boccaccio. Per farla breve, Maria si mette in testa di pagarsi il viaggio in natura, ed è una di quelle situazioni in cui si dice che non conta la destinazione (il Santo Sepolcro de che?), ma come ci si arriva:
E per tutto quel viaggio la mia vita non fu altro se non ridere e dissolvermi in canti e in giuochi vani, e inebriarmi e fare avolterii e fornicazioni, ed altre cattive e laide cose e parole dire e fare, le quali tutte sufficientemente la lingua non può isprimere. E non mi ritraeva da tanti mali né paura di tempesta di mare, né vergogna della gente che v’era; ma era io sì sfrontata e lieve, che eziandio uomini gravi e onesti invitava a corruzione e facevagli cadere, sicchè veramente la mia fetidissima carne era esca del diavolo a tirare l’anime in abisso e in perdizione.
Mentre Maria viaggia nella turpitudine, anche noi ci facciamo un giro nelle fantasie erotiche di un patriarca del settimo secolo, felicemente riprese e rielaborate da un domenicano del quattordicesimo. L’abisso di perdizione è tale che la stessa Maria si domanda com’è possibile che il vascello non vi sia sprofondato, "inghiottimmi viva viva". Si vede, pensa Maria, che Dio voleva che arrivassimo sani e salvi a Gerusalemme, affinché potessimo pentirci. Nel frattempo chiudeva l’occhio sui gangbangisti in crociera – Dio senz’altro l’occhio lo chiudeva, ma Sofronio e Jacopo e Domenico sbirciavano; a maggior gloria di Dio, ma sbirciavano. Comunque in un modo o nell’altro la nave arriva in porto, e i passeggeri, esausti ma di ottimo umore, si incamminano per il Santo Sepolcro. Basta seguire la folla: vengono da tutto il mondo, il Cristianesimo è religione di Stato e l’Islam non è ancora stato inventato. Maria segue la corrente; ha ventinove anni, pratica il mestiere da diciassette. Ma cos’è dunque quella forza misteriosa che, giunta alla soglia della chiesa più sacra della cristianità, non la lascia passare? Maria non sa neanche bene dove si trova: sa solo che gli altri passano e lei resta bloccata fuori. Ci riprova. Niente da fare. Si mette davanti a un folto gruppo di pellegrini, “mi spingeranno loro”, pensa. Macché. C’è un esercito invisibile che fa quadrato alla porta e non lascia entrare solo lei, di tutti i pellegrini del mondo: solo lei.
E avvenendomi così più volte, e io pure volendomi mettere per entrare, stancai, sicch’io rimasi tutta rotta del corpo e dolorosa e afflitta dell’anima; e così piena d’amaritudine puosimi in un cantone molto istanca, e pensava piangendo per che cagione questo m’avvenisse. E aprendomi Iddio lo cuore, conobbi che per le mie sordide iniquitadi non permettea Iddio che io così immonda e iniqua entrassi nel suo tempio.
Disperata, Maria trova in quel cantone un’immagine della Madonna e si mette a pregare: fammi entrare tu, e prometto che con questa vita ho chiuso.

Di colpo la porta del Sepolcro si spalanca anche per lei: Maria corre a venerare la Santa Croce, e poi tutti i luoghi santi, finché tornando all’immagine della Madonna non sente forte e chiara una voce che le dice: “Passa il Giordano”.

Per strada un tizio le regala tre monetine con cui compra tre pani per il viaggio. Le basteranno per 47 anni, di cui i primi 17 veramente terribili, trascorsi a fuggire incessanti pensieri di tentazione, mentre i vestiti le marciscono addosso. In seguito – spiega a Zosimo – le cose erano andate meglio; ma insomma per tutto questo tempo Maria era vissuta in perfetta solitudine, senza incontrare nemmeno un animale.

Zosimo è sconvolto. Prima di conoscere la donna del deserto credeva di essere un santo, ma ora si rende conto che di fronte a un esempio del genere lui non è nulla: niente più che una comparsa in una leggenda di Santi altrui. La donna gli chiede di non dire nulla in giro, e di tornare di lì a un anno, per Pasqua: quindi scompare (con il suo pallio), prima che Zosimo possa chiederle come si chiama. Per tutto l’anno rimane con la curiosità, ma poi quando a Pasqua si rivedono (lei porta ancora il suo pallio) Zosimo le impartisce la comunione ma si dimentica di nuovo di chiederle il nome. Il terzo anno la trova morta, un mucchietto d’ossa nel suo pallio: in fondo aveva ottant’anni e il paradiso è sicuro, però Zosimo ci resta ugualmente male perché… non sa nemmeno come si chiama.

Ora forse è una suggestione, ma l’angoscia di Zosimo per il nome della santa, il desiderio di sapere mescolato alla repulsione a domandare, è un tratto che la letteratura successiva assegnerà spesso al fruitore che si innamora della meretrice. Per fortuna che Zosimo
vide a capo di questo corpo una scritta, che dicea: «Abate Zozima, seppellisci questo corpicello di me misera Maria, e òra per me a Dio, per lo cui comandamento del mese d’aprile passai di questa vita». Per la quale iscrittura Zozima conoscendo lo suo nome, lo quale infino allora non avea saputo, fu molto allegro; e computando bene lo tempo della sua morte, conobbe che incontanente ch’egli l’anno precedente l’ebbe comunicata al fiume Giordano, corse questa santissima al predetto luogo, dove giaceva morta.
Addio (e grazie per il pallio)
Ora si tratta di seppellirla, ma Zosimo non ha niente con sé. Fortuna che in quel momento appare un leone. Zosimo dapprima si spaventa, poi riflette: Maria è stata in questo deserto per cinquant’anni senza vedere una sola bestia, dunque questo leone è chiaramente un miracolo, magari se gli chiedo di darmi una zampa a scavare la fossa, lui collabora. Ovviamente è così. Fine della leggenda.

Perlomeno, a Sofronio e Jacopo e Domenico interessava arrivare qui. Ma io sono un uomo di un altro millennio, ho una scala di valori diversa, io la gente che va a digiunare per cinquant’anni nel deserto non la capisco, semplicemente: non riesco a vedere cosa ci sia di positivo in qualcuno che si tira fuori dalla mischia dell’umanità. Oso dire che se Maria ha fatto qualcosa di buono nella vita, secondo la mia scala di valori, ebbene forse lo ha fatto prima, per esempio, riavvolgiamo un attimo la videocassetta, torniamo al punto in cui il nastro è un po’ più liso.

Dunque, siamo su questa nave. C’è un sacco di gente triste, gente brutta, povera, che al sesso proprio non ci pensa. Non si fa, non si può, non ce lo si può permettere. Guarda il mozzo, è terrorizzato, probabilmente in cambusa si accettano scommesse sul primo marinaio ubriaco che lo sodomizzerà. Quand’ecco arriva Maria, e all’improvviso sono tutti più rilassati e contenti. A sodomizzare il mozzo non ci pensa più nessuno, a meno che non sia lui che prende l’iniziativa, in tal caso ok. E il viaggio passa così, le acque sono tranquille, Dio chiude l’occhio e li aspetta tutti a Gerusalemme per perdonarli, ci fu mai una crociera più felice? Senz’altro non fu il viaggio di ritorno.

Me li immagino, tutti contenti di tornare a casa belli purificati dal peccato, compresa Maria… no, Maria non c’è. Dov’è? Non si trova. Ah, peccato. Però. Mandiamo qualcuno a cercarla? È già partito il mozzo. Volevo ben dire. Ma è appena tornato! Cosa dice? Che l’hanno vista sconvolta, fuori dal Sepolcro, diceva che voleva cambiar vita. Un vecchio gli ha venduto tre pani e gli ha mostrato la via per il Giordano. Il Giordano? Ahi! Perché, che roba è questo Giordano? È un fiume, un fiume della Bibbia. Dall’altra parte ci stanno gli eremiti del deserto, quelli che non mangiano e non bevono e non fanno all’amore. Ah. E quindi? E quindi niente, si vede che Maria ha deciso così, buon per lei, no? Ed è meglio anche per noi, niente niente che in mezzo al mare ci venisse l’uzzo di risporcarci l’anima, andava a finire che eravamo andati fino a Gerusalemme per niente. Giusto, con quel che costano i viaggi per mare. Quindi partiamo, no? Sì, partiamo.

“Certo che però Maria…”
“Cosa vuoi farci, la santità è così. Una voce che ti chiama e tu vai”.
“Sì, però… un po’ egoista, no? Lei sente la voce… e noi?”
“E noi cosa?”
“No, dico, noi”.
“Noi ce ne torniamo belli puliti a casa nostra, meglio così no?”
“Già”.
“Ma senti, hai visto il mozzo in giro?”
“È in cambusa”.
“Grazie”
“Ma devi metterti in fila, comincia dietro il cassero di prua”.
“Grazie ancora”.
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La beata che sfidava i nazisti (a crocefissi?)

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"Tu sei il Male, io sono l'Anestesista"
30 marzo - Beata Restituta Kafka (Brno 1890 - Vienna 1943), martire antinazista

[2012] Uno potrebbe anche pensare che i tempi ruggenti dell'agiografia siano finiti per sempre - quei secoli, hai presente, in cui c'eri solo tu, in un monastero perso nel nulla, con un po' d'inchiostro e della vecchia cartapecora raschiata, e ti chiedevano: "Oggi è Sant'Albano d'Ungheria, dai raccontaci la storia di Sant'Albano d'Ungheria". "Ma io mica la so, manco so cosa sia, l'Ungheria". "E inventa". Al limite si poteva sempre scrivere: martire sotto Diocleziano (Diocleziano andava sempre bene, Diocleziano li aveva fatti fuori tutti, Diocleziano pasteggiava a carne di martiri e brindava a sangue di vergini, Diocleziano probabilmente in certi eremi andava forte anche come criptobestemmia: ma Dio cleziano! Quel porco! E il priore non poteva dirti nulla).

Ma oggi che ci sono biblioteche in ogni piazza, google in ogni tasca, oggi non puoi più inventarti niente, o no? Per esempio il 30 marzo si celebra tra le altre la memoria di una Beata novecentesca, Maria Restituta. Su di lei ci sarà ben poco da inventare, penserai. In effetti ci sono i documenti. Sappiamo che è nata Helen Kafka, nel 1890 a Brno, prima impero Austro-Ungarico, poi Cecoslovacchia, poi Protettorato di Boemia e Moravia sotto il Terzo Reich, poi di nuovo Cecoslovacchia, oggi Rep. Ceca. Che prese i voti nell'ordine delle francescane della Carità, diventando suor Maria Restituta (detta "Resoluta" per i modi spicci) e che si distinse per la dedizione e la professionalità con cui esercitò la professione di infermiera e anestesista. Sappiamo che è morta a Vienna nel 1943, decapitata dai nazisti per alto tradimento. L'ha beatificata Giovanni Paolo II nel 1998, che l'unica suora decollata dai nazisti non poteva proprio perdersela. E tutto questo è Storia, voglio dire, abbiamo pure le foto. Non ci puoi ricamare, su Helen Kafka: con tutte le monografie che si saranno su di lei, nelle biblioteche, su internet, insomma, se improvvisi ti sgamano. O no?

Ecco, no.

Una delle cose fantastiche che scopri studiando i santi è che il medioevo, quello fiabesco delle leggende dipinte sulle vetrate, è a portata di clic. Me ne stavo infatti leggendo la scheda di Famiglia Cristiana, quando mi capita di inciampare sulle ultime due righe. Leggi anche tu:
E in faccia agli assassini, prima che il carnefice alzi la mannaia, suor Restituta dice al cappellano: "Padre, mi faccia sulla fronte il segno della Croce".
Tutto abbastanza verosimile tranne... la mannaia? Va bene, lo abbiamo visto, dei nazisti si può raccontare tutto e nessuno si lamenterà - i nazisti sono un po' il nostro Diocleziano moderno. Ma ce le vedete le SS che tagliano la testa di una suora con la mannaia? Non suona un po' anacronistico? In effetti basta sfogliare un po' di Internet in altre lingue per rendersi conto che suo Maria fu decapitata, sì, ma mediante ghigliottina: il vecchio trabiccolo illuminista con cui i nazisti a Vienna avevano sostituito la tradizionale forca austriaca così tristemente nota ai nostri patrioti. E la mannaia? Un ricamo di Famiglia Cristiana. Uno solo? Vien voglia di dare un'occhiata più da vicino.

Visito quattro o cinque biografie in inglese, francese e tedesco (quelle in tedesco non le leggo, guardo solo le parole, al liceo a volte funzionava). Sono tutte molto brevi – in effetti cosa ti aspetti dalla vita di un’anestesista, ancorché provetta? Riprendo in mano la scheda di FamigliaC. Mi cade l’occhio su queste altre due righe:
E quando i nazisti tolgono il Crocifisso anche dagli ospedali, lei tranquillamente lo va a rimettere, a testa alta, sfidando comandi e comandanti.

Ecco, magari sarà una coincidenza, ma questa notizia del crocefisso (nemmeno inverosimile) l’ho trovata solo nelle biografie italiane. Da qualche parte ho letto che suor Restituta riuscì a ottenere che fosse esposto il crocefisso nell’ala nuova di un ospedale, appena costruita, dove le autorità naziste non lo avevano previsto. Tutto lì. Solo su Famiglia Cristiana l’esposizione del crocefisso diventa una sfida “a testa alta”, peraltro l’unica sfida esplicita tra la suora e i nazisti: sicché al lettore vien fatto di pensare che la suora sia caduta in disgrazia perché continuava a rimettere i crocefissi dove i nazisti li toglievano. E invece no, mi è parso di capire che l’accusa vertesse su due documenti critici nei confronti del Reich, scritti dalla suora stessa: la wikipedia francese li chiama “poemi satirici”, ma non sono riuscito a leggerli.

La controversa scultura si trova nella cattedra di Santo Stefano a Vienna. È opera del celebre scultore austriaco Alfred Hrdlicka, che in precedenza aveva prodotto (sempre per la cattedrale) un’ultima cena in forma di orgia gay (l’ho letta sul Telegraph).

Però, insomma, la suora scriveva. Criticava il nazismo in forma scritta. È una notizia che Famiglia Cristiana non dà. L’unica forma esplicita di critica al nazismo che interessa a Famiglia Cristiana è la lotta per rimettere al loro posto i crocefissi. Ripeto: è un’informazione che ho trovato solo lì e in un’altra breve scheda biografica in italiano, sempre pubblicata in Santiebeati.it, che sembra per molti versi debitrice di quella di Famiglia Cristiana. Guarda per esempio come il tema del crocefisso viene sottoposto a un’ulteriore rielaborazione, un’ulteriore ricamatura:

Il crocifisso nelle stanze e nelle corsie dell’ospedale diventa invece quasi una questione personale: Suor Restituta, risoluta come sempre, si prende l’incarico di personalmente andare a rimpiazzarli là dove sono stati tolti: sa di rischiare parecchio con quel suo gesto provocatorio, ma intanto più crocifissi vengono eliminati e più lei ne risistema.

Non era la musona che tutti credono
Un’infaticabile risistematrice di Crocefissi, questa è suor Maria Restituta per i moderni agiografi italiani. Niente scritti, niente pagine critiche o satiriche sul nazismo, si sa che il cattolicesimo è un po’ refrattario alla scrittura. Ma tante opere di bene, e tra tutte la più importante è continuare ad appendere il crocefisso ogni volta che la turpe SS lo stacca. E mentre scrivo ho già in mente la vetrata in tre vignette: nella prima l’orribile camicia bruna, pallida in volto, incerto su una scala a pioli, stacca il pregevole manufatto ligneo, mentre su tre letti bianchi tre malati di tre colori diversi lo guardano rassegnati. Nel secondo non c’è più la scala: il nazista è al centro della scena, paonazzo in volto, le mani ai capelli biondicci, perché ha visto che sul muro c’è di nuovo il crocefisso! Miracolo! I tre malati sono in piedi sul letto che esultano in pigiama. In un angolino del vetro, racchiusa in un medaglione, Maria Restituta sorride sorniona. Nel terzo riquadro, va da sé, Maria Restituta posa la testa sul ceppo, mentre il diabolico doktor Mengele alza la mannaia. Che serva da monito per tutti quelli che a Strasburgo o altrove vogliono staccare crocefissi dalle pareti pubbliche: tutti nazisti, se non si era capito. O non si era capito? E vabbe’, ma a voialtri vi dobbiamo proprio disegnare le figure.
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Con questa lancia vincerai, o no?

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15 marzo – San Longino trafiggitore di Gesù e martire (I sec.)

Rubens (a volte un po' caotico, devo dire)
[2012]. Stasera parliamo un po’ di Hitler. Prima o poi sarebbe successo, nessuna conversazione su Internet può farne a meno a lungo. È un principio noto come legge di Godwin, dal primo internauta che la formulò: essa afferma più o meno che, col proseguire di una conversazione, la possibilità di mettersi a parlare di Hitler o dei nazisti si allontana da 0 e si avvicina a 1. In realtà questo si potrebbe dire per qualunque cosa, non so, le zucchine: se conversiamo all’infinito, prima o poi ne parleremo. La differenza tra Hitler e le zucchine è che queste ultime non mandano necessariamente in vacca la discussione. Hitler sì, quasi sempre. Uno dei corollari della legge di Godwin era: quando su un forum cominciano a paragonare qualcuno a Hitler, scappate! Tutto quello che di intelligente e originale si poteva dire è già stato detto. (Non potete dire che non vi si è avvertiti).

Una delle difficoltà con Hitler è che non importa quanto il nostro sistema di valori possa essere complesso, stratificato, relativista: siamo comunque tenuti a considerare H. il Male Assoluto (un’espressione che, non esistesse lui, nessuno probabilmente riuscirebbe a pronunciare con serietà da un pezzo; e invece riuscì a farlo perfino Gianfranco Fini). Se non lo facciamo, se ci permettiamo dei distinguo anche piccolini, veniamo subito relegati nell’angolo dei disadattati, tra i nostalgici, i mistici e gli sciachimisti. È una specie di deità al contrario, siamo tutti tenuti non a inchinarci ma a calpestarlo un po’. È un anti-tabù: non solo se ne può parlare, ma prima o poi siamo come costretti a farlo, a sproposito, con qualsiasi sciocchezza ci venga in mente, perché – questo è un ulteriore problema – su Hitler si può dire e scrivere veramente qualsiasi cosa: nessun erede protesterà. E quindi le abbiamo sentite tutte: Hitler pagano, Hitler indù, Hitler iniziato a questo o quel mistero, Hitler ovviamente satanico, Hitler ebreo (non proprio fiero di esserlo), Hitler che crede nella terra cava (ma Von Braun evidentemente no, se riesce a calcolare le traiettorie per far cadere i razzi V2 a Londra), Hitler che vuole prosciugare il mediterraneo per coltivarci il grano (progetto delirante che qualcuno in Germania effettivamente concepì, ma H. rimase scettico), Hitler ufologo, Hitler antartico, Hitler qualunque cosa, purché strana, esotica, fuori dal normale. Perché c’è una sola cosa che potrebbe essere peggio di Hitler.

Tra i tanti misteri: ma come faceva a torcere il polso così?
Io non ci riesco.

Un Hitler banale. Un Hitler prosaico, un Hitler che frequenta maghi e guaritori perché è semplicemente superstizioso come tanti dittatori, un Hitler che accoglie certe sparate paganeggianti di Himmler con scetticismo; un Hitler senza fantasia, che perseguita teosofi e rosacroce; o peggio ancora, un Hitler cristiano, con tutto l’imbarazzo che ce ne deriva. E allora si fa finta di non sapere che sì, il tizio adorava Wagner come tanti tedeschi e austriaci della sua generazione, ma che si trattava di ammirazione artistica, non teologale; tutt’altro che entusiasta all’idea di ripristinare un Walhalla tramontato da un pezzo. “Mi sembra che niente potrebbe essere tanto stupido quanto ristabilire il culto di Wotan. La nostra mitologia antica ha smesso di essere realmente praticabile fin da quando il Cristianesimo si è impiantato. Niente muore, a meno che non sia già moribondo“. Si dà credito alle figure di contorno che si ingegnavano a vedere in Hitler un nuovo Buddha, un nuovo Sigfrido, fingendo di non vedere che le uniche reliquie che gli interessavano davvero (il Sacro Graal, i gioielli della corona del Sacro Romano Impero, la Santa Lancia) erano tutte dannatamente cristiane. Certo, di un cristianesimo medievale, da ciclo bretone, più Artù che Gesù.

Ok, magari non esisto,
ma ho una statua di Bernini grossa così
nel mezzo di San Pietro,
e salutatemi San Maurizio.
Ma è pur sempre oggettistica cristiana: prendi la Lancia, la reliquia più sacra su cui riuscì a effettivamente a mettere le mani. È l’arma che avrebbe trafitto il costato di Cristo facendone sortire sangue e acqua (Gv 19,34). Il soldato che trafigge Gesù era venuto in realtà a spezzargli le gambe, con quei modi carini che avevano i legionari per accorciare le sofferenze a condannati che, abbiamo visto, avrebbero potuto agonizzare per giorni e giorni. Il soldato però a Gesù le gambe non le spezza, e questo poteva insospettire il lettore: per Giovanni, testimone oculare, era cruciale provare che Gesù fosse stato schiodato dalla croce e riposto nel sepolcro da morto. La lancia nel costato chiude la discussione.

Nei secoli successivi l’arma e il suo portatore, battezzato “Longino” (il nome, se deriva dalla lancia stessa, è evidentemente più tardo) assumeranno un potere taumaturgico: nel fertile periodo in cui tutte le comparse dei Vangeli divennero protagonisti di immaginosi spin-off, Longino si ritrovò convertito al cristianesimo, taumaturgo e martire in Cappadocia (non prima di aver raccolto una fiala del Sangue di Gesù, che però sta a Mantova). Addirittura qualcuno lo vuole cieco, un centurione cieco a cui danno l’ordine di spezzare le gambe a tre crocefissi, che ritrova la vista grazie a una salutare spruzzata del sangue di Gesù, certo, perché no.

Comunque il ragionamento di fondo era questo: se dalla ferita di Gesù non era uscito pus, la Sacra Lancia aveva il potere di scongiurare infezioni e cancrene. Forse. Chi siamo poi noi per giudicare, qualcuno ha avuto una cancrena qui? Secondo me quando rischi una cancrena le provi tutte. Compresa la lancia che trafisse Gesù – ce n’erano quattro in circolazione: una ad Antiochia, la vera prima capitale del cristianesimo: oggi si trova a Echmiadzin, in Armenia. Un’altra a Roma – dono al Papa di un sultano, pensate, che l’aveva trovata nel bottino dell’assedio di Costantinopoli e non sapeva cosa farsene. Un’altra a Parigi, souvenir delle crociate di San Luigi IX re, un frescone da antologia che si sarebbe comprato anche la fontana di Trevi, se l’avessero già scolpita: di questa si sono perse le tracce durante la Rivoluzione Francese. Il doppione parigino non creava ai romani nessun imbarazzo, si sa come va con le reliquie: le Sacre Lance e le Vere Croci si smontano, si spezzettano, si grattugiano, da una sola lancia se ne possono creare due o persino tre. La terza lancia era in Germania. E all’inizio non era nemmeno la lancia di Longino; all’inizio era stata ceduta come lancia di San Maurizio, un altro soldato convertito al cristianesimo (un generale, in verità) che rifiutandosi di condurre operazioni di rappresaglia su villaggi cristiani era stato dal solito Diocleziano condannato a morte con tutta la sua legione, tutta convertita al cristianesimo: seimila martiri. La storia era poco credibile già nell’Alto Medioevo, ma Sankt Moritz divenne il pallino dei cavalieri tedeschi, finché Enrico I l’Uccellatore non regalò un intero cantone svizzero a un’abbazia in cambio della lancia, che prima sarebbe passata per le mani di Carlo Magno e Costantino. A noi Enrico I dice poco, ma è il fondatore della dinastia sassone che avrebbe di lì a poco rifondato di nuovo l’Impero Romano, però anche Sacro (come quello di Carlomagno) però anche Germanico: il primo Reich. Himmler si considerava una sua reincarnazione, forse.


Se la trova lui, è la lancia giusta.
Col tempo il culto di Maurizio deve appannarsi un po’, tanto che si rende necessario accessoriare la reliquia con un gadget di quelli che fanno veramente la differenza: un Sacro Chiodo della Vera Croce. Da lì in poi, intorno alla lancia comincia a crearsi un alone di invincibilità: è la Lancia del Destino, è l’arma che rende invulnerabili, eccetera eccetera. I re cristiani ne vogliono tutti almeno una copia con almeno un po’ di limatura del sacro chiodo, ma Ottone III accontenta solo quelli di Polonia e Ungheria, gli altri nisba. Ormai si è capito che le reliquie funzionano come le scope di Topolino Apprendista Stregone: ti basta coltivare una scheggia della Vera Croce e dopo un po’ hai una foresta di Vere Croci rigogliose di Veri Chiodi, e la gente ci credeva? La gente rischiava le cancrene, io se rischiassi in una cancrena toccherei qualsiasi cosa.

A un certo punto, non oltre il XIV secolo, qualcuno comincia a confonderla con la Lancia di Longino, e l’equivoco fa evidentemente comodo a tutto un indotto turistico e socio-assistenziale, nonché al prestigio dei Sacri Romani Imperatori, che tra una rissa feudale e l’altra ne avevano un disperato bisogno. Seguono riforme e controriforme, defenestrazioni e guerre dei Trent’anni: la lancia segue le alterne vicende dell’impero sempre meno sacro e sempre più asburgico, finché non si ritrova in un Museo di Vienna, dove il giovane Adolf la vede in una teca e ne trae una fortissima emozione: sono questi i dettagli che ti fanno capire che se invece di diventare adulto in una trincea durante la più orribile e insensata carneficina, il tizio fosse venuto al mondo due o tre decenni dopo, oggi i suoi massacri li farebbe su World of Warcrafts, il Mein Kampf avrebbe un altro titolo e si scaricherebbe gratis da un forum di fanfiction fantasy. Invece lo ritroviamo spiantato a Monaco di Baviera nel dopoguerra più difficile, con gli spartachisti che prendono il potere e lo perdono; chiede di riprendere servizio nell’esercito (proprio lui che anni prima aveva lasciato l’Austria per evitare la leva); gli propongono di infiltrarsi in un partitino equivoco, gente mattoide un po’ nazionalista un po’ socialista, tra i quali si mimetizza benissimo. Dopotutto potevano capitargli missioni peggiori, il partitino si riunisce perlopiù in birreria. Certo, bisogna essere pazienti, ascoltare lunghi e vani discorsi sulla superiorità del popolo tedesco, la riscossa dell’anima tedesca eccetera. Presto o tardi si ritrova a parlare pure lui.

Qui succede qualcosa di cruciale: Hitler scopre di essere un bravo oratore. Quando parla la gente tace e lo fissa, la gente in quello che lui dice ci crede, un buon motivo per crederci sul serio anche lui. Da lì a convincersi di avere una sacra missione il passo è breve, perché Hitler in fin dei conti non era né pagano né indù né iniziato né buddista e nemmeno così tanto cristiano: Hitler era per prima cosa hitleriano, tanto quanto Mussolini era mussoliniano, Stalin stalinista eccetera. Quando cominci a pensare di essere stato chiamato a un sacro compito che riscatti la mediocrità della tua giovinezza stracciona, quando ti alzi convinto che la Storia ruoti attorno a te, perno vivente, è chiaro che sei portato a idealizzare tutto quello che ti è successo in gioventù: così quando dopo mille peripezie H. arriva al potere e annette l’Austria, la Lancia che lo aveva affascinato in gioventù viene immediatamente requisita e trasferita a Norimberga, centro mistico del Reich. Ottenuta l’invulnerabilità, Hitler può dedicarsi all’obiettivo primario: la conquista del mondo. Se proponessi una trama del genere a un editore di fumetti mi riderebbe in faccia.

Comunque la lancia di Vienna è questa.
L’oro è stato aggiunto per saldare una frattura.
E invece è la trama del mondo in cui viviamo (Dio è un fumettista scarso?) Quando le cose cominciano a mettersi male per il Reich, la Sacra Lancia viene spostata in un rifugio segreto, e gli Alleati cominciano a cercarla. Ho letto in vari siti che Churchill in persona parlasse del ritrovamento della Lancia come di una “importante necessità strategica”, ma è un dettaglio poco credibile. La Lancia è semplicemente parte di quel bottino che i nazisti stanno nascondendo dappertutto, e su cui inglesi russi e americani sono ansiosi di mettere le mani. A ritrovarla in un sotterraneo di Norimberga, con tutte le insegne imperiali, è Walter Hill: un medievalista che aveva lasciato la Germania nazista e ci era tornato come tenente dell’esercito USA, inquadrato in quella squadra di cercatori di tesori a cui George Clooney ha dedicato un brutto film. Nel gennaio del 1946 la Lancia torna a Vienna, ed è ancora là. Naturalmente c’è chi dice che no, non è vero, gli americani se la sono tenuta ed è il motivo per cui adesso sono invulnerabili. Oppure al sicuro in una fortezza antartica, dove Hitler riposa cullato dai cloni di Eva Braun in attesa di tornare più bello e più forte. Se proprio viviamo in un fumetto scadente, perché non decorarlo con fortezze tra i ghiacci e bei principi addormentati.

Dico la mia. Hitler era uno psicopatico soggetto a deliri di onnipotenza? Probabilmente. Questo non vuol dire che credesse davvero a qualsiasi puttanata. Cercava il Sacro Graal? Cercava la Sacra Lancia? Può darsi che ci credesse davvero, tutti i tiranni hanno le loro scaramanzie e le loro fissazioni, e i paranoici non fanno senz’altro eccezione, anzi. Ma può anche darsi di no, può anche darsi che quegli oggetti li collezionasse per altri scopi. Il più banale: propaganda. Il Reich aveva bisogno di simboli, e Hitler si stava adoperando a cercarli. Più nel medioevo cristiano che nel Tibet buddista, senza dubbio. Magari riteneva davvero che la lancia potesse portargli fortuna. Ma l’essenziale è che ci credessero i tedeschi. Da loro sì, ci si aspettava una fede cieca e sorda a obiezioni, come ad esempio: ma cosa vuol dire invulnerabile? Ma vi ricordate un solo imperatore tedesco invulnerabile, uno che sia riuscito a farsi rispettare veramente da conti e duchi e baroni tedeschi e comuni italiani e protestanti luterani e tutto il resto? E i mongoli che premono, i turchi che incalzano? Gli svizzeri che si vendono al miglior offerente? I praghesi che defenestrano? I francesi che s’incazzano? Ma perfino gli svedesi, cioè l’impero germanico è quel posto dove nel Seicento pure gli svedesi venivano a fare i grandi condottieri. L’unico vero momento di autentica gloria militare dell’esercito tedesco comincia col regno di Prussia e prosegue col secondo Reich… salvo che i prussiani la Lancia non l’hanno mai avuta e nemmeno ci tenevano, a quelle romanticherie cattomedievali. Erano gente razionale, s’intrattenevano con Voltaire e con Kant. A quel tempo la Lancia l’avevano gli austriaci, esatto, l’impero che perse i pezzi per tutto l’Ottocento. E io forse sono un po’ italiano e votato alla misurazione del bicchiere mezzo vuoto, ma a me la storia della lancia suggerisce l’esatto contrario, ovvero: non è che il ferro che osò trafiggere il Sacro Costato… non porti un po’ sfiga? Gli austriaci sono l’unico impero che ha perso guerre perfino con gli italiani. Non è che le truppe di Hitler avrebbero marciato più spedite senza? In tal caso ci toccherebbe paradossalmente ringraziare la Lancia del Destino, che forse non è mai stata in mano né a Longino né a Maurizio, e probabilmente non ha mai reso invulnerabile nessuno; e meno male.
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Rinnega Cristo (e fatti un bagno caldo)

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9 marzo – Quaranta santi martiri di Sebastea (320 ca.)


È anche il nome di una porta monumentale
di Treviso (e di una casa editrice lì nei pressi).
[2014] Erano quaranta, giovani e forti (meno uno). Militavano tutti nella Legione XII, fondata da Giulio Cesare, detta anche “Fulminata” per la folgore che portava sui propri vessilli, duemila anni in anticipo su qualsiasi brigata di paracadutisti. La legione nel corso dei secoli si era coperta di gloria ma anche un po’ di guano: durante alcune guerre di successione aveva scommesso sul Cesare sbagliato, e così era finita tra le truppe di frontiera, dislocata sul fronte orientale. La tipica destinazione punitiva da usare nelle minacce in caserma: se non fate silenzio vi spedisco nella Fulminata. Verso il 320 si trovavano appunto dalle parti di Sebastea (oggi Sivas, in Turchia centrale, a quel tempo Armenia), una delle zone di incubazione del primo cristianesimo. Basilio Magno, vescovo di Cesarea, ci racconta di come quaranta legionari fulminati venissero tratti in arresto con l’accusa di professare questa religione empia e sgradita all’imperatore d’oriente Licinio. Basilio scrive mezzo secolo dopo e ci lascia perplessi, visto che nel 320 Licinio aveva già da qualche anno controfirmato col cognato Costantino quel famoso editto di Milano che garantiva ai cristiani la libertà religiosa.

C’è un accappatoio azzurro.
Fuori piove un mondo freddo.
Sia come sia, i Quaranta vengono messi di fronte a una scelta secca: rinnegare la loro fede o morire. La solita storia, insomma, riscattata però dall’originalità del supplizio: ai Quaranta viene proposto il martirio per ipotermia, mediante immersione fino al collo nelle acque gelide di uno stagno. È una morte orribile ma abbastanza lenta, che offre discreti margini di riflessione: a chi durante il supplizio manifesta il desiderio di rinnegare il proprio dio, viene promesso un bagno caldo. Lo stagno è effettivamente contiguo a uno stabilimento termale romano provvisto di tutti i comfort, un fumante invito a rinunciare Cristo e farsi una bella sauna tonificante.

Prima dell’esecuzione, i Quaranta hanno il tempo per dettare le ultime volontà al più letterato di loro, tale Melezio: un accorato invito ai confratelli cristiani a non rinnegare, a non disperdersi, a seguire il loro coraggioso esempio. La lettera contiene una richiesta di essere sepolti in una tomba collettiva, che fu prontamente disattesa: i loro resti furono bruciati e le ceneri sparse al vento, forse nel tentativo (vano) di sventare il merchandising delle reliquie. Una volta immersi nello stagno, i 40 si dimostrano compatti e disciplinati soldati di Cristo, morendo assiderati senza esitazione, tutti.

Tutti tranne Melezio: Basilio ci informa che l’unico a tradire e chiedere a gran voce il bagno caldo fu proprio il letterato, che figura. Il suo posto fu immediatamente preso da un custode delle terme, commosso dal coraggio dei 39: gridando “sono cristiano anch’io!”, si tuffò nello stagno, permettendoci di ripristinare il numero tondo. Melezio invece si fece il bagno caldo e… morì immediatamente, ancora prima degli altri, proprio a causa dello sbalzo di temperatura. Ben gli sta. Ma perché doveva essere proprio il letterato a cedere? Perché a chi ha la pazienza di scrivere non deve essere concesso il coraggio di resistere sulle proprie posizioni?

Santiquaranta è anche il nome italiano di Sarandë, ridente località portuale albanese,
dal 1940 al 1944 nota anche come Porto Edda (sì, Edda Mussolini in Ciano).
Potrebbe trattarsi di un’antica manifestazione di diffidenza per scribi e intellettuali, comune non solo agli agiografi cristiani. Salvo che la leggenda ci è stata tramandata proprio da intellettuali scribacchini. Basilio Magno, Efrem il Siro, Gregorio di Nissa, Gaudenzio di Brescia, è come se ci dicessero: non fidatevi troppo di noi, noi siamo solo un medium, non il messaggio. Scrivere storie coraggiose non è necessariamente coraggioso. Un conto è scrivere, un conto è vivere, un conto è morire. Puoi scrivere di morte tutti i giorni della tua vita: il giorno che arriverà ti farà ugualmente paura, come se non l’avessi mai vista in vita tua. Non importa quanto tu ne abbia sentito parlare, fin da quando eri bambino: la morte è una sconosciuta che ti lascerà senza fiato e senza un discorso scritto. Sarebbe bello riuscire a prepararsi un’uscita dignitosa, qualche frase di circostanza: e invece chissà come ti comporterai in quel momento. Piangerai, scapperai, chiederai un bagno caldo; e dire che fino a un attimo fa sembravi un uomo.
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Faustino e Giovita, la strana coppia

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15 febbraio – San Faustino, patrono di Brescia e dei single; San Giovita, patrono soltanto di Brescia (II sec.)

Faustino e Giovita nella Pala della mercanzia
di Vincenzo Foppo. Giovita è il biondo ricciolino.
[2014]. Insomma, come siano davvero andate le cose con San Valentino e la festa degli innamorati non lo sapremo mai. Ogni tentativo di capire dove nasca il popolare abbinamento si scontra con un muro di omertà e una cascata di storielle messe in giro secoli dopo per giustificare una festa che esisteva già. Colpa dei secoli bui? No. Pensate che succede la stessa cosa con la “festa dei single”, una celebrazione postmoderna nata negli anni ’00, e quindi più giovane di voi che leggete e di me che scrivo. A inventarsi un San Faustino patrono dei single potrebbe essere stata nel 2001 la redazione di un sito internet che si chiama vitadasingle punto net: purtroppo la fonte di questa affermazione è vitadasingle punto net, per cui qualche dubbio rimane.

E dire che abbiamo Google – ma cosa può il più potente dei motori di ricerca contro una diceria popolar-commerciale? Troveremo centinaia di articoletti che copiano e incollano la stessa pubblicità di un ristorante che organizza una serata speciale tutto compreso a 69 euro con ricchi premi e cotillons e una sorpresa per lei. Appare abbastanza ovvio che la Chiesa cattolica almeno stavolta non c’entri: e tuttavia non mancano i tentativi di elaborare una mitologia che colleghi il martire patrono di Brescia con gli infelici in amore. Scopriamo così su sapere.it, che “Secondo la tradizione [quale?] San Faustino dava opportunità alle giovani fanciulle di incontrare il loro futuro ‘moroso'”. Lo stesso pettegolezzo, ricorderete, è stato messo in giro sul conto di Valentino; pare che il ruffiano sia il patrono ideale sia per chi ha il moroso sia per chi lo cerca. Un altro tentativo passa per quello che i tedeschi chiamano Volksetymologie, l’etimologia “del popolo”: quando il volgo non conosce la storia di una parola, se la inventa, improvvisando con le sillabe e i sinonimi. Faustino sarebbe diventato il protettore dei single in virtù della sua radice, Faustus: favorevole, prospero, fortunato.

L’intervento dei santi patroni Faustino e Giovita sulle mura di Brescia nel 1438, un pastrocchio del giovane Giandomenico Tiepolo, figlio del più noto Giambattista.

I single hanno senz’altro bisogno di fortuna, come tutti. Ma Faustino è semplicemente il primo nome che un tizio ha trovato sul calendario nella casella del 15 febbraio. Il primo. Non si è neanche sforzato di leggere un po’ più in là; sennò avrebbe scoperto che proprio il Faustino di Brescia è uno dei santi meno single di tutto il calendario: uno dei pochi che non resta da solo mai, né nelle apparizioni né nella giaculatorie. Ovunque ci sia Faustino, lì nei pressi c’è sempre anche Giovita, il suo partner di lavoro e di martirio. Il patrono dei single è un tizio che fa coppia fissa con un altro da… diciannove secoli, un commendevole esempio di fedeltà.

Ogni città ha i dioscuri che merita.
Non solo. Giovita è un personaggio un po’ ambiguo. Non siamo del tutto sicuri riguardo la sua sessualità. La tradizione ufficiale lo vuole soldato inquadrato nel corpo dei cavalieri, come il collega; probabilmente è più giovane, perché quando Faustino viene ordinato presbitero (=prete), Giovita deve accontentarsi del grado subordinato di diacono. Gran parte dell’ambiguità dipende dal nome, Iovita, che forse deriva da Iovis, Giove… ma è della prima declinazione, insomma, finisce in a. Siamo sicuri che sia un nome maschile? No, non ne siamo sicuri sicuri. Tant’è che c’è un doppione, Iovinus, quest’ultimo sicuramente maschile. In altre lingue Iovita diventa un nome femminile: Jowita in polacco, Jovita in spagnolo (ha anche una forma maschile, Jovito). In italiano Giovita è maschile, ma ogni tanto ci si imbatte in qualche curiosa eccezione: per dire, il sito santiebeati.org (che raccoglie acriticamente tutte le informazioni reperibili in rete e sulla pubblicistica cattolica) accanto alla scheda standard sui SS. Faustino e Giovita, ne ha anche una brevissima su una “Santa Giovita” che sarebbe stata “martirizzata con il fratello Faustino, durante l’impero di Adriano, coopatrona di Brescia”. Va da sé che una Santa Faustina non sarebbe potuta essere né cavaliere né diacono. Forse per tentare di conciliare le due versioni, i pittori rappresentano il partner di Faustino nel modo più androgino possibile: capelli lunghi, magari un po’ ricci, biondi, lineamenti dolci, ampie tuniche che vanno bene in tutti i casi. Quando al tramonto del medioevo i due protettori diventeranno i due eroi guerrieri e salvatori della città, Giovita indosserà un’armatura più aggraziata di quella del capo.

I Super Pietro e Paolo secondo Raffaello.
In effetti, l’ultima volta che li hanno visti assieme, Faustino e Giovina si trovavano sulle mura orientali della città, a difenderla armati contro l’ultimo assalto dei mercenari milanesi al soldo degli Sforza, il 13 dicembre del 1438. Un’apparizione nell’antico stile dei dioscuri, i due mitologici gemelli venerati dapprima a Sparta, che occasionalmente difendevano dagli aggressori apparendo sempre in coppia: anche a Roma erano molto adorati, dopo aver salvato il culo alla cavalleria nella battaglia del Lago Regillo. Trionfatore grazie a loro di una battaglia che aveva già visto persa, il dittatore Postumio aveva voluto sdebitarsi dedicando ai Gemelli un tempio nel Foro romano. Nell’Urbe i dioscuri si ibridano con altre coppie illustri: Romolo e Remo, e più tardi Pietro e Paolo. Sì, anche il pescatore e il confezionatore di tende potevano diventare due guerrieri all’occorrenza: due supereroi con ali di colomba, che brandiscono spadoni dall’alto e scortano, per esempio, papa Leone che va a incontrare Attila nell’affresco di Raffaello nella stanza di Eliodoro.

Di eculei c’erano tanti modelli diversi;
questo è quello che stirò Santa Restituta.
L’apparizione di Faustino e Giovita sulle mura di Brescia è di ottant’anni prima, ma ha un simile sapore classicista. Nella leggenda originale Faustino e Giovita non combattono mai: si permettono soltanto qualche atto di vandalismo ai danni di una statua pagana. L’imperatore Adriano, che passava giusto da Brescia in quei giorni, li avrebbe quindi condannati a essere sbranati dai leoni nell’anfiteatro, nella zona dove poi avrebbe preso forma piazza della Loggia (ma c’è chi preferisce localizzarlo intorno a corso Magenta). In ogni caso i leoni corrono ad accovacciarsi in grembo alla strana coppia, causando il solito boom di conversioni in città. Adriano, il principe più raffinato e pacifico del secolo d’argento, avrebbe ordinato allora di scorticarli e bruciarli vivi: ma i due risultano ignifughi. A questo punto i torturatori sembrano prenderci gusto più ancora dei cristiani, lanciando Faustino e Giovita in una vera e propria tournée: a Milano resistono gloriosamente all’orribile supplizio dell’eculeo; a Roma, nell’anfiteatro più grande del mondo, rifanno il numero dei leoni accovacciati. Nel golfo di Napoli li disperdono su una barchetta per ritrovarli sospinti a riva dagli angeli. Ricondotti a Brescia, Faustino e l’amico/a Giovita vengono finalmente decapitati fuori porta Matolfa. Il loro culto diventa importante in città nel periodo longobardo, per decadere nei secoli successivi, finché l’apparizione del 1438 non riporta in auge i due inseparabili eroi. Faustino e Giovita avrebbero qualche titolo per ambire al patronato delle unioni civili. Ma ormai è troppo tardi, Faustino ha vinto alla lotteria questo assurdo patronato dei single, e gli tocca far tardi tutte le sere mentre Giovita resta a casa a rammendare le tuniche. Nessuno ci pensa mai, a Giovita. Buon onomastico a tutti i Giovita, maschi o femmine o quel che vi pare.
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La martire aveva mille denti

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9 febbraio – Santa Apollonia martire, invocabile contro il mal di denti


Apri grande, non ti faccio male
[2013]. A un certo punto – eravamo già nel Settecento – i denti di Sant’Apollonia in giro per la cristianità erano così tanti che persino il papa (Pio VI) decise di farla finita: se li fece consegnare, li chiuse in un baule che a detta degli osservatori pesava diversi chili, e li gettò nel Tevere. Erano probabilmente svariate centinaia. D’altro canto un dente è una reliquia perfetta: facile da trovare e da conservare. Commerciare denti è intuitivamente più semplice di trafficare clavicole. Mancava ancora più di un secolo alla messa in commercio dei primi analgesici.

E pensare che l’Apollonia vera di denti probabilmente ne aveva ben pochi. Se mai è realmente esistita; ma rispetto ad altre martiri del terzo secolo la sua storia appare più verosimile. Molto prima di diventare la giovane principessa standard insidiata dal re cattivo, nel primo resoconto di Dionigi di Alessandria, Apollonia era una vecchietta. Non fu vittima di una persecuzione imperiale, ma di un linciaggio durante uno di quei tumulti che opponevano comunità religiose diverse nella metropoli egiziana, milleottocento anni fa come oggi. I denti li avrebbe persi durante la colluttazione; le tenaglie vengono aggiunte dopo dalla fantasia popolare.

In virtù del doloroso incidente Apollonia si assume il patronato del mal di denti, che la renderà una delle sante più invocate per più di un millennio. Entra quindi a far parte dei quattordici ausiliatori, una specie di prontuario medico medievale che prescriveva Sant’Acacio contro l’emicrania, Santa Barbara contro la scossa, San Biagio contro il male alla gola, Santa Caterina d’Alessandria (che non tace mai) contro le laringofaringiti, San Ciriaco contro le ossessioni diaboliche, San Cristoforo contro la peste, San Dionigi contro i dolori alla testa, Sant’Egidio contro le crisi di panico, Sant’Erasmo contro i dolori addominali, Sant’Eustachio contro le scottature, San Giorgio contro le dermatiti, Santa Margherita per partorire senza problemi, San Pantaleone per morire senza troppe sofferenze, San Vito contro l’epilessia.

Il caso di Apollonia è particolare per un altro motivo: dopo averle fatto cadere i denti – e preparato già il falò – i suoi persecutori le proposero infatti di rinnegare la fede cristiana, bestemmiando un po’, la solita procedura. A quel punto Apollonia si fece slegare e si gettò da sola, volontariamente, tra le fiamme. Il che creava qualche perplessità anche negli antichi padri della Chiesa: un conto è desiderare il martirio, un conto è procurarselo da soli, la sfumatura è importante. Agostino in particolare si mostra un po’ scandalizzato dalla prospettiva che le martiri facciano tutto da sole senza chiedere aiuto ai maschi.

Apollonia è copatrona di Catania (la città delle tenaglie) e patrona di Cantù, di Ariccia e di tutti noi, ogni volta che sentiamo la testa vibrare in risonanza col trapano, e ci sembra di avere mille denti, e ce li faremmo togliere tutti.
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Ad Agata (non voglio più pensare)

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5 febbraio – Sant’Agata (230-251), martire ignifuga.

Agata è stata la santa che più ha fatto per rendere accettabile
in chiesa il nudo femminile, ma per molto tempo i pittori non
hanno potuto fare a meno di corredarla di tenaglie.
Questo è Sebastiano del Piombo.
[2013. Dopo sei anni di attesa, il restauro della Pieve Matildica dovrebbe iniziare quest'anno]. 

Agata ha solo 15 anni, quando il proconsole di Sicilia Quinziano le mette gli occhi addosso: giovane, ricca, consacrata a Cristo. Poiché non cede né alle proposte né alle minacce, la consegna a una cortigiana, tale Afrodisia, acciocché la rieduchi ai costumi pagani: banchetti, orge, prostituzione sacra… niente da fare. “Ha la testa più dura della lava dell’Etna”, dice Afrodisia, rispedendola al mittente.

Si passa così alla tortura. Le stirano le membra, la lacerano con pettini di ferro, la scottano con lamine infuocate. Lei resiste; allora le strappano i seni con le tenaglie. Verrà nottetempo Pietro apostolo nella sua cella a fargliele ricrescere. Infine l’empio Quinziano decide di farla alla brace, ma il suo velo rosso (simbolo di verginità) resiste al fuoco. È il primo tessuto ignifugo della storia. I catanesi lo usano ancora per fermare le eruzioni di lava. Agata se la cava bene anche con le pestilenze e i terremoti, in generale con tutte le sfighe che possono capitare in una città mediterranea tra una faglia sismica e un vulcano.

Attribuito ad Andrea Vaccaro.
Il dettaglio del sangue sulle dita
Mille chilometri più a nord, Sant’Agata era l’unico dipinto a olio di un certo valore nella Pieve di Sorbara (MO), oggi è sagra anche lì. Per molti anni non ho neppure fatto caso al seno che portava sul vassoio; poi a un certo punto ho imparato la storia, e da quel momento non c’è stato più verso di passarci davanti senza pensare ad Agata, al seno, alle tenaglie, al seno, alle tenaglie, al seno, tutti pensieri che non si dovrebbero portare in chiesa, ma una volta fatti entrare non c’è modo di buttarle fuori, le tenaglie, e il seno, e un seno preso a tenaglie. Agata ma quanto doveva esser brutto quel Quinzano per voler più bene alle tenaglie, Agata; ci fossi stato io al tuo posto, quanto presto avrei tradito il mio padre e i miei compagni.

“Scambiamoci ora un segno della pace”.
“La pace sia con te”.

Agata scusa posso chiedertelo: quanti seni hai? Due sul vassoio ok, ma sul serio ne hai altre due al loro posto? Dalla posa non sono in grado di farmi un’idea, e tuttavia sarebbe molto più sano per me pensare che ce le hai, e tuttavia non posso fare a meno di domandarmi: che senso ha fartele ricrescere la notte prima che t’ammazzino?

“La messa è finita andate in pace”.

Come, è già finita? Vuoi dire che è da mezz’ora che sto solo pensando a tette e a tenaglie?


Giovanni Carlani, 1616 (Edimburgo).
Quando ero piccolo era diverso, ma c’è da dire che a quei tempi il vassoio probabilmente non si vedeva bene, il quadro era stato restaurato più volte da imbrattatele che non si accontentavano di togliere il fumo delle candele, no, erano artisti, loro, volevano lasciare il segno, loro. Oppure risentivano delle oscillazioni della committenza. Il seno su un vassoio magari a un arciprete non piaceva – in effetti è abbastanza ripugnante se ci rifletti – e lo toglievano; poi ne arrivava un altro che ci teneva – dopotutto è una tradizione millenaria – e lo rimettevano; qualcuno aveva pensato bene di aggiungere il campanile di Sorbara sullo sfondo; finché un altro arciprete si sarà chiesto: Agata è una siciliana del terzo secolo, che senso ha il campanile di Sorbara sullo sfondo? Niente, però sta bene. È un campanile ottocentesco, che somiglia a tutti i campanili ma è in un qualche modo diverso. Per capirlo però devi andartene, girare il mondo, dare un’occhiata a tutti i campanili che trovi, e poi tornare al tuo paese e dire: dai, mica male il campanile. Ha un suo stile. Forse è il tetto che fa la differenza, non ne trovi molti fatti a punta così: è stravagante senza dare nell’occhio, non ci tiene a essere diverso ma semplicemente lo è.

Sotto il campanile la pieve invece è un patchwork di cose messe assieme da generazioni di arcipreti dotati più di spirito di iniziativa che di senso estetico. È in piedi dall’anno Mille, quando però era più alta (pian piano si è interrata, poveretta, viviamo tutti su un budino) e a navata unica: adesso ne ha cinque, un tripudio di colonne che facevano imprecare i fotografi ai matrimoni, non si riesce a inquadrare mai niente, solo colonne colonne colonne. Io il prete l’avrò visto in faccia dopo tre anni di messa, all’inizio era solo un vocione che rombava dagli altoparlanti e rimbalzava sulle volte nel soffitto. Facciata cinquecentesca, stucchi settecenteschi, all’interno una madonna di Lourdes di quelle biancazzurre fatte con lo stampino – però ad altezza naturale. E un’altra Madonna in baldacchino, modello Carmelo, una bomboniera. Vetrate neocubiste anni Settanta. In mezzo a tutto questo l’olio di Sant’Agata sembrava un Tiziano. Crescendoci assieme perlomeno avevo questa sensazione, poi si cresce, si gira il mondo e le pinacoteche, e quando torni nemmeno Agata non ti sembra un granché, è naturale.

Siccome la vita non assomiglia, in generale, a una storia di Santi, devo dire che l’effigie di Agata non ha potuto un granché contro il terremoto dell’anno scorso. Cioè. Dipende. La chiesa è effettivamente ancora su, altre non ce l’hanno fatta, forse in altre epoche avremmo gridato al miracolo e portato Agata in processione. Ma la chiesa è comunque pericolante e i lavori di ristrutturazione sono fermi, i Beni Culturali non sanno dire quando sarà rimessa in sesto, se lo sarà. Da sei mesi la messa si celebra nella sala polivalente dell’Oratorio, che per fortuna era stata ristrutturata pochi anni fa, cioè, aspetta, pochi – venti. Hanno tolto le panche, le statue, immagino che anche Agata sia al sicuro, mi domando che effetto deve fare la Pieve adesso. Tutta vuota. Come casa tua nel momento in cui chiudi la chiave per l’ultima volta e la passi a uno sconosciuto.

Insomma stanno aspettando di vedere se casca. Dipende molto da come va lo sciame, se la faglia non si riattiva ecc. Sono quei momenti in cui mi dispiace di essere me e non una persona più interessante, più compiuta, più successful, perché magari basterebbe questo a sbloccare la situazione, a togliere la pieve matildica dal lato basso del foglio delle priorità. Se fossi famoso, magari anche morto, ti immagini? la chiesa in cui il famoso tizio visse i suoi primi vent’anni, nell’atmosfera rustica e mistica insieme in cui attecchirono i semi che avrebbero generato il suo magnum opus, La Rubrica Dei Santi Del Post, ecco, magari a quel punto la sovrintendenza potrebbe decidere di sgaggiarsi. Poi per carità, tutto deve cadere prima o poi, siamo cenere ed è cenere persino il marmo della nostra tomba; ci mette un po’ di più ma è cenere comunque. Io nella pieve di Sorbara suonavo spesso la chitarra. La suonavo forte e male, nel deliberato intento di scandalizzare i benpensanti e spiazzare i malpensanti; irridevo le composizioni fiorite del post-progressive cattolico e predicavo una specie di ritorno alle radici, agli inni primordiali, di cui in certe messe pomeridiane molto intime proponevo delle rivisitazioni piuttosto punk, che Agata immobile era costretta ad ascoltare, povera Agata, quante volte avrai rimpianto che Quinziano si fosse fissato sui seni, che non ti avesse voluto strappare le orecchie. Ma esagero, in realtà ero un musicista di servizio, abbastanza duttile, suonavo anche nelle situazioni in cui nessuno se lo sentiva: i matrimoni di gente sconosciuta in paese, e i funerali. Quanti funerali.

Per me sono stati importanti, lo dico anche a volte in classe: ma voi, fanciulli, ci andate mai ai funerali? Ci siete entrati almeno una volta in un cimitero? È una cosa importante, una cosa della vita, prima o poi succede a tutti e non vi augurate certamente che succeda per primi a voi: quindi vi dovete abituare all’idea di accompagnare i vostri parenti, i vostri amici, a me è successo, è una cosa naturale, e che c’è Nizzoli?

“Posso andare in bagno?”
Per essere un villaggio di 3000 anime ha una skyline interessante
– la costruzione monumentale grigia è un mangimificio,
i vicini di casa non captavano Videomusic.
Nizzoli ma è possibile che tu abbia un’autonomia di un quarto d’ora, ma il giorno che seppelliscono me e c’è da accompagnarmi al camposanto, centocinquanta metri in linea d’aria, ce la fai a stare nel corteo o ti tocca farti mettere un catetere? Vai, vai. Stavo dicendo?
“Che è importante andare ai funerali”.
Sì. L’ultima volta che ci sono andato Agata fu testimone di questa storia assurda, io ero nella prima panca, quella su cui nessuno vuole sedersi. Durante le letture, molto belle, le avevo scelte io, aveva squillato a lungo un cellulare. Tipico. Ma eravamo credo già alla predica quando una signora si fece avanti, una matta – non lo sapevo, me lo dissero poi, manco le matte del mio paese riconosco – si fece avanti fino alla mia panca e si scusò per essere in ritardo, e chiese se faceva in tempo a vedere il morto. Poi indicò la cassa, che stava davanti a noi, e mi chiese: “È lui il morto?”

È lui il morto.
Questa non so proprio di chi è, aiutatemi voi.
Certi quadri vagano per l’internet senza più attribuzione,
come gli inni sacri fotocopiati nei canzonieri.

E io nella prima fila, le lacrime strette in fondo agli occhi, che già mi domandavo come avrei fatto a uscir fuori da lì e farmela a piedi fino al cimitero, io la guardavo e non capivo cosa stesse dicendo, certo che è lui il morto non lo vede? Le sembra il momento di scherzare? È lui il morto? Posso avere nella vita un momento, uno solo, che non sia quello di scherzare? È una cassa chiusa con le viti, i bulloni, il sottocoperchio zincato sotto il coperchio di legno, certo che è lui il morto, cosa vuole da me? Vuole che portino via me invece? Ho domandato, sa: non si può.

M’avesse preso Quinzano in quel momento, con dieci tenaglie, con cento, non avrei detto una parola, tutto giustissimo, tutto appropriato, morì sotto Decio imperatore, di lui resta un ritratto a olio pregevole in una chiesa che tra un po’ viene giù. Invece sono vivo e non ci vado più ai funerali. Mi sono stancato, in quel preciso momento. Continuo a pensare alla matta, alla bara, ai bulloni, alla bara, alla matta, pensieri che una volta che ti sono entrati in chiesa, in testa, non c’è verso di farli saltar fuori; uscirà tutto il resto – le panche, l’altare, le chitarre – loro resteranno lì.

Agata aveva quindici anni; secondo altri ventuno.
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I miei amici sono anemici, mi dici

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27 gennaio - Sant'Angela Merici, (1474-1540), mistica, fondatrice delle orsoline.
[2013]




“I miei amici sono anemici”, mi dici,
si sono messi ai margini
di foto con cornici.
Non pranzano con gli astici,
si adattano alle alici
che spacciano al convitto di Sant'Angela Merìci1.

I tuoi amici sono cinici, ci dici:
hanno scialato rendite, non certo in dentifrici.
Non serve essere aruspici per trarne infausti auspici:
staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci2.

I miei amici son quei tipici infelici
che han fatto studi classici e ne han tratto i benefici:
non san quadrare i circoli, né estrarne le radici,
proteggerli è un lavoro per Sant'Angela Merìci3.

Ex amici, han messo via i berretti frigi,
i riccioli li rasano per non mostrarli grigi.
Li trovi in ferie a Lerici più spesso che a Parigi,
ma è molto meglio perderli, da’ retta alla Merìci4.

Amici un dì magnifici; ma han chiuso i maglifici,
e senza più bonifici, da Etruschi o da Fenici,
han perso accesso agli attici, non flertan con le attrici,
non sanno a chi votarsi più (non certo alla Merìci)5.

I tuoi amici, inurbati in cupi uffici,
arcigni e tristi artefici di artritici artifici,
strillano strofe stridule a troiette traditrici;
ti prego, trasferisciti in Sant’Angela Merìci6.

Che accolga tra le accolite, le sue benefattrici,
la bimba a cui proselita, con mani protettrici,
la scala verso l'indaco indicava da pendici
che sono competenza di Sant’Angela Merìci7.


(1) Il poeta – un mediocre anonimo degli inizi del secolo XXI – ode forse in sogno la figlia primogenita lamentarsi della scarsa vitalità dei propri amici, che infallibilmente li condurrà a un destino oscuro e marginale ("si sono messi ai margini di foto con cornici"), e a una difficile situazione economica, qui descritta evocando una mensa dei poveri (un "convitto di Sant'Angela Merìci").

(2) La figlia continua a lamentarsi che gli amici abbiano delapidato i patrimoni accumulati dai genitori ("hanno scialato rendite") a causa di uno stile di vita non sano ("non certo in dentifrici"). Non è necessario essere pratici di un'arte divinatoria ("non serve essere aruspici") per rendersi conto del disastro, al quale il poeta propone di ovviare con l'immediato trasferimento della figlia in un istituto religioso ("Staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci". Sant'Angela, nata a Desenzano nel 1474 e morta a Brescia nel 1540, è la fondatrice della Compagnia delle Dimesse di Sant'Orsola, volgarmente conosciute come orsoline.

(3) In questa strofa il poeta inizia a rivolgere il pensiero ai propri amici, per i quali non intravede un destino migliore di quello paventato dalla figlia per i suoi: vi sono per esempio quelli che, avendo intrapreso studi classici, si sono rivelati inetti alle discipline scientifiche ("non san quadrare i circoli, né estrarne le radici": il fatto che l'operazione di estrarre una radice da un circolo sia totalmente insensata ci lascia supporre che anche il poeta si inserisca tra questa schiera di "amici", sui quali invoca la protezione di Sant'Angela Merici).

(4) Ad altri amici, che il poeta non considera più tali ("ex amici"), egli rimprovera il tradimento delle velleità rivoluzionarie espresse durante la giovinezza ("han messo via i berretti frigi": il berretto frigio è uno dei simboli della rivoluzione francese). Benché questi amici non accettino i segni dell'invecchiamento, e tentino di camuffarli con un look giovanile ("i riccioli li rasano per non mostrarli grigi") essi hanno ormai accettato le comodità di una vita borghese. Per questo è meno facile incontrarli a Parigi (la città rivoluzionaria per eccellenza, e in generale un punto di arrivo per gli ambiziosi di ogni generazione, cfr. Stendhal, Balzac) che a Lerici, placida località balneare sul Mar Ligure che si raggiunge più facilmente dalle province di Brescia, Mantova, Parma, Modena. La stessa Santa, secondo il poeta, consiglierebbe la figlia di perdere di vista amici del genere.

(5) Vi sono poi amici che in tempo godettero di un grande benessere grazie ai "maglifici", e qui forse il poeta si riferiva a un distretto industriale ormai in via di smantellamento, nella bassa modenese. Questi amici non fanno più affari con gli "Etruschi" (forse i toscani del distretto tessile di Prato) e coi "Fenici", un popolo di origine medio-orientale che nell'Antichità si era specializzato nel commercio, stabilendo basi in tutto il Mediterraneo. Per questo motivo hanno dovuto abbandonare lo stile di vita edonista e spensierato della loro giovinezza: anche loro dovrebbero invocare la protezione di un Santo, ma il poeta dubita che la Merici possa intercedere efficacemente per loro.

(6) Il poeta immagina altri amici prigionieri di una vita di ufficio che li rende sterili: anche ciò che producono è un artificio digitale che rende artritico chi vi si dedica. Costoro sfogherebbero la loro mediocrità intrecciando rapporti frustranti con colleghe fedifraghe (segretarie?) Il poeta ribadisce alla figlia che c'è un solo modo sicuro per sottrarsi a un destino tanto orribile, ed è trasferirsi presso le Dimesse di Sant'Orsola. 

(7) Finalmente il poeta ricorda come alla figlia piacesse, da piccola, durante le visite presso un pio istituto religioso bresciano, salire le scale che conducevano agli alloggi delle Dimesse; e associa il ricordo alla più famosa visione raccontata da Sant'Angela, quella di una scala protesa verso il cielo. Chiede perciò che la santa accolga finalmente tra "le sue benefattrici" (le Dimesse) la sua figlia come "proselita". È infatti la stessa bambina a cui la Santa indicava la scala verso l'"indaco", quando si trovava "alle pendici che sono competenza di Sant'Angela Merici", ovvero a Brescia, città a ridosso dei monti, di cui Sant'Angela è co-patrona.
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San Vincenzo, il martire banale

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22 gennaio – San Vincenzo di Saragozza (†304, martire citazionista).

San Vincenzo era diacono, come Santo Stefano, presso Saragozza (come San Braulione). Sotto Diocleziano imperatore fu arrestato, come San Sebastano, e interrogato come il suo vescovo, San Valerio. Trovato colpevole di cristianesimo, fu torturato sul cavalletto, come Santa Caterina. Siccome invece di pentirsi ringraziava i suoi torturatori, come Sant’Ignazio, il magistrato decise di arrostirlo, come San Giovanni. Dopo un po’ che era sui ferri ardenti pare che abbia detto anche lui al carnefice “Voltami, son cotto”, come San Lorenzo. Ma a quel punto il magistrato si stancò, e così Vincenzo rimase cotto a metà, il destino di ogni imitazione di un’originale. Le copie più riuscite molto spesso sono le più superficiali.

Ancora una graticola, che banalità.
Vincenzo è il patrono di Lisbona, di Vicenza, del casino di Saint-Vincent, dei vinai e dei vignaioli, e di tutti noi ogni volta che vorremmo dire qualcosa di importante, di potente, anche solo una parola ma definitiva, e tutto quello che ci viene in mente è una citazione. Una frase che ha già detto qualcun altro, pensando ad altro, e che ci è rimasta attaccata addosso. Come diceva Oscar Wilde. Come diceva Voltaire. Come diceva Albert Einstein. Questi uomini insigni passano i loro giorni nell’Ade a tormentarsi e rigirarsi: questa non l’ho detta! questa forse sì, ma intendevo l’esatto contrario! Questa sicuramente, ma ripensandoci era una cazzata. Ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Davos ha detto che l’Italia deve investire nel futuro, deve smettere di considerarsi un museo: e per dimostrarlo ha citato un motto di duemila anni fa: Carpe diem! Se avete fatto un liceo italiano (i migliori del mondo) avrete già riconosciuto la citazione di Robin Williams. Il problema è che quella poesia dice l’esatto contrario, maledizione. Dopo Carpe diem viene “quam minimum credula postero“, più o meno “credi al futuro quanto meno puoi”. Altro che investire nel futuro, Leucò, lascia perdere, versami da bere piuttosto. E infatti se ci pensate gli studenti di Robin Williams in quel film non è che si diano troppa pena di alzare le medie del quadrimestre: preferiscono appartarsi con le ragazze, scrivere poesie o suicidarsi direttamente.

Noi non investiamo nel futuro, noi siamo la minoranza dei bei gesti che durano un attimo,
e al sette in condotta ci penseremo poi.
D’altro canto le citazioni sono definite proprio dal loro essere ormai completamente estrapolate dal contesto. Come le parole. In effetti sono diventate parole. Le usiamo nello stesso modo, combinandole in frasi senza più preoccuparci della storia lunga e complessa che ce le ha portate sulla bocca. Diciamo “Faccio cose vedo gente”. Diciamo “ho visto cose”, e non sappiamo nemmeno più che film stiamo citando e perché. Diciamo “digitale” e le dita sono l’ultima cosa a cui pensiamo. Quanto a gennaio, non è più il mese del dio Giano da un pezzo: perché carpe diem dovrebbe sottrarsi all’incessante mutare del tempo, dei significati e dei significanti?

Il fatto di vivere in un mondo saturo di discorsi, dove ogni parola che ci viene in mente è una citazione, forse non dovrebbe tormentarci. Peraltro non è una novità, ci sono stati altri periodi così. Forse tutti i periodi sono così, anche se a posteriori non è sempre facile accorgersene. Alcuni di voi avranno certamente letto da ragazzini il capolavoro del Federico Moccia del secolo XVIII, tal Wolfgang Goethe – in seguito seppe riciclarsi egregiamente come autore di testi per adulti seri, ma nel nostro cuore è sempre stato l’autore di quell’agile romanzetto che lanciò la moda della giacca blu col panciotto giallo – e anche quella dei suicidi tra i lettori più sensibili – i Dolori del Giovane eccetera. Se l’avete letto nel periodo giusto forse ricordate ancora la notte di lampi e tuoni in cui il Giovane Imbucato a una festa di nobili conosce Lotte e s’innamora di lei. L’espressione “colpo di fulmine” forse prima non esisteva, ma il momento in cui il Giovane si infiamma davvero non coincide con un tuono o con un lampo. Il grosso della tempesta è già passato, quando Lotte pensosa alla finestra pronuncia la parola che lo infiammerà, condannandolo a un amore impossibile e alla lunga mortale.

Questa parola è “Klopstock”.

Ciò mi ha sempre fatto ridere.

Nessuno potrà più dire “Klopstock” senza commuoversi.
Provateci. Klopstock. Klopstock. Vedete?
È un riso da scimmia, perché in effetti la situazione può suscitare ilarità soltanto se non si conosce il celebre lirico Friedrich Gottlieb Klopstock; se non si ha la minima idea della poesia a cui sta pensando Lotte in quel momento. Probabilmente fa ancora più ridere se addirittura non so una sillaba di tedesco: se per me è solo un accrocchio di sillabe che gridano “invadiamo la Polonia” anche quando vorrebbero parlare d’amore. Quindi, nel momento in cui Werther s’innamora, tu ridacchi, ah ah ah ah, che ha detto? No, ma sul serio, come ci si fa ad innamorare ascoltando il suono “Klopstock?” Capirei Lessing, Novalis, persino Heine ha ancora qualcosa di languido, ma Klopstock sembra una marca di ciabatte.

Werther invece si innamora, perché ha colto il riferimento. Conosce Klopstock, ha indovinato l'”ode sublime” che Lotte ha in mente. Questo era il significato di “Klopstock” sulle labbra di Lotte, ma nelle orecchie di Werther ha già assunto un significato diverso. Significa: “ode sublime che io so che tu sai”. Significa già “Affinità elettive”. C’è qualcosa tra di noi che la rigida compartimentazione sociale della società tedesca prenapoleonica non potrà toglierci, nemmeno quando per darmi un tono mi farò prestare [SPOILER] le pistole da tuo marito e mi ci bucherò le cervella [/SPOILER]. Nel giro di pochi secondi la parola ha assunto un significato così personale che Werther vorrebbe ritirarla dalla lingua tedesca. “Nobile poeta, se tu avessi potuto vedere in quello sguardo la tua apoteosi! e se io potessi ora non sentir più pronunciare il tuo nome così spesso profanato”.

Chissà se poi Klopstock era così contento di essere diventato una specie di catenaccio di Ponte Milvio del preromanticismo, il McGuffin di un romanzetto per giovani tormentati. Sì, perché alla fine non è così importante di che poesia si tratti. Era davvero così bella? Lotte e Werther avevano davvero il gusto per apprezzarla, o non stavano pescando nel banale come Fiorello quando cantava la Nebbia agli irti colli piovigginando sale? Che importa. Con le citazioni non si sbaglia mai: dici “gatto di Shroedinger” e il tuo interlocutore penserà che tu ne sappia davvero qualcosa di meccanica quantistica. Di fronte allo spettacolo del temporale che si ritira Lotte avrebbe potuto provare a tirar fuori qualcosa di suo, ma se fosse suonata ridicola? La citazione ti risolve. Klopstock.

Ma chi siamo noi per giudicare. L’abbiamo avuta tutti una fase Klopstock, specie se ci è capitato di maturare sentimentalmente negli anni Novanta. A rileggere i libri del tempo, viene la vertigine: tutti i protagonisti passano il tempo a citare altri libri, o fumetti o film o poesie (persino Fiorello). Cosa avevamo in testa tutti? Perché non cercavamo la nostra singola voce invece di ritagliare frasi a caso dai discorsi degli altri? Eravamo solo giovani e stupidi, o c’era qualcosa di più?

Forse c’era qualcosa di meno. I Novanta non sono poi così lontani, ma sembrano ormai un universo parallelo, dove tutto più o meno è uguale a qui salvo che non c’è internet. C’era comunque molta cultura dappertutto, ma non era così immediatamente accessibile: andava comprata, noleggiata, riprodotta, fotocopiata: tutti passaggi che la consumavano e ce la rendevano più nostra. Citarsi addosso era un modo per riconoscerci: da qualche parte in città qualcuno quella sera stava dando una festa in cui a un certo punto una ragazza avrebbe detto “Klopstock”, o “Per un bel pezzo sono andata a letto presto”, o “Preferisco di no”, “Dove vanno le anatre”, o qualche altra frase che tutto il mondo avrebbe trovato ridicola tranne te. Dovevi trovarla. Dovevi allenarti a distillare le citazioni e riconoscerle nei discorsi altrui. Memorizzarle il più possibile e mescolarle con sapienza. Trasformare te stesso in una pratica citazione da snocciolare al momento giusto.

La barra di google ha messo fine a quell’era di abiezione. Non abbiamo smesso di citare, ma lo facciamo in modo più automatico, senza più il timore e il tremore di essere o non essere capiti. Diciamo “Pijamose Roma”, diciamo “Avete scommesso sulla rovina di questo Paese e avete vinto”, ma non è per selezionare i nostri uditori all’ingresso. Ci spuntano ancora sulle labbra per pigrizia, noi non sapremmo mai farne di altrettanto efficaci. Nel frattempo abbiamo anche smesso di immagazzinare contenuti, sia nelle librerie che nel disco rigido che nel nostro stesso cervello. Tanto nella nuvola c’è tutto; l’importante è sapere come cercarlo, cosa cercare, nell’evenienza che ancora da qualche parte arrivi una bufera e noi ci si ritrovi in quella situazione in cui…

“Klopstock”.

“Che hai detto?”

“No, niente”.

“No, ti ho sentito, hai detto qualcosa di una ciabatta”.

“No, non è una ciabatta, è un lirico tedesco”.

“Sicuro? Perché sembrava proprio una ciabatta”.

“È un lirico tedesco”.

“Sei sicuro? Guarda che lo sto già cercando”.

“Si scrive con la kappa”.

San Vincenzo voleva soltanto morire dicendo qualcosa di memorabile, come si conviene a un martire: che colpa aveva di vivere alla fine dell’epoca dei martiri, in un mondo ormai saturo di supplizi e frasi celebri? Tutte le torture e tutte le parole erano già state prese da santi non necessariamente più ispirati. Lui non aveva niente di meno di Santo Stefano o San Valerio o Santa Caterina, ma era arrivato dopo, in quel momento in cui qualsiasi cosa tu dica o faccia fa già parte di un discorso già finito. Qualcosa di simile sarà forse capitato anche a noi. Avevamo solo le parole degli altri, ce le siamo fatti bastare. Per quel che avevamo da dirci, alla fine [2015].
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Il papa che successe a sé stesso

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16 gennaio - San Marcello I Papa (†309), doppione

Nulla, non c'entra assolutamente nulla.
[2014].
Dell'imperatore Diocleziano, delle sue sanguinose persecuzioni, su questo blog ci siamo spesso presi gioco. Il fatto è che già a poco più di un secolo di distanza (quando il cristianesimo era diventato religione di Stato), Diocleziano aveva già assunto le dimensioni dell'orco sbrana-cristiani, a capo di un esercito di torturatori efferati e un po' frustrati: a Santa Cecilia cercano di tagliare il collo e la lama rimbalza, Santa Lucia cercano di portarla nel bordello ma è troppo pesante, a Sant'Agata tagliano i seni e le ricrescono, eccetera. E però tutto questo grand-guignol di leggende inventate dai monaci per distrarsi un po' nell'ora di refettorio non deve farci dimenticare che un Diocleziano ci fu davvero, e che di cristiani ne fece uccidere più di qualsiasi altro imperatore: quanti? Difficile dire. Migliaia, forse più – Gibbon semplicemente non ci credeva, ma era un uomo del Settecento, quando anche le battaglie campali sembravano figure di minuetto. Gli storici del penultimo secolo, familiari coi concetti di pogrom e di purga, non escludono che un imperatore deciso a fondare un culto della personalità non possa aver messo in cantiere uno sterminio, anche se il body count rimane piuttosto prudente (tremila o un po' di più in tutto l'impero). Pochi, tutto sommato, per una religione che nelle città era ormai un fenomeno di massa.

Evidentemente molti cristiani cercarono di sfangarla venendo a patti con l'autorità costituita: alcuni bruciando incenso agli Dei (turificati), altri sacrificando animali agli stessi Dei (sacrificati), altri, non volendo scannare nessun animale, corrompendo qualche autorità per procurarsi un certificato che attestasse che lo avevano sacrificato (libellatici). Infine c'erano i peggiori di tutti, i traditores, che all'inizio significava semplicemente "consegnatori": erano i sacerdoti che avevano consegnato i libri sacri ai magistrati - e magari anche qualche registro di battesimo coi nomi degli affiliati, gli infami. Tutto questo poteva salvarti la vita terrena, ma quella eterna? I sacrificati, i turificati, i libellatici e i traditores non erano più ammessi in chiesa. Erano i cosiddetti lapsi, "scivolati", quelli che avevano avuto un'occasione buona per diventare protagonisti di una sanguinosa leggenda di martiri e se l'erano giocata. Il dibattito sulla riammissione dei lapsi era già scoppiato ai tempi dell'imperatore Decio, e riprese subito vigore. In certe comunità venivano riammessi soltanto dopo una pubblica cerimonia di pentimento: insomma dopo aver ritrattato il cristianesimo davanti ai magistrati dovevano ritrattare la ritrattazione davanti ai sacerdoti, e farsi consegnare una ricevuta, un libellus che dimostrasse che erano di nuovo cristiani a tutti gli effetti. Ovviamente se i magistrati imperiali mettevano la mano sul libellus potevano ri-imprigionarli, e così via.

Si dice che il cristianesimo crebbe annaffiato dal sangue dei martiri. È una mezza verità: le piante hanno bisogno di liquidi ma anche di letame. Senz'altro i martiri ci misero il sangue, ma se il cristianesimo sopravvisse a Diocleziano fu grazie ai lapsi. Questo però non si può dire - tranne che sul Post - perché molti lapsi furono probabilmente traditores, nel senso moderno del termine: molti di loro probabilmente si conquistarono la libertà vuotando il sacco davanti al magistrato, spifferando nomina e cognomina di tutti i cristiani del quartiere. Poi alla fine se ne tornavano alla catacomba e chiedevano pure di essere riammessi al culto, che facce toste. Il cristianesimo che sopravvive alla persecuzione dioclezianea deve affrontare quel senso di colpa collettivo che attanaglia i superstiti di qualsiasi disastro: perché gli altri sono morti e io no? Aggiungi che in certi casi la risposta è insostenibile: sono morti gli altri perché tu li hai traditi. Gli altri sono santi, e ne leggiamo le leggende: tu sei il peccatore, tu dovrai espiare. La realtà probabilmente era molto più sfumata, vedi il caso di San Marcellino Papa.

Da non confondere con San Marcello Papa, che è il santo che si festeggia oggi, e di cui dovrebbe essere il predecessore. Il nome può sembrarvi buffo, ma è uno di quei tipici nomi tardoromani: si chiama Marcellino anche uno degli scrittori più interessanti del quarto secolo, un ex soldato dalla prosa cupa e marziale che non ti aspetteresti in un'antologia, alla voce Ammiano Marcellino. "Marcellino" è la terza derivazione del nome Marco, che a sua volta deriva dal dio Marte: all'inizio Marco significa "di Marte". Marcello, invece, significa "di Marco": può sancire un'adozione o forse un passaggio di proprietà di schiavi che poi una volta liberati mantengono il nome. "Marcellino", a sua volta, potrebbe essere un figlio di Marcello, o uno schiavo venduto e poi liberato. I nomi dei primi secoli erano brevi: Lucio, Mario, Claudio. Verso il terzo secolo abbiamo Marcellino, Claudiano, Valentiniano (←Valentino ←Valente), Costantino (←Costanzo ←Costante) eccetera. L'impero continua a essere retto da uomini duri e violenti, ma hanno nomi derivativi, sempre meno originali, sempre più involontariamente pucci, fino a quel Romolo Augustolo che chiude miracolosamente il cerchio. Non fossero arrivati i barbari, oggi ci chiameremmo Marcelliniancelliniano? In un certo senso i barbari dovevano arrivare, era un'esigenza sentita a tutti i livelli, persino nell'onomastica.

La chiesa di San Marcello al Corso
(da wikipedia) sorge nell'antico sito della stalla
(far lavorare un papa, che barbarie).
Marcellino, dicevamo, tradì. Sacrificò qualche animale agli Dei. Lo attesta il Liber pontificalis, la wikipedia delle vite dei papi, redatta lungo qualche secolo da un insieme anonimo di cronisti che purtroppo non nominava mai le fonti. Lo stesso Liber, tuttavia, afferma che in un secondo momento si pentì di aver tradito e ritrattò, ottenendo una pronta decapitazione e l'immediata santità. La storia sembra molto antica, ma già un po' complicata: forse un tentativo di salvare la reputazione a un papa controverso. In Nordafrica un vescovo eretico, durante una polemica con Agostino, accusa Marcellino (senza prove) di aver sacrificato agli dei. D'altro canto era un santo già venerato allora, a Roma e altrove: possibile che i buoni cristiani portassero fiori sulla tomba di un sacrificatus? Fino al quinto secolo nessuno lo inserisce nell'elenco dei martiri. È l'unico papa che non compare nel Cronografo del 354, la più antica agendina illustrata che ci sia arrivata (alla quale dobbiamo un tesoro di informazioni, perché nessuno scrittore blasonato si abbassava a nominare, per esempio, i quartieri della Roma imperiale).

A dire il vero il suo nome nel Cronografo c'è: ma è associato al diciottesimo giorno alla Calenda di Febbraio, cioè oggi, 16 gennaio, e non al 26 aprile. E tuttavia deve trattarsi di una svista: il 16 gennaio non è la festa di Marcellino, bensì di Marcello, il suo successore: un papa integerrimo che si oppose al facile recupero dei lapsi, e insistette sulla necessità che facessero penitenza e mostrassero contrizione per i loro tradimenti. Tanta intransigenza lo portò in rotta col successore di Diocleziano, Massenzio, che lo condannò a lavorare nelle stalle imperiali (ma questa forse è una storia messa in giro dal proprietario di una stalla che credeva nelle opportunità del turismo religioso e sperava di attirare i pellegrini con una storiella). Il lavoro in stalla era molto pesante e Marcello ne sarebbe morto, martire, il 16 gennaio, perlappunto. Ora, non è così strano che un papa Marcello subentri a un Marcellino (non era ancora invalsa l'abitudine a cambiar nome una volta varcato il soglio): ma che cadano entrambi martiri lo stesso giorno, è una cosa che lascia perplessi. Al punto che Mommsen riteneva che il secondo non fosse un vero papa: piuttosto un vicario, un facente funzione. In effetti la situazione poteva essere molto delicata: magari Marcellino aveva perso la carica di pontefice nel momento in cui aveva temporaneamente abiurato la fede in Cristo. Poi ci aveva ripensato, ma a quel punto era da considerarsi ancora pontefice a tutti gli effetti? Chi poteva deciderlo, se non lui stesso? Un falso storico del sesto secolo ci mostra proprio un concilio-processo in cui i vescovi lo interrogano, ne ottengono una confessione, ma non lo condannano, perché "la prima sede non può essere giudicata da nessuno".

Un'altra possibilità è che Marcellino se ne sia tornato bel bello a fare il pontefice, dopo l'abiura, senza chiedere scusa a nessuno. Qualche secolo dopo un cronista avrebbe potuto trovare la cosa imbarazzante, e dividerlo in due: un pontefice un po' tremebondo che viene perseguitato, abiura ma poi si pente e muore martire nel 305, e un altro tutto d'un pezzo che ostenta tolleranza zero per i lapsi e i traditori, e muore anch'esso martire in una stalla il 16 gennaio 309. La scelta di chiamare il doppione di Marcellino "Marcello" potrebbe essere stata dettata da scarsa fantasia o (più verosimilmente) dalla necessità di non alterare troppo i documenti originali. Dei due, quello probabilmente inventato è il più eroico e intransigente. Non sorprende.
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Parlo di teologia, io?

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10 gennaio - San Gregorio di Nissa (335-395), teologo patentato

[2016].

Anche oggi c'è gente che, come quei famosi ateniesi, non trova di meglio da fare che discutere di argomenti inediti od originali. Braccia rubate al mercato o al cantiere che si improvvisano maestri di teologia: avanzi di schiavitù da prendere a mazzate, che d'un tratto ci filosofeggiano con solennità di cose incomprensibili.

Lo sapete di chi stiamo parlando: la città ne è piena. Le strade, i crocicchi, i fori, i parchi... venditori di tappeti, cambiavalute, friggitori ambulanti. Tu chiedi di scambiare una moneta, ti rispondono disquisendo sulla natura del Generato e dell'Ingenerato; vuoi sapere quanto costa una pagnotta, “Il Padre è il maggiore”, ti dicono, “e il figlio gli è soggetto”: domandi se ai bagni l'acqua è calda, e ti informano che il Figlio ha origine dal nulla...


Padri cappadoci, Nissa è (forse) quello con la barba lunga.

Certe citazioni ormai galleggiano nel vuoto, non siamo nemmeno sicuri del libro da cui sarebbero ritagliate. Hanno maturato significati diversi da quelli previsti in partenza; diventano meme, parole di un linguaggio nuovo, incomprensibile ai non iniziati. Tra i miei amici di facebook non è infrequente rimproverarsi di parlare di astrofisica. Citiamo ovviamente la battuta di un regista frustrato, protagonista di un film di Nanni Moretti - no, non l'ultimo - neanche il terzultimo - forse il terzo? Lamentandosi della mania che hanno tutti di parlare di cinema senza mai aver studiato l'argomento, gridava: parlo di astrofisica io?

Molti anni prima dell'invenzione del cinema, e della stessa astrofisica, il problema era già avvertito dagli intellettuali. Non potendo citare Moretti, ripiegavano su San Gregorio vescovo di Nissa, che nel IV secolo scrisse in mezzo a un migliaio di pagine fitte di patristica l'esilarante bozzetto che ho tradotto sopra un po' liberamente. È un brano famoso in senso molto relativo: ci ho messo anni a rintracciarlo. Poi mi sono reso conto che lo cercavo nel volume di patristica sbagliato, perché tutti questi professori che si lamentano dell'incompetenza popolare... sbagliano quasi sempre a segnalare la fonte della citazione, attribuendola a un amico di famiglia di Gregorio di Nissa, Gregorio di Nazianzo. Anche lui vescovo in Cappadocia e padre della Chiesa, per cui non è così difficile confondersi.

È un errore illustre, condiviso dallo stesso Hegel; lui del resto non aveva perso tempo a sfogliare i padri cappadoci, ma si era fidato di Gibbon che nel suo best seller Declino e caduta dell'Impero Romano aveva a sua volta citato il Gregorio sbagliato, mutuando l'errore da un teologo dei suoi tempi, tale John Jortin che nelle note del suo volume aveva fatto confusione tra i due Gregori ed era morto prima di correggere le bozze. Che storia affascinante. Morale: non si è mai abbastanza competenti.

Va bene, ma di che stava parlando Gregorio esattamente? In quel frammento dell'orazione Sulla divinità del Figlio e dello Spirito Santo, 46esimo volume della Patrologia greca, il vescovo di Nissa si distrae per un attimo dal problema trinitario, e si volta a dare un'occhiata a quel che succede nella grande città: Costantinopoli. Quando mi imbattei per la prima volta nei due Gregori, a metà anni Novanta, in società si parlava più che altro di calcio e politica. Tutti ne erano esperti, tutti ritenevano di avere pareri interessanti, giuro, non è una frenesia nata con facebook: Zuckerberg ci ha fornito soltanto un impietosissimo specchio. A volte mi mancava l'aria e così frequentavo lezioni strane, ad esempio Storia del Cristianesimo Antico.

Scoprivo che secoli prima, gli abitanti di una lontana metropoli, dovendo pur trovare qualcosa su cui litigare in attesa dell'invenzione del calcio, si scannavano intorno alla teologia. Il dibattito sulla Trinità, e sulla generazione del Figlio, era uscito dai capitoli e dai sinodi e circolava sulle bocche di tutti, pizzaioli e rigattieri. Venivano alle mani spesso, e a volte ci scappava il morto.  L'altro Gregorio - non quello di Nissa - fu quasi linciato nella sua stessa cappella privata, perché era stato ordinato vescovo niceno di Costantinopoli, in un periodo in cui in città andavano per la maggiore gli ariani. Questi ultimi credevano che il Padre avesse creato il Figlio in un secondo momento; i niceni invece credevano in un Figlio generato, non creato, della stessa sostanza del Padre. I niceni avevano già vinto un Concilio nel 325, e col tempo avrebbero prevalso, massacrato gli ariani e distrutto i loro libri. Ma in quel periodo erano un po' in crisi: gli imperatori, dopo averli favoriti, se ne erano stancati e a volte sponsorizzavano apertamente gli avversari. Il bello di studiare queste cose, quando sei giovane, è che ti chiedono la stessa sospensione dell'incredulità di una saga fantasy - pensateci, si accapigliavano per stabilire se il Figlio fosse stato "creato" o "generato" dal padre. Un dibattito che oggi non interessa più nemmeno i cristiani. Già. Oggi parliamo d'altro. Ma, ecco, di che parliamo? 

A quel tempo ero una specie di marxista, a mio modo ovviamente – in sostanza credevo che gli uomini si potessero dividere soltanto in classi sociali. Questa era l’unica classificazione che avesse un senso economico, e quindi l’unica che avesse un vero senso. Tutti gli altri insiemi – i cosiddetti “popoli”, le cosiddette “religioni” – erano fenomeni sovrastrutturali. Non è che non esistessero, ma venivano elaborati dagli uomini a mo’ di paravento, sovrastruttura, per occultare la ripartizione fondamentale, quella tra profittatori, aspiranti profittatori e lavoratori. Tutte queste cose non so se Marx le abbia mai scritte davvero, avrei più difficoltà a spulciare il Kapital che la Patrologia, però ci credevo e forse ci credo un po’ persino adesso. Dunque diffidavo della versione di San Gregorio, perché davvero, che può interessare a un cambiavalute della Generazione del Figlio? Però da altri accenni si capiva che gli ariani erano la fazione più popolare (lo stesso Ario, racconta Filostorgio, una volta cacciato dalle chiese ufficiali, si era messo a comporre i suoi sermoni sulla musica delle canzonacce dei marinai e dei mulattieri). I niceni invece avevano già quella sfumatura benpensante che li identificava come organici della borghesia – e i Costantini giocavano a metterli gli uni contro gli altri, appoggiando ora questa ora quella fazione, per strategia o per capriccio.

Due secoli più tardi sarebbe successa la stessa cosa coi tifosi delle due più importanti scuderie delle corse di bighe, gli Azzurri e i Verdi. I primi erano i popolari (ma appoggiati dall’imperatore Giustiniano), i secondi aristocratici e monofisiti. Entrambi giravano coi coltellacci legati alla gamba, e si pettinavano all’Unna, lasciandosi crescere le creste per spaventare gli avversari. Vedi come lo stesso fenomeno (una guerra tra bande di delinquenti per le strade di una metropoli) si può leggere in tre modi: (1) guerra di tifosi: è il modo più superficiale, come se qualcuno fosse davvero disposto a morire per i colori di una squadra; (2) guerra di religione, monofisiti contro ortodossi; (3) lotta di classe. A me ovviamente interessava solo il terzo piano, quello di cui nessuno vuole mai parlare. Fanno tutti una gran confusione, parlano di bighe o quadrighe o di natura divina e umana del Figlio, perché non vogliono parlare di salari e di libertà degli schiavi… Però alla fine Azzurri e Verdi si stancarono di ammazzarsi per il sollazzo del Cesare, gli assediarono il palazzo contiguo al Circolo e chiesero le dimissioni del prefetto del pretorio, ritenuto responsabile dell’iniqua tassazione. (Le ottennero, ma in seguito Giustiniano, consigliato dalla moglie Teodora, riuscì a dividerli e li sterminò).

(Milletrecento anni più tardi, in una difficile città di mare dall’altra parte dell’Europa, ci si rimise ad ammazzare tra “verdi” e “azzurri”. I primi tifavano il Celtic Glasgow, erano immigrati irlandesi e cristiani cattolici. I secondi sostenevano i Rangers, ostentavano lealtà alle maestà britanniche e fedeltà alla chiesa protestante. Risse da ubriachi, guerre di religione, indipendentismo e identità celtica: dipende anche da storia vuol leggere la gente il mattino dopo).


Seduta di autocritica maoista in Bobocandia ("O Marx O Lenin O Mao Mao").

Nello stesso periodo in cui studiavo i padri cappadoci, avevo messo le mani su certi vecchi fumetti di un francese geniale e irregolare, Gérard Lauzier. La sua prima storia era ambientata in un’ex colonia francese di fantasia tra jungla e savana. Gli abitanti della savana erano diventati il Fronte Bobocalandese di Liberazione – trotskisti – mentre la tribù della giungla si era convertita al marxismo-leninismo di marca cinese, fondando il Fronte di Liberazione Bobocalandese. Dopo il tramonto conducevano lunghe sessioni di autocoscienza politica davanti al fuoco, cantando O Lenin O Mao O Mao al suono dei tamburi. Negli anni Settanta Lauzier passava per un autore di destra, e in effetti disegnava ancora gli africani coi labbroni e i dentoni. Si rifiutava a vedere il progresso nella decolonizzazione: era tutta una farsa, una tribù resta una tribù anche se coi fucili le vendi il libretto rosso. Il libro è fuori commercio in Italia, trovarlo è stato più difficile che rintracciare la citazione giusta nella patrologia.

Mi capita spesso di ripensare alla vignetta della tribù marxista, ultimamente, e ai venditori di tappeti di Gregorio di Nazianzo, pardon, Nissa. Sono contento che è finito Natale, quest’anno più del solito. Al mercato, in piazza, in sala insegnanti, per un mese non s’è parlato che di identità cristiana, e soprattutto di presepe. Chiedevi il prezzo del pane, ti rispondevano presepe. Domandavi che fine aveva fatto la programmazione monodisciplinare, ti mettevano al corrente del grosso rischio che stavamo passando di non poter più sentire le zampogne a causa degli immigrati musulmani. L’Amaca di Michele Serra appesa dappertutto. Il punto di riferimento del ceto medio riflessivo progressista che verso la fine del 2015, fidandosi di qualche notizia distorta, si è convinto che i musulmani ci stessero togliendo il presepe. Il presepe. Tra due secoli qualcuno ritroverà un fondo di Michele Serra nel fondo di una valigia, leggerà e si domanderà nella sua lingua sconosciuta: ma sul serio? Parlavano di questo all’inizio del millennio? Di presepe? Non del riscaldamento globale, dell’instabilità economica europea o delle migrazioni nel mediterraneo; parlavano del presepe? Era così tanto importante per loro? O c’era dietro qualcos’altro che non volevano dirci. Cioè: cosa intendeva davvero questo Serra per “presepe”?

Poi i sauditi hanno ammazzato un imam – i sauditi ammazzano chi vogliono più o meno come l’Isis, e più o meno per gli stessi motivi, ma sono nostri alleati, quindi è ok – salvo che per una settimana è stato tutto un fiorire di esperti di teologia islamica. Ci hanno spiegato che tutte le tensioni del Medio Oriente – tutte – si possono spiegare con la religione, l'eterna rivalità tra sunniti e sciiti. Perché, credevate che fosse il petrolio? I sauditi che lottano per imporre una supremazia regionale, che l’Iran gli contende? La Russia che reagisce all’accerchiamento Nato? Le irrisolte questioni curde e palestinesi? No. «Braccia rubate al mercato o al cantiere», avrebbe detto il nostro Gregorio, ci hanno avvertito che tutto dipende da uno scisma di mille anni fa. E infine si è scoperto che a Colonia a capodanno c’erano un sacco di maschi molesti, e i redattori hanno subito deciso che si trattava di stranieri, anzi immigrati, probabilmente clandestini, magari islamici e Bruno Vespa ha twittato:



Le nostre donne. Forse siamo sempre stati così, forse la novità è che Internet ha moltiplicato gli specchi per guardarci. Io una volta pensavo che Bruno Vespa fosse organico a una determinata classe sociale che imponeva la sua visione dei fatti a tarda sera su Rai 1. Ultimamente lo vedo più come uno stregone che balla al ritmo del tamtam, cantando parole che non conosce, “religione”, “valori”, “cultura”. Ma quel che vuole dire è quello che i capotribù hanno sempre detto in questi casi: straniero vuole venire e rubarci le donne.

Forse i posteri saranno più indulgenti. Spulciando un enorme archivio troveranno l’amaca di Serra o i tweet di Vespa, e capiranno che “presepe”, “religione”, “valori”, “bande di immigrati”, in realtà volevano dire una sola cosa: abbiamo paura. Il mondo cambia troppo alla svelta, un sacco di gente arriva qua e mette in discussione tutto quello in cui abbiamo sempre creduto – comprese quelle cose in cui non credevamo di credere davvero (il presepe?) ma erano insomma parte di un paesaggio. Difendo il mio presepe dai musulmani, quarant’anni fa difendevo la mia famiglia dai cosacchi. La mia quarta sponda dagli inglesi. La mia Patria dallo Straniero. Il mio Dio dall’infedele. La mia bandiera, qualsiasi colore abbia, perché è proprio questo il punto: non importa il colore. Non importa il Dio, non importa la Patria, né la famiglia né il presepe. Sono valori arbitrari che fissiamo di volta in volta. L’importante è l’aggettivo: mio. Tracciamo una linea qualsiasi e guai a chi la oltrepassa. Sul serio non moriremmo per il colore di una squadra? Non è l’unica cosa per cui moriamo, alla fine dei conti?

Gregorio nacque in Cappadocia, che oggi è lo zoccolo duro della Turchia rurale e islamica, ma nel suo secolo produceva santi cristiani e padri della Chiesa a un ritmo impressionante. Gregorio può vantare in calendario una nonna, Santa Macrina l’Anziana; due fratelli (San Basilio Magno e San Pietro di Sebaste) e una sorella (Macrina la Giovane). Lui si venera il 10 gennaio.
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I diavoli in Angela

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4 gennaio - Beata Angela da Foligno, mistica, maestra dei teologi, autolesionista

(ATTENZIONE: dettagli repellenti. Poi non dire che non ve lo si era detto).

Dapprima baciò il corpo di Cristo e vide che
giaceva morto, con gli occhi chiusi; poi baciò
la sua bocca dalla quale colse come un
profumo di dolcezza, impossibile a dirsi...
Dietro a ogni santa di successo c'è sempre un frate. La coppia folignate Arnaldo-Angela somiglia molto a quella, più famosa, formata da Caterina da Siena e Raimondo da Capua. Anche Arnaldo, come Raimondo, all'inizio non immagina nemmeno di essersi imbattuto in una santa: la prima volta che assiste a una crisi ha la netta sensazione di trovarsi di fronte a un'isterica. Sta accompagnando una comitiva di pellegrini alla basilica di Assisi, e all'improvviso quella lontana cugina si accuccia vicino alla porta della chiesa superiore e si mette a urlare Amore Perché M'Abbandoni? Una pazza, insomma, ed è pure sua parente. Angela sta urlando così perché ha improvvisamente perso la connessione con lo Spirito Santo, che l'aveva sorretta durante tutto il viaggio. Sulla scena accorrono altri frati, cominciano a fare domande, ma chi è questa, la conosci? C'è da sprofondare dalla vergogna. Questa è l'ultima volta che la porto. "Mai più in avvenire osasse metter piede in Assisi".

Più tardi alla vergogna per la figuraccia subentra la vergogna per non averla saputa aiutare. Se si comporta così, è probabilmente posseduta da qualche spirito maligno: non è suo dovere indagare? Decide di sottoporre Angela a un rigoroso interrogatorio. La cugina si sottomette volentieri, ma le sue risposte sono così interessanti che Arnaldo smette di fare domande e la lascia parlare a briglie sempre più sciolte. Man mano che procede nelle sedute, il frate si convince di avere trovato una mistica di prim'ordine. Quando le rilegge un suo primo abbozzo, lei lo respinge come oscuro, ma soprattutto "privo di gusto": nel frattempo in paese la gente comincia a mormorare, guarda quel frate come le sta sempre attaccato. Le sue trascrizioni, frettolose e furtive, diventeranno il Liber, uno dei capolavori della mistica medievale. La mistica medievale è però piuttosto noiosa, così Angela da Foligno su internet è per lo più citata per quelle due o tre pratiche veramente hard che ha confessato al suo padre spirituale o ai destinatari delle sue lettere. Col rischio di farla apparire ancora più estrema di quanto non fosse: per esempio, non è esattamente vero, come ho letto più di una volta, che leccasse le ferite dei lebbrosi. Una volta, è vero, mentre stava pulendo le ferite putrefatte, bevve l'acqua sporca della bacinella (non fate così io ve l'avevo detto che si andava sul repellente; e siete ancora in tempo); a un certo punto sentì di avere ingoiato un pezzetto di carne, ma, per quanto volesse ingoiarlo, non ne fu in grado. E poi c'è la questione dei carboni ardenti nella vagina (IO VE L'AVEVO DETTO). In uno dei tanti periodi in cui si sentiva torturata e tentata da demoni, Angela ricorse anche a questo diversivo, ma Arnaldo glielo proibì.

Beh la frusta ogni tanto la usava.
Per queste e per altre aberrazioni, Angela può sembrare il personaggio ideale di un pamphlet anticattolico e antireligioso in generale, come ce n'è un po' dappertutto in rete. Anche qui non è che siamo esattamente su Avvenire; e però mi sembra che le cose siano un po' più complesse. Nei pamphlet la fanciulla vivrebbe libera e felice, ma viene costretta da torve famiglie a rinchiudersi in un convento. Non è esattamente il caso di Angela, che semmai era stata costretta a maritarsi, e che aveva avuto più di un figlio. Quando morirono, Angela (già quarantenne) "provò consolazione": finalmente il suo cuore era libero di donarsi a Dio. Nei pamphlet la religione ufficiale inocula nei fanciulli quei sensi di colpa che poi germineranno in masochismo e altre patologie; nel caso di Angela, che non sembrava vergognarsi di aver provato sollievo alla morte dell'intera famiglia, la religione ufficiale non incoraggiò e nemmeno autorizzò gli eccessi masochistici; cercò per quanto poteva di capire cosa stava succedendo alla povera suora. Frate Arnaldo non poteva certo inventarsi la psicanalisi da solo, anche se il caso effettivamente meritava. Fece del suo meglio, a rischio di mettersi nei guai. Era un frate spirituale a cavallo per Due e Trecento: il problema per lui si poneva nei termini: "Santa o posseduta?" Se era posseduta, si poteva ancora guarire. Se invece era una santa, andava incoraggiata 

Nella sua cella Angela visse una vita complicata: lo Spirito che la rendeva piena di gioia poteva anche abbandonarla per due anni di seguito. I demoni erano più abitudinari. Lei stessa ancora prima di Arnaldo aveva sospettato di essere indemoniata, e il dubbio non l'abbandonava mai. Un profondo desiderio di morte l'accompagnò per anni, trasformandosi nel tempo in un desiderio di agonia protratta all'infinito, nel tentativo di sentire su di sé tutto il dolore del mondo.

Giuseppe Riccetti. 1° premio ex-aequo
al concorso di grafica "Angela da Foligno
- la grande mistica" indetto nel 2000
dal Comune di Foligno.
Poi le passò.

Magari le sarebbe passato anche se Arnaldo non le avesse dato ascolto, non avesse trascritto i suoi discorsi e deliri, non l'avesse messa in contatto con altri colleghi interessati all'esperienza di una campionessa di misticismo. Quel che sappiamo, è che a un certo punto Angela riprese peso. Cominciò a sentire chiaramente che Dio le dava il permesso di interrompere la preghiera, ogni tanto, per mangiare. A differenza di Caterina da Siena, che si lasciò morire a trentatré anni, Angela in un qualche modo venne a patti con la vita, che lasciò soltanto alla ragguardevole età di sessantuno. Negli ultimi quindici fu il punto di riferimento di un nutrito gruppo di fedeli; in alcune sue lettere si propose anche come intermediaria nel conflitto sempre più acceso tra francescani spirituali e conventuali.

Mangiava, scriveva, si appassionava alle liti degli uomini; con la lingua di oggi diremmo che sembrava guarita. Senza trattamenti farmacologici, senza altra terapia che non fosse quella rudimentale portata avanti insieme a un frate che in fatto di mondi interiori ammetteva di saperne meno di lei. Poi successe qualcosa, intorno all'anno 1300. Angela continua a essere invocata e venerata come una santa in vita, ma ha sempre meno voglia di parlare delle sue esperienze e di dare consigli. Le sue lettere diventano distaccate, formali. Per coincidenza, Arnaldo è partito per Roma, sta cercando di fare carriera alla corte di papa Bonifacio. In uno dei suoi ultimi messaggi, stanca forse del suo personaggio, Angela esprime il desiderio di essere esposta per le strade della sua Foligno, coperta soltanto di pesci e tagli di carne.
Venite a vedere questa donna indegna, piena di malizia e simulazione, sentina di ogni vizio e di ogni male. Osservavo la Quaresima standomene tappata nella mia cella, per avere la stima degli uomini, e facevo dire a tutti quelli che m'invitavano: "Non mangio ne carne né pesce". Ero ghiotta, invece, e piena di ogni golosità, mangiona e beona. [...] Non dovete credermi più, non dovete più adorare quest'idolo, erano parole ingannatrici e diaboliche: pregate la giustizia di Dio che quest'idolo cada e vada in pezzi in modo che vengano svelate le mie opere menzognere e ingannatrici.
Non sembra la solita finta modestia dei santi. E si fa fatica anche a interpretarla come un tentativo di riallineamento (alla morte di papa Bonifacio le cose si stavano mettendo male per gli spirituali; anche Arnaldo finì in una lista di eretici). È più semplice immaginare che persino nei suoi momenti di gloria, quando godeva della considerazione e dell'ammirazione di alti prelati e intellettuali, Angela non avesse perso il sospetto di essere un'indemoniata. Una malata, diremmo oggi. Aveva forse ingannato il suo confessore e migliore amico, ma non era riuscita del tutto a ingannare sé stessa. [2013]
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Garantita contro il colera e l'ateismo

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31 dicembre - Santa Catherine Labouré (1806-1876), veggente, designer del gadget più diffuso nell'Ottocento

Disponibile anche in italiano
Nel marzo 1832, a Parigi, durante i festeggiamenti di metà quaresima, un arlecchino all'improvviso si leva la maschera e prima di accasciarsi rivela un volto paonazzo, innaturale: la folla scoppia a ridere, ma di lì a poco i carretti delle ambulanze cominceranno a caricare decine di persone ancora nei costumi della festa. Il colera è arrivato in città.

Farà settemila morti in due settimane, diciannovemila entro l'anno. L'unico rimedio conosciuto e raccomandato dalle autorità è un bagno caldo con aceto, sale e mostarda. Anche linciare repubblicani bonapartisti e legittimisti può servire; non è escluso che siano loro ad avvelenare i pozzi. Alunna di una centralissima scuola elementare in Place du Louvre, la piccola Caroline Nenain è l'unica della classe che sembra avvertire i sintomi. Le suore della Carità scoprono che è anche l'unica a non avere ancora indossato la Medaglia Miracolosa raffigurante la madonna com'era apparsa alla consorella Catherine Labouré, due anni prima. Fortunatamente le sorelle hanno ampie scorte di medaglie, sono loro che le distribuiscono: Caroline guarirà non appena se la sarà messa al collo. È l'inizio di un successo mondiale che farà della medaglietta il gadget più diffuso dell'Ottocento. Si calcola che ne siano state distribuite almeno un miliardo.

Una da qualche parte devo avercela anch'io, in qualche cassetto abbandonato in un trasloco. Potete facilmente procurarvene una anche voi, facendo domanda su un sito che non vi linko, ma è a portata di google. Non costa niente, però ve la mandano con un bollettino da compilare. "...non è una fattura, si tratta di un suggerimento per una possibile offerta libera e del tutto volontaria che aiuterà a portare avanti questa campagna di diffusione della Medaglia Miracolosa". Dicono sempre così, e poi magari cominciano a mandarti il giornalino una volta al mese, e chissà, magari vendono i tuoi dati a frate Indovino, o al messaggero di Sant'Antonio, o San Giuseppe, appena scoprono che sei uno di quelli che compila i bollettini c'è mezzo paradiso pronto a invadere la tua buca delle lettere.

Nella primavera del 1832 la medaglia era appena stata coniata dall'orafo Vachette (quai des Orfèvres 54), sulla base delle indicazioni di padre Jean-Marie Aladel, confessore di Catherine, che al tempo era ancora una novizia. Aladel conosceva già da mesi le visioni della ragazza, e per molto tempo era rimasto scettico; solo quando Catherine lo aveva informato che "la vergine era dispiaciuta" si era deciso a chiedere udienza al vescovo di Parigi per chiedere l'autorizzazione a forgiare la medaglietta che Catherine descriveva nelle sue visioni. Il vescovo da parte sua aveva altre preoccupazioni: dopo la rivoluzione del 1830 la sua posizione era piuttosto precaria. La medaglietta avrebbe potuto aiutarlo, purché i miracoli arrivassero in fretta: nel frattempo non era il caso di divulgare le visioni di Catherine, altrimenti sarebbe stato necessario fare un processo per omologare la visione, mandare tutto a Roma, e a Roma sono lentissimi su queste cose. All'inizio insomma la medaglia sembrò spuntare dal nulla.

L'iconografia non era poi così originale: sul verso appaiono, riconoscibili a ogni cristiano di media cultura, due sacri cuori. Quello di Gesù si riconosce dalla corona di spine, quello di Maria dalla spada che, come le aveva annunciato Simeone, "ti trafiggerà il cuore" (Luca 2,35). Sopra c'è una M che sorregge una croce, un rebus abbastanza facile. Il tutto contornato di dodici stelle che, per dirla col lessico giornalistico, sono un vero giallo: benché infatti anche in questo caso il riferimento alle scritture sia molto chiaro (la corona delle dodici stelle della donna "rivestita dal sole", in Apocalisse 12,1), Catherine non sembra aver mai parlato di stelle. Forse sono un'aggiunta di padre Aladel, forse l'orafo sentiva semplicemente il bisogno di un motivo che incorniciasse l'ovale. La scelta avrà una conseguenza enorme e imprevista, se è vero che il giovane disegnatore Arsène Heitz stava proprio leggendo un libro sulla medaglia miracolosa nel periodo in cui disegnava bozzetti per la bandiera del Consiglio Europeo; ne propose diversi, ma alla fine la giuria laica e inconsapevole scelse proprio la corona di dodici stelle in campo azzurro, che poi fu ripresa dagli altri organismi europei e oggi è la bandiera della UE che gli ucraini nei cortei sventolano con allegro coraggio e i forconi italiani strappano rabbiosi dai pennoni degli edifici pubblici (non si potrebbe semplicemente fare uno scambio? i forconi per tre mesi in Ucraina, gli ucraini al loro posto in Italia, vediamo chi cambia idea su cosa). Gli euroburocrati non se ne erano resi conto - e continuano a smentire - ma hanno messo un simbolo mariano sulla bandiera federale: se aggiungi che la scelta fu presa proprio un otto dicembre, festa dell'Immacolata Concezione... però tutte queste cose le racconta Vittorio Messori, e forse andrebbero ricontrollate una per una.

Catherine, con i suoi gadget
Di tutto ciò Catherine è innocente: lei le dodici stelle non le aveva proprio viste. Aveva visto invece la Madonna raggiante custodire un pianeta nella mano, e aveva sentito una voce dire "Questo piccolo globo simboleggia il mondo intero e ogni anima in particolare". Ogni anima è un mondo, non è mica una brutta immagine: ma nella medaglietta non c'è. Ci sono i raggi che "simboleggiano le grazie che la Santa Vergine ottiene per coloro che le domandano": però il pianeta non c'è più, Aladel lo ha rimosso. La spiegazione più semplice tira in ballo la politica: il globo era una delle insegne regali. Nella prima metà dell'Ottocento era ancora universalmente collegato alla monarchia assoluta, quella che i francesi avevano appena liquidato con la rivoluzione del 1830. Il vescovo in quell'anno aveva dovuto lasciare la sede due volte onde evitare linciaggi e saccheggi; non era veramente il caso di mettere in giro medaglie di gusto monarchico-legittimista (di lì a poco anche i legittimisti saranno accusati di diffondere il colera). Eppure al globo Catherine ci teneva particolarmente: fino alla morte insistette affinché almeno la cappella del suo convento in rue de Bac si dotasse di un altare con la Madonna e il globo.

La cornice sul recto della medaglia non è stellata, ma reca l'iscrizione "O Marie, conçue sans péché, priez pour nous qui avons recours à vous": o Maria, concepita senza peccato, pregate per noi che ci affidiamo a voi. Così aveva udito Catherine, e così fu inciso nella medaglietta: sfidando l'autorità ecclesiastica, che non aveva ancora definito il dogma dell'immacolata concezione. D'altro canto il modello per la medaglietta fu una statua dell'Immacolata (opera settecentesca di Edmé Bouchardon) esposta nella chiesa di Saint Sulpice, insomma, l'immacolata non era esattamente un concetto originale. Il successo della medaglietta però ebbe l'effetto di sbloccare l'antico stallo tra maculisti e immaculisti e a ridare vigore a questi ultimi: il papa Gregorio XVI concesse la festa dell'otto dicembre, ma a decidersi una volta per tutte e a proclamare il dogma fu Pio IX nel 1854. Per la prima volta un dogma veniva dichiarato da un papa e non da un concilio: dunque il pontefice si considerava infallibile? La cosa avrebbe richiesto un altro concilio, ma nel frattempo a troncare la discussione intervenne la Madonna stessa, che apparendo nel 1858 all'ignara Bernardette Soubirous, le si presentò in perfetto occitano: "Que soy era immaculada concepciou". Ora uno degli argomenti che si sentono spesso, a favore di Bernardette, è che non fosse culturalmente in grado di inventare quello che stava raccontando: era una pastorella analfabeta, non aveva mai sentito parlare del dogma dell'immacolata concezione. Sarà. Però al collo aveva una medaglietta miracolosa in cui Maria era definita "concepita senza peccato", ovvero immaculada. Certo, Berardette era analfabeta. Magari nessuno le aveva spiegato cosa stava scritto in quella medaglietta. Ma insomma di apparizioni mariane poteva aver già sentito parlare, visto che ne portava al collo un'effigie. Dal canto suo, suor Catherine non appena seppe di Bernardette e delle apparizioni di Lourdes dichiarò: "È la stessa".

L'altro miracolo importante a cui è associata la medaglietta è la conversione dell'avvocato Alphonse Marie Ratisbonne durante una gita a Roma nel 1842. Professando un orgoglioso ateismo, il giovane di belle speranze accetta la sfida di un'amica di famiglia, che le propone di indossare la medaglietta e di recitare una preghiera di San Bernardo. La notte stessa nella sua camera d'albergo vede una croce, ma al risveglio l'ha già dimenticata. Il giorno dopo, mentre cerca affannosamente di vedere il papa (è l'ultimo desiderio prima di lasciare l'Urbe), segue incautamente l'amico nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte: lì ha una visione mariana che gli cambia la vita per sempre. Doveva lasciare l'Italia, salpare per l'oriente, vedere un altro po' di mondo prima di tornare a casa e sposare una nipote; decide lì per lì di battezzarsi e farsi monaco. Non c'è neanche bisogno di catechizzarlo perché all'improvviso conosce tutti i dogmi della fede cristiana. Alla conversione miracolosa verrà date ampia risonanza anche perché Alphonse Marie (fino a quel momento Alphonse Tobias) era di origine ebraica: e poche ore prima di infilare la medaglietta fatale aveva visitato il ghetto di Roma, scandalizzandosi per le condizioni in cui vivevano gli ebrei della città. Poi gli appare la madonna e da lì in poi tutto gli è chiaro, compresa la segregazione.

Ratisbonne dopo la cura
Dopo una breve militanza nei gesuiti, Ratisbonne fonderà il proprio ordine, con la priorità della conversione di musulmani ed ebrei. Terminerà i suoi giorni in Palestina. Il racconto della sua conversione, steso da lui medesimo, è un altro di quei memoriali ottocenteschi che sembrano invocare l'arrivo di Freud. Per quanto dichiari a ogni pagina di non aver mai ricevuto nessun tipo di cultura religiosa, né ebraica né cristiana, Ratisbonne inciampa nell'idea di Dio continuamente. Racconta per esempio di aver troncato di netto i rapporti col fratello maggiore, che si era convertito qualche anno prima, e che aveva dedicato un saggio monografico proprio su San Bernardo - tu guarda la coincidenza. Del fratello Alphonse non voleva più nemmeno sentir parlare (poi andranno in Palestina assieme). Alphonse ammette ancora di aver partecipato almeno a una riunione di ebrei che avrebbe avuto come oggetto una riforma dell'ebraismo, anche se garantisce che per tutta la riunione non si discusse mai di Dio, né della sua legge: e si capisce che lo dice con rammarico. Quando l'amica di famiglia gli propone di pregare San Bernardo, accetta con allegria, e per un attimo gli balena l'idea di uno scambio: purtroppo non conosce nessuna preghiera ebraica da insegnare all'amica.

Tutto insomma contribuisce a proiettare la figura dell'ateo devoto: quel tipo di persona che, con la scusa di ribadire che non esiste, ha in bocca dio continuamente. Sono i più facili da convertire, di solito stanno soltanto aspettando la spinta giusta. La signora che gli mise al collo la medaglietta conosceva il suo pollo, per così dire. Ma ancora oggi è abbastanza facile tracciarli, gli atei così. Sono loro stessi che escono allo scoperto, con lunghi discorsi che all'orecchio annoiato dell'esperto suonano come un semplice grido: convertimi convertimi! non subito, ma presto! Il resto del tempo stanno spiegando la religione ai papi o la scienza agli scienziati, o viceversa, a un certo livello è uguale. C'è poco da fare ironia, magari siamo tutti così. È piuttosto plausibile che una certa tensione verso l'assoluto, una certa ansia di sottomissione a una divinità, siano eredità ancestrali, genetiche magari: poi subentra l'educazione, e soprattutto in certi contesti si tende a reprimere anche queste inclinazioni: non si rutta a tavola e non si pensa a Dio. Prima o poi, però, come sappiamo, salta fuori tutto; alcuni riescono a sublimare dedicandosi ad altre speculazioni metafisiche: la filosofia, la matematica magari. Altri non ce la fanno. Rimane in loro questo vuoto pazzesco e non sanno come gestirlo. Potrebbe capitare a chiunque. Se almeno si potesse capire per tempo se siamo quel tipo di persone... forse un giorno basterà un analisi del dna... ma nel frattempo. Nel frattempo potreste replicare l'esperimento di Alphonse: accattatevi la medaglietta su internet, ripetete la preghiera di San Bernardo, vedete come va. Se non avete allucinazioni nel giro di una settimana, forse non siete quel tipo di persone. Magari un giorno ci provo anch'io. Appena trovo la medaglietta. Da qualche parte deve pur essere, non butto mai via niente. In ogni caso non c'è fretta, come diceva quello [2013].
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Morte di un tecnico (nella Cattedrale)

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29 dicembre: San Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, tecnico e martire (1118-1170)

Otford è un graziosa cittadina del Kent con un lieve difetto: non vi cantano gli usignoli. Anche prima che si disboscasse per far passare l'autostrada M26, a Otford di usignoli non ce n'è, o se ce n'è stanno zitti. Gli abitanti dicono che è colpa di San Thomas arcivescovo, o meglio: è colpa degli usignoli che cantavano troppo una notte che l'arcivescovo voleva pregare in santa pace: così li ha zittiti per sempre. In questo episodio, ovviamente apocrifo, c'è tutto il carattere di Thomas. Anche a Francesco d'Assisi, di una generazione più giovane, è attribuita la facoltà di silenziare gli uccelli: il senso dell'aneddoto però è completamente diverso, Francesco tratta le rondini di Alviano da sorelle, gli usignoli di Otford per Thomas sono semplici seccatori. Francesco è il santo più popolare, Thomas qualche anno fa ha partecipato a un controverso sondaggio sul "peggiore personaggio storico britannico" classificandosi secondo dietro a Jack lo Squartatore, il che è un'autentica ingiustizia: Becket non ha mai fatto a pezzi nessuno. Semmai lui è stato fatto a pezzi, e dal suo sacrificio ci hanno guadagnato in tanti; e adesso lo infamano.

Mi piacciono le miniature sui fatti di cronaca.
L'ipotesi è che il vago sentimento di antipatia che circonda il più venerato santo inglese dipenda dal fatto che Thomas è quel che oggi definiremmo un tecnico: uno che chiami perché faccia un lavoro e lo faccia bene, e non t'interessa se nella sua intimità veste un cilicio o zittisce per sempre gli usignoli. Abbiamo tutti bisogno di tecnici, ma li odiamo. Forse perché intuiamo di essere totalmente in loro potere. Malediciamo gli idraulici, gli elettrauto li vorremmo morti; per loro fortuna non abbiamo cavalieri al nostro servizio che realizzino le nostre minacce. Thomas non fu altrettanto fortunato.

Suo padre era un mercante normanno che aveva fatto fortuna nell'Inghilterra conquistata di fresco. Aveva amici nobili che avevano insegnato a Thomas a cacciare col falcone e altre menate aristocratiche cui non seppe rinunciare neanche quando vestì l'abito di arcivescovo. L'amico più importante, l'abate Teobaldo di Bec, lo indirizzò agli studi, e lo prese al suo servizio quando gli affari del padre andarono male. Thomas aveva abbandonato l'università di Parigi dopo un anno, ma proseguì gli studi a Bologna e Auxerre. Nel frattempo Teobaldo di Bec era diventato arcivescovo di Canterbury, ovvero primate d'Inghilterra: colui cui spettava incoronare i re, per intenderci. A trentasei anni Thomas divenne il suo arcidiacono. A trentasette la svolta improvvisa: il re Enrico II, su consiglio di Teobaldo, lo nominò suo cancelliere. Fino a quel momento Thomas era stato un tecnico di diritto canonico: al re però serviva tutt'altro, un primo ministro che riuscisse a farsi pagare le tasse da tutti, compresi i grandi proprietari. E persino, sì, la Chiesa: anche da lei Enrico II pretendeva un tributo, lo so, è inimmaginabile, sono barbare usanze medievali che comunque il cancelliere Thomas assecondò. Il canonico dell'arcivescovo cambiò casacca e divenne un vero mastino laicista, uno strenuo difensore delle prerogative del regno. Forse è per questo che è arrivato secondo solo dietro a Jack the Ripper? Macché, questo è solo l'inizio.

Sei anni dopo l'arcivescovo Teobaldo muore. Enrico II a quel punto ha una gran voglia di insediare Thomas al suo posto. Questi rifiuta più volte, e non lo fa per modestia (carattere che nessun cronista gli attribuisce): ma conosce troppo bene sia Canterbury sia il re per non capire che il conflitto d'interessi lo stritolerà. Grazie, no, gli risponde: "Perderei la benevolenza di vostra maestà, e l’affetto di cui mi onorate si trasformerebbe in odio, giacché diverse vostre azioni volte a pregiudicare i diritti della Chiesa mi fanno temere che un giorno potreste chiedermi qualcosa che non potrei accettare". Fu nientemeno che il Papa Alessandro III a sbloccare la situazione: conosceva Thomas e si fidava di lui. Oltre ad avere bisogno del sostegno della corona d'Inghilterra: mezza Europa non lo riconosceva, Federico Barbarossa lo aveva rimpiazzato con un antipapa.

Alessandro comunque aveva visto giusto. Cambiata l'ennesima casacca, Thomas diventò un geloso difensore delle prerogative ecclesiastiche, tanto quanto prima era stato uno zelante difensore delle prerogative regie. Era evidentemente un tecnico, uno che di mestiere difendeva le prerogative del migliore offerente. Non significa necessariamente che fosse un uomo arido. Tra i vari incarichi che ricoprì, gli capitò anche di dover fare il regio babysitter: allevò per qualche anno il principe Enrico il Giovane, quello che tanto avrebbe desiderato diventare Enrico III, invano. Sembra che il Giovane abbia dichiarato di avere ricevuto da Thomas più affetto paterno in un giorno che dal suo vero padre in tutta la vita.

Mentre lo squinternavano, diceva
tante cose nobilissime, riportate
in varie cronache.

Ad alienare definitivamente padre e patrigno fu una questione di diritto canonico. Al tempo i membri del clero, se accusati di un crimine anche grave, potevano essere giudicati soltanto da un tribunale ecclesiastico. Questo tribunale poteva infliggere multe e pene anche peggiori, come la dismissione dallo stato clericale ("laicizzazione") o addirittura la scomunica... ma non poteva spargere il sangue: nemmeno una stilla. Viceversa, nei tribunali civili di Enrico II pene di morte e mutilazioni erano ancora all'ordine del giorno. Fa un po' effetto pensare che la laicità a quel tempo fosse una pena sostitutiva del patibolo, ma le cose stavano così: ammazzi qualcuno? ti trovano in flagranza di reato? Se sei un laico, ti mutilano o ti ammazzano. Se sei un prete... non lo sei più. La cosa presentava ovvi vantaggi, tanto più che non riguardava soltanto preti monaci e vescovi, ma anche gli ordini minori, insomma si calcola che un quinto dei sudditi di Enrico potesse teoricamente delinquere senza temere la giustizia del re. Il quale re non discuteva nemmeno il privilegio ecclesiastico, ma ragionava in questi termini: se laicizzate un omicida, quello non è più un prete, e quindi perché a quel punto non posso farlo arrestare e giudicarlo io? Basta mettere un mio uomo in ogni corte ecclesiastica, e ci pensa lui ad arrestare i laicizzati e a portarli in un tribunale ordinario... ma per i vescovi questo non si poteva fare. I vescovi in realtà erano perlopiù disponibili a discuterne, e magari anche un po' corruttibili, tranne ovviamente Thomas. Enrico gli tolse tutto quello che gli aveva elargito da cancelliere, compresa la custodia del principino, ma niente da fare.

A Clarendon nel 1164 Thomas fu messo davanti a un documento (le Costituzioni di Clarendon) che per la prima volta metteva per iscritto alcuni principi della common law inglese, in particolare la competenza dei tribunali laici nei riguardi dei chierici colpevoli di crimini secolari. Thomas affermò di accettare, ma poi non firmò, o forse firmò ma immediatamente dopo cercò di lasciare l'Inghilterra, il che era esplicitamente proibito dalle Costituzioni. Arrestato, condannato, Thomas arrivò comunque in Francia l'anno dopo, prima ospite dei monaci cistercensi e poi di Luigi VII, un re che se c'era da fare un dispetto al collega inglese, non si tirava mai indietro. Tra i due c'era ben più di un contenzioso diplomatico: la moglie di Enrico, Eleonora di Aquitania, era stata un tempo moglie di Luigi, gli aveva dato qualche figlio e lo aveva persino accompagnato in una crociata, che aveva messo a dura prova la convivenza della coppia. Eleonora non era solo bellissima, era anche il miglior partito d'Europa: possedeva mezza Francia e quando Luigi aveva consentito all'annullamento del matrimonio certo non aveva immaginato che di lì a poco Eleonora si sarebbe fidanzata con un Re rivale. Le seconde nozze di Eleonora avevano reso Enrico il signore del più grande dominio feudale d'Europa, esteso dalla Scozia fino alla Francia occidentale: questo può spiegare la disponibilità di Luigi a ospitare l'arcivescovo ormai nemico dichiarato della corona d'Inghilterra. Molto più tiepi