L'annosa questione del dentisto

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Io poi lo so che il patriarcato è esistito e tuttora resiste, e negarlo, oltre che ipocrita, sarebbe anche di pessimo gusto; e tuttavia a volte mi sembra un bersaglio troppo facile – ma non è neanche questo il problema, non c'è niente di male a indicare bersagli facili – ma se in alcuni casi fosse il bersaglio sbagliato?

La Repubblica. Che poi spaccare i social mi sembra sempre una cosa ottima.

So anche che molti maschi su questi argomenti non ragionano. Cominciano a veder rosso, a indignarsi a caso, a fabbricarsi competenze linguistiche raccattate sonnecchiando al liceo. I peggiori fanno le battute, e sono sempre le stesse battute da quando ero piccolo. Ero piccolo nel secolo scorso e già "dentisto" non faceva ridere, cogliono, "dentista" è già maschile. Lo so. 

Quante cose che so. 

Lavoro da tanti anni e ho avuto tanti capi. Alcuni uomini, altri erano donne. Con gli uomini è semplicissimo, si chiamano dirigenti. Se volevo sottoporre qualcosa alla loro cortese attenzione, era sempre la cortese attenzione del dirigente. Facile, naturale, svelto. 

Con le donne c'è sempre il piccolo problema. Che per carità, è un'inezia davvero. Ma proprio perché è un'inezia, non si risolve mai, come quel piccolo bottone scucito. 

Il dirigente o la dirigente? E fin qui, basta chiedere. (E infatti glielo chiedi, ma siccome è un'inezia dopo un po' ti scordi come ti ha risposto. Ma non osi richiedere, e vivi nell'angoscia. Cioè non è vero, magari fossero questi i motivi per angosciarsi al suo cospetto. Ma c'è sempre questo disagio, questo bottone che non è al suo posto e lo sai, e preghi che non ci facciano caso).

(Dirigenta non fa ridere, cogliono).

Ma senti questa: fino a qualche anno fa, d'estate al/alla dirigente subentrava il presidente della commissione d'esame, che spesso era una donna, e quindi: egregio presidente, egregia presidente, o egregia presidentessa? Lo so che è una sciocchezza, ma insomma, quale usare per non dare una cattiva impressione?

A questo punto lo so cosa mi state per rispondere: basta chiedere. Ma certo, ma infatti, che male c'è. Ho forse paura in quanto maschio di chiedere a una superiore donna (superiora?) come vuole essere chiamata? No, in coscienza no, passo la vita a chiedere cose alle donne che stanno sopra, sotto, intorno, non è un problema chiedere. Ma ecco, il problema è che chiedere alla volta diventa pretendere. Abbiamo questo problema del genere dei sostantivi professionali e vogliamo che siano le donne a decidere. Tante volte mi sono sentito pensare: le donne dovrebbero finalmente mettersi d'accordo. Facciano la loro assemblea generale, la costituente, decidano una volta per tutte se il rettore o la rettore o la rettrice o la rettora. Insomma si mettano d'accordo e decida il matriarcato, almeno su questo specifico argomento.

Ma perché dovrebbero mettersi d'accordo? Perché dovrebbero avere sull'argomento opinioni meno contrastanti di quelle dei maschi? Abbiamo mai preteso dai maschi una simile compattezza? Abbiamo mai chiesto a un pilota se preferiva chiamarsi piloto, come se il fatto di essere bravo a guidare un'automobile gli conferisse una qualche autorità linguistica(*)? No, i maschi si sono trovati la lingua già tagliata a loro misura. Invece appena una donna si fa strada nella sua categoria, pretendiamo che s'improvvisi linguista. Ecco, se c'è ancora qualcosa di davvero patriarcale, in tutta questa faccenda, forse è la nostra pretesa di avere una risposta precisa, da un'entità collettiva femminile che dovrebbe cucinarci e servirci una soluzione bella e pronta, qualsiasi soluzione andrebbe bene. E quindi insomma donne, rispondete: il direttore, la direttore o la direttrice? (direttora non fa ridere), (e comunque il femminile di cantore è davvero cantora). 

Le donne però non sempre ne hanno voglia – è un problema? Ti rispondono: faccia lei. 

È una risposta tremenda. 

"Commissario o commissaria?" "Faccia lei".

Ma cosa devo fare, scusi. Perché mi tocca decidere una cosa così. Su che fondamenta linguistiche o storiche o sociali devo decidere lì per lì se sei un commissario o una commissaria, una figura che poi io spero sempre d'incontrare poche volte all'anno, mentre lei è commissaria/o molto più spesso, non può deciderlo lei? Anzi, non potete decidervi una volta per tutte?

No. 

No perché?

Perché non è così che funziona la lingua. Specie in Italia. Non c'è nessun parlamento che legifera, nessuna corte suprema che sentenzia. La lingua è libera, la gente s'immagina da qualche parte un consesso di grammatici occhialuti che borbotta su che misure adottare per respingere petaloso, e invece è tutto il contrario, i grammatici sono naturalisti estrosi in giro per i prati ad acchiappare neologismi effimeri e pittoreschi col retino di farfalle. Ti verrebbe voglia di agguantarne uno per il collo, senta adesso lei mi dice se il mio boss è un dirigente o una dirigente, e se mi denunzia mi devo trovare un avvocato o un'avvocato con l'apostrofo o un'avvocata o un'avvocatessa. Ma niente, quelli alzano le spalle, non spetta a noi, sarà l'uso a prevalere come sempre, e cioè?

Cioè continueremo a litigare su questa cosa per generazioni e generazioni, e a usare questo argomento come pretesto polemico persino quando a Sanremo non c'è un Morgan a dare di matto. E qualcuno continuerà a scrivere "dentisto" 🤣🤣🤣🤣 voglio morire. 

E quindi, ricapitolando: il femminile di direttore non può deciderlo una donna tra tante (con che autorità?), e sarebbe ingiusto pretendere che lo decidesse una comunità femminile (forse che abbiamo aspettato che si riunisse una comunità maschile per i nomi maschili)? Si può chiedere ogni volta a ogni singola professionista come vuole essere chiamata, ma è faticoso per noi e anche per lei, anzi è proprio quella piccola fatica che ti fa sospettare che il mondo del lavoro non sia a misura delle donne, come le forbici non sono a misura dei mancini. C'è una soluzione? Continuare a discuterne finché un'opinione prevarrà sulle altre. Sì, ma quale opinione dobbiamo avere noi? Quale opinione devo difendere io?

Non lo so. 

Mai detto di sapere tutto, eh.


(*) "Un'automobile" a quanto pare si scrive in italiano con l'apostrofo perché Agnelli non sapeva bene come scriverlo e lo chiese a D'Annunzio, il quale lì per lì decise che siccome il pilota è un uomo, l'automobile aveva da esser femmina; ecco, di tutte le persone al mondo alle quali potevamo concedere di legiferare in materia linguistica, proprio Agnelli e D'Annunzio, certe volte io dico "macchina" dalla rabbia.

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Pietà di Morgan (sonata patetica)

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Morgan ha più o meno la mia età, quindi non c'è mai stato un periodo della mia vita adulta in cui non ne abbia sentito parlare – il più delle volte perché, mi dicevano, si stava autodistruggendo. E vabbe' agli artisti capita, però, davvero: Jim Morrison nel '66 era uno sconosciuto, nel '67 incise Light My Fire, alla fine del '71 era morto. Janis Joplin, John Belushi, Amy Winehouse, ci siamo capiti. Morgan ha iniziato ad autodistruggersi mentre io ero matricola all'università e ora ho i capelli bianchi e non pubblico articoli accademici da boh, un decennio? Non voglio dire che ci seppellirà – immagino sia il compito che spetta a Vasco Rossi – però credo abbia perso meno capelli di me, preso meno chili, insomma la sua strategia di autodistruzione lascia molto a desiderare e produce risultati quasi indistinguibili dal logorio dell'esistenza di un cristiano standard con un lavoro i figli il mutuo. Del resto cosa c'è di più mortale della vita. Vivre, c'est très dangereux pour la santé, diceva un tale.
Fammi entrare per favore
Nel tuo giro giusto
Ho bisogno di socializzare
Di uscire dal mio guscio
Morgan a Sanremo ha fatto il Morgan. È stato incontrollabile, è stato insopportabile, bullistico, eccetera. Nessun dubbio, e però persino Sanremo conosce traiettorie di autodistruzione molto più nette e verticali, vedi Tenco. Morgan poi è esattamente la persona da cui ti puoi aspettare quel che è successo, e chi lo ha scritturato soprattutto non ha margini per stupirsi, né per lagnarsi. Bugo senza Morgan non sarebbe stato selezionato, e senza un Morgan così assolutamente Morgan sarebbe facilmente scomparso verso lo sfondo del festival, dove vanno a languire gli zarrilli. Bugo ha un disco in uscita e ora una ventina di milioni di italiani sanno chi è. Morgan non incide più niente da anni e forse per un po' è meglio che non si faccia vedere in Rai – ok, la Mediaset gli ha già aperto le porte, ma lui per primo sa quanto siano girevoli. Quindi sì, Morgan è un tizio che sopravvive facendo spettacolo di sé stesso, ipotecando lotti di credibilità che non riscatta quasi mai. Il paragone con Sgarbi non funziona, Sgarbi non muore mai, non si consuma, è infestante come la gramigna. Morgan non sembra altrettanto immortale: diamo tutti per scontato che abbia ancora un piccolo patrimonio di visibilità e reputazione che però si sta mangiando, proprio come i rentier del tempo che fu si mangiavano la terra dei genitori.

Morgan ha più o meno la mia età, e come faccio a non capirlo. Si tratta di uscire vivi dagli anni Ottanta in Valpadana, dalla rockstar nell'era della sua riproduzione di massa, quella sensazione diffusa per cui eravamo tutti convinti che una vita da David Bowie o anche solo Simon Le Bon ci spettasse per diritto di nascita: bastava credere ai propri sogni e sperare che i genitori non mandassero in malora la fabbrichetta, il mobilificio. Ne siamo usciti quasi tutti, Morgan no: forse perché aveva appena un briciolo più di talento di altri, o forse perché ne aveva troppo poco per accorgersene, ma insomma gli è capitato questo destino di prigioniero di una dimensione dismessa, una tempolinea che non frequenta più nessuno: invece di invecchiare sbiadisce come le copertine dei Rockstar e dei Ciao2001 chiusi in uno scatolone del solaio. Morgan ci imbarazza come un Dorian Gray distorto, e allo stesso tempo ci riconcilia con la nostra mediocrità, perché lui ha effettivamente vissuto la vita di eccessi e avventure che volevamo vivere a sedici anni, e non sembra poi questa gran vita dopotutto.

Morgan del resto ha un problema, e lo sappiamo tutti qual è il suo vero problema, vero? Ecco, questa è una cosa che sento dire praticamente da sempre. Non mi è mai capitato di assistere a una conversazione su Morgan, anche solo a uno scambio di battute su un social, senza che non arrivasse qualcuno a ribadire l'ovvio, a rimarcare che insomma, dai, lo sappiamo perché si comporta così. Lui stesso, bisogna ammetterlo, non ha mai fatto molto per smentire la vox populi. E però insomma se parliamo di Sanremo, di uno spettacolo dove ci si aspetta che conduttori e artisti alle soglie dei sessant'anni ballino e cantino arzilli alle due del mattino, vuoi vedere che l'unico a indulgere nell'uso di eccitanti e vasodilatatori debba essere necessariamente Morgan? Inoltre: quand'è che cominciamo a dirci che le dipendenze non sono il movente, ma un sintomo? Sono anche uno straordinario moltiplicatore di casini, nessuno lo nega. Ma nessuno mi leva il sospetto che Morgan sia più che altro vittima del suo personaggio. Le dipendenze ti tirano fuori il peggio, esagerano i tuoi colori naturali, e si dà il caso che Morgan per campare abbia bisogno di dare il peggio di sé.

Morgan ha più o meno la mia età (e il mio sesso) e quindi non avrebbe mai potuto davvero piacermi. L'invidia mi ha sempre impedito di apprezzare i coetanei, o forse semplicemente non suonava musica che m'interessasse. Sotto la maschera da maudit mi sembrava di indovinare un piazzista e devo dire che a un certo punto ho persino iniziato ad ammirarlo proprio perché riusciva a rivendersi come un intellettuale ripetendo due o tre nozioni da ginnasio; gli bastava recitare un verso uno di Omero perché Simona Ventura andasse in brodo di giuggiole, Mara Maionchi ne parla ancora bene e in un certo senso ha ragione lei, oltre a un certo livello la cialtronaggine diventa una forma d'arte e lui quel limite spesso lo superava. Finché non succedeva qualcosa di imbarazzante, al che mi accorgevo che Morgan mi faceva pena, anzi addirittura che cominciavo a preoccuparmi per lui come per un fratello minore: che insomma stavo invecchiando più rapidamente. Ed è una cosa che mi fa rabbia, preoccuparmi per le persone che nemmeno conosco, come se quelle che conosco ed amo non mi bastassero, non mi avanzassero. Poi a un certo punto ho messo a fuoco una cosa, una cosa di cui non mi pare parlino in molti, quando capita di parlare di Morgan. La pena che provavo per lui era una reazione morale al fastidio fisico di sentirlo cantare. Avete presente la voce di Morgan? È una tortura, sia per chi l'ascolta che (suppongo) per chi la sta usando.

È un chiavistello arrugginito che non scatta più e lo stesso deve girare, girare, è straziante. Ogni verso è uno sforzo, uno strappo a una catena. Morgan ha perso la voce a un certo punto, e non gli torna. Per un po' è sembrata una menomazione momentanea, ma sono anni ormai: anni in cui ha praticamente smesso di incidere. Ci sono cantanti che sono riusciti a fare delle loro difficoltà laringali un punto di forza, ma non è il suo caso. Morgan aveva un suo timbro e l'ha perso, e si è ritrovato a trentacinque anni incapace di fare l'unica cosa che sapeva fare per campare. Poi certo, il narcisismo che serviva per non mollare a vent'anni e ti impedisce di capire dove ti trovi a quaranta; le dipendenze che ti tirano il peggio, la tv che ti chiede di fare la ruota finché non cadi e poi ti butta senza complimenti, tutto probabilmente vero. Ma niente mi toglie l'idea che alla fine certe scenate non siano che i pezzi di bravura di un tizio che deve rivendersi come cantante, cantando il meno possibile. Va bene, sì, la maschera è quella di un cialtrone arrogante, d'accordo, ma lo capite che sotto c'è un signore di mezza età con le corde vocali a brandelli? Poi uno dice le dipendenze: vorrei vedere voi cosa v'inventereste al posto suo.

Morgan alla fine ci prova a suonare, a cantare (anche se non dovrebbe più), a farci divertire, Morgan qualcosa combina sempre. Spero di continuare a sentirne parlare finché campo, perché in fondo mi ha sempre fatto ridere e litigare, che è una cosa che mi piace, ma soprattutto mi ha sempre fatto sentire meglio di lui: più colto, maturo, sobrio. I feticci televisivi a questo servono: a concimare il nostro piccolo vasetto d'autostima, a sentirci migliori di gente che alla nostra età si comporta più o meno come i compagni di classe antipatici che avevamo alle medie, e guardate che ci vuol talento anche per comportarsi così a quarant'anni. Quasi cinquanta. Jim Morrison a 27 si era già chiamato fuori, ricordiamo.
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Inguardabile, inascoltabile, impresentabile Sanremo

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  • Questo Sanremo è stato inguardabile. Non è un'opinione, non è neanche una valutazione tecnica. Questo Sanremo era proprio impossibile da guardare nella sua integrità. Non è che tutti possano fare le due del mattino per cinque giorni alla settimana, come candidamente proponeva Amadeus in conferenza stampa: eddai, è una festa, dormiremo la prossima settimana. Eh, cosa?
    • Un'ipotesi è che la direzione di Rai1 abbia frainteso le conclusioni di Luca Ricolfi sulla Società-signorile-di-massa e ci abbia preso per un parco buoi di sfaccendati che non hanno la sveglia alle sette del mattino né questa settimana né la prossima.
    • Un'altra ipotesi è che la tv abbia varcato il punto di non ritorno dell'autoreferenzialità: non c'è più una quarta parete oltre lo schermo, per Amadeus Sanremo è uno spettacolo su misura, costruito sulle sue aspettative e sulle sue necessità e il pubblico può anche addormentarsi – l'importante è che la quota concordata lasci accese quelle dannate scatolette auditel. Il giorno dopo poi ti spiegano tutti orgoglioni che all'una del mattino avevano il 60% dello share, beh, è davvero incredibile che a quell'ora qualcuno invece di dormire davanti a una televendita o a un Law and Order sia curioso di cosa combinano Bugo e Morgan.
    • La terza ipotesi – suggerita anche da Rosario Fiorello verso la fine – è che alla fine non freghi più niente a nessuno di quanto dura la diretta: tanto su youtube e raiplay si può recuperare tutto il giorno dopo, con comodo. In questo senso l'importante non era tanto tenere svegli milioni di italiani, quanto infilare nel varietà la maggior quantità di numeri memorabili, di potenziali highlights. Bugo e Morgan sbroccando non ti alzano l'audience nell'immediato, ma il giorno dopo faranno il pieno di condivisioni e quindi conviene mandarli il più tardi possibile (anche perché più tardi è, più è facile che sbrocchino). È la naturale evoluzione del varietà, la sua parcellizzazione, in un mondo in cui ormai Sanremo è l'unico varietà che la gente ritenga ancora necessario guardare, e quindi bisogna infilarci tutto il repertorio che farebbe una mezza stagione: la reunion dei Ricchi e Poveri, la svolta heavy metal di Rita Pavone, Benigni che tenta l'esegesi del Cantico dei Cantici, la resurrezione di Sabrina Salerno, sono tutte cose che ormai ha senso fare soltanto a Sanremo – insieme ad altre decine di cose che cucite tutte assieme rendono Sanremo uno show inguardabile, ma appunto: non è più previsto che nessuno se lo guardi dall'inizio alla fine. (Anche ai tempi di Eschilo, non è che tutti si guardassero tre tragedie in un giorno, fidatevi, molta gente arrivava tardi).

  • Questo Sanremo è stato inascoltabile. Anche questa non è un'opinione: semplicemente è stato impossibile per quattro giorni farsi un'idea delle canzoni guardando lo show. Sembravano la cosa meno importante: sembrava che Amadeus se ne vergognasse e non avrebbe avuto tutti i torti. Vale d'altronde per le canzoni lo stesso discorso fatto sopra per lo show: ormai chi davvero vuole ascoltarsele fa molto prima a cercarle in streaming o in radio. La tv è meno adatta alle canzoni inedite, e questo non lo scopriamo da oggi. È sufficiente guardare come funzionano i talent più rodati, come X Factor, che agli inediti arriva solo dopo un mese di cover e un'attenta costruzione dei personaggi e dell'evento. A Sanremo invece si aspettano tutti di ascoltare e guardare una trentina di esibizioni di canzoni inedite e questo probabilmente è l'incubo di ogni direttore artistico: come faccio a mantenere l'attenzione di un pubblico che non ha mai ascoltato un solo ritornello? Se solo la gente sapesse quel che vuole davvero – ma non lo sa. La gente vuole ascoltare musica, ma la musica che conosce già. Una soluzione adottata da molti, mi sembra da Fazio in poi, è stata alternare gli inediti ai classici, dedicandovi una serata intera, ma anche siparietti di ospiti nelle altre tre. Nei casi in cui poi il presentatore era un cantante (Morandi, Baglioni), lo show diventava una specie di recital, e il pubblico non sembrava sgradire. Quest'anno il direttore artistico era Amadeus che forse è stato l'unico essere umano su quel palco a non cantare. Lui e Toti. Non le ho contate, ma almeno nell'ultima serata l'orchestra deve avere affrontato qualcosa come cinquanta partiture diverse – voglio sperare in un congruo straordinario, perché altrimenti li avrebbero pagati praticamente un euro a partitura. Il paragone con l'anno scorso è inglorioso, ma probabilmente è stata l'edizione dell'anno scorso a essere eccezionale: uno dei rari casi in cui Sanremo ha fotografato davvero la situazione e perfino l'evoluzione della musica italiana. Non succede quasi mai, anche perché quasi mai alla direzione artistica c'è qualcuno che di musica si interessi davvero. Non è la priorità, non lo è tipo dal 1970, ogni tanto per caso passa un Baglioni e ci fa sentire la differenza, ma non c'è da abituarcisi.

  • (So per certo che almeno cinque voti per i Pinguini Tattici Nucleari sono stati rimandati dalla TIM al mittente).

  • Questo Sanremo è stato presentato da Amadeus e in un altro Paese probabilmente quest'ultima cosa sarebbe un dettaglio. Non in Italia, dove il Presentatore non è un semplice inserviente che presenta lo spettacolo e si toglie dai piedi, ma la figura cardine di tutto lo show, l'Impresario del circo (anche nel senso che ci si aspetta che entri nell'arena a fare la spalla ai clown), una specie di parodia sempre meno buffa del Tiranno. Non solo presentatore, quindi, ma anche direttore artistico: si dà per scontato che Sanremo debba assomigliargli. Questa cosa, che lascia perplessi anche quando viene affidata a personalità eccezionali, esplode in tutta la sua assurdità quando a salire sul trono viene eletto un onesto ma opaco professionista come Amadeus. Non credo che nessuno a parte Amadeus stesso sentisse l'esigenza di assistere a uno spettacolo di Amadeus con le canzoni scelte da Amadeus, eppure è questo che la Rai ha iniziato a venderci mesi prima, con gli spot: ci veniva chiesto di tifare per Amadeus perché partecipare a Sanremo era il sogno di tutta la sua vita. Tutto questo è assieme italianissimo e assurdo. Che poi il tizio si sia infilato in una specie di delirio di onnipotenza e abbia deciso che il suo spettacolo poteva protrarsi oltre le due del mattino per cinque giorni , beh, è un risultato di questo stato di cose: lui ne è più vittima che responsabile, nulla è più pericoloso di un umile che la sorte proietta sull'altare. Ora chi ci salverà da un Amedeus II, e da un terzo, se non un'intera dinastia da far impallidire l'età pippobaudesca? I giornali, solo loro forse potrebbero e spero che già si stiano sforzando in tal senso, scavando gallerie di obiezioni sotto la fortezza dell'auditel. Chi se non loro può denunciare questo stato di cose, ed ergersi a difensore di quel buon vecchio Sanremo che potevi guardare coi tuoi amici e a mezzanotte, vah, diciamo l'una si usciva a ballare? Chi se non loro può affermare a gran voce e titoli a tre colonne che un Sanremo di questo tipo è inguardabile, inascoltabile, impresentabile? Solo loro possono, e tuttavia.
Tuttavia non so se lo stanno facendo.
In effetti non li sto più comprando.
Ecco, forse la deriva di Amedeus parte da qui. Non c'è più nessun vero contropotere critico all'orizzonte, non c'è più nessuno che possa dirgli no, senti, adesso hai proprio esagerato. C'è solo l'auditel – e l'auditel gli dà ragione.
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L'Achillelaurococcinum

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In questi giorni ho voglia di discutere soltanto di cose minuscole per quanto significative, per esempio vorrei parlare di Achille Lauro a tre minuti dalla sua esibizione a Sanremo – esibizione che già riecheggia nella mia bolla sociale, composta per lo più di gente che ha un età che oscilla tra il doppio e altri multipli dell'età dell'Achille suddetto. Vorrei mettere nero su bianco un'intuizione che già mi investì l'anno scorso quando lo vidi praticamente in braccio a Mara Venier, ovvero: Achille Lauro è la trap spiegata a noi adulti. Ne abbiamo bisogno più noi dei ragazzini, ai quali per inciso non ho mai sentito canticchiare un pezzo del Lauro (dici: ma cosa vuoi saperne tu di cosa cantano i ragazzini. Rispondo: ci lavoro in mezzo, appena mi sposto di tre metri mi caricano sulla lavagna digitale un live di coso, Gemitaiz, o un pezzo di Sfera, ma Achille L. non pervenuto; certo, è un campione molto ristretto, non posso pretendere, e tuttavia).

Achille, qualcuno starà già obiettando, non fa trap, e questo se volete è il problema: è un prodotto omeopatico, il suo tatuarsi e conciarsi come un trapper ha lo stesso senso che hanno le compresse di zucchero che imitano la forma delle medicine. Noi ci mandiamo giù la nostra dose sanremese di Achillelaurococco e ci convinciamo di essere stati messi al corrente delle tendenze più giovani, ora sappiamo quel che ascoltano i giovani, quel che provano i giovani, ora siamo di nuovo giovani in mezzo ai giovani e la Morte è tenuta a farsi un altro giro in tondo.

Ovviamente non è vero per un cazzo, di reale cultura giovanile in Achille Lauro ce n'è più o meno la stessa quantità del fegato d'oca nell'oscillococcinum, il tizio (nient'affatto sprovveduto, anzi mi pare piuttosto consapevole) si fa confezionare da cinque autori più o meno una variazione sul pezzo dell'anno scorso che a sua volta è una variazione su un tema di Vasco Rossi, che è esattamente tutto quello che vogliamo ascoltare noi generazione Mara Venier: vogliamo essere rassicurati sul fatto che là fuori è ancora tutto sesso droga rock'n'roll, e il punk non è morto, no macché, ci dovrebbe ancora essere gente che se gli dici "Sid Vicious!" non ti risponde "eeeh?" Cioè è un sesso-droga-rocknroll che ci conforta, ci fa sentire che siamo ancora parte di una lunga storia che comincia con Nilla Pizzi, prosegue con Modugno e Celentano e Anna Oxa ed eccoci qui: il Canone Italiano! Funziona, funziona, non moriremo del tutto, qualcuno dopo di noi racconterà di noi e delle canzoni che cantavamo e delle droghe che assumevamo o più spesso raccontavamo di avere assunto.

Proprio nel momento in cui potrebbe essere già tutto finito, tutto oltre il punto di non ritorno, proprio quando i figli smettono di credere nelle storie dei padri e grazie alla segmentazione feroce dei nuovi social network rinasce di nuovo dopo trent'anni una cultura giovanile davvero incomprensibile agli adulti, proprio come in quel 1977 in cui ci sarebbe piaciuto avere vent'anni... proprio in quel momento invece ne abbiamo quaranta-cinquanta e ci aggrappiamo al primo ragazzino abbastanza furbo da darci esattamente quel che desideriamo. Achille Lauro è la versione middlebrow di Young Signorino: ne imita le sembianze inquietanti ma sostituisce il nonsenso allucinato con quel mescolone di avanzi di cultura pop che compone l'eterno techetecheté che ci arreda l'esistenza. No, per dire quanto è furbo quel ragazzo.
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Se vuoi ci amiamo adesso (canzoni ascoltabili a Sanremo, 4)

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(Le puntate precedenti: 1, 2, 3)

Laura non c'è (Nek, 1997).

- È andata via. Sto mentendo. Laura non è una canzone ascoltabile. Non la ascolto da anni e non ho intenzione di farlo adesso. Agnosco veteris vestigia flammae.

- Per quanto io provi a scappare. Nel 1997 io non guardo Sanremo. Nessuno dei miei amici ormai ne parla, non c'è bisogno di fingere interesse né superiorità, anzi Elio l'anno prima ce lo siamo pure gustato, ma in generale abbiamo davvero di meglio da fare. Siamo ex compagni di liceo in piena diaspora universitaria, qualcuno è in Erasmus, qualcun altro militare. Io farò il servizio civile l'anno successivo tra un ashram di Spilamberto e la bottega del commercio equo di Rua Muro dove tratterrò le lacrime ascoltando Laura non c'è, ma nel '97 Nek per me è solo una barzelletta. Resiste nel baule delle nozioni inutili in virtù di due o tre dettagli: ha un nome d'arte molto breve, è di Sassuolo (MO) come alcuni amici e conoscenti, e a Sanremo qualche anno prima si è fatto compatire con una canzone antiabortista che conteneva il verso "la moto venderò". Si sa come funziona la memoria con certe meteore sanremesi: fiumi di parole, trottolino amoroso, in tutti i luoghi e tutti i laghi. Tutto mi lascia presumere che non se ne parlerà più per vent'anni, quando il Fabio Fazio del 2017 andrà a scoperchiare il baule degli orrori (sì, Fabio Fazio era già in attività, e qualche mese dopo avrebbe fatto Anima mia con Baglioni e i Cugini di Campagna).

- C'è ancora il suo riflesso. A quasi vent'anni di distanza, il mio file personale su Nek non è molto più cospicuo. Ho scoperto che è il sosia sassolese di Sting, che nasce artisticamente in una cover band - a Radio DJ un mattino gli allestiscono una sarabanda con le canzoni dei Police, lui riconosce ogni pezzo dall'attacco di batteria di Copeland (ma io sono più veloce). È notevole come tutto passi e i Police restino. L'heavy rotation della cover di Se telefonando non ha scacciato il ricordo per me più vivido, che è il modo in cui faceva suo il jingle pubblicitario di Golden Lady. Quando Nek cantava "I'm losst without you", ecco, quel "losst" contiene una sibilante più sassolese che modenese o reggiana.

- Te che sei qua e mi chiedi perché. Sassuolo meriterebbe in realtà un pezzo a parte. Non è l'America, ma definirla provincia di Modena, a metà '90, è abbastanza riduttivo. Sui quotidiani locali oggi non c'è più la pagina "Sassuolo", c'è "Distretto Ceramiche", un hinterland senza un vero centro che va verso i centomila abitanti. Antenna Uno Rock Station ha in heavy rotation Beck e i Portishead, l'Oasis al venerdì attira i suoi clienti alternativi da un bacino di tre regioni. Molti dischi li ascoltiamo in anteprima anche se non c'è internet - ma c'è sempre qualcuno che fa un ponte a Londra e si porta a Fiorano i cd. Mentre a Modena buttano giù le fonderie senza farsi venire in mente qualcos'altro da costruirci, dalle fornaci della pedemontana arriva un'aria diversa, per un buon percentile cancerogena, ma con quella distinta fragranza di ricchezza nuova, ricchezza giovane, ricchezza ancora quasi proletaria. È il risultato di un boom economico un po' ritardato - però poi guardando spezzoni in bianco e nero della Caselli che suona la batteria mi domando se invece non sia proprio un dato peculiare dei sassolesi, il fottersene della marginalità. Hanno saltato dal medioevo al postmoderno ignorando tutta una serie di complicazioni, sono uno di quei nodi del rizoma padano che non presumono la necessità di un centro.

- Che capitasse proprio a noi. Io nel '97 non vado all'Oasis, ogni volta che passo da Sassuolo mi perdo, in compenso mentre collaboro a una rivistina modenese ho l'occasione di conoscere un futuro acclamato giornalista musicale che mi spiega che vivo nella zona più importante d'Italia per offerta musicale. Triangolando tra Bologna, Correggio e Sassuolo, scopro come la provincia sia un fatto della mente, ovvero: se proprio vuoi essere un provinciale accomodati, ma nel '97 non è una scusa. Hai le biblioteche migliori, hai i concerti più vicini, hai tutto quello che ti serve. Se ti senti lo stesso perduto in mezzo al niente, è un problema tuo e te lo porterai con te anche quando andrai a lavare i piatti a Londra. Nek viene da Sassuolo ma a parte la "s" di "Losst", e quel vocativo "te" in "te che sei qua che mi chiedi perché", non ha niente di vernacolare. A Sanremo è arrivato appena settimo, ma tanto non l'ho visto - so solo che ha vinto quella che fa fiumi di parole tra noi. Il pezzo in radio è piaciuto subito - ha quel tipo di testo ridicolo a cui non si resiste, "se vuoi ci amiamo adesso" è persino meglio di "la moto venderò". Ufficialmente l'album venderà più di un milione di copie tra l'Italia e l'estero. L'anno dopo ci faranno un film che nessuno che conosco ha visto. L'anno dopo le radio non si saranno ancora stancate di programmarlo, salvo che io non ci trovo più niente da ridere. Lei si muove dentro un altro abbraccio.

- Da solo non mi basto, stai con me. La musica di Laura è un pezzo di Massimo Varini, un autodidatta reggiano che nel '97 non ha ancora trent'anni e - mi fa ridere dirlo - si è fatto le ossa con Cristina d'Avena (recitando anche in una stagione di Love me Licia, Wikipedia non perdona). Spero non me ne vorrà se attribuisco gran parte del merito a uno dei grandi parolieri della canzone italiana della generazione precedente, Antonello De Sanctis, che ci ha lasciato nel novembre scorso. De Sanctis ha scritto tra l'altro Anima mia per i Cugini di Campagna. De Sanctis come ogni buon paroliere anni Settanta non teme il ridicolo, anzi lo corteggia, lo lusinga, lo ubriaca e poi ne abusa sul sedile reclinabile di una 131 Mirafiori. Il suo maestro inevitabile è Mogol, il padre segreto di tutta la musica demenziale italiana, sono serio. Ci sarebbero stati gli Skiantos senza "Tu non sei molto bella e neanche intelligente ma non te ne importa niente"? Gli Squallor senza "Anche tu ami tanto le banane"? Le Storie Tese senza "Maledettissimo zio taccagno ingrato ed ipocrita"? Magari sì, ma fatemi andare avanti.
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Questo pezzo non fa ridere (perché voi invece)

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Ma certo, anch'io sono stato giovane e ho pensato che dei comici non avevo bisogno. Gente che ti fa ridere mentre il mondo brucia? Spacciatori d'oppio dei popoli, giullari del regime, boooooooh. Oggi la penso in un modo diverso, perché sono vecchio.

Ma anche perché il mondo là fuori è un vero casino - cioè lo è sempre stato, ma da qualche anno a questa parte veramente esagera. C'è bisogno di spiegarvelo? Come ormai non potete più far finta di non sapere, la Libia è nel caos.

Ovviamente è anche colpa nostra, per via di quello che abbiamo fatto e soprattutto lasciato fare qualche anno fa, quando ci fu una cosa che allora chiamavamo primavera araba. Il prezzo dei cereali era impennato, fiorivano rivolte qua e là per il Mediterraneo, e in certi casi se ne approfittò per mandare in pensione alcuni dittatori decisamente impresentabili. L'unico posto in cui la cosa ha funzionato senza troppi disastri fu la Tunisia - meglio che niente.

In Egitto l'esercito scaricò Mubarak, lasciò soffriggere i fratelli Musulmani e poi tornò al potere senza Mubarak (meglio che niente?) In Siria è successo quel che sta succedendo: in sostanza chi pensava di levare di mezzo il dittatore Assad ha scoperchiato un nido di tagliagola, col bel risultato che ora i tagliagola scorrazzano liberi tra Iraq e Kurdistan, girano snuff e li mostrano ai nostri figli su youtube, e a noi tocca pure appoggiare il dittatore e gasatore Assad.

In Libia dopo Gheddafi è proseguita in sostanza la guerra tribale, che nessuno si è filato finché un gruppetto tra tanti non ha issato la bandiera nera dei tagliagola e ci ha ricordato la distanza in miglia nautiche da Roma. Anche qui, come in Siria, la sensazione è che i tagliagola stiano facendo tutto quello che possono per attirare l'attenzione di chi può bombardarli dal cielo e poi asfaltarli a terra, e soffrano molto il fatto che dopo quindici anni di guerra al terrore noi non ci crediamo più così tanto, nella favola dei bombardamenti mirati e nel peacekeeping.

Soprattutto non ci crediamo noi italiani, che per motivi storici dovremmo essere gli ultimi a partecipare a una missione del genere, ma per motivi geografici ci troveremo comunque in prima linea, come ai tempi della Bosnia e del Kossovo (avete voluto una nazione a forma di portaerei?) A quel punto le possibilità di attentati di matrice islamista, come in Francia e in Danimarca, aumentano esponenzialmente. Borghezio e Salvini secondo me non vedono l'ora. Questo è il mondo in cui ultimamente vivo, e immagino anche voi.

Quindi se ogni tanto c'è qualcosa di leggero in tv, chessò, Sanremo, e un comico prova a tirarmi su il morale con qualche battuta disimpegnata, io non ho obiezioni: voi ne avete? Io no, la vita è così dura. Per favore, comico, dammi del tuo meglio.





Il bambino grasso! ma certo! fa ridere perché, invece di essere magro, come tutti i bambini in tv, lui è grasso! Quindi è divertente, perché... boh, perché probabilmente soffre della sua grassezza. Gli altri stanno comodi nella poltrona e lui no, ah ah ah, soffre! E io non soffro come lui! Io mi diverto! Grazie comico! Ora non sto più pensando ai tagliagola dell'Isis, ora sto pensando al fatto che ci sono bambini obesi e hanno una speranza di vita inferiore alla mia! Ah ah ah aah ah.

Bah.

Proprio quando ci vorrebbe davvero qualcuno che non ti facesse pensare troppo a quel che succede, che ne so, in Ucraina - ma a chi la voglio raccontare?

L'Ucraina è lontana e nemmeno le badanti la rimpiangono troppo; quel che davvero mi pesa è l'embargo. Dovete sapere che dalle mie parti, in questi anni difficili, c'è stato qualcosa a cui ci siamo aggrappati come a un solido albero maestro in un naufragio, e questo qualcosa era il Ricco Russo Cafone. Sapete quando dicevano che il Lusso teneva, che il Lusso ci avrebbe salvato: vi sarete domandati anche voi chi era previsto si comprasse tutto questo Lusso neanche troppo ben confezionato. Il RRS (PPC) era la risposta. Non c'era vestito ultravalutato che non avrebbe comprato per sé o per qualche sua accompagnatice; non c'era ristorante esagerato in cui non avrebbe ordinato ostriche champagne e cocacola, perché egli era Ricco, Russo e Cafone, e sopra ogni considerazione geopolitica sarebbe sempre prevalso l'atavico amore per Toto Cutugno.

Poi gli americani, pardon, la Nato ha deciso di espandersi a est - perché poi? Non c'è un perché, un'alleanza militare o si espande o si ritira, la stasi non esiste - Putin si è sentito minacciato dalla prospettiva di qualche base missilistica o dronica a meno di 300 km da Mosca, ha armato qualche separatista, Obama ci ha imposto l'embargo, tanto a lui che frega? Mica deve vendere accessori griffati ai mafiosi di San Pietroburgo, lui, e così addio Ricco Russo Cafone, dasvidaniya PPC. Ho sentito dire che a Madonna di Campiglio è un mortorio, vi rendete conto? E non torneranno mai più, sapete, non torneranno. Putin vuole potenziare il prodotto interno, farà costruire qualche Madonna di Campiglio sugli Urali. Nella crisi in cui siamo avevamo un solo relitto a cui appoggiarci, e ci hanno tolto anche quello in nome di beghe geopolitiche che comunque a noi non frutteranno un soldo. Non ha neanche senso lamentarsene, è andata così. Si fossero almeno tenuti Toto Cutugno, no, ne faranno una copia autoctona. Se magari ci fosse un modo stasera di riderci su, un comico che riuscisse a strapparci una risata con qualcosa di genuinamente divertente...
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Canzoni ascoltabili a Sanremo (3)

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(Prosegue dall'anno scorso)

Il ragazzo della via Gluck (1966, Adriano Celentano)

Questa è la storia di uno di noi. Esempio raro di canzone che a Sanremo non deve proprio niente - qualcuno si ricorda che partecipò? Del resto fu bocciata subito, e non credo che sussistano filmati dell'esibizione. Celentano avrebbe poi partecipato con molti altri suoi classici, e vinto nel 1970 con un pezzo che mi causa sofferenza anche solo a ricordarne il titolo. La via Gluck è un caso a parte, il classico miracolo che poi Celentano tentò più volte di replicare in laboratorio - una ballatona ecologista, che ci vuole? - senza riuscirci mai. In quella strofa lagnosa c'è qualcosa di arcaico, un vago sapore di cantastorie in piazza che poi nel ritornello si camuffa da gospel. Era una melodia strana, a sentirla per la prima volta. Ufficialmente l'autore della musica è proprio A. Celentano, il che avrebbe un senso (c'è qualcosa di insopprimibilmente barbarico in quella cantilena) ma alla Siae è registrato anche il nome di Detto Mariano. E poi c'è il testo (Beretta/Del Prete), che sposa perfettamente l'ambigua ingenuità della musica, chiude bruscamente con fiori e amori e inquadra boom e speculazione edilizia con la spietata lucidità dei disegni dei bambini. Potremmo dire che Celentano, proprio mentre ci offriva un saggio impressionante delle sue qualità vocali, stava inventando qualcosa di molto meno cantato e molto più moderno. Potremmo anche aggiungere che nel call and response finale il giovane divo del rock si sta già allenando al ruolo di re degli ignoranti, trasformando consapevolmente la cronaca desolata del boom in una querula lagna dal barbiere, e signora mia io non so mica dove andremo a finire ("Non lasciano l'erba! Non lasciano l'erba! Eh, no, se andiamo avanti così / chissà / come si farà"). Pochi mesi dopo Gaber scrisse una borghesissima Risposta al Ragazzo della via Gluck molto meno conosciuta, ma a suo modo ugualmente geniale.



4 marzo 1943 (1971, Lucio Dalla, testo micidiale di Paola Pallottino)

Dice ch'era un bell'uomo. Non c'è niente da fare, ogni volta che controllo mi accorgo che non vinse Sanremo, poi me ne dimentico. È una nozione che mi rifiuto di registrare. 4 marzo arrivò terza: non male per una canzone che per strada aveva perso qualche pezzo di testo ("bestemmio", "puttane") e addirittura il titolo ("Gesù Bambino"). Anche 4 marzo riprende molto alla lontana una melodia popolare - lo stornello - barattando il ritornello con un elementare fraseggio di violino che ti si conficca nel cuore. Non c'è niente di più banale del passaggio dal do al la minore, non c'è nulla di più potente. Se poi dal la minore, invece di proseguire per il solito giro, ritorni subito al do, è come se dicessi alle lacrime: statevene pure lì dove siete, questa storia squallida e triste la racconterò come una favola a lieto fine. Quattro marzo è un romanzo in tre minuti, un piccolo congegno micidiale, scritto da una signora che poi nella vita fece tutt'altro. Chi la cantava invece in seguito sarebbe diventato uno dei più grandi cantautori italiani, ma non aveva quasi ancora messo un verso su un foglio. Non stupisce che abbia vinto a Sanremo - ah, non ha vinto? E chi vinse quell'anno? Boh.


Lei verrà (1986, Mango).

Amore che non dà più sogni. Io nel 1986 ormai c'ero, nel senso che non scambiavo più Toto Cutugno per un cantautore impegnato o Vasco per un barbone. Da quel che ho capito la persistenza di personaggi come Albano e Romina sta alimentando una specie di mito del Sanremo anni Ottanta come un oggetto monolitico: non era così, era qualcosa in costante evoluzione. Nell'86 Albano e Romina non venivano da due anni e sembrava che nessuno li rimpiangesse, come se ce li fossimo già lasciati alle spalle. Il presente era Eros Ramazzotti, era Zucchero, ed era persino Mango, che a metà Ottanta si stava ritagliando un'imprevedibile egemonia. In quell'edizione firmava la sigla della Goggi, il pezzo della Bertè (che nella finale si mise un pancione finto), un pezzo per le Nuove proposte e ovviamente Lei verrà, che nell'86 non assomigliava a nulla, o meglio: assomigliava solo a Mango, originale e riconoscibile a un tempo. Credo che tutti i musicisti abbiano diritto a scrivere almeno una progressione Pachelbel nella loro carriera: credo che pochi negli ultimi quarant'anni se la siano cavati con la levità di Pino Mango, sospeso miracolosamente sulla cresta di cose che non ci piacevano più (il falsetto) o che stavano per stancarci definitivamente. Con Lei verrà Mango sembrava entrato a pieni diritto nell'olimpo della musica italiana: non so poi come andò a finire, forse ne uscì poco dopo per qualche scelta sbagliata; forse entrò un sacco di gente e smettemmo di considerarlo un olimpo.

(Lo so, ce ne sono tantissime altre, non mancheranno occasioni).
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La mia amica Timeline (non me la canta giusta)

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Senza i tuoi capricci che farei? 

Ci sono stati giorni d'odio, ci sono state mezz'ore d'amore. Mesi, soprattutto, di reciproca indifferenza. Poi siamo invecchiati assieme e ormai se penso a lei penso soprattutto a un'amica, talvolta bizzarra ma tutto sommato affidabile. A volte ho il sospetto che parli male di me alle mie spalle, ma non potrei evitarlo - e poi forse a volte me lo merito. Perciò sì, in linea di massima le voglio bene, alla mia amica Timeline.

Se non ci fosse lei, certe cose le imparerei per ultimo. Non ci fosse lei, certe risate proprio non me le farei. A volte penso che sia un po' troppo sofisticata per me. Altre volte troppo frivola, ma è anche colpa mia se me la sono cresciuta così, e poi se passa qualcosa di interessante in tv lei mi avverte in tempo reale. Davvero preferirei che mi disturbasse con gli ultimi sviluppi della politica internazionale?

A volte le invidio la vitalità, la voglia di scherzarci sopra sempre e comunque. Altre volte la stessa vitalità mi infastidisce - voglio dire, non è che devi sempre fare la battuta su qualunque cosa. A volte se non ci fosse mi mancherebbe. Altre volte è Sanremo. Una cosa che se chiedo in giro a scuola, o tra i coetanei boh, sembra non interessi più a nessuno. E questo un po' mi dispiace, non so perché; al punto da trovare consolante il fatto che se ne preoccupi la mia amica Timeline. Perché a lei miracolosamente Sanremo interessa ancora.

Non dirò che le piace, anzi - non le va mai bene. Se lo fa la Clerici è troppo trucido, se lo fa Fazio troppo intellettuale, se lo fa Conti era meglio Fazio, eccetera. Ma almeno lo guarda, non se lo perde mai. E a me importa che qualcuno lo guardi. Possibilmente in un'altra stanza rispetto a quella dove sto io, com'è sempre stato credo dall'Ottantacinque. Alla fine è una vecchia zia, la mia amica Timeline.

Lo si capisce dopo un paio d'ore di battute sagacissime, dopo che ha demolito il presentatore e le vallette e com'erano vestite loro e com'era abbronzato lui. Lo si capisce quando arrivano Albano e Romina, e lei senza vergogna si mette a cantare come fosse l'Ottantacinque, la mia amica raffinata e incontentabile, la mia cara Timeline.
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Canzoni ascoltabili a Sanremo (2)

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(Ovviamente ce ne sono tantissime altre. Magari un'altra volta).

3. Delirium, Jesahel (1972)

Mille volti come sabbia del deserto; mille voci come onde in mare aperto. Tra le tradizioni antichissime del festival, c'è quella del gruppo che sembra arrivato da un altro pianeta: vent'anni prima dei Bluvertigo (e dei Subsonica, e di Elio), Fossati e Prudente avevano già capito tutto occupando il palco del Casinò con un'orda di fricchettoni scritturati per battere le mani ("parenti e amici", si premura di informarci Mike). E quando tutto sembra ormai degenerato in follia mistica, non resta che estrarre il piffero - sì, siamo appena entrati in quella manciata d'anni in cui il flauto traverso è uno strumento spaventosamente sexy che le rockstar impugnano con debordante voluttà. Anche grazie a questa baracconata in diretta Jesahel vendette milioni di copie, una cosa che a distanza di 40 anni la mente si rifiuta di concepire. In effetti è un pezzo che può piacere immensamente o causare choc anafilattici; il prog italiano è uno degli ingredienti di partenza, ma Jesahel risale la corrente, verso i raga indiani, in un esperimento di autoipnosi collettiva. Liberati dal cemento e dalle luci, il silenzio nelle mani e nelle voci. Sembra il finale di Tommy, ma in diretta davanti ai borghesi in abito da sera. Quell'anno vinse Nicola Di Bari con una canzone che non ho mai sentito; Jesahel arrivò sesta superando in scioltezza Mi ricordo montagne verdi e Piazza grande. Nel '72 Jesahel sembrava più interessante di Piazza Grande.


2. Matia Bazar, Souvenir (1985)

Una lirica, incredula canzone di facile presa? Uhm. Come Toto Cotugno, Antonella Ruggiero ha partecipato a millanta festival, ma ne ha vinto soltanto uno di quelli sfigati di fine anni Settanta che non si filava più nessuno - peraltro con una canzone in cui non era nemmeno voce solista, ma ditemi voi. Antonella Ruggiero è tuttavia un'interprete straordinaria (di Toto non lo direi), a mio ignorante parere la più grande che abbiamo, e non c'è un'edizione che non avrebbe meritato di vincere. E siccome sarebbe scontato chiudere la discussione con Vacanze romane (un pezzo non si accontenta della ricetta sanremese che prescrive di far convivere rock e lento ma va oltre in entrambe le direzioni, rimontando Puccini ed elettropop), mi gioco Souvenir, un'altra romanza elettronica di cui nessuno si ricorda. In quel momento i Matia Bazar sono un gruppo straordinario che l'Italia ha svezzato nei più plumbei anni Settanta ma che non si merita: fanno avanguardia ma anche pop sfacciato, si permettono di far convivere discoteca e qualità senza menarsela. Ancora un anno e gli autoscontri d'Italia pomperanno nelle casse Ti sento, magari nella versione inglese per darsi un tono (o in spagnolo per quel tocco di tamarro in più). Nel 1985 si accontentano di far scendere Antonella dalla scalinata con un capolavoro di canzone orecchiabile e incantabile, provvista di arrangiamenti che guardano il mondo extraitaliano a testa alta. Quell'anno a Sanremo passarono Duran, Spandau, Frankie Goes To Hollywood, Talk Talk; il concorso lo vinsero i Ricchi e Poveri (Se n'innamoro), secondo Luis Miguel (Noi ragazzi di oggi di Cotugno), sesto Ramazzotti (Una storia importante), ventunesimo Zucchero con Donne dududù. Verso il fondo ci sono anche Banco e New Trolls. I Matia arrivano decimi e prendono il premio della critica. Forse non abbiamo più avuto niente di meglio.


1. Patty Pravo, Per una bambola (1984)

L'ho cercata sopra il colle, la mia piccola ribelle. Negli anni delle basi elettropop registrate, Patty Pravo irride il playback ignorando del tutto il microfono, accompagnata con una chitarra, un organetto e poco più: sarà anche questo il motivo per cui Per una bambola sembra composta e interpretata ad anni luce di distanza da Terra Promessa, da Ci sarà, da Non voglio mica la luna. Quando parliamo di canzoni siamo tutti tanti piccoli Red Ronnie, tanti piccoli Paolo Limiti con tanta voglia di contestualizzare, di spiegare a un pubblico che si presume giovane e/o ignorante perché la data canzone aveva un senso in quel momento storico, i germi di futuro che contiene, le tracce di passato che ci consente di recuperare, eccetera eccetera. Poi ogni tanto ti imbatti in canzoni come Per una bambola, e ti viene voglia di mandare alle ortiche tutta la contestualizzazione, indossare un panciotto da critico crociano e tagliarla breve: Per una bambola è una perla senza tempo: era bella nel 1984, lo sarebbe stata dieci anni prima, lo è oggi, lo sarà tra cent'anni. Persino il fatto che parli di una giovinezza perduta, e di quanto sia patetico richiederla indietro; persino se non l'avesse voluta cantare una ex diva che tentava un rilancio, Per una bambola sarebbe ugualmente misteriosa e incantevole. Non voglio dire che me ne accorsi subito, quell'anno tifavo purtroppo Toto Cotugno che arrivò secondo dietro ad Albano e Romina; e però se a distanza di trent'anni mi capita ancora di attardarmi davanti alla tv e dare una chance a qualsiasi cantante salga su quel palco, è ancora colpa di Maurizio Monti che scrisse Per una bambola, la diede a Patty Pravo e m'insegnò che la bellezza può scendere le scale in qualsiasi momento, consegnata dalla persona da cui meno te l'aspetti. Mi hanno detto che la tratti male, come mai? Fammi sapere se è vero, torno a prenderla.

(Bonus:) Banco, Grande Joe (1985).
Stavo pensando a come finire questo post ieri sera, quando Fazio ha annunciato la scomparsa di Francesco Di Giacomo. È stato inevitabile ricordare la prima volta che lo vidi e lo sentii cantare in tv, proprio a Sanremo, nel 1985. Grande Joe, a riascoltarla, non mi pare una gran canzone; ma ricordo che resistetta a lungo, su un nastro registrato davanti alla tv, mentre molte altre canzoni prima e dopo venivano cancellate e sovraincise. Prima di scoprire Io sono nato libero sarebbero passati molti anni, e ancora oggi ho la sensazione di non aver fatto tutti i compiti. A quel tempo farsi una cultura musicale era un po' più difficile: non voglio dire che Sanremo mi aiutò, ma almeno non dovevo più chiedere chi fosse il Banco.
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Canzoni ascoltabili a Sanremo (1)

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A Sanremo in sessant'anni qualche bella canzone deve esser passata per forza. Il più delle volte non era a suo agio; spesso è finita penultima o ha strappato il premio della critica - ma quello non vuol dire, lo han dato pure a Tricarico. Quella che segue è una modestissima lista di canzoni davvero rispettabili: non piaceri proibiti da spararsi in cuffia a tarda notte di nascosto; canzoni che lasciano il mondo un po' più bello di come l'han trovato. Basterebbe ricordarsi queste e dimenticare quasi tutte le altre.


6. Alice, Per Elisa (1981)

Per Elisa paghi sempre tu e non ti lamenti, ti metti in fila per le spese! E il guaio è che non te ne accorgi. Il Sanremo del 1981 è l'ombelico di tutta la storia del festival. Cecchetto riesce finalmente ad azzeccare una formula televisiva che poi Baudo smarmellerà in versioni ancor più nazionalpopolari. C'è Maledetta primavera (Goggi); c'è Sarà perché ti amo (Ricchi e Poveri), però vince Alice che dopo dieci anni di altalenante carriera ha trovato sulla sua strada Franco Battiato e Giusto Pio, una fortuna spaventosa che non è mai più capitata a nessuna cantante anche più meritevole. In quegli anni Battiato e Pio sono in una forma straordinaria: potrebbero musicare e arrangiare l'elenco telefonico di Catania (a Milva qualche anno dopo fanno effettivamente cantare un tabellone aeroportuale e ne salta fuori un disco per l'estate). Alice di suo ci mette un testo rancoroso e sdegnato che non sembra decisamente adatto a ingraziarsi pubblico e giuria. Invece vince e arriva anche prima in classifica, negli anni in cui significava fare il botto. Non so quanto possa aver contribuito al successo la diceria che quasi subito trasformò Elisa nell'eroina. Crescendo a dire il vero poveri cristi ridotti a guardare le vetrine ne ho visti tanti e l'eroina non c'entrava più o meno mai. Per Elisa è una storia d'amore rovesciata, osservata dal punto di vista meno simpatetico in assoluto. La trovo geniale, e gli arrangiamenti di Pio continuano a sembrarmi meravigliosi. Sono così fiero di essere cresciuto con canzoni così, anche se nell''81 preferivo Hop Hop Hop Somarello. Per Elisa è anche un rimpianto: gli anni Ottanta avrebbero potuto essere molto più interessanti anche all'Ariston, perlomeno eravamo partiti col piede giusto. Invece l'anno dopo vinse Riccardo Fogli e Al Bano e Romina arrivarono secondi con Felicità.


5. Nada, Ma che freddo fa (1969)

Cos'è la vita senza l'amore? Di canzoncine perfette come Ma che freddo fa a Sanremo ne saranno passate tante: quella che Nada intona a quindici anni racchiude in pochi minuti quasi tutti i festival passati e venturi. Se rallenti un po' il ritornello, ci senti Nilla Pizzi e le romanze; la strofa si incarica di farci sentire giovanili e yé-yé. Tradizione e rivoluzione, tutto in tre minuti.


4.  Daniele Silvestri, A bocca chiusa (2013)

E a occhi strizzati per non frignare come fontane. Boh, mi starò rammollendo, ma secondo me di cose del genere al festival non se ne erano ascoltate mai. Silvestri - che rischia di passare alla storia festivaliera per un paio di coreografie sceme - si siede a pianoforte e descrive in poche, sorvegliatissime parole, tutta la frustrazione di un pezzo d'Italia abbandonato a sé stesso e a rituali stanchi ma non rimpiazzabili. E quando la canzone volge al termine, e ci sarebbe da pestare il pedale e strappare l'applauso, la stoppa canticchiando: una lezione di antiretorica alla vigilia del risultato elettorale più sciagurato della nostra storia. Fatece largo che passiamo... noi.
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Chi Elio, chi Ingroia

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Oggi mi sarei quasi rimesso a scrivere del masochismo un certo tipo di elettore di sinistra che voterà Ingroia anche se sa di ottenere il risultato contrario, ma stavo per annoiarmi da solo. Allora ho pensato che è la stessa cosa se parlo di Sanremo e della giuria di qualità, che si è intestardita a votare Elio col risultato – prevedibile – di far vincere Mengoni. Magari c’erano canzoni più valide, magari si poteva far caso al talento di Annalisa Scarrone, però… però era roba da reality e la giuria di qualità non li guarda, i reality, roba da ragazzini. Si sono impuntati su Elio, che prima dell’arrivo della giuria era ottavo.

Ora lo possiamo dire: Elio, l’incommensurabile Elio, e i suoi meravigliosi compari, non avevano nessuna possibilità di vincere Sanremo. Non avevano i numeri e forse non ne avevano neanche voglia, un Sanremo dopotutto l’hanno vinto già – anche se lo hanno consegnato a Ron. Volevano intrattenere un pubblico più vasto del loro solito da professionisti e artisti di varietà quali sono diventati da parecchi anni; lo hanno fatto alla grande, con quel sovrappiù di perfezionismo che rasenta il grottesco e che non è esattamente per tutti. Su quel palcoscenico dove qualche anno fa si presentò mummificato, cantò un’aria del Barbiere che Bocelli se la sogna, e approfittò monellescamente per urlare “f**a” in mondovisione, Elio è riuscito a stupirci ancora una volta, anzi tre o quattro volte, quasi sempre su una nota sola. Ha fatto il nano, l’obeso, si è divertito con Rocco Siffredi, mentre i musicisti tiravano fuori assoli furiosi da strumenti giocattolo. È stato bravissimo, sono stati bravissimi; ma non avevano nessuna possibilità di vincere il primo premio, e infatti non l’hanno vinto.

Portare una canzone mononota al teatro Ariston era già, in sé, una performance d’arte d’avanguardia. È un po’ la differenza tra guardare un Burri in un museo e appenderselo in camera: abbiamo tutti applaudito l’esperimento, ma alla mattina, mentre aspettiamo l’autobus, difficilmente vorremmo ascoltare la mononota nelle cuffiette. E Sanremo è il festival delle cuffiette, oggi, come era delle radio vent’anni fa. Un conto è dimostrare che anche all’Ariston si può sperimentare e stupire sul serio, un conto è pretendere di imporre la sperimentazione a una nazione di portatori di cuffiette, come ha provato a fare la giuria (continua sull'Unita.it)

Sarebbe bastato far convergere i voti su qualche altra proposta meno estrema e un po’ più cantabile, per intercettare i gusti di qualche bacino di televotanti disposto a mandare un altro sms a mezzanotte. Spazio per compromessi onorevoli ce n’era, ma i giurati di qualità non se ne sono accorti. Avevano deciso di sostenere la nota sola, tutta le cuffiette d’Italia avrebbe dovuto riecheggiare una nota sola? Si fa fatica a crederci.
Più probabilmente, i giurati avevano deciso di perdere. Di limitarsi a rimarcare la loro diversità, la loro alterità di non-guardatori di reality – magari senza sapere che anche Elio ci sta lavorando, nei reality, che è poi uno dei pochi modi rimasti ai cantanti di campare. E così abbiamo anche rischiato che vincessero i Modà, che sotto le acconciature da ragazzini cantano roba che Gianni Togni o Ricchi e Poveri nel 1980 avrebbero inciso solo sui lati B, testimoni di un cattivo gusto sommerso persistente che è appena sfiorato dall’evoluzione della moda e persino dal ricambio generazionale. Non è che il popolo delle cuffiette non avrebbe bisogno di un po’ di educazione musicale, ma tra l’oltranza sperimentale di Elio e la palude primordiale dei Modà si dovrebbe riuscire a trovare una mediana. I giurati non ci sono riusciti; secondo me hanno fallito la loro missione di intellettuali, ma era esattamente quello che mi aspettavo da loro.
C’è chi lo chiama snobismo. Ma se fosse semplicemente un disagio logico-matematico? Può darsi semplicemente che non abbiano capito che insistere su un pezzo condannato dal televoto non sarebbe servito a niente. È un po’ lo stesso problema dell’elettore di Ingroia al senato. Gli descrivi la situazione, gli spieghi che per esempio in Lombardia la possibilità esigua di eleggere due senatori rivoluzionari è controbilanciata dal rischio di regalare 16 seggi al centrodestra; che il rischio concreto è quello di un nuovo governissimo con Berlusconi e Monti insieme a Bersani, e loro niente. C’è un orgoglio identitario che se ne frega di chi governerà davvero, e che vince su tutto. Persino sull’aritmetica. http://leonardo.blogspot.com
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Il Toto in me

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Non parla di Sanremo.

Sanremo alla fine è semplicemente una cosa che succede tutti gli anni, e come le ferie e le feste comandate ti rimbalza ricordi e fototessere più o meno sgraditi. Non c'è niente di meglio di queste scadenze per misurare quanto stai crescendo e/o invecchiando e/o morendo.

Qui bisognerebbe spiegare un carattere poco noto della mia generazione, ovvero che noi - anche grazie a Sanremo - siamo cresciuti non nella Contemplazione della Morte, come i monaci che fissavano i teschi cercando di interiorizzare il concetto di putrefazione, ma nella Contemplazione dell'Imborghesimento. Ogni volta che vedevamo un 40enne sul palcoscenico - e ne vedevamo già troppi - lo trovavamo insopportabilmente bolso, "commerciale" che a quel tempo era un'offesa orribile; ad esempio prendi i Pooh, erano già circonfusi da un disprezzo che oggi neanche Maria Nazionale. Però poi saltava sempre fuori qualcuno che la sapeva più lunga e ti diceva che da giovani erano bravi i Pooh, avevano fatto dei dischi progressive. Era sempre così, con tutti (tranne Toto Cotugno). Erano stati tutti prog, o punk, o fighi in qualche altra maniera, finché non eravamo arrivati noi ed erano diventati bolsi, assimilati, ogni resistenza era inutile. Dylan, Bowie, McCartney, Neil Young, Sting, erano tutti in circolazione, stavano tutti facendo dischi nel migliore dei casi noiosi, ma i fratelli maggiori ci giuravano che erano stati grandi e risalire ai dischi vecchi non era semplice come adesso. Ci sembrava di vivere in qualcosa di strano e deprimente, come quando nella pièce di Ionesco tutti diventano rinoceronti, finché i Litfiba - i già splendidi, assurdi Litfiba di 17 Re - uscirono con Pirata e per la prima volta assistemmo al fenomeno in diretta, vedemmo la new wave fiorentina tramutarsi in pochi mesi in un trucido pachiderma da mostrare al circo mentre caga puzzolenti pezzi di canzoni altrui mescolate a crusca e feci. Eravamo troppo giovani per capire il concetto di "tengo famiglia", la cosa ci sembrava semplicemente disumana, come se a 24 anni uno gnomo salisse a scavarti il cervello col cucchiaio - perché va bene la tossicodipendenza, va bene tutto, ma come si fa a passare in cinque anni da Eroi nel vento ad ariba ariba el diablo? Come funziona, com'è fisicamente possibile che un giorno sei un comunista e il giorno dopo Giuliano Ferrara? E sul serio succede a tutti?

Sarebbe successo anche a noi?

Avevamo la grossa paura che potesse succedere anche a noi, che saremmo stati assimilati anche noi. Ancora oggi non sono sicuro che si trattasse di un peccato d'ingenuità (sul serio pensavamo che il carrozzone avesse posti anche per noi?) o se tutto sommato non avessimo ragione - siamo stati assimilati. Forse ci siamo imborghesiti, nei limiti in cui ci si possa imborghesire ultimamente, ma comunque potrebbe essere successo. È difficile rendersene conto, perché ora siamo dall'altra parte e ci sembra tutto naturale, l'unico modo è leggere vecchie pagine di diario, o di blog, o pensare a come ci sentivamo fino a qualche anno fa alle feste comandate, o a Sanremo.

Io per esempio ho un blog, il che mi consente a volte di imbattermi in versioni antiche, spesso imbarazzanti, talvolta incomprensibili di me stesso. Per esempio ho trovato un pezzo in cui me la prendo con Sanremo, chiedo a tutti di non parlarne, di spezzare il circolo vizioso dell'autoreferenzialità di un festival che festeggiava sé stesso in quanto festival delle canzoni da festival. Guardatelo pure, dicevo, ma per amordiddio non scrivete niente. Ecco. In seguito poi ci dev'essere stata una mutazione antropologica, oppure il famoso gnomo col cucchiaio, perché a farci caso sono sempre riuscito a parlare un po' di Sanremo, anche quando non lo guardavo, persino nel 2025, sempre. Un anno ho pubblicato persino un pezzo sulle vallette sull'Unita.it, e non posso nemmeno dire che quella domenica non avessi nient'altro di interessante da scrivere, ricordo benissimo anzi che avevo già due pezzi abbozzati ma sentivo l'inderogabile esigenza di scrivere un pezzo su Belen e la Canalis. Cosa mi è successo. Due teorie.

La prima è che, crescendo, l'Italia mi è diventata sempre meno antipatica. Continuo a vederne molti difetti ma, come succede tra figli e genitori, capisco che sono gli stessi miei, e questo mi forza all'indulgenza. Toto Cotugno non è più un corpo estraneo da combattere, ormai so che Toto è in me, tutte le volte durante un giorno in cui potrei sforzarmi di trovare soluzioni eleganti ma preferisco tagliar corto col solito giro-di-Do che funziona sempre. C'entra molto anche la crisi, le crisi, questa costellazione di crisi una dentro l'altra, la crisi dei consumi più la crisi mondiale del mercato musicale e la forse conseguente crisi della creatività, per cui mi succede nel 2013 di non aver ancora ascoltato una canzone che mi piaccia, non solo del 2013; una sola canzone in assoluto - al che mi scopro ad aspettare persino Sanremo, c'è Elio, magari qualcosa tireranno fuori - e loro suonano una nota sola per tre minuti, perfetta sineddoche di come mi sento. In mezzo a tutte queste crisi persino i Moloch della mia adolescenza, il teatro Ariston, i Ricchi e Poveri, mi sembrano poveri diavoli da abbracciare, ormai siamo tutti sulla stessa zattera alla deriva. Negli ultimi anni mi sono messo a stimare gente che da giovane avrei odiato con un'intensità talebana; dopo aver ingiustamente disprezzato Jovanotti qualunque cosa provasse a fare ora appena un Fabri Fibra azzecca una rima gli voglio bene. Anche gli amici di Maria mi fanno tenerezza, loro almeno credono ancora in qualcosa. In loro stessi, sì, non è un granché, ma è meglio di tutta la depressione che ci circonda, per cui stringiamoci forte, cantiamo, televotiamo, coraggio, ha da passà 'a nuttata, Sanremo è il nostro ultimo Piave. Questa è la prima teoria.

La seconda è che mi sono rincoglionito.
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5 cose che nessuno sa di Dalla, forse

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Su Lucio Dalla in questi giorni è stato detto tutto di tutto, vero? No, sbagliato. Ci sono cose che persino nel coccodrillo più accurato non avete letto, per il semplice motivo che nessuno le sa - o chi le sa ha la consegna di tacere. Ve ne allungo qualcuna, senza la pretesa di far luce su nessun mistero: mi limito a far notare che di misteri ce n'è: ed è abbastanza intrigante, se si pensa all'uomo. Se si eccettua qualche strofa di Com'è profondo il mare, Dalla non ha mai coltivato l'ermetismo chic di molti suoi colleghi (vien subito in mente De Gregori, che con gli anni comunque si è molto aperto): era uno che potevi incontrare davanti alla vetrina di un negozio di strumenti musicali o in piscina e nei limiti del possibile se lo salutavi ti salutava; dava l'impressione di sentirsi a suo agio in mezzo alla gente, e la coda che vedete in Piazza Maggiore lo testimonia. In questi giorni si sono rilette diverse interviste e sembra proprio che Dalla avesse sempre da offrire all'interlocutore qualcosa di nuovo, qualcosa di suo: non era il tizio che ribadisce sempre i tre concetti e i due aneddoti e fa il muro su tutto il resto. E però a un certo punto un muro evidentemente c'è, perché noi tante cose di Dalla non le sappiamo e forse non le sapremo mai, per esempio:

1. Come ha fatto a diventare il più grande cantautore italiano nel giro di pochi mesi?
I termini della vicenda sono noti. Fino ai tardi anni Settanta Lucio Dalla ha scritto diverse musiche e almeno il testo, molto curioso, di una canzone (La capra Elisabetta), sepolta in un vecchio LP che non si è comprato nessuno (Terra di Gaibola). Ai più è noto come musicista e interprete; un ruolo simile a quello del diversissimo Lucio Battisti, salvo che quest'ultimo ha un sodalizio ormai stabile con il demenziale Mogol, mentre Dalla le sta provando tutte per rendere cantabili le strofe del poeta Roberto Roversi, in tre dischi che sono forse l'ultimo posto in cui la Musica italiana e la Poesia italiana sono state viste assieme. A un certo punto il sodalizio con Roversi si interrompe e Dalla si improvvisa cantautore, una cosa che praticamente non aveva mai fatto. Il problema, che credo abbia turbato molti suoi colleghi e persino me, è che il modo in cui si improvvisa cantautore è Com'è profondo il mare, cioè l'eccellenza assoluta nella categoria, sin dalla prima strofa che descrive l'insonnia e tante altre cose ma è anche come se dicesse: cari amici cantautori, fin qui abbiamo scherzato, ma se volete venire a prender lezioni io ne ho qui per tutti quanti, prendi questa Francesco, prendi questa Fabrizio, porta a casa Antonello eccetera.

Siamo noi
Siamo in tanti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti
Dei linotipisti
Siamo i gatti neri
Siamo i pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare


Non so se avete presente quella scena nei film americani in cui una ragazzina che fino a quel momento non aveva mai provato i pattini / la ginnastica acrobatica / la danza moderna / il softball fa un tentativo e bum! diventa campionessa assoluta del mondo mondiale, queste cose capitano appunto soltanto nei film americani per teenager e nella vita di Lucio Dalla, che ha cominciato a scrivere testi, immaginate, a 35 anni, e ha cominciato direttamente dai capolavori (tutto quel disco sembra scritto da un signore che abbia la lingua italiana a sua immediata e completa disposizione). Non lo so, avete delle ipotesi? Vuoi dire che se le scrivesse già da prima intestandole a dei prestanome perché era timido? O che sono davvero tutti buoni a fare i parolieri, che ci vuole? Non lo sapremo mai. Qualcuno di voi ha 35 anni e non ha mai scritto una canzone in vita sua? Controlli se per caso non è il più grande paroliere degli anni Dieci, magari ci fa un favore a tutti.

2. Chi amava Lucio Dalla?
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I soliti Omofobi

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Ivano&Fabio&Fabio.


Chiedo scusa se parlo ancora di Sanremo, immagino che non se ne possa più, ma la scorsa settimana tra le altre cose è successo che Scalfarotto ha visto, probabilmente per la prima volta, uno sketch di Fabio & Fabio, e ora minaccia di non tornare più in Italia, visto che è a Londra, una città dove non sarei mai definito “una donna senza ciclo mestruale” davanti a 15 milioni di telespettatori imbesuiti, ha detto così. Probabilmente ha ragione.

E tuttavia chi ha ragione non dovrebbe tenersela per sé, potrebbe fare il minimo sforzo di condividerla con gli altri; in questo caso, invece di mettere in scena la propria indignazione facendo il favore di spiegare a noi imbesuiti cosa c'era di così intollerabile nella battuta, che sì, non era una gran battuta, neanche una battuta media: funziona soltanto per far rima in una canzone, e forse non funziona nemmeno lì. Comunque, visto che siamo tutti d'accordo sul fatto che scherzare sui gay in Italia è delicato, e che sarebbe ancora più grave non scherzare affatto sui gay (sarebbe come trasformarli in un tabù, estrometterli definitivamente da quella normalità a cui giustamente aspirano), quello che ci serve è proprio un paio di indicazioni da un esperto sul campo su cosa offende i gay e cosa no: quindi, insomma, donne-senza-ciclo no. Per me va benissimo, e lo ripeto, non è mai stata una gran battuta, non vi rinuncio certo a malincuore. Ma perché no? Giusto per capire come funziona, così non rischio di farne altre ugualmente offensive. È intollerabile il paragone con le donne, una gay non può assolutamente soffrire l'accostamento? O è la menzione del mestruo?

Nel frattempo Rita De Santis, di Agedo (associazione di genitori di omosessuali), mi informa che quella battuta "contiene due offese in una: verso i gay, considerati dal pregiudizio “maschi mancati”, e verso le donne in menopausa, viste come ormai fuori uso". Giuro che una simile stratificazione di significati, tutti offensivi nei confronti di minoranze, non l'avrei mai intuita. Mandelli dice solo "è com'esser donna senza ciclo mestruale", e in un colpo solo i gay devono sentirsi "maschi mancati" e le donne in menopausa "fuori uso"? A me sembra incredibile che si possa offendere così tanta gente in una frase sola, ma è anche vero che di mestiere non vado in giro a cercare espressioni offensive nei confronti di minoranze, può darsi insomma che la De Santis abbia l'occhio più allenato. Certo che a quel punto se Biggio metteva un naso camuso faceva l'en plein - no vabbe' lasciamo stare.

Io non sono venuto qui a difendere i Soliti Idioti, che non ne hanno bisogno: a parte qualche passo falso (e Sanremo magari è stato uno di questi), in generale hanno vinto. Tra vent'anni, se la baracca tiene, i nonpiugiovani li ricorderanno come il primo programma in cui si sono riconosciuti, quello che li faceva lollare (probabilmente non si dirà più cosi, ma per farsi un'idea) ma soprattutto li identificava rispetto al mondo esterno che non li capiva e li esecrava. Da questo punto di vista farsi compatire a Sanremo ha persino un senso: che disastro se gli sketch avessero funzionato, se gli accigliati critici à la De Gregorio li avessero rivalutati, se di fronte a Fabio&Fabio i 'vecchi' come Scalfarotto si fossero fatti una risata. Forse infilare in uno show dal vivo la gag del ventilatore, che non ha nessuna consequenzialità logica e puoi capire soltanto se conosci già la serie, ha proprio questo senso: ribadire l'alienità dei Soliti Idioti all'Ariston, l'idea che a Sanremo possono andarci ma non possono essere capiti, un po' come Mark Hollis che smette di cantare in playback nell'Ottantasei. Oppure semplicemente sono due idioti, cioè, la gag del ventilatore in uno sketch dal vivo, ma come cazzo v'è venuto in mente.

Io sono qui solo per dire che secondo me Scalfarotto non ha capito Fabio&Fabio, ma non è colpa sua, non è che uno sia tenuto a studiare gli sketch precedenti per capire l'ironia di secondo e terzo livello: uno accende la tv, vede due idioti che fanno le checche e se la prende. Giustamente. Anche se poi uno potrebbe anche domandarsi cosa ci vada a fare Scalfarotto a GDay, che è un bellissimo programma per carità in cui però c'è Fullin che fa la checca senza nessun secondo o terzo livello: fa la checca e basta, e da Londra questo dovrebbe risultare altrettanto intollerabile. Oppure Fullin può scheccazzare come meglio crede perché è un gay? Perché da qualche parte ho letto anche questa cosa: che Little Britain coi gay ha il diritto di andarci giù pesante perché uno dei due autori è gay dichiarato, quindi lui può. E quindi insomma se dopodomani a Biggio e Mandelli scappasse di dire che ogni tanto vanno a letto assieme, improvvisamente la comunità LGBT smette di scandalizzarsi e si fa una risata; e allora io a questo punto se fossi uno dei soliti idioti lo farei davvero un bel coming out, tanto chi controlla. Io continuo a pensare che una scenetta sia divertente o no, omofoba o no, a prescindere dalle scelte di genere di chi la inventa e chi la recita: probabilmente Little Britain è fatta meglio, ma non è che i gay abbiano più diritti degli altri a ridere dei gay: di solito sono più bravi, tutto qui.

Io non sto dicendo nemmeno che Fabio&Fabio non siano due personaggi omofobi, però non lo sono nel senso in cui li intende Scalfarotto. Lui parla di "cliché della checca da avanspettacolo anni '50": non ci siamo. Che sia un cliché al lavoro non c'è dubbio, semplicemente non è quello. F&F, chi li conosce lo sa, sono due ragazzi che vivono insieme (e già questo ci proietta fuori dai '50), che lavorano insieme in un contesto 'creativo' dove non sono gli unici gay, e che vivono in una città contemporanea che accoglie il loro ménage con assoluta indifferenza (anzi, è proprio l'indifferenza con cui i concittadini reagiscono alle sue provocazioni che manda costantemente Fabio-Biggio in corto circuito). Di città così in Italia non ce ne sono ancora molte. Parliamo di qualche quartiere di Milano e Torino, qualche altro distretto in qualche altra città, ma poca roba. Chi abita in queste zone però dei Fabio&Fabio li ha conosciuti - meno caricaturizzati, ovviamente - e in tv li riconosce. Era già molto più difficile riconoscerli a Sanremo, che neanche nei giorni del festival diventa uno di quei distretti in questione, dove si può anche ammettere che due gay si baciano, ma devono essere due ragazze, possibilmente belle, e comunque due in mezzo a cinquanta, alla faccia di Kinsey, e comunque il regista non riesce a inquadrarle.

Nella sua immaginaria città moderna, dove essere gay non sorprende più nessuno, Fabio-Biggio passa il tempo a immaginarsi vittima di discriminazioni immaginarie. Di solito il perno dello sketch è questo, e ripeto, lo si può criticare finché si vuole, e a ragione: perché in Italia essere gay sorprende ancora fin troppa gente, e il più delle discriminazioni non sono affatto immaginarie. Insomma Fabio&Fabio pretendono di fare satira di costume ma falsificano il quadro, fingendo che quello che succede in un distretto di Milano sia la media nazionale. A un certo punto fanno anche qualcosa di peggio, quando gli sketch cominciano a ruotare intorno alla gravidanza isterica di Fabio-Biggio. Si comincia dai sintomi, si passa per il test di gravidanza (che Biggio trucca con un pennarello), si arriva in ospedale e a un certo punto lo vediamo anche con una carrozzina e un bambino dentro, anche se le cose non stanno ovviamente come le presenta lui. Tutte le gag nascono dalla stessa idea: nessuno può permettersi di dire a Fabio che non può fisicamente avere un bambino, perché sarebbe omofobia: e appena percepisce un po' di omofobia Fabio va in loop. Insomma, dietro a tutto c'è un'idea reazionaria: Fabio vorrebbe essere sia gay che madre, ebbene, la natura non glielo consente, ed è inutile che si lamenti e strepiti, la natura è così: lo potrebbe dire tranquillamente Giovanardi. Tutto questo mentre in Italia non sono ancora riconosciute non dico le adozioni, ma nemmeno le coppie di fatto. Biggio e Mandelli prima fanno un salto del futuro, satirizzando i costumi di un'Italia per lo più molto in là da venire; e poi nel passato, ricordando a chi vuole fare una famiglia che comunque l'utero serve, ed è ridicolo pensare, come Fabio, di poterne fare a meno.

Quindi sono omofobi? Sì, molto più di quanto non credano di esserlo; ma non perché fanno le checche anni '50. Anzi, almeno hanno il merito di mostrare personaggi che esistono adesso, e in certi casi nemmeno adesso, ma tra un po'. Fabio non è il classico diverso che vorrebbe essere considerato come gli altri: Fabio è già considerato come gli altri, e la cosa lo fa impazzire: lui deve gridare al mondo che comunque è diverso. È reazionario nelle premesse e nelle conclusioni, ma in mezzo ha il notevole merito di mostrarci la caricatura di una figura fin troppo ricorrente nella nostra contemporaneità: l'esponente della minoranza che si trasforma in un professionista dell'indignazione, allenandosi a trovarla ovunque, anche dove semplicemente non c'è. Lui solo ha il diritto di spiegare cosa lo offende, quando come e perché. Anzi di solito al perché non si arriva mai, di solito è sufficiente strepitare e pretendere le scuse. Sono cose noiose, i "perché", roba da blog di retroguardia.
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Perché San Rœmu è Sanremo?

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San Remo, equivoco.

Come forse si sarà capito, quest'anno più di altri, invocare San Remo è perfettamente inutile perché il santo in questione non esiste. Questo a dire il vero potrebbe darsi per tantissimi altri santi del calendario, ma Remo in un qualche modo esiste ancora meno di loro: non esiste neanche sotto forma di leggenda, proprio non c'è. E dire che in fondo il nome non è neanche così strano, alla Chiesa cattolica ne risultano di ben più originali: per restare a oggi 17 febbraio per esempio si festeggiano tra gli altri San Bonoso, Sant'Evermodo (quello di Ratzenburg), San Finan e San Fintan (uno scozzese l'altro irlandese), San Yu Ching-nyul, oltre che ovviamente San Mesrop d'Armenia: ma un San Remo no, in 366 giorni un Santo che si chiami Remo non compare mai. La cosa sarebbe curiosa anche se il non-Santo in questione non avesse dato il nome a un popoloso comune, a una classica del ciclismo e a un festival della canzone che magari avrebbe bisogno di patroni riconducibili alla sfera dell'esistenza.

A proposito, se San Remo non esiste, chi è il patrono di Sanremo? Ovvio: San Romolo (continua sul Post), già vescovo di Genova intorno al V secolo. “Rœmu” sarebbe infatti la contrazione dialettale del nome Romolo. Qualcosa comunque non torna: il San Rœmu venerato dai sanremaschi (che sarebbero i sanremesi insediati da più generazioni) è un eremita che riceveva il pubblico presso una grotta sopra la città, in quella che oggi è la frazione di San Romolo. Dal canto loro i genovesi riconoscono che il loro vescovo sarebbe potuto morire davvero a Villa Matutiæ, come si chiamava allora Sanremo, visto che nel X secolo organizzarono la traslazione delle reliquie vie mare (erano i tempi delle scorrerie saracene). Il santo avrebbe vissuto e officiato a Genova, ma sarebbe venuto a mancare a Sanremo durante una visita apostolica: una prassi che però nell’alto medioevo non esisteva ancora, i vescovi restavano per lo più presso la loro sede. Insomma, magari i Romoli erano due, uno vescovo a Genova e uno eremita a San Romolo frazione di Sanremo: quest’ultimo poi magari neppure si chiamava Romolo; “Remo” potrebbe anche essere la contrazione di “eremo”: non lo sapremo mai. Di sicuro c’è solo che nessun Remo è stato canonizzato – per ora – dalla Chiesa cattolica.
I sanremesi hanno preso spunto dalla situazione per tentare qualcosa che in Italia nessun altro ha provato a fare in età moderna: la secolarizzazione del nome, da San Remo a Sanremo. Ormai ce l’hanno fatta, ma non è stata così semplice…
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Anche peggio della vera tv

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Il sospetto orribile è che il giorno in cui avremo finalmente un Festival della Canzone con belle canzoni, presentato da professionisti che conoscono il mestiere, uomini e donne naturalmente affabili, eleganti e di bella presenza con alle spalle mesi di preparazione di ogni benché minimo dettaglio, ma anche in grado di improvvisare a sangue freddo nel momento dell'inevitabile imprevisto, gente insomma che l'ingaggio se lo guadagna col sudore e con l'ingegno - ecco, il giorno che avremo un Festival così, non perfetto ma fatto molto bene, il sospetto orribile è che cambieremo canale dopo pochi minuti. Perché a noi, poi, delle canzoni italiane, non è che interessi così tanto in fondo. (Continua sull'Unità - H1t#113)

Un festival ben fatto, chi se lo guarderebbe?



Basta riflettere su quanta poca musica italiana c’è per il resto in tv: pensate a chi rimarrebbe a guardarsi gli Amici di Maria se invece di ballare e litigare tra loro cantassero soltanto, e cantassero soltanto canzoni italiane. Pensate a chi resterebbe a guardarsi X-Factor (che già non è questo schiacciasassi dell’auditel) se i concorrenti non potessero pescare da un repertorio anche anglosassone, e se Morgan ogni tanto non sbroccasse un po’. Così forse il problema è tutto qui: a un certo punto, non si sa bene perché, si è deciso che una cosa intrinsecamente un po’ noiosa come una competizione canora dovesse diventare l’evento televisivo dell’anno, e offrire a ogni edizione folgoranti metafore a tutti gli apprendisti Severgniniche in una mutanda di Belen o in uno sbrodolamento di Celentano si affannano a trarre auspici sull’andamento del Paese.
Il problema è che gli spettatori a guardare i cantanti si annoiano: si annoierebbero anche se lo spettacolo fosse impeccabile: e allora l’unico modo per tenerli lì (e piazzare inserzioni pubblicitarie) è sfruttare il fascino del disgusto, l’istinto primordiale che ci porta a rallentare per guardare gli incidenti stradali, che per altro sono molto spesso anche esteticamente più interessanti degli incidenti diplomatici che organizza Celentano. Ci sono stati senz’altro festival meglio riusciti, ma hanno fatto meno ascolti, e forse non ce li ricordiamo perché abbiamo guardato altro. Stavolta no, stavolta l’imbarazzo, lo stupore, l’incredulità, la rabbia ci hanno fatto restare lì davanti.
Questo non è comunque un buon motivo per fare di Sanremo una tendenza, o una metafora di come stanno andando le cose nel Paese in cui per attirare i telespettatori intorno a una vecchia competizione canora si manda tutto in vacca speculando sull’imbarazzo che suscitano i vecchi cantanti e le vallette che non hanno studiato. Probabilmente ci meriteremmo una televisione migliore, ma persino la nostra tanto bistrattata televisione è quasi sempre migliore di Sanremo, di questo Sanremo. Non che ci voglia tanto, ehhttp://leonardo.blogspot.com
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Il Tempo e la Fanciulla

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Professore, lei lo sa

“Ah, Emma...”
“Sì, prof.”.
“Volevo dirti che non ho mai avuto la tua versione”.
“Massì prof glielavevodata”.
“No, Emma. Mi hai dato la tua versione della versione di Martinelli, con gli stessi errori precisi che ha fatto lui”.
“Uffa prof...”
“E i cuoricini al posto dei puntini sulle i, che come tentativo di personalizzare quella schifezza di versione di Martinelli, capisci, non è abbastanza”.
“Prof, deve capire che è un brutto periodo per me”.
“No, no, l'anno scorso era un brutto periodo. Poi verso marzo avevamo deciso che era finito il brutto periodo, ti ricordi?”
“Vagamente”.
“Il preside aveva convocato i tuoi genitori, la tua povera madre si era messa a piangere, aveva detto che non sapeva più cosa fare con te, allora ti eri messa a piangere tu, il preside si era messo a consolarti, poi si era messo a piangere anche lui...”
“Fu una cosa molto emozionante, prof”.
“Fu la più grossa pagliacciata a cui ho assistito in vita mia, Emma, detta da uno che da bambino al circo ci andava volentieri. E allora adesso ti chiedo: quest'anno prevedi le repliche?”
“Prof, insomma, cosa pretende da me? Il latino? Una cosa che tra cinque mesi comunque non c'entrerà più con la mia vita? Devo davvero perdere il mio tempo con quella roba? Si metta un po' nei tuoi panni”.
“Nei tuoi panni, Emma, ed è un argomento che avrei preferito non toccare, nei tuoi panni tu stessa fatichi un po' a starci, ultimamente”.
“Epprof...”
“Tanto più che la mini non va neanche più di moda”.
“Che c'entra, io non seguo la moda”.
“Come no”.
“Io sono classica”.
“Emma, ma ci credi se ti dico che sono preoccupato per te? Seriamente preoccupato”
“E non dovrebbe, prof”.
“E invece mi preoccupo”.
“Ma se le dico che non dovrebbe”.
“Che il discorso del latino io lo potrei anche capire, se me lo venisse a fare una ragazza seria, responsabile, una che arrivasse qui e mi dicesse: professore, ho capito qual è la mia strada, e il latino proprio non c'è, per cui ho deciso di concentrarmi su altre cose, eccetera, ecco, un discorso così io lo capirei”.
“Bene, prof, allora facciamo che quella ragazza lì sono io”.
“Mi stai dicendo che hai deciso cosa farai l'anno prossimo?”
“Ci sto pensando”.
“È da sei mesi che ci stai pensando”.
“È che ci devo pensare bene”.
“Ma ci sarà qualcosa nella vita che ti piace fare”.
“Eccerto che c'è”.
“Ed è...”
“Ma se glielo dico lei poi si arrabbia”.
“Emma io non mi sto arrabbiando. Mi sto preoccupando, che in un certo senso è peggio”.
“Uff, e va bene. Vorrei cantare”.
“Cantare”.
“Perché sono brava, si ricorda in gita? E me lo dicono tutti. Anche mio padre, pensi”.
“Va bene, cantare, ma in che senso, scusa, cantare”.
“Nel senso che mi piacerebbe farlo nella vita”.
“Di mestiere, intendi?”
“Ma sì, anche”.
“E hai pensato di prendere lezioni? Perché per il conservatorio è tardi, direi”.
“Il conservatorio? Ho fatto qualcosa di male? No, io per adesso ho questi amici miei, con un complesso, ma non è proprio la musica che fa per me, io appena trovo qualcuno che capisce mi metto da sola...”
“Perché la musica che piace a te, sarebbe...”
“La musica italiana”.
“Un classico”.
“Gliel'ho detto che sono classica, io”.
“Mi sembra tutto ancora molto vago. Sarò franco, Emma, mi sembrano davvero i classici sogni di una ragazzina”.
“Ma a volte i sogni si avverano”.
“Sì, però non è che si avverano a furia di sognarli, ci vuole applicazione, studio... e anche fortuna, naturalmente. Insomma, se ci pensi bene, mettersi a cantare dopo il liceo... significa cominciare una strada senza sapere dove ti porterà... per quanto ti potranno sostenere ancora i tuoi, ci hai pensato?”
“Beh, magari per i miei all'inizio è un sacrificio, ma poi se le cose vanno bene...”
“E se non andranno bene?”
“E vabbe', prof, se uno ragiona così, non si lancia mai”.
“Che verbo curioso che hai usato, lanciarsi”.
“Lei non ci crede proprio in me, eh? Pensa che cascherò male”.
“Sono preoccupato, Emma, tutto qui. Mi sei sempre sembrata una ragazza sveglia, originale, eppure... a quattro mesi dalla maturità me ne esci con la cosa più banale di tutte: che vuoi cantare, che hai un sogno, che poi magari cosa c'è in questo sogno, dimmi: pensi che inciderai dei dischi? avrai successo? Vincerai Sanremo?”
“Sanremo è da vecchi”.
“Ma sei sicura che anche questo famoso sogno, Emma, non sia in qualche modo un rifugio, un posto dove nascondersi quando vedi che i nodi si avvicinano al pettine... non ti chiedo di smettere di sognare, ma almeno sogna un po' più a breve termine, prova a sognare quello che ti succederà tra sei mesi, un anno, due: dove ti vedi?”
“Beh pensavo che potrei prendere una laurea breve in psicologia, come si chiama...”
“Psicologia?”
“Quella per insegnare ai bambini...”
“Pedagogia”.
“Perché mi piacciono i bambini”.
“Vuoi lavorare coi bambini? Maestra d'infanzia?”
“Massì, comunque se non riesco a cantare da professionista, al massimo farò quello”.
“Suona un po' come un ripiego, no?”
“In che senso?”
“Insomma, in concreto cosa farai? Di giorno studierai per diventare maestra e di sera canterai? Pensi che potrà funzionare?”
“E perché no”.
“Perché sono due vite in una sola, Emma, e per ora non mi sembri capace di mandarne avanti nemmeno una. Ma prima o poi dovrai scegliere, capisci?”
“E in quel momento sceglierò”.
“Forse mi sono spiegato male. Non sarà “un momento”. Saranno infiniti momenti, in cui tu dovrai scegliere se insistere in un sogno che diventa sempre più difficile, più rischioso, oppure prendere la strada più semplice, magari diventare maestra d'asilo, per scoprire che però anche la strada più semplice è faticosa, che lavorare coi bambini è sfibrante, si torna a casa con la voce roca e la schiena a pezzi, e a quel punto scoprirai che il lavoro si mette di traverso al tuo sogno...”
“E allora mi licenzierò”.
“Ma forse non ci riuscirai più, perché nel frattempo magari avrai conosciuto un ragazzo e avrai messo su casa, e avrai bisogno di soldi, o anche semplicemente di un lavoro che dimostri al mondo che tu non sei una persona inutile, un'acchiappanuvole che continua a inseguire i sogni fuori tempo massimo...”
“Un'acchiappache?”
“Quel che ti sto cercando di dire è che... se tu davvero tu ci credessi, nel tuo 'sogno', se davvero pensassi che cantare fosse la tua vita, non ti lasceresti nessun ponte alle spalle. Invece tu hai già pronto un piano B, lavorerai coi bambini e nei ritagli di tempo sfonderai come cantante. Ma non va mai a finire così. Nessuno è mai diventato un divo nel dopolavoro. È una cosa che non succede, semplicemente”.
“E quindi cosa dovrei fare?”
“Guardare davvero in fondo alle tue motivazioni. Ci credi sul serio, al tuo futuro di cantante? o è solo un trucco con cui inganni te stessa mentre il tempo passa? Se ci credi sul serio sono il primo a dirti: buttati, fottiti del latino, della maturità, di quel che pensano genitori e professori, torna qui con un disco d'oro o non tornare. Ma ci credi davvero?”
“Non lo so”.
“E forse questa è già una risposta”.
“Si è fatto tardi, professore, devo andare”.
“Anch'io. Arrivederci, Emma”.
“Arrivederci, professor Vecchioni”.

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Barbie e Cleopatra

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Insomma, è successo: mentre l'Africa sanguina, io ho scritto un pezzo su Belen Rodriguez ed Elisabetta Canalis. Però leggetelo, è davvero bellissimo, come direbbe lui.
Barbie Ballerina contro Cleopatra a Sanremo è on line sull'Unita.it, e si commenta... su Facebook, come tutti i pezzi sull'Unita.it d'ora in poi. Tanto un account su FB ce l'avete ormai tutti quanti, no? Insomma, probabilmente è la soluzione più snella. Per stavolta comunque tengo aperti anche i commenti qui sotto, vediamo come va.

Una volta era davvero tutto più semplice. Per rappresentare le donne a Sanremo bastava la par condicio tricotica: la Bionda e la Mora. La coppia di vallette di quest'anno è stata scelta con una simbologia ben più raffinata, anche se probabilmente inconscia. Così, al primo sguardo, avremmo potuto dire: la Straniera e l'Italiana. In realtà il confronto è più complesso, stratificato: Belen Rodriguez è l'argentina che trova l'America in Italia; Elisabetta Canalis, la soubrette che dall'Italia si proietta verso Hollywood. Cominciamo quindi col registrare la minore benevolenza del pubblico nei confronti della compatriota che spicca il volo, rispetto all'aliena che atterra: quasi che le regole del desiderio e dell'invidia (i due sentimenti che ci hanno tenuto davanti al video a guardarle) seguissero leggi speculari a quelle del buon senso quotidiano, che ci portano ad aver paura degli immigrati e a esortare figli e amici a viaggiare, a trovare la propria strada anche fuori dal Paese. E invece siamo così grati all'extracomunitaria Belen di essere scesa tra noi, e così invidiosi che la Canalis abbia fatto il salto...

Se un giorno qualche studioso vorrà sintetizzare la condizione della donna nella società dello spettacolo in Italia a cavallo dei due millenni, probabilmente isolerà il caso di Elisabetta Canalis, anche solo per l'esemplarità del suo cursus honorum: proprio mentre la “velina che sta col calciatore” diventava un luogo comune delle conversazioni anni Novanta, Elisabetta Canalis ballava gli stacchetti di Striscia la Notizia e si fidanzava con Bobo Vieri. Il Sogno Italiano Standard, di milioni di fanciulle cresciute negli ultimi quindici anni, si realizza in lei, e al termine del sogno c'è il matrimonio con l'uomo-più-sexy-del-mondo. Tutto perfetto, salvo un orribile dettaglio: nulla è credibile. Sì, ormai ci siamo rassegnati e rassegnate: la Canalis sta davvero con George Clooney. Ma resta poco credibile lo stesso: sembrano fuori fuoco anche nelle foto di passerella, come se intorno a loro una bolla di sapone attendesse di scoppiare da un momento all'altro: tanto che quando Silvio Berlusconi consigliò a Ruby di spararle grosse, la panzana più enorme che venne in mente alla giovane incallita mentitrice fu proprio evocare l'incredibile coppia del lago di Como: cosa c'è di meno probabile di una cena a cinque con Silvio, la Santanché, George ed Elisabetta?

Insomma, non ci crediamo. Non perché non sia vero, ma perché non vogliamo crederci. Se Elisabetta è l'una su mille che ce l'ha fatta, noi siamo i 999 che tiferemo fino alla fine contro di lei, continuando a scommettere che la bolla scoppi presto, a gioire per gli infortuni di percorso. Anche a Sanremo, non ci bastava che presentasse le canzoni e sorridesse, come qualsiasi altra valletta professionale. No, lei era convocata per un esame: doveva dimostrare alla commissione del popolo italiano che aveva maturato una buona conoscenza della lingua inglese. Senza la quale, è sottointeso, resta una legnosa Barbie Ballerina che mai George potrà amare veramente. Elisabetta è l'Italia che si crede - chissà poi perché - migliore di noi, e quindi dev'essere umiliata, punita, messa di fronte all'inconsistenza delle proprie pretese: se ne devono mostrare in eurovisione tutti i difetti: solo allora spegneremo il telecomando, sazi e rassicurati nella nostra mediocrità.

Dall'altra parte c'è Belen Rodriguez: la donna straniera, che viene da lontano, a cui non si chiede che di essere quello che è: e quindi ballerà il tango, suonerà la chitarra perché lo ha imparato in famiglia; sarà docile e si farà abbracciare e rimirare da tutti. Sarà anche per il bombardamento televisivo degli ultimi mesi, ma è oggettivamente difficile anche per un telespettatore distratto come me vedere la Rodriguez e non pensare alle decine di sudamericane e nordafricane che negli ultimi mesi sembrano aver soppiantato, nel cuore del premier, le donne italiane. È solo una libera associazione del nostro inconscio, che non è mai innocente; in realtà Belen non fa parte di quel mondo, se non per una curiosa proprietà transitiva: ha legato il suo destino a quello di Fabrizio Corona, che lo aveva legato a quello di Lele Mora, che lo ha impigliato a Silvio Berlusconi. Sia come sia, scendendo sul palco dell'Ariston Belen finisce per rappresentare il supremo trofeo: e l'ombra che proietta sulla platea allude forse alla decadenza di una civiltà. Si sa che abbiamo puntato tutto sulla famiglia, noi italiani: altrove si aiutavano i figli a uscire di casa il prima possibile, noi abbiamo preferito mantenere sontuose pensioni ai genitori. In realtà lo spaghetti-welfare per un po' ha funzionato: bastava che i figli avessero un po' di pazienza e avrebbero ereditato le sostanze dei padri. La sabbia nelle macine del sistema l'hanno messa queste conquistatrici straniere bellissime e disponibili a prezzi modici, leste a intercettare i risparmi del nonno e a farsi intestare i beni che avrebbero dovuto spettare al nipotino.

Così, forse abbiamo tollerato che Berlusconi ci derubasse del nostro futuro, finché era implicito che prima o poi lo avrebbe reso ai nostri nipoti. Quello che forse non potremo perdonargli è che lo stia devolvendo alle straniere, buttandolo via: ora persino chi fino al Noemigate sosteneva di non voler fare il moralista, si domanda se non sia il caso di interdire il nonnetto che fa il bunga bunga con presunte nipoti di leader extracomunitari. Il personaggio Belen incarna tutto questo: è la Cleopatra che sedusse Cesare e travolse Marco Antonio, a cui il prossimo imperatore dovrà mostrare di saper resistere. Ma non se ne vedono, all'orizzonte. Solo una generazione di barbie ballerine, cresciute nel sogno cantare, recitare, sfondare, fidanzarsi con un VIP; mentre i loro coetanei su internet cercano la loro cleopatra, docile e sorridente, a un prezzo sostenibile. http://leonardo.blogspot.com
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L'hai provato il crack?

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Essendo Bernabei

Invece di parlare di Morgan – che poi sembra di essere gli stronzi – perché non parliamo di Alessia Marcuzzi?
Una simpatica signora che presenta uno dei programmi di maggior successo televisivo in Italia, e tutto il resto del tempo fa la pubblicità a uno yogurt dalle proprietà lassative.
Che se uno ci pensa, è quel classico prodotto che potrebbe fiaccarti un po’ l’immagine – insomma, se dopo anni non rinuncia, è evidente che la pagano bene. Molto bene. Ecco, secondo voi perché? Può darsi che sia semplicemente un capriccio: i direttori del marketing del noto yogurt hanno deciso che continueranno a rovesciare soldi sulla signora Marcuzzi così, pel puro piacere di farlo. Una sorta di mecenatismo: questa è un’ipotesi. Però io continuo a trovarne più plausibile un’altra, ovvero: la signora Marcuzzi continua fare il testimonial dello yogurt perché funziona. Da quando c’è lei, lo yogurt vende un po’ di più. Con un’altra (meno bella, o meno alta, o meno bionda, che ne so) non avrebbe venduto altrettanto.
Voi ci credete a questa cosa? Secondo me sì. Secondo me la date per scontata, voglio dire, i testimonial esistono più o meno da quando pubblicità si chiamava ancora réclame. I professionisti del settore magari storcono il naso, loro preferirebbero poter contare solo sulle loro forze e sulla loro sempre sconfinata creatività… ma alla fine un buon testimonial è una sicurezza. Anche quando non sfrutta il meccanismo dell’immedesimazione perché, suvvia, nessuno ci crede veramente che la Marcuzzi abbia tutti questi problemi intestinali o addominali. Ella fa parte dell’empireo tv, non soffre delle malattie di noi comuni mortali; eppure noi comuni mortali andiamo a fare la spesa e carichiamo nel carrello lo yogurt lassativo. Perché c’è rimasto in mente lo spot della Marcuzzi – ci credete a questa cosa? Cioè, magari a voi non è successa (nemmeno a me), ma ci credete che molta gente è in grado di comprare un certo caffè perché lo ha visto bere da Clooney o Bonolis? Perché altrimenti nessuno pagherebbe né Clooney né Bonolis. Può sembrarvi sciocco, ma il meccanismo dei testimonial evidentemente funziona. Altrimenti non li userebbero più.

Ecco. Adesso spiegatemi perché lo stesso meccanismo, applicato agli stupefacenti, non dovrebbe funzionare. Insomma, ipotizziamo che un personaggio famoso, un habitué delle prime serate, dica in un intervista che lui fa un uso consapevole di qualche droga pesante, che ci si trova bene, che la considera migliore di molti antidepressivi. Ipotizziamo che questa intervista – magari carpita in malafede – abbia una certa copertura mediatica. Tanto che nei giorni successivi lo stesso personaggio famoso non riesca a scrollarsela di dosso, al punto che appena lo vedi dici toh, il Cattivo Cantante (allo stesso modo in cui quando vedi la Marcuzzi pensi, toh, la madre di tutti i bifidus). Ecco. Si può dire che quel personaggio famoso può aver convinto qualche telespettatore a farsi di crack? No. Non si può dire. Se lo dici sei un moralista (dove per ‘morale’ s’intende qualche orribile parassita che ti porti dentro). Uno che non si fida della maturità del pubblico, che è sempre maturo per definizione: anche quelli che guardano Naruto; se cambiano canale e trovano un video del crackdipendente diventano subito adulti e consapevoli. Nota che questa consapevolezza li protegge soltanto dal consumo di stupefacenti: appena passa lo spot della Marcuzzi, tornano il pubblico bue che si beve qualsiasi panzana a qualsiasi età. Ma l’idea che uno stupefacente possa essere veicolato dalla testimonianza di un personaggio famoso – né più né meno che uno yogurt – eh no, è un’idea da matusa. Da Rai-di-Bernabei. Senonché, anche Sanremo è roba da Bernabei. È chiaro che lì decidono i benpensanti. Insomma, il posto sbagliato per fare i maudit. E spero che si capisca che stasera non ce l’ho né con Sanremo né coi maudit, ma con chi vorrebbe tenere insieme le due cose.

Io mi rendo conto che le persone che scrivono sui blog, o sui social network, appartengono forse al segmento sociale e culturale meno adatto a porsi il problema. Sono individualisti, quindi è difficile coglierli in castagna – con qualche yogurt nel carrello, intendo. Anche se torturati, negheranno categoricamente di aver mai preso o fatto qualcosa per imitare quale si voglia personaggio famoso. Va bene. Cosa vi posso dire – siete fichissimi. Ma accettate di vivere in un mondo pieno di persone meno equipaggiate di voi in fatto di autostima. Accettate il fatto che il circo dei Personaggi Famosi funzioni anche grazie ai prodotti che fanno girare e che li fanno girare. E che pubblicizzare un derivato della cocaina come antidepressivo non è un’azione priva di conseguenze. Certo, è difficile immaginare l’adolescente che sfogliando Max si convince all’istante delle proprietà antidepressive del crack e corra al parchetto più vicino per guarire un improvviso male di vivere. Non è così che funziona. Ma se avete un po’ il polso della situazione, sapete più o meno quante persone si muovano oggi sulla linea di confine tra il consumo e il non consumo: in una situazione di offerta crescente e di perenne sottovalutazione del rischio a volte basta un nulla per portare un adolescente (e non solo un adolescente!) a decidere se provare o no, se continuare o no. Le confessioni di un cantante da prima serata sono un po’ più di nulla.

Voi siete abituati a risolvere i problemi con una battuta. Quindi: se qualcuno è così fesso da fumare crack perché ha letto un’intervista di Morgan, peggio per lui. Ok, buona. Ma provate per un attimo a mettervi nei panni di uno Stato. Sì, lo so che sono panni larghi che vi mettono a disagio. Però provateci. Siete uno Stato. Vedete un aumento delle tossicodipendenze. E' un male? Sì, è un male. Gli esperti vi dicono che è a causa di una sottovalutazione del rischio, non solo tra i più giovani. Ah, dimenticavo: disintossicare tutta questa gente vi costerà parecchio. Cosa fate? Ve ne fregate? Scrivete due battutine fulminanti sul blog della Gazzetta Ufficiale? Non lo so, chiedo. Gliela date, la prima serata, al primo tossico che sostiene di sapersi gestire una dipendenza da crack meglio di un ciclo di antidepressivi? Io forse no, non gliela darei; s’io fossi la Rai, la Rai di Bernabei.

Fine del trip, nessuno è la Rai. La Rai è quel che resta di un organismo che ha smesso di pensare in modo organico decenni fa (e anche quando pensava organico non è che formulasse tutti ‘sti pensieri intelligenti). Restano tra le macerie molti residui di benpensantismo e qualche disperato tentativo di mettere insieme un nuovo senso morale. Ma è dura, perché appena cominci a dire che, mah, forse i morti ammazzati alle nove di sera non danno proprio un buon esempio … o che le puntate fetish dei Griffin non sono il miglior dopopranzo per gli studenti delle elementari… ti danno subito del censore, e il bello è che han ragione. Non bisogna censurare niente mai, non è previsto dalla formula. La formula è: non importa quanti anni hai. Sei consapevole, sei adulto, sei fichissimo, puoi guardare e comprare qualsiasi cosa ti mostriamo. Insomma, il modello è mediaset. Da trent’anni, e finché regge l’economia (forse non regge, uh, allegria).
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Catone in segreteria

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Caro futuro Segretario del PD,

che tu sia verde o rosso, bianco o nero, Diesse o Margherita, maschio o femmina, o altro, c'è un solo consiglio che mi sento di darti.
Qualsiasi saranno le cause su cui ti spenderai (ecco, magari non spenderti più di tanto contro i rincari a Sky), qualsiasi saranno le parole che sceglierai di usare, io ti propongo semplicemente di terminare con un ritornello semplice e riconoscibile. Come Marco Porcio Catone, te lo ricordi quando al ginnasio si tirava fuori Marco Porcio Catone? le matte risate.

Va bene, caro futuro Segretario del PD, che tu abbia fatto il ginnasio o no; Marco Porcio Catone era quel vecchio senatore Romano col pallino di Cartagine. Che era già stata sconfitta non in una, ma in ben due Guerre Puniche; umiliata e sottomessa. Ma questo non era abbastanza per Marco Porcio Catone. Lui sapeva che per quanto la si potesse umiliare e sottomettere, Cartagine era lì, al centro del Mediterraneo, in una posizione strategica per il traffico marittimo. E quindi sarebbe tornata grande prima o poi. Sicché c'era soltanto una cosa da fare se si aveva a cuore il futuro di Roma: distruggere Cartagine.
I colleghi senatori lo prendevano per matto e rimbambito; e in effetti lo era; ma lui non demordeva e di qualsiasi cosa parlasse in aula terminava sempre con lo stesso ritornello: bisogna distruggere Cartagine. Sul serio, peccato non avere i resoconti stenografici:

FLACCO: “Chiedo al Senatore di avviarsi alla conclusione, grazie”.
CATONE: “Certo. E quindi, senatori, terminando il mio intervento sull'esigenza di migliorare la viabilità sulla Via Salaria, vi rammento che occorre distruggere Cartagine”.

Se poi non ti ricordi come andò a finire, caro futuro Segretario del PD, non c'è problema, te lo rammento io: dai e dai, alla fine il vecchio Catone li convinse. Trovarono un pretesto, fecero una terza guerra punica, distrussero Cartagine e sulle rovine sparsero il sale. Potenza dei ritornelli.

E quindi, caro futuro Segretario: quando t'inquadreranno e ti chiederanno di dire la tua sugli stupri, la criminalità, la crisi dei consumi, degli impieghi, dei parcheggi, la mafia, la camorra, i rifiuti, i malati terminali, gli atei, i gay, Sanremo, la commissione vigilanza, gli stupri... tu di' quello che devi dire, Futuro Segretario, e non aver paura di essere franco e sincero. Però cerca di mantenere l'attenzione fino alla fine, e alla fine piazza una frase che sarà sempre la stessa, la tua Delenda Carthago, e potrebbe suonare così: chi ha corrotto David Mills?

Per farti degli esempi:
“Segretario del PD, La Russa propone la castrazione chimica per gli stupratori, lei cosa ne pensa?”
“Per castrazione chimica s'intende una cura ormonale temporanea che di solito si scambia con uno sconto di pena, e che aumenta l'aggressività dei pazienti. Solo a La Russa potrebbe venire in mente di aumentare l'aggressività dei maniaci sessuali, magari facendoli uscire di galera un po' prima. Propongo una cura a base di sviluppina per il nostro Ministro della difesa, e nel frattempo mi domando: chi ha corrotto David Mills?”

“Segretario del PD, le è piaciuta la canzone di Povia?”
“Mah, la melodia mi sembra di averla già sentita... quanto al testo, è la storia di una persona che a un certo punto cambia il suo orientamento sessuale. Spero che in Italia si continui a garantire il diritto degli individui a interrogarsi sulla propria identità sessuale, e a cambiarla, e già che ci sono mi domando: chi ha corrotto David Mills?”

Rideranno di te? Lasciali ridere. Ma non dar loro respiro. Questa domanda dev'essere la prima cosa che si ricordano al mattino. L'ultima cosa che si ripetono alla sera. Deve echeggiare nei loro sogni: chi ha corrotto David Mills? Finché un giorno, in un attimo di debolezza, proveranno a risponderti. Ma tu sai, ma noi sappiamo, che nessuna risposta li renderà liberi.

“Segretario del PD, come andranno le Europee?”
“Forse perderemo. Nel qual caso per Bruxelles partiranno altri allegri aeroplani imbottiti di leghisti che non capiscono l'inglese che i loro figli imparano all'asilo. Se è un modo per liberarsi dagli incapaci, pazienza. Ehi, a proposito, who corrupted David Mills?”

Che tu sia come quella canzone che al primo ascolto sai, che non potrai liberartene senza fartela piacere.
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un pezzo su Sanremo, perché no

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MTT SU RAI1!!!

E dire che l'ho odiato tanto, il Festival, e non riesco neanche più a capire il perché. Ormai mi fa solo tenerezza. Sarò invecchiato, ma soprattutto è invecchiato lui.

Però fa lo stesso; non importa quanto siano ciarlieri i presentatori, male acconcie le vallette. Non importa quanto sia ridondante l'orchestra.
Non importa quanto siano stanche le canzoni, ogni singola parola d'ogni testo di canzone, e quanto stracchi e prevedibili le strofe e i ritornelli.
Non importa quanto siano anziani i cantanti, quanto siano stonati i cantanti, quanto poco cantabili i cantanti.

Non importa nulla di tutto ciò, finché ci sarà ancora qualche vecchio gagà che ci crede ancora, qualche papavero-nato-paperino in platea colto dalla telecamere mentre scrive un sms: "METTI SU RAI1!!! SONO ALL'ARISTON!!!". E qualcuno, l'ho visto io, ancora c'è.
Ed è Fabrizio Del Noce.
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siateci

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Sanremo è da sfigosi

Voi stasera siete qui.


(Anche domani).
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- anni zero

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Siamo usciti (vivi) dagli anni Ottanta

E siamo negli anni Zero. Facciamo finta di niente, ma la verità è sempre più dura. Quando ci sbatte sul muso.

Sabato, 4 febbraio, tema d'italiano in terza media. Tre tracce, aventi per argomento:

1) Rosso Malpelo (G. Verga)
2) Il caso delle vignette su Maometto (l'alunno può consultare i ritagli di quotidiani sul quaderno).
3) Sanremo.

Risultati
Il tema n. 1 è stato scelto da n. 11 studenti.
Il tema n. 2 è stato scelto da n. 13 studenti.
2 studenti erano assenti.

Il tema n. 3 non è stato scelto da nessuno.
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- 2025

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Come vinsi Sanremo 2021

Caro Leonardo,

casomai te lo fossi scordato, voglio rammentarti il vecchio trucco che più volte m'è stato utile a Rieducazione, il trucco più stupido del mondo.
Può darsi sia un trucco istintivo, un dono di Madre Natura, in dotazione alla nascita con l'endorfina. Ma di Madre N. io fui figlio assai degenere, e anche questo trucco devo averlo imparato su un libro. Uno di quei volumetti di Primo Levi che i ragazzini a scuola si divorano: e giustam, perché c'è un sacco di roba utile, dentro, sia per chi studia da vittima che da carnefice.

Il trucco, dunq, consiste in questo: quando vedi o senti qlcuno che viene verso te con stivali borchiati, o cavi elettrici, o qlsiasi altra cosa atta a farti urlare, ebbene, non farti pregare: urla subito. Ricordati che chi ti tortura è un professionista, ergo la tortura è la sua professione ergo nel momento in cui ti tortura preferirebbe essere altrove, magari a cazzeggiare sul supernet. Perciò, salvo la sfiga di incorrere in un vero sadico, o peggio ancora, uno stacanovista, nessuno si sentirà in dovere di darti un calcio in più, o di spostare la manopola un po' più a destra – se tu già urli come un ossesso. Varie volte ho assistito a scene del genere e ho avuto modo di constatare come il più scafato dei carnefici sia sensibile a uno squillo stridulo e prolungato. È qualcosa di subliminale: tu sai che il tuo uomo sta soltanto fingendo, che non gli hai fatto nulla di veram serio, eppure stai già picchiando con meno convinzione. Urlare, urlare bisogna. Piangere e implorare. Niente dignità, niente orgoglio. Se sei un vero uomo, sai dove mettertelo.

IO: "Ahi! Basta! Per favore, basta!"
DAMASO: "Ma è solo un massaggio".
IO: "Ahi! Le dirò tutto".
DAMASO: "Tutto cosa?"
IO: "Ahi! Quel che vuole sapere".
ASSUNTA (si decide ad aprire la porta): "Ma che state facendo, insomma".
DAMASO: "Gli stavo solo facendo un massaggio, è… un fascio di nervi".
IO: "Tutto, dirò tutto! Ahi!"
ASSUNTA: "Damaso, credevo di avertelo detto: mio marito non si è ancora ripreso dal campo di Rieducazione in Riviera. Lo hanno torturato, sai".
DAMASO: "Torturato? Ma non risulta dalla scheda".
ASSUNTA: "Quale scheda?"
IO: "Quale scheda (ahi)?"
DAMASO: "La scheda, la scheda, la sua scheda sanitaria. Che scheda vuoi che sia, no?"
ASSUNTA (scuote la testa): "Non ce la stai contando giusta, Dammi".
IO: "Ahi! Dammi? Lo chiami Dammi?"
ASSUNTA: "Lo chiamo come mi pare e tu smettila di urlare, ha smesso di toccarti da un pez…"

Drin, drin, fa il campanello.
È quel tesoro di Letizia, che lo suona perché sa che in casa c'è papà.
E lo suona anche se con lei c'è mamma Conci, che ha le chiavi.
E infatti, se tendi l'orecchio, riesci a sentire l'enorme mazzo di chiavi di mamma Conci che echeggia nell'androne.
Sei rampe di scale separano Mamma Conci, la paranoica di famiglia, dal divano in cui l'amante della bis-moglie, sotto gli occhi di quest'ultima, sta praticando un massaggio al marito.
La mia reazione, un po' istintiva, è cercare di infilare la testa in una fessura del divano. Damaso è più professionale.
"Ci voleva anche questa. Assunta, scendile incontro e trova una scusa".
"Una scusa?"
"Mandale a comprare qlcosa. Magari va anche tu con loro".
"Non credo che…"
"Dai, è anche una bella giornata. Approfittane per stare un po' con tua figlia".

Assunta sbuffa
Quindi scende!
Assunta fa tutto qllo qst'uomo le chiede di fare.
Un motivo in più per ammazzarlo. Devo mettermi a contarli, i motivi.

"Bene, ci siamo liberati delle donne. Domando scusa per prima, ignoravo che in Riviera lei…"
"Damaso, preferirei che mi dessi del tu stavolta".
"Vabene, come vuoi".
"E vorrei farti io alcune domande. Sei un dottore vero?"
"Vero come una laurea breve sotto il Teopop".
"È una risposta molto ambigua".
"Tutti lo siamo. Ma che problema c'è? Hai visto dove lavoro, no?"
"E quindi sei un neurologo".
"La laurea breve è quella. Poi ho preso tante minispecializzazioni… vuoi vedere le pergamene? Non ti fidi?"
"Non è che sei un neurologo dei servizi, per caso? O del MinInt?"
"Ma no, te l'ho ben detto. Ho un contratto a progetto con l'esercito. Devo restituirgli Taddei in pieno possesso eccetera. E confido che col tuo prezioso aiuto …"
"Tu hai letto la mia scheda al MinInt. Non credo che l'esercito la faccia leggere agli esterni. Non credo neanche che l'esercito sappia che c'è. Qlle schede ce l'ha il cardinale Cirillo al MinInt e se le tiene. In nessun altro posto puoi leggere che non mi hanno torturato. E lo sai il perché?"
"?"
"Perché è la pura verità. Solo al MinInt c'è la scheda con la verità, le altre sono bugie".
"Ma io non potevo sapere. Ho detto che non sapevo se ti avessero torturato".
"No, Damaso, no. Tu sapevi che non mi avevano torturato: c'è una bella differenza. Ed è la pura verità. Non mi hanno torturato. Ho cantato prima. È stato giusto 4 anni fa, una sera di disgelo, come oggi. Eravamo rimasti in 12 pezzi grossi defargisti, ma io ero il favorito. Alla fine le guardie erano una pasqua, avevano quasi tutte puntato su di me e non si erano sbagliate: ho cantato per primo e ho cantato bene. Ho vinto il mio piccolo festival di Sanremo".
"Che cos'è il festival di…"
"Lascia perdere. Dimmi solo sì o no: sei un Inquisitore? Taddei è un'esca per farmi dire qualche cazzata defargista? Facciamola finita".
"Immacolato, io sono un dottore".
"Questa l'ho capita, sì".
"E posso… devo aiutarti. Tu stai sviluppando una mania di persecuzione".
"Già, più o meno da quando la gente mi persegue".
"Come tua moglie Concetta… è stata lei, è vero? Le hai spiegato il lavoro che fai e lei ha iniziato a infilarti pulci nell'orecchio".
"Non è andata così".
"Non è andata così?"
"In effetti forse è andata così, ma anche senza di lei… insomma, tu le hai sentite quelle domande, no? E adesso dimmi come faccio a rispondere?"
"Come faccio a dirtelo? È il tuo lavoro. Io mi limito a pagarti".
"Sì, sì, certo, ma non è questo. Spiega come faccio a rispondere a delle domande sul caffè o gli usastri senza compromettermi. Di certo è tutto registrato…"
"Immacolato, sai benissimo dove vanno a finire tutte le registrazioni".
"Sì, sì. Senti, mi spiace, tu sei un tipo simpatico, anche se esci con mia moglie e mi hai quasi spezzato la schiena. Non è nulla di personale, insomma. Ma non posso fidarmi. Ti renderò i soldi. Io…"
"Ho capito. Devo dimostrarti che Taddei è autentico".
"Non c'è modo in cui tu possa".
"Senti, se io m'inventerei un Taddei, non gli metterei in bocca le domande che ha fatto. Metà delle domande non le capisco nemmeno. Cos'è questo Iraq, per esempio".
"È una regione del Califfato. L'avrai studiata a scuola".
"A medicina non c'è geografia. Io stesso quando ho letto le domande ci sono rimasto male. Non avrei mai pensato che un ibernato dopo vent'anni si preoccupasse per primo di sapere cose del genere".
"Perché? Tu cosa chiederesti?"
"Ma non so, se c'è ghiaccio ai poli, forse".
"Vent'anni fa non era un problema".
"Come no!"
"Non era sentito come un problema. I poli no. L'Iraq sì. No, Taddei è una perfetta ricostruzione d'epoca. Sembra un… un…" (odio le parole che non mi vengono).
"Un fanatico. Iraq, Usastri, Medio Oriente, terroristi, democrazia… A chi interessa qsta roba, oggi. E il costumino che lo copre la dice lunga".
"Lui sostiene che gliel'abbiate messo voi".
"È chiaro che non ricorda molte cose avvenute prima dell'ibernazione, tra cui la decisione di resuscitare vestito come il supereroe preferito".
"Già, magari pensa di ereditarne i superpoteri, ah ah".
"I superche?"
"Niente. Non ha importanza, è solo uno specchio per le allodole. Taddei è solo un bambolotto modellato sui miei ricordi d'infanzia per farmi cantare: è così? Il problema è che non ho più niente da cantare".
"Immacolato, tu credi che tutto il mondo sia una macchinazione nei tuoi confronti. Questo è noto col nome di…"
"Solipsismo".
"Bravo. Hai studiato psicologia?"
"Cultura generale".
"Ma scusa, non hai pensato all'aspetto economico? Se il Teopop vuole sapere qlcosa da te, perché mettere su tutta qsta costosa messinscena, invece di riportarti in Riviera a cantare? Scusa la franchezza, ma s'è già visto che tu canti presto e bene".

Franchezza a parte, ecco un argomento interessante. Io non valgo tutta qsta messinscena. Io no.
Forse sono la pedina di qlcosa di più grande. Più grande di me e senza dubbio più grande di Damaso.
La cosa dovrebbe spaventarmi. E invece inspiegabilm, mi rassicura. Proviamo a vedere cosa succede.
"E va bene, Damaso. Risponderò a qlle domande".
"Oh, bene".
"Ma voglio duecento denari in più".
Che nessuno abbia a dire che ci sono cascato per coglionaggine. Denaro. Ci cascai per denaro. Che si sappia.
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Proposta reticente

Sento che già cominciano a romperci con Sanremo, e allora pensavo di proporre alla comunità dei blog (se esiste) una modesta iniziativa.
Tranquilli. Non vi chiedo di firmare una petizione o di iscrivervi a nessuna lista. Non vi chiedo di infilare coccarde o altri aggeggi nel vostro sito personale. Se siete d’accordo, non dovete neanche rispondermi, né dire in giro che l’idea è stata mia. Per la verità, non dovete fare assolutamente niente. Più modesti di così.

Tra qualche tempo (non so neanche quanto) arriverà il festival, puntuale come l’influenza, e a noi tutti sembrerà di non poterlo ignorare. Ci sentiremo costretti a parlarne – male, ma a parlarne. A fare ironia su un cantante o una valletta. A ribadire – come se non fosse già chiaro il concetto – che la tv italiana è tutto uno schifo, e che non ci rappresenta.

E se invece facessimo finta di niente?
Succedono tante cose al mondo. La tv è un fenomeno tra tanti. Non trovate che se ne parli un po’ troppo?
Ci sono tanti media in Italia. Perché la tv dev’essere considerata la più importante?
Perché arriva al maggior numero di persone? Questo è un dato che può cambiare.
Ma non cambierà finché per radio, sui giornali, su Internet, non sentirò che parlare di quel che succede in TV. Inclusi i commenti su Sanremo. Come se la TV fosse il luogo in cui le cose accadono realmente, e gli altri media i luoghi deputati alla discussione.

Sanremo, tra Settanta e Ottanta, era spacciato: uno spettacolo di serie B, tagliato fuori dall’evoluzione della musica italiana. Come ha potuto diventare in breve quello che è oggi, la massima cerimonia della cultura nazionalpopolare?
Proprio in virtù della sua scarsa qualità. Sanremo è l’esempio più clamoroso dell’omologazione verso il basso della cultura televisiva italiana. Invece di diversificare i contenuti, cercando di soddisfare più livelli di pubblico, la tv italiana ha scelto di essere generalista, di trattare i telespettatori come una massa indistinta a cui servire la stessa sbobba.
Un pastone che naturalmente non è mai stato in grado di soddisfarci, ma che riesce ugualmente a catturarci e ipnotizzarci. Come? Semplice: alimentando il nostro senso di superiorità.
La tv italiana è piena di nani e ballerine non perché a tutti gli italiani piacciano nani e ballerine, ma proprio perché nani e ballerine ci fanno sentire più alti e più intelligenti. Ma lo siamo davvero?

Sanremo (come il palinsesto tv italiano) non è brutto per insipienza degli organizzatori: Sanremo è volutamente, necessariamente brutto. È il trionfo della filosofia del “purché se ne parli”. E se invece non ne parlassimo? Se evitassimo l’argomento?
L’ironia, in un caso come questo, non serve. È proprio grazie al nostro senso dell’ironia che la tv italiana è diventata l’”inferno” di cui si parla in giro. Forse avremmo dovuto sdegnarci veramente, spegnere, occuparci d’altro, ma era troppo divertente prendere in giro il buffone di turno. Ci sentivamo tutti dei piccoli Beniamino Placido, dei piccoli Enrico Ghezzi, dei piccoli Aldo Grasso. Mentre ci addormentavamo sul divano, esattamente come la celebre casalinga di Voghera.

Io penso che sia ora di svegliarsi, spegnere la tv, occuparsi d’altro. E ricordare anche ai nostri dirigenti che gli italiani non sono soltanto telespettatori.


Ricapitolando:
In una cittadina della riviera ligure, tra qualche settimana, una quarantina di cantanti più o meno famosi parteciperà a una competizione canora, che negli ultimi anni ha subito una forte sovraesposizione mediatica – del tutto ingiustificata, vista la qualità media delle canzoni.
Noi blog non abbiamo certo la possibilità di spegnere questo clamore mediatico, che si alimenta su sé stesso: ma possiamo almeno dare un piccolo segno, auto-imponendoci di non parlare in nessun modo dell’argomento. Non per censura, ma perché siamo stanchi di essere trascinati a discutere di un evento così poco interessante.

“Ma questo è snobismo, vergogna!”
Precisamente. Questo è sano, schietto snobismo. Un vizio di cui in Italia si sente la mancanza.

Se volete aderire all’iniziativa, non scrivetemi. Non dite niente. Verranno i giorni del festival, e noi reticenti, in silenzio, ci riconosceremo.
E poi, se ci va, senza dirlo in giro, possiamo anche guardarlo, il festival. Non casca mica il mondo.
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"Perché - si chiede monsignor Frisina - presentare con tanta leggerezza e facilità personaggi così negativi come Eminem, che incitano alla violenza contro i genitori, all'odio razziale, alla trasgressione? È un problema della Rai, ma anche le tv private non possono sottrarsi alla grave responsabilità di essere più attente ai contenuti dei programmi". Don Sciortino, si chiede, a sua volta, "perché Sanremo va a cercarsi grane con un personaggio simile solo per inseguire una discutibile audience? È grave.

Ma è poi così scandaloso Eminem?
Può anche darsi che inciti "alla violenza contro i genitori, all'odio razziale, alla trasgressione". In inglese. E a noi italiani cosa resta? Un vago abbaiare anglofono su basi ben confezionate, in una manciata di video simpatici. E un'immagine di orgoglio razziale, questa sì preoccupante: vedete, anche un bianco può fare il rap (Eminem non è un tipo qualunque: è il bianco qualunque).
Ma qualcuno si è veramente preoccupato di tradurre i testi di Eminem? I ragazzini vegliano la notte compulsando il booklet del CD con a fianco l'Hazon Garzanti? Ma dai.
Io da piccolo ero andato a ripescarmi The End dei Doors, dove c'è quel verso che dice "Father – yes son? – I want to kill you". Ma era un inglese molto basico, come si vede. Invece non riuscirò mai a capire chi ascolta rap inglese in Italia. Bisogna avere una conoscenza della lingua, e perfino della cultura, molto approfondite, per capirci qualcosa.
Altrimenti, si simula. Ci si affeziona a qualcosa perché ci hanno detto che è bello. Ci si scandalizza, perché ci hanno detto che è scandaloso. Ama, odia, scandalizzati, consuma, crepa. Che lo facciano i ragazzini, passi. Ma anche i vescovi. Tirando fuori anche quello che è successo a Novi Ligure. Per carità d'Iddio.
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