Dieci anni in Paradiso

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1° novembre – Tutti i Santi

A chi di voi legge abbastanza abitualmente il Post, può capitare ogni tanto di trovare in prima pagina un pezzo sul santo cattolico del giorno. Di solito li firmo io, e non parlano necessariamente del santo del giorno. A volte non è proprio il santo cattolico - a volte non è nemmeno un santo - a volte non parlano proprio di niente in particolare, ma insomma ormai sono una tradizione, da quand'è che sul Post escono questi pezzi? Da dieci anni. Auguri! Cioè in realtà il blog dedicato aprì dieci anni e quasi un mese fa (il primo pezzo era dedicato a Santa Teresina del Bambin Gesù), ma credo abbia più senso festeggiare nel giorno dedicato a tutti i Santi. Come passano in fretta dieci anni, ultimamente.

Santi agiografati sul Post per secolo dopo Cristo.

L'idea era molto più antica (ho degli appunti che risalgono al 2002) e ispirata, credeteci o no, all'oroscopo di Internazionale, sì quello di Bob Brezsny che in realtà credo di avere smesso di seguire proprio verso il 2002 quando ho capito, e mi ci è voluto pure un po', che non era ironico, che ci credeva davvero. Ma insomma il concetto era simile: decostruire una delle classiche rubriche da quotidiano, usarla come cavallo da Troia per scrivere tutto quello che mi andava. Ovviamente i santi non hanno l'appeal dell'oroscopo, ma non bisogna sottovalutare che ogni giorno è l'onomastico di qualcuno - certo, è un discorso che funziona finché si dedicano pezzi a Francesco o a Teresa, non ad Agabo o a Gwynllyw. In ogni caso il nome più gettonato fin qui è Giovanni: Giovanni Bosco, Giovanni Nepomuceno, Giovanni decollato, Giovanni da Copertino, Giovanni Paolo II, Giovanni Damasceno, Giovanni Evangelista e non dimentichiamo che anche Francesco d'Assisi in realtà si chiamava Giovanni (c'è anche un pezzo su Giovanni Lindo Ferretti, che però non è ancora esattamente un santo, anzi spero lo diventi il più tardi possibile). Tra i nomi femminili probabilmente vince Maria, non solo perché alla madre di Dio sono già stati dedicati nove pezzi, ma anche grazie a Maria Maddalena, Maria Goretti, Maria Egiziaca, Marguerite-Marie Alacoque e perché no? Jean-Marie Vianney.

Provenienza geografica (se i confini fossero sempre stati quelli del 2021).


Ho messo un link al primo pezzo ma è molto difficile che funzioni - come notano gli esperti, Internet come archivio è una frana. In particolare dopo due o tre anni il Post fece un restyling generale e non vorrei che sembrasse una critica, insomma lo so che sono cose inevitabili, ma i link più vecchi non funzionano più e alcuni pezzi sono visibili solo parzialmente, perché erano divisi in pagine. A volte penso che dovrei mettere a posto tutto, un pezzo alla volta. Altre volte penso che si farebbe prima a ripartire da capo. Ho cominciato entrambe le cose e mi sono interrotto entrambe le volte. Sul mio vecchio blog personale ho ricopiato quasi tutti i pezzi, ovviamente modificando le cose di cui mi vergognavo di più e a volte smontando e rimontando cose qua e là e ora il risultato è che in giro per il web ora ci sono due o tre versioni dello stesso pezzo. Una cosa molto medievale, tutto sommato.

Ho detto medievale? Quando ho cominciato ero convinto che avrei parlato soprattutto di Medioevo, ma a quanto pare non è stato così. Anche se la media di tutti i pezzi (inclusi quelli dedicati ai patriarchi e ai profeti della Bibbia, la cui datazione è abbastanza incerta) mi dà come risultato il 745 dC, i secoli più visitati in assoluto sono il primo (una ventina di pezzi è dedicata a personaggi del Nuovo Testamento) e il terzo, il secolo ruggente dei martiri. Il personaggio più antico sarebbe Isacco: quello più recente, sia per età che per canonizzazione, Giovanni Paolo II, non a caso soprannominato "Santo subito". Il secolo medievale più frequentato è il Duecento, grazie agli ordini mendicanti. C'è un altro picco più difficile da interpretare nel Cinquecento. La contemporaneità (Otto e Novecento) si difende bene: una ventina di santi su... a proposito, quanti santi abbiamo coperto fin qui?

Santi per cittadinanza, un grafico che non ha moltissimo senso.


Il conto è difficile. Occorre detrarre i pezzi in cui davvero il santo era un mero pretesto, e i casi in cui ho voluto trattare da santo un personaggio che non lo è, o un santo che la stessa Chiesa ha riconosciuto come mai esistito (Simonino). Ma è capitato anche il contrario, ovvero che uscisse sul Post un pezzo su una santa che ancora non lo era (Angela da Foligno) e qualche anno dopo lo è diventata. Al netto di ciò il conteggio dice 10243, a cui bisogna evidentemente detrarre le diecimila vergini che secondo la leggenda sarebbero state martirizzate con Sant'Orsola (ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione). Se evitiamo di contare anche i 40 martiri di Sebastea e i 26 compagni di Paolo Miki (questi ultimi purtroppo furono crocefissi davvero in Giappone, non è una leggenda) si arriva al comunque ragguardevole totale di 178: a questo punto l'obiettivo di farne almeno 365 non sembra poi così lontano. Speriamo che i prossimi dieci anni non scorrano ancora più veloci. Abbiamo 60 martiri (più i 40 di Sebastea), 42 vergini, 35 vescovi, 113 eremiti, sette monaci (per lo più benedettini), sedici frati (con una netta preponderanza dei francescani), 19 religiose, soltanto quattro gesuiti, 13 personaggi dell'Antico Testamento tra cui sette profeti; 14 teologi, 5 apostoli; l'unica categoria che si può dire chiusa è quella degli evangelisti, quattro su quattro.

Santi italiani per regione
Santi italiani per regione


Da dove vengono i Santi di cui qui si è parlato? Qui il conto è complicato dal fatto che in duemila e più anni i confini sono cambiati e di molto, al punto che una delle nazioni più rappresentate sarebbe la Turchia: che però al tempo dei dieci santi in questione non si chiamava ancora così, dato che i turchi vivevano altrove. In ogni caso, se decidiamo di applicare arbitrariamente i confini di oggi a tutti i santi di tutte le epoche, scopriamo che un terzo del totale proviene dalla cosiddetta Italia. All'interno di quest'ultima, il Lazio è decisamente la regione più venerata, e in generale metà dei Santi proviene dal centro, tra Toscana e Abruzzo. La seconda nazione contemporanea, con un quinto del totale, sarebbe Israele, e non sorprende: al terzo la Francia, al quarto appunto la Turchia. Se invece proviamo ad assegnare a ogni santo la cittadinanza che gli sarebbe spettata alla nascita... entriamo in un ginepraio di questioni oziose; diciamo che prevale la nazionalità ebraica, da Isacco a San Pietro, sempre con un quinto del totale: al secondo posto l'Impero Romano classico, quello che crolla ufficialmente nel 476. Ma è un dato che non dice un granché. Più rilevante contare i santi per sesso: risulta che tre su quattro sono maschi, e se probabilmente sul calendario il rapporto è appena un po' meno sbilanciato in loro favore, mi sembra incredibile aver dedicato 42 pezzi a delle sante, insomma a delle donne: mai me ne sarei creduto capace. A proposito di sessi bisogna rilevare che anche in una categoria come quella dei santi, che non si segnala certo per fluidità, i casi di ambiguità sono meno infrequenti di quel che si potrebbe pensare: abbiamo almeno tre santi rivendicati come patroni dalla comunità LGBT (Sebastiano, Sergio e Bacco) oltre a tre crossdresser, se includiamo nella categoria oltre a Marina e Vitaliano anche Giovanna d'Arco, dato il peso che la scelta di vestire abiti maschili ebbe nella sua incriminazione.

Non riapriamo l'annoso dibattito

Colgo l'occasione per ringraziare tutti quelli che hanno letto fin qui e scusarmi per tutte le volte che mi avete chiesto qualcosa e non vi ho risposto per ignavia o sbadataggine: prometto che d'ora in poi sarò più sollecito ecc. Ringrazio i redattori del Post, che mi hanno corretto tante cose, e il peraltro direttore che mi ha sempre lasciato libero di scrivere qualsiasi sciocchezza: un onore che ho ripagato scrivendone molte, e molte ancora spero di scriverne. Certo, lo sappiamo tutti, Brezsny è su un altro livello, ma si fa quel che si può. Alla prossima.

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Tutti i miei 11/9

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  • L'11 settembre 2001 è uno dei momenti più cinematografici della mia vita: non perché abbia fatto un granché, anzi non ho proprio fatto niente, ma l'Evento mi ha preso proprio in quella brevissima fase in cui lavoravo in un open space di un'azienda che aveva a che fare coi media, insomma ero veramente una di quelle comparse che nei film catastrofici di quel periodo girano smarrite con una cartella in mano da un monitor all'altro cercando di capire se saranno i prossimi a essere schiacciati da Gozzilla o un asteroide. Un altro ricordo che ho è i notiziari in formato video sui siti web, non mi ricordo di averne mai visto uno prima dell'11/9, Youtube era ancora molto al di là da venire. In tutto questo riuscii a scrivere un paio di cose – che dovevano catturare l'emozione del momento anche se ero dall'altra parte del mondo e oggettivamente non rischiavo nulla. Sensazione particolare (narcisistica anche indubbiamente) su cui in seguito avrei riflettuto un po'. E poi cercavo ovviamente già la chiave moralistica, su Repubblica trovai il titolone "Crollano i Future" e mi suonava solenne questa cosa che mentre la gente precipitava da grattacieli in fiamma il vero crollo, quello che minava la società occidentale, fosse quello dei titoli obbligazionari. Poi andai alla festa dell'Unità perché c'era un evento sul Genoa Social Forum; poi mi addormentai sul divano con il tubo catodico acceso su Rainews, trasmise tutta la notte.
    Conflitto: terrorismo vs speculazione.
  • L'11 settembre 2002, in piena fase di attivismo (due mesi dopo il Social Forum di Firenze sarà l'apice del Movimento dei Movimenti) scrivo il mio primo vero temino sull'11/9 che al netto di qualche ingenuità mette già a fuoco il modo in cui avevo deciso sin da allora di interpretare l'Evento. Non solo da un punto di vista ideologico, ma persino i tic retorici sono già gli stessi: si parte irridendo il tormentone del "niente sarà più come prima" per poi riconoscere che nulla è veramente come prima, l'11/9 è uno dei nodi al pettine che annunciano la fine di un'era, lo stile di vita occidentale è insostenibile ma piuttosto di cedere su quel fronte l'Occidente farà la guerra al mondo. La chiave non è più il crollo dei Future ma un discorso che Bush aveva fatto poche ore dopo, in cui chiedeva agli americani di non mettersi l'elmetto in testa ma di uscire e consumare. Così si sarebbe combattuta la vera guerra: consumando. Chiedevo anche già scusa per il tono apocalittico. Già mi lamentavo di invecchiare. Che palla che sono a rileggermi.
    Conflitto: Consumismo vs Resto del Mondo.
  • L'11 settembre 2003 non ricordo cosa fosse successo nel frattempo, ma la spinta propulsiva del Movimento mi sembrava a quanto pare già esaurita, al punto che scrivo questa cosa in cui Genova e 11/9 sono visti come due eventi che si annullano a vicenda, o meglio uno annulla l'altro. "Quando su un tavolo di biliardo una boccia colpisce un’altra, trasferisce su di lei gran parte della sua energia cinetica. La boccia che era immobile schizza via. La boccia che correva si ferma di colpo. Ma se potessimo rallentare come in un filmato, scopriremmo che c’è un istante in cui le due bocce sono ferme, immobili, e l’energia cinetica è trattenuta da qualche parte. La collisione c’è già stata, ma le reazione non ancora. L’11 settembre ci sentivamo così. Venivamo da Genova, andavamo forte, siamo andati a sbattere contro questa cosa enorme. E sapevamo già che non ci saremmo più mossi, e che anche questa cosa enorme in breve sarebbe schizzata via, per la sua rovinosa strada: ma intanto eravamo lì, a bocce ferme, disperati e impazienti".
    Conflitto: 11/9 vs Genova.
  • L'11 settembre 2004 osservo che ormai l'evocazione dell'11/9 è diventato un genere letterario – del resto anche la spinta propulsiva dei blog si stava smorzando; si comincia a fare i conti col fatto che scriviamo tutti le stesse cose. Cedo la parola a Defarge che usa già la parola "panopticon" e preferisce occuparsi di scrittori, notando però che anch'essi tendono allo stereotipo: "Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria..."
    Conflitto: Storia vs Biografia.
  • L'11 settembre 2005... è complicato. Tutti i pezzi del 2005 sono ambientati in una distopia situata 20 anni più tardi, dunque come mi immagino il 24ennale dell'Evento? L'idea è che sia ancora considerata una data storica, ma per motivi del tutto imprevisti. Dai bassifondi di Wikipedia porto alla luce una notiziola strana: il 12 settembre 2001 è stato il primo giorno senza aviazione civile sul Nordamerica (quindi senza... scie chimiche!) il che combinato con un cielo molto limpido ha portato a un aumento della temperatura media di 1° (il più importante da 30 anni, c'è ancora scritto, 15 anni dopo). Che senso aveva? Non ne avevo idea, ma ci costruisco sopra un delirio sul riscaldamento globale, le scie chimiche, il tramonto dell'occidente, ecc.
    Conflitto: Umanità vs Ambiente.
  • L'11 settembre 2006 potevo finalmente confrontare l'11/9 con un evento commensurabile: l'uragano Katrina. Perché ci ostiniamo a sentirci più newyorkesi che neworleanseani, mi domandavo (retoricamente)? Perché non accettiamo che il nostro futuro non è il film d'azione coi grattacieli, ma la palude coi caimani? La contrapposizione ormai è guerra al terrorismo vs cambiamenti climatici: e comincio anche ad ammettere di avere provato, 5 anni prima, una particolare euforia. "Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico. Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta".
    Conflitto: Capitale vs Periferia.
  • L'11 settembre 2007 non ho scritto niente (finalmente). La pressione sociale che ci costringeva a rimodulare gli stessi pensieri commemorativi si stava allentando. Anche i teatri di guerra cominciavano ad annoiare, se ne discuteva un po' quando era ora di votare i rifinanziamenti, o se moriva uno dei nostri. Si sperava molto in Obama.
  • L'11 settembre 2008... continuo a non scrivere niente ma qualche giorno dopo alla Blogfest di Riva del Garda un influencer, in realtà non so come li chiamassimo allora, definisce l'11/9 "la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni", il che mi fornisce il pretesto per tornare sul luogo del massacro ma da un angolazione finalmente diversa: dalla parte del carnefice/pubblicitario/artista-concettuale. L'ipotesi è che sotto i costumi islamici covi un fantasma occidentale: per la prima volta suggerisco che il miglior film per spiegare la mente dei terroristi sia Matrix (riciclerò la cosa sull'Unità.it qualche anno dopo). Se qualche anno prima mi ero interessato agli argomenti dei complottisti, adesso m'intriga la loro mentalità. 
    Conflitto: L'Occidente vs i suoi fantasmi.
  • L'11 settembre 2009 calma piatta, ma pochi giorni dopo si riparla di Afghanistan (non ricordo perché) e butto fuori un pezzo sul mito dell'esportazione della democrazia che un mese fa avrei quasi ripubblicato senza modifiche: "La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia..."
    Conflitto: Neocon vs il buon senso.
  • L'11 settembre 2010 non pervenuto.
  • L'11 settembre 2011, a dieci anni dall'Evento, i tempi sono maturi per affrontare l'elefante nella stanza: l'euforia (un sentimento che avrei riprovato di lì a poco, durante il sisma emiliano).
    Conflitto: Status Quo vs Niente Sarà Come Prima
  • L'11 settembre 2012 una delle variazioni sul tema di cui sono meno insoddisfatto, di nuovo centrato sulla figura del terrorista: avevo scoperto che Mohammed Atta prima di dedicarsi alla jihad si era laureato in architettura con una tesi critica nei confronti dei grattacieli di Aleppo, insomma: l terrorismo come prosecuzione della tesi di laurea con altri mezzi. Nel frattempo Aleppo era stata distrutta durante la guerra di Siria e la Mecca stava diventando il luogo distopico che è oggi. Questa foto continua a darmi i brividi.
    Conflitto: globalizzazione vs buona architettura

  • L'11 settembre 2013 si parla ancora di Siria ma io ormai sono stanco di guerre, anche le guerre di chiacchiere le vivo ormai da veterano: c'è tutto un modo di discutere su qualsiasi guerra che ci riporta sempre sugli stessi luoghi, sugli stessi delitti retorici e ideologici. Le discussioni tra 2001-2003 sono state talmente furiose che chiunque c'è passato non fa che ripeterle all'infinito, come i reduci traumatizzati. Questo vale per me e vale anche per chi litiga con me. "Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi"
    Conflitto: ideologia vs buon senso
  • L'11 settembre 2014 non pervenuto, del resto ormai c'era Renzi in giro e qualsiasi altro argomento cedeva il passo.
  • L'11 settembre 2015 ormai si parla di disimpegno americano, e la tentazione di infierire sui neocon calpestando i loro sogni infranti è irresistibile. "Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi. Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film..." 
    Conflitto: neocon vs buon senso.

  • Gli 11 settembre del 2016, del 2017, del 2018, del 2019... non pervenuti. Esauriti gli argomenti, dopo quindici anni. Inoltre settembre sta diventando un mese sempre più pieno di impegni, a volte non scrivo niente per settimane.
  • L'11 settembre 2020 sono molto indaffarato. Stiamo cercando di riaprire la scuola in piena pandemia, è un problema più logistico che didattico, dobbiamo far entrare e uscire 18 classi da tre corridoi diversi, frughiamo negli scaffali in cerca di planimetrie, scopriamo che da qualche parte c'era un piano "antiterrorismo" risalente al 2001 e ci domandiamo: ma cos'era successo di terroristico nel 2001? Ci metto un po' a ricordarmene, l'Evento ormai è lontano, non bazzico più uffici open space ma corridoi affollati. Sono un'altra persona. 
    Conflitto: Niente Sarà Come Prima vs Ma cos'era successo poi?
  • L'11 settembre 2021 sono passati vent'anni, la maggior parte per fortuna facendo altro. Non sapendo cosa aggiungere, metto in fila tutti i pezzi sull'11/9 sperando che l'effetto d'insieme significhi qualcosa. Forse no. 

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Il G8 di Genova: descrizione di sette battaglie

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Ho un problema con chi ricorda Genova. Razionalmente, mi dico, non c'è niente di strano a voler commemorare un episodio che fu traumatico anche per molti che non c'erano. E quindi incoccio in decine di resoconti, un genere letterario già sintetizzato nella formula treno-corteo-mazzate-treno, e non ho il diritto di sentirmi infastidito, ma succede. Leggo tante cose e hanno tutte senso, ma forse le ho lette troppe volte. Alcune ormai hanno fatto il nido nell'inventario dei luoghi comuni: sembra ovvio affermare che a Genova sia finito qualcosa: avrebbe anche un bel senso narrativo immaginare una generazione che lotta per un mondo migliore, si prende un bel po' di mazzate, se ne torna a casa a drogarsi o a imborghesirsi e il mondo peggiora. Insomma un canovaccio già scritto negli anni Settanta/Ottanta che già nel 2001 qualcuno pretendeva di farci recitare, c'era del nervosismo perché non sapevamo bene le battute. Invece non è andata così, a Genova non è proprio finito niente (persino gli errori più marchiani purtroppo sono stati ripetuti di lì a pochi mesi), mentre qualcosa è iniziato. Vabbe'. 

Ho un problema con chi ricorda Genova perché ricordare significa armonizzare la propria memoria con il nostro presente, rimuovere tutte le asperità, le cose che il nostro Io del 2021 non accetterebbe più, costruirsi un passato più sensato e accomodante. Per capirlo mi basta confrontare i miei ricordi, tutti belli carini e armonizzati, con quel che ho lasciato qui scritto, per niente carino, anzi grezzo e imbarazzante, quel passato irrisolto che languisce negli scatoloni del solaio e non avete voglia di aprire e guardarlo neanche con la scusa degli anniversari. Ho un problema con chi ricorda Genova, me stesso incluso. Più ne parlo più mi allontano. Mi toccasse spiegare a chi non c'era, farei una gran confusione e farei apposta, perché il G8 fu soprattutto questo: una gran confusione. Ogni memoria parziale tradisce questo aspetto, ognuno era andato con una sua agenda e ha portato a casa la sua esperienza. C'è chi non crede nell'esistenza dei Black Bloc perché non li ha visti, c'è chi pensa che Casarini fosse il leader del movimento intero e non di una frangia che si era conquistata (anche meritoriamente) un particolare risalto mediatico. 

Il G8 non fu una manifestazione, questa è una cosa che bisognerebbe spiegare a chi ha pazienza. Le manifestazioni più o meno tutti sanno cosa sono e come funzionano: c'è un tema importante, molta gente lo condivide e scende in piazza. A volte è autorizzata, a volte no; a volte la polizia mena, a volte no. La maggior parte di chi arrivò a Genova si aspettava in effetti qualcosa del genere. Quel che successe davvero è che a Genova di manifestazioni ce n'erano tante, promosse da enti diversi, con obiettivi a volte opposti e pratiche che non si conciliavano tra loro, per cui per respirare atmosfere completamente diverse bastava a volte voltare un angolo, o addirittura restare nella stessa piazza ma con una maglietta diversa. E non sto parlando solo del tremendo venerdì delle piazze tematiche: a Genova già da giorni arrivava gente con idee diversissime, in particolare l'associazionismo cattolico era in seminario già da una settimana. Poi ci fu la contromanifestazione delle forze dell'ordine, che fu la vera traumatica novità di quel G8; e sabato ci fu la reazione popolare. Quante manifestazioni ci furono, più o meno nello stesso momento e nella stessa città? Ogni volta che le conto arrivo a un numero diverso, vediamo stasera. 

1. La prima manifestazione, quella che doveva attirare i riflettori del mondo, era quella degli "Otto Grandi": i rappresentanti dei governi di USA Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito, e Russia. Fa veramente strano rileggere l'elenco oggi e pensare che Cina e India non fossero ancora ritenute degne. Questo tipo di vertici si convocava una volta all'anno (si convocano tuttora) e al di là dell'agenda lanciavano un messaggio al mondo intero: siamo noi, le nazioni economicamente più evolute, il vero supergoverno informale del mondo. Ce ne rendiamo conto e ce ne prendiamo la responsabilità. Non c'è bisogno di sottolineare quanto questo approccio sapesse di un imperialismo fuori tempo massimo: persino il G8 a un certo punto ha sentito la necessità di cambiare. Gli impegni presi da quel G8 in materia di ambiente o di lotta alla povertà erano poca cosa e non se li ricorda nessuno. È il caso di ricordare che il vertice di Genova fu il primo evento di questo tipo a cui partecipò George W. Bush, che si era insediato pochi mesi prima alla Casa Bianca malgrado avesse raccolto meno voti del suo rivale democratico, Al Gore. Nella sua campagna elettorale del 2000, Al Gore parlava già di riscaldamento globale, un problema che del resto era già in cima alla priorità della comunità scientifica e aveva già ispirato i protocolli di Kyoto. Per gran parte della base repubblicana che votò Bush, il riscaldamento globale era una bufala.  


2. Contro la manifestazione di potenza dei grandi del mondo, già dal 1999 (Seattle) aveva preso forma un movimento di protesta internazionale. Si trattava per lo più di studenti provenienti dalle nazioni del G8 o comunque da Nordamerica ed Europa Occidentale. Avevano impostazioni ideologiche diverse ma comunque identificabili nella sinistra antagonista (anarchici, comunisti, ambientalisti) e per lo più provenivano da famiglie del ceto medio – potevano permettersi di viaggiare per il mondo. Dopo Seattle, le polizie europee li guardavano con sospetto, convinte probabilmente di assistere all'incubazione di una nuova internazionale terroristica. Sospetti ridicoli, col senno del poi: però gli studenti erano i più facili da fermare alla frontiera. Tra di loro era prevedibile che ci fosse qualche futuro membro della classe dirigente, ad esempio Pablo Iglesias (Alex Tsipras fu bloccato al porto di Ancona). E c'erano anche (non maggioritari) i casseur, che a quel tempo per lo più si ritenevano di matrice anarcoide: i famosi black bloc. Che alcuni fossero infiltrati, della polizia o dell'estrema destra, o semplici turisti del vandalismo, è un sospetto che cominciò a serpeggiare soltanto a Genova. Ovvero: la mattina del 20 era già molto più che un sospetto, ma 24 ore prima nessuno se lo immaginava, nessuno con cui io avessi parlato o di cui avessi letto qualcosa.  


3. Se i vertici del G8 (punto 1) avevano scatenato le manifestazioni internazionali anti-vertice (punto 2), queste manifestazioni a loro volta avevano 'forato il video', calamitando l'attenzione di un pubblico italiano molto più variegato, sia socialmente che ideologicamente. Per dire, a Genova arrivarono gli scout cattolici; le Onlus del Terzo Settore che in quel periodo si avvalevano ancora del servizio civile degli obiettori di coscienza ed erano quindi molto più dinamiche che in seguito; i movimenti di cooperazione; le associazioni ambientaliste; qualche sindacato (mica tanti); c'era Bertinotti che cercava una nuova anima movimentista per il suo partito e bisogna dargli atto che restò lì anche nel momento in cui tutta la stampa aveva deciso che a Genova c'erano gli Unni; tutta questa gente aveva scoperto in tv e sui giornali che si protestava contro il G8 e aveva pensato: giustissimo, andiamo anche noi. Portiamo le nostre idee, prendiamoci qualche piazza tematica, montiamo un banchetto. Se non sbaglio c'era pure Slow Food coi chioschi dei panini, perché alla fine era diventata anche una questione di visibilità, insomma fino a giovedì piazzale Kennedy sembrava una fiera, con gli anarchici internazionali in giro un po' perplessi che si sentisse più odore di salsiccia che di fumogeno. Quando si dice che Genova fu traumatica, bisogna capire che per molti la vigilia fu questo: non erano tutti con Casarini e Caruso a progettare l'assalto alla zona rossa, un sacco di gente pensava che alla fine sarebbe stato un corto normale, con qualche carica e qualche vandalo, ma niente di più. E non si trattava soltanto di persone ingenue: c'era anche l'idea di non lasciare le proteste in mano agli esaltati, di mostrare il fianco più moderato, nella speranza che facesse da schermo. E invece la polizia ci andò giù pari, con tutto l'associazionismo che si era appena federato e si era dato il nome più rassicurante possibile, Rete di Lilliput. Ebbene sì, a Genova i poliziotti menarono anche i lillipuziani. Fu un battesimo del sangue, perché Lilliput non smise affatto di esistere e mettere in rete persone di estrazioni e ideologie diversissime – io sono convinto che Lilliput sia stato uno degli incubatori del grillismo, ma non posso dimostrarlo e non voglio neanche litigare. 

4. Il movimento anti-verticista di cui al punto 2 non aveva ispirato soltanto l'associazionismo, ma aveva trovato un'incarnazione più fedele al modello nel mondo della sinistra antagonista e dei centri sociali. Questo mondo a sua volta era variegatissimo, ma non così settario: anzi, stava cercando di sfruttare la nuova vague di manifestazioni anti-vertice per uscire dai ghetti urbani che si era scavato durante tutti gli anni '90. I centri sociali numericamente non erano così rilevanti: non portarono a Genova fiumi di persone, ma erano gli unici che davano la sensazione di essere, per così dire, preparati al peggio: e invece quel che successe sconvolse anche loro. Alcuni loro rappresentanti avevano partecipato a Seattle e agli eventi successivi; conoscevano la differenza tra Black Bloc e Pink Bloc (sì, c'erano già anche i Pink Bloc); si erano già mobilitati per alcuni vertici che in teoria erano l'antipasto del G8: l'OCSE a Bologna e il Forum Mondiale a Napoli (dove nacque l'orribile nome "No Global"). In queste occasioni avevano chiarito le loro priorità: a nord si puntava il dito sulla contraddizione di una globalizzazione delle merci che negava la globalizzazione dei popoli: si parlava già di "Fortezza Europa" come di qualcosa da espugnare da dentro e da fuori. A sud si sentiva la maggiore presenza dei disoccupati e si puntava sul reddito minimo garantito. Ma obiettivi a parte erano i metodi di protesta il campo in cui gli antagonisti avevano dato prova di una certa creatività, nel tentativo di uscire dalla routine dei tafferugli anni '90, sviluppando pratiche che, cito a memoria, dovevano superare la falsa dialettica violenza non-violenza, ovvero trovare una sintesi tra chi voleva menare le mani e chi professava un pacifismo totale. A nord questa sintesi aveva dato vita alle Tute Bianche, un gruppo che accettava solo un tipo di violenza, ovvero quello passivo: la Tuta Bianca si costruiva in casa un'armatura di gommapiuma e plexiglass con la quale si sarebbe schiantata contro i celerini, nella speranza che lo scontro fosse ripreso abbastanza vicino da una videocamera (il colore bianco serviva a far risaltare il sangue).

  


Le Tute Bianche ci tenevano a non essere confuse coi Black Bloc, e a ragione: i Black Bloc mordevano e fuggivano massimizzando i danni e minimizzando i rischi, in pratica facevano guerriglia. Le Tute Bianche viceversa cercavano la battaglia campale, a richiederla era la loro stessa forma mentis, il modo in cui dividevano il mondo in moltitudini e fortezze e zone temporaneamente liberate. Furono loro a insistere sul concetto di Zona Rossa che andava assolutamente violata – obiettivo che già allora mi sembrava discutibile, e infatti andai in un'altra piazza, giusto per scoprire che la polizia caricava uguale. Dopodiché le manifestazioni hanno sempre un aspetto teatrale, da che esistono i media e anche prima, per cui oltre un certo limite è inutile accusare i manifestanti più esagitati di giocare alla guerra; le manifestazioni sono precisamente questo, per mostrare un conflitto lo metti in scena e speri che i media lo trovino abbastanza interessante. Se non lo trovano abbastanza interessante rischi un po' di più. Casarini rischiava un po' di più, ma non è che Gandhi si comportasse in modo sostanzialmente diverso. Soprattutto Casarini aveva il suo daffare a tenere assieme gente che se non avesse avuto l'obiettivo della Zona Rossa e lo scudo di plexiglass si sarebbe disperso e sarebbe stato tentato da pratiche assai più distruttive (malgrado i giornali lo ritenessero un pericoloso masaniello, Casarini era in sostanza il negoziatore, quello che doveva tenere aperti tutti i canali). Il punto debole non era tanto il plexiglass, quanto la disciplina: per funzionare, la pratica delle Tute avrebbe dovuto essere condivisa universalmente, e invece tutt'intorno c'erano casseur e infiltrati che vandalizzavano automobili e vetrine, o interpretavano la guerra di posizione in senso meno retorico e più letterale. Già venerdì sera le tv non mostravano le ferite riportate dalle Tute, ma la "devastazione"; qualcuno aveva giocato il loro gioco meglio di loro e fu l'ultima volta che fu concesso stupirci della cosa: da lì in poi doveva essere chiaro che a tutti che i media preferiscono le vetrine rotte alle tue ossa altrettanto rotte.

5. Può darsi che le proteste organizzate della sinistra antagonista di cui al punto 4 avessero innervosito i vertici delle forze dell'ordine. Può anche darsi che questi vertici ci tenessero a dimostrare al governo insediato di fresco (il Berlusconi II) che la musica poteva cambiare, se c'era la volontà politica: e una rapida visita del vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini, sembrava voler dire che questa volontà c'era. Fatto sta che la manifestazione più importante del G8, quella che davvero è passata alla storia, fu quella repressiva di polizia e carabinieri (ma anche finanzieri e forestali, sul serio, li ho visti anch'io). Anche questa manifestazione cominciò con una fiera: qualcuno spero si ricorda il tizio vestito da truppa d'assalto che si faceva fotografare da un terrazzo su un piazzale nello splendore del suo abbigliamento antisommossa; e mentre in piazzale Kennedy suonava Manu Chao, dall'altra parte del muro di container i rappresentanti dell'ordine ballavano la tecno. Le mazzate che cominciarono a tirare il giorno dopo non erano in nessun modo proporzionali alle offese eventualmente ricevute; per quanto i giornali continuino a raccontare questa cosa, non è che la polizia intervenisse duramente per reprimere i vandali; i vandali agivano indisturbati mentre altrove la polizia menava cortei abbastanza a casaccio.

Non bisogna stancarsi di sottolineare, finché chiunque continui a sostenere il contrario non soffochi nella sua merdosa ipocrisia, che la violenza delle forze di polizia a Genova è un unicum; non è che poliziotti e carabinieri in generale ci andassero piano con i manifestanti dei centri sociali, ma qualsiasi manifestante di quel mondo che è passato da Genova vi confermerà che quello che si vide lì era sensibilmente diverso. Una violenza cieca, rabbiosa, mal congegnata che trionfò alle Diaz e proseguì alla caserma di Bolzaneto, e che tutto sommato fallì il suo scopo, per un motivo non molto diverso da quello per cui fallì la strategia campale dei centri sociali. Proprio come i centri sociali avevano pensato di ritrovarsi soli contro la polizia, anche la polizia aveva messo in pratica la strategia più adatta a fiaccare i centri sociali, senza sapere che a Genova si sarebbe trovata davanti a un movimento molto più eterogeneo, che tornò a casa terrorizzato e riuscì, con una certa pazienza, a convincere parte dell'opinione pubblica che in quei giorni era successo qualcosa di grave. Se fu un esperimento di repressione autoritaria, fece molto male e uccise, ma fallì. 

6. Che la manifestazione repressiva sarebbe fallita lo si capì sabato 21 luglio, quando ci svegliammo ancora intontiti e dolenti per la morte di Giuliani e scoprimmo che un sacco di gente era appena arrivata per manifestare assieme a noi. Contro i pareri dei principali partiti e sindacati, la gente era lì: alcuni più vicini alle istanze del punto 3, altri del punto 4 o del 5, ma sabato a mezzogiorno tutto questo non aveva più molta importanza, e non l'avrebbe più avuta per un anno o due. Quel mattino era nato il Forum Sociale, con tutti i suoi limiti che in questo pezzo non ci stanno. Tra i temi promossi dal Forum c'erano tutti quelli che ci stanno affliggendo oggi: la sostenibilità ambientale, la speculazione finanziaria, i regimi di schiavitù cui inevitabilmente portava una globalizzazione delle merci e non delle persone. C'era già tutto e c'era, certo, anche una vena già complottarda e anti-tutto che avrebbe portato qualcuno verso posizioni identitarie – c'era anche Bagnai, per dire, non a Genova ma di lì a poco nelle iniziative di Sbilanciamoci. Mancava una vera classe dirigente; c'era una diffusa insofferenza verso chiunque si ritrovasse anche solo per necessità nel ruolo di portavoce; Casarini Caruso o Agnoletto non furono mai leader carismatici, neanche ci provavano. 

7. A Genova un sacco di gente c'era semplicemente per vedere cosa sarebbe successo. Non si erano mai viste tante videocamere nello stesso posto, certo, oggi le abbiamo tutti in tasca e non fanno più tanto effetto. Si sapeva che le cose potevano andare male, e questo attirava interesse e curiosità. A Genova c'ero anch'io perché volevo vedere coi miei occhi e scrivere quello che vedevo; non avrei tollerato di perdermi un'occasione del genere e questo in seguito mi ha dato un po' da fare – mi sono sentito un turista anch'io, l'intruso in una battaglia che non capivo, che tuttora sto cercando di spiegarmi. A Genova, dopo dieci minuti in piazzale Kennedy avevo già la maglietta del servizio d'ordine (il che lasciava perplesso pure me su quanto fosse facile infiltrarsi); passai il concerto a tenere sgombro il passaggio per le ambulanze e a supplicare in tre lingue i ragazzi di non andare a infrattarsi sugli scogli. Sabato mattina avevo in mano le chiavi della scuola Pascoli ed ero dall'altra parte della strada, nel plesso Diaz, mezz'ora prima che la polizia irrompesse. Ho molti ricordi ma non mi fido molto, so che sono parziali e viziati dalla necessità di andare d'accordo con tutti i sé stessi passati. È difficile spiegare cosa mi ha lasciato Genova, ma non sopporto di leggere che Genova ci ha fermati o bloccati o sconfitti. Io non mi sono fermato, non mi sono bloccato, non sono sconfitto. Quello che cercavo di fare a Genova, lo faccio ancora e spero molto meglio, perché a Genova diciamolo, facevo abbastanza schifo. 

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I venti pezzi più letti in vent'anni

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Il titolo è più fuorviante del solito: dei primi dieci anni (che pure furono i più ruggenti) non ho dati seri. Non è che non controllassi il contatore cinque o sei volte al giorno, eh? Ma non salvavo i resoconti, mi vergognavo. Poi verso il 2010 Blogger ha cominciato a tenere i conti da solo: prima con Google Analytics, poi (già nel 2011) con un contatore interno, che è quello che mi piace di più perché mostra una certa preferenza per il mio periodo più tardo – ci sono addirittura due pezzi dell'anno scorso, ciò mi fa sentire meno rincoglionito. Ecco quindi la sua top20, dalla prima alla ventesima posizione.  


Lasciate che i vostri figli facciano quei compiti (da soli)

Come comporre un test di verifica con Google Moduli

Ma pensarci domenica?

La sinistra che odia Recalcati

Caro fratello musulmano di Gramellini
Distruggere street-art è cosa buona se
Cerca di essere un uomo, Filippo Facci
Non è che puoi sempre prendertela coi bigotti
Non voglio pagare per la scuola privata di tuo figlio, grazie.
C'è un romanzo attualissimo che dovremmo studiare in tutte le scuole, l'ha scritto Alessandro Manzoni

Il genere maschile non esiste
Mandare 21 sindaci al Senato è una stronzata pazzesca
Rondolino contro il bullismo

Domande che nessuno gli avrebbe fatto comunque
Credo che le Iene dovrebbero chiudere
10 gioconde più originali dell'originale

Non siete Angeli
Ma il Fatto cosa pensa di te?


Come avreste potuto notare (ma non l'avete fatto) in realtà è una top19; il ventesimo risultato è un vecchissimo pezzo che riceveva soltanto spam, al punto che ho dovuto cancellarlo. Qui sotto invece la top20 di Google Analytics, molto più legata ai primi anni Dieci, quando il blog faceva effettivamente numeri più alti. 

1https://leonardo.blogspot.com/2012/03/5-cose-che-nessuno-sa-di-dalla-forse.html
2https://leonardo.blogspot.com/2013/03/ma-pensarci-domenica.html
3https://leonardo.blogspot.com/2011/07/perche-ho-scelto-scienze-inutili.html
4https://leonardo.blogspot.com/2010/06/eliminato.html
5https://leonardo.blogspot.com/2010/11/film-per-adulti.html
6https://leonardo.blogspot.com/2010/07/cattiva-giovanna.html
7https://leonardo.blogspot.com/2020/03/come-comporre-un-test-di-verifica-con.html
8https://leonardo.blogspot.com/2011/11/il-piu-grande-b-dopo-il-big-b.html
9https://leonardo.blogspot.com/2010/09/se-i-bimbominkia-sapessero.html
10https://leonardo.blogspot.com/2011/12/non-siete-angeli.html
11https://leonardo.blogspot.com/2003/09/toglieteci-tutto-fateci-andare-in-giro.html
12https://leonardo.blogspot.com/2010/11/i-funerali-della-volpe.html
13https://leonardo.blogspot.com/2012/05/scouting-for-gays.html
14https://leonardo.blogspot.com/2010/09/ti-quoto-molto.html
15https://leonardo.blogspot.com/2012/01/back-to-severgninia.html
16https://leonardo.blogspot.com/2010/02/nella-polvere-ci-ritroveremo.html
17https://leonardo.blogspot.com/2010/10/begm-shnez.html
18https://leonardo.blogspot.com/2010/03/alle-mie-quotidiane-verginelle.html
19https://leonardo.blogspot.com/2013/02/domande-che-nessuno-gli-avrebbe-fatto.html
20https://leonardo.blogspot.com/2011/04/i-diabolici-agit-prof.html

Faccio presente che queste classifiche riguardano i link, cioè in sostanza i lettori presi all'amo su un social network o dal Post (nei primi Duemila anche gli altri blog ti mandavano accessi, ma è tutto superfinito ormai). I lettori abituali, quelli che arrivano in home e leggono il primo pezzo in alto, non risultano. Ma nel mio caso sono probabilmente la maggioranza.

(Ecco qui, adesso avete da leggere fino a quest'estate. Non dico che vado in letargo, no. Ma un po' me lo sarei meritato).
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Compio vent'anni e non so cosa mettermi

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Ridendo e scherzando, questa simpatica pagina web sta per compiere vent'anni. Di blog così antichi in Italia non ne sono rimasti molti (sì, questo è un blog, storia vecchia). In effetti mi piacerebbe poter dire che sono rimasto solo io; se non sono mai stato il più interessante e senz'altro il più remunerativo, mi sarebbe sempre piaciuto mantenere almeno questo primato. E invece niente da fare: i  blog classe '01 sono ormai tutti nel cimitero dell'internet Archive, tranne il mio e quello di Luca Di Ciacco che ha iniziato venti giorni prima di me. Luca senti ma ormai anche tu hai un'età, una professione stimolante, scrivi i libri, ma chi te lo fa fare di continuare a tenere aperto quel diario on line come un ragazzino, insomma datti un contegno dai. No scherzo ciao Luca, cento di questi giorni. 

A parte questa simpatica gag che credo di avere usato già qualche altra volta, non ho molto da dire su questo incredibile anniversario che mi fa sentire ancor più vecchio di quanto già io non mi. Sarebbe bello per una volta lasciar parlare le immagini, ma il problema è che il blog non le ha. Questo ricordo di averlo notato molto presto, perché in quel periodo scrivevo su qualche rivistina e la differenza mi saltava agli occhi. Non c'è nulla che si aggrappa alla memoria come la grafica di una vecchia rivista che nel frattempo ha fatto quattro restyling ed è irriconoscibile. Ecco coi blog non è così; ogni volta che cambi la grafica, anche i vecchi pezzi vengono riformattati con quella nuova. Succede qualcosa di simile ai nostri ricordi, credo; è quello che li rende così poco attendibili rispetto ai documenti tangibili, le foto e le vecchie riviste. Se avessi almeno salvato qualche screenshot, ma no, niente, mi vergognavo a pensare che ne sarebbe valsa la pena. Da un punto di vista meramente estetico no, non valeva la pena. 

"Un sito veramente qualsiasi" (2001)


Sul primo layout non c'è veramente molto da dire: era quello di fabbrica di Blogger, servizio quasi appena nato. Forse non c'era nemmeno ancora modo di cambiare i colori. I permalink c'erano ma non funzionavano. La cosa più incredibile è che ci fosse la fotina dell'autore (anche la sua barbetta, sì).

"Rivanga nel mio passato" (2002. Nel 2002 ero convinto di avere già un passato).


Il fatto che fosse un layout superbasico e che non avessi molta voglia di cambiarlo non significa che non sapessi quello che stavo non facendo. Venivo da anni di riviste autoprodotte, dicevo, anni passati a litigare coi grafici e con le loro folli idee che invariabilmente nuocevano all'esperienza (per me centrale) della lettura. Nello stesso periodo internet era pieno di siti orribili, voi veramente non avete idea di quanto fossero orribili i siti amatoriali ancora nel 2002; (quanto a quelli professionali, era il momento in cui tutti volevano rifarli animati in Flash). Anche solo scegliere un fondo bianco e il font più nitido possibile era una precisa presa di posizione. Detto questo, in quel periodo quasi tutti i blogger italiani erano webdesigner e quasi tutti avevano blog più belli del mio. Ma il mio faceva schifo in un modo consapevole, è questo che voglio dire. E se in seguito ha continuato a fare schifo, forse non sempre ha mantenuto tutta questa consapevolezza.

"Comunità" (2003).



Dal 2001 al 2003 insomma cambia soltanto il colore dello sfondo; nel frattempo era esploso il fenomeno blog (niente di paragonabile a quanto succede oggi quando prende piede un nuovo social, però insomma sui giornali uscivano dei pezzi e la gente ancora li comprava, qualcuno scriveva dei libri), eccetera. Quindi qui sotto si intravede una "colonnina", quel che oggi si dice blogroll, insomma la lista dei blog amici. Fatta a mano. Probabilmente mi facevo a mano anche il menu a tendine.

"Sei stata la mia Waterloo, Rozzano" (2004). 
 



Vabbe' dai, si vede che c'ero molto affezionato. Il banner blu in alto agli esordi conteneva pubblicità, poi a un certo punto Blogspot la tolse ma lasciò il rettangolo blu, che forse con uno speciale abbonamento premium si poteva togliere, ma non lo fece nessuno e alla fine Blogspot lo rimosse (chi fosse curioso di Rozzano può provare a leggere qui).
Nel 2004 la comunità dei blogger continuava a crescere, finché a un certo punto (estate-autunno) si fermò: il contatore restava fisso, potevi scrivere qualsiasi cosa ma ormai chi volevi raggiungere lo avevi raggiunto, si trattava di una bolla di qualche centinaio di persone in tutta Italia e cominciava a stagnare, così almeno mi sembrava, così pensai che dovevo fare qualcosa di nuovo, ma come si fa a fare qualcosa di nuovo con un diario on line?

2025 (2005)



Mi finsi morto per tre giorni e poi mi misi a postare da un'ucronia ambientata vent'anni dopo. Sul serio. È stata una delle cose più folli che io abbia mai tentato su questo blog e in generale nella vita, e se ve lo state chiedendo no, non andò bene. La gente diceva bravo bravo ma non veniva più. Dopo due mesi si era svuotato tutto il bacino di attenzione che avevo faticosamente allargato per quattro anni, e dovevo comunque continuare fino a dicembre. In tutto questo, non avevo neanche cambiato più di tanto il layout (per la prima volta lo sfondo era grigio perché di tale colore immaginavo il futuro) (anche il Courier aveva un senso credo) (non ci torno spesso, non mi ricordo quasi più la storia).


"Passato, futuro, linx" (2006).


Il 2006 fu un nuovo inizio. Festeggiai il ritorno al presente disegnando per la prima volta la testata, adesso non mi ricordo se voleva sembrare un gesso sulla lavagna o il bianchetto sull'inchiostro, ma insomma, anche quando cerco di fare cose originali mi escono così. In cima ai "linx", notare Wikipedia Italia.

"Un libro?" (2007).


Nel 2007 la rivoluzione copernicana: la colonna coi link passa a destra, credo di aver letto da qualche parte un pezzo che spiegava che il lettore occidentale comincia sempre da sinistra e io volevo che cominciasse dal post. In alto a destra, la pubblicità di un mio libro, pensate che ingenuo, credevo ancora che coi blog si potessero vendere i libri (è Storia d'Italia a rovescio, l'editore è fallito e l'edizione è esaurita, se v'interessa contattatemi in privato).Credo sia anche stato il primo anno in cui ho provato a mettere più interlinea, ma poi i pezzi sembravano interminabili.

Liquida (2008).


Dai, questa testata era carina (anche se andava tirata più a sinistra), finalmente l'educazione futurista stava dando qualche frutto. Il minibanner di Liquida sarebbe stato, per sei anni, una fonte di reddito abbastanza generoso, visti i tempi. Mai capito cosa gliene venisse in cambio. Probabilmente gli stavo simpatico. Per il resto non ho conservato nemmeno gli accessi, ma ho la sensazione che nel 2008 arrivai al massimo, da lì in poi una lunghiiiissima discesa.

"Ci scrive Leonardo nel 2010" (2009, 2010).



Il 2009 fu un anno inquieto, cercavo di scrivere racconti però legati all'attualità di modo che i lettori li scambiassero per satira e non scappassero via. 


E insomma per tre anni dovrei aver tenuto lo stesso layout, non privo di una spigolosa coerenza, ma senza sentire l'esigenza di allineare testata e spazio di testo? Non lo so, gli screenshot li ho presi dall'Internet Archive, ho vaghi ricordi di altri esperimenti, ma l'unica notevole differenza è che nel 2010 ho cominciato a scrivere per l'Unità e tenevo che si sapesse. Saturavo le foto, tentavo di fare anche vignette, e poi ogni tanto succedevano cose inspiegabili ad esempio un mattino un mio pezzo fu linkato dal NY Times e nessuno ha mai capito il perché. Agosto – che era ancora un mese in cui la gente stava meno su internet – divenne il mese degli esperimenti. 

"Tengo famiglia" (2011).


Ma nel frattempo Blogger stava diventando una piattaforma più duttile e professionale? Ecco, sì e no. Verso il 2011 aveva aggiunto tutta una serie di font che mi consentirono di fare una cosa che avevo smesso di fare 15 anni prima, ovvero giocare coi font. Dopo tre anni di futurismo lettrista volevo qualcosa che evocasse l'umanesimo rinascimentale, gli incunaboli insomma, e così trovai questo font che su certi sistemi operativi proprio non funzionava. Sotto la voce "Tengo famiglia" credo che ci fossero le inserzioni, avevo ceduto anche a quelle. Credo sia l'anno in cui ho cominciato a scrivere le storie dei Santi per il Post. In agosto avevo compilato Le XXI notti, un altro esperimento narrativo caduto nell'indifferenza generale.

(Niente da segnalare per il 2012, salvo un altro libro, anzi un e-book sul terremoto. Fu un anno difficile. A fine del 2012 cominciai a scrivere le recensioni per +eventi).


(Nel 2013 i font rinascimentali non caricavano più nemmeno sul mio Pc e non avevo nemmeno voglia di rimediare evidentemente. Eppure tra Unità, +eventi!, Liquida, inserzioni su Google e qualche altra cosa che ogni tanto mi capitava di fare, il blog cominciava a non sembrare più uno spreco di tempo).




Il layout del 2014 è uno dei due che riprende la testata di una rivista dei primi '900, il "Leonardo" di Papini e Prezzolini. Non ho le prove ma a un certo punto ne avevo anche fatta un'altra, con tutti gli svolazzi liberty della testata originale. Cosa vi siete persi, eh lo so.


Nell'estate del 2014 crollò quasi tutta l'economia di questo blog: Liquida ritirò la sponsorizzazione, l'Unità chiuse per la seconda volta. Anche le inserzioni di Google erano inaffidabili da smartphone, dovevo toglierle. Festeggiai la crisi in agosto con Leonardo Sells Out, una specie di satira di Beppegrillo.it in cui immaginavo cosa sarebbe successo se un blog come il mio fosse stato dato in mano alla Casaleggio. Cambiavo layout ogni tre giorni, ma non ho le prove. Ne ricordo con affetto uno completamente tappezzato di ritratti di Enrico Berliguer, per sfottere www.qualcosadinistra.it che gareggiava con me ai Blog Awards nella categoria politica, e aveva in home "appena quattro fotoritratti di Enrico Berlinguer"! Qualcosa di sinistra vinse il Blog Award. Mi ringraziarono anche, alla premiazione. Prego ragazzi, è stato un piacere. (Poi ce n'era uno tutto a omini vitruviani, quando scrivevo i pezzi sulla Gioconda. Devo dire che alcuni di quei pezzi hanno fatto un sacco di accessi, non subito ma in seguito).

Questo invece è il layout post-SellsOut, e direi che la carrellata potrebbe anche finire; c'è stata qualche correzione qui e là ma non è più cambiato molto. È addirittura più simile a quello iniziale: tra 2001 e 2015 sembra che abbia solo imparato a scrivere "Leonardo" in minuscolo. Evidentemente a me il blog piace così. Chiedo scusa a chi no, ma probabilmente non siete più qui da un pezzo.


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Lennon voleva vivere. Ci stava riuscendo.

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I posteri si domanderanno se John Lennon abbia veramente posato i piedi sulla nostra stessa terra. Dopotutto Edipo è un mito; Buddha e Gesù Cristo sono personaggi più leggendari che storici; ma un figlio di un marinaio nato sotto i bombardamenti, squartato emotivamente da un padre che lo vuole in Nuova Zelanda e una madre che lo affida alla sorella; cresciuto da donne, poi orfano; ragazzo terribile in pantaloni attillati; giovane padre, chitarrista cantante e compositore pop, idolo delle teenager e del suo manager omosessuale; tossicomane, poi artista concettuale, leader pacifista sotto inchiesta federale, poeta maledetto, avvistatore di Ufo, rockstar in congedo permanente, morto per mano di un fan? Nessun mitografo o evangelista o romanziere postmoderno sarebbe riuscito a inventarsi un personaggio così. Eppure, alla fine era soprattutto un ragazzo che diceva quel che provava, come noi evitiamo di fare il più delle volte perché proviamo cose orribili o anche solo imbarazzanti... (Da Getting Better, un libro sulle canzoni dei Beatles che i lettori del Post hanno potuto osservare mentre si stava scrivendo).





8 dicembre: John Lennon, musicista, profeta e martire

Buongiorno a tutti, mi chiamo Leonardo e sono l'orgoglioso titolare di un blog sul Post in cui tratto i santi del calendario come se fossero rockstar e le rockstar come se fossero santi del calendario. Nell'imminenza del quarantennale dell'omicidio assurdo che ha concluso la storia dei Beatles, posso esimermi dallo scrivere un pezzo in cui definisco John Lennon un martire, una figura addirittura cristologica, il divo che muore per i peccati dei babyboomer? Ho anche un libro in uscita, tengo famiglia, eccetera. E allora perché esito? Cosa mi trattiene? È complicato.

O forse no. C'è che fino a un certo punto era abbastanza facile incasellare i morti illustri del rock, geni vittima della loro sregolatezza. Quasi sempre si tratta di droga, per cui il coccodrillo si scrive da solo: ha voluto vivere troppo intensamente, la candela più grande brucia più rapidamente ecc. ecc. Con Lennon questo appiglio non c'è. Di sostanze fu un appassionato sperimentatore, ma oltre a essere spesso tra i primi a farne uso, fu anche tra i primi a lasciarsene alle spalle. Di vivere intensamente gli era capitato per qualche anno e aveva capito abbastanza presto che non gli piaceva. Il che non significa che la sua morte sia più assurda di altre. È anzi molto facile darle un senso. Ma è più o meno il senso che voleva dargli il suo assassino. È possibile scrivere dell'omicidio di Lennon senza tributare un omaggio a quell'individuo, che alla fine voleva semplicemente scribacchiare il suo nome sul Libro del Novecento, a costo di farlo col sangue, e c'è riuscito?

Riguardando al passato di Lennon, la sua fine tragica non stupisce, sembra quasi ineluttabile: a stupire è la lentezza con cui si compie. Quindici anni prima, davanti a una giornalista che lo era andato a trovare nel suo villino fuori Londra, il ventenne all'apice della fama si era lasciato sfuggire che i Beatles stavano diventando più popolari di Gesù Cristo. Era quel classico tipo di battuta lennoniana, paradossale ma non troppo, che i lettori inglesi ormai si aspettavano da lui: in patria passò quasi inosservata. Quando qualche settimana fu ripresa dalla stampa americana, causò uno di quei fenomeni che oggi chiamiamo shitstorm, e che sì, scoppiavano anche nei beati giorni pre-social network. Negli USA la battuta doveva suonare tanto più insopportabile quanto nascondeva un germe di verità: anche nelle comunità rurali il cristianesimo stava declinando, soppiantato da un consumismo globalizzato di cui Lennon e colleghi erano i profeti più rassicuranti e subdoli. Il consumismo avrebbe unificato l'occidente, gettando radici anche in alcuni Paesi dell'estremo oriente dove Cristo non era mai attecchito. Lennon aveva detto una verità, improvvisando: forse non diversamente da Gesù di Nazareth quando aveva annunciato la distruzione del Tempio: e come Gesù, per aver detto la verità, doveva morire.

Una foto dei Beatles viene bruciata per protestare contro John Lennon che nel marzo del 1966 aveva detto alla rivista Evening Standard che i Beatles erano più famosi di Gesù. Alcune radio degli Stati Uniti si rifiutarono di passare la loro musica e vennero organizzati piccoli falò dei loro dischi e delle loro foto, come questo fatto da Chuck Smith, un ragazzino di 13 anni, a Fort Oglethorpe, in Georgia, il 12 agosto del 1966.

Come capita quasi sempre in questi casi, l'indignazione collettiva nasconde uno choc culturale: Lennon, che a quel punto vendeva molti più dischi in America che in Europa, credeva forse attraverso il r'n'r di aver capito la cultura americana, ma ne ignorava alcuni tabù. Scherzare su Gesù Cristo era concesso in Inghilterra: non nell'America profonda, dove furono segnalati roghi dei dischi dei Beatles. Malgrado le scuse pubbliche, recitate da un John sinceramente contrito, il tour americano si trasformò un incubo logistico: è il momento in cui il fanatismo suscitato dai Quattro svela il suo lato minaccioso. Brian Epstein si accorge che garantire la sicurezza dei Quattro in un'America ancora più armata di quella di oggi è praticamente impossibile. Prima o poi era scritto che un fan più scoppiato o deluso degli altri avrebbe estratto una pistola. Cosa che inevitabilmente successe: e se non fu subito ma ben quindici anni più tardi, fu soltanto per l'insospettabile testardaggine con cui Lennon scelse di sopravvivere, ogni volta che gli fu possibile scegliere tra diventare un mito e restare tra i vivi.

Due anni dopo, un Lennon già molto diverso, consumatore ormai abituale di LSD, ha un'illuminazione e la confessa immediatamente al vecchio amico Pete Shotton. "Penso di essere Gesù Cristo. No, aspetta, sono Gesù Cristo". All'inizio Pete crede a uno scherzo, ma Lennon è serio. Ha già calcolato mentalmente quanto gli resta da vivere: se Cristo è morto a 33 anni... "Mi uccideranno, sai? Ma ho ancora quattro anni, quindi devo fare cose". Lo stesso giorno convoca i colleghi a una riunione di emergenza. "Sono Gesù Cristo", avverte. "Sono tornato. Questo è quanto". Nessuno è molto sorpreso. "Va bene", risponde Ringo sospirando (o sbadigliando?) "Riunione aggiornata, andiamo a pranzo". Quella sera, per una delle coincidenze incredibili della sua biografia, Lennon invita Yoko Ono a casa sua. Si frequentavano già, ma quella notte è diversa. La passano a urlare: registrano Two Virgins. Non si lasceranno praticamente più.  


Come il Cristo dell'Ultima tentazione di Scorsese, che quando la croce è già allestita dice no, e si rifà una vita con Maria Maddalena: dopo aver flirtato con l'autodistruzione (e introdotto sin dal 1964 un argomento tabù come la morte nei testi di un gruppo pop da classifica), quando il destino comincia a bussare Lennon fa tutto quello che gli è consentito per eluderlo. Quando i concerti diventano troppo rischiosi, Lennon smette di farli. Il sodalizio affettivo e artistico con Yoko Ono gli consente di distruggere la sua immagine pubblica di beatle, emotivamente insostenibile. Trova asilo a New York, nell'America libertaria che forse si illudeva avrebbe trionfato sul Midwest rurale che lo aveva respinto, in quella palingenesi rivoluzionaria che a fine Sessanta tutti ritenevano imminente. Quando diventa chiaro che la rivoluzione non si fa, Lennon capisce di nuovo di essere troppo esposto (la FBI ha aperto un fascicolo su di lui) e rinuncia anche al suo status di artista rivoluzionario. Si prende, col consenso della moglie, una vacanza dalla vita: è il cosiddetto lost weekend, trascorso a bere e scopare come la rockstar decadente che dopotutto aveva il diritto di essere. Avrebbe potuto restarci secco così: sarebbe stata una fine che tutti avremmo percepito come inevitabile, e invece no; anche stavolta Lennon riesce a fare un passo più lungo. Torna da Yoko, e vive con lei gli anni tranquilli e misteriosi del buen ritiro nel Dakota Building, l'ultima tappa di una lunga fuga cominciata dieci anni prima. A quel punto Lennon non era più una rockstar, né un profeta, né un rivoluzionario, né un artista: forse per la prima volta nella sua vita un uomo libero, un casalingo con un figlio da crescere. Il tragico destino che aspettava il successore di Cristo sembrava essersi allontanato per sempre – e invece era lì, paziente, acquattato all'uscita. Sarebbe stato sufficiente cedere a un richiamo naturale: rimettersi a cantare, incidere un disco, promuoverlo sui giornali e fare tutte le cose banali che i cantanti fanno, come firmare gli autografi, perché dal passato arrivasse questa scheggia impazzita che si portava tutte le frustrazioni accumulate in quindici anni, con una pistola in mano.

   

Con la sua morte, Lennon suggella il mito dei Beatles, la band che col passare degli anni è diventato persino più grande dei gruppi rivali, anche perché non era più possibile nessuna vera reunion che ne appannasse il mito. Era qualcosa che confusamente i fan dei Beatles avevano iniziato a sospettare sin dal 1969, esorcizzando le notizie di una crisi interna con l'elaborazione collettiva di quella assurda leggenda metropolitana che immaginava Paul morto e rimpiazzato. Come se i Quattro fossero troppo legati al momento più felice della loro generazione per permettersi di invecchiare. Metter su famiglia, litigare, mandar fuori dischi inevitabilmente inferiori ai precedenti, invecchiare da comuni mortali: ci hanno comunque provato. Ci ha provato lo stesso Lennon, anche se per lui è sempre stato un po' più difficile che per gli altri. In questi giorni ho cercato di riascoltare Double Fantasy, un disco col quale è sempre difficile confrontarsi. Se da giovane a mettermi in imbarazzo era la nudità vocale di Yoko Ono, la sua spudoratezza (che in fondo aveva anticipato il punk, e nel 1980 non veniva che a reclamare ciò che era suo), ora mi rendo conto quanto sia molto più difficile da accettare la serenità di John, il suo entusiasmo per una nuova fase della vita in cui magari per un po' di tempo gli sarebbe riuscito di essere contemporaneamente un musicista e una persona felice. È un rimpianto che non trova consolazione, almeno per quanto mi riguarda.
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Avviso

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"Bambino di città
cerca amici perchè non ne ha.
Si prega di guardare
sul quinto balcone:
tiene in mano un aquilone
che volare non sa".

(Nell'anno di Rodari, chiedersi se esiste una poesia più triste e altrettanto perfetta).

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Ci fece un cenno dai vetri e fu tutto

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Noi leggevamo un giorno per diletto,
noi leggevamo un giorno sul diretto,
soli eravamo e senza alcun sospetto,
sordi eravamo e senza alcun cornetto,
stolti eravamo e senza alcun concetto,
saliti a Teramo senza biglietto,
senza burro né strutto,
né pancetta né prosciutto.

Morti eravamo, senza alcun costrutto.
Sola, la morte, in sala d’aspetto,
era una morte di modesto aspetto,
povera morte senza doppiopetto,
ci fece un cenno dai vetri e fu tutto. 

(Nell'anno di Gianni Rodari, ricordarsi di questa pubblicata sul "Caffè" che comincia come una filastrocca scema da ginnasiali e poi sembra che diventi sempre più scema e invece all'improvviso si impenna e con quel "cenno dai vetri" sorpassa Montale sul filo).
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Se stessi vedendo cadaveri

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Supponi di essere una persona qualsiasi che scrive per i fatti suoi; ogni tanto qualcuno passa e dice: non male. C'è gente che scrive peggio e li pagano. All'inizio lo prendi come un complimento, ci metti un po' a capire.

Comunque è incontestabile: c'è gente che scrive peggio, e li pagano.

Finché un giorno finalmente non appare qualcuno che ti fa la proposta: scritti in cambio di soldi. Non molti soldi in realtà, ma non importa, l'importante è smettere di fare questa figura del fesso. Gli stringi la mano e intanto pensi: lo sto fregando, per lui scriverei anche gratis. È come se mi pagasse per respirare, ah ah, il colpo del secolo. La tua mano in effetti puzzerà di zolfo per alcune settimane. Ma da quel momento cominci a scrivere per soldi.

All'inizio non cambia niente.

Quando scrivi per soldi, non è che ci credi davvero. Sono talmente pochi soldi che è quasi uno scherzo. È solo un trucco, in realtà tu continui a scrivere per passione. Chiamano dal soggiorno: vieni a giocare papà? Tesoro non posso, sto lavorando. Tecnicamente è vero, scrivere adesso è un lavoro. È anche una scusa per saltare una sessione di gioco dei mimi. Un giorno scoprirà quanto prendevo a cartella e verrà sul mio tombino a strappare i crisantemi.

Quando scrivi per soldi, non è che ti metti a scrivere subito così di quel che ti viene. Sfogli le notizie e intanto pensi: che tipo di opinione posso farmi venire, che tipo di storia posso scrivere, che mi cambino in soldi? Ovviamente non te ne viene neanche una, cominci a pensare ad altro e poi magari sotto la doccia comincia a pensare a un pezzo per il blog, che è da un po' che non ci scrivi niente. Una cosa veloce, che in mezz'ora la scrivi e la posti, perché no? Ma stai già infilando l'accappatoio mentre rifletti che in fondo quella mezz'ora potresti anche provare a fartela pagare, dopotutto lo spunto è interessante. Così invece di scrivere un pezzo veloce sul blog scrivi una mail, scrivi un pitch, scrivi una cosa che per tre giorni nessuno si legge.

Il quarto giorno rispondono: ci dispiace, non c'interessa. Fa lo stesso, ormai non interessa nemmeno più a me. In effetti non ricordo neanche cosa volevo scrivere. Se l'avessi messo subito sul blog sarebbe anche stata una cosa divertente, ma non l'ho scritta. E nessuno mi ha pagato. Quando scrivi per soldi, scrivi meno.

(Che comunque è un risultato).

Quando scrivi per soldi a volte invece è fantastico. Ti pagano pochissimo ma puntuali e non gli frega niente se non guardi il film e poi lo recensisci in forma di dialogo leopardiano. Va bene qualsiasi giorno della settimana, va bene anche se salti la settimana, va bene anche se ne scrivi tre, basta che scrivi e ti tieni i nostri cazzo di soldi. Ok. Ah quasi dimenticavo: il mese prossimo chiudiamo. Per le ferie? No, no chiudiamo proprio. Ok.

Quando scrivi per soldi a volte proponi un pezzo sull'antilope maculata, ti rispondono: grazie non c'interessa. Eppure ne stanno parlando tutti, boh, forse sono arrivato un po' lungo, vabbe', e della tigre ghepardata? È una cosa più originale. "Grazie, non c'interessa". Ma come non v'interessa, lo state facendo apposta? E se vi proponessi una giraffa tigrata? "Ecco, la giraffa tigrata sì". Oddio io in realtà scherzavo, non ne so un cazzo di tigraffa girata, di giraffa tigrata. Seguono tre giorni disperati a documentarsi sulle giraffe, e a camminare in circolo tra la cucina e il gabinetto e a maledire il giorno che ho detto di sì allo scrivere per soldi. Nel frattempo in homepage è arrivato un pezzo sull'antilope maculata, maledette antilopi, voi e chi vi insegue.

Quando scrivi per soldi ti mettono in contatto con gli editor, e tu pensi è fatta, è fatta, mai più mi farò compatire con errori imbarazzanti, siamo adulti adesso, adesso ci correggono le bozze. Mandi il tuo primo pezzo, te lo restituiscono con tutti i tuoi errori più quelli che hanno aggiunto loro, ce n'è di fantastici. Però hanno tolto l'accento su sé stesso, a quello ci tengono da matti, dev'essere un punto fondamentale, ci saranno master apposta.

Quando scrivi per soldi, per fare un esempio, tu butti lì che la giraffa è tigrata per scopi mimetici ma questa cosa l'ufficio legale non te la fa passare, vuole delle pezze d'appoggio, non è che si possa affermare impunemente che la giraffa è tigrata per scopi mimetici. Per fortuna tu in casa hai questa cosa magica, cioè Google, e in trenta secondi trovi un'intervista a una giraffa tigrata che spiega le funzioni mimetiche della sua tigritudine, gliele mandi, loro ti dicono ok, passano due giorni e finalmente il pezzo viene pubblicato e invece di giraffe tigrate c'è scritto tigri giraffate. Lo stanno già cliccando tutti, su fb centinaia di commenti, per fortuna litigano tra lori così forte che non hanno il tempo per leggerlo davvero e accorgersi dell'orribile sfondone. Appena arrivi a casa scrivi una mail, per favore, correggete, c'è il mio nome e il mio cognome sopra, avevo anche una reputazione una volta. Il giorno dopo al posto di tigri giraffate c'è scritto tigri tigrate. Però. Però ovunque scrivi sé stesso con l'accento, loro lo troveranno. Il sé stesso con l'accento non passerà mai! Mai!

Quando scrivi per soldi con alcuni è imbarazzante. Perché magari con loro all'inizio non scrivevi per soldi, ma per... per passione, sì, e per amicizia, e un po' anche perché era figo scrivere per loro, ti faceva stare bene, non è solo una questione di visibilità, c'è anche un senso di godimento che – è imbarazzante, appunto. Poi succede che magari gli affari per un po' vanno bene, e a volte sono proprio loro a dirti dai, resta ancora un po', da qui in poi ti pago. Mi paghi? Ma posso ancora scrivere quelle cose strane che – ma sì dai. Però fa un po' strano, sapete, e soprattutto chi ha il pelo di controllare se ogni volta lascia i 50 euro sul comodino. Per tre mesi non lo fa, tu pensi che vabbe', stava scherzando, poi una notte arriva e pum! 500 in una botta, festa grande. Poi per un anno più niente, ma magari c'è anche una crisi del settore, e poi diciamolo perché dovrebbe pagarmi per quelle inezie, ces petits riens, mi sembra anche un po' preoccupato, lasciamo perdere. E un bel giorno arriva Ehi, ma scusa, ma sul serio mi sono dimenticato un anno di paga? Eh, boh, sì, può darsi. Oh scusa, scusa, beccati questi mille sull'unghia. Grazie, grazie, non dovevi. Sì ma non possiamo continuare a vederci così.

Quando scrivi per soldi, sono sempre così pochi che impegnarsi ti sembra sbagliato. Passi un paio d'ore a controllare un'affermazione, un lato della tua testa dice: queste due ore non me le stanno pagando abbastanza. Non me le stanno pagando proprio. Ormai sono io che sto pagando loro. L'altro lato risponde: prendere in giro sé stessi non è un buon motivo per prendere in giro i lettori. E comunque è colpa tua, perdi troppo tempo a girare tra la cucina e il bagno. Vieni a giocare papà? Chiama una collega, domani starà a casa, serve un sostituto. Quando scrivi per soldi, ma perché cazzo scrivi. Con tutto il lavoro vero che ci sarebbe da fare.

Quando scrivi per soldi a volte stabilisci che non te ne fotte un – mamma che robaccia che uscirà stavolta ma chissenefrega, stringi i denti e pensa al bonifico, pensa solo al bonifico. Altre volte proprio il contrario, pensi che no, non puoi farti pagare della roba così, stavolta no, questa non gliela mandi, trovi una scusa, ti sarà morto il cane, ma proprio in quel momento suona il citofono, è una raccomandata dal comune di Sorridi all'Autovelox, oh cazzo cazzo cazzo, in data tale la tua macchina circolava ai novantacinque all'ora che ridotti del cinque per cento ai sensi della legge fanno comunque che è meglio se stringi i denti e mandi a pubblicare il tuo pezzo, anche perché poi l'hai pagato il bollo? la rata dell'assicurazione? la mensa della creatura? Stringi i denti. A proposito ti ha scritto il dentista, dice che se non hai niente in contrario si prende le buste di agosto e settembre. Stai stringendo quei cazzo di denti?

Quando scrivi per soldi, all'improvviso diventa tutto più difficile. Avevi in mente un inizio fulminante, ma se scrivi per soldi non fulmina più nessuno. Per aggiungere sapore volevi aggiungere una spolverata di cazzi tuoi, ma a chi interessano i cazzi di un poveraccio che scrive per soldi, manteniamo un basso profilo che è meglio. Leggi i tuoi colleghi, loro sì che sanno scrivere per soldi, che bravura, professionisti altroché. Chissà se un giorno sarai capace di.


Quando scrivi per soldi, fai due conti e pensi: dai, in un anno metto assieme una quattordicesima. La buttiamo via? Quindi se in linea assolutamente teorica uno volesse vivere di quel che scrivo io, dovrebbe mandare un pezzo al giorno. Ah ah, cosa vado a pensare. Ma ce la farei a scrivere un pezzo al giorno? Forse sì. Non avendo altro da fare, con l'opzione di essere intrattabile 6 ore su 24, potrei farcela. Ma chi lo pubblicherebbe un mio pezzo al giorno? Mi servirebbero tre o quattro testate diverse, degli pseudonimi. Forse qualcuno lo sta già facendo. Ma soprattutto: chi se lo leggerebbe, un mio pezzo al giorno? Io da solo esaurirei tutto il mio ecosistema. Diciamo che per campare avrei bisogno di mille lettori quotidiani: non esistono. Forse millecinquecento disposti a leggere un mio pezzo ogni due giorni. Forse. Ma mille al giorno oggi ma manco Buzzati. Hai per caso visto un Buzzati qui intorno? No, niente Buzzati qui, fine della storia.

Quando scrivi per soldi a volte ti rileggi e vorresti morire. Ma anche una volta morto quella roba lì resterà sull'internet col tuo nome e il tuo cognome – e i tuoi figli e nipoti ti malediranno. Figlioli, lo facevo solo per portare a casa i s – quaranta euro a cartella papà ma vaffanculo, perché non ti sei messo a dare lezioni di latino come tutti. Rosa rosae rosae, non ti si apre già la mente? Senza neanche fatturare.

Quando scrivi per soldi a volte ti riconsegnano un pezzo che dice le stesse cose che volevi dire tu, e non le dice nemmeno in modo sbagliato ma – è una sensazione strana, è come se – cioè hanno preso il tuo pezzo e sono riusciti a togliere completamente la tua personalità, una cosa che non riusciresti a fare in mille anni. È come osservare il proprio cadavere. Quello non sono più io. Non sono mai stato io. Ok era il mio corpo, ma non lo è più – impossibile da spiegare. Tanto a voi non capiterà mai, non vedrete mai voi stessi morti. Se non vi mettete a scrivere per soldi. Non mettetevici.

Quando scrivi per soldi a un certo punto ti guardi attorno e noti che sono tutti molto più giovani. Ecco perché certe battute devi spiegarle, ecco perché su certe cose è meglio non scherzare. Ok, ma a voi invece pagano davvero? Perché io ci camperei un mese all'anno, voi cosa fate negli altri undici? Genitori generosi? Scrivete i romanzi di Elena Ferrante? Ripulite gli appartamenti, vi prostituite? In quest'ultimo caso, qual è la cosa più umiliante che si possa fare in trenta minuti: toccare uno sconosciuto maleodorante o copiare un mio pezzo del 2013 immagini incluse? Perché a volte il dubbio mi viene – scusate, so che non si deve scherzare su questo argomento, è sensibile, lo capisco.

Quando scrivi per soldi pensi che magari tutto questo cambierà, in fondo sei ancora alle prime armi, è da così poco che ti pagano, è da... dieci anni. Ah però.

***

Supponi di essere una persona qualsiasi che scrive per i fatti suoi; ogni tanto qualcuno passa e dice: non male. C'è gente che scrive peggio: e li pagano.

Gente come me.

Io che a volte avrei ben altro, ma me lo chiedono e dico lo stesso di sì.

E non è per i soldi, sono una sciocchezza i soldi.

È per evitare che diano lo stesso pezzo a un giovane, così non si illude.

Trovati un lavoro onesto, dai.

Tra un po' avrai anche dei figli, di te cosa penseranno.
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L'ultima notte

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Allora io diciamo che qualche anno fa ero seduto su una panchina in un pianerottolo di un ospedale e in reparto non mi facevano entrare, non c'era proprio pezza. Se fosse successo qualcosa mi avrebbero chiamato ma intanto potevo soltanto restare lì – o al massimo andare a mangiare qualcosa.

Quella sera c'era la finale di Champions, Barcellona contro una squadra credo tedesca.

Di fronte al Grande Cancello dell'ospedale c'era un kebab, e io avevo fame, e quindi andai a mangiare il kebab. Stavano ancora giocando il secondo tempo.

Io il calcio ho smesso di guardarlo da un pezzo, pure mentre masticavo mi sembrava che il Barcellona stesse giocando contro l'oratorio, magari il prestigioso oratorio di Monaco o Brema o Schleswig Holstein, ma insomma sembravano terrorizzati, impalati, non c'era partita. La finale di Champions sembrava un allenamento, mi sembrava una presa in giro, non capivo.

E intanto erano passati... venti minuti? Quanto ci si mette a masticare un kebab? Riattraversai la strada.

Il Grande Cancello era chiuso.

Come chiuso?

Così. Prima si entrava, adesso no. A farci caso c'era anche scritto sopra, c'era un cartello con gli orari. Ma era rivolto verso l'esterno, per cui uscendo non me ne ero proprio accorto.

Oppure non ci avevo fatto caso. Nella mia città gli ospedali non ce li hanno i cancelli, la gente quando vuole entrare entra. Ma questa non era esattamente la mia città e adesso io ero fuori.

Fuori dall'ospedale.

Stavo per diventare padre ed ero fuori.




Per un lunghissimo minuto riflettei sulla mia inadeguatezza, sulla mia avventatezza, su porca puttana son dieci anni che non guardo una partita mi devo proprio metter lì a cercar di capire perché non marcano Messi? Consapevole che qualsiasi cosa avrei detto o fatto nella vita, non c'era più niente da fare, sarei sempre rimasto il padre rimasto fuori dal cancello.

"Papà maccheccazzo vuoi che manco c'eri la notte che son nato, mavvanculo va".

"Figliolo, fu un attimo, avevo fame".
"Papà, ma vaffanculo, c'era Messi in tv lo sanno tutti".

Per sempre questo. Una notte, una sola notte nella vita mi serviva, e mi ero messo a guardare il Barcellona.

Per un lungo minuto pensai a tutto questo.

Poi girai l'angolo ed entrai dal Pronto Soccorso.




Non era successo niente, non sarebbe successo niente ancora per parecchio. Passai la notte sul pianerottolo, accucciato tra la panchina e la macchinetta degli snack. Ma dormii sodo. Negli anni successivi lo avrei spesso rimpianto.
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La passione mancata di Bettino C.

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La sera del 23 aprile del 1993 gli uomini della scorta di Bettino Craxi gli chiesero invano di uscire dal retro dell’Hotel Raphael. Nella piccola piazza antistante, già da un paio d’ore, si era formata una folla sempre più rumorosa che brandiva biglietti da mille lire (91 centesimi del 2020, al netto dell’inflazione). “Vuoi pure queste?", cantavano, "Bettino, vuoi pure queste?”, sull’aria di Guantanamera. Craxi, essendo Craxi, decise che non si sarebbe lasciato intimorire da quella che riteneva una manifestazione organizzata dai suoi avversari politici. Uscì dall’ingresso principale. E... si lasciò intimorire, eccome. “Ho provato per la prima volta sulla mia pelle lo squadrismo”, disse poi. Non c’è motivo di dubitare che si sia trattato di un vero choc per lui, al termine di una giornata particolarmente drammatica. Ma nel filmato il tragitto tra la porta dell’hotel e l’auto blu non dura più di quattro secondi, durante i quali gli agenti di polizia gli fanno da scudo umano. È vero, la piazza era piena (ma è anche abbastanza piccola). È vero, i manifestanti stavano tirando “di tutto! monetine, pezzi di vetro, di tutto!”, come gridò nel microfono l’inviata Rai Valeria Coiante. Ma non fu squadrismo, nel senso che il termine ha sui libri di Storia di cui Craxi era avido lettore: non fu l’azione di una banda armata nei confronti di un avversario politico inerme. Craxi era ben difeso, dalle forze dell’ordine di uno Stato che aveva appena deciso – con un voto del Senato – di non indagare su quattro delle sei accuse che i magistrati gli rivolgevano. La decisione era stata accolta con rabbia da una parte rilevante dell’opinione pubblica, e qualcuno aveva deciso di aspettarlo fuori dal Raphael. Tutto qui, e forse non sarebbe stato questo macigno sulla traiettoria politica di Bettino Craxi, se per una volta avesse deciso di essere un po’ meno Craxi e di uscire dal retro. In fin dei conti era il 1993, Craxi non era il primo leader politico a rimediare fischi e monetine, né sarebbe stato l’ultimo.

Perché non riusciamo a rivalutare Craxi? Nemmeno dopo vent’anni – vent’anni passati all’ombra di politici quasi sempre inferiori a lui per cultura e strategia – perché non riusciamo a dare allo statista quel che gli spetta? Cosa posso dire, è complicato. Forse per la mia generazione è una questione di imprinting. Nel 1993 io ero una matricola universitaria e detestavo Craxi da sempre, cioè al massimo da dieci anni: come tutti i politici del periodo, avevo imparato a riconoscerlo dalle caricature di Forattini sulla prima di Repubblica. Spadolini era quello nudo, Andreotti quello quadrato, Craxi era vestito da Mussolini, e molto spesso al balcone. Da un certo punto in poi diventò una questione tribale, come per qualsiasi altra cosa negli anni Ottanta: o si era per Prince o per Michael Jackson, non c’erano mediazioni possibili; tra fan dei Duran Duran e fan degli U2 non erano contemplate possibilità di dialogo (solo relazioni clandestine, come tra Montecchi e Capuleti). Quanto a Craxi, lo si detestava come si detestavano i personaggi arroganti delle fiction imposte dai genitori. In seguito avremmo avuto tutto il tempo e l’agio per rivalutare qualsiasi scemenza di un decennio a conti fatti abbastanza spensierato, ma questo non significa che non avesse un senso detestarlo, mentre ci vivevi. Rifiutare l’estetica del disimpegno, rifiutare far caso alle crepe nella narrazione del benessere, sentirsi semplicemente tristi nel bel mezzo di una festa di adulti: una cosa molto adolescenziale, e del resto eravamo davvero adolescenti. E Craxi e Andreotti sembravano eterni, parte del paesaggio, come la mafia e l’inflazione. Mani Pulite arrivò come il grunge: non ci speravamo nemmeno, non credevamo di meritarcelo, eppure da un giorno all’altro li mandò a casa tutti.


Ora, tutto questo è molto puerile, e abbiamo avuto trent’anni per rimetterlo in discussione. Trent’anni in cui abbiamo persino rivalutato i Duran Duran: perché non Craxi? Che davvero, qualche argomento lo aveva.

A volte ho il sospetto che sia anche responsabilità dei craxiani... (continua su TheVision) una tribù ormai minuscola ma irriducibile, che a ogni anniversario si riversa in televisione e sui giornali impossessandosi dell’argomento. Non importa quanto tempo sia passato, e quante impressioni nel frattempo uno abbia accumulato: basta accendere la tv, sentirli parlare e le mani corrono al portafoglio, alla ricerca di altre mille lire che vorresti di nuovo brandire in favore delle telecamere. Un episodio che, capitasse oggi a un politico di rango analogo, sarebbe liquidato da un Salvini o da un Renzi con un #abbraccio o un #ciaone, a distanza di quasi trent’anni è ancora raccontato dagli orfani e dai vedovi di quella stagione con accenti epici.

Ogni tentativo di santificare Craxi si scontra con questo problema: la cosa più tragica che in Italia viene ricordata del declino di Craxi, l’apice della lotta al sistema politico corrotto che aveva contribuito a costruire, è stata una pioggia di monetine. Certo, se Craxi fosse rimasto in Italia avremmo visto scene ben più tragiche, ma lui per primo non se l’è sentita. Va biasimato per questo? Dopotutto era stato lui stesso a costruire il suo personaggio, con molta attenzione per i costumi e l’intonazione della voce.

Craxi in questo modo ha finito per impersonare quel tipo di eroe greco la cui hybris gli Dei non si stancano di punire. E di peccati ne ha commessi ben due: il primo è la la collusione con un sistema corrotto; il secondo è che per un intero decennio ha voluto e creduto di poter diventare il Mitterrand italiano, di mettere sotto scacco la DC e di poter profittare dell’esaurimento ideologico del PCI; ha creduto di poterci riuscire da solo, con una strategia attendista che faceva a pugni con quel “decisionismo” che credeva di impersonare. Per tutto quel tempo il suo partito non ha mai superato il 15% dei suffragi. Malgrado questo, Craxi puntava davvero alla Grande Riforma presidenziale: non molto diversamente da Renzi nel 2016 (che in questi giorni lo ha ricordato con una certa ammirazione) da Berlusconi in passato, riteneva che gli italiani, messi di fronte a una scelta secca tra lui e chiunque altro, avrebbero scelto lui. Si sbagliava, e non di poco: oggi lo sappiamo con certezza, ma non era poi così difficile capirlo anche allora. Gli elettori comunisti non gli avrebbero mai perdonato l’abolizione della Scala Mobile, e su un piano più tribale l’imboscata del Congresso PSI del 1984, quei fischi a Berlinguer da cui non aveva preso le distanze (anzi: “Se sapessi fischiare, fischierei anche io”). Gli elettori della sinistra DC non gli avrebbero mai perdonato il tradimento di De Mita, il patto col camper con Andreotti e Forlani, al punto da applaudire ai propri ministri che si dimettevano dal governo Amato piuttosto di non votare il decreto salvaberlusconi voluto da lui: quel momento che più di tutti preannunciava la fine della DC e della Prima Repubblica, se non già l’inizio dell’Ulivo.

Al di fuori del suo partito – trasformato a metà anni Ottanta in un’estensione del suo ego – Craxi era fortemente impopolare, ma non è mai sembrato preoccupato della cosa e forse non ne era nemmeno consapevole, come capita agli uomini potenti quando la salute declina e i cortigiani cominciano a stringere il cerchio. Fino a quella fatidica pioggia di monetine, che più che un linciaggio fu una doccia fredda. Gli italiani non si sono accontentati della versione dei fatti che ha reso in parlamento, incolpando l'intero sistema per sminuire le responsabilità dei singoli corrotti, per poi fuggire in Tunisia e fare il martire con vista mare.

In seguito abbiamo avuto più di un’occasione per riflettere sulla complessità di un sistema che si dice democratico ma che rende impossibile per i partiti finanziare le loro attività (situazione denunciata con impeto da Craxi sotto la voce ipocrisia, durante il discorso pre-monetine); abbiamo scoperto che i quotidiani funzionano davvero come macchine del fango, condannando gli indagati molto prima che se ne celebrino i processi; abbiamo verificato come i magistrati abusino spesso di intercettazioni e detenzioni preventive. Insomma abbiamo avuto tutto il tempo che ci serviva per ammettere che Bettino Craxi diceva la verità sulle profonde contraddizioni e le aberrazioni diffuse del nostro Paese. Ma abbiamo anche avuto tutto il tempo che serviva per riconoscere che quello che è stato tramandato come un linciaggio non lo è stato affatto: qualche monetina lo mancò di diversi centimetri, qualche manifestante gli sventolò da lontano banconote di mille lire. Craxi, che nel discorso del 29 aprile aveva accettato di rappresentare gli anni Ottanta italiani e ne rivendicava i progressi, rappresentava anche una classe dirigente che assistette impotente al quadruplicarsi del debito pubblico. Quello stesso debito che stiamo ancora pagando tutti, e che forse spiega meglio di tante parole quanto sia difficile riabilitarlo davvero (e quanto fosse facile cavarsi di tasca cento lire e lanciarle a un uomo antipatico, nell’aprile del 1993).
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We are stardust, we are golden

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"Mi sono imbattuto in un figlio di Dio, stava camminando sulla strada. Gli ho chiesto dove stava andando e questo mi ha detto: Sto andando alla fattoria di Yasgur, entrerò in una rock'n'roll band, mi accamperò nella campagna e cercherò di liberare la mia anima.

Mezzo secolo fa stava per cominciare Woodstock, tre giorni di pace amore e musica, e voi non c'eravate. Non è grave. Non c'era nemmeno Joni Mitchell, che pure avrebbe descritto meglio di ogni altro lo spirito di quei tre giorni nella canzone che si chiama, appunto, Woodstock.


Si sa che la colpa in questi casi è del manager: Elliot Roberts aveva convinto Joni che una comparsata televisiva al Dick Cavett Show sarebbe stata una promozione più efficace per il suo secondo album – invece di quell'"Aquarian Exposition in White Lake, NY" che sui manifesti citava Woodstock anche se la contea di Woodstock aveva rifiutato di ospitarlo. Per la cultura giovanile dell'epoca era già un toponimo famoso: il mitico villaggio dove Bob Dylan si era ritirato dopo l'incidente in moto, cancellando una tounée e si era dedicato a far musica in cantina coi suoi amici, suggerendo a un'intera generazione di allontanarsi dalle insidie urbane e tornare al territorio. Ma il festival di Woodstock si sarebbe tenuto 70 chilometri più a sud, nella fattoria del signor Max Yasgur. Lo avrebbero organizzato promoter alle prime armi, e malgrado il cartellone stratosferico nessuno sapeva esattamente come sarebbe andato a finire. Siamo polvere di stelle, siamo oro. E dobbiamo ritrovare la strada per il Giardino...

Finì che invece dei cinquantamila spettatori previsti ne arrivarono quasi cinquecentomila; che chi non si era procurato i biglietti entrò lo stesso; finì che i set degli artisti si dilatarono al punto che Jimi Hendrix, che aveva insistito per chiudere il concerto di domenica 17 agosto, terminò alle 11 del mattino di lunedì. Ma in un qualche stranissimo modo, finì bene: anche se il Dylan tanto evocato non volle presentarsi, perché non sopportava gli hippie (e gli organizzatori del festival all'Isola di Wight lo pagavano meglio). Malgrado gli ingorghi stradali, la disorganizzazione, l'insufficienza delle strutture igieniche e sanitarie, il fango e il caos, e l'allarmismo dei quotidiani che imploravano ai cronisti in loco di calcare su violenze e disastri che avrebbero potuto benissimo esserci, e invece miracolosamente non ci furono. Finì con Max Yasgur che distribuiva acqua gratis, il medico di campo che lodava il comportamento dei giovani, almeno una morte per overdose e almeno un parto prematuro. La cosiddetta controcultura divenne la cultura egemone di una generazione, e a chi non ne voleva vedere le contraddizioni fu offerto ancora qualche mese di tempo. Per i babyboomers americani Woodstock fu un successo necessario quanto inatteso: e Joni Mitchell non c'era.

"Allora posso camminare dietro di te? Sono venuta qui per sfuggire allo smog, e sento di essere l'ingranaggio in qualcosa che si sta muovendo. Forse è un periodo dell'anno, o forse è un periodo dell'uomo. Non so bene chi sono, ma sai, la vita serve a imparare".

Anche in tv si ritrovò a condividere la ribalta con i reduci del concerto che nel giro di due giorni era diventato la notizia di apertura dei telegiornali. Dick Cavett la mise a sedere in cerchio con Grace Slick dei Jefferson Airplane, che parlava del suo set domenicale come di un'esperienza religiosa e non era del tutto ironica; col suo ex David Crosby che diceva di aver assistito alla "cosa più strana mai avvenuta sulla terra", con Sthephen Stills, che sfoggiava ancora orgoglioso i jeans sporchi di fango. A Woodstock c'era stata una battaglia, l'unica che in quel momento aveva un senso combattere: la pace aveva vinto sulla guerra, la speranza sul caos, la solidarietà sull'autodistruzione: e Joni Mitchell non c'era. Maledetto manager.

Questa è più o meno la leggenda consegnata ai cronisti, ma qualcosa non torna. Quando Joni compose Woodstock aveva 25 anni. Neanche al tempo poteva sembrare un'hippie ingenua – non lo era mai stata. A otto anni aveva cominciato a comporre al piano, a nove a fumare; a dodici aveva temporaneamente abbandonato la scuola e iniziato a suonare la chitarra con gli artisti di strada di Saskatoon, Saskatchewan, Canada, cominciando a inventare accordature alternative perché la poliomelite contratta a nove anni le aveva lasciato delle difficoltà articolari. A 20 anni si era spostata a Toronto, con l'idea di fare la folksinger nel breve momento in cui il folk di Joan Baez e del primo Bob Dylan soppiantava il rock nell'immaginario giovanile. Suonava più nelle strade che nei caffè, lavorava ai grandi magazzini; rimasta incinta, aveva sposato un cantautore che le aveva promesso di allevare il figlio come suo (promessa non mantenuta). A 24 aveva lasciato il marito e si ritrovava a New York, la capitale di una scena folk che proprio in quel momento stava implodendo. David Crosby, ex chitarrista dei Byrds, era stato il primo ad avvistarla in un caffè e rendersi conto di avere davanti qualcosa di più dell'ennesima cantautrice. Nell'estate del '69 Joni era una interprete promettente e un'autrice già affermata (Judy Collins aveva scalato le classifiche con una sua canzone, Both Sides Now). Ora faceva coppia con Graham Nash, anche lui folgorato sulla strada per la "fattoria di Yasgur", i cui entusiasti resoconti le ispirarono il testo di Woodstock. Del resto loro storica esecuzione di Suite: Judy Blue Eyes immortalata nel film del concerto, avrebbe reso molto più di qualsiasi apparizione televisiva, anche in termini commerciali. Del resto Crosby Stills e Nash riuscirono sia a regalare un set memorabile al concerto (alle tre del mattino!), sia a partecipare allo show di Dick Cavett in tv. Se loro ci riuscirono, perché a Joni fu chiesto di restare in città? Mancava un posto in elicottero? Senz'altro la logistica era complicata, e il manager non voleva rischiare di ritrovarsi con tutti i suoi artisti di punta bloccati nel fango mentre Cavett intervistava quelli della concorrenza.

Probabilmente Elliot Roberts scelse di lasciare indietro proprio lei perché sapeva che Joni era l'artista meno adatta a un evento del genere. Due settimane prima, all'Atlantic City Pop Festival, aveva reagito allo scarso interesse del pubblico abbandonando il palco in lacrime dopo tre canzoni. Joni Mitchell è probabilmente l'esempio più classico di musicista che piace più ai colleghi che al grande pubblico: un'artista dal valore fuori discussione, ma inadatta ai festival di massa. Il che la rese in qualche modo in grado di descrivere meglio di chiunque altro l'essenza di quei festival. Allo stesso modo in cui nessuno aveva raccontato Waterloo meglio di Victor Hugo, che sul campo non c'era e che se ci fosse stato non ci avrebbe capito niente: allo stesso modo Joni, al riparo dagli aspetti più triviali e problematici, dal fango e dal fumo, descrisse Woodstock non per quello che era, ma per quello che Woodstock aveva voluto essere: l'antiVietnam.

"Quando alla fine arrivammo a Woodstock, eravamo forti di un mezzo milione di anime, e ovunque si cantava e si celebrava. E in sogno vidi i bombardieri portare i loro cannoni nel cielo e trasformarsi in farfalle su tutta la nazione. Siamo polvere di stelle, siamo oro. Siamo carbonio di un miliardo di anni..."

Oggi la chiamiamo FOMO, Fear of Missing Out: Joni aveva la sensazione di essersi persa un momento irrecuperabile. Non avrebbe più voluto permetterselo. La canzone era già pronta un mese dopo per il folk festival di Big Sur (un contesto radicalmente diverso, condiviso da poche migliaia di spettatori): nel film la canta in anteprima, circondata da una folla intimidita che non sa esattamente come prenderla. Prima di cominciare le strofe annuncia il ritornello, quasi un invito a cantarlo in coro: un invito assurdo, chi potrebbe mai intonarsi con quella voce acutissima? L'intuizione di Grace Slick si è realizzata: Woodstock è l'inno di una nuova religione, un salmo inaudito e quasi ineseguibile. Forse non era l'intenzione del regista, ma di fronte a un esibizione così intensa e spudorata gli sguardi catatonici degli spettatori e le scenografie medievali sembrano all'improvviso inadeguati come un teatro di cartapesta. Joni arrivava più in alto di tutti, faceva la musica più complessa di tutti e molto difficilmente si sarebbe trovata a suo agio con tutti. La Woodstock incisa dai colleghi Crosby Stills Nash e Young in Déja Vu lo dimostra già indirettamente: è una cover normalizzata, trasformata in un onesto pezzo rock che sembra rifiutare tutte le potenzialità schiuse dalla melodia. L'unica vera Woodstock restava quella altissima di Joni, incisa sul lato B del primo singolo ambientalista della storia del rock, Big Yellow Taxi ("Hanno asfaltato il paradiso e ci hanno messo un parcheggio". "Hanno tolto tutti gli alberi e li hanno messi in un museo degli alberi, e ora chiedono alla gente un dollaro e mezzo solo per vederli").

Il vero battesimo di folla, la canzone l'avrebbe avuto l'anno successivo, al secondo festival dell'Isola di Wight. Ed è lì che i nodi vennero al pettine, almeno per Joni. Che il miracolo pacifico di Woodstock fosse stato fortuito e probabilmente irripetibile lo si era già visto nel dicembre del 1969 ad Altamont, in California, dove l'idea dell'entourage dei Rolling Stones di avvalersi degli Hell's Angels come servizio d'ordine aveva portato a un disastro molto prevedibile, col senno del poi: c'era scappato il morto – accoltellato dagli Angels – e neanche a farlo apposta si trattava di un afroamericano. Se ad Altamont i concertoni avevano rivelato il loro lato violento, all'Isola di Wight si rivide all'improvviso qualcosa che il flower power sembrava aver annullato: il conflitto di classe tra gli hippy ricchi che avevano potuto permettersi traghetto e biglietto e i poveracci che una volta approdati sull'isola si erano visti confinati in un recinto scomodo e remoto dal palco, prontamente battezzato Desolation Row dagli orfani di Dylan. Tra i reclusi di Desolation Row c'era anche un vecchio maestro di yoga di Joni Mitchell (continua su TheVision...)



"Quel tipo, Yogi Joe, lo conoscevo dai tempi delle grotte di Matala, mi ha dato la prima lezione di yoga. Me lo ritrovo sul palco all'improvviso, si siede ai miei piedi e comincia a suonare i bonghi, un pessimo senso del ritmo. Alza gli occhi su di me e dice: "Lo spirito di Matala, Joni!" Io sposto il microfono e gli dico: "Questo è assolutamente inopportuno, Joe". Era Woodstock, di tutte le canzoni... Al termine dell'esibizione Yogi Joe prese il microfono, annunciò che "Desolation Row è il festival, signori e signore", e continuò a tenerlo finché la security non lo trascinò fuori".

Nel filmlovediamopoideclamareWoodstockesragionareinfavoredellacinepresa("Sono venuto a parlare con la mia vecchia amica Joni Mitchell. Siamo polvere di stelle, siamo oro, siamo presi nella trappola del demonio"): l'archetipo dell'hippy sballato che rovina la festa a tutti. Ma per quanto possa sembrare il peggior avvocato possibile per le sue rivendicazioni, il pubblico non fischia subito lui. Fischia Joni, che non può accettare di rovinare la sua Woodstock coi bonghi (non ha ancora sviluppato quel gusto tribale che la condurrà a The Jungle Line o Dreamland). Joni Mitchell che chiede al pubblico il rispetto per l'artista – spezzando quella illusione democratica che si era costruita a prudente distanza dai grandi palchi. Bagnarsi nello stesso fango del pubblico non è più possibile, se mai lo è stato. Gli hippie saranno anche polvere di stelle, ma troppo spesso sono piantagrane sciroccati senza rispetto per gli artisti. Big Sur è lontana, Woodstock è già un museo di cere. Con l'Isola di Wight finisce la storia d'amore impossibile tra Joni Mitchell e i grandi festival.

Proprio in quei giorni Woodstock scala le classifiche, ma in una versione completamente diversa sia da quella originale che da quella di CSNY: a reinterpretarla è un gruppo semisconosciuto fondato da Ian Matthews, già cantante dei Fairport Convention prima che sfondassero. Il gruppo si chiama Matthews Southern Comfort, e la loro Woodstock aggiunge all'originale un sapore nuovo. Tecnicamente si tratta della pedal steel, una bizzarra chitarra da tavolino che scivola languida tra una nota e l'altra senza soluzione di continuità, e al momento dell'assolo sembra davvero incerta sulla direzione da prendere. La suona l'inventore dello strumento, Gordon Huntley. Ma il vero valore aggiunto dell'interpretazione dei Southern è l'improvviso senso di nostalgia per qualcosa che ieri era ancora possibile e oggi, evidentemente, non lo è più. Joni non aveva nostalgia per Woodstock; solo qualche rimpianto per non esserci stata, e tutta la fantasia per immaginarsela più bella, un sogno oltre il tempo e lo spazio. Ian Matthews la sfoglia già come un vecchio album delle vacanze, con quelle foto dai colori sgargianti che però ingiallivano molto in fretta. Chi ascolta la sua Woodstock non può impedirsi di pensare che i bombardieri non si sono trasformati in farfalle; che la trappola del demonio si era già richiusa tra Altamont e l'Isola di Wight. Nello stesso periodo cominciavano a scomparire, clamorosamente, alcuni degli eroi più promettenti di quell'era: Jimi Hendrix in settembre Janis Joplin in ottobre, Jim Morrison nel luglio successivo. Anche Crosby Stills Nash e Young sbanderanno, imbroccando sentieri diversi che si intersecheranno più e più volte ma non li ricondurranno mai più ai livelli di Déja Vu. Joni avrà ancora una lunga e straordinaria carriera, durante la quale reinventerà la sua musica più di una volta: continuerà a cantare Woodstock, ma non la porterà mai più a un festival.

Il destino più bizzarro di tutti è forse quello di Ian Matthews, che aveva mancato di poco il successo con i Fairport Convention e lo aveva trovato, senza cercarlo, con Woodstock: non morì, e nemmeno litigò coi colleghi. Un bel giorno semplicemente li abbandonò: durante un soundcheck che non stava andando bene, prese un treno e si chiuse in casa per una settimana. Fare la rockstar non gli interessava: interviste e comparsate televisive gli sembravano una perdita di tempo. Da allora non ha più smesso di scrivere canzoni e incidere dischi, ma non ha mai più ottenuto il successo di Woodstock. Forse non ci ha nemmeno provato. Siamo d'oro, siamo di polvere.


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Il Santo Prepuzio (di cui è proibito parlare)

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1 gennaio – Circoncisione di Gesù, festa soppressa 

[Questo pezzo è uscito ieri sul Post]. È il caso di iniziare con un disclaimer: in questo pezzo si parlerà di una reliquia nota come il Sacro Prepuzio di Gesù. Prima o poi era inevitabile. Ne parleremo nel modo meno offensivo possibile; ma comunque ne parleremo, e questo a quanto pare sarebbe più che sufficiente per incorrere in una scomunica, prevista dalla Chiesa cattolica ai sensi del "Decreto n. 37 del 3 febbraio 1900".


Scrivo "a quanto pare" perché non sono riuscito a verificare la cosa. La trovo scritta in decine di pagine web, su Buzzfeed e persino nelle note a pie' di pagina di alcuni libri, ma tutti riportano la stessa formula stereotipata. Ho la sensazione che si citino tutti tra loro, e che nessuno sia davvero andato a cercare dove sia questo famoso decreto n. 37, e se ci sia davvero. Ma insomma il senso è che a un certo punto di prepuzio non si è potuto più parlare – certo, l'oggetto in sé esisteva ancora, custodito da trecento anni presso la parrocchia di Calcata (VT). Finché un bel giorno non è scomparso anch'esso (ma era già il 1983!) a causa di un clamoroso furto di cui probabilmente non avete sentito parlare. Proprio così, immaginatevi: scompare l'unico brandello del Corpo di Cristo non resuscitato e asceso al cielo, e i giornali non ne parlano. Anche perché nel frattempo Pio XII aveva ribadito, anzi rafforzato la scomunica per chiunque toccasse l'argomento; e il Concilio Vaticano II aveva eliminato la festa dal calendario. Insomma il prepuzio di Gesù è diventato un tabù, qualcosa di cui non è possibile parlare: e lo è diventato recentissimamente, proprio nel momento storico all'apparenza meno adatto al rispetto dei tabù.

 "Presto sentì con la più soave dolcezza sulla sua lingua un pezzetto di pelle simile alla pelle in un uovo, che essa ingoiò; e dopo che l'ebbe ingoiato sentì di nuovo sulla sua lingua la stessa pellicina con la stessa dolcezza che ne aveva provato, e di nuovo la ingoiò. E questo accadde migliaia di volte. E quando l'ebbe provata così tanto, fu tentata di toccarla con le sue dita, E quando desiderò di farlo, quella pellicina le scese da sola nella gola. E le fu detto che il prepuzio sarebbe stato resuscitato col Signore nel Giorno della Resurrezione" (Agnes Blannbekin, nel tredicesimo secolo, parlava di sé stessa alla terza persona ed era considerata un po' "strana", anche per la media delle mistiche medievali).

Mentre nei secoli cosiddetti bui il prepuzio di Gesù non costituiva nessun imbarazzo. Se ne discuteva (esiste o no? E se esiste, è ancora sulla terra?), ci si azzuffava, ci si giocava perfino. Una mistica austriaca sognò di averlo assaggiato (un chirurgo dell'Ottocento, si guadagnò il soprannome di "croque-prépuce", mangia-prepuzio, per avere effettivamente sottoposto una presunta reliquia alla prova gustativa). Caterina da Siena si limitava a immaginarselo legato al dito come fede nuziale. Anche chi negava che il prepuzio potesse essere rimasto sulla Terra, non sapeva bene dove collocarlo, al punto che quando furono scoperti gli anelli di Saturno un erudito del Seicento avrebbe creduto di avere trovato la soluzione al problema: il prepuzio era asceso al cielo solo fino a un certo punto, magari si era incastrato nel cielo del pianeta che Aristotele collocava appena sotto la sfera delle Stelle Fisse, ed era rimasto orbitante lì. Una teoria un po' troppo buffa per non essere inventata – e in effetti wikipedia ammette che questo famoso trattato sul prepuzio orbitante non si riesce a rintracciare.

Ma naturalmente l'idea che fosse rimasto sulla terra era più interessante per i ricercatori e i collezionisti di reliquie. Non era soltanto un business: ritrovare il brandellino di pelle, esporlo, ammirarlo, significava ribadire che Cristo oltre a un Dio era stato un uomo: il prepuzio poteva essere brandito contro gli eretici che negavano la natura umana di Gesù o la relegavano in un secondo piano: monofisiti, monoteliti e in generale i difensori di una religiosità più astratta, meno corporale. Questi ultimi erano in realtà già sconfitti da secoli, quando a Roma apparve il primo prepuzio di Gesù di cui abbiamo notizia, dono di Carlo Magno a quel papa Leone III che ebbe la pazza idea di incoronarlo imperatore. (A Carlo Magno l'avrebbe regalato l'imperatrice bizantina Irene, o un angelo). Con le crociate, e la relativa reliquie-mania, i prepuzi divini si moltiplicano: memorabile quello di Anversa, dono del re Baldovino di Gerusalemme, che fu visto da un vescovo stillare almeno tre gocce di Sangue. D'altro canto, spiega il nostro collega Iacopo di Varazze, il poco sangue scorso quel giorno non era che un anticipo di quello che Cristo avrebbe versato per noi. A un certo punto in giro per l'Europa ce n'è almeno una dozzina, ormai degradati al rango di amuleti. In quanto residui di un pene, diventano prima o poi un rimedio ai problemi virili; un re inglese (Enrico V) riesce ad adoperarne uno come cura per l'infertilità della moglie (Caterina di Valois), e a procurarsi finalmente un erede (Enrico VI). Sul finire del medioevo ormai tutta l'Europa ha stabilito che l'anno solare si conta secondo lo stile detto "della circoncisione", ovvero dal primo gennaio: se si accetta infatti come data della nascita di Gesù quella tradizionale del 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge mosaica (e secondo il Vangelo di Luca) il neonato sarebbe stato circonciso. Insomma intorno al prepuzio ruota l'anno intero.

La reazione all'inflazione di prepuzi e altre reliquie è la riforma protestante, che fa piazza pulita dei gadget sacri nell'Europa centrale e settentrionale, ma anche del più prestigioso prepuzio romano, scomparso durante il Sacco di Roma inflitto dai lanzichenecchi (1527). Trent'anni dopo lo stesso prepuzio ricompare a Calcata, provincia di Viterbo, nascosto nella parete di una cella dove era stato rinchiuso un lanzichenecco. La reliquia, in teoria la più ambita, non torna però a Roma: a Calcata si conquista un santuario tutto suo, e un discreto successo di pubblico (il pellegrinaggio valeva un indulgenza di dieci anni), ma i papi della Controriforma stanno già cominciando a prendere le distanze. Ducecentocinquant'anni dopo un'altra ondata iconoclasta, la rivoluzione francese, fa sparire più o meno tutti i prepuzi residui.

Ma proprio quando la reliquia di Calcata sembra essere rimasta senza rivali, nel 1856 un colpo di scena mette in imbarazzo il Vaticano: nell'abbazia di Charroux, nel Poitou, mentre abbatte una parete un muratore ritrova un altro prepuzio. In effetti secondo la tradizione locale sono i monaci di Charroux, e non Leone III, i destinatari del dono di Carlo Magno. Non è certo la prima volta che una reliquia si rivela un doppione; ma ormai siamo nell'Ottocento, e due prepuzi di Gesù creano più problemi di quanti ne creasse una dozzina nel Duecento. L'Europa non è più una selva fiorita di castelli e chiese, separati e autonomi tra loro: ormai è un reticolo di ferrovie, uno spazio misurabile. Un oggetto, ancorché miracoloso, non può esistere in due luoghi contemporaneamente: la cosa non è più plausibile, non è più immaginabile, nemmeno da un'anima semplice o pia. Nel frattempo il Vaticano ha reclamato l'infallibilità papale, e quindi tra Charroux e Calcata un Papa non può più rifiutarsi di scegliere: e sceglie di tacere, anzi di zittire chiunque.

Dal 1900 in poi del prepuzio non si parla più. Solo a Calcata la venerazione rimane tollerata, fino al misterioso furto del 1983. Misterioso anche per la sua semplicità: alla vigilia delle celebrazioni del primo gennaio, il parroco Dario Magnoni avvisa i fedeli di Calcata che la reliquia non si trova più: qualche ladro sacrilego è penetrato nella sua casa, l'ha trovata nella scatola di scarpe in cui la nascondeva, e l'ha portata via. Non è nemmeno chiaro se don Magnoni abbia sporto denuncia. L'oggetto in sé appare poco commerciabile: l'ipotesi è che al ladro interessassero soprattutto le pietre preziose del reliquiario che lo conteneva. Ma se davvero Magnoni temeva i ladri, al punto di portarsi il prepuzio in casa, perché non ha pensato a custodire reliquiario e reliquia almeno in due scatole diverse? Qualche compaesano nota che il giorno prima il parroco si era recato a Roma. Qualche anno prima, un vecchio vescovo aveva annunciato: quando me ne andrò io, se ne andrà anche il prepuzio. E poi basta, anche il giornalista americano che ci scrisse un libro non è che trovò molto altro da dire. L'ultimo prepuzio è scomparso, proprio quando ormai si cominciava a parlare di analisi del DNA e di clonazione. 1500 anni fa la priorità della Chiesa era difendere l'idea che Dio si fosse fatto corpo: le reliquie erano prove, evidenze tangibili, perfino assaggiabili, della permanenza del Sacro nella carne. Oggi la battaglia è sul fronte opposto: salvare il Sacro da una carne sempre più misurabile, osservabile, persino replicabile. Alcune reliquie hanno ancora un senso; altre sono appena tollerate; altre ormai sono imbarazzanti, e infatti spariscono. È il caso della Veronica, una macchia triangolare che nel medioevo poteva apparire davvero come una immagine miracolosa Gesù, ma che oggi non riusciremmo affatto ad associare a un volto; probabilmente è anche il caso del Santo Prepuzio, di cui non si dovrebbe parlare: e chiedo scusa per averlo fatto.
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Addio Cuneo (e grazie dei pistacchi)

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È stata una sera di cinque anni fa esatti. Senza tanto spiegare pubblicai qui una finta recensione di un film. Niente di troppo originale, senonché il pezzo a un certo punto si interrompeva, con un link che invitava a leggere il seguito su un magazine on line della provincia di Cuneo. Non solo non avevo mai visto il film in questione, ma non ero nemmeno mai stato in provincia di Cuneo, così è abbastanza normale che qualcuno l'abbia preso per uno scherzo. Invece era proprio così: avevo iniziato a collaborare con Piùeventi.

"I make garbage, for the money and the pussy".
Ero convinto che sarei durato qualche mese; sono passati cinque anni in cui, salvo qualche rara interruzione, ho visto un film alla settimana e in un qualche modo ho fatto finta di recensirlo. Mi sarebbe piaciuto festeggiare il quinto anniversario andando a vedere il film numero 250 (perché a parte il primo li ho visti tutti - cioè quasi tutti, dai), ma un mese fa Piùeventi ha sospeso pubblicazioni e collaborazioni. A me ovviamente manca già tantissimo.

In questi cinque anni ho visto tanta robaccia e una manciata di film davvero molto belli; due Scorsese, tre Eastwood tre Larraín e quattro Woody Allen che mi sarei probabilmente perso. Un sacco di film di supereroi, veramente troppi. Ho imparato ad amare Luc Besson anche se usa il 10% del suo cervello, a detestare Sorrentino che invece prima mi piaceva, ho cercato di prendere le distanza da Virzì ma non ce l'ho fatta. Ho visto tante cose, Star Wars Episodio IV in anteprima e Frozen, i Lego e Kevin Spacey trasformarsi in un gatto; e voi obietterete che non è la peggior cosa che abbia fatto Kevin Spacey - ma non ne sono così sicuro. Ho visto persino degli horror - tra le fessure delle dita, ma li ho visti, dove non erano riusciti i miei amici delle medie ce l'ha fatta la Provincia di Cuneo. Quando ho iniziato, avevo già scritto qualcosa di cinema, ma non è che ne capissi molto e sapessi come si scrive una recensione. Col tempo avrei imparato, mi dicevo. Cinque anni dopo, devo dire che continuo a non capire un cazzo di cinema e non sono ancora capace di scrivere una recensione - non ho neanche la sensazione di essere migliorato, però quanto mi sono divertito?

Così addio Piùeventi, posso solo ringraziarti. Di avermi sempre pagato puntuale, ma soprattutto d'avermi dato qualcosa che alla mia età è più prezioso di un bonifico: una scusa per andare al cinema. Quella scusa che più di tutto stasera mi manca - in sala c'è un altro Star Wars ma io ho un'età, ormai, e un sacco di roba da fare (se nei prossimi mesi dovesse crollare il prezzo dei pistacchi, non sorprendetevi troppo).
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I knew right away he was not ordinary

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(Riciclo un pezzo scritto per un altro compleanno, in un sito ormai introvabile)

Io dopo tanti anni non l'ho ancora capito se si cresce intorno al proprio stampino primordiale, diventando peri se eravamo semi di pero, fragole se eravamo semini di fragole, eccetera. A me piace pensare che alcune persone al momento giusto abbiano avuto la possibilità di dare una botta all'impasto che cuoceva, una direzione, anche solo un segno. Sennò non farei il mestiere che faccio? O ce l'avevo già nell'embrione, il mio mestiere?

Sia come sia, io sono immensamente grato, per esempio, al prof di Educazione Musicale di cui non ricordo nemmeno il cognome, che a un certo punto della terza smise di insegnarci filastrocche al flauto e cominciò a prestarci dischi, ma seriamente, 33 giri e 1/3, e libri da leggere, e ci commissionò una ricerca multimediale con i media che c'erano allora, le diapositive insomma, ed eravamo divisi in gruppi, tutti volevano ovviamente la musica rock ma a me capitò il folk, e io subito esclamai John Denver! Non ho la minima idea del perché conoscessi John Denver in terza media (forse perché comparsava in una puntata dei Muppets?) e invece, somma vergogna, Bob Dylan no, Bob Dylan non avevo la minima idea di chi fosse, e cinque minuti dopo avevo in mano le cassettine di Bringing It All Back Home e The Times They Are A-Changin', e una monografia che forse era uno dei primissimi libri dell'Editrice Arcana.

D'altro canto non avrebbe funzionato con tutti, voglio dire che ventiquattro studenti su venticinque gliel'avrebbero tirata in testa, la cassettina di The Times They Are A Changin', a metà degli anni Ottanta e con una conoscenza piuttosto limitata dell'inglese bisognava portare nei propri geni interi millenni di autolesionismo per mettersi ad ascoltare roba del genere sul registratore panasonic. Non so se avete presente i suoni di quel periodo, quel tipo di produzione gommosa, la cassa frusciante sparata su entrambi i canali (tanto poi il panasonic era un mono), l'estetica mixarola dei 12 pollici, Revenge degli Eurythmics, e poi all'improvviso ti metti ad ascoltare una voce nasale in un silenzio che puzza d'antico che suona la chitarra per mezz'ora con qualche attacco d'armonica ogni tanto, come passare da Gianni Rodari ai geroglifici egizi. Io invece mi misi ad ascoltare seriamente quella roba, e confesso che fui molto lieto quando Bob passò al blues elettrico, Subterrean diventò subito la mia preferita. Poi dovevo andare a casa della Rebecca che mi stava antipatica ma aveva il giradischi e quindi si era presa i 33 e 1/3. Io avevo questa sfiga che tutte le compagnie raggiungibili ciclisticamente a fine ricerche nel doposcuola eran femmine, e del folk o del blues elettrico proprio non poteva loro fregar nulla, a loro fregava mangiare patatine sancarlo sfogliando MODA guardando le foto di tipe magre e fu la prima volta che pensai che doveva esistere qualcosa come l'omosessualità femminile, ma me ne fregava davvero così poco, soprattutto quando Rebecca mise su il 33 1/3, e io ebbi quella sensazione di saltare dalla sedia, che in una famosa intervista lo stesso Dylan dice che gli capitò la prima volta che ascolto The House of The Rising Sun rifatta dagli Animals; io la ebbi al ritornello di Hurricane. Poi basta perché credo che Rebecca alzò subito la testina disgustata per quei suoni così diversi. A sua discolpa, era davvero qualcosa che non avevamo mai ascoltato prima. Cioè, non era come adesso. Noi non ascoltavamo la musica dei nostri genitori, Battisti per dire era ancora vivo ma non lo avremmo mai considerato ascoltabile neanche per sogno; era lo stesso passato di Charles Aznavour o Chopin, una cosa che non ci riguardava. Non c'erano gli mp3, non c'erano i cd, ma soprattutto non c'era tutta questa industria della nostalgia che c'è adesso. Nel 1986 i Bee Gees erano ridicoli e tutto quello che veniva prima, semplicemente, non si ascoltava, roba da genitori che rompono i coglioni alla fine della festa.

Però Hurricane mi fece saltare sulla sedia, e da quel momento forse il mio destino era segnato. O forse l'avevo nei geni, o forse passare gli anni della formazione musicale tra gli scaffali dei Nice Price era la strategia più conveniente. E' una canzone che non ascolto più da anni, non mi fa più nessun effetto sentire un violino sopra una chitarra acustica e un'armonica e una corista. Garantisco però che fu uno choc, la fine dei miei anni Ottanta (che poi mi dovetti recuperare negli anni Novanta). E poi Dylan mi rimase comunque in una strana dimensione sottopelle, mi misi a studiare la sua discografia ed era davvero come studiare i geroglifici, tutti quegli album e quelle canzoni che non conoscevo e che per anni non avrei comunque ascoltato. Familiare e incomprensibile per tutta la vita, un cugino lontano di cui ogni tanto ti arrivano notizie assurde - si è convertito al cristianesimo - gli è passata - si è convertito all'unplugged - si è messo a stonare tutti i concerti - va al Giubileo - ha fatto sette dischi magri - ha fatto sette dischi grassi.

Forse ero nato per conoscere Dylan, forse no. Si fanno incontri incredibili alle scuole medie. Quella sensazione di scoprire una cosa, qualsiasi cosa, che era lì e ti aspettava, quello svegliarsi ogni giorno nel primo giorno della creazione. Molto difficile da spiegare a chi non frequenta più.
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Il segreto del mio insuccesso

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Stavo cercando di buttar giù due pensierini sulla Legge di Poe, quando ho avuto una mezza rivelazione - hai presente quando un problema che hai sempre visto da vicino, ti si presenta finalmente dalla giusta distanza, dalla giusta angolazione? Insomma ho capito che io di blog non ho capito mai niente. E di internet in generale.

Ho sempre fatto la cosa sbagliata.

Quasi quindici anni fa, ai tempi di Indymedia, una volta lessi un articoletto cosiddetto satirico, uno di quei pezzi che mettono in bocca a un personaggio le verità indicibili, ad es. Bush: "L'Iraq non c'entra niente con l'11 settembre, ma è più facile da invadere dell'Afganistan", una cosa del genere. Mi piaceva, lo trovavo diretto ed efficace. Fu molto facile clonare una pagina di Repubblica e incollarci sopra l'articoletto. A quel punto era ancora più diretto ed efficace, perché sembrava vero. Lo ripubblicai. Ad alcuni piacque. Altri chiesero di toglierlo immediatamente, perché qualcuno l'avrebbe preso per una vera pagina di Repubblica. Ci leggono anche dall'estero, dicevano. Lì per lì mi misi a ridere - insomma, si capiva che non era una vera pagina di Repubblica. Mancava l'indirizzo.

Però lo tolsi.

Da allora non ho più fatto una cosa del genere.

Oddio, qualche parodia ogni tanto mi è scappata, anche se non è il mio forte. Però i fake li ho lasciati perdere. Sono troppo facili, appunto. E poi credo di aver introiettato quello che mi dissero quel giorno. Ci leggono dall'estero - che non è necessariamente un'altra nazione. Per esempio possono leggerci dal futuro. Non un futuro remoto: bastano cinque o sei anni per non capire letteralmente di cosa si stia parlando. Possono leggerci i bambini. Possono leggerci le persone che non condividono i nostri punti di vista. A meno che - s'intende - non facciamo qualcosa per mandarli via.

Io non ho mai fatto niente per mandarli via. Anzi ci tenevo che restassero. Per me è sempre stato molto importante, ad esempio, non intervenire su un argomento senza prima aver spiegato di cosa si trattasse: era il principio che chiamavo "riassumi le puntate". "Perché ci può essere sempre qualcuno appena arrivato che non sa di cosa si sta parlando, e se glielo spieghi te ne sarà grato". Questa è probabilmente la grande lezione dell'internet che io ho frainteso. Perché se mi guardo attorno, e vedo piccole o grandi storie di successo, mi accorgo sempre di questa cosa: in rete bisogna fare comunità. Tener fuori quelli che non capiscono, e creare una sensazione di familiarità che attiri soltanto quelli che condividono i nostri gusti, valori, punti di vista. Insomma, tutto bisogna fare fuorché riassumere le puntate agli estranei. I messaggi devono essere rivolti solo a chi è in grado di capirli.

Pare infatti che il problema sia questo. Qualcuno commentando il pezzo sulla vignetta di Charlie mi ha spiegato che non è razzista, perché non è rivolta un pubblico razzista. "Solo un razzista distratto potrebbe riderne". Posso capire. A questo punto però è un vero peccato che molti razzisti siano distratti. E che non possiamo impedire loro di leggere Charlie e interpretare le battute come vogliono. La legge di Poe dice che "non è possibile creare una parodia del fondamentalismo in modo tale che qualcuno non la confonda con il vero fondamentalismo", senza almeno usare un segno che chiarisca oltre ogni dubbio l'intento parodico. Questo segno non dovrebbe essere linguistico, ad esempio l'intonazione della voce, o un'emoticon. Come tutti i grafomani, io detesto le emoticon. Vorrei riuscire a dire tutto con la scrittura, ma pare che ci sia un limite. La scrittura non strizza l'occhio, o non lo fa in modo abbastanza chiaro per tutti. E io - è il mio difetto intrinseco - vorrei essere abbastanza chiaro per tutti. Come la Sapienza dei Proverbi, che non si chiude in un circolo di amici selezionati, ma batte i marciapiedi e fa l'occhiolino agli estranei, così ho sempre cercato di fare io. Per me internet era la rete di tutti, e pensavo che questa fosse un'immensa opportunità. Pare che invece sia il principale difetto che ci impedisce di mandare avanti conversazioni interessanti: il rumore di fondo dei passanti che non capiscono, ma vogliono lo stesso intervenire perché credono di aver sentito qualcosa di sbagliato.

E adesso che si fa? Niente. Cioè, no, le solite cose. Continuerò a parlare del più e del meno, a riassumere qualche puntata ai passanti, e a ricevere ogni tanto le mail di qualcuno che mi ha trovato per caso e ha fatto mattina leggendo tutti i pezzi del 2009. Sto facendo questa cosa da così tanto tempo - 15 anni oggi - che non credo di poter più cambiare. Uno sbaglio così lungo ormai non è neanche più uno sbaglio. Diventa un'altra cosa - un record, un esperimento, una forma d'arte, che ne so.
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29/5/12, il giorno che ci ha cambiato la vita (per un po')

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Una settimana fa l'allarme ha suonato. Malgrado io scuotessi la testa, i ragazzi si sono messi sotto il banco in un lampo. Succede sempre la stessa cosa. Ho aspettato venti secondi e poi li ho fatti uscire. Solo quando ho visto il dirigente nel cortile sono stato sicuro che si trattava dell'esercitazione a sorpresa. Di ritorno in classe, la solita scena: ragazzi, siete tanto buoni e cari, ma se suona l'allarme è l'anti-incendio, non il terremoto. Non può andare sempre così, che bruciamo vivi ogni sei mesi.

"E l'allarme del terremoto come suona?"

Sospiro. È pur vero che loro non c'erano, e poi non consiste in questo il mio mestiere: nello spiegare sempre le stesse cose nel modo più chiaro possibile? Figliolo, l'allarme del terremoto lo riconosci perché arriva tardi. Se hai bisogno dell'allarme per sentirlo, non è un gran terremoto. Se invece è una scossa seria, fidati, la senti. Molto prima che il bidello azioni l'allarme. Di che stavamo parlando? Dunque, Napoleone cede Venezia agli austriaci, dopodiché...

Fino a un certo punto ci abbiamo creduto. Non so esattamente quale punto. Magari l'anno scorso ci credevo ancora; magari se me l'avessero chiesto avrei risposto che sì, il 29 maggio 2012 era il giorno che ci aveva cambiato per sempre. Non saremmo più stati gli stessi. All'inizio era ovvio. La terra si era messa a tremare sul serio, e non si sapeva quando avrebbe smesso (questo era l'aspetto più angosciante: avrebbe potuto durare per mesi, per anni, nessuno sapeva quanti).

In quei giorni prendemmo alcune risoluzioni solenni. Non saremmo mai più entrati in quel capannone. Non saremmo mai più entrati in nessun capannone. Avremmo dormito in tenda per tutto il tempo necessario. Avremmo fabbricato una seconda casa, di legno. Qualcuna è resistita, ingombra ancora il giardino di qualche villetta. Avremmo ristrutturato tutto a regola d'arte. Non avremmo mai più accettato in classe più alunni di quanti ne consentiva la legge. Era una cosa seria. Non si scherzava più.

La stessa sera dell'esercitazione ero a un concerto, nell'ultimo posto al mondo dove avrei pensato di trovarne uno, la Cantina Sociale di Sorbara - dove fanno il lambrusco.
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Soffia sulle candeline

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(Oggi Giuliano Ferrara compie 63 anni, a dar retta a wiki. Tanti auguri).

Soffia sulle candeline (G.Giacobetti/V.Savona/B.A.Stardo)


Tanti auguri per te,
tanti auguri per te,
Mille giorni felici.
Tanti auguri per te.

Se compi un anno stringi forte le manine,
prendi fiato a più non posso e soffia, soffia innanzi a te:
soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Se son due anni e già le prime paroline
tu sai dire alla mammina, prendi fiato insieme a me:
soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

E se invece gli anni sono tre,
un brindisi puoi fare... ma non rompere il bicchier.
A quattr’anni puoi già far da te:
tagliar la torta a fette e darne un poco pure a me.

A cinque anni coi bambini e le bambine
una festa tu farai dedicata tutta a te!
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Se son sei anni già ricevi cartoline
mentre il nuovo sillabario si fa leggere da te:
soffia sulle candeline! ecc.

Se son sette già raccogli figurine
dei campioni del pallone che gareggiano per te:
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

Quando invece otto anni avrai,
ti senti già Pioniere e i giardinetti esplorerai.
Anni nove: vuoi fare il ballerin
e balli l'hully gully con la figlia del vicin.

A dieci anni, che passione per il cine!
Entusiasta dei cow boy, cosa mai potrai temer?
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

A sedici anni vuoi già fare il Sessantotto
a Valle Giulia un poliziotto
sta inseguendo proprio te.[51]
Soffia sulle candeline! ecc.

A vent'anni metti incinte ragazzine
che abortiscon clandestine
per non dar fastidio a te[43].
Soffia sulle candeline! ecc.

A ventuno sei già ben retribuito[3],
con un posto nel partito
che papà trova per te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te.

A ventotto ti trovi migliorista
ti candidi a Torino e hai il primo posto nella lista[6].
Quando invece i tuoi trent'anni avrai
per Sabra e per Shatila i tuoi piedini pesterai[10].

A trentacinque hai una rubrica sul Corriere,
cosa mai potrai temere?
Craxi veglia su di te.
Soffia sulle candeline! ecc.

A quaranta che passione per la tele
ci conduci trasmissioni che si scrivono per te...
Soffia sulle candeline! ecc.

A quarantadue vuoi fare per davvero
prima provi un ministero, ma non era adatto a te.
Soffia sulle candeline! ecc

A quarantatré vuoi far l'intellettuale
sopra un foglio originale
che ora stampano per te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te!

A cinquanta alla guerra vuoi chiamar
e il drappo d'Israele, eroico, in piazza sventolar.
Cinquantotto - e hai già un'altra passion:
diventi antiabortista e salvi tanti, tanti embrion.

Su questa torta rilucente di perline,
dopo sessanta candeline altre cento aspettan te.
Soffia sulle candeline! Tanti auguri, tanti auguri per te.

Tanti auguri per te,
tanti auguri per te!
Mille giorni felici,
Tanti auguri per te.
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Come tenere i negretti al loro posto

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28 agosto 1955 - Emmett Till viene seviziato, ucciso, gettato come un rifiuto nelle acque limacciose del fiume Tallahatchie. I suoi assassini, subito arrestati, non saranno mai puniti.

A casa del pastore Wright arrivarono alle due del mattino, senza infilare cappucci bianchi o altre pagliacciate: che bisogno c'era di nascondersi? Erano armati e avevano le torce. C'erano Roy Bryant e il fratellastro JW Milam, e qualcun altro che lavorava con loro e forse era nero. Chiesero a Wright di vedere gli amici di famiglia, i tre ragazzi di Chicago venuti in villeggiatura. Chi dei tre era passato dalla bottega di Bryant quattro giorni prima, chi dei tre aveva rivolto la parola alla moglie di Roy? Fu Emmett a rispondere: sono stato io. Aveva quattordici anni, ma sembrava più grande. Gli dissero di vestirsi, che doveva venire con loro. Il pastore non protestò troppo, sapeva cosa stava rischiando. Solo la zia fece un po' di baccano. Senza vergogna offrì del denaro a Bryant e Milam. Finsero di non averla sentita. Infilarono il ragazzo nel pick-up e sparirono. Mose Wright attese venti minuti, poi prese la macchina e si diresse verso il centro del paese. È là che l'avrebbe ritrovato, se i due volevano soltanto dargli una lezione e poi lasciarlo libero. Ma Emmett non era pratico della zona e c'era comunque rischio che si perdesse.

Emmett fu picchiato con criterio, forse col calcio di una pistola. In un fienile, e poi di nuovo sul pick-up. In una baracca in mezzo a una piantagione, e sul pick-up di nuovo. Non riuscivano a lasciarlo andare. Ammesso che l'idea iniziale fosse davvero di risparmiarlo, il ragazzo non stava reagendo nel modo giusto.
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Il grande poeta dimenticato del '900

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19 agosto 1964 - muore Ardengo Soffici, pittore, scrittore, futurista, fascista, e tante altre persone. 

Soffici ci lasciava 50 anni fa, troppo presto sia per far dimenticare il suo fascismo seminale, sia per cogliere i frutti della rivalutazione del futurismo. Come pittore poi si è difeso bene, i suoi papier collés e le sue angurie sono passaggi obbligati in qualsiasi mostra futurista che si rispetti. Molto meno conosciuto resta il Soffici scrittore, ma se in generale abbiamo smesso di leggere non è proprio colpa sua. Lui in effetti ha precorso i tempi anche in questo, scrivendo testi leggerissimi che sembrano pensati per il lettore svagato e distratto del secolo XXI. Figlio di borghesi rovinati, scappato a Parigi a vent'anni, Soffici si ritrova quasi per caso al centro dell'esplosione artistica che inaugura il secolo. Tra i primi italiani a leggere Rimbaud, a scambiare due chiacchiere con Picasso o Apollinaire, Soffici torna nella casa materna di Poggio a Caiano (FI) nel 1907. L'intuizione è buona: in Francia era un illustratore tra tanti, in Italia è in anticipo di una generazione - al punto che nel 1911 si permette di stroncare la prima esposizione futurista: "sciocche e laide smargiassate di poco scrupolosi messeri".

Il seguito è noto: Marinetti, Carrà, Russolo e Boccioni prendono un treno per Firenze apposta per andare a picchiarlo. Lo trovano alle Giubbe Rosse (se lo fanno indicare dal subdolo Palazzeschi), e restano piacevolmente sorpresi dal fatto che Soffici risponda a pugni e schiaffi roteando il suo bastone da passeggio. Il giorno dopo addirittura si prende con sé Slataper e Prezzolini e li va ad aspettare in stazione. Nuova scazzottata, e poi tutti assieme in commissariato a firmare il verbale e discutere d'arte d'avanguardia. Sta per nascere il primo futurismo fiorentino, l'unico a non dipendere economicamente dalle ampie tasche del mecenate Marinetti. Il vero battesimo sarà Lacerba, la rivista che Soffici avvia all'inizio del 1913 in collaborazione con l'amico e provocatore Giovanni Papini - in sostanza è uno spin-off della Voce, l'amichevole scissione dei due vociani meno allineati al serioso verbo idealista. Mettendosi d'impegno a stroncare Croce, e con Croce tutti i filosofi, e gli scrittori, e i pittori - Papini e Soffici ottengono perfino un certo successo editoriale, conquistato a base di titoli roboanti (Contro la scuola! Amiamo la guerra!) e oltraggi al pudore e un insistito snobismo. Lacerba è la nonna di tutti i fogli di satira italiani. Gramsci nota che lo sfogliano persino gli operai torinesi, con un interesse non ricambiato.
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Won't you let me walk you home from school?

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Mamma come passa il tempo.


Questo blog compie 13 anni, bisogna avere molta pazienza.


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When I'm feeling sad

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Noi non è che fossimo esattamente la famiglia Bach, ma tu in particolare eri veramente stonato. Veramente. Questo non t'impediva di apprezzare la musica, ma di sicuro la percepivi in un modo diverso, che non ho mai capito, perché io non ho mai capito molto. Avevo sempre altro a cui pensare, al limite il mercoledì bussavo e ti dicevo: sto andando in fonoteca, vieni?

Poi ti prendevo per il culo per i cd che ti portavi a casa, i Nomadi, Guccini. Ligabue lo compravi originale. Poi quando non c'eri in casa entravo in camera tua e rubacchiavo quel che non avevo il coraggio di prendere in prestito io, ad es., il Pilota di Hiroshima (un duro alla maniera di John Wayne). C'è che a certe pentatoniche io proprio non resisto. Tu invece chissà cosa ci sentivi. Era facile che ti attaccassi al contenuto, Hiroshima, Auschwitz, Praga, tutte quelle cose che ci fanno sentire impegnati. Resta da spiegare Coltrane.

Ti eri incapricciato di Coltrane, avevi cominciato a prenderli tutti. Io ci avevo messo anni a digerire My favourite things, tu no, tutto subito, avevi fretta. Questa fretta allora non la capivo: dal mio punto di vista (che era l'unico importante) era un desiderio di sorpassarmi, da liquidare con sufficienza. E poi si sa che i ragazzini fanno finta di amare tante cose, ma che ne sanno loro dell'amore vero.

Anche Coltrane del resto l'ho sempre amato di un amore distratto, come tutti i miei amori, e non avevo pudore di ficcare capolavori di free all'interno di nastroni che parlavano di tutt'altro. Mi piace variare perché è l'unico modo di sentire i sapori, non reggerei venti minuti di Coltrane, soprattutto al volante. Ma dieci minuti tra gli Ultravox e i Motorpsycho perché no, sono fatto così, non me ne vanto.

Tu eri più serio e i dischi li registravi interi; non sempre avevi a disposizione una cassettina col minutaggio giusto, e quindi uscivano anche a te degli strani ibridi. Ricordo che My favourite things stava sul retro di Tubular Bells. Io ti prendevo in giro per questa cosa, essendo idiota.

D'altro canto ero io che ti portavo a in fonoteca, a noleggiare CD con scritto sopra Proibito Il Noleggio. Un giorno mi hai chiesto di portarti con me, o te l'ho proposto io, non ricordo bene, essendo idiota. Di questo sono abbastanza sicuro; ma in un qualche modo devo pure andare avanti, o no? Attaccarmi alle cose positive.

C'è questo problema: che di cose positive mi sembra non ce ne siano tante. La memoria dovrebbe aiutarmi, selezionando bei momenti e liquidando quelli imbarazzanti. Alla maggior parte delle persone succede questo. A me no, e questo mi rende un poco più difficile la vita. Continuo a pensare a che inutile modello devo averti fornito, negli anni in cui poteva pure servirtene uno. Con le mie teorie infinite, le solitudini assortite, i miei amori sfigati, gli incidenti in macchina, le depressioni e le manie. Il casino che montai tornando a casa perché mi avevi messo a posto le cassette, il problema è che le cassette erano già a posto in un ordine segreto che solo io conoscevo, prima di essermelo dimenticato, e devo essermela pure menata a lungo con questa storia. Tu cosa avrai pensato. Probabilmente che eri il fratello di Rain Man, e non te n'eri ancora reso conto. E che ti conveniva crescere in fretta; anche per me, ti conveniva.

Io devo pure andare avanti, attaccarmi a quel che c'è; ma c'è che devo averti riempito la testa di un sacco di chiacchiere senza direzione. A un certo punto mi sono accorto che crescevi più in fretta di me e la cosa non mi spaventava affatto, anzi, non vedevo l'ora che tu diventassi il mio elettricista di fiducia. Ma io non sono stato il tuo informatico di fiducia, né il tuo tecnico del suono, né il latinista che poteva darti una mano con le perifrastiche. Sono stato un idiota, e ora è un po' tardi. Non è che non ti volessi bene: il problema è che io sono fatto così, molto distratto nei miei amori, è il meglio e il peggio che si possa dire di me.

Ma devo andare avanti: così quando vedo arrivare le brutte nuvole di metà giugno, mi rifugio sotto quel che posso. Penso che ti portavo in fonoteca, ogni giovedì: e tu ti portavi a casa Tubular Bells e John Coltrane. Come tu potessi capire il free a 14 anni resta un mistero – forse l'essere così veramente, veramente stonato in questi casi ti aiutava. Mi manchi sempre. Non solo quando mi serve un elettricista. Sempre.

L'altro giorno in una classe proiettavano Tutti insieme appassionatamente quando sono arrivato io, No ho detto, non possiamo guardarlo fino alla fine perché non finisce mai - aspettate Natale. Ma vi faccio sentire io una cosa: e ho caricato My Favourite Things a tutto volume, è stato imbarazzante. 

Non ci capiamo niente, professore.

È perché siete intonati.

È un problema?

Con gli anni si impara a conviverci.
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Buon anno col prepuzio o senza

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1° gennaio - Circoncisione di Gesù.

Fingiamo di lavorare in una cancelleria un trentun dicembre del millequattrocentoquarantanove - quasi millequattrocentocinquanta. Il vostro principe si sposa e voi dovete mandare biglietti di inviti a tutte le corti d'Europa. La data - il primo marzo - dovrebbe corrispondere in tutto il continente; non è ancora arrivata la riforma gregoriana a complicare le cose. Ma l'anno qual è? Eh. Dipende.

Se scrivete a qualche signore di Firenze, o a un pari d'Inghilterra, è ancora il primo marzo del '49: da loro il capodanno si festeggia il venticinque marzo. In fondo ha un senso, visto che gli anni si celebrano dalla nascita di Cristo, e per i cristiani la vita comincia col concepimento... Se però invitate anche qualche dignitario di altre città toscane, come Pisa, attenzione: da loro è già il primo marzo 1450. Pure a Pisa capodanno è il 25 marzo, ma dell'anno prima: anche questo se ci pensate ha un senso, se Gesù nasce il 25 dicembre, deve essere concepito nove mesi prima, non tre mesi dopo. Anche per i veneziani sarà già il 1450, non potete sbagliare: loro festeggiano il capodanno proprio quel giorno lì, il primo marzo. Per i bizantini, i pugliesi e i sardi invece è ancora il '49, e continuerà a essere il '49 fino ad agosto - e anche questo, se ci pensate, ha un senso, anzi forse nel torrido mediterraneo è la cosa che ha più senso di tutte: l'anno vero comincia il primo settembre. In Spagna è già il '50, con loro tutto sommato non si sbaglia mai, basta ricordare che l'anno comincia una settimana prima, il 25 dicembre. Il vero problema è se scrivete ai reali di Francia. In Francia infatti gli anni si contano dalla Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, e anche questo potrebbe avrebbe un senso (ma non bisognerebbe detrarre 33 anni al computo?) non fosse per la complicazione che ogni anno la Pasqua cade in un giorno diverso. Che razza di casino. Perché? Possibile che per arrivare a sincronizzare i capodanni dell'Europa Occidentale abbiamo dovuto aspettare fino al Settecento? Come potevano resistere i nostri antenati, a tutta questa confusione e incertezza?

Resistevano benissimo. Avevano altre priorità: la maggior parte di loro nasceva viveva e moriva nello stesso luogo; la necessità di intendersi con i forestieri su curiosità come la numerazione dell'anno in corso non li toccava. Siamo noi a vivere l'ossessione della simultaneità, a sentirci obbligati a festeggiare tutti negli stessi giorni se non negli stessi minuti e secondi, con dirette sincronizzate da orologi atomici. L'incubo dell'Anno Mille come ce lo racconta Carducci, con le folle terrorizzate dall'arrivo del primo gennaio manco fosse l'apocalisse maya, "raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri", è una bufala ottocentesca: la maggior parte degli europei non aveva la minima idea di che anno fosse. Era il tot anno dalla nascita del tal re o imperatore o papa o figlio maschio o vacca da latte; per sapere quanti anni fossero passati dalla nascita di Gesù bisognava chiedere al prete, lui teneva il conto. Forse.

Comunque già alla fine del Seicento la diffusione del nuovo calendario gregoriano portò la maggior parte delle corti europee a uniformarsi (Venezia si arrese soltanto un secolo dopo, con Napoleone) e adottare il calendario che comincia il primo gennaio, secondo quello che è chiamato "stile della circoncisione". Infatti se assumiamo che Gesù sia nato il 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge ebraica sarebbe stato circonciso. Dunque noi non contiamo gli anni dalla nascita di Gesù (25/12) né dalla sua procreazione/incarnazione (25/3), ma dal momento in cui è diventato a tutti gli effetti un ebreo. Il primo gennaio è poi diventato ben presto anche il giorno della festa di Maria madre di Dio, ma il sospetto è che sia stato un espediente per dissimulare una verità ovvia quanto imbarazzante: Gesù era un ebreo. Circonciso.

I cristiani invece non sono circoncisi - la maggioranza, almeno (continua sul Post, buon anno a tutti col prepuzio o senza, e anche chi il pene proprio non ce l'ha. Che non è che si perdano 'sta gran cosa, diciamocelo).
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Tredici mesi in paradiso

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Santi agiografati per nazionalità
1° novembre - Tutti i Santi

Oggi, come ben sapete, è la festa di tutti i santi, in cui, secondo la più genuina tradizione italiana ci si lamenta del fatto che Halloween non sia una tradizione italiana. Poi uno va a vedere e scopre che distribuivamo dolci e intagliavamo le zucche fin dal medioevo. Ne abbiamo parlato già l'anno scorso, non vorrei ripetermi troppo. Il primo novembre è anche l'ovvio onomastico di questo blog, che a tutti i santi è dedicato: quale occasione migliore per fare un bilancio dei primi tredici mesi assieme?

Per prima cosa: grazie. Grazie ai redattori del Post, per l'ospitalità e la sollecitudine; al direttore che mi ha lasciato praticamente carta bianca, senza sapere dove sarebbe andata a parare la cosa, visto che all'inizio non lo sapevo bene neanch'io. Ma soprattutto grazie a voi lettori, mi è più comodo dirvelo oggi che non vi è possibile rispondere nei commenti: grazie, siete matti, grazie. Non so esattamente quanti siate, magari non tantissimi, ma siete veramente affettuosi ed entusiasti, in un modo che a volte m'imbarazza. Non so se si è capito, ma chi scrive queste storie non è esattamente un esperto, anche se sperava di farsi una cultura strada facendo, ma poi è stato un anno difficile, urla di bambini nel cuore della notte, e poi la crisi, le cavallette, il terremoto... vi meritavate un agiografo migliore. Più professionale, diciamo. Magari col tempo, con l'impegno. E ora vediamo il consuntivo.

In 13 mesi (400 giorni, più o meno) ho scritto 70 pezzi. Pensavo meno. 69 sono stati dedicati a ricorrenze del calendario cattolico, uno a Steve Jobs (ci entrerà, ma è ancora un po' presto). Considerato che la Madonna si è presa da sola quattro pezzi (Rosario, Loreto, Fatima e Assunta, e non siamo neanche a metà), in tutto abbiamo ospitato 11089 santi, più un numero imprecisato di neonati fatti ammazzare da Erode. Se dal conto togliamo anche le diecimila leggendarie vergini di Orsola, e i 25 compagni di Paolo Miki (loro purtroppo realmente esistiti, e realmente crocefissi), si raggiunge la più ragionevole cifra di 64 santi (62 santi e due beati): 17 donne, 46 uomini, un pezzo di legno. Su 17 donne, cinque si chiamavano Maria, tre Teresa; tra i maschi il nome più frequente è Giovanni (4 se contiamo anche Francesco d'Assisi, che sul certificato di battesimo si chiamava così: e mi è sfuggito il Battista). Sono ovviamente pochi rispetto alle migliaia che ormai popolano il martirologio romano. Ma il vero guaio è che sono anche mal distribuiti (continua sul Post...)
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On the top (of the Cloud)

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Il cinquantenario di Love me do - un pezzo che, se l'avessi sentito quando uscì nel 1962, lo avrei considerato il Grado Zero della Musica, e i suoi autori ed esecutori meritevoli di immediato oblio - mi ha rimesso in testa una nozione: se il disco ebbe qualche riscontro, fu perché entrò nella top20 dei 45 giri: e ci entrò anche perché il manager dei Beatles, Brian Epstein, ne acquistò dalla Parlophone diecimila o più copie. "Gli era stato detto, infatti, che quello era il numero minimo di dischi da vendere per entrare nella classifica dei Top20" (Norman, 1981).

Epstein tra l'altro faceva ancora il manager nel tempo libero, di mestiere era un rivenditore di dischi. Probabilmente già ai suoi tempi la pratica di gonfiare le classifiche acquistando ingenti partite dei propri dischi era prassi comune, e non c'è motivo di pensare che in seguito sia stata debellata: non c'è nemmeno un modo per renderla illegale. Vi dispiace? Non ve ne frega niente da anni, lo so, ma io  quando me ne resi conto ci rimasi un po' male, ero piccolo e alle classifiche ci credevo: se Madonna eclissava Cindy Lauper, per me non era il risultato di una strategia commerciale, ma un profondo errore in cui stava cadendo il genere umano nella sua rappresentativa maggioranza di acquirenti di dischi monitorati da istituti demoscopici super partes. Poi ho studiato i classici (Shout!, ad esempio) e ho preso atto della mia ingenuità. Sarà per questo che ora non credo più in niente. Per questo, e per il semaforo di Sozzigalli. Comunque.

Siamo adulti da un pezzo e lo sappiamo: le classifiche non ci mostrano i dischi realmente più acquistati o apprezzati, ma anche i dischi più pompati dalle case discografiche, che li incidono, li vendono e li ricomprano (e poi magari li rivendono a metà prezzo e te li ritrovi in una bancarella e pensi: ma in quante copie lo hanno stampato il tal disco dell'Alan Parson Project? Dovevano crederci proprio). Questo fenomeno, sempre esistito, probabilmente negli ultimi anni ha inciso molto di più nella composizione delle classifiche, visto che i dischi non li compra più nessuno, ma qualcuno che di mestiere prova a venderli continua ad esserci, e il suo mestiere lo deve pur fare. È molto probabile che tanti *successi* degli ultimi anni siano stati pompati così, anche se le classifiche non sono più da un pezzo così importanti nell'immaginario degli adolescenti, mi pare (mi pare).

Quello che secondo me rende la cosa oggi più assurda è il passaggio al supporto immateriale, voglio dire: Epstein quelle diecimila copie dovette pure conservarle in una stanza sul retro ("Aveva persino composto una canzoncina su tutte le copie che non era riuscito a vendere. «Qui in maggio coglieremo polvere, cantava»"). Ma quando sentiamo dire che il tale pazzo "è già primo in classifica su Itunes", concettualmente, cosa significa? Il pezzo è nella nuvola, e ci resta. La major lo ha messo in vendita su Itunes, e poi se lo è ricomprato, diciamo diecimila volte. Ogni volta ovviamente una percentuale va agli autori, un'altra a Itunes, e il resto alla major, che quindi recupera già una parte di investimento. In sostanza, pompare un singolo sulla classifica Itunes significa pagare un po' Itunes (e un po' anche gli autori). Non è illegale. Ma io ho vissuto buona parte della mia esistenza nel mondo materiale, e una cosa del genere mi sembra troppo simile a una tangente. La major mette in vendita, la major paga tot, il prodotto sale in classifica. Niente pacco di invenduti da nessuna parte, niente.

Questo è uno di quei pezzi che tra qualche anno risulterà incomprensibile: qualcuno passerà e si domanderà cosa accidenti stavo cercando di spiegare. Forse le classifiche non esisteranno più, già ora è difficile ricordarsi del motivo per cui le facevamo. Forse le canzoni si classificheranno in base ad altri criteri: la canzone più ascoltata dall'insieme di utenti che accettano che si sappia cosa ascoltano in cuffietta. Saranno senz'altro criteri più onesti.

E ci saranno altre Love me do, e io le troverò molto stupide. Per dire, il pulcino Pio, ehm, piano coi giudizi affrettati.
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Con infinita cura e sospensione

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(Da Schegge di Liberazione, 2011)

Nell’inverno del 1945 sulle Langhe i partigiani in servizio attivo sono ridotti a poche unità. Sulla sua collina Johnny è rimasto solo: l’ultimo amico arrestato in un rastrellamento, l’ultima sigaretta già da un pezzo fumata, calpestata e rimpianta.
Si sedette e rilassò nella più facile e sciolta posizione; poi iniziò la cerca, col più fino e sensibile delle dita, di tutti i resti di tabacco in ogni tasca e per minuti estrasse e cavò segmentini ed atomi di tabacco, misti a briciole di antico pane e fili di stoffa. Aveva ora in un palmo quanto bastava per una sigaretta [...] Poi cercò la carta. La carta di giornale sarebbe andata egregiamente, ma i giornali erano merce sconosciuta nella fattoria. Girò, frugò, rovistò e trovò infine un vecchio opuscolo, aggrinzito e ingiallito dal tempo, di agricoltura e masseria. Ne strappò un foglio e cominciò a torchiare. Era nuovo a questo lavoro, ma da quando partigiano s’era fatto avvezzo ed abile ad una quantità di nuove opere ed imprese. Lavorandoci con infinita cura e sospensione, si rese conto di quanto le sue mani si fossero fatte grossolane e inadatte a questi lavori. Se gli veniva discretamente modellata ad un capo, restava un caos all’altro, e ad un certo momento tutto il tabacco gli sfuggì a terra dalla carta aperta.
Una febbre lo prese e lo squassò, forzosamente si allontanò dal naufragio del tabacco e si disse ad alta voce: «Non perder la testa, Johnny. Non perder la testa, non è assolutamente niente. Del resto, non avevo nemmeno il fiammifero per accenderla»
(Opere, vol. I, p. 840).
Dopo la presa di Forlì, nel novembre precedente, il generale Alexander aveva annunciato alla radio che ai partigiani conveniva coprirsi: di Liberazione si sarebbe riparlato in primavera. Molti prendono il suo annuncio per quello che non è, un perentorio invito a mettersi in letargo e attendere tempi migliori. L’inverno sarà in effetti durissimo. Anche nei territori che durante l’estate erano stati temporaneamente liberati qualcuno si pente di avere fornito ospitalità e sostegno ai partigiani, sperando in una liberazione rapida ed esponendo le proprie famiglie alle rappresaglie di repubblichini e nazisti. «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo» spiega a Johnny un mugnaio. «Ma al disgelo gli Alleati si rimuoveranno e daranno il colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non t’offendere, ma voi siete la parte meno importante in tutto intero il gioco, ne converrai.» Johnny ne conviene, ma resiste: sarà “l’ultimo dei passeri”, come urla uscendo nella tormenta (e vergognandosene subito), il partigiano che non andrà in letargo. Nel lungo inverno combatterà contro fame, freddo, epidemie, solitudine, nostalgia di casa, astinenza da tabacco.

Qualche anno dopo, l’ex partigiano Beppe Fenoglio dirige un’azienda vinicola. Il tempo libero lo dedica allo studio e alla traduzione dei suoi autori preferiti (inglesi e classici) e alla scrittura. In quegli anni la guerra sembra aver dato a tutti un romanzo da raccontare.
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me [...]. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare. Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere.
Scriveva ininterrottamente per ore
. (Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo 1995, p. 120).
Fenoglio non crede che il suo romanzo sia migliore di quello di molti altri. All’inizio non è nemmeno sicuro di avere un romanzo. La sua prima raccolta di racconti piace più a Calvino che a lui.

La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento d’un vizio. Eppure la constatazione di non esser riuscito buono scrittore è elemento così decisivo, così disperante, che dovrebbe consentirmi, da solo, di scrivere un libro per cui possa ritenermi buono scrittore. (Opere, vol. III, p. 201).
Il libro crescerà, lentamente, una sera dopo l’altra, una sigaretta dopo l’altra. Forse per cercare uno stile più suo, o tentare un impossibile distacco da una materia troppo scopertamente autobiografica, Fenoglio inizia a scriverlo in inglese, per passare in seconda stesura a uno strano italiano, ancora sporco di anglismi ma secco, nobile eppur maldestro, come un Cesare o un Livio tradotto alla benemeglio da uno studente ginnasiale – e in fin dei conti quale lingua migliore per l’epica dei partigiani di Badoglio? Non è solo un problema di stile: il libro è l’ennesimo memoriale di guerra, genere ormai inflazionato. Per di più, indulge in episodi che nessuno appare ansioso di condividere – l’esperienza dell’autore nell’esercito regio, prima e dopo il 25 luglio; non omette la vergogna dell’otto settembre; descrive partigiani comunisti e badogliani come antieroi volonterosi, ma prigionieri di una mentalità strategica sbagliata. L’esperienza per altri gloriosa della repubblica di Alba viene descritta impietosamente come un catastrofico errore tattico, che preclude alla rotta dell’autunno ’44: poche settimane dopo Johnny si ritrova solo sulla sua collina, a mettere insieme tremando una sigaretta che non può accendere.

Mentre il romanzo gli cresce davanti, mentre pesta sulla macchina da scrivere e tossisce, Fenoglio si rende probabilmente conto di quanto poco tutto questo sia commerciabile. Un romanzo che si concede la stessa severa ironia nei confronti dei maestri di mistica fascista e dei comandanti partigiani (a volte del resto si tratta delle stesse persone). Un libro sulla provincia senza nessuna concessione al vernacolare, dove mugnai e contadine parlano come personaggi di Omero. Un libro in cui i partigiani non fanno che commettere errori, sparare quando devono scappare, scappare quando devono sparare (ma in generale si scappa molto più di quanto si spari). Prima che scrittore Fenoglio è un uomo pratico. Con Einaudi non ci prova nemmeno. Manda invece una stesura a Garzanti. Gli rispondono proponendogli un taglio drastico: far morire il personaggio subito dopo l’otto settembre, concentrandosi sull’esperienza di Johnny nell’esercito regio, nei giorni cruciali dell’armistizio. Quanto alla guerra partigiana… a Garzanti non interessa. È un po’ come proporre a Melville di far affondare il Pequod appena salpato da Nantucket, ma Fenoglio non si considera certo un Melville. Piuttosto un mercante di vini, e scrittore di quart’ordine, e gli editori hanno senz’altro più fiuto di lui.
Il breve romanzo uscirà nel 1959 col titolo Primavera di Bellezza, senza destare particolare attenzione di pubblico e critica.

Il vero libro è quello che rimane negli scartafacci di Fenoglio, una poltiglia inestricabile di italiano classicheggiante e inglese miltoniano. Ma nel 1959 Fenoglio non sa di essere un bravo scrittore: è abbastanza persuaso del contrario. L’abitudine a pensare in miltonese e tradurre in un italiano marziale e senza tempo la vive più come un limite che come una risorsa espressiva. Eppure qualcosa in lui resiste. Dopo avere ucciso il suo alterego all’inizio della guerra antifascista, Fenoglio lo resuscita, e si rimette a lavorare sul rovente materiale della guerriglia nelle Langhe. Fa in tempo a uccidere Johnny una seconda volta, stavolta alla fine del gennaio ’45, nel primo conflitto a fuoco dell’anno nuovo (la parte finale, in cui negli ultimi mesi di guerra segue le truppe inglesi come interprete, viene accantonata senza essere tradotta in italiano).
Vuole farne un altro libro; forse ha riconosciuto nello scartafaccio il suo libro migliore. Ma non ha più tempo: si arrende al cancro ai polmoni nell’inverno del 1963. Aveva 41 anni. Lo scartafaccio finisce nelle mani dei filologi, che ci litigheranno per qualche anno senza riuscire, a tutt’oggi, a pubblicarne una versione completa e coerente.
Quello che trovate oggi sugli scaffali si chiama Il partigiano Johnny (il titolo glielo diede il primo curatore). È privo della prima parte (l’esperienza militare di Johnny fino all’otto settembre), dell’ultima (le avventure di Johnny come interprete degli inglesi), e di tanti altri episodi importanti, eliminati da Fenoglio nel tentativo di trasformare il libro di una vita in quello che sarebbe piaciuto agli editori, e magari anche ai lettori, un romanzo breve.

Fenoglio aveva chiesto di riposare ad Alba, al riparo dal vento cattivo di quella langa che Johnny aveva difeso da solo per un inverno intero, quando gli stessi abitanti gli suggerivano di farla finita, tornare a casa, non restare ultimo passero sul ramo. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e di partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» (Opere, vol. III, p. 200).

I suoi brani sono citati dall’edizione critica Einaudi in cinque volumi, a cura di Maria Corti, oggi fuori commercio.
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Come i funghi

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(2002-2012)

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Un Natale anarchico e informale

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Io sulla Federazione Anarchica Informale ho, più che una teoria, una sensazione; non sono in grado stasera di dimostrarlo, ma mi pare proprio che colpiscano sempre a fine anno. Questa cosa li rende un po' più simili a dei maniaci seriali che a dei rivoluzionari. Come rivoluzionari anzi faccio sempre più fatica a immaginarmeli, di solito un rivoluzionario o ha molta pazienza o molta fretta; uno che smolla due pacchetti bomba sotto le feste ogni anno, e qualche volta salta pure l'anno, che razza d'insurrezione ha in mente?

Quel che è peggio è che ormai gli anarchici informali si sono impregnati di quello spirito natalizio ancora lieve dei primi di dicembre, privo delle angosce che ci attanagliano dal venti dicembre in poi: senti che hanno messo una bomba e ti viene in mente che è ora di addobbare l'albero e telefonare agli amici lontani. Forse c'è una spiegazione tecnica, forse sotto le feste è più facile contrabbandare esplosivi in mezzo ai botti di fine anno, non lo so. In realtà non ne sa niente nessuno.

Due anni fa (avevo appena cominciato a scrivere sull'Unità), trovai su un forum anarchico un testo che è la cosa più vicina a un manifesto della Federazione Anarchica Informale. Anche in quel caso si respira a pieni polmoni l'atmosfera della notte di San Silvestro, con quell'acre sentore di petardo. Ci scrissi un pezzo che coi suoi difetti mi sembra ancora interessante, anche se ormai di difficile reperibilità. Lo ricopio qui, credo di fare cosa non troppo inutile.


“Abbiamo scelto di colpire dove meno ve lo aspettate”, scrivono le “Sorelle in armi” nel comunicato in cui rivendicano la bomba alla Bocconi. E invece non c’è mai stata una bomba tanto prevedibile, nel luogo e nel momento in cui più avremmo potuto aspettarcela. 

Una bomba anarchica a Milano, nell’anniversario della morte di Pinelli. Una bomba anarco-insurrezionalista, mentre al vertice di Copenaghen i black bloc attiravano (o distoglievano, a seconda del punto di vista) l’attenzione del pubblico mondiale. Una bomba in un ateneo privato, mentre gli studenti italiani manifestavano per la scuola pubblica. Una bomba gravida d’odio proprio mentre Berlusconi, percosso al volto ma non domo, si dichiarava sicuro della “Vittoria finale dell’Amore”. Tanto maldestre in fatto di detonatori, queste Sorelle, quanto raffinate nella scelta dei luoghi e dei momenti più suggestivi. Raffinatezza che molti hanno voluto trovare sospetta – non saremmo più in Italia se pochi minuti dopo il ritrovamento della bomba non fosse già fiorita una specifica dietrologia. Ma bisogna anche capirci: abbiamo stragi che aspettano un colpevole da trent’anni, poliziotti che piazzano molotov… con simili precedenti è effettivamente dura per un’organizzazione terroristica alle prime armi farsi prendere sul serio. 

Il comunicato non aiuta, perché le citazioni che fino a qualche anno fa avrebbero dimostrato inoppugnabilmente il radicamento delle Sorelle nell’anarcoinsurrezionalismo ‘latino’ (la citazione dell’anarchico spagnolo Pombo da Silva, il richiamo all’anarchico cileno Mauricio Morales), nell’era di google diventano facilmente falsificabili: chiunque può farsi una cultura su da Silva o Morales in dieci minuti, e magari condirla con un verso di De Andrè che fa sempre anarchia. Questo in effetti è il punto meno credibile del comunicato: un anarchico che cita De Andrè è un po’ banale, ma un anarchico che cita De Andrè fraintendendolo così (il Bombarolo che vuole terrorizzare per non “ammalarsi di terrore” è un borghesotto figlio di papà) o è un ragazzino o un impostore. Brutta storia in entrambi i casi.

L’attenzione dei giornalisti si è concentrata sulla sillaba finale
. Bastano infatti tre lettere, la sigla Fai, per trasformare la bomba di un gruppo sconosciuto nell’ultima azione del più temibile gruppo terroristico italiano. La Fai, spiegano, sta per Federazione Anarchica Informale: e se ti dicono così, significa che la Fai ha già vinto. Non la guerra, ma almeno una battaglia di immagine contro la vera FAI, la Federazione Anarchica Italiana nata nel 1945, editrice della malatestiana Umanità Nova e depositaria della storia più nobile dell’Anarchia italiana. La storica FAI non ha mai perso un’occasione per dissociarsi dal gruppo di bombaroli che ne usurpa la sigla: anche in questo momento sul suo sito compare un comunicato che “denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica delle esplosioni di Milano e Gradisca d'Isonzo”. Fatica sprecata: ormai per il grande pubblico la Fai sono gli anarchici che mettono le bombe. “La principale minaccia terroristica di matrice anarco-insurrezionalista a livello nazionale», secondo l’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna). Se non proprio l’unica. 

Una “galassia”, scrive Paolo Colonnello sulla Stampa, addirittura un “universo che nel 2003 provò a colpire Prodi”. Visti gli effettivi attentati portati a termine sarebbe il caso di parlare, più che di galassia, di una costellazione. Una manciata di gruppetti, disseminati in tutt’Italia, senza nessuna velleità di costituire un movimento armato unitario (anzi, la frammentarietà è quasi rivendicata), che tra il 2003 e il 2006 hanno piazzato e spedito ordigni che anche quando sono scoppiati non sempre sono riusciti a guadagnarsi le prime pagine. Unico risultato concreto: oggi la sigla Fai è cosa loro. Fino al 2006 le periodiche consegne esplosive della Fai informale ribadivano l’esistenza di una corrente sotterranea violenta annidata tra le pieghe del “Movimento dei Movimenti”. Per i Movimenti invece la Fai informale non è mai esistita: si trattava di infiltrati, servi del potere. I loro comunicati, come s’è visto, non appaiono molto convincenti.

Forse la sola testimonianza a favore della ‘genuinità’ della Fai è l’unico bizzarro comunicato divulgato su internet, dal sito Anarchaos.it (ma “a semplice scopo informativo”). Risale al Natale del 2006 e porta il nome di “Documento-Incontro della Federazione Anarchica Informale a 4 anni dalla nascita”. Dopo una cronistoria accurata delle azioni compiute dai gruppi prima e dopo la nascita della Fai informale, il Documento riporta i verbali di una riunione natalizia in… “casa di Paperino”. Sì, perché per ragioni di segretezza i nomi degli esponenti dei vari gruppi (“COOPERATIVA ARTIGIANA FUOCO E AFFINI, BRIGATA 20 LUGLIO, CELLULE CONTRO IL CAPITALE, IL CARCERE, I SUOI CARCERIERI E LE SUE CELLE, SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE”) sono sostituiti da quelli della banda Disney. 
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Ok, disperdiamoci

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Dieci anni sono un intervallo interessante. Di solito, se è ancora troppo presto per il “com'eravamo stupidi”, è quasi sempre il momento in cui si smette di dire “sembra ieri”. Questo è curioso perché in effetti qualche somiglianza con ieri (le manifestazioni anti-tav, o quelle studentesche dell'autunno scorso) persiste. Eppure non c'è nessuno in giro che osi dire sembra ieri. Genova è già un termine di paragone storico: i suoi protagonisti (Agnoletto, Caruso, Casarini, i vertici della polizia italiana, Scajola, George W. Bush) sono lontani dai riflettori; l'espressione “Movimento di movimenti” nessuno la sente più da anni; il social forum nessuno si ricorda bene cosa fosse; indymedia Italia fa gli accessi di un blog di provincia. A quanto pare l'unico termine che è sopravvissuto nella memoria collettiva è “black bloc”, salvo che ormai vuol dire tutto e niente.

Di fronte a una dissoluzione così spettacolare, il primo istinto è quello di istituire un rapporto di causa-effetto con l'unico aspetto ancora assolutamente attuale dell'esperienza genovese: le mazzate dei poliziotti (quelle sì, potrebbero avercele date ieri o l'altro ieri, più o meno con gli stessi tonfa). L'ho letto da più parti: il movimento a Genova è stato “sconfitto”, ecco perché facciamo persino fatica a ricordarci cosa fosse la Rete di Lilliput o il Genoa Social Forum. Genova insomma sarebbe il migliore esempio di repressione di un movimento, una success story da insegnare a tutte i gendarmi del mondo, che dal Libano alla Spagna sembrano avere un gran bisogno di lezioni. Questo è il messaggio che rischia di passare, anche quando continuiamo a raccontare le nostre ormai decennali esperienze treno-mazzate-treno ad amici e conoscenti che, a questo punto, più che chiederci come ci siamo trovati a Genova dovrebbero chiederci cosa abbiamo fatto dopo. Ci hanno disperso, ci hanno dissuaso, soprattutto ci hanno “mostrato gli strumenti”: non ci hanno ammazzati ma ci hanno fatto capire che era un'opzione, e dopo lo choc iniziale ognuno è tornato alla sua vita; due mesi dopo sono venute giù le torri e il decennio ha preso un binario diverso.

Io ovviamente non sono d'accordo. Trovo questa versione non soltanto ingiusta – Genova non è stata la “fine” di un bel niente – ma anche in un qualche modo consolatoria. Perché se è vero che ci siamo dispersi, non sono state le mazzate a farlo. Ci siamo dispersi da soli, con calma, negli anni successivi. Alle mazzate si può riconoscere viceversa il merito di averci temporaneamente riunito in un qualcosa che il venti luglio 2001 era ancora un cartello di associazioni diverse, con storie diverse e progetti diversi, che addirittura facevano manifestazioni diverse (le maledette “piazze tematiche”) e il ventuno era un Movimento che marciava compatto, battezzato nel sangue di Piazza Alimonda e della Diaz. Da questo punto di vista Genova potrebbe anche essere considerato un inizio di qualcosa, di un “attivismo anni zero” che ha caratteri abbastanza diversi da quelli del decennio precedente.

Ora, proprio perché sono passati dieci anni di manifestazioni, è difficile rendersi conto della differenza, ma Genova non era una manifestazione come la concepiamo oggi, con un obiettivo, delle rivendicazioni precise, un comitato che la promuove, un percorso più o meno negoziato con le autorità ecc. A Genova eravamo arrivati con idee diverse, progetti diversi, e una piattaforma comune che si riduceva a uno slogan: un altro mondo è possibile. A parte questo, non c'era nessuna possibilità che un tesserato Legambiente potesse condividere qualcosa con una Tuta Bianca: se si fossero incontrati, non si sarebbero capiti, ma del resto anche questo era improbabile: dormivano in campeggi diversi, partecipavano a riunioni diverse, manifestavano addirittura in piazze diverse. Fino al diciannove. Il venti abbiamo scoperto che il manganello non faceva nessuna differenza; che le piazze tematiche erano trappole per topi, che nessun distinguo ci salvava dai pestaggi e dalle infiltrazioni. Lì forse abbiamo dato un taglio all'attivismo anni '90 e all'idea che la pluralità sia sempre un valore. Il social forum smise di essere un coordinamento di non-rappresentanti e diventò un movimento; tra l'altro fu uno di quei casi in cui l'insieme si rivelò maggiore della somma algebrica delle parti, perché molte persone che sfilarono il ventuno arrivarono a Genova quel mattino, ignorando gli inviti dei dirigenti dei DS che nella notte avevano ordinato alla Sinistra Giovanile di non salire sui treni e disdire le corriere. Il risultato fu abbastanza spettacolare: il venti c'erano ancora tute bianche, anarcoinsurrezionalisti, cattolici lillipuziani, rifondaroli, attacchini, sindacalisti; il 21 c'era il Forum Sociale. Non era più un modo di dire: esisteva, ed è esistito per parecchio. Nella mia pigra città si fecero riunioni regolari almeno per un paio di anni, e a un certo punto i reduci del G8 erano una minoranza; la maggior parte degli attivisti a Genova non c'era andata, eppure era chiaro a tutti che Genova era stato il punto di partenza. Poi cos'è successo? Tante cose.

Cominciamo da quelle positive. I membri di quel movimento, che oggi sembrano piuttosto inclini all'elegia e alla celebrazione, dieci anni fa non ebbero grossi problemi a riconoscere i loro errori, e ad ammettere che una forza più organizzata aveva giocato con loro come il gatto col topo. La prima cosa che doveva fare il movimento per ottenere una credibilità era marcare la sua differenza coi casseur più o meno nerovestiti, e lo fece. Nel giro di un anno e mezzo riuscì a riposizionarsi: da cartello di facinorosi a movimento pacifico e pacifista. Le tappe di questo percorso furono le marce della pace dell'ottobre 2001 e del maggio successivo; la manifestazione romana anti-wto del novembre 2001 (con il disturbatore Ferrara ad agitare la bandierina israeliana), fino al trionfale forum sociale di Firenze (novembre 2002), quando centinaia di migliaia di attivisti si incaricarono di smentire le profezie vandaliche di Oriana Fallaci. L'undici settembre, e l'immediata invasione dell'Afganistan, lungi dal disperderci diedero più stabilità alla piattaforma comune, ma soprattutto ci fornirono un avversario ideologico (il neoconservatorismo filoamericano) che rese molto più semplici le adunate: non c'era più bisogno di spiegare che mondo possibile si desiderava; bastava essere contro il mondo dei neocon: la guerra infinita, uno scenario molto più concreto del Wto o degli immaginosi imperi toninegriani. Da questo punto di vista, provocatori 'soft' come Ferrara o la Fallaci ci resero un servizio enorme. Il 2003 fu la consacrazione: non solo con l'invasione dell'Iraq i “noglobal” diventavano definitivamente “no war”, ma il loro attivismo era diventato un elemento stabilizzante per tutta la sinistra: quando Cofferati, all'indomani dell'assassinio Biagi, non annullò il corteo di Roma, ma lo trasformò in un'enorme e composta celebrazione, ricalcava inconsapevolmente su una scala molto diversa quello che avevano fatto Agnoletto & co all'indomani dell'assassinio di Giuliani; ma intanto aveva dietro di sé l'esempio di due anni di manifestazioni composte e pacifiche. Insomma, se si trattasse di un film, uno potrebbe scegliere di mettere i titoli di coda sulle adunate di Firenze e Roma, e sarebbe il migliore lieto fine immaginabile: c'era una volta un movimento fatto di tanti gruppi autoreferenziali, che non si parlavano e non distinguevano infiltrati e utili idioti, e che nel giro di pochi giorni sono cresciuti, sono cambiati, sono diventati un movimento serio con obiettivi precisi (la denuncia delle violenze della polizia, il ritiro dell'Italia dall'Iraq), alcuni li ha persino ottenuti, quindi fine. Ma appunto, non è un film: e quel che viene dopo è meno esaltante. È anche molto più difficile da raccontare. Cos'è successo dal 2004 in poi?

In un certo senso, niente. A invasione dell'Iraq completata, il ritmo delle grandi manifestazioni è rallentato, e ci siamo tutti dati una calmata. Non essendo un movimento generazionale, non ha senso cercare una spiegazione anagrafica; però nella vita di grandi e piccini esistono dei cicli, e forse chi aveva vissuto l'estate terribile ed entusiasmante del 2001 dopo tre anni era semplicemente stanco. Io per esempio cominciai a sentire una certa insofferenza quando mi resi conto che non c'era ricambio: tre anni dopo eravamo sempre gli stessi, ora si trattava di incrostarci e sopravvivere in attesa di confluire nella successiva ondata, nel successivo movimento di movimenti. Nel frattempo ci furono le amministrative e nella mia pigra città i noglobal arrivarono in Consiglio, addirittura in Giunta, e quello forse fu un altro segno della fine. Più in generale, dopo aver lottato contro la globalizzazione, contro la criminalizzazione e la repressione e contro la guerra, si trattava di passare alla fase propositiva, ma per questo passaggio non eravamo pronti, ammesso che un movimento lo sia. Molte idee sfoggiate a Firenze alla prova dei fatti mostravano la loro scarsa consistenza: mi viene in mente l'esempio del Bilancio Partecipativo: quando ci mettemmo a studiare da vicino la rivoluzionaria proposta della municipalità di Porto Alegre, ci accorgemmo che poteva essere rivoluzionaria, sì, per una cittadinanza analfabeta, e che i bilanci delle nostre amministrazioni comunali o circoscrizionali erano già altrettanto aperti senza nessuna rivoluzione. Andò un po' meglio con la Tobin Tax, perlomeno se ne parla ancora come di qualcosa di serio. Per il resto, continuavano a esserci milioni di buoni motivi per dire di no: no al Tav, no alla Del Molin, no al rifinanziamento delle missioni italiane, no ai periodici sgomberi... ma a quel punto eravamo più o meno tornati al pre-Genova, alle piazze tematiche e un po' autoreferenziali. Poi, se uno vuole, nella vittoria del sì all'ultimo referendum può anche verderci un colpo di coda dei noglobal seguaci di Zanotelli (ma anche dei verdi antinucleari anni'80: in fondo se smettiamo per un attimo di mettere a fuoco le etichette ci rendiamo conto che c'è gente che manifesta da vent'anni per lo stesse cose, anche se - comprensibilmente - ogni tanto cambia berretto).

Insomma è andata così. Poteva andare meglio. Però che sia chiaro: non è stata colpa delle mazzate, anzi. Finché ci sono state mazzate, c'è stata unità di intenti, prontezza di riflessi, determinazione a reagire. Qui mi fermo, perché il passo successivo è lamentarsi che abbiano smesso di darcene, e chiederne altre. E invece no: quello che ci è mancato è la concentrazione e la determinazione per passare al passo successivo, dal movimentismo alla politica. E un'altra cosa che ci è mancata – ma qui partiranno i fischi – sono stati i leader. Per forza, il movimento era antileaderistico e acefalo per sua costituzione. Però un movimento si riconosce anche dai personaggi che riesce a formare e selezionare, e qui sta la nostra vera sconfitta. Non abbiamo creato nessuna classe dirigente; quei pochi leader che avevamo li abbiamo presi in prestito dai centri sociali o dai cobas o dalla LILA. Non ne abbiamo creati di nuovi, e sì che a un certo punto sembrava che nelle nostre file militassero gli intellettuali, gli economisti, i giuristi, i mediattivisti più aggiornati (per quanto farraginosa e caotica, indymedia nel 2001 era lo stato dell'Arte dell'informazione on line). Da tutta questa fucina di talenti non è uscito quasi niente: giusto qualche romanzo, qualche pezzo celebrativo ogni estate verso il venti luglio, tutto qui.
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Morte e Liberazione

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Scava Ferruccio

Con questa vanga, che mi lasciò il povero padre, insieme a un’affittanza e due sorelle da maritare, ora tu scavi, Ferruccio.

Non sai come si fa, ma non mi dire. L’avrai ben visto un giorno un contadino. Si calca il tallone sul pedale e si taglia la terra, zac, un colpo netto, come la gola dei republicanos. Ma te neanche lo sai cos’è un republicanos, Ferruccio, vero? e allora scava.

Ché non sai niente della vita che hai fatto vivere agli altri, non sai niente della morte. Quando m’hai mandato volontario in Spagna, e avevo appena smesso i calzoncini; ad ammazzare contadini come mio padre m’hai mandato: e allora scava, adesso, Ferruccio.

Non ti far fretta, io non ne ho.

Ma t’han da venire le sfioppole alle mani. T’han da venire i calli. T’han da venire le mani da contadino, Ferruccio, che non ti son venute in quarant’anni; le mani di mio padre e di mio nonno, scava, scava. Ma le mani che mi son venute in Affrica, a scavar fosse di negri che non m’avevan fatto niente, le mani d’assassino, le vedi? Per queste non c’è sapone, non c’è sego né lisciva. Queste mani che mi pulsano di notte, quando tutto tace e loro suonano il tamburo, un problema di circolazione dice il dottore, sì, te lo dico io qual è il problema. Son le gole dei republicanos che ho vangato con la baionetta, nella Mancia, e intanto pensavo: sarò dannato, ma almeno le mie sorelle sono a posto. Pensavo, c’è Ferruccio che ci pensa. Bravo Ferruccio. Scava. Scava.

Io che avevo appena smesso i calzoncini perché mi era morto il padre, e quel che mi lasciava era una vanga e due sorelle senza dote. E mi dicesti di andar via tranquillo, ché ci avrebbe pensato il fascio alle sorelle, ma che partire volontario bisognava. Ché le mie sorelle sarebbero rimaste putte sennò, per via che nessuno si voleva portare in casa le figlie di un socialista, e io non capivo, cos’era questo socialismo, una malattia? Se mio padre se l’era presa da giovane, non me l’aveva mai detto, non parlava di politica con me, non parlava di niente. Ho imparato a parlare da per me, Ferruccio, e adesso tu mi ascolti. Mentre scavi.

Quando mi dicesti che ci avrebbe pensato il fascio, che ci avresti pensato tu alla Pace e all’Evelina, Ferruccio. E la Pace ch’era del Diciotto me l’hai lasciata morire di tbc, è così che ci hai pensato. E l’Evelina intanto mi scriveva del moroso, ma che in dote la vanga di papà non gli bastava, e senti, Ferruccio, ma secondo te io non me lo son mai chiesto chi gliele scriveva quelle belle letterine all’Evelina, che non sapeva nemmeno tenere il pennino tra le dita, il parroco gliele scriveva? E al parroco chi gliele dettava? Io che dalla Spagna non ero ancora venuto a casa, e lei che mi scriveva di ripartire in Affrica volontario – l’Evelina! Che quando ero partito si faceva ancora le trecce, e ora mi scriveva del moroso che non l’avrebbe sposata, del disonore, della pancia che le cresceva, Ferruccio! Chi gliele dettava quelle belle letterine! E tu credi che non ho avuto il tempo per pensarci, mentre montavo la guardia sotto l’Ambaradam?

E quando son tornato e ho trovato Evelina zitella, che te l’eri presa in casa come serva; e la trattavi da puttana; e il bambino lo avevi dato ai preti; è stato allora che ho chiesto io di andare in Albania, perché altrimenti v’ammazzavo tutti e due con queste mani: e piuttosto sono andato ad ammazzar dei greci che non m’avevan fatto niente, neanche socialisti erano. Adesso però scavi, Ferruccio.

T’ha da venire il mal di schiena di mio padre; quello lo ha ucciso, altro che il socialismo. T’ha da gelarti il sudore in fronte mentre scavi - e mi dispiace, te lo devo dire, non aver più la forza che ho lasciato in Grecia, perché ti strozzerei, Ferruccio, ti tirerei il collo come al tacchino che sei, che è la fine che ti meriti, ti staccherei la testa a morsi dalla rabbia che m’hai fatto venire, e non sai quanti fantaccini si son presi i ceffoni che volevo dare a te; ma adesso intanto scava, che t’ho da seppellire.

Scava più a fondo, Ferruccio, che devi entrarci te e la tua casa del fascio tutta intera, col capoccione in bronzo. Sai che per quanto scavi non la farai mai grossa come quella che mi sono fatto io, dalla Mancia all’Epiro passando per il Tembien, una fossa grande mezzo mondo ho scavato, per gente che non m’aveva fatto niente, e guarda quel che m’hai fatto tu. T’ammazzassi dieci volte, non sarebbero abbastanza.

Hai scavato?

E allora adesso ascolta. Tu sei morto. Se hai documenti con te, buttali dentro. Poi prendi quella terra, e riempi la buca. Tienti per morto, Ferruccio, e seppellisciti da solo, ché di fosse io ne ho riempite già abbastanza. Hai da colmarla bene, che nessuno ha da sapere dove sei finito. Nessun bambino ha da inciamparci mentre gioca a nascondersi.

Poi prendi la sacca, arrangiati con le carte che ci son dentro. Va’ in montagna dai ribelli, di’ che sei un soldato del re, già di stanza nei Balcani. Di’ che il tuo plotone s’è sbandato a Bologna, che i repubblichini ti volevan metter la camicia nera, che ti sei rifiutato. Fagli veder le mani. Racconta che i miliziani ti volevano ammazzare, e sei scappato. Di’ quel che ti pare, hai sempre saputo raccontarle. Così quando se Dio vuole arrivan gli americani, te sei a posto. E se t’ammazzan prima, ti faranno pure il monumento, Ferruccio, il monumento al martire, ci pensi.

Ma se non t’ammazzano, come non t’ho ammazzato io, tu quando discendi con gli americani hai da tirar tuo figlio fuori dal convento; e mia sorella fuori dal bordello, che è la tua famiglia, Ferruccio, non la mia. Ché un bambino non saprei tirarlo su, son cresciuto ammazzando e solo ad ammazzare son buono ormai.

E se Evelina te lo chiede, sono morto in Albania.

(Schegge di Liberazione è una fantastica iniziativa messa in piedi da Barabba che da due anni riesce a produrre un bel libro collettivo sulla festa che ci sta più a cuore, il 25. Questo pezzo è preso dall'ebook dell'anno scorso: quello di quest'anno probabilmente è più bello, ed esiste anche nella versione cartacea. Dovevamo presentarlo a Carpi oggi, ma c'è stata una disgrazia orribile. Buona Liberazione comunque).
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Almeno un pareggio

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Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.

Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
dopo altri tre anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.

Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?

Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
vent'anni anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.

(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.

Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?

Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

(Buoni primi 150 anni - io adesso vado al Mattatoio a leggere cose patriottiche).
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Chi ha cambiato l'internet?

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Dieci anni fa, se ti serviva un'informazione sicura, un'informazione decente, Internet era l'ultimo posto dove saresti andato a cercarla.
Poi qualcuno ha cambiato le cose. Ma chi è stato?


Ho una teoria (#58): e se fossimo stati noi? Si commenta qui.

Un piccolo esempio tra mille: quest'estate, qualcuno se lo ricorderà, ci ha lasciato un grande artista, Lelio Luttazzi. Il giorno della sua morte decine di quotidiani hanno scritto (almeno nelle loro versioni on line) che Luttazzi era “rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti”. In realtà i contorni della vicenda erano assolutamente chiari da più di trent'anni: Luttazzi era stato completamente scagionato, e negli anni successivi pare che avesse vinto diverse querele contro chi sosteneva il contrario. E allora perché i quotidiani continuavano a seminare il dubbio? Vuoi per pigrizia, vuoi per sfortuna: Luttazzi era mancato alla vigilia di uno sciopero dei giornalisti, e tante redazioni si erano trovate a copiare le schede biografiche delle agenzie. Peccato che anche queste ultime fossero il risultato di un analogo lavoro di copia-incolla da articoli di quotidiani ancora più antichi... insomma, non era ben chiaro quando, ma a un certo punto qualcuno aveva schizzato del fango sulla biografia di Lelio Luttazzi, e poi quel fango era stato ricopiato da tutti, senza che nessuno si ponesse il problema di verificare cosa ci fosse di vero o di falso. No, in realtà qualcuno il problema se l'era posto. Su un sito internet si leggeva chiaramente che Luttazzi era stato completamente scagionato. Ma non era il sito di un quotidiano. Era Wikipedia, l'enciclopedia libera. Sì, quella gratuita, quella scritta dai dilettanti, quella che tutti possono modificare. Non ci si dovrebbe fidare troppo di lei, eppure...
 
Dieci anni fa, quando Wikipedia cominciò in sordina la sua avventura, Internet era molto diversa da oggi: qualcuno forse ricorda che impresa fosse trovare, in mezzo a tanta confusione colorata, contenuti realmente interessanti. Eppure i motori di ricerca esistevano già, e facevano quel che potevano: il problema è che molte informazioni su internet non c'erano ancora. Me lo ricordo abbastanza bene perché in quel periodo lavoravo anch'io a una specie di enciclopedia on line, che in seguito ha chiuso. Uno dei miei compiti era “scrivere” delle brevi schede biografiche, dove il termine tra virgolette si può rendere anche come “scopiazzare cambiando qualche parolina qua e là per evitare problemi di copyright”. Lavoravo con quattro motori di ricerca, setacciavo il web intensamente... e non trovavo altro che le stesse schede biografiche che altri prima di me si erano copiati a vicenda, cambiando anche loro qualche parolina qua e là. Naturalmente nessuno dei copiatori che mi avevano anticipato si era preoccupato di verificare quello che “scriveva”, per cui gli errori immessi da un primo copista avevano già fatto il giro del mondo: se qualcuno, poniamo, aveva avanzato dei dubbi sulla fedina penale di Lelio Luttazzi, ormai il brillante musicista si poteva ritrovare infangato su due, cinque, dieci siti diversi. Se poi qualcuno copiando aveva inserito qualche errore di ortografia, anche quelli erano stati ripresi. Tanto è internet – si diceva nell'ambiente – mica la Treccani. Nessuno sarebbe stato così folle da usare le informazioni trovate lì sopra in un articolo di giornale, o magari in un saggio accademico.

Quand'è che sono cambiate le cose? In quale momento internet è diventata la fonte più comoda per giornalisti e perfino studiosi? Quand'è che abbiamo veramente cominciato a risolvere tutti i nostri dubbi con la semplice pressione del tasto “cerca con google”? Ho una teoria: il vero salto di qualità lo abbiamo fatto quando Google ha deciso – con un notevole sprezzo del pericolo – di fidarsi di Wikipedia: quel folle progetto sul quale dieci anni fa ben pochi avrebbero scommesso un euro (e avrebbero fatto bene, dal momento che Wikipedia non guadagna ancora un euro: è il sito non profit più visitato del mondo). Inserire le voci di wikipedia tra i primi risultati di ricerca è stato un atto di fiducia importante, che ha cambiato radicalmente il nostro modo stare nella rete. Prima di Wikipedia, anche i più generosi consideravano internet alla stregua di un enorme caotico recipiente di informazioni, da setacciare alla ricerca del vero. Wiki ha cambiato tutto, non perché fosse autorevole: anzi, sin dal primo momento ha messo in guardia i suoi utenti sul fatto che non lo era. Ma qualsiasi cosa fosse stata scritta, su Wiki si poteva modificare. Se avessimo trovato contenuti scadenti eravamo invitati a sostituirli con qualcosa di migliore. Se sapevamo che le informazioni su Lelio Luttazzi erano sbagliate, potevamo correggerle. E proprio perché non potevamo pretendere che qualcuno si fidasse di noi, avremmo dovuto fornire pezze d'appoggio, collegamenti ad altri contenuti, piste che chi veniva dopo di noi avrebbe potuto seguire.

Grazie a Wikipedia abbiamo smesso di considerare Internet un recipiente di caos e ci siamo accorti che era un enorme libro, ancora pieno di pagine bianche, che non chiedeva di meglio che essere scritto e corretto. Certo, occorreva rinunciare a una delle cose più care ai navigatori: il proprio ego, la propria ideologia di riferimento, i propri gusti personali. Proprio tutte le cose che hanno fatto la fortuna di tutti i servizi 'sociali': dieci anni fa l'e-mail e le chat, più tardi i blog, Myspace, e oggi Facebook. In compenso, Wiki ci ha dato la possibilità di partecipare al più grande progetto di condivisione del sapere, al più grande libro mai scritto. Qualcosa che è ben lontano dall'essere perfetto (anzi, non lo sarà mai), e in gran parte resta ancora da scrivere, ma intanto ha già migliorato la vita quotidiana di tutti noi, ogni volta che abbiamo un dubbio e che sappiamo che la risposta è a portata di click. Anche se forse è sbagliata. Ma non lo è quasi mai. Sabato Wikipedia ha compiuto dieci anni: il minimo che possiamo fare è dirle grazie (se vogliamo fare qualcosa di più, possiamo andare qui).http://leonardo.blogspot.com
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Se sbaglio modificami

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(Domani Wikipedia compie dieci anni. Classe di ferro).

Il cervellone

Mi fa paura pensarci, ma più della metà della mia vita l'ho trascorsa senza sapere cosa fosse internet.

I computer invece no, ho sempre saputo che esistevano e che sarebbero diventati sempre più potenti. Ma ecco, da bambino avevo un'idea piuttosto sfasata. I chip erano già in circolazione, ma io ancora pensavo ai calcolatori dei vecchi film, quelle stanze piene di valvole roventi che estraevano radici cubiche in pochi minuti, incredibili. I cervelli elettronici, giuro che li chiamavamo tutti così. E pensavamo che rispondessero alle domande. Non scherzo: l'idea era che l'uomo accendesse un pulsante, facesse una domanda (a voce, o con una scheda perforata, ma questi erano dettagli), ad esempio, “Quanto è alto il Monte Bianco?”, e lui dopo un po' avrebbe risposto: “4810 metri”, perché i cervelloni avrebbero saputo tutto. Come Hal 9000: lo accendi, lui ti saluta, chiede se può esserti utile, ti propone una partita a scacchi, congiura alle tue spalle, eccetera: l'idea che avevo del computer da bambino era questa. No, grazie, Hal, niente scacchi, ma mi potresti fare questi problemi di geometria per domani?

La rabbia di appartenere all'ultima generazione che i compiti doveva farseli senza ausilio di un cervellone positronico svanì d'incanto non appena ebbi tra le mani un vero “computer”. Perché un bel giorno arrivarono nelle case, ed erano oggetti ben diversi da come ce li eravamo immaginati. Molto meno grossi, grazie al cielo. In compenso, assolutamente stupidi. Quando spiego ai miei alunni che alla loro età – tredici anni – possedevo un computer con ben otto kilobyte di memoria fissa, mi guardano come si guarderebbe uno scriba egizio del Medio Regno. Ma il vero choc culturale fu scoprire che anche quegli 8 Kb erano vuoti. Non ti vendevano un enciclopedia, per quanto minuscola. Ti vendevano un contenitore vuoto, un oggetto che appena acceso conosceva solo qualche nozione di aritmetica, in pratica una grossa calcolatrice che non aveva la più pallida idea di cosa fosse il Monte Bianco. Svanita la speranza di usarlo per i compiti, il computer diventava un oggetto affascinante proprio in quanto stupido. Ci potevi giocare, in vari modi, e (nel giro di una decina d'anni) saresti anche riuscito a lavorarci. Ma sarebbe sempre rimasto l'amico stupido con cui dialogare in Basic, che sa risolvere i logaritmi ma non ha la minima idea di cosa sia l'Egitto. Per molti anni non ho più pensato che il computer fosse un oggetto a cui chiedere le cose.

Vent'anni dopo è successa una cosa straordinaria. Mi hanno montato una lavagna interattiva in una classe, e ora possiamo andare su internet quando vogliamo. Qualsiasi domanda ci venga in mente... tu digiti, e in pochi secondi internet ti risponde. I ragazzi ci si abituano subito, del resto la maggior parte ha già internet in casa, e le ricerchine le sanno fare, anche solo per trovare le specifiche di un videogioco. E così mi sono reso conto di una cosa.

Oggi i computer assomigliano molto di meno a quegli scatoloni vuoti che ho cominciato a usare alle medie, e molto di più a quei cervelloni che sognavo da bambino. Guarda il modo in cui li usano i ragazzi: fanno domande, e il computer risponde. Ovvero no, in realtà a rispondere è Internet, attraverso google e wikipedia. Ma per il bambino che ero trent'anni fa tutti questi sarebbero dettagli incomprensibili; l'essenziale è che il computer, oggi, è un tizio coltissimo che se gli chiedi una cosa – mediante tastiera – ad esempio “Quanto è alto il Monte Bianco?” – ci mette pochi secondi a rispondere: “4810 metri”. Proprio come Hal 9000.

La cosa che non mi sarei aspettato, da bambino, è il modo in cui i computer hanno compiuto questa evoluzione. Mi sarei aspettato un progresso tecnologico: valvole sempre più efficaci, bobine sempre più veloci... a un certo punto avremmo dato da mangiare a un cervellone più grande degli altri l'intero scibile umano sotto forma di schede perforate e... voilà, il Cervellone avrebbe saputo tutto. Mi sembrava logico che sarebbe andata a finire così. E invece le cose hanno preso una via inattesa. All'inizio c'era Internet, una rete di contenuti buttati un po' qua e un po' là, scarti di tesi di laurea e vecchi archivi di forum, informazioni generalmente scadenti che oscillavano per il mondo in modo browniano, e persino Google molto spesso non era in grado di trovarti un granché, per il semplice motivo che in rete – malgrado tutte le chiacchiere che se ne facevano su libri e riviste specializzate – non c'era ancora un granché. Fino al 2000, più o meno.

Eppure in un qualche modo Internet non era tutta lì. Essa comprendeva anche i suoi utenti: non era un'intelligenza artificiale, ma un'intelligenza collettiva, metà carne metà html (cyborg, si diceva in quegli anni). Ecco, io credo che il momento decisivo è stato quello in cui questa intelligenza collettiva, ancora non molto intelligente e non molto collettiva, ha preso atto della sua pochezza e... ha cominciato a fare delle domande all'utente. In pratica, il momento in cui ha creato wikipedia. Wikipedia era il posto dove il signor Internet ammetteva di non saperne abbastanza, e ti chiedeva aiuto. Pensateci, forse il test di Turing lo ha passato in quel momento in cui gli abbiamo fatto una domanda (“Quanto è alto il Monte Bianco?”) e lui ha risposto con una domanda ('Non lo so, dimmelo tu per favore'). Una rivoluzione copernicana. Abbiamo smesso di pensare a Internet come a un libro stampato e abbiamo cominciato a considerarlo un libro da scrivere, una creatura da crescere, qualcosa a cui insegnare le cose.

Wiki è stato il momento, è stato il luogo in cui il signor Internet ha scoperto di non sapere, e ha fatto il primo passo giusto verso la conoscenza di sé e degli altri. Oggi, se chiedi quand'è alto il Monte Bianco, Internet attraverso Wikipedia ti dice: 'Mi risulta che sia alto 4810 m., ma non posso esserne certo; per favore, se la sai più lunga di me, correggimi. Non chiedo di meglio'(*). Hal 9000 era molto più spocchioso. Poi certo, anche l'ibrido collettivo che chiamiamo Internet, ma più precisamente Wikipedia, ha i suoi difetti. Tutti i difetti umani dei suoi utenti (pignoleria, superficialità, ignoranza, spocchia, ecc. ecc. ecc.), più i difetti dei computer. Però è la più grande creatura che abbiamo visto nascere. Ha solo dieci anni e forse sa già più cose delle enciclopedie vere. È un gigante buono che è disponibile a raccontarti qualsiasi cosa, ci puoi passare le serate. E ogni volta che commette un errore di ortografia, tu glielo correggi e lui ti ringrazia. Questa ultima cosa fa impazzire i ragazzini a scuola. Non importa di cosa stiamo parlando: ogni volta che troviamo un errore di ortografia, lo correggiamo in diretta. E così scopriamo che sbagliare è umano, perché sbaglia anche la creatura più umana di tutte, che è Wikipedia. Ma allo stesso tempo, sbagliare è inammissibile, sbagliare è pericoloso: tutto quello che Wikipedia ci dice potrebbe essere falso. Potrebbe essere il brutto scherzo di un'altra classe dall'altra parte del mondo, che ha tolto un migliaio di metri al Monte Bianco a maggior gloria delle vette del Caucaso. Non bisogna fidarsi ciecamente di nessuno, neanche del famoso cervello elettronico, perché in fondo che ne sa lui? Solo quello che gli abbiamo detto noi.

Insomma, caro me stesso bambino del passato, è andata più o meno come te l'immaginavi. Adesso in classe abbiamo un cervellone elettronico che risponde alle domande. Sì, a volte ti fa anche i problemi. Ma a volte li sbaglia, insomma, non ti puoi mai fidare.

(*) In realtà oggi ti dice: “ Al di sotto della calotta sommitale, sotto una coltre di ghiaccio e di neve spessa dai 16 ai 23 m, a quota 4.792 m si trova la cima rocciosa, spostata di 40 m circa più ad ovest rispetto alla vetta stessa. Nell'agosto del 1986 la misurazione ortometrica rilevata tramite satellite risultava di 4.804,4 m. Successivamente l'altezza ufficiale è stata per lungo tempo 4.807 m, per poi passare nel 2001 a 4.810,40 m; nel 2003 a 4.808,45; nel 2005 fu di 4.808,75; nel 2007 a 4.810,90 e nell'ultima misurazione nel settembre 2009 a 4.810,45 m [5]."
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Su internet la qualità dei commentatori è inversamente proporzionale al prestigio dell'autore. Non ci sono più gli Anarchici Informali di una volta. Gli israeliani sono esseri umani come noi, che qualche volta rubano gli organi (come noi). Matrix racconta la storia degli attentatori dell'11 settembre. Molta maniaci del presepe non aprirebbero mai la loro stalla a una famiglia di rifugiati. Il leghista medio a scuola si sente schiacciato tra stranieri e radicalscic. Del resto le quote stranieri sono una fregatura. E anche l'olocausto rischia di diventare una catena di Sant'Antonio. Quando potremo progettare un mondo virtuale lo faremo più o meno come quello di Avatar: e se servirà l'unobtanium, saccheggeremo tutti i mondi non virtuali che ne contengano. Ma riusciremo per allora a vivere senza Vasco Errani? Internet mi ha fatto risparmiare tantissimo in aspirapolveri. Certo, le escort lo usano per pubblicare annunci gratis: è uno scandalo, dovrebbero pagare i quotidiani. Berlusconi, non lo direste mai, ma qualche elezione ogni tanto la perderebbe volentieri. E i preti pedofili? Se si sposano, diventano meno pedofili? Io non credo. Berlusconi, dicevo, a volte perderebbe volentieri, ma gli passa subito. I veri vincitori sono i leghisti: ma quand'è che vanno al governo e combinano qualcosa? Comunque le elezioni non sono andate così male. I terremoti non si possono prevedere, nemmeno su internet. Le eruzioni del Vesuvio sì, ma quelle non interessano a nessuno. È morto Raimondo Vianello, dopo anni di congelamento. Gli emiliani sono come i tortellini: buoni, ma anche basta. Per cancellare la Resistenza dalle scuole bisogna prima studiarla, la Resistenza, nelle scuole. Quando guardo un film italiano mi sembra che la mia vita sia più interessante, poi mi addormento e sogno zombi a Milano. Il Consiglio di Stato dice che chi non vuole fare l'ora di religione ha diritto a un insegnante che gli insegni qualcos'altro. A un certo punto in primavera sembrava che Santoro valesse dieci milioni; sai quanti quotidiani di sinistra ci paghi con dieci milioni? Io comunque sarei per abolire le vacanze pasquali, non avete idea del risparmio. Certi film avrebbero solo bisogno di una buona stroncatura, Fofi dovrebbe adoperarsi di più in tal senso. L'Inno nazionale, per esempio, ormai ti tocca rivalutarlo – magari non la prima strofa. Gli insegnanti odiano i test, hanno paura di diventare ingranaggi di una macchina che non capiscono. Tanto più ora che comunque il petrolio per fare andare le macchine sta finendo. Dicevo che se io se fossi in Berlusconi ogni cinque anni farei governare un po' il centrosinistra, così mi riposo, loro mettono a posto il bilancio, e poi alle elezioni li straccio. Ma basta parlare di Berlusconi, cominciamo a parlare degli eredi di Berlusconi. In tanti anni su internet non avevo mai visto foto di bambini svestiti e picchiati, finché non ho cominciato a frequentare i siti antipedofili. Sbaglio? Mi correggerò, ma in 48 ore non ci riesco. Tanta gente per salvare le donne condannate a morte farebbe qualsiasi cosa, salvo ospitarle. La Gelmini vuole premiare gli insegnanti che truccano meglio i test. Isoradio dovrebbe informarmi sul traffico, non servirmi indigeste madeleine sui peggiori anni della mia vita. Asterix è un collaborazionista al soldo dell'Impero McDonald. Veltroni, in Africa, sarebbe più sereno. Mussolini, che sia esistito o no, ha scritto diari interessanti. Ma un Ministero a Milano crea più posti di lavoro che a Roma? La verità è che se volessimo una scuola più laica dovremmo studiare più Bibbia. Grazie, siete un pubblico meraviglioso. Quando l'artista punta il dito (medio) noi guardiamo il dito (medio). Il problema non sono i giornalisti spazzatura, sono i lettori di spazzatura. Saremmo un grande Paese se solo accettassimo di essere un grande Paese del Terzo Mondo, e Berlusconi lo sa. Anche Celentano lo sa, ma non sa come si scrive. Ruby invece è una mitomane. Perché prevenire le inondazioni quando basta farti inquadrare con una vanga per vincere le elezioni? Ho scritto una cazzata? E che sarà mai. I radicali sono liberi di fare quel che gli pare, ok, ma perché devo votarli io? Perché i vecchietti non vanno in pensione, invece di andare a escort e azzuffarsi nei locali? Forse col digitale terrestre si calmeranno, guarderanno le repliche dei telefilm e non voteranno più Berlusconi. Che non ne può più, secondo me. Ma non molla: non ci libererà finché non lo ameremo.

Ho una teoria compie un anno. È stato faticoso e incredibile, e il meglio deve ancora arrivare. Buon 2011.
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L'innocente era lui

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(Cinque anni fa esisteva una bella rivista on line che si chiamava Sacripante!. Io avevo una rubrica in cui rispondevo a lettere immaginarie. I pezzi che ho scritto per Sacripante ogni tanto li ritrovo qua e là per la rete: non portano il mio nome, né il mio link, sono in assoluto i figli più orfani che ho.
Di questo in particolare provo molto pudore, e ogni volta che qualcuno lo ritirava fuori andavo a nascondermi dalla vergogna. Però è vero che l'ho scritto io, e dopo cinque anni è ora di riconoscerlo: brutto o bello che sia, viene da qui).


(2005). È vecchio, stanco e scazzato, con quel vago senso di vergogna che l'assale tutti gli anni verso la festa dei morti.
Perché? Non sa esattamente il perché. Saranno i tanti amici sepolti là fuori, che reclamano un saluto, una preghiera, un mazzetto di fiori. Ma Dio, che sciocchezze. Che banalità neo-pagano-vetero-borghesi. Dovrebbe fregarsene di queste cose. Dovrebbe.
Ma la mamma. Il solo pensiero.
Avrebbe dovuto farla cremare. Non ha avuto il coraggio. Così adesso è lì, e il solo pensiero di non andarla a trovare, gli ficca ogni due novembre un artiglio nel cuore.
"Ci vado. Ci vado. Ma oggi no, troppa confusione. E poi si è fatto tardi, che ora è?"
Sono le tre e lui è ancora in vestaglia. Un vecchio in pantofole e vestaglia, ecco quel che è. Lui un tempo così pieno di energia, di voglia di fare: ora gli ci vuole mezza giornata solo per mettersi a tavolino.
Il computer è il vecchio pentium che gli ha lasciato il povero Raffaele – fu lui a insistere che bisognava aggiornarsi, a buttargli via a tradimento la vecchia Lettera 22.
"Stai diventando un feticista della macchina da scrivere, Paolino, te ne rendi conto? Un vecchio rudere che scrive madrigali sui bei tempi andati. Svegliati! Tra un po' è il Duemila!"
"Mi fa schifo il Duemila, Raffaele".
"Ti fa schifo il Duemila, ti faceva schifo il Novanta, l'Ottanta, già il Settanta ti faceva piuttosto schifo. Dov'è la novità? La novità è che ormai il Duemila se ne frega, di quello che pensi tu. Se non impari ad accendere il computer, manco se ne accorgerà, il Duemila. E sai cosa vuol dire se nessuno se ne accorgerà?"
"Cosa vuol dire?"
"Vuol dire che sei morto! Quando nessuno ti leggerà più, quando nessuno ti capirà più, sarai morto, Paolino! Prima ancora di andare sottoterra! Perciò devi imparare a spedire le mail, capito? Le mail ai giornali! Così magari riescono a pubblicarti un pezzo in giornata".
"Ma per favore…"
"E aprire un sito, perché no? Un sito Internet in cui dialoghi coi tuoi ammiratori, e…"
"No. Col porno ho chiuso, e lo sai".
"Ma cos'hai capito. Non c'è solo il porno su Internet…"
Buon vecchio Raffaele. Anche lui era morto, qualche anno prima, di una morte ideale: un arresto cardiaco, istantaneo, indolore per lui e per chi gli stava accanto. Solo, si era dimenticato di lasciar scritto che lo cremassero. Così ora si trattava di scegliere se farsi tumulare accanto all'amata madre o al compagno di vita. Un altro pensiero fastidioso, un'altra spina. Benché certo, Raffaele non si sarebbe offeso – non si offendeva mai.
Si erano incontrati tardi, nel modo più improbabile. Com'era potuto accadere, a un pederasta incallito come lui, sempre a caccia di ragazzini, di innamorarsi di un borghese, un funzionario Rai con moglie e figli? Raffaele non divorziò finché la cosa non divenne davvero di dominio pubblico, e ci volle ancora molto tempo.
Nel frattempo lo aveva aiutato a rimettersi in piedi – lui veniva da anni complicati, processi per oltraggio al pudore e debiti con gli avvocati; film sequestrati dalla magistratura, e persino dalla malavita – per giunta era una fase di crisi creativa, in cui gli sembrava di non aver fatto nulla di buono, anzi: suo malgrado aveva creato un mostro, il filone erotico-medievale; e ora le sale di periferia pullulavano di pellicole pecorecce a base di dame e castelli, ed era una vera tortura portarci i ragazzini…
"Forte questo, aho! L'ha fatto lei?"
"Ma per favore…"
Gli sembrava di non aver mai capito nulla – per anni si era creato un mondo immaginario, perfetto, ingenuo, ignorante, popolato da ragazzini altrettanto perfetti, ingenui e ignoranti: tutta spazzatura da cinema di serie B, fantasie da vecchio pervertito: ora gli era tutto chiaro. Avrebbe voluto spazzare via tutto, distruggere sé e la sua opera, con un film davvero criminale, una fantasia sadomaso. E poi stava scrivendo un libro impubblicabile, un diario di tutte le perversioni sue e del suo tempo. In realtà stava scendendo una china pericolosa, chissà che fine avrebbe fatto, se una sera in trattoria non si fosse fermato a parlare con quell'uomo simpatico e brillante – Raffaele.
Raffaele che voleva fargli scrivere sceneggiati televisivi; in un qualche modo si era messo in testa che lui potesse scrivere dialoghi per la Rai TV.
È il futuro, diceva (proprio come avrebbe detto poi del Videoregistratore, del Fax, e infine di Internet). È il futuro che ti sfida, e tu non puoi rinunciare. Lasciati alle spalle tutte quelle menate sulla civiltà contadina. Lascia perdere tutti i tuoi teoremi politici, quelle orazioni da signor "So tutto io"… che poi cos'è che sai, realmente? Un cazzo, sai. E anche il sesso – lascia perdere anche il sesso per un po': è ancora troppo presto, ma vedrai. Io sogno una tv libera e intelligente. Fatta dai grandi autori come te – io so che tu sei un grande autore, se solo la smettessi di girare porcate per il puro gusto di fartele sequestrare, se solo superassi quella fase infantile del comunismo, quella fase, lasciamelo dire, anale…
Ora, mentre aspetta di caricare il file a cui sta lavorando, si chiede seriamente se Raffaele non avesse alla fine torto.
E se non abbia avuto torto lui a dargli retta. Aveva superato la fase anale: distrutto l'ultimo film maledetto, bruciato il romanzo-fiume. E si era messo a macinare dialoghi di qualità per l'industria culturale. Come l'ultimo corsaro della Regina, che si fa nominare baronetto e aspetta la marea giusta per tornare in mare aperto e innalzare la bandiera nera, come tanti altri in quel periodo – ma alla fine la marea non era tornata mai. Erano invece arrivati gli anni Ottanta, e lui si era trovato a bazzicare quel sottomondo di nani e ballerine. Aveva scoperto Eros Ramazzotti, si era fatto riscoprire da Bettino Craxi. Ogni tanto lo intervistavano, specie in autunno quando gli studenti occupavano le scuole; e l'intervistatore cercava sempre di fargli dire qualcosa di cattivo sugli studenti.
"Ecco, lo vedi, Raffaele? Sono diventato una maschera nel teatrino, sei contento?" E Raffaele, tranquillo: "Sta a te trasformare il teatrino in un teatro serio". "No, Raffaele, no. Il teatrino è più forte di me. Mi ha mangiato, digerito e cacato, come tanti altri". E lui scuoteva la testa e sorrideva. Sempre scuoteva la testa e sorrideva, ed era impossibile non amarlo. Per lui non c'erano sconfitte, solo sfide.
Ma ora che se ne andato, è difficile scambiare per sfide così tante sconfitte. Il file si è aperto, finalmente, cos'è che stava scrivendo? Un pezzo sulla cocaina, ancora. La cocaina? Ma è roba che andava quindici giorni fa! È da quindici giorni che ci lavora? E quale giornale gliela vorrà mai pubblicare?
Spegne tutto, si sente stanco. Stanco e scazzato. Non dovrebbe farlo, ma prende in mano il telecomando. La vita va avanti, più stupida che mai, e sapere che può andare avanti senza di lui è quasi consolante. Sul primo c'è una Medea moderna, che uccide il figlio e si getta in pasto agli avvocati. Sul due c'è un reality show per celebrità, lo conosce perché glielo avevano proposto. ("Ma guardate che ho 83 anni!" "Beh, al massimo esce subito, ma vedrà, in fondo lei è un personaggio, Tarantino le ha appena dedicato un documentario, i suoi vecchi film in dvd stanno andando forte, e poi l'omosessuale anziano funziona, e lei potrebbe approfittarne per parlare al grande pubblico delle sue idee. Purché non bestemmi…"). Sul tre cercano le zingare che rapiscono i bambini. Sul quattro e cinque e sei l'immaginario americano, eccola qua – l'immaginazione al potere. Sul sette c'è un grassone che pontifica di guerra al Terrore, e ogni volta che lui lo vede ha un sogghigno – guardalo lì, uno di quei coglioncelli di Valle Giulia. Restano i canali di video musicali. Li guardava a volte, di sera, assieme a Raffaele – gli piacciono i gruppi giovani, i ragazzini sono sexy. Non sono innocenti, non sono ingenui, a vent'anni sono già perfetti stronzi che sanno quanto possono spremere dalla vita, e gli va bene così. E anche a lui va bene così. Ha passato la vita a rimpiangere un mondo innocente, e troppo tardi si è reso conto che l'innocente era lui.

2/11/2005 Caro Leonardo
A volte non riesco a non chiedermi: e se? Lo so che è stupido, ma non ci posso fare niente. Per esempio in questi giorni mi chiedo: e se Pasolini non fosse andato all'Idroscalo, trent'anni fa, cosa farebbe adesso? Come sarebbe? Tu che ne pensi? Perdonami. IF '75.

È vecchio, stanco e scazzato, con quel vago senso di vergogna che l'assale, tutti gli anni, verso il giorno dei morti.
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È sempre più tardi

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Com'è tradizione, l'antichissimo blog Leonardo in occasione del suo 279° compleanno chiede ai lettori di votare il post più bello del 2009. Segue lungo discorso che si può agevolmente  saltare.

(La mia scelta:
Cugghiuni + Business
Seminator di scandalo
Il segreto dell'altalena
Croce e delizia
Il Silvio parallelo
Mamma! Mamma!
Di ronda in ronda
Dagli abbastanza corda
Ogni riferimento è puramente
Voi potete sceglierne anche altri)

"Come? Eh? No, le candeline no. Il mio povero cuore.
Volete che vi racconto? Ma probabilmente la storia la sapete già. Sono io che non mi ricordo più bene quando ho cominciato.
Mi sembra di averlo sempre avuto un blog, più o meno dall’… Ottocentoquindici, mi pare… in quel periodo eravamo in pochi, eh, anche perché il layout dovevi farlo a mano… il codice, dico… lo vergavi con la penna d’oca, nei primi tempi… e quindi non eravamo poi così tanti ad avere la costanza, la… manualità… comunque c’era già Giacomo … lui con lo Zibaldone era un po’ il mio mito, me l’aveva linkato Pietro Giordani che… aveva questa directory di giovani poeti italiani promettenti, che se ci pensi era una cosa da suicidio, allora, mettere in piedi una directory così… anche oggi certo… però a quei tempi… metti che Foscolo un giorno la consulta e non trova il suo sito… minimo ti sfidava a duello… non gli potevi mica dire: “Scusa, Ugo, ma è una directory di giovani promettenti, e francamente tu…” insomma, c’erano equilibri molto complicati.

Ma dicevo di Giacomo. Di lui non è che si sapesse molto, stava in campagna come molti di noi, e gli volevamo tutti molto bene perché… ma fondamentalmente aveva una costanza pazzesca. Ogni volta che facevi refresh qualcosina la trovavi. Spesso era roba pesante, filosofia, linguaggio, però era due secoli fa, forse allora c’era più mercato per queste cose. A me sembrava uno dell’altro mondo, poi un giorno leggendo capisco che si è trasferito a Bologna… allora vado a impegnare i gioielli della mia povera madre per prendere a nolo un biroccio e in un paio di giorni sono là… però non c’era ancora google street view e anche la segnaletica stradale lasciava molto a desiderare, francamente… sicché entro in un’osteria, sotto le torri, e chiedo a lorsignori se conoscono l’indirizzo del poeta Giacomo Leopardi. Silenzio. “Intendo l’autore del pregevole blog lo Zibaldone”. Mi ridono in faccia. Lì per la prima volta ho capito che… la blogosfera non è proprio esattamente il mondo reale… uscendo alla luce del sole urtai un gobbetto, gli feci cadere una borsa piena di carte e mi mandò al diavolo… mi lasciò un pessimo ricordo Bologna, non saprei neanche dire perché… forse capivo che tra il mondo vero e la blogosfera ormai avevo scelto la blogosfera. Vuoi mettere tra discutere di lettere con IppolitoNievo.It o stare per strada a farsi ingiuriare dai brutti gobbi sgorbi?

Manzoni? Non so, me l’hanno detto poi che c’era anche Manzoni, il punto è che non era già il grande Manzoni, era un ragazzo molto timido, che non usciva di casa volentieri, aveva crisi di panico nei luoghi affollati... al giorno d’oggi sicuramente diremmo che è la sindrome di questoquello, ma a quei tempi… Lui stava molto sulle sue e faceva questa cosa, che a me non è mai piaciuta… cioè si cancellava spesso. Magari per un mese scriveva cose fantastiche, fantasie di monache lesbiche, poi un mattino gli saltava il ticchio… cancellava tutto. Magari perché qualcuno gli aveva lasciato un commento livoroso (lui però li bloccava, mi pare), oppure gli era venuta la crisi mistica... Io quelli che fanno così, come Facci, o TheWineGuy, non li ho mai compatiti veramente. Voglio dire, o fuori o dentro, trovate un vostro equilibrio. Però non voglio fare polemica. L’ultima polemica la feci col Tommaseo, mi pare nell’Ottocentoquarantavattelapesca… quanto a Manzoni, era un altro che non usciva di casa volentieri, aveva crisi di panico nei luoghi affollati…

No, all’inizio no, non c’erano classifiche. Non avremmo saputo cosa conteggiare. Dovete capire che con la tecnologia di allora anche una cosa che per voi sembra scontata… non so, lincarsi. Io per lincare un post di Luigi Settembrini dovevo scrivergli fermo posta, e sperare che filtrasse il firewall austroungarico. Le polemiche sullo sbarco dei Mille, poi, francamente… non si poteva fare liveblogging da Marsala, mettetevelo in testa. I borbonici avevano bloccato il protocollo postale, non avevamo né piccioni né segnali di fumo, e poi c’era questo piccolo particolare che dovevamo scannare nemici a mani nude perché avevamo lasciato i fucili a casa. La prossima volta portatevi l’Iphone, cosa volete che vi dica. I giovani la fanno sempre facile.

Lo devo ammettere, all’inizio il telegrafo mi spaventava. Temevo che uccidesse il blog, lo avevo anche scritto… un post dal titolo il blog è morto. Mi davano soprattutto noia quelle abbreviazioni, anche inglesi, SOS per Salvate le Nostre Anime, che roba è? E poi tutti quegli stop a fine frase, stop, stop, stop… insopportabili. Ma davvero ero convinto che il futuro sarebbe stato sintetico, che quelli che amavano le pagine lunghe e complicate, come le mie, fossero condannati… magari chissà avevo pure ragione… nei tempi lunghi…

Invece Marconi lo adoravo. Mi ricordo quando fece quella presentazione, a Londra… tutti si immaginavano un gadget portatile, magari un telegrafo palmare, ma chi si poteva immaginare un congegno wireless nell’Ottocentonovanta… dico bene? O novantacinque?

Va bene, insomma, adesso in che anno siamo? No, fa lo stesso, un anno vale l’altro. Ditemi però cosa ne pensate di quest'anno, perché lo sapete che io tengo soprattutto a una cosa. No, non è la classifica, no. Non sono neanche gli accessi. A me interessa che i miei pezzi siano belli, siano validi, si leggano volentieri. Perciò vi chiedo, come da duecentoepassa anni, di scrivermi nei commenti qual è il pezzo che vi è piaciuto di più. Per favore. Non fate come tutti gli anni che di solito siete un migliaio ma quando c’è da farmi questo favore restate in venti. Cos’è, avete paura a scegliere un pezzo invece di un altro? Tirate la monetina, mica me ne accorgo. Potete anche scrivere il pezzo che vi è piaciuto meno, magari quello vi viene più facile. Coraggio, su, e poi per un altro anno non vi disturbo più. Adesso se vi dispiace devo andare a pisc… no, niente, ormai è tardi. Tanti auguri.

Ma ve l'ho detta quella volta che sono andato a Bologna, perché volevo vedere un blogger, come si chiamava... Entro in un'osteria e..."
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Vuoi pure queste?

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Bettino, vuoi pure queste?

Diro anch'io la mia su Craxi (potevo esimermi?)
Era antipatico.

Tutto qui? Beh, sì. Ma scusate, vi sembra una cosa da poco? Credete che antipatia e simpatia non siano dettagli da tenere in conto quando si formula il giudizio su un leader politico democratico? Barack Obama e Berlusconi non vi hanno insegnato niente.

Non voglio nemmeno dire che la politica consista nel farsi amare dalla gente. Però aiuta. Diciamo che è il 40% del lavoro. L'altro 60 magari consiste nel migliorare il proprio Paese, e da questo punto di vista... cough, sto ancora lavorando per pagare il debito pubblico che questo tizio ha aiutato a quadruplicare, per cui, se non vi spiace, lasciamo perdere (potrei prendere fuoco). Concentriamoci sull'aspetto “piacere alla gente”. Oggi si dà per scontato.

Trent'anni fa era diverso. Si stava passando dal modello in bianco e nero (il politico serioso e autorevole, eloquio soporifero, occhiali da nerd) a quello a colori: il politico pop, che conquista i telespettatori lanciando slogan brevi e a effetto. Craxi rimase incastrato nella fase di transizione. Se vogliamo essere onesti dobbiamo dire che non funzionava né a colori né in bianco e nero. La sua faccia unticcia e le sue pause imbarazzanti stridevano sul vetro televisivo come i pattini sul ghiaccio della vecchia pubblicità viakal Cif Ammoniacal (si-può-graf-fia-re). Non era necessario essere stati indottrinati dal Kgb per trovarlo immediatamente insopportabile. Fidatevi: veniva spontaneo.

Il dibattito di questi giorni (ammesso che interessi qualcuno) è paradossale. Sembra che su Craxi sia possibile formulare soltanto due ipotesi antitetiche: statista o tangentaro. In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un gran statista né un gran tangentaro (mediocre anche in quello? Andiam bene). Nessuno che faccia presente una semplice e banale verità: prima ancora di essere più o meno politico o ladro, Craxi era antipatico come pochi, e questo alla lunga gli rese un pessimo servizio. Anche perché c'era una certa hybris nell'idea di poter governare e addirittura modernizzare l'Italia senza essersi mai fatto votare da più di un italiano su sei. Sulla cresta di un'onda lunga sempre prevista, mai arrivata - oppure era quella che alla fine lo travolse.

Vi è capitato di vedere, negli ultimi giorni, qualche intervista inedita, un filmato di repertorio? (No. Non ve ne poteva fregar di meno. Appunto). Di solito quando una grande uomo muore, gli cresce l'aureola attorno, anche nei documenti video: diventa più bravo, più bello, le sciocchezze che dice sembrano massime di La Rochefoucauld. A Craxi non succede. A distanza di anni la sua voce stentorea continua a urtare l'orecchio come un controsenso. Craxi viveva nei televisivi anni Ottanta, contemporaneo di Jei Ar e del mio amico Arnold, e impostava la voce come in un comizio anni Cinquanta.

Lo so cosa state per dire: anche Pertini. E Pertini era popolarissimo. Sì, perché con quella voce d'altri tempi Pertini impastava discorsi a braccio pazzeschi, prendeva una cerimonia come il Discorso di Fine Anno e lo trasformava nel confessionale del Grande Fratello (Hai sentito come gliele ha cantate a Gheddafi?) Pertini si era ormai incarnato nello stereotipo del nonnetto bizzoso con un passato da romanzo, e ci si divertiva. Craxi invece era il Padre che non torna neanche a cena, ha l'amante e non ti parla da anni, ma ti toglierà il saluto se non ti iscrivi a giurisprudenza. Poi magari il vero Craxi coi figli era tutt'altro (possibile, a giudicare dallo zelo con cui ancora oggi ne difendono la memoria), ma il personaggio-Craxi era quello, e stava sulle palle all'ottanta per cento degli italiani. Non mi sembra un dato politico da sottovalutare.

Non è che i suoi diretti concorrenti non soffrissero dello stesso problema, ed è interessante studiare gli sforzi che fecero per adeguarsi a qualcosa che ancora non si capiva cosa fosse. Berlinguer si fece prendere in braccio da Benigni, fu un momento profetico. Andreotti cercava di spacciarsi per battutista televisivo, funzionò finché resse la claque. Forlani non faceva niente e infatti Forlani è stato risucchiato dal niente. Occhetto sbaciucchiava la moglie davanti ai fotografi. Erano esperimenti un po' così, ma tutti avevano capito che qualcosa andava fatto. Craxi no. Lui nel frattempo si era sdoppiato in due personalità: lo Statista Di Livello Mondiale e il brigante Ghino di Tacco – ed erano antipatiche entrambe. Probabilmente pensava a sé stesso come una specie di Mitterand italiano, machiavellico ed enigmatico quanto bastava, e credeva che il problema simpatia si risolvesse circondandosi di nani e ballerine (invece riusciva a rendere antipatici anche costoro). Che bisogno c'è di essere simpatico, quando in lista hai Gerry Scotti? Non si faceva molta fatica a capire che il suo personaggio avrebbe finito per restare impregnato di tutta l'arroganza così caratteristica degli anni Ottanta. E che avrebbe fatto la fine triste di un cattivo di Dinasty o di Falcon Crest, di quelli che scompaiono dalla scena senza neanche salutare perché non gli rinnovano il contratto. A volte li si fa esplodere in mille pezzi su un motoscafo. Altre volte partono per un Paese lontano, da cui non si ritorna. Si parla ancora un po' di loro, di sfuggita: e poi scompaiono, non sono mai esistiti, la vita (finta) va avanti.

Viene il sospetto che Forattini – uno molto più bravo ad annusar l'aria che a far ridere – avesse captato qualcosa di profondo disegnandolo come un piccolo mussolini. La stessa arroganza a doppio taglio: gli italiani per un po' la sopportano, ma alla prima difficoltà eccoli pronti ad appenderti per i piedi. A Craxi poi non è andata così male: appena un assalto con le monetine. Eppure continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio spese. Ma no, i vedovi Craxi non si danno pace. Probabilmente perché la fede in Craxi Grande Statista ha qualcosa di simile a quella nel Dio del Vecchio Testamento: richiede un investimento emotivo e psichico enorme. Bisogna ricordarsene tutti i giorni e tutte le notti.

E quindi si stracciano le vesti: Perché ha pagato lui per tutti, perché? Semplice: ha rifiutato di farsi processare... No, ci vuole una spiegazione più profonda. Va bene, e allora tenetevi questa: ha pagato più degli altri non perché fosse il più disonesto, ma perché era il meno simpatico. E' giusto? No, magari no. Ma è giusto giocare a fare i leader carismatici col 15% dei suffragi? Berlusconi, che tanto gli deve, dai suoi errori ha imparato parecchio. Berlusconi, lui, non graffia: va giù liscio come una mousse. Ha il sorriso smagliante, la battuta pronta (magari mediocre, ma pronta), non si blocca ogni cinque secondi per trovare l'espressione più tranchant, che poi tranchant non era mai.


Date un'occhiata a questo grafico sull'affluenza alle urne nei referendum abrogativi. L'ho fatto qualche mese fa, perché m'interessava mostrare che il trend negativo è quasi trentennale. L'unica eccezione è un picco improvviso tra 1991 e 1993 (e dire che l'anno prima per la prima volta il quorum non era stato raggiunto). Cos'era successo nel 1991?
Tante cose, ma secondo me su tutte una: un giornalista aveva intervistato Craxi a tavola. Ricordate, era il momento in cui i politici cercavano di mostrarsi più alla mano, quindi questo giornalista aveva avuto accesso alla tavola di Craxi. E gli aveva chiesto se davvero secondo lui gli italiani dovevano andare al mare, la domenica del referendum. Craxi (che al mare c'era già) dopo la solita pausa, aveva detto: passatemi l'olio.

Ecco chi era Craxi. L'unico politico in grado di riportare gli italiani nelle urne referendarie, invertendo un un trend ventennale. Semplicemente facendo una figura da stronzo per dieci secondi in tv. Altro che monetine. Ringraziate che fosse finita la stagione dei bulloni.
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Attende i suoi lettori all'ingresso

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Gentili lettori, un saluto dal piccolo blog Leonardo che l'altro giorno ha compiuto otto anni e nessuno di voi se n'è accorto.
Ma lui vi vuole bene lo stesso, perché anche se è uno dei blog più vecchi in giro, è pur sempre un bimbo di otto anni che ha bisogno sopra ogni cosa di affetto e considerazione.
E veniamo al tradizionale giochino: qual è stato il pezzo migliore del 2008? Non cercate d'essere originali a ogni costo, scegliete il primo che vi viene in mente. Se non ricordate nulla (i blog fanno questo effetto) ecco alcuni candidati:

* Il futuro di chi ha memoria (e con la Giornata della Memoria anche quest'anno siamo a posto).

* è un Mercato Pazzerello
Sì, ma un colpo solo mica basta. Nella cassaforte di una filiale, quanto ci sarà? Centomila? Va bene, si tira un po’ il fiato, e poi? Ci vuole un reddito. Potrei fare il corriere. In effetti sarei un buon corriere. Le autostrade le so tutte e mi piace girarle, fermarmi agli autogrill e non pensare a niente.

* Beware de negher
“Di marocchini ce n'è uno al civico 12, e basta. Creda a me che faccio il postino”.
“Massì, se non sono marocchini saranno extra... albanesi, zingari... tutti uguali...”
“Rumeni. Rumeni ce ne sono tre famiglie all'angolo. Sembra gente tranquilla, eh. Però è vero che i ragazzini son sempre in giro”.
“E fanno una paura...”

* Incubo di una notte di mezza estate
C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice: “Buongiorno”...
(Questo forse non l'avrei inserito, ma si è classificato secondo alla Blogfest, senza che io l'avessi nemmeno indicato: insomma a qualcuno è piaciuto).

* Fiori per Algernon
Come vedi la nostra discussione prosegue ancora intorno allo stesso problema, che credo di poter sintetizzare così: in questi anni di volgarizzazione indotta delle masse pilotata dallo strapotere mass-mediatico, in che misura noi intellettuali possiamo rompere il “guscio” accademico e tornare a parlare a quelli che non si sentono coinvolti dai nostri discorsi, la cosiddetta (perdonami il termine vago), “gente”?

* Mangia la metafora
“Ti dà più fastidio un pompino reale che un pompino metaforico”.
“Probabilmente sì. Sbaglio?”
“Certo che sbagli. Reali o metaforici, i pompini sono tutti uguali. Anzi...”
“Magari salta fuori che la realtà è meglio della metafora”.
“Beh, sì. Viva la sincerità”.

* Apocalipstick
Quasi un meme.


* La scuola di Pippo (come diventare razzisti, I)
Per un attimo, un attimo solo, Pipino vorrebbe essere anche lui un nero scaraventato sulle spiagge di Lampedusa da una carretta del mare, solo per il gusto di esprimere con la stessa rozzezza i propri sentimenti, cazzo, mi hanno fregato di nuovo. Uno si sbatte per tutta la vita, mette al mondo un figlio, gli insegna l'educazione, e poi vlam! Te lo prendono e te lo sbattono nel ghetto con i figli dei neri.

* 21st Century Schizoid Anchormen
Oggi pare che l'Imputata Bionda abbia scambiato uno sguardo con l'Imputato Scuro. Forse era uno Sguardo d'Intesa, ma potrebbe anche essere uno Sguardo di Disapprovazione, in effetti l'unica sarebbe fartelo vedere, ma in quel momento il cameraman s'era distratto, comunque fidati. È tutto? Sì, perché le deposizioni erano noiosissime e noi non vogliamo farti cambiare canale, soprattutto adesso che tra tre minuti c'è la pubblicità. E quindi... beh, abbiamo pensato di approfondire mostrandoti la fila di gente che c'è fuori! Una fila di gente che vorrebbe entrare a vedere l'Orribile Processo, non lo trovi morboso?

Questi sono i pezzi che sono più piaciuti a me; ma quali saranno piaciuti ai lettori?
Ci sono vari parametri: uno è il numero di commenti (purché non siano il risultato di un botta e riposta tra due commentatori incarogniti, di cui uno sono sempre io); un altro è il picco di accessi (che però può anche dipendere da un solo blog importante che mi ha lincato); un altro ancora è il conteggio dei link. Questo lo rileva in automatico Blogbabel. Quest'anno i tre parametri concordano nell'incoronare post dell'anno questa antipatica chiosa a un pezzo di Facci. Mah.

Ultimo ma primo, vorrei segnalare Soffrire per uno scopo, che è uno dei più assurdi che ho scritto, ma per me sintetizza in modo efficace quello che volevo fare nel 2008: chiudere coi pipponi politici e scrivere storielline divertenti. Non è proprio andato così, e poi in realtà anche le storielline alla lunga stancano. In generale la lista del 2008 mi sembra inferiore a quella dell'anno prima, anche se nell'ultimo anno mi sembrava di essere più in palla. Forse però ho rischiato meno; del resto tra i pezzi che vi erano più piaciuti nel 2007 c'erano cose piuttosto impegnative, come Storia di Mària, che oggi probabilmente non avrei tempo né voglia di fare.

A proposito, quale sarà stato il pezzo peggiore dell'anno? Dite voi, io non saprei. Quelli che mi sembrano brutti evito di rileggerli. Il più inutile, sulla distanza, mi sembra questo, ma è facile dirlo col senno del poi.

La principale novità del 2008 sono state le vignette: non ne ho fatte molte, ma erano veramente le prime che facevo. Imparare qualcosa di nuovo alla mia età è commovente. In cima a questo pezzo c'è quella che è piaciuta di più (ispirata a un documento autentico). In effetti fa ancora una certa impressione. Ma la presenza del correttore automatico resta inspiegabile.

Il 2008 se n'è già finito nell'ultimo cassetto di quell'archivio in cui credo sempre di custodire ingenti tesori (e invece ogni tanto vado a controllare e pesco ragnatele e poco altro). Come sarà il 2009? Beh, non ne ho la minima idea. Sul serio, questo è un blog che va per i fatti suoi e non si riesce a programmare. Pensate che a inizio anno pensavo di scrivere solo cose leggere e divertenti.

Un discorso a parte meriterebbero quelli che stanno per dirmi che una volta ero meglio, che ultimamente sto esagerando in questa o quell'altra cosa, oppure mi sto ripetendo, ecc. ecc. Non perché non abbiano ragione: di sicuro c'è stato un momento in cui scrivevo meglio di adesso. Ma guardiamoci negli occhi, io sto buttando roba qua dentro da otto anni, come faccio a non ripetermi mai? La risposta è semplice: non ce la faccio. Mi ripeto spesso e volentieri, e molte cose che vi fanno incazzare nel 2009 le ho riprese da pezzi del 2006, o del 2001, per tacere di tutte le volte che mi ripeto senza accorgermene come vostro nonno. Io ho i miei alti e i miei bassi, come tutti, ma alla fine della fiera sono sempre io, e c'è un numero finito di cose che so e di cose in cui credo. Insomma se da un po' di tempo in qua vi piaccio meno, può darsi che stiate cambiando voi.

Come quel gruppo che tre anni fa vi sembrava il massimo e l'ultimo cd non l'avete nemmeno scaricato, perché, boh, non v'interessa più.
Come quella radio che ascoltavate sempre come se non si potesse farne a meno, finché un giorno ne avete fatto a meno, e adesso v'infastidisce anche solo captarla di sfuggita.
Come quelli che si lamentano perché la Gialappa non fa più ridere: ma vi siete visti? Avete trentacinque anni, è chiaro che non può più farvi ridere. Sarebbe ben triste il contrario. E' ora di lasciar spazio ai ragazzini, se ce n'è. E se non ce n'è, tanti saluti e buonanotte. E' stato molto divertente.
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61 di questi giorni

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NEL RIGOGLIO DI INTIMI AFFETTI SUSCITATO DA QUESTA TRASMISSIONE MI È CARO INTERPRETARE CON LA MIA PAROLA IL FERVORE DI SENTIMENTI CHE, COME SULLA SOGLIA DI OGNI ANNO, COSI NELL'ATTUALE VIGILIA TUTTI CI ACCOMUNA IN UN PALPI TO DI MUTUA COMPRENSIONE E DI FRATERNA SOLIDAR1ETÀ.

E' QUESTA UN'ORA CHE PIÙ DI OGNI ALTRA CI RICHIAMA AL TRASCORRERE DEL TEMPO E CI INDUCE A BANDIRE RISENTIMENTI E POLEMICHE, A GUARDARE PIÙ OBIETTIVAMENTE AL PASSATO ED A FORMULARE I MIGLIORI PROPONIMENTI PER L'AVVENIRE.

NEL CORSO DI QUEST'ANNO, IN CUI NON SONO MANCATI DRAMMATICI EVENTI CHE HANNO TENUTO IN TREPIDAZIONE E IN ANGUSTIA I POPOLI E GLI INDIVIDUI PENSOSI DEL DESTINO DELL'UMANA CIVILTA', L'ITALIA IN CONFORMITÀ DI UNA VOCAZIONE DA ESSA PROFONDAMENTE SENTI TA E SANCITA DALLA STESSA COSTITUZIONE , HA CONTINUATO A DARE IL SUO ATTIVO CONTRIBUTO ALLA CAUSA DELLA PACE E DELLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE.

SUL PIANO INTERNO, IL DELICATO PROBLEMA DELLA CONGIUNTURA ECONOMICA MANIFESTA ALCUNI SINTOMI INCORAGGIANTI E SONO SICURO CHE CON IL CONCORSO DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, DAI LAVORATORI AGLI IMPRENDITORI ECONOMICI, TUTTO SARÀ FATTO AFFINCHÈ LA NOSTRA ECONOMIA SI SVILUPPI CON RINNOVATAFIDUCIA.

Le forze sociali sembrano optare al presente per posizioni di contrasto o quanto meno di dura dialettica, ma appaiono consapevoli delle difficoltà e desiderose di contribuire ad affrontarle. I partiti che hanno stipulato un'intesa di programma devono esprimere una solidale volontà di convergenza riformatrice. Come ho già avuto occasione di dire ogni forza politica deve conservare il suo patrimonio ideale, ma le intese raggiunte o da raggiungere su specifiche proposte politiche dovranno sempre avvenire sul terreno della fedeltà ai valori della Costituzione.

Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano.
Vi è un'altra considerazione che vi debbo fare, che riguarda la nostra gioventù, Mi stanno molto a cuore i giovani. Vedete, qui al Quirinale ho Instaurato un metodo: quello di ricevere tutte le scolaresche che al mattino vengono a visitare Il Quírinale. In questi anni ne ho già ricevuti 360 mila.
io non faccio discorsi a questi scolari, a questi giovani; intreccio con loro un dialogo, cioè mi sottopongo ad un interrogatorio, a molte domande. Ebbene, la loro preoccupazione è soprattutto questa, miei cari compatrioti. Essi mi chiedono: "Quando avremo terminato I nostri studi. troveremo un'occupazíone?". E poi mi pongono un'altra domanda: "Il nostro domani sarà turbato dalla guerra?".
Ecco le domande che mi fanno i nostri giovani. E non dobbiamo tradire le speranze della nostra gioventù, di questa gioventù che rappresenta l'avvenire della Patria, l'avvenire della nostra Nazione.

Certo, la ''questione giustizia'' assume, in questa prospettiva, una assoluta urgenza e priorita'. E rende assolutamente necessaria una sua soluzione, nell' anno 1991, - che io vorrei poter chiamare l' ''anno della giustizia'' - anche con un piano straordinario in termini di aumento dei magistrati, di potenziamento delle strutture operative, di riforme da completare, esaminando anzitutto ed approvando SOLLECITAMENTE il pacchetto di misure che il Governo ha presentato al Parlamento in tema di giustizia e di sicurezza pubblica, nonche' di quelle di cui io stesso ho investito le Camere.

Tutti ci ricordano che siamo ad un passaggio delicato, difficile; ed è vero, ma attenzione non ci viene chiesto nulla, proprio nulla di eccezionale, nulla di eroico. Non assumiamo il tono dell'eroismo. Ci viene soltanto chiesto di fare bene il nostro dovere, proprio null'altro.
Non ci viene chiesto di essere salvatori della Patria, ma servitori della Patria, sí! e con amore!
Se faremo questo, un giorno, volgendoci indietro, vedremo che il p a s s a g g i o è stato superato....
L'essenziale è che a superarlo sia tutto il popolo italiano. Tutto!

Per questo ho insistito nel richiamare i simboli più significativi della nostra identità di Nazione, dal Tricolore all'Inno di Mameli, l'inno del risveglio del popolo italiano; e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica, ai valori sanciti nella sua Carta Costituzionale.
Per questo ho visitato ogni provincia d'Italia e ho voluto che agli incontri nelle città capoluogo partecipassero tutti i Sindaci dei Comuni della Provincia.
Ho vive nella mente, e ancor più nel cuore, le immagini delle piazze delle cento province d'Italia, delle 8.000 fasce tricolori dei Sindaci dei Comuni d'Italia, delle tante migliaia di cittadini, di ogni età e ceto, che durante quelle visite si sono voluti stringere intorno al Presidente della Repubblica, al loro Presidente.Ovunque, nella varietà dei panorami, lo stesso spettacolo, lo stesso entusiasmo, lo stesso amore per la propria città e per la Patria.

A voi che mi ascoltate, e a quanti sono in queste ore raccolti con le loro famiglie, auguro un anno sereno, per difficile che sia. E’ un augurio che si ispira a sentimenti e ragioni di fiducia nell’Italia, perché cresca e migliori, guardando soprattutto alle generazioni più giovani e a quelle che verranno.
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7 fiasche di lacrime ho versato

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La settimana scorsa non ve ne sarebbe potuto fregar di meno, ma questo blog ha compiuto 7 anni. La lagna su quanto siamo vecchi ve la risparmio per l'anno prossimo, quando lo saremo ancor di più.

Quel che posso dire è che più vado avanti, meno mi fermo a riflettere su quello che sto facendo e perché. Credo non valga solo per il blog: a una prima fase in cui ragioni molto sul senso di quello che fai (e metà dei tuoi discorsi sono metadiscorsi), subentra una certa insofferenza alle teorie. È anche abbastanza normale che tu faccia più fatica a ricordare i pezzi di quest'anno rispetto a quelli di tre anni fa: come diceva tra gli altri Coupland, la memoria è un bicchiere che si riempie nei primi anni, e il resto cola giù. Il risultato è che negli ultimi tempi, spulciando l'archivio, mi capita un'esperienza comune a voialtri lettori, ma che non avevo mai fatto: leggere un pezzo di Leonardo senza sapere dall'inizio dove vuole andare a parare. Vi dirò, a volte è una delusione.

C'è da aggiungere un dettaglio non irrilevante: negli ultimi 12 mesi il blog ha quasi raddoppiato gli accessi. Naturalmente non ho la minima idea di quanti di questi accessi siano lettori autentici (ai quali poi andrebbero sommati i sottoscrittori dei feed); l'unica cosa che posso dire è che il sito sta andando molto bene (ma andando bene dove? Boh). Anche la posizione in classifica per il momento è lusinghiera - qui però bisogna intendersi. Vedo che molti tendono a considerare una buona posizione come un attestato di qualità del proprio blog. Io - che grosse ansie di prestazione non le ho, o almeno le ho superate, salvo ricadute della mezza età - di solito faccio il ragionamento inverso, ovvero: valuto la qualità di una classifica dalla posizione del mio blog. Per me una buona classifica dei blog italiani deve avermi almeno nei primi 30 - facciamo 40, via: se non ci sono, non credo sia una buona classifica. Senza offesa, eh.

La cosa lievemente inquietante è che gli accessi aumentano soprattutto durante le crisi politiche: a febbraio dell'anno scorso, e adesso. In generale la politica è l'argomento che richiama più visitatori: tra i pezzi più apprezzati ci sono senz'altro un paio di requiem per Prodi, i commenti alla candidatura di Veltroni alla segreteria del Pd, e la mia dichiarazione di voto per Rosy Bindi. Purtroppo sono tutti pezzi un po' effimeri, che sulla distanza perdono quasi tutto il loro mordente. Mentre io, se non s'è capito, quando scrivo qua sopra ho sempre in mente lettori del futuro, e mi chiedo spesso se sarò in grado di appassionarli un poco, o perlomeno di farmi capire.

La verità è che di politica scrivo quando non mi viene in mente nient'altro, ma che il mio approccio a quei temi, negli ultimi anni, è sempre più superficiale. La nascita del PD da quel punto di vista lo ha dimostrato: nel momento in cui avrei potuto impegnarmi concretamente nella realizzazione di qualcosa, ho preferito defilarmi e continuare a scrivere questi commenti stizzosetti. La prospettiva di dover partecipare a lunghe riunioni in cui senz'altro avrei parlato troppo e sarei stato frainteso, e mi sarei assunto responsabilità di cui poi mi sarei pentito, mi ha preventivamente congelato. Di questo passo forse mi ridurrò come quegli opinionisti sgonfiati che continuano a dare addosso ai loro vecchi avversari per inerzia - con la differenza che loro almeno li pagano.

Però non è così che vorrei finire. Quello che in realtà vorrei pubblicare qui, quello che mi piace veramente scrivere, sono semplici raccontini sui fatti del giorno, più o meno come gli ultimi due che ho pubblicato. In realtà è da sette anni che ci provo, ma è frustrante. Se sono in palla me ne posso venire in mente due o tre in una settimana: e poi, per sei mesi, più niente. Invece la politica è sempre lì, a portata di mano.

Ora c'è il solito giochino del compleanno. Riassumo per i nuovi arrivati: dovreste scrivere nei commenti il pezzo che vi è piaciuto di più dell'annata 2007, senza paura di sembrare prevedibili o scontati o chissenefrega. Di solito il pezzo migliore è il primo che vi torna in mente. Se però non siete sicuri, ne ho selezionati alcuni che sono piaciuti a me. Per una buffa coincidenza, c'è anche il pezzo più breve e quello più lungo di questi sette anni. Grazie per l'attenzione. E' superfluo aggiungere che senza di voi sarei una persona ancora più insicura e depressa (riuscite a pensare a quanto sarei insicuro e depresso?)

Il meglio del 2007, più o meno:
- Edizione straordinaria
- La versione di PP
- Amare i bambini
- Storia di Mària
- Chi ha ucciso Goku
- Scampato alle Diaz
- Veltroni è un sogno
- Con o senza P
- Il mondo di Junior
- Giorni, nuvole e uomini verdi
- Deal or no Deal
- Ma quanto dolore per quel segno sul muro
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testimone, Passare il

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Da Buoni Presagi:
Non ho il tempo per fare un post organizzato logicamente sulla faccenda del Papa e della Sapienza [.......] ps: probabilmente, tra un po' uscirà un post di Leonardo in cui ci sarà scritto tutto quello che avrei voluto dire sull'argomento, ma infinitamente meglio di come io saprò mai dirlo. As usual.
Ecco, invece no. Stavolta vi arrangiate. Sul caso non ho nulla di originale da dire, e non vedo l'ora di linkare le vostre intelligentissime riflessioni.

Scusate l'attimo di stanchezza, eh, ma l'archivio qui a fianco dice sette.
Sette anni di pensierini intelligenti e originali. Sette anni che servo pappa pronta gratis a chi ne vuole. Qui è necessario che cominciate a darvi da fare da soli, sennò la scena blog italiana non arriva agli anni Dieci, ve lo dico subito. Io di certo non ce la posso fare. Quand'è che si fa viva la next generation? Sarebbe anche ora.

E se da qui in poi cominciassi a scrivere solo battutine acide, più intonate alla mia età? Per esempio: avete notato che i ciellini imbavagliati sembrano più intelligenti?

E il Papa, il Papa, ma non avete capito che se l'è semplicemente fatta sotto, come Bagnasco ai tempi delle brutte scritte? L'idea di prendere due fischi sotto le videocamere lo ha terrorizzato.

Per dire il potere della Chiesa di oggi, l'enorme autorevolezza del Papa: lo inviti all'inaugurazione di un anno accademico e lui non ha altri impegni, raccogli un po' di firme per protestare, e lui si dà. Morale? Mi è venuta un'idea per svaticanizzarci: prendiamo quei cento che manifestavano oggi alla Sapienza, li trucchiamo da fedeli e li liberiamo in piazza San Pietro una domenica qualunque. Quando il piccione tedesco mette fuori il muso, gli facciamo tirare fuori i fischietti, e vedrete se si fa mai più vedere. Magari in mondovisione da Buenos Aires. Dove c'è l'aria buona, appunto.
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just one of my favourite things

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(Ho pensato che se in tv continuano a dare Angeli con la Pistola, o Tutti Insieme Appassionatamente, io posso anche postare il pezzo di Natale del 2006, che è ancora buono):

Gli spettri dei Natali passati


Tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole.
(Cardinale Biffi)

1) Publio Plinio a Domizio Rufo:
"Carissimo, ti auguro con questa epistola di trascorrere un buon Natale del Sole. Non so da voi, ma qui a Mediolanum ormai lo festeggiano tutti: persino i cristiani! Sì, anche quella setta di santoni pseudoebrei, gli adoratori dei crocefissi, dopo qualche resistenza ormai si sono decisi a festeggiare come tutti gli altri.
Non c’è che da apprezzare la saggezza del nostro grande imperatore Aureliano, che volle rendere ufficiale la festa, l’ottavo giorno prima delle Calende di Gennaio. Noi cittadini dell’impero siamo diversi per lingua, razza e religione, ma tutti siamo scaldati dallo stesso Sole, che dopo il freddissimo Solstizio d’Inverno ora ricomincia timidamente a riallungare le giornate. Né Aureliano volle inventarsi una Festa di sana pianta, ma lungamente studiò il problema coi suoi collaboratori, scoprendo che la festa della Rinascita del Sole è la più universale; anche se alcuni lo chiamano Mitra, altri Elagabal, altri Helios: in fin dei conti è sempre lo stesso per tutti, e tutti ugualmente ci riscalda.

Solo i cristiani, nella loro superstizione, sono convinti di non adorarlo. Ho appreso da un mio servo, che partecipa alle loro riunioni, che pure loro mangiano gli stessi dolci impastati con frutta candita e miele: ma non per festeggiare il Sole a cui devono la frutta e i fiori, bensì la nascita del loro Dio, o profeta (essi non hanno chiara la distinzione tra i termini), Gesù Cristo.
Confesso di essere affascinato dall’ignoranza che nutrono per la loro stessa religione. Avendo dato un’occhiata, per curiosità, ai loro libri sacri, so bene che in nessun giorno del calendario è fissata la data di nascita del loro eroe. Stavo quasi per dirlo al mio servo, ma a che pro? Non sa leggere. Ma lasciamolo pure mangiare il suo pane dolce e i suoi canditi, anche se ignora l’autentico significato di ciò che fa".


2) Ebrhardt a Kwenghjil
"Gran figlio di vacca visigota e padre ignoto, come va? Spero che in Hispania faccia meno freddo che qui. Tra un po’, grazie al cielo, le giornate si riallungheranno. Nel frattempo io me ne resto accampato in questa nebbiosa valle padana. E mi si gelano i coglioni.
Mi gelano anche perché la mia Orda ha deciso di convertirsi in blocco a quella religione del menga, il Cristianesimo.
Dicono che conviene farsi amici i vescovi, che sono i veri capi delle città. Mah. Fosse per me avrei giù brindato coi loro teschi disossati, ma forse hanno ragione. Ci vuole gente che sappia amministrare tutto questo casino.
Del resto mi conosci, io di religione mi sono sempre interessato quanto bastava per portare le fanciulle alle orge. Però, boia d’un Thor, non toccatemi Odino! Te lo ricordi, Kwenghjil, quando eravamo bambini e la mamma ci diceva di mettere fuori gli stivali pieni di carote per il cavallo del dio Odino?
Era due giorni dopo il solstizio d’inverno, come oggi. Nella notte lunghissima il dio con la barba bianca portava gli eroi caduti a una battuta di caccia. E quando si fermava alla nostra stalla, dovevamo essere a letto e non fiatare, se volevamo che ci riempisse gli stivali di nocciole al miele e altre leccornie.
E adesso mi spieghi, Kwenghjil? Se mi converto al cristianesimo, cosa ci racconto al mio nipotino? Ha il diritto di credere in Odino anche lui, o no?
Ieri sera l’ho preso davanti al fuoco e ho attaccato con la storia del dio che cavalca nella notte. Si è messo a piangere come un puledrino! Ben ti sta, mi ha detto mia moglie. Basta con queste storie di Dei barbari a cavallo, mi dice, sei vecchio, aggiornati! Se non fossi il vecchione che sono l’avrei impalata lì dov’era! E invece l’ho lasciata fare: ha preso in braccio il marmocchio e (non credevo alle mie orecchie) ha completato il racconto spiegando che Odino era un dio cattivo e feroce, che abitava nei boschi, ma poi ha incontrato un tale San Nikolao, Santa Nicola, non so, che ha convertito pure lui, e da allora è buono e porta i dolci dal camino!
...E poi dimmi se a uno non devono gelarsi le palle. Dove sono finite le tradizioni dei nostri padri? È tutta una schifezza. Meno male che posso mangiarmi ancora le mie nocciole al miele. Le mangio alla tua salute, vecchio scannagalline".


3) Ing. Taddei Barnaba a Dott. Taddei Luciano
"Ciao dutùr, spero che ti passi un buon Natale. Qui a Milano è un freddo cane come sempre (e poi dicono il riscaldamento globale, bah). Ma se Dio vuole, da qui in poi ci si riallungheranno le giornate.
Ti saluta anche tuo nipote – perlomeno ti saluterebbe, se riuscissimo a staccarlo da quella plaistescion rivoluzionaria che gli hai regalato. Che sia l’ultima volta: siamo seriamente preoccupati. Da mezzanotte alle nove del mattino è rimasto lì impalato a dimenarsi davanti al televisore. Al che mia moglie gli ha detto: “Ma devi proprio giocarci da solo? Perché non inviti i tuoi amici?”
Gli amici di mio figlio: un cinese, un turco e un Di Gennaro. Tre ore chiusi nella stanza a dar di matto con quell’affare. A un certo punto blocco mia moglie nel corridoio con in mano un vassoio di panettone: ma sei sicura? Le ho detto io. E se è contro la loro religione?
Ma che religione e religione, fa lei. È un dolce, non lo proibisce nessuno. Appunto, faccio io, è un dolce di Natale, cosa vuoi che sappiano in Cina? Loro mica ci credono, in Babbo Natale. E poi c’è un turco, figurati.
Proprio in quel momento dal bagno salta fuori Giampiero, e alza le spalle: Papà, dice, veramente Babbo Natale viene dalla Turchia. Ma che Turchia e Turchia, dico io, chi te le racconta queste cose? La prof di religione, dice lui. Ci ha spiegato che Babbo Natale è San Nicola, e San Nicola è nato in una città che adesso è in Turchia. Ah, sì? Vorrà dire che l’anno prossimo ti esentiamo dalla materia, visto che la tua prof non sa nemmeno che San Nicola sta a Bari!
E vai!, ha detto lui. Che stronzetto ho messo al mondo.
Alla fine se lo sono sbafato, il panettone. Glie n’è fregato assai, di sapere perché lo mangiano. Che mondo. Che mondo.
Speriamo soltanto che torni un po’ di sole".

(Un buon Natale di Sole a tutti quanti).
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the orange button refuses to die

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Invenzioni senza futuro

Pare che il blog abbia compiuto dieci anni. Io non li ho vissuti tutti, e comunque di solito stavo guardando da un'altra parte.

2001
“Cosa fai, scrivi?”
“Sì, sto provando un sistema per realizzare siti testuali, si chiama... blogger”.
“Fa vedere. Fa schifo”.
“Beh, sì, è molto semplice”.
“Niente flash, niente gif animate, niente di niente. A cosa ti serve?”
“Beh, mi basta scrivere, poi premo il bottone arancione, e pubblica subito. È facile”.
“Sì, ma cosa ci scrivi, i fatti tuoi?”
“Non necessariamente. Ma perché no. Se mi viene in mente qualcosa d'interessante la scrivo”.
“Insomma, un diario personale. Su internet. Hai pensato che potrebbe anche entrare per caso uno che sa l'italiano e leggertelo?”
“Perché no? Magari ci trova qualcosa d'interessante”.
“Seh, come no”.


2003
“Toh, ma chi c'è! Il nostro pioniere dei blog! Ma hai visto che battendo il tuo nome su google ed eri il primo risultato? Come ci si sente?"
"Mah, fa un po' impressione".
"A proposito, l'ultimo post sul Berlusca era il massimo”.
“Grazie”.
“Solo non riesco a capire: perché usi ancora Blogger?”
“Sai, ormai ci sono abituato e...”
“Ma adesso c'è la piattaforma italiana, che fa molti più community, e la community porta più accessi! E puoi anche implementare i commenti! Perché non implementi i commenti?”
“Poi va a finire che litigo per delle cretinate... meglio di no”.
“Senti, da' retta a un cretino: se metti i commenti, il blog ti si aggiorna praticamente da solo. Quelli che prima venivano una volta al giorno, verranno tre volte al giorno”.
“Capirai, tanto mica mi pagano”.
“Loro no. Ma appena si sblocca il mercato pubblicitario, vedrai”.
“Vedrò cosa?”
“Vedrai, vedrai. Certo, negli ultimi tempi c'è una certa inflazione di fuffa in giro”
“Effettivamente”.
“Ma non sarà mica sempre così, no no. Tra un po' ci sarà la scrematura. Non ce la faranno mica tutti. A proposito, senti... tu li fai gli scambi di link?”
“Veramente sono un po' in arretrato con la colonnina. Anzi, stavo pensando di toglierla: un pensiero in meno. Cosa ne pensi?”
“Stai sbagliando tutto”.
“Grazie. Buon Natale”.


2005
“Toh, guarda chi c'è!”
“Ciao”
“Ma senti, è da un bel po' che non vado a vedere... ce l'hai ancora quel blog?”
“Sì”.
“E i feed, ce li ha i feed?”
“Credo di sì”.
“E adesso cosa ci metti? Podcasting, streaming, filmati...”
“Macché. La solita fuffa in corpo dieci”.
“Un blog testuale! Nel 2005! Peeerò”.
“Sai com'è, so fare solo quello”.
“C'hai messo almeno qualcosa intorno? Un myspace, un flickr, qualcosa...”
“No, troppe password da ricordare. Però ho abilitato i commenti, come mi suggerivi”.
“I commenti? Tu ancora leggi i commenti?”
“E a volte rispondo pure”.
“E quindi c'è ancora qualcuno che legge”.
“Qualcuno ancora c'è”.
“Te, comunque, hai sbagliato tutto. Dovevi approfittare del periodo in cui ti leggevano tutti ed eri ben indicizzato, farti fare un contratto come nanopublisher...”
“Meglio così, un lavoro onesto ce l'ho già. Quelle cose lì... non mi danno tanto affidamento”.
“E hai ragione. Del resto ormai i blog sono morti”.
“Sì?”
“Ma sì. C'è troppa gente che cerca di guadagnarci, troppi wannabe...”
“Wannache?”
“Wannabe”.
“Ah. Già. Beh, devo andare. Buone feste”.


2007

“Ehilà, il vecchio blogger! Hai visto che sei tornato nella top 40? Come ci si sente?”
“Più o meno pirla uguale a prima”.
“Ahah, che sagoma! Ma senti, mi daresti il tuo twitter?”
“Non... Non credo di avercelo”.
“Già, dimenticavo, tu sei uno di quegli integralisti uno punto zero”.
“No, è solo che ho poco tempo, e poi...”
“Senti, gran pezzo sul Berlusca ieri. Hai visto che te l'ho anche tumblerato?”
“Eh?”
“Tumblerato, ti ho linkato dal mio tumblr! A proposito, quand'è che ne apri uno anche tu?”
“Mah, credo mai... voglio dire, cos'hanno di nuovo esattamente?”
“Sono fighissimi! Come i blog ma senza tutto il peso dei blog! Niente commenti! Niente archivi! Nessuno che ti disturba con le stronzate! Sono leggeri, hai presente la leggerezza di Calvino?”
“Eh, già, Calvino. Oddio, che ora è. Devo proprio andare. Buone vacanze”.


2009
“Ehilà! Vecchio Blogger! Come andiamo?”
“Benone”.
“Ma sul serio ancora lo usi?”
“Qualche volta sì. Sai com'è...”
“...L'abitudine, sì, lo so, ma di' la verità. L'avrai almeno provato, il nuovo Dr-prsnl?”
“Drpr-che?”
“Il Dr-prsnl! Il nuovo sistema press-button publishing per aggiornare i tuoi pensieri on line!”
“Aspetta. Mi sembra di averne già sentito parlare, effettivamente”.
“E' una specie di tumblr espanso. Puoi ordinare i post secondo le categorie, organizzare un archivio cronologico, pubblicare i commenti dei tuoi lettori... c'è tutto. È fighissimo. Provalo, da' retta”.
“Cioè, in pratica è un sistema per pubblicare on line i miei pensieri, è così?”
“E' così!”
“E se qualcuno per caso passa e li legge?”
“Perché no? E' questo il senso, la filosofia del nxt web”.
“Che sarebbe il tre punto zero”.
“Ma no, stpd. Il tre punto zero è roba dell'anno scorso. E poi era solo un modo di dire. Il nxt web è una cosa seria”.
“Scusa”.
“Certo che voialtri di blogger, non cambiate mai, eh? Quel tasto là, è sempre arancione?”
“Mi piace, l'arancione”.
“Sei un caso disperato”.
“Mi dispiace. Buon anno”.

Il blog ne compie dieci, questo anche meno. Per i bilanci è un po' presto... aspettiamo di averne 18. Buone feste a tutti.
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con le attenuanti generiche

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Da parte mia vorrei se posso confortare l'onorevole Previti: cinque anni passano in un lampo.
Hip, hip.

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Angela credimi, io non volevo

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Di un amore, ormai troppo lontano

#1. Mentre i ventennali e i quarantennali di solito funzionano bene, i trentennali hanno un che di bolso. Saranno i capelli grigi e radi, o i chili superflui, ma insomma, è così. Io non ho veramente voglia di sentire Lucia Annunziata che parla del ’77. Piuttosto rimettete su Tenco, lui sì che si è conservato in forma.

#2. Come fa a non piacerti Tenco? E d’altro canto: chi può dire di amarlo davvero? Quanto resiste una raccolta di Tenco sul tuo lettore? Se è ancora un amore, è comunque molto impegnativo. Con quella voce così educata. Un po' troppo perfetta.

#3. Nessuno canta come Tenco. Ieri sera Baglioni in tv è uscito a pezzi da Lontano lontano. Non c’è verso di cantarla senza sgolarsi. Tenco (almeno in studio) non si sgolava mai. Arrivava a tutte le note che voleva, col timbro giusto e l’espressione adatta. Ma è una perfezione un po’ fredda, ecco.

#4. Di Tenco conosciamo tutti solo una manciata di canzoni, eppure è stato un artista prolifico e, a suo modo, versatile. Ha svariato in tutti i generi a disposizione in quel momento: rock’n’roll alla Celentano, jazz, spiritual, canzone di protesta. Ha fatto in tempo a scoprire lo yé-yé (non fu una grandissima scoperta). Ma sotto tante maschere la voce era sempre la stessa, scolpita e inconfondibile.
Su alcuni esperimenti è calato un omertoso silenzio: per esempio, è molto difficile trovare la sua versione beat di Blowing in the wind in italiano. Ripeto: esiste una versione beat di Blowing in the wind in italiano. Cantata da Luigi Tenco. Funziona? Mica tanto. A Tenco venivano bene le canzoni confidenziali. Ma a lui stavano strette. Era uno sperimentatore, mettiamola così. La leggenda dell’artista maledetto fa a pugni con un repertorio molto più paraculo: uno che il successo lo ha corteggiato in tanti modi, senza mai trovarci la soddisfazione che cercava.

#5. (Ma le hai mai sentite le versioni jazz di Tiziana Ghiglioni, magari con Fresu alla tromba? Io le preferisco spesso agli originali. Ma conosco gente che non le sopporta). Qui c'è Mi sono innamorato di te.

#6. Di solito una canzone mette in versi una storia, o un sentimento. Ma Tenco a volte quando canta lascia l’impressione di dire le cose come stanno, senza neanche un grammo di poesia. “Tu non hai capito niente”. “Quando la sera ritorno a casa non ho neanche la voglia di parlare”. Questa non è poesia, è prosa. Vedi una strofa come questa:
Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre però poi non ti dicono mai cosa pensano dentro.

Non mancano solo le rime: manca qualsiasi figura retorica, anche minima; qualunque velleità di far poesia. Mondo Marcio è molto, molto più formale. Luigi Tenco, il Grado Zero della canzone.

#7. La retorica dell’uomo di poche parole che dice solo la verità col tempo stucca. Ma alcune di queste canzoni a grado zero sono davvero capolavori di chiarezza e di sintesi: strofe che puoi scolpire sulle lapidi. Tra trenta o novant’anni sarà difficile capire quel che avevano da dire De Gregori o Frankie Hi-NRG. Troppi riferimenti culturali, che col tempo scadono.
Invece Ciao Amore Ciao vorrà sempre dire Ciao Amore Ciao. Per anni in quella canzone non ho trovato niente di speciale, niente per cui valesse la pena spararsi in testa. Poi forse ho capito: è un inno scritto col lessico di una lista della spesa. Le parole del ’67 suonano uguali nel ’07, e i nostri nipoti le riascolteranno tali e quali nel ’47.

#8. Anche Tenco sapeva raccontare una storia, quando voleva. La mia preferita è Angela, una delle poche canzoni italiane ‘teatrali’ che reggono il confronto con Jacques Brel. Guarda il bel tenebroso trasfigurarsi in un libertino senza cuore…
Volevo farti piangere
vedere le tue lacrime
sentire che il tuo cuore
è nelle miiie mani.

(Senti quanto freddo in quelle suuue mani).
…finché il sipario non si strappa e non rivela altro che un vitellone sfigato! Ti prego, Angela, no, non andartene, non puoi lasciarmi quaggiù da solo… E tutto in meno di tre minuti! Avesse inciso solo questa canzone, sarebbe già il grande Luigi Tenco. Ed era una delle sue prime canzoni.

#9. Invece la canzone più brutta di Tenco (secondo me) si chiama No, non è vero. È un esperimento strano, ispirato al call-and-response degli spiritual americani: c’è un coro che martella, e Tenco in mezzo vocalizza. Il problema è che il coro esordisce con amenità del tipo “La tua donna se n’è andata e mai più ritornerà”, mentre Tenco continua a sgolarsi cantando “No, non è possibile, vi prego, no, no, no”. Tre minuti di sgozzamento emotivo.

#10. Il rovescio di Angela è Lontano lontano, una fantasia di morte da adolescenti. Sindrome di onnipotenza: per quanto tu possa andare lontano, ti porterai sempre con te il mio fantasma. Sempre.
Crescendo scopriamo che non è così: che le persone amate si dimenticano, eccome. Si dimenticano anche i morti. Si dimentica tutto, per sopravvivere. C’è gente al mondo, neanche troppo lontano da qui, che non mi ricorda più: a cui non capita più di parlare di me con nessuno, né per caso né per scelta. E anch’io faccio lo stesso.

Ma questo forse non vale per Tenco. Ancora adesso, senza un perché, mi capita di pensare a lui.
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- i want to be a part of it

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11/9, easy and chic

Ma questo 11 settembre 2006, non vi sembra un po’ in ritardo?
In che senso? In nessun senso. Indubbiamente oggi è l’11 settembre 2006, eppure: cinque anni? solo cinque anni? In America sembravano almeno sette, otto. Quattro euro fanno cinque dollari, non sarà così anche per gli anni? Di là il tempo passa più in fretta. O succedono più cose. O c’è più tempo per pensarci sopra. O altri motivi che conosco.

Insomma, non ho la minima idea del perché, ma posso scommettere una cosa. Scommetto che stamattina capiterà a tutti voi, tra Internet tv e giornali italiani, di imbattersi nel Pezzo Autoreferenziale Tipico Sull’11 Settembre. Quello, per intenderci, scritto rispettando la seguente scaletta:

L’11 settembre di cinque anni fa io ero [da qualche parte] a [fare qualche cosa], quando mi dissero che le due torri erano crollate [oppure lo vidi alla tv, o il telefono, internet, l’autoradio] e pensai: niente sarà come prima.
Fine.


Oltre ad averne letti e straletti, di pezzi così, a volte li abbiamo pure scritti: in fondo a cosa serve un blog, se non puoi nemmeno raccontare dov’eri l’11/9/01? Qualche anno fa qualcuno organizzò persino un blog collettivo per raccogliere tutte queste cose autoreferenziali che, evidentemente, interessavano ancora a qualcuno. E oggi? Oggi credo di no: se il genere sui media va ancora forte, è per inerzia, o più semplicemente perché raccontare i fatti propri è un modo molto economico di riempire colonne. E anche in tv dopo i soliti filmati (più o meno gli stessi), qualche servizio sulle esequie ufficiali, qualche clip inedita o rara di Bin Laden, di spazio probabilmente ce n’è. Si potrebbe occupare con qualche riflessione (tenendo sempre presente che Niente Sarà Come Prima); ma il rischio di dire banalità è tale che forse è meglio sorteggiare un Vip a caso, telefonargli e chiedergli: Dov’Eri Tu l’11 Settembre?

Ecco, la mia sensazione è che oltre Atlantico questa fase sia abbondantemente superata. Nessuno si è dimenticato l’11/9 (anzi): ma l’autoreferenzialità sulla grande tragedia che ha inaugurato il secolo è finita – del resto i secoli, una volta inaugurati, devono andare avanti. E così, mentre in Italia continuiamo a tirar fuori i nostri vecchi album dell’11 settembre, negli Usa ci si interroga sulla più grande tragedia americana della storia recente: che non è più l’11/9, ma Katrina.

Qui non si tratta di stabilire quale delle due tragedie sia stata più grave, o più simbolica, o più luttuosa. Né di tifare per il documentario di Spike Lee contro il film di Oliver Stone. L’idea di un settembre 2001 e un settembre 2005 l’un contro l’altro armati, di una tragedia “di sinistra” (l’uragano) da contrapporre a una tragedia “di destra” (l’attentato più cruento e spettacolare della Storia), è una sciocchezza. Piuttosto val la pena di chiedersi: perché in Italia si continua a parlare così tanto di 11/9 (anche in mancanza di cose da dire) mentre Katrina ha forato così poco? È solo una questione di ritardo, come coi telefilm? Stiamo aspettando il doppiaggio? Due ipotesi.

Prima ipotesi: l’11/9 è semplice. Un grande vecchio cattivo decide di umiliare la nazione più potente del mondo con un diabolico piano. Il piano funziona, uccidendo migliaia di persone, ma la nazione attaccata reagisce compatta. Tutto qui. Qualunque storico o politologo potrebbe spiegarlo in modo più complesso, ma in sostanza l’11/9 si può ridurre a questo: una storia con buoni e cattivi che si può spiegare ai bambini. Pochi episodi della Storia si prestano a un’interpretazione così rassicurante. A me viene in mente soltanto la Seconda Guerra Mondiale: anche lì, gira che ti gira, buoni contro cattivi – coincidenza, di solito chi ha il pallino dell’11 settembre ha anche il pallino della guerra antinazista: buoni contro cattivi, e indovina un po’ da che parte stiamo noi.
Katrina, per contro, è la classica catastrofe postmoderna, con una lista di responsabili che non finisce più. Si va dal Padreterno – che poteva darci un pianeta meno turbolento – al Presidente Usa che misconosce il riscaldamento globale e taglia i fondi, al Governatore che non li investe in dighe, alla polizia che prima spara poi chiede, giù giù fino al singolo cittadino che, appena tagliano la luce, si sente autorizzato a rinnegare la civiltà e saccheggiare quanto può. Chi è il buono? Nessuno. Non è una storia che possa veramente piacere a noi bambini.

Seconda ipotesi: l’11/9 è chic. Mentre in fin dei conti, Katrina è solo un uragano. Sì, d’accordo, un uragano che affonda e getta nel caos una metropoli del Paese più potente del mondo ha qualcosa di eccezionale: ma un uragano per noi sarà sempre Terzo Mondo.
L’11 settembre rimane la nostra tragedia perché, alla fine dei conti, New York rimane la nostra città: l’orizzonte a cui aspiriamo. E questo spiegherebbe anche il nostro delirio autoreferenziale: perché continuiamo a raccontarci che eravamo in autostrada, o al lavoro, o dormivamo, e ci siamo fermati in un bar, o davanti a una vetrina di tv… chi se ne frega? Raccontarci serve a sentirci parte di una comunità ricca, affermata, improvvisamente minacciata nel suo simbolo più alto e prezioso. Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico.
Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta. Per un disastro da Terzo Mondo possiamo commuoverci, perfino mobilitarci (basti pensare al diluvio di offerte che seguì lo Tsunami): ma immedesimarci, questo no. Abbiamo ancora un certo contegno.
(Eppure intanto l’America va, e noi arranchiamo).
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- 2025

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Il muro di cristallo

Caro Leonardo,
in questi giorni non ti ho scritto molto. Casini. Superlavoro. Ecco, volevo parlarti un poco del lavoro che faccio.
Beh, è tanto e vario. La sera, se c’è luce, correggo le bozze per un paio di riviste Supernet. Al mattino sono titolare precario della cattedra di narrativa ucronica – un bel lavoro, non credo che me lo pagheranno. E al pomeriggio sono qui, al Progetto Duemila.
Il progetto è… mah, temevo peggio. Quando arrivai ero convinto che facesse parte della punizione. Ma adesso credo che abbiano davvero bisogno di me. Al campo di rieducazione hanno scoperto che ho memoria, e questa per loro è una risorsa importante. (Per la verità, a me non pare di avere tutta questa memoria, adesso. Più di chiunq altro in circolazione, questo sì. Ma non così tanta, in senso assoluto).
Il Progetto Duemila non è niente di che, in sostanza è la rielaborazione Supernet di un programma tv che è sempre esistito – ricordo di averne visto qualche puntata da ragazzino, al tempo si chiamava “20 anni dopo”. Segno che i Cicli Nostalgici esistevano, e venivano adoperati, anche prima che Arci li osservasse scientificamente e ci costruisse la famosa teoria dei cristalli.

La famosa teoria dei cristalli – un'altra volta mi piacerebbe discuterne con te in senso generale. Io non è che ci abbia capito mai molto, però ho collaborato con Arci in quel periodo, lui mi faceva molti test, mi metteva un casco in testa, cose così. Per cui mi sento in qualche modo responsabile.
Comunq l’essenziale, al fine del Progetto Duemila, è solo laparte di teoria in cui si studiano le cause e gli effetti della Nostalgia.
Arci scoprì che si trattava di un fenomeno molto simile al sonno, che come il sonno seguiva precisi cicli fisiologici. Lui partiva dall'assunto che il Passato è perso per sempre, e che ne conserviamo in memoria soltanto alcuni frammenti più o meno casuali, proprio come ci succede di ricordare solo una minima parte dei sogni che facciamo la mattina.
Successivam, noi trasformiamo questi frammenti in una narrazione: li montiamo, come in un film, gli diamo un senso. Tutto questo, nel caso dei sogni, accade nei primi minuti successivi al risveglio; invece i ricordi prendono molto più tempo: mesi, e a volte anche anni. Arci scoprì che c'era un limite massimo entro il quale un 'frammento di passato' poteva essere riutilizzato, montato all'interno di una narrazione e trasformato in un vero e proprio 'ricordo': e questo limite, guarda un po', erano proprio i 20 anni. (20 anni e 47 gg., vabbè). Questa soglia è stata poi chiamata "Muro di Cristallo": un'espressione impropria per dire che dopo i vent'anni i ricordi si cristallizzano, prendono la loro forma definitiva. I frammenti che non si cristallizzano entro i 20 anni si perdono, vengono definitivamente evacuati dalla memoria. E questo spiegava un sacco di cose.
Per esempio, spiegava perché negli anni Sessanta molte persone sognassero di vivere negli anni Quaranta, rifare le brigate partigiane eccetera, e perché negli anni Ottanta la gente non facesse che cantare canzoni degli anni Sessanta, disprezzando quelle che uscivano in quel momento, che naturalm furono rivalutate e tornarono di gran moda nelle discoteche vent’anni dopo. E così via. Arci aveva capito che le persone vivono due dimensioni temporali diverse: mentre agiscono nel presente, nel loro cervello stanno ricostruendo il Passato. C'è un intervallo di 20 anni e 47 gg. in cui il passato è ancora magmatico, informe, solo parzialmente cristallizzato, e ognuno può rimodellarlo un po' come vuole: dopodiché, fine: il Sogno è costruito, il Ricordo è completo, il Tempo Perduto è Ritrovato, e non c'è più niente da fare.
Grazie ad Arci, il Teopop aveva gli strumenti scientifici per interpretare il fenomeno. Rimaneva da capire come usarlo.

Su questo, ovviam, il Teopop si divise. Secondo Defarge la Nostalgia non era un bel lavoro, essa impediva ai cittadini di vivere con pienezza il presente. Ci scrisse anche un’enciclica, dal titolo “Compagni, la Nostalgia non è un bel lavoro!”
Secondo altri, la Nostalgia poteva sempre servire, ed era meglio che servisse al Teopop. Così fu delegata una commissione, che propose un programma, il quale prevedeva l’istituzione di un comitato che supervisionasse un progetto – il progetto Duemila. Si chiama così perché è stato fondato nel 2020, con lo scopo di "assistere i cittadini affinché la ricostruzione mentale dell'anno 2000 sia la più oggettiva e la meno turbativa dell'Ordine Pubblico possibile, a maggior lode e gloria di Nostro Signore Onnipotente, amen". Dopo il Duemila ci fu il Duemila E Uno, il Due, il Tre, il Quattro, e adesso stiamo iniziando il Cinque. In pratica ci muoviamo a ridosso del Muro di Cristallo: ogni settimana ripeschiamo avvenimenti, filmati, foto di vent'anni fa, ci costruiamo un programma e lo mandiamo in prima serata sulla terza rete Supernet. La gente lo guarda, e pensa: "Toh, vent'anni fa eravamo proprio così", e in un qualche modo riadatta i suoi ricordi a quelli che abbiamo proposto noi. Nel giro di poche settimane quel riadattamento si cristallizza definitivamente, e i frammenti indesiderati vengono evacuati. E anche il 2005 "è Passato". Fine.

Un lavoro molto creativo, a raccontartelo.
Un gran paio di palle, certi lunedì mattina.
Ma di questo ti parlo un'altra volta. Alla prossima. Mac.
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Maestri di vita (4) – Giorgio Gaber (1939-2003)

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene, e invece tu…

E oggi un anno nuovo ci regala il calendario
si accendono le luci e si tira su il sipario
ognuno fa la sua parte e incomincia il blablabla
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

E alle 8 e mezza mi presento puntuale
lavoro tutto il giorno e non mi trattano mica male
si spera nell'aumento che la vita risolverà
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene…

…e invece tu mi guardi storto
e mi dici una parolaccia
poi mi carichi a corpo morto
e mi tiri due pugni in faccia
ahi ahi ahi ahi

Se io non so di un fatto la versione originale
ci sono i quotidiani, c'è la radio e il telegiornale
mi basta seguire un momento e ho già chiara la verità
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

non può risolver tutto neanche la democrazia
ma è l'unico strumento che ci dà una garanzia
viviamo finalmente con una certa dignità
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene…

…e invece tu non sei clemente
e mi picchi in un ginocchio
io mi piego perché sofferente
tu mi morsichi in un orecchio
ahi ahi ahi ahi

a scuola ai buoni un premio, ai cattivi la punizione
ma in seguito nella vita è meno chiara la divisione
si parla di giustizia, di uguaglianza e blablabla
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

e quando sarò morto mi faranno il funerale
per una volta ancora sarò l'interprete principale
finita la triste funzione poi la vita continuerà

alla moda
alla moda
alla moda del varietà

(A la moda del varietà, 196?)

Un buon proposito per il 2003 potrebbe essere: basta coccodrilli, almeno per un po', eh?
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