Driving Ms Mastrocola

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Rassomiglieremo la scuola pubblica a una vecchia automobile, diciamo un modello a benzina degli anni Novanta, che ci ha portato in infiniti luoghi ma a un certo punto senz'altro necessitava di essere cambiato, purtroppo fu il momento in cui ci trovavamo a corto di spiccioli, tanto che ci siamo venduti l'autoradio. 

Non è una cosa di cui andiamo fieri; e però dopo aver constatato che la macchina continuava ad andare, ci è presa una strana euforia e ci siamo rivenduti anche la ruota di scorta (sì qualcuno ce l'ha comprata, forse aveva pietà di noi). Da lì in poi è stata una corsa verso l'abisso: qualcuno ci ha comprato la il cric, il triangolo, la tuta catarifrangente, il disco orario. C'è gente che ha accettato in pegno i tergicristalli, c'è mercato anche per i finestrini retrovisori, e ciononostante l'auto funziona ancora, certo non è che facciamo benzina molto spesso, e il paraflu ce lo siamo bevuto. Un nostro conoscente conosce un tizio che ti valuta i sedili, ci stiamo pensando, nel frattempo si sono rotti un paio di fanali ma basta essere a casa prima del tramonto.

In mezzo a tutto questo, la Mastrocola chi è? Una passeggera, mettiamola così, una tizia che ha fatto un tratto di strada con noi e ha notato con disappunto che il riscaldamento non funziona – tante grazie, manca il lunotto posteriore, ma mica se n'è accorta. Dice che è tutta colpa di queste auto moderne, ricorda con affetto la Fiat 126 che le regalarono i genitori e che secondo lei era più performante. Noi non siamo nella situazione di darle torto, diciamo che siamo più preoccupati dal fatto che potrebbe fermarci una pattuglia e ci siamo fumati anche il libretto. Quindi la facciamo parlare, che altro possiamo fare? Ci fosse un autoradio alzeremmo il volume, ma non c'è più.


Tecnica della Scuola


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L'elzeviro con le foglie morte!

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Da morti è più facile

Hai un bel da dire che i tigli sporcano, fosse per te li taglieresti.
Io ho scelto questa casa mentre guardavo gli alberi. Non è che l'abbia scelta per gli alberi. Ma li stavo guardando. Il primo pensiero concreto fu il Bidone Aspiratutto per le foglie sul terrazzo. Mai comprato, per fortuna, era un pensiero concreto ma stupido. Ramazzare le foglie è rilassante.

Un tiglio è un albero fantastico, sporca più o meno nove mesi l'anno. Quando finisce coi fiori passa ai semi, gialli fetenti e appiccicosi; poi ci sono le piccole foglie dei semi, di difficile cattura; poi l'involucro del seme, una piccola biglia che cade di schianto, poc, fa il rumore della grandine... e senza accorgertene è già agosto e cominciano a cadere le foglie serie. Il resto dell'anno la resina cola sulle macchine parcheggiate, e se provi a tirarla via con un semplice autolavaggio, la carrozzeria sbiadisce. Il tiglio non è un animale da salotto.

Guardarlo ingiallire lentamente ti ripaga della fatica (non del mutuo).
Pensa solo a tutte le metafore che puoi tirarci fuori; ad esempio in febbraio i potatori lasciarono un rametto spezzato incastrato nella prima biforcazione. Quel ramo prima o poi sarebbe dovuto cadere, col vento, magari sul tuo parabrezza o sulla testa della vicina; ma si vede che il vento non spira mai nord-nord-ovest/sud-sud-est; che il ramo è troppo pesante o in un qualche modo è rimasto incastrato, fatto sta che è rimasto lì, sempre più nero, in mezzo al verde.

Non ti dico il fastidio.
Come il pezzetto di carne che ti resta tra i denti al ristorante, a mille chilometri dal filo interdentale che ti sei dimenticato di mettere in valigia. Uno poi fa finta di niente, così apre la finestra, aspira a pieni polmoni... e vede quello stecco conficcato tra i due rami, insomma, tutti i santi giorni, perché non cade? è insopportabile.

Lo vedi che non è la natura, sono io?
Che trovo dappertutto cose da non sopportare?
Possiedo un piumino anti-ragnatele telescopico, eredità del mio periodo-mansarda. Certe notti d'estate, dopo aver guardato bene che nessuno mi spiasse, estroflettevo l'ordigno come un gigantesco cotton-fioc, e dalla mia finestra cercavo di urtare lo stecco morto, di smuoverlo, di estrarlo, inutilmente. E' ancora lì, ma in autunno si nota meno (io però lo so che c'è, e mi offende).

L'altro tiglio ha un rametto spezzato, che è rimasto attaccato al suo ramo per un nonnulla, una scheggia di corteccia, un truciolo. Dev'essere stato il vento di marzo, perché il rametto aveva cominciato a mettere piccole foglie, già secche in aprile. Macchioline gialle in un gigante verde, ma le avevo davanti in primo piano, ogni volta che aprivo la finestra del salotto. Non mi davano fastidio come lo stecco morto, erano una sottile promessa d'autunno in primavera, memento mori e tutta questa serie di cose - e poi sarebbero cadute presto, credevo. Al primo vento.

La pianta poi ha messo foglie assai più grosse. E i fiori, e quei chicchi dei fiori che a calpestarli fanno il rumore della neve che scricchiola. Intanto quelle foglioline gialle erano sempre lì, sempre più grinzose, ma non cadevano. A fine agosto, quando tornammo, la prima finestra che aprii fu quella del soggiorno: le morte erano lì, come quelle vecchiette che resistono agli anni, le conosci da bambino e alla fine vengono al tuo funerale col rosario in mano - le foglioline morte erano lì. Vabbe', tanto ormai è autunno, pensavo.

Il tiglio non era dello stesso parere: fino a metà ottobre si atteggiò a sempreverde. Poi, profittando di qualche acquazzone, cominciò a spogliarsi, ma piano, piano, il mio lapdancer personale. Ogni volta che mi ritrovavo una foglia sul davanzale, andavo a vedere se non fosse una delle vecchiette, ma no: il rametto resisteva. E aveva messo una tinta diversa da tutte le altre, un marrone deciso che irrideva il giallino smorto delle compagne cascanti. Sta' a vedere che restano lì, mi sono detto.

Ed è stato così. Novembre ha portato le piogge vere; il vento invece non è che si presenti spesso qui da noi. Le foglie se ne sono andate, lasciando quei nudi artigli neri che fanno gestacci al cielo. Oggi in terrazzo ramazzerò forse per l'ultima volta. Tra un po' magari tornerò a spalare la neve. Intanto quelle foglie sono ancora lì, appese al loro rametto mezzo amputato, che mi fa un cenno ogni volta che apro la finestra. Le prime a morire, le ultime ad andarsene.

Attenta che adesso scatta la metafora.
Sei pronta?

No, niente. E' che davvero quella foglia che si ostina, che non cede, non si arrende, che non le interessa; quella foglia che ha resistito più delle altre, perché tanto era morta tutto il tempo, e da morti è più facile, in fondo, sopravvivere; quella foglia a volte credo di essere io.
Tu magari entri, posi le chiavi, mi chiedi Come va? Sembri pensieroso, a cosa pensi?
Ti dico che va tutto bene, e che non stavo pensando a niente, guardavo le foglie.
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L'ultima metafora

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La proiezione del Castello

La maggior parte di questo decennio l'ho passata in una città minuscola con una piazza immensa. E il bilancio, devo dire, è positivo. I servizi sono abbastanza buoni, la gente non me l'aspettavo migliore né peggiore, e la piazza, cosa vuoi mai. I bambini dicono che è la più grande del mondo. Crescendo si correggono: è la più grande d'Italia. Gli adulti han l'aria di saperla lunga, è la seconda o terza piazza più lunga di una classifica che sta nelle loro teste, allestita da una giuria qualificata di Misuratori Di Piazze (me li immagino in giro per le periferie con chilometri di spago graduato). Ma insomma è il vanto della città, il suo biglietto da visita: ovunque nel mondo noi diremo di venire dalla città con la Piazza più Grande, perché tutti sanno che la nostra è la città con la Piazza Più Grande, no? Alle Maldive di sicuro lo sanno tutti (cameriere bagnini e personale di servizio), e il resto del mondo, beh, il resto del mondo s'arrangerà. Non sanno che si perdono.

È così grande che un giorno volle affacciarvisi anche Sua Santità, no, non il tizio di adesso, Sua Santità quello vero, Wojtyla: e pare che ai fedeli dicesse una cosa del tipo: “Ehi, certo che avete proprio una gran piazza”. Non so se mi sono spiegato, Karol Wojtyla: mica un pastore itinerante, stiamo parlando del più grande affacciatore di piazze della Storia – anche se ogni tanto il dubbio il dubbio viene che lo dicesse in tutte le piazze, come le rockstar che imparano a memoria Ciao Milano State Bene? Siete Caldi? Anchio.

Come si sta nei pressi della Piazza Più Grande del... boh, cosa volete che vi dica, di giorno è molto comoda in bicicletta. Non valgono più le regole stradali, gli angusti limiti imposti dalle piste ciclabili: quando sbuchi lì, sei come una vela nel mare aperto. Fiuti una direzione, tracci una rotta, e via. Se hai buona vista puoi scansare agevolmente le persone che vuoi evitare, il che mi sarebbe molto utile, se in questo decennio avessi già conosciuto qualcuno abbastanza bene da volerlo evitare. Ma sono così timido.

Questa piazza enorme ha i suoi lati oscuri, che nessuno ha il coraggio di mostrare, e allora sarò io, proprio io, a rompere l'omertà. La semplice verità è che non è nata piazza, ma fossato: lo spazio tra il castello dei signori e le case dei borghesi. Ci furono poi vicende alterne, signori nella polvere e borghesi sugli altari, e poi a colmare il vuoto guerre e monumenti e lapidi ai caduti... eppure lo spettro del Fossato è lì, e per sentirlo basta distrarsi un momento dalle luci e dal benessere – il che non è poi così difficile, quando scende la sera e la Piazza Più Grande si rivela Inilluminabile. L'amministrazione fa quel che può, ma lì dentro ci staranno quattro o cinque campi da calcio, e i riflettori costano. La cittadinanza allora s'arrangia e si assiepa lungo i bordi, tanto in mezzo in fin dei conti non c'è niente.

Il vero problema è tra Natale e Capodanno: quando tutto deve brillare, sbirluccicare, glitterare, ma come accidenti fai a illuminare sei campi da calcio con niente di niente in mezzo? No, ma mettetevi nei commercianti: come fai a raccontare di essere un'oasi del benessere, al sicuro dalla crisi, dal terrorismo, dalle polveri sottili, in questa prateria? che se poi magari nevica diventa la banchisa polare? Ci voleva un'idea, un'idea geniale.

Non è venuta a nessuno.
(Non è un paese di geni, bisogna dirlo).

Invece, da qualche anno a questa parte, qualcuno ha escogitato questa cosa che vado a spiegarvi. Non so chi sia stato, se un commerciante o un amministratore, e neanche voglio saperlo, a dir la verità. Questa... questa creatura, sì, anche lui è una creatura del buon Dio, ha pensato: ok, abbiamo una piazza enorme, vuota e oscura. Da una parte i negozi, dall'altra un Castello con il museo dei deportati della Shoah e altre amenità. È chiaro che più di tanto non lo puoi glitterare, il Castello. Nemmeno puoi appenderci quei Babbi Natale che vanno di moda, perché comunque la facciata è bella grande, ce ne vorrebbero centinaia, e sembrerebbero i Marines che espugnano Alcatraz. Però questo enorme spazio vuoto e piatto, questo... questo schermo, sì... potremmo usarlo per proiettarci qualcosa. Cosa? Beh, è Natale, no? La festa del... commercio, no? E quindi qual è l'anima del Natale? E dai, è facile, su, qual è? La pub-bli-ci-tà! Dei negozi del Centro! Proiettata sul mastio del Castello in formato gigante! Adesso sì che è Natale! (nel caso i razzetti cinesi dei tamarri, i razzetti tamarri dei cinesi, e la filodiffusione di Jingle Bells sotto i portici vi avesse lasciato margini di dubbio).

Però non bisogna essere ingiusti coi miei compaesani. Loro lo sanno che il Natale non è solo comprare Articoli Sportivi da Bargigli e Figli Srl. Lo sanno che la loro è anche una città di arte e di cultura. Così, ogni cinque o sei slide, ne proiettano una che mostra le bellezze della nostra città. Che di bellezze, ahem, non è che ne abbia molte. In verità ne ha una sola: la piazza, col Castello. E quindi proiettano quella: sulla facciata del Castello. Pensateci bene: il Castello è bello, ma dobbiamo usarlo per proiettarci un po' di pubblicità natalizia; però tra uno spot e l'altro, per ricordarci che il Castello è bello, proiettiamo la facciata del Castello... sulla facciata del Castello. Prevengo l'obiezione: non basterebbe spegnere il proiettore e guardare il Castello? No, perché se spegniamo non è più il bel Castello della pubblicità: è solo una quinta, un fondale, un muro che serve a proiettarci sopra belle cose. E questa è una metafora potente, secondo me è la metafora del Decennio – almeno, è l'ultima metafora che ho fatto in tempo a trovare.

Ora, non vi sembra un motivo necessario e sufficiente per venire a trascorrere almeno un pomeriggio qui da noi? Fa un freddo cane, e non si scia (è tutto piatto per chilometri e chilometri), però volete mettere l'emozione di recarvi in Piazza e vedere proiettato sul Castello l'immagine della Piazza col Castello, e diventare così le comparse di un'enorme installazione escheriana, perché probabilmente anche nella foto del castello proiettata sul castello c'è un immagine del castello proiettato; così come probabilmente noi stessi siamo le comparse di una foto tridimensionale del Castello proiettata intorno a noi, su di noi. Siamo oggetto e siamo fondale, siamo messaggio e siamo medium, siamo le parole per dire quanto siamo noi stessi, siamo i Più Grandi Del... perlomeno siamo in una lista delle persone Più Grandi Del... siamo noi stessi pensanti noi stessi, l'unica luce che glittera nel buio che incombe, nel profondo, nel Fossato che sempre pronto a spalancarsi (fai che non salti la luce).
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si' stata 'o primm'ammore

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San Valentino vien per tutti

Ma quando vedo questi pretini, cresciuti nel puro amore di Dio, che cominciano a nutrire un sentimento di profonda stima per Giuliano Ferrara, io non so veramente se piangere di stizza o di pietà. Comunque piango.

Mi fanno davvero venire in mente quei soldatini di leva appena arrivati in città, spaurite matricole nel ventre pulsante di Cuneo o di Chieti, che alla prima licenza fanno amicizia con una ragazza simpatica. Passa una settimana, e passa un mese, e loro sono sempre lì che la portano al cinema, la portano a cena, rispettandola sempre tanto. E ci fanno una passeggiatina, e stanno già pensando all'anellino, e non sanno che tutto intorno la città li guarda sfilare a braccetto con la bagascia del reggimento.
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Lettere Vitruviane! #4: il sapore della semiosi

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[Nel 2005, mentre il blog viaggiava nel futuro, collaborai tra l'altro alla webzine Sacripante!, di cui in Rete non rimane quasi traccia. Incollo qui i pezzi che scrissi per i sei o sette numeri che uscirono: da qualche parte li devo pur conservare. Non sono affatto sicuro della data in cui uscirono, comunque tra il 2005 e il 2006].

Caro Leonardo, secondo te siamo come i maiali d’allevamento, che masticano le barre dei loro recinti? Ma forse è meglio andare per gradi. Devi sapere che io sono un cinefilo, di quelli che vanno al cinema e poi ne scrivono sui loro siti internet (quei tipi di siti amatoriali che si aggiornano ogni tanto, non so se ne hai mai visto uno). Amo il cinema. Almeno credo. Mi piace ogni tipo di film, ma ho un debole per le saghe. 

Bene, ultimamente è uscito l’ultimo episodio di una grande saga (non importa dire quale), e io mi sono precipitato a vederlo. Ho anni di esperienza alle spalle, per cui entrando in sala sapevo già più o meno quello che sarebbe successo. Sapevo che sarei uscito vagamente insoddisfatto, deluso per la grande occasione persa dal regista di ravvivare una grande saga che ha incantato due generazioni eccetera. Sapevo che avrei messo per iscritto questa delusione sul mio sito amatoriale, e già immaginavo per sommi capi la discussione che ne sarebbe scaturita coi lettori (in questi siti, se uno vuole, i lettori possono risponderti, se uno è tanto bravo da averne almeno un paio). Ma sapevo anche mentre si spegnevano le luci in sala che per 120 minuti avrei visto spade laser, orchi e principesse, e mi sarei divertito, e avrei tremato per le sorti della galassia. Come ai vecchi tempi. 

E invece no. 

È stato verso la fine del primo tempo, credo, durante un combattimento qualunque, che ho avuto una sorta di illuminazione, un’epifania. Prima ho visto baluginare una striscia verde sulla parete laterale della sala: la luce di sicurezza. Poi ho distinto le sagome dei sedili davanti a me, le nuche degli spettatori. E infine mi sono visto. Ero lì, trentaqualcosenne, seduto in un multisala davanti a un fi lm per ragazzini. Potevo fingere che fosse colpa della sceneggiatura non altezza, degli attori inespressivi, degli effetti da lunapark, ma tutto questo non mi aveva mai impedito di divertirmi al cinema. E invece stavolta non mi stavo divertendo. Per quanto mi impegnassi. Era finita. 

Quello che ho provato, è paragonabile a quel che succede ai masticatori compulsivi. Sarà capitato anche a te, una volta, di metterti una gomma in bocca e di non pensarci più: finché a ora di cena, o di dormire, uno non si accorge di aver masticato per ore qualcosa che ha perso tutto il suo sapore nei primi dieci minuti. Questo è quel che mi è successo ieri: mi sono reso conto di aver passato anni a guardare film che non mi divertivano, come si mastica una gomma insapore, per inerzia, o sbadataggine, o per stress. Similmente ai maiali nei recinti, che per stress masticano le sbarre. E qui torniamo all’interrogativo di cui sopra. 
Vostro, 
Critico in crisi ‘71


Caro critico in crisi.

Da chi hai copiato la metafora della gomma che perde sapore? Te lo chiedo perché è molto bella, così pensavo di fregartela: ma se poi salta fuori che l’hai presa da Shakespeare, che figura ci faccio? Io credo che nella tua metafora il sapore della gomma rappresenti il processo di semiosi, vale a dire il magico momento in cui un oggetto (un film, una gomma da masticare, una spada laser; ma anche un gesto, una parola) si legano a un significato. Il significato di una gomma è il suo sapore; il significato di una spada laser è “sarebbe bello esser lassù nello spazio a combattere il Male” (o in alternativa: “sarebbe bello esser bambini di nuovo come quando sognavamo di esser lassù nello spazio a combattere il Male”). Quello che con la metafora della gomma hai inteso perfettamente, è che la semiosi non dura in eterno, ma si consuma con l’uso. Per quanto ci impegniamo, prima o poi le cose perdono il loro significato. La gomma perde il gusto, la spada laser torna a essere un pezzo di plastica.

La maggior parte delle volte, in verità, il significato sopravvive come un guscio vuoto, un rimando mentale a un’esperienza del passato. Passeggiando per il nostro quartiere, noi non vediamo più case né alberi, ma pallidi segni che la nostra memoria interpreta subito come “case”, come “alberi”. Caro critico, fumi? Bevi? E ne trai un vero piacere, o solo una pallida eco di una sigaretta che ti piacque, di un bicchiere che un giorno lontano hai gustato?

Non a caso hai chiamato “epifania” la tua brutta esperienza. L’epifania è il momento in cui le cose ci appaiono senza significati, in tutta la loro nudità. A certi dà la nausea, per altri è uno sballo: per te, mi sembra di capire, è stato solo deludente. Questo vino sa di tappo. Questo film è una puttanata. Viene un bel giorno in cui i ricordi non riescono più a tenere insieme oggetto e significato. Persino le parole, dopo un po’ non vogliono più dire le rubriche niente: così che restiamo a masticare parole a vuoto. Non sapendo che altro fare, nel recinto.

Ma questo, caro critico, non deve buttarti giù. Perché c’è un punto in cui la metafora non tiene. C’è una differenza sostanziale tra un film (e una parola, uno sguardo, una casa, un albero) e un chewing gum. Il chewing gum, una volta perso il suo significato originario, va gettato via.

Un film, un quartiere, un racconto, una parola, una volta nudi del loro primo significato, possono prenderne uno nuovo. Quale? Dipende da te, il critico sei tu. Credo che da questo momento in poi la tua abilità consisterà nel trovare significati originali ai soliti fi lm che girano. Sarai un Adamo alla rovescia: lui se ne andava in giro nudo nell’Eden a dare un nome agli animali; tu passeggerai per il nostro mondo, libero di dare significati nuovi a nude cose che non li hanno più. Semiosi creativa: sarà divertente, forse non divertente come quando maneggiavi una spade laser, ma rassegnati: le spade laser, alla tua età, non esistono più. È un’età di pezzi di plastica, ma non ti scoraggiare. Semiosi creativa, ricorda. E buon divertimento
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Senso unico

siamo qui, a migliaia di chilometri, puliti e soddisfatti. Facciamo tre pasti e una doccia al giorno. Ogni tanto un occhio alla tv – stiamo vincendo una guerra. Bene. Ma quand’è sabato, e ci va di farci un giro in Centro, c’è sempre qualche stupido idealista che…

“Salve, passante”.
“Salve, scocciatore”.
“Stiamo raccogliendo fondi per…”
“Sentiamo cos’è stavolta”
“…la leucemia”.
“E perché proprio la leucemia? Quanti morti fa la leucemia?”
“Eh?”
“Perché non l’Aids? O il cancro? O la malaria? Lo sai quanti morti fa in Africa la malaria?”
“N-no”.
“Peggio per te. Lo sai cosa sei, tu? Sei un salutista a senso unico. La gente intorno a te muore a sciami, ma per te è tutta colpa della leucemia. Dov’eri mentre si diffondeva la SARS?”
“Ecco, io…”
“A Zanzibar, in Tanzania, una donna è condannata a morire di peritonite. Lo sapevi?”
“Ne ho sentito parlare, ma…”
“Ma non t’interessa niente. Tu sei solo contro la leucemia. Hai occhi e orecchi solo per la leucemia. Del resto, non c’è da stupirsi di gente come te, che ha chiuso gli occhi davanti ai milioni di vittime dell’influenza Spagnola nel 1918”.
“Ma io nel 1918 non ero ancora nato…”
“Certo, certo. E il vaiolo? E la lebbra? Tu sai cosa può fare la lebbra al volto di un bambino? Anzi, ho giusto delle foto qui con me. Le vuoi vedere?”
“Ehm, preferirei di no”
“E invece io te le mostro. Guarda qui”.
“Oddio”
“Guarda, guarda”
“Sto per svenire”.
“Roba forte, eh? E tu non fai nulla per evitare tutto questo, non ti vergogni?”
“Un po’ sì. Però anche la leucemia…”
“E sentilo! Leucemia, leucemia, sai solo dire leucemia. Ma sai che mi stai facendo venire i nervi? E se mi venisse voglia di difenderla, questa leucemia? Di organizzare un leucemia day? Di esporre la bandiera della leucemia dai miei balconi?”
“Senta, mi dispiace averla importunata. Vada pure per la sua strada”.
“Vedete come siete, voialtri? Faziosi e arroganti”.
“Sì. Ci vediamo un’altra volta”.
“Non si può parlare con voi”.
“Già. Le auguro una buona domenica”.
“Anche a te. E ricordati la faccia del bimbo lebbroso”
“Non me la dimenticherò mai”.
“È anche colpa tua, ricordati”.
“Sì, mi ricordo. Addio”.
“Leucemia, leucemia, sempre a dare addosso alla leucemia. È tutta invidia, ecco cos’è”.
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Questa, probabilmente, è una metafora

…this is probably a metaphor for rapidly changing fashions - it's an event, without any meaning, without any functional efficacy, without an enormous investment of emotion, without a strong participation... no reason, but maximal efficacy; this is today, our post-modern society.
Paolo Fabbri, On urban rumours

Quando non sappiamo esattamente cosa ci accade e perché, una soluzione sempre elegante è suggerire che si tratti di una metafora della società postmoderna.

Come i numeri immaginari sono tuttavia indispensabili per mandare avanti le scienze esatte e anche quelle applicate, il postmoderno forse non è mai esistito, ma ormai è necessario per sostenere tutte le metafore che gli abbiamo affidato.
Anche questa purtroppo è una metafora, e bisognerebbe ammettere che fare metafore è un modo molto maldestro di costruire conoscenze.
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