A Gino Strada e chi lo infanga

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I

L'altro giorno come sapete ci ha lasciato Gino Strada, fondatore di Emergency, punto di riferimento di quel movimento che dopo Genova rifiutava orgogliosamente qualsiasi leader, ma Strada lo avrebbe accettato di buon grado: lui però preferiva salvare il mondo un ferito alla volta e probabilmente aveva ragione (qualche anno più tardi qualche grillino lo voleva ancora al Quirinale, una traccia di quella continuità sotterranea tra noglobal e 5Stelle che imbarazza entrambi). Ma insomma è morto Strada, e molti che volevano ricordarlo su Facebook si sono trovati in calce al proprio ricordo un messaggio fotocopiato, stavo per dire ciclostilato, che accusava Strada di essere stato uno storico sprangatore di fascisti negli anni del movimento studentesco a Milano. Un comunicato del genere, costruito abbastanza ad arte (addirittura gli veniva attribuito un modello preciso di chiave inglese, la Hazet36 con cui era stato ucciso Sergio Ramelli), non poteva che provenire da qualche centrale neofascista e sarebbe anche interessante risalire a quale, ma stasera ho pochi giga e volevo soltanto confessare una cosa: io ci sono cascato. 

Cioè questa storia di Strada sprangatore, anzi capo degli sprangatori, non mi suonava nuova, l'avevo già sentita e la davo in qualche modo per scontata. Invece ho scoperto proprio in questa occasione che si trattava di diffamazione bella e buona, e che per aver sostenuto qualcosa del genere Gigi Moncalvo, da direttore della Padania, fu condannato da un tribunale a contribuire a Emergency per la cifra non trascurabile di euro 150.000. Così ho avuto conferma una volta di più che devo dubitare sempre di tutto, e soprattutto delle cose che ormai do per scontate e che invece mi sono entrate in testa solo per sentito dire. Inoltre dovrei essere sollevato, no? A un eroe della mia tarda giovinezza è stata tolta l'unica macchia di fango che qualche essere abietto era riuscito a schizzare. 

Invece sono un po' deluso.

Cioè a questo giovane Strada picchia-fasci, nella mia testa, mi ero un poco affezionato. 

E non perché approvassi troppo l'abitudine, in effetti un po' estrema, di trattare i fasci con quella violenza che è pur parte della loro mistica, insomma capisco che rompere teste con chiavi inglesi non è una bella cosa, nemmeno contestualizzando quel post Sessantotto milanese un po' tribale eccetera. Ma insomma se togli questo dettaglio così controverso alla biografia di Strada, cosa ti resta? Potrebbe essere l'unica cosa discutibile commessa dal tizio: gliela dobbiamo proprio togliere? A parte questo ha fatto soltanto del bene, come un santo; ma anche gli autori delle vite sui santi si perdono sui dettagli piccanti della giovinezza, perché alla fine che santità sarebbe se uno nasce già perfetto? Mi piaceva immaginare dietro quel cipiglio un senso di colpa di un tizio che dopo aver spaccato la testa a qualcuno decideva di passare il resto della vita a riparare qualsiasi testa, senza più far caso alle idee che c'erano dentro, né al colore né alla bandiera. Ammettete che aveva un senso almeno narrativo. Problema mio, che ho bisogno di trovare difetti alle persone per ammirarle. Strada forse non ne aveva. 


II

Morire a Ferragosto è problematico, per gli italiani almeno. Quelli che hanno fatto qualcosa di buono, qualcosa che meriterebbe di essere ricordato, ma da chi? Una volta per questa cosa c'erano i giornali, ma a Ferragosto chi li scrive? Gli stessi di tutti gli altri giorni, ormai, ma sono ancora più svagati del solito, forse dettano dall'ombrellone e in redazione non c'è nessuno a correggere le sciocchezze più evidenti. Oppure in redazione c'è qualcuno che ha interesse ad aggiungere sciocchezze molto evidenti, non lo so, insomma giudicate dai risultati. Questo è l'incipit del coccodrillo di Maurizio Crippa sul Foglio. Qualcuno ha deciso che andasse in stampa così voglio dire, non è uno scherzo. Hanno deciso di cominciare un pezzo su Gino Strada così:


Cioè pensate che colpo di fortuna, che dono esclusivo, andarsene all'improvviso (in realtà Strada era malato da tempo) proprio quando la Stampa ti pubblica un pezzo. Che boh, forse è una cosa dei giornalisti, come morire sul palco per i musicisti o per gli attori. Qui però semplicemente l'editor era ubriaco, o disattento, o genuinamente convinto che qualche lettore possa comprendere un fetish dei giornalisti professionisti. Molto peggio è successo il 14 agosto sulla Repubblica, che ha affidato la pratica Strada a Pietro Colaprico, e questo è il risultato (o almeno l'incipit del risultato):


Faccio fatica a commentare. Colaprico non sa una cosa, ma decide ugualmente di scriverla perché il dato "va comunque registrato": una mentalità da dossierista imprestato al giornalismo. Oppure Colaprico (o il suo editor) forse una cosa la sa, e apparentemente la "registra": ma non ce la dice tutta, anzi non ci dice praticamente niente. C'era davvero il bisogno di dire e non dire che Strada faceva la spia, senza nemmeno riuscire a chiarire per chi? Non siamo su facebook, qui, in teoria ci sono professionisti al lavoro, già, ma appunto: professionisti di cosa? Più in là, nello stesso pezzo:

"Se sa resistere dove cadono le bombe, volano i proiettili e bisogna stare attenti a calunnie, dossier, rapporti torbidi con spie ed assassini, per i suoi nemici dipende dai rapporti che mantiene con le popolazioni, uno scambio in cui la cosa essenziale per Strada è curare senza chiedere i documenti e per gli altri, per lasciare l'ospedale in zona neutrale, chissà quale sia la cosa essenziale".

Ecco, qui sembra davvero dettato dall'ombrellone: ma la volontà di adombrare la reputazione di Strada, quella no, quella è rimasta in un ufficio con l'aria condizionata e sembra abbastanza determinata a ottenere un risultato. Tutto questo, si noti bene, di fianco a un pezzo di Daniele Mastrogiacomo che racconta con una certa vividezza quanto si espose concretamente, Strada, quando si trattò di liberarlo (riscattarlo?) dai miliziani che lo avevano rapito. Un racconto da cui emerge abbastanza chiaramente quanto Strada per tenere aperto un ospedale neutrale in zona di guerra fosse costretto a barcamenarsi con qualsiasi criminale, e con "qualsiasi criminale" non escludo ovviamente gli agenti dei servizi occidentali. Ma che senso ha partire da questa ambiguità prevedibile e necessaria e trasformarla in una "doppia anima"? Che senso, a parte quello di cercare una pecca in Strada, a ogni costo? Forse anche alla Repubblica sentono che un santo ha bisogno anche di qualche difetto. Forse. Altre ipotesi stanotte le tengo per me, l'ho detto che ho pochi giga. 

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Il mio corpo è una moquette

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È buffo, è indicativo e imbarazzante: me ne sono reso conto oggi, quando per la prima volta ci ho pensato per più di cinque minuti. Il concetto di Raffaella Carrà – che per molti è indissolubilmente associato a un ombelico, a un caschetto, un sorriso – nel mio caso è legato a una sensazione di moquette. Con tutto quello che la moquette implica per un bambino: una sensazione di libertà e insieme di sicurezza, la possibilità di stendersi liberamente sul pavimento di una palestra mentale in cui deve essere cominciata una specie di educazione sessuale. Sensazione soprattutto tattile, e olfattiva. Quei grandi studi tv pieni di specchi mi sapevano di polvere – forse perché il tubo catodico attirava e ospitava ogni sorta di pulviscolo, ma è anche il profumo della moquette quando ci spremi il naso. Ma insomma io ero bambino, facevo al limite ginnastica correttiva, e questa affermava che il suo corpo era una moquette così accogliente da addormentarcisi. 

Col sesso del poi, una cosa piuttosto fetish, ma cantata con un'allegria sincera, contagiosa. In un periodo in cui la sessualità era associata ad atmosfere morbose (senza cercare troppo lontano basta pensare a Mina negli stessi anni '70, al tipo di smorfie quasi postribolari che doveva affettare in favore di telecamera per risultare sensuale). La Carrà no. Lei sorrideva e ti si srotolava sotto, ti dava l'idea che alla fine il sesso potesse anche essere una cosa simpatica e divertente da fare in compagnia. Poi non lo so quanto ciò mi abbia aiutato: stasera mi piace pensare che sì, molto. 

Raffaella Carrà non mi è stata sempre simpatica: le maestre costantemente sorridenti ed efficienti a una certa età risultano odiose. Ci si accorge quanto erano indispensabili quando se ne vanno in in pensione o all'estero e al loro posto arriva gente che magari s'impegna ma non sempre, non abbastanza, gente che quando sorride tirata ti fa paura, la Carrà non faceva paura mai. Il professionismo è l'ultima qualità che impari ad apprezzare, forse perché è un insieme equilibrato di tante qualità che non devono farsi notare, non devono rubare la scena. Finché c'è non te ne accorgi, poi non c'è più e ti manca. Nove anni fa, a un concerto di beneficienza per l'Emilia Romagna, Raffaella Carrà si mangiò il palco. Prima e dopo di lei artisti che in teoria in uno stadio avrebbero dovuto trovarsi più a loro agio, e invece per un motivo o per un altro non erano in serata. Lei non poteva non essere in serata, non esistevano motivi per cui sarebbe potuto succedere. Non esisteva una Carrà sottotono, non è mai stata prevista, non credo che nessuno di noi sarebbe riuscito a immaginarsela. Non c'è.  
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C'è chi parte con il raga della sera

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Non vengo a fare il monumento a Battiato, non sono la persona adatta. Per forza di cose finirei per parlare di me, della cassettina della Prima Comunione con Cuccuruccuccù, del modo in cui i suoi pezzi mi arrivarono vibrando attraverso le pareti dalla camera di mio cugino, dal bambino che nell'estate '83 in una pensione di Pinarella intonava intonare efebicamente tutti i brani dell'Arca di Noè per un capannello di coetanei. E poi l'adolescenza, la scoperta del Battiato psichedelico di Fetus. E poi le docce fredde della prima giovinezza, lo scoprirsi traditi e quel che è peggio, traditi per Manlio Sgalambro. Non vengo a fare il monumento a Battiato anche perché vorrei distruggerlo, e usare i pezzi per fonderne uno a Giusto Pio, arrangiatore geniale inimitabile benché pluri-imitato. Ho amato Battiato come un bambino poteva amare la nazionale dell'82; ho detestato Battiato come un laureando serio non può che detestare tutto il Kitsch formato Adelphi. E poi, per tanti lunghissimi anni, Franco Battiato mi ha lasciato indifferente. Ecco, questo è il romanzo della mia vita ed è noioso.

Bisognerebbe invece parlare di Battiato ma c'è questo problema, che è stato tre o quattro artisti diversi e sono tutti interessanti. Il Battiato cantautore (in anticipo sui cantautori) che incuriosì Gaber, il Battiato artigiano del sintetizzatore, il Battiato concettuale a lezioni da Stockhausen, quello postmoderno degli anni Ottanta, e se finisse qui sarebbe già una storia notevole. Invece prosegue (io però preferirei fermarmi lì).  

Alla fine può darsi che sia tutto dipeso da una mera congiuntura economica, ovvero: a fine anni Settanta la gente compra sempre più 33 giri. Più ne stampi più la gente li compra, stava succedendo in tutto l'Occidente. C'è mercato per tutto, per la disco e per il punk e per lo yacht rock e per qualsiasi cosa che ti venga in mente di proporre, bisogna farsi venire in mente idee alla svelta, qualsiasi idea, bisogna vegliare alla stazione perché in qualsiasi momento può passare quel treno carico di frutti. Alcuni passavano di lì per caso, sono saliti al volo e sono ancora lì dopo quarant'anni che non credono al culo che hanno avuto. Altri erano farabutti senza arte né parte, gente alla ricerca di soldi facili e non solo riuscirono a farli, ma incisero anche dischi decenti, talvolta geniali, era un periodo così (c'erano anche ottimi musicisti cresciuti negli anni del prog in grado di lasciare impronte indelebili negli arrangiamenti). Altri erano onesti lavoratori che dopo anni di gavetta, finalmente coglievano il frutto del loro meritato eccetera – altri avevano passato buona parte del decennio immersi in cose non chiare nemmeno a loro, avanguardie artistiche, meditazione e/o esoterismi e/o musica elettronica, e però se c'era un momento in cui persino loro avrebbero potuto mettersi sul mercato e far soldi, quello era il momento, e Franco Battiato lo azzeccò. 

Il momento in cui da avanguardista con velleità stockhauseniane si ritrova a sbancare le classifiche e vincere Sanremo (da autore) è lo stesso in cui Dalla da interprete diventa cantautore, De Andrè da cantautore diventa il fondatore della world music, Paolo Conte da autore diventa uno spettacolo d'arte varia, Lucio Battisti anche lui diventa qualcosa che sinceramente devo ancora capire, Vasco Rossi azzera il concetto di rock italiano, gli Skiantos, Fossati, Bennato, Finardi, insomma tra il 1978 e il 1984 succede qualcosa di incredibile e, mi dispiace, mai più successo. È un periodo straordinario non soltanto per la quantità di talento rilevato – anzi può darsi che in altri periodi ne sia stato scoperto di più, allo stato brado – ma per il modo in cui tantissimi artisti anche di punta decidono di stravolgere la propria carriera, ognuno per una serie di motivi non sempre e del tutto chiari ma alla fine può darsi che tutto sia dipeso da una mera congiuntura economica: da qualche parte c'era un enorme mucchio di soldi che poteva piovere sul primo che azzeccava una formula diversa. Chi avrebbe azzeccato la frase (musicale) giusta, chi avrebbe venduto per primo il fatidico Milione di 33 Giri? I discografici avevano voglia di rischiare, puntarono su cavalli stranissimi e alla fine la gara la vinse Francesco "Franco" Battiato. Pensando a chi stava giocando in quel periodo viene la vertigine. Allo stesso tempo: c'è mai stata una vittoria altrettanto meritata? La voce del padrone è un disco che fa ancora paura, dal primo secondo all'ultimo non c'è niente che non funzioni. Melodico senza pudore ma senza mai scadere nel banale, sofisticato ma mai tronfio, sette tracce in mezz'ora e nessuna somiglia a quello che si ascoltava prima. Invece un sacco di cose che funzionano ancora oggi non esisterebbero senza La voce del padrone. Ho in mente tanti esempi che mi annoio al pensiero.

Viene spontaneo il paragone col Nome della rosa, non so se qualcun altro l'abbia già fatto. Stesso periodo, simili opportunità e considerazioni: il mercato dei best seller è in espansione, perché anche uno stimato semiologo non dovrebbe fermarsi un attimo e scriverne uno? Il rischio è irrisorio, la possibilità di sbancare è concreta. Ho letto tante cose su Battiato, lo stile il linguaggio eccetera, ma mi domando se la spiegazione più semplice non possa essere nella limpida definizione di postmoderno fornita da Eco nelle Postille al nome della rosa. Battiato vuole fare i soldi col Giro di Do (proprio come Eco vuol fare i soldi con una torbida detective story di monaci assassini). Bennato pochi anni prima col Gatto e la volpe ha preso il jackpot (è ancora lì che conta i soldi, Bennato), insomma sarà una sciocchezza ma perché non provarci, cosa abbiamo da perdere, l'integrità artistica? ah ah ah, ok, vai col Giro di Do. Battiato però non può più cantarlo impunemente: è costretto a ripescarlo, diceva Eco "con ironia, in modo non innocente".

Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle "ti amo disperatamente", perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: "Come direbbe Liala, ti amo disperatamente".  

Di solito si definisce l'ironia come l'espediente di dire una cosa affermando il contrario, procedimento spassoso ma di cui ormai conosciamo fin troppo bene le controindicazioni: un sacco di gente rischia di non capire male (cioè di prendere sul serio gli enunciati ironici). Per questo motivo il Poe dell'omonima legge suggeriva di corredare ogni affermazione ironica con un emoticon o qualche altro segnale prestabilito analogo alla strizzata d'occhio. L'ironia postmoderna però è quasi un'ironia al quadrato: per dire "ti amo" si dice in effetti "ti amo", però aggiungendo strizzate d'occhio a non finire, molto spesso sotto forma di sfoggi di cultura non richiesta. Perché alla fine, continua Eco, l'importante non è che i due conoscano Liala, ma che con la scusa di Liala riescano ancora a parlare d'amore. Battiato voleva scrivere canzoni da classifica e fare un sacco di soldi, ma doveva mobilitare tutto un apparato calassiano di aggettivi desueti, arcane antropologie, tecnicismi astrali, dopodiché il ritornello di Cerco un centro di gravità permanente è lo stesso giro di Do del Gatto alla volpe, e Battiato nel finale si spinge dove anche Edoardo Bennato non aveva osato, si mette a cantare "uacciu ari ari" e lui può farlo, perché è ironico, che grande invenzione questo postmoderno. 

Non c'è neanche più bisogno che tutti gli ascoltatori capiscano l'ironia: a molti di loro sfuggirà completamente, tanto è un Giro di Do, quelli lo avrebbero ballato comunque. Il peggio che poteva succedere è che prendessero sul serio i testi. Molti li hanno presi sul serio. Lo stesso Battiato non si è mai preoccupato di smentirli, apparendo sempre imperturbabile, come i veri mistici (ma anche i comici seri, alla Buster Keaton). Prospettiva Nevskij è un bozzetto o uno scherzo? Impossibile capirlo, però sta nello stesso disco di Frammenti, che è un cut-up di versi da sussidiario di Leopardi e Carducci e banalità da rotocalco ("che gran comodità le segretarie che parlano più lingue"). Ma cosa c'è di davvero ironico in Stranizza d'ammuri o Summer on a solitary beach? O è semplicemente un poeta spudorato che si è liberato del modernismo come ci si libera dei vestiti in un cespuglio, e non ha più pudore a cantare Mare mare mare voglio annegare / portami lontano a naufragare? Anche negli anni dei suoi successi postmoderni, a volte Battiato è semplicemente lirico e in questi casi, fateci caso, diventa subito molto più chiaro. "Da una finestra di ringhiera mio padre si pettinava; l'odore di brillantina si impossessava di me". Non c'è niente di enigmatico nella Stagione dell'amore, o nella stessa E ti vengo a cercare. Al massimo c'è quella vena di critico della modernità che con gli anni, è fatale, trasforma qualsiasi pioniere in un querulo laudator temporis acti. Lo si sentiva già nell'Era del cinghiale bianco, in Up Patriots to Arms e  Bandiera bianca, ma comincia a diventare preponderante con Povera patria. I tempi stavano per cambiare, si chiedeva agli artisti un maggiore impegno o perlomeno di non lasciar passare Mani Pulite fischiettando in un angolo.

Il Battiato che continuo ad amare ma scoprendo che mi costa fatica è proprio quello lirico, da Orizzonti perduti in poi. No Time No Space è il momento in cui comincio a trovarlo buffo: credo fosse l'estate del Live Aid, ormai un po' d'inglese lo masticavo e quell'"especially tonight" non potevo perdonarglielo, e dire che ancora per anni avrei continuato anch'io a comporre canzoni in un inglese immaginario, ma non è quello che ci si aspetta da un grande autore e intellettuale. 

Il Battiato che smetto di amare è quello post Fisiognomica, che alla fine è rimasto in scena per più tempo. È quello sgalambriano che si fa il verso da solo e (quel che è peggio) lo fa inconsapevolmente: lo sfoggio culturale non è più una scusa per farci digerire successi pop, ma viene ribadito per accreditare l'immagine del Maestro, il guru che dev'essere preso sul serio, Ferretti non vede l'ora di prenderlo sul serio, lui stesso finisce per prendersi sul serio. Mi fa più simpatia come interprete, ora le sue pronunce mi fanno tenerezza. Resta fino alla fine un personaggio simpatico e fedele a sé stesso, che avrei avuto dozzine di motivi per trovare tronfio o inconsistente e invece non è mai successo: non l'ho mai sentito dire qualcosa di sciocco. Mi spiace che non ci sia più, e continuo a pensare a che fortuna ho avuto di crescere in quella manciata d'anni in cui alle radio si sentiva Voglio vederti danzare, e anche se spegnevo la radio le pareti della stanza trasmettevano le vibrazioni di Radio Varsavia, irradiate dal ghettoblaster di mio cugino. È stata un'educazione incredibile, i giovani d'oggi non sanno quel che si sono persi (e non ho nessuna intenzione di raccontarglielo).

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Lennon voleva vivere. Ci stava riuscendo.

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I posteri si domanderanno se John Lennon abbia veramente posato i piedi sulla nostra stessa terra. Dopotutto Edipo è un mito; Buddha e Gesù Cristo sono personaggi più leggendari che storici; ma un figlio di un marinaio nato sotto i bombardamenti, squartato emotivamente da un padre che lo vuole in Nuova Zelanda e una madre che lo affida alla sorella; cresciuto da donne, poi orfano; ragazzo terribile in pantaloni attillati; giovane padre, chitarrista cantante e compositore pop, idolo delle teenager e del suo manager omosessuale; tossicomane, poi artista concettuale, leader pacifista sotto inchiesta federale, poeta maledetto, avvistatore di Ufo, rockstar in congedo permanente, morto per mano di un fan? Nessun mitografo o evangelista o romanziere postmoderno sarebbe riuscito a inventarsi un personaggio così. Eppure, alla fine era soprattutto un ragazzo che diceva quel che provava, come noi evitiamo di fare il più delle volte perché proviamo cose orribili o anche solo imbarazzanti... (Da Getting Better, un libro sulle canzoni dei Beatles che i lettori del Post hanno potuto osservare mentre si stava scrivendo).





8 dicembre: John Lennon, musicista, profeta e martire

Buongiorno a tutti, mi chiamo Leonardo e sono l'orgoglioso titolare di un blog sul Post in cui tratto i santi del calendario come se fossero rockstar e le rockstar come se fossero santi del calendario. Nell'imminenza del quarantennale dell'omicidio assurdo che ha concluso la storia dei Beatles, posso esimermi dallo scrivere un pezzo in cui definisco John Lennon un martire, una figura addirittura cristologica, il divo che muore per i peccati dei babyboomer? Ho anche un libro in uscita, tengo famiglia, eccetera. E allora perché esito? Cosa mi trattiene? È complicato.

O forse no. C'è che fino a un certo punto era abbastanza facile incasellare i morti illustri del rock, geni vittima della loro sregolatezza. Quasi sempre si tratta di droga, per cui il coccodrillo si scrive da solo: ha voluto vivere troppo intensamente, la candela più grande brucia più rapidamente ecc. ecc. Con Lennon questo appiglio non c'è. Di sostanze fu un appassionato sperimentatore, ma oltre a essere spesso tra i primi a farne uso, fu anche tra i primi a lasciarsene alle spalle. Di vivere intensamente gli era capitato per qualche anno e aveva capito abbastanza presto che non gli piaceva. Il che non significa che la sua morte sia più assurda di altre. È anzi molto facile darle un senso. Ma è più o meno il senso che voleva dargli il suo assassino. È possibile scrivere dell'omicidio di Lennon senza tributare un omaggio a quell'individuo, che alla fine voleva semplicemente scribacchiare il suo nome sul Libro del Novecento, a costo di farlo col sangue, e c'è riuscito?

Riguardando al passato di Lennon, la sua fine tragica non stupisce, sembra quasi ineluttabile: a stupire è la lentezza con cui si compie. Quindici anni prima, davanti a una giornalista che lo era andato a trovare nel suo villino fuori Londra, il ventenne all'apice della fama si era lasciato sfuggire che i Beatles stavano diventando più popolari di Gesù Cristo. Era quel classico tipo di battuta lennoniana, paradossale ma non troppo, che i lettori inglesi ormai si aspettavano da lui: in patria passò quasi inosservata. Quando qualche settimana fu ripresa dalla stampa americana, causò uno di quei fenomeni che oggi chiamiamo shitstorm, e che sì, scoppiavano anche nei beati giorni pre-social network. Negli USA la battuta doveva suonare tanto più insopportabile quanto nascondeva un germe di verità: anche nelle comunità rurali il cristianesimo stava declinando, soppiantato da un consumismo globalizzato di cui Lennon e colleghi erano i profeti più rassicuranti e subdoli. Il consumismo avrebbe unificato l'occidente, gettando radici anche in alcuni Paesi dell'estremo oriente dove Cristo non era mai attecchito. Lennon aveva detto una verità, improvvisando: forse non diversamente da Gesù di Nazareth quando aveva annunciato la distruzione del Tempio: e come Gesù, per aver detto la verità, doveva morire.

Una foto dei Beatles viene bruciata per protestare contro John Lennon che nel marzo del 1966 aveva detto alla rivista Evening Standard che i Beatles erano più famosi di Gesù. Alcune radio degli Stati Uniti si rifiutarono di passare la loro musica e vennero organizzati piccoli falò dei loro dischi e delle loro foto, come questo fatto da Chuck Smith, un ragazzino di 13 anni, a Fort Oglethorpe, in Georgia, il 12 agosto del 1966.

Come capita quasi sempre in questi casi, l'indignazione collettiva nasconde uno choc culturale: Lennon, che a quel punto vendeva molti più dischi in America che in Europa, credeva forse attraverso il r'n'r di aver capito la cultura americana, ma ne ignorava alcuni tabù. Scherzare su Gesù Cristo era concesso in Inghilterra: non nell'America profonda, dove furono segnalati roghi dei dischi dei Beatles. Malgrado le scuse pubbliche, recitate da un John sinceramente contrito, il tour americano si trasformò un incubo logistico: è il momento in cui il fanatismo suscitato dai Quattro svela il suo lato minaccioso. Brian Epstein si accorge che garantire la sicurezza dei Quattro in un'America ancora più armata di quella di oggi è praticamente impossibile. Prima o poi era scritto che un fan più scoppiato o deluso degli altri avrebbe estratto una pistola. Cosa che inevitabilmente successe: e se non fu subito ma ben quindici anni più tardi, fu soltanto per l'insospettabile testardaggine con cui Lennon scelse di sopravvivere, ogni volta che gli fu possibile scegliere tra diventare un mito e restare tra i vivi.

Due anni dopo, un Lennon già molto diverso, consumatore ormai abituale di LSD, ha un'illuminazione e la confessa immediatamente al vecchio amico Pete Shotton. "Penso di essere Gesù Cristo. No, aspetta, sono Gesù Cristo". All'inizio Pete crede a uno scherzo, ma Lennon è serio. Ha già calcolato mentalmente quanto gli resta da vivere: se Cristo è morto a 33 anni... "Mi uccideranno, sai? Ma ho ancora quattro anni, quindi devo fare cose". Lo stesso giorno convoca i colleghi a una riunione di emergenza. "Sono Gesù Cristo", avverte. "Sono tornato. Questo è quanto". Nessuno è molto sorpreso. "Va bene", risponde Ringo sospirando (o sbadigliando?) "Riunione aggiornata, andiamo a pranzo". Quella sera, per una delle coincidenze incredibili della sua biografia, Lennon invita Yoko Ono a casa sua. Si frequentavano già, ma quella notte è diversa. La passano a urlare: registrano Two Virgins. Non si lasceranno praticamente più.  


Come il Cristo dell'Ultima tentazione di Scorsese, che quando la croce è già allestita dice no, e si rifà una vita con Maria Maddalena: dopo aver flirtato con l'autodistruzione (e introdotto sin dal 1964 un argomento tabù come la morte nei testi di un gruppo pop da classifica), quando il destino comincia a bussare Lennon fa tutto quello che gli è consentito per eluderlo. Quando i concerti diventano troppo rischiosi, Lennon smette di farli. Il sodalizio affettivo e artistico con Yoko Ono gli consente di distruggere la sua immagine pubblica di beatle, emotivamente insostenibile. Trova asilo a New York, nell'America libertaria che forse si illudeva avrebbe trionfato sul Midwest rurale che lo aveva respinto, in quella palingenesi rivoluzionaria che a fine Sessanta tutti ritenevano imminente. Quando diventa chiaro che la rivoluzione non si fa, Lennon capisce di nuovo di essere troppo esposto (la FBI ha aperto un fascicolo su di lui) e rinuncia anche al suo status di artista rivoluzionario. Si prende, col consenso della moglie, una vacanza dalla vita: è il cosiddetto lost weekend, trascorso a bere e scopare come la rockstar decadente che dopotutto aveva il diritto di essere. Avrebbe potuto restarci secco così: sarebbe stata una fine che tutti avremmo percepito come inevitabile, e invece no; anche stavolta Lennon riesce a fare un passo più lungo. Torna da Yoko, e vive con lei gli anni tranquilli e misteriosi del buen ritiro nel Dakota Building, l'ultima tappa di una lunga fuga cominciata dieci anni prima. A quel punto Lennon non era più una rockstar, né un profeta, né un rivoluzionario, né un artista: forse per la prima volta nella sua vita un uomo libero, un casalingo con un figlio da crescere. Il tragico destino che aspettava il successore di Cristo sembrava essersi allontanato per sempre – e invece era lì, paziente, acquattato all'uscita. Sarebbe stato sufficiente cedere a un richiamo naturale: rimettersi a cantare, incidere un disco, promuoverlo sui giornali e fare tutte le cose banali che i cantanti fanno, come firmare gli autografi, perché dal passato arrivasse questa scheggia impazzita che si portava tutte le frustrazioni accumulate in quindici anni, con una pistola in mano.

   

Con la sua morte, Lennon suggella il mito dei Beatles, la band che col passare degli anni è diventato persino più grande dei gruppi rivali, anche perché non era più possibile nessuna vera reunion che ne appannasse il mito. Era qualcosa che confusamente i fan dei Beatles avevano iniziato a sospettare sin dal 1969, esorcizzando le notizie di una crisi interna con l'elaborazione collettiva di quella assurda leggenda metropolitana che immaginava Paul morto e rimpiazzato. Come se i Quattro fossero troppo legati al momento più felice della loro generazione per permettersi di invecchiare. Metter su famiglia, litigare, mandar fuori dischi inevitabilmente inferiori ai precedenti, invecchiare da comuni mortali: ci hanno comunque provato. Ci ha provato lo stesso Lennon, anche se per lui è sempre stato un po' più difficile che per gli altri. In questi giorni ho cercato di riascoltare Double Fantasy, un disco col quale è sempre difficile confrontarsi. Se da giovane a mettermi in imbarazzo era la nudità vocale di Yoko Ono, la sua spudoratezza (che in fondo aveva anticipato il punk, e nel 1980 non veniva che a reclamare ciò che era suo), ora mi rendo conto quanto sia molto più difficile da accettare la serenità di John, il suo entusiasmo per una nuova fase della vita in cui magari per un po' di tempo gli sarebbe riuscito di essere contemporaneamente un musicista e una persona felice. È un rimpianto che non trova consolazione, almeno per quanto mi riguarda.
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Diego deve morire

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Diego Armando Maradona termina la sua carriera calcistica in Italia il 17 marzo 1991, quando risulta positivo all'antidoping  dopo una partita contro il Bari. Qualche mese dopo, ma sembrano secoli, nelle edicole italiane appare Nathan Never, un frullatore bonelliano in cui entrano tutti gli ingredienti della cultura fantascientifica degli anni Settanta-Ottanta. Film, fumetti, serie tv, manga, deve entrarci tutto perché i lettori vogliono trovarci tutto che fa sognare (e che non possono ancora rivedersi su Youtube), e nel giro di un anno ci entra anche Maradona, spudoratamente ritratto nel ruolo del protagonista di una storia (Il campione) che mette insieme Rollerblade, la Cosa dell'altro mondo e chissà cos'altro. 

Maradona ci entra con la sua faccia inconfondibile e il suo carattere difficile (due minuti dopo averlo conosciuto, Legs vuole già menarlo) perché al tempo avvocati e procuratori hanno altro a cui pensare, ma anche perché a quel punto è già una Leggenda, persino nel senso di storia che si può accomodare come pare e piace a chi la racconta, e non può avere che un finale tragico: manca ancora il finale di carriera in Spagna e Argentina, l'assurdo mondiale del '94, eppure in un giornalino a fumetti italiano del '92 è già scritta la sentenza: Diego è un alieno nascosto tra noi mortali e inviso agli Dei, Diego tra vincere e sopravvivere non ha realmente scelta, Diego deve morire. È come se tutto fosse già inevitabile e necessario, persino nei dettagli finali: un collasso cardiocircolatorio, la pena che il destino infligge a chi vuole vivere troppo e troppo in fretta.

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Il mio Cyrano

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Vorrei poter ricordare un suo grande film, ma non ce ne sono ed è una cosa che non sono mai riuscito a spiegarmi, un mistero la cui soluzione è magari banalissima ma fuori dalla mia portata. Così per quanto imbarazzante devo ammettere che per me Gigi Proietti è stato per prima cosa il presentatore di Fantastico 4, varietà autunnale di Enzo Trapani su Rai1, abbinato nel 1983 alla Lotteria Italia. Questa cosa non la ricorderanno in molti, del resto non fu nemmeno un successo; anzi un discreto disastro visto che la per la prima volta Rai1 perse la sfida del sabato sera contro il varietà più convenzionale di Canale 5, Premiatissima. Io avevo dieci anni e sentivo che qualcosa stava succedendo; notavo che uno dopo l'altro i miei compagni smettevano di seguire il Primo Canale e passavano a quell'Entità che stavo già cominciando a considerare il Nemico, se non altro perché insisteva a interrompere i cartoni con la pubblicità. Io invece imperterrito il sabato sera guardavo Fantastico e non mi costava nessuna fatica stare fuori dal gregge, perché a me piaceva Proietti. Piazzato lì tra un giochino e un balletto, veniva visibilmente da un altro mondo e ne era ben fiero, e io con lui. Ogni tanto riciclava un suo sketch, roba vecchia ma non per me, per me il mondo era appena iniziato. 

Da cui l'angosciosa domanda: ai decenni di oggi, può capitare la stessa fortuna? Ammesso che ci sia in giro gente brava quanto Proietti – ovviamente nei loro campi, che sono diversi da quelli che erano importanti quando ero bambino io, per cui non pretendo di capire se in giro c'è qualcuno altrettanto bravo a fare la sua cosa quanto Proietti era bravo a fare la sua. Spero proprio che ci sia, ma anche in questo caso: come fa un bambino di dieci anni a trovarlo, sul digitale terrestre o su youtube o tictoc od ovunque sia? A me Proietti arrivò per un capriccio dei palinsesti, l'effetto collaterale di un esperimento sbagliato; da lì in poi la Rai capì che non era la direzione giusta, chiamò Baudo a blindare il varietà nazionalpopolare e gli anni '80 proseguirono nel modo in cui preferiscono tutti ricordarli. Nel frattempo però io avevo visto Proietti: e avevo scoperto che mi piaceva di più. 

Appena tornò in tv, mi ci appiccicai: e questo fu il regalo più bello che mi fece Proietti, e in generale uno dei migliori che mi fece la tv, perché ci tornò con il Cyrano de Bergerac; non una versione televisiva, ma proprio il testo di Edmond Rostand, recitato con gli allievi del suo laboratorio. Un'altra cosa che non fu un successo: per quanto ho potuto appurare, di solito i ciraniani italiani si dividono in quelli che si ricordano Modugno e quelli che si ricordano Depardieu; per me invece Cyrano è Proietti, e Proietti è Cyrano. E Cyrano ovviamente è lo spirito guida di ogni preadolescente che l'abbia visto al momento giusto: a me è successo, grazie a Proietti. Probabilmente se lo rivedessi ora troverei i suoi allievi ancora un po' legnosi (come è giusto che fosse), e lui fin troppo debordante (come Cyrano d'altronde dev'essere). Ma sulle teche Rai non c'è, maledizione. 

Da cui il ritorno dell'angoscioso interrogativo: come faranno i ragazzini di oggi a capire quanto è bello il Cyrano di Bergerac e quanto sia necessario punzecchiare i De Guiche, sostenere i Cristiani e rinunciare alle Rossane? Magari non lo impareranno mai, magari non era affatto importante. Ogni generazione ha i suoi miti e i suoi sistemi di valori; è solo la ristrettezza del nostro punto di vista a suggerirci che il nostri fossero migliori. Proietti è stato un regalo per me, tra il 1983 e il 1986; in seguito l'ho perso un po' di vista, ma non riesco a credere che chi sia cresciuto col Maresciallo Rocca in tv abbia avuto lo stesso regalo che ho avuto io; quanto a quelli che da vent'anni in tv si trovano davanti il Grande Fratello e Ballando con le Stelle, beh capisco che preferiscano altri media, altri contenuti, e spero davvero che li trovino e che siano importanti e formativi come furono i miei. Devo sforzarmi di pensare che potrebbero esserlo; non devo essere schiavo del mio ristretto e fugace punto di vista, non devo trasformarmi in un querulo laudator temporis acti che Proietti irriderebbe in uno sketch. 

Ma non credo di riuscirci. Per quanto mi sentirete affermare il contrario, tenetevelo per detto: dentro di me una voce proclama che io ho avuto la migliore formazione possibile: ho avuto Rodari e Calvino e poi Eco; e in tv pure al sabato sera poteva persino capitare un Proietti. Ho visto un Cyrano integrale a dodici anni, certo non per merito mio: posso solo ringraziare. Grazie. 

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Che altro dire

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Quino (Joaquín Salvador Lavado Tejón; Mendoza, 17 luglio 1932 – Buenos Aires, 30 settembre 2020).

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Scuola di ballo al sole

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Ce ne sarebbe da dire, ma



Ennio Morricone (10/11/1928, 6/7/2020).
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Diui Vdertii apotheosis

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Di Uderzo potrei parlare per mesi e non escludo di farlo in un momento più tranquillo. Era il più grande. Ha regnato per un quarto di secolo in una regione impossibile, tra l'iperrealismo e la caricatura. Disegnava gli accampamenti romani più realistici e li riempiva di nanerottoli col nasone, nessuno riusciva a passare dal grottesco al classico con tanta disinvoltura.

È un tipo di arte che siamo sempre meno in grado di apprezzare, la caricatura soprattutto: non so quanto in patria si sia già attivato un movimento per definirlo un razzista, tutti i caricaturisti in un certo senso lo erano e Uderzo non si è mai tirato indietro fino alla fine: in particolare il suo ultimo Asterix trasudava di una xenofobia lungamente negata e repressa.

Bisognerà spiegare ai ragazzini che all'inizio della storia quei nasoni e quelle pance, quei distillati di un'arte grafica secolare, esprimevano sotto i costumi di scena le speranze di un'Europa del dopoguerra in cui i popoli cominciavano timidamente a presentarsi gli uni gli altri (ed erano popoli di mezza età, panciuti e sdentati, proprio come quelli usciti dal conflitto mondiale): ma forse non basterà, forse non riusciremo a farci capire, forse di Asterix rimarrà solo il guscio vuoto, come Mickey Mouse che degli anni della Depressione non conserva nemmeno più la coda. Mi dispiacerebbe però.
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Ce l'ha fatta

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Da Supereliogabalo, Alberto Arbasino (1930-2020).
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Lo sai che si dice dei cattolici

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Ci sono ebrei al mondo, e buddisti,
mormoni, islamici e sikh.
Ci son Testimoni e battisti,
ma io... io non sono così.



Son tra i cristiani cattolici,
ci sono da sempre, e lo sai
che c'è di bello a esser cattolici?
Vai bene così come sei.

Non serve essere alto e prestante,
o un nobile o un genio, perché
cattolico sei dall'istante
in cui tuo padre è venuto per te.

Infatti...

Ogni sperma è sacro,
ogni sperma è santo.
Se sprechi lo sperma
Dio si altera alquanto.

Lascia gli infedeli
tristi a sgocciolare:
ogni goccia persa
Dio la sta a contare.

Ogni sperma è santo,
ogni sperma è sacro.
Se sprechi lo sperma,
Dio sa che è un massacro.

Indù, ebrei, taoisti
spruzzano qua e là,
ma Dio salva soltanto
chi si conterrà.

Ogni sperma è santo,
Dio ce l'ha donato.
Ogni sperma è una risorsa
per il vicinato.

Ogni sperma è santo,
ogni sperma è buono.
Ogni sperma è utile,
ogni sperma è un dono.

Lascia che i pagani
innaffin monti e mare:
ogni goccia persa
Dio la fa pagare

Ogni sperma è sacro,
ogni sperma è santo.
Se getti lo sperma,
Dio si arrabbia,
tanto.

Every Sperm Is Sacred, musica di André Jacquemin e David Howman, testo di Michael Palin e Terry Jones (1942-2020).

(Ho sempre pensato che sarebbe stato giusto averne una traduzione cantabile in italiano, non importa quanto inferiore all'originale).
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Il mistero del vecchio Pansa

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Nell'accingersi a scrivere un coccodrillo su Giampaolo Pansa, il suo collega giornalista correrà subito con la memoria al primo incontro col venerato maestro; non tarderà a esaltare l'eccellenza di uno stile che negli anni Settanta doveva risultare dirompente e antiretorico (se invece oggi suona stucchevole è appunto perché il maestro ha avuto troppi allievi, e tutti inferiori). Questo avranno scritto i giornalisti, alcuni li ho già letti – altri no, più o meno è la stessa zuppa, scusate.

Autoreferenziarsi
Scrivendo in morte di Giampaolo Pansa, lo studioso di Storia non potrà avere che una priorità: difendere la disciplina (e la categoria). Perché negli ultimi vent'anni Pansa ha fatto peggio che contribuire a diffondere la retorica del "sangue dei vinti", un revisionismo ubriaco che equipara fascisti e antifascisti. Per condurre un'operazione del genere, Pansa doveva rinnegare qualcosa di più prezioso del suo progressismo: era necessario rinunciare alla sua professionalità di cronista e mandare al macero la sua laurea in Storia della Resistenza. Così ha fatto, spacciando libri di fiction per opere di divulgazione storiografica, mettendo in circolo monete false che alla lunga hanno reso impossibile uno scambio civile di opinioni. Fake news, Pansa non ha avuto bisogno di internet per recuperare ingigantire e diffondere fake news: il mercato editoriale si è prestato con entusiasmo. Questo scriveranno gli storici; alcuni li ho già letti, non ho molto di originale da aggiungere.

Quel che nessuno fin qui ha scritto (mi pare), l'unica cosa che veramente mi interesserebbe leggere, è la soluzione al mistero che Giampaolo Pansa impersonava da vent'anni. Magari è una soluzione banale – molte soluzioni lo sono, come i moventi in tanti gialli di Agatha Christie: un mutuo da pagare, una malattia, una ripicca fermentata negli anni. O era già tutto scritto nei suoi geni? È stata la stessa attitudine a chiamarsi 'fuori dal coro' a portarlo con gli anni a steccare sempre di più, a individuare un mercato per chi le stecche le apprezzava, a coltivarlo con determinazione industriale, negli anni in cui avrebbe potuto rilassarsi e pensare con soddisfazione alla sua lunga carriera?

Più in generale: perché in Italia i giornalisti invecchiano così male, e non smettono di scrivere mai? Al punto che i quotidiani nazionali sembrano diventati il bollettino di un gerontocomio: non li compriamo più per sapere che succede tra USA e Iran, anzi non li compriamo proprio; ma se lo facessimo sarebbe piuttosto per informarci sulla salute del tale giornalista, se è ancora spaventato per l'odore dei nigeriani che ha percepito da una panchina del parco, o se invece quell'altra prestigiosa firma ha ancora visto il Papa durante la pennichella. Forse Pansa aveva paura di invecchiare così, e ha deciso che sarebbe diventato un vecchio più interessante, quel tipo di vecchio stronzo. Forse era inevitabile, forse invecchiare equivale davvero a diventare la caricatura di sé stessi: nel suo caso, la caricatura di uno storico del Novecento e di un cronista del medesimo secolo. A volte dava quasi la sensazione di considerarlo un gioco: il vecchio stronzo contro tutti. Magari invecchiare è anche questo, smettere di prendere sul serio le cose; al punto che anche l'eventualità di essere tramandato ai posteri come un rivalutatore del fascismo ti fa ghignare, ah ah, fottetevi posteri. Più che piangere per un Pansa che se ne va, oggi mi sento triste per tutti i Galli della Loggia che ci toccheranno ancora per tanti, tanti anni. Quanti cartonati, quante opinioni già decrepite alla prima stesura che qualche sventurato stagista dovrà pure correggere, e qualche malcapitato possessore di librerie si ritroverà impacchettate sotto l'albero a Natale perché il suocero ha sentito dire che t'interessi di politica. Poi la gente si lamenta che i giovani non leggono. E meno male; anzi speriamo che leggano sempre meno.
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Cosa sono le stelle

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Massimo Mattioli (1943-2019).
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E anche questo coccodrillo

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Se non vi piacciono le commedie dei Vanzina, pensate che sono pure invecchiate bene. Capita di ritrovarle in tv, su Rai3 più facilmente che su Rete4 – cioè ce l'hanno fatta, sono passate da prodotto di massa a patrimonio culturale – con quelle canzonacce anni Ottanta che adesso vanno giù lisce. Adesso che quel decennio è diventato un tutt'uno compatto, un fondale coerente, quei pezzi da classifica sembrano assolutamente appropriati, mentre al tempo erano il dettaglio dissonante, quello che ti metteva a disagio già la prima volta che vedevi il trailer alle undici di sera nella striscia a cura dell'Anicagis. I Vanzina andavano a rimorchio delle tendenze del momento, e questo a inizio Ottanta consentiva loro ancora di adattare vecchi canovacci di commedia all'italiana a un panorama umano più abbruttito, più arricchito. Sembravano istantanee assolutamente attuali; il mondo com'era là fuori, sulle spiagge, negli alberghi; tornava tutto tranne le canzoni, che erano invariabilmente quelle di sei mesi prima.



Non credo che fosse una scelta autoriale; probabilmente erano i pezzi in classifica nel momento in cui avevano girato il film. Ancora più probabilmente se ne fregavano, i Vanzina, come doveva essersene fregato il padre e tutti i registi della generazione precedente. Mi vengono in mente un paio di capolavori in bianco e nero che sono anche caroselli frastornanti di canzoni da classifica – Il sorpasso, Io la conoscevo bene, ma era un periodo diverso, forse le canzoni avevano tempi di decadimento più lunghi. Invece un gap di sei mesi, negli anni Ottanta, sembrava un secolo. Dopo sei mesi Moonlight Shadow era preistoria, Sunshine Reggae a Natale causava dolore fisico. Troppo presto per provarne nostalgia, in compenso ti suggerivano una tristezza sconfinata. Lo spleen delle vacanze finite, delle feste di compleanno quando gli amici se ne vanno e la mamma non sparecchierà da sola. Una sensazione che gli stessi Vanzina non temevano di evocare alla fine dei loro film migliori ("E anche questo Natale se lo semo levato da le palle"). Il cinema stava perdendo la presa sull'attualità e ovviamente il colpevole era l'elettrodomestico a colori che tenevamo in casa. Quando il Drive In di Ricci divenne egemone, i Vanzina tentarono di ripeterlo al cinema. Ma i tormentoni di Ezio Greggio erano ancora più effimeri del pop da classifica, sei mesi dopo non è che non facessero semplicemente più ridere: sapevano di morte.

Chi è cresciuto negli anni Ottanta non è che avesse accesso a molte opzioni: poteva amarli o poteva odiarli. Non c'erano terze vie, sono state tracciate dopo. A chi sceglieva la seconda, a chi necessitava quotidianamente di oggetti esemplari su cui esercitare il proprio disprezzo, i Vanzina offrivano un bersaglio così comodo, così evidente che avrebbe dovuto insospettirci, ma eravamo scemi. I Vanzina a modo loro erano nostri compagni di strada; disprezzavano le maschere che mettevano in scena tanto quanto le odiavamo noi, ma eravamo troppo piccoli per capire, troppo orgogliosi. A loro non potevamo perdonare nulla. Consideravamo la sola esistenza di Christian De Sica una bestemmia, un'offesa al nobile regista di film neorealisti che dovevamo ancora guardare; ci avremmo messo trent'anni a capire che per la maggior parte della sua carriera Vittorio De Sica aveva interpretato cialtroni squallidi quanto quelli che erano toccati al figlio. Magari nel frattempo ci stavamo facendo una cultura sul segmento aureo della commedia all'italiana (quella che arrivava su Rete4 in seconda serata), in confronto al quale le farse vanziniane ci sembravano una degenerazione intollerabile; senza accorgerci che i Vanzina erano gli unici eredi di quelle formule che tentavano di svecchiare procedendo per tentativi, senza lasciare nulla di intentato e senza menarsela mai. Ecco, se la fossero menata un po' di più forse oggi sarebbe più facile salutare un grande artista e scopritore di talenti. Invece i Vanzina erano una macchina: lavoravano tanto, incassavano tanto e non avevano pietà di nessuno. Senz'altro non di sé stessi.

Nel film italiano più celebrato dell'ultimo decennio, un film che rielabora echi felliniani, scoliani e morettiani in un gran pastone per turisti, a un certo punto una tizia ci informa che "l’unica scena jazz interessante è quella etiope". Quel pezzettino lì non è Fellini, non è Scola e non è Moretti: potrebbe essere uno scarto di lavorazione dei Vanzina, qualcosa che all'ultimo momento De Sica non avrebbe detto perché gli sarebbe venuta in mente una frase più divertente.
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L'epico, persino un po' brechtiano, Fantozzi

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Dopo aver scritto più di venti libri e lavorato in più di 70 film, in 60 anni di carriera, Paolo Villaggio rischia di essere ricordato soprattutto per aver affermato che la Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca. Questa almeno era l’impressione che davano i coccodrilli dell'anno scorso, tutti percorsi dalla necessità non solo di ricordare lo stesso sketch, ma di fornircene un’interpretazione – più che uno sketch ormai è una parabola, una pagina di un testo sacro in cui tutti troviamo qualcosa di diverso.

Per Mattia Feltri era soprattutto un atto di denuncia contro l’ipocrisia dei dirigenti che si atteggiano a rivoluzionari, come il dottor Ricciardelli che la sera di Italia-Inghilterra convoca i suoi dipendenti e li costringe alla visione del capolavoro muto e in bianco e nero; il vecchio Feltri li avrebbe definiti radical chic, il giovane ci risparmia almeno la definizione. Aldo Grasso invece non riuscì nell'occasione a controllare l’impulso di scrivere “superiorità antropologica della sinistra”, contro cui Fantozzi si ribellerebbe; la sua sarebbe la “resistenza che l’impiegato oppone a chi vuole colonizzare il suo tempo libero”.

Dall’amaca Michele Serra tentava l’impossibile compromesso tra gli orfani di Villaggio e gli estimatori di Ėjzenštejn: “Lo stesso spettatore poteva benissimo amare la Potëmkin e Fantozzi, il cinema d’essai e il cinema popolare. Ma in sale diverse, in momenti diversi e con animo diverso”. È un veltronismo che Villaggio non avrebbe condiviso: anche l’ultima volta che ebbe occasione di parlarne – invitato dalla Cineteca di Bologna nel 2003 in occasione del restauro della Corazzata – ribadì la sentenza fantozziana: altro che capolavoro, era una “cagata” che avrebbe potuto interessare solo “vecchi e insonni”.

E però la necessità di salvare capra e cavoli, Fantozzi e Corazzata, è troppo forte e produce torsioni interessanti, come quella di WuMing1 che dopo la commossa rievocazione di un’epica proiezione della Potemkin in piazza Maggiore propone di leggere l’episodio come una “vertiginosa mise en abime” dei cinque atti del film: “il cineforum è la corazzata; Fantozzi è il marinaio Vakulenčuk che per primo grida la verità su quel che sta accadendo; gli spettatori sono i marinai insorti; l’odioso Riccardelli è gli ufficiali spodestati; la sala occupata è Odessa; la polizia che «s’incazza davvero» ha il ruolo dei cosacchi che reprimono”.

Villaggio novello Ėjzenštejn, e proprio perché si permette di sfottere Ėjzenštejn (...nel momento in cui la borghesia finto-rivoluzionaria se ne impossessa e lo trasforma in un feticcio). A corroborare una lettura tanto epica, WuMing1 riconosce nella saga di Fantozzi un unico personaggio positivo: il marxista Folagra, che dal sottoscala in cui è confinato non rinuncia a spargere il seme della rivolta - un po’ come i WuMing, fedeli al loro personaggio di rivoluzionario in servizio permanente. Folagra però nel film sembra una macchietta, appena in grado di farfugliare quattro slogan autonomisti; la fiaccola rivoluzionaria che passa a Fantozzi si smorza subito nel Grande Acquario dei Dipendenti. Del resto non è che ai personaggi di WuMing la rivoluzione di solito riesca: sin dai tempi di Q non hanno fatto che raccontare storie di rivoluzionari magari più strutturati di Fantozzi, ma ugualmente destinati alla sconfitta. Paolo Villaggio in questo senso è un marxista più ortodosso (o più novecentesco): quando scriveva e sceneggiava Fantozzi, sembrava avere in mente una concezione meno vicina alla New Italian Epic che all’epica brechtiana: come Madre Coraggio, Fantozzi non acquisisce mai una vera consapevolezza della propria condizione di sfruttato. Non è lui che doveva svegliarsi, ma lo spettatore.

Non è esattamente andata così. Il secondo tragico Fantozzi è un film del 1976, un’epoca pre-tv-color in cui i cineforum impegnati erano ancora una realtà non solo nelle grandi città – e in effetti lo sketch era nato in tv come una satira di quell’ambiente, che Villaggio conosceva bene; solo in un secondo momento era stato riadattato all’universo fantozziano. Il successo dei primi Fantozzi di Salce e Villaggio fu notevole, ma la vera penetrazione nell’inconscio collettivo avviene nel decennio successivo, quando la Mediaset ne acquisì i diritti e cominciò a riprogrammarli intensivamente – al punto da risorgere anche il personaggio cinematografico, in una serie di sequel sempre più deprimenti.

È solo in quel momento che “è una cagata pazzesca” diventa un modo di dire della lingua italiana (70.700 risultati su google); una specie di versione adulta e sboccata dell’andersoniano “il re è nudo” (anche “92 minuti di applausi” era già un meme prima delle GIF: nell’era pre-facebookiana di internet la citazione fantozziana era un buon surrogato del tasto “Mi Piace”). Nel frattempo però il paesaggio che Villaggio irrideva – quel mondo scalcagnato di cineforum fumosi coi seggiolini di legno – era completamente scomparso; e Ėjzenštejn dimenticato, anche dal palinsesto notturno di Rai3. La tv commerciale stava crescendo una nuova generazione di cinefili, forse non meno fanatici del dottor Ricciardelli, ma dai gusti completamente diversi: completamente digiuni dei maestri russi e degli espressionisti tedeschi, ma in grado di riconoscere un film di Bombolo o Lino Banfi dal singolo fotogramma.

Chi cresceva in quegli anni poteva condividere la sensazione di ritrovarsi bloccato nella scena dell’assedio fantozziano, e costretto come Ricciardelli a vedere a ripetizione “Giovannona Coscialunga, L’esorciccio e La polizia s’incazza”. Tra questi titoli ormai imprescindibili della storia del cinema italiano, non mancavano i film di Fantozzi. La rassegna integrale, sempre più lunga e ridondante (e triste, nel suo lungo percorso verso il trash), veniva riprogrammata una volta a semestre. I megadirettori delle emittenti ci convocavano per sentirci ridere – ridere stava diventando obbligatorio, come una volta partecipare al dibattito. Invece dell’“occhio della madre”, era obbligatorio menzionare il "radical-chic" e la “superiorità-antropologica-della-sinistra”; al posto del “montaggio analogico”, c’era lo sberleffo obbligatorio verso un modello di cinema e di società che non avevamo nemmeno fatto in tempo a conoscere. È andata così e non è certo responsabilità di Paolo Villaggio; comunque è finita. Vero?
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Su Leonard Cohen, dieci posizioni

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Senza Dylan gente come Cohen non avrebbe mai preso sul serio la chitarra e avrebbe continuato a scrivere noiosi romanzi: quindi vedi quanto se lo merita, Dylan, quel Nobel? Non solo per i libri che non ha scritto, ma per quelli che non ha fatto scrivere agli altri. 



10. Cohen è stato abbastanza grande non solo da aver scritto Chelsea Hotel (I don't mean to suggest that I loved you the best), ma anche da essersene vergognato.



Ci hanno scritto un libro,
su una canzone.
9. "Il maestro dice che è Mozart, ma suona come bubblegum" (Waiting for The Miracle).

8. Well I live here with a woman and a child, the situation makes me kind of nervous.
Yes, I rise up from her arms, she says "I guess you call this love"; I call it service.
(Funziona benissimo anche se chiudi le virgolette dopo "service"). (There is a War).

7. Il bizzarro complotto tra lui, Jeff Buckley e i realizzatori di Shrek per far sì che al termine di milioni di matrimoni si intonasse una canzone sull'orgasmo, esatto, Hallelujah parla di quello, Cohen ci ha messo anni a scriverla e non l'ha nemmeno incisa così bene. Però il mio verso preferito resta "Well it goes like this, the fourth, the fifth, the minor fall, and the major lift", il grado zero del genere "testo musicale".

(La penultima volta che ho suonato a un matrimonio abbiamo fatto Hallelujah, e a un certo punto ti capita proprio di dire, vedi, c'è un do, un fa, un sol, poi in minore, e così via).

6. Quando guardi un uomo di mezza età un po' sbattuto allo specchio e sei indeciso se farti la barba o tagliarti la gola.




5. La psicologia di un terrorista si capisce meglio leggendo il Corano o ascoltando First We Take Manhattan?




4. La psicologia di un partigiano si capisce meglio leggendo Fenoglio, però chi non ha tempo può ascoltare The Partisan (non l'ha scritta lui, e tuttavia). Eravate tre stamattina, n'è rimasto uno stasera. Chi ti ha nascosto nel fienile è morto senza dire una parola.



3. Nella vostra Bibbia, tra i Profeti e i libri sapienziali, potrebbe benissimo esserci un Libro di Cohen. Non dev'essere per forza molto lungo - certi profeti minori hanno solo due o tre paginette. Potrebbe anche solo contenere Story of Isaac.

2. Quando ti diranno, figliolo, che non esiste la destra e la sinistra; il neoliberismo e il populismo, ricorda sempre che "C'è una guerra tra quelli che dicono che c'è una guerra e quelli che dicono che non c'è". (There is a War).



1. Cohen è l'uomo abbastanza uomo da accettare che probabilmente non è l'uomo migliore per te. Da qualche parte c'è qualcuno che ti ha fatto stare meglio e non importa quante promesse abbia spezzato e se si è davvero disintossicato. Un giorno tornerà a prenderti, quel giorno Cohen sarà abbastanza uomo da restare a letto a dormire.

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Fo era un grande, Fo era un grillino, Fo era brechtiano (e Dylan no)

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Possiamo voler bene a Fo anche se negli ultimi anni era grillino? Gli possiamo perdonare questa patetica avventura senile, così come possiamo e dobbiamo perdonargli di essersi arruolato a 17 anni nei repubblichini per evitare l'internamento? A me piacerebbe tanto rispondere di sì, che possiamo. Gli anziani spesso perdono i punti di riferimento, ma non per questo smettono di meritare il rispetto che si sono conquistati con una vita di lavoro. Dario Fo ha lavorato tanto per noi: ci ha reso tutti migliori, anche se non ci fermiamo troppo spesso a rifletterci (certe cose che faccio oggi, e mi divertono immensamente, come la rubrica dei santi del Post: non sono affatto sicuro che avrei mai potuto pensarla o farla senza Dario Fo), e quindi se alla fine è stato raggirato da una banda di cialtroni, pazienza. Potremmo chiuderla così. Invece - indovinate - la questione è più complessa.

Mettiamola così: io non ci sto a invocare qualche forma di infermità senile per l'anziano Dario Fo. Quando decise di seguire Grillo e i suoi, per me era ancora perfettamente in grado di capire e comprendere: era ancora lo stesso Dario Fo di Mistero Buffo. Non vedo contraddizioni, anzi vedo una profonda coerenza di fondo. Fo era grillino molto prima che arrivasse Grillo; possiamo dire che lo era dal medioevo. Per dimostrarlo prendo un libro a caso.

A fine anni '90, grazie a una pazza idea dei giurati di Stoccolma che potevano leggere le sue commedie tradotte in svedese (altri scrittori italiani che ritenevamo più importanti non erano stati tradotti) Fo diventa all'improvviso un Venerato Maestro.

APERTA PARENTESI

Contrariamente a quanto molti pensano,
lo strumento che si vede nella foto
non serviva a suonare musica, ma
a scrivere parole su un foglio.
Con tutto il bene che voglio a Bob Dylan, e a tutti i brutti dischi che mi ha fatto ascoltare (nessuno ha mai fatto tanti dischi brutti come Dylan), con tutto il sollievo che provo perché per una volta hanno premiato uno che un po' conosco, devo dire che per me il Nobel alla letteratura più pazzo di tutti, quello che mi ha dato più soddisfazioni, continua a sembrarmi quello a Fo.

Dylan farà brontolare ancora un po' i benpensanti di ogni età, quelli con l'estetica a compartimenti stagni ("letteratura", "musica") che non si capisce neanche esattamente dove se la siano formata: cioè non puoi neanche dare la colpa al liceo gentiliano, o a un Benedetto Croce; nemmeno loro la mettevano giù tanto scema. Più probabilmente hanno in testa i reparti di una libreria, di un multistore: i testi di Dylan non sarebbero "letteratura" perché non stanno in quello scaffale, più che autonomia/eteronomia dell'arte dev'essere una questione merceologica, di inventario.

Con Fo è diverso. Faceva teatro - che è una branca della letteratura più o meno da Eschilo - e non si può neanche dire che non si affidasse alla parola scritta: cioè è vero che improvvisava, ma i testi teatrali suoi e della Rame sono tutt'altro che canovacci: sono dialoghi assolutamente scritti, di buona qualità - e nessuno aveva protestato per George Bernard Shaw o tanti altri. No, il problema con Fo era un po' più sottile. C'è qualcosa in lui che non riusciamo a ridurre a "letteratura", in un senso della parola "letteratura" che non è chiaro nemmeno a noi: e non sono le boccacce o il grammelot. Credo che sia un po' lo stesso problema di Brecht. Fo è un autore a suo modo brechtiano, e quello che fa Brecht non è più, in senso stretto, "letteratura". Forse ancora negli anni Cinquanta, ma in seguito il reparto si è ristretto. Abbiamo deciso, per esempio, che la politica non c'entra, sta in altri scaffali. Ma Brecht la politica la voleva fare. Galileo e Madre Coraggio sono testi che non si limitano a descrivere il mondo: lo vogliono cambiare. Non stanno al loro posto, non si accontentano di gareggiare in un'ipotetica serie A del consumo letterario che peraltro è stata formalizzata qualche decennio dopo da una branca commerciale di qualche casa editrice.

Con Fo succede la stessa cosa. Marino libero, Marino è innocente! è un bel monologo? Non lo so. Quel che mi è ben chiaro, dopo averlo visto, non è la qualità letteraria del testo, ma il fatto che Marino sia, perlappunto, innocente. Si può apprezzare un testo del genere se invece sei sicuro che Marino sia colpevole? Un fascista può apprezzare Brecht? Secondo me no. Al limite ci sarà un equivoco, ma Brecht non è un autore che si lasci così liberamente interpretare. Ha lasciato note di scena ben precise, non puoi interpretare il Galileo come una difesa di Galileo o addirittura della Chiesa cattolica: non funziona.

Con altri scrittori non succede questo - non è previsto che succeda. Non devo condividere l'ideologia di Hemingway - ammesso che ne abbia una - per amare Hemingway. Non devo coindividere le idee politiche di Montale, non devo condividere le convinzioni di Rushdie, e nemmeno quelle di Bob Dylan. Ma non potevo uscire da uno spettacolo di Fo dicendo "mi è piaciuto ma non mi ha convinto". Se non ti ha convinto, non ti è piaciuto. Non è letteratura nel senso che gli abbiamo dato negli ultimi anni: forse è propaganda. In ogni caso la faceva benissimo. Ma a questo punto, di nuovo, si pone il problema: gli possiamo perdonare di essere diventato grillino? Perché non è stato un equivoco, lui nel grillismo ha visto qualcosa che aveva inseguito per tutta la vita. Come stavo perlappunto per mostrare prima di aprire questa parentesi che adesso chiudo.

CHIUSA PARENTESI

A fine anni '90, grazie a una pazza idea dei giurati di Stoccolma che potevano leggere le sue commedie tradotte in svedese (altri scrittori italiani che ritenevamo più importanti non erano stati tradotti) Fo diventa all'improvviso un Venerato Maestro. Potrebbe ritirarsi o ripetere i vecchi numeri approfittando del rilassamento della censura, e invece si butta in altri progetti. Lavora molto. Si interessa soprattutto a uno dei periodi meno conosciuti della nostra Storia, la tarda antichità. Il progetto multimediale La vera storia di Ravenna (1999) prelude ad analoghi spettacoli dedicati al duomo di Modena, ad Ambrogio e ad altre cose che sicuramente mi sono sfuggite; però già nel '99 in quel libro Fo non si limita a raccontare la città che lo ospita: sono due secoli di Storia che riscrive, approfittando del fatto che non li conosce nessuno.

Il libro è completamente disponibile on line: è una lettura facile e godibile (era uno spettacolo per le scuole, questo fanno gli scrittori brechtiani: mentre voi vi affannate a leggere Roth o ascoltare Dylan, occupano le scuole e vi rovinano i fanciulli), ed è assolutamente in linea con quello che Fo aveva fatto prima, ma anche con quello che ahinoi appoggerà dopo. C'è l'amore per il popolo, unico vero motore della Storia: c'è tutta la curiosità del lettore operaio di Brecht, che vuole sapere se Giulio Cesare avesse un cuoco. E poi c'è questa cosa folle che vi vado a mostrare: la scoperta di un eroe proletario nell'Italia disastrata del sesto secolo. Nientemeno che Totila, re dei Goti. Approfittando di due o tre accenni a una riforma fondiaria che Totila aveva avvallato per rifondare il suo esercito, Dario Fo descrive una scena che col senno del poi assume una valenza ben più inquietante di quella che aveva a fine anni '90 (ai quei tempi al massimo ci si diceva vabbe', Cristo e morto, Marx è morto, e Fo si mette a cercare un Che Guevara nella Storia dei Goti).


  


La riforma fondiaria di Totila non ebbe un grosso seguito: vuoi per la peste che colpì di lì a poco la penisola, decimandone gli abitanti (e rendendo una riorganizzazione del territorio in qualche modo necessaria); vuoi perché dopo tante brillanti vittorie che Fo racconta con l'entusiasmo del militante, Totila viene sconfitto e i suoi seguaci crocefissi. Però per Fo l'importante è che ci sia stata: che abbia preso l'esempio da una rivolta avvenuta poco prima in Palestina, e che abbia passato il testimone ad altre rivendicazioni, altre lotte avvenute poco dopo nei territori Bizantini. Totila non è morto, Totila lotta insieme a noi - Fo non lo scrive, ma vuole che uscendo di teatro noi un po' lo pensiamo. In seguito vedrà nel Duomo di Modena l'opera di un popolo che non vuole essere eterodiretto da papi o imperatori, e dipingerà Sant'Ambrogio come l'eroe del popolo di Milano, un non battezzato che diventa vescovo per acclamazione. Si tratta di operazioni propagandistiche molto più spinte di quelle che i Wu Ming stanno facendo nello stesso periodo. Fo riscrive la Storia dal basso - gli storici ovviamente storcono il naso ma non è a loro che evidentemente Fo guarda. Fo sta cercando e proponendo dei modelli, un po' perché quelli del Novecento ormai sono inutilizzabili, un po' perché è quel che ha sempre fatto, dai tempi di Lisistrata e Mistero Buffo.

Un passo oltre: in quel re barbaro che convoca i servi della gleba, gli propone di abolire il feudalesimo della Casta e confessa "abbiamo poca esperienza", non vi sembra di riconoscere qualcuno? Un Fo che era disposto a farsi andar bene personaggi come Totila o lo stesso Ambrogio, perché non avrebbe dovuto salutare con gioia l'avvento di Grillo e dei suoi uomini inespertissimi? Il movimento del Vaffanculo, Fo lo stava aspettando da una vita. Era stata la voce che lo chiamava dal deserto del Novecento. E a questo punto la palla torna a noi. Ci piaceva Fo, ovvero: ci piaceva una persona che il grillismo lo ha immaginato, lo ha cercato qua e là nei secoli più bui della nostra Storia, lo ha finalmente visto in Grillo e nei suoi. Possiamo anche raccontarci che la situazione sia molto più complessa, ma non è così. Possiamo stabilire che che Fo ci piaceva in quanto geniale propagandista di una cosa che in realtà non funziona, ma è un'operazione un po' fredda. Se davvero ci piace Fo, dobbiamo accettare che c'è qualcosa del grillismo che tutto sommato non ci dispiace: e decidere, di conseguenza, se vogliamo rimuoverla o mantenerla dentro di noi. Almeno per me è così
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Sia lodato Gesù Cristo, ma perché?

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Ho scoperto che non ci posso fare niente: io sono i film che guardo, o meglio che ho guardato. Per esempio, se mi chiedi cos'è l'eroismo, ebbene, l'eroismo è pilotare un aeroplanino sul Rio delle Amazzoni, in una notte di tempesta, insultando la torre di controllo e rassicurando il passeggero ferito: tranquillo, quando sono sbronzo io sono immortale.



Se invece mi chiedi cos'è la vittoria, ecco, ho già provato a spiegarlo (non che abbia molto senso, comunque): "non m'importa quante palle mi mettete dentro: l'importante è la sola palla che un giorno metteremo noi. Ne basterà una sola, a un certo punto ci sbloccheremo, scenderà Bulldozer, il signore degli Eserciti, vi faremo un culo così, la palla schiacciata in meta scoppierà e non ne verranno fabbricate altre, non ci saranno rivincite, il mio romanzo finirà in quel momento".



Bud Spencer era un atleta e un clown, eppure ho scoperto che quel che mi prendeva di più dei suoi film non erano le coreografie a base di schiaffoni (ancora imbattibili). Ma il modo in cui ogni tanto gli scappava di fare l'eroe, e gli veniva naturale, come dovrebbe venire a ogni padre per quanto sudato e corpulento. La prossima volta che un ferito grave ci implorerà con lo sguardo di portarlo a Manaus, Bud Spencer non potrà più coprirci. Toccherà a noi, che non siamo immortali, in effetti nessuno lo è. Bisognerà farsene una ragione.
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Come ci si ammazza in Padania

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All'onorevole Buonanno, leghista, è capitata la sorte che non augurerei al peggior nemico, che in effetti potrebbe essere lui. Sparato ad alta velocità, cuore fragile di una pallottola di lamiera, Buonanno è morto tamponando un compagno di strada sulla corsia di sicurezza, come potrebbe capitare al miglior guidatore in un momento di stanchezza o distrazione. Perché è così che vanno le cose: a diciott'anni superi un test, ritiri una patente e da quel momento puoi girare armato, anzi sei tu stesso l'arma. Non con quelle cose ridicole che tengono gli americani nel cassetto, e i politici sventolano in tv per speculare sull'ansia di chi è stato svaligiato. Parliamo di ordigni enormi, quintali di ferro o alluminio che possono passare da zero a 150 km/h con la lieve pressione di un piede. Possono ucciderti in ancora meno tempo e non è lo scenario peggiore. Possono fare di te un assassino. Succede tutti i giorni.

L'onorevole Buonanno, leghista, si mostrava preoccupato per la criminalità e non aveva nemmeno tutti i torti - probabilmente sta aumentando, com'è logico in tempo di recessione. I furti in casa soprattutto, e non c'è bisogno di sottolineare come questa categoria di reati influisca più d'altre sulla percezione della sicurezza del ceto medio proprietario. D'altro canto, gli omicidi consumati a scopo di furto o rapina, nel 2014, sono stati 27. Nello stesso anno le vittime di incidenti stradali sono state 3381. Nel Duemila erano ancora più del doppio. Una cosa giusta e di sinistra che ha fatto Berlusconi: mettere il tutor in autostrada (o se l'ha fatta Prodi, almeno Berlusconi non l'ha tolto). Una cosa scema e di destra che ha fatto Matteo Renzi: il reato di omicidio stradale.

Non si muore più in strada come una volta, ma si muore ancora tanto e lo sappiamo. È l'unica vera guerra della mia generazione: abbiamo tutti uno o due amici al camposanto a cui non portiamo più i fiori. Buonanno non era un mio amico, ma era come minimo un compagno di autostrada, due o tre volte statisticamente potremmo esserci sorpassati. Sono vicino al dolore dei suoi cari: non mi costa fatica, è lo stesso dolore che mi accompagna tutti i giorni. Là fuori ci si ammazza, ed è successo anche a gente a cui volevo bene, un po' più spesso di quanto pensavo di poter tollerare. È un problema molto più grosso di tanti altri problemi che ci fanno discutere, che ci spingono a prendercela contro una minoranza o contro un ceto politico e votare un onorevole piuttosto di un altro.
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Muhammad Ali non è andato in Vietnam perché analfabeta, dice Riotta che se ne intende (di analfabeti)

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Se per caso vi stavate chiedendo: è possibile scrivere un brutto pezzo su Muhammad Ali? Un combattente incredibile, un attore nato, uno che sembra non aver mai lasciato un microfono senza aver detto qualcosa di buffo o interessante? Uno che ha perso un titolo mondiale a tavolino per una questione di principio, uno che il suo pezzo di secolo se l'è vissuto da protagonista? Se per caso vi stavate chiedendo: può un giornalista italiano sbagliare persino un coccodrillo su Muhammad Ali?, ebbene, sono ovviamente domande retoriche. Ecco il buon Gianni Riotta.


Il Clay patriottico lascia il posto, sei anni dopo, all’Ali obiettore di coscienza contro la guerra in Vietnam (era stato esentato per aver fallito i test attitudinali, l’esercito gli assegnava un Quoziente Intelligenza di soli 73 punti, sapeva a stento leggere e scrivere e ammise di non avere mai finito un libro, neppure quelli che firmava o il Corano «ne ho solo imparato brani a memoria»).
Persuaso che l’abbiano incastrato per punirlo della conversione all’Islam, Ali detta ai giornalisti «Non ho nulla contro quei Vietcong là», viene incriminato e squalificato, finché la Corte Suprema non riconosce la sua obiezione di coscienza e lo riabilita.

Ora: secondo voi Riotta lo sa che gli obiettori di coscienza e i riformati sono due categorie diverse? Che se davvero fosse stato "esentato per aver fallito i test", Muhammad Ali non avrebbe avuto bisogno di obiettare, farsi arrestare, farsi condannare, perdere la licenza di pugile, perdere il titolo mondiale, appellarsi alla Corte Suprema? E non c'è nessuno alla Stampa che lo sappia, che possa avvertirlo, correggerlo, e magari già che c'è spostare quelle due o tre virgole, cambiare quei due o tre verbi che non si comportano in italiano come Riotta pretenderebbe (punire qualcuno di qualcosa?)

Di tutti gli aneddoti citati da Riotta, quello dei test falliti e dell'IQ basso è di gran lunga il meno noto: in un pezzo di mille parole, cinquanta servono a ricordare che Ali non era una cima. In effetti no, non ci teneva nemmeno troppo a sembrarlo (tra le sue frasi celebri: "Ho detto che sono il migliore, non che sono il più intelligente". In sociologia il fenomeno per cui le persone tendono a definirsi "migliori" ma non "più intelligenti" è chiamato Muhammad Ali Effect). Però cercare di desumere la sua intelligenza dal test della visita di leva è abbastanza ingeneroso - forse Riotta ignora quante risposte sballate davano i suoi coetanei al test dei Tre Giorni. Ali, di cui tanti hanno lodato l'intelligenza tattica sul ring e fuori, potrebbe anche aver tentato nel 1964 di falsare i test di scrittura e spelling per non andare in guerra e continuare a pugilare. Perché magari davvero non era una cima: ma nemmeno così scemo da preferire il Vietnam al titolo mondiale dei pesi massimi.

Quello che Riotta non dice, o forse non ha capito (o è stato tagliato in fase di pubblicazione), è che nel 1965 l'esercito abbassò gli standard minimi, e Muhammed Ali ridivenne arruolabile: a quel punto si rifiutò pubblicamente di obbedire agli ordini e diventò quello che tuttora chiamiamo obiettore di coscienza - il più famoso del mondo. Un esempio straordinario non solo per gli afroamericani, non solo per gli statunitensi. Se un uomo che si guadagnava da vivere pestando a sangue Sonny Liston si rifiutava di andare in guerra, l'obiezione non era più un atto di viltà. Diventava l'esatto opposto: una prova di coraggio. Va bene. Invece secondo Riotta non c'è andato perché ha fallito i test, scriveva a stento, firmava libri che non sapeva leggere e si arrangiava imparando un po' di versetti a memoria. Le cose non stanno esattamente così, ma si capisce quanto fascino deve avere questo Ali dislessico e disgrafico per Gianni Riotta: o non è vero che nei monumenti dei grandi uomini ognuno cerca di intravedere il proprio riflesso? Non sarà una coincidenza che tra le mille cose che poteva dire di Ali, gli sia venuto in mente che aveva difficoltà di scrittura, e firmava libri lo stesso?

"Ali fu The Greatest davvero, eroe imperfetto della virtù più rara nei nostri giorni del rancore: crescere, maturare, sbagliare, correggersi, cambiar idea, restando se stessi nel cuore". Sì, prof Riotta, appunto: crescere, maturare, sbagliare, ma anche correggersi. Correggersi. O al limite farsi correggere da qualcuno; ci sarà bene qualcuno nei pressi che può dare una mano. Continuo a trovare incredibile che non ci sia.
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L'anno che ci colpì in testa

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Nel gennaio del 2014 Pierluigi Bersani fu ricoverato - emorragia cerebrale. Tutto sommato gli andò bene, e un mese dopo era già in grado di votare la fiducia al governo Renzi. In aprile fu Gianroberto Casaleggio ad accusare dolori al capo. Anche lui prontamente operato per un edema, anche lui sembrò rimettersi. Bersani è del '51, Casaleggio del '54. Entrambi venivano da un anno molto complicato: la campagna elettorale, la crisi al buio, la sofferta rielezione di Napolitano, la tremolante parabola del governo Letta. In mezzo a tutto questo, la trasformazione del M5S da movimento di opinione a principale forza d'opposizione parlamentare, con le inevitabili defezioni ed estromissioni.

Per la Z era forse previsto
un secondo volume (zuzzurellone!
zimbello! zozzo!)
A distanza di qualche anno forse cominciamo a dimenticarci di quanto fu pesante il 2013. Lo fu per me, che avevo un posto fisso e scribacchiavo - lo fu senz'altro molto di più per personaggi pubblici e leader che si trovarono, contemporaneamente, alla berlina sui media, e soli davanti alle decisioni più importanti. Non è così assurdo ipotizzare che lo stress pre- e post-elettorale sia stato una delle cause del malore di Bersani: e Casaleggio forse negli stessi mesi era sottoposto a una tensione ancora maggiore. In più, doveva far fronte alla curiosità faziosa dei media: un'esposizione a cui Bersani era abituato per formazione, mentre per un consulente-imprenditore come lui si trattava di una relativa, e sgradita, novità.

Certo, Beppe Grillo la taglia un po' troppo semplice quando dice: l'avete ammazzato voi giornalisti. Ed è abbastanza indicativo che di fronte all'intrusione dei media, il cosiddetto guru delle nuove tecnologie abbia reagito alla vecchia maniera, accumulando querele. Diciamo che trasformare un'idea un po' vaga di democrazia dal basso in quella macchina da guerra che è diventato il M5S richiedeva uno sforzo di energia che qualcuno ha pagato. A un certo punto anche Grillo si sentiva "stanchino": Casaleggio era già stato operato almeno una volta. La politica è sangue, sudore, riflessi nervosi, materia cerebrale. I giornalisti certo non usano i guanti, ma in generale è il pubblico che non ha pietà. Io perlomeno nel mio piccolo non ne ha avuta, e lo sfogo di Grillo un po' lo capisco.
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Il principe della musica vinile

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Lo so che è troppo significativo per essere vero, ma ricordo precisamente quando fui messo al corrente dell'esistenza dell'entità musicale chiamata Prince: fu nell'aula musicale della mia scuola media, perché alla parete c'era un cartellone di quelli di terza. Uno di quelli che sono il risultato del compromesso al ribasso tra un prof di educazione musicale e una classe vivace, composti completamente di titoli e foto di riviste musicali, da Ciao 2001 a Sorrisi e Canzoni; in particolare ricordo benissimo un titolo: È "PRINCE" IL NUOVO RE DEL VINILE. Me lo ricordo perché già in prima media mi sembrava curioso che un tizio chiamato Prince fosse acclamato re, e soprattutto perché io non avevo ancora un'idea precisissima di cosa fosse il vinile. Ancora per qualche anno continuai a pensare che poteva trattarsi di un genere musicale, come il twist o il rap.

Le foto, se ricordo bene, erano repertorio del periodo di Purple Rain, moto e chitarroni. E basta, probabilmente in giro avevo già sentito qualche pezzo di Prince ma non potevo saperlo. Però quell'estate su videomusic ruotò ossessivamente Paisley Park, un pezzo di cui non mi sono più liberato, con un video che faceva venire il mal di testa. Devo aver pensato che era quella, la musica vinile, e che andava contro molte delle mie abitudini, ma tutto sommato non mi dispiaceva. Non pensiate che oggi i ragazzini imparino le cose più facilmente. A monte di tutti i vostri ricordi, di tutte le nozioni che vi fanno sentire individui con una storia personale, c'è un magico momento che avete dimenticato, la soglia tra il Non conoscere e il Venire a conoscenza, tra il Non-averne-mai-sentito-parlare e l'Ah-ecco-cos'era. È quell'onda molto particolare che cavalchi nella scuola media. Se dici: prima guerra mondiale, per qualcuno che risponde già: uff, lo sappiamo, Sarajevo e il Piave, ce ne sono due che chiedono: quante guerre mondiali ci sono state? Tu glielo dici, e loro se lo scordano. Oppure gli resta in mente, ecco: quello è un momento magico. Sono importanti i cartelloni, anche quelli fatti male che non riescono a inquadrare un concetto (peraltro Prince chi mai lo è riuscito a inquadrare). Sono importanti i fraintendimenti, le cose assurde di cui ci convinciamo e che si scioglieranno al sole dell'esperienza - e poi chissà se a metà degli anni Ottanta qualche critico musicale ubriaco non l'avesse pure codificato, il genere vinile. Una musica di plastica, appiccicosa, bianca come il Vinavil, o nera come un 33giri, con riflessi oleosi, iridescenti, in effetti Prince non poteva che essere il re del vinile. Poi quando andavo in terza uscì Parade e venne giù il mondo. Non devi essere bella per farmi andare su di giri. Nessuno lo aveva mai scritto, ma in terza media era una grandissima verità.

Ci voleva poco per ritrovarsi dalla parte di Prince - bastava odiare Michael Jackson, ai tempi ci si divideva in squadre per qualsiasi cazzata, e poi ci si picchiava davvero, nessun compromesso, nessun sincretismo. Questo non significava naturalmente capirci qualcosa, tanto più Prince, che sembrava cambiare genere musicale a ogni pezzo nuovo. Una cosa che credevo di aver capito è che dei due duellanti, Prince era quello Brutto: il santo protettore di noi brutti. Per dire che enormi fette di prosciutto avevo davanti, cioè, ora che lo rivedo in foto la cosa non mi torna assolutamente, cioè Prince non era affatto Brutto - ai tempi era prestante addirittura.

Si potrebbe dire che oltre a un deficit culturale (per cui non riuscivo a capire che in pezzi pur diversissimi come Kiss o When Doves Cry, erano pur sempre evoluzioni di un universo musicale a me sconosciuto) soffrivo di un deficit estetico. Ma non era un problema solo mio. Ancora sul crepuscolo degli anni '80, in un albo di Dylan Dog, Groucho per allontanare un mostro dalla casa appende alla porta un ritratto di Prince, l'entità pop più disgustosa che poteva venire in mente a uno sceneggiatore di fumetti italiano che, bisogna dirlo, non era Tiziano Sclavi. Per dire quanta strada avesse fatto, l'idea che Prince fosse un mostro. Se era l'89, in effetti, che album c'era nelle vetrine dei negozi? Lovesexy?

Potrebbe persino essere il mio disco di Prince preferito, ma non sarei mai riuscito a comprarlo, nel modo fisico e sociale in cui si compravano allora le cose. Sì che non ero un'educanda, e nello stesso periodo ricordo di non essermi fatto scrupolo a sfoggiare in stazione autocorriere album assai più morbosi, ad esempio un giorno un ragazzo che conoscevo mi chiese conto del fatto che avevo in mano The Madcap Laughs, con una ragazza nuda che potrebbe benissimo essere minorenne. Ma Lovesexy? Avrei potuto entrare al Discoclub, sollevare una copia di Lovesexy, mostrarla all'esercente, pagarla, uscire dal negozio e rientrare nella società con quella cosa? Non credo, no, la copertina di Lovesexy era troppo in là per me. L'androginia di Prince era molto più impegnativa di tutte le androginie che avevo recepito fino a quel momento (cioè, credo, David Bowie e poco più). Era un'androginia passiva. Bowie sembrava un viveur a cui non dispiaceva anche andare con gli uomini, ok, fin lì potevo arrivarci. Ma Prince dalla vetrina del Disco Club mi diceva: tu, anche tu potresti desiderarmi. E la reazione mia di adolescente credo sia stata: no, sei brutto. Sei un uomo. Peloso. E nero, quasi dimenticavo: nero. Ma era nero davvero? Era un uomo? Era brutto?

(Quando alzo la voce con qualcuno, mi chiedo se è il rumore dei cigni che piangono. Quando incontro una persona e le cose non vanno bene, penso: meet me in another world, space and joy. Se qualcuno mi chiedesse qual è il senso del nostro essere nel tempo, gli direi: sbrigatevi prima che sia tardi. Innamoratevi, sposatevi, fate un bambino, chiamatelo Nate (se è un maschio). Quando è lunedì mattina - c'è bisogno di ricordare che canzone uno ha in mente il lunedì mattina?)

Prince era sempre un po' più in là. Era nero, ma anche bianco; chitarrista, ma anche ballerino; era maschio, ma incideva canzoni da femmina accelerando la voce. Il falsetto a metà anni Ottanta era un relitto polveroso, i Bee Gees si erano nascosti in una crepaccio, Jimmy Sommerville era precipitato da brava meteora, anche Sting era sceso di un'ottava per cautelarsi. Nel bel mezzo di questa fase di latenza, Prince canta Kiss, e sul finale sembra volersi strappare i caratteri sessuali coi denti. E quella canzone l'ho sentita cantare negli spogliatoi da personaggi che conoscevano solo le parole di Kiss e Bella Bionda Beato Chi Ti Sfonda. Prince prendeva la nostra provinciale omofobia di adolescenti italiani, le dava un passaggio su una Corvette rossa e la faceva sparire in un parcheggio sotterraneo.

Poi per carità, non voglio far finta di aver capito Prince, non è vero. Non ho neanche fatto i compiti, certi dischi non ho avuto il coraggio di comprarli quand'era il momento, e adesso su internet è difficile. Certe cose col tempo le ho capite, ad es. le giacche con le spalline militari ho scoperto che se le mettevano tutti, sembra banale ma per me Prince - oltre al re del vinile - era quello che si vestiva come il commodoro di staminchia e non ne capivo il motivo. Ho scoperto, nell'ordine: i Beatles, Jimi Hendrix, Sly Stone, Joni Mitchell, quel tizio che cantava Superfreak, e buon ultimo ho scoperto anche Michael Jackson, un grandissimo musicista e performer che infatti adorava Prince e credo anche viceversa. Tanti pezzi li ho messi assieme e anche Paisley Park non mi fa venire più quel mal di testa dei bei tempi in cui non capivo niente. Però onestamente non posso dire di aver capito Prince. Interi dischi continuano a suonarmi misteriosi, e dopo Lovesexy c'è il buio. Tante cose che al tempo non capivo, e non me ne preoccupavo, mi dicevo che sarebbe venuto il momento - no, il momento non è venuto mai. La pioggia di porpora, per esempio, che cos'è. Cosa vuol dire che mi vuoi soltanto vedere nella pioggia di porpora. Ecco, credevo che a un certo punto mi sarebbe venuto naturale. Magari quando comincerò a far sesso, pensavo - perché un giorno comincerò, capirò. E invece no.

Tanto che a volte mi domando se ho mai cominciato davvero.
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Non solo in Italia nessuno muore stronzo, ma alcuni hanno anche la dubbia fortuna di morire geniali e visionari. E sì che la traiettoria di Gianroberto Casaleggio - imprenditore, consulente, fondatore di un partito che dal nulla è arrivato quasi al 30% - non avrebbe bisogno di abbellimenti, ma si vede che non basta mai. Bisogna immaginarlo come un burattinaio di Grillo o del Movimento tutto, un leader distante, esoterico - non scherzo, qualcuno ha veramente usato la parola. Qualche anno fa, probabilmente mentre cercava di impacchettare un po' di fuffa a qualche azienda, la Casaleggio produsse quel video famoso in cui si prevedeva la Terza Guerra Mondiale e la Gaia prossima ventura nel 2054. Il video non era niente di straordinario (la qualità non essendo mai stata una priorità delle produzioni Casaleggio), ma a un certo punto diventò virale.

In mancanza d'altro - il tizio parlava poco e anche i suoi libri alla fine non è che chiarissero un granché - gli osservatori esterni del Movimento decisero che il video su Gaia rappresentava la vera ideologia segreta del suo fondatore, come se ci riflettete è giusto che sia: se hai un piano segreto e non vuoi renderla nota fuori dal tuo cerchio magico, tu subito corri a pubblicarla su Youtube. Ogni volta che ha potuto, Casaleggio stesso ha ribadito che quel video non era cosa da prendere sul serio - non più sul serio di qualsiasi presentazione che un consulente confeziona alle aziende - ma eravamo tutti troppo furbi per cascarci. Anche ieri ne hanno riparlato in tanti, su giornali radio e tv, e Casaleggio è diventato il visionario teorizzatore di Gaia. Questa è la cosa che da sempre mi spaventa: non la morte, ma il modo in cui dopo la morte di noi non sopravvive un senso complessivo di quello che siamo, di quello che abbiamo cercato di fare - ma più spesso la prima cazzata che c'è venuta in mente in un giorno qualsiasi per impressionare una tavolata di persone.

Così com'è difficile capire un Bossi o un Grillo (persino un Renzi) senza dare un'occhiata al territorio, a quei bar in cui la sanno tutti lunga e te la spiegano in due parole, ex chitarristi sbandati, padroncini o figli di, può essere abbastanza complicato comprendere Casaleggio se non hai mai assistito allo spettacolo d'arte varia dei consulenti per le aziende. Quando parliamo di C. come di un grande innovatore digitale, in sostanza stiamo provando a rivendere il pacco che è riuscito a rifilarci. Alla fine della fiera faceva dei siti - neanche molto belli, considerato che erano già gli anni in cui i blog si cominciavano a dichiarare morti. Nessuno che io sappia ha mai trovato particolarmente innovativo il blog di Antonio Di Pietro: certo, faceva notizia che ne avesse uno. Quello di Grillo sembrò sin dall'inizio un pasticcio piuttosto pesante: però era Beppe Grillo. Bastava il suo nome a portare on line milioni di utenti mai visti prima, la blogosfera italiana diventò un piccolo villaggio alla periferia del centro commerciale beppegrillo.it. Nel frattempo gli early adopters passavano ai social network, e Casaleggio nemmeno ci faceva caso. Come innovatore digitale era straordinariamente lento di riflessi, spesso ancorato a software o piattaforme già vecchie nel momento in cui le adottava (Movable Type, i MeetUp). Come nota Mantellini, la stessa concezione casaleggiana della Rete sembrava uscita dai cibernetici anni Novanta: "uno strano riciclo di miti, sogni luccicanti e intuizioni sull’universo digitale presi pari pari dall’interpretazione libertaria americana del nuovo contesto digitale di un decennio prima. Temi che nel frattempo, oltreoceano e nei circoli culturali europei, erano già stati opportunamente accantonati e considerati impraticabili praticamente da chiunque, il più spettacolare dei quali, quello del governo diretto dei cittadini attraverso gli strumenti digitali, è ancora oggi, nonostante le molte smentite pratiche, il punto centrale dell’ideologia del M5S".

Una volta buttai lì che i grillini erano i nuovi futuristi; poi non ho avuto più tempo o voglia di spiegare. (Bisogna anche dire che io ho studiato più il futurismo che qualsiasi altra cosa, e quindi lo trovo anche nella struttura delle latifoglie). Ciò che il timido consulente e Marinetti avevano in comune, non è solo la sensazione di trovarsi sul promontorio dei secoli, ma anche la segreta consapevolezza di non aver la minima idea di quel che sta succedendo. Marinetti non ha gli sponsor e la fama di un D'Annunzio, ci avrebbe messo un po' prima di salire davvero su un aeroplano...  però intanto sente tutti parlare di aeroplani, aeroplani, aeroplani, e lui si mette a scriverci un poema sopra. Non ne sa un granché, in sostanza lo tratta come un grande uccellaccio cavalcabile, ma qualcosa l'azzecca. Poi prevede una guerra, che funziona sempre. Non ha una cultura scientifica, ritaglia e incolla qualsiasi scemenza pseudoscientifica trovi sui giornali: si convince facilmente che la radioattività rinnovi il vigore sessuale perché ne parlano "gli scienziati" in una breve sul Corriere.

Casaleggio si ritrova a fare consulting in quel favoloso decennio in cui tutti parlano di internet e non ci naviga ancora nessuno. Lui ci prova. Non inventa niente, il più delle volte arriva tardi: il suo colpo migliore è stato conquistare Beppe Grillo e la sua massa critica di seguaci. Quanto alla politica: a un certo punto ci siamo tutti convinti che Casaleggio fosse la Mente, perché dei due intestatari del partito era quello che parlava poco. Senz'altro la sua idea di rifiutare qualsiasi alleanza o compromissione ha pagato. Ma non era poi un'idea così raffinata, soprattutto se si aveva la possibilità di osservare da un punto di vista privilegiato il livello di impreparazione degli eletti m5s nel 2013. Quando poi si passa alla parte pratica, con le epurazioni e i direttori C ha dimostrato ampiamente di voler gestire il movimento come un'azienda - non dissimilmente da quello che faceva Berlusconi (e lo stesso Renzi ha un concetto simile e nasce in un simile brodo culturale, anche se si è fatto le ossa nell'amministrazione locale). Il che ci riporta a quel bar non necessariamente padano in cui tutti hanno un'idea geniale per mettere a posto le cose. C'era il chitarrista sbandato, il figlio del bancario che non si sapeva esattamente dove avesse preso i soldi, e ogni tanto magari si fermava a prendere il cappuccino il consulente in impermeabile. Chiacchiere simili, timbri diversi, ma se fai caso alla nota dominante, vedi che non varia di molto. Ce l'hanno tutti con chi non ha voglia di lavorare, con gli stranieri che ci levano il lavoro, la burocrazia, i sindacati. Scattano tutti in modo automatico ogni volta che un partito anche solo vagamente di sinistra sembra poter vincere le elezioni.

Mussolini diventò un personaggio scrivendo e dirigendo un giornale, e poi tentò di dirigerla come un giornale ("un’idea al giorno, dei concorsi, delle sensazioni, un abile e insistente orientamento del lettore verso alcuni aspetti della vita sociale, smisuratamente ingranditi, una deformazione sistematica della comprensione del lettore"). Berlusconi era un piazzista televisivo: vinse le elezioni vendendo il suo personaggio televisivo di miliardario che-risolve-i-problemi, e poi tentò di gestire l'Italia come un palinsesto. Casaleggio e Grillo inventarono un blog - niente che non esistesse già: un'idea al giorno, delle sensazioni, un orientamento del lettore neanche tanto abile, clickbaiting senza pudore. Se avessero vinto le elezioni, avrebbero gestito l'Italia come un blog. Un po' mi dispiace non averli visti di fronte al cimento, ma non è detta l'ultima parola, anzi.
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Ora e sempre contro l'Apocalisse (e chi la vende)

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L'uomo che non sapeva tutto (anzi) - So quanto possa essere fastidioso passare sui social network ed essere investiti dall'espressione collettiva di un cordoglio troppo automatico per sembrare sincero - e però, oltre a rassegnarci (le persone famose continueranno a morire e noi continueremo a parlarne su facebook) magari potremmo anche riflettere su quanto sia affascinante, questa cosa dell'elaborazione mediatica del lutto. Non merita di essere studiata?

Famiglia Cristiana
Eco senz'altro ci direbbe di sì: tutto merita di essere studiato. Anche se forse ce lo direbbe con quel mezzo sorriso d'ordinanza, come dire: andate pure avanti voi. Perché il fatto che tutto fosse degno d'interesse non significa che Eco si interessasse proprio di tutto (come è stato notato, era abbastanza indifferente alle discipline scientifiche). Per questo è abbastanza ingiusto il fatto che stia prendendo piede il mito di Umberto Eco come "l'uomo che sapeva tutto", ratificato anche da Fazio in tv. È un epitaffio che dice molto più sulla nostra superficialità, sul nostro disperato bisogno di eroi, vecchi saggi e uomini-enciclopedia, che non su Umberto Eco: il quale di certo non sapeva tutto, e non è che facesse poi molto per suggerire questa impressione. A parte farsi fotografare sullo sfondo di scaffali affollatissimi di volumi - ma anche in quel caso, la sua famosa risposta-tipo alla domanda stupida: "li ha letti tutti?" è molto significativa: "no, sono quelli che debbo leggere entro il mese prossimo". La biblioteca ideale è quella dei libri che devi ancora leggere (la risposta originale era molto più cruda: "Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?")

Se vi è capitato di frequentare un tipico erudito, e di notare come passi il tempo a (1) parlare delle cose che sa; (2) spiegare come le cose che non sa non siano importanti, e senz'altro indegne del suo prezioso tempo, ecco, ci terrei a ricordare che Umberto Eco era l'esatto contrario. Era curioso: non di tutto, ma di tantissime cose; ed era sempre disposto a impararne di nuove, persino dal primo studente che incontrava sul suo cammino. Troverete nei suoi scritti e discorsi confessioni disarmanti: per esempio ieri sera mi sono imbattuto nella sbobinatura di una conferenza sull'Esperanto in cui spiegava di averne studiato la grammatica soltanto pochi mesi prima, mentre lavorava alla Ricerca di una lingua perfetta nella cultura europea. È solo un dettaglio, ma pensateci un attimo: erano i primi anni '90. Eco era ai vertici della sua popolarità come scrittore e del suo prestigio intellettuale. Avrebbe potuto ricucinare le stesse cose che scriveva dieci o vent'anni prima, e invece si metteva a studiare la grammatica di una lingua nuova, come un ginnasiale - e pochi mesi dopo ci faceva un corso monografico e ci pubblicava un libro. Potremmo scambiarlo per dilettantismo d'altri tempi, quando è semplicemente quel tipo di spericolata apertura che ti chiede il mestiere di semiologo: se il mondo è una crittografia, ci saranno pure cose che sono più interessanti di altre - così ad esempio Rita Pavone a occhio non vale Gérard de Nerval - ma non puoi saperlo prima di averle decifrate (continua sul Post).
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Il romanziere più snobbato del Novecento

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Umberto Eco ha probabilmente fatto cose più importanti, ma prendiamo anche solo i primi tre romanzi. Eco è il romanziere più snobbato del Novecento: forse aveva venduto troppo per essere preso sul serio dai coetanei, mentre i più giovani avevano pudore di farsi vedere in compagnia di un professore. Resta il fatto che Il nome della rosa è uno dei più penetranti libri sugli anni di piombo, ed è una detective story ambientata in un monastero trecentesco. Il pendolo di Foucault è un libro di fine anni Ottanta che spiega il fenomeno del Codice Da Vinci vent'anni prima che Dan Brown si metta a scriverlo - basterebbe questo. Ma Il pendolo è molto di più: è anche il romanzo definitivo su quel fenomeno che crediamo nato con Internet, il complottismo cosmico. Eco lo aveva scoperto molto prima, bazzicando librerie equivoche ed editori senza scrupoli, e aveva anche capito che non si trattava di un episodio di secondaria importanza: no, i complottisti erano legione, avrebbero forse ereditato il mondo - col consenso magari divertito degli intellettuali.

Poi c'è l'Isola del giorno prima che, letto d'un fiato ancora fresco di stampa, ovviamente mi deluse, e riaperto qualche anno dopo mi convinse di trovarmi davanti al migliore romanzo di Eco e alla migliore istantanea di com'era vivere in Italia a fine Novecento, sulla linea esatta tra un ieri ormai incomprensibile, inereditabile e un domani che non arrivava: salvo che non era ambientato in Italia, ma dall'altra parte del mondo, e non a fine Novecento, ma nel secolo più letterariamente antipatico di tutti, quello della peste e dei lanzichenecchi. Umberto Eco ha fatto cose magari più importanti, ma quei tre libri sono un monumento di cui dobbiamo ancora apprezzare la vera grandezza. Credo.

D'altro canto, sono anche i romanzi con cui sono cresciuto. Il mio Montecristo, se avete presente cos'era Montecristo per Eco. Magari hanno difetti, anzi ne hanno tantissimi, ma quanto mi ci sono divertito. Adso e Guglielmo che mappano il labirinto dall'esterno, Causabon che cerca la password di Abulafia, i collages di citazioni di Belbo, e quel folgorante capitolo sull'Editoria A Proprie Spese che probabilmente mi ha salvato la vita e i risparmi. La lista della spesa dei templari, "ma gavte la nata", l'assedio di Casale, la digressione sulla longitudine - sono quelle cose che quando sei un ragazzino, in quegli anni in cui hai il cervello che si secca e si imbeve come una spugna, possono fare la differenza. Credo di essere stato davvero fortunato a crescere nel preciso momento in cui i ragazzini in edicola trovavano il tascabile del Nome della Rosa prima del Signore degli Anelli. Insomma per me sono libri bellissimi, formativi e indispensabili, e non ho intenzione di riaprirli per verificarlo. Non li tengo neanche in casa, per sicurezza.

Umberto Eco è stato molto di più di un romanziere divertente, però che romanziere che è stato. Mi è ancora più difficile del solito parlare di lui senza ritrovarmi a parlare di me: di come mi capiti di aprire Apocalittici e Integrati in media una volta ogni due mesi (ormai è un plico di pagine scollate), di perché penso a lui ogni volta che un deficiente su un giornale infila una tautologia crociana o un signora mia dove andremo a finire; di quanto sono debitore del suo stile schietto e affabile e vittima delle sue arguzie d'erudito che altri, comprensibilmente, non sopportavano. Come se davvero potessi fornire me stesso come dimostrazione di quanto bene Eco ha reso al mondo, quando è il contrario: Eco meritava discepoli molto migliori. E li ha avuti.
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L'ultimo gigante

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Ettore Scola era l'ultimo. La commedia all'italiana, nella versione ripulita dagli errori di percorso che ci ha tramandato la tv serale e pomeridiana, in quel segmento aureo che grosso modo va dal 1955 al 1975, sembra il risultato del lavoro di un gruppo singolarmente ristretto di talenti. Cinque attori indispensabili, tutti nati nei primi anni Venti, cinque volti immediatamente riconoscibili dal pubblico, ma anche in qualche modo intercambiabili (in Riusciranno i nostri eroi era previsto che Manfredi desse la caccia a Sordi, ma il primo aveva più impegni e così si scambiarono i ruoli). Pochi autori e bravissimi, tra cui gli onnipresenti Age e Scarpelli (classe '19) e lo stesso Scola che comincia a scrivere a vent'anni e mette le mani in tantissimi film. Anche i registi sono una manciata: tra questi, Scola è l'unico nato dopo il 1930. Quando gira la Terrazza, i suoi eroi ingrigiti e terrorizzati dalla vecchiaia e dalla morte stanno intravedendo la boa dei sessant'anni; lui non ne aveva ancora compiuti cinquanta. Era destinato a essere l'epigono: se immaginiamo Risi e Monicelli come i due autori della tarda classicità, potremmo vedere in Scola il manierista - l'allievo precoce che ha saltato qualche classe e si ritrova circondato da compagni più grandi.

Dei tre è il più borghese, quello che meno si vergogna di esserlo: è difficile immaginare Risi e Monicelli alle prese con il manifesto antipauperista di Brutti, sporchi e cattivi (Pasolini invece pare che volesse girarne il prologo, magari una versione in pellicola dell'Abiura). È anche quello che ha più ambizioni autoriali: nel 1970 fora la quarta parete in Dramma della gelosia, ma forse il vero choc del film è che il sex symbol Mastroianni è un marito becco e ingrigito con un destino da straccione; l'anno dopo coinvolge Sordi nella rischiosa trasposizione cinematografica della Panne di Dürrenmatt, La migliore serata della mia vita. Non è che tutto fili liscio, ma si capisce che all'alba degli anni Settanta la commedia gli sta stretta. Ci lavorava da vent'anni; era parte integrante di un sistema che funzionava, che riempiva le sale (restava da conquistare la critica, ma quella ci mette sempre un po' più tempo). Avrebbe potuto riprodurre le stesse formule ancora per parecchio. Ma tutti i suoi uomini stanno invecchiando, e lui è il primo a rendersene conto. Lui e Germi, che muore nel '74 passando a Monicelli la pratica di Amici Miei. Nello stesso anno esce C'eravamo tanto amati. Le maschere della commedia all'italiana si scoprono le rughe; si staccano dalla ribalta del presente e cominciavano a guardarsi intorno: chi eravamo? Cosa siamo diventati? E ora cosa ci succederà?

Dovendo scegliere un film solo di tutto un periodo e di un genere, a malincuore sceglierei C'eravamo tanto amati, che pure non è così tanto rappresentativo. È davvero un film manierista, se non barocco. Dentro c'è tutto: il romanzo generazionale, il conflitto sociale, il gioco delle citazioni non solo cinematografiche ma anche teatrali e televisive, la quarta parete fatta a pezzi. È anche il primo vero film forrestgumpista, in straordinario anticipo rispetto agli epigoni italiani, indegni di comparire al suo cospetto (La meglio gioventù? Per favore, dai). Ogni volta che lo vedo ci trovo qualcosa di nuovo - o che probabilmente mi ero dimenticato, e di nuovo rabbrividisco al pensiero che una volta gli italiani sapevano fare film così. In realtà di film davvero così ce n'è uno solo, e forse si poteva realizzare soltanto in un periodo in cui gli italiani il biglietto l'avrebbero staccato comunque. Bastava che in cartellone ci fossero Gassman e Manfredi - e la Sandrelli, certo.

La commedia all'italiana mi piace tutta, dai Soliti ignoti fino alla Terrazza. È un amore nato davanti alla televisione; maturato con la serale complicità di Retequattro; integrato con qualche videocassetta. Ci ho messo parecchio a capire cosa mi piacesse davvero tanto in quei film, cosa invidiavo ai miei genitori che avevano vissuto in un mondo di mostri di bravura, anche se al cinema loro non ci andavano spesso. Non un attore in particolare, per quanto i loro volti ricorrenti mi rassicurassero; nemmeno un regista. Alla fine mi sono reso conto che sono i dialoghi di Age e Scarpelli, e un po' anche di Scola. Credo che la differenza con quello che è venuto dopo sia tutta qui. Non ho paura ad affermare che oggi in Italia ci sono molto più che cinque attori bravi, per tacere delle attrici (c'erano anche allora, ma lo star system era una cosa molto angusta). Anche i registi: ne abbiamo senz'altro all'altezza dei grandi degli anni Sessanta, se non altro perché sono seduti sulle loro spalle. Il problema è che questi bravi attori, ripresi da ottimi registi, molto spesso non hanno niente d'interessante da dire. Non c'è più Age, non c'è più Scarpelli, adesso non c'è più Scola. Dispiace? Sì, mica da oggi. È da 35 anni che non lavoravano più assieme. Nel frattempo altre due generazioni hanno provato a raccontarsi; il confronto è impietoso.
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L'alieno che cadde a casa mia

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Una volta questa internet era molto più semplice. Ogni tanto ci lasciava una persona famosa, e a tutti veniva voglia di scrivere due pensierini su quanto fosse stato importante per la propria vita. Molto spesso parlavamo più di noi che di lui, credo sia inevitabile. Non è cambiato particolarmente nulla, salvo che è tutto moltiplicato per mille, e questo rende i lutti on line ridondanti, fastidiosi. Me ne rendo conto. Ma sono un tizio all'antica e non me ne andrò da qui prima di aver scritto due pensierini su quanto è stato importante per me David Bowie. Mi scuso per il disturbo, ma nessuno vi trattiene.

Un'altra cosa inevitabile, è che anche stavolta la musica passerà in secondo piano. Lo chiameranno icona di stile e camaleonte, glorificheranno la sua capacità di aggiornare la sua immagine - tutto assolutamente vero, ma una volta ogni tanto si potrebbe anche segnalare che prima di ogni cosa Bowie è stato un musicista straordinario, un interprete originalissimo e un compositore dallo stile assolutamente peculiare - uno dei motivi per cui poteva permettersi di cambiare maschere e costumi era proprio il fatto di avere una personalità forte e immediatamente riconoscibile, qualsiasi cosa decidesse di fare.

All'inizio dei '70 stava rischiando di diventare semplicemente un cantante rock. The Man Who Sold the World era un disco robusto, giocava nello stesso campionato di Cream e Led Zeppelin, credo che si tratti del disco di Bowie preferito da Kurt Cobain. Toni Visconti in più occasioni ha dato l'impressione di volersi attribuire la paternità dei pezzi, che a suo dire uscivano soprattutto dalle jam session con Mick Ronson, mentre Bowie sembrava sprofondato nell'apatia e faticava a staccarsi dalla moglie appena sposata e a alzarsi dal divano per cantare qualcosa - non sembra già una scena dell'Uomo che cadde sulla terra? Bowie però ha sempre rivendicato la paternità delle canzoni del disco. Guardate i cambi di accordi, diceva. Solo io li scrivo così. Ecco, ogni tanto mi piacerebbe leggere - oltre al solito storytelling sul periodo glam, il periodo berlinese, la deriva degli anni '80, ecc. ecc. - un bel pezzo tecnico su Bowie musicista, perché su questa cosa degli accordi credo che avesse ragione. Solo lui scriveva canzoni pop o rock con certi passaggi, e questo ha continuato a farlo per tutta la sua carriera, indifferentemente dal genere che aveva deciso di mutuare o inventare.

Certo, se ti accosti a Bowie perché t'interessa il trasformista - e non c'è niente di male in questo, sia chiaro - probabilmente fai più caso ai continui cambi di registro: dalle ballate al glam al r'n'b alla disco (il lato B di Diamond Dogs!) al krautrock eccetera. Ma se hai orecchio per gli accordi ti rendi conto che c'è qualcosa di costante in tutta la sua carriera. Sotto la maschera spesso disorientante degli arrangiamenti c'è una dimensione armonica che rende Absolute Beginners o Heroes o Starman molto più simili di quanto vorrebbero sembrare. Non so più dove ho letto che a un certo punto Bowie era incerto se diventare l'Iggy Pop inglese o il nuovo Jacques Brel. Anche il lascito di Kurt Weill va ben oltre il ripescaggio di Moon of Alabama. Bowie era l'unica rockstar degli anni Settanta ad avere queste radici continentali. Te ne accorgi dall'enfasi di certi ritornelli fuori dal tempo, che incastonati in pezzi rock suonano caricaturali - prova a immaginare Sinatra che canta il refrain di Starman. Forse quello che suonava alieno, sotto il cerone argentato o iridescente, non erano che le progressioni armoniche di un passato neanche tanto lontano, ma ormai oltre l'orizzonte dei baby-boomers.

Io però sono cresciuto negli '80 - non è colpa mia. David Bowie faceva parte del paesaggio, molto più di tutti gli altri dinosauri rock pre-77: per esempio, in edicola c'era sempre la sua faccia. Rockstar lo metteva almeno su una copertina all'anno, che uscisse con un disco o no. Era un mondo musicale molto diverso: esisteva soltanto il presente. I video avevano ucciso le star della radio e alzato un argine invalicabile tra il mondo del passato e il nostro. Il nostro era un mondo a colori: canzoni e videoclip erano la stessa cosa, e Videomusic non trasmetteva pezzi anteriori al 1982. Credo che il video più antico fosse proprio China Girl (la versione censurata, ovvio). A metà anni Ottanta non avevo mai ascoltato gli Zeppelin e più di una canzone dei Pink Floyd; avevo una nozione vaghissima di Beatles e di Rolling Stones; Bowie era l'unico eroe del passato che riconoscevo al primo colpo. Soprattutto sapevo che dietro di lui c'era una storia lunga e complicata, che prima o poi qualcuno mi avrebbe raccontato. Nel frattempo però capivo che il passato era una terra straniera - e probabilmente più intrigante del presente: quel poco di Bowie che passava in tv (Heroes, Ashes to Ashes, Let's Dance, Look Back in Anger) era completamente diverso da tutto il resto. Suonava strano, o come si diceva allora, "poco commerciale".

Questa opinione di preadolescente scemo, Bowie ovviamente non la condivideva, come ho scoperto più tardi. Non è colpa mia, ma sembra proprio che io abbia conosciuto B. nel suo periodo peggiore. Lui nelle interviste parla malissimo del sé stesso anni '80 e dei brutti dischi che faceva. È un giudizio che riguarda senz'altro Never Let Me Down, ma non ho mai capito se lo estendesse anche alle colonne sonore di Absolute Beginners o Labyrinth o Tonight - per me quella roba era in effetti incredibile, distante mille miglia dai suoni di allora che mi sembravano falsi come la plastica. Quello che mi sorprendeva sempre di Bowie era il modo che aveva di incastrare strofe e ritornelli che sembravano non avere nulla in comune. Prendi Let's Dance. La strofa è puro Nile Rodgers, avrebbe potuto stare in un disco degli Chic di tre anni prima. Il ritornello se ne va dalle parti di Brel, con tutto l'annesso melodramma: because my love for you could break my heart in two. Poi si materializza dal nulla un coretto alla Twist and Shout, e quando stai per intonare Shake it up baby, ritornano gli Chic. Nel video intanto esplodeva una bomba atomica. Anche nel mio cervello. Ci sono altri pezzi di quegli anni che nessuno vi citerà tra i migliori di Bowie - Loving the Aliens, Underground, in cui succede qualcosa del genere. Avventure musicali di quattro minuti. Erano cose da classifica, ma mi sembravano esperimenti di un pazzo. Mi piacevano. David Bowie era la mia risposta preferita al paradosso dei viaggi nel tempo: se sono possibili, perché nessuno viene a visitarci dal futuro? E un viaggiatore del futuro catapultato negli anni '60, che altro avrebbe potuto desiderare di diventare se non una rockstar decadente? 

In seguito, come avevo previsto, qualcuno mi raccontò la storia per esteso. Conobbi i personaggi, Major Tom, Ziggy Stardust, il Duca Bianco e tutto il resto. Oggi la mia idea di Bowie si sovrappone con quella del quarantenne medio europeo che esprime il suo cordoglio su facebook. Ho naturalmente le mie idiosincrasie - preferisco il lato B di Diamond Dogs a quello di "Heroes" - ma non è che siano così interessanti. Il Bowie che vorrei salvare è l'alieno che precipitò nella mia infanzia, coi suoi accordi stranamente familiari ma diversi da quelli di chiunque altro. È stato davvero lui a insegnarmi a fare quel che mi pare, con la chitarra e sulla pagina, mescolando alto e basso, George Orwell e la disco? Non lo so. Di sicuro lui in quegli anni c'era. Tanti altri erano già scomparsi, o poco accessibili. Lui c'era, e non se n'è mai davvero andato - sempre diverso da tutti, uguale a sé stesso. L'idea che stavolta ci abbia lasciato davvero mi turba più di quanto non dovrebbe.
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L'egiziano con la balalaika

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Omar Sharif - che era nato Michel Demitri, pensate, Demitri Chalhoub, nel 1932 ad Alessandria d'Egitto in una famiglia melchita (cattolica di rito bizantino), ma poi si convertì all'islam e divenne Omar Sharif per amore dell'attrice Faten Hamama, ma poi si innamorò di Barbara Streisland sul set di Funny Lady proprio all'indomani della Guerra dei Sei Giorni creando una crisi diplomatica, Omar Sharif, dicevo, era una di quelle facce che non sembravano americane, e quindi a quei tempi si potevano usare indifferentemente per qualsiasi altra nazionalità. Come Ernest Borgnine, o soprattutto Anthony Quinn, plausibile sia da greco che da eschimese che da emiro, Sharif approdò a Hollywood per fare uno sceicco e due anni dopo era un prete spagnolo durante la guerra civile. Nel '68 fu arciduca d'Austria, l'anno dopo Che Guevara. Nel '65 era stato Gengis Khan e il dottor Zivago, il personaggio che lo rese una star e che avrebbe dovuto essere interpretato da O'Toole. Lo stesso Sharif non ambiva a tanto: amava il romanzo e si era proposto per la parte di Pasha Antipov (un Gengis Khan in locomotiva).

Il casting del dottor Zivago è una cosa che fa girar la testa. Il laido Komarovski avrebbe potuto essere Marlon Brando (ma sarebbe stato meglio di Rod Steiger? Non ne sono così sicuro). Lara avrebbe potuto essere Sofia Loren - che era poi il motivo per cui Ponti si era preso i diritti del film, ma Lean temeva che non sarebbe stata credibile nei panni iniziali di giovane educanda, un anno dopo essere stata la madre dei tre figli di Filomena Marturano, Audrey Hepburn avrebbe potuto essere Tonya invece che Geraldine Chaplin. Paul Newman avrebbe potuto essere il dottore. Anche Michael Caine fece un provino - o forse aiutò soltanto l'amica Julie Andrews a fare il suo, poi vide quello di Sharif e disse a Lean di scritturarlo. Un grande attore egiziano, nei panni di un medico e poeta russo. Oggi nessun regista oserebbe fare qualcosa del genere in una grande produzione, ed è un peccato. O'Toole sarebbe stato più credibile, ma non so quanto avrei tremato per lui che si specchia assiderato nella dacia. Sharif regalò Zivago a tutto il mondo, è banale dirlo ma è così. Della manciata di Sharif che ho incontrato a scuola, almeno uno so che deve il nome proprio a lui.

Zivago è un film che guardo più o meno una volta all'anno - di solito a scuola. Il comunismo reale è uno degli argomenti più difficili da spiegare a gente che è nata più di dieci anni dopo la caduta del muro di Berlino. La difficoltà principale sta nell'immaginare un regime economico diverso, una cosa che oggi non esiste da nessuna parte nel mondo a parte isole o penisole esotiche. Dopo alcuni tentativi ho scoperto che i film che funzionano meglio sono Goodbye Lenin e Zivago (sì che Reds mi piaceva tantissimo, ma non regge). C'è nelle tre ore di Zivago almeno una trentina di minuti che sono una lezione di storia di terza media, pura e semplice: la scena dei disertori che diventano rivoluzionari, ovviamente, e quella altrettanto celebre in cui il dottore torna a casa e scopre che è stata collettivizzata (è anche notevole quel che riesce a fare Klaus Kinski con tre minuti a disposizione). Lì, e altrove, ho la sensazione che più di Pasternak sia merito di Robert Bolt, che riesce a dare allo spettatore anche digiuno di Storia tutti i riassunti necessari.

Ma nel film c'è tantissimo altro. Lara è una vittima di molestie, anche psicologiche (il laido Komarovski le fa credere di essere stata consenziente). Magari sugli stessi argomenti ci sono film più recenti e aggiornati, ma a volte mi domando se il melò non colpisca più in profondo, in territori preconsci. È pieno di Komarovski là fuori ed è tempo che le ragazze lo sappiano. I nomi poi sono difficili per cui invece di Komarovski lo chiamiamo Il Vecchio Porco. Ci sono frasi bellissime, che in realtà non so a memoria per cui magari le sbaglio: "non abbiate fretta", "canteranno meglio dopo la rivoluzione",  "chi è felice non parte volontario", "è notato, il tuo atteggiamento è notato", "e comunque avevo ucciso uomini  migliori di me", e ovviamente, "ci sono due tipi di donne" e "ci sono due tipi di uomo". Ora che ci penso, Sharif non ne pronuncia nessuna - e dovrebbe essere il poeta. È un'anima bella sballottolata dalla Storia in un paesaggio enorme. È un buon medico ma questo passa in secondo piano rispetto all'ingenuità con cui affronta tutto quello che gli succede. Mi capita di solito di calarmi nei panni di tutti i personaggi maschili tranne il suo. Siamo stati tutti idealisti come Antipov (per fortuna nessuna rivoluzione ci ha dato un'armata a disposizione), burocrati rassegnati come il fratello di Zivago, e invecchiando metteremo su la pancia e il cinismo del porco Komarovski (per poi rimbecillire come il papà di Tonya); siamo quell'altro tipo di uomo, quello che l'umanità finge di disprezzare ma in realtà produce in serie. Siamo fatti tutti di quella creta. Questo non ci impedisce di voler bene a Zivago, mentre porta a casa tre assi schiodate a uno steccato, e non è nemmeno in grado di mentire. Forse avremmo voluto ugualmente bene a O'Toole, ma... no. Doveva essere Omar Sharif.
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Scrivere, scrivere.

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Dev'essere stato più o meno dieci anni fa. Giorgio Faletti era appena diventato lo scrittore italiano più venduto, immagino, nel mondo: e alle Iene lo intervistarono in coppia con Lucarelli - le interviste parallele, avete presente. Ricordo solo una domanda, che rientrava perfettamente nella linea editoriale delle Iene, ovvero: meglio scrivere o scopare? E ricordo che senza esitazione, nel giro di pochi secondi, sia Faletti che Lucarelli risposero: scrivere, scrivere.

Ora io vi dico: con molta serenità, senza aver mai invidiato il successo di un Faletti o di un Lucarelli, senza aver mai covato animosità nei confronti loro o di chiunque; senza essermi mai disperato perché malgrado tanto lavoro le cose non si smuovevano e io restavo un po' in questo limbo confortevole ma, diciamolo, salmastro; se c'è una cosa di cui non ho mai dubitato per tutti questi anni, è di essere uno scrittore. Magari non avrei mai scritto un solo libro decente o necessario, ma dentro di me ho sempre saputo di essere uno scrittore. Tranne in quel preciso momento.

Perché per me, insomma, scopare era ancora molto importante, decisamente prioritario - Oddio, mi dissi, allora sono un impostore. 

Devono essere passati come minimo dieci anni, un po' di più di quelli che servono a un corpo umano per rigenerarsi completamente - perfino le mie ossa sono composte di cellule diverse. Anche il tesoro più prezioso che credo di essermi portato con me, i ricordi, sono un'illusione: un backup che il mio cervello riscrive mentre dormo su cellule fresche. Da fuori si nota soprattutto che sto ingrassando. Però adesso - è ridicolo solo il pensarlo - se in coda a quella di Faletti e Lucarelli potessi aggiungere la mia risposta, ecco, coinciderebbe. Questo non fa comunque di me uno scrittore; ma adesso almeno non fingo più, godo sul serio.

Di solito quando si scrive un coccodrillo si cerca di mettere a fuoco un rimpianto: nel caso di Faletti mi sembra impossibile. Ok, certo, poteva vivere un po' di più; però se devo pensare a una persona che è riuscita a togliersi delle soddisfazioni, quello è lui. Più che i soldi o la fama, questo mi piace invidiargli: il godimento. Faletti ha scritto quello che gli piaceva scrivere, ha cantato quello che gli piaceva cantare, ha fatto ridere tanta gente ma soprattutto si è divertito lui. Probabilmente la sua vita ti capita in premio se in quella precedente hai fatto qualcosa di dolorosissimo ed eroico. Il senato romano salutava l'imperatore fresco di nomina augurandogli d'essere più fortunato d'Augusto e più grande di Traiano. E possiate divertirvi più di Faletti, aggiungo.
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Un'ultima risata

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La sedia della felicità (Carlo Mazzacurati, 2014)

Qualche anno fa al mio paese ci fu una retrospettiva su di lui. L'Estate di Davide è uno dei film meno conosciuti: comincia a Torino, finisce presto in Polesine, e ha un ultimo, rapido atto nella Bari vecchia. Che io ricordi è l'unico scorcio di meridione mai filmato da Mazzacurati, e quando si riaccesero le luci fu il regista in carne e ossa a spiegarci forse il perché: raccontò di com'era stato interessante girare in luoghi diversi, spesso di prima mattina per non disturbare e soprattutto non essere disturbati. Questo gli aveva permesso di lavorare in una pace assoluta, in Veneto: a Bari invece si era ritrovato una piccola folla variegata e mattiniera molto interessata alla messa in scena, e generosa di consigli competenti; in particolare una vecchietta aveva manifestato insoddisfazione per l'ultimo ciak; secondo lei non era riuscito perfetto e aveva suggerito a Mazzacurati di farne ancora un altro. E lui per non offendere nessuno aveva obbedito - quest'ultima cosa potrei anche essermela inventata, è passato qualche anno e il cattivo istinto del narratore comincia a prendermi la mano (l'istinto del cattivo narratore). Siamo nella fase delicata in cui nascono le storie, gli aneddoti famosi, le piccole leggende. Siamo nella fase ancora difficile in cui Carlo Mazzacurati ci manca.


Comincia più o meno quando finiscono le cerimonie. C'è un piccolo crocchio di amici che si ritrova appena fuori dal cimitero e si mette a scherzare, ché ormai le lacrime chi poteva piangerle le ha piante. Ognuno istintivamente cerca di trovare qualche storia buffa in cui il defunto compaia, se non come protagonista, almeno come comparsa. Qualche ora prima era ancora molto importante ricordare quanto fosse buono, e seppellire tutte le cose cattive che avevamo pensato di lui. Adesso pretendiamo anche che fosse un tipo divertente; vorremmo vederlo scomparire col sorriso. Che cosa penserei di La sedia della felicità se fosse uscito in qualsiasi altro momento? Probabilmente oscillerei tra la delusione e la solidarietà per una mossa così sfacciata: un tentativo di infilarsi in quella zona mediana - e commercialmente decisiva - tra la commedia d'autore e il cinepanettone. Certe scene sono realmente cinepanettonesche, specialmente verso il finale: tutte le resistenze ormai hanno ceduto e vediamo in scena un orso che balla e Battiston che abbatte i nemici con una pressione del dito. Cose che ci lascerebbero perplessi anche sullo sfondo di un prodotto di Checco Zalone, ma stasera abbiamo voglia di ridere e di ricordare che Mazzacurati era anche questo: divertente. Siamo tra amici, in fin dei conti cos'è Valerio Mastandrea se non un amicone che ti fa ridere qualsiasi cosa dica o faccia. E Battiston che fa il prete truffaldino. E Isabella Ragonese: che altro chiederle se non di stare ancora un po' tra noi a ridere e a raccontare. E chi altro c'è? Fai prima a dire chi non c'è; ci sono tutti, come facevano a mancare. Bentivoglio, Orlando, la Ricciarelli, la Vukotic, e poi Marzocca, Albanese, Balasso, il mago Oronzo - il rischio di passare per uno spinoff di Mai dire Goal è concreto ma chi se ne frega, che risate ci siam fatti negli anni Novanta.



Negli anni Novanta, se proprio volessimo raccontarci la verità, Mazzacurati ci infliggeva storie deprimentissime di perdenti che portavano già il sapore di una crisi in là da venire, ma evidentemente molto prevedibile: gli allevatori del Toro, i ladruncoli della Lingua del Santo; e poi Vesna, e Davide dell’omonima estate: tutta brava gente con un’insospettabile disponibilità a delinquere; quasi sempre per necessità, quasi mai con successo. La sedia della felicità ricicla la vecchia formula in tono farsesco, appoggiandosi al vecchio canovaccio ebreo-russo della caccia al tesoro nascosto in una sedia, già adattato per il cinema almeno 18 volte dagli anni Trenta a oggi. La versione più famosa è quella di Mel Brooks, ambientata nella vastissima Russia sovietica. Le sedie di Mazzacurati si allontanano molto meno; se restano tutte in Veneto, ci sarà senz’altro un motivo simbolico – oltre al fatto che il regista si sentiva più a suo agio e non rischiava di dover condividere le sue scelte con qualche vecchietta. Nel Veneto poi c’è tutto il mondo che può servire a un cineasta, dalla laguna alle Dolomiti passando per tutti i non-luoghi canonici, centri commerciali e zone industriali deserte, ville palladiane saccheggiate e alpeggi incontaminati; e tutte le lingue, dal cimbro al cinese. La quantità dei cammei e alcune bizzarre coincidenze (c’è persino una teleferica) continuano a ricordarci l’ultimo film di Wes Anderson, anche lui vagamente ispirato all’opera di un romanziere degli anni Venti di origini ebraiche: la riuscita è ben diversa, ma è simile la voglia di lasciarsi alle spalle i rovelli e riscoprire il piacere del racconto. A ben pensarci, un film tanto leggero dopo il bilancio amaro della Passione suona quasi beffardo. Però non è che vogliamo realmente pensarci.

Dopo un’oretta e mezza ci congediamo dagli amici. Forse abbiamo riso un po’ troppo, ma non ce ne vergogniamo; ne avevamo bisogno. Carlo Mazzacurati non c’è più, è assurdo ma è così: per vent’anni ha puntato il suo obiettivo sulla provincia italiana illusa e delusa dal benessere, quasi sempre alla giusta distanza; che è la più difficile da mantenere. Quando non ce l’ha più fatta, ci ha voluto salutare con una risata, un bacio e un lieto fine. Che altro chiedergli. Signor Regista, ci scusasse, non è venuta proprio benissimo, secondo noi; ce ne fa un’altra? Per favore. Lei che è tanto bravo e gentile.

La sedia della felicità è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 22:35) e all’Impero di Bra (22:30). Buon divertimento e buon Primo Maggio.
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Porci alle perle

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Roberto "Freak" Antoni (1954-2014)

Temo che sarà inevitabile, a questo punto: qualche giornalista in cerca di carne da coccodrillo sfoglierà l'archivio fino a trovare un'intervista vecchia o nuova in cui Freak Antoni si proponeva nel triste numero del rancoroso di talento. Scopriremo per l'ennesima volta cosa pensava dei colleghi ed ex amici che avevano fatto molti più soldi di lui: di Vasco che non faceva più niente di buono dall'ottanta-e-qualcosa, di Elio mestierante senza nulla da dire, Ferretti ipocrita criptofascista... Sto andando a braccio, non ho voglia di controllare. Purtroppo le cose funzionavano così: giornalista andava a trovare Freak Antoni, giornalista non sapeva cosa domandare a Freak Antoni, e magari dopo qualche deprimente scambio sullo stato di salute, si rassegnava ad alzare un pallonetto, sicuro che Freak Antoni l'avrebbe schiacciato quel che basta per farci un titolo: l'ex cantante svuota il sacco su Vasco, su Elio, su Lindo, le solite miserie.

Un po' era anche colpa sua, la franchezza può essere salutare come un balsamo, ma alla lunga stanca come qualsiasi altro balsamo. E non basta aver ragione: non c'è alcun dubbio che Vasco non canti più nulla di interessante dal 1986; che Elio sia soprattutto un mestierante (e avercene), Ferretti un guru opportunista, eccetera. Tutte opinioni sostanzialmente ragionevoli, ma avremmo preferito non sentirle da un collega che semplicemente non ce l'aveva fatta. Al netto di tutto il romanticismo dei poeti maledetti, questa posa che ti prendi a sedici anni e poi quando cerchi di staccartela di dosso ti accorgi che fa male, che ti si è radicata sottopelle... al netto di tutte queste menate la carriera musicale è simile a tante altre carriere in cui sopravvivi soltanto se trasformi le tue vaghe intuizioni iniziali (che passano sotto il tronfio nome di talento) in una prassi professionale. L'accostamento a Vasco (di due anni più vecchio) è il più brutale ed eloquente: l'arrivismo del provinciale contro il nichilismo del cittadino; il realismo urbano contro l'avanguardia; la provocazione come espediente per conquistare la scena contro la provocazione per il gusto di distruggere qualsiasi scena; gli anni Ottanta contro il '77; più tardi, il rock da birreria contro il punk da teatro. Sin dall'inizio non era possibile avere dubbi su chi avrebbe conquistato la critica e chi avrebbe fatto i soldi veri: e allora perché prendersela? D'altro canto aver visto questo sfattone scendere dalla montagna e finire nel giro di pochi mesi a Discoring può essere stato uno choc difficile da mandar giù: ma se sei l'avanguardia queste cose le devi mettere in conto. Purtroppo non siamo tutti molto bravi a mettere in conto le cose; gli artisti soprattutto, e Freak Antoni un artista è rimasto, più di quanto forse lui non volesse.

Gli altri no, sono riusciti a diventare qualcosa di meno interessante e più redditizio. Vasco almeno ce l'ha fatta alla grande; Elio e compagnia diciamo che l'hanno sfangata, Ferretti ci ha provato ma attualmente alleva cavalli. Antoni? Non ha mai dato la sensazione di volerci nemmeno provare. Possiamo chiamare questo atteggiamento integrità, ma a quel punto è inutile lamentarsi del pubblico di merda. Avreste preferito un Freak Antoni di successo, un Freak Antoni invitato come disturbatore a Sanremo? L'avanguardia alternativa non fa sconti comitiva. Gli Skiantos sono quel classico esperimento che funziona soltanto in laboratorio: Mi piacciono le sbarbine avrebbe potuto diventare anche una hit; le potenzialità c'erano, ma a quel punto saremmo stati i primi a dissociarci disgustati.

In realtà in tanti momenti della sua vita un po' complicata dalle sostanze, a Freak Antoni un po' di sano successo commerciale avrebbe fatto comodo. Faceva sempre un po' strano ascoltare prediche sull'integrità artistica dall'autore e interprete di Ti spalmo la crema. Qualche singolo in radio, qualche ritornello un po' più paraculo, provò a piazzarli anche lui. Salvo che non funzionarono mai, chissà perché - sfiga, incostanza, cattivo management, va' a sapere. A me dispiace: lo avrei preferito meno integro e ancora vivo. Sono sicuro che tra tanti pezzi inutili, qualche gioiellino come Sono ribelle mamma ce lo avrebbe infilato: e tanto ci sarebbe bastato.

Se questo pezzo vi dà fastidio avete assolutamente ragione: FA si meritava parole più commosse. Accanto a qualche stronzata ha fatto cose importanti e necessarie, senza di lui la musica italiana sarebbe persino più triste eccetera. Non so cosa mi stia capitando ultimamente: la crisi, i quarant'anni, la triste scoperta che davvero i medici non ti curano finché non li paghi davvero, il film dei Coen che scioglie ogni residuo zuccheroso di bohème e ti fa sentire la morte con il ghiaccio nei piedi. Se si trattava di imparare a fallire, direi che ho imparato. Adesso bisogna imparare a invecchiare, e devo ringraziare Freak Antoni anche per quelle tristi interviste in cui incauto sparava merda a bersagli troppo vicini e troppo in alto. Se non le avessi lette, forse non avrei mai fatto il voto solenne di non stroncare mai, per nessun motivo, un collega coetaneo di successo. Piuttosto farò finta di non averlo mai letto. Sarà molto facile fare questo tipo di finta.
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Mezz'ora prima che lo sappia il diavolo

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1967-2014. 

A 46 anni Philip Seymour Hoffman - basterebbe questo, aveva 46 anni - aveva già coperto una gamma di personaggi che alla sua età ben pochi attori si sono mai potuti permettere. Lester Bangs, Truman Capote, lo pseudo-Hubbard di The Master, e altri personaggi a portata di memorie più brave e svelte della mia. Spesso erano un po' più anziani di quanto non fosse l'attore che dava loro vita. La sensazione che PSH stesse bruciando un po' più forte e più veloce di tutti potevamo anche provarla, ma in fin dei conti erano fatti suoi eccetera.

Affezionarsi a un attore - non al personaggio pubblico, solo all'attore - è una cosa strana: ne impari decine di espressioni facciali e continui a non sapere chi sia. Quando se ne va esprimi cordoglio, ma è anche la forma codificata con cui abbiamo deciso di mascherare la rabbia egoistica di spettatori derubati: aveva 46 anni, quanti altri personaggi avrebbero potuto prendere vita grazie a lui; quanto cinema ci siamo persi. Ci si butta sulla filmografia, si comincia a ricordare questa o quella parte - non serve a niente.

Finché non torna in mente la scena che ci ha tormentato per prima.

C'è un appartamento enorme, asettico, sulle nuvole di Manhattan. Il paesaggio è meraviglioso e disumano. È un posto dove puoi farti di eroina se hai prenotato, se hai i soldi; il pusher è professionale, magari un po' spiccio; ti sta ad ascoltare mentre ti allaccia l'emostatico e ti fa l'endovena. Poi ti rilassi su un letto a due piazze.

In quel film il personaggio di PSH ha dei problemi di liquidità; pensa di risolverli con un colpo ma gli va male; prima di farsi ammazzare, prende la pistola, sale a bussare al suo pusher e gli spara. Poi si mette a cercare dove teneva i soldi. Ci sono senz'altro molti contanti in quell'appartamento. Mentre si sposta da una stanza all'altra, PSH trova qualcosa a cui non aveva pensato. C'è un cliente, steso sul letto; dorme. È un panzone in giacca e cravatta come lui. Quali vicende lo avranno portato lassù, quali preoccupazioni, non lo sapremo mai. PSH lo guarda. Deve ovviamente ammazzarlo. Ma prima lo guarda. Guarda sé stesso da fuori. Guarda ognuno di noi, eroi del nostro film personale - ma da fuori, dal punto di vista della morte, siamo soltanto panzoni di mezza età stesi in un letto; qualsiasi cosa può portarci via in qualsiasi momento.

È morto Philip Seymour Hoffman.
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Sesso coi Formigoni

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Stavo pensando a cose che odio fare...
sesso coi genitori.
Cose che mi fai o che ti faccio io, baby,
tipo sesso coi genitori.

- Più grassi e brutti di Rush-Rambo,
più schifosi di Robert Dole,
qualcosa di rosa che salta fuori da un buco ed ecco qua:
sesso coi genitori.

Ero così schifato di questa merda della destra repubblicana,
questi vecchiacci laidi spaventati da cazzi e tette giovani,
Così ho cercato di pensare a qualcosa che mi schifasse davvero,
ed eccola qui:
il sesso coi genitori.

Ora questi vecchi di merda possono rubarci tutto quello che vogliono,
possono far passare una legge che dice
che non puoi dire quel che vuoi,
e non puoi guardare a questo
e non puoi guardare a quello,
non puoi fumare questo
e non puoi sniffare quello.
Ma io baby ho le statistiche, ci ho i numeri:
quella è gente che è andata a letto coi genitori.

Lo so che adesso sei scioccato,
ma fermati un attimo, beviti qualcosa.
Se ci rifletti per un minuto lo sai che è andata così.
Sentono vergogna e repulsione
e non sanno cosa farci:
hanno fatto sesso coi loro genitori.

Quando guardano negli occhi del loro amore loro vedono
la mamma.
"Nel nome dei valori della famiglia..." dobbiamo chiederci:
la famiglia di chi?
"Nel nome dei valori della famiglia..." dobbiamo chiedergli:
Senatore,

ci dicono che lei abbia avuto
rapporti illegali con sua madre:
sesso coi genitori.
Senatore,
lo sa come si chiamano i rapporti illegali?
Sesso coi genitori.

Senatori, state pestando una grossa merda.
Qui nella grande città abbiamo una parola
per quelli che si infilerebbero nel letto dei loro padri venerati
e farsi gioco delle nostre libertà.
Senza neanche usare un condom,
senza neanche dire un "no",
per Dio abbiamo un nome per gente così,
ed è:

motherfucker.

(Quando ho letto Formigoni ho cercato di pensare alla canzone di Lou Reed che mi schifasse di più, ed ehi, era una bella gara, ma alla fine ho trovato Sex with parents II - motherfucker, da Set the twilight reeling, 1996).

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Avresti dovuto scriverne 15

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Lavoro

Andy era cattolico, con l'etica nella spina dorsale.
Viveva da solo con sua madre collezionando maldicenze e giocattoli.
Ogni domenica, quando andava in chiesa
s'inginocchiava e diceva:

È lavoro.
Importa solo il lavoro.

Andy era tantissime cose;
quella che ricordo di più,
è quando diceva "Devo portare a casa la pagnotta",
"qualcuno deve portare a casa il salame".
Arrivava alla Factory per primo,
se glielo chiedevi te lo diceva in faccia:

È lavoro
La cosa più importante è il lavoro.

Non importava cosa facessi, non sembrava mai abbastanza;
diceva che ero pigro, io dicevo che ero giovane.
Mi chiedeva "quante canzoni hai scritto?"
Ne avevo scritte zero, mentivo e gli dicevo "dieci".

"Non sarai giovane per sempre,
avresti dovuto scriverne quindici:

È lavoro
Quello che importa è il lavoro".

Mi ordinava di fare cose grandi:
alla gente piacciono così.
E le canzoni con le parolacce:
si assicurava che le registrassi così.
Andy adorava creare polemiche,
pensava che fosse divertente.

"È lavoro (diceva)
importa solo il lavoro".

Andy mi fece un discorso un giorno,
"Decidi cosa vuoi fare.
Vuoi espandere i tuoi parametri
o giocare al museo come un dilettante?"
Lo licenziai su due piedi,
si fece rosso e mi diede del sorcio.
Era la parola peggiore a cui riusciva a pensare,
non l'avevo mai visto così.

Ma era solo lavoro.
Pensavo che avrebbe detto "è lavoro".

Andy diceva tante cose, le custodisco tutte nella mia testa.
A volte, quando non riesco a decidere che fare,
mi chiedo: cosa mi avrebbe detto Andy?
Probabilmente mi direbbe: "Tu pensi troppo,
si vede che c'è del lavoro che non vuoi metterti a fare.

Ma è lavoro.
La cosa più importante, il lavoro".
Il lavoro.
Quello che importa è il lavoro.

Lou Reed (1942-2013), John Cale. Da Songs for Drella, 1990.

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I nazisti, potendo

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I nazisti, potendo, avremmo dovuto combatterli quando erano vivi e armati.
Non centenari.
E morti.
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No, we could not get much higher

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Lo spiraglio

Non è mai sembrato un giovane, l'amavo anche per ciò.
Dell'infanzia ho ricordi confusi, come tutti. L'intro di Light My Fire potrei averla ascoltata per la prima volta sul divano, infilata a forza in un jingle pubblicitario di un Best of the Doors, magari il primo dei quindicimila Best of the Doors che uscirono in seguito. Vorrei poter dire che mi sbalordì subito - non avevo mai ascoltato una serie di note così, con un timbro così stridulo e marziale insieme - ma ero piccolo, ogni cosa mi sbalordiva, e poi scomparve e per molti anni non ci pensai più. "Doors" tornò a essere un adesivo sui serbatoi dei motorini, di cui apprezzare la grafica essenziale.

La prima volta che ascoltai Light My Fire ero a letto. Sentii l'intro e mi alzai in piedi sul letto. Quando Dylan racconta che gli Animals lo fecero saltare dalla sedia io ci credo; mi successe qualcosa del genere, se fossi stato su una sedia mi sarei potuto far male. Forse rivivevo già un ricordo di me bambino sul divano: forse la musica è tutto un sovrapporsi di ricordi e oblii futili che diventano importanti, perché? boh, in mancanza di meglio. Avevo quattordici anni e avevo appena comprato la cassettina del primo album dei Doors. Già al primo ascolto i pezzi mi sembravano tutti vividi e diversi l'uno dall'altro - questo è sempre stato per me un parametro importante, se i pezzi sono diversi l'uno dall'altro secondo me il disco è buono - ma uniti dalla voce di quell'organo unico, che Manzarek poi accantonò perché i tasti di plastica si rompevano troppo facilmente, maledetta plastica. Dopo quattro canzoni avrei dovuto comunque essermi assuefatto, e invece l'intro di Light My Fire mi colpì forte dietro la schiena, un ricordo ancestrale e insieme una promessa di delizie future; non lo sapevo ma le Porte si erano appena appena socchiuse per farmi vedere Coltrane e Bach, sovrapposti, per un attimo. Un tonfo alla grancassa, come lo sfregamento di un cerino, e poi quelle note come una fiamma che divampa all'improvviso.

Light My Fire fu la prima canzone che feci suonare a un juke box, nella Sala Giochi del Bronx - il Bronx era l'Istituto Professionale, erano ovviamente gli studenti a ribattezzarlo così - una fiumana di giacche di jeans che si riversava all'una verso l'Autostazione, con qualche chiodo di pelle che galleggiava nell'azzurro del denim - un giorno entrai nella loro Sala Giochi, andai al juke box e misi Light My Fire, la versione di sette minuti. Mi sembrò un gesto coraggioso, dadaista e punk. Il paesaggio musicale non era indulgente ed eterogeneo come adesso, potevi vivere una vita intera ascoltando soltanto glam da classifica, Sanremo e gli Iron Maiden per chi era assordato dai dubbi sulla propria virilità. Per quelle orecchie offese dagli anni Ottanta, i veri Ottanta di chi ci è vissuto, si è sorbito tanta merda e ci si è strizzato tanti brufoli, Light My Fire suonava di un altro pianeta. O mettevi a fuoco Light My Fire o mettevi a fuoco i Bon Jovi, non riuscivi a fare stare le due cose insieme nel cervello. Beccatevi la vera musica, stronzi. Accendetevi.

Ci misi ancora qualche anno a capire veramente che note stesse facendo. Alla fine la incisi rallentata, con i rudimentali strumenti a mia disposizione, e la riascoltai a ripetizione finché non mi parve di riuscirla a suonare. Non ne vado fiero, non l'avevo mai fatto; mi facevo punto di onore di non aver mai studiato un solo pezzo di musica - ero molto stupido. Ma quando seppi suonare l'intro di Light My Fire ne fui felice come un pappagallino, e di lì per alcuni anni a nessun organo lasciato incustodito in nessuna chiesa del circondario fu risparmiato il sacrilegio di intonare l'inno di Manzarek. Così Bach tornava a casa, dalla porta della sacrestia.

Poi sono diventato più serio e per anni non ho più ascoltato i Doors, che sembrano tagliati su misura per essere ascoltati da ragazzini e quindi liquidati. Pretenziosi e pop, teatrali, con quel sex simbol da birreria e tutta quella scadentissima poesia da ginnasio - i nostri Baudelaire, nessun adulto si rilegge Baudelaire, se non l'hai fatto prima dei 18 lascia perdere. Ogni tanto un sussulto, il film di Oliver Stone o una campagna promozionale per l'ennesimo disco sempre con gli stessi pezzi dentro. E ogni volta un'osservazione: ma come suonano ancora freschi, i Doors. Contro ogni aspettativa. Con quel cantante improbabile e ingestibile, e tutti quegli incidenti di percorso - azzeccavano un disco ogni tre - centinaia di canzoni inutili, eppure quanto restano ascoltabili i Doors. Nel frattempo ti sei fatto una cultura a tutto tondo, sai che in quella zona c'era un sacco di roba magari più ispirata e più seria, senza guitti e baracconate. Ma i pezzi dei Jefferson Airplane o degli Spirit o dei Love non hai veramente voglia di riascoltarli quanto quelli dei Doors. E l'intro di Light My Fire rimane lì, la promessa di una musica nuova intricata e meravigliosa che Manzarek non seppe mantenere - alle radio volevano pezzi più brevi, ma Jim durante gli assoli lunghi si annoiava, diventava pericoloso. Finirono a suonare blues lenti, il cimitero della creatività - ma sempre meglio del Père-Lachaise.

Come ha osservato ieri Giancarlo Frigieri, la carriera di un musicista pop è qualcosa di davvero avvilente, se non muori a 27 anni. È un'arte talmente fortuita che chiunque la pratica non ha a disposizione che quattro o cinque anni per sparare tutte le cartucce: il resto è mestiere. Alcuni sanno reinventarsi, ma anche lì servono tragedie o botte di culo incredibili. Tutti gli altri di solito passano la vita a suonare e risuonare dal vivo le canzoni che hanno scritto in fretta e per sbaglio quando avevano vent'anni. Quelli che si evolvono, che continuano a far dischi e sperimentare cose, sono i più sfortunati: quel che il pubblico continuerà a voler da loro saranno i pezzi che hanno scritto da giovani e stupidi, quando le note uscivano per caso. Anche Manzarek ci mise un poco ad abituarsi all'idea, poi si rassegnò all'onesta carriera di coverista di sé stesso. Ci speculò anche, con operazioni discutibili come An American Prayer. Come musicista probabilmente continuò a evolversi. Può anche darsi che da qualche parte nei cento dischi che incise ci sia un pezzo che mantiene la promessa di Light My Fire: per ora è ben nascosto. Le Porte restano per lo più chiuse, solo ogni tanto trapela uno spiraglio che ci illude di aver sentito qualcosa, chissà cosa: e il resto del tempo passa nel tentativo di ricordare, di ritornare su quel divano o su quel letto e sentire di nuovo quel brivido. Nel frattempo studiamo, acceleriamo, rallentiamo, impariamo; ma la porta non si apre, non è detto che si apra mai più.
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Il nostro assai mediocre Belzebù

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Festeggiare la morte di un nemico è sempre di cattivo gusto; se il nemico poi muore molto anziano, nel suo letto (lo si è visto di recente con Mrs Thatcher) è soltanto un po' stupido. C'è stato un periodo in cui Andreotti era il personaggio più simile a un nemico che riuscivamo a trovare nel panorama politico. Erano tempi più tranquilli, di riflusso; ci si arrangiava un po' con quel che c'era ed è finita che ci siamo inventati un Andreotti ben più interessante di quello che probabilmente è morto ieri. Un grande vecchio, burattinaio e tessitore di trame occulte ma chiacchierate un po' ovunque, disponibile al dialogo con qualsiasi potenza demoniaca, inclusa la mafia e il terrorismo, purché non si trattasse di salvare un rivale politico. Ce lo siamo immaginati così, per mancanza di meglio e per presunzione di meritarci un nemico alla nostra altezza, che supponevamo rilevante.

Il tempo ci ha dato torto da un pezzo: Giulio Andreotti probabilmente è stato un nemico molto mediocre. Mediocre la sua azione di governo, che si può sintetizzare in un mesto tirare a campare all'ombra incerta di questo o quella maggioranza; mediocre la sua diplomazia, e il solo fatto che a volte ci si scopra a rimpiangerla dice tutto sul baratro nel quale siamo caduti; mediocre soprattutto il suo personaggio pubblico, in tutti i suoi tentativi pre-berlusconiani di apparire simpatico sui media: le sue battute modeste, le sue comparsate televisive indigeste, il suo cameo in uno di quei pesantissimi film '80 di Sordi che chissà poi se ci meritavamo sul serio. Mediocre la sua prosa, le sue noiosissime rubrichine sull'Europeo e TV Sorrisi e Canzoni (per Beniamino Placido era il peggior scrittore italiano vivente), mediocri i ghost writer che si sceglieva e a cui commissionava brutti libri uno dei quali, Onorevole stia zitto, anticipò la moda degli stupidari: era il blob di tutte le scemenze trascritte in parlamento da Giovanni Giolitti in poi. Sulla carta un'idea geniale, ma davvero troppo in anticipo sui tempi: nessuno aveva ancora pensato di portare in parlamento cappi o mortadelle. E ora vi racconterò una cosa che su wikipedia non c'è: ve lo ricordate Nick Kamen? (Continua sull'Unita.it, H1t#178)

Non c’è da vantarsene, insomma era un modello che in uno spot della Levi’s si era spogliato in mutande ed era diventato un divo musicale per mezza stagione, più in Italia che altrove. Due o tre anni dopo fu premiato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti, a Domenica In. Qualcuno alla presidenza si inventò un premio e glielo fece consegnare, questo me lo ricordo solo io che imperdonabilmente quel giorno ero a casa davanti al televisore. Cosa per cui non so darmi pace, tanto che tuttora ogni volta che penso ad Andreotti non mi viene subito in mente Totò Riina, come a tanti, ma Nick Kamen; la sola idea che un premio a Nick Kamen in fase declinante potesse avvicinare qualche tipo di elettorato a Giulio Andreotti basta e avanza per liquidare una stagione di assoluta mediocrità – ma se preferite immaginarlo al centro di oscure trame atlantiche e trattative Stato-Mafia, se la cosa vi fa sentire più importanti, liberi di farlo. Non sapremo mai come siano andate le cose: a questo punto dipende unicamente da noi scegliere se raccontare la storia di un genio del male travestito da mediocre o viceversa. Per me viceversa.
Possiamo anche cambiare argomento, come si fa ai funerali di gente che non visitavamo da parecchio. Sono passate due settimane, ormai, e ancora non si è capito chi fossero i cento grandi elettori PD che bocciarono Prodi e fecero dimettere Bersani. Forse a questo punto non lo sapremo mai; probabilmente si sommarono tendenze diverse, di gente che magari non aveva capito esattamente la posta in gioco, o puntava su Rodotà, magari in buona fede. E magari davvero c’è ancora qualcuno in parlamento che gioca ancora a dalemiani vs veltroniani, sono vizi difficili da perdere. Nel frattempo però è nato in alcuni un sospetto, cresciuto man mano che il caos iniziale lasciava intravedere una forma sempre più definita: reincarico a Napolitano e grandi intese con Enrico Letta; vuoi vedere che quei cento lo sapessero sin dall’inizio? Vuoi vedere che non si trattasse di un progetto già definito, da menti finissime e tessitori invisibili a qualsiasi retroscenista? Insomma, sta’ a vedere che Enrico Letta è il nuovo Belzebù. Per immaginare una cosa del genere non servono prove, né indizi: basta la voglia di crederci, di immaginare che dietro tutto il casino ci sia un Grande Disegno; qualcosa insomma all’altezza delle nostre pretese, che restano ancora piuttosto in quota. L’alternativa è accettare l’idea di un Paese mediocre, al termine di una fase di espansione effimera, senza guide più che mediocri, e prospettive più profonde di un tirare a campare. Meglio di no, meglio immaginarsi vittima di qualche oscura trama. Ce la meritiamo. Ci meritavamo Andreotti, ci meritiamo Enrico Letta. RIP. http://leonardo.blogspot.com
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Vieni anche tu

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30-08-1981

Enzo Jannacci, che a tutti ricorda com'è giusto Milano, per me è curiosamente legato alla piazza Grande di Modena, a un pomeriggio che i miei mi dissero: andiamo a un concerto, e non l'avevano mai fatto. Era la prima volta. Non lo fecero mai più, fu quindi anche l'ultima. Ma non credo che sia colpa mia, per quel che mi ricordo mi comportai bene.

Non conoscevo Jannacci - a parte Vengo anch'io No tu no che poi chissà dove avevo sentito. Ma non avevo nemmeno mai visto piazza Grande, forse era la prima volta che ci andavo. Ovviamente mi sembrò immensa, enorme il Duomo e altissima la Ghirlandina, che forse imparai per l'occasione che si chiamava così a causa di ghirlande che devo ancora capire dove siano, e mia madre disse che papà era andato fino in cima. Lo ammirai molto, e non ci sarei salito per i successivi 25 anni.

Non saprei dire se fossi seduto. In piedi per un'ora e più mi sembra improbabile. Però ricordo che Jannacci lo vedevo e non lo vedevo, dietro a braccia e teste. Rammento una manciata di canzoni, che poi sono quelle che conosco meglio di lui, per cui il ricordo potrebbe anche essere stato fabbricato a posteriori: Vengo anch'io sparata quasi subito, Faceva il palo, Quelli che, che per me poi era "oh yeah" e in un qualche modo avevo già sentita anch'essa, chissà come. E Giovanni Telegrafista: quella proprio la ricordo bene; non l'avrei più riascoltata per decenni, però quell'ultimo verso "Alba, è urgente" lo rammento proprio come lo cantò Jannacci in Piazza Grande. Molti anni dopo decisi che era la canzone più bella di EJ, una spanna su tutte le altre: ieri sera ho scoperto che il testo è la versione italiana di una poesia brasiliana, un po' m'è dispiaciuto. Un dispiacere insensato, la canzone non è meno bella se non è del tutto sua.

Quello di Enzo Jannacci fu il mio primo concerto. Qualche tempo dopo lo riconobbi vestito tutto di nero con un suo amico che ancora non conoscevo: citavano i Blues Brothers ma non potevo sapere nemmeno di loro. Ero piccolo, di tutto il grande puzzle culturale intorno a me possedevo solo una o due tessere, e Jannacci era una. Ne sono abbastanza fiero, mi sembra d'avere almeno cominciato con i pezzi giusti, e sono molto riconoscente ai miei genitori che non andavano mai da nessuna parte, ma quando venne Jannacci in Piazza Grande mi ci portarono. E al mio capo scout che almeno una volta all'anno, davanti al fuoco, ci cantava Prete Liprando e il giudizio di Dio, la sapeva a memoria e la cantava benissimo (che pieèèèèdi lunghi!) Fino a qualche tempo fa non si trovava nemmeno su Emule, Prete Liprando.

Così ieri sera mi sembrava di aver perso una persona un po' più importante di altre. Mi sono messo a chiedere in giro su internet se qualcuno sapeva quando Enzo Jannacci avesse fatto un concerto in piazza Grande a Modena: perché non ne avevo la minima idea. E mi hanno risposto in due: 30 agosto 1981. Quindi avevo otto anni. Devo essere stato un bambino paziente. Devono essere stati pazienti anche i miei genitori. Li ringrazio ancora una volta.
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17 anni in cima al mondo

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Chiedo scusa per non riuscire a pensare o a scrivere qualcosa su Pietro Mennea che non suoni retorico già alle mie orecchie, figurarsi a quelle di chi passa di qui. Posso benissimo starmene zitto che quasi sempre è la cosa migliore. Solo una cosa: finché sul tetto del mondo c'è stato lui (e c'è stato per tantissimo), a quelli un po' più giovani sembrava che dicesse: non c'è nulla che non possiamo fare. Dove il soggetto sottointeso era: noi italiani. Possiamo fare di tutto - certo, magari in determinati settori faremo più fatica, dovremo allenarci molto, e sacrifici su sacrifici, però alla fine che si fotta la genetica, che si fottano due millenni di piagnistei: possiamo essere tutto quello che vogliamo essere, almeno per un po'. Per 17 anni Pietro Mennea è stato il duecentometrista più veloce del mondo.

Crescendo abbiamo smesso di crederci, dove il soggetto sottointeso è sempre: noi italiani. Della mia generazione, almeno. Magari qualcuno ha provato la stessa cosa quando vinceva la Pellegrini, non lo so. Nel frattempo ci siamo inventati spiegazioni per qualsiasi mediocrità e anche per quegli occasionali lampi di eccellenza; forse battere un record a Città del Messico era più facile che altrove, forse, chissà. E oggi anche solo a parlarne mi vergogno. Ma c'è stato un momento in cui pensavo che avrei, che avremmo potuto fare, qualunque cosa.

Ma forse ero solo un bambino.
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La scena cult

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Muore Mariangela Melato (la meravigliosa, magnifica, Mariangela Melato) e sulla home di Repubblica compare, accanto ai coccodrilli del caso, il link tutto in maiuscolo: VIDEO: LA SCENA CULT . Siccome hai un debole per i culti, specie quelli che sembra che tutti condividano tranne te, clicchi, e ti trovi di fronte a una clip brevebreve in cui Giancarlo Giannini, dall'alto di una rupe (e di una trucida superiorità antropologico-culturale) le grida, testuale: M'HAIRROTTO LAMMINCHIA!
IO FACCIO QUELLO CHE STRATACAZZOMMI PARE!
TROIA!
MA CHI TI CREDI DI ESSERE!
MAVAFFANCULO, VA'!

Che per carità, forse può essere davvero un modo divertente, intelligente, e soprattutto non snob (bisogna stare sempre attenti a non sembrare snob) di ricordare una grandissima attrice. Mariangela Melato fu Medea, lavorò con Ronconi e Visconti, però se ce la ricordiamo tutti per i film della Wertmüller un motivo ci sarà.

A questo punto viene in mente che quando compì ottant'anni l'altra grandissima, bravissima protagonista del cinema italiano di quegli anni, Monica Vitti, una delle prime cose che si vide in tv fu un montaggio di tutte le botte che aveva preso nelle commedie all'italiana. Botte tremende, con rumori che oggi userebbe soltanto Neri Parenti, ammesso che Parenti faccia ancora dei film, non so, magari ha smesso. Qualche ceffone con lo schiocco se lo prese anche la Melato, d'altronde la commedia all'italiana funzionava così: mostrava l'Italia per quel che era, un posto dove le donne finivano all'ospedale. Ci finiscono ancora adesso che i registi preferiscono mostrare altre cose, quindi forse le cose non sono così migliorate. Anche se, forse.

Forse il punto non è tanto che in Amore mio aiutami Alberto Sordi si vanti delle costole che è riuscito a incrinare alla moglie (anche se non è vero che mandò la controfigura Fiorella Mannoia in ospedale). O che Giannini in Travolti da un insolito destino violenti la sua datrice di lavoro. Il fatto è che entrambi i film sono congegnati in modo da stimolare la complicità dello spettatore - almeno dello spettatore maschio. Quando a metà del film Sordi chiude il pugno e decide di passare alle maniere forti, è come se quel pugno glielo piegasse telepaticamente lo spettatore, che ha visto la Vitti rendersi sempre più insopportabile e non la regge più, Quella lì ha scassato la minchia. Quando Giannini urla il suo proclama, siamo tutti con lui, finalmente qualcuno ha il coraggio di dire a voce alta cosa pensa delle insopportabili borghesi di Milano: troie. E scatta il cult. È lo stesso fenomeno che ha fatto sì che la frase più famosa degli ultimi trent'anni di cinema italiano (almeno in Italia) sia diventata La corazzata Potiemkin è una cagata pazzesca. Non è vero (d'altro canto chi l'ha mai vista, la corazzata in questione, da Fantozzi in poi nessuno ha sentito la necessità di verificare), ma dirlo era tantissimo liberatorio, e il sospetto è che i nostri padri andassero al cinema soprattutto a fare questo: a liberarsi. Un'esigenza tra il fisico e il morale che oggi si sfoga attraverso altre valvole, se siamo incazzati con Berlusconi o Monti o le donne fedifraghe e arroganti che non sanno stare al loro posto gliene diciamo quattro su twitter o facebook e poi stiamo subito meglio. Forse i cinema, quando erano pieni, erano pieni di gente che non avrebbe mai menato la moglie, ma che a vedere una donna menata, giustamente menata, si metteva di buon umore. Con l'alibi della commedia, del paradosso, della critica sociale eccetera.

È morta Mariangela Melato, e la scena a cui tutti pensano, la scena "cult", è quella in cui si sente dare della troia. Un ruolo come un altro in fin dei conti; e poi che senso ha prendersela, gli attori interpretano quello che la gente vuole. Si sarebbe probabilmente meritata film migliori, qualche ruolo meno macchiettistico, e un pubblico meno finto-progressista, meno intimamente devoto al culto del ceffone. Ma è un rimpianto senza senso, ognuno vive la vita che può, recita al meglio i copioni che la vita gli offre. Meglio di Mariangela Melato, qui da noi negli ultimi trenta o quarant'anni, poche. Forse nessuna.
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Ma zio che ci fai nel Mucchio Selvaggio

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Per chi ha cominciato a impratichirsi di cinema guardandolo con un occhio solo nei beati dopocena dell'infanzia, armeggiando nel frattempo coi lego sul tappeto, Ernest Borgnine c'era sempre stato. Come certi rassicuranti Immortali che non vivono nell'olimpo, ma più spesso nel tuo paesino, e a parte l'immortalità sono proprio persone normali che non hanno nessun desiderio di emergere in qualche modo dal paesaggio umano circostante: spesso fanno i bidelli, i fornai, i postini; sei convinto di conoscerli perché li saluti da quando hai imparato a salutare. Ma l'unica cosa che veramente sai di loro è che ci saranno sempre, e la loro faccia non smetterai mai di riconoscerla. Ora che l'ho scritto mi ci vuole poco a immaginare Ernest Borgnine bidello, fornaio, postino. Ma quando dico "Borgnine bidello", dico proprio che riesco a immaginarmelo mentre mi becca nel ripostiglio della palestra mentre armeggio intorno a pericolosissimi strumenti di sollevamento pesi, e mi solleva, lui, manovrando il lobo del mio orecchio destro. No, in realtà non aveva la faccia di Borgnine. Ma appicicare la faccia di Borgnine alle comparse dei propri ricordi d'infanzia è facilissimo. Provate. Visto? Quella faccia era incredibile.


Date un'occhiata per esempio alla galleria pubblicata ieri dal Post, in cui compaiono tra l'altro quasi tutte le sue buffe mogli, e altri uomini celebri, e donne anche belle; ma non c'è niente da fare. Se nella foto c'è lui, la foto è sua. Il punctum se lo mangia, Ernest Borgnine, probabilmente gli rimane incastrato tra i denti. Se dovete spiegare a qualcuno cosa sia la fotogenia, mostrategli Ernest Borgnine. Un attore molto bello (o un po' brutto) può senz'altro ipnotizzarci per un po', ma Borgnine era uno dei pochi che poteva convincerci in qualsiasi momento di essere nostro zio, di esserlo sempre stato, ehi zio! Scusa che non ti ho fatto gli auguri a Natale. Al punto che viene il dubbio che non fosse nemmeno un grande attore, così come un camaleonte non è un esperto pittore: forse la sua espressività irradiata dalle rughe sottociliari era un caso particolarissimo di pareidolia; forse Borgnine non ha mai fatto altro che mostrare la sua faccia, e tutte le emozioni ce le mettevamo noi. Però, accidenti, funzionava. Borgnine ti metteva a tuo agio, anche quando ti trovavi a 24 ore dall'Apocalisse in una Manhattan popolata esclusivamente da mostri e criminali... ma quando hai visto lui hai tirato fiato: va bene, ci saranno i mostri e i criminali, ma c'è anche lo zio che guida il taxi, non può finire troppo male. Non c'era nemmeno bisogno di fargli imparare troppe battute, bastava metterlo in un angolino e la scena, qualsiasi scena, acquistava più realismo e naturalezza: per forza, c'è lo zio. Bisogna anche dire che una delle rare volte che ha fatto il protagonista, ha portato a casa un Oscar, quindi il professionismo c'era. Ma soprattutto c'era quella faccia.

La faccia dei nostri zii, dei nostri nonni. Dentature sgraziate, ma bianchissime di speranza. Una generazione che non è mai stata veramente giovane, tranne forse qualche mese durante la guerra, il tempo per posare in bianco e nero con l'uniforme e la brillantina. Fino agli anni Sessanta di giovani, anche nei film d'azione, non ce ne sono mica tanti. Anche nei film di guerra hanno pance, rughe, passati da rimproverarsi. Alla bruttezza classica del suo tempo, Borgnine aggiungeva un pizzico di esotismo che però (come nell'altro caso eclatante di Charles Bronson) non tradiva nessuna provenienza geografica specifica: Borgnine non era proprio l'americano medio, ma poteva essere qualsiasi esponente di qualsiasi minoranza in qualsiasi momento: dal capo indiano al capoclan di camorra; e i cheyenne e i borsaneristi di Poggioreale avrebbero invariabilmente esclamato: ehi, zio! Per dire, venerdì pomeriggio mentre la creatura giocava col tappeto la tv mostrava un film degli anni Settanta ambientato in Israele: e rieccoli entrambi, Bronson nell'IDF e Borgnine burocrate in un qualche ministero, coi baffoni e la camicia spiegazzata, zio! Ma sei pure ebreo e non mi avevi detto niente? (chiedo scusa, in quel film in realtà non c'è, boh).

Borgnine in realtà era di Hamden, Connecticut; però la mamma era nata a Carpi. Non so quanto questo c'entri col fatto che di tutti i caratteristi del cinema americano '50-'60-'70 è l'unico di cui ho sempre saputo il nome, sempre, fin dai lontani tempi del lego sul tappeto. È pur vero che mi sembra una faccia familiare, ma credo che mi sembrerebbe così anche se fossi vissuto nel Delta del Mississippi; anzi, se socchiudo gli occhi e ci penso tre secondi, riesco a immaginarmi anche Borgnine afroamericano, sputato! Che suona la tromba in qualche vecchio film in B/N, giusto una comparsata mentre Satchmo si terge la fronte.

Non so se il cinema di oggi sia migliore, davvero non lo so, tra l'altro non vado al cinema da così tanto tempo che potrebbe anche essere risorto e rimorto, il cinema. Di sicuro mancano facce come la sua. Certo, se ci voleva un conflitto mondiale a produrle, se ne può anche fare a meno. Però la tranquillità di poter trovare il mio bidello, il mio macellaio in una sequenza - anche in un ruolo di psicopatico, va bene - quella tranquillità che ti trattiene dal cambiare il canale, nei pigri pomeriggi o a tarda notte, quella non mi torna più. Gli attori della mia età non mi mettono a mio agio, molti di loro hanno deciso di non invecchiare e la cosa comincia a inquietarmi. Magari i bambini che giocano sul tappeto al giorno d'oggi li troveranno amabili zii ugualmente. Ci spero; nel frattempo uno come Borgnine mi manca.
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Le misure della strada

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SE VINCIAMO NOI
(Non è Sa vinzém néun, di Tonino Guerra, 1920-2012)

Se vinciamo,
se vinciamo noi,
io
se vinciamo noi,
ti vengo a prendere in casa:
ti faccio venire in mente quel che mi hai fatto
e poi ti ammazzo
a morsi
nella testa
e dappertutto
se vinciamo noi,
se noi
vinciamo
se.

Anche se poi
se vinciamo noi
lo so già
come va a finire:
che avrò tanto da fare
per averti pure tra le palle
che pigoli pietà per i figlioli
se vinciamo noi
se noi vinciamo
e se

per caso mi vedrai dietro la casa
sta calmo lì da sotto la finestra
che se vinciamo noi, veniamo solo
a prender le misure della strada.

***

Ai miei nonni, bianchi, era capitato di avere casa e podere nel bel mezzo di un triangolo rosso. Succede. Una volta stavano bruciando, credo, delle sterpaglie, era il 18 aprile 1948. Per strada passava gente che andava in frazione a votare. Si conoscevano tutti. Qualcuno passando "bruciate bruciate" disse, "che quando torniamo bruciamo poi voi". Erano tempi così. Tonino Guerra aveva appena iniziato a pubblicare.

Io ho una certa difficoltà con la poesia in dialetto, mi pare sempre che mi dica: Leggimi se sei capace. Non ne sono capace e spesso nemmeno mi sembra che ne valga la pena, ma questa poesia mi è sempre sembrata un'eccezione. Per la rabbia che concentra nella prima strofa, una rabbia storica e assoluta, per quell'Ugolino moderno che ti promette di morderti la faccia, se vincon loro. E per come la rabbia sbollisce, un verso alla volta, senza mai smarrire la direzione, finché non è più rabbia ma è una strada, e bisogna prendere le misure; per Guerra il futuro era così. Niente Libertà con la maiuscola, niente Democrazia o Uguaglianza o altre maiuscole (neanche Ottimismo, per il momento): strade, invece, minuscole, storte, da rifare, un sacco di lavoro, se vinciamo noi.
Se.
Chissà se abbiamo mai vinto, noi. A me a volte è sembrato - quasi sempre il medio termine mi ha dato torto - ma ogni volta mi sono sentito un po' smarrito e vagamente contento di viverla così, come il personaggio di questa poesia, uno che parte per bruciarti con le sterpaglie, e al ritorno sta già pensando a com'è brutta la strada, a quante buche e quante gobbe, e neanche ti saluta da tanto che è in pensiero per questa strada di merda. Sono relativamente contento anche di come è andata a finire con Berlusconi - ok, non è ancora finita, ma per capirci, c'è gente che credeva che avremmo abbeverato i cavalli in San Pietro eccetera. Che avremmo lapidato gli ex ministri, e poi stupri di olgettine, Sodoma, Gomorra, macché, neanche le monetine abbiamo sprecato. E già c'era qualcosa di meglio da fare, qualcosa di più importante a cui pensare. Poi vabbe', signori, è andata com'è andata, mi pare proprio che ci abbiano fregato anche stavolta. E va bene, un altro errore da cui imparare, tiriamo avanti, l'ottimismo è il sale della vita.

***


A me dispiace che Guerra sia noto ai più per uno spot pubblicitario, per il personaggio del vecchietto sprint che sembra precipitare da Amarcord. In generale mi dispiace che Amarcord gli sia rimasto cucito addosso, a lui e un po' anche a Fellini, non perché sia un brutto film, ma perché ha ridato fiato a un bozzettismo strapaesano che ha spalancato le porte a due generazioni di scrittori cispadani tutti un po' matti, tutti un po' simpatici, tutti un po' minimali, tutti un po' boccaloni, tutti un po' una lieve rottura di coglioni, coi nostri accenti assortiti da pubblicità di generi alimentari. Ecco, almeno Guerra reclamizzava gli elettrodomestici, il Futuro, no i tortellini. È sempre stato molto più cosmopolita di noi, ha scritto Deserto Rosso e Blow Up e Zabriskie Point - è l'unico grado di separazione tra Ciccio Ingrassia e i Pink Floyd. ha preso un De Filippo e ci da scritto Matrimonio all'Italiana; ha preso uno Sheckley e ha scritto, ehm, la Decima vittima (forse l'esperimento più folle, un film di fantascienza sociologica con Ursula Andress e Mastroianni biondo canarino, ambientata in un futuro ipertecnologico dove ci sono comunque ancora i caroselli coi balletti e la riforma pensioni prevede l'eliminazione fisica degli anziani, salvo che i giovani italiani sono piezz'e'core e quindi li nascondono negli scantinati iperaccessoriati; e però non c'è ancora il divorzio, perché il divorzio nel 1965 in Italia non era nemmeno fantascienza). In seguito ha lavorato con Tarkovskij e Angelopoulos, sì, in film che di solito non avevamo voglia di vedere, però capiamoci: Tarkovskij e Angelopoulos, mica ciccioli e salama da sugo. Insomma di strada ne ha fatta tanta, Guerra, si vede che la sapeva fare. Noialtri non so.

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Di storie in forme di fiore

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Dunque io, che ho cominciato a leggere quasi prima di cominciare a pensare, sui cartelli stradali, i titoli dei giornali, io che ho imparato a leggere in officina sulle latte di OLIO FIAT con le lettere bene in evidenza, a un certo punto ho trovato i fumetti e per molto tempo non ho cercato di meglio. In seguito ho letto anche altre cose, il Codice della Strada e Svetonio in originale, ma probabilmente la cosa che riesco a leggere meglio, che mi viene più naturale leggere, sono i fumetti: una vignetta dopo l'altra, la nuvoletta in alto prima della nuvoletta in basso, certe linee sottendono il movimento e la didascalia è una voce fuori campo. Migliaia di Topolini e poi Giornalini, e Dylandog e tutto il resto, ma so che non è stato così per tutti. C'è gente che i fumetti non li legge.

Non sto dicendo che non le piacciono. Sto dicendo che proprio non li legge: le mostri una tavola e non sa da che parte prenderla, che valore dare alle didascalia, che senso dare ai cambi d'inquadratura tra una vignetta e l'altra. Queste persone sono l'equivalente di quelle altre persone, più spesso femmine che maschie, che si domandano che senso abbia mettersi in calzoncini e correre in venti intorno a un pallone (per inciso io che una partita ogni tanto riuscivo anche a guardarmela, non so cosa sia successo ma sto diventando anch'io una di quelle persone; non so esattamente ma ho il forte sospetto che sia twitter e il modo in cui lo usano certi professionisti della comunicazione trenta-quaranta-cinquantenni interisti e juventini e romanisti ma datevi un contegno, che siete in società, mica sul divano. Fine dell'inciso).

Stavamo parlando di quelli che non sanno leggere i fumetti. Non sanno perché non hanno mai cominciato, il prodotto non li interessava quando erano piccoli e difficilmente questo tipo di cose comincia a interessarti quando sei grande. Non sono nemmeno sicuro che sia una cosa ambientale, conoscevo una ragazza che da piccola aveva sempre avuto dei Topolino e dei Tex a disposizione sulla lavatrice, ma non li apriva, non le interessavano; probabilmente non c'è test migliore, provate a lasciare un fumetto sulla lavatrice per un mese e guardate se il bambino lo apre una volta sola o lo impara a memoria. Io i fumetti li imparavo a memoria. Non vuol mica dire che li capivo.

C'erano queste fasi, che mi ricordo benissimo, e spesso coincidevano vagamente con alcuni cicli commerciali. Ad esempio: l'editoriale Del Corno comincia a stampare l'Uomo Ragno e tu passi da Topolino all'Uomo Ragno; dopo tre mesi il tuo edicolante smette di esporlo e tu torni a Topolino. Oppure una marca di merendine si mette a regalare Kamandi con un pacco da sei briosc', e tu cominci a leggere Kamandi, una roba kirbiana da incubo, ma la promozione smette subito e per fortuna (poi un pomeriggio d'estate a tradimento ti fanno il Pianeta delle Scimmie e gli incubi riprendono da capo).

Questi cicli hanno poco a che vedere col modello del consumatore di fumetti-un-minimo-critico, un-minimo-selettivo (e molto danaroso) arrivato più o meno intorno agli anni Novanta. Tutto questo succedeva dieci, quindici anni prima, ed esponeva lettori appena alfabetizzati a saghe superomistiche assolutamente incomprensibili. Cioè noi leggevamo, leggevamo avidamente, leggevamo come non ci fosse un domani, ed effettivamente nel nostro domani non c'erano Xbox, non c'era youtube né facebook, non c'erano che Topolini e qualche Geppo per le crisi di astinenza, ma cosa accidenti potevamo capire del Multiverso DC pre-Crisis? Dei Nuovi Dei, dei tormenti di Peter Parker che tira il collo per sbaglio alla sua ragazza, ma santiddio avevamo dieci anni e gli adulti permettevano che leggessimo quella roba, probabilmente erano così spaventati dall'eroina che pur di tenerci lontani dal parchetto ci avrebbero somministrato anche il Tromba. Insomma, noi leggevamo, e capivamo una parola ogni tre. In un qualche modo tuttavia ci divertivamo. Forse ci aiutava Supergulp! (I fumetti in tv), che dell'Uomo Ragno e dei F4 ci mostrava versioni più semplici da comprendere, dopodiché quando tornavi alle vignette te ne fregavi dei dialoghi e ti godevi le vignette con la Cosa arancione che spacca tutto, o Hulk verde che spacca tutto, o l'Uomo Gomma che prende tutte le forme (lo chiamavamo così Reed Richards, ho ricordi precisi sullo sfondo di una scuola materna, signori: si parla degli anni Settanta). Ma insomma l'esperienza di leggere lunghe storie senza capir nulla, godendosi le immagini statiche di uomini volanti, esercitandosi a farle volare con la fantasia, può sembrare qualcosa di per sempre precluso alla nostra esperienza di adulti. Dev'essere più o meno come guardare uno Star Trek, o un Transformers, e capire solo le esplosioni. Se sei cresciuto, se ormai sai leggere, non puoi più sentire.

E invece no. Basta riaprire Il Garage Ermetico di Jerry Cornelius, quella storia assurda che Moebius cominciò per riempire due pagine di Métal Hurlant, mandandola avanti per pura forza d'inerzia improvvisando una tavola alla volta; e leggere i dialoghi. "Diamine! La doppia polarizzazione cromatica è andata in risonanza con la sonda di livellamento che ho lasciato sbadatamente in funzione!"; "Ciò che amo del garage ermetico è l'infinita varietà dei mezzi di comunicazione nei tre livelli"; "Ci mancava solo questa! Siamo attaccati dalla banda di Miltroe". E così via: puro nonsense tecnologese, burocratese, narrativese, che alla fine suonava come una specie di musica, da canticchiare mentre guardi le figure: esattamente quello che facevi da bambino mentre guardavi gli eroi di Kirby azzuffarsi sotto nuvolette grondanti significati misteriosi.

In questi giorni avrete sentito citare allo sfinimento quella idea delle "storie a forma d'elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino". Io preferirei non esagerare: Moebius è un grande per tanti altri motivi, chiedete a chiunque nell'ambiente. Prima di lui l'immaginario visivo fantascientifico era quello freddo e metallizzato di 2001 o Star Wars: uomini da una parte, maschere di ferro dall'altra (Lucas aggiunge i pupazzi, ma senza molta convinzione). Dopo di lui il metallo diventa organico, urlante, le valvole dell'astronave di Alien si chiamano "sfinteri" e il nome chiarisce tutto. Dal punto di vista della struttura narrativa, questa faccenda delle storie in forma di elefante può sembrare altrettanto rivoluzionaria, ma in realtà non portò più lontano di tanto. Métal Hurlant era il classico prodotto di nicchia di un'industria editoriale che tirava, in cui i disegnatori avevano conquistato quel margine contrattuale necessario (almeno in Europa) per giocare a fare gli artisti concettuali. Forse Moebius era più 'artista', nel senso di artigiano, quando tirava la carretta con Blueberry, oppure negli anni '80 risuolava tutto il florilegio moebusiano al servizio di quel furbacchione di Jodorowsky, che sotto tutti quei chili di misticismo sapeva scrivere storie compatte, vendibili, con Bene da una parte e il Male dall'altra, uno bianco e l'altro nero per evitare che i bambini al gabinetto si confondano. Forse.

Oggi i giornaletti non si vendono quasi più, e chi vuole sopravvivere nell'ambiente lo sa, che margini non ce ne sono: la poca gente che ancora legge vuole storie, storie consequenziali, intricate ma non troppo, vignette ortogonali e magari anche qualche didascalia. Additare Moebius ai giovani aspiranti fumettisti sarebbe da criminali. Altro che storie in forma di fiore. Non c'è mercato per questa roba. Ripensandoci, non c'è mai stato, nemmeno in Francia, Métal Hurlant è durato quel che è durato. E allora?

E allora niente, rimane la nostalgia per quelle trame sbilenche, gratuite, impermeabili a ogni anglosassone criterio di verosimiglianza narrativa. La stessa pulsione che ci porta a preferire le storie dei Simpson senza capo né coda, a considerare Infinite Jest un capolavoro anche se non abbiamo capito come finisce, a pensare che la struttura non è tutto, la verosimiglianza non è tutto, la consequenzialità non è tutto, e che quel bambino che leggeva un vecchio libro tascabile di Spirit trovato a casa della nonna con le vignette minuscole, ovviamente senza capirci nulla, lui sì, in un qualche modo aveva già capito tutto quello che c'era da capire.
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5 cose che nessuno sa di Dalla, forse

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Su Lucio Dalla in questi giorni è stato detto tutto di tutto, vero? No, sbagliato. Ci sono cose che persino nel coccodrillo più accurato non avete letto, per il semplice motivo che nessuno le sa - o chi le sa ha la consegna di tacere. Ve ne allungo qualcuna, senza la pretesa di far luce su nessun mistero: mi limito a far notare che di misteri ce n'è: ed è abbastanza intrigante, se si pensa all'uomo. Se si eccettua qualche strofa di Com'è profondo il mare, Dalla non ha mai coltivato l'ermetismo chic di molti suoi colleghi (vien subito in mente De Gregori, che con gli anni comunque si è molto aperto): era uno che potevi incontrare davanti alla vetrina di un negozio di strumenti musicali o in piscina e nei limiti del possibile se lo salutavi ti salutava; dava l'impressione di sentirsi a suo agio in mezzo alla gente, e la coda che vedete in Piazza Maggiore lo testimonia. In questi giorni si sono rilette diverse interviste e sembra proprio che Dalla avesse sempre da offrire all'interlocutore qualcosa di nuovo, qualcosa di suo: non era il tizio che ribadisce sempre i tre concetti e i due aneddoti e fa il muro su tutto il resto. E però a un certo punto un muro evidentemente c'è, perché noi tante cose di Dalla non le sappiamo e forse non le sapremo mai, per esempio:

1. Come ha fatto a diventare il più grande cantautore italiano nel giro di pochi mesi?
I termini della vicenda sono noti. Fino ai tardi anni Settanta Lucio Dalla ha scritto diverse musiche e almeno il testo, molto curioso, di una canzone (La capra Elisabetta), sepolta in un vecchio LP che non si è comprato nessuno (Terra di Gaibola). Ai più è noto come musicista e interprete; un ruolo simile a quello del diversissimo Lucio Battisti, salvo che quest'ultimo ha un sodalizio ormai stabile con il demenziale Mogol, mentre Dalla le sta provando tutte per rendere cantabili le strofe del poeta Roberto Roversi, in tre dischi che sono forse l'ultimo posto in cui la Musica italiana e la Poesia italiana sono state viste assieme. A un certo punto il sodalizio con Roversi si interrompe e Dalla si improvvisa cantautore, una cosa che praticamente non aveva mai fatto. Il problema, che credo abbia turbato molti suoi colleghi e persino me, è che il modo in cui si improvvisa cantautore è Com'è profondo il mare, cioè l'eccellenza assoluta nella categoria, sin dalla prima strofa che descrive l'insonnia e tante altre cose ma è anche come se dicesse: cari amici cantautori, fin qui abbiamo scherzato, ma se volete venire a prender lezioni io ne ho qui per tutti quanti, prendi questa Francesco, prendi questa Fabrizio, porta a casa Antonello eccetera.

Siamo noi
Siamo in tanti
Ci nascondiamo di notte
Per paura degli automobilisti
Dei linotipisti
Siamo i gatti neri
Siamo i pessimisti
Siamo i cattivi pensieri
E non abbiamo da mangiare
Com'è profondo il mare
Com'è profondo il mare


Non so se avete presente quella scena nei film americani in cui una ragazzina che fino a quel momento non aveva mai provato i pattini / la ginnastica acrobatica / la danza moderna / il softball fa un tentativo e bum! diventa campionessa assoluta del mondo mondiale, queste cose capitano appunto soltanto nei film americani per teenager e nella vita di Lucio Dalla, che ha cominciato a scrivere testi, immaginate, a 35 anni, e ha cominciato direttamente dai capolavori (tutto quel disco sembra scritto da un signore che abbia la lingua italiana a sua immediata e completa disposizione). Non lo so, avete delle ipotesi? Vuoi dire che se le scrivesse già da prima intestandole a dei prestanome perché era timido? O che sono davvero tutti buoni a fare i parolieri, che ci vuole? Non lo sapremo mai. Qualcuno di voi ha 35 anni e non ha mai scritto una canzone in vita sua? Controlli se per caso non è il più grande paroliere degli anni Dieci, magari ci fa un favore a tutti.

2. Chi amava Lucio Dalla?
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Stan giocando alla radio e al telefono

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Di certi si dice: o lo ami o lo odi. Altri sono talmente grandi da toglierti la necessità della scelta, sono parte del paesaggio e il più delle volte li dai per scontati. Alla fine è raro che ti fermi ad ascoltare, sai che comunque sono lì e che ci resteranno. Lucio Dalla è lì, e ci resta. Come tutti i monumenti, ci si passa davanti tutti i giorni ed è già tanto se non ci danno fastidio, coi loro Attenti al Lupo e i loro Caruso. Poi un giorno ti fermi e scopri un dettaglio incredibile, una cosa che è lì da anni e nessuno sembra notare più, Terra di Gaibola o Automobili, un musicarello o una sinfonia.



Alcuni, se sono fortunati, riescono a morire prima di passare di moda. Con Dalla non si poneva il problema. Gran parte di quello che aveva fatto nei suoi primi 35 anni suonava già desueto e misterioso nel 1983. Tra qualche settimana, quando nell'etere radiotelevisivo si saranno depositati i Balla ballerino e i Disperato erotico stomp di circostanza, rivedremo alla finestra quell'enorme paesaggio da scoprire. Canzoni che ci siamo dimenticati o, nella migliore delle ipotesi, non abbiamo mai ascoltato. Magari sarà la volta buona.
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Un giornalista indica un vulcano

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Bocca insostenibile

Credo che i meridionali abbiano effettivamente qualche diritto di sentirsi offesi da Giorgio Bocca, che davvero scrisse su di loro cose affrettate e imprecise. Il suo disprezzo, davvero malcelato, non era occasionale: ha ragione Zambardino, esso rappresenta bene l'atteggiamento di una cultura tutt'altro che minoritaria e provinciale, tant'è che Bocca continuò a mostrarlo anche quando terminò la breve infatuazione per la Lega. Bocca è anche in questo caso un'epitome della storia italiana: un piemontese laico e democratico che sbarca nel sud ma non lo capisce, o meglio non capisce cosa ci sia di salvabile, e alla fine – complice la vecchiaia, che sgrava il fardello di speranze a lungo termine – si ritrova a dire Forza Vesuvio.

Di questo fanno bene i napoletani a indignarsi, mentre concludono le loro celebrazioni natalizie – magari quest'anno un po' più sobrie e austere – e si accingono a testare una volta in più i rodatissimi piani di evacuazione che dovrebbero mettere in sicurezza mezzo milione di abitanti nel caso il Vesuvio esploda davvero, visto che è tutt'altro che spento, anzi: la quarantennale eruzione è in ritardo di parecchio, e a questo punto qualsiasi cosa succeda potrebbe succedere piuttosto alla svelta e fare davvero molti danni. È curioso che nessuno ne parli mai. Di Bocca e dei suoi peggiori discepoli del nord sappiamo cosa pensare: è ingiusto aspettarsi informazione su un vulcano da chi per il vulcano fa il tifo. È più strano che ne parlino poco i meridionali, visto che il rischio di nubi ardenti e lapilli sulla superficie di popolosi centri abitati collegati da strade occluse dallo sverso abusivo di rifiuti...




...Voi, per esempio, che vi state toccando in questo momento, ecco, sì: Bocca non perdeva tempo a cercare di capirvi. Vi disprezzava. Buon anno, se non vi è di malaugurio.
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La Morte e il Comunista d'Unità Proletaria

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And I can take or leave it, if I please.

In Italia – in realtà sui giornali italiani, e nelle chiacchiere dei pochi che ancora li sfogliano – si tende a usare con molta libertà il termine “radical chic”, quasi sempre a sproposito. In realtà è una bella espressione, con una storia interessante dietro (vedi Bordone), però a un certo punto Feltri l'ha trovata in un cassetto della scrivania di Montanelli e adesso non ce ne liberiamo più, ormai mio padre, artigiano autoriparatore, se la sera al circolo Acli tira fuori una battuta su Berlusconi rischia forte di sentirsi dare del radical chic – capisco io col mio sontuoso stipendio di statale, ma mio padre radical chic insomma davvero no.

Detto questo, il radical chic è esistito, anche in Italia. Non lo coltivavano gli autoriparatori, né gli insegnanti statali: era gente che se la passava un po' meglio, possiamo anzi concludere che se la siano spassata abbastanza. Se avessimo a disposizione soltanto dieci righe per descriverli, forse quelle righe le ha scritte Simonetta Fiori ieri, siringando molta, troppa, ironia (involontaria?) in un pezzo che era oggettivamente difficile da scrivere: il resoconto della morte di Lucio Magri, come lo hanno vissuto nella sua casa i suoi amici distanti. In teoria, una situazione agghiacciante. E invece leggete:

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.

La Roma papalina, il parquet chiaro, la scrivania impero, la scorza di limone, i divani bianchi, la cameriera sudamericana, il bicchiere a cono, il Manifesto che è (sublime dettaglio) “collezione” e come tale ben merita di essere accostato ai fascicoli di cucina, io che non so cosa pensare. Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell'Italia fervida dei '60-'70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; tu sei soltanto una lucida cronista.

Io a volte ci penso, al suicidio. In un modo abbastanza astratto, ancora, però ci ho sempre pensato. Soffro di una forma molto fisica di vertigine; ogni volta che mi sporgo da un balcone il flusso di sangue nei capillari mi dà una specie di botta. È sempre stato così fin da bambino, e la mia camera dava su un balcone. Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l'alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c'è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant'anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d'armi se ho fatto obiezione di coscienza... e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un'epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040.

Di fronte a questi pensieri un po' tetri e troppo prosaici, la figura di Lucio Magri, che prima ci pensa, poi va in Svizzera, ne discute, poi torna a casa, ne parla con gli amici (la cameriera serve da bere), poi torna in Svizzera (altre due volte), e gli amici intanto aspettano... la figura di Lucio Magri in questo cupo teatro d'ombre svolazza come una silhouette settecentesca, con una leggerezza che davvero non è più di questi tempi. Si capisce che ha avuto una vita bella, piena di ideali che poi sono falliti ma è quello che capita più o meno sempre; ricca di amici coi quali ha fondato il Manifesto, il PDUP per il Socialismo, DP, il Movimento poi Partito della Rifondazione Comunista, il Movimento dei Comunisti Unitari... E in mezzo a tutto questo viveva in una bella casa, con mobili chiari, tenuta sempre in ordine; una bella compagna che gli faceva pure il bancomat, e che un giorno se n'è andata, e da quel giorno la vita ha perso il senso: come forse è giusto che sia a 79 anni. E così Simonetta Fiori forse tu non volevi scrivermelo, ma io ho capito esattamente questo: il suicidio assistito è un lusso, roba da Svizzera, roba radical chic, insomma. In Italia continueremo a discuterne per anni, diritto o non diritto – come se davvero uno Stato, una società, possano costringerci a vivere se non ne abbiamo più voglia. Alla fine sarà come l'aborto, un orrendo delitto che non vorrebbero assolutamente farci commettere - soprattutto in un ospedale di Stato, a spese dello Stato: con tutte quelle belle cliniche private che ci sono: dalla Svizzera in giù.
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Leonardo e altri fallimenti

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Non bastano cerniere lampo!

Non credo che abbiate davvero bisogno di un altro coccodrillo su Steve Jobs. Però da qualche parte vorrei lasciarlo scritto: sono stupito, davvero, come non mi aveva mai stupito nessun keynote. E non sono certo stupito che tante persone che da anni usano quotidianamente i suoi prodotti esprimano affetto e rimpianto. Lo trovo giusto, un indizio di cuore. Mi stupisce piuttosto Repubblica.it che manda in rotazione i messaggini dei lettori sotto la testata, non lo fece nemmeno per il Papa o per Alberto Sordi; mi stupisce Unita.it che continua ad averlo in homepage dopo due giorni – quando per contro un covo di macchisti come il Post alle dieci di giovedì già era tornato alla politica estera. Mi stupisce l'entusiasmo dei neofiti, forse perché avevo preso le misure a quello dei vecchi fanboy. E proprio mentre rifletto sulla mia refrattarietà all'entusiasmo, che è poi uno dei motivi per cui Jobs e i suoi prodotti non sono mai riusciti a conquistarmi, e mi dico che forse stavolta è meglio che sto zitto, sento qualcuno che tira fuori Leonardo Da Vinci.

Questo non è affatto sorprendente, succede ogni volta che si parla di un cosiddetto inventore. Quindici anni fa succedeva con Bill Gates, a quel tempo l'uomo che aveva cambiato la nostra vita era lui. Gates addirittura si aggiudicò un codice leonardiano e lo fece esporre a Venezia, perlomeno io lo vidi là. Già a quei tempi non facevo che maledire il modo in cui aveva riempito la mia vita di errori di sistema e dischetti smagnetizzati. Leonardo Da Vinci insomma è l'unico termine di paragone che sappiamo offrire ai lettori quando cerchiamo di spiegare quanto è importante un innovatore oggi. E c'è una maledetta ironia in questo.

Perché Leonardo Da Vinci alla fine ha innovato poco o niente. Cioè, non è che non ci abbia provato. Anzi per tutta la vita non ha smesso di provarci. Ma se misuriamo l'innovazione in termini di progresso, dobbiamo ammettere che ha fallito in tanti campi, in modo anche clamoroso. Non è, come si legge spesso, l'inventore dell'aeroplano, o del carro armato, o della bicicletta (disegno probabilmente apocrifo) o del paracadute. È uno che ha disegnato un carro armato che nessuno ha stimato saggio realizzare; un paracadute che non avrebbe funzionato; un veicolo a molla senza nessuna utilità pratica. L'immaginifico progetto per deviare l'Arno; l'enorme monumento equestre al quale lavorò per anni, finché ovviamente non scoppiò una guerra e non mancò il bronzo per fonderlo. E così via. Tanti suoi dipinti ci sono arrivati in pessime condizioni perché invece di affidarsi alle tecniche e ai pigmenti tradizionali ne sperimentava di nuovi, e si sa come vanno a finire gli esperimenti. Molte sue cosiddette scoperte in realtà rimasero lettera morta: dovette riscoprirle qualcun altro secoli dopo. Insomma Steve Jobs avrebbe potuto perfino offendersi, nel sentirsi paragonato a un inventore isolato, senza committenti davvero consapevoli delle sue potenzialità, né collaboratori all'altezza, quasi incapace di passare dalla fase progettuale a quella operativa. Eppure.

Gianni Rodari, il poeta più brechtiano che l'Italia abbia avuto, scrisse una volta una poesia che non riesco più a trovare. Ma in sostanza riprendeva diceva questo: Caro libro di storia, possibile che tra tante battaglie e rivoluzioni non trovo mai scritto chi è l'inventore dei bottoni? La poesia, se ricordo bene, finiva così: “per salvare il mondo non bastano le cerniere lampo”. Ecco. L'inventore dei bottoni, chiunque sia stato, ha reso al mondo più servizi di Leonardo Da Vinci. È vero che non ci ha dato la Monna Lisa, ma vi sta ancora reggendo i pantaloni in questo preciso momento. Eppure non si sa chi sia. Anche perché probabilmente non c'è stato un inventore solo, ma tanti. Leonardo Da Vinci, invece, lo ricordiamo perché è rimasto solo, e tutti i suoi progetti e prototipi nessuno li ha perfezionati: dopo secoli sono ancora sulla carta.

Questa cosa dei bottoni mi torna in mente ogni volta che in classe mi fanno una di quelle domande a bruciapelo che ti stroncano la reputazione, ad esempio: “chi ha inventato l'automobile?” “Chi ha inventato il televisore?” Già, in effetti, chi? Le prime dieci volte che te lo chiedono, insisti sul fatto che non è così importante associare l'oggetto a un nome, perché furono in tanti a studiare la tecnologia necessaria, a volte collaborando, a volte in competizione. L'undicesima volta ti poni finalmente la domanda: ma perché non lo so? Perché nessuno lo sa? Saranno anche stati in tanti, ma ce ne saranno stati almeno un paio più importanti degli altri, come Meucci e Bell per i telefoni, no? E pensare che se ci sono due tecnologie che ci hanno cambiato la vita, sono proprio televisore e automobile – non quanto i bottoni, si capisce, ma molto più di qualsiasi iPad o iPhone. Così ti documenti e dalla dodicesima volta in poi, tagli corto: rispondi “Benz” o “Theremin”. Lo so che non è vero. Più o meno come non è vero scrivere sul giornale che Jobs ha inventato l'home computer, o il lettore mp3, o il tablet. Sono miti.

No, in realtà Benz e Theremin non sono davvero diventati dei miti. Se lo meriterebbero, e hanno un sacco di aneddoti interessanti dalla loro parte, oltre al fatto che la maggior parte di noi passa la vita a spostarsi in automobile da una postazione video all'altra. Ma nessuno paragona Jobs a Benz o a Theramin. Lo paragonano a Leonardo, che forse ha disegnato una specie di calcolatrice, ma gli mancava un fabbro di precisione per realizzare gli ingranaggi. È come se ci affezionassimo agli inventori solo quando in realtà falliscono. Ma Steve Jobs non è mica fallito, no?

Adesso che ci siamo scaldati – e molti hanno smesso di leggere – lo posso scrivere. Steve Jobs, nell'ultimo decennio perlomeno, non mi è sembrato un innovatore, ma piuttosto un conservatore. Non tanto per la sua ritrosia a farci guardare i porno sul suo tablet – un indizio interessante, comunque. Forse era già diventato un conservatore quando capì che la fase eroica dei garage di Silicon Valley era finita, e che i personal computer stavano diventando anonimi scatoloni di latta. Quando smise di vendere hardware o software e cominciò a vendere filosofia: pensala diversamente, comprati un oggetto un po' diverso che fa fatica a dialogare con gli altri (all'inizio faceva davvero fatica) ma funziona un po' meglio, eccetera. Già da allora in fondo stava difendendo l'idea – ormai tramontata – della computer house anni '80 che progetta il suo computer da cima a fondo e ci scrive il suo sistema operativo dedicato. E probabilmente per alcuni anni i computer progettati così funzionarono davvero un po' meglio degli altri. Poi fu sempre più una questione di design, e per carità, non c'è niente di male nel voler produrre oggetti belli invece che brutti. Anzi forse è il motivo per cui nei libri di Storia c'è Leonardo Da Vinci coi suoi progetti avveniristici, mentre chi ha progettato e realizzato i brutti canali che ci salvano dalle inondazioni non compare nemmeno in una noticina. Per non parlare di chi ha inventato i bottoni: probabilmente i primi furono oggetti bruttissimi, sassi od ossicini di pollo, bleah.

Quando dico che Jobs è stato un grande conservatore, non intendo biasimarlo: noi nati col mangiadischi e arrivati a trent'anni con gli mp3 probabilmente avevamo bisogno di tipi come lui, che ci facessero un po' respirare tra un balzo in avanti e un altro. Guarda iTunes. In fondo Jobs cos'ha fatto? Si è ritrovato in mezzo alla rivoluzione del p2p, ha capito rapidamente quello che le major discografiche per altri dieci anni non hanno voluto sentirsi dire (è finita la festa, non c'è nessun motivo per cui adulti normodotati debbano continuare a strapagare gli orribili cd), e ha cercato di ripristinare un minimo di ordine fissando un tetto minimo: le canzoni scaricabili a uno o due dollari. La potete considerare una rivoluzione soltanto se in quel momento stavate ancora catalogando la vostra ricca e scelta collezione di cd. Io per esempio ero in piena scimmia di Napster – poteva chiudere da un momento all'altro e scaricavo tutto quello che trovavo, come gli sciacalli nelle case che bruciano – e ricordo che la cosa mi sembrò lievemente reazionaria. Per carità, equa: probabilmente Steve Jobs aveva capito come salvare il mercato musicale. Ma forse era troppo tardi, e iTunes un po' troppo brutto. È uno di quei casi che mi fanno pensare che Jobs potrebbe essere davvero il Leonardo del nostro tempo: uno che le ha provate tutte per salvare prìncipi e princìpi, ma non ce l'ha fatta.

Esce il 20 ottobre. E' davvero bellissimo.
Un altro caso è l'iPad, che non fu lanciato come un semplice tablet (sarebbe bastato e avanzato), ma come la via di salvezza per l'editoria: un bel giardino recintato in cui magari sarebbero entrati soltanto contenuti a pagamento. E per qualche settimana editori e redattori ci hanno creduto davvero. Ancora una volta, quello che ci mise Jobs non fu tanto l'innovazione: un tablet simile qualcun altro avrebbe potuto realizzarlo, di lì a un anno. Ma il modo in cui l'innovazione veniva adoperata per salvare qualcosa di antico come l'editoria. In fondo Jobs ha continuato a lottare contro un certo tipo di progresso condiviso e spersonalizzante, che a fine Ottanta trasformava i computer in scatoloni tutti uguali, a fine Novanta le canzoni in file compressi scaricabili gratuitamente, negli anni Dieci tutti i quotidiani in blog gonfi di pubblicità. Immerso fino alla cinta in questa fiumana, questo grigio diluvio democratico che lui stesso aveva contribuito a far sgorgare, Jobs per tutto questo tempo ha continuato a insistere sul fatto che i computer possono essere oggetti ben programmati e ben disegnati; che c'è ancora lo spazio per un mercato musicale onesto; che c'è speranza anche per i giornali di qualità. E che insomma, dietro ai nostri congegni luccicanti non c'è una marea di operai e ingegneri senza volto, ma ci sono ancora gli inventori di una volta, quelli geniali, i personaggi che quando muoiono passano alla Storia, come Leonardo Da Vinci, o Steve Jobs. Noi infatti ci ricorderemo di Da Vinci, e di lui. Anche se iTunes lo disinstalliamo appena possibile, e le canzoni ormai le ascoltiamo da youtube direttamente, e le notizie continuiamo a leggerle gratis su un browser.

Jobs forse ha perso. Se avesse vinto sarebbe uno tra tanti, non avrebbe dovuto difendere i suoi prodotti con la sua faccia, e qualcun altro sarebbe già al suo posto a perfezionare le sue idee. Come quello che ha inventato i bottoni. Jobs invece è uno di quei geniali artigiani che inventa una cerniera lampo molto elegante ed elaborata che forse hanno già messo in un museo. Se vuoi ti ci porto. Abbottonati però che comincia a far freddo.
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I figli di Bearzot

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Per vincere domani

A vederlo da qui, il Calcio italiano sembra avere avuto due incarnazioni, che per comodità possiamo chiamare “in bianco e nero” e “a colori”. Dunque il calcio in bianco e nero è un mondo di leggende, sacrifici, uomini di poche parole dal destino spesso tragico, magliette a strisce strette e senza scritte, riprese accelerate. Il calcio a colori è un mondo di stelle e stelline, scritte ovunque, indossatori di scarpe, spot di telefoni, risse in campo e sugli spalti, azioni al rallentatore. Al centro di questo grande cambio di paradigma, per un curioso accidente, c'è il Mundial del 1982, e la nazionale di Bearzot, coi suoi uomini che hanno un piede nel mondo antico e uno già in quello moderno, ma non appartengono davvero a nessuno dei due.

Aspettate, aspettate, non cliccate via. Non sono venuto qui a dirvi che il nostro mondiale è stato più bello del vostro; vorrei soltanto cercare di spiegare ai più giovani e ai più anziani che per noi, che eravamo al mondo da nemmeno dieci anni, fu qualcosa di diverso e irripetibile, né una saga in bianco e nero né una fiction a colori. Un romanzo, un incredibile romanzo, il primo vero romanzo che abbiamo visto consumarsi tra la tv e i giornali (quanti giornali! E che titoli! Me ne ricorderò sempre uno, che forse non era nemmeno in prima pagina, in un maiuscoletto che pugnalava il cuore: IL CAMERUN CI FA PAURA).

Vorrei spiegare che prima di tutti i grandi romanzi di formazione degli anni Ottanta, prima di Pat Morita che ti fa dare la cera e togliere la cera, prima di Rocky che spacca la legna, persino prima dei napoletani che sfidano a football gli yankees della base Nato e ovviamente si fanno massacrare, finché Bud “Bulldozer” Spencer non si rompe i coglioni ed entra in campo, prima che qualcuno dicesse “coniglio” a Michael J. Fox, insomma, prima di ogni cosa, ci fu quella nazionale pesante, che non riusciva a giocare contro la Polonia, non riusciva a battere il Perù; quella nazionale criticata da tutti che aveva paura del Camerun, quella nazionale passata al secondo turno per una pietosa differenza reti, quella nazionale che quando si ritrovò in un girone a tre con Brasile e Argentina fu data per spacciata dai nostri saggi padri.

Noi invece, non sapendo davvero nulla di calcio, che altro potevamo fare se non sperare, pregare, sognare che i potentissimi sudamericani si liquefacessero come nella Bibbia accade agli empi nemici di Israele. E così fu: il Dio della nostra infanzia ascoltò le querule preghiere dei suoi figli piccoli e quella nazionale, già vergogna delle italiche genti, si rialzò sferragliante come Mazinga prima che gli diano il colpo di grazia, e sconfisse l'Argentina di Maradona, trionfò sul Brasile di Zico e Falcao, passeggiò sulle spoglie della Germania di Muller e Rummenigge, e ci diede il primo vero lieto fine della nostra vita; non una semplice vittoria: una crescita, un riscatto. Lo avevamo sognato, ora il sogno era realtà. Ed era appropriato che i protagonisti di questa avventura avessero nomi bizzarri, da romanzo ungherese: Zoff, Bearzot (anche se poi chi segnava i gol portava cognomi più rassicuranti: Rossi, Tardelli).

L'allenatore, in particolare, fu immediatamente assunto nel nostro olimpo di nonni rassicuranti, con Pertini ed Enzo Ferrari (che per me a nove anni avevano davvero il volto intercambiabile): uomini saggi che tenevano dritto il timone, incuranti delle sconfitte passeggere, essi vegliavano sui nostri sonni e ovviavano ai disastri dei nostri genitori. Senza di loro, Gilles Villeneuve non sarebbe stato che un locale campione d'autoscontro. Erano loro ad aver pescato Paolo Rossi dal vortice del calcioscommesse; ad aver creduto in lui per quattro lunghe partite mentre si aggirava per l'area avversaria struggendosi nel tentativo di rammentarsi le regole del giuoco. E i nostri saggi padri lo fischiavano, maledicendo Bearzot e chi ce l'aveva mandato, e l'Argentina '78 era un'altra cosa, per tacer del Messico.

Come poteva non scattare l'immedesimazione, come potevamo non sentirci tutt'uno con quel Paolo Rossi timido, incapace, distrutto dalle critiche, che a un certo punto si sblocca e piazza tre gol ai brasiliani? Era ovvio che prima o poi sarebbe successo anche a noi: ci saremmo sbloccati. Avremmo spiccato il volo e superato in elevazione tutte le difficoltà. Non è escluso che da qualche parte, nella nostra testa, ci crediamo ancora: ci sbloccheremo prima o poi, la faremo vedere a tutti. Forse sarebbe bastato trovare un saggio maestro, un nonno partigiano, un Bearzot che credesse in noi.

Non ci furono sequel al romanzo: chiusa la copertina Bearzot tornò immediatamente un comune mortale, il selezionatore di nazionali mediocri, che non si qualificarono agli Europei e uscirono agli ottavi in Messico. Ci furono altri mondiali, e anche se non abbiamo mai smesso di tifare per gli azzurri, da qualche parte nel nostro cuore c'era come una resistenza, l'idea che nessuna fiaba sarebbe mai stata bella come quella di Bearzot. Magari piangemmo persino nel '90, quando la cavalcata trionfale di Baggio e Schillaci si schiantò sulla più bituminosa Argentina mai vista: piangemmo, ma qualcosa dentro di noi diceva meglio così, ci sta bene, abbiamo voluto vincere tutte le partite e ci siamo dimenticati che non c'è vera gloria senza sofferenza.

Soffrimmo di più per l'Italia di Sacchi, che in partenza poteva sembrare ancora più arrogante di quella di quattro anni prima, ma poi fu messa in ginocchio da infortuni e squalifiche che la resero un'armata brancaleone, trascinata di peso da Baggio fino al malinconico finale. In seguito i calciatori diventarono sempre meno simpatici, eppure avevano un modo di mettersi nei guai che ti costringeva a credere in loro, a sperare nel riscatto, a cercare nel fondo del nostro cuore il Dio delle vittorie assurde che avevamo pregato nel 1982. Persino l'europeo di Grecia diventò interessante soltanto quando Totti si fece cacciare, e Cassano scese in campo e segnò, ma Svezia e Danimarca fecero melina e allora pianse: sì, Cassano pianse. Due anni dopo, in pieno scandalo Moggi, era di nuovo una questione di riscatto: i nostri gladiatori pompati e tatuati dovevano dimostrare di essere professionisti all'altezza, e forse ce la fecero, ma poi.

Poi, l'ho scritto, almeno in me qualcosa si è rotto – qualcosa, credo, tra la testata di Zidane e la scenetta odiosa di Totti con la coppa in mano. Non riesco più ad appassionarmi, mi sembro una donna che vede ventidue idioti a spasso per un prato e cambia canale. Non capisco - se mai l'ho capito - che senso abbia far giocare miliardi di budget contro milioni di debiti, non riesco più a trovare motivi d'interesse. Non posso nemmeno dire che rimpiango il calcio che fu: se riguardo al Mundial dell'82 con gli occhi di oggi, mi rendo conto che fu una bella impresa, sì, ma come tante altre, nulla di davvero eccezionale: non ci voleva un genio a capire che quel Brasile non sapeva difendersi, e Bearzot probabilmente non era un genio.

L'unica cosa che mi porto dentro, alla quale non voglio rinunciare, è il mio concetto di vittoria, che è quello dei film degli anni Ottanta dove Rocky deve sempre prima andare al tappeto, sanguinare, vedere doppio, spaccare la legna, mettere la cera, togliere la cera... per vincere domani. Il mio concetto di vittoria è che la vittoria in sé non m'interessa. Non voglio essere il più forte, non trovo nessuna gloria nel nascere Maradona. Non ci sarebbe gloria nemmeno nel battere il Brasile, se prima non hai avuto paura del Camerun. Per me l'unica vittoria che abbia senso è la vittoria di Paolo Rossi, che sbeffeggiato dal mondo intero spicca il volo, supera due ciclopi brasiliani in elevazione e la mette dentro. Perciò mi troverete sempre coi perdenti: non perché mi piaccia perdere, ma perché sto aspettando l'unica vittoria che mi farebbe godere realmente: la vittoria di Davide su Golia, di Bearzot sui mostri del calcio, di Pertini sui fascisti i nazisti e i democristiani. Voi tifate pure per la vostra squadra miliardaria: mica vi giudico, e mi fareste un piacere se non giudicaste me. Siamo semplicemente diversi, abbiamo avuto educazioni diverse, ci siamo letti romanzi diversi negli anni in cui leggere i romanzi ci serviva davvero. Adesso per capirsi forse è tardi, voi state da una parte, io dall'altra, e non m'importa quante palle mi mettete dentro: l'importante è la sola palla che un giorno metteremo noi. Ne basterà una sola, a un certo punto ci sbloccheremo, scenderà Bulldozer, il signore degli Eserciti, vi faremo un culo così, la palla schiacciata in meta scoppierà e non ne verranno fabbricate altre, non ci saranno rivincite, il mio romanzo finirà in quel momento.
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Fin qui tutto bene

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Onta! Che mi sia tolta la colpa d'esser vivo fra cotanti morti! Morte. Vieni morte, bella morte. Piglia anco me, orsù che indugi, io ti invoco, tu non mi spauri...


“Ma Monicelli”.
“Eh”.
“Lo sai che ci sto ancora pensando? Ti giuro, sono dieci giorni che non riesco a smettere di pensare al vecchietto”.
“Un grandissimo”.
“Un grandissimo finale”.
“Uno dei suoi migliori”.
“Riscatta tutto il film”.
“Sì, anche perché io tutti questi film di Monicelli, ultimamente... cioè, non riesco a ricordarne uno degli ultimi vent'anni”.
“Le rose nel deserto com'era, poi?”
“Non so. L'ho preso in biblioteca, mai visto. L'ho reso dopo una settimana. Ma adesso vado a riprenderlo. Voglio dire, è il mio profeta adesso”.
“Addirittura”.
“Ma sì, ma non capisci... ci ha mostrato la via. Ce ne andremo tutti così, a novant'anni. Lui è stato il primo”.
“Arrivarci, a novant'anni”.
“Ma ci arriveremo, è questo il punto. Non siamo affatto preparati, non ci pensiamo, ma ci arriveremo quasi tutti. Se vai a vedere le statistiche sull'età media, noialtri ci arriveremo”.
“Eh, ma io mi butto prima”.
“Ecco, lo vedi? Stanno per trovare il vaccino antiaids”.
“Fico, finalmente si chiava”.
“Sì, a cinquantacinque anni, auguri a chi ti chiava”.
“Che generazione di sfigati”.
“E tra un po' arriva anche qualche cura per il cancro”.
“Evvai”.
“Quando saremo vecchi sarà tutto curabile. Il problema è che sarà tutto molto caro, quindi se non ti ammazzano i parenti per risparmiare sulle medicine e convertire la pensione, cosa ci succederà? A un certo punto ci ritroveremo da soli su un pianerottolo a pensare: mi ospedalizzo per risolvere questo polipo al pancreas e arrivare a cent'anni, attraverso un percorso lungo e doloroso, o prendo la via della finestra?”
“Monicelli ci mostra la via”.
“L'hai detta. Cadremo tutti come birilli, più o meno dal duemilaecinquanta”.
“La Chiesa non sarà per niente contenta”.
“La Chiesa sarà furiosa. Lo sai che razza di business metterà in piedi coi sanatori? Altro che otto per mille. Il cinquanta per mille, si farà dare”.
“Che sarebbe poi il cinque per cento”.
“Ci metteranno sottochiave in celle di materassi, per evitare che ci ammazziamo a testate contro il muro. Trovare il giusto pianerottolo sarà sempre una questione di pochi secondi. Monicelli è maestro di tempismo”.
“Non lo so. Io ho già le vertigini adesso, non credo che aderirò al culto monicelliano”.
“E che farai, allora? Ci pensi mai?”
“A volte ci penso”.
“E...”
“Guarda, non ridere, eh, però a volte mi viene in mente l'eroina”.
“L'eroina”.
“Sarà che sono cresciuto in quegli anni lì, che i nostri fratelli maggiori si vendevano anche il culo per uno schizzo, e io mi sono sempre chiesto: e se ne valesse la pena? Comunque, se c'è una cosa che ha funzionato con noi, intesi come generazione, è la campagna anti-eroina”.
“Beh, bastava vedere i tossici nei parchi”.
“Ecco, farò così. Andrò al parco anch'io”.
“Tu? Eroinomane?”
“A ottant'anni, in un parchetto, chi vuoi che mi badi?”
“Ti tireranno delle sòle tremende”.
“Oh, pazienza. Però è un narcotico, più o meno come quelli ufficiali che cercheranno di vendermi in farmacia per il mal di schiena e il mal di stomaco e il mal di testa e chennesò”.
“E alla prima dose tagliata male...”
“Oplà, missione compiuta, un peso in meno per il ministro del Welfare. Oppure un overdose, e non se ne parla più. In effetti dovrebbe passarla la mutua”.
“Troppo costosa. No, davvero, ci terranno sotto chiave e ci faranno pure la cresta sugli antidolorifici”.
“Monicelli lo aveva capito”.
“Un faro per tutti noi”.
“Diciamo un razzo di segnalazione”.
“Non fa ridere”.
“Tra quarant'anni, forse”.
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"Io so' un vigliacco"

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Quando ho letto della morte di Monicelli nel mio cervello è subito partito un motore di ricerca, molto più lento e meno efficace di google, con le parole di ricerca “film di Monicelli + morte”. E ho scoperto una cosa che mi era davanti sin da piccolo, perché i film di Monicelli sono sempre stati parte del mio paesaggio, e come il paesaggio, ci ho vissuto davanti senza mai fermarmi a rifletterci sopra troppo: ogni tanto, se qualcuno me lo chiedeva, alzavo la testa e confermavo: era bello. Ma non avevo mai veramente fatto caso a quanta morte ci fosse.

Beninteso, se penso a “morte + cinema italiano” non è che mi vengano in mente solo film di Monicelli. Posso pensare alla corsa di Anna Magnani, o all'ultimo sorpasso del Sorpasso, o alla fine del merlo in Uccellacci e Uccellini, e Monicelli non c'entra nulla. Ma penserò più volentieri al finale struggente di Amici Miei, con Philip Noiret che fa la supercazzola al confessore, e la vedova che non vuole controllare per paura che non sia morto davvero; all'assassinio brutale e lentissimo del Borghese piccolo piccolo. Penserò alle morti buffe e orrende che lardellano il Brancaleone dall'inizio alla fine. Forse quello che hanno in comune i morti dei film di Monicelli è la loro normalità: la morte è una cosa che accade, piuttosto spesso, e la vita (la vita dei borghesi piccoli, dei nobili zingari, dei fanti alla Grande Guerra) continua. Ho la sensazione che nei film di oggi (Moretti, Muccino, Ozpetek) non succeda così: c'è molta più tragedia, più prefiche esasperate; sempre almeno una scena in cui si piange e basta, come se piangere fosse di per sé interessante. Se muore un parente vostro, magari, ma un personaggio di celluloide... ma poi in generale vale la pena di parlarne così a lungo, di questa cosa che si muore; vale la pena di scriverci pezzi su internet? Se lo sarebbe immaginato, Monicelli, di ispirare un dibattito parlamentare? Ma neanche in un soggetto di Age e Scarpelli.

La vita continua, con chi rimane. Dov'eravamo rimasti? Si parlava di film scolastici, ecco, per esempio, Monicelli è un regista scolastico? Avrei tanta voglia di rispondere sì, assolutamente sì. Per la chiarezza espositiva, per l'attenzione al dettaglio quotidiano, per l'equilibrio di dramma e risate; e per le sceneggiature di Age e Scarpelli, che hanno un non so che di didattico che titilla l'intelligenza di ciascuno di noi, senza però mai offendere l'ignoranza (di ciascuno di noi). Vorrei poter dire, sì, Monicelli è un patrimonio culturale e scolastico; istituiamo ordunque l'ora di Monicelli in tutte le scuole della Repubblica. Purtroppo all'atto pratico non è vero, Monicelli è un autore difficile. Io so di classi rimaste indifferenti persino davanti all'Armata Brancaleone. Non avviene così, che so, con Chaplin. Egli mi sembra eterno: quando cade fa ridere, penso che continuerà a far ridere nei secoli nei secoli. Per contro, Brancaleone va spiegato: vedete, fa ridere per questo e quest'altro motivo. E francamente non so se ne valga la pena.

Non ho dati statistici da offrire, ma ritengo che il film di Monicelli più proiettato nelle scuole sia la Grande Guerra. Ma è un film adatto? È il miglior film sulla grande guerra che si possa mostrare a dei tredicenni? Ho paura di no. Per diversi motivi, tutti antipatici. Intanto è in bianco e nero. E man mano che sfiorisce l'ultima generazione che lo ha associato all'infanzia e alle foto dei nonni, il b/n diventa sempre più incomprensibile. Lo usino gli artisti per fare film artistici: ma a scuola se porti un film è per offrire a uno studente un fondale realistico a una serie di nozioni che altrimenti risultano troppo astratte (cos'è una trincea, cos'è una bomba a mano): e tanto vale offrirglielo più realistico che puoi. I ragazzi non lo capiscono, il b/n, non hanno mai fatto un sogno in b/n: per loro non vuol dire “vecchie fotografie dei nonni”: vuol dire noia, e lezioni noiose ne fanno già tante.



Poi c'è il problema del sonoro. È dura ammettere che uno dei cardini della commedia all'italiana, l'uso espressivo e comico delle parlate regionali, a scuola non funziona. Per ridere bisogna conoscerli già, i dialetti, e saperli maneggiare: e invece qui, se danno del mona a Jacovacci tu devi spiegare cos'è un mona. Certe battute che possono sembrarti immediate, avrebbero bisogno dei sottotitoli. Triste, ma è così.

È un film lungo, che comunque dà per scontate molte cose: se non hai studiacchiato un po', non sai da dove viene l'anarchismo di Busacca (“non l'avete letto il Bakunin?”), né le tirate retoriche, così poco convinte e convincenti, di Jacovacci. È un film di maschi, con una Mangano meravigliosa, il cui personaggio tuttavia non corrisponde più agli standard attuali del femminismo – per farla breve, la scena in cui si trova alla finestra l'intero reggimento ha delle implicazioni ributtanti (nb: uno dei test empirici di comprensione – e maturazione – è verificare se gli studenti hanno capito che mestiere fa la Costantina).

Insomma, La Grande Guerra non è il miglior film sulla prima guerra mondiale da proiettare nelle scuole. Molto meglio la versione a colori di Niente di nuovo sul fronte occidentale: niente di nuovo neanche per gli adulti che lo guardano, ma appunto, si vedono persone saltare in aria sul filo spinato a colori. C'è un ragazzino che cresce e accumula esperienze, per cui può scattare un'identificazione che Busacca e Jacovacci respingono. E tanti dettagli che affascinano i maschietti: per esempio a un certo punto dà la spiegazione pratica del perché i tedeschi rinunciarono a quell'elmo chiodato tanto caratteristico (i francesi vedevano il chiodo spuntare dalla buca e mitragliavano). Ma c'è persino di meglio.

Un film francese di pochi anni fa, si chiama Joyeux Noel. È la storia di quel Natale in cui francesi e tedeschi uscirono fuori dalle trincee e solidarizzarono (e poi furono puniti, per questo, dai rispettivi eserciti). Dire che è bello, non lo posso dire: non me lo ricordo affatto, il che coi bei film non succede. Ma un anno feci una vera e propria rassegna, un film a settimana, proiettai di tutto, Magni, Rossellini, Schindler's List... alla fine chiesi qual era il film che si ricordavano meglio e loro risposero: Joyeux Noel, che avevo preso sotto Natale perché non mi veniva in mente nient'altro. Può darsi che un brutto film recente funzioni molto meglio di un capolavoro in bianco e nero: sono cose che devi accettare: sei un insegnante, non un direttore artistico di una cineteca. Quindi, insomma, ci sono film molto più adatti di quelli di Monicelli.

Ma io continuo a mostrare il film di Monicelli. Perché sì, è lungo, ma è proprio la lunghezza che ti fa sentire la stanchezza della guerra. Perché è complicato, ma alla fine ci sono gli austriaci che arrivano davanti a un cartello VENEZIA KM. 40, lo cancellano e scrivono VENEDIG, e davvero non saprei trovare un'immagine migliore per spiegare alla svelta cosa è stata Caporetto. Perché magari lo studente non riesce a identificarsi con nessun personaggio, ma l'insegnante non può non sentirsi Bollo Tondo, e provare riconoscenza per quegli sceneggiatori che sono riusciti a trovare una fine eroica anche per Bollo Tondo. Perché è il più eroico dei film antieroici, e siccome non sai mai se ai ragazzi glielo devi offrire o no, l'eroismo, quello agrodolce di Monicelli alla fine ti sembra l'unica opzione praticabile.




Si parlava di morti al cinema. Per me la più sublime resta sempre quella di Jacovacci. Busacca, si è capito, è un umorale: se lo offendi ti prende di petto, e di petto si prende anche le pallottole. Ma Jacovacci ha una paura fottuta, e la mostra: la tira fuori tutta, nella speranza magari di impietosire chi ha davanti. E muore da eroe fingendo di essere il vigliacco che in realtà è. È un paradosso geniale, e io che non sopporto pianti e prefiche, ho questa strana devianza: mi commuovono i paradossi. Non riesco a pensare a niente di più sublime che morire da eroe gridando “Io so' un vigliacco”. Fucilata e via, la vita continua, domani arriveranno i nostri e non ci faranno certo un monumento. Quando ho letto che Monicelli si era tolto la vita, non ho potuto non pensarci: che fine eroica, che fine vigliacca. Immaginavo che qualcuno lo avrebbe giudicato un pavido. Esistono queste persone, con molto tempo libero e una gran desiderio di giudicare il prossimo. Qualcun altro invece ci ha visto del coraggio: e anch'io devo ammettere che per lasciarsi cadere così coraggio ce ne vuole. Sono due verità in un gesto solo, ognuno scelga quella che preferisce, come in un film. Io preferisco tenermi il paradosso. Ma in realtà sono solo uno dei fantaccini che arriva di corsa il giorno dopo, con tanto lavoro ancora da fare, e mi volto appena a guardare i caduti, senza fermarmi a piangere che non c'è tempo, non c'è spazio, non c'è bisogno.
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Begm Shnez

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Quando una ragazza come Nosheen finisce all'ospedale, o si ritrova sepolta in un orto, i giornalisti scrivono sempre una cosa che mi fa imbestialire. Scrivono che “voleva vivere all'occidentale”. È una frase di rara idiozia, che schiude un immaginario rimasto bloccato ai mitici anni '80 con Sabrina Salerno – cosa accidenti vorrebbe dire “vivere all'occidentale” a Novi di Modena nel 2010? Andare in giro in pantaloni? Sedersi sulla panchina del bar? La disco il sabato sera? Nosheen e sua madre portavano il velo. Vestivano alla pakistana. Non parlavano con gli sconosciuti. Preparavano cerimonie religiose e facevano il giro dei conoscenti per invitarli. Non vivevano “all'occidentale” e non sono state prese a pietre per questo.

Viceversa troverete in giro per la bassa un sacco di ragazzi dalla lingua strana e dalla pelle scura, che vivono “all'occidentale”, o almeno ci provano. Mettono blue jeans e qualche firma sulle felpe. Il sabato nei parchi giocano con mazze e palline – cosa c'è di più occidentale. Entrano nei bar, a volte ne escono con la ceres in mano. Qualcuno magari a mezza voce dice che la ragazza se la meritava, chissà chi frequentava a insaputa del padre. Lo dice anche il giornale, che voleva vivere “all'occidentale”.

Auguro a Nosheen di vivere, da qui in poi, la vita che vorrà. Sarà occidentale, sarà orientale, sarà probabilmente complicata. Io non so se le interessassero davvero i jeans, o mostrare i capelli. Le piaceva un ragazzo italiano? I giornalisti in queste cose sguazzano, ma sono chiacchiere e non ci sono prove (ci sarebbe anche un video, ma guarda un po', non lo ha visto nessuno). Quel che si sa è che era una brava figlia e una buona musulmana, che non voleva sposare un cugino che non conosceva; che non credeva che il suo Dio la obbligasse in questo senso; che sua madre era con lei; che ha fatto tutto quello che una quarantenne pachistana a Novi poteva fare per difenderla (andò persino dai carabinieri a lamentarsi del marito: che coraggio deve avere avuto questa signora?); che alla fine, per difendere sua figlia, Begm Shnez ha perso la vita.

Dirò una cosa antipatica. Io non so se vivo in occidente o in oriente. È una battaglia quotidiana, che mi appassiona solo fino a un certo punto. So che ancora trent'anni fa mia nonna si copriva il capo con un foulard prima di andare alla novena. Viveva poco lontano da dove risiede Nosheen. So che nel mondo complicato di mia nonna, di Nosheen, e mio, c'è un valore supremo e (mi dispiace) non è il diritto di portare i jeans o scoprire i capelli o farsi i video coi ragazzini italiani. È la vita, e offrire la propria in cambio di un'altra è la cosa più grande, più nobile che si possa fare. Per ricordarcelo noi occidentali abbiamo pietre. Abbiamo lapidi e monumenti, fuori e dentro le chiese – ma evidentemente non ci bastano. Su un'altra pietra, fuori dalle chiese, ma davanti agli occhi di tutti i residenti di Novi, occidentali o no, in jeans o velati, vorrei che si scrivesse qualcosa su Begm Shnez, che ha donato due volte la vita a sua figlia, che è morta lottando, e stava lottando per tutti noi, occidentali e orientali di Novi; che è caduta ma che ha vinto, quel poco che si poteva vincere quel giorno a Novi, per tutti noi.

Ai pachistani che arriveranno, da una terra ormai distrutta e spappolata da una guerra taciuta per dieci anni e da un'alluvione di cui nessuno ha parlato, non chiederò se conoscono l'italiano, i fratelli d'Italia o il va' pensiero. Se vogliono vivere all'occidentale o all'orientale o come preferiscono. L'unico prerequisito, per quanto mi riguarda, è che passino davanti alla lapide di Begm Shnez. Che sappiano. Volete stare da noi? Se c'è posto, bene, ma da noi funziona così: i nostri eroi non sono i padri che lapidano, ma le madri che danno la vita. Avete intenzione di tormentare figlie e madri? Non è il posto che fa per voi. Dareste la vita per loro? è l'unica cosa che ci serve sapere. La lingua poi s'impara, le usanze cambiano, e oriente e occidente non sono che nomi.
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Il grande Giovane

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(Questo pezzo è un esperimento: l'unica fonte è wikipedia).

Cossiga – può esser difficile ricordarselo proprio oggi – è stato per molto tempo un giovane. Nel senso molto relativo che la parola “giovane” poteva avere nell'ambiente stagnante della prima repubblica, Cossiga è stato addirittura il “più” giovane. Laureato a 20 anni, deputato d'assalto a trenta (leader dei “giovani turchi” sassaresi), sottosegretario alla difesa a 38 (record), ministro degli Interni a 48 (record), presidente del Senato a 55 (record), Capo di Stato a 56 (record imbattuto). Fino a ieri era ancora il più giovane tra i Presidenti della Repubblica in vita: più giovane di Scalfaro, Ciampi, Napolitano. Giovani, volete far politica? Seguite Cossiga: laureatevi presto e buttatevi nella mischia. Sceglietevi comunque un partito importante; se non vi piace del tutto scalatelo comunque: potrete sempre picconarlo una volta in cima.

È possibile isolare questo elemento “giovane” nella carriera politica di Francesco Cossiga? Si parla molto tra noi di come sarebbe migliore l'Italia se la governassero i 40-50enni piuttosto che i 70-80enni: Cossiga è un esempio a favore o contro? In che modo la sua (relativa) “giovinezza” può aver cambiato le cose? È difficile da dire, anche perché Cossiga più che un politico è stato un uomo delle istituzioni: non scriveva disegni di legge, ma riformava i servizi segreti. Gli si può riconoscere una certa irruenza, uno stile spiccio nella gestione dell'ordine pubblico: mandare mezzi blindati contro gli studenti è, in un certo senso, una cosa 'da giovani' (il vecchio Giolitti non lo avrebbe fatto). Nella sua lunga carriera però Cossiga è stato anche l'esatto contrario: un notaio attentissimo al rispetto del dettaglio, della norma più desueta e obsoleta. O non c'è qualcosa di giovanile anche in questo? Tra le varie onoreficenze che collezionava, c'era il grado di Capitano di Fregata. Quando il parlamento lo elesse Presidente nessuno se ne ricordava, tranne lui: che deviò il corteo presidenziale per chiedere il consenso allo Stato Maggiore della Marina Militare. Si presentò in divisa da Capitano di Fregata, appunto. La passione per le uniformi, le cariche, le battaglie... se tutto questo non è sufficiente a definire Cossiga un nerd, ecco l'arma segreta: era un radioamatore. Quando salì al Quirinale si portò il baracchino con sé. Persino nei tre anni del “presidente notaio” (1985-1988), quando nessuno avrebbe potuto immaginare che ragazzaccio sguaiato covava in lui, Cossiga si dimostrò in qualche misura giovanile: pose fine a una delle più lunghe crisi del pentapartito nominando a Palazzo Chigi, nel 1987, Giovanni Goria. È ancora il più giovane Presidente del Consiglio.

Invecchiando, Cossiga ha mantenuto i tratti dell'enfant terrible; anche se davanti a certi sbalzi di umore diventava più facile pensare a una psicosi maniaco-depressiva. Le istituzioni erano tutto per lui; allo stesso tempo, fare il presidente durante il semestre bianco era una palla; si dimise due mesi prima.

Chi comincia giovane ha più tempo per re-inventarsi. Di Cossiga ne abbiamo avuti tanti, e diversi tra loro. Io ne riesco a isolare quattro, ma chi lo conosce meglio senz'altro ne conosce molti di più. Abbiamo il Cossiga Giovane Turco, spericolato innovatore della sinistra DC; il Kossiga boia, mandante di assassini di Stato; il Presidente Notaio, che nelle vignette di allora occhieggiava da una fessura delle finestre del Quirinale; e dopo il Muro di Berlino, il Picconatore. Questi quattro mi sembrano più che sufficienti a rendere conto della complessità del tipo; il Cossiga post-Quirinale mi sembra ancora un sequel del Picconatore, sempre più stemperato col passare degli anni. I quattro Cossiga sono anche autosufficienti, nel senso che ognuno si comporta in maniera indipendente dall'altro: studiando le mosse del Giovane Turco non si capisce come sia potuto diventare Kossiga; allo stesso tempo non è facile capire come il Kossiga dalle maniere forti sia diventato, nella prima parte del suo settennato, il presidente più opaco della storia della Repubblica. Quanto al picconatore, ciarliero e imprudente, rappresenta una negazione di tutte e tre le identità precedenti. Potrei concludere definendo Cossiga come il David Bowie della politica italiana, ma forse chi legge qui ormai ricorda Bowie meno di Cossiga (è un cantante inglese di qualche anno fa, che sul palco cambiava spesso identità).

Del cadere in piedi. Cossiga è il ministro degli Interni che non riesce a liberare Aldo Moro. Si dimette. Un anno dopo è nominato Presidente del Consiglio. Il PCI del cugino Berlinguer porta in parlamento l'accusa di aver rivelato al senatore Carlo Donat Cattin che il figlio Marco era indagato per terrorismo. Il caso è archiviato; Cossiga si dimette nel 1980. Tre anni dopo lo nominano Presidente del Senato. Vent'anni dopo Cossiga ammette parzialmente la circostanza: rivelando di averne parlato col cugino Berlinguer, aspettandosi un sostegno. Berlinguer invece lo accusò in Parlamento. Vatti a fidare dei cugini comunisti.

Dopo il 1989 Cossiga ha ripreso a fare 'politica', conquistando spesso le prime pagine con dichiarazioni fantasiose e sboccate che cambiarono il lessico della politica italiana. A distanza di anni diventa difficile capire quale fosse il suo progetto, se ne aveva uno. Sbaglierò, non sono un cossigologo, ma non mi sembra di avere mai sentito un parere di Cossiga sull'economia, sul lavoro, sui diritti civili. Cossiga aveva sempre qualcosa da dire su magistrati, sui colleghi politici: non suggeriva campagne politiche, quanto alchimie parlamentari. Un satrapo di palazzo, convinto che l'Italia si potesse salvare modificando una maggioranza in parlamento o un comma in una legge. Mettiamola così: fino al 1989 era un atlantista convinto, disposto a chiudere un occhio e a volte entrambi pur di mantenere lo status quo in uno degli Stati strategicamente più importanti per la Nato. Al crollo del muro capisce subito (con una prontezza che stupisce tutti) che quel progetto è finito: l'Italia non è più un fronte, ma sta scivolando nelle retrovie. Dal suo osservatorio privilegiato nota che gli americani sono sempre più insofferenti nei confronti della Dc; ostili alla costituzione dell'ennesimo governo Andreotti (filopalestinese?) Ne trae le conseguenze e inizia a tirare bordate alla Dc. Voleva forse creare le premesse per ripristinare l'alternanza di governo? Andreotti però reagisce aprendo al giudice Casson gli archivi del caso Gladio. Il PCI-PDS di Occhetto scopre di essere stato sotto tiro per tutto il dopoguerra (non doveva essere una gran scoperta) e chiede al parlamento l'impeachment. Cossiga, che cannoneggiava a centrodestra, si ritrova bersaglio della sinistra. A quel punto il piccone presidenziale comincia a roteare a 360°: l'uomo forse ricorda che nelle vite passate è stato il depositario di segreti ben più indecenti. Ha infiltrato i movimenti studenteschi; ha lasciato che ammazzassero Moro: di tutto questo erano informati quando lo nominarono al Quirinale: e ora osavano accusarlo per una faccenda risibile come Gladio? Pivelli, avrà pensato. Giudici ragazzini.

In realtà, visto da lontano, il Cossiga post-Quirinale non ha mai fatto mancare il suo sostegno al centro-sinistra. D'Alema è uno dei pochi politici che in questi anni Cossiga abbia stimato davvero: anche lui non proprio popolare, ma ben ferrato nelle logiche di palazzo. Nel 1998 è stato il primo presidente del Consiglio ex comunista, e lo è stato grazie al voto del Senatore a vita Cossiga, dopo che Bertinotti aveva ritirato il sostegno al Prodi I. Otto anni più tardi Cossiga è stato altrettanto decisivo a salvare (o meglio: a protrarre l'agonia) del Prodi II, il governo che si teneva a galla coi voti dei senatori a vita. Insomma, Cossiga non ha mai negato il suo aiuto a quella parte politica: la parte di quelli che nei salotti magari indulgevano alle battute sul Kossiga-Boia, ma tiravano un sospiro di sollievo quando gli autonomi venivano sgomberati da Bologna; quelli che lo mettevano in stato d'accusa in parlamento, ma poi nello stesso parlamento mendicavano il suo voto. Cossiga li ha sempre sostenuti, magari disprezzandoli. Forse avrebbe fatto lo stesso col centrodestra (di fatto ha votato la fiducia all'ultimo governo), se il centrodestra avesse mai avuto bisogno di lui.

Cossiga lascia quattro lettere indirizzate alle quattro cariche. Il sogno di tutti noi è che esse contengano la soluzione di almeno uno dei cento misteri d'Italia: uno tra i tanti scheletri che Cossiga è riuscito a contenere tutta la vita nell'armadio. Potrebbe anche essere, l'uomo amava i coup de theatre. Però chi ama veramente il teatro non resiste all'idea di assistervi: Cossiga ha avuto molti anni per raccontare le sue verità. In certi casi lo ha fatto, nel modo più teatrale possibile: affermando di avere “ucciso Moro”, o raccontando al Resto del Carlino come si gestiscono i movimenti di piazza (“infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”).

Con tutte le sue manie e le sue depressioni, Cossiga ha mantenuto un forte senso di appartenenza nei confronti dello Stato, delle forze dell'ordine, di tutte quelle cose organizzate che fanno la Storia, e che continuano anche dopo di lui. Posso sbagliarmi, ma per chi vive al servizio di queste cose la morte assume un senso relativo: quello che non poteva proprio dire da vivo, non credo possa rivelarlo da morto. Quel che invece può fare da morto è continuare a depistare, magari suggerendo altre illazioni sull'attentato di Bologna (quella famosa pista palestinese basata sull'idea che l'OLP spostasse gli esplosivi sui treni di linea, e non uno straccio di prova), o qualche altra chicca inedita su Ustica o sulle BR. Insomma io non mi fido di lui neanche da morto. Tanto più che da oggi tra i depositari di quei segreti c'è Silvio Berlusconi.
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Ritorno del Coccodrillo à Pois

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Copiare è ok, ma

In margine al pezzo già lunghissimo di venerdì, alcune osservazioni:

1. Per chi non l'abbia letto (vi capisco): in sintesi, gli articoli 'in memoria' di Lelio Luttazzi pubblicati dai quotidiani all'indomani della sua scomparsa erano tutti troppo simili. Identiche le informazioni (e fin qui non ci sarebbe nulla di male), identiche le imprecisioni, i modi di dire, persino gli errori di ortografia. Si parla di dozzine di organi di informazione. Gran parte riceve dallo Stato i contributi per l'editoria. Gran parte etichetta le sue pagine con la dicitura © riproduzione riservata.

2. La fonte principale degli scopiazzamenti erano due agenzie di stampa. Nei commenti è stato fatto presente che è normale per i quotidiani attingere dalle agenzie; che pagano per farlo: insomma, la riproduzione è “riservata” a loro. Giustissimo. Purtroppo anche le due agenzie sembrano essersi scopiazzate a vicenda. Il problema è alla radice. Se è normale che i giornalisti peschino dalle agenzie, da dove pescano le agenzie?
Nel caso di Luttazzi è a questo livello che è successo un guaio, perché l'agenzia ha diffuso una frase che lasciava intendere che il personaggio non fosse stato completamente scagionato da una “vicenda di droga”. Luttazzi invece da quella vicenda è saltato fuori pulito, malgrado i venti giorni in galera abbiano contribuito ad allontanarlo dai palcoscenici tv. A poche ore dalla sua scomparsa, i quotidiani di tutt'Italia hanno scritto che la vicenda aveva dei contorni “mai chiariti” (???) e che le colpe “non erano tutte sue”. Perché lo avevano letto sull'agenzia. Ma l'agenzia da chi lo aveva saputo? Se n'è accorto DestraLab: la fonte della frase incriminata sarebbe un pezzo di Repubblica del 2003, dove si legge identica (e nello stesso pezzo, finalmente! c'è l'accento giusto su rentrée). Ricapitolando: un quotidiano scrive un'inesattezza, l'agenzia la ricopia, tutti i quotidiani copiano l'agenzia (e hanno il diritto di farlo), Luttazzi viene infamato per l'ennesima volta. Se succedesse a me non sarei contento.

3. Di chi è la colpa? Un'agenzia non è un'enciclopedia: il suo ruolo era quello di dare succintamente la notizia che Luttazzi era morto. Poi, per spiegare chi fosse questo signore, ha aggiunto un profilo biografico: ma siccome non è un'enciclopedia, ha messo insieme informazioni trovate on line alla bell'e meglio, tanto poi i quotidiani le avrebbero vagliate. Ma era già giovedì, e venerdì si scioperava; faceva caldo; di questo tal Luttazzi non si ricordava bene nessuno... insomma, è andata così. Magari di solito va meglio. Magari. Perché poi è inutile lamentarsi che nessuno compra i giornali. Per quale motivo l'utente medio dovrebbe voler spendere per leggere la copia non corretta di qualcosa che è già gratis on line? Qual è il valore aggiunto?

4. Un giornalista che copia così, o ha molta fretta (troppa), oppure è convinto che nessuno se ne accorgerà. Si comporta come se il tasto “cerca” di Google fosse suo esclusivo privilegio, quando ormai sta nella homepage di vecchi e bambini. I giornalisti forse non hanno capito che con internet non cambia soltanto la paginazione, ma anche il rapporto coi lettori. Il lettore del cartaceo ha scelto proprio quel quotidiano, e difficilmente può sfogliarne un altro per accorgersi che i contenuti sono identici. Il lettore via internet ha un approccio diverso. Non necessariamente più intellettuale. Ma provate a pensare agli utenti di youtube. Come si comportano? Quando trovano un video interessante, ne cercano di simili. Se ne trovano uno identico, lo riconoscono subito e cliccano oltre. Non sono intellettuali, sono nonni o bambini, e a volte siamo noi. Su internet ci comportiamo così. Il lettore che trova un articolo interessante su Luttazzi può rimanere incuriosito dalla vicenda e cercarne altri che la illustrino meglio. Ci mette pochi secondi, e ancora meno ad accorgersi che i testi sono simili o identici. Un quotidiano su carta può permettersi di copiare, ma un quotidiano on line che copia così è spacciato.

5. Con un po' di tempo sui quotidiani sono arrivate anche i famosi contenuti di qualità: per esempio l'Unità di sabato aveva un bel ricordo di Fazio. Nel frattempo il Corriere pubblicava questo pezzo di Grasso, che ci dice una cosa interessante: Luttazzi ogni tanto querelava (vincendo) quelli che lo davano ancora per implicato nel famoso scandalo. Avrebbe quindi querelato anche il Corriere di due giorni prima? Ma dunque i quotidiani hanno le risorse per fare informazione di qualità: il problema è che non sono tempestivi, ovvero, non sono abbastanza “quotidiani”. Può anche darsi che lo sciopero di venerdì abbia complicato le cose: in ogni caso il mio quotidiano ideale è quello che a cadavere caldo ha già nel cassetto il pezzo di Grasso. Il caro vecchio coccodrillo, esatto.

6. Se la prendono in tanti col Post perché molti suoi articoli sono semplicemente citazioni da altri organi di stampa: ma al Post non fanno altro che rendere esplicito il meccanismo con cui tutti i quotidiani producono i loro “contenuti”.

7. Il problema non è che i quotidiani copiano. Continueranno a farlo, perché è troppo facile, e l'alternativa (produrre contenuti originali) troppo costosa. Il problema è che il sistema permette la diffusione di notizie incontrollate, come l'infamia su Luttazzi. Quello che vorrei dai quotidiani è il cosiddetto fact-checking: copiate pure le agenzie, ma verificate ogni singola affermazione che fanno (e già che ci siete, sì, anche un controllo all'ortografia). Quando un'informazione non si riesce a verificare (non era certo il caso della fedina penale di Luttazzi), è meglio fare come al Post: citare la fonte.

8. Venerdì citavo Wikipedia. In realtà l'articolo su Luttazzi di su Wikipedia Italia è ben lontano dall'essere perfetto. Non si tratta di allungare la polemica tra contenuti liberi amatoriali (wiki) e contenuti professionali coperti da copyright. Wikipedia per me è soprattutto un metodo. Nei primi anni ci rovesciavamo dentro tutto quello che sapevamo, senza preoccuparci troppo di spiegare perché lo sapevamo, chi ce l'aveva insegnato. Col tempo Wiki ci ha insegnato l'importanza delle fonti. In teoria (ed è una teoria ancora lontana dalla realtà, ma non importa) tutte le informazioni inserite su Wiki dovrebbero rimandare a una fonte. Questo rende a tutt'oggi Wiki una risorsa impagabile: non per i contenuti, che possono essere scarsini, ma per le fonti a cui punta. Per esempio, io non riuscivo a capire come si conciliava la “caduta in disgrazia” di Luttazzi dopo lo scandalo del 1970 col fatto che continuasse a lavorare in Rai fino al 1976. Nessun quotidiano me lo spiegava. Invece nella pagina di discussione su Wiki qualcuno ha spiegato che a partire dal 1970 Luttazzi smise di essere un personaggio tv: il varietà che aveva condotto fino all'anno prima cambiò conduttore. Ma quel che è importante, è che questa affermazione puntava a una fonte: una pagina della Rai con l'organigramma dei varietà dal 1954 al 2006. Ecco, questa è un'informazione verificata. Questa si può copiare.

9. Perché il problema non è copiare. Copiare è ok. Il problema è copiare le cose giuste. Sapere dove trovarle e sapere come verificarle. A quel punto copiare diventa così impegnativo che l'alternativa – produrre contenuti originali – diventa quasi preferibile.
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Coccodrillo à pois

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E invece sei più cinico di me!

Salve, sono Leonardo, e per molti di voi sono un fenomeno. No, magari per te che stai leggendo in questo momento sono solo un poveretto, ma ti garantisco che qui passa gente convinta che io potrei subentrare a Eugenio Scalfari da un momento all'altro, e se non lo faccio è soltanto perché sono troppo timido io, oppure per via che in Italia non c'è la meritocrazia eccetera... Balle. Chi mi conosce veramente lo sa. Io non sarei un bravo editorialista, in effetti non lo sono. La verità è assai più prosaica.

Io ero nato per scrivere i coccodrilli.
Lo sapete cosa sono i coccodrilli, no? Quei pezzi che si scrivono in morte del tal personaggio famoso... quando però il personaggio è ancora in vita. Dove si finge tristezza, quando in realtà ci si sta soltanto portando avanti col lavoro. A dire il vero i miei non sono veri coccodrilli: mi è capitato soltanto una volta di mettermi avanti, e non ne vado fiero. Di solito scrivo a corpo già freddino.

Però non ne sbaglio uno. Personaggi di reality, poeti di neoavanguardia, presentatori senza scrupoli, attori decrepiti, musicisti dimenticati (forse giustamente), fumettisti oscuri, tenori strampalati, ciclisti tossicomani, io riesco a spremere una lacrimuccia per tutti. Sarà che più si diventa vecchi... Ma no, è proprio un dono di natura. Che comunque va esercitato.

Il problema è che di Lelio Luttazzi io so pochissimo, giusto qualche antica canzone e ricordi confusi di repliche in bianco e nero. Le poche cose che so, tra l'altro, non combaciano: da qualche parte ho letto che condusse Hit Parade in radio per tantissimi anni, fino a metà dei '70. Ma da qualche parte ho appreso che proprio nel 1970 fu coinvolto in uno scandalo di droga, e che la sua carriera s'interruppe bruscamente. Eppure non smette di condurre Hit Parade, com'è possibile? La verità è che non ne so niente. In quel periodo ero molto impegnato a venire al mondo.

Comunque non è un problema. Questione di mezza giornata, il tempo che serve alle redazioni per tirare fuori i loro veri coccodrilli, a stamparli e poi metterli on line. Nel giro di poche ore la rete sarà piena di informazioni sulla vita di Lelio Luttazzi, e saranno tutte notizie sicure, messe insieme da giornalisti seri, che hanno avuto il tempo di prepararsi e che possono accedere ad archivi importanti. Meno male che esistono, questi giornalisti. Altrimenti non saremmo mai sicuri di niente. Sarebbe tutto un enorme sentito dire. V'immaginate che caos?

Lascio passare dunque una mezza giornata, e poi consulto il Corriere (Luttazzi m'ispira Corriere, saranno i doppiopetti).

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la «sua» Trieste) il 27 aprile del 1923: aveva compiuto 87 anni. È stato uno dei personaggi di maggior successo della canzone italiana degli anni '50 e '60 ma soprattutto un protagonista della televisione, dell'epoca d'oro di Studio Uno, della radio e del cinema. Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre "swingato"...

Vabbè, fin qui ci siamo.

Probabilmente l'apice della popolarità lo ha toccato grazie ad «Hit Parade» uno dei più longevi programmi radiofonici, uno dei primi esempi italiani di trasmissione dedicata alle classifiche trattate con lo spirito del varietà. L'annuncio con il titolo dilatato ('Hiiiiiit Parade!!) come in uno spettacolo di Broadway è rimasto nella memoria del pubblico italiano che seguiva la radio negli anni '60-'70.

Ahimè, non nella mia. Ma quella storia dello scandalo?

...ha visto interrompersi bruscamente la sua parabola artistica quando è rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti della quale è risultato in un primo tempo responsabile di colpe che non erano tutte sue. Questo episodio, insieme all'atteggiamento di alcuni colleghi che gli erano più vicini e che certo non lo hanno aiutato in quel momento così difficile, hanno spinto Luttazzi ad una volontà di esilio da quale è uscito soltanto raramente per qualche piccolo spettacolo con alcuni musicisti amici.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


Fine dell'articolo. Non dice molto. Notate quante ambiguità: “Contorni mai chiariti”, “colpe che non erano tutte sue” (quindi aveva alcune colpe? Quali?), “alcuni colleghi” (chi?) È il classico pezzo di qualcuno che non ha accesso a informazioni di prima mano e non vuole sbilanciarsi (me ne intendo). Insomma, non è un vero coccodrillo. Non è stato scritto mesi fa, e poi chiuso in un cassetto in attesa che venisse utile. È stato buttato giù in fretta da qualcuno che non aveva tempo per documentarsi.

Cosa pensare? I coccodrilli sono cinici, ma professionali. E se smettono di essere cinici i giornalisti, dove lo trovo io il materiale per fare un pezzo empatico e straziante? Mi sarebbe piaciuto leggere un bel pezzo documentato sulle traversie giudiziarie di Luttazzi, magari piagnucolare un po' sul modo ingiusto in cui si è interrotta la sua carriera. Ma in realtà non sono ancora sicuro che si sia interrotta bruscamente, o in modo ingiusto. Non ne so niente.
Vabbè, mi dico, il Corriere ha bucato. Proviamo la Stampa.

Il maestro e compositore Lelio Luttazzi è morto la scorsa notte nella sua casa, a Trieste. Lo si è appreso dal suo amico e agente, Roberto Podio, portavoce della famiglia. Aveva 87 anni e soffriva da tempo di una neuropatia. È stato uno dei personaggi di maggior successo della canzone italiana degli anni '50 e '60 ma soprattutto un protagonista della televisione, dell'epoca d'oro di Studio Uno, della radio e del cinema. Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre 'swingato'...

Ehi ehi, un momento. L'ho già letto, questo pezzo.

...ha visto interrompersi bruscamente la sua parabola artistica quando è rimasto coinvolto in una vicenda di droga dai contorni mai chiariti della quale è risultato in un primo tempo responsabile di colpe che non erano tutte sue. Questo episodio, insieme all' atteggiamento di alcuni colleghi che gli erano più vicini e che certo non lo hanno aiutato in quel momento così difficile, hanno spinto Luttazzi ad una volontà di esilio da quale è uscito soltanto raramente per qualche piccola rentreè con alcuni musicisti amici.

Oddio, qualche differenza c'è: per esempio, nella versione della Stampa al posto di “spettacolo” c'è “rentrée” (con un errore di ortografia, ma passi). Ma al Corriere lo sanno che la Stampa li scopiazza così? E se fosse la Stampa che scopiazza il Corriere? Tanto comunque ne sanno poco entrambi. Che fare?
Proviamo la stampa locale. Una cosa che ho capito è che Luttazzi è nato e morto a Trieste. (La "sua" Trieste). Figurati se al Piccolo non gli hanno preparato un coccodrillo decente...

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la "sua" Trieste)...

No. Anche il Piccolo no.
Ora, io lo so che scrivere profili biografici è molto meno facile di quanto sembri. Mi è capitato di farlo per lavoro, e il mio lavoro consisteva esattamente in questo: scopiazzare informazioni a destra e manca. Però mi hanno insegnato che oltre a copiarle devo cambiarle un po', lavorare di sinonimi, rimescolare la sbobba... sennò non sono più un pubblicista. Non sono neanche più un essere umano, sono un software semantico neanche troppo elaborato. È la seconda volta in due necrologi che leggo “la «sua» Trieste”. È un inciso ridondante, la prima cosa che un essere umano taglierebbe per dissimulare il furto di contenuto. Ma qui non c'è più nessuna umanità, a parte quella che serve a premere ctrl+c e ctrl+v.

L'annuncio con il titolo dilatato ('Hiiiiiit Parade!!) come in uno spettacolo di Broadway è rimasto nella memoria del pubblico italiano che seguiva la radio negli anni '60-'70. 

Sì, e anche nella mia: è la terza volta che leggo lo stesso necrologio. Contro questa epidemia di contenuti scadenti non mi resta che usare l'arma finale: Google. Lo faccio anche coi ragazzini che mi portano tutti orgogliosi una ricerca stampata al pc: prendo una frase un po' strana, la virgoletto, la butto su google, e in 0,3 secondi trovo la fonte del copione. Vediamo un po' quanti giornalisti hanno scritto la stessa frase:


329 risultati.
No, aspetta, 329?
Vabbè, non sono tutti giornalisti: molti sono blogger che scopiazzano i contenuti professionali dei giornalisti senza nessun rispetto per la proprietà intellettuale, quei felloni. E tuttavia... Avvenire. Il Sole 24 Ore. Il Mattino. L'Unità, ahimè. Il Corriere Adriatico. Il Velino. Il Gazzettino. Il GiornaleRadio KissKiss. Tgcom. RaiNews24. Il Messaggero. La Gazzetta di Parma. È l'elenco di tutte le testate che non hanno ritenuto nemmeno necessario cambiare il numero di “i” della parola “Hiiiiiit”: si vede che Luttazzi ne pronunciava esattamente sei, né una di più né una di meno. E ancora: il Nuovo Quotidiano di Puglia. Leggo On Line. Agi. Alt! Ho scritto Agi? Forse ci sono, ho trovato la fonte. L'Agi è un'agenzia: fornisce le notizie di prima mano ai quotidiani. Il suo articolo mi pare di averlo già letto una mezza dozzina di volte, ma mancano due elementi che ormai mi sto allenando a riconoscere: la “sua” Trieste e la parola rentrée. A questo punto mi viene la curiosità di guardare la concorrenza, ovvero l'Ansa. Molto interessante:

Lelio Luttazzi era nato a Trieste (la ''sua" Trieste) il 27 aprile del 1923: aveva compiuto 87 anni.
© Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati

Bingo!
Dunque forse ho capito: i quotidiani non fanno più i coccodrilli. Quando muore qualche personaggio importante prendono le schede delle agenzie e le pasticciano un po'... però, aspetta.

Tra i primi ad inserire nella canzone italiana le strutture del jazz, un modo di comporre 'swingato' 

Questo c'era anche nella scheda dell'Agi, maledizione. Quindi anche le Agenzie si pasticciano le informazioni tra loro?
C'è un altro dettaglio interessante. Nella versione Ansa compare la parola rentrée Ma è scritta in un modo diverso. Comunque sbagliato, ma diverso. Controllo in giro: trovo tre versioni diverse (rentreé, rentree', rentreè). Tutte e tre sbagliate, dannazione – e va bene, il francese è ormai una lingua esotica. Però il dettaglio getta una luce inquietante su tutta la faccenda: questo è un errore di copiatura. Un errore che un ctrl+c e un ctrl+v non potrebbero mai commettere.

Dunque questi non sono pezzi copia-incollati all'ultimo momento. Sono stati scritti a mano. Sbagliare un accento è una prerogativa umana. Insomma: qualcuno ha perso ore e fatica, per ottenere alla fine dei pezzi che sono più o meno scopiazzature reciproche. E se ci sono degli errori, difficilmente li avrà corretti. Al massimo ne ha aggiunti. Questo mi ricorda qualcosa.

Una delle discipline più interessanti che ho studiato da giovane è l'ecdotica. È la scienza – forse è meglio considerarla un'arte – che si occupa di restaurare per quanto possibile le versioni originali dei testi. Specialmente quelli che ci sono stati tramandati lungo il medioevo, quando il software più elaborato era un monaco con pennino tra le mani e neanche un paio d'occhiali decentemente graduati. Questi monaci, non ci credereste, facevano tantissimi errori. Ma era proprio grazie agli errori che si poteva risalire in qualche modo al testo originale. L'idea è che ogni copiatura aumenti il numero di errori contenuti in un testo. Quindi la versione più vicina a quella originale è quella che contiene il minor numero di errori. Insomma, se ci fosse anche una sola versione del coccodrillo di Luttazzi con la parola rentrée scritta correttamente, forse avrei trovato l'originale. Poi ci sono le lectio facilior, le situazioni in cui il copista si trova davanti una parola che non riesce a capire e a copiare, e la sostituisce con una più semplice. È il caso del copista del Corriere, che si è trovato davanti a rentreé o rentreè, ha capito che il rischio di sbagliare accento era altissimo, e ha tagliato la testa al toro scrivendo “spettacolo”. Una lectio facilior che dimostra che il testo del Corriere non è quello originale.

Errori e banalizzazioni permettono di raggruppare le versioni in famiglie. Se cinque manoscritti contengono lo stesso errore, o la stessa lectio facilior, probabilmente derivano da un manoscritto solo, e così via. In questo modo i filologi riescono a costruire l'albero genealogico delle versioni manoscritte dello stesso testo, e a recuperare un'immagine il più possibile precisa di come doveva essere la versione originale.
Ecco, avendo una vita a disposizione mi piacerebbe diventare il filologo di questa roba. Sul serio, mi piacerebbe capire chi ha copiato chi e chi ha aggiunto cosa. L'idea che mi sono fatto è che esistano due coccodrilli originali, entrambi piuttosto reticenti sui trascorsi giudiziari di Luttazzi. Il primo contiene l'urlo di guerra “Hiiiiiit Parade”; l'altro insiste sulla “sua” Trieste e parla di una rentrée. I giornalisti li hanno smontati e rimontati a piacimento, quasi sempre senza usare il copia-incolla automatico. I più scrupolosi hanno aggiunto informazioni prese da altre fonti; alcuni hanno semplicemente giustapposto i due articoli, riscrivendo due volte le stesse informazioni.

A proposito, pare che Luttazzi sia stato incastrato da un'intercettazione telefonica: fu arrestato con Walter Chiari e Franco Califano per detenzione e spaccio. Si fece 27 giorni in prigione, durante i quali Hit Parade fu condotta da Giancarlo Guardabassi. Però poi tornò, completamente scagionato, e continuò a condurla per altri sei anni: insomma, di una carriera troncata di netto non si può parlare. È vero tuttavia che non condusse più “Ieri e oggi” in tv: fu sostituito da Arnoldo Foà. Sapete da dove ho preso queste informazioni, alla fine? Esatto. Wikipedia.
Il bello è che sono le uniche informazioni che avrei potuto copiare e incollare senza temere complicazioni.
Tutti gli altri brani che ho citato sono coperti da copyright.

(Ps: ma chi è il vero re dello swing? Luttazzi batte Arigliano 25.300 a 3.930!)
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Detto tra noi, non sarebbe bello se si potesse scegliere per chi soffrire? buttar giù una lista delle priorità, in cui infilare magari tra famigliari, amori e amici le vere grandi Emergenze dell'Umanità? Insegnare al proprio cuore a preoccuparsi più per la falla nel Golfo del Messico che per le figuracce della Nazionale. Evidentemente non si può, e questo ha risvolti grotteschi, come ad esempio soffrire per Taricone. Non lo conoscevo, non c'è nulla che mi avvicinasse a lui, dai reality alle fiction italiane agli sport estremi. Non ha senso. È il cuore, se così vogliamo chiamarlo: in realtà è un dispositivo mentale intermittente che avrebbe bisogno di una seria messa in discussione. Magari un altro giorno.

Oggi si sta male per Pietro Taricone. Con la sensazione di non aver perso un grande attore, ma una persona che avevamo conosciuto. È evidentemente un'illusione indotta dal medium televisivo, ma diamine, funziona. Non ho nemmeno acceso la tv, non voglio saperne niente, eppure mi vengono alla testa centinaia di sequenze in cui Taricone non è un carabiniere o un poliziotto o un pompiere o il pusher di Maradona, ma è semplicemente Pietro Taricone. Taricone sul divano che le spara grosse, Taricone che tacchina la prima che ci sta, Taricone che pianta una tenda nel soggiorno. Taricone che fa gli addominali, ma soprattutto Taricone che si vergogna. Questo è importante. Taricone ha fatto tutto il peggio che poteva fare per vincere al Grande Fratello e trovarsi un posto al sole, ma non ne andava fiero.

Verranno a spiegarci che il primo Grande Fratello è stato diverso da tutti gli altri, grazie tante. Gli mancava ancora la possibilità che ha cavalcato in seguito, di essere la parodia di sé stesso. Ci diranno che Taricone da subito aveva capito cosa non voleva diventare: un Pietro Del Grande Fratello. Può darsi che sia andata così, in effetti questa intervista dimostra una lucidità sorprendente. È del 23 dicembre 2000, le Torri Gemelle sono ancora al loro posto e Maurizio Costanzo non ha ancora collaudato il famigerato meccanismo che trasformerà gli ex concorrenti del GF in vip istantanei da pompare e sgonfiare alla bisogna. Eppure Taricone, appena uscito da una gabbia dopo 99 giorni, ha già capito. Non era un fesso.

Questo lo si era intuito subito: non per i quiz di cultura generale in cui surclassava tutti i suoi compagni di prigionia. Non perché avesse compreso prima e meglio degli altri le regole del gioco, la necessità di buttarla sul sesso, l'autoironia con cui era opportuno sfoggiare addominali. Taricone non era un fesso perché istintivamente aveva fiutato la Bestia e si era reso conto (come pochi, anche in seguito) che era troppo grossa per lui; che valeva la pena di fare un passo indietro. Studiare recitazione, fare curriculum. In seguito sarebbe diventata una battuta ricorrente: il tale film o la tale fiction era così scarsa che "il migliore è Taricone". Ogni sua apparizione era una breccia nella quarta parete, ma non era tutta colpa sua. Il fatto è che non lo conoscevamo come si conosce un attore, maledizione. Lo conoscevamo come si conoscono gli amici. E ogni volta che metteva il naso davanti allo schermo, veniva voglia di salutarlo: aho', ma che ci fai lì.

Ci diranno che il primo GF non era il circo di freak che è diventato in seguito (tant'è che quando finisce, al suo posto fanno lo show dei record coi nani, i giganti, i mangiatori di spade, i tatuaggi e i piercing. Un succedaneo). Ma forse la strada era già segnata. Quello che per me farà sempre la differenza, l'ho scritto sopra, è stata la vergogna. I giovani d'oggi, si dice, non la conoscono. Calciatori, tronisti, Taricone somaticamente non appariva diverso, salvo che la vergogna la conosceva, io me ne ricordo abbastanza bene. La vergogna sincera, non recitata, per aver voluto estromettere Roberta Beta con una prova di forza, salvo pentirsene pubblicamente nel giro di pochi giorni. Più che la tensione erotica per Cristina, rammento la vergogna per averla simulata o addirittura provata davvero; la vergogna assai poco telegenica del down postcoitale, la vergogna per essere stato quello che tutti ti chiedono di essere, te stesso, quando te stesso in fin dei conti non è un granché. Taricone è stato sé stesso per 99 giorni, in tv; poi ha passato dieci anni a cercare di essere qualcosa di diverso, magari migliore. Non so se ci stesse riuscendo davvero. Quel che ho scoperto ieri, è che io tifavo per lui.
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Il miglior Nessuno

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Come presenti Omero agli undicenni? Le ore a disposizione sono una manciata, i pochi rudimenti di Storia antica un ricordo lontano. Molti hanno difficoltà a leggere una frase in italiano corrente: per loro il traduttese della Calzecchi Onesti è un'altra lingua straniera. Il rischio è quello di buttar tutto in favoletta; con la scusa dei contenuti universali trasformare l'ira di Achille nella foga di un tronista tamarro (quello che fece Brad Pitt). Mentre invece Omero non ci somiglia per niente: anche quando sembra parlarci di cose che conosciamo, basta voltarsi un attimo e ci sorprende lo straniero, l'arcaico: un dio incestuoso, un gigante cannibale innamorato dei suoi armenti, una madre che è uno spettro assetato di sangue.

Come presento Omero agli undicenni? Sembra impossibile, in realtà c'è una soluzione a portata di vhs: l'Odissea di Franco Rossi. Sì, proprio quell'obsoleto sceneggiato girato a colori per una tv di Stato che era ancora in bianco e nero, con un Polifemo di cartapesta a cura della famiglia Bava e Irene Papas a casa a tesser tele. Datato, datatissimo. Fino a qualche anno fa non avrei scommesso un euro sulla possibilità che qualcosa di tanto statico potesse essere propinato con successo a classi di preadolescenti iperattivi.

E invece, incredibilmente, funziona. È talmente fuori dal tempo che li ipnotizza. Sono così abituati a movimenti di camera frenetici, che di fronte a un paesaggio fermo e a una voce fuori campo vanno in estasi metafisica. In un certo senso è il primo vero film che riescono a capire. Tutto quello che hanno visto fino a quel momento andava troppo velocemente per salire al cervello. Ora finalmente possono trovare sullo schermo un po' di silenzio, di quiete, ed è qualcosa che nemmeno immaginavano di poter apprezzare.

Per chi è nato a fine Novanta uno sceneggiato del '68 è arcaico quasi quanto Omero. Un film senza effetti digitali è un oggetto misterioso in sé. Le sirene restano fuori campo e non si scacciano dal cervello; gli dei che appaiono all'improvviso senza flash luminosi ricominciano quasi a far paura. Non è una questione di budget, bisogna essere onesti. Rossi e la sua troupe italo-franco-tedesco-jugoslava si stavano liberando consapevolmente di tutta la sintassi dei peplum. Volevano essere arcaici e, per tutti gli Dei, ce l'hanno fatta. L'unico paragone che mi viene in mente sono le tragedie di Pasolini (ma la Medea con la Callas è dell'anno successivo; fino a quel momento si era visto soltanto l'Edipo Re). Magari mi sfuggono dei riferimenti, non è che me intenda. Quel che posso dire, da operatore sul capo, è che funziona. L'Ulisse a cui si affezionano i ragazzini non è un supermario che passa di mostro in mostro e alla fine raggiunge la regina nel castello. È un uomo in un mondo alieno e ostile, che ha commesso crimini e imperdonabili imprudenze. Ostinato a voler tornare; rassegnato a perdere tutti quelli che incontra, secondo il capriccio degli Dei.

È anche merito dell'attore, quell'umanissimo e misterioso Bekim Fehmiu. Ai ragazzi racconto che è albanese: in fondo Itaca non è molto lontano, e non è poca gloria essere connazionali del re di tempeste. In realtà era jugoslavo della minoranza albanese (cossovara?), ma la Jugoslavia non esiste più, e studenti cossovari non mi sono ancora capitati. È l'uomo che ammette in lacrime di essere stato esecutore del genocidio dei troiani; l'uomo che abbraccia l'ombra della madre; che perde la ragione ascoltando le Sirene. Ed è l'uomo che riconquisterà la sua casa massacrando i proci, perché così vogliono gli dei. Così vorrebbero anche i ragazzini, in teoria. Lo sceneggiato li ha caricati come molle: sin dall'inizio Antinoo e soci sono stati presentati come prepotenti da western, accampati nella reggia come in un saloon. Nei panni del mendicante, Fehmiu si è fatto schernire per più di mezz'ora prima di prendere l'arco in mano. Deve scorrere il sangue, e scorrerà. Ma non sarà divertente. 

È una mattanza senza gloria, lontana millenni da qualsiasi scena madre di action movie: i condannati smettono all'istante di sembrare antipatici. Sono chiusi in trappola, presi alle spalle e scannati come animali; le donne urlano, Penelope si tappa le orecchie. Lo stesso Ulisse a un certo punto non ne può più, intuisce che la storia non ha senso. E allora da un angolo appare un dio, travestito da amico di famiglia, a ribadire le ragioni della mattanza. Le ragioni di dei capricciosi e assetati di sangue: la morale è una favoletta stantia, ha le sembianze di tre vecchie bigotte.

Bekim Fehmiu è morto martedì. Il suo Ulisse, ipnotico e dubbioso, resta con noi. Non sarà un capolavoro, ma è il migliore Ulisse che si possa mostrare a un ragazzino. Credo che lo resterà ancora per tantissimi anni.
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Che cavolo stai dicendo

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Diff'rent Strokes

Mi perdonerà il povero Coleman, e chi giustamente rimpiange lui e le risate che ci strappava, ma quant'era razzista quel telefilm. Quel negretto tanto simpatico, nato ad Harlem ma adottato dal Buon Padrone bianco di Manhattan, occhieggiava dai nostri enormi tv-color come un criceto nella gabbietta. Quant'era carino, quant'era buffo, e non cresceva mai. Andate in soffitta, tirate fuori i vostri stinti arretrati di Sorrisi e Canzoni o del RadiocorriereTV, e confermatemi che nel 1980 Arnold si poteva chiamare ancora “negretto”, senza paura di offendere né lui né... chi? Non c'era nessuno da offendere, e noi italiani non eravamo razzisti, assolutamente, anzi ci stavano tanto simpatici i negretti dei telefilm. Gli orfanelli e le domestiche. Beati anni Ottanta. Io comunque non li rimpiango.

Ho fatto due conti e stabilito che preferisco stare dove sto. Nell'Italia anni Dieci dove il razzismo è tutto da questa parte del vetro, e di neri ne incontri per strada quanti ne vuoi, ma non ce n'è uno che ti ricambi un sorriso. Hanno sempre quell'aria incazzata e i brufoli, i brufoli dei neri, chi se li sarebbe immaginati. Ma sul serio, meglio stare qui. Nell'Italia che urla a Balotelli “non esistono neri italiani” - Balotelli che manco sa chi è il Mio Amico Arnold, è nato quattro anni dopo la chiusura. La stessa antipatia di Balotelli, il suo scarso o nullo autocontrollo, mi intristiscono e spaventano, ma li preferisco ai sorrisi di quando i mulini erano bianchi, i tv color erano grossi, la lira era leggera, e i negretti erano buffe creaturine, parenti dei puffi, che ridevano a trentadue denti tra uno spot e l'altro. Quest'Italia analfabeta di ritorno, quest'Italia che a furia di grattarsi ha tirato fuori il fascismo sottopelle, quest'Italia che intona faccetta nera e non finge più di non sapere che il ritornello incita allo stupro etnico, quest'Italia potrà anche e giustamente farvi schifo, ma è tutto quello che abbiamo, e le favole che ci raccontavamo da bambini erano balle, si è capito? Balle. Credete a chi lo sa: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. I mulini non sono mai stati bianchi; i negretti bisogna stare attenti ad adottarli perché crescono; e s'incazzano; e hanno brufoli brutti a vedersi.
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Alla maniera del vecchio ES

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questo è il decreto intercettazioni, questa è la tregua di Madrid
fra Moratti e Mourinho, è la Red Bull di Webber, è il pesco
fiorito, è 'o puorpo gigante: ma se volti il foglio, Leonardo
ci vedi il denaro:
                          questi sono i pianeti extrasolari, questa è la New Town
dell'Aquila
, è la lavagna interattiva, è il primo volume dei Poetae
Novissimi, sono le scarpe, sono le bugie, è il CdR del Sole24Ore, è Noemi,
è una mail che mi è arrivata oggi dalla Thailandia, è il botox,
è la gravidanza assistita: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               questa invece è la buonuscita di Santoro, è il Presidente
che prende google per un cappotto, è il petrolio nel Golfo del Messico,
è il federalismo, l'otto per mille, il cinque in condotta,
i boia delle Diaz: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               e questo è il denaro,

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

ma se volti il foglio, Leonardo, non ci vedi niente:

(L'originale , assai diversa, era Purgatorio de L'Inferno 10)


Postilla: qualche giorno fa a Filippo Facci e Antonio Socci è scappato di scrivere che "Regalare alla sinistra Roberto Saviano sarebbe una delle sciocchezze più tragicomiche che il centrodestra potrebbe fare", e che "Saviano, oltretutto, ha una formazione culturale fin troppo di destra". Anche se mi scappa da ridere, non ho nessuna intenzione di disputare Saviano a cotanti avversari, manco fosse il pupazzetto appeso a un canto del calcinculo: se a destra c'è gente che prova ad acchiapparlo, tanto meglio per loro (e forse anche per lui, coi tempi che corrono). Vorrei solo spiegare perché, malgrado l'autorevole opinione di Facci e Socci, continuo a considerare Roberto Saviano dalla mia parte.

Si tratta di una cosa banalissima: per me Saviano è di sinistra perché dietro a ogni pagina si ostina a vedere il denaro. Le sue indagini non sono sempre rigorose, il quadro è spesso incerto, e in agguato c'è sempre la tentazione di buttarla in epica: però Saviano è uno dei pochi in questi anni che volta il foglio, o almeno ci prova. Romanzo, non romanzo, è un dibattito che non m'ha mai appassionato. Io sto con Saviano perché dove gli altri vedevano sangue e piombo, lui vede economia. L'Istituto Bruno Leoni non approva, è un buon segno. Io credo che Saviano abbia trovato la chiave giusta, così come credo a cose un po' scipite e fuori del tempo come la lotta di classe (e mentre lo dico immagino Facci che mi dà del matto e Socci che si tappa le orecchie e invoca la Madonna). Se pensate che sia roba vecchia, anacronistica, che la sinistra debba trovare altre posizioni, non c'è problema. Andate, fate, e prendetevi pure la parola "sinistra", non ci sono affezionato. Non ci tengo particolarmente a passare per uno "di sinistra". Come te (come tanti, spero) io spero di essere "lo stupido antifascista", non altro: un insegnante, uno scribacchino, un vetero-:
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Postkarten 49

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(Il blogger è morto):

per preparare un post, si prende "un piccolo fatto vero" (possibilmente
fresco di giornata): c'è una ricetta simile in Stendhal, lo so, ma infine
ha un suo sapore assai diverso: (e dovrei perderci un'ora almeno, adesso,
qui, a cercare le opportune citazioni: e francamente non ne ho voglia); conviene curare
spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti
più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi rispettando l'anagrafe:
da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili): ho fatto il nome
di Stendhal: ma, per lo stile, niente codice civile, oggi (e niente Napoleone, dunque,
naturalmente): (si può pensare, piuttosto, al Gramsci dei Quaderni, delle Lettere, ma
condito in una salsa un po' piccante: di quelle che si trovano, volendo, là in cucina,
presso il giovane Marx): e avremo una pietanza gustosamente commestibile, una specialità
verificabile: (verificabile, dico, nel senso che la parola può avere in Brecht, mi pare,
in certi appunti dell'Arbeitsjournal): (e quanto all'effetto V, che ci vuole, lo si ottiene
con mezzi modestissimi): (come qui, appunto, con un pizzico di Artusi e Carnacina): e
concludo che il blog consiste, insomma, in questa specie di lavoro: mettere parole come
in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili, come tante battute argute
e brevi: (che si stampano in testa, cosi, con un qualche contorno di adeguati segnali
socializzati): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e, poniamo, le solite metafore):
(che vengono a significare, poi, nell'insieme: attento, o tu che leggi, e manda a mente):
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Elisir di eterna vecchiezza

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Il coccodrillo su Vianello che non avete ancora letto è sull'Unita.it: Raimondo, da Poggio Bersezio a Milano2 (si commenta qui).

È strano pensare che Raimondo Vianello non ci sia più. Per quelli della mia età, cresciuti mentre la Rai passava dal bianco e nero al colore, non è mai esistita una televisione senza che lui occupasse almeno un angolo del palinsesto. E anche quando non avevamo voglia di vederlo, era bello sapere che c'era: statuario senza essere ingombrante, stava lì e non dava noia a nessuno; era parte del paesaggio; ed era sempre anziano. Impossibile immaginarlo bambino negli anni Venti, ragazzo nei Trenta; pensare che tra Salò e Badoglio avesse scelto Salò, e condiviso la prigione con Ezra Pound. Lui era un uomo di mezza età che battibeccava con la moglie in tv; erano meno giovani dei nostri genitori, quindi erano vecchi. Ma di una vecchiezza eterna, immutabile, come quella dei nonni visti dagli occhi dei bambini; si dava per scontato che avrebbero battibeccato per sempre, e non ci avrebbero lasciato mai. 

C'è un vecchio sketch in bianco e nero in cui Vianello non recita ancora la parte dell'eterno marito-canaglia; è un autore televisivo con diverse idee da proporre, e si trova nello studio di un funzionario Rai (l'azienda, ricordiamolo, lo aveva già licenziato in tronco nel 1959, con l'amico Tognazzi, per aver mimato una caduta maldestra del Presidente Gronchi). E dunque questo funzionario, irremovibile e sorridente incarnazione bernabeiana, riempie Vianello di lodi e complimenti per i suoi testi... ma glieli boccia tutti. Guai però a parlare di censura: ad esempio, la tale scenetta di satira politica è spassosa... ma è troppo difficile per lo spettatore medio della Rai, “il contadino di Poggio Bersezio”; anche quella di satira di costume è intelligente e ben costruita... ma siamo sicuri che sarebbe compresa “dal contadino di Poggio Bersezio”? Alla fine, esasperato, Vianello prende congedo dal funzionario e si reca in macchina nel paesino di Poggio Bersezio; trova un contadino e lo prende per il bavero: “Si può sapere cosa vuoi?” Come è già stato notato, il contadino di Poggio Bersezio è il padre di tutte la “casalinghe di Voghera” o dei “pastori abruzzesi” che ciclicamente vengono tirati in ballo per giustificare una tv che vola basso, assecondando i gusti dei telespettatori invece di formarli. Nel caso di Vianello, il contadino di Poggio Bersezio evidentemente non chiedeva che battibecchi tra mogli e mariti; mogli un po' fanatiche e mariti un po' canaglia, ma anche amanti del quieto vivere, del divano e della Gazzetta dello Sport. Forse l'attore Vianello avrebbe meritato di impersonare personaggi più complessi, come quelli che il suo collega Tognazzi, abbandonata la televisione, cominciava in quegli anni a trovare al cinema. Ma tra piccolo e grande schermo, Vianello aveva ormai scelto il primo, e il successo clamoroso dei suoi show con Sandra Mondaini sembrava dargli ragione. 

E tuttavia c'era stato un momento in cui sembrava che Sandra e Raimondo
 non sarebbero stati per sempre “Sandra e Raimondo”. Il vecchio varietà a base di balletti e battibecchi mostrava la corda già all'inizio degli '80, quando ne uscì l'ultima versione Rai, dal titolo fin troppo autocritico: “Stasera niente di nuovo”. Qualcosa di nuovo in realtà c'era: una pimpantissima Heather Parisi, che toglieva alla Mondaini il ruolo di prima ballerina. Quanto a Raimondo, i suoi maldestri tentativi di corteggiamento risultavano persino malinconici: il personaggio cinico di qualche anno prima sembrava ridotto anzitempo a un vecchietto bavoso. Lo show raccontava, con tutta l'autoironia del caso, un passaggio generazionale: in quel momento nessuno avrebbe potuto credere che Raimondo e Sandra avrebbero continuato a battibeccare sullo schermo per un altro quarto di secolo. 

A operare il miracolo sarà, anche stavolta, Silvio Berlusconi
. I Vianello saranno tra i primi a seguire Mike Bongiorno alla corte di Cologno Monzese. Ma se per Mike la Mediaset è la realizzazione di un'idea perseguita per tutta la vita (quella di una televisione francamente e puramente 'commerciale', basata sugli introiti pubblicitari), per Raimondo e Sandra è una specie di capsula d'ibernazione. I meccanismi comici messi a punto in vent'anni di sketch vengono congelati, riprodotti in show fotocopia e poi diluiti all'infinito nella sit-com più ipnotica mai trasmessa in Italia, rilassante e tranquillizzante come l'infinita litania di “che barba, che noia” pronunciati dalla Mondaini a fine trasmissione. Anche stavolta l'autocritica era evidente, e Vianello non aveva nulla da aggiungervi: a quel punto della sua carriera gli bastava rimanere impassibile per conquistarci; persino le solite risate finte, per quanto lugubri, non erano del tutto fuori posto: se c'era qualcuno in grado di farci ridere con un'occhiata era Vianello. 

Certo, era molto invecchiato
. Ma il contadino di Poggio Bersezio è invecchiato con lui. Da molto tempo ha messo via la zappa e si è comprato una villetta; magari non proprio un superattico a Milano2, ma una residenza dignitosa. Da molti anni passa il tempo a beccarsi con la moglie, provarci con le badanti, e trascinare tutto il vicinato in equivoci incresciosi – in sottofondo, una musichetta implacabile. Ho una teoria: Berlusconi è uno di quegli Dei sbadati che ci promette l'eternità, ma si dimentica l'eterna giovinezza.
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Vuoi pure queste?

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Bettino, vuoi pure queste?

Diro anch'io la mia su Craxi (potevo esimermi?)
Era antipatico.

Tutto qui? Beh, sì. Ma scusate, vi sembra una cosa da poco? Credete che antipatia e simpatia non siano dettagli da tenere in conto quando si formula il giudizio su un leader politico democratico? Barack Obama e Berlusconi non vi hanno insegnato niente.

Non voglio nemmeno dire che la politica consista nel farsi amare dalla gente. Però aiuta. Diciamo che è il 40% del lavoro. L'altro 60 magari consiste nel migliorare il proprio Paese, e da questo punto di vista... cough, sto ancora lavorando per pagare il debito pubblico che questo tizio ha aiutato a quadruplicare, per cui, se non vi spiace, lasciamo perdere (potrei prendere fuoco). Concentriamoci sull'aspetto “piacere alla gente”. Oggi si dà per scontato.

Trent'anni fa era diverso. Si stava passando dal modello in bianco e nero (il politico serioso e autorevole, eloquio soporifero, occhiali da nerd) a quello a colori: il politico pop, che conquista i telespettatori lanciando slogan brevi e a effetto. Craxi rimase incastrato nella fase di transizione. Se vogliamo essere onesti dobbiamo dire che non funzionava né a colori né in bianco e nero. La sua faccia unticcia e le sue pause imbarazzanti stridevano sul vetro televisivo come i pattini sul ghiaccio della vecchia pubblicità viakal Cif Ammoniacal (si-può-graf-fia-re). Non era necessario essere stati indottrinati dal Kgb per trovarlo immediatamente insopportabile. Fidatevi: veniva spontaneo.

Il dibattito di questi giorni (ammesso che interessi qualcuno) è paradossale. Sembra che su Craxi sia possibile formulare soltanto due ipotesi antitetiche: statista o tangentaro. In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un gran statista né un gran tangentaro (mediocre anche in quello? Andiam bene). Nessuno che faccia presente una semplice e banale verità: prima ancora di essere più o meno politico o ladro, Craxi era antipatico come pochi, e questo alla lunga gli rese un pessimo servizio. Anche perché c'era una certa hybris nell'idea di poter governare e addirittura modernizzare l'Italia senza essersi mai fatto votare da più di un italiano su sei. Sulla cresta di un'onda lunga sempre prevista, mai arrivata - oppure era quella che alla fine lo travolse.

Vi è capitato di vedere, negli ultimi giorni, qualche intervista inedita, un filmato di repertorio? (No. Non ve ne poteva fregar di meno. Appunto). Di solito quando una grande uomo muore, gli cresce l'aureola attorno, anche nei documenti video: diventa più bravo, più bello, le sciocchezze che dice sembrano massime di La Rochefoucauld. A Craxi non succede. A distanza di anni la sua voce stentorea continua a urtare l'orecchio come un controsenso. Craxi viveva nei televisivi anni Ottanta, contemporaneo di Jei Ar e del mio amico Arnold, e impostava la voce come in un comizio anni Cinquanta.

Lo so cosa state per dire: anche Pertini. E Pertini era popolarissimo. Sì, perché con quella voce d'altri tempi Pertini impastava discorsi a braccio pazzeschi, prendeva una cerimonia come il Discorso di Fine Anno e lo trasformava nel confessionale del Grande Fratello (Hai sentito come gliele ha cantate a Gheddafi?) Pertini si era ormai incarnato nello stereotipo del nonnetto bizzoso con un passato da romanzo, e ci si divertiva. Craxi invece era il Padre che non torna neanche a cena, ha l'amante e non ti parla da anni, ma ti toglierà il saluto se non ti iscrivi a giurisprudenza. Poi magari il vero Craxi coi figli era tutt'altro (possibile, a giudicare dallo zelo con cui ancora oggi ne difendono la memoria), ma il personaggio-Craxi era quello, e stava sulle palle all'ottanta per cento degli italiani. Non mi sembra un dato politico da sottovalutare.

Non è che i suoi diretti concorrenti non soffrissero dello stesso problema, ed è interessante studiare gli sforzi che fecero per adeguarsi a qualcosa che ancora non si capiva cosa fosse. Berlinguer si fece prendere in braccio da Benigni, fu un momento profetico. Andreotti cercava di spacciarsi per battutista televisivo, funzionò finché resse la claque. Forlani non faceva niente e infatti Forlani è stato risucchiato dal niente. Occhetto sbaciucchiava la moglie davanti ai fotografi. Erano esperimenti un po' così, ma tutti avevano capito che qualcosa andava fatto. Craxi no. Lui nel frattempo si era sdoppiato in due personalità: lo Statista Di Livello Mondiale e il brigante Ghino di Tacco – ed erano antipatiche entrambe. Probabilmente pensava a sé stesso come una specie di Mitterand italiano, machiavellico ed enigmatico quanto bastava, e credeva che il problema simpatia si risolvesse circondandosi di nani e ballerine (invece riusciva a rendere antipatici anche costoro). Che bisogno c'è di essere simpatico, quando in lista hai Gerry Scotti? Non si faceva molta fatica a capire che il suo personaggio avrebbe finito per restare impregnato di tutta l'arroganza così caratteristica degli anni Ottanta. E che avrebbe fatto la fine triste di un cattivo di Dinasty o di Falcon Crest, di quelli che scompaiono dalla scena senza neanche salutare perché non gli rinnovano il contratto. A volte li si fa esplodere in mille pezzi su un motoscafo. Altre volte partono per un Paese lontano, da cui non si ritorna. Si parla ancora un po' di loro, di sfuggita: e poi scompaiono, non sono mai esistiti, la vita (finta) va avanti.

Viene il sospetto che Forattini – uno molto più bravo ad annusar l'aria che a far ridere – avesse captato qualcosa di profondo disegnandolo come un piccolo mussolini. La stessa arroganza a doppio taglio: gli italiani per un po' la sopportano, ma alla prima difficoltà eccoli pronti ad appenderti per i piedi. A Craxi poi non è andata così male: appena un assalto con le monetine. Eppure continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio spese. Ma no, i vedovi Craxi non si danno pace. Probabilmente perché la fede in Craxi Grande Statista ha qualcosa di simile a quella nel Dio del Vecchio Testamento: richiede un investimento emotivo e psichico enorme. Bisogna ricordarsene tutti i giorni e tutte le notti.

E quindi si stracciano le vesti: Perché ha pagato lui per tutti, perché? Semplice: ha rifiutato di farsi processare... No, ci vuole una spiegazione più profonda. Va bene, e allora tenetevi questa: ha pagato più degli altri non perché fosse il più disonesto, ma perché era il meno simpatico. E' giusto? No, magari no. Ma è giusto giocare a fare i leader carismatici col 15% dei suffragi? Berlusconi, che tanto gli deve, dai suoi errori ha imparato parecchio. Berlusconi, lui, non graffia: va giù liscio come una mousse. Ha il sorriso smagliante, la battuta pronta (magari mediocre, ma pronta), non si blocca ogni cinque secondi per trovare l'espressione più tranchant, che poi tranchant non era mai.


Date un'occhiata a questo grafico sull'affluenza alle urne nei referendum abrogativi. L'ho fatto qualche mese fa, perché m'interessava mostrare che il trend negativo è quasi trentennale. L'unica eccezione è un picco improvviso tra 1991 e 1993 (e dire che l'anno prima per la prima volta il quorum non era stato raggiunto). Cos'era successo nel 1991?
Tante cose, ma secondo me su tutte una: un giornalista aveva intervistato Craxi a tavola. Ricordate, era il momento in cui i politici cercavano di mostrarsi più alla mano, quindi questo giornalista aveva avuto accesso alla tavola di Craxi. E gli aveva chiesto se davvero secondo lui gli italiani dovevano andare al mare, la domenica del referendum. Craxi (che al mare c'era già) dopo la solita pausa, aveva detto: passatemi l'olio.

Ecco chi era Craxi. L'unico politico in grado di riportare gli italiani nelle urne referendarie, invertendo un un trend ventennale. Semplicemente facendo una figura da stronzo per dieci secondi in tv. Altro che monetine. Ringraziate che fosse finita la stagione dei bulloni.
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Non ci incarteremo il pesce

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Beniamino Placido nella sua vita ha scritto moltissimo, come tutti i giornalisti del resto. Però a differenza di tante firme prestigiose del giornalismo italiano (a fine ’80 Placido era un’istituzione), non ci lascia molti libri. Se poi per “libro” s’intende “mattone cartonato con firma prestigiosa, da presentare nei talk e farci soldi soldi soldi”, Beniamino Placido non ci lascia proprio niente, e sì che avrebbe potuto: con poco sforzo e ottima resa. Invece no. I pochi libri pubblicati sono divertimenti – uno si chiama proprio così, “Tre divertimenti”, e riprende una serie di parodie che aveva buttato giù per l’inserto culturale di Repubblica. Cosucce a margine, perché Placido non si considerava uno scrittore di libri. I libri a volte restano, e forse lui di restare non aveva tutta questa voglia (che è una delle molle che ti spinge a firmare cartonati, o la Divina Commedia). Preferiva stare sul giornale, che oggi c’è e domani è buono per incartare il pesce. Immagine sua. Non saprei dire da dove l’ho presa (non ho una sola pagina di Placido in casa), ma è sua. Probabilmente il quaranta per cento di quello che butto fuori è roba sua.

Io comunque non sono del tutto d’accordo. Anche il giornalismo, si capisce, mica tutto, ma il buon giornalismo può durare. Oggi poi c’è l’archivio di Repubblica on line, e con un piccolo sforzo posso andare a trovare il primo pezzo di Placido che ho letto. Eccolo qui.
Potrebbe essere stato scritto ieri, o perlomeno fino a tre giorni fa, quando hanno rinnovato la convenzione alla sempre-in-punto-di-morte Radio Radicale. C’è una notazione di psicologia delle masse che sembra scritta apposta per descrivere Internet e i Social Network, salvo che era il 1986 e i radicali si erano limitati a liberare il microfono per qualche ora. C’è tutto Placido nel modo in cui è costruito il pezzo: lo vedi che guarda alla finestra, uffa, potrei andare a Radio Radicale, ma fa caldo… poi servono dieci lire per l’ascensore, ma dove le trovo dieci lire… un dettaglio di colore, le dieci lire, che tre capoversi dopo ricompare ed è diventato la metafora del valore della vita, del tutto e del niente, ma quanto era bravo Beniamino Placido? E quanto ci manca? A me, tantissimo.

Se n’è andato, senza neanche lasciarmi libri da leggere. Ma sul serio poteva pensare di sparire così? Di non aver lasciato ai suoi lettori segni indelebili, a vent’anni di distanza – insomma, Mister Trionfo dell’Oblio, spiegami questa: come faccio a ricordarmi ancora bene il titolo di un pezzo letto a tredici anni, su un pezzo di giornale che qualcuno mezz’ora dopo buttò via … che cos’è questo, come facciamo a chiamarlo ancora “giornalismo”? e allora cos’è, “letteratura”? Filosofia, poesia, sia quel che sia, signori eredi di Beniamino Placido, vi rincrescerebbe far pubblicare un’antologia di “A parer mio” in volume? Lo so che parla per lo più di trasmissioni dimenticate e personaggi evaporati, eppure sono disposto a scommettere che molte di quelle pagine funzionano ancora. Poi chissà, non è detto: quante volte abbiamo provato a rivedere un vecchio telefilm e siamo rimasti delusi. Però l’effetto che ci faceva aprire il giornale alla pagina spettacoli, e trovarci quel rettangolino d’intelligenza, è una cosa che ci porteremo dentro ancora per molto tempo.

Noi che guardavamo la tv e studiavamo i libri, ed eravamo convinti che fossero due dimensioni incommensurabili, senza niente da dirsi: e poi leggevamo Placido che le metteva in contatto, ed era l’emisfero destro del nostro cervello che scopriva il sinistro, finalmente. Se metteva Nietzsche e Boncompagni nello stesso pezzo, Placido non lo faceva per provocare, o per sembrare pop, ma con la naturalezza dello studioso che si è scelto un campo di ricerca interessante (la tv) e non disdegna di usare gli strumenti più raffinati che conosce. L’umanità lo incuriosiva, e la tv gli serviva a volte da microscopio, a volte da cannocchiale. Ma era una curiosità filosofica, non aveva nulla di morboso. Placido non si sarebbe fatto ipnotizzare dalla finta umanità di Uomini e Donne, o del Grande Fratello. C’è un suo pezzo, che non riesco a trovare, in cui si ritrova a parlare del “bingo”, ovvero (come non avrebbe mai omesso di spiegare, per rispetto ai lettori) della tombola inglese. Racconta di un suo soggiorno in Inghilterra, trascorso nelle nobili stanze di una qualche prestigiosa università, a studiare autori immortali; e di come un giorno gli fosse capitato di sbagliare il percorso tra la stazione e la biblioteca – o forse aveva voluto semplicemente cambiare strada, per curiosità. E di essersi trovato in un’Inghilterra totalmente diversa, parcheggi grigi tra case cadenti, e un locale dove i nativi giocavano a bingo, “tra pessimi odori” (la notazione olfattiva era quasi un suo marchio di fabbrica). L’Inghilterra era anche quello, scriveva, e scriveva di aver viaggiato a lungo anche per scoprire quello, e di non volersene dimenticare. Tutto lì: nessuna pretesa di nobilitare il bingo, di trovarci l’espressione dell’umanità della working class… balle: il bingo è imbarbarimento. Stava a noi decidere di farne a meno, scegliendo con più cura i nostri percorsi. E magari poi produrre una televisione più biblioteca che bingo, o almeno provarci. Lui tra l’altro fece ottimi tentativi, anche quelli da rivedere (non soltanto la trasmissione con Montanelli, un po’ tarda, che purtroppo è l’unica che si trova su Youtube. Le cose che fece su Mussolini o Manzoni erano dirompenti: o forse sono io che me le ricordo così).

Detto questo, sapeva anche provocare, Beniamino Placido. Tanti suoi pezzi fiorivano come sbuffi di repressa cattiveria. Ho trovato questo contro l’"anarchinfantilista" Piperno, abbastanza ingiusto col senno del poi. Ma c’è di meglio: una prefazione all’Eneide in cui lui scrive una cosa fantastica: di aver letto l’Eneide. Ma non da ragazzo al liceo, no: lui al liceo aveva fatto finto, come tutti. Perché al liceo, spiegava, non t’insegnano il latino: al più ti fanno credere di averlo imparato, e magari di aver letto l’Eneide. Non che ti capiti mai più di prenderla in mano e verificare… a meno che tu non sia Beniamino Placido. Lui ci aveva provato, vocabolario in mano, in un’estate. E confessava di aver sofferto tantissimo, e che insomma, forse l’istruzione classica italiana aveva qualcosa che non andava. Mentre prefazionava l’Eneide: come non volergli bene?

Un’altra pagina fantastica è quella in cui ricorda il suo maestro di letteratura inglese, Mario Praz. E si scaglia contro le persone – e non sono giocatori di bingo, ma docenti universitari con nomi e cognomi – che portano avanti la leggenda dell’Anglista innominabile, poiché jettatore. Un mito che in ambito accademico fa impallidire quello di Mia Martini nello showbiz (anche perché un po’ di superstizione, agli operatori dello showbiz, gliela potresti perfino perdonare: ma agli universitari?) Placido ricorda di avergli stretto la mano prima di un volo intercontinentale, e di essere ancora tra noi per raccontarlo. E poi, in poche frasi ci regala un ricordo di Praz che è commovente. Tanto commovente che verso la fine forse Placido si tradisce. Quando scrive: "Forse temeva che anche la sua opera sarebbe stata inesorabilmente dimenticata. Non è così. Non ancora, per fortuna". Per fortuna? Quindi l’oblio non è sempre auspicabile, è così? E allora abbiamo il diritto di ricordare anche te, Beniamino Placido, per quello che sei stato? Un grande studioso, tra i primi nel suo campo, un piacevolissimo scrittore? Dateci un suo libro, qualcosa che possiamo tenere vicino a noi. Lo spazio si trova - c'è sempre qualche vecchio cartonato che si può buttare via.
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L'è el dì di mort, alegher!

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Questo sito, tra le altre cose, sta diventando
un impressionante cimitero:

Mike Bongiorno, presentatore
Fernanda Pivano, traduttrice
Michael Jackson, ballerino, cantante
Gérard Lauzier, fumettista
Santo Quadri, vescovo
Paul Newman, attore
David Foster Wallace, scrittore
Nicola Tommasoli, perché non aveva una sigaretta
Enzo Biagi, fumettista
Luciano Pavarotti, cantante
Hu Zhiquian, cinese
Bruno Lauzi, cantante
Oriana Fallaci, un bel caratterino
Syd Barrett, cantante
Giovanni Paolo II, pontefice
Fabrizio Quattrocchi, italiano
Marco Pantani, ciclista
Tom Harindal, attivista filopalestinese
Ermir Haxhiaj, cadetto a Modena
Rachel Corrie, attivista filopalestinese
Roberto Murolo, cantante
Alberto Sordi, attore
Giorgio Gaber, cantante, attore, drammaturgo
Joe Strummer, cantante
Raffaele Ciriello, giornalista
Marco Biagi, giuslavorista
George Harrison, chitarrista
Carlo Giuliani, ragazzo
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Allegria di naufragi

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Lui faceva solo le domande 

L'ironia è che Mike Bongiorno un funerale di Stato se lo meritava, come tutti i partigiani. Forse nel casino dell'8 settembre per un italoamericano era più facile capire da che parte stare; ma ci voleva comunque molto coraggio, che non gli è mai mancato. Gli mancò invece la voglia di parlarne: mentre altri si sono riciclati ex partigiani per tutta la vita, lui si è messo subito a fare altro, seppellendo diligentemente l'esperienza di staffetta e di prigionia nel suo curriculum. Un riserbo ai limiti della rimozione, che potrebbe anche insospettire: l'uomo aveva tanti difetti ma non la falsa modestia. Più probabilmente non ne parlava perché non voleva correre il rischio di annoiare. 

Del resto nessuno crede che Mike “Ordine al Merito della Repubblica Italiana” Bongiorno sia sepolto da eroe perché a 19 anni cercava di tradurre i dispacci partigiani in inglese e viceversa. MB si meritava solenni esequie perché era la Storia della tv di Stato + la Storia della tv commerciale. Questo in Italia è terribilmente importante. E questa importanza, temo, è terribilmente italiana. Perché Mike Bongiorno, in fondo, era solo un conduttore televisivo. Nemmeno dei più brillanti: non è che abbia inventato un granché. Seppe sfruttare al meglio il suo bilinguismo, cominciando a importare format dagli Usa quando l'inglese in Rai era probabilmente compreso come l'arabo oggi. Lascia o raddoppia in originale si chiamava The 64000$ Question. Era un quiz, un giuoco a premi, come se ne facevano già in tanti Paesi. Prima o poi qualcuno li avrebbe portati in Italia, ed era fatale che si trattasse un uomo nato all'incrocio tra due culture (senza saperne molto di entrambe, ma che c'entra). 

Quello che non ci si poteva aspettare è che Lascia e raddoppia segnasse in modo così profondo l'immaginario degli italiani. Era solo un programma, solo tv, e Mike Bongiorno era solo un signore gentile che faceva le domande, lasciandosi scappare qualche simpatico strafalcione. Poteva durare una stagione, o dieci stagioni, e poi sparire nel dimenticatoio – alla Rai MB non ebbe sempre vita facile – e invece eccoci qui, solenni funerali di Stato. Qui io direi che c'è qualcosa che non va: nel culto del presentatore, che negli altri Paesi è quasi sempre un signore brillante che legge una cartellina e da noi è l'assoluto protagonista, un art director, un profeta, un dittatore vendicativo. Ai bei tempi, MB arrotondava il salario Rai con vere e proprie tournée estive: sfuggiva da folle di signore che cercavano di toccargli i capelli, saliva su un palco di una sagra di paese e... cosa faceva? Cosa fa un conduttore senza qualcosa da condurre? Erano le prime comparsate della storia dell'umanità. Gli avranno dato una miss da incoronare, più spesso un prodotto da vendere, gli sponsor da ringraziare, patetiche scuse per ascoltarlo parlare, per l'allegria di sentirlo dire allegria. Lo spettacolo era lui, la tv dal vivo. 

Nel Regno Unito nasceva la beatlemania, negli Usa Dylan diventava un divo. A Parigi andavano forte i filosofi esistenzialisti; in Italia sognavamo di toccare i capelli a Mike Bongiorno. C'era già qualcosa di profondamente sbagliato. Cosa ha reso di noi il popolo più teledipendente di Europa? La tv la guardano tutti, ma nel resto del mondo è un elettrodomestico che dialoga con altri, senza mangiarseli: ieri c'era la radio, la carta stampata, oggi c'è internet; ci si può aggiornare su tutto senza nemmeno sapere cosa c'è in tv. In Italia non è possibile, persino se uno cercasse di vivere esclusivamente di quotidiani: per esempio, di che parlano le prime pagine cartacee e telematiche di oggi? del palinsesto rai – al posto di Ballarò faranno un programma di Vespa e questo si dà scontato che leda profondamente il pluralismo democratico. La Rai è l'Italia in diretta, chiudere un programma è come chiudere una piazza e impedire agli italiani di radunarvisi. Altrove secondo me non è così. 

Ma non è colpa di Mike Bongiorno. Lui faceva domande, senza nemmeno fingere di conoscere le risposte. I suoi programmi non creavano nessuna illusione di focolare nazionalpopolare, alla Baudo. MB non accarezzava l'autoindulgenza del telespettatore con la goliardia di Corrado o l'ironia un po' snob di Enzo Tortora. Mike Bongiorno registrava telequiz, punto. Quando la formula del telequiz cominciava a stancare, lui si metteva a cercare qualche formula nuova. Quando tramontò l'archetipo del signore stravagante dotato di una cultura settoriale impressionante (oggi lo chiameremmo, tagliando corto, nerd) lui scoprì i giochini enigmistici alla portata di casalinghe e pensionati, i rebus di Bis, il paroliamo della Ruota della Fortuna, un altro format americano fatto e finito. Giochi a premi senza ironia, senza riflessioni o metadiscorsi. Per quanto gli italiani cercassero in tv Art Director, Profeti, Dittatori Vendicativi, bisogna dare atto a MB di aver mai provato a essere qualcosa di più di quel che era: quello che fa le domande, o almeno le domandine. Almeno fino a qualche anno dalla fine, quando anche lui non riuscì più a resistere alla grande celebrazione autoreferenziale, e a dare retta a chi lo voleva Senatore a vita, maestro di stile (per via delle sue gaffes), protagonista del Novecento italiano. L'ultimo Mike, quello che faceva da spalla a Fiorello, era un buffo monumento a sé stesso – alla gente piacerà ricordarselo così. Ma il vero MB era un altra cosa. 

Una macchina per far soldi, sostanzialmente. Nessuna complicazione intellettuale, politica, etica. Nessuna ambizione di raccontare gli italiani. MB non era distratto nemmeno dall'ego. Non andò da Berlusconi a fare il Grande Personaggio – andò a fare l'operaio alla catena, una striscia di mezz'ora al giorno e tre ore di prima serata settimanali, per dieci e più anni. Consapevole che si trattava sostanzialmente di vendere materassi e mortadelle, MB si lasciò tranquillamente alle spalle il suo passato di partigiano, alpinista, patriarca della tv, e si mise a vendere materassi e mortadelle. Senza vergogna, e senza nemmeno provare a ridersi addosso – pura televisione commerciale, senza autoironie, complicazioni sociologiche, protagonismi. Gli altri grandi conduttori, lo sentivi, volevano soprattutto essere amati, e a tal fine erano disposti a sedurre. MB no, lui non fingeva di voler bene a nessuno. Se eri bravo ti diceva bravo, se sbagliavi ti mandava a casa, se provavi a barare o ti portavi i bigliettini ti maltrattava davanti al pubblico, senza pietà o comprensione. Perché MB non comprendeva nessuno. Lui faceva le domande, punto. 

Passavano gli anni, cambiavano i fondali in cartongesso; lui rimaneva immobile, indifferente ai destini umani. Sfiorivano le vallette – un autore morì, ma aveva già registrato ore e ore di Ruote della Fortuna che andarono in onda lo stesso. Niente piagnistei, è solo televisione. Oggi, se guardi Affari Tuoi, ti costringono a piangere se il concorrente esce con meno di ventimila euro. Non è stato Mike Bongiorno a far impazzire la tv italiana. Lui fin dall'inizio ha pensato che nei palinsesti ci fosse lo spazio commerciale per un intrattenimento di livello medio-basso (come si faceva negli Usa) e si è adoperato in tal senso. Ma non ha mai invaso il campo dell'informazione, del dibattito politico, della cultura. I suoi colleghi – quelli che credevano che si potesse usare lo stesso palco per fare dibattito politico e varietà, ritrovare il parente disperso e salvare la foca monaca, vendere il libro e il caffè, dir messa e lanciare il balletto, tutto sempre in un unico enorme contenitore che avrebbe dovuto piacere a tutti per forza – loro hanno più responsabilità. 

Una volta Beniamino Placido andò a intervistarlo. Scoprì che passava le notti a studiare la tv americana via satellite – eravamo ancora negli anni '80. Concluse che Mike era un alieno: viveva tra noi, senza capirci; e noi non riuscivamo a capire lui. Questo non ci impedisce di celebrarlo, come un altro pezzo del nostro passato che se ne va. Ma è il solito fraintendimento: questo passato più lo festeggiamo più ci sfugge.
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Graven by a fool!

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Now that I am dead I must submit to an epitaph

Un buon motivo per morire in agosto è che non succede molto altro e c'è più spazio sui giornali per celebrarti – non importa che i giornalisti siano in ferie, basta recuperare i coccodrilli, aggiornare le date... detto questo, forse sulla prima pagina di Repubblica di mercoledì 19 agosto Fernanda Pivano si sarebbe meritata un titolo più in alto: d'accordo, non sopra le elezioni afgane, e forse nemmeno al livello degli shorts di Mrs Obama. Sicuramente più in alto del burkini di Verona, ma cosi è la vita. No, la morte.

Quello che però trovo davvero discutibile – nel senso di meritevole di una discussione, non necessariamente polemica – è il titolo: È morta la Pivano ci regalò Spoon River. Più in piccolo: La scrittrice aveva 92 anni scoprì la beat-generation. Le epigrafi sono sempre insoddisfacenti, si sa; ma questa mi ha sinceramente incuriosito al punto che aprirei un dibattito. Ovvero: dovendo riassumere in una misera frasetta la carriera di un'intellettuale che ha scoperto e tradotto la fetta più consistente di letteratura americana del '900, da Hemingway a Scott Fitzgerald a Pound su fino a Kerouac e Dylan, e ancora su, su, su fino a Bukowski o McInerney, voi scegliereste proprio quel vecchio tetro libro di versi sciolti, Spoon River? Non Addio alle armi? Nemmeno Tenera è la notte? No, ma neanche Sulla strada? Ah, ipocriti lettori.

Miei simili, fratelli. Giù la maschera: voi non avete veramente letto Allen Ginsberg, e neanch'io. Nessuno che io sappia ha mai seriamente affrontato Corso e Ferlinghetti, sempre citati uno dopo l'altro col rischio di confonderli prima o poi con quei due anarchici finiti sulla sedia. I veri poeti beat sono sempre stati più tradotti che letti, come tutti i poeti del resto. Persino Dylan: non ne trovi poi così tanti che si pongano il problema (cruciale) di cosa stia cantando Dylan. Ma Hemingway o Kerouac li abbiamo letti tutti. Anche troppo. E troppo presto, sicuramente. Ora mi chiedo: Spoon River regge il confronto? Non dico in termini di valore, per carità, ma di ricezione del pubblico. Hemingway lo riconoscono tutti: quanti di voi hanno riconosciuto Edgard Lee Masters nella fotina qua sopra? E il suo libro, tradotto di nascosto da una liceale nel '43, scoperto in un cassetto dal suo insegnante, il prof. Pavese, e prontamente spedito alla Giulio Einaudi Editore: il suo libro, quanti lo avranno in casa? E di questi, quanti avranno provato a leggerlo?

Io in questo caso non faccio testo. Il mio Spoon River è qui, davanti a me. È sopravvissuto a tre traslochi, ma non è invecchiato nella maniera dignitosa dei libri degli adulti. Per fare un esempio, lungo il taglio delle pagine c'è una macchia... arancione. Un pennarello carioca. La dedica a pagina 3 mi conferma quello a cui fatico a credere: è un regalo della mamma, per il mio dodicesimo compleanno. Edizione col testo a fronte, così avrei migliorato il mio inglese. Mamma, e poi lamentati. Hai rischiarato la mia preadolescenza coi fuochi fatui del libro più sepolcrale mai scritto – 244 poesie, 248 morti, ogni volta che giri una pagina crepa almeno un personaggio, mi chiesi spesso perché non ne avessero tratto un film. Già, perché? Una trama così irresistibile. Frank Drummer vuole imparare l'Enciclopedia a memoria, ma muore. Washington McNeely siede sotto il cedro finché muore. Cassius Hueffer muore e gli sbagliano l'epitaffio – beh, forse un film no, ma una miniserie...

Si veniva su così, in provincia, appoggiandosi a quello che si trovava in giro, senza preoccuparsi più di tanto se era o no adatto a noi – l'importante era che fosse cultura, roba seria: e poi col tempo saremmo diventati seri anche noi. Quando, mesi dopo, fondai con mio cugino la mia prima band, l'idea di scrivere testi in inglese era parzialmente minata dalla quasi totale incapacità di formulare concetti più complessi di La Penna È Sulla Tavola. Ricordo quindi intense sessioni creative davanti al Garzanti tascabile e all'Antologia di Spoon River. I morti di Spoon mi insegnarono come si coniugano i tempi al passato e al futuro. E mentre cercavo “la poesia di quello che dice Una serpe ha fatto il nido nel mio cuore” per copiare di pacca il sintagma, mi rileggevo i duecento destini tristi di questi americani qualunque che nemmeno sapevo di che secolo fossero, senz'altro un secolo in bianco e nero, ma a parte questo non era difficile immaginarli sotto le pagliette e nei fustagni dei miei nonni, gente qualunque che si lascia morire in un paesino di provincia. La macchia di pennarello data senz'altro da quel periodo.

Oggi non saprei se consigliare a qualcuno l'antologia di Spoon River. A qualcuno, intendo, che non sia un dodicenne un po' fuori dal mondo disposto a mandar giù un volume di duecento pagine e duecento e più morti, dando per scontato che ne capirà il venti per cento, e quel venti per cento non se lo scorderà per tutto il resto della vita. Ci si formava con quel che si trovava in giro, la roba dimenticata sulle mensole dei genitori, centinaia di pagine buttate giù di nascosto sperando in qualche scena di sesso ogni tanto.

Quante volte poi mi sono detto: Hai tessuto il tuo sudario! Io sedevo sotto il cedro! E perché mi torturi coi fogli e coi piccoli appunti? Vidi che anch'io ero una buona macchina che la vita non aveva adoperato. Tutto questo, ci tengo a dirlo, non è merito mio. Io cos'ero a dodici anni, se non una macchinetta, non molto più complessa del mio registratorino panasonic col tasto rec arancione. Pronto a ingozzarmi di qualsiasi cosa mi spacciassero per Cultura e Poesia, per Vita e per Morte – potenzialmente, un bimbominchia. Nel senso che se dall'altra parte del meccanismo ci fossero stati i manga, o Harry Potter, o Twilight, avrei buttato giù quintalate di manga, HP, Twilight.

Ma dall'altra parte del meccanismo c'era ancora gente come Fernanda Pivano. In senso lato, c'era l'Einaudi. Una specie di grande famiglia di gente coltissima, ma a portata di edicola, che si interessava di te da quando nascevi. Cominciavano con Gianni Rodari, proseguivano con le antologie scolastiche curate da Calvino. Tu a nove anni chiedevi alla nonna per regalo Huckleberry Finn, perché avevi visto il cartone in tv, e lei ubbidiente sotto l'albero di Natale ti faceva trovare uno Struzzo Einaudi con una prefazione tostissima in cui si parlava di Bildungsroman e si seminavano interrogativi velenosi (se lo schiavo Jim vuole la libertà, perché non attraversa semplicemente il Mississippi, invece di andare sempre più a sud?) Qualche anno dopo un prof di musica ti prestava dischi di Dylan e per capirci qualcosa, a chi dovevi riferirti? Alla Pivano: come ritrovare in un negozio di dischi una vecchia zia che fino a quel momento avevi incrociato soltanto al cimitero. Di questo passo arrivavi alle superiori non dico con una cultura, ma con un'idea di cosa la cultura fosse: libri e autori che dialogano tra loro – il più delle volte è un dialogo tra sordi, come i morti di Spoon River, ma in mezzo ci siamo noi, siamo noi che portiamo i messaggi tra un sordo e l'altro, noi che vorremmo urlare al reverendo Wiley che si è sbagliato, che non doveva affatto “salvare i Bliss dal divorzio”. Preachers and judges! Non sanno niente della vita, a dodici anni era già chiaro. Perché un preadolescente non dovrebbe capirlo? E' la vita, è la morte: non sono mica concetti complessi.

Più tardi ci sarebbe stata l'età della ribellione, e il suo Kerouac; l'età di farsi una cultura sul serio coi suoi Hemingway e i suoi Scott Fitzgerald; e così via. Ma quella è adolescenza, faccio fatica a riconoscerla e persino a ricordarla. Forse davvero gli unici libri sono quelli che mandiamo giù fino a tredici anni, senza capirli. Uomini e donne di domani, vi porterete con voi Harry Potter per tutta la vita. Speriamo che vi faccia bene.

Io rimpiango la Pivano, non da ieri: non per nostalgia; oppure sì, per nostalgia, ma certo non di Ginsberg e dei suoi mantra. Nostalgia di un progetto culturale che oggi, a riassumerlo, suona pura eresia: siccome gli italiani leggono poco, facciamogli leggere soltanto cose di assoluta qualità. A tutte le età. E vediamo cosa succede. Ok, non è successo un granché. Ma io ho letto Spoon River, tradotto da Fernanda Pivano. Non è escluso che abbia fatto di me una persona migliore.
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Don't you black or white me

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I due peccati capitali di Jacko

“A questo punto perché non dite alla gente che sono un alieno che viene da Marte. Dite loro che mangio polli vivi e faccio danze vudù a mezzanotte. Crederanno in tutto quello che dite, perché siete giornalisti. Ma se io, Michael Jackson, stessi dicendo “Sono un alieno che viene da Marte e mangio polli crudi e faccio danze vudù a mezzanotte”, la gente direbbe, “Ehi, quel Micheal Jackson è fuori di testa. Completamente fuso. Non puoi credere a una sola parola di quel che dice”.

“Vorrei che non ci fosse nero o bianco, vorrei che non ci fossero regole” (Prince, Controversy)

Il cinismo, per carità, piace anche a me. Non starei altrimenti così tanto tempo su internet. E ben venga il cinico Internet, soprattutto in situazioni del genere, quando tv e giornali pretendono di commuoverti con coccodrilli polverosi estratti in fretta e furia dal cassetto.

E tuttavia c'è qualcosa di inquietante nella rapidità con cui ci siamo tutti messi a scherzare sulla morte di Micheal Jackson. Certo, era un modo per reagire all'overdose di melassa dei media e dei fan, eppure finora qualsiasi altra celebrità – non importa quanto antipatica – aveva avuto il diritto a quel quarto d'ora di rispetto post mortem che per Jacko non c'è stata. Abbiamo iniziato con le battute subito e, posso dire? Alcune non valevano nemmeno la pena.

Ma non voglio fare la morale. Mi piacerebbe soltanto capire i motivi per cui il suo cadavere ancora caldo ci è sembrato più buffo, e meno sacro, di quello di chiunque altro. Io credo che MJ, figura inattaccabile dal lato artistico, si sia macchiato di due peccati mortali, che non gli abbiamo mai perdonato, e che tuttora ci impediscono di vederlo per quello che è stato: l'eroe tragico di una vita straordinariamente complicata, e un artista immenso.

Il primo, irredimibile peccato è stato mettere a letto dei bambini in camera sua. Tutto qui? Sì, perché la polizia che setacciò Neverland non è mai riuscita a trovare niente di più, e i testimoni (radunati anche attraverso un numero verde: “sei stato molestato da Jacko? Chiama il XX-xx-xx”) non sono mai sembrati credibili alle due giurie che lo assolsero. Due volte. Il suo principale accusatore era un bambino che aveva sofferto di un cancro, a cui MJ aveva pagato le sedute di chemio. Lui, il fratello e la madre si contraddissero varie volte durante il processo. Nonostante questo, siamo tutti convinti che MJ sia stato un pedofilo. Lo abbiamo sentito dire talmente tante volte che dev'essere vero per forza. Conosco adolescenti convinti che sia stato anche in prigione.
Questo non sorprende più di tanto: al giorno d'oggi, quando è sufficiente ricevere delle palpate da uno studente per venire processati per pedofilia, un cantante dissociato che invita i bambini in casa sua e lascia che si addormentino nel suo letto non può che essere un mostro morale. Sul blog di Massimiliano Frassi (quello che “nuoce gravemente alla salute dei pedofili”), la morte di MJ è festeggiata con un fotomontaggio in cui il cantante spaventa a morte Macaulay Culkin. Chissà se Frassi ignora che proprio una testimonianza di Culkin contribuì a scagionare MJ nel secondo processo: l'attore prodigio raccontò di aver dormito tranquillamente nel letto dell'ex cantante-prodigio senza subire alcun tipo di molestie. Sì, ma cosa importa? Da Frassi si giudica, si condanna, si festeggia: “Chissà se i funerali li faranno domani, proprio nella giornata dell'orgoglio pedofilo...”, “ora tutti i bimbi avranno una paura in meno” (dai commenti).
Fu esattamente questo tipo di voci incontrollate a causare un primo esaurimento di MJ durante gli anni Novanta. La stampa che oggi finge di stupirsi per il cocktail di antidepressivi che lo ha ucciso dovrebbe farsi un esame di coscienza – non che io creda che lo farà mai. Su Internet però il discorso dovrebbe essere diverso: qui, oltre al cinismo, ci dovrebbe anche essere lo spazio per un po' di senso critico.

Un altro peccato, in apparenza meno grave, risulta altrettanto imperdonabile: il colore della pelle. Forse potremmo passar sopra al suo rapporto problematico con l'infanzia; in fondo sappiamo che il padre lo picchiava e magari ne abusava (altra voce incontrollata)... ma non era fiero di essere nero, e questo no, questo non può essere perdonato.
Dietro alla voce insistente, e ormai data per certa, del cantante che “si faceva sbiancare la pelle” (ma sosteneva di curare vitiligine e lupus), c'è qualcosa di più. Per tutti gli anni Novanta MJ era rimasto fedele a un obiettivo artistico e culturale coerente con le sue premesse di ultimo virgulto dell'orto Motown: la conquista del Bianco. Dagli esordi di bambino prodigio, subito cannibalizzato da tv e merchandising, alla svolta disco-funk di metà Settanta (quando i Jacksons si stancarono di essere trattati da boy band e passarono alla CBS), ai dischi con Quincy Jones. Tutto portava lontano dai ghetti del R'n'B, verso un pop sempre più internazionale e sempre meno “nero” – ed ecco il tabù: in un mondo che a partire dagli anni Novanta rivalutava qualsiasi steccatino e qualsiasi radice rinsecchita, Michael Jackson rimaneva un grande artista degli anni Ottanta: uno che le radici le rinnegava tranquillamente, prontissimo a disseppellirle e a rivenderle al migliore offerente per un disco di platino in più. Anche in questo tanto simile al vecchio rivale Prince, pure lui insofferente verso le categorie “black” e “white”, e pure “male” e “female”, e (avrebbe aggiunto MJ) “adult” e “child”. Jacko e Prince, pilastri di un decennio camp che citiamo a man bassa con pretese perfino filologiche, senza accorgerci che lo stiamo tradendo, che in realtà non lo capiamo già più: proprio perché il nostro obiettivo è trovare qualcosa in cui identificarci, un'Identità, un'Origine, mentre loro spingevano con tutte le forze verso la direzione opposta, l'Altro da Sé, con un coraggio che non siamo nemmeno capaci di capire. Che durante questo percorso MJ cominciasse a impallidire, è il segno d'infamia che non riusciamo a perdonargli.

Chi scherza su MJ a fossa aperta dà per scontato che la musica non ci abbia perso niente: che i fasti di Thriller fossero finiti da un pezzo eccetera eccetera. Non è proprio così. Già per gli standard qualitativi degli anni Ottanta, MJ sembrava provenire da un altro pianeta, nella costellazione del Professionismo Assoluto, ultima traccia del retaggio Motown. Per favore non paragonatelo a Madonna, che canzoni ha scritto Madonna? Ha inventato un solo passo di danza? Puoi riconoscere Madonna semplicemente da un suo acuto? Poi è anche vero che rispetto a tutte le sciacquette che sono venute dopo, Madonna giganteggia: ma MJ era in un'altra categoria. Oggi sappiamo che dietro a quel sogno di perfezione c'era un padre coercitivo e manesco. Ma quello che ci ha dato è difficile da liquidare. Nemmeno dieci anni fa, con la pelle e il volto in disfacimento, Jacko componeva ed eseguiva ancora pezzi complessi e irresistibili come You rock my world, di fronte ai quali i pompatissimi ed esausti epigoni della scena pop dell'ultimo decennio devono andare a nascondersi, subito.

Questo era Michael Jackson. Io che non ho mai avuto in casa un disco suo, che ai pezzi dei bambini prodigio preferisco quelli dei trentenni stonati, ci terrei però a ribadire un punto: era un genio. Ha avuto una vita difficile; ha fatto montagne di soldi, ma è discutibile che se li sia goduti davvero. La prossima sonda da lanciare nello spazio profondo con qualche prova del valore dell'umanità dovrebbe contenere almeno il video di Beat it, un passo di moonwalk e l'mp3 di I want you back. Questo non ci impedisce di raccontarci barzellette sul pedofilo che andava in clinica a sbiancarsi, se proprio ci teniamo. Jacko è stato anche questo, cibo pronto per tutti gli avvoltoi mediatici, professionisti e improvvisati. E ci mancherà anche per questo.
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Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra

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Choupon, c'était moi

Ma sarà mai stato veramente di destra, Gérard Lauzier?
La domanda, appena messa nero su bianco, rivela la sua profonda stupidità. La destra e la sinistra sono concetti arbitrari, che ci dovrebbero servire a orientarci nella realtà; quando diventano più importanti della realtà che descrivono, è meglio buttarli via. Quindi: chi se ne frega se era di destra, Gérard Lauzier? Era bravo. Di solito il discorso finisce qui.
Io però ci credo fino a un certo punto. Per me l'ideologia non è una cosa che si possa mettere tra parentesi. L'abbiamo tutti, esattamente come il fegato e i polmoni. È il nostro modo di vedere il mondo. Per questo io, con tutta la mia più buona volontà, e coi dieci anni di vita che ho dedicato a studiare autori fascisti, mi dichiaro assolutamente incapace di apprezzare davvero una qualsiasi “cultura di destra”. Non perché essa non possa esistere – anzi esiste, e magari m'interessa e la studio, ma non posso apprezzarla, per formazione e per scelta. Invece Lauzier mi è proprio piaciuto tanto.

Alla base di tutto c'è un equivoco. Dalla seconda metà degli anni Settanta Lauzier si è creato la sua aura destrorsa prendendosi gioco dei tic dei sessantottini francesi che avevano messo su la pancia, famiglia e conto in banca – tutto un nuovo conformismo che oggi potrà sembrare banale, ma lui c'è arrivato per primo. Se è per questo però Lauzier era perfido anche con gollisti e chiracchiani: i suoi ex legionari vanno dallo psicanalista lacaniano e scoppiano in lacrime: sul serio possiamo definirlo di destra perché umiliava les bobos? Con lo stesso criterio potremmo considerare di destra anche il primo Moretti, per citare un autore che aveva (molto parzialmente) in comune gli stessi obiettivi: e notate che per trovarne uno vagamente simile dobbiamo aspettare la generazione successiva.

Comunque fin qui è davvero solo un equivoco. Un conformismo è un conformismo; se nasce a sinistra, significa che quella sinistra è una falsa sinistra, e criticarla è un vero atteggiamento di sinistra. Quindi i bobos sono di destra e Lauzier è di sinistra, voilà. Che bel gioco delle tre carte che ho fatto. Eppure sono convinto che, sforzandomi un po', riuscirei a scrivere qualcosa di più intelligente.
Intervistato, liquidava l'argomento definendo la sinistra il suo “Amour déçu”. Sì, lo sappiamo, siamo stati tutti rivoluzionari a vent'anni, ecc. ecc. Ma riflettendoci bene, Lauzier è davvero un autore di destra. Di una destra scettica, arida, in fondo disperata, che è l'approdo degli ex ottimisti che esplorando il mondo lo hanno scoperto tanto simile alla jungla primordiale. Quella destra che più che un'ideologia è una rassegnazione, alla quale approdiamo tutti, insomma: resta solo da stabilire quando e come (io mi do ancora quattro, cinque anni massimo).
Lauzier era di quella destra che non crede al progresso perché il progresso non è credibile, e sapeva vedere sotto i nostri abiti firmati o trasandati lo scimmione (o il cagnolotto, come nel caso di Choupon), il maschio-alfa e il perdente nato. E chi nasce imbecille, è sottointeso, potrà avere tutte le prese di coscienza che vuole (memorabili quelle del Portrait d'artiste e della Corsa del topo), ma morirà imbecille. Ma non mi convince nemmeno questo.


Mi chiedo cosa ne avrebbe pensato Lukács - Ehi, questa che è una domanda stupida. Adesso prendo la macchina del tempo e vado a trovare l'anziano ex ministro che dopo l'invasione sovietica e l'autocritica si è buttato sui romanzoni dell'Ottocento. Ciao, György, come va? ti ho portato dei fumetti.
“Non è roba da bambini?”

“Tutt'altro! Può sembrarti un disegnatore di pupazzetti, ma è un grandissimo artista. Guarda le facce, guarda quante espressioni. Con tre tratti di china riusciva a rendere centinaia di espressioni, mantenendo uno stile chiaro ed elementare. Trovo tutto questo molto progressista e democratico”.
“Mbah. Però devo dire che questo disegnatore di pupazzetti riesce a penetrare le leggi che governano la Realtà e scoprire le relazioni profonde, nascoste, mediate e non immediatamente percepibili che costituiscono la società”.
“György, per favore, io faccio le medie... dimmi soltando: destra o sinistra”.
“È così importante?”
“Certo che è importante, tu sei György Lukács, se tu dici che è di sinistra per me è di sinistra, fine questione”.
“Sta rischiando qualcosa nel tuo futuro? Stalin lo ha mandato al confino?”
“No. Invecchiando si è dato al cinema, storielle a lieto fine per benpensanti”.
“Ah, peccato”.
“Era come se volesse lasciare ai bambini qualcosa di dolce, dopo tanto acido".
“Comprensibile, ma è un peccato lo stesso. Aveva qualcosa di balzacchiano, mi sembra”.
“Vero? È per questo che sono venuto da te”.
“Ma lo leggono ancora Balzac, nel futuro?”
“C'è poco tempo. Leggiamo i fumetti”.
“Mbah”.
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...e il nostro vescovo, Santo

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Venerdì è morto monsignor Santo Quadri, vescovo emerito di Modena. È stato un padre conciliare e un buon vescovo, che non ha mai dato l'impressione (come Biffi a Bologna, per dire) di guidare il vascello della Verità sul gran mare delle blatte comuniste.
È stato anche il vescovo della mia giovinezza, perciò se penso a lui mi vengono in mente soltanto storielle buffe. Per esempio, sin da bambino ho sperato che ci facesse un miracolo (e ancora ci conto). Non perché avessi bisogno di un segno, come questa generazione empia e malvagia (Matteo 12:38), ma semplicemente perché quando fai un miracolo il Papa deve proclamarti Santo, e ve lo immaginate sul calendario, un San Santo da Modena? Santo Quadri, il Santo al Quadrato.

Di quasi-miracoloso aveva le prediche, che raramente sforavano il quarto d'ora. Le sue visite pastorali erano molto attese, specie nella mia parrocchia dove l'arciprete era luuungo: ma la domenica che arrivava il Vescovo si riusciva sempre a mettersi a tavola una mezz'ora prima, sempre sia lodato.
Una volta il mio gruppo scout, uno dei più trasandati della provincia, gli rese la visita, e un paio di noi furono sorteggiati per servir Messa in duomo. A Giovannino toccò di reggergli il pastorale. Giovannino non sembrava particolarmente emozionato, tranne che durante l'omelia svenne, crollando in un solo colpo, tunc! Mentre qualcuno accorreva a soccorrerlo, Monsignor Santo Quadri si voltò di scatto, in un istante si rese conto del problema, e tagliò corto: “Sia lodato Gesù Cristo”. Probabilmente interpretò l'incidente come un segno che aveva parlato abbastanza. Altri vescovi, lo so, avrebbero continuato a concionare per mezz'ora. Mi era simpatico, il monsignore.

Un'altra volta gli capitò di prendere un passaggio in macchina da un mio capo scout (una di quelle persone fantastiche che hanno arricchito la mia vita e che, per inciso, ho incontrato per l'80% in parrocchie di provincia). Non mi ricordo in che occasione, e non ricordo nemmeno che macchina fosse – facciamo una Tipo bianca, va. Il vostro vescovo li prende i passaggi dai fedeli in Tipo bianca? Il mio lo faceva. Bisogna dire però che stava diventando un poco sordo.

Erano gli anni surreali dell'assedio a Sarajevo. Tutto quel carnaio a pochi chilometri da qui, e nessuno che ne capisse niente. Noi facevamo il possibile per essere buoni, guidavamo nella notte furgoni verso i campi profughi in Croazia, ma era come se ci mancasse il quadro generale. In mezzo a tutto questo, il mio capo scout si trovò a dare un passaggio al vescovo, e decise di pungolarlo.
“Monsignore, ma con la Bosnia cosa facciamo?”
“Eh?”
“Con la Bosnia, Monsignore, cosa facciamo?”
“Beh, con l'aborto, adesso, qualcosa stiamo cercando di fare, stiamo...”
“Non l'aborto, Monsignore, la BOSNIA! La BOSNIA!”

Ora magari è nel luogo dove si sente tutto benissimo. E magari si legge bene anche internet laggiù, per cui adesso smetto. Comunque, se mi servisse un miracolo, il primo a cui mi rivolgo è lui.
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Ma anche qualcuno quaggiù

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E' un pezzo di 4 anni fa (5/2/04):

Maestri di vita (12): Paul Newman siede al tavolo.

Ognuno di noi è figlio, oltre che di una madre e di un padre, anche di una talvolta complicata, talvolta banale serie di circostanze che hanno fatto incontrare queste due persone invece di chiunque altro. Io, per esempio, sento di dovere qualcosa a Paul Newman.

Questa verità l’avevo sempre sentita tenuta dentro di me, senza riconoscerla, fino al ritrovamento, in un cassetto, di una fototessera di mio padre del 1970. Era come la tessera mancante di un puzzle. La verità, banale e sconvolgente insieme, mi investì di colpo. Tante domeniche pomeriggio d’infanzia, passate a giocare ai lego sul tappeto, mentre in tv davano un film di quell’attore un po’ sbruffone. Perché mi ricordavo solo i suoi film? Perché solo il suo nome? Di colpo tutto andava al suo posto.

Mia madre, da giovane, apprezzava i film di Paul Newman. Mio padre, da giovane, era l’articolo più somigliante a Paul Newman che la bassa padana potesse offrire. La somiglianza non aveva nulla di eccezionale, e soprattutto il formato era ridotto, perché l’altezza media di un popolo è proporzionale al benessere, e questa fu zona depressa fino al 1950.

Ora, prima che vi mettiate strane idee in testa, è giusto che lo sappiate: io assomiglio a mio padre, ma a Paul Newman neanche un po’. Ingiusto, ma è così.

E tuttavia a volte mi chiedo se questa assurda, banale circostanza, non potrebbe spiegare qualche aspetto del mio carattere. Io in fin dei conti potrei essere definito una persona pacifica e conciliante, proprio come mio padre (che non mi ha mai detto quei famosi No che aiutano a crescere). D’altro canto, è evidente che io non sono davvero una persona pacifica e conciliante, bensì un egocentrico sbruffone. Da chi ho preso? Da mia madre no, da mio padre nemmeno. E allora?

Credo che Paul Newman sia il mio attore preferito. Di lui ricordo molto bene due film. Il secondo, in italiano, si chiamava Lo Spaccone (The Hustler, 1961). Il ruolo perfetto per lui, no? Ma era uno dei suoi primi, in bianco e nero.
Lo Spaccone, a memoria, mi sembra il film più alcolico che io abbia mai visto. Ci si ubriaca solo a guardarlo, ti alzi dalla poltrona che ti gira la testa. Peggio di così c’è solo Morire a Las Vegas, ma a Las Vegas Nicholas Cage sa benissimo che beve per uccidersi; invece nello Spaccone la gente beve senza neanche rendersi conto che nuoce gravemente alla salute. Si fuma anche molto. È un film di altri tempi (ricordo un dialogo pomeridiano tra lui e lei: “Cosa fai oggi?” “Niente”. “Ti va di bere?”)

Lo Spaccone sarebbe un film sul biliardo, ma, come si dice in questi casi, il biliardo non è che una metafora della vita. All’inizio Newman è convinto di essere il più grande giocatore del mondo, e non smetterà di crederci per tutto il film. Ma gli va tutto male, perché? Perché è uno spaccone. A biliardo si gioca così: si invita un pollo e si finge di essere più polli di lui: si perde un po’, e quando il pollo è cotto a puntino lo si spenna. Ci vuole concentrazione, sangue freddo, killer instinct. Paul Newman non ha nulla di tutto questo. Invece di cercarsi polli giù al molo, va davanti al più grande giocatore di biliardo vivente e lo sfida a regolar tenzone. E per dimostrare che è sicuro del fatto suo, tra un colpo di stecca e l’altro beve bourbon come una spugna. E vince, stravince, e beve, perché è un genio. Finché dopo dodici ore di stecca non succede qualcosa. Il suo agente gli consiglia di ritirarsi, ma lui deve andare avanti. Non si è accorto che il vecchio maestro lo sta per spennare, da pollo che è.
Dodici ore dopo lo svegliano, abbracciato al termosifone, e lo avvertono che la partita è finita, e lui ha perso tutto. Ma tranquilli, questo è solo l’inizio del film.

Ora, però, visto che non siete degli sprovveduti, e film americani ne avete visti tanti, con un piccolo sforzo potete immaginarvi da soli come continua. È il solito canovaccio: all’inizio del film il giovane di belle speranze fa una brutta figura, cade in disgrazia, ma poi capisce quali sono stati i suoi errori, e verso la fine del film torna sui suoi passi e trionfa nel luogo dove era stato umiliato. In mezzo, di solito, incontra anche una bella ragazza.
Così vanno i film, in America, e così vorremmo che fosse la nostra vita: siamo persone eccezionali che hanno fatto degli errori, ma con qualche piccolo aggiustamento…

Lo Spaccone però non ce la fa. Resta Spaccone fino alla fine, e anche quando vince, in realtà perde tutto. Insomma, è un completo disastro. E un paio di volte alzandomi dalla poltrona traballante, mi sono chiesto: ma non avrò per caso preso da lui?

Per fortuna poi penso al primo film che mi ricordo di avere amato, che è La Stangata (The Sting,1973: abbiamo la stessa età). Per me non ci sono film più belli, ma è anche vero che sono anni che non vado a ricontrollare.
In questo film, se ci fate caso, Newman assume un ruolo vagamente paterno nei confronti del vero protagonista, che sarebbe Robert Redford: lo spettatore tende a immedesimarsi in quest'ultimo. All’inizio del film, poi, Newman non sembra altro che un alcolizzato di mezza età, come se avessero chiuso Lo Spaccone in una cantina e lo avessero tirato fuori dopo quindici anni. Ma poi c’è la scena del poker sul treno.
Newman e Redford sono saliti su un treno per tendere un tranello a un boss che gioca a poker in un vagone (ma che, ve lo devo raccontare?) È Newman che va a gettare l’esca. Prima però entra in una toilette e si mette a fare gargarismi col bourbon. Che fai, gli chiede Redford. Non lo vedi? Risponde lui. Ci metto un po’ d’acqua. Altrimenti non lo reggo.

Anche se so che non è vero, mi piace pensare che La Stangata sia il seguito dello Spaccone. Che il protagonista sia sempre lo stesso, solo che ora ha finalmente capito il trucco fondamentale della vita: allungare il bourbon. Nella vita non bisogna essere sbronzi. Bisogna sembrare sbronzi. Chi non lo capisce è un fallito, anche se è il miglior giocatore di stecca del mondo. Chi lo capisce non ha più nient’altro da imparare.

Quando Paul Newman arriva nel vagone del poker, col colletto aperto e scravattato, la bottiglia di bourbon in mano e l’aria da imbecille, la partita è sua.
Nello stesso modo (occhi socchiusi, aria da scemo, vestiti spiegazzati: e riflessi pronti, sangue freddo, e lo stesso freddo nel cuore) vorrei sapermi sedere anch’io un giorno al tavolo della vita.
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“La persona che ha una così detta «depressione psicotica» e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette «per sfiducia» o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme”

David Foster Wallace, Infinite Jest (ma l'ho ritrovato su Malvino).
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Le nuove notti bianche

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Hai una sigaretta?

Uno ci prova anche, a buttarsi a destra, ma come si fa? Hai voglia a parlare di ritirata strategica, di resa allo spirito dei tempi... giusto il tempo di accendere il microfono a Gianfranco Fini e patatrac. Il più grande statista del secolo (quando tace) ha colpito ancora.

"Quel gruppo che si definisce neonazista va punito, ma quello che accade a Torino è più grave". A Torino, se ve lo chiedete, per ora hanno bruciato solo due bandiere israeliane (2) e una bandiera USA (1), ma se Fini insiste, chissà.

È morto Nicola Tommasoli. Per il presidente della Camera la sua vita valeva meno di tre drappi azzurri e bianchi. Per il presidente della Camera ammazzare di botte un cristiano per una sigaretta è meno grave di bruciare un'effigie per ragioni ideologiche. Questo non sa nemmeno che per la legge italiana i "futili motivi" sono un'aggravante.

Ma forse sono un'aggravante solo per gli albanesi e i rom - i visi pallidi, invece, se proprio devono ammazzare, lo facciano per un futile motivo; così nessuno li strumentalizzerà. "Hai una sigaretta?" Ci sono città in Italia dove un viso non pallido questa domanda non osa nemmeno rivolgerla. In queste città girano facce pulite e belle giacche che fanno paura. Gente che ti squadra come nessun marocchino o tunisino ha mai osato squadrarti. Li allevano così. Li pascolano così. Volpacchiotti eleganti, utili a spaventare i roditori.

Poi un giorno allentano il guinzaglio - giusto di quel poco che basta perché facciano una cazzata più cazzata del solito - ed ecco che scatta la caccia alla volpe. Tutti in bella vista a cacciare i Cattivi, per primo il Sindaco, naturalmente. E via che si va, finché c'è Allarme Criminalità c'è speranza.
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se piangi ancora chiamo Enzo Biagi che ti taglia il naso

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Mentre tutti pian piano ripiegano i coccodrilli lungamente meditati, e tornano a interessarsi dei vivi (o perlomeno dei morti ammazzati), io resto solo con la mia domanda: ma Enzo Biagi avrà mai letto la Storia d’Italia a fumetti? La sua, intendo.

La carne, la morte ed Enzo Biagi

Non c’è un collega in giro che non abbia voluto ricordare Enzo Biagi come il cronista per eccellenza, il giornalista coi capelli bianchi che si faceva capire da tutti e non cedeva ai ricatti dei potenti, eccetera eccetera eccetera. Va bene. Però non per tutti Enzo Biagi è stato questo. Quando ero bambino, ad esempio, Enzo Biagi era sinonimo di morti violentissime e donne nude. Non è che voglio fare l’originale a tutti i costi: se do una rapida occhiata al mio inconscio è ancora tutto lì. Femmine discinte, frasi memorabili e nasi mozzati: Enzo Biagi presenta la Storia d’Italia a Fumetti.

Questo, ragazzi miei, fu centinaia di anni fa, quando ancora nessuno parlava ancora di “graphic novel”. E anche se ne avesse parlato, nessuno lo avrebbe capito, perché non si trovava qualcuno che capisse l’inglese per miglia e miglia. Sostanzialmente i fumetti erano divisi in tre generi: Topolino, Tex e la robaccia horror-porno che si trovava nei fossati, come Alan Ford e Frigidaire. A parlare bene dei fumetti era solo Gianni Rodari: diceva che i bambini, dovendo collegare una vignetta con l’altra, facessero un utilissimo sforzo di fantasia. Per molti anni, mentre ammucchiavo Topolini in cantina, ho avuto soltanto Rodari dalla mia.

In mezzo a tutto questo stava la monumentale Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, provocatoria e spiazzante fin dal titolo. Quando l’aprivi restavi travolto da un turbine di sesso e violenza. Per intenderci, facevo le elementari. I tre poderosi tomi stavano nella biblioteca della scuola e nessuno, nessuno mi poteva impedire di portarmeli a casa, perché tanto… erano fumetti! Non potevano farmi male i fumetti, vero?

Forse non mi hanno fatto male, ma quel che mi hanno fatto non me lo tolgo più. Tanto che, quando si è trattato di metter giù un libretto tutto mio, e di trovarci un titolo, la citazione di Biagi mi è venuta assolutamente automatica. Da qualche parte dovrebbe esserci un catalogo in cui la Storia d’Italia a Fumetti viene appena prima la Storia d’Italia a Rovescio (tra parentesi, sono stati i 6 euro meglio spesi della vostra vita. Lo hanno già mandato al macero, è introvabile).

Per esempio, in questi giorni a scuola insegno i Longobardi, e guardate che sui Longobardi c’è ben poco da insegnare. Ma ogni volta che parlo di “Editto di Rotari”, nella mia mente appare una fulgida vignetta: un uomo col naso mozzato. Sì, perché Rotari aveva fissato un guidrigildo di tot ducati per ogni naso mozzato, ed Enzo Biagi o chi per lui aveva pensato di illustrare la situazione in una vignetta. Capirete che poi in età adulta Mel Gibson non ha avuto nessun potere su di me. Dei miei ragazzi avrò dimenticato volti e nomi da qui a cinque anni, ma il naso mozzato del longobardo non se ne andrà più via. Con tante altre cose. Il ceffone di Anagni. Teodolinda, bevi, nel cranio di tuo padre. A Barletta Italia batte Francia 13 a 0. Paga la gabella! Tiremm innanz! E tantissime donnine, che lasciavano di stucco. Battezzadomi come l’alunno fissato con la Storia, maestre e compagni non mi avevano spiegato che la materia includesse l'osservazione di tutte quelle donne seminude. So che chi l’ha letta alle medie ne ha tratto tutt’altre sensazioni, ma io ero alle elementari, e prevaleva l’imbarazzo. L’incredulità, anche.

Ora forse ho capito perché la Storia è rimasta per me un affare di polvere e fango impastati con sangue e sudore. Ecco che mi torna in mente il perché non ho mai pensato di mettere la marcia indietro nella macchina del tempo: io so benissimo che nel passato soffocherei subito, di peste polmonare o allergia a qualche bacillo che sulle tavole di Enzo Biagi era visibile a occhio nudo. Non c’è mai stato un medioevo fatato per me, niente castelli e tornei, le armature arrugginivano e acceleravano la cancrena.

Già allora, tuttavia, era molto difficile collegare tutta quella violenza e sporcizia all’ometto con gli occhiali e i capelli bianchi. Sembrava che le donnine fossero spogliate e torturate quasi a sua insaputa. Il fatto è che per illustrare i suoi testi, Biagi adoperava la manovalanza fumettistica italiana. E i disegnatori di quegli anni – anche quelli che in seguito sono diventati venerati Maestri – in quel periodo per mangiare scrivevano soprattutto robaccia horrorporno. (Forse, poi, chissà, mangiare non era tutto questo problema. Forse disegnare robaccia horrorporno era semplicemente divertente). In ogni caso, una Storia d’Italia a fumetti negli anni Settanta non poteva che essere horrorporno, e l’ometto con gli occhiali non mi pare abbia fatto molto per evitarlo.

Da lì in poi il passato sui fumetti e in tv è diventato un parco a tema, tanto che a Gibson basta mostrare un po’ di sangue in più per diventare un oggetto di culto. Viene da pensare che le persone della generazione di Biagi, anche le meno esagitate, come Biagi, avessero una dimestichezza con il sangue, la morte e la malattia che oggi abbiamo perso. Avremo anche guadagnato qualche cosa in cambio, ma francamente non saprei dire cosa.
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Oimè, e non danzerò mai più

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Con o senza P

Quando di anni non ne avevo ancora venti, e di lirica non capivo assolutamente nulla, uscivo tuttavia con un soprano: così un giorno varcai la soglia mai prima osata di un negozio di classica, perché volevo regalarle una versione in CD dell’opera che stava studiando (che dolce) e speravo anche di cavarmela con poco (che fesso). Il nome dell’opera non me lo ricordo; ricordo invece la risposta del negoziante.

“Con Pavarotti o senza?”
“Eh?”
“La vuole con Pavarotti o senza?”
“Mah, non so, faccia un po’ lei”.

L’ignoranza mia plateale dovette muovere a pietà l’esercente, che mi spiegò l’arcano: in quel negozio, forse in tutti i negozi di Modena, i cd di classica si vendevano così: con-Pavarotti o senza-Pavarotti. Fu così che nella mia fantasia il più illustre concittadino venne per sempre assimilato a quello che nelle gelaterie è il dispenser di panna montata: “mi fa una Turandot?” “Ci vuole sopra un Pavarotti?” “Se è fresco sì, grazie!”, oppure “No, mi scusi, non lo digerisco”. Evidentemente P o si amava o si odiava, con un sentimento di pari intensità. Pavarotti come il Mac? No, piuttosto come Windows: popolare, un po’ troppo costoso, ed estremamente compatibile, anche se troppo spesso con esiti catastrofici. Pavarotti lo puoi montare anche su Zucchero o sugli U2, ma per quale motivo al mondo dovresti poi ascoltare una schifezza del genere? Mah, forse per l’amore dei bambini poveri. E va bene. Io però non ci sono mai andato, al Pavarotti&Friends, anche se una volta la Feffe aveva misteriosamente trovato dei biglietti e ci eravamo messi d’accordo per portare davanti alle telecamere uno striscione contro… contro… mah, l’Afganistan, forse… poi qualcuno tirò un pacco, non mi ricordo.

Non ricordo neanche se quel giorno, nel negozio, alla fine scelsi l’opera con- o senza-Luciano. Non che abbia importanza, il soprano mi lasciò di lì a poco per un poeta di neo-neoavanguardia. Senza dubbio anche a causa del trauma che ne conseguì, di lirica a trent’anni suonati continuo a non saperne nulla, e non crediate non me ne vergogni. Il mio orecchio, per altri aspetti così sensibile, di fronte a quella roba si pianta, non scevera un baritono da un basso, per lui Mozart o Verdi pari sono. Una sola cosa riesce a fare: distinguere il gusto Pavarotti dal no-Pavarotti. Quale dei due gusti sia poi preferibile non saprei dire, ma so che la mia sordità selettiva è condivisa da milioni di persone del mondo. Per quelli come noi, che dell’ignoranza ancora non van fieri, poter identificare almeno una voce è occasione di orgoglio e gratitudine: senti, senti, questo è senz’altro lui. Non che sia granché, appunto, è panna montata: ma è dolce, buona, democratica. Senti, senti il do di petto, senti.

Però adesso basta, per favore. Se in tv attaccano un altro Nessun dorma, ci viene il diabete.

Pavarotti ha riportato l’opera lirica tra la gente. Chissà poi se la gente se la meritava, in tutti i sensi. Secondo me a un certo punto si era semplicemente stancato di far la scimmia ammaestrata per un pubblico di cariatidi in visone. Proprio come me, come te, come chiunque, lui aveva un solo sogno: fare la rockstar. Ragazze nei camerini, poker, corse al trotto, il piazzale di Novi Sad come la sua Las Vegas personale. Mi viene sempre in mente di una vecchia intervista da New York, in un periodo in cui teneva le prime pagine del mondo semplicemente steccando ogni tanto (le registrazioni delle sue stecche devono valere parecchio, come i francobolli sbagliati):

“Ha letto il Critico-tale? L’ha stroncata, dice che a questo punto preferisce andare a un concerto di Tina Turner”.
“Beh, in effetti anch’io”.

Prima o poi i melomani dovevano uscirci, dal loro Ottocento paludato. Bisogna ringraziare Pavarotti perché ha ricordato a tutti che il melodramma, prima di ogni cosa, è una baracconata kitsch, il padre nobile e ubriacone del musical di Broadway, una cosa tutto sommato divertente: che se non diverte, probabilmente non è nemmeno buono. Come i quadri di Covili da cui sembra uscito, che prima di piacere ai critici piacciono ai bambini. Come il gelato, che prima di ogni cosa è dolce: hanno provato a farli salati, ma il popolo lo vuole dolce. E poi sì, a volte ha gusti assurdi il popolo: c’è chi chiede la panna sopra l’ananas, ma in fondo è un suo diritto.

Una delle cose meno comprese che ho fatto con questo blog è il gioco a inventare edizioni immaginarie di Pavarotti & Friends: 2001 e 2003. Si fa così: si prende una qualsiasi canzone pop, si traduce in italiano ottocentesco, e poi si immagina Pavarotti che la canta. Se siete nella doccia, potete anche interpretarlo. Forse sono l’unico al mondo a cui queste cose fanno a ridere, in ogni caso ecco a voi il duetto con George Michael

George: And I never gonna dance again
Guilty feet they've got no rhytm
Though it's easy to pretend
I know you're not a fool
I should have known better than to cheat a friend
And waste a chance that I've been given
So I never gonna dance again
The way I dance with you


Luciano: Oimé, e non danzerò mai più
Nell'orma dei passi colposi
Finger già facile fu
Ma con te giammai!
Con te persi l’amico che il fato mi dié
E nel pensier io mi torturo
So I never gonna dance again
Com’io danzai con te

E con Bono (non escludo l’abbiano fatto davvero):

Luciano: Non posso credere alle nuove
Né chiuder gli occhi miei e fingermi altrove
Ahi, quanto / dureremo in questo pianto?
Ahi quanto/ ahi qua… a … a… a… nto…
Bono: Tonight we can be as one,
tonight, tonight
Insieme: Domenica trista, domenica trista.

Con i Depeche Mode:

Luciano: Ognor ti penso, e cresce in me il desio
Dave: And I just can’t get enough, I just can’t get enough
Luciano: Soltanto in te trova conforto il pensier mio
Dave: And I just can’t get enough, I just can’t get enough

Con i tre Doors superstiti (e Morrison, all’inferno, stride i denti):

Sai ch’io non sarei sincero
Sai ch’io sarei ben bugiardo
Se or io ti dicessi, invero
Che non possiam salir più in alto

Orsù amor appicca il foco
Orsù amor appicca il foco
Di quella pira orrendo… foco!.

Adesso provate a indovinare voi:

Diletta mia, mi devi dir
Debbo partirmene o restar?
S’io vado, vi saranno guai?
S’io resto, un doppio amante avrai?
Deh dimmi, mia diletta, inver:
debb’io partirmene o restar?

Ok, era facile. E questa?

Ogni tuo sospir
Ogni tuo pensier
Ogni tuo piacer, ogni tuo voler
Io ti scruterò.

Che, non lo sai?
Ti posseggo, ormai,
e reclamo inver
ogni tuo pensier.

Finale col botto: Luciano e Serge Gainsburg si guardano negli occhi, l’orchestra parte, ed è un trionfo:

Pavarotti: Deh! Ché t'amo, io t'amo, oh se t'amo!
Gainsbourg: Moi non plus
Pavarotti: O mio divino!
Gainsbourg: L'amour physique est sans issue
Pavarotti: Tu vai, tu vai e tu vieni
Tra le mie reni
Tu vieni e tu vai
Tra le mie reni
E poi… ti ritrai
Gainsbourg: Je vais, je vais et je viens
Entre tes reins
Je vais et je viens
Et je me retiens…
Pavarotti: No… adesso… vien! (Acuto)

Nel paradiso dei musicisti oggi c'è una nuvola transennata, a forma di Modena, dove i morti illustri fan la fila per duettare col maestro: Tupac, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Syd Barrett, Natalino Otto... Lui stringe le mani e canta qualsiasi cosa, che oggi è la sua festa. Intorno è tutto uno sbandare di angeli che si tappan le orecchie con le ali. Ma tu vai così, Maestro, fregatene. Rock and roll.
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edizione straordinaria

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Qui da noi è morto un cinese.
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- domani all'amore si fa

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Menica, menica
(scaricala in lo-fi)

Scarpe nuove mi son messo,
il cappello nero in testa:
devo andare alla Gran Messa
col vestito della festa.

Per sembrare intelligente
curo molto l'espressione,
mentre passo tra la gente
che cammina in processione…

Menica menica, oggi è domenica:
tutti a passeggio si va.
Menica menica, oggi è domenica
Ognun mi saluterà
.

Dopo avere ben mangiato
salto sulla mia Gilera
e mi lancio a perdifiato
verso l'unica Balera.

Ecco là sullo stradone,
con le scarpe di coppale,
tutte fragole e lampone
due ragazze mica male…

Menica menica, oggi è domenica
Festa in paese si fa
Menica menica, oggi è domenica
Tutti a ballare si va


Ecco attacca l'orchestrina
la mazurca indiavolata:
io rimango in magliettina,
lei è già tutta sudata.

A me pare appetitosa,
pur se sa di brillantina;
le sussurro qualche cosa,
lei mi fa una risatina…

Menica menica, oggi è domenica
Oggi all'amore si fa
Menica menica, oggi è domenica
Tutto doman finirà
Finirà
Finirà

***

Come molti, io non sono mai riuscito a trovare l’anima al liscio. Che i miei vecchi trascorressero le rare ore di svago a scimmiottare i valzer della corte di Vienna era un fatto: ma, ecco, era un fatto poco interessante e abbastanza triste, tutto qui. Quale folclore, quale cultura? tre quarti con bassi pompati e arpeggi facili: il nonno del tecno era superficiale quanto il nipote. Si trattava solo di una superficialità diversa: la scimmia ammaestrata che imita i padroni contro la nuova scimmia postmoderna che ritrova la jungla al cocoricò. Io invece ci tenevo ad avere una storia, delle radici, bla, bla.

A proposito delle mie radici: i miei genitori mi hanno lasciato in eredità una sola cassettina: tre pezzi di De Andrè, tre di Paoli, tre di Lauzi. Ritornerai e il Poeta le conoscono tutti. La terza è Menica Menica, e non ho mai trovato qualcuno che la conoscesse – solo qualche rara traccia su e-mule.

Per me è bellissima, e spietata. La provincia è radiografata in tutta la sua nullezza, con un’economia di parole che fa spavento. “Per sembrare intelligente / curo molto l’espressione”… Lauzi non ha nemmeno bisogno di dirlo, che la “gente che cammina in processione” è fatta di tante maschere nude come lui. “Dopo avere ben mangiato”… e lo stomaco ti si riempie come alle due e mezza di un giorno di festa. E basta la parola “Gilera” per annusare il polverone di una strada sterrata, che a un tratto si dirada e nel nulla compare la prima e ultima spiaggia, l’Unica Balera.

Spietato come Flaubert, laconico come Ungaretti. Lui rimane in magliettina, lei è già tutta sudata, e poi via, si fa all’amore. Presto, che domani (non c’è neanche bisogno di dirlo!) è lunedì. E qui improvvisamente la voce si fa più fievole, e ti scarica addosso generazioni intere di pietà e malinconia. Che cosa ti aspettavi? Gratti la brillantina e senti il fieno. Questa è gente che per essere ipocrita e superficiale aveva un solo giorno alla settimana.

De Andrè ci avrebbe messo due strofe in più (Guccini il doppio). Tenco si sarebbe perso per strada a litigare col destino. Lauzi ci mette esattamente tre strofe, tre giri di valzer. Io non sono mai riuscito a trovare un’anima al liscio, finché non ho sentito Menica, Menica. Bruno Lauzi era un poeta, e se n’è andato. Voi passate un buon week end.
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- io respiro, e tu?

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Cristo! Io non nego a nessuno il diritto di avere paura. Chi non ha paura della guerra è un cretino. E chi vuol far credere di non avere paura alla guerra, l’ho scritto mille volte, è insieme un cretino e un bugiardo. Ma nella Vita e nella Storia vi sono casi in cui non è lecito aver paura. Casi in cui aver paura è immorale e incivile. E quelli che, per debolezza o mancanza di coraggio o abitudine a tenere il piede in due staffe si sottraggono a questa tragedia, a me sembrano masochisti.

Branco di smidollati, addio.

Oriana Fallaci, negli uomini, apprezzava soprattutto il coraggio. Lo ha detto lei, in un'intervista che stanotte non trovo.

Tra tante cose che ha scritto, questa mi sembra essenziale: perché riassume molto bene quello che OF pensava di me che scrivo, di te che leggi, insomma di noi occidentali di oggi, che intorno ai discorsi di OF amavamo disputarci. Che la detestassimo, o che l'ammirassimo alla follia, una cosa è certa: lei, da parte sua, ci disprezzava.

E più della Rabbia, più dell’Orgoglio, forse quello che ci pungolava di più era questo enorme, massiccio Disprezzo, per una generazione di... mah, come ci chiamava, lei? Smidollati? Forse avrebbe usato un’altra parola, più anglo-vernacolare (Cazzo, strafottuti bastardi), ma ci siamo capiti. Oriana Fallaci negli uomini apprezzava soprattutto il coraggio, e il coraggio negli uomini d’oggi hai un bel cercarlo, non lo trovi. Effetti collaterali di una troppo lunga pace: così OF s’era ridotta a cercare il fiore selvatico del coraggio in esotici teatri di guerra, il Vietnam, la Grecia, il Libano. Laggiù gli uomini erano ancora uomini, e le donne pure. Ma da un po’ di tempo persino la guerra aveva perso il suo fascino. Nel suo bel coccodrillo Bernardo Valli ricorda la delusione della prima campagna del Golfo, quando Oriana si era trovata davanti la nuova guerra chirurgica, asettica, senza teatro e senza coraggio. La fine della generazione epica dei reporter di guerra, temerari e tutti d’un pezzo. La fine degli uomini. A quel punto, per Oriana, non restava che chiudersi nel suo studio e disprezzarci tutti quanti.

Questo disprezzo, diciamo la verità, è abbastanza fondato. Vogliamo riepilogare cos’è stata, Oriana Fallaci, dall’11 settembre in poi? La Cassandra dell’Occidente? La barda del conflitto di civiltà? Per me OF è stata, soprattutto, la resa del neo-fascismo occidentale. Cerco di spiegarmi.

Il vecchio fascismo, quello del 1919, all’inizio era ben poca cosa. Un giornalista impetuoso e uno spettro da agitare. Lo spettro era il comunismo, la rivoluzione bolscevica; il giornalista Mussolini: e all’inizio ebbe vita grama. Trombato alle elezioni, persino incarcerato. Ma alla lunga la spuntò. La fortuna ha qualche riguardo per i coraggiosi.

Il nuovo fascismo, nel 2001, aveva tutte le carte in regola per risorgere alla grande. Dopo decenni di riflusso, aveva finalmente trovato lo spettro giusto da agitare: l’Islam. Non restava che trovare l’Uomo. E in teoria sul mercato gli Uomini non mancavano; di aspiranti neo-mussolini e neo-hitler, coi loro nuovi Mein Kampf, ce n’erano parecchi. Ma all’atto pratico, tutto quello che ci siamo trovati è stata questa Vecchia Zia Rimbecillita, con la sua Rabbia, il suo Orgoglio, la sua personale Apocalisse. Se il neofascismo era tutto qui, possiamo tirare il fiato (ma attenti alle prossime generazioni).

La tempistica è impressionante. L’11 settembre un gruppetto di terroristi dirotta quattro aerei devastando World Trade Center e Pentagono; l’Occidente (smidollato) ammutolisce.
Due settimane dopo, in una provincia dell’Impero, un leader populista azzarda un paio di affermazioni da conflitto di civiltà. Si chiama Silvio Berlusconi, esalta la "superiorità" della "civiltà occidentale" su quella dei Paesi musulmani e afferma che l'Occidente è destinato a continuare ad "occidentalizzare e a conquistare i popoli". A quel punto il neofascismo poteva aver trovato il suo primo piccolo duce…

…Sennonché, nel giro di poche ore, SB si rimangia tutto. Non lo voleva dire. È stato frainteso. Non l’ha mai detto. Negli anni successivi, Berlusconi diventerà un timidissimo sostenitore della Guerra al Terrore di Bush, e più volte insisterà sulla necessità del dialogo ad oltranza con l’Islam. Perché a fare la guerra vera all’Islam ci vuole il coraggio, e il coraggio uno non se lo può dare. Per 5 anni Berlusconi si limiterà a presiedere il governo smidollato di un Paese di smidollati. La sua carriera di neoduce è già finita alla fine del settembre 2001.

Ai primi d’ottobre dello stesso anno, il Corriere della Sera aveva pubblicato La rabbia e l’orgoglio. L’operazione è subito chiara: c’è in Italia un ventre molle che non ne può più del politically correct, che odia l’Islam (ma soprattutto lo teme), che ha apprezzato le uscite neofasciste di Berlusconi ed è rimasto deluso dalla sua pronta smentita; una moltitudine di lettori che non hanno ancora il coraggio di affermare a voce alta che i musulmani sono cattivi e puzzano. Aspettano qualcuno che li sdogani, ma non c'è? Non c’è un solo giornalista in Italia che abbia il coraggio per cavalcare quest’onda d’odio, come Mussolini cavalcò l’incubo rosso nel 1920? Parrebbe di no. Siamo un popolo di smidollati, che leggono giornali scritti da smidollati. Per trovare un editorialista disposto a dichiarare il conflitto di civiltà, il Corriere si riduce a bussare all’attico di Manhattan, alla Vecchia Zia.

E la Vecchia Zia si sobbarca. Non per denaro, sarebbe sciocco anche solo pensarlo. Lo fa perché ci vuole coraggio, e coraggio la Zia ne ha avuto da vendere, fino alla fine. Alla sua età, poi, forse anch’io tra un cancro e una fatwa punterei sulla fatwa. Ma non faccio testo, sono un pacifista e i pacifisti, si sa, sono smidollati in partenza.

Sarebbe piuttosto il caso di notare, a Zia morta, quanto siano smidollati i suoi presunti fiancheggiatori - per i quali a dire il vero non ha mai avuto molte parole gentili. A partire da Bush, che prima lancia una Guerra Infinita e poi la finanzia col contagocce, trasformandola in un Vietnam a bassa intensità, senza gloria né infamia. Per continuare con i vari leader europei sempre con la scusa pronta: Berlusconi ieri, Ratzinger oggi – e sembra di sentirla dalla tomba, la Vecchia Zia atea, “Santità, tiri fuori le palle!”. Per proseguire coi Direttori e gli Editori, che alle spalle della Vecchia Zia hanno lucrato non poco, e oggi con un giro di parole sono già pronti ad accodarsi al governo nuovo, smidollato come quello vecchio. E per finire con le piccole Oriane Fallaci in trentaduesimo che nei forum e nei blog continuano a rovesciare improperi contro i pacifisti smidollati che non capiscono la necessità di una Guerra all’Islam – un popolo di guerrafondai che in 5 anni non ha mai pensato seriamente alla possibilità di arruolarsi: come se mancassero le trincee. Smidollati della peggio razza. Gente che amava Oriana, senza meritarsela. Non credo che lei li abbia mai veramente ricambiati.

Del resto chi se ne frega, adesso non c’è più. Magari è da qualche parte a intervistare uomini coraggiosi. Gente con le palle. Mohammed Atta, Al Zarqawi, tipi così. Nemici, certo. OF ha sempre intervistato i suoi nemici, gliele ha sempre cantate chiare. Mica come noialtri smidollati, che giorno per giorno, un respiro dietro l'altro, ci rassegniamo a vivere.
I'm breathing ... Are you breathing too? ...It's nice, isn't it? It isn't difficult to keep alive, friends - just done make trouble - or if you must make trouble, make the sort of trouble that's expected. Well, I don't need to tell you that. Good night. If we should bump into one another, recognize me.
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- syd

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L'uomo di paglia era piu' triste di me
(ma ora si e' rassegnato
perche' la vita non e' cosi' male
e a lui non dispiace)

Non vorrei, in un giorno comunque triste, riaprire una vecchia polemica della gioventu’, non vorrei ma lo faccio: a meta’ degli anni Settanta i Pink Floyd erano quattro tromboni miliardari, in grado di arrangiare graziosamente un vuoto cosmico di idee. La volgarizzazione del progressive rock, la riduzione di ogni velleita' psicadelica al quattro quarti lento, con inserti di waltzer e saltuari virtuosismi. La corista sgozzata di the great Gig in the Sky e’ come se urlasse Aiuto, ho solo due accordi e devo finire la facciata di questo costosissimo album. Qualcuno li trova ancora il piu’ grande complesso rock mai esistito.

E’ senz’altro una persona che non sa ballare. Negli anni Settanta ai concerti si stava seduti. Gli stupefacenti in commercio non favorivano il movimento. Oggi e’ diverso. Non voglio dire che e’ meglio o che e’ peggio. Usi e consumi diversi, droghe diverse.

Ma il rock e’ nato per ballare, santo Dio. Chuck Berry ballava. Elvis ballava. I Beatles ballavano. Poi vengono questi anni amorfi in un cui si sta seduti ad ascoltare suoni quadrofonici. Syd se ne era andato. Buon per lui. Male per noi.

Non sono venuto a piangere Syd Barrett, che da trent’anni e’ l’esempio piu’ fulgido di artista postumo in vita. Con momenti paradossali: il tuo ex gruppo ti dedica un disco, e tu sei ancora vivo. Un giorno passi in sala di registrazione per un salutino. Ti fanno ascoltare questa suite maestosa tutta dedicata a te, Shine on you crazy diamond, e tu: “Un po’ datata, non trovate?”

Altroché, Syd. Un walzer funebre, un liscio ambient, musica da camera per matricole di conservatorio. Un po’ datata? In confronto Strauss è punk. Ieri, naturalmente, Shine on you e Wish you were here hanno invaso tutti i palinsesti. Un musicista pazzo muore, e tutti si mettono a cantare una canzone che non ha scritto, e nemmeno gli piaceva.

Nel 1987 i quattro miliardari, ridotti a tre, scesero per promuovere un altro inutile discone di platino. Il risultato indiretto – oltre all’abbassamento della laguna di Venezia di qualche micron – fu un revival di tutta la loro discografia presso i ragazzini. Dischi facili da trovare: spesso bastava fregarli ai babbi o ai fratelli maggiori (una mia zia aveva la cassettina di Animals, un’altra il vinile di Middle). Another brick divenne un tormentone da discoteca, davanti al fuoco si cantava Wish you were here, eccetera. Certo, da qui a riscoprire il primo disco, bisognava fare un certo percorso. Bisognava essere particolarmente snob, o balordi, o romantici.

In quel periodo in Italia nacquero simultaneamente una manciata di band con una sola cosa in comune: prendevano il nome da canzoni di Syd Barrett. L’ho scoperto solo di recente, da quel libro sul rock anni ’80 allegato a Rumore. Non so bene che musica facessero.

Poteva essere musica di ogni tipo. In the Piper at the gates of dawn c’è di tutto. Orge psicadeliche, canzoncine minimali, robusti pezzi pop. È un disco del 1967, targato Parlophone. Nella sala a fianco i Beatles incidevano Sgt. Pepper. Ora come ora, se dovessi mettermi ad ascoltare un disco per il puro gusto di ascoltarlo, sceglierei The piper. Perché forse sono ancora uno snob, o un balordo, o un romantico.

Syd aveva dei maestri giovani: i Beatles, gli Stones di Between the Buttons, i Kinks. E aveva premonizioni: una chitarra protohendrixiana, la retorica spaziale che sarà di Bowie, il misticismo, gli schizzi acustici, il surrealismo. Barrett era persino divertente, una dote che i Pink avrebbero perso per sempre. In Bob Dylan’s blues (che iniziò a circolare intera soltanto all’inizio degli anni Novanta), si prende gioco di un mostro sacro della controcultura con un’ironia che al tempo non era così a buon mercato. Insomma, nella sua pazzia sembrava esserci molto criterio.

Dopo the Piper viene the Madcap laughs. Un disco per metà registrato in un pomeriggio, col rumore delle pagine sfogliate tra una strofa e l’altra. Barrett è anche il padre di tutti i musicisti fatti in casa. Oggi suona terribilmente indie.
Il disco successivo è meglio arrangiato, ma meno interessante. Poi viene il vuoto. Barrett non è mai riuscito a registrarne un terzo. Continuava a incidere tracce di chitarra su tracce di chitarra, all’infinito. Questa, che credo sia una testimonianza di Gilmour, per me è l’immagine stessa della follia. Un loop.
(E anche la frase ricorrente: “vive in campagna con la madre”. Mi sembrava il massimo dell’abiezione, ritirarsi in campagna con la madre).

Non sono venuto a piangere Syd. Per qualche anno e’ stato un mio idolo. Mi cercavo idoli strani, nelle bancarelle dei dischi a meta’ prezzo. Poi ho rovesciato la medaglia: ho iniziato a pensare che dopotutto non mi andava di finire cosi'. La sua faccia spiritata e’ una delle tante che ho scartato mentre cercavo la mia. Ammesso che io l’abbia trovata. Due grandi dischi e poi trent’anni di disordine mentale non mi sembravano un grande affare.

Oggi sto cercando di pensarla diversamente. Syd e’ sopravvissuto a un sacco di gente, coetanei e piu’ giovani di lui: Hendrix, Morrison, e compagnia. In un certo senso la pazzia lo ha salvato da una malattia molto piu’ mortale, l’industria del rock. “Viveva in campagna con la madre”. Beh, ho visto destini peggiori.
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Cosa resterà?
Ci sono stati periodi della storia dell'uomo, in cui i capolavori piombavano sulla testa del pubblico fatti e finiti: gli anni Ottanta non sono stati così. Tutto quello che si è salvato, si è salvato sulla distanza.

Prendi un caso ormai indiscutibile: gli Smiths. Negli '80 erano 'abbastanza' famosi. Nei '90, gradualmente, a furia di titoli di romanzi anglosassoni e sondaggi des Inrockuptibles, sono diventati classici. Esagero a dire che si tratta – per il 75% di una gloria retroattiva? E infatti solo oggi Morrissey riesce a fare qualcosa che da sei-sette anni non faceva più, cioè vendere un suo disco da solista.

(Siccome poi la generazione dei rivalutatori degli Smiths è ancora giovane, ha ancora a disposizione notevoli margini di rincoglionimento, il che significa che la fama degli Smiths potrebbe anche continuare a crescere, nei prossimi anni – del resto si comincia a parlare una reunion, e il tempismo mi pare perfetto. Dateci ancora quindici anni, e Morrissey & Marr andranno a cantare davanti al Colosseo, con tutti i romani che si abracciano e dicono: li aspettiamo dai tempi del liceo! Balle, naturalmente: al liceo si ascoltavano solo Vasco e i Duran, ma probabilmente è stato così anche con Simon & Garfunkel: un sacco di gente che all'epoca ascoltava Morandi e Celentano si è autoconvinta di avere sempre conosciuto i dolci cantautori californiani. La memoria tira scherzi pesissimi).

Inghiottiti dalle crepe

C'era un gruppo che nessuno si ricorda, non si chiamavano Simon & Simon (quello era un telefilm), bensì David & David. Scrissero una canzone struggente sul vuoto edonismo californiano, si chiamava Welcome to the Boomtown, il titolo di sicuro non vi dice niente. Ma forse il primo verso:

Miss Cristina drives a nine-four-four…

Quello fu il loro primo successo. Il loro secondo successo fu un titolo che mi ricordo solo nella traduzione italiana, dice, "Inghiottiti dalle crepe". Il testo parla di tre amici che sognano di diventare famosi in qualche modo, poi, per un motivo o per un altro, smettono di vedersi, spariscono nell'oblio, "inghiottiti dalle crepe". Questo, per inciso, è stato il destino dei David & David, di cui in seguito nessuno ha più sentito parlare, e oggi se mi tornano in mente rischio di confonderli con un telefilm. Inghiottiti dalle crepe. Eppure non mi dimenticherò mai di Miss Cristina e della sua Porsche 944.

Anche di Giuni Russo avrò sentito al massimo quattro canzoni, pure non la dimenticherò mai. Questa è una particolarità degli Ottanta: le meteore. Molti pezzi che sono sopravvissuti, sono legati ai nomi di simpatici sconosciuti. Piccolo gioco: Orchestra Manouvres in The Dark, Knack, Eighty Wonder, Industry, Dead Or Alive. Due, tre pezzi, più spesso uno solo. Eppure sulla distanza sono sopravvissuti. Gli anni '80 hanno dato una possibilità a un sacco di gente.
Questo meteorismo, al tempo, ci sembrava un sintomo di futilità. Oggi è una delle cose che rivaluterei. Sì, perché dopo sono arrivati i '90, gli anni in cui qualsiasi personaggio che imbrocca una canzone, per cinque-dieci anni non te lo levi più di torno.

Ma pensa solo. Pensa se tutti i divetti di oggi fossero rimasti inghiottiti da una crepa dopo il loro album di esordio. Pensa Britney Spears che dopo Hit me baby one more time cade in disgrazia e si mette a fare la parrucchiera: non sarebbe stato fantastico, cinque anni dopo, mettere su in radio Hit me baby one more time? E invece no, una ragazzina che azzecca un singolo, negli anni 90, deve come minimo diventare un simbolo generazionale, un idolo, un marchio di fabbrica, una bomba sexy, una multinazionale.

È vero che anche gli '80 hanno avuto le loro leggende: la differenza sta nel sottobosco. Il sottobosco '80 era pieno di meravigliosi debuttanti, pronti al loro quarto d'ora di popolarità e a essere inghiottiti da una crepa: al confronto, il sottobosco '90 è terra bruciata. O diventi famoso e ci appioppi almeno quattro dischi, o non diventi proprio nessuno.

Non so, metti uno come Biagio Antonacci. Quanti CD ha fatto, quanti ancora ne farà?
[continua]
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Stile balneare

Quest'estate voglio andare al mare / per le vacanze
è una frase molto banale, che descrive un desiderio altrettanto banale. Tanta banalità può essere fortemente sospetta, ma anche no. Dipenderà da come intendiamo gli anni Ottanta: età dell'oro o del fango, da un punto di vista infantile o senile. Da quello infantile, non c'è dubbio che quell'estate volessimo andare al mare per le vacanze (e "sopra i ponti delle autostrade c'è qualcuno fermo che ci saluta").

Da un punto di vista senile, non dimentichiamoci che il 1982 era un anno già saturo di messaggi. Canzoni sulla spiaggia se ne cantavano da trent'anni (con alcuni capolavori inarrivabili: sei diventata nera come il carbon, sapore di sale sapore di te, un bacio a labbra salate, un fuoco quattro risate a far l’amore giù al faro). Giuni Russo si trova sul palcoscenico in un momento in cui già sembra impossibile aggiungere qualcosa di nuovo. Si aggiunga che la Storia era finita più o meno in quegli anni: negli arsenali c'era già abbastanza potenziale da spazzare l'intero genere umano in mezz'ora (appena di 3 miliardi e mezzo di persone). La contestazione, gli anni di piombo, l'eroina. Ma quest'estate voglio andare al mare, per le vacanze.

(Gli anni Ottanta come una vacanza, un piccolo break della Storia, tra un massacro e l'altro).

La frase è un esempio di grado zero dell'ironia: c'è solo se vuoi trovarcela. Ma se non vuoi, se non t'interessa, se non sei abbastanza colto o raffinato o smaliziato per capirla, essa semplicemente non c'è, e la canzone resta ugualmente godibile. Il genio del Battiato tra '79 e '83 è tutto qui: si potevano fare canzoni sciocche che sembrassero incredibilmente smaliziate, ma che vendessero come canzoncine sciocche, semplicemente montando rammenti da altre canzoni, altri successi per l'estate. Quando neanche il montaggio funziona, si può essere semplicemente sé stessi, o una versione un po' più banale di sé stessi. Giuni, che ti va di fare quest'estate? Mah, quest'estate voglio andare al mare.

Il successo di Battiato / Russo è del 1982: un anno in cui tutti gli italiani hanno avuto almeno un'occasione per riflettere sull'aspetto terribilmente banale che può assumere la felicità. (Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!) L'anno dopo Umberto Eco pubblica su "Alfabeta" le Postille a "Il nome della Rosa", in cui definisce pulitamente la sua idea di postmoderno. Innanzitutto "il post-moderno non è una categoria circoscrivibile cronologicamente, ma una categoria spirituale […] un modo di operare. Potremmo dire che ogni epoca ha il proprio post-moderno". Ogni volta che la coda della storia si fa troppo pesante ("Il passato ci condiziona, ci sta addosso, ci ricatta"), e la tentazione di tagliarla di netto (il moderno, l'avanguardia) si rivela fallimentare, ecco che "la risposta post-moderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente".

Nella pratica, Eco pensa di riutilizzare Liala

Penso all'atteggiamento post-moderno come a quello di chi ami una donna, molto colta, e che sappia che non può dirle "ti amo disperatamente", perché lui sa che lei sa (e che lei sa che lui sa) che queste frasi le ha già scritte Liala. Tuttavia c'è una soluzione. Potrà dire: "come direbbe Liala, ti amo disperatamente". A questo punto, avendo evitata la falsa innocenza, avendo detto chiaramente che non si può più parlare in modo innocente, costui avrà però detto alla donna ciò che voleva dirle: che la ama, ma che la ama in un'epoca di innocenza perduta. Se la donna sta al gioco, avrà ricevuto una dichiarazione d'amore, ugualmente. Nessuno dei due interlocutori si sentirà innocente, entrambi avranno accettato la sfida del passato, del già detto che non si può eliminare, entrambi giocheranno coscientemente e con piacere al gioco dell'ironia… Ma entrambi saranno riusciti ancora una volta a parlare d'amore.

Implicita, nell'esempio di Eco, una meditazione su cultura e… come chiamarlo, "amore"? Mah, chiamiamolo "bisogno". Mentre la cultura si avvita su sé stessa e genera gusti sempre più complessi (ma è un progresso verso il silenzio, perché ogni scrittore, da Liala in poi, non aggiunge parole, ma le toglie all'innamorato 'moderno' che non può dirle perché sono già state scritte da qualche parte), i nostri bisogni rimangono tutto sommato gli stessi: amarsi, parlare d'amore. Negli '80 la "donna molto colta" (e il suo uomo) non possono più ripetere le frasi di Liala, eppure hanno gli stessi bisogni dei lettori di Liala di 30-40 anni prima. Il post-moderno ovvia a questa divaricazione tra gusto (sempre più sofisticato) e bisogno (più o meno sempre lo stesso, e banale). Dando per scontato qualcosa di fondamentale: che dei nostri bisogni, anche in assenza di un'educazione cattolica, noi ci vergogniamo. Non fosse altro che per la loro banalità. Ci vergogniamo, sì, ma in qualche modo dobbiamo venire a patti con loro. Anche a costo di saccheggiare Liala.
Allo stesso modo, quell'estate, quaranta milioni d'italiani avrebbero avuto voglia di andare al mare, "come direbbe Giuni Russo". Desiderio banale, ma l'importante è che si possa ancora comunicare. La canzone, quella popolare, serve a questo. Battiato lo aveva capito. (In seguito se l'è dimenticato, poi gli è tornato in mente, poi se lo è dimenticato di nuovo, ecc., un po' come tutti).

Il fatto è che il miracolo di "Quest'estate al mare" non era così semplice da replicare. Dall'intro fino al libitum finale, tutta la canzone strizza l'occhio all'ascoltatore: io sono più intelligente di così, con la voce che ho potrei cantare meglio (ma "per regalo voglio un harmonizer con quel trucco che ti sdoppia la voce"). Un tocco di erotismo ambiguo, quel che basta ad ammiccare senza sparire dalla fascia protetta ("per le strade mercenarie del sesso, che procurano fantastiche illusioni…"). Persino un bambino (io) di fronte alla glossolalia esibita degli "ombrelloni oni oni" non può non cedere al sospetto che ci sia qualcosa sotto: qualcosa, ovvio, di più intelligente di così. Anche se tutto sommato non c'era bisogno davvero di produrre qualcosa di intelligente: l'allusione, l'ammiccamento, sono più che sufficienti. L'astuzia dello stile balneare: facciamo i bambini per dimostrare che non siamo più bambini. Oppure: facciamo i piccolo-borghesi per dimostrare che, etc.. Vincente, anche e soprattutto da un punto di vista commerciale: perché queste canzoni mettono d'accordo adulti e bambini, borghesi e snob. Ognuno ha la sua interpretazione, anzi, ancora meglio: ognuno può slittare da un'interpretazione a un'altra, senza che nessuno se ne accorga. Quand'è che abbiamo smesso di cantare "Cuccuruccuccù" perché era un ritornello scemo e ci siamo messi a cantare "Cuccuruccuccù" perché era una canzone malinconica e struggente? In ogni caso, un bambino che canta "Cuccuruccuccù" sembra già più intelligente; un adulto che canta "Cuccuruccuccù" sembra altrettanto scanzonato e intelligente, senza fare niente di particolarmente impegnativo che non sia cantare "Cuccuruccuccù".

Il metodo vantava, ovviamente, ripetuti tentativi di imitazione. "Un'estate al mare" è la matrigna di una serie di canzoni che hanno illuminato le estati '80: ironiche e stupide a scelta. L'estate sta finendo, Maracaibo, mare forza nove, etc.. Queste canzoni tuttora continuano a far ballare i trentenni sulle spiagge: sulla distanza sono sopravvissute al revival delle sigle dei cartoni giapponesi: segno che anche la nostalgia col tempo si fa un po' più sofisticata?
Il ritornello più esemplare mi sembra "Cocco bello / cocco fresco / non è che mi diverta", di Orietta Berti (ma c'è ancora lo zampino di Battiato, sotto pseudonimo). Anche in questo caso, sono possibili infinite letture: non che io mi diverta a cantare queste scemenze; e invece sì, mi diverto un mondo a stare in spiaggia e ascoltare i venditori di cocco in lontananza; oppure, mi diverto un sacco (a cantare e a prendere il sole) ma non ho il coraggio di ammetterlo, etc.. Piccoli pudori dei primi anni '80. Si praticava il banalotto (che non era ancora trash), ma si confessava (o si affettava) un certo imbarazzo. Non si grufolava ancora nel truogolo: quello è venuto dopo.

La stessa Giuni Russo si sentiva probabilmente prigioniera del genere: due anni dopo tentò di imporre un 45 giri con una bella canzone d'atmosfera, poetica, Mediterranea: ma i dj delle radio le preferirono il lato B, Limonata Cha Cha Cha ("Cha Cha Cha / della limonata / Cha Cha Cha / seduti in riva al mar"). Ancora due anni, e poi la resa: nel 1986 Giuni dichiarava di voler fuggire ad Alghero in compagnia dello straniero. Più che giusto che la genitrice non sapesse come si buttava via il talento della figlia.
[continua]
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Dedicato a un bambino che domenica sera non è morto, anzi, non è proprio mai vissuto. Che non so se sia preferibile (nessuno lo sa). Immagino di sì.

Karaoke esistenziale, ciak! 13


Era un piccolo, povero ultrà,
ultrà,
E non l'avrebbe mai più fatto, si sa
No non lo avrebbe mai più fatto
(fino alla prossima volta)

Proprio lui, povero ultrà,
ultrà,
Giurò di non rifarlo mai più, si sa
No non lo avrebbe mai più fatto
(fino alla prossima volta)

Povero vecchio
perse un orecchio in un "incidente"
al reparto saldatura
ma è tutto ochei,
tanto si sa la vita è dura

Povera donna
strangolata nel suo stesso letto
mentre leggeva Tolstoi
ma è tutto ochei,
tanto era vecchia e moriva prima o poi
(di chi è la colpa?)

E cosa dire dell'ultrà,
sì, dell'ultrà,
che non lo avrebbe mai mai mai mai più fatto, si sa
(non fino alla prossima volta)

Perciò signori della corte
ora sapete ogni cosa,
ma prima di condannarmi a morte
date un'occhiata a questo bocciolo di rosa:

Vi amo per quello che siete, amori miei, amori miei amori miei

Ma non sarà mica colpa dell'ultrà,
piccolo ultrà,
lui non lo avrebbe mai più fatto, si sa,
e in mezzo a questo campo siamo al verde, eccetera.

E non scordatevi l'ultrà,
il piccolo ultrà,
che non l'avrebbe mai più fatto si sa
e in mezzo a questo campo siamo al verde,
eccetera.

Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera;
Nel mezzo del cammin della partita,
Eccetera.
Dai, liberatemi,
e ritrovatemi,
su liberatemi,
e ritrovatemi,
dai liberatemi, liberatemi, liberatemi
Giurati, liberatemi,
e ritrovatemi, e liberatemi, e ritrovatemi,
e ritrovatemi, ritrovatemi, ritrovatemi,
Ed Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Nel mezzo del cammin della partita, Eccetera,

Ed Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Eccetera,
Nel mezzo del cammin della partita, Eccetera.

The Smiths, Sweet and tender hooligan. (198?)


Note:

1. Non è che la cosa abbia comunque molto senso.

2. In un periodo della sua vita, Morrissey ebbe palazzetti di folle adoranti che si sarebbero bevuti qualsiasi slogan, e lui nei ritornelli cantava “Eccetera”. Credo che si tratti di genio.

3. “In the Midst of life we are in debt” è un modo di dire, la parodia di un verso famoso di Coleridge (che si trova anche su un libro di preghiere anglicano per gli offici funebri), “In the Midst of Life we are in Death. Anche se col tempo la parodia è diventata più famosa del verso originale.
A questo punto si trattava di trovare qualcosa di omologo in italiano: si accettano suggerimenti.
Io, naturalmente, non riuscivo a pensare che a “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, che è lievemente più cheap di Coleridge. Poi bisognava parodizzarlo, per cui: “Nel mezzo del cammin della partita”. Che non fa ridere e non vuol dir niente. La situazione finanziaria delle squadre romane, e i conciliaboli a centrocampo ieri sera, mi hanno suggerito una variante: “in mezzo a questo campo siamo al verde”: non c’entra più niente con Coleridge, ma è un endecasillabo. Sì, probabilmente ci sono modi più proficui di impegnare questo settore del mio cervello.

4. Dice: ma come fai a sapere tutte ‘ste cose? Qui c’è un sito con i più strani riferimenti delle canzoni degli Smiths, dove si scopre che alcuni capolavori di nonsense sono in realtà citazioni da un mondo che non conosciamo: per esempio, There is a Kenny Everett (late British 80s comedian) sketch where he is burned at the stake whilst wearing a Walkman, e In the 1968 film "The Killing Of Sister George", one of the murder methods discussed is that of a ten-ton truck…

5. Naturalmente, questo è il mio karaoke, per cui decido tutto io. Per eventuali lamentele, Morrissey può scrivermi. Astenersi filologi.
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Sabato sera ero via. Non ho visto i tg ed ero triste. Non per quel motivo. In effetti, per nessun motivo al mondo.
Ero nel piazzale di un albergo qualunque e pensavo alla mia vita, a quanti errori ho fatto, a quanti ancora dovrò farne, e per quanti anni ancora dovrò sopportare la compagnia del me stesso che mi odia e mi rimprovera di tutto. Ma per nessun motivo al mondo, così, in generale.
È tristezza: a volte va, a volta viene. In fondo noi ne sappiamo ancora poco. Forse un giorno si scoprirà che è una qualità dell’aria, una micropolvere che arriva dritta dal golfo di Guinea fin dentro i nostri tessuti neuronali. Il giorno che lo sapremo, tutto sarà molto più facile. Per tv faranno le previsioni della tristezza, dopo le minime e le massime e prima delle estrazioni del lotto; e chi vorrà sentirsi triste verrà apposta in qualche albergo sul lungomare, dove la brezza è buona.

Sul lungomare, domenica mattina, ho visto due ciclisti allenarsi, in quelle tutte variopinte e aderenti, molto anninovanta. E per un attimo ho pensato: Che buffi.
Ma subito dopo ho pensato. Una volta non la pensavo così. Da quand’è che non vado più in bicicletta? E da quand’è che non guardo nemmeno un giro in tv? Sono anni ormai.
Poi mi sono ricordato cosa era successo veramente, e subito ho voluto cambiar pensiero, perché aveva a che vedere con una persona, a cui mi ero affezionato, e a cui di colpo non ho voluto più credere. Ma non era facile pensare ad altro, perché ero ancora triste e cercavo a tutti i costi di sentirmi colpevole di qualcosa.
Sentirsi colpevoli, sapete, è una gran consolazione. Le cose succedono continuamente, più o meno a caso: è difficile fare previsioni (che non siano brutte previsioni). Ma di fronte a tanto caos, almeno poter dire: “È colpa mia. Sono stato io. È dipeso anche da me”. Ti fa sentire meno inutile.

Lui era l’Eterno Perdente, uno dei tanti. Il ciclismo moderno è uno sport strano, che io non sono ancora riuscito a capire: gareggiano assieme arrampicatore e velocisti. L’arrampicatore è un tipo brutto, secco e goffo, compie straordinarie imprese, contro tutti, contro il gruppo, contro sé stesso: suda litri di sudore, sbava, impreca, la gente lo adora: e perde sempre. Il velocista è un tipo perfettino, luccicante nella tuta aderente, che si fa la sua cronometro senza guardare in faccia a nessuno, la gente lo detesta, e vince sempre. Tanto che a un certo punto uno si chiede: ma perché? Perché LeMond deve sempre battere Chiappucci? Non potrebbero togliere le crono e mettere più salite? Tanto la gente ama gli arrampicatori, non i velocisti. O no? Non ho mai incontrato nessuno che tifasse per LeMond, o Ullrich, o gente così. Ma forse ho incontrato troppe poche persone. O non sarà che in fondo gli arrampicatori ci piacciono così: Eterni Perdenti? Sudano, sanguinano, e quando cadono, è sempre ingloriosamente: ma quando vincono, ci fanno sperare solo per qualche settimana. Poi la delusione. Poi si ricomincia.

Finché un giorno io non ne ho potuto più, di vederlo perdere: e con me tanti altri. Non ne potevamo più di quel calvario, quelle salite assassine, e poi gli incidenti, i ricoveri, i recuperi. Lui aveva diritto di vincere: per sé stesso e per noi. E lo abbiamo fatto vincere. Non sarebbe stato possibile, ma abbiamo barato. O lo abbiamo lasciato barare, il che è lo stesso.
È stato un giorno di primavera del 1998: all’ultima tappa importante lui era alla pari con un velocista, un russo o un tedesco, uno di quelli che quando vincono il Giro è come se non lo vincesse nessuno. L’ultima tappa, naturalmente, era una Crono. Lui non poteva vincerla. Fisicamente, non sarebbe stato in grado di farlo. Ma io, ma noi, abbiamo desiderato così tanto che lo facesse. E lui l’ha fatto. Ha vinto una Crono nell’ultimo giorno del Giro. Ha battuto i velocisti nel loro campo, lui che velocista non era mai stato. Lo ha fatto per sé stesso e – soprattutto – per noi. Ci ha ingannato. Ma siamo stati così felici di farci ingannare.

Allora, vedi: se lui ha cominciato (o ha continuato) a drogarsi, è stata anche colpa nostra. È stata anche colpa mia. Io sapevo che non poteva vincere pulitamente, ma gli ho detto: “Vai, vai”. È dipeso anche da me. L’ho visto vincere e ho fatto finta che fosse tutto regolare.

Ma quando poi l’hanno beccato, io non ho più voluto saperne niente di lui. Drogato. Imbroglione. Vergogna. Ci hai rovinato il Giro. Ci hai rovinato il ricordo della tua vittoria. Ci hai rovinato la festa. Vattene.

Pensavo a queste cose, domenica sul lungomare, e intanto i due ciclisti a passo uomo parlottavano tra loro, e io dopo un po’ ho cambiato pensiero. Ma mi ero sentito colpevole di qualcosa, e stavo già meglio.
Così sono arrivato all’edicola.
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(Continua da ieri)

Allora feci proprio la cosa che non si deve assolutamente fare, cioè mollai le manine dei miei compagni e scappai: dove? Di qua, di là, ma sempre guardando in alto, per cui inciampai. Caddi per terra mentre cadeva il fumogeno (molto lontano). E mi feci male, stupidamente, perché caddi sulla strada di terra mettendo avanti le mani, e se avete giocato a pallone da bambini su un cortile di ghiaino potete immaginarvi quanto sia stupido e quanto faccia male. Ho ancora i segni sulle nocche del pugno, come se avessi dato un pugno a un felino selvatico.
Mi rialzai subito, rassicurai che non mi ero fatto niente, però ero tutto bagnato. Cadendo, avevo spappolato il limone che tenevo in tasca. Pantaloni bagnati e mano sanguinante: a 48 ore dalla partenza ero già lo zimbello della spedizione.
Il gas iniziava a farci tossire. E Marcella piangeva. Fin qui normale. Ma Marcella stava anche coprendosi di chiazze rosse.
“Marcella, non è che sei allergica a qualcosa, per caso”.
“Sì”.
“A cosa?”
“A varie cose”.
“Ah”.
Gli italiani si tenevano per mano, tranquilli. Dalla collina stava scendendo un inglese. Ancorché ridicolo, io ero comunque l’interprete.
“Che sta dicendo?”
“Dice che cerca volontari per andarsi a sedere contro il carro armato, laggiù”.
E Marcella, gli occhi rossi: “Ci andiamo?”
“Eh?”

Ci ritrovammo davanti a questo carro armato, col mitra che spuntava dalla feritoia, mentre un tizio da un blindo (un tipo non proprio brillante) insisteva a tirarci fumogeni controvento. C’erano due inglesi con buffe tute di plastica: ci avevano spiegato che se ci cadeva un fumogeno tra le gambe dovevamo cercare di passarlo a loro, che erano allenati a respingerli. Ci sedevamo, scattavamo foto, al lancio dei fumogeni indietreggevamo, e cercavamo di respingerli a calci. Marcella piangeva.
“Marcella, tu non stai tanto bene, forse è meglio se ce ne andiamo…”
“No, no, restiamo qui”.
Ogni tanto qualche palestinese passava, con la borsa della spesa o con un carrettino. Passava di fianco al tank, di fianco al blindo, in mezzo a noi, salutava, sorrideva, proseguiva. Una volta passato, la piccola battaglia ricominciava (come bambini in un cortile, che interrompono giochi e finzioni al passare degli adulti).
E mi ricordo questa cosa: a un certo punto un fumogeno arrivò addosso a uno degli inglesi ‘specalisti’, e questi lo afferrò al volo, con una mano, rilanciandolo subito al mittente. Forse non era inglese, forse era un americano, certe prese s’imparano col baseball.

Verso ora di pranzo gli israeliani ripartirono, e allora ripartimmo anche noi. Io ero pieno di dubbi. A cosa avevo partecipato? A una battaglia? se sì, non mi ero comportato molto onorevolmente. (M’infastidiva dover tornare dall’unica battaglia della mia vita coi pantaloni bagnati, seppure di limone). Se no, perché eravamo rimasti lì? Il posto di blocco era aperto già prima di noi. Non avevamo corso un rischio inutile, innervosendo gli israeliani, esponendo alla loro vendetta i palestinesi? Noi nel giro di una settimana ce ne saremmo andati; i ragazzini che avevano infierito sul posto di blocco restavano lì. Non era un po’ troppo comodo, questo atteggiamento da tuta bianca in vacanza?
E una sola certezza: gli inglesi (o gli americani) sono matti. Raccogliere i fumogeni al volo. Ma come ha fatto? Io se vedo un fumogeno a cinquanta metri su di me, me la squaglio.
“Va meglio, Marcella?”
“Secondo me dovevamo restare di più”.
“Ma cos’altro potevamo fare”.
“Non lo so. Però secondo me dovevamo restare di più”.

Venerdì scorso un altro pacifista ha “incrociato la traiettoria” di un proiettile israeliano. È il terzo in meno di un mese. È un altro segno che la vita degli Occidentali non è più sacra, che non non possono più giocare agli eroi, affrontare i carri armati a mani nude. Bin Laden ha annunciato al mondo questa verità, George W. Bush l’ha compresa, Ariel Sharon si adegua.
Tom Harindal era impegnato ad aiutare un gruppo di bambini palestinesi ad attraversare una strada esposta al fuoco. Pare che avesse una lunga esperienza di interposizione pacifica, in Palestina, in Giordania e in Iraq. Pensando a lui mi è venuto in mente quell’inglese (o era un americano?) che raccoglieva i fumogeni al volo. Mi serve pensare che forse l’ho conosciuto; mi aiuta a ricordare che la Palestina esiste, che Israele esiste, che la strada tra Ramallah e Bir Zeit ha continuato a esistere anche quando me ne sono andato, forse per non tornare mai più. Tom Harindal è morto, come avrei potuto morire io, o Marcella, quel giorno.
Ma attenzione, non vi chiedo d’indignarvi perché hanno ucciso Rachel Corrie e Tom Harindal, e ferito gravemente Brian Avery. Vi chiedo di pensare che nello stesso mese scarso hanno perso la vita 70 palestinesi, e non tutti erano terroristi. Alcuni erano bambini.

Con chi ha questo punto ha già la replica pronta, che anche gli israeliani muoiono negli attentati, vorrei condividere una riflessione: nemmeno la legge del taglione prevedeva punizioni più gravi del danno arrecato: come si può vendicare una strage con una strage ancora maggiore? Come si può distruggere la casa dei famigliari di un kamikaze? Su quale libro è stato scritto che la colpa del padre non deve cadere sul figlio?
Per voi questa è la guerra tra una democrazia e il fanatismo religioso. Per noi è solo una guerra tra poveri. Poveri ambiziosi e poveri disperati, che scambiano un Eden per un deserto, che si uccidono per il controllo di una sorgente o di una strada.

Gli interpositori pacifici non sono fiancheggiatori dei terroristi: è il contrario. Hanno cercato, in questi anni, di aiutare un popolo accecato di rabbia a praticare forme di resistenza non violenta. Non hanno mai messo in dubbio che Israele fosse una democrazia, anche se in crisi: o non si sarebbero presentati a mani nude davanti ai tank dell’esercito.
Hanno avuto fiducia nell’opinione pubblica israeliana e internazionale; hanno messo a disposizione i loro corpi, le loro vite che fino a qualche mese fa erano così preziose, e ora vengono sacrificate senza che nessuno ai piani alti abbia il coraggio di dire niente.
Oggi Sharon si dice pronto alla pace: non è la prima volta che ne parla, non è la prima volta che accenna a un vago “ritiro dai territori” rifiutandosi di scendere nei dettagli, non è la prima volta che cerca di regalare deserto in cambio di sorgenti. Si può discutere la pace con un ladro e un assassino? Io voglio credere di sì. Se ho creduto che si potesse contenere Saddam Hussein, non vedo perché non si dovrebbe dare una chance ad Ariel Sharon.
Ma quando si farà, questa pace (se si farà), io vorrei che accanto ai nomi dei gloriosi pacificatori del Medio Oriente, Sharon, Bush e Blair, ci si ricordasse di quegli inglesi e di quegli americani che hanno avuto la fantasia di credere alla pace e alla libertà quando sembravano impossibili, e che hanno pagato la loro fantasia con la vita. Tom Harindal, Rachel Corrie. Se un giorno ci saranno strade libere, tra Palestina e Israele, e i poveri un po’ meno poveri e un po’ più indaffarati saranno liberi di percorrerle senza più blocchi, vorrei che due di queste strade portassero il vostro nome. Per quanto ingenuo, per quanto pazzo, il vostro Occidente è l’unico al quale sono fiero di appartenere.
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Notizie e tentazioni

La notizia è che la guerra sta andando male, da qualunque lato la si voglia vedere.
La tentazione è: (Sorrisino) “Vedete! Noi l’avevamo detto!”.
È una tentazione alla quale io resisto abbastanza facilmente (le immagini di questi giorni troncherebbero il sorrisino a chiunque), ma Barenghi?

Barenghi è il direttore del Manifesto, un quotidiano che spesso predica ai convertiti, specie in prima pagina. E in prima pagina venerdì scriveva:

Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua.

Una parte di noi, quella certa parte di noi, se c’è, di solito se ne sta ben ricantucciata dentro di noi, per la paura che le altre parti di noi la prendano a sberle. È precisamente la parte di noi che sogghigna a ogni notizia di strage di mercato o di marines sperduti nel deserto. È quella parte di noi – profondamente stupida – che ogni volta che vede grande confusione sotto il cielo pensa che la situazione sia eccellente, e la palingenesi rivoluzionaria alle porte. È la parte di me (spero irrisoria), che se qualcuno riuscisse a localizzarmi in una zona fisica (un dito dei piedi, un etto del cervello, una piega dell’intestino), io sarei disposto a farmela asportare, perché non si può essere così idioti, anche solo in una recondita parte di noi.

Alla fine Barenghi (sempre allo specchio) si chiede, amletico: E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?.
La risposta è molto semplice: non speriamo niente. La politica non si fa con la speranza. La guerra, figurarsi. I belligeranti, delle nostre speranze, non sanno che farsene.
(A meno che non siamo convinti che i nostri auspici possano modificare il corso degli eventi, ma in tal caso siamo cristiani e questi auspici si chiamano preghiere. Nulla di male, basta riconoscerlo).

Fine invettiva. Consigli per gli acquisti:
l’ultimo numero di Internazionale è molto bello. Passi il titolo di copertina (“War Blog”), ma ci trovate tante cose che credete di aver già letto in settimana navigando su Internet, e invece avete solo fatto finta, perché erano scritte in piccolo e in inglese. Per esempio, il blog di Raed, da Baghdad, tradotto in italiano. Un pezzo di Seymour Hersh su una delle tante bufale pre-belliche: un presunto traffico di uranio dal Niger all’Iraq. Doveva essere una delle prove del rinnovato interesse di Saddam Hussein per le armi atomiche, ma le pezze d’appoggio erano smaccatamente false, come hanno ammesso a mezza voce anche i servizi americani.

La redazione di Leonardo, che la sa sempre un po’ più lunga, è venuta in possesso di uno di questi documenti riservati. Si tratta di un’e-mail inviata all’indirizzo di posta elettronica saddam@hussein.ir Ne citiamo le prime righe:

Sir,

URGENT BUSINESS RELATIONSHIP

First, I must solicit your confidence in this transaction,
which is of mutual benefit. This is by virtue of it's nature
of being utterly confidential.I am sure and have confidence
of your ability, and reliability to prosecute a transaction
of this great magnitude.

We are top Officials of the Federal Government Uranium
review Panel who are interested in importation of goods into
our country with tons of uranium which are presently trapped in
Niger. In order to commence this business,we need your
assistance to enable us transfer funds into your
account.


Secondo me non c’è cascato. (Qui la spiegazione).


Bambini internazionali

Ma soprattutto, su Internazionale di questa settimana c’è una buona traduzione delle e-mail di Rachel Corrie. Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni, sensibile, coraggiosa e intelligente. Ed è morta il 16 marzo in Palestina, schiacciata da un bulldozer israeliano. Poi è scoppiata una guerra, e non se n’è più parlato. Ma dobbiamo cercare di vedere le cose in prospettiva: dopo questa guerra ce ne saranno altre, e sempre crederemo di assistere a svolte cruciali, e sempre ci dimenticheremo della guerra precedente. Ma se avremo dei figli, loro non ci chiederanno se c’è stato prima il Kossovo o l’Iraq o l’Afganistan o il Vietnam. Ci chiederanno se abbiamo sentito parlare di Rachel Corrie, se abbiamo pianto per lei, e se abbiamo ancora quella vecchia rivista con le sue lettere. Credo. Spero.

Ho pensato che in fondo siamo tutti bambini curiosi di altri bambini: bambini egiziani che strillano a una strana signora che passeggia sul sentiero dei carri armati. Bambini palestinesi presi di mira dai carri armati quando si affacciano dal muro per guardare quello che succede. Bambini internazionali in piedi davanti ai carri con striscioni. Bambini israeliani nei carri, anonimi, che a volte urlano, a volte salutano, molti obbligati a essere lì, molti semplicemente aggressivi, pronti a sparare sulle case appena noi ce saremo andati...
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Un altro ragazzo si è tolto la vita all’accademia militare di Modena. Si chiama Ermir Haxhiaj, era albanese, aveva 19 anni. È il secondo suicidio in due mesi, il quarto in sei anni. I graduati insistono che si tratta di pura fatalità. Il padre del ragazzo invece accusa gli insegnanti di discriminazione.
Sull’accademia di Modena ho già scritto un pezzo , un mese fa, e non saprei cosa aggiungere.


Coccodrilli di guerra
Invece vorrei far presente una cosa che in questi giorni mi sta spaventando: mi sono reso conto che questo sito è un interminabile officio funebre, una galleria di coccodrilli.
Sono sceso in fondo alla pagina, e ho iniziato a contare i morti del mese, da Alberto Sordi fino al povero Ermir. Sono troppi.
D’altro canto, quando muore un attore importante, un cantante celebre, una ragazza schiacciata da un bulldozer, sembra impossibile non parlarne. I morti reclamano spazio, proprio loro che ormai non possono più essere aiutati: muovono i ricordi, scuotono le coscienze, fanno arrabbiare e commuovono. I morti – mi sto rendendo conto – sono un argomento molto comodo. Se vuoi fare indignare un lettore, o fargli spendere una lacrima, non c’è nulla di meglio di una prece in prima pagina.

E c’è di più – c’è di peggio: nelle nostre quotidiane battaglie di idee, i morti sono armi. Armi improprie, non convenzionali, micidiali. Rachel Corrie è morta, non esiste più. Perché ho messo la sua foto sul mio sito? Per commuovermi, per sentirmi buono. E perché il sorriso di Rachel Corrie è un colpo basso a chi non è d’accordo con me, a chi difende i carri armati israeliani.
Forse non avrei dovuto mettere quella foto. Forse non è giusto sventolare i morti come bandiere, gettarli addosso al nemico come armi.
C’è qualcosa di molto sbagliato in me, se la prima reazione al lutto del mattino è “Vedete che avevo ragione”. All’accademia si uccide un altro cadetto: “Vedete che avevo ragione? Lì dentro c’è del marcio”. Accoltellano un giovane disobbediente: “Vedete che avevo ragione? I neofascisti sono pericolosi”.
Potrò avere tutte le ragioni del mondo, ma ho perso la mia battaglia se ho trasformato i morti in argomenti, se non riconosco più in loro degli esseri umani, come me, che ieri respiravano e stamattina non esistono più.

Ho pensato a tutto questo dopo aver visto, su icapperi, un banner spaventoso, dedicato ai pacifisti, che mostra foto di vittime del regime iracheno, in gran parte bambini. “In Iraq in migliaia non possono camminare: Saddam ha dato loro “la pace”… Voi marciate per la vostra pace, voi marciate per la pace di Saddam. Ecco il prezzo della vostra pace. Io non posso permetterlo. Io non voglio pagare. È tutto vostro”.

Ora, qui c’è qualcosa di più del pessimo gusto. Innanzitutto c’è l’idea che i milioni di pacifisti del 15 febbraio siano poveri ingenui, che non abbiano mai sentito parlare dei crimini di Saddam Hussein: altrimenti non potrebbero non invocare l’invasione immediata dell’Iraq.
L’autore del banner non ha nessuna intenzione di ‘educare’ i pacifisti: essendo loro ingenui e ignoranti, l’unica cosa da fare è stordirli con una caterva impressionante di foto di bambini morti e feriti, possibilmente con il viso in primo piano e gli occhi sbarrati. Non è citata nessuna fonte per le immagini (sono curdi? Sciiti? A che anno risalgono le foto?).
Quei bambini morti non hanno una storia da raccontare. Sono soltanto un’arma di persuasione, una bandiera di civiltà (civiltà?).

Naturalmente si potrebbe obiettare in milioni di modi: che i pacifisti non sono filo-Hussein, perché Hussein non è pacifista; che i crimini del regime iracheno sono noti da sempre, e che è molto sospetta quest’improvvisa fregola di vendicare gli eccidi al gas nervino commessi più di dieci anni fa. Ma tutto questo non ha la forza del volto di un bambino che non esiste più.
E allora cosa facciamo? Alla fine qualcuno si metterà a cercare foto di bambini uccisi dai missili americani o israeliani, in Iraq, in Afganistan o in Palestina: e ci farà anche lui il suo bello, commovente, scioccante banner animato. E la battaglia per le idee continuerà così, a colpi di foto di bambini morti.

Andrà davvero così? Dipende da noi. Siamo così affezionati alle nostre idee, da rinunciare alla nostra umanità per difenderle?
Domani inizia la guerra, e i morti – come succede in questi casi – smetteranno di avere un volto: diventeranno numeri. Io prometto che ci andrò piano, coi coccodrilli, e non innalzerò più nessuna foto di morto come bandiera, e non userò nessun corpo di morto come arma. Voi fate pure quello che vi pare, siamo su internet. Buona fortuna.
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So thanks for allowing me to not feel like a complete polyanna when I tentatively tell people here that many people in the United States do not support the policies of our government, and that we are learning from global examples how to resist... (Rachel Corrie)

Perché in questa foto ha un sorriso gentile, simile a quello che abbiamo visto in altre ragazze che abbiamo salutato, e a cui abbiamo consigliato prudenza, che non sempre si può sfidare i carri armati a mani nude e spuntarla; perché in definitiva il suo volto assomiglia al nostro, è un volto pulito, senza rabbia e senza povertà, ci pesa troppo la morte di Rachel Corrie, ricoperta di sabbia e schiacciata da un bulldozer.
Ci pesa più della morte degli altri due palestinesi di oggi: ma quella è routine, e poi quella gente sembra predestinata alla miseria e alla violenza.
Rachel Corrie no. Veniva da Olimpia, Washington, USA, e qualcuno ben informato avrà già concluso che poteva benissimo starsene a casa sua, invece di ostacolare i democratici bulldozer d’Israele.

Da una lettera scopriamo che era bionda, ma nei campi preferiva teneva i capelli coperti per non urtare nessuno; che era vegetariana, ma che le era stata promessa una pastasciutta, uno di questi giorni. E che di solito parlava lentamente, con ricercata tranquillità. In questa foto però la troviamo sorpresa in un accesso d’ira, mentre brucia una rudimentale bandiera israeliana: un gesto che a un palestinese costerebbe probabilmente il carcere, ma che un cittadino occidentale pensa ancora di poter fare, nei Territori. Un gesto che qualcuno disapproverà, che qualcuno giudicherà antisemita, ma in tutta franchezza, signori: per voi Rachel Corrie era una pericolosa agitatrice? Merita di essere morta così?

Voi liberi pensatori, che difendete Israele perché è una democrazia e non un califfato, probabilmente siete dispiaciuti quanto me di questa ragazza forse un po’ troppo idealista, e pensate che ci dev’essere stato un errore, un incidente, una svista del conducente, e che un’inchiesta chiarirà le colpe e le responsabilità.
Posso rispondervi con un nome? Raffaele Ciriello.
Vi ricordate chi era Raffaele Ciriello? Un reporter italiano senza contratto fisso, che mentre fotografava l’avanzata dell’esercito a Ramallah fu colpito in petto da una democratica pallottola, partita da un democratico carro armato. È successo appena un anno fa, il tredici marzo.
Nei giorni successivi si sollevò un polverone, poi in Italia fu ucciso Marco Biagi e i giornali si misero a parlare d’altro. Nel frattempo i responsabili dell’esercito israeliano avevano dichiarato che la responsabilità era del reporter, che si trovava là dove l’esercito aveva consigliato di non restare. Perché c’è pur sempre una guerra, in Palestina, e in guerra, evidentemente, l’esercito democratico d’Israele si considera autorizzato a far fuoco sui giornalisti stranieri, se si trovano dove non dovrebbero trovarsi.

Ed eccoci qui, alla vigilia di una guerra. Una guerra che, come tutti sanno, si combatte per portare più democrazia nel Medio Oriente, dove ce n’è poca. E io, che sono italiano, occidentale, etnicamente affine a Rachel Corrie, anche se molto meno testardo e coraggioso, mi permetto di dire che a me non interessa affatto estendere la democrazia nel Medio Oriente; che anzi, se dipendesse da me la ridurrei. Vorrei che l’unica democrazia del Medio Oriente, che occupa da più di quarant’anni territori non suoi, opprimendone gli abitanti, fosse commissariata; che le fosse impedito di nuocere ancora a sé stessa e agli altri. Perché i crimini non sono meno odiosi quando sono commessi da un regime democratico, anzi.

La democrazia non è Baywatch, signori, la democrazia non è quel simpatico teatrino, riedizione televisiva dei panem e circenses, che piace tanto qui da noi: la democrazia è una cosa seria, nasce nel sangue e nel sacrificio, cresce lentamente e a volte degenera all’improvviso. La democrazia è una condivisione del potere e delle responsabilità. La responsabilità della morte di Rachel Corrie ricade sul governo che ha autorizzato la demolizione di quel villaggio, e sul popolo che l’ha votato.

Quanto ai crimini dei terroristi palestinesi, essi sono odiosi, e non possono essere giustificati. Ma non sono stati autorizzati dall’assemblea di un popolo. Sono opera di gruppi fondamentalisti che prosperano nel vuoto di potere e nella miseria dei Territori. Invece di favorire la nascita di una leadership palestinese, Israele ha fatto di tutto per ostacolarla, imprigionando ed eliminando i leader emergenti, lasciando il vecchio e screditato Arafat praticamente solo.

Oggi sentiamo che il liberatore del Medio Oriente, George W. Bush, promette la nascita di un nuovo Stato Palestinese. A tale scopo, ha chiesto ad Ariel Sharon che non siano più costruiti insediamenti nei Territori. Gli israeliani hanno avuto a disposizione un paio di anni per costruire nuovi insediamenti e fare tabula rasa dei villaggi palestinesi scomodi: ma ora basta, perdiana. Queste ruspe che ancora demoliscono case (e occasionalmente schiacciano qualche uomo o donna o attivista) sono le ultime. Poi si traccerà un nuovo confine, e i palestinesi dovranno accontentarsi di quello che gli israeliani non hanno già preso: il deserto e un paio di bidonvilles. L’acqua e la benzina, dovranno comprarla dagli israeliani.
Naturalmente diranno di no, perché non basta mettere un cartello davanti a un campo profughi per trasformarlo in uno Stato Palestinese. E ancora una volta, i signori bene informati di tutto il mondo scuoteranno la testa: ma come sono testardi questi palestinesi, ma cos’è che vogliono ancora? Quante guerre devono perdere per rassegnarsi a scomparire?

E ci saranno ancora ragazze ingenue o testarde come Rachel Corrie, o giornalisti inegnui e imprudenti come Raffaele Ciriello? Io ho paura di sì, che ci saranno. Anche se preferirei di no. Se questo è il prezzo della democrazia, io propongo di farne a meno, per ora.
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Che vuo' sapè?
'Ca nun ce sta nisciuno.
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Lavoratori? Prrrrrrrrrrrrr!

Se penso a Sordi la prima cosa che mi viene in mente non sono i titoli dei suoi film, ma le qualifiche professionali. Sordi è stato vigile urbano, tassinaro, medico della mutua, primario, magistrato, presentatore, impiegato dell'ufficio pensioni, cabarettista, commesso viaggiatore, imprenditore televisivo, e l'elenco potreste continuarlo voi. Da un film all'altro la faccia e la voce (la voce di Oliver Hardy) non cambiavano: quello che cambiava era il mestiere.
Sordi ha indossato tutti gli abiti di lavoro della società del boom, e ha raccontato con partecipazione, e senza pietà, l'età magica in cui i mestieri si inventavano, le fabbriche si aprivano, i servizi arrivavano anche nei centri minori, e un'uniforme, una casacca, un camice bianco avevano il potere di trasformare un ragazzino in un uomo. E di prendergli la mano: è questa in fondo l'eterna trama di tanti "film di Alberto Sordi": un giovane ingenuo e un po' idealista trova un lavoro, crede di realizzarsi, ma progressivamente il lavoro prende il sopravvento su di lui, svuota i suoi ideali, lo spersonalizza. Il medico della mutua diventa una macchina di certificati, il magistrato inquisisce tutti fino a diventare inquisito, eccetera.

Per questo non posso dire che mi mancherà, Alberto Sordi, per il triste motivo che mi mancava (ci mancava) già da tanto: dopo essere stato il ritratto dell'italiano al lavoro, l'età gli imponeva ruoli da pensionato che facevano tristezza a noi e probabilmente anche a lui.
Nessuno ha veramente preso il suo posto: la "storia dell'italiano del Novecento attraverso i mestieri" sembra essere finita con lui. Che mestiere fanno i protagonisti dei film di oggi? E' difficile dirlo. Per esempio, avete capito che lavoro fa esattamente il protagonista dell'ultimo film di Muccino? Nell'ultimo di Bellocchio c'è un pittore, nell'ormai penultimo di Salvatores ("Denti") un professore (di che?). In quello di Calopresti un architetto: ma hanno l'aria di semplici pretesti, quello che conta è un metafisico male di vivere che ha poco a che vedere con l'orario di lavoro. Segno che il lavoro non è più il pretesto per vivere, per cercare di realizzarsi o di dannarsi. E' un semplice contorno, la vita è altrove.
E poi è sempre più difficile capire i lavori che facciamo: mentre in testa abbiamo ancora le categorie dei film di Alberto Sordi (vigile urbano, impiegato, muratore, ecc.), nella pratica nemmeno noi spesso conosciamo la nostra qualifica professionale; se qualcuno ce lo chiede abbiamo grosse difficoltà a trovare un nome al nostro mestiere. Siamo collaboratori, consulenti, bit-worker, operatori, cococò... "sarebbe a dì?", direbbe lui. Un volto che riesca a interpretare le nostre professioni non esiste ancora, e forse non esisterà mai. (E intanto, ai piani inferiori, c'è una folla di gente che continua a fare gli stessi lavori degli anni '50: fornai, camerieri, saldatori... ma non parla la nostra lingua, non ha la nostra pelle, e forse al cinema non ci va; certo non per vedere un film italiano).


Ma che, s'ammazza una persona così? Ahò! Ma che siete matti?

E' la famosa battuta della Grande Guerra, detta da Sordi al colmo della disperazione, quando gli fucilano il compare. E' una frase simbolica: sì, d'accordo, denuncia gli orrori della guerra, ma nel suo contesto è quasi surreale: e infatti il graduato che lo sta interrogando ribatte, con accento tedesco: "E allora?"
I tedeschi, gli austriaci (ma anche gli americani, gli inglesi, i cinesi, gli slovacchi) sanno bene che in guerra le persone s'ammazzano così. Alberto Sordi, no. Lui fa la faccia stupita. Lui fino a qualche minuto prima credeva di essere nella solita commedia all'italiana. E invece era alla prima Guerra Mondiale.

E anche questo è tipico, davvero tipico italiano. Viene da pensare al Ministro Martino, che crede (o vuol farci credere) che gli alpini vadano in Afganistan per aiutare le vecchine ad attraversare la strada (possibilmente senza burqa). Viene da pensare all'incredulità di tanti, che sono persino disposti a sdraiarsi sulle rotaie, ma in forma simbolica, perché per loro è impossibile, i m p o s s i b i l e che le armi passino proprio di lì. Perché non esistono le armi in Italia. Perché non si fanno le guerre in Italia. Perché in Italia siamo tutti brava gente, magari distruggiamo gli stadi, ma mai e poi mai potremmo bombardare o invadere un altro Paese, e magari torturare i prigionieri. Queste cose le fanno gli altri (anche i nostri alleati), ma noi no. Ahò! Ma che, siamo matti?

E allora rendiamo a Sordi quel che è di Sordi: tra i tanti mestieri, negli anni Settanta, aveva voluto essere anche un mercante d'armi, in un film dal titolo eloquente: Finché c'è guerra, c'è speranza. L'industria delle armi è una delle più importanti, in Italia, ma se ne parla poco. Al cinema, a parte Sordi, non se ne parla proprio. Armi noi? Aho! Ma che, siamo matti? Noi siamo brava gente.


Comandante, è successa una cosa incredibile! I tedeschi si sono alleati con gli americani!

Il mio Sordi preferito è quello di Tutti a casa di Comencini, un sottotenente che l'otto settembre cerca di salvare la pelle e, potendo, anche un minimo di dignità. Tiene molto, come al solito, alla sua casacca: se incontra dei sottoposti non perde l'occasione per far notare la sua superiorità di sottotenente. Ed è convinto che la guerra sia finita, semplicemente perché non si fanno guerre in Italia, ahò. Non crede a quel che vede: si ostina a percorrere l'Italia a ritroso, a tornare alla casa, all'infanzia, alla famiglia. Ma la famiglia non c'è più, c'è solo suo padre (Edoardo De Filippo!), che per un pugno di lire lo consegna alla Milizia.
Eppure non è del tutto uno stupido: e quello stesso, maniacale attaccamento alla sua pelle alla fine lo salva. Certo, ne deve fare di strada, per ritrovarsi a Napoli nel bel mezzo dell'insurrezione. E i tedeschi gli devono uccidere anche l'ultimo compagno per fargli capire che c'è una guerra, e che il fronte passa proprio su di lui. Però alla fine capisce, e si mette al pezzo d'artiglieria, non solo perché è un italiano, ma perché quello è il suo mestiere.
Mi rendo conto che non è un esempio di coerenza, per un blog pacifista, ricordare con affetto una scena in cui Alberto Sordi (non Clint Eastwood, non Steve McQueen: Alberto Sordi) imbraccia una mitragliatrice e cerca di stendere più tedeschi che può, però le cose stanno così. C'è un momento per fuggire e un momento per combattere; e poi ci sono gli italiani, che arrivano sempre un po' in ritardo, ma quanto sono simpatici, ahò. Ciao.
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Il palazzo dei corvi

Nel cuore della mia città c’è un grande Palazzo, dove noi civili non possiamo entrare: e questo, vi giuro, non è Kafka.
È la realtà.

La colpa, se vogliamo, è di un duca, che aveva perso il suo vero ducato in battaglia.
A quel tempo Modena era un tipico comune padano, portici stretti e fogne a cielo aperto, molto legato al suo locale medioevo. Arrivò dunque questo duca, con un po’ di corte al seguito e una collezioni di quadri da far girar la testa, e decise in mancanza di meglio di farne la nuova capitale. Fuori Modena era già il Seicento, e andavano di moda i palazzi grandi come città: anche i nostri duchi ne ordinarono uno, ma pareva che non avessero molta fretta, e nemmeno molti soldi. A ogni architetto di passaggio (Bernini incluso) facevano ridisegnare il progetto. Poi il marmo finì, più o meno a metà dei lavori, e si continuò col mattone: una cosa un po’ ridicola, ma il risultato non è male.
Il risultato è un palazzo smisurato, assolutamente fuori scala rispetto alla città, che sbarra il Centro Storico su tutto il lato nord, senza essere né fuori né dentro. La facciata dà su una piazza che sarebbe bella, se la gente venisse a passeggio o si desse appuntamento. Ma i modenesi non hanno mai pensato a quello spazio come a una piazza: per loro è solo il parcheggio più vicino al Centro. E il palazzo è solo una enorme transenna da aggirare. Non lo notano neanche, e sì che è grande. Ma siccome nessuno può entrare, è come se non ci fosse.
Il palazzo, infatti, non appartiene al comune. È una piccola città nella città, come a Roma il Vaticano. Ed è la città dei Corvi.

I Corvi vengono da tutt’Italia, ma soprattutto “da giù”. Arrivano a diciotto anni e hanno già le idee chiare, anche se ancora non sanno cosa sia la nebbia. Vengono a studiare e ad addestrarsi per la patria. Faranno esami e marce, marce ed esami, finché non diventeranno ufficiali del nostro esercito: quell’esercito che in caso di guerra è spesso d’intralcio alle operazioni. Non tutti però arrivano alla fine: alcuni si fermano prima. Dev’essere una scuola molto dura, ma in realtà non ne sappiamo niente.
Non ci sono simpatici, è vero, ma non è del tutto colpa nostra. Il fatto è che noi dobbiamo ancora digerire il vecchio duca, con le sue smanie di grandezza. Poi arrivano questi, e si prendono il posto più bello della città, con degli interni che stanno sui manuali di Storia dell’Arte. Se pensate a quanto può costare un posto letto in Centro…
Il fatto è che viviamo davvero in due città diverse, noi e loro. Dalle nostre finestre noi guardiamo il Palazzo, e pensiamo all’ampio parcheggio. Ma dalle loro finestre, loro, cosa vedono? Senz’altro non guardano noi, che siamo lì solo per caso, uno sfondo piuttosto incongruo ai loro studi e alle loro battaglie. Guardano al loro futuro, che è appena un po’ meno grigio della nebbia; alla loro carriera nell’esercito, a quando finalmente potranno levarsi quel ridicolo mantello dalle spalle e combattere come uomini: fare quello a cui si stanno preparando da anni, da una vita.
Ma sanno che probabilmente non combatteranno mai, perché non ci sono più città da difendere: e Modena men che meno. C’è solo un deserto, grigio, e i Tartari non arrivano.

E poi c’è la questione del mantello.
Il mantello è l’uniforme da passeggio dei corvi. È un ampio tabarro nero, che forse tiene caldo, ma che in combattimento risulterebbe un bell’impiccio. Fa molto Ottocento. Sotto il tabarro, appeso a un fianco, il corvo tiene l’altro segno di distinzione: un sottile tagliacarte d’ottone, il cosiddetto “spadino”. Un arma di difesa un po’ improbabile, per non dire ridicola. (Al maiale il codino / al corvo lo spadino, si leggeva su un muro alla Pomposa).
Per un lungo inverno, che va da ottobre a maggio, questo ragazzo di vent’anni è costretto ad andare in giro per le nostre strade conciato così, come la comparsa di un film di Zeffirelli. Nel fine settimana è seguito dai famigliari o dalla fidanzata, venuti a trovarlo “da giù”; e da un facchino, perché un ferreo regolamento gli impedisce di portare bagagli quando indossa l’uniforme.
È chiaro che chi ha voluto un costume così mirava a una sola cosa: che il corvo si sentisse odiato dalla città, e che la ricambiasse. Cosa c’è di più penoso, per un ragazzo di vent’anni, di girare per una piaccola città straniera e sentire una sfumatura di presa in giro in ogni sguardo? Il mantello e lo spadino lo proteggono da ogni contatto amichevole con gli indigeni. Senza di loro non gli è consentito di uscire. Il mantello è un pezzo del palazzo che il corvo si porta ovunque con sé. E questo non è Kafka, badate: è la loro vita, per cinque e più anni.

Poi, ogni tanto, qualcuno di loro se ne va. Si uccide, lasciandosi cadere da quelle finestre così grandi.
Allora i suoi compagni, e i superiori, si affrettano a ricordare che era un bravo ragazzo, appassionato studente e molto ligio al dovere, ma, come dire, un po’ debole. Immaturo, disse una volta un generale importante – poi gli hanno spiegato che quella parola non la deve dire più, che non sta bene davanti ai genitori, ma comunque ci siamo capiti. E che non si tratta di nonnismo, per carità, non esiste il nonnismo all’Accademia Militare di Modena. Esistono solo ragazzi motivati e preparati al loro futuro, ma non tutti reggono allo stress. Punto.

E noi, a sentire queste cose, scuotiamo la testa e alziamo le spalle. Stress da esami, figuriamoci. Tre suicidi in sei anni…
E poi voltiamo pagina. Che cambiare le cose non tocca certo a noi.

Al centro dell’ampio parcheggio sta la statua di un patriota, che guarda il Palazzo con aria di sfida.
Era un vicino di casa del duca, che col suo tacito consenso stava organizzando una mezza rivoluzione. Finché quest’ultimo non aveva preso paura – in fin dei conti era solo un piccolo duca, schiacciato tra Regni ed Imperi – e lo aveva condannato a morte, un atto inaudito in uno Stato da operetta come il nostro. La statua guarda proprio alla stanza in cui il Duca firmò la sentenza.
Forse non è una gran statua, ma per me è un bel simbolo del nostro atteggiamento nei confronti del Palazzo: Ciro Menotti lo guarda a testa alta, per nulla impressionato. Sembra che stia dicendo: “E alòra?” Tutta questa facciata di finto marmo, cos’è? A parte ostruire il traffico, a cosa serve? Non ci si poteva fare un giardino, o ancora meglio, ampliare il parcheggio?

È così strano che la scuola dei militari l’abbiano voluta mettere da noi. Noi abbiamo così poca fiducia nell’esercito, e in chiunque voglia metterci i piedi in testa.
Però, in fondo, questo nostro fregarcene è comodo a tutti. Noi ci facciamo i fatti nostri e non diamo nessun fastidio. Non è la nostra città, quella. Che se la sbrighino loro.
Eppure quei ragazzi, nel fine settimana, camminano tra noi, nelle nostre strade, nella nostra nebbia. Per quanto il mantello li possa nascondere al prossimo, si vede bene che sono ragazzi. Che meriterebbero una giovinezza migliore.
Ma noi abbiamo sempre troppe cose da fare: li guardiamo passare, abbozziamo un sorriso e tiriamo per la nostra strada.
Che cambiare il mondo non tocca a noi.
Ma a chi tocca, allora?
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Maestri di vita (4) – Giorgio Gaber (1939-2003)

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene, e invece tu…

E oggi un anno nuovo ci regala il calendario
si accendono le luci e si tira su il sipario
ognuno fa la sua parte e incomincia il blablabla
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

E alle 8 e mezza mi presento puntuale
lavoro tutto il giorno e non mi trattano mica male
si spera nell'aumento che la vita risolverà
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene…

…e invece tu mi guardi storto
e mi dici una parolaccia
poi mi carichi a corpo morto
e mi tiri due pugni in faccia
ahi ahi ahi ahi

Se io non so di un fatto la versione originale
ci sono i quotidiani, c'è la radio e il telegiornale
mi basta seguire un momento e ho già chiara la verità
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

non può risolver tutto neanche la democrazia
ma è l'unico strumento che ci dà una garanzia
viviamo finalmente con una certa dignità
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

Margherita,
lo sai che tu sei tutta la mia vita?
Lo sai che ormai il mio cuore ti appartiene?
Ti voglio tanto bene…

…e invece tu non sei clemente
e mi picchi in un ginocchio
io mi piego perché sofferente
tu mi morsichi in un orecchio
ahi ahi ahi ahi

a scuola ai buoni un premio, ai cattivi la punizione
ma in seguito nella vita è meno chiara la divisione
si parla di giustizia, di uguaglianza e blablabla
alla moda
alla moda
alla moda del varietà

e quando sarò morto mi faranno il funerale
per una volta ancora sarò l'interprete principale
finita la triste funzione poi la vita continuerà

alla moda
alla moda
alla moda del varietà

(A la moda del varietà, 196?)

Un buon proposito per il 2003 potrebbe essere: basta coccodrilli, almeno per un po', eh?
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E diedero loro l'uva che matura nel sole
che scioglie i lacci alla lingua e libera le parole
ma essi non dissero mai da dove erano venuti,
i Quattro Cavalieri

E tutte le delizie della Vanità
e le promesse istantanee di immortalità
ma essi pestarono la polvere, gridando: "Insanità!"
i Quattro Cavalieri

Uno veniva dalla frontiera
uno veniva dal monte
uno stava rollando un trombone gigante
incrociarono un autostoppista
che non voleva un passaggio
dai Quattro Cavalieri

Ma tu!
Non ti stai guardando in giro, no?
Non stai cercando qualcosa, per caso?
No, tu non farai mai quel miglio di strada
Non ti metterai mai in gioco

Mi dici che vivi una brutta vita
e anche a me sembra triste
ma è giusto il prezzo che paghi
per ciondolare tutto il giorno.
I quattro cavalieri stanno arrivando per te,
I quattro cavalieri vengono a pisciarti addosso
a te che sei pronto per la panciera, ormai
Quattro cavalieri, e siamo proprio noi

Ci diedero tutto quel che serviva per andar giù di testa
e noi gli vuotammo le tasche e li lasciammo accecati
ce n'è ancora di strada da fare – attento a non perder di vista
quei Quattro Cavalieri

E ci diedero l'uva che matura nel sole
e scioglie i lacci alla lingua e libera le parole
ma noi non dicemmo mai
come sarebbe andata a finire,
noi Quattro Cavalieri

E' morto Joe Strummer, troppo presto. See polaroid for details.
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Basta pietà

Anch'io come lei, signora, ultimamente faccio fatica a organizzare i dati. Succedono troppe cose, tutte in una volta. Per esempio: muoiono troppe persone, e si tratta di scegliere se è più importante parlare del filosofo, dell'economista, del grande attore, del fotoreporter, di mille palestinesi, di 400 israeliani (curiosamente in questa guerra contro il terrorismo ci sono più morti tra i terroristi che tra i loro obiettivi).
È proprio in questi momenti che mi viene da pensare: ma come fanno i giornalisti?, quelli iscritti alla cupola, ehm…, all’Albo? Loro devono fare questa scelta tutti i giorni. Carmelo Bene si merita un trafiletto in prima pagina? Beh, sì. Sempre che nel frattempo Berlusconi, che è all’estero, non se ne esca con qualche cazzata storica di quelle che gli escono in queste occasioni , del tipo: gli antichi romani erano europeisti.

Anno VI dopo Cristo. A Roma, il comandante Varo è al cospetto dell’Augusto Imperatore.
AUGUSTO: E allora, Varo, com’è andata a Teutoburgo?
VARO: Ottimo Principe, io… ahem… proprio di questo vorrei parlare.
AUGUSTO: Hai avuto delle perdite?
VARO: Sì, ecco… un paio di legioni.
AUGUSTO: Due legioni, Varo? Intendi due legioni intere?
VARO: Per la verità, forse sono tre legioni, ottimo principe.
AUGUSTO: Però, questi Germani. Un po’ birichini, eh?
VARO: Nelle loro selve sono imbattibili, ottimo principe.
AUGUSTO: Mmm. Non va mica tanto bene. Ne parlerò con Hermann al prossimo vertice di Coblenza. Se continuano così, il Mercato Comune se lo possono proprio scordare.

Nella pratica, la loro scelta i giornalisti l’hanno fatta. Carmelo Bene, Ciriello, Berlusconi, la CGIL, la guerra in Palestina, i prigionieri di Guantanamo, tutto questo non vale la metà della mamma assassina di Cogne. È lei che sta in cima alle prime pagine. È lei che occupa decine di minuti di telegiornale. È dieci, venti volte più importante di un collega che muore in servizio: l’audience, impietosa, passa sopra persino ai vincoli di categoria. Sempre che esista davvero, quel vincolo. Ciriello era affilato all’albo? Sarei curioso di saperlo. È un caso che proprio chi rischia di più, gli inviati, i fotoreporter, siano sempre freelance? Che vincolo può esistere tra un reporter di passione e un redattore che, chiuso ermeticamente nel suo ufficio, calcola alle sei di sera che un titolone su Cogne porterà quelle cinque, diecimila copie in più? Non è nemmeno più lo stesso mestiere, andiamo.

L’insistenza dei media sul caso di Cogne è scabrosa, brutale, priva di scrupoli, tutto quel che volete. Ma soprattutto è inutile. Casi come Cogne ne sono successi, ne succederanno. Fanno parte dei misteri dell’animo umano, e io non riesco a immaginare una società, un ‘mondo possibile’ liberato anche da questi orrori. È giusto rifletterci sopra un momento, ma a che serve insistere? Insistere si dovrebbe sul caso di un cittadino italiano che muore nelle strade dell’Autorità palestinese per mano dell’esercito israeliano. Queste cose sì che possono cambiare, se i giornalisti facessero il loro mestiere (come lo faceva Ciriello), se noi lettori sapessimo dare un indirizzo giusto alla nostra indignazione. E invece niente, il giorno dopo siamo già davanti alla tv per Tel Aviv – Milan, a essere indignati sono gli israeliani a cui la UEFA ha tolto il diritto di giocare in Patria, per quale motivo al mondo? In Israele va tutto bene, e un militare può dichiarare che Ciriello è stato imprudente, avrebbe dovuto chiedere il permesso all’esercito israeliano (per andare in giro nel territorio palestinese!)
Tutto bene, a interessarci è piuttosto la lettera che la mamma di Cogne ha scritto al Papa. Dice che è innocente, pensa! E il Papa cosa ha risposto? E il fratellino come sta?

Noi umani siamo così. Stupidi. Di tante cose al mondo che succedono, scegliamo di occuparci di quelle che non possiamo risolvere. Duemila, tremila anni fa non avevamo luce elettrica, né acqua potabile, e nessun tipo di medicina che potesse salvarci la vita da una banale influenza. Davanti a questi piccoli problemi pratici, concreti, eravamo ancora dei selvaggi. Ma nel frattempo avevamo sviluppato teorie filosofiche di straordinaria complessità, e ci arrovellavamo già sugli stessi profondissimi problemi che ci tormentano oggi: chi siamo? Dio c’è? E se c’è, perché esiste il male? Perché si muore? Perché una donna uccide un bambino?

Problemi seri. Mai risolti, e probabilmente irresolubili, come le equazioni di quarto grado. Ci sono voluti secoli per iniziare a preoccuparsi seriamente di altri problemi: come far arrivare l’acqua alle case? Come possiamo salvarci dall’influenza? Come possiamo risolvere le controversie senza ucciderci? E qualche progresso l’abbiamo anche fatto. Ma il richiamo dei grandi problemi è irresistibile. È quello che vuole la gente: il Bene, il Male, la tragedia. E i giornalisti devono dare alla gente quello che vuole. Ciriello non l’aveva capito, e restava un freelance. Si fosse piazzato a Cogne, a scattare istantanee dei vicini di casa della Franzoni, a quest’ora non solo sarebbe vivo, ma avrebbe anche un contratto regolare.

www.ciriello.com e' ancora giu'Il fatto è che a Ciriello non interessava, quel contratto. Gli interessava invece, probabilmente, cambiare il mondo, cosa possibile nella misura in cui si smette di pensare in termini di Bene e di Male (chi è il bene e chi il male in Palestina?) e ci si cala, dal vivo, in piccoli problemi più concreti, come concreto era quel fucile in mano a quel ragazzo, o quel carro armato in quella strada di Ramallah. Per quanto gli era possibile, Ciriello ha provato a cambiare il mondo. La sua morte non solo mi addolora, ma mi fa vergognare: dov’ero mentre gli sparavano? Ho fatto abbastanza per lui? La morte di quel povero bambino di Cogne, invece, è un povero, tristissimo fatto di cronaca, che mi spaventa, certo, ma non mi interpella, non cambia né me né il mio mondo, e che probabilmente, oltre un certo limite, deve smettere d’interessarmi. La pietà, sapete, oltre un certo limite non solo è inutile, ma persino dannosa.
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