Questa canzone fa impazzire i fascisti?

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C'è una canzone di Bruno Lauzi su una balalaika che nelle steppe si annoia a suonare sempre le solite fredde canzoni e alla fine riesce a convincere un suo amico Flauto ad assumerla nell'orchestra Bolscioi. Come a Balalaika riesca questa opera di convincimento, Lauzi non lo spiega, siccome è una canzone per bambini; ma da lì in poi pende sulla protagonista come un sospetto di scarsa serietà che le strofe successive non dissolvono. Una volta approdata su un palcoscenico internazionale, Balalaika non tarda a perdere la testa per un Mandolino che se la porta a Napoli: addio Bolscioi, addio mie steppe.

La musica ovviamente segue l'evoluzione della storia, senza neanche troppo affaticarsi: balalaike e mandolino non è che suonino tanto diversi. Che è forse il motivo per cui i russi, con la loro pur straordinaria cultura musicale, appena riuscirono a captare sulla tv sovietica il Festival di Sanremo impazzirono. È come se la melodia italiana fosse kryptonite per loro. Ma la musica russa, agli italiani, che effetto faceva?

Il ragazzo nicchiava, una fiera, tarchiata e grinning figura. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa. Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. L’antagonismo era al suo acme sotto il sole, il sudore si profondeva dalle nuche squadrate dei cantori. 


storiaminuta.altervista.org

Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri, anche la truppa, erano troppo nonchalants e poi quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa: – Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna. Quella loro canzone è tremenda. È una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone. 
(Fenoglio, Johnny).

Nell'estate '44 Johnny nelle Langhe ascolta ancora i partigiani della Garibaldi cantare Katyusha in russo. A cento km di distanza, nel savonese, la canzone ha già un suo testo in italiano, opera del comandante partigiano Felice Cascione. La canzone l'aveva portata dalla Russia un effettivo del Genio Pontieri, Giacomo Sibilla. Sulla musica che Sibilia aveva sentito cantare nelle retrovie dai ragazzi e dalle ragazze russe, Cascione aveva riadattato un testo scritto pochi mesi prima, quando ancora studiava medicina a Bologna. Il vento, la bufera, le scarpe rotte, tutto l'apparente realismo della composizione, Cascione lo stava immaginando, né avrebbe avuto molto tempo per goderselo: in febbraio era già morto in un conflitto a fuoco.



Per una meravigliosa coincidenza, la lirica russa comincia con un'immagine primaverile ("Meli e peri erano in fiore") e quella italiana col furore dell'inverno: fischia il vento, infuria la bufera. L'originale è una canzone d'amore, a modo suo: Katyusha è un'eroina tanto quanto il bel soldato, lui custodirà la patria tanto quanto lei custodirà il suo amore (il che è altrettanto eroico, evidentemente), insomma, tutti facciano il loro dovere e la vittoria non tarderà. Il che non impediva alle ragazze russe di cantarla agli italiani nelle retrovie. Fischia il vento sfoggia un romanticismo completamente diverso: il fiero partigiano è votato alla morte, non ha donne a casa che lo aspettano o comunque non deve pensarci, il che lo rende tremendamente sexy: ma le donne devono contentarsi di donargli un sospir. 

Fischia il vento è molto più cattiva dell'originale, e in effetti se da bambino il nonno ti faceva sentire la versione italiana, quando ascolti certe versioni orchestrali russe ci resti di sasso a scoprire che l'inno della Garibaldi, in madrepatria, è una specie di Fin che la barca va. È un fantastico equivoco: un alpino ascolta una languida canzone d'amore stalinista e la porta in Italia dove le stesse note, le stesse arcane sillabe sembrano talmente minacciose da far impazzire i fascisti al primo ascolto. Balalaika e mandolino magari non sono fatti per capirsi, ma in amore è anche bello fraintendersi.
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Tutti nazisti anche quest'anno, buon 25 aprile

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È un discorso che si è già fatto, ma se ripetere non sempre aiuta, sicuramente non nuoce: i rappresentanti della Brigata Ebraica hanno tutto il diritto di partecipare ai cortei del 25 aprile senza essere fischiati.

www.combattentiliberazione.it
A chi li contesta - non sono poi in tantissimi - manca senz'altro un po' di educazione, non tanto nel senso di buone maniere. Da qualche parte c'è una lezione sulla memoria e sulla Resistenza che qualcuno avrebbe dovuto studiare meglio; ci sono concetti come sionismo ed ebraismo che non dovrebbero essere così fumosi. E così via. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere un po' tutti sulle spalle, come educatori o anche solo come gente che scrive on line - visto che siamo tutti nel nostro piccolo educatori, siamo tutti gente che scrive on line. Nella nostra ideale festa del 25 aprile è invitato chiunque voglia ricordare i combattenti contro il nazifascismo, e se proprio si vuole contestare qualcuno, si contesta chi rimane a casa.

Ah, e il Gran Muftì non c'entra niente.

Perché se prendersela con tutti gli ebrei per l'occupazione della Palestina è un gesto ignorante e arrogante, accusare tutti i filopalestinesi di intelligenza col nazismo è più o meno sullo stesso livello di ignoranza e arroganza. Anche questo, mi rendo conto, è un discorso trito e ritrito: durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono palestinesi che combatterono Hitler e altri (un po' di più) che collaborarono con lui - qualcosa di simile a quel che successe in Italia, tutto sommato. Questo toglie agli italiani il diritto di festeggiare il 25 aprile? Questo dovrebbe impedire ai palestinesi di chiedere la liberazione da un'occupazione militare? Lo sfogo di Peppino Caldarola mi sembra indicativo di un atteggiamento lievemente autoreferenziale: le contestazioni tra filopalestinesi e rappresentanti della Brigata avranno coinvolto al massimo qualche centinaia di persone. È senz'altro un incidente fastidioso e - parlo almeno per me - di una prevedibilità mortale. Si può fare qualcosa per evitarlo in futuro? Non lo so. Ma il punto è che per Caldarola non vale nemmeno la pena: se succede qualcosa del genere, va chiuso il 25 aprile, fine. Ah: e chi sventola una bandiera palestinese è un nazista.

Ecco: io sarei disponibile anche a scrivere tutti gli anni lo stesso pezzo in cui spiego che chi sventola la bandiera della Brigata Ebraica non è responsabile dell'incancrenirsi della questione israelo-palestinese. Ma se dall'altra parte, ogni volta, mi tocca sentire che tutti palestinesi sono nazisti, e anche tutti i loro amici, e anche gli amici dei loro amici... mi sa che ogni anni ripartiremo da zero.
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A certe feste si va per litigare: il caso 25 aprile

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In 1500 caratteri la farò semplice. Questa è la bandiera della Brigata Ebraica, che diede un nobile contributo alla guerra di liberazione dal nazifascismo.



Bella. Questa è quella dello Stato di Israele, nato poco più tardi, che da tempo occupa alcuni territori dove secondo la comunità internazionale dovrebbe sorgere lo Stato di Palestina.



Pur simili, rappresentano cose un po' diverse. Perciò credo sarebbe stato utile, negli anni scorsi, portare nei cortei del 25/4 soltanto la prima, magari cogliendo l'occasione per spiegare che non era la seconda; e che la stella in sé rappresenta l'ebraismo, non uno Stato che ha una storia gloriosa ma non ha contribuito alla guerra di liberazione italiana (non ha fatto in tempo), e in questo periodo sta occupando territori di un altro Stato.

A quel punto chi venisse comunque a fischiare non ci lascerebbe dubbi: non fischierebbe Israele, ma l’ebraismo. Non esprimerebbe un sostegno alla Palestina, ma il proprio antisemitismo. Purtroppo non è mai successo.


Perlomeno, in tutte le foto che mi è capitato di vedere di cortei del 25/4, per ogni bandiera della brigata ebraica ne ho vista una dello Stato di Israele. E quindi? Niente, fate come credete. Ma non venite a dire che il 25 aprile è di tutti e che non volete litigare. Il 25 aprile non è mai stato di tutti; c’è sempre stato qualcuno che voleva litigare. Chi viene con la bandiera di Israele - e vuole fuori quelli con la bandiera della Palestina - non sarà il primo, ma non è da meno.

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Con infinita cura e sospensione

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(Da Schegge di Liberazione, 2011)

Nell’inverno del 1945 sulle Langhe i partigiani in servizio attivo sono ridotti a poche unità. Sulla sua collina Johnny è rimasto solo: l’ultimo amico arrestato in un rastrellamento, l’ultima sigaretta già da un pezzo fumata, calpestata e rimpianta.
Si sedette e rilassò nella più facile e sciolta posizione; poi iniziò la cerca, col più fino e sensibile delle dita, di tutti i resti di tabacco in ogni tasca e per minuti estrasse e cavò segmentini ed atomi di tabacco, misti a briciole di antico pane e fili di stoffa. Aveva ora in un palmo quanto bastava per una sigaretta [...] Poi cercò la carta. La carta di giornale sarebbe andata egregiamente, ma i giornali erano merce sconosciuta nella fattoria. Girò, frugò, rovistò e trovò infine un vecchio opuscolo, aggrinzito e ingiallito dal tempo, di agricoltura e masseria. Ne strappò un foglio e cominciò a torchiare. Era nuovo a questo lavoro, ma da quando partigiano s’era fatto avvezzo ed abile ad una quantità di nuove opere ed imprese. Lavorandoci con infinita cura e sospensione, si rese conto di quanto le sue mani si fossero fatte grossolane e inadatte a questi lavori. Se gli veniva discretamente modellata ad un capo, restava un caos all’altro, e ad un certo momento tutto il tabacco gli sfuggì a terra dalla carta aperta.
Una febbre lo prese e lo squassò, forzosamente si allontanò dal naufragio del tabacco e si disse ad alta voce: «Non perder la testa, Johnny. Non perder la testa, non è assolutamente niente. Del resto, non avevo nemmeno il fiammifero per accenderla»
(Opere, vol. I, p. 840).
Dopo la presa di Forlì, nel novembre precedente, il generale Alexander aveva annunciato alla radio che ai partigiani conveniva coprirsi: di Liberazione si sarebbe riparlato in primavera. Molti prendono il suo annuncio per quello che non è, un perentorio invito a mettersi in letargo e attendere tempi migliori. L’inverno sarà in effetti durissimo. Anche nei territori che durante l’estate erano stati temporaneamente liberati qualcuno si pente di avere fornito ospitalità e sostegno ai partigiani, sperando in una liberazione rapida ed esponendo le proprie famiglie alle rappresaglie di repubblichini e nazisti. «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo» spiega a Johnny un mugnaio. «Ma al disgelo gli Alleati si rimuoveranno e daranno il colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non t’offendere, ma voi siete la parte meno importante in tutto intero il gioco, ne converrai.» Johnny ne conviene, ma resiste: sarà “l’ultimo dei passeri”, come urla uscendo nella tormenta (e vergognandosene subito), il partigiano che non andrà in letargo. Nel lungo inverno combatterà contro fame, freddo, epidemie, solitudine, nostalgia di casa, astinenza da tabacco.

Qualche anno dopo, l’ex partigiano Beppe Fenoglio dirige un’azienda vinicola. Il tempo libero lo dedica allo studio e alla traduzione dei suoi autori preferiti (inglesi e classici) e alla scrittura. In quegli anni la guerra sembra aver dato a tutti un romanzo da raccontare.
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me [...]. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare. Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere.
Scriveva ininterrottamente per ore
. (Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo 1995, p. 120).
Fenoglio non crede che il suo romanzo sia migliore di quello di molti altri. All’inizio non è nemmeno sicuro di avere un romanzo. La sua prima raccolta di racconti piace più a Calvino che a lui.

La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento d’un vizio. Eppure la constatazione di non esser riuscito buono scrittore è elemento così decisivo, così disperante, che dovrebbe consentirmi, da solo, di scrivere un libro per cui possa ritenermi buono scrittore. (Opere, vol. III, p. 201).
Il libro crescerà, lentamente, una sera dopo l’altra, una sigaretta dopo l’altra. Forse per cercare uno stile più suo, o tentare un impossibile distacco da una materia troppo scopertamente autobiografica, Fenoglio inizia a scriverlo in inglese, per passare in seconda stesura a uno strano italiano, ancora sporco di anglismi ma secco, nobile eppur maldestro, come un Cesare o un Livio tradotto alla benemeglio da uno studente ginnasiale – e in fin dei conti quale lingua migliore per l’epica dei partigiani di Badoglio? Non è solo un problema di stile: il libro è l’ennesimo memoriale di guerra, genere ormai inflazionato. Per di più, indulge in episodi che nessuno appare ansioso di condividere – l’esperienza dell’autore nell’esercito regio, prima e dopo il 25 luglio; non omette la vergogna dell’otto settembre; descrive partigiani comunisti e badogliani come antieroi volonterosi, ma prigionieri di una mentalità strategica sbagliata. L’esperienza per altri gloriosa della repubblica di Alba viene descritta impietosamente come un catastrofico errore tattico, che preclude alla rotta dell’autunno ’44: poche settimane dopo Johnny si ritrova solo sulla sua collina, a mettere insieme tremando una sigaretta che non può accendere.

Mentre il romanzo gli cresce davanti, mentre pesta sulla macchina da scrivere e tossisce, Fenoglio si rende probabilmente conto di quanto poco tutto questo sia commerciabile. Un romanzo che si concede la stessa severa ironia nei confronti dei maestri di mistica fascista e dei comandanti partigiani (a volte del resto si tratta delle stesse persone). Un libro sulla provincia senza nessuna concessione al vernacolare, dove mugnai e contadine parlano come personaggi di Omero. Un libro in cui i partigiani non fanno che commettere errori, sparare quando devono scappare, scappare quando devono sparare (ma in generale si scappa molto più di quanto si spari). Prima che scrittore Fenoglio è un uomo pratico. Con Einaudi non ci prova nemmeno. Manda invece una stesura a Garzanti. Gli rispondono proponendogli un taglio drastico: far morire il personaggio subito dopo l’otto settembre, concentrandosi sull’esperienza di Johnny nell’esercito regio, nei giorni cruciali dell’armistizio. Quanto alla guerra partigiana… a Garzanti non interessa. È un po’ come proporre a Melville di far affondare il Pequod appena salpato da Nantucket, ma Fenoglio non si considera certo un Melville. Piuttosto un mercante di vini, e scrittore di quart’ordine, e gli editori hanno senz’altro più fiuto di lui.
Il breve romanzo uscirà nel 1959 col titolo Primavera di Bellezza, senza destare particolare attenzione di pubblico e critica.

Il vero libro è quello che rimane negli scartafacci di Fenoglio, una poltiglia inestricabile di italiano classicheggiante e inglese miltoniano. Ma nel 1959 Fenoglio non sa di essere un bravo scrittore: è abbastanza persuaso del contrario. L’abitudine a pensare in miltonese e tradurre in un italiano marziale e senza tempo la vive più come un limite che come una risorsa espressiva. Eppure qualcosa in lui resiste. Dopo avere ucciso il suo alterego all’inizio della guerra antifascista, Fenoglio lo resuscita, e si rimette a lavorare sul rovente materiale della guerriglia nelle Langhe. Fa in tempo a uccidere Johnny una seconda volta, stavolta alla fine del gennaio ’45, nel primo conflitto a fuoco dell’anno nuovo (la parte finale, in cui negli ultimi mesi di guerra segue le truppe inglesi come interprete, viene accantonata senza essere tradotta in italiano).
Vuole farne un altro libro; forse ha riconosciuto nello scartafaccio il suo libro migliore. Ma non ha più tempo: si arrende al cancro ai polmoni nell’inverno del 1963. Aveva 41 anni. Lo scartafaccio finisce nelle mani dei filologi, che ci litigheranno per qualche anno senza riuscire, a tutt’oggi, a pubblicarne una versione completa e coerente.
Quello che trovate oggi sugli scaffali si chiama Il partigiano Johnny (il titolo glielo diede il primo curatore). È privo della prima parte (l’esperienza militare di Johnny fino all’otto settembre), dell’ultima (le avventure di Johnny come interprete degli inglesi), e di tanti altri episodi importanti, eliminati da Fenoglio nel tentativo di trasformare il libro di una vita in quello che sarebbe piaciuto agli editori, e magari anche ai lettori, un romanzo breve.

Fenoglio aveva chiesto di riposare ad Alba, al riparo dal vento cattivo di quella langa che Johnny aveva difeso da solo per un inverno intero, quando gli stessi abitanti gli suggerivano di farla finita, tornare a casa, non restare ultimo passero sul ramo. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e di partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» (Opere, vol. III, p. 200).

I suoi brani sono citati dall’edizione critica Einaudi in cinque volumi, a cura di Maria Corti, oggi fuori commercio.
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Fischiasse un po' di vento

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2° UPDATE Troppa pioggia, non si fa più. Ce lo hanno detto adesso. Chiedo scusa a tutti.
UPDATE: Non solo fa freddo, ma spioviggina. L'incontro è spostato al Palaconad (pochi metri più in là al coperto).


Per una volta forse riesco a dare un annuncio in tempo: domenica 18, a partire dalle 19, alla Festa del Partito Democratico di Modena (spazio Cabò) il collettivo Barabba presenterà Schegge di Liberazione. Ci sarà il Coro delle Mondine di Novi (che pare si sposi molto bene) e ci sarò persino io; dovrei leggere un brano che nel libro non c'è (ma nel blog sì). Speriamo faccia fresco.
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Morte e Liberazione

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Scava Ferruccio

Con questa vanga, che mi lasciò il povero padre, insieme a un’affittanza e due sorelle da maritare, ora tu scavi, Ferruccio.

Non sai come si fa, ma non mi dire. L’avrai ben visto un giorno un contadino. Si calca il tallone sul pedale e si taglia la terra, zac, un colpo netto, come la gola dei republicanos. Ma te neanche lo sai cos’è un republicanos, Ferruccio, vero? e allora scava.

Ché non sai niente della vita che hai fatto vivere agli altri, non sai niente della morte. Quando m’hai mandato volontario in Spagna, e avevo appena smesso i calzoncini; ad ammazzare contadini come mio padre m’hai mandato: e allora scava, adesso, Ferruccio.

Non ti far fretta, io non ne ho.

Ma t’han da venire le sfioppole alle mani. T’han da venire i calli. T’han da venire le mani da contadino, Ferruccio, che non ti son venute in quarant’anni; le mani di mio padre e di mio nonno, scava, scava. Ma le mani che mi son venute in Affrica, a scavar fosse di negri che non m’avevan fatto niente, le mani d’assassino, le vedi? Per queste non c’è sapone, non c’è sego né lisciva. Queste mani che mi pulsano di notte, quando tutto tace e loro suonano il tamburo, un problema di circolazione dice il dottore, sì, te lo dico io qual è il problema. Son le gole dei republicanos che ho vangato con la baionetta, nella Mancia, e intanto pensavo: sarò dannato, ma almeno le mie sorelle sono a posto. Pensavo, c’è Ferruccio che ci pensa. Bravo Ferruccio. Scava. Scava.

Io che avevo appena smesso i calzoncini perché mi era morto il padre, e quel che mi lasciava era una vanga e due sorelle senza dote. E mi dicesti di andar via tranquillo, ché ci avrebbe pensato il fascio alle sorelle, ma che partire volontario bisognava. Ché le mie sorelle sarebbero rimaste putte sennò, per via che nessuno si voleva portare in casa le figlie di un socialista, e io non capivo, cos’era questo socialismo, una malattia? Se mio padre se l’era presa da giovane, non me l’aveva mai detto, non parlava di politica con me, non parlava di niente. Ho imparato a parlare da per me, Ferruccio, e adesso tu mi ascolti. Mentre scavi.

Quando mi dicesti che ci avrebbe pensato il fascio, che ci avresti pensato tu alla Pace e all’Evelina, Ferruccio. E la Pace ch’era del Diciotto me l’hai lasciata morire di tbc, è così che ci hai pensato. E l’Evelina intanto mi scriveva del moroso, ma che in dote la vanga di papà non gli bastava, e senti, Ferruccio, ma secondo te io non me lo son mai chiesto chi gliele scriveva quelle belle letterine all’Evelina, che non sapeva nemmeno tenere il pennino tra le dita, il parroco gliele scriveva? E al parroco chi gliele dettava? Io che dalla Spagna non ero ancora venuto a casa, e lei che mi scriveva di ripartire in Affrica volontario – l’Evelina! Che quando ero partito si faceva ancora le trecce, e ora mi scriveva del moroso che non l’avrebbe sposata, del disonore, della pancia che le cresceva, Ferruccio! Chi gliele dettava quelle belle letterine! E tu credi che non ho avuto il tempo per pensarci, mentre montavo la guardia sotto l’Ambaradam?

E quando son tornato e ho trovato Evelina zitella, che te l’eri presa in casa come serva; e la trattavi da puttana; e il bambino lo avevi dato ai preti; è stato allora che ho chiesto io di andare in Albania, perché altrimenti v’ammazzavo tutti e due con queste mani: e piuttosto sono andato ad ammazzar dei greci che non m’avevan fatto niente, neanche socialisti erano. Adesso però scavi, Ferruccio.

T’ha da venire il mal di schiena di mio padre; quello lo ha ucciso, altro che il socialismo. T’ha da gelarti il sudore in fronte mentre scavi - e mi dispiace, te lo devo dire, non aver più la forza che ho lasciato in Grecia, perché ti strozzerei, Ferruccio, ti tirerei il collo come al tacchino che sei, che è la fine che ti meriti, ti staccherei la testa a morsi dalla rabbia che m’hai fatto venire, e non sai quanti fantaccini si son presi i ceffoni che volevo dare a te; ma adesso intanto scava, che t’ho da seppellire.

Scava più a fondo, Ferruccio, che devi entrarci te e la tua casa del fascio tutta intera, col capoccione in bronzo. Sai che per quanto scavi non la farai mai grossa come quella che mi sono fatto io, dalla Mancia all’Epiro passando per il Tembien, una fossa grande mezzo mondo ho scavato, per gente che non m’aveva fatto niente, e guarda quel che m’hai fatto tu. T’ammazzassi dieci volte, non sarebbero abbastanza.

Hai scavato?

E allora adesso ascolta. Tu sei morto. Se hai documenti con te, buttali dentro. Poi prendi quella terra, e riempi la buca. Tienti per morto, Ferruccio, e seppellisciti da solo, ché di fosse io ne ho riempite già abbastanza. Hai da colmarla bene, che nessuno ha da sapere dove sei finito. Nessun bambino ha da inciamparci mentre gioca a nascondersi.

Poi prendi la sacca, arrangiati con le carte che ci son dentro. Va’ in montagna dai ribelli, di’ che sei un soldato del re, già di stanza nei Balcani. Di’ che il tuo plotone s’è sbandato a Bologna, che i repubblichini ti volevan metter la camicia nera, che ti sei rifiutato. Fagli veder le mani. Racconta che i miliziani ti volevano ammazzare, e sei scappato. Di’ quel che ti pare, hai sempre saputo raccontarle. Così quando se Dio vuole arrivan gli americani, te sei a posto. E se t’ammazzan prima, ti faranno pure il monumento, Ferruccio, il monumento al martire, ci pensi.

Ma se non t’ammazzano, come non t’ho ammazzato io, tu quando discendi con gli americani hai da tirar tuo figlio fuori dal convento; e mia sorella fuori dal bordello, che è la tua famiglia, Ferruccio, non la mia. Ché un bambino non saprei tirarlo su, son cresciuto ammazzando e solo ad ammazzare son buono ormai.

E se Evelina te lo chiede, sono morto in Albania.

(Schegge di Liberazione è una fantastica iniziativa messa in piedi da Barabba che da due anni riesce a produrre un bel libro collettivo sulla festa che ci sta più a cuore, il 25. Questo pezzo è preso dall'ebook dell'anno scorso: quello di quest'anno probabilmente è più bello, ed esiste anche nella versione cartacea. Dovevamo presentarlo a Carpi oggi, ma c'è stata una disgrazia orribile. Buona Liberazione comunque).
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Per resistere, resiste

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"Ma hai sentito che vogliono cancellare la Resistenza?"
"Eh? Cosa?"
"La Resistenza, vogliono cancellarla dalle scuole".
"Ma chi?"
"Come chi, la Gelmini!"
"Ma è uno scandalo".
"Ma veramente".
"Come se... ma tu, scusa, l'hai fatta tu a scuola la Resistenza?"
"Ah, no, io sono arrivato a Caporetto".
"Io a Sarajevo".
"Comunque è uno scandalo".
"Comunque sì".

Ho una teoria (#21): cancellare la Resistenza dalle scuole non è poi quel dramma... (sull'Unità.it; si commenta qui).

Ma è vero che la Gelmini vuole cancellare la Resistenza dalle scuole? Sì e no. Non è vero che i nuovi programmi ministeriali abbiano eliminato la lotta antifascista. È semplicemente successo che i collaboratori della Gelmini, dovendo sintetizzare il programma di Storia del Novecento in una paginetta, non abbiano usato la parola “Resistenza”. Per loro stessa ammissione, affrontare la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra senza toccare l'argomento è praticamente impossibile. Dipenderà poi da ogni singolo insegnante, che alla paginetta allegata a una circolare darà un'occhiata a settembre, per poi rinchiuderla in un cassetto e non guardarla probabilmente mai più. L'approccio degli insegnanti dipende molto più dai libri di testo, e sui libri per ora la Resistenza resiste.

È curioso che si accusi la Gelmini di questo tipo di revisionismo: si dà per scontato che la Resistenza sia un punto fermo dei programmi di Storia della scuola dell'obbligo. Eppure, se ci pensate bene, fino a poco tempo fa non lo era affatto. Sono piuttosto rari quelli della mia generazione che hanno fatto in tempo a studiare i partigiani a scuola: e questo non a causa del programma: sui foglietti del ministero magari la parola “Resistenza” c'era. Ma poi mancava il tempo, a Pasqua si arrivava a Sarajevo e il fascismo era confinato negli ultimi mesi. Ciononostante in qualche modo ce l'abbiamo fatta anche noi, a crescere antifascisti. Viceversa, oggi i programmi dedicano alla Storia del Novecento un anno intero di scuola dell'obbligo: c'è tutto il tempo per affrontare i totalitarismi e capire l'insidiosa differenza tra repubblichini e repubblicani; ci sono le giornate della Memoria e del Ricordo, da osservare nelle scuole di ogni ordine e grado; in pratica, non abbiamo mai avuto una scuola così antifascista; eppure le svastiche incise nei banchi non sono un granché diminuite.

Forse quello che rende ancora così affascinante quel periodo della nostra Storia recente è proprio il fatto che abbiamo dovuto studiarcelo da soli, con strumenti che la solita scuola gentiliana non ci dava. A differenza della Grande Guerra, con le sue triplici alleanze e le sue battaglie, ridotte a uno sbiadito ricordo scolastico, la Resistenza abbiamo dovuto impararla dai nonni: riuscivamo ancora a leggerla in certe scritte sbiadite sui muri tra i quali siamo cresciuti, e nei rancori di persone che conoscevamo. Se l'avessimo studiata a scuola forse l'avremmo sentita molto meno nostra. È una mia teoria: la scuola rende noioso qualsiasi argomento, e la Resistenza non merita di diventare un argomento noioso. Nessun professore di Storia potrà mai davanti a sé la platea di un concerto di piazza, come è successo ancora una volta al comandante Diavolo a Carpi, lo scorso 25 aprile.

I partigiani non erano soldati come gli altri. Non meritavano i soliti monumenti, e forse ha un senso che non si riesca a confinarli in una paginetta di riassunto del Novecento. Del resto, se negli ultimi anni erano riusciti a entrare a scuola, probabilmente non è lontano il giorno in cui ne usciranno: non a causa di una circolare ministeriale, ma perché di Storia se ne insegnerà sempre meno. Nei licei, ad esempio, le quattro ore di Storia e geografia dovrebbero ridursi a tre. A quel punto probabilmente si tratterà di scegliere se insegnare i partigiani o la Cina, i repubblichini o l'Australia. Non ci sarà nessun bisogno di cancellare la Resistenza dal programma: anzi, sarà facile attribuire la colpa agli insegnanti, che non riescono a procedere spediti lungo il '900 con classi di quasi trenta alunni. Insomma, è possibile che i nostri figli dovranno arrangiarsi a impararla in casa o in strada. Come abbiamo fatto noi. E non è detto che sia per forza un male.
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Capire le ragioni (anche di chi aveva ragione)

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Siccome non ci si può scandalizzare per tutto (bisogna anzi fare economia), io di sicuro non me la prenderò se Berlusconi la chiama guerra civile.
In effetti è stata una guerra, ed è stata pure, nel peggiore dei significati, civile.
Basta ricordarsi di aggiungere che i Partigiani, oltre a vincerla, l'hanno pure combattuta dalla parte giusta: l'ha fatto? Pare di sì. Allora tutto ok. Di problemi ce n'è già tanti.



Direttamente dall'archivio del blog che esisteva quando Beppe Grillo non sapeva cosa fosse un blog: Cantico del 25 aprile.
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a's'v'dam

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Sui modenesi, appunto

Appunto sui modenesi: ai modenesi piace ridere di sé stessi.
Questo in genere è un bene: meglio ridere di sé che prendersi sul serio, in assoluto. E tuttavia.

Io non so, nessuno sa, di cos’è fatto esattamente Infinite Jest, il cortometraggio di James O. Incandenza che nell’omonimo romanzo trasforma gli spettatori in amebe desiderose unicamente di vedere Infinite Jest all’infinito (sicché nessuno può tornare vivo a raccontarne il contenuto); e tuttavia, se fossi James e lo dovessi girare a Modena, mi basterebbe riprendere un modenese che, nell’atto di recitare in un film, fatica a stare serio, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà. Di sé stesso, che sorride a denti stretti, pregustando il momento in cui rivedendosi riderà di sé stesso, e la cosa può ben andare avanti all’infinito, e sarà comunque divertente. Per un modenese, certo.

Ma perché poi essere m. dovrebbe essere intrinsecamente divertente, vediamo.
Primo, non invidiamo nessuno. A una certa età è una selezione naturale: chi avrebbe voluto vivere in un altro posto ormai c’è andato.
Secondo: siamo noi stessi sinceramente divertiti di trovarci qui. Cresciuti a tv e internet, è sempre stato buffo mettere il naso fuori di casa e trovarci una piccola città con tutti che parlano strano, e ancora più buffo sentire che anche noi parliamo così. Con nessuno sforzo. Ma insomma sembra tutto messo lì per finta, in attesa di montare una città vera, una vita vera. È un posto dove crescere (con calma) o nascondersi proprio.

Cerco di spiegarmi meglio. Quando autoindulgiamo in quella cadenza, simile a certe che sentite negli spot di generi alimentari, è molto difficile capire dove finisce l’eredità o l’ambiente, e dove comincia la posa. Taglio corto: modenesi non si nasce. Apparentemente. Sei tu che scegli di parlar così, ma non sarà mai una scelta seria. Avrai sempre l’impressione che puoi metterti a parlar normale, da un momento all’altro, se solo lo volessi. Certo, basterebbe prendere un treno per scoprire che non è vero, che l’accento è un destino ancestrale che ti trascini dietro.
Allora fa’ così: quel treno lì, non prenderlo. Problema risolto.

Non so se sono stato chiaro: ogni volta che un modenese parla, è come se prendesse in giro il modenese che è in lui. Siamo la caricatura di noi stessi, e ci divertiamo.
(Il parlare bolognese è inadatto alle lettere d’amore, diceva uno scrittore di quelle parti. Il nostro è inadatto, ormai, a qualunque cosa non sia una barzelletta).
E tutto questo non è colpa della provincia. In provincia ci si prenderebbe anche sul serio, è sempre stata una cosa seria la vita. Ma la provincia più la tv ottiene uno strano effetto. A furia di vedere NY e LA sullo schermo, cominci a pensare che quel che si vede fuori dalla finestra non sia tanto serio.
Quando non avevano ancora i mezzi per ascoltarsi e guardarsi e farsi il verso, i modenesi erano probabilmente gente più seria. Lo sappiamo dagli annali. Tra le altre cose, Medaglia d’oro della Resistenza. Ecco, immaginati i modenesi d’oggi che riparano in montagna con fucili e bombe a mano per resistere all’invasor. Non ce la fai, sembra subito la trama di un cortometraggio ridicolo.

Fortunatamente la Storia non passa più di qui in tank e bombardieri. Ma – la solita prevedibile domanda – se ricapitasse? Che figura ci facciamo?
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- la guerra tiepida

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Piccoli petulanti pizzaioli

1. Un vecchio e un bambino si presero per mano, e andarono in un prato pieno di croci...
Belle queste croci bianche, disse il figlio.
Sono soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà, rispose il padre.
Come te, rispose il figlio?
No, figliolo, è diverso. Io ho attraversato i monti e mi sono imboscato in Isvizzera.
Ma papà, perché non sei rimasto anche tu a difendere la nostra libertà?, incalzò il figlio.
Per chi mi hai preso, per un comunista?, replicò sdegnato il padre.
Il figlio non chiese più niente.

2. È probabile che sui cimiteri del distretto elettorale di Ceppaloni sia imbattibile. Ma per il resto Mastella è una frana, non dovrebbero farlo parlare. Di cimiteri militari del Commonwealth è punteggiata la penisola. Ce n'è uno a Udine, uno a Bologna (bastava leggere 2025...), uno a Milano, dove non è troppo inverosimile che un giorno Luigi Berlusconi accompagnasse il figlioletto. E non importa che molti dei caduti a Bologna, ad esempio, fossero in realtà indiani o pachistani (abilissimi a strisciare nelle macchie dell'Appennino e accoltellare il tedesco in silenzio): sono pur sempre "soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà". Berlusconi è un bugiardo professionista, lo sappiamo. Sbugiardarlo richiede come minimo altrettanta professionalità.

3. I politici italiani che hanno avuto l'onore di parlare al Congresso americano sono stati: De Gasperi, Andreotti, Craxi e Berlusconi. Come dire che dopo il povero Alcide buonanima, gli americani non hanno più azzeccato un solo politico italiano di riferimento. Abbiamo avuto, nell'ordine: un colluso con la mafia; un corrotto morto latitante; un parolaio inconsistente. A questo punto tanto vale mandargli Panariello, tanto che importanza ha: era mattina e non l'ha visto nessuno (quando Aznar o Blair sono saliti in Campidoglio, c'era la diretta anche negli USA).

4. Sulla pronunciation, cerchiamo di essere equi. Pur senza quel magnifico "But no, but no" sfoggiato mi pare con Rasmussen, B. è comunque stato imbarazzante. Una lingua la sai parlare o non la sai parlare: se non la sai ti fai tradurre, come immagino faccia Chirac, e non credo che nessuno lo prenda per un provinciale. Sentire il mio rappresentante che parla di Europa e libertà nell'Assemblea più potente del mondo con l'accento di un pizzaiolo di Toronto m'intristisce, oggettivamente; m'intristirebbe anche se fosse Prodi (ma è B).
Detto questo, devo riconoscere che per essere un sixty-something, Berlusconi non se la cava neanche male. Insomma, non conosco nessun sessantenne italiano con una pronuncia migliore della sua. Allora forse il problema non è della pronuncia, ma dell'età. Già. Dovremmo eleggere rappresentanti più giovani (peccato che siano più fessi, in media).

5. Il discorso in sé era talmente vago che quasi quasi lo sottoscrivo in toto (a parte l'aperture a Putin, ovvio). Il fatto è che per quanto guitto, B. è sempre un po' ragionevole degli opinion-leader al suo seguito: al Congresso ha fatto presente che in breve ci saranno al mondo 6 miliardi di poveri e 2 miliardi di privilegiati. Naturalmente la ricetta proposta (il libero mercato) è una patacca: però almeno mette a fuoco la questione, negando esplicitamente il conflitto di civiltà. (A volte mi chiedo se questo spaventoso conflitto di civiltà contro il quale io polemizzo continuamente – e non solo io – non sia alla fine un mostro marginale, confinato su qualche blog e giornalino di opinione più o meno presentabile. Una comoda sponda per argomenti che comunque rimbalzano subito da un'altra parte).

6. L'atlantismo di Berlusconi è un grosso bluff, che nessuno gli vede per pietà. Quando si è trattato di mettere nero su bianco il proprio sostegno agli Usa, B. ha nicchiato per mesi. Al vertice delle Azzorre non c'eravamo: c'era il Portogallo (ospite), la Spagna, il Regno Unito; c'erano ovviamente gli USA; ma B. no.
Come dice Ciampi, il contingente italiano è arrivato in Iraq solo "a guerra finita" e "su invito dell'Onu", ecc. ecc.. Un malizioso potrebbe dire: siamo arrivati a guerra vinta (vecchia consuetudine italiana) e a pozzi aperti. In ogni caso, la presenza italiana è minuscola, e non ci fa onore: come m'imbarazza il pizzaiolo di Toronto al Congresso, così mi sento disturbato dall'idea che con soli tremila uomini noi ci riteniamo in diritto di mantenere un'opzione dell'Eni sui pozzi petroliferi di Nassiryia. È possibile non vedere la sproporzione enorme tra quello che abbiamo fatto noi e quello che hanno fatto gli angloamericani? Loro hanno, insomma, invaso tutto il Paese, esportato la democrazia in massa. Noi abbiamo addestrato un po' di poliziotti…

7. Eppure anche la nostra omeopatica presenza in Iraq, col tempo è diventata strategica. Dopo il ritiro spagnolo ci bastano tremila uomini per essere forse il terzo contingente in Iraq (di sicuro il secondo europeo). Perciò, anche se siamo in pochi (e abbiamo pretese forse esagerate), gli angloamericani hanno effettivamente bisogno di noi per evitare che l'Iraq sembri una nazione occupata militarmente da una sola potenza nemica. L'altra faccia della medaglia, è che ci bastano tremila uomini per esporre tutta l'Italia a ritorsioni terroristiche. Ora, pur essendo pavido di carattere, e lesto al panico, credo che al Terrore occorra reagire con fermezza. Ma non capisco che senso abbia esporsi al Terrore solo col piedino. Tanto il Terrore è Terrore, per definizione fanatico e integralista: se ha deciso di colpirci, ci colpirà. Ma allora tanto valeva spendersi di più, fare la guerra sul serio. Oppure non fare nulla, e non esporsi neppure. Quello che non sopporto è la guerra tiepida, tutta questa ipocrisia governativa "sì, siamo con gli americani, però non abbiamo partecipato alla guerra, però siamo loro alleati, però non combattiamo ma educhiamo la polizia, ecc.". Come se Al Zarqawi e compagnia s'interessassero dei dettagli. Se davvero avevamo paura di Al Zarqawi, ce ne stavamo a casa. E se non abbiamo paura di lui, dovremmo combatterlo a fronte alta.

8. In questi giorni sono molto impegnato e l'idea anche solo di scaricare e sfogliare l'enciclopedia programmatica dell'Unione mi butta giù. Da qualche parte nelle 200 pagine ci sarà anche l'exit strategy dall'Iraq. Immagino che abbia tempi più brevi di quella prevista da Berlusconi. Se fosse così mi sembrerebbe giusto: l'elettorato di riferimento dell'Unione non ha mai voluto la guerra. In realtà nessun elettorato la voleva, tranne forse quello di Capezzone. A proposito di Capezzone, anche il suo film sulla "Comunità delle democrazie" dovrebbe essere sospeso dalle sale diciamo fino al 9 aprile: non perché non sia immaginifico e ben girato, ma perché rischia di farci perdere voti, e i voti sono molto importanti, vero?
Quando parliamo di ritirarci dall'Iraq, diamo per scontato che l'Italia sia in Iraq. Non è proprio così. 2-3000 militari italiani da un Paese di 25 milioni di abitanti occupato da 140.000 militari USA non sono davvero una gran cosa. Ognuno può avere la sua opinione sulla Guerra in Iraq, ma non c'è dubbio che il nostro aiuto agli americani sia già oggi piuttosto esiguo. E interessato, per di più.
Capisco le ragioni di chi dice che non si può abbandonare l'Iraq nel caos. Nei fatti l'Iraq è nel caos: sciiti e sunniti continueranno a scontrarsi per anni. 3000 italiani, però, non cambiano di molto la situazione.
3000 italiani sono importanti come moneta di scambio tra Berlusconi e Bush (io mantengo formalmente la presenza italiana nella coalizione dei volonterosi, e tu mi fai una marchetta elettorale). 3000 italiani sono importanti perché ci espongono agli attacchi terroristici. 3000 italiani, secondo me, possono andarsene anche domani, e l'Iraq resterà il problema che era prima. Certo, gli USA avranno perso un altro piccolo petulante alleato.
Secondo me se ne faranno una ragione.
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Contro il cerchio e contro la botte
(Caso Kelly e "Resistenza irachena")

1. Contro il cerchio:

Sì, probabilmente se scoppiasse oggi, il Watergate, finirebbe così: Gola Profonda identificato e impiccato, dimissioni e scuse officiali del direttore del Post, e Nixon che vince un altro mandato. Da questo punto di vista il caso Kelly è molto istruttivo: ci ricorda che la democrazia non è una civiltà, ma una battaglia, o forse la tregua tra una battaglia e l’altra: negli anni Settanta un quotidiano di Washington aveva il potere di far dimettere un Presidente, oggi non più. La BBC, senza essere la Bibbia, era un modello di informazione indipendente, in grado di mettere in imbarazzo il potere politico. Appunto, era. Cos’è successo alle democrazie anglosassoni? Si sono un po’ italianizzate, forse.

Io non sono un esperto del caso Kelly, ma naturalmente sono deluso dal verdetto Hutton. Lo sono anche (senz’altro con maggior cognizione di causa) diversi commentatori anglosassoni, qui segnalati da Luca Sofri. Lo è anche Pfaall. Io resto del parere (che lascia il tempo che trova) che il sexing up ci sia stato da entrambe le parti. Per la verità, mi sembra che almeno dall’11 settembre in poi politici e giornalisti vivano in un regime di sexing up coatto, che lascia frastornati noi lettori, figurarsi loro. E chissà quante volte anch’io avrò sexed up qualcosa per farla leggere a qualcuno. Chiedo scusa (purtroppo non posso rassegnare le dimissioni da me stesso).
Tuttavia non posso credere che il sexing up di un giornalista della BBC valga quanto il sexing up di un governo democratico. Una bugia di Tony Blair può uccidere (e ha ucciso) molte più persone di una di Gilligan. Chi non lo capisce, o è in buona fede, o proprio non ci arriva. Io credo che Camillo ci arrivi, però, chissà, magari mi sbaglio (come su tante altre cose).

Detto questo, le scaramucce sull’affare Kelly smettono d’interessarmi. Chi insiste e insisterà sulle colpe della BBC e dei giornalisti in generale, dichiara implicitamente (o esplicitamente) che siamo in guerra e che in guerra è lecito dire bugie. Ma come si fa a dar retta a una persona che arriva e ti dice: “Guarda, ti ho detto delle bugie per il tuo bene, e me ne vanto?” Se trovi giusto dirmele, continuerai a dirmene, e magari me ne stai dicendo in questo momento. Il giornalismo furbacchione alla fine si tira la zappa sui piedi da solo. Alla lunga Camillo non lo leggi più, perché non ti fidi di lui. Neanche quando recensisce dischi jazz – non farà come con certi articoli, che annusa solo il riff iniziale e finale?

Uno sopporta qualsiasi umiliazione nella vita, tranne forse l’essere coglionato. A volte penso che il mio antiamericanesimo sia tutto qui. Chissà, se George Bush si fosse presentato dicendo: "Signori, invaderemo l’Iraq perché ci serve il petrolio e una testa di ponte in Medio Oriente, e per finire una cosa lasciata a metà da mio padre…" io non mi sarei sentito così offeso. Ma la guerra al terrorismo è stata combattuta anche nel mio cervello. Mi hanno raccontato che Saddam Hussein poteva colpire l’Occidente. Mi hanno perfino fatto sentire in colpa per stragi di curdi avvenute vent’anni fa nel disinteresse generale di chi sapeva e poteva evitare. Mi hanno anche preso per un pirla che si beve qualsiasi cosa, con appena un pizzico di sexing up… Non dico che abbiano tutti i torti: è pure possibile che io sia un pirla. Ma quest’aggressione psicologica è stata intollerabile. Credo che Blair e Bush dovrebbero dimettersi. Credo anche che lo stile di vita dell’uomo occidentale debba essere messo in discussione, e alla svelta. Fine del colpo contro il cerchio.


2. Contro la botte:

Un’altra scaramuccia che dopo un po’ non trovo più interessante è l’infinita disputa linguistica sulla “resistenza irachena”. In fondo basta sfogliare un dizionario, no?
Sabatini-Coletti: se sono gruppi “che adottano la violenza come metodo di lotta politica”, sono terroristi; se esercitano un’ “opposizione attiva… contro altre persone o cose”, fanno resistenza. Quindi, tutto sommato, possiamo concludere che sono entrambe le cose. E che anche il CLN era entrambe le cose. E la Giovine Italia.
Una volta chiuso il dizionario, però, ci accorgiamo di quanto sia importante il contesto intorno a una parola. “Resistenza” è una parola come un’altra, ma nel mondo della sinistra italiana poche parole hanno una connotazione così positiva. Io ho la pressione bassa, pure non posso evitare un piccolo tuffo al cuore ogni volta che sento la parola “Resistenza”. La mia impressione è che chi dice “Resistenza irachena” vorrebbe dire (o non si accorge di dire, il che è peggio), “siamo dalla vostra parte, ragazzi”. Ma tanto varrebbe dire: noi, del tal gruppo, stiamo dalla parte dei resistenti-insorti-combattenti-terroristi iracheni. Sì, proprio noi, che l’anno scorso andavamo in piazza con le bandiere arcobaleno. Quest’anno ci ha preso così.
Poi, però, siccome a belle parole siam buoni tutti, bisognerebbe anche cominciare a far qualcosa per questi ragazzi, che di un comizio o un articolo su Liberazione probabilmente non sanno che farsene: raccogliere fondi, spedire vettovaglie, e perché no, munizioni (ricordo che l’anno scorso di questi tempi cercavamo di bloccare i treni). Se abbiamo deciso che c’è una guerra, si fa la guerra, mica i discorsi.
Io però mi chiamo fuori. Non sono pronto per questa svolta filo-resistente-insorta-combattente. Dopo un anno passato a puntualizzare che non eravamo alleati del bieco dittatore Saddam Hussein, l’idea di mandare un aiuto anche simbolico a dei ba’atisti è ancora un po’ troppo forte. Tra un po’ di tempo, chissà. Ma siamo nel febbraio 2004! ho ancora in garage pacchi di adesivi arcobaleno!

A proposito di discorsi, ieri c’era un articolo molto interessante di Tariq Ali sul Manifesto (Forse oggi il link è spostato qui). tariq Ali è un intellettuale anglo-pakistano che sull’attuale fase di “pacificazione” in Iraq dice cose molto dure: gli iracheni stanno peggio oggi che sotto Saddam, l’Iraq sarà consegnato all’”impostore” Chalabi, l’Onu ha assunto la stessa posizione degli Usa, ecc.. E, naturalmente, il governo italiano che ha mandato un contingente è complice degli americani. E scrive:

Noi sappiamo che certamente Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può aspettare che improvvisamente sostengano una variante irachena o palestinese.

Io non so come possa reagire il lettore medio a un’affermazione così, ma per me è come strisciare le unghie su chilometri di lavagna. La resistenza irachena sarebbe una “variante” di quella italiana? In che senso una “variante”, quali cose variano e quali restano uguali? Le autobombe contro i civili iracheni sarebbero “varianti” delle forme di lotta partigiana? E devo dedurre che l’invasione americana (che sicuramente è più cruda di come ce la racconta la Fox) è una “variante” dell’occupazione nazista? Non varrebbe la pena di mettere nero su bianco cosa si intende per “variante”? Oppure: non varrebbe la pena di non mettere nero su bianco proprio nulla?

A me la Storia piace, ma se il suo destino è di attirarci costantemente in paragoni fuorvianti, forse varrebbe la pena chiudere gli archivi e sostituirla nelle scuole con due ore alla settimana di uncinetto. Anche perché questi discorsi non li facciamo tra noi, nel chiuso delle nostre salette o delle nostre coscienze, ma sotto gli occhi di una propaganda filoamericana molto smaliziata, che di farci passare per filo-terroristi ha una gran voglia. Ma non siamo mica allo stadio, qui, non basta tifare per un professionista che tira calci al pallone: si tratta di sostenere concretamente persone che stanno ammazzando altre persone. Non si potrebbe almeno aspettare e cercare di capire chi sono e cosa vogliono?

Due anni fa io ero contro il neoliberalismo occidentale. C’è stato l’11 settembre e il neoliberalismo occidentale ha sviluppato una nuova forma di imperialismo. A me non piaceva, e ho cercato di oppormi – per quel poco che potevo. Quando gli Usa hanno manifestato l’intenzione d’invadere l’Iraq, io ovviamente mi sono opposto. Non perché pensassi che si potesse evitare una guerra del genere (che era in agenda da un sacco di tempo), ma per cercare di consolidare in occidente una massa critica contro il neoimperialismo e il neoliberismo occidentale. Per questo motivo, mi sono alleato con i pacifisti tout court, anche se non sono un pacifista gandhiano. È stata un’ottima idea: il movimento pacifista ha dato, almeno per un momento, l’idea di quella massa critica. Mi pare una delle cose migliori che ho, che abbiamo fatto.
Ora mi si chiede di abbandonare quell’alleanza per mettermi a tifare per gente che non conosco, finanziata probabilmente da emiri e mullah che non apprezzo, che continua a combattere quello che l’anno scorso non volevo neanche che iniziasse, e cioè una guerra. Una guerra che, tra l’altro, ha scarsissime possibilità di vittoria. Ma allora anche voi mi avete preso per un pirla.
E se anche voi, come quegli altri, mi avete preso per un pirla, può darsi veramente che io… che io…
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Cantico del 25 aprile -- terza e ultima parte

Il melodramma volge al termine. Vale la pena di ribadire che ogni riferimento a persone, cose, ecc., è puramente casuale.

I 25 aprili futuri

Passerà il tempo che deve passare, cambieremo lavoro e famiglia, governo e alleanze, cambieremo perfino idea, ogni tanto; ma io non sono mai stato un ottimista, sai, mi riterrò soddisfatto se il futuro mi consente di venirti ancora a trovare da qui a dieci anni, e a litigare, perché no, sarebbe già un discreto risultato.
“Passavo di qui, mi son detto: magari è in casa”.
“Hai fatto bene. Sali”.
Una fitta sparatoria eccheggia dal salotto. “Piero, saluta lo zio Davide. Piero!”.
Piero è distratto, comprensibilmente: sta attaccando da solo un commando di terroristi palestinesi. A Natale suo padre gli ha portato la Playstation V. “Ciao, zio”.
“Vieni di là, ti faccio un caffè”.
“Grazie”.

In cucina c’è una pila di fogli protocollo a quadretti, sfregiati ovunque di rosso. Verifiche di matematica.
“Siamo in fase correzione intensiva, eh?”
“Oddio, che vergogna, sono così indietro…”
“Anche a me piaceva correggerli in cucina. Poi li restituivo con le macchie di sugo. Ero veramente un gran cazzone”.
“Non ti manca un po’ la scuola?”
Alzo le spalle. “Era troppo alto il rischio di diventare un tuo collega”.
“Stronzo. Ma il nuovo lavoro come va?”
“Non mi lamento”.
“Il 25 lavori? O vai da qualche parte?”
“Il 25? Sai che non ho preso impegni? Penso che starò a letto fino a mezzogiorno”.
“Senti… vorrei chiederti un favore. Un favore grosso”.
“Spara”.
“Mi… mi hanno invitato in montagna per il ponte”.
“Ottimo. Un po’ d’aria buona farà bene anche a Piero”.
“Ecco, in realtà non… Piero non è stato invitato”.
“Ah”.
“Cioè, magari… però io ho pensato che… insomma, era meglio non portarlo”.
“Ho capito”.
Il caffè gorgoglia, si mescola al gemito dei terroristi che sale dal salotto. Piero è passato all’arma bianca.
“Ma è una cosa importante, sai, lui… è un tipo serio”.
“Ti ho detto che ho capito”.
“Quello stronzo di suo padre è sempre in Germania e i miei genitori… mi vergogno a chiederglielo”
“Non ti devi vergognare”.
“E poi andate d’accordo, voi due”.
“Ci lasci il frigo pieno?”
“Però non farlo giocare alla playstation tutto il giorno. A volte mi spaventa”.
“Se il tempo è bello potremmo andare al corteo”.
“Ecco, bell’idea. Quanto zucchero?”
“Niente zucchero, grazie”.
“Aspetta un momento. Di che corteo stai parlando?”
“Il corteo dell’Anpi, hai presente? Danno anche lo gnocco fritto. Magari lui non c’è mai stato”.
“Stai scherzando, spero”.
“No, perché?”
“Non posso credere che facciano ancora il corteo, sono dei matti”.
“È pur sempre il venticinque aprile, sai”.
“Il venticinque aprile! E ti sembra una cosa da ricordare con un corteo? L’anniversario della sconfitta?”
“Non è proprio una sconfitta. Si chiama liberazione”.
“Ma lo sai meglio di me che è col 25 aprile che è cominciato tutto! Lo strapotere americano in Europa! La spartizione di Yalta! Quei porci ci hanno succhiato il sangue per sessant’anni!”
“Dai, Costanza…”
“Ci hanno sfilato il Medio Oriente da sotto il naso! Ti sembra giusto pagare il petrolio al prezzo che ci fanno loro? Il petrolio che abbiamo scoperto noi europei?
“Costanza…”
“E adesso hanno cominciato a rincarare anche i cereali! E l’acqua. Ormai controllano anche l’acqua. Hai visto quello che è successo al Kashmir, no? E lo Zimbabwe?”
“Cosa vuoi mai, c’era una dittatura…”
“Li hanno bombardati al tappeto per due settimane! Migliaia di morti! E tu festeggi con loro?”
“Io ho sempre festeggiato, Costanza”.
“Sei un incoerente. Te l’ho sempre detto. Se ti vedesse tuo zio”.
“Cosa c’entra mio zio, adesso”.
“Tuo zio era uno dei pochi che aveva capito tutto. Voleva un’Europa continentale libera, orgogliosa, gelosa delle sue risorse. Ed è morto per questa idea”
“Mio zio è morto perché si filava tua nonna”.
“Ma è possibile che a quarant’anni tu non riesca a capire…”
“Costanza….
“Sei ancora il solito patetico pacifista col mito dei partigiani che…”
“Stavo scherzando. Non lo fanno più il corteo”.
“Non lo fanno più?”
“No, l’Anpi ormai non c’è più”.
“Perché mi hai detto che volevi portarlo al corteo?”
“Per farti arrabbiare. Mi piace farti arrabbiare”.
“Sei uno stronzo, sai”.
“Sei carina quando ti arrabbi”.
“Ma vaffanculo”.

Il 25 aprile 2013 io e Piero lo passiamo così:
ci svegliamo a mezzogiorno, facciamo colazione e massacriamo un centinaio di hezbollah per ora di pranzo. Pranziamo verso le tre, poi, siccome è una bella giornata, ci vien voglia di tirar fuori le biciclette e salire sull’argine.
“Facciamo una gara?”
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.
“Tu e i tuoi amici venivate qui da ragazzi?”
“Qualche volta venivamo a farci le canne a pescare. Non ho mai preso niente”.
“E mia mamma veniva?”
“No, non era il tipo”.
“Mamma dice che da ragazzo tu le andavi dietro”.
“Non crederai mica a tutto quello che ti dice tua madre”.
“Dice che sei uno stupido, perché per tanti anni le sei andato dietro e non gliel’hai mai detto”.
“Anche se gliel’avessi detto non sarebbe cambiato niente”.
“Dice che da ragazzo, se m’innamoro di una ragazza, non devo essere stupido come te, devo dirglielo subito”.
“Seh… parla l’esperta, parla”.
“Ma perché non glielo hai detto?”
“Sai che fai un sacco di domande?”
“Scusa”.

“Non potevo mica dirglielo in mezzo a tutta la gente, mi vergognavo”.
“Perché non hai telefonato?”
“Non si dicono queste cose per telefono”.
“Perché?”
“Volevo portarla in un posto tranquillo, dove non ci fosse nessuno, e dirglielo”.
“Aaaaaaah!”
“Levati quel sorrisino dalla faccia, cosa credi? Io ero un ragazzo serio”.
“Perché non l’hai invitata in montagna?”
“Tante volte l’ho invitata in montagna, ma lei non è mai voluta venire”.
“Perché?”
“Non so, ogni volta ci mettevamo a parlare di politica e litigavamo. Poi lei si è messa con tuo padre”.
“Tu e papà eravate amici?”
“Non ci conoscevamo tanto bene”.
“Mamma dice che tu non lo potevi sopportare”.
“E vabbè, che dovevo fare? Mica potevo ammazzarlo”.
Che cos’ho detto?
“Che cos’hai detto?”
“Niente”.

L’argine attraversa il paese e lo abbandona in un minuto. Si snoda in una campagna piatta, dove nessuno ha ancora trovato conveniente edificare. Scarta a destra, poi a sinistra, aggirando una vecchia corte, un agriturismo.
Quello era il podere della mia famiglia. E mio zio è sepolto lì, da qualche parte. Non può essere altrove. Non si può fare molta più strada, a piedi, tallonato da una carabina, magari con una vanga in mano.
È molto difficile riuscire a immaginare i pensieri di un uomo che sta scavando la propria fossa. È chiaro che fino all’ultimo deve aver sperato di salvarsi. Forse ha pensato a uno scherzo. Erano due ragazzi, dopotutto. Ma è vero che avevano alle spalle anni di orrori.
Avrà supplicato. O era troppo fiero per farlo? O sapeva che era inutile?
Insomma, non lo so. Ho provato tante volte a pensarci. Ma devo arrendermi: tra me e mio zio e il suo assassino c’è troppa distanza. Io non posso immaginare quel che hanno provato. Erano diversi da me. Erano un’altra razza. Erano in guerra. Io non so cos’è la guerra.
E non me ne devo vergognare. Anzi. Forse dovrei esserne fiero.

“A cosa pensi?”
“Alla guerra”.
“Allo Zimbabwe?”
“No, alla guerra che c’è stata qui”.
“Perché, qui c’è stata una guerra?”
“Sessant’anni fa. A scuola non vi hanno detto niente?”
“Non mi ricordo”.
“Sai che festa è oggi?”
“Certo che lo so. San Marco Evangelista”.
“Che cosa?”
“È il patrono di Venezia. Sai che la sua tomba ce l’avevano i turchi e non la volevano dare ai veneziani, allora i veneziani lo hanno rubato e lo hanno nascosto in mezzo a della carne di maiale”.
“E te le raccontano a scuola queste puttanate cose?”.
“Sai che i musulmani non sopportano la carne di maiale, così al confine non hanno fatto l’ispezione, e sono riusciti a portare il corpo a Venezia. Per questo lui è un simbolo dell’orgoglio europeo, e…”
“Aeeetchm!”
“Hai il raffreddore?”
“No, sono i fiori”.
La primavera è precoce, quest’anno. “Piero, hai presente quella canzone… l’avrai sentita senz’altro… quella che fa
E questo è il fiore / del partigiano / O bella ciao, etc.”
“Beh?”
“Sai chi erano i partigiani?”
“Erano dei soldati”.
“Ma non erano soldati regolari. Sai, l’Italia era stata invasa dai tedeschi, e…”
“Ma i tedeschi non sono nostri amici?”
“Erano nostri amici, ma poi…”
“Che confusione”.
“Hai ragione. Ma una volta se ti va ti racconto la storia. Sai che tuo bisnonno era un partigiano?”
“Ha ucciso molti nemici?”
“Sì… no… non so. Torniamo a casa?”
“Facciamo a chi arriva prima”.
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.

Sessantotto anni prima, a quell’ora, la gente scendeva in piazza a festeggiare. Chi aveva ucciso festeggiava di non dover più uccidere; chi si era nascosto festeggiava di non doversi più nascondere. E poi, certo, c’era chi anche quel giorno covava i suoi rancori, e approfittava della confusione: e non dobbiamo scordarcene. Ma era una bella giornata, e la guerra era finita: e se abbiamo 364 giorni all’anno per litigare su tutto, pure la gioia di quel giorno dovremmo essere capaci di festeggiarla. Per chi ha combattuto, per chi è morto, per chi ha sofferto, per chi era stanco di sparare in montagna, e aveva voglia di portarsi su la morosa. O dobbiamo litigarci anche questa gioia? Che senso ha?
Chiedete a chi ha combattuto: loro sanno quant’è bella la pace, il primo giorno. Con un po’ di fantasia dovremmo essere capaci di capirlo anche noi. Buona Liberazione.
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Cantico del 25 aprile
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Ehm, allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, una qualche festa ci sarà”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla tranne forse tuo nonno; fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Ma le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso leggeri come angioletti.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassì in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline invisibile dilaghi in valpadana, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario della sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una testimonianza…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”
“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Devo essere allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si più è candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua)
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Uno tra tanti:

Giordano Cavestro (Mirko)

Di anni 18 – studente di scuola media – nato a Parma il 30 novembre 1925 – nel 1940 dà vita, di sua iniziativa, a un bollettino antifascista intorno al quale si mobilitano numerosi militanti – dopo l'8 settembre del 1943 lo stesso nucleo diventa centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma – Catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana (Parma) nel corso di un rastrellamento operato da tedeschi e fascisti – Processato il 14/4/1944 dal Tribunale Militare di Parma – condannato a morte, quindi graziato condizionalmente e trattenuto come ostaggio. – Fucilato il 4 maggio del 1944 nei pressi di Bardi (Parma) in rappresaglia all'uccisione di quattro militi, con Raimondino Pelinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti.

Parma 4/5/1944

Cari compagni,

ora tocca a noi.
Andiamo a raggiungere altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia.
Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.
Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vista di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.
Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.
La mia giovinezza è spezzata, ma sono sicuro che servirà da esempio.
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Cara mamma e cari tutti,

purtroppo il Destino ha scelto me ed altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegnatevi al più presto alla mia perdita.
Io sono calmo.
Vostro
Giordano.

Dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

Buon 25 aprile.
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