La nostra dama

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Resto abbastanza convinto che se fosse andata a fuoco una proprietà immobiliare delle sue, e gli avessero proposto di risolvere il problema con un bombardamento a tappeto di Canadair, Trump avrebbe reagito: Are you insane? Cioè non credo che la stupidità spieghi tutto: diventiamo molto meno stupidi quando l'oggetto della discussione è una nostra proprietà (già i bambini sono molto più bravi a contarsi i soldi in tasca che le quantità astratte).

Per cui secondo me non si tratta di farsi furbi, lo siamo già se a qualcosa ci teniamo; si tratta di capire che è tutto nostro, che tutto ci riguarda, che qualsiasi perdita è una nostra perdita. Ma mi rendo conto che possa diventare un'esperienza angosciante, e che il cinismo sia una forma di difesa, per i più fragili, necessaria.
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La stima del terremoto

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Sarebbe poi interessante capire - visto che di terremoti ne avremo sempre, che tocca abituarsi non solo ai rischi, ma anche alle chiacchiere che seguono - sarebbe interessante capire come nasce quest'ossessione per la magnitudo come misurazione assoluta. Il famoso 7.1 che ci fece sobbalzare anche se a casa nostra non ballava nemmeno il lampadario, abbiamo scoperto, fu un errore: se qualche ente internazionale davvero lo divulgò, è riuscito nel frattempo a farlo sparire. La foga con cui i giornalisti lo ripresero è perdonabile: quando un dato è già disponibile in Rete, non ha molto senso pensare di filtrarlo; se non lo pubblichi tu lo farà qualcun altro, e comunque ci sarà tempo per aggiustare. Salvo che il pubblico questa cosa non la capisce.

Il fatto che il terremoto non si presenti immediatamente con un numero preciso - magari anche un decimale che aiuta a dare un tono, salve mi presento sono una scossa del Sei Punto Cinque - è percepito come un disturbo nel normale ordine di cose: un chilo di pane è un chilo di pane, una macchina che va a cento all'ora dopo un'ora ha fatto cento km., perché un terremoto non dovrebbe essere altrettanto preciso e quantificabile? In fondo è solo un evento tellurico che avviene a km di profondità in un sottosuolo inesplorato, sprigionante megatoni di energia. Perché due sismografi a distanze diverse non dovrebbero dare immediatamente la stessa misurazione precisa? Dove si rinota la fiducia del tutto magica che il cittadino ripone nella scienza: non sa come funziona ma pretende che funzioni con precisione immediata, e se non è così si ritiene defraudato. Se gli racconti che in certi casi assomiglia più a Ballando con le stelle, ci sono vari misuratori e poi si fa la media, ci rimane malissimo.

Mi domando se non sia una responsabilità della scuola (cioè mi domando se non sia colpa mia). Quando aiutiamo i ragazzi a misurare le cose, quanto insistiamo sul fatto che la misurazione, qualsiasi misurazione, è comunque soggetta a un errore? Che le misure non esistono a priori in una dimensione iperuranica, ma che sono una forma di comunicazione, e quindi sempre in parte una bugia? Che non c'è modo di conoscere davvero la circonferenza partendo da un raggio, che un chilo di pane non è davvero un chilo preciso - e cos'è un chilo poi? Che il prodotto interno lordo si misura in dollari e i dollari ogni giorno valgono una quantità di euro diversa? Che insomma ogni misura è complicata, interessante ma complicata?

O li abituiamo a domande facili, e a dubitare di chi non ha la risposta secca? "Quant'era forte l'ultima scossa?"
"Eh, beh, dipende da tanti fattori: la profondità, la durata, la magnitudo - ce ne sono diverse - la densità degli insediamenti, la robustezza degli edifici..."
"La fai troppo lunga, mi stai senz'altro nascondendo qualcosa".
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Sei sicuro di essere più intelligente della senatrice complottista?

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Cara persona intelligente, che nel giorno della scossa più forte hai condiviso il tweet della senatrice 5stelle, arrabbiata con Renzi perché ritocca i dati dei sismografi per non rimborsare i terremotati. Lo hai ripostato anche otto ore dopo. Ci hai scherzato coi tuoi contatti. Ci hai scritto un pezzo sopra e lo hai pubblicato su un blog o su un quotidiano.

Dobbiamo parlare.

Perché lo fai? Perché ogni volta che vado su un social, invece di trovare subito cose interessanti, trovo strafalcioni ridicoli e bufale stantie, messe in giro da te o da altre persone come te, ugualmente intelligenti?

Un grafico altrettanto chiaro in italiano
ancora non si trova.
Potresti dirmi che lo fai per denunciare l'ignoranza altrui, tanto più grave quando appartiene a una persona investita di potere e responsabilità, come appunto una senatrice. E ci potrebbe anche stare. Probabilmente è stato anche grazie alla pronta reazione di chi le stava intorno che la senatrice ha modificato il tweet pochi minuti dopo - senza peratro rinunciare all'impianto complottista. Ai tempi del terremoto in Emilia - appena quattro anni fa - la stessa bufala circolò indisturbata per settimane. Adesso appena qualcuno la mette in circolo viene preso in giro universalmente. E però qualcosa non mi torna.

Il tweet originale sul complotto anti-magnitudo sarà resistito per quanto, mezz'ora? Ma dodici ore dopo la mia bacheca era ancora invasa dagli screenshot, dalle immagini prese al volo di quel tweet. Come se la cazzata in questione fosse davvero troppo bella per non essere diffusa, reclamizzata, amplificata. Cara persona intelligente.

Sei sicuro che sia una buona idea? Prendere una cazzata che è durata pochi minuti, clonarla e disseminarla ovunque puoi sui social e sulla rete in generale?

Ci provo con un esempio scolastico, che spero non complichi le cose: se vuoi insegnare a un bambino come si scrive "scuola", sulla lavagna devi scrivere esattamente: "scuola". Se sai che qualcuno scrive "squola", lo correggerai sul suo quaderno: ma non devi mai, mai scrivere sulla lavagna la parola con la q. Perché anche se la barri col gessetto rosso, anche se spieghi ad alta voce che è la grafia sbagliata, anche se passi mezz'ora a sottolineare il concetto, se quella q resta sulla lavagna c'è sempre il rischio che qualche alunno distratto non faccia caso al contesto, e creda che quella sia la grafia corretta. E in quella classe ci sono sicuramente degli alunni distratti.

E sui social la maggior parte degli utenti è distratta. Se tu segnali un tweet stupido ai tuoi amici o ai tuoi follower, sei davvero sicuro che tutti capiranno che è stupido? Stai sopravvalutando la loro attenzione, il loro interesse, forse anche la tua intelligenza. Che è poi il motivo - temo - per cui passi gran parte del tempo sui social a cercare i contenuti più cretini e a condividerli: lo stesso impulso che ci porta a guardare i reality o i talent. Sono pieni di coglioni che fanno errori che noi non faremmo. Ci fanno sentire intelligenti. Ma non è necessariamente così.

Sul serio: tra una senatrice che scrive una scemenza e tu che la twitti a ripetizione, chi dei due ha imparato qualcosa l'altro ieri? Almeno la senatrice lo ha cancellato: magari parte da una situazione di ignoranza più grave della tua, ma dimostra di potersi correggere. Domenica era ancora convinta che ci fosse un sistema di rimborso danni legato alla magnitudo registrata da un sismografo ufficiale, oggi no. Tu invece domenica credevi di essere più intelligente di lei e hai continuato a spammare le sue sciocchezze tutto il giorno: col probabile risultato di averle fatte leggere a qualche distratto che l'altro ieri non ci pensava, e adesso magari è convinto che Renzi vada in giro a truccare i sismografi. Cara persona intelligente.

Ma sei sicuro?
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Il ponte sullo Stretto esiste già

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Ciao, siccome Renzi l'altro giorno per festeggiare l'Impregilo è tornato sull'argomento (in modo molto vago, peraltro), nei prossimi giorni si parlerà del ponte sullo Stretto di Messina, dell'opportunità che rappresenta, dei rischi che comporta, ecc. ecc. Siccome non è la prima volta, e non sarà l'ultima, tanto vale equipaggiarsi. Ad esempio: lo sapete quanto è stretto lo Stretto? Più o meno 3 km.: una semplice nozione geografica che molti sostenitori del progetto, curiosamente, non condividono.

Peccato, perché è facile. Ripetete con me: Stretto di Messina, 3 km. Adesso lo sapete.

Inoltre in certi punti è molto profondo, quanto profondo? Abbastanza da rendere tecnicamente impossibile piantare dei piloni sul fondale, come si immaginava ancora negli anni Ottanta - si vedevano modellini di ponti a tre campate, a cinque campate, Craxi diceva che ormai era tutto pronto, si sarebbe fatto il ponte (io leggevo Topolino). Non andò esattamente così, e già allora c'era chi accusava l'indecisionismo italiano, il disfattismo italiano, ecc.. Però da lì in poi nessuno ha più proposto di piantare piloni nello Stretto. Pare che per adesso proprio non si possa (e sarebbe anche un problema farci passare le navi). Dagli anni Novanta in poi, il progetto proposto e approvato prevede una campata unica: una torre da 300 metri in Calabria, l'altra in Sicilia, e in mezzo... tre km senza sostegno. Sono tanti? Sono pochi?

Di solito a questo punto qualcuno tira fuori i giapponesi, che non sono disfattisti, non sono indecisionisti, e che con tutto il rischio sismico che si ritrovano riescono comunque a stendere ponti pazzeschi. Vero. In fatto di ponti i giapponesi sanno proprio il fatto loro. Negli anni Novanta la campata più lunga del mondo, ovviamente, era in Giappone. E quanto è lunga?


Salutate l'Akashi Bridge, inaugurato nel 1998, lungo la bellezza di tre chilometri e novecento metri.

Visto? Quindi, se si può fare in Giappone, perché no tra Reggio e Messina? Perché sempre questo disfattismo?

Aspetta. Il ponte giapponese arriva a 3900 metri, ma la campata centrale è lunga soltanto 1991. Ripeto: al momento è la campata più lunga del mondo. Neanche due chilometri. Vi ricordate quanto è largo lo Stretto di Messina? Dai che ve lo ricordate. Tre chilometri.

Tutto qui.

Quando Berlusconi annunciava al mondo che avremmo presto costruito il Ponte sullo Stretto, stava dicendo nientemeno che avevamo intenzione di migliorare il record del mondo di campata unica del 42%. Al tempo lo spernacchiavamo - anche Renzi diceva che c'erano altri problemi, le case antisismiche, la banda larga, ecc.. Adesso Renzi promette la stessa cosa - no, a dire il vero dice solo che il Ponte creerà migliaia di posti di lavoro. Addirittura decine di migliaia di posti di lavoro. Magari ha ragione.

Se la vediamo da questo punto di vista, il Ponte funziona, già da vent'anni. Tanti appalti sono già stati appaltati, tanta gente ci ha mangiato. Solo di penali il governo Monti ha dovuto sborsare 300 milioni di euro. Briciole. Nel 2007 il governo Prodi rischiava di dover pagare 500 milioni di penale, proprio all'Impregilo. Un sacco di soldi, un sacco di posti di lavoro - cioè, lavoro, aspetta, non è che sia proprio necessario di lavorare. Anzi nel caso del Ponte non ce n'è proprio bisogno. Basta vincere un appalto e aspettare che cambi il governo: di solito il centrodestra lo vuole e il centrosinistra lo blocca. A volte il centrosinistra non vince le elezioni e allora il centrodestra se lo blocca da solo, nel 2011 successe appunto questo.

Nel frattempo il mondo gira, e in tante altre nazioni meno disfattiste della nostra si costruiscono grattacieli, dighe, ponti; per esempio adesso il recordo mondiale di ponte a campata unica è... è sempre lo stesso di vent'anni fa.

Ciao Akashi, quanto tempo ti è passato sotto.

Neanche i giapponesi l'hanno migliorato: né del 42%, né del 5%, né di niente. Forse hanno finito gli Stretti. O forse nemmeno loro, sono in grado, per adesso, di costruire una campata unica più lunga di due km. Magari tra un po', con una tecnologia diversa. Ma per adesso non lo fanno.

Peraltro, si tratta di un ponte non ferroviario: farci passare i treni sarebbe stato problematico anche per i giapponesi? Una buona notizia è che il ponte ha già retto, durante la sua fabbricazione, un sisma di magnitudo 6,8 avvenuto proprio nella faglia di Akashi: il terremoto di Kobe del '95, terribile anche per gli standard nipponici: quindicimila morti. I piloni del ponte di Akashi si sono allontanati appena di 120 centimetri, e dopo qualche mese i lavori sono ripresi. Magari se il ponte fosse stato già terminato, si sarebbe deformato un po'. Comunque anche il rischio sismico non sembra insormontabile, se ci sono riusciti i giapponesi. Magnitudo 6,8. A Messina c'è mai stato un sisma più forte?

Certo che c'è stato. Nel 1908 i sismografi hanno registrato una scossa di 7,1 magnitudo - ricordiamo che è una scala logaritmica: si tratta di un terremoto sensibilmente più disastroso di quello di Kobe. E ovviamente, se è già successo, non possiamo escludere che un giorno non ce ne sia un altro di intensità anche superiore. E qui potremmo anche inserire un lungo discorso sulla storica tendenza degli italiani a sottostimare il rischio sismico - Messina e Reggio sono due città che già rischiano troppo, un filo di cemento sospeso a trecento metri sul mare non aggraverà la situazione, ma nemmeno l'allevia. Aggiungete qualche considerazione sulla surrealtà di essere italiani, di vivere in un Paese dove solo un mese fa sembrava necessario rifare tutte le scuole, tutte le città secondo criteri antisismici, e adesso, e adesso niente, ci siamo rimessi a discutere del solito ponte.

Di solito a questo punto qualcuno invoca l'autorità: ma insomma, c'è un progetto, c'era un comitato scientifico che lo ha approvato, evidentemente il ponte si può fare, no? Già. Però nessuno lo fa, un ponte lungo così: né a Messina né altrove. Nel frattempo il coordinatore del comitato scientifico che approvò il progetto preliminare ha scritto un libro in cui sostiene che la campata unica è troppo lunga; ha accusato la società dello Stretto di Messina di aver nascosto una faglia sismica, è stato condannato per diffamazione. Insomma tutto questo consenso scientifico forse non c'è. Le sue obiezioni sono condivise da altri architetti, ingegneri e accademici: cito Massimo Majowiecki (IUAV di Venezia):"Allo stato attuale, pertanto, è più che legittimo domandarsi quali siano gli schemi d’impalcato da impiegare per la realizzazione di grandissime luci, che eccedano la misura di 2000m. È doveroso, invece, recepire e studiare i dati forniti dalla ricerca Giapponese, che, nella misura di 2000m, individua il limite applicativo delle soluzioni alari, aerodinamicamente efficienti" (la fonte è purtroppo il blog di Beppe, ma l'intervista è interessante). Lo stesso Majowiecki ha cofirmato una proposta alternativa (una specie di funivia) che tiene conto del problema del vento - sì, il vento crea più problemi dei terremoti. Una bella ricostruzione della storia del Ponte l'aveva scritta qualche anno fa Luca Silenzi.

In rete c'è anche la storia "Zio Paperone e lo Stretto di Messina", costruita su una trovata geniale: un ponte di corallo, una barriera che si autoriparerebbe da sola. In fondo il Ponte è un po' questo: una struttura immaginaria che facciamo a pezzi periodicamente, e periodicamente torna a protendersi tra il promontorio del Dire e l'irraggiungibile costa del Fare. Ho detto "immaginaria", ma in realtà esiste. Il ponte fa discutere, fa votare, fa vincere appalti, fa commissionare studi di fattibilità, il ponte fa un sacco di cose. L'unica cosa che non fa, e che non farà ancora per parecchi anni, sarà portare i siciliani in Calabria e viceversa. Ma quello in fondo è un dettaglio.
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La disastrosa eruzione dell'Eyjafjöll

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Immaginatevi altrimenti una giornalista su un transatlantico che sta per vomitare. Dov'è la notizia? È che i giornalisti non vanno più sui transatlantici da un pezzo. Stanno perlopiù in ufficio a scorrere le agenzie. Siamo a metà del XXI secolo, la gente ormai viaggia il meno possibile, dopo la spaventosa eruzione del
vulcano Eyjafjöll sotto il ghiacciaio dell'Eyjafjallajökull. Vi ricordate l'Eyjafjöll? Già nel 2010, sparando cenere nella stratosfera, ha fatto chiudere lo spazio aereo europeo per qualche giorno. Beh, stavolta la nube di ceneri ha interrotto i collegamenti aerei su tutta la terra per... quindici anni.

Secondo gli esperti ormai la cenere si sarebbe diradata, ma nessuno osa alzarsi in volo per controllare. L'interruzione dei collegamenti aerei ha ancorato l'umanità al suolo. Anche i trasporti marittimi sono progressivamente diminuiti: il mondo si è diviso in quattro o cinque blocchi continentali autosufficienti. Ogni blocco ha preso drastiche misure per ridurre l'emissione dei gas serra, già ispessiti dalle emissioni dell'Eyjafjöll (a dire il vero secondo alcuni l'eruzione avrebbe dovuto scatenare un'era glaciale, e a salvarci dall'inverno perenne sarebbero stati proprio i gas serra. Gli scienziati sono divisi, non si sa a chi dar retta).

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

La crisi ambientale ha portato ogni blocco ad adottare sistemi di pianificazione economica che hanno stabilizzato l'andamento demografico e drasticamente abbattuto la disoccupazione - anche se tutti vivono nel ricordo di un Età dell'Oro in cui i nonni consumatori dissipavano allegramente ogni risorsa, senza nemmeno differenziare i rifiuti. In generale, se non hai la fortuna di far parte della casta burocratica, il tuo tenore di vita è inferiore a quello dei tuoi nonni. Gli organi di stampa sono sotto lo stretto controllo dell'autorità; anche la libera circolazione dei contenuti su internet è più illusoria che reale (tanto più che nessuno può più prendere un aeroplano e controllare se la tal cosa in Cina o in America è successa davvero) e una giornalista su un transatlantico sta per vomitare.

Un'idea folle l'ha spinta a imbarcarsi sull'unica nave che collega l'Islanda al continente. Vuole vedere l'Eyjafjöll coi suoi occhi, e non attraverso le foto e i filmati che da anni rimbalzano sulla rete. Dopo aver notato che le immagini disponibili in rete sono più o meno sempre le stesse, ha deciso di sfidare la mentalità che vuole i giornalisti solidamente ancorati nei loro uffici, e si è imbarcata per i confini del mondo, dove l'attende una sorpresa.

Ve la dico?

L'Eyjafjöll non è attivo. Forse non esiste nemmeno (in effetti, come fate a essere sicuri che esiste l'Eyjafjöll? L'avete visto?) L'eruzione del vulcano è solo una scusa per interrompere i trasporti aerei e instaurare un'epoca di decrescita non necessariamente felice. La consorteria internazionale che manovra il mondo si è decisa a questa messa in scena dopo l'esperimento del 2010 - l'idea in realtà era venuta a uno degli affiliati dopo l'11 settembre, quando l'interruzione improvvisa di tutti i voli in Nordamerica aveva portato a immediate variazioni nella temperatura. Ma la chiave dell'operazione era l'aspetto psicologico: eliminando i voli di linea, l'umanità aveva rinunciato alle vie di fuga e si era concentrata sul suo orizzonte. Svelare l'impostura significa sovvertire il faticoso equilibrio che stava salvando il mondo. Ne vale la pena?

Questo ovviamente è datato 2010. A un certo punto è stato un abbozzo per l'Ennesimo libro della fantascienza, poi è scomparso dal radar. Nessuno si ricorda più dell'Eyjafjöll, e di quanto fosse azzurro il cielo mentre tutti i tg dicevano che era impossibile alzarsi in volo. Ma se volete che ci lavori un po' di più, non avete che da votare per La disastrosa eruzione dell'Eyjafjöll. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Brad Bird che veniva dal futuro

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Tomorrowland (Brad Bird, 2015).

A 11 anni il piccolo Brad fu condotto, come tutti, a Disneyland. Quando fu ora di tornare a casa in Montana, i genitori non riuscivano a trovarlo. Alla fine lo scoprirono nel tempio, mentre discuteva coi Nove Vegliardi. Brad, cosa stai facendo? Perché disturbi questi vecchietti? Mamma, papà, lasciatemi stare, non sapete che il mio posto è qui? Da grande farò l'animatore. Darò vita alle cose. Sono nato per questo.

Tomorrowland è un film strano. Se all'entrata vi aspettate quanto promesso da trailer e locandine, un film action per famiglie, potreste anche rimanerci male. Intendiamoci, l'action c'è, e neanche troppo edulcorata - c'è una bambina che stacca la testa ai suoi nemici, che però si rivelano androidi, quindi niente sangue e per i bambini pare sia ok - ma l'intreccio è più contorto e sgangherato del solito, con tanti snodi appena accennati o lasciati in ombra; insomma non c'è dubbio che Lindelof sia passato di qui (c'è una corporazione segreta in un luogo al di là del tempo e dello spazio, e persino un arcano conto alla rovescia bislacco, per gli incurabili nostalgici di Lost).


Tomorrowland appartiene anche a quel filone trasversale di film con cui la Disney sta rimodellando la sua immagine, trasformando la sua storia gloriosa in mitologia. Se Saving Mr Banks era l'apologia del lieto fine a tutti i costi, Tomorrowland ci informa che solo l'ottimismo può salvare il mondo: nella fattispecie, l'ottimismo delle esposizioni universali e dei parchi a tema, insomma l'ottimismo Disney. Se a dispetto di tante premesse il film non suona falso, è perché a raccontare questa storia è uno dei pochi che hanno il diritto di crederci: l'ex bambino prodigio Brad Bird, folgorato a 11 anni da una visita ai Walt Disney Studios. Bird che a 14 anni terminava il suo primo corto d'animazione, che a 24 disegnava già per la Disney (Red e Toby); che dopo aver lavorato un po' per Spielberg e per i Simpson, ha diretto il Gigante di ferro, gli Incredibili e Ratatouille.

Tomorrowland è anche, a quanto pare, uno dei peggiori flop della Disney degli ultimi anni... (continua su +eventi!) Cosa non ha funzionato? Non saprei. C'era veramente tanta carne al fuoco: l'accostamento bizzarro tra l'ottimismo titanico di Bird e il pessimismo vagamente paranoide di Lindelof, con una bella spennellata spielberghiana - però stesa troppo rapidamente. È un film che per un'oretta accarezza il bimbo rannicchiato in ogni spettatore, sussurrandogli "tu sei speciale, tu puoi salvare il mondo": finché a un certo punto Lindelof non prende il sopravvento e per voce di George Clooney gli urla: no, non sei speciale, non farti fregare. Ti hanno fatto solo vedere una réclame. Un invito a una festa che non c'è mai stata - tutto questo non è terribilmente lindelofiano? Segue una serie di colpi di scena un po' gratuiti, come le attrazioni di un parco a tema, tra cui spicca per arroganza una rapidissima tappa a Parigi con la Tour Eiffel che diventa la rampa di lancio di una capsula steampunk. Nel finale l'ottimismo Birdiano riprende il sopravvento.

Tomorrowland è anche la sua autobiografia fantastica: la storia di un cinquantenne che ha la sensazione di essere arrivato nel mondo degli adulti all'improvviso. Proprio come il personaggio di Clooney (che un po' gli somiglia), espulso dal mondo del domani. Più che un raggiungimento della maggiore età, è stata come una Caduta. Lui s'è arrangiato in un qualche modo: ha pure diretto un Mission Impossible, però c'è qualcosa nel mondo degli adulti che lo lascia evidentemente perplesso, e Tomorrowland alla fine parla soprattutto di questo. Più che un film ottimista, è un manifesto contro il pessimismo dei film catastrofici. Perché vi piacciono tanto?, si domanda il piccolo Brad. Pandemie, terremoti, guerre termonucleari, sul serio tutto questo vi affascina più dei cari vecchi razzi, dei viaggi spaziali, dell'epica degli astronauti? Dopo essersi interrogato sul problema, Bird si è anche dato una risposta, e nel finale del film l'ha messa in bocca a Hugh Laurie in versione scienziato matto. Ora mi giocherò quel poco di faccia che mi resta, ma il suo discorso finale è una delle cose più interessanti che ho sentito al cinema quest'anno. Certo, chi tiene al proprio status di intellettuale preferirà qualche massima intensa in bocca ai pensosi personaggi di Sorrentino, mentre quello che dice il vecchio dottor House, conciato da imperatore nero dell'ultramondo, sembra il classico spiegone da fumetto. E però alla fine la sua diagnosi è impietosa come ai vecchi tempi: noi preferiamo le catastrofi perché sono comode. La disperazione è comoda: che bisogno c'è di alzarsi dal divano e rimboccarsi le maniche, se l'umanità ha i giorni contati? Ovviamente Brad non ci sta. Ci vuole salvare (il che va benissimo. Che ci voglia salvare la Disney, ecco, è già un po' più inquietante).

 Tomorrowland è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:30, 17:00, 20:00, 22:40); all'Impero di Bra (22:30); al Fiamma di Cuneo (15:10 18:00 21:10); al Cinecittà di Savigliano (21:30).
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29/5/12, il giorno che ci ha cambiato la vita (per un po')

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Una settimana fa l'allarme ha suonato. Malgrado io scuotessi la testa, i ragazzi si sono messi sotto il banco in un lampo. Succede sempre la stessa cosa. Ho aspettato venti secondi e poi li ho fatti uscire. Solo quando ho visto il dirigente nel cortile sono stato sicuro che si trattava dell'esercitazione a sorpresa. Di ritorno in classe, la solita scena: ragazzi, siete tanto buoni e cari, ma se suona l'allarme è l'anti-incendio, non il terremoto. Non può andare sempre così, che bruciamo vivi ogni sei mesi.

"E l'allarme del terremoto come suona?"

Sospiro. È pur vero che loro non c'erano, e poi non consiste in questo il mio mestiere: nello spiegare sempre le stesse cose nel modo più chiaro possibile? Figliolo, l'allarme del terremoto lo riconosci perché arriva tardi. Se hai bisogno dell'allarme per sentirlo, non è un gran terremoto. Se invece è una scossa seria, fidati, la senti. Molto prima che il bidello azioni l'allarme. Di che stavamo parlando? Dunque, Napoleone cede Venezia agli austriaci, dopodiché...

Fino a un certo punto ci abbiamo creduto. Non so esattamente quale punto. Magari l'anno scorso ci credevo ancora; magari se me l'avessero chiesto avrei risposto che sì, il 29 maggio 2012 era il giorno che ci aveva cambiato per sempre. Non saremmo più stati gli stessi. All'inizio era ovvio. La terra si era messa a tremare sul serio, e non si sapeva quando avrebbe smesso (questo era l'aspetto più angosciante: avrebbe potuto durare per mesi, per anni, nessuno sapeva quanti).

In quei giorni prendemmo alcune risoluzioni solenni. Non saremmo mai più entrati in quel capannone. Non saremmo mai più entrati in nessun capannone. Avremmo dormito in tenda per tutto il tempo necessario. Avremmo fabbricato una seconda casa, di legno. Qualcuna è resistita, ingombra ancora il giardino di qualche villetta. Avremmo ristrutturato tutto a regola d'arte. Non avremmo mai più accettato in classe più alunni di quanti ne consentiva la legge. Era una cosa seria. Non si scherzava più.

La stessa sera dell'esercitazione ero a un concerto, nell'ultimo posto al mondo dove avrei pensato di trovarne uno, la Cantina Sociale di Sorbara - dove fanno il lambrusco.
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La fine del mondo non è più quella di una volta

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Pasqua è ormai alle spalle: è tempo di sciogliere il nodo al fazzoletto. Un anno fa m’ero promesso di ripescare una profezia di Beppe Grillo e verificare cosa si fosse realizzato. Vediamo. “Tra un anno di Berlusconi rimarrà il ricordo, di Napolitano neppure quello”. Uhm. “Renzie sarà ricordato come uno zimbello, come il dito inserito in un buco della diga prima della crepa definitiva. Si apriranno finalmente processi come MPS e i nomi della trattativa Stato-mafia saranno espulsi dalle Istituzioni”. L’unico ad aver mollato è Napolitano, ma era una previsione alla portata di chiunque.

È difficile fare gli indovini. Un anno fa anch’io mi ci provai: “molte cose cambieranno", scrivevo, "ma Grillo sarà ancora in qualche piazza o qualche teatro, ad annunciare che la fine dei tempi è vicina e un’altra Italia è alle porte”. Sbagliavo anch’io, Grillo è stanchino, meno incline a calendarizzare apocalissi giudiziarie. Anche i testimoni di Geova, dopo essere sopravvissuti a due o tre fini del mondo annunciate, smisero di fornire scadenze precise. Il grillismo è in quella fase delicata in cui gli adepti prendono atto che la fine dei tempi non è così vicina, e si pongono il problema di gestire un movimento nel medio-lungo periodo: occorrerà indicare obiettivi intermedi (il referendum sull’euro), creare una gerarchia, ecc. Ce la faranno? Può sembrare un’impresa disperata, eppure il precedente dei seguaci di Cristo (che si posero lo stesso problema 19 secoli fa) è abbastanza incoraggiante.
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L'alluvione è colpa mia

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Il dispositivo morale. 

In passato, quando un'epidemia o un vulcano o un diluvio devastava una città, le reazioni erano più o meno simili anche a latitudini molto diverse. Se virus, bacilli, batteri, non erano a portata dei nostri organi sensoriali, la nostra capacità di istituire cause ed effetti era invece pressoché la stessa che abbiamo adesso; quindi girava a vuoto. Religioni e magie ci provvedevano tutta una serie di entità da incolpare: Apollo arciere, Baal, Jahvé; purtroppo, non essendo che proiezioni degli uomini che le inventavano, la responsabilità ricadeva comunque su di noi. Apollo ci punisce perché Agamennone l'ha fatta grossa, Jahvé è da un bel po' che ci biasimava la nostra dura cervice: insomma era comunque sempre colpa nostra. Di chi altri poteva essere? Esistevamo solo noi. Prima che riuscissimo a montare lenti su lenti e a vedere virus e bacilli, l'unico mondo invisibile a esistere seriamente era la nostra coscienza.

La nostra sete di bene e di male è tanto antica quanto la nostra fame di cause ed effetti. Il successo del profeta o del predicatore dipendeva proprio dalla sua capacità di fornire spiegazioni pronte e comprensibili: se il vulcano dopo migliaia d'anni esplode, se la montagna frana, se il colera ci decima, è perché andiamo all'osteria alla domenica. E siccome è proprio al profeta che si rimprovererà una catastrofe non prevista, egli non può cautelarsi che prevedendone a getto continuo: meglio inventarne due o tre di troppo che lasciarsi trovare impreparato da una carestia o da un'alluvione. Tanto più che la gente si comporta male un po' sempre e dappertutto - e lo sa, questo è il bello, la gente ha sempre qualcosa da biasimarsi - tu battili; magari non sai il perché, loro sì. Il dispositivo morale ha funzionato per secoli, anche dopo l'invenzione del microscopio: non previene i disastri e nemmeno li allontana, ma soddisfa un'esigenza primaria di spiegazioni - oltre a farci rigar dritto, un effetto collaterale tutt'altro che trascurabile. Quando poi l'accumulo di colpe diventa insostenibile, si svasa su qualche agnello sacrificale: la strega, l'untore, l'ebreo, eccetera.

Ancora oggi, che i microscopi funzionano e ci mostrano più cose di quanto ci saremmo sognati di vedere, non riusciamo ad accontentarci. Spesso addirittura le scienze ci illudono, dandoci la falsa sensazione di poterci fornire dei rimedi pronti all'uso, quando al massimo ci forniscono una serie di ipotesi sulle cause. Questo ci fa molto arrabbiare. Ce la prendiamo con i sismologi che non sanno prevedere i terremoti - inaudito - o i modelli matematici che non riescono a spiegarci dove come e quando un torrente romperà. La scienza non ci soddisfa e così torniamo alla morale, la cara vecchia morale. Se i fiumi sono in piena è per i nostri peccati. Siamo stati miopi, o presbiti, o francamente ciechi. Abbiamo dimenticato la saggezza dei padri che in certi posti proprio non edificavano. Abbiamo lasciato vincere l'Inerzia e la sua cagnolina da compagnia, la Burocrazia. La colpa si sta per accumulare e il capro espiatorio è lì già pronto a riceverla: stavolta, indovinate, tocca al Politico. Persino Beppe Grillo, l'ultimo salito sulla barca; uno a cui non si possono certo rimproverare passate gestioni: tecnicamente sta ancora dalla parte dei predicatori - ma il confine è molto labile, e Casaleggio dovrebbe saperlo, se davvero ha studiato il precedente di Savonarola.

Se il dispositivo morale funziona, è anche perché per quanto rozzo non può girare a vuoto senza sollevare ogni tanto qualche elemento oggettivo: non c'è dubbio che la politica abbia responsabilità pesanti, quando si parla di gestione delle acque e dei territori. E però si vede bene quanto sia un prodotto delle scienze più imperfette, le umane; non ci fornisce ipotesi o leggi, ma sempre e soltanto colpevoli. Ci dà l'identikit degli untori, non le istruzioni su come organizzare un cordone sanitario. Accusa i politici, ma di cosa? Di non fare onestamente il proprio mestiere? Ma in democrazia, lo si è visto, non è la prevenzione che vince le elezioni. Viceversa, quando il fango arriva, qualcuno può persino volgere la cosa a suo favore facendosi fotografare con la pala in mano e ottenendo quegli aiuti e quella solidarietà che solo dopo il fango si sblocca; prima no.

Il dispositivo morale ha un orizzonte cortissimo: il colpevole dev'essere sempre qualcuno da rintracciare in mattinata. Il riscaldamento globale è un fenomeno al di là della sua portata. Esso dipende da una complessa serie di fattori - quasi tutti in verità ascrivibili al comportamento collettivo degli esseri umani, e quindi in teoria il dispositivo morale dovrebbe scattare - ma dividere la colpa per miliardi di individui è come farla sparire. Molto meglio inventarsi una loggia di uomini cattivi che fanno piovere con le scie chimiche. All'inizio sembrava demenziale, ma a quanto pare sta funzionando.

Nel frattempo magari sta davvero succedendo qualcosa, ma è difficile capire cosa. Con tanti profeti di sciagure su tutti gli schermi, il giorno che arriva un diluvio ci coglierà sicuramente impreparati, mentre litighiamo su una legge di stabilità o sui tassi d'interesse. Probabilmente quel giorno andremo in giro a caccia di burocrati cattivi, piuttosto che dare una mano a imbastire un'arca. Il fatto di essere programmati per comportarci così non mi consola molto. Confesso che a volte mi fa sentire un po' in colpa - lo so, non dovrei, è un'illusione, la solita da millenni: ma immaginarsi al centro dell'universo, con le proprie ridicole catene di cause ed effetti, coi nostri piccoli e inestirpabili peccati da rimproverarci - è quasi sempre meglio che immaginarlo vuoto.
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Le nutrie contro il riscaldamento globale

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Gazzetta di Modena
Ammucchiati su questa riva

Mi capita per la seconda volta in pochi anni di trovarmi ai margini di un disastro, il che oltre a farmi sentire impotente dovrebbe suggerirmi una grande cautela e magari il silenzio [seguono cinquemila battute]. Anche stavolta la vicinanza non mi consente di capire qualcosa in più, anzi il contrario: come ci capitò di sperimentare ai tempi del terremoto, più si è vicini più si è esposti a un flusso di informazioni che poi risulteranno false; è come se le bufale scaturissero proprio dalle stesse fenditure del terreno o degli argini. Io poi non sono più esperto di Secchia di chiunque lo attraversi uno o due volte a settimana: se mi dicono che il fiume andrebbe dragato posso crederci; se mi dicono che si rischia di eliminare le piante che invece servono a compattare gli argini posso crederci; se qualcuno accusa l'Aipo (l'agenzia interregionale del Po) di non aver manutenuto un tratto d'argine, subito gli do retta; se l'Aipo ribatte che l'ultima manutenzione era avvenuta in dicembre non ho argomenti per smentirlo, eccetera.

Sulpanaro.net
Una cosa mi sento di dire, ed è che non si tratta di una tragedia dell'incuria. Il Secchia può senz'altro essere gestito meglio di così, ma non è un fiume abbandonato a sé stesso, non è "Natura" con la N maiuscola che si ribella ed eccetera eccetera. La zona in cui ha rotto l'argine potete facilmente localizzarla, su una cartina, identificando quei due affluenti meridionali del Po che convergono fin quasi a incontrarsi, per poi divaricarsi subito: Bastiglia e Bomporto sono esattamente lì, tra Secchia e Panaro in un pantano; l'incuria non se la possono permettere. Senza argini sarebbero palude: quella è la "natura" del luogo, e potrebbe esserne il destino, se non ci inventiamo qualcosa alla svelta. La manutenzione si fa, anche se a detta di molti abitanti non se ne faceva abbastanza. Leggere questo vecchio articolo di un giornalino locale fa una certa impressione. È il resoconto di un'assemblea di cittadini di Sozzigalli, una piccola frazione ai bordi del Secchia, che davanti ai responsabili dell'Aipo inquadrano il problema con una lucidità impressionante: l'Aipo, dicevano, ha finalmente ottenuto un finanziamento e adesso deve ripristinare gli argini; il fiume avrà esondato già otto o nove volte negli ultimi quattro anni, prima o poi ci scapperà il morto. È andata così? Sembra proprio andata così.

Bastiglia, non mi ero mai accorto pendesse così tanto
(Gazzetta di Modena)
E allo stesso tempo non si può dire che l'Aipo non monitorasse il fiume. Ma dopo dicembre non aveva più potuto controllare quel tratto, perché era in piena. Da più di un mese. Eppure le casse di espansione ci sono, anche se a questo punto forse è il caso di cominciare ad ammettere che non bastano. La rottura improvvisa di qualche metro d'argine può essere causata da una negligenza criminale, che magari la magistratura accerterà; potrebbe anche però trattarsi di un incidente, dove "incidente" è qualsiasi cosa che non riusciamo a prevenire, perché magari c'è qualcosa che ancora non abbiamo capito. Purtroppo gli incidenti capitano: non ci è possibile prevedere tutto. È una posizione molto scomoda da mantenere all'indomani di un disastro, quando prevale la necessità di trovare un colpevole. Più tardi magari ci sarà il tempo per scoprire che le cose sarebbero potute andare persino molto peggio, se intorno a quel singolo tratto d'argine rotto non ci fosse un sistema di vie d'acqua che complessivamente ha tenuto; ma che non è detto che tenga per sempre. Soprattutto finché non capiamo cosa è successo.

Su facebook intanto è scoppiata una specie di guerra tra le nutrie e il riscaldamento globale. Il secondo sapete tutti cos'è: è quello che ci rende sospetto qualsiasi fenomeno climatico, comprese le nevicate abbondanti in inverno o l'afa in estate - persino le mezze stagioni, ora che le abbiamo ritrovate, non riusciamo più a godercele; e se fossero preavvisi di catastrofe? Senz'altro negli ultimi anni sta piovendo tantissimo, e il livello del Secchia è tornato a essere un argomento di discussione: è alto, è veramente molto alto, ha tracimato nel saldino, l'anno scorso è arrivato quasi a pelo, no quest'anno è più alto ancora, eccetera. Che sia o no colpa del riscaldamento globale, a questo punto si tratta di una tendenza che dovrebbe portarci a delle conclusioni: allarghiamo le casse? Alziamo gli argini? Aggiungiamo canali? Qualunque cosa decidiamo di fare, ci costerà di meno dei danni che dovremo pagare se non facciamo niente. Purtroppo - è un vecchio discorso - la prevenzione non ti fa vincere le elezioni; il piangere sul latte versato a volte sì.

Quanto alle nutrie, si tratta di grossi roditori semiacquatici importati dal Sudamerica già da prima della guerra, con la sconsiderata idea di abbattere i prezzi delle pellicce. Quando il mercato espresse globalmente la sua contrarietà agli indumenti a base di pelo di ratto gigante, qualche sciagurato allevatore liberò le nutrie in un habitat dove si scavarono rapidamente una nicchia alle spese di altri animali autoctoni. Le nutrie sono grosse e scavano tane molto grandi; secondo l'Aipo il tratto d'argine potrebbe aver ceduto a causa di tane di nutrie, tassi o volpi. Le reazioni delle associazioni animalistiche non si sono fatte attendere: giù le mani dalle nutrie, non fanno niente di male, i responsabili sono ben altri, ecc. ecc.

Non essendo né un esperto di clima, né di habitat, né di nulla che non siano le storie che si raccontano tra di loro le persone, vorrei cercare di proporre una terza posizione: quello che è successo è semplicemente la prima rottura di un complesso sistema circolatorio che ha funzionato per mezzo secolo, ma che negli ultimi anni era visibilmente sotto stress. Chiedersi se sia stato il riscaldamento globale o se siano state le nutrie a spaccare venti metri d'argine, è come chiedersi se l'infarto di un tuo caro sia dovuto all'ipertensione o alle tre sigarette che si è fumato ieri. No, non sono state semplicemente le ultime tre; e allo stesso tempo no, non avrebbe dovuto fumarle. Per quanto sia complesso un sistema, il primo anello a spezzarsi sarà sempre il più debole: questo è il modo in cui finiscono le cose.

Questo è il modo in cui finiscono le cose. Non con un bang, ma con un lamento sottile. Non con le catastrofi pirotecniche dei film, ma un po' alla volta, col fango che sale e non si asciuga, e le polemiche sulle nutrie e la cementificazione, e gli aiuti che tardano. Ieri la Gazzetta di Modena apriva con un gigantesco MAI PIU' che riassumeva con precisione il nostro umore dominante, e allo stesso tempo ci alza un'ultimo argine d'illusione: forse dovremmo cominciare ad ammettere che invece queste cose succederanno ancora, e saranno la piccola parte di una complicata catastrofe che attraverserà giorno per giorno la nostra vita, e quella dei nostri figli. Abbiamo proiezioni (e non sono buone): sappiamo di quanto potrebbe alzarsi la temperatura, di quanto potrebbe alzarsi il livello del mare. Eravamo palude, potremmo tornare palude. Dipende tutto da noi? No, magari. Ci saranno incidenti, ci saranno altre cose che non riusciamo a capire finché non succedono. Ma dobbiamo organizzarci, è tutto quello che possiamo fare.
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Abolire le province è così sciocco

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Proviamo con un esempio, stavolta. Dalle mie parti è stato il Natale più caldo del secolo. È probabilmente un record destinato a infrangersi presto, conviene prepararsi. Temperature miti a Natale significano poca neve sull'alto appennino, precipitazioni piovose un po' dappertutto, fiumi in piena (noi ne abbiamo due abbastanza pericolosi), ponti da chiudere al traffico, e rischi di inondazioni. Per fortuna ci sono le casse di espansione, i bacini artificiali da allagare quando i fiumi arrivano a livello di guardia. E però non sono mai stati collaudati. Pare. In Regione dicono che non c'è problema, ed è sicuro che funzioneranno; anche l'Agenzia interregionale del Po è dello stesso parere, e quindi ce le teniamo così. Nel frattempo dall'altra parte dell'Appennino una procura sta indagando su tredici funzionari accusati di disastro e omicidio colposo, perché? Perché non avevano collaudato una cassa di espansione. Sembrava funzionante. Poi un giorno il Magra ha straripato e ad Aulla sono morte due persone. Più i soliti milioni di euro di danni. Collaudare la cassa d'espansione sarebbe costato meno, ma è un'operazione complessa e non del tutto priva di pericoli, che arreca disagio alla popolazione, e così alla fine non è mai la priorità di nessun funzionario o politico.

Se i politici tendono a non pensare più di tanto al territorio, non è per miopia o egoismo; semplicemente, il territorio non vota (continua sull'Unita.it, H1t#211).

Votano i cittadini, e i cittadini sono sempre più concentrati nei centri. Del dissesto territoriale si accorgono soltanto quando arriva la piena. Una possibile soluzione poteva passare per il potenziamento dell’ente provinciale, che ha le dimensioni ottimali per occuparsi dei problemi relativi al territorio e alla viabilità. I comuni sono troppo piccoli, le regioni troppo grandi. La provincia era perfetta: sicuramente qualcuna avrebbe potuto essere accorpata, ma in generale è l’entità territoriale che permette di gestire un fiume, una valle, una catena montuosa; l’unica in cui gli amministratori potrebbero trovare l’equilibrio tra le esigenze del centro urbano e quelle del territorio circostante.
Avremmo dovuto potenziarla. Invece a un certo punto qualcuno ha cominciato a dire che andava abolita, e a furia di ripeterlo ci abbiamo creduto tutti. Quella che resterà in piedi col decreto Delrio sarà una specie di dopolavoro dei sindaci, dove la bilancia penderà ancora di più dalla parte di chi rappresenta i centri urbani più popolati. Questi sindaci-volontari dovranno preoccuparsi di inezie come il dissesto idrogeologico praticamente gratis. Bisogna infatti risparmiare, tutte le forze politiche ci tengono molto a risparmiare e pare che il modo migliore sia non pagare lo stipendio ai politici che devono vigilare sul territorio. Non è ancora ben chiaro quanto risparmieremo: vedremo.
Intanto, solo per la piena del Magra, nel 2011, abbiamo buttato via centosettanta milioni – nulla che Berlusconi non potesse risolvere ritoccandoci le accise sulla benzina. Magari capiterà anche a Letta. Però vuoi mettere la soddisfazione di non votare più per i consiglieri provinciali. http://leonardo.blogspot.com
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L'opzione San Gennaro

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E questa è solo una cappella, la chiesa è ben più grossa. No, per dire.
19 settembre - San Gennaro (272-305), patrono di Napoli. 

Da quel che ho capito andrà così: stamattina alle nove meno un quarto il cardinale arcivescovo, Sua Eminenza Reverendissima Crescenzio Sepe, entrerà nella Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, una chiesa-nella-chiesa (fa parte del duomo di Napoli, ma non appartiene alla Curia, bensì alla Città. È complicato). Non si soffermerà nemmeno per un istante sugli ori e i preziosi il cui valore teorico complessivo supererebbe, secondo gli esperti e i gemmologi che hanno provato a stimarlo, quello dei gioielli della Corona d'Inghilterra. Il cardinale non li degnerà di uno sguardo, e non per modestia ma perché non si trovano lì, bensì dispersi tra un caveau e i tre piani del Museo del Tesoro attiguo. Senza distrarsi, girerà un paio di chiavi nell'antica cassaforte che custodisce ben altro tesoro: due modeste ampolline. Una è praticamente vuota: il contenuto è a Madrid, ce lo portò un re di Napoli (Carlo III) quando nel 1579 fu promosso re di Spagna. L'altra è quella che avete visto nelle foto, rossa di una sostanza che forse è sangue rappreso e forse no: e che tre volte all'anno, quando il Cardinale la solleva, la maneggia, la mostra ai credenti, a volte ritorna allo stato liquido; e a volte no. È un miracolo? No, per la Chiesa è soltanto un prodigio. Non occorre credervi; d'altro canto più di uno studioso negli ultimi anni si è adoperato a dimostrare che il fenomeno è spiegabile scientificamente senza ricorrere al soprannaturale. Anche il fatto che a volte si liquefaccia e a volte no potrebbe dipendere da fattori contingenti (temperatura, pressione, sollecitazioni da parte di chi regge l'ampolla). Speriamo in ogni caso che stamattina ce la faccia, perché quando resta secca non è di buon auspicio. Su internet poi si trova di tutto, ma una bella tabella con una serie storica di liquefazioni, e magari una correlazione con avvenimenti storici più o meno fortunati (guerre, pestilenze, eruzioni, scudetti del Napoli) non l'ho trovata.

Foto di Paola Magni http://www.flickr.com/photos/42107329@N00/3943705691
Comunque, una volta esposto, il Sangue ha otto giorni a disposizione per liquefarsi; o meglio, i fedeli hanno una ottava per riuscire a commuovere il Santo con le loro preghiere. Se entro il 27 non è ancora successo niente, amen, San Gennaro non è mica obbligato. Certo sarebbe una cattiva notizia, e chi ha bisogno di cattive notizie di questi tempi? Napoli no di sicuro.

Deve già mandar giù il boccone del vulcanologo giapponese di fama mondiale che a un recente convegno ci ha fatto sapere che il Vesuvio potrebbe eruttare. Già che c'era poteva anche confidarci che sulla pizza ci vuole la mozzarella - ché non lo sappiamo, che il Vesuvio può eruttare da un momento all'altro? Ce lo deve venire a dire un giapponese? A noi che la vulcanologia l'abbiamo praticamente inventata, quando loro ancora stavano all'età del bronzo e noi già pubblicavamo i primi reportage delle eruzioni? Dico a te professor Nakada Setsuya, ti dice niente Plinio il Giovane? Ma poi davvero, è quel che si dice un segreto di Pulcinella. Persino Bertolaso, quando ancora dirigeva la Protezione Civile, ah, ve lo ricordate Bertolaso? Non esattamente un allarmista, anzi se c'era da convincere un aquilano a restare in casa durante uno sciame sismico, non si risparmiava. Ecco, proprio quel Bertolaso: forse che non lo sapeva che il Vesuvio potrebbe eruttare? Aveva anche proposto di allargare la zona rossa al Comune di Napoli. La zona rossa è un insieme di comuni molto densamente popolati che, laddove il vulcano cominciasse a brontolare, dovrebbero evacuare. Recentemente è stata ampliata: in questo momento vi abitano all'incirca 750.000 abitanti, più gli abusivi, meno gli emigrati. La quinta metropoli d'Italia, un po' più piccola di Torino, molto più grande di Genova. Per Bertolaso, il minimizzatore Bertolaso, la zona andava ampliata un po' di più, e guardando la cartina è difficile dargli torto: per quale motivo i lapilli o le nubi ardenti dovrebbero fermarsi ai limiti del comune di Napoli? C'è il problema che in quel comune risiede un altro milioncino di abitanti. Bertolaso non lo nascondeva: "Il Vesuvio è il più grande problema di Protezione Civile che c'è in Italia". Bisognava valutare se "predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli". (Giornale della protezione civile, aprile 2010). Evacuare un milione di abitanti. Dove?

Eh.

1872 In altre regioni d'Italia, dice il Piano. E va bene, in fondo che sarà mai ospitare più o meno un milione di sfollati della zona vesuviana per qualche giorno o mese. Il problema è un po' più a monte. In altre regioni d'Italia, questi vesuviani, come ci arrivano? Ci sono abbastanza strade per portarli in sicurezza in tempi brevi? Ci saranno, professor Nakada, noi non è mica che ci facciamo cogliere impreparati; quattro giorni fa siamo riusciti a scucire 54 milioni di fondi europei per la Statale 268, quella che corre intorno alle pendici del vulcano. I lavori stanno per iniziare - quando saranno ultimati la statale si riverserà nella Milano-Napoli con un bello svincolo. Nel frattempo, se San Gennaro ci volesse dare una mano... Esercitazioni? Potremmo farne un po' di più, questo è vero, e tuttavia con le esercitazioni bisogna andarci piano, quella volta che fecero l'antiterrorismo si scontrarono due ambulanze in piazza Garibaldi, cinque feriti. Ma insomma si fa quel che si può, e come si è affrettato a precisare l'istituto nazionale di vulcanologia, il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo.

SCOTTA! SCOTTA!
SCOTTA! SCOTTA!
Lo abbiamo sempre avuto tra i piedi - custodisce le orme di umani che fuggivano da un'eruzione liquida di tremila anni fa. Abbiamo i calchi dei pompeiani, bloccati nel fango nella posa in cui morirono, le mani al collo, intossicati e forse ustionati da una nube ardente e velenosa. Però sappiamo anche che può riposare per secoli interi. Tra 1000 e 1600 non si registrano eruzioni sicure. Nello stesso periodo anche la venerazione per Gennaro rimane abbastanza in sordina. Sicuramente i napoletani lo invocano sin dal quinto secolo, benché non fosse stato vescovo di Napoli ma di Benevento, e fosse morto a Pozzuoli ovviamente sotto Diocleziano, decapitato dai persecutori dopo una serie di tentativi infruttuosi (i leoni non lo volevano mangiare, la fornace non riusciva a cuocerlo, ecc). La testa era poi finita nelle catacombe di Capodimonte e i napoletani vi si erano affezionati: non abbastanza però da costruirgli una chiesa, mentre a una servetta come Santa Restituta era già dedicata una cattedrale. Non si preoccuparono nemmeno di recuperare il resto del corpo, che giacque per secoli dimenticato nell'abbazia di Montevergine, surclassato da reliquie più popolari. E le ampolline? Per quanto ne sappiamo sono sempre state a Napoli, ma non ne abbiamo notizia fino al 1389, in una cronaca dove per la prima volta si descrive la prodigiosa liquefazione, durante le celebrazioni ferragostane dell'Assunta. Lo stupore degli spettatori ci fa ipotizzare che stessero assistendo al fenomeno per la prima volta; d'altro canto questo tipo di celebrazioni attirano sempre gente che si lascia stupire facilmente, e quindi insomma potrebbe anche trattarsi di una tradizione già consolidata. Però una cronaca coeva non ne parla (nemmeno quando si sofferma sui miracoli attribuiti a Gennaro), e in generale nessuno ritiene necessario farne menzione fino alla seconda metà del Cinquecento. Gennaro diventa protagonista della devozione napoletana nello sfortunatissimo 1526, quando tra un assedio e una pestilenza i napoletani fanno voto di dedicargli almeno una cappella del nuovo duomo. La pestilenza si placa, ma per assolvere il voto ci sarebbe voluto più di un secolo, e soprattutto la prima grande eruzione esplosiva da secoli, quella del 1631. Di lì in poi i lavori procedettero più spediti e la cappella fu inaugurata nel giro di 15 anni (continua sul Post...)
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L'apocalisse non è questo gran sballo

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Facciamola finita (This Is The End, Evan Goldberg e Seth Rogen, 2013)

Michael Cera e Rihanna in una scena toccante. 
Seth Rogen (Seth Rogen) e Jay Baruchel (Jay Baruchel) sono due attori canadesi che magari di nome non vi dicono niente ma appena li vedete in video vi sembra di riconoscerli. Seth ha fatto un po' più di carriera di Jay e vive a Hollywood; Jay non sopporta Hollywood ma è arrivato per il week-end e vorrebbe avere il suo vecchio amico tutto per sé. Seth invece lo trascina alla festa d'inaugurazione della nuova casa di James Franco (James Franco, in una delle sue interpretazioni più convincenti), dove ci sono altri vip che riconosci a malapena e Michael Cera che sniffa come un bidone aspiratutto e tocca il culo di Rihanna (Rihanna). E qualcuno secondo me al cinema ci va semplicemente per questo: vedere Rihanna che prende a ceffoni l'insopportabile strafatto Michael Cera. Jay è sempre più a disagio, e poi... finisce il mondo. Il mondo non fa che finire, al cinema, ultimamente. È il terzo film apocalittico che vado a vedere in un mese. È senz'altro il più bizzarro, ma richiede un po' di pazienza. Ci sono due modi per approcciarsi a Facciamola finita senza liquidarlo come un film dove attori famosi che non conosci tanto bene interpretano sé stessi in assurde scenate di gelosia e scappano da implausibili mostri digitali.

Il primo è stonarsi, prima durante e dopo. Gli autori non ne fanno un mistero: la trama di Facciamola finita è stata buttata giù mentre si passavano la canna, sembra di sentirli mentre si domandano, boh, come funziona l'apocalisse? Come si sale in cielo? Facciamo che si apre un faretto a occhio di bue dal cielo e ti risucchia? Certo, chi non vorrebbe essere risucchiato? Ahahah, risucchiato, hai capito? L'hai capita? E passala, dai. L'altro sistema per penetrare il film è mettersi a studiare il contesto, i generi e i sottogeneri, tanto quanto basta per scoprire che Facciamola finita è una stoner comedy con molta bromance, che si evolve in un apoca-blockbuster. Insomma lo avete capito, io tra la cannabis e wikipedia non ho mai avuto un attimo di esitazione. Il cast del film è lo stesso di una commedia apprezzata anche dalla critica, Pinapple Express, che io ho snobbato, chissà perché? Forse perché in Italia lo hanno venduto al botteghino col titolo Strafumati? Per carità, dal punto di vista commerciale avevano probabilmente ragione. Insomma è una banda di amici che si divertono a prendersi gioco di loro stessi, e questo è notevole: soprattutto James Franco, che si atteggia a collezionista d'arte e poi distrugge le sue opere per barricarsi. Franco e compagni sono attori, tutto quello che sanno è mediato dal mezzo cinematografico: le loro armi sono le armi di scena, quando provano a effettuare un esorcismo usano lo script dell'Esorcista come "manuale". Tra un colpo di scena e l'altro restano barricati nella villa a mettere in discussione i loro rapporti, sicché il modello inevitabile è quello del Grande Fratello. C'è persino il confessionale. Un grande fratello con le celebrità, la droga, e i mostri demoniaci: non male. Cosa manca? Cosa manca? Rifletti bene. Un aiutino: Rihanna viene inghiottita dagli inferi dopo pochi minuti. Cosa manca? Forse ci sono.

Dove sono finite tutte le donne?
Emma spacca sei culi alla volta, se la fate incazzare.


Cioè no, a un certo punto salta fuori Emma Watson (Emma Watson) con una grossa ascia. È un momento abbastanza esilarante, ed è bello vedere la piccola Ermione mostrare più scorza di tutti quei maschietti messi assieme, ma svela anche la difficoltà di fare entrare donne in questo film. Così com’è entrata, la Watson se ne deve andare il più presto possibile. Non può restare lì, non funzionerebbe. Porterebbe una tensione erotica, e questo film non può gestire questo tipo di tensione. È un film per adulti, secondo le metriche americane, ma l’eros non c’entra nulla. È per adulti perché è una stoner comedy, un film dove si mostra la droga e la gente che si droga. Tanto la droga è occultata nel realismo televisivo, tanto è esibita in questo tipo di film. Se trovi una lattina aperta, di sicuro ci hanno messo l’ecstasy, e Michael Cera va in giro a soffiarti la coca nel naso. Un’altra cosa che esibisce questo film – tenetevi forte – è una rivista porno. Segnatevela, potrebbe essere l’ultima rivista porno che compare in un prodotto cinematografico. Ne sono consapevoli anche i personaggi: chi è che si compra un giornaletto al giorno d’oggi? James Franco. Dice che gli piace leggere. Una gag d’altri tempi. I personaggi se la contendono con molta più energia di quella spesa per cercare di trattenere Emma Watson. D’altro canto non c’è molto spazio nel loro cuore. Sono troppo impegnati a rimproverarsi tra loro per non essere stati amici fedeli, e perdonarsi, e tradirsi di nuovo, come in un reality ma di soli maschi.

È quella cosa che in America si chiama bromance, e che da noi ho il sospetto che non funzioni più di tanto: l’insistenza sull’amicizia virile, ai limiti dell’omoerotismo (che però alla fine viene sempre negato). Il gran bene che vuoi ai tuoi vecchi compagni di spogliatoio, pare che non ci sia altro al mondo. Miliardi di persone sono state o risucchiate in cielo o inghiottite dagli inferi, e non c’è un solo personaggio del film che mostri preoccupazione per famigliari, parenti – mamme, mogli, fratelli, fuori non c’è più nessuno che importi. Le uniche persone importanti sono dentro, e dentro è importantissima questa cosa che Seth abbia tradito Jay con James o con Jonah. Come nei reality, alla fine ti rendi conto che passano il tempo a parlare di nulla. Nemmeno di sé stessi, sarebbe già qualcosa. Ma non ricordo di aver mai visto qualcuno capire sé stesso durante un reality, di solito sono tutti concentrati a parlare alle spalle del tizio che ha imboscato la lattina di fagioli. Il film prende esattamente questa china ed è un peccato, anche perché quando qualche critico USA la definisce la commedia più riuscita e corrosiva dell’anno, io ho il terribile sospetto che abbia ragione; che il convento non stia passando niente di meglio. Facciamola finita è un film divertente, ma ci sono film divertenti che parlano dell’amicizia, dell’amore, della vita, della società, di com’è difficile crescere o invecchiare, eccetera. Facciamola finita non parla quasi di niente. Per un attimo – quando decidono di “farsi tutte le droghe” rimaste in casa, cominci a sperarci: ci siamo, adesso saltiamo di livello, e il film diventa una specie di Grande Abbuffata Americana anni Dieci. Oppure si scopre che tutta l’apocalisse è soltanto un delirio… Invece no, si mettono a ballare come coglioni e finisce tutto lì, anche la droga ne esce malissimo, come un passatempo innocuo che annoia prima della playstation. Il vero tesoro, la cosa più ambita di tutte, più della droga, del giornaletto porno e di Emma Watson, è una merendina.

A un certo punto si capisce che non sapevano come andare avanti e si sono detti: mettiamoci i mostri. È un limite di Hollywood, se vuoi, l’assenza di limiti. Se Evan Goldberg e Seth Rogen vogliono dei mostri in un loro film, li ottengono. Anche abbastanza spaventosi. Non importa che spostino i film in una direzione horror che ha poco senso. In passato le limitazioni tecniche avrebbero convinto i registi a farsi venire una vera idea, ma oggi… perché farsi venire buone idee quando puoi risolvere tutto con qualche bel mostro? Così alla fine Facciamola finita rimane sostanzialmente un film dove attori famosi che non conosci tanto bene interpretano sé stessi in assurde scenate di gelosia e scappano da implausibili mostri digitali. Sì, dovevo venire fumato, lo so. Lo trovate al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40, è vietato ai minori di 14 anni.
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Fottiti apocalisse

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Pacific Rim (2013, Guillermo Del Toro).

I Kaiju. Io non sono sicuro che a Cuneo possiate capire, che rompimento di coglioni siano i Kaiju. Uno guarda il telegiornale e pensa di farsi un'idea. Anch'io la pensavo così, poi si è aperta la faglia qua dietro. Niente di paragonabile per carità, lo sappiamo che i nostri son kaiju ruspanti, che non tirano giù grattacieli o centrali nucleari. Al massimo se la prendono con un condominio, una palestra, un magazzino. Però davvero non avete idea, di quanto rompano i coglioni i kaiju. Anche quando non escono. Magari stanno fermi per un mese - pensate che in quel mese noi si dorma? No, no, ci vanno nei sogni, li calpestano, sgambettano nei nostri progetti del futuro, ci lasciando la bava, fanno questo i kaiju. Ti svegli urlando: ma prenditi piuttosto un condominio. E lasciami i sogni. Prendi quello sfitto qua di fianco. Tanto i prezzi son crollati. Fanno questo i kaiju. Si siedono sul tuo mutuo ventennale, ci fanno la cacca di ammoniaca. Ti svegli sudato e vedi tua moglie che sta ditando lo smàrfon.
"Ma cosa fai a quest'ora".
"Ho sentito qualcosa".
"Stavi sognando".
"L'hai sentito anche tu, ti sei svegliato".
"Mi sono svegliato per la lucina di quel cazzo di smàrfon".
"Vedi? Lo sapevo io. Ne è uscito uno di seconda categoria, a Massa Finalese".
"Un kaiju di seconda categoria".
"Esatto".
"Mi hai svegliato per un cazzo di kaiju di seconda categoria, non lo senti nemmeno con gli strumenti un kaiju di seconda categoria".
"Magari adesso viene qui".
"Da Massa fin qui, certo. Manco i pompieri chiamano più, per un kaiju di seconda. Non ci vanno neanche i vigili urbani".
"Potrebbe essere l'inizio di una sequenza".
"Se prova ad attraversare il Secchia se lo mangiano le pantegane, un kaiju di seconda categoria. Io te lo rompo quello smàrfon di merda".
"Me l'hai regalato tu" (continua su +eventi)

Non so se da Cuneo riusciate a capirci, è che ce li portiamo a letto i kaiju. Di giorno rovistiamo i solai, le cantine abbandonate. Troviamo vecchi bracci di gru, motori dei Landini, campane sganciate da campanili sigillati.
“Ma cosa ci vuoi fare con la campana, dai”.
“È bronzo, è buono, ci facciamo la testa”.
“All’età del bronzo siam tornati?”
“Per prendere la rincorsa”.

Siamo la resistenza, cos’altro dovremmo essere. Abbiamo vaghe nozioni del tempo e dello spazio. A volte in qualche cassetto ci imbattiamo in un tesoro dell’infanzia – un torso intero di un Mazinga Z, qualche arto di Jeeg robot d’acciaio.

“Questo a diesel funziona”.
“E i raggi gamma?”
“Potremmo usare le resistenze”.
“Si fonde tutto”.
“Va bene, fottiamoci dei raggi gamma. Cerchiamo un’alabarda”.
“Spaziale”.
“L’antenna di via Marx”.
“Perfetta”.

Se avessimo saputo che tutto questo ci sarebbe servito – le catene di trasmissione dei Ciao Piaggio, carcasse di betoniere, l’argano dell’OM Lupetto, le teste di Daitarn…

“Non ci facciamo un cazzo con una testa di Daitarn”.
“Ma dai, è così bella”.
“Lo sai che va a energia solare, sì?”
“Così non sporca”.
“No, macché, devi soltanto rivestire tutta la città di pannelli fotovoltaici, pregare che non piova e aspettare che carichi per una settimana. E dopo hai abbastanza energia per fargli fare la demo. Hai presente la demo, sì?”
“E ora con l’energia del sole vincerò!“
“Con l’aiuto del sole vincerò. E poi si spegne”.
“Ma no, dai”.
“E il kaiju se lo incula”.
“Che schifo”.
“È successo, sai. A un Gundam di Crevalcore. Si è sbilanciato e si è bloccato a novanta. Il kaiju gli è arrivato dietro in un attimo”.
“Viviamo in tempi orribili”.

Ai bambini non sappiamo cosa dire. Tesoro, ci dispiace, abbiamo fatto un mutuo in una terra di mostri che non avevamo previsto – benché in certi affreschi cinquecenteschi ferraresi risultassero chiarissime evidenze di combattimenti tra draghi ed enormi armature – pensavamo fosse mitologia, pensavamo fosse fiction, ci dispiace tanto. Pensavamo che sarebbe andato tutto bene, l’economia avrebbe tirato per sempre, e sopra i vani degli euromissili americani avremmo riempito tutta questa vallata di villette a schiera col giardino l’altalena e la cuccia del cane. Invece stiamo scavando rifugi anche per te, tesoro. Facciamo fatica a guardarli in faccia, i bambini, e ci rimettiamo a rovistare vecchi garage.

“Una tastiera alfanumerica, potrebbe servire”.
“Se si leggessero le lettere… butta via, è uno Spectrum a sfioramento, ti partono le lame rotanti senza che te ne accorga. Ci tagliamo i piedi da soli”.
“Non ce le abbiamo le lame rotanti”.
“Mio cugino ha detto che ci porta le frese in ghisa, andranno bene. E questa che cos’è?”
“Robaccia, butta via”.
“Ma sembra antropomorfa”.
“È un pezzo di transformer”.
“Bleah. Ti suona il telefono”.
“Ah sì, è… è l’allarme”.
“Che palle. Che dice?”
“Ma niente, un… un terza categoria”.
“Dove?”
“A Fossoli”.
“Che palle. Che palle”.
“Avevano appena riaperto la scuola”.
“Viene verso di noi”.
“Piscerà su tutta la ciclabile, io adoro quella ciclabile. E la ferrovia…”
“Se intercetta il regionale per Suzzara fa un macello. Ci andiamo?”
“Non so. Abbiamo il torso di un Mazinga, i cingoli di un fiat trattori, la testa in bronzo…”
“Abbiamo l’alabarda”.
“In fondo è solo un terza categoria, voglio dire, gli fai un po’ di paura e scappa via”.
“Oppure gli spacchiamo il culo”.
“Pensi che possiamo?”
“Guardati intorno, fratello. Sta andando tutto a puttane. Dove vorresti essere mentre tutto va a puttane? Dietro una scrivania? In un cantiere? O dentro un torso di Mazinga?”
“Va bene, si va a Fossoli”.
“Stavolta gli spacchiamo il culo a quel bastardo. Dammi la mano”.

Abbiamo l’alabarda. Abbiamo i cingoli. Le lame rotanti arriveranno. Cancelleremo l’apocalisse un po’ per volta, come uno scarabocchio: con le nostre gomme staedtler smangiucchiate. I bambini alzeranno la testa e ci guarderanno negli occhi, e vedranno degli eroi.

(Pacific Rim è un film di Guillermo del Toro, costato dieci milioni di dollari in meno di World War Z e dieci milioni di volte più bello, con i robottoni di quando eravamo piccoli – sono proprio loro, sono arrugginiti, hanno tutte le scritte consumate, e si smontano appena provi a usarli. Ma sono tornati. Il mondo ormai se ne frega, il mondo ha altre priorità, ma loro hanno un lavoro da finire, un’apocalisse da cancellare. È difficile da spiegare, e non so se a Cuneo interessi. È un film di enormi robot che le prendono da enormi lucertoloni, e io ho pianto per mezz’ora. C’è che odio i kaiju. Li odio veramente tanto).



Pare che sia molto bello anche in 3d – lo dice Bernocchi ed è uomo di fede – la versione in occhialini è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:05 22:45 e al Multisala Impero di Bra alle 21:15. Lo trovate in 2d al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:00 e alle 22:40; ai Portici di Fossano alle 21:30; al cinema Italia di Saluzzo alle 21:30.
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Un film morto. Vivente. No, morto.

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I SOLDI DEL BIGLIETTOOOOH...GRRRR....
World War Z (Marc Forster, 2013)

1. Qualcosa sta succedendo a tutti i film di zombi. Forse è cominciato con quel telefilm tratto da quel fumetto. O con qualche remake del sequel del remake - insomma, a un certo punto tra i film di zombi si è sparso il contagio, in tutto il mondo sono diventati noiosi e prevedibili. Brad Pitt indaga. Passa da un set catastrofico a Philadelphia a un film di guerra girato in notturna per risparmiare, a un altro set catastrofico in Israele, e ovunque non trova che noia e prevedibilità. Da dove si è diffuso il morbo? "Non importa chi è stato il primo" gli dice una comparsa qualsiasi, "cerca piuttosto un modo per ravvivarli". Dopo un atterraggio di fortuna in Galles (equipaggio e passeggeri erano stati annoiati a morte dall'ennesimo film di zombi), Pitt precipita nei pressi di una cineteca e ha un'intuizione: per salvare il genere bisogna iniettargli il peggior virus narrativo dell'ultima generazione.
"Ditemi dove lo tenete rinchiuso".
"No, non possiamo... no! Guarda come ha ridotto Star Trek!".
"È la nostra unica speranza, liberatelo. Facciamoci tutti un'endovena di Lindelof".

2. Che poi non è nemmeno giusto dare la colpa a Lindelof. È un film nato sbagliato, da un'idea compromissoria (un film di zombi con meno sangue possibile, affinché non sia vietato ai 14enni negli USA che altrimenti restano a casa a guardarsi Romero in dvd), e con la terribile responsabilità di avere devastato un libro omonimo che proprio non se lo meritava. Il risultato finale, dopo ripensamenti e riscritture, sta al libro di Max Brooks come uno zombi sta a un essere umano: il libro era vivo, brillante, pieno di idee e di riflessioni sociali, politiche, economiche; il film è un brandello di narrativa morta, anzi più brandelli di narrativa morti messi assieme, che camminano stancamente in direzione del finale all'unico scopo di infettare qualche altro film, magari un sequel. In un certo senso Pitt e compagnia sono riusciti a realizzare non già un film di zombie, ma un film zombi, un film morto vivente. Più morto che vivente.

CIAO! Che fate di bello? Io
ACQUISTO IL CORPO della moglie
di Brad nei contenuti speciali.
3. Finalmente un film di cui posso rivelare il finale, visto
che lo hanno buttato via e Lindelof ne ha scritto uno diverso (che poi non è neanche così malissimo, dai). Dunque, l'aereo da Gerusalemme atterra senza grossi intoppi in Russia. Qui le simpatiche guardie aeroportuali sparano a tutti i vecchi i deboli e i malati, e arruolano gli altri nella grande guerra patriottica contro gli zombi. Brad e la cecchina israeliana vengono quindi impiegati nella difesa di Mosca, e hanno modo di notare che gli zombi slavi sono molto più lenti di quelli americani o israelopalestinesi. La geniale intuizione è che non reggano il freddo. Appena Brad se ne rende conto, primo al mondo (i canadesi troppo scemi per condividere l'informazione) si appende a qualche telefono satellitare e cerca ovviamente la moglie. Non so se avete notato, ma l'agente segreto delle Nazioni Unite, se deve fare una telefonata sola, non la fa alle Nazioni Unite, ma alla moglie per chiedere se i bambini stanno bene, e la fa coi nostri soldi di contribuenti mondiali, e poi uno si sorprende che gli zombi vincano le elezioni. Comunque. Adesso tenetevi: la famiglia si trova in un campo profughi in Florida, zona subtropicale (quindi zombi velocissimi), e per garantirsi la sopravvivenza la moglie VENDE IL SUO CORPO. E non lo vende a chicchessia, ma per esempio A MATTHEW FOX DI "LOST", che se siete pronti di riflessi avete notato in una scena iniziale su un elicottero; e se lo avete notato vi sarete pure chiesti: ma che ci fa Matthew Fox di Lost? Nulla; passava sul set per caso in elicottero; ma prima che Lindelof ci mettesse le mani COMPRAVA IL CORPO DELLA MOGLIE DI BRAD PITT, o le faceva da pappone, non ho capito bene. Brad capisce che deve assolutamente tornare a casa prima che le cose si mettano davvero male, quindi attraversa la Russia e il Pacifico e sbarca in Oregon. Fine del film e arrivederci al prossimo. Sette euro bene spesi, vero? Dopo tre anni che ci lavoravano lo script era una cosa del genere. Ne hanno anche girato dei pezzi (la battaglia di Mosca). Poi qualcuno deve essersi detto: ma sul serio? Dopo tutti gli sforzi per produrre un film di zombi senza sangue e sbranamenti; dopo averne girato metà al buio per evitare che si vedano i morsi e le budella; dopo aver dosato il sangue col contagocce... sul serio ci infiliamo il mercimonio della madre di famiglia iuessei? Come siamo riusciti a trasformare un bel romanzo satirico in un polpettone deprimente come questo? Chi ci aspettiamo che verrà a vederlo, quale famiglia porterà i figlioletti al cinema estivo a vedere un film di zombi in cui il papà diventa un fantaccino russo e la mamma con tanto amore per i figli fa le marchette in un campo profughi? Come ne usciamo da questo guaio?

"Apri la valigetta" (continua su +eventi!)
"No, la valigetta no!"
"Non abbiamo altra speranza".
"Ma hai visto cosa è successo a Prometheus"
"Ti dico che è l'unica speranza. Dieci milligrammi di Lindelof, sparati in vena. Persino gli zombi lo schifano".

4. Ma Brad Pitt da qui in poi farà sempre così? Metterà la famiglia in tutti i film che fa? Adotterà un bambino ogni volta? Se gli danno i Tre Moschettieri, lo trasformerà in "La famiglia D'Artagnan?" Se Craig gli cede il ruolo, lui sposa Ms Moneypenny nell'episodio "007 - Casa Dolce Casa"?


Però non è un muro.
5. Per fare un esempio di come il film abbia mortificato il libro: l'episodio di Gerusalemme. Come tutte le cose che c'entrano con Israele, è molto controverso; i muri nel film sono molto simili a quella "barriera difensiva" (era vietato chiamarla "muro") costruita nel decennio scorso che rese ancora più difficile la vita dei palestinesi ma pose fine agli attentati suicidi in Israele - anche se alla prova dei fatti gli zombi si mostreranno assai più determinati ed efficienti di Hamas e Jihad Islamica. Ma il risultato finale è così amorfo, anche da un punto di vista ideologico, che puoi persino accusare il film di antisemitismo subliminale: c'è una pandemia mondiale di morti viventi e gli israeliani LO SAPEVANO CON UN MESE DI ANTICIPO. Che bella idea, chissà a chi è venuta, chissà quante pacche sulle spalle gli hanno dato, ehi, eppure mi ricorda qualcosa... ebrei che conoscono una catastrofe in anticipo... dove l'ho già sentita? era una leggenda metropolitana, vero? Nel romanzo l'episodio assumeva un indirizzo politico chiaro: Brooks immagina che l'emergenza forzi israeliani e palestinesi a creare uno Stato unitario per fare fronte comune contro i morti viventi - salvo dover fare i conti con una rivolta degli ultrafondamentalisti ebrei che degenera in guerra civile. È forse l'idea portante del libro: gli zombi non sono il vero problema, il problema è la difficoltà degli umani a ad andare d'accordo, a fronteggiare un'emergenza in modo razionale. E poi sì, per Brooks i fondamentalisti sono la quinta colonna degli zombi. È un'idea forte, può farti discutere, ma è irriproducibile in un blockbuster. Non puoi offendere gli israeliani, fondamentalisti o meno, in un blockbuster. Nemmeno i cinesi puoi più offendere, e quindi a Brad nessuno vuole dire che il paziente zero è in Cina. Nel libro era chiaro, nel film non si può dire. Non si può nemmeno spostare in qualche altro Paese, perché è un blockbuster e deve andare nelle sale di tutto il mondo. L'unico Paese di cui può parlare male un blockbuster, lo si capisce con chiarezza, è la Corea del Nord. Quindi, insomma, la globalizzazione porta alla pandemia. Non importa quanto un'idea di partenza sia originale, e interessante, e piena di contenuti originali: quando la trasformi in un blockbuster diventerà invariabilmente la storia di un padre di famiglia che salva il mondo da una minaccia. A quel punto perché non riguardarsi la Guerra dei Mondi, dove i bambini non sono semplici burattini in balia degli incidenti stradali?

6. Ancora sull'episodio di Gerusalemme: alla fine gli zombi riescono a saltare la barriera, ma perché? Perché la gente dentro fa troppo rumore. E perché fanno troppo rumore? Perché i palestinesi e gli israeliani stanno innalzando canti di pace, sciagurati! Il complesso militare industriale ce la mette tutta per salvarci dai morti viventi, e i pacifisti con le loro canzoni inutili aprono i cancelli ai morti viventi. Ora, da un punto di vista politico i film catastrofisti si possono dividere in due famiglie, a seconda di come trattano il potere. Possono denunciarne la miopia, mettendo in scena presidenti e generali inetti che prendono decisioni sbagliate (spesso osteggiando con un geniale scienziato che ha capito tutto facendo equazioni sulla lavagna mesi prima). Oppure possono attaccarsi alle braghette dei generali come l'unica risorsa: viva lo Stato d'emergenza. Abbiamo bisogno di un esercito forte, in caso di catastrofi. E abbiamo bisogno di catastrofi, sennò ci stanchiamo a finanziare un esercito forte. Questo film - questa carcassa di film - è del secondo tipo, più per pigrizia che per reale convinzione. Vedi la disinvoltura con cui ammazza subito presidente e vicepresidente, così non c'è neanche bisogno di mostrare un fotogramma di Casabianca, ormai comandano gli ammiragli. E il geniale scienziato? Lo mandano subito nel posto più infestato al mondo, via il dente via il dolore.

7. Più che un film catastrofico, insomma, una catastrofe in sé: vedibile, persino divertente a sprazzi, come certi incidenti stradali che ci fanno rallentare, anche se il giorno dopo ricordiamo soltanto il senso di colpa. Vi susciterà la stessa simpatia delle lamiere contorte: un po' le stesse sensazioni di un B-Movie, ma con tanti milioni di dollari in più. E alla fine capisci come deve sentirsi Lindelof: l'ebrezza del Frankestein della narrativa fantastica anni '10. Mi avete dato dei pezzi di carne morta, organi sparsi che nemmeno combaciavano, io li ho cuciti assieme, gli ho dato un senso, e adesso vedete: cammina. Sì, via, più che camminare barcolla. Però funziona, si può fare! E arrivederci al sequel. Sì, certo, aspettaci.

Se volete evitare War World Z, state alla larga dal Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:40, oppure in 3d, che scuro com'è dev'essere una fregatura memorabile, alle 20:15 e alle 22:45); dai Portici di Fossano (21:30); dal cinema Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); dal Cinecittà di Savigliano (20:30, 22:30).
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Ma pensarci domenica?

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E insomma la settimana è andata così: domenica avete votato il movimento fondato da un irresponsabile, che fa discorsi irresponsabili e propone soluzioni irresponsabili; lunedì sera avete scoperto che aveva vinto le elezioni e avete pensato, beh, magari adesso si comporterà in modo responsabile, perché no dopotutto, basterà fargli una proposta seria. Siccome invece già martedì stava tirando fango su Bersani, chi l'avrebbe mai detto, avete firmato una bella petizione, affinché il signore irresponsabile, titolare del marchio che voi avete votato, la smetta di fare l'irresponsabile, che la situazione è grave, la sfiducia dei mercati, lo spread, c'è da salvare l'Italia perbacco.

A quel punto uno si domanda dov'eravate fino a domenica, non c'era l'Italia da salvare anche domenica? No, pare di no, domenica l'Italia stava bene, lo spread nessuno rammentava cosa fosse, non è che ci si poteva preoccupare domenica dell'Italia. Domenica c'era il sole ed era il giorno giusto per mandare dei messaggi al PD, il voto di protesta, quel tipo di cose. Se poi nelle urne insieme ai vostri messaggi ci va un voto a un movimento fondato da un irresponsabile, che fa proposte irresponsabili, eh vabbe', ma uno come fa a saperlo prima.

Ma voi lo avete mai ascoltato Grillo?

A parte le urla, i tormentoni "siete tutti morti", ecc.; avete mai fatto caso a quel che dice? Avete mai letto quel che scrivono lui o Casaleggio? Avete dato un'occhiata al programma del MoVimento che avete votato domenica, per "mandarli tutti a casa", o per dare un messaggio forte chiaro ad altri partiti? Per dirne una: l'abolizione di Equitalia. È comprensibile l'entusiasmo di cittadini e imprenditori; ma vi sembra in coscienza una proposta seria? Non fa un po' il paio con la busta "restituzione Imu"? Il referendum sull'Euro. A parte che non si può tecnicamente fare (e Grillo lo sa); ma avete capito che il solo parlarne è un invito alla fuga dei capitali? Non pignorabilità della prima casa. Come pensate di evitare che le banche si rifacciano del rischio alzando gli interessi? Le nazionalizziamo e poi le gonfiamo di carta straccia? Ma allora perché non dirlo subito? Wi-Fi gratis. Ma perché non la ricarica del cellulare, dopotutto è più democratico il cellulare, ce l'hanno veramente tutti, anche i ragazzini, e permette la condivisione delle conoscenze, insomma perché no ricariche gratis per tutti sempre? Nazionalizziamo pure la telefonia. Referendum senza quorum - uno alla settimana probabilmente, tanto varrebbe abolire il parlamento. Questa roba qui, prima di votare, l'avete letta?

Se l'avete letta e la trovate realizzabile, non credo che sarete interessati a partecipare a un governo col PD, o con qualsiasi altro partito.

Se invece non la trovate realizzabile, cosa avevate esattamente in testa domenica? Avete votato un tizio che promette di abolire Equitalia e che non fa che urlare che i debiti non si pagano perché sono troppi - i mercati ne saranno deliziati - lo avete votato e adesso lo vorreste ragionevole, magari vorreste che dicesse ai mercati ehi tranquilli sono un comico scherzavo. Ma non è un comico più, da un pezzo, aspetta che se ne accorga l'Economist che fa sul serio. Secondo voi dovrebbe dare una mano a formare un governo. Avete un po' frainteso, ma non ci ha mica colpa lui. Lui le cose le ha sempre dette, anzi urlate, come stanno. È evidente che a lui non freghi nulla dei mercati e dell'Italia, perlomeno dell'Italia così com'è. In tutti i predicatori c'è un orizzonte apocalittico, che non è necessariamente la terza guerra mondiale della clip di Casaleggio, però da qualche parte c'è. Siamo in guerra, ci saranno battaglie e prima della vittoria finale molta gente si farà male, avete mai pensato che potreste farvi male pure voi? prima di domenica, intendo, ci avete mai pensato? Voleva aprire il parlamento come una scatola di sardine, lo ha detto, e l'avete votato. Ma poi ha vinto le elezioni e si è scoperto che faceva sul serio, santo cielo, ma com'è possibile, sembrava una persona così ammodo.

I parlamentari M5S, se danno retta a Grillo (e non è detto), non voteranno nessuna fiducia a nessuno. Il M5S non ha nessuna concessione da fare, e non è vero che gran parte delle sue proposte possono essere fatte proprie dal Pd: gran parte delle sue proposte non sono realizzabili, né in tempi brevi né in generale, perché fluttuano in uno spazio logico compreso tra "utopia" e "fregnaccia". Grillo lo sa e si guarda bene dal provarci. Vuole che governino gli altri, per dimostrare una volta di più che sono tutti collusi, tutti corrotti, tutti casta eccetera. Vuole perdere altro tempo, perché tanto lui ce l'ha. Voi non l'avete? Non potevate pensarci un po' prima, per esempio... domenica?

Mercoledì avete firmato la petizione di Viola Tesi. Scusate se insisto, ma l'avete letta? La simpatica signora Tesi sostiene che in fondo con il PD si può andare d'accordo un po', mica ci vuole poi molto; che "in poco tempo" si possono fare dieci cose, tra cui l’istituzione del reddito di cittadinanza, chissà con che risorse prese da dove, l’ineleggibilità dei condannati (si può fare anche in mezza giornata, peccato che la Corte Costituzionale te la casserebbe il mese successivo), la cancellazione dei rimborsi elettorali giusto per essere sicuri che Berlusconi si possa presentare senza troppi concorrenti; il politometro, che nessuno sa veramente cosa sia a parte una battuta fatta da Grillo a un comizio, ma secondo la Tesi si potrebbe comunque fare in pochissimo tempo, mentre si ripristinano fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola (con tutti i soldi che ci sono avanzati dall'avere appena istituito il reddito di cittadinanza senza copertura); l’accesso gratuito alla Rete; la non pignorabilità della prima casa; la pace nel mondo invece no, il che mi risulta un po' sospetto, signora Tesi, perché la pace nel mondo no? Cosa ha in contrario, eh, EH? Non si sa. Ma a parte questo piccolo dettaglio tutto il resto secondo lei si può fare in poco tempo, e poi via che si rivota in scioltezza. Voi l'avete firmata questa petizione?

E - scusate se picchio sempre lì - l'avevate letta bene?

E allora capite che forse il problema non è la governabilità, il PD, o Grillo, che c'è un problema a monte, e che dipende soprattutto da voi? La volete piantare di votare alla cazzo, di firmare senza leggere le postille, di fidarvi del primo che grida in tv o su youtube che i politici sono merde e i debiti e le tasse non si pagano? Grillo a Viola Tesi non ha neanche risposto, ha mandato avanti Messora. Il blogger che vendeva i dvd in cui Giuliani spiegava come prevedere i terremoti col radon, è facile, ne ha previsti un sacco, peccato che i poteri forti siano tutti schierati dalla parte dei terremoti e gli impediscano di divulgarli il giorno prima, maledizione, è sempre costretto a divulgarli il giorno dopo. Messora che sul suo blog ai tempi dello sciame dell'Aquila faceva i bollettini, la gente disperata andava a leggere il suo blog prima di scegliere se dormire o no in macchina, lui raccoglieva le confidenze del mago del radon e purtroppo a causa dei poteri forti non ci beccava mai.  Messora dunque ha spiegato al pubblico di beppegrillo.it che la signora Tesi è un'infiltrata, punto. Funziona così, non è che se hai votato per loro sono tenuti ad ascoltare le tue ragioni: li hai votati perché ti sei infiltrato, addirittura militavi in un partitino pirata, mai presentatosi alle elezioni, una cosa tra amici - non importa! Sei un'infiltrata! Magari siete gli stessi che si lamentavano della diffidenza piddina verso gli elettori di Renzi. Non avevate tutti i torti, chissà, comunque adesso accomodatevi pure nel M5S, lì sì che accolgono i nuovi elettori a braccia aperte, INFILTRATI DEI POTERI FORTI.

Io penso - spero - che il Movimento non sia Grillo. Non credo che valga la pena di rivolgersi a Grillo. Grillo non è che si pone il problema dello spread a cinquecento: manderà fuori Casaleggio a dire che è un complotto dei Bilderberg, sono loro che divaricano lo spread, c'è una cerimonia massonica all'uopo. Son fatti così. Non l'hanno mai nascosto, anzi l'hanno scritto in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Non ce l'ho mica con loro, anzi. Se avete letto fin qui avete capito con chi ce l'ho.

Ma non avete letto fin qui.
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Evacuate piano

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È passata ormai una settimana da quel giovedì sera in cui centinaia di residenti in Garfagnana evacuarono le loro case anche se in realtà non era stata ordinata nessuna evacuazione, a causa di una scossa che - ora possiamo dirlo - non c'è stata. È possibile, perlomeno statisticamente, che qualcuno di loro oltre a un bel po' di paura si sia preso un accidente, visto che è stata una delle settimane più fredde dell'anno. La cosa non fa notizia: ammalarsi è normale, e il fatto che in Italia le epidemie di influenza facciano più vittime dei terremoti è una semplice curiosità. Mesi fa, quando tremò un po' più forte la terra nella bassa emiliana, Beppe Grillo scrisse sul suo blog scandalizzandosi che in Italia non si facessero ancora le previsioni dei terremoti, come le previsioni del tempo. "Se il meteo ci dice che domani pioverà, terremo a portata di mano l'ombrello. Ma se viene annunciato il rischio di un forte terremoto, perché il Comune non ci dice come comportarci?" L'esempio della Garfagnana potrebbe spiegarci perché - finché non diventerà la prassi, e allora probabilmente Grillo si metterà a gridare sdegnato contro i Comuni che spingono migliaia di persone a dormire al freddo a causa di vaghe probabilità statistiche. Sarà senz'altro un complotto delle multinazionali che vogliono vendere più paracetamolo. Più probabilmente, al terzo o quarto o dodicesimo allarme di questo tipo la gente smetterà di prendere sul serio chi li dirama, e magari sarà proprio quella l'occasione in cui la terra tremerà davvero.

A scanso di equivoci, vorrei esprimere la mia solidarietà ai sindaci che nel pomeriggio del 31 gennaio ricevettero un fax dalla Protezione Civile, firmato dal Capo Franco Gabrielli, che confermava "l'ipotesi che la sequenza sia generata da una struttura orientata NE-SW - dunque trasversale alla catena" e che quindi "nelle prossime ore potrebbero avvenire altre scosse a SW della scossa principale, in prossimità dell'abitato di Castelnuovo in Garfagnana e dell'epicentro del terremoto del 23 gennaio 1985". Come si vede il fax, una comunicazione di emergenza rivolta a sindaci non necessariamente esperti di sismologia, né di abbreviazioni in lingua inglese (SW sta per South-West, in italiano sarebbe SO) risultava piuttosto criptico: non per la difficoltà della materia, ma per la sciatteria di chi anche in una comunicazione di emergenza non rinuncia a usare termini tecnici e abbreviazioni non universalmente intellegibili. Se si voleva dare un forte segnale di allerta, forse Gabrielli avrebbe fatto meglio a scrivere: SCOSSE POSSIBILI IN PROSSIMITA’ DI CASTELNUOVO NELLE PROSSIME 24H.(continua sull'Unita.it, H1t#165). La semplicità, la chiarezza, in queste situazioni dovrebbe essere considerata necessaria.

Una volta c’era il telegrafo a torcere il collo all’eloquenza dei burocrati; adesso si potrebbe prendere lezioni da twitter, ma forse il problema è un altro: Gabrielli voleva realmente dare un forte segnale di allerta? O voleva semplicemente cautelarsi con un fax in tecnichese? I sindaci che si sono trovati quel foglio in mano hanno dovuto scegliere in pochi minuti tra il rischio di essere condannati per aver minimizzato la situazione (come i membri della Commissione Grandi Rischi dell’Aquila) e quello di essere indagati per procurato allarme. Un’eventualità tutt’altro che remota nel loro caso: è quello che successe al ministro Zamberletti, che proprio in Garfagnana nel 1985 ordinò l’evacuazione di dieci comuni, in attesa di una scossa forte che non si verificò. Il dilemma è stato risolto in modo abbastanza salomonico dai sindaci che  hanno scelto di non evacuare, ma di… esortare la popolazione a uscire di casa, quasi la stessa cosa: però ora Gabrielli può difendersi dalle critiche sostenendo di non aver sollecitato nessuna evacuazione. In effetti no. Si è limitato a informare i sindaci via fax dell’eventualità di scosse di entità imprecisata in un intervallo di ore imprecisate. Non ci sarebbe da stupirsi se mentre lo dettava, oltre ai sismologi, il Capo della Protezione Civile avesse consultato qualche avvocato.
La massima solidarietà anche agli abitanti, che nel frattempo saranno tornati quasi tutti alle loro case, pur sapendo che il rischio non è affatto cessato. Io, se mi fossi trovato nella loro situazione, avrei cercato di allontanare i bambini per qualche giorno; nel frattempo avrei chiesto a un ingegnere, o al limite a un geometra, di controllare la mia abitazione, e l’avrei lasciata soltanto se fossero stati riscontrati dei difetti strutturali, rimandando alla fine dello sciame sismico i lavori di ristrutturazione. Mi è abbastanza facile immaginare la situazione perché ne ho vissuta una simile pochi mesi fa. Ma è assurdo che io dia consigli del genere ai garfagnini, che di queste cose dovrebbero essere esperti più di me. Non c’è una sola regione in Italia in cui ci si possa permettere di trattare i terremoti come degli ospiti improvvisi e sconosciuti. Dovremo cominciare a considerarli per quello che sono: turisti abituali, dai ritmi imprevedibili, ma che prima o poi ritornano. Sempre. http://leonardo.blogspot.com


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Sotto il campanile c'è di più

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Siamo province. 

Quando sui giornali sarà finita l'ennesima ondata di pezzi di colore sui livornesi che sfottono i pisani, sui brianzoli che non si rassegnano all'essere milanesi, sul dolore di Chieti per l'annessione a Pescara, eccetera, sarebbe bello finalmente leggere qualcosa di sensato sulla più grande e drastica opera di ridefinizione delle entità amministrative locali dall'Unità a oggi. Sarebbe bello riuscire a parlarne seriamente, dell'accorpamento delle province; sarebbe giusto leggere sui quotidiani qualche riflessione sensata su cosa significa diminuire gli enti provinciali e aumentarne la grandezza (e quindi anche il potere contrattuale?) Invece di leggere del sindaco di Prato che riceve i giornalisti sul gabinetto, delle diffidenze tra padovani e trevigiani eccetera.

Una provincia non è un campanile. La nuova riforma non impedirà certo a modenesi e reggiani di prendersi in giro, così come massesi e carraresi fanno da un secolo anche se molti sono convinti che siano un solo capoluogo. Forse la provincia è l'esatto contrario del campanile: il luogo in cui le esigenze dei centri si armonizzavano con quelle del territorio circostante. Le province sono state, dall'Unità a oggi, le maglie di un tessuto complesso, avvinto a un territorio eterogeneo. Non a caso le loro competenze riguardano quasi esclusivamente la tutela delle terre e delle acque (e delle strade, non meno importanti). La retorica populista che in questi anni ci ha voluto convincere che le province "non servono a niente" nasconde il nostro progressivo scollamento da un territorio che non capiamo, attirati come siamo dai Centri. Non lo vediamo nemmeno più, il territorio, dai finestrini di treni sempre più veloci; salvo spaventarci e indignarci quando lo stesso territorio si ribella, e frana o smotta. In quei casi ci accorgiamo che avrebbe dovuto essere amministrato meglio - ma da chi? (continua sull'Unita.it - H1t#152).

Una provincia ben gestita è una provincia che ha una rete viaria efficiente; che conosce le necessità del suo territorio; sa dove rimboschire per evitare le frane a valle; sa dove intervenire per evitare le alluvioni; sa interpretare il pericolo sismico regolamentando l’edilizia di conseguenza. Tutto questo i comuni non lo possono fare: hanno un orizzonte più corto, ogni comunità vede solo il tratto di fiume che l’attraversa. Né possono farlo le regioni, enti troppo grandi, portati per forza di cose a privilegiare le esigenze dei centri più popolati (che portano più voti) e accantonare il resto. È ben triste che molti sedicenti federalisti italiani abbiano predicato, negli ultimi vent’anni, niente più che un accentramento a livello regionale, quasi un ritorno alle vecchie signorie e alle loro capitali, Torino Milano Venezia…
Che le province fossero troppe, che alcune fossero assolutamente inutili, è abbastanza indiscutibile. Un accorpamento era inevitabile, ma con che criteri? Che senso ha mettere assieme Lodi Cremona e Mantova, o Verona e Rovigo? Prendiamo quest’ultimo esempio. Unire a una grande provincia, come quella di Verona, un territorio molto diverso e assai meno popolato, come il Polesine, significa creare un ente geograficamente bizzarro come forse non si era mai visto, sulla carta d’Italia, dall’Unità in poi. Non è semplicemente la stranezza di una lingua di terra che va dal Lago di Garda al mare. La rappresentanza in consiglio non potrà che premiare i comuni della parte più popolosa; costoro, per quanto illuminati, se vogliono far fede agli impegni presi coi loro elettori (ed essere riconfermati) non potranno che anteporre gli interessi del territorio più abitato. È la democrazia, funziona così.
Ma non è detto che funzioni sempre bene. Ce ne accorgiamo quando un fiume straripa, e la cassa di espansione avrebbe dovuto essere costruita magari centinaia di chilometri più a monte. La regione avrebbe dovuto preoccuparsene, ma aveva altre priorità, legate a territori più popolati e più rappresentati in consiglio regionale. Non resterà che lamentarsi dell’emergenza che nessuno aveva previsto: e trovare da qualche parte i soldi per la ricostruzione. Se spenderemo più di quanto avevamo risparmiato accorpando una provincia, nessuno se ne accorgerà. Sono conti difficili, calcoli noiosi, non li farà nessuno.http://leonardo.blogspot.com
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Il fungo comunicativo

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Sabbiolino va in prigione 

Abbiamo ormai capito (e ringrazio fuor d'ironia chi ce lo ha spiegato) che i membri della Commissione Grandi Rischi non sono stati condannati a sei anni per non avere previsto un terremoto - ci mancherebbe - ma per aver sbagliato le forme e le modalità della comunicazione alla cittadinanza. Siccome capita anche a me talvolta di comunicare, e non vorrei mai andare in galera, a questo punto mi sono chiesto come si fa ad azzeccare un messaggio che in sostanza dica: "non c'è motivo razionale per dormire fuori di casa ma fate pure". Discutendone su twitter con Anna Meldolesi, Luca Sofri ha messo assieme e tradotto un esempio di comunicazione corretta e professionale, opera di Peter Sandman, uno "specialista della comunicazione del rischio". Lo copio e incollo perché secondo me merita una riflessione.
Non ci sono basi scientifiche per concludere che la probabilità che avvenga un forte terremoto sia più alta dopo queste scosse piuttosto che in altri momenti. Ma allo stesso tempo non ci sono nemmeno prove scientifiche che dimostrano che il forte terremoto non ci sarà. Probabilmente prima o poi qui ci sarà un altro forte terremoto, ma noi, semplicemente, non possiamo predire quando avverrà (o quando non avverrà). Ci dispiace poter offrire alla gente così poca assistenza ma la verità è che non siamo in grado di stabilire se lo sciame sismico debba essere motivo di preoccupazione oppure no. Normalmente, gli sciami sismici non sono seguiti da terremoti violenti. Ma “normalmente” non vuol dire “sempre”. Possiamo sicuramente capire perché molte persone di questa comunità si sentano più sicure a lasciare le loro case quando cominciano le scosse e non abbiamo prove scientifiche che dicano che farlo sia una sciocchezza.
Mi sembra un bel messaggio, professionale e onesto. Fingiamo dunque che Sandman sia un membro della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile Italiana (chiamiamolo Sabbiolino), immaginiamo che dopo la riunione del 31 marzo esca dalla sala e reciti ai giornalisti questo messaggio. Secondo voi non finisce alla sbarra per omicidio colposo, in Italia? Spero di sbagliarmi, ma temo purtroppo che sì, Sabbiolino si beccherebbe anche lui i sei anni per aver  detto cose che, almeno nella prima parte del messaggio, avevano sostenuto anche gli altri membri della Commissione. Magari si erano espressi in modo più freddo, meno comunicativo, ma la sostanza è questa: non ci sono basi scientifiche per dire che sta arrivando la scossa forte. Fine. La scossa è poi arrivata, trecento persone sono morte, il giudice ha condannato la Commissione per omicidio colposo.

L'unico dubbio me lo fa venire l'ultima frase, che ho evidenziato. In quella frase è lecito leggere una garbata condiscendenza verso chi, in assenza di basi scientifiche voleva lasciare la propria casa: non possiamo scientificamente dirvi che sia una sciocchezza. Questo, lo concedo, è molto più professionale che brindare col Montepulciano davanti a una telecamera, come fece il portavoce della Protezione. Ma è l'ultima frase di un lungo comunicato, che le redazioni di quotidiani e tv locali avrebbero mutilato. Il titolo lo avrebbero fatto con la prima parte: SCOSSE ALL'AQUILA: GLI SCIENZIATI NON PREVEDONO UN FORTE SISMA. Oppure.

Oppure, per esigenze di drammatizzazione, avrebbero potuto fare l'inverso: mutilare la lunga prima parte, e dare risalto soltanto alla frase evidenziata. SCOSSE ALL'AQUILA: PER GLI SCIENZIATI "NON È UNA SCIOCCHEZZA" LASCIARE LE CASE. In questo modo si sarebbero effettivamente salvate molte vite, visto che la scossa forte poi c'è stata. Ma se non ci fosse stata (come era statisticamente più probabile)? Se non ci fosse stata, probabilmente lo stesso magistrato avrebbe portato alla sbarra Sabbiolino e compagni per procurato allarme: come si permettono questi esperti di gettare nel panico la popolazione dando informazioni distorte, peraltro non suffragate da evidenze scientifiche? Non solo non sanno comunicare in modo professionale, ma sono pure cattivi scienziati, ecc. ecc.

Anch'io sono convinto che all'Aquila (e non solo là) ci sia stato un problema di comunicazione. Se ritengo ingiusto farlo pagare agli scienziati, non è soltanto per il fatto che erano scienziati e non comunicatori professionisti. Secondo me non c'è professionalità che tenga, di fronte alla distorsione a cui sono sottoposte le notizia - tutte le notizie - sui media italiani. Il problema insomma è a monte, e non credo nemmeno che sia del tutto imputabile agli stessi operatori dell'informazione. Ancora più a monte ci siamo noi italiani, che non leggiamo più - che non sappiamo più leggere. La dichiarazione del signor Sabbiolino sarà anche professionale, ma è troppo lunga per la nostra soglia di attenzione. O leggiamo le prime cinque righe - e decidiamo che ci sta dicendo che non ci sarà un terremoto, quindi restiamo a dormire nel sottotetto - o ci sintonizziamo solo sulle ultime cinque, e a quel punto restiamo in tenda per tre mesi (non è un'esagerazione).

Ma nella maggior parte dei casi non leggiamo affatto. Nella maggior parte dei casi diamo retta a un conoscente che ha sentito, in tv, un servizio dove un tizio intervistava i passanti riguardo alla dichiarazione di uno scienziato che aveva detto che fuggire di casa non è una pazzia. È come se ogni singola notizia, ogni fatto in senso stretto, sprofondasse immediatamente in un fondale sabbioso, sollevando la sabbia in una specie di fungo che diventa subito più interessante e comunicativo del fatto in sé. Il fatto in sé scompare. È una cosa che possiamo notare tutti i giorni. Una settimana fa il ministro Profumo ha presentato un Ddl in cui si proponeva di aumentare l'orario (di lezione?) dei docenti da 18 a 24 ore settimanali. In seguito ha riconosciuto che un aumento del genere va contrattato, ma nel frattempo si è alzato un polverone di commenti indignati o entusiasti che impediscono al povero insegnante di capire esattamente se la notizia sussista o no: ci sono ancora sul tavolo queste 24 ore o non ci sono più? Giuro, non si capisce. E quelli che meno capiscono spesso sono quelli che possono accedere a internet: dove trovano tantissimi detriti spostati dall'entusiasmo e dall'indignazione, e poche informazioni in senso stretto. Risalire alle fonti non è solo un'abitudine che hanno in pochi: ormai è un'abilità che si conquista e si può perdere. Credo lo sappia benissimo Sofri, che dirige un quotidiano on line che ha un certo successo perché cerca di dar conto di ciò  che in teoria è scritto ovunque, e in pratica è ovunque sommerso dai detriti, dalle polemiche, dalle opinioni.

Ai primi di giugno, al mio paese, bastava stazionare a un incrocio con una pettorina e un casco antinfortunistico perché la gente si fermasse a chiederti informazioni sul terremoto: non quello già avvenuto, ma quello che doveva arrivare, perché in tv avevano detto che doveva arrivare. In tv, per quanto ne so, non dissero mai qualcosa del genere, nemmeno il più caciarone dei tg ne ebbe il coraggio. Tutti i tg però avevano dato sbrigativamente conto di un comunicato della Commissione che non escludeva il riattivarsi di una faglia (il che non si può escludere nemmeno stanotte e in generale mai). Il solito fungo aveva poi fatto il resto, e la gente fuggiva al mare perché aveva sentito parlare di una scossa imminente in tv. La sensazione di trovarsi all'improvviso investito dalla tribù smarrita del carisma di uno sciamano, semplicemente perché leggi Tersiscio e conosci un paio di nozioni concrete sul fracking o su un deposito di gas, è molto meno divertente di quanto non sembri da fuori. Anche perché alla fine alla gente non è che interessi più di tanto il fracking o la faglia: se si fermava a chiederti qualcosa, nove volte su dieci voleva sapere la stessa cosa che pretendeva dalla Commissione: posso tornare a dormire a casa o no? E non ha nessuna importanza che la sequenza stia calando secondo la legge di Omori: ancora oggi, se dici a qualcuno di tornare pure a dormire nel suo letto - e stanotte si riattiva la faglia - tu sei imputabile per omicidio colposo. Perché non sai comunicare bene. L'unica cosa è smettere di comunicare, come credo gli scienziati italiani dovrebbero fare. Ci pensino i giudici, al prossimo terremoto, a informare la popolazione in modo professionale e corretto. Almeno se sbagliano loro non vanno in galera.

Io ho una teoria su come siano andate le cose all'Aquila, che non riuscirò mai a provare e forse è meglio così: credo che la riunione del 31 abbia creato un fungo mediatico che la maggior parte degli aquilani ha decifrato come "no panic, state a casa". Non credo che abbia senso incolpare gli scienziati di averlo sollevato, perché si sarebbe sollevato comunque, qualsiasi cosa avessero detto. Mi ha fatto molto riflettere una cosa che ho letto su questo pezzo di Nature dell'anno scorso: all'Aquila c'era chi leggeva i quotidiani e consultava internet, e chi continuava a fare alla vecchia maniera. I tradizionalisti quella sera hanno dormito fuori. I beneinformati hanno dato un'occhiata alle news e hanno deciso di restare dentro. Le tradizioni ancestrali si sono mostrate più efficaci di internet. Non è una buona notizia: non solo perché facciamo fatica a trovare le informazioni su internet, ma anche perché ci stiamo dimenticando le vecchie tradizioni ancestrali. Ce ne andiamo brancolando nel buio, di buono c'è che possiamo sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa, e un giudice che ci dia ragione.
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Se non crei panico sei un omicida

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Nel giugno scorso la Commissione Grandi Rischi - la stessa di cui si parla oggi a causa della controversa sentenza dell'Aquila - finì nell'occhio del ciclone per avere lasciato intendere, in un documento ufficiale, l'eventualità di un'altra forte scossa nella bassa emiliana. In questa zona, dove migliaia di persone e attività stavano cercando di riprendersi dall'incubo di fine maggio, la Commissione fu accusata senza mezzi termini di disfattismo. In realtà (ne diedi conto su questo blog) il documento non conteneva nessuna previsione; si limitava a indicare la zona più a rischio "nel caso di una ripresa dell’attività sismica nell’area già interessata dalla sequenza in corso". Quella che circolava sui quotidiani e nel passaparola tra bar e tendopoli era una non-notizia: stava per arrivare un'altra scossa forte, lo avevano detto gli scienziati. Che gli scienziati avessero in realtà scritto tutt'altro era ormai un dettaglio. La scossa forte non è poi arrivata - anche se lo sciame prosegue - e le accuse di allarmismo ingiustificato nei confronti della Commissione sono cadute nell'oblio, come succede sempre nei casi di profezia non riuscita. Se viceversa una scossa fosse arrivata, i membri della Commissione sarebbero stati portati sugli altari per una previsione che in realtà non avevano mai fatto (continua sull'Unita.it, H1t#150).

Così vanno le cose in Italia, un Paese che ha un rapporto complicato con la scienza. A scuola la studiamo poco, in compenso la veneriamo, come veneravamo prima di lei gli dei che ha sostituito. Non abbiamo la minima idea di come funzioni, ma ci fidiamo ciecamente di lei: è un libro con tutte le risposte, basta saperlo aprire alla pagina giusta. Quando scopriamo che non è così, che alcune pagine sono ancora vuote o lacunose, ci scandalizziamo. L’idea che i terremoti non si possano prevedere come gli acquazzoni tuttora ci destabilizza: sempre in giugno Grillo si domandava a cosa servissero i sismologi coi loro sismografi, visto che non sanno dare i giusti consigli alla popolazione. I sismologi, dal canto loro, si trovano in una situazione senza via d’uscita: in presenza di uno sciame sismico non possono certo escludere l’eventualità di una scossa catastrofica. Al massimo possono ricordare che è un’eventualità statisticamente limitata. Se poi la catastrofe, in barba alle statistiche, si avvera, verranno accusati di avere minimizzato il rischio e condannati per omicidio colposo (è il caso dell’Aquila); se invece non arriva, come nel giugno scorso, qualche cittadino, qualche industriale danneggiato dal panico potrebbe denunciarli per procurato allarme. Cosa resta a loro da fare?
Cambiare mestiere, probabilmente. Inutile ribadire che né all’Aquila né in Emilia la Commissione poteva prevedere il tempo e il luogo esatto di una scossa; inutile lamentarsi del fatto che le comunicazioni degli esperti vengano sistematicamente fraintese e distorte. Forse quella che manca tra gli italiani e gli scienziati è una lingua comune. Eppure il verbale della famigerata riunione del 31 marzo 2009 sembra abbastanza chiaro: i membri della Commissione non escludevano “‘in maniera assoluta” che potesse verificarsi un sisma distruttivo come quello del 1703, e tuttavia lo consideravano improbabile, dal momento che le scosse pur numerose registrate fino a quel momento non avevano nessun carattere precursore. Ma quello è il contenuto tecnico della riunione, quello che non interessa più nessuno. Se tutti i membri della Commissione ieri sono stati condannati per omicidio colposo è per un contenuto mediatico, qualcosa che nel verbale della riunione non c’era – ma che forse c’era sui titoli dei quotidiani locali l’indomani mattina, e senz’altro è rimasto nella memoria collettiva degli aquilani: un invito a dormire tranquilli nelle proprie case. Gli scienziati non scrissero questo, ma forse giornalisti e cittadini volevano sentirselo dire. La distorsione del messaggio fu probabilmente causata anche dalla polemica tra il capo della Protezione Civile Bertolaso e Giampaolo Giuliani, dalla necessità di prendere le distanze dal sismologo-fai-da-te che pochi giorni con le sue previsioni a base di radon aveva spaventato inutilmente gli abitanti di Sulmona. E tuttavia a pagare per ora non sono né Bertolaso né Giuliani, bensì degli esperti che fecero semplicemente il loro mestiere, senza prevedere o minimizzare nulla.
Il 28 gennaio del 2012, in seguito ad alcuni eventi sismici di lieve intensità in Valpadana, la Commissione diramò un breve comunicato in cui si paventava “la possibile riattivazione di strutture che in passato hanno generato terremoti di maggiori dimensioni (magnitudo 6 e oltre)”. La Commissione chiedeva pertanto “di curare in modo particolare l’aspetto della comunicazione in tutte le fasi del terremoto – prima, durante e dopo – in modo da trasmettere un messaggio coerente e conseguente alla popolazione e alle autorità”. Forse la maggiore attenzione della Commissione nei confronti della comunicazione, della necessità di un “messaggio coerente e conseguente”, è dovuta alla brutta esperienza dell’Aquila. Può darsi che gli incontri di prevenzione organizzati nei mesi successivi nelle scuole emiliane abbiano dato qualche frutto: senz’altro le migliaia di studenti che il mattino del 29 maggio evacuarono decine di scuole senza nessun grosso incidente sono la migliore dimostrazione che una politica di prevenzione, in Italia, è possibile. Certo, tra esperti e cittadini bisogna capirsi, e non sempre c’è la volontà (politica, culturale) di farlo. Da semi-terremotato posso testimoniare che la tentazione pre-moderna di prendersela con gli scienziati, di sacrificarli alla prima previsione fraintesa o errata, è ancora fortissima. http://leonardo.blogspot.com
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Sono emiliano e non sto reagendo bene

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Qui spiega perché questa
è la carta più importante.
"Emiliano" è una parola che mi lascia sempre perplesso. Tuttavia vorrei in quanto emiliano un po' terremotato lasciar scritto che Gabrielli oggi mi ha offeso. Dicendo senza mezzi termini che *noi* avremmo reagito meglio degli aquilani, Gabrielli ha perso una straordinaria, meravigliosa occasione per tacere.

Un'occasione favolosa, che spero non si lascerà sfuggire più. Non è soltanto la goffaggine di passare sopra una tragedia di 300 morti, per il capriccio di paragonarla a una disgrazia che in una zona molto più vasta ne ha fatti una trentina; non è la cialtroneria che si potrebbe perdonare a un qualsiasi avventore di bar o di forum o Sgarbi, ma implausibile in uno che di mestiere fa il capo della Protezione Civile. Non è la disonestà intellettuale di chi mescola, e sa di farlo, le mele con le pere, una scossa con magnitudo 6 e un epicentro nei pressi di un capoluogo regionale con uno sciame di magnitudo inferiore, che ha fatto comunque danni immensi, ma che sarebbe stato ben altrimenti catastrofico se avesse lambito una sola delle grandi città a poche decine di chilometri dalle faglie.

No, è proprio che questo mito dell'emiliano che reagisce bene ha rotto il cazzo, definitivamente. Tante grazie Gabrielli che reagiamo meglio di una città universitaria in cui crollano gli edifici storici e la casa dello studente. Tante grazie che, essendo inseriti in un contesto produttivo più dinamico di quello abruzzese (anche se in crisi fissa) abbiamo tenuto botta e riaperto il prima possibile. Avevamo alternative? Tante grazie che non abbiamo aspettato che si sbloccasse la burocrazia degli aiuti. Tante grazie al cazzo, Gabrielli. Vieni dalle nostre parti a dirci quanto siamo bravi a riaprire delle aziende col rischio di finire in galera se poi arriva un'altra botta da 5 e casca un altro tetto. Vieni a dire alla gente che ha perso la casa, e se la rifarebbe pure, ma non ha chi gli faccia credito; vieni a dirgli che dev'essere fiero di essere un emiliano che si comporta meglio di un aquilano. Vieni qui a dire le tue cazzate Gabrielli. Vai in una qualsiasi tendopoli tra Novi e Finale a spiegare perché dopo trenta giorni, con la canicola di luglio, erano già finiti i soldi: vediamo se te la cavi con una bell'ode al pensionato emiliano propositivo pieno di voglia di vivere, ma anche, perché no? di crepare in una tenda a ferragosto! Vieni vieni, non aver paura, siamo gente ospitale noi.

Alla mia finestra c'è il solito campanile. Quattro mesi fa transitavano gli sciacalli, all'inizio non era così facile trovare qualcuno che restasse di guardia lì sotto. La seconda notte arrivò a darmi il cambio uno di Sulmona, AQ. Rimase una settimana, faceva tutti i turni di notte. Spiegaglielo pure a lui quanto sono superiori gli emiliani, Gabrielli.
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E il Veneto? (e il Vesuvio?)

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Va bene, abbiamo capito, siamo una terra sismica e avremmo dovuto saperlo prima. Facevamo finta di niente, ignoravamo tutti gli indizi che pure erano a portata di mano, scommettevamo sul fatto che certe cose capitano una generazione ogni venti, vuoi proprio che dovesse capitare a noi? Siamo stati ingenui e sprovveduti, criminalmente sprovveduti. Soprattutto coi capannoni: li volevamo sempre più grossi, sempre più alti, sempre più rapidi da tirar su, ci siamo tirati il collo per acquistare o prendere in affitto delle trappole per topi. È stata una grossa cazzata. Però possiamo rimediare. I morti restano morti, ma i feriti possiamo curarli, i senzatetto indennizzarli, e l'Emilia può diventare antisismica, se si impegna. Ci vorranno soldi ma li troveremo, ci aiuterà l'Italia e persino l'Europa, e in generale ci aiuteremo da soli. Magari nel giro di pochi anni la casetta di legno diventerà un elemento tipico del paesaggio, dove prima c'era il casolare ristrutturato. Magari i nuovi capannoni antisismici saranno anche più belli. In fondo tutto cambia, perché non dovrebbe cambiare la Bassa, anche in meglio. Va bene.

E il Veneto?
Perché, cosa c'entra il Veneto, adesso? (Scopritelo sull'Unita.it, H1t#134).

No, niente, è che… anche il Veneto, come l’Emilia, non esiste. Sono due nomi diversi per una terra che non comincia e non finisce, e si stende tra le Alpi e gli Appennini. Ci passa un fiume in mezzo, ma le faglie corrono molto più sotto, ignorando le futili divisioni amministrative. Quindi la domanda è: mentre qui ci mettiamo a montare case di legno (per ora sono poco più di rimesse per gli attrezzi, ma qualcuno la sta già ordinando coi servizi e la veranda), in Veneto qualcuno si preoccupa di verificare l’antisismicità degli edifici? Mentre noi ripensiamo totalmente la tipologia delle strutture nelle zone industriali, in Veneto qualcuno ci sta facendo un pensiero? O continuano a timbrare il cartellino e a entrare nei loro capannoni come niente fosse? Perché il Veneto è sismico quanto lo siamo noi. Perché il terremoto padano più distruttivo del medioevo non ebbe un epicentro in Emilia, ma tra Verona e Brescia: nel 1117, fece crollare il rivestimento esterno dell’Arena e il duomo. Naturalmente è lecito sperare che a una generazione che ha vissuto da bambina il terremoto del Friuli e da grande quello in Emilia almeno un sisma in Veneto dovrebbe essere risparmiato. Ma lo sciame che è venuto di qua dal Po, sarebbe potuto venire anche di là. Il fatto che sia venuto qua piuttosto che là non dovrebbe cambiare nulla. Certo ora noi siamo spaventati, siamo ansiosi, ci teniamo a mettere in sicurezza le nostre case e le nostre fabbriche, ma perché in Veneto non dovrebbero essere altrettanto preoccupati?
Dico il Veneto perché è una regione poco lontana, simile per prodotto lordo, per densità di popolazione… e per rischio sismico. Ma a ben vedere il discorso vale per tutte le regioni d’Italia: per qualcuna più che per le altre, ma nessuna dovrebbe sentirsi esclusa. Basta dare un’occhiata alla storia sismica del nostro Paese. Se però qualcuno vuole previsioni più accurate, c’è un altro fenomeno ricorrente che è particolarmente in ritardo sulla sua tabella di marcia: il Vesuvio. Da qualche secolo a questa parte si era stabilizzato in un ritmo ciclico, che prevedeva un’eruzione distruttiva più o meno ogni quarant’anni. L’ultima si è verificata durante la Seconda Guerra Mondiale. Poi più niente. Il periodo ciclico si è evidentemente interrotto, e i vulcanologi ritengono che la prossima eruzione sarà particolarmente disastrosa. Capite cosa abbiamo qui? Qualcosa che i sismologi non possono assolutamente darci, la previsione di un disastro in una località geografica ben definita, i vulcanologi ce la servono un vassoio d’argento. Il Vesuvio erutterà: è già esploso in passato, e sappiamo bene cos’è successo. Una nube ardente, di gas ad altissima temperatura, sterminò la popolazione di Pompei. I lapilli poi la coprirono. Quel che è successo nell’antichità potrebbe succedere ancora: l’unica differenza importante è che oggi alle pendici del Vesuvio non sorgono alcune fiorenti cittadine, ma la seconda o terza hinterland italiana per densità di popolazione. Mentre noi qui ci riorganizziamo e ci addestriamo a reagire meglio a una calamità che nel nostro territorio potrebbe non ripresentarsi più per altri 300 anni, sotto al Vesuvio fanno qualcosa? Ci sono ancora feriti durante le esercitazioni? La statale è ancora parzialmente ostruita dallo sverso dei rifiuti? Il Vesuvio prima o poi si risveglierà. È un’evenienza ben più probabile e facile da localizzare di qualsiasi prossimo terremoto. Non c’è bisogno di consultare indovini o scienziati maledetti: il disastro è già stato previsto, il luogo dove si verificherà lo conosciamo. Vogliamo parlarne?
Spero di sbagliarmi, ma ho la sensazione che no, non se ne voglia parlare. Che almeno a un certo livello si sia già fatto un calcolo, troppo osceno per essere divulgato, e si sia concluso che anche in questo caso sarà più semplice sensibilizzare gli italiani dopo il disastro che prima. Ho la sensazione che nei cassetti delle redazioni, dove si tengono i coccodrilli per quei personaggi anziani che potrebbero morire da un momento all’altro, si possano trovare anche gli editoriali furenti e dolenti per un disastro naturale terribile e terribilmente annunciato – l’eruzione del Vesuvio. Con gli spazi bianchi dove inserire lo spazio per le vittime (decine? centinaia? di più?) e i miliardi di danni; e tante parole di sdegno per la speculazione edilizia sul cono del vulcano; per le prove di evacuazione insufficienti; per la criminale miopia della classe politica. Che forse non è poi così miope davvero. Forse – ed è terribile pensarlo – ha semplicemente già fatto i suoi conti.http://leonardo.blogspot.com

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Piccoli uomini Grandi rischi

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Ma quelli che oggi si lamentano perché la Commissione Grandi Rischi ha segnalato il rischio di altre scosse, sono gli stessi che prima si lamentavano perché i sismologi non riuscivano a prevedere i terremoti e ad allertare la popolazione?

Certo che dev'essere dura fare i sismologi in Italia. Fino a pochi giorni fa Beppe Grillo e compagnia si lamentavano del fatto che non riuscissero a fare previsioni accurate almeno come quelle del meteo ("Se il meteo ci dice che domani pioverà, terremo a portata di mano l'ombrello. Ma se non viene nemmeno annunciato il rischio di un forte terremoto, perché il Comune non ci dice come comportarci?") Ora che i sismologi hanno indicato con una certa precisione l'area a maggior rischio, ecco che li si accusa di voler seminare un panico ingiustificato.

Una domanda antipatica: il documento della Commissione Grandi Rischi che ha fatto infuriare tanta gente (qui nell'Emilia terremotata e altrove), quanti lo hanno letto davvero? Perché purtroppo la voce che correva tra tendopoli e bar, il giorno dopo, era la solita: "hanno detto che sta per arrivare un'altra scossa forte". Oltre all'angoscia, che a un certo punto dovremo cominciare a gestire, stavolta si è sentita anche una certa rabbia, forse dovuta alla sensazione che lo sciame comunque si stia disperdendo: scosse se ne sentono ancora tutti i giorni, ma ogni giorno un po' meno, e meno forti (la stessa cosa, purtroppo, la stavamo pensando alla vigilia del 29 maggio). E quindi, insomma, cos'è questa Commissione che insiste a farci paura? (continua sull'Unità, H1t#131).

La Commissione, in realtà, ha semplicemente fatto il suo mestiere. Non ha omesso di notare che “le scosse di assestamento stanno decrescendo in numero e dimensione”, almeno nell’area centro-occidentale, e ha segnalato che viceversa il segmento centro-orientale (tra Finale e Ferrara) è quello più a rischio “nel caso di una ripresa dell’attività sismica nell’area già interessata dalla sequenza in corso”. Forse valeva la pena di sottolinearlo, quel “nel caso di”, perché la Commissione non dà affatto per scontato che arrivino altre scosse forti: afferma soltanto che qualora riprendesse l’attività sismica, è tra Finale e Ferrara che bisogna aspettarsi la scossa più forte, paragonabile “ai maggiori eventi registrati nella sequenza”.
Ma non si era detto fino alla noia che i terremoti non si potevano prevedere? Infatti (qui una spiegazione di un sismologo vero). Il massimo che si può fare è segnalare un’area più o meno vasta dove più facilmente potrebbe verificarsi la prossima scossa forte. Cioè quello che la Commissione ha fatto – seminando il panico in chi non ha letto bene, o ha creduto al sentito dire. Forse, tenuto conto della condizione emotiva di chi vive nella zona, il comunicato di sintesi poteva essere scritto in un italiano più semplice. Ma forse tocca anche a noi cercare di capire quello che gli esperti ci stanno dicendo, prima di spaventarci inutilmente.
Ma il panico è sempre ingiustificato. La prossima scossa, se ci sarà, non dovrebbe essere più terribile delle altre. Per il semplice motivo che ormai ce l’aspettiamo, sappiamo come comportarci, abbiamo già verificato la tenuta delle nostre abitazioni e non dormiamo in quelle a rischio; abbiamo capito che non dobbiamo gettarci dalle finestre o dalle scale, né sostare sotto i cornicioni. Tutte cose che in teoria avremmo sempre dovuto sapere, ora le abbiamo imparate, meglio che dopo tutte quelle esercitazioni annuali che non prendevamo mai sul serio. Chi sa cosa aspettarsi non dovrebbe più vivere nell’angoscia. Certo, una scossa nel cuore della notte continuerà a rovinarci il sonno. Certo, non abbiamo la minima idea di quando finirà, e questa cosa ci lascia sgomenti. Ma se il terremoto non si può controllare, la nostra angoscia e il nostro panico sì, possiamo combatterli. Smettendo per esempio di aspettare che un espertone ci dica che siamo fuori pericolo: lasciamo perdere, quell’espertone non ce lo dirà mai, finché non ce ne accorgeremo da soli. http://leonardo.blogspot.com
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Non imboschiamoci

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Ciao, sono un campanile in controtendenza
Oggi avrei qualcosa da dire, purtroppo non tanto a voi che leggete, quanto ai miei compaesani tra Modena e Carpi che dormono ancora in auto o in tenda. Difficilmente verranno qui a guardare - però due cose comunque io devo scriverle, e sono queste.

Prima cosa: chiunque vi dica che c'è un altro grosso terremoto in arrivo - e so che ce ne sono, so che la voce gira - vi sta mentendo. Nel migliore dei casi è un mitomane, nel peggiore un infame, uno sciacallo: e così dovete trattarlo. Non vi chiedo di prenderlo a ceffoni, anche se li meriterebbe, ma ridetegli in faccia: ridicolizzatelo, umiliatelo, fate sì che si vergogni di andare in giro a dire certe cose, e che chi lo ascolta si vergogni di avergli dato retta per più di un istante. I terremoti non si prevedono: i terremoti si sconfiggono con la prevenzione, la prudenza e il coraggio.

L'altra cosa che vorrei dirvi è appunto questa: ci vuole coraggio. Un po' di più di quello che abbiamo avuto fin qui. Vorrei dirvi che il terremoto è un evento catastrofico, che scatena sotto le case l'energia di un bombardamento misurabile in megatoni; però anche il terremoto non è che sia più forte di noi. Di noi tutti assieme, intendo, se ci facciamo coraggio. Chi ha una casa distrutta ha tutto il diritto di piangerla, ma guardiamoci negli occhi: la stragrande maggioranza delle nostre case non è distrutta. La stragrande maggioranza delle nostre case ha ballato su una scossa superiore ai cinque magnitudo, ed è ancora lì. Lo sapevate di avere case così robuste? Ora lo sapete. E quindi adesso si tratta di tornarci, di riprendere a vivere e a lavorare. So anch'io che non è facile.

Ci vuole coraggio. Quel coraggio che hanno avuto per esempio i nostri nonni, molto più poveri di noi, che si sono presi una medaglia d'oro. C'era il nazismo e loro hanno avuto un po' di coraggio. Non credo che oggi ce ne serva più di quello che hanno avuto loro. Noi poi andiamo molto fieri del loro coraggio, lo festeggiamo tutti gli anni e non facciamo che parlarne: ecco, è l'ora di mostrare che lo ricordiamo per un motivo. Fingete solo per un attimo che il terremoto sia il nazismo: che si fa, si scappa? È' un nemico insensato che rade al suolo paesi inermi, e lo fa per spaventarci: ci imboschiamo?

Io non posso dirvi quando finirà - e chiunque sostiene di potervelo dire è un bugiardo, un traditore, una spia. Potrà metterci anni, e forse ci saranno altre crepe e altri caduti. Può benissimo succedere, e allora? L'unica cosa che so è che alla fine se ne andrà, perché alla fine i terremoti se ne vanno tutti: e avremo vinto noi. Se non saremo scappati, se avremo tenuto in vita i centri piccoli e grandi, se non l'avremo data vinta al declino e alla paura del declino, che sono la stessa cosa. Quel giorno avremo vinto: e ricorderemo chi è caduto perché cercava di rimettere in funzione una linea di produzione; ricorderemo chi ha tenuto i negozi aperti anche oggi 2 giugno; chi ha aiutato negli ospedali da campo e nelle tendopoli; chiunque abbia lottato ogni giorno per tornare a una vita normale; e gli imboscati non li ricorderemo. Avete paura per la vostra famiglia? Mettetela al sicuro, ma poi tornate qui. Abbiamo bisogno di voi, anche solo per festeggiare quando sarà tutto finito. Le vostre case, in nove casi su dieci, non vi hanno tradito: non lasciatele sole.

(C'è anche un'altra cosa. L'altra sera, al presidio contro gli sciacalli, c'erano volontari venuti da Reggio ad aiutare. Molto nobile da parte loro: ma davvero vogliamo farci salvare le case, col rispetto parlando, dai reggiani?)
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Grillo, i terremoti, le pseudoscienze

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Io credo che di Beppe Grillo si debba parlare seriamente, come di un leader di un grande movimento politico e di opinione che si merita rispetto più di tanti segretari di partitini. Per questo mi dispiace, sinceramente, che in una giornata come quella di ieri così angosciosa per le migliaia di persone che vivono a poche decine di km da un sisma infinito e imprevedibile, Grillo abbia deciso di dare spazio sul suo blog a Giampaolo Giuliani, scrivendo che "è in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto": cosa che lo stesso Giuliani non è mai riuscito a dimostrare. Grillo scrive che "la sua ricerca sui precursori sismici ha salvato la vita a quanti, nel 2009 in Abruzzo e in questi giorni in Emilia Romagna, hanno dato ascolto ai suoi allarmi". Nel 2009 Giuliani prevedette effettivamente un forte sisma in Abruzzo (in un momento in cui lo sciame sismico era già iniziato), ma sbagliò il giorno e il luogo. Quanto all'Emilia Romagna, non mi pare che Giuliani avesse dato allarmi di sorta; del resto la regione è ben lontana dallo spettro dei suoi rilevatori. Presentare Giuliani come l'uomo che avremmo dovuto ascoltare per salvarci la pelle è molto più che una sciocchezza: è un insulto alla gente che in queste ore sta cercando di mantenere la calma e comportarsi in modo razionale, in un contesto che di razionale purtroppo non ha niente. Non possiamo "anticipare" tempi e luoghi dei terremoti, con buona pace di Giuliani, al quale auguro di riuscirci un giorno. Però Grillo sa che vorremmo esserne capaci, di più: che lo pretendiamo. Forse è questo che lo ha reso leader di un grande movimento di opinione: aver capito come soccorrere la fede dei delusi. Cerco di spiegarmi meglio.

Un terremoto è qualcosa che scuote le nostre certezze, ci riporta a quello stato di impotenza in cui l'uomo primitivo ha cominciato a elaborare i miti: tentativi di spiegare l'inspiegabile, o almeno di raccontarlo. In mancanza di una scienza e di una memoria storica, presupporre l'esistenza di esseri supremi che scagliano fulmini o scuotono la terra dal sottosuolo non era così irragionevole. Prima di diventare favole per bambini e letterati, i miti sono stati ipotesi. Oggi non ne abbiamo più bisogno, si dice, perché abbiamo la scienza. Il problema con la scienza, in particolare da noi in Italia, non è che non la studiamo abbastanza - senz'altro potremmo studiarla di più, e metterla al centro del nostro sistema educativo; non sarebbe una brutta idea. Però alla fine non è esattamente questo il problema. Il guaio è che, pur conoscendola male, la diamo tutti per scontata. Ci fidiamo di lei. Crediamo che abbia tutte le risposte: basta consultarla e ci spiegherà ogni cosa. In sostanza, invece di sostituire la religione con la scienza, abbiamo fatto della scienza una religione (continua sull'Unita.it, H1t#129).

Ma la scienza non è una religione: non ha tutte le risposte, non ci salva sempre il sedere, non è il suo compito. Lo si vede molto bene nella fase immediatamente successiva a un terremoto, quando ci accorgiamo, una volta di più, che la scienza non ce lo ha predetto: perché questa cosa che ci aspettiamo da lei, che quasi diamo per scontata, la scienza non la fa. Non è l’oroscopo, non è cartomanzia: se ci fossero sistemi efficaci di predizione la scienza li userebbe; un giorno forse gli scienziati li troveranno e li useranno; nel frattempo però le predizioni non le sanno fare, e (tranne Giuliani) non hanno mai detto di saperle fare. Questa cosa ogni volta ci sorprende e ci addolora. Pensavamo che la scienza fosse un oracolo. Lo pretendevamo. Sui social network la gente si lamenta: ma che ci stanno a fare i sismologi se non sanno neanche dirci quando viene un terremoto? Perché non fanno le previsioni dei sismi, come quelle del meteo? È un’ingiustizia, una negligenza, un complotto dei poteri forti, eccetera. Alla fine siamo più superstiziosi dell’uomo primitivo: lui la teoria del Dio che scaglia il fulmine la elaborava in mancanza di meglio, ma almeno elaborava qualcosa. Noi non elaboriamo più: siamo convinti che da qualche parte esista un libro con tutte le risposte dentro. Se solo lo aprissimo, scopriremmo che è un libro imperfetto, che contiene ancora più domande che risposte. Non lo ha scritto un’autorità onnisciente, ma uomini imperfetti come noi. Per esempio, alla pagina “come prevedere i terremoti” per adesso c’è un bel vuoto. Questo noi non lo possiamo assolutamente consentire. Quella pagina da qualche parte dev’esserci: magari qualcuno ce la nasconde per un secondo fine. Per fortuna che c’è gente come Giampaolo Giuliani, a riempire gli spazi criminalmente lasciati vuoti.
Molte pseudoscienze funzionano così: servono a salvare la nostra fede incorreggibilmente religiosa nei confronti della scienza. L’economia, quando non è troppo difficile, è un enorme spazio rimasto bianco: sostituiamolo con la mistica del ritorno alla lira, o quella del signoraggio. I terremoti sono imprevedibili? Sarà colpa di HAARP, o del fracking (che in Italia ancora non si è fatto). Internet, che secondo le fantasie apocalittiche di Casaleggio dovrebbe creare un impero mondiale di condivisione, per ora rimane un serbatoio da cui attingere teorie strampalate adatte all’uso. Prima o poi durante un nubifragio qualcuno tirerà fuori l’idea di un Dio del fulmine arrabbiato con noi; in fondo non è un’ipotesi così irragionevole, in mancanza di scienza e di memoria. http://leonardo.blogspot.com
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Ciao Crepa

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Qui si ostenta sicumera, ma la terra continua a tremare, e noi sopra. In classe basta un sussulto, un libro che cade, un urlo di un collega (più spesso un urlo mio) e qualcuno già infila la testa sotto il banco. In giro camminano tutti come se avessero il sismografo in tasca, diciamo in tasca. Certe crepe storiche, crepe secolari, le abbiamo scoperte lunedì e adesso tutti i giorni andiamo a trovarle, ciao crepa come stai? Hai messo qualche ruga, si vede che anche tu dormi poco. Va bene. Fine della lagna, tra qualche mese ci rideremo sopra. Qui il conto corrente di solidarietà. Qui un invito della Pubblica Assistenza di Modena a evitare le iniziative personali (sono controproducenti in questa fase). Qui gli ultimi aggiornamenti su come e quando acquistare il parmigiano della Casumaro (dai che la dieta può aspettare).

Di solito metto una foto, però di campanili e casari in pezzi ho la nausea, perdonate.

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Hanno rotto i maroni (i Maya)

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Parlo da una casa - lievissimamente danneggiata - a 40 km dall'epicentro, anche se per fortuna la notte della scossa ero altrove. Non ho rimproveri da fare al mondo dell'informazione, tranne uno. Quando ho cercato testimonianze di prima mano, su internet le ho trovate quasi in tempo reale. Ma presto sono arrivate le immagini, anche sulle tanto snobbate emittenti locali. Ieri pomeriggio conoscevo già l'entità dei danni nel mio comune, e gli edifici pubblici che stamattina sarebbero rimasti chiusi. Tutto sommato la televisione mi ha dato tutto quello che mi serviva, più una cosa che non mi serviva affatto, e questa cosa è la telefonata di Red Ronnie.

Ecco, io non avevo veramente bisogno che il Tg1 (ma non solo il Tg1) mi facesse ascoltare le speculazioni di Red Ronnie a proposito di congiunzioni astrali e profezie Maya. Mi domando in effetti chi ne abbia bisogno. In generale, se c'è qualcosa di cui a 40 km dall'epicentro non si sente alcun bisogno, è un po' di paura in più, un po' di procurato allarme. Red Ronnie probabilmente non se ne rende conto, ma chi ha deciso di intervistarlo per il Tg1 dovrebbe. Non si fanno i tarocchi sulle emittenti nazionali del servizio pubblico: non si cura il malocchio con le fatture e non si tirano in ballo le Pleiadi per un sisma con epicentro a Finale Emilia. Se era uno scherzo, non faceva ridere. Ma non era uno scherzo, vero? (Continua sull'Unita.it, H1t#2^7)

 E allora ci restano due possibilità. O al Tg1 non sono più in grado di distinguere tra scienza e ciarlataneria, o ritengono che la ciarlataneria vada benissimo per il loro pubblico: dopotutto poco prima del Tg1 su Rai2 c’era Paolo Fox con l’oroscopo. Dopotutto col suo libro sulle profezie Maya il presentatore di Voyager ha fatto guadagnare alla ERI edizioni RAI dei bei soldini. Se lui ha potuto terrorizzare una generazione di preadolescenti con favolette sulla fine del mondo, perché anche Red Ronnie non può buttar lì i Maya e un vulcano in Honduras in una telefonata? Dopotutto almeno è in buona fede, Red Ronnie.
Ecco, io non so davvero quale delle due ipotesi sia la peggiore. Sul serio al Tg1 qualcuno considera autorevoli le opinioni di Red Ronnie sugli allineamenti astrali che provocano i terremoti? E se invece le ritenete scemenze, perché le diffondete a ora di pranzo su una popolazione che – lasciatevelo dire a 40 km dall’epicentro – è piuttosto terrorizzata? Qual è il senso, visto che stavolta non avete nemmeno, come aveva Giacobbo, un libretto da venderci? Temo che un senso non ci sia, che ormai si è capito che l’apocalisse tira così bene che si distribuisce gratis anche quando non ce n’è alcun bisogno, quando non serve a nessuno. http://leonardo.blogspot.com
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Il terzo segreto di Fatima +1

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13 maggio - Madonna di Fatima.

(Questo pezzo fa parte della top10 delle madonne più incredibili della cristianità! clicca qui per ricominciare dall'inizio).

31 anni fa oggi, a Piazza San Pietro Mehmet Ali Ağca sta per sparare il terzo colpo (o il quarto), quando una suora e un addetto alla sicurezza del Vaticano lo atterrano. Stacco. Dieci giorni prima, un monaco trappista dirotta un Boeing 737 in Normandia e minaccia di dar fuoco all'aeroplano se non gli viene rivelato il Terzo Segreto di Fatima. Stacco. Il Papa Buono dietro una scrivania tiene in mano una busta. C'è scritto, in portoghese: per ordine di Nostra Signora aprire nel 1960. La mano trema. Stacco. Una folla radunata in un villaggio: siamo nell'ottobre 1917, quindi le immagini sono in bianco e nero, tranne che all'improvviso il sole esplode in una supernova arcobaleno. Stacco. Karol Wojtyla parla dal balcone, la sua voce fuori campo annuncia: "gli oceani annegheranno intere sezioni della terra... da un momento all'altro milioni di persone periranno... però non abbiate paura". Dissolvenza incrociata: la statua della Madonna di Fatima, zoom sulla corona, una voce fuori campo: "Perché il Papa non ci volle consegnare la terza pallottola? Oggi magari sapremmo che Ağca non era il solo killer". Zoom sulla corona dorata, ehi, ma quella... sembra proprio una pallottola! Dissolvenza incrociata. Un uomo in bianco sale su una montagna cosparsa di cadaveri, dispensando benedizioni con fare allucinato. Una voce simile a quella di Joseph Ratzinger, fuori campo, dice: "Chi leggerà con attenzione... resterà presumibilmente deluso o meravigliato". Titolo: IL QUARTO SEGRETO DI FATIMA. PERCHÉ LA CHIESA NON VUOLE RIVELARLO? Ecco. Io una puntata di Voyager sulla Madonna di Fatima la lancerei così. E voi probabilmente avreste già cambiato canale da un pezzo. Va bene, ricominciamo.

Il terzo segreto di Fatima è stata l'apocalisse Maya della mia generazione - il solo nominarlo causava a preadolescenti di educazione cattolica autentici brividi di terrore. Considerate le coincidenze: Ali Ağca (in seguito noto anche col nome di "Gesù Cristo il Messia") sceglie per sparare a Papa Wojtyla, di tutti i giorni possibili, il 13 maggio, anniversario della prima apparizione della Madonna ai bambini di Fatima. Un anno dopo (12/5/1982) il Papa, salvo per miracolo, si trova appunto a Fatima, quando il sacerdote spagnolo don Juan María Fernández y Krohn tenta di trafiggerlo con una baionetta. Per don Juan, Wojtyla era un agente di Mosca. Per molti ancora oggi l'uomo di Mosca era Ali Ağca - con o senza intermediazione bulgara. I russi, ma anche la CIA, i Lupi Grigi, i cardinali invidiosi, qualsiasi ente tirato in ballo da Cristo-Ağca nelle settecento versioni che ha fornito. Tutte dotate di qualche grammo di verosimiglianza: i Lupi Grigi erano terroristi laici, senza pregiudiziali, che per soldi potevano far lavoretti per chiunque. Per conto loro avevano messo su un fiorente traffico di stupefacenti che li aveva messi in contatto con tutte le criminalità organizzate d'Europa.

La guerra fredda, nella sua fase finale: il rush della corsa agli armamenti, gli euromissili sepolti sotto le nostre biolche di onesti coltivatori padani, puntati anche verso la Bulgaria. Per chi cresceva negli anni Ottanta, l'apocalisse nucleare era un'opzione. Non dico che ci pensavi tutti i giorni, ma ci pensavi. A scuola ti mostravano The Day After. A catechismo ti parlavano della Madonna di Fatima. Dei meravigliosi doni che aveva fatto ai tre pastorelli portoghesi: per esempio, aveva mostrato loro l'inferno. E consegnato informazioni riservate sulla fine del mondo, con una speciale attenzione per l'Unione Sovietica. Poi li aveva richiamati a sé, due su tre, facendoli morire ancora bambini durante un'epidemia, in modo piuttosto doloroso. La terza viveva semisepolta in qualche convento iberico, e conservava l'immagine specchiata di cose di là da venire.

Ma personalmente la cosa che mi agghiacciava di più era il matto che aveva dirottato il Boeing 737. Si era cosparso di benzina ed era andato a trovare i piloti con un accendino in mano. All'inizio aveva chiesto di farsi scaricare in Iran - era un volo Dublino-Londra, figuratevi, il posto più vicino all'Iran a disposizione era il primo aeroporto di qua dalla Manica. Quando atterra, ai negoziatori chiede che gli sia rivelato il Terzo Segreto, quello che solo pochi alti prelati conoscono. Dieci ore dopo i francesi mandano le teste di cuoio. È facile immaginare che nel frattempo fosse stata consultata la Santa Sede, la quale doveva aver risposto: meglio di no. Cosa c'era di così orribile in quelle quattro paginette scritte a mano, da rischiare piuttosto l'esplosione di un Boeing 737 pieno di passeggeri? È chiaro che un ragazzino di quell'età si fa subito venire in mente cose orribili. Poi crescendo uno all'apocalisse smetta di pensarci tutto il tempo - si diventa razionali, direte voi - in realtà no, il contrario, a un certo punto gli ormoni cominciano a pompare e dei dieci anni successivi ho vaghi ricordi, mi sembra di aver pensato al sesso tutto il tempo. Quando hai 16, 17 anni, anche se ti dicono "fine del mondo", tu non pensi più agli euromissili e al segreto di Fatima, tu pensi Dai, è la volta che si scopa. Cioè, se non stavolta vuol proprio dire che mai.

Questa fase diciamo endocrinosofica della mia esistenza era già in gran parte terminata quando nel 2000 fu finalmente svelato il segreto che mi aveva terrorizzato da bimbo. Come aveva previsto Joseph Ratzinger (allora prefetto della Congregazione per la Difesa della Fede) rimasi deluso. Ma neanche tanto, in fondo è come vedere Belfagor da adulti, o ritrovare lo scivolo altissimo che ti terrorizzava all'asilo, in tutti i suoi due metri di orrido splendore. Tutti i brividi che hai provato ti lasciano giusto una punta di malinconia, come sentire il freddo sotto un'antica otturazione. Ormai sei grande, se ti dicono "fine del mondo" pensi Dai, allora stasera non correggo i compiti... Il terzo segreto di Fatima è il seguente.
Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l'Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c'erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.
Tutto qui? Tutto qui. Per carità, c'è di che stare in ansia: massacri, martiri, un Papa assassinato, innaffiatoi di sangue. E allora perché non fa più paura? (continua sul Post...)

(Clicca invece qui per conoscere, finalmente, la Madonna più spaventevolmente incredibile di tutta la cristianità).
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La terra delle metafore

Magari ci sono altri Paesi là fuori - almeno io voglio sperare che ci siano - Paesi qualsiasi, anormali o più semplicemente imperfetti, dove tra tante navi che ogni giorno tornano a un porto senza intoppi, ce n'è una ogni tanto che cola a picco in circostanze non chiare, lentamente: così che c'è tutto il tempo per i cronisti di accorrere sul posto, o fare ricerche serie sui precedenti della compagnia, degli ufficiali, se la nave aveva avuto altri incidenti in passato eccetera. Intanto i soccorsi procedono, si contano le vittime, le circostanze si chiariscono sempre più, si fa un processo, i quotidiani ne parlano. Magari qualcuno decide di schierarsi contro il comandante, appoggiando le tesi di chi ritiene il suo atteggiamento criminale; altri invece (anche solo per cercare di dire qualcosa di diverso, che è un impulso istintivo del commentatore) si domanderanno se non sia il caso di allargare il quadro, e magari troveranno storie collaterali, che arricchiranno effettivamente la conoscenza collettiva dei fatti. Io credo, voglio credere, che in altri Paesi funzioni davvero così. Ma non nel mio, che si chiama Severgninia.

In questo Paese, se una nave cola a picco, per le prime dodici ore i cronisti non si preoccupano troppo di documentare la cosa: tanto c'è twitter, e per i telegiornali c'è youtube con tutti i filmati di repertorio che vuoi, puoi anche mandare un naufragio di qualche anno fa, nessuno farà caso alla differenza. Nel frattempo le nostre penne da prima pagina non è che stiano a giocare al solitario, anche se da fuori sembrerebbe così: in realtà stanno elaborando. Fuori c'è una nave che sprofonda, sì, un equipaggio che cerca di salvare i passeggeri, sì, e sarebbe anche interessante parlarne, se al pubblico interessasse questo, ma al pubblico non interessa questo, bensì, ci credereste? le metafore. I lettori di giornali nel mio Paese ne vanno matti, si può dire che li comprino esclusivamente per le metafore, e così, capite, i giornalisti sono costretti a dargliene. Loro magari vorrebbero parlare della nave che affonda, ma riescono a metterla in prima pagina solo se precisano che è una metafora del Paese incagliato e alla deriva. Che ci volete fare, a Severgninia è così. Non erano nemmeno finiti i soccorsi, e già si leggevano colonnine sulla metafora del Paese incagliato e alla deriva. Evidentemente ci interessano, sennò non ce le scriverebbero. D'altro canto, una metafora così delicata, così sofisticata, quando ti si ripresenta. Ehi, la sapete la novità? Il nostro Paese è incagliato e alla deriva.

(Ma parla per te, @coglione)
C'è un comandante che, da quel che abbiamo visto e sentito, ha dato prova di un atteggiamento irresponsabile e quasi criminale. Magari domani emergeranno prove che lo scagioneranno, lo riabiliteranno, magari si scoprirà che con la sua manovra ha salvato migliaia di persone, non lo so. Non me ne intendo. In altri Paesi parleremmo di lui, litigheremmo su di lui, per giorni e giorni. Non a Severgninia. A Severgninia riusciamo a parlare di lui per pochi secondi, poi diventa immediatamente qualcos'altro. Una metafora (e ti pareva). Dell'Italia e degli italiani - pardon, della Severgninia e dei severgniniani. Ha fatto una manovra pericolosa? Perché noi severgniniani siamo fatti così, chi di noi non è mai stato tentato di passare vicino agli scogli mentre manovra una nave da crociera. Ha minimizzato il rischio e il disastro? Tipico di noi severgniniani, avanti, confessate: stamattina il termometro segnava meno uno e siete partiti senza catene, tali e quali il comandante. Lui scappa dalla nave che affonda, noi ci diamo malati per non andare a trovare la suocera, una faccia una razza. Gramellini si guarda allo specchio e vede il comandante, ecco perché è interessante il comandante: perché ci aiuta a cogliere qualche sfaccettatura del carattere di Gramellini. Se ce l'abbiamo con lui è soltanto perché ce l'abbiamo con noi stessi. O pensavate che ce l'avessimo con lui perché affonda le navi e scappa? No, macché. Ce l'abbiamo solo con noi stessi, noi severgniniani siamo fatti così. Viviamo nel nostro ombelico e ci lamentiamo della lanugine tutto il tempo.

Avete parlato del Titanic, per inciso complimenti, non è da tutti saper pescare riferimenti storici così originali. Ma appunto, quando sprofondò il Titanic, che voi sappiate i giornali sulle due sponde dell'Atlantico si riempirono di elzeviri sul carattere sfrontato e improvvido degli anglosassoni? Sarebbe valsa la pena di scriverli? Sarebbe valsa la pena di leggerli?

Viene divulgata una telefonata tra il comandante e la capitaneria di porto. Sarebbe molto interessante anche se riguardasse un incidente della marina mercantile, ma in realtà ormai si è capito che parla di noi, la capitaneria di porto è nostro padre, o Mario Monti, o il nostro superego, o le tre cose insieme, mentre invece il comandante è Berlusconi, ma è anche un po' tutti noi, che manovriamo navi da crociera come quando facevamo le penne in motorino, che ci vuoi fare, cambiarci è inutile, lo dice anche la pubblicità della schiuma da barba.

Siamo severgniniani. Tutto quello che succede, ha senso soltanto se è il primo termine di una metafora di cui noi siamo il secondo. Tutto è interessante, a patto che parli di noi, della nostra storia e dei nostri difetti che sono così tanti che le metafore non ci bastano mai - ci vogliono più alluvioni, più terremoti, più naufragi, più dirette di Mentana.

A me poi Severgnini sta mediamente simpatico, e onestamente non so neanche cos'abbia scritto sulla tragedia in questione. Non ce l'ho con lui, diciamo che me ne basterebbe uno solo, ecco. E un altro migliaio sui blog, dove non danno fastidio, per esempio adesso sto severgninizzando al quadrato, ma mica mi pagano. Quello che mi atterrisce, quello che mi atterra proprio, è il severgninismo fatto sistema, la riduzione di ogni evento a metafora per cui se ti capita di affondare una nave non è colpa tua, ma di tutto un popolo, una cultura, una storia che ti hanno portato a manovrare vicino agli scogli, povero capro espiatorio di tutti gli italiani che la mattina non allacciano le cinture. Ecco, secondo me altrove non è così. Spero non sia così. Voglio crederci, che non tutto il mondo è Severgninia.
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Un giornalista indica un vulcano

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Bocca insostenibile

Credo che i meridionali abbiano effettivamente qualche diritto di sentirsi offesi da Giorgio Bocca, che davvero scrisse su di loro cose affrettate e imprecise. Il suo disprezzo, davvero malcelato, non era occasionale: ha ragione Zambardino, esso rappresenta bene l'atteggiamento di una cultura tutt'altro che minoritaria e provinciale, tant'è che Bocca continuò a mostrarlo anche quando terminò la breve infatuazione per la Lega. Bocca è anche in questo caso un'epitome della storia italiana: un piemontese laico e democratico che sbarca nel sud ma non lo capisce, o meglio non capisce cosa ci sia di salvabile, e alla fine – complice la vecchiaia, che sgrava il fardello di speranze a lungo termine – si ritrova a dire Forza Vesuvio.

Di questo fanno bene i napoletani a indignarsi, mentre concludono le loro celebrazioni natalizie – magari quest'anno un po' più sobrie e austere – e si accingono a testare una volta in più i rodatissimi piani di evacuazione che dovrebbero mettere in sicurezza mezzo milione di abitanti nel caso il Vesuvio esploda davvero, visto che è tutt'altro che spento, anzi: la quarantennale eruzione è in ritardo di parecchio, e a questo punto qualsiasi cosa succeda potrebbe succedere piuttosto alla svelta e fare davvero molti danni. È curioso che nessuno ne parli mai. Di Bocca e dei suoi peggiori discepoli del nord sappiamo cosa pensare: è ingiusto aspettarsi informazione su un vulcano da chi per il vulcano fa il tifo. È più strano che ne parlino poco i meridionali, visto che il rischio di nubi ardenti e lapilli sulla superficie di popolosi centri abitati collegati da strade occluse dallo sverso abusivo di rifiuti...




...Voi, per esempio, che vi state toccando in questo momento, ecco, sì: Bocca non perdeva tempo a cercare di capirvi. Vi disprezzava. Buon anno, se non vi è di malaugurio.
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Finché un giorno, un'Onda Anomala

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(Postilla al discorso di ieri)

Il giorno che B. cadrà, dunque, è abbastanza facile immaginare un certo traffico intorno ai resti, tra chi viene a reclamare una fetta di merito e chi a scaricare un briciolo di colpa. Il triste è che avranno quasi tutti ragione: il giorno che cadrà, cadrà per milioni di motivi, e sarà merito di tutti, colpa di nessuno. L'eterogenesi dei fini ispirerà centinaia di tesi di laurea in Storia contemporanea; noi però ai nostri bambini vorremo raccontare qualcosa di più semplice, e quindi cosa? Chi ha sconfitto Berlusconi? Bersani, Pisapia, Ruby, Santoro, Beppe Grillo, chi metteremo in groppa al cavallo, chi equipaggeremo di lancia ammazzadrago?

Mettiamo per esempio che SB si prenda una batosta fatale al referendum – animale di cui molti in questi giorni ti vendono la pelle, come se fosse una bazzecola superare il quorum; invece è quindici anni che nessuno ci riesce. Ma mettiamo che. La prospettiva che si spalanca è pittoresca. L'uomo che per trent'anni ci ha rubato le frequenze, corrotto chi scriveva le sentenze, che ha portato leghisti e postfascisti al governo, le veline ai ministeri, eccetera eccetera, non cadrebbe per mano d'uomo o di donna, ma per uno tsunami. Tante ce ne ha fatte, tante ancora avrebbe potuto farcene, ma un giorno ha avuto l'idea nemmeno così empia di riaprire la pratica sulle centrali nucleari – in fondo, perché no? Se usiamo quelle dei francesi, dei tedeschi... e con una maggioranza meno slabbrata, governatori più disciplinati, avrebbe anche potuto farcela. Ma poi dall'altra parte del mondo la proverbiale farfalla ha battuto un colpo d'ali, due faglie si sono strofinate appena un poco, e un'enorme ondata ha mandato in tilt una centrale nucleare che avrebbe dovuto essere dismessa anni fa. E tutti ci siamo ricordati di Chernobyl. E i tedeschi hanno cambiato idea. E la Cassazione ha approvato il quesito. E SB si ritrova a mollo, ma con uno tsunami è il minimo.

La prima volta che ci ho pensato, la cosa mi ha tolto quasi la voglia di andare a votare. Dopo tutta la fatica che ci è costata sopportarlo, dopo tutti i tentativi che abbiamo messo in scena per tirarlo giù, ecco che arriva la Natura Matrigna – con la sua damigella di compagnia preferita, Lady Sfiga – e lo schiaccia così, come un moschino sul davanzale. E ai bambini racconteremo che era brutto, che era cattivo, che ogni giorno voleva una vergine diversa, ma che comunque ce lo saremmo tenuto, finché non arrivò l'ondata. Un po' come i nostri nonni si sarebbero tenuti il duce se non si fosse messo a imitare Hitler dichiarando guerre a casaccio (Scusate. Avevo promesso: niente anni Quaranta per almeno un mese. Quarantena).

Però, riflettendoci bene, la cosa ha una sua poesia. Sì, forse senza Fukushima ce lo saremmo tenuti un altro po'. Sì, hanno dovuto pensarci gli elementi. Sì, era una forza della natura, istintiva e primordiale, contro cui nulla avrebbero potuto le sparuti e divise brigate della Ragione – così a un certo punto la Natura è venuta a riprenderselo. E nessuno, soprattutto, potrà reclamare il merito. La stessa forza che ha disegnato i continenti, che ha sommerso Atlantide e sotterrato Pompei, un bel giorno ha aperto il libro della Storia d'Italia e ha scritto di suo pugno: exit Silvio Berlusconi. Non è un brutto finale, a questo punto forse è l'unico all'altezza.

Per quel che serve io domenica a votare ci vado, quattro sì (non tutti convintissimi, ma vi risparmio i dubbi su chi ripara le tubature).
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La scuola dell'Apocalisse

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Prof, ma la fine del mondo è vicina?


La scuola dell'Apocalisse (Ho una teoria #67) si legge sull'Unita.it e si commenta laggiù.

Io lavoro nella scuola media, e ci sono cose che mi toccano più o meno tutti i giorni: per esempio, fare l'appello, correggere compiti, e spiegare ai ragazzi che il mondo non sta per finire. Quest'ultima cosa è una relativa novità – ovvero, sarà da qualche anno, più o meno da quando Giacobbo scoprì la bufala dell'apocalisse Maya nel 2012 e decise di mungerla per bene – che ogni tanto mi tocca interrompere una lezione di Storia o grammatica per rassicurare dodicenni impauriti sull'assoluta ininfluenza delle congiunzioni planetarie, sull'inaffidabilità del calendario Maya e soprattutto di Voyager. Però è soltanto negli ultimi giorni che l'apocalisse è diventata un'ossessione quotidiana.

Non è solo colpa della tv. Ormai tutti i miei studenti, anche i meno facoltosi, accedono quotidianamente a internet, anche soltanto per controllare il proprio profilo facebook. Sui social network le catastrofi epocali arrivano per mille rivoli, filtrate da una rete che lascia passare soltanto i titoli più strillati – del resto, qualcuno ha letto titoli non strillati la scorsa settimana? Non credo si sia mai abusato tanto di un termine, “apocalisse”, che a rigore implicherebbe la chiusura immediata dei quotidiani: nel giorno del Giudizio, nessuno si preoccuperà di passare dalle edicole. E non è nemmeno tutta colpa dei giornalisti: la fatidica parola è stata adoperata almeno da una fonte ufficiale, il commissario all'energia dell'Unione Europea, Gunther Oettinger, per descrivere quello che stava succedendo martedì nella centrale di Fukushima. A quel punto chi poteva più impedire ai giornalisti di calcare i toni? Soprattutto quelli delle versioni on line, sempre più vincolati al numero di clic che riescono a ottenere dagli utenti (e si capisce al volo che “Apocalisse” fa più clic di “allarmante fuga di particelle radioattive”).

A tutt'oggi, domenica 20 marzo, non sappiamo ancora se il disastro di Fukushima si rivelerà grave quanto quello di Chernobyl – se non più grave ancora. Ma chi sui media ha gridato per una settimana all'apocalisse non ci ha certo aiutato a farci un'idea. Sicuramente sarà riuscito a vendere qualche migliaio di copie in più, a farsi guardare o cliccare di più. Ma nel farlo ha disseminato in mezzo a noi un'onda di ansia che non sarà cancerogena quanto le radiazioni di Fukushima, ma non è nemmeno del tutto innocua.

Sono soprattutto i ragazzini a non essere schermati. Sono grandi abbastanza per accedere ai titoli urlati, abbastanza inesperti per non capire che si tratta in buona parte di un gioco delle parti mediatico tra i filo-nuclearisti che minimizzano e gli anti-nuclearisti che apocalizzano. Sono nati dopo Chernobyl, parola che sentono pronunciare col tremore con cui in un esorcismo cinematografico si evoca uno dei nomi del demonio: nessuno si prende la briga di spiegare loro che sì, Chernobyl fu una tragedia per russi e ucraini, e anche per gli italiani, a voler prendere per buona la stima choc di tremila morti (Istituto Superiore della Sanità) – ma si tratta più o meno delle vittime di un anno di incidenti stradali in Italia, non della Fine del Mondo. Che è quello a cui pensa un ragazzino, quando sente dire “Apocalisse”. Ha torto? Dobbiamo cambiare significato al termine, visto che i media non riescono più a trattenersi dall'usarlo?

Più che al titolo urlato del quotidiano on line, i ragazzi credono al link catastrofista che un amico gli ha passato su facebook. In nove casi su dieci i link portano a impresentabili siti complottardi, dove l'apocalisse è messa in relazione con ufo, scie chimiche, complotti pluto-masso-giudaici, insomma tutta la paccottiglia che in questi anni si è accumulata negli angoli meno presentabili di internet. Manca solo la solita quartina di Nostradamus-che-aveva-previsto-tutto (ne uscì una, apocrifa, quando erano ancora calde le ceneri dell'11 settembre). In compenso abbiamo una Madonna apparsa a un giovinetto brasiliano che aveva previsto tutto (ma non poteva apparire a un pastorello giapponese?), e a poche ore dallo tsunami c'era già qualcuno su youtube pronto a sostenere che una scossa del genere era stata provocata via satellite dal Nuovo Ordine Mondiale, che ogni tanto avrebbe necessità di sacrifici umani su larga scala.

Sarà anche la fatica di dover sfatare ogni giorno tutte queste sciocchezze, ma è da un pezzo che ho smesso di trovarle divertenti. L'angoscia dei miei studenti di fronte a questi argomenti è reale. Io avevo la loro età ai tempi di Chernobyl e ricordo bene la paura per un evento enorme a cui non si riusciva bene a dare forma. Al tempo però in tv non c'erano Giacobbo e gli altri venditori di apocalisse un tanto al chilo: al massimo Piero Angela, che in prima serata provava a spiegarti cos'erano le radiazioni coi meravigliosi disegni di Bruno Bozzetto. Se oggi riesco a non spaventarmi davanti a un titolo che strilla “Apocalisse”, se conosco la differenza tra fusione nucleare e fusione del nocciolo, tra fuga radioattiva e contaminazione radioattiva, lo devo un po' anche alla tv dei tempi di Quark. Non era perfetta, ma cercava di fornire delle conoscenze ai futuri cittadini. Mentre Voyager, Mistero, e tutti i venditori di Apocalisse cartacei e on line, hanno bisogno soltanto di pesci che abboccano. Il danno che hanno fatto alla nuova generazione coi raccontini dell'orrore che hanno spacciato per approfondimenti scientifici, l'ansia e l'incertezza che hanno distribuito a piene mani per aumentare lo share, vendere un libro o aumentare una tiratura, non possiamo misurarla. Ma probabilmente ci danneggerà nei prossimi anni più delle radiazioni di Fukushima.
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I falsi e i veri Lemming

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Shiva e i topolini

- Stavolta sono Madre Natura, anch'io ho la password – mi è stata data in caso di catastrofi, direi che ci siamo. Io però sono Madre solo per modo di dire, e non è che sia tenuta a rendervi conto di quello che succede in questi giorni. Scrivo soltanto per rassicurare chi in questi giorni si è preoccupato per me. Una cosa abbastanza buffa. Voi. Preoccupati per me. No, state tranquilli, io ho visto passare comete e meteoriti, e ho fulgide memorie di quando l'atmosfera era nera delle polveri di milioni di vulcani. In un modo o nell'altro ce l'ho sempre fatta e ce la farò anche stavolta. No, non vi dovete preoccupare per me.

Del resto so che non potete farne a meno; che siete programmati per farlo. Questa idea che avete di me, come una madre dai capelli bianchi, tradizionalista e un po' rintronata, una da non disturbare mentre lavora ad uncinetto con gli elementi, è una proiezione di qualcosa che vi portate dentro, si tratterà magari della vostra vera madre, si sa che la vostra specie ha sempre avuto un rapporto complesso con gli anziani. Io in realtà sono una tipa sbarazzina che si diletta di fulmini e uragani, e la prospettiva di una contaminazione radioattiva su larga scala, con mutazioni genetiche annesse, mi elettrizza. In generale mi piace tutto quello che rompe gli schemi, distrugge, spazza via, in India mi chiamano anche Shiva, il Distruttore. Voi occidentali fate sempre più fatica a capirlo, questo mio aspetto. Ogni volta che capita un disastro cercate in qualche modo di assumervene la responsabilità, persino la devastazione di Haiti qualcuno è riuscito a metterla in conto a Marx, e ora su facebook fantasticate di raggi della morte che scatenerebbero l'armageddon. Siete nevrotici, a un certo punto vi siete inventati un gioco in cui voi sareste il mio figlio ribelle: voi il Progresso e io il Passato, la tradizione, la conservazione... da quel momento in poi, ogni passo in avanti lo mettete con la sensazione di calpestarmi. Se solo vi rendeste conto che le vostre progressiste pedate non mi hanno mai fatto realmente male, che questo terribile conflitto tra me e voi non esiste, così come non esiste tutta questa distanza tra voi e me... Nulla di ciò che è reale è razionale, e men che meno voi. Non siete Idee che imprimono la Materia, non siete lo Spirito che dà ordine al Caos, non siete nemmeno parassiti che intossicano il grande albero della vita: voi non siete che l'homo sapiens sapiens, un rametto che un giorno si biforcherà, oppure si spezzerà: roba mia fino al midollo, io vi ho fatto e a me ritornerete, non che ve ne siate mai andati molto lontano. Non preoccupatevi per me, davvero.

Se solo vi poteste guardare dall'alto, o dal basso, o da una qualsiasi distanza... Se foste quegli animaletti razionali che pensate di essere, non piazzereste decine di centrali nucleari sull'orlo di una faglia sismica. Vi basterebbe la modesta razionalità delle formiche, quando ottimizzano la struttura di un formicaio in base alla sua funzionalità, invece di gareggiare a chi fa più figli e produce più kilovattora. Se foste razionali avreste avuto tutto il tempo, negli ultimi 50 anni, per creare un'authority sovranazionale che ora distribuirebbe in parti eque l'energia prodotta dai pannelli solari del Sahara, dalle pale eoliche sui promontori degli Oceani, e perché no, da centrali nucleari moderne, sicure, costruite nei luoghi meno esposti alle onde telluriche. Tutto questo un animale razionale lo avrebbe pianificato da tempo, per far fronte alla crescente domanda d'energia. Ma in realtà un animale veramente razionale non avrebbe nemmeno il problema di una crescente domanda d'energia, in quanto si guarderebbe bene dal sovrappopolare il suo habitat naturale: e non per un supposto amore materno nei miei confronti (che non vi ricambio certo), ma perché chi è veramente razionale tende a volersi preservare in vita. Voi no, voi correte verso il disastro in ordine sparso. Guerra nucleare, riscaldamento globale, pandemia, semplice carestia? A chi tocca scegliere, a me o a voi? Ma non fa tutta questa differenza.

Per milioni di anni avete occupato la vostra nicchia, senza disturbare più di tanto. Con la rivoluzione industriale avete cominciato a crescere e moltiplicarvi, buffo, avete inventato le macchine e le avete usate per realizzare un versetto della Bibbia. Eravate tre miliardi nel 1960, quattro quindici anni dopo, adesso siete sei, la crescita è costante. Devo sentirmi impressionata? Non sono impressionata, non siete il primo animaletto che a un certo punto esplode oltre i confini della sua nicchia: quando non riuscirò più a nutrirvi, vi stabilizzerete. Voi stessi lo sapete, nel vostro istinto: nelle cellule di ognuno di voi, forse in un filamento, in una proteina, scalcia il germe dell'autodistruzione. È solo il lato oscuro della vostra volontà di affermarvi, la molla che spinge i vostri ingegneri a cercare il petrolio sotto gli abissi dell'oceano, quando vi basterebbe semplicemente riprodurvi meno e bruciarne meno. È lui che vi spinge a progettare centrali nucleari sulle faglie, e a non dismetterle quando sono vecchie. È l'irrefrenabile impulso ad autodistruggervi, che vi porta a stoccare armamenti ad alto potenziale e armi batteriologiche. Voi vi credete razionali, ma è una sottospecie dell'istinto la presunta ragione che vi governa, e che vi suggerisce quasi sempre la soluzione più economica per me, più micidiale per voi stessi.

Non preoccupatevi di me, sul serio. Io esisterò sulla terra, sempre diversa, finché il sole manterrà una certa distanza e una certa forza gravitazionale. Poi mi spegnerò, e non sopravviverà nessuno per rimpiangermi. Preoccupatevi piuttosto per voi stessi, per le vostre piccole esistenze guidate dall'istinto, che corrono verso catastrofi prevedibili, previste, preventivate. Io, come s'è visto, mi salvo sempre. Ma non ho mai avuto pietà di nessuno, milioni di fossili nei vostri musei ve lo possono confermare.

Avrete sentito parlare dei lemming, quei roditori nordici così lesti a riprodursi che gli eschimesi pensavano che piovessero dal cielo. Non è vero. Non è nemmeno vero che periodicamente corressero verso le scogliere al suicidio di massa: era a una storia a fumetti, che poi diventò un documentario Disney, e da lì in poi non ve la siete più tolta dalla testa. Come ogni leggenda, dice molto soprattutto su chi la racconta. Siete voi i veri lemming, figli del cielo nati per correre: troppo indaffarati e impazienti anche solo per alzare gli occhi e fissare il crepaccio in cui state per lanciarvi. In bocca al lupo, topolini.
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I was wr wr wr wr wr

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"Il fatto è che a volte anche tu ti sbagli, come tutti gli esseri umani".
"Non è vero".
"Massì, ogni tanto scrivi delle gran cazzate"
"Non è vero".
"Ti si vuol bene lo stesso...".
"No".
"Ma le scrivi".
"Non le scrivo".
"Succede a tutti".
"Invece no".
"Il fatto è che proprio non vuoi ammetterlo".
"Non è vero".
"Ma sì, non lo ammetti mai".
"Non è vero, io lo ammetto sempre".
"Non ci credo che lo ammetti".
"E invece guardami, eh, adesso lo ammetto. Pronta?"


Veneto, scusami, ho scritto una stronzata (Teoria  #49) è sull'Unita.it, e si commenta là. Un piccolo passo per l'umanità, un enorme passo per un blogger cispadano.

Cosa succede quando un blog scrive una stronzata? Una, per intenderci, come quella che ho scritto la settimana scorsa? Cosa bisogna fare? Cancellare tutto? Modificare? Far finta di niente, cambiare argomento? Dopo dieci anni che scrivo in rete (dieci anni in cui di stronzate devo averne scritte davvero tante) sono giunto a una conclusione: la cosa migliore è lasciare tutto com'è e chiedere scusa. E fare in modo che le scuse abbiano lo stesso risalto delle stronzate che le hanno causate. Eccomi qui, dunque. Siccome questo è un blog delle teorie, oggi ci porremo il seguente problema: perché ogni tanto su un blog capita di scrivere stronzate anche enormi? Avete teorie da suggerire? Io ne ho una.

Facciamo un passo indietro. Dieci giorni fa, come tutti i venerdì, ero disperatamente in cerca di uno spunto interessante per il pezzo. A un certo punto mi trovo davanti l'editoriale di un giornalista veneto, Alessandro Zuin, che domandandosi come mai gli invasi anti-piena non siano stati costruiti "neppure negli anni grassi, quando i finanziamenti correvano in scioltezza", si risponde che certi lavori pubblici "costano molto ma non danno un corrispondente ritorno in termini di popolarità al personale politico che li realizza. Al contrario, procurano fastidi e complicazioni". Per contro "al politico di turno assicurano un riscontro migliore gli interventi fatti eseguire a riparazione dei danni, dopo il solito disastro ambientale". Insomma, il fatto che i politici preferiscano intervenire sulle emergenze piuttosto che fare prevenzione sarebbe la conseguenza della democrazia come la intendiamo negli ultimi anni (una campagna elettorale permanente).


Si trattava davvero di un'idea interessante, e inquietante, anche: peccato che l'avesse già ben scritta Zuin. Io invece dovevo produrre un contenuto originale. Così mi venne in mente di scrivere una favoletta alla rovescia, dove la saggia formichina che in estate ha alzato gli argini perde le elezioni, mentre la pigra cicala lascia che l'acqua scorra, poi si lamenta e ottiene 300 milioni da Roma. Visto che si parlava di alluvioni, mi è sembrato appropriato far passare un fiume in mezzo. Dopo i primi tentativi trovai che la storiella avrebbe preso tutto un altro tono se fosse stata narrata dal fiume stesso. Et voilàil pezzo era pronto. E non mi sembrava nemmeno una stronzata. Mi sbagliavo, mi dispiace, chiedo scusa.

Eppure lo spunto era buono. In che modo sono riuscito a trasformarlo in una stronzata? Beh, è molto semplice. Ho raccontato di un fiume che divide due regioni. Se quella delle cicale astute e piagnone è il Veneto, l'altra non può essere che l'Emilia-Romagna - che è poi quella in cui vivo io, che tra l'altro negli stessi giorni aveva i fiumi gonfi a causa di precipitazioni pure assai inferiori. In realtà la rete idrogeologica emiliana versa in condizioni altrettanto, se non più critiche di quella del Veneto; se i nostri argini hanno tenuto è forse semplicemente perché abbiamo avuto fortuna. Altrimenti in mezzo al fango ci sarei finito io, mentre magari un blogger veneto avrebbe scritto una sapida favoletta sulle mie disgrazie. Il fatto è che tra queste due regioni, più che un fiume, corre un confine ideologico - sempre più sfumato a dire il vero, ma ancora vivissimo nella fantasia di tanti lettori che continuano a pensare a un Emilia "rossa" e a un Veneto prima bianco e adesso "verde".

La favoletta arriva sull'homepage dell'Unità lunedì scorso, in un momento particolare. Le dimensioni del disastro ormai sono chiare, eppure molti lettori hanno la sensazione che l'alluvione non riesca a 'forare'. Ed è vero che Tv e giornali ne parlano poco. Altri argomenti (il caso Ruby, la crisi di governo, Benigni e Saviano in tv) tengono banco. E anche su internet, uno dei pochi articoli che parli dell'alluvione... è una stronzata. E l'ho scritta io. Di solito sarebbe passata inosservata, sommersa da centinaia di articoli in cui si esprimeva la solidarietà con la popolazione colpita... ma stavolta no. Devo dire che chi si lamenta della scarsa solidarietà ricevuta la settimana scorsa non ha tutti i torti. Di solito non sono io a scrivere cose del genere; di solito quando arrivo io la solidarietà ha già riempito lenzuolate di quotidiani, in mezzo alle quali (di solito) un po' di cinismo non guasta. Stavolta invece intorno al mio cinismo non c'era quasi niente. Non me lo aspettavo. Ma è successo.

A questo punto è scattato un fenomeno curioso
. Alcuni blog invece di produrre o segnalare contenuti di qualità sull'argomento; invece di individuare i responsabili dell'incuria, se c'è stata, o dimostrare che non c'è stata... hanno iniziato a prendermi di mira come esempio di giornalista anti-veneto, che fa propaganda anti-lega, anti-nord, anti-gente-che-si-rimbocca-le-maniche. Nei commenti al mio articolo è cominciata una furibonda polemica contro l'Unità e il PD che ce l'ha coi veneti. Sì, perché di colpo un autore di blog semisconosciuto (io) è diventato addirittura, nei deliri di alcuni, la voce del PD, o di un'intera civiltà di giornalisti radical-chic che scrivono empie favolette da saputelli mentre là fuori c'è chi rimedia ai disastri con pale e carriole.

In realtà chi scriveva roba del genere
, più che la pala e la carriola, stava usando una tastiera esattamente come me. Se io non avevo saputo produrre niente di più interessante di una cinica favoletta, loro stavano semplicemente cambiando argomento: invece di parlare di gestione del territorio, di prevenzione contro emergenza, prendiamocela contro i soliti radicalchic. Ma non sono i radicalchic a dirottare i fondi per la prevenzione delle alluvioni... Il problema è che, per quanto deliranti, molti avevano ragione. Avevo davvero scritto una stronzata. Forse non volevo davvero scrivere una favoletta sulle formichine emiliane e sulle cicale venete, però il pezzo si poteva benissimo leggere in quel senso. Era suscettibile di un'interpretazione del genere. Poi, certo, io parlo a mio nome: non si può prendere una mia stronzata e fingere che rappresenti "la sinistra" o addirittura il PD (partito che a volte ho votato e a volte no). Però scrivere su un giornale come l'Unità comporta delle responsabilità. Anche se non diventerò mai portavoce del PD, devo essere più attento a quel che scrivo qui. Proprio perché c'è gente che travisa volentieri.

E anche perché in fondo me lo aspettavo
. Rileggendomi, prima di pubblicare, mi ero perfettamente reso conto che il pezzo poteva essere letto come uno sfogo da campanile: però l'ho pubblicato lo stesso. Perché? Devo aver pensato (ed è qui che ho commesso l'autentica, grande stronzata) che un po' di polemica non avrebbe guastato. Avrebbe aggiunto un po' di pepe al dibattito, come si dice. Sapevo benissimo che il Veneto non è solo Lega (è la regione del volontariato, ad esempio). Sapevo anche che di cicale sprovvedute l'Emilia è piena. Ma ho pubblicato lo stesso. Se dà fastidio a qualcuno tanto meglio, ho pensato.

Il guaio è che non mi sbagliavo.
 Il pezzo è stato letto da molte più persone. Il mio blog ha raggiunto lettori che prima non lo conoscevano, e che adesso magari lo maledicono, però chissà, ora sanno che c'è e prima o poi ci torneranno. Ed eccoci arrivati alla teoria: perché sui blog si scrivono stronzate? Perché funzionano. Alla gente piace leggerle. Voi lo avevate notato il pezzo di Zuin? Era breve, pacato, condivisibile, quasi nessuno se l'è filato. La favoletta invece ve la siete letta. Per forza, era una stronzata. Dovrei smettere di scriverne, lo so. Ma non è facile. 
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Il network trema

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A Napoli il mese scorso si sono autoconvinti che ci sarebbe stato un terremoto. Lo avevano letto su facebook, lo avevano visto su youtube... Beh, si sbagliavano. Non si possono prevedere, i terremoti.


Le eruzioni, quelle sì. Ho una teoria #18, sull'Unità! Si commenta laggiù.

Quanti terremoti ci sono stati in Italia negli ultimi dodici mesi? Almeno undici percepiti senza strumenti. Dopo quello spaventoso dell'Aquila di un anno fa, a settembre la terra ha tremato di nuovo in Abruzzo; nello stesso mese scosse di magnitudo 4 si sono verificate nel Mugello, al largo di Cefalù e nelle Marche, dove c'è stato un nuovo sisma in gennaio. In dicembre c'erano state scosse in provincia di Perugia e nella zona Etnea, interessata da un altro sisma a inizio di aprile. Fin qui siamo a nove terremoti. E gli altri due?

Gli altri due hanno qualcosa di particolare. Non sono stati percepiti da alcun sismografo, eppure qualche danno lo hanno fatto: nessuna vittima, per fortuna, ma costituiscono un pericolo da non sottostimare. Sono i terremoti-bufala, che non si propagano attraverso la crosta terrestre, ma grazie ad annunci anonimi diffusi via sms o su internet (ma anche attraverso le chiacchiere da bar). La prima scossa-bufala viene avvertita dalla Protezione Civile marchigiana nell'ottobre scorso, quando il centralino comincia a ricevere chiamate di cittadini spaventati (soprattutto giovani) che chiedono informazioni su un terremoto “devastante” che avrebbe colpito il Piceno il 27 ottobre.

La voce incontrollata speculava sulla paura sperimentata durante la scossa del mese precedente; benché palesemente falsa (non è possibile prevedere una scossa, addirittura con giorni di preavviso) era curata nei dettagli: si parlava di “una scossa di magnitudo 5.4 sulla scala Richter davanti a Porto San Giorgio, con effetti nelle province di Fermo e Ascoli Piceno”. A conferire un'aura di scientificità, veniva evocato Giampaolo Giuliani, il controverso tecnico abruzzese che ha più volte dichiarato di aver messo a punto un metodo scientifico per prevedere i terremoti. Giuliani smentì immediatamente di aver previsto e di poter prevedere scosse così lontane dal raggio dei suoi strumenti. Il terremoto in effetti non ci fu, e la bufala svaporò. Soltanto un brutto scherzo?

La scossa-bufala colpisce di nuovo un mese fa, stavolta all'ombra del Vesuvio, e fa parlare i cronisti di psicosi collettiva. Ancora una volta viene diffusa una data precisa (il 12 marzo), anche attraverso un video su Youtube. Ancora una volta viene tirato in ballo Giuliani, che smentirà prontamente. L'Osservatorio Vesuviano, tempestato di telefonate, si affretta a pubblicare un messaggio per rassicurare la popolazione: troppo tardi. A Torre del Greco il 12 marzo alcune scuole restano deserte; a Ercolano si fa incetta di beni di prima necessità nei supermarket. 

Cosa c'è dietro a simili scosse “del quarto grado bufala”? Per Giuliani si tratta di un tentativo di gettare discredito sul suo lavoro. Per Paolo Attivissimo, giornalista e storico cacciatore di bufale su internet, dietro simili fenomeni di psicosi collettiva c'è la cattiva educazione scientifica degli italiani, “la cultura dell'antiscienza”, di cui almeno in parte è responsabile la televisione (“la gente viene imbottita di scemenze da trasmissioni che spacciano gli oroscopi per fatti assodati, raccontano di rapimenti alieni come se fossero realtà conclamata, blaterano di scie tossiche lasciate dagli aeroplani”). In effetti oggi l'italiano medio dispone di tecnologie (sms, internet, video) che gli consentono di essere raggiunto dagli allarmi più strampalati, ma non del senso critico necessario per metterli in discussione. Pare che nelle scuole vesuviane siano stati gli stessi insegnanti a diffondere l'allarme: proprio coloro che per primi dovrebbero sapere e spiegare che non si può prevedere la data di un terremoto (nemmeno volendo dar credito alle teorie di Giuliani, tuttora in attesa del vaglio della comunità scientifica). Del resto, in materia di terremoti, qualsiasi rivoluzionaria teoria sulla previsione a breve termine non otterrà mai i risultati di una reale cultura della prevenzione del rischio: quella che in Cile ha permesso che un terremoto centinaia di volte più intenso di quello di Haiti facesse seicento morti e non duecentomila. 

Il terremoto-bufala del 12 marzo però si può anche leggere come un inconsapevole, beffardo grido di allarme. Perché se è vero che i terremoti non si possono prevedere, a Napoli qualcosa di relativamente prevedibile c'è, ed è il Vesuvio, vulcano esplosivo attivo che gli esperti osservano con preoccupazione. Quando l'eruzione spettacolare del 1944 concluse una fase di attività tutto sommato regolare che datava dal Seicento, l'edilizia abusiva prese di mira il cono del vulcano. Ma nel sottosuolo il Vesuvio continua a covare i suoi vapori ardenti. Gli esperti non si azzardano a fornire date per una prossima eruzione, ma sono consapevoli di una cosa: evacuare i 550.000 abitanti della zona rossa sarà un incubo logistico senza precedenti. La statale 268, unica via di fuga per migliaia di residenti, è parzialmente ostruita dagli sversamenti di rifiuti delle discariche abusive. Di fronte a una così plateale negazione del pericolo, condivisa da cittadini e autorità (e cosche), la piccola scossa-bufala del 12 marzo è poca cosa. Ma potrebbe anche essere il primo sussulto di una coscienza collettiva: ancora pre-moderna, è vero, facilmente influenzabile e plagiabile, pronta all'isteria. Ma almeno adesso sappiamo che la terra trema: ce lo mostrano su youtube, ce lo ricordano via sms. Forse è preferibile l'allarmismo delle scosse-bufala all'ignavia di chi ha lasciato che i rifiuti si accumulassero sulla via di fuga. Passato il panico, forse nella coscienza di qualcuno resterà lo spazio per riflettere. Questa, almeno, è una teoria. 
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Magari è stato Marx

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Chi è stato?

Di fronte alle catastrofi naturali gli esseri umani seguono una procedura standard. Dopo lo shock iniziale, si razionalizza. Anche quando di razionale magari non c’è nulla. Ma ci proviamo lo stesso, perché così funziona la nostra testa: causa, effetto. Siamo programmati per chiederci il perché, anche se la domanda non ha risposta e forse nemmeno senso. Questa millenaria interrogazione a vuoto, prima di impattare negli ultimi secoli con il pensiero scientifico, ha creato mostri molto interessanti.

Il concetto di colpa, per esempio: se questo ci succede è perché abbiamo fatto qualcosa di male. Il diluvio, il rogo di Sodoma, il crollo di Babele: tutta gente che se l’era andata a cercare, se leggi bene. Anche il fatto di vivere del frutto del nostro sudore, o di partorire con dolore, sarà colpa di qualche nostro progenitore poco serio. Ecco: abbiamo interiorizzato le categorie di causa ed effetto. Ora si chiamano Colpa e Castigo, e al prossimo terremoto sapremo almeno che le vittime non erano proprio santarelline. L’uomo antico ragionava così.

E non ha mai cambiato idea, perché non si è estinto, l’Uomo Antico: è ancora in mezzo a noi. Dentro di noi. La modernità è una crosta che gli è cresciuta sottopelle, ma il cuore continua ad aver paura del buio e del fulmine. Prontissimo a dare la colpa a qualcuno o qualcosa: anche a sé stesso, in mancanza di meglio. Perché deve essere colpa di qualcuno. L’alternativa sarebbe ammettere che siamo al mondo senza un motivo, alla deriva su continenti malfermi che non sono stati creati per noi e che un giorno ci lasceranno crepare, e questo è molto duro da mandare giù. Trovare quindi un colpevole. Non è difficile, perché ogni catastrofe naturale ha il suo contorno di errori umani. Sono stati rispettati i criteri antisismici? È stato divulgato per tempo l’allarme tsunami? Non è per caso che nei pressi c’era un geniale studioso che aveva anticipato il terremoto ma lo Stato Cattivo e i Media Ufficiali non l’hanno ascoltato? Dai e dai, alla fine si riesce sempre a trovare qualcuno un po’ colpevole. E intanto è un po' passata la paura.

L’altro giorno un telepastore evangelista ha ricordato che c’è un motivo per cui gli haitiani soffrono costantemente di uragani e terremoti: un vecchio patto col diavolo, stipulato due secoli fa durante la guerra coi francesi. Ma se la storia, in questi termini, offende ancora il vostro sottile strato razionale, potete tentare col Giornale di Vittorio Feltri. Ieri infatti Nicola Porro vi proponeva questa interessante teoria: quella di Haiti sarebbe la "Catastrofe dell’anticapitalismo". Porro non arriva ad affermare che il comunismo (o qualsiasi altra teoria anticapitalista) sia in grado di tirare scosse di 7 gradi magnitudo, però… però… probabilmente 7 gradi magnitudo non avrebbero fatto lo stesso effetto in un Paese capitalista:
Eppure quei numeri ci dicono anche che i diversi modelli di sviluppo sociale che gli uomini adottano hanno un peso nel contrastare la forza della natura. Il dramma di una regione in cui l’aspettativa di vita è di 50 anni contro i quasi 80 dei Paesi sviluppati si riflette nelle immagini tragiche del terremoto dell’altro giorno. Un bambino su due (la percentuale è ancora peggiore e si attesta al 57 per cento) muore in fasce; solo metà della popolazione sa scrivere o ha accesso all’acqua potabile: il Paese è tra i più poveri al mondo e tra i meno attrezzati a resistere a qualsiasi calamità. [Ancora una volta grazie a Mazzetta].
Vedete? Tutto risolto, è Colpa degli uomini che hanno adottato il modello di sviluppo sociale sbagliato. Basta dirlo, e passa la paura. Poveri haitiani, sì, però… la prossima volta ci pensino bene, al modello sociale da adottare. Senza bisogno di scomodare patti con Satana, perché noi non siamo fanatici oscurantisti. Noi abbiamo studiato Storia ed economia, quindi si tratta di un più prosaico patto con… Lenin? Fidel Castro? Di che anticapitalismo stiamo parlando, esattamente? L’ultimo regime haitiano è stato sostenuto dagli USA. Anche il penultimo a dire il vero. Quand’è stato esattamente che gli haitiani hanno firmato il loro subdolo patto con Marx?

Mai. Il popolo haitiano, uno dei più sfortunati al mondo e della Storia, non ha mai rinnegato il capitalismo. Potremmo spingerci più in là e affermare addirittura che Haiti nasce col capitalismo, proprio nella sua fase più ruggente e globalizzata: il Commercio Triangolare. Prima Haiti era una costa tropicale, popolata da indigeni che l’economia globale del Seicento estinse rapidamente. Gli haitiani di oggi non sono un popolo autoctono: arrivarono sull’isola come merce, o se preferite forza lavoro a prezzi supervantaggiosi (un terzo moriva nel giro di pochi anni). Nel Settecento Haiti diventa una delle piantagioni meglio organizzate del mondo: un modello per le emergenti potenze coloniali. Poi gli schiavi si ribellano, è vero (ed è una storia appassionante, per chi è curioso); ma non cessano per un istante di essere inseriti nel mercato mondiale, e di creare profitto per le multinazionali dello zucchero e del caffè.

Non è capitalismo questo? Certo che lo è. E non è una versione sciatta o inefficiente del nostro: il capitalismo haitiano è lo stesso nostro capitalismo globale, visto da un’angolazione magari meno favorevole. “Noi occidentali”, scrive Porro, “abbiamo anche la consapevolezza di aver migliorato la nostra condizione, di aver costruito il nostro destino, di aver fatto un passo avanti”. Questo non lo nega nessuno. Il problema è accettare il fatto che questo passo lo abbiamo fatto calpestando qualcuno. Che il nostro benessere è fondato sullo sfruttamento: non credo sia anticapitalista dirlo. Anzi, credo che i capitalisti maturi lo sappiano benissimo (mica perdono tempo col Giornale, loro) e stiano bene così.

Almeno fino alla prossima scossa, alla prossima crepa nella scorza moderna e razionale, al prossimo interrogatorio al cospetto della nostra coscienza di antichi. Coi quali non c'è sismologia né tettonica a placche che tenga: gli Antichi sanno di aver fatto qualcosa di male. E non è poi detto che sbaglino.
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Continuons le débat

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La guerra continua



Il terremoto invece è finito, direi.
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Verso Severgninia

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Italia sì, Italia no, se cede la faglia
(ti manderò un vaglia)

AAA: Signori e signore, volevo comunicarvi che io stavolta ai terremotati non darò nulla. (Silenzio). È dal 1908 che faccio bonifici, e i terremoti non cessano, adesso basta (qualche segno di assenso). Dove sono finiti i soldi del Belice? E dell’Irpinia? (applausi sparsi) Non pago già abbastanza tasse? (Giusto!) Quello che ci ha fregato, noi italiani, è questa cultura dell’obolo, dell’elemosina (Cantagliele!); lo Stato se ne frega e noi ci mettiamo una pezza, ebbene, è ora di dire no (Scrosci di applausi). Meno elemosina, più organizzazione. Grazie per l’attenzione.

BBB: No caro amico, non sono d’accordo (silenzio). Parli da uomo ferito. Tutti vorremmo uno Stato più attento, meno sprecone, meno ladro. Ma il terremoto è qualcosa di più. È una catastrofe, un evento straordinario, qualcosa che sfida l’ordinaria amministrazione (In effetti…) Non possiamo fingere che tutto sia prevedibile, il terremoto semplicemente non lo è. Ma è proprio di fronte a catastrofi come queste che gli italiani dimostrano la loro volontà di reagire, di essere migliori, e si organizzano: dal basso, non dall'alto! (Applausi) Senza aspettare il sorriso di ottone e la stretta sudata di questo o di quel politico (Sììì). L’Italia che spalò il fango di Firenze, l’Italia delle centomila pubbliche assistenze, che inventò la Protezione Civile, l’Italia migliore è quella che ha chiesto le ferie per andare a montare le tende all’Aquila (Scrosci). Mentre tu, che nel giorno della disgrazia incroci le braccia e aspetti che sia lo Stato, sempre lo Stato, a risolvere i problemi, lasciatelo dire: tu incarni proprio quell’Italia che vorremmo lasciare sotto le macerie (Boati di approvazione. Timidi tentativi di linciaggio nei confronti di AAA).

XXX: Scusate entrambi, ma forse quello che veramente ci frega, noi italiani, è questo tipo di discorsi.
AAA: E questo chi è?
BBB: Boh, non è uno dei tuoi?
AAA: No, pensavo che fosse venuto con te.
XXX: Voglio dire, non è che ogni volta che ci si pone un problema debba scattere l’istinto a scrivere un temino sui difetti degli italiani. È una cosa che alla lunga stucca, non trovate?
AAA: Ma che sta dicendo?
XXX: Non avete a volte l’impressione che tutto questo concentrarsi sui nostri difetti storici sia un po’ esagerato? Ci dev’essere per forza una motivazione storico-sociologica per tutto quello che facciamo? Uno non vuole mandare un vaglia in Abruzzo, e subito si mette a spiegarci come i vaglia ai terremotati abbiano reso l’Italia peggiore. Un altro insorge e scrive che l’italianità consiste nel mandare un vaglia. Stiamo diventando un popolo di severgnini, non so se ve ne rendete conto…
AAA: Ho capito. È un terzista.
BBB: Un ma-anchista, intendi?
AAA: Forse più un cerchiobottista.
BBB: Quel che è, io mo’ lo sprango. Tienimelo.
AAA: Eh, no, non ci siamo. Tu lo tieni, io lo sprango.
BBB: Ma tu non eri quello che incrociava le braccia e aspettava l’intervento dello Stato?
AAA: Dello Stato, appunto, mica il tuo. Questa tua tendenza a sostituirti allo Stato, te l’ho detto, è inquietante…
BBB: Ma se ti sostituisci tu è la stessa cosa, no?

(Nel frattempo XXX si allontana su un autobus, senza timbrare il biglietto, e l’Italia è tutta qui).
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Il condominio tra i vulcani

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Attenzione, questa non è un'esercitazione
(è l'Italia)

Si dice di noi italiani che siamo sospesi fra Europa e Africa; il concetto merita un approfondimento geologico. Europa e Africa in effetti non sono due signore che si incontrano pacificamente in un meeting interculturale: si tratta di enormi placche tettoniche che si sfregano contro, e l'Italia è il risultato di questo morboso strusciamento tellurico. Una terra sismica, con centinaia di terremoti storicamente accertati, e noi siamo quelli che ci vivono sopra. Non l'abbiamo scelto noi – ma è vero che molti di noi, lungo i secoli, hanno deciso di andarsene: verso terre più ricche, più accoglienti, e magari più prevedibili.

Allora è possibile che in un qualche modo nel corso del tempo l'Italia si sia scelta i suoi italiani. Voglio dire (forzando parecchio il povero Darwin) che alcuni caratteri nazionali che siamo abituati a identificare come “pregi” e “difetti” sono semplicemente i più adatti a farci vivere qui piuttosto che altrove.
Fate finta che l'Italia sia un condominio. In una zona sismica. Con qualche vulcano nei pressi. Voi lo comprereste un appartamento? Magari al quinto piano? Magari no. Eppure, se ci pensate bene, lo avete fatto. O lo hanno fatto i vostri genitori per voi. Può darsi che infatti stiate pensando di andare altrove: avete i vostri buoni motivi. Ma questo significa che il vostro appartamento resterà sfitto, finché non arriverà da un rione più povero (e ce ne sono, tutt'intorno) qualche persona un po' più rassegnata di voi. Col passare degli anni, e dei secoli, il condominio tra i vulcani avrà selezionato un certo tipo di umanità.

Di questa umanità si possono dire alcune cose buone: essa è generalmente solidale. Per forza, convive con disgrazie ed emergenze. È generosa, anche nella penuria di mezzi. L'Italia non è il posto migliore dove passare una serata, ma non diventa il far west appena qualcuno stacca la luce (come può accadere in Paesi più “civili”).

L'altra faccia della medaglia sono le superstizioni, i piagnistei, utilizzati come valvola di sfogo ogni volta che ci va male, e ci va male spesso; l'affidarsi alla Provvidenza, non tanto come principio metafisico ma più spesso come statua di gesso o uomo di bronzo (o, più recentemente, cerone) da portare in processione. Tutto questo siamo liberi di trovarlo insopportabile, ma è un fatto che lo sopportiamo, tant'è che siamo qui; magari poi ce ne andremo, o sarà nostro figlio a farlo, dopo averci chiesto conto dell'appartamento che gli abbiamo lasciato al quinto piano.
“Ma siete stati pazzi a comprare qui”.
“Però c'è un bel paesaggio”.
“Che bel paesaggio? È un vulcano”.
“Ma è spento da 60 anni”.
“Perché l'eruzione è in ritardo! E sarà esplosiva! Ci sono resoconti storici! Scappate con me finché siete in tempo!”
“Ma no... ma che modi... vedrai che per altri vent'anni resiste...”
“E dopo?”

Ecco, a caratterizzarci è soprattutto l'incapacità di farci questa domanda: “e dopo?” Può darsi che il vulcano non erutti per un po', che la terra non tremi, che la frana non frani: ma dopo? Perché se non succederà a mio figlio succederà al suo – ma io non sono geneticamente selezionato per farmi questa domanda, altrimenti mi sarei già trasferito in Germania da due generazioni, mi chiamerei Leonhardt e verrei solo in agosto a scuotere la testa di fronte alla sagoma del Vesuvio: quanto ziete pazzi foi italiani a costruire qvi. Appena fulcano tremare, zeicentomila perzone da efacuare? Dofe? Però ziete tanto pitoreski.

"Nessuno ha offerto istruzioni calme, rassicuranti, civili, informate", scrive dall'Aquila il dottor Massimo Gallucci
La mia piccola storia assieme alle centinaia di storie di amici, mi ha insegnato che se avessi avuto una torcia elettrica sul comodino non mi sarei fratturato la colonna vertebrale, se avessi avuto un cellulare a portata di mano avrei chiesto aiuto per me e per il palazzo accanto, se molti avessero parcheggiato almeno un’auto fuori dal garage ora l’avrebbero a disposizione, se in quell’auto avessero (e io avessi) messo una borsa con una tuta, uno spazzolino da denti e una bottiglia d’acqua, si sarebbero tollerati meglio i disagi. Se si fosse tenuta una bottiglia d’acqua sul comodino, se si fosse evitato di chiudere a chiave i portoni di casa, se si fosse detto di studiare una strategia di fuga…. Pensate a chi è rimasto incarcerato per ore senza poter comunicare con l’esterno perché aveva il cellulare in un’altra stanza, o perché non trovava al buio le chiavi di casa, come le ragazze di un palazzo a fianco a me già semi sventrato: 6 ore sotto un letto, con la terra che continuava a tremare, perché la porta era chiusa a chiave, senza una torcia elettrica e senza cellulare per chiedere aiuto!
Aggiungerei: pensate a chi non è stato e non sarà mai trovato perché aveva un affitto abusivo (stranieri e studenti, forse il 90% del centro dell'Aquila) e non aveva un cellulare caricato sul comodino. E quindi? Caso Giuliani a parte, perché la popolazione non è stata allertata per un semplice principio di precauzione?

C'è una risposta sgradevole: la popolazione non è stata allertata perché gli italiani (e gli aquilani in particolare) devono considerarsi sempre allertati. Il cellulare sul comodino, la torcia elettrica nel cassetto, sono precauzioni che ognuno di noi dovrebbe prendere ogni notte. Da un punto di vista razionale potrei dire che uno sciame sismico non anticipa necessariamente una scossa come quella dell'Aquila; da un punto di vista emotivo (di italiano emotivo) aggiungo che lo scorso inverno mi è bastata una scossetta da nulla per dormire sul divano col telefono in mano. Vivere in Italia è questo e lo sappiamo: ci sono le regole (e non le applichiamo), le esercitazioni (e le prendiamo per buffonate)... ma se fossimo persone più razionali e apprensive forse non abiteremmo qui. Perché questa non è una terra per persone razionali e apprensive.

Dovevate comunque allertarci, dicono. Anche in assenza di una previsione scientificamente accettata: per un principio di precauzione. Ma un aquilano che viene avvisato via tv o telefono della possibilità di uno scisma imminente non andrà a letto con un telefono e una torcia a portata di mano: più probabilmente abbandonerà la casa, scenderà in piazza (come s'era visto a Sulmona pochi giorni prima). Il tutto in attesa di una scossa che forse non ci sarebbe stata. O sarebbe potuta arrivare a 100 km. di distanza, in una località dove gli aquilani si fossero rifugiati. O qualche giorno dopo, proprio nel momento in cui gli aquilani decidevano di tornare a casa. A meno che gli aquilani non decidessero di andarsene definitivamente. Ma questo nessuno osa pensarlo. Già, perché nessuno osa?

Osiamo noi. In base a un principio di precauzione, perché deve esistere L'Aquila? Una città di quasi centomila abitanti appoggiata su una faglia. Insediamento medievale, va bene, ma molte rocche medievali le abbiamo pian piano svuotate o trasformate in musei. L'Aquila invece è capoluogo regionale e sede universitaria. Venivano studenti da tutta Europa: anche lì, perché? Ok, gli erasmus sono inconsapevoli, ma gli italiani? Chi, potendo scegliere una sede un po' lontana da casa, opterebbe per una falda sismica?

Qualcuno prima o poi deve aver pianificato di mantenere un grande insediamento lì; la scelta di portarci la Regione e l'Università (fondamentale per l'indotto) l'avrà pur presa qualcuno; qualcuno quindi deve aver fatto uno di quei calcoli che sembra che gli italiani non facciano mai (perché c'è qualcosa di effettivamente osceno in un calcolo del genere). Il calcolo diceva che abbandonare quella terra sismica sarebbe costato di più di sopportare qualche catastrofe ogni tre-quattrocento anni; tanto la gente dimentica presto, e al limite chiederà conto al politico che si è appena insediato. Tanto peggio per quel signore; sempre che non sia abbastanza furbo da farsi inquadrare mentre soccorre la vedova e l'orfano, rivoltando la frittata in suo favore. E cosa vuoi che siano trecento morti, se tre secoli fa erano stati seimila: lo vedi che anche noi col tempo miglioriamo?

Ma ora non vi basta più, volete essere pre-allertati. La terra vi tremava sotto i piedi e siete andati a letto, in case costruite con la sabbia: ma se Bertolaso vi avesse detto qualcosa un'ora prima... non resta che pre-allertare Napoli, a questo punto.
In base allo stesso principio. Il Vesuvio nei prossimi anni esploderà, è chiaro. Nessuno può dirci quando, ma non ha senso restare lì ad aspettare il panico dell'ultimo momento. Ci sono testimonianze storiche abbastanza esplicite: intere città sommerse dai lapilli, nubi di gas roventi. Nei comuni alle pendici bisognerà intensificare le esercitazioni per l'evacuazione. Ma anche in città sarebbe meglio cominciare a dormire con cellulare e torcia a portata di mano. Naturalmente in tutta la provincia va verificato il rispetto delle norme antisismiche, perché vulcano e terremoti vanno a braccetto. Occorre cominciare a pensare a tutto questo e farlo subito.
Oppure fingere che tutto sia sotto controllo e lamentarsi dopo, con le statue di gesso di turno. Ma forse è una falsa scelta, forse è l'Italia che ha scelto noi.
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Solidali sì ma quanto

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La quota Schifani

Preso atto che la Protezione Civile non ha bisogno di “volontari non formati” (un modo elegante per dire che dopo che avete perso una pala nell'alluvione in Piemonte e scheggiato un muretto del '400 a Foligno non vi vogliono più fra i piedi);
preso atto che nessuno ci chiede di inviare vestiti, latte e persino il sangue;
preso atto di tutto, per testimoniare un po' di solidarietà umana ai terremotati non ci resta che lo strumento meno umano di tutti, il Bonifico;
e di fronte al Bonifico, la terribile domanda che nessuno osa farsi in pubblico: quanto? No, perché se vi ricordate fino alla settimana scorsa c'era la crisi: e al giorno d'oggi uno ha delle responsabilità, e così come non può piantar tutto e andare a spalare calcinacci senza formazione, non può neanche mettersi a scialare i propri risparmi senza copertura così, per il gusto di sentirsi buono: ehi, sono i risparmi per la casa, per le medicine, la badante dei nonni, l'università dei figli, e così via.

In ogni caso, tra la spontanea generosità e la taccagneria prudente ognuno di noi dovrà trovare il giusto mezzo. In questo può aiutarci l'esempio della seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Renato Schifani, che insieme a Fini ha proposto ai parlamentari di versare sul “Fondo per le popolazioni terremotate dell'Abruzzo” mille euro a testa. Una bella dimostrazione di generosità, che ho deciso di prendere come esempio, destinando allo stesso Fondo la quota proposta da Schifani... rapportata però sul mio reddito, che è (giustamente, per carità) un po' inferiore al suo. Vi propongo di fare lo stesso.

Il calcolo è semplice, si impara alla scuola media (infatti io l'ho imparato l'anno scorso). Se la quota che dobbiamo destinare è “x”, questa x sta a 1000 euro come il nostro reddito annuale sta a quello di Schifani (160.000 euro). In pratica dovete dividere il vostro reddito annuale per 160. Facile. E a questo punto la coscienza dovrebbe essere a posto.

Ma se non vi sembra affatto a posto, se anzi vi viene da urlare vaffanculo Schifani, siete evidentemente incurabili. A quel punto non so cosa dirvi, provate a raddoppiare la quota, i vostri figli capiranno.
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Noè sotto il Gran Sasso

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La storia non vi è nuova: uno Scienziato un po' originale, non troppo integrato nella comunità scientifica, va avanti per la sua strada finché non si imbatte negli indizi di una catastrofe prossima ventura. A questo punto fa il possibile per avvertire la popolazione, ma in questo modo incorre nelle ire del Potere, che vuole a tutti i costi evitare il panico. Proprio quando sta per finire nei guai, la catastrofe prevista accade, nei tempi e nei luoghi stabiliti, e lo Scienziato Solitario che aveva previsto tutto è in prima linea a portare i soccorsi. Sì, l'avete già visto questo film.

L'ultimo che mi viene in mente è The Day After Tomorrow; il regista che ne ha messi più insieme è probabilmente Spielberg; il periodo in cui andavano più forte, gli anni Settanta – ma ci sono antecedenti in letteratura più o meno a partire da Noè.
Chiamiamoli archetipi narrativi: non c'è disgrazia imprevedibile che possa impedirci di raccontarci storie. Che saranno simili a centomila storie che i nostri padri si sono già raccontati, eppure ci sembreranno abbastanza nuove da crederci (giacché di credere in qualcosa, evidentemente, abbiamo bisogno). Ed ecco lo scienziato solitario Gioacchino Gianpaolo Giuliani, il profeta del radon.

Ne avete sentito parlare per tutto il lunedì. Lui, rinchiuso nel suo laboratorio sotto il Gran Sasso dell'Istituto Nazionale di Astrofisica, il terremoto l'aveva previsto, grazie a una sua originale ricerca sul gas radon sprigionato dai sismi. E il potere, incarnato dal rude Bertolaso, lo aveva trattato da “imbecille” e fatto denunciare per procurato allarme. Come fai a non crederci? È tutto su internet: le dichiarazioni, l'intervista, la pagina dei sostenitori su facebook.

Ma è proprio su internet che, con un attimo di pazienza, è possibile smontare la storia pezzo per pezzo: G. G. Giuliani al Gran Sasso fa il tecnico, la sua ricerca sul radon è un hobby (peraltro il collegamento tra radon e terremoti è accettato dalla comunità scientifica da più di trent'anni), e soprattutto, il terremoto non lo aveva previsto per lunedì, ma per la scorsa settimana. E non alle porte dell'Aquila, ma a Sulmona: sessanta chilometri di distanza, anche questo è su internet. Non solo, ma dopo l'ondata di panico generata a Sulmona domenica scorsa (e che gli era valsa la denuncia per procurato allarme), in un'intervista aveva tranquillizzato gli abruzzesi: lo sciame sismico era destinato a scemare copo il mese di marzo.

Dico la mia: Giuliani non sarà un imbecille, ma è un irresponsabile in discreta percentuale. Se durante uno sciame sismico cerca particelle di radon, è probabile che ne troverà; ma il suo tentativo di triangolare i dati e trovare l'epicentro di un sisma prima del sisma stesso non regge per ora la prova dei fatti. Sessanta chilometri sono la distanza tra Milano e Varese. Prevedere un terremoto a Varese una settimana fa non significa mettere in guardia i milanesi oggi; tanto più che molti sfollati da Varese potrebbero accorrere proprio a Milano – e se la scorsa settimana nessun fuggitivo da Sulmona (AQ) si è fermato nel capoluogo, lo dobbiamo solo alla fortuna e magari un po' a Bertolaso, che ha pubblicamente trattato da mitomane il Noè di turno. Che probabilmente è in buona fede, e chissà, nei prossimi anni metterà davvero a punto quel sistema di previsione dei sismi che nessun laboratorio al mondo è ancora riuscito a trovare. Glielo auguro di cuore.

Nel frattempo continuo a stupirmi per la rapidità con cui nell'emergenza una voce filtrata male – anche nell'era di internet, dove i filtri sono trasparenti – si trasforma subito in Mito. Su facebook, come si dice, spopolano i gruppi pro-Giuliani. Questo per ora ha solo duecento iscritti (altrove pare siano migliaia):
GIAMPAOLO GIULIANI QUALKE GIORNO Fà AVEVA PREVISTO IL TERREMOTO CHE STANOTTE SI è VERIFICATO IN ABRUZZO...TRAMITE SUOI STUDI E UN RILEVATORE DI GAS "RADOM"(PENSO SI SCRIVA COSì) LE NOSTRE POTENTI ISTITUZIONI NON GLI HAN DATO RETTA E ANZI L'HANNO DENUNCIATO XPROCURATO ALLARME...GRAZIE A QUESTE ISTITUZIONI DI MERDA SONO MORTE PIù DI 100 PERSONE,PIù DI 2000 FERITI,E PIù DI 60000 SFOLLATI...A ME QUESTI PAPPONI MAFIOSI CHE RAPPRESENTANO NOI COME STATO ITALIANO MI HANNO ROTTO I COGLIONI...MA PESANTEMENTE...

Il messaggio non rende giustizia al fenomeno. Il mito di Noè-Giuliani non è prerogativa di ragazzini con la k facile. Ha intaccato il senso critico di persone intelligenti, informate, dalle quali passo quotidianamente ad abbeverarmi di razionalità. Ma questo è il punto, la razionalità ha dei limiti. Uno di questi limiti è il terremoto: una tragedia ingiusta, imprevedibile, che ti toglie la terra sotto i piedi e non ti spiega nemmeno il perché. E l'uomo può costruire sismografi e scavare tra le rocce con le unghie, ma devi dargli un perché, specie se è piccolo. È andata così, dal diluvio in poi: quando i nostri cuccioli ci chiedevano conto di un fenomeno spiegabile, glielo spiegavamo; quando era inspiegabile, ci ricamavamo sopra una storia. La storia non spiega, non risolve, e probabilmente nemmeno consola: ma in qualche modo è meglio di niente; e niente sarebbe quello che avrei dovuto scrivere stavolta, ma mi sarei sentito anche peggio.
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- 2025

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Satellite d'amor
Caro Leonardo,
sempre su Taddei:
come sai, quell'uomo è in perenne agitazione, non riesce a star fermo in un posto per più di qualche minuto. Per molto tempo ho pensato che si trattasse della reazione standard di una persona che si sveglia dopo vent'anni di congelamento: come una foga di voler recuperare il tempo perduto, eccetera. Pensavo anche che col tempo si sarebbe attenuata. Ma passano i mesi, e lui resta indiavolato come il primo giorno. Di più: sta contagiando l'ambiente circostante. Quando vado in facoltà sento come un'agitazione che monta, echi di assemblee autogestite, cose da cui cerco di tenermi lontano.

Nel frattempo, comincio a pensare che non ci sia nulla di eccezionale nella sua agitazione. È semplicem il modo di fare standard di un trentenne-e-qualcosa nel 2004. A quel tempo, si viveva a una certa velocità, a un certo ritmo. Col tempo, e con le varie crisi economiche, questo ritmo si è via via rallentato, in modo troppo graduale perché noi riuscissimo ad accorgercene. Ma se potessimo tornare a vent'anni fa, probabilm ci accorgessimo che tutti a quel tempo schizzavano di qua e di là a velocità oggi impensabili.

"Ah, sei qua. Ma dove cazzo…"
"Taddei, insomma!"
"…sei stato, ti ho cercato tutto il giorno".
"Sono dovuto venire a piedi perché il filobus non passava, c'è stato una specie di attentato a una centralina energetica e…"
"Maledetti terroristi!"
"Sì, sì, certo. Comunq sono in ritardo solo di sei ore".
"Sei ore? Ti sembra una cosa normale? Dovevi fare degli esami oggi! I tuoi studenti saranno esasperati"
"I miei studenti sono in ritardo come me, non c'è nulla di eccezionale".
"Ma ti rendo conto che per sei ore sei stato irreperibile? Nessuno poteva sapere dove stavi. Magari eri rimasto vittima di un attentato e…"
"Taddei, ti vuoi calmare? Sono qui. Sono arrivato. Adesso, se c'è qualcuno da interrogare, lo interrogo e amen. Non stiamo a fare un duemilaesedici".
"Un che?"
"Niente. Taddei, devi abituarti ad aspettare le persone. Tutti qui passiamo ore ad aspettare le persone. E finché non arrivano, non possiamo sapere con certezza dove si trovano".
"È intollerabile".
"Sul serio? Ma perché?"

Flash! Come la classica lampadina nei fumetti.

"Aspetta, Taddei. Forse ho capito il tuo problema. Ora ti faccio una domanda: qual è la tecnologia di vent'anni fa che oggi rimpiangi di più?"
"Non so, forse la moka".
"Quella esiste ancora, manca il combustibile. Ma sei sicuro di non avere un profondo e sottaciuto rimpianto per la telefonia cellulare?"
"Ah, sì, beh, non è che io fossi un appassionato di telefoni, ma…"
"Ma ti manca la reperibilità. Sapere dov'è la gente in tempo reale".
"Ah, sì, quello era importante. Ma che fine hanno fatto i cellulari?"
"Nessuna fine. Sono invecchiati e si sono rotti. Siccome nel Bel Paese nessuno li produceva più, quando c'è stato l'embargo anti-bizantino…"
"Non è possibile. Qualcuno funzionerebbe ancora. Almeno di contrabbando".
"Ah, ma comunq non ci sono più i satelliti".
"Ce li hanno tolti a causa della guerra, vero?"
"No, perché? Anche in guerra non c'è motivo per non fare buoni affari, e far telefonare gli italiani è sempre stato un buon affare per i bizantini e tutti gli altri. Ma a un certo punto ci hanno impedito di trasmettere perché facevamo troppi guai".
"Guai?"
"È una storia un poco imbarazzante. Fu durante gli attentati del 2011… o del …13? Non mi ricordo".
"Attentati? Chi attentava chi?"
"Guarda, non mi ricordo con precisione, comunq tutte le capitali bizantine furono prese di mira. A quel tempo c'erano ancora molti cittadini del Bel Paese in giro per il mondo, per studiare o lavorare per farsi i fatti altrui, sai".
"Per turismo".
"Ecco. Insomma, a un certo punto ci fu un attentato più grosso degli altri, in una grande capitale… Londra o Parigi o Vilnius, non mi ricordo… e la copertura satellite andò in tilt. Andò talm in tilt che un paio di satelliti artificiali esplose, disseminando cocci su un'orbita ellittica che interseca pericolosam l'atmosfera ogni tredici novembre. Peccato che da noi sia sempre nuvolo, perché lo spettacolo di stelle cadenti dicono sia notevole".
"Un sovraccarico di informazione. Tutti volevano sapere dov'erano tutti".
"Magari. In realtà le indagini appurarono che il sovraccarico era stato causato da un solo messaggino di testo, hai presente? Quelli che si digitavano coi tasti numerici…"
"Gli sms"
"Esse-emme-esse, già, li chiamavamo così".
"Un solo sms?"
"Sì, che proveniva dall'unità di crisi della Farnesina, insomma, dal nostro ministro degli esteri del tempo".
"E cosa c'era di così distruttivo in questo sms?"
"Nulla, era un semplice messaggio di testo. Ma il ministero aveva pensato bene di spedirlo a tutti gli italiani all'estero. Siccome l'Italia era nello spazio Schengen, era impossibile capire quali italiani fossero all'estero e quali no, così una cima dell'unità di crisi pensò bene di tagliar la testa al toro spedendo l'sms a tutti gli italiani".
"Cinquantasette milioni".
"No, no, almeno centoottanta".
"Centoottanta milioni di italiani?"
"Centoottanta milioni di cellulari, ogni italiano ne aveva a testa tre. Così questo semplice sms di testo fece esplodere i satelliti".
"Ma cosa c'era di così importante da comunicare a tutti gli italiani?"
"Beh, sai, in un'emergenza del genere… le solite cose: PER FAVORE, CHIAMA A CASA PAPA' E MAMMA, LORO MOLTO IN PENSIERO, eccetera eccetera".
"Stai scherzando?"
"No, era un modo per accelerare il lavoro dell'unità di crisi, sai… reperire tutti gli italiani all'estero, chiamare i papà e le mamme".
"Vuoi dire che nel momento in cui un ignobile attentato paralizzava una capitale d'Europa, e i soccorsi avevano bisogno di comunicare tra loro, la Farnesina sovraccaricò il satellite per una cazzata del genere?"
"Non era una cazzata, si trattava di calmare il legittimo cardiopalma di tutte le mamme italiane, e dei papà!"
"Non posso credere che sia successo".
"Ma in realtà era già successo altre volte, e la comunità internazionale aveva portato pazienza, perché si sa come siamo noi, siamo dei simpatici cazzoni e…"
"Dei simpatici cazzoni? Noi siamo i figli di mamma che alla prima bomba frignano e telefonano ai fottuti parenti. Noi siamo la vergogna del continente, noi. Peggio degli albanesi, siamo! Dei fottutissimi…"
"Sssst, Taddei, per favore! Qua di fianco c'è il dipartimento di studi schipetari, e i madrilinguisti sono molto sensibili".

Se n'è andato, in una nuvola di livore. A volte mi chiedo se non esploderà, un giorno.
Proprio come i satelliti.
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