In questa pagina ho riportato gli ultimi articoli che ho scritto per il quotidiano ambientalista Terra, il settimanale Carta, Manifesto, per siti come Global Project, FrontiereNews o siti di associazioni come In Comune con Bettin e altro ancora.

Ogm nei nostri supermercati? Pochi ma presenti

Ogm negli scaffali dei nostri supermercati? Sì. Ce ne sono. Basta fare un po' di attenzione e leggere le etichette. Io stesso, nel market sotto casa, ho trovato una farina precotta a marchio Pan e proveniente dagli Usa con la scritta - in piccolo e tra parentesi, ma comunque visibile - "Prodotta con mais geneticamente modificato". 
Come è possibile? In Italia è vietata la coltivazione di piante geneticamente modificata, ma non è vietata la loro importazione, sia pure limitatamente a prodotti destinati all'alimentazione animale, e previa una autorizzazione del prodotto a livello europeo. Ma la normativa europea è molto meno rigida di quella italiana. E con i regolamenti 1829 e 1830 del 2003 consente la commercializzazione di certi prodotti Ogm, purché la loro presenza sia indicata nella confezione.
Si capisce quindi, come possa capitare che un prodotto geneticamente modificato in vendita oltre frontiera, finisca per "cascare" nello scaffale di un supermercato nostrano.
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Quel pasticciaccio brutto assai del glifosato Monsanto

Duecento e ottantanove milioni di dollari di risarcimento. È costata cara alla Monsanto la sentenza del tribunale di San Francisco che ha sposato la tesi del giardiniere 46enne Dewayne Johnson, secondo cui la multinazionale non lo avrebbe informato correttamente sui rischi inerenti all’uso del glifosato. La Monsanto, come era prevedibile, ha già annunciato ricorso, ma la sentenza emessa questa estate, precisamente l’11 di agosto, rischia di spalancare le porte di penali miliardarie a tutte le altre cause di risarcimento per i danni causati dal glifosato. Ne sono in corso, nei soli Stati Uniti, quasi 5 mila. E questo è probabilmente uno dei motivi per i quali la Monsanto, sempre questa estate, è stata acquisita della Bayer per la cifra di “soli” 63 miliardi di dollari. La casa farmaceutica tedesca ha già deciso di cambiare il nome dell’azienda, oramai “sporcato” dalla cattiva fama che la multinazionale leader nella produzioni di ogm, si è ritagliata nella sua storia. E non solo per colpa del glifosato.
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Spoiler Protection 2,0: l'app che fa sparire il ministro "Ruspa" dalla tua pagina social e ti salvaguardia il fegato

Anche voi non ne potete più di aprire la vostra pagina social e di vedervi sparare in faccia le ultime razzistate del nostro poco amabile ministro degli Interni? Sì, d'accordo. I commenti che leggete sotto, quelli dei vostri "amici" di Facebook - altrimenti non sarebbero vostri amici di Facebook - sono tutt'altro che favorevoli a Mister Ruspa, Matteo Salvini. C'è chi si indigna, chi ne sfotte l'ignoranza, chi sottolinea la deragliata fascista in cui sta spingendo il Paese, chi posta "not in my name" per ricordargli che gli italiani non sono tutti con lui. C'è anche chi lo denuncia, chi organizza presidi, chi scende per strada e chi sale in barca. Come oggi, a Venezia, dove un gruppo di ragazze e ragazze ha occupato il pontile della Regione Veneto. Tutte ottime iniziative di resistenza civile, per carità! Fatto sta che la bacheca di chi, come me, segue più la politica che il gossip o il calcio, straripa di immagini, notizie e segnalazioni che riguardano tutte lui: il signor Ruspa. Tanto per fare un esempio, ho appena aperto la mia pagina social e, solo nei primi dieci post, quattro mi piazzavano in bella mostra, e senza avviso "solo per stomaci forti" il faccione del nostro vice (?) premier che, per dirla soft, non mi ispira particolari moti di simpatia. Che vi devo dire, allora? Non so voi, ma io non lo reggo più e sto cominciando a rimpiangere quei bei post di una volta pieni di gattini che ruzzolavano su un gomitolo di lana!

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Storie dentro e oltre i muri

«Coltivavo patate e ora coltivo migranti. E' molto più remunerativo». Perché questo sono i profughi: una merce. Una merce come tante altre. Raffaello Rossini, documentarista e regista, tra le altre cose, del documentario dal significativo titolo La merce siamo noi, ricorda così le testimonianze dei contadini della valle della Bekaa, a una trentina di chilometri da Beirut, che affittano i loro terreni alle famiglie siriane che fuggono dalla guerra. 
«La valle è coperta di tendopoli dove i profughi siriani, nell'indifferenza più completa del governo libanese, si sforzano di tenere una vita il più possibile normale. Pagano affitti altissimi sia per la terra che occupano che per le tende e i materiali che utilizzano. Sono anche una forza lavoro non indifferente perché, per non essere sfrattati, finiscono per lavorare a bassissimo costo nei campi che circondano le loro tendopoli. Nessuno può dire quanti sono perché il governo libanese ha vietato altri censimento da parte dell'Unhcr, dopo aver raggiunto la cifra di un milione e mezzo di rifugiati, un paio di anni fa. Nessuno dà loro nulla, né assistenza sanitaria, né scuole. E' gente che non esiste. Gente che non altro futuro se non non quello di morire in silenzio, coltivando il sogno, sempre più impossibile, di ritornare un giorno nella loro terra distrutta».

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Chi inquina l’acqua, uccide l’umanità. Nella giornata dei Crimini Ambientali, i cittadini avvelenati dai Pfas circondano la Miteni

Tante strade quelle che, nella giornata di ieri, hanno portato a Trissino movimenti, associazioni, spazi sociali, gruppi ambientalisti, cittadini stanchi di farsi avvelenare in silenzio. Tante strade che procedono verso una unica direzione e con un unico obiettivo: difendere la terra e l’ambiente in cui viviamo perché noi stessi siamo l’ambiente in cui viviamo. E se si ammala la terra, si ammala l’umanità.
Ieri, domenica 22 aprile, a Trissino, si è svolta la Giornata Contro i Crimini Ambientali. E quale piazza poteva essere migliore che lo spazio davanti la Miteni, la fabbrica della morte che per anni, nel silenzio complice di chi doveva controllare e non ha controllato, ha avvelenato le falde acquifere di mezzo Veneto?
All’appuntamento di lotta e di informazione, si sono presentati in tanti. Tra i duemila e i duemila cinquecento, secondo gli organizzatori. Non soltanto associazioni o i cittadini che per primi hanno denunciato la presenza di Pfas – i pericolosi composti perfluoroalchilici – nell’acqua che esce dal rubinetto di casa, ma anche movimenti ambientalisti dal respiro più ampio come GreenPeace, Legambiente, nominati Acqua Bene Comune, Medici per l’Ambiente, No Navi, reti Gas, associazioni contro la Tav e la Pedemontana, Salviamo la Val d’Astico, le guerriere ed i guerrieri delle Climate Defense Units con le loro maschere di Angry Animals, animali arrabbiati, e tante altre realtà ancora. Tutte accanto alle Mamme No Pfas che per prime hanno preso la parola nel palco antistante la Miteni, difesa, ancora una volta, da un cordone di polizia.
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Inquinare è gratis. Anzi, di più: un vero business. Un rapporto del Climate Action Network denuncia l'imbroglio del sistema Ue sullo scambio di quote di emissione

"Carbon Fat Cats" è il nome che gli ambientalisti del Climate Action Network hanno scelto per il loro studio. Nome che richiama quei grossi e grassi gattoni di casa che se ne stanno in panciolle sul divano tutto il santo giorno, preoccupandosi solo di dormire e rimpinzarsi di crocchette al salmone. Un paragone senza dubbio divertente ma che non calza sino in fondo, perché, quanto meno, questi tranquilli animali non creano danni all'ambiente e non condizionano la politica energetica europea. Come invece fanno le industrie ad altro consume energetico che sono le vere protagoniste del rapporto. Industrie che sono riuscite a ribaltare a loro vantaggio un sistema europeo come quello dello "scambio di emissioni" (Ets) che era stato studiato proprio per incentivare l'uscita sia pur graduale dai fossili, sotto il principio di "chi più inquina, più paga".
Ricordiamo brevemente che l'Ets è stato approvato dall'Unione Europea sotto la spinta di Cop 21, ai fini di contrastare la produzione di gas climalteranti e rientrare sotto la famosa soglie dei 2 gradi di aumento della temperatura rispetto ai tempi pre industriali. L'idea dei legislatori europei è stata quella di aprire una sorte di mercato libero dell'inquinamento che doveva funzionare così: stabilito un tetto limite per ogni categoria di industrie, chi inquina di meno può vendere le sue "quote" di emissioni risparmiate a chi inquina di più che deve così acquistarle. Questo meccanismo avrebbe dovuto incentivare le industrie più energicamente insostenibili a convertire la loro produzione in una filiera verde, a bassa emissione di carbonio, se non per amore dell'ambiente, perlomeno per una questione economica.

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Bloody Money. Il valore sociale dell'inchiesta che attacca l'«oscura terra di mezzo»

Con una inchiesta giornalistica sono riusciti a fare quello nessuno è riuscito a fare prima. Portare in piena luce un sistema, tanto nascosto quanto consolidato di intrecci tra mafia e Stato, tra imprenditoria e politica che sta alla base delle cosiddette ecomafie. Un sistema corrotto e corruttore che troviamo alla base tanto della gestione dei rifiuti quanto delle grandi opere come il Mose o le bonifiche. Una " oscura terra di mezzo" come l'hanno definita loro, dove l'ambiente e la salute sono merci da vendere e comprare. Stiamo parlando dei reporter del giornale on line FanPage e della loro inchiesta in sette puntate Bloody Money, denaro insanguinato. Partiti dalla Campania e dalle speculazioni assassine perpetrate nella Terra dei Fuochi, i giornalisti di FanPage, nella quarta puntata, l'ultima pubblicata, sono arrivati nel Veneto, e precisamente a Porto Marghera. Ed è proprio qui, al cso Rivolta che, venerdì 9 marzo, incontriamo Antonio Musella, giornalista di FanPage e uno degli autori dell'inchiesta, in occasione di una iniziativa pubblica alla quale ha partecipato anche un altro personaggio che da sempre si è speso nelle denunce e nella lotta al malaffare che, oggi come ieri, ruota attorno alle bonifiche e alla salvaguardia della laguna, Gianfranco Bettin, attuale presidente della municipalità


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D’Alpaos: “Scandali e arresti non sono serviti a nulla. La salvaguardia è tutt’ora ostaggio della politica delgi affari”

Pubblico della grandi occasioni, questo o pomeriggio in sala San Leonardo, Venezia, per Luigi d'Alpaos. Il noto ingegnere e docente emerito di idraulica dell'ateneo patavino, era l'ospite d'onore dell'incontro organizzato dal comitato No Grandi Navi sul tema "Sos Laguna". Iniziativa che ha aperto ufficialmente la mostra multimediale, liberamente visitabile nella sala, dedicata alla salvaguardia della laguna di Venezia e al difficile problema di conciliare salvaguardia dell'ecosistema e la portualità.
D'Alpaos, come sua consuetudine, ha tenuta desta la platea con grafici e tabelle, sostenendo con dati e rilevazioni sperimentali le sue tesi.
La sua prima considerazione è stata che troppo spesso vengono confuse e mescolate senza criterio tra aspetti diversi inerenti la gestione della nostra laguna: difesa dalle acque alte, salvaguardie e portualità. 

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L'Italia sotto la neve. E sotto la neve, le Grandi Opere

La prima domanda da che viene in mente a chi ascolta un Tg o legge un giornale in questi giorni, è come sia possibile che basti una nevicata un po' più consistente del solito per mettere in ginocchio l'intero Paese. Non è neppure il caso di scomodate i Cambiamenti Climatici. Tanto per citare un argomento che, in quest'ultima campagna elettorale, tutti sembrano aver dimenticato pur se dovrebbe essere centrale nel programma di governo di ciascuna formazione politica. Ma queste ultime nevicate con i Cambiamenti Climatici hanno poco a che fare! Ci spiegano, i meteorologi, che ogni 5 o 6 anni, statisticamente, si abbatte sull'Italia un ciclo nevoso che sfora dalle medie stagionali e che si rivela particolarmente inteso se accompagnato dall'arrivo del freddo vento siberiano, il Buràn: Proprio come è accaduto quest'ultima settimana. Nessuna novità. Dieci anni fa il Buràn arrivò in ottobre - andate a ripescare i giornali di quei giorni! - e causò gli stessi identici disagio che viviamo ora: treni bloccati, scuole chiuse, traffico fermo e romantiche fotografie delle nostre città storiche ammantate da candide coltri di neve.
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L'Eni pronta a trivellare l'Alaska


Abbattuti i vincoli di Obama, la multinazionale italiana è la prima azienda ad ottenere i permessi di ricerca petrolifera nel mare di Beaufort 

Di Donald Trump si può dire di tutto ma non che sia uno che non mantiene la promesse. "La nostra economia si è fatta grande grazie al petrolio - aveva dichiarato prima di essere eletto presidente degli Stati Uniti - e al petrolio torneremo in grande stile!" Detto e fatto. Il presidente che ha chiuso le porte ai migranti provenienti dai Paesi Canaglia, ha spalancate quelle stesse porte ai petrolieri, da qualsiasi Paese provengano. Ed i più lesti ad entrare sono stati quelli nostrani, quelli dell'italianissima Eni che è diventata così la prima multinazionale autorizzata ad andar di trivella dove nessuno aveva mai trivellato prima: nelle incontaminate acque della baia di Prudhoe, nel mare di Beaufort che bagna le gelide sponde settentrionali dell'Alaska.

Proprio come aveva annunciato in campagna elettorale, il presidente tycoon ha lavorato sin dai suoi primi giorni alla Casa Bianca per affondare uno ad uno tutti i divieti sulle trivellazioni posti dal suo predecessore Barack Obama, che aveva tentato di dare una svolta green all'economia americana.
E se il petrolio è oramai ridotto agli sgocciolii anche negli ex ricchi giacimenti del Texas e delle terre artiche, ragione di più - suppone Trump - per incentivarne la ricerca, sostenendola anche con fondi statali, in luoghi dove fino a poco tempo fa l'attività non era neppure considerata conveniente, vuoi perché le condizioni climatiche rendevano l'estrazione proibitiva e poco remunerativa, o vuoi perché la particolare delicatezza dell'ecosistema comportava un inaccettabile rischio ecologico.
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