L'invenzione maledetta

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 "Come probabilmente sapete, gli automobilisti hanno sempre qualche difficoltà a mettere in punto l'orologio dell'automobile".

"Già, in effetti è così".

"I comandi sono quasi sempre un po' troppo complessi, inoltre l'automobilista è concentrato sulla guida e così tende a rimandare".

"Vero".

"D'altro canto ormai tutte le automobili sono equipaggiate con bluetooth di serie che si collegano allo smartphone dell'automobilista – e lo smartphone come saprete si mette in punto da solo, prende l'ora da internet".

"Ora che ci penso è vero, lo smartphone si mette in punto..."

"Dunque la mia idea... ma non è che sia proprio una mia idea, cioè mi fa un po' strano che non sia già venuta a qualcun altro, anzi a tantissima gente, soprattutto ingegneri, beh... anche lei a questo punto l'avrà capita da solo, no?"

"Cosa dovrei aver capito?"

"L'idea che sono venuto a presentare, è una cosa proprio banalissima se uno ci pensa".

"E cioè?"

"Cioè non ci ha pensato?"

"No, ma la prego, non mi tenga sulle spine, qual è questa sua banalissima idea?"

"Beh, ecco... fare in modo che l'automobile metta in punto l'orologio con lo smartphone a cui si collega via bluetooth".

"Ah, però".

"Banale, eh? Però risparmierebbe tempo, fatica, distrazione... e non c'è nessuna tecnologia da aggiungere, abbiamo già tutto".

"Sì, sì, non male come idea".

"Continua a sembrarmi stranissimo che nessun altro ci abbia pensato".

"Eh ma sa, a volte sono proprio le cose semplici... le faremo sapere, comunque".

"Grazie per la sua attenzione".

"Si figuri, si figuri e mi raccomando, nel frattempo non ne parli con nessuno, segreto industriale".

"Wow. Grazie".

"Inoltre nei prossimi giorni non lasci la città".

"Davvero?"

"Proprio così. A presto".

[Esce il geniale inventore].

[L'ingegnere capo emette un lungo gelido sospiro, e poi prende il telefono]. "Sì, è appena uscito dal mio ufficio, sì, è proprio come temevamo, bisogna farlo sparire come tutti gli altri. No, non un incidente stradale, sarebbe il quinto in una settimana, inventatevi qualcos'altro".

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Piccole, scomode e costose

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 "Allora ragazzi ora passo a distribuirvi le mascherine per la prossima settimana". 

"Ma prof".

"Che c'è?"

"Sono piccole".

"Beh, è chiaro".

"Sono scomode".

"Ovviamente".

"Ma ve le hanno regalate?"

"No, credo che le abbiamo pure pagate troppo".

"Ma che senso ha?"

"In realtà ha molto senso. Sono le mascherine della Fiat".

"Della Fiat?"

"Troppo piccole, scomode, e costano troppo allo Stato. Classiche Fiat".

"Ma..."

 "Alla prossima".



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A4 (All Audis Are Assassins)

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C'è una gallery dedicata alle Audi che entrano nelle case. 
Come alcuni lettori forse avranno già intuito, io nutro una pluridecennale diffidenza nei confronti delle Audi e dei loro conducenti, insomma a un certo punto mi sono reso conto che vogliono uccidermi. In autostrada, al semaforo, anche quando sono fermo nel parcheggio, ci provano da anni, non può essere una coincidenza. E so anche di non essere il solo: faccio parte di un misterioso campione di umanità a cui le Audi danno la caccia. Non abbiamo niente in comune: né il reddito né la fede religiosa o politica, né la squadra del cuore. L'unica cosa che ci affratella è che appena mettiamo il cofano fuori dal cortile si materializza un'Audi che ce lo vuole stampare in faccia.

Poi c'è chi si ritiene particolarmente inviso alle Audi nere, chi alle bianche, ma secondo me è pensiero magico: tutte le Audi sono assassine. C'è anche chi ritiene che certe Audi siano diverse, chi crede nell'esistenza delle Audi moderate, per esempio quest'anno sulle autostrade verso il mare sono stati visti diversi esemplari di Audi che rispettavano quasi i limiti di velocità, c'è chi trova la cosa incoraggiante.

A questi poveri illusi, ricordo una legge fondamentale: non esistono Audi buone. In particolare quelle che trovi in prima corsia ai 120, quelle che sembrano implorarti di sorpassarle, quelle sono le più stronze. Tu sulle prime non vuoi crederci, finché addirittura rallentano. A quel punto tu decidi che magari nella vita ti può succedere pure questo, di sorpassare un'Audi. Metti la freccia, passi in seconda corsia... e proprio in quel momento ti arriva un'Audi Q7 da venti tonnellate e ti pialla sull'asfalto. Tutte le Audi sono assassine.
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Come ci si ammazza in Padania

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All'onorevole Buonanno, leghista, è capitata la sorte che non augurerei al peggior nemico, che in effetti potrebbe essere lui. Sparato ad alta velocità, cuore fragile di una pallottola di lamiera, Buonanno è morto tamponando un compagno di strada sulla corsia di sicurezza, come potrebbe capitare al miglior guidatore in un momento di stanchezza o distrazione. Perché è così che vanno le cose: a diciott'anni superi un test, ritiri una patente e da quel momento puoi girare armato, anzi sei tu stesso l'arma. Non con quelle cose ridicole che tengono gli americani nel cassetto, e i politici sventolano in tv per speculare sull'ansia di chi è stato svaligiato. Parliamo di ordigni enormi, quintali di ferro o alluminio che possono passare da zero a 150 km/h con la lieve pressione di un piede. Possono ucciderti in ancora meno tempo e non è lo scenario peggiore. Possono fare di te un assassino. Succede tutti i giorni.

L'onorevole Buonanno, leghista, si mostrava preoccupato per la criminalità e non aveva nemmeno tutti i torti - probabilmente sta aumentando, com'è logico in tempo di recessione. I furti in casa soprattutto, e non c'è bisogno di sottolineare come questa categoria di reati influisca più d'altre sulla percezione della sicurezza del ceto medio proprietario. D'altro canto, gli omicidi consumati a scopo di furto o rapina, nel 2014, sono stati 27. Nello stesso anno le vittime di incidenti stradali sono state 3381. Nel Duemila erano ancora più del doppio. Una cosa giusta e di sinistra che ha fatto Berlusconi: mettere il tutor in autostrada (o se l'ha fatta Prodi, almeno Berlusconi non l'ha tolto). Una cosa scema e di destra che ha fatto Matteo Renzi: il reato di omicidio stradale.

Non si muore più in strada come una volta, ma si muore ancora tanto e lo sappiamo. È l'unica vera guerra della mia generazione: abbiamo tutti uno o due amici al camposanto a cui non portiamo più i fiori. Buonanno non era un mio amico, ma era come minimo un compagno di autostrada, due o tre volte statisticamente potremmo esserci sorpassati. Sono vicino al dolore dei suoi cari: non mi costa fatica, è lo stesso dolore che mi accompagna tutti i giorni. Là fuori ci si ammazza, ed è successo anche a gente a cui volevo bene, un po' più spesso di quanto pensavo di poter tollerare. È un problema molto più grosso di tanti altri problemi che ci fanno discutere, che ci spingono a prendercela contro una minoranza o contro un ceto politico e votare un onorevole piuttosto di un altro.
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Perché Accorsi sembra uno sballato

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Veloce come il vento (Matteo Rovere, 2016)


O ma lo sai che stai facendo un film di merda?

Ma come lo stai girando, tutto perfettino, con gli stacchi giusti, le curve tonde, soccia, che due balle fai venire. Ma te, ti diverti mai quando giri? 


C'è un momento, diobono, in cui non pensi alla postproduzione, alla distribuzione, all'ipoteca che ti mangerà la casa se il film va di merda e tutte le altre balle? C'è un momento in cui ti gasi e basta? Lo sai di cos'hai bisogno, te?

Di benzodiazepina. Dodici gocce e poi vai liscio.
No, scherzo.

Te hai bisogno di Loris. E sei fortunato, eccomi qua.

(Però anche la benza non ti farebbe mica 
male  sai, anzi, se hai venti carte ci passo io in farmacia, all'Operaia mi fanno gli sconti).

Ho visto Veloce come il vento e ora nessuno potrà convincermi che Stefano Accorsi non abbia passato gli anni del suo apprendistato a imitare Vasco Rossi per far ridere i compagni; se non era proprio Vasco era lo scoppiato del quartiere. Poi da cosa nasce cosa, uno spot qua, un Muccino là e vent'anni dopo Stefano Accorsi è attore di livello quasi internazionale. Il primo a crederci poco è probabilmente lui, e questo è il motivo per cui in fondo è impossibile volergli male. Ogni tanto ci pensiamo: ma che fine ha fatto? Quand'è che torna a farsi vivo, con una delle sue genialate?

(Hanno tutti fatto uno spot ridicolo ma quello di Accorsi non ce lo dimentichiamo. Prima o poi hanno tutti avuto un'"idea", ma solo "un'idea di Stefano Accorsi" è diventato un tormentone. Non c'è un perché, Accorsi non sarà un grande attore ma non è nemmeno il più cane di tutti. Non diremmo mai di Accorsi quel che si dice di solito a scuola, che uno è bravo ma non s'impegna. Accorsi s'impegna pure, Accorsi non puoi mai dire che non ci stia provando).

Veloce come il vento era, sulla carta, un film suicida. Una storia vecchia come la Turbosedici nascosta nel casolare, implausibile come un manga fine anni Settanta, o una storia di Bug Barri di Basari e Giovannini, nessuno sa di cosa sto parlando. Una ragazza minorenne al volante di una Granturismo, che durante la prima gara resta orfana (il padre si piglia un infarto nei box, la madre è fuggita anni prima) e con un fratellino a carico. Tutto questo poteva forse essere verosimile sulle pagine del Corrierino o del Giornalino, ma verso il 2015 lo spettatore italiano è ormai abituato a standard di verosimiglianza molto diversi. Poi però succedono due cose.

La prima è che Jeeg Robot, un film ancora meno plausibile su un borgataro che beve la monnezza radioattiva del Tevere e diventa Supercoatto tiene le sale per un mese intero e si presenta alla consegna dei David di Donatello col carrello della spesa. E lo riempie. Segno che il pubblico e persino la critica stanno cominciando a fottersi della verosimiglianza e a manifestare interesse per qualcosa di diverso che in mancanza d'altro chiamiamo "film di genere" (ma ha ancora senso chiamarlo così come se fossero gli anni Settanta e lo spettatore medio andasse al cinema una volta alla settimana? (Continua su +eventi!)

La seconda è che la sceneggiatura di Veloce come il vento a un certo punto è arrivata ad Accorsi, che magari non ha sempre voglia di recitare e lo capisco, ma stavolta aveva voglia di divertirsi a fare lo Scoppiato Anni Ottanta per un'ora e mezza. Perché con tanto rispetto per il giovane Rovere che ha talento, e gira sorpassi e curve e inseguimenti che Ron Howard, per dirne una, non ne ha fatti di migliori; con tanta ammirazione per la giovanissima Matilda De Angelis che regge il volante e la scena senza sbavare, Veloce come il vento non filerebbe così bene - Veloce come il vento non filerebbe nemmeno se Accorsi non riempisse ogni buco e fessura di trama. Il suo sporc-drughè, struggente ed esilarante e completamente fuori le righe, chi ha condiviso un po' di anni Ottanta nei parchetti dell'Emilia-Romagna non potrà trovarlo famigliare - quando spalanca le braccia ti sembra di sentirlo puzzare. Non so se chi è nato a nord del Po e a sud degli Appennini possa sentire lo stesso turbamento: ma qui ce l'abbiamo tutti un fratello, cugino, zio maggiore ridotto così. Cioè: ce l'avevamo. E in un qualche modo lo rimpiangiamo. Perché è vero che era un deficiente e ci ha rubato pure le posate. Però era nel nostro sangue, e quando se ne è andato è come se ci avesse tolto il divertimento. Quello non torna più, le posate si ricomprano.

 

Veloce come il vento ce lo resuscita a tradimento come fanno i ricordi d'infanzia, tirando una coperta pietosa sugli aspetti più crudi. Sembra veramente una storia restata in garage per vent'anni: ambientata prudentemente in un casolare lontano dalla Storia, e in un'Imola dove ai tavolini del bar ci sono ancora dei "gran disgraziati" in chiodo che sembrano usciti da un Frigidaire o un Lancio Story. L'unico adeguamento è stato sostituire alle siringhe le bottiglie di plastica: per il resto, c'è l'idea che nessuna elettronica potrà migliorare quella bara volante che era la Turbosedici Peugeot; nessuna sopraggiunta mafia bielorussa potrà correre più forte dei disperati col fegato-fegato-fegato spappolato. Senza Accorsi Veloce sarebbe il compitino rigoroso ma freddo di un regista che prova a fare il film-di-genere-nel-2016, e per carità, tiferemmo comunque per lui, come abbiamo tifato per Jeeg. Però se il film vince, sulla distanza, è per quell'odore di salciccia e roulotte. Certo, in Veloce come il vento c'è anche la minorenne più cazzuta del cinema italiano ("Prendo le curve ai duezento all'ora e ti preoccupi se mi faccio una scopata in macchina?") e - colpo di autentico genio - il bambino meno empatico mai visto. Il che è fantastico, perché quel bambino siamo tutti noi, che tifiamo per la brava giovanissima attrice, tifiamo per il talentuoso giovane regista - ma in realtà abbiamo solo voglia di rivedere Loris, solo lui ci ha fatto divertire.

Alla quarta settimana di programmazione, Veloce come il vento regge ancora al Comunale di Barge (21:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40); al Nuovo Lux di Centallo (21:00). Vai, vai, ballerino.
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L'anno che Valentino ha perso contro uno, boh, con una moto.

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Fatevi passar la rabbia, perché meglio di così davvero non poteva andare. Valentino Rossi ha vinto nella sua carriera non so quanti mondiali di cui a me, e a milioni di persone come me, non è fregato niente.

Oggi invece ha perso, partendo in fondo allo schieramento a causa di una penalizzazione di cui si è parlato molto ma di cui non mi era fregato niente fino a oggi, quando ho visto Valentino Rossi risalire dieci posizioni senza farsi prendere dalla rabbia.

Quando poi l'ho visto perdere lo stesso ho sentito qualcosa; mi sono sorpreso a sperare che in questo periodo Valentino Rossi abbia risolto le sue pendenze col fisco, non solo perché per la prima volta nella vita ho tifato Valentino Rossi - non sarebbe la prima volta che tifo uno sportivo non irreprensibile - ma perché nei prossimi giorni mi potrebbe capitare di tirarlo fuori coi ragazzini, Valentino Rossi, come esempio di vita o perlomeno di carattere, come esempio di come certe volte si vince anche quando non si vince, e viceversa. Del resto domattina sarà difficile parlare d'altro.

Ma ho la sensazione che ne parleremo anche tra un anno, e tra dieci, e quando ormai nessuno si ricorderà più bene quanti motomondiali ha vinto Rossi, ma ci ricorderemo di quello in cui è stato in testa alla classifica fino all'ultima gara, e ha perso contro uno di cui nessuno si rammenta più il nome.

Io perlomeno me lo sono già dimenticato, e anche voi dovreste.
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Lauda/Fonzie, un film di Ron Howard

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Rush (Ron Howard, 2013)

Disse un giorno lo Studio alla Sregolatezza: non pensare che io ti invidi, o che sia stanco di incassare i tuoi colpi e batterti sempre ai punti. Ma se ci potessimo scambiare i ruoli un solo giorno della vita, giusto per capire l'effetto che fa giocarsi tutto a ogni curva... "Lascia perdere", rispose la Sregolatezza, "quel giorno pioverebbe e perderesti la faccia". Sai che perdita, replicò l'amico. E poi la faccia a che mi serve, fin tanto che posso infilarmi un casco.

Questo non è il film, vi rendete conto.
Rush è il film con i modellini che avete da qualche parte in solaio, salvo che sono 1:1 e fanno brumbrum per davvero. Proprio quelli di metà anni Settanta che sembravano davvero pacchetti di sigarette un po' ammaccati, e probabilmente non ne costruirono mai di più brutti, ma chi se ne frega, sono proprio loro. C'è la Tyrrell a sei ruote? Giusto in un paio di fotogrammi: ma c'è. La Lotus nera col bordino dorato c'è? Non poteva mancare. La Ferrari Atlas Ufo Robot con quell'aspiratore da disco volante? È in prima fila. E ce li hanno quei meravigliosi nomi scritti sulle fiancate? Regazzoni, Fittipaldi, Ickx, Andretti? I nomi dei piloti di Formula 1 non suonano come i nomi normali. Un nome normale ("Fisichella", "Schumacher") smette di sembrare normale quando lo porta un pilota di Formula 1. Non suonano italiani né inglesi né nulla, sono un popolo a parte, e quello che suonava meglio di tutti era: Lauda.

Un latinismo assurdo e necessario, un'invocazione, un ringraziamento. Niki Lauda, sin da quando riesco a ricordarmelo, per me è sempre stato un freak. Non faceva paura, il suo volto era solo un'ulteriore pellicola tra il cervello e il casco. A farmi impressione erano le vecchie foto, di quando era ancora un essere umano tra gli altri.  Prima che morisse tra le fiamme e risorgesse come il cattivo di una storia di supereroi, freddo, crudele, inestinguibile. Ma come si chiamava il supereroe biondo? Non se lo ricorda più nessuno. Hunt. Strano, non suona come un nome da pilota (continua su +eventi!)

Rush è un film di Ron Howard, che in 30 anni ne ha fatti tanti, e molti ve li ricordate benissimo. Splash. Cocoon. Willow. Apollo 13. A beautiful mind. Il codice da Vinci. Frost/Nixon. E tanti altri che spesso vi sono piaciuti. Ma forse non ricordate che sono suoi. È bravo, ha la mano sicura, non fa passi falsi, gli sono capitati film sbagliati ma non a causa della sua regia: difetti strutturali, poco carburante, gomme sbagliate, incidenti di percorso. Lui finché può un film in pista riesce a tenerlo. Ma non appassiona i critici, non lascia segni riconoscibili che li stuzzichino. Può compiere mosse spericolate, se ritiene che ne valga la pena; ma non ha affatto paura di prendere la strada più banale, se è la più efficace per portare il film al traguardo. Dissolvere una scena di sesso in un pistone che sbatte nel cilindro, si può ancora fare? E perché no, vecchia metafora fa buon brodo. Come fai a mostrare che le macchine vanno davvero forte? Foglie secche che svolazzano, in tutte le stagioni, viva le foglie secche, non ce n’è mai abbastanza. Austriaci inglesi e italiani che parlano sempre la stessa lingua, come nei vecchi film di guerra dove al massimo il nazista calcava un po’ le consonanti? Personaggi che passano il tempo a riassumere la loro vita alla prima bella sconosciuta che incontrano? O a rammentarsi a vicenda le regole della disciplina che praticano insieme da anni? Non è realistico, i biopic seri non fanno più così da un pezzo. Però funziona ancora benissimo, la trama fila che è un piacere, e non c’è nemmeno bisogno di inventarsi snodi assurdi, perché il Campionato Formula 1 del 1976 fu veramente così: nessuno scrittore oserebbe più inventarsi una storia con tanti colpi di scena e tanto inverosimili.

Ron Howard ha fatto decine di film, ma è come se non li avesse firmati. Non li associamo alla sua faccia. Quella continua a farci pensare a Richie Cunningham, il ruolo di ragazzone-medio americano, per il quale aveva studiato sin da bambino, e che avrebbe dovuto fare di lui l’attore tv più popolare d’America e del mondo. Se un giorno sul set non fosse capitato un tizio qualunque, nemmeno troppo bravo a recitare, un personaggio secondario, ma irresistibile. Si chiamava Henry Winkler, doveva fare il bullo italamericano: non era nemmeno di origine italiana, ma con quel giubbotto indosso era irresistibile: era Fonzie. Si mangiò il telefilm, ne divenne il protagonista, e Ron Howard se ne fece una ragione. Studiò da regista, e il primo lungometraggio glielo finanziò proprio l’amico e rivale. Giorni felici, ma nulla di veramente indimenticabile, che senso ha rivangare? Niente. È solo che.

È solo che nel film c’è stato un momento, uno solo, in cui il bravissimo Daniel Brühl infilandosi il cappuccio coi fori degli occhi non mi è sembrato più né Lauda né Brühl. Per un attimo ho visto il volto sempre diverso e uguale di Ron Howard, finalmente tornato sulla scena: Ron Howard, archetipo del wasp noioso, che si decide a mettere la sua faccia su un suo film. Un ritratto di Ron Howard nei panni di Niki Lauda, il pilota più regolare e noioso del mondo, un ragioniere nel circo itinerante dei matti suicidi: Niki Lauda, davanti al quale la Morte e la Gloria, quando hanno voluto farsi capire, hanno dovuto esprimersi in percentuali. Ron Howard che ci mostra il dito e ci suggerisce dove ficcare i nostri discorsi sull’autorialità: non sarò mai il vostro Fonzie, non mi è mai interessato. L’ho invidiato? Può darsi, ma alla lunga ho sempre vinto io. Vincerò anche stavolta. Ma applaudite e premiate pure i film degli altri, il vostro amore non mi interessa, le vostre coppe non saprei dove appoggiarle. C’è una sola cosa che vi chiedo, e non è la stima, non è la gloria, né le foto sul tappeto rosso. Una cosa soltanto.

Otto euro.

E in certe sale mi arriva anche una percentuale sui popcorn.

Ma voi innamoratevi pure del Fonzie di turno. Sbrigatevi anzi. Che quelli invecchiano più in fretta. È l’unica pista in cui riescono a sorpassarmi.

Rush si lascia guardare che è un piacere, al Cityplex di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:00, 21:00, 22:40), al Multisala Impero di Bra (20:10, 22:30), al Cinema Italia di Saluzzo (20:00, 22:15), al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). All’uscita, fate guidare la ragazza: voi non sapete il perché, ma lei sì.
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Le autostrade

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(2000)

Vede ora il mondo con gli occhi di suo padre
Un grande esploratore di autostrade

Quella che porta al mare ha quattro strisce
Lisca di pesce in fondo alla pianura
Chi entra al casello a volte ha un po’ paura
Chi entra al casello a volte non ne esce

Danza la bambolina allo specchietto
ha un occhio ancora aperto
il collo è rotto

Vede ora il mondo come l'ha visto il padre
Ma come sono grandi le autostrade
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Il gigante e il portachiavi

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25 luglio - San Cristoforo, cinocefalo, ex patrono degli automobilisti


"Wof".
"Ciao Cristoforo, qual buon vento! Erano secoli che..."
"Taglia corto. Voglio vedere il capo".
"Il... il capo non riceve, mi dispiace".
"Cosa vuol dire che non riceve. Non ha senso. Io gli devo parlare. Adesso".
"Adesso no, Cristoforo, adesso è in... in riunione".
"Ecco. Parliamo di queste riunioni. Cosa sta succedendo là sotto, me lo vuoi spiegare? Cosa stanno combinando?"
"Ma niente... rimettono a posto il calendario, cose che capitano, d'altronde ogni tot secoli una riforma è necessaria, devi pensare che arriva gente nuova in continuazione, e così..."
"E io che c'entro? Forse che ho fatto qualcosa che non va?"
"Ma no Cristoforo, non c'è niente che non vada, però..."
"È vero che mi tolgono il patronato degli automobilisti? Perché? Forse che non li ho protetti?"
"Hai fatto quel che hai potuto, ma..."
"E poi se li tolgono a me a chi li danno, scusa".
"A Sant'Antonio, pare".
"Antonio? L'eremita?"
"Noo. Quello nuovo, il francescano... Antonio di Padova".
"Il ragazzino? E che ha fatto, scusa, che c'entra lui cogli automobilisti".
"L'hanno visto col Bambino in braccio, miracolo attestato in un processo di canonizzazione".
"Col Bambino in braccio? E io allora? Non ce l'ho un affresco col bimbo in spalla in tutte le cattedrali d'Europa?"
"Cristoforo, eddai..."
"In braccio. Quel francescano smagrito. Ma vuoi mettere. Gesù si tiene sulle spalle. Seduto comodo, in posizione frontale, come un automobilista, appunto. Sennò vabbe', capirai, il bimbo in braccio... allora diamolo pure alla Madonna, il patronato degli automobilisti. Ma chi è questo Antonio. È appena arrivato e già fa le scarpe agli anziani".
"È qui da sette secoli, ormai..."
"Appunto. Una matricola. Io lo sai che sono qui da quando hanno messo in piedi la baracca".
"Forse anche da prima".
"Esatto".
"È un po' questo il problema, Cris. Tu sei veramente un po' antico".
"Arf! Che male c'è?"
"Basta vedere gli affreschi più vecchi, il bambino sembra minuscolo sulle tue spalle".
"Sono un gigante, e allora? Cosa c'è di male?"
"C'è che i giganti non esistono, Cristoforo".
"Che ne sai tu. Una volta, magari..."
"Una volta, una volta. Adesso queste cose si sanno. C'è la paleontologia, l'archeologia. I giganti non sono mai esistiti".
"Magari ero un Neanderthal".
"Eddai Cristoforo, non fare il furbo. È saltata fuori questa cosa imbarazzante della cinocefalia".
"Wof, di che parli?"
"Nelle raffigurazioni più antiche avevi la testa di un cane, Cris" (continua sul Post, con Anubi ed Ermete Psicopompo).
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Isorabbia

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Domanda: si può passare un buon ferragosto in autostrada, senza di lui?


Isoradio, cambia musica (anzi, toglila proprio). (Sull'Unita.it). (Si commenta qui).

Passato un buon ferragosto? O eravate anche voi intrappolati in una coda d'autostrada, cullati dalle dolci note di Sandro Giacobbe? Rassegnatevi, è l'Italia. Certi problemi sono complessi. Gli esodi di agosto, per esempio, non sono così facilmente aggirabili. Ma Sandro Giacobbe? Un modo di aggirarlo ci dovrebbe pur essere. Non so, per esempio... una class action contro Isoradio?

Chiedere i danni a Isoradio, che idea folle. Come calcolare la quantità di tempo e di denaro bruciate in tutti questi anni in centinaia di migliaia di code? Code che milioni di automobilisti avrebbero potuto evitare, se Isoradio li avesse informati prontamente di quello che succedeva 30 km più in là, invece di proporre un vecchio classico di Umberto Tozzi dopo l'ultimo successo di Biagio Antonacci...

La selezione musicale di Isoradio è una di quelle ingiustizie alle quali forse i potenti sperano di assuefarci con gli anni. Magari, pensano, col tempo ci affezioneremo a quest'Italia di svincoli presi senza sapere se dietro la curva c'è una coda o no, mentre i Ricchi e Poveri cantano Mammamarìa. E intanto gli anni passano, le code si allungano, dei Ricchi e Poveri si sarebbe perso anche il ricordo, se non fosse per i dj di Isoradio. Ma cosa vogliono da noi? Perché non si limitano a dirci in pochi secondi che le uscite sull'Adriatica sono intasate? Perché prima devono per forza somministrarci Gianni Togni? Cosa abbiamo fatto di male, esattamente? Di quale colpa oscura ci siamo macchiati (probabilmente a metà degli anni Settanta)? Non siamo anche noi automobilisti come gli altri? Perché Isoradio non sembra fatta per noi – ma a orecchio non sembra fatta per nessuno.

Credo che in partenza ci fosse un'idea: intervallare le informazioni sul traffico con un po' di musica 'popolare', per evitare che il conducente si assopisse o cambiasse frequenza. Forse trent'anni fa tutto questo aveva ancora un senso. Le autostrade erano meno trafficate, le code meno frequenti, e tra una notizia e l'altra si potevano programmare canzoni da hit parade, quel tipo di canzoni che rappresentavano un patrimonio collettivo, le conoscevano tutti e le cantavano... no, aspetta, trent'anni fa? Era il 1980, le autostrade erano già fiumane di lamiera rovente, i ragazzini ascoltavano il post-punk e vomitavano sulle note delle canzoni preferite da mamma e papà. Il sogno generalista di Isoradio viene ancora da più lontano. E non ha davvero più il minimo senso.

Oggi non esiste più un patrimonio di canzoni condivise (ammesso sia mai esistito). Se metti su Sanremo l'ascoltatore dei Pink Floyd cambierà frequenza. Techno e Hip-hop non sono più fenomeni 'giovani': è roba che gira da una ventina d'anni, una parte non piccola degli utenti delle autostrade c'è cresciuta in mezzo e magari non ascolta altro. Ma Isoradio non può programmarla, perché? Perché c'è il rischio che il camionista cinquantaseienne si addormenti, sbandi e schiacci l'appassionato dei Pink Floyd contro l'amante della techno. Va bene. D'altro canto il camionista 56enne ormai è un rumeno di Conegliano, e Tiziana Rivale non risveglia in lui nessuna luminosa epifania degli anni Ottanta: se è stanco si addormenta e sbanda uguale. E se mettessimo un notiziario sul traffico in più, semplicemente? Anche in rumeno, perché no, pensiamoci.

Di tante rivoluzioni a cui abbiamo assistito, ce n'è una che forse ci siamo lasciati sfuggire. Da qualche tempo in qua ascoltare musica in auto è diventata un'esperienza molto meno frustrante. Cos'è successo? Una piccola cosa: nelle auto sono entrati i lettori mp3. Ormai, nell'affannosa corsa al cliente, le concessionarie li offrono in serie. Con tutto quello che significa: caricare su ogni auto una valigia colma di cd, compressa in pochi centimetri cubici, e gestibile con una mano sola. Si può viaggiare per l'Italia e l'Europa con il proprio juke box personale, che quasi mai include i successi di Pupo tanto cari ai dj Isoradio. Questa rivoluzione impalpabile ha i suoi pro e i suoi contro. Non dipendiamo più dai selezionatori delle radio, non saremo più costretti a memorizzare il tormentone del momento. D'altro canto c'è il rischio di blindarci nella nostra bolla musicale personale, e di perdere ogni contatto coi gusti musicali delle persone che stanno vicino a noi.

Ma tutto questo in fondo non riguarda Isoradio. La diffusione dei lettori mp3 sulle auto metterà in discussione la programmazione delle emittenti commerciali, ma Isoradio è servizio pubblico; il suo scopo è offrire in tempo reale informazioni sul traffico. Non importa quante ore di buona musica abbiamo a bordo; in certi momenti avremo sempre voglia di sintonizzarci su Isoradio. A patto che ci dia immediatamente informazioni sul traffico, non sui momenti oscuri della carriera dei Matia Bazar. Non si può semplicemente programmare un notiziario dopo l'altro, senza interruzioni musicali? Dite che è troppo noioso? Più di un successo di Amedeo Minghi?  http://leonardo.blogspot.com
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I mean, after all, it's just a road

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Certo che io e te ne abbiamo fatti fuori, di chilometri.
Questi inglesini spariscono al confronto, noi ci siamo svegliati a Modena e coricati a Nevers. Abbiamo parcheggiato sotto il Guggenheim e a Finistère; davanti al museo contemporaneo di Rotterdam il ladro più sfigato del mondo non riuscì a forzarci la portiera. Abbiamo perso una marmitta a Montpellier, ne abbiamo trovata un'altra a Marsiglia, ma per trecento chilometri ci sembrava di sedere su una formula uno. Te lo ricordi l'odore del radiatore che fondeva sotto il Gottardo? E quando a Zandvoort ci tirarono un calcio alla fiancata?

Su e giù per mezza Europa, braccati dalle maledette Audi assassine, scansando gli italiani impalati nella corsia di mezzo e i turisti francesi coi loro perniciosi carrettini. Tutti i tornanti del Moncenisio, tutte le stazioni di servizio da Voghera a Saint Raphael. A Latina, un posto di blocco. La gente non lo sa, che parcheggiare a Parigi in agosto è semplicissimo. Quel tizio a cui ricaricammo la batteria a Monaco di Baviera, non ci voleva credere. Ancora ringrazia gli angeli italiani coi cavi e i morsetti nel baule.

Alla frontiera basca abbandonano le macchine sul ciglio dell'autostrada. Nella valle del Rodano ogni morto in strada è segnalato con una sagoma nera. A volte ci sono famiglie intere di sagome, papà mamma e i bambini. Nei boschi del Lussemburgo ci superò l'arciduca, faceva tipo i duecentoquaranta.

E magari era bella Biarritz, graziosa Treviri, non male Salisburgo. Ma alla fine quelle che più mi restano nel cuore sono le città bruttine. La skyline di Liegi (quanto sei brutta, Liegi), i detour di Fontenay, le fontane di Roanne, l'impossibilità di trovare cibo edibile a Orleans o l'enigmatico centro di Mulhouse. Dopo dieci d'ore d'auto Tarascona mi sembrò Gerusalemme. Ostenda a ferragosto era così triste che passammo il confine per respirare un po', e ci ritrovammo a Dunkerque. Ville fleurie, come tutte quante. A Bruxelles girammo mezza giornata tra una casbah e una specie di ZEN, inseguendo cartelli che dicevano “centro”, prima di capire che era il centro, sì, ma di Anderlecht. Avevo sempre pensato che fosse una squadra di calcio, invece è il gemello siamese cattivo del putto piscione. Perdonami.

Per tutte le chiese gotiche, in fin dei conti identiche, come i tetti dei Buffalo Grill in cui non siamo mai entrati, ma ormai ci facevano sentire a casa. Come i licheni incrostati sui templi bretoni. Come tutte le città di Olanda coi canali e i mulini, i mulini e i canali, che dopo averne apprezzate quattro o cinque cominci a pensare per fortuna che hanno bombardato almeno Rotterdam. Per quella volta che guidai mezza giornata per trovare il museo di Caen, e poi non volli comprare il biglietto. Per tutte le volte che ho trovato una scusa per tornare a Poitiers, e non ci conosco nessuno. Per ogni volta che ho provato a portarti al Mont Saint-Michel e il monastero era sempre chiuso al pubblico, monaci infingardi. Per la scorciatoia del lago d'Idro e la tappa criminale Bordeax-Gignac. Tu però ricordati di Basilea e Saint-Tropez, delle ostriche di Arcachon, e Portovenere. Lo sai come sono fatto, lo sai che mi bastano due parole: Dai, Andiamoci. Il gommista ha dato l'ok. Abbiamo il gpl, abbiamo l'essenza, un mese di playlist, e prima o poi salteranno fuori gli It's Immaterial. Sono il tuo re della strada, non ti piace? Cavaliere della strada, è lo stesso per me, sono qui, al tuo fianco. Voglio dire, in fin dei conti è solo strada. (Poi alla prima manovra in un parcheggio becco una fioriera in retromarcia, duecento euro, m'ammazzerei).
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La libera impresa è fichissima

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Lo Stato Liberale

Nel senso che ti cresce con molta libertà. Ma non ti fa mai mancare niente. Ti ho mai fatto mancare niente?

Tesoro, ti vedo un po' patito, ma mangi?
Dai, prendi ancora un po' di questi contributi alle rottamazioni. Senti, mi han detto che a Termini o Pomigliano ci sono sacche di manodopera a basso costo molto saporite, cosa ne pensi? Se vuoi ti pago il viaggio. Ma sì, anche un po' degli stabilimenti, sei uno di famiglia, non te lo devi dimenticare mai. Sì. Adesso però scusami che io Stato ho da fare, devo bombardare Belgrado per una serie di circostanze controverse.

***

Mi hanno detto che ti ha mollato la GM. Quella lì non ti meritava, sai, io l'ho sempre detto. Ti sei fatto dare una congrua buonuscita, almeno? Bravo. Adesso sai cosa facciamo? Torni a casa da mamma che ti prepara il tuo piatto preferito, una bella scofanata di incentivi, che lo so che ti piacciono tanto.
Manda giù, manda giù, bravo, bravo. Cocco di mamma.
Ah, senti, volevo dirti una cosa. Stacci un po' attento, con quelle polacche.
Non credere, non siamo mica bacchettoni noi, però... quelle sembra che non pretendano niente, all'inizio, ma poi...

***

E così è deciso, te ne vai a Belgrado. Eh, beh, è chiaro che lì ti danno tutto quel che vuoi per un pezzo di pane, hanno ancora gli stabilimenti bombardati... Ma no, figurati, è giusto così. E' solo che... sembra ieri che muovevi i primi passettini, mi ricordo il Lingotto, Mirafiori... e adesso te ne vai libero per il mondo. Ma è giusto così, largo ai giovani, benvenuti nel duemila e tutto il resto. Cosa dici?

Vuoi che ti compri la tua nuova macchinina?
Tesoro, ormai sei grande, pensavo che avessi capito.
Sei tanto bello e bravo, ma con le macchinine non ci hai mai saputo fare. Te le compravo perché mi facevi compassione, adesso cerca di farne ai polacchi e ai serbi, perché io qui ho già i miei problemi. Largo ai giovani, dai.
Adesso se non ti spiace, sto cambiando badante, devo fare un'audition a una giovane domenicana che mi pare molto... Ma mi vuoi mollare il braccio o no?
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A destra imbecille

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Contro il CoCheStaFisso

Il tratto dell'A1 tra il bivio con la A22 (Brennero) e la A14 (Adriatica), in pratica tra Modena e Bologna, è il perno autostradale d'Italia. Se riesci a guidare qui, dovresti farcela ovunque (Salerno – Reggio Calabria esclusa, quella meriterebbe una patente a parte).

Detto questo, fino a qualche anno fa le regole erano molto chiare: con tre corsie, e il limite teorico dei 130, guidare un'autovettura consisteva sostanzialmente nel dribblare i camion che si affacciavano continuamente nella corsia centrale per superarsi a vicenda, con stacchi millimetrici. Questo portava spesso anche i conducenti di vetture modeste, come la mia, oltre la soglia della terza corsia, dove il limite teorico veniva ovviamente rivisto all'eccesso. Ma anche una più che accettabile media dei 150 non ti metteva al riparo dallo sfanalìo selvaggio dell'Audi nERA aSSASSINA mALEDETTA bAstarDA non mi AVRai. (Scusate).

(Per quanto posso, cerco di tenere questo blog lontano dalle mie ossessioni personali. Non vi ho mai presentato i miei amici immaginari, compreso Snupi che insiste tanto, zitto Snupi, non vedi che sto scrivendo; dei miei incubi ricorrenti in cui vengo assunto dal Ministero della Pubblica Istruzione con contratto a tempo indeter... ah no, questa è la realtà, scusate; e non vi avevo mai parlato dell'Audi Nera Assassina. Perché anche se non si trattasse di una mia paranoia, anche se effettivamente fosse provato che c'è un'Audi Nera che vuole uccidermi là fuori, oppure una congiura di Audi Nere che mi vogliono fare la pelle appena metto il naso fuori di casa, ebbene, sarebbero comunque fatti privati. Se poi qualche conducente di Audi Nera volesse spiegarmi cosa ho fatto di male a lui o a tutta la categoria, insomma il motivo per cui devo morire di morte violenta speronato da un'Audi Nera, ecco, l'indirizzo è qui di fianco, dico sul serio, m'interessa).

Dov'ero rimasto. Ah sì: tra la seconda e la terza corsia. Più che una posizione, una metafora sociale: quello che ci prova, che sta andando a Bologna a dare esami o ritirare prestigiose pergamene, quello che potrebbe anche fare i 150 se volesse, ma non vuole, anche perché finirebbe spappolato tra le Audi e le Alfa di chi è già arrivato (che per essere già arrivati comunque corrono parecchio). E allora, quando lo sfanalano, con certi lampi al calor bianco, gli tocca accodarsi tra i tir dei camionisti rumeni allo sbaraglio, che fanno i cento in corsia di mezzo e a momenti si toccano. Tra seconda e terza corsia, lo slalom del borghese precario. Ma questo è un post che avrei dovuto scrivere cinque anni fa. Prima di Lunardi.

A proposito: che fine ha fatto Lunardi? E l'azienda di sua moglie, quella che vinceva gli appalti? Non se ne sente più parlare.

Con Lunardi arrivò la quarta corsia, e il dribbling tra i tir e le Audi Assassine diventò un gioco più complesso. Ma la vera svolta è arrivata più o meno da un anno a questa parte, ed è il tutor: quell'aggeggio inquietante per cui oggi, anche se hai un'Audi devi fare lo stesso i 130. Cioè, se ai un'Audi Nera Assassina al limite farai i 140 – secondo me sotto i 140 all'Audi Nera Assassina si spegne il motore – ma non più dei 140.

E quindi, pensateci bene: adesso abbiamo quattro corsie, ma andiamo tutti più o meno alla stessa velocità (tir compresi). Il paesaggio autostradale ne risulta radicalmente mutato. Prima la seconda corsia era la terra di nessuno tra la colonna dei tir e la Nürburgring delle Audi Nere Assassine. Oggi immettersi nell'A1 a Borgo Panigale è come entrare in un vagone delle ferrovie: prendi il tuo posto tra degli sconosciuti, e che ti piacciano o no ti tocca starci vicino, strusciandoli e urtandoli finché non arrivi a casa.

Eppure, anche in questo quadro radicalmente mutato c'è qualcosa, c'è qualcuno che non è cambiato, che non poteva cambiare, che non cambierà mai, ed è lui: come chiamarlo? C'è solo l'imbarazzo: imbecille, pirla, coglione, ma tutte queste garbate perifrasi non chiariscono il concetto, e allora lasciatemi usare i trattini per introdurre Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-centoventi.

Io ho una tesi su di lui. Secondo me è tutta colpa sua. Di cosa? Di tutto. Sapete tutte quelle tabelle che dicono che l'Italia è il Paese europeo meno avanzato in fatto di xxxxxxxx? È colpa sua, e di chi gli ha dato la patente.

Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-120, quando le corsie erano solo tre, si chiamava semplicemente Colui-che-sta-fisso-in-seconda-corsia-ai-100. Non che fosse meno pirla, anzi. Nel quadro testé descritto, in cui la prima corsia era perennemente occupata da una fila ininterrotta di tir e la terza era zona di caccia delle Audi Nere Assassine; in una situazione in cui l'unico spazio che consentiva un minimo di mobilità sociale era la seconda corsia, cosa c'era di peggio di trovarla occupata da un pirla col piede bloccato fisso sui 100? Sorpassarlo a destra? Illegale (e pericoloso). Scavalcarlo a sinistra? Il modo più sicuro per finire inchiodati al cofano dell'Audi Assassina appollaiata all'angolo cieco del tuo retrovisore.

Quel che è peggio, con Co-Che-Sta-Fisso eccetera, è che crede di aver ragione. È convinto di avere il Codice della Strada dalla sua. No, non si tratta soltanto del Codice – è qualcosa di più interiore, una Legge Morale, un imperativo kantiano, un Dio presbiteriano che fa finta di niente ma sta preparando un inferno aguzzo e rovente per quelli che osano arrivare ai 140, mentre fontane di latte e miele già sgorgano nell'Eden per Colui che tiene fisso l'acceleratore ai 100 in seconda corsia. Intorno a lui è tutto uno sfrecciare di cartelli elettronici SERRARE A DESTRA – TENERE LA CORSIA DI DESTRA – LA DESTRA, IDIOTA!!! LA TUA MIGLIORE AMICA, DEFICIENTE!!!, ma lui non se ne cura. Se ogni tanto qualcuno, nel tentativo di sorpassarlo, finisce tamponato, la colpa non è certo sua. La colpa è di quelli che non rispettano i limiti e guidano male, mentre io prendo la mia bella corsia di centro e non la cambio mai, vedi? Ecco, ciò che me lo rende più insopportabile di centinaia di assassini neri in Audi è il suo fariseismo. Gli assassini almeno lo sanno, che sono cattivi. Lui no, lui è convinto di essere buono. Guardalo, come mantiene la sua andatura costante in un mondo di peccato e perdizione che gli sfreccia intorno.

Prima di Lunardi aveva almeno una scusa: serrare a destra, con tutti quei tir, era effettivamente un lavoraccio. In effetti a quei tempi, per trovare il Co-Che-Sta-Fisso ideale dovevi aspettare la domenica. Ma ora, con quattro corsie, qual è il tuo problema? Stai andando ai centoventi, c'è gente che va un po' più veloce di te, alcuni persino legalmente: perché non li lasci passare? Cosa vuoi dimostrare? A furia di chiedermelo mi sono dato anche delle risposte.

Ecco, può darsi che sia un mio pallino, ma credo che sia un problema sociale. Il Co-Che-Sta-Fisso di solito ha una macchina dignitosa. Una famigliare, un SUV, un'utilitaria ma appena uscita, e tirata a lucido. Il Co-Che-Sta-Fisso ha una certa percezione di sé. È uno che sta bene. O perlomeno vuole che gli altri lo pensino di lui. Ecco, il Co-Che-Sta-Fisso, con la sua percezione di sé stesso benestante, nella corsia dei Tir non ci vuole proprio andare. Anche se certi Tir vanno più forte – ma non è una questione di velocità (per lui). È una questione di decoro. Io sono italiano, io sono ceto medio, io lavoro pago e pretendo e nella corsia delle merde non ci vado. Piuttosto mi pianto in mezzo e blocco tutto il traffico, nel bel mezzo del perno autostradale italiano.

Dopo un po' uno si stanca anche di odiarli, e comincia a sorpassarli. A destra, sissignore, come in America. Ma lentamente, affiancandoli, per dare loro il tempo di guardarti e giudicarti. Quello che stai facendo, secondo loro, è Molto Sbagliato. In realtà per il codice non è nemmeno sanzionabile (solo il sorpasso a zig-zag dovrebbe essere proibito), ma del resto è lo stesso codice che prescrive di ritornare alla corsia destra, cosa c'entra con le regole vere?

Le regole vere le fa la società. E la società non può mica costringerci a mescolarci coi Tir. Noi siamo ceto medio. Ancora per quanto non si sa, ma abbiamo ancora la macchina nuova, la magliettina firmata, lo stereo con la summer compilation, noi arranchiamo ma restiamo in mezzo. È il nostro posto, ci siamo nati, non schiodiamo. Il futuro può suonare e sfanalare finché vuole: dietro, in coda. Noi non cederemo. Noi tireremo dritto.
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The Marching Morons

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Le imprese dell'Onorevole Bambo, 1

Nei corridoi di un Parlamento di un Paese imprecisato, un giorno qualsiasi del 2018:

Toc, toc.
“Non ci sono”. (vvvvvvvroooooooooom)
“Onorevole Bambo, siamo i giornalisti, sa, per l'intervista”.
“Tornate domani, oggi non ci sono”. (vvvvvvvvvvrooooooom)
“Onorevole Bambo, suvvia, è chiaro che lei c'è”.
“Maledizione, da cosa lo avete capito? Comunque sono molto impegnato”.
“Onorevole Bambo, da questa parte della sua porta a vetri si sente distintamente il rumore di... questo è Super-Mario-Car, o sbaglio?”
“Sbaglio! I soliti giornalisti disinformati! Questo è Mario Kart DS!”
“Va bene, onorevole, quindi lei in sostanza sta giocando col nintendo”.
“Certo che ci gioco, è mio!”
“Sì, onorevole, ma questo dimostra che lei non è poi così impegnato”.
“Ma in realtà giusto adesso sta per cominciare una riunione importante”.
“No, lei non ha nessuna riunione importante”.
“Lo saprò ben io”.
“Abbiamo chiesto alla sua segretaria di fissare un giorno senza impegni. Per sicurezza”.
“Ah sì?”
“Lei ci ha detto di venire un pomeriggio qualsiasi, che lei non ha mai impegni dopo mezzogiorno, e di solito a quest'ora è qui a giocare col nintendo”.
“Quella stronza. Va bene, entrate. Si può sapere cosa c'è?”
“Onorevole, noi siamo i primi, ma nel giro di una settimana qua fuori ci sarà la fila. Lei sta per diventare una celebrità tra i deputati, non sappiamo se se ne rende conto”.
“Bene, finalmente le capacità vengono apprezzate”.
“In realtà si tratta semplicemente del suo progetto di legge”.
“Il mio che?”
“Il progetto di legge firmato da lei. Non si ricorda di averne firmato uno?”
“Ma sa, io firmo tante cose... ehi, sentite, chi è che vuole sfidarmi a Mario Kart? Io sono imbattibile!”
“Magari dopo. Onorevole, insomma, la proposta Bambo sulla motorizzazione giovanile...”
“Aaah, forse ho capito, quella cosa di John... ma dovevate dirmelo subito che era per quello, no?”
“Ecco onorevole, giustappunto. Molti di noi hanno trovato curioso che in calce a una proposta di legge sulla motorizzazione, accanto al suo nome, Giampiero Bambo, si trovasse quello dell'amministratore delegato della Fiat, John Elkann”.
“Io non ci trovo niente di male. John è un figo”.
“Sì, però, onorevole...”
“Lui, se lo sfido a Mario Kart, non fa finta di niente. A volte vince perfino. Cioè, in realtà sono io che lo faccio vincere. A voi lo posso dire, tanto siete giornalisti, mica lo andate a dire a nessuno”.
“Onorevole, non c'è nulla di male nell'avere un amministratore delegato della Fiat per compagno di giochi”.
“Ecco, volevo ben dire”.
“Il punto è che non si riesce a capire perché abbia firmato una proposta di legge”.
“Perché scusate, se la firmo io non la poteva firmare lui?”
“No”.
“E perché no?”
“Perché non è un deputato”.
“Ah no?”
“No. Lei è un deputato. È stato eletto dal... dal popolo italiano”.
“Figo!”
“E quindi adesso ha il diritto, la prerogativa... di presentare proposte di legge in parlamento”.
“Ah sì?”
“Sì, lei sì, e infatti in questo caso lo ha fatto. Ma John Elkann no, lui non può”.
“Ho capito. Lui non può perché anche se è un figo nessuno lo ha eletto”.
“Precisamente”.
“Del resto, coi riflessi lenti che ha... meglio così”.
“E quindi, onorevole Bamba, ci aiuti a risolvere questo mistero: perché c'è il nome di John Elkann in calce a una proposta di legge firmata da lei?”
“Uffa, certo che voi giornalisti siete veramente pesanti, eh...”
“C'è anche chi dice, onorevole, che la legge in effetti gliela abbia scritta John Elkann, e che abbia aggiunto il suo nome in fondo per sbaglio. Un lapsus, ha presente i lapsus?”
“Come no, è il fratello di John”.
“Lei poi avrebbe dovuto cancellare il nome di John e sostituirlo col suo, on. Giampiero Bambo... ma non lo ha fatto”.
“E perché?”
“Veramente è quello che le stavamo chiedendo noi, perché? Ci voleva così tanto a togliere il nome da un documento?”
“Ma io non capisco perché avrei dovuto togliere il suo nome, dopo tutta la fatica che ha fatto, poverino”.
“Quindi ammette che la proposta di legge l'ha scritta lui”.
“Lui o uno dei suoi amici coi capelli grigi, va sempre in giro con un mucchio di gente che scrive le cose... ma scusi, che male c'è se un mio amico mi scrive una proposta di legge? Non l'ho mica pagato, eh? L'ha fatto nel suo tempo libero”.
“Onorevole, non è una questione di tempo libero. Lei dovrebbe capire che si tratta di democrazia. Lei è un parlamentare, scrivere le leggi è una sua prerogativa. Non può farle scrivere agli industriali”.
“Ma insomma, se loro insistono che male c'è?”
“C'è un conflitto di interessi, capisce? Si ricorda di cosa parla la legge?”
“Certo! È una legge... ehm....”
“Si concentri”.
“Un aiutino?”
“Onorevole, insomma...”
“Sulla pedofilia! Ecco! Una legge per la pedofilia!”
“?”
“No, in realtà volevo dire, una legge contro la pedofilia. Voi sapete di cosa si tratta, no? Insomma ve lo devo spiegare?”
“No, onorevole, no”.
“Ci sono queste persone cattive nei giardinetti che stuprano i bambini, è questo. La legge parla di questo”.
“Onorevole, ma l'ha letta?”
“Fosse per me li castrerei tutti, eh”.
“Risponda”.
“Massì che l'ho letta, sì! Mi ricordo ancora il titolo”.
“Cosa c'era scritto nel titolo?”
“Ahem... Pedo-legge”.
“Pedo-legge?”
“Sì, era il titolo della legge: Pedo-legge. Oppure era il titolo del file, non mi ricordo, qualcosa del tipo Pedolegge Punto Doc. E voi state a farmi le pulci per una legge contro i pedofili, ma vi rendete conto?”
“Onorevole, la legge non si chiama così”.
“Certo che si chiama così. Adesso mi aspetto delle scuse. Altrimenti comincerò a pensare che voi stiate difendendo i pedofili”.
“Onorevole, senta, la legge non parla di pedofili. La legge estende la validità delle patenti di guida A e B ai minori a partire dai 15 anni”.
“Che è una figata! Magari ci avessi ancora 15 anni, mi prenderei una Ducati Monster e... vrroooooooooom”.
“E inoltre rende obbligatorio l'acquisto e l'immatricolazione di un automezzo a partire dai 15”.
Vrooooooom, vrooooooooom
“Non solo, ma secondo una certa interpretazione, la legge farebbe divieto ai minori di percorrere strade e marciapiedi senza l'utilizzo del sovramenzionato automezzo... in pratica non potrebbero più uscire di casa senza guidare una moto o un autoveicolo. Lei conferma?”
“Sì. Ma è per via dei pedofili”.
“Onorevole, insomma, si può sapere cosa c'entrano questi pedofili...”
“Ma non capite? Devo per forza spiegarvi tutto? I minorenni vanno in giro a piedi, alla fine se camminano vicino la strada si respirano tutti i tubi di scappamento! Non va bene! Allora dicono: passiamo per i giardinetti. Solo che nei giardinetti...”
“Ci sono i pedofili?”
“Per forza! Ma scusate, eh, dove vivete voi? Non la guardate la tv? C'è tutti i giorni questa cosa del pedofilo rumeno che stupra la quindicenne ai giardinetti. Ogni santo giorno. Bisognava fare qualcosa, no? Me lo diceva sempre anche John: perché non facciamo qualcosa? E allora io gli ho detto John, aiutami a fare qualcosa. E lui che è un amico vero mi ha aiutato, e adesso finalmente i negri che stuprano se ne torneranno a casa loro grazie alla pedo-legge Bambo, e si può sapere qual è il problema?”
“Vede, onorevole, per molti anni ci siamo interrogati sull'abbassamento culturale della nostra classe politica”.
“Secondo me state solo coprendo i pedofili perché sono un po' ricchioni come voi”.
“Tante volte, di fronte a un politico che agiva come un idiota, o parlava come un idiota, ci siamo detti: è finita. Non si può scendere più in basso”.
“Più in basso c'è sempre tua mamma, toh! Aha, buona questa”.
“...Ma ci sbagliavamo, appunto. Un politico che agisce o parla da idiota per raccattare i voti è un conto, ma il politico veramente idiota... beh, quella è un'altra cosa. Una cosa che ancora non s'era vista”.
“Bla bla bla, non sapete dire altro”.
“Finché un giorno, all'improvviso, siete arrivati. All'inizio in pochi, poi sempre di più. Gli idioti veri. Quelli senza abbellimenti o fioriture. Un piccolo passo per l'Italia...”
“Se non vuoi giocare a Mario Kart c'ho anche il gioco del calcio”.
“...un grande passo verso la fine della democrazia”.
“Ma insomma, ve ne volete andare? Guardate che chiamo il padrone, eh? Che lui è amico di Putin, lo sapete cosa fa Putin ai giornalisti?”
“Non c'è bisogno, ce ne andiamo da soli”.
“Meno male. Uff, che palle questi ricchioni”.

Questo racconto è opera di una fantasia malata, e non è ispirato da nessuna proposta di legge attualmente in discussione in parlamento. Il coinvolgimento di John Elkann è puramente casuale. Nessun politico italiano è stato ferito durante la realizzazione di questo post.
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blink, blink

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Difetto di sistema

Quando esci dal cinema dopo aver visto Wall-E, sazio e un po’ stravolto, e nella tua tasca un dito in automatico sta già cercando il pulsante del telecomando del portachiavi, in quel momento ti accorgi che la tua macchina ti sta facendo l’occhiolino, blink blink!

Lo fa da quando l’hai comprata, in rispetto di un elementare protocollo: ma stasera i tuoi occhi ancora increduli, passati in pochi secondi da un trionfo di colori al buio di un parcheggio, decideranno per te che la macchina lo fa anche perché è felice di vederti – magari un po’ delusa, perché tu sei entrato a vedere il film e lei è rimasta fuori con la pioggia, e in fondo il film interessava più a lei, non è vero?

Sì, è come se la Pixar, a furia di giocare al rialzo e accelerare, stesse lasciandosi indietro il genere umano, producendo opere che solo le macchine riusciranno ad apprezzare veramente. Io forse ho occhi vecchi, strumenti anni Ottanta buoni per giocare a Ms Pacman e poco più, fatto sta che già alcuni segmenti di Cars erano per i miei per me erano inguardabili: non brutti, ma troppo veloci: troppo movimento, troppi meccanismi in funzione, così che la fantasia infantile di un mondo di macchine sembrava incisa sulla superficie di un incubo digitale. Ratatouille forse andava ancora più veloce, ma in compenso proponeva un universo smaccatamente analogico: Francia, cibo, fogne e pantegane, tutte cose che al povero terminale uomo potevano suscitare una sensazione di familiarità. Ma Wall-E picchia duro: nella prima mezz’ora l’umanità è bandita, ridotta a un puro orizzonte negativo: quelli hanno sporcato tutto e se ne sono andati. Quando finalmente compare, in un momento qualsiasi (alla svolta di una curva, geniale) l’umanità risulta composta da elementi dal funzionamento altrettanto meccanico, che dai capricci dei robottini malfunzionanti hanno tutto da imparare. Ecco un’altra cosa che sarebbe piaciuta alla mia macchinina (e a Kubrick, per inciso): l’inversione dei ruoli, i robot che insegnano agli uomini il valore della curiosità e dei sentimenti. Non è così che funziona, del resto? Non è fotografandola che abbiamo riscoperto la natura? E cosa c’è di più inebriante di passare una notte a sfogliare wikipedia, una pagina via l’altra, come il capitano della nave? una cosa che ti riconcilia con la civiltà, e ti fa venire voglia di rifondarla, se negli ultimi secoli si è un po’ ammosciata. Ci vuole solo un momento (It only takes a moment, canta la vecchia canzone), per passare da un'esistenza meccanica alla condizione umana; la terra che era persa per sempre è invece a portata di pulsante, e anche le macchine sono lì, per aiutarti: ti ammiccano a ogni incrocio, blink. Continueranno a farlo per qualche giorno.

Dopo un po’ comunque passa. E magari ti svegli un mattino pensando che il messaggio di Wall-E (sintetizzando: alza il culo, pulisciti intorno e scopri la natura!) lo hai assorbito su una poltrona, letteralmente intontito dalla fatica di inghiottire tutti quei megapixel per via oculare. Magari sulla sulla plancia di una nave di crociera, sul bordo di una piscina che nessuno usa più perché sono tutti seduti lì intorno occupati a ciattare, messaggiare, tuittare, e scambiarsi opinioni sul nuovo poetico manifesto ecologista made in pixar. La storia di un robottino che, guarda caso, è tutto occhi, un binocolo ambulante, anche lui pronto a mettersi davanti a un video in religiosa attenzione. Sì, vabbè, effettivamente proporre il ritorno alla natura attraverso un capolavoro dell’intrattenimento digitale è un lieve controsenso: ma non più di certi western della decadenza, visti dalla parte degli indiani; e poi dai (mi sembra di sentirvi) è solo un cartone animato, perché devi sempre spaccare il capello in quattro?

Non saprei. È il mio difetto di sistema. In questo consiste l’individualità, in fondo, no? Nei difetti di sistema (nota bene: la rivolta dei robot parte dal manicomio). Kubrick soffriva di agorafobia, io distillo ideologia dai cartoni animati, e la mia macchina, certe mattine, fa finta di ingolfarsi: appena un’esitazione prima di ingranare. Il meccanico le ha provate tutte, non sa più cosa dire. Secondo me è solo invidiosa delle amiche col garage.
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Quiz

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Giuro che non c'è la metafora politica, qui: ma secondo voi il cartello che vedete nella foto, secondo il Codice della Strada, cosa significa?
Vi do anche delle possibilità:
1) Da qui in poi non puoi sostare né parcheggiare.
2) Da qui in poi puoi sostare o parcheggiare come ti aggrada.
3) Povero peone, hai voluto venire a stare in centro senza garage? E adesso fottiti.

Rispondete numerosi, facciamo finta che sia un sondaggio sulla comprensibilità della segnaletica stradale.
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Coi tuoi problemi di avviamento, 2

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Neanche la nostalgia è più quella di una volta

In fondo cosa vedi di una macchina, dopo tante chiacchiere e reclame, la prima volta che la incontri per strada? Il sedere.
Il sedere della nuova 500 – l’ho visto – non è un granché. E questo è curioso. Voglio dire: cosa ci voleva a disegnare una 500 carina?
Io non sono un designer e probabilmente neanche tu che leggi lo sei, ma di sederi di macchine ne abbiamo visti parecchi e tutto sommato le regole per costruire un remake di successo di una polverosa utilitaria del passato le conosciamo. Li fissarono in un reparto design californiano della Volkswagen J Mays e Freeman Thomas, più o meno 10 anni fa: nessuna pretesa filologica (tecnicamente parlando il New Beetle non aveva nessuna parentela col maggiolone); del vecchio modello si prendono le curve che hanno ancora un vago senso estetico o razionale, si annullano le altre, si semplifica e si ingrandisce. Dopo il maggiolone è arrivata la Mini, di cui la 500 è un’emulazione quasi imbarazzante.
E dunque: dato il modello di partenza, date le regole del gioco, era quasi impossibile disegnare una macchina bruttina, eppure al Lingotto ce l’hanno fatta. Com’è stato possibile?
Eppure vista dal vivo la piccoletta non ha granchè di eccitante: è un trabiccolo mediamente ben disegnato, con molta plasticaccia dentro, con un muso da vecchia 500 e un retro da nuova Mini.
(The Design Council)

In un certo senso questa macchina è arrivata tardi. Con le sue linee curve, la vecchia 500 era il modello ideale per un remake di successo alla fine degli anni Novanta, quando furoreggiavano le carrozzerie tondeggianti e bombate. È curioso che la catastrofica inaugurazione torinese, dovendo introdurre il presente, abbia usato accanto agli ormai ecumenici ballerini hiphop, la musica di quel periodo: Prodigy, Underworld, Lauryn Hill, tutta gente che alle mie orecchie ormai devastate da Polaroid suona più datata dei Beatles, ma è anche vero che nel frattempo ho cambiato tre indirizzi e persino qualche fidanzata (senza parlare dei mestieri); a qualcun altro sembrerà invece l’altroieri.
Comunque oggi le macchine non le fanno più così, lo avrete notato. Non è che la linea curva sia andata in pensione; diciamo che i designer se ne sono stancati anche se non hanno ancora trovato qualche idea altrettanto buona; così ora mettono qualche spigolo più vivo, qualche linea retta, qualche accenno di pinna, qualche fanale appuntito, nulla di veramente rivoluzionario. La verità è che siamo in una fase di transizione, e la 500 la sconta tutta. È tonda senza il coraggio di esserlo veramente. Dev’esser dura citare gli anni Cinquanta ma allo stesso tempo non sembrare roba anni Novanta. C’è una brutta crepa tra le cose già degne di nostalgia e quella che nessuno ha ancora rivalutato, quelle vecchie e basta, e la 500 non voleva cascarci dentro. Il risultato è deludente.
In pratica in FIAT hanno fatto così: hanno preso una Panda, modificato la carrozzeria per farla assomigliare ad una versione peggiorata della 500 originale, “ritoccato” il prezzo del 30% e investito un miliardo di euro in pubblicità per far credere al vulgo profano trattarsi di automezzo “cool” e degno di essere posseduto dalla gente che piace. (Sviluppina)

Allo stesso tempo però è un risultato che consola. L’Italia industriale, lo sappiamo, si trova al bivio: o china la testa al made in China e si rassegna a una rapida decadenza, o si riconverte tutta quanta all’unica cosa che in teoria sa fare bene (o che cinesi e indiani non sanno ancora fare meglio): la qualità artigianale, l’eccellenza, l’alta moda, eccetera. Però trasformare un’intera nazione nel famoso Polo del Lusso non è un’operazione indolore. Per strada c’è ancora tanta gente bruttina, che non ha soldi per vestire elegante, oppure non ne ha voglia. Se lo stivale deve diventare un centro commerciale trendy, più Lafayette che Oviesse, anche noialtri che siamo perlopiù inservienti, o inservienti di inservienti, dovremo darci un contegno: curare il trucco e l’acconciatura; e anche la macchina, mi raccomando, carina. Già.
Il problema (ma è davvero un problema?) è che la Fiat, storicamente, strutturalmente, tradizionalmente, le macchine non riesce a farle carine. Sono nate scatolette in lamierino, e Lapo o non Lapo continuano a sembrare scatolette in lamierino. E meno male! Sul serio, è persino consolante pensare che nell’Italia del lusso e dell’extralusso, Alfa Lancia Macerati Ferrari Lamborghini, c’è ancora un ufficio design che non riesce, per quanto s’impegni, a disegnare una bella macchina. Il problema è che te la fanno ugualmente pagare come un’opera d’arte: ecco, questo non è giusto.

La Fiat è arrivata tardi anche all’appuntamento con la nostalgia – la Fiat arriva sempre tardi. Mentre a metà '90 i californiani ridisegnavano il maggiolone, a Torino cercavano di vendere come “Nuova Cinquecento” l’ennesima scatoletta in lamierino, un po’ più tondeggiante del solito. Quella del jingle di Gino Paoli, qualcuno si ricorda? No? Ecco. Quando Lapo diceva la Fiat deve tornare a essere figa, non stava parlando di nessun periodo storico in particolare: si stava semplicemente inventando un passato che non c’è mai stato. La Fiat non è mai stata figa, non si è mai posto il problema. La sua vocazione alla bruttezza non era una tabe ereditaria, ma una precisa scelta di marketing: dopo aver dato una macchina (simpatica, certo non 'figa') agli italiani poveri ma belli del boom, si era guardata intorno, e nel mercato mondiale dell’automobile aveva scelto di vender macchine soprattutto nei mercati emergenti: il Sudamerica e l’Europa dell’Est. Era come se dopo il boom italiano la Fiat volesse cavalcare un boom mondiale che non c’è mai stato. Col senno del poi aveva torto, ma ancora negli anni Ottanta sembrava un ottimo calcolo: avere una buona posizione in un mercato emergente significa costruirsi opportunità enormi.

Se queste opportunità non si sono mai veramente realizzate, non è colpa della Fiat. Il mondo ha girato in un certo modo. Negli anni Ottanta abbiamo scoperto che gran parte dei Paesi in via di Sviluppo non si stavano sviluppando affatto, che non avrebbero mai avuto i mezzi per procurarsi nemmeno le 126, né le strade per farle girare. Con la caduta del Muro anche il mercato dell’est è diventato più competitivo. La Fiat si è dovuta rassegnare a rincorrere le altre case automobilistiche europee nella lotta per conquistare il sempre più esigente automobilista globale.

Questo automobilista è un po’ antipatico, si sa. È nato in una società del consumo adulta, satura, ha già visto di tutto. Vuole la novità, ma allo stesso tempo ne ha paura. Gli piace la nostalgia, e pazienza se è nostalgia per cose che non ha mai vissuto; tanto è cresciuto davanti alla tv e nemmeno se ne accorge. Vuole l’utilitaria perché tiene poco posto, però vuole anche la prestazione sportiva. Vuole tutto e paga bene, quindi ben venga la Cinquecento. È tutto un po’ discutibile, e ampiamente discusso: che senso ha fare concorrenza in un settore già inflazionato da macchine oggettivamente più “fighe”, Mini in testa? Dovremmo comprare per amor di patria una macchina prodotta in Polonia? Ma come, l’idraulico polacco ci fa paura e l’assemblatore polacco di scocche lo dobbiamo apprezzare a prescindere? Perché invece di sedurre i fighetti la Fiat non rimane fedele alla sua tradizione, e non sforna macchine solide per i nuovi proletari, che sono tanti, anche se non parlano bene bene l’italiano? Non è una sconfitta che i magrebini continuino a preferire le Peugeot, o si mettano a comprare le Logan? Davvero nell’Italia del lusso non c’è spazio per una casa automobilistica, una sola, che faccia ancora auto per i poveri ma belli e non per i paesani rifatti? Di pretenziose scatolette in lamierino non bastavano le Y scolpite da Gabbana?
Quello che mi pare deludente è lo spot svenevole-epico con le scene di “Nuovo cinema Paradiso” montate assieme alle immagini in bianco e nero di personaggi e momenti della storia italiana. L'idea, confezionata con tutta la retorica estetica del caso, è drammaticamente datata (Wittgenstein)

Tutto questo annegherà, è già annegato, in una campagna pubblicitaria senza scrupoli, che pompa l’irrazionale ai massimi livelli e tra Madre Teresa, Falcone e Borsellino trasforma un’utilitaria in una protagonista del Novecento. Un secolo già ampiamente finito, ma chi se ne frega. Ne venderanno un botto. E le strade d’Italia sfoggeranno l’ennesima scatoletta in lamierino, con qualche pretesa in più.
Voglio augurarmi che sia una fase. Se la fiat è il destino dell’Italia, spero che abbia la sagoma vagamente squadrata della Panda a metano. Bruttina, forse, ma ha un carattere, una dignità, un senso, che la 500 non ha. E persino il sedere è più simpatico.
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Si capisce a occhio che io ed Ella Fitzgerald non abbiamo niente in comune.

Maestri di vita (13): la voce di Ella Fitzgerald

Lei era una donna afroamericana e statunitense, formidabile cantante swing e jazz (come ti hanno detto da piccolo e tu non avevi motivo di dubitarne) che dopo una lunga gavetta ha cantato con tutti i grandi. Io sono un trentenne caucasico di mediocri speranze con una voce abbastanza maleducata (senza accompagnamento, stono), e quando non sto dormendo, lavorando, mangiando o scrivendo, probabilmente sto guidando.
In effetti io guido molto. In un certo senso mi piace. Mi fa anche molta paura. Guidare è la cosa che faccio più vicina alla morte. Ogni giorno posso uccidere ed essere ucciso.
È anche la cosa più vicina ai miei simili. Quando sono in macchina, nessuno fa caso a dove sto andando e perché. Ho diritto ad attraversare il mondo a una determinata velocità. Ci sono delle regole scritte e non scritte e io so quando le posso e non le posso rispettare. Tutto questo si riassume in una piccola liturgia: quando sono in macchina è come se stessi lavorando, quando alla fine arrivo a casa ho il diritto di essere stanco e che qualcuno si occupi di me. Gli uomini hanno bisogno di questi piccoli mondi dove tutto è chiaro e regolato: la strada, il bar, il campionato. Le donne forse no, ma gli uomini, se lasciati liberi, amano occupare il loro tempo in questo modo.

In effetti la strada è molto simile alla guerra: un posto dove gli uomini uccidono e si lasciano uccidere in base a un certo numero di regole precise, e in questo modo occupano gran parte del loro tempo senza che ormai nessuno si chieda più il perché. Sì, c’è una guerra dalle mie parti: ve ne siete accorti? Io me ne accorgo quando incrocio qualche vecchio amico della mia età: classe di ferro. Ma non siamo rimasti mica tanti, sapete.
“E hai saputo di Xxxxxxxx?”
“Tremendo, ma com’è stata?”
“La curva del Cantone, sai quanti ne ha presi”.
“Nebbia?”
“Ghiaccio”.
“Sfiga”.
Nessuno sa esattamente perché combattiamo, e contro chi: combattiamo perché è il nostro destino, il nostro modello di sviluppo. Negli anni ’50 c’era una piccola ferrovia, poi la smantellarono; noi siamo cresciuti con una sola idea fissa: prendere la patente: uccidere ed essere uccisi. I nostri amici partivano in avanscoperta e tornavano sulla sedia a rotelle o non tornavano affatto: sfiga. Sembra assurdo, vero? Vi garantisco che non è assurdo, quando ci vivi dentro. È la tua vita e non hai mai pensato che potrebbe essere migliore, perché sei troppo occupato a guidare.

In questa vita io mi destreggio come posso e, modestamente, sono un veterano. Ma non devo la mia vita al mio buon senso, alla mia prudenza o alla mia concentrazione. Chi mi conosce può testimoniare quanto io sia povero di queste tre preziose qualità. Devo la vita forse a San Cristoforo (protettore della mia prima Golf, ma in seguito è stato tolto dal calendario) e Sant’Antonio da Padova; alle preghiere di mia madre e alla musica. La musica in particolare ha per me la stessa importanza che avevano le razioni di tabacco nelle trincee: rendere sopportabile una guerra, colorare quello che e grigio, senza però mai distrarre da quello che accade davanti e dietro.
Diciamo allora che io non sono un appassionato di musica: io ho bisogno della musica. Senza musica non riuscirei ad alzarmi da letto la mattina, perché l’idea di affrontare 100 km. in compagnia del mio cervello che ronza sarebbe inaccettabile. Senza musica mi addormenterei, mi distrarrei. Senza musica mi ucciderei, o ucciderei qualcuno. Non stiamo parlando di un genere voluttuario, ma di un bene di prima necessità.

Molto spesso mi distraggo ugualmente, e il colpo di sonno è sempre in agguato. Oppure sono soprappensiero per via dei miei numerosi problemi. In queste situazioni di solito la musica deve soccorrermi come una scossa, come se l’autoradio si accendesse bruscamente e ti costringesse a cantare. Le cassette da viaggio erano organizzate in modo che nessuna canzone potesse suggerire la successiva: ogni pezzo non aveva niente a che vedere con il precedente. Era anche impossibile memorizzare le sequenze. In questo modo il cervello è continuamente portato a chiedersi: “E adesso cosa succederà? Aspettiamo il prossimo pezzo”. Basta un pizzico di suspance per mantenere il cervello sveglio. E il cervello sveglio porta il guidatore a casa.

Del resto, non tutta la musica va bene. Mi dispiace tanto per il jazz, ma qui si tratta di vita e di morte, e se un pezzo non è abbastanza cantabile la percentuale di rischio aumenta in modo esponenziale. Meglio tanti pezzi brevi. Inconsciamente, finisci per ricostruire un palinsesto radiofonico, di come sarebbero le radio private se non fossero diventate tutte veicoli promozionali di qualcosa. Con gli anni, acquisisci un gusto eclettico o superficiale: ti piacciono i primi tre ritornelli di ogni disco che hai sentito. Peraltro, molto spesso continui ad annoiarti, a farti assorbire dai tuoi pensieri, a fermarti a dormicchiare per tre minuti in un parcheggio.

Però a volte succede un’altra cosa: che improvvisamente ti accorgi che stai cantando, e non ti ricordi quando hai cominciato. Un minuto fa avevi la fronte pericolosamente aggrottata; ora hai gli occhi spalancati, canti e sorridi. La percentuale di uccidere qualcuno è calata bruscamente. Cosa è successo? Molto probabilmente la tua radio personale ha fatto passare un brano di Ella Fitzgerald.

Allora capisci quello che ti hanno detto da piccolo e che non avevi motivo di dubitare: Ella Fitzgerald è la più grande. Perché quando canta lei, anche i bianchi stonati caucasici si mettono a cantare, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lei non ha bisogno di dimostrare nulla: niente vocalizzi audaci, niente acuti acutissimi: ma la sua voce è come una ragazza che viene a prenderti dal tavolino del ballo delle Medie e ti dice: “Dai, vieni, è facilissimo”. E tu ci vai, e cavolo, per un attimo sembra facile davvero. Perciò, quando gli altoparlanti mandano i pezzi di Ella, i ragazzi nelle trincee canticchiano, e per un attimo si sentono a casa, in salvo.

I’ll be down to get you in the taxy, honey
You better get ready, half past ten
I mean, don’t be late...


Ella è anche il simbolo del tipo di arte che piace a me, quella che vorrei fare io, se ne fossi capace. Un’arte che ti fa cantare e muovere il piede. Tutto qui? Sì, direi che è tutto. Certo, ogni tanto è bene anche dare un po’ di fastidio, scandalizzare, sperimentare. Ora dico una cosa un po’ snob: a me piacciono gli Area. Complessivamente credo che siano pretenziosi e inascoltabili, ma in ogni disco che ho ascoltato ci ho trovato almeno una o due canzoni belle e originali, e non è da tutti. Però ve lo immaginate il supplizio di svegliarsi la mattina con in testa una canzone degli Area? Se cerchi di cantarla sembri Tarzan con le adenoidi; non puoi battere il tempo perché è in tredici sedicesimi; così te ne resti tutto il tempo con questa canzone degli Area che non va né su né giù. Gli Area mi piacciono, ma non possono salvarmi la vita. Qualche pezzo ogni tanto va bene, ma io ho bisogno di Ella Fitzgerald.

Rimane il dubbio: Ella mi salva la vita, o è un modo in cui la vita mi costringe a restare al mio posto, dove uno di questi giorni potrei uccidere ed essere ucciso?
Ma il dubbio è un lusso che mi consento la sera, dopo un caffè, quando ho le idee abbastanza chiare. Di giorno c’è troppa confusione, troppa fretta, troppo pericolo. La musica non è un lusso: è qualcosa che mi salva la vita quando ne ho bisogno. Un giorno forse mi ribellerò, ma ora non ho tempo. Ho bisogno di Ella Fitzgerald.

...see you tomorrow night, at the darktown stutters' ball.
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Una buona giornata (fin qui)

(Fatti miei, ma più miei del solito)

Diciamo onestamente che oggi:
- Per essermi alzato di scatto alla prima sveglia, ore 6.00, e sì che non avevo dormito parecchio;
- per aver usato correttamente l'antigelo e preso le precauzioni atte a un lungo viaggio in macchina;
- per aver tenuto a bada 25 monelli con un paio di ore diciamo passabili sul feudalesimo (più altre cinque ragazzine di un'altra classe che passavano di lì perché adesso se manca un prof si usa così);
- perché dopo 40 km. di viaggio ho telefonato a un ufficio di Bologna e ho chiesto "Potrebbe per favore dare un'occhiata alla bacheca, che è importante?" e sentendomi rispondere: "no, non posso", e senza batter ciglio ne ho dovuti aggiungere altri 80, ma tranquillamente, rispettando dove possibile il codice della strada e tenendomi aggiornato coi notiziari;
- per aver parlato in maniera breve ed efficace con due docenti spiegando la mia complicata situazione con meno untuosità del solito, e per aver non dico risolto il problema, ma dato l'impressione di affrontarlo da persona adulta, responsabile, eccetera;
- per aver incontrato una vecchia amica di amici e non aver fatto brutta figura, addirittura mi sono ricordato che si era sposata, e questo non è da me;
- per essere arrivato a casa, dopo tutto questo, era solo l'una e mezza del pomeriggio;
- per essermi messo senza troppo indugio a lavorare, e per aver fatto dieci dignitose cartelle nel giro di mezzanotte, senza mancare di rispetto alle persone che vivono con me e che forse qualcosa più del rispetto meriterebbero;
- perché naturalmente mi hai telefonato e io ho trovato argomenti per mantenere la conversazione per 15 minuti, 15 minuti di dolcissima funzione fàtica;
- perché, senza dar troppo nell'occhio, sono riuscito anche a divertirmi un po', e con poco;

ecco, per tutta questa serie di motivi mi sembra di poter concludere che ho avuto una buona giornata, e che se riuscissi ad averne altre, la mia vita sarebbe non dico normale, ma dignitosa.

E allora perché sono qui come un pirla alle 2 e 41 del mattino con 5 finestre accese ( il Manifesto, la discografia dei Beatles, Informazionecorretta, un comunicato Attac su Parmalat, e altre cose che non so perché sono andato a cercare?).

Ah, ma è il blog, naturalmente. Alle tre meno un quarto non so ancora di cosa scrivere.
Domani arriverò al lavoro con un'incudine in testa, e una gran voglia di tirarla a qualcuno.

Beh, fa lo stesso, tanto ho solo un'ora, ne approfitto torno a casa e metto a posto la recensione, poi chiamo Bologna per sapere se la talcosa è compatibile con la talaltra, poi faccio altre dieci cartelle e rivedo quelle di ieri che devono fare schifo, poi mi accascio sul pavimento, poi...
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You don't have to put on the red light

Non tutta la telefonia mobile viene per nuocere, comunque.
Prendi l'auricolare. Io non ce l'ho, e non lo desidero, ma sono contento che ci sia gente che lo usi, nelle strade e negli abitacoli. Non solo perché ha meno scuse per metterti sotto agli incroci, ma per tutta una serie di ricadute positive sui nostri codici di comportamento.

Infatti, io ricordo molto bene come fino a pochi anni fa la gente che camminava parlando da sola non fosse vista di buon occhio. Parlare senza un interlocutore è tuttora considerata una cosa molto sconveniente, ai limiti dell'insania mentale, e dire che pochi vizi sono così innocui e poco dannosi per il prossimo. (Non è già più fastidioso il voler trovare a tutti i costi ascoltatori per le cose che diciamo?)
Oggi, però, se calcando un marciapiede t'imbatti in un signore in giacca e cravatta che chiacchiera nervoso con sé stesso, non pensi più a chiamare l'ambulanza, perché dai per scontato che stia discutendo di cose molto importanti via satellite.
Ed è solo l'inizio. Pensatori ad alta voce, ancora un po' di pazienza, ma se l'economia si rimette a girare in primavera potrete uscire allo scoperto e raccontare le vostre cose agli alberi in fiore, senza che nessuno ci faccia più caso.

Quanto a me, non posso che essere grato agli auricolari, per la gioia che mi dà cantare in macchina a ogni ora del giorno, con la pioggia e col bel tempo, e soprattutto in coda ai semafori. E ci do dentro, sapete, piango, rido, tiro tutti i muscoli della faccia, e se per radio ci sono i Police, io non mi tiro indietro.

Roooooox-èn,
non dovevi aspettare la red light
se ti sbrigavi era yellow
non dovevi aspettare la red light


Sicuramente fino a qualche tempo fa gli automobilisti intorno a me ci facevano caso, ma ormai quei tempi tristi sono finiti. Oggi se qualcuno mi nota pensa senz'altro che è tutto ok, sto solo litigando con qualcuno, qualcuno che si fa mettere sotto al telefono, e quindi non sono un matto, bensì uno che nella vita si fa rispettare.
E questo è un gran regalo che mi ha fatto la telefonia mobile. Gratis. Grazie.
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Dice che se non avesse niente di meglio da fare (tipo salvare il Paese, fare tutte le Riforme, porre fine alla Guerra Fredda, portare la Russia nell'Unione Europea), la salverebbe lui, la Fiat.
E siccome come imprenditore sa il fatto suo, e poi s'è fatto da sé, noi non ne dubitiamo, anzi, già stiamo fantasticando il successo mondiale di cui godrebbe una

MediaFiat
Per prima cosa, direi, due begli air-bag di silicone, che i ragazzi ne vanno matti.
E per vivacizzare il parabrezza (che mostra sempre la stessa strada, una noia), ogni 500 metri le Tergicristalline uscirebbero a farsi un balletto, sulle note dell'hit del momento (il momento dura un paio di mesi).
Quando fai un sorpasso, partono le risate finte.

Per i format... ehm, intendevo, per i modelli, è inutile investire tempo e denaro nella ricerca, con tutto il ben di Dio che c'è all'estero e basta copiarlo: poi, una volta individuata una linea che piace al pubblico, continuare a propinarla per vent'anni in tutte le salse. Al salone di Torino presentata la 25esima versione della MediaFiat "Costanzo", quest'anno con poltroncine reclinabili di serie e autoradio auto-sintonizzzz…
Certe volte ci provano, a inventarsi (a copiare) qualcosa di nuovo, tipo quella station wagon sigillata all'interno da cui si può entrare e uscire solo ogni sei mesi. In tutto questo tempo l'automobilista è costretto ad andare in giro per l'Italia (seminudo, perché il riscaldamento è a 36° fisso) e tutti sono liberi di farsi i c a z z i tuoi. Il primo anno è stato un successone, ma ha stancato subito. Quest'anno la grande novità è la stessa station wagon, però col karaoke di serie. Uno strazio.

Qualche optional rigorosamente fabbricato all'estero, Olanda o Brasile, che fa più chic. Una MediaFiat non ti lascia mai a piedi. Tranne, naturalmente, se per disgrazia si spegne un anabbagliante: in questo caso inchioda e non vuole ripartire (brevetto geom. Galliani).

Una macchina così, gli italiani la comprerebbero per forza - anche perché non avrebbero alternativa. Sarebbero infatti liberi di scegliere soltanto tra MediaFiat e veicoli RAI, Ridicole Automobili Italiane, una partecipazione statale ormai dismessa in cui vengono parcheggiati gli ingegneri MediaFiat che avanzano e i progetti non strategici. Oppure si va in bici e in motorino. Curiosamente, la percentuale di gente in bici e in motorino aumenterebbe di colpo, ma smetterebbe di essere conteggiata nelle statistiche, perché è un dato che non interessa a nessuno.

La proprietà manterrebbe coi propri lavoratori un rapporto franco e collaborativo. E in Sicilia, si guarderebbero bene da licenziare chicchessia.
"Come sono andate le trattative coi dirigenti Mediafiat?"
"Beene, molto bbene, direi… gli abbiamo spiegato che i lavoratori e i collaboratori della MediaFiat sono una grande famiglia, ah? E che anche lorsignori tengono famiglia, non so se mi sono spiegato…"
"E poi".
"E poi gli abbiamo fatto una proposta che non possono proprio rifiutare".

****

Comunque Berlusconi ha ragione…
…quando pone il problema del rapporto Fiat-Ferrari.
A cos'è servito spendere miliardi su miliardi (più di qualsiasi altra scuderia) per avere una monoposto che vince tutte le gare, mentre le vetture di serie sprofondavano nell'anonimato?
Forse scrivere "Fiat" sulle monoposto non sarebbe una cattiva pensata.
Invece l'idea opposta (applicare lo stemma del cavallino sui cofani delle Punto) è veramente idiota.
Purtroppo gli idioti sono il target ideale della Mediafiat.
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È iniziata l’operazione “ore d’aria”.

Consiste in questo: alcuni giorni della settimana mi vendo la prima fascia serale in cambio del mattino. Entro a ora di pranzo e uscirò a tarda notte: sono o non sono flessibile? spero che le professioniste che esercitano qua fuori nella stessa fascia non prendano troppe confidenze col cofano della mia opel.

Per ora com’è andata? Un disastro. Ieri sera avevo appena posato il capo sul mio guanciale, (2 AM), col sorriso beato di chi sa che non punterà la sveglia, quando mi sono reso conto di avere parcheggiato in striscia blu, là dove nelle ore diurne gli urbani non perdonano. E così ho puntato per le solite otto meno e un quarto.
Stamattina ho fatto quattro volte il giro degli isolati, cercando un posteggio gratis, imprecando a questa piccola città e ai suoi assessori al traffico, finché non ho trovato un buco in un viale subito dimenticato.

Di ricoricarsi, a quel punto non se ne parlava, così sono andato all’infopoint a sbrigare alcune faccende. E sbucando in via Emilia a quell’ora mi sentivo veramente un carcerato appena passato alla libertà condizionata: guarda! La gente che passeggia! Che compra il giornale nelle edicole! Che fa le file alle poste! Che strana, la gente!
Ovviamente le faccende si sono protratte per tutta la mattinata, perché mi hanno chiesto di accompagnare la volontaria inglese al policlinico per una visita: problemi al dente del giudizio, anzi, “teeth of wisdom”, come ha detto lei quando ha capito, e io non c’avrei mai creduto che si dice proprio così.

Stando con me tutto il mattino, la volontaria si è naturalmente convinta che sono un idiota, ma un idiota così idiota che la prima cosa che racconterà alle sue amiche a Manchester sarà l’idiozia di questo italiano che prima dice: “faccio io, ti accompagno in macchina”, e poi non la trova, perché non si ricorda dove l’ha parcheggiata; finché, dopo aver girato quattro isolati a piedi non decide di prendere il bus sbagliato; che quindi dice: “aspetta, ti do i soldi del ticket”, e poi non li riesce a contare; infatti, in regime bimonetario, ha due portafogli che passa da una tasca all’altra, confondendoli sempre, in questo traffico di tasche, taschine, monetine, agendina e cellulare riesce senza fatica a smarrire il biglietto del parcheggio dell’ospedale.

La morale che traggo io è che, se mai avevo qualche attitudine alla vita all’aperto, l’ho persa negli ultimi sedici mesi. Non riesco più a fare una fila in posta. Se per strada m’imbatto in un amico non so più cosa si dice in questi casi. In tasca mi prudono le mani: hanno voglia di cliccare, papà, papà, quand’è che ci riporti dentro, al caldo, al sicuro?

E poi c’è un’altra cosa. Hai voglia a inventarti degli spazi vuoti: appena metti il naso fuori c’è già qualcuno che te li riempie. Ed è peggio di prima.
Non sono più libero qui? Ho una grande finestra che guarda a oriente, su Bologna (e su Gerusalemme), ogni mattina ho il sole, i vigneti e l’argine del Panaro, e intanto clicco e leggo il giornale gratis - finché dura.
Forse dovrei chiedere di fare qualche ore di più, non so, magari quattordici o sedici. Tanto ho capito che in piscina non riuscirò mai ad andarci. E poi che bisogno c’è. Sono già tanto flessibile così –
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Adesso è buffo pensarci, ma il proposito per il 2001 era di scrivere una poesia al giorno. Questa era la prima:

Stasera, sul finire del millennio
Un angelo (nero) mi ha visitato
Mi ha cercato a tutti i campanelli
per dirmi: Buana, ti portano via
la macchina.

Io (che ho un bell’anonimato da difendere
qui tra scuri chiusi sigillato
per risparmiare sul riscaldamento
e concentrarmi sull’ultimo concorso),
io penso sia il pappone della tipa
che abitava qui sopra quest’estate,
ospite di un sardo allucinato.
Il pappa diceva d’essere il fratello
di lei: ma non somigliavano per niente.

E giusto per sfatare questa storia
che s’assomiglino tutti, pure lei
da un mese all’altro mutava le forme.
A volte era più alta, direi somala,
a volte tracagnotta nigeriana
sbuffante con la spesa sui gradini
che poi scendeva agile, tigrina,
con tacchi da suicidio.

Vennero su due agenti a ferragosto
a chiedere se per caso era un bordello
il nostro condominio.
Ma perché pensare male di qualcuno
solo per i suoi orari? Certe volte
io e lei ci incrociavamo sul portone
(diciamo alle quattro e mezza del mattino).
“Sei stato a ballare?”, domandava,
io rispondevo e non chiedevo niente.

E – un po’ perché il sardo andava giù di testa,
e pare avesse ucciso già qualcuno
da giovane – un po’ perché l’angelo nero,
già conosceva il mio parcheggio fisso,
(e poi certo, per mancanza di prove)
non dissi niente neanche con gli agenti.

Perché, sia chiaro, io vivo qui per caso
com’è un caso finire qui il millennio
nel mezzo di un bel niente.
In piazza un carro attrezzi sgomberava
per i festeggiamenti, e la mia opel
(che mi somiglia ormai) non cooperava:
stava tra i piedi a tutti.

Concilio e mi tolgo dal disturbo
(non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo)
Buon anno angelo nero e niente grazie
È stato solo uno scambio di favori.


Un proposito per il 2002 potrebbe essere: lasciar perdere tutto, in particolare i buoni propositi.
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Ritorno all'alba
Ieri sera eravamo ancora persi nelle circonvallazioni di Barcellona, litigando a ogni svincolo, e stamattina siamo qui: stanchi, puzzolenti, molto simpatici. Un soggiorno in Catalogna, un breve viaggio nel tempo, ai giorni beati e ignoranti delle gite scolastiche. Complice il clima: nuvole grigie, grevi e sensuali, ci hanno accompagnato per tutto il viaggio, regalandoci a tratti quei violenti acquazzoni così caratteristici delle gite liceali. (Gli stessi barcellonesi rabbrividivano increduli. Mai un primo maggio così freddo).
Bella Barcellona. Bravo Gaudì. Buono pasteggiare a paella tutti i giorni. Eppure qualcosa ci mancava. La campagna elettorale, per esempio, con quel crescendo ormai quotidiano di colpi di scena. Per dirla breve, chissà quante cazzate di Berlusconi in presa diretta ci stavamo perdendo. Cose che poi a raccontarle in differita perdono sapore, come scoprire i risultati delle partite soltanto il giovedì.
E dire che sarebbe bastato sbirciare in qualche edicola (sono aperte 24 ore), per trovare non dico la Repubblica, ma El Pais o El Mundo, gettare fango sul nobile candidato. E questa definizione dell'"internazionale della spazzatura", immaginosa davvero… ("Compagni dai campi e dai cassonetti / Spalate la merda e insozzate il sistema", etc.).
Poi, il ritorno in Italia. Non tutto d'un colpo, come in aereo e anche in treno, ma gradatamente, in autostrada. L'Italia autostradale si afferma per gradi – comincia a manifestarsi verso Marsiglia. Gli autogrill diventano via via più sporchi e più umani, il caffè si restringe sempre più, le distanze di sicurezza si accorciano, le corsie si stringono, la velocità aumenta. Ma l'Italia vera esplode a Piacenza, quando ti immetti sulla A1, che alle cinque del mattino è più trafficata del tratto Barcellona-Montpellier al tramonto. E vai, tra due file di tir, dritto verso l'alba.
Giunti a casa, una gradita sorpresa. In un anonimo cellophane indirizzato a Elisa, un regalo per tutti noi. Una Storia Italiana.
Ma allora ci siamo anche noi, nel target del Cavaliere! Io non ci contavo più. In fin dei conti non mi sentivo interpellato da nessuno dei suoi slogan. "Un buon lavoro anche per te"? Grazie, ora meglio di no. "Pensioni più giuste"? Sì, quelle che ci toccherà pagare ai nostri genitori. "Città più sicure"? Così magari ci aumentano l'affitto. Berlusconi aveva un pensiero per tutti, ma per noi no. Girava voce che "Una Storia Italiana" sarebbe stato distribuito a tutte le famiglie. Per l'appunto, noi non siamo una famiglia. Siamo tre simpatici ragazzi tra i venti e i trenta che indugiano ancora nei locali studenteschi e nelle gite scolastiche. Gente marginale, comunque. E invece no! Anche noi siamo elettorato da convincere! Grande! E dire che abbiamo rischiato di fissare la gita intorno al 13 maggio…
La Storia non l'ho ancora potuta guardare. Elisa ci si è praticamente addormentata sopra, e io intanto dovevo farmi una doccia e presentarmi al lavoro. Spero che sarà molto divertente. Questi giorni sono stati molto divertenti. Speriamo duri il tempo. Questa nuvolaglia grigia… mi porta bene.
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