Cesare Battisti (odiarlo è così facile)

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Ancora una settimana di tregua, e poi torneremo a odiare Cesare Battisti. Il 24 ottobre la Corte Suprema brasiliana esaminerà la sua situazione, e a quel punto forse capiremo se ci sono i margini per un’estradizione in Italia di quello che ormai è diventato – suo malgrado – il più famoso terrorista italiano. Al punto che il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, di recente l’ha tirato in ballo mentre chiedeva giustizia per “gli anni dello stragismo”. Ci sarebbe quel piccolo particolare che Battisti non è uno stragista, ma l’errore è comprensibile. A Di Maio serviva un esempio famoso, un tizio di cui negli ultimi anni si è sentito parlare, una faccia vista in tv: e negli ultimi dieci anni l'onere di interpretare il ruolo d irriducibile degli anni di piombo è toccato a lui.

Ha anche la faccia giusta, diciamolo, perfetta per i titoli di un tg: troppo spesso ai fotografi ha mostrato quel tipico di ghigno da criminale impunito. Mentre i volti di tanti altri reduci dello stesso periodo sbiadiscono negli archivi cartacei, lui continua a trovarsi davanti ai flash delle macchine digitali, e a volte la cosa sembra piacergli: dopo l’ultima scarcerazione, all’aeroporto saluta i giornalisti alzando il boccale di birra che ha in mano – ovviamente scriveranno che stava brindando. Nel frattempo in giro per il mondo c’è almeno una trentina di terroristi latitanti, ma Battisti è l’unico che fora il video. Alessio Casimirri, uno dei brigatisti rossi che falciarono la scorta di Aldo Moro, ha sei ergastoli da scontare: gestisce un ristorante a Managua. Un po’ più vicino si è fermato un suo complice, Alvaro Lojacono, che ha acquisito la cittadinanza svizzera. Casimirri e Lojacono rientrano nella definizione tecnica di stragisti, ma è possibile che Di Maio non ne abbia mai sentito parlare: non hanno più bisogno di scappare e non fanno più parlare di sé.

(Ho scritto un pezzo per TheVision, sul solito caso Battisti).
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A chi arrestano oggi, e a chi festeggerà

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Ciao, mi chiamo Leonardo e quando a Milano ci fu l'inchiesta Mani Pulite, e i magistrati arrestavano un politico al giorno, io avevo vent'anni. Mi divertivo. Quei politici che cadevano in disgrazia li conoscevo da tanto tempo - mi sembrava tanto tempo - erano stati i cattivoni della mia adolescenza, i Craxi, i Forlani, i Gava. Corrotti, collusi, mafiosi, lo dicevamo da anni, e quando i magistrati cominciarono a confermarcelo non trovammo nulla da eccepire. Sembrava che tutto stesse procedendo verso un lieto fine: come col Muro di Berlino, per 40 anni incrollabile, e poi una notte, puff, finito. Era bello, era giusto, era divertente.

Se ci ripenso in realtà non mi ricordo molto, perché a vent'anni la priorità è il sesso e tutto passa in terzo. in quarto piano. Comunque: noi odiavamo i politici, i magistrati li arrestavano, noi eravamo felici. C'era una specie di arena in cui li vedevamo prender mazzate - i più deboli non reggevano, ma non trovavamo nulla da eccepire nello spettacolo in sé.

Adesso ne ho molti di più e non voglio nemmeno tentare un parallelo. Ogni tanto un magistrato arresta un politico: ho imparato che bisogna aspettare, perché a volte le cose non sono come sembrano. La cosa curiosa che ho notato è che adesso, quando un politico viene indagato, la gente non è più felice come una volta.

Alcuni sì, sembrano felici, ma c'è troppo nervosismo nelle loro manifestazioni di giubilo. È come se, come se, come se stessero tifando per la loro squadra. Ecco. La squadra ha fatto goal e loro festeggiano, ma in realtà sono tesi, sono arrabbiati, si vede che non basta, forse stanno ancora un goal sotto. Altre volte poi non festeggiano, anzi, alcuni fanno finta di niente - dal che deduco che deve aver fatto goal la squadra avversaria. Altri ci restano male o se la prendono con l'arbitro - che per carità, non è infallibile, è più che giusto domandarsi se sia imparziale o no, se ci abbia visto giusto, se non gli sia sfuggito qualcosa. Ma sai come fanno i tifosi: a volte se la prendono con l'arbitro per partito preso. Come se non sapessero, appunto, che non è infallibile, non può vedere tutto, non può evitare che qualcosa gli sfugga.

Ciao,  mi chiamo Leonardo e vedo i magistrati arrestare i politici da vent'anni. La principale differenza è che vent'anni fa era uno spettacolo semplice: noi sugli spalti, loro in campo. Oggi è diventato uno sport a squadre, e il match sul campo prosegue negli spalti. Indagano il sindaco di Milano: un boato in curva sud, la curva nord contesta e fa notare che però il sindaco sta reagendo bene. Pochi minuti dopo viene arrestato un assessore a Roma: la curva nord esplode, la curva sud impietrisce e così via. I politici continuano a rubare, i magistrati continuano a guardarsi intorno e a fischiare per quel che possono. Noi continuiamo a guardare, ad applaudire, a urlare, ma c'è molta meno allegria. E ormai ce ne siamo dette così tante, tra di noi, che c'è di sicuro qualcuno che ci aspetta fuori.
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Francesco Merlo non capisce; non vuole capire; non vuole che nessuno capisca

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Qualche anno fa i computer erano ancora oggetti personali, custodi delle informazioni più preziose che avessimo. Ci scaricavamo tutto quello che era più intimo e compromettente: la posta, le fatture, gli estratti conto, le foto, eccetera. Perdere un portatile era diventato una catastrofe sociale - se ci fosse stato permesso di scegliere tra smarrire il portafoglio e il laptop, non avremmo avuto dubbi. Nei film i killer a pagamento rovistavano nei cassetti per depistare il detective, ma in realtà si portavano via le memorie fisse - l'ultima situazione del genere l'ho vista al cinema tre anni fa, ed era un film italiano. Altrove avevano smesso da un po'.

Perché ormai le cose sono cambiate, e lo sappiamo. Un bel giorno - a me è successo più o meno dieci anni fa - abbiamo smesso di scaricare la posta. Poi le fatture, gli estratti conto; persino le foto. Adesso la maggior parte delle cose preziose e imbarazzanti non stanno più in una minuscola porzione di silicio che teniamo sulla scrivania - magari anche lì, ma una loro copia è da qualche parte, frammentato e distribuito tra non si sa esattamente quanti server da qualche parte nel mondo, protetto da password che cambiamo e dimentichiamo con una certa regolarità. È successo ai vostri figli, è successo pure ai vostri genitori. È stata un'evoluzione naturale, inevitabile; poter accedere a un documento personale (una bozza, un'immagine, un documento) da qualsiasi computer sia connesso in rete, per chi come me lavora in cinque o sei ambienti e anche a casa propria, è semplicemente necessario. Non mi ricordo neanche più quando ho iniziato: so solo che non potrei più smettere. È troppo comodo.

Ma è anche qualcosa di inquietante, per più di un motivo.

L'arresto di Simone Uggetti ci offre l'opportunità di soppesarne uno. Fino a qualche anno fa, per impedire a un indagato di inquinare le prove, sarebbe bastato tenerlo fuori dal suo ufficio. Sequestrargli qualche strumento di lavoro: computer, dischetti, chiavi usb, quel tipo di cose che fino a qualche anno fa i killer rubavano e i detective cercavano nei film. Ma adesso l'ufficio di Uggetti è un luogo virtuale da cui può accedere con qualsiasi smartphone al mondo. Quindi che si fa? Chiedo, perché non ho un'opinione forte in materia, né mi ritengo particolarmente giustizialista o garantista: mi piacerebbe che nessuno fosse tratto in stato di arresto prima di una condanna, ma vorrei anche che i crimini fossero perseguiti con efficienza. Quando le prove stanno nella Nuvola, come puoi impedire a un indagato di inquinarle senza rinchiuderlo, senza impedire che acceda a un qualsiasi dispositivo connesso in rete? A me non vengono in mente alternative, e purtroppo nemmeno ai magistrati. Certo, potrebbe capitare anche a noi - a chiunque. È un problema. Enorme. Parliamone.

Ma per favore, teniamo lontano Francesco Merlo: visto che evidentemente non ha capito di cosa stiamo parlando (secondo lui bastava impedire a Uggetti "di esercitare le funzioni, sequestrargli i computer, mettergli un braccialetto elettronico e, al massimo, costringerlo agli arresti domiciliari": benvenuto nel 2005), e soprattutto non ha nessuna intenzione di capirlo - figurarsi di spiegarlo ai lettori. Ne abbiamo già parlato, mi tocca ribadire: c'è una specie di diaframma linguistico tra Merlo e il mondo. Se si parla di abolire le province, lui scriverà una paginata intera sulla nozione di provincialismo. Se si parlerà di crisi del liceo classico, lui obietterà che la classicità è una cosa irrinunciabile. Dovessero sospendere le Olimpiadi di Rio per una questione di sicurezza, state ben certi che non ci parlerà dei problemi della sicurezza e di come sia più giusto combattere il terrorismo, ma scioglierà un cantico alla gloria immortale di Milone di Crotone, Eurimene di Samo. Non è tanto il fatto che non capisca niente: succede a tutti.

Ma il fatto di non porsi nemmeno il problema di dover capire qualcosa: come se in quel caos di parole che è il mondo avesse deliberato di attaccarsi perpetuamente ai significanti, ai suoni e non ai contenuti; di perdersi in definizioni che non sono mai quelle giuste e citazioni che quasi mai c'entrano un c. - fossero almeno originali, ma no, si parla di San Vittore e lui deve intonare Ma mì, sempre quei due o tre luoghi comuni che girano nel bar di paese che per caso è il quotidiano più prestigioso d'Italia (davvero, ormai lo è per caso). Noi vorremmo vivere in uno Stato di diritto che tuteli i nostri diritti - pricacy inclusa - vorremmo anche condividere tutto ciò che abbiamo e sappiamo su server in giro per il mondo: le due esigenze sono in conflitto? È una domanda fondamentale che la Repubblica non si pone perché deve dare spazio a Merlo e Merlo ha altre priorità, Merlo ha letto il provvedimento del Gip e ne disapprova lo stile - Merlo è convinto di essere un maestro di quella cosa, lo stile.

Non che abbia dimestichezza coi tecnicismi dei magistrati, sia mai: Merlo legge "decisa verosimiglianza" e si domanda: "va distinta dalla verosimiglianza indecisa?"; legge "abietto" e si chiede se ne esista il superlativo. Lo vedi sempre lì che ripete sillabe a caso convinto di essere un D'Annunzio e non un bambino nella fase della lallazione. Raccomanda ai magistrati sobrietà, raccomanda asciuttezza - nel frattempo evoca Stalin, Robespierre e la Mesopotamia, scrive "il tuono etico sul clic delle manette", definisce sobriamente San Vittore "l'Inferno", e a un certo punto ci spiega la "verità", precisamente: sulla Repubblica c'è un editorialista che ha le "verità", come sul blog di Beppe. "La verità è che il sindaco di Lodi non dovrebbe stare in carcere". Probabilmente lo scrive su un dispositivo connesso - magari nel frattempo scarica la posta, o un file infetto. C'è un enorme problema che ci portiamo ogni giorno in tasca, in borsa, che ci guarda dalle scrivanie: Merlo non lo vede. È a tre palmi dal suo naso. Niente.

Abbiamo messo la nostra libertà nella Rete, e ora non possiamo staccarci dalla Rete senza rinunciarvi: è un dilemma straordinario, ne va forse della nostra civiltà, ma su Repubblica se ne parla un'altra volta, su Repubblica c'è Francesco Merlo che deve dimostrare di averlo più grosso del Gip, il vocabolario. Allora, visto che certi problemi evidentemente sono più grandi di noi, risolviamone almeno uno un po' più piccolo; la Repubblica sta facendo schifo, si può far qualcosa? Si può evitare di avere in prima pagina un tizio che quasi mai sa di cosa parla? Io ho smesso di comprarla da un po', non mi sembra di esser l'unico.
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Il mattino ha Gramellini in bocca

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Come forse saprete, la settimana scorsa un giudice ha revocato il regime di semilibertà a una detenuta che lo aveva ottenuto dopo nove anni, perché Massimo Gramellini aveva reso noto sul suo Buongiorno che la detenuta si era fatta delle foto in cui sorrideva, e le aveva messe su facebook (account privato sotto pseudonimo). Secondo Gramellini questo è una prova che non era stata abbastanza in galera: e siccome se lo pensa Gramellini lo pensano in tanti, anche il giudice molto presto se n'è convinto. 

[Update: mi hanno fatto notare che l'articolo di Gramellini è stato pubblicato nello stesso giorno in cui il giudice ha revocato la semilibertà, e che quindi la sua opinione se la deve essere formata su articoli precedenti, e non sul Buongiorno di Gramellini].

Il fatto che un giudice possa revocare un regime di semilibertà dopo aver sentito il parere di Gramellini, se ci pensate, è uno di quei piccoli fatti assurdi, e tipicamente italiani, che appena li scopre Gramellini ci scrive sopra un Buongiorno: invece stavolta no, è passata quasi una settimana e G. non ha ancora voluto riparlarne. Come mai? La redazione di Leonardo, coi suoi subdoli mezzi, è entrata in possesso di un leak straordinario: la cartella bozze di Gramellini. La pubblichiamo così com'è, uno sguardo senz'altro indiscreto ma interessantissimo nel cestino della carta straccia di un grande giornalista italiano. 

Mai mi sarei aspettato che 

Ok, sono stato uno stronzo

Anche il magistrato però -


Cioè il faccio il mio mestiere, non è che ne vada fiero ma

Mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di due giorni fa causasse la revoca di un regime di semilibertà. Cioè io alla fine sono solo un cazzone giornalista che ogni giorno deve trovare una storiella e farci la morale, l'altro giorno dovevo scegliere tra il dibattito sul quorum referendario e un'assassina rumena in semilibertà che si spara i selfies. Mettetevi nei miei panni. Il giornale qualcuno lo deve anche vendere.

Cioè io scrivo un fondo e un giudice revoca una semilibertà? Ma è impazzito? Ma siamo tutti impazziti?

Da: gramellini@lastampa.it
a: *********@*******.it
Scusa se ti disturbo, ho appena letto che l'avvocato della Matei dice che il regolamento non le vietava espressamente di accedere a facebook da cellulare, e che quindi al giudice mancherebbe anche questo appiglio per revocare la semilibertà. Hai modo di controllare questa cosa? Vorrei tornare sull'argomento ma capisci che comincia a sentirsi odore di

Il Buongiorno di mercoledì è stato molto criticato. Qualcuno mi ha accusato di volermi sostituire al giudice, se non al legislatore. Avrei voluto rispondere nel mio solito modo sornione, quando un mentecatto di un giudice ha deciso di darvi ragione rimettendo la rumena in galera, ma in che cazzo di Paese viviamo cioè davvero io non lo so. 

Ma avete idea di cosa vuol dire - non puoi parlare male di Renzi e non puoi parlare male degli avversari di Renzi. Se parli male dei vigili, i vigili si lamentano. Se parli male degli insegnanti apriti cielo. Alla fine vi stupite se una mattina mi scappa di prendermela con una rumena in semilibertà. Non si scrive mica da solo quel cazzo di Buongiorno tutte le mattine.

Vorrei chiedere scusa a Doina Matei, di cui ho voluto approfittare una mattina in cui non avevo niente di meglio da dire perché perché perché i  miei lettori sono dei fascisti di merda e io gli devo dare da mangiare tutte le mattine tutte le mattine spalare merda nelle fauci di quei fascisti cannibali basta dio basta. 

Chiedo scusa a Doina Matei: mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di quattro giorni fa la riportasse tra le sbarre. Io volevo solo lisciare un po' il pelo a quei fascisti dei miei lettori riflettere su quel mistero che è la certezza della pena in Italia. Ma l'idea che le mie parole siano investite di tanto potere da poter riportare una persona in prigione - anche un'assassina, d'accordo, ma se avessi voluto fare il giudice avrei studiato giurisprudenza e adesso non starei diluendo fascismo per i lettori benpensanti

Argomenti Buongiorno aprile

  • Chiedo scusa alla Matei
  • Il libro di Sorgi in cui vendono il Colosseo (originaaaaale!) "Il libro di Sorgi minaccia di aprire un filone. Il Colosseo sì e la Torre di Pisa no? "
  • Il cazzo di dibattito sull'astensione
  • Chiedo scusa alla Matei
  • L'app del Comune di Roma è un flop
  • Mi vergogno a chiedere scusa alla Matei
  • Dicono che è l'aprile più caldo di sempre ma ieri tirava vento, mi sta colando il naso


Voi però non avete idea di cosa voglia dire, venti righe al giorno. E devono sempre essere lisce, parallele all'encefalogramma di voi lettori, non avete idea. Sto andando in analisi, rendetevi conto. L'altro giorno mi ha detto: "Ma cerchi di rimettersi un po' in connessione col mondo, si legga un po' i giornali" "Ehm, dottore, guardi che..." "No, sul serio, sui giornali c'è gente che ogni giorno riesce a scrivere qualcosa di simpatico e non troppo pessimista" "Ma veramente, dottore..." "Il migliore secondo me è uno che scrive sulla Stampa, un certo Gamellini, Garmellini..." "Gramellini". "Esatto". "Dottore, sono io Gramellini". "Ah... però, complimenti!" "Grazie". "E di cosa scriverà domani?" "Pensavo di rivelare al mondo che una tizia che è rimasta in galera per nove anni per aver causato la morte accidentale di una donna durante una colluttazione, ebbene questa tizia dopo aver ottenuto grazie alla buona condotta un regime di semilibertà è andata in spiaggia - dopo nove anni! - e si è fatta un selfie mentre sorrideva". "E allora?" "Pensavo di dire che evidentemente è stata in galera troppo poco, altrimenti non sorriderebbe". "Ma non trova che sia un po' esagerato? In fondo qualche lettore potrebbe anche provar pena per una donna che ha scontato già nove anni di..." "È rumena". "Ah, vabbe', allora".

Tra l'altro a rileggerlo che Buongiorno di merda.

"Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra". No macché, non c'entra proprio, guarda. "Neanche il desiderio di vendetta" Ma infatti. "C’entra la sensibilità". La sensibilità di un voyeur che va a cercarsi il profilo segreto di una detenuta in galera da nove anni, per controllare se per caso non c'è uno scatto in cui sorride, così lo mette sul giornale e poi magari va a domandare ai parenti della vittima cosa ne pensano, e questo è il mio mestiere. Il mio mestiere. Buongiorno. Buongiorno.  

Cari lettori, credo che questo sarà il mio ultimo Buongiorno. Tanto tra un po' faranno un foglio unico e al mio posto ci possono pure mettere Michele Serra che si scola i fiaschi di Petrini. Da piccolo, quando sognavo di fare il giornalista, speravo di cambiare il mondo. Ci sono riuscito, per esempio la settimana scorsa una donna poteva farsi un selfie davanti al mare, poi sono arrivato io e adesso è tornata in galera: il mondo si cambia anche così. Cose di cui andar fiero. Volevo dirvi che parto per un paese più semplice, uno dove non ci siano troppi specchi che riflettano la mia facciona da c

Gli scienziati dicono che è l'aprile più caldo di tutti i tempi (ma come faranno poi a saperlo?) Anche marzo è stato il marzo più caldo di tutti i tempi. Anche febbraio. E gennaio. Insomma, il trend va avanti da un po'. Eppure ieri sono uscito in maniche di camicia e dopo un po' starnutivo anche se

già, i piumini. 

Il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca

"Mi scusi, però, c'è qualcosa che non mi torna..."
"Dica".
"Come fa a sapere che questa rumena si è fatta un selfie?"
"Lo ha condiviso su facebook".
"Su un profilo pubblico?"
"No, privato".
"E lei quindi è suo amico su facebook?"
"Io? E perché mai. No, no".
"Ma allora, mi scusi, come può sapere che la signorina si è fatta un selfie?"
"Alcuni miei colleghi sono riusciti a trovare l'account".
"Ah già, del resto basta avere nome e cognome".
"No, usava uno pseudonimo".
"Il che forse è illegale?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"Ma insomma, giusto per capire... i suoi colleghi sono riusciti a rintracciare un profilo di una detenuta, hanno trovato foto in cui sorride, e le hanno pubblicate?"
"Sì".
"Non è reato?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"E lei userà queste foto per..."
"Per fare la morale, sì, è il mio lavoro".
"Direi che la seduta è finita".
"Non è un po' presto?"
"Può darsi. Ah, è finita anche la terapia".
"Cioè sono guarito?"
"Direi di no, ma lei mi sta facendo troppo schifo perché io possa continuare a lavorare con lei, capisce".
"Capisco, sì".
"Potrebbe andarsene immediatamente? Il sentimento di repulsione che nutro per lei cresce a ogni istante".
"Vado, vado. Buon..."
"Taccia per favore, addio".

Cara Doina,
fino all'altro giorno non mi conoscevi, adesso probabilmente mi odi. Vorrei dire che ti capisco, è normale, anch'io un po' mi odio. Come forse avrai capito, io non intendevo istigare un magistrato a rimetterti in galera. Dovevo soltanto fare il mio spettacolino quotidiano, a uso e consumo dei lettori. 
Cara Doina, odiami pure, ma considera una cosa: tra qualche anno tu sarai libera. Non abbastanza libera da poter aprire un account su facebook a tuo nome, quello probabilmente mai: ma abbastanza libera per rifarti una vita. Quel giorno io sarò ancora qua, alla mia postazione, a sudar freddo per distillare il mio milligrammo quotidiano di fascismo per il mio pubblico benpensante. Ci credi se ti dico che un po' t'invidio? No, non ci credi, perché sono un giornalista italiano. Non hai tutti i torti. Anzi non ne hai nessuno. 
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Un articolo disgustoso (ma non abbastanza)

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Il caso è molto piccolo, ma potrebbe tornare utile a chiunque: l'estate scorsa, mentre qui ci divertivamo con procioni e Copernico, qualcuno pensava bene di segnalare alcuni miei articoli disgustosi all'Ordine dei Giornalisti, il quale non poteva però aprire un procedimento disciplinare su di me, siccome non sono iscritto.

Così ha aperto un procedimento a carico di Luca Sofri.
Violazione della deontologia professionale e vilipendio della religione cattolica.

Per fortuna è finito tutto bene (ho cancellato i nomi).





Postilla inutile: San Massimiliano Kolbe fu canonizzato il 10 ottobre 1982, il giorno in cui nel mio paese nacque un gruppo scout cattolico, che lo elesse immediatamente suo patrono. Anche per questo motivo è un santo che mi è caro in un modo particolare. Il pezzo più o meno disgustoso che scrissi su di lui doveva avere un finalino in cui la Madonna in sogno mi compativa per non aver mai scelto nessuna corona, né bianca né rossa né a pois: vedi cosa ti è successo? Avevi paura a scegliere e non sei diventato niente. L'ho cancellato - mi sembrava un po' troppo personale - e adesso non riuscirei a riscriverlo. Lo segno qui per ricordarmene, non ho molti altri spazi a disposizione.
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Assolto per non aver commesso un fatto interessante

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Se Erri De Luca non va in galera, siamo tutti contenti. Se lui nel frattempo si richiama a Mandela e Gandhi, non si può fare a meno di notare che loro in prigione ci hanno passato degli anni, proprio perché incitavano alla rivolta contro regimi repressivi.

Se De Luca sostiene che l’Italia odierna sia un regime analogo; che il potere asservito al profitto rubi la terra e l’acqua agli abitanti; e che sia giusto pertanto ribellarsi e sabotare... se la pensa così, potrebbe persino aver ragione, ma a questo punto in galera dovrebbe volerci andare volentieri proprio proprio come ci entrava Gandhi; il quale mai si sarebbe spinto a cavillare, come l’avvocato di De Luca, sull’accezione più o meno estesa del termine "sabotare". Perché insomma, questo Stato repressivo che condanna uno scrittore per le sue opinioni, in Italia almeno da questa sentenza non risulta. De Luca ha fatto bene a difendersi, ed è comprensibile che festeggi: ma in cuor suo dovrebbe essere deluso.

Io invece sono perplesso. Sabotare un cantiere è un reato? Pare di sì. Incitare a commettere un reato non è istigazione a delinquere? Non in questo caso. Quando usciranno le motivazioni della sentenza, le leggerò. Per ora l'unica ipotesi che mi viene in mente è quella triste del buon senso; il giudice potrebbe aver concluso che nessuno al giorno d'oggi si arma di martelli e tronchesi per aver letto un testo di Erri De Luca. Più che l'innocenza di uno scrittore, la sentenza ratificherebbe lo scarso credito della sua professione, la letteratura.
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Spero che Erri De Luca non sia un buffone

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Nel novembre del 1913 l'avvocato Mohandas Karamchand Gandhi organizzò una marcia di protesta di lavoratori indiani in Sudafrica, durante la quale fu arrestato almeno tre volte, e infine condannato a nove mesi di reclusione. In questa e in numerose altre circostanze (Gandhi entrò e uscì di galera per tutta la sua vita), l'avvocato non si difese invocando una qualche libertà di opinione. Di solito, davanti ai giudici, si dichiarava colpevole. "I miei affari migliori li ho sempre fatti dietro le sbarre", diceva. Di ritorno in India si consolidò una prassi: lui protestava, gli inglesi lo incarceravano, lui digiunava, gli inglesi lo liberavano.

Quando nel 1967 la Corte Suprema bocciò il ricorso del reverendo Martin Luther King e stabilì che doveva tornare in prigione a Birmingham, Alabama, a causa di quelle manifestazioni non autorizzate che aveva organizzato quattro anni prima, MLK scrisse che la sentenza gli sembrava stabilire un precedente pericoloso, ma che comunque in prigione ci sarebbe tornato volentieri. “Il nostro obiettivo, quando pratichiamo la disobbedienza civile, è richiamare l'attenzione su un'ingiustizia o su una legge ingiusta che vogliamo cambiare": e non c'è niente che richiami l'attenzione meglio di subire una detenzione - specie quando non hai mai fatto o detto niente di violento in vita tua. È il caso dell'avvocato Gandhi, del reverendo King, ma non è il caso dello scrittore Erri De Luca, che di cose violente ne ha pur fatte e dette, molto prima di giustificare i sabotaggi dei No Tav; De Luca che in seguito sembra aver cercato in qualche modo di minimizzare la questione, spiegando che "sabotaggio" può voler dire tante cose, non tutte illegali; De Luca che comunque ha detto che, se sarà condannato, andrà in prigione e non chiederà un appello, il che gli fa onore.

Invece, sapete chi secondo me non gli sta facendo onore? Tutti quelli che credono di difenderlo invocando la libertà di espressione. Come se fosse un vignettista qualsiasi, un innocuo autore satirico. Tutti quelli che di fronte all'evidenza (c'è uno scrittore che dice che la TAV è una truffa, e che sabotarla è giusto), si distraggono: e invece di porsi il problema del TAV, di addentrarsi nei noiosi raffronti tra costi e benefici, si mettono a osservare il prestigioso dito di Erri De Luca. Con una specie di reverenza che in realtà è un'offesa: lui è uno scrittore, un intellettuale, e quindi può dire quello che vuole. Apologia di reato? Non si dovrebbe applicare agli scrittori. Istigazione a delinquere? Solo se chi istiga non ha pubblicato almeno un romanzo.

Io non ho un'opinione molto sicura sulla TAV. Mi piacerebbe andare a Parigi in treno in giornata, ma sospetto fortemente che questo mio capriccio costerebbe troppo ai contribuenti italiani: che tutte queste spese non saranno ammortizzate se non dalla generazione dei miei figli o nipoti; che nel frattempo l'unico affare lo avranno fatto appaltatori e appaltanti. Più che dei giornali italiani tendo a fidarmi della Corte dei Conti francese; mi lascia perplesso il voltafaccia di quel senatore Pd che per anni ha difeso la TAV finché improvvisamente si è accorto che costerà almeno il doppio di quel che gli avevano sempre detto. Non sono un sabotatore, non invito ai sabotaggi, ma non escludo che un domani i sabotatori della TAV siano ricordati in una luce diversa. Non credo che siano avidi lettori di Erri De Luca, e che le dichiarazioni di quest'ultimo li abbiano particolarmente spronati - trovo quasi ingenua la fede del Pubblico Ministero nella letteratura italiana contemporanea: nella capacità degli scrittori italiani di stimolare, se non un dibattito, almeno qualche atto vandalico. Ma da quello che avevo capito da piccolo la disobbedienza civile si pratica così: si individua un'ingiustizia, una stortura della legge; si attira l'attenzione; ci si fa arrestare. Non si invoca la libertà di espressione, o l'appartenenza a un qualche albo professionale.

Se Gandhi avesse piagnucolato che i suoi inviti alla rivolta erano da intendersi come poesia e non prassi, sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto. Se Martin Luther King avesse reclamato il diritto di dire qualsiasi cosa perché era un pastore battista, ci sarebbe sembrato un fanatico. Se pensate che esista un mestiere che ti consente di dire quel che ti pare senza pagarne le conseguenze, avete ragione: ma non si chiama intellettuale. Si chiama buffone di corte. Spero che De Luca non lo sia.
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Papi Silvio è innocente, Papi Silvio è indecente

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Potrei anche non ricordarmi bene; è passato del tempo e un mondo di cose più serie a cui pensare. Comunque:

La sera del 27 maggio 2010, una signora che credo si chiami Michelle Conceicao - e che in seguito ammetterà di essersi prostituita - sta scrollando nervosamente la rubrica del suo telefono, alla ricerca di un numero che corrisponda al nominativo PAPI SILVIO BERLUSCONE. Si tratta del cellulare del presidente del consiglio dei ministri, on. Silvio Berlusconi. Però se mi chiedete se sia un reato dare il proprio numero di telefono a una prostituta - anche solo lasciare che il vostro numero finisca sulla sua rubrica - beh, no, non è un reato, ci mancherebbe, no.

Michelle Conceicao sta cercando l'on. Silvio Berlusconi perché ha un problema: una sua conoscente, Kahrima El Mahroug, è trattenuta presso una questura, sospettata di furto. Non ha i documenti con sé. In questo caso chi non si adopererebbe per un'amica. La Conceicao non è forse, propriamente, un'amica di Kahrima (verranno violentemente alle mani qualche giorno dopo), ma comunque cerca di avvertire la persona più potente che conosce: e si dà il caso che abbia in rubrica una persona davvero molto potente. Papi Silvio Berluscone.

Anche Silvio Berlusconi non è, propriamente, un 'amico' di Kahrima El Mahroug: l'ha vista a qualche festa - il che non costituisce reato. Ovviamente sa che frequenta Michelle, evidentemente sa che mestiere fa Michelle; ma non sa (questo è cruciale) che Kahrima è minorenne. Quando riceve la telefonata, Berlusconi potrebbe fare compiere tanti passi per aiutare questa ragazza; il passo che decide di compiere è far chiamare la questura per informare il personale che Kahrima non dev'essere arrestata: ragioni di Stato. Si tratta infatti della nipote di Hosni Mubarak, allora presidente egiziano. Tutto questo costituisce reato?

No, se in quel momento Berlusconi è davvero convinto che Kahrima sia la nipote del presidente di un Paese amico. Infatti in tutti i gradi del processo ha dovuto sostenere questa versione: quella sera ne era convinto. Anche i parlamentari della maggioranza che lo sosteneva dovettero affermarlo, in una votazione che rimane a verbale. Per tutti loro Kahrima è stata, per qualche tempo, una probabile nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Per questo motivo era meglio che uscisse dalla questura al più presto, accompagnata da Nicole Minetti. Quest'ultima, poi, pur sapendo ormai che Kahrima è minorenne, decide di affidarla alla Conceicao, forse non la più affidabile tra le tutrici.

In seguito Berlusconi fu accusato di avere avuto rapporti sessuali con Kahrima, detta Ruby; addirittura di aver commesso l'odioso reato di favoreggiamento della prostituzione nei suoi confronti. Per difendersi raccontò diverse cose, che ora forse non risultano: depilatori laser e altre sciocchezze. Raccontò - e la cosa è discutibile in sé - che non avrebbe mai potuto intrattenere relazioni con prostitute, in quanto fidanzato: e in capo a un paio d'anni in effetti una fidanzata spuntò. Tenere nascoste le fidanzate è forse un reato? Ma ci mancherebbe altro. E millantare di averne una quando non è vero? Per carità, toccherebbe aprire carceri contigue a ogni bar sport. Cerchiamo di essere persone serie.

Dunque può benissimo darsi, come ha stabilito il giudice in appello, che Berlusconi non abbia commesso nessun reato. Probabilmente non è un reato fare pressioni per liberare una persona, se tu pensi che quella persona sia la nipote di un importante alleato del tuo Paese. Non è un reato lasciare un numero privato a una prostituta; non sarebbe nemmeno un reato andarci a letto - a meno che non si tratti di minorenni - ma Berlusconi dice che non lo sapeva - e comunque non risulta che ci sia mai andato. Fine. E la famosa persecuzione giudiziaria? Pare che non esista; forse bastava trovarsi dei buoni avvocati, e dopo vent'anni di procedimenti a suo carico B. finalmente li ha trovati. Bene. Tutto qui?

No.

Berlusconi è innocente. Va bene. Non ha mai incoraggiato una minorenne a prostituirsi. Può darsi. E però rimane, per sempre, Papi Silvio Berluscone. Il presidente del consiglio che una prostituta milanese poteva chiamare quando voleva. Il punto di riferimento della corte dei miracoli delle olgettine e dei loro vari impresari. Non dev'essere processato per questo. Non costituisce reato. È semplicemente un dato imbarazzante, che ne avrebbe determinato la fine politica, in altri Paesi - no, aspetta, anche in questo Paese, se invece di chiamarsi Silvio Berlusconi si fosse chiamato, poniamo, Sircana o Marrazzo. Se a sua disposizione non avesse avuto, oltre a buoni e meno buoni avvocati, la potenza di fuoco di tre emittenti televisive e decine di quotidiani compiacenti. Sappiamo poi, ormai, che parte di quelle emittenti e quella compiacenza se l'è guadagnata illegalmente. Ma cerchiamo di essere persone serie davvero.

Fa molto caldo oggi, trovate? potrei anche pensare di uscire da casa in mutande. Non sarebbe necessariamente un reato. Ma non lo farò. Non aspetterò nemmeno che sia un giudice a stabilire, tra qualche anno, se è o non è un'offesa al pudore. Non credo che sia il giudice a dover stabilire cosa sia o non sia decente: in certi casi il buon senso dovrebbe essere sufficiente, oltre che necessario. Un presidente del consiglio che mantiene le Olgettine; uno che se Michelle Conceicao lo chiama perché ha un problema scatta subito sull'attenti e mobilita il capo di gabinetto di Palazzo Chigi; uno che adopera per certe missioni Nicole Minetti; uno che sostiene di aver potuto scambiare Ruby Rubacuori per una nipote di Hosni Mubarak (personaggio peraltro odioso); uno che, dopo aver saputo che Ruby è minorenne, lascia che sia affidata a Michelle Conceicao; uno così non è decente. È in mutande per strada, se non peggio. Un giudice può anche stabilire che non sia un reato, ma non è questo il problema. Quel signore in mutande non si sta comportando in modo degno del suo ruolo, né, soprattutto, ragionevole. Sembra un maneggione ormai alla mercé delle necessità quotidiane della costosa corte dei miracoli che sta finanziando. Non dovrebbe avere responsabilità di governo. Non dovrebbe essere ancora nelle condizioni di dettare riforme costituzionali.

Riforme, peraltro, che tradiscono ancora lo stile con cui si comportò quella sera: scritte con una certa sventatezza, una certa indecenza, una decisa sfacciataggine. Uno che ti racconta che la tal ragazza è la nipote del faraone, e pretende che tu la bevi, la prossima volta ti racconterà che per un governo democratico può bastare il 37% del parlamento, e se non la bevi si offenderà. Ci scusi tanto, Papi Silvio, ma continuiamo a non fidarci di lei.
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Cancellieri buh, vergogna, eccetera

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Da piccoli abbiamo tutti allenato la nazionale, e dopo aver vinto quei due o tre mondiali, crescendo, ci siamo ritirati sui blog, dove accanto alla lista dei libri e dei dischi migliori del mondo (scelti da noi) al massimo qualche volta ci càpita di presiedere la Corte Suprema dell'Indignazione, quella che ha il potere di chiedere le dimissioni anche a domineddio.

È in tal veste che, dopo aver preso sommaria visione dei fatti riguardanti il ministro Cancellieri e la scarcerazione della sua amica Giulia Ligresti; dopo aver soppesato i pro e contro e scelto le arringhe dei più titubanti difensori (Luca Sofri) e garbati accusatori (Massimo Mantellini) del ministro, dichiaro che, per quanto mi compete

Sono indignato. Credo che la Cancellieri dovrebbe dimettersi.
Segue la motivazione:

Sono indignato perché la Cancellieri ha aiutato un'amica; questo aiuto era perfettamente conforme alle leggi, al buonsenso e alla decenza; non è tuttavia decente che un ministro aiuti qualcuno piuttosto che un altro (anche quando questo uno non è esponente di un'associazione a delinquere a carattere famigliare, che incidentalmente la Cancellieri frequentava). Bisognerebbe aiutare tutti; e siccome ciò è impossibile, nell'esercizio delle sue funzioni un ministro non deve aiutare nessuno. Ho trovato particolarmente convincente Mantellini quando parla della "variabile umanitaria": il nostro problema è che "ci innamoriamo dell’eccezione, specie se questa contiene una quota sentimentale in grado di scaldarci l’animo. In nome di questo siamo disposti a ridiscutere i valori e perfino la struttura dell’organizzazione sociale". È un difetto che riconosco perlomeno in me stesso, ogni volta che sul posto di lavoro abbuono una nota o un'insufficienza perché rifuggo la crudeltà: invece di esercitare le mie funzioni, mi sembra di infierire su un debole o un inerme. Non ha nessuna importanza che questo debole o inerme sia povero o ricco, bianco o nero, e infatti Giulia Ligresti non è povera e non è simpatica; purtuttavia se fossi al posto della Cancellieri non sarei in grado di infierire su di lei, anche se ciò sarebbe non dico doveroso, ma coerente col ruolo che dovrei rappresentare (ministro della Giustizia in una nazione con prigioni indecenti). Capisco insomma la Cancellieri; ma in quanto presidente della Corte Suprema dell'Indignazione la condanno lo stesso a ricevere la mia accorata richiesta di dimissioni. Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!

Esaurite le formule di rito, il qui presente si toglie il parruccone e torna un tizio qualunque, e si sente male.

Non per la Cancellieri, bravo ministro ma non indispensabile (tanto più che il governo non sembra dover durare ancora a lungo). Non per Giulia Ligresti, bando alle ipocrisie: a me interessa veramente poco della salute di Giulia Ligresti. Mi sento male perché non mi sembra di aver mai trattato con tanto disprezzo il pubblico, i lettori, gli italiani in generale. Sul serio penso a loro come a un branco di rancorosi pecoroni a cui dare in pasto la vittima sacrificale, la fanciulla della ka$ta anoressica e inetta alla reclusione? Tenerla in prigione piuttosto che fuori non serve a nient'altro che a questo: a soddisfare l'appetito di un pubblico frustrato che non sa con chi prendersela, e vuole il sangue. E io qui con la catinella che mi lavo le mani e mi domando: quid est veritas? Magari avete ragione voi, non sarebbe la prima civiltà ad aver istituzionalizzato i sacrifici umani. Se a questo siamo.

Eh? No, scusate, pensavo a voce alta. Non lo faccio più. A che punto era il coro? Ah sì: Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!
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Il fungo comunicativo

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Sabbiolino va in prigione 

Abbiamo ormai capito (e ringrazio fuor d'ironia chi ce lo ha spiegato) che i membri della Commissione Grandi Rischi non sono stati condannati a sei anni per non avere previsto un terremoto - ci mancherebbe - ma per aver sbagliato le forme e le modalità della comunicazione alla cittadinanza. Siccome capita anche a me talvolta di comunicare, e non vorrei mai andare in galera, a questo punto mi sono chiesto come si fa ad azzeccare un messaggio che in sostanza dica: "non c'è motivo razionale per dormire fuori di casa ma fate pure". Discutendone su twitter con Anna Meldolesi, Luca Sofri ha messo assieme e tradotto un esempio di comunicazione corretta e professionale, opera di Peter Sandman, uno "specialista della comunicazione del rischio". Lo copio e incollo perché secondo me merita una riflessione.
Non ci sono basi scientifiche per concludere che la probabilità che avvenga un forte terremoto sia più alta dopo queste scosse piuttosto che in altri momenti. Ma allo stesso tempo non ci sono nemmeno prove scientifiche che dimostrano che il forte terremoto non ci sarà. Probabilmente prima o poi qui ci sarà un altro forte terremoto, ma noi, semplicemente, non possiamo predire quando avverrà (o quando non avverrà). Ci dispiace poter offrire alla gente così poca assistenza ma la verità è che non siamo in grado di stabilire se lo sciame sismico debba essere motivo di preoccupazione oppure no. Normalmente, gli sciami sismici non sono seguiti da terremoti violenti. Ma “normalmente” non vuol dire “sempre”. Possiamo sicuramente capire perché molte persone di questa comunità si sentano più sicure a lasciare le loro case quando cominciano le scosse e non abbiamo prove scientifiche che dicano che farlo sia una sciocchezza.
Mi sembra un bel messaggio, professionale e onesto. Fingiamo dunque che Sandman sia un membro della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile Italiana (chiamiamolo Sabbiolino), immaginiamo che dopo la riunione del 31 marzo esca dalla sala e reciti ai giornalisti questo messaggio. Secondo voi non finisce alla sbarra per omicidio colposo, in Italia? Spero di sbagliarmi, ma temo purtroppo che sì, Sabbiolino si beccherebbe anche lui i sei anni per aver  detto cose che, almeno nella prima parte del messaggio, avevano sostenuto anche gli altri membri della Commissione. Magari si erano espressi in modo più freddo, meno comunicativo, ma la sostanza è questa: non ci sono basi scientifiche per dire che sta arrivando la scossa forte. Fine. La scossa è poi arrivata, trecento persone sono morte, il giudice ha condannato la Commissione per omicidio colposo.

L'unico dubbio me lo fa venire l'ultima frase, che ho evidenziato. In quella frase è lecito leggere una garbata condiscendenza verso chi, in assenza di basi scientifiche voleva lasciare la propria casa: non possiamo scientificamente dirvi che sia una sciocchezza. Questo, lo concedo, è molto più professionale che brindare col Montepulciano davanti a una telecamera, come fece il portavoce della Protezione. Ma è l'ultima frase di un lungo comunicato, che le redazioni di quotidiani e tv locali avrebbero mutilato. Il titolo lo avrebbero fatto con la prima parte: SCOSSE ALL'AQUILA: GLI SCIENZIATI NON PREVEDONO UN FORTE SISMA. Oppure.

Oppure, per esigenze di drammatizzazione, avrebbero potuto fare l'inverso: mutilare la lunga prima parte, e dare risalto soltanto alla frase evidenziata. SCOSSE ALL'AQUILA: PER GLI SCIENZIATI "NON È UNA SCIOCCHEZZA" LASCIARE LE CASE. In questo modo si sarebbero effettivamente salvate molte vite, visto che la scossa forte poi c'è stata. Ma se non ci fosse stata (come era statisticamente più probabile)? Se non ci fosse stata, probabilmente lo stesso magistrato avrebbe portato alla sbarra Sabbiolino e compagni per procurato allarme: come si permettono questi esperti di gettare nel panico la popolazione dando informazioni distorte, peraltro non suffragate da evidenze scientifiche? Non solo non sanno comunicare in modo professionale, ma sono pure cattivi scienziati, ecc. ecc.

Anch'io sono convinto che all'Aquila (e non solo là) ci sia stato un problema di comunicazione. Se ritengo ingiusto farlo pagare agli scienziati, non è soltanto per il fatto che erano scienziati e non comunicatori professionisti. Secondo me non c'è professionalità che tenga, di fronte alla distorsione a cui sono sottoposte le notizia - tutte le notizie - sui media italiani. Il problema insomma è a monte, e non credo nemmeno che sia del tutto imputabile agli stessi operatori dell'informazione. Ancora più a monte ci siamo noi italiani, che non leggiamo più - che non sappiamo più leggere. La dichiarazione del signor Sabbiolino sarà anche professionale, ma è troppo lunga per la nostra soglia di attenzione. O leggiamo le prime cinque righe - e decidiamo che ci sta dicendo che non ci sarà un terremoto, quindi restiamo a dormire nel sottotetto - o ci sintonizziamo solo sulle ultime cinque, e a quel punto restiamo in tenda per tre mesi (non è un'esagerazione).

Ma nella maggior parte dei casi non leggiamo affatto. Nella maggior parte dei casi diamo retta a un conoscente che ha sentito, in tv, un servizio dove un tizio intervistava i passanti riguardo alla dichiarazione di uno scienziato che aveva detto che fuggire di casa non è una pazzia. È come se ogni singola notizia, ogni fatto in senso stretto, sprofondasse immediatamente in un fondale sabbioso, sollevando la sabbia in una specie di fungo che diventa subito più interessante e comunicativo del fatto in sé. Il fatto in sé scompare. È una cosa che possiamo notare tutti i giorni. Una settimana fa il ministro Profumo ha presentato un Ddl in cui si proponeva di aumentare l'orario (di lezione?) dei docenti da 18 a 24 ore settimanali. In seguito ha riconosciuto che un aumento del genere va contrattato, ma nel frattempo si è alzato un polverone di commenti indignati o entusiasti che impediscono al povero insegnante di capire esattamente se la notizia sussista o no: ci sono ancora sul tavolo queste 24 ore o non ci sono più? Giuro, non si capisce. E quelli che meno capiscono spesso sono quelli che possono accedere a internet: dove trovano tantissimi detriti spostati dall'entusiasmo e dall'indignazione, e poche informazioni in senso stretto. Risalire alle fonti non è solo un'abitudine che hanno in pochi: ormai è un'abilità che si conquista e si può perdere. Credo lo sappia benissimo Sofri, che dirige un quotidiano on line che ha un certo successo perché cerca di dar conto di ciò  che in teoria è scritto ovunque, e in pratica è ovunque sommerso dai detriti, dalle polemiche, dalle opinioni.

Ai primi di giugno, al mio paese, bastava stazionare a un incrocio con una pettorina e un casco antinfortunistico perché la gente si fermasse a chiederti informazioni sul terremoto: non quello già avvenuto, ma quello che doveva arrivare, perché in tv avevano detto che doveva arrivare. In tv, per quanto ne so, non dissero mai qualcosa del genere, nemmeno il più caciarone dei tg ne ebbe il coraggio. Tutti i tg però avevano dato sbrigativamente conto di un comunicato della Commissione che non escludeva il riattivarsi di una faglia (il che non si può escludere nemmeno stanotte e in generale mai). Il solito fungo aveva poi fatto il resto, e la gente fuggiva al mare perché aveva sentito parlare di una scossa imminente in tv. La sensazione di trovarsi all'improvviso investito dalla tribù smarrita del carisma di uno sciamano, semplicemente perché leggi Tersiscio e conosci un paio di nozioni concrete sul fracking o su un deposito di gas, è molto meno divertente di quanto non sembri da fuori. Anche perché alla fine alla gente non è che interessi più di tanto il fracking o la faglia: se si fermava a chiederti qualcosa, nove volte su dieci voleva sapere la stessa cosa che pretendeva dalla Commissione: posso tornare a dormire a casa o no? E non ha nessuna importanza che la sequenza stia calando secondo la legge di Omori: ancora oggi, se dici a qualcuno di tornare pure a dormire nel suo letto - e stanotte si riattiva la faglia - tu sei imputabile per omicidio colposo. Perché non sai comunicare bene. L'unica cosa è smettere di comunicare, come credo gli scienziati italiani dovrebbero fare. Ci pensino i giudici, al prossimo terremoto, a informare la popolazione in modo professionale e corretto. Almeno se sbagliano loro non vanno in galera.

Io ho una teoria su come siano andate le cose all'Aquila, che non riuscirò mai a provare e forse è meglio così: credo che la riunione del 31 abbia creato un fungo mediatico che la maggior parte degli aquilani ha decifrato come "no panic, state a casa". Non credo che abbia senso incolpare gli scienziati di averlo sollevato, perché si sarebbe sollevato comunque, qualsiasi cosa avessero detto. Mi ha fatto molto riflettere una cosa che ho letto su questo pezzo di Nature dell'anno scorso: all'Aquila c'era chi leggeva i quotidiani e consultava internet, e chi continuava a fare alla vecchia maniera. I tradizionalisti quella sera hanno dormito fuori. I beneinformati hanno dato un'occhiata alle news e hanno deciso di restare dentro. Le tradizioni ancestrali si sono mostrate più efficaci di internet. Non è una buona notizia: non solo perché facciamo fatica a trovare le informazioni su internet, ma anche perché ci stiamo dimenticando le vecchie tradizioni ancestrali. Ce ne andiamo brancolando nel buio, di buono c'è che possiamo sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa, e un giudice che ci dia ragione.
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Non è incredibile Sallusti

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Che poi il carcere non è la cosa peggiore
che possa capitare a un uomo, diciamo.
Ma voi non trovate incredibile che un giornalista - non necessariamente Sallusti: un giornalista - vada in galera perché ha pubblicato un'opinione? Non è incredibile?

E guardate, lasciamo stare il fatto che l'opinione partisse da una notizia falsa (genitori ottengono dal magistrato un aborto coatto per la figlia; non era vero e Sallusti non ha rettificato); lasciamo stare anche la qualità repellente dell'opinione in sé (l'evocazione delle "Maldive e della discoteca di sabato sera", perché gli abortisti nei giornali di destra sono sempre essere persone che vanno al mare e si divertono; mai gente che non vuole figli perché semplicemente non se li può permettere, mai: dove c'è un aborto ci devono per forza essere i mari del sud e la "discoteca"). Lasciamo stare la vaga, vaghissima incitazione al linciaggio ("se ci fosse la pena di morte, e se fosse applicabile, questo sarebbe il caso"). Non è incredibile che un giornalista vada in galera per avere pubblicato un'opinione, pure ipocrita e repellente, ispirata a una notizia falsificata e mai rettificata, contenente una vaga incitazione al linciaggio? Io lo trovo incredibile.

Lasciamo anche stare il fatto che Sallusti quel pezzo non l'abbia scritto, ma che comunque ne sia penalmente responsabile in quanto direttore, perlappunto, responsabile, del giornalaccio che lo pubblicò. Non è incredibile che si vada in prigione perché si è responsabili di un giornalaccio dove si pubblicano ipotetiche incitazioni al linciaggio ispirate a notizie false e mai rettificate?

Sallusti poi avrebbe potuto fare il nome del giornalista ma si è rifiutato, anche se tutti dicono di sapere chi è: in particolare secondo Feltri è Renato Farina, che sul giornalaccio non avrebbe potuto scriverci, nel 2007, perché era stato radiato dall'albo, quando aveva dovuto ammettere di aver collaborato coi Servizi segreti (il che non è consentito ai giornalisti dell'albo) passando informazioni e pubblicando notizie false. Farina tra l'altro è deputato, quindi forse potrebbe godere dell'immunità, anche se quest'anno è già stato condannato per aver introdotto un tronista nella cella di Lele Mora (se non ho capito male io), il che costituisce falso in atto pubblico. E non è incredibile? Che qualcuno vada in prigione perché non rivela di aver lasciato scrivere ipotetiche incitazioni al linciaggio a uno spione che è stato radiato dall'albo e ha freschissimi precedenti penali? Io lo trovo incredibile.

Sallusti poi avrebbe potuto difendersi meglio, per esempio andando alle udienze, o pagando un avvocato, ma in appello (cito Facci, sperando non scriva stronzate) "l’avvocato di Libero tipicamente non si presentò in aula e però neppure il suo sostituto: il quale, nel frattempo, aveva abbandonato lo studio nell'ottobre precedente come del resto la segretaria, entrambi stufi di lavorare praticamente gratis. Fatto sta che all’Appello dovette presenziare un legale d’ufficio – uno che passava di lì, letteralmente". E non è incredibile? Che qualcuno vada in prigione perché non paga l'avvocato che dovrebbe difenderlo dall'accusa di aver lasciato scrivere ipotetiche incitazioni al linciaggio a uno spione radiato dall'albo con freschissimi precedenti penali? Secondo me è incredibile.

E guardate che cose del genere possono capitare a tutti, andiamo: chi di voi non ha mai rubato un biscotto nella dispensa? chi di noi, svolgendo occasionalmente l'onerosa funzione di direttore responsabile di un quotidiano, non ha lasciato scrivere opinioni discutibili (con annesse vaghe incitazioni al linciaggio) a uno spione recidivo, senza preoccuparsi nel contempo di pagare decentemente un avvocato che vada alle udienze d'appello? Basta con questa ipocrisia: capita a tutti, anche più volte l'anno, di lasciar scrivere stronzate a spioni radiati dall'albo, ma non per questo andiamo in galera; anche se ci condannassero, comunque godremmo della condizionale. Noi. Sallusti no. Lui no perché ha già dei precedenti, cioè gli è già successo di lasciar scrivere schifezze del genere a chissà che altra gente, e anche in quei casi non ha pagato l'avvocato, ora io dico: non è incredibile? Che uno possa andare in galera perché tende a lasciar scrivere a spie radiate dall'albo dei giornalisti infamie ispirate a notizie false e non rettificate, senza preoccuparsi di pagare un avvocato? Io lo trovo incredibile, non sto scherzando, sul serio non ci credo.

Infatti Sallusti in galera pare che non ci andrà. Ma non è comunque incredibile questo accanimento? Tu ti svegli un mattino, magari non hai voglia di leggere le notizie false e le provocazioni che spioni infami radiati dall'albo scrivono sul giornale di cui tu sei il direttore responsabile; magari ti sei dimenticato di pagare l'avvocato che ti assiste in queste cose; devi andare in galera per questo? Cioè è una cosa che non ci si crede, in che Paese viviamo.
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Sequestraci questo

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La settimana scorsa un giudice ha sequestrato un blog. Sì, un sito come questo, ospitato da blogspot, proprio come questo. Non voglio entrare nel merito della questione, non è il tempo né il luogo. Era un bel blog (lo è ancora, da qualche parte nei server di blogger), amatoriale nel senso migliore del termine, con punti di vista interessanti e informazioni difficilmente reperibili altrove. Mi era capitato già di saccheggiarlo tre anni fa, e ora continuo.
Il pezzo che incollo qui è una delle cose più leggibili e serie che si possono trovare on line su un argomento spinoso come la bufala degli abusi rituali satanici. Era apprezzato e linkato da molti altri siti. Adesso quei link finiscono nel nulla. Non lo trovo giusto.


La svolta satanica della Prometeo: RAY WYRE

Dal sito dell'associazione anti-pedofilia Prometeo è possibile leggere l'elenco delle personalità che ne compongono il Comitato Scientifico".


Ad una prima occhiata superficiale, l'elenco può impressionare per l'altisonanza di alcuni titoli che vengono indicati. Bastano tuttavia pochi click su Google per scoprire che "non è tutto oro ciò che luccica".

Concentriamoci ad esempio sul seguente personaggio: RAY WYRE (descritto come "massimo esperto inglese di pedofilia"). Si tratta effettivamente di un conosciuto criminologo britannico che ad oggi offre i propri servizi attraverso la "Ray Wyre Associates" (http://www.raywyre.uk.com/) ed ha in curriculum diverse collaborazioni anche con le istituzioni britanniche.

Orbene, se usciamo per un attimo dal sito ufficiale di Ray (promozionale ed autocelebrativo) e dai molti link che riportano ad occasioni in cui egli ha collaborato con Prometeo ed è intervenuto ai congressi da questa organizzati, e ci avventuriamo invece nel web indipendente, scopriamo qualcosa di molto interessante: Ray Wyre è stato protagonista (negativo) dei celebri "Broxtowe cases", un caso di falsa ritualità satanica avvenuto a Nottingham, e soprattutto egli sembra avere anche il triste ruolo fondamentale di traghettatore nel percorso che ha portato la bufala (o isteria collettiva) degli abusi satanici rituali (Satanic Ritual Abuse hoax, SRA) prima dagli USA in Gran Bretagna, e poi probabilmente dalla Gran Bretagna in Italia, attraverso Massimiliano Frassi e l'Associazione Prometeo.


Offro una sintetica traduzione riassuntiva della vicenda, come tratta direttamente dalle fonti citate in fondo:


PREMESSA - la credenza popolarmente diffusa nell'esistenza degli abusi satanici ritualizzati (SRA) affonda radici in tutta la storia umana, ma esplode nella sua forma attuale nel 1980 negli USA, allorchè subito dopo la pubblicazione del libro "Michelle Remembers" (dimostrato un falso) iniziano a manifestarsi denunce e testimonianze di simili fenomeni, prima mai riferiti. Nasce così il concetto dell'esistenza di estese reti segrete ed intergenerazionali di gruppi di persone dedite all'abuso sessuale, alla tortura ed all'uccisione ritualizzata di bambini. La psicosi si allarga rapidamente negli anni successivi negli USA e porterà ai notissimi casi di Bakersfield nel 1983 e della scuola McMartin a Manhattan Beach nel 1984;


1) nell'ottobre 1987, in Inghilterra a Nottingham 7 bambini provenienti tutti da una estesa famiglia (caratterizzata da gravi problematiche socio-psichiatriche) vengono presi in carico dai servizi sociali per una serie grave di abusi sessuali intrafamiliari (in questo caso adeguatamente provati e confermati dalle indagini mediche, che porteranno poi a condanna dei genitori e degli altri familiari responsabili). Sono i "Broxtowe cases";


2) I 7 bambini vengono assegnati a famiglie affidatarie. Su consiglio degli assistenti sociali, i genitori affidatari iniziano a tenere dei diari delle reminiscenze dei bambini;


3) nel febbraio 1988, RAY WYRE era stato chiamato dal servizio sociale di Nottingham a fornire la propria consulenza sul caso, in particolare ad effettuare una presentazione agli assistenti sociali del servizio ed ai genitori affidatari di quali fossero gli "indicatori" da ricercare con la tecnica del diario;


4) nel frattempo, il giornalista televisivo Tim Tate aveva prodotto un report per la televisione. Tate era un convinto sostenitore dell'esistenza degli SRA e dei network dei satanisti, ed aveva ottenuto da un collega statunitense una lista di "indicatori satanici", che aveva passato a RAY WYRE. Non ci sono dubbi sul fatto che questi fossero gli stessi indicatori che il presunto esperto WYRE presenta ad assistenti sociali e genitori affidatari;


5) poco dopo la trasmissione televisiva del report di Tate e l'intervento di WYRE sugli assistenti sociali e sui genitori affidatari, iniziano a comparire progressivamente nei diari dei bambini dei ricordi di episodi di satanismo, stregoneria, sacrifici umani ed animali, cannibalismo, sangue offerto da bere. Non mancano elementi di manifesta bizzarria, con trasformazione di bambini in rospi, madri che volano su scope, Superman etc. e non mancano neppure le descrizioni degli immancabili tunnel e case in cui avvenivano i rituali.


6) la Polizia locale sembra dare poco credito a questi elementi e a seguito di una breve indagine (Gollom Enquiry) si affermava di non ritenere che alcun rituale satanico fosse esistito nel caso in questione. In tale inchiesta si sottolineava come bambini e genitori si influenzassero a vicenda e come i genitori scambiassero le informazioni durante riunioni bisettimanali. Si crea però una spaccatura con gli operatori del servizio sociale, che presero invece per buona l'ipotesi della presenza di SRA e diedero pieno credito ai ricordi dei bambini, nonostante la loro palese assurdità. Lo stesso ritennero gli esperti WYRE e WEIR ed anche il giudice inquirente.


7) nel giugno 1988 si era ad una situazione di completa spaccatura tra Polizia (che rifiutava di investigare su qualsiasi nuovo fatto emergente dai diari) ed operatori del servizio sociale (che presentavano sempre nuove testimonianze di nuovi abusi che coinvolgevano anche altre persone e altri luoghi). Le amministrazioni locali si accordarono allora per affidare la soluzione della questione ad una nuova task force (Joint Enquiry Team, JET), composta da 2 membri di polizia e 2 operatori sociali, che non avevano avuto fino a quel momento nessun ruolo nel caso e partivano da una posizione neutrale;


8) al termine del 1989, venne consegnato il "Joint Enquiry Report", che escluse categoricamente che fosse mai avvenuta ritualità satanista nel caso Broxtowe. Il report indicava esplicitamente che solo dopo l'intervento di RAY WYRE compaiono nei resoconti dei bambini dei ricordi di altre persone coinvolte nei rituali e di abusi avvenuti in posti diversi dalla casa della famiglia dei bambini. Tra le indicazioni finali del report si leggeva anche che "L'uso delle correnti informazioni sui SRA nei servizi sociali dovrebbe essere fermato immediatamente, in assenza di qualsiasi evidenza empirica a suo sostegno. Le presentazioni che utilizzano questo materiale, che secondo noi non ha validità, dovrebbero anche cessare immediatamente, poichè esso è contagioso". Il report affermava anche che le tecniche di intervista insegnate da WYRE erano fallaci e che le risultanti testimonianze riflettevano in realtà le ossessioni degli assistenti sociali. Questo è ciò che la task force JET concluse a riguardo delle fonti e dei metodi "scientifici" che furono usati dal presunto esperto RAY WYRE.




E DOPO BROXTOWE?


9) I timori del JET si dimostrarono fondati, i loro appelli inascoltati ed il contagio si diffuse, dando luogo a diversi successivi casi di SRA in Gran Bretagna. In particolare, si segnala che breve tempo dopo che RAY WYRE tenne un corso di training di tre giorni per operatori di polizia e dei servizi sociali della città di Pembroke, West Wales, in questa comunità scoppiò il più esteso caso di abuso rituale Multi-victim Multi-offender (MVMO) della storia britannica. Grazie, WYRE.


10) Lo scandalo non sembra aver colpito la carriera dei presunti esperti in esso coinvolti e sia Tate sia WYRE sono comparsi in diversi altri programmi televisivi in cui hanno propagandato idee sulla presenza di cospirazioni sataniste (Tate in seguito ebbe anche guai giustiziari e fu costretto a pagare grossi riscarcimenti per alcune sue dichiarazioni in merito). WYRE prosegue la sua carriera di consulente.


11) Sabato 19 ottobre 2002 l'Associazione Prometeo invita RAY WYRE a Bergamo per una conferenza sulla pedofilia. Mi risulta che sia questa la prima volta che WYRE giunge in Italia (col suo bagaglio di conoscenza sugli "indicatori satanici"), ma su questo punto non è possibile trovare informazioni certe sul web. Non è neanche possibile risalire con esattezza a quando siano avvenuti i primi contatti tra WYRE e Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo.

Dal 2002 è comunque ininterrotta la collaborazione scientifica tra Prometeo e WYRE, definito un "maestro" da Frassi, che mi risulta esserne l'unico sponsor in Italia e che ne ha anche curato per primo la traduzione dei libri in italiano.

12) Nei primi mesi del 2003, il processo per i presunti abusi presso le scuole materne di Brescia subisce una improvvisa svolta, con l'estensione alla scuola Sorelli, la moltiplicazione delle accuse raccolte dalle madri attraverso interrogatori improvvisati e utilizzo di diari (!!). Questa fase vede la presenza attiva di una psicologa afferente all'Associazione Prometeo, che opera dalla parte delle famiglie accusanti. In questa fase nasce anche esplicitamente una "pista satanista" per la spiegazione dei presunti abusi di Brescia.



CONCLUSIONI

Tutti gli elementi tipici emersi nei recenti casi di RSA italiani (Brescia, Rignano Flaminio, Vallo della Lucania etc) erano presenti già nel caso Broxtowe (si consiglia la lettura integrale delle fonti sotto citate, poichè le corrispondenze sono davvero impressionanti).


Questi elementi invarianti sono stati importati in Europa da RAY WYRE attraverso la lista statunitense di "indicatori satanici" fornitagli dal giornalista Tate. RAY WYRE e Tate sono considerati responsabili di aver importato e diffuso in Gran Bretagna l'isteria collettiva sulla presenza di abusi rituali satanici.


Fin qui i fatti già documentati sul web e ampiamente indicativi della reputazione del sig. RAY WYRE. A questi fatti, possiamo aggiungere una nuova ipotesi suggerita dai fatti: Massimiliano Frassi e l'Associazione Prometeo potrebbero risultare essere responsabili di aver introdotto in Italia il contagio dell'isteria collettiva sugli abusi satanici rituali, attraverso il tramite della consulenza di RAY WYRE.




RACCOMANDAZIONI

Si conclude ricordando che in molti dei paesi in cui il fenomeno dell'isteria degli abusi rituali satanisti è dilagata a partire dai primi anni '80 (ad es. Stati Uniti ed Inghilterra), attualmente il fenomeno si è del tutto estinto. Purtroppo nel decennio di durata di questo fenomeno (tempo medio approssimativo, prima che la società civile metta in atto opportune risposte all'isteria) tali paesi hanno dovuto marcare un enorme ed assolutamente inutile costo in termini di sofferenza umana (degli onesti ingiustamente accusati, dei bambini irrevocabilmente plagiati, delle famiglie sconvolte, delle comunità spaccate), in termini di vite umane (innocenti suicidati, morti di crepacuore o erroneamente giustiziati) ed anche in termini economici, con costi a carico del sistema giudiziario e sanitario pubblico valutabili nell'ordine dei milioni di euro.


Negli stessi paesi, gli esperti attivi nella diffusione dell'isteria (psicologi, criminologi, operatori di agenzie antipedofilia etc), che hanno prodotto consulenze pubbliche o private a sostegno dell'ipotesi dell'abuso ritualistico pur in mancanza di vere prove, hanno ottenuto invece grande visibilità e realizzato notevoli guadagni economici sotto forma di contributi pubblici e di parcelle professionali.


In molte situazioni estere, il dilagare del fenomeno è stato arrestato non solo mediante l'approvazione di nuove leggi ad hoc, ma anche mediante la messa in stato di accusa e la condanna (penale o professionale) di quegli psicologi, operatori sociali, magistrati che avevano contribuito al dilagare del fenomeno con la propria inadeguatezza tecnica e deontologica.

Si ritiene opportuno e urgente un intervento del Governo Italiano e dell'Autorità Giudiziaria.



Fonti
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SITI GENERICI SUL SRA:
http://www.ags.uci.edu/~dehill/witchhunt/
http://www.religioustolerance.org/sra.htm


SUL CASO BROXTOWE-NOTTINGHAM:
http://www.users.globalnet.co.uk/~dlheb/introduc.htm (il report del JET)
Dominique Nephtys
http://www.clogo.org/Archives/ASGL-L/03/0349_1997-06-23.html (articolo del 'Private Eye' magazine(articolo del 'Private Eye' magazine)


SUL CASO PEMBROKE:
http://www.religioustolerance.org/ra_pembr.htm
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Proletario, proprio

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Coraggio, ormai ci siamo. Ancora qualche mese, forse appena qualche settimana, e poi Cesare Battisti sarà estradato in Italia: e il mondo finalmente sarà un luogo più sicuro per tutti. Un giardino fiorito dove portare i figli a giocare, senza più dover temere le insidie degli empi Proletari Armati per il Comunismo.
Sul serio, fa bene al cuore sapere che non c'è luogo al mondo dove un terrorista possa nascondersi all'occhio di una Giustizia implacabile. Anche se dopo tante chiacchiere forse abbiamo perso un po' di vista la vicenda in sé. Forse è meglio tornare ai fondamentali: perché merita di scontare l'ergastolo, Cesare Battisti?

Per aver ucciso il maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro? Questo almeno secondo il pentito Mutti, ex compagno di Battisti. In cambio del nome dell'assassino, Mutti ottenne uno sconto di pena. Quando poi nuove prove costrinsero Mutti ad ammettere che Santoro lo aveva ucciso lui, Battisti rimane collegato all'omicidio in qualità di “copertura”. Uhm.

Per aver ucciso il macellaio Sabbadin? Anche questo risulterebbe dalla testimonianza del pentito Mutti. A un certo punto però un altro ex compagno, Diego Giacomin, confessa di aver ucciso Sabbadin insieme a Mutti. E anche stavolta quella di Battisti rimane una “copertura armata”.

Per aver ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani? Eh, ma in questo caso ha un alibi: stava facendo la “copertura armata” ai due che lo stesso giorno ammazzavano Sabbadin. In questo caso Battisti è stato condannato in qualità di co-ideatore e co-organizzatore.

Per aver ferito il figlio di Torregiani, che è quel signore sulla sedia a rotelle che spesso viene intervistato in qualità di parente delle vittime, e vittima egli stesso? Ma a ferirlo fu proprio il padre, che rispose al fuoco dei Proletari Armati. Battisti nemmeno c'era (stava coprendo, secondo Mutti, gli assassini di Sabbadin).

Allora per aver ucciso l'agente Digos Andrea Campagna... in questo caso almeno è stato riconosciuto come esecutore materiale... sì, ma sempre in base alla testimonianza di Mutti, (altro giro, altro sconto di pena). E dire che anche in questo caso c'è un reo confesso, Giuseppe Memeo. Aveva un complice, biondo, alto 1 metro e 90. L'identikit preciso di Cesare Battisti, cotonato, e con 30 cm. di tacco.

E allora, insomma, siamo sicuri che se lo merita un ergastolo, Cesare Battisti? Altroché. Almeno per i motivi che vado ad elencare.

1. Perché ha scommesso sugli asili politici sbagliati: il Sudamerica e soprattutto la Francia, con quella Dottrina Mitterand che all'inizio sembrava il bengodi, ma a ben vedere non era che la capricciosa concessione di un sovrano illuminato. Morto il re, fine della Dottrina. Se Battisti si fosse studiato un po' meglio il mondo, se avesse scelto come asilo un Paese davvero serio, ad es., il Giappone... oggi probabilmente gestirebbe una fiorente attività di import-export, e ogni tanto si farebbe anche fare qualche intervista telefonica in Rai. Peggio per lui, doveva pensarci prima: ergastolo.

2. Perché ha fatto lo scrittore e diciamolo, un ex terrorista che fa lo scrittore non ce la conta giusta. Specie lo scrittore noir. Insomma, non ha l'aria di una cosa seria. Vuoi mettere con Zorzi e il suo import-export? è roba da adulti, un modo per dire lasciatemi stare, non faccio più politica, faccio soldi. Oppure un bell'impegno nel sociale, tipo che so, attivista di Nessuno Tocchi Caino... ecco, se prima ammazzavi la gente e poi ti trovi un posto a Nessuno Tocchi Caino, è chiaro che lo fai perché sei pentito del male che hai fatto, perché vuoi salvare tante meritevoli vite umane, e questo noi italiani lo capiamo: siamo cattolici, perdio, anche Pannella. Cioè alla fine cosa vuoi che sia la complicità in quattro omicidi, per giunta comprovata in processi farsa... quello che ci premeva, Cesare, è che tu ti facessi un pianto, che ci chiedessi scusa. Ma i noir, come si fa a chieder scusa coi noir? E allora ergastolo, tie'.

3. Perché può farsi tutti i romanzi e tutti gli scioperi della fame che vuole, ma in fin dei conti resta sempre e solo un ladruncolo, Cesare Battisti. Uno che se lo arrestano, cosa fa? Scappa! Che razza di comportamento. Proletario, proprio. Un terrorista di classe non si comporta così. Un terrorista di classe per prima cosa vende qualche ex compagno in cambio di uno sconto di pena. Vedi Mutti: ha ammazzato più o meno le stesse persone che ha ucciso Battisti, e in otto anni si è sistemato, altro che ergastolo. Oppure si ficca in qualche meritevole Onlus, e facendo due conti... se Fioravanti per una novantina di omicidi si è fatto 26 anni, a Battisti con quattro morti e qualche altra rapina quanti mesi avrebbero dato? Giusto il tempo di buttar giù un noir di tema carcerario. Che poi come minimo glielo avrebbe pubblicato Mondadori. Ecco, si vede da queste piccole cose che non è uomo di mondo, Battisti. E allora basta, ergastolo. Niente di personale, ma te lo meriti tutto.

A questo punto però io ho una proposta. Visto che ormai lo abbiamo preso, e con tutto il baccano che ha fatto è difficile che lo libereremo mai più (è diventato un simbolo, e coi simboli non si scherza); visto che i vecchi processi non si possono rifare... non potremmo aprirne altri, e condannarlo per qualcosa di più importante, come per esempio la bomba alla stazione di Bologna? Rifletteteci bene. A lui non costerebbe un giorno solo in più, ma in compenso il suo sacrificio ci aiuterebbe a crescere i nostri bambini. Sì, perché questa cosa della liberazione di Fioravanti e Mambro alla lunga si rivelerà destabilizzante. Come si fa a crescere dei bimbi rispettosi della legge, in un Paese dove uno che si è preso 8 ergastoli gira per strada... secondo me persino Fioravanti e la Mambro hanno qualche difficoltà.

F. MAMBRO: Non devi picchiare i tuoi compagni con la catena del motorino.
BAMBINO: Perché?
F. MAMBRO: Perché non è giusto.
BAMBINO: Sì, ma concretamente cosa rischio? Mi togliete l'uso della playstation per cinque minuti con la condizionale?
F. MAMBRO: I prepotenti fanno una brutta fine.
BAMBINO: Ahahah, mamma, sei un vero spasso.
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Passa la Storia, fai ciao con la manina

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(Ristampa da un anno fa)

Genova fu una dimostrazione fascista.

Genova dovremmo iniziare a raccontarcela in un modo diverso.
Quando dico “raccontare”, non parlo di bugie, ma dell’esigenza di raccogliere centinaia di testimonianze, memorie, fotogrammi, in un qualcosa che abbia un capo e una coda, un senso e una morale: un racconto.
In questo racconto, di solito, ci sono gli 8 uomini più importanti della terra riuniti in una città, e migliaia di persone seriamente preoccupate per la situazione che vanno nella stessa città a manifestare il loro malcontento. Alcuni erano pacifici, altri molto meno, alcuni erano immersi in una loro mitopoietica personale di zone rosse e armature di gommapiuma, alcuni la sapevano più lunga. E parecchi hanno preso tante, tantissime mazzate, soprattutto in una scuola (le Diaz) e una caserma (Bolzaneto). Un ragazzo è morto. Noi ce la raccontiamo così, e tutto sommato nel nostro racconto non c’è niente di sbagliato. Resta comunque un racconto insoddisfacente, che non spiega quasi nulla.

Il nostro racconto pecca del solito vecchio peccato: l’autoreferenzialità. Siccome a Genova c’eravamo anche noi, riteniamo giusto raccontarlo dal nostro punto di vista. Preso il treno, fatto il corteo, prese le mazzate, ripreso il treno. Tutto questo può essere interessante (anche le foto delle vacanze sono interessanti, a piccole dosi), ma è solo la punta dell’iceberg.
È tempo di ammetterlo: noi non siamo i protagonisti di Genova. Un livido, una cicatrice, un bello spavento, non ha fatto di noi i protagonisti. Avremmo voluto tanto esserlo, una volta almeno nella nostra vita. Con tutte quelle videocamere in giro il rischio di passare alla Storia era molto forte. Ma anche stavolta i fatti ci hanno oltrepassato, e di molto. Genova avrebbe dovuto essere la nostra manifestazione, ma non lo è stata.

Genova è stata la manifestazione dei ragazzi in uniforme blu, in uniforme nera, in tuta aderente con casco accessoriato, con scudo di plexiglas, con lacrimogeni non omologati. Genova è stata la sagra del tonfa, il manganello multiuso. Genova è stata la dimostrazione delle forze dell’ordine, che venivano da tutte le parti a confrontare le proprie esperienze: bella la tua divisa, forte il tuo manganello, fammi vedere come usi lo spray. Come se qualcuno avesse detto (e qualcuno deve averlo detto): adesso vi facciamo vedere quanto riusciamo a essere fascisti, se c’impegniamo. Quasi un esperimento, che nei giorni successivi fece molta paura: e se fosse stato l’inizio di un nuovo stato di cose? La paura sfumò quando ci rendemmo conto che no, finita la sagra la giustizia italiana riprendeva il suo corso sbuffante, incerto, ma sui soliti binari repubblicani. Era stato un esperimento, e neanche molto riuscito. Meno male. Però adesso vorremmo che ci raccontassero la storia.

La mamma bastonata, il pancabbestia straniero preso a calci in testa, non sono i veri protagonisti. Tutto quel che possono raccontare sono le loro mazzate, prese senza sapere il perché. Molto più interessante, più drammatico e più intrigante, sarebbe il racconto di chi quelle mazzate si è messo a darle: chi sei? Da dove vieni? Com’è che d’un tratto, da difensore della legge e dell’ordine, ti sei trasformato in un picchiatore di vecchiette? Hai preso qualcosa? Qualcuno ti ha fatto un discorso? Quante cose potresti dirci, se ne avessi voglia. E che storia ne verrebbe fuori, se anche i tuoi colleghi parlassero.

Altro che le nostre cronache scipite – treno-corteo-mazzate-treno – che ormai fanno sbadigliare gli invitati a cena. L’inizio potrebbe essere ambientato da qualche parte in un ministero. O nei quartieri generali di una forza dell’ordine, con un gruppo di persone che si pone problemi e trova soluzioni. Alcune di queste persone avranno avuto le mostrine, altri le cravatte; ad ogni buon conto noi vorremmo conoscerli tutti: poter dare un nome e un cognome a certe decisioni importerebbe moltissimo. Vorremmo anche un capitolo circostanziato sul training dei ragazzini in uniforme blu e nera sul piazzale di fianco al nostro: quelli che mentre noi facevamo i seminari sul disastro climatico e la Banca Mondiale, prendevano appunti sui manifestanti dotati di razzi terra aria e gavettoni di sangue infetto. Quelli che mentre noi ascoltavamo Manu Chao e mandavamo giù birra e salsicce, si caricavano con la techno e mandavano giù pasticche. Vogliamo sapere come mai su quel defender in Piazza Alimonda si trovavano due sbarbatelli, e uno aveva in mano la pistola e l’altro il volante. Quanto daremmo per dettagli anche piccoli, ma succosi, come ad esempio: quel poliziotto che si graffiò il giubbotto alle Diaz e poi si autodefinì accoltellato, fu un geniale improvvisatore o eseguiva un ordine?

Identificare le responsabilità, risalendo le catene di comando, sarebbe il minimo. Noi vorremmo qualcosa di più: preso atto che a Genova ci fu una colossale manifestazione delle forze dell’ordine, che eclissò la manifestazione anti-g8, vorremmo sapere per quale motivo i poliziotti e i carabinieri manifestavano. Vorremmo capire il senso: era un messaggio? A chi era rivolto? E ha funzionato? Perché alla fine della fiera rimane in noi la sensazione di essere stati menati a casaccio, per nessun motivo, da gente che in realtà pensava ad altro, e menava la nuora perché la suocera intendesse. Non è piacevole. Una volta si diceva “vogliamo sapere per cosa combattiamo”. Noi siamo molto più pacifisti: ci accontenteremmo di sapere per quale motivo le abbiamo prese. E ne abbiamo prese tante.

Prendete le registrazioni saltate fuori in questi giorni. Forse non aggiungono nulla al quadro probatorio, eppure è sconvolgente il solo fatto che esistano ancora. Sei anni fa, dopo essere tornati a casa, vivevamo nell’incubo che tutto quello che era successo sarebbe stato cancellato. La polizia che col blitz in sala stampa aveva preso possesso dei server indymedia avrebbe cancellato ogni prova. Si è poi visto che di prove in giro ce n’erano ancora in abbondanza. Ma le registrazioni di questi giorni sono documenti interni della polizia: qualcosa che gli uomini in uniforme avrebbero potuto cancellare infinite volte in questi sei anni, così come hanno fatto sparire le molotov di loro fabbricazione. E invece no. Queste registrazioni sono rimaste: qualcuno ha deciso di conservarle. E qualcuno le ha fatte avere ai legali delle vittime. Chi sarà stato mai? Un poliziotto che dopo una manciata d’anni ha cominciato a vergognarsi, come Fournier? O qualcuno che anche stavolta usa le botte del G8 per dire indirettamente qualcosa a qualcun altro? E a chi?

Si dice che i vecchi poliziotti non buttino mai via niente, simili anche in questo ai vecchi macellai. Anche nel nastro meno interessante, debitamente invecchiato, c’è sempre da trovare qualcosa per ricattare qualcuno. Lo sa bene Pollari, che deve avere una cantina fantastica, piena di registrazioni millesimate ("Senti, senti che aroma questo D’Alema del 1999”). Tutto questo è molto interessante, anche se alla fine della fiera resta una delusione. La delusione di chi ha visto la Storia passare davanti ai caschi e i manganelli, e si è messo in posa pensando di avere un posto in prima fila. E invece no. Eravamo solo le vittime predesignate del solito gioco italiano troppo difficile da capire, e impossibile da raccontare. Però sarebbe interessante, anche solo provarci.
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Le chiacchiere stanno a 0,00

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L'immagine di un Paese si fa con i fatti

Tokyo, 8/7/2008
"All'Italia servono fatti, non manifestazioni". Silvio Berlusconi, dal Giappone, guarda con distacco alla protesta organizzata a Roma da Antonio Di Pietro e dai 'girotondini'. Secondo il premier la maggioranza degli italiani è stanca di questo sterile dibattito sulla giustizia: ben altre sono le priorità. "L'immagine di un Paese - aggiunge - si fa con i fatti e adesso dobbiamo rimediare al disastro" dovuto all'impatto che la "tragedia dei rifiuti" in Campania ha avuto all'estero.

Ottawa, 19/7/2009
“Le proteste lasciano il tempo che trovano, all'Italia ora servono fatti”. Silvio Berlusconi, dalla sede canadese del G8+8, non si mostra particolarmente preoccupato dalle manifestazioni “no-censura” organizzate in tutt'Italia dai gruppi di sinistra. “È ridicolo che il dibattito su un decreto nato per salvaguardare la dignità delle più alte cariche dello stato occupi le prime pagine dei giornali. Come se la priorità degli italiani fosse la cosiddetta “libertà” di scrivere su un giornale o su internet sconcezze eversive sul Presidente del Consiglio, e non i problemi veri, come per esempio l'emergenza rifiuti che affligge il comune di Roma”

Shangai, 6/7/2010
“La sinistra continui pure a occuparsi di scemenze, io penso ai fatti”. Dal vertice cinese del G20, Silvio Berlusconi liquida con una battuta lo sciopero generale organizzato da sindacati e opposizione contro le Leggi Speciali. “In questo periodo di grave crisi internazionale, la maggioranza degli italiani è con me nel ritenere necessaria un accentramento dei poteri nelle mani del Premier, con o senza il consenso di quelle assemblee di legulei (il riferimento è al CSM e alla Corte Costituzionale) che non hanno mai ricevuto un mandato popolare e sono ormai un cancro per la democrazia. Per fortuna gli italiani sanno apprezzare l'azione del governo, che negli ultimi mesi è riuscito con successo a fermare l'emergenza dei rifiuti sul crinale Tosco-emiliano”.

Islamabad, 16/7/2011

“La situazione è grave”, ha ammesso Sua Eccellenza il Presidente Berlusconi durante la conferenza stampa del vertice dei P80, “ma non mi faccio certo impensierire dai nemici interni che nella clandestinità portano avanti ridicole campagne diffamatorie contro la mia persona. Io non faccio chiacchiere, io faccio i fatti. Il prelievo fiscale straordinario, la tassa sul macinato e la messa al bando delle reti wireless infestate da comunisti e pedofili sono interventi che la maggioranza degli italiani ritiene necessari, in una situazione di emergenza come questa. Del resto gli effetti benefici si sono già fatti sentire: sono fiero di poter annunciare che nella notte di ieri i rifiuti sono stati ricacciati sull'argine destro del Po. Vinceremo!”

Tradotta della Valtellina, 7/7/2012
MESSAGGIO DI SUA ECCELLENZA IL CAV. BERLUSCONI ALLA NAZIONE:
Italiani, coraggio! In questi giorni così difficili per il nostro Bel Paese, la certezza della Vittoria Finale non deve abbandonarci mai. Vi invito per questo a non ascoltare le chiacchiere dei traditori, che speculano su bandi e decreti di nullo interesse.
A tal proposito, confermo che il mio Governo non ha, ripeto, non ha mai varato un decreto che preveda lo “Jus primae noctis” per il Presidente del Consiglio. Sono fanfaluche propalate ad arte da rimestatori che lavorano in intelligenza col nemico e che non hanno evidentemente altri argomenti. Il mio governo non ha infatti mai ritenuto necessario modificare la legge Capezzone del 2011, che prevedeva agevolazioni fiscali per le cittadine maggiorenni normodotate in grado di fornire prestazioni sessuali al Presidente del Consiglio in carica. Trovo altresì penoso dover perdere tempo a chiarire queste sciocchezze alla vigilia della riscossa, quando so bene che sono i fatti, solo i fatti, che vi interessano.
Voci di roghi e rivolte contro i rifiuti in tutte le grandi città dell'Alta Italia ci confortano: Italiani, ancora un piccolo sforzo.
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Paracoolander

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Sempre su Diacoblog - quest'oasi di professionismo giornalistico nel deserto dilettantistico del web italiano - trovate l'intervista di Pierluigi Diaco a Totò Cuffaro. In tutto, 1356 parole (8774 caratteri). 75 sono di Diaco, che anche in così poco spazio non rinuncia a offendere sintassi e ortografia. Le restanti 1281 sono farina del sacco di Cuffaro, che pure avendo tutto lo spazio per protestare la sua innocenza, non si abbassa a tanto. Si limita a riconoscere, bontà sua, che per non schiodare dalla poltrona dopo una condanna ci vuole molto coraggio, e lui ce l'ha: più o meno lo stesso coraggio di Gandhi. Ma non risponde a nessuna domanda in merito al processo. Anche perché queste domande Diaco non gliele fa. La domanda più cattiva è sui cannoli.

Presidente Cuffaro, se durante il dibattito d’aula dovesse percepire un clima ostile, ci vorrà più coraggio a restare al governo della Sicilia o a dimettersi? E lei cosa farà?
“Ci vorrà senz’altro più coraggio a restare che a lasciare tutto e ritornare a vivere da privato cittadino. Ma io come Gandhi penso che “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince”. Ed io che le mie scelte le ho sempre fatte apertamente avrò il coraggio di non fuggire e restare a governare la mia meravigliosa terra così come i siciliani mi hanno chiesto e continuano a chiedermi”.


Questo è Cuffaro. E questo è Diaco. Il piccolo grande padre costituente del PD che ci siamo persi.
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sui vostri schermi nel 2018

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La caccia al Cinghiale

È vero: in quell'occhio di animale braccato e non domo, si legge la stessa incredulità che affliggeva la smorfia altera del Craxi caduto. La domanda è la stessa: perché proprio io, per quale motivo dovrei pagare per tutti? Per aver fatto quello che fanno tutti, quello che tutti continueranno a fare? È giustizia questa?

La risposta non spetterebbe a me, comunque sì: è la giustizia degli uomini. Imprecisa, sommaria, disorganizzata soprattutto. Quel che risulta più difficile, in tanta umana imperfezione, è credere a un complotto di magistrati anti-Mastella, e magari anti-Prodi. Io (che non ne so niente, ricordo) preferisco pensare che anche stavolta i magistrati stiano agendo da inconsapevoli anticorpi di un sistema che c'è, ma è caotico e ingovernabile: i popoli, le nazioni, sono in qualche modo intelligenze collettive - anche se intelligenze nel nostro caso è una grossa parola. Non c'è nessun grande vecchio che da un tavolo di comando decida di amputare la corruzione italiana a partire da Mastella: non è così che funziona, pensate piuttosto all'Italia come a un'ottusità collettiva che si gratta i pidocchi, magari la rogna: e grattarsi non è sempre il rimedio migliore, ma indubbiamente dà un certo sollievo.
Può darsi che Mastella non sia davvero peggio di molti altri, ma la giustizia non è infallibile. Non persegue tutti nel medesimo momento: da qualcuno deve pur cominciare, e di solito inizia dai pesci più piccoli.

L'errore di Mastella, il suo peccato di superbia, è aver creduto di poter giocare per sempre nel ruolo di ago della bilancia. Mentre gli ex compagni DC d'ambo i poli inseguivano improbabili accozzaglie di centro, lui rifuggiva qualsiasi ecumenismo e si arroccava nelle sue fortezze campane, geloso di quel quattro per cento che avrebbe dovuto difenderlo da qualsiasi minaccia. Immemore del precedente di Craxi (e di Altissimo, Nicolazzi, Giorgio La Malfa: quei capipartito del due-per-cento che durante la recessione del '93 furono i primi a saltare). Incurante di quella semplice lezione di fisica empirica che dice: l'anello più debole è il primo a spezzarsi. In fondo l'errore di Mastella è quello di tanti industrialotti del nord, che a dispetto della retorica anti-terrona gli somigliano per temperamento, e che credevano di poter restare piccoli e impuniti in un mondo sempre più grande e sempre più controllabile e intercettabile. Mastella non l'ha capito, e cadrà per questo. Oltre che per il fatto di non essere, forse, un politico integerrimo. Ma questo non spetta a me dirlo.

Ai tempi di Craxi i magistrati rottamarono i vecchi arnesi della prima repubblica sorretti dalla volontà popolare, che di quella classe dirigente sentiva di non avere più bisogno. Alla rabbia dei primi anni Novanta subentrò la nuova religione berlusconiana, che polarizzò gli italiani in due schieramenti mai visti prima. Oggi che il berlusconismo, o almeno quel tipo di berlusconismo è sfumato (ma nuove versioni sono in cantiere), gli italiani si guardano in faccia alla ricerca non tanto di un capo, ma di un capro espiatorio, qualcuno di cui poter dire almeno “è colpa sua”. L'antipolitica è questa, e i tribuni alla Beppe Grillo la solcano solo in superficie: lo stesso Grillo ha più volte rammentato ai suoi che il problema non è un solo Mastella, ma non è servito a niente. Mastella deve pagare per tutti, perché si ostina a essere piccolo e riottoso, proprio mentre nella nazione si diffonde l'idea che i localismi siano la piaga da combattere. L'“Italia frammentata” del rapporto Censis, l'“Italia sfilacciata”, a “coriandoli”, del cardinal Bagnasco: il messaggio arriva da tutte le parti ed è univoco: le minoranze hanno rotto, i cespugli vanno trattati a diserbante. All'orizzonte c'è forse una Grossa Coalizione d'emergenza, una legge elettorale con uno sbarramento alto, o magari il referendum: che è forse il motivo vero per cui Mastella, dopo le dignitose dimissioni dell'altro giorno, ieri abbia improvvisamente silurato il governo. Per lui è l'ultima possibilità di andare alle urne con le vecchie alleanze, prima che il nuovo bipartitismo lo sradichi definitivamente. Probabilmente gli andrà male. E invece a noi?

Cosa ci accadrà, dopo Mastella? È lecito sperare che il suo esempio serva da monito ai colleghi, come se davvero colpirne uno ne educasse cento? Se ho dei dubbi, non è per pessimismo cosmico. Ma i veri cambiamenti riguardano il popolo, e il popolo non mi è sembrato mai così rassegnato. Non solo: ma noto che a tanti anni di distanza non ci siamo ancora liberati degli orfani di Craxi, che vanno in tv, fanno le fiction, e ostentano tuttora incredulità per la sorte riservata a quel grande statista un po' intrallazzone. Come se il passato fosse inarchiviabile: i rifiuti che credevamo di aver differenziato e reciclato, sono stati semplicemente nascosti in qualche discarica a cielo aperto dove qualcuno li andrà a ripescare per servirceli in tavola all'ora di cena. E pure a Mastella, tra dieci anni, dedicheranno una fiction. Una fiction non si nega a nessuno.
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Caro amico Barbaro

Forse è l’Italia la terra dei mille piccoli pasolini. Prima si sono ammazzati l’originale, e poi: “presto, su, mangiatene tutti”. Il risultato sono trenta milioni di opinionisti da bar e qualche migliaia di commentatori sui blog, tutti con quel ritornello pronto: “Io so. Anche senza le prove, so”.
Come no. Hai sentito due chiacchiere, hai visto due foto, scorso i titoli, e sai. Sai anche la formazione della nazionale, se te la chiedono. Ma è chiaro che i pedofili di Rignano stamattina hanno un valore aggiunto.

Di quelli di Brescia invece nessuno parla più – eh, come? C’è stato un caso di pedofilia in una scuola materna a Brescia? Un prete, un bidello, sei maestre? Tutti assolti? Ne sai qualcosa? Niente. Quando l’inchiesta cominciò, quando ci furono i titoloni e i servizi in tv, tu sapevi tutto. Mi avevi anche spiegato cosa avresti fatto al bidello o alla maestra “se li avessi avuti tra le mani”. Adesso invece non sai niente. Ed è curioso, non trovi? La tua conoscenza dei fatti è inversamente proporzionale ai gradi di giudizio. Cioè: man mano che le sentenze diventano definitive, tu cominci a non saper nulla, a dimenticarti proprio. Eh? Un caso a Brescia? Dove? Come? Quando?

Io e te abbiamo una cosa in comune: non sappiamo niente. Non per maleducazione o negligenza. La nostra è un’ignoranza tecnica: le poche cose che abbiamo imparato, le sappiamo da servizi giornalistici confezionati non troppo professionalmente.
Siccome io non so niente, come te, non ho molto da dire su Rignano. Mi sembra tutto pazzesco. Ma non avendo ancora accennato all’idea di strozzare le maestrine a mani nude, probabilmente passerò come un innocentista. In realtà no: non sono innocentista: sono uno che non sa niente. Ma non ha importanza: per uno come te, che “sa”, quelli che non sanno sono ultra-garantisti, piagnoni intellettuali, checche, e non checche qualsiasi, ma checche passivamente complici di reati di pedofilia, per cui domattina dovrai cambiare bar e spiegare a qualcun altro cosa faresti “se mi avessi tra le mani”.

Se posso in qualche modo venirti incontro, credo che una certezza ci sia, ed è la peggiore: quei bambini sono stati molestati. Che sia stata una squadra di maestre con un autore televisivo e il primo benzinaio di pelle scura recuperato nei dintorni, o che sia stato un pool di psicologi, assistenti sociali e genitori un po’ allarmisti, qualcuno ha fatto grossi danni a quei bambini. Cosa preferisco pensare? Che le graduatorie degli insegnanti siano infestate da satanisti pedofili o che psicologi e genitori in Italia siano psicologicamente predisposti a una caccia alle streghe? La seconda opzione sembra meno terribile, ma è comunque terribile.

Io però non avrei voluto nemmeno parlare, di quell’orribile caso: perché non ne so niente, davvero, e le chiacchiere non rimediano l’ignoranza dei fatti. Io volevo parlare di te, perché ti conosco bene: e non mi piaci.
Finché è un bar, pazienza: ci si viene per altri motivi, e le chiacchiere sono inconcludenti per definizione. Ma quando vai su un blog (come questo o questo), tu non cerchi generi di conforto. No. Tu ci vai esattamente per scrivere i commenti che scrivi: se li avessi tra le mani li strozzerei, li impalerei, non so cosa farei (finalmente una cosa che non sai: quale costume da boia ti calzi a pennello) E la presunzione d’innocenza? Ma “ci sono tante cose che qualcosa per forza dev’esser vero”. Come no.
Tu non mi piaci perché in questa società, in questa civiltà, ci stai da ospite. Avremmo dovuto essere un po’ selettivi alle frontiere: non solo a Lampedusa, ma anche all’esame di maturità. Forse servirebbe una specie di giuramento sulla Costituzione. Non lo so. So solo che tu sei un barbaro, che approfitti di tutti i comfort di uno Stato di diritto ma pensi allo stesso tempo di poter venire in un bar o su un blog a parlare di Legge del Taglione e diritto alla Faida. Vienmi poi a parlare di Civiltà occidentale. Civiltà? E imparare un alfabeto?
Non solo sei un barbaro, ma un barbaro pre-cristiano: Teodorico l’ostrogoto ti sopravanza in civiltà di diverse spanne. Guarda che il cristianesimo lo hanno fondato anche un po’ per te, per toglierti quell’ansia primordiale di strozzare i colpevoli. Se tu fossi un buon cristiano, ti rilasseresti: Dio vede tutto e chi ha fatto male i piccoli brucerà in un fuoco eterno. Strozzarli oggi non aggiunge nulla al castigo.

Ma se uno la fede non ce l’ha, mica se la può inventare… e va bene. Per quelli come te c’è lo Stato laico. Ma ha le sue regole. La giustizia laica è tutt’un’altra cosa rispetto a quella che tu pensi. per certi versi è stata inventata proprio per difendere i colpevoli dai barbari come te… e per difendere i barbari come te da sé stessi.
E non ti voglio dire, con Beccaria, che la pena dovrebbe essere educativa: e chi ci crede più in Beccaria? Mi basterebbe che tu capissi che lo Stato non è un’istituzione preposta alle vendette corporali. Punire i colpevoli è importante, ma è molto più importante evitare che altri reati siano commessi. E a tale scopo questo tuo insanabile prurito alle mani è dannoso, te ne rendi conto? Quando esterni la tua voglia di strozzare, dai quasi l’impressione di voler occultare delle prove. Se quanto denunciato a Rignano fosse vero, i servitori dello Stato dovrebbero per prima cosa far luce su una rete di complicità ramificata e spaventosa. Altro che strozzare i colpevoli, allora: bisognerebbe farli parlare, con ogni mezzo. Magari con la tortura (il carcere duro italiano è tortura) ma persino con delle concessioni, se fosse necessario. Perché la priorità non è strozzare un colpevole: la priorità è prevenire gli abusi sui bambini.
E qui arriviamo alle accuse gravi. No, non contro i pedofili, contro di te.

Ogni volta che ti sento parlare, o che ti leggo, caro amico Barbaro, mi domando: qual è la tua priorità? Prevenire altri casi di abuso sui minori o strozzare qualcuno? Qualcuno che sicuramente, forse, chissà, è colpevole?
Questo tuo gettarti con le mani avanti, ogni volta che i giornali ti servono il mostro pronto, è molto sospetto. Non appena nasce un caso, tu vuoi strozzare i colpevoli. Il che significa che tu desideri che ci siano colpevoli. Come a dire che desideri che il caso non scoppi come una bolla di sapone. Se poi si scoprisse che i bambini non sono stati toccati, tu rischieresti persino di mostrarti deluso.
Io non so se Rignano sia una bolla di sapone, ma so che in passato ce ne sono state. Negli anni Ottanta negli Usa ci fu una vera e propria epidemia di casi di questo tipo nelle scuole dell’infanzia (via Macchia). Molti furono arrestati. Quasi tutti poi assolti.
Questo tipo di bolle nascono precisamente per colpa tua. Sono i barbari come te che comprano i mostri pronti in prima pagina. Sono quelli come te che si attaccano al tg più urlato e colpevolista che può offrirti il mercato. Questa tua ansia di strozzare qualcuno crea il mostro, lo capisci? Quattrocento anni fa era l’untore, oggi è il pedofilo, con qualche variante.

La volontà di sapere, l'ansia di strozzare. Per colpa della tua curiosità malata, e del tuo mal sublimato prurito alle mani, innocenti vanno in galera e bambini si auto-convincono di cose orribili. E tu nel frattempo te ne vai in giro per i bar o per i blog, a dire quanto ami i bambini. È possibile che tu, da piccolo, abbia effettivamente preso qualche ceffone di troppo. Ma qui da noi non è una scusa. Forse non commetti nessun reato, ma sei un ospite della civiltà, e alla lunga gli ospiti puzzano. Tornatene nella tua grotta, vuoi?
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...and Justice for all

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Storia di uno Scalzacane

Ho fatto un sogno. Ho sognato che la legge era uguale per tutti...

Scalzacane Augusto non era nessuno. Feccia di feccia, gramigna che si rampica dai tombini a non spurgarli. Com’è possibile che premeditasse qualcosa Scalzacane, lui che nemmeno sua madre aveva premeditato? Sedeva su una cassetta di frutta quando gli dissero, ti piace questa moto? Ci porti un pacchetto ad amici nostri a Roma, ed è tua.

Nel pacchetto c’era tanta roba bianca da comprarsi la fabbrica delle moto; ugualmente a Scalzacane parve un affare. Lo pizzicarono in un autogrill nel Casertano, da tanto che sbandava. L’esame delle urine confermò la prima impressione della pattuglia: Scalzacane aveva testato parte del carico per saggiarne la qualità, o per farsi coraggio. A questo punto avrebbero anche potuto sbatterlo a Rebibbia o Poggioreale e gettare via le chiavi, ma la Fortuna a volte è ciecata proprio. O l’avvocato d’ufficio era in giornata. O il giudice s’era distratto. Fatto sta che Scalzacane, ritenuto un galoppino inconsapevole, in quanto consumatore abituale si ritrovò al ricovero coatto riuscì a ottenere un ricovero in Comunità.

Lì non si stava male. Ci incontrò un altro avvocato, un po' ruvido ma bravo. Tu in realtà non hai fatto nulla, gli disse. La moto non era tua, la roba nemmeno. Perché non ricorri in appello?
Scalzacane odiava la parola Appello: la associava a quel momento mattutino scolastico in cui la maestra lo chiamava per cognome e i compagni ridevano. Forse era stata l’ansia dell’Appello a determinare il suo abbandono scolastico, all’età di nove anni e mezzo. "Non hai capito niente", gli disse l’avvocato. "L’Appello è come il secondo turno in Coppa Italia, hai presente? Il primo lo hai giocato in trasferta, adesso ti tocca giocare in casa".
Scalzacane era scettico, ma non aveva nulla da perdere.

In sede di dibattimento tutto sembrava effettivamente contro di lui: colto in flagrante con un chilo di stupefacenti sotto la sella. "Ma", si chiese il nuovo avvocato, "se la moto fosse stata rubata? Non dico che il mio cliente l’abbia rubata, ma putacaso? Com’è che uno Scalzacane qualsiasi va in giro in Honda? Qualcuno ha si è dato la pena di cercare i documenti, il numero di telaio? Cos’è questa novità, che appena rubi un mezzo in Italia diventi penalmente responsabile per quello che trasporta? E se sull’Honda rubata dal mio assistito c’era una barra di uranio cosa facciamo, lo deferiamo alla CIA per traffico di Armi di Distruzione di Massa?"
"Si avvii alla conclusione", disse il Giudice.
"Certo. Dicevo che tanta approssimazione nelle indagini desta qualche sospetto. Qui si è voluto fare dello Scalzacane un capro espiatorio. Il processo di primo grado durò quarantadue minuti: 42? In Italia? In tanta rapidità, in tanta sbrigatività, Vostro Onore, non posso che ravvedere un Fumus Persecutionis".

Il Giudice borbottò qualcosa. Il processo fu spostato a Frosinone.
Nella nuova arringa, l’avvocato si profuse in una lode alle qualità umane di Scalzacane, questo umile ma non domo figlio del sud. Ammesso e non concesso che si fosse impossessato di una moto, lo aveva fatto sotto la pressione di un gruppo di loschi figuri. Spacciatori? Camorristi? E perché non un pool di magistrati camuffati, decisi a punire l’ignaro Scalzacane per educarne cento?
"Dunque", disse il giudice, "se ho capito bene la sua tattica è screditare l’intera magistratura. Ma funziona?"
"Dipende", rispose l’avvocato. "È una lotta di nervi. Io li ho ben saldi, e lei?"
Scalzacane fu assolto dall’accusa di spaccio per mancanza di prove. Restava il furto. "Ma quale furto, disse l’avvocato. Si ruba qualcosa a qualcuno. Qualcuno ha mai reclamato la Honda? Ha denunciato il furto? Il numero di telaio è limato: e allora? Mi dovete dimostrare che la moto era di qualcuno, prima che se ne impadronisse il mio assistito".
"Mi scusi – ebbe a dire il pubblico ministero – ma delle due, l’una: o la moto appartiene a qualcun altro, e quindi Scalzacane l’ha rubata…"
“Questo è un teorema!”
“...oppure appartiene allo Scalzacane, che quindi la usava per trasportare ingenti quantità di stup…”
“Obiezione! Non stiamo discutendo di questo! C’è una sentenza in Appello che dice che il mio assistito non è uno spacciatore”.

La moto intanto arrugginiva nel deposito dei CC: se prendi Otto in matematica ti ci faccio fare un giro, diceva il custode a suo nipote. Il nipote vegliò notti insonni sull’algebra ed alzò effettivamente la media dal tre-e-mezzo al quattro-meno, ma non cavalcò mai il bolide blu. Scalzacane fu assolto nel giro di due settimane.
“E mo’ che faccio”, si chiese. Il ricovero non gli dispiaceva, in fondo. Era entusiasta soprattutto di questa cosa dei tre pasti al giorno. Sono abitudini che se le prendi, poi non te ne liberi.
“Ma la giustizia è più importante”, gli disse l’avvocato. “Oggi hai avuto la tua rivincita, e se vuoi puoi giocarti la bella: terzo grado, assoluzione con formula piena. Ti servirà un nuovo avvocato, però: io lavoro gratis solo con i pazienti della comunità, lo sai”.
“E se ti pagassi come ti pagano quelli fuori?”
“Costo troppo, mi dispiace”.
“Ah vabbuò, peccato però, tu eri bravo. E dire che la prima volta che t’aggio visto non mi fidavo affatto, sai?”
“Lo so. Faccio questa impressione”.
“Non offenderti, eh? Ma è la faccia. Con quei segni che ci tieni, marò…”
“Si dice rughe. Profonde rughe mediterranee”.
“Come vuole lei. Allora arrivederci, avvocato Previti, e buona fortuna”.
“Addio, Scalzacane, buona fortuna a lei”.

Ho fatto un sogno. Ho sognato che la legge era uguale per tutti.
Che incubo.
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