Tutti i miei 11/9

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  • L'11 settembre 2001 è uno dei momenti più cinematografici della mia vita: non perché abbia fatto un granché, anzi non ho proprio fatto niente, ma l'Evento mi ha preso proprio in quella brevissima fase in cui lavoravo in un open space di un'azienda che aveva a che fare coi media, insomma ero veramente una di quelle comparse che nei film catastrofici di quel periodo girano smarrite con una cartella in mano da un monitor all'altro cercando di capire se saranno i prossimi a essere schiacciati da Gozzilla o un asteroide. Un altro ricordo che ho è i notiziari in formato video sui siti web, non mi ricordo di averne mai visto uno prima dell'11/9, Youtube era ancora molto al di là da venire. In tutto questo riuscii a scrivere un paio di cose – che dovevano catturare l'emozione del momento anche se ero dall'altra parte del mondo e oggettivamente non rischiavo nulla. Sensazione particolare (narcisistica anche indubbiamente) su cui in seguito avrei riflettuto un po'. E poi cercavo ovviamente già la chiave moralistica, su Repubblica trovai il titolone "Crollano i Future" e mi suonava solenne questa cosa che mentre la gente precipitava da grattacieli in fiamma il vero crollo, quello che minava la società occidentale, fosse quello dei titoli obbligazionari. Poi andai alla festa dell'Unità perché c'era un evento sul Genoa Social Forum; poi mi addormentai sul divano con il tubo catodico acceso su Rainews, trasmise tutta la notte.
    Conflitto: terrorismo vs speculazione.
  • L'11 settembre 2002, in piena fase di attivismo (due mesi dopo il Social Forum di Firenze sarà l'apice del Movimento dei Movimenti) scrivo il mio primo vero temino sull'11/9 che al netto di qualche ingenuità mette già a fuoco il modo in cui avevo deciso sin da allora di interpretare l'Evento. Non solo da un punto di vista ideologico, ma persino i tic retorici sono già gli stessi: si parte irridendo il tormentone del "niente sarà più come prima" per poi riconoscere che nulla è veramente come prima, l'11/9 è uno dei nodi al pettine che annunciano la fine di un'era, lo stile di vita occidentale è insostenibile ma piuttosto di cedere su quel fronte l'Occidente farà la guerra al mondo. La chiave non è più il crollo dei Future ma un discorso che Bush aveva fatto poche ore dopo, in cui chiedeva agli americani di non mettersi l'elmetto in testa ma di uscire e consumare. Così si sarebbe combattuta la vera guerra: consumando. Chiedevo anche già scusa per il tono apocalittico. Già mi lamentavo di invecchiare. Che palla che sono a rileggermi.
    Conflitto: Consumismo vs Resto del Mondo.
  • L'11 settembre 2003 non ricordo cosa fosse successo nel frattempo, ma la spinta propulsiva del Movimento mi sembrava a quanto pare già esaurita, al punto che scrivo questa cosa in cui Genova e 11/9 sono visti come due eventi che si annullano a vicenda, o meglio uno annulla l'altro. "Quando su un tavolo di biliardo una boccia colpisce un’altra, trasferisce su di lei gran parte della sua energia cinetica. La boccia che era immobile schizza via. La boccia che correva si ferma di colpo. Ma se potessimo rallentare come in un filmato, scopriremmo che c’è un istante in cui le due bocce sono ferme, immobili, e l’energia cinetica è trattenuta da qualche parte. La collisione c’è già stata, ma le reazione non ancora. L’11 settembre ci sentivamo così. Venivamo da Genova, andavamo forte, siamo andati a sbattere contro questa cosa enorme. E sapevamo già che non ci saremmo più mossi, e che anche questa cosa enorme in breve sarebbe schizzata via, per la sua rovinosa strada: ma intanto eravamo lì, a bocce ferme, disperati e impazienti".
    Conflitto: 11/9 vs Genova.
  • L'11 settembre 2004 osservo che ormai l'evocazione dell'11/9 è diventato un genere letterario – del resto anche la spinta propulsiva dei blog si stava smorzando; si comincia a fare i conti col fatto che scriviamo tutti le stesse cose. Cedo la parola a Defarge che usa già la parola "panopticon" e preferisce occuparsi di scrittori, notando però che anch'essi tendono allo stereotipo: "Ad animare la premura topografica e il primo piano sui gesti individuali, pero', non puo' essere solo una generica mania di protagonismo. Gli scrittori non sono ne' poliziotti, ne' adolescenti. Loro protagonisti lo sono tutto il tempo, senza bisogno della t-shirt, sulle copertine del New Yorker e del Time, ai party della Quinta e di Holliwood, nei talk-show e sui nostri comodini. La spinta all’autodenuncia potrebbe allora dipendere da una roba simile a quella che condanna Fabrizio Del Dongo, nella Certosa di Parma, a morire con il dubbio di non aver fatto la guerra: l'esigenza di esserci, certo, ma anche la paura di non esserci nel modo giusto. Di non aver capito, di aver confuso la guerra con un bivacco e l'Imperatore con un attendente di cavalleria..."
    Conflitto: Storia vs Biografia.
  • L'11 settembre 2005... è complicato. Tutti i pezzi del 2005 sono ambientati in una distopia situata 20 anni più tardi, dunque come mi immagino il 24ennale dell'Evento? L'idea è che sia ancora considerata una data storica, ma per motivi del tutto imprevisti. Dai bassifondi di Wikipedia porto alla luce una notiziola strana: il 12 settembre 2001 è stato il primo giorno senza aviazione civile sul Nordamerica (quindi senza... scie chimiche!) il che combinato con un cielo molto limpido ha portato a un aumento della temperatura media di 1° (il più importante da 30 anni, c'è ancora scritto, 15 anni dopo). Che senso aveva? Non ne avevo idea, ma ci costruisco sopra un delirio sul riscaldamento globale, le scie chimiche, il tramonto dell'occidente, ecc.
    Conflitto: Umanità vs Ambiente.
  • L'11 settembre 2006 potevo finalmente confrontare l'11/9 con un evento commensurabile: l'uragano Katrina. Perché ci ostiniamo a sentirci più newyorkesi che neworleanseani, mi domandavo (retoricamente)? Perché non accettiamo che il nostro futuro non è il film d'azione coi grattacieli, ma la palude coi caimani? La contrapposizione ormai è guerra al terrorismo vs cambiamenti climatici: e comincio anche ad ammettere di avere provato, 5 anni prima, una particolare euforia. "Eravamo sulla Tangenziale Ovest, ma ci sentivamo sulla West Side Highway; oppure eravamo in ufficio, ma in quel momento il nostro ufficio era la succursale del centro direzionale più alto del mondo: ci affacciavamo alla finestra e gli aerei che decollavano dal Marconi ci strappavano un brivido. Ci sentivamo tutti newyorkesi, era terribile ma anche fantastico. Sentirsi neworleansiani, invece, fa schifo. La possibilità – nemmeno tanto remota – che anche il mediterraneo possa essere scosso da qui a qualche anno da catastrofi da Paese tropicale, non ha nulla di cool: è deprimente e basta".
    Conflitto: Capitale vs Periferia.
  • L'11 settembre 2007 non ho scritto niente (finalmente). La pressione sociale che ci costringeva a rimodulare gli stessi pensieri commemorativi si stava allentando. Anche i teatri di guerra cominciavano ad annoiare, se ne discuteva un po' quando era ora di votare i rifinanziamenti, o se moriva uno dei nostri. Si sperava molto in Obama.
  • L'11 settembre 2008... continuo a non scrivere niente ma qualche giorno dopo alla Blogfest di Riva del Garda un influencer, in realtà non so come li chiamassimo allora, definisce l'11/9 "la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni", il che mi fornisce il pretesto per tornare sul luogo del massacro ma da un angolazione finalmente diversa: dalla parte del carnefice/pubblicitario/artista-concettuale. L'ipotesi è che sotto i costumi islamici covi un fantasma occidentale: per la prima volta suggerisco che il miglior film per spiegare la mente dei terroristi sia Matrix (riciclerò la cosa sull'Unità.it qualche anno dopo). Se qualche anno prima mi ero interessato agli argomenti dei complottisti, adesso m'intriga la loro mentalità. 
    Conflitto: L'Occidente vs i suoi fantasmi.
  • L'11 settembre 2009 calma piatta, ma pochi giorni dopo si riparla di Afghanistan (non ricordo perché) e butto fuori un pezzo sul mito dell'esportazione della democrazia che un mese fa avrei quasi ripubblicato senza modifiche: "La guerra afgana non è stata costruita su una bugia, come la campagna d'Iraq. Ma a ben vedere poggiava su un fondamento ideologico altrettanto catastrofico. L'idea di “democrazia” come valore in sé, a-storico, a-geografico, una specie di diritto naturale comune agli uomini di ogni età e latitudine. Mancava solo che lo trovassero inciso in un filamento di Dna, e non è detto. Non so neanche esattamente chi abbia concepito un'idea così – i neocon americani? – di certo smentiva persino il pensiero corrente fino al 10 settembre 2001, il mito dello scontro di civiltà. No, macché scontro: per i neocon in fin dei conti esisteva una sola vera civiltà, un solo sistema, una sola fede: la democrazia. Non solo, ma era anche facilmente trasportabile, una specie di kit, la democrazia da campo. Ti bastava sfondare con un paio di divisioni, puntare alla capitale, aprire un Parlamento, et voilà, democrazia..."
    Conflitto: Neocon vs il buon senso.
  • L'11 settembre 2010 non pervenuto.
  • L'11 settembre 2011, a dieci anni dall'Evento, i tempi sono maturi per affrontare l'elefante nella stanza: l'euforia (un sentimento che avrei riprovato di lì a poco, durante il sisma emiliano).
    Conflitto: Status Quo vs Niente Sarà Come Prima
  • L'11 settembre 2012 una delle variazioni sul tema di cui sono meno insoddisfatto, di nuovo centrato sulla figura del terrorista: avevo scoperto che Mohammed Atta prima di dedicarsi alla jihad si era laureato in architettura con una tesi critica nei confronti dei grattacieli di Aleppo, insomma: l terrorismo come prosecuzione della tesi di laurea con altri mezzi. Nel frattempo Aleppo era stata distrutta durante la guerra di Siria e la Mecca stava diventando il luogo distopico che è oggi. Questa foto continua a darmi i brividi.
    Conflitto: globalizzazione vs buona architettura

  • L'11 settembre 2013 si parla ancora di Siria ma io ormai sono stanco di guerre, anche le guerre di chiacchiere le vivo ormai da veterano: c'è tutto un modo di discutere su qualsiasi guerra che ci riporta sempre sugli stessi luoghi, sugli stessi delitti retorici e ideologici. Le discussioni tra 2001-2003 sono state talmente furiose che chiunque c'è passato non fa che ripeterle all'infinito, come i reduci traumatizzati. Questo vale per me e vale anche per chi litiga con me. "Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi"
    Conflitto: ideologia vs buon senso
  • L'11 settembre 2014 non pervenuto, del resto ormai c'era Renzi in giro e qualsiasi altro argomento cedeva il passo.
  • L'11 settembre 2015 ormai si parla di disimpegno americano, e la tentazione di infierire sui neocon calpestando i loro sogni infranti è irresistibile. "Tutto questo dev'essere difficile da mandar giù soprattutto per quei commentatori che non si sono mai ripresi dalla sbornia interventista dei tempi di G. W. Bush. Continuano a fantasticare di bombardamenti neanche troppo mirati, di violenze incomparabilmente superiori, come se nel pugno tenessero dozzine di divisioni corazzate, quel che ti capita quando hai venti territori a risiko e un tris di carte, e invece in mano non hanno un cazzo: neanche quei due spicci che riuscivano a passarti ai bei tempi. Si è scoperto nel frattempo che la guerra di civiltà è un po' onerosa per una democrazia evoluta: che presto o tardi vince le elezioni chi promette di disimpegnarsi - magari regalando un contentino a chi si è affezionato alla narrativa, un grande vecchio da ammazzare in diretta e seppellire in mare, e poi farci un film..." 
    Conflitto: neocon vs buon senso.

  • Gli 11 settembre del 2016, del 2017, del 2018, del 2019... non pervenuti. Esauriti gli argomenti, dopo quindici anni. Inoltre settembre sta diventando un mese sempre più pieno di impegni, a volte non scrivo niente per settimane.
  • L'11 settembre 2020 sono molto indaffarato. Stiamo cercando di riaprire la scuola in piena pandemia, è un problema più logistico che didattico, dobbiamo far entrare e uscire 18 classi da tre corridoi diversi, frughiamo negli scaffali in cerca di planimetrie, scopriamo che da qualche parte c'era un piano "antiterrorismo" risalente al 2001 e ci domandiamo: ma cos'era successo di terroristico nel 2001? Ci metto un po' a ricordarmene, l'Evento ormai è lontano, non bazzico più uffici open space ma corridoi affollati. Sono un'altra persona. 
    Conflitto: Niente Sarà Come Prima vs Ma cos'era successo poi?
  • L'11 settembre 2021 sono passati vent'anni, la maggior parte per fortuna facendo altro. Non sapendo cosa aggiungere, metto in fila tutti i pezzi sull'11/9 sperando che l'effetto d'insieme significhi qualcosa. Forse no. 

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Storia di un falso ricordo (la "piccola bara" della CGIL)

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A proposito di complesso di Enrico IV, questa è una piccola storia che ho trovato mentre cercavo tutt'altro.

Il 25 giugno 1982 (38 anni fa) successe qualcosa che, a seconda del punto di vista, è una sciocchezza o un crimine. Siccome non ero presente, cedo la parola a una persona che qualche mese fa l'ha descritta al pubblico inglese (la traduzione è mia).

"C'è una ragione per cui sono scettico sui tentativi della Sinistra europea di terminare il conflitto tra Israele e il mondo arabo. [...]
La ragione per cui non mi fido di loro è davvero molto piccola e bianca. È una bara adatta a un bambino, bianca, che fu lasciata sulle scale della Grande Sinagoga di Roma nel 1982, durante un corteo sindacale.
Una piccola bara. Bianca. Vuota.
Qualche settimana dopo quell'odioso corteo, un commando palestinese attaccò la Grande Sinagoga di Roma. Era Shabbat. Era Shemini Atzeret, il giorno in cui i bambini ricevono una benedizione speciale, secondo la tradizione romana. La sinagoga conteneva trecento fedeli, tra cui cinquanta bambini. I terroristi gettarono bombe e aprirono il fuoco con mitragliatrici. Trentasette persone furono gravemente ferite. Un bambino di due anni, Stefano Taché, fu ucciso. Quella bara bianca, lasciata vuota dai sindacalisti qualche settimana prima, ora era piena".

Ecco il motivo per cui il signore non si fida della sinistra europea. Noi, invece, possiamo fidarci di questo signore che – ora bisogna dirlo –  si chiama Andrea Zanardo? Chi in passato si attardava a leggere la sezione commenti di questo blog forse ricorda la sua tendenza, diciamo, a confondere realtà e fantasia. Per un po' di tempo mi sono domandato fino a che punto ne fosse consapevole; poi ho deciso che era una domanda che ha senso soltanto all'interno della sua coscienza, luogo dove non mi compete entrare. Se la sbrigherà lui: il massimo che posso fare io è osservarlo, da fuori, e notare come mescoli ad arte fatti veri a cose inventate per un pubblico selezionato.

Il dubbio che ne sia inconsapevole rimane, perché malgrado tenti con enfasi tipicamente fallaciana di accreditarsi come testimone diretto, alla fine Z. non fa che rielaborare cose rilette in giro: ed è anche stavolta un lettore frettoloso, abbastanza pasticcione. Se c'è disinformazione qui (e ce n'è), ne è insieme vittima e complice.

Z sta indicando nella CGIL il mandante morale dell'attacco alla Sinagoga del 1982: un'accusa (se uno ci riflette un attimo) pazzesca e non sostenuta da nessuna indagine: ma chi ha bisogno di inchieste quando ha una "piccola bara", "bianca", e "vuota"? Magari leggendo quel punto vi siete emozionati (la prosa fallaciana a questo servirebbe: a commuovere, i ragionamenti seguiranno). Insomma, i sindacalisti lasciano una piccola bara bianca, e "qualche settimana dopo" i terroristi la riempiono. Agghiacciante.

Salvo che non è vero.

O meglio, qualcosa di vero c'è: nessuna opera di disinformazione avrebbe successo se non mescolasse vero e falso. La verità più importante di tutte – molto, molto più importante di tutto il resto – è che un bambino è morto davvero, a due anni, vittima di uno spaventoso attentato terroristico. Si chiamava Stefano Taché Gay (in altri articoli ho trovato anche le grafie "Tachè" e "Gaj"). La "piccola bara", "bianca" e "vuota", su cui Zanardo torna ossessivo, si vede distintamente sulle foto del funerale (il ritaglio di una foto correda l'articolo). Anche la manifestazione della CGIL ci fu: Zanardo non dice la data perché, malgrado sostenga che l'episodio gli abbia lasciato un segno indelebile, forse nemmeno la conosce (oppure la conosce e preferisce tacerla, per un motivo che vedremo in seguito). Non importa, ve l'ho detta io: 25 giugno 1982, trentotto anni oggi. In quell'occasione è molto plausibile che un gruppo di dimostranti (non necessariamente tesserati CGIL) abbia inscenato una farsa di funerale davanti alla Sinagoga: dico che è molto plausibile non solo perché ho letto che la CGIL se ne scusò con un comunicato ufficiale, ma anche perché questa forma di contestazione di discutibile gusto è abbastanza tipica delle manifestazioni sindacali. Per rendersene conto è sufficiente googlare "CGIL bara". Io l'ho fatto e ho trovato una bara a una manifestazione anti jobs act del 2014; un'altra bara dedicata all'università di Siena nel 2009;  un'altra dei metalmeccanici di Savona nel 2016; nel 2013 un cronista racconta come i lavoratori della Bombardier di Vado Ligure si portino con loro in ogni manifestazione una cassa da morto "ormai inseparabile". E così via.

Prego il lettore di notare il dettaglio: in tutti questi casi, e ne conosciamo decine, i lavoratori usano la bara come un simbolo della loro condizione. Dentro l'"inseparabile" cassa da morto dei dipendenti Bombardier c'è un manichino che rappresenta i dipendenti della Bombardier. Dentro la cassa della manifestazione anti jobs act del 2014 ci sono i "diritti dei lavoratori". Mi sembra che il codice sia chiarissimo: i manifestanti usano la bara per dichiararsi vittime e accusare i loro avversari di un assassinio. Giusta o sbagliata che sia, la bara ai cortei funziona così.

E allora perché Zanardo decide di leggerla in un modo diverso, come un avvertimento di sapore mafioso – nonché una precisa indicazione al commando terrorista: riempiteci una bara così e così? Non è per forza in malafede. Semplicemente vive, da più di vent'anni, in una bolla comunicativa che ha sempre interpretato quella singola bara in quel singolo modo. Facendo la stessa ricerca di prima ("CGIL bara") in effetti troverete anche abbondanza di citazioni dell'episodio di 38 anni fa. Si tratta in dieci casi su dieci di siti sionisti italiani, il che dimostra quando davvero l'episodio abbia lasciato un segno sulla comunità ebraica, e in particolare su quel settore che aderì con molto entusiasmo al neoconservatorismo intransigente post 11 settembre. Sul sito Focus On Israel ci sono addirittura due tag dedicati: 
Il che dimostra anche un altro punto che tornerà in seguito, ovvero: scusarsi non serve a nulla. Nel caso in questione la CGIL aveva subito preso le distanze dal gesto con un comunicato. Quasi quarant'anni dopo, il comunicato non si trova più e qualcuno racconta ancora in giro di quando la CGIL portò una bara sui gradini della sinagoga.

E tuttavia quel che si raccontano la maggior parte dei membri di questa bolla non è esattamente una bugia: al limite la possiamo considerare un'interpretazione un po' forzata di un gesto simbolico. Secondo me non era un avvertimento di stampo mafioso, ma appunto, secondo me. Invece per molti lo era, e vabbe', sono opinioni (questo è il motivo per cui ai gesti simbolici preferisco i discorsi, il più possibile circostanziati e con un parchissimo uso di ironia: ma è anche il motivo per cui non faccio il sindacalista e anche come attivista lascio molto a desiderare).

La mia interpretazione si basa forse su un pregiudizio positivo nei confronti del (mio) sindacato? Senz'altro, ma anche su una minima conoscenza del contesto: il modo in cui di solito i manifestanti usano le bare "simboliche"; la situazione dei palestinesi nei Territori Occupati durante la guerra del Libano, alla vigilia delle stragi di Sabra e Shatila, eccetera. Per tutti questi motivi io ritengo che quella bara (comunque esecrabile) non fosse da considerarsi una minaccia; ma d'altro canto posso benissimo capire che qualcuno l'abbia letta così, e lo faccia ancora: i simboli non sarebbero tali se non si offrissero a più interpretazioni.

Zanardo però fa un passo oltre, ed è interessante chiedersi perché lo faccia. Non si limita a fornire dell'episodio l'interpretazione accreditata dalla sua bolla (è come se non gli bastasse): aggiunge dei dettagli che dovrebbero fugare ogni ragionevole dubbio sul fatto che la sua interpretazione sia l'unica possibile. Questi dettagli, prima di lui, non li descriveva nessuno. Il che significa con molta probabilità che se li sta inventando – non necessariamente in modo consapevole.

Per Zanardo la bara era "piccola" e "bianca": su questo dettaglio torna ossessivamente con una foga autolesionista che mi ricorda quella del protagonista del Gatto Nero di Poe, quando davanti ai poliziotti batte col bastone sulla parete proprio nel punto in cui ha nascosto la sua vittima. E in effetti il dettaglio è degno di un racconto di Poe: come facevano i sindacalisti a sapere che l'unica vittima di un assalto condotto con mitragliatrici e granate avrebbe riempito una bara "piccola"?

Non è che Z ci voglia dire che i sindacati abbiano chiesto ai terroristi: uccideteci un bambino, però... però battendo sempre su quel punto vorrebbe che per un attimo lo pensassimo. E magari lo facciamo: un attimo prima di accorgerci che siamo davanti a una fabbricazione di pessimo gusto. Visto che un bambino è davvero morto, e l'operazione di intestarne l'assassinio a un sindacato richiede un livello di cinismo di cui almeno io non credo Z capace. Tutto questo all'interno di un minuscolo resoconto autobiografico: ricordiamo che Z sta spiegando all'ignaro pubblico inglese il motivo per cui da ragazzino ha smesso di fidarsi della sinistra: e quel motivo è una "piccola bara bianca" deposta durante un corteo sindacale che però non era né piccola né bianca: un falso ricordo? Può anche darsi, in fondo la nostra memoria a volte funziona così: a un certo punto la bara in cui fu inumato il piccolo Stefano viene duplicata, e Z ricorda di averla vista anche durante il corteo CGIL, anche se lui non c'era: non importa, se l'è fatto raccontare e adesso lo ricorda probabilmente meglio di molti testimoni oculari.

Un'altra possibilità è la fretta dell'apologeta, quel tipo di pregiudizio cognitivo che gli studiosi di Storia conoscono bene. Quando vuoi difendere una tua ipotesi e cominci a ricordare tutte le cose che hai letto che, in effetti, sosterrebbero proprio la tua ipotesi: salvo che poi le vai a cercare e in molti casi scopri che te le ricordavi un po' distorte, e che a leggerle bene, con calma, non sostengono la tua ipotesi più di quanto non ne sostengano una completamente diversa. Questo succede quando sei uno studioso coscienzioso. Zanardo non è uno studioso, piuttosto un apologeta: non ha un'ipotesi sua personale, ne ha scelta una per così dire preconfezionata; le prove gli interessano soltanto come espedienti retorici da esibire al pubblico: ecco, vedete, questa è una bara bianca, quindi il sindacato ci voleva morti, quindi io non mi fido della sinistra (forse è una tortuosissima excusatio non petita per spiegare che vota qualche altro partito).

D'altro canto, se Zanardo legge in fretta è anche perché all'interno della sua bolla l'episodio ormai viene evocato con una cadenza meccanica, ogni volta che un corteo non solo sindacale accenna a protestare contro l'occupazione israeliana dei Territori. In questo modo si risolve anche l'imbarazzante problema dell'antisemitismo di sinistra, un fantasma che si aggira per l'Europa e che anche in Italia a quanto pare sarebbe fortissimo, secondo alcuni molto più pericoloso dell'antisemitismo di matrice nazifascista... salvo questo piccolo particolare che fin qui non risultano vittime. Invece indicando nella CGIL l'ispiratrice dell'attentato alla Sinagoga di Roma, il bilancio cambia drasticamente. Basta solo immaginare una collusione tra organizzazioni terroristiche palestinesi e sinistra italiana – non ultrasinistra, si badi: tesserati CGIL. Ci vuole molta fantasia, ma le bolle comunicative a questo servono: a creare intorno a me una distorsione della realtà in cui alcuni messaggi diventano progressivamente credibili. È sufficiente reiterarli ed eliminare ogni altra campana – certo, la reiterazione provoca inevitabilmente una semplificazione.

Non so se avete presente la cadenza un po' sbrigativa con cui i ministri di un culto affrontano alcuni passi particolarmente ripetitivi delle rispettive liturgie: ecco, qui Zanardo legge in fretta un canovaccio scritto in fretta da altri che leggevano in fretta. Tanto alla fine è la stessa zuppa, no? Qualcuno protesta per la Palestina? Antisemitismo-di-sinistra, come-la-CGIL, bara-davanti-Sinagoga, attentato-alla-Sinagoga. Sembrano tag ma anche nella nostra testa alla fine le nozioni si organizzano così, intorno a segnalibri molto sommari. Col tempo è fatale saltare un passaggio, o equivocarlo. Credo di aver trovato un bell'esempio del processo in questo post di un blog (titolo: "Il pregiudizio antisraeliano della CGIL: un cancro mai del tutto debellato"), che a sua volta ricopia un intervento del professor Ugo Volli (titolo: "La faccia di tolla della signora Cgil"):

Magari voi penserete che esagero, che in fondo la nostra povera pensionata non va in giro con le cinture esplosive finte alla cintura come usano fare i suoi amichetti palestinesi nelle manifestazioni pro-Hamas. [La CGIL non ha mai appoggiato Hamas, sembra banale ricordarlo ma chissà]. Il fatto è che le profezie della Cgil spesso si avverano. Sono passati poco meno di trent´anni da quanto una manifestazione sindacale a favore della Palestina, il 25 giugno 1982 si fermò davanti al tempio di Roma si fermò per regalare agli ebrei del ghetto una bara simbolica come segno di apprezzamento per l´appoggio della comunità ebraica romana a Israele. E alcuni dopo, il 9 ottobre dello stesso anno, dei terroristi palestinesi, naturalmente provocati dall´”arroganza istituzionale”, fecero un bell´attentato nello stesso posto ammazzando un “arrogante” bambino di due anni, Stefano Gay Tachè.

Come vedete se avete pazienza nel brano c'è già molto di quello che Zanardo riprenderà: la chiara volontà di leggere nell'episodio un intento intimidatorio ("le profezie della Cgil spesso si avverano"). Però c'è anche un'ammissione che Z, lettore frettoloso, si è perso: la bara in quel caso non è definita né piccola né bianca ma"simbolica". Altrove mi sembra di aver letto che fosse di cartone, ma non riesco a trovarlo e forse sono vittima dello stesso pregiudizio che descrivo. E anche voi, non crediate. Probabilmente avete letto in fretta e non avete notato i refusi, che sono un chiaro indizio di rimaneggiamento. Sul serio: avevate notato che dopo la data "il 25 giugno 1982" il predicato "si fermò" compare due volte? In compenso, alla fine del testo in grassetto, manca almeno una parola, perché c'è scritto "E alcuni dopo". Alcuni cosa? Siccome l'attentato si svolse in ottobre, ci viene spontaneo completare con "mesi". Probabilmente veniva spontaneo anche al professor Volli. Salvo che... se davvero scriviamo "mesi" tutto l'impianto accusatorio si smonta un poco. Sentite come comincia a suonar falso? I sindacalisti mettono una "profetica" bara davanti alla Sinagoga, e tre mesi dopo i terroristi di Abu Nidal avverano la profezia. Sarebbe molto meglio scrivere "settimane"  al posto di "mesi", se non addirittura "giorni". Qualcuno in seguito l'ha fatto. Ma nel testo che ho citato qui è come se mancasse ancora il coraggio, non so se da parte del professor Volli o del copia-incollatore.

In seguito, leggendo frettolosamente brani composti altrettanto frettolosamente, Z sceglie di scrivere "qualche settimana dopo" ("A few weeks after"). Ora tra il 25 giugno e il 9 ottobre ci sono effettivamente 13 settimane: sono poche? Si possono definire "a few"? Lo lascio alla coscienza di chi è riuscito a leggere fin qui. Sull'argomento avrei ancora altro da segnalare (la leggerezza con cui Z accosta alla figura di Arafat un attentato compiuto dai suoi avversari), ma mi sembra di averla fatta fin troppo lunga per stasera.

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Chi vi uccide sa quello che fa, date retta

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Il diritto di uccidere (Eye in the Sky, Gavin Hood, 2015)

Ora vi spiego la guerra, signorini.
O uomo occidentale, cos'è troppo grande per te? Gli dèi del tuo antenato, gli dèi della folgore e degli oracoli, non avevano un decimo del tuo potere e del tuo sapere. I tuoi droni possono localizzare il nemico al gabinetto; colpirlo con folgori da decine di megatoni e spalancare l'inferno ovunque tu decida che è giusto. Puoi vedere tutto, puoi bruciare tutto. Ma a volte vorrai solo chiudere gli occhi.

C'è un Occhio che gira intorno al mondo e vede quello che vuoi e che non vuoi. C'è una casetta da qualche parte in Kenya, con stanze separate da tramezze che non arrivano al tetto (molto comodo per le inquadrature dei mini-droni). Dentro ci sono terroristi fanatici, che forse credono che la cittadinanza inglese o americana li protegga dall'Occhio. Stanno per indossare pettorine e andarsi a fare esplodere in qualche luogo affollato. Bisogna colpirli prima che colpiscano - ma c'è una bambina in strada, a pochi metri dal probabile impatto, vende focacce e non si sposterà finché non avrà il paniere vuoto. Ci sono soldati che devono fare il loro mestiere. Ci sono politici che non sanno che ordini dare.

È fortissimo, James Bond gli taglia le unghie dei piedi.
Gavin Hood lo ha fatto di nuovo. Dopo Ender's Game, ecco un altro film meno problematico di quanto vorrebbe sembrare, in cui sotto il dilemma etico si intravede una visione del mondo abbastanza solida: la guerra esiste e bisogna farla combattere ai soldati, che hanno competenze, nervi saldi, mani sensibili ma disponibili a sporcarsi. Mentre i civili, i politici, non ne capiscono niente: si commuovono al momento sbagliato, per la bambina sbagliata, perdono tempo, giocano allo scaricabarile, cercano disperatamente al telefono qualche superiore, qualche mamma o qualche Dio che li perdoni o si addossi le loro colpe. La democrazia è una perdita di tempo che non produce consapevolezza, ma falsa coscienza. I militari sono più bravi anche a farsi venire i dubbi - e a superarli - e a piangere per le vittime collaterali. Scordatevi i cecchini cinici di quel vecchio video di Wikileaks che dopo aver fatto strage di combattenti, fotografi e bambini si complimentavano per i "nice shots" e ridacchiavano per il cadavere caldo calpestato da un tank.

QUALCUNO LE COMPRI QUEL PANE
I soldati d'occidente di Gavin Hood non alzano mai la voce coi sottoposti; sono autorevoli, umani, anche fragili, e se premeranno un grilletto state ben sicuri che ci avranno prima pensato cento volte (continua su +eventi!)

Hanno già le armi più potenti e precise mai adoperate, ora reclamano anche di avere sentimenti raffinati e coscienze tormentate. Come il ragazzino di Ender's Game, a cui Hood non consentiva soltanto la licenza di sterminare una razza aliena, ma anche il privilegio di sentirsi in colpa e rimediare. Anche stavolta la voce più falsa è quella di una donna che fa appello ai buoni sentimenti; nella penultima battuta del film, il generale le fa il cazziatone. Io ho visto il mondo, ho raccolto i cadaveri di quattro attentati suicidi, non si permetta più di spiegarmi cos'è la guerra. Uno vorrebbe tanto che Hood fosse un po' meno militarista di così, perché bravo è bravo; o che almeno lo fosse in modo più onesto (alla Clint Eastwood?), senza confondere le acque, senza mimare la tenerezza e nascondersi dietro il velo quasi integrale di una povera bambina innocente. E invece anche stavolta si può andare a vedere il suo film convinti che si tratti di una parabola sugli orrori della guerra; si può tremare per un'ora sul destino della povera vittima collaterale, ma poi?

Non esistono razze superiori, salvo rare eccezioni
come gli attori britannici di una certa età.
Rickman e la Mirren sono perfetti e lo sarebbero
anche se interpretassero i droni.

Ma poi sulla strada di casa ti accorgi che i militari sono quelli che ne escono meglio. Sono attori di razza come Helen Mirren e Alan Rickman (nel suo ultimo ruolo), ma c'è anche tantissima varietà razziale, ci sono ragazze ispaniche e morette dell'Iowa con occhioni pronti a inumidirsi, c'è una coppia fantastica di spie kenyote, tra cui il Barkhad Abdi già visto di Captain Phillips. Sono tutti bravi, sono competenti, dicono le bugie solo a fin di bene ed è chiarissimo che non godono a uccidere la gente, anzi. Chi potrebbe mai pensarlo. Alan Rickman è molto preoccupato per la bambola che deve comprare alla nipote. Le vittime collaterali dovrebbero sentirsi fiere di essere uccise da gente così.

Per contro, i politici sono tutti bianchi e preoccupati. Sudano, strillano, si tolgono la giacca, il Ministro degli Esteri è al gabinetto a Hong Kong perché ha mangiato gamberetti - non che l'Occhio del Cielo non riesca a trovarlo anche lì, ma insomma Hood non rinuncia a nessun espediente per ridurre l'autorevolezza degli eletti dal popolo. Un discorso a parte gli americani, che non capiscono che tempo ci sia da perdere e preferirebbero sparare prima e farsi le domande poi. Eye in the Sky resta un film importante: forse il primo dramma da camera ambientato intorno al mondo. Semplicemente non è il film controverso che il trailer ci vende: è un film sulla guerra telecomandata e chirurgica, su come funziona bene e soprattutto su come funzionerebbe meglio senza troppi civili nella sala dei bottoni. Un eventuale ufficio propaganda delle forze armate britanniche non avrebbero saputo produrne uno migliore - anche per la pubblicità offerta ai mini-droni di ultimissima generazione

Finalmente hanno riaperto l'Aurora di Savigliano, che lo proietta alle 18:30 e alle 21:15, e il Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (alle 15:15, alle 17:35, alle 20:15 e alle 22:35).
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Cerca di essere un uomo, Filippo Facci

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In questi giorni mi sono messo un paio di volte a scrivere un pezzo per spiegare che anch'io, come tutti, ho paura. Di tante cose, tutte in realtà collegate: del fatto che questo sia l'ennesimo mese più caldo di sempre, delle migrazioni probabilmente inevitabili, della xenofobia che ne scaturisce nei Paesi di confine come il nostro, e non solo; delle pulsioni isolazioniste e identitarie che portano a infortuni come la Brexit e creano consenso intorno a personaggi come Trump o Erdogan; insomma ho paura di tutto, come tutti.

E in questo tutto c'è anche il terrorismo di matrice islamica, com'è normale che sia - benché continui a fare meno vittime del traffico, non c'è motivo per cui non debba spaventare un qualsiasi europeo di mezza età che ha una famiglia e ogni tanto vorrebbe andare al cinema o in ispiaggia. Quindi sì, ho paura anch'io. Se in questo periodo non ne scrivo, non è per paura di ammettere di non aver paura. Più banalmente: sono un adulto, e non credo che gli adulti dovrebbero fare spettacolo delle proprie emozioni.

Lo so che è strano scriverlo su un blog; che all'inizio del gioco nella melassa delle emozioni abbiamo tutti intinto la penna e non solo; ma se c'è un errore in archivio da cui mi piacerebbe prendere le distanze, è proprio questo. Quando sei un bambino, se hai paura urli e piangi. È giusto che sia così, è giusto che gli adulti si ricordino continuamente che hai esigenze, così non ti dimenticano in macchina nel parcheggio. Quando cresci - e intorno a te i bambini cominciano a piangere - tu sei quello che deve restare calmo. Anche se hai paura. Proprio perché hai paura.

Questa è una cosa che ho capito molto presto, credo grazie allo scoutismo. A distanza di mezza vita continuo a rendermi conto che lo scoutismo ha fatto un'enorme differenza nel modo in cui sono cresciuto. Non per i discorsi che facevamo e che mi sono quasi tutti dimenticato, ma per il modo in cui lo scoutismo ci prendeva a diciott'anni e ci intestava la responsabilità di una ventina di minorenni, tuttora se ci ripenso mi spavento - così che invece di preoccuparci dei soliti nostri problemi di generazione X dovevamo passare il tempo a tirar su il morale a questi monelli, anche quando si allagavano le tende o qualcuno si fratturava il femore. Eravamo incoscienti, certo, ma se anche avessimo avuto un po' di paura, non ci era consentito esibirla. È così che sono cresciuto; forse è per questo che lavoro ancora coi minori e non vado in giro a strillare che il mondo sta finendo e l'eurabia trionferà. Non lo trovo razionale, ma soprattutto non lo trovo virile.


In questi giorni mi sono messo un paio di volte a scrivere un pezzo del genere, finché stamattina mi sono imbattuto in uno sfogo estivo di Filippo Facci su Libero, trenta righe su quanto odia l'Islam. Un pezzo ai limiti dell'autoparodia, l'Uomo Bianco Che Strippa In Estate, ormai un classico. Facci ha sempre dato l'impressione di essere più intelligente delle cose che pubblica, e anche stavolta, mentre va avanti con la bava alla bocca gli scappa un'ammissione, è come quando in un film di zombie ne vedi uno a cui sfugge una lacrima da un occhio pesto, appena un sospetto di umanità. Guarda che roba mi sto riducendo a scrivere.

Ma non ci sono più le parole, scrisse Giuliano Ferrara una quindicina d’anni fa: eppure, da allora, abbiamo fatto solo quelle [ma parla per te, al limite parla per Giuliano Ferrara], anzi, abbiamo anche preso a vendere emozioni anziché notizie. Eccone il risultato, ecco alfine le emozioni, le parole: che io odio l’Islam, blablablà, va avanti a lungo.

Ma insomma, "eccone il risultato". Invece di prendervi delle responsabilità, di esercitarvi a ragionare coi lettori scansando le reazioni più emotive, avete deciso che avreste venduto emozioni, amplificato emozioni, sdoganato le emozioni. Il risultato è che state sulla cinquantina e il vostro mestiere consiste nel vomitare odio su un giornalino di benpensanti razzisti che hanno bisogno di sentirsi dire che l'Islam è odioso, e il cui contributo alla guerra di civiltà si esaurirà nel farvi l'obolo di un euro, un euro e venti, e magari sputare sulla passante magrebina che incrociano al semaforo. Tu, Filippo Facci, che pure sembravi così intelligente: e il tuo collega Giordano, quella povera persona che chiama alle armi l'occidente con la sua vocina querula, una metafora vivente. Speculare sui bassi istinti dei vostri lettori non è soltanto spregevole e rischioso. Soprattutto, non è una cosa da veri uomini.

A Libero sì che sanno taggare

Nel senso un po' machista del termine, sì.

Siete quei poveri isterici che nei film catastrofici urlano MORIREMO TUTTI!, e nessuno spettatore in effetti ritiene necessario che debbano sopravvivere. Va bene, la congiuntura è quel che è, ormai i giornali si vendono così - ma in realtà non li vendete lo stesso. Perché dovrei avere rispetto per gente come voi? Per quindici anni avete solo detto parole, parole, parole, e intanto io ad esempio lavoravo. Con un sacco di brava gente, alcuni anche musulmani. In questi quindici anni diversi li ho diplomati, alcuni li vedo ancora: hanno un lavoro, magari pensano a farsi una famiglia. Il famoso Islam moderato, che secondo le vostre teorie quindecennali non esiste. Magari davvero no,  non saprei: posso dire che è da mezza vita che ho a che fare con bambini musulmani, genitori musulmani, ragazzi musulmani, e mediamente mi hanno dato meno problemi di quelli di origine italiana (mi hanno anche dato meno problemi di Filippo Facci). Insomma io non lo so se esiste l'Islam moderato, ma in questi 15 anni coi musulmani moderati ci ho lavorato. Voi non lo vedete perché non è il vostro target, da quel che scrivete si capisce benissimo che il vostro contatto coi musulmani si limita al kebab all'angolo e alla tizia che vi lava le scale e che secondo Gramellini dovrebbe subito andare in questura se sente discorsi strani in moschea. Ma c'è tanta gente che vive e lavora e studia: e voi non li vedete. Non studiano nelle vostre scuole, non lavorano nei vostri giornali, e nemmeno li compreranno mai, quindi perché preoccuparsi? Eh, ma io in quelle scuole invece ci lavoro. Quest'anno la mia alunna che si è diplomata col voto più alto era di origine pakistana, per dire.

Certo, ogni tanto i miei studenti mi raccontano cose che mi spaventano - anche se cerco di non mostrarlo. Per esempio raccontano di passanti che inveiscono contro di loro. Succede spesso dopo un attentato. Ragazzine di dodici anni che tornano a casa a piedi, magari una delle due porta un velo: passa un vecchio in bicicletta e sputa loro addosso. Queste cose non vanno mai in prima pagina, nemmeno in sedicesima, ma succedono un po' tutti i giorni. Quel vecchio magari non legge gli sfoghi estivi di Filippo Facci su quanto è opportuno tirare calci all'Islam che siede sui nostri marciapiedi. Però Libero, quando pubblica una strippata di Facci sull'Islam, pensa esattamente a quel tipo di lettore.

Adesso viene la parte più inquietante. Una cosa che scrive Facci - che l'Islam sarebbe avrebbe portato una "permalosità sconosciuta alla nostra cultura" - è abbastanza ridicola, soprattutto se penso all'autore. Però sì, un certo tipo di permalosità è innegabile, anche se lo trovo un tratto comune di tutte le civiltà mediterranee. Comunque può essere un problema, anche considerato che le temperature non si abbasseranno per un po'. Ora, io ho avuto diversi studenti musulmani, e il rischio della radicalizzazione so cos'è. Se mi chiedi: quale fattore può portare un ragazzino o una ragazzina a radicalizzarsi, io a freddo ti risponderei: un vecchio in bicicletta che ti sputa addosso, o sputa a tua sorella.

Dunque, caro Facci, la situazione è questa: tu per vivere fai la tua tiratina isterica su Libero: un coglione razzista la legge, esce di casa e sputa addosso a una ragazzina. Quella ragazzina magari ha un fratello che lavora con me. Se è permaloso, se si radicalizza, non verrà a farsi esplodere a casa tua, figurati. Non saranno cazzi tuoi, mi rendo conto. Saranno cazzi tutti miei, se un giorno viene a scuola con un coltello o peggio.

Ma io non posso avere paura. Nessuno mi paga per averne. Nessuno mi paga per pisciarmi addosso le mie emozioni.

Invece mi pagano per aver coraggio. Quindi io continuerò ad avere coraggio, e tu continuerai ad avere paura. Così è la vita.

Volevo dirti un'ultima cosa ad effetto, del tipo: la prossima volta che ti sale il panico, cerca di essere un uomo, Filippo Facci. So già che mi risponderesti - senza un'ombra di islamica permalosità - vaffanculo imbecille. Già. Buone vacanze anche a te.
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Caro fratello musulmano di Gramellini

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Caro musulmano non integralista che in privato hai confidato a Gramellini il tuo sgomento per l'eresia wahabita, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden, esci fuori.

Lo so che esisti, Gramellini ti ha tradito. Dai, esci, su.

Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan, ma anche relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà, insomma la qualunque, va bene tutto, qualsiasi commando improvvisato noi lo attribuiamo ai Sauditi Malvagi, se non direttamente a Sauron o al Veglio della Montagna, perlomeno il tuo amico Gramellini ormai ragiona così, un Vittorio Feltri dal volto umano, e tu ancora ci parli, chissà dove poi, magari uscite a cena, e al dessert tu gli fai: sono sgomento per l'eresia wahabita.

"La che?"
"L'eresia wahabita, è la confessione della corte saudita".
"Sono i cattivi?"
"Beh, senz'altro hanno finanziato diversi terroristi".
"Ah, il terrorismo, conosco, gli anni Settanta, sapessi, le Brigate Rosse, i compagni che sbagliano..."
"Ecco, non c'entra niente".
"Ma è terrorismo, lo hai detto tu".
"Il terrorismo è un fenomeno complesso, sarebbe sbagliato leggere gli avvenimenti degli ultimi vent'anni con le lenti degli anni di piombo, che tra l'altro ormai ve li ricordate solo voi giornalisti italiani e..."
"Ma non scaldarti, su, beviti un bicchiere".
"No, grazie".
"Ah già sei musulmano".
"No è che a quest'ora non lo reggo, e forse anche tu dovresti..."
"Però sei stronzo che mi fai bere da solo. Vabbe', ho capito, i sauditi vogliono fare la rivoluzione e i musulmani di tutto il mondo li considerano compagni che sbagliano, è così?"
"Sigh".
"Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione".
"In che senso identici obiettivi? La rivoluzione non è mica una guerra di civiltà".
"Vabbe', dettagli. Comunque tu in questa storia saresti il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica!"
"Cioè devo farmi ammazzare".
"Ma no, si fa per dire, anzi ti auguro lunga vita".
"Ma mi tocco i coglioni, guarda".
"Ah, lo fate anche voi?"
"No, è che mi sto integrando".
"Bravo".
"Ma insomma cos'è che dovrei fare?"
"Da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati".
"Embè?"
"Frequentano i tuoi negozi".
"Io faccio la spesa alla coop".
"E la carne halal?"
"Ce l'hanno anche alla coop".
"Ah".
"Tu non la fai mai la spesa, vero?"
"Però frequentano anche le tue moschee".
"Cioè secondo te i jihadisti discutono di bombe davanti a tutti nel parcheggio della moschea? Che molti manco ci vanno in moschea. Si fanno le madrase in casa".
"Ecco, perché non li denunci?"
"Li denuncio per cosa?"
"Hai appena detto che si fanno della roba in casa".
"Le madrase, le scuole islamiche, si trovano in garage o nel seminterrato e pregano e insegnano l'arabo ai figli".
"E tu non li denunci?"
"Ma per cosa? Per il reato di pregare insieme a casa propria e insegnare l'arabo ai figli?"
"Lo vedi che non sei collaborativo? Eppure parlano la tua lingua!"
"Ma mica tanto".
"Come, non siete tutti arabi?"
"Guarda, io son tunisino, e i marocchini già faccio fatica a capirli. Poi ci sono i pakistani che non sono proprio arabi, proprio per niente. L'arabo giusto per le preghiere".
"Ma te pensa. Comunque hanno figli che vanno a scuola con i tuoi".
"Perché con i tuoi no?"
"Ehm, boh, non saprei. Senti, per troppo tempo hai guardato ai terroristi come a dei fratelli che sbagliavano ma che non andavano traditi".
"Eh?"
"Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli".
"Ma che cazzo dici?"
"In qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale".
"Cioè mi stai accusando di favoreggiamento ai jihadisti? Così? Mi inviti a cena e mi dici una cosa del genere?"
"No, veramente la scrivo sulla prima pagina del giornale".
"Perché sono tuo fratello".
"Certamente, di me ti puoi fidare".
"E meno male che non ero solo tuo cugino, ma vaffanculo, va'".
"Lo dite anche voi?"
"Mi sto integrando".
"Bravo. Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo".
"Ma osservare cosa, ma lo sai che c'è gente che dopo ogni attentato mi insulta per strada?"
"Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere".
"Cioè dici che prima no, che prima ero un pezzente senza niente da... senti, ma sei venuto in macchina?"
"Certo, perché".
"Forse è meglio che andiamo, mi sembra che tu abbia già bevuto un po' troppo".
"Aspetta, aspetta. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato".
"Cameriere, ci porta il conto per favore?"
"No, stavo pensando a un amaro. Mi fai compagnia?"
"Io non sto bevendo, Gramellini".
"Ah già, dimenticavo. Senti. Cosa stavo dicendo?"
"Niente di particolarmente intelligente".
"Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte".
"Ma chi si gira, ma cosa stai..."
"Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità".
"Cameriere, sul serio, noi adesso andiamo, pago tutto io con la carta".
"Facciamo un patto".
"Che la prossima volta offri tu? sarebbe anche ora".
"Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano".
"Dammi il braccio, non lo vedi che barcolli".
"Tu però devi passare all’azione".
"Sì capo".
"Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano".
"Dammi le chiavi della macchina, che è meglio".
"Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte".
"Sissì, guarda, parto da domani".
"Denuncerai?"
"Denuncerò".
"Sbugiarderai?"
"Sbugiarderò".
"Controbatterai punto su punto le loro idee distorte?"
"Controbatterò... scusa, una curiosità, tu negli anni Settanta passavi il tuo tempo così?"
"Eh?"
"Passavi il tempo a controbattere punto su punto le idee distorte dei brigatisti?"
"Ma che c'entra, io mica ero un operaio".
"Ah già".
"Sei tu l'operaio, ricordatelo!"
"Sì capo".
"Bravo".
"C'è altro capo?"
"Ah, e poi nelle moschee si dovrebbe parlare in italiano".
"Eh?"
"Cioè, a seconda dei Paesi in cui uno è: sei in Francia? Francese! Sei in Italia? Italiano".
"Ma le preghiere sono in arabo".
"E non si possono tradurre?"
"No".
"E perché no? Chi lo dice che no?"
"Ma direi il Profeta".
"E chicazz'è sto profeta e profeta, tu sei in Italia adesso, hai capito? In Italia si parla italiano. Noi la Messa l'abbiamo pure tradotta".
"Dopo 1960 anni".
"Vabbe' ma che c'entra, è casa nostra, facciamo quello che ci pare".
"È anche casa mia".
"Eh?"
"Sono italiano, lavoro, pago le tasse, è anche casa mia. La mia religione è uguale alla tua davanti alla Costituzione".
"E dove sta scritto".
"Nella Costituzione".
"E quindi insomma continuerai a pregare in arabo".
"Credo proprio di sì".
"Come i tuoi fratelli wahabiti".
"Non mi stanno molto simpatici".
"Ma non li denuncerai".
"Per cosa?"
"Perché fomentano l'odio razziale".
"Ma è una considerazione generale, non conosco nessuno che in pratica... oddio, uno forse sì".
"Ecco, vedi che uno lo conosci".
"Cioè è un brav'uomo, ma certe volte fa dei discorsi che ti fomentano, ti fomentano proprio".
"Denuncialo".
"Ma è un mio amico".
"Lo stai difendendo?"
"Non credo che istigherà mai nessun terrorista, anche se".
"Anche se?"
"In effetti i suoi discorsi hanno un certo effetto, circonolano tra migliaia di persone, cioè come si può escludere a priori che tra i suoi seguaci non ci sia qualcuno disposto a..."
"Ecco, lo vedi? La connivenza! La zona grigia!"
"Però è un mio amico".
"Un amico che sbaglia".
"Già".
"Ma che amico sei per lui, se lo lasci libero di spargere odio?"
"Non so, devo pensarci".
"Pensaci, pensaci bene. Dove ho messo le chiavi?"
"Le ho io, ti porto a casa".

Caro fratello musulmano di Gramellini - lo sappiamo che esisti - esci allo scoperto. La tolleranza è una gran cosa, ma è chiaro che tu hai tollerato troppo.

(Le parti in corsivo Gram le ha scritte davvero).
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La bomba, o al limite un camion

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Ma hai sentito quei bastardi cos'hanno fatto.
È una vergogna.
E noi glielo lasciamo fare.
Quanta altra gente dovrà morire.
Le donne, i bambini.
È una vergogna.
E noi ancora qui a discutere, cosa c'è da discutere.
La bomba atomica, altroché.
Averne una.
Dove la tireresti.
E che ne so.
Tanto i potenti hanno sempre i rifugi, non li becchi mai.
La tiri nel mucchio.
Come avvertimento.
Voi ci ammazzate? Noi bomba atomica.
Ma non l'abbiamo.
Allora una bomba normale.
E dove la compri?
Ci sono quelle bombe che si fanno in casa.
Tu la sapresti fare?
E allora che si fa?
Restiamo qui a dirci "bastardi è una vergogna" finché non toccherà anche a noi?
Basta chiacchiere.
Facciamo qualcosa stavolta.
Una bomba non l'abbiamo.
Fucili?
Qualche cosa si trova, poca roba.
Poi ti ammazzano subito.
Ci ammazzino, che mi frega.
Avessimo un blindato.
Basta coi sogni, su.
Blindati non se ne trovano.
Non è un film.
Un camion?
Un camion si trova.
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Vittorio Feltri e la caccia al bengalese

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Qualche volta mi è capitato, negli ultimi anni, di assegnare temi sui migranti e di ricevere in cambio temi sui vuccumprà da spiaggia. Una cosa che mi rigetta sempre nel 1984, quando sulla sabbia di Pinarella cercavo di usare il sedere di mio fratello per costruire una pista da biglie e incontravo per la prima volta questi Alieni, questi stranieri, e li incontravo sotto forma di Vuccumprà. Ora invece è il 2016, a scuola abbiamo ragazzi con tutti i cognomi possibili, tutti i colori, tutte le religioni, eppure se chiedo al bimbo biondo medio: disegnami un Migrante! Lui mi abbozza un Vuccumprà. Alcuni secondo me sono convinti che sbarchino direttamente a Pinarella con le catenine e i braccialetti. Poi naturalmente crescono.

Spero. Voglio dire che la fobia per il Vuccumprà, l'Uomo Nero che viene a turbare i tuoi giochi da spiaggia, è una cosa che forse l'italiano medio si porta nell'inconscio. Ho la sensazione che se si potesse smontare la xenofobia di molti adulti, aprire il baule delle paure, scopriremmo da qualche parte un fantoccio di stracci ed ebano dall'espressione astuta e ineffabile, un genio del deserto, un demone meridiano. Questo naturalmente non scusa il nostro razzismo. In particolare non scusa la banda di "giovanissimi" che, secondo il Corriere Adriatico, avrebbe pestato ieri due ambulanti bengalesi sul lungomare di Porto d'Ascoli. Prima dell'aggressione qualcuno avrebbe chiesto ai due "se conoscevano il Vangelo".

I giovanissimi non leggono i giornali, e quindi sarebbe molto difficile indicare come loro mandante morale Vittorio Feltri. Pure, non è una coincidenza così bizzarra che ieri Libero, il quotidiano di Feltri, puntasse il dito contro la Quinta Colonna della Jihad in Italia, che a quanto pare sarebbero proprio loro, i diabolici venditori di rose.

I COMPLICI DEI TAGLIAGOLE
Con le bancarelle i bengalesi finanziano la jihad
di Andrea Morigi.

"Inoffensivi ma insistenti, ti offrono le rose rosse, l'asticella per scattarsi i selfie o gli ombrellini pieghevoli quando piove, ai semafori e all'uscita deri ristoranti. In alternativa, piazzano sui marciapiedi aeroplanini, bamboline a batteria e orologi oppure fanno decollare qualche aggeggio luminoso a molla. Sono i 100mila venditori ambulanti bengalesi, discreti e silenziosi quanto basta a raccogliere circa 100 milioni di euro l'anno dal commercio abusivo".

Come abbiano fatto a Libero a calcolare 100 milioni di euro non si sa, Andrea Morigi non si premura di spiegarcelo. Azzardo: forse ha preso il numero, già abbastanza vago, di 100mila venditori ambulanti, e l'ha moltiplicato per mille. Perché alla fine vuoi che in un anno un ambulante non riesca a metter da parte almeno mille euro? Certo, una volta detratto il vitto e l'alloggio, e pagato il fornitore degli ombrellini e dei selfie-stick, e soprattutto non dimentichiamo la cresta alla camorra - la cosa è talmente evidente che anche Morigi non riesce a negarla: il racket degli ambulanti non è mica in mano all'Isis, è in mano alla camorra. Però una volta pagati i fornitori, il padrone di casa, il camorrista, vuoi che l'Isis non si prenda la sua briciolina? "Chi acquista incautamente da loro sulle spiagge o per le vie cittadine magari neanche ci pensa, ma ha altissime probabilità di finanziare e importare la guerra santa islamica". A botte di rose e ombrellini.

Il pezzo va avanti per altre tre colonne e non contiene, spoiler, nessuna prova che con le bancarelle i bengalesi finanzino la jihad. Nel frattempo altri organi di informazione ci hanno spiegato che gli stragisti di Dacca provenivano da famiglie benestanti (un dettaglio tutt'altro che nuovo a chi studia il jihadismo contemporaneo), e che quindi insomma questa storia di colpire il venditore ambulante da 1000€ per colpire il terrorista islamico non ha molto senso. D'altro canto.

D'altro canto mettetevi in Vittorio Feltri.

Lui vende emozioni, non informazioni. Se lo facesse, gli sarebbe bastato raccattare un'agenzia Ansa che ci ragguaglia sul volume di affari tra Bangladesh e Italia, intorno ai 498 milioni.

In particolare con Dacca erano in forte crescita gli scambi lombardi: +13,4% l'import e +6,7% l'export nel periodo gennaio-marzo. I dati sono stati presentati oggi dalla Camera di commercio di Monza e Brianza. La Lombardia trainava il Paese con il 17% degli scambi nazionali. Nello studio, la Camera di Commercio rileva che il Bangladesh, considerato tra i primi Paesi più rischiosi, aveva incrementato i suoi rapporti commerciali con l'Italia fino a posizionarsi tra i primi Paesi al mondo in termini di scambi. Nei primi 3 mesi del 2016, scambi per 498 milioni.

Praticamente mezzo miliardo di euro - altro che due rose e un selfie-stick. E da qui quante domande: facciamo bene a commerciare con un Paese così "rischioso"? Forse no: molti di questi scambi sono il risultato della delocalizzazione, che ha fatto chiudere tante fabbrichette in Italia e ha creato tra le altre cose l'humus adatto a leghisti, xenofobi e lettori di Libero. E però nel frattempo abbiamo aiutato il Bangladesh, l'ottavo Paese al mondo per popolazione, ad avviare uno sviluppo e uscire dalla povertà, quindi forse abbiamo fatto bene... e però tra i problemi dei Paesi che escono dalla povertà ultimamente c'è appunto il jihadismo dei figli di buone famiglie, quelle che magari dalla nostra delocalizzazione ci hanno guadagnato. Mentre il poveraccio che vende le rose nei ristoranti, dopo l'attentato di Dacca, se la vede mediamente grigia e forse questa settimana non uscirà e non venderà nulla: la Jihad non è un grande affare per lui. Insomma, è complicato. E Vittorio Feltri non vende complicazioni.

Vende emozioni facili: rabbia, paura. E soluzioni pratiche: vuoi fare qualcosa contro la Jihad? Non comprare più rose dai bengalesi. Io non l'ho mai fatto, toh, temevo di passare per uno stronzo senza compassione e invece sono un cittadino modello, in prima linea nella lotta contro la Jihad (e contro la camorra). Feltri non ha idea di chi precisamente finanzi la Jihad in Bangladesh o altrove. Non gli interessa nemmeno, non è il suo core business. Lui lavora nell'ombra del nostro subconscio, manovra i fantocci che ci hanno fatto prendere paura sulla spiaggia, un mezzogiorno di trent'anni fa.
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Cos'ha da insegnarci Netanyahu (anche niente)

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In linea generale forse no, mettersi a piangere durante una conferenza stampa non è la migliore risposta che si possa dare ai terroristi. Così come non lo è lucrare sul panico della gente, o scrivere editoriali scomposti il cui senso è stiamo perdendo aiuto aiuto lasciamo le chiavi della macchina a Netanyahu.

A Netanyahu.

Lo scrive Cerasa sullo stesso Foglio in cui appena uno sciagurato tira fuori un coltello, o da Gaza parte un razzo, qualcuno si precipita a spiegarci che Israele è minacciata nella sua stessa esistenza, Israele ha bisogno della solidarietà di tutto il mondo civile. Ora: non c'è nulla di strano nel fatto che Israele abbia amici nella stampa italiana. Ma possibile che non si possano trovare amici credibili, competenti? Non riescono mai a non sembrare un po' bipolari. I giorni pari Israele è sotto assedio, i giorni dispari Israele è la potenza trionfante sui suoi nemici interni che ha tante cose da insegnarci. Però vedo che anche l'Unità oggi sembra sintonizzata. Persino Haaretz suggerisce che l'Europa abbia qualcosa da imparare dall'antiterrorismo israeliano - che non è solo un'efficace serie di accorgimenti: è uno stile di vita. Va bene, vediamo. Vediamo cos'ha Netanyahu da insegnarci, in termini di sicurezza.

Se il tono un po' sgamato degli israeliani e dei loro amici è in parte giustificabile - è vero che convivono col terrorismo islamico da più tempo - l'idea che in Europa le stragi tra civili siano una novità è abbastanza ridicola. Il terrorismo è una delle tante cose che abbiamo inventato noi e - come si vede dal grafico qua a destra - in molti casi l'abbiamo anche già risolto (non è stata una passeggiata, e non lo sarà neanche stavolta).

Statista.com
Per quanto si stiano impegnando negli ultimi anni, gli integralisti non hanno ancora invertito la tendenza negativa: il terrorismo politico o indipendentista faceva molti più morti negli anni Settanta. Guardando al numero delle vittime, il panico degli ultimi giorni non è solo sbagliato: è anche ingiustificabile. Si spiega soltanto con la mentalità dell'assedio, con cui molti cittadini europei stanno reagendo alla crisi dei profughi. Terrorismo e profughi sono due fenomeni diversi, con cause e soluzioni diverse, ma stanno contribuendo a formare una mentalità isolazionista. Chi chiede soluzioni facili al terrorismo, probabilmente sta pensando anche ai profughi. Chi parla di Netanyahu magari sta pensando a un bel muro, pardon, barriera protettiva, che però, nella situazione, nemmeno Netanyahu saprebbe dove costruire: intorno all'Europa? O al Belgio?

Ovvero: nessuno nega che l'isolazionismo abbia dato risultati, in Israele. Se hai una nazione di ventimila chilometri quadrati (più o meno l'Emilia-Romagna), con zone desertiche e altre densamente popolate (ma nessuna città superiore al milione di abitanti); se la maggior parte dei terroristi proviene da un territorio (in teoria) straniero (ma militarmente occupato e/o circondato da posti di blocco), tu alzi una bella "barriera" di cemento + filo spinato e gli attentati, fatalmente, diminuiranno. Bisognerà però contestualmente ritirarsi da alcune zone che proprio non riusciresti a controllare - e qui magari si può far notare che Netanyahu non era affatto entusiasta dell'idea di ritirarsi da Gaza. Che però ha dato risultati abbastanza spettacolari.


Questo è il grafico più esauriente che ho trovato - e che illustra bene, a mio parere, quanto sia stato importante per la sicurezza degli israeliani il ritiro da Gaza e l'erezione della "Barriera" (2004-2005). Netanyahu è tornato al governo nel 2009, un anno abbastanza buono. Però morti e feriti ne ha contati tutti gli anni, purtroppo. Sei nel 2009. Dieci nel 2010. Ventuno nel 2011. Otto nel 2012. Sette nel 2013. Trentanove nel 2014. Trentasei nel 2015. Li ho contati sulla Jewish Virtual Library, dove non credo che abbiano interesse a tenere i numeri più bassi di quanto non siano - e comunque c'è qualcosa che non va, visto che lo stesso sito sostiene che per il Shin Bet l'anno peggiore sia stato il 2015 con 'solo' ventotto vittime. Dipenderà anche dalla matrice del singolo episodio, che può essere terrorismo ma anche criminalità comune.
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Contro il terrore chiudiamo il Giornale

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Le quinte colonne del terrore. 

Dite che siamo in guerra, va bene. Mi domando come reagirete nel momento in cui in guerra ci andremo seriamente (ormai ci siamo). Comunque, se volete sentirvi già in guerra, se la cosa vi aiuta in un qualche modo, se vi dà una forma di speranza, non ho obiezioni.

Vorrei però che vi fosse chiaro che in guerra certi atteggiamenti non si tollerano. Seminare il panico, ad esempio, in tempo di pace può essere una fruttuosa strategia editoriale che porta qualche migliaio di clic in più e la pagnotta ai redattori. In guerra è tradimento: c'è la corte marziale.



Dite che siamo in guerra: traetene le conseguenze. Secondo me siamo in pace, e quello del Giornale è semplicemente abuso della credulità popolare, forse anche procurato allarme.

Da quando ho preso questa istantanea, il contatore di facebook ha raddoppiato: il falso allarme della madonna brasiliana sta "piacendo" a diecimila lettori. Tra questi ci saranno anziani, ci saranno adolescenti, ci saranno persone che ci ridono sopra e altre che non hanno i filtri culturali necessari a identificare la monnezza. Vogliamo dire che su diecimila persone sono riusciti a spaventarne mille? Mi sembra un buon risultato, qualcosa che l'Isis può apprezzare.

(Per par condicio, ecco il pezzo di Libero, che rettifica: la madonna di Bahia non avrebbe mai indicato il 23. Comunque anche a Libero ci tengono a puntualizzare che l'Italia trema. Siamo in guerra del resto, cagarsi addosso dev'essere una specie di imperativo morale).

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Perché i cristiani non ammazzano gli abortisti (quasi mai)?

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Se ci pensate, è curioso.

Un tizio negli USA entra in una clinica dove si programmano aborti, e si mette a sparare; uccide un po' di personale medico ma da noi non fa quasi notizia. D'altro canto in Kenya hanno ammazzato una cooperante italiana, in Turchia un avvocato dei curdi, è un periodo difficile. Ci sono apprezzabili motivi storici e geografici per cui oggi in Italia possiamo aver paura più del terrorismo di matrice islamica che di quello antiabortista che da noi per ora non esiste. Peraltro, chi volesse approfittare di un fatto tanto estremo per attaccare gli antiabortisti italiani, si tirerebbe la zappa sui piedi: per quanto sia gente odiosa, non va in giro a sparare a medici o infermieri.


A me però un giorno piacerebbe discutere proprio di questo: perché gli abortisti italiani non vanno in una clinica e fanno una strage? Non per polemica, credo che sia una domanda interessante e meno retorica di quanto potrebbe sembrare.

Credo che ogni religione abbia una sua logica, che funziona magari solo se la osservi dall'interno - il che significa, per esempio, che in teoria potresti catechizzare un robot. Ma appunto, se a un robot spieghi che

1. La vita ha inizio dal concepimento
2. A chi muore prima del battesimo è negata la grazia di Dio, e di conseguenza il paradiso

"Genocidio o scelta?"
Questo robot non potrebbe che dedurne che ammazzare i medici abortisti è cosa buona e giusta, così come sarebbe stata cosa buona e giusta ammazzare Hitler prima che iniziasse a sterminare disabili, ebrei, rom, eccetera. Lasciatemi per una volta usare proprio il consuntissimo paragone col fuehrer, perché i numeri me lo consentono; se crediamo che la vita abbia inizio dal concepimento (e i cristiani ci credono!) quello che i parlamenti di tutto l'occidente hanno progressivamente legalizzato dal dopoguerra in poi è un vero e proprio sterminio di massa, degno di figurare accanto a quelli più o meno professionalmente organizzati da Mao o Stalin o altri.

Per il cristiano però l'aborto è ancora più grave: non soltanto strappa alle sue vittime la vita terrena (una proprietà, per i cristiani, trascurabile), ma pregiudica anche la felicità nella vera vita, quella eterna. Non è solo un infanticidio di massa - che già sarebbe grave - ma è uno sterminio di anime. Anche se su quest'ultimo punto si annida un po' di provvidenziale bruma teologica. Forse la decisione del penultimo papa di eliminare l'"ipotesi" del Limbo nasce proprio dalla volontà di stemperare i toni: si trattava di una regione liminare dell'inferno dove i bambini non battezzati bruciavano a fuoco lentissimo ("damnatione omnium mitissima", diceva Agostino), ma comunque bruciavano. Io a una cosa del genere mi rifiuterei di credere, ma se ci credessi non avrei alternative a farmi esplodere in un consultorio: come potrei sopportare di convivere con un'umanità che permette che dei bambini non nati brucino in eterno? Se però decidiamo di non porre limiti alla misericordia di Dio, il pensiero dell'infanticidio diventa un po' più sopportabile. Ma pur sempre infanticidio resta.


Ecco, quando discutiamo del cosiddetto "islam moderato", e ci sembra una contraddizione in termini, (come si possono "moderare" certi dettami del Corano?) forse potremmo fare un confronto con una situazione del genere: uno dei principi più strenuamente difesi dal cattolicesimo moderno - non quello medievale, tomista, no: quello post-conciliare - è la sacralità della vita dal concepimento. È un principio che non ha nulla di "moderato", il famoso "valore non negoziabile": chi abortisce è un'assassina, chi l'aiuta è complice di strage. La "moderazione" non interviene sul piano ideologico, ma su quello pragmatico. Cioè, nella teoria un cattolico non può non pensare che Emma Bonino sia una stragista dichiarata. Nella pratica, se la incontra in chiesa durante un rito funebre non si sbigottisce; addirittura può domandarsi come mai non la facciano salire sul pulpito per dire due parole. Questa ci sembra "moderazione", ci sembra "buon senso", ma se fossimo un po' più estranei alla situazione potremmo anche chiamarla "doppiezza", o "ipocrisia". Come quando accusiamo i rappresentanti dell'"Islam moderato" di non raccontarcela giusta, di fingere di non vedere i passi più violenti del Corano che pure sono attualmente messi in pratica nelle teocrazie e nelle repubbliche islamiche.

Quando poi capita che un tizio entri armato in un consultorio e faccia fuoco su dei dottori, lo chiamiamo "matto". Non ci attraversa nemmeno per un istante l'idea di accusare il Papa, o qualche pastore protestante, di averlo ispirato. Eppure.
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L'Isis è tra noi. E non vuole che andiamo in gita

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First We Take Torpignattara... 

Cari operatori locali del terrore: politici, opinionisti e semplici reporter a caccia di segni che l'Isis sta arrivando, è qui, non farà prigionieri; care quinte colonne della Jihad prossima ventura, che posso dirvi? Potreste persino aver ragione.

In effetti non c'è motivo di pensare che gli errori commessi in Belgio o in Francia, in materia di immigrazione o integrazione, non siano stati ripetuti anche da noi; e che nell'hinterland di qualche città italiana non esista un ghetto come Molenbeek, dove gli integralisti possono nascondersi e fare proselitismo indisturbati. L'ipotesi è plausibile, non si può liquidare con un'alzata di spalle. Una Molenbeek italiana magari c'è.

A questo punto però dovreste mostrarcela.

Perché se tutto quello che riuscite a trovare è Torpignattara; e anche per dipingere Torpignattara come un ghetto islamico siete costretti a sforbiciare vecchi spezzoni d'interviste, ecco, no. Topignattara sicuramente non è il paradiso, ma altrettanto sicuramente non è il quartiere marocchino di Molenbeek. Se la minaccia islamica in Italia esiste, perché vi riducete a inventarvela? I vostri dossier dovrebbero essere gonfi di fatti, di soprusi, prevaricazioni documentate, musulmani che minacciano salumieri, donne costrette a velarsi, ecc. È da vent'anni e più che ci state raccontando di un'invasione islamica dell'Italia, come minimo a questo punto dovrebbero essere riusciti a imporre la Sharia almeno in una circoscrizione, un isolato, un ballatoio. Voi dovreste essere là, e documentare la cosa con tutta la Rabbia e tutto l'Orgoglio di cui siete sicuramente capaci. E invece.

E invece l'altro giorno un giornalista come Filippo Facci, non esattamente un becero qualunque, si ritrova a scrivere una cosa del genere:
Non voglio leggere che una gita scolastica è stata annullata perché prevedeva la visita a un Cristo dipinto da Chagall: voglio che gli insegnanti responsabili vengano sanzionati, o, addirittura, come ha scritto Claudio Magris sempre sul Corriere, licenziati.
La Grande Minaccia Islamica 2015: una gita scolastica annullata. Peccato che non sia semplicemente vero: che la notizia di una classe che rinuncia alla gita per non offendere gli alunni musulmani fosse già stata smentita dal preside della scuola nel momento in cui Facci si sedeva a scrivere il suo laico grido d'allarme. Poco importa: in mancanza di niente gli operatori locali del terrore hanno deciso che il segno dell'Apocalisse musulmana è questo: un consiglio di classe che blocca una gita per mancanza di adesioni (una cosa che è sempre successa, anche quando i genitori che non volevano pagare non erano ancora musulmani ma semplicemente poveri). Ne sta parlando la Meloni in tv proprio adesso a Porta a Porta, in palese cattiva fede. Nel frattempo il Miur ha mandato gli ispettori in quella scuola, al cui dirigente va tutta la mia solidarietà.

(Non so se vi rendete conto. Durante un consiglio di classe decidono di bloccare una gita probabilmente per mancanza di adesioni. Nel corridoio qualcuno mormora che è colpa dei genitori musulmani. La scuola finisce sui giornali. Claudio Magris sul Corriere vuole licenziare gli "insegnanti responsabili"! Cioè se tu blocchi una gita scolastica perché un po' di genitori non se la sente di pagare, Claudio Magris chiede al Corriere che tu sia licenziato, e il Ministero ti manda gli ispettori. Ma questo non è cavarsela a buon mercato? Forse si dovrebbe fare di più, magari iniziare a tagliare qualche parte del corpo al professore che non riesce a organizzare una visita d'istruzione. Non possiamo mica rischiare che vinca l'Isis).

Facci comunque non si preoccupa soltanto per le visite d'istruzione. Mali tempi incorrono:
Non voglio che la scuola pubblica elimini dai testi scolastici le parole «maiale» e «carne di maiale» (più tutti i derivati) per non offendere musulmani ed ebrei: 
A me questa è sfuggita: qualcuno ha proposto di togliere "maiale" e "ciccioli frolli" dai testi scolastici? Che io sappia a musulmani ed ebrei è fatto divieto di mangiarne, non di sentirne parlare o di leggere la parola su un libro. Insomma questa è una cosa che è successa davvero o un'esagerazione? E che bisogno c'è di esagerare, se in giro per l'Italia vige davvero la Sharia? Ma fateci degli esempi concreti.

Facci non fa che ripetere lo stesso schema che dall'11 settembre hanno ripetuto tutti gli operatori locali del terrore: siccome la Minaccia Islamica tarda un po' a manifestarsi, se la fabbricano in casa con quel che passa il convento. A Sarcazzo sull'Oglio un crocefisso è caduto da una parete e nessuno l'ha raccolto; nel comune di Massaveneta si sono rotti i coglioni di fare il presepe; la tal classe non va in gita: tutti segni che Maometto sta vincendo. In fondo l'Isis, quando proclama su Youtube di essere a poche miglia nautiche da Roma, non sta facendo la stessa cosa? Arrendetevi, abbiamo conquistato un quartiere di Tripoli, stiamo arrivando.

La grande maestra di questi professionisti del panico è stata ovviamente lei, Oriana Fallaci. Tre anni dopo aver vomitato tutta la sua Rabbia e il suo Orgoglio, pubblicò un testo che si presentava sin dal titolo come un'assai più ponderata riflessione sul tema Quei bastardi fottuti ci fanno il culo, tiriamo fuori le palle, Cristo! Il volume, il secondo della trilogia, si intitolava appunto La forza della ragione. 
"Stavolta non mi appello alla rabbia, all'orgoglio, alla passione. Mi appello alla Ragione".
In questo testo tanto ragionato, la Fallaci spiegava ai suoi lettori che lo Stato in quel momento (2004!) stava giungendo a una specie di concordato con le comunità islamiche operanti nel Paese. Cito da Cathopedia:


Le bozze d'intesa tra Stato italiano e comunità islamiche prevederebbero inoltre: il riconoscimento del venerdì come giorno di festa (per i soli musulmani, insieme alla domenica); la possibilità di interrompere il lavoro per recitare la preghiera rituale quattro volte al giorno; l'esenzione dal lavoro per gli islamici in occasione delle loro feste e per poter effettuare il pellegrinaggio a La Mecca; la possibilità per le donne di avere sui documenti d'identità la foto con il velo; la facoltà di usufruire del contributo dell’otto per mille; il riconoscimento della validità del matrimonio islamico con relativa facoltà da parte del marito di ripudiare la moglie o praticare la poligamia (attualmente punita dal Codice penale); l'obbligo per ogni mensa aziendale, scolastica, ospedaliera, carceraria di distribuire cibi islamici; il permesso di praticare la sepoltura dei cadaveri secondo il rito islamico (cioè il cadavere avvolto solo da un lenzuolo e sepolto a fior di terra, in contrasto con le nostre norme igienico sanitarie)...
Sono passati undici anni: qualcuno sa che fine hanno fatto quelle "bozze d'intesa"? Nel caso, potrebbe anche ragguagliarmi su quali "comunità islamiche" stessero facendo pressione sul governo Berlusconi per depenalizzare la poligamia? Ci sono tracce di queste bozze, da qualche parte, onde verificare se davvero qualcuno aveva intenzione di seppellire cadaveri avvolti in un lenzuolo a fior di terra? Perché tutte queste cose le scriveva la Fallaci, e la Fallaci ci stava parlando con la Forza della Ragione.

Adesso ve li faccio io degli esempi concreti. Io abito in un piccolo centro dove non ci sono moschee. Ufficialmente. Se parli coi ragazzi ce ne sono cinque o sei. Almeno fino a qualche anno fa il principale problema di sicurezza era la tensione tra arabi e pachistani - presso la stazione autocorriere ci fu una rissa memorabile. A una decina di chilometri da casa mia, qualche anno fa una madre musulmana difese sua figlia con la vita - e fu uccisa dal marito. Di cose successe più vicino a me non posso parlare; dico solo che ogni volta che sento un giornalista o un opinionista montare a neve un caso come quello della scuola di Firenze, mi sento preso in giro. Solo con le madrase clandestine ci sarebbe di che riempire un libro non ridicolo, e tutto quello che riuscite a trovare voi cazzari anti-islamici è una classe che non va in gita. Non fate senso solo come giornalisti, incapaci di notare quel che succede appena un po' oltre la punta delle vostre scarpe: fate pure pena come quinte colonne del terrore, bravi solo a spaventarvi a vicenda. L'Italia potrebbe anche diventare più pericolosa del Belgio, non lo so e non lo escludo; ma so che nel caso sarete gli ultimi ad accorgervene.
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Islam non è la risposta

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20 novembre - San Dasio († 303), martire.

A San Dasio, un martire qualsiasi, caduto ovviamente ai tempi di Diocleziano presso Durostorum (oggi sarebbe Bulgaria), un monaco che s'annoiava associò una leggenda curiosa. Dasio non aveva ancora fatto il suo coming out di cristiano, quando fu acclamato dai suoi concittadini re dei Saturnali, il carnevale di quei tempi: al termine del quale il re sarebbe stato scannato dai suoi sudditi in festa. Era un'usanza che magari il monaco si inventò lì per lì per conferire ai legionari pagani i costumi più turpi possibili: finché James Frazer non la trovò e in un qualche modo decise che si trattava dell'unica testimonianza rimasta di un antichissimo rito comune a tutta l'antichità greca e romana, in fondo perché no? Se l'ha detto Frazer.

Solo a quel punto Dasio, vedendosi comunque condannato a morte, decise di rivelarsi per un cristiano: e così, invece che sacrificato a Crono, morì da martire. La storia sembra escogitata apposta per provocare una discussione: benché sia morto esattamente sotto le stesse armi di tanti altri colleghi di martirio, Dasio potrebbe sembrarci un po' meno eroico: mentre ad altri fu offerto di rinnegare il loro Dio, e rifiutarono, Dasio sapeva che sarebbe morto in ogni caso. L'unica scelta a sua disposizione era cambiare il senso della sua morte. Voi dite che io muoio per X, e invece io muoio per Y. Per noi, che non crediamo più né in X né in Y, la cosa sembra quasi irrilevante. Ma la stessa cosa penseranno i posteri di noi.

Un giorno scrolleranno un papiro, un microfilm, un'immagine a mezz'aria, e leggeranno dei dibattiti che facevamo nel novembre del 2015 sugli stragisti di Parigi: se fossero morti perché (x) islamici o perché (y) vittime della mancata integrazione, del degrado delle banlieues (z), del pasticcio geopolitico medio-orientale (w), della carestia che col riscaldamento globale cominciava a bussare a un bordo del Mediterraneo (v): e tutti questi concetti per loro saranno ugualmente astratti. I fatti di cronaca in sé, invece, li afferreranno benissimo: c'era una fazione che voleva seminare il terrore sparando a obiettivi precisi ma anche a casaccio; questo è comprensibile, è successo altre volte e probabilmente non smetterà mai di succedere, per cui possiamo essere ragionevolmente sicuri che finché ci saranno individui della nostra specie, la violenza terroristica non sarà loro aliena: ma avranno parole diverse per spiegarla, parole che a loro sembreranno molto più semplici. Scrolleranno la testa, invece, di fronte alle nostre astruse spiegazioni, alle nostre razionalizzazioni così poco razionali.

Quando per esempio parliamo di Islam, e ci domandiamo se possa avere o meno a che fare col terrorismo. È una domanda seria? Voglio dire, sono musulmani integralisti, brandiscono il Corano, ci definiscono infedeli e crociati, e muoiono come martiri: così a occhio direi che l'Islam un po' c'entra. È curioso anche solo il fatto che ci poniamo il problema. Perché abbiamo difficoltà ad ammettere che la religione sia un fattore determinante, se non scatenante, di un fenomeno terroristico? Probabilmente perché abbiamo paura di offendere quei musulmani che non sono integralisti, né fanatici, né terroristi (è la stragrande maggioranza) e che anzi, sono il primo obiettivo degli integralisti, dei fanatici, dei terroristi. I cosiddetti "islamici moderati". Bene.

Ma è una paura che si spalma sull'ipocrisia. Se davvero fossero "moderati", non dovrebbero offendersi, tanto è evidente il fattore religioso in un terrorismo di dichiarata matrice islamica. Allora forse siamo noi per primi a non crederci molto, a questa cosa dei "moderati". Abbiamo paura di urtare la loro suscettibilità - e se poi si radicalizzano? Se smettono di essere "moderati"? (Noto qui per inciso che in italiano il termine esiste solo per gli islamici: non ho mai sentito parlare di cristiani o di ebrei "moderati" - al massimo di cristiani integralisti, o ebrei ultraortodossi. L'islam è l'unico grande monoteismo che sentiamo di dover "moderare").

Il vero motivo per cui almeno io percepisco una certa difficoltà a individuare l'Islam come un agente patogeno del terrorismo, è molto più terra-terra: non voglio darla vinta alla Fallaci. E a tutti quelli che la citano, ovviamente, ormai senza neanche leggerla più (resterebbero sorpresi nello scoprire, per esempio, che era scettica sugli effetti della Guerra al Terrore di Bush; e del disprezzo con cui liquidava la Lega e il suo leader di allora). Per un sacco di gente, dall'11 settembre di 14 anni fa, "Islam" è diventata la risposta più comoda, e in molti casi l'unica. Perché ci vogliono ammazzare? Perché sono islamici. Ma non sarà che provengono da Paesi disastrati dalle fallimentari strategie geopolitche delle superpotenze? Naaah, è solo che sono islamici. Sicuri che non c'entri per niente il modo in cui abbiamo corrotto la loro classe dirigente, mettendo un Paese contro l'altro e vendendo armi un po' a tutti, senza riflettere su che fiori tossici sarebbero nati dalle macerie? No, no, guarda, è molto più semplice: loro leggono un solo libro e su quel libro c'è scritto che ci devono ammazzare. E la fragilità del benessere di Paesi basati sull'esportazione di idrocarburi, praticamente privi di una classe media che possa creare le premesse per una democratizzazione e laicizzazione della soc... Uff, perché la fai tanto lunga? Islam. E la questione israelo-palestinese, questa ferita aperta che non si ricuce mai? Anche lì, è semplicissimo: i palestinesi sono islamici, gli islamici sono antisemiti, quindi... E il malessere delle banlieues? Dovevano stare a casa loro. Ma le migrazioni sono inevitabili, cioè guarda qualsiasi proiezione demografica, è chiaro che un sacco di gente arriverà in Europa da sud in cerca di cibo e lavoro, parliamo di milioni di persone, mica li puoi tenere fuori... non essere buonista, loro vengono perché sono islamici e sul loro libro c'è scritto che ci devono conquistare. Ecc. ecc.


Nota per il postero: non sto riassumendo dei discorsi da bar. Ovvero, è chiaro che se ne sentono anche al bar, di discorsi così: ma sono gli stessi che fanno autorevoli leader di partito, intellettuali, opinionisti anche loro "moderati": quelli del Corriere che si nascosero dietro le urla scomposte dell'anziana Fallaci (nessun editorialista maschio ebbe il coraggio di prendersi una fatwa in quell'eroico momento: tutti dietro la vecchietta). Quelli un po' bricconcelli, un po' situazionisti del Foglio; gli sciacalli del collasso del berlusconismo, Salvini e la Meloni. Per loro ormai "Islam" significa "ci odiano", il che rende i loro ragionamenti perfettamente circolari, se non puntiformi. Perché ci odiano? Perché sono islamici. Perché sono islamici? Perché ci odiano. Quel corto circuito tautologico che attirava l'attenzione di Roland Barthes. "Islam" per noi è ormai un mito, nel senso che lui dava al concetto; una parola svuotata del suo senso originario, delle storie complesse che rappresentava, e trasformata in un dato di natura. "Ci odiano", e non c'è bisogno di altra spiegazione. Ormai lo possiamo scrivere sulla cartina, proprio dove una volta scrivevamo "Hic sunt leones". Non c'è bisogno di indagare, studiare, capire. Ci odiano. Perché? Islam (continua sul Post...)

Allora il motivo per cui faccio fatica a unirmi al coro è proprio questo. So benissimo che l'Islam è un fattore importante, ma a questo punto non posso che chiedermi: cos'è l'Islam? E perché oggi è importante e 50 anni fa molto meno? Quali sono i processi storici, sociali, economici, che hanno reso possibile un'insorgenza religiosa in Paesi come l'Egitto, la Siria, l'Iraq, che nel dopoguerra sembravano regimi laici oscillanti tra un socialismo nazionale e un nazionalismo tout-court? Soprattutto: se 50 anni fa le parole d'ordine erano "rivoluzione proletaria" e "liberazione nazionale", e oggi sono "califfato" e "Jihad", non viene a nessuno il dubbio che siano solo etichette che si cambiano ogni tanto, quando la nuova generazione si stanca dei discorsi dei vecchi? In ogni caso, è chiaro che l'Islam c'entra, ma non è la spiegazione. È solo il nome che do a un problema complesso.

Succede un po' la stessa cosa con una parola molto diversa, "Euro". Abbiamo diverse ipotesi per le difficoltà economiche in cui versa il nostro continente; abbiamo dati oggettivi (l'enorme divario tra il nostro costo di vita e quello dei lavoratori di 3 miliardi di Paesi in via di sviluppo). Possiamo metterci a studiare con attenzione il problema e proporre soluzioni difficili e mai indolori, oppure possiamo attribuire tutte le colpe all'"Euro". Non avremo nemmeno del tutto sbagliato, perché per diversi cittadini europei l'Euro è davvero un problema (così come l'Islam è davvero una minaccia). Avremo semplicemente deciso di non risolvere un problema, di nominarlo soltanto. Siamo in crisi? Euro.

Suppongo che chi verrà dopo di noi sarà meno disposto ad accontentarsi: leggeranno "Euro", leggeranno "Islam" e si domanderanno: di cosa stavano parlando in realtà? Noi, quando leggiamo delle risse in strada tra nestoriani e monofisiti, abbiamo una certa difficoltà a convincerci che si trucidassero davvero per questioni teologiche che per noi sono lana caprina. Abbiamo sempre il sospetto che dietro ci fossero altre tensioni, sociali ed economiche. I posteri faranno lo stesso con noi. Quando alla pagina del 2015 leggeranno Islam, non crederanno nemmeno per un istante di trovarsi davanti allo stesso "Islam" del volume dedicato al millennio precedente, quello coi beduini e le scimitarre. Siamo in quello coi pozzi di petrolio e Internet, tutte le parole nel frattempo hanno cambiato numerosi significati e senz'altro è successo anche a "Islam". Leggeranno dei martiri suicidi e si domanderanno: per cosa morivano davvero? Per il paradiso di Maometto, che lo immaginava verde perché aveva in mente il colore delle oasi nel deserto? Per le 72 vergini? Questi sono i motivi che appiccichi al tuo martirio quando sai che ormai morirai in ogni caso, come San Dasio. Ai posteri forse interesseranno altre cose: l'economia? che tipo di welfare, che tipo di integrazione sociale permetteva a Hasna Aitboulahcen di nascere a Clichy la Garenne, studiare a Metz, dirigere una piccola azienda e poi farsi saltare in aria nel tentativo di ammazzare più poliziotti possibile? "Islam" non sarà una risposta soddisfacente molto a lungo: riempie la bocca, ti può far vincere qualche elezione, ma alla fine non spiega niente. E soprattutto non offre nessuna soluzione a lungo termine.

Tutto lì il problema, in fondo: cioè, anche ammesso che il problema sia "Islam", che si fa? Ogni volta che rivolgerai questa domanda al fallaciano di turno, lui butterà la palla in tribuna. Se davvero il problema è l'Islam, coerenza vorrebbe che rispondessimo con una Crociata; si sa come funziona, c'è vasta letteratura sull'argomento. Bisogna scannarne molti e provare a convertire gli altri: è molto costoso e... non funziona mai (ci abbiamo provato una dozzina di volte). E quindi? Dietro a tutta la Rabbia e tutto l'Orgoglio c'è una sorda sensazione di Impotenza.

Un altro motivo per cui ho qualche difficoltà a dire "Islam" è che quando affronto un problema, io cerco subito la soluzione. È un mio grosso difetto, perché la soluzione a volte richiede molto tempo e io quel tempo non lo voglio perdere. Per cui se mi chiedi come risolvere il problema del Terrorismo, io quasi quasi ti rispondo su due piedi. Dunque. Siccome tutti i terroristi europei dell'Isis fin qui acciuffati sono cresciuti in Europa, penso sia un problema europeo. Credo che rifletta il malessere sociale degli immigrati di seconda generazione, e che si debba prevenire spendendo parecchi soldi in più in welfare e integrazione. Hai visto come ho fatto presto?

E l'Islam? E l'Islam c'è, non posso mica far finta di non vederlo. È una religione complessa - come tante altre religioni. È un'ideologia che può portare alla violenza, come quasi tutte le ideologie; più di altre, meno di altre, difficile stilare una classifica. Ammetterlo non deve costarmi fatica, ma non mi offre nemmeno una soluzione pratica. Sappiamo che le conversioni forzate non funzionano; che creare martiri è controproducente. Se vogliamo secolarizzare l'Islam, forse dobbiamo studiare il modo in cui si è secolarizzata dal XVI secolo in poi la società europea. Non è stato un processo lineare, ed è morta un sacco di gente. Oggi tutto succede molto più in fretta e gli europei sono molti, molti di più, ma non deve necessariamente essere una catastrofe. A occhio credo che servirà molto laicismo: lo direi persino se fossi un cattolico devoto; nel momento in cui il cristianesimo non è più maggioritario, solo un'autorità statale laica mi può garantire la libertà di culto. Viceversa gli atei che si fanno devoti mi sembra che stiano semplicemente perdendo la testa. È puro panico, quello che esprimeva l'anziana giornalista atea quando si rimetteva a rimpiangere i bei campanili dell'infanzia. Non è identità, è un approccio vintage, perdente, come quello dei neopagani che nel quarto secolo reagivano al cristianesimo cercando di rianimare gli esausti dei del pantheon greco-romano. Se volete che l'Islam del futuro sia diverso dall'Islam di adesso, dovete accettare che anche il cristianesimo del futuro sarà diverso. Sarà tutto diverso, e magari in un modo che non ci piacerà, ma dopotutto non dovremo conviverci a lungo.

A un certo punto ce ne dovremo andare. Alcuni avranno la possibilità di dichiarare perché se ne vanno: di morire in nome di Cristo, di Allah, della laicità, dell'Europa più o meno ariana, della pace. Ma poi verrà gente che avrà problemi a distinguere Allah, Cristo, la laicità, non troverà i confini dell'Europa né il gene dell'arianità. Per loro saranno solo valori astratti, X, Y, Z. Chissà cosa ne penseranno. Magari anche niente.
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Avevamo il 5% e avevamo ragione

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Avevo in bozza la fine del ragionamento sul partito di sinistra del 5%, che questa settimana sembra abbastanza superato (alligna in me almeno il germe dell'ottuso-bravo-cittadino, quello che nei momenti di crisi si stringe alla bandiera e alle istituzioni; al punto che riesco ad apprezzare un buon discorso di Renzi e persino qualche degno intervento di Angelino Alfano; e a sospirare al pensiero che nelle stanze dei bottoni ci siano loro e non altre creature sempre meno antropomorfe).

Una cosa però la voglio buttare giù, visto che in questi giorni è facile andare col ricordo al periodo della guerra al terrore. Bene, se c'è stato un momento, negli ultimi vent'anni, in cui una sinistra minoritaria ha dimostrato di essere utile, se non necessaria, è stato quello. Non eravamo tantissimi, non avevamo necessariamente categorie più raffinate dei neocon che avversavamo; non eravamo eleganti, non sapevamo capitalizzare i successi dei forum sociali e dei cortei no-war. Non eravamo l'avanguardia intellettuale del Paese e non meritavamo senz'altro di conquistare l'egemonia; però avevamo ragione.

Ce lo hanno mostrato i fatti, lo ha ammesso persino il mellifluo Tony Blair. Qualsiasi ingenua analisi postata su un blogghetto amatoriale (che mi costa una certa fatica andarmi a rileggere) sembra comunque illuminata da una spaventosa chiaroveggenza, se solo la paragono alle ciarle che nello stesso periodo facevano sbrodolare alla povera Fallaci. Avevamo ragione sui rischi di destabilizzazione del Medio Oriente, avevamo ragione nel liquidare a sberleffi le ideologie contraddittorie dello scontro di civiltà e dell'esportazione della democrazia; eravamo forse un po' più ingenui quando parlavamo di petrolio, ma almeno avevamo capito che sotto la trama religiosa c'è sempre la cara vecchia economia.

In seguito c'è chi è partito per la tangente; chi aveva troppo fiuto per i retroscena ha iniziato a vedere false flag e scie chimiche; però l'intuizione iniziale era buona, e veniva da un ambiente che conservava gli strumenti per vedere quello che altri non potevano o non volevano vedere, per diplomazia o per interesse o pura e semplice insipienza. Non è che abbia nostalgia di quello spazio e di quel momento (che non è mai riuscito a costituirsi in un partito organizzato, peraltro). Ma credo che molti giovani avrebbero bisogno proprio di un ambito del genere, dove coltivare un sano dubbio post-ideologico e imparare a irridere gli impavidi arruolatori di ogni stazza ed età. Certo, le elezioni non si vincono subito e forse non si vinceranno mai. C'è però anche altro nella vita: e anche il piccolo orgoglio di avere avuto i dubbi giusti e quasi sempre ragione non è da sbatter via. Ci si può costruire qualcosa.

(Vien quasi la vertigine, a pensare quanto ero stupido quando avevo sempre ragione. A me poi piacerebbe anche aver torto ogni tanto, son quel classico Tramaglino a cui piacerebbe annoiare il prossimo raccontando i propri errori di gioventù. Ne avessi fatti un po' di più! e invece quasi niente).
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Se è una guerra siate adulti, per favore.

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In Italia al sabato le scuole sono aperte, il che almeno mi ha impedito di passare mezza giornata su internet a litigare. Grazie al cielo c'è un lavoro da fare, e grazie al cielo è un ottimo lavoro - anche le mattine in cui i ragazzi sono nervosi e non sai bene cosa raccontare. Una cosa bella del mio lavoro è che mi mette costantemente davanti ai miei limiti e mi obbliga a essere una persona un po' migliore. Non sempre ci riesco, ma quando uno è costretto a provarci cinque mattine su sei alla fine qualche risultato lo porta a casa.

A volte credo che molta gente avrebbe semplicemente bisogno di sperimentare quello che quotidianamente capita a tizi come me: invece di alzarsi e correre a citare qualche frasetta della povera Fallaci, o titolare "bastardi islamici" per lucrare un po' di copie, provare a venire in una scuola qualsiasi della Repubblica, al mattino: a entrare in una classe e trovarsi venticinque cuccioli, di cui quattro o cinque musulmani. E a quel punto, coraggio, vediamo fino a che punto riesci a parlare di invasione, di eurabia. Vediamo fino a che punto riesci a dire "islamici bastardi" in presenza di bambini normalissimi che hanno lo stesso zainetto degli altri, lo stesso astuccio degli altri, gli stessi voti degli altri - e sono nati nello stesso ospedale dove sei nato tu.

In *tutte*, cioè non è che se fai il liceo coreutico
non devi studiare la Fallaci.
A questo punto, mentre non trovi le parole per offendere la religione di un miliardo di persone, magari potresti notare che quei bambini, quei ragazzi, possono essere persino più spaventati di te: e che quei gridi scomposti e intolleranti che su facebook o altrove ti riuscivano così bene, ti facevano sentire così libero... non sono altro che forme di panico; e tu non puoi farti prendere dal panico, perché sei l'adulto e gli adulti non dovrebbero cedere al panico. Altrimenti hanno vinto loro, no?

E tu non vuoi che vincano loro, o no?

Tu dici che è una guerra: va bene. Non sarà allora il caso di comportarsi come ci si comporta in una guerra? Da uomini, si diceva una volta. Da adulti, diciamo. E quindi: se abbiamo paura, dobbiamo ricacciarcela in gola, e ai ragazzi prima di ogni discussione premettere un concetto: vinceremo. Anche se oggi siamo in ginocchio (ma ci rialziamo), anche se per qualche minuto abbiamo davvero avuto paura (ma ci sta passando), anche se per un attimo un nemico ci ha portato a sospettare l'uno dell'altro, ad accusare l'uno o l'altro; tutto questo non importa, perché contro il terrorismo abbiamo sempre vinto e vinceremo anche stavolta. Perché ieri sera i parigini aprivano le porte delle case per dare rifugio a chi scappava; perché i tassisti hanno fatto la spola per tutta la notte, perché per ogni terrorista ieri a Parigi c'era almeno un migliaio di cittadini che sono accorsi agli ospedali a donare il sangue: perché noi siamo tanti, e loro no. Siamo uniti, e loro no. Siamo più forti, e certamente qualcuno di noi può cadere, ma noi tutti insieme no.

Va bene che non siamo tutti Churchill, ma resto convinto che siamo migliori della nostra bacheca su facebook. E allora basta chiacchiere per favore, un po' di coraggio e un po' di disciplina, è tutto.
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Gli stragisti italiani e i loro cattivi maestri

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"Semmai lo Stato ci tortura lasciando mano libera ai magistrati", scriveva giusto ieri Sallusti, in un pezzo dichiaratamente senza vergogna. Oggi Claudio Giardiello ha impugnato una pistola - mirava a un pubblico ministero - e ha ucciso un giudice e un avvocato. Può darsi che non fosse un lettore di Sallusti. Potrebbe essersi perso quel folle pomeriggio di tre anni fa, quando il signor Martinelli entrò armato in un ufficio postale e fece 15 ostaggi: e poiché non era un integralista islamico, né un black bloc, ma un imprenditore che non voleva pagare il canone RAI, Bossi affermò che andava "capito", e Fabrizio Rondolino lo definì "un eroe" che lottava "per le nostre libertà naturali". Un eroe ancora barricato in un ufficio postale con fucile a pompa, due pistole e 15 ostaggi.
https://twitter.com/loffio

Può darsi che di questo "brutto clima" di cui si lamenta l'ex pm Gherardo Colombo, non siano responsabili gli organi di stampa inflessibili coi no-tav e pieni di comprensione per la sofferenza di chiunque sia in difficoltà coi pagamenti - purché abbia un cognome italiano. "Compagni che sbagliano", si diceva una volta: adesso sono più spesso imprenditori, ma insomma, vanno capiti. Sparano, feriscono, uccidono: ma interpretano un disagio reale. Ecco, chiunque scriva queste cose, sappia che almeno per quanto mi riguarda fa lo stesso schifo di chi scusava il terrorismo brigatista 40 anni fa, e quello islamico oggi. Magari non siete responsabili, no. Sicuramente siete irresponsabili.
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Certi africani sono più morti di altri

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Quando 10 anni fa arrivarono i primi video di decapitazioni dall’Iraq, alcuni opinionisti iniziarono a invitarci a non distogliere lo sguardo, perché solo guardando quei video avremmo capito davvero cos'era il Terrorismo. Una singolare sintonia coi terroristi che quei video li giravano e diffondevano: curiosamente Al Zarqawi e Antonio Polito desideravano da noi la stessa reazione, più di pancia che di cervello. Perché alla fine in quelle decapitazione c’era poco da capire, e molto da soffrire.

Col tempo l’invito a non distogliere è diventato un genere a sé. Sabato Paolo Giordano ci invitava a “riguardare l’immagine della strage di Gaiassa sostituendo “alla pelle scura dei volti schiacciati una carnagione chiara”. Altrimenti rischieremmo di sentirci “solo timidamente partecipi”, come davanti alle foto dei massacri in Ruanda. Invece occorre empatizzare di più, perché le vittime sono cristiane (ma veramente anche in Ruanda...), perché “ci assomigliavano, perché cristiani e attratti dalla stessa cultura universale sulla quale si fonda ogni atto quotidiano. Il loro peccato imperdonabile era di essere come noi”.

E se invece non avessero voluto essere come noi, come le vittime musulmane dei cristiani che in Centrafrica hanno distrutto 417 moschee? O come gli abitanti musulmani di Gaiassa che furono massacrati da un governo ‘cristiano’ nel 1980? In quel caso, mi par di capire, sbiancare la pelle non servirebbe a niente: c'è nero e nero, non tutti meritano la nostra preziosa empatia.
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Troppi specchi in questo bar, andiamo via

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Ma siamo sempre stati così? Così incapaci di festeggiare semplicemente per il ritorno a casa di due giovani, così insofferenti per il coraggio che le ha trascinate nei guai, così meschini da voler fare i conti in tasca a chi all'occorrenza salverà anche noi? È difficile dire. Senz'altro sono successe cose, negli ultimi dieci anni, che ci hanno segnato. Può darsi che la crisi ci abbia indurito; di certo le guerre in medio oriente non sono più una nostra priorità - più una di quelle pendenze a cui non vorremmo mai pensare, che ogni tanto salta fuori irritando i nostri sensi di colpa.

Del resto, se anche fossimo stati altrettanto cinici dieci anni fa - quando furono rapite e poi liberate Simona Torretta e Simona Pari - non ci avremmo fatto così tanto caso. Non c'erano i social network ad amplificare le nostre reazioni più luride. Probabilmente qualche brutta chiacchiera da banco la sentivamo anche allora: ma quel che si diceva al bar, restava al bar. Adesso è diverso. Adesso un commentino di un balordo in calce a un pezzo del Giornale rimbalza su qualche sito specializzato in bufale finché non rimpalla sulla timeline del vicepresidente del Senato.

A che serve avere un blog da così tanti anni, se non a offrire qualche controprova, qualche capsula del tempo. Sull'argomento in archivio c'è un pezzo solo, abbastanza imbarazzante (quanto scrivevo male, dio mio). Tutto giocato sull'idea dell'"isteria" di media, governo e opposizione, che secondo il mio illuminato giudizio non sapevano gestire la crisi né comunicare nulla di sensato. Col senno del poi è tutto piuttosto discutibile (il governo in questione risolse la crisi con una certa efficienza, anche se nessuno dei suoi esponenti sembra andarne molto fiero oggi). Me la prendevo già coi giornali che titolavano qualunque cosa senza riscontri, con la nostra ansia di essere aggiornati ("noi che tra un tg e l'altro consultiamo il televideo", che tenerezza), con Berlusconi che non annullava una visita diplomatica, con Bertinotti che parlava in nome dell'opposizione quando avrebbe potuto anche tacere, con Gianni Letta che licenziava un comunicato costituito di un solo periodo sintattico di 113 parole. Basta. E per gli standard di allora ero uno che se la prendeva per un sacco di cose. Ma l'opinione pubblica? Niente. Non pervenuta. Parlavo di media, e non di lettori. Di governanti, e non dei loro elettori. Ero molto incazzato con chi aveva responsabilità - io non ne avevo. Urlavo dal basso all'alto. Non è una posizione molto elegante, ma per un blog è l'unica sensata.

E se fosse questa, la cosa che è maggiormente cambiata in questi dieci anni? Non la meschinità, non il cinismo, ma l'enorme specchio che Zuckerberg e colleghi ci hanno messo davanti. Tutti questi pareri di perfetti sconosciuti che rimbalzano qua e là - spesso ritagliati e riprodotti in screenshot come rappresentativi di chissà quale sentimento popolare - tutta questa merda non era ancora così facilmente disponibile. Bisognava andare a estrarla dai forum o dai blog (molti quotidiani non avevano ancora aperto lo scolo della fogna sotto ai loro articoli), una gran fatica. Quel che era al bar restava al bar. Era meglio? Era peggio? Era diverso.

Che ipocrita sarei a sostenere che lo specchio di Zuckerberg non mi fornisca mai dritte importanti. È come entrare in decine di bar tutti i giorni, e non m accorgo nemmeno di pagare la consumazione. Quel che pensa la gente mi interessa, mi ha sempre interessato, perché non dovrebbe interessarmi? C'è il problema che su facebook, come dovunque, la battuta trucida o l'opinione tagliata col coltello vinceranno sempre la gara di like contro i ragionamenti ponderati: c'è un sacco di gente intelligente e garbata al bancone, ma l'unica cosa che si sente distintamente è la gara di rutti là nell'angolo. Se l'obiettivo è perdere la fede nell'umanità, i social network si prestano davvero molto bene.

Continuerò a usarli, perché non saprei dove altro andare. Ma mi propongo, come misura di profilassi, di non prendermela mai coi perfetti sconosciuti, per quanto penose od offensive mi possano sembrare le loro opinioni. Continuerò per quel che posso a mirare in alto, con quella caratteristica immodestia che mi imbarazzerà tantissimo quando rileggerò questo pezzo nel 2025. Me la prenderò con chi ha il potere, e in teoria dovrebbe saperla più lunga, e in pratica ha più responsabilità per quello che dice o fa: coi giornalisti e politici. Con chi 'indirizza' le opinioni - per quanto sappia che non funziona esattamente così: che per ogni Sallusti ci sono migliaia di italiani che erano stronzi anche prima di mettersi a leggerlo; migliaia di stronzi con cui un Sallusti ha deciso lucidamente di sintonizzarsi. Questo però non scusa un Sallusti: io continuerò a prendermela con lui, e a salutare con gentilezza i suoi lettori che domani incontrerò al bar, perché in questo mondo ci devo pur vivere. Ci sarà sempre qualche idiota che la spara più grossa e non posso fare a pugni con tutti, per quanto ne dica il papa.
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Charlie è un martire, e io l'ho tradito

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13 gennaio - Santi Ðaminh Phạm Trọng Khảm, Giuse Phạm Trọng Tả, Luca Phạm Trọng Thìn, martiri in Vietnam

Di loro so pochissimo. Erano laici francescani di Quần Cống, che 156 anni fa rifiutarono di calpestare la croce e furono pertanto torturati e uccisi a Nam Đinh. Le periodiche persecuzioni ordinate dall'imperatore Tự Đức a lungo andare offrirono alla Francia un buon pretesto per invadere il Vietnam e costituire la colonia francese di Indocina. Luca, il più giovane, aveva quarant'anni ed era il figlio di Daminh (Domenico), che ne aveva un'ottantina.

I 117 martiri del Vietnam furono canonizzati in massa da Giovanni Paolo II - il più grande santificatore della storia - nel 1988. Nel martirologio complessivo scritto per l'occasione si legge che "il martirio fecondò la semina apostolica in questo lembo dell'Oriente". Sarà.

Io resto scettico. Per me ogni storia di martirio ne nasconde almeno una di tradimento. Se conosciamo i nomi dei martiri, non è tanto per il sangue che hanno versato, ma perché qualcuno è sopravvissuto per raccontarceli. Quel qualcuno, che condivide la fede del martire ma non il martirio, non può che essere un rinnegato - lapsi li chiamavano, ai tempi della Chiesa clandestina - qualcuno che evidentemente ha ceduto alle torture, ha sacrificato agli dei dell'Olimpo, ha consegnato i libri sacri, ha calpestato la croce e rinnegato il Vangelo. Per salvare la pelle. Naturalmente poi si è pentito; ha invidiato il destino glorioso dei martiri, e lo ha raccontato ai figli e ai nipoti: ma se non fosse sopravvissuto, di quei martiri gloriosi non ci resterebbe memoria. Nascosta dietro ogni vita di martire, c'è quella di dieci rinnegati, e il loro senso di colpa che spesso dà più colore e vividezza al racconto.

Ci ho ripensato domenica, dando un'occhiata come tutti agli oceanici funerali dei caduti di Charlie Hebdo. Definirli martiri della libertà di espressione non è una forzatura: erano perfettamente consapevoli del rischio (soprattutto dopo l'attentato di tre anni fa), e l'hanno corso fino alla fine. "Forse potrà suonare un po’ pomposo, ma preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio", aveva dichiarato Charbonnier nel 2012, e ora no, non suona pomposo affatto. Ogni volta che in questi anni l'opinione pubblica, divisa e perplessa, gli suggeriva di calpestare la croce della libertà, Charlie reagiva alzandola più in alto. Sembra paradossale che questo avvenisse attraverso dei disegnini satirici, ma noi viviamo in un'epoca di paradossi: il volto di Maometto, che per gli islamici non si dovrebbe mostrare, su Charlie Hebdo era diventato l'icona della libertà occidentale di prendersi gioco di tutto, anche di un simbolo tanto caro a una minoranza religiosa. E attraverso dei disegnini buffi, Charlie ci ha posto la domanda: la tanto sacra libertà, fino a che punto siamo disposti a difenderla? Charb, Wolinski e gli altri con la vita, e noi?

Si è visto nell'occasione che non eravamo disposti poi a molto. Da qualche tempo lo Stato non forniva più una scorta, e Charb ne aveva una privata. Ora però è morto e possiamo onorarlo con un funerale immenso, venerarlo come martire. La sua coerenza, che ce lo rendeva un po' fastidioso da vivo, da lontano possiamo ammirarla meglio e raccontarla ai nipoti come esempio eroico: quanto a noi, siamo tutti Charlie, adesso, ma continueremo a usare una certa prudenza.

Ai tempi del primo attentato mi chiedevo chi fosse il più iconoclasta, tra l'islamista disposto a uccidere pur di non vedere disegnato il suo profeta, e il vignettista disposto a morire pur di farne la caricatura. Ancora oggi non saprei rispondere, ma forse la domanda è diventata un po' leziosa. Charb è vittima dell'integralismo islamico, ma come molti martiri è portatore di una coerenza assoluta, che noi sopravvissuti, noi lapsi, invidiamo e additiamo, ma non compreremmo mai davvero al prezzo della nostra pelle. Per prima cosa - come è stato da molti notato - il coraggio di ripubblicare certe vignette di Charlie non lo abbiamo. Non solo quelle anti-islamiche: anche le altre religioni monoteiste venivano irrise per par condicio. Quindi insomma siamo tutti Charlie, ma la vignetta natalizia (e tutto sommato affettuosa) in cui Gesù bambino sguscia aureolato dalle cosce della madre, quella forse no: siamo Charlie solo in un certo senso, in un certo momento, per un certo motivo. Preferiremmo anche in un qualche modo distinguerci da Calderoli che quando indossò la maglietta con Maometto era già a suo modo Charlie, ma sembrava così tanto un catastrofico cialtrone. 

Siamo tutti Charlie... ma in Italia la bestemmia è sanzionata dalla legge. Siamo tutti Charlie, ma un'altra legge sanziona l'incitamento all'odio razziale, e perfino Charlie almeno una volta dovette licenziare un redattore storico per una battuta antisemita. Molti che oggi sono Charlie fino a qualche giorno fa chiedevano nuove leggi che riconoscessero aggravanti omofobiche o sessiste. Insomma, siamo tutti Charlie, ma non significa che siamo tutti disposti a offendere il Papa, o gli ebrei, o l'Islam, o le donne, o i gay, o chiunque: è una libertà che spettava a Charlie incarnare, in un recinto neanche tanto dorato che ora un cospicuo contributo statale rafforzerà. Avremo, ed è un paradosso più francese di altri, la blasfemia di Stato: anche i francesi di fede ebraica dovranno pagare per difendere la rivista che raffigura la Torah su un rotolo di carta igienica; anche i francesi di fede islamica pagheranno perché possa uscire nelle edicole la rivista che, quando mostrare il volto del profeta diventò stucchevole, cominciò ad esibirne le natiche. Forse cominciamo a capire il senso di certi riti carnascialeschi che in epoca antica e medievale erano codificati dal potere tanto quanto quelli religiosi: in certe situazioni ridere (o sopportare le risa altrui) diventa a quanto pare obbligatorio. E anche un po' meno divertente, ma sospetto che nessuno si stia più divertendo da un pezzo.

La discussione sulla libertà di espressione e i suoi limiti è probabilmente inesauribile, e in questi giorni ha fruttato alcuni contributi davvero interessanti. Forse però andrebbe prima disinnescata, perché molti in buona fede sono convinti che la guerra prossima ventura possa scoppiare per due vignette. Gli editorialisti dai sessant'anni in su sono entusiasti - ma se davvero una guerra ci sarà, si combatterà come sempre per questioni economiche e demografiche: perché l'Europa non è riuscita a costruire una sua identità comunitaria ed è rimasta la terra di mezzo tra benessere occidentale, disperazione africana e caos medio-orientale, in balia di dinamiche migratorie che non riuscirebbe a contenere nemmeno se volesse. In mezzo a tutto questo, Charlie è il solito pretesto. Se Gavrilo Princip non avesse fatto fuori l'arciduca a Sarajevo, qualcun altro avrebbe sparato a qualcuno in qualche altra città. Se Charb e compagni avessero deciso di sospendere le vignette anti-islamiche, un francese di seconda generazione incazzato col mondo se la sarebbe presa con Houellebecq, o qualsiasi altro. Anche se potessimo e volessimo davvero comportarci in modo più sensibile nei confronti delle minoranze, non possiamo davvero impedirci di offenderle. Il mondo è diventato un cortile: ci sarà sempre qualcuno che estrae furtivo il dito medio e qualcuno che se la prende (non sono esperto di molte cose, ma di questa, fidatevi, sì). Discutiamo pure di cosa sia la libertà di espressione e dei suoi limiti, ma facciamolo semplicemente per chiarirci le idee - quanto alla guerra, se deve scoppiare, scoppierà: e mezz'ora dopo il primo combattimento, l'idea che si stia morendo per il diritto a disegnare Maometto ci sembrerà già un'ingenuità, una beata coglioneria di quei bei tempi di pace.

Dalla discussione possiamo stralciare facilmente tutti i contributi degli alfieri dello scontro di civiltà. Non perché la loro posizione non sia interessante: ma è talmente limpida che non necessita di ulteriori spiegazioni. Per Salvini e la Santanché l'unico diritto in discussione è quello di offendere l'Islam: per loro è una religione che incita all'odio, e quindi è giusto odiarla. Facile. Fallaci. Non è una posizione da sottovalutare: credo che molti si sentano Charlie soprattutto in questo senso. Per loro non si tratta di offendere il profeta per dimostrare che c'è libertà di espressione, ma di ammettere quel tanto di libertà di espressione sufficiente a offendere il profeta. Non un grammo di più. Tutto chiaro? Passiamo oltre.

Una volta rimossi gli anti-islamici, è possibile intravedere grosso modo due schieramenti. Da una parte ci sono gli alfieri di una libertà assoluta, a-storica; dall'altra si sta rinfoltendo il gruppetto di chi scuote la testa e dice no, Charlie sarà anche un martire, però... stava esagerando. Trovo suggestivo il fatto che da una parte si sia messo in pratica il governo francese, disposto a sovvenzionare da qui in poi il libero Charlie, e dall'altra parte qualche columnist dall'altra parte dell'Atlantico. Potrebbe essere una semplice coincidenza, ma anche il segno di quanto siano ancora e forse irreparabilmente diverse queste due concezioni della libertà, separatesi alla nascita durante le rivoluzioni di fine Settecento. Da una parte la Libertà francese: assoluta, centralizzata, garantita da una Dea Ragione intepretata da un'élite costituitasi Comitato di Salute Pubblica, e imposta dall'alto sui cittadini riconoscenti. Dall'altra una libertà sempre provvisoria, consuetudinaria, continuamente negoziata tra Stati, comunità etniche e religiose in perenne frizione tra loro (continua sul Post...)
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Tutti un po' più fanatici, domani

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Stéphane Charbonnier nel 2011, quando esplose la sede
di Charlie Hebdo. Oggi l'hanno ammazzato.
Stamattina tutti i vignettisti francesi che ancora riconoscevo sono stati uccisi, sul posto di lavoro, mentre difendevano un principio sul quale resto dubbioso - ma perdio, conoscevano il rischio e sono andati avanti fino alla fine. Se questo non è eroismo, non so cosa l'eroismo sia. Probabilmente su di loro nessuno sputacchierà dalla sua postazione internet le battutine ciniche che molti in questi tempo riservano per chiunque abbia ogni mattina più coraggio di quanto ne abbiamo noi in tutta la nostra vita. Io spesso sono scettico sull'eroismo, su quanto possa servire a una determinata causa - ma spero di essere ancora in grado di riconoscerlo quando lo vedo. Non so quanto Charb o Wolinski e gli altri fossero consapevoli che difendendo un punto d'onore si candidavano a diventare il casus belli di una guerra di religione europea: siccome non erano stupidi, e hanno avuto molte mattine per pensarci, credo che tutto sommato la cosa per loro andasse bene. Ora sono martiri della libertà di vignetta e di espressione, e adesso il problema passa a noi sopravviventi. Che facciamo?

Il buon proposito per il 2015, che ancora stamattina mi sembrava in un qualche modo plausibile: riporre in archivio l'antirenzismo spicciolo e l'antigrillismo ormai pleonastico, aprire le finestre; dare aria agli ambienti; studiarsi Piketty; concentrarsi su concetti nient'affatto nuovi ma colpevolmente snobbati come disparità sociale; prepararsi alla fine dell'eurozona come la conosciamo; metter la barra a sinistra a costo di navigare per un bel pezzo quasi solo.

Il 2015 che ci si prospetta ora somiglia più a un 2003 o a un 2004: si parlerà di eurabia e islamofascismo e islamofobia e antisemitismo, la Le Pen volerà nei sondaggi, Salvini esulterà e speculerà sulla morte di gente che da viva lo avrebbe spernacchiato a sangue, si litigherà nelle scuole e nelle case su una cosa per cui abbiamo litigato dieci anni fa e anche allora non servì a niente. Invece che tra ricchi e poveri litigheremo tra cattolici e no, islamici e no, e Huntington, ancora Huntington, quella roba che sapeva già allora di muffa.

Voi come fate a distinguere i fanatici su internet? Al giorno d'oggi è quasi un vantaggio evolutivo. Io ne seguo alcuni, giusto per tenermi in allenamento. Quello che mi rassicura è che in qualsiasi momento tu li vada a trovare stanno sempre scrivendo le stesse cose, alla stessa gente, linkando gli più o meno le stesse vignette che magari gli ha appena segnalato qualcuno a cui un anno fa loro stessi le avevano segnalate, e in questo modo si confortano tra loro. Possono essere filoisraeliani o antisemiti; non ha così importanza: quel che importa è la loro prassi quotidiana, monomaniacale. Io credo di non essere così; cerco in effetti di essere l'esatto opposto - il che magari non equivale alla normalità, ma a qualche altra sindrome. L'importante è che mi stanco. Mi è capitato spesso di prendermela coi miei simili per lo stesso limite - il solito problema per cui certi problemi passano di moda prima di essere risolti (il riscaldamento globale, Berlusconi). Ma anch'io sono un po' così in fin dei conti.

A volte è un limite ma sempre più sono propenso a considerarla una liberazione. L'ho pensata in un modo e poi mi sono stancato di pensarla così; l'ho pensata in tanti modi e ogni volta l'ho scritta - e appena scritta, e riletta, e apprezzata, mi sembrava già il momento di pensarla in un modo diverso. Ho riso per vignette che oggi mi farebbero ribrezzo e viceversa. Nel 2006, quando scoppiò il caso delle vignette, gestivo due blog. Su questo scrissi che forse non andavano ripubblicate, nell'altro furono furono pubblicate e non le cancellai. Poi successe qualche altra cosa e parlammo d'altro. Su un blog funziona così - sul blog di una persona normale, perlomeno. Sono superficiale? Un po' mi rincresce, ma è meglio che essere un fanatico. Chi è un fanatico? Chi è rimasto al 2006, o al 2001, o al 1989, e non schioda. Può aver cambiato anche un paio d'abiti nel frattempo, ma scrive le stesse cose, alla stessa gente, ridendo o incazzandosi per le stesse battute. Le stesse vignette.

Come andrà a finire? Non finisce mai, oppure se preferite c'è qualcosa che finisce tutti i giorni. Oggi finisce forse una certa idea di Europa come ponte tra il mondo ricco e il povero; chi voleva minarlo ha avuto tutto il tempo, mentre noi forse eravamo distratti. Finisce magari l'esiguo spazio rimasto per una critica da sinistra alla società in cui viviamo: se si va verso lo scontro una certa polarizzazione è inevitabile. Ci diranno - lo stanno già dicendo: o sei con le vignette o sei coi terroristi. Poi: o sei con le misure che prenderemo per difendere le vignette, o sei coi terroristi. O ti fai leggere le mail, o sei coi terroristi. O accetti di vivere in un determinato Occidente blindato, in cui incidentalmente le disparità sociali si vanno accentuando, o sei coi terroristi (dall'altra parte del tavolo i terroristi annuiscono, sono perfettamente d'accordo). È inteso che, dovendo difenderti, questo Occidente blindato non ti garantirà il benessere che garantiva ai tuoi genitori (era un'offerta lancio, un dumping colossale). D'altro canto la guerra creerà qualche posto di lavoro, e nel tempo libero potrai consolarti con le vignette satiriche su Maometto o Kim Jong-un. Spero naturalmente di sbagliarmi, e buon 2015 a tutti.
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E se George W Bush avesse avuto ragione?

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Il nemico perfetto

La guerra, quindi, se giudichiamo dall'esperienza delle guerre passate non è se non una impostura. È come quei combattimenti fra certi animali appartenenti alla specie dei ruminanti, e le cui corna crescono secondo determinati angoli tali da impedire che essi possano effettivamente ferirsi l'un l'altro. Sfrutta in modo totale le eccedenze dei beni di consumo, ed aiuta, nel contempo, a conservare quella particolare atmosfera mentale che si richiede ad una società organizzata gerarchicamente. La guerra, come si vede, non è altro che un affare di politica interna. (E. Goldstein, Teoria e pratica del collettivismo oligarchico).

1. A un certo punto - più o meno a ridosso delle primavere arabe - abbiamo credo in molti percepito un'accelerazione degli eventi che mal si accordava con la nostra disponibilità, sempre più scarsa, a comprenderli. Avevamo tutti i nostri schemini, più o meno gli stessi dai tempi della Guerra al Terrore, e quando abbiamo visto che in Siria o in Libia non funzionavano più, non ci siamo dati troppa pena di abbozzarne altri. Avevamo già un sacco di problemi a casa nostra.
Quest'accelerazione, che magari segna l'inizio di una fase di instabilità mondiale, potrebbe viceversa essere del tutto soggettiva: siamo noi che rallentiamo, invecchiando. Se quel che succede in Palestina continua a interessarci un po' di più. non è perché la situazione sia meno ingarbugliata, ma perché ci abbiamo investito tanto tempo e attenzione che continua a risultarci più familiare. Come se l'Hamas di oggi fosse la stessa di dieci anni fa, come se Abu Mazen avesse mai più vinto un'elezione, eccetera.
La Siria viceversa è un pastrocchio inedito da cui abbiamo cercato di prendere le distanze. Chi non lo ha fatto - chi all'inizio ha parteggiato per gli insorti, o per Assad - adesso si ritrova scottato. Noi possiamo anche sopportare di risvegliarci in un mediterraneo che sfugge alle nostre capacità di comprensione, purché non ci tocchi ammettere che a un certo punto della discussione avevamo avuto torto. Piuttosto ce ne stiamo zitti, il che poi è quasi sempre l'opzione più elegante. Troppe cose ci sfuggono, troppi contendenti danno l'impressione di fare il doppio gioco. Ma a dirlo si passa per complottisti, che è pure peggio. La sensazione di non capire è tutto sommato sopportabile - l'esempio di tanti intellettuali svagati alla vigilia di ogni guerra mondiale ci conforta. L'unica cosa che non sopportiamo è che qualcuno ogni tanto ci voglia fregare. C'è sempre qualcuno che ci prova. È umiliante.

2. Prendi l'ISIS. Sembra davvero una cosa orrenda, anzi sicuramente lo è. Ma perché ce lo stanno vendendo come un'organizzazione terroristica? Le BR erano un'organizzazione terroristica. Settembre Nero era un'organizzazione terroristica. Al Qaida era una rete molto lasca di organizzazioni terroristiche quasi del tutto autonome tra di loro, che hanno organizzato attentati in una vasta porzione del mondo. L'ISIS, per adesso, no. È un'organizzazione o banda armata che ha imposto il suo controllo su un territorio vasto come una nazione, attraverso la violenza e il terrore. Gli osservatori la considerano ben organizzata e ben finanziata. Però attentati - per ora - non ne fa.
Tante altre dittature in tutto il mondo massacrano i propri cittadini e quelli dei paesi confinanti; non li chiamiamo però terroristi, non abbiamo bisogno di chiamarli così per esecrarli. Con l'ISIS è diverso. Non fa attentati (per ora) ma diamo per scontato che vorrebbe farli. Terroristi in potenza, insomma. Dobbiamo crederci per forza?
Tra le righe si intuisce un ragionamento: se l'ISIS per ora non è riuscita a terrorizzarci come vorrebbe, c'è solo da ringraziare lo stato dell'arte dell'antiterrorismo non solo aeroportuale. Tutte quelle leggi che hanno un po' ristretto le nostre libertà individuali; tutte quelle pratiche non sempre illegali che hanno consentito alla NSA di farsi un bel backup delle nostre conversazioni telefoniche; sì, è molto seccante, ma se l'alternativa è precipitare in un aereo di linea o soffocare in una metropolitana, non ci formalizzeremo più di tanto. Insomma, nel grande dibattito sulla libertà della Rete, lo spauracchio dell'ISIS ha una sua indubbia utilità. Che poi l'ISIS stia mostrando, nei fatti, tutta un'altra strategia, è un dettaglio in fondo trascurabile. Anzi, dimostra quanto il terrorismo stragista stia diventando impraticabile in Occidente. Anche se.

3. Anche se tre anni fa Anders Breivik ha fatto esplodere una bomba nella sede del governo a Oslo, e mentre la polizia accorreva si è spostato nell'isola dove campeggiavano i giovani socialdemocratici e ne ha ammazzati 69. Forse la Norvegia è un caso particolare, ma quel che è successo nell'isola di Utoya ci lascia sospettare che lo stragismo non sia poi così impraticabile come sembra. Gli eccidi antisemiti di Tolosa o Bruxelles ce lo confermano. In tutti questi casi però lo stragista sembra un individuo isolato, che magari si richiama a un'ideologia o a un'organizzazione (l'assassino di Tolosa si ispirava ancora ad Al Qaida), ma agiscono in solitudine. È proprio questa solitudine a costituire un vantaggio tattico: il fatto di non dover concertare con nessuno le proprie azioni rende questi assassini meno identificabili e tracciabili.

Ora, se esistesse realmente una grande organizzazione, ben finanziata, determinata a destabilizzare l'Occidente attraverso azioni terroristiche, non tarderebbe a trarre le sue conclusioni e a disseminare Europa e USA di aspiranti kamikaze, tutti assolutamente non coordinati fra di loro, con un unico ordine: ammazzare e distruggere quel che possono, appena possono. Un'infiltrazione di questo tipo, lungo le correnti dell'immigrazione mondiale, non sarebbe così difficile. E magari è quello che sta succedendo; però quel che osserviamo per adesso sembra suggerirci l'esatto contrario. I cosiddetti terroristi del Medio Oriente non stanno infiltrando l'occidente: piuttosto, ci sono migliaia di occidentali (non tutti di origine araba) che se ne stanno andando a combattere nella Siria e nel Levante. Senza che alle frontiere si faccia molto per trattenerli, a quanto pare. Gente che fino a qualche anno fa avrebbe potuto esprimere il suo disagio facendosi esplodere davanti a un macdonald o a una sinagoga (cito due episodi avvenuti in Italia negli anni di Bush), oggi è più facilmente tentata di far la valigia e arruolarsi nell'ISIS. In luogo di rianimare il terrorismo semispento in occidente, l'ISIS per ora sembra quasi che ne stia assorbendo gli ultimi fuochi. Tutto questo sembra quasi dar ragione al condottiero più sottovalutato della Storia, George W. Bush.

4. Bush junior vedeva il terrorismo come "qualcosa che tende a scendere verso il basso, come un liquido; per cui le guerre in Afganistan e in Iraq, lo scavo progressivo e metodico di una profondissima buca in Medio Oriente, si giustificava attraverso la necessità di far convergere nella buca tutti i terroristi jihadisti del mondo. Lo disse decine di volte, col tono texano di chi dice un'ovvietà: meglio combatterli laggiù che qui da noi. È la logica semplice semplice e spietata spietata della guerra moderna, tecnologica ma tutt'altro che chirurgica: armi che fanno decine di vittime civili per ogni obiettivo centrato non possono che utilizzarsi in casa d'altri, a casa nostra sarebbero insostenibili [...] notate che è un buon motivo per continuare la guerra, non per finirla; anzi: c'è quasi da dolersi che in Iraq stia terminando: dove andranno i jihadisti disoccupati? Un po' in Afganistan, va bene, e gli altri? Ehi, aspetta forse è meglio riaprire un buco da qualche parte".

Questa concezione liquida del terrorismo non mi ha mai convinto: io lo trovavo un fenomeno piuttosto volatile, e gli attentati del 2003-2005 (metropolitana di Madrid e di Londra, Sharm el Sheik, e tanti altri ancora) mi sembravano tristi conferme di quanto avesse torto. A dieci anni dall'ultimo attacco terroristico in grande stile, forse è il caso di farsi venire qualche dubbio. Quella che Bush chiamava Guerra Infinita, a dispetto di tutte le pacificazioni, in Iraq non è davvero mai finita: e ora attira da tutto il mondo jihadisti convinti, ma anche occidentali insoddisfatti a caccia di guai. Che possa mai vincere sembra improbabile, ma nel frattempo guardate quanti servizi ci rende: (1) tiene viva in occidente la minaccia islamica, per la gioia dei partiti più o meno nazionalisti o xenofobi; (2) giustifica gli apparati antiterroristici, ben determinati a spiarci per salvarci; (3) catalizza il disagio di tanti giovani cittadini occidentali, non solo tra gli immigrati di seconda o terza generazione; (4) rinsalda la NATO e renderà presto o tardi necessario un intervento delle nostre forze armate, tale da farci ricordare perché le stiamo finanziando. Tanti altri motivi di sicuro non mi sono accessibili, però questi quattro mi sembrano più che sufficienti a rendere ISIS il nemico perfetto. Quello che se ci non ci fosse bisognerebbe inventarselo. Non ce n'è stato bisogno.
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Il piccolo terrorista israeliano

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Qui è ancora sbarbato.
4 agosto 2005 - Il diciannovenne israeliano Eden Natan-Zada fa fuoco in una corriera, uccidendo quattro connazionali arabi e ferendone altri dodici, prima di essere linciato.

Eden Natan-Zada oggi avrebbe ventotto anni, magari sarebbe in spiaggia con una moglie giovane e una bambina. Invece è morto linciato da una folla di gente che avrebbe voluto uccidere, a uno a uno, con una pistola a ripetizione.

Eden Natan-Zada nasce nel 1986, da una famiglia giunta in Israele dall'Iran. I famigliari lo descrivono come un bravo ragazzo studioso che avrebbe conosciuto il kahanismo attraverso internet. Il kahanismo è l'ideologia sviluppata da Meir Kahan, il fondatore della Jewish Defense League, riconosciuta come organizzazione terroristica da Israele, USA e UE.

Per Kahan lo Stato di Israele, centro universale dell'ebraismo, è minacciato nella sua stessa esistenza da nemici arabi che non si arrenderanno mai; l'unica soluzione è la guerra - esatto, sì, questo progetto in Israele è considerato terroristico, non so se sia il caso di avvisare Rondolino. L'obiettivo della guerra dovrebbe essere un grande Israele teocratico comprendente Gaza, Cisgiordania e anche un po' di tutti i Paesi confinanti, incluso l'Iraq. Agli arabi residenti sarebbero tolti i diritti civili - solo gli ebrei avrebbero diritto di voto.

Un vero e proprio contatto coi kahanisti, Natan-Zada potrebbe averlo avuto nell'insediamento di Kfar Tapuach, in Cisgiordania, dove passava spesso i fine settimana e dove infine si rifugiò per evitare il servizio militare. Secondo Matthew Gutman, del Jerusalem Post, a Kfar Tapuach era presente una cellula di kahanisti.

È l'estate del 2005. Il piano di sgombero degli insediamenti di Gaza, annunciato da Sharon sin dall'anno scorso, sta per diventare operativo. I coloni di Gaza si stanno preparando, chi al trasloco, chi all'assedio. Alcuni aspetteranno l'esercito israeliano con il filo spinato, e rovesceranno acido sui ragazzi di leva venuti a sgomberarli. Ma Eden Natan-Zada non sarà tra quei ragazzi. Qualche giorno prima ha scritto: "come non potrei mai eseguire un ordine che dissacrasse il Sabato, così non posso essere parte di un'organizzazione che espelle gli ebrei". L'organizzazione in questione può essere l'esercito di Israele, o Israele tout court. La famiglia ha già denunciato la scomparsa del figlio, facendo presente che ha ancora con sé parte del suo equipaggiamento militare.

Shefa Amr è una cittadina di trentamila abitanti nel nord di Israele, per la maggioranza arabi, musulmani cristiani e drusi. È arabo Michel Bahus, l'autista del bus che quando vede salire a bordo un soldato IDF con la kippah, la barba e i ricciolini, gli chiede se è sicuro di non aver sbagliato destinazione. Sono arabi tutti i passeggeri. Quando il bus arriva nel quartiere druso, Natan raggiunge il conducente, attende che abbia aperto lo sportello, e gli spara. Poi spara a Nader Hayek, che sedeva dietro il conducente. Poi spara verso il resto dei passeggeri e riesce ad ammazzare due ragazze, due sorelle ventenni: Hazar Turki e Dina Turki. Poi si ferma a ricaricare, e in quel momento un passeggero gli afferra la canna della pistola, ustionandosi. È un attimo: chi non si è ferito gli arriva addosso. Lo portano fuori, lo ammazzano a mani nude. Nove poliziotti si feriscono nel tentativo di impedire il linciaggio. Dopo una lunga inchiesta, un processo nel 2013 riconoscerà tra la folla sei colpevoli di omicidio. Un loro avvocato mostrerà un filmato preso da un drone durante l'attentato: la tesi (spericolata) è che Eden fu lasciato libero di agire. Già in precedenza serpeggiava una teoria del complotto presso gli attivisti del movimento contro lo sgombero degli insediamenti: Eden sarebbe stato usato per screditare tutto il movimento. In ogni caso Sharon si precipitò a definirlo un "terrorista israeliano assetato di sangue".

Bahus e Hayek furono sepolti in un cimitero cristiano; le sorelle Turki in un cimitero musulmano. Nessun cimitero ebraico era pronto per accogliere Eden Natan-Zada. In particolare la comunità di Kfar Tapuach non voleva saperne, lo sconfessò apertamente. Alla fine si riuscì a trovare un posto in un cimitero civile, ma ci vollero due giorni.

In un primo momento i famigliari delle vittime e i feriti non ebbero gli indennizzi previsti dalle leggi sul terrorismo, perché Eden Natan-Zada non era ufficialmente affiliato a nessuna organizzazione terrorista. Un matto, non un terrorista. La legge - veramente molto discutibile - fu modificata l'anno successivo.

Il ritiro da Gaza proseguì più o meno secondo il piano previsto. Già l'anno prima uno stretto collaboratore di Sharon, Dov Weisglass, aveva spiegato con molta franchezza ad Haaretz come questo ritiro non significava il riconoscimento di una Palestina indipendente, ma preparava uno scenario di piccola-guerra-infinita che è più o meno quello in cui vivono e crescono oggi israeliani e palestinesi. IDF e Hamas li armano, e su internet trovi tutta l'ideologia che ti serve. Buon 4 agosto, Shalom.
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Una cosa, una roba senza senso o forma

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2 agosto 1980 - Esplode una bomba alla stazione dei treni di Bologna. 85 morti, 218 feriti.

Andrea Pazienza via Paz-tastic



...La storia della caldaia resse sino a sera, ma già intorno a mezzogiorno le cose erano chiare. Nella squadretta di Scialoja c'era un sottufficiale che da soldato era stato artificiere. Gli era bastata un'occhiata alla voragine per scuotere la testa e sentenziare:
"Gas un cazzo. Questa è una bomba".
La stazione era sventrata. Le sirene ululavano. Militari e volontari, fianco a fianco con le mascherine sul naso, scavavano le macerie in cerca di un segno di vita. Qualcuno piangeva, i più moltiplicavano gli sforzi per rimandare l'appuntamento con la rabbia e lo sgomento. Arrivarono le troupe televisive. Una folla di parenti angosciati assiepava i binari. Circolava una parola maledetta e rivelatrice: strage. Le lancette del grande orologio del piazzale Ovest erano ferme sulle 10 e 25. [...] Scialoja s'era concesso una sigaretta. Una giornalista impicciona gli fu subito addosso. La mandò a quel paese e si rimise la mascherina. Dal profondo di due travi squarciate che si erano miracolosamente incastrate a formare una sorta di cavità naturale proveniva un flebile lamento. Scialoja si avventò. Vide una piccola mano coperta di graffi, la strinse, tirò. Le travi ressero. La bambina era sotto choc. Ma respirava. Lo guardava con i suoi enormi occhi stupiti e respirava. La prese in bracciò e la consegnò a un'infermiera. La bambina era biondissima e non capiva l'italiano. Un ufficiale dei carabinieri in alta uniforme lo bloccò al volo.
"Lei! Vada immediatamente al binario uno. Bisogna organizzare un servizio di scorta per le autorità!"
Scialoja mandò anche lui a quel paese e tornò al lavoro. Era lacero, era sudato, puzzava. Ma non sentiva la fatica, non sentiva il disagio. Aveva dormito troppo a lungo. Il letargo era finito... (Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale, 2002).


...Definiamo quindi "neosensibilismo" il nostro modo di essere sensibili. Che in tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro; da cui ci dissociamo anche per l'uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. (Offlaga Disco Pax, Sensibile)
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Quando i terroristi erano bianchi

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E le cabine erano rosse.
Doppio Gioco (Shadow Dancer, James Marsh, 2012)

Quant'è difficile essere mamme in carriera, Colette lo sa. Se poi la carriera è quella di terrorista nell'IRA, in una cellula che è una piccola impresa di famiglia, prima o poi un guaio ti capita. Non puoi neanche dire a tuo figlio ciao, torno a fine settimana perché devo piazzare una bomba nella metro di Londra. E poi ti distrai, ti dimentichi di attivare il timer, ti fai prendere dai tizi dell'antiterrorismo che ti propongono di fare il doppio gioco, e a quel punto il casino si triplica: mamma, terrorista IRA e doppiogiochista di Sua Maestà, mai un momento per te. Che vita di merda, alzarsi al mattino, preparare la colazione, calzare il passamontagna, tradire i fratelli senza farsi ammazzare... C'è un modo per uscirne? Certo che c'è, Colette. Magari però ci ha già pensato qualcun altro prima. Doppio gioco è un film lento, di una lentezza inespressiva: non è che mostrando tutti i corridoi che deve attraversare l'agente Clive Owen ti si aumenti in qualche modo la suspense... (continua su +eventi!)


Il film è ambientato nel ’93, quindi lei fa in tempo a dimettersi dall’antiterrorismo e ottenere un incarico speciale all’FBI e la continuity è salva.
Il fatto è che Doppio Gioco è quel classico film lento per il puro gusto di esserlo: così lento che mentre lo guardi vorresti fare l’esperimento di prenderne una copia e tagliare un fotogramma su due. Si salverebbero quasi tutti i dialoghi e gli snodi dell’intreccio, andrebbero persi un sacco di silenzi, scale e corridoi. E avremmo un film tv da 45 minuti, perfetto per una prima serata con tre break pubblicitari. Poi magari bisognerebbe stare attenti davvero a tutto quel che succede sullo schermo. Invece Doppio gioco è così lento che finisce in una nuova categoria, film che puoi guardare mentre scarichi la posta e controlli gli aggiornamenti sui social. Tanto nella saletta piccola del Cinelandia di Borgo, alle dieci e mezza, chi vuoi che si lamenti. Ti siedi in fondo e puoi persino farti una partita a ruzzle mentre Colette riflette se tradire o no i fratelli terroristi. Magari ti perdi un paio di scambi di sguardi intensi, pazienza, tanto se non sei un deficiente totale hai già capito chi è il secondo infiltrato mezz’ora prima di Clive Owen –  che di conseguenza non è che faccia fare all’antiterrorismo britannico una gran figura. Ma la debolezza sta nella storia. Il solito problema: nel romanzo di Tom Bradby c’era ciccia per cinquanta minuti, ma per andare in sala ce ne volevano ottanta. James Marsh è un bravo regista – ha stra-meritato l’Oscar per il suo documentario Man on Wire, sul folle acrobata che camminò su un filo sospeso tra le Twin Towers – ma non ha i mezzi per mantenere l’attenzione più di quanto la storia non meriti.
Andrea. Dove l’avete già vista quest’anno? Su che pianeta?
Bisognava mettere altra carne al fuoco, magari approfittarne per raccontare ai non-britannici e non-irlandesi che cos’è davvero l’IRA e cosa stava succedendo nell’Ulster degli anni Novanta, durante un processo di pacificazione che ovviamente stava innervosendo i duri e puri. Invece Doppio Gioco è un film brittocentrico, che dà tutto per scontato, a rischio di sbattere contro una cortina continentale di indifferenza. Un peccato: avremmo bisogno di più film così, ambientati in un tempo neanche tanto lontano, in cui i terroristi erano bianchi. Non olivastri, non islamici, anzi biondini e devoti al crocifisso.

 Doppio gioco stasera è ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo, alle 20:10 e alle 22:35. Se vi interessa è il caso di affrettarsi
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Ho sentito degli spari in una via del centro

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Benito Mussolini è probabilmente il personaggio politico più odiato e controverso del secolo scorso; tra il 1925 e il 1932, mentre consolidava la sua posizione di potere, scampò ad almeno sei attentati (Zaniboni, Gibson, Lucetti, Zamboni, Schirru, Pellegrino Sbardellotto). Alcuni erano anarchici, altri fascisti delusi, altre matte. Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto di essere l'uomo politico vivente più odiato, preso di mira sistematicamente da una parte politica e una concentrazione mediatica: in vent'anni di carriera politica si è preso un treppiede e una madonnina. Ai democristiani nei '70 e negli '80 non era andata altrettanto bene; il brigatismo inflisse perdite pesanti tra le prime e le seconde file. I comunisti nel 1948 a per poco non perdevano Togliatti. I politici sono da sempre nel mirino: sono personaggi pubblici e rappresentano il potere, i motivi per prendersela con loro non sono mai venuti meno. Un tizio che nel 2013 si mette a tirare davanti a Palazzo Chigi può essere disturbato, può essere disperato; senz'altro sarà vittima della società e in particolar modo della determinazione con la quale negli ultimi anni si è abbattuta sui più indifesi l'Imposta sull'imbecillità, alias il videopoker; ma al netto di tutta l'eterogenesi dei moventi, un poveretto che non sa nemmeno che politico mirare e finisce per tirare a un carabiniere qualsiasi; e a momenti ammazza una donna incinta; uno così non fa statistica. Cioè ci sarà anche una rabbia montante, in Italia, nei confronti del ceto politico; sarà in gran parte causata dalla crisi economica che lo stesso ceto politico ha contribuito più a causare che a combattere; potremmo discutere a lungo se Grillo e compagnia ne siano un fattore scatenante o un semplice sintomo, o addirittura uno sfogo benigno che evita eruzioni più violente. Possiamo farlo, facciamolo anche a lungo, ma senza passare sul corpo steso di un tizio qualunque che soprattutto voleva farsi ammazzare. Un episodio del genere fa molto colore; riempie i pomeriggi di giornalisti che non sanno più che retroscena rifriggere; ma la statistica ci dice che in Italia la violenza di matrice politica è ai minimi storici. C'è qualche anarco-insurrezionalista che è riuscito a far recapitare qualche pacco bomba a Equitalia; uno forse nel 2012 ha gambizzato l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare; fine. Se c'è del disagio in Italia oggi - e ce n'è - si esprime soprattutto in altre forme.

Un mese fa ho visto quella che credo sia l'unica vera commedia italiana di successo in questa stagione (come dire: l'unico film italiano che qualcuno è davvero andato a vedere). Nei primi minuti c'è un politico davanti a Montecitorio che all'uscita dall'auto blu viene bersagliato da uova e ortaggi, e chiede il perché. "Come perché, non sei un politico?" "Certo che sono un politico". E giù uova. La cosa interessante è che non sapremo mai di che politico si tratti: durante tutto il film è il portavoce di un partito; ogni tanto si ritrova con altri due rappresentanti di partiti concorrenti; si vestono nello stesso modo ed è impossibile dai loro discorsi capire chi stia rappresentando chi. Nessuna ideologia, solo spartizione del potere. Sono uguali. Nei credits si chiamano "Politico bello", "Politico ruspante" e "Politico col pizzetto". Il Bello è quello che si prende le uova. Durante quella scena qualcuno si è alzato in piedi in sala e si è messo ad applaudire. Gente che va al cinema al mercoledì: vittime dei videopoker? di equitalia? è Grillo che li sobilla? o non sta semplicemente vendendo un articolo per cui c'è veramente molto mercato? Il film è uscito in marzo, ma era stato scritto un paio d'anni prima.

Il 7 marzo 2013, a urne ormai chiuse, Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno per aver violato il segreto di ufficio facendo pubblicare sul Giornale l'intercettazione in cui Pietro Fassino maldestramente festeggiava la acquisizioni dell'Unipol dicendo al manager Giovanni Consorte "E allora, siamo padroni di una banca?" Fassino non era diventato padrone di una banca; non controllava l'Unipol; per la cattiva luce gettata su di lui i fratelli Berlusconi lo devono risarcire di 80.000 euro (altri 40.000 euro li dovrebbe ricevere da Fabrizio Favata, l'imprenditore che fornì ai Berlusconi l'intercettazione). Ma Fassino non è l'unica parte lesa. "Abbiamo una banca" fu il tormentone delle elezioni del 2006: insieme a "abolirò l'ICI" fu una delle formule magiche che riportarono in sella la Casa delle Libertà, fino al pareggio finale. La campagna a mezzo stampa che infangò Fassino, i DS e l'Ulivo, l'abbiamo tutti pagata amarissimamente. Non saremo risarciti; questa è la grande vittoria di Silvio Berlusconi. Aver convinto la maggior parte degli italiani che i politici sono tutti uguali, al punto che qualsiasi coglione, se spara, sparerà sempre nel mucchio; e come invariabilmente succede in questi casi, sparerà sempre a quello sbagliato. I gloriosi eletti del popolo, che dovevano mandare a casa la casta, alla fine riusciranno a mandare a casa solo Pier Luigi Bersani: l'unico poveretto disposto a scendere a patti con loro. Si consoleranno fantasticandolo come un tessitore di oscure trame all'ombra dei Paschi di Siena. Intanto alla luce del sole chi si spartisce il vero potere saluta e ringrazia. Erano indaffarati a giurare, gli spari li hanno sentiti per ultimi. Anche delle nostre discussioni devono giungere soltanto echi lontani, un vago starnazzare di inutili galline che si azzuffano per niente.
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Il Grande Osama Bianco

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Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012)

Zero Dark Thirty è un film unico nel suo genere: l'autobiografia di un personaggio vivente che forse non conosceremo mai. Nel film si chiama Maya ed è l'agente della CIA che ha passato quasi dieci anni a cercare Bin Laden, finché non l'ha trovato (forse) e l'ha fatto ammazzare (così dicono, ma perché hanno buttato il corpo in mare immediatamente? E perché non hanno divulgato al pubblico nemmeno una foto? Vabbe', storia vecchia, parliamo del film).

C'è stato un momento - non posso dire quale - in cui guardando il film della Bigelow mi sono accorto che stavo tifando per i cattivi, i malvagi terroristi islamici. È stato un solo momento, comunque imbarazzante. Il punto è che dopo un'oretta nei corridoi della CIA, trascorsa a guardare dei professionisti seri e poco empatici alle prese con procedure standard che prevedono la tortura di alcuni mentecatti, quando finalmente un mentecatto riesce a organizzare un tranello e ammazzarne un po', ti viene spontaneo pensare qualcosa del tipo toh, beccatevi questa yankees, chissà se succede a tutti. Probabilmente no. Zero Dark Thirty è un film ambiguo, il che andrebbe benissimo, se fosse un sistema per disorientare lo spettatore e costringerlo a rivedere le sue opinioni. Da quel che ho letto in giro però non mi pare che le cose siano andate così: ognuno ha semplicemente pescato nell'ambiguità del film quello che serviva a sostenere la propria tesi preconfezionata. Per aver mostrato semplicemente come funzionavano gli interrogatori dei prigionieri (waterboarding, musica ad alto volume ecc.), la Bigelow è stata accusata di apologia di tortura. Per Michael Moore invece il film sarebbe la dimostrazione che la tortura è inefficace, infatti Bin Laden viene trovato soltanto dopo che Obama la proibisce (ma l'inchiesta era partita molto prima, dalla soffiata di un tizio sottoposto a waterboarding...) Per Andrew Sullivan è addirittura un atto di accusa ai criminali che governavano nel 2002 (quando Sullivan li sosteneva), ma in fondo è inutile porsi il problema di quel che pensa Sullivan, tra qualche anno avrà cambiato di nuovo idea. Se però uno spettatore medio entra convinto che la tortura possa essere necessaria per prevenire stragi come quella dell'11/9, non sarà Zero Dark Thirty a fargli cambiare idea: il film a un certo livello di lettura sembra proprio dire che Bin Laden è stato trovato anche grazie al waterboarding.

Se ne parli con un cinefilo puro ti dirà che è un film, soltanto un film: mostra cose che semplicemente sono successe, e lo fa molto bene. La sequenza dell'attacco al compound di Abbottabad è senz'altro lo stato dell'arte del film di guerra nel 2012: tra cinquant'anni guarderemo ancora Zero Dark Thirty se vorremo sapere come era fatta la guerra ai nostri tempi. Purtroppo era una cosa molto noiosa, con elicotteri invisibili e occhiali infrarossi da una parte e kalashnikov impolverati dall'altra, un lunghissimo estenuante match di nervi tra Juventus e Nocerina di cui peraltro conosci già il risultato finale. E i giocatori della Nocerina sono brutti, sporchi, fanatici. Ciononostante, quando fanno almeno un gol... (continua su +eventi!) mi è venuto da alzare il pugno, ma è un problema credo solo mio.

Forse ha ragione chi sostiene che la Bigelow è diventata una specie di regista embedded. Dopo il successo di The Hurt Locker (premio Oscar alla faccia blu dell'Avatar dell'ex marito Cameron) si è subito rimessa a scrivere un altro film di guerra vera, non videogiocata: all'inizio doveva raccontare la battaglia di Tora Bora (in cui Bin Laden non veniva trovato), poi la scoperta del vero nascondiglio dello sceicco del terrore l'ha portata a riscrivere la sceneggiatura in corsa. Film del genere sono interessanti e persino necessari, però per girarli devi avere dei contatti nell'esercito, forse anche nell'Agenzia - ed è gente preparata, magari non sono bravissimi a trovare Bin Laden, ma è indubbio che ai registi la sappiano raccontare. I giornalisti embedded sono inquadrati nell'esercito senza la possibilità di vedere le cose dal di fuori: non c'è scelta, l'unico modo di vedere la guerra è assumere il punto di vista di chi la fa. Allo stesso modo la Bigelow non può permettersi di mettere in dubbio la sua fonte. Col tempo forse scatta anche una specie di sindrome di Stoccolma: a forza di stare in mezzo ai soldati (o agli agenti CIA) non puoi che sviluppare un po' di simpatia per questi uomini rudi, per queste donne tutte d'un pezzo che lottano contro mille avversità per uno scopo, e se torturano qualche talebano nelle gabbie lo fanno comunque con professionalità e senza partecipazione emotiva, figurati, poi si sfogano vezzeggiando le scimmiette nella gabbia più piccola. Per la verità, da quel poco che sappiamo, i carcerieri sadici (e le carceriere) non sono affatto mancati; però la Bigelow non ce li mostra, non ha tempo. Deve raccontarci la storia di Maya, piccola grande Maya, che sola contro tutti e contro tutto riesce a trovare Bin Laden e poi - siccome ai suoi superiori alla fine sembra che non interessi più di tanto questo Bin Laden - pianta una grana infinita finché Obama non si decide a farlo ammazzare.

Maya, ha osservato qualcuno, a suo modo non è meno fanatica dei tizi che vuole eliminare. Sotto ai capelli rossi di Jessica Chastain (bravissima) è ancora e sempre il capitano Achab che non si darà pace finché la Balena Bianca non sarà catturata, e con la Balena tutto il dolore e tutto il terrorismo del mondo. Non ha un passato e, una volta liquidata la Balena, nemmeno un futuro; non si capisce nemmeno come possa far carriera, visto che l'unica cosa che ammette di saper fare è dare la caccia a Bin Laden, con risultati (per i primi nove anni) piuttosto frustranti. In un qualche modo, comunque, i compagni la rispettano e i superiori la temono, e lei va dritta per la sua strada finché la Storia non le dà ragione. Quella che vuole raccontarci la Bigelow, per sua stessa ammissione, è la success story di una persona che non tradisce la sua fede. "Tutti noi come esseri umani possiamo identificarci con il credere in qualcosa - crederci così tanto che non rimane nient'altro nella nostra vita" (tutti? Sul serio?) La narrazione americana procede per success stories: anche la biografia complessa di Lincoln deve essere bignamizzata da Spielberg in un singolo episodio in cui lui deve avere ragione e tutti gli altri torto, a onta di tante altre situazioni in cui gli altri acceleravano e lui frenava, e del chiaroscuro degli eventi precedenti e successivi. Alla fine della fiera Zero racconta la stessa storia dei film di ballerini da talent: devi credere fortissimo nel tuo successo finché si autoavvera; tutti i falliti che ti scorrono attorno non ci hanno creduto abbastanza forte.

Per una Maya testarda che cerca Bin Laden e alla fine incoccia nella pista giusta, chissà quanti agenti hanno continuato a brancolare per dieci anni nel buio, leggendo e rileggendo verbali di interrogatori tradotti alla carlona, bevendo caffè e mangiando ciambelle a spese del contribuente senza cavarci un ragno dal buco - ma la Bigelow ci mostra solo Maya, quell'una su mille che ce l'ha fatta. E ci mostra il mondo con gli occhi di Maya: un luogo pieno di maschi lenti che non vogliono convincersi che Maya ha ragione. Neanche quando un superiore glielo dice chiaro e tondo: Bin Laden è morto, o comunque chissenefrega di Bin Laden, il terrorismo è ovunque, le cellule si scambiano informazioni via internet... Maya non capisce, non può. Nemmeno per un istante l'attraversa il dubbio di essere una semplice pedina: trova intollerabile che una volta rintracciato il compound i dirigenti esitino a fiocinare la Balena. L'unica spiegazione che riesce a darsi (ed è l'unica che ci offre la Bigelow) e che vogliano essere assolutamente sicuri che quello sia proprio Bin Laden e non, poniamo, un trafficante di droga: sono rimasti traumatizzati dalla figuraccia di Colin Powell che mostrava delle foto di camion alle Nazioni Unite spergiurando di aver trovato le Armi di Distruzione di Massa in Iraq. Nemmeno il dubbio che ai piani alti non preferissero tenersi un Bin Laden anziano, stanco, tracciato, piuttosto di farlo fuori a rischio di scatenare rappresaglie e una prevedibile gara tra i successori per conquistarsi sul campo la carica di "Numero uno di Al Qaida". Nemmeno il sospetto che l'ordine finale non sia dovuto all'esasperazione di un direttore che non ne può più di vedersi Maya tutte le mattine che tiene il conto dei giorni col pennarello, ma a un presidente che magari comincia a pensare alla campagna per la rielezione. Niente. Un pezzo grosso saudita offre un'informazione fondamentale? Sarà senz'altro perché gli hanno offerto una Lamborghini, i sauditi sono tutti bambinoni viziati. Così almeno le fonti governative devono averla raccontata alla Bigelow, ma potrebbe anche essere andata diversamente: qualche pezzo grosso saudita potrebbe aver deciso che era il momento politico adatto per mollare l'osso, e la Lamborghini potrebbe essere stato un semplice lubrificante di una trattativa più complessa. Non è che ci voglia molto per farsi venire il dubbio, ma la Bigelow non sembra nutrirne, né ha l'aria di credere che ne debbano nutrire i suoi spettatori.

Solo in un fotogramma l'arcigna Maya si scioglie in un sorriso: quando un soldato, in attimo di relax alla vigilia della battaglia, ammette con un commilitone di essere convinto che Bin Laden c'è, soltanto perché ci crede lei, Maya, e in Maya lui confida. Lì tutto il femminismo della Bigelow si stacca come una concrezione calcarea, e sotto riusciamo a vedere ancora la fanciulla medievale che gode nel vedere il cavaliere pronto a morire per lei. Perlomeno io l'ho vista, ma forse è solo un problema mio eccetera.

Zero Dark Thirty è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 21). Buona visione.
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La tesi di Atta

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Come la prima fidanzata, spesso la tesi di laurea è un mondo a parte in cui hai vissuto per uno o due anni, sforzandoti in tutti i modi di trovarti bene, affezionandoti a particolari irriferibili, amandola con tutto il cuore mentre da qualche parte nella tua mente covavi il progetto di farla in piccoli pezzi per non intasare il sifone del WC. Tutto questo è ormai al di là della nostalgia e del rimpianto, in un passato blindato in una scatola in cantina che prima o poi marcirà o prenderà fuoco, mentre tu pensi ad altre cose che non hanno più niente a che fare. Oppure è in giro per il mondo, come la tua prima fidanzata, che incontra gente, capisce cose, si diverte e non pensa a te, per fortuna. Così vanno le cose, così è giusto che vadano. Sennò diventi Mohammed Atta. Ci hai mai pensato?

Non pensa mai nessuno a Mohammed Atta, mi pare. È il più grande villain degli ultimi 25 anni, ma i bambini neanche lo conoscono per nome. Hitler, per dire, lo conoscono: Atta no. È scivolato quasi subito in un incomprensibile cono d'ombra. Se hanno fatto un film su di lui, non ha avuto successo. Il che è inspiegabile, la sua vita è un film. D'azione. Viaggi intorno al mondo, spie, pedinamenti. E un lungo preambolo in cui si discute di architettura.

Mohammed Atta, basta andare su wikipedia, è nato nel 1968, da qualche parte nel delta del Nilo. Nel 1990 si è laureato in architettura all'università del Cairo. Nel 1993 si è trasferito in Germania, e ha cominciato a frequentare un politecnico ad Amburgo. Si paga gli studi lavorando in una concessionaria, il che forse lo ritarda un po', visto che si laurea solo nel 1999 (in urbanistica?) con una tesi su Aleppo, in cui depreca il degrado architettonico-urbanistico dell'antico centro, causato dalla modernità e in particolare dai... grattacieli.

L'anno prima - quello in cui mi sono laureato io - Atta aveva creato con alcuni suoi coinquilini la cosiddetta "cellula di Amburgo", un nucleo di fondamentalisti in cerca di jihad, che in un primo momento pensano di trovarla in Cecenia, ma poi finiranno in Afganistan ad allacciare contatti con Al Qaeda, e il resto della storia vagamente lo sapete (benché siano i dettagli a renderla intrigante).

Mohammed Atta, tutti quelli che ammettono di averlo conosciuto, lo ricordano come una persona dai modi gentili ma inequivocabilmente islamici, che sorrideva spesso e quasi si scusava di non poter stringere la mano ai membri della commissione di laurea che avevano la ventura di esser donne; diamo quindi per scontato che credesse in tutto quello a cui credono i jihadisti suicidi: il paradiso a base di vergini, eccetera. Il fatto che nell'estate del 2001 lo si trovasse spesso ubriaco negli stripbar di Las Vegas, lo prendiamo come un tentativo abbastanza riuscito di stornare i sospetti della CIA (che lo aveva schedato molto prima che lui entrasse negli USA, ma, curiosamente, smise di seguirlo non appena vi entrò). Però - è una suggestione che lascia il tempo che trova, prima o poi l'avrei scritta e ci ho messo 11 anni - forse la cosa in cui Atta credeva davvero, con tutta l'anima e tutta la mente, ancor più del Corano, era la sua tesi di laurea. I grattacieli erano il nemico. Bisognava cominciare a buttarne giù. Dare l'esempio, almeno.

Chissà cosa direbbe Atta delle macerie che oggi sono Aleppo. Chissà se gioirebbe per i brutti palazzoni che crollano, o per il centro millenario che le granate non risparmiano. Non potrebbe neanche arrogarsi qualche merito, o addossarsi qualche colpa: l'11 settembre è già lontano, quel che succede oggi in Siria ha altre origini, altri fini. Chissà che direbbe delle Abraj Al-Bait Towers della Mecca, inaugurate in questo 2012 e già dichiarate il più grande edificio sulla Terra: in cima c'è ovviamente l'orologio più alto del mondo, un BigBen sotto steroidi che promette di assestare un bel pugno nell'occhio di tutti i pellegrini che da ogni parte del globo vengono lì sotto a pregare intorno alla Ka'ba. Atta ci andò nel 1994: al posto delle Al-Bait Towers c'era ancora un forte ottomano, poi smantellato e ricostruito altrove.


Le foto delle Al-Bait Towers (via Mazzetta) hanno un che di spaventoso e disumano e bellissimo. Quel BigBen è così assurdo, così fuori contesto, così blasfemo, che alla fine ti ipnotizza, in un modo non troppo dissimile da come ci ipnotizzò 11 anni fa Mohammed Atta, buttando giù una torre ancora più alta. Più guardi le foto, più ti ripeti: Atta ha perso. Più lo ripeti, più ti sorprendi a pensare che nel 1998, all'inizio perlomeno, non è che avesse tuttissimi i torti.
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Imprenditori che sbagliano

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Capire le ragioni dei sequestratori di persona.
Adesso però scusate. Mettiamola in questo modo. Prendiamo... un No-Tav. Uno di quelli duri e puri. Magari rinviato a giudizio per resistenza a pubblico ufficiale e cazzivari. Mettiamo che una mattina sbrocchi ed entri negli uffici del comune di Susa con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Mettiamo che prenda 15 ostaggi. Secondo voi i giornalisti come la prenderebbero? Quanti si spingerebbero a scrivere un bell'elogio del povero valligiano esasperato, stigmatizzando magari anche un po' la violenza, perché effettivamente prendere ostaggi in generale è brutto e non si fa, però bisogna anche capire la rabbia la frustrazione di un popolo che da 20 anni chiede giustizia e non viene ascoltato e bla, bla, bla?

Riproviamo. Un musulmano italiano. Incazzato per un qualsiasi motivo, per esempio che "musulmano italiano" suona ancora strano e non c'è nemmeno un'organizzazione islamica nel tabulato dell'otto per mille. E il comune non gli fa costruire la moschea sul suo terreno, magari si era pure accollato un mutuo e sperava di rifarsi con le questue dei fedeli. E la Santanché è una stronza. Ed ecco che sbrocca pure lui. Entra nell'ufficio del catasto con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende anche lui 15 ostaggi. Secondo voi quanto ci mettono Magdi Allam e Guido Olimpio a riconoscere la mano di Al Qaeda Ahmadinejad Jihad Islamica Hamas Ali Babà + 40 ladroni? E le teste di cuoio a irrompere e a farlo a fettine fini fini? Ecco.

Un brigatista. L'ultimo. Ha deciso di finire col botto. Entra in un commissariato con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende 15 ostaggi e poi chiede la libertà per Nadia Desdemona Lioce e tutto il resto della cumpa. Lo comprendiamo? In fondo anche i brigatisti ormai è da quarant'anni che si fanno il mazzo per niente, insomma, dai, un po' di esasperazione a questo punto ci sta, vogliamo ignorare l'esasperazione?

Ricapitolando: un brigatista, un No-Tav, se irrompono in un locale a mano armata e prendono degli ostaggi sono terroristi. Un musulmano, se fa la stessa cosa, è un terrorista islamico. Ma un imprenditore italiano, se entra in un ufficio postale con due pistole, un fucile a pompa, cinquanta munizioni e un coltello, è un "gran lavoratore" a cui esprimere solidarietà; un martire della crisi; un "eroe", cinguettava Fabrizio Rondolino, che "sta lottando per le nostre libertà naturali". Col fucile a pompa. Con due pistole. Con ancora gli ostaggi dentro, e nessuno che gli abbia risposto Rondolino, sei fuori di testa, rileggiti, riguardati, ci può ancora scappare un morto: nessuno.


Quando ero bambino e mi raccontavano le favole sugli anni di piombo - uh com'erano brutti brutti quegli anni di piombo - una di quelle che non si dimenticavano mai di somministrarmi era quella dei giornalisti di sinistra, e di centro-sinistra, colti, borghesi, proto-radical-chic, che all'inizio nelle brigate rosse mica ci credevano. Pensavano a depistaggi. Poi a dei gruppuscoli. Poi sequestrarono Moro. Ed era tutto un dire: compagni che sbagliano. Ecco, quando ero bambino e mi raccontavano le favole degli anni di piombo (brutti!) ci tenevano a spiegarmi che questa cosa dei compagni-che-sbagliano era stata micidiale, aveva mantenuto la temperatura e l'umidità necessarie a far sì che il terrorismo allignasse, che diventasse nelle chiacchiere di molti un'opzione un po' folle ma non del tutto irragionevole, non del tutto da buttar via, in anni in cui del resto la ragionevolezza era Giulio Andreotti.

Ecco, questa fiaba dei compagni che sbagliano me la sono sentita ripetere tante volte, tante volte ritorcere contro quando magari scrivevo che a Genova era stata la polizia a sfondare e non viceversa; che gli anarcoinsurrezionalisti bombaroli sono probabilmente una dozzina; che i terroristi islamici in Italia in dieci anni di jihad hanno fatto due vittime, cioè sé stessi. E avevate ragione, siamo in guerra, non si può perdere tempo a spaccare i capelli, rubando spazio che si può meglio impiegare scrivendo: terrorismo brutto. Anarcoinsurrezionalismo brutto, brutto, brutto. No-Tav che salgono sui tralicci: stupidi, cattivi.

Imprenditori armati di tutto punto che sequestrano quindici persone? Eroi.
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Un Natale anarchico e informale

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Io sulla Federazione Anarchica Informale ho, più che una teoria, una sensazione; non sono in grado stasera di dimostrarlo, ma mi pare proprio che colpiscano sempre a fine anno. Questa cosa li rende un po' più simili a dei maniaci seriali che a dei rivoluzionari. Come rivoluzionari anzi faccio sempre più fatica a immaginarmeli, di solito un rivoluzionario o ha molta pazienza o molta fretta; uno che smolla due pacchetti bomba sotto le feste ogni anno, e qualche volta salta pure l'anno, che razza d'insurrezione ha in mente?

Quel che è peggio è che ormai gli anarchici informali si sono impregnati di quello spirito natalizio ancora lieve dei primi di dicembre, privo delle angosce che ci attanagliano dal venti dicembre in poi: senti che hanno messo una bomba e ti viene in mente che è ora di addobbare l'albero e telefonare agli amici lontani. Forse c'è una spiegazione tecnica, forse sotto le feste è più facile contrabbandare esplosivi in mezzo ai botti di fine anno, non lo so. In realtà non ne sa niente nessuno.

Due anni fa (avevo appena cominciato a scrivere sull'Unità), trovai su un forum anarchico un testo che è la cosa più vicina a un manifesto della Federazione Anarchica Informale. Anche in quel caso si respira a pieni polmoni l'atmosfera della notte di San Silvestro, con quell'acre sentore di petardo. Ci scrissi un pezzo che coi suoi difetti mi sembra ancora interessante, anche se ormai di difficile reperibilità. Lo ricopio qui, credo di fare cosa non troppo inutile.


“Abbiamo scelto di colpire dove meno ve lo aspettate”, scrivono le “Sorelle in armi” nel comunicato in cui rivendicano la bomba alla Bocconi. E invece non c’è mai stata una bomba tanto prevedibile, nel luogo e nel momento in cui più avremmo potuto aspettarcela. 

Una bomba anarchica a Milano, nell’anniversario della morte di Pinelli. Una bomba anarco-insurrezionalista, mentre al vertice di Copenaghen i black bloc attiravano (o distoglievano, a seconda del punto di vista) l’attenzione del pubblico mondiale. Una bomba in un ateneo privato, mentre gli studenti italiani manifestavano per la scuola pubblica. Una bomba gravida d’odio proprio mentre Berlusconi, percosso al volto ma non domo, si dichiarava sicuro della “Vittoria finale dell’Amore”. Tanto maldestre in fatto di detonatori, queste Sorelle, quanto raffinate nella scelta dei luoghi e dei momenti più suggestivi. Raffinatezza che molti hanno voluto trovare sospetta – non saremmo più in Italia se pochi minuti dopo il ritrovamento della bomba non fosse già fiorita una specifica dietrologia. Ma bisogna anche capirci: abbiamo stragi che aspettano un colpevole da trent’anni, poliziotti che piazzano molotov… con simili precedenti è effettivamente dura per un’organizzazione terroristica alle prime armi farsi prendere sul serio. 

Il comunicato non aiuta, perché le citazioni che fino a qualche anno fa avrebbero dimostrato inoppugnabilmente il radicamento delle Sorelle nell’anarcoinsurrezionalismo ‘latino’ (la citazione dell’anarchico spagnolo Pombo da Silva, il richiamo all’anarchico cileno Mauricio Morales), nell’era di google diventano facilmente falsificabili: chiunque può farsi una cultura su da Silva o Morales in dieci minuti, e magari condirla con un verso di De Andrè che fa sempre anarchia. Questo in effetti è il punto meno credibile del comunicato: un anarchico che cita De Andrè è un po’ banale, ma un anarchico che cita De Andrè fraintendendolo così (il Bombarolo che vuole terrorizzare per non “ammalarsi di terrore” è un borghesotto figlio di papà) o è un ragazzino o un impostore. Brutta storia in entrambi i casi.

L’attenzione dei giornalisti si è concentrata sulla sillaba finale
. Bastano infatti tre lettere, la sigla Fai, per trasformare la bomba di un gruppo sconosciuto nell’ultima azione del più temibile gruppo terroristico italiano. La Fai, spiegano, sta per Federazione Anarchica Informale: e se ti dicono così, significa che la Fai ha già vinto. Non la guerra, ma almeno una battaglia di immagine contro la vera FAI, la Federazione Anarchica Italiana nata nel 1945, editrice della malatestiana Umanità Nova e depositaria della storia più nobile dell’Anarchia italiana. La storica FAI non ha mai perso un’occasione per dissociarsi dal gruppo di bombaroli che ne usurpa la sigla: anche in questo momento sul suo sito compare un comunicato che “denuncia la natura oggettivamente provocatoria e antianarchica delle esplosioni di Milano e Gradisca d'Isonzo”. Fatica sprecata: ormai per il grande pubblico la Fai sono gli anarchici che mettono le bombe. “La principale minaccia terroristica di matrice anarco-insurrezionalista a livello nazionale», secondo l’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna). Se non proprio l’unica. 

Una “galassia”, scrive Paolo Colonnello sulla Stampa, addirittura un “universo che nel 2003 provò a colpire Prodi”. Visti gli effettivi attentati portati a termine sarebbe il caso di parlare, più che di galassia, di una costellazione. Una manciata di gruppetti, disseminati in tutt’Italia, senza nessuna velleità di costituire un movimento armato unitario (anzi, la frammentarietà è quasi rivendicata), che tra il 2003 e il 2006 hanno piazzato e spedito ordigni che anche quando sono scoppiati non sempre sono riusciti a guadagnarsi le prime pagine. Unico risultato concreto: oggi la sigla Fai è cosa loro. Fino al 2006 le periodiche consegne esplosive della Fai informale ribadivano l’esistenza di una corrente sotterranea violenta annidata tra le pieghe del “Movimento dei Movimenti”. Per i Movimenti invece la Fai informale non è mai esistita: si trattava di infiltrati, servi del potere. I loro comunicati, come s’è visto, non appaiono molto convincenti.

Forse la sola testimonianza a favore della ‘genuinità’ della Fai è l’unico bizzarro comunicato divulgato su internet, dal sito Anarchaos.it (ma “a semplice scopo informativo”). Risale al Natale del 2006 e porta il nome di “Documento-Incontro della Federazione Anarchica Informale a 4 anni dalla nascita”. Dopo una cronistoria accurata delle azioni compiute dai gruppi prima e dopo la nascita della Fai informale, il Documento riporta i verbali di una riunione natalizia in… “casa di Paperino”. Sì, perché per ragioni di segretezza i nomi degli esponenti dei vari gruppi (“COOPERATIVA ARTIGIANA FUOCO E AFFINI, BRIGATA 20 LUGLIO, CELLULE CONTRO IL CAPITALE, IL CARCERE, I SUOI CARCERIERI E LE SUE CELLE, SOLIDARIETA’ INTERNAZIONALE”) sono sostituiti da quelli della banda Disney. 
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Perché non fanno le BR?

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Alla guerra globale con le fionde

L'insurrezionalismo dei cappuccetti neri non è un fenomeno così nuovo e originale come Maroni & co. vorrebbero. È comunque qualcosa che cronisti e commentatori, non necessariamente superficiali, stanno ancora cercando di mettere a fuoco. Si procede per aggiustamenti: abbiamo accettato che non sono tutti infiltrati (ma sono infiltrabili), non sono tutti fascisti (ma fascisti ce n'è) e che i black bloc internazionali, quelli che sconfinavano ai tempi dei grandi vertici, ormai hanno meglio da fare. Ogni tanto però partono ancora riferimenti storici alla c* di cane, ad esempio c'è chi parla di BR. È un passato che riemerge più per mancanza di fantasia che per altro: non penso che nemmeno i leghisti ci credano, a questa cosa delle nuove BR. È una specie di termine per assurdo, come quando si dice “uscire dall'euro” o “secessione”: se scenari del genere si concretizzassero, sarebbero i primi a sbalordirsi. In cuor loro sanno, come lo sappiamo un po' tutti, che i cappucci neri non rifonderanno le BR, che non ne sarebbero capaci e comunque manco ci tengono: tanto è stridente il contrasto tra il loro movimento e i brigatisti di 40 anni prima (quaranta!) Ne siamo tutti così sicuri che forse vale la pena ridiscuterla, questa sicurezza: capire su quali fondamenti si posa.

Perché i cappuccetti non rifaranno le BR? In fondo brigatisti e cappucci condividono una premessa simile: l'insurrezionalismo. Le azioni di guerriglia urbana, siano sequestri o rapine o vandalismi, sono sempre concepiti come la premessa di una rivoluzione che è possibile: basta solo mostrare alla massa che si può, che la cosa è fattibile.

La differenza sta nel metodo. I cappucci sono vandali, devastatori, e lo rivendicano con orgoglio. Ogni manifestazione è una dimostrazione che la rivoluzione si può fare, anche se probabilmente l'unica idea di rivoluzione rimasta è una piazza ancora più grossa che brucia, con più camionette, più spranghe, più poliziotti da menare di più, in pratica il livello successivo del videogioco.

I brigatisti i videogiochi non li avevano. Erano sicari. I loro metodi consistevano per esempio nell'intimidazione a mezzo ciclostile, nel sequestro, nella gambizzazione, nell'omicidio politico. In ogni caso, si tratta sempre di fissare il mirino su un individuo, un solo esemplare del nemico: non la casta dei padroni, ma quel padrone, quel caposquadra o giornalista servo del padrone, quel sindacalista venduto, quell'uno da colpire per educarne cento. Col tempo l'orizzonte si estende, le Brigate Rosse alzano i mirini dalle officine al parlamento allo Stato maggiore NATO; teorizzano persino lo Stato Imperialista delle Multinazionali... però continuano a darsi obiettivi incarnati in individui: quel politico, quel segretario di partito, quel generale. Basterebbe questo a farci capire che siamo in un secolo diverso. Gli insurrezionalisti del duemila non sequestrano nessuno, non minacciano nessun Nome e Cognome, al massimo si danno come obiettivo la sede di un'istituzione nazionale o internazionale; ma se non riescono ad arrivarci va bene anche una Qualsiasi Banca. L'omicidio politico o il sequestro sono opzioni mai prese nemmeno lontanamente in considerazione, neppure dal più boccalone dei commentatori di indymedia. Varrebbe la pena di chiedersi il perché.

Un'ipotesi (un po' subdola): fare i brigatisti è troppo sbattimento. La vita del sicario, spesso ridotto in clandestinità, richiede una disciplina, una professionalità, una capacità organizzativa che il cappuccetto nero non è in grado di reggere. D'altro canto i brigatisti venivano dalle fabbriche, erano abituati alla sveglia alle sei del mattino e a proiettare la fatica quotidiana in un orizzonte progettuale. I cappuccetti neri sono disoccupati  o precari cronici, la sveglia probabilmente la vivono come una costrizione borghese. Sto senz'altro stereotipando, in realtà non credo che i cappuccetti neri siano (tutti) degli allegri cialtroni: di sicuro hanno capito come si sta in piazza e hanno buone competenze tattiche, maturate nei fantomatici campi d'addestramento greci o più probabilmente in Val di Susa. Però alla fine sono vandali organizzati, tutto qui: non è che debbano gestire sequestri o reti di covi e arsenali in tutta la penisola. Gestire sequestri, soprattutto, richiede un'organizzazione infinitamente più complessa e professionale: e poi servono fondi. È noto il modo in cui i brigatisti si autofinanziavano: rapine.

Ecco, chiediamoci questa cosa: perché i cappuccetti neri non fanno rapine? Una certa contiguità con la criminalità comune dovrebbero averla, almeno quelli che vengono dalla curve. In ogni caso ormai sanno tutto su come violare la vetrina blindata di una banca: non gli è mai venuta la curiosità di dare un occhiata non dico al caveau, ma ai cassetti degli sportelli? Non è che debbano trasformare l'insurrezione in una forma estrema di shopping, come è successo durante gli ultimi riots di Londra: però il saccheggio è pur sempre parte integrante di una rivoluzione, che non è, mi par di ricordare, un pranzo di gala. Vandalizzare una banca senza rapinarla mi sembra come fumare senza aspirare, un voler peccare per forza senza riuscirne a godere. Oltre al fatto che anche i cappuccetti avranno le loro spese: fionde, bulloni, spranghe, corsi di aggiornamento in Grecia in tariffa economica, d'accordo, ma è pur sempre un traghetto andata e ritorno. Cari cronisti, magari la prossima volta che trovate un ragazzo così chiacchierino, fategli la domanda: ma chi finanzia? Perché all'esercito di pancabbestia figli di papà io non ci credo; ce ne saranno senz'altro, ma non possono essere la maggioranza. E quindi? I centri sociali producono davvero tutto questo plusvalore?

Insomma paragonare BR e insurrezionalisti contemporanei è quasi un esercizio di stile. Un discorso diverso meritano le analogie con Autonomia Operaia, sempre dagli anni di piombo, ma quelli dopo il '77. Perché lo spartiacque è quello: chi tira fuori le BR si classifica immediatamente come un barbogio che parla a casaccio e probabilmente tiene ancora in casa 33 giri di prog italiano, la Premiata Forneria Marconi eccetera. Chi parla di Autonomia Operaia ha in mente il punk, e di punk ai cortei insurrezionalisti se ne ascolta ancora. Come dire che gli anni Settanta hanno due lati, il primo è suonato da musicisti professionali e molto tecnici e nessuno osa più passarlo per radio; dall'altra c'è già lo stesso rumore sguaiato che ascoltiamo tutti i giorni. In ogni caso no anche qui è opportuno rimarcare le differenze, non teoriche ma tecniche: nel '77 negli spezzoni di AutOp si vedevano le P38. Gli insurrezionalisti prevedono una rivoluzione globale non molto pacifica, ma per ora l'idea di sporcarsi le mani con armi non anticonvenzionali non li sfiora. Eppure noi non viviamo in un mondo meno armato di quello del '77. La criminalità organizzata controlla interi distretti della penisola: un gruppo insurrezionalista determinato non dovrebbe avere difficoltà ad equipaggiare gruppi di fuoco, in luogo delle falangi con le fionde che saranno anche efficaci a intrappolare le camionette, ma fanno comunque Ragazzi della via Pal. Se non stanno alzando il livello dello scontro alla fase sparatoria, se per lo meno non danno impressione di volerlo fare, neanche a livello di minaccia deterrente, vale anche qui la pena di chiedersi il perché. Va bene essere l'avanguardia della rivoluzione: ma pensate di farla tutta a spranghe e a estintori? In un certo senso sì, perché alle capacità devastatrici (modeste) di spranga ed estintore si aggiunge la potenza della vera arma del cappuccetto nero: il video. La rivolta è più un happening, una liturgia che un effettiva battaglia; tenere una piazza italiana per mezza giornata può considerarsi una vittoria solo se nel frattempo filmi tutto e lo condividi con gli amici. Le pistole in tutto questo non avrebbero senso: molto più fotogenico è l'estintore strappato al nemico, la fionda con tutto il sottointeso biblico (hai un bel da frantumare madonne, alla fine la Bibbia ti prende alle spalle). Sono armi che ti lasciano innocenti: quando si impugneranno i calci delle pistole l'innocenza sarà finita per sempre, ma chissà se succederà mai.

Chissà se ci credono davvero, è la domanda che mi resta in mente. Già qualche dubbio doveva serpeggiare sotto i passamontagna dell'Autonomia, che negli anni Ottanta approdarono ai centri sociali delle grandi città come a un rifugio sicuro. Lì dentro, per vent'anni, l'utopia rivoluzionaria ha ceduto il passo a una proiezione molto più ristretta, quella delle Zone Temporaneamente Autonome, la riserva indiana dell'utopia. Verso la fine degli anni Novanta i centri sociali che non erano diventati semplici discoteche o circoli ricreativi erano incartati in discorsi talmente autoreferenziali da riuscire incomprensibili anche a chi veniva dentro a ballare o a cercare sostanze (solidarietà ai compagni imprigionati durante manifestazioni di solidarietà ad altri compagni imprigionati durante gli sgomberi di centri sociali occupati in seguito agli sgomberi di altri centri sociali). Il movimento antiglobalista internazionale fu una boccata d'aria salutare, di cui alcuni seppero profittare, altri no. Dopo il forum di Firenze la spirale autoreferenziale ha ripreso il sopravvento. Forse l'episodio che ha scompaginato le carte stavolta è stato molto più locale: la guerriglia in Val di Susa. Lì i militanti dei centri sociali non hanno soltanto trovato nuove tattiche. Può darsi che abbiano trovato quello che più di tutto serve a un combattente: un motivo concreto per combattere. Non l'insurrezione globale, ma la difesa di quella valle, quel ruscello, quella gente (che non ha fatto mancare la solidarietà). Forse questo ha reso i cappucci molto più determinati. A Roma hanno portato un'organizzazione più efficace del solito. Ma a Roma c'è anche chi ha tutto l'interesse a usarli da utili idioti, e questo forse se l'erano dimenticato. Su in montagna probabilmente era tutto più chiaro: una linea da tenere, un nemico da punzecchiare, tanti amici pronti a nasconderti... Ehi, un attimo. Anch'io ho poca fantasia: sto ricascando negli anni Quaranta. Meglio finirla qui.
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Non siete così meglio di Breivik

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Non è un pazzo.

Solo perché ha portato alle logiche, estreme conseguenze le chiacchiere che possono scapparvi a una certa ora al terzo grappino, al secondo limoncello, voi dite che è un pazzo, Breivik.

E siccome sotto la patina becera e pagana siete uomini di mondo, moderni e disincantati, non vi attraversa nemmeno per un istante il sospetto di averlo evocato voi il folle Breivik, durante i sonnellini della vostra ragione. No, il mostro lo avrà senza dubbio partorito qualcun altro - il gene dello stragismo, il welfare nordico, il disagio della società multiculturale, i videogiochi, il "sistema".

Io per me non credo che Breivik sia un pazzo, o meglio: non credo che la sua pazzia sia di un genere diverso dalla vostra. Se faccio qualche distinguo tra voi e lui, non è perché rispetti l'atteggiamento moderato con cui anche stanotte vi alzerete dal tavolino e ve ne andrete a nanna senza aver fucilato nemmeno un negro, nemmeno un comunista. Non è che vi stimi più di lui: mi fate meno paura, questo sì, ma non perché lui sia un pazzo e voi no. Il fatto è che la sua "pazzia", chiamiamola pure così, è molto più efficiente. Breivik, se ho capito bene, è stato abbastanza pazzo da trasferirsi in campagna per qualche anno, onde poter acquistare tutto il fertilizzante esplosivo che gli serviva senza destare sospetti. Quando alla fine ha colpito, non ha tirato alla cieca come i terroristi, a cui basta seminare il terrore.

Breivik aveva un obiettivo molto più preciso, accessibile soltanto in una piccola nazione: ammazzare un intero partito, interrompendone il ricambio generazionale. Così ne ha fatto esplodere la sede della capitale, attirando la polizia lontano dall'isola dove ha decimato con freddezza i futuri quadri del laburismo norvegese. Tutto alla luce del sole, perfettamente spiegato, senza quelle zone d'ombra in cui il terrorismo incuba: Breivik non è un terrorista, è il flagello di Dio. Il sorriso che mostra nelle foto dell'arresto lo leggete come il sorriso di un folle: io ci vedo la soddisfazione per un buon piano eseguito, per un lavoro ben fatto. C'è nella sua "pazzia" un metodo, una lucidità che forse noi sani di mente non possiamo permetterci. Quella che ci impedisce di irrompere con una mitraglietta nella redazione di Feltri, togliendo a lui e ai suoi pards la possibilità di mettere alla prova il proprio coraggio, la propria abnegazione, cos'è? ragionevolezza? O paura, o rassegnazione? Siamo meno pazzi o soltanto più pigri?

Di fronte a uomini lucidi come Breivik, in grado di concepire una missione e sacrificarvi tutta la loro esistenza; individualisti assoluti pronti a bruciare il proprio ego pur di rischiare l'alba di un nuovo Califfato o di un nuovo Sacro Romano Impero, forse la soluzione è: più videogiochi. Sul serio. Nel suo caso evidentemente non ne ha giocati abbastanza: alla lunga è rispuntata la voglia di irrompere nella realtà, realizzandovi le sue fantasie di sterminio e sacrificio. Forse avremo risolto il problema quando ognuno di voi, senza neanche alzarsi dal tavolino, avrà a disposizione la sua realtà simulata in cui uccidere tutti i laburisti e i negri che vuole, trionfare e regnare. Più crociate per tutti, purché virtuali; più target, più missioni, più munizioni, più ministeri in Brianza, più oppio per i popoli dell'Europa dei popoli. Il giorno in cui la fantasia sarà davvero più soddisfacente della realtà, quel giorno forse vi libererete all'estasi dei vostri sogni di purezza e gloria, e ci lascerete in pace a tentare di convivere e sopravvivere in questo mondo imperfetto. Forse a Bossi non abbiamo dato abbastanza Braveheart; forse da qualche parte qualcuno ha già scritto il gioco di ruolo che riuscirà a incatenare per sempre l'inquieto Borghezio, come Merlino nel Lago.

Nel frattempo dobbiamo sopportarvi, ma non è che ci facciate meno schifo di Breivik. Un po' meno paura, forse: e forse abbiamo torto. Perché non sarete lucidi e conseguenti quanto Breivik, ma quando volete sapete uccidere meglio di lui, con più pulizia e senza pagarne le conseguenze. A un simpatico leghista moderato come il ministro Maroni, a quel mattacchione ex-post-fascista sdoganato del ministro La Russa, basta lasciare soltanto due motovedette a pattugliare un largo braccio di mare all'apice dell'emergenza profughi in Libia, e il Canale di Sicilia si riempie in pochi giorni di quelle centinaia di cadaveri di fronte ai quali Breivik perde tutto il suo carisma folle e si rivela per quel che è: un dilettante, che ora andrà in galera. Voi invece restate al governo. Ma non è che mi facciate meno schifo di Breivik, o che dobbiate sembrarmi meno pazzi di lui.
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Sem livros e sem fuzil

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(Questo è un pezzo che ho scritto per l'Unità on line in gennaio, quando Lula rese evidente che Battisti non sarebbe mai stato estradato, anche se in Italia faceva comodo a molti pensarla diversamente. Lo ripubblico qui perché può essere ancora utile, con un'avvertenza: io non sono un giornalista in nessuna accezione del termine, men che meno un esperto di giudiziaria, anni di piombo, diplomazia o Brasile. I primi pezzi che scrissi sul caso Battisti erano deliberatamente cose da blog un po' cialtrone. Vederli linkati ancora oggi come fonti primarie mi crea più imbarazzo che soddisfazione; continuare a leggere su molti organi autorevoli gente che ne sa ancora meno mi dà, non scherzo, le vertigini).


Un latitante troppo fotogenico
Alla fine di tante discussioni su Cesare Battisti resta un dubbio: ma se non avesse la faccia che ha, con quel ghigno da furfante che ha mostrato ai fotografi due o tre volte di troppo, ne staremmo ancora parlando? In fondo un motivo ci deve pur essere, se a distanza di tanti anni il suo volto è ancora sui titoli dei tg, mentre di tanti altri latitanti non si parla semplicemente più. Non si parla più di Giorgio Pietrostefani, che per i giudici italiani è colpevole dell'omicidio di Luigi Calabresi. Nessun La Russa si permette di minacciare fuoco e fiamme contro la Svizzera che non intende estradare Alvaro Lojacono, complice dell'assassinio di Moro, divenuto cittadino elvetico; nessuno propone sanzioni contro il Nicaragua se il brigatista Casimirri gestisce suo ristorante in riva all'oceano. E la lista di gente che l'ha fatta franca potrebbe continuare ancora a lungo: cos'ha dunque Battisti che tutti questi assassini non hanno? Io una teoria ce l'avrei.



Battisti è il latitante più fotogenico che abbiamo. Per quante volte possa avere rinnegato la lotta armata, il suo volto è diventato l'icona con cui i cronisti scelgono di rappresentarla. Bastano pochi secondi di filmati di repertorio, lui che ghigna in un parcheggio, e i Due Minuti d'Odio quotidiani sono serviti. Sarà per questo che di lui si parla tanto, e invece non si parla mai, per esempio, di Cacciola?

Salvatore Alberto Cacciola non è un terrorista, ma la sua storia è ugualmente interessante. È un banchiere fraudolento. Nato in Italia, cresciuto in Brasile, fuggito in Italia nel 2000, quando l'aria per lui cominciava a farsi pesante. Non lascia orfani e vedove, come ne lasciarono i Proletari Armati di Battisti, ma famiglie sul lastrico ne ha messe parecchie, e in questi dieci anni i brasiliani non si sono mai veramente scordati di lui. Questo è un dettaglio importante, che spesso si omette quando si parla di Battisti in Brasile. Perché prima che il nostro Proletario Armato fuggisse laggiù, era l'Italia che avrebbe dovuto estradare Cacciola in Brasile, e non lo fece. Fino al 2007, condannato in patria a tredici anni, Cacciola rimase a spassarsela dentro i confini della nostra rispettabile Repubblica, più o meno ignorato dai nostri organi di stampa. Che i brasiliani non se lo fossero affatto dimenticato lo dimostra la velocità con cui fu acciuffato appena osò mettere appena il naso oltre Ventimiglia, per un weekend a Montecarlo con una nuova fidanzata. Fu il ministro della giustizia Genro a ricordarlo allo stesso presidente Napolitano, un anno fa: gli italiani che ci chiedono Battisti non ci hanno mai dato Cacciola, un criminale comune. È superfluo notare chi aveva avuto, per gran parte di quei sette anni, la responsabilità di governo.

D'altro canto Berlusconi ci teneva tantissimo, a Battisti. A parole. Nei fatti, è lecito dubitare che si sia mai realmente speso per l'estradizione. Non risulta che ne abbia parlato con Lula nell'ultimo incontro, il vertice italo-brasiliano di fine giugno. Non in pubblico, “magari in ascensore”, dice l'ex sottosegretario Adolfo Urso, oggi in Futuro e Libertà. Il fatto è che Battisti diventa un argomento interessante soltanto davanti ai microfoni italiani. Ai brasiliani magari fece più effetto il party privato con sei ballerine che Berlusconi si concesse per l'occasione. 

Il caso Battisti è un esempio classico dell'approccio berlusconiano ai problemi: perché risolverli, quando li si può trasformare in spettacolo? Vedi l'emergenza rifiuti: dopo le elezioni Berlusconi aveva gli strumenti e il consenso per risolverla in modo strutturale, anche con misure impopolari; ma gli conveniva davvero? Che altro avrebbe promesso alle elezioni successive? Lo stesso con Battisti. Forse, con un'azione diplomatica più ponderata, Berlusconi avrebbe potuto averlo indietro.

Ma ne valeva davvero la pena? Non era meglio mandare in vacanza il solito ministro Frattini, rilasciare una dichiarazione insolente nei confronti di Lula, e liberare il ministro delle chiacchiere moleste, on. Ignazio La Russa? Si sventola il ghigno del mostro al tg delle venti, si mobilitano i parenti delle vittime (che hanno tutte le ragioni per sentirsi presi in giro), e se non si ottengono risultati, si può sempre lamentare l'esistenza di un complotto radical chic contro l'Italia. Probabilmente orchestrato da Carla Bruni – che con Battisti ha smentito di aver mai avuto a che fare, ma non ha importanza: tutto fa brodo. Compresi i dubbi di chi in Italia osa mettere in discussione le sentenze: non per una questione ideologica, ma perché tutto lascia intendere che su Battisti, una volta fuggito, qualche ex complice abbia scaricato tutto quello che poteva in cambio di sostanziosi sconti di pena.

Questa è stata la giustizia italiana che ci ha fatto uscire dagli anni di piombo. Possiamo anche decidere che certe pagine è meglio non riaprirle, ma dobbiamo accettare che i brasiliani, a distanza, maturino un giudizio diverso. Anche alla luce di un altro dato di cui si parla poco: le nostre carceri fanno schifo. In un anno abbiamo perso 170 detenuti: l'ultimo, morto il 28 dicembre, era un invalido al 100%. Di questi, 65 sono suicidi. Sono conteggi che difficilmente sentiremo al tg: il ghigno del perfido Battisti è senz'altro più sexy. Eppure l'Unione delle Camere Penali parla senza mezzi termini di strage, e lamenta che le carceri italiane siano diventate una “discarica sociale dove vengono meno i principi fondamentali del diritto e dell'umanità”: di fronte a tutto questo desta stupore che una richiesta di estradizione venga rifiutata per ragioni umanitarie?

E adesso che si fa? Si potrebbero ammettere i propri errori sul caso Cacciola, chiedere scusa per le dichiarazioni che hanno fatto infuriare Lula, pensare magari a un possibile percorso di revisione dei processi, non solo nel caso di Battisti. Ma tutto questo sarebbe faticoso e complicato, e avrebbe come unico risultato il ritorno in patria di personaggi che fanno molta piùaudience finché recitano, loro malgrado, la parte di cospiratori all'estero. Molto meglio continuare a far baccano, blaterando di sanzioni e altre misure minacciose che danno un tono molto virile ai nostri governanti. Paolo Granzotto, sul Giornale, ha scritto che "un tempo, in simili casi, una nazione con gli attributi e che non voleva esser trattata a pesci in faccia mandava le cannoniere": insomma siamo già alla battaglia navale. Discorsi da pranzo di capodanno, chiacchiere ideali per assopire i cummenda in poltrona: quando poi lunedì si torna al lavoro, di blocchi alle esportazioni e accordi commerciali congelati nessuno vorrà più sentir parlare, i cummenda per primi.

E quindi? Ricominceremo da capo. Quello che non abbiamo saputo chiedere a Lula, lo richiederemo a Dilma Roussef, probabilmente con la stessa boria. E davvero non ha nessuna importanza che le possibilità di ottenere un verdetto diverso dalla nuova Presidente siano praticamente nulle. In fondo è proprio quello che Berlusconi e i suoi uomini perseguono sempre, consapevolmente o no: un gran baccano intorno al nulla. Battisti continuerà a scappare di nazione in nazione, coi suoi rimorsi (se ne ha); la sua foto, l'unica cosa che realmente interessa ai nostri governanti, continuerà a sogghignare in tv, alla faccia nostra.
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The Man in the High Castle

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Se ne sta nel suo palazzo blindato, a emettere sentenze di morte.
Ogni tanto manda fuori un video per i suoi fedeli, 
li informa di qualche sua vittoria,
e tutto quello che dice 
è sempre vero.

Lo avete senz'altro riconosciuto.


La versione di Obama (H1t#74) è sull'Unita.it e si commenta laggiù.

Ma se qualche anno fa il presidente George W. Bush avesse annunciato al mondo che Osama Bin Laden era stato ritrovato e ucciso, ma che non poteva mostrarne il corpo perché era stato prontamente sepolto in mare; in compenso erano state scattate delle foto, che però non avrebbe diffuso perché erano troppo truculente; al massimo ci avrebbe fatto vedere qualche video preso dal suo computer; ma solo qualche spezzone senza audio, ecco... gli avremmo creduto? No, forse a Bush non avremmo creduto. E perché invece alla versione di Obama crediamo tanto volentieri? 

Questione di carisma.  Come siano andate realmente le cose ad Abbottabad probabilmente non lo sapremo mai, ma le reazioni mondiali dopo il blitz sono la definitiva dimostrazione dell'enorme credito che il presidente democratico, già Nobel per la Pace 'sulla fiducia', continua a mantenere presso l'opinione pubblica globale. In più, dall'11 settembre 2001 in poi la letteratura complottistica è cresciuta a ritmo esponenziale (anche grazie a internet, che offre spazio alle teorie di chiunque). L'inflazione di leggende urbane ha reso un pessimo servizio a chi vuole semplicemente concedersi il sanissimo vizio di dubitare delle versioni ufficiali. Ad esprimere pubblicamente i propri sospetti c'è il rischio di trovarsi subito iscritto nelle file di quelli che credono che tutto l'11/9 sia una montatura, per tacere degli sciachimisti e dei rettiliani. Alla fine si crede in Obama anche per non ritrovarsi a dover credere a Giulietto Chiesa o alle scie chimiche: non sarà proprio la verità al 100%, ma almeno ne è una ricostruzione seria, fatta con un po' di coscienza: e se tra qualche anno si scoprirà che ci ha ingannato, beh... ci ha ingannato in tanti, mal comune mezzo gaudio.
  
Prendiamo i video. Sabato sono stati diffusi alcuni spezzoni di questi videomessaggi che sarebbero stati trovati nel computer personale di Bin Laden. Almeno così dicono gli americani. Stampa e tv hanno ripreso le immagini, senza porsi nemmeno la domanda più banale: se Bin Laden aveva realizzato nuovi video, perché non li diffondeva? Cosa stava aspettando?

La storia dei videomessaggi di Bin Laden è molto curiosa. Quando il primo viene diffuso, il 15 settembre del 2001, le ceneri del World Trade Center sono ancora calde. Dalle rocce sullo sfondo gli esperti deducono che Osama si trova in Afganistan, e parla come un comandante in prima linea. Tra settembre e dicembre 2001 verranno divulgati altri tre messaggi, con cadenza più o meno mensile. Poi un lungo silenzio, interrotto nell'ottobre del 2004 da un videomessaggio recapitato ad Al Jazeera, in cui Bin Laden, rivolgendosi agli americani, ammette per la prima volta le sue responsabilità sull'11 settembre, proprio a un mese dalle elezioni che avrebbero riconfermato Bush alla Casa Bianca. A quei tempi qualcuno fu così malizioso da notare la coincidenza.
 
Dopo un ulteriore anno di silenzio, Bin Laden si rifà sentire più volte nel 2006, ma senza più metterci la faccia. Circostanza che fece insospettire parecchi: se Bin Laden era vivo e abbastanza operativo per incidere messaggi, perché non si faceva più riprendere in volto? Forse non voleva mostrare un fisico indebolito dalla guerriglia e dalla fuga. Oppure era morto, e i messaggi audio erano opera di imitatori, se non vecchi nastri rimessi in circolazione: nel 2006 ormai lo sospettavano in molti, anche tra i sostenitori di Bush.

A questo punto, però, Bin Laden sorprende ancora il mondo, facendosi rivedere nel 2007 con un videomessaggio molto controverso. Non è soltanto per il colore della barba, più nera che sette anni prima, come a voler fugare qualsiasi sospetto sul proprio decadimento fisico. Il fatto è che Osama appare vestito esattamente come nel messaggio del 2004 (anche l'inquadratura sembra identica). È vero che dice cose nuove (per la prima volta parla di riscaldamento globale, nomina Gordon Brown e Nicolas Sarkozy), ma... non muove le labbra. In effetti, il videomessaggio si blocca dopo due minuti; la voce continua a parlare, ma l'immagine rimane statica e torna ad animarsi solo al dodicesimo minuto (per bloccarsi di nuovo dopo un altro minuto e mezzo). I riferimenti all'attualità e ai nuovi governanti di Francia e Regno Unito sono tutti compresi in quei dieci minuti in cui l'audio funziona e il video no. Difficile non pensare a una manipolazione. Eppure, già allora, i giornalisti cominciavano ad apparire meno interessati alle speculazioni sull'autenticità dei video. Il personaggio ormai ispirava una certa stanchezza, e forse il vero motivo per cui abbiamo tutti accolto con tanta prontezza l'annuncio della sua morte è proprio questo: di lui e dei suoi messaggi non ne potevamo più.

Abbiamo una gran voglia di cambiare pagina, sia in Medio Oriente sia altrove, e questo Barack Obama lo ha capito. Forse tra qualche tempo divulgherà la versione integrale dei nuovi videomessaggi, e capiremo come mai lo sceicco del terrore preferiva tenerli per sé invece che divulgarli. Forse era un perfezionista. Oppure c'è un'altra ragione, anche più banale.

Ma potrebbe anche darsi che non ci sia. Certe volte dovremmo semplicemente ammetterlo: non sapremo mai come sono andate veramente le cose. Nessuno ci fornirà mai abbastanza elementi per ricostruire i fatti. Però questo non significa che dobbiamo per forza accettare la versione di Obama, che incidentalmente è anche la versione del più forte. Possiamo, semplicemente, andare avanti coi nostri dubbi, senza pretendere di saperla lunga. Sappiamo solo di non sapere, che non è molto; però è già tantissimo.
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Dall'Uomo Fico ci guardi Iddio

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Come alcuni affezionati lettori già sanno, la redazione di Leonardo è in comunicazione con un universo parallelo al nostro, praticamente identico, con alcune trascurabili differenze: ad esempio, in quell'universo i mammut non si sono ancora estinti. Un'altra differenza curiosa è che Bin Laden è stato ucciso diversi anni fa, durante la Presidenza Bush, anche se le circostanze dell'episodio sono in verità molto controverse. Riportiamo qui alcuni stralci della conferenza stampa:

Da' retta a un cretino
“...Noi sapevamo, e una fonte autorevole ce lo aveva confermato, che Osama non si sarebbe mai allontanato dal suo mammut di famiglia, che lo seguiva in tutti i suoi spostamenti. Sapevamo anchesì che il bestione era molto anziano, e che aveva bisogno di un trattamento di dialisi. Localizzare un pachiderma dializzato non è stato poi così difficile, in Pakistan non sono molte le istituzioni ospedaliere, pardon, veterinarie in grado di offrire un servizio di questo tipo, e così... per farla breve, questo è il modo in cui lo abbiamo localizzato. E io avrei finito. Se ora voi della stampa volete farmi qualche risposta...”
“Intende 'domanda', Presidente?”
“Sì, quelle cose lì”.
“Presidente, mi pare che la versione che avete dato oggi presenti diverse contraddizioni rispetto a quella di ieri...”
“Beh, me ne rendo conto e mi dispiace... magari quella di domani andrà meglio”. (risate)
“Per esempio, la questione dell'elicottero”.
“Già, già l'elicottero. Brutta storia”.
“A dire il vero non si è capito se sia caduto o no, per quale motivo, e se ci siano state vittime. Ci sono state?”
“Ottima domanda”.
“Già”.
“Non credo di poterle rispondere adesso”.
“Lo immaginavo”.
“Altre risposte? No, scusate, domande. Scusate, sapete che soffro di asfissia”.
“Afasia, Presidente. A proposito: ieri avevate detto che Bin Laden era morto durante un conflitto a fuoco; che aveva anche tentato di usare alcuni suoi famigliari come scudi umani. È vero?”
“Sì. Cioè, è vero che ieri ho detto così”.
“Oggi però una figlia di Bin Laden ha affermato che Osama era disarmato quando fu ucciso. Ci potrebbe dire quale delle due versioni si avvicina di più alla verità?”
“Potrei dirvelo, sì”.
“Ma non lo farà?”
“Magari più tardi. Altre domande?”
“Presidente, ieri si era parlato di alcune foto”.
“Già, beh, le foto”.
“Lei comprende che l'attenzione di tutto il mondo è rivolta a queste foto... come ha dimostrato, nelle ultime ore, la circolazione di tutta una serie di fotomontaggi”.
“Roba da sciacalli, se volete la mia opinione”.
“Ecco, più che la sua opinione, Presidente, vorremmo sapere quando arrivano le foto vere”.
“Già. Beh, ecco, ne abbiamo discusso molto con lo staff, e alla fine abbiamo deciso che è meglio di no”.
“Cioè, non mostrerete le foto?”
“No, nella maniera più assoluta”.
“E come mai?”
“Beh, sono immagini molto forti, che rischiano di... di esporci a serie ritorsioni da parte dei terroristi”.
“Presidente, mi scusi, ma le ritorsioni ci saranno comunque. Se volevate evitare ritorsioni, tanto valeva non dargli la caccia, o non annunciare al mondo la sua morte. È chiaro che a questo punto i suoi seguaci cercheranno di vendicarsi. La divulgazione delle foto cosa cambia, esattamente?”
“Beh, potrebbero cercare di vendicarsi... di più”.
“Perché hanno visto la testa del loro profeta crivellata di colpi?”
“Ecco sì, una cosa del genere. Non vogliamo creare un mito”.
“Presidente, scusi, ma Bin Laden era già un mito. E sa cos'aveva in comune coi personaggi mitologici?"
“Immagino che me lo stia per dire".
“Era elusivo, ubiquo e immortale. Ma se da qualche parte c'è una foto che lo ritrae morto e sconfitto... al di là di ogni considerazione di carattere morale... dovrebbe trattarsi di una foto che mette in discussione il mito, piuttosto che il contrario. Visto e considerato che gran parte del carisma di Bin Laden era dovuto alla sua ubiquità, all'abilità con cui fino a questo momento era riuscito a nascondersi all'esercito più potente del mondo... un'immagine di questo tipo dovrebbe demolirlo, questo tipo di carisma. Non trova?”
“Mi scusi, credo di essermi distratto”.
“Auff. Le sto dicendo che la foto di un mito morto non rafforza il mito: lo uccide. È d'accordo?”
“Non saprei, diciamo di sì”.
“E allora perché non ci mostra le foto?”
“Ho deciso che è meglio di no”.
“Vede, Presidente, l'impressione è che lei questo mito, più che ucciderlo, lo voglia proprio rafforzare”.
“Boh, non saprei. Altre risp... domande?”
“Presidente, riguardo al funerale in mare...”
“No, ancora con quella storia”.
“Ma presidente, deve concedere che è una storia veramente strana, cioè... qui abbiamo il parere di un centinaio di imam che sostengono tutti che seppellire un musulmano in mare non sia esattamente halal”.
“Noi non la pensiamo così, ma dovete avere pazienza, stiamo cercando”.
“Cercando cosa, presidente? Un imam che dia ragione a voi?”
“Qualcosa del genere. Altre domande?”
“Presidente, ma ci vuol dire una buona volta perché vi siete sbarazzati del corpo così rapidamente?”
“L'ho già detto ieri: nessuna nazione islamica voleva accogliere il corpo, e quindi...”
“Presidente, ma quindi davvero voi avete chiesto a tutte le nazioni islamiche del mondo? Per dire, avete chiesto al Brunei? O alla Tanzania?”
“Non posso rispondere. In ogni caso non potevamo assolutamente consentire che la sua tomba diventasse un santuario, anche a Tarzania”.
“Tanzania”.
“Quel che è”.
“Tarzan non c'entra niente”.
“Lo sapevo. È che sono afisico”.
“Afasico”.
“Quel che è, e voi ve ne approfittate. Mi fate passare per un cretino. Beh, sentite questa: sono il cretino che ha fatto fuori Osama Bin Laden”.
“Sì, però, Presidente, lei le prove ce le deve ancora mostrare...”
“Auff, ma ve l'ho spiegato! E poi insomma, quando Roosevelt ha preso Hitler nessuno gli ha chiesto le foto, no? Si sono fidati. Fidatevi anche voi”.
“Non è stato Roosevelt”
“Volevo dire Truman”.
“È stato Stalin”.
“Ecco, appunto”.
“E poi, Presidente, ancora questa storia del santuario...”
“Cosa c'ha che non va, la storia del santuario, a me sembra buona”.
“Francamente, se il problema è tutto lì, piazzate una ventina di videocamere tutto intorno al mausoleo, e se qualche alqaedista vuole davvero venire ad adorare il suo profeta, tanto peggio per lui e tanto meglio per la CIA, no?”
“Abbiamo pensato che è meglio di no”.
“E poi, insomma, il culto delle personalità esiste. Esiste anche senza il corpo e senza l'immagine del volto, basta dare un po' un'occhiata ai vangeli... insomma, non potete continuare a fare i socio-psicologi della domenica, se avete deciso di ammazzarlo è chiaro che avete operato anche sul piano simbolico, e in cambio di una vittoria che su questo piano può fruttarvi molto dovete accettare anche le conseguenze negative. Non trova?”
“Eh?”
“Presidente, ascolti, io non sono un complottista. Non credo alle panzane sulle Twin Tower minate, alle scie chimiche e a tutte le altre menate. Non credo a tutto quello che mi si racconta”.
“Bravo”.
“Ma proprio per questo motivo, non posso nemmeno credere a tutto quello che mi dice lei. Cioè, lei ci sta dicendo che i suoi uomini hanno localizzato e fatto fuori Bin Laden, il che è plausibile e potrebbe benissimo essere vero, ma non ci fornisce una sola evidenza, una sola prova. Per quale motivo dovremmo credere che le cose siano andate esattamente come dice lei?”
“Risponderò alla sua domanda con un'altra domanda: per quale motivo non mi crede?”
“Gliel'ho detto: perché non ci ha fornito nessuna p...”
“Stronzate. Lei non mi crede perché sono un texano figlio di papà con la faccia da scemo, e un lieve ritardo cognitivo che mi porta a dire un sacco di strafalcioni. Non è così?”
“No, non è così. Io...”
“Lei è un razzista, in realtà. Mi guarda in faccia, pensa a mio padre, pensa al mio passato di imboscato nella guardia costiera, e si dice: un tizio così, vuoi che abbia preso Bin Laden? Naaaa. Ora, può anche darsi che mia versione di oggi non sia proprio il massimo, eh?”
“Ecco, in effetti...”
“C'è ancora qualcosa da ritoccare qui e là. Ma sa cosa le dico? Non ha la minima importanza. Se anche io arrivassi qui con le foto di Bin Laden, e i raggi x di Bin Laden, e la provetta col dna di Bin Laden, e la testa di Bin Laden su un piatto d'argento, lei non mi crederebbe comunque. Ma se al mio posto ci fosse un ragazzo fico, con un bel sorriso, uno di quelli che studiano sodo e vanno avanti a furia di borse di studio, magari con un cognome che non suona proprio proprio inglese, beh, sa cosa le dico? Lei si berrebbe tutte le stronzate che ho detto oggi, più quelle che ho detto ieri, più quelle che dirò domani, e se le berrebbe d'un fiato, e non le passerebbe nemmeno per la testa di chiedermi del funerale in mare o dell'elicottero – come se io le potessi dire la verità su un elicottero, andiamo”.
“Presidente, si è fatto tardi...”
“E allora sa che le dico? Ringrazi Dio, e ringrazi il popolo americano che mi ha eletto, più o meno a maggioranza, ringrazi il popolo che ha scelto un presidente non fico. Perché almeno finché ci sono io, coi miei strafalcioni, qualche domanda ve la fate. Non che io vi possa rispondere. Ma almeno vi fate ancora le domande. Mi capisce?”
“No, credo di no”.
“Ma il giorno che vi eleggerete un presidente fico, uomo o donna, bianco o nero, non importa, sarà il giorno in cui smetterete anche di farvi le domande, e vi terrete come verità la prima stronzata che vi raccontano. Si ricordi di queste mie parole”.
“Presidente, il mammut scalpita, è ora di andare”.
“Sì. Buonasera a tutti. Dio benedica questo Paese”.

Le altre storie dal Mondo dei Mammut: Il Silvio Parallelo, Veltroni tra i mammut.
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Vediamoci ad Abbottabad

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(Quelli che seguono non sono che stralci dal corposo pdf Bin Laden: tutte le dietrologie che non hai ancora osato immaginare, disponibile su tutti i migliori internets).

#67 Alla fine eri solo un cugino di terzo grado che voleva dare una mano, riabilitare la famiglia, insomma, a un certo punto un tuo amico Emiro ti presenta a quelli della Cia che ti fanno un'audizione, trovano la cosa fattibile, ti fanno una plastica, ti montano una barba e ti fanno leggere il gobbo, e tu davvero quel giorno ce l'hai messa tutta, volevi fare del tuo meglio, ma gli idioti yankees avevano clamorosamente cannato la colorazione della barba, per cui la nuova serie di videomessaggi di Bin Laden viene interrotta dopo il pilota, e tu che fine fai? Ti trovano un residence superaccessoriato in una tenuta fuori Islamabad, ti dicono di star buono lì e aspettare ordini, e tu aspetti. Vorresti solo renderti utile.
Pensi: prima o poi busseranno. Prima o poi verranno a prendermi.


#75
“Trump? Ma sul serio Trump?”
“Presidente, i sondaggi segreti sono molto, molto attendibili”.
“Cioè ma insomma, dai, adesso mi tocca sul serio fare la campagna contro un parrucchino miliardario con la moglie di silicone? Roba che neanche in Italia?”
“E c'è di peggio”.
“Che c'è di peggio, pioverà? Per tutta la campagna?”
“Potrebbe anche perdere”.
“Perdere? Contro quello lì?”
“Lo sa com'è il sistema elettorale. Bisogna rassicurare l'Ohio, galvanizzare il Wisconsin e distrarre il Wyoming”.
“Distrarre il Wyoming... e come diavolo facciamo a... ma senti... ce l'abbiamo ancora quel campione di dna della famiglia Bin Laden?”

#156
“Va bene, adesso fine pausa caffè. A qualcuno è venuta un'idea sulla gestione delle spoglie?”
“Non ce la faremo mai”.
“Niente panico. Niente panico. Dunque, riassumiamo il problema: dobbiamo mostrare il corpo a tutto il mondo, dimostrando che è Osama al di là di ogni ragionevole dubbio. Dobbiamo però anche evitare qualsiasi possibile riesumazione del cadavere, per i motivi che ci siamo già detti. Idee? Coraggio”
“Ma sul serio non possiamo cremarlo?”
“Perdio no, per l'ennesima volta no, la cremazione non è consentita dall'Islam”.
“Allora, io un'idea ce l'avrei, ma è una cazzata...”
“Spara”.
“Potrebbe essersi convertito in punto di m...”
“Genio. No, sul serio. Conflitto a fuoco, i nostri gli sparano, lui cade, e prima di morire dissanguato si converte al cristianesimo”.
"Beh, sì, potrebbe avere una visione in punto di morte... Gesù che lo perdona e..."
“E chiede di essere cremato”.
“Te l'ho detto che era una cazzata”.
“Va bene, ho capito, si resta al piano A. Lo gettiamo in mare”.
“No, il piano A no. Ma chi se la berrà, scusa”.
“Qualcosa inventeremo. Che nessun Paese islamico vuole tenersi il corpo”.
“Che sarebbe un ottimo motivo per tenercelo noi, no?
“Insomma, finché non ci viene un'idea migliore..."

#543
“Cari fratelli nella fede, parliamoci chiaro, qui il morale è bassissimo. I droni degli Yankees ce le stanno suonando di brutto sul confine afgano. Ma non è nemmeno quello il problema. Lo sapete qual è il problema? È che non facciamo più presa sui ragazzini”.
“Com'è vero”.
“Una volta qui fuori era pieno di ragazzini pachistani, iraniani, sauditi, perfino qualche europeo e americano attraversava il mare per venire ad affiliarsi alla nostra prestigiosa organizzazione. E adesso più niente, finita”.
“È che adesso vanno di moda le rivoluzioni, quella roba lì”.
“I ragazzini stanno tutto il tempo a twittare su quel che succede in Egitto o in Tunisia o in Siria, alla jihad non ci pensa più nessuno, è diventata una roba da vecchi”.
“Fratelli, io credo che sia venuto il momento di recuperare quella ribalta mondiale che ci spetta di diritto. Siamo o non siamo la più prestigiosa sigla del terrorismo islamico? Siamo Al Qaeda, cazzo! E tutti si devono ricordare di noi”.
“Bravo! Ben detto! Ma...”
“Come facciamo? Fratelli, credo che sia il momento di giocarci il martire”.
“Proprio lui?”
“Sì, anzi, ce lo siamo tenuti in frigo anche troppo. Dove sta, adesso?”
“L'ultima volta che l'ho sentito diceva che si stava ristrutturando un posto tranquillo dalle parti di Islamabad...”

#746
“Presidente, lei mi chiede se potrebbero colpire in campagna elettorale. Io le dico che non è più una questione di “se”. È una questione di dove, di quando, a questo punto forse anche di perché, ma non è più una questione di “se”. Colpiranno. La sua politica di apertura all'Islam moderato, l'intervento in Libia... sono cose che li hanno innervositi. Tutte le fonti ci confermano che la struttura si è rinnovata negli ultimi anni, e che ci sono decine di cellule in sonno nel nostro stesso territorio”.
“Quindi colpiranno”.
“E non potremo farci molto”.
“E per tutti sarà colpa mia”.
“Dipende. Si tratta di impostare il frame giusto”.
“Scusa, eh, ma se dopo tre anni di presidenza mi combinano un altro 11 settembre, che razza di frame vuoi costruirci intorno? Mi daranno la colpa”.
“Si potrebbe fare così. Anticiparli”.
“In che senso?”
“Mostrare le palle per primi. Dar loro una botta fortissima. Non so, per dire, ammazzare Bin Laden”.
“Di nuovo?”
“Massì, la gente mica si ricorda. Noi tra qualche giorno annunciamo che abbiamo preso Bin Laden, che è morto, per dire, in un conflitto a fuoco. E finanziamo un'enorme claque che esulti nelle piazze, in quel momento saranno tutti per lei”.
“Sì, ma dopo...”
“E proprio in quel momento, lei dirà: attenzione! Adesso Al Qaeda sarà più cattiva di prima, proprio perché l'abbiamo colpita a morte. E a quel punto, se va giù un altro grattacielo, beh, sono gli effetti collaterali di un'altra guerra al terrore”.
“Quindi ci tocca comprare un altro Bin Laden? Mmm. Ci devo pensare”.

#1015
“Allora, direi che entrambi abbiamo qualcosa da guadagnarci. Noi abbiamo bisogno di recuperare un po' di visibilità, tornare sulla ribalta, eccetera. Il vostro presidente ha bisogno di mostrare le palle. Come si dice da voi, quando entrambi i contendenti ci guadagnano...”
“Win/win situation”.
“Esatto”.

#1242
“Cos'è questa storia che dobbiamo invadere il Pakistan?”
“Ragione di Stato”.
“Sì, ma cosa esattamente stavolta: oleodotti, gas, uranio, cosa?”
“L'acqua del Kashmir è molto buona”.
“Seh, anche i maglioni”.
“E le testate nucleari in mano a un governo islamico non sono una cosa altrettanto buona. Così magari l'Iran ha un esempio da cui imparare”.
“Ma allora tanto vale attaccare l'Iran, scusa”.
“L'Iran è un osso duro. Il Pakistan è in ginocchio, le alluvioni lo hanno devastato, la gente fugge. È il momento giusto”.
“Sì, ma questa come gliela spieghiamo all'opinione pubblica, scusate, il Pakistan è stato un nostro alleato per tutti questi anni... non siamo mica gli italiani, che loro possono giocare con Gheddafi, eh... ci vuole un casus belli spettacolare”.
“Infatti”.
“Ce l'abbiamo?”
“Tienti forte. Lo sai chi ci abita in un villino a Islamabad?”

#5685
E quando lo Veglio vuole fare uccidere alcuna persona, fa tòrre quello che sia lo piú vigoroso, e fagli uccidire cui egli vuole. E coloro lo fanno volontieri, per ritornare al paradiso; se scampano, ritornano a loro signore; se è preso, vuole morire, credendo ritornare al paradiso.
E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fa' cotale cosa; e questo ti fo perché ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna a cu'elli lo vuole fare; e sí vi dico che piú re li fanno trebuto per quella paura.
Egli è vero che 'n anni 1277 Alau, signore delli Tartari del Levante, che sa tutte queste malvagità, egli pensò fra se medesimo di volerlo distruggere, e mandò de' suoi baroni a questo giardino. E' stettero tre anni attorno a lo castello prima che l'avessero, né mai non l'avrebboro avuto se no per fame. Alotta per fame fu preso, e fue morto lo Veglio e sua gente tutta. E d'alora in qua non vi fue piú Veglio niuno: in lui s'è finita tutta la segnoria.
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Elmo 2 la Vendetta

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Stavo cercando di capire che differenza c'è tra Bossi e Sarah Palin, a parte il fatto che lui non tira agli alci (ma perché non ci ha ancora pensato) (sssst che se gli viene in mente poi addio stambecchi dello Stelvio). Per il resto, a furia di parlare di fucili di qua e di pallottole di là, siamo fortunati che qui da noi finora nessuno lo ha preso davvero sul serio, no?


Speriamo bene. Grazie leghista per non tirare al cachemire è sull'Unita.it e si commenta qui. (Oppure qui).

Carissimo ELMO (Elettore Leghista Medio Operaio), come stai? È da tanto tempo che non ti scrivo. Ma alcuni fatti degli ultimi giorni, apparentemente slegati tra loro (la cimice di Bossi, il cachemire di D'Alema, la strage in Arizona) mi hanno fatto pensare a te. 

Nei prossimi giorni si parlerà molto
 di come un certo tipo di propaganda possa istigare al crimine. Prendi Tucson. Il pazzo che ha sparato nel mucchio con un'arma a ripetizione, come un pessimo cacciatore, non era poi così pazzo da non saper scegliere la sua preda. La parlamentare Gabrielle Giffords era in una “hit list”, una lista di obiettivi da abbattere (in senso figurato ovviamente), sul sito della leader conservatrice Sarah Palin, un'altra che ha il grilletto facile. Forse il suo attentatore non ha fatto che confondere senso letterale e senso figurato, come capita ai bambini e a chi è considerato incapace di intendere e volere. Ma la retorica barricadera di personaggi come la Palin può essere considerata in qualche modo responsabile? 

Almeno in Italia non abbiamo personaggi così.
 Con tutti i problemi che abbiamo già... L'unico politico ad aver parlato con una certa frequenza di fucili e pallottole, negli ultimi vent'anni, è il tuo leader. Eppure non ce ne siamo mai preoccupati troppo, anche quando parlava di migliaia di "martiri" padani e i suoi uomini portavano i cappi in parlamento. E lo sai perché? Perché in fin dei conti abbiamo fiducia in te, Elmo. Ti abbiamo dato del razzista, e forse lo sei. Ma non abbiamo mai pensato a te come un assassino. E guarda che in Italia di fanatici assassini ce ne sono stati, a destra, a sinistra e in altri luoghi non chiari. 

Ma a un terrorismo di matrice leghista no,
 non abbiamo mai voluto pensare. Del resto in vent'anni l'unica cosa che mi viene in mente è quel commando di Serenissimi che occupò il Campanile di San Marco con un trattore travestito da carro armato – in un primo momento liquidati come una banda di mona dal Senatur, che poi si impietosì e organizzò anche fiaccolate per la loro liberazione. E questo per ora sarebbe tutto – no, aspetta, c'erano anche le famose ronde padane, che quando furono lanciate sembravano a tutti (anche a me) l'anticamera dello squadrismo, ma poi sono più o meno scomparse nel nulla. 

La sensazione, caro Elmo, 
è che tu sia molto meno guerriero di come i tuoi leader amano raffigurarti. Può darsi che un certo tipo di violenza verbale non ti dispiaccia (qualche giorno fa su Radio Padana si esultava per le ferite riportate da Nichi Vendola cadendo dalle scale), ma è più un modo di sfogare la rabbia che di eccitarla. Certo, il tuo leader continua a lasciar intendere che tu mordi il freno, che non ne puoi più, che vuoi il federalismo subito o non sarai più responsabile (anzi: lui non sarà più responsabile) delle tue azioni. E tu, se il gioco delle parti lo prevede, sei anche disponibile a fare la faccia feroce. Magari a scendere su Roma, con o senza elmo di cartapesta: una cosa rapida, però, e sabato possibilmente: che domenica c'è la partita e lunedì... sveglia alle sette. 

D'altro canto, carissimo Elmo, 
negli ultimi mesi probabilmente anche tu devi aver perso il conto di quante volte Umberto Bossi ti ha chiamato alle armi, per poi chiederti subito dopo di rinserrarle nel fodero, ché il federalismo era questione di giorni, ore, minuti (anzi, non era già arrivato in settembre?) Poi d'un tratto, in mezzo a tanti proclami e controproclami, è successa una cosa. Una piccola cosa, in fondo. Qualcuno ha vandalizzato una sede della Lega, con petardi e bombolette spray. 

No, caro Elmo, non minimizzo la gravità del gesto: 
le bombe fanno male, anche quando sono bombe carta. Ma proprio mentre condanno fermamente i vandali di qualsiasi colore, mi è difficile non pensare a quante volte sui muri delle nostre città ho letto scritte inneggianti a Bossi e alla Lega: a quanti insulti rivolti a Roma, ai meridionali, ai migranti, vergati dai simpatizzanti di un partito che sui cartelloni ufficiali scriveva gli stessi slogan. E quindi Elmo cosa vuoi, chi di bomboletta spray ferisce, di bomboletta spray può anche... esser ferito. Non possono essere tutti leghisti i graffitari, nemmeno nel varesotto. 

Bossi però non l'ha presa tanto bene. 
In un primo momento addirittura ha denunciato nei petardi di Gemonio un avvertimento della “palude romana”: oscuro riferimento a poteri forti, ma così forti, che per avvertire Bossi non lesinano in bombolette spray. Quando i media hanno chiarito che i vandali andavano cercati nelle vicinanze, ha dichiarato che senz'altro erano figli di leghisti (come se a Gemonio non si potesse più essere figli di qualcun altro). Nel frattempo l'episodio scatenava l'emulazione: a Sant'Omobono Terme qualcun altro osava vandalizzare una sede leghista, stavolta addirittura con scritte in bergamasco. 

A questo punto per Bossi era fondamentale cambiare argomento.
 Il leghismo, nei sogni del suo fondatore, è sempre rimasto un movimento popolare, che attacca il palazzo del potere dal basso: fino a qualche anno fa i leghisti erano i ribelli che scrivevano sui muri, non gli imbianchini chiamati a ripulirli. Così ecco servita ai media un'altra storia: il ritrovamento di una microspia nel quartier generale della Lega. Magari è una storia vera, chissà. Certo, è buffo che l'abbia raccontata identica nel '93. Ma quel che importava a quel punto era spostare l'attenzione da Gemonio o Sant'Omobono, allontanando soprattutto l'idea che i leghisti siano contestati dal basso, persino in dialetto: no, chi ce l'ha coi leghisti dev'essere senz'altro affiliato a un potere forte, qualcuno che ha i mezzi per spiare e intercettare. 

In casi come questi il tuo Bossi
 non fa che imitare, in modo intuitivo e un po' meccanico (ma non meno efficace), la strategia berlusconiana che punta alla costruzione del nemico. Vent'anni fa era il comunista, ma poi, man mano che il tempo passava e il Muro di Berlino si stemperava nei ricordi, è diventato sempre di più il “comunista in cachemire” (che D'Alema, ahinoi, non rinuncia a impersonare). In questo consiste il capolavoro di Berlusconi e Bossi: nell'essersi costituiti difensori dei ceti popolari contro un nemico di classe, il ceto intellettuale invidioso e improduttivo, quei “radical chic” che sono l'ossessione di qualsiasi fondo del Giornale o della Padania, i sofisticati antipatici con la puzza sotto il naso che nelle fiction mediaset tormentano l'esistenza della gente de core, umile ma perbene. Non importa quante elezioni abbiano perso, sono ancora lì: nelle università occupate, nelle scuole, nella magistratura, in Parlamento. Sono loro che intralciano la realizzazione del federalismo, o della devolution, o di qualsiasi cosa Bossi ti stia promettendo in quel momento. Perché non si levano di mezzo? 

A questo punto non posso che ringraziarti
, carissimo Elmo, perché dopo tanti anni di tiro (metaforico) al radicalscic, non ti è ancora venuto in mente di tirare sul serio al primo fighetto in cachemire che ti passa davanti. Sul serio, al posto tuo non so se sarei riuscito a rimanere così freddo, mentre ogni giorno qualcuno mi spiega chi odiare e perché. Davvero, sei molto più tranquillo di come ti dipingono: e più furbo, anche. Ma non bisogna dirlo in giro: a troppi tuoi amici e nemici fa ancora comodo immaginarti sotto un elmo e con lo spadone sguainato. http://leonardo.blogspot.com
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Il nostro Goldstein

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Noi alla fine Cesare Battisti avremmo anche potuto lasciarlo perdere, come abbiamo lasciato perdere tanti assassini come lui o peggiori di lui. Non fosse che per un dettaglio.


Era troppo fotogenico. (Ho una teoria #56 è sull'Unita.it e si commenta qui).

Alla fine di tante discussioni su Cesare Battisti resta un dubbio: ma se non avesse la faccia che ha, con quel ghigno da furfante che ha mostrato ai fotografi due o tre volte di troppo, ne staremmo ancora parlando? In fondo un motivo ci deve pur essere, se a distanza di tanti anni il suo volto è ancora sui titoli dei tg, mentre di tanti altri latitanti non si parla semplicemente più. Non si parla più di Giorgio Pietrostefani, che per i giudici italiani è colpevole dell'omicidio di Luigi Calabresi. Nessun La Russa si permette di minacciare fuoco e fiamme contro la Svizzera che non intende estradare Alvaro Lojacono, complice dell'assassinio di Moro, divenuto cittadino elvetico; nessuno propone sanzioni contro il Nicaragua se il brigatista Casimirri gestisce suo ristorante in riva all'oceano. E la lista di gente che l'ha fatta franca potrebbe continuare ancora a lungo: cos'ha dunque Battisti che tutti questi assassini non hanno? Io una teoria ce l'avrei. 
 
Battisti è il latitante più fotogenico che abbiamo. Per quante volte possa avere rinnegato la lotta armata, il suo volto è diventato l'icona con cui i cronisti scelgono di rappresentarla. Bastano pochi secondi di filmati di repertorio, lui che ghigna in un parcheggio, e i Due Minuti d'Odio quotidiani sono serviti. Sarà per questo che di lui si parla tanto, e invece non si parla mai, per esempio, di Cacciola?
 
Salvatore Alberto Cacciola non è un terrorista, ma la sua storia è ugualmente interessante. È un banchiere fraudolento. Nato in Italia, cresciuto in Brasile, fuggito in Italia nel 2000, quando l'aria per lui cominciava a farsi pesante. Non lascia orfani e vedove, come ne lasciarono i Proletari Armati di Battisti, ma famiglie sul lastrico ne ha messe parecchie, e in questi dieci anni i brasiliani non si sono mai veramente scordati di lui. Questo è un dettaglio importante, che spesso si omette quando si parla di Battisti in Brasile. Perché prima che il nostro Proletario Armato fuggisse laggiù, era l'Italia che avrebbe dovuto estradare Cacciola in Brasile, e non lo fece. Fino al 2007, condannato in patria a tredici anni, Cacciola rimase a spassarsela dentro i confini della nostra rispettabile Repubblica, più o meno ignorato dai nostri organi di stampa. Che i brasiliani non se lo fossero affatto dimenticato lo dimostra la velocità con cui fu acciuffato appena osò mettere appena il naso oltre Ventimiglia, per un weekend a Montecarlo con una nuova fidanzata. Fu il ministro della giustizia Genro a ricordarlo allo stesso presidente Napolitano, un anno fa: gli italiani che ci chiedono Battisti non ci hanno mai dato Cacciola, un criminale comune. È superfluo notare chi aveva avuto, per gran parte di quei sette anni, la responsabilità di governo.
 
D'altro canto Berlusconi ci teneva tantissimo, a Battisti. A parole. Nei fatti, è lecito dubitare che si sia mai realmente speso per l'estradizione. Non risulta che ne abbia parlato con Lula nell'ultimo incontro, il vertice italo-brasiliano di fine giugno. Non in pubblico, “magari in ascensore”, dice l'ex sottosegretario Adolfo Urso, oggi in Futuro e Libertà. Il fatto è che Battisti diventa un argomento interessante soltanto davanti ai microfoni italiani. Ai brasiliani magari fece più effetto il party privato con sei ballerine che Berlusconi si concesse per l'occasione. 
 
Il caso Battisti è un esempio classico dell'approccio berlusconiano ai problemi: perché risolverli, quando li si può trasformare in spettacolo? Vedi l'emergenza rifiuti: dopo le elezioni Berlusconi aveva gli strumenti e il consenso per risolverla in modo strutturale, anche con misure impopolari; ma gli conveniva davvero? Che altro avrebbe promesso alle elezioni successive? Lo stesso con Battisti. Forse, con un'azione diplomatica più ponderata, Berlusconi avrebbe potuto averlo indietro. Ma ne valeva davvero la pena? Non era meglio mandare in vacanza il solito ministro Frattini, rilasciare una dichiarazione insolente nei confronti di Lula, e liberare il ministro delle chiacchiere moleste, on. Ignazio La Russa? Si sventola il ghigno del mostro al tg delle venti, si mobilitano i parenti delle vittime (che hanno tutte le ragioni per sentirsi presi in giro), e se non si ottengono risultati, si può sempre lamentare l'esistenza di un complotto radical chic contro l'Italia. Probabilmente orchestrato da Carla Bruni – che con Battisti ha smentito di aver mai avuto a che fare, ma non ha importanza: tutto fa brodo. Compresi i dubbi di chi in Italia osa mettere in discussione le sentenze: non per una questione ideologica, ma perché tutto lascia intendere che su Battisti, una volta fuggito, qualche ex complice abbia scaricato tutto quello che poteva in cambio di sostanziosi sconti di pena.
 
Questa è stata la giustizia italiana che ci ha fatto uscire dagli anni di piombo. Possiamo anche decidere che certe pagine è meglio non riaprirle, ma dobbiamo accettare che i brasiliani, a distanza, maturino un giudizio diverso. Anche alla luce di un altro dato oggettivo di cui si parla poco: le nostre carceri fanno schifo. In un anno abbiamo perso 170 detenuti: l'ultimo, morto il 28 dicembre, era un invalido al 100%. Di questi, 65 sono suicidi. Sono conteggi che difficilmente sentiremo al tg: il ghigno del perfido Battisti è senz'altro più sexy. Eppure l'Unione delle Camere Penali parla senza mezzi termini di strage, e lamenta che le carceri italiane siano diventate una “discarica sociale dove vengono meno i principi fondamentali del diritto e dell'umanità”: di fronte a tutto questo desta stupore che una richiesta di estradizione venga rifiutata per ragioni umanitarie?
 
E adesso che si fa? Si potrebbero ammettere i propri errori sul caso Cacciola, chiedere scusa per le dichiarazioni che hanno fatto infuriare Lula, pensare magari a un possibile percorso di revisione dei processi, non solo nel caso di Battisti. Ma tutto questo sarebbe faticoso e complicato, e avrebbe come unico risultato il ritorno in patria di personaggi che fanno molta più audience finché recitano, loro malgrado, la parte di cospiratori all'estero. Molto meglio continuare a far baccano, blaterando di sanzioni e altre misure minacciose che danno un tono molto virile ai nostri governanti. Paolo Granzotto, sul Giornale, ha scritto che "un tempo, in simili casi, una nazione con gli attributi e che non voleva esser trattata a pesci in faccia mandava le cannoniere": insomma siamo già alla battaglia navale. Discorsi da pranzo di capodanno, chiacchiere ideali per assopire i cummenda in poltrona: quando poi lunedì si torna al lavoro, di blocchi alle esportazioni e accordi commerciali congelati nessuno vorrà più sentir parlare, i cummenda per primi.

E quindi? Ricominceremo da capo. Quello che non abbiamo saputo chiedere a Lula, lo richiederemo a Dilma Roussef, probabilmente con la stessa boria. E davvero non ha nessuna importanza che le possibilità di ottenere un verdetto diverso dalla nuova Presidente siano praticamente nulle. In fondo è proprio quello che Berlusconi e i suoi uomini perseguono sempre, consapevolmente o no: un gran baccano intorno al nulla. Battisti continuerà a scappare di nazione in nazione, coi suoi rimorsi (se ne ha); la sua foto, l'unica cosa che realmente interessa ai nostri governanti, continuerà a sogghignare in tv, alla faccia nostra.http://leonardo.blogspot.com
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Ho una teoria #4

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Abdulmutallab in the Matrix

Gli anni Zero cominciano e finiscono con la stessa storia. C'è un giovane che vive la sua vita in una città al centro del mondo civilizzato. Ha un buon posto, ma si annoia: prova la sensazione di vivere sulla superficie di un’illusione. È una cosa difficile da spiegare, i suoi amici non capiscono. L'unico che gli dà retta è un misterioso sconosciuto incontrato su Internet, che gli dà un appuntamento (continua sull'Unità online) (ho detto online, non cartacea).

È una sorta di profeta: nelle sue parole si sente un vago retroterra religioso, parole orecchiate nelle preghiere dell'infanzia. Al giovane spiega che il mondo in cui vive è pura apparenza, creazione di Satana che inganna gli uomini per succhiar loro l’energia. Per questo è indispensabile trascendere, chiudere gli occhi e ritrovare la realtà. La quale non è un nirvana, al contrario: la realtà è un mondo durissimo, dove gli Eletti combattono Satana e se necessario sacrificano la loro vita nel combattimento.

Ho una teoria: il film che ci ha portati negli anni Zero è The Matrix. Anche se è uscito nel ’99 – e non è certo il primo blockbuster in cui un novellino impara le arti marziali e sconfigge i cattivi – il film dei fratelli Wachowski aggiunge alla formula qualcosa di nuovo. Le scene d’azione sempre più coreografiche sono pervase da un senso di oppressione e mistero che marca la distanza dal fragore delle baracconate anni Novanta. Quello che ci tenne incollati allo schermo dieci anni fa – e che continua a sorprenderci ancora oggi, malgrado gli effetti speciali mostrino i segni del tempo – è il misticismo del film: i lunghi monologhi di Morpheus, che ipnotizzarono il pubblico scatenando sui forum on line una deriva di interpretazioni (Matrix e la gnosi, Matrix come la caverna di Platone, Matrix e le Upanishad…) Forse i Wachowski intuivano che sotto i deliri egotici dei giocatori compulsivi di consolle video si annidava un’inquietudine più profonda, metafisica addirittura. La sensazione di vivere immersi in una smagliante e perversa simulazione, che ci nasconde il mondo vero: la disponibilità a inghiottire qualsiasi pillola per ritrovarlo; un percorso di conversione e salvezza vissuto in una condizione di profonda solitudine (anche dopo la conversione l’eroe sarà sempre “the One”, l’Unico, il Solo).

L’ultimo antieroe degli anni Zero è Umar Farouk Abdulmutallab. Classe 1986, studente brillante, figlio di un ex direttore di banca, Abdulmutallab non si è mai veramente sentito a suo agio nel suo appartamento londinese da quattro milioni di sterline, nel suo quartiere, nel suo mondo. Probabilmente ha condiviso con milioni di coetanei la sensazione di vivere sulla superficie di un sogno non suo. Finché probabilmente qualcuno non ha risposto agli appelli lanciati su Internet, dove si lamentava per la sua solitudine di studente musulmano a Londra. In Yemen, dove si è recato con il pretesto di un corso di lingua araba, Abdulmutallab ha ricevuto la conferma a gran parte delle sue intuizioni: il mondo in cui ha vissuto tutta la sua esistenza è pura apparenza, creatura di Satana che inganna gli uomini per succhiar loro l’energia. La realtà, viceversa, è un mondo durissimo, dove gli Eletti ingaggiano con Satana una lotta senza quartiere. Una volta de-programmato e riconvertito, Abdulmutallab è stato rispedito nella realtà simulata del Grande Satana, con una fiala di esplosivo e una missione: provocare uno squarcio nella simulazione, fare irrompere la realtà rivelata su un volo per Detroit.

Spesso, quando parliamo di Al-Qaida, la consideriamo un movimento retrogrado, espressione del ritardo storico del Medio Oriente: come una 'sacca di medioevo' in un mondo che va avanti. Forse ci sbagliamo: Al-Qaida è moderna quanto noi. I suoi militanti più famosi sono uomini di origine islamica, ma di studi occidentali, come il plurilaureato Mohamed Atta (autore nel 1999 di una tesi in cui si lamentava l’impatto dei grattacieli moderni sulla skyline islamica di Aleppo). Se l’Islam è una via di fuga da una realtà in cui non si trovano a loro agio, l’immaginario da cui scaturiscono i loro piani sembra risentire più dei blockbuster globalizzati che delle sure del Corano. Atta e Abdulmutallab provengono dallo stesso nostro mondo civilizzato, e condividono le stesse ansietà, la stessa alienzione che dieci anni fa trovammo rispecchiate nel film dei Wachowski. Obama può bombardare lo Yemen, come Bush bombardò Afganistan e Iraq. Ma l’alienazione e la solitudine che hanno portato Abdulmutallab in Yemen sono in mezzo a noi, e presto o tardi porteranno un altro studente brillante e solitario a colloquio col Morpheus di turno.
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Natale con i Paperi

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Non sono scomparso (la mia adsl lo era).

Oggi è uscito un altro mio pezzo sull'Unita.it (il sito, non il giornale). Parla di anarchici e di paperi (in realtà non parla né degli uni né degli altri). A breve ricomincerò a scrivere pezzi qua dentro, non vi preoccupate. Se vi stavate preoccupando. Se invece non vi stavate preoccupando, continuate così.

[Update: Il pezzo ora si legge qui].

Un'altra cosa (poi, giuro, per un po' la finiamo con l'autoreferenzialità). Venerdì esce l'ultimo numero del 2009 di Vita dove c'è anche un'intervista che mi ha fatto Riccardo Bagnato. Riccardo è il vecchio amico a cui nel 2001 proposi di andare al G8 di Genova per scrivere "qualche pezzo di colore": in fondo è tutto iniziato lì. Tornare a chiacchierare su quelle pagine mi fa tantissimo piacere.
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Proletario, proprio

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Coraggio, ormai ci siamo. Ancora qualche mese, forse appena qualche settimana, e poi Cesare Battisti sarà estradato in Italia: e il mondo finalmente sarà un luogo più sicuro per tutti. Un giardino fiorito dove portare i figli a giocare, senza più dover temere le insidie degli empi Proletari Armati per il Comunismo.
Sul serio, fa bene al cuore sapere che non c'è luogo al mondo dove un terrorista possa nascondersi all'occhio di una Giustizia implacabile. Anche se dopo tante chiacchiere forse abbiamo perso un po' di vista la vicenda in sé. Forse è meglio tornare ai fondamentali: perché merita di scontare l'ergastolo, Cesare Battisti?

Per aver ucciso il maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro? Questo almeno secondo il pentito Mutti, ex compagno di Battisti. In cambio del nome dell'assassino, Mutti ottenne uno sconto di pena. Quando poi nuove prove costrinsero Mutti ad ammettere che Santoro lo aveva ucciso lui, Battisti rimane collegato all'omicidio in qualità di “copertura”. Uhm.

Per aver ucciso il macellaio Sabbadin? Anche questo risulterebbe dalla testimonianza del pentito Mutti. A un certo punto però un altro ex compagno, Diego Giacomin, confessa di aver ucciso Sabbadin insieme a Mutti. E anche stavolta quella di Battisti rimane una “copertura armata”.

Per aver ucciso il gioielliere Pierluigi Torregiani? Eh, ma in questo caso ha un alibi: stava facendo la “copertura armata” ai due che lo stesso giorno ammazzavano Sabbadin. In questo caso Battisti è stato condannato in qualità di co-ideatore e co-organizzatore.

Per aver ferito il figlio di Torregiani, che è quel signore sulla sedia a rotelle che spesso viene intervistato in qualità di parente delle vittime, e vittima egli stesso? Ma a ferirlo fu proprio il padre, che rispose al fuoco dei Proletari Armati. Battisti nemmeno c'era (stava coprendo, secondo Mutti, gli assassini di Sabbadin).

Allora per aver ucciso l'agente Digos Andrea Campagna... in questo caso almeno è stato riconosciuto come esecutore materiale... sì, ma sempre in base alla testimonianza di Mutti, (altro giro, altro sconto di pena). E dire che anche in questo caso c'è un reo confesso, Giuseppe Memeo. Aveva un complice, biondo, alto 1 metro e 90. L'identikit preciso di Cesare Battisti, cotonato, e con 30 cm. di tacco.

E allora, insomma, siamo sicuri che se lo merita un ergastolo, Cesare Battisti? Altroché. Almeno per i motivi che vado ad elencare.

1. Perché ha scommesso sugli asili politici sbagliati: il Sudamerica e soprattutto la Francia, con quella Dottrina Mitterand che all'inizio sembrava il bengodi, ma a ben vedere non era che la capricciosa concessione di un sovrano illuminato. Morto il re, fine della Dottrina. Se Battisti si fosse studiato un po' meglio il mondo, se avesse scelto come asilo un Paese davvero serio, ad es., il Giappone... oggi probabilmente gestirebbe una fiorente attività di import-export, e ogni tanto si farebbe anche fare qualche intervista telefonica in Rai. Peggio per lui, doveva pensarci prima: ergastolo.

2. Perché ha fatto lo scrittore e diciamolo, un ex terrorista che fa lo scrittore non ce la conta giusta. Specie lo scrittore noir. Insomma, non ha l'aria di una cosa seria. Vuoi mettere con Zorzi e il suo import-export? è roba da adulti, un modo per dire lasciatemi stare, non faccio più politica, faccio soldi. Oppure un bell'impegno nel sociale, tipo che so, attivista di Nessuno Tocchi Caino... ecco, se prima ammazzavi la gente e poi ti trovi un posto a Nessuno Tocchi Caino, è chiaro che lo fai perché sei pentito del male che hai fatto, perché vuoi salvare tante meritevoli vite umane, e questo noi italiani lo capiamo: siamo cattolici, perdio, anche Pannella. Cioè alla fine cosa vuoi che sia la complicità in quattro omicidi, per giunta comprovata in processi farsa... quello che ci premeva, Cesare, è che tu ti facessi un pianto, che ci chiedessi scusa. Ma i noir, come si fa a chieder scusa coi noir? E allora ergastolo, tie'.

3. Perché può farsi tutti i romanzi e tutti gli scioperi della fame che vuole, ma in fin dei conti resta sempre e solo un ladruncolo, Cesare Battisti. Uno che se lo arrestano, cosa fa? Scappa! Che razza di comportamento. Proletario, proprio. Un terrorista di classe non si comporta così. Un terrorista di classe per prima cosa vende qualche ex compagno in cambio di uno sconto di pena. Vedi Mutti: ha ammazzato più o meno le stesse persone che ha ucciso Battisti, e in otto anni si è sistemato, altro che ergastolo. Oppure si ficca in qualche meritevole Onlus, e facendo due conti... se Fioravanti per una novantina di omicidi si è fatto 26 anni, a Battisti con quattro morti e qualche altra rapina quanti mesi avrebbero dato? Giusto il tempo di buttar giù un noir di tema carcerario. Che poi come minimo glielo avrebbe pubblicato Mondadori. Ecco, si vede da queste piccole cose che non è uomo di mondo, Battisti. E allora basta, ergastolo. Niente di personale, ma te lo meriti tutto.

A questo punto però io ho una proposta. Visto che ormai lo abbiamo preso, e con tutto il baccano che ha fatto è difficile che lo libereremo mai più (è diventato un simbolo, e coi simboli non si scherza); visto che i vecchi processi non si possono rifare... non potremmo aprirne altri, e condannarlo per qualcosa di più importante, come per esempio la bomba alla stazione di Bologna? Rifletteteci bene. A lui non costerebbe un giorno solo in più, ma in compenso il suo sacrificio ci aiuterebbe a crescere i nostri bambini. Sì, perché questa cosa della liberazione di Fioravanti e Mambro alla lunga si rivelerà destabilizzante. Come si fa a crescere dei bimbi rispettosi della legge, in un Paese dove uno che si è preso 8 ergastoli gira per strada... secondo me persino Fioravanti e la Mambro hanno qualche difficoltà.

F. MAMBRO: Non devi picchiare i tuoi compagni con la catena del motorino.
BAMBINO: Perché?
F. MAMBRO: Perché non è giusto.
BAMBINO: Sì, ma concretamente cosa rischio? Mi togliete l'uso della playstation per cinque minuti con la condizionale?
F. MAMBRO: I prepotenti fanno una brutta fine.
BAMBINO: Ahahah, mamma, sei un vero spasso.
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seminator di scandalo e di scisma

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Il diavolo nel ripostiglio

Nella nostra civiltà occidentale, moderna, razionale, ogni persona adulta e sana è responsabile per le azioni che commette. Possiamo essere guidati da motivazioni che non controlliamo del tutto – delusioni amorose, tracolli professionali, ci hanno toccati da bambini – ma se le invochiamo come attenuanti non siamo più adulti, o non siamo più sani di mente.

Mohammed Game era sano e adulto quando si è fatto esplodere davanti a una caserma di Milano. È interamente responsabile di tutto il male che ha procurato. Per primo a sé stesso, strappandosi una mano e i bulbi oculari. Per secondo alla sua famiglia; alla compagna italiana Giovanna, ai due figliastri Davide e Alessandro, ai due figli Islam e Omar. Di cui nessuno parla più, perché Game col suo attentato fallito non è nemmeno riuscito ad attirare più di tanto l'attenzione sul degrado in cui viveva con la sua famiglia: quattro bambini e una donna in un bilocale occupato abusivamente da sette anni, in cui non funzionano i servizi. Lavavano i bambini in una bacinella, conservavano le torte di compleanno in un armadio. In una situazione del genere, mesi fa, Game si era fatto intervistare da CronacaQui Milano: aveva messo da parte la dignità e aveva chiesto aiuto alle istituzioni. Ma ogni adulto è responsabile di quello che fa, della donna con cui si mette e dei figli che decide di avere: non è colpa del comune che non ti ha trovato una casa, dei clienti che non ti pagavano le fatture (150.000 euro non riscossi?) quando gestivi un'impresa (45 dipendenti? Sembrano numeri favolosi), dell'alcol che nessuno ti ha messo in bocca per forza.


Mohammed Game si era insomma cacciato, con tutte le sue responsabilità, in una situazione in cui molti (io tra loro) avrebbero cominciato a pensare di farla finita, anche senza tirare in ballo Allah e l'Afganistan. In questi casi può darsi che il ruolo di Allah sia essenzialmente di copertura; necessità di dare un senso finale a una vita sbagliata, anche e soprattutto nei confronti di una comunità che ricorda meglio i martiri dei falliti. Game si era riavvicinato alla religione di recente, dicono. Ma insomma anche Allah, anche l'Afganistan, sono fattori che possono aiutarci a capire ma non a perdonare: ognuno è responsabile del male che fa.

Due settimane prima di farsi saltare in aria, Mohammed Game incontrava Daniela Santanchè (lei stessa lo ha riconosciuto tra i suoi oppositori più arrabbiati). Era venuta alla festa di fine Ramadam, con la scorta, e pare che cercasse di strappare il velo alle donne presenti. Dico “pare” perché ognuno ha visto una cosa un po' diversa: secondo alcuni la Santanchè ha aggredito e non è stata aggredita; secondo lei è stata picchiata da un uomo che aveva un braccio ingessato; un altro voleva usarle contro un pezzo di segnaletica stradale. “Mi hanno detto che sono una puttana, che domani sarò morta, che faccio schifo”. Al pronto soccorso le riscontrano contusioni toraciche estese con una prognosi di venti giorni.

Anche Daniela Santanchè è adulta, sana e responsabile. Benché abbia avuto un'infanzia non semplice. Il padre, dice, “le ha rovinato la vita”. La madre la riempiva di sberle, le tirava i capelli (“mi stupisco ancora di averne tanti”). C'è un dettaglio in particolare, che può spiegare (non scusare) lo zelo con cui cerca di liberare le donne come lei dalle costrizioni famigliari: uno sgabuzzino in cui ha passato, da bambina, interminabili ore:

Ci finivo se rispondevo male, se non rispettavo apposta gli orari che mi davano, se non raccoglievo le cose da terra. Io ci morivo, ma non facevo un plissè, una piega, e tanto meno urlavo “aprite”. Mai! Stavo lì, con tutti quegli scaffali pieni di scarpe, che non so più quante volte ho contato. E infatti erano sempre i miei fratelli che intervenivano per farmi uscire. Mia sorella, che è molto più buona di me, una santa, andava da mia mamma a dire: non sentiamo più Daniela, mamma falla uscire, Daniela poi non lo fa più. Alla fine mi aprivano, ma intanto io là dentro ero morta di paura, con il buio, le scarpe che diventavano fantasmi, e i rumori, per cui mi turavo le orecchie per non sentire nulla. E ancora adesso, per quelle cose, ho paura a restare chiusa negli ascensori

A scuola viene espulsa per essersi gettata a terra all'improvviso. Lo stesso gesto – coincidenza – descritto dagli islamici a cui ha rovinato la festa... Basta così. Certo è affascinante, il gioco delle cause e degli effetti. Una famiglia in bolletta perde gli occhi e la mano del padre, perché? Perché il padre si è fatto esplodere contro una caserma, perché? Aveva visto una rappresentante politica italiana trattare la sua comunità con prepotenza, perché? la politica in questione ha subito traumi infantili, i genitori la chiudevano in uno sgabuzzino, perché?... Già, chissà quali frustrazioni stavano sfogando in quel momento i genitori, chissà quali traumi a loro volta... no. Noi, in occidente, abbiamo deciso che la giustizia non funziona così. Forse l'Occidente è nato proprio in quel momento: quando abbiamo stabilito che è ognuno è responsabile del suo singolo segmento di azioni. La madre di Daniela Santanchè è responsabile di averle tirato i capelli. Mohammed Game è responsabile del male che ha fatto a sé stesso e ai suoi. E Daniela Santanchè, di cosa è responsabile?

Ci pensavo oggi, mentre guardavo il siparietto pro-crocefisso organizzato su Domenica Cinque, all'ora in cui le brave donne italiane sparecchiano, e il resto della famiglia si butta sul divano a digerire. Appena in tempo per scoprire dalla bocca della Santanchè la verità sul profeta Maometto: “per la nostra cultura era pedofilo” (evidentemente “la nostra cultura” è retroattiva). Non si sono fatti mancare niente: Sgarbi che sogghigna e tace, tanto è lì solo a mo' di bollino (se c'è Sgarbi è roba di cultura); l'enorme crocione sul maxischermo; il musulmano arrabbiato che se non lo tengono la mena, stavolta senza gesso ma con un copricapo molto caratteristico, complimenti al casting; la D'Urso che profitta del lancio pubblicitario per esprimere una profonda verità: “il crocefisso non dà segno di alcuna discriminazione, il crocefisso tace”. Ci mancherebbe anche che parlasse – a pensarci bene taceva anche il fascio littorio... e la svastica? Parlava? No, quindi neanche lei dava segni di discriminazione, riflettiamoci bene...

La storia della sposa bambina di Maometto su internet è moneta corrente. Ma piazzata su Domenica Cinque la domenica alle tre è puro tritolo – no, fertilizzante. Ne parleranno i bambini alle elementari, domani: se sanno cos'è un pedofilo lo andranno a dire al compagno musulmano: ehi, ma è vero che il tuo profeta è un pedofilo? Il compagno musulmano tornerà a casa e farà qualche domanda a mamma o papà. Ma da lì in poi si torna tra adulti, e gli adulti sono responsabili: se qualche madre o padre si farà esplodere, sarà esclusivamente colpa sua. Non possiamo dare la colpa alla Santanchè. Lei in fondo non è che l'incarnazione estrema della fregola che ci sta prendendo tutti: liberare gli altri con la forza. Porti il burqa? Te lo togliamo o ti mettiamo in galera. L'obiezione più banale (per evitare la galera le donne non usciranno più di casa) non interessa più. Evidentemente il problema è il burqa che vediamo per strada, non l'effettiva libertà della persona che ci sta sotto.

In questo modo trasferiamo all'autorità problemi che fino a qualche anno fa riguardavano la coscienza. Non ci passa più nemmeno per la testa che il problema è convincere una donna (e soprattutto un uomo) che quell'indumento è sbagliato. No, nessuna opera di convincimento: via il burqa o chiamiamo i carabinieri. E in fondo la stessa cosa dovrebbe succedere per il crocefisso: perché perdere tempo a convincere la maggioranza degli italiani che non va esposto nei luoghi pubblici? Ci pensino i giudici, noi siamo stanchi di parlare alle coscienze. Non c'interessa più convincere qualcuno, vogliamo solo la rimozione del simbolo fisico, e poi saremo contenti. Se poi l'effetto collaterale fosse un irrigidimento della comunità cattolica, e l'aumento d'iscrizioni alla scuola confessionale, tanto peggio: meno baciapile tra le scatole. Eppure una scuola laica è l'unico luogo dove uno studente di famiglia cattolica può crescere mettendo in dubbio la fede dei genitori. Eppure la strada è l'unico luogo dove una donna in burqa, davanti a una vetrina o al parco, può scegliere autonomamente di toglierselo: non perché una signora arrabbiata glielo strappa via, ma perché lo ha deciso lei, con la sua coscienza. Ma la coscienza ha tempi troppo lunghi, noi vogliamo giustizia subito, con tutta la forza necessaria.

No, Daniela Santanchè non è colpevole degli attentati che ci sono stati e di quelli che ci saranno. Non secondo la nostra cultura moderna e occidentale. Però io non sono del tutto moderno e occidentale, e in un fotogramma di questo video ho visto il diavolo. È un istante così breve che non riesco neanche a fermare l'immagine: verso il 1:12 il volto un po' bambolottesco di Daniela Santanchè ha un guizzo di felicità curioso, visto le cose gravi che sta dicendo. Potrebbe trattarsi semplicemente di un'esitazione nel copione imparato a memoria, la tentazione di buttarla in ridere, tutte spiegazioni razionali: ma io non sono del tutto razionale, io lì ci vedo il diavolo che esce un attimo dal volto di Daniela Santanchè e si compiace del suo capolavoro. Il diavolo che forse la piccola Daniela incontrò in quel ripostiglio buio, che le entrò negli occhi che non volevano piangere, e che poi ha covato per tutti questi anni. È un'idea un po' romantica, un po' medievale. Del resto, se fossimo nel medioevo io non avrei dubbi sulla responsabilità, anzi, la colpa, no, ancora meglio, il peccato di Daniela Santanchè: addirittura potrei già formulare predizioni attendibili sul suo destino nell'aldilà, consultando il manuale di Dante Alighieri: Inferno, ottavo cerchio (fraudolenti), nona bolgia (seminatori di odio): sì, esattamente lo stesso indirizzo di Maometto. A lui, e al cugino Alì, un diavolo con un enorme bisturi strazia le carni, che si ricompongono poco dopo pronte per essere di nuovo dilaniate. Suona molto sinistro e familiare, l'inferno. Come se non ci aspettasse più, come se fosse già qui tra noi.
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Neanche una Jihad sappiamo fare

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Il Terrore Fai-Da-Te

Sono passati otto anni dall'undici settembre 2001; sette dall'arrivo di nostre truppe in Afganistan; cinque dalle bombe di Madrid; quattro da quelle di Londra: e in Italia non c'è ancora un commando jihadista decente. Più che stupirci del fatto che un ingegnere libico senza un posto fisso provi a farsi saltare in aria davanti a una caserma milanese, dovremmo riflettere su questo.

L'attentato di lunedì non è riuscito nemmeno a uccidere l'aspirante martire, e a conquistare i titoli più grandi dei giornali che hanno di meglio da fare (litigarsi a colpi di Manzoni). Il gesto di Mohammed Game si inserisce insomma in quel solco di terrorismo amatoriale, terrorismo wannabe, che pare sia l'unico che si possano permettere i fondamentalisti di casa nostra. Una riedizione del botto del 2004 davanti a un McDonald di Brescia, a opera di un autotrasportatore marocchino col vizio dell'alcol; e dell'altro che infranse le vetrate della Sinagoga di Modena nel dicembre del 2003, a opera di un altro suicida islamico e alcolista (un mix già fortemente sconsigliato dal Profeta). Ed è quasi tutta qui, l'ombra di Al Qaeda in Italia. Possibile? No. Pensate soltanto a cosa è successo nel frattempo in Spagna – una nazione che nelle imprese afgane e irachene si è impegnata un po' meno di noi. In realtà dopo il contraccolpo di Madrid, con l'imprevista vittoria di Zapatero e il ritiro immediato dall'Iraq, un attentato 'in grande stile' sembrava inevitabile: si diceva che non fosse più il caso di chiedersi “se”, ma “quando”. Qualcosa in effetti ci fu: le bombe a Sharm el Sheikh, la cosa più simile a una colonia italiana d'oltremare. Ma un attentato in una grande città italiana avrebbe senz'altro avuto una risonanza diversa. Ci si potevano costruire intorno serie previsioni: se fosse accaduto durante l'interregno del centrosinistra ne avrebbe senz'altro accelerato la fine; all'inizio di un governo di centrodestra avrebbe polarizzato ancora di più l'opinione pubblica intorno ad argomenti (sicurezza, identità “cristiana”, reato d'immigrazione, ecc.) che comunque erano in agenda. In effetti si è visto comunque che non era necessario un attentato in grande stile per trasformarci in una nazione xenofoba. Resta comunque, per chi vuole porselo, un interrogativo: come mai in Italia Al Qaeda non colpisce? Non riesce o non vuole? Che il nostro antiterrorismo sia migliore di quello degli altri Paesi? È un po' difficile crederlo, ma può darsi che i nostri servizi sappiano praticare meglio di altri l'arte del compromesso, dello scambio di favori... forse siamo una comoda retrovia, una terra franca dove non conviene attirare l'attenzione?

Sia come sia, finora l'abbiamo fatta franca: e il peggio sembra passato. Ce ne siamo andati dall'Iraq, dove il nostro era uno dei contingenti più importanti; nel frattempo la cosiddetta 'rete di Al Qaeda' sembra essersi smagliata alquanto, almeno in Europa. Quasi una rivincita postuma della dottrina di G.W. Bush, e della sua concezione, per così dire, idraulica del terrorismo: qualcosa che tende a scendere verso il basso, come un liquido; per cui le guerre in Afganistan e in Iraq, lo scavo progressivo e metodico di una profondissima buca in Medio Oriente, si giustificava attraverso la necessità di far convergere nella buca tutti i terroristi jihadisti del mondo. Lo disse decine di volte, col tono texano di chi dice un'ovvietà: meglio combatterli laggiù che qui da noi. È la logica semplice semplice e spietata spietata della guerra moderna, tecnologica ma tutt'altro che chirurgica: armi che fanno decine di vittime civili per ogni obiettivo centrato non possono che utilizzarsi in casa d'altri, a casa nostra sarebbero insostenibili. Anche adesso che comanda il premio Nobel per la Pace, l'argomento “combattiamoli a casa loro” continua a funzionare: notate che è un buon motivo per continuare la guerra, non per finirla; anzi: c'è quasi da dolersi che in Iraq stia terminando: dove andranno i jihadisti disoccupati? Un po' in Afganistan, va bene, e gli altri? Ehi, aspetta forse è meglio riaprire un buco da qualche parte.

La concezione idraulica di Bush non è del tutto insensata. È vero, c'è un tipo di terrorismo liquido, che tende verso il basso: in Afganistan e in Iraq sono arrivate teste calde da tutto l'Islam, per combattere il Grande Satana e conquistarsi il loro paradiso. Persino dall'Islam europeo, dai musulmani poco o nulla integrati tra noi: tutta gente che invece di radicarsi nel loro territorio, di organizzare cellule in sonno, pronte a colpire a un cenno del Califfo... sono precipitate laggiù, nella buca più profonda. Laggiù non c'è pace e forse non ci sarà mai, ma è il prezzo da pagare per avere aeroplani più sicuri in tutto il mondo. Certi bushiani 'realisti' (non i neocon) se la raccontano così.

E' una verità molto parziale. Il terrorismo allo stato liquido è solo una parte del terrorismo circolante. Tutto il resto è gas, libero di circolare da un confine all'altro e – bisogna dirlo? – altamente infiammabile. Mohammed Game non aveva bisogno di un ordine scritto per costruire una bomba col fertilizzante e andare a farsi esplodere. Le istruzioni le ha trovate su internet, e se non ci fosse internet ci sarebbero fotocopie di manuali clandestini. L'obiettivo lo ha scelto da solo, o di concerto coi suoi presunti sodali. Gli è andata male – bene per noi – ma non può andarci bene sempre, prima o poi un debuttante in grado di farsi esplodere sul serio lo troveremo.

E allora cosa faremo.
Sarà interessante: cosa faremo che non abbiamo fatto già? Quando ho sentito dell'uomo bomba, l'altro giorno, ho subito pensato male, da buon dietrologo medio: ecco che quando il Capo sembra screditato in Italia e all'estero, puntuale arriva la minaccia islamica... mi sbagliavo, finora la stampa berlusconiana non mostra di voler strumentalizzare particolarmente la vicenda. Si continua a insistere che il kamikaze era solo, che la rete mondiale del terrorismo non c'entra... quasi un incidente di percorso. Cosa sta succedendo agli avvoltoi, mi sono detto, dev'essere la prima volta che gli servono un attentato caldo e non gli viene voglia di papparselo. Anche solo come digestivo tra una figura di merda e l'altra del Capo da mandar giù...
Forse non siamo più in campagna elettorale, o forse non ci siamo ancora; insomma siamo in una fase in cui agitare troppo lo spettro della jihad non conviene. Perché poi l'elettore potrebbe chiedersi cosa sta facendo il governo per proteggerlo. Ecco, cosa dovrebbe fare? Chiudere le frontiere – ma le abbiamo già chiuse e comunque si dà il caso che finora tutti i terroristi siano immigrati regolari. Maledetti ingrati. Chiudere le moschee – ma quali moschee, se non le stiamo nemmeno costruendo? È molto probabile che il terreno fertile di questi personaggi siano moschee clandestine che nascono come funghi dove l'amministrazione proibisce l'attività di moschee alla luce del sole. Battersi per togliere il velo alle donne: un'encomiabile battaglia di laicità che probabilmente renderà qualche moglie islamica ancora più reclusa di prima (prima almeno poteva uscire in strada e poi, eventualmente, guardarsi intorno e decidere di toglierselo)... ma poi avete fatto caso che tutti questi bombaroli finora erano uomini a volto scoperto?

Tutte queste misure somigliano a dighe: ci sentiamo circondati da un Islam che monta come l'acqua alta e ci difendiamo alzando dighe su dighe. Ma l'Islam è un'idea, e le idee sono nell'aria.

Anche il terrorismo è un'idea, e noi dovremmo saperlo. Noi il terrorismo di matrice ideologica lo conosciamo, è roba nostra. Prendi le Brigate Rosse: su di loro abbiamo letto di tutto. Abbiamo letto che erano eterodirette dall'Unione Sovietica o che il loro capo in realtà era un agente della CIA. Può essere tutto vero e può non essere vero niente. Ma su una cosa credo che siamo tutti d'accordo: chi entrava nelle BR non si sentiva uomo della CIA o del KGB. Chi entrava nelle BR, almeno in un primo momento, lo faceva perché ci credeva. Compiva un atto di fede. E continuava a militare finché questa fede lo sorreggeva. Una volta finita la fiducia nella rivoluzione, nell'educazione del proletariato mediante la P38, il brigatista molto spesso si trasformava in collaboratore di giustizia. Gran parte dei brigatisti, ancorché convinti della vittoria finale del proletariato, non erano di estrazione proletaria. C'erano studenti; c'erano cattolici. Uniti da una nuova fede, finché la fede ha tenuto.

Nei prossimi anni è probabile che ci saranno altri attentati di matrice jihadista in Italia. Non ha molta importanza se Al Qaeda o qualche altra rete mondiale li rivendicherà o no: in sostanza saranno attentati italiani, compiuti da persone che in Italia vivono e lavorano da anni. Il movente potrà essere o non essere l'Afganistan – anche questo non ha molta importanza. Quando ce ne andremo dall'Afganistan ne troveranno un altro. Il vero problema è che in Italia c'è una cospicua minoranza islamica che vive male. Non ha la cittadinanza, non ha luoghi di culto decenti, non ha la dignità. Ma attenzione: non si ribelleranno i poveracci. Non le donne costrette nei veli. Saranno ingegneri, studenti, sacerdoti. Gente che ha un lavoro e un permesso, lo spazio vitale necessario per rendersi conto che non è abbastanza. Queste persone si ribelleranno, nelle forme violente che hanno visto praticate in altri Paesi, e non sarà molto importante se alle pareti delle loro stanze si troverà un poster di Bin Laden o di Al Zarqawi. Esattamente come non aveva molta importanza se i brigatisti adorassero Lenin o Mao. I motivi che li spingevano a sparare al sistema erano molto più contingenti delle loro mitologie: gli italiani non li hanno sconfitti bruciando le immagini di Lenin o di Mao. Quello che ha dato la mazzata al terrorismo di matrice ideologica è stata la speranza condivisa nel benessere e nella prosperità che negli anni Ottanta sembravano alla portata di tutti. Una speranza simile in un futuro di benessere e integrazione taglierebbe subito le gambe al terrorismo prossimo venturo, islamico o no. Ma le speranze non è che ce le possiamo fabbricare a comando.
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Certi Hussein sono più uguali di altri

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Trova l'errore

“Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”.

Questo lo ha detto Barack Obama, quest'estate. E in quel momento era uguale a tutti noi. Chi non farebbe qualsiasi cosa per salvare le figlie.

Ma poi ha aggiunto: “...e mi aspetto che Israele faccia la stessa cosa”, perché era a Sderot, Israele, dove arrivano i razzi di Hamas che non precipitano prima sui palestinesi stessi: e aveva un elettorato ebraico da conquistare in casa, oltre a quel fastidioso secondo nome, Hussein, da far dimenticare; per cui è comprensibile, perfino perdonabile, che Obama abbia detto così.

E tuttavia in quel momento ha smesso di essere tutti noi, per concentrarsi su alcuni: gli israeliani. Con tutti i loro meriti e le loro colpe su cui non voglio annoiarvi stasera. Stasera vorrei solo riproporvi la stessa bellissima frase da un'angolazione appena diversa. Sentite:

“Se qualcuno tirasse razzi nella casa dove le mie figlie dormono di notte, farei qualsiasi cosa per impedirglielo”

Fin qui è uguale, e sacrosanto. Ma adesso provo ad aggiungere:

“...e mi aspetto che i palestinesi facciano la stessa cosa”.

Incredibile, no? La stessa frase: se leggi “Israele” ti votano Uomo più Potente del Mondo; se leggi “i palestinesi”, rischi una denuncia per apologia di terrorismo.

Mettiti nei panni di un palestinese qualsiasi, della stessa età di Obama, con due figlie come lui. Possiamo anche dargli lo stesso nome, Hussein. E quindi, Hussein, se qualcuno tirasse razzi alle tue bambine, tu avresti il diritto di fare qualsiasi cosa? Evidentemente no.

In effetti, c'è ben poco che potresti fare: la striscia di Gaza è una trappola di 50 chilometri per otto, chiusa su tre lati da Israele e dall'Egitto sul quarto, con la più alta densità di popolazione al mondo. Se uno Stato potente pianifica di bombardarti (Barak ha ammesso che il piano del bombardamento è di sei mesi fa), in modo massiccio, nell'ora in cui le tue figlie escono da scuola, tu cosa puoi fare? Hussein Obama farebbe qualsiasi cosa, ma tu, Hussein Qualunque?

Tu te la dovresti prendere con Hamas, certo, che ha contribuito a fare della Striscia di Gaza il recinto dei polli dei politici israeliani: quelli che in campagna elettorale vengono poi a mostrare quanto son bravi a tirarvi il collo. Ecco, sì, da occidentale abbastanza informato mi sento di dirtelo: dovresti prenderla con Hamas, Hussein.
Ma tu non mi puoi mica sentire, non ci sono giornali né luce né telefono; tutte cose che forse ti renderebbero più facile informarti e capire il gioco che Hamas e israeliani fanno con la tua pelle; e anche ammesso che tu l'abbia capito ugualmente, forse la guerra civile contro Hamas l'hai già combattuta e persa l'anno scorso, perché eri dell'Olp; e in ogni caso prendertela contro chi governa la tua disperazione servirà in qualche modo a mantenere più sicure le tue figlie? No, al contrario. E allora? Hussein Obama farebbe qualsiasi cosa, ma tu?

Tu non ne hai diritto. Gli israeliani possono buttare bombe nel recinto e ammazzarne altri trecento, tanto siete più di un milione: questo probabilmente rientra ancora nel “qualsiasi cosa” previsto da Obama. E tu?
Tu corri verso casa a perdifiato perché ti hanno detto che la scuola è andata a fuoco; sul portone ti inginocchi e ringrazi il Dio misericordioso, perché le hai sentite da dentro, sono salve anche stavolta: ed entrando la preghiera appena mandata giù ti si blocca nello stomaco, perché le sorprendi in camera mentre si stanno provando una pettorina, di quelle che hai visto altre cento volte, quelle da riempire di esplosivi.

E non farci la predica, papà Hussein. Se dobbiamo morire, almeno sia per difenderti. Lo sai che per te faremmo qualsiasi cosa.

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Il veglio Reloaded

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L'Eletto

E quando lo Veglio vuole fare uccidere neuno uomo, egli lo prende e dice: "Va' fa' cotale cosa; e questo ti fo perche' ti voglio fare tornare al paradiso". E li assesini vanno e fannolo molto volontieri. E in questa maniera non campa niuno uomo dinanzi al Veglio de la Montagna.

Si riparla di Bin Laden ultimamente – a propos, voi ci credete, in Bin Laden? Non il personaggio storico, no: ci credete in Bin Laden vivo, oggi 25/9/2008? Riuscite a immaginarlo respirare in questo esatto istante, in un bunker da qualche parte sotto il vostro stesso suolo? Perché io, con tutta la più buona volontà, non ce la faccio. Per anni mi avete raccontato che era braccato, bombardato, dializzato, scomparso, poi eccolo rispuntare con la barba più tinta di prima. Più che la fiducia, è il mio buon senso che vien messo a dura prova.

Si riparla di Bin Laden perché tra un mese si vota negli USA, e metti che lo prendano proprio adesso; oppure (più credibile) metti che l'abbiano preso già da un po' e decidano di levargli il cappuccio a dieci giorni dalle elezioni: per i Repubblicani sarebbe un bello spot. Ma sarebbe anche la fine della Guerra al Terrore: bisognerebbe reimpostare la politica estera, trovare nuovi nemici, e non è detto che McCain sia pronto. Forse conviene tenerlo in fresco ancora un po'.

O ancora: metti che Bin Laden sia (come ci raccontano) vivo e libero, e persino operativo: in questo caso i tempi sono maturi per un altro attentato, come quello di otto anni fa che fu sufficiente a impostare la politica estera per due mandati presidenziali. A quel punto ha poca importanza chi vincerà a novembre, così come aveva poca importanza chi vinse nel 2000: sia Obama che McCain per ora non vorrebbero ricalcare le orme di Bush, ma è un dettaglio. Anche Bush voleva preoccuparsi soprattutto di politica interna, fino al dieci settembre. Tu mandagli una mezza dozzina di kamikaze e vedrai quanto ci mette il futuro presidente Obama/McCain a infilarsi l'elmetto di Commander in Chief (conquistandosi anche un'opzione sicura sulle presidenziali del 2012). Forse ci siamo rimessi a parlare di Osama perché in tutti questi anni è stato il primo responsabile della politica estera di Bush, una specie di Ministro del Terrore, molto più influente di Cheney e della Rice, e siamo curiosi di sapere se avrà un posto nel nuovo gabinetto. O non sarà rimpiazzato da giovani promettenti, come Ahmanedinejad.

Da noi si riparla di Bin Laden anche perché ci manca. Dopo di lui, certe sensazioni non ce le ha fatte provare nessuno. Tra un po' ci ricorderemo di Riva del Garda 2008 soltanto perché durante un dibattito un creativo ha definito l'11 settembre come la campagna pubblicitaria meglio riuscita degli ultimi dieci anni. A prescindere da ogni considerazione morale, naturalmente. Ne è seguita una lunghissima polemica con alcuni astanti che di prescindere non se la sentivano proprio, certo, è comprensibile, però vi rendete conto? Finché Stockhausen lo considerava un artista, Osama rimaneva almeno nella sfera del sublime. Ma se addirittura nel 2008 lo abbiamo degradato ad art director, significa che l'occidente ha vinto! Lo abbiamo macinato, digerito, infilato nella stessa categoria di quelli che per mestiere s'inventano le avventure dello scoiattolino scoreggione.

Anche se.
Anche se in fondo Bin Laden è sempre stato più occidentale di quanto non apparisse. Certo, ai tempi di Tora Bora sembrava ormai trasformato in un archetipo medio-orientale, il Veglio della Montagna che trasforma i giovani in Assassini. Senonché, anche il Veglio della Montagna è leggenda occidentale, almeno da Marco Polo in poi. E cosa c'è di più occidentale di Mohammed Atta che aspetta l'undici settembre in un locale di lapdance? Un uomo che pensasse di andare in paradiso dopodomani, uno assolutamente convinto di entrare in possesso di 72 vergini nel giro di 48 ore, pensate che perderebbe tempo con le lapdancer? Un martire islamico no, Atta sì. Atta sembra un personaggio scritto in ascensore da uno screenplayer di Hollywood. Tutto l'11 settembre sembra il secondo tempo di un action movie anni Novanta: vi ricordate come ci siamo sentiti in quel pomeriggio? Cosa abbiamo provato esattamente: paura? Panico? Quel pizzicorino ai piedi, sospetto che alla fine fosse soprattutto euforia. Improvvisamente, quando non ce l'aspettavamo più, eravamo entrati in un film. Come comparse, ovviamente; nella solita scena di massa in cui qualcuno urla: “Moriremo tutti” e gli altri scappano; non importa, ce l'avevamo fatta. E se questo è un sogno, è un sogno tutto occidentale.

Di Al Quaeda, dopo anni, continuamo a saperne poco. Sappiamo che, a differenza di altre organizzazioni islamiche, non reclutava i suoi uomini tra i poveri delle campagne o delle periferie. Atta e compagni erano figli di quella classe media che è sotto pressione in tutto il mondo, e che nei Paesi islamici non ha avuto nemmeno molto tempo per svilupparsi. Gente che dopo anni di lavoro, o di studio (o di semplice vagabondaggio per il mondo) si rende conto di essere fuori dai giochi. Non ha potere, non ha rappresentanza. Tutto quello che la tv satellite e internet sembravano dare per scontato, il famoso “tenore di vita occidentale”, non sarà mai alla loro portata. È la stessa situazione in cui mi sono trovato io, e forse anche voi. A questo punto uno cosa fa? Voi cosa avete fatto?

Giochino. Vi racconto una storia che sapete già, e vediamo quanto ci mettete a riconoscerla.
C'è un giovane che vive la sua vita in una città al centro del mondo. O alla periferia: tanto ormai il mondo è tutto uguale. Le cose non gli vanno né troppo male né troppo bene, ma lui si annoia. Ha come la sensazione di non potersi esprimere per quello che è veramente. È una cosa difficile da spiegare, i suoi amici non capiscono. L'unico che gli dà retta è un tale misterioso che incontra su Internet, e che dopo una lunga attesa gli dà un appuntamento.
È una specie di sacerdote: nelle sue parole si sente un vago retroterra religioso, parole orecchiate nelle preghiere dell'infanzia. Al giovane che lo ha trovato spiega che il mondo in cui vive è pura apparenza, creatura di Satana che inganna gli uomini per succhiare energia tra loro: occorre trascendere, chiudere gli occhi e ritrovare la realtà. Che non è un nirvana, al contrario: la realtà è un mondo durissimo, dove gli Eletti combattono Satana e se necessario sacrificano la loro vita. Devo andare ancora avanti? Stasera daranno Matrix 3 in tv, fateci caso: Neo ha una mantellina nera da ayatollah. Non arriverò a dire che Bin Laden si è ispirato ai fratelli Wachowsky: lui è più vecchio, si dev'essere fermato a Die Hard 3. Ma dico che Al Quaeda e Matrix si sono sviluppati nello stesso brodo di cultura, che è 90% occidentale, con qualche spezia esotica: che l'impulso che ha portato molti musulmani di classe media nelle braccia di Al Quaeda è simile a quello che ha portato noi al cinema a guardare a bocca aperta una storia più sconclusionata di altre, che però in qualche modo ci toccava più di altre; che sapeva toccare corde che nemmeno noi sapevamo di possedere.

(Tutto questo avevo già provato a spiegarlo nel 2025, con risultati non proprio limpidi).
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Israele va alla Fiera

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L'ospite difficile

Invitato come Ospite d'Onore presso la fiera del libro di una città al di là del mare, lo Stato d'Israele ebbe qualche difficoltà a prenotare un volo in business. Siccome i posti sul corridoio (che tradizionalmente prediligeva) erano già tutti prenotati, si rassegnò a un posto con il finestrino, perché in fin dei conti lo Stato d'Israele nei casi di difficoltà si comporta esattamente come chiunque altro: si adatta.
Però a tutto c'è un limite, e decisamente quel signore barbuto e sudato che a pochi minuti dal decollo si piantò davanti a lui blaterando insulti incomprensibili lo stava oltrepassando. Dai suoi insulti, e dai mugugni dei vicini passeggeri che sembravano capirlo, lo Stato d'Israele intuì che lo volevano far fuori, come al solito. Per fortuna era già accorsa un'hostess biondina, che con qualche imbarazzo spiegò che si era trattato di un increscioso caso di overbooking: insomma, la stessa poltroncina era stata venduta a due clienti diversi.
“Io però l'ho comprata prima”, azzardò lo Stato d'Israele.
In un inglese stentato il signore barbuto obiettò che questo era tutto da dimostrare, e che comunque in quella poltroncina si era seduto prima lui, anche se poi era dovuto alzarsi per andare ad allungare il bagaglio a mano ai suoi cugini che sedevano qualche fila più dietro.
Insomma, sono circondato, constatò lo Stato d'Israele: ma se pensano di avere a che fare con un rinunciatario, si sbagliano e non di poco... “Gli affari privati del signore non m'interessano: io questo posto l'ho comprato, mi appartiene, e non mi sposterete di qui con le cannonate”. Questo fiero discorso sembrava aver fatto il suo effetto sulla hostess, senonché il barbuto reagì semplicemente ripetendolo con una foga un po' barbara e riprovevole: anche lui aveva comprato quel posto, quindi apparteneva anche a lui, e anche lui non si sarebbe smosso a cannonate, tanto più che non era solo, ma viaggiava in compagnia!
Questo riferimento neanche tanto velato alla condizione di solitudine dello Stato d'Israele non ottenne l'effetto desiderato: invece di perdersi d'animo, lo Stato reagì invertendo l'argomento.
“In effetti ho notato che viaggiate in compagnia. Quanti siete?”
“Quindici. E non cederemo”.
“Lo vede, signora hostess? Loro hanno dunque il diritto di avere quindici posti, e io neanche uno? Dico, se questa non è prepotenza, se non è prevaricazione, cos'è? Lungi da me richiamare i tristi fantasmi del mio passato, ma...”

Appena ebbe sentito l'espressione tristi fantasmi del passato, l'hostess si volatilizzò spiegando che andava a parlarne col comandante, e nessuno la vide più in quella corsia per tutta la durata nel viaggio. Ne arrivò invece un'altra, un po' più energica, che non volendo perdere altro tempo (l'aereo era già sulla pista) convinse più o meno bruscamente il passeggero barbuto ad accomodarsi un momento nella classe turistica, in attesa che fossero ultimate le procedure di decollo. Lo Stato d'Israele festeggiò silenziosamente un'altra vittoria della sua proverbiale ostinazione, e non appena l'aereo ebbe completato la virata, celebrò la conquista della business concedendosi una meritata pennichella.
“Ma guarda che maleducato, questo bianco! A momenti il suo schienale mi arriva alle ginocchia”.

La frase penetrò il cuore sensibile dello Stato d'Israele come una lama nel burro. Bianco? Lo avevano chiamato bianco! Se solo avessero saputo la sua storia... tutti quegli anni in cui i bianchi gli avevano dato la caccia... e adesso il bianco era lui? Che razza di ingiustizia era questa? Forse era meglio far finta di niente... ah, no! Il passato aveva dimostrato cosa succede a far finta di niente anche solo per dieci o vent'anni! No, bisognava reagire alle provocazioni: colpo su colpo.
“Mi scusi, sono lo Stato d'Israele”.
“Non me ne frega niente”.
“Il suo tono è piuttosto irrispettoso”.
“Lo schienale del suo sedile sulle mie ginocchia lo è altrettanto”.
“Ma è un mio diritto abbassare lo schienale! Se solo avesse dato un occhiata all'opuscolo...”
“Sì, sì... prima si prende il posto di mio zio, e poi...”
“Ecco, ho capito. Il problema non è che ho abbassato lo schienale...”
“Veramente sì. Non riesco a stendere le gambe”.
“No, il vero problema è che non sono suo zio! A suo zio lo avrebbe lasciato fare, vero?”
“Io e mio zio c'intendiamo, ma non è questo il punto”.
“Il punto è precisamente questo. Lei riconosce a mio zio un diritto che non riconosce a me. Per lei io ho meno diritti di suo zio, sono un passeggero di serie B. È così che stanno le cose?”
“Al massimo è lei che ha trattato mio zio come un passeggero di serie B. Perché gli ha rubato il posto?”
“Io non ho rubato assolutamente niente! Moderi i termini! Questo posto è mio. L'ho acquistato prima di suo zio!”

Nel frattempo, in classe turistica, la hostess stava cercando di spiegare al famoso zio che il suo usurpatore, lo Stato d'Israele, non era sostanzialmente cattivo.
“Ha vissuto braccato per anni e anni, con l'incubo di essere eliminato”.
“Ma questo non gli dà diritto a prendere il mio posto e...”
“Bisogna capirlo”.
“Veramente lo capite tutti benissimo. Sono io che non parlo bene la vostra lingua. Perché nessuno fa un po' di fatica per capire me? Pensa che riuscirà a trovarmi un altro posto di là?”
“Senta, le farò una confidenza: la nostra business non è un granché. I sedili hanno il velluto spelacchiato, e cigolano alle vibrazioni. Qui in turistica potrebbe persino trovarsi meglio..”
“Ma ho tutta la famiglia di là... Se la turistica è così bella, perché non ci viene il tizio bianco? Tra l'altro in mezzo ai miei parenti non deve passarsela così bene”.

In effetti il viaggio si stava rivelando un incubo. Lo Stato d'Israele aveva già da tempo abbandonato ogni speranza di dormire un po' – ma non per questo aveva rialzato lo schienale: ormai era una questione di principio. Nelle ore seguenti fu un continuo litigio per queste e altre misere questioni di principio, che culminarono col passaggio del carrello bevande. Lo Stato d'Israele era praticamente astemio, ma si concedette ugualmente un'abbondante razione di vodka quando si rese conto che la comitiva di barbuti non poteva toccare alcol per via di certe loro ottuse superstizioni. A quel punto però, già un po' alticcio, venne quasi alle mani con un ragazzino che da due file dietro lo stava bersagliando con piccole palline di cibo non koscher.
“Ma si vergogni! Mettere le mani addosso a un bambino!”
“Vergognatevi voi, ad allevare figli così maleducati”.

Anche stavolta avevano ragione entrambi; purtroppo una ragione, divisa per due, è uguale a due torti. È una regola aritmetica che vale soprattutto negli ambienti ristretti (carlinghe di aeroplani, condomini, marciapiedi e piste ciclabili, strisce fertili tra il deserto e il mare). I barbuti finsero di redarguire il bambino; quel che fecero in realtà fu piazzare lui e il suo cuginetto di otto anni nella posizione strategica migliore per continuare i lanci; lanci che lo Stato d'Israele sopportò stoicamente, limitandosi a proferire qualche minaccia ogni tanto, in attesa che la razione di proiettili immondi finisse. Ma non finiva mai! Quelli continuavano! Chi li riforniva? Lo Stato ebbe un brivido: i quindici parenti dello Zio barbuto stavano mettendo insieme i loro rifiuti affinché i monelli potessero disporre di una riserva illimitata! Una dozzina di adulti regrediti a monelli! In pratica, di tutte le strategie di resistenza, aveva vinto quella più infantile! A un certo punto, con la coda dell'occhio, allo Stato d'Israele parve di vedere che anche un passeggero non barbuto, un bianco come lui, stava porgendo il suo vassoio ai ragazzini con aria divertita! Ma quindi era vero, ce l'avevano tutti con lui! Possibile? Fortuna che l'aeroplano era pressurizzato, altrimenti non avrebbero esitato a buttarlo fuori! Ma cosa aveva fatto di male, a parte aver fatto valere i suoi diritti? Perché doveva sempre pagare lui per tutti gli errori?

“Mi scusi...”
Si riscosse dal momentaneo torpore. Era lo Zio. Era venuto in Business a vendicarsi! Lo Stato si alzò di scatto, ma ebbe un lieve capogiro.
“No, no, vengo solo a dire che... io non credo che il posto è suo, però... quello che succede adesso qui mi vergogna molto. La mia famiglia mi vergogna molto. Si comportano tutti da ragazzini”.
“E lei li rimproveri”.
“L'ho già fatto. Non mi ascoltano. Dicono che sono debole”.
“Non hanno il senso del rispetto”.
“Perché mi hanno visto cedere. Mi hanno visto lasciare il posto a lei e adesso non mi considerano più il capofamiglia. Danno tutti retta a quell'idiota di mio fratello, due file indietro a destra, lo vede?”
“Il tizio con la barbetta corta?”
“Un fanatico vero. Dice che bisogna aprire il portellone e buttarla giù”.
“Mio dio, ma siete pazzi!”
“Tranquillo, crede che lo faranno? Non sanno nemmeno che non si può aprire il portello. È solo una scena per far vedere che è... come si dice... intransigente. Perché vede, noi siamo fatti così: se cediamo su una cosa, perdiamo tutto il rispetto. Io ho ceduto il posto e ho ceduto il rispetto. Può capire questa cosa?”
Lo Stato d'Israele la capiva molto bene, ma non lo disse.
“Ora vorrei stringere la mano a lei, ma i miei parenti...”
“Capisco. Fa lo stesso”.
“Mi dispiace ancora per tutto”.
“Non importa, tra pochi minuti siamo arrivati”.

Certe volte lo Stato d'Israele ha la sensazione di impazzire: insomma, possibile che tutti ce l'abbiano davvero con lui? Altre volte pensa che non è lui a essere pazzo, anzi, lui è uno Stato tutto sommato razionale. È il mondo che è pazzo e continua a prendersela con lui per i motivi più futili e assurdi. Poi razionalmente si rende conto che questo è un classico pensiero da soggetto paranoide, e si riscuote. È il problema di chi vive un po' isolato: alla lunga si rimane un po' impigliati dentro i fili dei soliti pensieri che si annodano e si rincorrono.
Nei prossimi giorni lo Stato d'Israele è ospite a Torino: se passate di lì, ascoltatelo: e almeno salutatelo, anche da parte mia.
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aridatece Brancaleone

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Il lombardo alla prima Crociata

Uno dei meriti del governo Prodi (per ora dimenticati) è che ci ha fatto uscire dall'Iraq. Una guerra che gli italiani non avevano voluto, che nemmeno Berlusconi aveva voluto – salvo imbarcarsi all'ultimo momento con un piccolo contingente quando credeva che l'alleato avesse già vinto, secondo un classico schema all'italiana che ci aveva regalato già tante luminose pagine di Storia nel Novecento.

Invece la guerra non era finita; alcuni soldati italiani sono caduti, dando (quel che è peggio) la sensazione di essere caduti per niente. Anche per questo nel 2006 Berlusconi ha perso di misura le elezioni; al suo posto è subentrato Prodi, che come prevedeva il programma della sua coalizione ha ritirato le truppe. In questo modo non solo ha evitato altre stragi di soldati italiani, ma ha anche allontanato lo spettro di una ritorsione dei terroristi islamici sul nostro Paese.

Quest'ultimo, mi rendo conto, non è un argomento molto elegante: gli spettri non dovrebbero minacciare nessuno, in fondo se cedo al terrore il terrore ha vinto. Già. Personalmente faccio quel che posso ogni giorno per non cedere al terrore; però se fossi il capo del governo di una sottile penisola allungata nel Mediterraneo, credo che il problema dovrei pormelo. L'Italia è diventata, negli ultimi vent'anni, un Paese 'anche' islamico: non è una novità, se è successo a Inghilterra Francia e Spagna prima di noi, era fatale che capitasse anche noi. Però l'Italia non ha ancora avuto la sua strage terroristica islamica, come l'Inghilterra e la Spagna; e nemmeno la guerriglia di seconda generazione tipica della Francia. Probabilmente è una questione di tempo: nel lungo termine le cose spiacevoli tendono ad accadere. Nel frattempo, se non è dignitoso arrendersi agli spettri, non è nemmeno ragionevole stuzzicarli. Per farla breve: Prodi fece proprio bene a tirarci fuori dall'Iraq. Già. Ma è anche per questo che poi il PD ha perso le elezioni. Perché?

È il problema di chi risolve i problemi: una volta che li hai fatti sparire, non c'è più bisogno di te. L'Iraq era già da tempo scivolato nelle pagine interne dei giornali: col ritiro del contingente è scomparso definitivamente. La campagna elettorale si è giocata tutta sulla politica interna: del resto Veltroni non aveva un altro ritiro da promettere (l'Afganistan è un caso molto diverso). Il solito errore politico di Prodi: ostinarsi a cercare di risolvere i problemi, invece di gestirli. Bastava fare, per dire, come col conflitto di interessi: c'è gente che vota a sinistra da vent'anni in attesa che lo risolvano, ma se lo risolvono poi c'è il rischio che la stessa gente scopra altre priorità, che magari voti a destra, e quindi è meglio procrastinare, no?

Questo la destra lo ha capito da un pezzo. I problemi non si risolvono, i problemi si cavalcano. Prendi la Paura, per esempio: perché dovrebbe essere considerata un problema? In realtà la Paura è la soluzione a un'altro problema, e cioè: perché mai la gente dovrebbe votare per noi? Se smettessero di avere paura comincerebbero a uscire la sera, conoscere altra gente, sviluppare pericolose tendenze materialiste... meglio in casa, a guardare i filmati degli attentati terroristici islamici. Già, se non fosse che questi maledetti terroristi islamici non attentano mai. Ma insomma, tutte queste cellule in sonno, cosa aspettano a svegliarsi? Che a Roma mettano su una metropolitana decente, come a Londra o Madrid? Hai voglia. È frustrante: tocca pescare dalla cronaca nera, che però alla lunga stufa; anche perché per ogni criminale magrebino o rom ne trovi un paio di italiani, e questo è abbastanza imbarazzante. A questo punto arrivano Calderoli e Borghezio: due stuzzicatori di spettri un po' ruspanti, ma abbastanza efficaci.

Il primo due anni fa sfoggiò in tv una maglietta satirica nei confronti del profeta Maometto. È una lunga storia, che più o meno conoscete e su cui non vorrei attardarmi, anche perché su questo blog se ne discusse molto. Ai tempi ero contrario alla divulgazione indiscriminata delle famose vignette olandesi: la libertà di espressione invocata da molti mi sembrava tutt'al più un pretesto per una provocazione nei confronti di chi ha il solo torto di professare una religione. Qui però non voglio discutere di questo, perché non è più questo il punto; perlomeno non lo è più da quando Calderoli mostrò quella maglietta e a Bengasi intorno al consolato italiano la polizia libica lasciò undici morti. Senza voler attribuire direttamente la responsabilità di quelle morti a Calderoli, devo dire che per me quei morti fanno la differenza: forse prima Calderoli aveva qualche diritto per fare il buffone con una maglietta poco divertente in diretta Rai, ma non dopo una tragedia simile. E infatti lui stesso smise di sfoggiarla, e si dimise persino da ministro: molto bene. Ma allora perché rinominarlo?

Sono passati due anni, e di quei morti qui in Italia forse ci siamo dimenticati: altrove è più difficile. Personalmente ritengo comprensibile che qualche esponente libico e della Lega Araba abbia manifestato disappunto per la probabile nomina di Calderoli a ministro. Sarà anche un'ingerenza nei nostri affari interni, ma spiegate a un non-italiano questo mistero: se Calderoli dopo l'incidente non era più degno di rappresentare l'Italia, perché lo dovrebbe essere due anni dopo? Cos'è cambiato nel frattempo, forse che gli undici morti sono meno morti? L'unica spiegazione è che il prossimo governo ha deciso di essere meno rispettoso nei confronti dell'Islam: lo si può dire in un modo un po' più fiorito, ma la cruda sostanza è questa. Borghezio la condisce però con tutte le spezie a sua disposizione. Sentite qua:
Le terribili minacce che giungono da Tripoli [? Quali terribili minacce?] dimostrano che avevo visto giusto indicando la Libia come regista della strategia di invasione delle coste meridionali del nostro Paese. Per fortuna grazie agli elettori, vi sarà finalmente nel nuovo governo la presenza significativa dei crociati della Lega Nord, in grado di combattere fermamente il pericolo del terrorismo jihadista ed i suoi palesi e occulti sostenitori. L'Italia, grazie anche alla Padania, è un grande Paese e non si farà intimidire da chi semina sentimenti di odio contro di noi, contro la nostra religione e contro la nostra civiltà.

La domanda che mi faccio è: ma il famoso elettore della Lega Nord più-intelligente-di-quanto-non-pensiate-voi-intellettuali, quando legge queste sparate (e le leggerà), non si sente fumare le palle? Perché un conto è essere dipinto dal Capo come un partigiano in sonno sempre pronto a tirare fuori il Fucile; sono battute, e si sa. Ma arruolarsi alle Crociate è un altro conto. Non si tratta semplicemente di sparacchiare Roma Ladrona: tirare fuori le Crociate in un contesto del genere significa mettersi contro non solo una dozzina di Paesi affacciati sul nostro stesso mare, ma anche i magrebini che ci fanno il pieno di benzina. Quella di Borghezio è una terapia d'urto: è chiaro che se le cellule in sonno del terrorismo islamico non le risvegli così, significa che per loro non c'è più niente da fare. Ma questa sarebbe una brutta notizia soltanto per Borghezio.

Se invece nei prossimi mesi qualche magrebino commetterà una pazzia, Borghezio & co. avranno già il seggio assicurato alle prossime elezioni. Sì, probabilmente qualche poverò cristiano dovrà morire per questo, ma l'Italia (e la Padania) non si fanno mica gratis.

Sono stato un po' lungo, stanotte? Scusate. Faccio il riassunto: negli ultimi mesi la minaccia del terrorismo islamico (anche grazie al ritiro delle truppe in Iraq operato dal governo Prodi) era molto sbiadita, al punto da rischiare di scomparire. Pericolo evitato: grazie al probabile ritorno di Calderoli nel governo, e ai simpatici discorsi di Borghezio, qualche milione di islamici in Italia e nel mondo si sono ricordati che l'Italia li odia. Se tra questo milione ce n'è un paio in grado di preparare un'autobomba, l'emergenza terrorismo islamico ripartirà alla grande! Naturalmente a quel punto Borghezio passerà come uno che ha precorso i tempi, che vedeva già da lontano là dove gli altri distoglievano lo sguardo.
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regalo di Natale

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(Il pilota, al giornalista: "La cosa più difficile è schivare quelle bestioline nere che schizzano da un lato all'altro della strada")


Di abolire la Parigi-Dakar si parla quasi da trent'anni; più o meno quando nel 1988, in un villaggio del Mali, una bambina di dieci anni attraversò una strada e venne messe sotto da un motociclista. Si chiamava Baye Sibi. Sono state firmate petizioni, organizzati boicottaggi. Ma il rally non si è fermato.

18 anni più tardi, Mohamed Ndaw (12 anni) è morto nello stesso modo: attraversando la strada mentre passava un camion di supporto. La morte sua e di un altro bambino (Boubacar Diallo) ha portato all'ennesima mobilitazione di associazioni della società civile europea e africana, che per l'occasione si sono federate nel CAVAD, Collettivo per la Vittime Anonime del Dakar. E ancora petizioni, ancora richieste boicottaggio. Tutte inutili.

Secondo Wikipedia, dal 1979 al 2007 il rally del deserto ha fatto 50 morti. Tra loro, se ho fatto i conti bene, 32 concorrenti, 1 fondatore (Thierry Sabine, in elicottero contro una duna), 7 giornalisti, nove bambini: quasi tutti colti nell'atto colpevole di attraversare la strada.

Poi, la vigilia di Natale del 2007, è cambiato qualcosa. Un'organizzazione terroristica in Mauritania (“affiliata ad Al Qaeda”, come si dice in questi casi), ha ucciso quattro turisti francesi. Sarkozy ci ha riflettuto bene, e ha fatto sospendere la gara. Come possa il Presidente della République sospendere una gara organizzata da privati cittadini in territorio straniero resta per me un mistero, ma tant'è.

(Un turista osserva un souvenir realizzato con degli ossicini, e chiede: "Bello questo, come si chiama?" E l'africano: "Thierry Sabine").

Ricapitolando:

I bambini dell'Africa sud-sahariana si sono trovati la Parigi-Dakar tra le palle per vent'anni. Vent'anni di proteste formali, petizioni, boicottaggi, e altri inutili blablabla. Vent'anni di morti e feriti. Poi un giorno un gruppo di terroristi islamici in Mauritania ha fatto la pelle a quattro francesi. E di colpo la Parigi-Dakar ha smesso di esistere.

Non starò neanche a far la morale sul valore irrisorio sul peso che sulla bilancia globale ha la vita di un negretto rispetto a quella di un turista francese – tanto l'uguaglianza è una storiella che ci siamo lasciati indietro alle elementari, no?

Ma spiegatelo voi, adesso, ai bambini dell'Africa sud-sahariana, che il terrorismo è brutto, è dannoso, non si fa. Io, se fossi il fratellino di Diallo, o di Mohamed, a questo punto i terroristi islamici li adorerei. E voi datemi torto.

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- cambiare regime budget

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La guerra è finita (se lo vuoi)

Alla fine lo hanno ucciso, il capo-terrorista noto come Al Zarkawi. Come prima di lui Bin Laden. E hanno preso Saddam Hussein, e in Afganistan hanno spodestato i talebani. Insomma, il bilancio di questa guerra al terrore non è proprio da buttar via.
E invece nessuno riesce a fare festa. Qualche graduato comincia anche a dirlo alla stampa: la guerra in Iraq è persa (via Asphalto). Persa? Sul serio?

La guerra in Iraq si può vincere, invece. Tra due anni, o uno, o anche meno. Non c'è nessun reale impedimento. La mesopotamia non è la jungla vietnamita, gran parte è sabbia e sassi e si fa presto a rastrellare. Dietro i vietkong c'era l'Urss; dietro i guerriglieri iracheni c'è senz'altro una scaltrita opera di fundraising che fa appello alla frustrazione di un miliardo di fratelli islamici – alcuni dei quali petrolieri – ma anche quei rubinetti non sono infiniti. La supremazia tecnologica e militare americana è un fatto: hanno ucciso Al Zarqawi, uccideranno anche il successore. Possono ucciderli tutti, pacificare l'Iraq e passare al prossimo Stato canaglia, se vogliono.
Il problema è tutto lì: lo vogliono davvero?

A sentire la cronaca, si direbbe di no: agguati, rapimenti di massa, eccidi di sciiti. Il contingente angloamericano sembra impotente. In effetti lo è. Ma è anche un contingente numericamente inadeguato, che non riesce a difendere non dico gli iracheni, ma sé stesso. Come si diceva quest'estate, George W. Bush sta cercando di controllare due grandi Paesi con due piccoli eserciti da guerricciola coloniale. Tutto sommato è sorprendente che non abbia ancora del tutto fallito.

È anche sorprendente che i neocon di tutti i Paesi e i colori cerchino ancora di venderci la sòla del regime change. Che per carità, è un'idea interessante. Anche il ponte sullo stretto di Messina, se è per questo. Personalmente non ho chiusure ideologiche nei confronti né dell'uno né dell'altro. Chiedo solo di andare a vedere il preventivo, perché secondo me sono operazioni molto rischiose e – soprattutto – costosissime. Mentre George W, fin qui, non mi è sembrato uno spendaccione.

Invece è un gran cristiano, George W, e probabilmente conosce la parabola che dice: il regno dei cieli è come un uomo che trova un tesoro in un campo: sai che fa? Vende tutti i suoi averi e col ricavo compra quel campo. Il regno dei cieli è così. Anche il regime change è un po' così. Può funzionare, ma solo se ci credi fino in fondo, se vendi tutto quel che hai. Non puoi crederci al risparmio.

Se George W volesse crederci, avrebbe già vinto. Potrebbe raddoppiare il contingente – quadruplicarlo. Costringere gli alleati a partecipare al conflitto seriamente, pena sanzioni commerciali. Ah, ma per farlo dovrebbe reintrodurre la leva militare e aumentare le tasse – in pratica, dovrebbe smettere di essere trotskista in politica estera e neoliberale in economia. E allora vincerebbe la guerra in Iraq – forse ne scoppierebbe una in Arizona – ma i problemi si risolvono uno alla volta.

E allora perché non lo fa? È al secondo mandato, di che si preoccupa? Il regime change è o non è una priorità? Perché continua a trattare Iraq e Afganistan come fronti coloniali di terz'ordine? Io naturalmente non lo so, ma ho comunque preparato tre ipotesi: una grezza, una media e una sottile.

BUSH MANTIENE IN IRAQ E AFGANISTAN UN CONTINGENTE INADEGUATO PERCHÉ:

1) Teoria grezza: è un deficiente, circondato da deficienti.
2) Teoria media: È un "idealista al risparmio" (secondo la calzante definizione del Braccini), seriamente convinto che esportare la democrazia e cambiare i regimi sia una buona cosa, fintanto che riesce a farlo senza aumentare le tasse. Un atteggiamento compromissorio che spesso la Storia punisce (si perde la guerra e poi alla fine le tasse aumentano lo stesso).
3) Teoria sottile, anche troppo: È il degno reggitore dell'Impero Mondiale, che ha fatto proprio il diabolico motto dei predecessori latini: divide et impera. Non ha nessuna intenzione di vincere la guerra al terrore: vuole solo combatterla. Il suo orizzonte non è la liberazione dell'Iraq, ma la trasformazione di Iraq e Afganistan in sfiatatoi per il terrorismo mondiale, i luoghi dove sfogare le frustrazioni della comunità islamica e le ambizioni del complesso militare-industriale. La guerra al Terrore sarà infinita, come il Terrore. Morto un Bin Laden si fa un Al Zarqawi, morto Al Zarqawi si farà un altro.

A me – e credo anche a voi – la numero 3 suona sinistramente familiare. Come si chiama quella situazione in cui invece di risolvere un problema lo si amministra? Si può chiamare in tanti nomi, come Satana. Da noi si chiama spesso mafia. Saddam Hussein, Al Zarqawi: non hanno fatto un po' la fine di certi boss, spremuti fino all'osso e poi rivenduti allo Stato quando non servivano più a nulla? (Però anche la numero 1 non è da sottovalutare).
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- libertà, quanti crimini in tuo nome

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Il Male esiste. Ma anche la Stupidità non scherza.

Il fanatismo islamico esiste. E peggiora, di anno in anno. Non credo di dare a nessuno una notizia.
Ma tocca scriverlo lo stesso, perché altrimenti sembra di voler minimizzare il problema. No. È proprio che mi pongo il problema, proprio come se lo pone la Fallaci (anche se lei guadagna di più). Il fanatismo islamico esiste e fa proseliti. Ogni anno. E se intendiamo continuare a pubblicare vignette che mostrano il volto di Maometto, quest'anno magari ne farà parecchi di più. Naturalmente abbiamo il diritto di farlo. Ma a chi conviene esattamente? A noi o ai terroristi?

Com'è fatta la società araba? In cima, ci sarà bene una crosta sottile di laici. In profondità, alcuni nuclei tossici di integralismo religioso. Tutto il resto è un'amalgama di persone più o meno ligie all'Islam e ai suoi Cinque Pilastri.
I nuclei tossici più o meno li conosciamo. Ormai siamo dei veri esperti di integralismo: ci sono i film, i libri, e tutto. Ma l'amalgama, cos'è? L'arabo-massa, chi è? Ne sappiamo poco.
Cerchiamo almeno di raffigurarcelo. Diamogli un nome. Omar (È il più facile da scrivere).
Chi è Omar?
È il mio alter-ego sull'altra sponda del mediterraneo. Cos'ho io che lui non ha? Parecchie cose. Malgrado i soldi a pioggia arrivati (non dappertutto) col petrolio, Omar è più povero di me e non ha una vera rappresentanza politica. Dunque è arrabbiato. Se ha accesso a un satellite, ha la possibilità di vedere che dall'altra parte del mediterraneo c'è un mondo più ricco e democratico. È possibile che sia anche invidioso. Nei fatti, molti coetanei di Omar si sottomettono a esperienze umilianti e costose pur di approdare nei nostri Paesi: segno che l'Occidente è ancora un modello ammirato. Ma se Omar vuole restare? Non possono andare via tutti.
Fino a vent'anni fa, chi restava poteva coltivare la speranza che il Maghreb e il Medio Oriente raggiungessero lo stesso tenore di vita dell'Occidente. Poi quella speranza si è spenta (proprio quando cominciavano ad arrivare i primi canotti da noi). Non è stato un perfido mullah a spegnerla. I perfidi mullah si sono semplicemente inseriti nelle crepe di una disperazione. Quelli che negli anni Sessanta erano i Paesi in via di Sviluppo, sono rimasti bloccati sulla via dello Sviluppo. L'integralismo è ricominciato dalla constatazione – rabbiosa – che i cancelli d'oro del benessere occidentale erano chiusi. Da cui la necessità di ripiegare su un'altra via, un'altra speranza: l'Islam. Proprio mentre la nostra società si secolarizzava definitivamente, quella araba si è irrigidita.
Naturalmente possiamo esecrare questa involuzione. Ma la religione non è il problema: la religione è un sintomo del problema. Nelle nostre società le fedi – tutt'altro che in crisi – sono funzionali a uno scopo preciso: la gestione della sofferenza. Più le cose vanno male, e più esse si ritrovano a raccogliere vittime degli ingranaggi sociali arrugginiti, dando loro uno scopo di vita. Non funziona così soltanto nei Paesi arabi.

L'Islam, nei suoi fondamentali, è una religione semplice e astratta. Esiste un solo Dio, e non è raffigurabile. Perché è, irrimediabilmente, 'altro' dall'uomo. Maometto, il fondatore, temeva l'idolatria annidata in figure e statuette. Adorare una figura di Dio non è adorare Dio. Se lascio liberi i miei fedeli di costruirsi delle immagini, come possono essere sicuri che i loro figli non adoreranno soltanto le immagini? Non è una sciocchezza, questa. Pensiamo soltanto al nostro culto dei santi, con le statue che vanno in giro e fanno i miracoli. Pensate al culto della Madonna, che a seconda della statua cambia denominazione e facoltà miracolosa (Madonna del Rosario, del Carmelo, di Lourdes, Immacolata Concezione… proprio come le dee pagane: Venere Victrix, Venere Felix…) Per l'Islam (ma anche per Lutero) quella è tutta paccottiglia da idolatri. Certo, i musulmani non vengono a dircelo in faccia. Che io sappia non pubblicano vignette sulla stupidità dei cattolici idolatri. Magari ne avrebbero il diritto. Ma non lo fanno.

L'idea della non raffigurabilità non è un'invenzione islamica. Già il Dio degli Ebrei non amava essere visto, e nemmeno pronunciato. Persino i cristiani non erano tutti d'accordo sulla libertà di raffigurazione: un secolo dopo Maometto, gli imperatori bizantini (cristiani) ordinarono la distruzione di icone e bassorilievi (cristiani).
Ma in Occidente la raffigurazione ha vinto. Ha vinto perché il Dio dei cristiani è un'entità molto più umana: ha fatto l'uomo a sua immagine, e poi si è incarnato in lui. Tutto questo ha portato non solo ad alcune degenerazioni, ma anche alla nascita di una cultura squisitamente figurativa. Per molti secoli in Italia Cristo ha dovuto esprimersi in figure – visto che i fedeli non sapevano leggere (o forse non imparavano a leggere perché tanto c'erano le figure?) Ci sono stati i misteri medievali, in cui gli attori impersonavano le figure della Bibbia (e spesso il risultato doveva risultare parodico, che lo volessero o no). C'è stata la pittura, che a partire da Giotto ha inserito Cristo e i Santi in cornici sempre più realistiche. C'è chi dice che lo stesso realismo ottocentesco e novecentesco abbia una radice nelle rappresentazioni figurate che dal medioevo in poi sono diventate sempre meno divine e sempre più umane.

Nel frattempo, sotto il mediterraneo, l'Islam produceva una cultura figurativa totalmente diversa. Per i musulmani la mediazione tra Dio e l'uomo non avveniva mediante l'immagine, ma la parola: mentre noi sviluppavamo il realismo figurativo, loro perfezionavano la calligrafia e l'arte astratta. Col tempo, il divieto di raffigurare Dio si è esteso anche al suo profeta, Maometto. Ciò non significa che non esistano, già dai primi secoli, raffigurazioni del profeta con volto e barba (via Griso); ma sono rimaste minoritarie (del resto anche noi avevamo quadri che ritraevano gli apostoli intorno alla Madonna morta: poi un Papa ha dichiarato che la Madonna era immediatamente volata in cielo al trapasso, e quei quadri non li abbiamo fatti più).

Tutta questa digressione perché continuo a sentire e leggere persone che non riescono a capire la pietra dello scandalo: in fondo, dicono, sono solo una dozzina di vignette, né molto cattive, né molto divertenti. Ma il problema non è che alcuni ritratti del profeta potrebbero risultare razzisti e, sì, antisemiti. Non è nemmeno la battuta. Il problema è la raffigurazione. Raffigurare Maometto non è come raffigurare Cristo: da una parte ci sono duemila anni di raffigurazioni, dall'altra mille anni di divieti. È così difficile da capire, la differenza? Possiamo rifiutare di capirla. Ne abbiamo il diritto. Possiamo continuare a pontificare di cose che non sappiamo. Ma ci facciamo una bella figura?

Torniamo a Omar. Abbiamo detto che non è un integralista. È probabile che covi un amore/odio per l'occidente. L'Islam è la sua cultura, e l'Islam proibisce la raffigurazione del volto di un profeta. Può darsi che la sharia contempli divieti molto odiosi; ma questo, francamente, non lo è. È un punto d'onore teologico. Ciò che fa l'Islam una religione diversa dalle altre è l'enfasi sul monoteismo.
Quest'arabo-massa, per quanto possa sembrarci strano, si sente minacciato. Proprio come noi, che dall'11 settembre ci sentiamo assediati dall'Islam. Nel 2001 gli anglo-americani (che dai tempi del Kuwait hanno basi in Arabia Saudita) hanno invaso l'Afganistan; due anni dopo l'Iraq. Ora c'è la crisi in Iran. Per non parlare della questione palestinese, che in molti regimi è usata come valvola di sfogo sociale: si organizzano parate antisioniste per prevenire spontanee manifestazioni antigovernative. Non voglio entrare nell'annoso dibattito su chi abbia iniziato, se noi o loro. Di sicuro non abbiamo iniziato io o Omar. Ma cosa importa? A questo punto anche io e Omar ci sentiamo in guerra. E nessuno di noi è convinto di vincerla. Io vedo attentati in tutto il mondo civilizzato, e Omar vede gli arabi sconfitti sul campo.

Ed ecco che arriva questa brutta storia delle vignette.
Omar non è un integralista. Quindi dovrebbe capirci. Capire che quello che per lui è un grave affronto alla religione, i danesi lo hanno fatto senza malizia, in omaggio al loro dogma (altrettanto religioso) che dice Libertà di Espressione a Ogni Costo. Dovrebbe tollerare le nostre idiosincrasie, Omar; la nostra necessità insopprimibile di dire cacca a Gesù e piscia a Maometto, come se fosse davvero satira, come se fosse almeno divertente.
Certo, se fosse gentile, educato, rispettoso delle culture diverse dalla sua, Omar dovrebbe reagire in questo modo.
Però tutta questa è solo melassa politically correct. Perché mai Omar dovrebbe essere gentile e rispettoso? È più povero di me. È meno educato di me. Non posso chiedergli un ragionamento più complesso di quello che faccio io. E se io sono così sciocco da pensare che la pubblicazione di una dozzina di volti di Maometto sia un momento fondamentale per la tutela della libertà d'espressione in Occidente, perché lui dovrebbe essere più furbo di me? Se io mi metto a dire "Tutto sommato ha ragione la Fallaci", perché lui non dovrebbe nel frattempo articolare un "Tutto sommato ha ragione Bin Laden"?
Il resto lo fanno i gruppi organizzati. Nel caso della Palestina, è evidente il desiderio di Hamas di mostrare i muscoli. Ma è possibile che in certi casi siano stati arabi qualunque, come Omar, a scendere in strada e riagganciare gli integralisti. Del resto queste sono solo congetture. Come si comportino davvero gli arabi, non lo so (Lia ne sa di più).

Credo però che non possano essere molto più furbi di noi. E noi, in questa banale storia di provocazione antislamica (a quasi vent'anni dalla fatwa a Rushdie: come se certe cose non le sapessimo), siamo stati molto stupidi. Poi, naturalmente, esiste l'integralismo, il fondamentalismo, esiste l'Odio, esiste il Male. Ma per favore, teniamo in debito conto anche la Stupidità.
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Riassunto: pensavate fosse un fesso qualunque, e invece Bar Taddei (Teddi il Neocone) è un fesso a pagamento. Con un contratto Co.Pro per la CIA. E adesso sentiamo la sua missione.

Nome in codice: Agente CoPro
Operazione Veglio della Montagna


"Ma, Signore, in confidenza credo che lei ne sappia più di me. Voglio dire, non credo di doverle riassumere…"
"E invece sì, Taddei, ora mi farai un bel riassunto dell'ultima missione. Come se tu la dovessi raccontare a un novellino della CIA appena assunto con un contratto appena appena migliore del tuo".
"Ma non è il suo caso, Signore, lei mi sembra un superiore serio e preparato, che senza dubbio…"
"Certo, Taddei, e chi dice di no? ma devo verificare la tua abilità nei riassunti. Allora. Operazione "Veglio della Montagna*". Vorrei sapere chi le ha dato il nome in italiano".
"Marco Polo, Signore".
"E cioè?"
"Un grande scrittore italiano, Signore, nel tempo libero. Di professione commerciante, con contatti in tutto il mondo conosciuto. Una fiorente ditta di import-export a Venezia".
"Anche lui a libro paga CIA?"
"No, Signore, con tutto il rispetto, dovevamo ancora scoprire l'America. È successo nel Milleduecento – quasi Milletré. Marco Polo è in viaggio per affari sulla Via della Seta**, quando raccoglie la leggenda di questo capo musulmano sciita, che aveva fondato una setta di schiavi dell'hascisc – gli assassini, appunto. "Assassini" deriva da "hascisc". È una parola che ci ha lasciato in eredità Marco Polo: assassinare, da hascisc".
"E costoro ammazzavano per un po' d'hascisc".
"No, non esattamente. La cosa funzionava così: questo Veglio rapiva dei ragazzini, e adoperava l'hascisc per piegare le loro coscienze. Marco Polo narra che verso i dodici anni li faceva addormentare per tre giorni; e al loro risveglio si trovavano in un luogo incantato, colmo di tutte le bellezze e i piaceri: oro, vino, fanciulle…"
"Vino? Ma i musulmani odiano il vino"
"Già, ma pare che Marco Polo abbia viaggiato per anni in mezzo a loro senza accorgersene. Insomma: non è chiaro se il luogo sia una fantasia creata dall'hascisc, o un parco a tema organizzato dal Veglio, fatto sta che i ragazzini si convincono in breve tempo di trovarsi nel paradiso islamico, con le 72 vergini e tutto il resto. Finché un bel giorno non si risvegliano al di fuori del palazzo".
"Comincio a capire".
"Sono ancora mezzi intontiti e delusi, quando s'imbattono nel Veglio, che non hanno mai visto prima, e per via del suo portamento, lo scambiano per un Profeta. «Da dove vieni», lui chiede a loro. E loro rispondono: «Dal paradiso. E vorrei tanto tornarci». E lui: «Figliolo, se vuoi tornarci, non hai che da scendere a valle e assassinarmi il tale. Se ce la fai e sopravvivi, puoi tornare da me. Se muori nell'impresa, arrivi in Paradiso anche più spedito. E cosa fai ancora qui? Corri!». In questo modo il Veglio della Montagna disponeva dei migliori killer di tutto il Medio Oriente, che è come avere l'esclusiva dei ventilatori nel Sahara, se mi concede la similitudine".
"Concessa. Ma tutto questo cosa c'entra con noi? L'America, se ho ben capito, non era ancora stata scoperta".
"Signore, lei lo sa".
"Rispiegamelo".
"È che un bel giorno all'Agenzia vi siete resi conto che il Veglio della Montagna è ben più di una leggenda o di un racconto storico: è un archetipo fondamentale di tutto il mediterraneo. Il Grande Vecchio che trama nell'ombra. Il Boss che manda ad ammazzare i suoi ragazzi come ignare pedine. Il Califfo Bin Laden coi suoi kamikaze. Il controllo dell'oppio, le chiavi del paradiso, la politica dell'assassinio mirato… tutta la civiltà mediterranea, in pratica, si fondava su una leggenda sola. La leggenda del Veglio della Montagna".
"Embè, e allora?"
"E allora vi siete chiesti se non stesse succedendo la stessa cosa all'inizio di quest'anno, quando nel settore mediterraneo centrale (l'arcipelago formerly known as Italy) un sacco di gente ha iniziato a farsi esplodere senza un perché, nei pressi di normalissime centrali elettriche. Chi li pilotava? Chi era realmente il nuovo Veglio della Montagna? E quale sistema usava per irretire i suoi schiavi? Tutto questo vi interessava terribilmente. Così mi avete mandato in missione laggiù".
"Tutto qui?"
"Beh, una volta là, Signore, io…"
"Stop. Stop. Rewind. La cosa c'interessava e così ti abbiamo mandato in missione laggiù. Non hai altro da aggiungere su questo punto?"
"No, Signore, non mi pare".
"Neanche su queste fatture? Lifting, liposuzione, trattamento a base di steroidi anabolizzanti… persino un intervento tricologico. Taddei, ti sei rifatto da capo a piedi a spese del bilancio federale!"
"Ma Signore, era la mia copertura! Io dovevo risultare come appena scongelato, altrimenti il mio contatto inconsapevole non si sarebbe mai sbottonato con me".
"E la tutina di Capitan America? Spiegami almeno perché ti sei presentato in missione indossando quella tutina!"
"Signore, non ho certo inflitto un grave colpo al bilancio federale acquistando un costume…"
"Una calzamaglia Bianca-Rosso-Blu? No di certo! Però me la devi spiegare, Taddei, io devo avere una spiegazione razionale per i superiori".
"Signore, temo non ci sia. Io… avevo carta bianca e… avevo sempre sognato di indossare quel costume".
"Santo cielo".
"A James Bond danno l'Aston Martin. Io per sei mesi mi sono girato tutta Bologna a piedi. Almeno una piccola soddisfazione".

(*) in italiano nel testo
(**) qui Taddei non sa – o finge di non sapere – che la leggenda del Veglio circolava in Europa già prima di Marco Polo, e che Polo stesso poteva averla raccolta tanto lungo la Via della Seta quanto in cella a Genova, quando fu fatto prigioniero. Del resto è un agente segreto, mica un medievalista. Per quel che lo pagano, poi.
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Vai ed esplodi

Leonardo, caro vecchio coglione:
puoi smettere di pedalare ora.
Ma non voltarti. Non vale la pena, del resto, non mi riconosceresti. Io non sono di questo universo; l'involucro che indosso per parlare con te su PP1078 ti è completam sconosciuto.
Ti riformulo le domande di poco fa:
1. hai capito cosa ti chiedo di fare?
2. E hai capito perché lo sto chiedendo a te?

(1). Io voglio che tu ti faccia esplodere, tra qualche ora, nei pressi di un convertitore elettrico di PP1079. I convertitori sono meccanismi virtuali che trasmettono l'energia dall'universo reale U a tutti i PP. Volendo essere pignoli, a venire trasmessa da U a PP non è l'energia, ma l'informazione dell'energia – ma a questo punto io mi sarei anche stancato di queste dotte disquisizioni e, se sei d'accordo, me ne fotterei. In ogni PP, i convertitori sono mimetizzati nelle cabine dell'energia elettrica: un'idea semplice ed efficace, giacché di torrette elettriche ce n'è dovunque e nessuno le nota mai - hai mai letto un libro e guardato un film o giocato a un videogioco in cui si menzionava una torretta elettrica? Mai, esse sono dappertutto e invisibili. Perfette.

La maggior parte delle cabine convertono semplicemente quel poco di energia che serve a fare andar avanti il PP. Ma da qualche parte esiste un Convertitore Generale che trasmette anche una serie d'informazioni fondamentali sulla natura dell'universo. In pratica si tratta delle istruzioni per il montaggio del PP successivo. Queste istruzioni vengono trasmesse ad alcuni individui particolarmente sensibili e carismatici – gli Spiriti Eletti – che si mettono anima e corpo a edificare il nuovo PP.
Nel caso ti fosse venuto il dubbio: no, tu non sei uno Spirito Eletto. Non sei particolarmente sensibile, né carismatico. Vuoi sapere chi è un Eletto, invece? Papa Silvio, esatto. Ti sei chiesto diverse volte, quest'anno, come aveva fatto a risorgere dal coma vigile e a riprendere il controllo della situazione. È molto semplice: ha ricevuto il Messaggio. L'idea di avere una missione da compiere ha avuto su di lui un effetto tonificante.

Se ti può consolare, anche tu hai una missione, ed è quella di mettergli i bastoni tra le ruote. Morirai facendogli un dispetto, non è una gran consolazione? Non è quello che hai sempre sognato di fare, da quando eri piccolo e lui interrompeva Bim Bum Bam con la pubblicità? Bene, l'ora è giunta. Dimostrerai ai tuoi amici che hai le palle interrompendo il suo Paradiso a Pedali con la tua esplosione. Questa sì che è una promessa da fare a un uomo. Altro che le 72 vergini. Che poi, a quanto pare, non è vero che il Corano prometta 72 vergini ai martiri, è solo bieca propaganda fallaciana…

Ma perché divago sempre. Ogni volta che io e te potremmo dirci cose importanti… macché, divaghiamo. È una cosa che mi fa incazzare, a te non fa incazzare? Ma cosa ti stavo dicendo? Il Convertitore Generale. Se riuscissimo a farlo esplodere, a interrompere il flusso di energia e informazioni, tutti i PP si spegnerebbero di botto. Avremmo svegliato l'Italia. Perlomeno, quel poco d'Italia che non è ancora sotto il livello del mare.

È da un bel pezzo che lo cerchiamo – da gennaio, mi pare. Reclutiamo volontari come te, da tutti i PP. Gente che senza saperlo è stanca di pedalare all'infinito e di creare universi noiosi e insofferenti. Gli spieghiamo tutta la complicata storia, li convinciamo, e poi li mandiamo a esplodere contro le finte torrette elettriche. Confidando che in questo modo prima o poi troveremo il Convertitore Generale. È una strategia un po' grezza, lo so, ma altre per ora non ne abbiamo.

E veniamo al (2): perché proprio te? Beh, ti confesserò, per un bel pezzo ho cercato di non reclutarti. Ma i mesi passano, il Convertitore Generale non si trova, e tu corrispondi perfettamente al profilo del kamikaze che cerchiamo… non potevo continuare a far finta di niente, solo perché siamo amici.
Anche perché a volte, sai, mi vien da pensare… Amico? Cosa è amico? Quando t'iscrissero al corso di Rieducazione, facendoti firmare una liberatoria in cui affermavi di trovarti molto bene in quel Campo lì, che il vitto era ottimo e che nessuno ti torturava contro la tua volontà, tu eri ancora mio amico?
Forse che non ti hanno chiesto dove mi ero nascosto?
E tu, vecchio coglione, non hai forse cercato di tradirmi? Non lo hai fatto?

Ma non è questa la cosa che mi offende di più, sai? Vuoi sapere quel che mi offende di più? È che tu pensassi davvero che io mi fossi rintanato a San-Gem – il primo posto al mondo in cui mi avrebbero cercato. Possibile? Mi facevi davvero così idiota?
Guarda che sono un cittadino del mondo, io – io non mi sono ammuffito in un bilocale con bismoglie, io – io, mentre tu cambiavi il pannolino a una bimba non biologicamente tua, mi sono addottorato a Oxford, poi ho preso un perfezionamento a Salamanca, e di recente mi sono pigliato una cattedra a Rabat, Unione Europea! E in tutto questo sono rimasto un agente della Quarta Internazionale, proprio come ai vecchi tempi, un entrista spudorato – anche se tu eri già troppo coglione per accorgertene! E comunque, se ho accettato di lavorare a questo progetto di scardinamento del Paradiso-a-Pedali-versione-Teopop, è solo per puro spirito di servizio, perché alla fine credo che non ci sia nulla di più rivoluzionario di questo, nel 2025! Svegliare una mandria di pecoroni che ha deciso di annoiarsi a morte nei secoli dei secoli! Questa è la mia missione ed è anche la tua! E credo che per una missione del genere valga la pena farsi esplodere.
Perlomeno, credo che tu debba.
E che tu lo debba a me, soprattutto.
Tutto chiaro, ora?

"Defarge…"

Sì, Leonardo?

"Mi dispiace".

Sì, certo, come no. Però adesso, se non ti dispiace, vai.
Vai ed esplodi.
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Il Kamikaze di Via Nomentana

[...]

Caro Leonardo,
hai capito cosa ti chiedo di fare?
E hai capito perché lo sto chiedendo a te?

Non schermirti, ti prego. Non ti abbiamo scelto a caso. Non sei il classico prescelto da trilogia hollywoodiana. Sei semplicemente uno sfigato che ha qualche esperienza nel settore. Non è la prima volta che ti fai esplodere, non è vero? Non la prima volta che ci provi, perlomeno.

Come faccio a saperlo?
Beh, io lo so.
Non è una risposta, dici.
Lo so.

Hai ancora dubbi? E allora ascoltami:

Verso la fine del 2005, nella penisola che nomavasi Italia, ad alcuni liberi pensatori cominciavano a girar le palle...

Da vent'anni costoro puntavano la loro carriera su questo o quel cavallo, nel grande ippodromo delle idee – e da vent'anni non avevano ancora azzeccato un piazzamento.
In una sala scommesse un po' più seria sarebbero già stati allontanati, ma l'Italia è evidentemente una bisca di quart'ordine, dove si fa credito sulla parola, o sulla faccia, o sul cognome; sicché questi continuavano imperterriti a giocare, sempre inseguendo la vincita clamorosa che avrebbe riscattato il cumulo di debiti. Proviamo a ricapitolare:

– avevano puntato sull'uomo nuovo, decisionista e di sinistra, senza tanti fronzoli moralistici: Bettino Craxi. Era finita molto male.

– avevano sperato nel libero mercato, bella speranza! Complimenti! Quanti bei soldi bruciati sul Nasdaq, bravi! E che astuti, geniali, a spellarsi le mani quando la Cina entrò nel WTO, che grande idea! Dopo qualche tempo, pur continuando a professarsi liberali, smisero di parlarne.

– nel frattempo avevano anche puntato sull'imprenditore nuovo, decisionista e anticomunista: Silvio Berlusconi. Pensavano: di politica sa nulla, avrà bisogno di noi. Si misero a libro paga, ottennero quotidiani e ministeri.
…Ma in capo a tre mesi dalla presa del potere era chiaro che non contavano niente. SB pensava solo a SB, ai suoi condoni e alle sue prescrizioni, al massimo alla formazione del Milan. Le dotte analisi sociopolitiche le dava da leggere alla moglie.

– allora avevano alzato lo sguardo: non c'è un padrone più grande (e più fesso) che ci possa adottare? Nessuno sembrava più grande e fesso di George Bush II, e loro accorsero scodinzolando. Guerra al terrorismo! Togliamo il burqa alle madri afgane! Saddam Hussein produce armi di distruzione di massa, è una vergogna! Esportiamo la democrazia! Giù le mani da Israele e dal nostro stile di vita!
…Ma si era tutto impantanato tra Tigri ed Eufrate, in quella guerra assurda che George Bush I aveva troppo saggiamente evitato. E benché non si potesse negare che Afganistan e Iraq fossero stati, in qualche modo, 'liberati', sul piano mediatico nel 2005 la battaglia era chiaramente persa. 2000 vittime americane (e 40 italiane) erano sufficienti a rendere il boccone per sempre indigesto. Si stavano defilando tutti: persino Berlusconi avvertiva di essere sempre stato contro la guerra. Persino Pannella.

– allora, ormai piuttosto nervosi per via degli uragani, si erano giocati il tutto e per tutto sulla carta dell'identità religiosa. Trascendendo dal Neoconismo al Teoconismo, avevano trovato il loro Dio, incarnato nell'essere perfetto e incorruttibile: l'Embrione. E sulle prime – complice un Papa morto di fresco – la cosa sembrava poter funzionare. Avevano persino vinto un referendum, senza partecipare (impossibile, lo so, ma è così). Avevano iniziato a tirar bordate contro il relativismo laico. Avevano festeggiato le detrazioni fiscali alla Chiesa. Erano pronti a inneggiare alla chiusura delle frontiere, delle moschee, dei campi nomadi. Tutto era pronto, occorreva solo un piccolo aiuto per saltare il fosso. Una catarsi. Un botto – insomma, non sono abbastanza chiaro?

Un attentato, perdio!


Un attentato kamikaze a Roma, Milano, Napoli o Torino, che ci voleva? Perché gli spagnoli gli inglesi gli indonesiani sì e noi no?
Apposta, a guerra fatta, eravamo andati ad appollaiarci a Nassiryia – o credevate che ci fossimo andati ad aprire le scuole e addestrare la polizia? Qualche anima bella l'avrà creduto. O che fosse per il petrolio? Qualche cronista addentro l'avrà pensato. Illusi! Macché scuole, macché petrolio! Era una provocazione bella e buona, uno sputo all'Islam, in diretta dalla ridente penisola nel bel mezzo del mediterraneo. L'Italia reclamava il suo piccolo undici settembre nazionale! La sua festa del "nulla sarà mai più come prima!" La sua pearl harbour in sedicesimo, il suo piccolo incendio del Reichstag! E non ci voleva mica tanto, no? Ci si accontentava di poche centinaia di morti, a Trastevere o in Galleria, per sedersi al tavolo dei vincitori…

Nell'estate del 2005 tutto era pronto. Ma niente. Cioè, quasi niente, appena una strage a Sharm el Sheik, colonia italiana d'oltremare. A sentire i servizi, la penisola pullulava tuttavia di alqaedisti in sonno, eppure nessuno si sognava di farsi esplodere qui. Ed era un bel guaio, per certi opinionisti nostrani, che sull'attentato si giocavano l'ultima fiche della loro carriera. Berlusconi stava per tramontare (così sembrava, almeno) e li avrebbe trascinati con sé. Dovevano agire. Entrare anche a gamba tesa, se necessario.

Ormai ogni scusa veniva buona per provocare. Per esempio: gli elettori iraniani, che forse si percepivano accerchiato dai contingenti angloamericani in Iraq e Afganistan, avevano espresso a sorpresa un presidente ultra-integralista. Uno di quegli effetti indesiderati dell'esportazione violenta di democrazia… bene, qualche mese dopo il neo-eletto presidente islamico annunciò a un congresso di studenti che Israele andava tolto dalla cartina. La solita boutade, niente di nuovo. Certo, l'Iran stava diventando una potenza nucleare – d'altro canto Israele lo era già da un pezzo. Certo, Israele si era appena ritirato da Gaza (che senso ha minacciare un ladro proprio quando dopo quarant'anni inizia a restituirti i cocci di casa tua?) Insomma, quel che aveva detto il presidente iraniano era molto grave, come tutto quello che succedeva in medio oriente da diversi anni. Ma in Italia – solo in Italia – divenne un fatto d'interesse nazionale, perché un quotidiano liberale, pochissimo letto, ma finanziato dallo Stato, decise d'indire una manifestazione di solidarietà a Israele. Lodevole iniziativa, no?
E tutti avevano aderito: da destra, da sinistra, dal centro; tutti a sventolare stelle di David azzurre in campo bianco, per la gioia dei telespettatori di Al Jazeera in mondovisione. Così, benché non si aspettasse milioni di persone in strada, il direttore del piccolo quotidiano poteva a ragione fregarsi le mani: era riuscito a far dire all'Italia intera: "cucù, siamo qui, siamo in mezzo al mediterraneo, e siamo filo-israeliani". Se gli alquaedisti in sonno non si svegliavano quel giorno, non si sarebbero svegliati mai. O no?

E se ora mi rivolgo a te, è perché lo so.
Quella sera di vent'anni fa – stai cristallizzando il ricordo giusto or ora – tu eri a Roma, barbuto e abbronzato, con una pettorina esplosiva e forse una kefiah.
Forse che non c'eri?

"Arci…"
"Sì?"
"Mi sa che stiamo facendo una cazzata ".
"Non ti preoccupare. Inspira ed espira, su. Ricorda l'addestramento".
"Ma che addestramento, Arci, dai. Andiam via. Ho paura".
"Sssst. È tardi. Inspira ed espira".
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Not under discussion

Caro Leonardo,
un blecaut di sei giorni non s'era ancora visto, ma siamo al mondo per questo, no? Per vedere cose nuove.
Un fulmine in Svizzera, dicono. Io penso e non dico che qualche riccone abbia insistito troppo con l'aria condizionata, qlla vera. La spiegazione ufficiale, comunq è: terrorismo. Non spiegano neanche dove e perché, ormai. Terrorismo e basta.
"Ma fai così fatica a crederci?"
"E insomma, Concetta, i libici… ma chi li ha visti tutti 'sti libici in giro? Non capisci che è solo Teo-Prop?"
"Ssst! Che ci sentono!"
"Ma chi vuoi che ci senta, la microspia è scarica da due mesi!"
"E perché non me l'hai detto, vado a comprare le pile".
"Siamo a qsto punto? Che dobbiamo andare noi a comprare le pile per le microspie che il governo ci tiene in casa? Ma ti sembra una cosa normale? No, dico. Ti sembra un regime serio?"
"Ma se si accorgono che non funziona si insospettiscono…"
"Conci, io li conosco qlli del Teo-prop. Praticam ci lavoro. A qst'ora stanno ancora cercando di avviare il loro server dopo il blecaut dei diabolici libici".
Interviene Sunta, la donna di mondo. "Magari non sono libici, magari è gente di qui".
"E si fingono libici?"
"Non si fingono libici, qlla è Teo-prop. In ogni buon depistaggio c'è un po' di vero e un po' di falso".
"Sì, ma allora chi sono? Padani delle paludi?"
"Magari è gente di qua che è stufa di come vanno le cose".
"Sì, ma perché di tutte le forme di dissenso proprio qlla che…"
"Perché magari sono ragazzini che non si perdono una puntata del nostro programma, e noi guardacaso in qsto periodo non facciamo che parlare di terrorismo e di attentati di vent'anni fa".
"La storia che si ripete in farsa".
"È il nostro mestiere".
"Non lo so. Non mi sembra il caso. Noi mostriamo treni e alberghi esplosi. Qsti qui se la prendono solo con le centraline energetiche. Non vedo il nesso".
"Magari sono solo più furbi. Fa più panico un video spento che un vicino di casa morto".
"Dovrebbero davvero essere troppo furbi. I rivoluzionari non sono così furbi".
"Parla per la tua generazione".

In qsti giorni avevo molte cose da scriverti; ho provato sulla tastiera meccanica, ma è inutile. Non riesco ad avere pensieri coerenti con l'inchiostro.
In particolare, mi è rimasta da terminare una meditazione sul peccato secondo il vangelo e secondo me. La metto domani (terrorismo permettendo).
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Cadono statue

Caro Leonardo,
Cosa vuoi mai, routine.

Sul Supernet di San Petronio dicono che i terroristi hanno alzato il tiro in città. Niente più kamikaze negli stabilimenti, bensì un paio di colpi in banca e un gesto simbolico e spettacolare: l'abbattimento della statua del Patrono sotto le torri.
Le banche sono sicuram una stronzata. Ormai uno tende a prendersela coi terroristi anche se il micio gli sale sull'albero. La statua è un altro discorso. Non è esplosa: l'hanno tirata giù. Se è stato un vandalo, doveva avere con sé un piccolo bulldozer. Un bulldozer silenzioso e invisibile, o perlomeno con lo ZTL, che attraversa la città di notte senza dar nell'occhio né a Sirio né a un nottambulo né a nessuno.
La notizia ha comunq rimesso la guerra all'ordine de giorno, e meno male: ormai le centrali energetiche in tilt e i blackout non se li filava più nessuno. Ora pattuglie di volontari montano la guardia al Santo Padre Pio del Cassero, e li capisco. Mentre il Patrono ha sempre avuto l'aspetto bonario di uno santificato secoli fa che non deve più dimostrare niente a nessuno, qll'altro, oltre a essere relativamente fresco di nomina, è uno che s'incazza. E se s'incazza, ha senza dubbio i mezzi per portare sfiga.

Quanto a me, sono preoccupato: nessuna traccia di Taddei. Neanche di Damaso, se è per questo: all'ospedale non me lo fanno più vedere (Assunta è molto preoccupata). Io mi sono rimesso a venire in Facoltà quasi tutti i pomeriggi (Concetta è preoccupata). Certo, lei ha questo chiodo fisso che io una di queste primavere inciampi in qualche fanciulla in fiore. In realtà non è come lei pensa: bensì, dopo attenta valutazione, ho concluso che per trovare Taddei o farmi trovare da lui un posto vale l'altro; e siccome mica posso andare in giro con la lanternina, mi conviene stare fermo da qualche parte e aspettare che la legge dei grandi numeri me lo conduca tra le braccia.

Naturalm in base alla vera legge dei grandi numeri, questo può accadere in un momento qualsiasi da qui ai prossimi diecimila anni; ma per ora non si sta male, qui. Sotto Pasqua non c'è mai molta gente, studenti professori drogati cani e barboni si prendono tutti un meritato ponte lungo. La brezza in Piazza Verdi sa di mare. Solo qlche giovinetta ogni tanto percorre i portici ad ampie falcate con una tesina ritardataria stretta in seno, ma non è come Concetta pensa. Del resto la biondina, come si chiama, Aureliana, non si fa vedere, sarà in Liguria o Versilia, chissà.

C'è un'altra cosa. Mettiti nei panni di una persona scongelata vent'anni prima che si sveglia in un ospedale della sua città e scappa in un pigiama a righe: dove vai? Cosa fai? Per prima cosa, hai voglia di rivedere casa tua, controllare se c'è ancora qualche amico o familiare. Ma amici e familiari, per quanto ci è dato di sapere, non ne ha più (tutti morti o emigrati): la sua casa natale era a San Lazzaro, in uno di quei caseggiati buttati giù per far posto agli stabilimenti balneari. A Pasqua porterò Letizia a farsi un bagno e darò un'occhiata in giro, ma secondo me non è rimasto lì. (E in ogni caso non mi posso permettere di andarlo a cercare sul bagnasciuga tutti i santi giorni. Per quel che mi pagano. Non sono mica un informatore a tempo indeterminato, io, ecchecazzo. Sono un collaboratore part-time e finora i rimborsi spese li ho letti nei romanzi. Se volevano un lavoro fatto bene mi pagavano di conseguenza. E F'nql).
Dicevo, secondo me non è rimasto lì. Bella spiaggia, bella gente, magari un pigiama a righe si può mimetizzare, ma non c'è niente che possa ricordargli davvero l'infanzia o quant'altro. Inoltre è maledettam curioso, qll'uomo. Avrà voglia di sapere cos'è successo negli ultimi vent'anni. Le mie risposte imbarazzate devono avergli creato solo confusione. Che farà?
Cercherà giornali. Non ce ne sono. Librerie. Molto rare, e i libri sono gli stessi tascabili di vent'anni fa, ingialliti e scollati. A meno che non decida di far pace con l'interfaccia utente del Supernet, non avrà nessun modo di informarsi. E a quel punto, dove arriverà, guidato dalla disperazione?
Al tempio del sapere. L'ateneo più vecchio del mondo. Là ci saran bene testi di Storia sugli ultimi quattro lustri, penserà. Naturalm non li troverà. Ma troverà me.

Dopodiché…
Non lo so. Speriamo bene.
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Il grande Urnificatore

Beh, Caro Leonardo, qui è da una settimana che si continua a parlare del Messaggio Unificato. In ufficio, in facoltà, a casa, non facciamo che ricaricarlo e guardarlo e commentarlo. Del resto è sempre stato così. Quell'Uomo sa attirare l'attenzione.
Poi bisogna ammetterlo, è sempre più carino. Noi passeremo alla Storia per vari motivi, tra i quali l'aver avuto un Papa cappellone. Guarda lì che bella zazzera, tra un po' si farà biondo. Quando finirà col Pontificato potrebbe entrare nei Bon Jovi.
"Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito, come va?
È da molto tempo che desideravo fare una chiacchierata con voi, prima di tutto per rassicurarvi sul mio stato di salute, che è ottimo, come potete constatare voi stessi
(si passa un'altra mano tra i capelli).Dico questo perché c'è gente che Ci vuole male, gente che Ci odia perché sa solo odiare, che ha messo in giro notizie allarmanti e disfattiste sul Nostro stato di salute.
A illazioni così meschine, Noi rispondiamo con una sola parola: vergogna.


Chi dice che è il solito lifting, chi che ha fatto il tagliando al fegato – per altri è la milza – come facciano certi a saperla così lunga non lo so. Poi c'è Loreto, che crede ai cloni: secondo lui non è il Papa vero, ma una copia di tre anni d'età.
"Da cosa lo capisci, scusa".
"Si contano le rughe sotto la punta dell'occhio. Vedi qua sotto? Ne ha tre".
"Ti confondi con gli anelli nei tronchi, Loreto".
"No, è come le corna nei cervi. I cloni nascono vecchi, e a ogni inverno mettono una ruga".
"E tu come le sai, queste cose".
"Ho un cugino che fa genetica giù a San Nicola, lui (sottovoce) si coltiva i capretti nel garage…"
"Ma va!")
vergogna! Voi rappresentanti di una cultura dell'Odio, voi che con le vostre malignità tanto dolore avete già causato ai nostri fratelli nella Fede. Ma il tempo incalza e non potrete nascondervi in eterno, come ben sa chi rammenta la barzelletta del Giudizio Universale. Ma forse è meglio se ve la raccontiamo, a quest'ora c'è qualche bambino che di sicuro non la sa. Giudizio Universale: c'è il Papa che va da San Pietro e…
La barzelletta è commentatissima. Qui abbiamo veri esperti in materia. C'è un tipo del Reparto sotto al nostro, il Gossip, che si vanta di conoscere a memoria tutto il Libro delle Barzellette del Papa, VI edizione.
"Quella del Giudizio Universale è erroneam considerata una delle più recenti; in realtà è la rielaborazione di una battuta assai più antica, che compare nell'appendice alla II edizione, la Miti-Mondadori del '09. È un testo controverso, che divide gli esegeti: secondo alcuni è un velato riferimento al dibattito sull'infallibilità del pontefice; secondo altri si prefigura il mistero del Secondo Divorzio".
"E fa ridere?"
"Dipende; se hai la fede, se non sei nel peccato, ridi".
"Ah-ah".
...E allora San Pietro: "Ma se per questo, anch'io! Ah ah ah ah!
(le immagini ballano, l'operatore sta ridendo, perché ha fede e non è nel peccato).E dopo aver divertito i bambini, veniamo ai grandi, veniamo alle cose serie. Compagni, fratelli. Voi sapete che Noi siamo sempre con voi, nella buona e nella cattiva sorte... (Altroché, se lo sappiamo) Perciò non siamo insensibili alle grida di dolore di chi in questi giorni è stato arbitrariamente privato per lunghe ore della Luce, del Calore e del Contatto coi propri cari.

"Qui sta parlando dei blecaut".
"Ha bel coraggio ad ammettere che ci sono dei problemi di erogazione"
"Lui non è il Teopop, Lui è Lui. Se Lui ha ripreso il controllo, può dire quel che gli pare. E si è già rimesso a raccontare barzellette, infatti. Non credo che il Cardinal Cirillo sia molto contento".
"Se ne farà una ragione".
Fratelli, Compagni! Una cosa possiamo dirla fin d'ora: i vili terroristi che in questi giorni hanno preso di mira la rete energetica, il vanto del nostro Bel Paese, non vinceranno! No! Noi respingeremo gli attacchi di questi emissari di una nichilista cultura che odia perché sa solo odiare...

"Terroristi?".
"Non me ne parlare, una tragedia. Brigate di martiri che minano le dighe, abbattono i tralicci, si danno fuoco nei condotti del metano. Una grave emergenza, un casino. So che al Reparto Cronaca sono chiusi dentro da tre giorni perché non sanno più cosa inventarsi.
"E la gente ci crede?"
"Ma non è importante che ci creda, l'importante è che se ne chiacchieri. A furia di chiacchierarne la gente ci crederà. Oppure si rassegnerà. Il Teopop Non Convince..."
"...Il Teopop Sfinisce".
"Precisam.Vedo che a Rieducazione ti sei applicato"
"F'nql".
Noi conosciamo i Signori che armano questi disperati: noi conosciamo le regioni ribollenti di rancore in cui si nascondono questi tiranni buoni a nulla e capaci di tutto, queste riserve in eterna attesa di un attimo di gloria. Ed è a loro che ci rivolgiamo: sappiano che Dio li vede, e che ha contato i loro giorni, e che presto il loro Regno sarà diviso...

"Questa la so, è biblica, è il Libro di Daniele! C'è ancora qualcuno che sa leggere, nello staff".
"Magari è l'orribile Bagget-Boz".
"No, quello è sotto chiave".
"O è la Fal..."
"Sssst! Non pronunciare il Nome di Lei invano. Tu sai che il suo Occhio scruta in ogni dove".
"Ma dai".
"Per una scritta sul cesso, mio cugino è stato querelato a vita".
"Zzisùa".
...esiste un'unica forza al mondo che da sempre è in grado di infrangere il Regno dell'Odio e del Rancore. Quella forza è la Libertà Umana

"Papà cosa vuol dire libertà?"
"Tante cose, tesoro. In questo momento vuol dire che siamo nei guai".
"Piantala Immacolato, mi spaventi la bambina!"
Noi proseguiremo con fiducia completa nel trionfo finale della Libertà. Non perché ci consideriamo una nazione eletta, ma perché è Dio che sceglie secondo la Sua volontà, e ha scelto Noi.
Noi, mi sente, signor Emiro Saadi Gheddafi? Noi, il Bel Paese!

"Ora sta parlando a braccio".
"Decisam".
"Lo preferisco quando parla a braccio".
"Anch'io, scrontch".
"Ehi! Cosa stai... lupini? Dammene un po'".
"Fottiti, è la mia razione"
E anche per i suoi sudditi è giunto il tempo di decidere, democraticam, di porre fine al suo rancoroso regno, che tanto dolore e ha già causato. Abbiamo pazientato per sessant'anni: ora basta! è giunta l'ora di dare a libici e tripolitani la libertà, la democrazia, le Urne. Noi porteremo al suo popolo le Urne, Sig. Emiro, noi li faremo entrare in quelle Urne, a costo di doverci entrare anche noi con loro.

"Dici che è per il petrolio?"
"Ma no, che banalità. E poi tra un po' quella roba non servirà più a niente, vedrai. No, è pura SAM, la famosa Sindrome di Accerchiamento Mediterraneo; da quando la Tunisia è entrata nell'Unione Bizantina siamo tutti un po' nervosi".
Questo è il senso della Nostra Missione di Pace su suolo africano, che verrà potenziata nei prossimi giorni con l'invio di nuove guarnigioni di aria, di terra e di mare. Nobile missione che dimostra a tutto il mondo la posizione avanzata del Nostro Bel Paese in materia di diritti umani e diritto internazionale

"...E' il Mediterraneo che è claustrofobico, lo sapevano già gli Antichi Romani. Loro non facevano che difendersi dai selvaggi rancorosi, dal Marocco alla Germania all'Iraq. Erano continuamente in giro per il mondo a difendersi. I grandi pacificatori dell'umanità".
"Scrontch!"
"Almeno non masticarmi in faccia!".
Ai Nostri uomini, ai più fedeli ed eroici servi del Teopop, Noi non abbiamo molto da dire. Non ci sono parole per esprimere la Nostra gratitudine e il Nostro orgoglio. Fuorché queste: Tornate con le Urne, o dentro le Urne. E a Lei, sig: Emiro: l'ora delle decisioni improcrastinabili è scoccata. Dio ha convocato a sé i Suoi. Dio ha letto la formazione, e lei non c'era. Lei resta in tribuna, sig. Emiro. Ora e sempre, in nome del Signore Nostro, Amen.

Amen.
...e una buona serata a tutti. Ora vi lasciamo, so che a quest'ora c'è un gioco a premi che vi piace molto, e Noi abbiamo una riunione con la Conferenza Episcopale. Ci divertiremo, ci sono in ballo alcune sorprese per festeggiare il Nostro ritorno... forse non dovremmo parlarvene adesso, ma...

Sì?
Credo che per Pasqua riusciremo finalmente a tagliarvi i peccati.

F'nql.
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Il nemico

Caro Leonardo,
pensavo che non avrei mai più avuto tempo per scrivere qui – dopo la dichiarazione di guerra sono stato co-optato nel Servizio Segreto di Quartiere. Ed è solo colpa mia, stavolta. Perché non so mai dire di no a nessuno?
Questi ragazzini del SSQ sono tanto teneri, ma pazzi, fallaciani marci. Credono di essere in diretta dall'apocalisse, al quinto o al sesto sigillo come minimo. Volevano organizzare i turni di notte che manco i padani dei vecchi tempi. Ci voleva un vecchietto coi capelli bianchi come me a persuaderli che nessuno ha intenzione di invadere il nostro isolato, per ora, e che si trattava semplicem di mettere un picchetto di fronte al supermercato per scoraggiare gli incettatori.
"Tenetevela in bene in mente, questa parola, 'scoraggiare', se volete fare strada nel Teopop. Perché il Teopop, sapete, non reprime: il Teopop scoraggia".
"Ha detto Scoreggia?"
"Ahahah".
Quindici anni che la sento, questa battuta. Un giorno di questi finisce che uccido qualcuno.

***

L'altra sera, la storica sera della dichiarazione, avevo lasciato Assunta sull'ultimo posto a sedere del filobus, con la scusa che volevo fare due passi da solo e fermarmi a bere qualcosa. Avevo in tasca il numero dell'amante di mia moglie e volevo provare a capire il perché. Magari sedermi da Marino mi avrebbe fatto bene, anche se la sua birra ormai sa esplicitam di reagenti chimici e sciacquatura di fusto.
"Non è neanche più birra, la tua, sai? È il ricordo della birra che ho bevuto già, e tutte le volte che vengo infatti è più sbiadita".
"Mica solo la birra è sbiadita, eh, prof?"

Nel quartiere io sono il prof, per antica convenzione.
A quest'ora da Marino ci sono sei clienti, quattro intorno a una briscola, uno alla playstation abusiva e uno ai giornali. Riconosco quattro facce: tre inoffensive e il quarto è Carmelo, un informatore di quartiere che abita proprio sotto casa mia. Ma ha più voglia di briscola che d'informarsi, se lo conosco bene.
"E alora, prof, siamo in guerra?"
"Pare di sì".
"Che poi per la verità c'eravamo anche prima, o no?"
"Sì, in pratica sì".
"Però questa cosa del Papa, mah… ma non era in fin di vita? Coma vigile, avevan detto".

Questo che ha parlato per ultimo è Carmelo, più per far sapere che c'è che per altro. Tiene gli occhi sulle carte e fuma. Tutti fumano. In futuro gli storici che studieranno le ere geologiche dei bar troveranno uno strato d'intonaco bituminoso e diranno: qui la gente fumava parecchio e male, un'era geologica di merda.
Io mando giù l'ultimo sorso di ricordo e poi rispondo ad alta voce, che mi senta: "sono solo voci dei disfattisti. Il nostro Santo Padre ha ancora una lunga vita davanti a sé".
"Mah", fa Marino dal bancone. "Purché sia la volta buona. Che non se ne può più di 'sti gialli".
"E chi t'ha detto che sian i gialli, a te?"
"E chi vuoi che sia, scusa"
"Ma, i Padani per esempio".
"Seh, secondo te svegliano il Santo Padre dal coma vigile per fargli annunciare la crociata contro tre Padani delle Paludi. Giusto per farsi ridere dietro in mondovisione. No, no, io dico i gialli".
"Ma i gialli sono nostri amici adesso".
"E alora gli usastri".
"Ma siamo amici anche degli usastri".
"Ma senti questi qua. Prof, glielo dica anche lei, che è da trent'anni che siamo amici di tutti e facciamo una guerra l'anno quando va bene. E se non sono gli usastri saranno i bizantini, e se non sono i bizantini sarà la Califfa…"
"Ma, no, la Bin Laden no".
"E perché no?"
"Ma è una signora tanto ammodo…".
"Ma sentilo. O! La guerra non si fa mica a simpatia! Si fa per l'energia. Glielo dica anche lei, prof".
Io sono al bancone, e guardo l'unico giocatore che continua a fissare le carte.
È chiaro che non vuole saperne mezza di me. È chiaro che stasera non ha la minima intenzione di fare tardi a stendere un rapporto. È chiaro che appena si è accorto che ero dentro, mi ha identificato come una grana: un rieducato che va a bersi una bicchiere, e magari parla, straparla, e poi tocca al povero spione di quartiere riferire. Che palle. Che stanchezza. Che scoraggiamento. Il teopop, ai suoi minimi termini.
"Eh, prof? Glielo dica".
"No, Marino, la guerra non si fa per l'energia".
"Ah no?"
"No, di regola si fa per la democrazia".
"Ma l'energia…"
"L'energia vien dopo. Prima la democrazia. E poi l'energia non è così importante. Noi abbiamo tutta l'energia che ci serve".
"Ma i blecaut…".
"I blecaut sono per via degli sprechi. C'è gente che tiene attaccato il frigo tutta notte, d'inverno, lo sapete? Anche qui da noi, a San Petronio, c'è gente che lo fa. Il frigo tutta notte e l'acqua calda tutto il giorno, e poi ci si lamenta dei blecaut. Per forza".
Adesso ho dieci occhi addosso, sbigottiti, e due soli che continuano a fissare le carte, come se stessero giocando la briscola della sua vita. Toh Carmelo, ti ho salvato la serata, contento? Ma mi sa che qua dentro non ci rimetterò piede per un bel po', dalla vergogna.

Giù dal ponte di Mascarella neanche un cane, neanche un drogato. Tutti in casa a guardare il Papa resuscitato che ci chiama alle armi contro questi o contro quelli. Ho freddo, puzzo di nicotina passiva, mi brucia lo stomaco e ho appena deciso di smettere di bere. Non sopporto che Leti mi trovi in questo stato.
"Ciao papà Mac".
"Ciao tesoro, che ci fai sul pianerottolo?"
"Sono molto arrabbiata".
"Con chi?"
"C'è un signore in supernet, che ha interrotto i cartoni".
"Tesoro, quel signore è il Papa"
"Ma io stavo guardando i cartoni".
"Si vede che doveva dirci una cosa importante ".
"Ma non è vero! Sta raccontando delle barzellette".

Ahi. Peggio di quel che pensassi.

"A me non piace. Uno che interrompe i cartoni, per me, è cattivo".
"Hai ragione, Leti. Interrompere i programmi dei bambini è pura cattiveria".
"Ma perché lo fa?"
"Lo fa perché lo ha sempre fatto. Pensa, lo faceva anche quando ero bambino io".
"Ma papà, tu sei più vecchio di lui".

Sapevo che sarebbe successo prima o poi, ma speravo più poi.
Oh, beh.

"No, Leti. Lui è più vecchio di me, anche se non sembra".
"Ma se ha i capelli neri".
"Tesoro, non sono suoi, un'altra volta ti racconto. Entriamo, adesso. Cosa c'è per cena?"
"Fagioli".
"Mmmmm! Buoni i fagioli!"
"A me non piacciono".
"Ma con la conserva?"
"Sì, con la conserva sì".
"E allora noi chiediamo a mamma Conci se ci mette un po' di conserva, solo per la Letizia, e…"

Spalanco la porta, e trovo le mie due mogli immobili sul divano. E solo allora mi rendo conto. Siamo in guerra, siamo nella disgrazia. Solo una disgrazia può unire quelle due donne sullo stesso divano. Assunta ha le lacrime agli occhi, Concetta fissa ancora il monitor spento.
"La conserva è finita", fa.
"E vabbè, ho ancora il cappotto indosso, vado a comprarne".
Mi guarda come se avessi detto la più grande sciocchezza in terra. "Dov'è che vai. Non si trova più da nessuna parte, da due giorni!"
"Gli incettatori, già?"
"Oi".
"Va bene, vado giù a chiederne alla moglie di Carmelo, mi deve un favore. Be', mi dite almeno contro chi stiamo, stavolta? Cinesi o usastri?"
"Gheddafi".
"Tutto qui? Tutta questa scena per l'ex riserva del Perugia?"
"Ma che cazzo dici" (questa è Assunta, adesso ha i pugni negli occhi).
"Tu non ti ricordi, io sì. Lo comprò Gaucci nel… nel…"
"Piantala. Non è Gheddafi il guaio. Il guaio è Lui. Ha preso il controllo".
"Ma come fai a dirlo, andiamo".
"Ha raccontato una barzelletta"
"Che tipo di barzelletta, magari è una simulaz…"
"Giudizio universale. Il Papa va da San Pietro e gli dice: permetti che ci penso io, che sono più aggiornato? E allora San…"
"Stop. Ho capito".
"È lui. Altro che coma vigile. Altro che morte clinica".

"Ha ripreso il controllo".
Che disperazione. Ma soprattutto, che palle.
Il Teopop è al suo apice.
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La mia posizione
(se proprio vi interessa)

Ci sono momenti, come questi, in cui preferirei non averne una: guardarmi intorno, ascoltare la radio, leggere i giornali, navigare, essere libero di non avere opinioni o averle tutte. Invece ho una posizione.
Non l’ho da oggi, l’ho presa da un po’, è stato un lungo processo di avvicinamento, finché alla fine io ho trovato lei e lei ho trovato me, e adesso non mi resta che tenere la mia posizione – proprio come si fa nelle battaglie. Qualsiasi cosa succede, non ci si sposta più. Si dovrebbe strisciare, ed è comunque molto pericoloso. Indietro non si torna. E non si cambia più idea, avete notato? Conoscete qualcuno in grado di cambiare idea? Presentatemelo. A pensarci, è incredibile la coerenza che c’è in giro. Crolli il mondo – e il mondo sta crollando – noi teniamo la posizione.

Grosso modo la scena è la seguente: fautori della Guerra contro il Terrorismo e detrattori del Nuovo Imperialismo Americano. I primi rinfacciano ai secondi di essere contro la democrazia, i secondi ribattono che è tutta una messinscena per petrolio e materie prime. Gli argomenti sono questi, e tutto sommato non abbiamo più niente da dirci. Davvero. È da mesi che non ci stiamo più dicendo niente. Ci stiamo soltanto palleggiando prove di seconda mano, il detenuto di Guantanamo che mangia il bigmac contro i dossier farlocchi sulle armi di distruzione di massa. È uno spettacolo un po’ osceno, tutto sommato.

Ora, la notizia – la sapete – è che sono morte 200 persone a Madrid. Questo dovrebbe far cambiare idea a qualcuno? E a chi?
Vediamo. La notizia potrebbe far pensare ai fautori della Guerra al Terrorismo che questa guerra la stiamo perdendo, visto che a 30 mesi esatti dall’11 settembre in Europa (e in Medio Oriente, e in Afganistan) siamo meno sicuri che mai. Che forse varrebbe la pena di ricominciare da capo su basi diverse. Smettere di giocare al conflitto di civiltà come se fosse una sciocchezza che si può accendere e spegnere qua e là senza rimanere mai bruciati. Riflettere su cosa significa pretendere di esportare la democrazia senza ridistribuire la ricchezza (significa creare nazionalismi e populismi, il Novecento ce ne ha mostrati tanti). Ma un ripensamento del genere significherebbe ammettere che si ha avuto torto: strisciare, mandare a casa Bush e la sua cricca (e Berlusconi, e Aznar…) Non lo faranno mai. Terranno la posizione. Alcuni sono pagati per farlo, altri no. Solidarietà con gli ingenui, pietà per i venduti. E dall’altra parte?

Dall’altra parte ci sono anche io, e francamente non so cosa dovrei concedere. Anche perché non mi è rimasto niente. Non sono un gandhiano, ma non apprezzo lo strapotere degli Stati Uniti e del blocco occidentale in generale. Quando dopo l’11 settembre è scoppiata la Giustizia Infinita, io mi sono opposto non perché avessi simpatia per i Talebani o per Saddam Hussein – su di loro, anzi, sono disposto a credere alle storie più bieche che sono state raccontate. No. Pensavo che creare nuovi focolai di guerra non fosse un modo di risolvere il problema. Ora, non è che i fatti mi diano ragione, (di sicuro non mi danno torto). I fatti, semplicemente, hanno preso una piega diversa: George Bush ha dichiarato guerra all’Islam, contro la mia opinione. Fatti suoi, non fosse che in mezzo ci sono io, che vivo in Europa e a volte prendo il treno. Devo anche chiedere scusa? Al massimo posso ammettere di non avere, io, ricette per salvare il mondo. Miliardi di persone vivono in regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein, e io non so cosa farci. La mia posizione, da questo punto di vista, è molto debole. Ma è la mia posizione.

Il fatto che siamo tutti scivolati dentro queste posizioni ci fa spesso assumere atteggiamenti e dire cose che in futuro ci sembreranno riprovevoli. Tanto peggio per il futuro. Per esempio: su Nassiriya sarei portato a pensarla come Pfaall: non dovevano andare, ma adesso non possono tornare. Né gli italiani né gli americani né i polacchi o gli inglesi. Non si può disfare tutto e poi dire scusate ora ci leviamo di torno. (Grosso modo è la posizione del centrosinistra italiano). Insomma: devono tenere la posizione. Lo dice la logica, lo dice il buonsenso. Perciò stavo pensando di non partecipare alle manifestazioni del 20 marzo.

Poi ho pensato a una cosa. Che il motivo per cui tanti pacifisti sfileranno il 20 marzo, è esattamente lo stesso per cui i carabinieri dovrebbero restare a Nassiriya: tenere la posizione. Altrimenti, ci faremo tirare per la giacchetta in eterno. Come D’Alema, come Fassino, come questi dirigenti del centrosinistra che si credono di avere il coraggio degli statisti, e invece si fanno suonare come pifferi dal primo imbonitore, cabarettista e pianista da pianobar. Dire “Senza Se e Senza Ma” è un altro modo per dire, (come recita uno striscione spagnolo visto in questi giorni): “non siamo mica scemi”. Altrimenti continueremo a essere contro la guerra ma a permettere che, per motivi di buonsenso, i nostri concittadini siano impegnati su tutti i fronti del mondo. A un certo punto non si può più essere ragionevoli. Non si può più essere sfumati. Bisogna dire no e basta. Senza se, senza ma, senza buonsenso I carabinieri di Nassiriya sono andati a farsi sacrificare in una base che non poteva difenderli, anche per tutelare gli interessi della compagnia petrolifera italiana. Non si fa un torto a loro, né ai loro cari, chiedendo il ritiro immediato del contingente. Si fa semplicemente il proprio dovere di pacifisti. Questa guerra l’Italia non l’ha mai dichiarata, ma – come tante altre volte, dal Corno d’Africa in poi – pretende di farcela ingoiare un po’ alla volta, con un po’ di lacrime ogni tanto per mandarla giù. No. Non nel nostro nome. Così penso che ci andrò, il 20 marzo.

Il 18 marzo, no, non vedo proprio perché. Dovrei manifestare contro il terrorismo? Ma questo terrorismo non teme certo le nostre manifestazioni: non mira a sollevare le masse, mira ad annientarle: vederne un po’ in tv non farà che solleticare il suo appetito. (Come ai tempi della peste nera si facevano processioni religiose: forse che il contagio diminuiva?) Peraltro, non c’è nulla di male nello scendere in piazza per dire di no a qualcosa: siamo in un regime libero. Andateci voi, allora, tenete la vostra posizione. I vostri argomenti li capisco, in parte, astrattamente, potrei persino condividerli: ma il tempo delle discussioni ragionate è finito da un pezzo. Ora è il tempo degli urli, delle lacrime e dei risolini. Voi avete la vostra posizione, io la mia, la prossima settimana andremo alla conta. Non vi sembri una sfida, lo dico con molta stanchezza: vincere o perdere a questo punto non m’interessa. Forse m’interessa tenere soltanto – in maniera se possibile dignitosa – la mia posizione.

(“Ma la tua allora è una scelta identitaria!”
Temo di sì).
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Contro il cerchio e contro la botte
(Caso Kelly e "Resistenza irachena")

1. Contro il cerchio:

Sì, probabilmente se scoppiasse oggi, il Watergate, finirebbe così: Gola Profonda identificato e impiccato, dimissioni e scuse officiali del direttore del Post, e Nixon che vince un altro mandato. Da questo punto di vista il caso Kelly è molto istruttivo: ci ricorda che la democrazia non è una civiltà, ma una battaglia, o forse la tregua tra una battaglia e l’altra: negli anni Settanta un quotidiano di Washington aveva il potere di far dimettere un Presidente, oggi non più. La BBC, senza essere la Bibbia, era un modello di informazione indipendente, in grado di mettere in imbarazzo il potere politico. Appunto, era. Cos’è successo alle democrazie anglosassoni? Si sono un po’ italianizzate, forse.

Io non sono un esperto del caso Kelly, ma naturalmente sono deluso dal verdetto Hutton. Lo sono anche (senz’altro con maggior cognizione di causa) diversi commentatori anglosassoni, qui segnalati da Luca Sofri. Lo è anche Pfaall. Io resto del parere (che lascia il tempo che trova) che il sexing up ci sia stato da entrambe le parti. Per la verità, mi sembra che almeno dall’11 settembre in poi politici e giornalisti vivano in un regime di sexing up coatto, che lascia frastornati noi lettori, figurarsi loro. E chissà quante volte anch’io avrò sexed up qualcosa per farla leggere a qualcuno. Chiedo scusa (purtroppo non posso rassegnare le dimissioni da me stesso).
Tuttavia non posso credere che il sexing up di un giornalista della BBC valga quanto il sexing up di un governo democratico. Una bugia di Tony Blair può uccidere (e ha ucciso) molte più persone di una di Gilligan. Chi non lo capisce, o è in buona fede, o proprio non ci arriva. Io credo che Camillo ci arrivi, però, chissà, magari mi sbaglio (come su tante altre cose).

Detto questo, le scaramucce sull’affare Kelly smettono d’interessarmi. Chi insiste e insisterà sulle colpe della BBC e dei giornalisti in generale, dichiara implicitamente (o esplicitamente) che siamo in guerra e che in guerra è lecito dire bugie. Ma come si fa a dar retta a una persona che arriva e ti dice: “Guarda, ti ho detto delle bugie per il tuo bene, e me ne vanto?” Se trovi giusto dirmele, continuerai a dirmene, e magari me ne stai dicendo in questo momento. Il giornalismo furbacchione alla fine si tira la zappa sui piedi da solo. Alla lunga Camillo non lo leggi più, perché non ti fidi di lui. Neanche quando recensisce dischi jazz – non farà come con certi articoli, che annusa solo il riff iniziale e finale?

Uno sopporta qualsiasi umiliazione nella vita, tranne forse l’essere coglionato. A volte penso che il mio antiamericanesimo sia tutto qui. Chissà, se George Bush si fosse presentato dicendo: "Signori, invaderemo l’Iraq perché ci serve il petrolio e una testa di ponte in Medio Oriente, e per finire una cosa lasciata a metà da mio padre…" io non mi sarei sentito così offeso. Ma la guerra al terrorismo è stata combattuta anche nel mio cervello. Mi hanno raccontato che Saddam Hussein poteva colpire l’Occidente. Mi hanno perfino fatto sentire in colpa per stragi di curdi avvenute vent’anni fa nel disinteresse generale di chi sapeva e poteva evitare. Mi hanno anche preso per un pirla che si beve qualsiasi cosa, con appena un pizzico di sexing up… Non dico che abbiano tutti i torti: è pure possibile che io sia un pirla. Ma quest’aggressione psicologica è stata intollerabile. Credo che Blair e Bush dovrebbero dimettersi. Credo anche che lo stile di vita dell’uomo occidentale debba essere messo in discussione, e alla svelta. Fine del colpo contro il cerchio.


2. Contro la botte:

Un’altra scaramuccia che dopo un po’ non trovo più interessante è l’infinita disputa linguistica sulla “resistenza irachena”. In fondo basta sfogliare un dizionario, no?
Sabatini-Coletti: se sono gruppi “che adottano la violenza come metodo di lotta politica”, sono terroristi; se esercitano un’ “opposizione attiva… contro altre persone o cose”, fanno resistenza. Quindi, tutto sommato, possiamo concludere che sono entrambe le cose. E che anche il CLN era entrambe le cose. E la Giovine Italia.
Una volta chiuso il dizionario, però, ci accorgiamo di quanto sia importante il contesto intorno a una parola. “Resistenza” è una parola come un’altra, ma nel mondo della sinistra italiana poche parole hanno una connotazione così positiva. Io ho la pressione bassa, pure non posso evitare un piccolo tuffo al cuore ogni volta che sento la parola “Resistenza”. La mia impressione è che chi dice “Resistenza irachena” vorrebbe dire (o non si accorge di dire, il che è peggio), “siamo dalla vostra parte, ragazzi”. Ma tanto varrebbe dire: noi, del tal gruppo, stiamo dalla parte dei resistenti-insorti-combattenti-terroristi iracheni. Sì, proprio noi, che l’anno scorso andavamo in piazza con le bandiere arcobaleno. Quest’anno ci ha preso così.
Poi, però, siccome a belle parole siam buoni tutti, bisognerebbe anche cominciare a far qualcosa per questi ragazzi, che di un comizio o un articolo su Liberazione probabilmente non sanno che farsene: raccogliere fondi, spedire vettovaglie, e perché no, munizioni (ricordo che l’anno scorso di questi tempi cercavamo di bloccare i treni). Se abbiamo deciso che c’è una guerra, si fa la guerra, mica i discorsi.
Io però mi chiamo fuori. Non sono pronto per questa svolta filo-resistente-insorta-combattente. Dopo un anno passato a puntualizzare che non eravamo alleati del bieco dittatore Saddam Hussein, l’idea di mandare un aiuto anche simbolico a dei ba’atisti è ancora un po’ troppo forte. Tra un po’ di tempo, chissà. Ma siamo nel febbraio 2004! ho ancora in garage pacchi di adesivi arcobaleno!

A proposito di discorsi, ieri c’era un articolo molto interessante di Tariq Ali sul Manifesto (Forse oggi il link è spostato qui). tariq Ali è un intellettuale anglo-pakistano che sull’attuale fase di “pacificazione” in Iraq dice cose molto dure: gli iracheni stanno peggio oggi che sotto Saddam, l’Iraq sarà consegnato all’”impostore” Chalabi, l’Onu ha assunto la stessa posizione degli Usa, ecc.. E, naturalmente, il governo italiano che ha mandato un contingente è complice degli americani. E scrive:

Noi sappiamo che certamente Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può aspettare che improvvisamente sostengano una variante irachena o palestinese.

Io non so come possa reagire il lettore medio a un’affermazione così, ma per me è come strisciare le unghie su chilometri di lavagna. La resistenza irachena sarebbe una “variante” di quella italiana? In che senso una “variante”, quali cose variano e quali restano uguali? Le autobombe contro i civili iracheni sarebbero “varianti” delle forme di lotta partigiana? E devo dedurre che l’invasione americana (che sicuramente è più cruda di come ce la racconta la Fox) è una “variante” dell’occupazione nazista? Non varrebbe la pena di mettere nero su bianco cosa si intende per “variante”? Oppure: non varrebbe la pena di non mettere nero su bianco proprio nulla?

A me la Storia piace, ma se il suo destino è di attirarci costantemente in paragoni fuorvianti, forse varrebbe la pena chiudere gli archivi e sostituirla nelle scuole con due ore alla settimana di uncinetto. Anche perché questi discorsi non li facciamo tra noi, nel chiuso delle nostre salette o delle nostre coscienze, ma sotto gli occhi di una propaganda filoamericana molto smaliziata, che di farci passare per filo-terroristi ha una gran voglia. Ma non siamo mica allo stadio, qui, non basta tifare per un professionista che tira calci al pallone: si tratta di sostenere concretamente persone che stanno ammazzando altre persone. Non si potrebbe almeno aspettare e cercare di capire chi sono e cosa vogliono?

Due anni fa io ero contro il neoliberalismo occidentale. C’è stato l’11 settembre e il neoliberalismo occidentale ha sviluppato una nuova forma di imperialismo. A me non piaceva, e ho cercato di oppormi – per quel poco che potevo. Quando gli Usa hanno manifestato l’intenzione d’invadere l’Iraq, io ovviamente mi sono opposto. Non perché pensassi che si potesse evitare una guerra del genere (che era in agenda da un sacco di tempo), ma per cercare di consolidare in occidente una massa critica contro il neoimperialismo e il neoliberismo occidentale. Per questo motivo, mi sono alleato con i pacifisti tout court, anche se non sono un pacifista gandhiano. È stata un’ottima idea: il movimento pacifista ha dato, almeno per un momento, l’idea di quella massa critica. Mi pare una delle cose migliori che ho, che abbiamo fatto.
Ora mi si chiede di abbandonare quell’alleanza per mettermi a tifare per gente che non conosco, finanziata probabilmente da emiri e mullah che non apprezzo, che continua a combattere quello che l’anno scorso non volevo neanche che iniziasse, e cioè una guerra. Una guerra che, tra l’altro, ha scarsissime possibilità di vittoria. Ma allora anche voi mi avete preso per un pirla.
E se anche voi, come quegli altri, mi avete preso per un pirla, può darsi veramente che io… che io…
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Sullo sciopero non ho molto da dire. C’era molta gente ed è piovuto.

Il carro armato dei vincitori

Stavo pensando invece a quello che ho sentito al telegiornale, sapete, quelle cose che ti bloccherebbero lo stomaco, se non fosse assuefatto sin dalla più tenerà età a digerire al suono dei bombardamenti e degli spot dei pannolini. Si parlava di un bambino estratto dalle macerie della sua casa dopo qualche giorno: accanto a lui i cadaveri dei genitori. Un terremoto?
No, Tsahal.
“L’esercito più democratico del mondo”, ho letto da qualche parte. Del resto Israele è “l’unica democrazia del Medio Oriente”, no? (A proposito, un premio a chi mi scova la Costituzione democratica dello Stato d’Israele).
Qualcuno dovrebbe spiegare agli israeliani che la democrazia consiste in un’assunzione di responsabilità. E in caso di strage o genocidio, la democrazia è un’aggravante.

Per esempio: quando parliamo delle leggi razziali nel ‘38, noi italiani ci aggrappiamo disperatamente al fatto che il fascismo era una dittatura, priva di un autentico consenso popolare (e c’è anche chi sostiene il contrario). Allo stesso tempo, tra qualche anno forse anche gli israeliani preferiranno pensare a Sharon come a un feroce dittatore. Beh, non lo era. Era il leader democraticamente eletto dell’unica democrazia del Medio Oriente. Aveva l’appoggio della maggioranza degli israeliani e di una parte rilevante dell’opinione pubblica occidentale.

"Perché i pacifisti non fanno gli scudi umani nei bar di Tel Aviv", si chiedono? A parte che i pacifisti ci andrebbero anche, nei bar, ma ultimamente non superano le celle di detenzione dell'aeroporto (dove vengono pestati nella maniera più democratica del mondo), il motivo è semplice, ed è il seguente: contro un kamikaze non c'è scudo umano che tenga. Signori equidistanti, un minimo di buon senso. Un ragazzetto di Hamas che ha deciso di farsi la pelle per attirare l'attenzione sulla questione palestinese si farebbe qualche scrupolo a coinvolgere nel suo massacro un turista-pacifista europeo? Perché dovrebbe? Anzi. Più che scudo umano, sarebbe un incentivo.

I pacifisti non sostengono il terrorismo palestinese. I pacifisti, col terrorismo palestinese, non cercano neanche di ragionare. Motivato o no dalla disperazione, il fanatismo non è un interlocutore. Israele sì. Quando andiamo davanti ai carri armati di Tsahal, noi stiamo scommettendo proprio sulla democrazia di Tsahal e di Israele. Quando gli agenti aeroportuali ci pestano e ci respingono, stanno dimostrando che la nostra fiducia è mal riposta.

E L’Israel Day. Ora premesso che in Italia c’è libertà di manifestazione e libertà di pensiero io mi chiedo: ma con di tutte le settimane che Dio manda sulla terra, per dimostrare la solidarietà a Israele, Ferrara e soci, dovevano proprio scegliere la settimana in cui si compiva la pagina forse più nera di Tsahal, l’eccidio di Jenin? Questi signori, oltre a scrivere i giornali, potrebbero anche leggerli ogni tanto: la strage era largamente annunciata. Passeranno alla storia per quelli che, nei giorni di Jenin, manifestavano perché “era minacciata l’esistenza stessa d’Israele”!

Ma cos'è Israele? Quella specie di oasi di democrazia nel Medio Oriente di cui parlano Ferrara e Lerner, quello Stato senza il quale ci sentiremmo tutti più antisemiti? Come non vedere che la creazione di Israele rispondeva proprio all'esigenza di tanti antisemiti europei di non trovarsi più gli ebrei tra i piedi? Come non vedere che Israele è uno dei pochissimi (forse l'unico) Stato fondato su base etnica (qualunque ebreo da ogni parte del mondo può ottenere la cittadinanza e ricevere incentivi per metter su casa nei Territori Occupati): un anacronismo spaventoso? Come non vedere che la guerra di Palestina è la prova generale del Grande Conflitto delle Civiltà, che i nostri figli d'origine europea e d'origine araba combatteranno nelle nostre città? Com'è possibile non vedere tutto questo? Soltanto per mettersi, una volta in più, sul carro (armato) dei vincitori?
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Vi secca se ho un po' di fatti miei?
Ieri mattina il pc non mi si è avviato. Faceva biiip, biiip, e basta.
L'ho portato al negozio, il tipo mi fa: "Si è bruciata la scheda video. A volte succede".
"Bruciata in che senso?"
Nel senso che non si ripara, si ricompra nuova.

Di solito fanno i preziosi, all'Assistenza. Capace che gli fanno fare anticamera per una settimana, prima di darci un'occhiata. Stavolta no, stavolta c'era un tipo simpatico che ha tolto il dente e il dolore in tempo reale. Ha staccato la scheda vecchia, me ne ha venduta una nuova, l'ha montata. Non ho fatto neanche in tempo a dire "ahi" che in tasca avevo 120 euro in meno.
Ancora anestetizzato dal trauma, insistevo per farmi una ragione. E' per qualcosa che ho fatto, vero? "Ho fatto degli esperimenti con gli attacchi audio. Può essere stato quello?"
Tutto quel che volevo era sentirmi colpevole. Odio le cose che succedono per caso.
"Eh... beh, sì... ieri sera avevo scaricato un file mpeg".
Ero pronto a mentire se necessario, ad ammettere misfatti orribili. Ma il simpaticone scuoteva la testa: niente da fare.
"Non c'è niente da fare. Sono cose che succedono a volte, per caso":
Odio le cose che succedono a volte, per caso. Davvero, non le sopporto. Un giorno qualcosa funziona, il giorno dopo non c'è più, e tu non c'entri nulla.
Che rabbia.
Per cui ho deciso che anch'io seguirò la pista anarchica. Maledetti!
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