Cinque leggende per sette fratelli

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18 luglio – Santa Sinforosa e i suoi sette figli martiri (II secolo), leggenda

Sette figlioli sette, di pane e miele, a chi li do? Il 18 luglio si celebra il martirio di Sinforosa e dei suoi sette figli, ma io non ci credo molto: sette figli? Tutti martiri? Ma andiamo. Racconta un anonimo agiografo che l'imperatore Adriano voleva inaugurare una bella villa a Tivoli, ma l'oracolo gli disse: ma cosa pensi di inaugurare, non lo sai che la vedova Sinforosa e i suoi sette figli ogni giorno ci tormentano invocando il loro Dio? Convincila a sacrificare, allora sì che faremo tutto quello che vuoi. 

Felicita e i suoi sette figli (non li sta sgozzando in una volta sola: li esibisce con orgoglio
accanto alla spada, che è il simbolo del martirio). Dalle Cronache di Norimberga.  

Adriano non perse tempo ad arrestare i figli con la madre, che però di sacrificare ai falsi dei non voleva saperne. La torturarono, e niente: allora la buttarono nell'Aniene con una pietra al collo, magari presso la pittoresca cascata. E i fratelli? Adriano fece innalzare sette pali intorno al tempio di Ercole Vincitore, e siccome non capita tutti i giorni di avere sette vittime consanguinee, ne volle approfittare per uccidere tutti in un modo diverso: a Crescente fece tagliare la gola, a Giuliano pugnalare il petto, a Nemesio il cuore, a Primitivo l'ombelico, a Giustino la schiena, a Stratteo il fianco, mentre Eugenio fu segato in due. I corpi furono gettati in una fossa che divenne nota come la fossa dei sette biothanatos, parola greca che veniva usata sia per i suicidi che per i cristiani che sceglievano il martirio. Qualcuno però andò a recuperare i corpi e li seppellì sulla Tiburtina, a otto miglia da Roma. Il corpo della madre invece sarebbe stato sepolto fuori dalle mura di Tivoli. Così dice la leggenda, e io non credo a una parola: sette figli? 

Il Martirologio geronimiano (che malgrado il nome non fu scritto da Girolamo) conferma che erano sette, ma li chiama con nomi diversi. Invece ricorda sette fratelli che di nome fanno proprio Crescente, Giuliano, Nemesio, Primitivo, Giustino, Stratteo ed Eugenio, ma il 27 giugno. Può darsi che qualcuno a un certo punto si sia confuso. Può darsi che i sette non siano i figli di Sinforosa, che Sinforosa non abbia mai avuto sette figli (ognuno dei quali potrebbe rappresentare una patologia riguardante una parte del corpo, come secoli più tardi i quattordici ausiliatori). Può darsi che non sia nemmeno mai esistita, tanto è simile la sua storia a quella più diffusa di Santa Felicita. 

Santa Felicita (da non confondere con la serva di Perpetua) era una ricca vedova romana che fu accusata di cristianesimo ai tempi di Antonino Pio (il successore di Adriano). Siccome il prefetto non riusciva a farla confessare, decise di arrestare i figli Gennaro, Felice, Filippo, Silano, Alessandro, Vitale e Marziale, e di ucciderli ognuno con un supplizio diverso, finché non avrebbe ceduto. Non cedette e fu uccisa anche lei. Fu sepolta coi figli in una basilica sulla Salaria, e in suo onore furono dedicate chiese e monasteri ai Sette Fratelli o ai Sette Frati... ma probabilmente è un falso anche questo. Sette fratelli, sul serio? Condannati a morte da un imperatore famoso per la sua tolleranza (come del resto Adriano)? È una favola, e come tutte le favole assomiglia a un'altra. Per una volta sappiamo anche quale, e forse abbiamo addirittura il nome dell'autore. Giasone di Cirene. 

Antonio Ciseri, Il martirio
dei Maccabei (1863).
A parte il nome non è che sappiamo molto di lui. Visse nel secondo secolo avanti Cristo; malgrado il nome greco era un ebreo e molto fiero di esserlo, in un periodo in cui l'ebraismo era minacciato dalla diffusione della cultura ellenistica diffusasi anche in Giudea dopo le conquiste di Alessandro Magno; assistette non sappiamo quanto direttamente alla lunga resistenza armata degli ebrei contro i sovrani ellenisti della dinastia Seleucide, e la documentò in quattro libri... che però sono andati persi. Un altro autore però ne scrisse un compendio, che ha avuto la fortuna di essere stato compreso tra i libri della Bibbia cristiana (non ebraica) col nome di Secondo Libro dei Maccabei (dal nome dall'eroica famiglia giudaica che capeggiò la resistenza). È un libro paradossale, per come tratteggia un vero e proprio scontro di civiltà tra ellenisti e giudei, prendendo la parte dei secondi, ma utilizzando in modo sapiente e forbito la lingua e lo stile dei primi. Comunque nel settimo capitolo il compendiatore racconta la storia di sette eroici fratelli che non vollero mangiare carne di maiale, malgrado il tiranno Antioco IV li minacciasse di morte. Come seviziatore di innocenti, Antioco è più credibile di Adriano e Antonino: il suo soprannome ufficiale era Epifane (colui che si manifesta), ma ad Antiochia lo chiamavano anche Epimane (il matto). Era un grande stratega ma faceva scherzi incomprensibili, sognava di fare di Gerusalemme l'ennesima polis ellenistica, ma insomma il compendiatore racconta che avrebbe fatto mutilare e arrostire in padella i sette fratelli, davanti agli occhi della madre. La cosa toccante è che ognuno di loro, prima di farsi tagliare la lingua, la usa per rivendicare la fede nell'unico Dio e la certezza della vita eterna. È in sostanza una leggenda di martiri fatta e finita, scritta due secoli prima dell'avvento del cristianesimo. I fratelli sono tanto eroici che Antioco comincia a vacillare, e invita la madre a dissuadere dal martirio almeno il settimo: la madre finge di acconsentire, ma quando finalmente può parlare all'ultimogenito gli dice:

«Figlio, abbi pietà di me che ti ho portato in seno nove mesi, che ti ho allattato per tre anni, ti ho allevato, ti ho condotto a questa età e ti ho dato il nutrimento. Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l'origine del genere umano. Non temere questo carnefice ma, mostrandoti degno dei tuoi fratelli, accetta la morte, perché io ti possa riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia».

I sette fratelli Govoni

Il figlio non se lo fa ripetere due volte e ottiene un martirio persino più doloroso dei fratelli maggiori; dopodiché Antioco, folle di rabbia, uccide anche la madre. Un episodio del genere, scritto evidentemente per spronare gli ebrei a resistere contro i prevaricatori, non poteva che esaltare i lettori cristiani dei secoli delle persecuzioni. A un certo punto la Chiesa di Roma rivendica di custodire le spoglie dei "Sette Santi Maccabei", in San Pietro in Vincoli. Probabilmente la gemmazione di nuove leggende sui sette fratelli nasce da qui, e dal fatto che molto spesso i racconti non si diffondevano in forma scritta e nemmeno orale, ma attraverso le immagini; sicché talvolta un predicatore poteva trovarsi sulle pareti o sulle vetrate la storia di sette fratelli morti ammazzati, e se non conosceva la storia dei Maccabei gli toccava improvvisare, magari ambientando la storia in una cornice più locale e interessante per gli ascoltatori, come nel caso di Tivoli. Alla fine gli elementi sono gli stessi: un imperatore stronzo, sette fratelli uccisi male, una madre che assiste e muore pure lei... e non è che dobbiamo crederci per forza. Se l'agiografo di Santa Sinforosa ha copiato quello di Santa Felicita che ha copiato il compendiatore di Giasone di Cirene, anche Giasone potrebbe avere ripreso la leggenda da qualche parte. Ormai lo abbiamo capito, no? Dove c'è un tiranno malvagio e sette fratelli uccisi, meglio diffidare. 

La famiglia Cervi

Mettiamo che tra qualche secolo ci sia ancora qualche storico curioso del nostro. Su che libri potrà mettere le mani? Probabilmente uno di quelli stampati in più copie, che ne so, il Sangue dei vinti di Giampaolo Pansa. Da bravo studioso non prenderà tutto per oro colato; ad esempio quando Pansa parla dei sette fratelli Govoni trucidati dagli uomini della Garibaldi ad Argelato, penserà: ma questo è un calco, figurati. Sette fratelli pestati a morte in una volta sola? Non la bevo, è chiaro che l'autore si è ispirato a una leggenda pre-esistente. Magari a quella dei Cervi, i sette fratelli di Campi Rossi di Gattatico, fucilati a Reggio Emilia. Oppure ai sette figli di Santa Sinforosa, o di Santa Felicita, o ai sette santi Maccabei (che non erano nemmeno Maccabei, ammesso che siano esistiti, e probabilmente no). Se c'è una cosa che ogni storico coscienzioso dovrebbe sapere, è che la mitologia può ispirarsi alla realtà, non il contrario: e quindi se mai sette fratelli furono uccisi, questo deve essere successo tantissimo tempo fa, di sicuro non al tempo dei nostri nonni. Sette fratelli? Impossibile. 

(In un documento della sezione fascista di Reggio Emilia c'è scritto proprio così: sotto la lista dei Cervi, un appunto: Sette fratelli? col punto interrogativo e sottolineato in rosso. Come a dire: ma davvero lo abbiamo fatto? Siamo noi la leggenda, siamo noi Adriano, Antonino, Antioco Epifane? Forse chi lo scrisse per un momento sentì che la realtà gli cedeva intorno, che la fantasia prendeva il sopravvento coi suoi demoni invisibili, inguardabili; e ne ebbe vertigine). 

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Il poeta preferito di Gesù

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9 maggio – Isaia, profeta e poeta

Sappiamo che Gesù sapeva leggere (Luca 4,16). Conosciamo anche il suo scrittore preferito. Basta ascoltare quel che dice, basta ragionare su quel che fa: Gesù è un lettore di Isaia. Lo conosceva bene, lo citava spesso, a volte forse gli usciva di bocca senza neanche che se ne accorgesse. Si vede che lo aveva letto molto. Un lettore laico e spassionato potrebbe aggiungere: lo aveva letto troppo. Isaia potrebbe avergli fatto l'effetto che Chateaubriand e Balzac facevano a Emma Bovary; potrebbe averlo ridotto nel modo in cui i poemi cavallereschi ridussero Don Chisciotte. I Profeti avevano descritto il mondo, ma ora si trattava di cambiarlo: dopo aver letto Isaia, meditato Isaia, sognato Isaia, il carpentiere di Nazareth a un certo punto decise di vivere Isaia. Questo significava anche vivere poco, cosa di cui forse non si rese conto che in seguito.

Quadri ritrovati Monaco
Don Chisciotte e Sancio Panza 
(Honoré Daumier).

Del resto di che autore ci si poteva appassionare, nella Galilea del primo secolo? Parlando di poesia, la Bibbia non è che ne trabocchi. Qualche salmo ispirato (i migliori assomigliano proprio allo stile di Isaia), qualche proverbio azzeccato, un paio di libri che ancora oggi ci sorprendono (Qohelet, Giobbe), e il resto è prosa. La poesia del resto non era lo scopo iniziale dei redattori e dei compilatori. In principio c'era soprattutto da fare storytelling, world building, mettere insieme un po' di leggende e raccontarle in modo non troppo romanzesco e non troppo infantile, tagliando  le contraddizioni, gli errori di continuity. Poi – siccome si parla di un contratto tra Dio e il suo popolo – c'è tutto il capitolato, le leggi e le norme e persino le risultanze di un censimento. Sono le pagine meno eccitanti, ma danno un tocco di realismo. Ai primi cinque libri, attribuiti a Mosè e chiamati Torah, "insegnamento", seguono i Neviìm, i Profeti, una raccolta che all'inizio sembra voler proseguire il racconto storico. Documentano l'invasione della Terra Promessa (Libro di Giosuè), il successivo periodo anarco-tribale (Libro dei Giudici), la nascita di una monarchia unitaria (Libro di Samuele), il momento di massima gloria con l'erezione del tempio di Salomone, la secessione tra regni di Israele e Giuda, la decadenza e le ripetute sconfitte belliche, fino alla deportazione degli ebrei in Babilonia (Libro dei Re), il vero momento cruciale di tutta la Bibbia: l'esodo al contrario.

Qui si interrompe la storia del passato e comincia quella del futuro. La seconda parte infatti ospita i libri più propriamente profetici: Isaia, GeremiaEzechielei Minori. E anche se questi profeti testimoniano da punti di vista diversi la stessa storia contenuta nella prima parte, la descrivono come se dovesse ancora accadere e i migliori ci restituiscono proprio questa sensazione: che tutto debba ancora accadere. Gli ebrei non sono ancora in Babilonia, i cantori del Tempio devono ancora appendere le cetre alle fronde dei salici. Persino gli Assiri devono ancora devastare il Paese da nord. Tutto è già scritto, eppure tutto deve ancora succedere e attenzione: potrebbe ancora non succedere. Dipende dal Popolo Eletto, nel quale il lettore tende a identificarsi, non fosse altro perché come accade nei romanzi di formazione egli è il prediletto di Qualcuno ma ha un'inveterata tendenza a non seguirlo e cacciarsi nei guai. Se solo smettesse di sacrificare a idoli falsi, se solo riconoscesse il Signore come unico Dio, se solo cominciasse a onorarlo come si onora un buon padre, e rispettasse i suoi insegnamenti... e mentre leggiamo sappiamo che non succederà; non quella volta almeno; ma capiamo anche che stavolta tocca a noi.

Come notava un lettore attento come Girolamo, lo stile di Isaia è così lucido che il suo futuro sembra già un passato. Come ha suggerito qualche critico in seguito, questo potrebbe dipendere banalmente dal fatto che le profezie di Isaia sono profezie post eventum, ovvero scritte (o rieditate) dopo i disastri che illustrano. Questo è probabilmente vero per tante pagine in cui si dà conto delle scorrerie degli Assiri e poi della dominazione Babilonese, e persino del successivo periodo Persiano (c'è persino un cantico in onore di Ciro scià di Persia, liberatore di Israele). Sappiamo che Isaia, chiunque fosse, viveva in un piccolo regno destinato a cadere come un caso di coccio tra i vasi di ferro del tempo, gli imperi che in una fase di crisi tendevano a estendere il loro controllo sulle zone periferiche. Così succedeva ciclicamente da secoli: poco a est di Gerusalemme si potevano vedere le rovine di misteriose città già millenarie come Gerico; fantasticare sul Dio terribile che doveva averle distrutte e sui peccati immondi che gli antichi cittadini dovevano avere commesso per meritare tanta vendetta. La raccolta di Isaia comincia con uno dei brani più scioccanti, dando voce a un Dio letteralmente stomacato dal fumo di sacrifici che non può apprezzare.

"Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di giovenchi; il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. [...] Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue!" (Isaia 1,11-15).

L'Isaia di Michelangelo, con quei piedoni impressionanti (Cappella Sistina).

Questo Dio deluso e arrabbiato, al lettore della Bibbia ormai è familiare. Eppure nessuno gli ha prestato la voce così bene come il profeta-poeta Isaia, al punto da avvalorare il sospetto che sia lui ad averlo immaginato per primo, nell'VIII secolo avanti Cristo, in un luogo e in un tempo in cui il più rigido monoteismo era ancora in fase di formulazione. Gli idoli di pietra legno e gesso (Isaia 44), sono ancora divinità stimate e adorate da gran parte della popolazione; l'idea di rigettarli come manufatti, distruggerli e imporre un unico Dio non rappresentabile è promossa dalla corte di Gerusalemme, presso la quale l'Isaia storico dovrebbe avere avuto un ruolo ufficiale. Se fosse nato nel 765, avrebbe potuto assistere direttamente o indirettamente alla catastrofe del 722: l'invasione assira che pose termine al Regno di Israele di Samaria e Galilea e alla deportazione delle Dieci Tribù Perdute. In seguito gli assiri si sarebbero spinti fino a Gerusalemme; ma proprio le preghiere di Isaia e del pio re Ezechia avrebbero sgominato l'esercito invasore, causando 185mila morti in una notte (38,36). Se questo dettaglio appare poco verosimile, in compenso gli archeologi hanno scoperto che negli anni seguenti all'invasione Assira la popolazione di Gerusalemme e dintorni crebbe drasticamente, probabilmente perché molti ebrei dei territori occupati a nord si erano riversati a sud. Le distruzioni che Isaia immagina, potrebbe averle viste davvero, o essersele fatte raccontare da qualche profugo. Non sono ancora immaginazioni apocalittiche e macchinose come nei profeti più tardi: sono papiri impestati di lacrime sincere, dolore autentico e autentica angoscia perché Isaia e i suoi seguaci hanno la sensazione che tutto possa succedere di nuovo, se Israele non capisce la lezione.

In quel giorno, sette donne afferreranno un uomo e diranno: "Noi mangeremo il nostro pane, ci vestiremo delle nostre vesti; facci solo portare il tuo nome! Togli via da noi il disonore!" (4,1).

Dopo il ritiro degli Assiri, Isaia fa ancora in tempo ad avvertire re Ezechia che Gerusalemme sarà preda dei Babilonesi (39,5); Ezechia però ormai è anziano e si addirittura si rallegra – tratto dissonante e verosimile – perché ci vorrà ancora qualche generazione e lui non ci sarà più (39,8).

Il profeta invece va avanti, anche se non è più l'Isaia storico (secondo una leggenda il successore di Ezechia, l'empio Manasse, lo avrebbe fatto segare in due nel tronco dove si era nascosto). Metà del suo libro in effetti è da attribuire a una "scuola di Isaia", un seguito di discepoli che condivide col maestro non solo il monoteismo rigoroso e l'angoscia per il futuro, ma anche lo stile. I discepoli riprendono anche il concetto messianico, l'idea che le sorti di Israele dipendano da un prescelto. Il maestro aveva previsto che nascesse da una vergine, lo aveva chiamato Emanuele ("Dio con noi"), (7,14) e lo aveva collegato alla dinastia reale di Giuda (il "tronco di Iesse", padre di David, 11,1). Nei papiri dei successori il Messia diventa una figura più drammatica, assume il titolo di "Servo del Signore" e assume i tratti di una vittima sacrificale. "Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità" (53,4-5).

Le profezie del libro si estendono per tre secoli, fino al ritorno degli ebrei da Babilonia consentito dallo scià Ciro il Grande a partire dal 538 aC. E anche in seguito, perché mentre i libri storici fanno il loro tempo, un buon libro di poesia è per sempre: cinque secoli dopo ancora Gesù ci trovava qualcosa di fresco e interessante. Sarebbe mai uscito da Nazareth, avrebbe mai abbandonato la stabile attività di carpentiere, se a un certo punto non si fosse lasciato conquistare dall'idea di un Regno di rettitudine dove l'agnello riposerà col leone? Se in lui non avesse iniziato a serpeggiare il sospetto di essere lui il Servo del Signore, il prescelto che doveva essere schernito e flagellato prima di portare la giustizia sulla terra? Persino quella scelta discutibile di consegnarsi alle guardie del Sinedrio; di farsi processare davanti a un procuratore Romano senza dire una parola a sua difesa, assume un senso se si rilegge Isaia 53. Gesù potrebbe aver semplicemente amato così tanto le profezie di quel libro da decidere di realizzarle – a prezzo della sua vita, certo, i lettori veramente affezionati queste cose le fanno.

E se fosse davvero andata così, questo cosa ci insegnerebbe: che la Bibbia è un equivoco? Un profeta del settimo secolo scrive una serie di messaggi per mettere in guardia politici e credenti da una possibile invasione da nord e sulla necessità di stringersi intorno al monarca di una dinastia blasonata; però li scrive così bene che secoli dopo la gente continua a leggere i suoi versetti completamente decontestualizzati, continua ad aspettare un Messia anche se la stirpe di David si è estinta, e a sognare la caduta di Babilonia – Babilonia nel frattempo è effettivamente caduta, ma Isaia è così bravo a scriverne che speriamo tutti che si riferisca a qualche altra città tronfia e arrogante, speriamo tutti che ancora si realizzi, lo speriamo così tanto che ogni tanto succede, e ogni volta che succede è la prova che Isaia non sbagliava. Il suo libro è una profezia che si autoavvera.

Gabriele "D'Annunzio" Rapagnetta

I poeti hanno spesso ragione. Suona un po' retorico e molto crociano, ma se ci riflettete. Tutto quello che a distanza di secoli riconosciamo come poesia, è sempre qualcosa di talmente lucido che riusciamo a specchiarci. Noi in teoria non abbiamo più nulla in comune con Publio Virgilio Marone, ma agnosco veteris vestigia flammae sappiamo tutti cosa vuol dire, sappiamo tutti che è vero e lo è per tutti noi, e lo sarà ancora per qualche generazione. E se non piangi, di che pianger suoli? Di me medesmo meco mi vergogno. Ô vraiment marâtre Nature. The bustle in a house the morning after death. E l'infinita vanità del tutto. I poeti dicono la verità, tranne ovviamente D'Annunzio. No, in realtà la maggior parte dice sciocchezze (come D'Annunzio), e infatti smettiamo di leggerli, perché dopo un po' le pietre colorate ci stancano, mentre di quelle che ci specchiano non ci liberiamo mai. Per distinguere il diamante dal coccio di vetro, più che occhio e gusto ci vuole tempo, tantissimo tempo. È peggio che piantar datteri: tu verga pure i tuoi versicoli e spera che ogni tanto qualcuno li ristampi, ma già sai che ci vorranno secoli per capire se hai eretto davvero un monumentum aere perennium, o sottoscritto tonnellate di carta da macero.

Isaia ce l'ha fatta. Anche se non avete mai aperto una Bibbia in vita vostra: ugualmente qualche suo verso lo conoscete, e vivete in un mondo cambiato dai lettori di Isaia. Oppure avete visto Matrix, o qualsiasi altra saga che abbia per protagonista il Prescelto, ecco: quella è un'idea di Isaia. Potrebbe essere il poeta più antico che conoscete: se la gioca con Omero. Quest'ultimo è senz'altro un miglior narratore, un più attento osservatore, soprattutto quando c'è da descrivere fatti di sangue cui deve avere assistito direttamente. Isaia è meno trucido: la violenza non lo attira, preferirebbe che i nemici fossero annientati direttamente da Dio nel modo più astratto e pietoso possibile, senza spargimenti di sangue. Insomma non ha fatto il militare, Isaia; ma ci ha regalato in fondo a tanti papiri intrisi d'angoscia l'immagine di un mondo di pace e soprattutto l'ipotesi che quel mondo non sia un ricordo di un passato perduto – come per i Greci e poi per i Romani – ma qualcosa che può ancora avvenire: un seme che darà frutto, un regno di rettitudine.

"Certo, ancora un po' e il Libano si cambierà in un frutteto, e il frutteto sarà considerato una selva. Udranno in quel giorno i sordi le parole di un libro; liberati dall'oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo di Israele. Perché il tiranno non sarà più, sparirà il beffardo, saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla" (29,17-22).

È un'idea per cui vivere, anche se spesso si tratta di vivere tragicamente e poco. Ma è un'idea. Isaia l'ha immaginata, Gesù l'ha vissuta, i suoi seguaci hanno continuato a imitarlo per secoli, ed eccoci qui. Babilonia può cadere da un giorno all'altro, Dio lo ha già fatto più volte, può rifarlo. Dipende solo da noi. Il Signore ha già spezzato la verga degli iniqui, il bastone dei dominatori, di colui che percuoteva i popoli nel suo furore, con colpi senza fine, che dominava con furia le genti con una tirannia senza respiro. Riposa ora tranquilla tutta la terra: ed erompe in grida di gioia.

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Geremia, e altre geremiadi

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1 maggio – Geremia, profeta (650-580 aC)

A Geremia capitò, nel quinto mese del quarto anno di Sedecia (ultimo re di Giuda), di essere contestato pubblicamente da un altro profeta, Anania figlio di Azzùr, da Gàbaon. Nel tempio di Gerusalemme, sotto gli occhi dei sacerdoti e del popolo, Anania annunciò che la dominazione babilonese aveva i giorni contati; nel giro di due anni i deportati a Babilonia sarebbero tornati a casa, gli arredi saccheggiati restituiti al Tempio. Ora Geremia da anni non faceva che spiegare il contrario: contro i Babilonesi di Nabucodonosor II ogni resistenza era inutile, e soprattutto contraria al volere dell'unico Dio. E siccome alle sue parole nessuno sembrava volersi rassegnare, Geremia aveva tentato con il linguaggio degli oggetti; si era fatto montare sul collo un giogo (Geremia 27,2), come una bestia di soma, e con quel giogo sul collo, emblema dell'egemonia babilonese, si recava nel Tempio a testimoniare la volontà del Signore. Finché non arriva questo Anania da Gabaon e non osa spezzargli il giogo davanti a tutti, gridando: "Dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Io romperò il giogo del re di Babilonia!" (28,2). E Geremia?

Il Geremia di Michelangelo (Cappella Sistina).

E Geremia non oppone resistenza, anzi, per un attimo sembra lasciarsi convincere. "Così sia! Così faccia il Signore! Voglia il Signore realizzare le cose che hai predette", risponde ad Anania (28,5). Credo sia l'unico caso un tutta la Bibbia in cui profeta afferma che preferirebbe aver torto, che si verificassero le profezie di qualcun altro. Geremia aggiunge però un'obiezione. Da sempre, spiega ad Anania, i profeti annunziano sventure: "guerra, fame e peste". Un profeta di cose buone è una relativa novità e quindi "sarà riconosciuto come profeta mandato veramente dal Signore soltanto quando la sua parola si realizzerà" (28,8): insomma circostanze eccezionali (la pace, la vittoria contro i nemici) richiedono prove eccezionali. Poi Geremia "se ne va per la sua strada" (28,11), magari in cuor suo sperando che il Signore queste prove le fornisca, che il Signore per una volta confermi il profeta di pace e sbugiardi lui e tutti i colleghi uccelli del malaugurio. Niente da fare: appena il Signore gli rivolge la parola è per rivolgere un messaggio ad Anania: "Tu hai rotto un giogo di legno ma io, al suo posto, ne farò uno di ferro" (28,13). Anania muore di lì a poco, e nel giro di qualche anno Nabucodonosor, innervosito dalle tresche di Sedecia con gli Egizi, rimanda le sue truppe a Gerusalemme, distrugge il Tempio, completa la deportazione. Geremia non sbagliava mai. Ma ecco, non ci provava gusto. È un dettaglio importante.

"Da grande penso che farò il profeta", Linus avverte Charlie Brown in una striscia del 1970. "Dirò verità profonde, ma nessuno mi ascolterà". "Se nessuno ti ascolterà, perché parlare?" "Noi profeti siamo molto ostinati" ("stubborn"). Tutt'altro che digiuno di Scritture, Linus ha un'immagine ben precisa di che tipo di profeta vuole essere. Non un'autorità sacerdotale come Samuele, né un supereroe come Elia. Non un detective sagace e integerrimo come Daniele, non un poeta ispirato come Isaia né allucinato come Ezechiele. Per Linus essere profeti significa soprattutto essere "ostinati": significa essere Geremia. È lui il profeta tipo. Gli altri sono troppo lirici, o visionari, o protagonisti di storie epiche o edificanti. Geremia non è un personaggio, è un uomo. Dio lo ha scelto per recare notizie perlopiù cattive, senza riguardo per la salute del messaggero. Malgrado sia predestinato dalla nascita ("Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo... ti ho stabilito profeta delle nazioni", 1,5), Geremia sin dall'inizio si schermisce ("Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane", 1,6). Ma non c'è niente da fare. "Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me" (20,7). Per forza: ogni volta che parla, deve proclamare: "Violenza! Oppressione!", ed è il primo a stancarsene. Dio gli invia profezie non solo per Giuda, ma per tutte le nazioni grandi e piccole: e sono tutti oracoli di sventura, tutti messaggi pericolosi. Non può nemmeno sposarsi. "Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno" (20,8).

Geremia ha una verità dura da consegnare: il popolo di Giuda sarà punito per i suoi peccati. Esso ha abbandonato l'unico Dio, rivolgendosi a idoli osceni come Baal, che talvolta pretendono ancora sacrifici umani (19,5). Il Signore non li ha mai richiesti, anzi ne è orripilato. Se il popolo non ascolta Geremia, l'invasione da nord sarà inevitabile. "Ecco, io porrò per questo popolo pietre di inciampo, in esse inciamperanno insieme padri e figli; vicini e amici periranno" (6,21). È chiaro che con un messaggio simile Geremia rischiava di passare per un agitatore al soldo dell'invasore ("Tu passi ai Caldei!", 37,13). Il suo libro non si dà molta pena di confutare questa impressione: più volte arrestato e fustigato dai funzionari del re di Giuda, gettato in una cisterna dove rischia di morire di sete e fame (38,6), Geremia viene liberato proprio dai Babilonesi ed è lo stesso Nabucodonosor a fornirgli una scorta armata (39,12). Mentre re Sedecia viene imprigionato a Babilonia (l'ultima cosa che vede, prima di essere accecato, sono i suoi figli sgozzati dal boia), a Geremia è risparmiata anche la deportazione in Mesopotamia, dove fu condotta gran parte della classe dirigente del regno di Giuda. Geremia scrisse loro di non preoccuparsi, di far figli e accettare la nuova situazione, comunque transitoria: anche Babilonia sarebbe caduta, nel giro di settant'anni. Non sbagliava nemmeno su questo, ma è forte il sospetto che questa e altre profezie siano ritoccate a posteriori dagli scribi. Il suo libro, uno dei più disordinati della Bibbia, mescola gli oracoli a episodi di vita vissuta, con enormi lacune e vistose ripetizioni. Proprio questo disordine ci dà la sensazione che quella di Geremia sia storia, ambigua e incompleta com'è sempre la storia, e non una favola a lieto fine. Elia è probabilmente un mito, Isaia il nom de plume di più poeti, Giona un racconto edificante: ma Geremia dev'essere esistito davvero. La cisterna in cui viene gettato sembra molto più vera di quella già traslata in fiaba in cui i figli di Giacobbe gettano il fratello Giuseppe; o l'immaginosa fossa dei leoni, in cui un imperatore di fiaba getta il profeta Daniele. Geremia potrebbe essere il modello umano di tanti eroi biblici, compreso Mosè che come lui è scelto da Dio anche all'inizio se non sa parlare. Anche Giobbe, che brontola il suo destino in una discarica di fango e cenere, gli somiglia un poco; così come il profeta Osea a cui Dio dà però il permesso di sposarsi (purché con una prostituta). Giona invece è già una parodia.

Geremia era il mio profeta preferito, da ragazzino – affermazione patetica, mi rendo conto, ma a qualcuno potrebbe essere utile sapere che i bambini pensosi che cercano ruoli modello nell'Antico Testamento non sono soltanto una fantasia di Charles M. Schulz; che per esempio io a dodici anni mi misi a leggere la Bibbia, così, perché Harry Potter non era ancora stato pubblicato, per provare a me stesso che ne ero capace, e perché a dire le solite preghiere mi annoiavo. La lessi tutta un paio di volte e mi annoiai comunque molto – specie coi Numeri e i Profeti, che con i loro annunci di sventure sono parecchio ripetitivi. Perfino il sublime Isaia, letto a dodici anni nel dopopranzo in attesa di DJ Television, non rendeva quanto avrebbe dovuto. Ma in generale lo potrei dire per quasi tutti i libri migliori che ho letto: li ho letti troppo presto, troppo in fretta, senza capirci troppo; però almeno li ho letti. Geremia era il mio preferito perché mi sembrava davvero solo contro tutti, con una verità catastrofica ma necessaria, da somministrare a un popolo ottuso. È imbarazzante, ma in lui mi riconoscevo. Bastava accendere la tv – e l'accendevo subito dopo – per trovarmi davanti a un'umanità garrula che rideva, ballava inconsapevole su una polveriera di euromissili. Poveri stolti, mi dicevo, e avrei voluto come Geremia recarmi da tutti i potenti della Terra con un calice di amare rivelazioni, da ingollare fino alla feccia (4,28).  "Dice il Signore degli eserciti, Dio di Israele: Bevete e inebriatevi, vomitate e cadete senza rialzarvi davanti alla spada che io mando in mezzo a voi. Se poi rifiuteranno di prendere dalla tua mano il calice da bere, tu dirai loro: Dice il Signore degli eserciti: Certamente berrete!"

Poi posavo il Libro, accendevo la tv e c'era lui, il sacerdote del Serpente.

Quel che più mi faceva infuriare è che anch'io, anch'io avrei dovuto pagare le conseguenze dello sconsiderato ottimismo della generazione che mi precedeva: "i padri mangiarono l'uva acerba e i denti dei figli rimasero allegati", avrebbe detto Geremia (31,29). È il concetto di colpa collettiva, che il profeta mette nero su bianco sui suoi papiri; la causa delle disgrazie dei contemporanei è sempre l'empietà dei genitori. Dio non tratta con gli individui, ma coi popoli: la condanna è collettiva e cosi è il perdono, che può subentrare soltanto se tutta la collettività muta il suo comportamento. Nessuno si salva da solo, nemmeno il prescelto Geremia, che solo una volta si permette di obiettare a questo atteggiamento divino ("Tu sei troppo giusto, Signore, perché io possa discutere con te; ma vorrei solo rivolgerti una parola sulla giustizia") ed è un passo importante (12,1), il primo dell'Antico Testamento in cui si pone la domanda fondamentale: "Perché le cose degli empi prosperano? Perché tutti i traditori sono tranquilli?" Tutto il libro di Giobbe non sarà che una variazione sulla domanda complementare: perché invece i giusti soffrono? Tutto il Vangelo, volendo, non è che un tentativo di risposta. Oggi il concetto di colpa collettiva è respinto dal diritto, eppure il debito che ci schiaccia è sempre quello che accumularono i nostri genitori; l'inquinamento che ci surriscalda è la conseguenza di due secoli di scelte sventate che prima o poi ci presenteranno il conto. Di Geremia ce n'è ancora tanti in giro, tutti con qualche seguace e molti più detrattori. Anch'io devo dire li tollero sempre più a fatica: vuoi perché su questa polveriera nel frattempo ci sono invecchiato, scavandomi per quel che potevo un cantuccio confortevole; vuoi perché in loro riconosco alcuni tratti discutibili di me stesso, e non posso che diffidarne: vuoi perché per la maggior parte sono davvero cialtroni che scambiano qualsiasi congiuntura politica o economica per un segno della fine dei tempi: e nella foga di ammonirci con le loro geremiadi finiscono davvero per prestarsi alla propaganda straniera, scambiando il primo Putin che trovano per un novello Nabucodonosor.

Madrid, Spagna
Lei invece mi sta simpatica.

Lo stesso Geremia non mi fa più tutta questa impressione. Ormai riconosco il personaggio, il predicatore professionista con un'agenda politica. Che possa davvero aver lanciato anatemi a tutte le nazioni senza protettori importanti, mi sembra sempre meno probabile; nel frattempo ho acquisito qualche nozione sul contesto, tutte quelle congetture che inevitabilmente erodono i monumenti dei profeti e degli eroi. Geremia compare sulla scena in uno dei momenti più ambigui e cruciali della storia di Israele: il regno di Giosia, nella seconda metà del VII secolo. È un periodo di crescita demografica per Giuda, il piccolo Stato intorno a Gerusalemme, un fenomeno che le cronache bibliche non registrano ma che gli archeologi collegano alla fine del più settentrionale regno di Israele, invaso dagli Assiri nel 720. Gli Assiri secondo la Bibbia avrebbero deportato altrove gran parte della popolazione ebraica: le famose Dieci Tribù Disperse. L'ipotesi degli storici è che invece molti profughi si siano trasferiti a sud, nel piccolo regno di Giuda, creando una tensione sociale che la Bibbia descrive come un'interminabile guerra di religione. Si contrappone una popolazione idolatra – che accanto a JHWH riconosce altri Dei tra cui una "regina del cielo" che forse è sua moglie – e una fazione monoteista di origine settentrionale che predica un monoteismo integrale, riconosce soltanto JHWH e liquida ogni altra divinità come superstizione, e durante l'infanzia del re Giosia (intronato a otto anni) prende il potere, forse con un colpo di Stato. Gli idoli vengono distrutti, i sacerdoti non ortodossi eliminati: durante i lavori per il restauro del Tempio, viene scoperto un misterioso Libro (il Deuteronomio?) che chiarisce i termini di una dimenticata alleanza del popolo ebraico con l'Unico Dio. Giosia dedica il suo regno alla riforma religiosa, ma il suo è pur sempre un piccolo regno tra le potenze del Medio Oriente. Quando muore in battaglia, durante un'incursione egiziana, il potere passa al figlio Ioacaz, che (probabilmente su pressione degli invasori) pone termine alle persecuzioni religiose: il popolo è di nuovo libero di adorare gli idoli degli invasori e magari di mescolarsi con loro.

Nabucodonosor II, che in tutti i quadri ostenta una lunga barba e in questa incisione no.

Geremia proviene evidentemente dalla classe dirigente che ha creduto nel progetto teocratico di Giosia e ora deve farsi una ragione del suo fallimento. In questo gli intellettuali sono straordinariamente creativi, anche se alla fine tendono a raggiungere la stessa conclusione: la colpa non è mai del leader che si erano scelti, quanto del popolo che in lui non ha creduto abbastanza. Nel frattempo l'impero Assiro ha conosciuto una rapidissima decadenza e ora le due potenze egemoni sono l'Egitto e la (Neo)Babilonia di Nabucodonosor. Il  regno di Giuda si trova proprio in mezzo ai due, in un passaggio obbligato strategicamente necessario per entrambi. Negli anni della predicazione di Geremia Giuda è già vassallo di Babilonia, ma la tentazione di ribellarsi e passare dalla parte degli Egizi è molto forte. C'è chi parla di trasferirsi direttamente in Egitto, e creare là un nuovo focolaio per la comunità ebraica. Geremia è assolutamente contrario, o meglio lo è il Signore che parla attraverso la sua bocca: chi si recherà in Egitto verrà spazzato via e assimilato (42,15-18), chi si ribellerà verrà massacrato. Solo chi si arrende a Babilonia potrà sperare di sopravvivere al disastro. Le accuse di essere al soldo dell'oppressore babilonese colpivano il segno: forse anche per smentirle il profeta acclude nel suo Libro l'atto di acquisto di un terreno (4,6-15), un investimento voluto ovviamente da Dio per dimostrare che ci sarà un futuro per gli ebrei in Israele, ma anche un modo per dimostrare che non intendeva rifugiarsi a Babilonia. Alla fine Geremia continua a essermi simpatico: era un uomo del suo tempo che vedeva inevitabile una rovina e si sforzava di renderla il meno disastrosa possibile. Resistere ai Babilonesi avrebbe solo complicato le cose; gli Egizi non davano nessun affidamento: meglio arrendersi, accettare la deportazione, cercare nel disastro un'opportunità. Invece di chiamare i contemporanei all'ennesima rivolta fallimentare, Geremia si guarda intorno, trova la soluzione meno peggiore e l'addita a chi ha la pazienza di dargli retta. Agli Ebrei che si arrendono, il profeta deve garantire che la resa è onorevole, e che la deportazione non è la fine della storia di Israele, anzi un nuovo inizio. E in effetti fu così, anche qui Geremia non si sbagliava. Senza più Tempio, senza più re, coi libri sacri ancora in fase di elaborazione, Geremia deve trovare una nuova dimensione per un popolo che non sa come esprimere la sua identità, e contribuisce a inventare qualcosa che stiamo usando ancora adesso: l'interiorità, il "cuore". "Non si vanti il saggio della sua saggezza e non si vanti il forte della sua forza, non si vanti il ricco delle sue ricchezze. Ma chi vuol gloriarsi si vanti di questo, di avere senno e di conoscere me" (9,22-23). I nuovi Israeliti non si riconosceranno dai sacrifici e dalle pratiche esteriori, ma da come meditano e riconoscono la volontà del Signore. Alla circoncisione fisica, Geremia sovrappone o contrappone una circoncisione del cuore (9,24).

Geremia lo lessi troppo presto, come la Bibbia e tutti i libri che vorrei ricordare meglio oggi. Sapete come funziona a quell'età: mi sembrava di vivere in mezzo a una folla di gente che non vedeva il disastro a cui andava incontro. Avrei voluto metterli in guardia e al contrario di Geremia ero anche convinto di avere le parole giuste: così mi misi a scrivere, ma poi rileggendo dopo un po' mi accorgevo di risultare pretenzioso e antipatico e buttavo via, e ricominciavo con un altro stile e poi buttavo via di nuovo e a furia di buttare via sono arrivato fin qui, sulla rubrica dei Santi del Post. Non mi ricordo neanche bene qual era il disastro che trovavo imminente – forse la guerra termonucleare, o il buco dell'ozono. Comunque sono qui. Di parlare di Violenza e Oppressione mi sono stancato da un pezzo, e se qualcuno ogni tanto si prendesse la briga di affrontarmi in pubblico e spezzarmi questo giogo che porto sulle spalle, io gli sarei molto grato: e volentieri me ne andrei per la mia strada.

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Esdra e l'invenzione d'Israele

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13 luglio - Esdra (V secolo a.C.), sacerdote.

[2014]. I mormoni che nel 1846 fuggirono dall'Illinois per fondare una nuova patria sulle rive del Grande Lago Salato. I giamaicani che a partire dagli anni Sessanta si trasferiscono a Shashamane (Etiopia) per stare più vicini a Ras Tafari, l'imperatore Hailé Selassié. Gli adepti del reverendo Jim Jones, pronti a seguire il loro Messia fino in Guyana, e poi all'altro mondo. Tutta questa gente che lascia la propria terra per arrivare in un'altra, dove quasi mai scorrono il latte e il miele promessi - tutta questa gente non sta improvvisando, il canovaccio è vecchio di migliaia di anni, ma chi l'ha scritto? È abbastanza impossibile saperlo, ma probabilmente è meno antico di quanto crediamo. Mosè dovrebbe essere vissuto più o meno verso la metà del secondo millennio avanti Cristo, ma gli storici ormai propendono per considerarlo un personaggio fantastico. Lo scontro col faraone, primo esempio storico di vertenza sindacale (finita malissimo), sarebbe un'invenzione molto posteriore, che riecheggerebbe un altro esodo, questo sì realmente accaduto: la deportazione babilonese. Proprio a Babilonia verso il sesto secolo prenderebbero forma le Scritture ebraiche, rielaborate intorno a nuclei più antichi. Come se gli Ebrei nascessero già in diaspora: con la consapevolezza di essere sparsi per il mondo, disuniti e perennemente minacciati nella loro stessa esistenza.

Trent'anni di lobbying e appena arrivate qui vi accoppiate coi nativi. È sconfortante.
Trent'anni di lobbying per ottenere una provincia autonoma,
e appena arrivate qui vi accoppiate con le indigene. È sconfortante.

A Babilonia, nel VI secolo, gli Ebrei cominciano a raccontarsi storie sul loro passato; storie che valgano la pena di provvedere a un futuro. Decidono di essere stati, prima delle invasioni assire e babilonesi, una grande nazione, guidata da grandi re: David e Salomone. Alla promiscuità di quest'ultimo viene imputata la decadenza successiva; ai peccati e alla disobbedienza di popolo e regnanti la divisione in due regni e le ripetute sconfitte, culminate con la deportazione. Ma se la diaspora è la punizione che Dio ha inflitto a un popolo disobbediente, il premio per un popolo obbediente non può essere che l'inverso: una Terra Promessa.

Ciro, lo Scià di Persia, che in una fase di recessione economica globale ha rilevato i resti dell'impero Babilonese, sembra sensibile all'argomento: la Palestina è un avamposto remoto, ma importante: un passaggio obbligato per le carovane dirette verso l'Egitto. Quando una lobby che rappresenta un gruppo di fedeli di un Dio di quella regione, un certo YHWH, gli propone di tornare là e cominciare a fortificare la zona, imponendo la pace imperiale alle burrascose tribù autoctone, Ciro sottoscrive l'editto, chissà se ci avrà pensato più di tanto. Era il Re dei Re, in quella mattinata gli capitò di suggellare tante altre tavolette o papiri che credeva assai più importanti, decisioni che avrebbero dimostrato ai posteri la sua illuminata potenza. Altro che le beghe di una piccola regione periferica, di cui nessuno probabilmente si sarebbe ricordato da lì a trent'anni...

L'Esdra biblico è un personaggio appena abbozzato; compare in un paio di scene, e non se ne sa più nulla. Il suo libro è tra i più frammentari e rimaneggiati del canone biblico. Una specie di backdoor ben occultata; se riusciamo a trovarla possiamo guardare le Scritture dal lato di chi le ha scritte. La storia si capovolge; Mosè diventa una proiezione di Esdra; l'esodo dall'Egitto è il ritorno a Gerusalemme; i popoli sterminati da Giosuè alludono ai popoli con cui il nuovo Israele non doveva mescolarsi; il Primo Tempio è un sogno concepito intorno al Secondo; il Faraone che insegue i suoi manovali è l'immagine specchiata dello Scià Ciro che lascia partire volentieri una tribù stanca di vivere mescolata alle altre.

Il sacerdote Esdra non è tra i primi ebrei che tornano a casa. Non assiste ai primi tentativi di costruire il tempio; non c'è quando i nemici cominciano a tramare e a mandare messaggi allarmisti alla corte del nuovo Scià, Dario. Esdra arriva anche venti anni più tardi, verso il 500. Porta con sé i rotoli della Legge, di cui darà solenne lettura davanti a tutto il popolo: la storia di un Mosè che aveva guidato i suoi fedeli fuori dall'empio Egitto, e di un Giosuè che li aveva ricondotti nella Terra Promessa, sterminando dietro richiesta divina i suoi indegni abitanti.
Alcuni gruppi concepirono anzi ed impostarono il nuovo esodo come un'impresa basata su una sorta di organizzazione para-militare e con forte conflittualità verso i gruppi residenti. La visualizzazione del popolo in marcia attraverso il deserto deve qualcosa a questa impostazione para-militare; ma deve anche qualcosa (e forse molto) all'esperienza delle deportazioni imperiali. Già la promessa divina del tipo "io vi farò abitare in un paese in cui scorre il latte e miele" è significativamente consonante con l'assicurazione del rab-saqe assiro di dare a chi si sottomette la possibilità di andare ad abitare in un paese fertile e produttivo. Altrettanto indicativo è il timore serpeggiante nel popolo in marcia, di non trovare nella terra di destinazione condizioni di vita adeguate alle promesse e alle speranze - timore che riflette lo stato d'animo di chi nella diaspora doveva decidere se affrontare o meno i rischi del rientro. E soprattutto gli elenchi o censimenti (Num. 2; 26) del popolo diviso per gruppi familiari e per clan risentono di un tipo di registrazione amministrativa che veniva applicata ai gruppi di deportati, al fine di controllarne il numero (nonché le inevitabili perdite in corso di trasferimento) e le mete finali (Mario Liverani, Oltre La Bibbia, Laterza, 2003). 
Esdra porta con sé un'ulteriore ideuzza destinata ad avere, anch'essa, una lunga fortuna: la purezza etnica. La prima cosa che fa quando arriva è stracciarsi le vesti in segno di protesta: i capifamiglia gli hanno appena accennato il problema dei matrimoni misti.
Udito ciò, ho lacerato il mio vestito e il mio mantello, mi sono strappato i capelli e i peli della barba e mi sono seduto costernato. Quanti tremavano per i giudizi del Dio d'Israele su questa infedeltà dei rimpatriati, si radunarono presso di me.
Matrimonio Israele
È tuttora una questione spinosa.


Esdra rimane seduto e costernato diverse ore, fino al sacrificio serale. Poi cade in ginocchio e prorompe: "Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare, Dio mio, la faccia verso di te, poiché le nostre colpe si sono moltiplicate fin sopra la nostra testa; la nostra colpevolezza è aumentata fino al cielo" e bla bla bla, insomma stava andando tutto bene, e che mi fanno? Cominciano a sposarsi con le donne del luogo. Ora non dico che vadano sterminate – come c'è pur scritto che avremmo fatto un millennio fa in quel rotolo che abbiamo messo assieme a Babilonia – ma sposarle, farci i figli... l'assimilazione culturale... e nel giro di due o tre secoli finisce che mangiamo maiale pure noi, e poi come faranno gli archeologi del Duemila a capire se in tale insediamento ci stavano i canaaniti o gli israeliti? [sul serio, l'unica differenza spesso sta nei resti di ossa di maiale].
Ma ora, che dire, Dio nostro, dopo questo? Poiché abbiamo abbandonato i tuoi comandi che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: Il paese di cui voi andate a prendere il possesso è un paese immondo, per l'immondezza dei popoli indigeni, per le nefandezze di cui l'hanno colmato da un capo all'altro con le loro impurità. Per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli; non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere, così diventerete forti voi e potrete mangiare i beni del paese e lasciare un'eredità ai vostri figli per sempre...
Va avanti così per molti altri versetti, ma insomma il senso è chiaro. Mentre piange e si dispera, intorno a lui si forma un crocchio di fedeli che cerca di consolarlo. Alla fine uno di loro (Secania, figlio di Iechiel) prende la parola: dai Esdra, possiamo ancora salvarci. Che ne dici se divorziamo tutti quanti in una volta, e rimandiamo le nostre mogli infedeli ai loro genitori? E i figli? Anche i figli naturalmente. Al che Esdra, snif, si calma un po': dite che è possibile? Massì, Esdra, che ci vuole. Un bel divorzio collettivo, magari per ogni moglie offriamo anche un ariete in sacrificio. E va bene, mi avete convinto. Ma d'ora in poi guai a chi sgarra."Con Ezra", spiega ancora Liverani, "si conclude l'elaborazione della Legge, si chiude anche l'elaborazione storiografica, cessano di agire i profeti, il sacerdozio di Gerusalemme ha pieni poteri".

Lo Utah dei mormoni, l'Etiopia dei rastafariani, la Guyana di Jim Jones. Tutte queste terre promesse, senza Esdra, ci sarebbero state? Probabilmente sì; è difficile immaginare che un oscuro sacerdote ebraico-babilonese a cavallo tra sesto e quinti secolo a.C. sia la causa di tutto. Più probabilmente è solo il primo sintomo di qualcosa che ci portiamo dentro: il retaggio di millenni di nomadismo, una propensione ancestrale ad andarcene da qualche parte dove finalmente saremo soli, saremo puri, saremo noi. Poi ci arriviamo e c'è sempre qualcun altro.
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Ester e il primo pogrom

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1 luglio - Santa Ester (V secolo aC), da reginetta a salvatrice

La più famosa alla fine resta l'Ester di Benouville.
(Benouville) Niente teste tagliate, qui,
al massimo ogni tanto spunta un piedino.
[2014]. Ester è la protagonista di una delle storie più divertenti della Bibbia - anche se non ha avuto presso i gentili lo stesso successo di Mosè o David. La sua vicenda è molto più popolare presso gli ebrei, che sin dall'antichità rileggono il breve libro di Ester una volta all'anno in occasione dei festeggiamenti primaverili del Purim. I cattolici invece la celebrano il primo luglio, mai capito il perché. Alcuni la confondono con un'altra eroina assai più discutibile, Giuditta: la ragazza di buona famiglia che si concia da prostituta per far abboccare un generale antisemita e tagliargli la testa, offrendo un buon pretesto a generazioni di pittori e pittrici per ritrarre indumenti sexy e schizzi di sangue. Giuditta però non è stata ammessa né nella Bibbia ebraica, né nel calendario cristiano. Ester, al contrario, per salvare il suo popolo non commette nulla di riprovevole: anche lei si tira da urlo, ma soltanto per convincere il suo legittimo convivente a non ammazzarla, e magari a sospendere un pogrom.

Siamo a Susa, a corte del potente re Assuero. Chi sia questo potente re che governa "dall'India all'Etiopia" non è ben chiaro, anche se tradizionalmente viene identificato con Serse I, sì, il cattivo delle Termopili. Erodoto ha scritto parecchio su Serse, ma senza menzionare nessuna Ester. A un certo punto però ricorda l'episodio in cui promette alla moglie di concederle qualsiasi cosa ella chiederà, ed ella ovviamente chiede che Serse tagli la testa a una sua amante. È un esempio molto antico di "don contraignant", il tropo narrativo in cui un re firma una specie di promessa in bianco che gli costa sempre molto caro.

Lo stesso tropo torna nel libro di Ester, che se fosse davvero ambientato ai tempi di Serse descriverebbe fatti successi nel V secolo aC. Più probabilmente è stato composto tre secoli più tardi, da un bravo narratore senza molte preoccupazioni di verosimiglianza storica, all'epoca dei Maccabei - una dinastia di sacerdoti che lottava per conservare l'autonomia e l'identità del popolo ebraico, contro l'imperialismo assimilatore dei tiranni seleucidi. Per sopravvivere arrivarono al punto di allearsi coi Romani, che nel primo secolo aC. finirono per sostituire i tiranni precedenti, e il resto della storia più o meno la sapete.

Ma torniamo a Serse, anzi, Assuero. Siamo a una festa in grande stile a Susa, più o meno al settimo giorno di festeggiamenti, quando al re dei re, un po' brillo, vien voglia di esibire la regina Vasti davanti ai suoi invitati. Mandata a chiamare dagli eunuchi, Vasti si nega, senza neanche accampare la scusa di un mal di testa. Per il re dei re non è solo una figuraccia insopportabile: come gli spiegano i consiglieri, una cosa del genere rischia di devastare l'istituto famigliare in tutto l'impero. Appena la notizia si saprà in giro, dall'India all'Etiopia, c'è il rischio concreto che le mogli smettano di correre in salotto quando il marito le chiama, bisogna fare qualcosa. Vasti viene immediatamente detronizzata e, secondo una tradizione successiva, messa a morte; per rimpiazzarla viene lanciato un concorso che porta a Susa le più avvenenti (e obbedienti) fanciulle vergini di tutto l'impero. A vincere è la giovane Hadassa, un'orfanella ebrea che Mardocheo, funzionario del re, aveva allevato come una figlia, e che forse per nascondere le sue origini si fa chiamare "Ester", stella del mattino.

Il fatto che il nome richiami Ishitar, la dea babilonese della fertilità, e abbia per cugino un Mardocheo (Marduk è il re degli dei babilonesi, cugino di Ishitar) lascia sospettare che il canovaccio sia un antico mito mesopotamico, ripreso dagli ebrei quasi in chiave di farsa. Il Mardocheo del libro ha probabilmente dovuto assumere il nome pagano per poter lavorare a corte. Proprio qui gli capita di sventare un complotto di eunuchi che vogliono attentare alla vita del sovrano. Mardocheo avvisa Ester, Ester avvisa Assuero, Assuero fa arrestare e interrogare i due eunuchi e premia Mardocheo con una promozione. La vita di un re dei re è però molto intensa, e in poco tempo Assuero finisce per dimenticarsi sia dello zelante funzionario che dell'avvenente reginetta. Nel frattempo splende a corte la stella di Aman (BOOOOOOOOOOOOOH! SCRASHSBDANGANGDANG), un principe agaghita - non che nessuno sappia chi siano gli agaghiti e donde vengano. Infatti la versione greca, un po' più tarda, lo nazionalizza macedone.

Questo Aman (BOOOOOOOOOOOH!), investito di un'autorità inferiore solo a quella di Assuero, si monta immediatamente la testa e impone che tutti si inginocchino davanti a lui. L'unico a non inginocchiarsi davanti ad Aman (BOOOOOOOOOOOOH!) è proprio Mardocheo. Quando Aman (BOOH!) se ne rende conto, decide di fargliela pagare, sterminando completamente il suo popolo. Per decidere il giorno del genocidio si affida ai purim, pietruzze adoperate per estrarre i numeri a sorte. Esce il tredici del dodicesimo mese (Agar, tra febbraio e marzo). Quindi tutto contento si reca dal suo re e gli propone, in cambio di un indennizzo di diecimila talenti d'argento di sterminare un popolo disseminato nel suo regno "che non osserva le leggi del re". Il re gli passa tranquillamente l'anello col sigillo reale, che Aman (BOH!) usa per controfirmare uno dei primi discorsi antisemiti in nostro possesso - se non il primo in assoluto.
...in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l'assetto dell'impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l'unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz'alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l'avvenire un governo completamente stabile e indisturbato».
(Tintoretto) "Dei sali, presto".
(Tintoretto) “Dei sali, presto”.
È la versione greca; l'originale ebraico è molto più stringato. Ma insomma la sostanza è già familiare: vivono tra noi, ma non sono come noi. Vanno eliminati. È un rotolo di ventuno o ventidue secoli fa, pensate. E già allora la situazione, per quanto terribile, ispirava i toni di una farsa. Perché il libro di Ester, secondo alcuni lettori contemporanei, è una spietatissima commedia.

Quando Mardocheo viene a sapere dell'Editto di sterminio, si lacera le vesti e si cosparge il capo di cenere; coperto di un umile sacco viene a chiedere udienza al re, ma ovviamente viene bloccato prima di entrare. Ester lo vede dalla finestra e gli fa mandare dei vestiti; Mardocheo rifiuta di indossarli e le spiega (tramite un eunuco) cosa sta per succedere. Ricordati dei giorni della tua povertà, di chi ti ha nutrito! Intercedi per noi presso il tuo re, che aspetti? Il guaio è che Ester non è più la favorita del re. Succede a molte reginette: adorabili, ma stancano subito, non ti entrano nelle vene. Pensa che è da trenta giorni che il re non mi fa chiamare, spiega Ester. Credi che io possa andare da lui così, come se niente fosse? Lo sai cosa succede a chi cerca di incontrarlo senza essere stato convocato? Gli tagliano la testa all'istante.

Mardocheo reagisce con una certa durezza: credi di salvarti perché sei nella reggia, ma sei ancora un'ebrea. Morirai comunque se non fai qualcosa. Chissà, forse c'è un motivo per cui ti è capitato si essere lì dove sei.

È a quel punto che Ester cessa di essere la reginetta timida e noiosa. Manda a dire allo zio di radunare tutti gli ebrei di Susa: ché preghino e digiunino tre giorni. Anche lei, nei suoi appartamenti, farà la stessa cosa. Nella versione greca seguono due lunghe preghiere di Mardocheo ed Ester, aggiunte probabilmente da un ebreo di Alessandria, forse un po' impensierito dallo spirito laico del libro - uno dei due della Bibbia in cui non viene mai nominato Dio (l'altro è il Cantico dei Cantici). E tuttavia anche le due poesie ottengono un effetto narrativo, perché dopo tante accorate invocazioni, quando al terzo giorno Ester depone i vestiti di sacco e si leva la cenere dal capo e si veste da principessa, è un po' come in quel film in cui la Mangano da suora si trasforma improvvisamente in ballerina: ecco, adesso sì che non è più una reginetta slavata, adesso sì che è sexy. La vediamo procedere nel corridoio, rosea nel volto, ma col cuore stretto dalla paura: sta andando al supplizio. Quando il re la vedrà, le guardie verranno a coprirle il capo e l'ammazzeranno. La sua unica speranza è che il re stesso stenda lo scettro verso di lei. Il re è seduto sul trono, "tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terribile".

Ma Dio volse a dolcezza lo spirito del re ed egli, fattosi ansioso, balzò dal trono, la prese fra le braccia, sostenendola finché non si fu ripresa, e andava confortandola con parole rasserenanti, dicendole: «Che c’è, Ester? Io sono tuo fratello; fatti coraggio, tu non devi morire. Il nostro ordine riguarda solo la gente comune. Avvicinati!». Alzato lo scettro d’oro, lo posò sul collo di lei, la baciò e le disse: «Parlami!».
Gli disse: «Ti ho visto, signore, come un angelo di Dio e il mio cuore si è agitato davanti alla tua gloria. Perché tu sei meraviglioso, signore, e il tuo volto è pieno d’incanto».

(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
(Lastman) Aman porta a spasso Mardocheo.
Ma poi sviene di nuovo (anche in questo caso, l’originale ebraico è meno fotoromanzesco e svenevole). Il re a questo punto è pronto a prometterle anche mezzo regno: Ester si accontenta di invitare a pranzo lui e Aman (BOOOOOOOOOOOH!)

A pranzo li tiene sulle spine: insomma Ester cosa vuoi? Mezzo regno? Guarda che è tuo, eh, basta che me lo dici. No, mi piacerebbe invitarvi a un banchetto anche domani. Uhm, va bene. Mentre Assuero non sa più che pensare, Aman (BOOOOOH) se ne va tutto tronfio per l’onore di essere l’unico ammesso in questi esclusivissimi meeting col re e la favorita. Ma poi in fondo al corridoio vede Mardocheo e gli torna la rabbia, una gran rabbia. Tanto che quando torna a casa è ancora lì che rimugina, e Mardocheo di qua, e Mardocheo di là, al che la moglie esasperata gli dice, ma senti, perché non pianti un palo di 50 cubiti e non chiedi al re di farlo impiccare? Così la facciamo finita. Grande idea!

Mentre l’odioso personaggio sta facendo piantare il palo, Assuero nei suoi appartamenti non riesce a dormire. C’è un pensiero che lo tiene sveglio, e nemmeno sa che pensiero sia. In casi come questi non c’è niente come il librone delle cronache: i domestici te ne leggono un po’ e tu cadi in letargo, meglio che contar le pecore. Orbene di tutte le pagine, quella sera gli viene letta la storia di come un oscuro funzionario – Mardocheo – gli salvò la vita sventando un attentato. Ma toh, pensa Assuero, me n’ero dimenticato. E cos’ho fatto per ricompensare il tizio? Niente di che, gli rispondono. Niente di che? Sono davvero un cafone tanto insensibile? Non sorprende che non riesca a dormire.

(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
(Armitage) BRUTTO PORCO LEVALE LE MANI DI DOSSO
L’indomani, di buon ora, Aman (BUH!) si reca tutto contento da Assuero. Non vede l’ora di chiedergli di impiccare l’ebreo. Ma prima che possa aprire la bocca, Assuero gli domanda: senti, se io volessi onorare un uomo, sul serio intendo, che dovrei fargli? Di me! Sta parlando di me!, pensa l’odioso. E di chi altri? Eh, mio sovrano, se dipendesse da me… io lo vestirei con gli abiti regali, gli metterei in testa una corona e lo farei scortare dal più nobile dei principi, a cavallo per le vie della città. E il più nobile dei principi dovrebbe gridare davanti a lui: guardate cosa succede all’uomo che il re vuole onorare!
Mi piace, dice Assuero. Allora facciamolo. Prendi queste vesti, prendi la corona, e va a scortare per le vie di Susa Mardocheo… conosci Mardocheo, sì?

E questo è solo l’inizio. Dopo aver accompagnato il suo peggiore amico nel trionfo, l’odioso antisemita deve pure andare a pranzo dalla regina e assistere alla solita manfrina: cosa vuoi Ester? Mezzo regno? Qualsiasi cosa. Stavolta Ester una richiesta ce l’ha: vuole vivere.
Perché io e il mio popolo siamo stati venduti per essere distrutti, uccisi, sterminati. Ora, se fossimo stati venduti per diventare schiavi e schiave, avrei taciuto; ma il nostro avversario non potrebbe riparare al danno fatto al re con la nostra morte».
È chiaro? Ti stanno fregando. In cambio di diecimila talenti d’argento stanno dissipando un capitale culturale inestimabile. E chi è che mi avrebbe convinto a fare una cazzata del genere?, si domanda il re dei re. È lui, Aman. BOOOOOOOOOOOOOOOOOOH!

Assuero è talmente fuori di sé che deve uscire dalla stanza. L’antisemita è completamente distrutto, fa persino un po’ pena. Si inginocchia davanti a Ester, ai piedi di Ester, si prostra davanti al divano in cui giace semisdraiata Ester – in quel momento Assuero rientra nella stanza, lo vede e impazzisce. Ti vuoi anche fare la regina, davanti a me, in casa mia? Eunuchi, prendetelo. E gli eunuchi: ehi, ma è lo stesso che stamattina ci ha fatto piantare un palo per impiccare Mardocheo. CHE COOOOOSA?


Il lieto fine potreste immaginarvelo da soli: l’antisemita viene appeso al suo palo, Mardocheo prende il suo posto, Ester è di nuovo la favorita. No, c’è di più. Bisogna sistemare la questione del pogrom. Siccome ciò che è stato suggellato con l’anello imperiale non può più essere revocato, Assuero non può impedire ai nemici degli ebrei di prendere le armi. Può però dare agli ebrei ampia facoltà di difendersi. Quanto ampia?
...il re dava facoltà ai Giudei, in qualunque città si trovassero, di radunarsi e di difendere la loro vita, di distruggere, uccidere, sterminare, compresi i bambini e le donne, tutta la gente armata, di qualunque popolo e di qualunque provincia, che li assalisse, e di saccheggiare i loro beni […] In ogni provincia, in ogni città, dovunque giungevano l’ordine del re e il suo decreto, vi era per i Giudei gioia ed esultanza, banchetti e feste. Molti appartenenti ai popoli del paese si fecero Giudei, perché il timore dei Giudei era piombato su di loro.
E tuttavia, quando alla fine arriva il 13 di Agar, evidentemente qualcuno ancora stava minacciando l’esistenza degli ebrei, perché solo a Susa ne fecero fuori mezzo migliaio.
I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero. […] Quel giorno stesso il numero di quelli che erano stati uccisi nella cittadella di Susa fu portato a conoscenza del re. Il re disse alla regina Ester: «Nella cittadella di Susa i Giudei hanno ucciso, hanno sterminato cinquecento uomini e i dieci figli di Amàn; che avranno mai fatto nelle altre province del re? Ora che chiedi di più? Ti sarà dato. Che altro desideri? Sarà fatto!»
Ester si contenta di far impiccare i dieci figli di Aman (buh), e di prolungare il contro-pogrom fino a tutto il quattordici. “Il quindici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia”. Purim si festeggia da allora.

Credo di non essere il solo lettore contemporaneo che preferirebbe chiudere il libro al capitolo sette. Ester e Mardocheo ci piacciono soltanto finché lottano per sopravvivere; quando ordinano la rappresaglia, ci lasciano a disagio. D’altro canto, Ester e Mardocheo ce l’hanno fatta: la loro festa si celebra da più di duemila anni. La rappresaglia funziona; può non andare incontro ai nostri gusti, ma chi siamo in fondo noi? Quante guerre avremmo vinto, al posto loro? La Storia non premia il fair-play, non è proprio mai successo; anche senza scomodare le scritture ci sono abbondanti esempi. Ormai siamo adulti e vaccinati e potremmo anche ammettere che le cose vanno così. Inginocchiarci.
Io però non m’inginocchio, aspetto un altro po’. Spero che non si offenda nessuno.
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Giornata della memoria, appunti sulla

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La Giornata della Memoria sta per compiere vent’anni, almeno in Italia (fu istituita nel 2000), e la sensazione è che qualcosa non abbia del tutto funzionato. Eppure non si può negare l’impegno, sia sui media che a scuola. Prendiamo un ragazzo nato nel 2000: quest’anno si diploma. Probabilmente ha sentito parlare di campi di sterminio già alle scuole primarie. Di film sull’argomento potrebbe averne visti più di un paio (alcuni già due volte: La vita è bella, Schindler’s List). E poi visite d’istruzione; incontri coi testimoni; libri consigliati, libri imposti dagli insegnanti… un ragazzo che si diploma quest’estate dovrebbe aver avuto molte più di un’occasione per meditare “che questo è stato”, come scriveva Primo Levi. Un ragazzo del genere dovrebbe anche aver sviluppato una certa refrattarietà al negazionismo e al nazismo. 

Un ragazzo, appunto, dovrebbe.


In occasione della Giornata 2019 un istituto demoscopico ha scoperto che solo il 2% tra i ragazzi italiani tra i 16 e i 18 anni hanno letto un libro sulla Shoah. È un dato sconcertante, soprattutto per chi in questi giorni sia passato in una libreria e abbia dato un’occhiata all’angolo dei ragazzi (o young adult, l’industria editoriale adesso li chiama così). Ogni anno escono titoli nuovi sull’argomento: memoriali o fiction, romanzi o testi illustrati per i più giovani. Il fenomeno è talmente percepibile che se su amazon.it, se scrivo “libri shoah”, il navigatore completa con “libri shoah per bambini”. Insomma l’editoria ci crede molto, nella Giornata. Forse, viene il sospetto, ci crede troppo; al punto da generare nei giovani lettori una reazione di rigetto?

La Shoah-spiegata-ai-ragazzi ormai è diventata un genere letterario (non necessariamente gradito ai ragazzi, come del resto tutto ciò che viene imposto a scuola). Prendiamo un testo di classe terza secondaria di primo grado, Storie senza confini della Zanichelli. È un’antologia pensata per i lettori di 13-14 anni. Alla Shoah dedica un intero capitolo, intitolato “Il coraggio di ricordare”. Quasi un decimo di tutto il volume. La prima lettura è presentata così: “Alex ha undici anni e da alcuni mesi vive da solo nel ghetto ebraico di Varsavia”. Il secondo è tratto dalla novelization di Arrivederci ragazzidi Louis Malle: i protagonisti sono collegiali, hanno più o meno la stessa età dei lettori. Seguono due lettere di Anna Frank, praticamente il minimo sindacale. Un brano tratto da La valigia di Hana, la storia (vera) di una coetanea di Anna deportata e uccisa nel campo di Theresienstadt; e poi all’improvviso Primo Levi: la fulminante poesia che introduce Se questo è un uomo. Dopo venti pagine, è il primo testo in cui non si parla di ragazzini; il primo in cui un adulto si rivolge ad adulti.

Ma è solo un breve intermezzo. Segue un testo intitolato Quando Hitler rubò il coniglio rosa, tratto dall’omonimo libro autobiografico di Judith Kerr. Il coniglio del titolo è ovviamente un giocattolo dei protagonisti, che hanno 9 e 12 anni e devono sacrificarlo durante la fuga e la deportazione. Insomma, più che una Shoah-spiegata-ai-ragazzi, fin qui è una Shoah vissuta dai ragazzi. I brani successivi confermano il sospetto: ce n’è uno di Enzo Biagi su David Rubinowicz. “un ragazzino di dodici anni, figlio di un lattaio scomparso nell’autunno del 1942”; poi il brano più impegnativo della sezione: di nuovo Primo Levi con una delle pagine più intense della Tregua, quella dedicata al piccolo Hurbinek, “un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome”. Levi è di gran lunga il miglior prosatore contenuto in questa sezione dell’antologia; ma non sembra un caso che di tanti passi suoi sia stato scelto uno dei pochi in cui al centro della scena c’è un bambino.

La Shoah di cui si parla in questo libro di testo assomiglia a una moderna crociata dei fanciulli; sembra che nei campi siano finiti soltanto bambini o preadolescenti. Gli unici adulti degni di rilievo sono genitori o fratelli.

La strategia dei curatori è chiara, e rivela in controluce una concezione abbastanza pessimistica della sensibilità di un tredicenne contemporaneo: l’unico modo che avrebbe per comprendere l’orrore della Shoah è l’empatia nei confronti delle vittime, ed esclusivamente le vittime che gli somigliano, meglio ancora se coetanee o un po’ più giovani. Anche lui avrebbe potuto essere Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz: anche a lui i nazisti avrebbero potuto rubare il coniglio rosa. Che poi a tredici anni i ragazzi siano ancora così attaccati alle esperienze dell’infanzia, così poco interessati alle storie degli adulti, è una nozione smentita da altre sezioni della stessa antologia, per esempio quella dedicata alla narrativa di genere avventuroso o alla fantascienza (i protagonisti preadolescenti, viceversa, sembrano una caratteristica tipica del genere fantasy). Per quel che mi capita di vedere dalla cattedra, il preadolescente di oggi è ancora un ragazzo ansioso di crescere ed essere ammesso finalmente nel mondo degli adulti: i bamboleggiamenti di certi autori li allontanano. E allo stesso tempo, i conigli rosa funzionano: inserire bambini sulla scena dello sterminio è garanzia di riuscita. Uno dei film sulla Shoah di maggior successo negli ultimi anni (e più richiesti dai ragazzi con cui lavoro) è Il bambino dal pigiama a righe. Raccontando la storia di un bambino ad Auschwitz, Benigni vinse un Oscar. Ma l’esempio più famoso resta probabilmente la bambina di Schindler’s List. Nel bel mezzo di un monumentale film sulla Shoah in un rigoroso bianco e nero, Stephen Spielberg inserisce un cappuccetto rosso, un elemento di fiaba. È quasi una strizzata d’occhio allo spettatore adulto: le scene che hai visto fin qui non ti hanno commosso perché sono troppo affollate, troppo drammatiche, troppo vere. Per farti scendere una lacrima ti serve qualcosa di intimo: hai bisogno di fissarti su un solo personaggio, anche soltanto per pochi secondi. Va bene, ecco qui una bambina in un cappottino rosso, ora puoi commuoverti. Si commuove anche il protagonista, un nazista sulla via della redenzione. Mi domando se quello che abbiamo fatto, nelle scuole, dopo Schindler’s list non sia una infinita ripetizione del trucco di Spielberg: ecco un bambino che non aveva fatto niente ed è finito ad Auschwitz, eccone un altro, eccone un altro ancora. Sempre con le migliori intenzioni – del resto sono così pochi i trucchi che funzionano, era destino che ne abusassimo.

Ma a proposito di Schindler’s list, c’è un’altra bambina che mi torna spesso in mente, un’apparizione ancora più fugace del cappottino rosso: è la biondina col foulard, che mentre gli ebrei di Cracovia si incolonnano a piedi per entrare nel ghetto, grida “Andate via, giudei”, lanciando palle di fango. Tutto qui, di lei non sappiamo nient’altro. È forse l’unica volta in tutto il film che l’antisemitismo non è impersonificato da burocrati o ufficiali nazisti. Proprio per questo è quella che più mi spaventa, e mi torna in mente anche a mesi di distanza dalla Giornata, quando tv o social mi mettono davanti la deriva razzista degli italiani e dei loro governanti. Capisco che a Spielberg interessasse di più raffigurare le vittime del popolo ebraico, e i nazisti loro carnefici, ma è un peccato che non ci siano film altrettanto potenti che parlino di quella bambina: di cosa l’ha portata a comportarsi così, di cosa l’ha trasformata in una piccola aguzzina occasionale. Avremmo molto bisogno di film del genere a scuola. La Giornata della Memoria che troviamo sui libri di testo o in film dall’approccio volutamente ingenuo come La vita e bella è consolatoria: ci spinge a riconoscerci nelle vittime e a trovare assurda la violenza dei carnefici. Ma la Giornata non è stata istituita per farci sentire buoni, ingenui e oppressi. La Giornata serve a ricordarci che dentro di noi c’è anche la possibilità di diventare oppressori, torturatori, assassini. Come sono stati i nostri avi – anche i loro crimini dobbiamo ricordare, e non soltanto l’angoscia delle vittime. Altrimenti c’è il rischio che la Giornata diventi un momento di rimozione, il momento in cui tutti noi diventiamo Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz, e ci dimentichiamo di far parte di un popolo (di un'umanità) che quei bambini li consegnava ai carnefici.

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Il Santo Prepuzio (di cui è proibito parlare)

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1 gennaio – Circoncisione di Gesù, festa soppressa 

[Questo pezzo è uscito ieri sul Post]. È il caso di iniziare con un disclaimer: in questo pezzo si parlerà di una reliquia nota come il Sacro Prepuzio di Gesù. Prima o poi era inevitabile. Ne parleremo nel modo meno offensivo possibile; ma comunque ne parleremo, e questo a quanto pare sarebbe più che sufficiente per incorrere in una scomunica, prevista dalla Chiesa cattolica ai sensi del "Decreto n. 37 del 3 febbraio 1900".


Scrivo "a quanto pare" perché non sono riuscito a verificare la cosa. La trovo scritta in decine di pagine web, su Buzzfeed e persino nelle note a pie' di pagina di alcuni libri, ma tutti riportano la stessa formula stereotipata. Ho la sensazione che si citino tutti tra loro, e che nessuno sia davvero andato a cercare dove sia questo famoso decreto n. 37, e se ci sia davvero. Ma insomma il senso è che a un certo punto di prepuzio non si è potuto più parlare – certo, l'oggetto in sé esisteva ancora, custodito da trecento anni presso la parrocchia di Calcata (VT). Finché un bel giorno non è scomparso anch'esso (ma era già il 1983!) a causa di un clamoroso furto di cui probabilmente non avete sentito parlare. Proprio così, immaginatevi: scompare l'unico brandello del Corpo di Cristo non resuscitato e asceso al cielo, e i giornali non ne parlano. Anche perché nel frattempo Pio XII aveva ribadito, anzi rafforzato la scomunica per chiunque toccasse l'argomento; e il Concilio Vaticano II aveva eliminato la festa dal calendario. Insomma il prepuzio di Gesù è diventato un tabù, qualcosa di cui non è possibile parlare: e lo è diventato recentissimamente, proprio nel momento storico all'apparenza meno adatto al rispetto dei tabù.

 "Presto sentì con la più soave dolcezza sulla sua lingua un pezzetto di pelle simile alla pelle in un uovo, che essa ingoiò; e dopo che l'ebbe ingoiato sentì di nuovo sulla sua lingua la stessa pellicina con la stessa dolcezza che ne aveva provato, e di nuovo la ingoiò. E questo accadde migliaia di volte. E quando l'ebbe provata così tanto, fu tentata di toccarla con le sue dita, E quando desiderò di farlo, quella pellicina le scese da sola nella gola. E le fu detto che il prepuzio sarebbe stato resuscitato col Signore nel Giorno della Resurrezione" (Agnes Blannbekin, nel tredicesimo secolo, parlava di sé stessa alla terza persona ed era considerata un po' "strana", anche per la media delle mistiche medievali).

Mentre nei secoli cosiddetti bui il prepuzio di Gesù non costituiva nessun imbarazzo. Se ne discuteva (esiste o no? E se esiste, è ancora sulla terra?), ci si azzuffava, ci si giocava perfino. Una mistica austriaca sognò di averlo assaggiato (un chirurgo dell'Ottocento, si guadagnò il soprannome di "croque-prépuce", mangia-prepuzio, per avere effettivamente sottoposto una presunta reliquia alla prova gustativa). Caterina da Siena si limitava a immaginarselo legato al dito come fede nuziale. Anche chi negava che il prepuzio potesse essere rimasto sulla Terra, non sapeva bene dove collocarlo, al punto che quando furono scoperti gli anelli di Saturno un erudito del Seicento avrebbe creduto di avere trovato la soluzione al problema: il prepuzio era asceso al cielo solo fino a un certo punto, magari si era incastrato nel cielo del pianeta che Aristotele collocava appena sotto la sfera delle Stelle Fisse, ed era rimasto orbitante lì. Una teoria un po' troppo buffa per non essere inventata – e in effetti wikipedia ammette che questo famoso trattato sul prepuzio orbitante non si riesce a rintracciare.

Ma naturalmente l'idea che fosse rimasto sulla terra era più interessante per i ricercatori e i collezionisti di reliquie. Non era soltanto un business: ritrovare il brandellino di pelle, esporlo, ammirarlo, significava ribadire che Cristo oltre a un Dio era stato un uomo: il prepuzio poteva essere brandito contro gli eretici che negavano la natura umana di Gesù o la relegavano in un secondo piano: monofisiti, monoteliti e in generale i difensori di una religiosità più astratta, meno corporale. Questi ultimi erano in realtà già sconfitti da secoli, quando a Roma apparve il primo prepuzio di Gesù di cui abbiamo notizia, dono di Carlo Magno a quel papa Leone III che ebbe la pazza idea di incoronarlo imperatore. (A Carlo Magno l'avrebbe regalato l'imperatrice bizantina Irene, o un angelo). Con le crociate, e la relativa reliquie-mania, i prepuzi divini si moltiplicano: memorabile quello di Anversa, dono del re Baldovino di Gerusalemme, che fu visto da un vescovo stillare almeno tre gocce di Sangue. D'altro canto, spiega il nostro collega Iacopo di Varazze, il poco sangue scorso quel giorno non era che un anticipo di quello che Cristo avrebbe versato per noi. A un certo punto in giro per l'Europa ce n'è almeno una dozzina, ormai degradati al rango di amuleti. In quanto residui di un pene, diventano prima o poi un rimedio ai problemi virili; un re inglese (Enrico V) riesce ad adoperarne uno come cura per l'infertilità della moglie (Caterina di Valois), e a procurarsi finalmente un erede (Enrico VI). Sul finire del medioevo ormai tutta l'Europa ha stabilito che l'anno solare si conta secondo lo stile detto "della circoncisione", ovvero dal primo gennaio: se si accetta infatti come data della nascita di Gesù quella tradizionale del 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge mosaica (e secondo il Vangelo di Luca) il neonato sarebbe stato circonciso. Insomma intorno al prepuzio ruota l'anno intero.

La reazione all'inflazione di prepuzi e altre reliquie è la riforma protestante, che fa piazza pulita dei gadget sacri nell'Europa centrale e settentrionale, ma anche del più prestigioso prepuzio romano, scomparso durante il Sacco di Roma inflitto dai lanzichenecchi (1527). Trent'anni dopo lo stesso prepuzio ricompare a Calcata, provincia di Viterbo, nascosto nella parete di una cella dove era stato rinchiuso un lanzichenecco. La reliquia, in teoria la più ambita, non torna però a Roma: a Calcata si conquista un santuario tutto suo, e un discreto successo di pubblico (il pellegrinaggio valeva un indulgenza di dieci anni), ma i papi della Controriforma stanno già cominciando a prendere le distanze. Ducecentocinquant'anni dopo un'altra ondata iconoclasta, la rivoluzione francese, fa sparire più o meno tutti i prepuzi residui.

Ma proprio quando la reliquia di Calcata sembra essere rimasta senza rivali, nel 1856 un colpo di scena mette in imbarazzo il Vaticano: nell'abbazia di Charroux, nel Poitou, mentre abbatte una parete un muratore ritrova un altro prepuzio. In effetti secondo la tradizione locale sono i monaci di Charroux, e non Leone III, i destinatari del dono di Carlo Magno. Non è certo la prima volta che una reliquia si rivela un doppione; ma ormai siamo nell'Ottocento, e due prepuzi di Gesù creano più problemi di quanti ne creasse una dozzina nel Duecento. L'Europa non è più una selva fiorita di castelli e chiese, separati e autonomi tra loro: ormai è un reticolo di ferrovie, uno spazio misurabile. Un oggetto, ancorché miracoloso, non può esistere in due luoghi contemporaneamente: la cosa non è più plausibile, non è più immaginabile, nemmeno da un'anima semplice o pia. Nel frattempo il Vaticano ha reclamato l'infallibilità papale, e quindi tra Charroux e Calcata un Papa non può più rifiutarsi di scegliere: e sceglie di tacere, anzi di zittire chiunque.

Dal 1900 in poi del prepuzio non si parla più. Solo a Calcata la venerazione rimane tollerata, fino al misterioso furto del 1983. Misterioso anche per la sua semplicità: alla vigilia delle celebrazioni del primo gennaio, il parroco Dario Magnoni avvisa i fedeli di Calcata che la reliquia non si trova più: qualche ladro sacrilego è penetrato nella sua casa, l'ha trovata nella scatola di scarpe in cui la nascondeva, e l'ha portata via. Non è nemmeno chiaro se don Magnoni abbia sporto denuncia. L'oggetto in sé appare poco commerciabile: l'ipotesi è che al ladro interessassero soprattutto le pietre preziose del reliquiario che lo conteneva. Ma se davvero Magnoni temeva i ladri, al punto di portarsi il prepuzio in casa, perché non ha pensato a custodire reliquiario e reliquia almeno in due scatole diverse? Qualche compaesano nota che il giorno prima il parroco si era recato a Roma. Qualche anno prima, un vecchio vescovo aveva annunciato: quando me ne andrò io, se ne andrà anche il prepuzio. E poi basta, anche il giornalista americano che ci scrisse un libro non è che trovò molto altro da dire. L'ultimo prepuzio è scomparso, proprio quando ormai si cominciava a parlare di analisi del DNA e di clonazione. 1500 anni fa la priorità della Chiesa era difendere l'idea che Dio si fosse fatto corpo: le reliquie erano prove, evidenze tangibili, perfino assaggiabili, della permanenza del Sacro nella carne. Oggi la battaglia è sul fronte opposto: salvare il Sacro da una carne sempre più misurabile, osservabile, persino replicabile. Alcune reliquie hanno ancora un senso; altre sono appena tollerate; altre ormai sono imbarazzanti, e infatti spariscono. È il caso della Veronica, una macchia triangolare che nel medioevo poteva apparire davvero come una immagine miracolosa Gesù, ma che oggi non riusciremmo affatto ad associare a un volto; probabilmente è anche il caso del Santo Prepuzio, di cui non si dovrebbe parlare: e chiedo scusa per averlo fatto.
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Uno psicanalista a Roma (un altro)

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Lasciati andare (Woody Allen, 2016)

Elia Venezia (Toni Servillo) è uno psicanalista che ha bisogno di perdere chili. Claudia (Verónica Echegui) è una personal trainer che ha bisogno di mettere ordine nella propria vita, ma che non può evitare di sconvolgere quelle di chi incontra. Se fosse un film, non potrebbero che incrociarsi. Ah, ma è davvero un film! E di Woody Allen! Di nuovo a Roma, stavolta nella magica cornice del Ghetto! Una commedia che è una sarabanda di trovate, dove si riflette ma si ride anche a crepapelle, e finalmente si rivede in forma il Maestro! Magari, in realtà no.

Lasciati andare (Francesco Amato, 2016)

Elia Venezia (Toni Servillo) è uno psicanalista. Si capisce perché assomiglia non tanto a Freud (calvo, la barba bianca, a un certo punto gli mettono in bocca pure il sigaro) ma alle vignette di Freud. Anche i suoi pazienti continuano a sembrare macchiette dei pazienti degli psicanalisti delle barzellette, secondo una tradizione cinematografica italiana che data almeno da Caruso Pascoski e prosegue, purtroppo, nei tardi film di Moretti (mi ricordo che una volta, credo da Fazio, Moretti ammise che nessuno nel suo staff di scrittori era mai andato in analisi, e questo succedeva dopo che erano usciti già almeno due film in cui Moretti interpretava uno psicanalista, che vorrei dire: almeno un po' documentarsi, no? cosa può costare prendere cinque-sei appuntamenti, giusto per capire come funziona? Beh in effetti può costare parecchio, ma non varrebbe la pena? Uno si sdraia, no guardi dottore non ho nessun problema serio, volevo soltanto fare un po' di esperienza perché sto scrivendo un film e non vorrei cadere nei soliti stereotipi? - Tempo tre sedute e stai già confessando che a tredici anni avevi ideato l'omicidio perfetto, ovviamente di tuo padre). (Anche in Lasciati andare, come in Habemus Papam, l'ex moglie dello psicanalista è psicanalista a sua volta - in questo caso è Carla Signoris, che fa piacere rivedere al cinema).


Francesco Amato ha diretto tre film in dieci anni. Il primo (Ma che ci faccio qui!) era la storia fresca, sorprendente, di un ragazzo che scappa da Roma per fare il giro del mondo ma si ferma alla prima spiaggia; il secondo (Cosimo e Nicole) è la storia fresca, sorprendente, di due ragazzi che si incontrano al G8 di Genova e di quel che combinano in seguito. Lasciati andare è il suo terzo film ed è una delle commedie italiane migliori dell'anno. Però non è fresca, né sorprendente.

Francesco Bruni è lo sceneggiatore storico di Calopresti e soprattutto di Paolo Virzì, passato alla regia con Scialla, Noi 4 Tutto quello che vuoi. Nel 2016 ha scritto, con Francesco Amato e Davide Lantieri, Lasciati andare. È esagerato affermare che da una squadra di autori del genere potevamo aspettarci di più di una commedia che, in effetti, gira che è un piacere ed è divertente il giusto, ma sembra approfittare di qualsiasi luogo comune cinematografico e narrativo che incontri sulla strada? Non bastava trasformare Servillo in un sosia di Freud che consiglia best-seller e ipnotizza i pazienti; bisognava anche affiancargli la pur brava Verónica Echegui nel ruolo della classica Manic Pixie Dream Girl, quel personaggio femminile che esiste soltanto nelle sceneggiature e ha il preciso scopo di dare una scossa al personaggio maschile? E se la scelta di ambientare la storia nel Ghetto era almeno qualcosa di originale, valeva proprio la pena caratterizzare il protagonista come uno spilorcio? Ma in generale: oltre allo psicanalista freudiano-quindi-ebreo-quindi-avaro, abbiamo una personal trainer solare e un po' pazza, e infatti spagnola; un capoverdiano che vende il fumo, un brutto ceffo dal coltello facile e l'accento balcanico, un lombardo carrierista e antipatico (Giacomo di Aldo Giovanni e Giacomo) e... un centravanti un po' scugnizzo e criptogay - questo a ben vedere è un luogo comune invertito, ormai banale quanto il luogo comune normale. L'unica scelta un po' originale è il rapinatore balbuziente di Luca Marinelli, che compare soltanto nel terzo atto e non a caso si porta a casa il film. E tuttavia.

Tuttavia alla fine Lasciati andare è un film divertente; Servillo è in forma (e non è meno macchietta che in altri prodotti più blasonati), la Echegui è davvero in parte, la storia è un po' prevedibile ma funziona. Forse il vero test per una commedia del genere sarebbe quello di Woody Allen: ovvero immaginare che cosa direbbero i critici di un film come Lasciati Andare se lo avesse girato lui. Secondo me sarebbero entusiasti. È vero, psicanalista e pazienti sembrerebbero quelli delle vignette, ma non è sempre stato così con Allen? È vero, più che spiazzare gli spettatori la storia sembra andare incontro alle loro attese, ma non è il tratto tipico di tanti film dell'ultimo Allen? La principale differenza è che Lasciati Andare si sarebbe visto in molte più sale e avrebbe incassato assai di più. Lo si può rivedere comunque a Cherasco venerdì 11 agosto, al cortile di Palazzo Gotti di Salerano (ore 21:30); l'ingresso è gratuito e il regista sarà ospite! Altrimenti venerdì 18 e venerdì 25 agosto alle 21:00 al cinema Sangiacomo di Roburent.
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D'amore e d'ombra

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Sognare è vivere (A Tale of Love and Darkness, Natalie Portman, 2015).

Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca a Reykjavik, Valladolid, Vancouver...

Nel cinquantenario della guerra dei Sei Giorni, nelle sale italiane si celebra una specie di mini-festival israeliano, tutto al femminile: oltre a Un appuntamento per la sposa di Rama Burshtein (presentato a Venezia lo scorso settembre) è saltato fuori A Tale of Love and Darkness, girato e recitato in ebraico da Natalie Portman che era a Cannes due anni fa (e poi naturalmente c'è Gal Gadot, riservista dell'esercito israeliano, che fa Wonder Woman, e pare che sia molto brava). Dei tre film Love and Darkness è il più ambizioso: trasformare in cinema la monumentale autobiografia di Amos Oz richiedeva una dose di incoscienza che Natalie Portman fortunatamente ha conservato per dieci anni di lavorazione.


Come dimostrazione di serietà e perizia dietro la macchina da presa, A Tale of Love è sorprendente, forse anche troppo manierato: luci, ricostruzioni di esterni, montaggio, non puoi dirle niente. La Portman sa persino dirigere i bambini! (non solo il protagonista: c'è una ragazzina che sta in scena cinque minuti e riesce a comunicare con gli sguardi più di molti attori professionisti). Come trasposizione cinematografica, il film deve fare scelte inevitabili e in certi casi interessanti (ad esempio lo sfondo politico della storia è riassunto dalle chiacchiere dei passanti o dei passeggeri di un autobus, tra cui già onnipresenti nel 1948 i fanatici del complotto). Soprattutto la Portman sembra essere riuscita a cogliere un nucleo cinematografico in un libro disperatamente libresco, così concentrato sulla magia e sulla dannazione delle parole, sul fascino dei libri e sul desiderio degli uomini di partorirli e trasformarsi in loro. Di solito tutta questa letterarietà a Hollywood si risolve mettendo in scena tanti libri, possibilmente polverosi. La Portman non si sottrae, ma ti piazza ogni tanto qualche correlativo oggettivo di precisione spaventosa: l'utopia sionista di "far fiorire il deserto" trasformata in un orticello di cortile che non attecchisce, o il momento in cui il padre annuncia commosso al figlio: ora che è nato lo Stato di Israele nessuno farà più il prepotente con lui a scuola! e in capo a cinque minuti, ovviamente, il piccolo Amos deve cedere la merenda ai bulli (però israeliani).


Purtroppo il film ha un problema di ritmo (continua su +eventi!). In novanta minuti succedono parecchie cose, eppure sembra che non succeda quasi niente. Il disincanto che Amos Oz può permettersi, dopo aver partecipato alla guerra e alla stagione dei kibbutz, nelle mani volonterose ma affannate della Portman si trasforma in un pessimismo fin troppo cupo. Proprio quando ti aspetti che gli eventi precipitino (dalla dichiarazione d'indipendenza in poi) e la Storia irrompa sulla scena, la Portman decide di liquidare i combattimenti in un paio di scene e boati fuori campo, e concentrarsi sulla vicenda della madre: ovvero sul ruolo interpretato da lei stessa, ancora una volta nei panni di una depressa cronica.

Il problema è che i depressi sono i malati meno cinegenici al mondo. Piangono, prendono pillole, si scusano, prendono altre pillole, un po' d'euforia poi il crollo, altre pillole, chi non c'è passato difficilmente riesce a provare empatia. La voce narrante interverrà a collegare il crollo di Fania con l'inevitabile disillusione storica legata alla nascita di Israele: ogni sogno realizzato è un sogno deludente, voleva spiegarci Oz, e Israele non è più un sogno. Forse lo avremmo capito anche senza la didascalia, ma che fatica arrivarci. Alla fine anche questo film è un buon correlato oggettivo: un sogno cullato per lunghi anni, realizzato con grande fatica e serietà, che alla fine della visione lascia ammirati ma un po' freddi, stanchi: e i soldi del budget (perlopiù americani) non sono ancora stati recuperati. Come in altri film importanti prodotti in Israele (KippurVa' e vedrai), i palestinesi sono quasi del tutto assenti: compaiono soltanto in un paio di scene. Come se anche la Portman, per rispettarli e riconoscere i loro diritti, avesse bisogno di tenerli a una prudente distanza: quella distanza che a Gerusalemme forse non c'è mai stata. Sognare è vivere (un titolo italiano più sbagliato del solito, per un film che racconta la fatica di sopravvivere ai sogni) fino a mercoledì è all'Impero di Bra (20:20, 22:30) e ai Portici di Fossano (21:15).
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Però l'ANPI nazista, insomma, no.

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Questa è la bandiera della Brigata
Ebraica, che partecipò alla Resistenza.
Si avvicina il 25 aprile, col suo classico profumo di scazzi sui negozianti che vogliono tenere aperto senza pagare troppi straordinari (per Scalfarotto è tipo la fine del medioevo), filopalestinesi che fischiano la bandiera della Brigata Ebraica, ebrei che non vogliono la bandiera palestinese. Quest'anno il PD romano ha deciso che non parteciperà alla manifestazione dell'ANPI, ma a quella della Comunità Ebraica. Questa è una notizia - che esista ancora il PD romano, intendo. A quanto pare doveva scegliere tra comunità ebraica e ANPI, e ha fatto la sua scelta. C'entra l'amarezza per com'è andato il referendum? Naturalmente no, saremmo molto cattivi a pensarlo.

Io potrei anche concordare con Fabrizio Rondolino - che del PD renziano è ormai, a quanto pare, autorevole portavoce - quando afferma che l'ANPI non ha l'esclusiva del 25 aprile. Del resto non avrebbe i mezzi per difenderla. In termini pratici: i soci dell'ANPI non possono impedire che qualche attivista arrivi alla loro manifestazione e srotoli una bandiera palestinese. Mi sembra che il presidente dell'ANPI oggi l'abbia spiegato abbastanza bene: tutto quello che può fare la sua associazione è "dare l'indicazione di non portare bandiere che non siano quelle della Resistenza"; cosa che ha fatto, più volte. Assoldare buttafuori che allontanino tutte le persone che hanno una bandiera non resistenziale, l'ANPI non può farlo e non lo fa. Non dispone di un servizio d'ordine abbastanza massiccio e capillare, e sarebbe paradossale che se ne munisse: è un'associazione che difende la memoria della Resistenza, non un corpo paramilitare che organizza una parata.

È anche vero che tra le bandiere della Brigata, ogni tanto,
faceva capolino qualche bandiera israeliana,
che come quella palestinese non appartiene alla Resistenza.
Un servizio d'ordine ANPI avrebbe dovuto buttar fuori
anche quelle bandiere?
Per questo mi pare che Rondolino e comunità ebraica raccontino soltanto un lato della faccenda. È vero, purtroppo, che negli anni scorsi la bandiera della Brigata Ebraica è stata puntualmente fischiata da attivisti filopalestinesi (è anche vero che l'ANPI ogni volta ha stigmatizzato l'accaduto e ha preso le distanze dai contestatori). Ma è anche vero che negli stessi anni la comunità ebraica ha più volte definito i palestinesi "nazisti", e "alleati di Hitler", e non uso le virgolette a caso: in questo momento sul sito della Comunità di Roma c'è un comunicato che dice che l'ANPI Roma avrebbe deciso "di cancellare la storia e far sfilare gli eredi del Gran Mufti di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere".

Ricapitolando: la Comunità ebraica non chiede semplicemente (com'è suo sacrosanto diritto) di poter sfilare con la bandiera della Brigata Ebraica che partecipò alla Resistenza. La Comunità ebraica non vuole vedere bandiere palestinesi perché per la Comunità ebraica quella bandiera - che rappresenta una nazione con un seggio all'ONU, ricordiamo - è nazista, e chi la sventola è nazista. Quando l'ANPI fa presente, per l'ennesima volta, che non può veramente impedire a un filopalestinese di sventolare la bandiera di una nazione che aspira alla fine di un'occupazione militare, l'ANPI diventa una organizzazione negazionista che fa sfilare gli eredi degli alleati di Hitler.

Questo succede, mi pare, nell'indifferenza generale, perché poche cause come quella palestinese ormai risultano perse: oltre che a un nocciolo di affezionati, della Palestina frega ormai niente a nessuno, e il fatto che all'Unità qualcuno possa definirli filonazisti non desta davvero nessuna sorpresa. Cerco di mantenermi sorpreso io, giusto per un dovere di testimonianza: a questo punto non solo è nazista chiunque chiede che ai palestinesi sia riconosciuto il diritto all'autodeterminazione, ma siccome chi lo fa a volte partecipa alle manifestazione dell'ANPI, è nazista pure l'ANPI. Senz'altro sono nazista pure io che lo scrivo, e tu che leggi, tu: comincia a farti qualche domanda.

Quanti simboli nazisti vedi?
A quel punto un partito novecentesco, un partito di massa, cosa farebbe? Ci metterebbe il servizio d'ordine, butterebbe fuori i facinorosi e farebbe ragionare i capibastone. E un partito contemporaneo, più leggero, ma che non rinunci alla sua responsabilità di intellettuale collettivo? Cercherebbe di trovare una sintesi tra le istanze della Comunità ebraica, dell'ANPI e di quel nucleo più o meno compatto di filopalestinesi che, se festeggiano il 25 aprile, così tanto nazisti non devono essere: e votano anche loro. Il PD romano questa cosa non riesce a farla, e quindi forse la notizia non c'è: il PD romano non esiste. Esiste Orfini e il 25 aprile non andrà al corteo dell'ANPI: e se non l'avesse detto in giro, forse non se ne sarebbero accorti in parecchi. Buona Liberazione a tutti, festeggiatela con chi vi pare.
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Tutti nazisti anche quest'anno, buon 25 aprile

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È un discorso che si è già fatto, ma se ripetere non sempre aiuta, sicuramente non nuoce: i rappresentanti della Brigata Ebraica hanno tutto il diritto di partecipare ai cortei del 25 aprile senza essere fischiati.

www.combattentiliberazione.it
A chi li contesta - non sono poi in tantissimi - manca senz'altro un po' di educazione, non tanto nel senso di buone maniere. Da qualche parte c'è una lezione sulla memoria e sulla Resistenza che qualcuno avrebbe dovuto studiare meglio; ci sono concetti come sionismo ed ebraismo che non dovrebbero essere così fumosi. E così via. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere un po' tutti sulle spalle, come educatori o anche solo come gente che scrive on line - visto che siamo tutti nel nostro piccolo educatori, siamo tutti gente che scrive on line. Nella nostra ideale festa del 25 aprile è invitato chiunque voglia ricordare i combattenti contro il nazifascismo, e se proprio si vuole contestare qualcuno, si contesta chi rimane a casa.

Ah, e il Gran Muftì non c'entra niente.

Perché se prendersela con tutti gli ebrei per l'occupazione della Palestina è un gesto ignorante e arrogante, accusare tutti i filopalestinesi di intelligenza col nazismo è più o meno sullo stesso livello di ignoranza e arroganza. Anche questo, mi rendo conto, è un discorso trito e ritrito: durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono palestinesi che combatterono Hitler e altri (un po' di più) che collaborarono con lui - qualcosa di simile a quel che successe in Italia, tutto sommato. Questo toglie agli italiani il diritto di festeggiare il 25 aprile? Questo dovrebbe impedire ai palestinesi di chiedere la liberazione da un'occupazione militare? Lo sfogo di Peppino Caldarola mi sembra indicativo di un atteggiamento lievemente autoreferenziale: le contestazioni tra filopalestinesi e rappresentanti della Brigata avranno coinvolto al massimo qualche centinaia di persone. È senz'altro un incidente fastidioso e - parlo almeno per me - di una prevedibilità mortale. Si può fare qualcosa per evitarlo in futuro? Non lo so. Ma il punto è che per Caldarola non vale nemmeno la pena: se succede qualcosa del genere, va chiuso il 25 aprile, fine. Ah: e chi sventola una bandiera palestinese è un nazista.

Ecco: io sarei disponibile anche a scrivere tutti gli anni lo stesso pezzo in cui spiego che chi sventola la bandiera della Brigata Ebraica non è responsabile dell'incancrenirsi della questione israelo-palestinese. Ma se dall'altra parte, ogni volta, mi tocca sentire che tutti palestinesi sono nazisti, e anche tutti i loro amici, e anche gli amici dei loro amici... mi sa che ogni anni ripartiremo da zero.
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Un videogioco ad Auschwitz

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Il figlio di Saul (Saul Fia, László Nemes, 2015).

Un giorno o l'altro uscirà un videogioco su Auschwitz. Sarà probabilmente un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, che riuscirà a terrorizzare e a suscitare un genuino orrore in tutti i volonterosi giocatori. Si potranno interpretare diversi personaggi, sonderkommando o kapò o fuggitivi. Ci saranno missioni da compiere: trovare una macchina fotografica con la quale documentare il terrore; organizzare una rivolta; seppellire il proprio figlio con un rito religioso. Un giorno qualcuno lo farà, e dopo la sorpresa iniziale, non ci sembrerà una cosa così strana o sbagliata. Un modo di esercitare la memoria, di combattere il negazionismo, di far vivere ai giovani qualcosa di lontanamente simile a un'esperienza... Ciononostante le polemiche fioccheranno: è giusto ambientare un'avventura ad Auschwitz? Forse non è giusto, ma ormai ci ha gà pensato il cinema, no? I videogiochi seguiranno.

No, è fatto meglio di così.
Il figlio di Saul ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero e il Gran premio della giuria a Cannes, e decine di altri riconoscimenti tra cui uno assolutamente straordinario: è il primo film ambientato ad Auschwitz a essere recensito sui 400 calci, che più che un blog ormai è la Bibbia quotidiana del cinema d'azione. Perché Il figlio di Saul, oltre a essere un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, è un film d'azione. L'ambientazione è sin dall'inizio data per scontata, del resto ormai escono più film su Auschwitz che western. Il personaggio è un sonderkommando, un prigioniero ebreo addetto ai lavori più orribili: accompagnare i suoi correligionari alle docce, sentirli urlare mentre soffocano, smistare vestiti e oggetti personali, trasportare i cadaveri ai forni, smaltire le ceneri. Durante una giornata di gioco lavoro, Saul fa tutto questo, ma ha anche una missione da compiere: seppellire degnamente un bambino che forse è suo figlio. Bisogna trovare un rabbino, corrompere qualcuno, collaborare con qualcun altro che sta organizzando una rivolta. Ma tutto questo resta sullo sfondo: in primo piano c'è il personaggio, e la sua missione. Tutto l'orrore che gli scorre intorno finisce rapidamente fuori fuoco.

Il figlio di Saul è piaciuto a tutti tranne me... (continua su +eventi!I

l figlio di Saul è piaciuto a tutti tranne me, e non so quanto c'entri il dibattito su quanto sia giusto ambientare fiction ad Auschwitz. Può trattarsi più banalmente di una questione di gusti: a me i videogiochi non dicono molto. E se un film in soggettiva posso capirlo, ho una personalissima idiosincrasia per i "film di nuche", quelli in cui il punto di vista coincide con una specie di angelo custode che segue il personaggio passo a passo, offrendoci frequenti primi piani non solo del suo volto (quello di Géza Röhrig, squadrato e un po' ieratico, ricorda davvero il rendering digitale di un gioco da consolle)  ma anche delle spalle e della nuca, vi ricordate quanto piacevano a Gus Van Sant le nuche? A me non piacciono le nuche nei film, ma non credo di capirne più di Van Sant. Un film d'azione ambientato in un campo di concentramento me lo vedrei volentieri; ma la sintassi videoludica, quel continuo spalancare porte e aggirarsi per i corridoi, e origliare conversazioni, sempre alla ricerca di qualcosa, dopo un po' mi addormenta. Ma coi ragazzini capisco che potrebbe davvero funzionare. Il figlio di Saulè all'Aurora di Savigliano giovedì alle 21:15.


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Divorzio all'israeliana

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Viviane (Gett: Le procès de Viviane Amsalem, Ronit e Shlomi Elkabetz, 2013)

In Israele sposarsi è più difficile di quanto sembra: il matrimonio civile non è previsto. Il divorzio, poi, se sei membro di una comunità più osservante di altre, può essere quasi impossibile. Viviane vive separata dal marito da anni, in una dépendance nel cortile di casa. La vita col marito è impossibile, ma lui non vuole concedere il divorzio e la corte di rabbini a cui Viviane si rivolge non può costringerlo. La causa di separazione si trascinerà per più di cinque anni.

Simon Abkarian è una misuratissima, sublime
faccia da schiaffi.
In Viviane ci sono almeno due film interessanti. Il primo è quello di denuncia, che si presenta sin dalle prime scene senza sfumature: c'è un'ingiustizia, c'è una vittima eroica che combatte con tutte le sue forze, c'è un'evidente iniquità nella legge, tre giudici parziali che non la vogliono vedere e non hanno altra scelta che applicarla, un marito ottuso e geloso che ne approfitta senza sforzo. Tutto è già definito, nero su bianco, nei dialoghi iniziali, e anche a noi spettatori non resta che accomodarci dalla parte in cui Ronit e Shlomi Elkabetz hanno deciso di farci sedere. Non possiamo che detestare il flemmatico marito, e tifare per Viviane, parrucchiera autosufficiente (personaggio ispirato alla madre dei registi) - l'unica persona a portare un po' di colore in quella sala: una traccia delle stagioni che fuori da quelle finestre sbarrate stanno passando senza che nulla cambi. Siamo già parecchio indignati e il film è cominciato da pochi minuti. I registi hanno tutta l'aria di volerlo ambientare tutto in una candida ma angusta sala di tribunale, e il fantasma del Noioso Film A Tema si sta pericolosamente concretizzando. Scopriamo nel frattempo che in Israele un rabbino può sospendere una patente (ma il marito non l'ha mai presa per paura di dover guidare il sabato) e una carta di credito (ma l'unico conto in banca del marito è quello cointestato alla moglie); può persino incarcerare il marito che si rifiuti di comparire - ma non può costringerlo a recitare la terribile frase di assenso, "a partire da questo momento... sei permessa a qualunque uomo"


Siccome il tribunale è veramente piccolo e dimesso, è impossibile non pensare agli spazi ancora più sacrificati del palazzo di giustizia iraniano di Una separazione, il grande film di Asghar Farhadi (continua su +eventi!) Lì per lì il paragone sembra impietoso: Farhadi è molto più sfumato, riesce a distribuire torti e ragioni con equilibrio acrobatico, mira più in altro della semplice denuncia: vuole mostrarci quanto è complessa la realtà e quanto è difficile raccontarla... anche perché Farhadi in Iran probabilmente un semplice film di denuncia non potrebbe farlo. Questa necessità di mirare un po' più in alto, o almeno un po' più a lato, che è una nota costante di tanto cinema iraniano, lo ha reso un po' più universale e commerciabile all'estero, ma ne ha senz'altro smussato i toni. In Israele invece ai fratelli Elkabetz era consentito mirare a qualcosa di concreto e ne hanno approfittato, costruendo un film che in patria ha creato un dibattito intenso su un argomento scottante, ma che al pubblico italiano non risulterà altrettanto interessante (peraltro i nostri tribunali civili riescono a essere lentissimi anche senza l'ausilio dei rabbini).

Se malgrado queste premesse la visione si rivela un'esperienza piacevole, al punto che due ore di tribunale religioso scorrono che è un piacere, è perché dentro Viviane c'è un altro film, che usa il tema politico per scavare più in profondità. I registi non hanno semplicemente chiuso uno spaccato minuscolo del loro Paese in una stanza, ma nella stessa stanza hanno scelto di girare tutto in soggettiva: ogni ripresa riflette il punto di vista di un personaggio presente in sala. Il tribunale diventa un palcoscenico in cui siamo ammessi a guardare la scena dagli occhi della corte, dei testimoni, degli imputati. Il montaggio ci tiene continuamente sul chi vive con scelte imprevedibili: i dialoghi sono studiati al millimetro, alternando dramma e commedia. Gli attori sono tutti credibili e Ronit Elkabetz - che firma il film col fratello - dà un corpo a un personaggio commovente.
Viviane è l'esempio di come una scelta formale rigorosa può trasformare un film di denuncia in un oggetto molto più complesso e affascinante. Lo si potrà finalmente vedere al Lux di Busca mercoledì 19 e giovedì 20 novembre, in occasione della rassegna d'autunno.
Buona visione!
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A certe feste si va per litigare: il caso 25 aprile

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In 1500 caratteri la farò semplice. Questa è la bandiera della Brigata Ebraica, che diede un nobile contributo alla guerra di liberazione dal nazifascismo.



Bella. Questa è quella dello Stato di Israele, nato poco più tardi, che da tempo occupa alcuni territori dove secondo la comunità internazionale dovrebbe sorgere lo Stato di Palestina.



Pur simili, rappresentano cose un po' diverse. Perciò credo sarebbe stato utile, negli anni scorsi, portare nei cortei del 25/4 soltanto la prima, magari cogliendo l'occasione per spiegare che non era la seconda; e che la stella in sé rappresenta l'ebraismo, non uno Stato che ha una storia gloriosa ma non ha contribuito alla guerra di liberazione italiana (non ha fatto in tempo), e in questo periodo sta occupando territori di un altro Stato.

A quel punto chi venisse comunque a fischiare non ci lascerebbe dubbi: non fischierebbe Israele, ma l’ebraismo. Non esprimerebbe un sostegno alla Palestina, ma il proprio antisemitismo. Purtroppo non è mai successo.


Perlomeno, in tutte le foto che mi è capitato di vedere di cortei del 25/4, per ogni bandiera della brigata ebraica ne ho vista una dello Stato di Israele. E quindi? Niente, fate come credete. Ma non venite a dire che il 25 aprile è di tutti e che non volete litigare. Il 25 aprile non è mai stato di tutti; c’è sempre stato qualcuno che voleva litigare. Chi viene con la bandiera di Israele - e vuole fuori quelli con la bandiera della Palestina - non sarà il primo, ma non è da meno.

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Non parlerai di Gaza il 27

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27 gennaio - Giorno della memoria, "al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati" (legge 211/2000).

Aveva le orecchie a sventola.
Una storia del genere capita forse tutti gli anni: quest'anno è capitata a Magenta (MI). Una mostra dal discutibile titolo "Shoah di ieri shoah di oggi" è stata prima patrocinata dal comune, poi precipitosamente annullata quando esponenti della comunità ebraica hanno fatto notare che esporre foto dei campi di sterminio tedeschi accanto a disegni dei bambini di Gaza avrebbe potuto creare "confusione su due piani storici e di consistenza differenti” (Daniele Cohen, assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano). Nel frattempo la proprietaria della libreria che aveva promosso la mostra si dichiara scossa dalle mail di odio ricevute.

Il Giorno della memoria si celebra in Italia ormai da quindici anni. Come tutte le ricorrenze, ha generato in breve tempo i suoi automatismi: la Shoah si è fatta spazio nei palinsesti tv e nei manuali scolastici; persino la programmazione dei cinema ne risente. Chi passa quotidianamente davanti alla vetrina di una libreria conosce la sensazione: a Natale renne e uomini di neve, un mese dopo stelle di David e filo spinato. Ha persino un senso: dopo la festa della bontà obbligatoria, il ricordo di quanto possiamo essere crudeli. De Bortoli qualche anno fa cominciava a sentire una certa stanchezza, avvertiva "un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi". Ma retorica e ritualità sono entro un certo livello inevitabili, quando si decide di fissare un evento sul calendario per tutti gli anni a venire. E funzionano: per ogni De Bortoli che si stanca di leggere o scrivere il solito temino, ci sono nuove classi che ogni tanto si affacciano sui banchi di scuola, e di una certa dose di retorica e di ritualità hanno bisogno.

Allo stesso tempo, retorica e ritualità non sono i migliori custodi dei ricordi che loro affidiamo. Così come il Natale non è nato festa dei bambini, e di renne volanti per secoli non si è parlato, anche la giornata della memoria tra un secolo non sarà quella che oggi immaginiamo. Credo che sia inevitabile che col tempo certe narrazioni più rassicuranti, come La vita è bella o Il bambino col pigiama a righe, scacceranno le meno concilianti e più crude. Per ora, si registra il tentativo di respingere le interpretazioni 'attualizzanti'. Mescolare il passato col presente, suggerire come la libraia di Magenta che "i bambini, ebrei e palestinesi, hanno gli stessi sogni", è sbagliato. Come dichiara il suo vicesindaco: "Promuovere quella mostra è stato un grave errore, ci scusiamo eliminandola dal programma. Parlare dei bambini palestinesi il 27 gennaio non è opportuno in quanto è un dramma diverso dal punto di vista storico e di dimensione". 

È un'opinione che tutto sommato condivido: sono convinto che il paragone sballato tra territori occupati e lager nazisti non abbia mai giovato alla causa palestinese. Purtroppo è un paragone che non si può evitare. Ovvero: io posso rispondere di me stesso. Ma non posso evitare che qualcun altro lo faccia (la libertà di espressione, ricordate?) È un paragone sbagliato, proprio dal punto di vista storico e "di dimensione": ma è un paragone inevitabile, com'è inevitabile confondere parole molto simili dal significato anche diverso. Ebrei sterminati in un recinto, israeliani che alzano un recinto. È sbagliato accostare le due immagini, anche se sono simili. È sbagliato istituire correlazioni causa-effetto, ma il nostro cervello funziona così: vede cose simili e cerca di capire se una è la causa dell'altra. Dobbiamo chiedere al nostro cervello di sospendere un attimo la cosa, per favore, perché è controproducente. Una volta sistemata la questione col nostro cervello, dovremmo anche provare a convincere quello degli altri: da bravi, "parlare dei bambini palestinesi il 27 gennaio non è opportuno". Tutti gli altri giorni va bene: il 27 magari evitate. Non è un giorno come gli altri.

Io non credo che la libraia di Magenta sia antisemita, come le hanno scritto a quanto pare in tanti. Mi chiedo spesso a che serva l'etichetta di antisemitismo, se la si banalizza così. Si minaccia in un qualche modo il popolo ebraico esponendo disegni di bambini di Gaza? Si lede l'immagine di Israele e quindi la sua economia e quindi si congiura contro la sopravvivenza del suo popolo? C'è qualcuno che la pensa seriamente così? E se invece esporre disegni non danneggia in nessun modo concreto né Israele né l'ebraismo, cos'è esattamente questo "antisemitismo" che si esprimerebbe solo in pensieri e non in azioni, uno psicoreato? (continua sul Post)
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L'inventore d'Israele?

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Trent'anni di lobbying e appena arrivate qui vi accoppiate coi nativi. È sconfortante.
13 luglio - Sant'Esdra (V secolo a.C.), sacerdote, rovinafamiglie, forse inventore del giudaismo

I mormoni che nel 1846 fuggirono dall'Illinois per fondare una nuova patria sulle rive del Grande Lago Salato. I giamaicani che a partire dagli anni Sessanta si trasferiscono a Shashamane (Etiopia) per stare più vicini a Ras Tafari, l'imperatore Hailé Selassié. Gli adepti del reverendo Jim Jones, pronti a seguire il loro Messia fino in Guyana, e poi all'altro mondo. Tutta questa gente che lascia la propria terra per arrivare in un'altra, dove quasi mai scorrono il latte e il miele promessi - tutta questa gente non sta improvvisando, il canovaccio è vecchio di migliaia di anni, ma chi l'ha scritto? È abbastanza impossibile saperlo, ma probabilmente è meno antico di quanto crediamo. Mosè dovrebbe essere vissuto più o meno verso la metà del secondo millennio avanti Cristo, ma gli storici ormai propendono per considerarlo un personaggio fantastico. Lo scontro col faraone, primo esempio storico di vertenza sindacale (finita malissimo), sarebbe un'invenzione molto posteriore, che riecheggerebbe un altro esodo, questo sì realmente accaduto: la deportazione babilonese. Proprio a Babilonia verso il sesto secolo prenderebbero forma le Scritture ebraiche, rielaborate intorno a nuclei più antichi. Come se gli Ebrei nascessero già in diaspora: con la consapevolezza di essere sparsi per il mondo, disuniti e perennemente minacciati nella loro stessa esistenza.

A Babilonia, nel VI secolo, gli Ebrei cominciano a raccontarsi storie sul loro passato; storie che valgano la pena di provvedere a un futuro. Decidono di essere stati, prima delle invasioni assire e babilonesi, una grande nazione, guidata da grandi re: David e Salomone. Alla promiscuità di quest'ultimo viene imputata la decadenza successiva; ai peccati e alla disobbedienza di popolo e regnanti la divisione in due regni e le ripetute sconfitte, culminate con la deportazione. Ma se la diaspora è la punizione che Dio ha inflitto a un popolo disobbediente, il premio per un popolo obbediente non può essere che l'inverso: una Terra Promessa.

Ciro, lo Scià di Persia, che in una fase di recessione economica globale ha rilevato i resti dell'impero Babilonese, sembra sensibile all'argomento: la Palestina è un avamposto remoto, ma importante: un passaggio obbligato per le carovane dirette verso l'Egitto. Quando una lobby che rappresenta un gruppo di fedeli di un Dio di quella regione, un certo YHWH, gli propone di tornare là e cominciare a fortificare la zona, imponendo la pace imperiale alle burrascose tribù autoctone, Ciro firma l'editto, probabilmente senza pensarci più di tanto. Era il Re dei Re, in quella mattinata gli capitò di firmare tante altre carte che credeva assai più importanti, decisioni che avrebbero dimostrato ai posteri la sua illuminata potenza. Altro che le beghe di una piccola regione periferica, di cui nessuno probabilmente si sarebbe ricordato da lì a trent'anni...

L'Esdra biblico è un personaggio appena abbozzato; compare in un paio di scene, e non se ne sa più nulla. Il suo libro è tra i più frammentari e rimaneggiati del canone biblico. Una specie di backdoor ben occultata; se riusciamo a trovarla possiamo guardare le Scritture dal lato di chi le ha scritte. La storia si capovolge; Mosè diventa una proiezione di Esdra; l'esodo dall'Egitto è il ritorno a Gerusalemme; i popoli sterminati da Giosuè alludono ai popoli con cui il nuovo Israele non doveva mescolarsi; il Primo Tempio è un sogno concepito intorno al Secondo; il Faraone che insegue i suoi manovali è l'immagine specchiata dello Scià Ciro che lascia partire volentieri una tribù stanca di vivere mescolata alle altre.

Il sacerdote Esdra non è tra i primi ebrei che tornano a casa. Non assiste ai primi tentativi di costruire il tempio; non c'è quando i nemici cominciano a tramare e a mandare messaggi allarmisti alla corte del nuovo Scià, Dario. Esdra arriva anche venti anni più tardi, verso il 500. Porta con sé i rotoli della Legge, di cui darà solenne lettura davanti a tutto il popolo: la storia di un Mosè che aveva guidato i suoi fedeli fuori dall'empio Egitto, e di un Giosuè che li aveva ricondotti nella Terra Promessa, sterminando dietro richiesta divina i suoi indegni abitanti.
Alcuni gruppi concepirono anzi ed impostarono il nuovo esodo come un'impresa basata su una sorta di organizzazione para-militare e con forte conflittualità verso i gruppi residenti. La visualizzazione del popolo in marcia attraverso il deserto deve qualcosa a questa impostazione para-militare; ma deve anche qualcosa (e forse molto) all'esperienza delle deportazioni imperiali. Già la promessa divina del tipo "io vi farò abitare in un paese in cui scorre il latte e miele" è significativamente consonante con l'assicurazione del rab-saqe assiro di dare a chi si sottomette la possibilità di andare ad abitare in un paese fertile e produttivo. Altrettanto indicativo è il timore serpeggiante nel popolo in marcia, di non trovare nella terra di destinazione condizioni di vita adeguate alle promesse e alle speranze - timore che riflette lo stato d'animo di chi nella diaspora doveva decidere se affrontare o meno i rischi del rientro. E soprattutto gli elenchi o censimenti (Num. 2; 26) del popolo diviso per gruppi familiari e per clan risentono di un tipo di registrazione amministrativa che veniva applicata ai gruppi di deportati, al fine di controllarne il numero (nonché le inevitabili perdite in corso di trasferimento) e le mete finali (Mario Liverani, Oltre La Bibbia, Laterza, 2003). 
Esdra porta con sé un'ulteriore ideuzza destinata ad avere, anch'essa, una lunga fortuna: la purezza etnica (continua sul Post...)
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Quello che Rondolino non tace

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E se restassimo ragionevoli? 

Io credo, e l'ho scritto altre volte, che molti e importanti siano i motivi per cui la questione israelo-palestinese ci interessa, ci affascina, ci tormenta, più di tantissime altre questioni potenzialmente altrettanto affascinanti e tormentose; così che persino un califfo nero spuntato dal nulla al capo di una nazione di fanatici appena nata ma già più grande dell'Italia, anche se minaccia undici settembre a ripetizione non ottiene un decimo dell'attenzione di qualche razzo che cade di qua o di là del muro della barriera difensiva. È tutto un groviglio di culture e sensi di colpa e proiezioni che ci portano a guardare lì piuttosto che altrove. Alla fine non ci sarebbe niente di male: non possiamo osservare tutto, non possiamo capire tutto, non possiamo nemmeno soffrire per tutto - ma se almeno riuscissimo a osservare Gerusalemme o Gaza, a soffrire per Gerusalemme o Gaza, addirittura a capire quel che succede a Gerusalemme e Gaza, forse diventeremmo persone migliori.

Ma non succede. Non diventiamo persone migliori. Diventiamo matti. La questione israelo-palestinese ci fa soltanto diventare matti.

Non parlo di israeliani e palestinesi, la maggior parte dei quali dimostra in questi frangenti una tenuta mentale - dopo tanti anni - ammirevole. Parlo di chi queste cose le osserva da lontano. Dopo un po' impazziscono, non tutti ma quasi: al punto che mi domando se il "restiamo umani" del povero Arrigoni. in attesa di definire meglio il concetto di umanità, non andrebbe riformulato come "restiamo razionali". Oggi studieremo il caso di Fabrizio Rondolino, giornalista, che all'indomani del ritrovamento dei cadaveri dei tre ragazzi israeliani cinguetta:


Le premesse implicite sono abbastanza chiare: Israele è l'unica-democrazia-del-Medio-Oriente, il suo esercito è il più-morale-del-mondo, quindi qualsiasi cosa faranno non sarà mai nulla che Rondolino possa pentirsi di aver sostenuto. Nei giorni seguenti in effetti non è che Israele faccia niente di particolarmente originale: bombardamenti mirati contro le batterie di Hamas, rappresaglie sulle abitazioni degli assassini, ecc. Nel frattempo però a Gerusalemme un diciassettenne viene bruciato. Dopo aver ripetutamente manifestato cordoglio per le vittime dalla parte israeliana; dopo essersi scagliato contro l'Autorità Palestinese che (secondo lui) non aveva espresso nessuna condoglianza; a questo punto - ci aspetteremmo - Rondolino dovrebbe scrivere almeno una riga per mostrarsi dispiaciuto che a Gerusalemme brucino ragazzi palestinesi. Invece lui reagisce col seguente tweet:


Quello che i "media non dicono" ma dice soltanto il piccolo sito Rights Reporter, è che il ragazzo palestinese non può essere stato ucciso da ebrei israeliani; e la prova di questo è che è stato bruciato, "una cosa che un ebreo (specie se ortodosso) non farebbe mai e poi mai, nemmeno per il peggior nemico". E allora chi può avere fatto una cosa tanto orribile? Dei non meglio precisati "criminali" palestinesi: "la storia criminale della famiglia del giovane arabo fa supporre che si tratti di un delitto maturato nel mondo criminale di Gerusalemme Est". Sì, ma il movente? L'omofobia.

Il ragazzino sarebbe stato bruciato perché gay. "Le prime voci, confermate da conoscenti, della omosessualità del ragazzino fanno addirittura pensare a un delitto d’onore". Ecco quello che i media non dicono, e che soltanto Rights Reporter dice.

A questo punto il giornalista Fabrizio Rondolino, che tra tanti alti e bassi non è sicuramente uno nato ieri, avrebbe potuto restare ragionevole e domandarsi: com'è che gli altri media non lo dicono e lo dice soltanto questo piccolo sito di hasbara fatta in casa? Rights Reporter ha una risposta anche per questo: è la stessa polizia israeliana a tenere nascosta questa pista, per ragioni di ordine pubblico. "Ma la situazione a Gerusalemme è gravissima, la polizia non può diffondere questi sospetti che verrebbero presi come una “montatura” e potrebbero accendere ancora di più gli animi". Però quello che i media non possono sapere, in un qualche modo Rights Reporter lo sa e lo diffonde: e se gli animi si accenderanno, beh, pazienza.

È un piccolo sito, appena nato, con pochi lettori quasi tutti di area filo-israeliana. Sia detto a loro merito: non abboccano neanche loro. Una notizia sparata così, senza fonti, alimentata da un corto circuito ideologico (i colpevoli non possono essere ebrei perché gli ebrei non possono essere colpevoli) quante possibilità ha di non essere una patacca? Due giorni dopo la polizia israeliana arresta sei ebrei israeliani. Tre confessano di aver ucciso Mohammed Abu Khdeir. Secondo la polizia lo hanno bruciato vivo.

Right Reporter non soltanto ammette di aver pubblicato una bufala (e ci mancherebbe anche che facesse finta di niente), ma non la cancella nemmeno, come avrebbe fatto un beppegrillo qualsiasi. Di questo li ringrazio. Per altro sono un piccolo sito da cui nessuno si aspetta autorevolezza o imparzialità. Ma Rondolino?

Quanto tempo pensate che ci abbia messo il giornalista Fabrizio Rondolino per chiedere scusa e avvertire che ha fatto girare una bufala clamorosa? È successo cinque giorni fa; vediamo se in seguito ha scritto qualcosa sull'argomento.


Niente, non ne parla più. Il giornalista Fabrizio Rondolino ha messo in giro una notizia falsa, da una fonte senza nessun credito; quando la notizia si è rivelata priva di fondamento, ha fatto finta di niente. Io non so se queste cose succedano anche in altri ambiti; mi sembra che succedano più spesso quando si parla di Palestina e Israele. L'abitudine di dar retta a chiunque ti dia la notizia che vorresti sentire; a far cassa di risonanza a qualsiasi voce che confermi le tue idee e smentisca quelle dei tuoi avversari, eccetera. Non succede con l'Iraq, non succede con Matteo Renzi o Beppe Grillo. Non in queste proporzioni, almeno. Ma succede in Italia, a una distanza che ci dovrebbe permettere di osservare, ragionare, e non esplodere alla prima scintilla che ci arriva. E invece.
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Il primo pogrom

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La più famosa alla fine resta l'Ester di Benouville.
1 luglio - Santa Ester (V secolo aC), da reginetta a salvatrice

Ester è la protagonista di una delle storie più divertenti della Bibbia - anche se non ha avuto presso i gentili lo stesso successo di Mosè o David. La sua vicenda è molto più popolare presso gli ebrei, che sin dall'antichità rileggono il breve libro di Ester una volta all'anno in occasione dei festeggiamenti primaverili del Purim. Invece i cattolici la celebrano il primo luglio, senza un apparente motivo. Alcuni la confondono con un'altra eroina assai più discutibile, Giuditta: la ragazza di buona famiglia che si concia da prostituta per far abboccare un generale antisemita e tagliargli la testa, offrendo un buon pretesto a generazioni di pittori e pittrici per ritrarre indumenti sexy e schizzi di sangue. Giuditta però non è stata ammessa né nella Bibbia ebraica, né nel calendario cristiano. Ester, al contrario, per salvare il suo popolo non commette nulla di riprovevole: anche lei si tira da urlo, ma soltanto per convincere il suo legittimo convivente a non ammazzarla, e magari a sospendere un pogrom.

Siamo a Susa, a corte del potente re Assuero. Chi sia questo potente re che governa "dall'India all'Etiopia" non è ben chiaro, anche se tradizionalmente viene identificato con Serse I, sì, il cattivo delle Termopili. Erodoto ha scritto parecchio su Serse, ma senza menzionare nessuna Ester. A un certo punto però ricorda l'episodio in cui promette alla moglie di concederle qualsiasi cosa ella chiederà, ed ella ovviamente chiede che Serse tagli la testa a una sua amante. È un esempio molto antico di "don contraignant", il tropo narrativo in cui un re firma una specie di promessa in bianco che gli costa sempre molto caro.

Lo stesso tropo torna nel libro di Ester, che se fosse davvero ambientato ai tempi di Serse descriverebbe fatti successi nel V secolo a.C. Più probabilmente è stato composto tre secoli più tardi, da un bravo narratore senza molte preoccupazioni di verosimiglianza storica, all'epoca dei Maccabei - una dinastia di sacerdoti che lottava per conservare l'autonomia e l'identità del popolo ebraico, contro l'imperialismo assimilatore dei tiranni seleucidi. Per sopravvivere arrivarono al punto di allearsi coi Romani, che nel primo secolo a.C. finirono per sostituire i tiranni precedenti, e il resto della storia più o meno la sapete.

Ma torniamo a Serse, anzi, Assuero. Siamo a una festa in grande stile a Susa, più o meno al settimo giorno di festeggiamenti, quando al re dei re, un po' brillo, vien voglia di esibire la regina Vasti davanti ai suoi invitati. Mandata a chiamare dagli eunuchi, Vasti si nega, senza neanche accampare la scusa di un mal di testa. Per il re dei re non è solo una figuraccia insopportabile: come gli spiegano i consiglieri, una cosa del genere rischia di devastare l'istituto famigliare in tutto l'impero: appena la notizia si saprà in giro, dall'India all'Etiopia, c'è il rischio concreto che le mogli smettano di correre in salotto quando il marito le chiama, bisogna fare qualcosa. Vasti viene immediatamente detronizzata e, secondo una tradizione successiva, messa a morte; per rimpiazzarla viene lanciato un concorso che porta a Susa le più avvenenti (e obbedienti) fanciulle vergini di tutto l'impero. A vincere è la giovane Hadassa, un'orfanella ebrea che Mardocheo, funzionario del re, aveva allevato come una figlia, e che forse per nascondere le sue origini si fa chiamare "Ester", stella del mattino.

Il fatto che il nome richiami Ishitar, la dea babilonese della fertilità, e abbia per cugino un Mardocheo (Marduk è il re degli dei babilonesi, cugino di Ishitar) lascia sospettare che il canovaccio sia un antico mito mesopotamico, ripreso dagli ebrei quasi in chiave di farsa. il Mardocheo del libro ha probabilmente dovuto assumere il nome pagano per poter lavorare a corte. Proprio qui gli capita di sventare un complotto di eunuchi che vogliono attentare alla vita del sovrano. Mardocheo avvisa Ester, Ester avvisa Assuero, Assuero fa arrestare e interrogare i due eunuchi e premia Mardocheo con una promozione. La vita di un re dei re è però molto intensa, e in poco tempo Assuero finisce per dimenticarsi sia dello zelante funzionario che dell'avvenente reginetta. Nel frattempo splende a corte la stella di Aman (BOOOOOOOOOOOOOH! SCRASHSBDANGANGDANG), un principe agaghita - non che nessuno sappia chi siano gli agaghiti e donde vengano. Infatti la versione greca, un po' più tarda, lo nazionalizza macedone. Questo Aman (BOOOOOOOOOOOH!), investito di un'autorità inferiore solo a quella di Assuero, si monta immediatamente la testa e impone che tutti si inginocchino davanti a lui. L'unico a non inginocchiarsi davanti ad Aman (BOOOOOOOOOOOOH!) è proprio Mardocheo. Quando Aman (BOOH!) se ne rende conto, decide di fargliela pagare, sterminando completamente il suo popolo. Per decidere il giorno del genocidio si affida ai purim, pietruzze adoperate per estrarre i numeri a sorte. Esce il tredici del dodicesimo mese (Agar, tra febbraio e marzo). Quindi tutto contento si reca dal suo re e gli propone, in cambio di un indennizzo di diecimila talenti d'argento di sterminare un popolo disseminato nel suo regno "che non osserva le leggi del re". Il re gli passa tranquillamente l'anello col sigillo reale, che Aman (BOH!) usa per controfirmare uno dei primi discorsi antisemiti in nostro possesso - se non il primo in assoluto.

...Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l'assetto dell'impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l'unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz'alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l'avvenire un governo completamente stabile e indisturbato».
(Tintoretto) "Dei sali, presto".
È la versione greca; l'originale ebraico è molto più stringato. Ma insomma la sostanza è già familiare: vivono tra noi, ma non sono come noi. Vanno eliminati. È un rotolo di ventuno o ventidue secoli fa, pensate. E già allora la situazione, per quanto terribile, ispirava i toni di una farsa. Perché il libro di Ester, secondo alcuni lettori contemporanei, è una spietatissima commedia.

Quando Mardocheo viene a sapere dell'Editto di sterminio, si lacera le vesti e si cosparge il capo di cenere; coperto di un umile sacco viene a chiedere udienza al re, ma ovviamente viene bloccato prima di entrare. Ester lo vede dalla finestra e gli fa mandare dei vestiti; Mardocheo rifiuta di indossarli e le spiega (tramite un eunuco) cosa sta per succedere. Ricordati dei giorni della tua povertà, di chi ti ha nutrito! Intercedi per noi presso il tuo re, che aspetti? Il guaio è che Ester non è più la favorita del re. Succede a molte reginette: adorabili, ma stancano subito, non ti entrano nelle vene. Pensa che è da trenta giorni che il re non mi fa chiamare. Credi che io possa andare da lui così, come se niente fosse? Lo sai cosa succede a chi cerca di incontrarlo senza essere stato convocato? Gli tagliano la testa all'istante.

Mardocheo reagisce con una certa durezza: credi di salvarti perché sei nella reggia, ma sei ancora un'ebrea. Morirai comunque se non fai qualcosa. Chissà, forse c'è un motivo per cui ti è capitato si essere lì dove sei.

È solo a quel punto che Ester cessa di essere la reginetta timida e noiosa. Manda a dire allo zio di radunare tutti gli ebrei di Susa: ché preghino e digiunino tre giorni. Anche lei, nei suoi appartamenti, farà la stessa cosa. Nella versione greca seguono due lunghe preghiere di Mardocheo ed Ester, aggiunte probabilmente da un ebreo di Alessandria, forse un po' impensierito dallo spirito laico del libro - uno dei due della Bibbia in cui non viene mai nominato Dio (l'altro è il Cantico dei Cantici). E tuttavia anche le due poesie ottengono un effetto narrativo, perché dopo tante accorate invocazioni, quando al terzo giorno Ester depone i vestiti di sacco e si leva la cenere dal capo e si veste da principessa, è un po' come in quel film in cui la Mangano da suora si trasforma improvvisamente in ballerina: ecco, adesso sì che non è più una reginetta slavata, adesso sì che è sexy. La vediamo procedere nel corridoio, rosea nel volto, ma col cuore stretto dalla paura: sta andando al supplizio. Quando il re la vedrà, le guardie verranno a coprirle il capo e l'ammazzeranno. La sua unica speranza è che il re stesso stenda lo scettro verso di lei. Il re è seduto sul trono, "tutto splendente di oro e di pietre preziose, e aveva un aspetto terribile" (continua sul Post...)
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Abdia, per piccino che tu sia

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Ma neanche un rotolo (San Marco, Venezia)
19 novembre - Sant'Abdia (600 aC) - minuscolo profeta di sventura

[Questo pezzo si legge completo qui].

Nella Bibbia ebraica c'erano quattro libri intestati ai profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele e i Minori - lo so, c'è anche Daniele, ma è un caso tutto particolare, non facciamola troppo complicata. Isaia (che in realtà è il nom de plume di più profeti) è il poeta; Geremia il brontolone, Ezechiele il visionario, i Minori sono dodici e hanno il libro più breve. I cristiani ebbero la bella pensata di dividerlo in dodici minuscoli libretti, alcuni poco più che cartigli. Quello di Abdia è il più corto di tutti, ventuno versetti, appena lo spazio sufficiente per augurare sciagure a un popolo beduino (gli Edomiti) colpevole di aver collaborato con Nabucodonosor II, l'invasore babilonese.

Gli Edomiti discenderebbero da Esaù, il figlio di Isacco che cedette la primogenitura al fratellino Giacobbe in cambio d'un piatto di lenticchie: così che al posto della famosa terra del latte e del miele alla sua discendenza capitò il deserto del Negev, e una malcelata invidia per il popolo eletto. Non è chiaro quanto gli edomiti effettivamente contribuirono alla sconfitta del Regno di Giuda, ma sicuramente profittarono delle deportazioni ordinate da Nabucodonosor per sconfinare e trasferirsi in quella terra più fertile. Agli ebrei non restava che maledirli, ed è quello che fece, molto sinteticamente, Abdia: vi siete appostati ai bivi per sterminare i nostri fuggiaschi? Avete consegnato al nemico i suoi superstiti, nel giorno della sventura? Bene, il giorno del Signore è vicino: tutte le vostre azioni ricadranno sul capo. Giacobbe sarà fuoco e voi sarete paglia. Sarete sterminati, ovviamente, e le tribù d'Israele s'ingrandiranno sulle vostre rovine... (continua sul Post)
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Il negazionismo non è un'opinione

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Il negazionismo è un dubbio. Deve diventare un reato?
By this weekend, those six centuries,
they're a rumor. They never happened.
Today is history.

I nazisti probabilmente non potevano vincere. A forzarli a un continuo rialzo contro il resto dell'umanità non era la follia di un leader, ma le premesse ideologiche del nazismo stesso, e una strategia a medio-lungo termine basata sul saccheggio. I nazisti potevano soltanto andare a sbattere, e infatti è andata così: e da quando è successa ci sembra la cosa più logica. Ma può essere estremamente utile tentare qualche volta l'esercizio mentale di immaginare come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto, un eventuale 2013 che fosse anche l'anno 80 dal cancellierato di Adolf Hitler. È un'esperienza che può mettere a disagio, immaginare un mondo che per molti di noi sarebbe semplicemente inabitabile: un mondo nazista è un mondo che ci avrebbe quasi sicuramente impedito di nascere, e di crescere come siamo cresciuti, in ambiti sociali che il nazismo avrebbe smantellato.

Non è facile immedesimarsi in un abitante di quel mondo: ci sembra più facile calarci nei panni di un contadino dell'anno Mille, o un sanculotto alla Rivoluzione. Con quei personaggi condividiamo un passato - crediamo di condividerlo (il contadino dell'anno Mille non sapeva di vivere nel medioevo, né probabilmente nell'anno Mille). Ma con un nazista del 2013 non abbiamo in comune nemmeno quello: il suo passato non è il nostro. È stato completamente riscritto, in fondo è quello che fanno tutti i vincitori. Il nazista del 2013, per fare l'esempio più semplice, non avrebbe mai sentito parlare di ebrei fuori dai corsi di storia medievale, o di geografia del Medio Oriente. I nazisti vincitori a metà Novecento avrebbero avuto tutto il tempo per cancellare qualsiasi evidenza di una presenza ebraica in Europa negli ultimi secoli. Anche i ricordi dei nonni si sarebbero adeguati a questa opera di re-iscrizione della memoria collettiva. Se vi sembra impossibile, pensate a cosa hanno fatto i nostri nonni ai loro ricordi: cresciuti in un ambiente in cui il fascismo sembrava buono e giusto, con gli anni e con la necessità si sono presto o tardi quasi tutti convinti che in realtà il fascismo era stato un sistema di potere rovinoso e criminale. Ma se i criminali avessero vinto, i nonni sopravvissuti (e ariani) avrebbero continuato a stramaledire gli inglesi; a guardare cinegiornali e poi fiction in cui le plutocrazie occidentali massacravano vittime inermi, i poveri indù o i pellerossa o i fieri resistenti indocinesi.

Qualche dubbio qua e là sarebbe serpeggiato come oggi serpeggiano le leggende metropolitane: gli ebrei in Europa come le scie chimiche. Forse al di fuori dell'Europa si sarebbero conservate narrazioni diverse, ma liquidate come invenzioni di nemici degli ariani, subumani in cattiva fede. I nazisti del 2013, nipoti dei trionfatori del 1950, forse avrebbero perso del tutto la nozione di quello che noi ogni tanto chiamiamo "Male assoluto". Al passato caotico e promiscuo - quel passato in cui un afroamericano aveva vinto quattro medaglie di atletica leggera ai giochi olimpici di Berlino - non avrebbero potuto guardare che con orrore e un misto di attrazione perversa (nel modo uguale e contrario con cui gli accessori del nazismo diventarono feticci erotici nel secondo dopoguerra). I loro studenti sarebbero molto più informati di noi sugli orrori coloniali di Francia, Regno Unito, USA e sulle miserie dell'URSS: forse qualche episodio sarebbe stato esagerato ad arte, ma in effetti non ci sarebbe nemmeno bisogno di truccare le carte più di tanto, ogni potenza ha armadi pieni di scheletri. I nipoti dei nazisti non avrebbero il minimo dubbio di vivere nel migliore dei dopoguerra possibili, dopo che i nonni hanno vinto una guerra in cui la posta in gioco era la sopravvivenza dell'umanità ariana; e reagirebbero disgustati a chi proponesse loro l'esercizio speculare: come si può immaginare un mondo in cui americani e i russi si spartiscono l'Europa, un melting-pot irrimediabilmente contaminato e devastato da comunismo e liberismo selvaggio? Un mondo del genere non avrebbe sopravvissuto per più di una generazione...

Ora che siamo arrivati a questo punto, ora che abbiamo immaginato un mondo in cui il passato è stato totalmente riscritto fino a diventare credibile - e quindi ebrei e zingari d'Europa non sono stati sterminati, non sono mai esistiti - facciamo un passo indietro, ma cercando di mantenere quel senso di vertigine. Siamo nel nostro 2013. I nazisti hanno perso, non prima di aver massacrato sei milioni di ebrei. Come facciamo a saperlo? Come possiamo essere sicuri che non sia un'invenzione dei vincitori, una re-iscrizione del passato? Magari gli Alleati avevano cose terribili da farsi perdonare, e hanno reagito fabbricando un passato in cui sono i buoni, i salvatori dell'umanità. Questo peraltro spiegherebbe come mai la Seconda Guerra Mondiale è l'unica che riusciamo a leggere con le lenti che uno storico dovrebbe buttare via alle elementari, i Buoni contro i Cattivi: onestamente, com'è possibile? Che nella Storia degli adulti ci sia ancora spazio per un conflitto in cui i Cattivi vogliono conquistare il mondo e sterminare i nemici, e i Buoni riescono a costo di uno sforzo inaudito a impedirglielo? Non assomiglia più a una fiaba che al modo in cui vanno le cose nella vita vera? E quindi? Come lo risolve, ognuno di noi, questo dubbio di vivere all'indomani di un passato cancellato e riscritto da un ufficio propaganda?

Dico come l'ho risolto io: non con la rimozione. Non mi sono turato le orecchie, non ho gridato LA LA LA LA NON TI SENTO ai negazionisti che venivano a mettere in dubbio le cose che mi sono state insegnate fin da piccolo. Ho ascoltato un po' di quel che dicevano; poi ho letto altri che rispondevano, e ho risolto che per quanto posso capirne io, nello spazio limitato della mia esistenza e del mio cervello, i negazionisti si sbagliano. Il loro passato è meno credibile del passato che insegniamo a scuola. Ci sono prove che li smentiscono; certo, col tempo le prove si possono falsificare, ma tra loro e il consenso scientifico io continuo a fidarmi del consenso scientifico, che non è univoco: si dibatte ancora sul numero, sull'uso delle camere a gas; e questo più di ogni altra cosa mi convince: il fatto che esista un dibattito e non una verità assoluta; che i negazionisti non siano arrestati, ma contestati con argomenti e con prove.

Viceversa, se il negazionismo diventasse un reato; se bastasse negare il passato per essere portati via e processati; se io vedessi accanto a me persone che vengono portate via e processate per il solo motivo di pensare che le cose siano andate in un modo diverso, ecco, a quel punto il dubbio comincerebbe a ripresentarsi anche alla mia porta: perché non avrei il diritto di avere, tra tante, proprio quell'opinione? Probabilmente in un mondo in cui i nazisti avessero vinto, chiunque si ostinasse a portare prove di una presenza ebraica in Europa centrale verrebbe arrestato e imprigionato (magari proprio in alcuni campi in Europa centrale). Voi invece volete arrestare e sanzionare chi nega la Shoah o la ridimensiona. Un po' lo capisco. Dopo decenni di dibattito storico, non è che puoi venirtene a dire che la Shoah non c'è stata: non è un'opinione, è una negazione di evidenze, di prove; è presentarsi a un convegno di paleontologia con la Bibbia in mano e affermare che i dinosauri sono tutti falsi perché sulla Bibbia non ci sono. E infatti io non invoco la libertà di opinione; peraltro non sono sicuro che tutte le opinioni la meritino. Preferisco pensare a un dovere, per ogni opinione condivisa e credibile, di difendersi da qualsiasi obiezione possibile senza chiamare la psicopolizia. Altrimenti la tua opinione non è più davvero condivisa e credibile: è soltanto difesa con la forza da un dubbio che evidentemente fa paura. E perché dovrebbe fare paura?

Uno dei motivi per cui sappiamo tante cose sulla Shoah, e tante altre continuiamo a impararne, è proprio la necessità che hanno avuto i superstiti di misurarsi col negazionismo, portando prove e testimonianze: nessuna delle quali magari per sé è definitiva - ma quando hai migliaia di persone che ti raccontano la stessa cosa, il negazionismo è sconfitto. Questo enorme e prezioso lavoro ci ha reso un servizio migliore di qualsiasi legge contro un'opinione. Anzi. Se avessimo iniziato a negare il negazionismo da subito, oggi non avremmo forse strumenti oggettivi per contrastarlo razionalmente. L'abitudine a procedere per dogmi ci avrebbe reso insensibili alla necessità di trovare prove documentarie. Il negazionismo ci serve a tenerci in allenamento, a non ripiegarci mai sulla risposta più semplice: "le cose sono andate così e basta". No. Noi avevamo bisogno di dimostrare che le cose erano andate nel modo pazzesco in cui erano andate. Abbiamo scavato, abbiamo domandato, abbiamo ascoltato, abbiamo tratto delle conclusioni (non univoche); e così i nazisti hanno perso. Come faccio a sapere che hanno perso? Come faccio a sapere che non hanno vinto, e hanno riscritto la storia assegnando i loro crimini agli sconfitti?

Io so che hanno perso perché sono qui, adesso, e mi posso immaginare la loro vittoria senza che nessuno mi denunci o voglia portarmi via. Si chiama libertà di opinione, credo. Preferirei chiamarla necessità di dubbio. Lo "scuoter del capo su verità incontestabili" è bello - lo diceva un tizio a cui i nazisti davano la caccia. Aveva in effetti idee discutibili. Ma i suoi dubbi sono ancora meravigliosi.
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Com'è andata a Moria

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25 marzo - Sant'Isacco, millenni fa, a momenti vittima sacrificale, poi patriarca.

La porta si aprì lenta:
mio padre venne a prendermi,
io avevo nove anni. 


Stava innanzi a me, così alto:
i suoi occhi azzurri ardevano,
la sua voce era di ghiaccio.


***

Anche Isacco è tra di noi, Dio sa che ci stia a fare. A proposito di Dio: stiamo tutti attenti a non nominarlo in sua presenza. Non ci è nemmeno chiaro il perché, ma abbiamo tutti paura che una volta o l'altra dia di matto, e lo capiremmo benissimo, peraltro in famiglia non sarebbe il primo caso, vero? Ma sarebbe il più giustificabile - cioè, mettetevi nei suoi panni. Avete nove anni, e vostro padre sbrocca, entra nella vostra stanza e comincia con quei discorsi assurdi

“Ho avuto una visione, 
e tu conosci la forza della mia fede: 
devo fare quello che mi è stato detto”


Aveva nove anni, D*osanto. Chi non sarebbe impazzito. Io sarei impazzito. Tu saresti impazzito. Siamo tutti impazziti prima o poi. Gli antropologi prima o poi se ne accorgeranno. Siamo povere scimmiette con un cervello super-sviluppato che ci preme dappertutto la scatola cranica, e poi ci è cresciuto quel pollice reversibile che possiamo usare per tantissime cose che la nostra fantasia psicotica ci mostra di notte, ad es.: sacrificare i figli per smettere di avere gli incubi. Isacco queste cose le sa, è per questo che tace secondo me. Isacco non vuole più averci a che fare, sta in un angolo, mangia quaglie per lo più. Nessuno lo invita a giocare al tavolo di Matteo. Neanche una partitella a freccette con Sebastiano, niente. Tiene la testa bassa, in millemila anni nessuno gli ha dato una seria occhiata al collo. Insomma come siano andate davvero le cose nessuno lo sa. Bisognerebbe avere la faccia tosta di sedercisi davanti e dire: Isacco, figlio di Abramo, padre di Giacobbe anche se preferivi suo fratello, com'è andata davvero sul monte?
Poi gli alberi si fecero più radi, 
il lago un piccolo specchio, 
e ci fermammo a bere del vino: 
Gettò via la bottiglia vuota, 
(dopo un minuto la sentii infrangersi) 
e mise le sue mani sulle mie. 

Mi sembrò di vedere un’aquila, 
ma avrebbe potuto essere un avvoltoio, 
non ho mai saputo decidermi. 

Quindi mio padre innalzò un altare; 
mi guardò una volta appena, 
sapeva che non sarei fuggito.

Fin qui tutto bene... (continua sul Post...)
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Buon anno col prepuzio o senza

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1° gennaio - Circoncisione di Gesù.

Fingiamo di lavorare in una cancelleria un trentun dicembre del millequattrocentoquarantanove - quasi millequattrocentocinquanta. Il vostro principe si sposa e voi dovete mandare biglietti di inviti a tutte le corti d'Europa. La data - il primo marzo - dovrebbe corrispondere in tutto il continente; non è ancora arrivata la riforma gregoriana a complicare le cose. Ma l'anno qual è? Eh. Dipende.

Se scrivete a qualche signore di Firenze, o a un pari d'Inghilterra, è ancora il primo marzo del '49: da loro il capodanno si festeggia il venticinque marzo. In fondo ha un senso, visto che gli anni si celebrano dalla nascita di Cristo, e per i cristiani la vita comincia col concepimento... Se però invitate anche qualche dignitario di altre città toscane, come Pisa, attenzione: da loro è già il primo marzo 1450. Pure a Pisa capodanno è il 25 marzo, ma dell'anno prima: anche questo se ci pensate ha un senso, se Gesù nasce il 25 dicembre, deve essere concepito nove mesi prima, non tre mesi dopo. Anche per i veneziani sarà già il 1450, non potete sbagliare: loro festeggiano il capodanno proprio quel giorno lì, il primo marzo. Per i bizantini, i pugliesi e i sardi invece è ancora il '49, e continuerà a essere il '49 fino ad agosto - e anche questo, se ci pensate, ha un senso, anzi forse nel torrido mediterraneo è la cosa che ha più senso di tutte: l'anno vero comincia il primo settembre. In Spagna è già il '50, con loro tutto sommato non si sbaglia mai, basta ricordare che l'anno comincia una settimana prima, il 25 dicembre. Il vero problema è se scrivete ai reali di Francia. In Francia infatti gli anni si contano dalla Pasqua di Resurrezione di Nostro Signore, e anche questo potrebbe avrebbe un senso (ma non bisognerebbe detrarre 33 anni al computo?) non fosse per la complicazione che ogni anno la Pasqua cade in un giorno diverso. Che razza di casino. Perché? Possibile che per arrivare a sincronizzare i capodanni dell'Europa Occidentale abbiamo dovuto aspettare fino al Settecento? Come potevano resistere i nostri antenati, a tutta questa confusione e incertezza?

Resistevano benissimo. Avevano altre priorità: la maggior parte di loro nasceva viveva e moriva nello stesso luogo; la necessità di intendersi con i forestieri su curiosità come la numerazione dell'anno in corso non li toccava. Siamo noi a vivere l'ossessione della simultaneità, a sentirci obbligati a festeggiare tutti negli stessi giorni se non negli stessi minuti e secondi, con dirette sincronizzate da orologi atomici. L'incubo dell'Anno Mille come ce lo racconta Carducci, con le folle terrorizzate dall'arrivo del primo gennaio manco fosse l'apocalisse maya, "raccolte in gruppi silenziosi intorno a’ manieri feudali, accosciate e singhiozzanti nelle chiese tenebrose e ne’ chiostri", è una bufala ottocentesca: la maggior parte degli europei non aveva la minima idea di che anno fosse. Era il tot anno dalla nascita del tal re o imperatore o papa o figlio maschio o vacca da latte; per sapere quanti anni fossero passati dalla nascita di Gesù bisognava chiedere al prete, lui teneva il conto. Forse.

Comunque già alla fine del Seicento la diffusione del nuovo calendario gregoriano portò la maggior parte delle corti europee a uniformarsi (Venezia si arrese soltanto un secolo dopo, con Napoleone) e adottare il calendario che comincia il primo gennaio, secondo quello che è chiamato "stile della circoncisione". Infatti se assumiamo che Gesù sia nato il 25 dicembre, il primo gennaio è il giorno in cui secondo la legge ebraica sarebbe stato circonciso. Dunque noi non contiamo gli anni dalla nascita di Gesù (25/12) né dalla sua procreazione/incarnazione (25/3), ma dal momento in cui è diventato a tutti gli effetti un ebreo. Il primo gennaio è poi diventato ben presto anche il giorno della festa di Maria madre di Dio, ma il sospetto è che sia stato un espediente per dissimulare una verità ovvia quanto imbarazzante: Gesù era un ebreo. Circonciso.

I cristiani invece non sono circoncisi - la maggioranza, almeno (continua sul Post, buon anno a tutti col prepuzio o senza, e anche chi il pene proprio non ce l'ha. Che non è che si perdano 'sta gran cosa, diciamocelo).
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Stefano il saccente

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26 dicembre - Santo Stefano, primo martire.

[Si legge completo qui].

O poesia della festa di Santo Stefano, fragrante di panettone secco e citrosodina. Festa di cinture slacciate, di avanzi riscaldati, di cartacce che frusciano sul pavimento - appena ieri erano involucri preziosi, contenevano la Magia del Natale, adesso aspettano il camino o la differenziata. Eppure testimoniano che qui passò una Festa di quelle importanti, di quelle che ti servono a segnare il tempo, per sempre il 2012 sarà quell'anno in cui a natale lo zio rovesciò lo champagne sul vestito nuovo della tua fidanzata ma non importa, è Santostefano, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, anzi no ci sono ancora degli antipasti da ieri, qualcuno vuole degli antipasti? E sbafiamoci pure questi volovòn - no, aspetta, ci stanno le cozze. Nessuno poi si ricorda cos'ha fatto a Santostefano.

Che forse è il giorno più bello dell'anno, proprio per questo. Un giorno di crapula, postumi e oblio. È andata, non dovrai più preoccuparti di pacchetti e pensieri e presenti, e certi parenti molesti non si ripresenteranno più almeno per altri 364 giorni. Da qui in poi è in discesa - è vero che bisogna ancora sorpassare quella notte incresciosa in cui bombardano i cassonetti - ma il più è fatto. Eppure l'anno nuovo coi suoi fardelli sembra ancora lontano, lontano, quasi una settimana di distanza; e se sei ancora uno studente la Befana è lontanissima, c'è tutto il tempo per farsi venire la nausea da playstation. Santostefano, secondo me, per la maggior parte di chi lo festeggia non esiste, non sanno nemmeno che si chiama così. Non hanno mai smesso veramente di mangiare, magari allo stesso tavolo, oppure stanno videogiocando ininterrottamente da venti ore, in tv fanno ancora roba natalizia, e chi sarebbe 'sto Stefano poi.

Un piantagrane, un classico martire saccente, di quelli che vogliono spiegare tutto a tutti e presto o tardi si mettono nei guai. Nel suo caso prestissimo: Stefano è il primo martire in assoluto. Subito dopo Gesù, forse appena un anno dopo, tocca a Stefano, che potrebbe non averlo mai conosciuto, ma si fa comunque ammazzare in suo nome. La maggior parte dei laici in hangover natalizio semplicemente lo ignora, ma anche i veri praticanti - e da poche cose li riconosci come dal fatto che hanno messo la sveglia per andare a messa pure a santostefano - restano talvolta un po' perplessi. Hanno ancora nelle orecchie gli inni di Natale, gli angeli e i pastori e la mangiatoia (e i Magi non sono ancora arrivati), e invece il 26 è tutta un'altra storia, dal sapore tipicamente pasquale, un processo al sinedrio, un martirio... una piccola pasqua, all'indomani del Natale. Non è chiaro esattamente come mai sia andata così. Né il Natale, né il martirio di Santo Stefano sono date storiche: Iacopo da Varazze ricorda che in un primo momento la passione del Santo si festeggiava nello stesso giorno dell'"invenzione", cioè del ritrovamento delle reliquie (3 agosto); poi si decise di spostarla in dicembre, anche per separare la commemorazione dello Stefano storico da quello prodigioso che, disseminato in mille santuari (tra Venezia e Roma dovrebbero esserci almeno due corpi, in tutto cinque braccia se si aggiunge quello custodito a Capua), aveva ovunque sbalordito con miracoli spettacolari.

Lo Stefano del ventisei dicembre invece è probabilmente un ragazzino meno prudente dei suoi compari, che si fa beccare mentre dice cose molto blasfeme sulla religione degli ebrei (a Gerusalemme, in quegli anni, non era veramente il caso). Condotto al tribunale religioso, il Sommo Sinedrio, invece di rimangiarsi i suoi discorsi su Gesù Cristo distruttore di templi e sovvertitore di costumi, conferma ogni cosa, ma con dovizia di citazioni bibliche allo scopo di dimostrare che Gesù è il Cristo, che in ebraico sta per Messia. Ora, vuoi far arrabbiare un ebreo? Mettiti a spiegargli la Torah. Quelli impazziscono di rabbia, nei modi molto teatrali in cui era necessario farlo all'epoca: digrignano i denti, si tappano le orecchie, prorompono in grida altissime. Ma non si stracciano le vesti. Con Gesù si erano stracciati le vesti, con Stefano no, forse si era capito che l'eresia gesucristiana rischiava di durare parecchio e non ci si poteva permettere una veste nuova a ogni processo. (continua sul Post)
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L'Aspesi inesplosa

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Questa è la storia di un putiferio che non è scoppiato. Credevo che sarebbe successo, e mi sbagliavo. È una buona notizia dopotutto.

Domenica mi ero convinto che il pezzo di Natalia Aspesi avrebbe scatenato un'orda di polemiche. Nell'articolo, che dopo un breve richiamo in prima proseguiva a pagina 23, l'Aspesi raccontava col garbo che tutti le riconosciamo l'emozione che "le libere donne laiche italiane" potrebbero provare di fronte a un film medio-orientale che racconta la vita di donne tutt'altro che laiche, tutt'altro che libere. Donne la cui vita consiste in "casa e lavoro domestico, sudditanza al barbuto uomo di casa il cui lavoro è pregare [...]"
da ragazze, una vita totalmente separata dai ragazzi, il matrimonio combinato possibilmente tra due coetanei vergini, e poi figli su figli: sottomissione, ubbidienza e preghiera.
Ecco, andando a vedere questo film, le libere donne laiche italiane (secondo la Aspesi) resteranno sedotte e turbate, di fronte a "un'oasi di grazia, in cui il destino di ognuno è già stabilito dalla fede, isolata dalla contemporaneità e dalle sue angosce".
Dovunque il film venga proiettato, conquista soprattutto le donne, per lo meno quelle che cominciano a sentirsi affaticate dalla loro indipendenza: capiterà anche in Italia [...]
Io il film ovviamente non l'ho visto, ma dell'Aspesi mi fido. Posso immaginare che un film del genere abbia il pregio di descrivere dall'interno situazioni che non solo non capiamo, ma più spesso ci vantiamo di non capire. Non trovo così scandaloso che una donna occidentale, libera, laica, possa trovare il tempo per andare al cinema a lasciarsi sedurre da un'oasi di reclusione; dopotutto qualche anno fa uscì un film sul monachesimo maschile che, almeno dalle recensioni, risultava altrettanto seducente, e allora in fondo perché una donna non potrebbe lasciarsi affascinante da qualcosa del genere? al limite ci si potrebbe chiedere se lo stesso diritto di andare al cinema e lasciarsi sedurre da modelli diversi lo abbiano anche le donne segregate di cui parla il film; domanda retorica da cui partirebbe la solita polemica a base di santanché e corani e le magliette antimaomettane. Ecco, appunto. Dove sono le santanché coi corani e le magliette? Io me li aspettavo già in edicola al lunedì. Niente. È anche vero che c'era il dibattito sulle primarie, il maltempo, il caso Petraeus. Però, accidenti, almeno il Giornale se la poteva un po' prendere, con questa Aspesi affascinata dalle donne segregate, no?

No. Anzi. L'unico riferimento all'Aspesi sul Giornale è proprio in un pezzo sul caso Petraeus. Dice che l'Aspesi ha sollevato un fondamentale dubbio. Giuro, dice proprio così:

Ieri Natalia Aspesi, dalle pagine di Repubblica e parlando di tutt'altro (del film La sposa promessa), sollevava un fondamentale dubbio in una piccola parentesi: «La sposa senza libertà che (forse) un po' invidiamo». Perché è vero che una certa dose di sottomissione ci mette al riparo da un sacco di cose: dall'apprendere di essere cornute, dal decidere di andarsene e di fare da sole, dall'allevare i figli col nostro stipendio, dal ricominciare quando avevamo pensato di aver finito, o quasi. Holly in realtà è la donna che ha il «privilegio» dell'orizzonte fisso, del mondo focolare che ti tiene alla larga dal mondo libero dei bilanci, quello che prevede il rischio delle vittorie e delle sconfitte.


Dove si capisce tra l'altro che la giornalista non ha la minima idea di chi sia "Holly", una che ha seguito il marito in 23 traslochi. Ma a parte questo. Dov'è finita tutta la retorica anti-burqa, anti-segregazione femminile, che ha contraddistinto il nostro centrodestra nei suoi anni ruggenti? Ora io una sbandata della Aspesi per la segregazione posso capirla; però se anche al Giornale ammettono di invidiare le spose senza libertà, mi viene quasi un po' paura.

Ma forse non c'è da aver paura. Forse è soltanto la fine della guerra al Terrore. Forse da qui in poi, anche quando leggeremo pezzi critici sulla condizione femminile nei paesi islamici (e nelle famiglie islamiche che vivono tra noi), riusciremo a cogliervi sempre una traccia di tolleranza, almeno il dubbio che si possa anche essere felici in un modo diverso dal nostro. Forse è così, forse Bin Laden è morto e ci stiamo tutti addolcendo, Giornale incluso. Forse.

O forse, semplicemente, La sposa promessa è un film medio-orientale, sì, ma israeliano. I protagonisti sono ebrei ultra-ortodossi. E allora va tutto bene, la Santanché manco se ne accorge, e sia alla Repubblica che al Giornale tutti e tutte possono lasciarsi sedurre impunemente. Ché chi l'ha detto poi che la segregazione femminile non possa anche risultare affascinante. L'importante è che non sia in nome di Allah.
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Scherzando col Magog sbagliato

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10 aprile - Sant'Ezechiele, profeta (620-550 aC circa).

[Il prezzo si legge intero e ampliato qui] Si parlava di Maya. A me non fanno nessuna impressione. Invece, sapete cos'è che mi dà qualche brivido? Il profeta Ezechiele. C'è poco da scherzare. Stiamo parlando di uno degli scrittori più influenti della storia. Ebrei, musulmani e cristiani di tutte le confessioni lo venerano come uomo di Dio; persino gli ufologi lo apprezzano molto per quella pagina in cui si ritrova al cospetto della gloria divina su una specie di carro alato che è la cosa più simile a un'astronave aliena che sia possibile trovare nella Bibbia; non solo, ma persino il processo di pace in Medio Oriente (e quindi nel mondo intero) dipende non in minima parte dall'interpretazione di alcuni suoi versetti oscuri - non sto scherzando, e non è il solito complotto rettiliano, è tutto alla luce del sole purtroppo.

È curioso, ma non del tutto inappropriato, che a tanta fama Ezechiele sia arrivato senza essere un grande scrittore: lo schiaccia soprattutto il confronto con gli altri due profeti maggiori della Bibbia, Isaia e Geremia, che lo precedono nel canone biblico. A Ezechiele manca l'afflato lirico del primo, e il pathos rancoroso del secondo; ma forse è proprio per compensare le sue carenze stilistiche che è costretto lavorare con gli effetti speciali, inventando un nuovo stile visionario e teatrale a base di mostri, oggetti volanti, battaglie titaniche, morti che risuscitano... già qualche esegeta ebreo storceva il naso, considerandolo un contadino al cospetto del nobile Isaia, eppure le sue allucinazioni avranno un enorme successo. Postumo, ovviamente, perché i grandi profeti biblici in vita sono quasi sempre inascoltati e sbeffeggiati. Nemmeno l'aver azzeccato la caduta di Gerusalemme e la deportazione nella Babilonia di Nabucodonosor II gli guadagnerà la stima dei contemporanei. Con Ezechiele però comincia la letteratura apocalittica, quella che descrive un futuro imminente o remoto a base di visioni allegoriche e oscure. Alle sue macchine volanti e alle sue battaglie finali si ispireranno gli autori del Libro di Daniele e dell'Apocalisse di San Giovanni. Ma il contributo di Ezechiele alla storia del mondo non si conclude certo lì.

Siamo nei primi mesi del 2003. L'invasione angloamericana dell'Iraq è ormai data per certa: si tratta soltanto di definire i dettagli, capire chi abbia voglia di dare una mano (Berlusconi, in quel momento, pochissima). Jacques Chirac è all'Eliseo che sbriga le sue faccende quando gli passano il telefono più importante che hanno, non so se all'Eliseo ci siano i telefoni colorati come una volta alla Casa Bianca, ma è un dettaglio che ci possiamo anche inventare e non farà sembrare la storia meno verosimile. Insomma, dall'altra parte del filo c'è George W. Bush. Chirac quando prende in mano la cornetta si immagina già cosa il tizio più potente del mondo vorrebbe da lui: l'appoggio francese alla Coalizione dei Volenterosi. E tuttavia Bush riesce ugualmente a sorprenderlo. Le Président non riesce a capire di cosa stia parlando: non è un problema linguistico, c'è senz'altro un interprete in mezzo, ma i ragionamenti di Bush sono talmente sconnessi che farfuglia anche l'interprete. Ci sono due tizi, Gog e Magog, operativi in Medio Oriente... una profezia biblica si sta per compiere e una nuova era sta per giungere, et toute cette sorte de conneries. Chirac si mantiene sul vago, le faremo sapere, e poi chiama il suo staff: si può sapere chi sono questi Gog e Magog, e perché io non ne sapevo niente? Che figure mi fate fare in società? (Continua sul Post...)
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Dove comincia il tuo naso?

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Non è una domanda retorica, sul serio, dove? Per colpa di Facci, e di Vauro, e di Peppino Caldarola, mi è capitato di passare alcuni preziosi minuti della mia vita a contemplare foto di Fiamma Nirenstein per capire che naso avesse veramente. Senza neanche riuscirci, peraltro.


Vi sembra un bel modo di prepararsi al Giorno della Memoria? A me non sembra un bel modo. Vauro e il naso di Fiamma si legge sulla nuova, fiammante, Unita.it, e si commenta laggiù, possibilmente senza fare troppo gli antisemiti che ci ho famiglia, grazie.

In occasione del dodicesimo Giorno della Memoria è scoppiata una polemica, su quotidiani e blog, a proposito di un naso, per la precisione il naso della deputata Fiamma Nirenstein. La cosa, benché abbastanza delirante, è meno buffa di quanto possa sembrare, anzi per certi versi è mortalmente seria. Ci sono anche 25000 euro in ballo. Cercherò di raccontarla senza offendere nessuno, ma credo sia difficilissimo (qui c’è un buon riassunto di Filippo Facci).
In principio ci fu una vignetta che Vauro Senesi pubblicò sul Manifesto il 13 febbraio 2008: si era in piena campagna elettorale e la filoisraeliana Nirenstein aveva annunciato che si sarebbe candidata con il Popolo della Libertà: lo stesso partito di postfascisti come Alemanno o Giorgia Meloni, o di semplici nostalgici come Ciarrapico. Vauro commenta la notizia disegnando il mostro Fiamma-Frankenstein, che riprende le fattezze della Nirenstein, e sul vestito porta tre simboli: la stella di David, il fascio littorio, e il logo del PdL. Non è senz’altro la vignetta meglio riuscita di Vauro, ma il significato sembra chiaro. Io, perlomeno, ci vedevo un’allegoria del PdL: un mostro composto con pezzi di corpi che non avevano nulla in comune: il fascismo e Israele.
La Nirenstein la comprese in un altro modo, e protestò indignata per  “l’immancabile attacco demonizzante e disumanizzante”, “piuttosto prevedibile nell’uso che fa degli stereotipi, gli stessi che portano a raffigurare i soldati israeliani con la stella di Davide e la svastica”. Insomma, Vauro l’aveva dipinta come un mostro col fascio littorio perché ebrea, fine. Sono polemiche e semplificazioni inevitabili durante una campagna elettorale. Otto mesi dopo, quando sia la Nirenstein che Ciarrapico sedevano già in Parlamento (e avevano già avuto modo di litigare), un giornalista già amico di Vauro, Peppino Caldarola,scrive un trafiletto satirico sul Riformista in cui immagina una riunione di redazione di Annozero. Tra le varie battute, nessuna particolarmente esilarante, scrive questa:
Vauro non accetta di censurare la vignetta, che ha fatto tanto ridere Gino Strada, in cui chiama Fiamma Nirenstein “sporca ebrea”. 
No, non fa ridere. Ma non meritava nemmeno una multa di 25.000 euro. Invece capita che Vauro decida di querelare Caldarola: lui infatti non ha mai chiamato Fiamma Nirenstein Sporca Eccetera. E su questo non ci piove, ma è abbastanza chiaro che Caldarola scherzava: nello stesso pezzo scriveva “Marco Travaglio non vuole tornare dalla Transilvania dove era andato a trovare suo nonno il conte Dracula”. Quattro anni dopo capita che un giudice dia ragione a Vauro e infligga a Caldarola e al suo ex direttore Polito una multa spropositata. Caldarola la prende male: sul suo blog scrive di preferire il carcere; ma soprattutto dimostra dopo quatto anni e un processo di non avere ancora capito il senso della vignetta.
Al punto che comincio a domandarmi se non ho capito male io. Per il giornalista la vignetta contiene due indizi di flagrante antisemitismo: la stella di David e il naso di Fiamma-Frankenstein. Sulla stella Caldarola non ha dubbi: “È il simbolo della malvagità nazista”. Per me era un semplice richiamo all’identità da sempre rivendicata dalla Nirenstein. Ovviamente non si può guardarlo e non pensare ai deportati, ma appunto: si può rivendicare la difesa di Israele e militare nello stesso partito di Ciarrapico e di Alessandra Mussolini?
Ma il vero problema è il naso. Quello disegnato da Vauro, scrive Caldarola, è adunco. Casomai lo ignorassimo, “il naso adunco è la tipica rappresentazione che si dà degli ebrei” nelle vignette antisemite. Ergo, Vauro è antisemita. Ora, basta confrontare una qualsiasi vignetta di accertato antisemitismo per notare una certa differenza: di solito la forma del naso assume dimensioni caricaturali. Viceversa, nella vignetta di Vauro le dimensioni del naso non risultano particolarmente esagerate.  La mia sensazione – ma a questo punto potrei sbagliarmi, per favore non mandatemi gli ispettori – è che Vauro non abbia particolarmente calcato la mano nel disegnare un naso che ha qualche somiglianza con quello della Nirenstein. È un disegnatore satirico, che ha a disposizione pochi tratti e un solo colore per rendere una fisionomia: se deve disegnare un nero lo colora di nero, è razzismo? Il suo Arafat aveva il labbro sporgente e sproporzionato, è islamofobia? Può essere interessante anche confrontare la sua vignetta con quelle che un altro autore satirico ha dedicato alla Nirenstein, Stefano Disegni: se non altro perché Disegni è uno dei disegnatori satirici meno caricaturisti in circolazione: eppure anche la sua Fiamma ha un naso simile, come mai? Forse è antisemita anche Disegni? Oppure quello è semplicemente il suo naso? La stessa idea è venuta a molti commentatori sul blog di Caldarola, che gli hanno scritto in sintesi: guarda che ti sbagli, guarda che Vauro lo ha disegnato così perché lei ha davvero un naso più o meno così. Lui ha reagito dando dell’antisemita a tutti quanti. Pare che sia sufficiente questo, nel 2012, per prendersi un’accusa di antisemitismo: manifestare un’opinione sul naso di Fiamma Nirenstein.
Al punto che – dopo aver visionato una ventina di foto, di tre quarti e di profilo – ho deciso di gettare la spugna. Non ho la minima idea di che forma abbia il naso di Fiamma Nirenstein, anche se mi piace raffigurarmela con un nasino alla francese. Però anche scrivendo così, lascio intendere che se la Nirenstein non avesse un naso alla francese, se avesse un naso un po’ più pronunciato, mi piacerebbe meno… allarme antisemitismo! No, meglio tornare all’affermazione precedente: non ho la minima idea di che naso abbia l’onorevole Nirenstein.  Mi dispiace che Caldarola in quattro anni non sia riuscito a capire una vignetta che a me tutto sommato sembrava semplice; mi dispiace che Vauro lo abbia querelato, proprio lui che dovrebbe saper riconoscere uno scherzo, anche di dubbio gusto. Mi piacerebbe vivere in un mondo migliore, dove fosse possibile scherzare un po’ su tutto, compreso le barbe di alcuni profeti e le forme dei nasi di alcuni gruppi etnici, ma evidentemente non è così, e non sta nemmeno migliorando. http://leonardo.blogspot.com

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Il nostro uomo a Damasco

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Il cristianesimo, in effetti, non comincia il 25 dicembre, ma verso il 25 gennaio, quando un ebreo che forse non era ebreo arriva accecato a Damasco e si mette in contatto con dei cristiani che non sanno ancora bene d'essere cristiani. Insomma, sotto i migliori auspici.


Sul Post si parla della Conversione di San Paolo, un giorno che ha cambiato la vita di tutti noi, in particolare dei prepuzi di tutti noi. Non mi sembra un particolare da nulla.

25 gennaio – Conversione di San Paolo (35)
Il cavallo forse nemmeno c'era. Ma Caravaggio ci teneva.
1975 anni fa oggi (un anno più uno meno) un piccolo uomo spaventato entra a Damasco, Siria, Impero Romano. Viene da Gerusalemme con una lettera di referenze del Sommo Sacerdote, ma non sa più che farne. L’idea alla partenza era far arrestare e portare davanti al Sinedrio (l’Inquisizione di allora) tutti gli ebrei damasceni appartenenti a una buffa setta eretica appena nata, che non ha ancora un nome: quelli che credono che il Messia degli Ebrei sia un tale crocefisso di recente. Il problema è che il piccolo uomo – Saul si chiama, come il re epilettico meno simpatico della Bibbia – non ci vede più, letteralmente. Strada facendo ha avuto un mancamento, è caduto (da cavallo? non si sa), ha visto una gran luce e forse ha anche sentito una voce, ed è ancora tutto scombussolato. Resterà in questo stato per tre giorni, senza mangiare. Poi fonderà una religione.
Sì, lo hanno detto in tanti: il cristianesimo, quello che quando eventualmente Gesù tornerà nella gloria farà un po’ fatica a riconoscere, lo ha fondato Saul, in seguito chiamato Paolo. Prima non c’era nemmeno il nome “cristianesimo” – i primi a farsi chiamare “cristiani” saranno i credenti di Antiochia, una delle prime comunità dove predicò. Prima di Saul c’era una cosa che si chiamava “la Via”, predicata perlopiù da ex apostoli di Gesù di Nazareth, a cui aderivano in forme diverse alcuni ebrei sparsi tra Gerusalemme e Damasco. La “Via” era naturalmente imperniata sugli insegnamenti di Gesù, che si tramandavano per forma orale: uno dei primi a buttare giù qualcosa di scritto sarà appunto Saul. Le sue lettere (non tutte davvero sue) fissano diversi punti della teologia cristiana che dai vangeli non sapremmo desumere: del resto anche i vangeli sono stati scritti dopo, e almeno due sono attribuiti a persone che in diversi momenti collaborarono con Saul stesso: Marco e Luca. Col primo, a dire il vero, Saul litigò: non sappiamo il perché. Però sappiamo che Saul tendeva a litigare un po’ con tutti prima o poi: non era un tipo simpatico. Non lo è mai diventato. La simpatia non è come la fede, non basta cader da cavallo.
È difficile affezionarsi a Saul. Gran parte delle critiche che gli si muovono negli ultimi tempi sono abbastanza ingenerose: è vero, era misogino. Perlomeno esortava le donne alla sottomissione nei confronti dei mariti, e dei sudditi nei confronti di Cesare. È vero, considerava l’omosessualità contro natura. In pratica aveva le idee di un giudeo dei suoi tempi: non è che gli altri cristiani del tempo avessero idee o pratiche più spensierate delle sue. In realtà in occasione del primo concilio (Gerusalemme 50) Saul è all’estrema sinistra: nessuno più di lui vuole farla finita coi precetti della vecchia Legge. Gli altri sono più bacchettoni: se non ci fosse stato lui, probabilmente oggi i cristiani non potrebbero mangiare carne di maiale, né giocare col prepuzio fino all’età adulta. Del resto è lecito domandarsi: se non ci fosse stato lui, ci sarebbero ancora dei cristiani? E in cosa crederebbero? Forse la setta degli adoratori di Gesù sarebbe rimasta una curiosità nei libri di storia tardoantica, un’eresia nata in seno all’ebraismo ed estintasi in seguito alla distruzione di Gerusalemme nel 70. (Continua)
Saul è insomma il classico tizio che arriva per ultimo e dopo un po’ la sa più lunga di tutti. Non ha conosciuto Gesù in vita, non ha assistito alla sua passione, eppure nel giro di pochi anni sarà lui a spiegare agli altri cosa hanno visto e in cosa credono di credere. D’altro canto cosa aspettarsi, da un intellettuale in un milieu di pescatori, dove quello che ha studiato di più (Matteo) aveva fatto ragioneria? Saul, che si autonominerà apostolo (=”inviato”), con gli apostoli veri, quelli che avevano mangiato il pane e bevuto il vino con Gesù, non è mai andato veramente d’accordo. Loro d’altro canto almeno in un primo momento dovettero mostrarsi diffidenti: e questo da dove arriva? Già, da dove?
Perché così vecchio? Perché Buonarroti lo paga Paolo III, la faccia è la sua.
Saul ha tante identità. Parla correntemente greco e aramaico. Proviene da Tarso, Cilicia, oggi Turchia meridionale, dove la famiglia (ebrea?) produceva e commerciava tende (fornitori dell’esercito Romano?) Nei primi anni di Gerusalemme mostra di avere un’educazione ebraica: si definisce “fariseo riguardo alla legge”, ha contatti importanti col Sinedrio. Quando poi cambia sponda, e gli ebrei provano ad ammazzarlo, lui tira fuori un asso dalla tunica: è un cittadino romano. Il tribuno che stava per farlo flagellare (senza motivo, così per dare un contentino alla folla), sbianca all’improvviso. Siamo nel primo secolo, essere cittadini romani è un privilegio assoluto, flagellarne uno senza processo è caldamente sconsigliato. “Davvero sei Romano?”, gli chiede, “io la cittadinanza l’ho comprata a caro prezzo”. “Io invece lo sono di nascita”. Il tribuno lo slega immediatamente, e da prigioniero comincia a trattarlo come ospite. Rimane il dubbio: come ha fatto a nascere romano Saul di Tarso (che ai Romani risulta, appunto, col nome di “Paulus”)? Che santi in paradiso aveva questo piccolo uomo non simpatico? Che razza di tende smerciava il papà?
Tante identità, tante lingue, tante generalità – e se fosse una spia? Di sicuro in un primo momento è tra i Farisei, che non sopportano i seguaci di Gesù così come non sopportavano il loro maestro. Appare per la prima volta durante la lapidazione di Stefano, primo martire, e già lì la sua posizione è ambigua. Luca negli Atti ci dice che approvò la lapidazione, ma che non scagliò nessuna pietra perché… era troppo giovane. Stava al guardaroba. Si sa, quando lapidi devi avere una certa libertà di movimenti, e così…
…i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. (Atti 7,58)
Qualcosa non torna, perché nel giro di qualche mese lo stesso giovane diventa il promotore di un rastrellamento di tutti i seguaci della “Via”, che lo porta a Damasco, si è visto, con referenze dei sommi sacerdoti. A Damasco però Saul arriva accecato, e invece di perseguitare i cristiani… si infiltra. Per conto dei farisei? Può darsi. Ma non tornerà più indietro. Non sarebbe l’unico caso della Storia: Lionel Jospin entrò nel partito socialista francese come infiltrato trotskista, poi si affezionò a Mitterand e vent’anni più tardi si ritrovò primo ministro di Francia. Un caso un po’ più delicato è quello della talpa che l’esercito tedesco infiltrò in un piccolo partito di estrema destra nel 1919, Adolf Hitler.
Secondo gli Ebioniti (una setta di eretici di cui non sappiamo quasi nulla) Saul non era un neppure un ebreo: si era convertito al giudaismo per poter sposare la figlia del sommo sacerdote. Rifiutato, era passato per ripicca dalla parte dei nemici. Puro gossip, senz’altro. Però è vero che la nuova religione gli consentiva più libertà di azione. Per prima cosa, era ancora quasi tutta da inventare: grazia, resurrezione, Spirito Santo, battesimo, sono ancora concetti piuttosto nebulosi. In compenso, non c’è bisogno di rivolgersi agli ebrei: Saul preferisce rivolgersi a ellenisti e Romani, in generale più ben disposti. Un proconsole che incontra a Cipro, Sergio Paolo, gli regala forse il nome (è dal loro incontro, in Atti 13, che Luca smette di chiamarlo col suo primo nome e comincia a chiamarlo Paolo). Forse il passaggio del nome tra il proconsole e il predicatore allude al dono della cittadinanza (magari attraverso l’adozione). Ma in tal caso Paolo avrebbe mentito al tribuno, dicendo di essere Romano dalla nascita.
Saul è testardo, persuasivo, manipolatore, e fa miracoli, il che non guasta mai: i membri della prima Chiesa di Gerusalemme non si fidano, ed è difficile dar loro torto. Saul riesce a convincerli con le collette, è un mago del fundraising: quando arriva in città porta polemiche, ma anche pezzi d’argento che pesano. A un certo punto ha la faccia tosta di litigare con quello che dovrebbe essere il capo, Pietro, sulla questione più delicata di tutte: i cristiani sono ancora ebrei? A Gerusalemme il problema quasi non si pone: i cristiani (che non si chiamano ancora così) sono quasi tutti giudei, e con gli altri giudei hanno trovato un modus vivendi: rispettano tutte le astruse norme della Torah, non mangiano animali impuri, circoncidono i figli… l’unica notevole differenza è che credono che Gesù sia il Messia, il che per un giudeo ortodosso resta una bestemmia, ma evitano magari di strombazzare la cosa al Tempio o davanti al Sinedrio, come il povero Stefano, testa calda. Ad Antiochia Saul vive in un mondo tutto diverso: al centro dei traffici del Mediterraneo orientale, in un melting pot di lingua greca dove gli stessi ebrei non sanno più bene in cosa credono. A un pubblico composto per lo più da gentili, Saul non chiede più né la circoncisione, né le astensioni rituali della Torah: Gesù resuscitando ci ha liberato da tutto questo. In confronto coi cristiani di Gerusalemme il bacchettone Saul doveva apparire un liberatore dei costumi.
Pietro e Paolo, in un abbraccio non proprio convinto
La cosa interessante è che Pietro tutto sommato è d’accordo, anche se per maturare le stesse convinzioni deve prima fare un sogno (l’ex pescatore evidentemente si fidava meno delle proprie capacità speculative e teologiche, e preferiva aspettare un messaggio esplicito dall’Aldilà). Nel 50, al primo concilio, Pietro e Saul perorano la causa dell’ecumenismo: niente precetti dell’Antico Testamento per i non giudei che si convertono. Pietro e Saul la spuntano. Ma poi litigano, perché? Per un certo periodo vivono entrambi ad Antiochia, la metropoli del tempo. Quando nella stessa città arriva una delegazione di giudei cristiani di Gerusalemme, Pietro si rimette a comportarsi da vecchio ebreo: rifiuta il cibo non kosher, eccetera. Lo fa per quieto vivere, probabilmente: non vuole infastidire gli amici di Gerusalemme, che sono molto vicini a un personaggio fondamentale, Giacomo il Giusto “fratello del Signore” (lo rivedremo). Saul se ne accorge e si adonta: sei un ipocrita, chiedi agli altri di rispettare regole che tu stesso non riesci a osservare, eccetera. Come sia finita non lo sappiamo: conosciamo solo la versione di Saul, che però qualche tempo dopo lascia Antiochia per non tornarvi mai più. Pietro dovrebbe averlo incontrato ancora a Roma, dove finiscono entrambi dopo varie peregrinazioni, come due pesci rossi nello scarico: d’altro canto tutte le strade portano là. Però gli Atti si interrompono proprio con l’arrivo di Saul nell’Urbe: tutti i racconti successivi sono apocrifi.
A Roma Saul-Paulus arriva dopo un viaggio complicato (ha naufragato al largo di Malta, e il resoconto del naufragio negli Atti è così vivido che è difficile pensare che Luca non sia imbarcato con lui). Da anni viveva a Gerusalemme agli arresti domiciliari: in realtà i Romani lo proteggevano dai sacerdoti del Sinedrio che avrebbero voluto fargli fare la fine di quell’altro. Per sbloccare la situazione Saul decide di appellarsi a Cesare. In quanto cittadino ne ha il diritto. Anche a Roma Paulus vivrà per qualche anno in un regime di libertà condizionata piuttosto lasca. Forse a un certo punto verrà scarcerato, forse farà un ultimo viaggio (spagnoli e inglesi lo reclamano entrambi come fondatore delle loro Chiese). Su una cosa la tradizione non transige: dev’essere tornato a Roma, dopo l’incendio che avrebbe radicalmente modificato l’immagine dei cristiani, da mistici bizzarri orientali a integralisti fanatici incendiatori di città. Vanno tutti crocefissi, come il loro Re. Tutti tranne Paolo, lui è diverso: la crocefissione è la pena per gli schiavi ribelli, ma lui è cittadino romano: si può soltanto decapitare, e comunque fuori dal perimetro di Roma. Dai tre rimbalzi della sua testa sgorgheranno le tre fontane dell’omonima abbazia, il che ci fa capire che ormai abbiamo lasciato il campo delle testimonianze oculari e siamo in pieno territorio leggendario.
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Simpatia per Lars Von Trier

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Your own personal Führer

Avrete sentito dire in questi giorni come il famoso e controverso regista Lars Von Trier abbia affermato pubblicamente di provare simpatia per Hitler, ebbene, non è così vero. Il verbo inglese “to sympathize” non significa esattamente “simpatizzare”. Il suo significato è più aderente all'originale etimo greco, “patire assieme”: compatire, comprendere il dolore. Per un'affermazione del genere, Lars Von Trier è stato bandito dal Festival di Cannes. Pare che sia vietato affermare di poter compatire la sofferenza dell'uomo malvagio, che in quanto malvagio è radicalmente diverso da noi al punto da sfuggire a ogni nostra capacità di comprensione. Altrimenti ti cacciano dalle feste. E dire che fino a ieri avevamo riempito migliaia di pagine, miliardi di fotogrammi, nel tentativo di capire, di spiegare come una persona come noi possa diventare, in certe situazioni, a certe condizioni, un assassino di massa. Ma questo era ieri, appunto, quando ci interessavano le cause, le conseguenze, le nostre psicosi individuali e di massa: oggi abbiamo deciso che gli assassini sono sempre gli altri, che non parlano la nostra lingua e probabilmente non sono della nostra razza. Abbiamo tracciato una linea, chi la oltrepassa è il Male Assoluto e non può essere spiegato né compreso: o condanni pubblicamente il Maligno come fonte e origine di ogni male o sei evidentemente un po' parte del Maligno anche tu. Questa è l'Europa di oggi, un posto dove abbiamo risolto le psicosi ritornando ai tabù.

Credo di poter simpatizzare con Von Trier, intendo, capire un po' come si sente. Ci sono vari tipi di gaffe, o meglio di gaffeur. C'è il gaffeur tattico, come Vittorio Sgarbi, che a un certo punto si rende conto che la sfida con Santoro o Saviano è persa in partenza e allora calca la mano, in pratica si auto-boicotta, affossa il suo programma e dopo due ore corre a intascare gli stessi soldi che avrebbe dovuto guadagnare lavorando qualche mese (chiamalo fesso). C'è il gaffeur trionfante, senza secondi fini, il personaggio così pieno di sé da essere convinto di avere sempre qualcosa di intelligente da dire, anche se non sa ancora cosa (ma intanto ha già aperto la bocca e sta parlando di nazismo davanti a un eurodeputato tedesco). E poi c'è il gaffeur suicida, che ha una pessima opinione di sé stesso e parla a vanvera per distruggersi, come il tuo partner esausto di te che decide di farti una scenata in società. Basta avere sfogliato la Newton Compton di Freud ((c) Enzo) per riconoscere nel balbettante Von Trier un esempio di gaffeur del terzo tipo. L'uomo ha cose orribili da rimproverarsi – di non essere un buon regista, diranno molti. Ma molto prima di castrare i suoi attori era l'etica stessa di Dogma a essere autocastrante: Non avrai altra Soundtrack al di fuori di me; Non ti gioverai di cavalletto; Non girerai esterni, ecc.

Poi, in modo non molto dissimile da quel che accade nella Bibbia, dove il popolo di Dio non fa che disobbedire alle leggi di Dio (sennò la Bibbia sarebbe assai più corta e perfino meno divertente); allo stesso modo di Isaac Asimov (autore di origine ebraica!), che prima inventa tre leggi della Robotica e poi scrive dozzine di racconti in cui, sostanzialmente, i suoi robot non fanno che rivoltarsi alle leggi della robotica... tutto quello che ci ha reso interessante Von Trier probabilmente sta nel modo in cui ha aggirato le sue stesse autolimitazioni e ha girato musical o commedie dell'assurdo. Per cui a un certo punto ci siamo convinti che tutto l'affare dogmatico era semplicemente un esercizio per stimolare la propria creatività. Potrebbe darsi.

Però potrebbe anche trattarsi di psicosi maniaco-depressiva. Il giovane Lars è cresciuto in una famiglia danese comunistoide e antirepressiva, vacanze nudiste e tutto il resto: il tipo di ambiente in cui a un certo punto un adolescente può trovarsi a rimpiangere la totale assenza di regole (o a riconoscere le regole non scritte dietro il permissivismo genitoriale). Crescendo ha scoperto che il padre, benché ateo, era di origine ebraica: quindi da qualche parte c'era una Legge, anche se negletta dal padre. A un certo punto però il padre muore e la madre spiega a Lars che comunque non era il suo vero padre: quest'ultimo non era ebreo, bensì... tedesco. Così a 33 anni Von Trier si ritrova sbalzato, da membro di una perduta tribù di Israele a figlio dei volonterosi carnefici di Hitler. Qui avviene una sorta di sdoppiamento: può darsi che Von Trier si odi seriamente, e non per posa, può darsi che ci sia un Von Trier interiore che cospira contro tutto quello che Von Trier cerca di fare di buono nella vita, un Von Trier che boicotta attivamente la sua stessa carriera, che assiste alla prima del suo film e lo trova inguardabile (“Maybe it’s crap,” von Trier joked. “Of course, I hope not. But there is quite a big possibility that this might be, you know, really not worth seeing); poi si ritrova davanti ai giornalisti, circondato da due attrici brave e famose, e in un momento che potrebbe rappresentare uno dei due o tre possibili apici della sua carriera, e senza accorgersene – e senza che nessuno riesca a interromperlo – sente sé stesso parlare a vanvera di nazismo ed ebrei. Il modo più spiccio per rovinare una carriera, ormai lo sanno anche i fantasmi dell'inconscio. La trascrizione non rende il senso discorso: dalle pause, dalle esitazioni, emerge chiaramente che lo stesso Von Trier non chiedeva di meglio che essere interrotto, salvato dalle sue stesse chiacchiere. E invece i giornalisti lo lasciano parlare, fiutando la gaffe succulenta; la Dunst si mostra scioccata ma non lo interrompe, probabilmente spera che il regista riesca a spiegarsi meglio, a salvarsi in corner; la stessa cosa cerca di fare malamente Von Trier, ma il suo Doppelgänger autodistruttivo riesce a tenere la palla al piede, dribbla ogni tentativo di riportare la discussione alla ragionevolezza festivaliera, e continua ad ammucchiare gaffes sulla collega danese-ebraica che ha vinto un Oscar; su Hitler; su Israele che è “una rottura di coglioni” (“a pain in the ass”, mi pare che nessuno in Italia abbia osato tradurre), su Albert Speer che è un grande a cui piace fare le cose in grande, come i nazisti, come lui stesso. Nel frattempo il Von Trier ragionevole alza la bandiera bianca: “how can I get out of this sentence?"


Israel Von Trier
Nazi Von Trier
Ho pensato di essere ebreo a lungo, ed ero davvero contento di essere ebreo. Ma poi è arrivata Susanne Bier e non ero più così contento...
No, questa era una battuta, mi dispiace. Ma è saltato fuori che non ero un ebreo, ma anche se fossi un ebreo sarei un ebreo di seconda classe, perché c'è una specie di gerarchia nella popolazione ebrea.
Ma in ogni caso, volevo davvero essere un ebreo E poi ho scoperto di essere davvero un nazista, sapete, perché la mia famiglia era tedesca, Hartmann, il che mi ha dato comunque qualche piacere, eh, eh, così sono una specie di...
Io... io... cosa posso dire? Io capisco Hitler.
Ma... ma... penso che abbia fatto alcune cose sbagliate, sì, certamente Ma posso vederlo seduto nel suo bunker alla fine.
Ci sarà un senso alla fine di tutto questo. Ci sarà... No... stavo solo dicendo che... capisco l'uomo.
Non è quello che chiameresti un bravo ragazzo Ma... capisco molto di lui, e provo compassione per lui, un po', sì...
Ma insomma, non sono per la Seconda Guerra Mondiale! Non sono contro gli ebrei!
E Susanne Bier?




No, neanche contro Susanne Bier... anche questa era una battuta, io naturalmente tengo molto agli ebrei No, non così tanto, perché Israele è una rottura di coglioni.
Come posso uscire da questo discorso?




Dopo che hai offeso gli ebrei, cosa puoi fare di peggio? Offendere le donne, probabilmente. Qualche minuto dopo riuscirà a disegnare per Kirsten Dust un futuro da aspirante pornostar. “Now she wants more. That’s how women are, and Charlotte is behind this. They want a really, really, really hardcore film this time, and I’m doing my best”.

Dunque: c'è un Von Trier che credeva di essere ebreo. Che voleva essere ebreo. L'aspirazione a voler far parte del popolo della Legge si lascia facilmente interpretare. A parte l'opportunità, per un regista, di trovarsi rampollo nella stessa schiatta di Kubrick, Polanski, Lubitsch, Allen, e ne ho senz'altro lasciato fuori qualcuno enorme, c'è anche la necessità dell'intellettuale di simpatizzare col perdente, con l'oppresso, con la minoranza. E allo stesso tempo c'è la necessità di una Legge scolpita sul marmo, di un Dio che ti fulmini se non lo rispetti. Però a un certo punto, magari guardando il film di una collega che ebrea lo è davvero, Von Trier capisce di essere qualcos'altro: non oppresso ma oppressore, non ebreo ma tedesco. Un nazista. Probabilmente la realtà è in mezzo, probabilmente Von Trier è l'ebreo e il nazi di sé stesso, ma è facile dirlo da fuori. Se Von Trier fosse riuscito a fare andare d'accordo le sue due identità, non si troverebbe davanti al disastro dell'altro ieri. Von Trier è il nazista di sé stesso per le regole inflessibili che continua a darsi, per le punizioni bizzarre e atroci che infligge a chi sgarra, cioè a Von Trier stesso. E allo stesso tempo non può che provare pietà per quel dittatore frustrato che non riesce ad autocontrollarsi, e che forse si ritrova già nel bunker interiore, pronto a spararsi un colpo. 'Però non sono un nazista vero', dice il Von Trier aspirante semita, facendo appello alla ragionevolezza dei giornalisti: guardatemi, mica dichiaro le seconde guerre mondiali, mica odio gli ebrei... Anche se Israele è un pain-in-the-ass”, replica il Von Trier sadico, e questo probabilmente è il vero tabù che un regista europeo non dovrebbe infrangere. Perché comprendere Hitler, via, non è questa gran novità: col mondo interiore del Führer si sono misurati registi anche meno scomodi di Von Trier; una delle sequenze di maggior successo del cinema degli ultimi vent'anni è quella in cui Bruno Ganz ci mostra un umanissimo Hitler impartire un umanissimo cazziatone ai suoi sottoposti. Non è un caso che lo spezzone della Caduta sia diventato un tormentone del web; non è un caso che migliaia di internauti abbiano voluto mettere in bocca al Führer le proprie esternazioni, in pratica abbiano voluto mettersi nei panni di Hitler “sitting in his bunker at the end”, senza che nessuno abbia perso tempo a misurare il potenziale antisemita del giochino. No, Hitler si può compatire – entro certi limiti. Ma offendere Israele, descriverlo come un fastidioso ospite conficcato nel retto della nostra sensibilità occidentale, ecco, questo era il tabù che il Von Trier sadico andava cercando, per inchiodarcisi sopra. Missione compiuta.
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sofismi su Israele, 6-8

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Prima di continuare coi sofismi, vorrei rispondere a chi ha commentato "cose chiare e sensate. Ma chi lo va a spiegare alla "casalinga di voghera"?

Ecco, per una volta credo che la famosa casalinga sia vittima di un pregiudizio. La immagino davanti a un tg qualsiasi mentre scuote la testa, piange per le vittime e biasima i bombardatori. Non riesco a immaginarmela mentre mi fa un'equazione Kissinger o rilascia patenti di antisemitismo. Questi sofismi non sono pane per i suoi denti. Sono invenzioni intellettuali, concepite e collaudate da intellettuali per convincere altre persone che su internet o sui giornali cercano di farsi un'idea approfondita. È per questo che mi fanno paura. Non pretendo che la casalinga di Voghera debba farsi un'idea anche solo vaga di tutto quello che è successo dal '48 a oggi; ma perché giornalisti e ministri devono raccontarmi balle? E devono essere per forza balle così inverosimili?

6. Sofisma del matrimonio gay
Questo è di conio recente, ma ha già riscosso un certo successo. Come fai a mettere sullo stesso piano un movimento oscurantista come Hamas e un Paese laico come Israele, dicono, un Paese dove i gay si possono sposare?

Non so cosa ne pensino i gay, ma io trovo un po' fastidioso l'uso del “matrimonio gay” come cartina di tornasole della laicità di una nazione. Peraltro, non è nemmeno vero che i gay si possano sposare legalmente: la giurisdizione israeliana riconosce semplicemente la validità di matrimoni gay contratti in altri Paesi. Ma chi ha a cuore l'etichetta laica di Israele dovrebbe lasciare perdere l'argomento “matrimonio” in generale: sposarsi in Israele è una faccenda complicata. Il matrimonio civile non esiste: i matrimoni religiosi si possono contrarre soltanto tra membri della stessa comunità religiosa, secondo il sistema dei Millet ereditato dalla legislazione ottomana, che a quei tempi era veramente all'avanguardia in fatto di pluralismo religioso, ma oggi segna un po' il passo dei tempi – soprattutto a confronto con quelle democrazie laiche e occidentali alle quali si paragona spesso Israele.
Quindi: i cristiani si possono sposare coi cristiani, i musulmani coi musulmani, i drusi coi drusi, gli ebrei con gli ebrei – ma anche così è troppo facile, in realtà non tutti gli ebrei israeliani hanno diritto di contrarre matrimonio con ebrei ortodossi o di discendenza sacerdotale (i kohen). Anche i figli illegittimi sono sottoposti ad alcune limitazioni. Su tutto questo ha giurisdizione il Gran Rabbinato, che a partire dal 1947 ha negoziato con il primo governo di Ben Gurion un accordo tra Stato e religione affine ai nostri concordati. Con la differenza (non mi pare da poco) che in Italia ci si può sposare anche al di fuori della Chiesa, e con qualcuno che in una chiesa non ci è entrato nemmeno per battezzarsi. Siete ancora sicuri che Israele sia un Paese così laico?

È vero che la situazione è bilanciata dalla prontezza coi cui Israele riconosce i matrimoni civili contratti all'estero: tanto che nel 2000 si è calcolato che uno sposo/a israeliano su dieci ha sconfinato per celebrare il suo matrimonio (Cipro è la tappa preferita). Tra questi, anche quelli contratti tra persone dello stesso sesso. Quanto questo renda Israele un Paese laico, decidetelo voi.

Naturalmente non penso che nessun gay, messo di fronte all'alternativa se vivere a Tel Aviv o Gaza, nutrirebbe molti dubbi (come se i gay di Gaza avessero davvero questa scelta; e come se la loro priorità in questo momento fosse il matrimonio, e non il pane e le medicine); e tuttavia non credo che la tolleranza sia un valore assoluto piovuto dal cielo, che gli israeliani hanno e i palestinesi no; ritengo che dipenda fortemente da una serie di parametri tra i quali, fondamentali, la cultura e il benessere. Dove c'è benessere e cultura di solito i gay se la passano molto meglio. Ma la cultura e il benessere di Tel Aviv e in generale di Israele sono in parte basati sullo sfruttamento delle risorse di Gaza e della Cisgiordania. Troppo comodo accusare i palestinesi di oscurantismo a pancia piena.

E comunque nemmeno il benessere israeliano si può dare per scontato. Il Paese si dibatte in una crisi economica decennale, la corruzione è endemica, e la militarizzazione del conflitto è anche una risposta a queste tensioni. Israele non è il Paese laico che molti credono, ma non è nemmeno una teocrazia di fanatici. Eppure chi ha visto almeno una volta i coloni di Hebron o gli ortodossi di Mea Sharim sa che l'integralismo ebraico esiste, è già una forza elettorale con cui i governi devono fare i conti, e ha margini di crescita.


7. Sofisma benaltrista, o dell'"indignazione selettiva"
Prima o poi arriva quello che ti chiede: perché parli solo di Israele? Dov'eri quando uccidevano i cristiani nel Darfour? I Tutsi in Ruanda? I palestinesi, però in Giordania? Com'è che salti fuori sempre e solo quando si tratta di Israele? Pacifista a senso unico! Indignato selettivo! Ecc.

Questo è un sofisma solo in parte. È vero che il conflitto israelo-palestinese ha una copertura diversa dagli altri. È vero che ha sempre coinvolto noi italiani più che altri. Ci sono ragioni storiche e culturali perché questo avviene (una vicinanza particolare con la cultura araba, un senso di colpa nei confronti della nostra comunità ebraica, ecc.); ciò non toglie chi si ricorda delle guerre soltanto quando le fa Israele possa risultare fastidioso. Resta tuttavia un argomento ad personam: anche se parlassi solo di Israele, non merito di essere giudicato per quello che dico in quel momento? Di quanti conflitti devo aver parlato prima di avere il diritto di parlare di quello di Israele? O il senso è che devo stare zitto e lasciar parlare i professionisti? In pratica non si deve parlare di Israele su un blog, a meno che non sia un blog di politica estera.

(Ora rispondo per me:) Questo non è un blog di politica estera. È un sito un po' generalista con qualche interesse un po' più specifico: il movimento dei movimenti (quando si muoveva), la scuola italiana, il pd, i fatti miei. Di solito cerco di scrivere cose originali, e difficilmente potrei concepirne di originali su Darfour e Tibet. Raramente mi metto a scrivere di guerre e di stragi. Ma in tutta coscienza, se dopodomani gli uzbeki cominciassero a bombardare i kazaki a tappeto, e su internet e su blog e quotidiani io trovassi una lunga serie di complimenti ai saggi uzbeki che hanno fatto bene a bombardare i kazaki che li minacciavano nella loro stessa esistenza... probabilmente m'interesserei alla storia, la studierei, cercherei di capire perché il mio giudizio sulla vicenda mi sembra tanto diverso da quello degli altri, e alla fine ne scriverei. Ovvero: non è Israele il punto qui. Se volete sapere cosa succede in Israele leggete Haaretz, leggete il Guardian. Il punto qui è come gli italiani parlano di Israele. Ne parlano in un modo stranissimo, che m'incuriosisce e un po' mi spaventa, quando semplicemente non mi fa arrabbiare. Di questo sto parlando: della guerra no, non ho molto da dire, così come non avevo molto da dire sul Darfour.

8. Sofisma dei bambini morti
Questo è proprio passato di moda, per un motivo semplice. 
Si tratta di una forma particolare della mozione degli affetti in virtù della quale quando tu stai cercando di spiegare le ragioni di un conflitto, qualcuno ti replica postando la foto dell'ultima vittima delle autobombe – meglio in tenera età, e fotografata a cadavere non ancora ricomposto – con una didascalia che di solito dice: guarda cosa fanno i porci che tu difendi! Guarda! Guarda! E li difendi ancora? Allora Guarda ancora un po'! Guarda! Guarda! E forse un giorno capirai.

Io in realtà non ho mai capito perché la foto dovesse essere più convincente della semplice notizia: insomma, se sento alla radio che un autobomba ha straziato due bambine, dovrei essere abbastanza adulto da capire la gravità della cosa senza bisogno di un'immagine, no? Se dopo una notizia del genere non mi converto immediatamente alla Guerra al Terrore e continuo a concepire il conflitto israelo-palestinese come un fenomeno complesso, cosa potrà fare di più una foto sgranata?

Questa strana tendenza toccò il suo apice quando Al Zarqawi fece inquadrare il povero Nick Berg mentre lo decapitava, producendo il primo vero snuff video che ebbe un discreto successo in tv. Ebbene, in quell'occasione molti stimati opinionisti si comportarono come quel tuo amico delle medie che ti teneva la testa mentre ti faceva vedere Non aprite quella porta in vhs: Guarda! Devi guardare! Sennò non capisci! Sennò non sei uomo. Ricordo Antonio Polito:
Consigliamo a tutti di guardare il video della decapitazione dell'ostaggio americano, che circola su Internet. Bisogna guardare in faccia l'orrore, anche se non è degno dell'umanità degli occhi che lo guardano. Quella testa mozzata a fatica, con tutto il lavorio fisico che comporta, e il tempo che ci vuole, e l'abisso in cui sprofonda un po' alla volta, nella più odiosa delle torture, la vittima, è in fin dei conti la ragione per cui l'Occidente è in guerra con il terrorismo islamico.
[...]Pacifisti e antiamericani guardino quel video, poi decidano qual è il problema del mondo. 

Insomma, finché i pacifisti e gli antiamericani non avessero visto lo snuff, non avrebbero capito. Inutile ragionare. Bisogna guardare. Tutto, fino in fondo. Se non guardi sei una checc... no, volevo dire, se non guardi non puoi capire il problema del mondo.
Era il 2004: sulla tv in chiaro andavano forte i realities e le teste mozzate. In seguito entrambi i generi hanno perso molto smalto, e oggi è difficile trovare un morticino utilizzato a mo' di argomento. Forse anche perché i morticini di questi giorni sono tutti palestinesi, e quindi non sono convincenti: l'argomento funziona solo con le vittime israeliane e occidentali.
Detto questo, qualche foto di morticino qua e là l'ho vista – per esempio su beppegrillo.it. Io non le mostro: hanno senz'altro un valore documentario, ma non le considero un argomento. Mi piace pensare di avere a che fare con interlocutori che riescono a provare pietà per una persona senza bisogno di vederla martoriata in digitale.

(Ne avrei ancora parecchi, ma se preferite la pianto qui)
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Tante cose vorrei, che forse in un pezzo solo non ci stanno.
Vorrei che la gente non scrivesse svastiche sui muri, ma dal momento che non è facile evitarlo, vorrei che alla cosa non fosse data troppa importanza, quando ben altri sono i problemi.
Vorrei vivere in un Paese un più sereno, dove non si strumentalizzano anche le bombolette spray, dove non vige (come in Italia) la par condicio delle cazzate, per cui se un giornalista s’imbatte in un caso d’intolleranza dell’estrema destra, subito deve cercarne uno di estrema sinistra da rinfacciare.

Ma siccome vivo in questo Paese, vorrei almeno che quel giornalista non abbia a trovare la “cazzata d’estrema sinistra” proprio su Indymedia.
E riguardo a Indymedia, vorrei tante cose. Innanzitutto vorrei che gli utenti (o almeno i giornalisti) capissero la differenza tra la parte redazionale (spazio al centro) e il newswire libero (colonnia a sinistra).
La parte centrale è il lavoro di un collettivo di attivitsti dell'informazione indipendenti; la colonnina a sinistra è praticamente un forum dove chiunque, c h i u n q u e può scrivere quello che gli va e pubblicarlo, e chiunque può commentare. Perciò chi scrive non è necessariamente un “no global”: molti che lo frequentano sono dell’area dell’estrema destra (alcuni si firmano anche). C’è anche qualche poliziotto, ma non è chiaro se scriva nel suo tempo libero. E c’è anche gente in pieno delirio di psicofarmaci. Insomma, è riduttivo considerare Indymedia un sito del movimento.

Naturalmente, se avete un minimo d’esperienza dei forum di discussione su Internet, sapete che il risultato non può che essere una fogna a cielo aperto, dove non mancano i tesori, ma la puzza è forte: e infatti è così, anche se io vorrei tanto che fosse diverso.
Vorrei che la redazione d’Indymedia trovasse un filtro al sistema che fosse compatibile con le istanze libertarie del progetto (come sta succedendo in altri Paesi), ma dubito che un filtro del genere possa sussistere (in realtà qualcosa c'è, ma non sembra essere stata applicata); e comunque, non avendo il tempo e la forza d’animo di entrare nella redazione e fare proposte concrete, mi rassegno allo stato delle cose (è la famosa “democrazia di chi si fa il mazzo”). Vorrei che anche gli altri critici di Indymedia si comportassero così: forse il sito diventerebbe più abitabile.

Vorrei inoltre che i giornalisti smettessero di pescare scoop di serie c2 sul newswire, perché è troppo facile: e poi magari quei giornalisti criticoni sono gli stessi che lo saccheggiano a man bassa negli unici momenti in cui diventa davvero uno strumento utile (durante le manifestazioni ‘calde’: ultimo esempio, i blocchi dei treni).

Vorrei invitarvi a riflettere sul fatto che, in fin dei conti, il newswire non è altro che un piccolo spaccato di Internet: un posto dove tutti possono pubblicare informazioni anonime. Se non ci piace il newswire, se lo troviamo pericoloso, se chiediamo che qualcuno lo controlli, allora dovremmo pensare la stessa cosa di Internet: davvero è più pericolosa che utile? Davvero vorremmo un’autorità che la controlli?

E veniamo al caso di ieri: su Indymedia qualcuno (non si sa chi) pubblica un’immagine piuttosto infelice: un logo della rai con la bandiera israeliana e la scritta “RAI, Radio Televisione Israeliana”. Anche qui, tante cose vorrei capire:

Vorrei capire perché un’immagine insulsa, sulla sezione di un sito che è notoriamente una fogna a cielo aperto, deve diventare un caso nazionale: oggi ne parlano almeno due quotidiani (Libero e la Stampa), e pochi minuti fa ho sentito che ne accennava a Radio 24 anche il Presidente della Commissione di Vigilanza. (In realtà lo capisco benissimo: l’immagine capita a fagiolo per poter dire che anche l’estrema sinistra ha il suo lato antisemita).
Vorrei che non esistesse l’antisemitismo, né a destra né a sinistra, ma dal momento che purtroppo esiste, vorrei capire come si fa a definirlo con precisione. Perché io, anche sforzandomi, non riesco a trovare nessun contenuto antisemita nell’immagine in questione. O basta raffigurare la bandiera dello Stato d’Israele fuori contesto?

L’immagine, in realtà, è solo un attacco di cattivo gusto a Paolo Mieli, che fino a poche ore fa era candidato alla presidenza della Rai. Mieli, effettivamente, è di origine ebraica, come ho appreso due giorni fa: e vorrei potermelo dimenticare tra due giorni, perché mi sembra un dato inessenziale.
Infatti vorrei vivere in una società laica, dove le religioni, come i segni zodiacali, fossero un fatto privato che nessuno ha il diritto di chiederti in un colloquio di lavoro.

Ma siccome vivo in questa società, vorrei almeno che una svastica sul muro o un’immagine impertinente su indymedia fossero classificate per quello che sono: scemenze di privati cittadini. La prima è perseguibile per legge, la seconda no, ma ben altri sono i problemi di cui si dovrebbe parlare oggi.
Molto più che di due idioti con una bomboletta spray nera, io vorrei che la gente cominciasse a indignarsi per un Ministro della Repubblica che dichiara “vedo la mano dei nazisti rossi”.
Molto più che per una stella di David su Indymedia, vorrei che i cittadini trovassero il tempo d’indignarsi per le dichiarazioni del Presidente del Consiglio (che a rigore non dovrebbe interessarsi della faccenda, nemmeno se non esistesse un certo conflitto d'interessi), o per la campagna della Padania, che è l'organo di stampa di un partito al governo. Perché sono queste le "difficoltà tecniche" per cui Mieli ha rinunciato, non certo i piccoli sconci sui muri o su internet.

Vorrei che fosse chiaro che a questo punto anche la Rai è una fogna a cielo aperto, ma che ci è arrivata con uno spreco di risorse e intelligenze infinitamente superiore a Indymedia. E allora, se permettete, a questo punto io sto con Indymedia. Perché il PMLI e la D’Eusanio sono entrambi trash, ma la D’Eusanio la devo pure pagare di tasca mia.

Infine vorrei citare due blog che mi hanno anticipato sull’argomento: Gnueconomy (che condivido pienamente) e 4 Banalitäten (neanche un po’, ma è sempre un bel sito).

(E vorrei fosse chiaro: anche i blog, nel loro insieme, sono una fogna a cielo aperto. Perciò non posso avere due pesi e due misure).
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Mea Shearim

La mia guida, se mi ricordo bene, ne parlava così: probably the most reluctant tourist attraction in the world, "forse la più riluttante attrazione turistica del mondo". Girava infatti voce che li accogliessero a pietrate, i turisti, a Mea Shearim. Io non ero sicuro di volerci dare un'occhiata. Eravamo stati tutto il giorno nel quartiere arabo della città vecchia, dove dopo una settimana ormai la gente ci conosceva e ci voleva bene. Non che smettessero di volerci rifilare kefie di cotone leggero stampate ad Honk Kong; la mattina una bimba di otto anni davanti alla Città di David aveva provato a sfilarmi il portafoglio; questo non significa che non ci volessero bene, ma la fame è brutta, la città sotto assedio da più di un anno, e noi gli unici turisti utili da mesi (e poi ovunque andavamo, in pullman, la gente sorrideva e ci salutava col segno della Vittoria). Non mi ero mai sentito così amato e non mi ero mai sentito così ricco, per cui, ovviamente, non mi ero mai sentito così in colpa: e tutto questo senza nemmeno dare un'occhiata alla faccia innocente del nemico, a Mea Shearim.

Alla fine ci siamo andati, dopo il tramonto, giusto per vedere. All'inizio non ci fidavamo nemmeno a chiedere la direzione: dopo un po' abbiamo sentito un bambino che diceva qualcosa, un balcone che sbatteva, e abbiamo pensato: "ci hanno avvistato"; dopo un altro po' abbiamo visto lo striscione sospeso sulla strada e abbiamo capito di essere lì.

Gli striscioni stanno forse dove una volta stavano le porte del quartiere: Mea Shearim penso significhi "cento porte". Una porta può essere aperta o chiusa, Mea Shearim potrebbe essere il nome di un quartiere ospitale. Invece è "la più riluttante attrazione turistica del mondo". Ora, è vero che in molti casi i turisti non sono che dei rompicoglioni che, oltre alla pretesa di vedere il mondo, hanno anche quella di trovarlo sempre comodo come lo vogliono loro. In fondo, sugli striscioni c'è soltanto scritto (in quello stile piuttosto brusco che mi sembra tipico degli israeliani, o è già un pregiudizio?) di non vestire in maniera indecorosa per la loro religione. Se avessimo letto la stessa scritta nel suq non avremmo trovato niente da ridire, perbacco, siamo in casa loro. Ma nel suq ormai ci sentivamo un po' a casa anche noi (e non era vero): qui invece ci sentivamo in pericolo, non fosse perché tutti vestivano in nero, tranne noi. E non era solo il problema. Le donne coi pantaloni, per esempio, avrebbero potuto giustificare una sassaiola? Lo striscione sembrava ammettere la possibilità, e io prestai la mia eterna giacca arancione alla signora che ci accompagnava, che tirò su il cappuccio e si mise a camminare come un rapper (certe signore non finiscono nelle Tute Bianche per niente).

Tra le persone in nero c'erano, forse, quelli che ci avevano accolto alla prima manifestazione con dei cartelli di questo tenore: "Palestinians in Jordan", "Stop fascist arab occupation of Israel", e gridandoci "You are terrorist". O forse no. L'impressione è che gli abitanti di Mea Shearim vivano nel loro mondo e si facciano i fatti loro. Mi piacerebbe sapere se è addirittura vero quello che ho sentito dire (se ne sentono tante), che in un Paese dove tutti, senza distinzione di sesso, sono chiamati al servizio militare (che comporta il quotidiano rischio della vita), loro ne siano esentati. Troppo puri per le armi.

Questo mi fa ricordare un'altra cosa: che anche se il loro eterno gingillarsi col grilletto del mitragliatore mi dava ai nervi, anche se ai posti di blocco ci hanno fatto dannare, anche se tirano giù le case dei palestinesi con le granate, io non sono mai riuscito a odiare i militari israeliani. Di solito sono ragazzini, sono nati nell'odio e nell'odio vivono e muoiono tutti i giorni, ma qualcuno gli ha mai chiesto cosa ne pensano di Sharon?
Ma con gli ortodossi è diverso.
Sin dall'aeroporto, ammettiamolo, detestavamo gli ortodossi. Saranno gli abiti? Ma gli abiti dei palestinesi, o di qualunque altro popolo, non ci danno la stessa sensazione. Il problema è che un ortodosso assomiglia terribilmente (anche nel modo di vestire) a un occidentale. E quello che noi perdoniamo a ogni popolo esotico, non lo tolleriamo in chi sotto sotto consideriamo uguale a noi. Anche quella sera giocavamo a "Vai avanti tu, che sembri ebreo", e ognuno aveva la sua idea sul perché lui non assomigliasse a un ebreo, mentre un altro sì. Come si fa a distinguere un ebreo? Semplice, e insieme difficile: l'ebreo è quello che ci somiglia.

Signora, le piace la foto del ragazzino palestinese che tira sassi contro un carro armato (a causa della foto magari il ragazzo è stato in galera due anni)? Sì? Lo vedrebbe suo figlio con lo stesso sasso in mano, a una manifestazione? Eh, ma che domande. No. Ecco, pensi a suo figlio vestito di nero con una bombetta e due buffi ricciolini, che mi tira un sasso perché passo in maniche corte e con la telecamera a tracolla. Non lo trova spaventoso? Questa è la sensazione che ti dà Mea Shearim.

Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qua si sta chiedendo: insomma, ti dispiace o no di dieci nove morti (compresa una bambina) che non avevano fatto niente di male, uscivano dalla sinagoga? Sì, mi dispiace. Purtroppo il numero delle vittime di oggi è ancora maggiore, anche se sono tutti palestinesi (e quasi tutti civili, e 4 bambini). Forse fare il turista in guerra serve a questo: a dare un luogo, un nome, un ricordo, a quello che senti ogni giorno al telegiornale. Anche se ormai non alzo più il volume quando sento che parlano di Ramallah, Hebron, Gaza: ma le immagini le riconosco, quei paesaggi, quei volti li ho conosciuti, ora posso stare in pena per loro, anche se non capisco in che modo questo possa essere d'aiuto.

Mi dispiace per il popolo palestinese, che ormai ha scelto la strada del sacrificio, e non so quanto noi occidentali saremo in grado di dissuaderli (visto che le nostre grandi trovate occidentali, i caschi blu, gli interventi umanitari, questa volta non si possono usare).
Mi dispiace per il popolo israeliano, che in questa guerra non perde solo la vita, ma anche la propria Storia. Un popolo nato dai ghetti che lasciato libero si rinchiude, per sua spontanea volontà, in un ghetto al centro del mondo, che noi dovremmo difendere. Ma da chi? Io credo che Israele dovrebbe essere difeso da sé stesso. La pazzia in cui sta cadendo, noi occidentali la conosciamo bene, e proprio per questo non la dovremmo più tollerare, anzi, dovremmo lottare affinché non contagiasse di nuovo il mondo.

Una volta entrati a Mea Shearim, non riuscivamo più a uscirne. Un tassista a cui demmo il nome dell'hotel scosse la testa: lui nel nostro quartiere non ci andava, probabilmente non ci era mai stato in vita sua. Un altro che alla fine ci prese su era scuro di carnagione, e lungo tutto il tragitto ci chiedemmo (in dialetto) se fosse palestinese o israeliano. La targa, l'accento dell'inglese, la musica alla radio, nessun elemento sembrava sufficiente. Ma all'arrivo ci chiese i soldi e ci diede il resto contato, e tutti i dubbi si dissiparono: israeliano.
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Pseudo-cripto-ebrei

Chi cerca un'identità guarda spesso al passato. Tutti noi, anche se poveri, ci crediamo almeno gli eredi di una tradizione, di una cultura. Se ci fosse richiesto di definirla ci troveremmo in difficoltà. Se ci fosse chiesto un documento scritto, citeremmo poderosi volumi che probabilmente non abbiamo mai letto. È possibile che i talebani, "studenti di teologia", non abbiano mai letto il Corano (del resto un lettore della Bibbia può mettere in difficoltà un sacerdote in pochi secondi).
Tutto questo nostro passato, ricco di cultura e tradizioni, forse è solo frutto della nostra immaginazione.

Questa è la strana storia dei finti cripto-ebrei del Nuovo Messico.
I cripto-ebrei sarebbero gli ebrei spagnoli che avevano conservato clandestinamente le tradizioni e la religione originaria anche dopo le conversioni forzate al cristianesimo, volute dalla corona di Spagna. Nessuno dubita che cripto-ebrei ce ne siano stati veramente, anche a prescindere dalle paranoiche 'cacce all'ebreo' scatenate dall'Inquisizione spagnola in tutti i territori del re cattolicissimo.
Tra questi territori c'era anche il Nuovo Messico, oggi uno dei 50 Stati Uniti d'America. È lì che all'inizio degli anni Ottanta lo storico Stanley Hordes, intrigato dalla presenza della stella di David su alcune lapidi, scopre le tracce di un'antica comunità cripto-ebraica, e individua addirittura gli eredi viventi dei cripto-ebrei. Come scrive Marco D'Eramo

Man mano che le sue ricerche si venivano a sapere, spontaneamente gli si presentavano persone che testimoniavano: "Quel tale è ebreo perché..." o altre che ricostruivano alcuni lati oscuri della propria infanzia e nell'ebraismo nascosto dei propri genitori scoprivano la ragione per cui da piccoli non erano stati mai a messa o non avevano mai mangiato maiale.

La cosa attira naturalmente l'attenzione della comunità ebraica statunitense (stavo per dire "della potente lobby ebraica statunitense", ma diavolo, sempre con questi luoghi comuni e anche un po' antisemiti…). Vengono raccolte testimonianze, girati documentari… nel frattempo gli eredi dei criptoebrei, riscoperta la loro cultura, iniziano a convertirsi, a circoncidersi, a compiere viaggi in Israele. In breve innalzano anche una sinagoga.
Nel frattempo la storia del cripto-ebraismo si sgonfia. Un'altra ricercatrice, Judith Neulander, esamina tutte le ingegnose prove escogitate da Hordes e le confuta, una ad una. La presunta antica comunità cripto-ebraica si rivela essere una non meno curiosa comunità protestante, di origine avventista, arrivata nel New Mexico dal Midwest. La stella di David e i nomi ebraici erano parte integrante del folklore di questa setta che si riteneva una delle tribù perse d'Israele.
La domanda che sorge spontanea è: cosa faranno quei poveri cripto-ebrei che nella scoperta del loro cripto-ebraismo avevano magari trovato un senso alla loro esistenza? Si convertiranno daccapo alla Chiesa del Settimo Giorno? Se, come pare, qualcuno ha già trovato la ragazza in Israele, è un po' troppo tardi per riconoscere che le proprie radici sono frutto di un malinteso.

La storia degli pseudo-cripto-ebrei c'insegna qualcosa? A non prendere troppo sul serio le identità culturali? A non sentirsi sulle spalle secoli di Storia? Invece di rimproverarci le frustrazioni di un'educazione cattolica bimillenaria, potremmo accorgerci che il nostro presunto retaggio culturale non va più indietro del Concilio Vaticano II, e che tutto quello che c'è stato prima ci è altrettanto estraneo dei misteriosi cripto-ebrei – ma forse dovremmo concludere che ne sappiamo veramente poco, sulla Storia e su di noi… l'articolo di marco D'Eramo sul caso dei cripto-ebrei è comparso mercoledì sul Manifesto. Una ricostruzione appassionante (ma in inglese), è sul numero del Dicembre 2000 di Atlantic on Line.
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