Dieci anni in Paradiso

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1° novembre – Tutti i Santi

A chi di voi legge abbastanza abitualmente il Post, può capitare ogni tanto di trovare in prima pagina un pezzo sul santo cattolico del giorno. Di solito li firmo io, e non parlano necessariamente del santo del giorno. A volte non è proprio il santo cattolico - a volte non è nemmeno un santo - a volte non parlano proprio di niente in particolare, ma insomma ormai sono una tradizione, da quand'è che sul Post escono questi pezzi? Da dieci anni. Auguri! Cioè in realtà il blog dedicato aprì dieci anni e quasi un mese fa (il primo pezzo era dedicato a Santa Teresina del Bambin Gesù), ma credo abbia più senso festeggiare nel giorno dedicato a tutti i Santi. Come passano in fretta dieci anni, ultimamente.

Santi agiografati sul Post per secolo dopo Cristo.

L'idea era molto più antica (ho degli appunti che risalgono al 2002) e ispirata, credeteci o no, all'oroscopo di Internazionale, sì quello di Bob Brezsny che in realtà credo di avere smesso di seguire proprio verso il 2002 quando ho capito, e mi ci è voluto pure un po', che non era ironico, che ci credeva davvero. Ma insomma il concetto era simile: decostruire una delle classiche rubriche da quotidiano, usarla come cavallo da Troia per scrivere tutto quello che mi andava. Ovviamente i santi non hanno l'appeal dell'oroscopo, ma non bisogna sottovalutare che ogni giorno è l'onomastico di qualcuno - certo, è un discorso che funziona finché si dedicano pezzi a Francesco o a Teresa, non ad Agabo o a Gwynllyw. In ogni caso il nome più gettonato fin qui è Giovanni: Giovanni Bosco, Giovanni Nepomuceno, Giovanni decollato, Giovanni da Copertino, Giovanni Paolo II, Giovanni Damasceno, Giovanni Evangelista e non dimentichiamo che anche Francesco d'Assisi in realtà si chiamava Giovanni (c'è anche un pezzo su Giovanni Lindo Ferretti, che però non è ancora esattamente un santo, anzi spero lo diventi il più tardi possibile). Tra i nomi femminili probabilmente vince Maria, non solo perché alla madre di Dio sono già stati dedicati nove pezzi, ma anche grazie a Maria Maddalena, Maria Goretti, Maria Egiziaca, Marguerite-Marie Alacoque e perché no? Jean-Marie Vianney.

Provenienza geografica (se i confini fossero sempre stati quelli del 2021).


Ho messo un link al primo pezzo ma è molto difficile che funzioni - come notano gli esperti, Internet come archivio è una frana. In particolare dopo due o tre anni il Post fece un restyling generale e non vorrei che sembrasse una critica, insomma lo so che sono cose inevitabili, ma i link più vecchi non funzionano più e alcuni pezzi sono visibili solo parzialmente, perché erano divisi in pagine. A volte penso che dovrei mettere a posto tutto, un pezzo alla volta. Altre volte penso che si farebbe prima a ripartire da capo. Ho cominciato entrambe le cose e mi sono interrotto entrambe le volte. Sul mio vecchio blog personale ho ricopiato quasi tutti i pezzi, ovviamente modificando le cose di cui mi vergognavo di più e a volte smontando e rimontando cose qua e là e ora il risultato è che in giro per il web ora ci sono due o tre versioni dello stesso pezzo. Una cosa molto medievale, tutto sommato.

Ho detto medievale? Quando ho cominciato ero convinto che avrei parlato soprattutto di Medioevo, ma a quanto pare non è stato così. Anche se la media di tutti i pezzi (inclusi quelli dedicati ai patriarchi e ai profeti della Bibbia, la cui datazione è abbastanza incerta) mi dà come risultato il 745 dC, i secoli più visitati in assoluto sono il primo (una ventina di pezzi è dedicata a personaggi del Nuovo Testamento) e il terzo, il secolo ruggente dei martiri. Il personaggio più antico sarebbe Isacco: quello più recente, sia per età che per canonizzazione, Giovanni Paolo II, non a caso soprannominato "Santo subito". Il secolo medievale più frequentato è il Duecento, grazie agli ordini mendicanti. C'è un altro picco più difficile da interpretare nel Cinquecento. La contemporaneità (Otto e Novecento) si difende bene: una ventina di santi su... a proposito, quanti santi abbiamo coperto fin qui?

Santi per cittadinanza, un grafico che non ha moltissimo senso.


Il conto è difficile. Occorre detrarre i pezzi in cui davvero il santo era un mero pretesto, e i casi in cui ho voluto trattare da santo un personaggio che non lo è, o un santo che la stessa Chiesa ha riconosciuto come mai esistito (Simonino). Ma è capitato anche il contrario, ovvero che uscisse sul Post un pezzo su una santa che ancora non lo era (Angela da Foligno) e qualche anno dopo lo è diventata. Al netto di ciò il conteggio dice 10243, a cui bisogna evidentemente detrarre le diecimila vergini che secondo la leggenda sarebbero state martirizzate con Sant'Orsola (ma è probabile che si tratti di un errore di traduzione). Se evitiamo di contare anche i 40 martiri di Sebastea e i 26 compagni di Paolo Miki (questi ultimi purtroppo furono crocefissi davvero in Giappone, non è una leggenda) si arriva al comunque ragguardevole totale di 178: a questo punto l'obiettivo di farne almeno 365 non sembra poi così lontano. Speriamo che i prossimi dieci anni non scorrano ancora più veloci. Abbiamo 60 martiri (più i 40 di Sebastea), 42 vergini, 35 vescovi, 113 eremiti, sette monaci (per lo più benedettini), sedici frati (con una netta preponderanza dei francescani), 19 religiose, soltanto quattro gesuiti, 13 personaggi dell'Antico Testamento tra cui sette profeti; 14 teologi, 5 apostoli; l'unica categoria che si può dire chiusa è quella degli evangelisti, quattro su quattro.

Santi italiani per regione
Santi italiani per regione


Da dove vengono i Santi di cui qui si è parlato? Qui il conto è complicato dal fatto che in duemila e più anni i confini sono cambiati e di molto, al punto che una delle nazioni più rappresentate sarebbe la Turchia: che però al tempo dei dieci santi in questione non si chiamava ancora così, dato che i turchi vivevano altrove. In ogni caso, se decidiamo di applicare arbitrariamente i confini di oggi a tutti i santi di tutte le epoche, scopriamo che un terzo del totale proviene dalla cosiddetta Italia. All'interno di quest'ultima, il Lazio è decisamente la regione più venerata, e in generale metà dei Santi proviene dal centro, tra Toscana e Abruzzo. La seconda nazione contemporanea, con un quinto del totale, sarebbe Israele, e non sorprende: al terzo la Francia, al quarto appunto la Turchia. Se invece proviamo ad assegnare a ogni santo la cittadinanza che gli sarebbe spettata alla nascita... entriamo in un ginepraio di questioni oziose; diciamo che prevale la nazionalità ebraica, da Isacco a San Pietro, sempre con un quinto del totale: al secondo posto l'Impero Romano classico, quello che crolla ufficialmente nel 476. Ma è un dato che non dice un granché. Più rilevante contare i santi per sesso: risulta che tre su quattro sono maschi, e se probabilmente sul calendario il rapporto è appena un po' meno sbilanciato in loro favore, mi sembra incredibile aver dedicato 42 pezzi a delle sante, insomma a delle donne: mai me ne sarei creduto capace. A proposito di sessi bisogna rilevare che anche in una categoria come quella dei santi, che non si segnala certo per fluidità, i casi di ambiguità sono meno infrequenti di quel che si potrebbe pensare: abbiamo almeno tre santi rivendicati come patroni dalla comunità LGBT (Sebastiano, Sergio e Bacco) oltre a tre crossdresser, se includiamo nella categoria oltre a Marina e Vitaliano anche Giovanna d'Arco, dato il peso che la scelta di vestire abiti maschili ebbe nella sua incriminazione.

Non riapriamo l'annoso dibattito

Colgo l'occasione per ringraziare tutti quelli che hanno letto fin qui e scusarmi per tutte le volte che mi avete chiesto qualcosa e non vi ho risposto per ignavia o sbadataggine: prometto che d'ora in poi sarò più sollecito ecc. Ringrazio i redattori del Post, che mi hanno corretto tante cose, e il peraltro direttore che mi ha sempre lasciato libero di scrivere qualsiasi sciocchezza: un onore che ho ripagato scrivendone molte, e molte ancora spero di scriverne. Certo, lo sappiamo tutti, Brezsny è su un altro livello, ma si fa quel che si può. Alla prossima.

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Non Dea Madre, ma madre di Dio

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 1 gennaio – Maria, madre di Dio

 
Vergine alata dell'Apocalisse, di Miguel de Santiago. pittore ecuadoregno del XVII secolo (di solito i pittori tolgono le "ali d'aquila", che allontanano la Donna dalla Maria evangelica, ma pure risultano in Apocalisse 12, 14).


Il primo giorno di gennaio, alcuni lettori del Post lo sapranno già, il calendario cristiano ricordava la circoncisione di Gesù – otto giorni dopo la nascita, secondo la legge ebraica. A un certo punto, non è nemmeno chiaro quando, la ricorrenza è stata in qualche modo declassata: il fatto che Gesù fosse nato e cresciuto come ebreo non poteva essere negato, ma nemmeno enfatizzato (vedi il modo abbastanza singolare in cui è stata liquidata la reliquia del Santo Prepuzio). Soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, il primo di gennaio è diventato la festa di Maria Madre di Dio, almeno nel rito romano (non in quello ambrosiano). Non è l'unico caso in cui una ricorrenza mariana è stata spostata nel calendario come a coprire qualcosa che si percepiva non più consono; ma il capodanno è un caso emblematico di come la mariologia si muova sottotraccia in seno al cristianesimo, senza far troppo parlare di sé, con piccoli spostamenti che si percepiscono soltanto dopo qualche secolo – basta distrarsi cento, duecento anni e ops! ti ritrovi a contare gli anni a partire a partire dalla festa di una Dea Madre. Ma com'è stato possibile?

Non avevamo distrutte tutte da millenni? Non avevamo dichiarato ufficialmente i loro adoratori dei malati di mente ("dementes") già a Tessalonica nel 380? In un certo senso sì. Eppure... date un'occhiata alle bandiere in giro per il mediterraneo. Sono tutte di origine settecentesca, illuminista, razionale, vero? In Europa dodici stelle, nei Paesi arabi la mezzaluna (anche se quest'ultima viene spesso associata alla religione islamica, la sua presenza sugli stemmi ottomani diventa sistematica nel Settecento). E se vi dicessi che rimandano entrambe alla stessa divinità, e che questa divinità ha meno in comune con Cristo o Allah che con qualche antica Madre? Probabilmente esagererei. Mettiamola così: con certe divinità il cristianesimo è dovuto venire a patti. Non è cosa di cui andare fieri, e in effetti su questo genere di compromessi i teologi preferirebbero tacere, o almeno spostare la discussione su un campo più astratto.

Forse la più antica raffigurazione che ci sia arrivata del simbolo della luna crescente associato con una stella (più probabilmente il sole), in un sigillo di epoca neosumera (2000 avanti Cristo).

È quel che succede per esempio nel 428, quando Nestorio, patriarca di Costantinopoli, solleva l'obiezione: come possiamo chiamare Maria "Madre di Dio" (Theotókos)? Come può un essere umano a essere genitore di una divinità? Non è che l'obiezione non avesse un senso. Nestorio non aveva problemi ad accettare che Gesù fosse sia uomo che Dio; ma non accettava che Maria potesse essere considerata madre di entrambi. In quel grembo vengono ad annodarsi tutte le contraddizioni di una religione ormai egemone ma ancora in fase di assestamento dottrinale: il problema trinitario (se Dio è uno solo, può Maria essere madre del suo creatore?), quello cristologico (in che senso Gesù è sia Dio sia uomo?), quello mariano: come raccontiamo ai fedeli questa cosa che Dio ha reso gravida una ragazza, in modo che non ricordi assolutamente quei vecchi miti bavosi sugli Dei che vanno in giro a molestare giovani e giovincelle? Meglio insistere sulla verginità della ragazza in questione, non solo prima ma addirittura dopo: certo, ne soffre un po' la verosimiglianza, ma è il prezzo da pagare per allontanare l'idea che Dio-Padre sia un padre di carne che feconda come fanno gli altri padri. A questo punto è chiaro che Maria non può essere una donna qualsiasi, ma Madre di Dio? Nestorio preferiva chiamarla "madre di Cristo" (Christotokos). Ai suoi oppositori la cosa sembrava sospetta, per motivi forse non sempre confessabili. Perché per quanto gli avversari di Nestorio si siano affannati a trasformare la questione in un complesso meccanismo neoplatonico comprensibile soltanto agli addetti ai lavori, il sospetto è che dietro a questo complesso paravento si celasse una realtà molto più terra-terra: "Madre di Dio" era un compromesso, un modo per dire e non dire "Dea madre".

Nel giro di una generazione la piccola Bisanzio era diventata la Nuova Roma immaginata da Costantino: una metropoli fungata sul Corno d'Oro. I nuovi abitanti, accorsi da ogni parte dall'impero non avevano tradizioni in comune. La città, in quanto rifondata da Costantino dopo la conversione, non poteva nemmeno vantare martiri importanti. Ma al di là del Bosforo il paganesimo continuava a pulsare, in quel subcontinente che aveva sempre opposto la sua massa critica al razionalismo ellenico: l'Asia Minore, o Anatolia.

Efeso, Turchia: il sito si trova in quello che un tempo era l'estuario del fiume Kestros. Comprende insediamenti ellenici e romani. A Efeso fu costruito il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico, di cui oggi rimane ben poco.[/caption]

Buona parte della manovalanza che aveva costruito la città e ci era rimasta ad abitare veniva là, e non avrebbe rinnegato così presto Artemide, la grande Madre degli Efesini, cinta di innumerevoli mammelle (secondo alcuni sono testicoli di toro: insomma simboli di fecondità, irrimediabilmente pagani). I discendenti degli antichi bizantini non avrebbero dimenticato volentieri Ecate, antica protettrice della città, che durante l'assedio del 340 aC, spuntando dalle nuvole con la sua luna crescente aveva protetto la città dall'incursione notturna di Filippo il Macedone. A Nestorio non si poteva rispondere così: e però il concilio che si riunì nel 431 per sconfessare le sue idee fu convocato da Costantino proprio a Efeso, di tutte le città disponibili. I seguaci di Nestorio si rifugiarono oltre il confine orientale dell'impero, riuscendo a imporre le proprie idee (più estreme di quelle del loro patriarca) sulla Chiesa persiana. La Nuova Roma, sempre più conosciuta come Costantinopoli, si consacrò alla Madre di Dio. Nessuna reliquia era venerata come il Maphorion, il manto della vergine (ma i costantinopolitani conservavano anche qualche goccio del suo latte materno). Le basiliche più importanti non furono dedicate a martiri in carne e ossa, come nella Roma occidentale, ma a concetti personificati e di sesso femminile: la "Santa Pace" (Sant'Irene) e soprattutto la Sapienza di Dio: Santa Sofia.

L'interno della basilica di Santa Sofia, il 2 luglio 2020 (Chris McGrath/Getty Images)

Il fatto che questa Quasi Divinità femminile non somigliasse molto alla Maria di Nazareth storica tratteggiata nei vangeli era stato superato includendo nel Nuovo Testamento un testo ben poco simile agli altri: l'Apocalisse attribuita a San Giovanni. La "donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo", che "grida per le doglie e il travaglio del parto", destinata a partorire "un figlio maschio, il quale deve reggere tutte le nazioni con una verga di ferro" è un'immagine di maternità regale che ci è possibile ritrovare anche a due millenni di distanza, e non soltanto nelle raffigurazioni mariane. Lo Pseudo-Giovanni del resto scriveva nel mediterraneo già globalizzato del secondo secolo, mescolando simboli già rimasticati. Una donna abbinata alla luna non poteva che rammentare una dea lunare, non una in particolare ma un po' tutte: Artemide (luna crescente), Selene (luna piena), Ecate (luna calante, anch'essa di origine anatolica e spesso raffigurata una e triplice: celeste, terrestre e marina). La posizione della luna sotto i piedi lascia immaginare che la Donna abbia sostituito la stella del mattino in un simbolo già frequente sulle monete persiane e anatoliche. Lo Pseudo-Giovanni aggiunge però sul suo capo dodici stelle, chiaro riferimento alle dodici tribù del popolo d'Israele. Si incontrano così nella sua visione tre immagini che avrebbero proseguito i loro percorsi fino ad arrivare alla contemporaneità: la mezzaluna protettrice di Bisanzio, rivendicata dai conquistatori ottomani, sulle bandiere moderne delle nazioni musulmane; le dodici stelle, sulla bandiera del Consiglio d'Europa (e poi dell'UE). Persino la Donna del cielo è stata sventolata almeno una volta su una bandiera, durante la rivoluzione messicana. Ma in generale preferisce riapparire nelle visioni mistiche, soprattutto da Lourdes in poi. Buon anno a tutti (ma soprattutto a tutte).

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Dolcetto o fine del mondo (come lo conoscevamo)?

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Non credo sia il problema prioritario, ma ho sentito qualcuno lamentarsi anche del fatto che i bambini non potranno suonare i campanelli, stanotte. Insomma come cresceranno, senza Halloween?

Giornale di Brescia

Sinceramente non lo so, ma quando ho sentito la domanda mi sono reso conto di avere avuto una vita interessante. Certo, non come quella di chi ha assistito a una rivoluzione o a una guerra mondiale, ma non mi posso lamentare, ad esempio ho visto nel giro di un quarto di secolo la parola Halloween trasformarsi da inquietante titolo di un film dell'orrore, a festa sul calendario: prima osteggiata e poi progressivamente accettata dagli adulti, al punto che ora si domandano se potranno i loro figli sopravvivere alla sospensione di una tradizione che sembra già antichissima e non ha neanche vent'anni. E vorrei dire: tranquilli, ragazzi, anche i vostri genitori non giravano per strada mascherati il 31 ottobre, e in un qualche modo sono cresciuti anche loro; ma ecco, forse non è un buon argomento, perché in effetti: come siamo cresciuti? Non è che abbiamo preso un certo benessere occidentale pompato della Guerra Fredda come un diritto fondamentale dell'uomo, e ora non sappiamo distinguere tra un regime totalitario e un governo che ci toglie temporaneamente cinema e ristorante perché non vorrebbe intasare (scusate eh) le terapie intensive? 

Ho sentito molta più gente paventare una nuova chiusura delle scuole, e se da una parte sono felice dell'importanza straordinaria che attribuiscono all'istituzione in cui lavoro (sul serio chi se lo sarebbe aspettato, anche solo un anno fa), dall'altra ho paura che mi cada la maschera mentre recito un copione che non ho scelto: tutti si aspettano che io dica che la scuola è sicura, molto più sicura di piscine palestre e bar, e che i loro figli possono andarci senza nulla temere, il che non è vero, anche se in tv l'avete sentito dire da questo o quel medico: gente che lo dice in tv, comunque, ma si guarda bene dal ripeterlo quando si mettono nero su bianco le linee guida ministeriali. Non importa, a quanto pare la scuola deve tenere la posizione, costi quel che costi: chiuderanno i bar e i forni, ma la scuola è troppo essenziale. Che figli crescerebbero, senza cinque ore al giorno nella stessa stanza (seduti a un metro di distanza con la mascherina sul naso)? Dei disadattati, molta gente ho sentito usare questa parola: disadattati. E non posso fare a meno di domandarmi: disadattati a cosa? Al mondo come ce lo immaginiamo noi; quello coi cinema gli aperitivi, i bambini mascherati a Halloween eccetera. Un mondo che in ogni caso sta per cambiare, non nel modo più auspicato, certo, ma neanche così imprevisto. Cioè è da un po' che ce lo dicevamo, che avrebbe potuto finire così, no?


È novembre ormai, di solito a questo punto nel Mar Glaciale Artico si è già formato uno strato di ghiaccio – quest'anno no. Dall'altra parte del mondo un'altra porzione di permafrost si sta scongelando dopo decine di millenni, liberando altro metano che non sappiamo bene come interagirà con l'atmosfera. Sempre dal permafrost potrebbero arrivare altre novità indesiderate ma non del tutto impreviste: virus, batteri, cose con cui dobbiamo imparare a convivere. Il mondo che lasciamo ai nostri figli è un mondo molto diverso da quello a cui ci siamo adattati noi: richiederà altri atteggiamenti, altri valori. Che crescano disadatti al vecchio mondo, non è necessariamente un male. Tra i tanti capi di cui ci imputeranno, ho il sospetto che i lockdown del 2020 non saranno il peggiore. Scusate il pessimismo, fate conto sia la mia storia di paura per stasera.

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Buon primo maggio (un nastrone)

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Buon primo maggio, che è anche la mia festa – quest'anno più del solito. E anche se il Concertone non è tra le prime cento cose che rimpiango del mondo prima della  pandemia, mi fa un certo effetto pensare che accendendo la tv non lo troverò.

In compenso qui c'è una playlist. Ho cercato di mescolare le cose più banali (ma necessarie) con altre che magari qualcuno qui non ha mai sentito o non sente da mille anni, o da febbraio. Non so per voi, ma per me ormai è quasi la stessa cosa. Stick with the Union, 'till every battle's won.


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Niente di nuovo dal fronte del Natale

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Natale è vicino, si riapre il Fronte del Presepe Nelle Scuole: l'infinita battaglia per salvare una delle tradizioni natalizie più specificamente italiane, nonché più legate all'aspetto cristiano della festa. Il Presepe Nelle Scuole, per definizione, è minacciato, è a rischio di scomparsa, ecc. Il bollettino più aggiornato lo dà il Giornale: dunque pare che un membro del consiglio regionale del Veneto (lista Zaia) abbia tentato invano di regalare un presepe tradizionale a una scuola primaria di Mestre, senza prima chiedere una delibera del Consiglio di Istituto. La sorpresa del consigliere è legittima: l'anno scorso la sua Regione aveva stanziato un fondo di 50.000 euro per non lasciare neanche una scuola veneta senza un presepe. Dove sono finiti tutti quei soldi? Vuoi vedere che li hanno spesi in gessetti e computer invece che in asinelli e in buoi?

Il Krampus
Dal Fronte per ora questo è tutto: un po' poco. Certo, a Trieste è passata una mozione del Consiglio Comunale che dovrebbe rendere il presepe "obbligatorio". Certo, Matteo Salvini non si è dimenticato di ricordarci che "chi tiene Gesù fuori dalla porta delle classi non è un educatore". Insomma l'artiglieria continua a sparare, ma non è chiaro contro chi: tutte queste scuole che smettono di fare il presepe forse non esistono più, ammesso che siano mai esistite. L'impressione è che nelle trincee sia rimasto soltanto qualche ufficiale, mentre il grosso delle truppe festeggia nelle retrovia, magari sotto un abete illuminato. Quanto al nemico, il perfido infedele deciso a distruggere le nostre tradizioni a partire dal presepe, forse nelle trincee non c'è nemmeno mai sceso. I musulmani italiani in particolare non hanno mai dato l'impressione di sentirsi offesi dal presepe, anzi. La Lega Islamica del Veneto addirittura è arrivata al punto di regalare presepi agli amministratori – e nonostante tutto il presidente continua a sentirsi bersaglio di polemiche. Forse è inevitabile, forse il Fronte del Presepe ormai è una tradizione natalizia: c'è chi addobba l'albero, c'è chi compra i regali, c'è chi scrive su facebook che le nostre sacre tradizioni sono in pericolo e se la prende con infedeli immaginari – non i musulmani, gli indù, i buddisti o gli ebrei che lavorano con lui o studiano con suo figlio: piuttosto dei folletti da fiaba malvagi che nottetempo smonterebbero i presepi nelle scuole e nelle chiese.

Il Fronte del Presepe non è che un il teatro minore di un grande conflitto immaginario, la Guerra del Natale – "War On Christmas" la chiamano in America, dove è scoppiata addirittura ai tempi del maccartismo. Ai tempi il bersaglio prescelto erano marxisti ed ebrei, sospettati di voler eliminare l'augurio "Merry Christmas" dalle cartoline, in favore di un più laico e materialista "Happy Holidays", buone feste (ironicamente, molte canzoni natalizie americane sono state scritte da compositori ebrei). Dopo decenni di tregua, la guerra si è riaperta dopo l'Undici Settembre: anche negli USA, a nulla valgono le proteste d'innocenza dei musulmani, o i loro rassicuranti video di auguri natalizi; anche laggiù il vero nemico non sono loro, ma un entità più vaga e malvagia, un complotto anti-cristiano e anti-americano che ogni anno deve minacciare l'esito felice della celebrazione; quasi una rielaborazione postmoderna del Krampus, il mostro che nel folklore dell'Europa Centrale dev'essere domato da Santa Klaus prima della notte di Natale. Quarant'anni fa il Krampus erano i marxisti e gli ebrei, oggi sono i musulmani, domani a chi toccherà.

Natale è vicino, e come ogni anno qualcuno sta per intonare un'invettiva contro la deriva consumistica di quella che era una festa cristiana (l'anno scorso memorabile fu quella di Cacciari). A nulla varrebbe obiettare che il Natale è ormai festeggiato spontaneamente anche dove i cristiani sono un esigua minoranza (in Cina è sempre più popolare); che le tradizioni natalizie universalmente più condivise non sono particolarmente cristiane, ed esistevano già prima che la festa pagana del Sole Vincitore fosse assorbita dal calendario cristiano. Tra le non molte cose che abbiamo in comune coi nostri contemporanei cinesi, c'è la capacità di riconoscere al volo un'immagine di Babbo Natale; tra le ben poche cose che abbiamo in comune coi nostri antenati pagani e barbari, c'è l'abitudine di scambiarci doni e dolci a base di frutta candita nei giorni intorno al solstizio d'inverno. Il vecchio con la barba bianca è San Nicola di Myra, oggi in Turchia, lo sanno tutti; ma forse non tutti sanno che prima di lui era lo stesso Odino a cavalcare nella notte del solstizio, portando dolcetti ai bambini che lasciavano carote sul davanzale per il suo cavallo a otto zampe. Quanto alla data del 25 dicembre, nessun vangelo ne parla (nessun vangelo precisa né il mese né l'anno della nascita di Gesù Cristo), ma coincide singolarmente con la festa del Sole Invitto, che l'imperatore Aureliano introdusse nel 274... (Continua su TheVision).


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Toccata e fuga

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Quando ero ancora piuttosto piccolo, dopo le cene dai nonni che ricordo lunghissime, me ne andavo a rovistare tra i vecchi fumetti - Oscar Mondadori ingialliti, con le vignette piccolissime, c'era roba fantastica lì dentro, c'era il primo libro italiano dei Peanuts (Il bambino a una dimensione con prefazione di Eco), c'era BC, c'era Bristow, c'era il Topolino di Gottfredson (La banda dei piombatori! Il mistero delle collane!), c'era la primissima e quasi illeggibilissima versione di Spirit, tanto erano piccola vignette, insomma c'era tutta l'educazione di cui avevo bisogno. E poi c'era, un po' sopra gli altri quasi a tenermelo lontano, un volume di storie strane, che mettevano paura. Erano fumetti tratti da racconti di Ray Bradbury, alcuni (seppi poi) famosissimi, altri introvabili, come questo. Quel volume è l'unico che ho sentito l'insopprimibile necessità di trovare su ebay, qualche anno fa, quando ero in cerca di storie di Halloween che facessero paura sul serio. Pubblico qui una di quelle che mi fecero più impressione - ci penso ogni volta che faccio le pulizie, in realtà non così spesso. Buon Halloween a tutti.













































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Il Natale è solo relativista culturale (rassegnatevi)

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Ci sono idee talmente buone che hanno funzionato per millenni. Ad esempio qualcuno a un certo punto (terzo secolo?) prese la festa pagana in cui si onorava il Sole, trionfante dalle tenebre tre giorni dopo il solstizio d'inverno, e ci appiccicò la storia evangelica di una sposina in cerca di alloggio per la notte che partorisce il salvatore dell'umanità.

Vedo l'asino, vedo le pecore, ma dov'è il bue?
Quel tizio sconosciuto trasformò la festa dell'imperatore nella festa dei pastori, e dei poveracci in generale; si impadronì del giorno in cui si celebrava l'unità dell'impero, e lo trasformò nella notte in cui un forestiero bussa alla tua porta, ti chiede ospitalità e ti porta la Luce del Mondo. Quel tizio era un genio, basti vedere quanto la sua idea ha funzionato.

Per contro, quei signori che vogliono prendere la festa del bambino galileo nella stalla giudea, e trasformarla in un Vessillo dell'Occidente da sventolare in faccia ai nuovi arrivati, ecco, siccome non sono i primi che ci han provato, per loro credo di avere una cattiva notizia.

Non funziona. Magari per qualche anno, ma più probabilmente no. Vi si sgonfierà il pandoro, vi cascheranno gli angeli dalla stalla del presepe. Lo spumante saprà di tappo e anche quest'anno nessuno vi porterà il regalo che avevate chiesto. A chi lo avevate chiesto, poi: al Dio che chiude la porta in faccia ai forestieri?
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Peggio dei Maya

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Immaginate un’antica civiltà che misurasse il tempo in cicli solari di 365 rotazioni terrestri (aggiungendo una rotazione ogni quattro cicli), o “grande computo”, e in cicli più corti di sette rotazioni terrestri, o “piccolo computo”. La settima rotazione era un periodo dedicato a riposo e preghiera. Si noti che 365 non è un multiplo di 7, e che quindi ogni ciclo del grande computo cominciava in un momento qualsiasi del piccolo computo e viceversa.

Quest’antica cultura conosceva già gli equinozi, ovvero i momenti in cui i raggi solari sono perpendicolari all’asse di rotazione terrestre, e in tutta la terra luce e buio durano lo stesso periodo. In ogni ciclo del grande computo avvenivano due equinozi, a uguale distanza: il primo segnava l’arrivo della bella stagione, il secondo la sua fine.

Infine, tra grande e piccolo computo ve ne era un altro, intermedio, che andava da un plenilunio e l’altro. Siccome i pleniluni avvengono ogni 29 rotazioni terrestri e ½, anche questo computo era indipendente dagli altri due.

Quest’antica civiltà aveva varie feste, tra le quali una delle più importanti si festeggiava una volta ogni grande computo, nella settima rotazione del piccolo computo successiva al primo plenilunio successivo al primo equinozio. Non era molto facile calcolarla, no. Quell’antica civiltà siamo ancora noi, e oggi è la prima domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Buona Pasqua.
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(In tv) un altro Natale è possibile!

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Prima o poi arriva per tutti il momento. Non importa quanti Natali abbiate già alle spalle, e quanti ne abbiate passati imparando a memoria Una poltrona per due, o Tutti insieme appassionatamente, o La vita è meravigliosa. Prima o poi arriverà, anche per voi, il momento in cui in cui sbadigliando sul divano vi accorgerete che vi si siete rotti le... come chiamarle... palle di Natale, ecco, quelle dell'albero ovviamente. Eppure un altro Natale è possibile. Ecco qualche titolo assolutamente natalizio ma un po' meno banale.

  • La vita sarà anche meravigliosa, ma alla lunga...

No, non farlo, non buttarti. Ci sono tantissimi altri vecchi film in bianco e nero che ti aspettano per infonderti tutta la natalizia gioia di vivere che ti serve. Persino in tv, se aspetti un po' o frughi col telecomando un po' più in basso, puoi trovare altre cose meravigliose: Angeli con la pistola è l'altro titolo di Frank Capra che finisce più spesso nel palinsesto, ma non è così rigorosamente natalizio. Comincia invece e finisce a Natale un altro suo capolavoro invecchiato benissimo, Arriva John Doe (Meet John Doe): è del 1941 e sembra parlare di noi. In tv passa di rado, ma è di dominio pubblico e quindi legalmente scaricabile da internet, che aspettate? Capra non è l'unico grande regista che potete ripassare con la scusa del Natale: un altro titolo consigliatissimo è Scrivimi fermo posta (The Shop Around the Corner, 1940) di Lubitsch, che ispirò C'è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks, ma non è proprio lo stesso campionato. Da lì puoi risalire a tutti i titoli di Lubitsch, tra i quali Vogliamo vivere (To Be or Not to Be), che purtroppo non è un film natalizio... ma se ancora non lo hai visto è un regalo bellissimo che puoi fare a te e ai tuoi cari.

  • Basta coi soliti cartoni animati!

E invece no! Senti che idea. Perché invece di guardarli un po' a caso, a seconda di quello che ti cucinano le televisioni o ti impongono i cuccioli di famiglia, non prendi il controllo della situazione e imponi una retrospettiva rigorosa? Una rassegna, per dire, di tutti i Pixar in senso cronologico, dal primo Toy Story a Monsters University? (magari integrati coi cortometraggi, soprattutto quelli del primo dvd che documenta gli epici primordi dell'animazione digitale). Se avete le vacanze lunghe (i vostri figli di sicuro), potreste anche cimentarvi in un'esperienza unica: tutti i film del canone Disney da Biancaneve a Frozen. Ok, tutti no. Se Taron e la Pentola Magica è introvabile c'è un motivo, e quelli musicali degli anni Quaranta non supereranno la prova-bambini. Oppure: tutti i film di principesse (compreso Pocahontas e Brave). Tutti i film di animali (Bambi, Dumbo, Bongo, Mr Toad). Può essere un modo per gustarsi i soliti cartoni e trovarne altri sorprendenti: perché magari la Carica dei 101 vi ha stufato, ma siete sicuri di aver mai visto La bella addormentata o Red e Toby? Ehi, parliamo di capolavori.

  • Ho sempre adorato Una poltrona per due, ma ormai lo so a memoria. Cosa posso guardare?
Ti capisco. (Continua su +eventi!) Il parente natalizio più prossimo è probabilmente Un natale esplosivo (National Lampoon’s Christmas Vacation); non c’è Landis in regia ma c’è Jim Hughes alla sceneggiatura. L’episodio natalizio della pirotecnica famiglia Griswold negli USA è un’istituzione, da noi forse il videonoleggiatore ti guarderà strano. Vuoi semplicemente un film di Natale dissacrante e molto divertente? Brian di Nazareth, oltre a essere l’indiscusso capolavoro dei Monthy Python, è anche un film di Natale, perlomeno nella prima sequenza – ma forse è meglio tenerselo per Pasqua.Babbo bastardo (Bad Santa, 2003) invece è uno dei film antinatalizi più riusciti degli ultimi anni, ma le avventure di Billy Bob Thornton che si mimetizza da Babbo Natale mentre prepara un colpo in un grande magazzino possono lasciare un sapore più dolce che amaro. Invece, da quanto tempo non ripassi i primi due Die Hard? Dopo un quarto di secolo sono ancora molto divertenti e – forse te ne sei dimenticato – sono entrambi ambientati a Natale. Scrooged (SOS Fantasmi), con Bill Murray, è la più riuscita parodia del Cantico di Natale di Dickens, ma qui forse è meglio aprire un altro capitolo.

  • Non sono matto, ma ho un’insana passione per i riadattamenti del Cantico di Natale. C’è qualche versione che non ho ancora visto?
Sei sicuro? Di non essere matto, intendo. In tutti i casi la versione stampabile della pagina wiki “Adaptation of A Christmas Charol” consta di venti pagine, qualcosa ti deve essere sfuggito per forza. Immagino che sia il musical classico del 1971 che la versione con tutti i dj di RadioDj non ti siano ignote; tra le versioni animate avrai senz’altro visto quella diseyana con Topolino e Paperone (che almeno è breve), quella della Fox con le voci cantanti di Tim Curry e Whoopi Goldberg, quella in grafica 3d con gli animali e quella di Zemeckis in performance capture. Forse avrai concluso anche tu che Topolino e Paperone continuano a dare lezioni a chiunque. A questo punto che ne dici della versione dei Muppets? Ne dicono tutti un gran bene, anche perché Scrooge è interpretato da un Muppet gigante che assomiglia in modo impressionante a Michael Caine. Secondo alcuni è proprio Michael Caine, ma suvvia, te lo immagini Michael Caine che fa Scrooge in un film dei Muppets? Oppure, se non vuoi ridurti alla più recente versione coi Puffi, potresti dare un tono cinefilo alla tua ossessione, tuffandoti nelle versioni più antiche e inquietanti. La più acclamata dai critici è Lo schiavo dell’oro di Brian Desmond Hurst (1951): notevolissima è anche la versione del 1935 quasi senza fantasmi in scena, Scrooge di Henry Edwards. No, in videoteca probabilmente non la troverai, ma su internet vai tranquillo: è di pubblico dominio. Buon Natale! E Dio benedica tutti quanti.
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Le luci dei natali passati

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Frozen

Ma al tramonto del nove gennaio che ci fanno ancora le luci di natale al mercato. Facessero almeno allegria.
Invece sono bianche.

Non si dovrebbe mai generalizzare la propria angusta esperienza della vita, e però a un certo punto qualche anno fa ho avuto la sensazione che ci si sbiadisse il natale. Era sempre stato un affare pacchiano, di luci gialle e rosse intermittenti. Ci fu anche quella breve e scelleratissima moda dei babbi natale appesi alle finestre; poi a un certo punto qualcuno deve aver detto che erano brutti e deve essere stato molto convincente, perché da un anno all'altro nessuno li ha visti più - centinaia di migliaia di babbi natale buttati via, discariche intere di materiale natalizio ancora in buone condizioni ma definitivamente out - e nello stesso periodo le luci hanno smesso di essere rosse, verdi, gialle, e si sono tutte convertite al bianco.

All'inizio era glaciale e meraviglioso. Elegante, persino. Io non credo che il natale debba essere elegante, in generale; voglio dire, è una festa per i bambini e le famiglie - ma almeno per un paio d'anni funzionò. Passavi sotto queste stalattiti fosforescenti che sporgevano dai cornicioni e ti sentivi il degno abitante di una fiaba nordica, non le nostre solite zampognate. A dare l'impulso fu il comune, ma anche i privati si adeguarono presto. Quando un anno al mercato montarono di nuovo le luci dorate, le tennero due sere e poi tornarono all'argento. L'oro era diventato cheap, insostenibile. Resisteva soltanto qualche vecchia traccia di un'antica civiltà colorata sulle porte delle case; lampadine rosse e verdi intermittenti che avvisavano della presenza di pensionati fuori del mondo.

Poi forse è successo qualcosa, che non posso dimostrare - se almeno avessi fatto una foto - ma insomma, le luci bianche sono diventate tristi. Forse sono state sostituite da illuminazioni dello stesso colore ma meno sontuose, più semplici. C'entrerà il risparmio energetico. Ma può anche darsi che siano esattamente le stesse luci di tre o quattro anni fa; che svanito l'effetto "wow" sia rimasta soltanto la freddezza. Il freddo è bello, per qualche istante è persino piacevole. Ma non dura.

Non sarà primavera per altri tre mesi. Tra qualche giorno sulla repubblica o sul corriere pubblicheranno uno studio di scienziati che dicono che il giorno più triste dell'anno è intorno al 20 di gennaio. Lo fanno più o meno tutti gli anni, e io li leggo sempre. Spiegheranno che è il punto critico in cui svaniscono gli effetti delle vacanze natalizie, e le speranze e i tremori della primavera sono ancora lontani. Chissà se poi esiste davvero quello studio e se dice davvero così. Ci credo come credo a certi oroscopi fuori contesto, riferiti ad altri giorni mesi e segni zodiacali: faccio finta che siano il mio oroscopo del giorno e a volte funzionano. E poi non sono davvero meteoropatico, è uno di quegli abiti che si mettono da adolescenti per darsi un tono. Posso essere felice tutti i giorni che voglio, se voglio.

Togliessero quelle luci bianche alla finestra.
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L'isola deserpizzata

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San Patrizio (385-481) - Patrono d'Irlanda, scacciatore di serpenti.

In Irlanda non ci sono serpenti. L'unico è l'orbettino, che in realtà non è un vero serpente, è una lucertola che col tempo ha perso le zampe - come potrebbe succedervi se non muovete il culo dal divano per alcuni milioni di anni. E anche lui comunque non era stato avvistato fino al 1970, secondo gli esperti è stato portato qui via nave. Non si vede in che altro modo i serpenti potrebbero arrivare in Irlanda dopo l'ultima glaciazione, del resto. Però in Scozia ci sono, in Irlanda no: tra le due terre nel punto più stretto ci sono appena 35 km di mare. Per cui secondo alcuni è stato San Patrizio, che i serpenti avevano infastidito mentre meditava. Posò il bastone a terra ed essi strisciarono in mare ad annegarsi (o a evolversi in serpenti di mare).

Secondo alcuni la leggenda parla di serpenti ma allude ai druidi: Patrizio, che forse si chiamava Palladio (o forse erano due evangelizzatori diversi, non si saprà mai con certezza) li cacciò dall'isola con relativa facilità. L'Irlanda, da quel che ho capito, è l'unica terra cattolica senza martiri - anche se alcuni, per darsi un contegno, sostengono che Patrizio fu martirizzato (almeno lui) il 17 marzo. Nella sua Confessione, una delle cose più noiose che ho letto (e io leggo storie di Santi, rendetevi conto), Patrizio ammette di avere avuto qualche grana coi locali. A un certo punto lo fermarono in un bosco.

"Quel giorno avevano una gran voglia di uccidermi, "ma non era ancora venuto il tempo" [cf. Giona 7,20-30], e tutto ciò che ci trovarono nei bagagli ce lo presero, e mi incatenarono perfino, ma dopo quattordici giorni il Signore mi liberò dalle loro mani e tutto ciò che era nostro ci fu restituito, «per opera di Dio» [1 Pt 2,13] e di «amici fidati»".


Patrizio si esprime copia-incollando citazioni bibliche. Anche Agostino, suo contemporaneo, fa così; era lo stile del tempo; però Agostino era anche un grande scrittore, mentre Patrizio, per sua ammissione, un "peccator rusticissimus", uno che a scrivere non ha mai veramente imparato, ma non essendo un italiano del XXI secolo la cosa non lo inorgogliva, anzi, lo riempiva di vergogna. Senz'altro ausilio che qualche vecchio tomo della Vulgata da usare anche come vocabolario, Patrizio non è che riesca a spiegarsi molto bene. Potrebbe trattarsi di una persecuzione ordita da qualche druido invidioso del successo dell'evangelizzatore, ma anche di un banalissimo sequestro di persona: gli "amici fidati" potrebbero essere guerrieri cristiani pronti a liberare il loro leader, ma anche più prosaicamente i compagni di Patrizio venuti a pagare un riscatto. Patrizio era ricco, forse il segreto del suo successo con le anime fu tutto qui: evangelizzò l'Irlanda comprandosela. Fu un ottimo affare per tutti, non gli costò neppure tantissimo. Quanto? Per spiegarcelo, Patrizio usa un'unità di misura che ci dice molte cose, la "persona". Coi soldi spesi per beneficiare le autorità delle varie regioni, nelle frequenti visite, Patrizio riteneva

di aver distribuito loro una somma non inferiore al prezzo di quindici persone, per far sì che possiate godere di me e io sempre godere» di voi «in Dio» [cf. Lettera di San Paolo a Filemone]..


I vecchi romanzieri russi tradurrebbero "quindici anime", noi oggi diciamo "15 schiavi" e inorridiamo, ma era il quinto secolo, la compravendita di esseri umani era una cosa normalissima; era successo allo stesso Patrizio (al secolo Maewyin Succat, dicono) di essere rapito a 16 anni e trattenuto in schiavitù per sei. Ecco perché, malgrado fosse di famiglia benestante e cattolica (prete il nonno, diacono il padre) non ebbe un'istruzione all'altezza: negli anni in cui i compagni ci davano dentro col rosa rosae Maewyin pascolava ovini per il suo padrone in quell'isola dimenticata da tutti e quindi in teoria pure da Dio. Lui veniva dall'isola più grande, non si sa bene se dall'Inghilterra o dalla Scozia, ammesso che la divisione avesse un senso ai suoi tempi. È il tempo degli Scoti e dei Pitti, quest'ultimi famosi per l'abitudine a dipingersi il corpo con disegni favolosi e forse anche qualche serpente annodato. Solo con le sue pecore, in quell'isola fuori dal mondo, Maewyn riscopre la fede nel Dio dei suoi padri, che fino a quel momento aveva snobbato. Cristo fu forse l'amico immaginario che lo aiutò a non impazzire - fino al giorno in cui lo condusse a una nave che faceva la traversata (continua... sul Post)
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Buon anno col prepuzio o senza

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1° gennaio - Circoncisione di Gesù.

Fingiamo di lavorare in una cancelleria un trentun dicembre del millequattrocentoquarantanove - quasi millequattrocentocinquanta. Il vostro principe si sposa e voi dovete mandare biglietti di inviti a tutte le corti d'Europa. La data - il primo marzo - dovrebbe corrispondere in tutto il continente; non è ancora arrivata la riforma gregoriana a complicare le cose. Ma l'anno qual è? Eh. Dipende.

Se scrivete a qualche signore di Firenze, o a un pari d'Inghilterra, è ancora il primo marzo del '49: da loro il capodanno si festeggia il venticinque marzo. In fondo ha un senso, visto che gli anni si celebrano dalla nascita di Cristo, e per i cristiani la vita comincia col concepimento... Se però invitate anche qualche dignitario di altre città toscane, come Pisa, attenzione: da loro è già il primo marzo 1450. Pure a Pisa capodanno è il 25 marzo, ma dell'anno prima: anche questo se ci pensate ha un senso, se Gesù nasce il 25 dicembre, deve essere concepito nove mesi prima, non tre mesi dopo. Anche per i veneziani sarà già il 1450, non potete sbagliare: loro festeggiano il capodanno proprio quel giorno lì, il primo marzo. Per i bizantini, i pugliesi e i sardi invece è ancora il '49, e continuerà a essere il '49 fino ad agosto - e anche questo, se ci pensate, ha un senso, anzi forse nel torrido mediterraneo è la cosa che ha più senso di tutte: l'anno vero comincia il primo settembre. In Spagna è già il '50, con loro tutto sommato non si sbaglia mai, basta ricordare che l'anno comincia una settimana prima, il 25 dicembre. Il vero problema è se scrivete ai reali di Francia. In Francia infatti gli anni si contano dalla Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, e anche questo potrebbe avrebbe un senso (ma non bisognerebbe detrarre 33 anni al computo?) non fosse per la complicazione che ogni anno la Pasqua cade in un giorno diverso. Che razza di casino. Perché? Possibile che per arrivare a sincronizzare i capodanni dell'Europa Occidentale abbiamo dovuto aspettare fino al Settecento? Come potevano resistere i nostri antenati, a tutta questa confusione e incertezza?

Resistevano benissimo. Avevano altre priorità: la maggior parte di loro nasceva viveva e moriva nello stesso luogo; la necessità di intendersi con i forestieri su curiosità come la numerazione dell'anno in corso non li toccava. Siamo noi a vivere l'ossessione della simultaneità, a sentirci obbligati a festeggiare tutti negli stessi giorni se non negli stessi minuti e secondi, con dirette sincronizzate da orologi atomici. L'incubo dell'Anno Mille come ce lo racconta Carducci, con le folle terrorizzate dall'arrivo del primo gennaio manco fosse l'apocalisse maya, "raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri", è una bufala ottocentesca: la maggior parte degli europei non aveva la minima idea di che anno fosse. Era il tot anno dalla nascita del tal re o imperatore o papa o figlio maschio o vacca da latte; per sapere quanti anni fossero passati dalla nascita di Gesù bisognava chiedere al prete, lui teneva il conto. Forse.

Comunque già alla fine del Seicento la diffusione del nuovo calendario gregoriano portò la maggior parte delle corti europee a uniformarsi (Venezia si arrese soltanto un secolo dopo, con Napoleone) e adottare il calendario che comincia il primo gennaio, secondo quello che è chiamato "stile della circoncisione". Infatti se assumiamo che Gesù sia nato il 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge ebraica sarebbe stato circonciso. Dunque noi non contiamo gli anni dalla nascita di Gesù (25/12) né dalla sua procreazione/incarnazione (25/3), ma dal momento in cui è diventato a tutti gli effetti un ebreo. Il primo gennaio è poi diventato ben presto anche il giorno della festa di Maria madre di Dio, ma il sospetto è che sia stato un espediente per dissimulare una verità ovvia quanto imbarazzante: Gesù era un ebreo. Circonciso.

I cristiani invece non sono circoncisi - la maggioranza, almeno (continua sul Post, buon anno a tutti col prepuzio o senza, e anche chi il pene proprio non ce l'ha. Che non è che si perdano 'sta gran cosa, diciamocelo).
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Odino + Turchia = Babbo Natale

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6 dicembre - San Nicola vescovo (270-343), taumaturgo, portatore di doni, icona postmoderna

Il santo più popolare del calendario non è Pietro. Lui ha solo la basilica più grossa, e in molte vignette fa il portiere, ma diciamo la verità, non lo invocano in tanti San Pietro. Anche Paolo, e sì che tutta la baracca del cristianesimo in fondo l'ha messa in piedi lui, ma i teologi non sono mai veramente popolari. Non è padre Pio, perlomeno non ancora; Wojtyla il suo quarto d'ora l'ha già avuto; il santo più popolare del calendario, a pensarci bene, dovrebbe essere la Madonna: cioè non c'è gara, pensa solo a quante feste e quante apparizioni, e icone, statue, quadri e tondi - ma proprio mentre sto per dichiarare chiuso il televoto, mi assale un dubbio: la Madonna sarà pure la diva di Lourdes e Loreto, ma quante letterine riceve? C'è un santo che ne riceve tutti gli anni da ogni angolo del mondo, un santo venerato persino dove i cattolici non hanno mai veramente preso piede - in Russia, negli USA, in Turchia - un santo che i bambini imparano a pregare e ad aspettare assai prima di frequentare catechismo. Un santo che da solo nel 2006 riceveva il 90% di tutta la posta recapitata in Finlandia, non male per uno che in Finlandia non c'è mai veramente stato. Quel santo è, ovviamente, Babbo Natale. Cioè Santa Klaus, Sinterklaas, San Nicola. Il vescovo di Myra (Licia), nato a Patara (Licia). Ma dov'è la Licia? Oggi è in un angolino della Turchia in basso a sinistra, ma per molto tempo ha fatto parte del mondo greco, poi romano, poi bizantino. Il modo in cui un vescovo dell'epoca costantiniana sia diventato, in seguito a un complicato sovrapporsi di immagini e racconti, il testimonial della Coca-Cola e il portatore di doni più famoso di tutti i tempi, meriterebbe un libro a parte. Che probabilmente è stato già scritto. Facciamo finta di averlo letto e tracciamone un agevole riassunto.


Antefatto. Nelle lunghe, lunghissime notti antecedenti al solstizio d'inverno, i barbari dell'Europa centrosettentrionale intrattengono e blandiscono i bambini raccontando di Odino, il Dio guercio che cavalca nella notte in testa al suo corteo di demoni. Di uscire di casa quindi non se ne parla, ma se si lascia qualche carotina sul davanzale per Sleipnir, il cavallo a otto zampe di Odino (sulla cui origine incestuosa è meglio sorvolare), e poi si va a letto presto senza fare capricci, Egli lascerà qualche leccornia, o un regalino: balocchi di legno intagliato, noccioline, calze di lana, roba del genere. Le farà passare dal camino. Ma bisogna dormire o almeno tenere gli occhi ben chiusi, Odino mai e poi mai vorrebbe essere sorpreso mentre si intrufola nel nostro camino. Tutto chiaro fin qui? Ora cambiamo drasticamente latitudine.

Dà la vertigine pensare che, a differenza di altri santi popolarissimi, Nicola è realmente esistito, in un mondo diversissimo dal nostro, un mondo senza coca-cola e panettone, ma un mondo non immaginario. Eppure è abbastanza probabile che ci sia stato un vescovo, contemporaneo dell'imperatore Costantino, che si distinse per la condotta irreprensibile, lo zelo con cui difendeva i bisognosi, e perché no, i regali. Era probabilmente il rampollo di una locale famiglia facoltosa, e la carica di vescovo se l'era guadagnata a suon di donazioni. L'impero romano era una formidabile macchina militare e burocratica senza nessun welfare state, niente mutua, niente assicurazioni, la pensione solo ai militari. La Chiesa nasce anche per colmare questa lacuna: i cristiani più ricchi donano del loro alla collettività, e ricevono in cambio ruoli e titoli di prestigio.

In uno dei miracoli di più antica circolazione, Nicola salva tre fanciulle bellissime che il padre, ridotto in miseria, aveva ormai destinate al meretricio. Il metodo con cui Nicola risolve il problema è degno di nota: nottetempo getta attraverso le finestre dei sacchetti pieni d'oro, e scompare. Da buon cristiano non cerca ricompensa sulla terra per le buone azioni che commette. Dei tanti aneddoti riferiti a lui, non è solo il primo riportato nella Legenda Aurea (libro un po' noioso, la maggior parte dei lettori si ricorda solo le prime pagine di ogni capitolo), ma è anche il primo in cui a Nicola sono associati dei sacchi. Al terzo lancio il padre delle ragazze, rimasto sveglio per curiosità, riuscirà finalmente a sorprendere lo strano ladro all'incontrario. Il vescovo gli ordinerà di non fare il suo nome, i regali devono restare un segreto (qualcosa non deve essere andata per il verso giusto, visto che 1700 anni dopo siamo ancora qui a parlarne) (continua sul Post, Ho! Ho! Ho!)
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Tredici mesi in paradiso

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Santi agiografati per nazionalità
1° novembre - Tutti i Santi

Oggi, come ben sapete, è la festa di tutti i santi, in cui, secondo la più genuina tradizione italiana ci si lamenta del fatto che Halloween non sia una tradizione italiana. Poi uno va a vedere e scopre che distribuivamo dolci e intagliavamo le zucche fin dal medioevo. Ne abbiamo parlato già l'anno scorso, non vorrei ripetermi troppo. Il primo novembre è anche l'ovvio onomastico di questo blog, che a tutti i santi è dedicato: quale occasione migliore per fare un bilancio dei primi tredici mesi assieme?

Per prima cosa: grazie. Grazie ai redattori del Post, per l'ospitalità e la sollecitudine; al direttore che mi ha lasciato praticamente carta bianca, senza sapere dove sarebbe andata a parare la cosa, visto che all'inizio non lo sapevo bene neanch'io. Ma soprattutto grazie a voi lettori, mi è più comodo dirvelo oggi che non vi è possibile rispondere nei commenti: grazie, siete matti, grazie. Non so esattamente quanti siate, magari non tantissimi, ma siete veramente affettuosi ed entusiasti, in un modo che a volte m'imbarazza. Non so se si è capito, ma chi scrive queste storie non è esattamente un esperto, anche se sperava di farsi una cultura strada facendo, ma poi è stato un anno difficile, urla di bambini nel cuore della notte, e poi la crisi, le cavallette, il terremoto... vi meritavate un agiografo migliore. Più professionale, diciamo. Magari col tempo, con l'impegno. E ora vediamo il consuntivo.

In 13 mesi (400 giorni, più o meno) ho scritto 70 pezzi. Pensavo meno. 69 sono stati dedicati a ricorrenze del calendario cattolico, uno a Steve Jobs (ci entrerà, ma è ancora un po' presto). Considerato che la Madonna si è presa da sola quattro pezzi (Rosario, Loreto, Fatima e Assunta, e non siamo neanche a metà), in tutto abbiamo ospitato 11089 santi, più un numero imprecisato di neonati fatti ammazzare da Erode. Se dal conto togliamo anche le diecimila leggendarie vergini di Orsola, e i 25 compagni di Paolo Miki (loro purtroppo realmente esistiti, e realmente crocefissi), si raggiunge la più ragionevole cifra di 64 santi (62 santi e due beati): 17 donne, 46 uomini, un pezzo di legno. Su 17 donne, cinque si chiamavano Maria, tre Teresa; tra i maschi il nome più frequente è Giovanni (4 se contiamo anche Francesco d'Assisi, che sul certificato di battesimo si chiamava così: e mi è sfuggito il Battista). Sono ovviamente pochi rispetto alle migliaia che ormai popolano il martirologio romano. Ma il vero guaio è che sono anche mal distribuiti (continua sul Post...)
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Con infinita cura e sospensione

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(Da Schegge di Liberazione, 2011)

Nell’inverno del 1945 sulle Langhe i partigiani in servizio attivo sono ridotti a poche unità. Sulla sua collina Johnny è rimasto solo: l’ultimo amico arrestato in un rastrellamento, l’ultima sigaretta già da un pezzo fumata, calpestata e rimpianta.
Si sedette e rilassò nella più facile e sciolta posizione; poi iniziò la cerca, col più fino e sensibile delle dita, di tutti i resti di tabacco in ogni tasca e per minuti estrasse e cavò segmentini ed atomi di tabacco, misti a briciole di antico pane e fili di stoffa. Aveva ora in un palmo quanto bastava per una sigaretta [...] Poi cercò la carta. La carta di giornale sarebbe andata egregiamente, ma i giornali erano merce sconosciuta nella fattoria. Girò, frugò, rovistò e trovò infine un vecchio opuscolo, aggrinzito e ingiallito dal tempo, di agricoltura e masseria. Ne strappò un foglio e cominciò a torchiare. Era nuovo a questo lavoro, ma da quando partigiano s’era fatto avvezzo ed abile ad una quantità di nuove opere ed imprese. Lavorandoci con infinita cura e sospensione, si rese conto di quanto le sue mani si fossero fatte grossolane e inadatte a questi lavori. Se gli veniva discretamente modellata ad un capo, restava un caos all’altro, e ad un certo momento tutto il tabacco gli sfuggì a terra dalla carta aperta.
Una febbre lo prese e lo squassò, forzosamente si allontanò dal naufragio del tabacco e si disse ad alta voce: «Non perder la testa, Johnny. Non perder la testa, non è assolutamente niente. Del resto, non avevo nemmeno il fiammifero per accenderla»
(Opere, vol. I, p. 840).
Dopo la presa di Forlì, nel novembre precedente, il generale Alexander aveva annunciato alla radio che ai partigiani conveniva coprirsi: di Liberazione si sarebbe riparlato in primavera. Molti prendono il suo annuncio per quello che non è, un perentorio invito a mettersi in letargo e attendere tempi migliori. L’inverno sarà in effetti durissimo. Anche nei territori che durante l’estate erano stati temporaneamente liberati qualcuno si pente di avere fornito ospitalità e sostegno ai partigiani, sperando in una liberazione rapida ed esponendo le proprie famiglie alle rappresaglie di repubblichini e nazisti. «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo» spiega a Johnny un mugnaio. «Ma al disgelo gli Alleati si rimuoveranno e daranno il colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non t’offendere, ma voi siete la parte meno importante in tutto intero il gioco, ne converrai.» Johnny ne conviene, ma resiste: sarà “l’ultimo dei passeri”, come urla uscendo nella tormenta (e vergognandosene subito), il partigiano che non andrà in letargo. Nel lungo inverno combatterà contro fame, freddo, epidemie, solitudine, nostalgia di casa, astinenza da tabacco.

Qualche anno dopo, l’ex partigiano Beppe Fenoglio dirige un’azienda vinicola. Il tempo libero lo dedica allo studio e alla traduzione dei suoi autori preferiti (inglesi e classici) e alla scrittura. In quegli anni la guerra sembra aver dato a tutti un romanzo da raccontare.
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me [...]. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare. Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere.
Scriveva ininterrottamente per ore
. (Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo 1995, p. 120).
Fenoglio non crede che il suo romanzo sia migliore di quello di molti altri. All’inizio non è nemmeno sicuro di avere un romanzo. La sua prima raccolta di racconti piace più a Calvino che a lui.

La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento d’un vizio. Eppure la constatazione di non esser riuscito buono scrittore è elemento così decisivo, così disperante, che dovrebbe consentirmi, da solo, di scrivere un libro per cui possa ritenermi buono scrittore. (Opere, vol. III, p. 201).
Il libro crescerà, lentamente, una sera dopo l’altra, una sigaretta dopo l’altra. Forse per cercare uno stile più suo, o tentare un impossibile distacco da una materia troppo scopertamente autobiografica, Fenoglio inizia a scriverlo in inglese, per passare in seconda stesura a uno strano italiano, ancora sporco di anglismi ma secco, nobile eppur maldestro, come un Cesare o un Livio tradotto alla benemeglio da uno studente ginnasiale – e in fin dei conti quale lingua migliore per l’epica dei partigiani di Badoglio? Non è solo un problema di stile: il libro è l’ennesimo memoriale di guerra, genere ormai inflazionato. Per di più, indulge in episodi che nessuno appare ansioso di condividere – l’esperienza dell’autore nell’esercito regio, prima e dopo il 25 luglio; non omette la vergogna dell’otto settembre; descrive partigiani comunisti e badogliani come antieroi volonterosi, ma prigionieri di una mentalità strategica sbagliata. L’esperienza per altri gloriosa della repubblica di Alba viene descritta impietosamente come un catastrofico errore tattico, che preclude alla rotta dell’autunno ’44: poche settimane dopo Johnny si ritrova solo sulla sua collina, a mettere insieme tremando una sigaretta che non può accendere.

Mentre il romanzo gli cresce davanti, mentre pesta sulla macchina da scrivere e tossisce, Fenoglio si rende probabilmente conto di quanto poco tutto questo sia commerciabile. Un romanzo che si concede la stessa severa ironia nei confronti dei maestri di mistica fascista e dei comandanti partigiani (a volte del resto si tratta delle stesse persone). Un libro sulla provincia senza nessuna concessione al vernacolare, dove mugnai e contadine parlano come personaggi di Omero. Un libro in cui i partigiani non fanno che commettere errori, sparare quando devono scappare, scappare quando devono sparare (ma in generale si scappa molto più di quanto si spari). Prima che scrittore Fenoglio è un uomo pratico. Con Einaudi non ci prova nemmeno. Manda invece una stesura a Garzanti. Gli rispondono proponendogli un taglio drastico: far morire il personaggio subito dopo l’otto settembre, concentrandosi sull’esperienza di Johnny nell’esercito regio, nei giorni cruciali dell’armistizio. Quanto alla guerra partigiana… a Garzanti non interessa. È un po’ come proporre a Melville di far affondare il Pequod appena salpato da Nantucket, ma Fenoglio non si considera certo un Melville. Piuttosto un mercante di vini, e scrittore di quart’ordine, e gli editori hanno senz’altro più fiuto di lui.
Il breve romanzo uscirà nel 1959 col titolo Primavera di Bellezza, senza destare particolare attenzione di pubblico e critica.

Il vero libro è quello che rimane negli scartafacci di Fenoglio, una poltiglia inestricabile di italiano classicheggiante e inglese miltoniano. Ma nel 1959 Fenoglio non sa di essere un bravo scrittore: è abbastanza persuaso del contrario. L’abitudine a pensare in miltonese e tradurre in un italiano marziale e senza tempo la vive più come un limite che come una risorsa espressiva. Eppure qualcosa in lui resiste. Dopo avere ucciso il suo alterego all’inizio della guerra antifascista, Fenoglio lo resuscita, e si rimette a lavorare sul rovente materiale della guerriglia nelle Langhe. Fa in tempo a uccidere Johnny una seconda volta, stavolta alla fine del gennaio ’45, nel primo conflitto a fuoco dell’anno nuovo (la parte finale, in cui negli ultimi mesi di guerra segue le truppe inglesi come interprete, viene accantonata senza essere tradotta in italiano).
Vuole farne un altro libro; forse ha riconosciuto nello scartafaccio il suo libro migliore. Ma non ha più tempo: si arrende al cancro ai polmoni nell’inverno del 1963. Aveva 41 anni. Lo scartafaccio finisce nelle mani dei filologi, che ci litigheranno per qualche anno senza riuscire, a tutt’oggi, a pubblicarne una versione completa e coerente.
Quello che trovate oggi sugli scaffali si chiama Il partigiano Johnny (il titolo glielo diede il primo curatore). È privo della prima parte (l’esperienza militare di Johnny fino all’otto settembre), dell’ultima (le avventure di Johnny come interprete degli inglesi), e di tanti altri episodi importanti, eliminati da Fenoglio nel tentativo di trasformare il libro di una vita in quello che sarebbe piaciuto agli editori, e magari anche ai lettori, un romanzo breve.

Fenoglio aveva chiesto di riposare ad Alba, al riparo dal vento cattivo di quella langa che Johnny aveva difeso da solo per un inverno intero, quando gli stessi abitanti gli suggerivano di farla finita, tornare a casa, non restare ultimo passero sul ramo. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e di partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» (Opere, vol. III, p. 200).

I suoi brani sono citati dall’edizione critica Einaudi in cinque volumi, a cura di Maria Corti, oggi fuori commercio.
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Vorrei una festa immobile

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8 aprile 2012 - Pasqua di resurrezione

Anche quest'anno Cristo è risorto e voi siete in ritardo
Io ho un problema con la Pasqua, e credo di non essere il solo. Mi coglie sempre di sorpresa, in un momento in cui avrei altre cose da fare, la scadenza dell'assicurazione e il modello unico. Di solito è aprile, quando il raffreddore di cambio stagione cede il campo alla rinite allergica e la depressione da antistaminici caccia via la depressione dell'ora legale. Però non mi dovrei lamentare, ho addirittura una settimana di vacanza - ecco, questa settimana è sempre un inghippo, ti arriva tra capo e collo creando più stress di quanto non ne risolva, una mattina entri in classe e dici "La prossima settimana verifica" e loro ti rispondono "La prossima settimana vacanza", come sarebbe a dire vacanza? Ah già, Cristo risorge, vabbe' però non vale. Perché google calendar non mi dice mai niente? Perché non hanno vinto i quartodecimani?

I quartodecimani erano cristiani d'oriente, per lo più della Siria e dell'Asia Minore, che festeggiavano la Pasqua tutti gli anni lo stesso giorno: il 14 del mese ebraico di Nisan, punto. In pratica celebravano la festa nello stesso giorno degli ebrei, fraintendendone però il significato: gli ebrei festeggiano Pesach, il passaggio nel mar Rosso, dalla schiavitù alla libertà (oggi la festa dura una settimana e comincia il 15); i cristiani quartodecimani erano convinti che Pasqua derivasse da πάσχειν, "patire", e che consistesse nel ricordo della passione di Gesù. Altrove la celebrazione si era ormai legata alla ricorrenza settimanale della domenica, e al momento della resurrezione (il passaggio dalla vita alla morte alla vita); inoltre questa cosa di festeggiare insieme agli ebrei non andava giù a molti. I sostenitori della domenica e i quartodecimani litigarono per parecchio, senza trovare una soluzione, ma nemmeno senza arrivare a uno scisma; nel frattempo c'era anche la solita corrente new age che voleva tagliare la testa al toro e festeggiare l'equinozio di primavera: a un compromesso si arrivò soltanto col Concilio di Nicea, e come molti compromessi, era arzigogolato e probabilmente scontentava un po' tutti. In effetti, quand'è che si festeggia la Pasqua? (Continua sul Post)
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Mezzano nei secoli

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È venuto il giorno che attendevate febbrili, quello in cui mi è toccato scrivere di lui.
Ho anche provato a cercare una valentina decente, niente.

Lui che si vergogna anche solo di apparire sulle cartoline, manda avanti gli amorini, e ne ha ben donde. Il mistero di San Valentino è svelato sul Post. Cosa ci tocca far.


14 febbraio – San Valentino martire (273?), inspiegabile patrono degli innamorati.
“Mi sente?”
“Forte e chiaro, però…”
“Bene”.
“Non riesco a vederla, c’è troppa…”
“…luce, non si preoccupi è normale, ci si mette un po’ ad abituarsi. Senta. Devo farle alcune domande, sono formalità, perché in realtà qui sappiamo tutto quello che ci serve. Nome?”
“Valentino”.
“Cognome?”
“Ehm, strano”.
“Non si ricorda?”
“Non capisco”.
“Guardi che è abbastanza normale, nella sua condizione. Data di nascita e luogo di nascita?”
“Ce li ho sulla punta della lingua, eppure…”
“Le do un aiutino: Roma, Terni o qualche luogo imprecisato in Africa?”
“Adesso come adesso non ricordo, non capisco”.
“Per noi va bene comunque, ci risultano Valentini martiri in tutti e tre i luoghi. Data di morte?”
“Questa la so! 14 febbraio 1026 ab urbe condita”.
“Che corrisponde al 273 dopo Cristo. Perfetto”.
“Ma quindi sono morto”.
“Me lo ha appena detto lei”.
“Sì, infatti, mi ricordo vagamente, però…”
“Lei ci risulta decapitato, il minimo che può succederle è qualche falla nella memoria”.
“Ah, ecco decapitato, ricordo… Mi scusi, ma quindi questo è…”
“Il paradiso, vuole sapere? Non proprio, è una specie di vestibolo. Comunque ho una buona notizia per lei”.
“Per me?”
“Lei ci risulta Santo della Romana Chiesa”.
“Io?”
“Non mi dica che non se l’aspettava, si è fatto martirizzare apposta. Le hanno anche dedicato un giorno del calendario, contento?”
“Un giorno? Non capisco”.
“In effetti. Dunque, deve sapere che un centinaio d’anni dopo il suo glorioso martirio, il cristianesimo è diventata la religione di Stato in tutto l’impero”.
“Il cristianesimo”.
“Incredibile, vero? A quel punto vi siete presi il calendario e avete dedicato ogni giorno a un santo della Romana Chiesa, a quel punto ve ne erano già ben più di trecentosessantacinque”.
“Io pensavo che Cristo sarebbe tornato prima”.
“Sì, ehm, ci deve essere stato un equivoco. Comunque non è andata così male per voi, avete controllato l’Europa per mille e più anni, e lei è diventato un Santo molto venerato, lo sa?”
“Io? Quindi qualcuno si ricorda cosa ho fatto in vita? Perché io proprio…”
“No, mi dispiace, nessuno ha una men che minima idea. Sappiamo solo che è un martire. Del resto lo sa come vanno queste cose”.
“No, veramente no”.
“Probabilmente tutti quelli che la conoscevano molto bene sono caduti con lei. Proculo, Efebo, Apollonio, questi nomi non le dicono niente?”
“Già sentiti, sì”.
“Sono i tre discepoli che l’hanno sepolta. In seguito sono stati martirizzati anche loro”.
“Oh poveretti”.
“Quindi, insomma, tutto il ricordo che ci resta di lei è il suo nome. Però è bastato per infilarla nel calendario, e una volta lì per secoli nessuno ha osato toccarla. Ma siccome non sapevano niente di lei…”
“Siccome non sapevano niente di me…”
“Si sono inventati un po’ di cose, capisce? Comunque niente di offensivo, davvero. Lei ha anche ottenuto un patronato molto ehm, popolare”.
“Cos’è un patronato?”
“Le spiego. I santi della Romana Chiesa svolgono la funzione di intermediari tra il cristiano e la Divinità, capisce”.
“Per Divinità intende…”
“Lo sa che cosa intendo. Già ai suoi tempi ogni tanto invocavate San Pietro o San Paolo, no?”
“Ma sì, come esempi di fede, coraggio, rettitudine…”
“Ecco. Col tempo la cosa si è evoluta, in pratica c’è stata una specializzazione per cui, per esempio, San Pietro è il patrono dei portieri, e San Paolo dei giornalisti” (continua…)
“Giornalisti?”
“Brutta gente, lasci perdere. Insomma, chi di mestiere fa il portiere invoca San Pietro, chi si è scottato con l’olio invoca San Giovanni, eccetera…”
“Mi puzza un po’ di pagano”.
“Ma no, perché? È una cosa simpatica, in fondo”.
“A me hanno tagliato la testa, i pagani”.
“E hanno fatto benissimo, così adesso è un martire molto importante”.
“Se così ha voluto Dio”.
“Sempre sia lodato”.
“Nei secoli dei secoli. E quindi mi scusi, io che categoria dovrei rappresentare? Non ho la minima idea di cosa facessi da vivo”.
“Sì, beh, non ha molta importanza. Certi patronati vengono dati un po’ così, come viene viene, non c’è da mica da prendersela”.
“Non me la sto prendendo, mi dica qual è il mio patronato, così posso mettermi al lavoro”.
“Ecco, questo è lo spirito che ci vuole. Prego, dunque, questo è il suo arco”.
“Un arco? Sono patrono degli arcieri?”
“No, no, quello è Sebastiano…”
“…meno male, ché io sono un tipo pacifico, e poi… ehi, ma mi sembra di averlo già visto, quest’arco… è usato?”
“Sì, è un pezzo unico, molto antico”.
“E cosa ci devo fare, insomma?”
“Ecco vede… per prima cosa: non pensi che sia colpa nostra. Noi ci limitiamo a registrare la vox populi. Vox populi vox dei, lei lo sa il latino, no?”
“Me lo sta chiedendo davvero?”
“Già, giusto. Dunque, ehm, non si arrabbi adesso, ma… la vox populi la ha eletta Santo patrono degli innamorati”.
“Innamorati?”
“Conosce il termine?”
“Sì, credo di sì. Ma cosa diavolo…”
“Ehi, ehi, piano con le parole”.
“Scusi, ma non capisco. Innamorati? Io facevo il vescovo, cosa vuole che ne sappia di innamorati? Ma chi è che va in giro a raccontare cose simili alle mie spalle?”
“Ma no, non c’è nessuna malizia, si figuri, è solo che dovevano riempire un vuoto, capisce?”
“E non potevano riempirlo con qualcos’altro? Innamorati? Io – ora rammento – sono un anziano vescovo timorato di Dio. Per quale motivo dovrei badare ai calori giovanili di qualche ragazzino che…”
“Vede, ci sono diverse teorie, anzi, forse lei potrebbe aiutarci a capire. Secondo alcuni restituì miracolosamente la vista alla figlia di un suo carceriere, si ricorda qualcosa?”
“Vagamente. Pregai per lei, mi pare”.
“E alla fine le scrisse una lettera, firmandosi: Tuo Valentino. Le risulta?”
“Ma sta scherzando? Un vescovo di Santa Romana Chiesa? A una vergine? Ma chi è che mette in giro delle infamie del genere? Sono scandalizzato e umiliato!”
“Ma no, ma perché… ma lei non sa di quanto è fortunato, invece… preferirebbe essere il patrono degli agrimensori? Degli affetti da scoliosi? Sono carini gli innamorati”.
“Un anziano vescovo, che ha onorato per tutta la vita i sacri precetti della Chiesa, e poi…”
“Secondo un’altra teoria, riappacificò due innamorati facendoli circondare da uno stormo di piccioni tubanti”.
“Non riesco a immaginare niente di più stupido”.
“Sono leggende, non bisogna prendersela. Secondo altri sposò di nascosto due fidanzati, un centurione e una vergine cristiana in fin di vita”.
“Beh, sono un vescovo, sposare gente era il mio mestiere”.
“Quindi questa è verosimile?”
“Diciamo di sì”.
“Ecco spiegato il mistero. Quindi ora lei prende questo arco e…”
“No, un attimo. Di vescovi che sposano i centurioni e le vergini ce ne saranno stati centinaia. Perché proprio io?”
“Non c’è un perché. La vox populi…”
“Quand’è cominciata questa cosa? Quand’è che hanno cominciato a rivolgersi a me quegli svergognati?”
“Gli innamorati, intende? Ci sono evidenze a partire dal quattordicesimo secolo”.
“Bene. Cioè. Quattordicesimo secolo a partire da cosa?”
“A partire dalla nascita di Gesù, più o meno”.
“Buon Dio”.
“Ha le vertigini? Non si preoccupi, è normale”.
“Sono confuso. Ai miei tempi si aspettava la fine del mondo da un momento all’altro. Sarebbe venuto Cristo e…”
“lo so, lo so. Ci sono state delle complicazioni, diciamo. Comunque intorno al 1380 un poeta inglese, Geoffrey Chaucer…”
“Cos’è un inglese?”
“Ha presente i britanni? Un po’ più biondi. Chaucer, dicevo, scrive un poema dal titolo Parlamento degli uccelli, che recita, testuale:
For this was on seynt Volantynys day
Whan euery bryd comyth there to chese his make
“Cosa significano questi borborigmi?”
“È inglese, inglese del Trecento. Poiché ciò fu spedito nel dì di Santo Valentino / quando il suo compagno ivi cerca ogni uccellino. Non ci risultano connessioni più antiche tra lei e gli innamorati, e anche questa è abbastanza ambigua. Non siamo nemmeno sicuri che si riferisca al 14 febbraio”.
“Ah, perché la mia festa sarebbe…”
“Il 14 febbraio, non gliel’ho detto? Un po’ presto per la stagione amorosa dei volatili in Britannia. Nel secolo successivo a Parigi le cortigiane tengono in suo onore una seduta dell’Alta Corte di Amore, dove discutono di amore sacro e amore profano e leggono poesie e…”
“Senta, lei diceva prima della scoliosi, ma ce l’ha poi un patrono? Perché magari si potrebbe fare cambio, io in effetti soffrivo di dolori di schiena negli ultimi anni, sicché…”
“No. Non è così che funziona. Lei è diventato una celebrità, sa? Soprattutto a partire dal diciannovesimo secolo”.
“Sempre dopo Cristo”.
“Sempre sia lodato. A quel punto gli inglesi si sono espansi parecchio, hanno colonizzato un Nuovo Mondo che gli si è rivoltato contro, ma gli abitanti di questo Nuovo Mondo non scordano ogni 14 febbraio di mandarsi cartoline di San Valentino”.
“Cartoline?”
“Lettere illustrate”.
“Lo trovo disdicevole inopportuno e scandaloso”.
“Ecco, mi dispiace che lei la pensi così, perché una delle sue mansioni sarà precisamente evadere la posta di San Valentino e proteggere emittenti e destinatari, possibilmente garantendo che gli affetti ivi manifestati siano corrisposti”.
“Ma mi spiega come dovrei…”
“E qui interviene l’arco”.
“Ecco, appunto quest’arco cosa diavolo… aspetti. Ecco dove l’ho già visto”.
“Impossibile. Avrà avuto sotto gli occhi una riproduzione”.
“Questo è l’arco del dio Eros”.
“Complimenti, sì, è proprio esso”.
“Ho capito bene? Mi sta dicendo che io, un vescovo di Santa Romana Chiesa, due volte incarcerato e infine decapitato dai pagani, proprio io…”
“È un grande onore, sa? Pensi al patrono degli operatori sanitari. Il patrono delle piaghe da decubito”.
“…Ho ereditato l’ufficio di un dio pagano?”
“Cosa ci vuol fare, è andata così. Avete voluto diventare la religione di Stato? E mò ve la tenete”.
“Ma io non volevo niente. Pensavo che la fine dei tempi fosse vicina”.
“E invece non era vicina, e la gente quando lo ha capito si è messa l’animo in pace e ha cominciato a pregarvi per gli stessi motivi per cui prima pregava noi: San Biagio salvami dal raffreddore, Sant’Agata fammi crescere le zinne, San Valentino aiutami fallo innamorare, eccetera”.
“Un momento. Lei ha detto noi?”
“Eh, come?”
“Un attimo fa. Parlava degli dei pagani e ha detto noi”.
“Ha senz’altro capito male”.
“No, adesso voglio vederci chiaro… non ci fosse tutta questa luce… quindi alla fine avevano ragione gli dei pagani? Sono stato martirizzato per niente?”
“Ehiehiehi, mi meraviglio di lei. Dubitare del suo Dio, proprio in un momento così importante della sua esistenza. Farò finta di non aver sentito”.
“Un attimo… ora capisco… il quattordici febbraio… le Idi… la mia festa in realtà sono i Lupercalia, è così? L’antica indecente sagra della fertilità con gli aristocratici che correvano seminudi per la città e le vergini che cercavano di toccar loro il perizoma, è questo?”
“Sì, no, in realtà i tempi son cambiati, al massimo le capiterà di sovrintendere a qualche corsa in motorino”.
“Che cos’è un motorino?”
“Un perizoma molto elaborato. Comunque vedrà, avrà tutto il tempo per studiare, affezionarsi…”
“Un mezzano. Avete fatto di me un mezzano. Questa è la ricompensa per una vita di studi e sacrifici e…”
“Ma non se la prenda. Sul serio, c’è chi ha passato la vita nel deserto lontano da ogni fetore di vita e si ritrova Santo patrono degli animali da cortile, preferirebbe?”
“Sempre meglio che mezzano. Mezzano per l’eternità”.
“Ma no, mica l’eternità. Prima o poi finisce”.
“Il mondo?”
“Per esempio. Oppure il cristianesimo, magari a un certo punto comincia ad andare di moda qualcos’altro e nessuno vi pregherà più. A quel punto le toccherà passare l’arco al nuovo fighetto di turno, come sto facendo io. Ché era ora, tra parentesi”.
“Quindi gli dei…”
“Si danno i turni, sì. E adesso, se vuole scusare, ho un banchetto e aspettavano solo me. Non che ci sia il rischio di arrivare tardi, per carità, però…”
“No, ma prego, non la trattengo”.
“Gli amorini glieli lascio? Sono carini e non sporcano, e con le frecce possono darle una mano”.
“Ma io sono un uomo di Chiesa, insomma”.
“Appunto, magari nelle cartoline illustrate ci mette loro e si salva almeno la faccia”.
“Rideranno tutti di me, vero?”
“I colleghi? Tantissimo. Ma è tutta invidia, si fidi. A loro tocca pensare ai terremoti e alla sifilide. Lei non si preoccupi, in fondo è divertente”.

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Né tre, né re, né magi

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Non solo, ma lo vedete questo ragazzo qui sotto, e questo cane? Ecco, non esistono. Non sono mai esistiti.
Revisionismo storico, sul Post! Oro incenso e kryptonite per tutti! (Tranne per i giuslavoristi, per loro ho solo carbone, mi spiace).

6 gennaio – Epifania e Adorazione dei Magi
Guarda che ori, che broccati, che levrieri... Gentile da Fabriano è un po' tamarro, diciamolo.
Non erano necessariamente tre (Matteo non dice mai il numero: lo si desume dai tre doni, oro incenso e mirra). Non erano re, anche questo l’evangelista non lo scrive; e la situazione geopolitica del primo secolo ci è abbastanza nota da permetterci di escludere l’esistenza di re itineranti, con molto tempo da perdere dietro a stelle e profezie. Non erano neanche “magi”, perché se ci pensate bene la parola in italiano non ha molto senso, è stata coniata apposta per loro: diconsi magi i tre re venuti ad adorare Gesù. Matteo in greco scrive magoi, termine imbarazzante, perché ai cristiani i maghi non piacciono: sin dall’inizio li percepiscono come i loro più insidiosi concorrenti (a partire da quelSimon Mago che negli apocrifi tormenta Simon Pietro come un gemello cattivo). “Magoi” erano chiamati dai greci i sacerdoti zoroastriani, il che lascia pensare che i non-re provenissero dalla Persia, oggi Iran. Non seguivano una cometa, perlomeno non necessariamente: Matteo si limita a parlare di una stella (“vidimus enim stellam“, 2,2). Non arrivarono a una grotta, né a una capanna: Matteo scrive che trovarono il bambino entrando in una “casa” (“intrantes domum invenerunt puerum“, 2,11). Insomma se Matteo vedesse un presepe moderno, con la cometa in cima alla grotta e i tre re cammellati, non riconoscerebbe la scena. Anche a causa di tutti quei pastori nei dintorni, di cui nel suo Vangelo ovviamente non v’è minima traccia. Che cosa è successo?
Ci sono state delle contaminazioni, evidentemente. La prima è col Vangelo di Luca (posteriore?), che dipinge una scena molto più familiare: c’è il censimento “di tutta la terra”, c’è almeno un albergo tutto esaurito, la mangiatoia, i pastori, gli angeli cantano “Gloria a Dio nel più alto dei cieli”… ecco, siamo già in pieno presepe. Tranne un piccolo dettaglio: i magi. Luca non ne parla, e sì che dei tre sinottici è quello che sembra aver fatto più indagini. Suona quasi come una smentita. Luca, poi, lo abbiamo visto, è il più liberal degli evangelisti, quello di “beati i poveri” (non “in ispirito”: beati i poveri e basta): il suo Gesù deve per forza nascere in un contesto di disagio sociale ed essere adorato dai pastori: si capisce che questi maghi venuti dal nulla che portano doni preziosi non rientrano nel suo quadro. Si capisce altresì che Luca non è un vero povero, perché ai poveri i re bardati d’oro venuti da lontano non dispiacciono affatto, sono i punti luci del presepe. Alla fine i natali di Matteo e di Luca si amalgameranno, assorbendo altri dettagli dalla fervida fantasia degli apocrifi: così scopriremo per esempio che i magi erano re – giusto per realizzare un altro paio di profezie veterotestamentarie – che si chiamavano Gaspare Melchiorre e Baldassarre, che ognuno rappresenta un continente diverso, eccetera. Gli esegeti arricchiranno il brodo spiegandoci che l’oro allude alla regalità (Gesù Cristo è Re, non scordiamolo), l’incenso al sacerdozio, mentre la mirra, questa benedetta mirra che assomiglia a uno di quei regali di Natale che nessuno vorrebbe, i calzini di lana, la cravatta à pois… la mirra rappresenta effettivamente il ruolo più difficile, di vittima sacrificale: l’olio di mirra era adoperato per l’unzione sacerdotale, ma anche per l’imbalsamazione. Ancora oggi i magi fanno discutere astronomi e fantastorici: sulla questione della “stella” si sono riempite biblioteche di congetture (era una cometa o una supernova? O un banale allineamento planetario?) Alla fine insomma la nostra concezione dei “re magi” dipende molto più dal folklore del presepe che dalla lettera del Vangelo. La cosa interessante è che il folklore non si è sostituito alla lettera. Vi si è per così dire incrostato, ma chiunque sappia leggere può rimuovere gli addobbi posticci e ritrovare il testo di Matteo. In altre religioni non è successo così. Miti e racconti si sono contaminati e mescolati per secoli, prima di arrivare alla forma che conosciamo (e che magari non è nemmeno la definitiva). (Continua…)
Nella sua Vita di Maometto, Muhammad Ibn Garir al-Tabari (IX secolo) racconta più di una storia sulla tormentata infanzia del profeta. Un giorno, al pascolo, il suo fratello di latte vede tre uomini vestiti di bianco che aprono il ventre del piccolo Maometto e ne svuotano il contenuto. Il bambino torna a casa a dare l’allarme, ma quando gli adulti accorrono, trovano il bambino vivo, anche se il suo aspetto “era alterato”.
Lo presero, lo baciarono sulla testa e sugli occhi e gli chiesero: “Maometto, cosa ti è accaduto?” Egli rispose: “Tre uomini, con un catino e una bacinella d’oro, sono venuti e mi hanno aperto il ventre, hanno preso tutte le mie viscere e le hanno messe in quel catino; poi me le hanno rimesse in corpo dicendomi: “Tu sei nato puro e ora sei più puro”. Poi uno di loro ha immerso la mano nel mio corpo, ne ha strappato il cuore, lo ha tagliato e ne ha levato il sangue nero, dicendo: “È la parte di Satana che c’è in tutti gli uomini, ma io te l’ho tolta dal petto”. Poi mi ha rimesso il cuore a posto. Uno di loro aveva un anello, col quale mi ha marchiato. Il terzo ha immerso la mano nel mio corpo e tutto è tornato in ordine”.
Qui ci starebbe una bella immagine del giovane Maometto, ma curiosamente non sono riuscito a trovarne.
Al-Tabari è un biografo molto generoso: qualsiasi storia o storiella sul profeta è per lui degna di essere raccolta. Come facciamo a capire che la leggenda dei “tre uomini” è una sovrapposizione di molto posteriore ai racconti più antichi sulla vita di Maometto? Per prima cosa, è inutile. lo dicono anche i tre maghi-macellai: “tu sei nato puro”. A che pro allora tutto questo sviscerare, marchiare, sigillare? Sono tutti particolari ridondanti, tipici delle fiabe. E, come le fiabe, somiglia in qualche modo a tutte le altre: altrove al-Tabari mostra di conoscere la leggenda dei magi che visitarono Gesù, e che nell’800 sono già stati fissati nel numero di tre. Come nel vangelo di Matteo, siamo davanti a una precoce epifania, o manifestazione del divino, che però confligge lievemente con l’idea che Maometto riceva la sua rivelazione soltanto a quarant’anni. Del resto anche tra i cristiani non c’è accordo sulla prima epifania della divinità di Gesù: gli ortodossi preferiscono partire dal battesimo nel Giordano, quando si sente distintamente una voce dal cielo affermare “tu sei il mio figlio prediletto”. Il vangelo più breve (il più antico?), Marco, comincia appunto da lì. Tutto quello che a Gesù è successo prima potrebbe anche essere stato aggiunto dopo.
In generale, i racconti sull’infanzia degli eroi e dei profeti sono sempre posteriori al mito portante. Nascono come per riempire un vuoto: cosa è successo al Profeta nei suoi primi quarant’anni, al Messia nei suoi primi trenta? Possibile che il divino non si fosse già manifestato in lui? Così è tutto un fiorire di miracoli grandi e piccoli, ma spesso anche minimi, come in quell’apocrifo in cui il giovane Gesù rimedia coi suoi miracoli agli errori di falegnameria di mastro San Giuseppe. Gli autori di questi racconti e raccontini sono ovviamente anonimi, ma è lecito supporre che molti di loro siano donne, e che stiano raccontando fiabe davanti a un focolare, a bambini troppo curiosi: com’era Gesù (o Maometto) quando era piccolo come me? Non sembra un caso che in primo piano si trovino spesso personaggi femminili, come Maria nel vangelo di Luca, o la balia Halimah che salva il piccolo Maometto dalle grinfie di un altro mago malvagio. Quando poi gli eroi e i profeti diventano grandi, le donne passano in secondo piano.
Diventati adulti, poi, molti uomini mostrano di non gradire questo prolificare di racconti e favolette sull’infanzia dei personaggi importanti. Il più delle volte sono inutili: distraggono dal racconto fondamentale, la predicazione dell’adulto agli adulti. Persino gli autori di Superman hanno più volte cercato di disfarsi di Superboy (e del cane Krypto), senza successo: le nuove generazioni continuano a chiedere dettagli sull’infanzia degli eroi e degli Dei, e finché non gliele inventi non si addormentano.
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San Silvestro non c'era, o dormiva

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A Si', chette serve?
Non è un Papa da veglioni. Non è neanche un Papa da donazioni. Un Papa che indicono il concilio di Nicea e lui manco si presenta. Effettivamente, Silvestro è famoso soprattutto per le cose incredibili che non ha fatto. La grande truffa della Chiesa d'Occidente è sul Post, buona notte (e buon anno).

31 dicembre – San Silvestro, Papa (†335)
“La notte di San Silvestro”. Non so chi abbia cominciato a chiamarla così. Non è un’espressione antica: nel medioevo i giorni cominciavano al tramonto, quindi si trattava piuttosto della notte della Circoncisione di Gesù (primo gennaio). D’altro canto fino al Settecento ognuno festeggiava il capodanno un po’ quando gli pareva, per la gioia delle cancellerie. Non c’era consenso nemmeno tra una città e l’altra: a Venezia l’anno iniziava il primo marzo, perciò dicembre era davvero il decimo mese. A Firenze cominciava il 25 marzo: a Pisa anche, ma c’era un anno di differenza, così, per il piacere di complicarsi la vita. In Francia si cominciava con la Pasqua. Esatto, era una festa mobile, quindi ogni anno aveva un numero di giorni diversi. A Bisanzio, ma anche nel meridione e in Sardegna, si cominciava il primo settembre, che in fondo anche oggi è il capodanno vero, quello senza spumante e con tanta tristezza. Ufficialmente però alla fine ha prevalso lo “stile moderno” – che in realtà adoperavano già i romani nel secondo secolo avanti Cristo, detto anche “della circoncisione”, perché gli ebrei venivano circoncisi nell’ottavo giorno dalla nascita, e quindi a Gesù sarebbe capitato il primo gennaio, appunto. E San Silvestro, in tutto questo?
Niente. Non c’entra niente. Eppure da bambini, a furia di sentire parlare di “veglione di San Silvestro”, finivamo per immaginare uno di quei santi bonaccioni che portano doni nottetempo: un Santa Klaus per adulti, niente regali per i bambini ma un magnum per mamma e papà, e poi danze, ricchi premi et cotillons. Ebbene no, San Silvestro non è quel tipo di Santo. Silvestro Papa è l’ultima persona che invitereste a un veglione, San Silvestro è uno dei santi più opachi del calendario, notevole non per quello che ha fatto (resse la Chiesa di Roma ai tempi di Costantino), ma per quello che non ha fatto. Per esempio non ha indetto il concilio di Arles (314) che condannò lo scisma donatista: ci pensò Costantino. Undici anni più tardi a Nicea si tenne il primo concilio ecumenico della Chiesa universale, che condannò lo scisma ariano, e Silvestro non lo organizzò: ci pensò anche stavolta Costantino. Il papa non trovò nemmeno il tempo di andarci. Insomma appare abbastanza chiaro che all’inizio del quarto secolo il vescovo di Roma era una figura di secondo piano. Più in generale, era Roma che stava perdendo colpi. Era ancora il simbolo dell’impero, da poco si era munita di mura, ma non era più capitale. Non reggeva il dinamismo delle ricche metropoli orientali, Alessandria d’Egitto e Antiochia in Siria. Ma anche i Cesari e gli Augusti d’occidente le preferivano città più prossime ai confini, come Milano o Treviri. Costantino le avrebbe dato il colpo di grazia, fondando Costantinopoli – lui in realtà pensava di chiamarla “Nuova Roma” o qualcosa del genere, non era quel tipo di tiranno che si dedica le città da vivo.
Silvestro è ricordato come un grande confessore: si tenne prudentemente alla larga dalle dispute cristologiche, e tutto lascia capire che accettò senza troppi patemi che Costantino, imperatore non battezzato, gestisse le pratiche conciliari senza di lui. Tutto qui? Tutto qui. Tranne un piccolo dettaglio. Qualche secolo dopo la sua morte, Silvestro diventa famoso come protagonista della più grande patacca della Storia europea (diciamo che se la gioca alla pari con i Protocolli dei Savi di Sion): la Donazione di Costantino, un documento falso scritto probabilmente nel nono secolo, ma attribuito a un cronista-notaio di cinque secoli prima. La Donazione racconta di come Costantino, colpito dalla lebbra (!), si fosse rivolto ai sacerdoti pagani, i quali prontamente gli suggerirono il rimedio: un bel bagno rigenerante nel sangue di neonati. Sdegnato, ma anche un po’ disperato, Costantino si riduce a chiedere aiuto a Silvestro, che prontamente lo guarisce. A questo punto l’imperatore decide di omaggiare il pontefice con una modesta elargizione di territorio: la città di Roma, tanto per cominciare; lo Stato della Chiesa tra Lazio e Ravenna, e poi… e poi, crepi l’avarizia, tutto l’Impero d’occidente, anzi tutto l’occidente, fino al mare e anche più in là. Tant’è che quando nel quindicesimo secolo nasceranno controversie tra spagnoli e portoghesi sulle colonie americane, sarà la Chiesa a fare da intermediaria, basando il proprio diritto proprio sul testo della Donazione.
E a questo punto sorge spontaneo l’interrogativo: come hanno potuto crederci davvero, per tutto quel tempo? Ci voleva davvero l’acume filologico dell’umanista Lorenzo Valla per notare qualcosa di sospetto in un testo classico che parla di “feudi”? Nel testo è sottolineata l’importanza, guarda un po’, del Papa di Roma: Costantino chiede che sia riconosciuto superiore ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e… Costantinopoli. Ma ai tempi di Costantino, Costantinopoli era ancora un cantiere, e soprattutto, come abbiamo visto, nessuno l’aveva ancora chiamata così. Per essere creduta autentica, insomma, la Donazione richiedeva uno sforzo di fede ben superiore a quello dei misteri cristologici e trinitari. Fa un po’ effetto, a chi ri-studia la Storia da adulto, e si sforza a ogni passo a trattare gli oggetti del suo studio da adulti, adulti inseriti in un contesto di credenze molto diverso dal suo, ma pur sempre adulti, non fanciulli russoviani o vichiani: fa un po’ effetto, dicevo pensare che per mezzo millennio la favoletta della fontana di sangue di neonati fu presa sul serio anche dai detrattori del potere secolare della Chiesa, uomini di potere o intellettuali come Dante:
AhiCostantindi quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre! Inferno (XIX)
Eppure in un qualche modo funzionò. Forse qualsiasi favoletta funziona, basta ripeterla con ostinazione. Per esempio, provate con me: “La Chiesa paga già l’ICI, la Chiesa paga già l’ICI, la Chiesa paga già l’ICI”… ehi, funziona.
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Al Sole Mai Sconfitto

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Tenete duro, lo spread tra sole e oscurità è destinato a diminuire. Nel frattempo davanti a un camino ci raccontiamo le vecchie storie di sempre, e qualcuno potrebbe arrivare nella notte e portarci qualcosa.


Il Dio Odino, per esempio. Gli Spettri dei Natali Passati quest'anno sono sul Post.
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Solo per i tuoi occhi

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Caruso. Elvis Presley. Julian Lennon. John Lennon. La Svezia luterana. La Sicilia tangentara già ai tempi di Diocleziano. Dante Alighieri e le sue emicranie. Gregorio XIII e i suoi calendari. Ragazze con le candele in testa. Occhi sui vassoi. Ragazze nel cielo coi diamanti. Truffe finanziarie. Vergini nei lupanari. Bambini che non credono in Babbo Natale, perché si fa prima a scrivere le letterine a...



...che passa dodici giorni prima. Sul Post c'è tutto quello che serve sapere su Santa Lucia, la Santa più luminosa che ci sia. Mancava solo De Gregori, allora l'ho messo qui. Fa' che ci sia dolce anche la pioggia nelle scarpe.

13 dicembre - Santa Lucia, vergine e martire (283-304).
Sono un po' emozionato: è la prima volta che mi capita di scrivere di una Santa nel momento in cui è trending topic su Twitter. D'altro canto voi non avete idea del baccano che è già iniziato a Correggio, o Montichiari, o Bussolengo; i negozi sono pieni persino in quest'anno difficile, e a scuola i bimbi friggono da stamattina. È la notte più lunga dell'anno.

Chi porta i regali in Alta Italia? Le aree di competenza di San "Babbo" Nicola (in rosso) e di Santa Lucia (in giallo) (Da prendere con le molle, anzi se avete notizie diverse segnalatemele)."

Sì, lo so, la notte più lunga dell'anno è il 22. A Roma, almeno. A Milano. Già verso Lodi le cose cambiano. Ovviamente non è una questione di fuso orario. Non si sa neanche bene il perché, fatto sta che i bambini di Lodi (e Reggio nell'Emilia, e Bergamo, e Udine) stanotte aspettano i regali, quelli che a Milano o Roma sono attesi solo per il venticinque. Da noi vengono prima, e non li porta Babbo Natale, quel San Nicola secolarizzato (ma ha ancora il mantello rosso dei vescovi) che in realtà gratta gratta è il Dio Odino sotto mentite spoglie. No. A Brescia, a Piacenza, a Cremona, in una regione intermedia tra Emilia Veneto Lombardia e Trentino, la letterina si scrive a Santa Lucia, che te li porta il 13, la notte più lunga che ci sia.

La ragione per cui a Carpi, per dire, la notte più lunga è questa, mentre sull'altra sponda del Secchia il sole sorge regolare, non è chiara. Comunque sappiamo precisamente quando si aprì questa frattura nello spaziotempo: nel 1582 Papa Gregorio XIII decise di rimettere mano al calendario di Giulio Cesare, che tutto sommato per millecinquecento anni si era difeso egregiamente, guadagnando però ogni anno undici minuti e 14 secondi rispetto alla rivoluzione della terra intorno al sole. Del resto, nemmeno lo stesso Cesare avrebbe potuto supporre che il suo calendario sarebbe rimasto in vigore per milleseicento anni. Ai tempi del Gregorio in questione ormai le stagioni stavano sballando: Pasqua da festa dei germogli rischiava di diventare sagra della mietitura, e in giro qualcuno cominciava a sussurrare che non esistessero più le mezze stagioni. Anche l'equinozio d'inverno, la notte più lunga dell'anno, si era stabilmente assestata intorno al 13 dicembre, Santa Lucia.

Potrei inserire centinaia di immagini di giovani svedesi con candelieri in testa, ma non riesco a liberarmi da questa.
Considerate che sofferenza doveva essere mettere a letto i bambini in un'epoca senza orologi meccanici, in cui ci si leva e ci si corica col sole: in estate c'era tutto il tempo per uscire di casa e stancarsi, ma in inverno? Come convinci il bambino a stare buono per quattordici ore (in Scandinavia anche diciotto)? Gli si dice: buono, che sennò San Nicola / Santa Lucia / Gesù Bambino / i Re Magi /la Befana non ti portano niente. E quella notte almeno il monello sta quieto, se non dorme farà finta, perché Santa Lucia se la guardi scappa via. Non è un caso che sia Lucia che Nicola siano santi amatissimi in Svezia, un Paese luterano che in teoria con la venerazione dei Santi dovrebbe avere chiuso nel Cinquecento, ma i bambini non viene mica in casa ad addormentarteli Martin Lutero. In teoria la festa svedese ha antenati antichissimi: l'originale “Lussi” svedese sarebbe un demone che cavalca in cielo nella notte più lunga (una brutta copia di Odino, evidentemente); forse era la Lucy che Julian Lennon disegnava nel cielo coi diamanti? I suoi compagni di caccia si chiamano Lussiferda, che in alto germanico immagino voglia dire qualcosa come “seguaci di Lussi”, ma suona anche così simile al latino “Lucifer”(“portatore di luce”) da far pensare che la tradizione si sia presto sporcata con elementi d'importazione. La contaminazione non si è fermata lì: le ragazze biancovestite che sfilano con una pericolosa ghirlanda di sette candele cantano un popolarissimo inno svedese che in realtà è Santa Lucia, la barcarola ottocentesca di Cottrau, che Caruso ha reso famosa in tutto il mondo (qui c'è la versione di Elvis, in un italiano dignitoso). Loro ci hanno dato gli Abba, noi Cottrau, giudicate voi chi sia in credito con chi. Addirittura da Stoccolma ogni anno parte una Santa Lucia che va a presenziare alla processione di Siracusa: perché la Lucia cristiana è nata e morta laggiù, dove ovviamente è festeggiatissima con fastosi cortei, anche se la tradizione dei regali nella notte più lunga sotto il 45° parallelo è molto meno sentita. Cosa sappiamo di lei? Niente, come al solito.

Quegli occhi li ho già visti
Per esempio, non è vero che le abbiano strappato gli occhi. O perlomeno non risulta dalle fonti più antiche, quegli Acta sanctorum che come abbiamo visto, quando c'è da scuoiare o squartare o abbrustolire una vergine non si tirano mai indietro: Lucia per esempio viene sgozzata (ma non muore finché non le portano la Comunione). Però anche negli atti più antichi di occhi strappati non si parla. Il tradizionale vassoio coi globi oculari in bella vista, una delle cose più splatter che possiate vedere in una chiesa cattolica, arriva nell'iconografia più tardi, con un sapore già barocco: indica che Lucia è la patrona degli occhi, e come tale carissima a tutti gli scrittori del medioevo che appena perdevano due gradi erano praticamente fottuti. (Non a caso Dante le concede un cameo in tutte e tre le cantiche: è lei che dà la scossa a Beatrice, ehi, guarda che il tuo ex, lì, il poeta, si sta perdendo in una selva oscura, insomma, fa' qualcosa). L'unica congettura è che Lucia si sia conquistata il patronato, e la posizione fondamentale nel calendario pre-gregoriano, per via del nome, che appunto la collega alla luce. Quanto alla sua leggenda personale, non parla né di luci né di lunghe notti: però è interessantissima, e se avete pazienza ve la racconto. Tanto la notte è lunga, no?

Lucia è una ragazzina con un sogno: diventare Santa come la Santa più famosa dei suoi tempi, che è Agata di Catania, martirizzata nel secolo precedente. Per convincere la madre Euticia a portarla sulla tomba del suo idolo, le racconta che Agata sarà senz'altro in grado di guarirla da quelle perdite che in un millennio senza assorbenti dovevano risultare ben più che fastidiose. Quando finalmente la madre la esaudisce, Lucia inginocchiandosi davanti alla tomba cade in deliquio e vede Agata tra le schiere degli angeli coi diamanti (“in medio angelorum gemnis ornata”) che bonaria la rimprovera: sorella, perché chiedi a me di fare quello che puoi fare tu sola? Insomma, sii te stessa, credi nei tuoi sogni ed essi si avvereranno eccetera. Quando si sveglia, Euticia è guarita e la decisione è presa: Lucia sarà Santa. C'è un problema. Lucia è un buon partito, con un fidanzato che non vede l'ora di mettere le mani sul cospicuo patrimonio amministrato dalla madre. Euticia però viene convinta dalla figlia a dare tutto in beneficenza. Qui la leggenda mostra la sua superiorità su altre dello stesso genere: si parla di soldi, raramente nelle fiabe questo avviene. Quando al fidanzato giunge notizia della munificenza di Lucia, va a chiedere spiegazioni a Euticia, che sibillina gli spiega: la tua futura sposa ha trovato un investimento che frutta di più di qualsiasi altro (“quod utiliorem possessionem sponsa sua invenisset”). Il tizio, essendo ovviamente pagano, non capisce: non conosce la parabola del tesoro nascosto nel campo. Si convince che Lucia ed Euticia stiano scalando chissà quale società per azioni, e addirittura le aiuta: quando si rende conto che quelle pazze stanno semplicemente foraggiando i poveri, le porta in tribunale con l'accusa di cristianesimo. (Siamo sotto Diocleziano, l'imperatore ammazzacristiani per eccellenza).

Di fronte al mostruoso inquisitore Pascasio, Lucia – neanche a dirlo – fa un figurone. Finché Pascasio non ha un'idea: qualunque cosa sia questo misterioso Spirito Santo che ti suggerisce tutte le risposte brillanti, adesso vedrai come faccio a cacciartelo via. Ti farò condurre al lupanare, dove ti violenteranno, e il tuo Spirito a quel punto ti lascerà (“Ego faciam te duci ad lupanar, ut ibi violationem accipias et spiritum sanctum perdas”). Ma Lucia non fa una piega, anzi. Qui la leggenda svela il suo nucleo più interessante: il concetto di intenzione. Nel mondo antico la purezza era una questione fisica, che in certi casi poteva essere recuperata mediante abluzioni rituali. L'impurità derivante da un rapporto sessuale era un fatto oggettivo, che tu acconsentissi al rapporto o no. Col cattolicesimo cambia tutto, almeno in teoria: in pratica ancora oggi violentare una fanciulla equivale a disonorarla, non solo a Siracusa. La leggenda è rivoluzionaria anche rispetto agli usi e ai costumi di oggi (altro che "non possiamo non dirci cristiani", dobbiamo ancora del tutto liberarci del paganesimo): se Lucia ha deciso di essere Santa e vergine, nessun cliente di lupanare potrà farle cambiare idea: "Non inquinatur corpus nisi de consensu mentis". È un dettaglio cruciale: la vera verginità non sta nell'imene, ma nella volontà.

Dopo aver teorizzato una cosa che ancora per secoli farà discutere i teologi (si può essere Santi anche se ti violentano?), dopo aver affermato con serenità che Lucia avrebbe potuto essere vergine anche nel mezzo di un bordello... la leggenda fa un passo indietro, e impedisce a Lucia di entrarvi effettivamente, nel bordello: la fantasia non osa ancora spingersi dove è arrivata la teoria. Così lo Spirito Santo aumenta all'istante il peso specifico di Lucia, che, rigida come il marmo risulta intrasportabile: Pascasio la fa attaccare a mille paia di buoi ("cum viris mille paria boum"), ma niente da fare. Decidono quindi di rovesciarle addosso la pece e darle fuoco, ma nemmeno questo funziona: alla fine riescono ad aprirle la giugulare, ma Lucia prima di morire ha ancora la soddisfazione di vedere le fiamme gialle che irrompono nel tribunale e portano via Pascasio, accusato naturalmente di malversazione – specialità della Sicilia più o meno da Verre a Totò Cuffaro. Nel frattempo Lucia annuncia la morte dell'imperatore d'occidente Massimiano e l'esilio del suo collega Diocleziano – e qui Jacopo de Varazze prende una cantonata: con tutti i cristiani che ha fatto ammazzare Diocleziano a conti fatti è l'unico imperatore del terzo secolo che dopo vent'anni di onorato servizio se ne andrà in pensione a coltivar cavoli a Spalato. E la storia insomma è questa qua.

Ora se permettete me ne vado a letto, ho sentito un lontano scalpicciare di zoccoli e non ho intenzione di farmi trovare sveglio, siccome ho scritto alla Santa a proposito di una certa autoradio con la presa USB. Alla prossima notte, le mie da domani sembreranno già più brevi.

(A Lucia, che mille paia di buoi non hanno smosso; che la pece ardente non ha scottato; che mi è stata accanto nelle notti più lunghe).
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Un Natale anarchico e informale

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Io sulla Federazione Anarchica Informale ho, più che una teoria, una sensazione; non sono in grado stasera di dimostrarlo, ma mi pare proprio che colpiscano sempre a fine anno. Questa cosa li rende un po' più simili a dei maniaci seriali che a dei rivoluzionari. Come rivoluzionari anzi faccio sempre più fatica a immaginarmeli, di solito un rivoluzionario o ha molta pazienza o molta fretta; uno che smolla due pacchetti bomba sotto le feste ogni anno, e qualche volta salta pure l'anno, che razza d'insurrezione ha in mente?

Quel che è peggio è che ormai gli anarchici informali si sono impregnati di quello spirito natalizio ancora lieve dei primi di dicembre, privo delle angosce che ci attanagliano dal venti dicembre in poi: senti che hanno messo una bomba e ti viene in mente che è ora di addobbare l'albero e telefonare agli amici lontani. Forse c'è una spiegazione tecnica, forse sotto le feste è più facile contrabbandare esplosivi in mezzo ai botti di fine anno, non lo so. In realtà non ne sa niente nessuno.

Due anni fa (avevo appena cominciato a scrivere sull'Unità), trovai su un forum anarchico un testo che è la cosa più vicina a un manifesto della Federazione Anarchica Informale. Anche in quel caso si respira a pieni polmoni l'atmosfera della notte di San Silvestro, con quell'acre sentore di petardo. Ci scrissi un pezzo che coi suoi difetti mi sembra ancora interessante, anche se ormai di difficile reperibilità. Lo ricopio qui, credo di fare cosa non troppo inutile.


“Abbiamo scelto di colpire dove meno ve lo aspettate”, scrivono le “Sorelle in armi” nel comunicato in cui rivendicano la bomba alla Bocconi. E invece non c’è mai stata una bomba tanto prevedibile, nel luogo e nel momento in cui più avremmo potuto aspettarcela. 

Una bomba anarchica a Milano, nell’anniversario della morte di Pinelli. Una bomba anarco-insurrezionalista, mentre al vertice di Copenaghen i black bloc attiravano (o distoglievano, a seconda del punto di vista) l’attenzione del pubblico mondiale. Una bomba in un ateneo privato, mentre gli studenti italiani manifestavano per la scuola pubblica. Una bomba gravida d’odio proprio mentre Berlusconi, percosso al volto ma non domo, si dichiarava sicuro della “Vittoria finale dell’Amore”. Tanto maldestre in fatto di detonatori, queste Sorelle, quanto raffinate nella scelta dei luoghi e dei momenti più suggestivi. Raffinatezza che molti hanno voluto trovare sospetta – non saremmo più in Italia se pochi minuti dopo il ritrovamento della bomba non fosse già fiorita una specifica dietrologia. Ma bisogna anche capirci: abbiamo stragi che aspettano un colpevole da trent’anni, poliziotti che piazzano molotov… con simili precedenti è effettivamente dura per un’organizzazione terroristica alle prime armi farsi prendere sul serio. 

Il comunicato non aiuta, perché le citazioni che fino a qualche anno fa avrebbero dimostrato inoppugnabilmente il radicamento delle Sorelle nell’anarcoinsurrezionalismo ‘latino’ (la citazione dell’anarchico spagnolo Pombo da Silva, il richiamo all’anarchico cileno Mauricio Morales), nell’era di google diventano facilmente falsificabili: chiunque può farsi una cultura su da Silva o Morales in dieci minuti, e magari condirla con un verso di De Andrè che fa sempre anarchia. Questo in effetti è il punto meno credibile del comunicato: un anarchico che cita De Andrè è un po’ banale, ma un anarchico che cita De Andrè fraintendendolo così (il Bombarolo che vuole terrorizzare per non “ammalarsi di terrore” è un borghesotto figlio di papà) o è un ragazzino o un impostore. Brutta storia in entrambi i casi.

L’attenzione dei giornalisti si è concentrata sulla sillaba finale
. Bastano infatti tre lettere, la sigla Fai, per trasformare la bomba di un gruppo sconosciuto nell’ultima azione del più temibile gruppo terroristico italiano. La Fai, spiegano, sta per Federazione Anarchica Informale: e se ti dicono così, significa che la Fai ha già vinto. Non la guerra, ma almeno una battaglia di immagine contro la vera FAI, la Federazione Anarchica Italiana nata nel 1945, editrice della malatestiana Umanità Nova e depositaria della storia più nobile dell’Anarchia italiana. La storica FAI non ha mai perso un’occasione per dissociarsi dal gruppo di bombaroli che ne usurpa la sigla: anche in questo momento sul suo sito compare un comunicato che “denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica delle esplosioni di Milano e Gradisca d'Isonzo”. Fatica sprecata: ormai per il grande pubblico la Fai sono gli anarchici che mettono le bombe. “La principale minaccia terroristica di matrice anarco-insurrezionalista a livello nazionale», secondo l’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna). Se non proprio l’unica. 

Una “galassia”, scrive Paolo Colonnello sulla Stampa, addirittura un “universo che nel 2003 provò a colpire Prodi”. Visti gli effettivi attentati portati a termine sarebbe il caso di parlare, più che di galassia, di una costellazione. Una manciata di gruppetti, disseminati in tutt’Italia, senza nessuna velleità di costituire un movimento armato unitario (anzi, la frammentarietà è quasi rivendicata), che tra il 2003 e il 2006 hanno piazzato e spedito ordigni che anche quando sono scoppiati non sempre sono riusciti a guadagnarsi le prime pagine. Unico risultato concreto: oggi la sigla Fai è cosa loro. Fino al 2006 le periodiche consegne esplosive della Fai informale ribadivano l’esistenza di una corrente sotterranea violenta annidata tra le pieghe del “Movimento dei Movimenti”. Per i Movimenti invece la Fai informale non è mai esistita: si trattava di infiltrati, servi del potere. I loro comunicati, come s’è visto, non appaiono molto convincenti.

Forse la sola testimonianza a favore della ‘genuinità’ della Fai è l’unico bizzarro comunicato divulgato su internet, dal sito Anarchaos.it (ma “a semplice scopo informativo”). Risale al Natale del 2006 e porta il nome di “Documento-Incontro della Federazione Anarchica Informale a 4 anni dalla nascita”. Dopo una cronistoria accurata delle azioni compiute dai gruppi prima e dopo la nascita della Fai informale, il Documento riporta i verbali di una riunione natalizia in… “casa di Paperino”. Sì, perché per ragioni di segretezza i nomi degli esponenti dei vari gruppi (“COOPERATIVA ARTIGIANA FUOCO E AFFINI, BRIGATA 20 LUGLIO, CELLULE CONTRO IL CAPITALE, IL CARCERE, I SUOI CARCERIERI E LE SUE CELLE, SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE”) sono sostituiti da quelli della banda Disney. 
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Triste terra senza morti che camminano

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E così stasera è Halloween, la festa che in Italia non si potrebbe festeggiare perché noi avremmo delle radici, noi, per esempio noi il due di novembre festeggiamo gli, ehm, morti, e in certe regioni intagliavamo le, ehm, zucche. Se ne parla sul Post, si commenta là, portate i dolcetti.


1 novembre - Tutti i Santi
Sì, in realtà Ognissanti è domani. Stasera invece sarà la notte di Halloween in cui i bambini tormentano i citofoni minacciando scherzetti ed estorcendo dolcetti, secondo l'usanza americana, mentre i preti e i severi opinionisti borbottano che non si può, secondo l'usanza italiana. Perlomeno questa è la tradizione: lamentarsi della non italianità di Halloween. Durerà?

L'impressione è che i severi opinionisti stiano cedendo, man mano che arrivano figli e nipotini. Com'è noto, nessuna convinzione politica o culturale regge l'impatto di un marmocchio che frigna: così, dopo aver visto leader noglobal rincasare sul presto da un picchetto antimultinazionali per accompagnare la figlia a un compleanno da McDonald's, credo che la resistenza di molti anti-halloweenisti italiani sia destinata a dissolversi al primo urlo di un frugoletto che vuole la zucca illuminata e la vuole subito. Per lo stesso motivo immagino che invece i preti resisteranno per qualche altro secolo. Però prima o poi bisognerà spiegarglielo, che un prete che si lamenta di Halloween-festa-pagana è un prete che non sa fare il suo mestiere.

Ovvero: ammettiamo pure che Halloween sia una festa pagana, anche se "All Hallows' Even" vuol proprio dire "Vespro d'Ogni Santo", e l'usanza d'intagliare rape o zucche è attestata in Toscana e fin in Sardegna. Ma fa lo stesso. Fingiamo che Halloween sia un rito pagano proveniente da un universo culturale radicalmente alieno, e tuttavia ai bambini piace. Piace anche a qualche grande. Cosa fa a questo punto il prete che sa fare il prete? Scrive ad Avvenire o al Foglio che è una vergogna? Cosa fecero i preti quando l'imperatore Aureliano intimò di festeggiare la terza notte dopo il solstizio d'inverno (25 dicembre) come vittoria del Dio Sole sulla notte? Non c'era ancora Avvenire su cui sfogarsi e forse fu una fortuna, perché decisero di celebrare anche loro la nascita di Gesù (che comunque è il Giorno che vince la Notte, più o meno, dai, metaforicamente) e la cosa funzionò. E quando Sant'Odilone di Cluny nel decimo secolo si rese conto che nello spazio enorme tra un monastero e l'altro i villici francesi pur battezzati ai primi di novembre amavano ancora festeggiare il capodanno celtico, l'alba delle Pleiadi, il trionfo della Notte e dei morti che tornano sulla terra, cosa fece? Scrisse un tonante editoriale su qualche pergamena che avanzava? No: provò a spostare la festa cristiana d'Ognissanti in quella zona del calendario, e da lì in poi tutti contenti. I preti bravi fanno così. Se la montagna non va da Maometto... ops. Insomma, ci siamo capiti. Dovete immaginarvi più o meno situazioni del genere:

Non è che la tribù avesse ancora tutta questa paura dei morti, e tuttavia alcuni di loro ancora tornavano a tormentare i sonni dei parenti, dei bambini soprattutto, specie quando le notti s'allungavano. Per ovviare al problema s’inventò la sepoltura; restava il problema dei morti dispersi. Si pensò allora di celebrare un rito anche per loro, una volta all’anno. Finché dalla città arrivò un predicatore, sembrava un tipo in gamba, spiegò che Gesù era risorto anche per loro, che il Paradiso era un gran posto, e battezzò tutta la tribù in mezza giornata. Prima che andasse via gli chiesero: ma possiamo ancora festeggiare la prima notte di novembre?
“E cosa sarebbe?”

“È il giorno in cui lasciamo i dolci per i morti”.
“I dolci per i morti. Dunque… nel Vangelo non se ne parla. Ma cosa se ne farebbero, i morti, insomma?”
“Sono morti dissepolti, che altrimenti vanno negli incubi dei bambini”.
“Aaah, è per i bambini”.
“In pratica sì”.
“Ma se lasciate i dolci sui davanzali, le bestie selvatiche…”
“Dopo un po’ in effetti li togliamo e li diamo ai bambini. Dici che è una cosa troppo pagana?”
“Via, non si dica che Gesù è venuto a togliere i dolci ai bambini. Fate pure. E intanto dite delle preghiere”.
“Preghiere?”
“Dei discorsi, delle richieste a Dio... Santo cielo che campagnoli [pagani, da pagus, contado]. Chiedete a Gesù che porti i morti in paradiso. Teologicamente non fa una grinza, e rispetta anche le tradizioni del territorio. Col vescovo poi me la vedo io. C’è altro?”
“No, direi di... Aspetta. C'è questa cosa dell’equinozio di primavera”.
“Perché, cosa fate nell’equinozio di primavera?”
“Ma una cosa da nulla, noi rubiamo un bambino alla tribù vicina, che ne ha tanti e, ehm, lo sgozziamo”.
“D’ora in poi sgozzerete un agnellino”.
“Ma gli agnellini sono carini!”
“Stop. Su questo Gesù Cristo non transige. Stop ai sacrifici umani”.
“Uffa”.

Io poi, lo confesso, non ho bisogno di nessun marmocchio tra i piedi per apprezzare Halloween. Sarà anche un’americanata, ma se funziona (e funziona), forse risponde ad esigenze a cui la cattolica liturgia dei Morti non risponde più.
Per esempio, l’elemento paura. Non venite a dirmi che è un sostrato celtico: i morti fanno paura a tutte le tribù del mondo. Morte e Paura vanno a braccetto: ma Halloween celebra la paura, Ognissanti no.
Ora arriverà qualcuno a spiegarmi che noi latini siamo troppo solari per celebrare questo tipo di cose. La letteratura gotica non l’abbiamo inventata noi. Le storie di fantasmi non sono roba nostra.

Ma non è vero. Noi siamo il popolo del sangue e del terrore. Gli elisabettiani ambientavano le tragedie in Italia perché il pubblico si metteva paura solo a sentire i nomi delle città… Noi facevamo splatter nel Trecento, con Dante Alighieri e i suoi effettacci che gli americani ancora c’invidiano! E anche Boccaccio quando voleva sapeva mettere insieme storie di fantasmi mica male. E certe pagine di Ariosto, del Tasso… ma restiamo nel folklore. Prendiamo le Fiabe Italiane e andiamo a vedere quanti boschi oscuri e quanti diavoli incontriamo. No, quello che fa rabbia di Halloween, è che fino a due secoli fa avevamo tutto il materiale culturale per farcelo da soli, il nostro Halloween, anche più spaventoso di quello americano. E poi cos’è successo?

Sbaglio di troppo a dire che l’egemonia anglosassone nella letteratura fantastica nasce proprio dalla consuetudine di raccontarsi storie di fantasmi ad Halloween? Pensate a Henry James, a Dickens. Col suo Cantico, Dickens si è preso persino il Natale, l’ha trasformato in un’anglosassonissima leggenda di fantasmi. Con i Fantasmi dei Natali Passati e Futuri, Dickens ha persino inventato la nozione moderna di viaggio nel tempo. La moderna letteratura fantastica e fantascientifica deve moltissimo alle storie di fantasmi. Gli inglesi e gli americani sono abituati a raccontarsele da bambini, noi no.

Alla fine, sarà un caso? Loro hanno un immaginario vivace, pieno di instrusioni fantastiche e what if, e noi andiamo avanti con il nostro realismo borghese minimalista. Non c'è ancora nessuno che abbia pensato di fare i Promessi Sposi Zombie, che è un'idea persin banale, con un po' di sforzo poteva venire anche a don Alessandro, in fin dei conti l'epidemia e gli incubi ci sono già, se mi date un congruo anticipo ve li scrivo io i Promessi Sposi Zombie (devo solo chiedere l'aspettativa). (Update: mi segnalano nei commenti che qualcuno ha finalmente scritto i Promessi Sposi Zombie).

Non ditemi che ci manca l'inclinazione, perché noi siamo quelli che abbiamo lanciato Dario Argento e Dylan Dog. Se penso a un film letteralmente terrificante, penso alla Casa delle Finestre che Ridono di Avati, che non solo è orrore puro, ma folklore italiano al 100%: il pittore matto, il prete ambiguo… Il nostro problema è che tutto questo rimane confinato nel “genere”. La più grande fregatura degli ultimi vent’anni. Dieci anni fa era un ghetto, oggi ha messo i cancelli d’oro, ma sempre ghetto è. Nel mondo anglosassone la storia di fantasmi non è per forza “genere”: può essere benissimo grande letteratura. Amleto è un groviglio di psicanalisi e antropologia, ma allo stesso tempo è anche una grande storia di fantasmi. I fantasmi sono una cosa seria. Il racconto dell’orrore, quando lo scrive Kafka in una notte insonne, mette a fuoco l’umanità meglio di cento o mille romanzetti minimal-realisti. Se nei nostri film non atterrano mai gli alieni, se non si risvegliano gli zombie, se non si riesce mai a fare un discorso che vada un po’ più in là del nostro naso, è proprio perché a un certo punto abbiamo voluto tenere i fantasmi fuori dal nostro Ognissanti. Abbiamo fatto male. Non so se ce lo meritiamo, Halloween, ma un po' ci serve. Prendete un bambino sulle ginocchia, questa sera. Raccontategli qualche storia spaventosa. Ve ne sarà grato per la vita.
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Vacanze senza fine

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L'estate ormai è alle spalle. Non importa che l'abbiate trascorsa in una spiaggia gremita o chiusi in casa ad aggiornare i vostri social network: prima o poi sarà capitato anche a voi uno dei più strazianti fra i classici argomenti da ombrellone: le vacanze degli insegnanti. Pare proprio che ne facciano troppe, no? Non si potrebbero tagliare in qualche modo? Specie quest'anno, quando a un certo punto per saltarci fuori sembrava che si dovesse amputare un po' di tutto – le province, i seggi in parlamento, le tredicesime, tutto – possibile che nel frattempo torme di laureati vadano in giro da giugno a settembre a spese nostre?

Ma è vero che gli insegnanti fanno troppe vacanze?

Sì, cioè no, cioè... è complicato. Di solito chi tira fuori l'argomento “troppe vacanze” tende a non considerare alcune cose.

La prima banalissima cosa è che gli insegnanti lavorano in un'istituzione, la scuola, che non gira attorno alle loro esigenze. Non è per far piacere agli insegnanti che si è stabilito di chiudere le scuole in luglio e in agosto. Semplicemente viviamo in un Paese mediterraneo soggetto a estati torride, e non disporremo mai di abbastanza risorse per climatizzare tutte le scuole pubbliche della Repubblica, nemmeno se volessimo. È molto più conveniente, per la serenità delle famiglie e la cassa dello Stato, salutarsi a metà giugno e rivedersi a metà settembre. L'insegnante non fa che adattarsi, e non è detto che si adatti bene. Io ad esempio soffro un po', come spiegherò più sotto.

La seconda cosa è che le nostre scuole aprono i cancelli agli studenti per un numero netto di giorni più o meno in linea con la media europea, e in particolare con la media di quei Paesi civili che hanno uno spread rispettabile e un'istruzione decente. Anche se altrove non è difficile vedere studenti sui banchi fino al trenta giugno, e dal primo settembre in poi. Il trucco è che in altri Paesi le ferie sono spalmate con più uniformità sull'intero anno scolastico: i famosi quindici giorni di vacanze di primavera in Francia o in Germania, eccetera. Noi no, noi facciamo questo enorme blocco in estate che sembra fatto apposta per far incazzare i contribuenti sotto l'ombrellone, per poi tuffarci a capofitto in uno studio matto e disperatissimo tra ottobre e dicembre e tra gennaio e aprile (da lì in poi cominciano i famosi ponti, che a seconda dell'anno possono toglierci da due a dieci giorni di lezione, ma pare che non si possa razionalizzare la cosa sennò il comparto turistico crepa sul colpo, il che mi sembra demenziale, ma tant'è).

È meglio il nostro sistema o quello francese o tedesco? Senz'altro quello francese o tedesco, se vivessimo in quei Paesi (e in qualche regione contigua a Francia ed Europa centrale varrebbe la pena di ricalcarlo). Ma siamo più a sud, e – banalmente – fa più caldo. La scuola italiana si può certo riformare e migliorare in mille modi, ma non è che si possa trasferire a un'altra latitudine. Forse un passo avanti come nazione lo faremo quando accetteremo la nostra condizione mediterranea, come dire quasi tropicale, ormai. Se uno va a vedere le nazioni zavorra dell'Unione europea, i famigerati PIIGS, scopre che a parte l'Irlanda si tratta di Paesi fortemente soggetti a questo clima mediterraneo che forse duemila anni fa poteva incubare la civiltà occidentale, ma era il periodo in cui l'aratro era uno spunzone di ferro e l'olio d'oliva il prodotto d'igiene personale più cool, gli atleti se lo spalmavano su muscoli e capigliatura. Sono cambiate tante cose e adesso, oggettivamente, è più difficile mantenere determinati standard di efficienza e civiltà intorno al quarantesimo parallelo. I tedeschi dovrebbero accettare questa semplice evidenza, stampare i maledetti eurobond e non rompere ulteriormente, che a questo punto un minimo di servizi efficienti tra Monaco di Baviera e Taormina interessa più a loro che a noi.

Ora confesserò una cosa imbarazzante. C'è un momento, verso la seconda metà di agosto, in cui comincio a pensare alla scuola, e all'inizio faccio un po' di fatica a metterla a fuoco. A quel punto, per aiutarmi, cerco di fare l'appello mentale di una classe: mentre mi aggiro in moto browniano in un negozio senza sedie, o giaccio inerte su uno sdraio, provo a ricordare i nomi dei miei studenti in ordine alfabetico. Ecco, è imbarazzante, ma non riesco mai a chiamarne ventotto su ventotto – c'è sempre qualcuno che manca, qualcuno di cui non ricordo più né il nome né il volto. E dire che ho lavorato con lui per almeno nove mesi. Probabilmente è qualcuno che credevo di conoscere abbastanza bene, semplicemente perché vedevo il suo faccino tutti i giorni e ogni tanto gli correggevo qualcosa. E invece non so più chi sia. Lontano dai banchi, lontano dal cuore. Maledette vacanze lunghe.

A me il calendario scolastico italiano non piace. Le lezioni della mia scuola addirittura partono lunedì prossimo, e oltre il dieci giugno probabilmente non andranno. Secondo me allungando un po' la coperta ai bordi si potrebbero tranquillamente inserire quindici giorni di lezione in più, senza aumentare lo stress di studenti o insegnanti. Nel mio caso specifico poi parte dello stress è dovuto proprio al fatto che non ho mai abbastanza tempo per interrogarli tutti o finire il programma, insomma 10-15 giorni di lezione in più li farei senza obiezioni. Questo non andrebbe in nessuno modo a influire sulle cosiddette “vacanze” degli insegnanti, perché in giugno e in settembre gli insegnanti a scuola ci sono comunque. Per dire, io ormai è da due settimane che vado a scuola quasi tutti i giorni, anche se i ragazzi li ho visti soltanto in foto. Cosa faccio? Perlopiù riunioni. Non dico che siano più stancanti delle lezioni – non lo sono – ma secondo me non funzionano. È come riaccendere un motore dopo due mesi, lasciarlo in folle e cominciare a scaldarlo sgasando abbondantemente. Non è il modo adatto di partire, anzi, possiamo stare sicuri che nei primi giorni di lezione lasceremo un bel po' di pneumatico sull'asfalto.

In un libro che non ho qui con me, devo citare a memoria – un curioso scrittore di fantascienza crepuscolare immagina il mondo invaso da una razza di formiche dotate di una tecnologia avanzata. Come hanno fatto a diventare così intelligenti? Secondo l'autore lo erano già. Il loro unico handicap era il letargo in cui andavano per alcuni mesi all'anno: quando si svegliavano dovevano ripartire da zero. A volte ho la sensazione che il problema di noi insegnanti italiani – e dei nostri studenti – sia proprio il letargo. Siamo come le formiche di Simak: non ci manca l'intelligenza, né l'organizzazione; il problema è che per tre mesi all'anno stacchiamo la spina, e quando torniamo non ci ricordiamo niente. Non si ricordano niente i ragazzi, che già a metà luglio fanno fatica a rammentare quello che hanno portato all'esame. E non ci ricordiamo molto nemmeno noi insegnanti. Facciamo riunioni e ci mettiamo a discutere di sanzioni e regole, di un'idea di scuola astratta, che esiste solo in questi giorni di settembre in cui le aule sono vuote. Ogni tanto pensi che lunedì avrai lezione e ti chiedi come farai, come si fa una lezione? Poi finalmente un mattino la campana suona sul serio, l'aula si riempie, e all'improvviso tutti i nomi degli studenti ti rientrano in testa, fai giusto in tempo ad accogliere tutti e dare due avvisi e la lezione è già finita. Per me almeno funziona sempre così, è davvero come svegliarsi da un letargo. Vorrei svegliami migliore ogni anno, ma non so come si fa. Forse è davvero impossibile, a queste latitudini perlomeno.


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Va tutto benissimo

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