Su un'iscrizione antica, rinvenuta in un abisso

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e il naufragar m'è dolce in questo mare

immensità s'annega il pensier mio

e viva, e il suon di lei Così tra questa

e le morte stagioni  e la presente

vo comparando e mi sovvien l'eterno

infinito silenzio a questa voce

odo stormir tra queste piante io quello

il cor non si spaura E come il vento

io nel pensier mi fingo ove per poco

silenzi, e profondissima quïete

spazi di là da quella, e sovrumani

Ma sedendo e mirando, interminati

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude

e questa siepe, che da tanta parte

Sempre caro mi fu quest'ermo colle


Misteriosa iscrizione rinvenuta sui gradini di una scalinata della Roma Inabissata dai sommozzatori della quinta missione mediterranea. Si tratta di un testo poetico in endecasillabi sciolti che gli studiosi collocano tra il XVI e la prima metà del XX secolo – l'incertezza della datazione è dovuta alla notoria scarsità di documenti in lingua italiana di quel periodo. Per dirla con le parole di Zhwng Hõu👴, capospedizione e filologo romanzo, "non capiremo mai cosa volesse dire [l'anonimo poeta], ma certo lo disse in modo sublime". 

Di seguito l'interpretazione di Qwjng Kji👩, la più apprezzata tra gli esperti. "Il testo comincia in medias res, con una congiunzione copulativa ("e il naufragar" che ci lascia intendere che il brano non sia che il frammento di una più lunga riflessione. Il poeta afferma che naufragar gli è dolce, in un mare-immensità in cui annega non soltanto il suo pensiero, ma anche il suono di "lei", una donna di cui nulla sappiamo tranne che è "viva". Si tratta probabilmente di un suono soave, forse un canto che invita il poeta a paragonare ("vo comparando") questa persona alle stagioni morte e alla presente: questa bizzarra attività comparativa, unita al persistente ricordo di "questa voce" lo conduce a ricordarsi di un "eterno infinito silenzio". L'estasi contemplativa (uno stato autoipnotico?) viene però turbata dallo stormire di qualcosa tra le fronde: il poeta, ancora perso come un naufrago nella propria coscienza, si domanda se non è lui stesso colui che fa stormire le fronde ("io, quello?"), con le estensioni fisiche di un corpo che ormai percepisce come lontanissimo. Forse è lui finge di essere il vento ("E come il vento io nel pensier mi fingo"), ogni volta che per poco si instaurano silenzi, come a impedire che la profondissima quiete spazi (voce del verbo spaziare) al di là da quella, quella chi? Forse la donna di cui il poeta continua a ricordare il suono, ora in compagnia di non meglio precisati "sovrumani", figure semidivine che la proteggono. Costoro sono tuttavia come gli angeli creature allo stesso tempo superiori agni uomini e incomplete ("interminati"), in quanto forse prive dell'esperienza del peccato e della morte. Perciò forse lo "sguardo" (di Dio?) li esclude "dall'ultimo orizzonte" (quello della pienezza della vita eterna?) Lo stesso sguardo esclude la siepe su cui si è fissato il poeta, che cresce da una base molto folta ("da tanta parte"). Questa complessa meditazione avviene su un colle solitario a cui nell'ultimo memorabile verso il poeta rinnova il suo affetto". 


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Un aviatore irlandese intravede la morte

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E so che il mio destino ho da incontrare
lassù, fra i nembi del cielo profondo:
quelli che attacco, io non li so odiare,
né posso amare quelli che difendo.

Kiltartan Cross, la mia sola bandiera;
la plebe di Kiltartan, la mia gente:
se vinco non la renderò più fiera;
perdendo, non la spoglierò di niente.

Non lotto per la legge o per dovere,
non seguo un duce, né folle plaudenti;
un solitario impulso di piacere 
mi guida in cielo a quei combattimenti.

Tutto ho rivisto, tutto ho soppesato:
mi parve spreco d'aria la mia sorte,
un grande spreco d'aria il mio passato,
davanti a questa vita, a questa morte.

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Leopardi? Quale Leopardi?

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(Riassunto della puntata precedente: qualche mese fa è uscito Silvia è un anagramma, un saggio di Franco Buffoni che si propone come un atto di “doverosa giustizia biografica” nei confronti di alcuni poeti laureati che non avrebbero avuto la possibilità di esprimere la loro sessualità: “quasi certamente il caso di Leopardi, e forse anche quello di Pascoli e di Montale”. Ma quanto ha senso ampliare la categoria della letteratura LGBT anche ad autori vissuti in periodi in cui la comunità LGBT non esisteva? E nello specifico caso di Leopardi, rimestare nel biografico non significa in qualche modo 'recintare' le idee di un poeta e pensatore che ha sempre voluto dare alle sue riflessioni un respiro universale? Non si rischia di distogliere l'attenzione dal suo pensiero e rimettersi a pensare ai suoi problemi, alla sua salute, alla sua... gobba?)

La gobba di Leopardi, dicevamo.

Quando leggiamo i Canti, le Operette Morali, lo Zibaldone – quando crediamo di leggere Leopardi – ce la troviamo sempre in mezzo. Sì, avrei potuto essere più allusivo, parlare di una “vita strozzata” come Benedetto Croce, o nascondermi nell'impassibilità dei tecnicismi: Leopardi soffriva probabilmente del morbo di Pott, una sindrome debilitante che gli causò terribili sofferenze e di fatto lo isolò dalla società che pure cercò di frequentare. Chiedo scusa: sono il risultato di un'educazione per lo più audiovisiva, tendo a pensare per immagini e quando leggo a Leopardi non penso “vita strozzata” o “morbo di Pott”: vedo una gobba. Mi sbaglio? Se le indicazioni di un autore valgono qualcosa sì, mi sbaglio: quella gobba non dovrei vederla, o almeno dovrei accettare che non c'entra nulla con i risultati poetici e filosofici di Leopardi.


Come affermò lui stesso, in una famosa lettera a Louis de Sinner: “È soltanto per effetto della viltà degli uomini che si è voluto considerare le mie opinioni filosofiche con il risultato delle mie sofferenze personali. […] Prima di morire, protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità e pregherò i miei lettori di dedicarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie”. Discutete i miei argomenti, non i miei malanni (nel biopic di Martone, il personaggio interpretato da Elio Germano afferma qualcosa del genere in una gelateria napoletana: si tiene in piedi a malapena, anche impugnare il cucchiaino è un supplizio. Non c'è proprio verso che noi spettatori possiamo non vedere tutto questo, anzi, il motivo per cui siamo andati al cinema è proprio per assicurarci una volta per tutte che il grande poeta, il filosofo della vanità del tutto, era un povero gobbino infelice). 

A quel punto un'altra immagine cinematografica ci si presenta irresistibile: quella del gobbo Igor interpretato da Martin Feldman in Frankenstein Junior di Mel Brooks. La richiesta pur ragionevole del filosofo Leopardi diventa ai nostri occhi un puntiglio irrazionale come quello di Igor che a chi cerca, con molto tatto, di affrontare il problema della sua deformità, reagisce negando completamente il problema: “Gobba? Quale gobba?” 

La gobba di Leopardi, che per lui fu fonte di vergogna e infelicità, per noi lettori è molto comoda. Soprattutto al liceo, che diciamocelo: è l'unico momento della vita in cui la maggior parte di noi ha sentito la necessità di leggere una manciata di poesie di Leopardi, due o tre dialoghi, qualche pensiero. Materiale limitato ma più che sufficiente a esporre il liceale al nudo sconforto di una visione dell'universo senza scampo per l'uomo – per fortuna che c'è la gobba, col suo rassicurante retropensiero: Leopardi la pensava così perché soffriva tanto. Leopardi non sarebbe stato affatto d'accordo, ma non c'è più. 

All'inizio del secolo scorso per qualche tempo sembrò giungere in suo soccorso la cosiddetta critica idealista, che aveva il suo campione nel filosofo Benedetto Croce. Per Croce la Poesia, con la P maiuscola, era valida fuori dal tempo e dallo spazio – oggi noi diremmo dal contesto. Persino un poeta come Dante, così legato alla società del suo tempo e invischiato in un dibattito politico che oggi fatichiamo a ricostruire: persino lui andava considerato “poeta” per le pagine della Commedia che era riuscito miracolosamente a riscattare dal contesto storico, a rendere universali e comprensibili ai lettori di ogni civiltà. 


Così come avevano strappato Dante dalle guerre tra Guelfi e Ghibellini, gli idealisti non esitarono a strappare la Poesia di Leopardi dalla sua gobba, ma si spinsero ancora più in là, brevettando il concetto di “idillio”. Leopardi aveva usato il termine per alcune poesie giovanili dal contenuto estatico (L'Infinito è la più celebre), ma gli idealisti decisero che l'unica Vera Poesia di Leopardi era quella idilliaca, da recuperare anche nei componimenti più tardi e pessimisti, come il diamante dalle miniere. Il risultato fu che verso gli anni Trenta passava per “idillio leopardiano” persino una poesia crudele come Il Sabato del Villaggio, in cui i lavoratori di un piccolo borgo si preparano a un giorno di festa che invece sarà pieno di noia e angoscia per il lunedì. Gli idealisti ci vedevano un bel quadretto di genere, si esaltavano per la donzelletta con le rose e le viole e persino per il falegname che lavora fino al mattino. A furia di togliere Leopardi dal suo contesto, lo si era tolto alle sue stesse intenzioni. 

Nel dopoguerra, al declinare dell'idealismo (che ha lasciato qualche strascico nei libri di testo) è subentrata una lettura più sottile e problematica. Sul mio manuale di liceo, trovo una sottolineatura e una nota: “Timpanaro piace al prof moderno”. Cosa diceva Sebastiano Timpanaro che probabilmente avrei dovuto riferire al “prof moderno” che avrei incontrato nella commissione di maturità? Che la sofferenza di Leopardi era stata un “formidabile strumento conoscitivo”. Proprio perché aveva sofferto più di tutti noi, Leopardi era riuscito a sintonizzarsi su questo specifico aspetto dell'esistenza e ce lo aveva generosamente offerto, anche a noi maturandi felicemente fidanzati con una lunga vita davanti. Non più un Leopardi Igor, ma un Leopardi agnello sacrificale. Non più una gobba-schermo, ma una gobba-antenna, collegata con tutto il dolore e la vanità del mondo. La definizione di Timpanaro era veramente felice: ci consentiva di recuperare la tragica biografia del poeta e di ritrovare l'ironia amara nascosta nemmeno così subdolamente tra le righe del Sabato o della Quiete dopo la tempesta. Ci consentiva di apprezzare quel poco di Leopardi che leggevamo, ma soprattutto di sopravvivere alla sua tetra filosofia. 

Ora però arriva il movimento LGBT e pretende di smontare quella gobba, di interpretarla in un modo diverso, magari di piantarci un vessillo arcobaleno: tutto legittimo, ma destabilizzante. E comunque rischioso. Spulciando tra i carteggi leopardiani (testi già noti agli studiosi), Buffoni scopre che a Napoli Leopardi era uso intrattenersi “con gli scugnizzi in cambio di avarissime mance”. Anche in questo caso, non si tratta in senso stretto di una scoperta: ma fin qui i leopardisti l'avevano considerata una semplice debolezza umana, qualcosa di non interessante, che anzi avrebbe distratto i lettori e soprattutto gli studenti. Alcuni avranno anche pensato – a torto o a ragione – che nella Napoli di quegli anni gli scugnizzi erano semplicemente più abbordabili delle fanciulle, e che frequentarli non era sufficiente per determinare con precisione a quale gradino della scala Kinsey Leopardi dovesse essere assegnato. I tempi cambiano (o per dirla con Foucault, il dispositivo del Potere muta le sue forme) e all'improvviso nel 2020 la stessa circostanza diventa l'indizio probante di un'omosessualità socialmente repressa ma non del tutto nascosta. Va tutto bene, purché tra qualche anno non ci tocchi buttar vernice su qualche monumento a Leopardi – nel momento in cui qualcuno più militante farà presente che pagare gli scugnizzi non è politicamente corretto. E non c'è dubbio che non lo sia.
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E se Leopardi fosse gay? (ce ne dovremmo interessare?)

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Leopardi, 1832: Non è che per l'effetto della vigliaccheria degli uomini, che hanno bisogno di essere persuasi dei meriti dell'esistenza, che le mie opinioni filosofiche sono state considerate il risultato delle mie particolari sofferenze, e ci si ostina ad attribuire alle mie circostanze materiali ciò che è causato semplicemente dalla mia riflessione.


Marcos Y Marcos
Studioso di Leopardi, 2020: Ecco così stagliarsi il Leopardi più segreto, quello non ancora accettato dall’accademia italiana, il Leopardi omosessuale, esule a Napoli per amore, a mantenere – con il mensile che gli passa Monaldo – il bellimbusto eterosessuale Antonio, e a sfogarsi con gli scugnizzi in cambio di “avarissime mance”. Inutile illudersi: ci sarà sempre qualcuno che continuerà a sostenere che le biografie non contano. [...] Il fatto che un artista non abbia voluto o potuto manifestare esplicitamente la propria omosessualità non può e non deve inibire lo storico che cerca di recuperare il senso più autentico dell’opera e della poetica dell’artista stesso. Un grande poeta deve la sua grandezza anche alle esperienze e al vissuto, ergo anche alla sua affettività, al soddisfacimento o alla repressione dei desideri, alla lotta che è stato costretto ad ingaggiare con la sua contemporaneità...

Manifestanti, 2025: Toh, guarda, una statua di Leopardi! Pagava i ragazzini e pure poco! Buttiamola giù, maledetto efebofilo!



È già successo un'estate di quasi vent'anni fa. Il Centro Nazionale di Studi Leopardiani ventilò l'ipotesi di querelare chi metteva in dubbio la “forte attrazione per le donne” di Giacomo Leopardi, “documentata da poesie e lettere”. Questa presa di posizione seguiva la scoperta in una chiesa salentina di una lettera autografa in cui il poeta si riferiva all'amico-convivente Antonio Ranieri con espressioni come «Addio, anima mia» oppure «Ti stringo al mio cuore». Già ai tempi l'ipotesi dell'omosessualità di Leopardi era una non-notizia, per più di un motivo: non era dimostrabile (simili espressioni di affetto Leopardi le riservava anche a corrispondenti dell'altrui sesso) e non era nuova: di lettere in cui Leopardi si riferiva a Ranieri con epiteti molto teneri ce n'è ben più di una.

Gli studiosi di Leopardi non ignorano la questione, anche se per molto tempo l'hanno trattata come i proverbiali panni sporchi da non lavare in pubblico. In compenso già negli anni '90 la questione era stata scoperta dagli attivisti LGBT: fondamentale fu un articolo di Giovanni Dall'Orto comparso nel 1996 su Babilonia (poi ripreso e ampliato sul suo sito web). Magari se ne ritornerà a parlare in questi mesi dopo l'uscita di Silvia è un anagramma, un saggio di Franco Buffoni che si propone come un atto di “doverosa giustizia biografica” nei confronti di alcuni poeti laureati che non avrebbero avuto la possibilità di esprimere la loro sessualità: “quasi certamente il caso di Leopardi, e forse anche quello di Pascoli e di Montale”.

Buffoni è tutto meno che uno spulciatore di vecchie lettere a caccia di pettegolezzi. Poeta, traduttore specializzato in letteratura romantica inglese, romanziere, fondatore con Mario Mieli del primo nucleo del movimento LGBT italiano: se ha un'ipotesi sulla sessualità di Leopardi, vale la pena di esaminarla serenamente. Qui raduno alcune obiezioni preliminari, che più che smontare il discorso militante di Buffoni servono a raccapezzarmi su un fastidio, temo, che condivido con altri studiosi e lettori di Leopardi per lo più eterosessuali – cos'è che ci disturba tanto, in un eventuale outing del Conte? Siamo semplicemente omofobi o c'è qualcosa di più?


Ovviamente spero che ci sia qualcosa di più – ma non ne sono così sicuro.


L'operazione di Buffoni, e di Dall'Orto prima di lui, è manifesta: dimostrare che la comunità LGBT non nasce all'improvviso alla fine del XX secolo, ma ha antecedenti illustri e documentati, o meglio, documentabili – almeno finché il Potere eteronormativo non ci mette la mano. Il che è plausibile, ma può condurre a distorsioni non meno gravi di quelle prodotte dal Potere. “Ci sarà sempre qualcuno che […] continuerà imperterrito a ritenere che Aspasia fosse la Targioni-Tozzetti”, scrive, suggerendoci che faremmo meglio a identificare la protagonista dell'omonimo canto in Ranieri. Sarà: ma non è poi così facile vedere le fattezze del barbuto amico di Giacomo nella “dotta allettatrice” che “fervidi sonanti baci” scoccava nelle labbra dei suoi bambini, che “con la man leggiadrissima” stringeva “al seno ascoso e desiato”. Perché dovremmo escludere che Leopardi si sia sentito attratto da almeno una donna nell'atto assai poco efebico di accudire i figlioli (una MILF, diciamola tutta), e che la poesia non parli esattamente di questo? Un conto è ammettere che Leopardi possa avere avuto e manifestato pulsioni omosessuali: un altro è pretendere che queste pulsioni debbano necessariamente esaurire lo spettro della sua sessualità, come se sulla scala di Kinsey non ci fossero almeno cinque gradini intermedi.

È in casi come questi che un critico eterosessuale trova inevitabile affidarsi all'autorità di un Michel Foucault: “L'omosessualità è apparsa come una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia ad una specie di androginia interiore, un ermafroditismo dell'anima. Il sodomita era un recidivo, l'omosessuale ormai è una specie” (La volontà di sapere, 1976). La curiosità di Dall'Orto e Buffoni per le pulsioni del Conte non sarebbe che una delle forme più recenti della sempre mutevole foucaultiana Volontà di Sapere: e a tal proposito devo annotare che in questi mesi mi è capitato di sentire più di un interlocutore affermare che un Leopardi gay sarebbe una bella notizia per tanti studenti. All'inizio ero abbastanza incredulo che uno ragazzino potesse trarre qualche tipo di consolazione dall'esempio di un poeta dalla vita breve, dolorosa e infelice – che possa sentirsi ispirato a un approccio più ottimista dall'autore del Dialogo di Tristano (“Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei”!) Come se avessimo tolto Leopardi dalla polverosa teca degli Intoccabili Poeti Laureati soltanto per consegnarlo alla vetrina pop dei modelli aspirazionali: accanto al cosmologo paraplegico, alla pittrice invalida, all'inventore figlio di immigrati, e in generale a tutti i poeti-artisti-studiosi additati agli studenti non tanto per la qualità delle loro opere o scoperte, ma perché ce l'hanno fatta trionfando contro pregiudizi sociali o handicap fisici. Tutto un pantheon postmoderno basato peraltro sulla fallacia del sopravvissuto o survivorship bias. Non riesco a pensare a niente di meno intimamente leopardiano, ma forse sono solo un etero geloso. Pensavo che proclamando “l'infinita vanità del tutto”, il Conte avesse fatto della delusione per Aspasia una figura dell'infelicità umana, e che quindi stesse parlando anche di me, a me; quando sarò costretto ad accettare che la sua infelicità è quella di chi è costretto a “nascondere il proprio orientamento sessuale per timore della sanzione della società e della legge”, potrò ancora riconoscermi in A Se Stesso senza sentirmi rimproverare di appropriazione culturale?

Inoltre: se il vero motivo dell'infelicità di Leopardi fosse l'impossibilità di vivere la sessualità che più gli aggradava, il movimento di liberazione LGBT non solo conterrebbe la risposta alle sue angosce, ma in un qualche modo risolverebbe la sua poesia. I Tristani del futuro non dovranno più nascondere il loro orientamento, e non si sentiranno più tentati dal suicidio. Il pessimismo cosmico dei nostri appunti liceali si sgonfia in un più rassicurante pessimismo sentimentale: anche l'infelicità più radicale viene ricondotta a una più gestibile insoddisfazione sessuale.

Queste obiezioni, ora che le ho messe nero su bianco, non mi sembrano così probanti. Alla fine non sono che l'ennesimo episodio di un estenuante, plurisecolare dibattito intorno a uno degli oggetti più ingombranti della storia della letteratura italiana: la gobba di Leopardi (continua).
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Avviso

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"Bambino di città
cerca amici perchè non ne ha.
Si prega di guardare
sul quinto balcone:
tiene in mano un aquilone
che volare non sa".

(Nell'anno di Rodari, chiedersi se esiste una poesia più triste e altrettanto perfetta).

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Ci fece un cenno dai vetri e fu tutto

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Noi leggevamo un giorno per diletto,
noi leggevamo un giorno sul diretto,
soli eravamo e senza alcun sospetto,
sordi eravamo e senza alcun cornetto,
stolti eravamo e senza alcun concetto,
saliti a Teramo senza biglietto,
senza burro né strutto,
né pancetta né prosciutto.

Morti eravamo, senza alcun costrutto.
Sola, la morte, in sala d’aspetto,
era una morte di modesto aspetto,
povera morte senza doppiopetto,
ci fece un cenno dai vetri e fu tutto. 

(Nell'anno di Gianni Rodari, ricordarsi di questa pubblicata sul "Caffè" che comincia come una filastrocca scema da ginnasiali e poi sembra che diventi sempre più scema e invece all'improvviso si impenna e con quel "cenno dai vetri" sorpassa Montale sul filo).
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Still I Rise

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You may write me down in history
With your bitter, twisted lies,
You may trod me in the very dirt
But still, like dust, I'll rise.

Does my sassiness upset you?
Why are you beset with gloom?
’Cause I walk like I've got oil wells
Pumping in my living room.

Just like moons and like suns,
With the certainty of tides,
Just like hopes springing high,
Still I'll rise.

Did you want to see me broken?
Bowed head and lowered eyes?
Shoulders falling down like teardrops,
Weakened by my soulful cries?

Does my haughtiness offend you?
Don't you take it awful hard
’Cause I laugh like I've got gold mines
Diggin’ in my own backyard.

You may shoot me with your words,
You may cut me with your eyes,
You may kill me with your hatefulness,
But still, like air, I’ll rise.

Does my sexiness upset you?
Does it come as a surprise
That I dance like I've got diamonds
At the meeting of my thighs?

Out of the huts of history’s shame
I rise
Up from a past that’s rooted in pain
I rise
I'm a black ocean, leaping and wide,
Welling and swelling I bear in the tide.

Leaving behind nights of terror and fear
I rise
Into a daybreak that’s wondrously clear
I rise
Bringing the gifts that my ancestors gave,
I am the dream and the hope of the slave.
I rise
I rise
I rise.


[Ho sempre trovato buffo che il capolavoro di Ben Harper fosse una canzone in cui non suona la chitarra. Nemmeno le parole sono sue, ma di una poetessa che è un personaggio abbastanza incredibile, Maya Angelou. In altri casi quando una cosa mi piace molto provo a tradurla; qui oltre alla famosa questione dell'appropriazione culturale c'è proprio lo scoglio di quel verbo, rise, che in inglese suona spontaneo sia che si tratti di polvere scossa da uno straccio sia di un popolo che si ribella. Qualsiasi equivalente italiano mi suona falso o letterario, un bel problema: ma non il problema di cui si parla qui].
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Il chiasso in una casa

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(Scusi).
Il chiasso in una casa
nel dì dopo il decesso
è il più incombente incarico
in tutto l'universo –

Lo spazzolare il cuore
e il metter via l'amore
che non vorremo usare più
fino all'Eternità –
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Prof volevo dirle

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Prof volevo dirle

Sì,

metto in ordine un po' di idee e poi comincio, va bene?

No non si preoccupi stavolta sarò breve

giuro

Ci metto sopra una citazione magari Vaghe stelle dell'orsa, una cosa così.

Ma poi non riesco a iniziare lo stesso.

È sempre stato terribile, iniziare.

Prof volevo dirle che le cose che non sono molto soddisfatto di come sono andate le cose, che credo di avere fatto degli errori. Però li ho fatti io, eh? Lei non c'entra niente. Certo, a volte mi è capitato di pensare: se fosse stata un po' meno brava. Appena un po' meno brava. Magari mi sarei iscritto a boh, a giurisprudenza. Poi da cosa nasce cosa, tre o quattro anni a sgobbare sui codici e adesso sarei un tizio che indaga sui camorristi, va' a sapere (oppure sarei uno che i camorristi li difende, davvero, va' a sapere).

Prof volevo dire avrà saputo

che invece mi sono ritrovato a fare il suo mestiere (si fa per dire), e non sono sicuro, ma credo che sia successo appena dopo averla incontrata l'ultima volta, ed è un caso, o forse no, perché prof volevo dirle che mi vergogno, davvero mi vergogno di non averla più vista da un certo punto in poi, e che lei fa parte di un gruppo di persone che rivedere mi costava sempre più fatica, un gruppo di persone da cui ho cercato non del tutto consciamente di allontanarmi. Se ora ci fosse ancora, se potesse leggermi, scuoterebbe la testa ma questo non significa che non ci sia una differenza sensibile, io almeno la sento tutti giorni, tra quello che vedevate in me e quello che sono diventato, e questa cosa mi pesa più di altre pietre teoricamente più gravose che mi porto al collo. Sento che vi ho tradito, che non mi sono impegnato abbastanza, che ho fatto un decimo di quello che potevo che dovevo fare e questo a un certo punto mi ha reso sempre più difficile incontrarvi; e inoltre odio scrivere i biglietti, prof lo sa.

Ma prof volevo dirle
che ora siamo bloccati in casa tutto il giorno, che scusa perfetta per non incontrare più nessuno. C'è anche questa legge che impone oggi i sepolcri fuori dei guardi pietosi, e il nome ai morti contende, ma se vogliamo proprio dirla tutta io i cimiteri a un certo punto ho iniziato a evitarli, pensi che abito a duecento metri da un cimitero e non ci sono entrato in quindici anni, da ragazzino non ero così ma non volevo dirle questo, volevo dirle

che una volta in quarta non volevo venire interrogato e siccome non mi veniva una crisi allergica me mi arrangiai da me. Mi feci sanguinare il naso per mezz'ora, non mi ci vuole niente sa? le risparmio i dettagli. Anche adesso mi capita in classe e vado avanti a spiegare la grammatica, col naso tappato in un kleenex, ecco se vuole questo prof è il mio contrappasso. Prof volevo dirle che tra le tante cose che mi sono rimaste,

"straniante" è una parola che userei ogni dieci minuti. Ma lo so da sempre – cioè lo so dal 1991 – e quindi mi cautelo coi sinonimi, ad es. "dissonante", o "stonato", o "inquietante", lo so lo so che non è la stessa cosa. Ma prof volevo dirle che non c'è un testo o un microtesto in cui io non mi metta a trovare i dettagli stranianti, le note stonate, continuo a fare così, non ci posso fare niente, è come se fossi nato così. Poi lo so che a volte i ragazzini crescendo confondono tutto, dimenticano cento lezioni e ne ricordano una di dieci minuti che nella loro testa diventa un corso biennale, però prof davvero, per lei era tutto così straniante e non c'era una riga apparentemente banale che non nascondesse quel dettaglio straniante a fissarla bene e io continuo a fare questa cosa, anche se prof io non la sto facendo così bene, per esempio

secondo lei quando Leopardi ripete "O natura o natura", non lo trova straniante? La prima volta passi, ma la seconda volta insomma come si permette di ripetersi così, nel 1828 non ci si ripeteva così, è come un gesso che si spezza sulla lavagna, io almeno così la spiego in classe, è come se volesse strapparti la poesia mentre la leggi, ehi, fin qui abbiamo scherzato ehi, natura, ma che cazzo fai ma come ti permetti, non si fa così. Non si fa così. Ti aspettavi che facessi il mio numero, il mio pianto per la fanciulla da chiuso morbo combattuta e vinta? eh no vaffanculo la poesia finisce qui io non te la do vinta o natura, vabbe', forse proietto, forse vedo straniamenti ovunque, mi hanno insegnato così ma l'allievo esagera sempre, l'allievo mediocre intendo.

Prof lo sa che ho fatto un anno di latino senza comprare il libro, e adesso a volte mi viene in mente una cosa di Plauto e ah no è vero, me lo facevo sempre prestare dal compagno, che cialtrone che ero come avete potuto sopportarmi

e parte della mia vergogna è che ho scelto di fare il suo mestiere senza essere così bravo, avrei potuto prendere altre vie ma ho scelto di farlo, e forse l'ho proprio scelto perché così posso tornare ogni anno sugli autori più scontati del mondo, ogni anno di nuovo Dante, di nuovo Petrarca – provo anche a portare Ariosto, lo so che non dovrei, e anche Foscolo non so perché m'impunto, cioè lo so ma è un errore. A gente di tredici anni che non glielo posso dire prof che errori fanno davvero, non glielo posso dire, a gente di tredici anni somministro Leopardi, e Verga, e ho sempre questo sospetto di farlo più per me che per loro, con tutti i draghi e i maghi che ci sono in libreria, ma cosa vado a rileggere la Vergin Cuccia e La Roba ma perché, ma chi mi credo di essere davvero. Prof volevo dirle

che tra le varie cose che mi sono successe a un certo punto mi è scattato questo meccanismo per cui ora detesto le ombre dei cipressi e le urne; che fosse per me i miei morti di famiglia non dico i fiori freschi, ma non si leggerebbe il nome dalle ragnatele, non vado neanche volentieri ai funerali. Forse avrei perso anche il suo, sarei stato così stronzo? Non lo sapremo mai.

che non credo di essere sopravvissuto all'elaborato di quinta sulle Ricordanze, dentro di me sono ancora prigioniero di quelle bozze, lo so che se lei ci fosse non si ricorderebbe di cosa sto parlando ma neanche la tesi di dottorato mi ha fatto sudare di più. E volevo anche dirle

che sono un maledetto egotico che prende i lutti a pretesto per parlare di sé stesso, e lo so, ma è anche vero che gli insegnanti migliori sono come degli specchi che ti mostrano quello che eri e che sei e che diventerai e a parte questo a volte non ti mostrano tantissimo, io forse non volevo nemmeno vedere altro, m'imbarazzava volerle bene. Anche adesso i miei studenti migliori, quando credono di vedere in me qualcosa, io ho sempre quella sensazione che li sto fregando, che tutto quello che imparano lo imparerebbero anche da soli, forse meglio da soli (o comunque con un insegnante migliore). Volevo dirle

che non sono soddisfatto di come sono andate le cose, ma non per me, dentro di me c'è come un meccanismo che scatta quando il dolore è troppo, devo averlo elaborato in seguito a circostanze così dolorose che non me le ricordo. Così vado a letto contento, magari ci vado alle quattro di mattina ma non credo di avere rimpianti. Devo solo tenermi nascosto da quelle quattro o cinque persone che credevano in me, che si aspettavano da me qualcosa di più, e una di quelle persone era indubbiamente lei, ma non è colpa sua – certo se fosse stata un po' meno brava. Appena un po' meno.

Volevo dirle prof, che io non corro questo rischio e lo so per certo – in questi giorni con la didattica a distanza mi è capitato di dover registrarmi, e risentirmi, e cancellare i balbettii, e tutte quelle incertezze infinite insopportabili che sulle pagine dei temi erano freghi e scarabocchi, prof volevo dirle che mi dispiace per tutti quei freghi e scarabocchi e incertezze e per averle fatto aspettare a volte anche quaranta minuti, dopo la sesta campana, io non capisco davvero perché non se ne andava, cioè che cazzo avevo ancora da ricopiare dopo quattro ore chi mi credevo di essere, Hemingway, Flaubert, perché non mi strappava il foglio protocollo dalle mani o anzi me lo lasciava lì, vattene a floberteggiare alla stazione autocorriere. E invece no lei era sempre tranquilla – io almeno la ricordo sempre tranquilla, ecco, questo avrei voluto imparare da lei, e si leggeva questi paragrafi barocchi tremendi ricopiati all'ultimo momento, con quella calligrafia scema, mi vergogno così tanto, però volevo dirle

che passo gli anni, abbandonato, occulto, senz’amor, senza vita; ed aspro a forza tra lo stuol de’ malevoli divengo?

Ma no.
Volevo dirle che non sono soddisfatto di me, ma questo non toglie che io sia stato un ragazzo straordinariamente fortunato, che ha avuto il privilegio, diciamo pure l'incredibile botta di culo di infilare una mezza dozzina di insegnanti fantastici, tra cui lei era la migliore – ovviamente lei adesso penserebbe che a turno questa cosa la dirò a tutti ma non andrà così, lei era la migliore e mi sembra di portarla dentro di me in ogni cosa che leggo e che scrivo. Volevo dirle che non c'è nulla che mi ripaga più di fare una buona lezione, dove per buona si intende 0,3 della scala Marchiò, a volte 0,5, più spesso 0,1. E adesso tutto questo lo rileggerò e lo ricopierò in bella tanto ormai ho tutto il tempo del mondo, no? Tanto lei non può più leggermi, quindi ho tutto il tempo del mondo per lamentarmi in brutta o in bella copia della mia sventura (o natura). Volevo dirle questo, ecco.

L'ho fatta lunga, lo so.
Si vede che non ce la faccio proprio, si vede che sono fatto così.
Lei sarà sempre con me.
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Inferno XXXIII 1-78 (lettura notturna e spudorata)

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(Chiedo scusa, avrei dovuto lavorarci molto di più per renderla presentabile, ma non mi è possibile. Buon dantedì).

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Ce l'ha fatta

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Da Supereliogabalo, Alberto Arbasino (1930-2020).
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I miei amici sono anemici, mi dici

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27 gennaio - Sant'Angela Merici, (1474-1540), mistica, fondatrice delle orsoline.
[2013]




“I miei amici sono anemici”, mi dici,
si sono messi ai margini
di foto con cornici.
Non pranzano con gli astici,
si adattano alle alici
che spacciano al convitto di Sant'Angela Merìci1.

I tuoi amici sono cinici, ci dici:
hanno scialato rendite, non certo in dentifrici.
Non serve essere aruspici per trarne infausti auspici:
staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci2.

I miei amici son quei tipici infelici
che han fatto studi classici e ne han tratto i benefici:
non san quadrare i circoli, né estrarne le radici,
proteggerli è un lavoro per Sant'Angela Merìci3.

Ex amici, han messo via i berretti frigi,
i riccioli li rasano per non mostrarli grigi.
Li trovi in ferie a Lerici più spesso che a Parigi,
ma è molto meglio perderli, da’ retta alla Merìci4.

Amici un dì magnifici; ma han chiuso i maglifici,
e senza più bonifici, da Etruschi o da Fenici,
han perso accesso agli attici, non flertan con le attrici,
non sanno a chi votarsi più (non certo alla Merìci)5.

I tuoi amici, inurbati in cupi uffici,
arcigni e tristi artefici di artritici artifici,
strillano strofe stridule a troiette traditrici;
ti prego, trasferisciti in Sant’Angela Merìci6.

Che accolga tra le accolite, le sue benefattrici,
la bimba a cui proselita, con mani protettrici,
la scala verso l'indaco indicava da pendici
che sono competenza di Sant’Angela Merìci7.


(1) Il poeta – un mediocre anonimo degli inizi del secolo XXI – ode forse in sogno la figlia primogenita lamentarsi della scarsa vitalità dei propri amici, che infallibilmente li condurrà a un destino oscuro e marginale ("si sono messi ai margini di foto con cornici"), e a una difficile situazione economica, qui descritta evocando una mensa dei poveri (un "convitto di Sant'Angela Merìci").

(2) La figlia continua a lamentarsi che gli amici abbiano delapidato i patrimoni accumulati dai genitori ("hanno scialato rendite") a causa di uno stile di vita non sano ("non certo in dentifrici"). Non è necessario essere pratici di un'arte divinatoria ("non serve essere aruspici") per rendersi conto del disastro, al quale il poeta propone di ovviare con l'immediato trasferimento della figlia in un istituto religioso ("Staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci". Sant'Angela, nata a Desenzano nel 1474 e morta a Brescia nel 1540, è la fondatrice della Compagnia delle Dimesse di Sant'Orsola, volgarmente conosciute come orsoline.

(3) In questa strofa il poeta inizia a rivolgere il pensiero ai propri amici, per i quali non intravede un destino migliore di quello paventato dalla figlia per i suoi: vi sono per esempio quelli che, avendo intrapreso studi classici, si sono rivelati inetti alle discipline scientifiche ("non san quadrare i circoli, né estrarne le radici": il fatto che l'operazione di estrarre una radice da un circolo sia totalmente insensata ci lascia supporre che anche il poeta si inserisca tra questa schiera di "amici", sui quali invoca la protezione di Sant'Angela Merici).

(4) Ad altri amici, che il poeta non considera più tali ("ex amici"), egli rimprovera il tradimento delle velleità rivoluzionarie espresse durante la giovinezza ("han messo via i berretti frigi": il berretto frigio è uno dei simboli della rivoluzione francese). Benché questi amici non accettino i segni dell'invecchiamento, e tentino di camuffarli con un look giovanile ("i riccioli li rasano per non mostrarli grigi") essi hanno ormai accettato le comodità di una vita borghese. Per questo è meno facile incontrarli a Parigi (la città rivoluzionaria per eccellenza, e in generale un punto di arrivo per gli ambiziosi di ogni generazione, cfr. Stendhal, Balzac) che a Lerici, placida località balneare sul Mar Ligure che si raggiunge più facilmente dalle province di Brescia, Mantova, Parma, Modena. La stessa Santa, secondo il poeta, consiglierebbe la figlia di perdere di vista amici del genere.

(5) Vi sono poi amici che in tempo godettero di un grande benessere grazie ai "maglifici", e qui forse il poeta si riferiva a un distretto industriale ormai in via di smantellamento, nella bassa modenese. Questi amici non fanno più affari con gli "Etruschi" (forse i toscani del distretto tessile di Prato) e coi "Fenici", un popolo di origine medio-orientale che nell'Antichità si era specializzato nel commercio, stabilendo basi in tutto il Mediterraneo. Per questo motivo hanno dovuto abbandonare lo stile di vita edonista e spensierato della loro giovinezza: anche loro dovrebbero invocare la protezione di un Santo, ma il poeta dubita che la Merici possa intercedere efficacemente per loro.

(6) Il poeta immagina altri amici prigionieri di una vita di ufficio che li rende sterili: anche ciò che producono è un artificio digitale che rende artritico chi vi si dedica. Costoro sfogherebbero la loro mediocrità intrecciando rapporti frustranti con colleghe fedifraghe (segretarie?) Il poeta ribadisce alla figlia che c'è un solo modo sicuro per sottrarsi a un destino tanto orribile, ed è trasferirsi presso le Dimesse di Sant'Orsola. 

(7) Finalmente il poeta ricorda come alla figlia piacesse, da piccola, durante le visite presso un pio istituto religioso bresciano, salire le scale che conducevano agli alloggi delle Dimesse; e associa il ricordo alla più famosa visione raccontata da Sant'Angela, quella di una scala protesa verso il cielo. Chiede perciò che la santa accolga finalmente tra "le sue benefattrici" (le Dimesse) la sua figlia come "proselita". È infatti la stessa bambina a cui la Santa indicava la scala verso l'"indaco", quando si trovava "alle pendici che sono competenza di Sant'Angela Merici", ovvero a Brescia, città a ridosso dei monti, di cui Sant'Angela è co-patrona.
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Il poeta e il suo poliziotto

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Neruda (Pablo Larraín, 2016).

Posso scrivere i versi più tristi questa notte. Posso scrivere: io l'amai, e a volte ella mi amò. Si chiamava Rivoluzione, Classe Operaia o Comunismo; lei mi amava, ma a volte io ero al bordello. La notte è stellata e lei non è con me: questo è tutto. Ma la poesia dura altre venti righe. Lontano, qualcuno canta, lontano la mia anima non si dà pace di averla perduta. E blà e blà e blà, posso andare avanti tutta la notte, questa notte.

Ma di giorno si suda (cit.)
La storia si può raccontare in tanti modi, stavolta Larraín la spia da una finestra. Dall'altra parte c'è il mostro sacro della cultura cilena, il poeta intoccabile, c'è Pablo Neruda travestito da beduino che intona i suoi versi vacui per i suoi ospiti borghesi progressisti. Larraín disprezzerebbe la loro ipocrisia, se non sapesse che stanno per essere spazzati via da un regime non molto meno ipocrita.
La storia sta per bussare alla porta, Neruda sta per scoprire quanto costa militare in un partito comunista clandestino. Larraín guarda dalla finestra. Nessuno lo ha invitato. Dal nulla prende forma un personaggio da giallo Mondadori: è Gael García Bernal con un cappello da detective. Figlio del bordello e del primo poliziotto di Santiago.



Prima di andarsene a Hollywood, Pablo Larraín ha voluto mostrarci una volta ancora una pagina di storia del suo Cile. Prima di andare a girare un film su Jacqueline Kennedy, Larraín ha voluto ricordarci quanto può essere inaffidabile un narratore (continua su +eventi!)

Neruda è un'operazione sofisticata - la scomposizione di un personaggio storico ancora ingombrante - che nasconde, neanche tanto bene, un desiderio di ingenuità disarmante: dichiararsi figlio di Pablo Neruda, invece che di genitori che collaborarono col suo probabile assassino, Augusto Pinochet. Troppo contemporaneo, troppo sgamato per ridurre il Poeta alla sua statua: per non vederne i difetti, la pancia, le occhiaie, l'infedeltà e quella vanità senza la quale forse non si diventa eroi: dalla sua postazione di spione immaginario, Larraín vede tutto ma vuole bene a Neruda lo stesso, come si vuole bene al padre anche quando torna tardi a casa e puzza di whisky e di donnacce.
Il tempo è stato abbastanza ingiusto con Pablo Neruda. Il sentimentalismo dei suoi versi giovanili, dopo avergli procurato tanta fama in vita gli si è demoniacamente ritorto contro, e adesso non c'è incarto di cioccolatino che non gli sia attribuito on line - lui e Borges si disputano il dubbio merito di aver scritto "amore significa non dover mai dire mi dispiace". Col suo gioco di specchi, senz'altro un po' macchinoso, Larraín gli rende un'anima senza scolpirne un monumento. Neruda è al Monviso di Cuneo lunedì e martedì alle 21.
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Dialogo tra Leopardi e uno spettatore

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Il giovane favoloso (Mario Martone, 2014).

"Signor Conte, come va?"
"Male, illustrissimo, e voi?"
"Non c'è bene, grazie. Ho visto il vostro film. Malinconico al vostro solito".
"Sì, al mio solito".
"Sconsolato, disperato: si vede che questa vita vi pare una gran brutta cosa".
"Eh, che vi devo dire? Mi ero messo in testa questa pazzia, che la vita umana..."
"Fosse infelice. Beh, può anche darsi, ma al giorno d'oggi magari un chirurgo... perdonatemi l'impertinenza..."
"Ve la perdono volentieri, ma non capisco come un chirurgo potrebbe modificare le mie riflessioni".
"Beh, magari potrebbe aiutarla con quella... quella gobba, insomma".
"Gobba?"
"Sì, quella cosa lì, insomma, il morbo di Potts o come si chiama".
"Ma di che gobba state parlando, illustrissimo? Non vedo nessuna gobba qui".
"Per forza, l'avete sulla destra... o non era la sinistra?"
"Vi sentite bene, illustrissimo?"
"Io mi sento benone. Siete voi che avete una smisurata gobba sulle spalle, il che forse, dico forse, potrebbe spiegare alcuni punti della vostra pessimistica filosofia".
"Illustrissimo, quella filosofia che voi mi attribuite è tanto nuova quanto Salomone e quanto Omero..."
"Parliamo di un cieco e di un sex-addict, non proprio il massimo dell'equilibrio nel discernimento..."
"...e tanti altri tra i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano; i quali tutti sono pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema infelicità umana: intendete dunque immaginarvi una gobba sulle spalle di tutti costoro? Ma distruggete pure, se vi piace, le mie osservazioni e i miei ragionamenti, piuttosto di accusare le mie eventuali malattie".
"Conte mio adorato, ma di che osservazioni, di che ragionamenti stiamo parlando?"
"Di quelli contenuti nei miei libri, illustrissimo".
"Ma quelli, conte mio, mi guardo bene dal distruggerli, tanto li ho amati leggendoli; e viceversa sarei ben fiero di difenderli da chiunque si attentasse a infamarli. Ma non di quelli stiamo parlando, purtroppo".
"Ah no?"
"No".
"E di cosa stiamo parlando allora?"
"Di un film".
"Ovvero?"
"Un invenzione del secolo XX. Immagini in movimento, proiettate sulla parete di una caverna... hanno fatto un film su di voi, signor conte".
"Sulle mie opere?"
"Su di voi".
"Ahi".

"Capite insomma il problema".
"Ma insomma, che immagini mostrano in questo film?"
"Eh, tante cose... per esempio, quando voi componete l'Infinito".
"Ma perdonatemi, come possono alcune immagini proiettate su una parete darci quell'idea del vago, dell'indefinito, che io stavo cercando di..."
"Eh, appunto, non è così che funziona. Al cinema non mostrano l'Infinito. Mostrano voi, conte Giacomo, mentre da ragazzino componete l'infinito".
"E quindi in pratica che fo? Miro e rimiro una siepe siccome un babbeo?"
"Più o meno è così - salvo che non siete voi, ma un attore, che vi impersona".
"Ah. E lui... com'è?"
"Bravo, bravo, un po' sopra le righe ma se la cava. Somiglia, un po', ehm..."
"A me?"
"A Foscolo".
"Eh, beh, naturale. E sulle spalle..."
"Gli hanno montato questa gobba enorme che cresce per tutto il film".
"Dunque è così? La profezia di quello scrittorucolo... come si chiamava?"
"Niccolò Tommaseo".
"...si è avverata? Solo la gobba mi è sopravvissuta? Di lei sola parlano nel secolo XX?"
"Non è così, conte mio, non è così credetemi. Le vostre poesie, le vostre operette, sono ancora ben salde nella coscienza dei lettori e nei programmi scolastici ben oltre il termine del XX e l'inizio del XXI. La vostra gloria è tale che nel campo delle lettere italiane solo quella di Dante la sorpassa, e non di molto".
"E Petrarca?"
"Petrarca è out".
"Aut?"
"Out, fuori, finito, trionfo dell'oblio".
"Che brutti gusti che avete, nel secolo XXI".

Si poteva fare un film riuscito su Leopardi? (Se ne discute su +eventi). Premesso che qualcuno prima o poi ci avrebbe provato, e che difficilmente avrebbe saputo fare qualcosa di meglio di Martone; l’intrepido Martone che con le sue spericolate ellissi e i suoi arditi anacronismi è l’unico che tenti di darci un’immagine dell’Ottocento che non puzzi lontano dieci miglia di fiction della Rai; che dunque insomma dobbiamo dirci fortunati che l’idea sia venuta a lui, e che Elio Germano si sia reso disponibile. Ma visto il risultato, pur coraggioso, non banale, senz’altro più cinematografico che televisivo, rimane la domanda: si poteva fare un film biografico su Leopardi? Un poeta che, finché ha vissuto, ha ripetutamente pregato i lettori di non giudicarlo per le proprie sofferenze e deformità, ma per le sue idee: può diventare l’oggetto di un film che non si concentri proprio sulle sue vistose deformità che per forza di cose ruberanno la scena alle sue idee? “Demolite le mie osservazioni e i miei ragionamenti, piuttosto che attaccarvi alle mie malattie“, scrive il conte in una lettera famosa, che si legge in tutti i manuali di letteratura per il liceo. Nel film, la frase diventa un grido che Leopardi prorompe chino su un bastone, in una gelateria, davanti a due parrucconi imbarazzati. Ci stiamo imbarazzando anche noi, certe cose un conto è scriverle in una lettera, un conto è gridarle in un luogo pubblico. D’altro canto: che altro poteva fare Martone? Rimuovere la gobba?



Forse sì. Perlomeno, se chiedete a me, io avrei lavorato di più sulle Operette morali – magari con un po’ di computergrafica: siparietti con mummie, gnomi e folletti, Atlante ed Ercole che si palleggiano il pianeta Terra, Cristoforo Colombo che ragiona con Gutierrez, il Sole con Copernico, la Moda e la Morte. Non è che Martone non ci provi, scolpendo nel fango millenario una Natura Matrigna o giocando sulle potenzialità horror di A Silvia. Ma alla fine la gobba si ruba il film, non poteva che andare a finire così. Magari Martone la considera un correlato oggettivo del disagio esistenziale, della solitudine dell’intellettuale, dell’insalubrità del milieu culturale italiano, e di chissà cos’altro; fatto sta che invece di girare un film sui pensieri di Giacomo Leopardi, Martone ne ha fatto uno sui dolori di Giacomo Leopardi. Probabilmente era inevitabile, ma non è comunque un tradimento? Forse era necessario, ma perché insistere proprio su uno degli episodi più imbarazzanti di una vita breve e difficile, il non-affaire con Fanny-Aspasia? Il Passero solitario, no. Le ricordanze no. Martone poteva darci un po’ di Quiete dopo la tempesta o di Ultimo canto di Saffo, ma no! Dopo averci mostrato nel primo tempo il Leopardi diciottenne ribelle, il Leopardi che scappa di casa, Martone doveva per forza mostrarci il Leopardi trentenne innamorato, il Leopardi ridicolo. Ora non nego che ci sia qualcosa di autentico e universale in tutto questo – nel modo in cui la stessa passione che a diciott’anni ci rende nobili, dai trenta in poi ci rende patetici – ma ci vuole comunque una certa dose di crudeltà per andare a pescare, nelle migliaia di bei versi che il conte ci ha lasciato, proprio quella manciata di svenevoli che nessuno saprebbe più a leggere senza ridacchiare, dal Consalvo.

Oimè per sempre 
Parto da te. Mi si divide il core
In questo dir. Più non vedrò quegli occhi, 
Né la tua voce udrò! Dimmi: ma pria
Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio
Non vorrai tu donarmi? Un bacio solo
In tutto il viver mio?

“Ma siete sicuro che questi versi li ho scritti io?”

“Li avete scritti voi, Conte, sono nell’edizione critica dei Canti”.

“Me li ero dimenticati”.

“Ce li stavamo tutti dimenticando volentieri”.

“Ma c’è qualche operetta morale, almeno?”

“C’è il dialogo tra la Natura e l’Islandese”.

“Ecco, quello sì che me lo ricordo bene! E la Natura com’è? Una gigantessa?”

“Una sfinge di pietra, con, ehm…”

“Va bene, va bene”.

“…la voce di vostra madre”.

“Di mia madre? E che c’entra mia madre?”

“Eh, è una lunga storia, diciamo che tra le novità del secolo XX vi è anche l’approccio psicanalitico ai testi letterari”.

“E in cosa consisterebbe questo approccio psico…”

“In sostanza si ritiene che lo scrittore porti con sé per tutta la vita i traumi della propria infanzia”.

“Potrei per certi versi concordare, ma…”

“…e li rovesci nei suoi scritti. Quindi, caro signor conte, se voi avete parlato di una Natura Matrigna, il critico del secolo XX ha buon gioco a dimostrare che in realtà state parlando di vostra madre, e di quanto poco sia stata affettuosa con voi”.

“Ma che c’entra? E poi io non ho mai parlato di mia madre…”

“Suvvia, c’è quella pagina dello Zibaldone così eloquente…”

“Ma ne parlo in terza persona, e saranno poi affaracci miei, o no?”

“No purtroppo signor Conte, nel secolo XX il poeta non ha più panni che non si debbano lavare in pubblico da personale altamente specializzato”.

“Mi state dicendo che le mie considerazioni sull’impassibilità della Natura sono contrabbandate come sfoghi personali causati dal fatto che mia madre non mi spazzolava i capelli? Siete veramente così morbosi e cialtroni, nel XX?”

“Siamo già nel XXI, ma, come dire, perduriamo”.

“Ma non potevate farmi fare la fine di Petrarca? Preferirei”.


Poi c’è la musica, che alterna Apparat e Rossini, un po’ come servire cracker al formaggio e Saint Honoré – non è che non funzioni, ma tra qualche anno non credo che sarà la Saint Honoré a suonare datata. Infine c’è quel tentativo di inserire una tematica omoerotica che davvero non si capisce che senso abbia – si spera non quello di rendere il poeta più attuale, più interessante. Sono quegli strani inserti martoniani che fanno sì che a fine visione la perplessità vinca su ogni altra sensazione – come la scena in Noi credevamo in cui Crispi mostrava la bomba Orsini ai mafiosi; qui c’è una lunga calata in un bordello infernale che in un qualche modo si riallaccia al primo film di Martone, Morte di un matematico napoletano. Verso la fine in effetti il Leopardi martoniano sembra sfumarsi e giustapporsi a quel Caccioppoli: un flaneur che per i peggio vichi gioca a rimpiattino con la morte. Germano è coraggioso e bravo, tutto il cast si dà da fare, il prodotto è ben confezionato, ma ne valeva la pena? Il giovane favoloso è ai Portici di Fossano e all’Aurora di Savigliano alle 21:15.
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Ritornava una rondine al tetto. Cosa le è successo? CLICCA QUI!!!

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Giovanni Pascoli (in basso a destra)
col papà e i due fratelli.
10 agosto 1867 - Ruggero Pascoli, amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia, viene assassinato mentre ritorna da Cesena in calesse a San Mauro. Suo figlio Giovanni non se ne darà mai pace. A tutt'oggi il caso è insoluto. 

Ritornava una rondine al tetto:
l'uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de' suoi rondinini.


Quando si legge Pascoli, quando lo si legge davvero - no, aspetta, mettiamo i punti interrogativi: quando si legge Pascoli? Quando lo si legge davvero? Senza incombenze connesse, senza doverlo imparare a memoria per un'interrogazione o per una tesi; quand'è che uno si mette lì a leggere, poniamo, i Poemetti o i Canti di Castelvecchio invece di qualsiasi altro libro? Vi siete mai portati Pascoli in treno? In spiaggia? Pascoli non si legge mai davvero. È uno di quei poeti famosi che tutti conoscono e a cui nessuno vuole più veramente bene. Come le statue in mezzo alle piazze, non danno nemmeno fastidio, stanno lì come un punto di riferimento, un segnale stradale. ("Scusi, sto cercando il Novecento". "Prosegua dritto finché trova la statua di Giovanni Pascoli").

Anche un uomo tornava al suo nido:
l'uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ma quando leggi Pascoli, quando per qualche motivo lo leggi davvero, ti viene il dubbio che se ne rendesse conto lui per primo; che questa fosse l'immortalità che si aspettava. I critici lo deridevano per i suoi bamboleggiamenti, ma lui se ne fregava. Aveva colto molto prima degli altri le implicazioni culturali della legge Casati: milioni di piccoli italiani sarebbero entrati per la prima volta in una scuola elementare, e cosa vi avrebbero trovato? Le pose auliche di Foscolo? Peraltro, non proprio un esempio da imitare per la gioventù. Gli inni sacri che lo stesso Manzoni si annoiava a comporre? Eh no, serviva qualcosa di più laico. La disperazione leopardiana? Nah, al massimo si poteva ritagliare qualche idillio qua e là, ma è comunque roba poco cantabile. Neanche Carducci: troppa politica, troppa - No, agli studenti elementari d'Italia servivano filastrocche. Ma scritte con mirabile perizia prosodica. Con tanta natura e poca politica - parliamo del tempo piuttosto, i temporali, le nubi, i tramonti, questo tipo di cose. Ai fanciulli serviva un fanciullino, e lascia che gli adulti ridano. Tanto gli adulti ormai di poesia non ne compreranno più. Ma i libri di lettura, quelli andranno sempre. E una strofetta di Pascoli su una nube, o su un tramonto, o su un assiolo, non mancherà mai. Al limite andranno bene anche le strofette sul babbo morto.

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

Ecco, quando leggi Pascoli per davvero, questa cosa che hai sempre saputo ti si ripropone con violenza: ma sul serio ha potuto rivendersi così il babbo morto, sul serio ha potuto scrivere il X agosto? Cioè, certo che lo ha fatto, lo sai benissimo, però accidenti, riflettici: sparano a suo padre. Una cosa orribile - se lo vedono arrivare in casa con una pallottola in corpo - uno choc che cambierà l'esistenza sua e di tutta la famiglia. Un caso intricato, un'inchiesta infinita, con Pascoli arcisicuro di sapere chi è stato ma incapace di trovare la pistola fumante, eccetera. E su questa cosa, il poeta laureato Giovanni Pascoli, professore cattedratico, personaggio pubblico, scrive una filastrocca (dalla prosodia complicatissima e rivoluzionaria, con l'alternanza oltraggiosa di versi pari e dispari) con la rondine in croce che piigola piiigola sempre più piano, e l'insetto nel becco, e le bambole additate al cielo, e il cielo che piange! Nel 1896. Stavamo cominciando ad avvistare i satelliti di Nettuno, e Pascoli si prende una pagina del libro di lettura per raccontare ai bambini che il 10 agosto il cielo piange perché hanno ucciso suo papà. Una regressione allo stato infantile dell'umanità.

Uno alle elementari non ci riflette, è un bambino. Anche Pascoli finge di essere un bambino, lo sappiamo tutti, abbiamo tutti sostenuto almeno un'interrogazione sul Fanciullino ecc. ecc. E allo stesso tempo se ci rifletti - se rifletti all'idea di tornare alla tua scuola elementare e immaginarti al tuo fianco un professore cattedratico col grembiulino, che finge d'essere un bambino come te - ti rendi conto che Pascoli è il più osceno di tutti.
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Documento recuperato

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199?



Principio d'ogni cosa,
sirena capricciosa
‘¥æ‡¤þ, siccome il vento mi riavvita,
- galletto banderuola -
di' solo una parola
e svolgimi o riavvolgimi la vita.

Boschetto in riva al mare
– proibito campeggiare –
‘¥æ‡¤þ, il tuo Sebastiano Puntaspilli,
percorso in modi vari,
dà suoni straordinari:
intona quindi, e intendi quanti strilli.

‘¥æ‡¤þ chi dice ciao ti dice: schiavo.
‘¥æ‡¤þ prima ti sogno e poi mi lavo.

...
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Lo spleen di Sorbara di Bomporto

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1993


I mille fogli sparsi in cui il destino
mio ricercavo in un segno, una traccia
stan nel cestino
della cartaccia.

Le corde e i tasti che in giorni volati
tanto sondai, cercandone l'incanto
giaccion scordati
lì, in un canto.

Dei cieli troppo azzurri sono stanco
dei tuoi occhi verdi non ne posso più:
mi sa che lascio questo foglio in bianco
e imparo a manovrare le autogrù.
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Secondo Lapalisse

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Secondo Lapalisse
chi è morto, un tempo visse;
ma per l'Apocalisse
chi vive un dì morrà.



(199? 200? non sono nemmeno sicuro che è mia)
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Era solo un'extrasistole

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(1997)

Il cuore batte asincrono
e un pendolo tagliente
spezza la notte in schegge per l'insonnia più insolente
zanzare i miei pensieri che
s'appressano all'orecchio
ed il cuscino è un sasso freddo e frigido ed invecchio

E tu che se telefono
mi dici di star zitto
non posso lamentarmi
non ne ho proprio il diritto
ho un posto ho un nome ho un numero
due esami ogni sessione
è solo un esercizio questa mia disperazione

La vita ha le sue tattiche per farti stare in pari
affolla le rubriche gremisce i calendari
appuntamenti ed assemblee e colloqui di lavoro
tu cedi solo un attimo e sei già in fila col coro

La vita ha le sue strategie per farti stare al gioco
anche se il polso è debole e il cuore scarta un poco
impulsi elettrostatici ti guidano al magnete (*)
tu cedi appena un minimo e sei già in fondo alla rete

E tu se poi telefono
mi dici di tacere
so solo lamentarmi
ormai è il mio mestiere
il mondo intero oscilla sui
miei sbalzi di pressione
è un gioco stanco e logoro la mia disperazione

E tu che se telefono
stai zitta e non ascolti
con l'aria di chi come me
ne ha compatiti molti
si spegne e non ricarichi
non hai più compassione
è solo un'extrasistole la mia disperazione



(*) No, temo proprio che non abbia senso.
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Che ora hai detto ch'era?

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IMPARA QUAND'È ORA DI SMETTERE (1998)


Impara quand'è ora di smettere
di chiuderti in buste da lettere
di fingere di esser sincero
di offrirti per niente anche intero
                                               - per gente
che poi non ti sa dove mettere

impara quand'è ora di chiudere
di scegliere eleggere escludere
di verificare gli impegni
intascare gli assegni
e mostrarsi ai convegni quando utile

non vedi di quanto ridicolo
ti sei reso contro te stesso colpevole?
hai morso il cuscino e il telefono
a un graffio sul cofano
non sai mai quand'è ora di smettere

impara che è l'ora di stringere
di esser sincero nel fingere
di avere i tuoi soldi da parte i tuoi amori da parte
i tuoi sogni da parte
si parte
          da un investimento iniziale
                       da un coinvolgimento parziale
                                   l'interessamento è graduale
                                           il guadagno finale 
si avrà con lo sforzo costante

non vedi da quale distanza con quanta impazienza
hai preteso di armarti e combattere?
mosche ne hai prese abbastanza
ora lascia la stanza
che suonano l'ora di smettere
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Manca sempre qualcosa

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1998

Un biglietto del treno timbrato,
un fischietto che mi hanno prestato,
quattro libri che ho fotocopiato,
una spilla (la stella col Che?)

Cinque dadi rubati al destino,
un coriandolo di un volantino,
una gomma ed un vecchio scontrino
(un panino, una pasta, un caffè);

quattro mesi di appunti a quadretti,
una sveglia scassata. Picchetti
da tenda, due penne, tre plettri,
un rosario di plastica, blu;

un'arancia che ormai è andata a male
il santino del tuo funerale
una bozza di un redazionale
e il mio cuore. Anzi, no, non c'è più.
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Lo zoo di Cinzia

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Lo zoo di Cinzia (1999)

Cosa c'è che non va con Pitone?
È affettuoso, ed è un simpaticone.
Ma al commiato notturno, lo so,
se ti stringe anche un po'
sembra voglia ridurti a un boccone.

E di Granchio che cosa mi dici?
eravate, voi due, buoni amici;
ma anche Granchio le amiche le
stringe, ma ha solo le chele
e oramai ha anche solo nemici.

Non ti resta che uscire col Gallo:
se non altro sa tenerti in ballo.
Certo ha modi da professionista,
da collezionista,
ed al collo un cornetto in corallo.

A proposito, ha chiamato il Rospo,
perché ha già prenotato in quel posto.
Basta un bacio ed è convinto che
gli apriranno il privé
(ma tu non sei in città, gli ho risposto).
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Io tifo Marsia

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(1997)

MA IO TIFO MARSIA - e non è facile a farsi;
c'è sempre chi ti scuoia, e le ragioni sue le ha.

Giorni persi, e tu a leggermi i tuoi versi,
che bel gioco a vedersi la nostra utilità.

Prega, tu pollo: applaudi pure Apollo:
metti lo scacco in stallo, così non perdi mai.

Io ho sempre perso, e oggi non sarà diverso.
Chi ha avuto voti scarsi dietro Marsia marcerà.




Io tifo Marsia, che se vendemmia è scarsa
mi piscia dentro un vuoto e me lo vende per champagne.

Pelle d'Apollo, io pesce qui in ammollo,
se a volte vengo a galla, dalle acque troppo stagne

non è per i tuoi versi! Dammi fatti diversi!
Chi non ha arie da darsi dietro Marsia marcerà.

…e non leggermi più versi - solo fatti diversi!
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Colloque séntimental

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Plagio (1995)

Nel vecchio parco, tra i viali innevati
due antichi amici si sono incontrati.

Tra i freddi marmi e fra le grigie aiuole
ne echeggiano, leggere, le parole.

Nel vecchio parco, buio e raggelato
due spiriti rievocano il passato:

Rammenta, deh, la nostra estasi antica?
"No, francamente non ricordo mica".

Le vengo ancora giorno e notte in mente?
E quando sogna, sogna me?
 "Per niente."

Ah quei bei giorni in cui era dolce amarsi,
tra verdi siepi, noi due… 
"Può anche darsi".

E azzurro il cielo, e grandi le speranze!
"Venne poi Autunno a chiudere le danze".

Nel vecchio parco, dai viali innevati,
due spiriti si sono congedati.

Tra i freddi marmi e tra le grigie aiuole
si perdono, leggere, le parole.
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Le autostrade

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(2000)

Vede ora il mondo con gli occhi di suo padre
Un grande esploratore di autostrade

Quella che porta al mare ha quattro strisce
Lisca di pesce in fondo alla pianura
Chi entra al casello a volte ha un po’ paura
Chi entra al casello a volte non ne esce

Danza la bambolina allo specchietto
ha un occhio ancora aperto
il collo è rotto

Vede ora il mondo come l'ha visto il padre
Ma come sono grandi le autostrade
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Il successo dell'estate

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il successo dell'estate (1996)

pallida estate incombe sul rione
nel viale mormora un motore fischia
un merlo in una gabbia su un balcone

le case hanno le palpebre abbassate
sonnecchiano ma ancora un giradischi
gracchia il vecchio successo dell'estate

amore torna indietro non resisto
- mi soffoca un'attonita armonia -
da quando sei andata non esisto
da quando te ne sei volata via

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Why do you torture me with leaves

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volantini (1997)

mi portavi volantini
io ne avevo i libri pieni
bandi a premi e conferenze no pietà

mi prendevi tanti appunti
mi chiosavi i tuoi riassunti
ma quanto eri scrupolosa alla tua età

se ora lascio stare i corsi
i dibattiti e i concorsi
i rimpianti ed i rimorsi
dimmi cosa resta già





mi trovavi agende e diari
e rubriche e calendari
per gestire meglio orari che non ho

le rassegne ed i programmi
mostre film e melodrammi
ti pregavo dammi pace almeno un po'

e ora ho mille fogli bianchi
per spiegarmi che mi manchi
che degli uomini ti stanchi
ma di te io ancora no





mi mostravi i tuoi progetti
i tuoi assegni nei cassetti
mi chiedevi cosa aspetti intanto ed io

ti dicevo un anno ancora
non c'è fretta non è ora
siamo giovani e studenti graziaddio

chissà adesso che combini
e a chi porti volantini
io ne ho tutti i libri pieni
e non posso aprirli più






[Il problema di chi conserva la gioventù in solaio è che d'inverno non c'è mai tempo per mettere in ordine, e d'estate fa troppo caldo anche solo per salire. Chi ha la cantina ha un alibi in meno. Qualcosa comunque quest'anno riesco a portarla giù. Non mi metto neanche a ripulirle, non vale la pena, le porto in discarica così come sono. Sarà un agosto molto polveroso].
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I miei amici sono anemici

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27 gennaio - Sant'Angela Merici, (1474-1540), mistica, fondatrice delle orsoline.



“I miei amici sono anemici”, mi dici,
si sono messi ai margini
di foto con cornici.
Non pranzano con gli astici,
si arrangian con le alici;
la mensa sa di ospizio di Sant'Angela Merìci.

I tuoi amici sono cinici, ci dici,
hanno scialato rendite, non certo in dentifrici.
Non serve essere aruspici per trarne infausti auspici:
staresti molto meglio chez Sant'Angela Merìci.

I miei amici son quei tipici infelici
che han fatto studi classici e ne han tratto i benefici:
non san quadrare i circoli, né estrarne le radici,
proteggerli è un lavoro per Sant'Angela Merìci.

Ex amici, han messo via i berretti frigi,
i riccioli li rasano per non mostrarli grigi.
Li trovi in ferie a Lerici più spesso che a Parigi,
ma è molto meglio perderli, da’ retta alla Merìci.

Amici un dì magnifici, ma han chiuso i maglifici,
e senza più bonifici da etruschi o da fenici
han perso accesso agli attici, non flertan con le attrici
non sanno a chi votarsi più (non certo alla Merìci).

***

I tuoi amici, inurbati un cupi uffici,
arcigni e artati artefici di artritici artifici,
stanno twittando striduli a troiette traditrici;
ti prego, trasferisciti in Sant’Angela Merìci.

Che accolga tra le accolite, le sue benefattrici
la bimba a cui, proselita, con mani protettrici,
la scala verso l'indaco indicava da pendici
che sono competenza di Sant’Angela Merìci.
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Le misure della strada

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SE VINCIAMO NOI
(Non è Sa vinzém néun, di Tonino Guerra, 1920-2012)

Se vinciamo,
se vinciamo noi,
io
se vinciamo noi,
ti vengo a prendere in casa:
ti faccio venire in mente quel che mi hai fatto
e poi ti ammazzo
a morsi
nella testa
e dappertutto
se vinciamo noi,
se noi
vinciamo
se.

Anche se poi
se vinciamo noi
lo so già
come va a finire:
che avrò tanto da fare
per averti pure tra le palle
che pigoli pietà per i figlioli
se vinciamo noi
se noi vinciamo
e se

per caso mi vedrai dietro la casa
sta calmo lì da sotto la finestra
che se vinciamo noi, veniamo solo
a prender le misure della strada.

***

Ai miei nonni, bianchi, era capitato di avere casa e podere nel bel mezzo di un triangolo rosso. Succede. Una volta stavano bruciando, credo, delle sterpaglie, era il 18 aprile 1948. Per strada passava gente che andava in frazione a votare. Si conoscevano tutti. Qualcuno passando "bruciate bruciate" disse, "che quando torniamo bruciamo poi voi". Erano tempi così. Tonino Guerra aveva appena iniziato a pubblicare.

Io ho una certa difficoltà con la poesia in dialetto, mi pare sempre che mi dica: Leggimi se sei capace. Non ne sono capace e spesso nemmeno mi sembra che ne valga la pena, ma questa poesia mi è sempre sembrata un'eccezione. Per la rabbia che concentra nella prima strofa, una rabbia storica e assoluta, per quell'Ugolino moderno che ti promette di morderti la faccia, se vincon loro. E per come la rabbia sbollisce, un verso alla volta, senza mai smarrire la direzione, finché non è più rabbia ma è una strada, e bisogna prendere le misure; per Guerra il futuro era così. Niente Libertà con la maiuscola, niente Democrazia o Uguaglianza o altre maiuscole (neanche Ottimismo, per il momento): strade, invece, minuscole, storte, da rifare, un sacco di lavoro, se vinciamo noi.
Se.
Chissà se abbiamo mai vinto, noi. A me a volte è sembrato - quasi sempre il medio termine mi ha dato torto - ma ogni volta mi sono sentito un po' smarrito e vagamente contento di viverla così, come il personaggio di questa poesia, uno che parte per bruciarti con le sterpaglie, e al ritorno sta già pensando a com'è brutta la strada, a quante buche e quante gobbe, e neanche ti saluta da tanto che è in pensiero per questa strada di merda. Sono relativamente contento anche di come è andata a finire con Berlusconi - ok, non è ancora finita, ma per capirci, c'è gente che credeva che avremmo abbeverato i cavalli in San Pietro eccetera. Che avremmo lapidato gli ex ministri, e poi stupri di olgettine, Sodoma, Gomorra, macché, neanche le monetine abbiamo sprecato. E già c'era qualcosa di meglio da fare, qualcosa di più importante a cui pensare. Poi vabbe', signori, è andata com'è andata, mi pare proprio che ci abbiano fregato anche stavolta. E va bene, un altro errore da cui imparare, tiriamo avanti, l'ottimismo è il sale della vita.

***


A me dispiace che Guerra sia noto ai più per uno spot pubblicitario, per il personaggio del vecchietto sprint che sembra precipitare da Amarcord. In generale mi dispiace che Amarcord gli sia rimasto cucito addosso, a lui e un po' anche a Fellini, non perché sia un brutto film, ma perché ha ridato fiato a un bozzettismo strapaesano che ha spalancato le porte a due generazioni di scrittori cispadani tutti un po' matti, tutti un po' simpatici, tutti un po' minimali, tutti un po' boccaloni, tutti un po' una lieve rottura di coglioni, coi nostri accenti assortiti da pubblicità di generi alimentari. Ecco, almeno Guerra reclamizzava gli elettrodomestici, il Futuro, no i tortellini. È sempre stato molto più cosmopolita di noi, ha scritto Deserto Rosso e Blow Up e Zabriskie Point - è l'unico grado di separazione tra Ciccio Ingrassia e i Pink Floyd. ha preso un De Filippo e ci da scritto Matrimonio all'Italiana; ha preso uno Sheckley e ha scritto, ehm, la Decima vittima (forse l'esperimento più folle, un film di fantascienza sociologica con Ursula Andress e Mastroianni biondo canarino, ambientata in un futuro ipertecnologico dove ci sono comunque ancora i caroselli coi balletti e la riforma pensioni prevede l'eliminazione fisica degli anziani, salvo che i giovani italiani sono piezz'e'core e quindi li nascondono negli scantinati iperaccessoriati; e però non c'è ancora il divorzio, perché il divorzio nel 1965 in Italia non era nemmeno fantascienza). In seguito ha lavorato con Tarkovskij e Angelopoulos, sì, in film che di solito non avevamo voglia di vedere, però capiamoci: Tarkovskij e Angelopoulos, mica ciccioli e salama da sugo. Insomma di strada ne ha fatta tanta, Guerra, si vede che la sapeva fare. Noialtri non so.

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Lettera a Bruxelles

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La gronda

Ma te lo immagini, che questa cosa che sembrava sul punto di cascare anni fa, questa cosa che come posso descrivertela; pensa a una grondaia di una vecchia casa, pensa alla ruggine e al catrame, e pensa che avrebbe potuto cadere in qualsiasi momento, dal duemila in poi, e pensa che invece è ancora qui.

E non voglio dirti che è tutta la realtà che ci resta, perché non voglio metterla in tragedia; io per quel che posso me la sono fatta una mia realtà, casa lavoro famiglia, me la sono ben scavata una mia buchetta e onestamente non mi posso lamentare – e lo sai che quando c'era da lamentarsi non mi tiravo indietro – non ti dirò che questa grondaia è tutta la realtà, ma lasciami dire che ne è comunque un grosso pezzo, questa grondaia che guardo tutti i giorni e non vuol cascare. Fosse l'impero bizantino, che decadeva decadeva ed è durato mille anni.

E sapessi la nausea di sapere che questa cosa banale, triviale, che poteva benissimo non esserci e invece c'è; questa cosa che per me e per molti è berlusconi, ma non fosse berlusconi sarebbe stato qualche altra cosa; tu sapessi la nausea di sapere che comunque cadrà, un giorno crollerà, un giorno non potrà far altro, e sarà quel giorno solo a finire sui libri, e la gente penserà ai tipi come me come a quelli che quel giorno han fatto festa; non penserà a tutti i giorni che abbiamo aspettato, tutti i giorni che non siamo riusciti a far di meglio che a guardare la gronda marcia non cascare. Alla nausea di assistere a tutto questo giorno per giorno, allo stillicidio di tutti questi capitoli inutili, perché tanto s'è capito da un pezzo dove va a finire il libro, o no?

E come si spiega che non è finito ancora. Qual è il senso di restare lì, a quali fili di ragno è appesa una gronda che doveva cascare anni fa – Lo sai dove stan facendo la rivoluzione adesso? Ora tu dimmi, se dobbiamo prendere lezioni dalla Tunisia. Cosa abbiamo solo noi, che nemmeno i tunisini hanno più, cosa c'impedisce di guardare alle cose come stanno. Tu lo sai che sono fissato, per me è solo una questione di televisione. Punto. Tutto il consenso sta lì, e un po' sui giornali, ma neanche tanto. Abbiamo voluto lasciargli le tv, e a lui non è servito altro, per raccontarci la realtà come gli piace. Salvo che lui non ha mai avuto niente da raccontarci, una volta non lo sapevamo, adesso sì. È un debole come noi, succube dei suoi stessi programmi, è il pubblico del suo stesso drive in. Non c'è dietro nessun disegno occulto, ci ha modellato a sua immagine e somiglianza, e lui è brutto e senza fantasia. L'obiettivo della sua vita era sedersi nel privé a guardare le tipe che fanno il trenino; ce l'ha fatta e ora dovremmo invidiarlo. La nausea di avere avuto per avversario un tizio così.

E pensare che abbiamo avuto perfino paura di lui; che io, almeno, dietro ai suoi primi manifesti azzurri che sembravano la pubblicità dei fustini temevo ci fosse davvero la rivoluzione liberale, il miracolo italiano, la Thatcher italiana. Averlo saputo subito, che lui la Thatcher manco si ricorda chi è, per via che non era una “bella gnocca”. (“Nyokka”, scrisse l'Indpendent). L'avessimo capito subito, che il nemico era tutto lì, una vescica d'aria, un peto, una gronda che casca a pezzi.

E dov'erano quelli che dovevano capirlo subito? perché noialtri in fondo chi eravamo, studenti, precari, maestrini che in fondo della vita non sanno un cazzo, tirano a indovinare e sperano di non prenderci; ma dov'erano i grandi che operano nel retroscena, e i famosi Poteri Forti, ma che razza di Potere Forte lascia che un Paese vada a pezzi per un personaggio così; ma non eravate abbastanza forti da schiacciarlo, almeno all'inizio? Ci voleva così tanto a capire, se l'avevamo capito persino io o te? Eravamo profeti o facevamo soltanto uno più uno uguale a due?

E che anni sono stati, a cercar di buttar giù in qualsiasi modo un marciume, un catorcio che comunque cadrà, quand'è il momento; certo prima dell'impero bizantino.

E insomma su questa gronda, che è marcia e non cade, penso con qualche gioia che un giorno basterà che una rondine si posi un attimo, perché tutto nel vuoto precipiti irreparabilmente, quella volando via. E sul serio non m'importa se non ci sarò più io. Neanche tu ci sei, per questo.
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Alla maniera del vecchio ES

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questo è il decreto intercettazioni, questa è la tregua di Madrid
fra Moratti e Mourinho, è la Red Bull di Webber, è il pesco
fiorito, è 'o puorpo gigante: ma se volti il foglio, Leonardo
ci vedi il denaro:
                          questi sono i pianeti extrasolari, questa è la New Town
dell'Aquila
, è la lavagna interattiva, è il primo volume dei Poetae
Novissimi, sono le scarpe, sono le bugie, è il CdR del Sole24Ore, è Noemi,
è una mail che mi è arrivata oggi dalla Thailandia, è il botox,
è la gravidanza assistita: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               questa invece è la buonuscita di Santoro, è il Presidente
che prende google per un cappotto, è il petrolio nel Golfo del Messico,
è il federalismo, l'otto per mille, il cinque in condotta,
i boia delle Diaz: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               e questo è il denaro,

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

ma se volti il foglio, Leonardo, non ci vedi niente:

(L'originale , assai diversa, era Purgatorio de L'Inferno 10)


Postilla: qualche giorno fa a Filippo Facci e Antonio Socci è scappato di scrivere che "Regalare alla sinistra Roberto Saviano sarebbe una delle sciocchezze più tragicomiche che il centrodestra potrebbe fare", e che "Saviano, oltretutto, ha una formazione culturale fin troppo di destra". Anche se mi scappa da ridere, non ho nessuna intenzione di disputare Saviano a cotanti avversari, manco fosse il pupazzetto appeso a un canto del calcinculo: se a destra c'è gente che prova ad acchiapparlo, tanto meglio per loro (e forse anche per lui, coi tempi che corrono). Vorrei solo spiegare perché, malgrado l'autorevole opinione di Facci e Socci, continuo a considerare Roberto Saviano dalla mia parte.

Si tratta di una cosa banalissima: per me Saviano è di sinistra perché dietro a ogni pagina si ostina a vedere il denaro. Le sue indagini non sono sempre rigorose, il quadro è spesso incerto, e in agguato c'è sempre la tentazione di buttarla in epica: però Saviano è uno dei pochi in questi anni che volta il foglio, o almeno ci prova. Romanzo, non romanzo, è un dibattito che non m'ha mai appassionato. Io sto con Saviano perché dove gli altri vedevano sangue e piombo, lui vede economia. L'Istituto Bruno Leoni non approva, è un buon segno. Io credo che Saviano abbia trovato la chiave giusta, così come credo a cose un po' scipite e fuori del tempo come la lotta di classe (e mentre lo dico immagino Facci che mi dà del matto e Socci che si tappa le orecchie e invoca la Madonna). Se pensate che sia roba vecchia, anacronistica, che la sinistra debba trovare altre posizioni, non c'è problema. Andate, fate, e prendetevi pure la parola "sinistra", non ci sono affezionato. Non ci tengo particolarmente a passare per uno "di sinistra". Come te (come tanti, spero) io spero di essere "lo stupido antifascista", non altro: un insegnante, uno scribacchino, un vetero-:
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Postkarten 49

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(Il blogger è morto):

per preparare un post, si prende "un piccolo fatto vero" (possibilmente
fresco di giornata): c'è una ricetta simile in Stendhal, lo so, ma infine
ha un suo sapore assai diverso: (e dovrei perderci un'ora almeno, adesso,
qui, a cercare le opportune citazioni: e francamente non ne ho voglia); conviene curare
spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti
più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi rispettando l'anagrafe:
da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili): ho fatto il nome
di Stendhal: ma, per lo stile, niente codice civile, oggi (e niente Napoleone, dunque,
naturalmente): (si può pensare, piuttosto, al Gramsci dei Quaderni, delle Lettere, ma
condito in una salsa un po' piccante: di quelle che si trovano, volendo, là in cucina,
presso il giovane Marx): e avremo una pietanza gustosamente commestibile, una specialità
verificabile: (verificabile, dico, nel senso che la parola può avere in Brecht, mi pare,
in certi appunti dell'Arbeitsjournal): (e quanto all'effetto V, che ci vuole, lo si ottiene
con mezzi modestissimi): (come qui, appunto, con un pizzico di Artusi e Carnacina): e
concludo che il blog consiste, insomma, in questa specie di lavoro: mettere parole come
in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili, come tante battute argute
e brevi: (che si stampano in testa, cosi, con un qualche contorno di adeguati segnali
socializzati): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e, poniamo, le solite metafore):
(che vengono a significare, poi, nell'insieme: attento, o tu che leggi, e manda a mente):
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Saldi

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Tesoro

Dici: "Sei troppo complicato":
tesoro, e ancora non m'hai visto il 740.

Dici: "Libertà, quanti crimini in tuo nome":
molti più in nome di un Mutuo, fidati.

Dici: "Il nostro mondo non è in vendita";
ma aspetta un attimo, no? Sentiamo che prezzo fanno.

Dici: "Sei uno stronzo!" Ma è una mimetica, Tesoro:
qui in mezzo non mi troveranno mai.
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La figura salvifica

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Che senso ha un altro tema di maturità su Montale, dopo quattro anni? (Forse nessuno. Coincidenze. Ma interpretarle è una tale tentazione).

La sensazione è che questo Montale (soprattutto il Montale anteguerra che esce sempre alla maturità) si stia pian piano trasformando nel Carducci del XXI secolo: un monumento alieno e ingombrante a cui nessuno si accosterebbe mai, se non lo costringessero appunto a scuola. Oppure il nostro Manzoni: in fondo un tema sul “ruolo consolatorio e salvifico della figura femminile” tiene il posto che negli anni Sessanta avrebbe avuto un tema sulla “religiosità nei Promessi Sposi”. Va da sé che Montale non se lo merita (se per questo nemmeno Manzoni, e perfino Carducci): ma come il temino sui Promessi Sposi era il paravento dietro il quale allignava il conformismo dei bigotti, oggi ti basta un po' grattare perché dagli arazzi adorni di figure femminili “salvifiche” s'intraveda una società pagana che nelle gonnelle fruscianti dell'ultima starletta trova l'unico punto di riferimento. Insomma, io oggi in un tema su Montale ci caccerei il matrimonio dei Briatore: per fortuna che sono maturato già da lunga pezza.

Invece accludo il temino che ho scritto 4 anni fa. Tempi di repliche, sì, ormai siamo in estate.

Che tu t'intenda di tornio o di computer; di pianoforte o di niente, semplicemente; che tu sia bianco o nero, giallo o marron; non importa. Se sei italiano, ti tocca fare il tema d'italiano. Come il battesimo e i tre giorni, quei quattro fogli protocollo ogni mesemmezzo di scuola non te li leva nessuno. Che poi, a cosa serve il tema d'italiano? A diventare più bravi. Bravi a fare cosa? A fare il tema d'italiano. C'entrerà col fatto che l'Italia è ricca di editorialisti e corsivisti, tutta gente che al liceo prendeva ottopiù. I più sfigati, invece, aprono i blog, dove possono continuare a scrivere temini d'italiano tutta la vita (e qualcuno che ti dia un ottopiù lo trovi sempre). Ma di chi è la colpa? I titoli di quest'anno ci suggeriscono una pista. Impervia, scabrosa, ma affascinante. La pista ligure.

È tutta colpa di… Eugenio Montale

Oddio, tutta colpa sua, no: ma le sue brave responsabilità le ha.
Per esempio, è il principale responsabile di un fenomeno frequente nei mesi finali del quinto anno, e cioè lo stilnovismo di ritorno. La donna angelicata, inavvicinabile, che salva il povero poeta con uno sguardo o viceversa, lo danna negandogli un saluto… insomma tutto l'apparato iper-romantico che nella migliore ipotesi era stato introiettato e metabolizzato nel terzo anno, con Tanto gentile e tanto onesta pare etc.. (Per fortuna che dopo Dante e Petrarca c'è Boccaccio, a incoraggiare la socializzazione tra studenti di sessi opposti). Chi poteva immaginarsi che lo stilnovismo sarebbe rientrato dalla finestra, proprio a metà del Novecento? Quando poi i diplomandi cominciano a chinare la schiena nel corridoio, e tremano e non riescono a salutare la biondina del quarto anno che pare splendere di luce propria, di chi è la colpa? Di Marylin Manson, magari. Ma una volta su cento, sarà pure colpa di Eugenio Montale.

Si veda la poesia proposta alla maturità, la Casa sul Mare. È degli anni Venti, ma avrebbe potuto essere dei Quaranta. Sempre la solita storia, la vita è male, il viaggio è finito, forse tu ti puoi ancora salvare, lo spero tanto, addio. E a quel punto ti immagini il giovane Eugenio morente tra le braccia, non so, di Greta Garbo, e un crescendo di violini della Paramount:

Greta: "Eugenio, sono io!"
Eugenio: "Tu… ma ormai è troppo tardi. Addio".
Greta: "No! Eugenio! Non dire così! Possiamo farcela".

Eugenio: "Tu. Tu puoi ancora farcela. Salvati finché sei in tempo".
Greta: "Oh, Eug…"
Eugenio: "Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi…" Greta: "Eugenio! Ma perché non si capisce mai quello che dici…"

Perché usava parole strane (atte a farsi apprezzare dai prof di lettere), sembra un poeta più serio d'altri, quel giovane Montale: ci vuole un certo sforzo esegetico per rendersi conto che, tutto sommato, è solo il classico poeta un po' disperato e un po' timido con le ragazze. Per capire la sua poetica, gli studenti sottolineano l'espressione "Correlato Oggettivo", qualcosa che Montale pretendeva di aver inventato in anticipo su T. S. Eliot: in sostanza, una pratica di bigiotteria interiore, per cui qualsiasi ninnolo, un orecchino, una forbice, una carrucola, una biella, diventava rappresentazione del male di vivere (o della donna-angelo, a scelta). E a quel punto la poesia diventava una cornucopia di soprammobili, tabacchiere, foto ingiallite, cocci di bottiglia, cassettini, scantinati, se siete un po' allergici agli acari e alle muffe non vi consiglio la poesia di Montale.


Qui bisogna aggiungere una cosa: nel suo eterno rovistare cantine e solai, nel suo riverniciare in stile Novecento carabattole stilnoviste e arie di melodrammi, Montale è stato il migliore. Se il poeta è un artigiano di parole, in Italia non ce n'è stato uno più bravo di lui. Ma – questo è il punto – il poeta nel Novecento voleva essere un'altra cosa. Un progettista. Il secolo era iniziato a furia di manifesti, decaloghi, diktat: "le poesie si fanno così e così". Poesie automatiche, facili da comporre, bastava seguire le istruzioni. Varie volte nel secolo si è riproposta quest'ansia progettatrice, che magari non creava belle poesie, ma formava generazioni di aspiranti poeti. Tra una generazione e l'altra, rispuntava Eugenio Montale, puntuale come la risacca. Montale non spiegò mai agli altri come dovevano scrivere: lui stesso non era del tutto in grado di spiegare quel che faceva. Un vecchio falegname, che nell'era del truciolato si ostina a montare i suoi pezzi a mano. Una cosa molto veteroborghese, proprio anni Trenta, ma sulla distanza il truciolato lo sbatti via, e ai muri ci metti lui.

Così, anche chi con lo stilnovismo ha definitivamente chiuso, non può fare a meno di sobbalzare ai primi tre versi:
Il viaggio finisce qui: nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido… forse non dice un granché di nuovo, ma si poteva dire meglio di così? (Continua)
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- calpesti & derisi

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Siam pronti alla vita


Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.



Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
ché dopo quattr'anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò
Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.
Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?


Fratelli d'Italia,
l'Italia sta fresca.
Di quanti cantieri
si cinse la testa…
Dov'è la Variante?
Perché è così tardi?
Chiedete a Lunardi,
l'Italia non sa.
Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.


Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
cinque anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.
(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).


Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?
Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò
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- post coitum

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Non-fingere

Salve, proprio io, non te l'aspettavi, eh?
Nel bel mezzo del tuo lavoro squallido.
E sì che sono io, insomma non ti fidi?
Mi hai preso per un comico? Macché
Nessuno sa imitarmi come me.

E dunque eccitami, su, è il tuo mestiere, o no?
Dimmi che vuoi votare solo me.
Non devi fare finta, con me non puoi far finta,
Io me ne accorgo, e poi ti pago bene,
dimmi che vuoi votare solo me.

Non è come tu pensi, io non mi sento solo:
stasera ero a un comizio, la gente mi invocava,
la cena, e poi gli autografi, non riuscivo ad andar via.
(La gente non lo vuole, tu questo lo capisci,
la gente mi ama troppo, la gente non vorrebbe
vedermi mai andar via).
Così si è fatto tardi, il sonno mi è passato,
in tv film di merda, nessun sondaggio fresco
(tu puoi capirlo – essendo nel settore:
c'è un'ora della notte, un'ora sola, e lunga,
in cui anche l'uomo più amato del Paese
non riesce a farsi dire un solo sì).
Ma tu me lo puoi dire – soltanto, non-far-finta.
Non sono uno di quelli, con me non puoi far finta.
Inoltre pago bene, per cui avanti, dillo,
che vuoi votare solamente me.

E no che non mi annoio, io non mi annoio mai.
Lavoro sedici ore al giorno, non lo sai?
E tu?
Lo vedi, solo dieci, lo vedi come va:
per questo io faccio il leader, tu la centralinista.
E in più io sono figlio di un professionista
Mentre tuo padre era operaio, vero?
– ma devi dirla giusta, con me non puoi far finta,
io me ne accorgo subito, e inoltre pago bene,
per questo sai che voterai per me.

Ci pensi a quante cose in comune, tra me e te:
noi arrapiamo il popolo, questo è il nostro mestiere.
E quante cose io potrei insegnarti
sull'essere gentile, disposta e mai sincera,
soprattutto mai sincera – sennò ti vien da ridere,
e non si deve ridere! S'ammoscia se tu ridi.
Sorridere bisogna, a denti stretti, sempre
sorridere e sudare, è questo il mio mestiere
(e il tuo, natuaralmente).
Ma stanotte è diverso.
Stanotte non puoi fingere, ti parlo da collega,
se fingi lo capisco, se fingi non ci riesco.
Ti prego, sii te stessa
E dimmi che vuoi votare solo me.

Ma sì, mi rendo conto
Che il tempo è denaro per entrambi.
Tu sai la tua tariffa al minuto, ma la mia?
Lo sai quanto vi costo al minuto, signorina?
Non puoi saperlo, è un conto che ho fatto solo io
Non lo sa neanche Giulio (del resto lui è una frana
Con la calcolatrice).
Ma quasi quasi, sai? A te io lo direi
mi sembri un tipo ammodo, lo sai che me ne intendo
E inoltre pago bene, perciò mi devi dire
che vuoi votare sempre e solo me.

È solo un mio capriccio, sondaggi io ne ho,
e guardacaso dicono quello che voglio io
(del resto è matematico, più paghi più hai ragione
non devi dirlo a me).
Io sono nel settore da trent'anni, si può dire
che i trucchi del mestiere te li ho inventati io
È un gioco troppo facile: più paghi più hai ragione.
Io forse pago troppo, ma questo non vuol dire
che tu ora possa fingere, io me ne accorgo subito,
perciò ora sii sincera, prova a essere sincera
nel dirmi che tu voterai per me.

Non ridere, non ridere,
non c'è niente da ridere:
è quell'ora della notte,
e io ti pago, sai.

Cerca di rilassarti, sii te stessa,
parlami un po' di te, ce l'hai un ragazzo?
Cosa? Hai una bimba? Fantastico! E si chiama?
Silvia! Ma pensa! Che bel nome! Silvia!
E il padre? Ma perché non vi sposate, voi ragazzi?
Io me lo chiedo sempre, perché non vi sposate?
La famiglia è importante, il mettere su casa,
e io posso anche aiutarvi.
L'assegno famigliare, vi toglierò le tasse,
vi laverò la macchina – se tu sarai sincera
devi essere sincera,
e dire che tu voterai per me.

Non può essere altrimenti,
non sei una cogliona.
Sei una che lavora,
non stai coi comunisti.
Mi sembri un tipo ammodo
Senz'altro intelligente
Bella presenza, immagino
– e io non sbaglio mai.
Perché non vieni su
a Cologno, un giorno o l'altro?
Un talento come te
è sprecato per le hotline.
Tu hai tutto quel che serve per sfondare.
Ti basta essere te stessa
– avanti, sii te stessa –
quando dici che mi vuoi
votare, che tu vuoi
votare solo me.

Adesso
Vuoi votare solo me
Dimmelo
Dimmelo
Non Fini, non Casini
Con Prodi non ci godi
Tu vuoi votare solamente me
Dimmelo
Dimmelo
Ma devi essere sincera
Se non sei sincera non ci riesco
Se non sei te stessa io non posso
E se scoppi a ridere io non…

Clic

Ma cribbio, cos'hanno tutte stanotte? Fanno le preziose, fanno.
Con quel che costano.
Proviamone un'altra, va.
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- giorno difficile

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Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Franco Fortini
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Che tu t'intenda di tornio o di computer; di pianoforte o di niente, semplicemente; che tu sia bianco o nero, giallo o marron; non importa. Se sei italiano, ti tocca fare il tema d'italiano. Come il battesimo e i tre giorni, quei quattro fogli protocollo ogni mesemmezzo di scuola non te li leva nessuno.

Che poi, a cosa serve il tema d'italiano? A diventare più bravi. Bravi a fare cosa? A fare il tema d'italiano. C'entrerà col fatto che l'Italia è ricca di editorialisti e corsivisti, tutta gente che al liceo prendeva ottopiù. I più sfigati, invece, aprono i blog, dove possono continuare a scrivere temini d'italiano tutta la vita (e qualcuno che ti dia un ottopiù lo trovi sempre). Ma di chi è la colpa? I titoli di quest'anno ci suggeriscono una pista. Impervia, scabrosa, ma affascinante. La pista ligure.

È tutta colpa di… Eugenio Montale

Oddio, tutta colpa sua, no: ma le sue brave responsabilità le ha.

Per esempio, è il principale responsabile di un fenomeno frequente nei mesi finali del quinto anno, e cioè lo stilnovismo di ritorno. La donna angelicata, inavvicinabile, che salva il povero poeta con uno sguardo o viceversa, lo danna negandogli un saluto… insomma tutto l'apparato iper-romantico che nella migliore ipotesi era stato introiettato e metabolizzato nel terzo anno, con Tanto gentile e tanto onesta pare etc.. (Per fortuna che dopo Dante e Petrarca c'è Boccaccio, a incoraggiare la socializzazione tra studenti di sessi opposti). Chi poteva immaginarsi che lo stilnovismo sarebbe rientrato dalla finestra, proprio a metà del Novecento? Quando poi i diplomandi cominciano a chinare la schiena nel corridoio, e tremano e non riescono a salutare la biondina del quarto anno che pare splendere di luce propria, di chi è la colpa? Di Marylin Manson, magari. Ma una volta su cento, sarà pure colpa di Eugenio Montale.

Si veda la poesia proposta alla maturità, la Casa sul Mare. È degli anni Venti, ma avrebbe potuto essere dei Quaranta. Sempre la solita storia, la vita è male, il viaggio è finito, forse tu ti puoi ancora salvare, lo spero tanto, addio. E a quel punto ti immagini il giovane Eugenio morente tra le braccia, non so, di Greta Garbo, e un crescendo di violini della Paramount:

Greta: "Eugenio, sono io!"
Eugenio: "Tu… ma ormai è troppo tardi. Addio".
Greta: "No! Eugenio! Non dire così! Possiamo farcela".
Eugenio: "Tu. Tu puoi ancora farcela. Salvati finché sei in tempo".
Greta: "Oh, Eug…"
Eugenio: "Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi…"
Greta: "Eugenio! Ma perché non si capisce mai quello che dici…"

Perché usava parole strane (atte a farsi apprezzare dai prof di lettere), sembra un poeta più serio d'altri, quel giovane Montale: ci vuole un certo sforzo esegetico per rendersi conto che, tutto sommato, è solo il classico poeta un po' disperato e un po' timido con le ragazze. Per capire la sua poetica, gli studenti sottolineano l'espressione "Correlato Oggettivo", qualcosa che Montale pretendeva di aver inventato in anticipo su T. S. Eliot: in sostanza, una pratica di bigiotteria interiore, per cui qualsiasi ninnolo, un orecchino, una forbice, una carrucola, una biella, diventava rappresentazione del male di vivere (o della donna-angelo, a scelta). E a quel punto la poesia diventava una cornucopia di soprammobili, tabacchiere, foto ingiallite, cocci di bottiglia, cassettini, scantinati, se siete un po' allergici agli acari e alle muffe non vi consiglio la poesia di Montale.

Qui bisogna aggiungere una cosa: nel suo eterno rovistare cantine e solai, nel suo riverniciare in stile Novecento carabattole stilnoviste e arie di melodrammi, Montale è stato il migliore. Se il poeta è un artigiano di parole, in Italia non ce n'è stato uno più bravo di lui. Ma – questo è il punto – il poeta nel Novecento voleva essere un'altra cosa. Un progettista. Il secolo era iniziato a furia di manifesti, decaloghi, diktat: "le poesie si fanno così e così". Poesie automatiche, facili da comporre, bastava seguire le istruzioni. Varie volte nel secolo si è riproposta quest'ansia progettatrice, che magari non creava belle poesie, ma formava generazioni di aspiranti poeti. Tra una generazione e l'altra, rispuntava Eugenio Montale, puntuale come la risacca. Montale non spiegò mai agli altri come dovevano scrivere: lui stesso non era del tutto in grado di spiegare quel che faceva. Un vecchio falegname, che nell'era del truciolato si ostina a montare i suoi pezzi a mano. Una cosa molto veteroborghese, proprio anni Trenta, ma sulla distanza il truciolato lo sbatti via, e ai muri ci metti lui. Così, anche chi con lo stilnovismo ha definitivamente chiuso, non può fare a meno di sobbalzare ai primi tre versi: Il viaggio finisce qui: nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido… forse non dice un granché di nuovo, ma si poteva dire meglio di così?

(Continua)
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(Il pezzo di ieri in realtà era questo).


PLAGIO DA VERLAINE

Nel vecchio parco, sui viali innevati
due antichi amici si sono incontrati

Tra i freddi marmi e tra le grigie aiuole
ne echeggiano leggere le parole

Nel vecchio parco, buio e congelato
due spiriti rievocano il passato.

Rammenta, deh, la nostra estasi antica?
"No, francamente non ricordo mica".

Mi tiene ancora giorno e notte in mente?
E quando sogna, sogna me?
"Per niente."

Ah quei bei giorni in cui era dolce amarsi,
tra verdi siepi, io e lei…
"Può darsi".

E azzurro il cielo, e grandi le speranze!
"Venne poi Autunno a chiudere le danze".

Nel vecchio parco, dai viali innevati,
due spiriti si sono congedati.

Tra i freddi marmi e tra le grigie aiuole
si perdono, leggere, le parole.
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Maestri di vita (7) – Quinto Orazio Flacco

Di solito non mi pesa troppo il mio lavoro, tranne la notte del giovedì.
Venerdì mattina ho cinque ore di seguito, e per me sono molte, cinque ore d’italiano ai sordi. Ma se voi ne fate di più (com’è probabile) adesso mi state già invidiando: faccio un lavoro stimolante, poche ore al giorno, e mi lamento. Di cosa mi lamento?
È intutile spiegare. Orazio ha già scritto una nota satira al riguardo.

Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?


Giovedì sera ho una riunione con amici, che spesso va avanti fino a tardi. Quando alla fine arrivo nel piazzale, parcheggio sempre davanti a un signore che dorme sotto il portico. Nella bella stagione lo trovo ancora alzato: leggiucchia la Gazzetta dello Sport prima d’imbottirne il sacco a pelo. Ma adesso è inverno, e il termometro della mia auto a volte segna meno cinque.
Così mi capita, giovedì dopo giovedì (per l’orologio è già venerdì mattina) di passare davanti a questo signore, e invidiarlo. Perché domani lui si sveglia quando vuole, e non deve fare le cinque ore che faccio io.

Penso a questa cosa, nel piazzale: e siccome c’è un gran silenzio a quell’ora, mi capita di ascoltare il mio stesso pensiero: e ascoltandolo, me ne vergogno.
Poi giro l’angolo, e già sto pensando a domani, a quello che devo fare per passare cinque ore dignitose… e quel signore già l’ho dimenticato. Fino al giovedì seguente.

“Beati i mercanti”,
esclama il vecchio soldato,
le ossa rotte da tanta carriera;
“Meglio la vita militare”,
ribatte il mercante sulla nave in burrasca,
“Vuoi mettere? si va all’attacco
e in breve o muori o vai in trionfo”.


Quando finirà? In giugno, forse, e poi troverò un lavoro più soddisfacente. Anche quello che faccio adesso, non è così male: ma non è normale trovarsi a invidiare un senzatetto, anche solo per un minuto alla settimana.
Ho la sensazione, però, che non finirà in giugno, né in settembre, né più tardi: che continuerò a invidiare i senzatetto e i benzinai, gli assistenti universitari e gli autisti dei furgoni, e continuerò ad agitarmi inquieto nel mondo del lavoro, come il malato nella branda, fino all’età della pensione (quale pensione?) e anche oltre.

E come faccio a saperla così lunga? Facile. Ho letto Orazio, io.

A farla breve, senti
dove voglio arrivare:
se un dio dicesse: "Eccomi qui,
pronto a fare ciò che volete:
tu, da soldato, sarai mercante,
e tu, giurista, un contadino:
scambiatevi le parti
e via, uno di qua, l'altro di là.
Che fate lí impalati?"

Rifiuterebbero,
eppure avrebbero potuto essere felici.
Non ha forse ragione Giove
a sbuffare irritandosi con loro
e a sancire che d'ora in poi
non sarà piú tanto arrendevole
da porgere orecchio a preghiere simili?


Quinto Orazio Flacco, Sermones I, 1.

È commovente (e un po’ triste) accorgersi che duemila anni, il motore a scoppio, la penicillina, i pomodori e la cibernetica non ci hanno cambiato più di tanto.
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Fate colpo in società con il…
Leonardo’s Basic Culture Simulator!

Se lavorate dalle sei alle otto ore al giorno (e non dite di più, cazzeggiatori dissimulati che non siete altro), se passate un’ora nel traffico urbano e un’altra oretta e mezza nel traffico telematico, a evadere posta elettronica e leggere blog sempre interessantissimi, come questo; se appartenete a quella bolsa schiera di persone che non riescono a fare a meno di dormire almeno sei ore su 24; se mangiate, bevete, evacuate con la medesima banale regolarità; se avete una famiglia che gradirebbe in qualche modo interagire con voi nelle restanti ore del giorno (tacendo degli amici, della tv, dei concerti e di quando forse vale la pena di restare fermi a fissare il soffitto), la domanda sorge spontanea: che tempo vi resta per farvi una cultura?
Una cultura seria, dico, mica i fumetti.

“Adesso che ci penso hai proprio ragione, è da tanto che non leggo un libro, e l’ultimo era una scemenza pompata dal tale ufficio stampa, ma quando in società si parla di Dostoevskij mi faccio piccolo piccolo”.

Beh, non temere, amico utente! Sono qua per aiutarti col mio nuovo trendissimo progetto! Il Leonardo’s Simulatore di Cultura di Base 1.0!
Come si usa? Facile. Tu impari a memoria la frase e non devi più leggere nulla dello specifico autore. Lo so che sembra assurdo, ma ti garantisco che funziona! Io lo sperimento da anni, e la gente mi porta rispetto. Provalo! È gratis!

Calvino, Italo: scrittore del Novecento. Ha scritto da qualche parte che bisogna essere leggeri, sempre molto leggeri. Ogni volta che qualcuno tira fuori la parola “leggerezza”, voi rubategli le parole di bocca ribadendo immediatamente: “Eh, sì, la leggerezza di Calvino”. La discussione si avvierà rapidamente alla conclusione.
(Calvino è uno degli scrittori italiani più complessi e pesanti, ma questo non occorre saperlo).

Pasolini, Pierpaolo: gay del Novecento. Quando i poliziotti menavano i sessantottini, lui stava coi poliziotti, perché erano veri proletari. Citarlo il giorno prima e il giorno dopo di qualsiasi scontro di piazza.
(Poi un giorno qualcuno, probabilmente più vicino a un poliziotto che a un sessantottino, gli passò e ripassò sopra con una macchina, ma questo non occore saperlo).

Brecht Bertolt: chi dice un comunista, chi un rapinatore, comunque del Novecento. Di lui bisogna saper recitare: “il vero ladro non è chi rompe una banca, ma chi la fonda”. È una frase che ti dà un tono, specie se ti trovano con una spranga davanti a un bancomat. Ha detto anche che, se tutti i posti sono occupati, bisogna sedersi dalla parte del torto. Cosa volesse dire non lo so, ma intanto accomodiamoci.

Manzoni, Alessandro: scrittore che si studia a scuola, quindi l’avete studiato anche voi, fa nulla se non vi ricordate il finale, tanto si sapeva fin dall’inizio che quei due si sposano. Cattolico, noioso, superato. La Divina Provvidenza, figurati. Una volta, al dipartimento d’Italianistica, una tipa mi disse che forse era gay.

Leopardi, Giacomo: poeta che si studia a scuola, di solito in quinta superiore a novembre (e le statistiche sui suicidi degli adolescenti levitano). Gobbo che viveva a Recanati e odiava tutti, tranne le donzellette già morte. Ha scritto poesie immortali sull’infelicità, però, diciamocelo, in quanto gobbo gli venivano facili.

Baudelaire, Charles: poeta dell’Ottocento. Eh, chissà che roba che si fumava. Ha scritto… ha scritto… ha scritto delle poesie indimenticabili, come per esempio… per esempio… il Battello Ebbro, non era suo? Ah, era di Rimbaud? Vabbè, tanto più o meno si fumavano la stessa roba.

Schopenhauer, Arthur: filosofo dell’Ottocento. Insegnava nelle stesse ore di Hegel per fargli dispetto. Diceva che tutto è vanità. Ai banchetti si abbuffava e tesseva le lodi del suicidio. Buttò una vecchietta giù dalle scale.

Wittgenstein, Ludwig: filosofo del Novecento. Ha scritto: “di quello che non si può parlare bisogna tacere”: è una frase che può venire molto utile, specie dopo le due del mattino. Picchiava i bambini.

Dostoevskij, Fëdor: scrittore dell’Ottocento. Nei suoi romanzi ci si interroga sul cos’è il Bene, così il Male, e se esista Dio: problemi che potevano venire in mente solo a un vecchio russo pazzo come lui. Forse ha s t u p r a t o dei bambini, ma non è sicuro.

Heidegger, Martin: filosofo del Novecento, uno dei più importanti. Ecco, io, se devo essere onesto, non ho mai capito assolutamente di cosa parlasse, e nelle conversazioni mi sono più di una volta rifugiato nel luogo comune: “Heidegger, ah, sì, quel nazista di merda”. Ma sotto sotto mi vergognavo. Poi, finalmente, domenica scorsa ho trovato sulla Repubblica un pezzo di Gianni Vattimo (pag. 35), e mi ci sono buttato con impegno:

La filosofia di Heidegger è una filosofia dell’emancipazione attraverso la riduzione del peso dell’essente a favore dell’essere. La frase di Sein und Zeit: “Essere, non ente, si dà nella misura in cui c’è verità; e verità c’è solo in quanto c’è l’esserci”, va letta, alla luce di tutta l’opera heideggeriana e anche dell’ermeneutica che si è sviluppata da lui, come un “imperativo” più che un indicativo. Dal resto non si può pensare che Heidegger voglia mai comunque “descrivere” o enunciare una qualche verità su come l’essere, le cose, l’esserci, è: giacché non ha mai creduto alla corrispondenza e dunque alla filosofia come descrizione dell’essere o del reale…

Heidegger dunque, beh…
Che nazista di merda
.

(volete collaborare alla prossima release del Leonardo’s Simulatore di Cultura di Base?: scrivete!)
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IL CUORE BATTE ASINCRONO,
e un pendolo tagliente
spezza la notte in schegge per l'insonnia più insolente;
zanzare i miei pensieri che
s'appressano all'orecchio,
ed il cuscino è un sasso freddo e frigido, ed invecchio.

E tu, che se telefono
mi dici di star zitto,
non posso lamentarmi,
non ne ho neanche il diritto
ho un posto un nome un numero
due esami ogni sessione:
è solo un esercizio questa mia disperazione

La vita ha le sue tattiche
per farti stare in pari:
affolla le rubriche,
gremisce i calendari
appuntamenti ed assemblee e colloqui di lavoro:
tu cedi solo un attimo e sei già in fila col coro.

La vita ha le sue strategie
per farti stare al gioco,
anche se il polso è debole,
e il cuore scarta un poco:
impulsi elettrostatici
ti guidano al magnete:
tu cedi appena un minimo e sei già in fondo alla rete.

E tu, se poi telefono,
mi dici di tacere:
so solo lamentarmi,
ormai è il mio mestiere
il mondo intero oscilla sui
miei sbalzi di pressione:
è un gioco stanco e logoro la mia disperazione.

Il cuore batte asincrono,
e un pendolo tagliente
spezza la notte in schegge per l'insonnia più…


('97, credo. Oggi mi è tornata in mente).
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Adesso è buffo pensarci, ma il proposito per il 2001 era di scrivere una poesia al giorno. Questa era la prima:

Stasera, sul finire del millennio
Un angelo (nero) mi ha visitato
Mi ha cercato a tutti i campanelli
per dirmi: Buana, ti portano via
la macchina.

Io (che ho un bell’anonimato da difendere
qui tra scuri chiusi sigillato
per risparmiare sul riscaldamento
e concentrarmi sull’ultimo concorso),
io penso sia il pappone della tipa
che abitava qui sopra quest’estate,
ospite di un sardo allucinato.
Il pappa diceva d’essere il fratello
di lei: ma non somigliavano per niente.

E giusto per sfatare questa storia
che s’assomiglino tutti, pure lei
da un mese all’altro mutava le forme.
A volte era più alta, direi somala,
a volte tracagnotta nigeriana
sbuffante con la spesa sui gradini
che poi scendeva agile, tigrina,
con tacchi da suicidio.

Vennero su due agenti a ferragosto
a chiedere se per caso era un bordello
il nostro condominio.
Ma perché pensare male di qualcuno
solo per i suoi orari? Certe volte
io e lei ci incrociavamo sul portone
(diciamo alle quattro e mezza del mattino).
“Sei stato a ballare?”, domandava,
io rispondevo e non chiedevo niente.

E – un po’ perché il sardo andava giù di testa,
e pare avesse ucciso già qualcuno
da giovane – un po’ perché l’angelo nero,
già conosceva il mio parcheggio fisso,
(e poi certo, per mancanza di prove)
non dissi niente neanche con gli agenti.

Perché, sia chiaro, io vivo qui per caso
com’è un caso finire qui il millennio
nel mezzo di un bel niente.
In piazza un carro attrezzi sgomberava
per i festeggiamenti, e la mia opel
(che mi somiglia ormai) non cooperava:
stava tra i piedi a tutti.

Concilio e mi tolgo dal disturbo
(non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo)
Buon anno angelo nero e niente grazie
È stato solo uno scambio di favori.


Un proposito per il 2002 potrebbe essere: lasciar perdere tutto, in particolare i buoni propositi.
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I Colloqui on line
Nel sito di Wordtheque non solo è possibile scaricare gratuitamente più di 20.000 testi in 113 lingue (tra cui il Tegulu, il modenese e il klingoniano, la lingua dei cattivi di Star Trek), ma è anche possibile scaricare fiabe e poesie recitate e compresse in file mp3. Mentre le fiabe ormai sono numerose, e attingono a un solido repertorio (Grimm, Collodi, Andersen… raccomando La principessa sul pisello), le poesie sono ancora poche. C'è qualcosina del Dolce Stil Novo, qualcosina di Pascoli, e poi… ci sono tutti i Colloqui di Guido Gozzano. Quasi tutti: alcuni file sonori devono ancora essere processati: ci vorrà qualche tempo.
Sì, li ho letti io. So di non essere un attore e non ho scuse, se non che era sempre meglio che star tutto il santo giorno a cliccare. Ma perché proprio Gozzano?
Mah. Penso che fosse il mio poeta preferito (al liceo). Credevo anche che fosse facile da recitare, col suo prosaico cantabile, lo stile "di uno scolare corretto un po' da una serva". Mi sbagliavo alla grande. Qualsiasi ermetico o surrealista sarebbe stato meno impegnativo. S'imposta un po' la voce, si dispensano silenzi terroristici, e via, per male che vada… Ma questo assurdo cantastorie liberty, col suo lessico retrò, i suoi giochi metrici che sanno più di enigmistica che di poesia (quel virtuosismo un po' sciatto che spiaceva a Contini ma attira come mosche gli adolescenti), ha anche la pretesa del narratore. Bisogna raccontare la storia e far sentire la filastrocca, e non è facile.
Mi accorgo che non sono dell'umore giusto per parlare (bene) di Gozzano. La lettura integrale mi ha un po' stomacato. Tra tante cose che il solito Montale ha scritto di lui ne ricordo una apparentemente incomprensibile: "Gozzano [come Rossini] va preso col cucchiaino". In effetti è un poeta dolciastro, specie a un secolo di distanza, quando non siamo più abituati a tante rime, tanta narratività, tanta ironia. Almeno in poesia. Ma forse Gozzano è il poeta preferito di chi non ama molto la poesia, e ancor meno i poeti. Certo, la sua antiretorica dopo quasi cent'anni suona fin troppo retorica. Ma io non ne so ancora fare a meno. Mi sorprendo a volte a citarmi addosso versi suoi (o anche di Petrarca, Dante, Leopardi, che lui, senza sospetto d'essere postmoderno, copiava pari pari; e io, ignorantello, lo prendevo in buona fede). E in fondo credo che a questo serva la poesia: a venirci in soccorso quando non sappiamo esattamente cosa dire o cosa pensare. Un verso che mi ritorna ossessivo, in questi giorni, è il seguente:

È triste pensare che i versi invecchiano prima di noi.
(L'ipotesi)

È triste ma è quasi sempre vero. Non in questo specifico caso, però.

Volete scaricare qualche Colloquio?
Vi sconsiglio assolutamente La signorina Felicita: sarà anche un capolavoro, ma supera i 25 minuti: meglio rimandare al tempo della banda larga. Troppo lunghe sono anche Paolo e Virginia e L'amica di nonna Speranza. Lunghetta anche Le due vie, ma è la mia preferita. Cocotte, un po' gerontofila, l'ha letta una mia collega (la stessa della Principessa nel Pisello). Chi volesse solo un assaggio senza perder tempo consiglio L'ultima infedeltà, che è appena un sonetto.
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Let's go to Hell, boys
Buon principio di quaresima a tutti. Sì, oggi è il mercoledì delle ceneri e cercherò di essere in tema.
Venerdì scorso si parlava dei classici italiani all'estero. Mi è venuta in mente una cosa da mostrare.

"THROUGH ME ONE'S LET INTO THE CITY OF SORROW,
THROUGH ME ONE'S LET INTO EVERLASTING PAIN,
THROUGH ME ONE JOINS THE THRONGS THAT LOST THEIR MORROW.

JUSTICE MOV'D MY HIGH MAKER, NOT DISDAIN;
BY DIVINE POWER WAS I MADE, AND BY
SUPERNAL WISDOM AND FIRST LOVE SOV'REIGN.

NO THINGS WERE MADE, ERE CREATED WAS I,
IF NOT ETERNAL, AND ETERNAL I LAST:
LAY DOWN ALL HOPE, YE WHO STEP IN, AND CRY".

My eyes upon these dark-hu'd words ran fast
That high above a door were hewn in writ;
So "Hard" I said "on me their sense is cast".

Può piacere o non piacere (a me piace), ma credo sia comunque facilmente riconoscibile. È il principio del terzo canto dell'Inferno, tradotto in inglese. Fin qui nulla di straordinario. La traduzione rispetta però tutti i vincoli metrici dell'originale: la rima è concatenata e il verso è il pentametro giambico (il verso inglese più simile all''endecasillabo dantesco). E già questo sarebbe un exploit notevole. Infine: il folle (italiano) che ha fatto questo non si è limitato a quattro quartine, ma ha tradotto l'intera Commedia, Hell, Purgatory e Paradise, tutto.
È un'altra incredibile produzione wordtheque! Non ci contattano soltanto pazzi pericolosi, ma anche pazzi a loro modo ammirevoli, come questo ingegner Fanelli di Firenze, ex maestranza Enel, autore di svariate pubblicazioni di idraulica, che nel tempo libero si diletta di architettura, computer graphics, e traduce Dante verso per verso. Senza gridare al miracolo, come tanti autori di romanzi di sicuro successo.
The power of Dante’s language, dichiara, is so irresistible that sometimes, somehow, it can suddenly shine through this opaque screen. When it does, it gives the rash craftsman an exhilarating thrill. I hope that these few shafts of light can also break through to some of the readers (if any).
Io non ho la competenza né il tempo per verificare se l'inglese di Fanelli funzioni, ma mi piace pensare di sì. Tanta pazienza e modestia meritano menzione. Fate girare la notizia. Avete amici anglofoni che vorrebbero leggere Dante? Creiamo un piccolo caso net-editoriale... Let's go down, boys, let's go hell!
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