La strage alla sagra d'Autunno

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(2000)
Lo lasci dire a me che lo conoscevo, brigadiere: Fischio non era un tipo cattivo.

Sì. Faceva il deejay. Che vuol dire, è un mestiere come un altro: peggio di tanti altri, coi tempi che corrono. La fiera d’Autunno del 2015 finiva quella sera; cominciava a far fresco. Tra un po’ la gente avrebbe cominciato a passare le serate nei locali al chiuso, ma quell’anno Fischio non aveva nessun contratto con nessun locale. Insomma era l’ultima volta che metteva su i suoi dischi, e a nessuno gliene fregava niente. Nello Stand Giovani della fiera ci saranno state una ventina di persone si e no.

32, dice lei?

Ah, lo dice il comunicato ufficiale.

Non so, forse qualcuno da fuori ha sentito il casino e ha cercato di intervenire. Cosa crede, non si sono mica tutti arresi senza combattere… io? io quando ho visto che perdevo sangue dalla testa mi sono gettato a terra, ho fatto il morto. Lei cos’avrebbe fatto? Erano cinque a uno, Brigadiere.

No, no, mi stia a sentire, non ci fu nessuna provocazione. O meglio. Io penso che sia stato un errore mettere lo Stand Giovani così vicino allo Spazio Ricreativo Terza Età. Quelli hanno un sacco di soldi e fanno il pienone tutte le sere – ma soprattutto hanno un sound system, mi permetta, della madonna. Fischio doveva portare le casse sue da casa, e poteva anche averci della roba buona, ma senz’altro era il liscio romagnolo a sovrastare la techno, non il contrario. Quel maledetto tre quarti tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… faceva uscire di testa. Già si era in pochi, e sempre gli stessi, come si faceva a farsi venire voglia di ballare? Venivamo solo per fare piacere a Fischio.

Brigadiere, non mi guardi così, lei mi crede fatto o chissà che, ma è solo stanchezza. Io dopo i funerali ieri sono andato al lavoro, cosa crede?

Sì il turno di notte. In casa di riposo, naturalmente. È un interinale. La settimana scorsa facevo la vendemmia, la sera si e no mi tenevo in piedi, secondo lei mi ci sarei buttato di mia volontà in un casino così? Senta, ho 28 anni, due lauree brevi e un diploma di specializzazione. L’altro giorno ho fatto il calcolo e ho scoperto che andrò in pensione a centovent’anni. Non è male, guardi, conosco sì, , certo, se la speranza attuale di vita è 135… Ma lei, mi permetta, brigadiere, quanti ne ha? Ottantasei? E ci va l’anno prossimo? Ah, però.

Io me la vedo male, Brigadiere, sa? A casa mi devo nascondere. Mio padre non mi vuol vedere, mio nonno mi disprezza, e la bisnonna mi chiama a voce alta dalle scale: fannullone, parassita, bamboccione. E cosa ci posso fare? Tra due anni ci sarà il concorso, e con un po’ di fortuna finirò in graduatoria, diciamo tra i primi duecento: altri dieci anni e mi sistemo. Un bilocale con la mia ragazza… chi lo sa, magari un figlio… Ma nel frattempo debbo vivere coi miei, non c’è rimedio…

…mi chiede questo cosa c’entra… beh, Fischio era nella mia stessa situazione… o peggio. Vivere coi genitori (e i nonni) per un deejay è una vera umiliazione… tutto il giorno, sentirti interrompere da una voce che ti dice tesoro, per favore abbassa il volume, stiamo cercando di vedere la milleseicentesima puntata di cuorinfranti o chennesò… esasperante… e so per certo che la settimana scorsa la ragazza lo aveva mollato: è andata a vivere con un sessantenne del ramo import-export, un tipo sportivo… uno col porsche coupé, ha presente… Fischio, per dire, era uno che si faceva prestare l’apecar del nonno, che a trasportare l’impianto gli servivano due giri…

No, apparentemente non l’aveva presa male, però chi lo sa, magari dentro ci moriva. Sono cose difficili da sopportare, alla nostra età… Per di più dal giorno dopo sarebbe stato ufficialmente disoccupato. Brigadiere! per un disoccupato alla nostra età non c’è speranza, non c’è sussidio! Sì, sì d’accordo, se al posto della patente da tecnico del suono avesse preso, per dire, quella da conducente di carrozzine, il lavoro non gli sarebbe mancato: ma i giovani devono seguire i propri interessi, non è quello che si dice sempre a scuola?

E poi i giovani devono divertirsi finché hanno il tempo. Si sente dire anche questa. E io faccio il possibile per divertirmi, per esempio l’altra sera mi sono sforzato di uscire per andare a sentire il mio amico Fischio deejay. Anche se lo sapevo già che lo Stand era un mortorio, mi perdoni la battuta orribile. Le solite facce arrabbiate – no, neanche arrabbiate: stanche. Tante smorfie non erano che sbadigli repressi.

E a pochi metri da noi, quei vecchi – pardon – quegli anziani scatenati, in centinaia a strusciarsi senza ritegno con le loro polche e le loro mazurche, tutto il tempo, ump ta ta, ump ta ta… tra cent’anni vivranno ancora e ascolteranno ancora la stessa musica, mi diceva sempre Fischio. Non si schiodano. Certo, per quel che devono fare domattina, diceva ancora… svegliarsi a mezzogiorno e andare a tirare la pensione…

Brigadiere, era l’ultimo pezzo della serata. Era l’ultima serata della fiera. Era la Sagra d’Autunno. Può anche darsi che Fischio abbia alzato un po’ il volume, può anche darsi che lo abbia tirato un po’ in lungo, e allora? Ricordo che ho dato un’occhiata al mio orologio ed era un quarto dopo mezzanotte. Ma lo sa che neanche dieci anni fa nello Stand Giovani si ballava fino alle tre? Me lo racconta sempre mio fratello più grande… ma è vero che a quel tempo eravamo più forti, più organizzati…

Insomma quand’è arrivato quel tappetto, come si chiama, Prosperi Alcide, non ci volevamo credere. Senza dire beo questo tizio, avrà avuto un’ottantina d’anni, si mette davanti alla consolle di Fischio e gli stacca la spina.

Silenzio, di colpo – silenzio per modo di dire, perché in realtà si sentiva un Ump ta ta ump ta ta incessante. E poi la voce stridula dell’Alcide si mette a rovesciare insulti su Fischio, sul tono di: drogato di merda, hai visto che ora è? va a lavorare, non ti vergogni, sei la disgrazia di tua madre e tua nonna.

Brigadiere è vero, a quel punto Fischio l’ha toccato.

Può persino darsi che lo abbia spintonato un po’. Ma è stato il gesto di un attimo, e poi il Prosperi lo abbiamo aiutato in tre a rimettersi in piedi, e ci siamo assicurati che stesse bene prima di lasciarlo andar via.

Ecco, brigadiere, il fatto – la provocazione, come dice lei – è tutta qui. Chi se lo immaginava che il Prosperi se ne sarebbe tornato di lì a cinque minuti, con un po’ di amici suoi, un’ottantina? Tutti armati di stampelle e cagnole? Dai settantenni ai centenari c’erano tutti i signori dello Spazio Ricreativo Terza Età, e secondo me si erano messi d’accordo prima. Io ho visto anche volare delle bocce, brigadiere, in particolare ne ho vista una che aveva preso la mia testa per il boccino. Venivano da tutte le parti, eravamo circondati. L’ultima cosa che ho visto è stata Fischio cadere sotto i colpi mentre cercava di difendere le casse, che erano proprio sue, se le portava da casa. Poi ho chiuso gli occhi e non ho più voluto veder niente. Ma non potevo fare a meno di sentire quel maledetto Ump ta ta, Ump ta ta, che scandisce i tre quarti in eterno.

*******


"Toh, professore", commentò l'algida Verola, "sei tornato al tuo cavallo di battaglia: le stragi! Ammetto tuttavia che non mi piacciono più come un tempo; i miei gusti variano evidentemente secondo il capriccio della stagione".
"Mia signora, anche stavolta ho fatto quel che ho potuto. Se vuole eliminarmi, non ho nessuna obiezione, tanto più che avverto sempre più un certo languore nel basso v..."
"Elimina piuttosto me, mia signora", lo interruppe allora don Tinto. "Ho tremiti e sudori freddi ed è comunque più prudente per voi due privarvi della mia presenza".
"E dove andresti, pretonzolo? Giù dabbasso a evangelizzare i lupi? Resta qui, non c'è più uscita".
"Mia signora, ho dunque vinto?"
"Se la cosa ti fa star meglio".
"Molto meglio, mia Signora", rispose don Tinto, e sorridendo spirò.




******* FINE DEL QUINTO TURNO *******




"L'abbiamo fregato", disse allora Verola al professore, "in realtà hai vinto tu".
"Non ci contavo. E adesso?"
"E adesso prova a immaginare. Ce la fai a spostare Don Tinto almeno in corridoio? Mi snerva tenermi un cadavere nell'alcova".
"Mia signora no, mi spiace, le forze mi mancano".
"Va bene, cerchiamo almeno di farlo cadere giù... ecco. Uff! Povero prete. Alla fine non ho mica capito se credeva in Dio o no".
"Credo che non si ponesse più il problema da un pezzo".
"E tu, professore?"
"Io cosa?"
"Tu Dio come lo immagini?"
"Mia signora, a questo punto più che sforzarsi di immaginare, non ci resta che avere un po' di pazienza".
"La pazienza, già. Non è tra le mie virtù".
"Lo so, mia signora".
"Ma credo di poter aspettare dignitosamente ancora un poco, se mi racconti un'ultima storia".
"Un'altra storia?"
"Siccome hai vinto la competizione, me la devi".
"Non ho più storie, mia Signora".
"Fingi d'essere Don Tinto. Raccontamene una delle sue, una storia su Dio".
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Tre gemiti all'unisono

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"Siamo quindi già alla fine del terzo turno; come vola il tempo, quando ci si diverte", proseguì l'ironica Verola. "Mària, prof. Esso, i vostri racconti non erano neppure così male; è evidente che vi stavate risparmiando per gli ultimi turni. E tuttavia non è curioso che quando io vi ho chiesto un racconto sul lavoro, voi mi abbiate rifilato un racconto su voi stessi? Non è indicativo di una certa confusione? Mària, tu sei forse il lavoro che fai?"
"Può darsi", ammise Mària, "che io lo sia diventato, cogli anni e le delusioni. Ma..."
"Professore, hai parlato tanto di scuola fin qui, e stavolta invece hai sognato di scappare. Si direbbe che tu t'impegni a mancare sempre il bersaglio".
"C'è del vero, mia Signora, e tuttavia..."
"Basta ma, basta tuttavia. Statevene zitti per un buon minutino, adesso, ok? Devo riflettere".
































































































(Stai scrollando troppo in fretta, torna su)














(bwowwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww)

























































"Mària", rispose infine Verola, "temo che dobbiamo privarci della tua pur gradevole compagnia".
A quella notizia, un gemito sfuggì all'unisono dalle gole di Taddei e don Tinto, consapevoli che le notti seguenti sarebbero state molto meno interessanti. Lo stesso professore, pur manifestando sollievo per l'eliminazione scampata, s'inginocchiò davanti alla sua signora, e lo si udì proferire queste parole:
"Mia signora, non discuto, come è giusto, la tua sentenza che una volta ancora conforta le mie folli speranze; ma se ho qualche merito presso di te, ti prego, non espellere Mària nella valle dove imperversa il morbo che ormai, lo sappiamo, è mortale. Trattienila presso il tuo seguito, dove, benché sconfitta nel certame, non le mancheranno le occasioni per rendersi utile..."
"Fingerò di non capire quali occasioni non le mancherebbero", rispose Verola malcelando un sorriso, "e di non vedere le motivazioni meno nobili dietro alla tua scena madre. Del resto non nego che Mària mancherà anche a me: ma se ho scacciato gli altri due concorrenti sconfitti, non posso per lei cambiare le regole della competizione; tanto più che il personale di servizio comincia a scarseggiare e nell'ala della residenza in cui ci siamo rifugiati non ci sono abbastanza giacigli per tutti".
"Se è un problema di giaciglio", osò allora dire Mària, "io posso stringermi..."
"Basta così, Mària, non stancarmi. Prendi le tue cose e in bocca al lupo", tagliò corto Verola. E come Mària, senza una lacrima, ebbe abbandonato la compagnia, riprese: "Cosa sono quelle facce? Preferivate scendere al suo posto?"
"Mia signora", rispose Taddei, "se pure ognuno di noi in cuor suo si augura di veder cadere tutti i suoi rivali e restare qui per ultimo, tutti per penultimo avremmo probabilmente voluto Mària". 
"Ah, e come mai?"
"Forse è l'unica", azzardò Don Tinto, "che nei suoi racconti ha messo un po' di carnalità, un po' di solido amore..."
"Meglio così, allora", rispose Verola, "dal momento che l'amor carnale sarà l'argomento del prossimo turno. Comincerà il professore, che con tutta quella pietà per la povera Mària non me la conta mica giusta. E adesso ritiriamoci, che domani... domani... mah, siamo rimasti in quattro, che ne dite di un doppio misto?"
"Mia signora, il campo da tennis è stato adibito a... fossa comune".
"Ah già. Beh, ci dev'essere un tavolo da ping pong in solaio".


******* FINE DEL TERZO TURNO *******
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Per il fiore di domani

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"...come sapete", proseguì secca Verola, "oggi finisce il secondo turno, invero deludente, della nostra piccola competizione. E tuttavia ho qualche difficoltà a riconoscere, tra i tanti prodotti scadenti che mi avete propinato, il peggiore. Così ho pensato di affidare il compito a qualcuno di voi. Prof. Esso, fa' un passo avanti".
"Sono eliminato, mia signora?"
"Non hai capito niente. Poiché il tuo racconto, pur senza entusiasmarmi particolarmente, mi è sembrato il meno peggiore del mazzo, delibero che sia tu stasera a nominare i due candidati all'eliminazione. Non c'è bisogno di aggiungere quanto questa mia scelta ti renderà inviso agli altri concorrenti, e in particolare a quello dei due che io grazierò. Ma questo è lo spirito del gioco".
"Mia signora, se questo è lo spirito, non posso certo sottrarmi".
"E quindi chi nomini?"
"Così su due piedi?"
"Ti do un minuto, via".








In quel mentre, si ritornò a udire distintamente quella nota sostenuta e vibrante che aveva già afflitto gli animi dei concorrenti prima dell'eliminazione di Arci.








"E insomma, Esso, chi scegli?"
"Mia signora, nomino Taddei e Aureliano".
"Plaudo alla rapidità delle tue scelte, ma ora dovrai motivarle".
"In primo luogo, qualunque sarà la sua insindacabile scelta, Signora, da domani non assisteremo più alle loro stucchevoli schermaglie".
"Più che giusto. Ma ora devi sostanziare le tue critiche nei confronti di entrambi. Cosa biasimi nella narrativa di Taddei?"
"Per biasimarla, dovrei prima ammettere che è narrativa. Preferisco continuare a considerarli freddi esercizi di stile col telecomando in mano. Nulla che sia in grado di intrattenerla, mia signora, nei freddi inverni della vita".
"E Aureliano?"
"Non credo che il suo posto sia qui. Tutte le sue invenzioni tradiscono ambizioni extradiegetiche. I narratori descrivono il mondo; Aureliano aspira a cambiarlo".
"Quindi non mi ama abbastanza?"
"Mia signora, l'amore in lui è come una debolezza. Nel fondo del suo cuore sa che il suo posto è laggiù, a lottare tra i proletari colitici".
"Quindi se lo elimino gli faccio un favore, è questo che vorresti dirmi? Non è che vuoi semplicemente togliere di mezzo uno dei pochi avversari alla tua altezza?"
"Mia signora, mi ha chiesto di giocare e sto giocando".
"Va bene professore, adesso tocca a me. Venite avanti, Aureliano e Taddei. Siete stati nominati. Vi prego, non cominciate a piagnucolare come fece il vostro collega la settimana scorsa. Tra alcuni istanti vi dirò chi tra voi sarà evacuato nella valle scura e puteolente". 






























































(bwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwwowwwwwwwwwwwwwwwwwwwwww)


















































"Aureliano, la servitù ti porterà i bagagli in cinque minuti".
"Non serve signora, ho già pronto lo zaino. Salgo a prenderlo".
"Quindi è così, te l'aspettavi. Sei contento di lasciarmi?"
"No, signora, ma forse è come ha detto il Professore.  Amo le lotte dei poveri, non le lotte tra poveri, come quella che dovrei combattere e vincere per lei. Il mio posto è davvero laggiù".
"Nella merda".
"Preferisco considerarlo concime. Per il fiore del Domani".
"Sissì, vabbe', ciao eh, Aureliano".
"Vorrei dire un'ultima cosa".
"Ma rapida eh".
"Io me ne vado, ma i problemi che ho raccontato nelle mie storie restano".
"Infatti, in tuo onore nel prossimo turno i tuoi avversari più fortunati dovranno raccontare storie ispirate al mondo del lavoro, sei contento? Comincerà Taddei, che ho appena graziato. Così sentiremo ancor meno la tua mancanza".
"Questo è molto... carino da parte sua, Signora".
"Ma che fai ancora qui, ti ho detto vai! Vai!"


******* FINE DEL SECONDO TURNO *******
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Prime notizie dell'epidemia

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"Cosa stavo dicendo?", proseguì Verola, "ah, sì: non mi resta che procedere all'eliminazione di uno di voi. E non intendo sprecarci molto tempo. Aureliano e Arci facciano un passo avanti".
I due obbedirono, e come per incanto nell'aere si diffuse una musica greve: una nota sola, protratta all'infinito, come a rendere ancor più faticosa l'attesa.


"Aureliano", cominciò. "Il tuo racconto non era poi così male. Benché palesemente off topic, come si dice adesso, gli riconosco qualche qualità espressiva - anche se chi ha letto il racconto di Keyes capisce dopo due minuti dove vuoi andare a parare".
"Ebbene sì, mia signora", proruppe l'improvvido Aureliano, "confesso senza vergogna di non aver alcuno scrupolo a recuperare un'idea altrui, quando è funzionale al messaggio che ho intenzione di veicolare. Non ho nessun culto romantico per l'originalità, e combatto fieramente la tirannia del copyright, feticcio borghese grazie al quale i nipoti inetti dei grandi scrittori pretenderebbero di essere coperti d'oro..."
"Ma Keyes è ancora vivo, credo; e in generale non mi piace essere interrotta", replicò la gelida Verola.
"Mi scusi, mia signora".
"Arci: il tuo raccontino, quando l'ho riletto a video, non mi è dispiaciuto. Eri fuori tema anche tu, ma mi piace questo modo di prendere ispirazione dai brandelli di conversazione insensata che la realtà ci recapita in casa".
"Grazie, mia signora".
"E adesso devo dirvi chi dei due lascerà la mia Residenza. Mi prendo un po' di spazio bianco, fingendo un'esitazione che non ho mai sperimentato in vita mia":






















































(Sempre quella nota insistita in sottofondo, insopportabile).










































































"Arci", proseguì, "devi fare i bagagli".
"Mia signora", disse allora il misterioso Arci, mentre Aureliano prendeva fiato e si tergeva il sudore, "non intendo contestare il suo giudizio, nel quale riconosco una buona dose di saggezza: un racconto che funzioni solo a video parte sfavorito in qualsiasi certame. Accetto serenamente la mia eliminazione, ma domando ugualmente di poter restare ancora qui presso di lei, indossando la livrea della servitù, se necessario".
"Di servi ne ho fin troppi", rispose Aureliana, "e non capisco il motivo per cui vorresti restare qui sconfitto a osservare gli altri gareggiare e trionfare. Ti facevo più orgoglioso".
"Mia signora, l'orgoglio c'entra poco. Quello che mi spinge a prostrarmi ai suoi piedi, radendo al suolo ogni mia residua dignità, è la preoccupazione per quell'epidemia di cui tutti parlano".
"Epidemia?", replicò l'incuriosita ospite. "E chi ne parla?"
"Tutto il personale di servizio: custodi, cuochi, sguatteri, non fanno altro che raccontare di questo morbo che dilaga a valle e miete vittime tra i loro parenti. Si tratta probabilmente di quel malessere intestinale di cui si sentiva molto parlare la settimana scorsa".
"E vuoi restare da me come servitore per evitare una diarrea?"
"Mia signora, da come i suoi domestici ne parlano, si direbbe che il batterio sia mutato al punto da divenire letale, e che non si sia trovato ancora un antibiotico adatto. Ragion per cui..."
"Caro Arci, la cosa sta diventando imbarazzante. Sei già mio ospite da una settimana; in cambio ti ho chiesto solo una storia, e non era un granché; ora vorresti fare della mia residenza un sanatorio, un baluardo contro la cacarella, ebbene no, mi spiace: nulla di personale, ma non posso creare un precedente".
"Capisco, mia signora".
"I miei uomini ti accompagneranno all'uscita".
"Addio, mia signora".
"Non saluti i tuoi avversari?"
"Sì, addio anche ai miei avversari, e vinca il migliore".
"Molto bene. Domani sveglia alle sei, e Don Tinto ci dirà la messa".
"Veramente io non potrei".
"Uff, allora la dirà il mio cappellano. In compenso domani sera Don Tinto ci intratterrà col suo secondo racconto".
"Volentieri, mia signora, ma su quale argomento?"
"Ecco. In onore del vostro avversario sconfitto, vorrei che le vostre storie, come la sua, ruotassero attorno ai mezzi di comunicazione: internet, televisione, telefono..."
"Vanno bene anche i giornali?"
"Vanno bene anche le tavolette azteche. A domani".


******* FINE DEL PRIMO TURNO *******
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Detto tra noi, non sarebbe bello se si potesse scegliere per chi soffrire? buttar giù una lista delle priorità, in cui infilare magari tra famigliari, amori e amici le vere grandi Emergenze dell'Umanità? Insegnare al proprio cuore a preoccuparsi più per la falla nel Golfo del Messico che per le figuracce della Nazionale. Evidentemente non si può, e questo ha risvolti grotteschi, come ad esempio soffrire per Taricone. Non lo conoscevo, non c'è nulla che mi avvicinasse a lui, dai reality alle fiction italiane agli sport estremi. Non ha senso. È il cuore, se così vogliamo chiamarlo: in realtà è un dispositivo mentale intermittente che avrebbe bisogno di una seria messa in discussione. Magari un altro giorno.

Oggi si sta male per Pietro Taricone. Con la sensazione di non aver perso un grande attore, ma una persona che avevamo conosciuto. È evidentemente un'illusione indotta dal medium televisivo, ma diamine, funziona. Non ho nemmeno acceso la tv, non voglio saperne niente, eppure mi vengono alla testa centinaia di sequenze in cui Taricone non è un carabiniere o un poliziotto o un pompiere o il pusher di Maradona, ma è semplicemente Pietro Taricone. Taricone sul divano che le spara grosse, Taricone che tacchina la prima che ci sta, Taricone che pianta una tenda nel soggiorno. Taricone che fa gli addominali, ma soprattutto Taricone che si vergogna. Questo è importante. Taricone ha fatto tutto il peggio che poteva fare per vincere al Grande Fratello e trovarsi un posto al sole, ma non ne andava fiero.

Verranno a spiegarci che il primo Grande Fratello è stato diverso da tutti gli altri, grazie tante. Gli mancava ancora la possibilità che ha cavalcato in seguito, di essere la parodia di sé stesso. Ci diranno che Taricone da subito aveva capito cosa non voleva diventare: un Pietro Del Grande Fratello. Può darsi che sia andata così, in effetti questa intervista dimostra una lucidità sorprendente. È del 23 dicembre 2000, le Torri Gemelle sono ancora al loro posto e Maurizio Costanzo non ha ancora collaudato il famigerato meccanismo che trasformerà gli ex concorrenti del GF in vip istantanei da pompare e sgonfiare alla bisogna. Eppure Taricone, appena uscito da una gabbia dopo 99 giorni, ha già capito. Non era un fesso.

Questo lo si era intuito subito: non per i quiz di cultura generale in cui surclassava tutti i suoi compagni di prigionia. Non perché avesse compreso prima e meglio degli altri le regole del gioco, la necessità di buttarla sul sesso, l'autoironia con cui era opportuno sfoggiare addominali. Taricone non era un fesso perché istintivamente aveva fiutato la Bestia e si era reso conto (come pochi, anche in seguito) che era troppo grossa per lui; che valeva la pena di fare un passo indietro. Studiare recitazione, fare curriculum. In seguito sarebbe diventata una battuta ricorrente: il tale film o la tale fiction era così scarsa che "il migliore è Taricone". Ogni sua apparizione era una breccia nella quarta parete, ma non era tutta colpa sua. Il fatto è che non lo conoscevamo come si conosce un attore, maledizione. Lo conoscevamo come si conoscono gli amici. E ogni volta che metteva il naso davanti allo schermo, veniva voglia di salutarlo: aho', ma che ci fai lì.

Ci diranno che il primo GF non era il circo di freak che è diventato in seguito (tant'è che quando finisce, al suo posto fanno lo show dei record coi nani, i giganti, i mangiatori di spade, i tatuaggi e i piercing. Un succedaneo). Ma forse la strada era già segnata. Quello che per me farà sempre la differenza, l'ho scritto sopra, è stata la vergogna. I giovani d'oggi, si dice, non la conoscono. Calciatori, tronisti, Taricone somaticamente non appariva diverso, salvo che la vergogna la conosceva, io me ne ricordo abbastanza bene. La vergogna sincera, non recitata, per aver voluto estromettere Roberta Beta con una prova di forza, salvo pentirsene pubblicamente nel giro di pochi giorni. Più che la tensione erotica per Cristina, rammento la vergogna per averla simulata o addirittura provata davvero; la vergogna assai poco telegenica del down postcoitale, la vergogna per essere stato quello che tutti ti chiedono di essere, te stesso, quando te stesso in fin dei conti non è un granché. Taricone è stato sé stesso per 99 giorni, in tv; poi ha passato dieci anni a cercare di essere qualcosa di diverso, magari migliore. Non so se ci stesse riuscendo davvero. Quel che ho scoperto ieri, è che io tifavo per lui.
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Bastard Sons Of Television

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Solo per distrazione ho accettato quest'invito

Ma io, ma voi, quando avevamo 17 anni e suonavamo in un garage, con tanta voglia di sfondare nel glamuroso mondo del rock (che ai miei tempi era impersonato da biondi striduli in stivali di pelle) ma anche molta integrità artistica (impersonata qualche mese dopo da depressi in camicie di flanella); ma io, ma voi, ci saremmo andati ai provini di X-factor? Se avete i miei trent'anni-e-rotti la risposta è no, perdio, no.

E questo è interessante. Cosa sta succedendo ai ragazzini? No, non ai tamarri e vari gangstarappa, cosa sta succedendo al nerbo morale di ogni generazione, ovvero i ragazzini che suonano nei garage? Ai miei tempi l'ipotesi provino televisivo era impensabile. Era anche impossibile, non esistendo i talent show; ma se fossero esistiti li avremmo incendiati, a causa di quella rigida compartimentazione socio-generazionale per cui da una parte esisteva il mondo dei vecchi, con il loro Sanremo, poi esisteva il mondo dei giovani stronzi, con le loro radio gommose e impasticcate; e infine il mondo vero, quello della musica vera, perlopiù d'importazione; e in Italia era rappresentato da pochi gruppi che in tv ci potevano finire soltanto in un attimo di distrazione dei produttori, come i GazNevada al Festivalbar.

Ma basta parlare di noi, generazione insulsa. Parliamo dei ragazzini. I Bastards Sons Of Dioniso. Non sono la cosa migliore che sia capitata alla tv di Stato negli ultimi, non so, tre, cinque, dieci anni? E com'è potuto succedere? Dev'essere stato un attimo di distrazione, anche stavolta.
Il format del programma non lo prevedeva. Tutto sommato Xfactor aveva tutte le premesse per diventare il solito carrozzone. Se si è rivelato un bel programma, è stato per una serie di (s)fortunate circostanze.

La prima circostanza è la decisione (suicida) di lanciarlo contro il Grande Fratello, nella speranza che il timido successo dell'anno scorso segnasse l'inizio di un nuovo trend, l'alba del talent-show di qualità nel tramonto dei reality tamarri. Errore. Come se la gente si fosse stancata di Berlusconi semplicemente perché fa lo stesso personaggio da 15 anni. Macché, chi guarda GF ha continuato a guardare GF. Ma questo ha fatto sì che intorno al programma concorrente si creasse un pubblico un po' diverso da quello che all'inizio ci si aspettava; uno zoccoletto duro di gente non proprio giovane (35 in media), non proprio meridionale (Veneto e Trentino), non proprio defilippizzata. Uno zoccoletto che ha perso quasi tutte le sfide auditel, ma che ha ottenuto un piccolo successo: è riuscito a rendere migliore il programma che guardava.

Raramente in tv questo succede: di solito da una parte del video c'è chi prepara la sbobba, dall'altra chi la mangia e zitto. Stavolta il solito carrozzone è diventato nel tempo uno spettacolo del tutto dignitoso. Merito (mi costa parecchio dirlo) del televoto, che ha impallinato deliberatamente i concorrenti che il pubblico di Maria o del GF avrebbe portato in finale; e ha prolungato la permanenza davanti ai riflettori di personaggi che in tv potevano finirci solo per un incidente di percorso: un quartetto di artisti dalla Patagonia, un trentottenne con due figli, un trio, boh, diciamo garage-prog-punk della Valsugana.

A un certo punto persino i membri fissi del carrozzone hanno iniziato a rilassarsi senza perdere la concentrazione, come succede quando hai la rara esperienza nella vita di lavorare in un gruppo che funziona. Non è che siano diventati improvvisamente migliori. Non è che Morgan abbia perso di vista il suo ego, che la Ventura abbia imparato di colpo l'educazione, che in Facchinetti sia maturato un presentatore professionista. Ma a un certo punto tutti i difetti hanno quagliato: le digressioni di Morgan avevano un senso (era l'unico giudice a prendere il suo ruolo un po' sul serio), Facchinetti ha preso un ritmo che Maria se lo sogna, persino la Ventura si riusciva a seguire. Questo è interessante. Significa che la tv italiana potrebbe diventare migliore in qualsiasi momento; basterebbe saper mescolare meglio ingredienti che nella sbobba ci sono già, non valorizzati, o in dosi sbagliate. E fare entrare nella scatola artisti veri, non pescati dalle file di tele-maniaci che bivaccano davanti ai cancelli dei provini; guardare appena appena qualche metro più in là, dove c'è gente meno omogeneizzata, come i Bastardi. Ma sarebbe tutto inutile se i Bastardi non si fossero fatti trovare. E questo ci fa tornare al punto di partenza: che ci fa un gruppo rock a Xfactor?

La seconda circostanza fortuita che ha determinato il loro successo è l'annoso problema dei gruppi vocali. In Italia non funzionano, pare (ma perché, nel resto del mondo sì? I Manhattan Transfert riempivano gli stadi? Boh). Il format di Xfactor prevede che una delle tre squadre sia composta esclusivamente di gruppi vocali: gente per lo più brava, che in tv fa anche la sua porca figura, ma difficilmente vende dischi qui da noi. Com'è successo a quelli che hanno vinto Xfactor l'anno scorso (no, non ha vinto la Ferreri, no).

Quest'anno la selezionatrice dei gruppi vocali era la rappresentante del malmostoso mondo discografico, Mara Maionchi, che piuttosto di mandare al macello altri gradevoli Quartetti Cetra ha deciso (anche lei sorpresa in un momento di grazia) di puntare sui gruppi normali. Quelli che a Xfactor in teoria non avrebbero potuto partecipare, perché nel carrozzone è vietato l'uso di strumenti, si canta sulle basi e punto.
E così dal Trentino ti spuntano questi tre ragazzini ancora imberbi, un power trio con una caratteristica curiosa: cantano tutti e tre, armonizzando. Oddio, ci provano. Stonano anche, ma in birreria ci sta. Hanno un nome impossibile che la Maionchi, orgogliosamente anglofoba, non riuscirà a pronunciare per tutto il corso del programma. Questi al primo provino non sapevano neanche perché ci fossero andati. Nella possibilità di arrivare in tv ci credevano così tanto che, una volta promossi al secondo livello, di fronte alla Maionchi allibita che aveva chiesto qualcosa d'italiano, sfoderarono un testo medievale. Lei smadonnò un po' ma poi li prese lo stesso. L'episodio secondo me è sintomatico. I giovani stanno cambiando. Anche la tv.

La tv più per disperazione che per altro. Chi ha lanciato i reality truzzi può anche turarsi il naso e proseguire, ma gli altri ormai sono costretti a cercare qualcosa di diverso. Qualsiasi cosa. Anche un trio rock della Valsugana che fa roba medievale, chi lo sa ormai cosa piaccia alla gente. Si aprono prospettive interessanti.

E i giovani. Beh, i giovani chi li capisce. Anche quelli che suonano nel garage; il rock è più o meno sempre rock, i garage non saranno molto diversi dai nostri, ma i giovani sì. Io alla loro età rifuggevo la tv, e il mainstream, come la mosca sociopatica rifugge la zuccherosa carta moschicida. Ai miei idoli di allora bastava poco, un contratto con una major, un video troppo programmato, per trasformarsi in odiosissimi “venduti”. Per i Bastards questo discorso non vale più, non sembra neanche mai esistito: hanno preso tutto con una leggerezza e un'allegria che ha contagiato tutti.

Si sono sottomessi senza fiatare alle coreografie più umilianti; siccome nel cervello della discografica l'operazione “Rock”+”Italia” dava immancabilmente come risultato “45 giri evergreen degli anni Sessanta” questi nati a fine Novecento si sono dovuti mettere indosso i pezzi di Rokes e Dik Dik, altro che musica medievale: come se al giovane Vasco qualcuno avesse chiesto facci Nilla Pizzi. E loro, senza una piega, si sono lasciati fare tutto, senza sembrare nemmeno puttane. Omnia munda mundis, chi lo sa. Ma è quasi miracoloso il modo in cui sono passati attraverso l'ingranaggio televisivo senza farsi stritolare, schiacciando a rete tutte le polemiche che gli autori gli lanciavano, i siparietti con le fidanzatine e tutto il resto. L'unica volta in cui hanno alzato la testa è per chiedere ai giudici qualche critica in più. Si era in effetti capovolto il rapporto di forze: i giudici, ligi al principio per cui ciò che piace al pubblico è buono e giusto, si erano messi a lodare qualsiasi stecca dei Bastards, che non sono nati cantanti e lo sapevano. A riequilibrare il tutto ci hanno dovuto pensare i ragazzini.

E questa è una buona notizia, secondo me. Una delle migliori dell'anno fin qui (pensate come siam messi). Le generazioni vanno avanti. Non importa quanto egotici e cialtroni siam venuti su noialtri, non dureremo sempre: verrà gente dopo di noi, gente migliore di noi, perché no. Sicuramente più allegra. Ci spero parecchio, grazie Bastardi.
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Caro spettatore di reality – ma a chi la vogliamo raccontare?
Cara spettatrice di reality, la stagione è iniziata - e la tregua è finita.
Ricomincia l’eterno dibattito tra me, barbogio critico dei reality, e tu, che ancora non ti sei annoiata, macché, insisti. Dopo tanti anni c’è ancora qualcosa di originale da dirci? Mah, chissà, a scavare forse c’è. Comincio io.

Con una concessione: molte delle cose che credevo sui reality non sono vere. Forse erano vere all’inizio. Ma poi i reality sono cambiati, più delle chiacchiere che ci sono cresciute intorno.
Oggi piacciono soprattutto a signore e ragazzine, ma quando arrivarono in Italia (più o meno era l’11 settembre), la curiosità era spalmata su una fetta di pubblico molto più estesa. Faranno vedere tutto? Ma proprio tutto tutto? Riprese nella doccia, sul serio? E poi, seriamente, cosa succede a una persona chiusa in una stanza per mesi con le telecamere? Insomma, all’inizio avrebbero potuto essere un programma per guardoni. O per sociologi. O per sociologi un po’ guardoni. O per guardoni con velleità sociologiche (quelli che tengono videoporno sull’hard disk perché “stanno facendo una ricerca”).

Col tempo abbiamo iniziato a capire che il reality era qualcosa di diverso, o meglio: col tempo è stato il reality italiano a coagularsi in una forma differente (in Italia: in altri Paesi l’opzione pornosoft è tutt’altro che scartata). Però quando critichiamo i reality, e quando litighiamo con voi che ancora vi ostinate a guardarli, abbiamo tutti ancora in bocca le stesse parole che usavamo nel 2001: noi vi diciamo “guardoni!”, e voi rispondete “macché, non capite che è un esperimento sociologico?”

Cerchiamo almeno di cambiare un po’ le posizioni (come si cambiano le regole dei reality: giusto per quella falsa sensazione di freschezza). Non è vero che siete guardoni, probabilmente non lo siete mai stati: però non è nemmeno vero che i vostri programmi preferiti contengano tutta questa sociologia. Non dico che all’inizio non ci volessero provare. Ai tempi della Bignardi ricordo una volta di aver intravisto davvero uno psicologo in trasmissione (non Meluzzi, uno vero), ma lo cassarono presto, probabilmente perché annoiava. Oggi nessuno osa dichiarare che i concorrenti di un reality siano uno spaccato della società eccetera eccetera: al limite possiamo dire che in una società differenziata e complessa si sono scavati la loro nicchia autoreferenziale (Vip di serie B, aspiranti vip, sconosciuti di area tamarra, ecc.).

Per descrivere questa progressiva emancipazione dei reality dalla realtà possiamo giocare sui titoli. Nel 2001 l’espressione “Grande Fratello” suonava ancora minacciosa: Orwell era stato riesumato per avvertire gli italiani che una trasmissione li avrebbe spiati (anche in bagno, sì, anche in bagno). Al confronto “L’isola dei famosi” è un titolo tranquillizzante: tutto quello che succederà sarà confinato in un’isola, e inflitto a un gruppo sociale ben definito (i “famosi”). In pratica il bacino d’utenza dei reality si è lentamente avvicinato e sovrapposto a quello delle riviste di gossip (sono cose scontate, lo so: ma vi giuro che non lo erano nel 2001).

Quindi, cara spettatrice di reality, prometto di non accusarti più di essere un guardone. Al massimo sei una sciampista pettegola, toh.
Ma non finisce qui. Da qualche anno a questa parte ho anche la sensazione che tu sia una… una terribile bacchettona, ecco. Una moralista. E questa davvero la devo spiegare, perché fino all’altro ieri ancora ti accusavo di spiare nei bagni, e questa cosa i moralisti non la fanno. Come faccio a rivoltare la frittata fino a questo punto?

Vorrei provare a illustrare questo paradosso attraverso un caso umano. Rocco del Grande Fratello. Lo so che non ha il carisma di Taricone o Jonathan. Ma secondo me è stato grazie a lui (o perlomeno attraverso lui) che il reality italiano ha trovato la sua via verso il perbenismo da divano.

Quando il reality cominciò (l’11 settembre), Rocco faticò molto a farsi notare. Gli altri inquilini della casa avevano tutti qualche caratteristica facilmente riconoscibile, lui un po’ meno. Il suo personaggio era ancora in fase di costruzione al momento di uscire – come se da quella casa poi si uscisse veramente. Andava alle serate e la gente lo fischiava. Andava alle serate, si faceva fischiare, firmava autografi e incassava. A un certo punto deve aver capito che quello era il suo mestiere, il suo personaggio: il fischiato.

Ed è andato avanti. Nel lungo tunnel verso l’oblio allestito da Costanzo e co., Rocco ha avuto il tempo di perfezionare il suo personaggio (cito wiki) “fortemente eccentrico, ambiguo (soprattutto a causa del suo abbigliamento) e attaccabrighe”. Mentre ai tempi della Casa Rocco era una persona a tutto tondo, difficile da comprendere e riassumere esattamente come ciascuno di noi, in seguito Rocco ha avuto un po’ di successo in tv trasformandosi in un mostro morale: un personaggio che serve esclusivamente a titillare il moralismo che è in ognuno di noi. All’inizio un gay, per farsi fischiare dagli omofobi: poi un riccastro che sputa alla miseria, eccetera. Non so se sia stata una scelta consapevole, ma di sicuro non è stata una scelta del solo Rocco: è stata la via percorsa da tutto il mondo del reality italiano (Rocco è stato solo il personaggio che l’ha imbroccata prima, o nel modo più smaccato). I reality potevano dire qualcosa dell’Italia in cui viviamo: le possibilità c’erano. Ma in nove casi su dieci hanno preferito fare la caricatura dell’Italia che ci piace di meno.

È una deriva che non interessa solo i reality. Nell’arte di farsi detestare Rocco è rimasto un dilettante, rispetto a professionisti come Corona. Ma guardiamo anche fuori dall’Italia. Da qualche anno in qua, l’avrete notato, sono tornati di moda i personaggi sesso-droga-e-rock’n’roll: Pete Doherty, Kate Moss, eccetera. Una cantante soul è diventata una celebrità internazionale sostanzialmente in virtù dei suoi passaggi in clinica. Poi ci sono quelle sulla ribalta già da un po’, come Britney Spears, che erano emerse ai tempi in cui la parola d’ordine è “se m’impegno sin dalla culla posso riuscire in qualsiasi cosa”, e che per adattarsi all’epoca finiscono in clinica anche loro. La differenza con altre epoche di eccessi è enorme. A fine anni sessanta ci si stonava per rivoluzionare la propria percezione delle cose, alla vigilia della rivoluzione (non era una buona idea, col senno del poi): nel ’77 ci si autodistruggeva per nichilismo… oggi ci si stona per la clinica. Quando sei in clinica la gente può giudicarti per quello che sei, e già che c’è compra i tuoi dischi o i tuoi occhiali. L’ideale a questo punto è entrarne o uscirne a intervalli sempre più frequenti. A questo punto è abbastanza inutile criticare Doherty o la Spears: non fanno che incarnare un’esigenza del pubblico, e lo fanno “col loro corpo” (direbbero le tute bianche), senza recite: ingrassano, dimagriscono, vanno in overdose. Per il ludibrio di migliaia di lettori e spettatori, Paris Hilton è stata in prigione: io mi sono sempre chiesto qual è il tipo di spettatore che ama Paris Hilton. No, Paris Hilton sta al mondo per essere giudicata e disprezzata. Ma da chi?

Più o meno dallo stesso pubblico dei reality. Un pubblico all’apparenza pacifico e disincantato, ma con una sete neanche tanto segreta di lacrime e sangue. Un pubblico che non cerca in tv il documento sociologico, ma il mostro negativo, con il quale consolarsi della propria piccolezza. Un pubblico che giudica, con o senza televoto: un pubblico che passa anche tre ore di dopocena a giudicare degli estranei. Un pubblico che, a parte giudicare, non fa poi molto altro.

Io in questo pubblico non ci voglio entrare. Non si tratta di criticare i reality: i reality esistono per essere criticati. Si tratta proprio di sospendere il giudizio. Può darsi che io abbia una morale, ma non passa necessariamente dal divano del giudice-qualunque. Non ho bisogno di disprezzare un vip caduto in disgrazia per sentirmi una persona buona. Perlomeno, non dovrei.
E tu, spettatrice, sei sicura di averne bisogno?
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- even better than the real thing

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L'isola che c'era, o forse no

Quello che è successo con J.T. Leroy, o con James Frey, non è una novità (in breve: si è scoperto che le tragiche esperienze di vita raccontate nei loro libri di successo sono in parte o totalmente false: addirittura l'ermafrodito Leroy non esiste: nelle interviste era interpretato da una ragazza).

Non del tutto una novità, dicevo. Non sono sicuro che nel Settecento gli inglesi comprassero le Avventure di Robinson Crusoe come un romanzo d'invenzione. Parecchi ci sarebbero rimasti male, scoprendo che si trattava soltanto delle invenzioni di un tal Daniel Defoe, ex mercante di vini, bancarottiere.
Quei lettori non compravano fantasia. Compravano le memorie di un "vero" naufrago su un isola deserta. Peccato che i racconti dei "veri" naufraghi sulle isole deserte non andassero oltre le cinquanta paginette. Perché la vita di un "vero" naufrago del Settecento, probabilmente, era un incubo. La più parte impazziva e basta. Un olandese a Sant'Elena arrivò a disseppellire la bara di un compagno per usarla come imbarcazione. Defoe non aveva mai messo il naso fuori dalla Gran Bretagna, ma aveva una merce rara sul mercato: la fantasia. È stato uno dei primi autori di best-seller – come tale, snobbato da gran parte dei suoi contemporanei scrittori.

La letteratura ha un suo pubblico affezionato: chiamiamolo "zoccolo duro". Lo zoccolo gradisce le novità, ma su alcuni paletti non transige. Uno di questi è il cosiddetto patto finzionale: io lettore accetto, per tutta la durata della mia lettura, di fingere che quello che mi dici tu scrittore è vero. Non a caso è chiamata anche sospensione della credulità: puoi trasformare una ninfa in alloro e un uomo in scarafaggio, mettermi davanti paesi, isole, mondi immaginari, e io ti crederò – solo finché non chiuderò il libro. C'è qualcosa di rassicurante – e forse di regressivo – in tutto questo: il lettore in sostanza promette di stare zitto e buono per tutta la durata della favola. Si tende a pensare che chiunque sia dotato di una media istruzione e abbia tempo di leggere ami la narrativa; in realtà non è così. C'è gente a cui il patto finzionale semplicemente non piace. E infatti anche le biografie hanno sempre avuto un pubblico di tutto rispetto. Notare: gli autori di biografie stipulano coi loro lettori un accordo che è l'opposto del patto funzionale: io apprezzerò una biografia nella misura in cui mi dimostrerai che non è fiction.

Ecco, se cominciamo a usare l'inglese, le cose diventano più chiare: tutto si gioca tra fiction e reality. Sì, proprio come in tv: accanto a uno zoccolo duro che tradizionalmente apprezza le storie dei professionisti della fantasia, è cresciuto negli ultimi anni un pubblico che vuole situazioni sempre più "reali". Curiosamente, i due generi si danno ancora oggi battaglia sullo stesso campo di Defoe: L'isola dei famosi contro Lost. Ma naturalmente, sin dai tempi di Dafoe (che s'ispirò all'avventura di un naufrago vero) fiction e reality sono due astrazioni. Molto spesso noi crediamo di comprare fiction, e invece stiamo cercando reality: vale per tutti i testi di ventenni veri o presunti, da Porci con le Ali a Melissa P. Ciò che cerchiamo, tradizionalmente, in libri del genere, sono informazioni reali sugli usi e costumi della razza dei giovani: dove si trovano, come comunicano, se si riproducono o no. Pazienza se non sono scritti bene: l'importante è che raccontino qualcosa che (da qualche parte nel mondo) sta succedendo veramente.
Allo stesso tempo, gran parte del reality in commercio è pura fiction: vedi appunto JT Leroy. Sapere che non è mai esistito trasforma la sua biografia in qualcosa di diverso – che probabilmente piacerà meno.

Ma da un punto di vista politico cos'è peggio, la fiction o il reality? Se da una parte abbiamo un pubblico che se ne starà zitto e buono per tutta la durata dello spettacolo (ma alla fine potrebbe anche alzarsi e decidere di fare la rivoluzione; di solito però non succede), dall'altra abbiamo – oltre a un sospetto di voyeurismo – la più grande impostura della modernità: la Naturalezza, o Autenticità, o Spontaneità. Lo sanno bene i concorrenti televisivi, costretti a sforzi immani per simulare quella "spontaneità" che il pubblico richiede.

La Naturalezza (qui ci vorrebbe Barthes, siete fortunati che non l'ho in casa) è la fregatura ideologica per eccellenza. La Società nasconde i suoi rapporti di forza dietro la maschera della Natura.
(La società dovrebbe essere quella cosa che tutti possiamo e vogliamo cambiare in meglio; la natura è il mondo mitico, aspro e selvaggio, che nessuno si permette di toccare, a cui tutti aspireremmo segretamente a tornare).
Libri come quelli di JT o di Frey, che potrebbero apparire documenti di protesta, funzionano in realtà come reportages turistici dai mondi della perversione, della follia, dell'ambiguità sessuale, della dipendenza.
Il lettore-tipo di reality non vuole cambiare le cose: le osserva a una distanza ragionevole, si tiene aggiornato – e quando scopre che gli hanno venduto della fiction giustamente s'incazza. Se il libro gli è davvero piaciuto, potrete persino sentirlo sostenere che "comunque quello che non è successo a JT sarà senz'altro successo a qualcun altro": in una frase del genere emerge tutto il cinismo dell'appassionato di reality, che si ritrova a dover sperare che qualcuno sia stato veramente violentato come JT, per salvare la propria esperienza di lettura. Un turista del dolore 'autentico' non ha il minimo interesse alla sistematica riduzione del dolore sulla terra: viceversa ha qualche interesse che il dolore continui, si replichi, si perfezioni, si rinnovi: e ogni tanto qualche superstite la scampi e scriva un libro.

Già, perché un'altra cosa hanno in comune Robinson Crusoe, JT e Frey: il mito del superstite. Tutti e tre hanno patito grandi tribolazioni, ne sono scampati, e possono fare soldi a palate raccontandoceli. Se la Natura è un mondo aspro e selvaggio (ma avventuroso, e inconfessabilmente bello), la Società è quel salotto simpatico che ricompensa generosamente chi ha saputo trasformare le sue esperienze in un racconto glorioso. Devo già averlo letto da qualche parte: JT è l'ultima incarnazione del Sogno Americano. Il ragazzo/a che a furia di dolori e sacrifici s'innalza dalla strada all'empireo degli scrittori. Scoprire che questa puntata del Sogno è stata realizzata da una bella signora ricca in un lussuoso appartamento di San Francisco procura ai nemici dell'Autentico un sordo brivido di soddisfazione.

Rimane il caro vecchio interrogativo: che fare? Se i seguaci della fiction sono bambini educati che non disturberanno la proiezione, e i maniaci del reality sadici voyeur senza il minimo interesse a migliorare il mondo, esiste una terza via? Quesito interessante, pensateci nel week-end.

(Ciao Vale, se passi di qui)
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- tutti pazzi per BB

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50 anni senza Brecht

(non sono passati in fretta)

AVVERTENZA: paradossalmente, questa è una delle cose meno didattiche che ho scritto. Nel senso che chi non conosca Brecht (non è un reato) non troverà qui nessuna spiegazione utile. Questo è solo uno sfogo di un tale che non sa spiegarsi. Mi spiace.

Quando il mondo non ti capisce, un po' è anche colpa tua. Io sono convinto di questo.
Gran parte dell'incomprensione tra me e il mondo, in questi giorni, scaturisce da una concezione diversa dello strumento-blog: per me si tratta di un luogo dove si osservano le cose come stanno. Non è che mi metta ad attaccare adesivi o a protestare formalmente contro gli incendi alle ambasciate, perché le mie proteste formali non sono interessanti. Interessante è cercare di capire cosa porta a un incendio a un'ambasciata. Ma poi qualcuno pensa che voglio giustificare, che sono complice, che che che che. Io guardo alle cose come stanno, loro preferiscono immaginarsi le cose come dovrebbero essere. Non ci vuole molto tempo a ricostruire il pattern di questo mio modo di ragionare. È Marx, in effetti. E mi viene da chiedermi cosa sta succedendo, da quand'è che mi sono svegliato marxista? O sono sempre stato un agente della seconda internazionale in sonno? La cosa buffa è che ne ho letto veramente poco. Forse Marx per me è quel tipo di "cultura" che non si legge ma si respira, quella che meno cose sai più ti ci attacchi: come la Bibbia per i cristiani o Tocqueville per i neoconi.

Aspetta. Forse è Brecht. Io ho letto molto Brecht. Parecchio tempo fa (non ho neanche più i libri in casa).

L'altra sera ero a questo spettacolo, di Lisa Severo (amica) e Rocco Casino Papia, e mi stavo divertendo, ma mentre mi divertivo, pensavo (non ci posso fare niente): possibile che il giovane Brecht sia davvero questo simpatico giovinastro sesso-sigaro-e-chitarra? Andare a ripescare il Brecht giovane, non è un modo di addomesticarlo?
Probabilmente sì, ma non è che ci siano molte altre opzioni per parlare di Brecht oggi. Prima che l'anniversario entri nel vivo – e che tutti si mettano a parlare dell'eredità del grande drammaturgo – io qua vorrei sostenere senz'alcuna serietà un'idea antipatica e (spero) soltanto mia: non esiste nessuna eredità. Noi non riusciamo neanche a capirlo, Brecht. È un uomo di un'altra epoca, infinitamente più antico dei suoi contemporanei. È un pezzo di Storia a sé: il Novecento funzionerebbe benissimo anche cancellandolo; sarebbe un secolo più povero, ma non s'indovinerebbero i rami tagliati. È uno che non c'entra niente, né con quello che veniva prima, né con quello che è seguito dopo. (Con un sforzo senz'altro maggiore, forse si potrebbe ritagliare dal '900 anche l'Unione Sovietica).
Ogni volta che tentiamo di accostarci a Brecht, prendiamo cantonate. Gran parte delle nostre associazioni di idee (Strehler, Milva, Louis Armstrong, Jim Morrison…) sono semplicemente assurde. Pensiamo all'Opera da tre soldi e ci dimentichiamo quanto Brecht la odiasse. Facciamo finta che sia espressionismo – una delle famose avanguardie storiche – quella un po' più teutone, un po' più grottesca, con le voci in falsetto – e fraintendiamo tutto quanto. Non è del tutto colpa nostra.

Non riesco a spiegarmi che per metafore – necessariamente fuorvianti. Per esempio: Brecht è un sistema operativo per un tipo di computer che nessuno sa più progettare. Brecht è un Mac in un pianeta di PC, o viceversa (forse è meglio viceversa). Brecht è l'antimateria, che schizza via dal nostro universo repellente. Brecht è il Minitel francese, un'innovazione rifiutata dal successivo sviluppo tecnologico. Brecht è il motore a idrogeno; perché funzionasse bisognerebbe rivedere la civiltà dalle fondamenta, forse non vale la pena. Brecht è Brecht, sarei tentato di concludere. Per capirlo dobbiamo continuamente rifarci a cosa pensava lui di sé stesso – non è un buon segno. Persino Benjamin lo fraintendeva (e sicuramente noi fraintendiamo Benjamin).

E dire che sembra l'autore più semplice del mondo. Cosa c'è di più lineare di Vita di Galileo? Scienza è bene e Chiesa è male, o no? Madre Coraggio? La guerra è brutta. Arturo Ui? Hitler è un gangster. Tutto qui? Sembra di stare a scuola. E infatti è lì che lo abbiamo conosciuto, sui libri di testo (comunisti!). Del resto anche la scuola è una scheggia di mondo in fuga libera. Educare i giovani, che ingenuità, nell'era dell'intrattenimento. Cosa c'è di più anti-attuale di un autore didattico? Certa sua poesia sembra guardarci da un promontorio di secoli; Libro del Siracide, Libro dei Proverbi, Poesie di Bertolt Brecht.
(A proposito, l'autore italiano più brechtiano secondo me è Calvino, un altro che si scriveva le introduzioni da solo. Scriveva "libri per le scuole medie". Addirittura ha fatto un'antologia scolastica. Poi non c'è da stupirsi se crescendo lo trovano antipatico. Gli adulti vogliono libri ggiovani, che li facciano sentire ggiovani. Sesso e parolacce. Calvino scriveva per i giovani veri, quelli che hanno voglia di crescere in fretta).

Brecht è un caso a sé non perché sia difficile da capire. Proprio per l'esatto contrario. Ti spiazza per quanto è ovvio. Tu pensi al teatro, ma il teatro è semplicemente quello che la sua epoca aveva da offrirgli. Se fosse nato oggi scriverebbe per cinema, tv, internet. Ma cosa scriverebbe? È immaginabile, oggi, un cinema brechtiano? Persino la recitazione sarebbe una cosa diversa. Brecht riprenderebbe gli attori mentre si preparano ad andare in scena, salve sono Cathrine Deneuve e in questa scena faccio la vivandiera alla Guerra dei Trent'anni – la mente vacilla. Mi ricorda un po' gli ultimi due film di Von Trier, ma forse nemmeno lui c'entra con Brecht.
Prima di scegliere la Germania Est, Brecht girò parecchio. Visse in California, ma non riuscì a lavorare per Hollywood. Non lo capivano e non capiva. Io naturalmente fantastico su cosa sarebbe successo, se fosse riuscito a sfondare laggiù (come il collega Weill). Di sicuro oggi i nostri canoni sarebbero diversi. Ma è un pensiero ozioso. Brecht non poteva farcela. Era una sfida epica, la sua, ma non nel senso che lui dava alla parola. Nel senso che aveva contro tutta la prassi dell'intrattenimento occidentale. È come quella scena di Goodbye Lenin (molto proiettato da noi) in cui il protagonista mostra alla madre la caduta del muro, ma in senso inverso: gli occidentali fanno la fila per entrare in Germania Est a comprare i cetriolini della Sprea e il surrogato di caffè della DDR. Ecco, pensare a Brecht oggi richiede il medesimo, titanico, sforzo d'immaginazione

In un libro del mio Professore (che incautamente ho prestato a qualcuno), c'è un capitolo titolato "Che fare dopo Brecht?" Mi ha sempre fatto impazzire. Quanto comunismo in appena quattro parole. Che fare dopo Brecht? Ce lo siamo sempre chiesto in pochi.
Qualche mese fa il mio Professore è andato in pensione. Al pranzo di addio ho conosciuto un altro suo discepolo, un poeta, che mi ha detto di adorare la poesia di Ardengo Soffici. La cosa avrebbe lasciato indifferenti i più, ma io mi sono laureato (tra gli altri) anche su Soffici. Non perché lo adorassi, ma perché lo detestavo, lo consideravo l'inventore del fascismo in letteratura, un profeta dello squadrismo quando ancora Mussolini era un pacifista senza se e senza ma; insomma, per me era l'archetipo del letterato stronzo del Novecento, e consideravo una missione morale laurearmi su quella gente.
A un certo punto del pranzo il professore ha detto: ma io come faccio ad avere avuto due studenti così diversi? Parlava di lui e di me. Uno opposto all'altro.
Io adesso sono qui. Il mio opposto è al Grande Fratello. Essendo il mio opposto, mi sta molto simpatico. E mi pare che se la stia cavando. In ogni caso, lui ha trovato la sua risposta: che fare dopo Brecht? Il Grande Fratello. C'è poco da scherzare: non escludo che abbia ragione lui. In ogni caso, a me tocca fare l'opposto, e cioè?
Prendiamo quello che sto facendo adesso. Un blog. Come si fa a brechtizzare un blog? Io a volte ci ho provato. Ma forse non ho capito niente. In ogni caso ringrazio Georg, che ha rimesso in giro quella che definisce "una delle dichiarazioni di poetica meno fortunate della storia della letteratura probabilmente". Ecco. Io provo a ripartire da lì. Forse sono sempre stato lì. In ogni caso, riparto. La forma epica del blog. Vediamo.


Forma drammatica del blog


Forma epica del blog

attiva
narrativa
involge il pubblico in un'azione scenica
fa dello spettatore un osservatore
ne esaurisce l'attività
però ne stimola l'attività
gli consente dei sentimenti
lo costringe a decisioni
delle emozioni
a una visione generale
lo spettatore viene immesso in qualcosa
lo spettatore viene posto di fronte a qualcosa
suggestioni
argomenti
le sensazioni vengono conservate
le sensazioni vengono spinte fino alla consapevolezza
lo spettatore sta nel bel mezzo, partecipa
lo spettatore sta di fronte, studia
l'uomo si presuppone noto
l'uomo è oggetto di indagine
l'uomo immutabile
l'uomo mutabile e modificatore
tensione riguardo all'esito
tensione riguardo all'andamento
una scena serve l'altra
ogni scena sta per sé
corso lineare degli accadimenti
a curve
natura non facit saltus
facit saltus
l'uomo come dato fisso
l'uomo come processo
ciò che l'uomo dovrebbe fare
ciò che l'uomo deve fare
il pensiero determina l'esistenza
l'esistenza sociale determina il pensiero
sentimento
ratio
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Passata una buona festa della liberazione? La mia è stata ottima.
Sono di buon umore. Non ho niente da dire. Mi sfogherò con gli errori altrui.

Il peggio del Manifesto

Il Manifesto compie trent'anni e organizza un forum. Tra le altre domande: Qual è la cosa peggiore che il manifesto ha fatto nei suoi primi 30 anni?
Un invito… manifesto a sparare sulla croce rossa.
"Caro Manifesto, io trent'anni fa neanche c'ero, ma posso segnalare la cosa peggiore che hai fatto nelle ultime trenta ore. Senti qua.

...Cressman - probabilmente facendo schioccare il palmo della mano sinistra nella piegatura interna al gomito del braccio destro - ha fatto capire che non aveva nessuna intenzione di convolare a nozze. Jane - presagendo un futuro a trainare la slitta di Babbo Natale - ha aggredito Thomas che ha cercato inutilmente di chiedere aiuto alla polizia. Gli agenti sono giunti sul posto troppo tardi. La delicata Miss Andrews - dopo averlo tramortito con una mazza da cricket - aveva pugnalato ripetutamente la sua vittima lasciandogli il coltello da cucina conficcato nello stomaco. Jane - quasi rispettando il copione di certi delitti d'onore - ha poi tentato il suicidio ingerendo una dose massiccia di barbiturici.
Forse Maria De Filippi e la sua gradinata di "Amici" avrebbe potuto evitare un epilogo così cruento. Ma forse era una "Missione Impossibile" e quindi lo stop nel palinsesto non avrebbe consentito la messa in onda della puntata del salvataggio.


UMBERTO RAPETTO, La posta del cuore che uccide (mercoledì 25 aprile)

Un'inglese accoltella il fidanzato. Che crasse risate.
A rivederci, tra trenta ore circa".
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Chi va dicendo in giro
Che non amo il mio lavoro
Non sa con quanto impegno
Mi dedico a…


Novità non in libreria

Passavo l'altro giorno non in una libreria ma all'ipermercato, e ho notato che Mondadori sta rimetendo in commercio 1984 con una fascetta molto trendy: "LA VERA STORIA DEL GRANDE FRATELLO".
Qualche acquirente ci resterà male.

Trendy per trendy, non posso fare a meno di segnalare il forum dell'Espresso on line: Isabella Santacroce risponde ai lettori. Roba per palati forti. Mm. La Santacroce è più di un caso letterario, è proprio un caso umano. Questo e-pistolario collettivo ne è la conferma. (No, basta, non voglio fare il solito acido… è una trappola… aiuto).

Beh, e lo sapete chi è l'editore di Luttazzi? Mondadori!
Il signore ha del fegato.

Spopola L'odore dei soldi, tutti lo comprano, (230.000 copie), se è esaurito lo chiedono lo stesso, le librerie lo ordinano, ma poi non è detto che quando arriverà avranno ancora voglia di acquistarlo, e si porrà il problema di smaltire tutte queste rese de L'odore dei soldi. Sospetto che diventerà il più tipico oggetto da bancarella triste – sempre se Berlusconi non va al governo e li manda tutti al macero per decreto.

Anzi Berlusconi, o chi per lui, forse sta già adoperandosi per ritirare tutta questa pubblicistica non ossequiosa. La voce del "misterioso acquirente", che si presenta in edicola e compra la partita in blocco (era successo per esempio a Fiumicino dopo l'intervista a Travaglio), è girata anche all'uscita dell'ultimo numero di "Diario" (la bella rivista di Enrico Deaglio), un numero tutto dedicato a chi? A Berlusconi.
Ecco come potrebbe funzionare la censura forzista. Berlusconi non è mica un fascista. Non vuole manganellare nessuno, ma è convinto di poter comprare qualsiasi cosa. Se un giornalista getta fango su di lui, mica lo minaccia. Mica gli fa fare la fine di Pecorelli. No, lui compra tutto, giornalista e giornali.
A questo punto, se avessi una rivista qualsiasi, anche di taglio e cucito, dedicherei il prossimo numero a Berlusconi. Qualche centinaio di copie in più le farei senz'altro. Magari riceveri anche un'offerta per cedere una quota a Mondadori. Perché, perché non ho più una rivista? Dopo averne avute tante? Che rabbia. Che sfiga.

Se però non volete aspettare il giorno in cui lo troverete su una bancarella a un prezzo risibile, c'è un altro modo di leggere un po' dell'odore dei soldi senza pagare. Wordtheque, il sito più fico d'Italia, ha chiesto e ottenuto di poterne ospitare ampi stralci. Li potete scaricare gratis, in txt o pdf, a questo link.

E poi non dite che non amo il mio lavoro.
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