La vocazione (maggioritaria) all'autodistruzione

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Sarà una coincidenza? Proprio nella settimana in cui abbiamo salutato la nascita di un nuovo movimento di opinione (le “sardine”), i dirigenti del PD hanno deciso di aprire un dialogo con la Lega sulla prossima legge elettorale. I leghisti la vorrebbero più maggioritaria e anche Zingaretti sembra d’accordo, in vista di un auspicato ritorno al bipolarismo. Del resto il M5S continua a scendere nei sondaggi, Forza Italia sembra in fase terminale, Renzi e Calenda dovrebbero contendersi un bacino di elettori abbastanza ininfluente, per cui, insomma, il futuro dovrebbe essere una sfida a due, ed è chiaro che i due vorrebbero essere PD e Lega. Non è scritto nel destino, ma potrebbe diventarlo con la legge giusta: il maggioritario. E proprio nei giorni in cui Zingaretti decide di pronunciarsi sull’argomento, le piazze emiliane suonano un colpo e cominciano a riempirsi di gente che nessuno aveva previsto o calcolato.

Si chiamano sardine, vabbe’, e da dove vengono? Un po’ da ovunque. Alcune affiorano per la prima volta nello specchio della politica, altre hanno perso la voglia di votare tanti anni fa, altre ancora si sono appena disamorati del movimento che fu di Beppe Grillo (e non hanno nessuna intenzione di ammetterlo). Che cosa vogliono? Tante cose vagamente “di sinistra”: ecologia, solidarietà, antirazzismo, tanti temi difficili da sintetizzare in uno slogan o un programma. Anzi no, non è così difficile: non ne possono più di Salvini e del suo sovranismo razzista e cialtrone. Visto: alla fine serve poco per mettersi d’accordo. Basta individuare un nemico, e Salvini sembra non chiedere di meglio.

Va bene, ma per chi voteranno? Ecco. Senz’altro non Salvini, e molto difficilmente le altre formazioni di centrodestra ormai satellitari alla Lega. Ma da qui a mettere tutti una croce sullo stemma del PD ce ne passa: soprattutto in Emilia-Romagna, dove il PD è considerato il partito dello status quo, e in alcune città governa senza soluzioni di continuità dalla fine della seconda guerra mondiale (pur con nomi diversi, e una classe dirigente ormai completamente diversa per mentalità e cultura). No, non è possibile pretendere che tutte le sardine votino per il PD di Bonaccini – finché c’è ancora un sistema ragionevolmente proporzionale...


...Ma con un buon maggioritario, ecco, alle sardine e agli altri pesci non resterebbe altra scelta: o padella o brace.

La strategia di Zingaretti a questo punto si lascia facilmente decifrare: che bisogno c’è di rifondare un partito di centrosinistra che sappia farsi interprete delle necessità e delle attese della popolazione, quando basta presentarsi come l’unica alternativa valida a Salvini? In fondo basta essere un po’ meno brutti e cattivi di Salvini: non ci vuole molto. Certo, c’è sempre la possibilità di perdere le elezioni. Più che una possibilità, coi sondaggi attuali, è una certezza: gli alfieri democratici del maggioritario sembrano davvero determinati a concedere una vittoria elettorale anche a personaggi inquietanti come Salvini, pur di far piazza pulita dei nemici ‘interni’ del centrosinistra. E in effetti, con un buon sistema maggioritario che polverizzasse i piccoli partiti, il PD resterebbe in parlamento l’unico punto di riferimento credibile dell’opposizione. Questo forse non salverebbe l’Italia dalla deriva sovranista e xenofoba di Salvini e dei suoi alleati, e proprio in un momento in cui l’emergenza climatica richiederebbe misure sempre più drastiche e impopolari.

Ma anche in caso di completa catastrofe politica e ambientale dirigenti del PD potrebbero consolarsi di essere almeno sopravvissuti a Renzi, a Calenda, a Rizzo, ecc.: di aver finalmente estirpato quei perniciosi partitini che ai tempi di Prodi venivano chiamati “cespugli”. Col napalm, e distruggendo l’intera foresta: ma pazienza.

Se da lontano può sembrare una strategia suicida, è perché lo è davvero. Possiamo dirlo senza timore di esprimere un pregiudizio, visto che tutto questo è già successo almeno una volta. In fondo Zingaretti non fa che applicare uno schema che è antico quanto il PD (2007), anzi è in un qualche modo scritto nel codice sorgente del PD, al punto che viene da domandarsi se non sia il destino del PD: diserbare il centrosinistra e regalare le elezioni al centrodestra.




È uno schema tutt’altro che segreto, di cui anzi si parlò per anni prima di metterlo finalmente alla prova. Si tratta della cosiddetta “vocazione maggioritaria”... (continua su TheVision), il tratto che nel 2007 doveva distinguere il nuovo partito dai vecchi che lo avevano tenuto a battesimo, DS e Margherita. L’insofferenza nei confronti dei piccoli partiti nasceva dalla situazione contingente: nel 2006 l’Unione di Prodi aveva ottenuto una risicatissima vittoria elettorale contro il centrodestra di Berlusconi. Ne era nato un governo, il Prodi II, che navigava a vista, sostenuto da una litigiosa coalizione che includeva dieci partiti, alcuni molto pittoreschi e in perenne competizione tra loro (memorabili le risse tra Di Pietro e Mastella, entrambi segretari di mini-partiti personali). Nel fondare il nuovo partito, Veltroni spiegò chiaramente che avrebbe messo fine a quel caos. Il suo obiettivo era conquistare la maggioranza degli italiani: e dal momento che la maggioranza degli italiani non sembrava già allora così ansiosa di lasciarsi conquistare da una proposta di centrosinistra (seppure molto annacquata), Veltroni prevedeva già al tempo qualche correzione della legge elettorale “in senso maggioritario”.

Nel frattempo la nascita del nuovo soggetto politico perturbava i fragilissimi equilibri del governo Prodi II, causando una crisi di governo e un’elezione anticipata a cui il PD veltroniano decise di presentarsi senza alleati a sinistra. Il risultato non fu una semplice sconfitta, ma un doppio disastro: il centrodestra di Berlusconi vinse con una larghissima maggioranza, malgrado i tredici milioni di voti raccolti dal PD (un record mai più eguagliato: ma l’Unione di Prodi nel 2006 ne aveva raccolti ben diciannove). I dirigenti del PD potevano però festeggiare di aver fatto scomparire dal parlamento i piccoli partiti d’ispirazione comunista e ambientalista. Una consolazione che già allora appariva piuttosto magra, ma il peggio doveva ancora venire.

Di lì a poco ci saremmo accorti che non bastava eliminare la sinistra antagonista dal parlamento per convincere tutti i suoi elettori a convergere sul PD. Nel 2007 Beppe Grillo aveva già dimostrato di poter riempire le piazze con un programma politico che per il momento si riassumeva in Vaffanculo (anche in quel caso, come per Sardine di 12 anni dopo, Bologna fu l’incubatrice). Il 2008 fu invece lanno dellOnda, forse il movimento studentesco più partecipato degli ultimi vent’anni. Mentre nel 2009 ad autoradunarsi nelle piazze fu il Popolo Viola, oggi dimenticato ma concettualmente non troppo distante dai toni e dalle posizioni delle Sardine di oggi, benché al tempo il nemico pubblico numero uno fosse Silvio Berlusconi. In questi e in altri casi, le piazze reali e virtuali hanno reagito a quello che percepivano come un vuoto di rappresentanza politica. Senz’altro il Pd non era il partito adatto a colmare quel vuoto, preso com’era dallinseguimento di un fantomatico elettorato moderato. Ma era proprio così necessario lottare pervicacemente affinché quel vuoto non venisse riempito da nessun altro?

La parabola del PD tra Veltroni e Bersani dovrebbe essere un esempio di scuola: una volta cacciata Rifondazione Comunista dal parlamento (una Rifondazione peraltro nella sua fase più ragionevole, disposta a votare persino il rifinanziamento delle missioni militari) il PD vi ritrovò un ben più agguerrito Movimento Cinque Stelle che di dialogo non ne voleva sapere. Oggi che il M5S è in crisi, Zingaretti sembra convinto che sia stato soltanto un incidente di percorso, un inciampo lungo il percorso che dovrebbe fatalmente portare la politica italiana verso il suo destino bipolare e bipartitico. E questo malgrado in tutta l’Europa il bipolarismo novecentesco appaia in crisi: persino nel Regno Unito, dove la Brexit ha sparigliato le carte creando un fronte trasversale che divide i partiti principali (il Labour più che i Tories).

Ma è proprio guardando all’Europa che ci accorgiamo quanto sia simile il Pd ai vecchi partiti socialdemocratici che in Spagna, Francia e Germania cercano di contrastare un declino che appare inevitabile (la cosiddetta “pasokizzazione”, da Pasok, il nome del vecchio partito socialista greco divenuto capro espiatorio della crisi ellenica). Alla fine la diffidenza dei democratici nei confronti del movimentismo odierno è più comprensibile dell’ossessione di Veltroni e soci per i “cespugli”. Non si tratta più di ripristinare una governabilità messa in pericolo da partitini litigiosi: i movimenti di oggi sono meno radicati ma possono espandersi all’improvviso come funghi, e altrettanto all’improvviso implodere: poco inclini al compromesso, non si accontentano di qualche fettina di potere ma si fanno portatori di istanze contraddittorie e spesso impraticabili. Tutto questo almeno vale per il Movimento Cinque Stelle, ma anche per chi presto o tardi ne prenderà il posto: probabilmente non saranno le Sardine, ma qualcuno comunque quel posto lo prenderà. Visto che lo spazio c’è, che il PD non lo reclama e la Lega più di tanto non riesce a penetrarlo. Succederà alla faccia di qualsiasi legge elettorale nel frattempo Lega e PD avranno congegnato per impedirlo: succederà perché semplicemente c’è gente che a una logica bipolare non si rassegna. E la storia del M5S si ripeterà di nuovo – non necessariamente in farsa. Anche perché sembra improbabile, più farsesca di così.
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I sassi e Italia Viva

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Com'è noto a tutti tranne che ad alcuni sassi ed esponenti di Italia Viva, in Italia le persone che vanno a votare riportano di informarsi più spesso attraverso il medium televisivo. Lo tengono acceso molte ore al giorno, tutti i giorni.

Com'è noto a tutti tranne ad alcuni sassi ed esponenti di Italia Viva, una delle emergenze più sentite in Italia è quella della criminalità, in particolare della microcriminalità causata dai fenomeni migratori. Salvo che si tratta, da più di dieci anni, di un fenomeno più mediatico che reale, ovvero un fenomeno a cui il medium televisivo ha storicamente dato un risalto particolare, e perché?

Com'è noto a tutti tranne ad alcuni sassi ed esponenti di Italia Viva, in Italia molte frequenze televisive sono controllate da un signore che è anche il presidente di un partito, il che forse è solo una straordinaria coincidenza, ma ecco, persino questo presidente pensa di no, visto che negli anni ha difeso con le unghie sia le frequenze che il partito, e che all'indomani delle ultime elezioni (del cui esito non era contento) ha licenziato abbastanza subito tre impresari di talk show che evidentemente aveva scoperto fare un tipo di propaganda più adatto all'alleato sovranista-cialtrone che a lui. Salvo che nei mesi successivi si è ricreduto, li ha ripresi a bordo, e ora stanno facendo esattamente il tipo di propaganda che facevano prima: segno che ormai il tizio si è convinto che appoggiare il sovranista-cialtrone è l'unica via per restare in sella.

Di fronte a fatti che si sgranano con tanta evidenza di fronte a quelli di noi che hanno gli occhi, come reagiscono alcuni esponenti di Italia Viva? Propongono di obbligare la gente ad affidare i propri dati sensibili ai social network: così ci penseranno due volte prima di esprimere le proprie individuali idee. E in effetti ci sta: metti che non siano idee di Berlusconi, che Berlusconi non sta pagando, ma come si permette la gente di esprimerle? Questa la proposta di alcuni esponenti di Italia Viva.



I sassi per ora mantengono il riserbo.
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È facile ridere dei Liberi (e Uguali)

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È facile fare ironia su Liberi e Uguali – la nuova formazione politica tenuta a battesimo domenica scorsa – e molti osservatori infatti non hanno perso tempo. Tanto per cominciare è un raggruppamento di sinistra, e mentre la destra è per definizione inquietante e in crescita, la sinistra è sempre sventurata e in crisi. È una questione di percezione, che nulla ha a che vedere coi fatti o coi numeri (in questo momento i sondaggi danno a LeU qualche punto in più di Fratelli d’Italia, una formazione di destra che ha una storia altrettanto travagliata).
Quando si parla di sinistra non ci si stanca mai di rivangare i dissidi, le scissioni, i partitini che fanno più notizia quando si spaccano di quando si ricompattano. In effetti LeU raccoglie i cocci di tre piccole scissioni del PD: i fuoriusciti di quest’anno che hanno creato il Movimento Democratico Progressista Articolo Uno; i civatiani di Possibile che erano usciti già nel 2015; il gruppo di Fassina, che nello stesso 2015 aveva formato Sinistra Italiana con i vendoliani di Sinistra Ecologia Libertà, partito che a sua volta nasceva da due microscissioni in seno a Rifondazione Comunista e PCdI, e dalla fusione con alcuni ambientalisti – ma a questo punto probabilmente vi siete persi, servirebbe un disegno e su internet ce ne sono di divertentissimi. Il disegno poi si potrebbe prolungare andando indietro nel passato fino al 1989 – ma anche al 1968 – ma anche al 1890, perché il frammentarismo della sinistra ha radici antiche, e al di là delle facilissime ironie è un fenomeno strutturale: se la sinistra è il luogo (mentale) della libertà e del confronto, è abbastanza logico che sia anche il luogo delle divisioni, dei dissidi, degli scazzi – chi preferisce obbedire a un capo può andarsene a destra, dove scissioni e scazzi ci sono comunque, ma fanno meno notizia.

(Ho scritto un pezzo per TheVision, si chiama proprio È TROPPO FACILE FARE IRONIA SU LIBERI E UGUALI).
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A chi arrestano oggi, e a chi festeggerà

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Ciao, mi chiamo Leonardo e quando a Milano ci fu l'inchiesta Mani Pulite, e i magistrati arrestavano un politico al giorno, io avevo vent'anni. Mi divertivo. Quei politici che cadevano in disgrazia li conoscevo da tanto tempo - mi sembrava tanto tempo - erano stati i cattivoni della mia adolescenza, i Craxi, i Forlani, i Gava. Corrotti, collusi, mafiosi, lo dicevamo da anni, e quando i magistrati cominciarono a confermarcelo non trovammo nulla da eccepire. Sembrava che tutto stesse procedendo verso un lieto fine: come col Muro di Berlino, per 40 anni incrollabile, e poi una notte, puff, finito. Era bello, era giusto, era divertente.

Se ci ripenso in realtà non mi ricordo molto, perché a vent'anni la priorità è il sesso e tutto passa in terzo. in quarto piano. Comunque: noi odiavamo i politici, i magistrati li arrestavano, noi eravamo felici. C'era una specie di arena in cui li vedevamo prender mazzate - i più deboli non reggevano, ma non trovavamo nulla da eccepire nello spettacolo in sé.

Adesso ne ho molti di più e non voglio nemmeno tentare un parallelo. Ogni tanto un magistrato arresta un politico: ho imparato che bisogna aspettare, perché a volte le cose non sono come sembrano. La cosa curiosa che ho notato è che adesso, quando un politico viene indagato, la gente non è più felice come una volta.

Alcuni sì, sembrano felici, ma c'è troppo nervosismo nelle loro manifestazioni di giubilo. È come se, come se, come se stessero tifando per la loro squadra. Ecco. La squadra ha fatto goal e loro festeggiano, ma in realtà sono tesi, sono arrabbiati, si vede che non basta, forse stanno ancora un goal sotto. Altre volte poi non festeggiano, anzi, alcuni fanno finta di niente - dal che deduco che deve aver fatto goal la squadra avversaria. Altri ci restano male o se la prendono con l'arbitro - che per carità, non è infallibile, è più che giusto domandarsi se sia imparziale o no, se ci abbia visto giusto, se non gli sia sfuggito qualcosa. Ma sai come fanno i tifosi: a volte se la prendono con l'arbitro per partito preso. Come se non sapessero, appunto, che non è infallibile, non può vedere tutto, non può evitare che qualcosa gli sfugga.

Ciao,  mi chiamo Leonardo e vedo i magistrati arrestare i politici da vent'anni. La principale differenza è che vent'anni fa era uno spettacolo semplice: noi sugli spalti, loro in campo. Oggi è diventato uno sport a squadre, e il match sul campo prosegue negli spalti. Indagano il sindaco di Milano: un boato in curva sud, la curva nord contesta e fa notare che però il sindaco sta reagendo bene. Pochi minuti dopo viene arrestato un assessore a Roma: la curva nord esplode, la curva sud impietrisce e così via. I politici continuano a rubare, i magistrati continuano a guardarsi intorno e a fischiare per quel che possono. Noi continuiamo a guardare, ad applaudire, a urlare, ma c'è molta meno allegria. E ormai ce ne siamo dette così tante, tra di noi, che c'è di sicuro qualcuno che ci aspetta fuori.
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Il conte Gentiloni e gli eterni ritorni

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Magari sarà un ottimo capo del governo: glielo auguro e ce lo auguro. Però davvero: quant'è buffo, dopo tanta retorica sulla rottamazione, ritrovarsi a Palazzo Chigi un conte Gentiloni Silverj? Un discendente di quel Vincenzo Ottorino Gentiloni che nel '12 firmò il patto dei cattolici con Giolitti (noi ti votiamo e tu blocchi il divorzio e dai il via libera al finanziamento delle scuole cattoliche)? E dire che Paolo ce l'ha messa tutta per lottare contro il determinismo sociale. Ci informano i biografi che nel 1970 scappò di casa "per partecipare alle occupazioni studentesche a Milano" (non aveva 18 anni). Si ritrovò nel Movimento Studentesco di Mario Capanna. Nella sinistra extraparlamentare incontrò personaggi estremi come Ermete Realacci, Chicco Testa. E adesso eccolo a Palazzo Chigi. Da cui il legittimo sospetto: ma se invece se ne fosse rimasto a Roma a studiare e a militare in qualche prudentissima formazione centrista, oggi non si ritroverebbe, non ci ritroveremmo esattamente nella stessa situazione?

Magari Gentiloni non ce la farà: chissà se è un bene o un male. Però quanto è curioso che Renzi, così convinto di rappresentare una novità, si stia comportando più o meno come D'Alema nel 2000? E a D'Alema non andò molto bene, ricordiamolo. Si ritrovò a Palazzo Chigi nel '98 a sostituire Prodi. Aveva le idee abbastanza chiare, puntava a riformare il Paese ma anche a trovare un'investitura popolare perché già allora l'idea che si potesse diventare capo del governo senza vincere esattamente le elezioni dava fastidio ai più. Non c'erano i grillini, non c'era la retorica del presidente non eletto, ma c'era già un sistema bipolare e la sensazione che Prodi nel '96 avesse ricevuto un mandato dagli elettori, e D'Alema no. Per ovviare a questo problema, più psicologico che istituzionale, D'Alema ebbe una trovata molto discutibile, che i suoi cicisbei non esitarono a trovare geniale: non aveva vinto le elezioni del '96? Pazienza, avrebbe vinto le successive. Trasformò ogni consultazione in un referendum sul suo governo. Alle europee non andò molto bene: fece un rimpasto. Alle regionali andò pure peggio e diede le dimissioni. I cicisbei ne lodarono la coerenza - sorprendentemente, alcuni di loro oggi lavorano e tifano per Renzi, l'uomo nuovo che avrebbe voluto ottenere da un referendum confermativo l'investitura che non aveva ottenuto con le elezioni. Stesse scelte, stessi errori, stessi rimedi, stesse sconfitte.

Magari un giorno, riguardando a tutto questo, ci accorgeremo di avere vissuto giorni straordinari, di avere assistito svogliati a una rivoluzione in diretta. In questo momento sembra l'esatto contrario: un eterno ritorno di situazioni già viste. I cattolici tengono alla famiglia e alla scuola e non la mollano, dal 1912 al 2016. Democristiani, diessini, democratici vanno avanti a tastoni e a ogni consultazione rimpastano un po': se le cose vanno male lasciano il posto a un notabile innocuo e dicono in giro di essersi ritirati in campagna. In un suo accorato messaggio ai fan, dopo aver rimboccato le coperte dei figli, il dimissionario Renzi spiega di aver fatto una cosa incredibile, mai vista: si è dimesso senza un voto di sfiducia. ("Di solito si lascia Palazzo Chigi perché il Parlamento ti toglie la fiducia. Noi no"). Chissà se ne è davvero convinto. Chissà se ignora che in tutta la storia della Repubblica dev'esser successo una volta sola a un governo di perdere la fiducia in Parlamento (e fu Prodi, ahinoi). Perché poi con Renzi il dubbio è sempre lo stesso. Davvero è convinto di essere qualcosa di inedito e di mai visto, anche se alla fine si ritrova a giocare lo stesso gioco di un D'Alema o di un Fanfani, e a rifare le identiche mosse?
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Ci avete messo due anni a sentire la puzza dell'Italicum, nascondetevi

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Buongiorno, mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente.

"Col tie-break non è democrazia" (gennaio 2014).
La prima volta che sentii parlare di una legge elettorale Renzi-Berlusconi - quella che poi è diventata l'Italicum - la trovai subito molto brutta, e soprattutto poco avveduta. Eravamo a inizio 2013, la situazione era già da quasi un anno tripolare, oserei dire più tripolare che adesso. Che due dei tre poli si accordassero su una legge elettorale mi sembrava inevitabile - tanto più che il terzo polo, il M5S, aveva palesato in tutti i modi la sua indisponibilità a collaborare. Quello che proprio non riuscivo a immaginarmi, e trovo ancora inspiegabile, è che Renzi e Berlusconi si fossero messi d'accordo su una legge che favoriva proprio il M5S. Perché è così: nell'autunno 2013 era talmente chiaro che l'Italicum favorisse il M5S che me ne ero accorto persino io.

Nei giorni successivi Renzi incassò i complimenti di gran parte dei dirigenti Pd, che salirono sul palco a turno a spiegare quant'era bello l'Italicum, quant'era democratico. A me invece non piaceva: non solo perché favoriva il partito del dissenso (quello tutto sommato era il male minore), ma anche perché istituiva un premio di maggioranza assolutamente sproporzionato, e i premi di maggioranza in generale sono cose rare nei Paesi davvero democratici: li ha inventati Mussolini, e oggi li usano solo in Grecia e San Marino. Il ballottaggio, poi, che in sé non è un'idea cattiva, ha senso in una repubblica presidenziale, non in una parlamentare. Gli stessi Renzi e Berlusconi sembravano volerlo evitare fissando una quota ridicolmente bassa - all'inizio il 35, poi il 37%. Una minima competenza aritmetica, nel 2013, mi suggeriva che se il 37% degli elettori vota per te, il 63% - quasi il doppio, non ti vuole. Se in barba a questa aritmetica tu governi lo stesso, e disponendo di una larga maggioranza fissata per legge, ebbene, forse non è più esattamente democrazia: questo io pensavo tre anni fa e sospettavo anche che la Corte Costituzionale, appena interpellata, avrebbe fatto di questa legge pezzettini, come della precedente di cui tutto sommato era una versione più fantasiosa e pastrocchiata.

Nei mesi successivi l'Italicum divenne una specie di simbolo di Renzi: una legge pasticciata, probabilmente incostituzionale, che lo avrebbe danneggiato, e che però doveva assolutamente passare perché... ci aveva messo la faccia. La contiguità strettissima tra l'italicum e la faccia-di-Renzi era tale che chiunque osasse parlar male della legge veniva accusato di farlo per puro odio antirenziano: uno stimato editorialista a un certo punto propose l'esperimento mentale di immaginare la stessa legge inventata da Bersani. Ci provai: mi faceva schifo lo stesso. Perché è proprio brutta, capite. E non è vero che la trovo orrenda perché l'ha inventata Renzi. Piuttosto il contrario: come posso non trovare orrendo Renzi, che ha avuto la possibilità di scrivere una legge elettorale decente e invece ha partorito questa merda? L'Italicum resse anche la fine del patto del Nazareno. Dopo la botta di ottimismo delle europee, la soglia per il ballottaggio fu spostata al 40%, un numero che si potrebbe anche considerare ragionevole, se esistesse un'altra democrazia seria al mondo dove i ballottaggi scattano sotto al 50%, quella quantità che è tradizionalmente considerata la metà di 100.

Sono passati altri due anni, e adesso l'Italicum non lo vuole più nessuno, neanche al Pd. Lo stesso presidente emerito Napolitano ci ha fatto capire che sì, andrebbe proprio cambiato. Non passa fine settimana senza che qualche esponente del Pd non ci comunichi la sua proposta che, bisogna ammetterlo, quasi sempre è peggiorativa: e ci vuole impegno a peggiorare la schifezza che è l'Italicum. Però di questo parliamo magari un'altra volta. Questo non è un pezzo serio, non è un pezzo in cui si fanno proposte operative. Quando ho iniziato a scriverlo, questo pezzo voleva descrivere un senso di vertigine. Mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente. Com'è possibile che sull'Italicum abbia avuto ragione sin dal primo momento, quando tutti si spellavano le mani e salutavano in Renzi il principe della Governabilità?

Cosa vi è successo per due anni, dove avevate messo gli occhi per vedere, e soprattutto le nari per annusare l'enorme cagata che quel ragazzo - in buona fede, per carità - stava facendo? Stavate nel Pd e dicevate sì, beh, si può migliorare ma sembra una buona base di partenza, 'sta cagata immonda: perché non andate a nascondervi? Scrivevate sul giornale che la governabilità, eh sì, la governabilità, e ci avete messo due anni per accorgervi che ops!, l'Italicum rischia di regalare il parlamento alle forze meno predisposte per governare: con che faccia riuscite a mettere ancora la vostra firma in calce alle vostre colonne di pensierini ponderati? Non ci avete capito niente, nessuno ci sta capendo niente. Io meno degli altri, ero solo un tizio che tre anni fa vedeva Renzi nudo in mezzo alla strada, con in mano un'enorme stronzo a forma di legge elettorale. Ma sapete una cosa? Anche questo ruolo mi ha stancato, comincio ad avere un'età per questa cose.

Mi piacerebbe vivere in un Paese dove gli esperti, i professionisti, non corrono dietro alla prima bandiera che accenna a sventolare. Renzi alle europee prese 11 milioni di voti - tre milioni in meno di Veltroni, che sembrava sconfittissimo nel 2008: uno in più di Bersani, che sembrava bollito nel 2013. Quel milione in più vi è salito al cervello, per due anni non avete più capito niente. Pensavate che fosse irresistibile e per carità, è una proiezione come tante, per qualche settimana forse l'ho pensato anch'io. Ma anche ammettendo un Renzi invincibile, anche immaginando un'improvviso boom economico che poi, disdetta, non c'è stato, l'Italicum continua a essere una brutta legge che con la scusa patetica della Governabilità crea un presidenzialismo di fatto: persino chi crede Renzi il migliore dei leader nel migliore dei mondi possibili, avrebbe potuto riflettere sul fatto che non è eterno, che prima o poi dovrà cedere il suo scettro, che il rischio di regalare il Paese a un futuro Uomo della Provvidenza con quella legge è altissimo, e che questo tipo di Uomini di solito la Provvidenza ce li fornisce pessimi. Tre anni in cui i renziani sembravano piovuti dalla Corea del Nord, Renzi Leader Eterno, Renzi Sole dell'Avvenire. Adesso dice che non si ricandiderà dopo il secondo mandato, si crede Obama, nessuno che gli faccia presente che un mandato presidenziale e un incarico espresso da una maggioranza parlamentare sono due cose proprio sostanzialmente diverse. È da tre anni che pasticcia con l'ordinamento costituzionale, uno spettacolo imbarazzante, e ancora più imbarazzanti sono gli osservatori laureati e addottorati che fan finta di trovare la cosa degna d'interesse. È come se la mia generazione fosse ancora all'asilo, facciamo un brogliaccio col pennarello giallo e le maestre ci applaudono, c'è senz'altro un po' di Van Gogh, in questo ragazzo, riconosciamoglielo sennò si rimette a piangere, pesta i piedi, poi si lamenta coi genitori, per carità, per carità, è un genio.
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Non volete che votino gli imbecilli? Non votate.

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Potrà essere capitato anche a voi di intercettare, nel rumore di fondo di questi giorni, un'ondata montante di rancore verso il suffragio universale e il suo difetto strutturale - la clausola per cui il voto di un imbecille conta quanto quello di una persona istruita, onesta, rispettabile, insomma quel tipo di persona che è convinta di non essere imbecille mentre fa questo ragionamento.

Per quanto posso, vorrei rassicurare i più giovani: non è veramente niente di nuovo sotto il sole, il problema della demagogia era già ben avvertito dai Greci classici. I sofisti avevano notato l'incostanza delle folle prima che diventassero masse; Tucidide ci ha scritto qualche versioncina che almeno agli studenti del classico dovrebbe risultare familiare. Qualche tempo più tardi Montesquieu affrontò il problema della corruzione del principio della democrazia con parole che si potrebbero benissimo usare oggi per distruggere il concetto di democrazia diretta alla Beppe Grillo, ma forse varrebbe la pena scrivere tutto questo con le maiuscole: LEGGI COME QUESTO ILLUMINISTA DISTRUGGE BEPPE GRILLO! Nel frattempo in Inghilterra, con tutti i limiti del caso, stavano trovando anche una soluzione al problema, magari imperfetta ma non priva di una sua rude bellezza: la democrazia parlamentare, coi suoi meccanismi di delega, e la conseguente professionalizzazione della politica. E non siamo ancora alla rivoluzione francese. Per dire di quanto siamo ignoranti e autoreferenziali, mentre crediamo di aver inquadrato il problema del giorno, anzi del mese o del secolo: gli ignoranti votano! Sì, a cominciare da noi. Oddio, nessuno ci obbliga.

Però adesso c'è qualcosa di nuovo, dicono. L'insofferenza per i politici di professione, la "casta", l'"establishment". Ancora: la novità sta negli occhi di chi guarda, e di chi magari non ha mai dato un'occhiata ad altri momenti, altri Paesi: Giannini ce l'aveva coi partiti, Poujade ce l'aveva coi partiti, Mussolini ce l'aveva coi partiti. Hanno tutti avuto un po' di successo, chi per un quarto d'ora chi per vent'anni.

E internet? Perché qualcuno suggerisce che sia colpa di internet, che ha abolito i diaframmi - ora possiamo rispondere direttamente al politico sul suo blog, naturale che ci venga spontaneo immaginare di governare al suo posto, da casa, con un clic. Sì. A dire il vero la maggior parte della gente che frequento non usa internet per governare o anche solo fingere di farlo. Lo sport più diffuso nell'ambiente è guardare gli imbecilli. Abbiamo sempre saputo che esistevano, ma da un po' di tempo in qua non facciamo che ammirarli, linkarli, screenshottarli, e poi ammiccare coi compari: pensate che anche questi hanno il diritto di voto! Che roba, che vergogna. Dieci anni fa c'era il Grande Fratello, adesso la bacheca di FB. Non è neanche elitismo ormai, è una specie di bullismo benigno che affligge gente insospettabile. Molto spesso, lo si capisce, è gente che dai bulli le prendeva. Ora li guarda coprirsi di ridicolo sui social e ne gode, fortuna che tra i tasti c'è "Like" e non c'è "leva il diritto di voto a questo imbecille", probabilmente Zuck ci sta lavorando.

Ricapitolando: la demagogia è antica come la democrazia e l'ha già spesso stroncata sul nascere o in seguito; l'imbecillità è una costante della storia dell'uomo, ma prima di internet avevamo meno finestre per osservarla e forse era meglio così, l'imbecillità è ipnotica. La novità - perché secondo me una novità c'è - sta nella crisi. Non quella occasionale o ciclica, ma quella strutturale che sta affliggendo l'Occidente, e che ha tante concause e spiegazioni, ma io resto affezionato alla più banale di tutte: la Cina e l'India hanno tre miliardi di bocche da sfamare e ormai sono Paesi sviluppati. Serviranno ancora generazioni prima che il costo della vita in quei Paesi si alzi ai livelli dell'Occidente - a meno che l'Occidente non si inabissi, e forse questa sarà la soluzione. Nel frattempo la popolazione mondiale continua a crescere e a spostare l'equilibrio, e poi c'è il riscaldamento globale, insomma sarà molto complicato. Di fronte a questo scenario, diversi demagoghi occidentali hanno reagito in modi diversi ma non così dissimili: Trump vuole l'America "great again" e propone di risolvere costruendo un muro col Messico, come se non ci fosse già. Gli inglesi vogliono uscire dall'UE, così come gli scozzesi un anno fa erano tentati di uscire dal Regno Unito. In confronto da noi Bossi era lungimirante: chiedeva i dazi con la Cina quindici anni fa. Almeno aveva le idee chiare: invece i grillini non sanno bene cosa propongono (uscire dall'Euro?), ma sanno perché: bisogna dar fiato all'impresa italiana, crolli il mondo.

Quello che unisce Trump ai fautori del Leave e ai leghisti o ai grillini non è la polemica anti-establishment, che in fondo usano tutti, è come il giro di do a Sanremo (anche Renzi lo ha intonato). Se per un attimo smettiamo di considerarli imbecilli e ascoltiamo quel che vogliono in concreto, scopriremo che è molto chiaro e perfettamente comprensibile, vista la gravità della situazione. Vogliono alzare uno steccato che li protegga dalla competizione del Resto del Mondo. Vogliono un'America di nuovo Grande, una Britannia ancora impero, una Padania di nuovo rigogliosa di fabbrichette che si rimettano a macinare fatturati come se in Cina non sapessero ormai fare tutto quello che sappiamo fare noi a un quinto del prezzo. Siamo ovviamente liberi di considerarlo un rigurgito fascista, una nostalgia di anziani che non ha più senso cercare di convincere, o il riflesso istintivo del bambino che si rintana in un angolo mentre la casa crolla. Ma non è imbecillità. Non c'è nulla di stupido nel rintanarsi in un angolo mentre la casa crolla.
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Chi vota al referendum TOGLIE GLI ASILI AI BAMBINI!!!

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  • È successo anche a Renzi, e non sorprende, di essere stato giovane, di esser stato all'opposizione, di aver promosso un referendum e di essersi lamentato perché il governo non lo accorpava con una tornata elettorale. Non c'è nulla di veramente originale, si può dire che capita ogni volta: non c'è stratega referendario che non prometta ai suoi che questa volta sarà diverso, questa volta il Quorum sarà raggiunto, perché... perché i promotori chiederanno al governo l'Election Day, l'accorpamento del referendum con un altro voto amministrativo, o europeo. Se si tratta di risparmiare tanti milioni di euro (trecento!) come farà il governo a tirarsi indietro? 

Così.
Del resto lo fa sempre.
È vero, qualche soldo si potrebbe pure risparmiare (non trecento, è un calcolo esagerato che terrebbe conto persino del costo del babysitting per chi non può arrivare al seggio col passeggino): d'altro canto, nessuna legge obbliga il governo di turno ad accorpare elezioni e referendum, e così nessuno lo fa, se non gli conviene.

  • È successo anche a Renzi, e cosa c'è poi di strano, di crescere e andare al governo, e di trovarsi di fronte a ex amici che promuovevano un referendum, e gli chiedevano di accorparlo con una tornata elettorale. Per risparmiare trecento milioni di euro! Quante scuole, quanti asili nido ci potresti costruire con trecento milioni di euro? 

E Renzi, ovviamente, ciccia.
In fondo qual è la sorpresa? Quando promuovi i referendum cerchi di tirare l'acqua al tuo mulino; quando governi, idem. Se si parla di referendum abrogativi il governo è il banco: vince quasi sempre anche perché, se non succedesse, nessuno governerebbe più; in gioco c'è la stessa democrazia parlamentare. Insomma se c'è un voltafaccia è il più normale del mondo, fa notizia se proprio non abbiamo niente di meglio. Non abbiamo niente di meglio?

  • Se poi Renzi invita agli italiani all'astensione, e usa come argomento il risparmio, ecco: questo è il punto in cui il limite della decenza viene saltato, hop! come la ragazzina salta la corda, con quel brio sgarzolino che riesce sempre a strappare anche ai più sgamati tra noi un istintivo vaffanq. Lo stesso Renzi che una volta chiedeva di risparmiare accorpando i referendum; lo stesso Renzi che una volta al governo ha rifiutato di risparmiare accorpando i referendum, adesso chiede agli italiani di non andare a votare al referendum: così risparmiamo.  

Roma, 20 mar. (LaPresse) - "Questo referendum è 'no-spreco', non 'no-Triv'. Pensate a quanti posti asilo si potrebbero fare con quei 300 milioni che costa il referendum. 
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Davvero preferireste non esistere?

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La schiavitù scomparve ufficialmente in tutto il territorio negli Stati Uniti il 6 dicembre 1865, dopo che l'assemblea legislativa della Georgia ebbe ratificato il XIII emendamento che la proibiva, promosso da Lincoln. Era il ventisettesimo Stato a ratificarlo, su 36: a quel punto, oltrepassata la soglia dei tre quarti, l'emendamento entrava a far parte della Costituzione. Lincoln era già stato assassinato, ultima vittima di una guerra che aveva fatto quasi un milione di morti. Malgrado tutto questo, i cittadini afroamericani di molti Stati del sud non avrebbero avuto il diritto di voto ancora per un secolo. Il XIII emendamento, liberandoli, contribuì a renderli in un qualche modo cittadini di serie B. In alcuni casi rese più dure le loro condizioni di vita, negli Stati in cui i legislatori bianchi repressero le loro aspirazioni varando leggi che sostanzialmente li criminalizzavano: in Mississippi chi non rinnovava ogni anno il contratto di lavoro col piantatore poteva essere subito arrestato per vagabondaggio. A 150 anni di distanza, i neri degli USA hanno ancora la netta sensazione che nel lungo, faticosissimo processo di acquisizione dei diritti civili, qualcosa sia andato storto subito e non sia stato ancora raddrizzato. Premesso questo: voi nel 1865 avreste preferito restare schiavi? Vi sareste tenuti le catene?

Chi in questi mesi ha seguito con crescente frustrazione l'iter del ddl Cirinnà ha tutti i motivi per dirsi insoddisfatto del risultato. È vero, oggi è stata riconosciuta l'esistenza di una categoria di cittadini di serie B, che può unirsi ma non può sposarsi; che può condividere i beni, ma non la genitorialità. Tutto questo è ingiusto e avvilente, anche perché è stato causato dall'imperizia dei legislatori e dai calcoli sbagliati di qualche avventuriero politico. Detto questo: preferivate davvero continuare a non esistere?

A questo punto della storia il dibattito sul disegno di legge lo possiamo dare per consumato: ognuno può aver arbitrato uno o più match pubblici tra grillini e renziani, e decretato il vincitore, il più convincente nel rimpallare le accuse, le controaccuse e le responsabilità. Archiviamo anche la manfrina sul regolamento, i canguri e i supercanguri, e tutti i ragguagli dei politici che hanno provato a spiegarci le cose per punti, o con la lavagnetta - tra cui brillano quei poveri renziani che per 48 ore hanno ripetuto che Renzi non poteva mettere la fiducia, no no, era tecnicamente impossibile - dopodiché Renzi ha annunciato che l'avrebbe messa, e vabbe'. Diamo per espressa la rabbia nei confronti del blocco trasversale cattolico-conservatore, l'ingenuità degli elettori del PD che scoprono un nido di reazionari nel loro partito, la frustrazione di chi anche stavolta resterà senza diritti fondamentali - perdonate la bruschezza, ma anche se mi fermassi a piangere e a indignarmi con voi non sposterei di un centimetro il problema.

A questo punto a mio parere l'unica discussione che abbia ancora un senso è quella che da sempre più mi preme: l'eterna lotta tra il male e il meno peggio. Ovvero: è davvero utile il compromesso? Per me sì. La Cirinnà mutilata della stepchild adoption potrà farvi senso, ma è comunque meglio di niente. In linea di massima qualcosa è sempre meglio di niente, quando si parla di estendere i diritti civili a minoranze non riconosciute. Grazie al cielo, anzi, a Montesquieu, non ci sono soltanto i legislatori: ci sono anche i giudici, che per forza di cose hanno le idee più chiare. Fino a oggi i gay, per la giustizia, non esistevano: un parlamento oggi li ha riconosciuti, ma allo stesso tempo li ha penalizzati; sulla Costituzione però c'è scritto che i cittadini sono tutti uguali e di questo prima o poi i giudici dovranno tener conto: non è che siano rapidissimi, eh? ma possono essere più veloci dei legislatori. Comprendo la rabbia di tutti quelli che credevano che fosse la volta buona (anche se i numeri non ci sono mai stati, e l'inaffidabilità del M5S non è una nozione così inedita). Però, davvero: se il vostro interesse è che le cose cambino, e non fargliela vedere a Giovanardi e Adinolfi, il compromesso al ribasso è sempre meglio di nessun compromesso.

O no? Io ho in mente almeno due o tre esempi in cui si è arrivati all'uguaglianza attraverso una lunga serie di successi parziali e compromissori (ad esempio la sentenza della Corte Suprema USA l'estate scorsa). Voi avete in mente almeno una situazione in cui dire di no a un compromesso abbia portato in tempi brevi a un miglioramento?

Se pensate che la Cirinnà mutilata sia una pessima legge, e che Renzi non merita di essere celebrato per una vittoria di Pirro, avete la vostra parte di ragione. Ha sbagliato a mandare avanti una legge senza avere una reale maggioranza? Son cose che a volte si fanno: chiedere trentuno per ottenere trenta (in questo caso facciamo anche venticinque). A questo punto, però, a parte i proclami di intransigenza che forse servono a farvi sentire meglio, si tratta come sempre di capire cosa succederà. Non credete più in Renzi? Si può lavorare a un partito che stia alla sua sinistra: lo spazio c'è - ce n'è di più da oggi, se ci riflettete. Credete ancora, malgrado tutto, che non ci sia speranza né vita fuori dal PD? Sta per arrivare la prova del nove. Quando si ricomincerà a parlare di elezioni, si potrà oggettivamente valutare quanto Renzi creda in questa battaglia. Basterà contare i teodem nelle liste. Se la percentuale risultasse invariata rispetto al '13, saprete di essere stati ingenui a contare su di lui. Ma la percentuale potrebbe anche calare. E potrebbe calare proprio perché il ritardo italiano sui diritti civili costringerà Renzi a scegliere da che parte stare. Faccio presente che, per quanto sia giustamente desiderato, il matrimonio gay non è la vittoria finale che schiuderà i cancelli dell'Eden laico: all'orizzonte c'è il testamento biologico, e poi bisognerà rendere di nuovo effettivo il diritto all'aborto, ecc.

A chi ha la sensazione di vivere in tempi bui, e in un Paese sempre meno moderno, spero di non apparire troppo antipatico facendo presente che ci sono stati tempi ancora più bui e Paesi ancora meno moderni, e che non sempre - anzi, quasi mai - l'alba arriva in un istante: a volte bisogna procedere a tentoni, occupando ogni piccolo spazio che il nemico ti concede, e mantenendo un certo spirito anche quando ti accorgi che stai ripiegando che palle queste metafore guerresche. No, grazie al cielo, anzi, all'antifascismo, viviamo in una democrazia: un luogo molto imperfetto dove però dopo ogni sconfitta la palla torna al centro, e si riparte. Si può anche imparare dagli errori, volendo.
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Giorgia Meloni in: Perché tanto odio?

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Crescere negli anni in cui ha preso forma la mediosfera è abbastanza bizzarro. Per esempio, ci sono forme di ingenuità che mi scopro ben disposto a perdonare a persone di cinquant'anni in su, ma che non tollero nei coetanei. È come se i più navigati, i veri vecchi, fossimo noi.

Prendi Giorgia Meloni: se avesse qualche anno in più la capirei. Lei era così felice di condividere con così tante persone una bella notizia; poi apre facebook e scopre che hanno strumentalizzato la sua gravidanza, buon dio, è terribile. Bisogna essere veramente malvagi per fare una cosa del genere e adesso forse dovrei scrivere che Internet è malvagia, oppure no, non bisogna dare la colpa a Internet che è solo uno specchio; è la Gente che dovrebbe essere buona invece che malvagia. Se stessimo parlando di qualcuno della generazione dei nostri opinionisti - Ferrara, Serra, Gramellini, aggiungete a piacere, non credo che si potrebbe scavare più in profondo di così.

Ma Giorgia Meloni è del 1977, di cosa stiamo parlando? Fa politica da quando sa camminare, aveva un canale IRC nel Duemila, io non ce la faccio a reggere il moccolo, mi spiace. Non perché lei sia una postfascista - il che comunque non aiuta. È che non riesco a stare serio, anche se mi converrebbe. Che grande figura ci farei, a scrivere Lasciatela stare, non fate i bigotti al contrario (che sono oggettivamente peggio dei bigotti veri). Si può andare al family day con un bimbo in grembo e senza essere stati uniti al compagno dal sacro legame del matrimonio? Non lo so, il giochino di giudicare gli avversari secondo il loro metro è simpatico finché resta, appunto, un giochino. Tante volte cerchiamo le contraddizioni nei nostri avversari credendo che siano i loro punti deboli, e invece sono i punti di forza. Senz'altro è notevole che in un Paese sedicente cattolico non si riesca a trovare un leader politico in grado di sfoggiare sul palco del family day uno stato di famiglia come Dio comanda. Una volta fatto questo appunto, mi basterebbe trovare un finale a effetto, non so, l'utero è di Giorgia Meloni e se lo gestisce Giorgia Meloni! (ok, con un po' di tempo potrei trovare di meglio...) e avrei salvato anch'io la mia capra e miei cavoli. Si scrive da solo un pezzo così.

Ma Giorgia Meloni è del 1977, di cosa stiamo parlando? Io non ce la faccio a stare serio. Non è solo avere trentanove anni. È averne passati già più di venti in favore di telecamere, e con internet che ti spunta dalle tasche e da ogni fessura. Giorgia Meloni che non si aspettava una reazione del genere? Giorgia Meloni che si sente ferita? Giorgia Meloni è un personaggio pubblico che sa benissimo cosa dichiarare e quando, e non credo che si stupisca più di niente dal 1997. Nessuno strumentalizza la Meloni e il suo bambino, più di quanto la stessa Meloni non desideri di essere strumentalizzata. Doveva dare una notizia importante, ha scelto il momento e il luogo più adatti, e adesso sono quattro giorni che parliamo di lei. Ci sono cascato anch'io, guarda.
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I due populismi complementari

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È un po' tardi, ma volevo condividere l'intuizione di mezzanotte: se il populismo di destra si caratterizza per la retorica del Nemico, ne consegue che in Italia di populismi attualmente ne abbiamo due, complementari. Questo in parte spiega la momentanea eclissi del M5S, che dopo gli attentati di Parigi non ha ritenuto necessario definire con maggior chiarezza la sua posizione in politica estera; in sostanza non ne ha una. Il fatto è che il populismo di Grillo e del suo comitato centrale è uno dei più curiosi al mondo, concentrato com'è sul Nemico Interno: il Politico. Viceversa il populismo di Salvini e della Meloni, che in mancanza di niente stanno opzionando quel che resta del centrodestra berlusconiano, si concentra sul Nemico Esterno: l'immigrato quasi sempre islamico e potenzialmente terrorista (Berlusconi non ci sta mettendo la faccia, ma il suo Giornale e i suoi tg sono già piuttosto allineati sull'argomento).

Messi assieme, Grillo e Salvini produrrebbero il populista perfetto; purtroppo, o per fortuna, sono inconciliabili. Al punto che nel momento più propizio per dare addosso agli immigrati, gli uomini di Grillo si sottraggono e mostrano il lato più umano (dopotutto anche loro hanno votato per depenalizzare la clandestinità); specularmente, quando passerà l'eccitazione collettiva per il terrorismo e scopriremo qualche altra Mafia Capitale, i grillini tireranno fuori gli artigli, ma Salvini si mostrerà molto più equilibrato, se non proprio garantista alla Berlusconi.

A un certo punto poi si voterà, e uno dei due populismi probabilmente arriverà al ballottaggio (sempre ammesso che ci si arrivi). Forse è inutile analizzare i trend elettorali, forse tutto dipenderà dall'ultimo fatto di cronaca importante: se sarà un attentato, Salvini; se sarà uno scandalo, Grillo. I due personaggi sono incompatibili, ma i loro elettori non lo sono affatto: anzi appartengono a un unico bacino che è in comunicazione anche coi serbatoi inesplorati dell'astensione. Poi c'è lo scenario hard - un ballottaggio tra Salvini e un grillino - e non mi sento di escluderlo a priori. Ah, nel caso voterò M5S: "Onestà" mi sembra meno pericoloso di "Stop Invasione". E poi in generale mi danno meno affidamento: al primo casino si rivota.
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E se fare un partito al 5% fosse invece un'ottima idea?

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(Ok, probabilmente non lo è. Ma se invece lo fosse?)

Nello scorso settimana dunque SEL ha fatto un restyling con Fassina e D'Attorre, con uno show che senza neanche affaticarsi a trovare slogan decenti (la frecciata anti-happy days, dio mio), ha già fruttato due punti percentuali in più nei sondaggi. È un vero peccato che, essendo sondaggi italiani, sbaglino. La reazione dei rappresentanti del PD non si è fatta attendere, ed è stata prevedibilmente sobria e misurata: prima il presidente Orfini ha rivendicato Happy Days, poi il sottosegretario Scalfarotto ha pubblicato un composto commento il cui tono, se posso sintetizzare è: con tutto il rispetto per il vostro travaglio interiore, cretini, non avete capito nulla della vocazione maggioritaria, volete far la cresta col vostro 5%? Eh eh ma i tempi sono cambiati, "avreste fatto meglio a pensarci due volte" (in futuro sarà difficile spiegare perché a Scalfarotto era consentito usare espressioni simili senza sembrare un bullo).

Guardati le spalle, Fonzarelli, chi dei due tra vent'anni
sarà ancora in tv? 
"Che ci farete col vostro 15%, ammesso e non concesso che lo prendiate?", si domanda Scalfarotto. Scalfarotto che col suo 28% - forte di uno spaventoso premio di maggioranza - non è comunque riuscito a far passare il disegno di legge che porta il suo nome, sull'aggravante di omofobia. Mancava giusto quel 5% al Senato. Scalfarotto che qualche mese fa per riuscire a calendarizzare il ddl sulle unioni civili dovette ricorrere allo sciopero della fame, finché non la spuntò - o almeno sembrò spuntarla, visto che è novembre e non so voi, ma a me non sembra che in parlamento stiano discutendo di unioni civili. Sempre per via di quel 5%. Nel frattempo il boss di Scalfarotto ha fatto un sacco di cose, tra cui promettere di abolire di nuovo l'imposta sulla prima casa, strozzando un po' di più i già sofferenti enti locali - o innalzare il tetto dei pagamenti in contanti a 3000€ - o promettere che un giorno lontano, chissà, si farà il Ponte sullo Stretto (il che significa ricominciare a concedere appalti molto prima di quel giorno lontano).

Tutte queste cose, che possono essere giuste o sbagliate ma difficilmente rientrano nelle attese di un elettore del Pd, Renzi le sta facendo perché ha bisogno del sostegno di un partitino, l'NCD, che al 5% non ci arriverà mai. Insomma forse è Scalfarotto che dovrebbe pensarci due volte, prima di accusare gli altri di scarso realismo. Le rendite di posizione esistono, gli aghi della bilancia non sono un incidente di percorso - almeno finché decidi di usare le bilance.

Preferivo Mash. Suicide is painless...

A questo punto si potrebbe obiettare che da qui in poi si userà una bilancia tutta speciale, che rende impossibile il caricamento degli aghi. Detta così suona improbabile, ma nulla è improbabile per Renzi, no? Il suo entourage è sinceramente convinto di aver brevettato un algoritmo che eliminerà per sempre il trasformismo, come dire la tabe originaria che ha afflitto la storia parlamentare italiana dall'Unità a oggi, con qualsiasi ordinamento costituzionale e legge elettorale (persino Mussolini che aveva chiuso le camere alla fine fu messo in minoranza). Questo rimedio prodigioso è il cosiddetto Italicum, e non appena entrerà in vigore, Renzi governerà indisturbato per cinque anni. (Se vince lui. Se perde, qualcun altro governerà indisturbato per cinque anni). Quindi sì, non ha molto senso perder tempo a organizzare partitini a sinistra o al centro, e la partita a Othello di Bersani diventa di conseguenza la strategia migliore: restare a fianco dell'imperatore finché l'aria non cambia, poi soffocarlo col cuscino e riprendere il possesso del partito. Forse davvero Bersani ha ragione, anche se storicamente ha sempre scelto la tattica meno faticosa e più perdente. Però.

Però sul serio dopo l'Italicum i partitini non avranno più senso? Come facciamo a esserne sicuri?

E prima ancora: siamo sicuri che l'Italicum andrà a regime? In teoria sì, è già legge della Repubblica. Salvo che almeno al Senato è vincolato dalla riforma costituzionale, che con ogni probabilità passerà solo dopo un referendum confermativo. Questo referendum - che in quanto confermativo non richiede il quorum - sarà un po' il momento della verità per Renzi, che si troverà a doversi difendere dai suoi avversari, i quali in teoria sono più numerosi di lui e possono circondarlo. In pratica, mah.

Prendi Grillo: è da anni che ha fatto di Renzi il suo obiettivo polemico n.1. A parole è senz'altro contro qualsiasi cosa faccia, quindi anche contro il nuovo Senato dopolavorista... ma in pratica forse mandare avanti il pacchetto riforma+italicum gli fa comodo. In teoria dovrebbe condurre una violentissima campagna referendaria; in pratica potrebbe anche restare molto tiepido - le campagne che Grillo preferisce, da sempre, sono quelle per raccogliere firme che non hanno nessun valore pratico. E in generale, quello che sta facendo Grillo dal 2013 in poi ha a che vedere con la messa in scena del conflitto, più che col conflitto in sé. Anche Salvini più o meno fa la stessa cosa, e la farebbe pure Berlusconi se a Berlusconi gliene fregasse ancora. Quindi può darsi che l'accerchiamento referendario nei confronti di Renzi si sciolga come neve al sole. A quel punto però bisogna dire che Renzi si meriterà di governare finché dura, e al partitino della sinistra resterà il ruolo residuale e testimononiale, se non proprio testamentario, che Scalfarotto gli affibbia.

O no? (Questo continua davvero).
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Le avventure di Pandolfo

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Pandolfo è uno Zelig al contrario: in qualsiasi ambiente si farà notare. Testa calda ai tempi del GUF, nella primavera del '44 entra in una formazione partigiana comunista; litiga col comandante, a cui rimprovera di pensare più alla guerriglia che all'ideologia. Dopo aver causato la scissione della brigata, fonda in agosto la repubblica di Monticello, piccolo paese dell'Appennino che in settembre viene completamente bruciato dalle SS; ma Pandolfo è già lontano.

Lo si rivede nel triangolo rosso dopo il 25 aprile, quando mostra la sua insofferenza per la svolta di Salerno ammazzando qualche ex gerarca. Scappa quindi in Ungheria, dove apre gli occhi sul socialismo reale. Partecipa alle prime manifestazioni del '56, ma quando entrano in azione i carri sovietici lui è già lontano, forse in un kibbutz dove apre gli occhi sulla triste condizione dei palestinesi.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Torna in Italia nell'estate del 1960, giusto in tempo per protestare contro il governo Tambroni: a Genova appicca il fuoco a una camionetta della Celere, a Reggio applaude gli operai che non si disperdono - ma quando cominciano le cariche, lui non si trova. Dopo qualche anno di militanza nel PSI, passa al PSIUP. Nel 1968 partecipa alla battaglia di Valle Giulia - nelle foto non si capisce se sta scappando o inseguendo un celerino. L'anno dopo entra in Lotta Continua, nel servizio d'ordine. Propugna la tesi dello scontro generale contro la borghesia e lo Stato, litigando con tutti al primo congresso, quando passa la decisione di votare PCI alle regionali (1975). Accusa gli ex compagni di anteporre i tatticismi all'ideologia. Altri colleghi del servizio d'ordine passano alla lotta armata con Prima Linea: lui, ufficialmente, no. Passa allo spontaneismo, e si ritrova due anni dopo a Bologna.

A partire dal sequestro Moro, comincia ad avvicinarsi al PSI di Craxi, di cui apprezza il piglio volitivo e l'allergia al veterocomunismo - aria fresca dopo gli anni di piombo. I fischi a Berlinguer al congresso PSI del 1984 lo commuovono. Dopo la strage di Sabra e Chatila, intensifica il suo impegno filopalestinese. Milita brevemente nei Verdi, litigando coi Verdi Arcobaleno, coi Verdi Sole Che Ride e con altri Verdi che troverò su wikipedia. La fine del governo Craxi lo convince vieppiù che il nemico che si frappone tra la vecchia Italia e la modernità è l'asse cattocomunista, la sinistra DC e il PCI - e che il pentapartito di Andreotti e Forlani il male minore; e le tv di Berlusconi una risorsa preziosa.

L'inchiesta Mani Pulite lo destabilizza; in un primo momento appoggia Martelli contro Craxi, poi cade anche Martelli e lo ritroviamo in Alleanza Democratica, quindi nel Patto Segni. La discesa in campo di Berlusconi non lo trova entusiasta, ma dopo il flop elettorale di Segni prova a bazzicare i leghisti. Plaude alla decisione di Bossi di silurare il primo governo Berlusconi; due anni dopo il centrodestra perde le elezioni, ma la Lega vola al 10%. Pandolfo è ormai un fervente autonomista, se non proprio indipendentista. Su un giornale locale scrive vibranti editoriali sull'emergenza criminalità, l'emergenza immigrazione, l'emergenza emergenze. Non fa in tempo a festeggiare la rivincita del Popolo della Libertà (aprile '01), che il mondo sembra impazzire; durante il g8 di Genova stigmatizza duramente i manifestanti che danno fuoco alle camionette dei veri proletari, i poliziotti.

L'11 settembre apre gli occhi sugli orrori del fanatismo islamico. Chiede a gran voce l'intervento italiano in Afganistan, e naturalmente in Iraq, dove Saddam Hussein sta ammucchiando armi di distruzione di massa da usare senz'altro contro Israele. A proposito di Israele, ne sventola coraggioso la bandierina in favore di telecamera durante la contromanifestazione antipacifinta. Data da questo periodo il suo riavvicinamento al cristianesimo, e il suo crescente interesse per i cosiddetti valori non negoziabili: la vita umana in tutte le sue forme, contro aborto eutanasia matrimonio gay e altri falsi miti di progresso. Accusa i vescovi di anteporre i tatticismi ai dettami della vera fede. Assiste un po' imbarazzato alla deriva senile di Berlusconi, tradendo qualche simpatia per la fronda di Fini; gli scandali che colpiscono la Lega invece lo inducono a una riflessione più amara. Ma ha già iniziato a frequentare la Leopolda. Eccetera.

Pandolfo è senza età - secondo alcuni si nutre di scazzi, quindi è immortale. Altri pensano che ci siano più pandolfi che si danno il turno. A volte si sovrappongono addirittura. Se vuoi saperne di più, è tempo di votare per Le avventure di Pandolfo, che oggi se la gioca contro Redenzione, di Michel Houellebecq. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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La democrazia senza demos

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Ciao a tutti, mi chiamo Leonardo e ritengo che i premi di maggioranza siano una pericolosa perturbazione della democrazia. Per illustrare questa mia opinione oggi non saprei trovare nulla di meglio di questo tweet del ministro delle finanze greco.


(Fino a ieri la migliore illustrazione era questa, presa dalla voce italiana di wikipedia):


Ma torniamo a Varoufakis. Il ministro di un governo democraticamente eletto, nell'ora delle decisioni impopolari, si ricorda che in fondo non è stato eletto così democraticamente, suvvia, appena il 36%, forse è meglio chiedere cosa ne pensa la maggioranza dei greci. La maggioranza vera, non quella finta che si usa di solito per le cose di ordinaria amministrazione, come decidere chi va ai vertici internazionali e beh, sì, chi governa.

Il meraviglioso sistema dei premi di maggioranza, sistema che condividiamo con nazioni di antica e provata tradizione democratica come la Grecia e San Marino, elaborato in quel periodo glorioso che furono gli anni Venti in Italia; il sistema che ci consentirà di andare a dormire senza nessuna ansietà la sera delle elezioni legislative, conoscendo già il nome dell'illuminato leader che avrà la fiducia della maggioranza del parlamento senza per forza avere quella della maggioranza degli italiani... sembra escogitato da un animo infantile arcisicuro che non ci sia un problema tanto grande da cui non ci si possa liberare con un trucco. Basta trovare il trucco giusto, nei film di solito succede, e i problemi si risolvono di colpo e tutti poi vivono felici e contenti, the end.

C'è in molte persone probabilmente un'attesa del genere. Si farà un'elezione e quella sera vincerà Tsipras - o Renzi - e il film finirà lì. Il fatto che là fuori ci sia tanta gente, veramente tanta gente che continuerà ad avere dei problemi anche il giorno dopo, non li impensierisce più di tanto. Nei fatti, Tsipras è andato al governo portando le idee non-compromissorie di un terzo degli elettori greci; non si è sentito di tradire la sua non-maggioranza, e nel momento più critico non si è più sentito un mandato popolare sotto i piedi. Nei fatti, Renzi sta governando con una maggioranza artificiale (soprattutto alla Camera), ottenuta con un sistema elettorale contro cui si è espressa la Corte Costituzionale. A questa maggioranza artificiale Renzi non sta imponendo soltanto - com'era necessario - una nuova legge elettorale, ma anche riforme strutturali (Jobs Act, Buona Scuola) che nessuno aveva proposto agli elettori, quei pochi che nel 2013 votarono per il Pd di Bersani e non per il suo. A chi glielo fa presente i renziani obiettano che però il PD ha fatto il 41% alle europee. A chi replica che nelle tornate elettorali successive non è andato altrettanto bene, i renziani rispondono lalalala non ti sento. Ora, per quanto ridicolo l'italicum non è demenziale come il sistema elettorale greco, e può anche darsi che alle prossime elezioni legislative Renzi riesca a spuntarla e incoronarsi re del 41%. E se siete di quelli che pensano che il film finirà in quel momento, non c'è altro da aggiungere. I titoli di coda saranno bellissimi.

Io sono tra quelli noiosi che si sveglieranno anche il giorno dopo, e mi domando: cosa succederà? È da quattro anni che la maggioranza degli italiani non si riconosce nel governo espresso dal parlamento. Aggiungiamo altri cinque o sei anni. Sul serio pensate che non succederà niente? Che il 60% degli italiani se ne resterà zitto e buono? Che nessun demagogo ne approfitterà? Che nessun gruppo mediatico gli negherà l'appoggio?

Magari la democrazia - questa cosa nata effettivamente in Grecia, e proseguita a San Marino - è meno seria di quel che sembra. Forse è davvero un gioco. Ma sul serio pensate di poterlo giocare a lungo senza avere dalla vostra il consenso popolare? Quello vero, non quello di rappresentanza che si ottiene con un trucco, pardon, con un premio.
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Un'altra razza (di pecore?)

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Oggi a Londra è già finita; arrivederci nel ‘19. La stessa stabilità vorremmo noi. L’italicum ce la darà?

Mettiamo che qualcuno (non per forza Civati) rimetta su un partito, a sinistra o destra del PD. Una cosa senza pretese, per razzolare un po’ di 2‰ e visibilità in tv; una cosa al 3%.
Metti che i sondaggi continuino a dare, per mesi, il PD al 38. Sbagliano sempre: ma metti che sbaglino tutti nello stresso modo. E suggeriscano che un ballottaggio contro Salvini o Di Maio sia rischioso. A quel punto nessuno penserà a un apparentamento tra il Pd e il partitino?

Se invece il Pd vince? Li immaginate 5 anni placidi su un prato all'inglese a ruminare osservando Renzi che governa? Nessuna minoranza interna sarà mai tentata di far pesare i suoi seggi, minacciar scissioni? Quando il PdL vinse con ampio margine, che capitò?

Il trasformismo in Italia lo abbiamo dai tempi di Cavour (prima mancava l’Italia, non il traformismo). Quante leggi elettorali avremo provato nel frattempo? Persino chi credeva d’aver definitivamente risolto il problema, un giorno salì in Gran Consiglio e si ritrovò messo in minoranza, da gente che gli doveva tutto.

Non voglio negare che il sistema elettorale modifichi il comportamento di politici ed elettori. Ma dopo aver visto applicate tre leggi diverse, e un solo governo durare una legislatura, il sospetto viene: forse la stabilità non ci piace davvero. Ci piace litigare. Saremo pecore anche noi, ma non ci accontentiamo del placido paesaggio. Ci serve il sangue.
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A cosa serve l'intellettuale, per esempio Francesco Piccolo

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Un anno fa Francesco Piccolo ha ottenuto un buon successo di pubblico e di critica descrivendo l'Uomo di Sinistra così come se lo immaginano, da sempre, gli editorialisti del Corriere e i loro lettori: un bravo ragazzo che poteva e doveva diventare un tranquillo borghese ma a un certo punto - verso i dieci anni - ha deciso di fare un dispetto a suo papà e tifare la squadra simpatica ma sbagliata. Col tempo però ha capito e adesso sta ammonendo tutti i ragazzi a non fare come lui: non perdete tempo a tifare i perdenti, diventate adulti. Le idee di Landini - qualsiasi idee lui abbia, non è che Piccolo perda tempo a esaminarle - vanno rispettate, per carità; sono anche nobili, sicuramente, addirittura "condivisibili"; ma sono perdenti: e quindi Landini non dovrebbe averle. "Landini si iscrive in una storia, la storia della sinistra dalle idee inermi". Prima di lui c'era Tsipras, prima ancora Bertinotti - e Bertinotti, ricordiamolo, fece cadere Prodi nel '98, trauma da cui qualcuno non si è mai ripreso.

Piccolo, all'intervistatore dell'Huffington Post, dice anche altre cose: che ha per esempio apprezzato i libri di Houellebecq e Carrère, che però sembrano tradire una concezione apocalittica che a lui non piace. L'apocalisse infatti semplifica, "rende tutto elementare", mentre Francesco Piccolo ritiene che uno scrittore debba fare lo sforzo della complessità. Quest'ultima cosa ha veramente fatto bene a dirla nell'intervista perché qualcuno agli sforzi della complessità di Francesco Piccolo potrebbe anche non aver fatto molto caso. Infine Piccolo ci spiega quali sono i compiti dell'intellettuale, un po' come faceva Jean-Paul Sartre in quel suo agile volumetto del 1972. Io non so fino a che punto i francesi degli anni Settanta si meritassero Sartre, né quanto noi nel 2015 ci meritiamo Francesco Piccolo; in ogni caso per quest'ultimo l'intellettuale non deve partecipare alle manifestazioni o farsi "portabandiera delle idee"; bensì "osservatori dei portabandiera delle idee". A questo punto non so se sia Giovenale o Corrado Guzzanti a sussurrare dentro me: e chi osserverà gli osservatori?

Tutto molto in linea con l'idea che da sempre si fanno al Corriere: scrittori di sinistra scapestrati in gioventù - gli anni dorati in cui l'intransigenza sbandierata in corteo, se non paga, perlomeno ti garantisce qualche pomiciata - che poi mettono giudizio e scrivono il loro piccolo autodafè settimanale. Nel frattempo però sul Corriere c'è Angelo Panebianco, un professore che ha passato il ventennio berlusconiano a spiegare alla sinistra che Berlusconi vinceva per colpa della sinistra che invece di non essere di sinistra si ostinava caparbiamente a essere di sinistra, Angelo Panebianco dicevo, che di fronte a Renzi potrebbe continuare a scrivere più o meno gli stessi temini - basterebbe sbianchettare "Berlusconi" e scrivere il nuovo nome che per fortuna è più corto - e ne uscirebbe più o meno la stessa broda che produce Piccolo - e invece no: persino Panebianco prova a scrivere qualcosa di più complesso, perfino ambiguo.

In tanti anni non ho mai letto qualcosa di suo così interessante. Renzi, spiega Panebianco, non è Berlusconi, però... proprio per questo le sue riforme non stanno destando gli stessi allarmi, e sono riforme, per carità, non paragonabili a quelle fasciste, e però... una riforma quasi presidenziale qua, una cessione della Rai al governo là, insomma Renzi sta accentrando parecchio, e gli intellettuali dove sono? Non hanno proprio niente da dire?
...non c’è contraddizione fra volere un rafforzamento del governo (e dunque un accrescimento delle capacità d’azione di chi momentaneamente lo controlla) ed essere pronti a criticarne le singole decisioni e azioni. Proprio se si auspica, perché serve alla democrazia, un più forte potere esecutivo, occorre essere pronti a fargli le bucce ad ogni passo falso. Le democrazie hanno bisogno di governi forti (e chi scambia ciò per «autoritarismo» prende lucciole per lanterne). Non hanno invece bisogno di stuoli di cortigiani sdraiati ai piedi del suddetto governo forte. E il premier ne ha tanti.
Qui, per quel poco che conta, si continuerà a osservare i portabandiera dell'opposizione, come vuole Piccolo, ma anche i manovratori, come consiglia Panebianco. Insomma continueremo a roteare a 360° impicciandoci un po' di tutto, come raccomandava quell'altro scrittore più sopra. Ovviamente ciò non basta per fregiarsi del titolo di intellettuale, ma ehi, ognuno fa quel che può nelle circostanze in cui si trova a vivere.
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Vite parallele

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Come molti oggi ricordano, Alex Tsipras nel 2001 avrebbe dovuto partecipare alle proteste contro il vertice G8 di Genova: fu fermato dai carabinieri con tutta la sua delegazione nel porto di Ancona, e si prese pure qualche mazzata. Se fosse riuscito a passare, magari le avrebbe prese insieme a noi, marciando tra gli altri insieme a Francesco Caruso, Luca Casarini, Vittorio Agnoletto: quelli che già ai tempi cominciavamo a chiamare "non leader". Il loro scarso carisma, che li rendeva già allora poco interessanti a buona parte di chi li fiancheggiava, era ai tempi rivendicato come un segno di diversità: beata la rivoluzione che non ha bisogno di eroi.

Ai tempi Tsipras era leader dell'area giovanile di Synapsismos; nel 2004 entra nella segreteria politica. Nello stesso anno Agnoletto diventa europarlamentare con Rifondazione Comunista. Caruso ce ne mette due in più per approdare a Montecitorio, sempre con RC (racconterà di aver seminato piantine proibite nei vasi del cortile). Di Casarini nessuno sembra più parlare, ma nel 2005 la sua area di riferimento era ricomparsa sotto i riflettori nazionali per aver candidato alle primarie del PD un anonimo in passamontagna arcobaleno: il "candidato senza volto". Nel 2006 Tsipras è eletto consigliere comunale ad Atene. Due anni dopo è eletto presidente di Synapsismos: fonda Syriza (che si attesta alle elezioni sotto il 5%) ed entra in parlamento.


In quel 2008 cade il governo Prodi, Napolitano scioglie le camere, e non si sa bene che fine faccia Caruso (anche nel suo curriculum il buco è molto vasto). Pansa, in un libro contro la "casta rossa" scrive che avrebbe lavorato nel Parco del Gran Sasso. In compenso nel 2008 fa parlare di sé Casarini, che pubblica un romanzo con Mondadori! Dell'anno successivo è una sua intervista famosa in cui spiega di aver aperto una partita iva e di simpatizzare con gli imprenditori che fanno disubbidienza fiscale. In quel momento immaginarlo come una scheggia impazzita ormai convergente con la Lega era plausibile.

Nel 2009, intanto, Agnoletto riprova a candidarsi per il parlamento europeo, ma Rifondazione ormai non riesce più a superare la soglia del 4%. Gli va male anche l'anno dopo la campagna per il consiglio regionale lombardo. Nel 2014 ritroviamo Casarini nelle liste dell'Altra Europa con Tsipras, anche lui non eletto. L'ultimo dei non leader italiani ad aver dato notizia di sé è Francesco Caruso, per una cattedra di sociologia affidatagli dall'Università Magna Grecia di Catanzaro. I gradini saliti da Tsipras negli ultimi anni (17% e poi 27% nel 2012, 35% oggi) li sapete.

Tutto questo vuol dire qualcosa? Magari no. Magari se Caruso o Casarini avessero insistito con più serietà sulla propria carriera politica, innestandosi con più convinzione in un partito e mantenendo ferma la barra tra una tempesta e l'altra, magari... non sarebbe successo niente di diverso. La Grecia non è l'Italia, anche se a momenti stavamo per regalarle un sistema elettorale altrettanto demenziale. Quel che posso dire è che il composito mondo di sinistra che per più di un decennio non si è preoccupato di costruire nessun leader credibile ha avuto esattamente quel che desiderava: nessun leader credibile. Se c'è stato forse un momento in Italia per costruire qualcosa di diverso, in quel momento nessuno ha voluto o potuto metterci la faccia. Alla fine ce l'ha messa Beppe Grillo, uno che passava di lì e probabilmente voleva soltanto vendere qualche libro, qualche dvd.
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La corte è incostituzionale

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Il 2013 è stato, tra le altre cose, l'anno in cui un papa ha deciso - solo lui può deciderlo, in quanto infallibile - che non era più in grado di fare il papa - quindi non era più infallibile; quindi potrebbe anche essersi sbagliato. D'altro canto, se si fosse sbagliato, sarebbe tuttora il Papa, quindi infallibile... Nello stesso periodo il presidente della repubblica diceva in giro di non voler fare il presidente. Poi è stato riconfermato, ma adesso c'è un problema. Il parlamento che lo ha riconfermato è stato eletto con un sistema elettorale incostituzionale.

Non può nemmeno cedere il posto al Quirinale al presidente precedente - sé stesso - visto che anche nel 2006 era stato nominato da un parlamento eletto con lo stesso sistema elettorale. D'altro canto, chi è che ne afferma l'incostituzionalità? La corte costituzionale. E tuttavia la Corte è nominata per un terzo dal parlamento in seduta comune, e per un altro terzo del presidente della repubblica. Almeno sei membri della Corte sono espressione di un parlamento eletto in modo non conforme alla costituzione, o di un presidente della repubblica espressione di un simile parlamento. Insomma la corte costituzionale, che nel suo campo come Ratzinger era infallibile, ha infallibilmente ammesso di non essere del tutto legittima. Se non è legittima, la sua sentenza sull'incostituzionalità del sistema elettorale è impugnabile? Ma da chi?

Sono sicuro che esiste una scappatoia pragmatica a questa deriva escheriana. Per esempio, Ratzinger dal Vaticano non esce più. Lo tengono lì. Metti che un giorno si sveglia e si rende conto di essersi sbagliato, di essere ancora il Papa - d'altro canto se fosse il Papa non avrebbe potuto sbagliarsi, e così via. Il 2013 è un sogno bislacco da cui non riesco a svegliarmi.
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Tre argomenti contro il presidenzialismo (in Italia, almeno)

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Non è tanto l'atavica passione per l'Uomo forte. È proprio che non sappiamo sceglierceli, 'sti uomini, sembrano tutti presi a nolo da una compagnia di avanspettacolo.
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La bad company

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Tiratevi fuori subito

Dalla mia postazione qualsiasi, senza capirne più di chiunque, nella consapevolezza di ignorare alcuni dettagli fondamentali che Napolitano per esempio sa, io continuo a pensare che l'unico modo di saltar fuori da questa montagna di merda è la bad company. Ovvero: il PD farà un governo col PdL e Monti. Lo farà. Era abbastanza chiaro già una settimana dopo le elezioni, a chi non volesse raccontarsi favole. È diventato chiarissimo con quella pagliacciata della trattativa in streaming: il M5S non cercava intese, non le vuole, il M5S vuole che il PD faccia un governissimo con Monti e Berlusconi e il PD lo accontenterà, alla fine il PD accontenta sempre tutti, purché non siano i suoi elettori. Dopodiché il PD morirà, ma non c'è niente di così grave in questo, moriamo tutti prima o poi e nel caso del PD la diagnosi era chiara il giorno dopo le elezioni. Il PD morirà perché non piace agli elettori, e ai pochi elettori a cui piace ha raccontato che non si sarebbe mai alleato con Berlusconi: e diceva la verità, non si sarebbe davvero alleato con Berlusconi. Se avesse vinto.

Ma ha perso.

E siccome ha perso sarà umiliato, sarà abbandonato, svillaneggiato come l'ultima delle zoccole di Berlusconi, che è poi quel che in effetti diventerà.

Ma non tutto.

Non c'è bisogno che vada a finire tutto così. Non è una persona, è un partito: ne puoi staccare un pezzo e trapiantarlo altrove e poi magari ricresce. Quindi: da una parte ci metti il grosso dei gruppi parlamentari, e un altro bel po' di quadri intermedi, che diano l'impressione di una struttura ancora in piedi. Questa è la bad company. Per dirigerla era perfetto Bersani: il più adatto da umiliare, da svillaneggiare, perché era quello in carica quando avete perso. Ma ve lo siete giocati. Stolidamente. E allora servirà un Amato, o un Letta che sembra predisposto per cognome, tutta gente che è già praticamente invotabile adesso. Ma anche qualche giovane, anche qualcuno di loro dovrà sacrificarsi, sennò non la cosa non sarebbe credibile. Costoro perderanno qualsiasi barlume di popolarità entro la prossima settimana; ma continueranno a gestire il marchio del PD per tutta la legislatura breve o lunga che sarà. Immaginiamocela media, due anni e mezzo.

Nel frattempo il partito va rifatto da un'altra parte. Scissione, mitosi, partenogenesi. Qualche deputato, ma pochi! Che all'inizio mica conviene litigare. Però devono votare contro, devono andare all'opposizione. Un'altra struttura, più leggera, che faccia capo a nomi più o meno nuovi, non compromessi con governi precedenti e associabili a successi elettorali locali, che vi immaginate benissimo da soli. Tra due o tre anni poi si rivoterà, ma nel frattempo?

Potrebbero succedere cose molto brutte. Default parziali, prelievi forzosi, chi è al governo sarà ancora meno popolare di quanto non sia adesso, possibile? Lo sarà. Dovrà anche assicurare che Berlusconi e le sue aziende abbiano un trattamento di riguardo, qualsiasi cazzata il boss abbia fatto o rifarà. Per dire, spuntasse in qualche commissariato la nipotina del rais del sarkazzistan, toccherà votare in ordine e compunti per salvare l'onore della nipotina sarcazza. Sarà il governo più odiato e sbeffeggiato del secondo dopoguerra, ma c'è di buono che Berlusconi ci sarà invischiato. Molto di più che col governo Monti. Dovrà metterci i suoi uomini e dovrà difenderli. Quel che più odia è mettere la sua faccia tirata su provvedimenti impopolari. La bad company varerà provvedimenti impopolari e ci metterà anche la sua faccia. Accanto alla faccia di un Amato. Ma Amato non si ripresenterà mai alle elezioni, Berlusconi ancora ci spererebbe. Se ci si muove bene, la bad company può togliergli la voglia.

A proposito, io penso ancora che Cologno debba essere distrutta. Avendo i mezzi, è la prima cosa che farei. In questa situazione, se qualcuno arriva con un piano meno contorto di questo, lo sto a sentire con piacere. Purché non c'entrino in qualche modo i m5s: mi dispiace tanto (sul serio: tanto), ma con quelli non si fa niente. Non collaborano, non gli conviene. Non gli conviene nemmeno vincere le elezioni, non ci guadagnano un granché. Sono venditori di rabbia, non hanno il minimo interesse a farla passare a nessuno.

Quindi, se per una volta nella vita andasse tutto giusto, come nei film, senza incidenti di percorso o qualcuno che ha piani più astuti dei tuoi e informazioni migliori delle tue, magari tra due anni Berlusconi è bollito nel brodo della bad company, mentre la good company vince le elezioni. Quindi.

Quindi Renzi fuori dal PD prima che può, secondo me. Se proprio ci tiene. Ogni minuto che passa è un minuto più tardi. Sono l'ultima persona al mondo qualificata per dagli un consiglio, ma comunque il mio è questo.

Io invece probabilmente resto nella bad company a far scena, avete presente il classico rivoluzionario a vent'anni trombone a quaranta, ecco, collimo perfettamente. Mai pensato di meritare di meglio.

Ma voi ragazzi andate, cazzo ci state a fare ancora qua sotto.
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Ma pensarci domenica?

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E insomma la settimana è andata così: domenica avete votato il movimento fondato da un irresponsabile, che fa discorsi irresponsabili e propone soluzioni irresponsabili; lunedì sera avete scoperto che aveva vinto le elezioni e avete pensato, beh, magari adesso si comporterà in modo responsabile, perché no dopotutto, basterà fargli una proposta seria. Siccome invece già martedì stava tirando fango su Bersani, chi l'avrebbe mai detto, avete firmato una bella petizione, affinché il signore irresponsabile, titolare del marchio che voi avete votato, la smetta di fare l'irresponsabile, che la situazione è grave, la sfiducia dei mercati, lo spread, c'è da salvare l'Italia perbacco.

A quel punto uno si domanda dov'eravate fino a domenica, non c'era l'Italia da salvare anche domenica? No, pare di no, domenica l'Italia stava bene, lo spread nessuno rammentava cosa fosse, non è che ci si poteva preoccupare domenica dell'Italia. Domenica c'era il sole ed era il giorno giusto per mandare dei messaggi al PD, il voto di protesta, quel tipo di cose. Se poi nelle urne insieme ai vostri messaggi ci va un voto a un movimento fondato da un irresponsabile, che fa proposte irresponsabili, eh vabbe', ma uno come fa a saperlo prima.

Ma voi lo avete mai ascoltato Grillo?

A parte le urla, i tormentoni "siete tutti morti", ecc.; avete mai fatto caso a quel che dice? Avete mai letto quel che scrivono lui o Casaleggio? Avete dato un'occhiata al programma del MoVimento che avete votato domenica, per "mandarli tutti a casa", o per dare un messaggio forte chiaro ad altri partiti? Per dirne una: l'abolizione di Equitalia. È comprensibile l'entusiasmo di cittadini e imprenditori; ma vi sembra in coscienza una proposta seria? Non fa un po' il paio con la busta "restituzione Imu"? Il referendum sull'Euro. A parte che non si può tecnicamente fare (e Grillo lo sa); ma avete capito che il solo parlarne è un invito alla fuga dei capitali? Non pignorabilità della prima casa. Come pensate di evitare che le banche si rifacciano del rischio alzando gli interessi? Le nazionalizziamo e poi le gonfiamo di carta straccia? Ma allora perché non dirlo subito? Wi-Fi gratis. Ma perché non la ricarica del cellulare, dopotutto è più democratico il cellulare, ce l'hanno veramente tutti, anche i ragazzini, e permette la condivisione delle conoscenze, insomma perché no ricariche gratis per tutti sempre? Nazionalizziamo pure la telefonia. Referendum senza quorum - uno alla settimana probabilmente, tanto varrebbe abolire il parlamento. Questa roba qui, prima di votare, l'avete letta?

Se l'avete letta e la trovate realizzabile, non credo che sarete interessati a partecipare a un governo col PD, o con qualsiasi altro partito.

Se invece non la trovate realizzabile, cosa avevate esattamente in testa domenica? Avete votato un tizio che promette di abolire Equitalia e che non fa che urlare che i debiti non si pagano perché sono troppi - i mercati ne saranno deliziati - lo avete votato e adesso lo vorreste ragionevole, magari vorreste che dicesse ai mercati ehi tranquilli sono un comico scherzavo. Ma non è un comico più, da un pezzo, aspetta che se ne accorga l'Economist che fa sul serio. Secondo voi dovrebbe dare una mano a formare un governo. Avete un po' frainteso, ma non ci ha mica colpa lui. Lui le cose le ha sempre dette, anzi urlate, come stanno. È evidente che a lui non freghi nulla dei mercati e dell'Italia, perlomeno dell'Italia così com'è. In tutti i predicatori c'è un orizzonte apocalittico, che non è necessariamente la terza guerra mondiale della clip di Casaleggio, però da qualche parte c'è. Siamo in guerra, ci saranno battaglie e prima della vittoria finale molta gente si farà male, avete mai pensato che potreste farvi male pure voi? prima di domenica, intendo, ci avete mai pensato? Voleva aprire il parlamento come una scatola di sardine, lo ha detto, e l'avete votato. Ma poi ha vinto le elezioni e si è scoperto che faceva sul serio, santo cielo, ma com'è possibile, sembrava una persona così ammodo.

I parlamentari M5S, se danno retta a Grillo (e non è detto), non voteranno nessuna fiducia a nessuno. Il M5S non ha nessuna concessione da fare, e non è vero che gran parte delle sue proposte possono essere fatte proprie dal Pd: gran parte delle sue proposte non sono realizzabili, né in tempi brevi né in generale, perché fluttuano in uno spazio logico compreso tra "utopia" e "fregnaccia". Grillo lo sa e si guarda bene dal provarci. Vuole che governino gli altri, per dimostrare una volta di più che sono tutti collusi, tutti corrotti, tutti casta eccetera. Vuole perdere altro tempo, perché tanto lui ce l'ha. Voi non l'avete? Non potevate pensarci un po' prima, per esempio... domenica?

Mercoledì avete firmato la petizione di Viola Tesi. Scusate se insisto, ma l'avete letta? La simpatica signora Tesi sostiene che in fondo con il PD si può andare d'accordo un po', mica ci vuole poi molto; che "in poco tempo" si possono fare dieci cose, tra cui l’istituzione del reddito di cittadinanza, chissà con che risorse prese da dove, l’ineleggibilità dei condannati (si può fare anche in mezza giornata, peccato che la Corte Costituzionale te la casserebbe il mese successivo), la cancellazione dei rimborsi elettorali giusto per essere sicuri che Berlusconi si possa presentare senza troppi concorrenti; il politometro, che nessuno sa veramente cosa sia a parte una battuta fatta da Grillo a un comizio, ma secondo la Tesi si potrebbe comunque fare in pochissimo tempo, mentre si ripristinano fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola (con tutti i soldi che ci sono avanzati dall'avere appena istituito il reddito di cittadinanza senza copertura); l’accesso gratuito alla Rete; la non pignorabilità della prima casa; la pace nel mondo invece no, il che mi risulta un po' sospetto, signora Tesi, perché la pace nel mondo no? Cosa ha in contrario, eh, EH? Non si sa. Ma a parte questo piccolo dettaglio tutto il resto secondo lei si può fare in poco tempo, e poi via che si rivota in scioltezza. Voi l'avete firmata questa petizione?

E - scusate se picchio sempre lì - l'avevate letta bene?

E allora capite che forse il problema non è la governabilità, il PD, o Grillo, che c'è un problema a monte, e che dipende soprattutto da voi? La volete piantare di votare alla cazzo, di firmare senza leggere le postille, di fidarvi del primo che grida in tv o su youtube che i politici sono merde e i debiti e le tasse non si pagano? Grillo a Viola Tesi non ha neanche risposto, ha mandato avanti Messora. Il blogger che vendeva i dvd in cui Giuliani spiegava come prevedere i terremoti col radon, è facile, ne ha previsti un sacco, peccato che i poteri forti siano tutti schierati dalla parte dei terremoti e gli impediscano di divulgarli il giorno prima, maledizione, è sempre costretto a divulgarli il giorno dopo. Messora che sul suo blog ai tempi dello sciame dell'Aquila faceva i bollettini, la gente disperata andava a leggere il suo blog prima di scegliere se dormire o no in macchina, lui raccoglieva le confidenze del mago del radon e purtroppo a causa dei poteri forti non ci beccava mai.  Messora dunque ha spiegato al pubblico di beppegrillo.it che la signora Tesi è un'infiltrata, punto. Funziona così, non è che se hai votato per loro sono tenuti ad ascoltare le tue ragioni: li hai votati perché ti sei infiltrato, addirittura militavi in un partitino pirata, mai presentatosi alle elezioni, una cosa tra amici - non importa! Sei un'infiltrata! Magari siete gli stessi che si lamentavano della diffidenza piddina verso gli elettori di Renzi. Non avevate tutti i torti, chissà, comunque adesso accomodatevi pure nel M5S, lì sì che accolgono i nuovi elettori a braccia aperte, INFILTRATI DEI POTERI FORTI.

Io penso - spero - che il Movimento non sia Grillo. Non credo che valga la pena di rivolgersi a Grillo. Grillo non è che si pone il problema dello spread a cinquecento: manderà fuori Casaleggio a dire che è un complotto dei Bilderberg, sono loro che divaricano lo spread, c'è una cerimonia massonica all'uopo. Son fatti così. Non l'hanno mai nascosto, anzi l'hanno scritto in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Non ce l'ho mica con loro, anzi. Se avete letto fin qui avete capito con chi ce l'ho.

Ma non avete letto fin qui.
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No Limits al peggio

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Scenari (rigorosamente a caso)


#19. Continuano tutti a discutere Bersani sì / Bersani no, Grillo sì / Grillo no per un mesetto; nel frattempo gli investitori esteri si fanno un'idea della situazione, lo spread schizza a seicento, default, l'Italia esce dall'euro senza neanche bisogno di indire il referendum. Nuove elezioni, vince Berlusconi promettendo più lire per tutti.


#31. Si riuniscono le Camere, Napolitano dà il mandato a Bersani, lui propone un programma di minima al M5S, Grillo col cavolo che accetta: è da anni che dice che PD e PdL sono la stessa cosa, vuole che governino assieme almeno quindici giorni per poi tornare alle urne e stravincere. Cosa che avviene di lì a poco. Entro l'anno il parlamento viene sostituito da un forum gestito dalla Casaleggio che si pianta ogni mezz'ora. I ministri vengono rimpiazzati dai Top Commentator, che risolvono i problemi insultandoli.

#33. Si riuniscono le Camere. Bersani forma un governo, i cinquestelle scelgono di astenersi uscendo dall'aula, purtroppo escono dall'aula anche i berluscones: niente da fare. Ci riprovano col sistema del palo (detto anche "governo di Schrödinger") brevettato da Mau: "I rappresentanti pentastellati se ne stanno vicino alle porte e contano: per ogni pidiellino che non vota uno di loro [entra e] vota contro". Il governo si pianta tre settimane dopo sull'emendamento per pagare la pensione agli esodati rivendendo le traversine del TAV.

#46. Si smette di considerare un interlocutore Grillo - che è un privato cittadino - ci si rivolge direttamente ai 54 senatori e ai 108 deputati eletti dal Movimento 5 Stelle con alcune proposte concrete e abbastanza radicali (dimezzamento dei parlamentari, una pietra sopra il TAV, ecc). Alcuni tentenneranno pubblicamente, Grillo si innervosirà, i media evidenzieranno il paradosso di un partito eletto dal popolo ma nominato da un vertice, le famose contraddizioni scoppieranno, e se 30 senatori ci stanno un governo si fa. Però dura poco e alle elezioni seguenti vince Grillo (non necessariamente il Movimento, sono due cose un po' diverse).

#48. Napolitano dà l'incarico a Grillo. Non sa cosa farsene (non è un negoziatore). Rinuncia quasi subito: elezioni.

#52. Va bene, dice Napolitano, siete una manica di fessi: siccome non posso sciogliervi perché sono entrato nel semestre bianco, mi dimetto io. Alla quindicesima chiamata viene eletto, boh, Roberto Saviano, che prova a fare una cosa creativa: scioglie solo il Senato (non si è mai fatto, ma forse si può). Non serve a niente, vince Grillo o Berlusconi; bisogna sciogliere anche la Camera.

#61. ((c) Thomas): Non si forma nessun governo nuovo: rimane in carica Monti per il disbrigo degli affari correnti, forse è incostituzionale ma in attesa che si pronunci la Corte passano diversi mesi, una specie di stallo alla belga, il tempo di fare ah ah, scusate, stavo dicendo il tempo di fare una nuova legge elettorale che stavolta assicuri, uh, la governabilitàHAHAHAH.

#99. Corsa al Quirinale: Grillo propone Fo, Fo ringrazia e rilancia Petrini, Petrini ci pensa un po' e poi butta lì Margherita Hack, e così da palo in frasca nel giro di una settimana prende sempre più consistenza la candidatura di Amedeo Nazzari.

#104. Berlusconi sale da Napolitano e dice che ci pensa lui. Rivende Balotelli - che ormai il suo dovere l'ha fatto - e col ricavato si compra la Casaleggio Associati.

#105. Uguale alla 104, ma si compra direttamente i 50 senatori che gli servono tra PD montiani e cinquestelle - non fate quella faccia, non avete la minima idea se siano incorruttibili o no; li conoscete appena: molta gente è incorruttibile soltanto perché nessuno le ha mai fatto un prezzo.

#121. Sai che c'è, dice Bersani, mi avete rotto tutti i coglioni, tanto il PD è fottuto comunque, faccio un governo di legislatura con Berlusconi, mi diverto per cinque anni e poi io ad Antigua e voi coi cazzivostri. Gotor affianca immediatamente Greggio a Striscia la Notizia, il Giornale diventa un inserto dell'Unità o viceversa, e via che si va. Renzi passa in clandestinità e fonda il Nuovo Partito Democratico Quello Vero Contro La Ka$ta, che nel 2018 partecipa alle elezioni ma perde perché la gente vuole dei giovani, no le solite facce.

#549. Berlusconi muore. E perché no, capita a tutti almeno una volta nella vita. Un centinaio di senatori pidiellini da un momento all'altro non sa più che ci fa a Palazzo Madama. Decidono di dare un senso alla propria vita appoggiando un esecutivo PD+Monti che rassicura i mercati.  

#745. Nel frattempo al Conclave lo Sprito Santo opta per un italiano, mettiamo Giovanni Battista Re, e nella disperazione collettiva la fumata bianca viene interpretata come un segno divino: la Repubblica si arrende al Papa Re che procede alla nomina dei ministri dello Stato Pontificio (purché giovani, no le solite facce).

#13459. I Maya si erano sbagliati solo di sei mesi, meno male.
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Un voto non idiota

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Io credo che di tanti errori di comunicazione che abbiamo fatto, come PD e in generale come centrosinistra e in generale come Repubblica italiana, uno dei più gravi sia stato quello di parlare di

VOTO UTILE

tradendo una sostanziale non comprensione di cosa siano gli italiani, di come vedano il mondo gli italiani. Non puoi parlare di utilità agli italiani. L'elettore è un fiero e nobile hidalgo, gli dicono che in quanto popolo italiano detiene la sovranità e lui ci si accomoda come in un castello diroccato.

Poi gli spiegano che questa sovranità comunque deve essere espressa ogni cinque anni sotto forma di un voto, e lui già comincia ad arricciare il naso: cos'è questo voto che viene a delimitare la mia sovranità? Cos'è che devo fare ogni tot anni? Due croci su due schede? Due banalissime croci? Su degli stemmi? Ma è troppo difficile, non gioco più. E ci scommetto che sotto c'è la fregatura. È andata così. Ogni volta che parlate di

VOTO UTILE

l'italiano si guarda alle spalle e dice: "utile a chi?"; a lui no di certo. E se si tratta di essere utile a qualcun altro,  l'italiano se ne guarda bene: cos'hanno fatto gli altri per me, dopotutto. Utili, puah. I servi sono utili, e io sono nato libero, devo averci anche da qualche parte uno stemma famigliare, un pedigree.

Così anche in questi giorni si assiste alla cerimonia di quelli che sui social network ci informano che il Pd non lo voteranno mai, perché non vogliono essere utili al Pd, e ci mancherebbe. Anche qui sotto, la discussione ha preso subito questa piega: gente che orgogliosamente viene a farci sapere che è inutile implorare, loro non voteranno Pd. Gli sfugge il fatto che nessuno li sta implorando, perlomeno qui: possono fare quel che vogliono col loro voto. La mia principale obiezione a quelli che, per esempio, votano Ingroia (non solo in Lombardia ma soprattutto) e che quel voto otterrà il risultato contrario a quello che si prefissano, spostando a destra il baricentro del Senato e rendendo necessaria la coalizione Pd+Monti+Casini+Fini. È un banale argomento aritmetico, ma il fiero hidalgo non sopporta che gli sia opposta l'aritmetica, nulla detesta più di un maestrino che venga a rammentargli l'odiosa tirannia del due più due uguale quattro. Cos'è questo due, cos'è questo quattro, cos'è questo segno uguale? Strumenti di dominio borghese sulla realtà fenomenica. Non è una coincidenza che molti di loro pensino anche di poter aumentare i propri spiccioli nel conto corrente cambiando l'unità di misura. È stato un vero errore parlare di

VOTO UTILE

senza soggiungere: "utile a te, visto che sei di sinistra, e che se voti Ingroia al senato in alcune regioni il tuo voto sarà carta straccia, dal momento che lo sbarramento dell'8% appare secondo tutti i sondaggi proibitivo; dunque se metti la crocetta su Rivoluzione Civile tanto vale metterci anche i cuoricini, o le falci, o i martelli o le manette decidi tu; tanto è un voto inutile, nel senso di un voto buttato. Cioè in realtà una sua utilità ce l'ha, perché anche grazie al tuo voto buttato il Pd non otterrà la maggioranza in senato e si alleerà con Monti+Casini+Fini. Insomma votare Ingroia al senato equivale a votare Pd+Monti". L'hai capita? No.

Ma non è una questione intellettuale, è solo puntiglio. Quel che veramente non sopporti (oltre al Pd, si capisce) è la natura aritmetica del voto. Secondo te il voto dovrebbe essere un'altra cosa, uno strumento identitario, e si capisce, il recipiente atto ad accogliere una cosa così sacra come la tua sovranità non può essere che un calice pregiato, un Graal. Nessun partito ti merita veramente, sono tutti uno meno peggio dell'altro, come si fa a votare per il meno peggio, dimmi come si fa?

"Si apre la scheda, si prende la matita copiativa e poi..."
"Che schifo, che vergogna, come siamo caduti in basso".

Anche questa cosa è interessante, dovunque si trovi ora il nobile hidalgo si rappresenta sempre nell'atto dell'essere caduto in basso, cioè una volta si stava meglio, i voti erano luminose espressioni di volontà popolare e irradiavano volti di nobili statisti, Pertini Moro Berlinguer. Ci siamo sbagliati a parlare di

VOTO UTILE

con questi fieri uomini liberi che hanno camminato sulla terra al tempo dei Giganti; giammai si faranno servi dell'utilità di qualcun altro; bisognava forse parlare di un 

VOTO NON IDIOTA

visto che nulla li spaventa più della possibilità di essere fatti fessi. Certo, l'operazione richiedeva abilità e diplomazia, perché se li prendi di petto questi qua è finita. Però insomma bisognava tentare di spiegar loro, senza troppe argomentazioni aritmetiche (l'aritmetica è noiosa) che un voto al Senato a Rivoluzione Civile, in una regione dove è implausibile che prenda più dell'8% è un 

VOTO FESSO

che equivale sostanzialmente a mettere una croce su Monti+Casini+Fini. Si può essere più chiari di così?

VOTARE RIVOLUZIONE CIVILE = VOTARE MONTI+CASINI+FINI

dal momento che l'obiettivo di Monti+Casini+Fini è di essere l'ago della bilancia, e pesare sul prossimo governo in modo anche superiore al numero di seggi che otterranno: e il risultato del vostro voto ingroiano sarà precisamente rendere Monti+Casini+Fini l'ago della bilancia. È come fare goal: se il centravanti avversario non riesce a buttarla dentro, può provarci il difensore e fare autogol. L'arbitro marcherà comunque un goal per gli avversari. Ecco, forse ho trovato un linguaggio comune: il calcio

VOTARE RIVOLUZIONE CIVILE = AUTOGOL

Ma temo che sia troppo tardi.
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Silvio il cattivo condòmino

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Pensare che, con un po' di lucidità, a quest'ora aveva già vinto la partita.
Certo, avrebbe dovuto muoversi per tempo, quando tempo ancora ce n'era. Una volta passata la palla a Monti, un anno fa, avrebbe potuto farsi una vacanza come si deve, e poi presentarsi pulito e profumato a Bruxelles, a Francoforte, e dire: signori, scopriamo le carte. Con Monti si arriva al 2013; poi ci sono le elezioni e le vincerà la sinistra. Bersani, o Renzi, magari Casini, comunque anche Vendola. Per tacere di Grillo. Lo sapete anche voi che andrà così. Se non vi fidate dei miei sondaggi rifateli voi; andrà così. E quindi?

E quindi niente. Volete Monti anche nel 2013? Ci tenete molto, a questa cosa di Monti nel 2013? Il PD non ve lo può dare. Io sì, ma dovete darmi una mano. Io forse non posso vincere le elezioni nel 2013 - ma chi lo sa, se m'impegno sono perfino capace - ma sicuramente posso evitare che le vinca chiunque altro. Posso fare melina sulla legge elettorale per un anno e mezzo, credete che non ne sia capace? Chiedete in giro, la politica in Italia è una cosa incredibile, posso farli discutere per un anno e mezzo e poi mandare tutto a gambe all'aria in una mezz'ora, è un numero che ho già fatto. In ogni caso un venti per cento lo valgo anche da solo, posso licenziare tutti i miei colonnelli e fare il venti per cento lo stesso, perché sono Silvio Berlusconi. Volete Monti nel 2013? Bersani non ve lo può dare, e nemmeno Renzi. Ve lo posso dare io. Però.

Però sono Silvio Berlusconi. Posso senz'altro salvare l'Italia - e l'Europa, e il mondo - ma è escluso che io lo faccia gratis. Parliamone, sediamoci a un tavolo. Io ho alcune pendenze da sistemare. Per esempio, certe cose, in Italia, devono restare depenalizzate. Ciò è di primaria importanza per me, e quindi lo è anche per voi. Sono sicuro che capirete. La persecuzione giudiziaria nei miei confronti, ecc. ecc., deve cessare. In cambio io posso spostare le posizioni dell'elettore medio di centrodestra finché non combacino più o meno con quelle dell'agenda Monti. Può sembrare all'inizio un'impresa disperata, visto che l'agenda Monti significa per lui perlopiù tasse tasse tasse. Ma si tratta alla fine di martellare in tv e sui giornali che c'è un pericolo rosso e bisogna fare di tutto per sottrarsi al pericolo rosso. Nel frattempo minimizzare la crisi, mostrare in tv che i ristoranti sono pieni ecc. Ha sempre funzionato e funzionerà anche stavolta, e in ogni caso non avete scelta, se volete Monti nel 2013 lo potete chiedere solo a me.

Casini? Ma andiamo. Casini non esiste. Se non lo prendo con me, non supera lo sbarramento. Montezemolo? È ammirabile che a Bruxelles sappiate come si pronuncia Montezemolo. No, non esisterà nessun Montezemolo, mi spiace. Se non credete ai miei sondaggi (comprensibile) fatene pure voi. L'unico centrodestra plausibile nel 2013 sono ancora io, e se volete davvero Monti dovete chiedermelo adesso. Ma dovete chiedermelo per favore. Ah, sì, mi toccherà scaricare la Lega. Ma al venti ci arrivo comunque. Poi al massimo dopo le elezioni rifaccio la grosse koalition con Bersani. Ma anche lui dovrà chiedermela con molta cortesia...

Ecco. Se fosse stato lucido, a quest'ora forse non si troverebbe nel casino in cui si trova. Ma non avrebbe mai potuto essere lucido così, né un anno fa né adesso. E non è (soltanto) un problema d'età, o di bungabunga. È che proprio questa idea di andare a Bruxelles a mercanteggiare, anche da una posizione di forza che un anno fa poteva avere e adesso no, non è da lui. Si trattava comunque di ammettere che esistano poteri forti almeno teoricamente più forti di lui, e questo è più forte da mandar giù dell'andropausa. Lui non tratta, lui decide. E questo, alla fine della fiera, gli impedisce anche solo di sembrare europeista. L'europeismo è una cessione di sovranità; possiamo vederla come un'ammissione di responsabilità: il mondo è sempre più piccolo e non possiamo permetterci di andare in malora senza che i tedeschi o i francesi si preoccupino per noi (più difficile capire cosa c'entrino i finlandesi e gli estoni, ma il principio è quello). In ogni caso bisogna entrare nell'ordine di idee per cui si abita in un condominio, e neanche ai piani più alti. Per la maggior parte di noi la cosa non pone nessuna difficoltà, abitiamo già in condomini e li preferiamo senz'altro a certi tuguri subtropicali che non sono poi così lontani in linea d'aria - per Silvio Berlusconi è assolutamente impossibile concepire l'idea: è uno a cui stava stretto Palazzo Chigi. Non avrebbe mai avuto la lucidità necessaria per affrontare una riunione di condominio nel modo descritto sopra. Lo sappiamo tutti.

E lo sapevano tutti anche nel PPE. Dove però se lo sono tenuti buono buono per più di dieci anni. E lo conoscevano, non è che a Bruxelles o a Strasburgo si sia mai finto diverso da quello che è: tutto il contrario. Conoscevano l'animale, e l'hanno vezzeggiato fin quasi alla fine. Se l'Europa fosse una cosa seria, una parte di responsabilità andrebbe addossata anche a loro. Invece pagheremo solo noi, compresi quelli che non l'hanno votato mai, non l'hanno voluto mai, e hanno ripetuto per vent'anni che era pericoloso.
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Voglia di votare Santanchè

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Mi ha lasciato un po' perplesso lo sdegno unanime suscitato qualche giorno fa da Paolo Flores d'Arcais. Intendiamoci, trovo anch'io molto irritante la posizione dello stimato professore che decide di votare Renzi alle primarie e poi Grillo alle legislative, non perché si fidi di nessuno dei due, ma viceversa sperando che in questo modo vada tutto a rotoli a cominciare dal PD (il voto a Renzi lo "disperderebbe come un sacchetto di coriandoli"). Lo trovo un esempio perfetto di quella concezione del Tanto Meglio Tanto Peggio che secondo me è stato il vero nemico interno della sinistra italiana, forse più micidiale di Berlusconi: l'impulso all'autodistruzione che scatta ogni volta che ci accorgiamo che il partito o la coalizione che ci rappresenta non è il migliore dei partiti o delle coalizioni possibili, e allora? E allora bisogna spaccare tutto, far cadere il governo se siamo al governo noi (Bertinotti, D'Alema), fonderci con qualsiasi cosa ci sia alla nostra destra, Rutelli, Calearo, gli acari della polvere (Veltroni). Leggendo qualche riga in più si scopre che Flores d'Arcais ce l'ha ormai con chiunque abbia provato a fare politica a sinistra: "Pd, ma anche Idv, Sel e residui rifondazionisti", in pratica chiunque si sia candidato è diventato in breve "nomenklatura partitocratica", non si salva più niente.

Questa voglia di tabula rasa che ci assale ogni due o tre anni, sempre alla ricerca di una formula diversa, di una quadra nuova (poi ti accorgi che stanno riciclando Blair per la terza volta) è così diffusa, così metabolizzata, che Renzi può imbastirci sopra una campagna. L'insofferenza di Flores d'Arcais per il PD è a ben vedere più antica del PD stesso, e forse meriterebbe di essere rottamata per prima. Però.

Però cento volte meglio Flores D'Arcais, che annuncia che voterà Renzi anche se non sopporta Renzi, e Grillo anche se non ha particolare stima per Grillo; cento volte meglio lui che ha capito che il voto è un gioco (non molto divertente, ma è un gioco), in cui si può talvolta giocare di sponda, scegliendo x per ottenere y. Cento volte meglio lui di tutti i puristi del voto, quelli che vogliono solo x, e finché non ottengono x si rifiutano di votare qualsiasi cosa non sia assolutamente corrispondente a x. Meglio un machiavellismo sbilenco, il finto "cinismo costituzionale" per cui la combinazione Renzi+Grillo dovrebbe far saltare qualche sigillo dell'apocalisse, piuttosto che l'eterna lagna di quelli che Renzi no perché non è abbastanza di sinistra, Bersani no perché è di sinistra ma apparato, Vendola no perché è velleitario, Puppato no, Tabacci no, no, no, no. Viva Flores D'Arcais che almeno ha capito che il voto non è una questione d'identità, non è una liturgia in cui si proclama la propria consustanzialità con il candidato, e che si può votare Renzi anche se non si crede del tutto in lui, o anche se francamente lo si detesta. Viva Flores e abbasso le verginelle che nel segreto dell'urna assolutamente non possono cedere a nessun compromesso perché, boh, si vede che Dio le vede. Io penso che Dio abbia di meglio da fare che spiarmi proprio lì; del resto cedo a compromessi praticamente tutti i giorni, vendo pezzi del mio corpo un tot all'ora, voi no? Beati voi.

Io son flessibile, anche se a Ichino piacerebbe flettermi un po' di più ma non si può aver tutto; reclamo perciò il diritto di infilarmi in qualsiasi fessura mi consenta di difendere i miei diritti (legalmente, si capisce), e a tal proposito annuncio che se faranno sul serio le primarie del centrodestra, e le faranno con regole simili a quelle del centrosinistra, ci andrò. E vorrei proprio vedere chi mi tiene fuori, e con che motivazioni. Perché non dovrei dire la mia? Perché dovrei rinunciare, a priori, alla possibilità di votare il PdL? Mettiamo che non mi piaccia il candidato che esce dalle primarie del PD; mettiamo che, per qualsiasi motivo, il PdL me ne proponga uno più interessante, o viceversa talmente scrauso da assicurare l'autogol decisivo: mettiamo che io faccia un calcolo, magari meno raffinato di quello del professor Flores D'Arcais, e che questo calcolo mi dica che la candidatura di Daniela Santanchè può davvero rendere l'Italia un posto migliore: a quel punto recarmi alle primarie del PdL e votare Santanchè diventa per me un dovere civico, una cosa che potrei persino rimproverarmi di non aver fatto. Tra l'altro pare che la Santanchè si stia avvalendo dei consigli di Rondolino, l'uomo che (IRONIA) rese simpatico Massimo D'Alema (/IRONIA). Ecco, a un team del genere mi sembra impossibile non augurare una carriera di successi al vertice del principale partito di centrodestra, previo sbaragliamento di tutti i candidati più credibili. Se in questo battaglia serve il mio voto, eccolo, è qui, ma ve lo porto dovunque serva. Mi date l'indirizzo e mi arrangio, faccio anche il quarto d'ora di fila, ci ho resistenza.
Son mica renziano.
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E se Grillo avesse rrrrrrrrrrr

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Io trovo abbastanza ignobile il modo in cui Grillo ha trattato la consigliera comunale del M5S che ha osato presenziare a un talk show, e squallidi i colleghi che la stanno emarginando. Tutto sommato condivido le osservazioni di Scalfari che sul carisma ancora molto televisivo di Grillo sembra aver capito più cose dei giovinastri che sul suo quotidiano si fanno infinocchiare da klout e altri gingilli. Grillo diserta i talk show proprio come anni fa li evitava Berlusconi: entrambi hanno goduto (e Grillo gode ancora) di una rendita di posizione nel nostro immaginario. Sono due facce, due personaggi che conosciamo già, non hanno bisogno di vendersi a Porta a Porta. Se decidono di andare in tv, sono nella posizione di dettare le condizioni: non hanno nessuna esigenza di accettare un contraddittorio, qualcuno che per piaggeria o esigenza di share accetterà di mandare in onda i loro video preregistrati ci sarà sempre.

Il discorso cambia, ovviamente, per gli altri esponenti del M5S. Per loro andare in tv (in un momento come questo, poi, in cui la gente è alla ricerca spasmodica di volti nuovi) è un'opportunità importante. Magari tra qualche mese alcuni di loro saranno in Parlamento, davanti a un bivio: restare con Grillo, seguirlo perinde ac cadaver, restituendo stipendio e gettoni di presenza o... trovare un'altra strada, più remunerativa, che consenta loro di partecipare a una maggioranza, magari recuperando uno strapuntino, un sottosegretariato? Alcuni sceglieranno di restare col capo in anonimato e in miseria: altri tradiranno, è nella natura delle cose. Per Grillo e Casaleggio si tratta di scegliere gli elementi meno forniti di ambizione e individualità. Su questo la prova video non sbaglia mai. Se tu hai voglia di farti vedere, se hai un'individualità forte da mostrare, il video se ne accorge, il video la svela. Ecco, di queste persone Grillo e Casaleggio al momento non hanno bisogno. È difficile dar loro torto, se ci si mette nella loro prospettiva: hanno bisogno di anonimi che non vedano altra Via al di fuori del MoVimento. Io però vado oltre e mi chiedo se Grillo non abbia anche ragione in generale. Cioè, perché un politico deve andare a un talk show? Per farsi vedere, ovvio. Ma funziona?

Funziona, altroché, parlamenti regioni e comuni sono pieni di gente che si è fatta riconoscere durante un battibecco televisivo. Il caso della Polverini, catapultata dall'anonimato di una sigla sindacale semisconosciuta alla presidenza della regione Lazio grazie a un'assidua presenza a Ballarò, è uno tra tanti. Quindi sì, i talk funzionano. Selezionano una classe dirigente e la presentano al vaglio dei telespettatori-elettori. Che poi questa classe dirigente sia quella di cui ha bisogno l'Italia, beh, anche qui il caso Polverini è indicativo. Non c'era nessun motivo al mondo per cui una tizia brava a piazzare due o tre interventi a Ballarò dovesse essere anche competente in un ruolo delicato come quello di presidente della regione Lazio, e infatti non lo era. Ma da quando è così? Da quand'è che i talk show ci formano la classe dirigente? Ci ricordiamo tutti di quando Porta a Porta divenne "la terza camera". Ma qualcuno si ricorda chi ha cominciato? Perché negli anni '80, per dire, non era così. Le tribune politiche erano dirette grigie e istituzionali. Passa qualche anno, e la politica diventa spettacolo in seconda serata. Poi addirittura in prima.

Potrei sbagliarmi, ma all'inizio di tutto ci fu Samarcanda. Non era ancora esattamente un talk, ma la costruzione di certi personaggi (Santoro su tutti, anche Santoro ha fatto politica poi) è cominciata lì. La vera chiave di volta però potrebbe essere stata quel talk che faceva Gad Lerner nei teatri, nei tumultuosi primi anni Novanta, Milano, Italia: il programma che presentò i leghisti a tanta gente che a mangiare la polenta a Pontida non ci sarebbe mai andata. Insomma sembra proprio che il talk show come strumento di individuazione di una nuova classe dirigente sia nato proprio nel momento in cui cominciava quella cosa che chiamiamo per comodità Seconda Repubblica. Sarà una coincidenza?

Siamo abituati a pensare che la Seconda Repubblica nasca col videomessaggio di Berlusconi agli italiani, ma quello non è stato piuttosto una specie di meteora, che fa un impatto enorme e lascia un cratere senza vita? Il sottobosco politico di cui Berlusconi si è circondato negli anni successivi, dov'è cresciuto? Come si è presentato agli italiani? Andando nei talk a litigare. Il fatto che Berlusconi non si unisse mai alle risse (salvo alcuni momenti memorabili ed eccezionali, ad es. le telefonate in diretta) contribuiva a creare quel distacco, netto, tra l'Unto e i suoi seguaci: lo stesso distacco che ancora oggi impedisce a qualsiasi notabile del PDL di avere il "quid", di essere un candidato veramente credibile. È tutta gente che gli italiani conoscono, ma, appunto, come li conoscono? Li hanno visti litigare nei talk. E litigando nei talk conquisti visibilità, non carisma. Il carisma, il quid, è una cosa che si nutre di distacco. Ce l'ha Berlusconi, ce l'ha Grillo, anche Renzi forse ne ha un po' ma ogni volta che si abbassa ad andare in tv secondo me ne perde.

Nel frattempo però i talk hanno conquistato una specie di egemonia; sembrano diventati luoghi istituzionali dove la politica si presenta ai cittadini. Ma sono luoghi efficienti? Mettiamola giù più semplice: voi da quand'è che non guardate un talk di politica tutto intero? Io da anni, ormai, e non mi sembra di essermi perso informazioni importanti sul dibattito politico in Italia. I talk sono spettacoli abbastanza mediocri, anche quando sono confezionati con professionalità; costano relativamente poco e offrono al loro pubblico di riferimento un prodotto riconoscibile e in un qualche modo rassicurante. Ma non succede quasi nulla, nei talk. Nulla che non si possa recuperare scorrendo qualche titolo e guardando qualche spezzone in cinque minuti la mattina seguente. Grillo non ha tutti i torti quando sostiene di poterne fare tranquillamente a meno.
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Astensione in the UK

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Affluenza in the USA (magari se clicchi si ingrandisce, chissà)
Sono un po' stanco così adesso vado a letto e comunque domattina ne saprò esattamente quanto voi. Vorrei solo far presente una cosa, che alcuni troveranno persino banale e altri magari no: in queste ore i tifosi di Obama stanno salutando come una buona notizia il fatto che l'affluenza alle urne sia alta. E quando dicono alta, dicono comunque un numero intorno al 60%. Le ultime elezioni politiche in Italia (2008), che già fecero gridare al record di astensione, registrarono un'affluenza dell'80%. Può darsi che l'anno prossimo voti ancora meno gente, ma per ora le nostre elezioni più snobbate hanno percentuali di affluenza comunque più alte di tutte le elezioni USA del Novecento. Molti che si stracciano ad arte le vesti per la crescita dell'astensionismo e l'insofferenza per la politica, sono gli stessi che stanotte intoneranno inni alla festa della democrazia che si celebra in un Paese dove quattro persone su dieci aventi diritto non votano. Nel '96 addirittura votò meno del 50%, e Clinton fu rieletto presidente lo stesso. È la democrazia: chi non vota non conta. Non è detto che debba piacervi, ma per sovvertirla servono comunque strumenti meno impalpabili di schede e certificati elettorali in bianco.

L'abitudine a caricare il non-voto di un significato politico, di attribuirgli una componente di protesta, o addirittura potenzialità eversive, per cui se tanta gente non votasse si aprirebbero senz'altro i sigilli di qualche apocalisse o palingenesi rivoluzionaria, è una delle tante scemenze che inquinano il dibattito politico italiano. Altrove l'astensione è così poco considerata che nemmeno ne parlano: per fare un esempio un po' cialtrone (scusate, sono un po' stanco), giusto stasera cercavo il dato sull'affluenza alle elezioni britanniche del '97 e sulla pagina wiki inglese non c'era. Non è una distrazione, la pagina è ben fatta. Secondo me è proprio che a un lettore britannico dell'astensione non frega più di tanto: è una curiosità, non ha nessun significato politico.

Quel famoso dato sulle britanniche del '97 mi interessava perché in questa settimana è scattato (in modo molto goffo all'inizio, ma pazienza) un dibattito su Tony Blair, sul senso che possa avere evocare Tony Blair quindici anni dopo in un contesto così diverso come l'Italia. È chiaro che per Renzi rifarsi a Blair implica tutta una serie di cose, alcune sensate altre meno; tra queste l'idea  di conquistare gli elettori allo schieramento avverso, con una campagna fresca a base di messaggi propositivi e facce giovani ecc. ecc.; cosa che tutti gli riconoscono. Il problema è che, appunto, nessuno si ricorda più dell'astensionismo. Che in quell'occasione fu piuttosto alto. Insomma, Blair seppe convincere tanti indecisi, ma anche no.

Se uno poi va a vedere al numero crudo dei voti, scopre (se ho capito bene; ma sono un po' stanco) che il New Labour rispetto a quello Old di cinque anni prima ne guadagnò, sì, ma due milioni. Mica tanti. Quel che veramente fece la differenza è che i Tories ne persero cinque, di milioni. I liberaldemocratici persero poco meno di un milione... basta, il resto sono più o meno bruscolini. Quindi dove andarono tutti i voti persi? Astensione. Ora, non voglio dire che Blair non convinse tanti ex elettori di Thatcher col suo entusiasmo e la sua faccia fresca e la sua idea molto precisina su cosa fosse il Bene e su come fosse esecrabile (e bombardabile) il Male; quello fu senz'altro un fattore. Un altro fattore fu che molti ex elettori di Thatcher erano disgustati dal suo successore Major e non andarono semplicemente a votare. Secondo me vale la pena di ricordarlo. Buona notte e forza Obama.
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Il paradosso delle braghe (del PD)

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Ieri Alessandro Gilioli, giornalista che stimo e che negli ultimi anni è diventato il punto di riferimento di un'area di sinistra comprensibilmente scontenta di come stanno andando le cose, ha sciolto la riserva e ha spiegato che non voterà per l'alleanza Pd-Sel (a dire il vero bisognerebbe dire Pd-Sel-Psi, ma mi rifiuto di considerare il Psi come qualcosa che esista).

Di motivi per non votare Pd-Sel, chiunque vinca le primarie, ce ne sono comunque tanti e non sto a contarli; mi interessa quello presentato da Gilioli, perché la sua rinuncia mi sembra la riedizione di un paradosso noto ma sempre affascinante: Gilioli ha letto la carta d'intenti e ha scoperto che c'è già, nero su bianco, un "accordo di legislatura con le forze del centro liberale", insomma Casini. Lui però Casini non lo vuole votare (come dargli torto) e quindi non vota nemmeno Pd-Sel. Come dargli torto.

Non glielo do. Anch'io preferirei, come lui, una coalizione (meglio ancora un partito) a vocazione maggioritaria, che vinca le elezioni e non cerchi i voti di nessun centrista infido. Purtroppo per ora i numeri non ci sono. Magari si sbagliano tutti i sondaggi, però Pd-Sel non ci arriva al cinquanta per cento, neanche ora che la campagna per le primarie sta entrando nel vivo. Sì, lo so, bisognava essere più coraggiosi, trovare sintesi inedite, conquistare i giovani ecc. ecc... però per ora le cose stanno così, al 50 non si arriva. A quel punto un accordo coi centristi rimane l'unica possibilità per non finire di nuovo all'opposizione e regalare altri cinque anni a una destra che veramente non se li merita, e chissà cosa ci combinerebbe. Questo i rappresentanti del Pd lo dicono da mesi, e lo scrivono nella Carta d'intenti affinché sia chiaro e sottoscritto da tutti gli alleati.

Quelli che invece non sono scritti, non sono decisi, sono i termini di un effettivo accordo con Casini e compagnia: non c'è scritto da nessuna parte che cercare un accordo con loro significhi calare le braghe. Il potere contrattuale che avranno il Pd e Sel dipende esattamente dal numero di seggi che avranno conquistato alle elezioni: se ne avranno pochi, dovranno concedere molto (e forse Casini comunque non accetterà, magari a destra trova di meglio); se ne avranno molti, dovranno concedere meno; se putacaso dovessero arrivare alla maggioranza - insciallah! ma una maggioranza vera, non quella disperata del Prodi 2006-07 - di un accordo coi centristi non ci sarebbe più bisogno. Banalmente: più voti prendiamo, meno la braga caliamo. Gilioli però non ci vuole votare, perché nella carta d'intenti abbiamo previsto l'eventualità di calarla, di quanto non si sa, però di calarla. Il paradosso è che più gente lo seguirà - e molta gente lo seguirà - più la braga, purtroppo, calerà. Pd e Sel vinceranno di misura, per avere un minimo di stabilità dovranno pietire il sostegno di Casini, quello chiederà e otterrà ministeri importanti, e Gilioli scriverà che ce l'aveva detto. Profezie che si autoavverano.

Il modo in cui Gilioli e altri usano il loro diritto di voto, la loro effettiva frazione di sovranità, continuo a trovarlo dopo tanti anni affascinante. Per protestare contro un eventualità (un accordo Pd-Sel-UdC) finiscono per creare le condizioni affinché questa eventualità si realizzi. È come se il voto avesse due componenti, una polemica e una aritmetica, e quella aritmetica non fosse così importante. L'importante è poter dichiarare che non hai votato per X; il fatto che aritmeticamente il tuo voto o il tuo non-voto abbia ottenuto il risultato preciso che volevi evitare (X è al governo) è per molti italiani irrilevante. Come se la croce sulla scheda elettorale fosse un atto di fede (da reclamare in pubblico), e non un piccolo atto performativo che oggettivamente indebolisce o rafforza un partito invece che un altro. Mi domando se non c'entri anche stavolta la scarsa cultura scientifica, ma ho paura di risultare ossessionante e la pianto qui.

Quanto a me, io continuo a pensare che la democrazia sia un gioco non particolarmente divertente, ma molto semplice: ho un voto, e l'unico modo efficace di usarlo è indirizzarlo al partito più vicino alle mie posizioni. Senza essere troppo, come si dice adesso, choosy. È veramente una banale questione di aritmetica: se non vuoi che governi X, vota Y. Facile. Bello proprio no, bello non si può dire, ma secondo me è facile. Però non passa. Boh.
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Al loop al loop

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Gli alloopati

"Scusa, eh, adesso io non mi permetto di giudicare".
"No, ma giudicaci pure invece".
"Cioè lo so che fare il politico è meno facile di quel che sembra".
"Di questi tempi, poi".
"Però da qui sembra proprio che non stiate combinando niente. Niente".
"Più o meno è così".
"Da un anno in qua. Cioè, ormai è un anno che se n'è andato il porcello".
"Un anno, sì".
"E cosa avete combinato? Voglio dire, Monti qualcosa l'ha fatto".
"Anche troppo".
"E voi? Non è che vi si chiedesse chissaché, ma dico, una legge elettorale. Una".
"Eh, che ci vuoi fare".
"Ma cosa vi è successo?"
"Ma no, è che ci siamo alloopati".
"Allupati?"
"No no, c'è una grossa differenza. Il porcello, lui era allupato. Noi siamo alloopati, con due o. Ci siamo ritrovati in un loop".
"Un loop?"
"Perché puoi anche pensare che sia facile fare la legge elettorale, che ci vuole, no? Eh, anch'io la pensavo così".
"E invece?"
"E invece devi capire chi vince, e come vince, e la legge elettorale gliela devi fare di conseguenza".
"Ma non ha senso, scusa..."
"Lo so, lo so, bisognerebbe prima fare le leggi elettorali, inciderle su un marmo secolare e non toccarle più. Guarda gli americani".
"Uff, gli americani..."
"Vero? Anch'io una volta dicevo... ma sto cominciando a capire. Gli americani hanno una legge settecentesca, una schifezza, fatta apposta per quando si andava a votare in carrozza... è per quello che votano sempre nel giorno dei Santi, lo sapevi? Perché dovevano avere il tempo di arrivarci in carrozza. E così via. Fa schifo, però non la toccano. Dovevamo fare così anche noi. Meglio una legge schifosa e immutabile, che una legge elastica che ogni maggioranza può cambiare quando gli va".
"Però..."
"Però ormai è così, la legge di adesso è una porcata, quella di prima lo era ugualmente, l'unica cosa che possiamo fare è cercare di scrivere una legge che dia un po' di margine a chi vince, così almeno si fa un governo stabile, che in Europa ci tengono".
"Quindi vorreste fare una legge su misura per chi vince, però non sapete ancora chi vince".
"Ma in realtà lo sapremmo anche, basta fare dei sondaggi fatti bene".
"E perché non li fate?"
"Li abbiamo fatti".
"E cosa dicono?"
"Che dipende".
"Dipende cosa?"
"Dipende dal PD, da chi candida il PD".
"Ah, quindi bisogna aspettare le primarie".
"Ma no, in realtà abbiamo i sondaggi anche delle primarie".
"E cosa dicono?"
"Sondaggi seri, eh, mica la robaccia che gira".
"Sì, e cosa dicono?"
"Eh, dicono che dipende".
"Dipende da cosa?"
"Dal regolamento delle primarie".
"E quindi?"
"E quindi niente, stiamo cercando di capire come fare il regolamento delle primarie in modo da favorire la persona che deve vincerle".
"E chi deve vincerle?"
"Eh, saperlo".
"Ma avrete fatto un sondaggio, immagino".
"Tanti, ne abbiamo fatti".
"E dicono che..."
"Dipende".
"E stavolta dipende da cosa?"
"Un po' da tutto, ma soprattutto dalla legge elettorale".
"Dalla legge elettorale?"
"Eh sì, perché se si fa il proporzionale la gente, per dire, non vota Vendola alle primarie, lo vota direttamente alle elezioni, mentre se si fa il doppio turno lo votano un po' alle primarie e un po' al primo turno, insomma, i modelli diventano un po' complicati".
"E quindi?"
"E quindi niente, bisogna che ci mettiamo d'accordo sulla legge elettorale".
"Già. Ma aspetta, ci eravamo già passati di qui, vero?"
"Esatto".
"Ma allora..."
"Siamo in un loop, che ti dicevo".
"No, aspetta, fammi provare. La legge elettorale non riusciamo a farla perché..."
"Non sappiamo chi vince le elezioni".
"E non lo sappiamo perché..."
"Perché potrebbe vincerle il PD, ma dipende da chi candida".
"E non sappiamo chi candida perché...."
"Non abbiamo ancora il regolamento delle primarie".
"E non riusciamo a metterci d'accordo sul regolamento delle primarie perché..."
"Perché non sappiamo come sarà la legge elettorale".
"Fantastico! Potrebbe andare avanti in eterno!"
"Beh, no, per legge entro il 2013 a votare dobbiamo andarci comunque. A quel punto diventa decisivo capire in che punto del loop saremo in quel momento. Magari avremo scritto il regolamento delle primarie ma non avremo ancora cambiato la legge elettorale, e in quel caso vince Tizio. Se invece in quel momento è cambiata la legge elettorale, ma le primarie no, vince Caio".
"E Sempronio?"
"Sempronio spera che giri tutto senza che cambi niente".
"Allora io mi gioco Sempronio".
"Gioca responsabilmente".
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Verso WV2

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Io so che tu sai che io so che il PD poteva essere una buona idea, ma non lo è stato; di tutte le cose che poteva essere, è finito per essere un'americanata all'italiana concepita da gente che non conosceva bene né l'America né, evidentemente, l'Italia. Che per funzionare sarebbe servito un elemento impalpabile che nella stanza dei bottoni davano per acquisito e non lo era; il cattolicesimo di sinistra. Senza quello - dissoltosi chissà dove, negli ultimi 20 anni - l'amalgama di postcomunisti e postdemocristiani semplicemente non poteva riuscire, lo sai tu come lo so io, l'unico che ancora non lo sa è Veltroni; ma non lo disturbiamo. Adesso scrive romanzi, spiega ancora alla gente il valore dei valori, la bellezza del bello, l'importanza delle cose importanti.  Non riesco neanche a ritenerlo responsabile, mi domando come sia possibile che lo si sia lasciato anche solo per mezz'ora nella cabina di comando; i danni che in pochi mesi ha arrecato alla sinistra italiana sono incalcolabili. Tu sai che io so che tu pensi che la sinistra italiana in parte se li meritava; pure, resta straordinario cosa è riuscito a combinare WV tra 2007 e 2008 mentre noi lo lasciavamo fare e pensavamo che magari poteva avere ragione lui, poteva dare una svolta salutare, svecchiare tutto il sistema, eccetera. Difficile poi farsi prendere sul serio, dopo aver preso una cantonata così.

Tu sai che io so che tu sai che le Primarie avrebbero potuto essere uno strumento fantastico, se non fossero nate veltroniane, e cioè vaghe, sregolate, tutto ottimismo della volontà e niente pragmatica modestia della ragione; per cui dopo cinque anni ancora non si è capito come si fa a evitare che i capobastoni si comprino i voti dove meglio credono, i sabotatori sabotino, gli infiltrati infiltrino, le civette civettino. Probabilmente WV pensava che per evitare tutto ciò si dovesse fare come in America, senza ovviamente porsi il problema di studiare in concreto cosa in America si faccia. Poi un giorno sul Corriere ha visto dei cinesi votare a Napoli e si è spaventato. Ogni tanto salta ancora fuori con l'idea delle primarie obbligatorie per legge, un'istituzionalizzazione dei partiti che mi pare la cosa meno americana concepibile, ma non ho un pied-à-terre a Manhattan e quindi probabilmente mi sbaglio.

Tu sai che io so che tu sai che quando Matteo Renzi dice che vuole i voti dei berlusconiani delusi, ma non alle primarie (cioè io dovrei votarlo affinché poi nel 2013 lui si faccia votare da qualcun altro?) si infila in un paradosso barocco e non è nemmeno colpa sua; è l'eredità veltroniana che ci portiamo appesa al collo come un albatross, finché non avremo il coraggio di tirar giù sto partito assurdo e rifarne un altro; non necessariamente blairiano o socialdemocratico (io preferirei la seconda), ma fatto bene, con statuti rispettabili, portavoci leali, segretari autorevoli e rispettati. Fino a quel momento anche Renzi si barcamena come può: come Agostino la santità, lui vuole i berlusconiani ma non subito, tra un po': alle primarie preferirebbe che lo votassi io. Io però che interesse dovrei avere a votarlo?

Io so che tu sai che io so che il progetto di conquistare voti al centro è sempre stato perdente, sempre: che sia Berlusconi che Prodi hanno vinto quando i voti sono andati a prenderli agli estremi, Prodi accordandosi coi comunisti (desistenza nel '96, alleanza nel '06), Berlusconi imbarcando qualsiasi ratto di fogna potesse trovare ai margini di qualsiasi decenza, Lega e Forza Nuova e anche sé stesso. Tu sai che io so che il progetto di Renzi è talmente giovane e nuovo da ricalcare quello di Veltroni, che voleva "affascinare" (usò proprio quel verbo) i moderati inquieti, e non ci riuscì. Non ne conquistò nemmeno uno: alle urne il PD fece la somma aritmetica degli elettori DS e Margherita. E tuttavia Renzi ha più chance, lo so io e lo sai tu: non perché sia più piacione di Walter2008 - lo batte alla grande, direi - ma perché nel frattempo il berlusconismo si è davvero sgretolato, e qualcuno che mai avrebbe votato WV nel 2008, un pensierino a Renzi lo sta facendo.

Io so che tu sai che intanto Bersani cuoce a fuoco lento, ed è un peccato: più passa il tempo, più si mena il cane per l'aia della legge elettorale, più lui si ritrova a sostenere un governo di destra proprio mentre per opporsi a Renzi dovrebbe fare una campagna di sinistra. Mi dispiace per lui, che è migliore di molti: l'avrei voluto vedere, entro margini d'azione altrettanto ristretti, il mitico Berlinguer che tutti rimpiangono.

Tu sai che io so che tu pensi che in una situazione del genere, con l'Italia già commissariata, l'agenda Monti già impostata, un Bersani o un Renzi (o un X) non è che farebbero tutta questa differenza: però dalla parte di Renzi c'è l'entusiasmo, e io so che tu sai che io a volte mi scopro a pensare che l'entusiasmo della gente, l'allegra certezza di stare dalla parte giusta, è un valore in sé, è una cosa che ti fa vincere le battaglie, e non possiamo permetterci di buttarla via. Ma tu sai che io poi mi ricordo di aver pensato così altre volte, ed erano le volte in cui c'era entusiasmo intorno a Veltroni, appunto, o intorno a Rutelli, perfino. Tu sai che io so l'altra faccia dell'entusiasmo essere la delusione, e che tanta gente è già pronta in fila col numeretto per iscriversi ai futuri Delusi-da-Renzi, quelli che pensavano chissaché e poi s'è scoperto inveceché. Tu sai che io già preventivamente non li sopporto e anch'io lo so che tu.

Tu lo sai che non è un problema se per la prima volta c'è in ballo uno più giovane di noi; cioè, dobbiamo lavorarci un po', su questa cosa, parlarne anche magari con uno specialista, ma ce la faremo. Tu sai che il vero problema non è lì, ma è persino in un posto peggiore: è nella faccia che fa, nei sorrisi che ha. Tu sai che io so che tu sai che i voti dei postberlusconiani li potrebbe prendere davvero, non perché su 100 punti di programma (ma chi se lo legge) ce n'è 20 sottoscrivibili da Alfano (ma chi se ne frega), no. Io so che tu sai che Renzi per piacere ai postberluschini deve fare molto meno: sorridere. L'abbronzatura ce l'ha già, vedi che in estate ha fatto i compiti. E almeno vent'anni senza cerone li regge.
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Revolution won't be wikified

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Quando alla Leopolda, quasi un anno fa, Renzi lanciò i suoi "100 punti", molti scrissero che si trattava di un wiki-programma; dove "wiki" sta per "immediatamente modificabile dagli utenti su internet", sul modello ormai universalmente noto di wikipedia. I 100 punti fecero effettivamente discutere molto gli internauti (anch'io dissi la mia), però il wiki tanto atteso non ci fu. Anche ora il programma scaricabile dal sito di Matteo Renzi continua a essere organizzato in 100 punti. Alcune modifiche rispetto al testo del novembre 2011 ci sono - sarebbe interessante studiarle - ma è chiaro che sono varianti d'autore, non il risultato di un wiki. Questo a mio parere era inevitabile: tra le tante cose che si possono fare su un wiki, scrivere un documento politico mi sembra una delle più difficili. Come si può evitare che la discussione venga sabotata da avversari politici? Bisognerebbe selezionarli all'ingresso - ma a quel punto si rischia di restare in compagnia soltanto di chi la pensa come noi, il che rende lo strumento del tutto inutile.

Renzi non è l'unico ad aver immaginato - anche solo per un istante - un wikiprogramma. Senza bisogno di arrivare in Islanda, dove l'anno scorso l'Assemblea Costituente condivideva le sessioni di lavoro su Facebook, in Italia abbiamo l'esempio del Movimento 5 Stelle, il cui programma è effettivamente il risultato della discussione nei forum del movimento - e si vede: è un testo meravigliosamente sconclusionato, in cui si passa in poche pagine dai tecnicismi burocratici ("Applicazione immediata della normativa, già prevista dalla legge 10/91 e prescritta dalla direttiva europea 76/93, sulla certificazione energetica degli edifici") alle bordate iperpopuliste ("accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano": coi soldi di chi?) In ogni caso un programma sbilenco è sempre meglio di nessun programma - e le promesse del M5S non sono più populiste di quelli che Lega e berlusconiani ci hanno propinato per 15 anni. Ci vogliono regalare internet, mica 1.000.000 di posti di lavoro...

A proposito di posti di lavoro: ho trovato molto interessante questa battuta di Grillo... (continua sull'Unita.it, H1t#12x12)

“Nel Movimento abbiamo questi due o tre ragazzi che hanno fatto due mandati e non si possono più ripresentare e così sono entrati nel panico. Li capisco, per carità. Erano disoccupati e per un po’ di anni si sono trovati a prendere uno stipendio da tremila euro al mese e a gestire un po’ di potere, e adesso si sentono l’acqua alla gola perché devono lasciare”.
Qui davvero non parla Grillo il leader, ma Grillo il boss: Favia e gli altri “ragazzi” vengono liquidati come CoCoPro: hanno fatto due mandati? Via e pedalare. Riflettiamoci: Grillo è riuscito a costituire un grande movimento d’opinione intorno a un ribaltamento di prospettiva, per cui i politici, da padroni, dovevano diventare i nostri dipendenti: li paghiamo noi, quindi devono fare le cose che chiediamo noi. Il punto è che dai dipendenti noi ci aspettiamo una certa dose di professionalità. Questo però entra in conflitto con un altro principio cardine del M5S: il tetto massimo di due mandati. In pratica Grillo e i suoi ci stanno proponendo di assumere dei dilettanti, che appena riescono a fare esperienza… devono lasciare il mestiere. Ma, anche ammesso che noi non li volessimo più, chi impedisce loro di trovarsi un contratto meno atipico presso un datore di lavoro concorrente? Alla fine il “tradimento” di Favia non è un incidente (come Favia stesso sta cercando di presentarlo), ma il nodo della democrazia partecipata che viene al pettine. Che tipo di politici vogliono Grillo e Casaleggio? Professionisti o dilettanti? I dilettanti possono interagire su piattaforme pubbliche di condivisione: creeranno parecchia confusione, ma forse a un certo livello sono più gestibili. E tuttavia, per quanto si possano cercare forme alternative di partecipazione ‘dilettante’, sui forum o sui wiki-programma, alla fine un Movimento non può evitare di formare dei professionisti, degli esperti. Se il Movimento li scaricherà, troveranno qualcuno che li sa apprezzare.
Tornando ai wikiprogrammi, devo segnalare un’altra iniziativa nata nel PD: Insieme per il PD, un “progetto per cambiare l’Italia” dei Democratici per il futuro. Non l’ho ancora letto bene, ma tra i contributi ho trovato chi voleva una riforma presidenziale ed Emma Bonino al Quirinale. Insomma, resto un po’ scettico. I wiki mi sembrano strumenti meravigliosi per discutere, non per trarre conclusioni. Ma in un partito confuso, vitale ma in perenne crisi d’identità come il PD, anche discutere è importante.http://leonardo.blogspot.com
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Persone autorevoli, credibili

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Senza avere la pretesa di rappresentare nessuno, sono anch'io uno delle migliaia di elettori del PD che l'altro giorno hanno letto le dichiarazioni di Fioroni e si sono fatti andare di traverso la colazione. A un insieme di persone unite in questi mesi da un terribile mal di pancia di fronte alla prospettiva sempre più credibile di dover votare una coalizione con Casini e forse Fini, Fioroni ha ritenuto giusto aumentare la dose, ventilando la possibilità di allearsi anche con "persone autorevoli e credibili" del fu Pdl.

Oltre a essere poco rappresentativo, sono anche in ferie; leggo poco i giornali e me ne scuso, ma non sono in grado di ricostruire la situazione politico-mediatica in cui Fioroni ha ritenuto di fare un'uscita del genere. Voglio dire che se Fioroni stava parlando alla cognata perché intendesse la suocera, io in questo momento non sono in grado di identificare né suocera né cognata né cugini di primo grado. Tutto quel che ho letto è la sua dichiarazione, e centinaia di commenti inviperiti qui sull'Unità, nei social network, più o meno ovunque se n'è parlato. Tutte reazioni perfettamente prevedibili... (continua sull'Unita.it, H1t#140).

Tutte reazioni perfettamente prevedibili, perlomeno da me che non sono certo guru: quindi do per scontato che un politico consumato come Fioroni sapesse benissimo che avrebbe innervosito migliaia, forse milioni di suoi potenziali elettori, perdendone anche parecchi; e che la cosa non lo impensierisca più di tanto. Era più importante rilasciare dichiarazioni a Klaus Davi, o alla suocera, o alla cognata, non lo so. Mi chiedo se negli altri partiti italiani, ma anche negli altri partiti tout court, succedano queste cose: rappresentanti di primo piano che fanno dichiarazioni palesemente indigeste alla loro stessa base, incuranti dei danni che arrecano. Non lo so, m’informerò, a me sembra fuori del mondo, ma magari sono io.
Mi resta la curiosità di sapere di chi stesse parlando Fioroni: chi siano insomma quelle “persone autorevoli e credibili” che adesso sono nel PdL e che tra qualche mese dovrei votare io, basta che riconoscano che il “berlusconismo è finito”. Nel 2012. Io già faccio fatica a digerire la faccia di Casini quando mi dice che lui è stato il primo ad accorgersi che Berlusconi non era liberista, lui, tipo nel 2008; dopo 14 anni di alleanza elettorale. Dove i casi sono due: o io sono veramente un guru, e guru come me tutti quelli lo sapevano benissimo sin dal 1994, che il liberismo di Berlusconi consisteva nel difendere le sue aziende e allungarsi i processi; oppure anche Casini sottovaluta di molto la nostra tenuta gastroenterica, la nostra capacità di sopravvivere ai mal di pancia che ci procurate. È senz’altro è vero che abbiamo sopravvissuto fin qui a prove notevoli: persino Rutelli abbiamo votato, persino Dini o la Binetti. Questo però non vi autorizza a passeggiare tranquillamente sui nostri stomaci a ferragosto: o sì? http://leonardo.blogspot.com
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Il supermarket dei diritti

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A un certo punto, non so nemmeno dove, qualcuno ha paragonato il movimento LGBT italiano alla Rifondazione di Bertinotti: quella che fece cadere il primo governo Prodi nel '98. Per quanto bislacco il paragone potrebbe spiegare perché ci stiamo infervorando tanto qui sotto su un argomento - i diritti alle coppie gay - invece che su qualsiasi altro. Quando almeno qui siamo tutti d'accordo: ai gay mancano dei diritti, e questo è anticostituzionale. Bene. E quindi come si fa a realizzare la Costituzione? Come si ottengono questi diritti?

Alla fine non stiamo parlando di omosessualità, non stiamo parlando nemmeno di diritti civili. Tutta questa discussione non sarebbe che la solita, annosa polemica pragmatisti vs massimalisti, durante la quale è di rigore evocare Bertinotti almeno una volta. Lui nel '98, per ottenere una cosa che nessuno si ricorda più cosa fosse (le 36 ore? No, nemmeno) fece cadere il governo Prodi e così ottenne... nulla. Una lezione per tutti i massimalisti del mondo. Il paragone mi sembra infelice, per vari motivi.

Il banale primo motivo è che alcuni partecipanti a questa discussione, secondo me, nel '98, erano ancora molto giovani e forse nemmeno non nati, perlomeno a me piace pensare così. Le analogie si fanno per vivacizzare una discussione, non per virarla al bianco e nero. Si ritorna a Bertinotti '98 come si torna al Mundial '82 o a Italia Germania 4-3, per mancanza di fantasia e di pudore. Primo motivo.

Il secondo motivo è che, se mi pongo dal punto di vista di un rifondarolo (faccio un po' fatica, ma ci provo), Bertinotti '98 non è stata la cosa più brutta che è successa. Lo stesso Bertinotti fece tesoro dell'esperienza, e otto anni dopo portò Rifondazione a sostenere un Prodi II, in una coalizione (l'Unione) dove i rifondaroli furono tra i più disciplinati - giusto qualche mal di pancia quando si trattava di rifinanziare l'Afganistan, e mi pare il minimo. Il risultato di tanto pragmatismo quale fu? Parlo da rifondarolo: il governo rimase in minoranza grazie a uno dei soliti transfughi dell'IdV; lo fece cadere Mastella; si tornò a votare e Rinfondazione sparì dal parlamento. Dopo una storia del genere, una delle più paradossali della pur bizantina politica italiana, io non vado più in giro a lamentarmi coi rifondaroli del loro massimalismo. Ognuno lotta innanzitutto per la propria sopravvivenza, e finché furono massimalisti i rifondaroli sopravvissero alla grande. Fu il pragmatismo a stroncarli: spiace per primo a me, ma andò così.

Il terzo motivo è che, per quanto massimalisti, i bertinottiani avevano un'idea abbastanza coerente - anche se un po' virata seppia - del massimalismo: per loro c'era il governo e c'era la lotta. A un certo punto decisero di uscire da un governo (per meglio dire di non appoggiarlo più) per tornare alla lotta. Avrebbero lottato, manifestato, scioperato, fatto tutto quello che compete fare a un movimento politico di base per conquistare consensi e tornare in parlamento più forti di prima. C'era poi probabilmente in alcuni movimentisti quell'idea del "tanto meglio tanto peggio" che tanti danni ha fatto a questo sventurato Paese: riportare Berlusconi al governo poteva essere il modo più spiccio perché i contrasti sociali diventassero più forti, avvantaggiando i movimenti politici più radicali, eccetera. Tutto ciò non è mai successo, ma è facile notarlo col senno del poi (no, era facile anche nel 1998, ma facciamo finta). Era una strategia fuori dal tempo, fuori dal mondo, ma era ancora una strategia.

A me - spero di sbagliare - ma non sembra che il movimento LGBT italiano ne abbia una. Si ritiene umiliante un compromesso: va bene, molti compromessi sono umilianti. Ma poi? Cosa resta da fare? Lo chiedo senza retorica e con molta curiosità.

Ribadisco che qui non si parla di diritti civili, ma di qualcosa di comunque importante. Del modo in cui ci si arriva, ai diritti; che è poi la concezione che ognuno ha della politica. Per me la politica è il proseguimento della lotta di classe con altri mezzi: ci sono classi sociali, ognuna lotta per ottenere una serie di risultati che chiama "diritti", e che quasi sempre vanno a scapito dei privilegi o dei diritti di altre classi sociali. È una concezione un po' veteronovecentesca, non c'è dubbio, ma è la mia. La vostra qual è?

Posso sbagliarmi. Mi sbaglio senz'altro. Ma voi mi sembrate clienti di un supermercato. Il vostro modo di chiedere dei diritti non implica una lotta, lunga o breve che sia: no, voi entrate in un supermercato, vi aspettate che ci sia l'aria condizionata, non c'è, voi allibite. Come non c'è. C'è in tutti gli altri supermercati della zona. C'è in "Germania" e c'è in "Spagna", da qualche tempo in qua c'è persino in un negozietto fuori mano che si chiama "Portogallo", cosa significa che da noi non c'è? È uno scandalo. Non avete tutti i torti. Peraltro senza aria condizionata la merce si guasta molto prima, insomma, sarebbe anche una questione igienica, e di dignità personale. Ma non c'è.

E quindi? Intendete organizzare un movimento di protesta? Incatenarvi ai carrelli? Boicottare la catena? Alcuni queste cose le fanno. Ma mica tanti, e mica molto spesso. Una marcia dimostrativa in estate, va bene. Fine. Nel frattempo, chi ha la possibilità, cambia semplicemente supermercato. Giusto, ma nel frattempo chi vive e lavora in "Italia" continua a sudare tra puzza di carne guasta. Vi siete scandalizzati, va bene, la cosa vi fa onore; però non sta cambiando nulla.

Mi sbaglierò, spero di sbagliarmi, ma dietro c'è un'idea di cittadinanza che a me non piace (omofobo!) Il cittadino-cliente, che fa i confronti tra i volantini dei vari supermercati. Si sveglia una mattina, scopre che non gli sono riconosciuti tot diritti, si lamenta, cambia Paese. È scandaloso anche solo pensare che il riconoscimento dei diritti sia il risultato di una lotta, che può passare attraverso sconfitte e compromessi. No, in California nel 2012 fanno così, perché in Italia no? È uno scandalo. Non ci si preoccupa di studiare come mai in California nel 2012 si è arrivati a fare così: attraverso lotte, sconfitte, compromessi, vittorie. No, hanno già combattuto in California, a noi interessano soltanto i risultati, che devono immediatamente essere estesi a noi. Sennò andiamo in California. E chi può naturalmente lo farà. Ma gli altri?

Poi citate Mandela. Il leader di una lotta armata, arrestato per incitamento allo sciopero e detenuto per 27 anni. Avete intenzione di passare alla lotta armata? Non sopportate un ritardo di 12 anni rispetto alla situazione tedesca e vi riferite a uno che ha aspettato per 27 anni in galera? Citate Martin Luther King: con tutto l'affetto di questo mondo, vi pare che i gay pride italiani abbiano il respiro, le dimensioni, la forza simbolica della marcia su Washington? E poi qualcuno insulta. Sono veramente molto pochi, però è interessante anche questo. Io sono per il matrimonio gay, e l'ho scritto: devo comunque prendermi la mia dose di insulti perché nel 2012 oso proporre quello che in Francia ha funzionato nel 1999 e in Germania nel 2001. Rispetto a Rifondazione - un partito di minoranza che però arrivò quasi al 10%, e che magari si augurava di sfondare le linee e diventare un movimento di massa, il movimento LGBT ha un problema ineludibile: lotta per ottenere i diritti di un gruppo di persone che stanno tra il 5 e il 10% della popolazione. Più di così (e sono numeri ancora fantascientifici in Italia) difficilmente potrà mai ottenere, né col massimalismo né in qualsiasi altro modo - a meno che non si riesce a portare dalla propria parte un bel po' di eterosessuali convinti che ci sia un problema.

Ecco, parlo da eterosessuale: se mi insultate in linea di massima non mi portate dalla vostra parte. Ma magari è un problema solo mio.
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Per sposarsi ci vuole pazienza

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Tra qualche giorno l'onorevole Paola Concia festeggerà con la sua partner l'anniversario di quello che tanti qui sulla stampa italiana hanno chiamato matrimonio, e che matrimonio esattamente non è: per la legge tedesca si tratta di Eingetragene Lebenspartnerschaft, "convivenza registrata". Si tratta ormai di una distinzione puramente formale, da quando (ottobre 2009) la Corte federale ha riconosciuto ai conviventi registrati omosessuali tutti i diritti e i doveri dei coniugi. Ma se questa forma di convivenza comporta tutti gli onori e gli oneri di un matrimonio, perché non dovremmo chiamarlo così? E infatti lo chiamiamo così, anche in Italia, e ci lamentiamo che non esista un equivalente nella nostra legislazione: ce ne lamentiamo soprattutto durante e dopo le riunioni del PD, il partito dell'onorevole Paola Concia.

Ce ne lamentiamo a ragione: sui diritti delle coppie omosessuali siamo molto indietro rispetto ai Paesi più avanzati. Quanto indietro? La sentenza della Corte federale tedesca, abbiamo visto, è del 2009. Le "convivenze registrate" esistevano già, dal 2001, ma non riconoscevano il diritto di adozione congiunta. Una notevole differenza. Che a un certo punto è sembrata insopportabile ai tedeschi, e alla loro Corte federale. Però non ci si è arrivati in un giorno. C'è stato un processo graduale: prima si è ammessa una forma di convivenza per partner omosessuali che non dava gli stessi diritti del matrimonio (ed era già il 2001); poi ci si è accorti che questa convivenza di serie B era una discriminazione, e si è rimediato alla cosa (intanto si era fatto il 2009); ancora ci si trattiene dal chiamare il "matrimonio" col suo nome, ma a questo punto è ormai un dettaglio. Raccontata in tre righe sembra senz'altro più semplice di quanto dev'essere stata per i gay tedeschi che hanno convissuto in questi anni: ma almeno la storia ha un lieto fine, oggi hanno gli stessi diritti degli etero. Possiamo fare la stessa cosa in Italia?

Sembra di no. Da una parte chi di coppie gay non vuole sentir parlare (ma sono sempre meno); dall'altra chi vuole il matrimonio subito, la parità subito, e considera tutto il resto un compromesso inaccettabile. In mezzo, ovviamente, il PD... (continua sull'Unità, H1t#136).

 In mezzo, ovviamente, il PD, che sconta in materia una sorta di peccato originale. Non è un partito socialdemocratico, come il PSOE di Zapatero o il PSF di Hollande (che pure al matrimonio c’è arrivato per gradi, dopo un lungo percorso di accettazione dei patti civili di solidarietà, una campagna cominciata negli anni Novanta). Non è un partito euroliberale o “compassionate conservative”, tutte etichette di cui poi bisognerebbe verificare il senso. È, banalmente, un partito di centrosinistra italiano con un robusto innesto di cattolici, che su tante altre materie hanno punti di vista sovrapponibili, ma sul matrimonio e soprattutto sulla famiglia mantengono i cosiddetti valori non negoziabili. Tutto questo non è una novità e non dovrebbe più stupire nessuno.
Considerata la situazione, l’ordine del giorno dell’assemblea del PD che chiedeva un impegno per il riconoscimento delle unioni civili poteva sembrare un buon compromesso: forse il massimo che si può chiedere per ora a questo partito e non a un altro. Non è la parità subito, come in Spagna: del resto il PD non è il PSOE. Ma potrebbe essere un gradino importante, come fu il PACS in Francia nel 1999 (e non fu facile arrivarci), come le Lebenspartnerschaft in Germania nel 2001. Se l’anno prossimo una maggioranza parlamentare guidata dal PD riuscisse a farlo passare, significherebbe che l’Italia è, in questa materia, 12 anni in ritardo rispetto alla Germania. Sono tanti? Sì, tantissimi. Ma non è che possiamo far finta che un ritardo non ci sia, non soltanto a livello di legislazione, ma di mentalità. E non è un ritardo irreparabile: nulla ci vieta, una volta che ci siamo mossi, di bruciare la tappa successiva. Probabilmente la classe dirigente di estrazione cattolica del PD è sul tema più conservatrice della base che crede di rappresentare. E comunque non esiste solo il PD: se Fini, Di Pietro, persino Grillo – al netto delle battute e dei giochi di sponda – sono interessati, una maggioranza trasversale sull’argomento si potrà costruire. Ma più di tutto a mio avviso conterà l’effetto normalità: quando finalmente anche in Italia avremo coppie omosessuali normali, ci accorgeremo, tutti, che non ha senso considerarle di serie b. Ci vorrà qualche anno in più, ma in più di cosa? Litigare sugli ordini del giorno accelera in qualche modo il riconoscimento dei diritti alle coppie gay?
Ivan Scalfarotto, che in seguito si è lamentato della “caciara” scatenata all’Assemblea PD, aveva poche ore chiesto di votare un ordine del giorno sul matrimonio gay spiegando che il PD “non ha nulla da invidiare ai più grandi partiti socialisti e socialdemocratici di tutta Europa” (applausi). Lo dico con rammarico: non credo sia vero. Pensare che il PD possa avere sull’argomento una posizione avanzata quanto quella di PSF o PSOE o New Labour è un errore tattico, che non va commesso nemmeno con le migliori intenzioni al mondo – e sono convinto che quelle di Scalfarotto lo siano. Non è che il PD non si possa cambiare, e senz’altro si può cambiare il Paese, ma serve un po’ di tempo. Il tempo che abbiamo tutti perso negli ultimi vent’anni. http://leonardo.blogspot.com
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Egregia Presidente

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Avevo letto in giro che era stata l'unica a fare un discorso serio, Emma Bonino al Senato prima di votare per l'arresto di Lusi, e così ho trovato sei minuti e me lo sono guardato. In effetti è un bel discorso. Allora sono andato a guardare quello in cui mesi fa spiegava perché gli onorevoli radicali non avrebbero votato per l'arresto di Cosentino, ed era bello anche quello, millemiglia lontano dalle scenate di Pannella che strillava di voler essere la escort di Berlusconi e tutto il resto. Emma Bonino ci sa fare, a discorsi, tratta i suoi interlocutori da adulti e questo gli adulti in generale lo apprezzano.

Mentre guardavo il primo video mi faceva un certo effetto il sottopancia che diceva "Emma Bonino - Partito Democratico"; passano gli anni ma ancora suona strano vivere da separati in casa. Mi sono distratto a pensare se qualcuno del PD la ricandiderebbe ancora o no. Tutti gli altri peones radicali no, non credo proprio, ma lei qualche ammiratore deve avercelo ancora, malgrado vanti credo il record assoluto di legislature. Poi c'è quella cosa della candidatura al Quirinale, che ogni tanto rispunta fuori ed è anche l'unica idea di successo che i radicali abbiano avuto da trent'anni a questa parte: il solo sfoggiarla sullo stemmino elettorale alle europee del '99 fruttò loro l'8,5%, risultato mai più raggiunto: nella tornata precedente avevano ottenuto l'1,8; nella successiva il 2,2. Non avessero avuto l'idea di candidare, anzi di fingere di candidare la Bonino, alla faccia della costituzione che non prevede consultazioni popolari sul Quirinale, i radicali probabilmente non esisterebbero più nemmeno nella forma imbarazzante in cui esistono adesso.

Probabilmente è anche grazie al nome, al volto della Bonino, che si sono ritrovati annessi al PD veltroniano, con tanto di posti sicuri in lista (nove poltrone in parlamento! per un movimento di poche migliaia di iscritti) e rimborsi elettorali e tutto quanto. Così tanto valeva la pena pagare per poter leggere, un giorno, su una tv che trasmette la diretta del Senato "Emma Bonino - Partito Democratico". E pazienza per tutte le volte che gli altri peones hanno cercato di boicottare l'opposizione, pazienza per quelle volte che Berlusconi poteva cadere, e sarebbero bastati pochi voti, e i radicali si sono guardati bene dal contribuire, mentre il loro guru non eletto dava da intendere ai giornalisti di essere pronto a trattative con Berlusconi stesso. Pazienza per tutto, perché c'era Emma Bonino, veramente un altro livello, che intanto spiegava che non votare per l'arresto di Cosentino aveva un senso alto, costituzionale, così come l'altro giorno votare a favore dell'arresto di Lusi aveva un medesimo senso alto, costituzionale, e se lo dice lei ci crediamo, per carità, l'unica candidata credibile al Colle si merita rispetto.

L'unica cosa che mi ha lasciato un po' perplesso del discorso della Bonino è proprio il riferimento all'anziano guru, Marco Pannella, che "utilizza la nonviolenza perché non ha più altro per farvi ragionare".

Che altro dovrebbe possedere Pannella, oltre alla nonviolenza che peraltro usa da quarant'anni, con risultati mediocri? (a meno che l'obiettivo fosse banalizzare e ridicolizzare la nonviolenza e gli scioperi della fame). Chi, cosa esattamente gli impedirebbe di farsi sentire? A parte foraggiare il suo minuscolo partitino, che da solo non potrebbe mai varcare nessuno sbarramento; a parte mantenere con generosi finanziamenti quella Radio Radicale da cui Pannella può lanciare qualsiasi messaggio desideri, se solo riuscisse ancora a formularne di senso compiuto; a parte tutto questo, che altro deve fare il parlamento per dare più risonanza alle parole di Marco Pannella, politico che nessuno ha eletto, leader di un'emittente radio nazionale finanziata coi miei soldi? Quanto altro devo sborsare io, contribuente, per aiutare Pannella a farmi la predica: non un politico che voto io o qualcun altro in Italia, ma Marco Pannella: quello che ha inventato prima di Berlusconi il partito personale con il cognome nello stemma; quello che nel 1988 chiuse il Partito Radicale e lo trasformò in Lista Pannella, un'associazione privata che, in virtù del fatto che riesce a presentare abbastanza firme da presentarsi alle elezioni, può disporre di finanziamenti pubblici (vedi Malvino)? Certo, mi fa rabbia pensare che Lusi buttasse via i miei soldi per sbafare aragoste, ma perché dovrei essere contento se Pannella li usa per gracchiare nonsense alla radio, o per far organizzare referendum che finiscono quasi sempre nel nulla?

Nessun soggetto politico dell’area radicale è finanziariamente autonomo, se non la Lista Pannella: 653.000 euro di rimborso elettorale per i 9 parlamentari eletti nelle liste del Pd, altri 4.400.000 come fondo per l’editoria destinato a Radio Radicale, più altri 8.330.000 per la convenzione per le sedute parlamentari. Senza questo denaro la «galassia radicale» sarebbe ingoiata da un buco nero, ed è denaro che va alla Lista Pannella, che non è un partito, ma un’associazione, della quale fanno parte «quelli che, sottoscrivendo l’atto costitutivo, acquistano la qualifica di fondatori e quelli che vi aderiscono annualmente, denominati “soci ordinari” previa loro ammissione da parte dell’assemblea dei soci». In pratica, un consiglio di amministrazione nel quale si può entrare solo per cooptazione (Malvino).

Emma Bonino, si dice in giro, sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica donna. Per me sarebbe un ottimo Presidente della Repubblica e basta: ha le competenze, un alto senso delle istituzioni maturato in anni di esperienze in Italia e fuori, conosce l'arte del compromesso, difende con cura la propria privacy, è una persona elegante. Tutte caratteristiche che un Presidente dovrebbe avere, mentre i caratteri sessuali primari sono irrilevanti. Le manca forse un po' di empatia, ma forse è meglio così, il pertinismo ha fatto danni. Posso capire che qualcuno faccia il suo nome - fermo restando che in Italia non sono previste candidature popolari al Colle (e non dovrebbero nemmeno esistere partiti personali, col nome sulla lista).

Vorrei però che fosse chiaro che 'candidare' Emma Bonino è tutto fuorché un gesto antipolitico o anticasta. Nel sistema partitico che lei e Pannella denunciano, i radicali hanno sguazzato come un pesce, uno di quei pesciolini parassiti che vivono incrostati ai cetacei di passaggio. Fu la Bonino, quando Veltroni voleva comprare il nome e infilarlo nel nuovo soggetto politico di nome PD, a tirare sul prezzo, chiedendo 15 scranni e 5 milioni di euro. Non so poi per che cifra si siano messi d'accordo e non so nemmeno dove siano finiti quei soldi, visto che Radio Radicale si finanzia con altri soldi (sempre pubblici). Che poi Bonino Pannella e compagnia campino cavalcando, tra gli altri argomenti, proprio quello dell'abolizione dei finanziamenti ai partiti, è una di quelle contraddizioni tipicamente radicali: come proporre da decenni il bipartitismo all'americana, e nel frattempo rimanere nel mezzo con un partitino minuscolo intestato al leader, più volte pronto a cambiare barricata in cambio di sedie e di soldi. Sono proprio le contraddizioni che mostrano la bravura di un politico: non tutti riescono a dissimularle, Emma Bonino ci riesce. Perché è brava. Ma è una brava politica, che sia chiaro.
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Sovrani cercansi

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Riotta, perdio, sai che rumore fa il terremoto?
Un rombo che arriva da lontano. Ogni volta che arriva,
a qualcuno saltano la coronarie. Non è una metafora, si
sentono le ambulanze, gli saltano davvero. Perché non
organizzi un bel match di baseball benefico molto
fuori dai coglioni?
E poi ci siete voi.

Voi che la colpa è dei politici.
Voi che siccome la collisione di due faglie a decine di chilometri di profondità è oggettivamente difficile da collegare ai politici, voi però non vi tirate indietro, vi lambiccate, e dai e dai un modo per dimostrare che è colpa dei politici anche la tettonica a placche la si trova.
Voi che quando martedì scorso Cavezzo è andata giù, coi suoi edifici a norma, coi suoi capannoni appena ispezionati, voi nel giro di poche ore avevate pronta la soluzione: bisognava rinunciare alla parata.
Voi che, siccome Napolitano non poteva rinunciare alla parata, ecco, lo vedi? È colpa di Napolitano. Facile.
Voi che quando vi si chiede, con diplomazia, ma che cazzo state dicendo? Secondo voi a sospendere una parata già montata si risparmiano i fondi necessari a ricostruire? Ma l'avete capita che è più o meno come sospendere una festa di compleanno per curare la leucemia? Voi fate spallucce, lo sappiamo, eh. Non siamo mica cretini, noi. Però...
Voi che però cosa? Non siete cretini però cosa?

Voi che però sarebbe stato un gesto simbolico.
Rinunciare alla festa di compleanno.
E anche Napolitano, perché non è corso a farsi inquadrare sullo sfondo dei calcinacci? Sarebbe stato un bel gesto simbolico. Sicuramente chi sta nelle tendopoli a Novi o Rolo avrebbe apprezzato, non è vero, un ampio spiegamento di forze per garantire le inquadrature di Napolitano sullo sfondo dei calcinacci. Ah, e anche il Papa. Andava a Milano. Poteva fermarsi per strada (per strada?) Con tutto il codazzo di bodyguard necessario. Sarebbe stato un bel gesto simbolico, un caos logistico che gli sfollati avrebbero senza dubbio apprezzato. Però non ha voluto, lo vedi? È colpa del Papa. Poteva stendere le mani e non l'ha fatto. E di Napolitano. Non è degno di fare il presidente della, della Repubblica.

Voi che non siete cretini, però... eh, è tanto liberatorio. C'è un terremoto? Si dà addosso al Papa. In mancanza di meglio. Si dà addosso al presidente della Repubblica. In mancanza del re. Certo una volta era comodo. Il terremoto era un messaggio di Dio al sovrano. Ferrara 1570. Terremoto. Dio vuole punire Alfonso d'Este, sovrano indegno e sterile. Facile. Poi, certo, viene l'Illuminismo, nasce la scienza moderna, Wegener si fa ridere addosso con la deriva dei continenti che poi diventa la tettonica a placche, maledetta tettonica a placche. Chi te lo legge un bel messaggino indignato su facebook contro la zolla africana che si sfrega contro quella euroasiatica? Chi ti clicca “mi piace”? Invece un etto di indignazione contro Napolitano o Ratzinger o Monti te lo affettano tutti fine fine, è roba che va a ruba, e allora no, non siamo cretini, però... però su facebook un po' ci conviene.

E anche la Repubblica, la cosa di tutti, che rottura di palle. Era molto meglio quando era tutto intestato a o're, si faceva molto prima a dare addosso a lui. Napolitano si ingegna, ma non è proprio la stessa cosa.

Ciao sono Leonardo, scrivo da una piazza di Carpi appena fuori dalla zona rossa. Ci sono quattro bar aperti in cento metri, vorrei poter prendere un caffè da tutti, ma non mi farebbe bene. Erano aperti anche ieri, neanche dodici ore dopo una scossa di 5,1 magnitudo. La gente passa a chiedere: quando riaprite il centro? Quando posso riaprire il negozio? Quando riaprite la scuola?, mia figlia vuole i libri per studiare. Molti dormono in tenda. Non hanno mica aspettato che gliela portassero. Se la sono comprata.

Sapete di cosa ha bisogno questa gente? Di un'altra polemica antipolitica un tanto al chilo? No, mi dispiace, no. Vi sta sulle palle la parata? Vi capisco, io trovo deprimenti i compleanni. Scrivete pure di quanto vi sta sulle palle la parata. Ma per favore non mettete in mezzo i terremotati. Loro l'hanno capito cos'è la repubblica. Via, non è difficile. Basta leggere le prime due righe: la sovranità appartiene al popolo. Al popolo, capite, non a un notaio del Quirinale che deve andare a farsi inquadrare con la fascia. Non è il re: è un funzionario. Se la terra trema, non ha colpe e non ha nemmeno particolari poteri. Siamo una repubblica. I sovrani siamo noi. Siete voi. Volete fare un bell'atto simbolico, pensate che i terremotati ne abbiano bisogno? Venite voi. Non serve neanche una fascia, meglio una pettorina anti-infortunistica.

Ieri mattina al presidio ho trovato un sovrano, uno tra tanti. Era venuto da Pescara, faceva la guardia al centro storico. Ho molto apprezzato il gesto, non solo simbolico, visto che la sera prima si era trovato sotto il campanile di San Francesco quando aveva cominciato a oscillare come un pendolo. Sono tornato sedici ore dopo, era ancora lì, si era fatto due turni filati ed era contento perché non avrebbe dormito in macchina, bensì in palestra. Ecco, con sovrani del genere, scusate, ma chi ha bisogno di Napolitano.
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D'Alema è un bot

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A sinistra del calcare.

La cosa terribile è che io tutto sommato quel che ha detto D'Alema sui risultati delle amministrative e sul grillismo lo trovo condivisibile, segno equivocabile del mio triste invecchiare dalemiano: e tuttavia quando si arriva alle conclusioni, ahinoi, niente da fare. Io un passo verso D'Alema lo sto facendo, sarà il rincoglionimento, boh, ma anche D'Alema un passettino verso di me potrebbe farlo e invece no, D'Alema resta D'Alema, inossidabile. C'è un vuoto a destra che ricorda il '93, tranne che non lo possono occupare più né la Lega sputtanata né Berlusconi spompato né i postfasci dispersi, quindi chi? C'è un'astensione che cresce in tutti i settori, un'ostilità crescente per chiunque rappresenti governo e parlamento, e quindi per D'Alema cosa bisogna fare?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
Roba che se uno D'Alema non lo conosce (alle prossime elezioni voterà gente che è nata durante il governo D'Alema), probabilmente non riesce nemmeno a capire di cosa parla: chi sono i moderati? A giudicare dai toni e dai contenuti, siamo noi del PD. E i progressisti con cui fare l'asse chi sarebbero? Cos'è il progresso? Pietire l'eurobond? Ma purtroppo noi al tempo del governo D'Alema eravamo vivi, ahinoi, e votanti, per cui sappiamo cosa intende per "moderati": chiunque stia a destra del PCI-PDS-DS-PD in quel momento. Metti che ci fosse Gengis Khan. D'Alema ti proporrebbe un'alleanza con Gengis Khan. Scherzo, Gengis Khan è da un po' che non esiste. Perché invece Casini?

E guardate che un po' mi dispiace. Ci speravo, in questi famosi moderati delusi da Berlusconi, moderati ravveduti e disposti a guardare in faccia la realtà e dare il proprio contributo in un momento così difficile, ci speravo negli strani compagni di letto che ci avrebbe imposto il postberlusconismo, ci contavo, su dei moderati, per così dire, moderati. Bene, dove sono? Chi stanno votando? Il pre-polo della Nazione non arriva al 5%? La Curia non ha mai scommesso su un cavallo così zoppo, probabilmente sta già valutando qualche alternativa, e riflettendoci bene a questo punto ormai il partito più cattolico di tutti è quello di Rosy Bindi Fioroni e Fassino. La DC. Siamo noi adesso. Nel frattempo D'Alema continua a usare "progressisti" e "moderati" col significato che avevano vent'anni fa, a rischio di non accorgersi che nel frattempo i veri moderati siamo noi: mentre quelli che immagina lui (Casini? Fini? Pisanu? Montezemolo? Chi?) sono appunto ormai solo creature nella sua immaginazione. Senz'altro in Italia c'è abbondanza di politici desiderosi di rappresentare un'area moderata. Ma gli elettori moderati, quelli, esistono?

Prendi Parma. Per otto anni, pur di non votare DS, mandano al comune dei simpatici e rapaci roditori. A un certo punto, con un ospedale da Paese in via di sviluppo (gli edifici, non il servizio) e un cantiere per la metropolitana, si ritrovano commissariati, in pratica la Sicilia in Valpadana, senza offesa per la nobile isola ma ci siamo capiti. Cosa fanno allora gli elettori moderati? pur di non votare PD, che è l'erede di un'esperienza amministrativa coi suoi alti e i suoi bassi, ma nel complesso onesta, rispettabile... votano il candidato Cinque Stelle. Grande exploit di Grillo. E va bene, complimenti a Grillo e al suo candidato. Ci rimane il dubbio del calcare. Ovvero: se al posto del candidato Cinque Stelle si fosse candidato il calcare - non un calcare qualunque, diciamo il calcare ostinato dei peggiori anfratti del WC, siamo sicuri che la maggioranza dei parmensi non avrebbe scelto, piuttosto di un candidato PD, il calcare? Io non ne sono del tutto sicuro. Perché i cosiddetti "moderati", da noi, sono così. Voterebbero Gengis Khan. Non perché siano d'accordo con la piattaforma di Gengis Khan. In effetti, nessuno sa bene quale sia il pensiero economico di Gengis Khan. Però non è del PD. L'importante è quello, per gli elettori "moderati".

D'Alema questo non lo capisce. In sostanza non capisce gli italiani, non sono abbastanza razionali per lui. D'Alema vorrebbe conquistarli. Ci dev'essere pure un modo di convincerli che siamo il loro partner ideale. Vediamo un po', D'Alema, che altro possiamo fare per moderarci ulteriormente. Abbiamo cambiato quattro simboli e tre nomi. Ci siamo presi in casa mezza democrazia cristiana e tutti i radicali, e la Binetti per l'Opus Dei. E Ichino. E Calearo. Abbiamo sostenuto il governo Monti con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Quanti voti 'moderati' abbiamo conquistato al centrodestra? Più o meno l'uno per cento, Gengis Khan ne avrebbe presi di più. Quanti ne abbiamo persi nel frattempo alla nostra sinistra, al nostro centro, alla nostra destra? E adesso cosa possiamo fare di più moderato di così? Mettiamo Buttiglione in commissione pari opportunità? I posti in lista che libera Pannella, potremmo darli in blocco alla Conferenza Episcopale, magari gradiscono. Dopo aver candidato Calearo cosa possiamo fare di ancora più estremo, pardon, più moderato? Per dire, non so, Scilipoti ha degli impegni?

D'altro canto, se queste domande le poni a D'Alema, lui serafico ti risponderà
dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
Non importa che non esistano più né "progressisti" né "moderati": D'Alema auspica un'alleanza perché, sostanzialmente, la funzione sociale di D'Alema è auspicare quell'alleanza lì, così come la funzione sociale di certi santoni è ripetere invocazioni in lingue ormai sconosciute. Eppure la capacità di analisi a D'Alema non è mai mancata. Il guaio è la conclusione, sempre uguale: ehi D'Alema, piovono ranocchie e il meteo dice che una nuvola di locuste è in arrivo, cosa dici che dobbiamo fare?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
No, scusa D'Alema, scherzavo, in realtà i tedeschi hanno capito che se vogliono tenersi le case al mare ci devono aiutare e quindi si accollano il nostro debito e trasferiscono tutta la Volkswagen a Melfi e metà BMW a Termini Imerese. Quindi adesso che si fa?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
In fin dei conti D'Alema è un bot, un programmino semplice semplice che saprei scrivere pure io, in un antico arcano linguaggio macchina che ci tramandiamo di generazione in generazione:

10 scansiona il sistema
20 trova il centrosinistra (=CS)
30 identifica il soggetto a destra del centrosinistra con "moderati" (=M)
40 allea CS con M
50 vai a 10
run

Alla fine il bot D'Alema ha una sua utilità sociale. Il problema è quando nello stesso software inserisci anche il bot Veltroni:

10 scansiona il sistema
20 trova il centrosinistra (=CS)
30 trova i moderati (=M)
40 fondi CS con M (CS=M)
50 annoiati
60 esegui il bot D'Alema mentre scrivi un romanzo
run

Ecco: questi due bot, che presi individualmente sono abbastanza inoffensivi, combinati assieme diventano una minaccia. Prima il bot D'Alema sente l'impellente necessità di allearsi con tizi come la Binetti. Poi interviene il bot Veltroni che dice: noi non dobbiamo solo essere amici della Binetti, noi dobbiamo essere la Binetti. Il passo successivo è allearsi a Tremonti, o Bossi, o Montezemolo. Poi c'è Forza Nuova. Poi c'è Gengis Khan, o il calcare nel WC. Col tempo ci arriveremo. I bot non sentono il passare del tempo. Finché c'è energia vanno avanti, loro hanno un codice da eseguire.
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Ce la meritiamo.

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Quando ero un ragazzino non c'era solo la DC - che già di per sé era una disgrazia di ragguardevoli proporzioni - soprattutto c'era la sensazione che la DC ci sarebbe sempre stata. Sempre. Quando ero un ragazzino al limite si poteva sperare in una DC più moderna, in una DC meno cattolica (ma tutto sommato era già meno cattolica di quelle di adesso), un una DC tre gradi più a sinistra, due mezze latitudini più a nord, questo era tutto. Una DC disposta ogni tanto a farsi governare da un laico. Una DC più efficiente. Una DC un po' meno ladra, una DC non esageratamente mafiosa, questo per dire era l'orizzonte di speranza della generazione di mio padre. Che odiava Andreotti e votava la DC. Perché i veri nemici di Andreotti erano nella DC, pensava lui, ed effettivamente in quegli anni la cosa aveva un senso (in seguito chi per un motivo, chi per un altro, sono quasi tutti morti, i nemici di Andreotti).

Poi ci sono stati degli sviluppi imprevisti, inutile adesso mettersi qui a raccontare tutto da capo. No, sul serio, forse è davvero inutile. Guarda infatti dove siamo arrivati, il Partito della Nazione e tutto quanto.

Siamo arrivati al punto in cui non solo c'è la DC, più centrale che mai; ma c'è anche la sensazione che questa nuova DC sia un sofferto punto d'arrivo, al punto che perfino io mi scovo a pensare boh, mal che vada c'è pur sempre la DC - e mio padre mi ride in faccia dallo specchio. Ai suoi tempi la DC sembrava un dato naturale, ineliminabile, ma oggi forse è peggio.

Perché oggi è ormai chiaro a tutti che se la DC c'è, se dopo tanto tempo non abbiamo trovato niente di meglio che reinventarla, è proprio perché noi, la DC, ce la meritiamo.
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Il leghista di bronzo più perenne

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Lo so che probabilmente non è né il luogo né il momento, ma in fondo all'Unità mi hanno sempre lasciato scrivere tutto quello che volevo, e stamattina voglio scrivere qualcosa che mai avrei immaginato: un elogio a Matteo Salvini, leghista infaticabile.

E dire che di tutti i leghisti era quello che a pelle sopportavo di meno. Forse perché suo coetaneo, ero portato a sottostimarne la consistenza. Mi indisponeva soprattutto quel suo eterno corruccio da malmaturo, provato e riprovato allo specchio: quella smorfia da camionista incazzato al bar, lui che in realtà veniva da un liceo classico e che probabilmente capiva più il greco antico che certi dialetti bergamaschi. Quando era europarlamentare davo per scontato che non riuscisse a capire dove si trovava e perché: amavo immaginare lui e il suo collaboratore Franco-fratello-di-Umberto Bossi che vagavano per Bruxelles senza riuscire a decifrare la mappa bilingue della metro, con grande scorno dell'Europa delle Regioni. Tutti pregiudizi, i miei, tutti parti dell'invidia. C'è voluta una congiuntura mondiale, il crollo del berlusconismo e l'esaurimento del bossismo, perché me ne accorgessi. Del resto è nella tempesta che si vedono i veri capitani, e Matteo Salvini questo è, un capitano coraggioso che non lascerà la Lega finché non sarà salva l'ultima donna, l'ultimo bambino, e poi calerà a picco con lei - ma non è detto.

Non è affatto detto. Gli ultimi sondaggi, vatti a fidare, dicono che regge sul sette per cento. Davvero niente male per un partito terremotato. Le ragioni della tenuta le hanno messe per iscritto in tanti: la Lega ha uno zoccolo duro, la Lega ha sempre un piede nell'antipolitica, la Lega non si è sporcata col governo Monti eccetera. La Lega, aggiungo io, può contare su cavalli di razza come Salvini, che in questi giorni in tv ci sta mettendo la faccia senza mollare, non indietreggiando davanti al ridicolo, regalando al suo partito performance assolute come quella di ieri da Giletti... (continua sull'Unità, H1t#123, speriam bene).

Gothenburg_Wreck

Elogio del leghista Salvini










Di fronte al tiro incrociato di qualunquisti e governativi, Salvini si è messo in faccia la solita smorfia e ha tirato dritto coi suoi soliti slogan, ormai dei mantra, ma perdio, funzionano. I-Leghisti-Che-Sbagliano-Pagano-Due-Volte. Cosa significhi non si sa, per ora non ha pagato niente nessuno, ma ormai quando lo dice ci credo anch’io. Congeliamo-La-Rata-Dei-Finanziamenti, una cosa tecnicamente impossibile, ma nessuno in sala osa farlo presente. La grande sceneggiata di Bergamo, nel suo racconto, è già Storia, è già Mito: una sala della Pallacorda, un soviet supremo, una cerimonia di purificazione, solo i leghisti sono capaci di spazzare via lo sporco dai loro vertici; forse perché solo i leghisti sanno dove si comprano ancora le vecchie scope di saggina (geniali! Per favore, politici italiani, licenziate tutti i comunicatori che vi tengono aggiornati gli inutili profili twitter, e assumete il leghista che ha avuto l’idea di sprayare la Ruota delle Alpi sulla scopa di saggina).
Mentre capitan Salvini lotta con tutte le sue forze sul ponte mediatico, in cabina di comando regna il caos. Il padre annebbiato del Trota blatera di complotti e minaccia di portarsi via il simbolo (sai che perdita: i leghisti un simbolo se lo reinventano in tre settimane, non sarebbe la prima volta). Maroni gongola troppo per tenere in mano il timone, Tosi sta già calando le scialuppe ché non si sa mai. In futuro sapremo se liquidare come unico capro espiatorio una signora che è al fianco di Bossi da sempre, e che sa tutto di tutti, sarà stata la manovra geniale che a prima vista non sembra. Forse alla fine la Lega colerà a picco, perché in realtà di manovratori capaci non ne ha molti. Ma sul piano della comunicazione, giù il cappello: c’è tantissimo da imparare.
Ieri da Giletti c’era anche un’esponente del PD a fare da sfondo all’eroico Salvini. Non importa quale; non ha fatto una figura altrettanto memorabile e non era nemmeno previsto che la facesse. Nemmeno il Veltroni dei giorni migliori, nemmeno un redivivo Berlinguer riuscirebbero ad apparire convincenti in questo momento, se l’ordine di scuderia è difendere i rimborsi elettorali a pioggia e la riformina proposta di concerto con UDC e PDL. Onore a chi ci prova, ma davvero l’impresa è impossibile. Tanto che ci si domanda se ne valga la pena.
Va bene, non facciamo i qualunquisti. La storia la sappiamo. Il PD non è un partito azienda, né un movimento d’opinione; è un partito di quadri, che non vivono solo della parola di Dio o di Bersani. La contrapposizione ventennale con Berlusconi non consentiva di andare per il sottile in materia di finanziamenti: il nemico era un tycoon, bisognava arrangiarsi. Ma c’era modo e modo, e Lusi probabilmente non è stato l’unico ad approfittarne. È andata così: però è inconcepibile che quella faccia di bronzo di Matteo Salvini dia lezioni al PD. È imbarazzante che Renzo Bossi, dimettendosi, mostri la via a Filippo Penati. Non è una questione di correttezza, non è una questione morale: è una pura e semplice questione di comunicazione. Quelli hanno scialato molto più di noi, ma ne stanno uscendo a testa alta, o perlomeno ci provano. Il PD è l’unico partito che si faceva controllare i bilanci, e in questi giorni si sta presentando come il difensore dei privilegi della casta partitocratica. C’è qualcosa che non va. Forse ci manca qualche faccia tosta, ma tosta veramente. Come quella di un Salvini. http://leonardo.blogspot.com
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Sembravi un politico

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Ormai commentare le iniziative mediatiche di Veltroni è un po' come ridere delle chiacchiere di un umarell sulla panchina, un gesto sostanzialmente vile dal quale chi ha un minimo di autostima saprebbe astenersi. A mia discolpa posso dire che l'umarell è creativo: anche quando pensi che non potrà mai più stupirti riesce sempre ad aggiungere qualche nuovo dettaglio. In questo caso, per esempio, ha usato twitter. L'anno scorso chiamava i pacifisti alle manifestazioni pro-guerriglieri libici via facebook, adesso usa twitter e anche stavolta si distingue. Pensandoci, riuscite a trovare qualcosa di meno efficace di una dichiarazione ufficiale spezzettata in cinque o sei tweet che ovviamente leggeremo in ordine inverso, come la segnaletica orizzontale in autostrada (DI NEBBIA / IN CASO / RALLENTARE)? Oltre al senso di totale solitudine che ti dà quell'uomo che "vede solo ora" una cosa di cui stanno parlando tutti da un giorno, e reagisce scrivendo sei tweet di getto. Uno si chiede. Non ce l'ha VW da qualche parte un sito ufficiale, sul quale pubblicare questa breve dichiarazione, che poi si potrebbe linkare con un tweet, uno solo, basta e avanza? Oppure neanche uno, non sarebbe meglio lasciare che siano gli altri a cinguettare di noi?

È un vecchio discorso. Che ci fanno i politici su twitter? Davvero credono di poter interagire con chiunque passa, così, senza diaframmi? A parte il fatto che un diaframma spesso c'è ed è un ufficio stampa incapace, ma in generale è una cosa che a un politico conviene? Sicuri che non sia meglio mantenere una certa distanza, una certa aura di professionalità e ineffabilità? I re merovingi a un certo punto non parlavano più con nessuno, se ne stavano impalati sul trono in silenzio, e se ti toccavano ti guarivano dalla scrofola. Quello era carisma: non dico che sia riproponibile nella postmodernità digitale, ma sicuri che valga la pena di esserci sempre, in qualsiasi accrocchio comunicativo vada di moda in quel momento? Vent'anni fa non c'era twitter, ma andavano già molto forte le scritte sui muri dei bagni pubblici. La gente le usava per esprimere i propri punti di vista sulla politica e sulla società, e per incontrare nuovi partner. E tuttavia a nessun politico venne in mente di armarsi di uniposca e di intervenire in quella che era già una grande conversazione sociale. Non è che se scrivevo CRAXI LADRO lui perdeva tempo ad affittare un muro e scriverci SIAMO TUTTI LADRI IDIOTA. Dite che facebook o twitter siano meglio delle scritte sui bagni? Per qualità? Per quantità? Perché finalmente si può usare il simbolo del cancelletto che prima nessuno sapeva a cosa servisse? Se ne può discutere, ma se mentre discutiamo Veltroni decide di dire la sua su twitter, chi lo proteggerà dagli schizzi di guano?

Prendiamo il caso Calearo. Il mio politico ideale, in una situazione del genere, non risponde. Siccome non c'è nessuna risposta elegante, la cosa più elegante da fare è star zitti, aspettare un'occasione migliore per apparire intelligenti. Ma se proprio vuol parlare, il secondo mio politico ideale è quello che affetta un minimo di astuzia. Non quello che scrive "sembrava diverso", forse la frase più patetica che può dire un adulto senziente. Chi è che nella vita normale dice "sembrava diverso"? Ve lo dico io: La moglie con due occhi neri al pronto soccorso dice che quando si è fidanzata il tizio "sembrava diverso", il puttaniere che scopre troppo tardi di aver imbarcato una trans si guarda allo specchio e dice "sembrava diverso"; nessuno con un minimo di professionalità politica da difendere risponde "sembrava diverso". È un'affermazione che contiene già in sé la risposta più sensata: no Veltroni, Calearo non sembrava diverso, Calearo è sempre sembrato quel che era. Davvero la tua linea di difesa è: non mi sono accorto che Calearo è Calearo? L'inno di Forza Italia sul cellulare ti suonava un po' Fossati? Stai invocando l'infermità mentale, renditi conto. Il secondo mio politico ideale, visto che non riesce a mandare giù in silenzio, risponde: sì, Calearo è quel che è, e lo abbiamo sempre saputo (mica siamo fessi, eh), ma nel 2008 stavamo cercando di sparigliare le carte: candidare un imprenditore arrogante in Veneto poteva destabilizzare gli equilibri, magari alla Lega sbroccavano e candidavano un cattedratico di filosofia teoretica nato a Timbuctù. Ci abbiamo provato, è andata male, ma bisognava provarci, facile giudicare col senno del poi. Ecco, se proprio deve rispondere, il mio politico ideale la mette giù così. Non dico di essere astuti, ma almeno di fare un po' finta, ammiccare.

Nel merito, sul serio, tutto si può dire tranne che Calearo non sembrasse Calearo. Però è troppo facile prendersela con Veltroni: forse che nel 2008 non sembrava già Veltroni? Come diamine è potuto succedere che ci siamo fidati di lui, come possiamo aver buttato via due partiti che funzionavano discretamente per creare al loro posto un paciugo su misura per lui, che non è stato in grado di gestire sin dall'inizio? Io parlo per me, non è che lo stimassi tantissimo, ma ritenevo che avrebbe affascinato molta gente intorno a me, nel qual caso mi sarei accodato volentieri, meglio lui che altri eccetera. Evidentemente mi sbagliavo. Però non è che vado a dire in giro "sembrava diverso". O lo sto dicendo?
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Il più grande B. dopo il Big B.

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Io ovviamente non ho un cervello paragonabile a quello del brillante trust di Renzi, e inoltre sono distratto da tutti questi scricchiolii. Però qualche pensierino non banale al proposito del suo programma in 100 punti spero di riuscire a farlo. Intanto un complimento al coraggio, raramente in Italia qualcuno si è presentato col programma in mano, nero su bianco.

Cominciamo da quello che non c'è: mi sembra che lo sintetizzi abbastanza efficacemente. Malvino. Non c'è una sola parolina sulla Chiesa, quella cosa che potrebbe pagare un sacco d'ICI e da un po' di tempo non lo fa. Non una parola pro o contro l'eutanasia, pro o contro il reato di clandestinità. Non si capisce se è favorevole a regolarizzare le unioni gay, ma si capisce abbastanza bene che non è tra le sue cento priorità. Ma soprattutto non si parla di conflitto d'interessi, è come non ci sia mai stato. È come se Berlusconi fosse già stato infarinato, fritto, digerito. Renzi sembra non sapere (qualche suo collaboratore potrebbe ragguagliarlo) che per quanto la persona-Berlusconi possa essere al termine della sua parabola, dietro c'è un partito-azienda che non si arrenderà senza combattere. Anche laddove fosse sconfitto, Berlusconi o un suo eventuale successore potrebbe continuare dall'opposizione ad avvelenare i pozzi del dibattito politico, come già gli è riuscito benissimo tra il '96 e il 2000 e nel biennio 06-08: soprattutto se nel frattempo gli si lascia il controllo di Mediaset. Ora, è comprensibile che Renzi&co. vogliano marcare le distanze tra la loro nuova sinistra e l'antiberlusconismo: però se su 100 punti ti dimentichi proprio di questo, e il tuo programma te l'ha scritto Giorgio Gori, e qualche mese fa sei andato ad Arcore senza avvisare nessuno, insomma, a un certo punto unire i puntini diventa imbarazzante e forse è meglio che cominci a marcare le distanze tra te e Alfano.

1 – Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
È una riforma costituzionale: serve una maggioranza qualificata, servirà una bicamerale, un referendum confermativo, si andrà al duemilaeventi... non che il principio non sia condivisibile. Però è poco più che uno slogan, anche perché sembra che Renzi&co. vogliano una camera sola, e invece due righe più giù già stanno introducendo un senatino delle regioni “Al posto dell’attuale doppione serve un organo di raccordo tra lo Stato e i governi regionali e locali che possa anche proporre emendamenti a qualsiasi proposta di legge”, sembra di capire che i membri li nominerebbero i consiglieri regionali – quelli provinciali no, perché vogliono abolirli...

2 – Abolizione del Porcellum
Ma figurati, tutti vogliamo abolire il Porcellum. È più interessante con cosa lo vogliano sostituire: collegi uninominali. Non lo scrivono, ma sarebbero secchi, secchissimi, niente più quota proporzionale alla Camera o al Senato, visto che di Camera ce ne sarebbe una sola. E sarebbero collegi enormi: cinquecento in tutt'Italia. A questo punto diventa fondamentale la possibilità di disporre di ingenti fondi per la campagna elettorale. Di questo argomento Renzi &co. parlano estesamente più in basso, ma posso anticiparvi che in sostanza i casi sono due: o sei Berlusconi o sei Montezemolo (o sei loro amico).

5. Abolizione delle province. Più di 100 province non ce le possiamo permettere. Vanno abolite. Nei territori con almeno 500.000 abitanti si può eventualmente lasciare alle Regioni la facoltà di istituire enti di secondo grado per la gestione di funzioni da loro delegate.

(Update, probabilmente avevo capito male, grazie a Delio) Le uniche regioni inferiori ai 500.000 abitanti sono Val d'Aosta e Molise. Se ne deduce che la provincia di Isernia è fottuta, e io non è che starò a piangere per lei. Le altre province, già abolite virtualmente nella letterina di Silvio a Bruxelles, rientrerebbero dalla finestra nel momento in cui si lascia “alle Regioni la facoltà di istituire”: allora sapete cosa faranno le Regioni? Le re-istituiranno. Non solo per la possibilità di distribuire poltrone a soci e clientele, ma anche perché, dopotutto, sono utili. Certo, Renzi e compagni non lo possono sapere, stanno a Firenze che è una capitale dal Quattrocento. Nel frattempo, a pochi chilometri dalla Leopolda, c'è una provincia toscana devastata dalla piena di un fiume, e due sindaci di due comuni che litigano su chi doveva inoltrare un fax a chi. Come se Aulla dipendesse da Pontremoli. Per quel poco che ne so, Aulla non dipende da Pontremoli: entrambe dovrebbero essere coordinate dall'ente della provincia di Massa e Carrara, che dovrebbe disporre del budget necessario per sovrintendere efficacemente alla gestione delle vie fluviali, vigilare contro la cementificazione e il disboscamento, e verificare la tenuta della rete stradale provinciale. Senza aspettare che lo decida il Granduca a Firenze – ma questa è una battaglia persa ormai, lo so. Berlusconi le vuole abolire, così da qui in poi il fax partirà da Firenze - sempre che il Granduca abbia voglia di spendere soldi per gestire territori remoti e che dal punto di vista elettorale contano poco come la Lunigiana. Renzi si contenta di abolire quelle piccole, che secondo lui sono "piccole" perché ci abitano pochi abitanti. E sì che la Toscana mi sembra il classico esempio di regione ricca di territori da preservare, a prescindere se ci vivano ancora molti o pochi toscani.Però a quest'ora vi siete già addormentati. Invece, sai cos'è che ti dà la sveglia, un bello slogan! Aboliamo le regioni! Non servono a niente! Tanto le montagne franano uguale!

6. L’unione fa la forza: mettiamo insieme i piccoli comuni.
Un'altra cosa che i granduchi tendenzialmente non capiscono è che l'Italia non è un insieme omogeneo, non è un frattale. Se in una zona ci sono piccoli comuni, non è per un capriccio di chi disegnò i confini comunali – ok, quasi mai. Di solito c'è un motivo, di solito sono zone di montagna. Vuoi unire dieci comuni su quattro montagne diverse? Sai cosa avrai ottenuto? Una provincia. Proprio quella che avevi abolito al punto 5. Sarà una provincia un po' più piccola, ma di sicuro non sarà un comune. "L'unione fa la forza" - però le province le hai sciolte. Scommetto che scioglierai anche le comunità montane. Resta da unire i sindaci, ma è un'unione che non fa la forza, fa solo il deserto. Un comune è un pezzettino di territorio che un sindaco può ispezionare in un giorno. Se il comune è piccolo, avrà un piccolo budget. Ma probabilmente sono meglio quattro sindaci part-time su quattro montagne che un sindaco a tempo pieno su e giù su quattro montagne diverse. È meglio un vigile per montagna che quattro vigili in una sede centrale, incapaci di intervenire prontamente su altre tre montagne. Quando voi dite “piccoli comuni”, pensate solamente in termini di popolazione. Ma l'Italia è anche un territorio. Questa cosa nell'Ottocento la sapevano (e disegnavano i confini di conseguenza), voi ve la siete scordata.

7. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici. Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto e in ogni caso commisurato al solo rimborso delle effettive spese elettorali, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private in totale trasparenza, tracciabilità e pubblicità.


Ecco una lieve concessione a una delle stravaganze veltroniane (istituire le primarie per legge in tutti i partiti). Le primarie peraltro sono costose, ma pazienza. Viva i partiti poveri. Però... e se un miliardario decidesse di fondare un partito, comprare un sacco di spazio televisivo e pubbliche affissioni, oltre a tre o quattro quotidiani intestati ad amici e parenti? Come si difendono i partiti poveri da un tizio così? Loro dovranno svenarsi a fare le primarie, mentre lui potrà farne a meno... Lo so, è un'evenienza talmente assurda che a Renzi e Gori non è nemmeno venuta in mente (a proposito, la Leopolda chi l'ha finanziata?)

8. Azzerare i contributi alla stampa di partito. Con internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ. I contributi alla stampa di partito vanno aboliti.


Vabbe', cazzata. Tra l'altro il principio è perfino condivisibile, ma sono riusciti lo stesso a scrivere una cazzata. Se volete un'analisi più approfondita vi rimando a Mazzetta, comunque è una cazzata. Certo, se hai in mente il bollettino parrocchiale, sì, su internet puoi produrlo a costo zero (ma le vecchiette non lo leggeranno mai e continueranno a guardare il tg4). Ma sei vuoi addirittura vincere le elezioni, ti serve un prodotto professionale, altrimenti finisci come quelli che volevano fare il wiki pd e sono riusciti giusto ad appiccicare il thread dei commenti su facebook. Si vede che lo stagista più di così non riusciva – ma anche gli stagisti, prima o poi con Ichino sarete costretti a pagarli. Nel frattempo, se a un miliardario con un sacco di soldi ed emittenze venisse l'uzzo di candidarsi, lui sì che avrebbe di che pagarsi fior di... sì, vabbe', adesso mi metto a scrivere fantascienza.

13. Eliminiamo la classe politica corrotta. Lo strumento è una amnistia condizionata. Al rispetto di 5 punti: ammissione della colpa, indicazione di tutti i complici, restituzione del maltolto, impegno a non fare più politica. In caso di nuovo reato, la pena si somma a quella del reato oggetto dell’amnistia.

Chiedo scusa, per tutto questo tempo ho dubitato che fosse davvero un wiki. Ma prendi il punto 13, chi può averlo scritto? Giusto un bambino che passava di lì, vero? E quanti anni aveva, dodici, undici? I politici corrotti che ammettono la colpa, coinvolgono tutti i colleghi ugualmente corrotti, restituiscono il maltolto e poi promettono che mai più, mai più, giurin giuretta? No, sul serio: pensate di presentare una legge su questa cosa qui? Lo avete capito che c'è gente là fuori che è stata condannata a un paio d'anni e stappa lo champagne, perché non gli hanno requisito tot miliardi? Secondo voi un politico corrotto dovrebbe rinunciare ai conti in Isvizzera e alla vita politica in cambio di? In cambio di? Di un'”amnistia”? Cioè di non andare in galera? Ma se in una legislatura di cinque anni io riesco a metter via anche solo un milioncino d'euro, e il giudice non me li confisca, ma due anni in galera me li faccio tranquillamente (con la condizionale, poi), e la vostra amnistia la racconto la sera ai bambini prima di addormentarli: e allora il Granduca decise di amnistiare tutti i ladri, e quelli da quel giorno non rubarono più.
“Papà, ma è una cazzata”.
“Ssssst, è il più grande spettacolo dopo il big bang”.

14. Razionalizzare le missioni italiane all’estero. Definire una strategia di coordinamento della presenza militare all’estero in pieno accordo (e non in competizione) con l’Europa

A parte che con le spese che ci troviamo la cosa più razionale sarebbe salutare tutti e andarsene, credo che il senso del punto 14 sia: basta prendere ordini dalla Nato, d'ora in poi vogliamo prenderli dall'Europa. Che li prenderà, presumo, dalla Nato. Oppure l'Europa e la Nato litigheranno, e noi ci barcameneremo. Che è un po' quello che facciamo già. Ma non ci sarà più Frattini, quindi sembrerà comunque infinitamente meglio.

16. Cambiare la Rai per creare concorrenza sul mercato tv e rilanciare il Servizio Pubblico. Oggi la Rai ha 15 canali, dei quali solo 8 hanno una valenza “pubblica”. Questi vanno finanziati esclusivamente attraverso il canone. Gli altri, inclusi Rai 1 e Rai 2, devono essere da subito finanziati esclusivamente con la pubblicità, con affollamenti pari a quelli delle reti private, e successivamente privatizzati.

Non sono carini? È vero che si sono scordati il conflitto d'interessi, però si sono ricordati che bisogna privatizzare la Rai. Il principale competitor della Mediaset. Va privatizzata. E si capisce, altrimenti sul digitale terrestre non c'è più posto – no, veramente ce n'è un sacco, però... però... vabbe', dai privatizziamo. E alla rai che ha una valenza “pubblica” diamo solo i due spicci del canone. Così se al Tre gli scappa di fare un programma interessante per gli inserzionisti, dopo non gli scappa più.

17. Fuori i partiti dalla Rai.

Disse Renzi, prima di andare a Che tempo che fa. Ieri sera invece era a Matrix. Comunque ha ragione, eh, cosa se ne fanno i partiti di un canale? C'è internet che a costo zero ti permette di fare informazione, tu carichi su youtube i video di Renzi e lui vince le elezioni, senza bisogno di passare per l'untuoso Fazio. Anche Berlusconi farà così: caricherà su youtube i suoi video. E poi li riprenderà su quindici emittenze del digitale terrestre, vabbe', ma che c'entra, quei canali sono sono roba sua, guadagnata col sudore della sua fronte, eccetera.

(Non so se continuo)
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Sradicateli

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La foto via Malvino
Lo scrivo qui perché vorrei che si sentisse il più chiaro e il più forte possibile. Io questi signori non li voterò più. Non riesco nemmeno a capire com'è possibile che sia successo, che io li abbia votati.

E' successo che tre anni fa mi fu proposto di votare un partito di centrosinistra che doveva farla finita coi cespugli e con gli inciuci; e in effetti quel partito sbatté fuori dal parlamento verdi e comunisti. Però nel frattempo aveva imbarcato questi qui, che di voti probabilmente non ne portavano più di un 2%, ma ottennero nove seggi sicuri tra Camera e Parlamento (e una cospicua percentuale del rimborso spese elettorali; sarei curioso di sapere com'è andata a finire, se insomma oltre alla valanga di denaro che sborso per Radio Radicale ho pagato pure i loro manifesti).

Già allora la cosa lasciava perplessi, però io quel favoloso PD egemone e duro e puro lo votai lo stesso, respirando forte. Poi è successo quel che ognuno poteva immaginare: in capo a qualche mese si è scoperto che lorsignori votano un po' come gli va; e che gli ordini, piuttosto che dai capigruppo PD di Camera e Senato, li prendono da tal Giacinto Pannella detto Marco, il loro guru. Insomma, è successo. Una setta di poche migliaia di persone si è fatta regalare nove seggi nel Parlamento, oltre a tutto lo spazio mediatico che possono ottenere giocando al Mi Si Nota Di Più Se Entro All'Ultimo Momento.

Va bene. Va tutto bene. Ora credo che la piccineria di questi signori sia evidente anche ai sordi e ai ciechi, e a quelli che, avendo studiato la Storia dell'Italia contemporanea sugli album Panini, si erano convinti che senza radicali non avremmo avuto divorzioabortomoratoriallapenadimorte (e Fioravanti starebbe ancora scontando uno qualsiasi dei suoi ergastoli). E posso dare per scontato che nessun dirigente del PD stia ancora pensando di imbarcarli nel prossimo grande partito egemone a vocazione bipolare eccetera.
Posso?

Perché - vorrei che fosse chiaro - se ne imbarcate anche uno solo, voi il mio voto ve lo scordate. E non soltanto il mio, direi.
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Rimpianto per un golpe mancato

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Just a little Putsch
Senz'altro fanno più colore gli sbadigli di Bossi, però di tutto l'inutile discorso di Berlusconi a mezza Camera io trovo molto più significativo e beffardo quel complimento all'“impeccabile” Napolitano. In effetti, quando mercoledì il governo è andato sotto sul bilancio, Napolitano ha avuto la più bella occasione di dichiarare decaduto il governo, e non lo ha fatto.

Certo, sarebbe stato un atto senza precedenti (ma tutti gli atti hanno avuto un precedente senza precedenti). Un'interpretazione del dettato costituzionale tutt'altro che "impeccabile". E da destra qualcuno avrebbe gridato al golpe. Con qualche ragione. D'altro canto la destra è proprietà di Berlusconi, che tiene insieme la sua maggioranza acquistando volta per volta i voti che gli servono. È una pratica che può definirsi costituzionale? Lo stesso Berlusconi, lasciando stare le decine di processi che lo riguardano, è sempre stato ineleggibile, secondo quella famosa legge del 1957. Ciononostante gli è stato consentito di candidarsi; di avvantaggiarsi di tre emittenti televisive nazionali, una delle quali trasmetteva illegalmente e ha continuato a farlo finché Berlusconi, vinte le elezioni, non è riuscito a cambiare la legge. Cosa c'è di esattamente costituzionale, in tutto questo? Del resto, se cominciamo a elencare le offese arrecate da B. alla Costituzione non ne usciamo più. Ricordiamo soltanto che B. considera la Repubblica parlamentare, così com'è stata disegnata nella carta del 1948, superata dai fatti nel momento in cui è riuscito a scrivere sullo stemma del suo partito “Berlusconi presidente”. Lo ha ribadito ieri: per lui l'unico governo legittimo possibile in questa legislatura è il suo, perché la maggioranza dei cittadini non ha eletto dei parlamentari senza vincolo di mandato, o meglio lo ha fatto senza pensarci, in realtà voleva solo fare la crocetta su “Berlusconi presidente”.

In soldoni: Berlusconi non ha rispettato mai la Costituzione e, se lo lasciamo al suo posto, farà tutto il possibile per svuotarla di senso o stravolgerla. B. non ha mai giocato pulito. Questa è una constatazione perfino banale. E allora perché insistiamo a voler giocare pulito con lui? Perché insistiamo ad appellarci a un dettato costituzionale che lui invece può violare quando e come vuole? Perché continuiamo a credere di poterlo battere ad armi dispari, su un campo in salita?

È una domanda che mi faccio da anni. La riposta che mi do è che la Costituzione del 1948, per quanto sbrindellata dalle riforme che l'hanno tirata di qua e di là, è tutto quello che abbiamo. Prima c'era il fascismo, dopo non è concepibile nessuna prospettiva. Persino ora siamo convinti che si tratti si salvare la nobile Carta dalle offese di Berlusconi e Bossi, quando si tratta invece di salvare noi stessi, con o senza Carta; la quale non è un fine, ma il mezzo che in teoria avrebbe dovuto servire a proteggerci da situazioni come queste. È evidente che non ha funzionato; ciononostante non riusciamo a separarci da lei. È la nostra coperta di Linus. Se fossimo francesi, a quest'ora ne avremmo già riscritte tre: ma loro sono venuti su così, ai tempi della ghigliottina ne mandavano fuori una all'anno. Persino a De Gaulle, il salvatore della Francia, lasciarono fare un putsch o forse due. Sono cose che capitano: se la Quarta repubblica non va, si preallertano i generali e si prepara la quinta, che male c'è. Invece noi, con tutto che sono vent'anni che non facciamo che parlare di “seconda repubblica”, tuttora non siamo pronti all'idea che una repubblica possa sul serio voltare pagina con qualche violenza: inorridiamo all'idea che qualcuno possa fare anche solo un minimo atto di forza, mandare due camionette davanti all'ingresso di Palazzo Chigi – neanche per arrestare lorsignori, no, soltanto per impedire l'ingresso ai figuranti, per notificare che dopo il Bagaglino anche il cosiddetto Consiglio dei ministri ha chiuso.

Dopodiché, certo, qualcuno brontolerebbe. In tv più che in piazza, direi. E a quel punto bisognerebbe forse bombardare Cologno, ma magari questa è solo una fissazione mia.
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Forse non ha mai riso nessuno

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La terra delle risate registrate.

Io ve lo dico, arrivano tempi cattivi . Vedremo la madre tradire il padre, il fratello affittare la sorella, e tutto questo passato ci sembrerà un'età dell'oro, Berlusconi uno di quegli imperatori matti ma tutto sommato simpatici. E lo rimpiangeremo. Tutto rimpiangeremo, perfino La Russa, sì: rimpiangeremo i bei giorni in cui bastava caricare un video di La Russa per ridergli in faccia e tirarsi un po' su il morale. Anche se la vecchia guardia storceva il naso, insomma, così è troppo facile. Cosa vuoi dire su La Russa che non ha detto ancora nessuno? Niente.

Voglio dire che l'ho apprezzato, fino a un certo punto, La Russa. Come si apprezza un cattivo da melodramma, si capisce. Però in quel melodramma lo trovavo abbastanza professionale. C'è chi lo prendeva per un pippatore privo di autocontrollo. Per me non era privo di autocontrollo. Sempre invariabilmente sopra le righe, è vero: com'è vero che più di una volta si mostrò di una cafonaggine impareggiabile, ma stiamo parlando appunto di un melodramma, mica di un dramma scandinavo. È vero che arrivava sempre quel momento, a Ballarò o a Porta Porta, o dovunque, in cui La Russa dava l'impressione di scoppiare e rafficava insulti, o tirava calci, o forava la quarta parete.

Però io non ci ho mai creduto veramente in quelle scenette, sapete. La Russa non impazziva mai davvero, La Russa era un professionista che sapeva impazzire a comando, e ci vuole tecnica, disciplina, autocontrollo. La Russa un giorno andò a un funerale di soldati e fu fischiato dai genitori delle vittime per tutto il tempo, e non fece una piega, perché la situazione non richiedeva melodrammi. Per contro, La Russa riusciva sempre a saltare in aria proprio quando la discussione prendeva una direzione che non piaceva a lui. Un maestro, nella sua arte. La quale arte, ricordiamo, è il melodramma. Vogliamo dire che in fondo il problema della Seconda Repubblica è tutto qui?

Perché in fin dei conti gli italiani a Berlusconi avrebbero perdonato tutto, tutto: corruzioni, concussioni, orge, patti col demonio e con Riina – se solo fosse riuscito a combinare una cosa, una delle centinaia che ha promesso; se solo fosse riuscito a selezionare una classe dirigente capace, i famosi uomini del fare. E invece alla fine di tutte le scremature gli sono rimasti guitti, ballerine, fenomeni da baraccone, il Bagaglino permanente che ha chiuso in salone Margherita e si è traserito a Palazzo Chigi. Mi sono sempre chiesto se esistesse un La Russa parallelo, un abile politico e organizzatore – perché tutto sommato non si arriva dal MSI dei torbidi anni Settanta al Consiglio dei ministri senza qualche talento oltre a quelli teatrali. Può darsi. In realtà quel suo volto grifagno (aggettivo destinato a sopravvivere nei vocabolari soltanto finché La Russa è ancora in circolazione) ha sempre attirato i teleobbiettivi, sin da quando fece la prima comparsa in quel filmato di repertorio montato all'inizio di Sbatti il mostro in prima pagina.

Con gli anni la telegenia ha avuto la meglio su qualsiasi velleità da statista: se è mai esistito un La Russa politico, l'avanspettacolo al potere lo ha risucchiato da tempo. La Russa, con tutti i trascorsi fascisti che può vantare, è riuscito a farsi compatire da un'associazione di ufficiali perché non ha più nemmeno la buona creanza di indossare una giacca alle parate – col risultato che ci sono foto che lo ritraggono con abiti più larghi di due taglie, roba che gli hanno prestato in aereo, quando lo vedi pensi subito “Albania”, poi ti ricordi che siamo nel 2011 e anche i ministri schipetari possono permettersi la sartoria su misura. La Russa, se la stampa inglese gli chiede una dichiarazione, ne approfitta per realizzare una simpatica papera per Striscia la Notizia. La Russa alla fine si è ridotto a essere la cattiva imitazione di Fiorello che imita La Russa, di sicuro non sono il primo che dice questa cosa.

Io poi non dubito che La Russa possa parlare l'inglese meglio di così. Ma qui apro una parentesi: secondo me i nostri politici non dovrebbero parlare in inglese mai. A meno che non sfoggino un accento oxoniense o harvardiano, e non credo sia ancora il caso di nessuno (Scalfarotto?) Ma nel frattempo vorrei che si uscisse da quell'ottica postliceale per cui ci tieni a far vedere che i soldi del corso privato non li hai buttati via. Vorrei che si riflettesse anche solo cinque minuti sull'effetto che ci farebbe un politico straniero qualsiasi se parlasse un italiano stereotipato con un accento straniero abbastanza marcato. Anche se ci trattenessimo dal sorridere, finiremmo per concentrarci sulle sue intonazioni sbagliate e troveremmo le sue idee ingenue, perché espresse in modo ingenuo. Per contro, uno straniero che parla straniero con brio e convinzione ci sembrerà sempre forbito e impeccabile – di sicuro se dice papere o scemenze non ce ne accorgiamo, e poi ci sarà sempre un buon traduttore simultaneo o un buon sottotitolatore a metterci una pezza. E in lingua originale coi sottotitoli, ci avete fatto caso? Sembrano tutti un po' più intelligenti. Persino La Russa. Ma il problema è tutto qui, in fondo, La Russa non vuole più nemmeno sembrare. A questo punto forse è una semplice strategia di sopravvivenza, magari sperano che se ci faranno ridere ancora un po' ci dimenticheremo di avere davanti dei veri criminali, e li lasceremo andare. Pensa quando scopriranno che non sono mai stati divertenti, mai; che le risate di Striscia erano finte. Sono sempre state finte. E che non ride più nessuno, qui, da vent'anni o quasi.
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Un ministro entra in un cesso, plof

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Don't feed the clown

Anche ieri sera al tg7 provavano a rivendere la barzelletta di Sacconi come un diversivo tattico, l'indizio di una strategia comunicativa affinata con gli anni. Io, alla luce delle recenti mosse del Ministro, e del grado di lucidità mostrato da tutti i suoi colleghi in questa inutile estate, ho maturato un parere differente, un po' meno articolato. Secondo me il tizio è fuori. Come un balcone. Non so se si sia sporto di recente o sia lì appeso da generazioni, ma a questo punto poco cambia.

Sacconi, ricordiamolo, era nel pool di professionisti che a un certo punto, tra un ridimensionamento delle province e un ritocco alle aliquote, partorì l'idea probabilmente più geniale dell'agosto 2011: mangiarsi i contributi di laureandi e militari, ché tanto non li riscattano quasi mai, no? Per Sacconi infatti si trattava di danneggiare al massimo 4000 contribuenti, robetta. Nel giro di 24 ore si scoprì che invece erano 600mila, io dico che nemmeno il corvo Rockfeller, nominato ministro in sua vece, riuscirebbe a fare peggio di così. Perché a un certo livello non capire un cazzo non basta, bisogna passare a un livello ulteriore, dimenticarsi le tabelline, le addizioni, le schede con le frecce e gli insiemi che ti danno nella sezione dei cinque anni. Nel frattempo al Giornale bloccarono i commenti, in giro per le città semivuote si percepiva una vibrazione irosa ogni volta che ti avvicinavi a un professionista, un avvocato, un dentista, un operatore immobiliare, probabilmente è stato il giorno in cui Berlusconi ha perso più punti gradimento negli ultimi vent'anni.

Sacconi insomma è uno di quelli che in agosto doveva decisamente andare al mare, invece è rimasto tra uffici e conferenze, ed evidentemente ha sbroccato. Ora racconta le barzellette, ma potrebbe anche ruttare, recitare scioglilingua, cantare i successi dei Ricchi e Poveri quando erano ancora un quartetto, e Mentana con molto acume ci farebbe notare la sottile strategia diversiva. Seduto di fianco a Bonanni, che di tutti i sindacalisti al mondo è probabilmente l'unico ad appartenere a una setta cattolica radicale (i neocatecumenali), Sacconi per spiegarsi meglio decide di raccontare una storiellina, e di tutte le storielline si fa venire in mente proprio quella in cui stuprano delle suore. Cosa direbbe Freud? Mah, non saprei, mai sentito un ebreo austriaco bestemmiare. Ora dirò una di quelle cose che poi la gente s'incazza e scrive alla De Gregorio vergogna licenzialo (sì, è successo).

Ho sentito barzellette peggiori.

Certo, non c'entrava nulla. Era fuori dal contesto, surrealismo puro, era suggerita da una di quelle labili concatenazioni di idee che vi vengono mentre vi strofinate sul cuscino e vi consegnate a Morfeo (la CGIL può dire di no come... come... come la suora nella barzelletta in cui le stup...ronf...) Era l'ultima cosa da dire di fianco al cattolicissimo Bonanni, una palese dimostrazione di incapacità, e anche un patetico tentativo di scimmiottare il Caro Leader proprio negli aspetti più imbarazzanti. Però, se non fosse stata raccontata da un ministro durante una grave crisi internazionale, la storiellina in sé un mezzo sorriso poteva strapparlo. Una smorfia, via.

E' una barzelletta sulle suore, che fanno le santarelline, ma poi... E' una barzelletta sessista. Diciamo pure maschilista. E racconta di uno stupro di massa! Ma le barzellette sono così. Giocano sugli stereotipi. Nelle barzellette i neri hanno organi smisurati e barlano sembre gome dei devigiendi. Le donne non sanno guidare. Alle suore non spiacciono i rapporti illeciti. Gli italiani sono geniali e i francesi e gli inglesi rosicano, eccetera. Proprio per questo, potendo, sarebbe meglio evitare le barzellette nelle comunicazioni istituzionali, ma anche nella comunicazione tout court, e tenersele per le lunghe notti intorno al fuoco con amici fidati che sono sulla tua stessa lunghezza d'onda.

Non a caso nella sua replica Sacconi confessa (l'infame) di averla sentita da Guido Carli, che gliel'aveva raccontata "per sdrammatizzare un momento critico". E qui c'è tutta la differenza tra un grande professionista, che in un momento difficile fa la battutina scema per alleggerire un po' la tensione del gruppo di lavoro, e il discepolo che non ha capito niente del maestro, e crede che la battutina abbia un valore in sé, sia estrapolabile dal contesto, e si possa riprodurre anche davanti alle telecamere e di fianco a un sindacalista neocatecumenale, un exemplum retorico di raffinata fattura. 

Insomma, Sacconi ha fatto una piccola, immensa cazzata, che dimenticheremo presto soltanto perché lui e i suoi colleghi ne fanno a un ritmo vorticoso, insostenibile. Ma che per questa barzelletta debba "chiedere scusa alle donne", beh, mi sembra la solita esagerazione controproducente. Sacconi ha offeso tutti gli interlocutori, che meritavano un discorso serio, da parte di un ministro serio che rappresenterebbe un governo serio. Sacconi ha offeso la sua nazione, mostrando una spettacolare inettitudine nell'esercizio delle funzioni. Sacconi però non voleva dire che lo stupro in generale è un atto consenziente. Allo stesso modo in cui chi racconta la barzelletta del fantasma formaggino non sta dichiarando di credere ai fantasmi e alla vita dopo la morte. Sono barzellette. Sono paradossali, scorrette, razziste, scioviniste, campaniliste, sessiste, reazionarie. E' folle che un ministro della Repubblica le usi per comunicare. Ma è anche folle che qualcuno (qualcuna) lo prenda sul serio. Non stava incitando allo stupro delle monache, non stava negando il concetto di violenza sessuale; stava soltanto facendo il buffone, come ha visto fare il suo capo. Questa è la cosa grave. Poi le donne italiane hanno miliardi di motivi per sentirsi esasperate, ma per favore, non prendete sul serio una barzelletta idiota, non scandalizzatevi per una freddura da oratorio, non date al buffone questa soddisfazione.
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Il vero stress test

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Ma ve ne volete andare al mare?

Non ne so più di quanto ne sapete voi; forse anche meno, visto che a un certo punto gli articoli di quotidiano sulla manovra ho smesso di leggerli (perciò potrei essermi perso il terzo o il quinto aggiustamento sulle province o sull'aliquota iva, scusate). Però, così a occhio, direi che l'unico vero stress test che quest'estate ha dato un risultato chiaro lo ha fatto la nostra classe dirigente: quel centinaio scarso di leader dalla conclamata professionalità, quel tipo di gente che lavora venti ore al giorno, quelli che tra una riunione e l'altra si portano con loro l'ufficio anche in autoblù, ecco, quelli lì: abbiamo voluto vedere se in una situazione di emergenza, una crisi storica senza precedenti, erano in grado di funzionare senza il loro bell'agosto al mare. E il risultato dello stress test ce l'abbiamo davanti. In pratica abbiamo scoperto che senza i loro venti giorni di sdraio e tintarella, questi non sono nemmeno in grado di fare due conti o di chiudere le porte mentre stanno cercando di prendere decisioni. O forse pensavano che siccome è agosto avrebbero potuto parlare ad alta voce di qualsiasi aliquota o ipotesi gli frullasse in testa in quell'istante, tanto gli italiani erano sotto l'ombrellone e sarebbero stati informati a cose fatte. Questi qui semplicemente non sanno che anche nelle pensioni a due stelle c'è la televisione, anche il wi fi stavo per dire, ma non esageriamo: piuttosto i giornali, i cari vecchi giornali di carta, nei chioschi dietro a tutte le spiagge con dentro le notizie sulla manovrina del giorno coi pareri degli esperti, tipo la Santanchè che discute di province, la Santanchè, io le metterei una cartina davanti e poi le chiederei di indicarmele, le province, giusto per curiosità.

Io poi sono un simpatico cialtrone (col passare degli anni sempre meno simpatico), e nella vita ne ho organizzate di cose, sempre male e sempre chiedendomi perché proprio a me. Ho portato minorenni all'estero, gestito gruppi parrocchiali, mi sono preso responsabilità che a ripensarci adesso c'era da arrestarmi. E perciò credetemi se ve lo dico, che questo Stato italiano a questo punto lo potreste dare in gestione a una banda di diciottenni senza titoli di studio, o a un collegio di frustrati insegnanti di scuola dell'obbligo coi capelli bianchi, ma anche a un collettivo antifascista che vive coltivando roba bio in un casolare coi cani, e vi garantisco che non saprebbero fare i disastri e le figure di merda internazionali che sono riusciti a combinare Berlusconi, Bossi, Tremonti, Sacconi in questo mese. Potevate davvero andarvene al mare. Forse è il caso che ci andiate adesso. Senza aspettare gli scioperi o i cortei e tutta l'autunnale rottura di palle delle cariche dei carabinieri e ci scapperà il morto eccetera eccetera: il capo se ne sale al Colle con una letterina per Napolitano, e ciao. Non c'è neanche bisogno di farla scrivere a una stagista, ci sarà pure un modulo prestampato. Si può fare in una mattinata e con un jet privato si arriva ad Antigua in tempo per vedere il tramonto. Poi se sarà il caso tornerete con calma in autunno a fare l'opposizione, senz'altro vi divertirete tantissimo a dire quelle cose tipo “Giù le mani dalle tasche degli italiani” eccetera. Noi a questo punto non è che ce l'abbiamo con voi: è che la situazione è molto seria e voi, con le vostre comiche finali, ci disturbate. Qui ha da passare una nottata e voi siete come i bambini noiosi che non vogliono andarsene a letto, e no che non te lo metto su KunfuPanda, scordatelo. Son già le undici.

Io, a questo punto, più che con voi ce l'ho con quegli altri stimatissimi esperti, terzisti e moderati, che per quasi vent'anni vi hanno preso per dei governanti, vent'anni in cui ve ne siete sfilati a chiappe nude per la via delle parate col vostro seguito di cicisbei che lodavano la statura intellettuale di Tremonti, Giulio Tremonti, uno a cui nessun italiano sano di mente darebbe in gestione il proprio condominio, l'uomo che voleva salvare il potere d'acquisto degli italiani con l'Euro di carta: uno così tre mesi fa per il Corriere era ancora uno statista. Poi di cosa ci lamentiamo? Brunetta doveva rivoltare la pubblica assistenza come un calzino, probabilmente non conosce nemmeno il senso letterale del modo di dire, facile che non abbia mai preso in mano e rivoltato un calzino vero in vita sua. Cari borghesi italiani, così moderati, così ponderati, voi certo non mettereste uno scimpanzé alla guida di uno scuolabus, ma in qualche modo non vi è sembrato strano che a Maria Stella Gelmini fosse affidato il volante delle scuole e delle università italiane. E che Calderoli semplificasse la legislazione. E che Scajola fosse ministro di qualsiasi buco gli si riuscisse a trovare. A un fascista da barzelletta, schifato perfino da militari e fascisti veri, avete messo in mano le forze armate: ma andava bene tutto, veramente tutto, perché l'alternativa evidentemente era troppo terribile, la Quinta Internazionale di Prodi e Padoa Schioppa. Cari borghesi italiani, che vi contate già in tasca le monetine da tirare a Silvio appena cadrà in disgrazia: questo disastro è tutto vostro, e meritereste di pagarlo tutto voi. Siccome però non accadrà, posso almeno rivolgervi un'accorata preghiera? Quando esprimerete il prossimo uomo forte, il prossimo genio italiano col sole in tasca o Montezemolo che sia, potreste ricordarvi di fargli uno stress test subito, o comunque abbastanza presto, insomma non dopo diciassette anni? Grazie.
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I venti viceré

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I provinciali.

Io credo che la scarsa convinzione con cui i parlamentari del PD affrontano il dibattito sull'abolizione delle province si possa facilmente spiegare con questa cartina. Parliamo di un partito che nella sua breve Storia non è mai arrivato al 30% nazionale, ma che occupa, soprattutto nel livello amministrativo intermedio, una quantità di territorio impressionante: poco meno della metà. Un turista bizzarro che volesse esplorare l'Italia transitando soltanto per le province governate dal PD potrebbe partire dalla Val di Susa e arrivare nell'Agro Romano; un analogo turista del PDL al massimo potrebbe fare un Ascoli-Salerno, non è la stessa cosa.

Ci vuole insomma un certo tasso di masochismo a essere del PD e a chiedere l'abolizione delle province (e infatti molti militanti del partito le chiedono). Il PD non è un movimento (pseudo)rivoluzionario che cavalca le proteste del momento; non è nemmeno il braccio politico di un miliardario che ha problemi con la giustizia; il PD è un partito di amministratori. Nel bene e nel male: nel primo caso (bene) si parla di buon governo, nel secondo (male) di clientelismo e corruzione, ma in sostanza un partito di amministratori si difende occupando le amministrazioni, a ogni livello. Se un livello viene a mancare, è difficile che facciano salti di gioia. Un signore come Pierluigi Bersani non ha nuovi miracoli italiani da offrire: l'unica cosa che può promettere agli italiani è di governare bene, così come ha governato bene una Comunità montana e una Regione. Il suo cursus honorum l'ha fatto lì: dove avrebbe dovuto farlo? In publitalia, in magistratura, doveva fare il comico o l'opinionista in tv? Le amministrazioni sono l'ambiente in cui l'apparato del PD si difende, in cui costruisce il suo consenso (quando amministra bene); chiedere allo stesso apparato di abolire l'istituzione secolare delle province è un po' come proporre al consorzio dei pesciolini rossi l'abolizione dell'acquario. Il fatto che alcuni pesciolini si dicano favorevoli, addirittura entusiasti, non depone a favore dell'intelligenza collettiva della specie, che (come ogni specie) dovrebbe per prima cosa tendere all'autoconservazione.

Quanto all'IdV, beh, è chiaro che ha altre priorità. L'IdV è un partitino d'assalto che, a parte qualche feudo locale, si gioca tutte le sue carte a Roma, dove può diventare ago della bilancia, in attesa che il piattino di centrodestra sobbalzi e travasi una fetta interessante dell'elettorato. Così, a Roma, l'IdV può anche esercitarsi nel gioco preferito della seconda Repubblica, “suggerisci una riforma costituzionale a caso”, in questo caso una proposta piccola piccola che eliminava la parola “province” da tutti gli articoli della Costituzione in cui compariva (avranno usato ctrl+f?) E i deputati del PD, vuoi per disciplina, vuoi per puro istinto di autoconservazione, non l'hanno votata. Apriti cielo. Il Partito è stato accusato, anche dai meno esagitati degli osservatori, di aver perso chissà quale occasione importante di realizzare un'abolizione delle province che addirittura comparirebbe nel programma del PD. Al punto che Bersani è stato costretto a dire che il PD le vuole abolire sul serio le province, che ha già una sua bozza pronta. È tutto abbastanza deprimente.

In realtà la bozza del PD non prevede la sbianchettatura della parola “province” dalla Costituzione: al massimo un iter per l'accorpamento di enti locali, per cui certe province potrebbero, se proprio volessero, autoabolirsi (sì, certo, come no). In realtà nel programma del 2008 il PD non chiedeva di abolire le province, se non quelle che dovevano trasformarsi in aree metropolitane. E qui bisognerebbe aprire una parentesi. Molti appassionati sostenitori dell'abolizione delle province non hanno la minima idea di cosa le province siano e facciano. Non per ignoranza, ma perché non abitano in una dimensione provinciale. Spesso stanno a Roma, o a Milano, o in altre città dove in effetti è difficile capire a cosa servano degli uffici provinciali che sono a tutti gli effetti dei doppioni di quelli comunali. Del resto già da tempo almeno Roma, Milano e Napoli sarebbero dovute diventare aree metropolitane.

Per contro, io che ho sempre abitato in una provincia, non faccio molta fatica a identificarla. Quando sento dire che in provincia fanno poco, la mia reazione d'istinto non è chiederne l'abolizione, ma un ulteriore sforzo di decentramento delle competenze regionali (o accentramento di quelle comunali). Fanno poco? Male, dovrebbero fare molto di più. Mentre ai comuni dovrebbe essere affidato tutto ciò che che rientra nella gestione dei centri abitati (che in Italia non sono quasi mai enormi conurbazioni) alle provincia dovrebbe competere tutto ciò che è gestione del territorio, dall'allocazione delle discariche alla cura dei corsi d'acqua (a proposito, abbiamo appena chiesto, con un referendum, che l'acqua potabile sia gestita dal pubblico: e poi vogliamo abolire l'ente pubblico?) Dove vanno costruiti gli ospedali? Le scuole secondarie? Dove devono passare le autolinee? Sono tutte decisioni che non possono essere prese a livello comunale, e di cui la regione – secondo me – non dovrebbe impicciarsi. Anzi, faccio un po' fatica a capire di cosa dovrebbe impicciarsi, la regione, in generale: pur vivendo a cinquanta minuti da Bologna, non riesco a capire cosa debba fare lei per me e io per lei, figurati se stessi a Fiorenzuola o a Comacchio. Insomma secondo gli allegri riformatori costituzionali dell'IdV, le decisioni sul mio pronto soccorso, o sul mio inceneritore, o sulle fermate della mia corriera, le dovrebbero prendere a Bologna i consiglieri eletti tra Piacenza e Rimini. Ora io non ho niente contro piacentini e riminesi, però non capisco cosa c'entrino col mio territorio, semplicemente. Per me la regione continua a essere un'astrazione, un accorpamento di territori eterogenei per fini statistici; ma mi rendo conto che il federalismo all'italiana va in una direzione diversa. Va, in sostanza, verso la creazione di venti vicereami indipendenti, retti da venti sovrani più o meno autonomi, tutti occupati a nascondere la spazzatura (centrali inquinanti e discariche) nella piega del tappeto più lontana alla propria capitale, più prossima al feudo del vicino.

Siccome eliminando la parola “province” dalla Costituzione non si eliminano i fiumi né le discariche, e gli ospedali restano dove stanno, sembra abbastanza chiaro che quella proposta dall'IdV non è l'abolizione delle province. Al massimo corrisponde alla loro trasformazione in enti esclusivamente burocratici, senza rappresentanti eletti. L'ufficio scolastico provinciale cambierebbe targhetta e diventerebbe la sezione provinciale dell'istituto scolastico regionale, ma in sostanza continuerebbe a fare le stesse cose. La cura delle strade intorno alla provincia di Ascoli Piceno continuerebbe a dipendere da un ufficio sito di Ascoli e da maestranze di Ascoli, che però dovrebbero aspettare ordini da Ancona. Continueremmo a pagare per una burocrazia provinciale, con l'unica differenza che non sarebbe più controllata da un rappresentante eletto dei cittadini a livello provinciale, ma solo a livello regionale: tutto dovrà passare dal viceré di Bologna, di Torino, di Milano, di Roma, di Napoli, che bel federalismo. Io preferisco chiamarlo accentramento regionale, che è più o meno quello che ha in mente la Lega (oddio, “mente”...) e che piace anche a qualche masoch del centrosinistra. Deve piacere anche a me?

In Europa è così? Le uniche nazioni con cui si possono fare paragoni seri, per dimensioni e popolazione, sono Francia e Germania. Ci sarebbe anche il Regno Unito, ma i suoi livelli amministrativi sono incomprensibili per me; comunque mi pare di capire che anche i sudditi britannici possano votare per enti locali di almeno tre livelli (correggetemi se sbaglio). Nella Germania federale i cittadini votano per comuni (Gemeinde), province (Landkreis) e Stati federali, tranne nelle Città-Stato (Amburgo, Berlino, Brema) che sono in pratica aree metropolitane, dove i Landkreis non ci sono. In Francia si votava per i comuni, i dipartimenti e le regioni, ma recentemente le elezioni regionali sono state soppresse: dal 2014 il consiglio regionale sarà composto da rappresentanti del dipartimento (l'unità territoriale più simile alla nostra provincia). Non si potrebbe fare una cosa del genere in Italia? Abbiamo realmente bisogno di eleggere direttamente i venti viceré con annessi cortigiani, non potremmo mandare ai consigli i delegati delle province (che così lavorerebbero un po' di più)? Eh, ma vuoi mettere quanto è più sexy promettere l'“abolizione delle province”?
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Al di là del Principio di Realtà

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Wo es war... 

Appena un mese fa – me lo ricordo straordinariamente bene – Pisapia vinceva, al secondo assalto, la battaglia di Milano, che per vari motivi apparve subito più significativa di quella pur notevole di De Magistris a Napoli. Quel che è successo in questo mese, dai referendum al caso Bisignani al flop di Pontida, per finire con la finanziaria, non dà l'impressione di una ritirata strategica. Sbaglierò, ma ha tutta l'aria della trattativa di un armistizio. A volersi arrendere non è tanto Berlusconi (tutt'altro che lucido, in questa fase), quanto la classe dirigente che solo due anni fa sembrava dover regnare invincibile fino alla salita di Silvio al Quirinale e oltre. Bene, a un certo punto hanno mollato. Non hanno perso le elezioni, badate. Potrebbero persino rivincerle: hanno i mezzi e hanno i numeri. Ma, dopotutto, chi glielo fa fare? Non è che governare l'Italia in recessione sistemica sia questo grande affare. Probabilmente conviene succhiare il succhiabile e tornarsene all'opposizione, dove sarà più semplice rifarsi una verginità gridando a gran voce Padania libera, No all'Oppressione Fiscale o qualche altro slogan che verrà in mente al momento giusto.

Si dice che il vento sia cambiato. È poco più di un modo di dire. Gli italiani sono – purtroppo – gli stessi di un mese fa. Continuano ad aver paura degli zingari e dei neri che vengono a rubarci il lavoro: ad appassionarsi al delitto dell'estate e a blindarsi in autostrada nella fila centrale ai centoventi, insomma non sembrano cambiati. La stessa batosta delle amministrative e poi del quorum non è una novità: Berlusconi ci è già passato, per esempio nel 2005, e in quelle occasioni ha approfittato per prendere le misure ai suoi avversari e recuperare gli svantaggi accumulati. Stavolta è forse più stanco e più distratto, ma non è un problema soltanto suo. C'è tutto un blocco sociale che costituisce ancora la maggioranza di questo Paese, ma che non mostra più nessuna volontà di imporsi. Se si andasse a votare domani, molti degli elettori di questo blocco semplicemente si asterrebbero – e la loro astensione probabilmente sarebbe decisiva all'affermazione del centrosinistra. Altri pescherebbero un leader alternativo tra i tanti che Berlusconi è riuscito ad allontanare dai vertici quando ancora potevano contare qualcosa: Fini, Casini, perfino Di Pietro, nessuno sarebbe in grado di ereditare il berlusconismo com'è oggi (men che meno Montezemolo o Maroni). I più continuerebbero a votare Berlusconi: per inerzia.

Abbiamo parlato per anni di sinistra e di destra in Italia, ma per la verità è più o meno dalla discesa in campo del '94 che sarebbe più opportuno parlare di principio di realtà e principio del piacere. Chi vota Berlusconi o Bossi non è di destra in senso storico, o liberale, o perfino fascista: Lega e PdL si votano per la soddisfazione immediata che garantiscono, promettendo ogni volta di tagliare le tasse e ridisegnare fantomatici confini federali. Allo stesso modo, chi vota centrosinistra ormai ha ben poco di comunista o di socialdemocratico (anzi ha contribuito talvolta al varo di riforme di sapore liberale); di solito lo fa per un senso più o meno consapevole di responsabilità individuale o collettiva; per entrare in Europa, o restarci, per salvare il bilancio, il buon nome del Paese, eccetera eccetera. Il Centrodestra regala sogni, il centrosinistra interviene ogni cinque anni a salvare i conti. Da questo punto di vista non si tratta di due schieramenti contrapposti, quanto piuttosto complementari: se Berlusconi ha potuto folleggiare (ma gli italiani non è che abbiano folleggiato parecchio, nemmeno durante i suoi mandati), lo deve agli odiatissimi Amato, Ciampi, Visco, Padoa Schioppa, che al momento giusto arrivavano a salvare i conti e a porre le basi per una nuova trionfale campagna anti-oppressione-fiscale.

A sancire questa alternanza arriva l'ultima finanziaria presentata da Tremonti in parlamento: una barzelletta triste che farebbe ridere se non parlasse di noi. Per sua voce il governo ha annunciato che con il ticket al pronto soccorso e altri tagli alle scuole riuscirà a raccattare due dei 47 miliardi di euro necessari – i restanti 45 li raccoglierà il prossimo esecutivo. Di che altro si tratta se non di una resa incondizionata, una fuga dalle proprie responsabilità? Toccherà a Bersani e Vendola trovare il prossimo Visco, il prossimo Padoa Schioppa, il prossimo obiettivo per il tiro al piccione di Libero e Giornale. Feltri e compagnia si rimetteranno in riga, i leghisti dalla loro ridotta del cinque per cento si rimetteranno a urlare Secessione – che è la cosa che gli riesce meglio – e magari tra sei anni sarà già tutto sistemato, e il Paese pronto per il prossimo sogno, il prossimo smagliante Miracolo Italiano, la prossima fuga della realtà.

Come se ne esce? Non so, forse votando Berlusconi, blindandolo per altri cinque anni, obbligando lui e i suoi elettori a prendersi le responsabilità per le proprie scelte, di fronte alla concreta possibilità di andare in malora – salvo che in malora ci siamo già. E allora forse quando il centrosinistra vincerà, non perché rappresenta la maggioranza del Paese, ma perché la maggioranza del Paese non vuole più essere rappresentata, vale la pena di insistere su un concetto: Berlusconi, Bossi e il loro sistema non vanno semplicemente sconfitti, ma delegittimati. Occorre riconoscere, da un punto di vista non semplicemente giudiziario ma politico, che erano un'associazione a delinquere che ci ha impoverito, tutti: e trarne le conseguenze. Altrimenti quelli tra sei anni sono ancora lì, pronti a venderti la rivolta fiscale, la secessione il tiro ai barconi dei negri, e gli italiani queste cose le comprano, purtroppo.

“Insomma, stai dicendo che quando Bersani vincerà bisogna ricordarsi di distruggere...”
“...Cologno Monzese, sì”.
“Lo potevi dire prima, mi risparmiavo cinque minuti”.
“Così lo sponsor è più contento”.
“Lo sponsor... ma ti senti? Guarda che Berlusconi può perdere tutto, ma dentro di te ha vinto da un pezzo”.
“Che io possa essere il magro premio di consolazione”.
“Amen”.
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Fido e Tiziana

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Fido e Tiziana Maiolo: due carriere a confronto


Nel 1992 Tiziana Maiolo è eletta alla Camera dei Deputati nella lista di Rifondazione Comunista, come indipendente. Nello stesso anno Fido è un cucciolo che vuole bene al suo padrone.


Nel 1994 Tiziana Maiolo è eletta alla Camera dei Deputati nella lista di Forza Italia. Nello stesso periodo Fido continua a voler bene al suo padrone.

Nel 2010 Tiziana Maiolo, eletta nella lista del PDL, passa a Futuro e Libertà. Fido, un po' malconcio, non ha smesso di voler bene al suo padrone.

Io se fossi in Berlusconi alla prossima tornata metterei in lista Fido. Senz'altro più facile da addestrare di Tiziana Maiolo.
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Il grande Giovane

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(Questo pezzo è un esperimento: l'unica fonte è wikipedia).

Cossiga – può esser difficile ricordarselo proprio oggi – è stato per molto tempo un giovane. Nel senso molto relativo che la parola “giovane” poteva avere nell'ambiente stagnante della prima repubblica, Cossiga è stato addirittura il “più” giovane. Laureato a 20 anni, deputato d'assalto a trenta (leader dei “giovani turchi” sassaresi), sottosegretario alla difesa a 38 (record), ministro degli Interni a 48 (record), presidente del Senato a 55 (record), Capo di Stato a 56 (record imbattuto). Fino a ieri era ancora il più giovane tra i Presidenti della Repubblica in vita: più giovane di Scalfaro, Ciampi, Napolitano. Giovani, volete far politica? Seguite Cossiga: laureatevi presto e buttatevi nella mischia. Sceglietevi comunque un partito importante; se non vi piace del tutto scalatelo comunque: potrete sempre picconarlo una volta in cima.

È possibile isolare questo elemento “giovane” nella carriera politica di Francesco Cossiga? Si parla molto tra noi di come sarebbe migliore l'Italia se la governassero i 40-50enni piuttosto che i 70-80enni: Cossiga è un esempio a favore o contro? In che modo la sua (relativa) “giovinezza” può aver cambiato le cose? È difficile da dire, anche perché Cossiga più che un politico è stato un uomo delle istituzioni: non scriveva disegni di legge, ma riformava i servizi segreti. Gli si può riconoscere una certa irruenza, uno stile spiccio nella gestione dell'ordine pubblico: mandare mezzi blindati contro gli studenti è, in un certo senso, una cosa 'da giovani' (il vecchio Giolitti non lo avrebbe fatto). Nella sua lunga carriera però Cossiga è stato anche l'esatto contrario: un notaio attentissimo al rispetto del dettaglio, della norma più desueta e obsoleta. O non c'è qualcosa di giovanile anche in questo? Tra le varie onoreficenze che collezionava, c'era il grado di Capitano di Fregata. Quando il parlamento lo elesse Presidente nessuno se ne ricordava, tranne lui: che deviò il corteo presidenziale per chiedere il consenso allo Stato Maggiore della Marina Militare. Si presentò in divisa da Capitano di Fregata, appunto. La passione per le uniformi, le cariche, le battaglie... se tutto questo non è sufficiente a definire Cossiga un nerd, ecco l'arma segreta: era un radioamatore. Quando salì al Quirinale si portò il baracchino con sé. Persino nei tre anni del “presidente notaio” (1985-1988), quando nessuno avrebbe potuto immaginare che ragazzaccio sguaiato covava in lui, Cossiga si dimostrò in qualche misura giovanile: pose fine a una delle più lunghe crisi del pentapartito nominando a Palazzo Chigi, nel 1987, Giovanni Goria. È ancora il più giovane Presidente del Consiglio.

Invecchiando, Cossiga ha mantenuto i tratti dell'enfant terrible; anche se davanti a certi sbalzi di umore diventava più facile pensare a una psicosi maniaco-depressiva. Le istituzioni erano tutto per lui; allo stesso tempo, fare il presidente durante il semestre bianco era una palla; si dimise due mesi prima.

Chi comincia giovane ha più tempo per re-inventarsi. Di Cossiga ne abbiamo avuti tanti, e diversi tra loro. Io ne riesco a isolare quattro, ma chi lo conosce meglio senz'altro ne conosce molti di più. Abbiamo il Cossiga Giovane Turco, spericolato innovatore della sinistra DC; il Kossiga boia, mandante di assassini di Stato; il Presidente Notaio, che nelle vignette di allora occhieggiava da una fessura delle finestre del Quirinale; e dopo il Muro di Berlino, il Picconatore. Questi quattro mi sembrano più che sufficienti a rendere conto della complessità del tipo; il Cossiga post-Quirinale mi sembra ancora un sequel del Picconatore, sempre più stemperato col passare degli anni. I quattro Cossiga sono anche autosufficienti, nel senso che ognuno si comporta in maniera indipendente dall'altro: studiando le mosse del Giovane Turco non si capisce come sia potuto diventare Kossiga; allo stesso tempo non è facile capire come il Kossiga dalle maniere forti sia diventato, nella prima parte del suo settennato, il presidente più opaco della storia della Repubblica. Quanto al picconatore, ciarliero e imprudente, rappresenta una negazione di tutte e tre le identità precedenti. Potrei concludere definendo Cossiga come il David Bowie della politica italiana, ma forse chi legge qui ormai ricorda Bowie meno di Cossiga (è un cantante inglese di qualche anno fa, che sul palco cambiava spesso identità).

Del cadere in piedi. Cossiga è il ministro degli Interni che non riesce a liberare Aldo Moro. Si dimette. Un anno dopo è nominato Presidente del Consiglio. Il PCI del cugino Berlinguer porta in parlamento l'accusa di aver rivelato al senatore Carlo Donat Cattin che il figlio Marco era indagato per terrorismo. Il caso è archiviato; Cossiga si dimette nel 1980. Tre anni dopo lo nominano Presidente del Senato. Vent'anni dopo Cossiga ammette parzialmente la circostanza: rivelando di averne parlato col cugino Berlinguer, aspettandosi un sostegno. Berlinguer invece lo accusò in Parlamento. Vatti a fidare dei cugini comunisti.

Dopo il 1989 Cossiga ha ripreso a fare 'politica', conquistando spesso le prime pagine con dichiarazioni fantasiose e sboccate che cambiarono il lessico della politica italiana. A distanza di anni diventa difficile capire quale fosse il suo progetto, se ne aveva uno. Sbaglierò, non sono un cossigologo, ma non mi sembra di avere mai sentito un parere di Cossiga sull'economia, sul lavoro, sui diritti civili. Cossiga aveva sempre qualcosa da dire su magistrati, sui colleghi politici: non suggeriva campagne politiche, quanto alchimie parlamentari. Un satrapo di palazzo, convinto che l'Italia si potesse salvare modificando una maggioranza in parlamento o un comma in una legge. Mettiamola così: fino al 1989 era un atlantista convinto, disposto a chiudere un occhio e a volte entrambi pur di mantenere lo status quo in uno degli Stati strategicamente più importanti per la Nato. Al crollo del muro capisce subito (con una prontezza che stupisce tutti) che quel progetto è finito: l'Italia non è più un fronte, ma sta scivolando nelle retrovie. Dal suo osservatorio privilegiato nota che gli americani sono sempre più insofferenti nei confronti della Dc; ostili alla costituzione dell'ennesimo governo Andreotti (filopalestinese?) Ne trae le conseguenze e inizia a tirare bordate alla Dc. Voleva forse creare le premesse per ripristinare l'alternanza di governo? Andreotti però reagisce aprendo al giudice Casson gli archivi del caso Gladio. Il PCI-PDS di Occhetto scopre di essere stato sotto tiro per tutto il dopoguerra (non doveva essere una gran scoperta) e chiede al parlamento l'impeachment. Cossiga, che cannoneggiava a centrodestra, si ritrova bersaglio della sinistra. A quel punto il piccone presidenziale comincia a roteare a 360°: l'uomo forse ricorda che nelle vite passate è stato il depositario di segreti ben più indecenti. Ha infiltrato i movimenti studenteschi; ha lasciato che ammazzassero Moro: di tutto questo erano informati quando lo nominarono al Quirinale: e ora osavano accusarlo per una faccenda risibile come Gladio? Pivelli, avrà pensato. Giudici ragazzini.

In realtà, visto da lontano, il Cossiga post-Quirinale non ha mai fatto mancare il suo sostegno al centro-sinistra. D'Alema è uno dei pochi politici che in questi anni Cossiga abbia stimato davvero: anche lui non proprio popolare, ma ben ferrato nelle logiche di palazzo. Nel 1998 è stato il primo presidente del Consiglio ex comunista, e lo è stato grazie al voto del Senatore a vita Cossiga, dopo che Bertinotti aveva ritirato il sostegno al Prodi I. Otto anni più tardi Cossiga è stato altrettanto decisivo a salvare (o meglio: a protrarre l'agonia) del Prodi II, il governo che si teneva a galla coi voti dei senatori a vita. Insomma, Cossiga non ha mai negato il suo aiuto a quella parte politica: la parte di quelli che nei salotti magari indulgevano alle battute sul Kossiga-Boia, ma tiravano un sospiro di sollievo quando gli autonomi venivano sgomberati da Bologna; quelli che lo mettevano in stato d'accusa in parlamento, ma poi nello stesso parlamento mendicavano il suo voto. Cossiga li ha sempre sostenuti, magari disprezzandoli. Forse avrebbe fatto lo stesso col centrodestra (di fatto ha votato la fiducia all'ultimo governo), se il centrodestra avesse mai avuto bisogno di lui.

Cossiga lascia quattro lettere indirizzate alle quattro cariche. Il sogno di tutti noi è che esse contengano la soluzione di almeno uno dei cento misteri d'Italia: uno tra i tanti scheletri che Cossiga è riuscito a contenere tutta la vita nell'armadio. Potrebbe anche essere, l'uomo amava i coup de theatre. Però chi ama veramente il teatro non resiste all'idea di assistervi: Cossiga ha avuto molti anni per raccontare le sue verità. In certi casi lo ha fatto, nel modo più teatrale possibile: affermando di avere “ucciso Moro”, o raccontando al Resto del Carlino come si gestiscono i movimenti di piazza (“infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”).

Con tutte le sue manie e le sue depressioni, Cossiga ha mantenuto un forte senso di appartenenza nei confronti dello Stato, delle forze dell'ordine, di tutte quelle cose organizzate che fanno la Storia, e che continuano anche dopo di lui. Posso sbagliarmi, ma per chi vive al servizio di queste cose la morte assume un senso relativo: quello che non poteva proprio dire da vivo, non credo possa rivelarlo da morto. Quel che invece può fare da morto è continuare a depistare, magari suggerendo altre illazioni sull'attentato di Bologna (quella famosa pista palestinese basata sull'idea che l'OLP spostasse gli esplosivi sui treni di linea, e non uno straccio di prova), o qualche altra chicca inedita su Ustica o sulle BR. Insomma io non mi fido di lui neanche da morto. Tanto più che da oggi tra i depositari di quei segreti c'è Silvio Berlusconi.
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Con calma, Gianfranco

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La Salute Pubblica

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Io se fossi in Berlusconi non avrei certo paura delle Larghe Intese, anzi.
Non sarebbe certo un governo di Responsabilità Nazionale, a farmi perdere il sonno.
Un inciucio? Macché.
Un papocchio? Pffft.
Io, se fossi in Berlusconi, avrei paura solo di una cosa:


di un Governo di Salute Pubblica. Ecco, di quello sì. (Ho una teoria #30 è on line sull'Unità.it, e si commenta qui in tempo reale. Ci ho messo quattro ore a scriverlo! E dopo quattro ore era già superato! La vita del blogger è fantastica!)

Ma sì. Io, se fossi in Berlusconi, a questo punto andrei in ferie, e che si facciano pure le loro Larghe Intese.

In sostanza giovedì (se io fossi Berlusconi) rischierei di perdere la maggioranza alla Camera. Tutto a causa di un tale Brancher che ho provato a salvare da un processo con un trucco non proprio elegantissimo: l'ho nominato ministro di un qualche cosa che non ricordo nemmeno io. I finiani si sono arrabbiati, ma in realtà stavano soltanto aspettando un pretesto. E in fondo lo stavo aspettando anch'io.

Dunque l'IdV chiederà la sfiducia a Brancher. I democratici voteranno a favore, e probabilmente anche i casiniani e tutti i finiani che non sarò riuscito a comprare nel frattempo – però francamente se io fossi in Berlusconi non perderei né tempo né denaro per acquistare gente che mi può benissimo tradire di nuovo dopodomani. Io se fossi in Berlusconi giovedì andrei sotto, e poi mi dimetterei. Tanto è da mesi che sto pensando di andare alle elezioni anticipate. Se non è marzo è ottobre, che differenza mi fa? Qualche mese di vacanza in più, che in fondo mi meriterei – voglio dire, sono un settantenne che è appena tornato da un lungo viaggio intorno al mondo, sono stanco, non ho il diritto di essere stanco?

Perché io, se fossi Berlusconi, avrei un solo pensiero che non mi fa dormir la notte, e non è certo il destino processuale di quel tal Brancher, o persino del carissimo Dell'Utri. Io, in quanto Berlusconi, vorrei evitare di mettere la firma sulla prossima finanziaria, che sarà molto dura, soprattutto per le regioni del Sud. Che mi ama. Ecco, io posso sopravvivere agli scandali – è una vita che non faccio altro – ma il pensiero di deludere l'amore dei miei elettori è una cosa che davvero non mi farebbe dormire. Se solo potessi davvero far uscire l'Italia dalla crisi con una bacchetta magica – ma non ce l'ho. Tutto quel che ho è un bel sorrisone per dirvi coraggio, è andata, ce l'abbiamo fatta, siamo fuori. Poi però i conti li tiene Tremonti, e in più c'è Bossi che ormai non può più far finta di niente, è da dieci anni che promette il federalismo fiscale e prima o poi il contentino glielo dobbiamo dare. Insomma, se io fossi Berlusconi mi troverei un po' alle strette: da una parte la crisi, dall'altra Bossi, da un'altra ancora gli elettori del Sud, e io in mezzo con nient'altro che il mio solito sorrisone, le mie barzellette del secolo scorso...

A questo punto io (se fossi in Berlusconi) sarei il primo a desiderarle, le Grandi Intese. In pratica è come se il buon Bersani, è come se il caro Enrico Letta mi chiedessero: caro Silvio, ti vediamo un po' affaticato, non è che possiamo toglierti le castagne dal fuoco? Ma prego, accomodatevi. Fatela pure voi la finanziaria: se riuscite a spremere qualche soldo in più di Tremonti sarà un bene per tutti. Persino Bossi sarà contento: andrà a Pontida e dirà che il federalismo fiscale era pronto! Era pronto! Ma poi è andato tutto a rotoli per colpa di quel traditore di Fini... ecco, è fantastico, poi per un paio d'anni non se ne parla più, e poi chissà, magari la crisi finisce. Sarebbe anche ora.

In effetti io, se fossi in Berlusconi, avrei per voi una gran riconoscenza.Tutte le volte che ho perso temporaneamente il polso dell'Italia, voi me l'avete restituita in ottima forma. Addirittura con Prodi siete riusciti a farla entrare nell'Euro, i miei non ce l'avrebbero fatta mai, voi sì. Perché siete fatti così: siete stupidi. Voi pensate prima al bene della nazione, e poi, eventualmente, al vostro. Io faccio l'esatto contrario, e infatti vinco le elezioni. Non tutte: ne vinco una su due, l'altra la pareggio: così ogni cinque anni vi faccio governare un po', mi prendo una vacanza e intanto voi mi mandate su un Prodi o un Padoa Schioppa che mi mettono a posto il bilancio, mi fanno le pulizie in casa, a un prezzo onesto. Il bello è che nel frattempo io sto in villa, mangio, canto, scopo, e faccio abbaiare i miei cani in tv:Cattivo Prodi! Cattivo Padoa Schioppa! Oppressione burocratica! Oppressione fiscale! E dopo un paio d'anni vinco le elezioni anche meglio di prima. È un giochino che va avanti da 15 anni e voi ci cascate ancora. Perché?

Ma l'ho già scritto sopra il perché. Siete stupidi. Mettete sempre il bene dell'Italia davanti al vostro. Se giovedì perdessi la maggioranza e venerdì mi dimettessi, voi sabato stareste già lì a pensare seriamente a questo famoso Governo di Larghe Intese, cioè concretamente a quante poltrone dare a Casini o a Rutelli o a Fini. Son convinto che se Capezzone o Mastella fossero ancora sul mercato, voi imbarchereste pure loro. Gente assolutamente inaffidabile, gente che ha tradito qualsiasi padrone ed è pronto a tradirvi di nuovo dopodomani, e il bello è che lo sapete, ma li imbarchereste lo stesso, e perché? Perché dovete salvare l'Italia a tutti i costi, anche stavolta. Ma da cosa? da chi?

Ecco, il punto è sempre questo. Com'è che ogni tot anni vi ritrovate coinvolti in questa missione mortale, Salvare l'Italia? Ai tempi di Amato, nel '92, bisognava risanare i conti pubblici, o era la fine. Lui e Ciampi ci hanno fatto piangere lacrime e sangue, e poi le elezioni le ho vinte io. Per Prodi bisognava entrare nell'Euro, o era la fine. Ce l'ha fatta. E nell'Euro ci sono entrato io. Insomma, ci vuole così tanto a capire? Vabbe', peggio per voi. Fate pure il vostro governo di responsabilità nazionale. Passate sei mesi a scannarvi, Di Pietro contro Casini contro Vendola contro Fini...  Siete così furbi che non mi toglierete nemmeno Minzolini dal tg1. Ve lo farò abbaiare contro per sei mesi: oppressione burocratica! Oppressione fiscale!Ma forse non capirete neanche allora.

C'è stato solo un momento in cui ho avuto davvero paura. Questo famoso governo delle larghe intese, o di responsabilità nazionale, o inciucio o papocchio o come volete chiamarlo, a un certo punto qualcuno a corto di parole lo ha battezzato “governo di salute pubblica”. Ecco, lì ho avuto un brivido. Perché essendo Berlusconi ho fatto studi seri, io, coi salesiani; e quando penso a un comitato di salute pubblica non mi vengono in mente Rutelli o Fini. Piuttosto Robespierre e Saint-Just. Insomma, quella è gente che ha fatto rotolar la testa a migliaia di persone, sempre mettendo davanti l'interesse della nazione (infatti son durati poco anche loro), però insomma, con certe parole bisognerebbe andarci piano.

Ora, finché mi parlate di Larghe Intese io sarei d'accordo. Si tratta di subaffittare momentaneamente Palazzo Chigi, varare una dozzina di leggi impopolari e rifarmi vincere le elezioni al più presto. Ma se mi parlate di Salute Pubblica, ahimè, forse avete capito che c'è un virus da debellare con misure straordinarie. Insomma, avete deciso di sequestrarmi i beni, non fosse altro perché ormai c'è una sentenza che stabilisce che i miei uomini hanno fatto affari con la mafia per decenni: di sequestrarmi Mediaset, commissariarla e arrestarmi per alto tradimento. Ogni tanto me le immagino scene così, sapete? Da quando Marcello mi ha prestato quei diari maledetti, non posso fare a meno di pensarci.

Poi però riapro gli occhi. Sono ancora qui. In tv c'è il carissimo Enrico Letta che propone a Napolitano di mandarmi un po' in vacanza. Non è un caro ragazzo? Mi vede così affaticato e non vede l'ora di salvare un po' l'Italia per conto mio. Adorabile. Siete tutti adorabili. Io davvero non saprei come fare senza di voi.
Se fossi Berlusconi. http://leonardo.blogspot.com
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Forget Bangkok

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(Oggi avrei dovuto scrivere di tutt'altro argomento, ma non ce l'ho fatta. Ecco il solito lenzuolo di opinioni, meno originali di quelle che avete già trovato sui giornali e ovunque, che tra sei ore saranno già vecchie. Saltate pure, non mi offendo).


Chissà se poi è davvero così incazzato, stanotte, Berlusconi. Se davvero crede al copione che si è scritto, le toghe rosse, il golpe e il Presidente comunista. Chissà se tutto questo lo preoccupa un decimo di quella tegola del Lodo Mondadori, quella sì forse imprevista: 750 milioni da buttar via, perle ai porci, anzi neanche ai porci: a De Benedetti.

Se l'aspettava, una sentenza così. Forse ci sperava persino. Lo ha detto, “queste cose qua a me mi danno la carica”. Lui in fondo ha bisogno di stimoli, è un combattente nato. Ha bisogno di avversari, un attimo dopo aver vinto si annoia, e poi comincia a correr dietro alle gonnelle. Chissà che non gli raffreddi anche i bollenti spiriti, una bella campagna elettorale.

Adesso che succederà. Tutti schemi già provati e riprovati in allenamento: i processi riprenderanno, gli avvocati proveranno a tirarli in lungo. Dovrebbero farcela. Sul piano politico? Una manifestazione potrebbe anche essere controproducente perché, checchè ne pensi Bossi, il successo non è garantito. E non è nemmeno escluso che la sinistra ne realizzi una più grande – certo, loro sono un po' persi nei loro deliri democratici autoreferenziali, però questa è la classica situazione che potrebbe dargli la scossa, riunirli di fronte al nemico. No, se fossi in lui (ma lui è un po' più furbo di me) la piazza la minaccerei, ma senza arrivare al punto di convocarla realmente. Sono da escludere scenari da Caimano: il culto della personalità di Silvio esiste, ma si esaurisce in qualche forum affettuoso e qualche simpatica canzone – per vedere le prime molotov contro i tribunali bisognerà aspettare almeno una generazione. Anche i leghisti: dobbiamo averne paura? Sul piano culturale, sì, io ho molta paura del non-pensiero leghista; ma sul piano fisico, mah: hanno già il loro da fare a mettere in pratica una legge sulle ronde (firmata da un loro ministro) che di fatto ha disarmato le ronde che c'erano già: gente che non riesce a organizzare una caccia allo zingaro come si deve, non li vedo così pronti a metter su una marcia su Roma. Non sono cose che s'improvvisano, anche le camicie nere ci arrivarono dopo qualche annetto di squadrismo accelerato.

La cosa più logica, insomma, è insistere sulle cariche istituzionali (Napolitano e Fini, quell'altro non è dotato di un midollo spinale proprio) finché non sciolgano le camere: e si rivota. Non svelo nessun arcano retroscena: è una cosa che B. e i suoi ripetono da mesi: se rompete troppo le scatole torniamo alle elezioni, così vedrete chi è che vogliono gli italiani. E sotto sotto sono loro i primi a sperarci. Più che un calcolo spregiudicato, si tratta di un riflesso condizionato: a qualsiasi stimolo, B. risponde con una campagna elettorale. Dal '94. Prima rispondeva con una campagna pubblicitaria. Lui in fondo quello sa fare: pubblicità. È una gara, e le gare lo caricano. Che si vinca, o si perda, alla fine, non cambia molto.

Dovrebbe vincere. Negli ultimi anni ha progressivamente eliminato tutti i margini di fair play che regalmente si concedeva: i vari Mentana e Costanzo. Lo stesso tg1 è diventato cosa sua, senza più pudori. Poi naturalmente c'è anche una vita fuori dalla televisione, ma il 60% degli italiani forma i suoi giudizi sull'attualità in base ai tg: e vedendo certi spot su facebook mi vien da dire meno male. La chiesa? È un gigante coi piedi d'argilla, che per mantenere la sua fama d'imbattibilità deve restare coi vincenti. Se ho capito bene, la notizia della sentenza B. l'ha ricevuta mentre era a una mostra con monsignor Bertone. Mi sembra un segnale abbastanza forte e chiaro, e i lamenti sommessi di qualche vescovo resteranno lamenti sommessi.

Dovrebbe vincere. Ma potrebbe persino perdere – ultimamente, sapete, c'è quella tendenza per cui se speri forte forte una cosa si avvera, e allora perché no? Dai, speriamo forte forte che le cose cambino (ma guai a chiamarla preghiera, è una cosa laica e anche un po' atea razionalista). Un Pd improvvisamente vincente, guidato da un segretario eletto a furor di popolo tra quindici giorni? Beh, in effetti se le primarie dovessero essere un successo, la figura di un nuovo leader carismatico acclamato a furor di popolo relegherebbe per un attimo sullo sfondo l'autocrate rancoroso e puttaniere. Sarebbe un momento davvero esaltante, ma chissà come filtrerebbe dalle lenti televisive berlusconiane. Anche qui, il passaggio logico più probabile è che il nuovo leader democratico (Bersani al 70%) si lasci coinvolgere in un'alleanza antiberlusconiana anche più eterogenea di quelle che abbiamo visto fin qui: dentro tutti, da Fini a Casini a Vendola. Sì, è una cosa che fa schifo, ma la via della solitudine l'ha già tentata Veltroni e non è che gli sia andata molto bene.
Quest'accozzaglia – nominalmente un po' più compatta del vecchio Ulivo perché i partiti nel frattempo si sono un po' ridotti e rassodati, ma ideologicamente informe – potrebbe anche, chi lo sa, pareggiare le elezioni come Prodi nel '6. Ma mettiamo che, per uno dei soliti effetti random della legge Calderoli, arrivi a vincerle: e allora? Per Berlusconi è persino meglio. Preso atto che nemmeno Palazzo Chigi lo mette al riparo dai processi, tanto vale starsene nel suo palazzo privato e da lì organizzare la campagna elettorale permanente. E ai conti pubblici ci pensi il centrosinistra, che ha questo vizio di voler risanare e alla fine si scava la fossa da solo. Cosa ha realmente da perdere SB? Il Quirinale, sì, ma a quello dovrebbe già aver smesso di pensare da un po', almeno da quando sono saltati fuori i nastri della D'Addario. E poi sul Colle si annoierebbe a morte, se è ancora un po' sincero con sé stesso lo sa benissimo.

Abbiamo già vissuto lunghi periodi di interregno tra un governo Berlusconi e l'altro: sappiamo più o meno cosa succede: a un relativo ridimensionamento dei poteri della sua holding economico-politica coincide un ulteriore radicamento nelle coscienze degli italiani. Basta ergersi a profeta di un nuovo miracolo italiano, abolitore di questa o quella tassa, flagello dei comunisti. Ogni volta che perde un po' di potere, Berl. conquista un po' più di anime. Nel frattempo si libera anche degli alleati che potrebbero vagamente oscurarlo: via Casini, e stavolta magari via Fini. Sì, ma così resterà senza eredi.

Fino alla fine, che comunque va preventivata in un momento qualsiasi da qui a quindici anni. C'è chi è convinto che quella sarà la fine del problema B: dopo avremo altri problemi, ma questo almeno lo avrà risolto, per noi, la Grande Risolutrice. C'è chi pensa che il berlusconismo sia un ammasso eterogeneo di interessi contrastanti che solo il geniale piazzista riesce a tenere assieme: fuori lui, fine del berlusconismo. Magari in passato ho pensato anch'io così.

Ho cambiato idea. Può darsi che fosse davvero eterogeneo, l'ammasso d'interessi nordisti, mafiosi, massoni e clericali che lo ha portato sull'altare: però col tempo l'impasto è lievitato. È vero, l'unica cosa che li tiene insieme è la figura di Silvio C'è. Ma questo significa semplicemente che morto un Silvio dovranno cercarsene subito un altro. Magari in famiglia, perché no? Le chiavi delle tv ce le hanno loro, e questo ancora per molti anni farà la differenza.

Mi sbaglio? C'è qualche possibilità per chi si ostina a credere in un'Italia un po' migliore dei suoi italiani, uno spiraglio che non vedo? Sì, probabilmente c'è, almeno ci spero. Mi vedo però sospeso sullo stesso abisso del '94: sospinto dall'illusione che un blocco di potere costruito in anni di prevaricazioni e controllo del consenso si possa sfaldare semplicemente con le sentenze della giustizia ordinaria. Non è così che funziona.

Fossimo un Paese del sud del mondo, la situazione ci avrebbe già portato a un golpe da un pezzo. Vedi Thailandia, militari contro un tycoon televisivo. Chissà poi da quale parte io e voi decideremmo di stare. Ma siamo in Europa, non si può. Sto quasi per scrivere purtroppo – l'ho scritto, ecco.
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Un uomo mosaico

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Cartoncini

Tornando a casa (chiedo scusa a tutti quelli che non ho fatto in tempo a salutare) ci siamo fermati a un outlet e dopo 5 minuti credevo di morire, quando ho avuto una visione: nel riflesso di una vetrina scintillava la decalcomania WiFi. Sono andato a chiedere come funzionava e mi hanno detto che per abbonarmi dovevo fare una tessera. Io gli ho spiegato che non volevo abbonarmi, quanto semplicemente attaccarmi alla rete per mezz'ora e poi non mi avrebbero visti mai più, proprio mai più nella vita, ma loro mi hanno spiegato che anche in questo caso mi avrebbero fatto la tessera.

Io le tessere non le faccio volentieri, per vari motivi. Il primo è che mi sformano il portafoglio. Dici: e che sarà mai un cartoncino; bene, adesso apro e controllo: due biblioteche (mica tante). Un sindacato, il solito. Un cinema che non ci vado vai, ma la volta che mi capita sta a vedere che la lascio a casa; no, la tessera è sempre qui vicina a me. La palestra. Due videonoleggi. Con questa ci caricavo le fotocopie in facoltà, mi fa sentire giovane. La tessera sanitaria nazionale. La tessera Arci, per entrare al Mattatoio e poco più. La tessera di un kebab di Modena, ogni dieci kebab ti regalano un kebab. La tessera di un supermercato per non fare la fila alle casse. La tessera di una catena di elettrodomestici, ebbene sì, raccolgo i punti... e poi cosa c'è qui sotto... dio mio, non ci credo, ho ancora nel portafoglio la dichiarazione alla volontarietà di donazione di organi e tessuti. Devo essere l'unico in Italia (si era appiccicata a quella dei kebab). Queste sono le tessere su cui mi siedo abitualmente. Poi ci sono le altre, quelle che sono arcisicuro che non userò mai, eppure mi hanno costretto a farle, e adesso giacciono in qualche cassetto sotto a pile di scorta, viti e bulloni che potrebbero tornare utili, biglietti di Natale, santini, preservativi. Il secondo motivo per cui odio le tessere è che sono molto restio a buttarle via, sicché ogni tessera finisce nel grande mosaico del mio disordine spaziale e mentale.

Il terzo motivo per cui odio le tessere è che sopra c'è scritto il mio indirizzo, e che dopo qualche settimana di solito mi arriva a casa un foglio a colori che finirebbe immediatamente nel cestino della carta riciclata se non fosse avviluppato di cellophane, e il tempo che perdo ad aprire il cellophane mi serve tutto a maledirvi, o Signori delle Tessere. Il quarto motivo è che non mi piace il discorso che c'è dietro a molte tessere che faccio. Quando entro in un locale, o in un negozio, o in un cinema, io preferirei sentirmi solo un cliente; ma agli esercenti non basta mai, loro vogliono farmi sentire parte di una comunità, il che, francamente... fino a qualche anno fa pensavo che si trattasse di una particolarità della mia regione, una specie di retaggio sovietico, e mi faceva mancare l'aria; allora mi sono messo a frequentare ragazze di regioni più capitaliste. Così è successo una volta in una regione particolarmente capitalista di entrare in un negozio di camicie; e dopo mezz'ora mi stavano chiedendo l'indirizzo di casa per ricevere la loro newsletter di camicie... insieme alla tessera, ovviamente. Va bene, adesso si chiama “card” e non fa più venire in mente i razionamenti annonari, ma il concetto è il medesimo. A quel punto ho capito che la tessera era trasversale, né di sinistra né di destra, piuttosto al crocicchio in cui il veterocomunitarismo incontrava il turbocapitalismo e insieme in maniche di camicia firmata andavano a bersi una vodka nel circolo arci di prossimità: uniti solo in questo, nella condivisione dei miei dati più o meno sensibili. Esercenti, banchieri, assessori, espiantatori di organi, birrai e cinefili, tutti vogliono il mio indirizzo, tutti hanno un cartoncino per me.

Tutti tranne Veltroni.

Ecco, lui non solo non era riuscito a piazzarmi una tessera del suo Partito (se per questo, neanche i suoi predecessori), ma non ci aveva nemmeno provato. Non solo, se ne vantava anche pubblicamente: faccio un partito senza tessere, diceva, un partito leggero. E devo dire che questa leggerezza non era priva di un suo fascino (specie se paragonata all'immagine di abbandono e consunzione del mio povero portafogli sformato). Però, insomma, dire “partito senza tessere” è un po' come dire “automobile senza ammortizzatori”: i casi sono due; o sei un genio che hai capito come inibire le sospensioni senza tutte quelle componenti che appesantiscono il veicolo, o sei un bambino a cui nessuno ha mai spiegato a cosa servono quegli affari che sono, sì, pesanti, ma necessari. Ma insomma da dove veniva l'idea? Pare che a cominciare a parlare di “partito all'americana, senza tessere” sia stato Giuliano Ferrara. A parte che i partiti americani le tessere le fanno (se vuoi ti personalizzano pure la Mastercard) ma aspettarsi buoni consigli da Ferrara sul Pd non è un po' come chiedere a Erode un parere illuminato sulla puericultura? Sì, però c'è sempre qualcuno che ci casca.

Metti Adinolfi – questo pezzo in effetti è nato da una costola di quello di venerdì, sempre stimolato dalla concezione un po' troppo internettistica che Adinolfi ha di Obama. Insomma, da come scrive sembra convinto che il Partito Democratico americano sia una community di non-tesserati che ogni tanto vanno a congresso più per stringersi la mano che per ratificare quello che hanno già taggato su facebook. Scherzo, eh, ma fino a un certo punto. Io capisco che Adinolfi abbia dei buoni motivi per diffidare del tesseramento, così come lo praticava il suo vecchio partito che, se non erro, era la DC. I Signori delle Tessere esistono: le logiche clientelari esistevano nei DS e sopravvivono alla grande nel PD; e sono responsabili dei brogli che quasi sicuramente sono stati commessi in Calabria e altrove. Tutto vero. Quello che non capisco è la soluzione proposta da Adinolfi o Ferrara: abolire le tessere. Così non ci saranno più brogli? Non ci saranno più logiche clientelari? Quindi era così facile, bastava rinunciare al cartoncino?

Ma scusate, è come togliere i limiti di velocità perché non li rispetta nessuno – e nel frattempo pretendere che la gente rallenti. Mi dite che gli spogli nei circoli calabresi non sono stati limpidi? Vi credo sulla parola. Ma come avete fatto a capirlo? Facile: i tesserati sono risultati più degli elettori. Bene, quindi grazie alle tessere avete capito che ci sono stati dei brogli. Ma se abolite le tessere, la prossima volta come farete a capirlo? La tessera è uno strumento, niente di più. Magari non funziona tanto bene, ma voi non state proponendo di sostituirla con uno strumento più efficace. Voi state pensando di eliminarla e basta: pensate che questo possa impensierire per più di un minuto i famigerati Signori delle Tessere? Secondo me gli semplificate la vita.

A sentirli sembra ovvio che la tessera sia roba vecchia, novecentesca, mentre nel Duemila la gente fa tutto su internet: acquista i viaggi on line, compra le azioni on line, seleziona la classe dirigente on line. Ecco, lo spiegassero ai miei librai, ai miei camiciai, ai miei negozianti, che insistono per ficcarmi in tasca tutti quei cartoncini – ahò, e piantatela, non avete letto Adinolfi? Siete vecchi, vecchi, siete roba Novecento, come i cassettoni della nonna.

“Il 25 ottobre”, scrive, “il popolo del Pd, simpatizzanti ed elettori a cui non si deve più chiedere di pagare una tessera, sceglierà il suo segretario”. Ho ormai maturato una sufficiente esperienza di primarie per sapere cosa mi attende il 25: per esempio so che mi toccherà sbors... ehm, “offrire” qualche euro. La cosa non mi scandalizza: oltre all'occasione di autofinanziamento, è anche l'unica misura che viene effettivamente presa contro abusi e infiltrazioni. È anche probabile che mi chiedano qualche dato personale, tra cui l'indirizzo e mail. Se non l'hanno già – qualcuno glielo deve aver passato, altrimenti non si spiega come fece Veltroni a mandarmi la convocazione per la manifestazione dell'anno scorso. Riepilogando: mi chiedono soldi e mi prendono i dati, con i quali mi manderanno poi le comunicazioni che riterranno utili, però non mi fanno il cartoncino, perché altrimenti sarebbero ancora un Partito Novecento: e invece sono nel Duemila, il millennio in cui dire “abbiamo una mailing list di millantamila nominativi” suona meglio di “abbiamo millantamila tesserati”.

La cosa curiosa è che io, quel cartoncino, lo prenderei. E che diamine, in fondo è solo un cartoncino. In tasca ne ho già una dozzina, di cui uno per gli sconti sul kebab, pensate davvero che sia un problema mettermi quello del PD? Magari se me lo mettessi in tasca mi farebbe sentire un po' più responsabile, un po' più militante. Magari potrebbe risultare una motivazione in più per farmi vedere al circolo (“mi sono tesserato e non ci vado mai...”) e per votare. Insomma io non trovo niente di scandaloso se Bersani e i suoi in futuro otterranno di fare primarie solo coi tesserati: significa semplicemente che chi vorrà votare ritirerà il cartoncino, e amen. Le regioni in cui vige il clientelismo non ne guariranno improvvisamente – in compenso le infiltrazioni saranno un po' più difficili. Ma in generale la differenza sarà molto più sottile di quanto non sembriate credere: oltre a prendere i miei dati e i miei soldini mi rifilerete un cartoncino, tutto qui. Sarà più sottile di quello della palestra e magari mi procurerà meno sconti di quello della libreria, ma non per questo mi precipiterà nel Secolo Scorso. E soprattutto la tessera mi darà una possibilità di iterazione fisica ineguagliabile su Internet: la potrò stracciare, in determinati casi, come per esempio quando i miei deputati non si faranno trovare nel momento in cui c'è da respingere lo scudo fiscale. Certo, su Facebook posso coprirvi di tutte le parolacce che voglio, ma la tessera, stracciare la tessera... vuoi mettere la soddisfazione?
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Anche tu costituzionalista!

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Quando ero piccolo ricordo che avevamo la Costituzione: sacra, inviolabile, scritta col sangue dei martiri antifascisti. Nessun dubbio che il nostro testo costituzionale fosse come il campionato: il Più Bello Del Mondo.

Tante cose sono cambiate, e oggi la Costituzione è più simile alla formazione della nazionale: saremmo capaci tutti di scriverla meglio, vero? Dai, suggerisci anche tu la tua riforma costituzionale a capocchia.

Per esempio, questa pagina è un luogo molto interessante, dove si possono trovare proposte politiche concrete – e poi, ogni tanto, qualche riforma costituzionale a caso, di quelle che vanno di moda adesso. Ne prendo due che trovo emblematiche di un certo atteggiamento spensierato nei confronti della nostra carta dei diritti e dei doveri: il Senato Delle Regioni e l'Abolizione del Quorum nei referendum abrogativi.

1) Il Senato delle Regioni
Tutti lo vogliono. È una cosa che fa tanto federale, tanto USA, e poi insomma che senso ha tenersi due camere se nessuna delle due è federale? Ecco quindi trovato un modo per diventare subito più federali: trasformiamo il vecchio e polveroso Senato della Repubblica in una camera all'Americana coi seggi ripartiti su base regionale.
C'è solo un piccolo problema: che da questo punto di vista il Senato della Repubblica è già federale: vedi l'articolo 57, che recita “Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale [...] Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d'Aosta uno. La ripartizione dei seggi tra le Regioni, [...] si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall'ultimo censimento generale”.

Il punto è che di solito i federalisti de noantri non si accontentano che le circoscrizioni ricalchino i confini regionali (del resto che altri confini dovrebbero ricalcare)? No, e a volte lo dicono apertamente: loro vorrebbero una cosa come il Senato degli Stati Uniti: due senatori per Stato, totale cento senatori, e amen. Certo, un bel risparmio. Volendo mantenere il numero di cento, basterebbe assegnare cinque senatori a ogni regione.
Se poi provi a chiederglielo: ma sul serio vuoi assegnare alla Val d'Aosta (centomila abitanti) lo stesso numero di senatori della Lombardia (dieci milioni)?, loro rispondono che no, la Val d'Aosta non conta. Probabilmente non conta neanche il Molise. Però le altre regioni sì: le altre regioni dovrebbero eleggere lo stesso numero di Senatori, perché... perché gli americani fanno così, e guarda che bella democrazia che hanno.

Io ora non voglio entrare nel merito degli Stati Uniti. Se in duecento anni non hanno mai pensato di cambiare le regole per cui un cittadino della California (36 milioni di abitanti) conta al Senato settantadue volte meno di un cittadino del Wyoming (500mila abitanti) saranno anche fatti loro. Ma dev'essere un problema nostro? Chi propone un Senato del genere sta chiedendo agli elettori della Lombardia (10 milioni di abitanti) di contare sedici volte meno degli elettori della Basilicata (600mila abitanti). Undici volte meno degli umbri (900mila abitanti). Quasi la metà dei campani (6 milioni).

Secondo voi il federalismo consiste in questo? Pensavo avesse a che fare con un maggiore decentramento amministrativo. Invece il primo risultato di un “Senato delle Regioni” organizzato in questo modo sarebbe ridurre in maniera drammatica la rappresentanza delle regioni più popolate. Per fare un esempio: in questo momento l'Italia settentrionale (Emilia Romagna inclusa) è rappresentata da 136 seggi su quasi 300 (al netto di senatori a vita e circoscrizione estero). Questo dovrebbe rispecchiare il fatto che in alta Italia vivono quasi la metà degli italiani, 27 milioni circa. Bene, nel vostro “Senato delle Regioni” le 7 regioni del nord (Val d'Aosta esclusa) avrebbero soltanto 28 seggi, passando da “quasi la metà” a “neanche un terzo” dell'Assemblea. Una riforma così autolesionista perché non la lasciamo alla Lega?

Se gli americani hanno una rappresentanza così arbitraria, avranno i loro motivi, in parte dovuti alla forte dialettica tra le metropoli e l'immenso Midwest. Da noi avete mai sentito di un'analoga dialettica? L'Italia non è articolata in piccole regioni super-popolate e grandi distese disabitate. Viceversa, con una riforma del genere alcune zone (non solo del Sud) rischierebbero di diventare i “borghi putridi” dove con pochi voti ci si può guadagnare un seggio altrove costosisssimo. L'unica vera dialettica che ci divide è quella tra Nord e Sud, e da una riforma del genere il Nord avrebbe soltanto qualcosa da perdere. Bisognerebbe spiegarlo agli elettori leghisti – ma no, dobbiamo ancora spiegarcelo tra noi.

(Per inciso, le proposte parlamentari di riforma "in senso federale" del Senato contengono anche cose peggiori: ad esempio, si prevede che i senatori non vengano più eletti dal popolo 'sovrano', ma dai consigli regionali, seguendo l'esempio dell'antica e nobilissima democrazia, er, austriaca. Per dire cosa intendono, i nostri Riformatori della Costituzione, quando parlano di federalismo).

2) L'abolizione del Quorum
(No, ho già perso troppo tempo, ci torno un'altra volta. Solo un'anticipazione: se davvero pensate che si possa abolire il quorum nei referendum abrogativi SIETE DEI PAZZI SCATENATI E DOVETE ESSERE FERMATI SUBITO).
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Quella vecchia 131 Mirafiori

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Abrogare Stanca

Ma così, per curiosità, sapete quanti referendum abrogativi ci sono stati in Italia dal 1997 a oggi? Negli ultimi 12 anni? Ho provato a contarli: ventuno.
O forse venti. In cinque tornate: 1997 (radicali), 1999 (radicali+Segni+Di Pietro), 2000 (radicali), 2003 (comunisti e verdi), 2005 (radicali). E sapete quanti di questi hanno raggiunto il quorum? Secondo me lo sapete.
Esatto, neanche uno.

È da quindici anni che i referendum abrogativi non esprimono nessuna volontà popolare. Da quindici anni si promuovono (con estenuanti raccolte di firme), vengono vagliati dalla Corte Costituzionale, che li boccia o li approva; se li approva il Viminale stampa le schede, apre i seggi (qualche volta deve chiudere anche le scuole) e quando i seggi chiudono finisce tutto lì. Tante schede, seggi, manifesti, spazi pubblicitari, tutti soldi buttati, sì, ma a parlar di soldi sembra di essere venali; parliamo allora un po' della fatica: la fatica di chi raccoglie le firme, le autentica, le vidima, chi apre e richiude i banchetti, gli scrutatori, i bidelli, i poliziotti, i giornalisti, tutte queste piccole energie sprecate, compresa quella che sto usando io per spiegarvi se andrò o no a votare al referendum – cosa importa? Andate, non andateci, non cambierà nulla. Tanto il quorum è fuori discussione.

Il primo referendum abrogativo è stato indetto nel 1974. Da allora, per più di vent'anni, l'istituto ha funzionato, coi suoi alti e bassi. Gli ultimi referendum abrogativi che registrarono chiaramente una qualche volontà popolare furono quelli del 1995. Da lì in poi non sono più serviti a niente. Tecnicamente, perché da un punto di vista mediatico a qualcosa sono serviti: a toglierci la voglia di esercitare la volontà popolare. Sai, dopo dieci anni può capitare che ci si stanchi, di votare a vuoto.

Ciononostante c'è sempre qualcuno che ci prova – sempre gli stessi, per lo più. Pannella, Segni: anche il fronte referendario, come tutti gli altri soggetti politici, è invecchiato. Li vedi ormai pensionati, armeggiare intorno al motore d'accensione della Poderosa Macchina Referendaria (una Fiat del 1974) che non parte più; ma loro continuano a girare la chiavetta, imperterriti. Hai voglia a spiegargli che così il motore si ingolfa: la chiavetta è roba loro, evidentemente è roba loro anche la macchina, se solo partisse. E se non riparte più, peggio per tutti: il loro dovere era quello di girare la chiavetta fino alla fine.

Il referendum abrogativo è un diabolico arnese. Da una parte entra la volontà popolare. Ma può entrare solo con una pressione fortissima: il 50% degli aventi diritto più uno. È abbastanza chiaro che se scomodi la metà degli italiani, quello che salta fuori dovrebbe essere Legge: una di quelle scolpite nel marmo.

In realtà però questo getto fortissimo di Volontà Popolare non può scrivere un testo di legge. Può solo esprimersi in due modi: Sì, o No. Ultimamente è anche peggio di così: il getto di Sì o No non viene usato per abbattere una legge intera, ma soltanto qualche frase qua e là; per modificare un tecnicismo, limare una asperità, cambiare senso a un paragrafo. Riparare un testo di legge con un referendum abrogativo è un po' come rimuovere una carie con un martello pneumatico: per funzionare funziona, ma ha qualche controindicazione.

Una di queste controindicazioni, la più perversa, è l'istituzionalizzazione del Quorum Negativo. Mi riferisco alla rivoluzione copernicana per cui, dal 2000 in poi, il referendum non serve più ad abrogare una legge, ma a consacrarla: secondo il principio per cui, siccome il 50%+1 degli aventi diritto non è andato a votare, evidentemente il testo di legge alla maggioranza va bene così com'è. Uno stravolgimento che ha reso particolarmente spiacevole la consultazione sulla fecondazione assistita del 2005. Se i principali artefici dello stravolgimento furono i vescovi della CEI, che trasformarono il non pronunciamento del popolo in un successo mediatico, non bisogna dimenticare che la volata di Ruini la tirarono i promotori del referendum, che decisero di sfidare Chiesa e maggioranza parlamentare con uno strumento che non funzionava già da dieci anni. Una cosa che a ripensarci non ci si crede: ma chi erano quei promotori? Cosa volevano ottenere? Uno era Capezzone.

Probabilmente anche il prossimo flop referendario verrà utilizzato nello stesso modo; ovvero l'artiglieria televisiva ne approfitterà per suggerire: Vedete? Alla Gente il sistema elettorale piace così com'è, è per questo che non sono andati a votare. E c'è qualcosa di perversamente geniale in questo Non-Voto che diventa ratifica: il trionfo della maggioranza silenziosa. La vecchia Fiat del 1974, semi-abbandonata nel parcheggio dei radicali e dei pattisti di Segni, a ogni tentativo di accensione disperde benzeni nocivi nell'aria. Consoliamoci, cadrà a pezzi prima o poi.

Io, se interessa, non voterò per i primi due quesiti (scheda viola e beige). Trovo demenziale che mi si chieda di scegliere se voglio dare un premio di maggioranza a un partito o a uno schieramento; il risultato sarebbe semplicemente condensare i loghi di PdL e Lega nello stesso bollino una volta ogni cinque anni (vedi su NoiseFromAmerika la spiegazione di uno che comunque voterà sì). Valeva sul serio la pena di raccogliere firme per una cosa del genere? Beh, dipende, Capezzone ha cominciato così e guarda quanta strada ha fatto.

Se avrò voglia e tempo, voterò Sì sulla scheda verde, per abrogare la possibilità di Berlusconi (e Di Pietro, e Vendola) di candidarsi in più circoscrizioni. Ma non mi faccio illusioni: non raggiungeremo il quorum e Berl. ne trarrà la conclusione che la Gente lo vuole candidato dappertutto. Scusate se non riesco a camuffare un certo disilluso risentimento, ma ho veramente perso troppi referendum per crederci ancora. Troppe energie, davvero. Mi chiedo Pannella come faccia. Hascisc, probabilmente.

Dall'archivio:
* Cassandra Connection (referendum '03).
* Democrazia abrogativa (referendum '05).
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Prima della battaglia

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Un discorso di destra

Nei prossimi mesi nel Pd voleranno pugnali. Niente di nuovo ma, vorrei aggiungere, niente di male. È questo che farà del Pd un vero partito: discussioni serrate intorno a idee e candidati, con scontri veri, vincitori e caduti. Non cominciamo a stracciarci le vesti intorno al solito partito litigioso coi soliti D'Alema e Veltroni che litigano. Il problema di Veltroni e D'Alema non era che litigassero; è che non l'abbiano mai fatto fino in fondo. Dai, che potrebbe essere la volta buona.

Il punto è capire su cosa si litiga. Se lo scontro sarà semplicemente per imporre l'apparato dalemiano (diciamo bersaniano, così almeno sembra una cosa nuova) contro quello degli ex veltroniani, ci perderanno entrambi, e il Congresso sarà una cosa deprimente. Attenti, perché anche il dibattito sulla Serracchiani rischia di portarci su quella strada: giovani sì, giovani no, quelli delle primarie contro “i professionisti che fanno il giro delle sezioni”, eccetera.

Se invece lo scontro è tra due o più concezioni della politica e del partito, sarà una cosa appassionante, chiunque vinca alla fine: e una lezione di democrazia per tutti (ok, a nessuno interessano lezioni per ora, ma in futuro non è detto).

Si tratta quindi di capire in cosa consista il dalem... il bersanismo, Bersani a parte. È un'ideologia? Forse per adesso è più facile definire il franceschinismo.

Come chiave di lettura prendo una frase buttata lì da Franceschini in campagna elettorale, che fece molto rumore e divise profondamente lo stesso elettorato pd (perlomeno quella esigua porzione che conosco io). “Fareste educare i vostri figli da Quest'Uomo?” Ci fu chi inorridì, chi la trovò una perfetta provocazione. Ecco, per me in quel momento ci siamo trovati davanti a una quintessenza del franceschinismo. Berlusconi va rigettato in quanto incapace non solo di governare, ma di educare. Gli italiani devono essere educati a riconoscere in Berlusconi una figura diseducativa, e quindi a non votarlo – e magari a scegliere un tipo dimesso ma autorevole come Franceschini, che è ancora un giovane arbusto, ma da come si porta lo capisci che si presta a invecchiare come una quercia alla Berlinguer (un Berlinguer cattolico: l'Arma Finale. Se gli italiani che votano oggi fossero quelli del 1978).

Di fronte a un discorso del genere, il dalem... il bersaniano scrolla la testa: non capirete mai. Ma come, non li conoscete gli italiani? A loro Berlusconi piace così com'è. Cialtrone com'è, e come sono loro. Chi non vorrebbe la megavilla al mare con gelato e gnocca gratis. Faresti educare tuo figlio dall'Ospite di Topolanek? Magari, così mi viene su bello solare e senza complessi. No. Finché si continua a insistere sulla figura di Berlusconi ci si mette dalla parte dei perdenti. Invece noi, noi dalem... democratici, dobbiamo spostare il discorso sui problemi, sui veri problemi del Paese. Eccetera.

Chi ha ragione? Tutti ne hanno un po'. Chi è più a sinistra? Forse non è così importante. Da che parte sto io? Con Franceschini, per ora. No, pensandoci bene sto con Franceschini da una vita. Io nell'importanza delle figure autorevoli ed educative ci ho sempre creduto. Forse perché sono di formazione più cattolica che eurocomunista. Sia come sia, per me in quel momento F. aveva centrato il punto: sappiamo benissimo che Berl. è un punto di riferimento esistenziale per gli italiani. Persino per noi. Una villa, una velina o una squadra di calcio gliela invidiamo tutti con piacere. Ma questo non ci porta a eleggerlo nostro rappresentante, o Presidente del Consiglio dei Ministri. O per lo meno, questo non dovrebbe succedere. Non chiediamo agli italiani nemmeno di essere migliori, ma almeno di non eleggere il rappresentante degli interessi del loro Basso Ventre Collettivo. Un leader, non un capocomico; un diplomatico, non un intrattenitore; un esempio per i giovani, non il vecchietto bavoso. Cosa c'è di male in un discorso del genere.

C'è che forse non è più un discorso di sinistra. Dietro la parola “Autorevole” c'è pur sempre “Autorità”. Il leader che viene preso ad esempio dai giovani, proiezione del Padre, ci riporta a un modello pre-berlusconiano di società che è fondato sulla gerarchia, e che se non è cattolico è fascista addirittura.

D'altro canto educazione ed autorevolezza dei leader erano chiodi fissi anche del vecchio PCI. D'altro canto, ehi, date un'occhiata in giro. La sbornia consumistica è finita: il berlusconismo è un rito edonistico che sopravvive a sé stesso. Lo scontro prossimo venturo sarà tra chi, come Berlusconi, insisterà per considerarci “undicenni neanche tanto intelligenti”, mero bacino di consumo, e chi proverà per primo a proporci qualcosa di nuovo. Prima o poi gli italiani dovranno accantonare le fantasie di lusso sfrenato, rimboccarsi le maniche e combinare qualcosa: cosa, dal momento che nessuno per anni gli ha insegnato nulla? C'è già una certa voglia di autorevolezza in giro. Ce ne sarà sempre di più nei prossimi anni.

È triste che tutta questa voglia debba essere intercettata da un personaggio come Gianfranco Fini. Triste perché Fini, di autorevole, ha solo la facciata messa tempestivamente in piedi da quando si è trovato senza partito di riferimento. Ma dietro c'è sempre la solita banderuola, l'uomo che può cambiare opinione sugli stranieri, sulle guerre coloniali, su Israele, sui grandi statisti del Novecento, a seconda della convenienza del minuto secondo.

A questo punto, se il Pd nel frattempo fosse diventato il partito della serietà, del primato dell'educazione, con candidati autorevoli e credibili, potrebbe sfondare anche a destra. Non al centro, dove ormai non cresce più l'erba, e il gioco è sempre a chi riceve più prontamente i diktat dei vescovi. A destra, dove c'è una certa idea del rispetto per l'autorità, e quindi la necessità di individuare padri autorevoli, e Berlusconi non lo è; La Russa non lo è; Capezzone non lo è; nessuno che negli anni scorsi si sia inchinato al clown di Arcore lo è.

Quello che vorrei estrarre da questi pensieri ad alta voce è che l'esigenza di una leadership autorevole può essere anche un problema “di destra”, ma non è per questo meno necessaria, meno legittima, meno importante. Senz'altro è un mio problema, e mi è piaciuto che Franceschini lo mettesse sul piatto della bilancia. Certo, i problemi della sinistra sono altri. Ma magari ne parliamo un'altra volta, con idee più chiare.
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Cattiva maestra

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Io ero pronto al peggio, come sempre quando si tratta di odontoiatria.
Per dire, una volta mentre trafficava intorno a un premolare, il mio dentista d'allora mi fece ascoltare un album intero di Laura (non Irene), Laura Pausini. Voi l'avete mai ascoltata la Laura per un album intero? È come mangiarsi un'intera busta di gommini alla cocacola, sapete, quelli che vendono alle fiere, però a trent'anni. Hai la sensazione netta di rovinarti per sempre le papille, pensi che non saranno mai più degne di tastare del Brunello, ma in un qualche modo poi ti passa. Quindi, insomma, ero pronto a tutto.

Stavolta però, accomodandomi sulla poltroncina, non orecchiavo alcuna zuccherosa melodia. Mi sembrava invece che qualcuno stesse litigando, forse due assistenti nella sala di fianco? No, le voci erano un po' troppo sguaiate. In sala d'aspetto? Eppure venivo da là, e ci avevo lasciato due vecchine sfoglianti Oggi e Panorama. Che fossero antiche rivali, e avessero aspettato che le lasciassi sole per saltarsi alla gola? Il dentista interruppe le mie indagini chiedendomi quale fosse il problema.

“C'è il molare qui sopra, arcata destra, che fa parecchio male”.
“Ah, è di sopra”.
All'improvviso, come teleguidata da un pensiero, la poltroncina cominciò a ruotare, e la parete coi diplomi che avevo fissato fino a quel momento calò rapida sotto il mio orizzonte. Man mano che il soffitto si rivelava ai miei occhi, le voci del misterioso litigio continuavano ad aumentare d'intensità, finché il mistero non mi fu di colpo svelato.

Fissato al soffitto, a mo' di lampadario, stava un enorme (mi sembrò enorme) televisore al plasma. Sintonizzato su Canale 5. Alle 4 del pomeriggio.

Il gelato del comando
Ecco chi litigava sopra di me: gli Uomini e le Donne di Maria De Filippi si stavano scannando intorno a un tronista. Tutto quello che avevo sempre cercato di non vedere, l'amaro calice televisivo che non avevo mai voluto bere, ora avrei dovuto ingollarlo d'un pezzo, e pagarlo salato. Chiusi gli occhi, cercai di pensare ad altro. Mi concentrai sul rumore del trapano, sul dolore che mordeva i miei nervi, sul mistero della Carie, sullo sfacelo del corpo, sulla vecchiaia e la morte, la mia morte, no fiori ma opere di bene, crematemi – ma nulla riusciva a scacciare quelle voci chiocce e sgraziate dalla mia testa: Passami il gelato, vediamo l'errevuemme, Terry dice che Maicol è un falso, adesso sentiamo cosa dice Maicol.

Ora, mentre cerco di scrivervi cosa penso di Maria De Filippi, quelle voci mi tornano in testa, più fastidiose del mal di denti, e m'impediscono di essere simpatico, ironico e che tu sia maledetta Mariadefilippi, tu e chi ti crede un genio. Intellettuali da caffè che vi si nota di più se la rivalutate – ma l'avete mai vista per una puntata intera, una sua puntata intera di qualsiasi cosa? No, probabilmente a quell'ora state leggendo Heidegger in versione originale. Ma provateci, dai, fatevi legare a una poltrona da dentista, sottoponetevi a questo esperimento, e poi ditemi.

Tutto quello che posso dirvi io è che per quanto si circondi di principianti, la sua professionalità non si nota. Non sa annunciare la pubblicità, che se ci pensate è l'unica cosa che una conduttrice di rumore di fondo pomeridiano dovrebbe saper fare. Questo, e saper creare aspettative nel pubblico – che non è tutta questa fatica, ce la fa persino Dj Francesco, guarda in camera e alza il tono, ma lei no. I casi umani che le arrivano davanti sfilano uno dopo l'altro con lo stesso climax drammatico di una coda in un ambulatorio. Ma voi dite che è un genio, “perché dà alla gente quello che alla gente piace”. Che siate maledetti.
Quando Sabina Gregoretti su segnalazione di Maurizio è venuta a lavorare con me, insisteva nel volermi far conoscere degli autori. 'A cosa servono?', chiedevo. 'Hanno le idee', rispondeva lei. E io: 'Non c'è bisogno'.

Credete che non sappia anch'io cosa piace alla gente? Alla gente piace il popcorn. Fate scoppiare del mais nel suo amido, ci rovesciate sopra più sale possibile, spruzzate un odore sintetico che vi fa salivare, et voilà, avete dato alla gente quello che alla gente piace. Non per questo vengono a darvi le stelle Michelin. Anzi, molti penseranno che state rubando soldi agli adolescenti che non sono in grado di capire cosa è buono davvero e poi si presentano all'età adulta con un fegato sfondato anzitempo.
Lo sanno tutti cosa piace alla gente. Per esempio, su internet vanno molto le tette e i gatti. Ehi, perché mi ostino a scrivere un temino tre volte alla settimana? Non sarei molto più genio se mi limitassi a lincare youporn e lolcatz?

“Eccolo” – mi sembra di sentirli – “il solito elitista snob”. Fottetevi. Anche a me piacciono le tette e il popcorn, finché potevo mangiarne; non per questo ritengo giusto regalare fritti e giornaletti porno ai bambini. E soprattutto non trovo geniale chi lo fa. Trovo odiosa la mancanza di scrupoli di chi specula sui sogni imbecilli dei preadolescenti, e questo odio è un sentimento istintivo che provo da quando ero preadolescente anch'io, e non sopportavo chi mi prendeva in giro. Chissà poi perché tutti gli istinti dei preadolescenti vanno rispettati e onorati tranne i miei.
“Eccolo, il professorino che pretende che la televisione sia di qualità – e magari educativa”. Già, belle pretese. “E cosa ci metteresti al suo posto, documentari di animali? Superquark?” Ma perché no. “No-o! Tu pensi ancora che la tv debba educare, ma la tv non deve educare!” Che i vostri figli male educati vi strozzino nel sonno.

La tv non è che deve o non deve.
La tv educa, per definizione. Non può fare altrimenti. La tv è verticale, non interattiva: una voce sola che parla a tante orecchie, e non può essere interrotta: vi ricorda qualcosa? Tv = maestro domestico, ficcatevelo in testa. Voi che vi drogate di serie americane, non avete mai fatto caso a quanto siano etiche? A come a ogni azione corrisponda una reazione, a una bugia una rivelazione, alla rivelazione un pentimento? E pensate che i telegiornali stiano lì, e non insegnino a nessuno a identificare i problemi o, meglio ancora, i nemici? Non c'è un solo cartone animato, non un solo spot che non cerchi d'insegnarci qualcosa. Persino Maria? Soprattutto Maria.
Maria è il Dipartimento Scuola Educazione del 2000.
Maria insegna a giovani e vecchi l'arte di vivere al giorno d'oggi; arte che consiste prima di tutto nell'acquattarsi alla corte (di Maria), accettare tutto quello che Maria ti propone o ti ingiunge, ringraziando e umettando, implorando che vi si passi il gelato e tramando dietro gli altri cortigiani. Se obbedite al capo, sorridete ai sottocapi e accoltellate i vostri colleghi alle spalle, Maria vi sarà riconoscente. È tutto chiaro? Forse era meglio prendere appunti.

Quando poi si diventa grandi, e passa la voglia di fare i balletti e cantare le canzoni, magari ci si butta nell'unico campo agonistico accessibile agli adulti, la politica, e che succede? Che si va tutti quanti, giovani e vecchi, ad acclamare presidente di partito a vita un signore che nominerà tutte le cariche di quel partito, tutte, finché campa, e camperà. A quel punto uno si chiede: ma che v'è successo a tutti quanti? La chiamate politica quella? Persino il Partito Nazionale Fascista dei tempi aveva raduni più simili a congressi. Unanimi al 99,9%, tutti in cova sotto il capiente culo del galletto in capo. Ma chi vi ha insegnato a comportarvi così?
I più vecchi non lo so, forse qualche nonnetto gerarca. Ma i più giovani, guardali. Hanno una faccia che dice Maria, Maria, Maria, posso dire una cosa?
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Il veleno è in coda

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Ode avvelenata al segretario

Tutto sommato sono piuttosto contento di avere rispettato, qualche settimana fa, quell'elementare norma di precauzione che mi ha impedito di attaccare il Segretario Franceschini sin dal primo momento. Perché in fondo una possibilità di fare il leader del Pd non va negata a nessuno; anche se il referendum dell'Assemblea Nazionale tra lui e Parisi non aveva esattamente l'aria di un'investitura democratica.

Se poi siete talmente in malafede da immaginarmi in agguato come un cecchino, pronto a colpire il Segretario al primo errore, come se questa fosse tutta la soddisfazione che può prendersi un blog di sinistra nel 2009... beh, sì, più o meno è andata così, ma a questo punto credo sia ora di scendere a valle e ammettere che fin qui un vero errore non c'è stato: Franceschini sta facendo un buon lavoro. Ha il ritmo, tiene gli spazi, riesce a riconoscere gli argomenti giusti (assegni a disoccupati, i famosi 400 milioni per il referendum che Berlusconi potrebbe risparmiare con un tratto di penna, ecc.). Non che faccia niente di trascendentale, ma, come dice Georg, lui almeno respira, e questa è appunto la novità: sta a vedere che per fare il leader del PD non servivano doti di eccezionale comunicatore. Bastava tirarsi su le maniche e cominciare a comunicare qualcosa.

Gli avrà fatto buon gioco una certa modestia, nell'accettare lo scontro quotidiano che oggi si fa nei panini dei tg. Ai tempi in cui Veltroni sembrava l'Arma Finale della comunicazione politica, molti plaudirono la sua decisione di “stare lontano dalla tv”. In effetti poteva trattarsi di un modo per rompere un certo cerimoniale politico-televisivo, abbassare il salotto di Vespa da Terza Camera della Repubblica a semplice rotocalco del centrodestra, eccetera; e nel frattempo rimettersi a fare la famosa politica nelle sezioni e nelle piazze. Ma Veltroni, oltre a star lontano dalla tv, chiudeva le sezioni e stava abbastanza lontano anche dalle piazze; suggerendo la sensazione, tutte le sere che qualcuno parlava e lui taceva, di essere rintanato da qualche parte a scavare un nuovo spazio per la politica nella quarta dimensione, uno spazio che alla fine, se mai si è aperto, si è richiuso immediatamente su di lui.

Franceschini da Vespa ci andrà (se non ci è già stato – scusatemi, non seguo Vespa). Ha l'umiltà di riconoscere che una guerra è stata persa, e che ora si deve combattere in territorio ostile, non più in piazza ma in tv. Umiltà è la parola, e una volta tirata fuori è difficile non usarla per marchiare i post-democristiani rispetto ai post-comunisti: i secondi sempre un po' troppo sicuri di una vittoria finale, o almeno di un qualche diritto storico all'alternanza al potere, per cui sarebbe bastato piantare una bandierina nel proprio zoccolo duro, ogni settembre stringere qualche mano ai piadinari della Festa dell'Unità, e prima o poi le porte di Palazzo Chigi si sarebbero schiuse di fronte a una necessità storica; i primi molto più rassegnati alla fatica di doversi far perdonare un passato e convincere il prossimo di avere un futuro; senza grandi carismi apparenti, ma gran passatori, che spuntano solo alla distanza: Prodi, Bindi, e adesso Franceschini. Che potrebbe diventare, si parva licet, il Giovanni XXIII del PD: un tale messo lì per prendere tempo, che quatto quatto ne approfitta per stravolgere tutto il palazzo (e salvarlo). Che bella storia.

Ma probabilmente è solo una storia. C'è qualcosa di curioso nella benevolenza che riesco a sentire intorno a Franceschini quando lo vedo in tv, nell'aria intontita dei portavoce PdL che quando si trattava di replicare a Veltroni scattavano, e adesso han l'aria di pugili suonati. Un grande comunicatore non s'improvvisa, e Franceschini fino a un mese fa non lo era. Forse il segretario riesce a bucare il video quasi tutte le sere perché in rai e a mediaset glielo lasciano fare; a Berlusconi in fondo dovrebbe fare abbastanza comodo un segretario paziente e volenteroso, che si accontenti del suo 20% (e che canti vittoria se riporta un 25%) e nel frattempo procrastini a data da destinarsi la ricerca di un candidato carismatico e competitivo.

Ma questa è una paranoia mia. Se Franceschini proseguirà così, mettendo insieme un po' di idee di sinistra con un po' di pragmatica umiltà postdemocristiana, andrà a finire che ce lo teniamo.
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The Marching Morons

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Le imprese dell'Onorevole Bambo, 1

Nei corridoi di un Parlamento di un Paese imprecisato, un giorno qualsiasi del 2018:

Toc, toc.
“Non ci sono”. (vvvvvvvroooooooooom)
“Onorevole Bambo, siamo i giornalisti, sa, per l'intervista”.
“Tornate domani, oggi non ci sono”. (vvvvvvvvvvrooooooom)
“Onorevole Bambo, suvvia, è chiaro che lei c'è”.
“Maledizione, da cosa lo avete capito? Comunque sono molto impegnato”.
“Onorevole Bambo, da questa parte della sua porta a vetri si sente distintamente il rumore di... questo è Super-Mario-Car, o sbaglio?”
“Sbaglio! I soliti giornalisti disinformati! Questo è Mario Kart DS!”
“Va bene, onorevole, quindi lei in sostanza sta giocando col nintendo”.
“Certo che ci gioco, è mio!”
“Sì, onorevole, ma questo dimostra che lei non è poi così impegnato”.
“Ma in realtà giusto adesso sta per cominciare una riunione importante”.
“No, lei non ha nessuna riunione importante”.
“Lo saprò ben io”.
“Abbiamo chiesto alla sua segretaria di fissare un giorno senza impegni. Per sicurezza”.
“Ah sì?”
“Lei ci ha detto di venire un pomeriggio qualsiasi, che lei non ha mai impegni dopo mezzogiorno, e di solito a quest'ora è qui a giocare col nintendo”.
“Quella stronza. Va bene, entrate. Si può sapere cosa c'è?”
“Onorevole, noi siamo i primi, ma nel giro di una settimana qua fuori ci sarà la fila. Lei sta per diventare una celebrità tra i deputati, non sappiamo se se ne rende conto”.
“Bene, finalmente le capacità vengono apprezzate”.
“In realtà si tratta semplicemente del suo progetto di legge”.
“Il mio che?”
“Il progetto di legge firmato da lei. Non si ricorda di averne firmato uno?”
“Ma sa, io firmo tante cose... ehi, sentite, chi è che vuole sfidarmi a Mario Kart? Io sono imbattibile!”
“Magari dopo. Onorevole, insomma, la proposta Bambo sulla motorizzazione giovanile...”
“Aaah, forse ho capito, quella cosa di John... ma dovevate dirmelo subito che era per quello, no?”
“Ecco onorevole, giustappunto. Molti di noi hanno trovato curioso che in calce a una proposta di legge sulla motorizzazione, accanto al suo nome, Giampiero Bambo, si trovasse quello dell'amministratore delegato della Fiat, John Elkann”.
“Io non ci trovo niente di male. John è un figo”.
“Sì, però, onorevole...”
“Lui, se lo sfido a Mario Kart, non fa finta di niente. A volte vince perfino. Cioè, in realtà sono io che lo faccio vincere. A voi lo posso dire, tanto siete giornalisti, mica lo andate a dire a nessuno”.
“Onorevole, non c'è nulla di male nell'avere un amministratore delegato della Fiat per compagno di giochi”.
“Ecco, volevo ben dire”.
“Il punto è che non si riesce a capire perché abbia firmato una proposta di legge”.
“Perché scusate, se la firmo io non la poteva firmare lui?”
“No”.
“E perché no?”
“Perché non è un deputato”.
“Ah no?”
“No. Lei è un deputato. È stato eletto dal... dal popolo italiano”.
“Figo!”
“E quindi adesso ha il diritto, la prerogativa... di presentare proposte di legge in parlamento”.
“Ah sì?”
“Sì, lei sì, e infatti in questo caso lo ha fatto. Ma John Elkann no, lui non può”.
“Ho capito. Lui non può perché anche se è un figo nessuno lo ha eletto”.
“Precisamente”.
“Del resto, coi riflessi lenti che ha... meglio così”.
“E quindi, onorevole Bamba, ci aiuti a risolvere questo mistero: perché c'è il nome di John Elkann in calce a una proposta di legge firmata da lei?”
“Uffa, certo che voi giornalisti siete veramente pesanti, eh...”
“C'è anche chi dice, onorevole, che la legge in effetti gliela abbia scritta John Elkann, e che abbia aggiunto il suo nome in fondo per sbaglio. Un lapsus, ha presente i lapsus?”
“Come no, è il fratello di John”.
“Lei poi avrebbe dovuto cancellare il nome di John e sostituirlo col suo, on. Giampiero Bambo... ma non lo ha fatto”.
“E perché?”
“Veramente è quello che le stavamo chiedendo noi, perché? Ci voleva così tanto a togliere il nome da un documento?”
“Ma io non capisco perché avrei dovuto togliere il suo nome, dopo tutta la fatica che ha fatto, poverino”.
“Quindi ammette che la proposta di legge l'ha scritta lui”.
“Lui o uno dei suoi amici coi capelli grigi, va sempre in giro con un mucchio di gente che scrive le cose... ma scusi, che male c'è se un mio amico mi scrive una proposta di legge? Non l'ho mica pagato, eh? L'ha fatto nel suo tempo libero”.
“Onorevole, non è una questione di tempo libero. Lei dovrebbe capire che si tratta di democrazia. Lei è un parlamentare, scrivere le leggi è una sua prerogativa. Non può farle scrivere agli industriali”.
“Ma insomma, se loro insistono che male c'è?”
“C'è un conflitto di interessi, capisce? Si ricorda di cosa parla la legge?”
“Certo! È una legge... ehm....”
“Si concentri”.
“Un aiutino?”
“Onorevole, insomma...”
“Sulla pedofilia! Ecco! Una legge per la pedofilia!”
“?”
“No, in realtà volevo dire, una legge contro la pedofilia. Voi sapete di cosa si tratta, no? Insomma ve lo devo spiegare?”
“No, onorevole, no”.
“Ci sono queste persone cattive nei giardinetti che stuprano i bambini, è questo. La legge parla di questo”.
“Onorevole, ma l'ha letta?”
“Fosse per me li castrerei tutti, eh”.
“Risponda”.
“Massì che l'ho letta, sì! Mi ricordo ancora il titolo”.
“Cosa c'era scritto nel titolo?”
“Ahem... Pedo-legge”.
“Pedo-legge?”
“Sì, era il titolo della legge: Pedo-legge. Oppure era il titolo del file, non mi ricordo, qualcosa del tipo Pedolegge Punto Doc. E voi state a farmi le pulci per una legge contro i pedofili, ma vi rendete conto?”
“Onorevole, la legge non si chiama così”.
“Certo che si chiama così. Adesso mi aspetto delle scuse. Altrimenti comincerò a pensare che voi stiate difendendo i pedofili”.
“Onorevole, senta, la legge non parla di pedofili. La legge estende la validità delle patenti di guida A e B ai minori a partire dai 15 anni”.
“Che è una figata! Magari ci avessi ancora 15 anni, mi prenderei una Ducati Monster e... vrroooooooooom”.
“E inoltre rende obbligatorio l'acquisto e l'immatricolazione di un automezzo a partire dai 15”.
Vrooooooom, vrooooooooom
“Non solo, ma secondo una certa interpretazione, la legge farebbe divieto ai minori di percorrere strade e marciapiedi senza l'utilizzo del sovramenzionato automezzo... in pratica non potrebbero più uscire di casa senza guidare una moto o un autoveicolo. Lei conferma?”
“Sì. Ma è per via dei pedofili”.
“Onorevole, insomma, si può sapere cosa c'entrano questi pedofili...”
“Ma non capite? Devo per forza spiegarvi tutto? I minorenni vanno in giro a piedi, alla fine se camminano vicino la strada si respirano tutti i tubi di scappamento! Non va bene! Allora dicono: passiamo per i giardinetti. Solo che nei giardinetti...”
“Ci sono i pedofili?”
“Per forza! Ma scusate, eh, dove vivete voi? Non la guardate la tv? C'è tutti i giorni questa cosa del pedofilo rumeno che stupra la quindicenne ai giardinetti. Ogni santo giorno. Bisognava fare qualcosa, no? Me lo diceva sempre anche John: perché non facciamo qualcosa? E allora io gli ho detto John, aiutami a fare qualcosa. E lui che è un amico vero mi ha aiutato, e adesso finalmente i negri che stuprano se ne torneranno a casa loro grazie alla pedo-legge Bambo, e si può sapere qual è il problema?”
“Vede, onorevole, per molti anni ci siamo interrogati sull'abbassamento culturale della nostra classe politica”.
“Secondo me state solo coprendo i pedofili perché sono un po' ricchioni come voi”.
“Tante volte, di fronte a un politico che agiva come un idiota, o parlava come un idiota, ci siamo detti: è finita. Non si può scendere più in basso”.
“Più in basso c'è sempre tua mamma, toh! Aha, buona questa”.
“...Ma ci sbagliavamo, appunto. Un politico che agisce o parla da idiota per raccattare i voti è un conto, ma il politico veramente idiota... beh, quella è un'altra cosa. Una cosa che ancora non s'era vista”.
“Bla bla bla, non sapete dire altro”.
“Finché un giorno, all'improvviso, siete arrivati. All'inizio in pochi, poi sempre di più. Gli idioti veri. Quelli senza abbellimenti o fioriture. Un piccolo passo per l'Italia...”
“Se non vuoi giocare a Mario Kart c'ho anche il gioco del calcio”.
“...un grande passo verso la fine della democrazia”.
“Ma insomma, ve ne volete andare? Guardate che chiamo il padrone, eh? Che lui è amico di Putin, lo sapete cosa fa Putin ai giornalisti?”
“Non c'è bisogno, ce ne andiamo da soli”.
“Meno male. Uff, che palle questi ricchioni”.

Questo racconto è opera di una fantasia malata, e non è ispirato da nessuna proposta di legge attualmente in discussione in parlamento. Il coinvolgimento di John Elkann è puramente casuale. Nessun politico italiano è stato ferito durante la realizzazione di questo post.
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La strategia del verme

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A sinistra tira un'aria di ritirata strategica, non so se ci avete fatto caso. Basta leggere sociologi autorevoli come Diamanti, o blogger autorevoli come Trino (su Inkiostro, il blog dell'anno). In mezzo a tutto questo, mi capita di trovare in mezzo al mio antispam questo "comunicato", che probabilmente dovrei cancellare... e invece no, è da una settimana che non so cosa scrivere, ve lo copincollo e vediamo cosa succede.


Partito Resistente Clandestino (nome provvisorio)

Comunicato #1 - Marzo 2009

Amico, compagno, anche semplice conoscente:

Questo comunicato ti è stato inviato da una persona fidata, che ti conosce come persona “di sinistra”. Per favore, non cominciare a obiettare sulla definizione di sinistra, su cosa sia la sinistra per te che non è per tutti quelli un po' diversi da te... lo sappiamo, è una storia lunga. Chi ti ha mandato questo comunicato sa che il partito in cui ti riconosci (ammesso che ti sia mai riconosciuto in qualcosa di così ottocentesco come un partito) non esiste più da due, dieci, venticinque anni; oppure esiste ancora degradato a cifra simbolica con una patetica esistenza extraparlamentare. Se ti riconosci in tutto questo, continua a leggere.

Leggi a fondo e poi, per favore, cancella. Sappiamo che questa è una prassi ormai sconosciuta, che il tuo hard disk per quel che ne sai potrebbe contenere ancora la mail con cui dieci anni fa invitavi per la prima volta fuori la tipa a cui adesso paghi gli alimenti; sappiamo. In realtà è abbastanza difficile che in futuro questo comunicato potrà essere usato contro di te. È una catena come tante; non contiene foto di minorenni, passerà inosservata. Ma la rivoluzione passa anche dal recupero di oggetti desueti, come il Cestino; e di una certa salutare aria di clandestinità che abbiamo smesso da un bel po' di respirare. Certo, ormai su facebook siamo tutti “amici”... no, ma va tutto bene, continua pure a usare fb, a pubblicarti le foto segnaletiche da solo... tutto questo (lo scoprirai in fondo) ha una sua utilità. Cerchiamo però di separare le cose “sociali” da... quelle serie, ok? Perché in fondo quello che ti chiediamo, compagno, è tutto qui: passare alla clandestinità.

Aspetta. Non ti chiediamo di mollare famiglia, lavoro e affetti... anche se magari ne hai una gran voglia, sì, ma non è il nostro caso, ci dispiace. Se l'Italia ti fa schifo e vuoi mollare, molla, cancellaci e fai finta di non averci mai letto, comprati un biglietto d'aereo e fatti trovare ogni tanto alle pizzate di Severgnini. No. Quello che ti proponiamo è di mantenere il tuo lavoro, la tua famiglia, il tuo posto nella società (annesso profilo facebook), ma nel frattempo... di sdoppiarti un po'. Avrai una tua piccola vita segreta. Sì, diventerai un cospiratore. Per il bene della tua nazione. Pensaci.

Non si tratta nemmeno di commettere grossi crimini, per ora. Se ti è già capitato di passare col rosso o dire qualche bugia alla mamma possiedi già tutta l'elasticità morale che ci serve. In effetti, si tratta per lo più di dire bugie. Parecchie. E – cosa un po' più delicata – di continuare a dirle per per mesi o per anni, senza però cominciare a crederci. Grandi uomini del nostro passato non ce l'hanno fatta, tu ci riuscirai? Non lo sappiamo, ma a questo punto comunque non abbiamo molto da perdere.

Compagno. Guardiamoci negli occhi. La sinistra in Italia ha perso la guerra. L'ha persa da anni, ormai: forse da quando il PCI è venuto meno al suo ruolo di partito di massa, oppure forse no, chi lo sa, ma per favore non litighiamo sul passato: è passato. Quello che onestamente potevamo aspettarci da Veltroni era una resa onorevole, che non c'è stata. Dopo vent'anni di lotte, l'impero mediatico di Berlusconi è più saldo che mai, e noi viviamo in una realtà virtuale confezionata tra Cologno Monzese e Saxa Rubra. Tutto questo potrà anche sembrarti un po' esagerato, ma se dai un'occhiata a qualsiasi tg sai che è vero: i nostri incubi di quindici anni fa si sono avverati. È che un incubo, a furia di viverci dentro, comincia a sembrare un po' meno brutto, in fin dei conti persino abitabile, e così... a lungo andare ci siamo accomodati. Ti sei scavato la tua nicchia confortevole, come un vermiciattolo nella mela marcia, è così? Hai foderato la tua tana coi tuoi dischi/libri/film preferiti, non è vero?

Ebbene, compagno, non ti biasimeremo per questo. Anzi! Hai fatto bene! Col tuo gesto apparentemente individualista e snob, ci hai mostrato la via. Comincia a pensare ai tuoi anni zero come se li avessi passati nel tuo bozzolo personale, fabbricato con la tua bava, in attesa che ti si schiudessero le ali! Ora che tutti ormai ti conoscono come un individualista disincantato, uno che non s'interessa di politica da una vita, ecco questo è il momento di passare alla fase B. Di passare in clandestinità. Di infiltrarsi.

Perché è di questo che stiamo parlando, compagno. La rivoluzione ricomincia da qui. Fuori dagli steccatini ridicoli con cui Ferrero o Vendola difendono il loro zero per cento. Fuori dal partito ex di sinistra, liquidato dal democristiano Franceschini. Gente che nei loro bunker tratta ancora sulle condizioni di una resa che nei fatti è già incondizionata. Il futuro è altrove. Nei giovani che nei prossimi anni andranno a votare, e si troveranno a scegliere tra Berlusconi, Lega e Neofascisti. Ebbene, compagno, lì devono trovare noi. Dobbiamo infiltrarci. Entrare nel PdL, nella Lega, nei Fasci. Non è poi così difficile. Dopo un po' potresti persino trovarlo divertente.
Prova a immaginarti, Compagno, mentre vai a informarti in comune: “voglio anch'io entrare in una Ronda, come si fa?” Difficile che si mettano a indagare sul tuo confuso passato di sinistroide, e anche se fosse? Il fatto che hai cambiato idea non è la migliore dimostrazione che stanno vincendo? Compagno, se si tratta di farsi qualche giro di notte nei quartieri, tu sei in grado di farcela come chiunque altro. E se anche solo venti grammi del tuo cervello funzionano ancora bene, nella Lega dovresti far carriera.

E se la Lega al tuo paese non c'è, ci saranno bene i fascisti, no? Quelli sono un po' più impegnativi, perché hanno questa fissa coi libri da leggere... Pound, i futuristi... ma parliamoci chiaro, in due serate su wikipedia dovresti essere in grado di sostenere una conversazione sui massimi sistemi. Tutto quello che devi dimostrare è di essere un tipo quadrato e pieno di voglia di fare. Non devi per forza scalare i vertici: cerca di infilarti nel reparto Reclutamento. Fatti trovare sempre dove arrivano i ragazzini. Coi trentenni è già impossibile ragionare.

E una volta che sarai lì... simula certezze, semina dubbi. Pensi che sarà difficile? Non sarà difficile. Tanti quadri del grande Pci sono usciti dalla Gioventù universitaria fascista. Basta una mela marcia a rovinare un raccolto: comincia a pensare a te stesso come a quella mela marcia.
Tutto chiaro? Ora cancella, e aspetta istruzioni. Chi ti ha contattato si farà vivo. Se ti accorgi che è un po' cambiato, che sta frequentando gente impresentabile, che gira di notte con una camicia buffa e saluta alzando la mano... non preoccuparti.
Sta andando tutto bene.

Per il Partito Resistente Clandestino - Nome Provvisorio
Il Segretario "Vero Eretico"
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Il leader del 21 febbraio

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E così la giornata di oggi ci ha mostrato senza ombra di dubbio chi è in questo momento il leader della sinistra. Il signor Englaro.
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Lo Stato del Paradosso

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Mani rosse sugli Abruzzi

Insomma, qui ormai siamo nello Stato del Paradosso. Cerco di spiegarmi.
Stamattina mi sono svegliato con una Realtà molto chiara: Berlusconi ha vinto in Abruzzo. Anche la Spiegazione della realtà appare piuttosto chiara: B. ha vinto perché il PD non riesce a imporsi come alternativa credibile, perché i suoi amministratori non riescono sempre a mostrare quelle mani pulite a cui i loro potenziali elettori tengono tanto; e così molti di loro non vanno a votare, o votano per il piccolo alleato di nicchia che sta diventando sempre più grande, ma che non avrà mai la forza o l'organizzazione per sostituire il PD come partito di massa. Siete d'accordo che le cose stanno così?

Bene, e quel che leggo su tutti i giornali è che... l'Abruzzo sta per cadere in mano ai comunisti! Mani rosse sull'Abruzzo! Ieri Bari, oggi L'Aquila, domani il mondo, ecc. ecc., ma che, scherziamo? Sul serio vogliono darcela a bere in questo modo?
Va bene, la Rifondazione di Vendola ha preso il 15%. Più o meno quello che una volta prendevano i vari i partitini a sinistra dei DS. E certo, un 15% tutto intero nelle mani di un partito solo fa un po' impressione. Ma da qui a trasformare l'Abruzzo nella nuova regione rossa, beh, ce ne vuole.

Prima di sbrodolare lenzuoli su Vendola, il nuovo Obama italiano ecc. ecc., ricordiamoci una cosa: il vero artefice del suo successo è stato Veltroni, che un anno fa ha inspiegabilmente scelto di scaricare tutti gli alleati esterni del PD... tranne Rifondazione. La cattiva gestione del PD nel catastrofico dopo-elezioni ha fatto il resto. Quello che sta semplicemente succedendo è che tutti gli elettori delusi da Veltroni si sono rovesciati sull'unica alternativa di sinistra che trovano ancora credibile perché rappresentata in Parlamento. Anche se il simbolino può sembrare troppo rosso per qualcuno. Scemenze. Il pericolo rosso non terrorizza più nessuno.
Naturalmente Berlusconi ha buon gioco nel rifiutarsi a ogni dialogo con il PD “finché non avrà chiuso coi comunisti di Vendola”. È il solito giochino del divide et impera che ha sempre funzionato. Né Veltroni sembra in grado di sottrarvisi. E allora?

E allora basta chiacchiere, che non servono a niente: il mio piano è questo. Ora prendo la macchina del tempo, risalgo all'anno scorso, e convinco Veltroni a non allearsi coi comunisti. Con chiunque altro ma non con i comunisti. Per esempio, Di Pietro. Ve lo ricordate Di Pietro? Aveva quel partitino lì di sinistra-destra, giustizialista... in Abruzzo poi aveva anche un certo seguito, mi pare. Secondo me funzionerà, vedrete. Ci vediamo quando torno, bye.
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Meglio tardi che ancora più tardi

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Che senso ha prendersela con Veltroni

26 luglio 2007
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao e complimenti per il blog! Va be', scommetto che te li fanno tutti.
È già da parecchio tempo che ti leggo, in realtà, ma non avevo mai osato scriverti. Oggi però il tuo pezzo su Veltroni mi ha fatto proprio incazzare – scusa, eh, ma si è appena candidato alle primarie e già sembra lanciata la gara a chi lo critica per primo. Una poi si chiede: dove finisce l'onestà intellettuale e dove comincia il semplice snobismo? Ecco, l'ho detto, ora mi sento più leggera.
Io non mi considero una veltroniana di ferro… anzi se vuoi saperlo il tuo pezzo mi ha fatto ridere, ci ho trovato dentro cose assolutamente vere… però mi chiedo: che senso ha prendersela con Veltroni oggi? Secondo me, con tutti i suoi difetti che hai descritto benissimo, resta il leader più carismatico che abbiamo a sinistra. E ne abbiamo davvero bisogno, dopo la depressione a cui ci ha portato Prodi. Ma se cominciamo già oggi a fargli le pulci, aiuto! Certo, l'autocritica è una buona cosa, ma se Veltroni davvero sfiderà Berlusconi avrà bisogno del sostegno di noi tutti. Compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Spero di non averti annoiato, alla prossima.

***

16 aprile 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, non so se ti ricordi di me, sono una che ogni tanto ti scrive. Di solito quando la fai incazzare, come è successo oggi con l'ennesimo tuo pezzo anti-Veltroni – ma davvero pensi che la responsabilità della sconfitta sia tutta sua? Non è che stai semplicemente riversando tutta la tua frustrazione e la tua rabbia sul capro espiatorio più comodo in circolazione?

Io, te l'ho già scritto, non mi considero una veltroniana di ferro. Secondo me durante la campagna elettorale ha fatto molti errori… che poi tutto sommato sono quelli che hai scritto nel post. Però non riesco a capire che senso abbia prendersela con Veltroni oggi. Secondo me è controproducente. Le elezioni erano perse in partenza, ma almeno grazie a lui abbiamo avuto una speranza, e adesso abbiamo un nuovo partito tutto da inventare. Attaccare Veltroni in questo momento significa né più né meno abortire il PD. Che in fondo è proprio quello che desidererebbe Berlusconi, no? Scusa per lo sfogo, alla prossima.

***

24 ottobre 2008
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, indovina un po'. Sono quella che ti scrive e si lamenta ogni volta che scaracchi su Veltroni – no, ogni volta no, del resto lo fai continuamente. E sei anche bravo a farlo, ribadisco. Questa è la cosa che mi fa più rabbia: tanta arguzia e tanto acume, così sprecati. Per di più, ormai tirare a Veltroni è diventato uno sport nazionale. Eppure continuo a chiedermi che senso abbia prendersela con lui, che rimane pur sempre l'unica figura di riferimento di questo povero PD. O tu vedi qualcuno all'orizzonte in grado di prendere il suo posto? Secondo me no, non li vedi neanche tu. Ma allora, ti sembrerò paranoica, ma questa tua fissazione morbosa per gli errori di W. mi sembra che faccia soltanto il gioco di Berlusconi.


***
2 novembre 2009
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, è da un po' che non ti scrivo. Oggi ho letto la tua ennesima bordata contro Veltroni – insomma, basta! Sembra che ti abbia fregato la fidanzata. È vero, il suo intervento al Congresso è stato piatto e deludente – ma non più della media degli interventi, lo hai ammesso anche tu. E allora che senso ha prendersela sempre e solo contro di lui? è davvero colpa sua se in questi mesi non siamo riusciti a trovare candidati più credibili per la Segreteria? Per quanto possa averci deluso, almeno Veltroni è un leader; i suoi avversari no. Un leader oggi deve possedere un volto universalmente conosciuto, e un carisma mediatico: sono doti che non si improvvisano in pochi mesi. Io non mi considero una veltroniana di ferro, ma da qui a desiderare la sua sostituzione col primo sconosciuto di passaggio, beh…

***

2 febbraio 2012
Da: Candy75

A: leonardo.blogspot.com

Ciao, ti ricordi di me? Sono la veltroniana che se la prendeva sempre per i tuoi pezzi… sai, oggi sono ricapitato sul tuo blog e mi sono fatta una ghignata. Certo che Veltroni è stato proprio una catastrofe!

Eppure, scusami, credo che non abbia senso prendersela con lui oggi. È vero, ha sbagliato tutte le frittate che poteva sbagliare, ma appunto, ormai le frittate sono fatte. Avremmo dovuto mandarlo a casa subito, nel 2008, e poi aprire subito un dibattito serio. Invece ci siamo lasciati bloccare da uno stupido timore reverenziale, abbiamo continuato a ripeterci che non vedevamo nessun altro leader finché tutti i potenziali leader non si sono bruciati. Se avessimo avuto più coraggio quattro anni fa, forse avremmo avuto il tempo necessario per far crescere un vero leader, carismatico, competente e tutto il resto. Ma non l'abbiamo fatto. E se non l'abbiamo fatto quattro anni fa, che senso ha anche solo parlarne a tre mesi dalle elezioni? In fondo, non è ancora detta l'ultima parola: Veltroni potrebbe persino vincere. Ma solo col sostegno di tutti - compreso quello dei blog arguti e criticoni come il tuo. Alla prossima. (Continua all'infinito, come gli incubi peggiori).
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Fattore di protezione 50

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Big Mouth strikes again
Se ci riflettete bene, la notizia non è che Berlusconi abbia fatto una gaffe internazionale. Ma voi ve la ricordate, l'incredibile stagione 2002/03?

Vi aiuto io. Ottobre 2002: Berlusconi comincia a scherzare sulle infedeltà della moglie di fronte a un perplesso premier danese, a cui spiega: “you don't know the history, I explain you later”. Luglio 2003: Berlusconi inaugura il semestre europeo offrendo a un eurodeputato tedesco un ruolo da kapò in un film in lavorazione. Mentre in Germania si parla di boicottare le località turistiche italiane, e Schroeder pretende scuse ufficiali, Berl. si scusa spiegando che da noi lo sterminio degli ebrei è classica materia da barzellette: come dire, se ho sbagliato non è colpa mia, ma di tutti e 58 i milioni. No, ma sul serio, grazie, Presidente. Nel settembre dello stesso anno esce un'intervista allo Spectator in cui elogia Mussolini, che mandava gli antifascisti a prendere il sole a Ventotene. Siete ancora sicuri che la notizia sia che Berlusconi ha fatto una gaffe?

Secondo me la notizia è che da un bel po' aveva smesso di farne. Perché sì, tirar giù un leggio durante un'orazione a Bush non è esattamente come fare le corna in una foto ufficiale dei premier europei. Sul serio, stavo quasi pensando di scriverci un pezzo su, uno di questi giorni: cos'è successo al più grande gaffeur europeo più o meno da Carlo Magno in poi? Ha imparato un minimo di savoir faire o è semplicemente stanco? E devo ammettere che in quanto blog un po' mi mancavano, le sue uscite pazzerelle. Uno rischia di concentrarsi sulle perle di Veltroni, e poi ti danno del disfattista. Ma allo stesso tempo ero sinceramente contento che non ne facesse più, perché il pezzo-satirico-sulla-gaffe-di-Berlusconi è davvero una che ormai hanno imparato a fare tutti e non diverte più nessuno. E invece guarda qui. Ha detto che Obama è abbronzato.
E adesso che si fa?
Si prende sul serio?

Ai bei tempi del '02/03, il ritmo delle gaffes presidenziali era così serrato che persino i meno dietrologi stavano cominciando a subodorare un complotto: come se a Berlusconi non scappassero, come se lui le sparasse deliberatamente. È il sistema più a buon mercato per restare sulla bocca di tutti per un paio di settimane, magari distogliendo l'attenzione da qualche altra questione più spinosa. Da questo punto di vista la gaffe berlusconiana è davvero un tranello insidioso, perché come fai a resistere? Ha dato dell'abbronzato a Obama. Puoi davvero far finta di niente? No, devi replicare. Però è impossibile replicare seriamente a una scemenza così. Alzare il tono è inevitabile. Lui ha detto una battuta da asilo (“mamma, il signore è abbronzato?”), e a Franceschini tocca dargli del razzista. Commettendo un prevedibile autogol, perché Berlusconi non è un razzista. O comunque non lo è per aver detto che Obama è abbronzato. Al massimo è un pessimo battutista, un gaffeur, ma il razzismo è un'altra cosa.

Per inciso, io quella battuta ogni tanto la faccio. È il privilegio di lavorare coi bambini; anche la più decrepita barzelletta ritrova un pubblico. In particolare, l'equivoco carnagione-abbronzatura è intrinsecamente divertente, almeno fino ai 12 anni. Se il bimbo nero è in classe, può servire a sdrammatizzare il problema, che esiste. Il problema è: un bimbo nero in una classe bianca spicca, come un chicco di caffè in una zuccherriera. Possiamo raccontarci che è uguale agli altri, ma l'occhio ti racconta un'altra cosa. Un nero è diverso da un bianco, il bambino lo sa e non vuole essere considerato razzista per questo. È una delle grandi evidenze della vita, sulle quali è opportuno scherzare. Alzare uno steccatino politically correct su un certo tipo di battute non servirebbe a niente.

Allo stesso modo, cosa significa che “non dovrei notare” che Obama è un nero, come ha scritto Facci ieri? Che razza di ipocrita devo diventare per non notare che il colore della sua pelle è tanto diverso dal mio? Obama appartiene a una minoranza di persone col colore della pelle sensibilmente più scuro di quello della maggioranza degli statunitensi e dei cittadini del mondo: la cosa è di un'evidenza palese e quindi ci si può anche raccontare una barzelletta su. E se la barzelletta è vecchia, criticheremo il comico perché la barzelletta è vecchia. Ma il razzismo è un'altra cosa. Comincia quando si associano a determinate caratteristiche fisiche degli stereotipi culturali e un'inferiorità morale. Berlusconi non ha detto che Obama è appena sceso dagli alberi, o che ha il ritmo nel sangue. Ha detto che è abbronzato. Non fa ridere. Questa è l'unica critica sensata che gli si potrebbe fare: Berlusconi ha la battuta moscia. Tipico dei cumenda con tanti yes-men al seguito. Però anche qui, attenzione. Quanta attenzione è riuscito a calamitare, con queste battute mosce? Ogni volta che ne fa una è come se s'invitasse a tavola in tutte le famiglie, ma guarda chi c'è, lo zio brianzolo che le spara sempre grosse, dai, versa il trebbiano, la sapete l'ultima su Hitler?

E allora, insomma, che si fa? Non ditemi, per favore, che bisogna ignorarlo: perché o ci mettiamo tutti d'accordo (e siamo milioni), oppure ci sarà sempre qualcuno come Franceschini che ci casca. Io ci ho pensato a lungo, sapete. E per quanto mi riguarda, ho stabilito così: ogni volta che Berlusconi ne dirà una delle sue, attirando l'attenzione su una semplice gaffe, io nel mio piccolo cercherò di riportarla su cose più importanti. Cose che magari ha detto lo stesso Berlusconi, prima o dopo la gaffe.

Per esempio, ieri mi risulta che abbia affermato questo:
"Non mi ero accorto che nella Finanziaria sono stati tolti 134 milioni alla scuola privata cattolica. Ammetto una mia colpa: cercheremo di non togliere i finanziamenti alla scuola cattolica: è una libertà per tutti".
Avete capito? Siamo liberi di pagare le tasse per finanziare ai cattolici le suore delle suorine. E stiamo ancora a discutere dell'abbronzatura di Obama?
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The Future's So Bright

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Non è un Paese per Obama

Occorrerebbe essere musoni irriducibili per non essere contenti oggi, semplicemente, a prescindere da chi sia e da cosa farà di qui a due mesi questo Obama: intanto ha vinto, e un anno fa sembrava impossibile. Dico sempre che sarei felice di sbagliarmi: per una volta è davvero così. Sarà un grande presidente? Non è detto. Peraltro, non è nemmeno sicuro che l'America sia ancora la grande nazione di appena otto anni fa. Ma intanto Obama ha vinto. Essere razzisti, oggi, è ancora più cretino di quanto non lo fosse venti ore fa. Non basta questo, per essere contenti?

E questo ci deva bastare. Lasciamo perdere l'Italia, per una volta. Non perché non sia importante – ma oggi non c'entra quasi nulla. Ha ragione Cacciari: è patetico appicicare su Obama il simbolino di questo o quel partito italiano. Per essere più chiari: la vittoria di Obama è una cosa grandissima, ma non avvicina di un giorno solo la fine di Berlusconi e del Berlusconismo. Ha più a che vedere col giorno in cui vedremo Balotelli in nazionale. E col giorno in cui i cinesi di via Paolo Sarpi, se angariati, non chiameranno l'ambasciatore della Repubblica Popolare, ma il loro consigliere comunale eletto da loro – questi sono i regali che ci porta Obama. Per Veltroni, invece, niente. Ma non è neanche colpa sua.

Sì, senza dubbio non è l'Obama italiano. Lo abbiamo già detto: uno è giovane, l'altro no; uno infiamma le folle e l'altro no; uno è l'outsider, l'altro no... ma non è nemmeno questo il punto. Se anche avessimo un Obama italiano, non vincerebbe le elezioni, esattamente come Kobe Bryant trapiantato nell'Udinese non segnerebbe per forza un gol. La politica italiana e quella statunitense sono due sport diversi, con regole diverse. Diverso è persino lo scopo del gioco. Il voto americano è un Atto di Fede. Per quattro anni i cittadini americani crederanno in Obama, poi si vedrà. Il voto italiano è un attestato di appartenenza. Essere di sinistra o di destra, per noi è ormai un destino.

Ora ci racconteranno che Obama ha vinto conquistando il centro. È il solito modo di vedere l'America con lenti italiane. In un certo senso è vero, c'è un centro che Obama ha conquistato, ma non è quello a cui punterà Veltroni o il suo successore. Il centro che Obama ha fatto suo è una moltitudine di persone che non sono di sinistra o di destra perché, semplicemente, non hanno quasi mai votato. Ma queste moltitudini, in Italia, non ci sono. E questo non perché la politica italiana sia peggiore di quella americana, come opineranno gli opinionisti del provincialismo inestirpabile. Anzi: paradossalmente l'exploit di Obama in Italia è impensabile proprio perché noi andiamo a votare quasi tutti. Non c'è nessun ventre molle in cui affondare. Le parti sono fatte più o meno dal 1994: metà centro-sinistra, metà centro-destra. L'alternanza non la fanno i cosiddetti indecisi, ma i transfughi, le leggi elettorali in continua evoluzione, le composizioni e scomposizioni di alleanze e cespugli, e infine gli astensionisti (che spesso praticano un astensionismo consapevole e selettivo: rifondaroli delusi da D'Alema nel 2001, berlusconisti mosci nel 2006).

Il fatto che una democrazia iper-partecipata non sia per forza una buona democrazia è di un'evidenza che personalmente mi schianta. Ma è andata così: il dibattito politico si è sovrapposto alle rivalità tra comuni medievali e dinastie signorili; al punto che a vent'anni dalla fine ufficiale di tutte le ideologie ancora non si riesce a discutere di problemi concreti per più di una settimana tra cittadini, anche giovani, senza che tutto precipiti in un'astratta contesa tra Rossi o Neri. Forse è per questo che nella loro infinita saggezza i Padri Costituenti accollarono alla comunità le spese di gestione degli stadi, affinché la plebe potesse ivi menarsi unicamente per futili motivi, lasciando la politica a quelli che avessero tempo e pazienza per preoccuparsene seriamente; eppure non è bastato, anzi forse è stato controproducente: oggi le indicazioni di voto te le danno in curva. Nel frattempo mi è capitato di sentire degnissime persone mormorare: ma perché non facciamo votare soltanto i laureati? Ipotesi discutibile, ma per ora vorrei solo far notare come l'America di Obama stia percorrendo la strada nella direzione inversa. Forse ci troveremo in mezzo. Nel frattempo al candidato nero è bastato riempire qualche green perché intellettuali conservatori cominciassero a intravedere lo spettro delle adunate naziste.

Metafora per metafora, proviamo con l'economia: è come se Obama avesse lanciato un prodotto (la politica) in un mercato emergente, un Paese in cui il 40% dei potenziali clienti ancora non aveva bene idea di cosa fosse. Ma l'Italia è un mercato saturo, dove dal 1948 in poi il 90% degli italiani ha acquistato un partito, e da allora al massimo lo può cambiare ogni venti, dieci, cinque anni: come l'automobile, sì, più si va avanti e più vien voglia di disfarsene alla svelta. Il berlusconismo finirà soltanto quando non riuscirà più ad azzeccare un modello. Non è detto che ci voglia ancora molto: ma non si capisce perché la vittoria di Obama dovrebbe accorciare i tempi. In ogni caso è meglio farci trovare con un buon modello per quel giorno. Perché lo so, sembra impossibile, ma potrebbe anche essere domani.
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Nonnumquam frivolus amentique similis

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Nemmeno della sua stessa imbecillità volle tacere, affermando in alcuni brevi discorsi di averla simulata di proposito, durante l'impero di Caligola, per sopravvivere e raggiungere la sua presente condizione. Ma non convinse nessuno... (Svetonio, Le vite dei dodici Cesari)

C'è solo un Francesco

No, alla fine a Roma non sono venuto. Il sabato lavoro; e non era il caso di prendersi ferie, con l'aria che tira, e con lo sciopero di giovedì.

Così, quando credevo fosse giunta l'ora, ho acceso la tv, ma sul Tre era troppo presto per Veltroni. Invece sul Due c'era Dj Francesco che presentava un programma musicale contro la camorra.
Su Dj Francesco naturalmente si possono scrivere cose orribili, ma io oggi non voglio farlo. Voglio soltanto chiedervi: che effetto vi fa, nella stessa frase, “Dj Francesco” e “contro la camorra”? A me dà una vertigine particolare, di cui si parlerà più tardi.

Mentre DjF faceva del suo meglio, ho dato un'occhiata al mio sito (questo), dove timidamente stava nascendo un dibattito su Cossiga. La domanda, la solita: ci è o ci fa? Per me – l'ho scritto – si tratta di un vecchietto che sbaglia i dosaggi e straparla. Altri non sono d'accordo: per Non ne so abbastanza (che comunque ne sa a pacchi) Cossiga è sempre stato lucido, e le sue straparole costituiscono un messaggio meditato. Anche questo è possibile: di certo è quello che Cossiga vorrebbe farci credere.

Io resto scettico. Non sono un cossigologo, ma il personaggio un po' mi ha sempre affascinato. Talvolta l'ho trovato simile a uno dei più ambigui imperatori romani: Claudio. Se i misteri italiani vi snervano, provate a pensare che su Claudio gli storici si dibattono da secoli, e la domanda è la stessa: c'era o ci faceva? Prima che fosse acclamato imperatore, egli era disprezzato da tutti i famigliari: perché? Aveva qualche malformità, un handicap che gli storici non hanno voluto tramandare? Pare che sbavasse molto, e qualcuno ha ipotizzato una polio, o qualche forma di paresi infantile. Comunque, mentre il nipote Caligola dava l'aria di essere un pazzo geniale, Claudio passava per un mediocre deficiente. E in questo modo sopravvisse a tutte le purghe e congiure, dedicandosi ad astrusi studi di Storia.

Però quando i pretoriani ammazzarono Caligola, trovarono Claudio nascosto dietro una tenda, e lo acclamarono imperatore. Da qui la leggenda di Claudio che si finge stupido per ottenere il potere. Ora, senz'altro l'uomo non era l'imbecille che tutti fino a quel momento avevano creduto. Fu persino un discreto imperatore. Ma probabilmente non era nemmeno così furbo come avrebbe voluto far credere: lo provano le disavventure con le due ultime mogli, Messalina che lo tradiva in pubblico e Agrippina, che lo avvelenò. Insomma: genio o idiota? La risposta è probabilmente nel mezzo.
Ma se invece fosse alle estremità? Dopo aver passato i primi cinquant'anni della sua vita a fingersi idiota, Claudio impiegò i successivi quattordici a fingersi un abile politico e stratega. Ecco, credo che Cossiga si trovi in una situazione in qualche modo simile: un mediocre appassionato di Storia che la Storia ha sballottato, premiandolo ben oltre i suoi meriti, ma anche condannandolo in eterno a sembrare più stupido (o più intelligente) di quanto non sia mai effettivamente stato.

Nel suo caso il discrimine non è stato tanto l'arrivo al Quirinale (nei primi cinque anni fu un Presidente assolutamente mediocre, rispettoso dell'etichetta ai limiti dell'immobilità), quanto il fatidico 1989. Le famose “picconate alle istituzioni” cominciano qualche mese dopo. Si tratta di dichiarazioni immaginose e spesso volgari (per l'epoca: Cossiga è stato uno dei principali svecchiatori del linguaggio politico italiano: prima di lui si parlava per “convergenze parallele”, adesso si dice serenamente “papocchio” e “inciucio”). Con le picconate il Presidente, non ancora Emerito, si conquistava la prima pagina dei giornali, dando l'impressione di cercare un consenso popolare al di fuori dal bacino del suo vecchio e rinnegato partito. Sin dall'inizio, l'opinione pubblica si divise in imbecillisti e intelligentisti... In realtà questi termini non furono mai usati, infatti me li sto inventando in questo momento, ma capiamoci: a chi diceva: “è diventato matto” si contrapponevano già allora i subodoratori di chissà quali astuzie e complotti.

In realtà le sue picconate non ebbero esiti pratici paragonabili alle inchieste del pool di Milano; che le istituzioni fossero in crisi ce ne saremmo accorti anche senza le sue esternazioni: e se il fine ultimo era conquistare un bacino elettorale e imbastire un carriera politica post-quirinale, Cossiga lo fallì miseramente, dando vita a effimeri partitini sotto il due per cento. Insomma, la tesi intelligentista non regge alla prova dei fatti. Viceversa, la tesi imbecillista trova qualche riscontro persino in dichiarazioni dell'interessato, che non ha mai negato di avere attraversato periodi di depressione, durante e dopo il Quirinale. E durante le depressioni si può anche straparlare, specie se resti solo davanti ai microfoni. Poi magari ti passa, e cerchi di dimostrare che non hai perso la ragione, e che tutto quello che dici aveva un senso, che insomma, tu sei più intelligente di quello che sembravi. Ma non c'è nessun complotto a questo livello. C'è solo il tentativo – legittimo – di salvare la faccia. Negli ultimi vent'anni Cossiga ha alternato periodi di relativo silenzio a dichiarazioni molto forti – si è persino auto-accusato di avere ucciso Moro, perché? Qual era il messaggio in codice? Posso sbagliarmi, ma il messaggio che ho decrittato io è: “Ascoltatemi. Ho bisogno di attenzione. So molte cose e non sono pazzo”. No, non lo è. Magari è una forma lieve di mitomania, tutto qui.

Cossiga è stato un sobrio servitore dello Stato, di ferrea osservanza atlantica, fino al 1989. Poi ha cominciato a dire molte sciocchezze ai giornalisti. Proprio nell'anno in cui l'Alleanza Atlantica ha perso il suo nemico naturale, il Patto di Varsavia. Non credo sia una coincidenza. Per dirla brutalmente: fino al 1989 Cossiga era un uomo degli americani. Dal 1989 in poi gli americani se ne sono disinteressati, cominciando a flirtare con polacchi e ungheresi. Il suo dramma è quello di tutti noi italiani, che fino al 1989 abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, credendoci simpatici e geniali; e invece no, eravamo semplicemente sponsorizzati dagli USA per motivi geopolitici. Quando il Muro è caduto, la pacchia è finita, e Cossiga si è messo a straparlare per occultare il fatto che non aveva più niente d'interessante da tacere. Quelli che fino a pochi mesi prima erano segreti di Stato (Gladio), Cossiga li ha immediatamente svenduti come argomenti da polemichetta sui giornali, sinceramente stupito e addolorato che ci fossero ancora persone talmente dabbene da prenderlo sul serio, e magari votarne l'impeachment.

Questo non significa che le sue uscite non siano interessanti. Ripeto, l'ultima è stata illuminante. Non escludo nemmeno che possa avere avuto un effetto sul brusco retro-front di Berlusconi sulla polizia nelle scuole. Ma che Cossiga abbia mirato consapevolmente a questo, beh, mi pare forte. Insomma, quante sciocchezze deve dire il vecchietto, prima che gli intelligentisti si rendano conto che sta semplicemente esprimendo un bisogno d'attenzione?

Io credo che dietro all'intelligentismo ci sia un altro problema. Cossiga fa parte, nel bene e nel male, del mondo della nostra infanzia. Lui vegliava su di lui, con metodi discutibilissimi. Ma vegliava su di noi: ci faceva sentire importanti. Non era il grande vecchio, decisamente no. Più simile a una pedina piazzata su una casella strategica. Da giovani fantasticavamo su cosa sarebbe successo nel momento in cui ci saremmo liberati di lui e di tutti quelli come lui. Ma sembrava una prospettiva impossibile. Fantascienza.

E poi un giorno, puf! Lui e i suoi amici hanno davvero smesso di essere importanti. Sarebbe bastato un colpo d'aria per mandarli via. Avremmo potuto prenderne il posto, ma non eravamo preparati. Nessuno ci aveva preparati. La sola idea di fare senza di loro ci dava la vertigine. E così ce li siamo tenuti. Continuiamo a trovarli molto intelligenti, anche se ormai sragionano visibilmente. Continuiamo a odiarli e a ritenerli complici di chissà quali complotti, perché qualsiasi complotto è meglio del Caos. Proprio non ce la facciamo, a sbarazzarci dei vecchietti. E nel frattempo stiamo invecchiando anche noi.

Finché un giorno non cominci a sentire troppa puzza di muffa e ti rendi conto che sarebbe ora di aprire le finestre, affidare l'Italia ai giovani, e cioè... a Dj Francesco. E la sola idea ti dà i brividi. Dj Francesco contro la camorra. No, non ce la faccio, non riesco a crederci, non posso. Rimettiamoci a parlare di Cossiga, subito. Cosa starà complottando? Qualcosa di molto subdolo, spero. Qualunque cosa.
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Communication breakdown, it's always the same

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Il falso e vero verde

Ieri è partita YouDem, una tv che non guarderò perché non ho il decoder, e se lo avessi guarderei cose più interessanti e possibilmente non immerse in un verde fosforescente. Naturalmente io non sono un esperto di comunicazione, eh: però nello spezzone che è stato consegnato ai TG, Veltroni e Riotta apparivano come due marziani che complottano nel sottomarino dei cattivi di Ottobre Rosso (il sottomarino dei buoni invece aveva sfondi azzurri, riposanti, o arancioni, caldi e rassicuranti).

Di fronte a spettacoli come questi, il problema non è più tanto perché, ma chi.
Chi è che ha deciso che quel maledetto colore deve spuntare dappertutto, non solo sullo sfondo, ma persino rifrangersi sulle guance del leader? È per caso lo stesso esperto che immerse tutti i manifesti elettorali in un glorioso verde vomito che trasformava i candidati in alieni? Quanto lo avete pagato? Siete sicuri che Berlusconi non lo stia pagando un po' di più? Perché il lavoro che sta facendo è ottimo, da un certo punto di vista. Sono pronto a scommettere che nei prossimi giorni gli ultimatum di Veltroni-verde-psicadelico, lanciati a Riotta dalla plancia di un sottomarino sovietico, ce li faranno vedere con una certa frequenza anche sui telegiornali in chiaro (ieri s'è visto persino al tg2 delle tredici). Insomma, la strategia comunicativa c'è, ed è brillante, ma è chiaramente anti-PD, e Veltroni non ne è il protagonista, ma la vittima.

Io non sono esperto di comunicazione, lo ripeto. In effetti, non sono esperto di un granché, per esempio non m'intendo molto neanche di calcio. Però se vedo un portiere che afferra il pallone e lo scaglia nella sua rete, una certa idea riesco a farmela. Ecco, Veltroni piazza almeno un autogol a settimana; quando non c'è lui ci pensano Franceschini, o Morando. Posso avanzare il sospetto che qualcosa non vada?
Fingiamo che il Pd non abbia gravi problemi di democrazia interna, di rappresentatività, di organizzazione; resterebbe comunque un enorme problema di comunicazione. Finché lo dico io, coi miei trascorsi estremisti, va be', chissenefrega. Ma a se furia di spalmare l'america su tutto, Veltroni è riuscito anche a stuccare obamiani della prima ora come Bordone (che implora basta America, basta Obama!), il sospetto si rafforza.

Non è che Veltroni non si dia da fare, anzi. Il leader viaggia, rilascia dichiarazioni, cambia linea ogni qualvolta lo ritenga necessario (disorientando magari l'elettore che non ha capito in che modo il Berlusconi-interlocutore-per-le-riforme di tre mesi fa si sia trasformato nel Berlusconi-minaccia-per-la-democrazia). Eppure in un qualche modo sembra slegato dal mondo in cui viviamo: sempre fatalmente in ritardo di quattro o cinque giorni.

La settimana scorsa è scoppiata una grande bolla, ce ne siamo accorti tutti. Persino l'estremista di sinistra ha tremato per i titoli a dieci anni della povera mamma. Persino lo scettico razionalista, di fronte a un paio di bancomat in tilt, ha confessato la sua preoccupazione (quelli un po' meno razionali erano già nel panico da mezza giornata). Nel frattempo Veltroni dov'era, cosa dichiarava? Già da parecchi giorni stava andando avanti con la storia della dittatura soft, dello svuotamento della democrazia. Erano gli stessi giorni in cui temevamo tutti che ci si svuotasse il portafoglio, altro che democrazia; i giorni in cui persino i liberali speravano in un'autorità statale forte, a Bruxelles o a Roma; qualcuno coi nervi saldi. Nel fragore dell'emergenza, quando si parlava di nazionalizzare gli istituti bancari, poteva veramente interessare a qualcuno se Berlusconi fosse democratico o no? Le dichiarazioni di Veltroni hanno continuato a risuonare come un persistente piagnucolìo, che per fortuna andava spegnendosi nel rumore di fondo. I contenuti non erano affatto sbagliati; a essere sbagliata era la tempistica.

A un certo punto nel loft devono essersi accorti che qualcosa non andava. E hanno reagito... nel modo sbagliato. Anche perché si sono trovati con una bomba a orologeria innescata: la Grande Manifestazione. Quella che Veltroni aveva promesso ancora in primavera.
Ora, c'è un motivo abbastanza semplice per cui un partito o un sindacato, quando ha un problema, indice una manifestazione subito e non quattro mesi dopo. Intanto bisogna evitare che qualcuno s'impossessi della lotta al posto tuo, come appunto ha fatto Di Pietro in luglio. E poi bisogna battere sul ferro finché è caldo, non aspettare che la situazione cambi magari a tuo sfavore, ridurre le incognite... chi può dire cosa sarà di noi da qui a cento giorni? Il crack non era previsto dagli analisti finanziari, figuratevi dagli esperti del loft. Che infatti si sono ritrovati con una Grande Manifestazione programmata contro il governo proprio mentre il governo si proponeva difensore dei risparmi degli italiani. Sì, non lo potevano prevedere. Ma è proprio per questo che le manifestazioni non vanno troppo posticipate.

È qui che Morando se ne esce col suo capolavoro: dichiarare al Giornale che la manifestazione del 25 ottobre non sarà antigovernativa, anzi di sostegno al Governo. Un modo sicuro per togliere a qualche migliaio di sostenitori la voglia di perdere un sabato a fine ottobre. Se ne sarà reso conto? Morando non ha perso semplicemente il contatto con la base (se mai ne ha avuto uno) ma la fiducia: è convinto che bastino due o tre scene madri di Berlusconi salvatore dell'economia per infinocchiarci. In realtà l'Italia continua a essere piena di antiberlusconiani, esattamente come in aprile: gente che di manifestare contro questo governo non vede l'ora. Questo vale soprattutto per due categorie, molto importanti per il bacino elettorale del PD, che hanno la sensazione di essere diventati la preda di guerra dei berlusconiani: insegnanti e impiegati statali. La stretta della Gelmini sulle scuole e quella di Brunetta sulle ore di malattia sono colpi bassi, che dopo lo choc iniziale cominciano a risultare dolorosi; basterebbe dar voce a queste lotte per ricominciare a fare opposizione seria. Ma bisognerebbe essere contrari a quello che sta facendo la Gelmini o Brunetta, e temo che Morando e Veltroni non lo siano. E qui il problema smette di essere un problema di comunicazione, e diventa una questione di contenuti, ovvero: il minimo requisito per fare opposizione è avere idee opposte a quelle dominanti. Se non ce le hai, forse è meglio che ti fai da parte. Lapalissiano, vero? eppure non passa mica.
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A Midsummer's Nightmare

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Incubo di una notte di mezza estate

C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano, e dice:

“Buongiorno”.
“Buongiorno, ma... Non posso credere ai miei occhi!”
“Ci creda, pure, giovanotto, ci creda”.
“Lei è... il Presidente della Repubblica”.
“Proprio io, già”.
“E si è messo in fila proprio al mio sportello!”
“Sa com'è, stamattina passavo di qui... e mi sono detto: perché no?”
"Che onore, ma... non sapevo che avesse un conto qui”.
“In effetti, ora che mi ci fa pensare, non ce l'ho”.
“Ah. Vorrebbe aprirne uno?”
“No, grazie per l'interessamento, no!”
“E quindi... è interessato a qualche nostro prodotto? Io sono solo un cassiere, forse è meglio se chiamo il direttore di filiale e...”
“No, non lo disturbi. Lei andrà benissimo per quello che mi serve”.
“Va bene, allora dica. Cosa posso fare per lei?”
“Dunque, la vede questa borsina? Ecco, vorrei che lei aprisse la cassaforte per me, e la riempisse di banconote di piccolo taglio”.
“Ma...”
“Devo avvertirla che sono armato. Un vecchio sten che avevo nascosto in attesa di tempi migliori”.
“È uno scherzo?”
“No, senz'altro no. E non si azzardi a premere quel pulsante, l'ho vista sa?”
“Ma lei... è il Presidente. Voglio dire, non può rapinare le banche”.
“In effetti fino a qualche giorno fa non potevo. Ma un qualche giorno fa è uscito l'ultimo numero della Gazzetta Ufficiale con il Lodo Alfano, l'ha letto? Avvincente. Ecco, in pratica quel lodo mi consente di rapinare tutte le banche che voglio”.
“Ma...”
“Così oggi stavo passando di qui e mi sono detto: perché no? Adesso, giovanotto, può fare quello che le dico? Perché non ho tantissimo tempo”.
“Un attimo! Sento come una voce... un megafono là fuori”.
“Ah, ecco, ci mancava anche questa”.
“Giorgio!”
“Auff”.
“Giorgio, sono Silvio, sono venuto a parlarti”.
“Tutti i giorni questa storia”.
“Giorgio, senti, io posso capire che l'immunità... a una certa età... possa fare un brutto effetto...”
“Il solito cafone”.
“Del resto, guarda, anch'io stamattina ho corrotto un paio di finanzieri... così... giusto per provare quel brivido... l'adrenalina... per cui ti posso capire, Giorgio. Però... insomma, è la dodicesima banca che rapini stamattina”.
“E allora?”
“Il capo della polizia è disperato, non sa più cosa fare. Ho dovuto promettergli che ci pensavo io. Allora senti, questa volta non prendere ostaggi, per favore. Sto entrando nella banca, mi senti? Sto entrando disarmato. Niente armi. Solo me e te. Ci facciamo una chiacchierata tra immuni, ok? Mi senti? Spara un colpo in aria se mi senti”.
Bang.
“Allora entro, eh? Oh, eccoti qua, ciao Giorgio. Senti, perché non....”
Bang. Bang. Bang.
“Ouch! Cos'hai fatto?”
“Ti ho sparato Silvio, sì. Era una cosa che sognavo di fare da anni”.
“...Ma...”
“Mi sono sempre trattenuto, perché sai com'è, le leggi, la rispettabilità, tutti questi lacciuoli piccolo-borghesi... finché un giorno tu non mi hai dato l'immunità”.
“...Io credevo che...”
“Renditi conto. Prima hai lasciato che un ex comunista stalinista salisse al Quirinale, e poi gli hai dato l'immunità. E poi ti lamenti se quello ti spara? Un po' te lo meriti, eh”
“...Muoio”.
“Vedo. Non mi resta che sciogliere le camere. Chissà se poi una volta sciolte le riapro, mah. Devo pensarci bene. Dopotutto il mondo è mio. Uah uah uaaaaaaaargh!”

****

“Aaaaargh!”
“Silvio, che hai? Sei tutto sudato”.
“Ho fatto un sogno... un incubo... c'era Napolitano che entrava in una banca e poi...”
“Come incubo non sembra un granché”.
“Sì, ma poi arrivavo anch'io... e lui mi uccideva... a sangue freddo. Dio! Perché non ci ho pensato prima!”
“A cosa dovevi pensare?”
“Ho lasciato l'immunità... un potere immenso, quasi diabolico... a un comunista! Ora lui può fare quel che vuole, può persino...”
“Ma vedrai che non ci farà niente, è solo un vecchietto un po' suonato”.
“Sarà. Ma non sono tranquillo per niente, Veronica”.
“Veronica a chi?”
“Ah, scusami, già... Anita”.
“Mi prendi in giro”.
“O eri la Bice? O la Chicca? Scusami, ma non mi ricordo più con chi mi sono coricato ieri sera. Eri una nuova, mi pare”.
“Gianfranca. Mi chiamo Gianfranca”.
“Ah, già, Gianfranca. Mi ricordo di te. Così alta e abbronzata, anche se... un attimo. Dove sono i tuoi lunghi e fluenti capelli neri?”
“Me li sono tolti, mi impicciavano”.
“Ma quindi tu non sei...”
“Dentro di te sai benissimo chi sono. Accendi pure il lume, se vuoi”.
“Non ci posso credere! Gianfranco!”
“Proprio io, già”.
“Ma come ho potuto...”
“Silvio, a una certa ora ormai tu sei in grado di abbordare qualsiasi oggetto in movimento e io, modestamente, sono ancora un bel pezzo di oggetto in movimento”.
“Ma cosa hai intenzione di fare? Ricattarmi?”
“Ma no, perché? Il mio piano è molto più banale. Ora che mi sono introdotto con l'inganno a Palazzo Chigi, intendo soffocarti con questo cuscino, come fece Caligola con l'imperatore Tiberio. Perché io alle mie radici ci tengo”.
“Ma ti scopriranno! Hai lasciato impronte praticamente... dappertutto!”
“E allora? Io sono immune, non ricordi? Sei tu che mi hai voluto immune”.
“Ma io credevo che...”
“Lo so, tu credevi che io fossi una mezza calzetta. L'hai sempre creduto. E io te l'ho sempre lasciato credere. È stato un piano minuzioso, messo a punto in vent'anni... e ora...”
“Gianfranco, aspetta! Parliamone! Noi due possiamo ancora fare tante cose insieme!”
“E' troppo tardi, vecchio. Muori”.

****

“Aaaaah!”
“Renato, cos'hai? Un altro incubo?”.
“Sì... questa volte c'era Napolitano che entrava in una banca... e poi Silvio a letto con Gianfranco... una cosa oscena... io...”
“Renato, forse dovresti fare terapia”.
“Eh, forse sì”.
“Voglio dire, un po' di rimorsi li posso anche capire... ma è passato un anno, ormai, da quando li hai strangolati nel sonno tutti e tre”.
“Del resto cosa potevo fare? Non l'ho mica chiesto io di diventare Immune”.
“Ci dovevano pensare bene, prima”.
“Cioè, lo hanno sempre saputo che avevo contatti con la mafia. Dico, bastava leggere Travaglio. Lo hanno sempre saputo, e un giorno mi hanno nominato Immune. Secondo loro cosa sarebbe successo, dopo? Bastava un po' di fantasia”.
“Erano dei minchioni, Renato. Hai fatto bene a sistemarli. Adesso dormi, che domani c'è l'inaugurazione”.
“Del ponte sullo stretto? È già pronto?”
“Non proprio, no. Anche perché ho sentito che hanno un po' ampliato il progetto”.
“In che senso ampliato?”
“Hanno deciso di allungarlo fino a Lampedusa, sarà il ponte più lungo dell'Universo. Domani inaugurano il nuovo cantiere”.
“Aaaaaaarg!”

***

“Aaaaaarg!”
“E adesso che c'è, Presidente?”
“Un incubo orribile! C'era Schifani che... Dio mio, che ho fatto!”
“Che hai fatto, Presidente?”
“Ho firmato il Lodo Alfano! Una legge diabolica, un mostro giuridico che... ci trasformerà in tanti mostri... ma forse faccio ancora in tempo... Clio, ricordami di chiamare la Corte Costituzionale, domani”.
“Ma non sono Clio. Clio è a Stromboli in confino, non ricordi?”
“E tu chi sei?”
“Sono la vergine del venerdì”.
“Del venerdì?”
“Davvero non rammenti? Da quando sei diventato immune, pretendi di giacere ogni notte con una vergine diversa, e al mattino le fai mozzare la testa”.
“Aaaaaaaaarg!”
“Su, non prendertela! Vieni qui che ti racconto una storia. Comincia così. C'è il Presidente Napolitano che entra in una banca con un sacchetto in mano...”

(Continua, all'infinito).
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Gli Anti-anti

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Meglio soli
Nel frattempo, in un deserto lontano lontano, nelle rovine di un palasport, un congresso di uomini vinti ma non domi teneva accesa la fiaccola della democrazia, della libertà, dell'opposizione...

“Compagni... cioè, no, scusate, signori... e signore... in questo momento così difficile per la nazione, dovremmo tenere la testa alta. È vero, dopo la rottura con Di Pietro siamo rimasti soli, ma sapete che vi dico? Meglio soli, meglio soli, che male accompagnati”.
“Giusto!”
“Proprio così!”
“E' l'ora di riscoprire l'orgoglio, se l'abbiamo”.
“L'abbiamo?”
“Certo che l'abbiamo! Finalmente ci siamo disfatti dell'ultimo gruppetto settario! Siamo rimasti un grande partito compatto...”.
“Grande, via”.
“...un medio partito compatto che non cederà più ai ricatti di nessun cespuglio litigioso! Sapete cosa vuol dire? Che ora siamo liberi di dettare l'agenda al Paese! Sì! Proprio noi! È quel che faremo da qui in poi!”
“Giusto!”
“Attireremo l'attenzione di tutti gli italiani sulle vere priorità!”
“Altro che giustizialismo e pompini”
“Che poi sono cose che non interessano a nessuno”.
“Solo ai forcaioli e ai gossipari”.
“Ma infatti”.
“C'è ben altro di cui parlare, come per esempio”.
“Per esempio...”
“Ce l'avevo sulla punta della lingua, accidenti... ah, sì! I diritti civili! No alle impronte sui Rom! Lo dice anche Famiglia Cristiana!”
“Ecco, bravo, mettiti dalla parte di quelli che non hanno il diritto di voto”.
“E allora diamoglielo, no?”
“Sì, ti saluto, forse vinciamo nel Duemilaenovanta”.
“E poi l'espressione diritti civili non mi va. Mi sa un po' troppo di...”
“...di matrimonio ai gay”.
“Per carità!”
“E non ditemi che è una priorità”.
“No, infatti. C'è ben altro all'orizzonte. Per esempio...”
“Per esempio”.
“Le riforme elettorali! Basta con la legge porcata!”
“Giusto! E la nostra proposta in merito è chiara”.
“Altroché se è chiara! Bipresidenzialismo francese!”
“No, guarda che l'ultima volta si era detto modello tedesco”.
“No, no, ti sbagli. Io quella volta ai giornalisti dissi che ci piaceva il francese...
“Tu quella volta ti sei confuso, dannazione!”
“E vabbè, ma ormai è fatta, non posso mica rimangiarmi...”
“Te la rimangi eccome, il modello tedesco ha molte più possibilità di piacere anche al centrodestra”.
“Ma non dovevamo fare l'opposizione?”
“Opposizione, certo. Opposizione che dialoga!”
“Seh, opposizione di lotta e di governo!”
“Sentite, mi sembra di capire che su questo argomento non c'è proprio una posizione unitaria, per cui... perché non parliamo d'altro? Tanto le priorità sono tante”.
“E sono tutte importanti. Per esempio, il carovita”.
“Giusto! Bisogna aumentare i salari!”
“Sì, bravo, così aumenta l'inflazione”.
“E bloccare gli speculatori del petrolio”.
“Ma il petrolio non va su a causa della speculazione, queste sono le balle che racconta Tremonti, e tu ci credi?”
“E' una vergogna che Tremonti dica delle cose più a sinistra di noi”.
“Sono balle. Il petrolio va su perché cresce la domanda e cala l'offerta, economia da terza media superiore. Le balle non sono né di destra né di sinistra”.
“Sentite, mentre vi mettete d'accordo, perché non insistiamo un po' sull'Ambiente?”
“Ahah, l'ambiente”.
“Ma a chi vuoi che interessi, l'ambiente... comunque io sono per il nucleare, ve lo dico subito”.
“Ma che sei scemo? Dieci anni per avviare degli impianti che saranno già vecchi?”
“Dite pure quello che vi pare, ma il nucleare è la migliore alternativa al petrolio e al carbone. Che stanno finendo, se non ve ne siete accorti”.
“Perché, invece l'uranio è infinito?”
“E poi è un'energia pulita!”
“Come no, e le scorie te le mettiamo in giardino”.
“Le scorie sono poche!”
“Per cui il tuo giardino è perfetto!”
“Ma la piantate? Sembrate dei ragazzini... ecco! Ci sono! Il ricambio generazionale! Questa sì che è una priorità!”
“Figata!”
“Allora si uccide il padre?”
“Uccidiamo il padre! Però, aspetta...”
“Che c'è?”
“Prima dobbiamo assicurarci che ci abbia incluso nell'eredità, sennò siamo fottuti”.
“E poi il ricambio generazionale non mi sembra questa gran priorità, se ve lo devo dire. L'Italia è un Paese di vecchi”.
“Ma no, è che su questa cosa non possiamo entrare in competizione con Berlusconi. Noi se c'impegnamo riusciamo sì e no a mandare un cinquantenne decente in segreteria. Lui quando vuole può nominare ministro la prima ex velina che gli fa un p...”
“Alt! Questi sono argomenti da Di Pietro! Alla gente non interessano! Vade retro”.
“E allora? La mafia?”
“No, anche quella ormai è roba da Di Pietro”.
“La corruzione...”
Meglio di no”.
“E quindi?”
“Non lo so. Le cose non stanno andando esattamente come mi aspettavo”.
“Cosa ti aspettavi?”
“Mah... io credevo che quando avessimo finalmente allontanato tutti gli elementi di disturbo... i giustizialisti e i socialisti”.
“E gli ambientalisti”.
“E i meridionalisti”.
“Gli isti in generale...”
“... saremmo rimasti solo noi, un gruppo compatto con le idee molto chiare. E invece...”
“...se ne sono andate anche le idee”.
“Credevo che una volta che ci fossimo chiamati con un solo nome, avremmo avuto una sola linea”.
“Forse il nome non bastava”.
“Questo è scocciante. Insomma, è possibile che non riusciamo a trovare una linea in comune su qualcosa?”
“Ci ho pensato bene, e vi ho osservati mentre discutevamo. Qualcosa in comune in effetti ce l'abbiamo”.
“E cioè? Spara”.
“Non ci piace Di Pietro”.
“Beh...”
“Sì, lo so, è poco, ma almeno è un inizio”.
“E quindi?”
“E quindi adesso si grida a gran voce: no a Di Pietro! No al giustizialismo forcaiolo!”
“No al populismo da piazza!”
“No all'antiberlusconismo!”
“Ecco, ci siamo! Abbiamo un'identità!”
“Finalmente! Anche noi!”
“Sento che nasce! Nasce! Si chiamerà...”
“L'antiantiberlusconismo!”
“Evviva!”
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There's nothing like a catholic girl

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Mangia la metafora

“Aureliana”
“Sì papà”.
“Lo sai che in fondo io sono uno di sinistra”.
“Come no, papà”.
“E quindi te lo devo dire. Con questa storia dei pompini ministeriali vi siete veramente tirati la zappa sui piedi”.
“Ma papà”.
“Come se alla gente interessassero i pompini. Ma non capisci che non gliene frega niente...”
“E io che invece avevo sempre pensato...”
“Sai cosa interessa, invece? La benzina a uno e ottanta al litro, questo interessa! Il pane a quattro euro al chilo! Questi sono problemi! E voi, invece di parlare dei veri problemi, vi attaccate al gossip. Più berlusconiani di Berlusconi”.
“Papà, ma cosa c'entra il gossip? Qui il problema non è mica se Berlusconi si fa fare un pompino”.
“Ecco, infatti”.
“E libero di farsene fare da chi gli pare e a me non interesserebbe niente”.
“E allora?”
“Però se in cambio di un pompino comincia a cedere poltrone ministeriali, diventa uno scandalo, capisci papà? Uno scandalo. Roba che neanche in Sudamerica...”
“Ma che Sudamerica e sudamerica, tra l'altro quelli erano tutti generali un po' repressi che non sapevano godersi la vita, invece Berlusconi è un po' così....”
“Papà, non fare il galletto”.
“Interpreta genialmente un certo tipo di italiano”.
“Il padrone della fabbrichetta che si fa la segretaria. Sì, papà, però la segretaria resta segretaria. Non diventa amministratrice delegata”.
“Povera figlia mia...”
“Oppure sì, diventa amministratrice delegata, e il risultato è che dopo qualche anno la fabbrichetta va allo scatafascio, e questo spiegherebbe qualcosa della crisi del nord-nordest”.
“Così giovane e già così ingenua”.
“Ma insomma, che al governo vengano eletti dei perfetti incapaci, a te non interessa, non vale neanche la pena di protestare?”
“Protestare per cosa? Perché ci sono degli incompetenti al governo? Sai la novità”.
“Non sarà una novità, però magari è una vergogna”.
“Perché, scusa, Bondi alla cultura? Schifani al senato? Maroni agli interni? E Castelli alla giustizia, l'altra volta? Perché non avete fatto un corteo contro Castelli? Te lo dico io...”
“Veramente lo abbiamo fatto”.
“...perché quello che vi dà veramente fastidio non è l'incompetenza, ma il pompino in sé. Siete delle bacchettone. Ma prendi Bondi. Non è un pompinaro anche lui, alla fin fine? Però un pompinaro metaforico”.
“Papà, ma che c-
“Ma se una bella ragazza un bel giorno decide di non accontentarsi della metafora, e di dare alla parola il suo vero e pieno significato, ecco che vi rizzate come un sol uomo, anzi una sola donna, contro la traditrice del vostro sesso. Non è così?”
“Va bene, forse è così”.
“Ti dà più fastidio un pompino reale che un pompino metaforico”.
“Probabilmente sì. Sbaglio?”
“Certo che sbagli. Reali o metaforici, i pompini sono tutti uguali. Anzi...”
“Magari salta fuori che la realtà è meglio della metafora”.
“Beh, sì. Viva la sincerità”.
“Quindi dovrei essere contenta perché finalmente una donna in politica viene premiata per azioni reali e non metaforiche”.
“Sì. Ma senti, cambiando argomento, in casa come va?”
“Stiamo impazzendo. Non sappiamo più dove appoggiare i libri”.
“Ma ne state cercando una più grande, o no?”
“Papà, sì, è da sei mesi che cerchiamo. Ma i prezzi sono quelli che sono. Però forse ho trovato un'occasione, in centro”.
“Un'occasione? Che tipo di occasione?”.
“Attico con ascensore, tre camere vista parco, riscaldamento autonomo, garage...”
“Ehilà, ti stai un po' allargando. A quanto te lo fanno?”
“A me, centocinquantamila...”
“E' molto buono!”
“...senza preservativo e con ingoio, una volta la settimana. Io ho detto che ci penso, ma Gianni non ne vuole sapere. Se vuoi metterci una parola tu... Con questo discorso del reale e del metaforico, magari lo convinci”.
“...”
“Papà, scherzavo”.
“...”
“Papà?”
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La voluttà d'esser fischiati

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A volte ritornano
(E ti invitano ai convegni)


Ma perché poi io dovrei sempre scriver cattiverie su Veltroni? A che pro?
Ieri stavo per scrivere quello che pensavo della sua nuova formidabile iniziativa (una petizione, ehi, Silvio se la starà facendo sotto al pensiero), ma per fortuna mi sono guardato allo specchio e ho visto quello che stavo diventando: un trentenne patetico che sfoga le sue frustrazioni sparando ai pesci nel barile e ai leader del PD. Basta. Non è così che intendo invecchiare. Veltroni avrà fatto i suoi errori, ma anche fatto cose molto buone. Per esempio.
Per esempio.
Ha liquidato i socialisti! Quella sì che è stata una cosa ottima!
Un partito inutile, una cricca autoreferenziale, gli orfani degli anni Ottanta che stiamo scontando – e non parlo soltanto delle tangenti che presero il volo di Hammamet, forse davvero una goccia nel mare – ma tutta quella politica economica che pretendeva di finanziare il benessere sul debito pubblico: si sono giocati il nostro futuro (il presente) e ne vanno ancora fieri? Fanno i convegni? Le scissioni e le riunioni? Da dieci anni non fanno che succhiar voti a tutti i partiti con cui si alleano, finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di dire di no! E se è stato Veltroni, viva Veltroni, sradicatore del più inutile cespuglio politico italiano!

“Ehi, hai sentito l'ultima?”
“Non mi seccare, sto scrivendo un pezzo filoveltroniano”.
“Tu? Filoveltroniano?”
“Sì, basta con questo livore per partito preso, che poi va a finire che torna D'Alema...”
“Beh, allora questa t'interessa. Hanno fischiato Veltroni”.
“Capirai. Girotondini?”
“No, socialisti”.
“Come socialisti. Non esistono più”.
Hanno fatto un convegno”.
“Sì, vabbè, allora io e te decidiamo di fondare il club degli amici di Eta Beta e facciamo un convegno, ma chissenefrega, scusa, hanno lo zero virgola zero...”
“Hanno fatto un convegno e hanno invitato Veltroni”.
“Ma lui non c'è andato, non è mica uno che casca in una trappola così...”
“C'è andato”.
“Al convegno dei socialisti? Quelli che ha spazzato via?”
“Proprio quelli. C'è aria di distensione”.
“Cioè, fammi capire, prima li riduci allo zero assoluto e poi li legittimi?”
“Magari il senso era quello. Però, pensa un po', mentre parlava l'hanno fischiato”.
“L'hanno fischiato”.
“Chi l'avrebbe detto, eh”.
“Tutti gli illustri trombati... i vedovi e gli orfani Craxi... se pensi che Veltroni ha regalato i loro seggi alla banda di Di Pietro...”
“Nooo, ma figurati se stanno a pensare alle poltrone, i socialisti, loro... loro hanno fischiato i contenuti”.
“E naturalmente la scena dei fischi adesso farà il giro di tv e giornali... no, che non venisse a qualcuno il dubbio che il segretario del PD sia un poco impopolare”.
“Ma se sei un leader carismatico una bella fischiata ogni tanto ti fa bene. Pensa a Berlinguer”.
“Berlinguer?”
“Sì, anche lui lo invitarono e lo fischiarono, è una specie di tradizione, sai quanto ci tengono, alle tradizioni, quelli che non hanno proprio nient'altro”.
“E a Berlinguer gli fecero bene, quei fischi?”
“Beh, in effetti dopo qualche settimana è morto”.
“Morto?!”
“Sì, però il suo partito andò ai massimi storici. Pensaci”.
“La mente vacilla”.
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Veltroni, troppo Veltroni

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abile quando deve lanciare sfide immaginifiche e un po' vacue ma piuttosto scarso come leader di contenuto e organizzativo, [dà] oggi l'impressione di un fresco divorziato un po' stordito dai daiquiri all'uscita di un bar per single. (Falsoidillio)

Un anno di W
  • Mentre oggi è un giorno come gli altri, domani è l'anniversario del Discorso Per L'Italia. Sì. Un anno fa, Veltroni si candidava alle primarie del Partito Democratico. È passato solo un anno, pensate. Prodi era al governo, Bertinotti presidente della Camera: ora sono pensionati e senza partito tutti e due. È bastato così poco.

  • Lo ripeto: questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no non esiste, veramente. Veltroni non sarà più il candidato premier del centrosinistra. Storicamente, chi perde un'elezione contro Berlusconi non ha seconde possibilità: i precedenti (Occhetto e Rutelli) parlano da soli. Lo stesso ruolo di Presidente del Consiglio Ombra ha già l'aria di un'onorevole buonuscita. Se nel frattempo Veltroni resta nominalmente segretario del PD, è giusto per dare il tempo alle famose non-correnti di organizzarsi. Il tempo però potrebbe essere lungo, perché a Roma non sanno cosa sia la fretta: sicuramente pensano già di contarsi alle Europee. Nel frattempo a me, povero elettore di sinistra, tocca di accendere la tv e vedere Veltroni che fa finta di essere il mio leader. Ma non va, dico sul serio, non va. Dopo una batosta del genere nemmeno Wiston Churchill sarebbe credibile. Così accendo il Pc e mi sfogo scrivendo un pezzo il cui senso è: Tiratelo Via il Prima Possibile: nel mio, nel vostro, nel suo interesse. O credete che io possa davvero dar retta a Franceschini?

  • È così: non mi sono ancora riavuto dell'intervista a Franceschini di qualche giorno fa, là dove spiegava che bisogna dar tempo al tempo, che Aznar non ha vinto le sue prime elezioni, né Cameron, né Zapatero, né la Merkel, insomma nessuno (a parte Berlusconi e Prodi, sì, dettagli). Ora il punto è: ci crede veramente, o sono solo chiacchiere per il parco buoi? Spero la seconda, ma è comunque avvilente. Voglio dire, fino a tre mesi fa mi stavano vendendo il Veltroni-Obama, in grado di sovvertire i pronostici, liberarci dal male, moltiplicare pani pesci e voti; e adesso mi devo pure comprare il Veltroni-Zapatero, che perde sempre ma trionferà domani? E cosa posso farci se là dove voi mi puntate Obama, Zapatero, la Merkel, io continuo a vedere sempre solo Veltroni, il povero Veltroni?

  • A proposito: per indulgere a certi paragoni bisognava avere veramente fede. Obama è un outsider, persino fisiognomicamente; Veltroni ha la faccia tipo del notabile DS non troppo sveglio. Obama due anni fa non lo conosceva nessuno, Veltroni nessuno si ricorda la prima volta che ne ha sentito parlare. Obama può risvegliare dal torpore ampie fasce della popolazione che a votare non ci vanno; Veltroni era convinto di dover puntare a una fascia di “indecisi” che alla prova dei fatti si è dimostrata irrilevante.

  • Ma soprattutto: Obama è un grande oratore; Veltroni no. Quante volte, quest'anno, vi siete rivisti il filmato del Discorso Per L'Italia? Sì, lo so, vi eravate totalmente dimenticati che il 27 giugno 2007 Veltroni avesse fatto un discorso per l'Italia. Ecco, il punto è questo: Berlusconi nel '94 registrò una vhs di mezz'ora, e da quel giorno “scendere in campo” ha avuto un significato in più. L'anno scorso Veltroni ha parlato a una platea plaudente per due ore filate, e dopo venti giorni nessuno se ne ricordava. A rivederlo oggi dà lo stesso effetto di certe lettere di vecchie fiamme: Come Ho Potuto Perder Tempo Con Uno Così?



Dall'archivio del 27/6/2007: Arriva W (pelato e spettinato)
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Ritorno al girotondo

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Questo dibattito Veltroni-sì Veltroni-no è paradossale. Veltroni ha già smesso di essere il leader del centrosinistra: e vi piaccia o no in questo momento la carica è esercitata da Antonio Di Pietro. Una ragione in più per sbrigarsi a eleggere un nuovo segretario del PD al posto di quello che già non c'è. Se siete d'accordo su questo non c'è neanche bisogno di continuare a leggere qui.

Cascasse il mondo

Non mi ricordo più chi (non era un blog) scrisse qualche mese fa che dietro a Berlusconi III non c'è soltanto la solita accozzaglia, ma un nuovo blocco sociale. È una tesi che mi convince, e mi spaventa insieme.
In questo blocco c'è l'operaio frustrato del nord che ha votato Lega e il sottoccupato siciliano che ha votato Autonomista; i tassinari romani e gli industrialotti, tutti, giovani e vecchi. È un patto sociale verticale che mi ricorda terribilmente il fascismo (forse perché alla fin fine io solo il fascismo ho studiato; forse avrei dovuto dare un occhio anche a Peron o a Napoleone III: troppo tardi). Tiene insieme una certa aristocrazia, una certa borghesia con un certo proletariato... ai danni, ovviamente, di altre aristocrazie, di altre borghesie, di altri proletari, che però sono talmente disuniti da non aver ancora capito che hanno perso, e cosa hanno perso.

C'è capitato a tutti di criticare il PD perché dietro alla somma aritmetica di un partito di sinistra con un partito democratico cristiano non scorgevamo nessun progetto. E magari eravamo ingiusti, magari un progetto c'era: il problema è che siamo in una fase di recessione, in cui ai progetti non crede nessuno, la gente crede agli scontrini della spesa. Ecco, non si è mai capito quali classi, quali categorie si sarebbero avvantaggiate da un governo PD – e non vale dire “tutte”, perché non ci crede nessuno: i tassisti che fecero i caroselli la notte della vittoria di Alemanno sapevano bene di aver vinto a scapito di un'altra categoria (gli utenti); allo stesso modo il lunedì delle elezioni io sapevo benissimo di aver perso in quanto insegnante statale, mentre i miei colleghi delle scuole private avevano vinto. Ora il punto è: se quel lunedì avesse vinto Veltroni, chi avrebbe fatto i caroselli? Quali categorie, quali classi sociali avrebbero dovuto sentirsi avvantaggiate? Non si sa, non si capisce, nessun dirigente del PD ha mai avuto il coraggio di dirlo. Invece di scommettere su alcune fasce, alcune categorie, hanno cercato di prendere qualche rappresentante di tutte: l'industriale veneto, l'ambientalista, la tipa giovane, il tipo radicale. Con la pretesa di mettere d'accordo tutti a scapito di nessuno. La stessa pretesa, a ben vedere, che aveva logorato l'Ulivo: la grande idea nuova era sostituire i piccoli cespugli ancorati alle loro nicchie geografiche e sociali con una cooptazione mirata dall'alto. Solo che in alto non avevano neppure tutta questa mira, come s'è visto (tutti quei radicali, per esempio, che parte del Paese reale dovrebbero rappresentare?)

In realtà ci sono delle fasce più sensibili al messaggio del PD, ma Veltroni & co. si sono guardati bene dallo scommettere su di loro. Tra queste, vale la pena di sottolinearlo, non ci sono gli operai, che non hanno iniziato a votar Lega in aprile, sono anni che lo fanno. Ma per esempio i migranti (che però non votano, o votano quando ormai lavorano da quindici anni e la priorità è tenere le distanze con quelli che sono arrivati dopo di loro, per cui passano direttamente alla Lega). E ancora, i quadri intermedi. Gli impiegati, non solo statali. E poi tutto quel mondo che stiamo cominciando a chiamare cognitariato, nome brutto ma efficace: i proletari avevano solo la prole, i cognitari hanno solo... no, non i cognati, tranne in qualche caso fortunato.

Ora io mi rendo perfettamente conto che un'alleanza più solida con questa classe media non avrebbe fatto vincere il PD; però almeno poteva essere la solida pietra sulla quale costruire un blocco sociale alternativo. Quest'alleanza avrebbe avuto come suggello l'antiberlusconismo, perché l'antiberlusconismo storicamente è stato per anni la bandiera di quella precisa categoria sociale. Dietro a quella bandiera, poi, ci sarebbero state molte altre cose: un certo rigore giustizialista (l'impiegato medio va fiero della sua fedina penale immacolata), la lotta all'evasione (lui le tasse non può evaderle, e festeggia ogni scandalo finanziario con soddisfazione apolitica), più soldi alle strutture pubbliche e alla ricerca. Però sulla bandiera, già da anni, c'è la belva Berlus in manette: sarebbe lunga spiegare il perché, ma quello è il vitello d'oro intorno al quale abbiamo danzato in girotondo dal '94. Il fatto che Veltroni abbia voluto rinunciarvi non l'abbiamo mandato giù tanto bene, ma se era per vincere le elezioni... però le elezioni alla fine le ha perse, e male, e adesso il vitello lo rivogliamo. Altrimenti votiamo Di Pietro, che è già lì bello comodo.
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Di Pietro is a Virus

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Quindi Veltroni si è svegliato. Alleluja, ma è curioso.

Sonnecchiava quando provarono a introdurre il reato di clandestinità o di associazione a delinquere di famiglia Rom. Non si fece molto sentire ai tempi del blocco totale delle intercettazioni. E si sveglia proprio ora, per cosa? Per una legge che Berlusconi ha provato a ritagliarsi ad personam. Ecco, ora vale la pena di organizzare una grande manifestazione in autunno. Attenzione, però: Il Pd non si farà "trascinare nel passato" e cioè "al massimalismo e all'antiberlusconismo". Insomma, contro Berlusconi senza essere antiberlusconiani. Cosa vorrà dire?

Forse non vuol dire niente. Oppure.
Oppure forse Di Pietro ha vinto. Sì. Pensateci bene. Da Ex magistrato scalcagnato a leader assoluto del centrosinistra parlamentare, in soli due anni. Ve la ricordate una carriera altrettanto fulminea, dopo il '94? Certo, nominalmente Veltroni è ancora al suo posto. Ma è un'anatra zoppa, per usare una metafora cara ad americanisti kennediani o meno. Ha scommesso la sua residua credibilità su una carta (il “dialogo”) che è nelle mani dell'avversario politico. Ma di questo “dialogo” il centrodestra non ha poi tutto questo bisogno. È troppo occupato ad accaparrarsi il potere e a consolidare il consenso popolare che ha già. E dagli torto.

Il PD non resterà senza guida per sempre. Con la sua tradizionale lentezza e litigiosità, alla fine riuscirà a trovare un nuovo leader. Ci saranno altre gloriose primarie, altre entusiastiche incoronazioni. Ma ci vorranno mesi. Nel frattempo Veltroni zoppica, e la scena è vuota. La occuperà Di Pietro, in mancanza di comprimari all'altezza. E Di Pietro ha gli argomenti che ha. Con l'agenda dell'indignazione in mano sua, è chiaro che le leggi ad personam diventano una priorità rispetto ad altri argomenti.

A mesi di distanza non è ancora chiaro perché Veltroni decise di salvare, tra i tanti cespugli del Centrosinistra, proprio l'Italia dei Valori. Non dite, per favore, che si trattava di vincere le elezioni; se davvero avesse voluto vincerle avrebbe dovuto allearsi con tanta altra gente, anche più seria. Probabilmente Veltroni voleva fare esattamente quello che ha fatto, cioè approfittare di una legge elettorale mostruosa per estromettere dal parlamento i rivali interni alla sinistra: via i comunisti con le loro mitologie fuori dal tempo, via i noglobbal che sono solo folklore, via i verdi con le loro priorità ambientaliste, e va bene; e invece Di Pietro si poteva salvare – perché? Storicamente era stato un alleato assai meno affidabile; politicamente si prestava a fare il portabandiera proprio di quel vessillo giustizialista e antiberlusconiano a cui Veltroni voleva rinunciare – e allora perché? Forse perché Beppe Grillo faceva paura. Ma a quel punto era quasi logico che le cose finissero così. Così come?

Così come ci siamo ridotti: con un grande insipido PD, che sta in Parlamento senza saper bene cosa fare (dialogare con Berlusconi no, fischiarlo per cinque anni neppure, e allora cosa), che non rappresenta bene nessuno, in mezzo a cui lo sparuto drappello del miracolato Di Pietro rappresenta l'unica spezia. Se non ci fosse lui, il PD saprebbe ancor meno di quello che sa. Davvero, Di Pietro è l'unico sapore che riusciamo a sentire oggi noi poveracci che ci ostiniamo a masticare PD. Non è un gusto particolarmente piacevole, ma non c'è altro. O se preferite un'altra metafora: il PD è un vascello sterile il cui equipaggio ha avuto la sventurata idea di caricare a bordo una persona infetta col virus dell'antiberlusconismo. Ora, in mancanza di vaccini ideologici, che nessuno si fa più, l'antiB sarà libero di dilagare. Quando arriverà a destinazione, il PD rovescerà sul molo un'orda di antiberlusconiani affamati.

Questo spiega, se vi pare, perché il PD, che non ha quasi battuto ciglio mentre si partorivano mostri come il reato d'immigrazione clandestina o di divulgazione d'intercettazione, ha improvvisamente battuto il colpo di fronte allo spettro della legge ad personam. Sì, è fastidioso pensare che le vicissitudini giudiziarie di Berlusconi siano ancora l'unica cosa che ci unisce, dopo tanti anni. In realtà ce n'erano altre (l'ambiente, i migranti, la sicurezza sul lavoro, i salari)... però i partiti che le rappresentavano sono stati estromessi. È rimasto Di Pietro, e Di Pietro è un giustizialista. Peraltro non ha mai cercato di essere qualcos'altro, lui. Un'altra cosa che alla lunga rischia di renderlo simpatico.
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tramare nell'Ombra

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Salve, sono Walter Veltroni, il vostro Presidente del Consiglio Ombra.
Forse mi conoscete già per La scoperta dell'Alba e Acqua calda, che sorpresa!
Oggi vi parlo del Consiglio d'Amministrazione Rai, che tra qualche mese dovrebbe dimettersi ed essere rimpiazzato secondo i criteri previsti dalla Legge Gasparri.
Questa legge al Governo Ombra non piace, perché è illiberale. Anzi, è proprio una legge truffa, diciamolo. Quando Gasparri la propose, noi ci opponemmo con tutte le forze, perché eravamo all'opposizione.

Qualche anno dopo siamo andati al governo, con un programma che prevedeva la modifica della legge Gasparri. Però non l'abbiamo modificata.
C'erano altre priorità, e comunque il nostro ministro, Gentiloni, ci stava lavorando... finché a febbraio è cascato il governo.

Coincidenza, è caduto proprio quando ho fatto sapere che il PD correva da solo. Così la legge Gasparri è rimasta al suo posto, già.

In seguito ho perso le elezioni - provatele a vincere voi, con la concentrazione mediatica che c'è in Italia - e sono diventato Presidente Ombra, come sapete.

Ora sto chiedendo alla nuova maggioranza, per cortesia, di non nominare il CDA Rai secondo la legge illiberale che in due anni non abbiamo modificato. E se glielo chiedo cortesemente, chissà, magari ci stanno. Insomma, ce provo.

Però la linea è disturbata... ci sono come delle risate in sottofondo... Hallo? Hallo?
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Va bene anche di plastica, il vassoio

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In seguito non mancherà il tempo per l'analisi serena e spassionata, e perché no, per l'autocritica: perché qualcosa di male l'avrò fatto pure io, non ne dubito, e in seguito avrò il tempo per chiedervene scusa, affezionati lettori.
E ci sarà anche il tempo per riconoscere che in mezzo a tanti torti c'era pure qualche ragione. Tempo al tempo, ce ne sarà per qualsiasi cosa. Ma stanotte no. Stanotte voglio solo la testa di Francesco Rutelli su un vassoio d'argento.

In realtà scherzo, come sempre. Mi basterebbe non vederlo più in circolazione: in un'altra nazione perdere le elezioni come le ha perse lui, cascando a piedi pari nel più banale tranello sulla sicurezza, equivarrebbe alla morte politica. Mi fanno sapere, invece, che Rutelli ha comunque un seggio pronto in Senato, capolista in Umbria. Che gli elettori umbri fossero consapevoli o no di votare per lui, mentre mettevano la croce sulla scheda, non ha naturalmente la minima importanza: né avevano importanza le rilevazioni che qualche mese prima delle primarie lo davano all'1% di popolarità tra gli elettori del neonato PD. Ripeto, l'1% del suo bacino elettorale. Un dato tra tanti che avrebbe dovuto far riflettere, ma non c'era tempo. Al loft erano troppo occupati a ventilare riforme costituzionali alla cacchio, ispirarsi al superbowl, svenarsi per acquistare quattro radicali che una volta eletti stanno già meditando di rimettersi sul mercato.

In questi giorni riapre il Parlamento, e per la prima volta non mi rappresenta. Non solo manca la Sinistra, che qualcosa di me avrebbe potuto rappresentarlo; ma il PD che ne ha preso il posto è composto da personaggi politicamente finiti come Francesco Rutelli. O come Massimo D'Alema, che comincia a mandare i suoi in ricognizione tra le le macerie del loft. E allora mi tocca scriverlo una volta in più, su questo sito di nessuna importanza: a un certo livello di professionalità, imprenditoriale o politica, non possono esistere seconde possibilità. Rutelli ha perso (male)? Rutelli fuori. Veltroni ha perso? Veltroni fuori. Bettini ha perso? Bettini chi? Il mio grado di attaccamento a questo catastrofico Partito Democratico, da qui in poi, sarà direttamente proporzionale al numero di teste che cadranno, pagando per i loro innumerevoli errori. Il fatto che Rutelli & co. abbiano ancora cinque anni di indennità parlamentare garantita deve scivolare nell'oblio: vadano pure a Palazzo Madama o a Montecitorio, votino e intaschino i gettoni secondo coscienza, ma non si facciano più vedere davanti a una telecamera; ne va della nostra residua capacità di immaginarci un'Italia migliore.
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Pirla Power

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Gli operai votano Lega, questo pare che sia lo scoop delle ultime ore. Beh, che dire, sarebbe sconvolgente, se fossimo nei primi anni Novanta... Io non ho mai pensato che la Sinistra Arcobaleno fosse un partito operaista (al massimo difendeva i privilegi di singole corporazioni operaie, ma questo è un altro discorso): l'ho sempre visto come il partito degli impiegati statali e (magari) dei precari, non certo delle Tute Blu. Personalmente non ho mai nutrito nessun senso di colpa nei confronti dei rappresentanti del ceto operaio, per il semplice motivo che guadagnano spesso più di me (specie se per “ceto operaio” intendiamo i dipendenti di Malpensa 2000, su cui i leghisti hanno imbastito la loro ultima campagna).

Insomma, la notizia non è che gli operai votino lega (da quindici anni, più o meno): semmai possiamo interrogarci sul perché continuino a farlo dopo quindici anni di prese per il culo. La Lega è il più antico partito dell'arco costituzionale, e non ha mai fatto nessun tentativo di maquillage. Mentre tutti tentano disperatamente di apparire più giovani e persino intelligenti o capaci, Maroni e Borghezio dimostrano che si può serenamente far carriera politica senza provarci nemmeno. I leader della Lega non temono l'età: il ricambio non è generazionale, ma dipende dalle simpatie e antipatie del Capo; costui poi con gli anni si è trasformato in un enigma in vecchio stile, quasi sovietico: è ancora in sé o recita soltanto frasi registrate? Per esempio, l'ultima boutade sui fucili non aveva veramente senso, sembra presa di peso da certi sermoni del '93. Gli fanno recitare vecchi discorsi a memoria? Ma poi diciamolo: cosciente o no, fa molta differenza? Per incarnare il leader della Lega un cervello è sprecato, un midollo spinale più che sufficiente: in fondo non si tratta che di reagire a stimoli involontari (via-i-clandestini, federalismo-fiscale, dazi-alla-Cina, ecc ecc)

È da anni che siamo convinti che la campagna elettorale si faccia al 90% in tv, eppure... c'è qualcosa di meno telegenico di un dirigente leghista? Basta fissarli anche per pochi attimi: leghista operaio o piccolo proprietario, sii sincero, lo compreresti un aspirapolvere da Maroni? Ti faresti rimettere a posto la faccia da Calderoli? E a proposito, ti faresti rimettere a posto la legge elettorale da Calderoli? Il fatto è che l'elettore leghista probabilmente non guarda i politici in tv, e non lo biasimo: nemmeno io.Questo è interessante: che un vecchio Partito di vecchie facce (brutte) abbia successo, mentre gli altri sperimentano invano nuovi apparentamenti, cambi di nome e di guardia, e qualsiasi tipo di lifting.

La Lega, dunque, come Vecchio-che-Avanza: un partito che irride lo strapotere dei Media e si radica nel territorio, che organizza ancora le feste con la porchetta e ha sezioni nei quartieri... aspetta, aspetta, questo sarà vero in qualche provincia del lombardoveneto, ma in generale è un mito. Per quanto sia indubbiamente un partito di attivisti, la Lega non è mai riuscita nemmeno a organizzare una marcia sul Po decente. Niente di paragonabile alla forza della vecchia DC nel Veneto di qualche anno prima, e alla macchina organizzativa un po' arrugginita ma ancora funzionante dei DS tra Arno e Po. Anche quando le energie della base ci sono, l'organizzazione territoriale della Lega si scontra con un limite strutturale della sua classe dirigente, il fatto cioè che tale classe dirigente sia sostanzialmente una manica di pirla. In modo che le energie vive di attivisti sinceri, ai quali va tutto il mio rispetto, si incanalano in progetti demenziali come il Parlamento di Mantova, le camicie verdi, il “quotidiano” Padania e… il Credieuronord. Ecco, un partito che sopravvive a uno scandalo come quello di Credieuronord, che ne mise in luce non tanto la disonestà dei dirigenti, quanto la loro totale incompetenza (troppo pirla persino per rubare) ha veramente qualcosa di soprannaturale.

Ma se in tv non funzionano, e sul territorio sono più pasticcioni che altro, com’è che vincono i leghisti? La risposta è abbastanza facile, basta guardare i manifesti. La campagna elettorale di PD e PDL era tutta giocata sul riscatto: Yes we can, risvegliati Italia, dai che ce la facciamo, possiamo risolvere tutti i problemi, ecc. ecc. Niente di nuovo, Berlusconi prometteva un Nuovo Miracolo Italiano già 14 anni fa, e Veltroni si è accodato. Del resto cosa dovrebbe promettere un politico, se non riscatti e speranze? Cosa dovrebbe fare, se non rassicurare e incitare a guardare avanti? Ecco, i leghisti non lo fanno. Loro preferiscono seminare paure. Confesso di aver sottovalutato il manifesto del Pellerossa. Mi sembrava la solita trovata demenziale di quattro subumani al bar. Trovavo francamente assurdo il nuovo gemellaggio storico: dopo i comuni medievali, i Celti e Braveheart, gli indiani d’america. Insomma, come fai a lamentarti tutto il santo giorno perché nel tuo quartiere sono arrivati i Rom e poi giocare sulla compassione per un popolo nomade abbruttito dalla piaga dell’alcoolismo?

Poi ho capito che l’identificazione non ha a che vedere con l’etnia (i leghisti sanno benissimo di non essere una razza pura), ma con qualcosa di meno astratto e allo stesso tempo immateriale, che potremmo chiamare… sfiga. I leghisti si possono identificare nel pellerossa, perché è un perdente. Un uomo senza speranza. Il leghista non si ferma al colore della pelle o ai vestiti esotici, ma ha fiuto per la disperazione annidata in quelle rughe. Lui non crede ai sorrisi di Berlusconi o alle rassicurazioni di Walter: ha risparmiato una vita per prendersi la casa che non vale più niente perché il condominio di fianco è caduto in mano ai magrebini. Sa benissimo che suo figlio non diventerà Kennedy né sua figlia una ballerina, o viceversa. Nei leghisti si riconosce. Sono brutte facce, come i pellerossa, e in fondo come lui: gente che va al bar a spararle grosse. Possono diventare uomini di potere, ma non diventeranno mai uomini di successo. Proprio come lui. Il contrario del Berlusconismo; o meglio, il suo complementare. Berlusconi incanta una buona fascia della popolazione con il mito del self-made man; i leghisti si occupano di quelle fasce di scettici che in quel mito non possono più credere o non crederanno mai, e che si arroccano in quel poco di benessere acquisito.

Man mano che la società depone le sue velleità progressiste e si rimodella sull’ideale selvaggio della lotta per il successo, la fabbrica si popola di Perdenti: in una jungla di individui tormentati dallo spettro del fallimento, i Perdenti sono quelli che si chiamano fuori dalla lotta sin dall’inizio. Ciò che per gli altri è un incubo (il fallimento), per loro è un destino evidente sin dai primi anni di scuola, e persino confortevole: i perdenti se la prendono calma, di crescere e finire in fabbrica non c’è nessuna fretta. Certo, in fabbrica fino a vent’anni fa avrebbero trovato solidarietà di classe, persino un ideale politico e sociale: oggi no, e forse questo rende le fabbriche ambienti molto più opprimenti che in passato, malgrado i nuovi capannoni siano molto più ariosi. Alcuni reagiscono briatorizzandosi nel week end: con qualche sforzo dopotutto possono permettersi belle macchine, accessori e sostanze. Ma in fin dei conti è una recita, e lo sanno. Tanti altri hanno lasciato perdere in partenza, proprio come ai tempi dei banchi di scuola: si rincagnano nei bar e se la prendono con gli extra. Che magari sono più poveri di loro, eppure… hanno un orizzonte più vasto: loro alla Lotta per il Successo ci stanno giocando ancora, anche se in una serie minore.

Probabilmente il leghismo operaio è tutto qui. Nel senso che ricette nuove per gli operai i leghisti non ne hanno, se non di recente quel mito tremontiano dei dazi, che presto o tardi qualcuno dovrà incaricarsi di sfatare. Ma che bisogno c’è di proporre qualcosa, quando è sufficiente dare aria alle solite paure? I leghisti hanno bisogno di sentirsi minacciati da un’invasione di stranieri o rifiuti. In questo modo la loro mediocrità assume un valore quasi epico: il giorno che gli invasori se ne andranno (e man mano che l’Italia sprofonda, se ne andranno), saranno costretti a inventarseli. Ma è un giorno ancora lontano.

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sconvorto

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Shyness can stop you

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Il fattore timido

Io ho la sensazione che lo staff statistico di Repubblica stia un po' mescolando le carte per il gusto di darci qualche speranza - nobile intento, non v'è sensazione più dolce della primaverile speranza che ti fa aprire le timide foglioline ai primi tepori di febbraio, salvo che poi se aprile arriva la gelata si soffre anche più di quanto previsto.

Oggi per esempio il pur degnissimo Ilvo Diamanti scrive che il vantaggio di Berlusconi su Veltroni sarebbe più o meno lo stesso (6%) che staccava Prodi da Berlusconi stesso due anni fa: e si è visto poi nelle urne che questo distacco era solo teorico. Quindi insomma, chi lo sa, forse Veltroni ce la potrebbe fare...

...il problema è che il distacco di due anni fa era un effetto ottico, dovuto alla versione italiana di quello che gli inglesi chiamano shy tory factor, ossia la timidezza innata dell'elettore tory, che non osa ammettere il suo voto se interpellato dal sondaggista.

Questo fattore esiste anche in altre nazioni, e di solito influisce sulla rilevazione del voto a destra. Quello che accadde due anni fa è che alle urne andarono molti elettori di Berlusconi che i sondaggi erano stati incapaci di rilevare, perché il loro campione statistico si vergognava ad ammetterlo (e giustamente, aggiungo io). Quanti? più o meno quel 5% che mancava all'appello. Il problema è che questo shy factor di solito funziona solo a destra: applicarlo anche all'elettorato di Veltroni mi sembra una forzatura. Quindi al massimo è Berlusconi che potrebbe salire da +6% a +11%, e non l'avversario. Ci si aspetta poi che i sondaggisti italiani comincino a calcolarselo da soli, lo shy Berlusconian factor, visto che anche per questo motivo non azzeccano una previsione da 10 anni. Ma tanto i giornali li pagano ugualmente.

Dopo questa doccia fredda, per la quale so che mi sarete grati, ho una notizia buona. Oddio, buona: curiosa. Sul blog di un gruppo di cervelli italiani fuggiti in America ho trovato (via Psycho) una proiezione interessante. Come sarebbe composto il Senato se più o meno tutti gli italiani mantenessero lo stesso voto che hanno dato nel 2006? E' una proiezione che m'interessa parecchio, dal momento che resto convinto che in Italia il bacino degli indecisi sia in realtà poca cosa (nel senso che dopo infinite discussioni con sé stessi gli indecisi italiani vanno a votare e votano più o meno per lo stesso partito per cui avevano votato nelle elezioni precedenti - come faccio io, ad esempio).

Ebbene, se le cose andassero così (se tutti gli elettori di Forza Italia e AN nel 2006 votassero PdL; se quasi tutti gli elettori DS e Margherita votassero PD, ecc. ecc.) pare che al Senato Berlusconi non riuscirebbe ad avere la maggioranza, nonostante il suo schieramento abbia perso meno pezzi di quello di Veltroni - anzi, proprio per questo motivo. E' uno dei perversi risultati del porcellum, per cui la separazione tra PD e Sinistra consente a Veltroni di usufruire del premio di maggioranza nelle regioni cosiddette rosse, Emilia Romagna e Toscana, e a portare a casa un sacco di seggi in più proprio perché vale meno voti. Il discorso in realtà è un po' più complesso, ma nel blog in questione è spiegato veramente molto bene, per cui vi ci rimando. Questo cosa significa? Beh, per prima cosa conferma un dato ben noto allo stesso Calderoli: quella legge elettorale è una porcata.

E per seconda cosa, significa che Veltroni, se ha strappato con la Sinistra per questo motivo, è un vero genio del male, a cui andrebbe tutta la mia stima, e sarei pronto a rimangiarmi tranquillamente tutto quello che ho scritto di cattivo su di lui fin qui. Forse non vincerà le elezioni, ma se riesce a pareggiarle in questa situazione sarà stato davvero bravo.
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Soluzione allo 0,5%

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Gli insradicabili

A me i radicali non riescono molto simpatici, ma forse è un problema mio. Però una volta, da piccolo lessi una frase di Pannella che mi ha segnato profondamente, tanto che mi sembra di conoscerla a memoria.
Dice "bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni, che però possono cambiare continuamente" (per favore, amabili lettori radicali, controllate se Pannella ha veramente detto una cosa del genere, perché in caso contrario la brevetto io).

Bisogna essere fedeli alle proprie convinzioni, che però possono cambiare continuamente: che dire, sacrosanto. Come la cosa che ha detto l'altro ieri De Mita (Pannella, De Mita, non si esce vivi dagli anni Ottanta). Questo principio, che ho sempre applicato fedelmente, mi rende molto difficile spiegare la mia posizione nei confronti dei radicali, perché non solo io cambio idea molto spesso, ma anche Marco Pannella lo fa. Un esempio.

A inizio ottobre, qualche giorno prima che avessero luogo le primarie del PD dalle quali era stato ingiustamente escluso, Marco Pannella scrive una mail circolare indirizzata ad amici, simpatizzanti e Malvino, nella quale si legge (per la verità un po' a fatica), l'ipotesi di una svolta a Centrodestra della compagine radicale:

premessa: da un mese prima del manifesto dei coraggiosi, rutelliano ho formalmente dichiarato in una mia conversazione domenicale con Massimo Bordin (e ripetuto da allora in quasi tutte le domeniche successive) che occorreva, urgeva ormai preparare un “dopo” questo Governo essendo chiaro che la situazione italiana, per potere formare nuove maggioranze, comunque dovesse dare priorità assoluta alle riforme econo0mico sociali, liberali e liberiste da una parte o, dall’altra priorità alla lotta civile contro potere, prepotere e aggressione vaticana, dall’altra.
Per mio conto, a chiarissime lettere, ossessivamente, ho ripetuto che nelle presenti condizioni do senza dubbio, anche se con molta difficoltà soggettiva e oggettiva alla prima di queste due ipotesi. Cioè pagare gli scotti filoclericali, per procedere alle radicali riforme strutturali liberali e liberiste.
Come prevedibilissimo, tanto quanto probabilmente anche per te sorprendente, non abbiamo riscontrato nessuna polemica, nessuno scandalo: ma solo un silenzio totale da ogni parte.
Non sto a spiegare il perché di questa scelta; ma ci siamo messi subito all’opera, a nostro solito, anche da secchioni, per cercare di tessere rapporti, collaborazioni, azioni comuni con quanti più possibile dell’area di centro- Destra.

Così in agosto, "fra uno sciopero della fame e l’altro sulla moratoria universale contro le condanne e le esecuzioni dei boia di stato", Pannella & co. hanno redatto "un’insieme di iniziative parlamentari, di indirizzo, di controllo politiche, legislativa con l’essenziale sul welfare e su una radicale riforma pensionistica" e l'hanno inviata a una serie di esponenti del centrodestra sensibili a questi temi, senza però destare particolari reazioni. Forse perché gli esponenti erano ancora in ferie. O forse perché la roba che scrive Pannella è sempre più difficile da leggere. Chi lo sa. Però avete capito la tempistica? A fine luglio Pannella voleva a tutti i costi candidarsi a segretario del PD - segretario del PD! In agosto stava già mandando delle proposte di riforma del welfare a degli "interlocutori" di centro-destra - e nel frattempo faceva molti digiuni contro i boia di Stato. Veramente, datemi un centesimo dell'energia di quell'uomo e ve le vinco io, le elezioni.

Ora, è inutile accusare Pannella di incoerenza: lui è sempre coerente con quel che pensa. Il problema è che ne pensa cento al giorno, bontà sua. Nel Senato appena discioltosi, Pannella non è entrato soltanto per un cavillo burocratico. Se gli avessero riconosciuto quel che era suo, sarebbe stato l'Ago della Bilancia della coalizione. Uno dei tanti, certo. E nell'agosto scorso, i suoi affettuosi approcci al centro-destra sarebbero stati sufficienti a far cadere Prodi. Invece Prodi è caduto su Mastella. Cattivo Mastella, cattivo! Intrallazzone, calcolatore, traditore! Invece Pannella è immacolato. E coerentissimo con le sue idee.

Del resto quel che scrisse ad agosto è già dimenticato, ora i suoi uomini entreranno nel PD, in cambio di nove poltrone in parlamento, il 10% dei finanziamenti elettorali e probabilmente un ministero. La Bonino per la verità aveva rilanciato 15 poltrone e 5 milioni di €, ma direi che le può andare bene anche così, visto che l'alternativa era la solitudine, magari l'abbraccio mortale col vampiro Boselli, 0 scranni e 0 € in tasca. Vabbè, ma chi si cura del vil denaro.

Ecco, a dire il vero io un po' me ne curo.
Il 10% dei finanziamenti ai radicali è clamoroso, considerato che il partito è stimato intorno all'1% da solo, e allo 0,5% se apparentato. Del resto, se ho ben capito, i seggi promessi sono un forfait: che il Pd stravinca o straperda, i radicali tra MonteCitorio e PalaMadama saranno sempre e comunque 9. Per assurdo, se gli italiani volgessero bruscamente le spalle al PD ed eleggessero soltanto 9 parlamentari PD, secondo gli accordi dovrebbero essere tutti radicali. Ok, questa è un'esagerazione, però pensateci bene. Le elezioni sono tra due mesi, nessuno può ancora dire se sarà eletto o no - tranne questi 9 signori che hanno già vinto una prenotazione.
Stiamo parlando di un partito che alle elezioni di due anni fa prese il 2,6 apparentato coi socialisti, da cui nel frattempo si sono liberati, perdendo nel frattempo anche il segretario Capezzone e (per anzianità sopraggiunta) il leader carismatico. Sul serio, se valgono l'1% valgono tanto (oltre il sollievo di non sentire più i fighetti lamentarsi che "basta, stavolta voto radicale", il che ammetto, non ha prezzo).

A questo 1% però bisogna sottrarre la percentuale non infima di elettori che magari prima avrebbe votato il PD e adesso non più, dal momento che non si può indicare la preferenza. Tranquilli, tra questi non ci sono io, che ormai voterei anche Gengis Khan se si apparentasse - e poi così do una soddisfazione a Yoshi. Però qualche cattolico con la fobia dei radicali, con gli scrupoli per l'aborto o per il futuro PACS di sicuro c'è. Può starvi sulle palle, ma c'è: o meglio, c'era, nella base del PD. Una formazione politica che farà il possibile per andar d'accordo coi vescovi e coi sindacati: ecco, in Italia c'era un solo piccolo partito in grado di far arrabbiare sia i vescovi sia i sindacati: ricordate quale?

Insomma, alla fine dei conti la Bonino & co. porteranno al PD più o meno gli stessi voti che il PD perderà aprendo i cancelli per loro; in compenso succhieranno il 10% delle risorse, 9 poltrone, almeno un ministero, un bel po' di visibilità e... saranno almeno alleati affidabili?

Stiamo parlando di quelli a cui in agosto Pannella parlò di possibili convergenze con il Centro-destra, e non batterono ciglio.
Stiamo parlando di un partito il cui penultimo segretario, Daniele Capezzone, adesso si candida per il Popolo della Libertà.
Insomma stiamo parlando di persone brillanti, non si discute, e preparate, perché no, sicuramente in grado di tutelare i loro interessi, ma forse non così affidabili. Non solo, ma con loro nello stesso partito della Binetti (e nella stessa coalizione di Di Pietro) si prospettano conflittualità e tensioni che poi magari non ci saranno (e me lo auguro), ma che sono la fotocopia di quelle che affossarono la coalizione di Prodi. Si tratta di casi di trasformismo bello e buono (De Gregorio, Capezzone, la sopracitata iniziativa di Pannella) un po' più grave del diffuso mal di pancia della "sinistra radicale".

L'Unione di Prodi viene accusata dai suoi detrattori di avere imbarcato gli elementi più eterogenei pur di sconfiggere numericamente Berlusconi; ed è vero. Ma l'alternativa di Veltroni in cosa consiste? Nell'imbarcare soltanto gli elementi elettoralmente più deboli, riottosi e meno affidabili? Avevamo pensato che Veltroni preferisse perdere da solo che vincere con troppi. Non è vero: anche se perderà, si troverà in casa un sacco di gente che pretende visibilità e percentuale. Dove sta esattamente la convenienza?

Vien da pensare male, ovvero: forse il problema non era tanto correre da soli, quanto correre al centro. Qualsiasi accozzaglia bene o male assortita va bene, purché si allontani dalle istanze della sinistra. Come sempre sarò felicissimo di sbagliarmi.
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Walter è OK, noi siamo OK, Alleluja!

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Ex voti?

Oggi ho scoperto che le verità dipendono anche da chi le afferma. L'ho scoperto leggendo la seguente affermazione di un politico italiano:
"Il trasferimento in Italia di un modello statunitense si fonda più sull'indicazione del nuovo come speranza che sulla politica come soluzione dei problemi"
Beh, che dire - sacrosanto. Il problema è che il politico in questione è Ciriaco De Mita, che in 45 anni di onorato servizio in Parlamento tutti questi problemi non è che li abbia proprio risolti, eh.

La lettura dell'episodio in chiave "nuove speranze vs vecchie cariatidi" potete farvela su qualche altro blog, o al limite da soli. Io ne propongo un'altra, giusto per variare un po': la deriva protestante del PD.

Cosa significa protestante? Banalmente, significa che al concetto cattolico di "perdono dei peccati", che rende gli italiani quei lagnosi peccatori sempre pronti a pentirsi, sostituisce il concetto protestante di "grazia". Per Lutero l'uomo non si salva in virtù delle opere buone che può commettere (e che comunque sono una goccia nell'oceano della malvagità universale), ma solo perché Dio gli dona la Fede. Se hai la Fede, sei salvo. Incollo da un vecchio pezzo mio:
Quando andai in Scozia, mi capitò di andare a un paio di liturgie della locale chiesa protestante. Solo un paio di volte, per cui sarò costretto a generalizzare.
In quella situazione caso quel che mi ha stupito di più sono le parole degli Inni. In quella chiesa non facevano che cantare: Dio è grande, Dio è con me, ho trovato la via, wow. Una cosa entusiasmante, sul serio. E il sermone del pastore era sullo stesso tono.
Ora, non so se avete presente le canzoni che si cantano in una qualunque chiesa cattolica la domenica, ma vi garantisco che all'80% sono variazioni sul tema: Dio mio, che razza di povero piccolo peccatore che sono. Quando poi il prete attacca l'omelia, non fa che ribadire il concetto: ragazzi, quanti stupidi peccati avete fatto questa settimana? Perché non date più retta a quel che dice Gesù, eh, non avete sentito il Vangelo?
Una liturgia piuttosto demoralizzante, specie se ripetuta per tutte le domeniche di una vita. Ma i cattolici sono fatti così: hanno bisogno di sentirsi nel Peccato, è parte della loro quotidianità. Quello che li spinge a migliorarsi, e nei casi peggiori a tormentarsi, è l'idea di doversi liberare dal Peccato.
Come i cattolici vivono nel Peccato, i Protestanti vivono nella Grazia. Loro, se vanno in chiesa la domenica, è per sentirsi parlare della Grazia. Quanto al Peccato, non è più così difficile da individuare. È Peccato tutto quello a cui hanno rinunciato da quando vivono nella Grazia. Può essere il sesso, la droga, l'alcol, o qualsiasi altro impedimento che è stato superato, è stato vinto.
La mia ipotesi è che il PD - anche a causa dell'americanofilìa del suo segretario - stia scivolando in una deriva protestante, oltremodo favorita dalla marcia trionfale di Barack Obama, il personaggio più messianico in circolazione (via Gilioli). Tutto ciò che dice Veltroni mi sembra che suoni semplicemente: "Io sono ok, voi siete ok, se abbiamo fede ce la possiamo fare!"

Sì, ma perché "deriva"? Che problema c'è ad essere protestanti? Beh, se dovete farvi eleggere in una nazione di cultura cattolica, qualche problema c'è. Per questo lo scetticismo di De Mita nei confronti del nuovo corso non è liquidabile tanto alla leggera. De M. rappresenta un tipo di elettore insofferente alle promesse a lungo termine, più incline al do ut des immediato, verificabile entro i confini della propria circoscrizione elettorale: il fedele cattolico che a Dio non si permette di chiedere niente, ma è continuamente affaccendato a mercanteggiare davanti all'altare del Santo del Paese: se mi fai questo favore t'accendo la candela, se mi fai questa grazia ti faccio un regalino... Molto prima di andare al voto, l'Italia era la terra degli ex voto. Una riforma nel senso protestante del termine potrebbe essere un po' prematura.

Non che non ci abbiano già provato. Forse che Berlusconi non si presentava già come Uomo della Provvidenza? Forse che non ostentava i segni del suo successo, da bravo calvinista? Sì, giusto. Però Berlusconi temperava questo americanismo alla Mike Bongiorno con sane dosi di pragmatismo cattolico. Per esempio, l'enfasi sulle opere. Sapete che i cattolici, a differenza dei protestanti, credono nell'importanza delle Opere. Pur essendo gocce nel famoso oceano di malvagità, esse sono l'unica espressione della nostra fede. Questo punto di vista è bene illustrato dalla breve Lettera di San Giacomo (2,14-18):

A che serve, fratelli miei, se uno dice di aver fede ma non ha opere? Può la fede salvarlo? Se un fratello o una sorella non hanno vestiti e mancano del cibo quotidiano, e uno di voi dice loro: "Andate in pace, scaldatevi e saziatevi", ma non date loro le cose necessarie al corpo, a che cosa serve? Così è della fede; se non ha opere, è per sé stessa morta. Anzi uno piuttosto dirà: "Tu hai la fede, e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le tue opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede".

Berlusconi ha capito abbastanza presto che gli italiani, più che alla Fede, guardano alle Opere, o meglio: a chi gli chiede di avere Fede, rispondono "mostraci le Opere". Così l'enfasi sul Nuovo Miracolo Italiano si è sempre accompagnata a proposte concretissime: "un milione di posti di lavoro!" "Abolirò l'ICI!", ecc.. Che poi queste promesse non fossero sempre esaudibili, ha un'importanza relativa: diciamo che gli italiani non si lasciano convincere dalle visioni a lungo termine, ma amano essere coglionati con proposte il più possibile concrete. Spero che al PD ne tengano conto, mentre rifiniscono il programma.
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Sient'a me: nun ce sta nient'a fa'

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La tenuta dei cespugli

Io non credo ai sondaggi e non credo a Crespi, ma siccome non so da cosa partire farò finta di credere a un sondaggio di Crespi.
Dove peraltro mancano Ferrara e Mastella (e viene assegnato ai socialisti un incredibile 1,8, quando tutti sanno che Boselli viaggia sottozero).
Malgrado tutto ciò, il sondaggio qualche cosa la dice. Non mi riferisco tanto al fatto che Veltroni+Bertinotti+Radicali batterebbero Berlusconi, anche perché è un semplice effetto ottico: se Veltroni e Bertinotti andassero alle elezioni insieme attirerebbero meno voti, e comunque in quel caso Berlusconi, Destra di Storace e i vari Casini e Tabaccini si ricompatterebbero immediatamente. In questo senso, davvero, la picconata di Veltroni al centrosinistra ha prodotto crepe in tutto il sistema. Tutto molto bello, anche se queste nuove sigle danno un po' l'impressione di una famiglia di cinquantenni che decide di ristrutturare l'appartemento: non potendo più cambiare moglie, marito o suocera, almeno si spostano i mobili. Le facce sono più o meno le stesse, benché ripartite in ambienti diversi. Ma la metafora regge fin qui, perché mentre la tendenza in architettura da vent'anni è quella di unificare gli spazi, sventrando i muri divisori, nel condominio politico italiano è tutto un alzare di muretti, alcuni abbastanza patetici: due bagni su un piano hanno anche un senso, ma cosa ce ne facciamo esattamente di due partitini di centrodestra cattolici (ai quali va aggiunto il partitino degli atei devoti, concepito probabilmente durante un errore nel dosaggio dei farmaci)?

La cosa paradossale è che questa frammentazione arriva dopo aver insistito, per anni, sulla grande voglia di bipolarismo degli italiani. Montando sul predellino Berlusconi è arrivato alle stesse conclusioni dei dirigenti del PD: non solo gli italiani erano pazzi per il bipolarismo, ma non vedevano l'ora di passare a roba anche più forte, il bipartitismo all'americana. Era necessario dunque umiliare i cespugli (Casini, Diliberto) oppure mangiarseli (Fini, Di Pietro). Quest'analisi, secondo me, è fragile perché fondata su un postulato che nessuno si è preso la briga di dimostrare. Il postulato, sul quale poggiano le traballanti fondamenta della terza repubblica, si può formulare coi versi di un grande interprete dello spirito italiano, Alberto Sordi, quando dice: “Mazza che forti 'sti americani aho!”. Poi però, come tutti ricordano, si mangia gli spaghetti.

In altre parole: i giornalisti possono sdilinquirsi finché vogliono paragonando la corsa elettorale americana con la nostrana. In realtà i paragoni non reggono, e in particolare quello tra Obama e Veltroni non rende nemmeno onore a quest'ultimo, che è assai meno messianico e un po' più concreto. La vera differenza sta altrove: negli USA la campagna elettorale dura un anno, nel quale i candidati spendono cifre astronomiche per attirare un elettorato che è per buona parte incerto, e che fino all'ultimo giorno non sa nemmeno se andrà a votare o no. Questo enorme ventre molle in Italia non esiste. Esistono gli incerti, ma non sono tanti come in America, non si lasciano entusiasmare da campagne al 90% “emozionali” come quelle americane (e comunque in due mesi non ci sarebbe il tempo per inventarsele), e infine, anche quando decidono di votare, non si polarizzano automaticamente sui due partiti principali, come avviene negli USA. In Italia c'è una specie di granulosità del sistema partitico, che ha ragioni storiche e geografiche (la terra dei localismi, dei campanili, i guelfi, i ghibellini, ecc. ecc.). Se aggiungi che il sistema elettorale non prevede grossi sbarramenti, il risultato è più o meno quello del sondaggio di Crespi: un incredibile casino. Perché se nemmeno Berlusconi riuscirà ad avere una maggioranza al Senato, cosa succederà? Le larghe intese? Difficile: più probabilmente un accordo post-elettorale a destra con Storace, o al centro con Casini: e se vi sembra improbabile che Berlusconi e Casini facciano la pace dopo le scintille di questi giorni, ripassatevi le scenate isteriche di Fini due mesi fa, quando aveva chiuso per sempre con B.

Non solo, ma la stessa cosa potrebbe succedere a sinistra: dopo due mesi all'insegna dell'“andiamo soli”, PD e Arcobaleno potrebbero il 15 aprile fare due conti e concludere “governiamo insieme!”. È improbabile, ma non impossibile. Insomma, la gran novità di queste elezioni è che le coalizioni si faranno dopo il voto, e non prima. Così ogni candidato potrà fare una campagna più forte, e raschiare più voti dal bacino (comunque esiguo) degli incerti. Da questo punto di vista il programma di Veltroni è veramente entusiasmante: come fai a non votarlo? Basta fingere di non sapere che il PD non avrà mai abbastanza voti per realizzarlo da solo, e che al massimo dovrà annacquarlo con quelli degli altri partiti che si alleeranno con lui. L'enorme accrocco del programma dell'Unione di due anni fa era più onesto, ma assai meno convincente. In fondo un po' di voglia d'America, di grandi speranze, di volti sorridenti che scrutano l'orizzonte, c'è.

Ma c'è anche l'italianissimo forchettone. Non si spiegherebbe altrimenti la proliferazione degli ultimi mesi. Non basta mettere insieme Fini e Berlusconi per catturare l'elettorato di Forza Italia e AN: c'è una percentuale non irrisoria che non si rassegna al bipartitismo, e voterà a destra lo stesso, con o senza Fini (e qui si potrebbe aprire una brevissima discussione sull'inutilità del personaggio Fini). Allo stesso modo c'è una quantità di italiani che non vuole votare Berlusconi, ma il centro: lo sa Tabacci, lo sa Casini, lo sa Mastella. Forse un giorno gli italiani si stancheranno di infrattarsi nei cespugli elettorali, che garantiscono una maggiore identificazione regionale o clientelare, ma quel giorno non sarà domani. Almeno un italiano su cinque continuerà a votare per loro, rendendoli indispensabili a qualsiasi coalizione di governo. Il risultato insomma sarà un ritorno alla cosiddetta Prima Repubblica: il bi-, tri- o quadripartito si costruirà dopo le elezioni. È una prospettiva poco esaltante ma è persino preferibile all'unica concreta alternativa: Berlusconi che vince tutto da solo, tagliando alle ali Casini e Storace. Allora sì che saremmo veramente passati all'America: soltanto un'America populista, senza potenza militare e petrolio da buttare via. Più o meno la Colombia, insomma.
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si' stata 'o primm'ammore

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San Valentino vien per tutti

Ma quando vedo questi pretini, cresciuti nel puro amore di Dio, che cominciano a nutrire un sentimento di profonda stima per Giuliano Ferrara, io non so veramente se piangere di stizza o di pietà. Comunque piango.

Mi fanno davvero venire in mente quei soldatini di leva appena arrivati in città, spaurite matricole nel ventre pulsante di Cuneo o di Chieti, che alla prima licenza fanno amicizia con una ragazza simpatica. Passa una settimana, e passa un mese, e loro sono sempre lì che la portano al cinema, la portano a cena, rispettandola sempre tanto. E ci fanno una passeggiatina, e stanno già pensando all'anellino, e non sanno che tutto intorno la città li guarda sfilare a braccetto con la bagascia del reggimento.
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tutte le aziende al popolo, tutto il popolo all'azienda

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Cara Sinistra italiana,
io e te non siamo sempre andati d'accordo, ma francamente non riesco a sopportare l'ingratitudine e la faccia tosta con la quale il PD ti ha messo alla porta. Dopo tanti sacrifici. Ora però bisogna reagire. So che in realtà molti dei tuoi elettori stanno già festeggiando la sconfitta, masochisti come sono. Ecco, lasciali perdere quelli. E scordati di candidare Bertinotti! Il vecchietto è molto popolare solo tra una parte dei tuoi, e rischia di mandare gli altri in braccio a Veltroni. Vendola sarebbe già cento volte meglio, ma io credo di averne trovato uno anche migliore. Sì, dico proprio lui.


Il Presidente Operaio.

Pensaci bene. Questo è il momento giusto. Sa di dover vincere, sa di avere tutte le carte giuste in mano, eppure è inquieto. Sa che l'avversario bluffa, ma darebbe qualsiasi cosa per fermare quel tremore alle mani. Si è mangiato l'inutile Fini, ma alla fine rischia di averlo solo trasferito i voti postfascisti su Storace. Ha umiliato Casini, ma nel frattempo gli ex casinidi sono fuoriusciti pure loro. Pure la Lega, da anni appollaiata sulla sua spalla, ora è sul chi vive: sembra che aspetti un momento di distrazione per cavargli un occhio... insomma, proprio nel momento in cui sa di dover vincere, è più forte la paura di non farcela. E proprio in quel momento arrivate voi: Toc toc, chi è? La Sinistra Arcobaleno! Oh, l'arcobaleno, finalmente un segno di speranza.

Dite che non vi riceverà? E perché? Ah, già, perché siete comunisti, o almeno post. E quindi vi metterà alla porta, come fece con Giuliano Ferrara, Ferdinando Adornato, Sandro Bondi, Vladimir Putin, devo continuare? Suvvia. Se c'è uno che ha dato e dà retta ai postcomunisti, questi è lui. Da questo punto di vista ha persino precorso i tempi. Garantisco che vi ascolterà con più attenzione e meno preconcetti di Veltroni. Lui ha ampie vedute, la volta scorsa mise Forza Nuova e De Michelis nello stesso calderone, perché non dovrebbe fare un pensierino pure a voi, che portate molti ma molti più voti? I voti non puzzano.

Cosa gli offrirete?
Nulla che non abbia già proposto lui: un Partito del Popolo. Ma del Popolo veramente, nel senso che aveva la parola nella Cina di Mao: via le vecchie consorterie, solo lui, la piazza e un microfono. È tempo di svelarvi il Terzo Segreto di Pulcinella: se c'è qualcosa che ha sempre invidiato alle sinistre, sono quelle belle piazze piene di gente che viene da tutt'Italia mettendo i soldi del viaggio di tasca sua. Con tutta la sua organizzazione e il suo capitale, delle chiassate tanto bene organizzate non è ancora riuscito a combinarle. Bene, questa è appunto la vostra specialità. Senza di voi lui sarà sempre un Peronista fallito. Ma con voi...

Cosa chiederete in cambio?
Siate realisti: chiedete l'impossibile. Ormai sono finiti i tempi grami in cui eravate fidanzati con quel tirchio di Prodi. Ora uscite col Golden Boy, dovete solo chiedere. Se lo conoscete appena un po', sapete con che gioia soddisfa i desideri di chi lo ama. Per cui: pensioni più eque? Certo. Riaggiustare lo scalone? Anzi, aboliamolo. Io mi spingerei più in là: tutti i precari assunti a tempo indeterminato entro il 2009. Si può fare! Vi ricordate il milione di posti di lavoro? È poco, buttiamone sul tavolo almeno un paio, e naturalmente meno tasse per tutti! E i rifiuti, in Germania col Pendolino! E la scala mobile? Si potrebbe riavviare. Parlategliene.

Non abbiate paura. Non è quel liberista che sembra – fosse per lui, non avrebbe liberizzato nemmeno una cabina telefonica. In fondo è un monopolista nato, uno che se fosse nato qualche migliaio di km più a est sarebbe diventato un meraviglioso funzionario del partito comunista jugoslavo o ungherese. È una vita che le sue aziende sguazzano in un mercato privo di concorrenza sfornando prodotti scadenti: pensate solo alla roba che trasmette Canale5. Non è francamente squallida? Canale5 è la cosa più simile alla Trabant che sia mai stata prodotta in Italia. Un imprenditore tanto insofferente della concorrenza quanto poco interessato alla qualità dei suoi prodotti non può essere un vero liberista.

Viceversa, se c'è qualcuno che potrebbe cominciare un processo di ri-nazionalizzazione, quegli è lui. Dovete soltanto fargli capire che, una volta diventato Presidente del Popolo, le espressioni “Stato” e “Mia azienda” diventeranno sinonimi. E da quell'orecchio ci sente, credetemi. A quel punto, proponetegli di nazionalizzare la luce, il gas, l'acqua. Vedrete che non resterà insensibile.
E se ci tenete ancora alla lotta anti-globalizzazione, senz'altro Berlusconi vi lascerà degli spazi che Veltroni non si potrebbe immaginare - tanto più che avrete alleati importanti. Lo avete mai sentito Tremonti, quando parla della Cina o del WTO? Più o meno è sulle stesse posizioni di Caruso, ma non semina piantine a Montecitorio, lui.

Più ci ripenso, e più mi sembra fattibile. L'avete letto Scalfari, domenica? Il patto tra operai e borghesia? Ebbene, se l'Italia dev'essere salvata da un patto così, perché devono essere proprio Veltroni e Montezemolo a farlo? Perché non possono essere Giordano e Berlusconi? Giordano conosce senz'altro meglio gli operai, e Berlusconi i borghesi.

Questo è l'unico vero cambiamento. Superare le divisioni, gli inutili rancori, i processi in prescrizione. Una grande riconciliazione nazionale tra due forze importanti del nostro Paese che hanno capito che il futuro dell'Italia è cosa troppo seria per lasciarla ai veltroncini. E allora, coraggio, ancora un piccolo sforzo. La seconda repubblica sta finendo. O era la terza. Chi se ne frega. Dalle sue ceneri deve nasce qualcosa di veramente nuovo. Vieni avanti, Teopop.
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the Lone Walter

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- In difesa del fratello brontolone.

Io non vorrei diventare quello che parla male di Veltroni ad ogni costo; tuttavia credo che la sua decisione di mandare il PD da solo allo sbaraglio sia sbagliata. Onestamente spero che si tratti di un bluff, e che le prossime ore portino a un accordo di qualche tipo con la sinistra-arcobaleno. Purtroppo non riesco a condividere gli entusiasmi di molti per la svolta solitaria del PD; il coraggio dei suoi dirigenti lo apprezzerei di più se la posta in gioco non fossero altri cinque anni della vita mia e della mia famiglia. Detto questo, quando Veltroni tirerà fuori dal cappello l'arma segreta e roderà a Berlusconi i 10-15 punti che gli servono, io sarò il primo a rallegrarmi di essermi sbagliato. Sono anche disposto ad atti di umiliazione rituale (tagliarmi la barba, baciare il Cragno, guardare Amici di Maria De Filippi). E tuttavia, anche in caso di vittoria finale, continuerò a non capire per quali motivi il PD e la Sinistra non avrebbero potuto andare alle elezioni insieme. Non sto parlando di un'ammucchiata tra 10 partiti con priorità diverse: sto parlando di un'alleanza programmatica tra due forze che hanno già collaborato. Non se lo merita, la Sinistra? Non ha davvero fatto nulla di buono in questi due anni?

Il libro che va per la maggiore tra i delegati Pd, il Vangelo, parla di due figli che un padre manda a lavorare una vigna (Mt 21,28). Il primo dice: “Vado”, e non ci va; il secondo nicchia, si lagna, ma alla fine ci va. Domanda: chi dei due ha veramente compiuto la volontà del padre? Ok, era facile. Un'altra domanda, allora: chi dei due assomiglia di più alla sinistra verde-rifondarola?

Che la sinistra abbia brontolato parecchio, in questi due anni, è un fatto. Invece di ringraziare ogni giorno Dio o il caso per aver concesso la maggioranza a Prodi, i compagni non hanno mai smesso di lamentarsi. Si lagnavano per le pensioni (e alla fine il governo le ha calate), si lagnavano perché restavamo in Afganistan (e ci siamo rimasti). Si lagnavano per la base NATO di Vicenza (il governo ha confermato l'allargamento della base), per il TAV (nessun passo indietro). Per il crollo dei salari dei dipendenti (che crollo era e crollo è rimasto, mentre i manager facevano affari). Per le morti sul lavoro (siamo saldamente i primi in Europa). Per la legge sul conflitto d'interessi (una sciocchezza che non interessa nessuno...) E per tanti altri motivi, troppi motivi, con un solo dettaglio comune: erano motivi seri. Un'enorme guarnigione militare straniera in una città italiana è un problema serio: si può discutere se conti più la realpolitik o la qualità della vita degli abitanti, e sarà una discussione seria. Una guerra in Afganistan non è una sciocchezza. La TAV non è una sciocchezza, la sicurezza sul luogo del lavoro non lo è. Erano argomenti forti, dei quali era giusto discutere, e se il governo fosse caduto durante dibattiti del genere, sarebbe caduto in piedi. Invece è caduto per una melina elettorale, o per le grane giudiziarie della signora Mastella. È franato al centro, questo governo, ricordiamolo sempre. Non è stato il figlio brontolone a buttarlo giù. È stato il figlio modello, quello che dice sempre di sì, pieno di buon senso, latitante nel momento del bisogno.

La polemica contro i compagni brontoloni, prigionieri dei loro ideali, incapaci di venire a patti con la realtà, è un vecchio cavallo di battaglia di questo sito. Una volta (non ricordo dove) l'ho anche scritto: io sono un orfano del 1998, non mi sono più ripreso dallo spettacolo di Bertinotti che affonda il Prodi Uno a causa delle... 35 ore. L'altra pietra di scandalo fu la campagna elettorale del 2001, ai tempi in cui faceva molto fine scrivere al Manifesto forbite letterine in cui si dettagliavano i motivi della propria astensione. Continuo a pensare che l'astensionista di sinistra sia stato uno dei principali responsabili dello sfacelo di questi anni. Il fatto è che credo lo abbia capito anche lui. Mi sembra di poter dire che abbiamo fatto la pace. Lui brontola ancora molto, ma quando c'è da andare nella vigna a salvare la maggioranza, lo fa. Lo ha sempre fatto. Se volessimo per una volta giudicare le persone per le loro azioni, e non per le lagne, ci accorgeremmo che negli ultimi due anni la classe dirigente della sinistra ha dato prova di una compattezza e di un'abnegazione che altrove non si sono viste. E stiamo parlando di partiti che sono radicati tra i pensionati e i dipendenti, che spesso hanno dovuto turarsi il naso e mantenere la fiducia a un governo che continuava a rosicchiare risorse alle loro categorie di riferimento: il minimo che ci si poteva aspettare era che si lagnassero un po': che altro avrebbero dovuto fare? Sorridere ai loro elettori, mentre tradivano il loro mandato elettorale?

Negli ultimi mesi avevano anche cominciato a federarsi: certo, il processo è stato molto più lento di quello del PD, ma era in corso. Veltroni sostiene che è impossibile governare con 14 partiti: ha ragione, ma ormai nessuno gli chiede questo. Un patto PD+Arcobaleno sarebbe già una notevole semplificazione: dopotutto neanche il bipartitismo americano è stato costruito in un giorno.

Invece al PD hanno deciso che corrono da soli (o al limite con Di Pietro, persona non proprio di sinistra ma perbene, che tende tuttavia a imbarcare con sé i peggiori trasformisti. Ce lo siamo scordati De Gregorio?). Salvo ripensamenti, la Sinistra è fuori. Si è mantenuta disciplinata e compatta per due anni, votando quasi sempre contro i suoi immediati interessi: e non è servito a nulla. Non è servito a niente perdere la faccia con la base elettorale pacifista, votando il rifinanziamento alla missione in Afganistan. Non è servito acconsentire all'innalzamento dell'età pensionabile. In sostanza, l'ex fratello brontolone ha scoperto che in politica i sacrifici e la maturità non pagano. (A sinistra; dall'altra parte c'è Berlusconi che, quando vince, porta un bel cesto di doni per tutti, senza scordarsi di nessuno: qualche sgravio fiscale per i monelli leghisti, un bel condono per gli autonomisti siciliani, e a Gianfranco cosa gli do, mah... un'altra fiction sull'Agro Pontino?) Si gettano qui le basi per la prossima generazione di estremisti duri e puri, che chiederanno l'impossibile ben sapendo di non avere nessuna possibilità di ottenere nulla. Tantovale fare gli eroi, no? Almeno si fa colpo sulle ragazze.

Può darsi che Veltroni ritenga di poter vincere meglio senza il peso di questi lagnosi alleati, che tuttavia rappresentano un pezzo di Paese non piccolo: quello che più ha pagato e pagherà la congiuntura economica. Oppure – e in molti lo hanno suggerito – il PD va da solo non per vincere contro Berlusconi, ma per succhiare voti agli ex alleati, col classico ricatto “o voti per me o ti tieni Berlusconi”. È un ricatto a cui probabilmente cederò anch'io. Col risultato di trovarmi, alla fine, non solo Berlusconi al governo, ma Veltroni leader incontrastato di un'opposizione molto sbilanciata al centro. E questo sarebbe il disastro finale, non tanto per me, ma per la classe sociale di cui faccio parte, e che il PD può rappresentare solo fino a un certo punto.

Può darsi che comunque alla fine lo voti, questo Veltroni cavaliere solitario. Non ne sono ancora sicuro. Sono invece certo di una cosa: nei prossimi due mesi mi lagnerò parecchio. Perdonatemi. Sembra proprio che alla fine io sia più di sinistra di quanto non pensassi.
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giocando all'Italia

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Le nuove avventure di Fesso e Stronzo

"Ciao, ti va di giocare?"
"Va bene, ma a che gioco?"
“Giochiamo all'Italia!”
“Va bene, allora io faccio lo Stronzo e tu il Fesso”.
“Perché tocca sempre a me fare il Fesso?”
“Perché ti viene naturale. Allora, facciamo che governo il Paese”.
“Ma non vale, sei uno stronzo! E rubi anche!”
“Allora faccio una legge che dice che si può rubare”.
“Ma poi la gente lo scopre e non vota più per te!”
“Mah, chissà. Comunque posso fare una legge per cui, anche se perdo le elezioni, chi le vince non riesce a governare!”
“Non riesco a crederci. Come fai ad essere così stronzo?”
“Mi viene naturale”.

[...]

“Comunque hai perso le elezioni! Tie'!”.
“Non ci credo, ricontiamo”.
“Riconta quello che vuoi, tanto hai perso! Hai perso!”
“Sì, ma di poco. È meglio che ci mettiamo a governare insieme”.
“Ma neanche per sogno, ho vinto io e governo io”.
“Vedrai che cadi tra una settimana”.
“E invece no”.
“Vedrai che cadi tra un mese”.
“E invece no”.
“Vedrai che cadi tra un anno”.
“E no, no, no... ops”.
“Aha! Lo vedi che sei caduto!”
“Ma non è colpa mia! La tua legge elettorale faceva schifo!”.
“Non mi frega niente, sei caduto. Rifacciamo le elezioni”.
“Aspetta! Se rifacciamo le elezioni con questa legge schifosa...”
“Vinco io, embè?”
“Ma anche se vinci, farai una fatica matta a governare, come l'ho fatta io”.
“E a te che te ne importa?”
“Ma aspetta, scusa, aspetta un momento! Troviamo un accordo! Facciamo una legge più seria. Così, dopo, se vinci tu...”
“Se vinco io...”
“...puoi governare per cinque anni senza cadere!”
“Non riesco a crederci. Come fai ad essere così fesso?”
“Mi viene naturale”.
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Il nome della r.

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Una rosa (bianca) è una rosa (bianca) è una rosa

Ma io ce li vedo proprio, Tabacci e Baccini, ciclostilare di nascosto volantini inneggianti al Centrismo, contro la tirannide degli opposti estremismi. E se chiudo gli occhi mi sembra di verderli furtivi, mentre li appoggiano sulle balaustre delle facoltà universitarie, con tutto il coraggio degli umili di cuore.
E continuo a vederli anche mentre i biechi estremisti li torturano, "diteci i nomi dei vostri komplicen!", e loro silenti, irremovibili, con tutta la dignità della purezza, abbracciare l'addetto alla ghigliottina e ascendere al cielo dei martiri e degli operatori di pace. Ce li vedo alla grande, quei due.
Per cui non fate storie, il nome è proprio scelto bene.
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don't know much about The Rise And Fall

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Soffrire per uno scopo

Se fossi più furbo, il coccodrillo di Prodi l'avrei scritto e liofilizzato già 18 mesi fa. Invece oggi come oggi non ho molto da aggiungere a quello che ho scritto in novembre, per esempio, o un anno fa, o tante altre volte che neppure mi ricordo. Prodi ha avuto il torto voler mandare avanti un governo di minoranza: qualcosa che in molti Paesi un po' più civili si può fare senza patemi e isterie. In Italia no. Lo si sapeva. Ma si tifava lo stesso.

Di lui cosa resterà? Beh, poco. Probabilmente tra un secolo si parlerà del ventennio a cavallo dei due secoli come dell'“era di Berlusconi”, e solo pochi occhialuti studenti di un corso opzionale scopriranno, un po' perplessi, che a differenza di altri tiranni Berlusconi non rimaneva sempre al potere. Ogni tanto era costretto a cederlo a un'opposizione che aveva il compito di riordinare i conti dello Stato, spaventare il popolo bue con lo spettro delle Tasse, e in questo modo preparare la trionfale campagna elettorale di B., che era poi la cosa che gli riusciva meglio. Questo perché in effetti B. non era un tiranno, ma un semplice tribuno (qui gli studenti strabuzzeranno gli occhi perplessi), e più che a esercitare il potere ambiva a rappresentarlo; più che un governante, uno Sposo Mistico, come gli antichi Dogi che ogni anno sposavano il mare. Lui invece sposava l'Italia di nuovo, ogni due, tre, cinque anni: e ogni volta erano nozze bianche, nozze di vergini.

“Che roba, deh”.
“Ma perché ci siamo ridotti a studiare 'ste stronzate?”
“A me piaceva l'assistente, la moretta, hai presente? Il primo mese manco sapevo il nome della materia. E tu?”
“Io stavo lavorando a una tesi di laurea sulla fine dell'Impero Azteco come suicidio di una civiltà, quando a un certo punto il prof mi ha detto basta, se cominciassimo a impilare le tesi di laurea sul suicidio dell'Impero Azteco potremmo edificare una piramide a gradoni che supererebbe in altezza quella di Palenque, mi ha detto proprio così, perché non ti trovi un'altra civiltà che si è autodistrutta? A me sul momento non me ne venivano in mente altre, così lui ha fatto un sorrisino stronzo e mi ha allungato un antico volume incomprensibile, come si chiama, la Costa...”
“La Casta”.
“Non ci ho capito niente”.
“Devi provare con l'Anthologia Blogorum”.
“Che roba è?”
“Una raccolta di diari adolescenziali del periodo, fa un certo effetto. Si assiste a tutta la crisi in presa diretta, giorno dopo giorno, per anni e anni e anni”.
“Dev'essere struggente”.
“Per quel che ci ho capito, sì, abbastanza struggente”.
“Ma voglio dire – non potevano andarsene semplicemente via? Ce li avevano gli aeroplani, no?”
“Mah, non è chiaro, non sono mai riusciti a localizzare le piste di decollo. Sai, sotto tutti quegli strati di monnezza”.
“Forse non se ne andavano semplicemente perché amavano il loro Paese”.
“Buona questa. Secondo me amavano ancora di più il resto del mondo, e non volevano contaminarlo coi loro vizi congeniti: litigiosità, volgarità, superficialità, approssimazione...”
“Ah, ecco, sono andati in malora per salvare il mondo. Romantico”.
“Se la pensi così”.
“A proposito, e la brunetta poi che fine ha fatto?”
“Nessuna fine, è ancora lì”.
“Ci hai provato?”
“Ma no, per carità”.
“Ma hai detto che ti piaceva”.
“Ma sì, all'inizio mi piaceva, ma poi...”
“Poi cosa?”
“...”
“C'è qualcosa che non va? I tuoi pseudopodi oscillano in modo innaturale”.
“E poi un giorno tu ti sei sedutadifiancoame edicolponelmiocuore noncèstatospazio pernessunabrunetta almondo aproposito”.
“Come?”
“A proposito: se domani diamo l'esame, dopo ti va di festeggiare? Mi hanno detto che c'è un rito di fertilità al rettilario, è da un sacco che non ne vedo uno, e poi...”
“Mi stai chiedendo di uscire con te?”
“Sì, direi di sì, sì”.
“Rispondimi con franchezza. Hai frequentato sei mesi di Lingua e Cultura Italiana del Tramonto solo perché volevi uscire con me?”
“Potremmo dire di sì, sì”.
“Compreso il mesemmezzo che avevo un'inflorescenza al sonaglio destro e sono stata a casa e tu mi hai portato gli appunti di tutte le lezioni, tu che fino a quel momento non avevi scritto una singola riga, una?”
“Uh, te n'eri accorta? Buffo”.
“E quindi insomma valeva la pena che una civiltà di sessanta milioni di umani tramontasse e decadesse in un turbine di ignoranza e pattume, affinché secoli dopo su un altro pianeta ci facessero un corso universitario che tu potessi frequentare per incontrare me?”
“Se la metti su questo piano”.
“Ma non capisci l'orribile ironia di tutto ciò? Quegli esseri senzienti che vivevano sotto Berlusconi, e ne soffrivano, e pensavano che forse tutte quelle sofferenze avessero un misterioso Scopo... e alla fine di tutto si scopre che il misterioso Scopo apparecchiato dal destino era che tu m'invitassi fuori?”
“Ho capito, scusa, fa finta che non ti ho detto n-”.
“Baciami”.
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Paracoolander

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Sempre su Diacoblog - quest'oasi di professionismo giornalistico nel deserto dilettantistico del web italiano - trovate l'intervista di Pierluigi Diaco a Totò Cuffaro. In tutto, 1356 parole (8774 caratteri). 75 sono di Diaco, che anche in così poco spazio non rinuncia a offendere sintassi e ortografia. Le restanti 1281 sono farina del sacco di Cuffaro, che pure avendo tutto lo spazio per protestare la sua innocenza, non si abbassa a tanto. Si limita a riconoscere, bontà sua, che per non schiodare dalla poltrona dopo una condanna ci vuole molto coraggio, e lui ce l'ha: più o meno lo stesso coraggio di Gandhi. Ma non risponde a nessuna domanda in merito al processo. Anche perché queste domande Diaco non gliele fa. La domanda più cattiva è sui cannoli.

Presidente Cuffaro, se durante il dibattito d’aula dovesse percepire un clima ostile, ci vorrà più coraggio a restare al governo della Sicilia o a dimettersi? E lei cosa farà?
“Ci vorrà senz’altro più coraggio a restare che a lasciare tutto e ritornare a vivere da privato cittadino. Ma io come Gandhi penso che “Nulla si ottiene senza sacrificio e senza coraggio. Se si fa una cosa apertamente, si può anche soffrire di più, ma alla fine l’azione sarà più efficace. Chi ha ragione ed è capace di soffrire alla fine vince”. Ed io che le mie scelte le ho sempre fatte apertamente avrò il coraggio di non fuggire e restare a governare la mia meravigliosa terra così come i siciliani mi hanno chiesto e continuano a chiedermi”.


Questo è Cuffaro. E questo è Diaco. Il piccolo grande padre costituente del PD che ci siamo persi.
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sui vostri schermi nel 2018

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La caccia al Cinghiale

È vero: in quell'occhio di animale braccato e non domo, si legge la stessa incredulità che affliggeva la smorfia altera del Craxi caduto. La domanda è la stessa: perché proprio io, per quale motivo dovrei pagare per tutti? Per aver fatto quello che fanno tutti, quello che tutti continueranno a fare? È giustizia questa?

La risposta non spetterebbe a me, comunque sì: è la giustizia degli uomini. Imprecisa, sommaria, disorganizzata soprattutto. Quel che risulta più difficile, in tanta umana imperfezione, è credere a un complotto di magistrati anti-Mastella, e magari anti-Prodi. Io (che non ne so niente, ricordo) preferisco pensare che anche stavolta i magistrati stiano agendo da inconsapevoli anticorpi di un sistema che c'è, ma è caotico e ingovernabile: i popoli, le nazioni, sono in qualche modo intelligenze collettive - anche se intelligenze nel nostro caso è una grossa parola. Non c'è nessun grande vecchio che da un tavolo di comando decida di amputare la corruzione italiana a partire da Mastella: non è così che funziona, pensate piuttosto all'Italia come a un'ottusità collettiva che si gratta i pidocchi, magari la rogna: e grattarsi non è sempre il rimedio migliore, ma indubbiamente dà un certo sollievo.
Può darsi che Mastella non sia davvero peggio di molti altri, ma la giustizia non è infallibile. Non persegue tutti nel medesimo momento: da qualcuno deve pur cominciare, e di solito inizia dai pesci più piccoli.

L'errore di Mastella, il suo peccato di superbia, è aver creduto di poter giocare per sempre nel ruolo di ago della bilancia. Mentre gli ex compagni DC d'ambo i poli inseguivano improbabili accozzaglie di centro, lui rifuggiva qualsiasi ecumenismo e si arroccava nelle sue fortezze campane, geloso di quel quattro per cento che avrebbe dovuto difenderlo da qualsiasi minaccia. Immemore del precedente di Craxi (e di Altissimo, Nicolazzi, Giorgio La Malfa: quei capipartito del due-per-cento che durante la recessione del '93 furono i primi a saltare). Incurante di quella semplice lezione di fisica empirica che dice: l'anello più debole è il primo a spezzarsi. In fondo l'errore di Mastella è quello di tanti industrialotti del nord, che a dispetto della retorica anti-terrona gli somigliano per temperamento, e che credevano di poter restare piccoli e impuniti in un mondo sempre più grande e sempre più controllabile e intercettabile. Mastella non l'ha capito, e cadrà per questo. Oltre che per il fatto di non essere, forse, un politico integerrimo. Ma questo non spetta a me dirlo.

Ai tempi di Craxi i magistrati rottamarono i vecchi arnesi della prima repubblica sorretti dalla volontà popolare, che di quella classe dirigente sentiva di non avere più bisogno. Alla rabbia dei primi anni Novanta subentrò la nuova religione berlusconiana, che polarizzò gli italiani in due schieramenti mai visti prima. Oggi che il berlusconismo, o almeno quel tipo di berlusconismo è sfumato (ma nuove versioni sono in cantiere), gli italiani si guardano in faccia alla ricerca non tanto di un capo, ma di un capro espiatorio, qualcuno di cui poter dire almeno “è colpa sua”. L'antipolitica è questa, e i tribuni alla Beppe Grillo la solcano solo in superficie: lo stesso Grillo ha più volte rammentato ai suoi che il problema non è un solo Mastella, ma non è servito a niente. Mastella deve pagare per tutti, perché si ostina a essere piccolo e riottoso, proprio mentre nella nazione si diffonde l'idea che i localismi siano la piaga da combattere. L'“Italia frammentata” del rapporto Censis, l'“Italia sfilacciata”, a “coriandoli”, del cardinal Bagnasco: il messaggio arriva da tutte le parti ed è univoco: le minoranze hanno rotto, i cespugli vanno trattati a diserbante. All'orizzonte c'è forse una Grossa Coalizione d'emergenza, una legge elettorale con uno sbarramento alto, o magari il referendum: che è forse il motivo vero per cui Mastella, dopo le dignitose dimissioni dell'altro giorno, ieri abbia improvvisamente silurato il governo. Per lui è l'ultima possibilità di andare alle urne con le vecchie alleanze, prima che il nuovo bipartitismo lo sradichi definitivamente. Probabilmente gli andrà male. E invece a noi?

Cosa ci accadrà, dopo Mastella? È lecito sperare che il suo esempio serva da monito ai colleghi, come se davvero colpirne uno ne educasse cento? Se ho dei dubbi, non è per pessimismo cosmico. Ma i veri cambiamenti riguardano il popolo, e il popolo non mi è sembrato mai così rassegnato. Non solo: ma noto che a tanti anni di distanza non ci siamo ancora liberati degli orfani di Craxi, che vanno in tv, fanno le fiction, e ostentano tuttora incredulità per la sorte riservata a quel grande statista un po' intrallazzone. Come se il passato fosse inarchiviabile: i rifiuti che credevamo di aver differenziato e reciclato, sono stati semplicemente nascosti in qualche discarica a cielo aperto dove qualcuno li andrà a ripescare per servirceli in tavola all'ora di cena. E pure a Mastella, tra dieci anni, dedicheranno una fiction. Una fiction non si nega a nessuno.
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un Ottimista ben informato

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Unicorni

Vivere in un regime di Campagna Elettorale Permanente non è tanto bello, lo sappiamo. Litigi continui in tv, il Parlamento sempre in bilico... è una vitaccia.
Ma ha i suoi lati positivi: per esempio, ci dà la possibilità di misurare la serietà dei candidati quando si confrontano con i problemi di attualità.

Prendiamo l'emergenza dell'ultima settimana, la crisi dei rifiuti. In un altro Paese i riflettori sarebbero soltanto sul Governo e sulle amministrazioni locali, che dovrebbero difendersi dalle accuse, giustificarsi, recriminare, ecc.. Tutto abbastanza scontato, e anche inutile, visto che Prodi ormai parla con la valigia in mano.

Invece, grazie alla Campagna Elettorale Permanente, abbiamo avuto la possibilità di sapere nel giro di poche ore cosa ne pensano i due candidati, Berlusconi e Veltroni, e cosa intendono fare non appena li eleggeremo (molto presto!) Ognuno ha potuto leggere le loro interviste e guardarli parlare dalle principali tribune tv, ognuno ha potuto confrontare le diverse soluzioni proposte dai due a questo enorme problema che ci angoscia tutti quanti.

E' confortante sapere che, quando esplode un'emergenza vera, sentita dalla gente, i due candidati se ne accorgono subito, smettendo di cincischiare di leggi elettorali ed altri tecnicismi interessanti per pochi. E' una cosa che dà speranza, e restituisce anche un senso di serietà alla competizione elettorale: ora che so cosa vuole seriamente fare Veltroni sui rifiuti, lo posso confrontare con quello che concretamente ha intenzione di fare Berlusconi sui rifiuti. Tutto molto semplice e molto chiaro.

Io non so voi, ma i due paginoni della Repubblica e del Corriere con le mega-interviste a Veltroni e Berlusconi sull'emergenza rifiuti le ho appese al muro della mia stanza, e le sto studiando intensamente da un par di giorni, perché voglio capire davvero chi dei due ha veramente preso le misure al problema. A sinistra ho messo Veltroni, a destra c'è Berlusconi, e in mezzo c'è un poster che ho ricavato da uno scatto su flickr, che mostra un rarissimo esemplare di unicorno albino mentre punta una zebra con evidenti intenzioni sodomite. Lo so, ho dei gusti un po' così.

Come dite? Gli unicorni non esistono?
Ma dai, impossibile, c'ho la foto.
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"Suggerisci una riforma costituzionale a caso", 2

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Quest'anno cercherò di scrivere poco di politica e di non pontificare su cose che non conosco.

Spara Dario Spara
Per esempio, sul semipresidenzialismo non mi pronuncio. Non mi faccio mica fregare. Qualche mese fa mi sembrava perfino un sistema interessante, per cui non posso mettermi a criticare Franceschini, che queste cose le avrà studiate meglio di me... e poi si vede che è uno serio, mica il tipo che la butta lì soltanto perché è davanti a una telecamera.

Vorrei soltanto capire: ma il PD funziona così? Cioè, c'è questa sede a Roma, praticamente un appartamentino in Piazza Sant'Anastasia, dove ogni tanto il segretario e il vice vanno a fare un vertice a due, Buon Natale, Buon Anno, senti, hai visto che forza quel Sarkozy? Mi è venuto in mente che nel 2008 potremmo fare anche noi il semipresidenzialismo, cosa ne dici?

"Figata! Però forse prima dovremmo consultare la base".
"Dici?"
"Sai com'è, io ho appena presentato un proporzionale misto alla tedesco-spagnola, se adesso salto fuori col modello francese rischiamo di incrinare questa sensazione di compattezza interna che finora abbiamo cercato di suggerire nel pubb... nell'elettorato"
"Hai ragione, soltanto... come facciamo a consultarla? Non ci sono le strutture intermedie, ci siamo soltanto io e te..."
"E io sono molto impegnato, faccio il sindaco, ho un sacco di ordinanze da firmare..."
"Sai cosa ti dico? Vado direttamente in tv, e la butto lì: Ehi, base, che ne diresti del semipresidenzialismo?"
"Figata! Però qualcuno si lamenterà".
"Eh, si capisce, adesso solo perché uno fa il vicesegretario del PD non può più andare in tv a suggerire la prima riforma istituzionale che gli viene in mente..."
"Sì, ti criticheranno tutti... intanto però inizieranno a discuterne".
"Poi tra qualche settimana si fa un sondaggio... e vualà, abbiamo consultato la base. Senza bisogno di tutte quelle ferraginose strutture intermedie".
"Noi sì che siamo moderni, ahò. Io conosco un'agenzia di sondaggi che non sbaglia quasi mai, mi dice sempre quello che voglio sentire, vedrai che ci fanno un lavoro coi fiocchi".
"Allora vado?"
"Va', va'"
"Sparo la riforma?"
"Spara, spara... No, aspetta, mi è venuta in mente una cosa. Berlusconi".
"E cosa c'entra Berlusconi, adesso".
"Ti sembrerà strano, eppure c'entra. Se facciamo il semipresidenzialismo, siamo sicuri che alla fine gli italiani non eleggano lui? Perché se andasse a finire così non ce lo leveremmo più dai..."
"Ma no, vedrai, eleggeranno te".
"Sul serio?"
"Vai tranquillo! Ti ricordi l'ultimo sondaggio?"
"Ah, già, i sondaggi, dimenticavo".
"Non sbagliano mai, no?"
"Quasi mai".
"E dicono sempre quello che vuoi sentire, no?"
"Con quello che paghiamo, ci mancherebbe".
"Allora vado, eh?"
"Vaivai".
"La sparo?"
"Sparaspara".
"Prodi se la prenderà".
"Pazienza".
"D'Alema s'incazzerà".
"Figata".
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naso grosso, gambe corte

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E cosa vuoi che sia un milione

Ma come fai a dire che hanno firmato "un milione e centomila"?
Ma scusa, com'è possibile che due settimane fa abbiano firmato sette milioni, e oggi soltanto uno? E agli altri sei milioni cos'è successo? Si sono distratti? Erano a far shopping? Ma per i regali di Natale c'è tempo, invece oggi c'era da fare il nuovo Partito del Popolo della Libertà (PdPdL).

Due settimane fa aveva firmato un italiano su dieci. Oggi uno su sessanta. Insomma, non è proprio la stessa cosa.

Tu togli i leghisti, e vabbè. Togli Storace. Togli i fedelissimi di Fini e Casini che una firmetta per le dimissioni a Prodi l'avevano pur messa. Togli i mastelliani e i diniani che avevano voluto togliersi lo sfizio proibito. E vabbè, togli qui e togli là, ma non arrivi a sei milioni. Che fine han fatto, si può sapere?

Cambiamo argomento. Voi raccontate mai bugie? E' stimolante. Le bugie presentano diversi vantaggi rispetto alla verità, ma hanno un difetto. Tendono a instaurare un circolo vizioso. Se ne dico una un po' troppo grossa, la prossima volta dovrò raccontarla più grossa ancora. Ma c'è un limite oltre il quale nessuno, nemmeno un italiano, vorrà più credermi, e allora come faccio? Prima o poi dovrò tornare a terra, ridimensionare l'universo di palle che mi sono costruito attorno. Tutto sta nello scegliere il momento giusto.
Ecco, se fosse stato per me, avrei aspettato ancora un po'. Avrei detto quattro, tre milioni e mezzo, vah. Tanto che differenza fa. Però forse è vero che non capisco niente di comunicazione politica.
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il più grande statista, finché tace

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L'uomo inutile

In questi giorni di grande confusione, in cui Forza Italia si scioglie e si rifonda anche in due ore, io non saprei proprio dire chi vincerà, ma se dovessi puntare sul perdente scommetterei tranquillamente su Gianfranco Fini.

Perché proprio lui?
Perché è inutile. Anche se molto popolare. Ecco un altro mistero italiano: ogni volta che si fa un sondaggio di popolarità, quel tizio è in cima. L’impressione è che la gente si vergogni meno di lui che di Berlusconi, almeno quando parla ai sondaggisti. Poi nel segreto dell’urna fa altre cose. Fini è stato la faccia seria del centrodestra, fino a ieri. Ma poi alla fine uno cosa se ne fa, della faccia seria?

Fini è un caso di hybris, la superbia che offende gli Dei. Passare in una sola generazione dal Fronte della Gioventù a Palazzo Chigi non si può fare, spiacenti. Capisco benissimo che ti rode, con tutti questi ex partigiani al Quirinale. C’è la piccola differenza che hanno vinto la guerra, loro. Mentre tu, tu hai scelto il tuo destino un pomeriggio che volevi andare a vedere un film con John Wayne e dei comunisti non ti facevano entrare. Ora, capisci anche tu che non suona bene come la storia della via di Damasco. Se quel giorno non avessi scelto John Wayne, forse oggi saresti più presentabile. E cioè saresti un presentabilissimo Signor Nessuno, perché tutte le belle figure della vita le hai rimediate circondandoti d'imbecilli. Sei sempre stato il più furbo tra i pecoroni, il più profumato degli stronzi. Ma quanto vali veramente? Difficile dirlo.

Cosa lasci ai posteri? La legge di Bossi sui flussi? Qualunque xenofobo era in grado. Un partito post-fascista che sta per confluire in un movimento post-post-fascista che a sua volta… tre righe d’enciclopedia ti faranno giustizia. Tu dovevi dimostrare che gli ex fascisti erano diventati persone ragionevoli. Ma poi alla lunga cosa ce ne facciamo, di ex fascisti ragionevoli? Non servono a niente, è questa l’amara verità. Fanno solo arrabbiare i fascisti irragionevoli, i cui voti oggettivamente fanno gola. A Gerusalemme hai messo la kippa, e hai strappato con la Mussolini. Hai parlato di voto agli stranieri, e hai strappato con Storace. Sei un accorto politico, finché taci: appena parli cominciano i guai. Se anche riuscissi a ripulire del tutto le stalle di Augia del tuo partito, non ci servirebbero a niente, perché quello che interessava veramente non erano le stalle in sé, ma il marciume che c’era dentro.

Ora che dopo mille pulizie il tuo salotto è quasi pulito, guarda che succede: invece di venire a prendere il caffè da te, Berlusconi sta rovistando nella tua spazzatura. Esce con Storace. Se serve si metterà d’accordo anche con Forza Nuova. Perché Storace e Roberto Fiore sono quello che Gianfranco Fini era nel 1994: simpatici teppisti con tanta voglia di fare. Tu invece sei un ex teppista che hai solo parole di buon senso, e che se ne fanno a destra del buon senso? Ed è inutile alternare colpi al cerchio e alla botte: se voglio un politico che parla bene delle imprese coloniali italiane, ne trovo di più convinti di te. Se voglio un filoisraeliano, ne conosco anche di quelli che da piccoli non inneggiavano al Duce. Idem se ne cerco uno che tenda sinceramente la mano agli stranieri. Ognuno hai i suoi gusti, ma tu, tu sei uno strano cocktail di rum e olio di ricino, per quale motivo al mondo dovrei mandarti giù?

Ieri da Mentana hai osato una cosa incredibile: una battuta su Berlusconi. Hai osato insinuare che non sia molto sviluppato in altezza. Ecco, se volevi caratterizzarti come un politico serio offeso dalle ultime piazzate del padrone di casa, hai sbagliato registro. Per l’ennesima volta. Non azzecchi mai il tono giusto, questo è il problema. Finché stai zitto funzioni. Ma in politica non si può star zitti sempre, ecco il dramma.

Lo scrivo senza pietà, ma neanche compiacimento, perché alla fine credo che tu sia stato sul serio il meno peggio. Però sei anche l’anello più debole, e la catena comincia a tirare. Niente di personale, eh. Massimo rispetto, come sempre, finché taci.
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tunc!

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Adesso, se toccasse a me fornire un consiglio di bassa politica, non mi tirerei indietro: Prodi, dimettiti.

Non fraintendermi. Sarai sempre nel mio cuore. Io non sono come tutti gli altri blog intelligenti, che ti prendono per un nonnino suonato. O meglio: io continuo a pensare che un nonnino suonato bolognese è in grado di dare la paga a dieci manager lombardi e cento intrallazzoni romani, per cui ti prego di accettare l’espressione della mia più profonda gratitudine. Hai salvato la patria un paio di volte, mentre i supereroi erano al cinema o in missione per salvare l’Africa, le staminali, la pena di morte, tutte le gloriosissime cause perse del mondo. Meriti monumenti in tutte le città, ma non te li faranno; pazienza, vorrà dire che i piccioni si libereranno su quelli a Veltroni. Non è così importante. Hai fatto tutto quello che hai potuto, e a volte anche qualcosina che non potevi, ma l’hai fatta lo stesso: continua così. Quello che ci serve è un ultimo, sublime sacrificio.

Metti la fiducia sulla prima cretinata che ti viene in mente. Non stare nemmeno a spiegare il perché e il percome, aspetta il voto negativo e poi dimettiti. Devi farlo adesso, mentre Fini ancora strilla coi pugnetti alzati che con Berlusconi non ci gioca più. A gennaio si vota, e li voglio vedere, lui e il Polipo della libertà, di nuovo apparentati. La faccia di bronzo ce l’hanno, ma stavolta non basta. Stanno giocando alla Rottura perché credono di avere il tempo di ricucire: tu dimettiti. Andiamo a vedere il bluff. Il Polipo vale il 35%? E cosa ci fa, con questa porca legge elettorale? Berlusconi ha avuto fretta di chiudere per un anno, adesso però ha bisogno di un po’ di tempo. Col cavolo. A votare subito, e vediamo se regge un’altra sconfitta.

Mi sbaglio? Che importa, tanto lo so che non lo farai. Non si gioca con le istituzioni repubblicane, non si sciolgono le camere a seconda delle opportunità, è roba da Chirac. Tu sei troppo responsabile. Sempre con questa mania di voler salvare gli italiani. È un’ossessione che non paga mai. Tu sei l’ultimo discendente di una stirpe di statisti che in mezzo al caos italico si autoconvincono che la priorità è il bilancio e non deviano mai dalla rotta. Come se all’elettore fregasse qualcosa, del bilancio. Tu cerchi di quadrare i conti e intanto loro intonano canti nostalgici all’inflazione, alla liretta, ai bei tempi quando non si soffriva della concorrenza rumena perché la Romania eravamo noi. È un popolo che non ti merita, diciamo la verità. Tu sei un nonnino suonato, ma per noi sei già troppo. Lasciaci perdere.

Altrimenti si potrebbe andare avanti all’infinito: cinque anni di bengodi berlusconiano, due anni di stringi-la-cinghia prodiano. Cinque anni di condoni, due di lotta; cinque carnevali, tre quaresime. È evidente che tu e il polipo siete le facce di una stessa medaglia.
E allora tu buttala via. Nessuno ti capirà, ma cosa importa? Basta che scampi uno solo per cantare le tue gesta, e sarò io. Tu per me sarai per sempre l’ammiraglio Ramius di Ottobre Rosso, che quando sente il siluro avvicinarsi, inverte le rotta e gli va addosso: si sente un gran tunc!, e il sottomarino è salvo. Anticipando la collisione non gli ha dato il tempo di scoppiare.
Oppure il sergente di Salvate il soldato Ryan, che si vede un tedesco armato a un metro, non ha nemmeno il tempo di prendere in mano il fucile, e allora sai che fa? Si toglie l’elmetto e glielo tira in testa. Lascia perdere le saghe, le guerre vere si vincono così. L’olimpo degli eroi veri è un circolo acli di nonnetti suonati. È tempo di raggiungerli.
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gazebole

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Il Polipo delle Libertà

– Io non ho la minima idea di quanti gazebo fossero attivi in questi tre giorni. Sul sito di Forza Italia si parlava di aprirne 10.000, una stima lievemente ottimista per quel poco che m’intendo di attivismo politico. Sarebbe come dire un gazebo ogni 6000 italiani, bambini ed extra inclusi.
Ma diamogliela per buona, gliene abbiamo date tante. Supponiamo che in Italia in questi tre giorni ci fossero 10.000 gazebo aperti (3x10=30.000) dalle otto del mattino a mezzanotte con orario continuato, quindi per un totale di 16 ore (30.000x16=480.000). In totale questi gazebo sono stati aperti per 480.000x60=28.800.000 minuti, pari a 28.800.000x60=1.728.000.000 secondi.
Berlusconi ormai sta parlando di 10 milioni di firme. 1.728.000.000 diviso 10.000.000 fa 172,8. Significa una firma ogni tre minuti scarsi, no stop per sedici ore al giorno, in diecimila gazebo. Correggetemi se sbaglio, ma insomma, la sostanza è che avrebbe firmato un italiano su sei. E scusa, con dei numeri così, come fai a perdere tempo con dei mentecatti stile Bossi o Fini? Come fai a non fondare un partito nuovo? È il popolo che te lo chiede.

– Durante il week-end mi sentivo in effetti un po’ stanco, esaurito. Ora so il perché: evidentemente sono andato a firmare anch’io, facendo una lunga coda al freddo, prima di poter scorgere il gazebo all’orizzonte. Non me lo ricordo perché ero in trance, ma statisticamente qualcuno nel mio quartiere deve pure esserci andato. Dunque ho firmato per… per andare a votare subito, no? E chi le ha raccolte tutte queste firme? Berlusconi! E cosa ci fa con queste firme Berlusconi? Non hanno ancora smontato i gazebo che lui già sta mercanteggiando con Veltroni per prolungare la legislatura in attesa di una nuova legge elettorale. Ma come? 10 milioni di italiani firmano per le elezioni subito e tu li prendi in giro così? E nessuno protesta? Protesterò io! Oh, Silvio, abbiamo firmato una petizione, mica un assegno in bianco! La legge elettorale che c’è va benissimo, del resto l’ha fatta il tuo governo, come può farti schifo?

- Uno sarebbe in effetti portato a riderci su. La possente corazzata della CdL ha sbattuto contro il fragile governo Prodi ed è andata in pezzi. È bastata una cosa semplicissima e inaudita: che i senatori si dessero un po’ da fare, che approvassero una finanziaria senza fiducia e senza indulgere al mercato acquisti. Un sussulto di dignità che forse in parte dipende anche dalla famosa ondata antipolitica.

- ...Eppure non ce la faccio. Temo Berlusconi anche quando regala gazebi. So benissimo che non ha nessuna vera idea nuova, non ignoro che possegga ormai un decimo della vitalità e della fantasia del 1994. Come può riciclarsi cambiando semplicemente nome e ragione sociale? Con che faccia convincerà i liberisti, lui che in due governi non ha liberizzato quasi niente? Con che sorriso prometterà posti di lavoro, lui che ha ruminato un po’ la Treu e l’ha rigettata peggio di prima? Forse che calerà le tasse, come ha fatto nel… nel… nel… forse che le ha mai calate? Eccetera eccetera. Chi ci può cascare ancora? Mah, gli italiani, per esempio.

Siamo così stupidi? Sì, può darsi. Se abbiamo appena fatto aprire un centro bellezza a Vanna Marchi, perché non dovremmo ricomprarci lo stesso Berlusconi avanzato da due anni fa nel nuovo pacco novità? La stupidità italica è un'ipotesi di lavoro; io non è che stia conducendo ricerche in merito, salvo ogni tanto a cena quando vedo Affari Tuoi. Il gioco dei pacchi, sì. È un format internazionale, perciò sarebbe interessante vedere come funziona all’estero. Da noi è un disastro. I concorrenti non hanno quasi mai il minimo rudimento di matematica e statistica; viceversa si affidano alle cabale più oscene, rifiutano offerte allettanti e vanno avanti anche quando hanno cinque pacchi brutti contro uno buono. Ogni sera vedono sbagliare i loro connazionali, e quando tocca a loro vanno e sbagliano. È una specie di istinto di autodistruzione che ci ha preso da trent’anni in qua, come ai lemmings. Salvo che la storia dei lemmings che si suicidano in massa era una bufala, mentre gli italiani… noi sì che dovremmo andare su discovery channel, un giorno o l'altro. “Italiani: il segreto di un popolo votato alla perdizione!” Peccato non esserci quando lo trasmetteranno.
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si prenda le sue irresponsabilità

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Ministro Amato, oggi è martedì, e lei non ha ancora presentato le sue dimissioni. Mi sembra un fatto abbastanza grave, che potrebbe avere ripercussioni sulla sicurezza di noi tutti. Proprio quella sicurezza che come ministro lei dovrebbe avere a cuore.

Non le dirò “si prenda le sue responsabilità”: è una frase fatta, e peraltro non è vera. Lei non è responsabile di un colpo partito lungo l’Autostrada del sole. Né della devastazione e del saccheggio, o come lo chiamano adesso, “terrorismo”: come se devastazione e saccheggio non fossero già cause sufficienti per un bel po’ d’anni di galera. Il punto è proprio questo: lei non è responsabile. E siccome non lo è, siccome non è stato capace di esserlo, dovrebbe farsi da parte, e lasciare il suo posto a qualcuno che certe responsabilità è in grado di assumerle. È un mestiere difficile, ma la paga è buona.

Altri mestieri, ben più rischiosi, non sono altrettanto ben remunerati. Il poliziotto che, sfortunato o incosciente, ha lasciato partire un colpo perpendicolare ai sensi di marcia dell’A1, verrà processato, e probabilmente perderà il suo lavoro. È abbastanza ingiusto che nel frattempo lei resti dov’è, senza pagare nemmeno un poco la sua imperizia e la sua irresponsabilità.

Da bambini c’insegnavano a non fare come lo struzzo, che nell’emergenza nasconde la testa sotto la sabbia. Oggi sappiamo che era tutta una montatura delle maestre, gli struzzi non fanno così. Dev’essere proprio lei, Ministro Amato, a tener viva la tradizione? Per una mezza domenica, mentre la furia montava, la Polizia e il Ministero degli Interni hanno mantenuto la versione del “colpo sparato in aria”: un’offesa all’intelligenza di tutti. Persino a quella degli ultras.

Ministro Amato, io non giustifico la violenza degli ultras. Ma so che esiste, che da decenni è studiata, e che esistono strumenti per imbrigliarla e persino governarla. E da domenica so pure che lei questi strumenti non li sa usare. Perciò è opportuno che lasci l’incarico a qualcuno più esperto e al passo coi tempi. Lei è un uomo colto, esperto di economia, politico navigato: i campi in cui può mettere a frutto le sue competenze sono numerosi, e se tra questi non c’è, come s’è visto, la gestione della pubblica sicurezza, io non ne farei un dramma. Bisognerebbe cominciare a capire che a un certo livello di professionalità (e di rimunerazione), le seconde occasioni per chi sbaglia non esistono più.
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la commissione, tenetevela

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Ci sono tanti motivi per prendersela con questo Parlamento. Francamente, ce n’è troppi. Suggerirei pertanto di concentrarsi sui più eclatanti, senza allungare ulteriormente la lista.

In altre parole: ma sul serio vi rimane un po’ d’indignazione da impegnare in una scemenza come la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fatti di Genova? Ma Buon Dio. Indignatevi per i torroncini di Mastella. Per la compravendita di senatori. Per la compravendita di Capezzone, che manco è senatore… probabilmente se lo sono trovati incellofanato in un’offerta speciale (bella sòla). Indignatevi per Veltroni che, incapace di illuminare le vie pedonali di Roma Centro, se la prende col presidente della Romania. Indignatevi per questi e mille altri motivi… ma non per la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fatti di Genova. Che è una scemenza. Devo anche spiegarvi il perché?

Cinque motivi per cui la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sui fatti di Genova è una scemenza, e discuterne una sconsiderata perdita di tempo ed energie

0. Premessa.
Io a Genova c’ero. Non avrei sopportato di non esserci. Sono uscito dalle Diaz cinque minuti prima che ci entrassero i carabinieri. Un ragazzo che conosco è stato a Bolzaneto. Come tutti, chiedo giustizia. Ma a chi? Di sicuro non a una Commissione Parlamentare. Almeno per ora.

1. Meglio i giudici, grazie.
Tecnicamente, la giustizia la fanno i giudici, applicando le leggi. Io non credo di vivere nel miglior Paese del mondo coi migliori giudici del mondo. Per esempio, i pubblici ministeri che hanno chiesto da 6 a 16 anni anni per un gruppo di dimostranti mi sembrano alquanto esagerati. In generale, comunque, conservo un maggiore rispetto nei confronti della giustizia che della politica: voi no? Preferite che arrivi una commissione di senatori e deputati bipartisan a interferire su procedimenti ancora in corso? Vi dispiace così tanto che questo non possa succedere? Siete ben strani.

2. Chi paga?
Provate un po’ a indovinare chi finanzierebbe i lavori della commissione. Eh, certo, dopo cinque anni in cui avete pagato gli extra a quel fine segugio di Paolo Guzzanti per indagare sulle sedute spiritiche di Prodi, l’idea di non finanziare più una commissione di politici detective vi pesa. Posso capirvi. Allora fate così: andate in banca, ritirate i vostri risparmi in mazzette da cento, e dategli fuoco sulla pubblica piazza (Per inciso, la commissione di Guzzanti ha stabilito che Prodi è uno pseudo-agente del KGB. Questo sì che è spender bene i nostri soldi, no?)

3. Precari di lusso
Se non erro, una Commissione Parlamentare dura finché dura il Parlamento. Non è un mistero per nessuno che l’attuale legislatura stia appesa a un filo. E se Prodi cadesse domani? E se ci si riducesse a votare in febbraio o marzo? Stiamo a fare tutto questo baccano per una Commissione d’Inchiesta che rischia di non fare in tempo a riunirsi? Se anche – per una coincidenza assai remota – i componenti di siffatta Commissione fossero tutti parlamentari onesti, seri, e consapevoli del proprio ruolo, pensate che possano lavorare bene in una situazione in cui qualsiasi seduta della Commissione potrebbe essere l’ultima? Che razza di inchiesta ci salterebbe fuori? Probabilmente un'inchiesta affrettata e superficiale. Ne avremmo veramente bisogno. Così, se un giorno si verificassero le premesse per fare un'inchiesta seria, probabilmente ci sentiremmo rispondere: "Grazie, no. C'è già quella affrettata e superficiale fatta durante il Prodi II, e ce la teniamo".

4. “Ma c’era nel programma”.

Ecco, appunto, ditelo. Ditelo, che a questo punto la Commissione è semplicemente un punto d’onore. Vi hanno tolto uno scalino, un ministero o un sottosegretario, e voi v’aggrappate alla Commissione. Che poi questa Commissione funzioni o no, v’interessa relativamente. Il punto è che voi avete diritto a un contentino.
Vogliamo ricapitolare un po’ la situazione? È vero, la Commissione era nel programma elettorale. Con quel programma (lunghissimo, impraticabile) Prodi ha vinto le elezioni. Di striscio. Dopo qualche mese ha perso la maggioranza in Senato e si è dimesso. In seguito è stato nominato di nuovo da Napolitano, ma con un programma di soli 12 punti, sottoscritti dalla maggioranza. Una maggioranza lievemente diversa da quella delle elezioni (fuori De Gregorio, dentro Follini). In quei 12 punti la Commissione d’Inchiesta su Genova c’è? No. E allora? Perché facciamo finta che in febbraio non sia successo niente?
La situazione è pessima, ma non così difficile da capire. L’unica maggioranza possibile in questo momento in Italia è appesa a un filo. Se cade, si va alle elezioni con una legge orribile, che probabilmente creerà un’altra maggioranza appesa a un filo. A questo punto, o si tira innanzi cercando di rimettere a posto la legge elettorale, o si va al voto e amen. Prodi ha deciso di tirare innanzi. Si può discuterne, ma chi ha votato la fiducia a Prodi in febbraio ha deciso di seguirlo. E ha sottoscritto i 12 punti. Se si accetta l’idea di governare con un voto di scarto al Senato, si accetta anche il fatto che non sempre c’è margine per i contentini. Nel caso della Commissione d’Inchiesta, non c’è. E non mi sembra nemmeno una grande tragedia. Se ne consumano ben altre, negli stessi giorni e nelle stesse stanze.

5. Così è se vi pare
Ma fingiamo di nuovo che tutto possa funzionare: che la Commissione d’Inchiesta, formata da parlamentari onesti seri e consapevoli, riesca a portare a termine un’inchiesta decente entro i termini della legislatura. Pensate che potrebbe giungere a una verità condivisa? Perché in realtà è questo l’unico senso di una Commissione di questo tipo: mettere nero su bianco quello che è successo a Genova, in una forma che possa essere condivisa da tutti. Ve l’immaginate?
Pensate ai parlamentari più seri che conoscete. Di destra e di sinistra. Chiudeteli in una stanza e immaginateli mentre discutono del G8. Pensate che ne possa uscire qualcosa di buono? Un’inchiesta parlamentare di questo tipo, nel 2007 (o nel 2008, o nel 2009), nel migliore dei casi si concluderebbe con due relazioni. La relazione di maggioranza stabilirebbe più o meno quello che sappiamo già, perché lo ha scritto Amnesty: quello che è successo a Genova nel luglio del 2001 è la più grave sospensione dei diritti civili nel dopoguerra. La relazione di minoranza spiegherebbe invece che i poliziotti e i carabinieri, accorsi in massa per evitare gli attentati di Bin Laden, sono stati attaccati dai comunisti cattivi e si sono difesi come potevano. Così in capo a un anno o due avremmo strapagato una dozzina o più di parlamentari per ottenere esattamente quello che avevamo all’inizio: due verità per due Italie diverse. Che tra loro ormai non si parlano più. Guardano gli stessi filmati e capiscono entrambe solo quello che vogliono capire. C’è davvero bisogno di scomodare una commissione per tutto questo?

Un giorno si farà, la Commissione. Spero non sia domani. Quando la giustizia ci avrà portato già qualche sentenza definitiva. Quando avremo un governo un po’ più saldo, in grado di non flettersi ad ogni venticello parlamentare. Quando Fini sarà definitivamente fuori dai giochi – sicché si potrà anche invitarlo in Commissione e fargli un paio di domande: Come mai era a Genova? A che titolo ha passato in rassegna le forze dell'ordine? Perché lei sì e il Ministro degli Interni no? I poliziotti non le sembravano un po' eccitati? Ha sentito parlare anche lei dei gavettoni di sangue infetto? Ha perso un po’ di tempo a spiegare che si trattava soltanto di una leggenda urbana? Eccetera eccetera.
Quella sì che sarà una grande commissione d’inchiesta. Ma ha da passare una nottata.
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e sottolineo se

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E se vincesse lei

Non vincerà, tranquilli – ma se invece succedesse? Se quei milioni di imprevisti sconosciuti che resero le primarie di Prodi un plebiscito si rifacessero vivi domenica? Se facessero saltare in aria tutte le previsioni, mandando alla segreteria del partito di centrosinistra una casta democristiana 56enne? Non accadrà, non accadrà, ma ci vogliamo almeno pensare?

Per prima cosa, sarebbe uno choc. Per la prima volta la sinistra non incoronerebbe un candidato designato. Nessun precedente storico: Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto, furono indicati dai Comitati Centrali. L’unico brivido lo abbiamo vissuto nell'estate 1994, quando i tesserati dovettero scegliere tra D’Alema e Veltroni: lì si vide la forza delle grandi sezioni emiliane, rimaste fedeli all’erede programmato mentre sui giornali di Roma e Milano si cicalava intensamente di Veltroni come dell’uomo nuovo. È stato 13 anni fa. Da quel momento ha preso forma un curioso paradosso: mentre il partito convergeva al centro, perdeva voti proprio in quell’elettorato “molle” che avrebbe dovuto conquistare, rafforzando così ulteriormente il peso interno dello zoccolo duro. D’Alema&co forse guardavano all’America, ma si sono trovati a reggere un partito sempre più bulgaro nelle sue dinamiche interne: nessun delegato è mai entrato a un congresso Ds senza sapere già il nome del segretario che ne sarebbe uscito. Se vincesse la Bindi, molti uomini d’apparato semplicemente impazzirebbero.
Oddio, questo non sarebbe necessariamente un male.

Se vincesse la Bindi, ci troveremmo una donna al comando – certo, non quel tipo di donna che trovi da Vespa in tacco e mini. Piuttosto davanti in fila alla coop. O a un consiglio di classe. O a una marcia della pace. Per esempio io l’ho incontrata lì. Non guidava uno spezzone: girava tra la gente, l’aria di chi cerca qualcuno. Lungo il circo massimo il soundsystem mandava Fossati, mi sono voltato e ho pensato, toh, c’è la Rosi. Per fortuna non l’ho detto a voce alta. Nello stesso momento, lo spezzone di Fassino veniva bloccato e contestato da un drappello di noglobba. La Bindi invece andava in giro tranquilla. È da una vita che fa così. Tutto intorno pallottole e fango, e lei neanche uno schizzo. Magari è fortuna, eh.

Se vincesse la Bindi, la segreteria andrebbe a un cristiano praticante – ma aspetta, questo è già successo, Fassino non è quello che ha studiato dai preti e se ne vanta? La differenza è che la Bindi non si è mai vergognata di ammetterlo. Ma cosa c’è di peggiore di un cristiano coerente? Un cristiano convertito di fresco. Quelli alla Rutelli, per intenderci. Perché Rutelli sta con la Bindi, no? No? Con chi sta? Con Veltroni? Ah.

Lasciamo stare la fede. Il problema è che se vincesse la Bindi, sarebbe il segno che i democristiani hanno vinto, maledetti. Quegli untuosi alla Fioroni, che quando meno te lo aspetti ti sbloccano un finanziamento alle scuole cattoliche… ma aspetta, neanche Fioroni sta con la Bindi. Sta con Veltroni. Pure lui. Però.

In ogni caso come faremmo noi laici a votare una segretaria che sotto il tailleur veste un cilicio... no, sbaglio anche stavolta. Quella in cilicio è la Binetti. Non sta con la Bindi neanche lei. Sta con… Veltroni.

Ci devo pensare bene. Se la Bindi vincesse un bel po’ di democristiani storici e di ritorno si ritroverebbe con le ossa rotte. Messa in questi termini è piuttosto interessante.

Se la Bindi vincesse, magari si riparlerebbe di DiCo. Era una proposta sua. Certo, molti a sinistra storcerebbero il naso: i DiCo erano solo un compromesso. D’altro canto, di partiti a sinistra del Pd, con piattaforme più radicali del Pd, ce n’è già parecchi. È a destra che non c’è nessuno: anzi, meno di nessuno, sommando Dini e Boselli. Insomma, con la Bindi al comando tutto il centrosinistra si troverebbe schierato a favore dei diritti sulle unioni di fatto, con i DiCo (il Pd) o con contratti anche più forti (comunisti, verdi, ecc). E Rutelli potrebbe riciclarsi come coltivatore di cicoria in qualche orto vaticano. Sto sognando, naturalmente. Non può essere vero. La Bindi non può vincere le primarie.

Però se le vincesse, Roma si ritroverebbe con un sindaco a tempo pieno, e Dio sa quanto ne abbia bisogno. E tra qualche anno l’Africa potrebbe accogliere un missionario di prima grandezza, un romanziere, un dj, un cinefilo, un uomo meraviglioso. Sarebbe una gran cosa per Roma e per l’Africa, e chissà, forse anche per il partito democratico.

In ogni caso non succederà. La Bindi non vincerà le primarie. Però è stata brava a volerci provare. Domenica avrebbe potuto essere una farsa, come ne abbiamo viste tante. Invece sarà qualcosa di più simile a una lotta vera. Le primarie sono importanti anche e soprattutto come precedenti.
Se la Bindi perderà, com’è probabile, resterà in piedi. Se ci sarà una corrente interna di minoranza (com’è giusto che sia), lei la guiderà, e sarà leale e battagliera. Con il prezzo di un solo voto ci ritroveremo due leader investiti dalla base. Non è un cattivo risultato, per un euro. Che altro ti porti a casa con un euro al giorno d’oggi, il disco dei Radiohead?

Ps: nel frattempo Pannella sta mandando una mail circolare ai suoi amici in cui annuncia la sua intenzione di ributtarsi a destra. Sì, è lo stesso leader ingiustamente escluso tre mesi fa dalle primarie del Partito Democratico. Un uomo libero, che non è in vendita. Per coerenza, certo, e ultimamente anche perché nessuno fa più un’offerta.
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31 different ways to leave your leader

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Le solite frasi fatte...

...dopo un po' annoiano. Sostituiamole con frasi fatte nuove.

La maggioranza è in crisi. Da venti mesi. Il governo può cadere per un colpo di vento domani, oggi pomeriggio, stamattina. E Berlusconi ha una fretta dannata. È seccante.
D’altro canto, può anche darsi che tutto tenga ancora per un bel po’. Magari danno retta a Montezemolo. Magari attendono che scatti la pensione per parlamentari. E in fondo anche questa prospettiva è deprimente.

Non tanto per l’Italia, oddio. Ma prima di essere un cittadino sono pur sempre un telespettatore, e in quanto tale non so se riuscirò a sorbirmi altri mesi di Schifani o Cecchitto o Vito che ripetono sempre, sempre le stesse due frasi: il governo è in crisi, adesso cade, gli italiani stanno male, è colpa della sinistra estrema. Va bene, sì, abbiamo capito, però basta per favore, basta. Siete peggio dei bambini.

Tre sere fa per esempio ho sentito Schifani, o un altro schifanoide, dichiarare che “Prodi tira a campare, e l’Italia tira le cuoia”. Ora, posso capire che sia una bella frase a effetto, con il pregio d’esser concisa, ma credo di averla sentita almeno cinque volte negli ultimi sei mesi; mi viene il vomito. Variate, per amor di Dio. Per amore mio. Non ho niente contro le frasi fatte, ma cambiatele ogni tanto.

Lo so anch’io che è dura: se è da un anno che avete una sola cosa da dire, i modi per dirla ormai dovrebbero scarseggiare. E invece no! Questo è il bello dell’italiano! È una lingua ricchissima di cliché e modi di dire! Con un po’ di studio e applicazione, voi potreste dire la stessa cosa con una frase diversa 365 giorni all’anno! Non ci credete? Ve ne do una dimostrazione. Vi scriverò lo stesso concetto in trenta modi diversi, e non ci metterò più di un’ora. State a sentire.

9 ottobre
Prodi è ormai prono alle richieste delle frange più estreme. Si rialzi, e consulti gli elettori!

10 ottobre
Il governo è succube della prepotenza sinistrosa. Si arrenda. Dobbiamo votare.

11 ottobre
Ormai il vaso è colmo. Il governo non può più contenere l’indignazione popolare. Al voto!

12 ottobre
Nel giorno in cui Cristoforo Colombo ha scoperto l’America, Prodi potrebbe almeno scoprire l’acqua calda: è un ostaggio della sinistra. Occorrono elezioni al più presto.

13 ottobre
Prodi non ha più voce in capitolo. I comunisti dettano l’agenda. È tempo di convocare il popolo sovrano.

14 ottobre
Prodi casca dalle nuvole, e l’Italia casca dalla padella nella brace. Risolleviamoci! Eleggiamo una nuova maggioranza.

15 ottobre, Santa Teresa D’Avila
Prodi è come in trance, e non sente lo scontento di tutti gli italiani. Voliamo alle urne!

16 ottobre
Mentre Prodi è nelle braccia di Morfeo, gli italiani vengono stritolati dal carovita, e la sinistra-sinistra applaude. Un segno su una scheda metterà fine a tutto questo.

17 ottobre

Prodi mena il can per l’aia, mentre alla mangiatoia s’abbeverano i cosacchi! Mandiamoli a casa!

18 ottobre, San Luca Evangelista
Come dice il Vangelo: se un albero non dà frutto, taglialo! È tempo di abbattere Prodi, e seminare un nuovo governo eletto dal popolo.

19 ottobre
Guidato dai perfidi consigli di Rifondazione e Pdci, il governo ha smarrito il sentiero nel bosco. Non c’è che una via per uscirne, e passa dalla cabina elettorale!

20 ottobre
Prodi ha messo in croce i cittadini, e con una croce i cittadini lo manderanno via!

21 ottobre
Prodi è ormai al canto del cigno, grazie ai suoi alleati del teatro Bolscioi. Su questo governo è tempo di tirare giù il sipario.

22 ottobre
Prodi e i suoi sinistri generali ci considerano carne da cannone, ma la Waterloo elettorale ormai non è lontana.

23 ottobre
Il governo fa castelli in aria, e intanto l’Italia soffoca! Rianimiamoci con un’elezione democratica!

24 ottobre
Prodi ciurla nel manico, e gli estremisti godono! Licenziamoli con il voto popolare!

25 ottobre
Prodi ormai è il due di coppe, quando briscola è bastoni. E il mazziere è Diliberto! È tempo di dare nuove carte agli italiani, di quelle che si piegano in quattro e si infilano nella fessura.

26 ottobre
Se Prodi conta le pecore, e Giordano conta le tasse, noi abbiamo contato i giorni di questo governo, e sono finiti!

27 ottobre
Questo governo è costruito sulla sabbia, e non reggerà alla prossima marea di populismo di sinistra. Tra breve ne costruiremo uno più saldo in tutte le circoscrizioni elettorali.

28 ottobre
Prodi ormai dà i numeri, ma non c’è più tempo. Alle votazioni, subito.

29 ottobre
Gli italiani sono al verde, Prodi è ostaggio dei rossi, per completare il quadro non ci resta che il bianco. Il bianco della scheda!

30 ottobre
Prodi è una foglia secca, che scrocchierà presto sotto la suola dei votanti.

31 ottobre
I giorni si accorciano, e il giorno del governo Prodi è già finito. Dai seggi sta per sorgere una nuova alba!

1 novembre, Ognissanti
Prodi non ha più un solo Santo in paradiso. Una messa in suffragio non basta. Chiediamo il suffragio universale, subito!

2 novembre (Giorno dei morti)
Questa è la festa del governo Prodi, assassinato dai lembi sinistroidi della sua maggioranza. Oggi visitiamo le urne funebri – domani, quelle elettorali!

3 novembre
Prodi si difende ma ha la coda di paglia. E le italiche genti ormai hanno la febbre da fieno!

4 novembre, Festa delle Forze armate
Oggi è la Caporetto del governo. Prodi segua l’esempio di Cadorna: si dimetta. Il popolo d’Italia sia finalmente sovrano del proprio destino!

5 novembre
Prodi è ormai un trastullo in mano all’estrema. Ma la fine dei giochi è vicina. I maggiorenni d’Italia stanno per tirare le tendine e decidere.

6 novembre
Questo governo ha rotto le scatole. Riempiamole di schede elettorali!

5 novembre
Prodi è l’uomo che cade da un grattacielo ripetendo a ogni piano “Fin qui tutto bene!” Ma l’impatto con la volontà popolare è sempre più vicino.

7 novembre
Prodi è un personaggio in cerca d’autore, ma neppure la sinistra no-global ormai lo vuole dirigere. Un segno su una scheda porrà fine a questa farsa.

8 novembre
Prodi non dorme più! Di notte lo perseguita il sinistro ronzio di milioni di matite copiative che si temperano. Ancora poche ore!

(Ok, alcune fanno veramente schifo, ma non ci ho messo neanche un’ora. Schifani non ha altro da fare per tutta la settimana, e il capo lo paga un po’ di più).
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tasse brutto! tasse giù!

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(La vita è breve, la finanziaria è un caos, scusate se mi rimetto a parlare di Capezzone. Giusto per tirarmi un po’ su di morale).

Non c'è nessuno che ti aspetta mai / perché non sanno come sei

Un altro effetto collaterale del boom di Grillo è che nessuno ha fatto caso al Flop di Capezzone, e questo è un po’ un peccato.
Come il V-day, pure la “Marcia per la tua pensione” era stata lanciata via blog (anche se nel frattempo www.decidere.net è diventato un sito web molto più dispersivo: peccato). Giusto per rammentare che un blog da solo non fa la rivoluzione. In luglio Capezzone aveva parlato di una nuova marcia dei Quarantamila; dalle immagini direi che si sono presentati più o meno in quattrocento. Che è una cifra inferiore.

Adesso, per quanto uno possa minimizzare e tirare avanti, qui c’è qualcosa che non va. Immaginate che la vostra carriera sia appesa tutta a una giornata di festa, un sabato pomeriggio col sole, in cui dovete cercare di portare nella piazza del Pantheon più gente che potete. Avete due mesi a disposizione, e il budget di un presidente di commissione della Camera. Quanta gente riuscirete a far venire? Contate i vostri amici. Gli amici degli amici. I colleghi, i conoscenti. Non li state mica invitando a una messa solenne, si tratta di due ore in una piazza che è già parecchio frequentata di suo. Ce la fate a portare un migliaio di persone? Ma sì che ce la fate, dai.
Capezzone no.

E poi ha anche il coraggio di rifarsi vivo in tv – Capezzone è una delle poche persone al mondo che ha più telespettatori che amici, rendetevi conto. Qui non si tratta nemmeno più di politica: è una questione privata. Se al tuo corteo non vengono nemmeno mille persone, non sei un cattivo politico: sei proprio un ragazzo solo.
Pare che fosse una marcia contro la Cgil. Adesso, se la politica italiana fosse un gioco serio come il Risiko, Capezzone dovrebbe come minimo cedere l’Europa Meridionale alla Cgil e ritirarsi in Egitto a leccarsi le ferite. Quattrocento persone! E un sacco di bandiere di Forza Italia. Non ci sarebbe niente di male, sennonché Capezzone presiede ancora una commissione della Camera in qualità di rappresentante della maggioranza. Anche se all’ultima fiducia si è astenuto, già. Poi hai un bel da criticare la Sinistra-di-lotta e-di-governo, perché fa i cortei, e tira Prodi per la giacchetta. Ma perché se Giordano va a un corteo tutti lo accusano di incoerenza e se ci va Capezzone no? Perché i cortei di Capezzone tanto non se li fila nessuno, giusto.

Son già così lontane quelle ruggenti calende di luglio in cui Capezzone lanciava i suoi appuntamenti via youTube. “Ventidue settembre! Aggiornate i vostri palmari!” Ecco, forse il problema è tutto qui. Se il suo target è lo stesso dei palmari, può stare fresco. Quegli aggeggi in Italia non li usa nessuno, troppo complicati, il cumènda va già in confusione col T9… Capezzone vorrebbe parlare alla nuova classe dirigente moderna e hi-tech: peccato che in Italia non esista. Si ripropone, una generazione più tardi, il dramma del Foglio: dove sono i nuovi padroncini moderni e dirozzati, che leggono i libri Adelphi e guardano i telefilm alla moda? maledizione, continuano a guardare Controcampo e a leggere la Gazzetta. Capezzone parla di flat tax, di welfare to work, di società della scelta; troppo difficile! quello che dovrebbe essere il suo pubblico è abituato a Bossi che dice “fucili”, che dice “gli extra fuori a cannonate, bum!”. O al limite a Berlusconi, che racconta barzellette. Si dice che a destra manchino gli intellettuali: sbagliato. Ce n’è anche troppi, quel che manca è qualcuno in grado di capirli quando parlano.

Sempre il solito limite di una classe dirigente che è cresciuta (soprattutto a nord) pensando che la scuola fosse una perdita di tempo, al limite un parcheggio. Non è colpa di Capezzone, no. In fondo lui vuole esattamente quello che vogliono: tasse giù! Età pensionabile su! Ma lui si attarda ancora in tecnicismi astrusi. Parla di “tredici cantieri per un’Italia ad alta velocità”. Cantieri? Alta velocità? Troppo difficile. E il tredici porta pure sfiga in Europa, lo sanno tutti. Forse dovrebbe semplicemente ordinare dei grossi striscioni e farci scrivere TASSE MENO, TASSE NO, TASSE BRUTTO. Et voilà, la piattaforma.

Nessuno può star solo... non deve stare solo... quando si è giovani così...
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il problema non è parlare di Grillo

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Il problema è non parlare di Veltroni

Chiedo scusa, ma non c’è niente da fare.
Questa sensazione settembrina di compiti da fare in arretrato non se ne va, non se ne andrà, finché non avrò scritto anch’io qualcosa su Beppe Grillo. Cercherò di non dire banalità, ma sarà dura.

“E tu che hai un blog, ci sei andato a Bologna?”
Sì: in questi giorni capita d’incontrare persone che t’iscrivono d’ufficio al partito di Grillo per il semplice motivo che hai un blog. Se poi sapessero che hai un’auto, e che anche Mussolini amava guidarla…
Peraltro, come nessuno è profeta in patria, nemmeno Grillo può vantare molti seguaci tra i blog. Come ha ben spiegato Mantellini, nel mondo dei blog italiani il sito di Grillo è un’enorme isola che non comunica col resto del mondo: il problema è che quest’isola è più frequentata di tutto il resto delle terre emerse. È frustrante, sì.
E tuttavia è pur sempre un blog che sta ispirando i titoli dei tg e dei giornali: la prova che il web italiano è diventato uno spazio importante, anche se è uno spazio usato ancora in modo rudimentale. Proprio mentre parla di partecipazione dei cittadini, Grillo produce un sito assolutamente monolitico in cui Lui parla e gli altri possono solo ascoltare. Il web 2.0 condivide, socializza… Grillo detta la linea. È come attaccare un’automobile ai buoi.
Fatto è che in Italia in questo momento attaccare un’automobile ai buoi funziona. Forse è il modo migliore di spostarsi, visto che le strade asfaltate sono ancora inaccessibili, o comunque poco conosciute e frequentate. Il problema (ma non sono nemmeno sicuro che sia un problema) è che la politica in Italia è sempre un discorso di massa, e le masse, in un meccanismo delicato come il web 2.0, forse non ci entreranno mai. Non ce le vedo le masse a realizzare un programma politico via wiki, come stanno facendo iMille, per esempio.

“Sì, ma tu poi di Grillo cosa pensi?”
Io credo che sia in buona fede. Non lo vedo nel ruolo di attentatore alle istituzioni democratiche. Secondo me è assolutamente convinto di lavorare per il bene del Paese, oltre che per un modesto tornaconto personale. È precisamente queste buona fede che lo rende così pericoloso.
Credo anche che sia un po’ più furbo di quanto non sembri. Due delle tre proposte di legge per cui ha raccolto le firme non hanno nessuna possibilità di passare in Parlamento (una è probabilmente anticostituzionale: un condannato che ha scontato una pena torna in possesso dei suoi diritti civili e politici, e quindi nessuno può impedirgli di candidarsi). Allora perché ha mobilitato milioni di persone per un’iniziativa di legge popolare che è destinata ad arenarsi alle camere? È chiaro che pensa già alla fase due: la fase, appunto, in cui i parlamentari saranno costretti a bloccare le sue proposte benedette dal bagno di folla di Bologna (non potrebbero fare diversamente).

“Era una trappola?”
Direi. Che speranza possono avere, quelle proposte di legge, al nostro parlamento? Se non sono anticostituzionali, comunque fanno a pezzi l’establishment: la proposta di mandare a casa i parlamentari dopo due legislature è una pura e semplice provocazione. Si può essere d’accordo o no (io no), ma quale senatore o deputato oserebbe votare una cosa del genere? Nessuno vota per la propria autodistruzione. E Grillo lo sa benissimo. Il suo obiettivo non era fare approvare le sue proposte. Il suo obiettivo è portare a un grado massimo l’indignazione popolare, e quando le leggi si areneranno tra Camera e Senato, ci riuscirà.

“La vittoria dell’antipolitica…”
Io lo trovo molto politico, invece. Se la politica è astuzia e strategia, con questa storia delle proposte di legge è riuscito a mettere in sacco un bel po’ di mummie molto più navigate di lui. Se la politica consiste nel saper intercettare il sentimento popolare, beh, non lo trovo molto inferiore a Bossi o D’Alema. Non è politico perché non crede nei partiti di oggi? Non ci credevano neanche Fassino o Rutelli, se hanno appena sciolto i loro partiti. L’unica differenza, evidenziata da Luttazzi, è che Fassino e Rutelli comiziano gratis, mentre Grillo si fa pagare. Il che, da un punto di vista meramente economico, significa che Grillo è un oratore di gran lunga superiore.

“Quindi tutto bene. Viva Grillo…”
No, Grillo è il sintomo della prossima sconfitta del centrosinistra. Anzi. Facciamo dei nomi. Grillo è il segno della sconfitta di Veltroni. Non della sconfitta alle primarie, che vincerà in souplesse. Ma la sconfitta politica. Veltroni doveva recuperare al PD un’ampia fetta di elettorato di centrosinistra delusa da Prodi, da D’Alema, dal carovita, dal TAV, da qualsiasi cosa. Questa era la missione di Veltroni: il famoso valore aggiunto tra Ds e Margherita.
Invece Veltroni ha fatto una bella orazione ecumenica al lingotto, poi è partito per i mari del sud, è tornato molto abbronzato, e con la scusa di evitare le polemiche da bassa politica ha praticamente evitato la politica. C’è stato un appassionante dibattito sulla sicurezza; lui è il sindaco di una città assediata da ubriachi internazionali; vi ricordate esattamente la sua presa di posizione? E meno male che era un gran comunicatore. La sua strategia in questi giorni mi sembra ispirata al migliore Gianfranco Fini: silenzio e raggi UV. Certo, meno parlano, meno dicono cazzate: intanto però Grillo parla e riempie le piazze.

In quelle piazze, nel settembre 2007, avrebbe dovuto esserci Walter Veltroni. Avrebbe dovuto avere parole di speranza per chi paga troppo il pane e l’Ici. Avrebbe dovuto trovare la quadra tra i lavavetri e gli automobilisti frustrati. Avrebbe dovuto essere populista e ragionevole, e tirare bordate al vecchio establishment. E invece al momento è ammiraglio di una corazzata arrugginita sulla quale sono saliti tutti: D’Alema, De Mita, Rutelli, tutti. C’è anche Fioroni. Fioroni è il ministro dell’istruzione che qualche settimana fa è andato al meeting di Rimini ad annunciare che lo Stato avrebbe pagato a mamma e papà il liceo privato del figliolino. Un altro bel buco nel bilancio dell’istruzione pubblica, ma probabilmente ha conquistato 15 voti a Formigoni. Ecco, gli uomini di Veltroni sono questi qui. Se la gente non è entusiasta, se si butta sul primo comico che non le manda a dire, la responsabilità è anche sua.

“Quindi Grillo fa più proseliti al centro-sinistra?”
Mi sembra di sì: al centro-sinistra e al centro-nord. Lo scrive Ilvo Diamanti e io stavolta mi fido. Vado più in là: a me sembra che ci sia una continuità tra il grillismo, i girotondini, una parte del movimento di Genova (quella più moderata, intorno alla Rete di Lilliput) e più su, più su, fino a quelli che manifestavano contro il colpo di spugna e raccoglievano le firme con Segni e Orlando. Sono diplomati e laureati, prevalentemente impiegati e insegnanti, che hanno vissuto venti o trent’anni in un Paese di furbi dove sembra che paghino le tasse soltanto loro. Oscillano abbastanza comprensibilmente tra rabbia e speranza. Finché c’è Berlusconi a coalizzare la loro frustrazione, sfoggiano adesivi e spillette anti-nano; quando Berlusconi se ne va, e l’Italia non diventa immediatamente il Bengodi degli Onesti, diventano matti: non sanno nemmeno più in cosa sperare. Comprano “La casta”, proprio come nel 2001 compravano “L’odore dei soldi”. Si buttano su Grillo, che li capisce perfettamente. E vuoi sapere la cosa più incredibile?

“Dai, dimmela”.
La cosa più incredibile è che questa sacca di malcontenti, quando è alle strette, si rifugia storicamente sempre sotto la stessa bandiera: la Costituzione. Quando Berlusconi si faceva le leggi ad hoc, loro lottavano in nome della Costituzione. Le botte di Genova furono criticate in nome della Costituzione. E anche adesso, gli strumenti usati da Grillo per rivoltare la politica come un calzino sono perfettamente costituzionali: una legge di iniziativa popolare, liste civiche, eccetera eccetera. Questo secondo me è il vero limite di questo movimento: la carta costituzionale come inizio e fine di ogni cosa, quando è proprio la stessa carta a sancire lo strapotere del parlamento. Questo è anche il motivo per cui, periodicamente questo movimento deve morire e reincarnarsi in qualcosa di nuovo: i suoi rappresentanti presto o tardi devono entrare in Parlamento, o almeno in un consiglio comunale: ma appena varcano la soglia, diventano i nemici, che siano Pardi o Cofferati. E si riparte con qualcosa di nuovo. Perciò non credo che Grillo si candiderà. Sarebbe la sua fine.

“E allora cosa succederà?”
Non lo so. È probabile che le liste civiche col bollino di Grillo abbiano un buon successo. Questo potrebbe risultare persino positivo, se contengono nomi davvero nuovi. In fondo è quello che vogliamo tutti, no? Nomi nuovi. A quel punto i dirigenti del Pd se la faranno addosso, e prometteranno ponti d’oro. Questo potrebbe essere anche il momento in cui D’Alema o De Mita decidono di pensionarsi, per il bene della collettività. Se a quel punto anche Grillo manterrà una posizione marginale, finalmente avremo un ricambio di classe dirigente in seno al maggiore partito del Paese. Però mi sembra una strada impervia. Avrei preferito che il rinnovamento cominciasse all’interno del Pd: contavo molto su quello che avrebbe fatto Veltroni. Forse avevo frainteso un certo suo piglio presidenziale.
Sono passati quattro mesi e Veltroni non ha fatto nulla. A questo punto Beppe Grillo ce lo meritiamo.

“Parlando d’altro: ti piace la radio?”
Da matti.

“Anche a Hitler. Non è per caso che…”
Ma vaffanculo, va.
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rettifica

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E a Bruxelles lo aspettano ancora

Il pezzo di ieri conteneva una notevole imprecisione. Umberto Bossi, detto il Senatùr perché fu per un intera legislatura l'unico leghista approdato in parlamento, non è più Senatore da un pezzo, i soldi da Roma tecnicamente non li piglia più.

Li piglia da Bruxelles, in quanto europarlamentare. Da laggiù arrivano buste mensili di 12.750 euro anche per il fratello Fausto e il figlio Riccardo, assunti come assistenti accreditati - se quanto riportava il Corriere a fine 2004 è ancora valido. Sennò rettificherò pure questo.

Umberto poi sarebbe stato eletto alla Camera l'anno scorso, ma ha rifiutato il posto per restare nell'europarlamento, dove a dire il vero non sembra che si stia spezzando la schiena per il duro lavoro: nel sito ufficiale il suo nome è associato soltanto a un'interrogazione parlamentare sullo stoccaggio di gas sotterraneo presso Rivara (MO). Ora che ci penso non credo di avere mai visto una sua foto a Bruxelles, a Strasburgo, o anche solo più a nord di Como-Chiasso, ma forse è anche esagerato pretendere tutti questi viaggi da una persona malata. E lasciategli pigliare il suo stipendio in pace, no?

Non solo, ma il seggio a Montecitorio e il congruo compenso che gli sarebbero toccati sono invece stati generosamente destinati a qualche altro leghista sconosciuto ai più, che la volontà popolare non aveva designato neanche di sguincio, o sbaglio?

Scusate la scarsa precisione, è che non sono tanto bravo a fare il populista. Ci vuole più impegno e dedizione di quanto sembri, e uno stomaco d'acciaio e teflon. A me ogni tanto viene ancora la nausea, mi sa che tra un po' cambio argomenti.
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evadere Bossi

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Bossi non paga Roma, perché Roma pagare Bossi?

Bossi di lavoro che fa? Parla. Ogni tanto va a Palazzo Madama e intasca il gettone presenza. Oppure non ci va e prende lo stipendio lo stesso. Che altro ha fatto nella sua vita? Non molto. Professione Senatùr. Bene, bravo.

Bossi per restare Senatùr cosa fa? Parla. Perché si parli di lui, perché la gente si ricordi che giù a Roma c’è lui a difenderli, ogni tanto si fa vivo, e spara una palla. Secessione, federalismo, pallottole, stavolta ha chiesto ai padani di non pagare le tasse a Roma. Che sarebbe forse apologia di reato, ma non sottilizziamo. Tanto sono solo boutades di fine agosto, strizzate d’occhio agli elettori che il loro sciopero fiscale se lo fanno già in privato da anni. Cosa facciamo, vogliamo mettere un bavaglio ai senatori eletti dal popolo? Si rischia di passare per populisti, o nemici della democrazia, e questo non è bello.

Io semplicemente gli congelerei lo stipendio. Fine. In busta gli lascerei un biglietto: ue pirla, ti ricordi in agosto che parlavi di sciopero al Brambilla? Beh, la tua mesata se l’è tenuta il Brambilla. E giustamente. Chi semina merda raccoglie stronzi, se avessi lavorato un giorno solo della tua vita lo sapresti, sennò lo impari oggi e fa l’istess. In gamba, eh!

E se gli venisse un altro ictus, tutta la nostra solidarietà, e ricoverarlo in un ospedale con l’organico bruscamente ridotto, per via dei tagli alla Sanità.

Tutto questo, nella mia più bieca fantasia, si concreta in una leggina piccola, semplice, che non sono riuscito a scrivere meglio di così:

ART. 1
Sarà congelato, con decorrenza immediata, lo stipendio di qualsiasi rappresentante eletto del popolo (Senatore, Deputato o Consigliere regionale, provinciale e comunale, ecc.) che abbia giustificato pubblicamente l’evasione fiscale a mezzo stampa, tv o altri. Il blocco sarà esteso a tutti i rappresentanti politici che abbiano pubblicamente solidarizzato con il primo dichiarante. Il blocco dello stipendio verrà annullato soltanto in seguito a una pubblica ritrattazione da parte del politico stesso, che dovrà avere lo stesso risalto delle dichiarazioni originarie.

Populismo, lo so. Ma secondo me Bossi va contrastato a questi livelli. Scandalizzarsi, come fa Veltroni, secondo me gli fa giuoco (anche perché Veltroni al momento è un po’ troppo abbronzato per sdegnarsi in modo credibile). Mi sarebbe piaciuto che lui e gli altri candidati leader avessero risposto così: Bossi inneggia allo sciopero fiscale? Benissimo, i soldi che perde l’erario li recuperiamo congelando i finanziamenti alla Lega. Fine del discorso.

O magari insistere un po’ di più sul fatto che Bossi è uno degli esempi migliori di politico sanguisuga, uno che da vent’anni non fa altro che intascare soldi a Roma per sparare scemenze contro Roma. La perfetta nemesi del Nord operoso, un cialtrone senza arte né parte che uno Stato civile schiaccerebbe col calcagno.
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i soldi non puzzano, voi sì.

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Mostri sacri (ma mostri comunque)

Mentre in Belgio connettersi è insospettabilmente complesso, appena si passa la frontiera francofona il wireless te lo regalano. Ora sono in un motel a Dunkerque e un poco mi dispiace non aver seguito il dibattito su Pannella. Un poco, eh.

A mo' di bilancio della stagione 2006/07, posso dire di avere identificato almeno tre mostri sacri, tre personaggi di cui non è consigliabile parlare male: Kate Moss, Leonida re di Sparta e Giacinto Pannella detto Marco. Le conclusioni traetele voi, io per quanto provi a unire i puntini non ci capisco niente (Ah, invece di Giovanni Lindo Ferretti si possono dire le cose più oscene e false, e tutti ti fanno i complimenti, ti offrono da bere, ti urlano vai così, è una figata).

Io non so nemmeno se Pannella sia ancora candidato al Pd o no. Vorrei chiarire una cosa, che evidentemente non s'è capita. Diverse persone se la sono presa perché ho osato ridurre la candidatura di Pannella ai "soldi", che sono una cosa sporca, evidentemente, di cui non si deve parlare. Ecco, attenzione: per me invece i soldi sono una cosa molto importante, di cui parlare a voce alta. Forse abbiamo fatto scuole diverse.

Magari il vostro primo approccio alla politica è consistito in un'assemblea dove si alzavano le mani per votare un documento che regolava il sistema di votazione per alzate di mano eccetera eccetera all'infinito. E' capitato anche a me di partecipare ad assemblee di questo tipo, ma quando penso alla politica non penso a questo. Le persone che ho visto crescere nella politica (anche più giovani di me! Sissignore! Esistono!), le ho sempre viste alle prese con un budget da spendere. La politica questo è: decidere dove spendere i soldi. E non c'è niente di sporco. I soldi non puzzano. Puzzano se li getti nella fogna, questo sì. Se li prendi al contribuente e li versi a un pappone, puzzano. E non è colpa né del contribuente né del pappone, sia chiaro: è colpa tua. Ma non è il caso di Pannella.

Io non credo proprio che Pannella sia un venale (neanche Mussolini in senso stretto lo era). Mi spingo a credere che non abbia mai rubato in vita sua. Però è un politico. Un politico di razza, che ha sempre campato di fundraising, dimostrando nel settore un'inventiva inesauribile e spesso anticipando i tempi, ma che ultimamente è in attesa di occupazione. Non è un mistero che abbia una voglia matta di tornare in Senato, e candidarsi alle primarie del Pd è un espediente semplice e originale per farlo. Ma dove voi vedete un problema di astratta democrazia (ha diritto o no di farsi votare?), io ci vedo prima di tutto i soldi: Marco Pannella vale la spesa? Secondo me no. E' vero che rappresenta un pezzo glorioso di storia d'Italia. E' anche vero che negli ultimi anni Pannella ha campato un po' di nobili ideali e un po' di espedienti. In un certo senso è riuscito a trasformare i nobili ideali in espedienti, e viceversa. Tutto questo è affascinante e anche ammirevole, però io non comprerei da lui una macchina, né usata né nuova. E' geniale, è storico, è nobile, è tutto quel che volete, ma non è affidabile. Ha appena festeggiato lo scioglimento di un partito che era stato fondato l'anno scorso, all'insegna del nobile ideale del Laicismo. Perché il Pd dovrebbe investire voti e risorse in un personaggio così notoriamente inquieto?

Perché bisognava fare il Pd? Per trasformare un gruppo di partiti e di personalità in qualcosa di più compatto. Ora, non c'è nessuna garanzia che Pannella, una volta eletto, si sottoponga alla disciplina di Partito. C'è il solito articolo 67 della Costituzione (un vecchio pallino dei radicali) che lo protegge: una volta eletto, il parlamentare non ha vincolo di mandato. Già. Una volta eletto. Ma eleggerlo ha un costo, e io quel costo non lo sosterrei, tutto qui.

All'obiezione più scontata (ci sono nell'Ulivo persone meno affidabili di lui, che valgono la spesa anche meno di lui), rispondo che sì, forse ci sono, se ne può parlare; ma si può parlare anche di Marco Pannella detto Giacinto, senza che caschi il mondo. Inoltre Kate Moss è una gruccia che sotto il profumo puzza di morto e Leonida un gay represso, intesi? Senza offesa per i gay, che sono maledettamente permalosi. Nyeah, nyeah, nyeah.
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votaGiacinto votaGiacinto

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Votate per lui! Non ha niente di meglio da fare!

In Italia ci sono molte ingiustizie, e si sanno. La criminalita' organizzata, gli incendi, i rifiuti, e poi il fatto che Pannella non sia un senatore, che se ci pensate e' un ingiustizia clamorosa. E non dite, per favore, che e' colpa sua se ha perso le elezioni; per prima cosa non e' vero (c'e' un'inchiesta in corso, dicono), ma soprattutto, cosa c'entra? Uno con la sua storia, le sue conquiste, i suoi digiuni, i suoi referendum, ma insomma, vi sembra giusto che tanti cialtroni possano fare gli scontrini alla buvette di Palazzo Madama e lui no?

Secondo me non ci dorme la notte, su questo fatto. Un pisquano eletto qualsiasi piglia diecimila euro al mese minimo; di che offrirsi donne e polvere in quantita', e lui no! Lui che con quei soldi ci farebbe solo opere di bene, del tipo salvare i bilanci della sua radio per la millantesima volta, e poi finanziare la lotta contro la pena di morte nel mondo, il partito radicale transnazionale, e via e via, non c'e' limite e non c'e' fondo, il problema e' che non ci sono neanche i soldi, perche' e' stato trombato.

Di striscio, ma trombato.
Per un cavillo tecnico, ma trombato.
E quel che e' peggio, e che Capezzone no! Capezzone e' alla Camera in una botte de ferro, e si puo' permettere persino il beau geste di lasciare meta' della sua superpaga di parlamentare ai Radicali Italiani di Pannella, che se lo vede ormai lo sputa! Nel piatto dove mangia! E' una situazione a dir poco indecorosa. Voi che fareste, se foste in lui? Lui si candida alle primarie del PD. E chiamalo fesso. Fesso e' stato ad allearsi con Boselli, uno che fa perdere voti a chiunque. Invece ora, ha qualcosa da perdere? Puo' aritmeticamente perdere piu' voti e sostenitori di quanti ne abbia persi con Boselli? No. Puo' solo guadagnare, e guadagnera'.

Le primarie non sono mica elezioni normali; sono carrozzoni tutti nuovi, ancora da scoprire. Pannella non fa parte della compagnia, ma la segue a ruota, col suo baule di ricordi da svendere. Appena il circo apre, lui si mette all'ingresso e mette in mostra la mercanzia: siori e siore! Offrite qualcosa per l'uomo che ha portato il divorzio in Italia! Siori e Siore! se non c'ero io, le donne non abortivano, i maxiprocessi non si facevano! Prego, guardate, in questa foto peso 30 kg., stavo digiunando per questo e questaltro! Siori e siore! L'uomo che investi' Toni Negri, che vesti' Cicciolina! Votate per me! Votate!

Per gli impresari del carrozzone si apre un problema: cacciarlo o no? C'e' chi dice no, siete pazzi? Con la sua foga da imbonitore e' riuscito a fare entrare gente che non sarebbe venuta mai! Altri scuotono la testa: lui non e' mica un tizio che fa casino gratis. Lui, se non lo mandiamo via, tra un po' verra' a esigere la sua percentuale.
"E che male c'e'? Si chiama democrazia".
"Si chiama mercato, veramente".
"L'e' l'istess"

Mettiamo che Pannella vada alle primarie e faccia il 5%. Con la sua faccia, con le sue battaglie, eccetera eccetera, e' una stima per difetto. Potrebbe anche superare il 10. Complimenti. E dopo? Fondera' una corrente? Partecipera' ai coordinamenti? Certo, perche' no? Ma soprattutto, chiedera' e otterra' un collegio blindato. Giusto per scongiurare il ripetersi di questa ingiustizia che rende l'Italia una nazione inferiore a tutte le altre, e cioe' il fatto che gli italiani si siano permessi sciaguratamente di trombare Pannella alle elezioni, con tutto quello che ha fatto per loro.

Diciamo che in primavera si vota. Pannella torna a Palazzo Madama. Incassa stipendio, versa contributi. E poi? Secondo voi quanto ci mette a uscire dal Pd e confluire nel gruppo misto? Dite che aspetta il rifinanziamento all'Iraq o il Dpef? O le pensioni, o il welfare? Quante volte avrebbe potuto cadere Prodi, se la maggioranza fosse stata appesa al voto di Pannella?

In conclusione: a chi giova la candidatura di Pannella nel Pd? A Pannella? Moltissimo, fate il calcolo in migliaia di euro al mese. Al Pd? Pochissimo, considerato che una volta eletto Pannella mandera' all'aria la sua corrente Pd con la stessa fretta sbarazzina con cui ha sputtanato, in pochi mesi, la gloriosa Rosa nel Pugno.

Tutto questo naturalmente non ha nulla a che vedere col dibattito sulle procedure. Da un punto di vista procedurale non so se abbiano fatto bene a bocciare Pannella; probabilmente no; in fondo siamo in democrazia, e abbiamo diritto di farci fottere anche da Pannella, se vogliamo. E se insistiamo lui avra' persino il dovere morale di farlo. Quello che si chiama investitura. Ecco.
Ma investitelo voi. Io non me la sento.

PS. A proposito delle sue gloriose battaglie: ma i diritti civili, non se li fila piu' nessuno? Fino a qualche mese sembravano il discrimine tra la Civilta' e l'Incivilta': e oggi? Da una parte c'e' Capezzone, che nel suo nuovo partitino network si e' semplicemente scordato di parlarne; dall'altra parte Pannella che non li deve considerare poi cosi' fondamentali, se si decide a entrare in un partito con la Binetti. Resta Boselli, ma dove c'e' Boselli non c'e' politica; c'e' sfiga e basta.
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I am a dream, 2

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Meeting Dj W.
Ieri sera viene Veltroni ai giardini di Modena, a presentare un suo libro+dvd, e noi ci andiamo.
Arriviamo con un certo anticipo, perché è Veltroni; in realtà posti a sedere ce n’è parecchi. La media del pubblico si assesta sui 45-50 anni. L’età Veltroni. C’è anche qualche ragazzino, che in seguito si addormenterà sulle spalle della mamma.

L’Uomo sale sul palco alle 21.30, appena c’è abbastanza buio per il proiettore. Si prende il leggio, resta in piedi, e avverte che parlerà solo del libro, di nient’altro al di fuori del libro. In settimana l’eroina locale di Forza Italia, la Bertolini, ha accusato il comune di finanziare con questa iniziativa la campagna veltroniana per le primarie. Il comune ha un ottimo alibi: l’incontro era calendarizzato da mesi. Anche il libro era pronto da mesi, già. Ed è uscito proprio adesso. E di che parla? Un altro romanzo? No. Parla della bella politica. Quindi Veltroni non parlerà del Partito Democratico, della sua candidatura, no. Parlerà della bella politica. C’è una bancarella con pile e pile del suo libro+dvd.

Ugualmente qualcosa non va. Io ho una certa esperienza di presentazioni di libri: c’è un tale che presenta l’autore e c’è l’autore che parla del suo libro. E magari legge qualche pagina e se ne discute col pubblico. Veltroni invece monta sul pulpito e inizia a recitare una specie di lezione. È molto bravo a leggere alzando continuamente gli occhi sul pubblico; ma per quanto possa essere bravo, un lettore resta un lettore. È una scelta che non capisco: secondo me l’uomo è capacissimo di parlare a braccio. Anche di sostenere un contraddittorio (peraltro in terreno amico). Ma non lo fa.

A distanza di dodici ore è molto difficile per me ricordare cos’abbia detto in 120 minuti: direi grosso modo che la bella politica è quella che si fa pensando alla collettività e non alla propria individuale sopravvivenza. Tutto giusto e condivisibile, e detto senza banalità, ma nessuno avrebbe resistito a due ore così. Infatti il fulcro del suo discorso – ciò che ci ha tenuti saldati alle sedie – sono i video. Ogni tanto si ferma di parlare e manda un video. Inizia praticamente da subito: non ha ancora finito di salutare e già ha mandato il primo, che è il discorso di Chaplin barbiere ebreo nei panni del Grande Dittatore. Uno dei momenti più commoventi, ma in fondo anche rischiosi e imbarazzanti della storia del cinema – il regista che fora la quarta parete e spiega al mondo come fare a vivere bene. Più tardi ci farà vedere M.L.King che esegue I have a dream a Washington. E poi Berlinguer, Mandela. È come se non potendo fare un comizio, Veltroni fosse arrivato con la sua personale compilation: i Grandi Comizi del Novecento. Un comizio al quadrato. Il pubblico dapprincipio si emoziona, e applaude – come fai a non applaudire Berlinguer che non vuole morire prima di finire il suo discorso? Poi però comincia a riflettere: beati i neri dell’Alabama, che potevano ascoltarsi MLK e vedere la libertà brillare dagli Appalachi al Gran Canyon; mentre a noi tocca Veltroni che continua a leggere la sua relazione e non infiamma, non infiamma neanche un po’. Mentre parla mi sorprendo ad alzare gli occhi alle stelle, a tracciar costellazioni, a pensare al mal di denti. “Uffa. Quand’è che manda un altro video?”

Intanto l’oratore continua a insistere sulla sua idea di bella politica, e non parla di pensioni. Non parla di tasse. Di riforma della giustizia. Di referendum elettorale. Di Cus o Dico. Le pagine di cronaca politica sono pieni di argomenti interessanti e controversi, e lui non ne parla. Mette su Berlinguer. Peraltro quel famigerato comizio padovano non aveva nulla di speciale: parole accorate, come ne dicono i politici, ma senza ictus nessuno oggi lo ricorderebbe. Veltroni lo ha scelto come esempio di politico che vuole fare fino in fondo il suo mestiere. Berlinguer che manda giù il bicchiere, fa una smorfia e va avanti, è come lo spartano che si lascia rodere dal lupo.

Ho un’intuizione: per Veltroni la bella Politica è soprattutto ars oratoria, Fare Bei Discorsi. Appassionare la gente. Affascinarla. A Torino usò proprio questo verbo: il partito democratico si propone di affascinare gli italiani. E come li affascini? A parole? Non solo, siamo moderni, possiamo usare anche le clip. Di Berlinguer non gli interessano tanto i contenuti (quel giorno stava parlando di Scala Mobile, cos’è la Scala Mobile?), ma il suo fascino discreto. Inoltre Berlinguer è un esempio di caduto sul lavoro, uno dei pochi che la politica possa vantare.

Io sono un piccolo uomo che prende in giro i potenti, è il mio modo di sentirmi vivo. Eppure stavolta mi sento a disagio. Sembra che Veltroni sia venuto a Modena col preciso intento di farmi piacere, incarnando tutte le caricature del veltronismo. Eppure persino io sono convinto che l'uomo sia molto migliore di come si sta presentando in queste settimane. Lui è molto di più di un deejay di Grandi Successi del Novecento che legge testi scritti tra un filmato e l’altro. Lui la politica la fa realmente. È un amministratore, una persona che esercita il potere sulla gente. Volentieri leggerei un suo trattatello sulla politica sporchina: cosa succede concretamente quando il sindaco onesto di una grande città mette il naso nella gestione degli appalti? Come si fronteggia l’emergenza nomadi? Pagherei, pagheremmo tutti per leggere un libro così.

Invece, dopo due ore di belle parole e filmati toccanti, dopo gli applausi e la standing ovation, la gente sfuma verso il bar, e le pile del suo libro+dvd restano lì, dov’erano all’inizio. Si aspettavano diecimila persone, dice Cragno.
“Ma neanche un po’”.
“Parlar bene parla bene, ma se non leggesse sempre…”
“Sì, ma cos’ha detto alla fine?”
“Il fatto è che si mette in una posizione in cui non lo puoi criticare perché… è come se fosse il Presentatore”.
Lo speaker. Forse Veltroni non ha veramente tutta questa voglia di governare. Forse preferirebbe regnare, lasciando agli altri le dispute quotidiane sulle leggi elettorali e le riforme della giustizia. Il Sarkozy italiano, pronto come Sarkozy a costruirsi un partito-squadra a suo modello e poi, una volta all’Eliseo, comprare i migliori giocatori dell’altra squadra. Va bene. Rimane una fondamentale obiezione. È davvero così bravo, Veltroni, a fare i discorsi? Ce lo vedreste Veltroni nell’olimpo veltroniano, dopo Chaplin, Luther King e Rigoberta Menchù? Qualcuno ce lo vede, indubbiamente. Io sono un po' scettico.

Lui e Cacciari sono gli ultimi veri filosofi. Gli altri si mangian la torta.
(Anonimo plaudente, alla fine del discorso)

Un appunto per i Mille. Questa idea che sta passando – che Veltroni col suo fenomenale carisma sia in grado di scatenare una deriva plebiscitaria nel Pd, anzi in tutto il Centrosinistra, se non in tutto l’elettorato italiano, mi sembra alla prima prova dei fatti un po’ esagerata. Forse vivendo tra internet e i giornali si ha la tendenza a dare un po’ troppo risalto a eventi che in realtà coinvolgono solo gli appassionati e gli addetti ai lavori. La situazione che vedo io (e posso sbagliarmi) è che Veltroni sia piaciuto molto solo a quegli italiani che hanno già votato Prodi. Forse Veltroni gli è piaciuto di più, forse lo voteranno molto più volentieri, forse non voteranno Mussi, ma per ora questo è tutto. Gli altri non se ne sono neanche accorti, che Veltroni s’è candidato. Non solo gli italiani a centrodestra, ma anche quelli a centrosinistra che non leggono tanti giornali e non hanno visto la diretta del discorso di Torino dalle 17 alle 19 su La 7 – e fidatevi che son parecchi. La candidatura di Veltroni non è troppo forte, anzi. Se Bersani decide di non candidarsi, non credo che lo faccia perché ha paura di perdere. Il problema è che qui, dopo aver tanto parlato, abbiamo finalmente comprato il Fenomeno da cui tutti si aspettano sfracelli; e tutto quello che finora ha fatto il Fenomeno è segnare un paio di gol in qualche partitella estiva senza troppa importanza; e il pubblico non è affatto affascinato, anzi, lo stadio è mezzo vuoto. Magari a settembre tutto andrà bene. Magari. Se Veltroni fosse più forte, lo prenderei in giro anche più volentieri. Adesso francamente no. Tocca tifar per lui.
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nato ieri

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I misteri di Daniele C.
(Scusi, lei dov'era negli anni Novanta?)

Quest’uomo lo conoscete tutti, o meglio credete di conoscerlo.
Fa politica e fa tv, è stato opinionista nel partito di Chiambretti e segretario politico nel palinsesto di Pannella. Con quest’ultimo di recente ha litigato, ne avrete sentito parlare. Perciò ieri (4 luglio) ha fondato un nuovo partitino Network neoliberale, con poche idee ma molto chiare. È pragmatico, è giovane, sa comunicare, e si guarda in giro, senza preconcetti: centro-sinistra, centro-destra, centro-quel-che-c’è, centro-basta-che-respiri. Quest’uomo è Daniele Capezzone. Voi pensate di conoscerlo, e invece no.

Quest’uomo è un mistero.

Voi sapete quanto sia ricco d’informazioni d’ogni tipo il web 2.0. E forse sapete anche come in questa foresta d’informazioni e comunicazioni più o meno pervasive e spesso inutili, i radicali italiani costituiscano un cespuglietto non grande, ma inestricabile. Nelle italiche boscaglie essi sono riconoscibili da lontano per il fitto intrecciarsi di link e blogroll, per la tendenza a scriversi addosso all’infinito, quasi che temessero di perdersi o scomparire appena mettono punto. Un’ansia che capisco fin troppo bene, ma qui non si parla di me.

Si parla di Capezzone. Anche lui scrive e comunica molto. Ma quasi mai di sé stesso.
In questo non c'è nulla di male, anzi, il saper sfoggiare altri argomenti a parte sé stesso, in generale, è un bene: tuttavia è piuttosto singolare il caso di un uomo politico, pubblico, con un buco di almeno dieci anni nella propria biografia. La sua storia sembra veramente sintetizzabile in questa riga della sua scheda nel sito della Camera dei Deputati: “Liceo classico; segretario del partito radicali italiani”. Di lui si sa con certezza che ha fatto il Liceo – con le suore. Si tramanda anche una battuta ad effetto: “Il problema è che vi sono uscito con il massimo dei voti ed il minimo della fede”. (Sarà per questo che il suo nuovo Network propone di scaricare le rette delle scuole dei preti dalle tasse: non fa una grinza, se i preti insegnanti formano i migliori studenti laici, tanto vale pagare direttamente i preti e chiudere le scuole laiche).
E dopo il Liceo? Nulla: ha incontrato Pannella e tre anni dopo è stato nominato segretario dei Radicali italiani, il più giovane in Italia. Bravo, complimenti, eppure… tutto qui? Possibile che non si trovi nient’altro?

Se Capezzone è del ’72, deve essersi diplomato nel ’91, bombardieri su Bagdad. La sua nomina a segretario dei Radicali è del 2001. Nel mezzo c’è appunto un buco di dieci anni. Dove è stato Capezzone per tutti gli anni ’90? A Roma, probabilmente, ma a fare cosa? A parte presentarsi a Pannella nel 1998, episodio sicuramente importante e decisivo – ma che non deve avergli preso più di una mezza giornata. Ha frequentato Giurisprudenza alla Luiss – senza laurearsi, vabbè. Questo non significa nulla, nemmeno Veltroni è laureato. Nemmeno D’Alema (Berlusconi sì). Ma è possibile che un giovane così dinamico, così pieno di voglia di fare, sempre in giro a rilasciare dichiarazioni, abbia passato dieci anni ad ascoltare Radio Radicale e a studiacchiare legge?

Voglio essere più esplicito: prima di diventare attivista politico e – con uno sprint impressionante – segretario politico nazionale, Capezzone ha mai lavorato in vita sua? Come ha fatto a campare? Non era mica semplice. Non per tutti, almeno.

Il paragone mi viene facile, essendo quasi un suo coetaneo. Io in effetti in quegli anni non sono stato fermo un attimo. Mi sono laureato. Ho fatto il mediatore culturale in Francia col servizio volontario europeo. Poi sono tornato a casa e avevo bisogno di soldi. Ho fatto cose di cui mi vergogno, per esempio intervistavo la gente per strada sui romanzi di rosa (e non biasimo Capezzone se non mette miserie del genere nel suo curriculum). Ho fatto dei corsi, ho lavorato in una specie di dotCom, ho tradotto dei libri. Ho fatto un mega-Concorso statale al termine del quale sono stato assunto dallo Stato, con quasi una trentina di contratti precari in cinque anni. Ho incontrato una ragazza, che ha sciaguratamente accettato di venire a vivere con me, malgrado non avessimo nessuna agevolazione sull’affitto; anzi, lei licenziandosi dal suo lavoro a tempo indeterminato ha perso il suo diritto al sussidio di disoccupazione, in virtù della Legge 30. Anzi, della Legge Biagi. O della Legge-perla, per dirla con Capezzone. L’ha chiamata proprio così: l’unica perla del Governo Berlusconi. La legge 30.

Scusate se per un attimo mi sono paragonato a Capezzone. È chiaro che lui è più bravo di me. Ma quel che provo per lui è un po’ quello che provo per tutti i giovani in politica. Ho la sensazione che abbiano più nozioni di me, ma meno esperienze. Colti, ma nati ieri. Nessuna persona con un po’ di vita vissuta chiamerebbe la legge 30 una “perla”. Nessuno che abbia almeno un cugino, o un amico cocoprò, si permetterebbe. Dicci che è una legge severa, ammortizzabile, dicci quel che vuoi: sei un politico, hai studiato, le parole giuste dovresti conoscerle. Ma non scherzare sui nostri problemi. Non saranno i problemi dei rifugiati in Darfour, ma son problemi.

Lo so che non è giusto prendersela con Capezzone per questo. È vero che l’Italia è piena di politici dal curriculum esclusivamente politico. Rutelli che altro ha fatto in tutta la sua vita? E Fini, e Fassino?
Ma il caso di Capezzone è più curioso, essendo lui un convinto liberale. Non uno alle vongole; lui su questo è serio: vuole tagliare tasse subito, e dare agli imprenditori tutte le ricchezze che si meritano. E se questo significa chiudere il rubinetto al ceto politico, pazienza. In Italia è abbastanza raro vedere queste idee difese da un politico: in effetti di solito gli imprenditori preferiscono difenderle da soli, scendendo direttamente nell’agone politico, come Berlusconi o Montezemolo. Oppure mandare avanti fantocci illetterati, come Bossi o Maroni.

Negli USA è diverso. Laggiù c’è un rispetto tutto particolare per l’intellettuale, e persino gli ultraliberali non vedono nulla di male nel finanziare lobbies di uomini in occhiali e bretelle che passano le giornate a bere caffè in uffici climatizzati, mentre scrivono editoriali su quanto sia prioritario tagliare le tasse ai ricchi. Capezzone è precisamente questo; il problema è che non sta a New York o Washington, ma su un terrazzo di Roma bella. Somiglia a una piccola enclave statunitense in Italia, qualcosa di ancora poco comprensibile.

E allo stesso tempo terribilmente familiare. Capezzone è cresciuto a pane e politica; Pannella lo ha cacciato fuori, e lui che vuoi che faccia? Che altro saprebbe fare? Che altro potrebbe fare, che gli frutti almeno seimila euro al mese? Manco una laurea c’ha, manco il pezzo di carta. Farà un partitino, pardon, un Network. Andrà in tv, pagato da noi, a spiegare che i nostri canali tv vanno svenduti a qualche investitore straniero. Che continuerà a invitarlo in prima serata, si capisce. I miei migliori auguri. Nato appena ieri, e già così tanto più furbo di me.
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iMac, iPod, iMille...

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Il titolo non è mio, non sono così bravo: l'ho copiato da un commentatore di Scalfarotto.
E comunque è inutile star seduti qui sulla panchina a criticar qualunque cosa passi: io stamattina già inviato ad Adinolfi la mia timida adesione. Un passo avanti rispetto ad altre proposte precedenti mi sembra che ci sia: non vengono più proposte liste di cooptati e l'enfasi un po' sospetta sui "giovani" è stata stemperata. Mal che vada, avrò altre storie da raccontare.

Ora, per favore, evitate commenti stile "ti facevo più di sinistra", ecc. A parte che forse non è vero, per come la vedo le opzioni ora sono due: o faccio l'estrema destra nel partito di Mussi & co., o mi pianto nell'estrema sinistra del Pd. Ditemi voi qual è la più divertente.

(Grazie a Umarells per la foto).
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"da poveri eravate più allegri"

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Not so gay anymore

Io sono convinto che per gli omosessuali italiani, negli anni Ottanta, ci fosse poco da stare allegri. Una buona parte di provincia, tanto per cominciare, non era ancora ben uscita dal medioevo. I brutti scherzi erano più brutti, le violenze più violente, i silenzi erano veramente silenzi. E poi c’era ancora il servizio di leva – oppure venti mesi di civile. Non solo, ma a un certo punto i tuoi amici cominciavano a morire come mosche, e i preti a suggerire che te l’eri meritato. A pensarci, dieci anni d’inferno.

Eppure sono stati gli anni in cui abbiamo davvero cominciato a chiamarli gay. Che in italiano voleva proprio dire gai, felici, spensierati. Cosa avessero da ridere, in effetti non si sa. Però me li ricordo così.
Mi ricordo la musica, che per molti anni è stato l’unico mio approccio alla cultura gay. Quella di metà anni 80 sembrava in mano a un cartello di gay – per carità non tutta, soltanto quella divertente. Quel pop di plastica che sembrava non dover durare e invece oggi riempie le piste di gente nata in seguito, quei pezzi sciocchi e irriverenti che adeguavano il punk alla festa delle medie. E poi la moda. Anche quella a suo modo irriverente, innovativa – gay.

È un luogo comune, anzi un sistema di luoghi comuni. I gay e gli anni Ottanta – gli spensierati anni Ottanta – la spensieratezza dei gay. Mi rendo conto che tutto questo è illusorio, che molti omosessuali nello stesso periodo non ballavano Baltimora né indossavano Versace, ma stavano nascosti e soffrivano molto. Ma da qualche parte nel mio cervello si è annodato questo concetto: Gay=Felice. Tom Robinson ai concerti cantava Sing, if you’re glad to be gay. Sing if you’re happy that way. Sembrava allegro e sardonico. A rileggerla, la canzone è una sequela di violenze, censure, repressioni poliziesche. Ma Tom sembrava ancora allegro di ballare sulle rovine.

Oggi le cose vanno un po’ meglio. Non tanto, lo so: appena un po’ meglio. C’è persino una quota di personaggi gay nelle fiction Rai. A scuola si fanno ancora brutti scherzi; la differenza è che se ne parla, che esistono le parole per parlarne. Non c’è più il sevizio di leva. E non si muore più così tanto. E i gay non sono più così gai. Sono tristi. Musoni e incazzati.

A loro discolpa, non sono i soli. Se gli 80 sono stati gli ultimi anni della Maggioranza Silenziosa, che aveva bisogno di minoranze strane come un’enorme massa di pastasciutta insipida che implora almeno una spezia piccante, gli anni Zero sono quelli delle Minoranze Petulanti. Apparteniamo tutti almeno a una di queste minoranze oppresse, senza diritti, senza futuro. Abbiamo tutti un motivo per marciare su Roma. Ci sono i padani e gli stranieri. I giovani precari e i giovani industriali – poveri giovani industriali! I no-tav, i no-nato, i no-monnezza, e hanno tutti la loro parte di ragione. Ci sono i cattolici, fino all’altro ieri zoccolo duro della Maggioranza Silenziosa, oggi felicemente riciclati in minoranza ringhiosa pro-famiglia e anti-aborto. Perché non dovrebbero fare lo stesso i gay? Peraltro, loro sono davvero discriminati: le loro battaglie sono sacrosante.

A volte mi chiedo dove ho vissuto tutti questi anni. Per buona parte della mia vita non mi sono nemmeno reso conto che i gay lottassero per i loro diritti civili. Il gay pride del Giubileo mi era sembrata soprattutto una grande festa identitaria. Probabilmente non capisco nulla. Ma ho una sensazione.
C’è stato un momento, ed è stato recente, in cui i gay hanno definitivamente smesso i panni allegri e festaioli e la questione dei diritti civili è diventata prioritaria.
Secondo me il processo è andato di pari passo con la formazione del Partito Democratico. Lento, per molti anni sotterraneo, proprio come il PD. Voi dite: ma che c’entrano esattamente i diritti degli omosessuali con il PD? Nulla, appunto. Di tante questioni sul tavolo, quella dei diritti civili dei gay sembra fatta apposta per rendere impossibile la nascita del PD. Basta prendere due elettori-tipo della Margherita e dei DS, e fargli un po’ di domande: che ne pensi del mercato? Che ne pensi della guerra al terrore? Che ne pensi dei migranti? Le risposte saranno indistinguibili. C’è solo una domanda che permette di discriminare: pensi che i gay abbiano diritto a crescere dei figli?

Non voglio entrare nel merito della questione, che è spinosa. Voglio solo chiedere: chi l’ha detto che questa domanda sia prioritaria? Che debba venire prima delle domande sull’economia, sulla guerra, sui migranti? Davvero due persone che sono d’accordo su tutto tranne che su questo non possono militare nello stesso partito? Io posso anche sostenere che i gay siano discriminati: ma i migranti lo sono anche di più. Oggi si discute di voto agli stranieri un decimo di quanto non si chiacchieri di DiCo e laicità. A chi conviene? Chi è che continua a riaprire la questione? A chi giova continuare a parlarne?
Giova ai vescovi. Giova alle sinistre. Giova, in pratica, a tutti quelli che non hanno interesse alla nascita del PD. E agli omosessuali giova? Direi di no. La soluzione al problema non è in calendario. In calendari si sono soltanto estenuanti discussioni pro e contro, proposte di legge soffertissime destinate all’impallinamento parlamentare, cortei e controcortei, piazze e contropiazze. La questione “gay vs famiglia naturale” è semplicemente il punto scelto dai nemici del PD per farlo a pezzi. Perché proprio quel punto? Perché era il più fragile.

Dopodiché pazienza: io non so nemmeno se l’avrei votato, questo PD. Ma mi spiace vedere tante persone scegliere (in buona fede) il fronte sbagliato per combattere. Se vi dico che la battaglia per il riconoscimento di alcuni diritti elementari va spostata ancora di una generazione, non prendetemela con me. Non dipende certo da me. Io scrivo solo quel che vedo: e vedo che nessuno è in grado di risolvere la questione. La questione è sul tavolo soltanto perché serve a far saltare il tavolo. E allora?

Per una volta che riesco a non cambiare idea per qualche mese, permettetemi di citarmi addosso: “io non credo che i DiCo siano una priorità. La priorità è la cultura. In Italia non ce n’è ancora abbastanza per tutti. Ce ne deve essere di più […] D’accordo che bisogna tutelare le minoranze, ma ricordiamoci che sotto il pelo dell’acqua c’è una quantità enorme di persone che potrebbe essere gay ma non lo sa, o non lo dice, o non lo ammette, perché non ha avuto a disposizione gli strumenti per capirlo, o per accettarlo. Questi strumenti sono culturali”.

I gay della scorsa generazione avevano una vita più difficile. Ma scrivevano, disegnavano, cantavano, offrivano cultura a tutti. È stato grazie a loro che milioni di italiani hanno imparato che gli omosessuali non erano maniaci pederasti, ma persone normali, dotate e sensibili. Ed erano anni difficili. Peggiori di questi. Io credo che il loro esempio vada seguito – non solo dalla minoranza dei gay. Mi sembra una buona lezione per tutte le minoranze. Cantare, stare allegri, invitare tutti alla propria festa. Per quanti problemi noi possiamo avere, siamo ancora al mondo e siamo felici così. Non orgogliosi: felici. Com'è che si diceva una volta? Gay.
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forever young, reprise

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Quando non so a cosa pensare, penso a Rutelli.

Qualche tempo fa la Repubblica ha fatto un sondaggio sul leader del Partito Democratico – ho perso il link, ma fidatevi. Veltroni ha preso il 30% e rotti. Il secondo mi pareva fosse Bersani – poi tutta una pletora di personaggi al cinque, al tre, al due. E in fondo, al termine di una coda lunga di uno virgola, Rutelli. Forse perché, alfabeticamente, Rutelli è un po' svantaggiato. Già. Sarà l'alfabeto.

Quando penso a Rutelli, non so bene a cosa pensare.
Di trasformisti ne ho conosciuti, li ho studiati: ai tempi della guerra di Libia Mussolini andava a fermare i treni, Bocca era nel GUF, Ferrara uscì dal PCI dopo una rissa da filopalestinese intransigente. E via e via. Ma Rutelli, ancora relativamente giovane, chissà come mi stupisce di più: veramente uno si chiede cosa si potrà inventare ancora. L'unica ideologia che non ha ancora vagamente costeggiato è il fascismo, e la cosa gli fa onore – ma aspettiamo, non si sa mai.

Badate bene: il trasformismo, in sé, non è un problema. Una persona può cambiare idea. Solo i cretini non le cambiano mai. Il punto è che Rutelli, tutte queste idee, non le veste proprio. Ve lo immaginate, Rutelli verde? Rutelli ai convegni ecologisti? È stato segretario nazionale dei Verdi Arcobaleno. E Rutelli che si fa le canne? Nel periodo radicale fu incarcerato per essersi fatto una canna in corteo. E Rutelli cattolico? Rutelli che va in Chiesa, s'inginocchia, si segna, si batte il cuore al Mea Culpa, ve lo immaginate Rutelli che intona il Gloria? Ecco, appunto. Il physique c'è, ma non è il physique du rôle. Volete mettere, per dire, con un Ferrara? Se una mattina Ferrara si sveglia teocon, come prima cosa si mette a compulsare le encicliche. Si documenta, e poi si atteggia – in fondo è un guitto, il basso del melodramma. Rutelli invece è manichino, alla gente non va giù.

Altrimenti non si spiega questo mistero: dai radicali, con tutte le loro eroiche battaglie, ai teodemocratici, con tutta la loro fede incrollabile nella Vita e in Cristo, passando dai Verdi (che sono quelli che dovrebbero salvare il mondo) e dal Municipio di Roma (che ha amministrato neanche male), Rutelli dovrebbe avere collezionato qualche umana simpatia, o no? E invece no! non lo sopporta nessuno. Ormai è un uomo d'apparato, lui che andava in giro coi cartelli davanti a Montecitorio, lui che augurava il rancio di San Vittore a Bettino Craxi, lui! ormai parla solo a nome dei quadri di partito. Se chiedi all'uomo della strada un leader del PD, a quello gli verrà in mente prima un paio di pelati, come Bersani o Letta, o di donne, come la Finocchiaro e… la Bindi! Persino la Bindi è più popolare di Rutelli. Su un altro sondaggio, di Excite, lo ha sorpassato Scalfarotto, un gay con le orecchie a sventola. Se ci pensate è incredibile. Rutelli in teoria dovrebbe essere quello col fascino.

Quando vi lamentate che ci sono pochi giovani tra gli aspiranti leader del PD, mi viene in mente Rutelli. Cioè niente.
Ma voi c'eravate, nel 2001? Perché io c'ero, e mi ricordo che l'Ulivo schierava contro Berlusconi un leader giovane, fascinoso, carismatico: Rutelli. E perse. Difendendosi bene, però. Ricordo che a quel tempo si parlava di "effetto Rutelli", che aveva avvantaggiato la Margherita rispetto agli altri partiti della coalizione. Si diceva che gli elettori di sinistra fossero già molto più uninominalisti dei loro rappresentanti. Non votavano più per un partito o per una coalizione di partiti, ma per un leader, per una faccia: e magari proprio quella faccia lì, a metà tra Kennedy e Albertone.

A quel punto cos'è successo? Da qualche parte qualcuno avrà spiegato come Rutelli dilapidò il suo capitale di leader dell'opposizione. Io non ricordo bene. Ma mi sembra che al termine dell'investimento emotivo della campagna elettorale, Rutelli smise per sempre di essermi in qualche modo simpatico. Tra Prodi e lui, nessun dubbio. Ne è prova che nessuno valutò mai seriamente una sua candidatura alle Primarie.

Ne è prova l'enorme credito che diamo a Veltroni, un politico che coi DS non ha poi dimostrato tutte queste meraviglie. Porta in dote l'amministrazione del Municipio di Roma, dove non mi pare abbia fatto molto meglio del suo predecessore. E allora cos'è che lo rende così popolare?
Potrò sbagliare, ma secondo me il segreto del successo di Veltroni è il gran vuoto che c'è intorno. Gli elettori volentieri eleggerebbero un leader relativamente giovane, con idee nuove e una cultura del Fare, e siccome non c'è, si arrangiano con Veltroni. Ma in teoria doveva esserci. In teoria doveva essere Rutelli. Più smarcato dai partiti tradizionali, più giovane, più bello. Ma nessuno lo considera più. Che ha combinato?

Qui, se ci riflettete, c'è un errore. Forse noi viviamo in un universo parallelo. Nell'universo in cui le cose vanno secondo logica, l'anziano e rassicurante Prodi è diventato il segretario del rassicurante partito della Margherita, mentre l'ex candidato della coalizione, giovane e rampante, ha continuato a fare il capo della coalizione, forte del suo carisma trasversale. Doveva andare così. Perché non è andata così?

Forse perché Prodi, con quell'aria di fessacchiotto, s'è letteralmente mangiato Rutelli? Nel lungo confronto ai vertici lo ha fiaccato, l'ha svuotato di tutto il suo fascino e l'ha trasformato in un'ameba reazionaria. E Rutelli è stato al gioco. S'è fatto svuotare. Perché? Forse non era abbastanza furbo. Bravo abbastanza per fare carriera coi radicali (capirai). Bravo abbastanza per vincere a Roma. Ma Prodi è su un altro livello.

Questa è dura da mandare giù, lo so. Mi rendo conto che Prodi non ha l'aria di un grande stratega, che sembrava e sembra uno scartino della Prima Repubblica. Tuttavia lo scartino della Prima Repubblica alla fine ha fatto fuori il giovane rampante. Il popolo che premiò la Margherita di Rutelli nel 2001 è solo una parte di quello che plebiscitò Prodi alle primarie del 2005. È un popolo che ha voglia di un leader, questo è sicuro. Se gliene proponi uno, anche usato, lo incorona di buon grado. E l'età non è un fattore importante. Mi dispiace. Non fu decisiva quando Rutelli sfidò Berlusconi, non lo è nemmeno oggi.

***

Quando vi lamentate dei pochi giovani in politica, e mi proponete una lista di giovani in politica, io penso a Diaco. Cioè a poco.
Perché lo conosco poco, davvero, di solito quando arriva cambio stazione o canale. In fondo non ho nulla contro di lui, tranne un'epidermica antipatia, ma nemmeno capisco perché debba dirigere il mio partito.
Qualche sera fa l'ho visto un attimo da Chiambretti: se non sbaglio è riuscito in pochi minuti a esprimere simpatia per Papa Ratzinger ("che non piace a nessuno") e a fare un coming out bisessuale. Cioè, capite, a lui non basta stare simpatico ai gay: deve stare simpatico simultaneamente a donne e uomini, gay ed etero, ma anche al Papa, "che non piace a nessuno"! come no, il problema del Papa è appunto che nessuno lo ascolta, nessuno gli vuole bene. E a quel punto ho cambiato canale, altrimenti faceva in tempo a esprimere ammirazione anche per Bin Laden. Lui stesso avverte che essendo cresciuto senza padre tende a cercarlo dappertutto: va bene, capisco, ma cercane almeno uno alla volta. Non puoi fare il bisessuale e il papaboy simultaneamente, non è serio, e anche se tu ci credi ugualmente non ti crederà nessuno.

Neanche Rutelli era arrivato a quel punto. Forse non ci aveva pensato, forse si sta mordendo le mani dal dispetto. So anche che in seguito Diaco è stato da Biagi a parlare della droga; sono sicuro che ne avrà parlato male, e tuttavia a questo punto non mi fido: secondo me vuole stare simpatico sia a chi si droga, sia a chi ha smesso, sia a chi non si drogherà mai; oltre naturalmente agli omosessuali, agli eterosessuali, ai bisessuali e al Papa. In teoria ormai Diaco dovrebbe essere simpatico a chiunque, in Italia; in realtà non lo regge nessuno. Come si spiega? Credo che sia l'effetto Rutelli: il giovane piacione in Italia non funziona. Tutti questi giovani rampanti che si credono Tony Blair, più in là di tanto non vanno. Se hanno costanza e un po' di fortuna possono anche metter radici in Parlamento, ma il cuore degli italiani è un'altra cosa.

L'obiezione la conosco: anche Berlusconi è un piacione. Come no. Ma lui conosce i suoi limiti. C'è gente che non lo amerà mai, e lui lo sa: li chiama comunisti, li considera coglioni, li disprezza e li provoca. Questo gli italiani lo capiscono, e lo apprezzano. Un politico che ti dà del coglione è la fantasia proibita di ogni democratico: stimola e divide. Rutelli e i simil-rutelli vorrebbero invece piacere a tutti. Appena si apre una nuova categoria sociale, una nuova idea politica, un nuovo genere sessuale, una novità su internet, ci si fiondano, e si mettono a stringere le mani. Ma l'italiano non abbocca. Stringere le mani in Italia non basta. Bisogna anche far gestacci all'avversario. Berlusconi è credibile, perché fa le corna. Prodi già un po' meno. Rutelli e simil-rutelli non s'azzarderebbero mai. Stanno ancora a cercare il padre, e gli anni passano. Datevi pace. Non potete piacere a tutti. In realtà per ora non piacete a nessuno.
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"suggerisci una riforma costituzionale a caso"

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La sarkosi

È inutile far finta di nulla, ci ha preso un po’ tutti (è importante premettere che in realtà questo Sarkozy non abbiamo la minima idea di chi sia veramente: ne sappiamo poco e leggiamo giornalisti che ne sanno di meno).

La malattia ha forma diverse, come la peste che può essere bubbonica o polmonare. Diciamo che l’impiegato del Quirinale che va in giro per Roma a menare gli straneri scortesi ha preso la sarkosi nella varietà “racaille”: oh! Finalmente anche a sinistra si valuta la possibilità di risolvere il problema stranieri non con i diritti di cittadinanza, ma con insulti e aggressioni preventive. Ecco, sì, apriamo un dibattito.

Altri in Sarkozy hanno visto la faccia nuova. Questo è fantastico, perché io dieci anni fa già bazzicavo la Francia e la facciona di gomma di Sarkozy ai guignols de l’Info me la ricordo benissimo. Se provate a dire a un francese che Sarko rappresenta “il nuovo”, vi guarderà strano. D’altronde è vero che è giovane, per i nostri parametri. E allora vai, vai coi giovani. Questa forma si chiama sarkosi giovanile, e voi ci siete dentro.
Voi avete il pallino delle persone. Le persone che non vi piacciono non vanno bene; occorre sostituirle con persone che conoscete voi. In pratica, l’unico reale inconveniente dell’establishment è che non ci siete ancora arrivati. La vostra è l’angoscia del Principe Carlo che invecchia mentre la regina non smolla il trono. Vi capisco, ma non la penso come voi.

Io sono piuttosto scettico nei confronti dell’unità-Uomo. Per me è materiale umano, plasmabile a seconda delle strutture. Io in effetti credo nelle strutture. La mia forma di sarkosi è forse più tenace della vostra, perché è strutturale. Si è attaccata alle ossa, al midollo. Mi preoccupa.
Da un po’ di tempo in qua per esempio mi sto convincendo di non vivere in una repubblica, ma in una

Dittatura parlamentare

Ho dato un occhio all’ordinamento: il Parlamento è il centro di tutti i poteri. Nomina il Capo dello Stato, un notaio che ratifica le leggi prima che siano pubblicate. Quest’ultimo deve consultarsi coi capigruppo per esprimere il Capo del Governo, un ragioniere che dopo aver ceduto i Ministeri ai partiti che lo hanno designato, deve rassegnarsi a ‘governare’ primus inter partes, con un contratto CoCoPro: in qualsiasi momento è licenziabile con un doppio voto di sfiducia. Di chi? Ma del Parlamento… i cui due presidenti, en passant, nominano persino il consiglio d’amministrazione della Rai.

In tutta la struttura, il Parlamento è l’unico organo a essere eletto direttamente dal popolo. È il budello della volontà popolare: tutta la sovranità che l’articolo 1 della Costituzione assegna al popolo, noi la trasferiamo unicamente lì, una volta ogni cinque anni. Da quel momento la perdiamo: l’articolo 67 in questo è categorico. “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. È chiaro? L’on. Caruso potrebbe passare dopodomani ad AN senza venire meno a nessun vincolo nei confronti di chi lo ha mandato a Montecitorio. In pratica, ogni parlamentare è Re. Per cinque anni non deve riferire nulla a nessuno. Poi, in linea teorica, potrebbe essere decapitato dal popolo elettore. Ma ha avuto cinque anni per arricchirsi e prepararsi alla successione di sé stesso.

E allora: perché continuiamo a prendercela coi partiti? Dal 1989 a oggi li abbiamo cambiati tutti, e non è cambiato molto. La radice del problema non sono i partiti. I partiti sono agenzie di raccolta dei voti, finanziate dai parlamentari. Forse il concetto di partitocrazia è stato un abbaglio. Il nucleo del problema è il parlamento.
Cito da uno degli ultimi numeri di Internazionale (che cita La casta): “In Italia c’è un parlamentare ogni 60.371 eletti, ogni 66.554 in Francia, ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 560.747 negli USA. La spesa per il Quirinale è di 217 milioni di euro, per la Corona britannica 56,8. Il Quirinale ha 1072 dipendenti, il Bundestag 160. Lo stipendio di Bush è di 22mila euro, Prodi 18mila, Blair 15mila, Zapatero settemila. La camera costava 140 milioni di euro nel 1968. un miliardo nel 2007. Un parlamentare guadagnava 1964 euro nel 1948, 15.706 nel 2006”. Se pensate che il problema sia degli uomini, non potete che concludere che l’atteggiamento predatorio dei potenti sia un carattere della cultura nazionale: a questo punto potete pensare che gli Uomini Giovani siano meno attaccati al soldo dei Vecchi (ma perché?) oppure semplicemente lasciar perdere, ci sono tanti altri bei Paesi in cui emigrare (è il dilemma di Scalfarotto: salvo l’Italia con la forza della mia gioventù, o me ne resto in UK dove i treni sono puntuali?)

Io invece mi ostino a credere che il problema sia strutturale: il rischio di un Parlamento elefantiaco e incontrollabile era già nero su bianco nella formula costituzionale che lo prevedeva come unico depositario della volontà popolare. Banalmente: i parlamentari si alzano lo stipendio e i benefits perché possono farlo, perché nessuno può impedirglielo. Benché spesso mostrino di volerne parlare, non si ridurranno mai le poltrone da soli: andrebbe contro a una logica di autoconservazione che è tipica non dico degli italiani, ma di tutti gli uomini e di molti altri organismi viventi.

Il simbolo umano della degenerazione della Repubblica in dittatura parlamentare è senza dubbio l’invitto Clemente Mastella, che col suo feudo elettorale, col suo due-e-qualcosa per cento, può scrivere l’agenda del governo Prodi, o mandarlo a casa se gli va. Per molti anni ci siamo raccontati che Mastella è un parassita del sistema: perché? Non approfitta di nessuna falla nel sistema immunitario. La verità, piuttosto pesante da accettare, è che Mastella è una normalissima cellula del sistema, che fa esattamente quello il sistema gli chiede di fare.

La dittatura parlamentare è decisamente la più sottile da individuare, perché in apparenza è tutto fuorché monolitica o totalitaria: nel Parlamento si accettano tutti, c’è spazio per comunisti, transessuali, oriundi argentini e separatisti alpini. Tutto è negoziabile, tutto è lottizzabile, e in teoria ogni cinque anni la sovranità ritorna al popolo. I parlamentari per ora questo non possono togliercelo – ma intanto sono riusciti a toglierci la preferenza sulle schede. Tempo al tempo.

Come siamo arrivati a questo? La centralità del Parlamento è un lascito dell’antifascismo: Mussolini non era diventato veramente Mussolini finché non aveva chiuso le aule sorde e grigie. Tolto di mezzo il puzzone, Togliatti e De Gasperi potevano avere soltanto due cose in comune: i voti dei lavoratori (e il lavoro infatti è il fondamento teorico della Repubblica) e la stanza in cui si parlavano. Col tempo il lavoro si è parecchio decentrato, ma la stanza è rimasta lì, in dotazione agli eredi.
All’inizio, peraltro, il sistema parlamentare rispecchiava l’identità di un’Italia realmente divisa in schieramenti organici e complementari: fino agli anni ’70 i partiti-massa da questo punto di vista hanno fatto il loro dovere. Votare PCI o DC (o PSI) significava entrare in una rete sociale, provvista di un sindacato, un circolo ricreativo, una polisportiva, un istituto di credito, un canale Rai... La lottizzazione, prima ancora che negli affari, esisteva nella società – perlomeno come progetto. Era un progetto abbastanza originale, e sarebbe stato curioso vederlo realizzato, ma fu accantonato negli anni ’80, quando il benessere ci convinse che l’Italia era diventata un’altra terra delle opportunità: nello stesso periodo i partiti di massa smisero di avere il polso del Paese. Si sono riciclati come agenzie elettorali, e tutto sommato da questo punto di vista continuano a funzionare abbastanza bene.
L’animosità verso il parlamento è sempre esistita. Negli anni ’80 c’era già chi parlava di presidenzialismo: erano Craxi e Almirante, entrambi a loro modo eredi di una corrente sotterranea antiparlamentare.
Poi ci fu Mani Pulite e la fase dei referendum (tra i quali, ricordo, l’abolizione dell’immunità agli onorevoli). Quello fu in assoluto il momento in cui il Parlamento rischiò di più l’attacco dei cittadini. Se fu in grado di riorganizzarsi negli anni seguenti, fu proprio perché non fu riconosciuto come il vero nemico: al parlamento facevano riferimento i più accaniti nemici della partitocrazia, i Segni o gli Orlando. Il risultato fu il capolavoro di una finta riforma elettorale: dal 1994 a oggi, noi entriamo nelle urne convinti di votare per Berlusconi o Prodi. Nei bollini delle schede a volte c’è persino scritto “Berlusconi” o “Prodi”. Ma in realtà non votiamo per loro: votiamo per i parlamentari che (in teoria, ma senza vincolo di mandato) dovrebbero votare per loro. Nei fatti Berlusconi o Prodi hanno dimostrato varie volte di essere ostaggi nelle mani dei loro Grandi Elettori. Dietro a un simulacro di elezione presidenziale, il Parlamento prospera e ingrassa.

E Berlusconi? All’apparenza, l’Uomo del destino contro i pigmei parlamentari. In realtà la sua traiettoria ha dimostrato la forza del Parlamento italiano, che dopo essersi mangiato decine di referendum, è riuscito a sopravvivere alla grande anche all’Uomo nuovo. E veramente, se c’era qualcuno in Italia in grado di soggiogare il Parlamento-Re, era lui. Perché non c’è riuscito? Forse perché – banalmente – è un cattivo politico. Le riforme costituzionali gli interessavano soltanto come moneta di scambio con D’Alema & co.; persino alleati parlamentari secondari come Bossi, o minuscoli come Follini, sono riusciti a metterlo in difficoltà.

In tutti questi anni io ho sempre pensato che la repubblica parlamentare fosse la meno peggio. L’avevo ereditata dai padri costituenti, per i quali nutrivo affetto e rispetto. L’alternativa presidenziale mi sgomentava: la personalizzazione della politica mi sembra un errore, soprattutto quando la Persona è Craxi, prima, e Berlusconi poi.
Adesso guardo a tutto con occhi nuovi. Il modello francese ha tanti difetti, ma mi seduce. Il ballottaggio ti permette di baloccarti con la tua identità al primo turno, e di scoprirti adulto e responsabile al secondo. Un Presidente legittimato da un’elezione popolare non sarebbe più ostaggio di nessuno. Basterebbe la sua ombra a indurre i parlamentari a più miti consigli quando si parla di aumentare gli stipendi.
Insomma, ci sono dentro fino al collo. Sarkosi presidenziale. È grave, dottore?
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fammi andar fuori, come una vescica al sole

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Proud to be dumb

Erano un milion
e, erano un milione e mezzo, ma che importa? Se l'Italia è il paese delle mille parrocchie, un milione non è nemmeno un granché. Forse i politici di sinistra avrebbero dovuto reagire facendo spallucce: un milione? Tutto qui? E i quotidiani di sinistra avrebbero dovuto titolare: Appena un milione a San Giovanni. Perché la battaglia delle idee si combatte così.

E invece no, un milione è tanto. Tantissimo. Perché va confrontato con un altro dato: i signori che sono andati in Piazza Navona perché orgogliosi di essere laici. Qualche migliaia di orgogliosi. Complimenti. Una curiosità: chi vi ha invitati? Da chi è partita l'idea? Tiro a indovinare: i radicali. Sempre così intelligenti. E così pochi. Così orgogliosi di essere in pochi a essere intelligenti. Tanto orgoglio e tanta intelligenza, non c'è dubbio, in Piazza Navona ci stavano stretti.

E' un po' come parlare del Sole. Sapete quanto è grande il Sole? Potrei darvi un numero, ma non vi direbbe nulla. Invece vi faccio vedere una foto: c'è un pezzo di sole, e un puntino azzurro a destra. Il puntino azzurro è la Terra. Ecco: adesso avete un'idea di quanto sia grande il Sole. Per farvi un'idea della sua grandezza, vi serviva un punto di riferimento. Qualcosa di relativamente molto piccolo.

Ora sapete anche quant'è forte il familismo militante cattolico in Italia, o, se preferite, quanto sia debole l'orgoglio laico. Il primo riesce a mobilitare mille volte più persone del secondo, nella stessa unità di tempo e in uno spazio contiguo. Se era una gara, l'orgoglio laico l'ha persa mille a uno. Chi dobbiamo ringraziare per questo bel risultato?

I radicali. Se non esistessero, andrebbero inventati. E siccome quantitativamente, oggettivamente, non esistono, ogni tanto io me lo chiedo: ma chi è che li inventa? E perché lo fa? E perché c'è sempre qualcuno così orgoglioso da cascarci? Mah. La mia risposta alla domanda è Mah.
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continua da sempre

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Il congresso interiore

Mozione #424
Ma voi rammentate di quell’uomo barbuto che qualche anno fa, invitato a salire su un palco, stupendo sé stesso e gli altri disse: Con questi qui non vinceremo mai? E dietro di lui c’era Rutelli, c’era Fassino, D’Alema, uomini d’apparato lividi e grigi. Ma l’uomo con la barba che fine ha poi fatto? Fa il regista, no? Fa i film?
Li facesse belli, almeno. Invece l’altro ieri c’era il congresso di Rutelli, il congresso di Fassino, tutti a dire quanto siamo bravi noi dell’apparato, che adesso smontiamo l’apparato. Eh, ma infatti. Dove lo trovi un apparato che ha il coraggio di smontarsi da solo?
E insomma concludendo, compagni dopolavoristi della politica, io credo che questa tornata di congressi abbia sancito la fine dei girotondi, degli scalfarini e degli scalfarotti, e di chiunque si provi a tuffare nella politica per hobby quando ha già un altro mestiere. Non siamo mica più negli anni Settanta, che potevi lasciare il lavoro per un paio d’anni e riprenderlo con calma. Qui devi attaccarti a tutto, o perdi il pubblico, perdi il contratto, perdi la famiglia. E l’apparato vince. L’apparato si smonta, si riprogetta e si rimonta a piacimento. L’apparato si stipendia e si gratifica. L’unica cosa che l’apparato non riesce a fare è prepensionarsi, e infatti il punto è, compagni: quanto dobbiamo pagarli perché si levino dai coglioni? Ho terminato, grazie, scusate.

Mozione #425
Compagni, sono molto stupito di me stesso. E insomma io sono prodiano dentro, prodiano di ferro, prodiano nel dna, e il Partito Democratico è la summa di tutto quello in cui ho creduto sin da quando ero un bambinetto sveglio. E allo stesso tempo l’attuale Partito Democratico è il consesso di tutti i personaggi che mi sono stancato di votare. Mi guardo allo specchio e vedo mio padre quando gli toccava votare per il partito di Forlani e Andreotti. Davvero siamo arrivati a questo? Alla balena rosa?
E vota Mussi, direte voi. Ma compagni, se Mussi riuscirà a vendermi Boselli, ha sbagliato mestiere, doveva battere le province coi flaconi d’acqua miracolosa. E se invece andrà con Bertinotti, sarà l’ennesimo partito di gente di cui non mi fido. E se andasse con Diliberto. O con Pannella. E insomma, la sinistra è libera di aggregarsi e disgregarsi e riaggregarsi di nuovo, purché non tenti di piacermi. E perde anche per questo motivo! (Applausi)

Mozione #426
…Dici bene, compagno: ma poi si andrà a votare, il nemico sarà ancora Berlusconi, e tu sarai pronto a far la croce su qualsiasi stemmino, anche uncinato. Siete fatti così! voi prodiani siete fatti così. Stalinisti di ritorno, avete fatto ore di fila alle primarie del 2005 per eleggere il candidato dell’apparato. E allora di che vi lamentate? Preparatevi a eleggere il vostro amato leader. Chi è? Ve lo stanno per dire, ancora alcuni mesi e scoprirete di averlo sempre amato.

Mozione #428
Io credo che siamo tutti schizzati, qui, tutti interiormente divorziati. Un divorzio tra Io teorico e Io pratico. Cerco di spiegarmi (brontolii).
Abbiamo tutti un Io teorico, che si concede teorie sperimentali e critiche forti all’apparato. Questo Io teorico coglie la società postcapitalista in tutte le sue contraddizioni più o meno scoppiate o in via di scoppiamento. Intanto l’Io pratico va a lavorare, paga le imposte, e desidererebbe migliorare la sua vita secondo il pattern vetero-borghese: migliori servizi, anche però meno tasse, sicurezza nelle strade, no all’inquinamento ma con moderazione, ecc. ecc.
Se potessero votare in cabine separate, probabilmente l’Io teorico si disperderebbe in qualche listina di sinistra, mentre l’Io pratico aspira al grande Partito Democratico. Quindi a un certo livello si direbbe (paradossalmente) che l’Io Pratico è più intelligente: sa che l’attrito con la realtà è ruvido ma necessario.
Nel frattempo il pianeta muore di caldo, come un bambino in una macchina lasciata nel parcheggio da un Io pratico troppo pratico e troppo indaffarato, e l’Io teorico lo sapeva! Lo sapeva da vent’anni! E allora chi è il vero furbo, alla fine?
Nessuno dei due. Bisognerebbe ricomporre la schizofrenia. Farla finita con una certa falsa coscienza moderata che ci ha portati con moderazione e giudizio alla secca del Po nel mese d’aprile. Basta. Non è più tempo di pace sociale, siamo alla catastrofe ambientale e sociale! Compagni! Dobbiamo rimettere in campo il nostro Io teorico! Sperimentare teorie nuove, smontare tutto quanto! O saremo invasi dalle cavallette (lo portano via)

Mozione #429
...Allora sono andato a dare un'occhiata al mio pantheon, e ci ho trovato poco di utile, forse solo questa frasetta di Italo Calvino.
“Credo giusto avere una coscienza estremista della gravità della situazione, e che proprio questa gravità richieda spirito analitico, senso della realtà, responsabilità delle conseguenze di ogni azione parola pensiero, doti insomma non estremiste per definizione”.

È un’intervista a Nuovi Argomenti. Onestamente non so dirvi quale fosse la grave situazione del 1973, perché dal mio seggiolone tutto mi sembrava interessante piacevole e colorato. È di oggi che quelle parole mi parlano: oggi che ogni cosa è grave, io da elettore moderato reclamo il diritto ad una coscienza estremista. Forse la mia è la stessa schizofrenia di cui parlava il compagno qui sopra.
E insomma, il fatto che siamo persone di buonsenso e ragionevoli, non significa che non dobbiamo avere analisi chiare e trancianti.
Compagni non dico che non dobbiamo andare a caccia di consensi, e che questo terreno di caccia non debba essere il Centro, come sempre. Dico un’altra cosa: per quanto gentili e moderati, noi dobbiamo sapere che abbiamo ragione, e loro torto (Grida di forte disapprovazione).

Mozione #430
La conquista del Centro. Sono 15 anni che i DS guardano al Centro. Poteva avere un senso quando al centro c’erano solo schegge di democristiani e socialisti. Ma poi è nata la Margherita: che senso aveva fare la concorrenza alla Margherita? Forse che il Gruppo Fiat si fa concorrenza da solo negli stessi segmenti, l’Alfa contro la Lancia? Lo fa? Oh, beh, non vuol dire.
Ma adesso che dopo infiniti corteggiamenti se la sono mangiata, questa Margherita, lo capiranno che è ora di andare a caccia di consensi a sinistra? Che è là che c’è il vero movimento? Che è solo là che ci sono le idee?
Perché al centro non ci sono idee. C’è solo tanto, tanto buon senso. Quello che sta soffocando il mondo, come ha detto il compagno poco fa.

Mozione #431

Voi dite tanto, eppure io credo che l’intelligenza sia sopravalutata. Sì, sì, fischiate, sì. Leggevo giusto l’altro ieri un’intervista a un politologo francese. Un’analisi raffinatissima delle elezioni francesi che si concludeva con “…purtroppo vincerà Sarkozy”. E lei per chi vota, gli chiede l’intervistatore? E lui spara uno di quei candidatini d’estrema sinistra.
Per dire che se fossero tutti intelligenti e raffinati come lui, in Francia, al ballottaggio ci mandavano di nuovo Le Pen. E invece si sono fatti un po’ più stupidi: complimenti.

(Continua fino all’esaurimento della civiltà occidentale, portate un po' di pazienza)
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il bonsai è un baobab al confronto

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La lunga marcia di SuperBoselli

Vediamo se mi ricordo bene:
Il PSI – il più antico partito politico italiano – cessa di esistere per manifesta incapacità il 13 novembre 1994. Qualche ora dopo un tale, Enrico Boselli, fonda il SI.
Il SI (Socialisti Italiani) fin dall’inizio dimostra di non voler essere il solito partitino folkloristico: difatti non andrà mai da solo alle elezioni. Boselli si pone da subito il problema di agganciare altri partiti, per creare una più ampia aggregazione.

Alle regionali del 1995 il SI aggancia dunque i pattisti di Segni e all’Alleanza Democratica di Bordon (e della Meandri) in una più ampia aggregazione chiamata Patto dei Democratici, che prende il 4,2%: neanche male. Quasi tutti gli eletti sono boselliani. Il Patto si spatta immediatamente dopo.

Alle politiche del 1996 il SI è l’ingrediente di un calderone piuttosto centrista con il Rinnovamento Italiano di Dini, il Patto Segni e un altro partito ex democristiano a caso. Prendono il… 4,3%: insomma, tengono.

Forte di questi incontestabili successi, Boselli rialza la posta. Nei mesi successivi volge lo sguardo a sinistra, e si fa promotore nientemeno che di una Costituente Socialista nel nome di Turati, di Nenni e Saragat. Aderisce il Partito Socialista Democratico Italiano, quello che nelle barzellette della mia infanzia faceva i congressi nelle cabine telefoniche; Ugo Intini, che per l’occasione ha divorziato da De Michelis e dice di chiamarsi Partito-Socialista-Socialdemocrazia (cominciavano a finire i nomi); e una parte della Federazione Laburista Italiana. Una parte, eh? Mica tutti. Che tutti nella stessa cabina telefonica non ci stavano (non le fanno più grandi come una volta - maledetta telefonia cellulare).

È da queste radici gloriose che nasce, a Fiuggi il 10 maggio 1998, il nuovo partito destinato a lasciare un segno indelebile nell’Italia della Seconda Repubblica: lo SDI. Segretario del nuovo partito è acclamato un tale, Enrico Boselli.

Alle elezioni europee del 1999 gli SDI prendono un 2,1% che potrà anche sembrarvi poco, ma è sufficiente a portare due SDI nel nuovo governo Amato-2000: Del Turco alle Finanze e Intini (sottosegretario) agli Esteri. Ma se pensate che la funzione dello SDI non sia dissimile da quella di tanti altri partitini a caccia di poltrone, vi sbagliate. Boselli è sempre alla ricerca di aggregazioni più ampie.

L’anno successivo, il colpaccio: un nuovo simbolo – il Girasole – accoglie in una sola lista SDI e Verdi, che da soli alle europee avevano preso un pur meritorio 1,8%. Naturalmente un’aggregazione, per funzionare, deve colpire l’immaginazione e il cuore dell’elettore: solo così il risultato potrà essere superiore alla tetra somma aritmetica dei voti (che farebbe, comunque, quasi il 4%)
Il Girasole debutta alle politiche del 2001 e… prende il 2,2%. Come dire che uno dei due partiti nelle urne è scomparso. Impossibile sapere quale. Bisogna dire che alle europee del 2005, i Verdi, tornati da soli, schizzeranno al 2,5. E gli SDI?

Gli SDI non andranno mai soli, per costituzione. Come una zanzara testarda, Boselli è sempre in cerca di qualche vena da succh… di qualche altro partito con cui formare una più ampia aggregazione. Piuttosto, dopo la débacle del 2001, il problema è: chi è cosi tanto fesso da farsi agganciare di nuovo da Boselli? De Michelis? Per qualche tempo anche De Michelis sembra tentato. Ma alla fine il nuovo matrimonio si farà nell’autunno 2005 con quegli intelligentoni dei Radicali, e si chiamerà Rosa nel Pugno. L’intelligenza è evidente sin dalla scelta del nome, che nei più delicati evoca subito la sensazione della Spina nel Polpastrello; ma tant’è.

Quanto valgano i Radicali Italiani in termini percentuali è impossibile capirlo: anche loro disprezzano la politica dei partitini e si sono sempre candidati qua e là in aggregazioni più ampie. In ogni caso i RI erano reduci da un risultato importante come quello del referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005: con il 73% di astensione, persino un brontolone come don Camillo Ruini fu visto sorridere. E insomma, nel 2006 la Rosa nel Pugno presenta alle elezioni personaggi del calibro di Pannella, Emma Bonino, Toscani, un diessino transfugo del carisma di Turci, una giovane promessa tv come Capezzone; e il solito Boselli. Come fai a non votarlo, un partito così? Alle politiche di un anno fa, la RnP prende il 2,5% e non passa nemmeno lo sbarramento al Senato (anche se Pannella & co. tuttora sostengono il contrario); per dire: Di Pietro c’è riuscito, e loro no. Anche stavolta, uno dei due partiti è virtualmente scomparso: quale?

E chi lo sa. Qualche mese dopo i Radicali vanno a congresso e decidono di sfilarsi le spine dai polpastrelli: la RnP forse è già morta. E oggi è il turno degli SDI, a congresso pure loro! Qual è la nuova strategia del Segretario Boselli? Non ve l’immaginereste mai: una Costituente Socialista! Con gente nuova, gente fresca, personalità del calibro di De Michelis e Bobo Craxi. Ma Prodi c’è rimasto un po’ male. Avrebbe preferito Boselli nel Partito Democratico. Allora sì che il PD non sarebbe stata una somma aritmetica. Eh già.

Ma stiamo scherzando?
Ma ci rendiamo conto che questi qui, da almeno dieci anni in qua, non li vota nessuno? N-e-s-s-u-n-o, neanche le loro mamme, neanche i loro figli? Nessuno. L’Italia ha da esser l’unico Paese dove si dà visibilità mediatica a un partito che, dati aritmetici alla mano, vale meno di zero.

Boselli a oggi ha partecipato a 2-3 Patti, 2 alleanze, e ha lanciato due Costituenti. Non si è mai agganciato a un partito che avesse già di suo un elettorato superiore al 3%. Da quando esiste lo SDI, non ha mai superato il 2,5%. Da solo? No, sempre in coppia con qualcun altro che ha divorziato immediatamente dopo le elezioni. Boselli non vale un solo voto. Boselli, storicamente, fa perdere voti a tutti i partitini a cui si aggancia. Eppure si fa eleggere. Eppure rilascia interviste, proclama Costituenti, detta il programma laico-riformista. Ma se ne andasse a casa, finalmente.

Oppure... se ne andasse al centrodestra. Perché è questo che non riesco a capire. Per tutti questi anni abbiamo avuto un’arma formidabile – un tale che riesce a erodere voti e simpatia ovunque va, un vero virus transpolitico, e non lo abbiamo spedito a Berlusconi. Perché? Vien da pensare che ci abbia pensato prima lui, maledizione. Ma è possibile farci fessi così?
Evidentemente sì. Continuiamo a credere alle Costituenti, ai Patti, alle Alleanze. Continuiamo a sperare in Superman, e si sa che Superman decolla sempre da qualche cabina telefonica. Stasera a Fiuggi, magari, chissà.
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quest'aula sorda e grigia

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Ciò che la vacca disse al mulo

Mi riferisco, è chiaro, alla proposta di fare l’antidoping a scuola. Mah, ministro Amato, che dire:
- Se era una battuta, non era divertente.
- Se era una provocazione, non troppo provocante.
- Al massimo era interessante come lapsus: perché proprio "dopo l'interrogazione"? Ci si droga prima di farsi interrogare? Da bravo politico, Amato è convinto che gli studenti assumano droga per colmare un’ansia da prestazione (come fanno i politici, appunto). Ma studenti così, se esistono, sono una notevole minoranza (il discorso è diverso all’università, col giro di anfetamine che c’era già ai tempi miei). La maggior parte degli studenti sfattoni continua ad assumere droghe per il solito vecchio motivo che le lezioni sono noiose.
- Ma soprattutto, da che pulpito?

Il Ministro Amato non conosce molto gli studenti. E pazienza. Ma gli studenti, lo conoscono, il Ministro Amato?
È gente che a volte studia, più spesso va a spasso, ogni tanto si droga, e inspiegabilmente cambia canale ogni volta che appare un politico in tv (cambia canale spesso).
Dei politici italiani conosce Prodi, forse; Berlusconi, sicuramente; Luxuria, perché è un trans; i più colti hanno sentito parlare anche di Caruso, che seminava le piantine. E basta. Ah, e da qualche giorno c’è questo Ministro Amato, che vuole fare l’antidoping. Ma da che pulpito?

Per la verità una trasmissione che mostra agli studenti il Palazzo c’è. Non è molto raffinata e rispettosa dell’autorità, ma c’è. È la stessa trasmissione che mostra gli accampamenti dei rumeni in Riva Reno e le rotte dei turisti sessuali padani in Padania. E poi, naturalmente, ha la sua percentuale di appostamenti trash e mogli di calciatori. Ma insomma, una trasmissione c’è: le Iene, Italia 1. Il Ministro Amato dovrebbe averci riflettuto bene.

Perché certo, cinque mesi per un Ministro degli Interni sono tanti; ma per gli studenti in fondo no. A cinque mesi dal servizio delle Iene sull’antidoping a Montecitorio, la percezione che gli studenti hanno dei parlamentari italiani è ancora la stessa: tutti-drogati. Al punto che: “prof, ma a Roma andiamo a vedere il Parlamento?”
“Certo che ci andiamo”.
“E c’è anche Luxuria?”
“Se è presente, ma…”
“Ma è vero che sono tutti drogati?”

Insomma, il Ministro Amato dovrebbe tener conto, quando parla agli studenti, di non essere il rappresentante né della maggioranza di governo, né della tradizione socialdemocratica e ancor prima socialista, né del suo partito (ma di che partito è?), né della Fondazione italianieuropei che continua a prender soldi dalla nota multinazionale del tabacco. No, quando parla ai ragazzi, il Ministro Amato sappia di non essere nulla di tutto questo.

Perché quando parla di ragazzini, quando parla ai ragazzini, il Ministro Amato è prima di tutto il rappresentante di una comunità di grassi uomini potenti che in un palazzo a Roma si tira piste a spese della comunità. Più un trans. E tutti pagano i portaborse in nero. E adesso vogliono fare l’antidoping a noi? Ma si curassero.

Un politico che pretende di fare l’antidoping agli studenti. Suvvia. Il ministro Amato rifletta bene sull’exemplum medievale del bue che dice cornuto all’asino. Nelle scuole italiane l’episodio è tramandato con altre parole, ma insomma, c’intendiamo.
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Identificato il mandante

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Il complottardo

È un tipo come te, come me. A volte siamo io o te.
Quando il governo è caduto, ci siamo rimasti male. Che il governo non ci soddisfacesse era naturale, ovvio, quasi programmatico. Ma che Prodi dovesse andarsene a casa dopo nove mesi per un equivoco, un Turigliatto, un errore di conteggio, un De Gregorio, un Pallaro, una palla, écche diamine, no.

Dopodiché? Scenario 1, si torna al voto, con Berlusconi ancora abbastanza in forma. Brutto lavoro. Scenario 2, resta Prodi, ma svolta un po’ al centro. Per cui dai, tutto sommato poteva andare peggio. Ma non festeggeremo certo, io e te, se dal centro-centro-sinistra si svolta al centro-centro-centro-sinistra. E tutto per cosa? per un equivoco, un Turigliatto, di un errore di conteggio, di un De Gregorio, di un Pallaro, di una palla? È possibile viverla così? No, non è possibile.

È a quel punto che scatta il complotto. Io e te ci troviamo in un bar, o su un blog, o in qualunque posto, e cominciamo a raccontarci che è stato tutto un complotto. Di chi? Ma di D’Alema, naturalmente. Con quell’aria un po’ così, con quei baffetti lì, vuoi che non passi il tempo a complottare? E beh, certo: prima promette di dimettersi se in Senato non passa il suo documento; poi minaccia la caduta del governo intero; e infatti il governo cade. È chiaro che c’è un complotto.

E Prodi? E non vuoi che non fosse d’accordo pure Prodi? Certo, lui è nove mesi che giura che il governo durerà una legislatura; però intanto complotta per cadere; prima cade, prima può risorgere più bello di pria. Non fa una grinza. E valeva ben la pena di dimettersi, no?, per conquistar Follini.

Si capisce che ci vuole un po’ di fantasia per trasformare questo anziano professore, un po’ ottuso nella sua ostinazione a governare con un voto di scarto, in un genio del male aduso a complotti e machiavellici infingimenti (profetico fu Corrado Guzzanti). Ma l’alternativa è crederci appesi a un filo, a un Turigliatto o a un Pallaro. No. Meglio un complotto, di un Turigliatto. Mille volte meglio.

E questo spiegherebbe anche il fascino discreto di D’Alema. Più volte mi sono chiesto il segreto della sua sopravvivenza politica. Chiunque al suo posto, se avesse commesso in 15 anni gli errori che ha fatto lui, avrebbe abbandonato da tempo qualsiasi poltrona di rilievo. Né si può dire che il personaggio compensi la sua miopia politica con la simpatia umana. Insomma, non ne azzecca una e non è neanche simpatico a nessuno: eppure in un qualche modo è sempre lì, e ce lo abbiamo messo noi. Ma come fa?

Forse il segreto è tutto qua: D’Alema ci piace perché ci permette di sfogare su di lui la nostra gran sete e fame di complotti. Con quei baffetti e con quell’alterigia, sembra che tacendo dica ai complottardi: non prendetevela col povero Turigliatto, prendetevela con me. Non vedete che son qua apposta? Turigliatto non è che una pedina. Pallaro, De Gregorio, tutte marionette nelle mie sapienti mani. Non è più riposante sapere che siete nelle mani di un burattinaio, piuttosto che in quelle del caso, del Caos?

Adesso va molto meglio. Tutto finalmente acquista un senso. La crisi di governo è stata pilotata. Da D’Alema. Da mesi sognava di spostare la barra da centro-centro-sx a centro-centro-centro eccetera. Il corteo di Vicenza gli ha fornito l’occasione propizia. Altro che Turigliatto, ma va, Turigliatto. Come si fa a dar la colpa a un Turigliatto? Siam gente seria, noi, gente informata. Abbiam bisogno di nemici seri. D’Alema è il tipo giusto.
E ce lo meritiamo.
Vorrei sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio. (Altan)
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il mercoledì delle ceneri è finito

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Metti via quel flagello, e cammina

Ieri, il buon vecchio pezzo di Serra sulla sinistra autolesionista. È piaciuto a tutti. Se lo strappavano di mano i colleghi, in sala insegnanti. Qualcuno ve l’avrà pure spedito via mail. Bello, per carità, giusto, giustissimo, sennonché.

Sennonché, continuare a raccontarci quanto siamo autolesionisti è parte integrante dell’autolesionismo. Non risolve il problema, anzi. A volte può essere fuorviante: in questo caso lo è di sicuro. Due voti in più o in meno in Senato non avrebbero risolto nulla: la maggioranza in Senato è inconsistente, e non da oggi. Perché l’autolesionismo idealista di Rossi e Turigliatto dovrebbe avere più importanza dell’opportunismo bieco di un De Gregorio, dell’ambiguità di un Andreotti, persino dell’influenza di Scalfaro? Anche questi erano voti su cui si contava. Ma noi insistiamo a guardare a sinistra, ai cavalieri dell’Ideale. Non è un obiettivo un po’ facile?

È vero, ce lo ricordiamo tutti il ’98. Fin troppo bene. Eppure la situazione oggi è diversa. Nel 1998 il Prodi Uno non fu abbandonato da un paio senatori intransigenti, ma da un partito intero (anzi, nemmeno intero: Rifondazione si spezzò in due). Il motivo non fu la guerra nei Balcani, come qualcuno continua a dire, ma una serie di rivendicazioni economiche oggi quasi incomprensibili (le 36 ore). Ad accostare il 1998 e il 2007, c’è da scoprirsi ottimisti: nove anni fa i Cavalieri dell’Ideale erano un’orda, oggi un paio di cani sciolti. Allora forse è il caso di piantarla, per un po’, con la favola dell’autolesionismo e dell’idealismo, e accorgersi di quanto è maturata nel frattempo la sinistra italiana. Sì: persino gli idealisti crescono. A furia di autocriticarsi, crescono.

Ieri le facce più arrabbiate erano quelle di Giordano e Diliberto: niente di paragonabile al Bertinotti duro e puro che mandava a casa Prodi nove anni fa. Ma non sono soltanto Giordano e Diliberto: è la base che non ci crede più, alla favola dei duri e puri. Così come non crede alla favole delle zone rosse. Se la piantassimo di intonare autocritiche a ogni infortunio, forse ci accorgeremmo che il movimento pacifista italiano non è solo uno dei più consistenti nel mondo, ma è anche uno dei meno violenti e velleitari. Prima o poi riusciremo anche a sfruttare questa forza enorme e tranquilla per qualcosa di buono. Ci vorrà del tempo e ci vorranno facce nuove. Ma le autocritiche infinite forse non servono più. (Anche perché di solito, le autocritiche a sinistra vanno così: si condanna D’Alema, si perdona D’Alema e si riassume D’Alema).

C’è un tempo per l’autocritica e un tempo per l’autoincoraggiamento. Stavolta direi che puoi andare tranquilla, sinistra: non è stata colpa tua. Non puoi pensare a tutto tu, mentre metà del Paese si crogiola nel desiderio infantile di mandare a casa il mortadella. Ci sarà sempre un’esigua percentuale di cani sciolti, di serpi viscide, di senatori influenzati. Tu hai fatto quel che hai potuto, e adesso dovrai fare molto di più.
Nei prossimi mesi (mesi?) avremo un governo ancor meno di sinistra di quello che c’è stato fino ad oggi. Uno spazio che fino a ieri c’era, per discutere di Dico o di Tav, si è chiuso. Colpa di Rossi e Turigliatto? Se vi fa sentire bene, potete prendervela con loro.
Ma è inutile prendersela con sé stessi. La maturità comincia dove finiscono i piagnistei: se volete comincia adesso. Dipende sempre e solo da noi.
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anche io corsivista

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State arrivando in parecchi, qui, ma non è che ci sia molto di intelligente da dire, per ora.
Facciamo così: metto su il pezzo del 14 aprile, scritto mentre il governo Prodi scalciava ancora in grembo. Rileggerlo col senno del poi fa un certo effetto. Segue dibattito.
Muori giovane, lascia un bel cadavere

Le illusioni sono dolorose, io se posso cerco di farne a meno. Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere in questi giorni che il Grande Comunicatore era stato battuto da un nonnetto reggiano (come a dire, il Grande Chiunque). Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere che la decennale campagna elettorale permanente era finita: ma non è andata così. Io non credo che Prodi abbia vinto, non credo che governerà per cinque anni; e non dovrebbe nemmeno provarci. Ci sono persino precedenti: nella primavera 1994 Berlusconi formò un governo con una maggioranza in Senato di un solo seggio (e non era un seggio eletto nelle liste del Polo); e nell'autunno del 1994, ai primi capricci di Bossi, Berlusconi tornò a casa. A Prodi succederà lo stesso, prima o poi: gli alleati bizzosi non mancano. Volendo possiamo anche iniziare a scommettere su quando Bertinotti aprirà la crisi (ed è un bene che possa farlo solo Bertinotti e non Capezzone).

Quel che un governo Prodi dovrebbe fare, secondo me, è morir giovane e lasciare un buon ricordo. L'esatto contrario di quello che fece D'Alema nel 1998 proseguendo a oltranza la legislatura. Prodi non può vivacchiare per cinque anni blandendo alleati e pubblica opinione: ma se scontentando qualcuno riesce a darci, in pochi mesi o anni, un'impressione positiva, anche solo una vibrazione, l'idea che si può essere felici anche senza Berlusconi – allora sì, ne sarà valsa la pena, e potremo tornare alle urne con più tranquillità. Viceversa, se Prodi fa un guaio ci siamo giocati anche le rielezioni.

Con questo non voglio dire che Prodi debba tagliarci le tasse, perché non ha senso mettere in commercio una brutta copia di Berlusconi sperando che qualcuno lo preferisca all'originale. Gli elettori che nell'urna pensano all'ICI e al 740 sono il pubblico ideale di B., e c'è un limite oltre al quale non ha senso rincorrerli. Fortunatamente non tutti sono ossessionati dall'idea di pagare una tassa in meno. C'è anche chi guarda alla qualità dei servizi, e non sono necessariamente snob di sinistra. I pendolari, ad esempio. Se Prodi manda a casa quella cricca di sedicenti manager che ha spappolato le già non brillanti Ferrovie di Stato, molte persone ne trarranno un beneficio improvviso e quotidiano. Idem si potrebbe dire per le Poste, o per le scuole (ma la scuola è una macchina complicata, ci mette anni a migliorare, e Prodi tutto questo tempo non ce l'ha). E la televisione – lo so, ci sono cose più importanti, ma lo stralcio immediato della legge Gasparri e la scomposizione del duopolio televisivo potrebbe portare una ventata di novità nelle case di tutti gli italiani: insieme alla dimostrazione che si può fare tv anche meglio di come l'ha fatta B.

Un altro colpo sicuro è il fantasma di tutta la campagna elettorale, e cioè la guerra. Si sa come Berlusconi non ami parlarne. Anzi, credo che un confronto storico delle prime pagine dei quotidiani degli ultimi cinque anni ci dimostrerebbe che Berlusconi e la guerra erano due argomenti repellenti. Come l'acqua e l'olio: quando parliamo di Berlusconi smettiamo di parlare della guerra, e viceversa.
Tutto questo è paradossale, da parte di un Presidente che è stato per lungo tempo Ministro degli Esteri ad interim, e che ha trascinato l'Italia in una guerra contro l'opinione della maggioranza degli italiani. Il ritiro dall'Iraq (e dall'Afganistan) non piacerà agli americani e forse andrà contro alcuni nostri interessi economici (ammesso che gli interessi dell'ENI e delle industrie italiane d'armi siano i nostri). Però è un sistema spiccio per fare la differenza nei confronti degli elettori: se B. ci ha trascinato in una guerra, esponendoci al terrorismo islamico, P. deve essere quello che ci tira fuori in tempi brevissimi. Anche perché tra un poco rischia di cominciare la partita in Iran, ed è una partita molto più grande di noi.

Ai filoamericani vorrei ricordare, rispettosamente, che non è in ballo il destino della democrazia in Medio Oriente. Quello lo stanno difendendo [male] gli angloamericani. Noi stavamo semplicemente pattugliando qualche pozzo: tutt'intorno la Storia si fa con o senza di noi. Ma sul serio, non la trovate imbarazzante, questa nostra partecipazione omeopatica alla grande guerra al Terrore?

Migliorare alcuni servizi, toglierci dal vespaio mediorientale – privilegiare gli interventi che si possono fare rapidamente. Insomma, quello che io chiedo a Prodi è né più né meno che un governo elettorale. Precisamente. Perché siamo ancora in campagna elettorale, non c'è niente da fare. Prodi deve soprattutto piacerci.

E mi rendo conto che non è la persona più adatta a farlo. In effetti, lo avevamo scelto proprio come antidoto alla fascinazione berlusconiana. Dopo cinque anni di allegra anarchia, Prodi doveva ridurci a più miti consigli e riportarci in Europa, come dieci anni fa (lo schema dell'alternanza in fondo è questo: la destra ci fa sognare, la sinistra ci riporta coi piedi per terra, ma dopo un po' ci torna la voglia di sognare e rivoltiamo a destra, ecc. ecc.). Stavolta l'Europa dovrà capirci: siamo un Paese in difficoltà, un Paese in via di deberlusconizzazione. Serviranno anni e sono possibili ricadute, quindi è inutile fare gli schizzinosi coi bilanci. Tanto più che finché B. resta in circolazione, tutta l'Europa è a rischio contagio.

Infine vorrei poter dire che in questa strisciante opera di deberlusconizzazione, Prodi può contare su un alleato prezioso: Berlusconi stesso, che in questi giorni si sta accreditando presso gli italiani come un isterico che non sa perdere. Vorrei poter dire che altri due-tre mesi di questo Berlusconi antipatico in tv dovrebbero risolverci il problema: i perdenti non piacciono a nessuno, i perdenti isterici poi. Ma non ne sono del tutto sicuro. B. ormai è un veterano della politica: sa stare all'opposizione, c'è stato sette anni, anzi gli riesce meglio che governare. E c'è una metà del Paese a cui B. piace esattamente così: arrogante e meschino. E lui deve dare alla gente quel che la gente vuole, è la sua missione.


Il dibattito, dicevo. Beh, senza farla troppo complicata, in questi nove mesi:
* Le tasse non sono calate, (grazie tante).
* Qualche servizio cominciava timidamente a migliorare.
* Ma non certo i treni, anzi lì è aumentato soltanto il prezzo del biglietto.
* Ci siamo ritirati dall'Iraq (l'avrebbe fatto anche Berlusconi, lo sta per fare Blair), ma ci siamo fatti infinite masturbazioni mentali sul nostro ruolo in Afganistan.
* Prodi, essendo economista di formazione, ha messo molta enfasi sul rinsanamento del bilancio - l'eterno incubo italiano, da Ricasoli in poi. Continuo a pensarla come dieci mesi fa: il bilancio non è tutto. L'Europa doveva capire che in Italia c'è una priorità più grave dei bilanci. Si chiama berlusconismo ed è un virus pericoloso. Non glielo abbiamo saputo spiegare e lei non lo ha voluto capire.

La palla a voi
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nati non il 20/2

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Un governo appena appena decente è come l’acqua corrente.
Appena ce l’hai non ci fai più caso.

Io non so esattamente cosa stia succedendo in questo esatto momento: più che conclusioni, le mie son sensazioni. Può darsi che D’Alema, per la centounesima volta, abbia promesso qualcosa che non poteva mantenere.
Può darsi che qualcuno a sinistra abbia scoperto per la centounesima volta di avere una coscienza, una coscienza che trepida per la sorte dell’alpino in Afganistan ma se ne frega se Berlusconi torna a Palazzo Chigi. Questione di priorità, che dire.
Può darsi – ma questa è più una certezza – che la gran maggioranza del centrodestra se ne freghi degli Alpini, dell’Afganistan, della guerra e della pace, e di qualunque cosa che non sia la prospettiva di appoggiare l’onorevole sedere su una poltrona di maggioranza in tempi brevi.
Tutti questi sono pregiudizi, ovviamente, ma pregiudizi ben rodati. Non è la prima, non è la seconda volta che li vedo, gli stessi personaggi in azione. Non essendo nato ieri e neanche ieri l'altro, in effetti ho perso il conto.

Con un po’ più di tempo a disposizione potremmo anche tentare di fare un bilancio di questo governo appena appena decente. Certo, è passato da un pezzo il tempo in cui ci si svegliava al mattino ringraziando il Signore per Romano Prodi. Se mai c’è stato, quel tempo lì. Prodi era come l’acqua corrente: non si ringrazia, si paga. Forse si pagava un po’ troppo. Ma la puzza che c’era prima, ve la siete dimenticata?

Proviamo a fare un po’ di Scenario-Berlusconi: cosa sarebbe successo in questi giorni, se un anno fa l’unto del Signore fosse stato bisunto dagli Italiani?
Due settimane fa c’è stata una mezza guerra civile a Catania per il derby siciliano: Berlusconi non avrebbe chiuso gli stadi non a norma. Lo ha detto lui stesso, che è una misura illiberale. Forse non avrebbe nemmeno sospeso il campionato - in nome degli interessi degli italiani; soprattutto degli italiani proprietari di una squadra di Serie A, dei diritti TV e sponsor annessi.
Una settimana fa abbiamo scoperto che in Italia c’è qualcuno che ancora ci prova con la lotta armata. La polizia li ha fermati prima che riuscissero a svaligiare un bancomat. Vogliamo ricordarci cosa succedeva ai tempi in cui Claudio Scajola, l’incompetenza fatta persona, era ministro degli Interni? A quei tempi il governo toglieva le scorte agli obiettivi dei brigatisti. Del resto a quei tempi un giuslavorista a libro spese del governo poteva essere più utile da morto che da vivo. Specie se ammazzato a sangue freddo alla vigilia di una manifestazione nazionale.

Qualche giorno fa c’è stata una manifestazione nazionale. Non è successo niente. Non è una sorpresa, per chi non avesse passato gli ultimi 5 anni in apnea. Il movimento pacifista italiano è serio e maturo: ha imparato sulla sua pelle quanto sia importante non reagire alle provocazioni. Tre mesi di governo Berlusconi furono sufficienti per imparare: sono bastati i fatti di Genova a chiarire a chi convenissero davvero violenza e vandalismo.

Dal 2001 a oggi ci sono state decine di altre manifestazioni nazionali, alcune oceaniche. Tutte tranquille al limite della noia. Questo anche per merito del ministro degli Interni che subentrò a Scajola. Ma se Berlusconi oggi fosse al governo, chi sarebbe al Viminale? Un degno successore di Pisanu o un avventurista incompetente come Scajola? E perché non Fini, il ministro che nel luglio del 2001 si aggirava per Genova a incoraggiare poliziotti e carabinieri?

Il movimento pacifista italiano non tira sassi, non spacca vetrine, non inneggia al brigatismo – perché sa che tutto questo è controproducente. La polizia, da Genova in poi, non isola spezzoni di corteo, non carica, non lancia camionette allo sbaraglio come in Piazza Alimonda, non compie blitz cileni come alle Diaz, non fabbrica molotov false. Non lo fa perché nessuno glielo ordina, perché a nessuno conviene. Ma se Berlusconi fosse a Palazzo Chigi, o magari al Colle? Chi può dirlo? Possiamo dirlo noi, giusto perché non siamo nati ieri. Se anche fossimo nati a Genova, non sarebbe già più ieri. È passato del tempo, e le facce in giro sono sempre le stesse. Difficile che ci stupiscano a partire da domani.
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- la Storia non ci insegna nulla, 1

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La scorsa settimana quasi nessuno se n’è accorto, ma è successo un auschwitz, qui, una pearlharbour.
Ora vi spiego, come lo spiegherei a un forestiero. Chissà che non diventi più chiaro anche per noi.

L'Ambaradan

In Italia, tra tanti politici anche somaticamente poco credibili, ne abbiamo uno che sembra serio e competente, quando tace. Si chiama Gianfranco Fini e viene da un partito ex fascista – ok, storia vecchia, abbiamo tutti fatto degli errori nel Novecento, e lui forse è quello che ha chiesto scusa più volte, dopo il Papa.
Una volta ha chiesto il voto agli immigrati.
Un’altra è andato in Israele, davanti al sacrario della Shoah, e ha definito il fascismo “parte del male assoluto”. Ha persino ammesso di essersi fatto una canna. Insomma, non sembra proprio un tipo da marcia da Roma, o da fuga a Salò. Quando tace.

Il problema è che ogni tanto parla. Non si sa bene il perché. Forse deve coprirsi a destra, è possibile. Comunque il risultato è un disastro. Una woundedknee, una sanbartolomeo. Si veda per esempio quel che è successo la scorsa settimana, quando, durante un convegno del suo partito sull’immigrazione, Fini ha aperto inopinatamente la bocca dichiarando che...
...non tutte le pagine del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l’Etiopia, la Somalia e la Libia e a come stavano sotto l’Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del ruolo italiano in quei paesi.
Tutto questo, nel 2006: quando ormai tutti gli storici (anche quelli un po’ revisionisti) hanno raggiunto un certo accordo sul bilancio del colonialismo italiano in Africa. Pare in effetti che almeno una cosa buona, noi italiani, l’abbiamo fatta: andarcene. Pare che l’Etiopia sia stata la più grande fregatura che Mussolini combinò agli italiani e a sé stesso: la guerra lo isolò sul piano internazionale, spingendolo ad allearsi con Hitler. Tra Etiopia e Spagna, il duce cercò di autoconvincersi di essere alla guida di una potenza militare in grado di sfidare l’ordine mondiale, e il guaio è che ci riuscì. Ma secondo Gianfranco Fini a questo punto ci dovrebbe essere una rivalutazione. Non siamo neanche riusciti a pompare il petrolio in Libia, ma qualche infrastruttura l’avremo ben fatta, o no? Qualche ferrovia, qualche ospedale. Perché non rivalutarci un po’? Siamo brava gente, un po’ pasticciona ma dal buon cuore. Certo, a volte rischiamo di perderci nel nostro auschwitz. Volevo dire nel nostro pearlharbour. Volevo dire nel nostro ambaradan.

Ecco la parola che non mi veniva. Ambaradan.

Secondo il dizionario De Mauro Ambaradan significa “grande confusione, baraonda: creare un a. Attività, amministrazione e sim., particolarmente complessa”. Questo buffo sostantivo è una delle poche cose che ci siamo portati a casa dall’Etiopia. La parola deriva infatti dal massiccio montuoso dell’Amba Aradam, dove combattemmo una dura battaglia nel 1936. Ma valeva la pena di combattere, o no? per portare a casa una parola.
Avete presente quello sbruffone di George W. Bush, quello che il primo maggio del 2003 dichiarò cessate le ostilità in Iraq? Ecco, per Mussolini la guerra in Etiopia era finita in 5 maggio del 1936. Tre anni dopo si sparava ancora, ma questi son dettagli. Non era più guerra, quella. Era pacificazione.

Tanta era l’esigenza di pacificare il Paese, nell'aprile del 1939 sull’Amba Aradam si combatte ancora. Oddio, "combattere". L’ordine da Roma è stroncare la ribellione, senza complimenti. Così, il nove aprile del 1936, una grotta dell’Amba Aradam viene attaccata con bombe a gas d'arsina e con iprite.

Dentro la grotta c’è più di un migliaio di persone. Moriranno asfissiati. Non sono tutti combattenti: non era una banda di guerriglieri, ma una carovana di salmerie che seguiva i combattimenti. Ci sono donne e bambini. Nessuno sa con esattezza quanti siano rimasti là sotto.
Fino a quest’anno non si sapeva nulla. Persino gli abitanti della regione non ricordano più, e hanno elaborato leggende per spiegare l’abbondanza di ossa umane in quelle grotte. È stato un giovane dottorando italiano, Matteo Dominioni, a mettersi sulle tracce del massacro, partendo da un faldone rinvenuto in un ufficio di Roma. In maggio Paolo Rumiz ci ha scritto un bel pezzo, uscito sulla Repubblica, che a tutt’oggi è l’unica cosa che si riesce a trovare in rete sull’argomento. Poi più nulla.

Ma a settembre Fini si aspetta che il colonialismo italiano sia rivalutato. E la domanda è: non si poteva rivalutare l’anno scorso? O magari non si potrebbe aspettare qualche anno ancora? Dobbiamo rivalutarlo proprio nell’anno in cui abbiamo scoperto il più grande crimine contro l’umanità commesso da un esercito italiano?

Passerà un po’ di tempo. La strage dell’Amba Aradam finirà sui libri di storia. Fini dirà altre cose, più o meno intelligenti. E in tv continueremo a dire “ambaradan” come se fosse solo “un gran pasticcio”, e non un massacro commesso da italiani come noi.
Perché noialtri siamo proprio brava gente, non c’è niente da fare. A volte, certo, combiniamo dei pasticci. Ma meritiamo di essere rivalutati.
Ogni popolo ha una sua storia di vergogne. I giapponesi non scherzano su Pearl Harbour, i francesi non fanno giochi di parole sul massacro di San Bartolomeo. Gli americani non rivalutano Wounded Knee. Nessun tedesco potrebbe dire “ho combinato un Auschwitz”. Ma noi siamo tanto simpatici, con tutto il nostro ambaradan. E ce lo meritiamo proprio, Gianfranco Fini.
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- meglio un giorno da Leonessa (che 5 anni a Lecco)

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Essere pirla, oggi

Voi leggete il titolo, e subito pensate a lui. Ma vi sbagliate. Vi sbagliate pericolosamente. Come sapete, c’è una sentenza che vieta di dare del pirla all’ex ministro Castelli.

Quindi il pirla non è Castelli. E allora chi è? Ma. Facciamo che… sono io, ecco. Il pirla sono io.
E perché sarei un pirla?

Vediamo. Sono un pirla perché… nutro una spaventosa invidia per il sindaco di Brescia, proprio in questo momento. Sì. Appena tornato in Italia, nel bel mezzo di una emergenza criminalità, tra spari e sgozzamenti, io vorrei essere lui, anche solo per un istante.

Magari proprio quell’istante che il sindaco Corsini – il mio eroe – ha sprecato per dare una felice definizione di Castelli; che non sarà un pirla, no, ma è senza dubbio "un inetto rancoroso”, “uno spacciatore d'odio". C’è altro da aggiungere? No. C’è qualcosa da contestare? Direi di no.

Non c'è nemmeno niente da perfezionare. Corsini è stato breve e preciso. Lo stesso Castelli, del resto, stavolta si è ben guardato dal minacciare querele – anche perché il rischio di vedere certificata la propria inettitudine da un tribunale probabilmente c’è.

Ma poteva incassare in silenzio? Non sarebbe stato l’inetto rancoroso che è. No, doveva replicare – e dimostrare, a chi nutrisse ancora dei dubbi, l’inettitudine sua. Giudicate voi:
''Si domandi [Corsini] come è riuscito a trasformare Brescia nella capitale della violenza mentre a Lecco, dove da anni governa un sindaco della Lega, gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.
Io pensavo di aver sentito tutto, dai leghisti, e invece mi ero perso lo spot comparativo Brescia-Lecco. Ora:

mi rendo conto che non bisogna nutrire aspettative esagerate, nei confronti dei leghisti.
Non mi aspetto che un leghista lombardo sia ferrato in Storia dell’Arte o Epistemologia. Non pretendo che mi sappia dimostrare la Teoria della Relatività Ristretta o spiegare le regole del Cricket. Lo scibile umano è vastissimo, e il cervello di un leghista è… quello che è.

Quello che però mi sarei aspettato da un leghista lombardo, è qualche nozione elementare su com’è fatta la Lombardia.

In Lombardia, come tutti più o meno sapete, ci sono grandi città circondate da hinterland, e piccoli centri arroccati tra alpi e laghi. Brescia è la seconda città della regione. Dal 2004 a oggi ha probabilmente superato la soglia dei 200.000 abitanti: con i comuni limitrofi dell’hinterland raggiunge il mezzo milione. Per farla breve, se non è la quarta sarà la quinta grande città dell’Alta Italia – Emilia-Romagna inclusa. Il fatto che un delitto a Brescia faccia più scalpore di uno a Torino, a Genova o a Bologna, non dipende tanto dalla criminalità, quanto dalla nostra percezione.

Lecco è una graziosa cittadina, di recente elevata al rango di capoluogo di provincia, che si affaccia sul ramo del lago preferito da George Clooney. Non raggiunge i 50.000 abitanti. Però è tranquilla, eh! Castelli, ex ministro della Giustizia, ci dice che “gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.

Siccome io so che Castelli sa che le dita di una mano sono 5, devo concludere che negli ultimi anni a Lecco sono morti ammazzati da un minimo di due a un massimo di cinque persone. Il tutto grazie all’amministrazione leghista. Che dire, bravi. Magari quelli che c’erano prima riuscivano a farne ammazzare un po’ di più. Vabbè, certo, se qui passa un siciliano o un calabrese non capisce neanche l’ironia: tocca spiegare. Il punto è che due, tre, quattro o cinque omicidi in 5 anni, in una cittadina lombarda che non arriva a 50.000 abitanti, sono parecchi. Se poi i lecchesi non si sentono coinvolti dall’emergenza criminalità, tanto meglio per loro. In una piccola città americana, al terzo omicidio in cinque anni scatterebbe il coprifuoco.

Brescia è una grande città, dove si lavora molto (anche troppo) e si guadagna bene.
A Brescia i pancabbestia hanno il cane di razza.
A Brescia c’è lavoro, e dove c’è lavoro ci sono gli immigrati. A Brescia ce ne sono di più che in ogni altra città d’Italia.
Brescia non ha mai avuto – correggetemi se sbaglio – un sindaco leghista. Molta gente non lo sa, ma da quando esiste un centrodestra e un centrosinistra Brescia è sempre stata a centrosx.
A Brescia ci sono i soldi. Li senti, li vedi, li annusi. E non sono tutti puliti. È fatale che si sporchino, quando ne arrivano troppi in un posto solo.
Tutto questo ci porta all’emergenza criminalità, ma anche qui, bisogna intenderci. Chi ha deciso che certi crimini fanno tendenza e altri no?
Il mese scorso il gestore di un famoso bar di Brescia è stato accusato di aver stuprato una sedicenne in un casolare mentre altre due (sempre sedicenni) la tenevano ferma. Non so nemmeno se sia stato trovato colpevole, poi. Non ne ho più saputo niente. Perché non ne ha più parlato nessuno?

Perché nessuno ha organizzato un corteo spontaneo davanti ai bar di Brescia, accusando indistintamente tutti i baristi bresciani di p e d o f i l i a ?
Naturalmente i baristi bresciani non sono tutti p e d o f i l i. E non tutti i padri pachistani sgozzano le figlie. Ma certe generalizzazioni sono ammesse, altre no. Certe persone hanno il diritto di generalizzare, altre no.
Io, per esempio, non credo di aver diritto di dire che tutti gli elettori di Castelli sono dei pirla. Ops, ormai l’ho detto. Maledetto computer, dov’è il tasto canc?
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- le anime belle e

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Le anime stronze

L’Afganistan è importante.
Ma la nostra presenza in Afganistan, è davvero altrettanto importante? Così importante da mettere in crisi una coalizione, un governo, un parlamento?
Io sulla nostra presenza in Afganistan non ho opinioni. Ce ne sono a favore e contro, tutte legittime. Ma bisognerebbe riconoscere, schiettamente, che non sono opinioni pro o contro la salvezza dell’Afganistan. Si tratta, più semplicemente, di opinioni pro e contro il nostro atto di presenza militare-diplomatico in Afganistan. Il nostro contingente è quel che è: senza offendere i nostri militari, credo che gran parte degli afgani non si accorgerebbe di un loro eventuale ritiro. Questo non rende il ritiro più o meno giusto, ma dovrebbe servirci a ridimensionare il problema (e potrei capire chi mi dicesse che anche la sicurezza di una sola donna o di un solo bambino afgano possono giustificare il nostro atto di presenza).

Anche la coscienza è importante. Specie la coscienza dei parlamentari, che una volta eletti dal popolo, si trovano da soli con lei. È solo ad essa che devono rispondere: non all’elettore (a cui renderanno conto a fine legislatura), né ai capigruppo, capi di governo, Capi di Stato. E chi lo dice? La Costituzione – quella che abbiamo appena salvato, con soddisfazione generale. Sì, ma adesso ci toccherebbe rispettarla.

Io non credo di poter essere sospettato di intelligenza con le anime belle. Ho un lungo conto in sospeso con chi, intrappolato dalla sua coscienza, ha messo nella peste pure me – rifondaroli in primis. Ma. Guardiamoci un po’ intorno. Il Parlamento è fatto di due semicerchi, totale: un cerchio completo. La stragrande maggioranza di quel cerchio non ha nessun dubbio sull’utilità del nostro atto di presenza diplomatico-militare in Afganistan. E allora? Di cosa stiamo parlando? Perché un argomento su cui la stragrande maggioranza dei parlamentari pensa allo stesso modo diventa un problema? Perché da settimane i riflettori fanno l’occhio di bue sulla coscienza di qualche parlamentare di sinistra?

Non varrebbe la pena di zoomare un po’ anche su quel vasto semicerchio di parlamentari che in teoria sono preoccupati per la sorte dell’Afganistan, in teoria sono convinti assertori della presenza del nostro contingente, ma in pratica forse voteranno contro perché l’importante è mettere in difficoltà la maggioranza, il governo, l’Italia?
Dalmomento che, diciamolo, di fronte a questa eventualità (una crisi di governo al buio) la sorte di anche una sola donna, di un solo bambino afgano va a farsi fottere alla grande?
Ecco, la mia domanda è: ma non ce l’hanno una coscienza, anche questi qui? No? Solo la coscienza di tre-quattro senatori comunisti fa notizia?

Si parla tanto delle anime belle. Diamo a ognuno quello che è suo. Le anime belle non avrebbero tanto peso, se non steccassero rare in un bel concerto di anime stronze.
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- da qui non si capisce bene

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Ma spiegatela a uno che sta lontano, questa cosa: uno sciopero dei tassisti in Italia, come funziona?

Cioe', tu cerchi un taxi, e il taxi non c'e'? E quale sarebbe la differenza, scusate, con tutti gli altri giorni? Come fa la gente a capire che c'e' uno sciopero, che c'e' un disagio?

Io se fossi nei tassisti un giorno di sciopero lo concepirei cosi': lavorerei tutto il giorno a meta' prezzo. Oppure gratis. Per protesta.

Le citta' si riempirebbero di migliaia di taxi, forse anche di decine di migliaia di taxi in servizio, e sarebbe il caos. La gente arriverebbe puntuale ad appuntamenti a cui nessuno li attendeva, centinaia di adulteri verrebbero alla luce, in pratica l'undicesima piaga d'Egitto. Se fossi un tassista, io.
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- sulla crosta sottile

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Quaquaraquà generation

Io vorrei che anche nei giorni meno ispirati, la linea ""editoriale"" di questo blog fosse la seguente: evitare i commenti tanto-un-chilo, cercare di prendere ogni argomento come se fosse solo un aspetto di un problema più vasto. Una maglia del tessuto. Un elemento di una struttura. O un pezzo dell'animale, come direbbe Baricco (che è più bravo di me, ribadisco).

Nello specifico, non si tratta di sottolineare quanto siano stronzi e maiali Principe, Sottile e compagnia, quanto di notare una volta per tutte l'epoca eccezionale in cui stiamo vivendo.

Quest'epoca eccezionale è quella in cui una tecnologia davvero rivoluzionaria (la telefonia cellulare) è stata resa disponibile anche a persone di una certa età. Il che nel passato non avveniva: quando inventarono le automobili o gli aeroplani, non credo che i sessanta-settantenni ci si dilettassero. Ma in generale, i politici, i funzionari, i principi, non sono mai stati così all'avanguardia tecnologica come adesso. Hanno imparato a usare i cellulari, adesso li usano piuttosto bene, fin troppo bene, e il risultato da un anno a questa parte è una serie infinita di scandali seguiti a intercettazioni telefoniche. Prima Ricucci e compagnia, poi Fassino un po' spregiudicato che al telefono con Consorte sbotta in un "Abbiamo una banca!" (salvo pentirsi subito, perché è Fassino). Poi Moggi. E adesso Vittorio Emanuele, che comunque di Moggi non ha né il potere né il bieco carisma. Tutta gente un po' troppo chiacchierona, e poi hai voglia a lamentarti della fuga di notizie. E star zitti?

Una volta il malavitoso di successo era il tizio con la voce bassa e roca, che parlava poco o nulla, e sempre per interposta persona. Con l'avvento del cellulare è arrivato il Chiacchierone. Indubbiamente la pubblicazione seriale delle intercettazioni è un malcostume, ma suvvia. Quante possibilità aveva di resistere il modello-Chiacchierone? Il mondo del malaffare, lo sappiamo tutti, è ferocemente darwiniano: vince chi si adatta meglio all'ambiente. Moggi parlava troppo per sopravvivere. Deve prendersela solo con sé stesso.

Il bello è che questi Chiacchieroni, lo sono diventati grazie a una tecnologia innovativa. Prima erano probabilmente intrallazzoni riservati. Il mondo del malaffare Italiano è una specie di Afganistan tecnologico, dove si è passati direttamente dalla sciabola al razzo Terra-Aria, dai pizzini di Provenzano al telefono cellulare. Risultato? Uomini potenti che si sputtanano per un nonnulla. Vittorio Emanuele si vantava di essere "il telefonino più intercettato d'Italia". E poi passava a spiegare come avrebbe rotto il naso a una giornalista tv rea d'essere brutta e comunista. Allora, a prescindere dai reati contestati, a uno così il cellulare bisogna toglierglielo. Come si sequestrano i motorini ai tredicenni.

C'è stato un periodo nella vita mia e di alcuni miei amici, in cui i nostri numeri di cellulare erano su liste della Digos. Niente di drammatico, ma c'eravamo e sapevamo di esserci. E sui nostri cellulari si sentivano clic strani: autosuggestione, probabilmente; in ogni caso era meglio non dire cazzate. Un normalissimo principio di precauzione: non si cammina su un cornicione, non ci si accende da fumare se si sente puzza di gas. E non si dicono cazzate su un cellulare. Ma noi eravamo giovani e assolutamente sfigati, non dirigevamo la Banca d'Italia né i Democratici di sinistra, né la Juventus, né la guardia al Pantheon. Questo periodo è eccezionale perché c'è un giro un sacco di vecchi furboni che di fronte a un cellulare non sanno resistere, non hanno introiettato il principio di precauzione. Come i pellerossa nei cantieri dovevano ancora introiettare il senso di vertigine. Che t'impedisce un po' nei movimenti, ma a volte ti salva la vita.

Le intercettazioni sono un colpo basso, indubbiamente. Ma posso dire una cosa poco correct? Questa gente doveva farsi furba, punto. Il reato di imbecillità non esiste, lo so bene. Ma una società che non si protegge dagli imbecilli non funziona.
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- hybris!

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Siamo stronzi, che sorpresa

Se adesso vi fermate a ragionare (che è poi l'unico motivo per venir qui, in teoria), non ci mettete molto a capire che stavolta abbiamo davvero esagerato. Con poche migliaia di voti di scarto ci siamo pigliati Quirinale, Senato, Camere e servizi, alla faccia dei buoni propositi. Siamo stati superbi, rapaci e infingardi, e senz'altro verremo puniti per questa… come si scrive… questa hybris. Questo peccato di superbia. E ce lo meriteremo.

Ma nel frattempo:
come ci si sente ad essere superbi, rapaci e infingardi?
Non è fantastico? Non vi fa sentire veri uomini/donne/altro? Non vi ha fatto venir voglia stamattina di partire sgommando dal garage, sorpassando a destra e fischiando alla mora/bionda/o/u sul marciapiede? Durerà poco, ma è fighissimo, diciamocelo. Cosa c'è successo all'improvviso?

Il problema con noi italiani e che ci manca il killer istinct. Come disse un celebre allenatore: quando l'avversario è a terra, siamo culturalmente restii a saltarci sulla schiena e a spezzargli la spina. Retroterra cattolico, troppi rosari, troppe mamme, prega per questo e prega per quello. Anche a sinistra? Anzi, a sx molto più che a destra (il vero cattolicesimo è a sinistra, non crediate: a destra c'è solo qualche confraternita e un po' di cricca ecclesiastica, gli apparati per matrimoni e funerali).

Ed ecco che improvvisamente un bel giorno il centrosinistra si scopre in possesso di un killer istinct persino eccessivo. Cos'è successo? Una mia teoria ce l'ho, basata su un postulato: quando si parla di "centrosinistra" e "centrodestra" come di due entità su un ring, costrette a pugilare ancora per molto tempo, di cosa si sta parlando, veramente? Di due intelligenze collettive.
Ebbene, io non credo molto nell'intelligenza collettiva. Non penso che equivalga alla somma delle intelligenze individuali che compongono la collettività. Per fare un esempio: l'intelligenza collettiva presente in una stanza sigillata, dove siano rinchiusi un astrofisico e un babbuino, per me sarà molto più prossima all'intelligenza individuale del babbuino che dell'astrofisico. Parimenti, l'intelligenza collettiva del centrosinistra sarà di molto inferiore dell'intelligenza di ogni singolo leader del centrosinistra.

In pratica, l'intelligenza collettiva della coalizione di centrosinistra (immaginatevi di sigillare nella stessa stanza Fassino, Di Pietro, Capezzone, Bertinotti… e aggiungete se vi va persino qualche babbuino) non dev'essere molto superiore a quella di un quindicenne. E qui scatta il killer istinct. Quand'è che un quindicenne si permette di fare il gradasso? Quando se lo può permettere? Sbagliato. Quando ne ha bisogno. Quando è insicuro e ha paura. Il centrosinistra sta facendo la voce grossa per dimostrare quello che non ha: il controllo totale del parlamento. Lo vuole dimostrare agli italiani, e ancor prima a sé stesso. L'arroganza è sempre spia d'insicurezza.

Quindi siamo nei guai? Senz'altro. Anche perché dall'altra parte non c'è un'intelligenza collettiva molto più sveglia, anzi. Il centrodestra è da anni in fuga dalla realtà, circondato da smandrappati fondali di cartone: il miracolo italiano, le grandi opere, l'Italia protagonista sulla scena mondiale, eccetera. La tentazione di rinchiudersi definitivamente in un mondo alternativo e irresponsabile è sempre più forte, e alimentata ad arte da tentazioni pruriginose (lo sciopero fiscale, che idea: chi perde le elezioni non paga più le tasse…) Ma mezza Italia non può fuggire dalla realtà – voglio dire, può benissimo farlo, ma alla lunga non è sano. Prima o poi dovrà svegliarsi. Cambiare leader e parole d'ordine. Ci vorrebbe una doccia fredda e salutare – ebbene, questa doccia non arriverà. Non domani e forse mai. Senz'altro non verrà dalle gerarchie del centrodestra attuale, a cui preme conservare lo status quo. Ma ora sappiamo che non verrà nemmeno dal centrosinistra.

Il centrosinistra attuale, in effetti, non ha nessuna convenienza a risvegliare il suo avversario. L'elezione di Napolitano ha dimostrato che se quest'ultimo si arrocca, il centrosx va avanti come un treno. Ha troppe anime da conciliare, troppe correnti da equilibrare, troppi sederi a cui trovare una poltrona, per preoccuparsi dell'avversario suonato. E dagli torto.

Nei prossimi mesi, e forse anni, assisteremo a un duello finto, puro wrestling. A sinistra un bellimbusto che fa bella mostra di muscoli vuoti; nell'angolo a destra, un piccoletto ringhiso aizza la folla con slogan fetenti, ma si guarda bene da tentare qualsiasi affondo. La finzione conviene a entrambi – a pagare, come sempre, sarà il pubblico.
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- se questo matrimonio s'ha da fare

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Parlo adesso o taccio per sempre?

Naturalmente Napolitano andrà benissimo. Ha l'età e l'allure di un padre costituente, e non ha mai rubato la scena a nessuno. Un po' noioso, certo. Embè? È la somma carica rappresentativa, mica un piedistallo da circo. Gli unici che hanno reali motivo per tifare contro sono gli opinionisti politici, di qualsiasi risma e dimensione, a libro-paga o no, dai quirinalisti più stimati giù giù fino alla feccia di Leonardo blog, che più che del bene dell'Italia hanno a preoccuparsi di dover spremere commenti dall'attualità, tutti i santi i giorni, che i Presidenti siano persone interessanti o no. Sì, non c'è dubbio che un D'Alema al colle, nell'arco di un settennio, avrebbe fornito qualche migliaio di spunti in più.

Consoliamoci pensando che il volpone in libertà ha ancora infinite possibilità di far parlare di sé – c'è chi già plaude alla sua astuzia, e mi sembra il minimo: dopo aver perso la Camera, nel giro di dieci giorni è riuscito anche a perdere il Quirinale; probabilmente era tutta un'astuta manovra diversiva per poter succedere indisturbato a Kofi Annan – sempre che il fine ultimo non sia farsi eleggere presidente del Sistema Solare, un'incombenza non da poco per uno poco attaccato alle poltrone come lui.
Del resto con D'Alema è troppo facile: lo si sfotte se si fa avanti, e se si tira indietro lo si sfotte uguale. Sento che mi sto infeltrendo.

Uno spunto più originale forse ce l'ho. Avete notato che alla fine Napolitano andrà al Colle proprio perché è un (ex)comunista? Di nonnetti istituzionali come lui ce ne sarebbero parecchi – e forse anche più freschi: Amato, Monti, Padoa Schioppa, eccetera eccetera. Quello che ha reso Napolitano più papabile degli altri è proprio il difetto che fino a dieci anni fa pareva congenito: è stato comunista, e per quanto migliorista ha difeso i carri sovietici in Ungheria.

Com'è andata la storia lo sapete voi meglio di me (voi venite qui perché vi piace riascoltarla, come i bimbi con le fiabe): i diessini, contrariati per non aver ottenuto la presidenza di alcun ramo del Parlamento, si sono impuntati sul Quirinale. All'inizio la manovra sembrava finalizzata a trovare finalmente un posto di lavoro a D'Alema: ma quando D'A s'è tirato indietro, il puntiglio si è trasferito all'intero partito: il candidato unico del centrosinistra doveva essere un DS. A prima vista si tratta di un puntiglio perfino comprensibile: i DS sono il primo partito del centrosinistra.

E tuttavia a veder bene no, si tratta di un puntiglio assurdo, per un motivo molto semplice: i DS non esistono più.

Io non ce l'ho coi DS, non ce l'ho con Napolitano, non ho nessun problema a sentirmi rappresentato da un comunista-pidiessino-diessino al Quirinale (che probabilmente, come Pertini o Cossiga prima di lui, straccerà la tessera del suo partito appena insediato). Non voglio far polemica, ma semplicemente far notare un fatto sul quale mi sembra non si stia ragionando abbastanza: i DS non esistono praticamente più. Per esempio, non hanno un gruppo parlamentare né alla Camera né al Senato – alla Camera, peraltro, non si erano nemmeno presentati. Da alcuni mesi il partito già conosciuto come Democratici di Sinistra, con la storia lunga e controversa che tutti conosciamo, sta procedendo verso la fusione con altre forze politiche – tra cui la Margherita – e la creazione di un nuovo soggetto politico che forse si chiamerà Partito Democratico (e forse no). Questo processo, non rapidissimo – ma neppure lento – è dato ormai da tutti per irreversibile. Ergo, parlare dei DS oggi significa parlare di una crisalide ormai secca. E io volentieri rendo onore al bruco, e faccio i migliori auguri alla farfalla, ma non capisco le pretese della crisalide. Sul serio, non capisco perché Fassino sentisse la necessità di reclamare la presidenza di una Camera – non c'era già Marini Candidato unico al Senato? Ora, tra qualche mese Marini e Fassino saranno compagni di partito, è vero o no? Dovrebbero cominciare a pensarci seriamente.

Sul matrimonio tra DS e Margherita io ho un'opinione un poco delicata. Mi sembra di trovarmi al cospetto di due amici miei, che provano a mettersi insieme e dopo un po' ti mandano la partecipazione, e tu un po' sorridi un po' ti gratti la testa: secondo te non funzionerà, ma non hai nessuna voglia di dirlo. Non hai voglia perché rischi di passare per il solito pessimista menagramo e misantropo – ed è persino possibile che le tue obiezioni siano infondate, e che tu sia davvero il solito pessimista menagramo e misantropo, incapace di sperare nella felicità dei tuoi amici. Se il matrimonio funziona, perché non dovrei essere contento? Sono amici miei.

Però i giorni passano, e i cattivi presagi si accumulano. Per dire, non erano d'accordo nemmeno sulla lista di nozze. Uno voleva la Presidenza alla Camera e l'altro il Senato – impossibile accontentarli entrambi – e adesso uno vuole il Quirinale, ma tutto per sé, dice che spetta solo a lui per principio. Così non va, non va proprio. Insomma, questi due tra un po' si sposano, e non si sono ancora resi conto che dopo si dovrà vivere insieme, nella gioia e nel dolore e nelle puzze.

Probabilmente esagero, tutte le coppie hanno cominciato così. Il tempo smussa certi spigoli, e poi speriamo arrivino presto bambini, la famosa U-generazione. Ma che i DS conducano una campagna di bandiera sulle cariche istituzionali più prestigiose, mi sembra davvero un cattivo presagio. Non c'è niente di male in una bandiera, ma visto che avete deciso di seppellirla, per quale motivo Napolitano dovrebbe essere davvero preferibile ad Amato, o a Zagrebelsky? Tra sette anni, quando il suo mandato finirà, la Quercia sarà un ricordo quasi in bianco e nero. O no? Io a questo punto non so cosa augurarmi, francamente. Vorrei solo che gli amici – e i partiti – non si sposassero troppo a cuor leggero. È un passo importante, tutto qui.
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- politologo un tanto al chilo

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E se perdi anche stavolta, volpone?
"Con questo esito la sinistra incassa un enorme risultato politico. Per noi è una festa, altro che storie. E lo è anche per me, che non cercavo e non cerco onori personali"
Nell'Italia in cui mi sono formato, il Presidente della Repubblica era inutile, ma decorativo.
E andava bene così. Era un mondo fermo, con un solido baricentro: partiti di governo, partiti di opposizione, ben bilanciati anche al loro interno; ovunque centralismo, centralismo democratico. In mezzo a tutto questo immobile equilibrio stava il grande Nonno: fumava la pipa, tifava la nazionale, sciava col Papa, abbracciava persino i bambini. Il Grande Nonno era al di sopra della politica e del protocollo: solo Pertini ha avuto il coraggio e la faccia tosta di improvvisare a braccio i messaggi di capodanno. I leader politici dei primi anni Ottanta erano tutti a loro modo grigi e controllati: ma il Grande Nonno poteva straparlare, anzi, era lo straparlare che lo rendeva impolitico, che lo rendeva nonno. In un certo senso nel Pertini '78-'85 c'era un embrione di politica-spettacolo, come in Portobello c'era un embrione di tutti i format mediasetteschi che sono venuti dopo. (Questo discorso è molto antipatico, me ne rendo conto: non si parla male del nonno, non si analizza il nonno, il nonno si ama, nel nonno ci si riconosce).

In seguito c'è stato un periodo in cui il Presidente non era neanche più decorativo: era solo Cossiga. Attenzione, perché tra il Kossiga Boia che manda i tank a Bologna nel '77, e il picconatore scatenato '89-'92 c'è una zona d'ombra: nei primi quattro anni della sua presidenza, Cossiga sembrava seriamente impegnato a scomparire, le rare vignette lo ritraevano mentre sporgeva timidamente il naso da una davanzale quirinalesco. Poi cambiò qualcosa, e non è chiaro cosa. L'ordine mondiale, l'equilibrio dei poteri forti? Il dosaggio dei farmaci? fatto sta che l'alba degli anni Novanta fu vivacizzata (come se ce ne fosse stato bisogno) da una nuova figura: il Presidente-Mina-Vagante. Non si è ancora capito, non si capirà mai, se Cossiga stesse finalizzando le intuizioni pertiniane sulla politica-spettacolo a un disegno politico, o se stesse semplicemente buttando tutto in caciara. Il mistero rimane. Se lo porterà nella tomba, prima o poi.

Mentre Cossiga vagava e minava, la politica italiana svoltava verso quella logica bipolare che, a ben vedere, resta un mistero. Prima o poi qualche storico, qualche sociologo, qualche antropologo, qualche psichiatra, dovrà abbozzare una spiegazione sensata: com'è che fino agli anni Ottanta eravamo un popolo centrista ed equilibrato, e poi improvvisamente ci siamo separati in casa, il fratello leghista contro la sorella rifondaròla? E se vi sembra normale che un leghista e una rifondaròla non vadano d'accordo, come vi spiegate che per dieci anni un imprenditore leghista di Cadore è riuscito ad andare d'accordo con un postino postfascista di Latina (mentre un sindacalista di Ferrara scopriva affinità elettive con un prete di Licata?) Com'è successo che proprio mentre nel resto del mondo crollava una barriera, una nazione così varia di culture e di dialetti abbia deciso di spaccarsi? Cos'ha causato questa spaccatura così netta e così simmetrica – poche decine di migliaia di voti da una parte o dall'altra, bruscolini – che ha tagliato in due ogni paese d'Italia, ignorando quasi i graffi e le crepe che c'erano prima?

È stato Berlusconi, si dirà. Ma cos'aveva, cos'ha Berlusconi, per unire il postino che vota Fini e il leghista; e il sindacalista e il prete? È stato la causa, Berlusconi, o un semplice effetto di un sommovimento antropologico ben più profondo? Se non ci fosse stato B., forse ci sarebbe stato qualcos'altro. Ma abbiamo avuto B: e l'Italia si è divisa in pro e contro. Il peso della nazione si è spostato sulle estremità, e l'equilibrio si è fatto difficile. Il Presidente della Repubblica ha smesso di essere inutile e decorativo ed è diventato il perno – o l'ago della bilancia, se preferite. I suoi poteri effettivi restano pochi, ma oggi in Italia basta poco per essere indispensabili – come sa bene Mastella.

E tuttavia l'Italia scissa continuava ad avere un disperato bisogno di nonni in cui riconoscersi: e così ha avuto il nonno Scalfaro e il nonno Ciampi. Sul piano della nonnità, direi che Ciampi, col suo bricabrac risorgimentale è stato un po' meno noioso del baciapile precedente. I discorsi di fine anno si sono quasi dimezzati, per la gioia degli sponsor. Ma se dal Nonno passiamo al Presidente, dobbiamo pur riconoscere che i sette anni di Ciampi sono stati sette lunghi anni di offese alla Costituzione. Può essersi trattata di una coincidenza: ma mi pare che Scalfaro esca dal confronto a testa alta. Nonno per nonno, io avrei rieletto lui. In un periodo di oscurità e lampi, credo che sia stato uno dei pochi concreti salvatori dell'Italia, ecco, l'ho detto.

Adesso, per quel che ho capito, potrebbe toccare a D'Alema. Berlusconi lo considera ancora il migliore dei peggiori, l'unico con cui può seriamente patteggiare (probabilmente si sbaglia, e in realtà su D'Alema ha cambiato opinione più e più volte: ma non stiamo parlando di una persona lucida, stiamo parlando di B). Il suo obiettivo è farlo eleggere soltanto al centrosinistra, al quarto scrutinio: in seguito, se i negoziati non porteranno a nulla, potrà sempre gridare al regime per cinque anni. E avremo altri cinque anni di bipolarismo isterico, coi rappresentanti del partito della legge e dell'ordine che vanno a Rebibbia a visitare l'avvocato di B., colpevole soltanto di aver corrotto dei giudici. Se i comprimari del centrodestra fossero in grado di sottrarsi a questa trappola, l'avrebbero già fatto. Ma comprimari è una grossa parola, per Fini o Casini e persino per Bossi.

Toccava al centrosinistra cercare di smarcarsi, e con Napolitano ci hanno provato. Ma la tentazione di D'Alema fuori dai piedi al Quirinale è molto forte, per uno schieramento che negli ultimi tempi sembra ossessionato dal tentativo di trovare a D'A. una posizione adeguata all'alta considerazione che egli ha di sé stesso. Potrebbero rifarsi vivi i franchi tiratori del Senato, quelli che votarono D'Alema alla camera due settimane fa. Insomma, oggi come oggi se dovessi giocare dei soldi direi D'Alema al quarto. E dico anche che mi starebbe bene.

Proprio così. Su questo blog, negli ultimi cinque anni, sono comparsi più post esplicitamente critici nei confronti di D'Alema che nei confronti di Berlusconi – del resto B. non mi ha mai deluso, il deputato di Gallipoli sì. Eppure nonostante questo (e nonostante i finanziamenti di Glaxo e Philip Morris alla fondazione Italianieuropei, la tangente di venti milioni di lire dal mafioso Cavallari, la Missione Arcobaleno, l'appartamento in centro a Roma, la Banca 121, il sostegno alla cordata Telecom, eccetera), credo che D'Alema potrebbe essere un degno Presidente della Repubblica. Non penso che farà accordi sottobanco con Berlusconi, perché converrebbero solo a B., non più a lui. Non credo che sia effettivamente ricattabile, come sostiene per esempio Travaglio (Berlusconi sarebbe in possesso del testo integrale delle intercettazioni del caso Unipol: non a caso, cinque mesi fa, sulla graticola ci finì solo Fassino). Non credo nemmeno che sia il nonno ideale, ma forse è ora di piantarla, con questa storia dei nonni.
Credo che D'Alema possa funzionare perché tutto sommato non gli manca il senso delle istituzioni. Quello che gli manca è una certa simpatia, quello che gli rimprovero è di essere uno stratega disastroso. Ma al Quirinale non si fa più strategia – e in ogni caso, se riesce a farsi nominare a 57 anni, forse non era così disastroso.

Ma se non ce la fa? Se dopo aver perso la presidenza della Camera si fa soffiare pure il Quirinale da uno di seconda fila? Ci sarà ancora qualche diessino disposto a giurare sul suo fiuto, sulla sua abilità, sulla sua astuzia? Ci sarà ancora qualche seguace della volpe zoppa, del nobiluomo che scansa le poltrone perché le trova troppo acerbe? In altre parole: quante battaglie deve perdere, questo condottiero, prima di un generoso prepensionamento?
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- bruciare la legge 30

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La repubblica fondata sul parcheggio

Se l'Italia fosse così fondata sul lavoro come pretende d'essere, detta Italia oggi traballerebbe su fondamenta sempre più precarie. Per fortuna (fortuna?) l'Italia è da un pezzo fondata su basi un po' più solide: mattoni e cemento, i risparmi di mamma e papà: una vita di fatiche e risparmi per una villetta, anche due, la seconda condonata, e speriamo che l'Italia non smotti nel frattempo. Speriamo anche che la bolla immobiliare sia un modo di dire, uno di quegli ossimori tipo parallele convergenti: avete mai visto due parallele convergere? E la bolla immobiliare, l'avete mai vista? Ecco, appunto.

E il lavoro? Massì, ragazzini, se insistete vi diamo anche il lavoro; ma sia chiara una cosa: voi non siete operai, avete studiato, siete la classe consumatrice, e quando i vostri genitori passeranno a miglior vita sarete la classe proprietaria: nel frattempo niente cantieri e fonderie, per quello ci sono i sommersi. Voi non avete bisogno di produrre: avete bisogno di un parcheggio. Voi cercate un lavoro creativo, stimolante, partime, la necessaria continuazione dei vostri cazzeggianti pomeriggi postscolastici: giocavate ai videogames? Arruolatevi nella new economy. Scrivevate poesie? Provate a fare i pubblicitari. Ascoltavate musica? Ci sarebbe un posto da diggei. Consumavate sostanze? Iniziate a rivenderle ai più giovani.

Tutto questo può sembrare un po' precario, ma non si tratta di una vera scelta di vita. Si tratta solo di non stare mani in mano in attesa dei 45-50 anni, quando finalmente entrerete in possesso del vostro ammortizzatore sociale, l'eredità di mamma e babbo. Se nel frattempo il babbo si è risposato con una tailandese – o la mamma è scappata con un nigeriano – o se entrambi, seriamente preoccupati per il vostro futuro si sono fatti convincere a comprare un bel pacco di bond argentini – sono un po' cazzi vostri, il vongole-welfare-state non può prevedere ogni cosa.

I giovani che si lamentano? I giovani che si lamentano sono quelli che non hanno capito il bello del sistema, che la vita comincia a 25 anni, quando hai ancora davanti a te 20 anni di allegra improvvisazione professionale. Ma pensa solo quanti uffici cambierai, quanti contratti, quanti TFR, quanti incontri con chissà quante commercialiste simpatiche e disponibili, e poi da cosa nasce cosa. Oppure sono i figli dei perdenti, quelli che non hanno nessuna villetta da parte: "i figli degli operai" che, come disse lucidamente il mai abbastanza compianto premier uscente, la sinistra vorrebbe mescolare ai "figli dei professionisti", probabilmente per creare un orrido ibrido antropomorfo trinariciuto.

I giovani che si lamentano di solito si scontrano con un muretto dialettico di di quaranta-cinquantenni opinionisti che li irride: ma come? Volete il posto fisso? La pappa pronta? Boulot-metro-dodo? Dove sono finiti gli ideali libertari della nostra generazione, l'immaginazione al potere vietato vietare e bla bla bla? Prego di notare un paio di dettagli:

(1) questi opinionisti sono, appunto, quaranta-cinquantenni: vale a dire che hanno appena ereditato. Se hanno mai nutrito serie preoccupazioni sul loro avvenire, le hanno appena dimenticate. Se è andata bene a loro, perché non dovrebbero svoltare pure i figli? Il pensiero che una certa fase di espansione economica (quella del trentennio che i francesi chiamano "les trois glorieuses": '50–'60–'70) sia definitivamente terminata – e che quindi i figli possano trovarsi in congiunture nettamente più sfavorevoli – non li attraversa nemmeno per sbaglio.
(2) questi opinionisti sono, di solito, giornalisti (= appartenenti a una casta professionale delle più protette al mondo) e spesso nemmeno freelance. Mi piacerebbe vederli, un bel giorno, ricevere la notizia che il giornale intende licenziarli il 30 luglio e riassumerli in settembre, senza pagare ferie, perché così si risparmiano un bel po' di soldi; e poi pensavamo di ri-licenziarti a Natale, e anche tra Pasqua e il primo maggio, ti fai un bel ponte, e puoi sempre chiedere un sussidio disoccupazione.
"Ma chi mi garantisce che mi riassumete?"
"Eh, che domande! Vuoi il posto fisso? Dove sono finiti gli ideali libertari della tua generazione?"

I giovani che si lamentano vorrebbero essere adulti, in un mondo che di adulti non ha molto bisogno.
– Ha bisogno di vecchi, che tengano al sicuro i beni-rifugio (case); vecchi impauriti che ogni cinque anni votino per la sicurezza e la legalità.
– Ha bisogno di stranieri, senza troppi diritti, che facciano il lavoro duro senza complimenti.
– Ha bisogno di giovinastri dediti al consumo di tutte le merci necessarie.

La legge 30, che qualcuno chiama Biagi, va più o meno in questo senso. La legge 30 non prevede una generazione di ventenni o trentenni già adulti. Li tratta alla stregua di ragazzini, desiderosi di rimanere il più possibile in casa dei genitori. Ognuno, naturalmente, può raccontare la storia che preferisce, sulla legge 30. Io racconto la mia.

Si dia una ragazza A, che abita diciamo a 150 km. da un ragazzo B.
Poniamo che A e B vivano in un mondo di comunicazioni istantanee, un mondo dove non è difficile anche a persone lontane incontrarsi e piacersi, e percorrere più volte in un mese il percorso da 150 km., finché detto percorso non viene a noia, il prezzo della benzina continua a salire (i treni locali sono improponibili) e alcuni orologi biologici stanno scampanando da un pezzo.

A questo punto, in un Paese qualsiasi, A e B dovrebbero mettersi d'accordo su un posto dove vivere. Non ha senso che entrambi abbandonino il posto di lavoro: dunque sarà uno solo a rinunciare. Mettiamo che sia la ragazza A.
A questo punto vi aspettereste che la legge 30, che qualcuno chiama Biagi, intervenga per aiutarla: abbandonare un posto fisso per amore, non è il massimo della flessibilità? E non ci piacciono tanto, i ragazzi flessibili?

Sbagliato. Alla legge 30, che qualcuno chiama Biagi, piacciono i ragazzi flessibili finché stanno a casa dei genitori. Se la ragazza A decide di abbandonare il suo lavoro, non ha diritto a nessun sussidio di disoccupazione, neanche per un mese, niente. Perché non è stata licenziata: se n'è andata lei volontariamente. Non per giusta causa, ma per amore – ergo, non ha diritto a un euro. L'aiuteranno i genitori, non hanno un tesoro da parte i genitori? Ah, non ce l'hanno? Si accomodi allora nell'ufficio interinale più vicino alla dimora del fidanzato, e si attacchi alla svelta al primo cocoprò. Svelta! Che il tempo è denaro.

Secondo voi lo farà? Rinuncerà a un posto fisso da millecinquecento euro più benefits per farsi un bel salto nel buio? Per amore? O se ne resterà a casa dai suoi, in attesa di un amore che richieda meno flessibilità?

Io lo so che tutto questo può sembrare buffo, a chi non c'è dentro. Se l'amore c'è, il lavoro, prima o poi si trova; pazienza se è interinale. Quel che vi posso dire è che una cosa è raccontarle, le storie. Siamo tutti Harrison Ford, quando le raccontiamo.
Un'altra cosa è viverle. Quel salto nel buio, è un salto vero. Magari non è così in alto, e il buio non è così buio: ma il salto c'è, e forse voi non lo fareste.

Oppure l'avete fatto, un salto simile, e vi stimo. Ma non ce l'ho con chi non ce l'ha fatta. Ce l'ho con chi non si è mai trovato davanti a una scelta così, e tuttavia ne parla, ne discute, pretende di giudicare una generazione di precari controvoglia. Ce l'ho con chi discute sui giornali perché, storia vecchia, in Italia scrivere sui giornali è roba da privilegiati – e ogni discorso da privilegiati suona falso: sia gli snob che scambiano il precariato per la bohème, sia i pauperisti di chi dice "non ce la fanno ad arrivare a fine mese". Io, per esempio, ce la faccio.
Fino a giugno. Poi da settembre. Nel mezzo m'inventerò qualcosa, finché c'è amore non mi manca il resto.
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- deluso, I

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L'ha detto la Cassazione? Quindi siamo sicuri? Ma sicuri sicuri, eh? Quindi io posso andare? Vado? Vado.

Amici utenti, è ufficiale.

Il Governo Prodi mi ha deluso.

Il Governo Prodi si è rivelato inadeguato a tutte le mie speranze, a tutti i sogni di un'Italia più giusta e onesta, e il bello è che voi pensate che io stia scherzando, e invece no. Sono serio, e sono seriamente deluso dal Governo Prodi.
E non per il cosiddetto balletto delle cariche, suvvia. Neanche per le dichiarazioni, a me piace goffo com'è, Amo Reggianes et Farfugliantes. No. Io mi sollevo da questa cronaca spicciola, io vedo lontano, io sono deluso dal Governo Prodi già da nove anni. O forse dieci. Nel senso che poteva essere il 1996 o il 1997, quando il Governo Prodi per la prima volta mi deluse. Non per l'Euro a 1936, no. Non per i sacrifici e tutto il resto, ma per un motivo molto più concreto. For a concrete reason.

I contributi alle rottamazioni.

È stato Prodi a introdurle. Non ve lo ricordavate? Io me ne ricordo – io sono deluso da allora. La grande industria italiana fondata sull'automobile languiva, e il Governo ebbe l'idea di rilanciarla finanziando la rottamazione delle vecchie auto (non era nemmeno un'idea originale, credo che la presero dai francesi). Sarebbe stato un bene per la fiat, dicevano, e quel che è bene per la fiat è un bene per l'Italia. Sarebbe stato un bene anche per l'ambiente.

Si è visto, nei dieci anni a venire, com'è andata bene per la fiat, per l'Italia e per l'ambiente. Ora il petrolio schizza su (questo Prodi non poteva saperlo), e noi abbiamo perso un altro decennio a ipermotorizzarci, invece di abbandonare gradatamente quell'anacronismo puzzolente e micidiale che è il motore a scoppio. I comunisti al governo – col beneplacito dei capitalisti all'opposizione hanno ammazzato i nostri bambini e ci hanno concimato le strade d'Italia, è chiaro questo? No, secondo me non è chiaro. Provo a fare un esempio.

L'altro ieri è uscita un agenzia che contava i morti stradali delle vacanze di Pasqua: 44. Due in meno dell'anno scorso, miglioriamo. 12 incidenti mortali in 96 ore, 18 delle vittime avevano un'età inferiore ai 30 anni. Voi ne avete sentito parlare? No, eravamo tutti preoccupati perché un kamikaze a Tel Aviv ha fatto fuori sei israeliani. Per carità, un fatto odioso, una guerra asimmetrica e orribile. Ma vogliamo parlare un poco anche della guerra sulle strade italiane? Non è altrettanto asimmetrica e orribile? Perché non fa inorridire nessuno?

Muoiono ragazzi, donne e bambini. Ma è naturale. È solo un effetto collaterale della Pasquetta. E allora io mi chiedo dov'è il populismo, quando serve. Perché non c'è un leader populista che chiede la chiusura del traffico integrale durante i ponti? Perché nessuno inneggia al linciaggio dei pirati della strada? Perché la gente ha voglia solo di linciare i p e d o f i l i? Ammazzano e storpiano più bambini le auto sportive o i p e d o f i l i ? Dico sul serio, avete provato a fare il conto?

Sono morti 44 italiani in quattro giorni. Roba da proclamare il lutto nazionale. Minuti di silenzio nelle scuole e negli stadi, giornata alla memoria dei caduti della Pasquetta. E invece niente. Non succederà niente. È giusto e decoroso morire incastrati in una lamiera, è il nostro modello di sviluppo che ha bisogno del sangue dei suoi martiri. Chi per l'Auto muor, vissuto è assai.

E Romano Prodi mi ha deluso anche per questo motivo.
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- meditazioni davanti al bicchiere mezzo vuoto, 2

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La questione non generazionale

La mia generazione mi fa senso, non ho nessuna voglia di vedere i miei coetanei al potere, e quando ci andranno non avrò nessuna fiducia in loro. Spero che sia tardi e che abbiano messo giudizio, nel frattempo. Naturalmente sto generalizzando, ogni tanto mi piace, è liberatorio. Fatelo anche voi.

La questione generazionale è semplicemente la lotta di ogni generazione per affermarsi su quella di papà. Se noialtri facciamo fatica a imporci è per tutta una serie di congiunture storiche, sociali ed economiche, oltre al fatto che siamo degli smidollati; volendo essere più sottili, ci sono congiunture storiche, sociali ed economiche che hanno spinto i nostri padri a crescerci da smidollati, e se stessimo giocando a "di chi è la colpa?" avremmo già risolto. Purtroppo invece si gioca a "chi paga?" Le colpe dei padri ricadono sui figli, sta scritto sulla Bibbia. Gesù non era d'accordo? Sta bene, è a verbale.

La questione generazionale ha padri non proprio nobili. Filippo Tommaso Marinetti, il fascista più geniale e più stupido (ruppe con Mussolini alla vigilia della Marcia su Roma, rientrò qualche anno dopo con la coda tra le gambe) proponeva di sostituire il Senato con un Eccitatorio composto da soli giovani. Faccio notare che se la Costituzione l'avesse modificata Marinetti, invece che Calderoli, oggi l'Unione governerebbe alla grande, senza un Senato di barbogi col diritto di veto.

Nella Storia ci sono state gerontocrazie ed eccitatori, grandi potenze dirette da senatori barbogi e Imperi in mano a ragazzini. L'importante non è che siano giovani o vecchi, ma che muoiano presto. Questo è il segreto di un buon governo: avere pochi anni davanti, e poi morire, possibilmente senza lasciare eredi. Ed ecco che di colpo non c'è più nessun conflitto d'interessi, tutti si scoprono statisti, tutti vogliono lasciare un bel ricordo per lapidi e statue, persino Sharon voleva essere il padre della pace. Ben vengano i giovani, insomma, a patto che muoiano alla svelta. Ecco, se invece di Calderoli o Marinetti ci fossi io, proporrei questo: governo di soli cinquantenni, a 55 li facciamo senatori a vita e a 60 li ammazziamo. Credo che a quel punto la carriera politica sarebbe appannaggio di chi sente davvero la vocazione, di chi non ha più interessi a questo mondo. Un governo di santi. Scusate, ogni tanto ho fantasie radicali e violentissime, voi no? Avete dei problemi, riguardatevi.

La questione generazionale è un falso problema. In Italia ci sono un sacco di vecchi, è giusto che governino: se almeno lo facessero da vecchi, con saggezza e senza avidità di beni terreni che non potranno portare con sé. E invece abbiamo vegliardi che governano da ragazzini, avidi e irresponsabili, e ora ci siamo messi in testa che l'antidoto è gente come Scalfarotto, giovani seri, posati e come dei vecchi. Posso capirlo, ma è innaturale. Anche nel giornalismo: Giuliano Ferrara dovrebbe darsi un contegno e Luca Sofri sbracarsi un po'. Per fare un esempio.

Il problema non è l'età anagrafica: ci sono persone anagraficamente non anziane (D'Alema, Fini) che sono politicamente decrepite. Perché sono le stesse facce per cui ci sgolavamo al liceo 15 anni fa: un po' più grigie e bolse, ma sono le stesse. Lo stesso Berlusconi, quand'è che la pianta con questa storia del non professionismo? E' da 12 anni che non fa altro che politica, anche quando polemizza con Ancellotti sembra a un comizio elettorale.

I giovani danno un altro problema: che se poi ci arrivano, al potere, non schiodano più. Uno stronzo anziano almeno è anziano. Ma Capezzone, quando ce lo leviamo di torno? Forse mai. La mia generazione rischia seriamente di invecchiare e morire a braccetto con questo nerd che ci spiega che non capiamo nulla sugli embrioni e sulla guerra al Terrore, che se solo la TV lo inquadrasse di più... uno disposto a mandare mezza Italia al massacro in un referendum suicida per il gusto di ergersi a difensore dell'aborto e della staminale, uno che quando crolla il governo risorge nell'altro schieramento, uno che alla sua tenerà età è già più antipatico di Rutelli adesso, e quando avrà l'età di Rutelli? E per allora ci sarà un altro partito clerical-moderato da dargli in mano? Difficile. Occorrerebbe schiodare Rutelli. Vedete? Giriamo sempre intorno allo stesso problema.

Non è una questione generazionale. E' una questione umana. Abbiamo la stessa classe dirigente da 15 anni, e in questi 15 anni era statisticamente impossibile che questi signori, sotto le telecamere in media una volta la settimana, non facessero qualcosa di brutto, qualcosa che ce li ha resi, prima o poi, antipatici e quasi invotabili. E' come il Grande fratello, ma dura da 15 anni. E non eliminano mai nessuno. E non si può cambiare canale. E' un format a metà tra il Grande Fratello e l'inferno dantesco, in effetti.

Per dire, io non ce la faccio a votare D'Alema. Non ho moltissimo contro le idee di D'Alema, ma a questo punto non lo considero più affidabile. E' relativamente giovane, ma per me è un vecchio matto che non sa vivere senza un sondaggio (senza averne mai azzeccato uno, il che statisticamente non cessa di sbigottirmi). Certo, mi rendo conto, a questo punto non ha senso chiedere a D'Alema di non pagare più sondaggi, è più o meno come convincere un eroinomane a smetterla. (Ma chi continua a offrire sondaggi a D'Alema ha la stessa moralità di chi offre uno schizzo a un metadonizzato).

Vi ricordate i test on line che si facevano prima del voto? Dovevi rispondere a domande sul programma, e poi il software ti diceva che partito avresti dovuto votare. Ebbene, il test non funzionava mai. Perché il problema non è il programma, chi se ne frega del programma, il problema sono le facce. Io per certe facce non posso più votare, per certe altre non voterei mai (secondo il test dovevo votare Capezzone). Non sono necessariamente facce vecchie. Ma sono politicamente consumate. Dovrebbero cambiare mestiere, ma esiste un mestiere per i post-politici?

Ai vecchi tempi dell'Impero (quello romano), i consoli che avevano esaurito il cursus honorum li mandavano a ingrassarsi nelle provincie. Ecco. Ci vorrebbero provincie appena conquistate, da pacificare e spremere. Fini e D'Alema a Nassiryia, a pattugliare i pozzi e lucrare sulle commesse ENI. Scusate, ogni tanto ho fantasie coloniali, ma non do fastidio a nessuno. Do fastidio a voi? Potevate evitare di leggere fin qui sotto, scusate.
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- non c'è limite al peggio

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Meditazione davanti al bicchiere mezzo vuoto

- Si stava meglio se si stava peggio


Una settimana fa andai a letto stupido. Pensavo: cos'ho fatto di male per nascere qui? E cosa c'è di peggio di perdere le elezioni per un soffio?
Mi sbagliavo, perché ero stupido. Qualcosa di peggio c'è, e ho iniziato ad accorgermene il mattino seguente: vincere le stesse elezioni per un soffio. Ora sto giocando a tennis in salita, e il servizio è mio.

Quello che una settimana fa appariva un incubo, oggi si presenta con le tinte rosee di un sogno. Ci pensate? Martedì scorso Berlusconi proclama la vittoria per 25.000 voti alla camera e –x al Senato. Dal centrosx si leva qualche timida accusa di brogli, ma si smorza subito. Di grande coalizione non parla nessuno, a parte Mastella, ma nessuno lo ascolta.
Dopo il panico iniziale, il centrosx si rende conto di navigare in un mare di opportunità. Berlusconi ha perso voti e popolarità rispetto a 5 anni fa, non potrà certo andare al Quirinale (ci andrà un qualsiasi democristo). Dovrà limitarsi a un aborto di governo con due seggi di scarto al Senato, tra i lazzi della stampa estera e interna. Gli alleati ormai lo odiano, ma non possono più fare senza di lui. Il referendum confermativo è un disastro, la Lega vuole smarcarsi. Lui è nervoso, già prima si sentiva limitato nei suoi poteri dai ministri e dal Parlamento, ora è pure peggio. Al primo Dpef, cola a picco. A questo punto si fa un Dini Due; se Dini nel frattempo è morto (in effetti è da un po' che non ne sento parlare) va bene un qualsiasi democristo: e a settembre si rivota. Esagero? Si vota tra un anno. Berlusconi non ha certo guadagnato popolarità, nel frattempo. Intanto però il centrosx ha avuto il tempo per trovarsi un candidato più giovane, sexy e settentrionale (per ora il più simile all'identikit è Fassino, ma si può fare di meglio).

Bello, no?
Non resta che sperare nella Cassazione.

- Compagni, avanti, il gran Partito
Noi siamo, dei… dei… dei…


In un Paese isterico, un Paese inesistente, dove va di gran moda l'Identità e tutti ne cercano una, tutti atei e devoti a scavare come matti in cerca di radici a cui attaccarsi (ché verrebbe voglia di risotterrarli e Amen); in un posto del genere dove pur di esistere la gente è disposta a ufficiare riti Celtici, ripeto: Celtici; dove milioni di Signori Nessuno si fanno un vanto di essere Liberali, o Cattolici, o Conservatori, o Comunisti, come se un aggettivo con la lettera maiuscola fosse sufficiente a risolvere il problema circa la loro identità; in un Paese del genere dove se non riesci a essere Nessuno, hai pur sempre la scappatoia: puoi essere un AntiNessuno: un Anticomunista, un antiliberale, un anticlericale… in un Paese del genere, dove di programmi non si parla da secoli perché diciamolo, come si fa a parlare di programmi in mezzo a gente che ha paura di Non Esistere? Ha più senso sbandierare drappi colorati; in un Paese così, i due principali partiti dello schieramento progressista decidono di mettersi assieme sotto l'insegna, l'insegna, l'insegna… del nulla.

Comunisti? Noooo.
Cattolici? Ma sì, un po', ma mica tanto, eh. Niente croci, qualcuno si potrebbe spaventare.
Liberali? Certo! Però poco… altrimenti poi qualcuno pensa che vogliamo liberare chissaché.
Progressisti? Ma per forza. Però con molta calma, eh.
L'Ulivo? L'Ulivo è una gran pianta, ma non esageriamo, poi la gente pensa che siamo ancora quelli del '96, e in effetti è così, ma è meglio suggerire che…
L'Unione. Perfetto. Unione di che? Non importa, adesso. Siamo Uniti, quindi Siamo.

Niente identità, che è troppo compromettente.
La Gente, si sa, la Gente, potrebbe sospettare che anche noi esistiamo, che abbiamo delle Idee, degli Ideali, dei Valori, roba troppo impegnativa, non conquisteremo mai gli Indecisi in questo modo, no?
"Già, e come allora?"
Li conquisteremo se riusciamo a non dire nulla di decisivo fino all'ultimo: per esempio, le tasse, chi non vorrebbe pagarle meno? Ma anche i servizi: chi non vorrebbe averli migliori? Sempre così, fino all'ultimo giorno: meno tasse, meglio servizi, meno tasse, meglio servizi, li intercetteremo così, gli indecisi: spostando continuamente la coperta corta di qua e di là.
Questa idea di conquistare gli Indecisi mimetizzandosi tra loro, diventando Indecisi come loro, questa idea è persino affascinante, da tanto è demenziale.
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- anche tu corsivista

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Muori giovane, lascia un bel cadavere

(Ogni tanto va ripetuto: qui non c'è niente di speciale. C'è solo un signore che invece di comprare il giornale, di notte sta alzato e si scrive gli editoriali da solo).

Le illusioni sono dolorose, io se posso cerco di farne a meno. Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere in questi giorni che il Grande Comunicatore era stato battuto da un nonnetto reggiano (come a dire, il Grande Chiunque). Mi sarebbe piaciuto dire e scrivere che la decennale campagna elettorale permanente era finita: ma non è andata così. Io non credo che Prodi abbia vinto, non credo che governerà per cinque anni; e non dovrebbe nemmeno provarci. Ci sono persino precedenti: nella primavera 1994 Berlusconi formò un governo con una maggioranza in Senato di un solo seggio (e non era un seggio eletto nelle liste del Polo); e nell'autunno del 1994, ai primi capricci di Bossi, Berlusconi tornò a casa. A Prodi succederà lo stesso, prima o poi: gli alleati bizzosi non mancano. Volendo possiamo anche iniziare a scommettere su quando Bertinotti aprirà la crisi (ed è un bene che possa farlo solo Bertinotti e non Capezzone).

Quel che un governo Prodi dovrebbe fare, secondo me, è morir giovane e lasciare un buon ricordo. L'esatto contrario di quello che fece D'Alema nel 1998 proseguendo a oltranza la legislatura. Prodi non può vivacchiare per cinque anni blandendo alleati e pubblica opinione: ma se scontentando qualcuno riesce a darci, in pochi mesi o anni, un'impressione positiva, anche solo una vibrazione, l'idea che si può essere felici anche senza Berlusconi – allora sì, ne sarà valsa la pena, e potremo tornare alle urne con più tranquillità. Viceversa, se Prodi fa un guaio ci siamo giocati anche le rielezioni.

Con questo non voglio dire che Prodi debba tagliarci le tasse, perché non ha senso mettere in commercio una brutta copia di Berlusconi sperando che qualcuno lo preferisca all'originale. Gli elettori che nell'urna pensano all'ICI e al 740 sono il pubblico ideale di B., e c'è un limite oltre al quale non ha senso rincorrerli. Fortunatamente non tutti sono ossessionati dall'idea di pagare una tassa in meno. C'è anche chi guarda alla qualità dei servizi, e non sono necessariamente snob di sinistra. I pendolari, ad esempio. Se Prodi manda a casa quella cricca di sedicenti manager che ha spappolato le già non brillanti Ferrovie di Stato, molte persone ne trarranno un beneficio improvviso e quotidiano. Idem si potrebbe dire per le Poste, o per le scuole (ma la scuola è una macchina complicata, ci mette anni a migliorare, e Prodi tutto questo tempo non ce l'ha). E la televisione – lo so, ci sono cose più importanti, ma lo stralcio immediato della legge Gasparri e la scomposizione del duopolio televisivo potrebbe portare una ventata di novità nelle case di tutti gli italiani: insieme alla dimostrazione che si può fare tv anche meglio di come l'ha fatta B.

Un altro colpo sicuro è il fantasma di tutta la campagna elettorale, e cioè la guerra. Si sa come Berlusconi non ami parlarne. Anzi, credo che un confronto storico delle prime pagine dei quotidiani degli ultimi cinque anni ci dimostrerebbe che Berlusconi e la guerra erano due argomenti repellenti. Come l'acqua e l'olio: quando parliamo di Berlusconi smettiamo di parlare della guerra, e viceversa.
Tutto questo è paradossale, da parte di un Presidente che è stato per lungo tempo Ministro degli Esteri ad interim, e che ha trascinato l'Italia in una guerra contro l'opinione della maggioranza degli italiani. Il ritiro dall'Iraq (e dall'Afganistan) non piacerà agli americani e forse andrà contro alcuni nostri interessi economici (ammesso che gli interessi dell'ENI e delle industrie italiane d'armi siano i nostri). Però è un sistema spiccio per fare la differenza nei confronti degli elettori: se B. ci ha trascinato in una guerra, esponendoci al terrorismo islamico, P. deve essere quello che ci tira fuori in tempi brevissimi. Anche perché tra un poco rischia di cominciare la partita in Iran, ed è una partita molto più grande di noi.

Ai filoamericani vorrei ricordare, rispettosamente, che non è in ballo il destino della democrazia in Medio Oriente. Quello lo stanno difendendo gli angloamericani. Noi stavamo semplicemente pattugliando qualche pozzo: tutt'intorno la Storia si fa con o senza di noi. Ma sul serio, non la trovate imbarazzante, questa nostra partecipazione omeopatica alla grande guerra al Terrore?

Migliorare alcuni servizi, toglierci dal vespaio mediorientale – privilegiare gli interventi che si possono fare rapidamente. Insomma, quello che io chiedo a Prodi è né più né meno che un governo elettorale. Precisamente. Perché siamo ancora in campagna elettorale, non c'è niente da fare. Prodi deve soprattutto piacerci.

E mi rendo conto che non è la persona più adatta a farlo. In effetti, lo avevamo scelto proprio come antidoto alla fascinazione berlusconiana. Dopo cinque anni di allegra anarchia, Prodi doveva ridurci a più miti consigli e riportarci in Europa, come dieci anni fa (lo schema dell'alternanza in fondo è questo: la destra ci fa sognare, la sinistra ci riporta coi piedi per terra, ma dopo un po' ci torna la voglia di sognare e rivoltiamo a destra, ecc. ecc.). Stavolta l'Europa dovrà capirci: siamo un Paese in difficoltà, un Paese in via di deberlusconizzazione. Serviranno anni e sono possibili ricadute, quindi è inutile fare gli schizzinosi coi bilanci. Tanto più che finché B. resta in circolazione, tutta l'Europa è a rischio contagio.

Infine vorrei poter dire che in questa strisciante opera di deberlusconizzazione, Prodi può contare su un alleato prezioso: Berlusconi stesso, che in questi giorni si sta accreditando presso gli italiani come un isterico che non sa perdere. Vorrei poter dire che altri due-tre mesi di questo Berlusconi antipatico in tv dovrebbero risolverci il problema: i perdenti non piacciono a nessuno, i perdenti isterici poi. Ma non ne sono del tutto sicuro. B. ormai è un veterano della politica: sa stare all'opposizione, c'è stato sette anni, anzi gli riesce meglio che governare. E c'è una metà del Paese a cui B. piace esattamente così: arrogante e meschino. E lui deve dare alla gente quel che la gente vuole, è la sua missione.
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- aguzzate la vista

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Gli identikit e i sondaggi: cos'hanno in comune?

Niente. Sono solo gli argomenti di oggi. A volte nei blog si fa così: si pigliano i due fatti del giorno, li si frulla insieme, e ci si crede intelligenti. Prendete nota, ché capiterà anche a voi.

Gli identikit, come i sondaggi, devono dosare realismo e fantasia. Tradurre sensazioni in dati oggettivi – che poi oggettivi non sono mai. In parte è scienza, ma la premessa è pura magia: dalla foto di un ragazzo, tirar fuori un uomo anziano. Da qualche agguato a un seggio, tirar fuori un risultato nazionale. I disegnatori di identikit, come i rilevatori di sondaggi, si muovono sulla lama sottile tra soggettività e luogo comune. Metà professionisti metà ciarlatani, fanno un mestiere ad alto rischio di errore.
E infatti ultimamente prendono cantonate clamorose. Perdonate se continuo a battere sul tasto, ma un blog serve anche a questo. Gli exit poll sono sondaggi molto costosi e rischiosi, che costano quattrini alla collettività, con l'unico risultato di causare malessere psicologico e anche fisico almeno a una parte della collettività. (Io, per dire, ho avuto un'eruzione cutanea). Gli identikit dovrebbero aiutarci a lottare contro il crimine – ma chi lo avrebbe mai riconosciuto, Provenzano, da quell'identikit? Nemmeno i parenti, andiamo.

Gli errori sono facili da rintracciare, col senno del poi – ma solo col senno del poi? Gli elettori di centrodestra sono più timidi all'uscita del seggio, è cosa nota – ma visto che si sapeva già, perché non sono stati applicati dei correttivi? E il naso delle persone cresce, è una delle poche cose che continua a crescere anche in età avanzata, lo so persino io, com'è possibile che i professionisti della Polizia di Stato (o dei CC) abbiano affibbiato al boss Provenzano quel nasino da ragazzo? Un paio di occhiali, poi, a quell'età è quasi d'obbligo. Tutte facili obiezioni. Perfetto, ecco cosa deve fare un blog: le facili obiezioni. Così poi i professionisti hanno più tempo per fare le obiezioni complesse.

I sondaggi, come gli identikit, hanno un'ultima cosa in comune: convincono. Malgrado i ripetuti fallimenti, riescono sempre a creare un'aura di credibilità intorno a sé. Come le opere d'arte, sono a volte più verosimili del vero. Non ci dicono la verità, ma quello che vorremmo sentirci dire. E allora forse vale la pena di leggerli alla rovescio: l'identikit più visto d'Italia non ci mostrava il volto di Provenzano, ma la nostra idea di Provenzano. Il Provenzano che ci sarebbe piaciuto incontrare e catturare.

Un uomo, per prima cosa. Non un vecchietto col collo grinzoso, gli occhiali da vista, il naso a patata. A dispetto dell'anagrafe, un uomo di mezza età, vigoroso, lo sguardo impercettibilmente malinconico, ma senza pietà. Il disegnatore ha azzeccato gli zigomi, ma ci ha messo sopra uno strato di pelle sottile, come se Provenzano fosse un modello a dieta. Forse è lo Zeitgeist, forse ormai siamo capaci di disegnare soltanto modelli a dieta. I parchi di ogni città d'Italia sono pieni di pensionati dagli zigomi morbidi e gonfi, ma il Provenzano-Ideale ha due spigoli scavati nel legno. Perché non è un pensionato. È un dirigente. E quindi non è un nonno: è un padre.

(In un romanzo di Lucarelli c'è un killer geniale che si camuffa da nonno. Si camuffa così bene che tutti quelli che lo vedono passare, pensano istintivamente ai loro nonni. Provenzano si è travestito nella stessa maniera per tutti questi anni).

Domenica abbiamo dovuto scegliere, come capo di governo per i prossimi cinque anni, tra due candidati sulla soglie della settantina. La cosa è già bizzarra da sé (a settant'anni, io non credo che farò progetti quinquennali, né per me né per il mio Paese). Ma ancor più bizzarro è il fatto che il più anziano dei due, Berlusconi, abbia cercato per tutto il corso della campagna di accreditarsi come più giovane e scattante: via le rughe, pelle tirata sotto gli zigomi, stile arrogante da imprenditore in carriera. Mentre Prodi, vuoi per reazione, vuoi per istinto, si è sforzato assai più del necessario a interpretare il ruolo del nonno, bonario e rassicurante – e la guancia cascante certo non gli difettava.

Io a Prodi voglio bene – ridendo e bofonchiando, è l'unico italiano ad aver battuto Berlusconi, e non una ma due volte. Di misura, d'accordo, ma l'ha battuto – e il fatto che l'abbia battuto un tipo così grigio e qualunque come lui, mi dà un surplus di soddisfazione, "se ce l'ha fatta lui poteva farcela chiunque", è la sconfitta di ogni logica di mercato politico, qualcosa di incomprensibile per qualsiasi esperto di scienze della comunicaz. E poi è un reggiano testaquadra, un prof di Bologna, la sintesi di ciò che l'Emilia ha di più rassicurante. Ma soprattutto Prodi è già un nonno, e il nonno in Italia funziona. Da Pertini in poi, perlomeno. Per carità, io quelli che parlano di ricambio generazionale li capisco, e li stimo. Ciascuno di loro mi sembra una persona intelligente. Ma presa nel suo insieme, la generazione dei quarantenni mi sembra una massa di bambinoni inaffidabili. Ora come ora preferisco puntare sui nonni. Usato sicuro.

Anche Berlusconi anagraficamente è un nonno – ma è quel tipo di nonno che tenta in tutti i modi di restare un padre. E come un padre ti blandisce e ti sbeffeggia, è diventato il Rivale, ti toglie spazio, ti dà del coglione e t'impedisce di crescere, si risposa con una ragazza della tua età – è il Padre da sconfiggere. Con l'aiuto del Nonno, l'insospettabile killer.

Io, se non s'era ancora capito, sono rimasto a Freud: gira che ti gira, noi facciamo politica anche per uccidere papà. L'identikit che ha fatto il giro di mille giornali e telegiornali, non ci diceva molto su Provenzano – in compenso è il ritratto sputato del nostro Papà collettivo: ancora in forma, spietato, triste, il rivale perfetto. Dovevamo scovarlo. Tradirlo. Questo ci chiedeva, l'identikit.
E stamattina a un certo punto il telegiornale lo ha mostrato: il Padre è stato tradito, ora è solo un povero vecchio. E intanto su Internet il Nonno, paziente, vinceva la sua ultima partita. Troppo bello per esser vero. Infatti non lo è. Sono solo simboli: si pigliano i due fatti del giorno, si frullano, e a volte quel che salta fuori è tutto qui: simboli. A cosa servono? A niente, forse. E gli identikit, a cosa servono? E i sondaggi?
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- allacciate le maniche

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Ma chi è che diceva di vivere nell'LSI, il Libero Stato d'Isteria? Io? L'ho detto io? Ma allora avevo ragione, su una cosa almeno.

Il nostro è uno Stato di Incoscienza, un paradosso popolato da 57 milioni di persone a cui è meglio dare sempre ragione, sempre, perché non si sa mai. Questo solo stamattina posso dirvi, e se non siete d'accordo vi cito semplicemente due dati:

* Gli exit poll.
Non ci hanno preso, tante grazie, ma avete notato che non ci prendono mai? Voglio dire, non è fantastico? Una rilevazione statistica che sfida le stesse leggi della probabilità. Si tratta di decidere se ha vinto X o Y, e non ci sono terze opzioni. Se faccio con la monetina testa o croce, ho il 50% di probabilità di azzeccarci. Ma se mi affido agli exit poll, da dieci anni a questa parte, ho lo 0% di probabilità, che sono 50 punti percentuali sotto la monetina. Ciononostante noi, voglio dire la Rai, paghiamo un prestigioso Istituto perché ci mostri degli exit poll a partire dalle 15 del pomeriggio. Perché? Perché siamo matti, non ci sono altre spiegazioni. Faccio presente il Mago Otelma in diretta tv avrebbe maggiori possibilità di azzeccarci. O al limite potrei andare io, in tv, a lanciare la monetina, e Ilvo Diamanti poi commenterebbe il mio lancio di monetina, e vi garantisco che io costo meno del Prestigioso Istituto.
E mi spiace citare una persona così apparentemente seria come Diamanti, ma l'ho sentito io, ieri, io con le mie orecchie, spiegare che un dibattito pomeridiano su dati farlocchi avrebbe dato forma al dibattito politico nazionale vero e proprio: il che in un certo senso è perfino vero: la nostra classe dirigente è formata da isterici che sono diventati tali a furia di compulsare compulsivamente statistiche farlocche e sempre - sempre! - sbagliate.

Ora alla Rai diranno che lo fanno per battere la concorrenza, e la concorrenza dirà che lo fa per battere la Rai, e in ogni caso è quel che il publico vuole: ma il pubblico, se non ci fossero le proiezioni degli exit poll, non guarderebbe la diretta con le proiezioni degli exit poll. E' chiaro che se arrivi nel Paese dei matti col carrozzone e prometti l'Elisir di lunga vita, la gente viene a vederti: ma questo non significa necessariamente che la gente per partito preso ami essere presa in giro. E' un ragionamento folle. Non è più un ragionamento. E' follia e basta.

La cosa fantastica è che lo diranno tutti, si lamenteranno tutti, e tra due-tre anni saranno lì di nuovo a guardare gli exit poll. Perché - non me ne voglia Mantellini - gli statistici hanno un modo fantastico per autopromuoversi, sarà il colore delle cravatte, loro muovono un po' la testa e il matto che è in noi non capisce più nulla, ha detto il signore che l'Ulivo è sopra di cinque punti, wow.

*Gli italiani all'estero
E a voi magari sembra ormai una cosa normale. Ma non lo è! E' follia pura! Follia illiberale, tra l'altro, in un Paese dove a momenti si spacciano per liberali anche gli animali domestici. Lo devo ripetere? Ci sono nel mondo persone d'origine italiana che, senza contribuire al PIL, senza usufruire dei servizi dello Stato, probabilmente senza pagare tasse, possono decidere col loro voto la maggioranza in Parlamento e il Governo. Una cosa folle, che va contro un principio elementare del liberalismo ("Non c'è tassazione senza rappresentazione", e viceversa: lo dicevano i patrioti americani). Una cosa che rende il nostro Paese unico al mondo - come se ce ne fosse il bisogno: soltanto noi italiani regaliamo le decisioni sul nostro futuro a chi vive da generazioni a un oceano di distanza.

Io lo scrissi già tre anni fa, e volentieri qui mi ripeto: molti se ne stanno accorgendo soltanto stamattina. Complimenti. Benvenuti nell'LSI, Libero Stato Isterico. Allacciate le cinture della camicia di forza e buon viaggio. Quando arriveremo non si sa, e a questo punto chi se ne frega. L'importante è stare in giro.
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- post coitum

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Non-fingere

Salve, proprio io, non te l'aspettavi, eh?
Nel bel mezzo del tuo lavoro squallido.
E sì che sono io, insomma non ti fidi?
Mi hai preso per un comico? Macché
Nessuno sa imitarmi come me.

E dunque eccitami, su, è il tuo mestiere, o no?
Dimmi che vuoi votare solo me.
Non devi fare finta, con me non puoi far finta,
Io me ne accorgo, e poi ti pago bene,
dimmi che vuoi votare solo me.

Non è come tu pensi, io non mi sento solo:
stasera ero a un comizio, la gente mi invocava,
la cena, e poi gli autografi, non riuscivo ad andar via.
(La gente non lo vuole, tu questo lo capisci,
la gente mi ama troppo, la gente non vorrebbe
vedermi mai andar via).
Così si è fatto tardi, il sonno mi è passato,
in tv film di merda, nessun sondaggio fresco
(tu puoi capirlo – essendo nel settore:
c'è un'ora della notte, un'ora sola, e lunga,
in cui anche l'uomo più amato del Paese
non riesce a farsi dire un solo sì).
Ma tu me lo puoi dire – soltanto, non-far-finta.
Non sono uno di quelli, con me non puoi far finta.
Inoltre pago bene, per cui avanti, dillo,
che vuoi votare solamente me.

E no che non mi annoio, io non mi annoio mai.
Lavoro sedici ore al giorno, non lo sai?
E tu?
Lo vedi, solo dieci, lo vedi come va:
per questo io faccio il leader, tu la centralinista.
E in più io sono figlio di un professionista
Mentre tuo padre era operaio, vero?
– ma devi dirla giusta, con me non puoi far finta,
io me ne accorgo subito, e inoltre pago bene,
per questo sai che voterai per me.

Ci pensi a quante cose in comune, tra me e te:
noi arrapiamo il popolo, questo è il nostro mestiere.
E quante cose io potrei insegnarti
sull'essere gentile, disposta e mai sincera,
soprattutto mai sincera – sennò ti vien da ridere,
e non si deve ridere! S'ammoscia se tu ridi.
Sorridere bisogna, a denti stretti, sempre
sorridere e sudare, è questo il mio mestiere
(e il tuo, natuaralmente).
Ma stanotte è diverso.
Stanotte non puoi fingere, ti parlo da collega,
se fingi lo capisco, se fingi non ci riesco.
Ti prego, sii te stessa
E dimmi che vuoi votare solo me.

Ma sì, mi rendo conto
Che il tempo è denaro per entrambi.
Tu sai la tua tariffa al minuto, ma la mia?
Lo sai quanto vi costo al minuto, signorina?
Non puoi saperlo, è un conto che ho fatto solo io
Non lo sa neanche Giulio (del resto lui è una frana
Con la calcolatrice).
Ma quasi quasi, sai? A te io lo direi
mi sembri un tipo ammodo, lo sai che me ne intendo
E inoltre pago bene, perciò mi devi dire
che vuoi votare sempre e solo me.

È solo un mio capriccio, sondaggi io ne ho,
e guardacaso dicono quello che voglio io
(del resto è matematico, più paghi più hai ragione
non devi dirlo a me).
Io sono nel settore da trent'anni, si può dire
che i trucchi del mestiere te li ho inventati io
È un gioco troppo facile: più paghi più hai ragione.
Io forse pago troppo, ma questo non vuol dire
che tu ora possa fingere, io me ne accorgo subito,
perciò ora sii sincera, prova a essere sincera
nel dirmi che tu voterai per me.

Non ridere, non ridere,
non c'è niente da ridere:
è quell'ora della notte,
e io ti pago, sai.

Cerca di rilassarti, sii te stessa,
parlami un po' di te, ce l'hai un ragazzo?
Cosa? Hai una bimba? Fantastico! E si chiama?
Silvia! Ma pensa! Che bel nome! Silvia!
E il padre? Ma perché non vi sposate, voi ragazzi?
Io me lo chiedo sempre, perché non vi sposate?
La famiglia è importante, il mettere su casa,
e io posso anche aiutarvi.
L'assegno famigliare, vi toglierò le tasse,
vi laverò la macchina – se tu sarai sincera
devi essere sincera,
e dire che tu voterai per me.

Non può essere altrimenti,
non sei una cogliona.
Sei una che lavora,
non stai coi comunisti.
Mi sembri un tipo ammodo
Senz'altro intelligente
Bella presenza, immagino
– e io non sbaglio mai.
Perché non vieni su
a Cologno, un giorno o l'altro?
Un talento come te
è sprecato per le hotline.
Tu hai tutto quel che serve per sfondare.
Ti basta essere te stessa
– avanti, sii te stessa –
quando dici che mi vuoi
votare, che tu vuoi
votare solo me.

Adesso
Vuoi votare solo me
Dimmelo
Dimmelo
Non Fini, non Casini
Con Prodi non ci godi
Tu vuoi votare solamente me
Dimmelo
Dimmelo
Ma devi essere sincera
Se non sei sincera non ci riesco
Se non sei te stessa io non posso
E se scoppi a ridere io non…

Clic

Ma cribbio, cos'hanno tutte stanotte? Fanno le preziose, fanno.
Con quel che costano.
Proviamone un'altra, va.
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- ombre nere

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E poi, già, ci sarebbe anche il problema dei fascisti.
Ogni tanto bisognerebbe abbassarsi a dirlo. Che stavolta la Casa delle Libertà ha pescato veramente nel torbido; che il primo risultato della svolta di Fini è un bollino nella scheda elettorale con alcune siglette e fiammelle che non avremmo più pensato di trovarci, roba da volantino di liceo o da curva di stadio: fronte nazionale, forza nuova, sul serio? Se vince Berlusconi questa gente va in parlamento? Ma li faranno entrare, in bomber?

Chi non molla è perduto

Il rischio è di sembrare antipatici, radicalscic, anche un po' fuori dal tempo: i fascisti al governo, capirai. Come se in questi anni non avessimo avuto Buontempo o Storace (per dirne due a caso), e monumenti ai caduti di Salò e proposte di pensione ai reduci repubblichini, e fiction su quant'era brava e tosta Edda Ciano. Per cui insomma, uno o due simbolini con la fiamma in più o in meno che differenza fanno? Ma sul serio, cosa cambierà con una dozzina di deputati di Alternativa Sociale in più in parlamento? Cerchiamo di essere moderni, disinvolti, disinibiti. Fiamme tricolori a parte, cosa c'è di così sconvolgente nel programma di Alessandra Mussolini e compagnia? È il classico memo nazionalista: soldi alle famiglie baluardo di civiltà, soldi agli africani, così restano in Africa a farsi i cazzi loro, soldi un po' a tutti, tanto li stampiamo noi, no? (No. Glielo spiegherà poi Tremonti). Il lancio d'ortaggi al Candidato Luxuria, gesto esecrabile in sé, dà la misura della distanza dallo squadrismo storico, quello che bastonava a sangue. Vien da pensare che in Parlamento c'è già di peggio: che magari un po' di bomber tricolori possono equilibrare quegli altri simpatici in camicia verde, che non sono meno pericolosi.

Cosa c'è che non va, allora. Non lo so. Una sensazione. Non è la Mussolini in tv, non è neanche la celtica allo stadio. Gran parte del fascismo contemporaneo è puro folklore, eppure… quando succedono cose terribili come la morte del bambino Tommaso, quando una nazione compatta finalmente può liberarsi fiera, perfettamente giustificata, al suo Quarto d'Ora d'Odio… ti chiedi se in giro non ci sia più voglia di fascismo di quanta le liste elettorali riescano effettivamente a soddisfare.

A questo punto ti verrebbe voglia di misurarti col fenomeno, ma non è facile. Il fascismo è sfuggente. Contrariamente a una certa mitologia (Boia chi molla, chi si ferma è perduto, se indietreggio uccidetemi, ecc. ecc.), non c'è nulla di più sgusciante di un fascista. Sul serio. Prova a trovarne uno, prova a parlarci. Dalle mie parti, perlomeno, è impossibile. Ci sono, ma non si vedono. Sì che il fascismo serio, squadrista e agrario, lo abbiamo inventato qui: c'è scritto sui libri di Storia, e io mi fido. Eppure passiamo per regione rossa. Rossa? Ma è pieno d'ombre, anche qui. Io di sera ne ho viste. Ma scompaiono al sole.

Il caso che conosco meglio è quello di Forza Nuova a Modena. Oddio, "conosco meglio". In realtà non li conosco affatto, quelli di Forza Nuova a Modena. Perché sgusciano, appunto. Nei cinque anni di vita di questo blog, hanno fatto in tempo ad aprire due sedi in Centro – in entrambi i casi scomodando un bel po' di antifascisti incazzati e di forze dell'ordine. Mica male per un'organizzazione politica – salvo che a nessuno dei due indirizzi, oggi, risulta un'organizzazione di nome Forza Nuova. Al punto da chiedersi: ma esiste o no, Forza Nuova a Modena? E se non esiste, perché ci ha fatto perdere tanto tempo?

Prendi me. Ogni volta che Forza Nuova apriva una sede in Centro, io ho trovato un modo per farmi compatire.
La prima volta, è successo esattamente cinque anni fa. Cinque anni e un giorno. A quel tempo io ci abitavo, in Centro; ma non avevo la residenza. Come a dire che non potevo parcheggiare sotto casa.
Il giorno che ho saputo che Roberto Fiore stava per sbarcare in via Ramazzini a bordo di un Freelander, scortato da sette camionette della polizia, il mio antifascismo militante si è precisato in un grido di sdegno: Cani, porci, e puranche l'ideologo di Forza Nuova possono parcheggiare in Centro, ma io no! Tanto che scrissi alla Gazzetta di Modena. Scrissi che sì, va bene, ideologo finché vuole, ma poteva benissimo parcheggiare sui viali ed entrare in Centro Storico a piedi, come tutti i non residenti; o aveva paura? Di che? Dei cinesi di piazza Pomposa? Del Kebab all'angolo? L'ideologo di Forza Nuova ha paura che lo infilzino col Kebab?

In realtà mentre Fiore posteggiava in via Ramazzini (con gli agenti Digos ad aiutarlo a far manovra, suppongo), la prima esperienza di Forza Nuova a Modena si era già conclusa. Il modenese che in un primo momento aveva invitato Fiore stava già spiegando ai microfoni che non era sua intenzione aprire veramente una sezione FN, bensì fondare un'associazione tutta sua, chiamata Unione Nazionalisti Italiani, che forse esiste ancora (il simbolo sembra un aquilotto malriuscito, più probabilmente un piccione, l'animale totemico del Centro Storico). Ma il giorno dopo la Gazzetta titolava la rubrica della posta:

«Vi infilzeranno coi kebab»
Sotto c'era il mio nome. Non solo, ma per completare la frittata, nella versione Web esso compariva sotto un parere favorevole a FN – e sono certo che qualche cache se ne ricorda ancora. Vorrei poter dire di avere imparato, da allora, certe elementari regole di prudenza, ma è stato un processo lento. Due anni dopo a momenti mi arrestavano. La storia sta qui.

In sostanza fino a un certo punto era tutto secondo programma: un gruppo di forzisti, scortato da un nutrito drappello di forze dell'ordine, aveva inaugurato una nuova sede di FN in via Gallucci, mentre da fuori un bel po' d'antifascisti manifestava e sacramentava. Quando si è trattato di uscire dal centro, sono volate ben più che le parole, e bisogna dire che qualche manganellata da pubblici ufficiali se la sono presa anche i forzisti (ma bisogna anche aggiungere che un signore di Forza Nuova ha inciso con un'asta di bandiera un bel taglio sulla testa di un signore che manifestava contro di lui). Così, quando i neri hanno iniziato a ritirarsi virilmente in direzione Trento-Trieste (dove li aspettava un'ambulanza), noi… sapete come fa il cane col gatto, no? Se scappi, t'inseguo. Ecco, ci siamo messi a inseguirli; solo per sfotterli, mica per altro. In quell'occasione un poliziotto promise di rompermi la testa, siccome ero venuto a riprendere Cragno che continuava a sfidare verbalmente i forzisti che si leccavano le ferite (uno a momenti lo centrava con il ghiaccio degli impacchi).

Tutto qui? no, perché il giorno stesso la Digos promise che avrebbe "visionato i filmati", ma che io sappia l'unico video di tutto l'episodio lo chiesero gentilmente a un tale che da un balcone di Trento-Trieste aveva riconosciuto l'amico Cragno: sicché di tutta la manifestazione in questura probabilmente rimangono solo primi piani di Cragno che insulta i forzisti e di me che vengo a prenderlo; e l'unico sonoro è la voce del cameraman che dice: "Toh! Ma quello è Cragno!"

Da quel giorno in poi, non mi è mai capitato di vedere la sede di Via Gallucci aperta, ma è pur vero che non ci passo spessissimo. Le finestre, già protette da sbarre massicce, erano state coperte del tutto da schermi di acciaio dipinti di nero – faceva una certa impressione. Ci furono atti di vandalismo, una petizione dei commercianti – ma c'è stato anche parecchio silenzio, per un paio d'anni. Finché un mesetto fa, improvvisamente, non passo di lì e la trovo aperta! Finalmente! Salvo che non è più la sede di Forza Nuova in Centro. No. Il nero si è fartto giallo – ora è un negozio di articoli etnici. Indiani. (Ariani?) I fascisti sono sgusciati anche stavolta. Altro che Boia chi molla. Qui chi non molla è perduto.

A questo punto mi attendevo l'annuncio trionfale di una sede di Forza Nuova a Modena – che sarebbe già la terza! Ma per adesso, niente. Chissà, forse dopo il dieci aprile. E immagino che riuscirò a farmi compatire anche stavolta.

Nel frattempo me ne resto coi miei dubbi. Perché sono così difficili da afferrare, 'sti fascisti? Perché sgusciano sempre? Non dovremmo essere noi, a scappare da loro? Non dovremmo essere noi, ad avere paura? E in effetti un po' di paura io ce l'ho. Questo ciclico apparire e scomparire, è molto inquietante. Vien da pensare che il nero salti fuori solo quando serve, ma a chi? E com'è che adesso a Modena non serve più? E quand'è che servirà ancora? Qualcuno ne sa niente? Qualcuno ci capisce qualcosa? C'è qualcosa di serio o sono solo ombre, che scompaiono al sole?
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- 2025

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Il Camerlengo Calvo

Caro Leonardo,
A volte mi chiedo perché prendersela tanto. Tanto alla fine tutto torna.
Fingiamo che sia un romanzo. I romanzi sono economici, non sprecano dettagli inutili. Se c'è una pistola in un cassetto, prima o poi qualcuno cadrà riverso con del piombo in corpo; e se una bionda ti dà un'occhiata a pagina venti, hai buone possibilità di trovartela a letto verso pagina duecento. Basta rilassarsi e aspettare: prima o poi ci saranno pistolettate e baci, i cattivi faranno davvero i cattivi, gli antieroi si concederanno una pagina di eroismo, i nodi arriveranno al pettine, e persino Bar Taddei salterà fuori. Perché non dovrebbe. I personaggi dei romanzi fanno così.

Nel frattempo la festa è finita: il Papa si è affacciato e ha nominato il Gran Camerlengo. Lo stesso che c'era prima, solo un po' più calvo. Se ci penso, i grandi camerlenghi sono sempre stati uomini calvi e posati. E anche in questo c'è della profonda saggezza. Non c'è mai stato un calvo rivoluzionario, a parte Lenin (che ovviava con la barbetta mefistofelica): gli altri, tutti cappelloni. I calvi trasmettono una sensazione di pace e serenità. Si dice, e io ci credo, che gli usastri dopo la Seconda Guerra Mondiale accettarono di aiutare l'Italia a un patto: che per sessant'anni restassero i calvi al potere. Di quel regime io ricordo molto poco: anni di noia soffusa e dolciastra. Si chiamava Democrazia Cristiana.

Anche il nostro attuale Papa è stato calvo, molto prima di essere Papa: poi è ringiovanito, come fanno adesso i ricchi, e i suoi boccoli hanno suscitato invidia e irrequietezza nei fedeli. È anche per qsto che nella sua inesauribile fantasia il Teopop gli ha affiancato il Gran Camerlengo, che viene rieletto ogni anno e la cui unica funzione è tranquillizzare le genti, Dio sa quanto ne hanno bisogno.

Il Papa, che in verità è solo un vice-Papa, il suo successore vivendo ancora in coma profondo ed eterno in una clinica di Buenos Aires, è eletto come tutti dallo Spirito Santo. Qst'ultimo però non spira più soltanto su un centinaio di cardinali a rischio sclerosi, bensì su tutta l'opinione pubblica teopopolare, che una volta al mese si pronuncia mediante sondaggio supernet a cura della Congregazione Statistica. Il sistema funziona quasi da dieci anni, e vigliacco se m'hanno mai chiamato. (In ogni caso avrei eletto Lui, ci tengo a non mettermi nei casini. Ho due mogli e due figli).

Finora B. ha sempre vinto, mese dopo mese; ma sin dall'inizio avevamo notato un pericoloso ondeggiare del consenso, con alti e bassi: i bassi, soprattutto in primavera. Non che B. deluda i suoi fedeli più in primavera che nelle altre stagioni: ma i suoi elettori sono sempre stati i primi a uscire di casa e andare al mare, quando esce il sole. Fateci caso: le sue grandi vittorie le ha sempre avute nei weekend piovosi.

Il gran Camerlengo è stato istituito proprio per cercare di arginare qsto crollo balneare dei consensi, vivacizzando il dibattito teopolitico, in qsto modo: quando dopo febbraio il tempo volge al bello, e i sondaggi accusano il colpo, il Camerlengo in carica inizia a borbottare che le cose non vanno, che il governo non sta rispettando la playlist degli impegni, che Tizio e Caio contano più di Sempronio e del Camerlengo medesimo, etc.. Verso marzo il borbottio diventa più continuo e gutturale, una nota di fondo che attraversa tutti i notiziari supernet, dall'oroscopo mattutino sino ai dibattiti notturni. Non che nessuno stia ad ascoltare, ma intanto cresce la stima per un uomo coerente coraggioso e tutto d'un pezzo come il Camerlengo, che quando qualcosa non va bene lo dice, eccheccazzo.

Ad aprile partono gli acuti. Il Camerlengo fa notare che il Teopop è alla frutta, che così non si può continuare, che la monarchia deve finire, che B. è bravo e bello ma non può prenderlo in giro, all'infinito, lui, che non è mica l'ultimo dei coglioni (infatti è il Gran Camerlengo). Fino appunto al Diciotto, festa nazionale, in cui il Papa torna dalla sua isola privata, ammette gli errori del passato da Galileo a Previti, fa ammenda davanti ai fedeli nella piazza, poi si reca in Basilica a dare le dimissioni allo Spirito Santo, che puntualm le rifiuta. A quel punto se ne torna fuori con un sorriso a 48 denti, annunzia gaudio magno (che è una cosa che gli piace moltissimo fare), forma il nuovo governo e nomina il Gran Camerlengo. Che di solito è lo stesso Camerlengo dell'anno prima, visto che persone così calve e posate sono difficili da trovare, e valgono tanto oro quanto pesano.

Ma che ora è già. Scappo, che ho un appuntamento decisivo. Forse. Ti terrò informato.
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Romano e il furgone

Questa è una sciocchezza (mica solo questa. È un periodo un po’ così).
Ieri sera (mercoledì) guardavo il telegiornale delLa 7, e mi sono trovato davanti a un editoriale di Sergio Romano: in pratica c’era lui su una poltrona che concionava su guerra e Centro-sinistra (col trattino? Senza? In tv non si capisce). Aveva una tesi tutto sommato condivisibile: il Centro-sinistra, sulla guerre, si spezza sempre, perciò Prodi deve andare coi piedi di piombo.

…Infatti, l’ultima volta, il Kossovo fece cascare persino un governo.

Non stavo registrando, quindi non posso assicurare che queste siano state le sue parole. Però ho la sensazione che abbia detto davvero una cosa così. E ho anche la sensazione che sia una grande puttanata. Ma potrei sbagliarmi (chiedo aiuto ai lettori di buona volontà e di buona memoria).

A me pare di ricordare che Prodi sia caduto nell’autunno del 1998, non per la guerra, ma per una serie di motivi che (debbo dire) a distanza di 6 anni paiono fumosi e futili – le 35 ore, anche. Non poteva cadere sulla guerra in Kossovo, perché quella è scoppiata nella primavera del 1999. Io lavoravo in Francia e mi ricordo i peschi fioriti, dunque niente Prodi. C’era già D’Alema.

Forse Romano alludeva a uno di quei rimpasti che faceva D’Alema ogni tanto. Anche qui, posso benissimo sbagliarmi, ma mi pare che in occasione della guerra in Kossovo non rimpastò niente. Si limitò ad accettare un po’ di voti del centrodestra, e la cosa finì lì. Più tardi ci fu un rimpasto, ma perché dopo le Europee i Democratici di Rutelli e Parisi erano diventati il terzo partito italiano o una cosa del genere. Io ero in Francia, ma avevo Internet.

Sergio Romano però era in Italia, e se non andava su Internet, pure aveva la possibilità di leggere i giornali tutti i giorni. Insomma, sarebbe il suo mestiere: concionare con cognizione di causa.

D’altro canto, può anche darsi che mi stia sbagliando io. O che ci stiamo sbagliando tutti e due. La storia del passato prossimo è sempre la più difficile da ricordare. Chi ha vinto le Europee del 1999? Hai voglia a cercare sui libri, devono ancora essere stampati. Bisogna affidarsi alla memoria, e la memoria, si sa, è labile. Il risultato è che ormai siamo tutti esperti di fascismo e Scioà, ma abbiamo dei problemi a ricordarci chi successe a Berlusconi nel 1994, chi vinse le politiche nel 1996, e l’ultimo premier di centro-sinistra (rispettivamente: Dini, Prodi, Amato. Li avete indovinati tutti e tre? Bravi. Ma provate a chiedere in giro).
Il risultato è che sappiamo benissimo quanto male abbiano fatto Hitler e Mussolini, ma non riusciamo a totalizzare quanto male ci abbia fatto, non so (dico il primo nome che mi viene in mente) Silvio Berlusconi. Sotto l'onda del suo sproloquio quotidiano c'è una lunga storia di abusi ai nostri danni, troppo sistematica e complessa perché ce la possiamo ricordare con precisione. Chi non ricorda il passato lo rivive: noi siamo condannati a rivivere il passato recente come un loop. Qualche déja vu, ogni tanto, ci ricorda che tutto questo è già successo. Ma quando?

Se l’errore di Romano è macroscopico, il senso del discorso resta chiaro: il centro-sinistra sulle guerre si divide sempre (e sempre si dividerà: un loop, appunto). È un punto di vista condivisibile, che infatti Sergio Romano condivide con me e col mio vicino di casa, che guida un furgone.

Ora, coraggio, ditemi che faccio le pulci a Sergio Romano perché lo invidio: e lo invidio perché con quella faccia un po’ così può permettersi di sciorinare banalità da bar in fascia protetta, e se non sa come riempire una colonna può sempre suggerire una riforma costituzionale. E lo pagano pure. E lo leggono pure. E qualche politico probabilmente lo prende anche sul serio: “hai letto questo punto di vista di Romano? Interessante. Forse dovremmo modificare la Costituzione qui e qui”. Massì, con quel che probabilmente guadagna, perché non dovrei invidiarlo?

Probabilmente dovrei, non fosse che, appunto, il mio vicino di casa ha un furgone. Se ne sta per i fatti suoi tutto il santo giorno, guida piano e ascolta la radio. Il furgone non è grande, perciò non c’è mai qualcosa di troppo pesante da scaricare. Contratto a Tempo Indeterminato, assicurazione, ferie e contributi. E non devi concionare davanti a una telecamera, e se dici una stronzata nessun blog petulante se ne accorge. E io dovrei mettermi a invidiare Sergio Romano. Ma perché, poi.
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Nessuno gli vuole bene 2
10 mesi dopo...(6 marzo '02)

(premessa doverosa: non l’ho visto in tv, non ho potuto. Ma ho fiducia nei virgolettati della Repubblica).

C’è una cosa di cui bisogna dare atto a D’Alema: lui non è quel tipo di persona che vuol fare il simpatico a tutti i costi, no.

I movimenti sono importanti, ma non sono un fatto epocale. Firenze? Anche a noi è capitato di stare fino all'una di notte in un'assemblea, molte volte. E nessuno ha il monopolio delle passioni.

La tesi di questo pezzo è banale: D’Alema è una persona antipatica. Mi rendo conto che il travaglio della Sinistra meriterebbe ben più acute riflessioni, ma a volte bisogna anche attentarsi a dire che il re è nudo, putacaso qualcuno non se ne fosse accorto. D’Alema non è nudo: però è antipatico. Liberissimo di esserlo. Ma forse le persone antipatiche non dovrebbero fare politica.

Qui non è in discussione il suo pensiero politico. Ma anche le idee migliori servono ben poco, in mano alla persona sbagliata. In questi giorni ho sentito dire fino alla nausea frasi che iniziavano con “Cofferati” e finivano con “cuore-della-gente”: “Cofferati sa parlare al cuore della gente”, “Cofferati sa scaldare il cuore”, ecc., un frasario da Tamaro prestata alla politica. Ora, senza dubbio l’uomo ha le sue qualità, non si diventa leader sindacali per caso. Ma io credo che a questo punto chiunque sarebbe in grado di vincere un duello di simpatia con D’Alema.
E siccome anche lui lo sa – non è uno stupido – mi chiedo come abbia potuto acconsentire a un duello del genere. Se Cofferati ha critiche da fare ai dirigenti DS, il suo avversario naturale è Fassino. D’Alema dovrebbe mantenersi al di sopra delle parti, come si conviene al Presidente del partito. Ma lui non si stanca di ripetere che la carica di Presidente serve a poco o nulla. Il che, oltre a denotare uno scarso rispetto nei confronti delle istituzioni del suo Partito, è anche scarsamente credibile, da parte sua.
Per quella poltrona di presidente, infatti, D’Alema ha brigato parecchio. Non se n’è staccato nemmeno quando, dopo il disastro elettorale, tutti i dirigenti si sono dimessi. Sempre per il motivo che “tanto il Presidente serve a poco”, e quindi se ne sobbarcava lui…

Mi dispiace che Cofferati sia in collegamento da Milano, mi sarebbe piaciuto guardarlo negli occhi. Lo so che lavora alla Pirelli, ma anche noi lavoriamo.

D’Alema forse ignora (ma come fa?) qual è la percezione che l’italiano medio ha del Parlamento: un convitto di allegri scrocconi, insaziabili, di una certa età. Non si sarà mai accorto delle voci che girano su internet e nei bar, sui mille privilegi, gli stipendi continuamente ritoccati verso l’alto, gli aerei e i cinema gratis. Non ha mai fatto caso a certe battute sulle sue barche, sui suoi cuochi, sul suo paio di scarpe da un milione.
Ha visto coi suoi occhi una buona parte dei suoi colleghi franare nelle crepe di Tangentopoli. Ha visto un imprenditore digiuno di politica metter su un partito e vincere le elezioni in quattro mesi.
Tutto questo avrebbe dovuto insegnargli qualcosa. E invece no.

Cofferati, che ha visto le stesse cose, ha avuto il buon senso di non farsi cooptare nel ceto politico, di tornare nel mondo del lavoro, almeno simbolicamente. Diciamo la verità, da Cincinnato avrà fatto sì e no un mese: ma gli è bastato per conquistarsi una popolarità e un credito notevoli.
Io non credo che non ci sia un solo lavoratore italiano, che, alle nove di sera, sentendo D’Alema dire “anche noi lavoriamo” non abbia sentito dalle sue viscere nascere un pensiero: “ma quale lavoro, D’Alema, se non hai mai fatto un cazzo in tutta la tua vita”. Concetto discutibile, ma alle viscere non si comanda. Per l’ennesima volta: ma come si fa a dire cose del genere? O meglio: come si fa a dire cose del genere e nel frattempo considerarsi un grande comunicatore politico? Mistero (doloroso).

Sottovaluti il nostro mondo, non siamo burocrati. E nel vecchio Pci è capitato tante volte che un dirigente scaldasse il cuore, facesse piangere la gente con un discorso, ma non per questo sono diventati segretari del partito.

In questa frase ci sono tre gravi errori politici. Riuscite a trovarli?
1) Al giorno d’oggi non è educato dichiararsi nostalgici del “vecchio Pci”. (Soprattutto da parte di chi si è dato da fare per metterlo in pensione).
2) Continuiamo pure a parlare della “gente”, la povera “gente” che ama “scaldarsi il cuore” e “piangere” per un discorso. Lamentiamoci poi se la stessa gente ci considera dei freddi burocrati…
3) Chi è che vuole diventare segretario del parito? Cofferati? Ne ha mai parlato? A metter troppo avanti le mani si rischia di cadere.

“Sì, magari non sarà un grande comunicatore, ma ha altre doti: è un fine stratega, per esempio”.
Dissento. Mi pare che pochi politici italiani, messi alla prova, abbiano commesso tanti errori di strategia. Dalla Cosa2, alla Bicamerale, all’idea sciagurata di sostituire Prodi, alle sue sconcertanti scommesse con Berlusconi: “se tu fai meno voti di me alle amministrative ti dimetti da Presidente del Consiglio, ok?” “Ok!”
Se io, se noi avessimo fatto sul nostro posto di lavoro la metà degli errori tattici commessi da D’Alema, oggi saremmo a casa, con o senza l’articolo 18. Perché D’Alema è ancora lì?
Semplice: perché lui chiede scusa. Ogni tanto rilascia un’intervista e dice: quella volta mi sono sbagliato. Quell’errore non lo ripeterò.
Nessuno osa spiegargli che, a un certo livello di professionalità, non dovrebbero esistere seconde possibilità. Che la politica è un mestiere disumano, dove ci si gioca la faccia a ogni gradino. Almeno, per gli altri è così. Ma per lui?

Quando ebbe la brillante idea di rifondare il PDS, a 5 anni dalla nascita, D’Alema sapeva che in quella rifondazione si giocava la faccia; che in caso di fallimento avrebbe pagato in prima persona. E invece no. Il PDS è abortito nei DS: il vertice si è rimpastato, la base non ha capito, un flop conclamato. Colpa di D’Alema? No. Colpa dei colleghi invidiosi che non lo hanno compreso.

Quando ebbe l’idea balzana di farsi nominare segretario della Bicamerale, D’Alema sapeva di correre due grossi rischi: svendere la Costituzione a Berlusconi, o partorire un altro bel nulla. Sapeva che, in entrambi i casi, era in gioco la sua credibilità. Com’è andata a finire? Un disastro.
A quel punto chiunque altro si sarebbe pre-pensionato. Lui no. È ancora lì che parla di riforme. Che importa se Berlusconi non è credibile, spiega, anche l’Ulivo deve fare le sue proposte. Come spiegargli che, a questo punto, lui stesso non è molto più credibile di Berlusconi?

Infine, i fatti parlano: dal suo governo in poi, i DS hanno perso quasi tutte le elezioni. Sono ai minimi storici.
Ma D’Alema, sulla “Repubblica” di domenica, spiega che le elezioni, lui, non le ha nemmeno perse, perché a Gallipoli ha fatto un ottimo score: Io, Fassino, gli altri esponenti della maggioranza saremmo i perdenti! Ma i perdenti sono i Folena, i Mussi, candidato a Milano, mentre io facevo una durissima campagna elettorale a Gallipoli!

Ecco un’altra frase a cui non mi riuscirebbe di replicare civilmente. Per quanto mi sforzi di trovare argomenti educati (il problema non è a Gallipoli, ma il dato nazionale, le responsabilità dei vertici del partito e del governo, ecc.), c’è qualcosa in me che finisce per sbottare: ma perché allora non ti trovi un bell’ufficio da assessore a Gallipoli e non ti cavi fuori dai coglioni?

Mi rendo conto di scadere nel qualunquismo, e me ne scuso, ma credo anche che il qualunquismo di una nazione sia direttamente proporzionale all’antipatia della classe dirigente.
E lo dico perché ho sempre avuto la sensazione che in Italia, se ci fu una rivoluzione, fu una rivoluzione qualunquista, che dieci anni fa culminò con un assedio al grand hotel che era la residenza invernale di Bettino Craxi. Ora, Craxi ne aveva fatte di cotte e di crude. Ma se si fosse trattato solo di qualche conto in Svizzera, lo avremmo sopportato. No. Quello che ci fece sbottare fu l’antipatia. Bettino Craxi era un politico intelligente, ma arrogante, supponente, antipatico.
Morì in esilio, indignato e incredulo di aver pagato per tutti. Senza capire quale gran disgrazia sia, per un politico, l’antipatia.
Credo che il suo caso avrebbe dovuto insegnare qualcosa a qualcuno. Ma no, no, niente, mai niente, è inutile.
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poovero, poovero ragazzoNessuno gli vuole bene
(e la sinistra perde anche per questo motivo)

Mamma mia dammi cento lire / Che in America voglio andar…
Cento lire sì te le do / ma in America no e poi nooooo…


Forse è un problema soltanto mio, ma in queste notti di febbre non mi capita raramente di svegliarmi nel cuore della notte, madido di sudore, chiedendomi: "Ma D'Alema ci andrà davvero in America, a quel ciclo di conferenze? Quanto starà via? E la Sinistra, come farà senza di lui?". Ho anche controllato nell'atlante: l'America è un continente, di là dall'Oceano. Dovrà prendere un volo! Intercontinentale! E se c'è tempesta? E se lo dirottano? La sinistra sarà perduta per sempre! In simili incubi mi dibatto, rigirandomi senza trovare pace, finché un'anima buona non mi porge una tachipirina.

Appena giunti in alto mare /il bastimento si rovesciooooò...

Col sole del mattino recupero un po' di buon senso. Ho conosciuto un docente universitario assai famoso nel suo settore (per la verità non solo in quello) che aveva continuamente in programma qualche convegno in qualche luogo remoto. Una volta lo sentii discutere allegramente al telefono dell'opportunità di prendere un Aeroflot (quei famosi aerei russi che nessuno vuole più assicurare) per andare a non so quale simposio bielorusso o moldavo. Un aeroflot, capite! Un docente che tutto il mondo ci invidia, su uno di quei cosi! E credete che fuori dalla porta dello studio ci fosse uno striscione con scritto: "Prof, non vada!"? No, non c'era. Credete che qualcuno fuori dalla finestra scandisse slogan di solidarietà ("Ci porti con noi in Bielorussia!") col megafono? Nemmeno. Le menti migliori della nostra generazione viaggiano continuamente, su aeroflot o altro, raccogliendo inviti di centinaia di convegni e congressi, senza che nessuno protesti mai, o si chieda se fanno così perché si sentono offesi. È una cosa normale, e non fa notizia.

Ma D'Alema sì. D'Alema in tournée in America merita due pagine di Repubblica in due giorni. D'Alema in America è un fatto grave, è un segno che la Sinistra italiana non gli vuole più bene. E allora la Sinistra insorge, come un sol uomo: ma come, D'Alema, non andare, come faremmo senza di te, in America no e poi no, ma sì, ti vogliamo bene, resta. E D'Alema: sì, comunque è solo per un ciclo di conferenze, poi torno, e comunque adesso se insistete tutti mi fate passare la voglia...ecc.
Perché tutta questa manfrina?

Forse ha temuto che nessuno si sarebbe reso conto della sua assenza (effetto "Veltroni l'Africano"), così ha fatto un po' di polemica per attirare l'attenzione. Un po' di polemica non si lesina a nessuno. Ma su che argomento? Il solito: sé stesso.
Io credo che D'Alema sia l'unico politico in Italia in grado di farsi fare un'intervista su sé stesso. Persino Berlusconi, che di sé stesso è ben gonfio, se lo stimoli inizia a parlarti di un sacco di cose che ha in mente di fare, magari un mucchio di cazzate, ma non sempre e solo di sé. D'Alema, lui, ormai è 100% autoreferenziale E' anche disposto ad ammettere degli errori, beninteso, purché siano i suoi. Vive la crisi della sinistra come un dispetto nei suoi confronti: il sunto del discorso è: "Nessuno mi vuole bene, dopo tutto quello che ho fatto per voi, basta, mollo tutto, vado in America a un ciclo di conferenze".

Eppure, per quanto sia disposto a lasciare l'Italia, i compagni, i colleghi, gli affetti, la barca... (e tutto questo solo in nome dell'unità della Sinistra), quando gli si chiede di mollare l'unica carica concreta che gli è rimasta (la presidenza ds), lui non sente. Nella stessa intervista ha detto che non si dimetteva perché tanto quella era una carica priva di potere. Ora, qui, dov'è la logica? Se la presidenza ds è una carica priva di potere, cosa costa a D'Alema rinunciarci? Ma soprattutto, perché ha brigato tanto per averla e poi non l'ha restituita quando tutti (tutti) gli altri dirigenti nazionali si sono dimessi? Niente da fare, piuttosto si fa assumere al Teatro Naturale di Oklahoma: ma mollare quella presidenza, no. È un punto d'onore. "Tanto non conta nulla". Bel rispetto delle istituzioni del suo partito, tra l'altro.

Sabato – non so se ne avete sentito parlare – c'è stata una manifestazione a Roma. C'erano 500.000 persone più D'Alema. Alla televisione hanno intervistato tanta gente qualunque venuta da tutt'Italia, tra cui D'Alema. Dev'essere stata una bell'esperienza, per D'Alema. Adesso i suoi colleghi e avversari avranno un po' più di rispetto, di D'Alema. E la sinistra è di nuovo unita, con D'Alema. Forse quel ciclo di conferenze non è più così urgente, per D'Alema.
Per noi sì.

Sì, il ragazzo è sveglio, ma non fa che pensare a sé stesso e ai suoi interessi. Un bel soggiorno all'estero, una borsa di studi, amicizie nuove, potrebbero forse dargli la scossa che gli serve. Ormai è grande, e sa badare a sé. E noi?
Beh, noi dobbiamo smetterla di preoccuparci per ogni cosa che fa. Appunto, ormai è grande, e proprio perché gli vogliamo bene, quelle cento lire per l'America non sarebbero spese male.
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Sex machine

get up!... get up!
stay on the scene...


Diciamo la verità: non riusciamo a tenere il passo.
Il fatto è che noi abbiamo case e famiglie da mandare avanti: poi, nei ritagli di tempo, certo, si fa una riunione, un convegno, un’assemblea, un forum, una manifestazione, però a volte si avrebbe voglia anche di stare a casa, dare l’aspirapolvere, stendere la sfoglia, vedersi con gli amici.

Berlusconi no. Lui, è risaputo, dorme quattro ore per notte. Gli amici li ha già messi al lavoro, Confalonieri alla Mediaset, Galliani al Milan, e quindi ha tutto il tempo che gli serve per fotterci, davanti, dietro, dovunque, con un’energia e un fervore che hanno quasi del comico. Immunità parlamentare. Legge Bossi-fini sugli immigrati. Articolo 18. E già che ci siamo un bel condono edilizio in Sicilia – d’accordo, non è Berlusconi, questo, ma ormai che differenza fa.
Siamo sfibrati. Non reggiamo il ritmo. Non ne possiamo più. E lui è sempre dietro a spingere.
Non c’è più il tempo di pensare. Non c’è più il tempo di ridere. È come un comico che tira fuori tutte le gag nei primi cinque secondi: si resta fulminati. Guardate un po’ questa:

ghe pensi mi

In altre occasioni sarebbe bastato il titoletto per fare ironia e scompisciarsi. Il flagello più vecchio del mondo ha i minuti contati, adesso se ne occupa lui personalmente. O non vuol dire forse che, dopo il dicastero degli Esteri, ha intenzione di fare anche la puttana ad interim? Un’opera lodevole, visto che, come gli ha ricordato lo stesso Don Benzi, si tratta di “mantenere l'appetito sessuale di dieci milioni di clienti”. Ma lui è capace di questo e altro: “ha detto che dopo i 100 provvedimenti di questi primi mesi di governo, comincerà con la prostituzione” Così, da solo? No. “Mi ha detto che ne parlerà con i suoi collaboratori". Ah, meno male. Ma spero che anche in questo caso Giuliano Ferrara si limiti a parlare e non faccia nulla di concreto. L’impatto ambientale sarebbe devastante.

Volendo – già che ci siamo – mancare di rispetto a un sacerdote e a due povere ragazze, si potrebbe fare facile ironia su quello che è successo: perché per andare a trovare Berlusconi Don Benzi se ne è portate proprio due? Che all’uscita trattenevano entrambe un assegno da cinque milioni? È un vero cavaliere, ha offerto il giro. Come dice Carla Corso, la sindacalista più vecchia del mondo (ha sotterrato Lama e Trentin, e sopravviverà anche a Cofferati), “hanno finalmente fatto la più bella marchetta della loro vita". Piaccia o no, è così.

Va bene, ci siamo fatti la risata, ci sentiamo un po’ più liberi, si torna al lavoro. No, alt, mi era sembrato di vedere qualcosa. Ahi…

ghe pensi mi

Ecco cosa c’è che non va.
Ma guarda com’è strano il mondo. E come sono strane le emergenze. La prostituzione, per esempio, è un’emergenza da più di dieci anni. Ogni tanto qualcuno la tira fuori, l’Espresso e Panorama ci fanno la copertina, intervistano la “storica sindacalista”, poi tutto torna in naftalina. È l’emergenza buona per tutte le stagioni. C’è uno scandalo, una trattativa indecente da far passare sotto silenzio? Ma perché non parliamo d’altro? Di prostitute, per esempio, che girano in tanga per le nostre belle città. Che vergogna. Bisogna fare qualcosa. Adesso me ne occupo personalmente. Gianni (Letta), chiama quel prete, si quello lì, come si chiama, quello che le salva dal marciapiede, convoca una conferenza stampa e vammi a comprare le calze a rete…

get up!... get up!
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