Diego deve morire

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Diego Armando Maradona termina la sua carriera calcistica in Italia il 17 marzo 1991, quando risulta positivo all'antidoping  dopo una partita contro il Bari. Qualche mese dopo, ma sembrano secoli, nelle edicole italiane appare Nathan Never, un frullatore bonelliano in cui entrano tutti gli ingredienti della cultura fantascientifica degli anni Settanta-Ottanta. Film, fumetti, serie tv, manga, deve entrarci tutto perché i lettori vogliono trovarci tutto che fa sognare (e che non possono ancora rivedersi su Youtube), e nel giro di un anno ci entra anche Maradona, spudoratamente ritratto nel ruolo del protagonista di una storia (Il campione) che mette insieme Rollerblade, la Cosa dell'altro mondo e chissà cos'altro. 

Maradona ci entra con la sua faccia inconfondibile e il suo carattere difficile (due minuti dopo averlo conosciuto, Legs vuole già menarlo) perché al tempo avvocati e procuratori hanno altro a cui pensare, ma anche perché a quel punto è già una Leggenda, persino nel senso di storia che si può accomodare come pare e piace a chi la racconta, e non può avere che un finale tragico: manca ancora il finale di carriera in Spagna e Argentina, l'assurdo mondiale del '94, eppure in un giornalino a fumetti italiano del '92 è già scritta la sentenza: Diego è un alieno nascosto tra noi mortali e inviso agli Dei, Diego tra vincere e sopravvivere non ha realmente scelta, Diego deve morire. È come se tutto fosse già inevitabile e necessario, persino nei dettagli finali: un collasso cardiocircolatorio, la pena che il destino infligge a chi vuole vivere troppo e troppo in fretta.

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Che altro dire

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Quino (Joaquín Salvador Lavado Tejón; Mendoza, 17 luglio 1932 – Buenos Aires, 30 settembre 2020).

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Diui Vdertii apotheosis

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Di Uderzo potrei parlare per mesi e non escludo di farlo in un momento più tranquillo. Era il più grande. Ha regnato per un quarto di secolo in una regione impossibile, tra l'iperrealismo e la caricatura. Disegnava gli accampamenti romani più realistici e li riempiva di nanerottoli col nasone, nessuno riusciva a passare dal grottesco al classico con tanta disinvoltura.

È un tipo di arte che siamo sempre meno in grado di apprezzare, la caricatura soprattutto: non so quanto in patria si sia già attivato un movimento per definirlo un razzista, tutti i caricaturisti in un certo senso lo erano e Uderzo non si è mai tirato indietro fino alla fine: in particolare il suo ultimo Asterix trasudava di una xenofobia lungamente negata e repressa.

Bisognerà spiegare ai ragazzini che all'inizio della storia quei nasoni e quelle pance, quei distillati di un'arte grafica secolare, esprimevano sotto i costumi di scena le speranze di un'Europa del dopoguerra in cui i popoli cominciavano timidamente a presentarsi gli uni gli altri (ed erano popoli di mezza età, panciuti e sdentati, proprio come quelli usciti dal conflitto mondiale): ma forse non basterà, forse non riusciremo a farci capire, forse di Asterix rimarrà solo il guscio vuoto, come Mickey Mouse che degli anni della Depressione non conserva nemmeno più la coda. Mi dispiacerebbe però.
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Cosa sono le stelle

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Massimo Mattioli (1943-2019).
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Tradurre in cattività: il caso Neon Genesis Evangelion

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E così ci siamo arrivati. Un’emittente televisiva (Netflix lo è, a modo suo) ha ritirato il doppiaggio in italiano di una serie a causa delle proteste degli utenti. Prima o poi sarebbe successo, ma probabilmente non è un caso che sia successo con un anime, e in particolare con l’ambizioso Neon Genesis Evangelion. Così come non è un caso che a trovarsi nel mirino ci sia, per l’ennesima volta, l’adattatore Gualtiero Cannarsi, già molto criticato per le sue versioni dei film dello Studio Ghibli. Cannarsi è indifendibile: i dialoghi che ha imposto ai doppiatori di Neon sono ridicoli. Ma chi ora grida al bullismo nei suoi confronti non ha tutti i torti. È vero, il suo italo-giapponese è esilarante, specie se sovrapposto a un prodotto serioso come NGE. Ma per quanto naive risulti la sua personale teoria della traduzione, maturata lontano dalle accademie, bisogna almeno evitare di farne un agnello sacrificale.


Non è responsabilità di Gualtiero Cannarsi se, fino a qualche giorno fa, i personaggi di Neon dicevano cose come “È col tentare di abbatterlo in fretta che la cosa si è fatta dura”, o “L’autoespulsione è entrata in attività”. Non è responsabilità sua se i doppiatori sono stati costretti a recitare battute che non capivano. Se a Cannarsi è stata data sempre più fiducia, malgrado i problemi fossero evidenti (e il pubblico non mancasse di notarli), la responsabilità è di chi questa fiducia per tutto questo tempo l’ha concessa. Ora Cannarsi pagherà anche per loro, ma quel che è successo è che un sincero cultore della materia è stato lasciato solo, per anni, al tavolo di lavoro, da committenti la cui negligenza a un certo punto deve aver interpretato come un attestato di fiducia. Magari sarebbe bastato poco: un editore, un distributore, un collaboratore che in tutti questi anni gli stesse accanto, gli rileggesse a voce alta le frasi che scriveva, lo aiutasse a non allontanarsi dall’italiano parlato e scritto. Qualcuno che smorzasse sul nascere certe velleità ermeneutiche che sono il tipico mostro che nasce dal sonno breve e agitato dei traduttori quando la scadenza comincia a essere troppo vicina (e la scadenza è sempre troppo vicina). Cannarsi invece è stato lasciato solo, e ha fatto quel che facciamo tutti quando siamo soli: ha iniziato a parlare con sé stesso, in una lingua tutta sua.

Tradurre è molto difficile. Bisogna avere due lingue in testa, e non è detto che nella nostra ci stiano davvero. Nelle orecchie, soprattutto, perché a volte è come ascoltare due musiche contemporaneamente. Magari non è impossibile, ma senz’altro non è una passeggiata, e il traduttore non fa altro tutto il giorno. Eppure ci basta leggere due o tre pagine in un’altra lingua, o anche solo ascoltare due o tre episodi in versione sottotitolata, per ritrovarci già in bocca qualche espressione che in italiano non esiste, qualche calco che un buon traduttore dovrebbe sempre saper aggirare, con leggerezza, mentre saltabecca da una lingua all’altra. Questo dovrebbe fare il traduttore ideale. 

Quello reale il più delle volte sbanda, incespica, cade, e pur di rispettare una scadenza finisce per consegnare un ibrido italo-qualcosa che un editor (o più d’uno) faticosamente convertiranno in italiano. Non sempre riuscendoci, come chiunque può verificare aprendo un libro qualsiasi. Il traduttore è un traditore, dicevano, ma temo non renda l’idea. Un maledetto assassino, ecco cos’è un traduttore: anzi una spia, inviata a uccidere un testo che a volte conosce molto bene, al quale magari è affettivamente legato: proprio per questo si rende quasi sempre necessaria l’assistenza di professionisti in grado di mettere da parte gli affetti, ammesso che ne abbiano mai avuti: gente con la mano ferma quando c’è da impugnare il bisturi, la sega e gli altri attrezzi. Tradurre è un lavoro sporco, è la fine dell’innocenza: devi interiorizzare il concetto per cui il tuo rispetto per l’opera va subordinato al rispetto per un lettore italiano distratto che si stanca alla prima frase non scorrevole. Non lo accetti? Allora hai bisogno che qualcuno molto vicino a te non smetta di ricordartelo, a ogni capitolo, ogni pagina, ogni capoverso. Se Cannarsi non ha mai avuto qualcuno tanto vicino, non è colpa sua.


È una vittima designata, in un certo senso. L’uomo giusto nel momento sbagliato... (Continua su TheVision). 

Per qualche anno Cannarsi si è ritrovato confinato in una confortevole nicchia di mercato: un limpido acquario lontano dall’oceano, dove le sue mostruosità erano ritenute inoffensive – forse persino decorative. I film dello studio Ghibli, in Italia, sono un prodotto per appassionati. Il fatto che per molti appassionati il doppiaggio sia un errore a prescindere ha fatto sì che alcune critiche siano passate inosservate agli addetti ai lavori. Ma il sospetto è che alcuni di questi addetti abbiano lasciato Cannarsi libero di fare scempio di lessico e sintassi perché il risultato sembrava aggiungere qualcosa alla versione italiana di quei film: un senso di straniamento, di esotismo che li proteggeva dalle critiche, rassicurando i fan sul fatto di trovarsi davanti a vere opere d’arte dai contenuti preziosi (e a volte enigmatici) e non a banali cartoni-animati-giapponesi per bambini. Un classico equivoco interculturale: i film di Miyazaki in effetti sono cartoni animati, e non hanno alcun bisogno di un registro aulico o pretenzioso per imporsi allo stesso pubblico trasversale che in Occidente si gode i film della Disney. Ma in Italia li si è proposti a un pubblico diverso, più adulto, che andava in un qualche modo confortato sul contenuto artistico dell’opera (quella che Walter Benjamin chiamava aura). Un pubblico del genere non poteva accontentarsi di pagare il biglietto per vedere belle favole: doveva anche avere la sensazione di immergersi in una cultura diversa.

In questo senso Cannarsi era l’uomo giusto. Quel che ha fatto ai film di Miyazaki ricorda in qualche modo l’operazione condotta sui testi omerici da una delle traduttrici italiane più celebrate del secolo scorso, Rosa Calzecchi Onesti. L’aedo omerico si rivolgeva a un pubblico eterogeneo di contadini, guerrieri, casalinghe, bambini: Rosa Calzecchi Onesti pensava essenzialmente ai laureandi in lettere che pur non avendo il tempo di leggere Omero in lingua originale, dovevano conservare l’illusione di esserne capaci. Da cui l’idea di riprodurre in italiano soluzioni sintattiche che l’italiano non consente, che rendono il testo più faticoso ma più ‘autentico’ per l’ex liceale che conservi qualche vaga nozione di grammatica greca. L'Omero calzecchizzato ha perso la sua universalità (non lo puoi più leggere ai bambini), ma ha acquisito l’aura necessaria per apparire un prodotto colto, adatto a un preciso segmento del mercato. Qualcosa di simile Cannarsi ha fatto con Miyazaki. Non c’era una semplice riga di dialogo che non riuscisse a complicare e a rendere esotica, straniante, sempre all’inseguimento di una fantomatica fedeltà “all’opera” che non si accorgeva di tradire. Il risultato è uno strano ibrido che senza suonare né italiano né particolarmente giapponese, ci fa capire che quello che vediamo non è il solito prodotto audiovisivo, ma qualcosa di più profondo che richiede uno sforzo supplementare. Qualcuno se ne lamentava, ma i puristi comunque preferivano i sottotitoli, e forse tutto sarebbe continuato così ancora a lungo, se a un certo punto Netflix non avesse ripreso la pratica di Neon Genesis Evangelion.

Anche qui c’è un equivoco, o forse più d’uno. NGE in Giappone è uno degli anime più popolari di tutti i tempi, mentre in Italia è rimasto un prodotto di nicchia, poco conosciuto al di fuori del bacino degli appassionati. Un bacino di dimensioni comunque rilevanti, ma tant’è; in Italia gli unici mecha a essere già entrati nell’immaginario collettivo sono quelli degli anni della tv dei ragazzi e delle prime emittenti private: Goldrake, Mazinga, eccetera. Quando finalmente il Corriere si è accorto del caso Cannarsi, ha ritenuto necessario spiegare ai propri lettori che Neon Genesis è una “nuova serie che si ispira a Goldrake” (per il lettore medio del Corriere tutto quello che è successo dopo il 1994 è “nuovo”). Segregati a lungo in una nicchia, i fan italiani dell’anime di Hideaki Anno hanno avuto tutto il tempo e l’agio per radicalizzarsi e sviluppare la convinzione che NGE sia molto più di un cartone di robottoni: un’opera profonda e complessa, intrisa di riferimenti culturali da decifrare con cautela. Il fatto che i personaggi non parlino tutto sommato una lingua molto diversa da quella degli altri anime a base di robottoni rischiava, anche stavolta, di danneggiare l’aura del capolavoro. Si veda l’estenuante dibattito sulla opportunità di tradurre shito come angelo o come apostolo, dando per scontato che Anno si ponesse davvero il problema della precisione nei rimandi biblici, e non stesse semplicemente pescando riferimenti colti un po’ a caso, confondendo Nuovo e Vecchio Testamento così come un autore italiano confonde serenamente Buddha e Budai. Un dibattito del genere è esattamente il mangime adatto per un pesce come Cannarsi, che può dimostrare il suo acume di filologo e rassicurare il pubblico adulto italiano sulla profondità di NGE: non il solito anime di robottoni, ma un’opera d’arte, dunque degna di un linguaggio aulico e accessibile solo agli iniziati.

E però Netflix non è la Lucky Red: il bacino di utenza è ormai molto più vasto e in particolare Netflix Italia in un primo momento potrebbe avere sottostimato la popolarità di NGE. Dal suo confortevole acquario, Cannarsi si è ritrovato sbalzato nell’oceano da un momento all’altro, senza avere gli strumenti per accorgersene. Ma ancora: com’è stato possibile che nessuno gli abbia impedito di consegnare ai doppiatori un testo che conteneva espressioni come “senza nessuna recalcitranza” o “hanno già completato di prendere rifugio”? Cannarsi scrive strano, ormai è il suo mestiere, anche se non è sempre consapevole. È abbastanza inutile pretendere che si renda conto di quel che ha fatto o che addirittura chieda scusa. Lui ha fatto esattamente quello che fa in questi casi, senza reagire alle critiche, anzi senza nemmeno capirle. Chi però in tutti questi anni lo ha lasciato lavorare indisturbato, qualche domanda dovrebbe porsela.
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I 1001 pianeti di Valérian

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Valerian e la città dei mille pianeti (Valérian et la Cité des mille planètes, Luc Besson, 2017).


Da qualche parte al centro di questa città quadrimensionale, vivono i superstiti di un antico e nobile popolo che abbiamo sterminato un giorno senza volere - cose che càpitano quando si esplora la galassia. Non vivono in armonia con la natura: la natura non c'è più. Hanno la loro tecnologia, sviluppata un po' in autonomia un po' rubacchiando quello che passava ai piani superiori. Non è incomprensibile, ma ha le sue stranezze - comunicano col Minitel, hanno le tastiere con la A al posto della Q. Un giorno spiccheranno il volo, verso un nuovo pianeta dove vivere in pace e stagionare altri ottocento formaggi diversi. E ci mancheranno. Sì, proprio i francesi. Lo so, sembra impossibile.

Ma tingerle i capelli proprio non si poteva? Anche in CGI...
Un giorno ci mancherà Luc Besson - per quanto sia così difficile volergli bene. È un tamarro senza scrupoli e senza redenzione. La sua idea di cinefumetto fantascientifico è esattamente quella che aveva Lucas negli anni Ottanta: navi spaziali in fiamme e pupazzoni. In più Besson ci mette tutta la computergrafica che si può permettere con 197 milioni di euro, e non gli resta nemmeno un eurocent per pagare lo sceneggiatore. Questa è la cosa che fa più rabbia, perché sul serio: quanto si può risparmiare se invece di farti scrivere buoni dialoghi, te li fai scrivere scadenti? Il costo di un mostro digitale? Di un attore europeo in ribasso? Tra un'ospitata di Rihanna e una buona storia, tu cosa avresti scelto? È praticamente impossibile voler bene a Luc Besson quando prende uno, anzi due storici personaggi del fumetto fantascientifico francese, e invece di farli battibeccare per tutto il film come due colleghi che flirtano tra una battaglia e l'altra, decide che proprio in quelle due ore devono confessare la reciproca attrazione e fidanzarsi - che cosa imbarazzante, in un cinefumetto del 2017, vedere lui che fa una proposta di matrimonio e lei che fa la difficile perché non vuole essere "una della tua playlist". Se almeno fosse una gag e invece no, man mano che il film perde l'energia iniziale, l'idea banalotta del matrimonio procede per inerzia fino ad assorbirlo tutto. È come se Besson, che in teoria sogna questo film da una vita (e ci ha investito parecchio), fosse persuaso di non avere seconde possibilità: Valérian e Laureline hanno solo un film a disposizione, tanto vale buttarci dentro tutto, immergerli in centinaia di ambienti diversi in due ore (il che andrebbe anche bene) e poi farli sposare come succede nelle fiabe (il che invece no). Il film poi non è andato nemmeno così malaccio come sembrava, per ora siamo a 225 milioni di euro di incasso. Quindi per il sequel che ci dobbiamo aspettare, Valérien e Laureline oltre i limiti della galassia in luna di miele? Valérien e Laureline che litigano su chi deve cambiare il cyberpannolino? Ci sarà un motivo se gli eroi dei fumetti non si sposano mai? E impossibile voler bene a Luc Besson quando cade su queste sciocchezze. Eppure è necessario (continua su +eventi!)

L'idea - molto europea - che la convivenza sia un caos, però un caos che tutto sommato funziona.

Si potesse fare a meno di lui, ne sarei contento. Ci fosse in circolazione qualche altro visionario regista francese in grado di attingere a quell'immaginario autoctono che negli anni Sessanta dava i punti agli americani - ma non c'è. Quel momento in cui il pianeta Francia e il suo satellite Belgio erano gli astri più fiammanti del firmamento, e Mézières e Moebius plasmavano il nostro immaginario, con situazioni più problematiche di quelle che arrivavano da oltre oceano, ma immagini altrettanto suggestive - alzi la mano chi ha trovato l'astronave di Valérian un po' troppo simile al Millenium Falcon, beh, è ovviamente il contrario. Besson non sarà il miglior difensore del patrimonio culturale che rappresenta, ma al momento è l'unico, e quindi viva Luc Besson e i suoi pupazzoni digitali (che comunque reggono il confronto di Avatar). Per quanto sia difficile volergli bene, una volta su dieci ne vale la pena. A volte gli riescono cose impossibili, ad esempio rendere simpatica Cara Delevigne. Mentre Dane DeHaan ha esattamente la faccia da schiaffi che serve a un avventuriero dello spazio. Valerian e la città dei mille pianeti resiste indomito al Monviso di Cuneo, almeno fino a stasera 24 ottobre alle ore 21.
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Spiderman è tornato alla Casa

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Spider-Man: Homecoming (Jon Watts, 2017)

C'era una volta un supereroe così smagliante, così perfetto, che volle sfidare Atena: vediamo chi tesse la storia più avvincente. Invano Atena cercò di ricordargli i precedenti: guarda che chi sfida gli Dei casca malissimo. Eh ma io non casco mai! disse il supereroe, è impossibile! E fu proprio così. Quando vide la sua storia, Atena strabuzzò i suoi larghi occhi: era la migliore mai tessuta, persino le Parche in tanti eoni non avevano mai concepito roba del genere. E tuttavia chi sfida gli Dei va punito: pertanto Atena condannò il supereroe a rivivere quella storia per sempre. Ogni cinque, massimo ogni dieci anni, un narratore o una major cinematografica lo avrebbero fatto ricominciare da zero: di nuovo si sarebbe trovato in quel laboratorio di chimica e sarebbe stato morsicato da un ragno radioattivo, e suo zio sarebbe morto assassinato eccetera eccetera, nei secoli dei secoli dei secoli. Hai scritto la storia migliore? Non te ne libererai mai. 

Non è Octopus e non è Venom; non è nessuno dei trentadue goblin. Non è J. J. Jameson (che ci manca tantissimo, torna JJJ). Il peggior nemico dell'Uomo Ragno, da sempre, è sé stesso. No, non il suo clone (ma è indicativo che nessun altro supereroe abbia avuto tanti problemi coi cloni). Proprio sé stesso. Il suo essere, banalmente, il miglior supereroe possibile. Quello che salta tra i grattacieli e schizza ragnatele: non ce n'è uno più spettacolare di lui, né sulla carta né sullo schermo. Se ci fosse lo sapremmo, perché è da mezzo secolo che ci provano. Spidey piace perché è un insetto? Hanno provato con qualsiasi altro insetto. O forse piace perché è un ragazzino? Hanno provato con tanti altri ragazzini. Sarà l'ironia? Abbiamo avuto ondate di supereroi ironici, ma niente da fare. Abbiamo avuto anche un milione di variazioni sul tema: dozzine di Donne Ragno e Uomini Ragno potenziati. Ultimamente va forte uno Spiderman nero - per dire, la gente che si lamenta che Zia May nel film è troppo giovane, li legge i fumetti? Lo sa che nei fumetti esistono Zie May giovani, Spidermen neri, Peter Parker in pensione? Per dire che le hanno provate veramente tutte. Niente.

Non riescono a cambiare nemmeno il costume. Steve Ditko lo inventò nel 1963, e in capo a un anno si era già stancato di disegnarci le ragnatele. Hanno provato a semplificarlo, a renderlo più d'impatto: niente da fare. Alcuni costumi di Spiderman sono diventati dei personaggi a sé, ma Spidey resta rosso e blu. Ormai quando prova a cambiare costume lo sai già, che è solo una finta per far impazzire i lettori.

The Amazing Spider Man, #1 Annual 

Il peggior nemico di Peter Parker non è Elektro e non è senz'altro l'Avvoltoio, quel poveraccio. Il peggior nemico di Spiderman è il suo successo. Il suo creatore pensava a un supereroe con superproblemi, ma come fai a essere credibile se qualsiasi tua versione va a ruba, il tuo merchandising è una solida certezza, e al cinema vorrebbero farti un film all'anno? Come fai a sembrare fresco come un teenager, dopo cinquant'anni di produzione industriale? Come fai a ripresentarti dopo 15 anni e cinque film e dire, ehi, azzeriamo tutto per la terza volta, sono di nuovo un semplice liceale che scopre di restare attaccato ai muri?

Ma soprattutto: come fa la Marvel a non sbagliare un colpo? (Continua su +eventi!)

Ma soprattutto: come fa la Marvel a non sbagliare un colpo? A riprendere un eroe oggettivamente un po’ consumato – gli ultimi due episodi Sony non erano andati benissimo – e a ridargli vita come se fosse un concetto appena inventato? Come fa a inserirlo in una saga cinematografica già pesante e sfaccettata come quella degli Avengers, riuscendo però a suggerire forte e chiaro il messaggio che Spiderman sarà sempre un’altra cosa, una cosa un po’ a parte (una dinamica non troppo diversa da quella dello Spidey originale coi Fantastici Quattro)? Ammettiamolo, è un po’ irritante il modo in cui la Marvel sembra sempre arrivare al risultato – e senza darci nemmeno la consolazione di gridare al colpo di genio, perché non c’è niente di geniale in Homecoming: c’è solo il lavoro di squadra di un pool di sceneggiatori che sa fare il suo mestiere e non disprezza il suo pubblico. Uno degli aspetti più appariscenti dell’operazione – il ringiovanimento di Zia May – sembra alla fine più un trucco per attirare un po’ di polemica fine a sé stessa: Marisa Tomei è ovviamente perfetta, ma è dosata con il contagocce. Una trovata brillante è quella di riassumere la puntata precedente (il siparietto di Spidey in Civil War) con la sintassi di Youtube. Nota l’abissale differenza con Suicide Squad e la sua mezz’ora di preambolo in formato trailer: mentre la Warner tratta gli adolescenti come bimbominchia a cui somministrare riassuntini, Homecoming si pone il problema di capire come si raccontano, oggi, i liceali: con quali mezzi, con quali risultati. Perché ogni generazione ha le sue differenze, anche se a una certa distanza non sembrano un po’ granché, se lavori per loro queste differenze sono importanti. La Marvel lo sa, ma non si dimentica nemmeno tutti i quaranta-cinquantenni che continuano imperterriti a entrare al cinema a vedersi i suoi film. Quelli che forse non avevano più voglia di vedere per l’ennesima volta lo zio Ben morire, ma a tante altre cose non saprebbero rinunciare.

E la Marvel gliele dà. C’è una breve scena – quella dell’ascensore – che dà le vertigini per la quantità di riferimenti che contiene in pochi secondi. Quando vediamo l’inesperto Spiderman tentare il salvataggio della sua bella che precipita, non possiamo non pensare a Gwen Stacy. Quando un attimo dopo si trovano tête-à-tête – lui ovviamente in posizione invertita – qualcuno sussurra “baciala” e non possiamo non pensare a Tobey Maguire e Kirsten Dunst. Non sono inutili strizzate d’occhio: la scena è spettacolare e funziona, probabilmente, anche per chi tutti questi precedenti non li conosce; ma chi ha già qualche dimestichezza con Spidey si sentirà più in ansia quando Liz cade; e sta già dicendo “baciala” prima che si senta forte e chiaro. Se Spidey è condannato a rivivere la stessa storia ogni tot anni, noi possiamo ogni volta trovarci a nostro agio e scoprire qualcosa di più, qualcosa di meglio. È questa semplice, banale cosa che alla Marvel hanno capito. Forse perché a cucinare gli stessi personaggi da cinquant’anni ci sono abituati. Homecoming non è un capolavoro – nemmeno ci prova: si ferma di fronte a certi punti fermi quasi con riverenza: costruisce una scena notevole come quella del traghetto che sembra fatta apposta per farti pensare: non sono ancora lo Spiderman di Raimi che salvava quel treno sul binario sospeso e poi veniva salvato dai passeggeri; ma sto crescendo, dammi il tempo di fare i miei disastri e vedrai.

Anche se la trovata migliore del film resta il riscatto dell’Avvoltoio. Michael Keaton trasforma uno dei personaggi più patetici dell’universo Marvel – la tipica invenzione che Stan Lee poteva buttar giù in cinque minuti al gabinetto – un antieroe spaventosamente simpatico, che ha quasi il compito di mettersi tra noi genitori e Spidey: non provateci neanche, dice Keaton, i giorni in cui vi potevate immedesimarvi in un Tobey Maguire sono finiti. Oggi voi somigliate a me. Vi sentite presi a pugni dal sistema e fareste qualsiasi crimine per garantire ai vostri figli un futuro migliore. Keaton non ruba il film al suo eroe – la Marvel è troppo sgamata per commettere un errore del genere – ma è il primo villain della Casa che avremmo voglia di rivedere in un sequel. E se le cose vanno così non dovremo nemmeno aspettare molto. Nel frattempo Spiderman: Homecoming è ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:30, 22:00), al Fiamma di Cuneo (21:10) e al Multilanghe di Dogliani (21:30).

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Vasco Rossi, Andrea Pazienza, un piccolo mistero

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Vergine di servo encomio, e inverecondo eccetera, io in questi giorni ho preferito pregare che tutto finisse bene; e senz'altro mi perdonerete se non sono passato di qui a scrivere che come un po' tutti Vasco l'ho odiato e poi amato e poi odiato e da un certo punto in poi era semplicemente parte del paesaggio.

Potrei anche aggiungere che questo concerto - con tutte le sue assurdità logistiche, traslochi di ospedali, caselli bloccati, vigili in trasferta da tutta la regione - è stato per me perfettamente coerente con quello che Vasco è stato sin dall'inizio: un personaggio un po' fuori, non cattivo no, ma vagamente molesto, imposto di prepotenza dai fratelli maggiori. È così oggi, era così trent'anni fa. Io non ho, in realtà, fratelli maggiori, ma i miei amici sì, ed erano quelli che sul pulmino ci imponevano Vasco nei rari momenti in cui avremmo voluto e potuto condividere qualcosa di culturalmente più rilevante, oh, niente di trascendentale, i Simple Minds o i Cure, ma no: bisognava ascoltare Vasco, perché c'erano le parolacce che facevano ridere, il negro e la troia e la nostra cultura doveva essere quella lì. (Il punto è che dieci anni dopo ci erano riusciti, eravamo intorno a un fuoco e cantavamo il negro e la troia e ridevamo, di Vasco e di noi).

La BBC era la radio di Red Ronnie, credo.
Magari nel frattempo avevamo messo su dei gruppi, cominciavamo a fare musica nostra - ma prima o poi ti toccava suonare Vasco. Perché funzionava, era davvero parte del paesaggio, veramente facile da eseguire e di presa sicurissima, insomma, dopo un po' ci si arrendeva a quella pronuncia strascicata che sui treni deliziava coetanee calabresi e pugliesi (siete di Modena? Ma vicino a Zocca?) Il fenomeno più inquietante però era una specie di rinvaschimento, una cosa delle cose più orribili a cui mi sia capitato di assistere: vedere una persona amica, in seguito a un trauma sentimentale o professionale, smettere di ascoltare, chessò, i Depeche Mode e i Joy Division, cambiare guardaroba e tornare a Vasco (il modo poi in cui Vasco è riuscito a passare da emblema del fattone drughè a cantore della medissima borghesia artigiana meriterebbe uno studio a parte: come un certo tipo di immaginario a un certo punto sia slittato dalla bohème alla birreria).

A tutti.
Di tutto questo probabilmente ho già parlato - colgo invece l'occasione per mettervi a parte di un enigma che mi ha tormentato per anni, e della sua banalissima soluzione. Tra le cose molto più culturalmente rilevanti che gli anni Ottanta emiliani hanno contribuito a produrre, c'era Andrea Pazienza. Ovviamente ai tempi di Colpa d'Alfredo non lo sapevamo - avrebbe dovuto morire perché io me ne accorgessi almeno un po'. Poi ci furono anni di immersione integrale - in un materiale che assomigliava stranamente ai miei ricordi pre-puberali: siringhe dappertutto, scoppiati misteriosi, un senso di crudeltà incombente che nei primi anni Novanta non sentivo più. Ne riaffiorai esausto, con la sensazione di aver ritrovato un tempo perduto e un curioso interrogativo: com'è che Pazienza non ha mai parlato di Vasco Rossi? Neanche in una vignetta - e se qualche fanatico qui ha presente la Prolisseide, sa che Pazienza una vignetta l'ha elargita a tutti. A Vasco no.

Da un punto di vista biografico, i due si dovevano essere incrociati per forza: non è poi così grande Bologna. Rossi (che in un primo momento avrebbe voluto iscriversi al Dams, poi optò per Economia e Commercio) la molla nel '75 perché a Modena i subaffitti costano meno, Pazienza era arrivato da un anno. Da un punto di vista antropologico, per quanto entrambi fuoricorso cronici, erano di due tribù diverse: Vasco è un provinciale di collina, radicato nel territorio; non diventerà nessuno finché non riscoprirà la sua gente, irrorandola con la radiolina locale. Pazienza è un fuorisede, sradicato e apparentemente più cosmopolita: e poi soprattutto non aveva fratelli maggiori che gli imponessero Siamo solo noi mentre lui voleva ascoltare The Torture Never Stops. E però, insomma, parliamo più o meno della stessa città, più o meno degli stessi anni, più o meno delle stesse droghe - possibile che non si siano incontrati mai? Neanche quando erano diventati famosi e Pazienza si era messo a disegnare copertine di 33 giri per Vecchioni, per la PFM, per Caputo, per tutti? O c'era qualcosa dietro, una rimozione? Quale orribile sgarbo avrebbe dovuto commettere VR ad AP, perché lui lo condannasse alla damnatio memoriae? E quale morale dovevamo trarre da una storia che aveva fatto sopravivere VR e morire giovane AP, gradito agli Dei ma sostanzialmente sconosciuto dai duecentomila spettatori di ieri sera?

A un certo punto mi ero anche affezionato all'enigma, una specie di versione emiliana di "perché Freud e Schnitzler, vivendo a Vienna, non andavano a bersi birre insieme?" Mi faceva in un certo senso comodo, per come chiudeva due immaginari potenzialmente sovrapponibili in due compartimenti stagni: '77 bolognese e anni Ottanta in provincia, nessuna comunicazione. Alla fine si trattava di due universi paralleli: in quello di Vasco, Pazienza non aveva mai disegnato Pentothal; in quello di Pazienza, Vasco è uno sballato che mastica nel buio in un angolo di vignetta e poi scompare. Le cose non potevano che stare così, finché qualche anno fa non incappo in un video che aveva tirato fuori Red Ronnie.

Avrei dovuto immaginarlo che l'anello mancante era Red Ronnie. A proposito di rimozioni: si vorrebbe sempre farne a meno di RR, mentre è figura centrale come poche: anche lui come Vasco dj radiofonico improvvisato, ma a Bologna; tutti gli anni che noi abbiamo avuto a disposizione per sottovalutarlo, Pazienza non li ha vissuti. Lui quando disegnava a Bologna ascoltava la diretta di Red Ronnie, e quando da Bologna se ne dovette andare, Red Ronnie andò a trovarlo e lo intervistò, nell'84. Secondo RR, Pazienza aveva proprio in quel giorno appreso che la sua ex compagna stava col migliore amico. Non è che dobbiamo crederci per forza. Sicuramente era molto scosso da una vicenda sentimentale. Quando RR se ne accorge, decide di infilare il dito nella piaga, ottenendo un risultato che per anni decise di non divulgare - forse un soprassalto di pudore, o forse troppo forte lo choc della scoperta: il fumettista cinico che aveva appena pubblicato le storie più crudeli di Zanardi, era un tenero ragazzo che si struggeva perché una ragazza lo aveva lasciato. Sosteneva di avere 28 anni, ne dimostrava meno. A un certo punto - e sembra un modo di cambiare argomento, ma non lo è - Red Ronnie gli domanda di Vasco Rossi e Andrea Pazienza (che nei suoi fumetti citava Zappa, i Sex Pistols, i Residents), risponde che gli piace; con un'intuizione folle, Red Ronnie gli chiede di intonare Albachiara di Vasco Rossi: e Andrea Pazienza, disperato, vergognandosi molto, lo fa.

E all'improvviso tutto è chiaro. Un caso, fin banale, di rinvaschimento. Andrea Pazienza non ha mai parlato di Vasco Rossi perché, probabilmente, gli piaceva davvero: e di questo piacere si vergognava. Per quanti motivi avesse, come noi per non sopportarlo, di fronte a un'Albachiara e a un cuore spezzato tutti i motivi del mondo sparivano. Respiri piano per non far rumore, ti addormenti di sera e ti risvegli col sole. Sei chiara come un'alba, sei fresca come l'aria. Diventi rossa se qualcuno ti guarda e sei fantastica a... 28 anni. Ci ho 28 anni. Non ne avrebbe compiuti 33. Forse gli sarebbe piaciuto rinvaschirsi, trasformare il suo materiale ancora tanto infiammabile in qualcosa di più commerciale, più popolare; gli sarebbe piaciuto invecchiare e diventare un monumento come quello che abbiamo ammirato in tv. Forse: ma qualcosa è andato storto; e non me ne faccio una ragione.
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Wonder Woman nel Paese dei Mansplainers

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Wonder Woman (Patty Jenkins, 2017)

Oltre il grande mare, figlia mia, vivono i Maschi. Un giorno li incontrerai. Da cosa li riconoscerai? Dalla barba, se va ancora di moda; da come si sbracano sui sedili dei mezzi pubblici - ma molto più probabilmente da come ti interromperanno mentre parli. Ti giuro. Non è una leggenda: magari stai raccontando la tua ultima battaglia, e loro, senza aspettare che tu finisca la frase, cominciano a spiegarti che le cose sono molto più complesse di quel che credevi; che non è tutto bianco o nero; pensa, esiste anche il grigio!; che certe volte un male è un bene, un armistizio serve a prolungare la guerra e un'arma chimica può servire a fare la pace. Figlia mia, il giorno che li incontrerai, tu magari ascoltali.

Poi menali tutti - neri, bianchi, grigi - non importa. Dagliene tante, figlia mia. Anche se non sai il perché: loro senz'altro lo sanno. Magari - se sopravvivono - te lo spiegheranno.

Il 2017 è un anno storico per l'uguaglianza di generi ed etnie al cinema. Dopo tanti cinecomics, finalmente ne abbiamo avuto uno al femminile, Wonder Woman - e in breve la Marvel ci darà il suo primo film concentrato su un supereroe nero, Black Panther! Non è incredibile, però, che ci sia voluto tanto? Mentre tutto intorno il nostro immaginario si faceva sempre più multicolore e multigenere; mentre i cast dei film d'azione riservavano sempre più posti alle minoranze, e sempre più spesso il ruolo della protagonista a una donna, non è curioso che i cinecomics siano arrivati a un risultato del genere così lentamente?

È incredibile come facesse ridere
già dal poster (quelle orecchie, dio),
No.

Non è incredibile e non è nemmeno così vero, visto che 13 anni prima di Panther e Wonder Woman, Halle Berry era già Catwoman in un film che nessuno ricorda volentieri; soprattutto a casa Warner. E può darsi che quel flop, neanche il primo (Elektra, Supergirl) sia in un qualche modo responsabile del ritardo con cui la principessa amazzone arriva sul grande schermo: buona ultima dopo personaggi molto meno iconici e meno popolari (Ant-Man...), in un momento di iper-inflazione del genere a cui sempre più gli studios reagiscono proponendo personaggi collaterali e bizzarri: il supereroe che dice le parolacce, i supercattivi tuttitatuati, i procioni parlanti. Ecco il primo cinecomic al femminile arriva nell'anno del secondo film su un procione parlante. Furries 2 - Femministe 1, palla al centro.

La cosa sarebbe molto meno rilevante di quel che sembra, visto che grazie al cielo al cinema non ci sono soltanto supereroi, e nemmeno quel segmento molto chiassoso, cialtrone e culturalmente rilevante che sono i film d'azione. Prendi una qualsiasi saga young adult, da Hunger Games in poi; prendi Jennifer Lawrence, prendi Charlize Theron in Mad Max 4. Prendi Scarlett Johansson, a cui la Marvel non ha voluto dedicare un film solista, forse perché sarebbe costato troppo, e nel frattempo è diventata protagonista di una saga giapponese e di una francese. Prendi Angelina Jolie e Milla Jovovich che nel 2004 (13 anni fa!) mentre Gal Gadot diventava Miss Israele ed entrava nell'esercito, erano già protagoniste di saghe sparatutto. Persino in Fast and Furious le donne sono sempre più rilevanti: persino nei Transformers. Eppure c'è davvero chi ha aspettato il 2017, e l'arrivo di Wonder Woman, per festeggiare un traguardo nelle pari opportunità. Non è solo la storia a rendere omaggio alla bella semplicità dei tempi andati (c'è un'eroina buona ma ingenua che deve sconfiggere un cattivo astuto): anche il dibattito critico sembra arrivare da un tempo lontano in cui poteva sembrare incredibile che una donna prendesse al lazo i nemici anziché rammendar loro i calzini.

Lei è perfetta e arriva da una piccola terra di fieri combattenti
che l'hanno forgiata e le hanno spiegato che il Bene è il Bene
e il Male è il Male. NO NON STO PARLANDO DI ISRAELE:
È LA TRAMA DEL FILM. Oh maledizione.
C'è persino chi trova molto femminista il fatto che ci sia una donna anche tra i cattivi! - malgrado a conti fatti sia una sgobbona che prende gli ordini dai superiori. (Forse, se uno avesse la pazienza di controllare, scoprirebbe che era più femminista la cattiva Sharon Stone in Catwoman) (ma in generale di cosa stiamo parlando? Di donne perfide il cinema è pieno credo dagli anni Venti).

A questo punto però devo rammentare che sono un maschio eterosessuale, e forse la mia posizione non mi permette di capire che enorme salto in avanti sia, un film su Wonder Woman, per tutte le ragazze e bambine del mondo: soprattutto nei mercati emergenti, dove forse la Jolie e la Jovovich non sono arrivate così presto e così bene. Forse tutto quello che ho scritto fin qui è un lungo e ponderato mansplaining. Forse.

Ma anche in quel caso che altro posso fare, a parte recitare fino in fondo la mia parte di noioso maschio che spiega l'ovvio? Per me parlare di femminismo per questo film è fare un torto sia al femminismo sia al film. Quest'ultimo è divertente: probabilmente il migliore prodotto fin qui dall'universo cinematico Warner - dopo due mostri senza capo né coda né senso come BvS e Suicide Squad. È una storia dedicata all'origine di un singolo eroe, e per quanto la formula sia inflazionata è comunque più fresca dei polpettoni a più personaggi che la Warner ci doveva assolutamente propinare.

C'è una periodizzazione un po' più originale del solito (la Prima Guerra Mondiale, in tutto il suo orrore che a un secolo di distanza sembra ancora fantascienza apocalittica); c'è un prologo mitologico un po' kitsch ma che si riscatta con una delle cose più assurde e divertenti che ho mai visto sul grande schermo: Robin Wright che guida un assalto di amazzoni a cavallo contro delle truppe di sbarco tedesche.


La profezia si sta realizzando.
C'è soprattutto una meravigliosa Gal Gadot che più che una donna è una bambina: uno spirito ingenuo e puro che difende le ragioni semplici dei bambini nel mondo complicato, deludente e orribile degli adulti. Diana fugge dalla sua isola con un'idea molto semplice - distruggere il Male - e lungo la sua strada non farà che trovare personaggi maschili che opporranno alla sua morale fanciulla le obiezioni degli adulti: sensate ma insoddisfacenti, com'è giusto che sia in un film che prima di pensare alle pari opportunità, pensa ai suoi spettatori bambini. Diana sa tutto tranne come ci si veste e come ci si comporta; in combattimento non ha rivali ma non sempre ha chiaro quali siano i veri nemici. Persino la personificazione (maschile) del Male, quando alla fine si rivelerà, avrà un paio di cose da insegnarle. Insomma tutto questo femminismo non lo vedo: non vedo nemmeno troppo maschilismo perché ho la sensazione che il film sia solo il primo capitolo di una storia, e che l'ingenuità di Diana abbia un senso narrativo, più che ideologico. La Diana odierna, già intravista in Batman v Superman, non sembra più avere bisogno che i suoi colleghi maschi in mantello le spieghino chi combattere e perché. Anzi, speriamo che nei prossimi film accada spesso il contrario, visto che ora Diana sembra il personaggio con più esperienza alle spalle. Ma soprattutto speriamo che siano guardabili: Wonder Woman grazie al cielo (e alla regista) lo era. Dopo tre settimane lo si vede ancora al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (19:50, 22:40) e al Multisala di Bra (20:00)

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Wolverine sanguina! (finalmente)

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Logan (James Mangold, 2017)

Frank Miller, 1983.
Logan è il migliore in quello che fa. Ma quello che fa non si può mostrare in un cinecomic per bambini. È il solito problema. Spiderman può appiccicare i cattivi alle pareti con una colla speciale che non lascia alla polizia nemmeno la fatica di ripulire; Iron Man può stordirli con qualche tipo di raggio che non lascia segni; Superman o Batman trovano sempre il modo di stendere a cazzotti dei nemici che non riportano mai commozioni cerebrali gravi. Persino il Terribile Hulk al massimo i suoi nemici li scaglia a km di distanza, a suo modo è pulito: niente sangue. Ma Logan è... Wolverine, e Wolverine ha questi artigli affilati d'adamantio con i quali non è che possa dare un buffetto agli avversari.

È sempre stato così, anche sui fumetti: gli altri eroi in costume possono anche fingere di non essere assassini, Logan questa ipocrisia non se la può permettere. Quante volte ha accostato un pugno al torace o al volto del suo nemico, quante volte abbiamo letto "SNIKT" nella vignetta successiva, senza che il disegnatore si mettesse nei guai mostrandoci i dettagli della macelleria? Ma se Wolverine è sempre stato così difficile da gestire, a chi è venuto in mente di farne un eroe in carta e pellicola? Ai lettori.

Logan non era nato per fare l'eroe. All'inizio era una comparsa in una storia di Hulk, uno di quegli antieroi esotici dai nomi buffi e dai poteri bizzarri che devono prenderle dal titolare della serie. A metà degli anni Settanta si trova inquadrato quasi suo malgrado in una banda di personaggi di secondo livello riciclati nel tentativo abbastanza disperato di salvare una testata. La testata è X-Men e nel decennio successivo diventerà anche grazie a Wolverine la più fortunata dell'universo Marvel, eppure già nei primi numeri Logan rischia il licenziamento: viene salvato da uno dei disegnatori, Byrne, per una questione di mero campanilismo (è l'unico eroe canadese). Ma all'inizio davvero non si sa come gestirlo: c'è anche qualche tentativo di utilizzarlo come una spalla comica, il tappo incazzoso che si arrabbia per primo e le prende più di tutti. Paperino. Poi piano piano il personaggio rivela delle potenzialità.

I lettori scoprono che è più vecchio degli altri; che sotto la maschera ha due basette d'altri tempi; che gli artigli non sono un gadget, ma parte del suo scheletro, per quanto questo sia anatomicamente impossibile; che le sue origini sono molto più intricate di quelle di qualsiasi altro eroe, e forse per sempre occultate da multipli lavaggi del cervello; che tutte le persone a cui vuol bene finiscono male; che guarisce da qualsiasi ferita con una velocità che varia a seconda delle esigenze di sceneggiatura, da pochi minuti a qualche giorno: quanto basta per renderlo protagonista di una serie di storie in cui prima viene massacrato da qualche nemico prepotente, poi risorge cristologicamente per vendicarsi con operazioni di chirurgia sommaria senza anestesia. Erano ancora i primi anni Ottanta e i lettori della Marvel non avevano mai letto o visto cose del genere. Wolverine, a una certa distanza è più facile capirlo, è il primo eroe americano post-Vietnam: è un reduce, è un mostro, si vergogna ma è pur sempre il migliore in quello che fa. Più vicino a Rambo che a Capitan America, Wolverine era l'eroe perfetto per far annusare un po' di sangue ai lettori preadolescenti che non potevano più riconoscersi in un Superman perfettino o uno Spiderman Bello di Nonna. Dopo di lui i fumetti si sarebbero riempiti di cloni, cyborg e ninja, tutti un po' troppo sbilanciati rispetto all'originale: con Wolverine la Marvel aveva azzeccato per puro caso il mix migliore tra umanità e ferinità.

Questo tipo di cose.
Wolverine è anche uno dei primi eroi Marvel ad arrivare al cinema, nel film che anticipa la moda dei cinecomics, il primo X-Men. Era il 2000 e nel ruolo di Logan c'era già Hugh Jackman. Nei successivi 17 anni ha interpretato lo stesso personaggio in otto o nove film, credo che sia un record. Per me - se solo me l'avessero chiesto - era fuori parte sin dall'inizio: Logan è un animale che lotta per diventare umano e restare tale, Jackman è un attore di Broadway, canta e balla e in smoking sta una favola (non ho nemmeno idea di quante volte l'ho scritta, questa cosa). Bisogna però ammettere che ce l'ha sempre messa tutta. Scegliere un damerino per interpretare una macchina da uccidere la diceva lunga, già nel 2000, sull'approccio che la Fox aveva deciso di dare al personaggio e in generale a tutti gli X-Men: proprio mentre i fumetti si diversificavano e cercavano di crescere coi loro lettori, i cinecomics mantenevano la barra sul grande pubblico e cercavano di non allontanare i minori di 13 anni, il che almeno negli USA significa niente nudità e (quasi) niente sangue. E gli artigli? Eh. Col contagocce, o con nemici deumanizzati (ad esempio un cyberg-samurai gigante). Non aveva neanche molto senso lamentarsi, i supereroi al cinema si facevano così. Mentre il Wolverine cartaceo diventava uno zombie, un vampiro, un vendicatore, un preside, moriva, veniva sostituito da un clone con le tette (e gli artigli anche nei piedi), risuscitava ma più vecchio, quello sullo schermo sembrava condannato a roteare gli artigli in rassicuranti numeri di danza, finché...

Si chiama Dafne Keen: non è un amore?
Finché l'anno scorso un tizio improbabile in costumino rosso e fattore rigenerante, Deadpool - un supereroe di seconda fascia che senza Wolverine non sarebbe esistito nemmeno nella fantasia di un aspirante sceneggiatore di otto anni - non ha sbancato i botteghini con il primo vero cinecomic vietato ai minori di 14: un bel paradosso, per un film che non aveva molto da dire ai maggiori di 16. Ma insomma, in un panorama ormai inflazionato si è scoperto che i film di supereroi con sangue e nudità non solo si possono fare, ma funzionano meglio degli altri. E quindi? Avanti con le nudità, direte voi. Seh, magari.

Il passo successivo della Fox è stato convincere Jackman a rimettersi per un'ultima volta quei maledetti artigli, ma stavolta per usarli davvero (Continua su +eventi!)

Logan è il primo film in cui Wolverine può mostrare quello in cui è il migliore: mutilare, decapitare, infilarti tre artigli nelle parti più molli del cranio e strappartelo via in scioltezza. Il fatto che sia stato annunciato come l'ultimo cinecomic di Jackman non dovrebbe lasciare molti dubbi su come andrà a finire: al suo fianco una bambina che sembra già pronta a prendere il testimone, e un memorabile Patrick Stewart: anche per lui non è solo il film d'addio a un personaggio impersonato per due decenni (il professor X), ma anche l'occasione per farci piangere più di rimpianto che di nostalgia: che grande attore, che eroe fantastico avrebbe potuto essere, se dal 2000 in poi la Fox ci avesse creduto un po' di più, se avesse messo in scena storie appena un po' più potenti. James Mangold dirige una cupa storia di riscatto e macelleria con lo stesso presagio di fine incombente: quando gli ricapita di avere un Wolverine con gli artigli in fuori? La sua idea migliore è aver stravolto completamente la storia a fumetti a cui il film in teoria si doveva ispirare. Qua è là c'è finalmente qualche idea originale che non rende Logan un capolavoro, ma probabilmente il cinecomic più interessante che vedremo quest'anno, e forse l'unico caso in cui la pellicola funziona meglio del fumetto. Se negli altri film la violenza veniva censurata, qui è talmente esibita che dopo un po' viene a noia - il che è perfettamente in linea col personaggio, un vecchio felino che non ne può più di ammazzare ma non riesce a starne fuori: e comunque è sempre il migliore. Logan è al Cityplex di Alba (19:00, 22:00, 21:00); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:00, 22:45); all'Impero di Bra (20:00, 22:30);  ai Portici di Fossano (18:30, 21:15) all'Italia di Saluzzo (21:30); al Cinecittà di Savigliano (21:30)

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Toccata e fuga

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Quando ero ancora piuttosto piccolo, dopo le cene dai nonni che ricordo lunghissime, me ne andavo a rovistare tra i vecchi fumetti - Oscar Mondadori ingialliti, con le vignette piccolissime, c'era roba fantastica lì dentro, c'era il primo libro italiano dei Peanuts (Il bambino a una dimensione con prefazione di Eco), c'era BC, c'era Bristow, c'era il Topolino di Gottfredson (La banda dei piombatori! Il mistero delle collane!), c'era la primissima e quasi illeggibilissima versione di Spirit, tanto erano piccola vignette, insomma c'era tutta l'educazione di cui avevo bisogno. E poi c'era, un po' sopra gli altri quasi a tenermelo lontano, un volume di storie strane, che mettevano paura. Erano fumetti tratti da racconti di Ray Bradbury, alcuni (seppi poi) famosissimi, altri introvabili, come questo. Quel volume è l'unico che ho sentito l'insopprimibile necessità di trovare su ebay, qualche anno fa, quando ero in cerca di storie di Halloween che facessero paura sul serio. Pubblico qui una di quelle che mi fecero più impressione - ci penso ogni volta che faccio le pulizie, in realtà non così spesso. Buon Halloween a tutti.













































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La vera Squadra Suicida si chiama Warner Bros

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Suicide Squad (David Ayer, 2016).

Com'è che i nemici di Batman e di Superman scappano sempre di prigione? Non ci stanno mai più di qualche mese, se sciogli l'acido nell'acquedotto di Gotham City ti danno massimo tre settimane con la condizionale. Era ancora l'Età dell'Argento dei fumetti di supereroi, gli anni '60 nel mondo reale, quando qualche lettore cominciò a porsi il problema: è verosimile che Joker esca dal manicomio criminale ogni tre per due? Perché i lettori di fumetti sono così. Possono accettare che Superman abbia il superudito e la supervista, ma dev'essere calato in un contesto verosimile. E gli sceneggiatori questa cosa la capiscono, e invece di farsi due risate si sforzano di trovare spiegazioni, per esempio... c'è un superservizio segreto che arruola i supercriminali in missioni suicide in cambio di sostanziosi sconti di pena. Batman lo sa ma non ci può fare niente, ha le bat-mani legate.

Avete quindici minuti per incontrarvi, raccontarvi che siete uno più cattivo dell'altro, ammazzare gli altri cattivi
e sviluppare un maschio senso di cameratismo. 
Nasceva così lo Squadrone Suicida. Una banda di antieroi che possono anche morire ammazzati, un modo di riciclare vecchi personaggi prima che cadano nell'oblio, un minestrone con avanzi particolarmente speziati. Mezzo secolo dopo, chi abbiamo in cartellone? Il solito super-tiratore scelto (Deadshot), la ganza di Joker, un australiano che si fa chiamare Capitan Boomerang, un tizio squamato, una samurai letteralmente imbucata all'ultimo momento, altra gente abbastanza mostruosa che è lì per farsi ammazzare prima dei titoli di coda, glielo leggi in faccia (glielo leggi dai tatuaggi), insomma, chi è così disperato da aver bisogno di una squadra così?

La Warner Bros?

Da qualche parte ai piani alti della Warner Bros dev'esserci un gruppo di, come definirli, diversamente umani. Qualche figlio di, qualche ragazza di, qualcuno che passava di lì e aveva bamba per tutti, una squadra di iperattivi ipodotati che se hanno mai sfogliato un fumetto non riuscivano a decifrare le scritte nelle nuvolette; se mai sono entrati in un cinema, si sono addormentati dopo i trailer. Una gang di deficienti con una missione suicida: salvare il cinema da sé stesso. Perché andiamo, dopo 15 anni di cinecomics, non sentite anche voi una certa stanchezza? Nell'anno in cui abbiamo già visto Batman pestare Superman e incontrare Wonder Woman, i Fantastici Quattro horror, gli X-Men anni Ottanta, gli Avengers che litigano, Deadpool che scoreggia, e potrebbe andare avanti così per decenni, i calendari sono pieni di uscite fino al 2020, nelle fumetterie c'è un archivio di trame e personaggi praticamente inesauribile... chi può fermare il treno in corsa? Chi può salvare il cinema da tutto questo? La Warner può. La Warner può colarsi a picco prendendo i supereroi e i supercattivi più popolari del mondo e buttarli in film senza senso finché il pubblico non si stufa. Sembra impossibile, ma può funzionare.

"Zio la vetrina è il simbolo,
se non spacchi la vetrina non sei nessuno".
Uno potrebbe obiettare che insomma, stiamo parlando della Warner. I film li sapranno ben fare (sennò, cosa?) Se i cinecomics non sono il loro forte, hanno un sacco di esempi da imitare. E invece no. La Warner continua a fare di testa sua e continua a non capirne niente, è uno spettacolo a suo modo meraviglioso, e assai istruttivo. Alla fine uno il film non se lo guarda per il nuovo Joker con le protesi dentali o per Margot Robbie che fa le boccacce, ma per vedere la Warner che brucia milioni di dollari abortendo un universo cinematico, la Warner che prova a copiare la Marvel ma non ci riesce perché ci vuole un po' di impegno, un po' di applicazione anche a copiare. In dieci anni la Marvel ha messo assieme una ventina di personaggi, alcuni dei quali familiari al pubblico come vecchi amici: non c'è più bisogno di presentarli, niente flashback, bastano dieci minuti di Robert Downey Jr, cinque minuti di Scarlett Johansson, e nel frattempo si libera lo spazio per introdurre nuovi personaggi (meno costosi). Però la Marvel per arrivare a questi crossover ci ha messo dieci anni: su Downey/Iron Man ci ha imbastito una trilogia; alla Warner no, alla Warner hanno fretta, alla Warner ti danno un film solo per rilanciare Batman, presentare Wonder Woman e ammazzare Superman. Hanno troppa fretta di fare i film per fermarsi a farli decenti, è una cosa incredibile. Fanno i crossover prima di creare i personaggi, fanno le frittate senza uova e ne avrebbero di ottime in frigo, le uova più famose del mondo, ma non c'è tempo! Non c'è tempo per romperle! Anche i cattivi: tutti fuori in un film solo, via, che problema sarà mai? Sono cattivi, sono tutti tatuati e colorati, nei trailer sembreranno fighissimi.

Già, i trailer.

Ecco quel che sanno fare alla Warner: i trailer (continua su +Eventi!)


Per cui a un certo punto qualcuno deve aver proposto la cosa: ma perché non ce ne fottiamo della struttura del film, del ritmo, della costruzione dei personaggi, e non montiamo semplicemente una ventina di trailer movimentati e colorati? Ai ragazzini piacciono, magari riusciamo a non addormentarne qualcuno. L'idea che si possa sostituire una storia con la pubblicità della storia è di un'arroganza, di un'ignoranza spettacolari. Da qualche pezzo di trama che emerge qua e là in mezzo a questo carosello di esplosioni e smorfie si capisce che David Ayer una storia se l'era immaginata (uno squadrone di antieroi votati alla morte lo aveva già messo in scena in Fury). Forse era una storia troppo noir, poi Deadpool ha fatto il botto col suo umorismo da spogliatoio delle medie e ai piani alti hanno deciso di spazzare via tutto e lasciar per terra i rottami. Una giovane archeologa scopre in un sito antichissimo uno Spirito che la possiede e che vuole dominare il mondo: avvincente, no? No? Come dite? è la storia più vecchia del mondo, la Mummia, vi cascano le palle? Vabbe', la riassumiamo in un trailer di tre minuti e ci mettiamo un pezzone classic rock in sottofondo. Un assassino nato, siccome è impersonato da Will Smith, vuole riallacciare i rapporti con la figlia preadolescente. Originale, vero? È tipo la trama di tutti i film d'azione con maschi stagionati per protagonisti, da Liam Neeson a Kevin Costner? Non importa, tanto te la riassumiamo in due minuti e ci mettiamo su un altro pezzone rock, dai che siamo la Warner. E poi c'è Joker, già, Joker.


"Però stavolta cattivi".

Joker secondo me è il personaggio più facile del mondo. Ti metti una maschera e fai il matto. Non devi avere giustificazioni, non devi avere scrupoli, fai una risata e strabuzzi gli occhi. Jack Nicholson, certo. Heath Ledger, mi rendo conto. Ma solo perché nessuno ha mai pensato a Costantino Vitaliano, io credo che sarebbe stato un buon Joker anche la Gegia con il trucco e il parrucco adeguato. Non a caso, nel vecchio telefilm di Batman, i cattivi tutti-matti li facevano fare agli ospiti, una volta lo ha fatto pure Liberace divertendosi tantissimo. Qui c'è Jared Leto, e non ho pregiudizi contro Jared Leto: almeno voleva farlo un po' diverso. Ma non gli danno il tempo. Non fa neanche in tempo a picchiare la sua ragazza, cosa che succedeva persino nei cartoni animati in tv e dava un senso a entrambi i personaggi. Cinque minuti di smorfie e risatine e poi passiamo ad altro. La seduzione della sua psicologa, una storia potenzialmente fortissima e inquietante, bruciata in tre scene con la voce fuori campo, manco fossimo in piazza col cantastorie che mostra i pannelli col dito: GUARDA-IL-PERFIDO-JOKER-SEDURRE-LA-PROFESSORESSA. È un film veramente suicida, nel modo in cui brucia sul suo cammino decine di storie e situazioni interessanti. Manipolazione, amour fou, folie à deux... che palle però dover raccontare tutta questa roba. Che palle dover raccontare qualsiasi cosa. Troppi dialoghi! Troppe cause ed effetti, noi vogliamo le esplosioni! Però, attenzione, nessuno si deve fare troppo male. Esplosioni per famiglie.

A un certo punto Harley Quinn - Margot Robbie, di cui tutti parlano bene - spacca una vetrina con la sua mazza iconica, e a chi le chiede conto risponde: Beh, che v'aspettate? Sono cattiva. I cattivi fanno queste cose, no? Spaccano vetrine. In effetti è la cosa più cattiva che la ragazza di Joker fa in tutto il film. Suicide Squad è quel figlio di papà che si concia da Black Bloc quando gli passa il corteo sotto casa, e poi si eccita ribaltando un cassonetto: rivoluzione! Cattivo come i tatuaggi che informano i passanti che sei un duro, perché altrimenti non ci farebbero caso e anche tu, allo specchio, qualche dubbio te lo faresti venire.

Suicide Squad ha fatto il pieno subito - era il minimo, con tutto il battage che c'era intorno - ma non è il colpo grosso che la Warner si aspettava per ridurre le distanza con la Disney/Marvel. In patria è crollato alla seconda settimana, come Batman v Superman (a dire il vero un po' meno). Viva il passaparola, e viva anche la pirateria, che punisce i film-evento non all'altezza dell'evento. E viva anche gli squadroni di pagatissimi deficienti che mandano in sala catastrofi del genere. Sono la nostra unica speranza di sopravvivere ai supereroi. Suicide Squad è al Fiamma di Cuneo (20:05, 22:45), al Multilanghe di Dogliani (21:30) e al Vittoria di Bra (20:00, 22:30).

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I mutanti non muoiono mai (quasi)

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X-Men: Apocalypse (2016, Bryan Singer)

I primissimi X-Men, quelli con la casacca
della Nocerina. Jean Grey sta già
battendo la fiacca.
Non è facile essere mutanti. Tutti ti odiano perché hai dei poteri incredibili che di solito non riesci a controllare. Ti verrebbe voglia di spaccare tutto - e invece di solito quella voglia è già venuta prima di te ai mutanti cattivi e tu sei nella squadra dei buoni. Il che significa, in linea di massima, che dopo esserti preso parecchie botte o fulmini in testa o raggi cosmici, riuscirai a trionfare sui cattivi ma arriverà l'esercito e ti darà la colpa di tutto il disastro e dovrai nasconderti da qualche parte in attesa del prossimo film. Ah, è facile che nel processo tu perda qualche amico/a che invariabilmente gli sceneggiatori faranno resuscitare, ma a quel punto magari sarai già morto tu. E non finirà mai. Finché i diritti ce li ha la Fox, e perché dovrebbe perderli? Basta fare un film ogni due o tre anni. Non c'è scritto da nessuna parte che debba essere un bel film.

Nei primi anni Sessanta, Stan Lee ottiene inconsapevolmente un dono da cui derivano grandi responsabilità: qualsiasi idea gli frulli per la testa, anche scema, si trasforma immediatamente in oro, tirature esaurite, ristampe, merchandising. E se Superman invece di essere uno solo fosse un gruppo, anzi una famiglia, ognuno con un potere specifico? Li potremmo chiamare... Fantastici Quattro! E se in ragazzino morso da un ragno radioattivo cominciasse ad arrampicarsi sui muri? E se uno scienziato durante un esperimento diventasse una belva irrefrenabile, grigia, anzi verde perché in quadricromia viene meglio? Sessant'anni dopo queste idee ancora funzionano, ancora ci tormentano, ancora macinano soldi. Ma nel 1963 Lee non lo sapeva. Poteva durare ancora pochi mesi, bisognava battere il ferro finché era caldo, la gente voleva leggere di teenagers trasformati in supereroi a causa di qualche incidente atomico o cosmico, ma Lee a un certo punto non sa più che incidenti inventarsi. Decide di buttarla in genetica, e si mette a inventare un gruppo di ragazzi che semplicemente coi poteri ci è nato. Mutati geneticamente, anzi, mutanti. È l'idea più inquietante che gli sia venuta, ma ci mette del tempo a ingranare: forse perché i primi costumini non erano un granché. Poi nel 1975 un giovane sceneggiatore (Chris Claremont) cambia i costumi e gran parte dei personaggi, ma soprattutto decide di dare ai suoi personaggi uno spessore emotivo.

La quintessenza di Claremont: perché
inventarsi dei nemici? I nemici siamo noi.
(Ho perso il conto di quante volte
Xavier ha ripreso l'uso delle gambe).
Scopriamo che tra una missione e l'altra sono tutti tormentati, tutti disperati, tutti innamorati quasi sempre della persona che o non li contraccambia o sta per perire eroicamente in un incidente cosmico. In sostanza i lettori dei giornaletti, in prevalenza maschi, cominciano a leggere telenovelas senza accorgersene: è la rivoluzione copernicana, da lì in poi tutti i supereroi dovranno avere una vita sentimentale tormentata. Gli X-Men, ex supereroi mutanti di serie B, trasformati in freak tormentati e vittime dell'intolleranza dei benpensanti, diventano i supereroi più popolari degli anni Ottanta. Poi Claremont viene sostituito da autori meno dotati e scrupolosi, che inevitabilmente ingarbugliano la novela a livelli insostenibili, ammazzando qualcuno dei personaggi più amati per resuscitarlo a turno. La situazione è già abbastanza compromessa, quando nel 1994 la Fox si compra i diritti, probabilmente al ribasso. Sono anni grami per il cinema di supereroi: anche Batman è finito nelle mani di Schumacher, che lo tratta con sufficienza, un deficiente in costume. Per arrivare al cinema i mutanti devono aspettare il 2000, e un nuovo approccio al genere, più affettuoso, inaugurato da Sam Raimi col primo Spider-Man. La loro prima trilogia non è altrettanto riuscita, né poteva andare altrimenti: troppi personaggi, troppi problemi; sono proprio i fans più affezionati, dopo aver chiesto di vedere in sala tutti i loro eroi e antieroi preferiti, a dichiararsi delusi da film che condensano in due ore saghe affollatissime di personaggi e sottotrame. La cosa più triste è che questo rapporto di amore-odio non si traduce in fallimento al botteghino, anzi il contrario: più sono brutti e confusi, meglio vanno (continua su +eventi!)

Gli X-Men del 2000, almeno in foto, non sembrano invecchiati
così male: ma non ho proprio voglia di controllare.
Del resto a metà anni Zero nessuno si aspetta che i film di supereroi siano belli. Finché non interviene direttamente la Marvel con gli Avengers: da lì in poi abbiamo tutti un po' cominciato a odiare la Fox, che non è mai riuscita a fare con gli X-Men quello che la Marvel ha ottenuto con una banda di eroi che in partenza erano meno popolari (Hulk a parte), meno interessanti - gli X-Men parlano di intolleranza e di eugenetica, gli Avengers sono i soliti bambolotti colorati, metà del primo film serve di solito a spiegare perché devono andare in giro conciati in quel modo ridicolo. In un mondo più giusto, gli X-Men avrebbero una saga cinematografica sensata, gli Avengers farebbero giusto la concorrenza alle Winx su qualche rete monotematica per gli undicenni, e Hugh Jackman farebbe il damerino nelle commedie sentimentali, non la belva assassina con gli artigli di adamantio. Ma in fondo è destino degli X-Men soffrire e pagare per gli errori altrui.

Negli ultimi anni la Fox le ha provate tutte per ridare smalto alla saga. L'idea migliore (anche se non troppo originale) è stata quella di giocare la carta vintage, retrodatando la saga agli anni Sessanta. Nel frattempo gli attori cominciavano a invecchiare, e bisognava trovare una scusa per cambiarli tutti tranne Jackman - che bisogna ammetterlo, ci crede tanto, s'impegna, fa palestra, dieta, insomma il successo se lo merita: anche se ogni volta che lo guardo mi sembra di sentire Andrew Lloyd Webber in sottofondo. Ovviamente, tra ripartire da zero facendo tabula rasa della prima trilogia un po' bruttina, e ingarbugliare tutto con un viaggio del tempo e una serie di paradossi temporali, non c'è mai stata scelta. Tutto questo ci porta all'assurdità della trama di X-Men: Apocalisse, dove nuovi mutanti simili a quelli vecchi ma con nomi e provenienze geografiche diverse combattono contro un cattivo mutante che vuole distruggere la Terra... negli anni Ottanta. Il che ci fa escludere a priori che possa esserci riuscito, assai prima che i nostri amici giovani mutanti riescano a coordinarsi e annientarlo, ops, spoiler. È il terzo film della seconda trilogia, e ancora abbiamo la sensazione che la storia debba cominciare davvero.

Quello che fa arrabbiare è che gli X-Men avrebbero tutto per essere il miglior gruppo di supereroi al cinema: la spensierata gioventù, ma anche la competitività scolastica e professionale. Gli intrecci sentimentali, l'interiorizzazione del conflitto razziale, eccetera eccetera... niente da fare. Alla fine in due ore la ricetta è sempre quella: trova un cattivo mutante nuovo, fallo attaccare i nuovi, distruggi un po' di mondo, e poi tarallucci e vino. A salvarsi sono i singoli numeri dei singoli eroi, alcuni ormai codificati al punto che sembrano già concepiti per essere ritagliati e condivisi su Youtube: la scena Hugh-Jackman-uccide-tutti, la scena Evan-Peters-corre-e-gli-altri-stanno-fermi, la scena Fassbender-s'incazza, qualcuno-fa-qualcosa-di-insensato-e-poi-si-scopre-che-è-Jennifer-Lawrence-mutaforma. Poi che dire, la Lawrence è meravigliosa anche quando è blu, Olivia Munn dovrebbe stare in scena più spesso (non solo in questo film), il nuovo Nightcrawler è simpaticissimo malgrado l'accento assurdo del doppiaggio: il classico ragazzo appena arrivato dall'estero che capisce metà di quel che succede ma ha tanta voglia di far bene e alla fine salva tutti un paio di volte. Ad alcune scene d'azione anche divertenti si alternano recitativi ridicoli, spiegoni scritti coi piedi, sotto la media di qualsiasi altro film supereroistico del 2016: e nota che è l'anno di Deadpool e di Batman Vs Superman.




16 anni dopo siamo messi così, e non è chiaro chi siano
gli X-Men e chi siano i nemici.
Poi c'è il solito problema di Magneto (che negli ultimi tre film è Fassbender), un nodo presente già nei fumetti che al cinema viene inevitabilmente al pettine. Magneto è un mutante cattivo che però si pente. Si pente sempre: non prima di aver ammazzato un numero indefinito di esseri umani. Nei fumetti c'è lo spazio per fargli provare dei rimorsi, per fargli spiegare le sue ragioni, dopotutto è un reduce da Auschwitz, ecc. ecc.: al cinema è tutto automatico, un momento prima stai distruggendo il mondo e un momento dopo sei diventato buono. Succede anche ad altri personaggi, ed è una cosa che ammazza la ricezione finale del film, perché anche lo spettatore meno raffinato non può impedirsi di pensare eh vabbe', però questi mutanti sono davvero inaffidabili. Per fortuna che non esistono, perché un film come Apocalypse di sicuro non ce li renderebbe più simpatici, anzi.

La morale forse è che di gente come Stan Lee o Chris Claremont ce n'è poca. Quando li leggi non è che ti sembrano particolarmente raffinati, in fondo facevano robaccia: fumetti per gli adolescenti, novelas con ragazzini in costume. Però sapevano farla. Sembra facile imitarli, e infatti ci hanno provato in tanti. E il mondo si è riempito di ragazzi in costume con storie complicatissime che muoiono buoni, risorgono cattivi, poi si convertono alla bontà, poi incontrano il loro clone cattivo, poi scoprono di essere cloni essi stessi, e così all'infinito. E il pubblico? Continua a comprare i fumetti, anche i biglietti al cinema da un po' di tempo in qua. Si vede che la qualità non è poi così importante dopotutto. X-Men: Apocalypse è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo in 2d alle 20:30 e alle 22:10, in 3d alle 22:20; al Multisala Impero di Bra alle 21:45 (2d); ai Portici di Fossano alle 21:30; al Bertola di Mondovì alle 20:30.

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Capitan America 3: una questione privata

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Captain America: Civil War (Anhony e Joe Russo, 2016).


A ogni supereroe di segno positivo corrisponde una catastrofe di segno contrario. L'ipotesi che formula Visione all'inizio del film ('Da quando esistono gli Avengers non succedono che disastri. Vuoi vedere che c'è una correlazione?') nella versione a fumetti è dimostrata dal capo da Mr Fantastic con un'intera lavagnata di calcoli. Perché nei fumetti tutto è sempre un po' più complicato. In realtà la formula è semplicissima (eroe + catastrofe = 0) ed è un corollario di quanto il buon Umberto Eco aveva scoperto intorno al mito di Superman mezzo secolo fa. Ciò che rendeva interessante il supereroe, ai tempi ormai remoti in cui Eco cominciava a studiarlo, era il fatto che vivesse più o meno nel nostro mondo; che condividesse i valori di un buon cittadino americano; che si cambiasse nelle cabine telefoniche. E tuttavia un mondo non può rimanere simile al nostro a lungo, se è popolato da eroi potenti come Superman. Per ristabilire l'equilibrio, per evitare che Superman sconfigga i sovietici, risolva la crisi energetica e trasformi il suo mondo in qualcosa di troppo diverso dal nostro, egli deve costantemente essere sfidato da supercattivi potenti quasi quanto lui. Superuomini e supercattivi nascono più o meno nello stesso momento, a volte scaturiscono dallo stesso incidente; hanno poteri complementari e il loro scopo è annullarsi a vicenda, e impedire che il mondo invecchi. Sui fumetti in realtà le cose si sono molto complicate (già Eco stava notando il fenomeno delle realtà parallele, prima che esplodesse), però al cinema, cosa vuoi, cosa pretendi? In due ore devi caricare a molla i superbuoni, i supercattivi e sgomberare. A volte, per risparmiare tempo e idee, si fanno combattere i superbuoni tra loro. Di solito in mezzo c'è un equivoco che si può risolvere (vedi l'ultimo film di Batman e Superman). Altre volte no.

War Machine ha sempre quell'aria da usato sicuro (e invece...)

Quando la Disney divulgò il titolo del terzo film su Capitan America, molti lettori di fumetti in tutto il mondo ebbero un tuffo al cuore. La Civil War cartacea è una delle saghe più complesse mai intrecciate dalla Marvel; tanto più notevole quanto non è l'opera di qualche genio irregolare e solitario, ma un progetto su scala industriale, portato avanti da decine di sceneggiatori e disegnatori: prendiamo tutti gli eroi del nostro mondo fantastico e facciamoli scontrare tra loro - non per il solito equivoco che poi si risolve, ma per un problema fondamentale, una questione politica: gli eroi devono rispondere allo Stato o solo alla loro coscienza? Il solito problema: chi vigila sui supervigilantes? Facciamoli parlare di Libertà e di Responsabilità, mentre si tirano pugni e raggi cosmici. Manteniamo un'ambiguità di fondo e continuiamo a chiedere al lettore: tu da che parte stai? Fu un esperimento pazzesco e forse non del tutto riuscito. Certamente è una cosa che ha lasciato un segno.

Però nessuno, credo, nemmeno il più cieco fan della Marvel pretendeva davvero di ritrovarselo al cinema. Al cinema non c'è spazio per tutti quei discorsi. Non puoi intrecciare le nuvolette, piazzare didascalie dappertutto. Le scene d'azione rubano minuti al fondamentale dibattito, i pugni funzionano sempre meglio che le idee. E manca l'aspetto corale, che poi era anche quello più assurdo: non ci sono in giro per la sola New York migliaia di vigilantes mascherati, gli accumuli e i detriti di mezzo secolo di albi a fumetti; nei film ce n'è giusto una dozzina, più che una guerra ci fai una mischia di football. Insomma, non c'era un modo di fare una vera Civil War in un film. Il massimo che si poteva fare era ridurre i danni. Un bignami dignitoso con qualche buona scazzottata che non tradisse l'impianto problematico della storia originale. I fratelli Russo sembravano quelli giusti: col Soldato d'Inverno erano riusciti a problematizzare persino quel cetriolone blu che risponde al buffo nome di Capitan America. Ora si trattava di farlo litigare coi suoi amici, non per i soliti equivoci che poi si risolvono, ma per una questione di ideali e di politica. Com'è andata?

Ma ha pure le ali sul casco, giuro non ci avevo mai fatto caso.

È andata che le scazzottate sono fantastiche. Hai detto poco: in film del genere le coreografie sono importanti più delle interpretazioni. Il genere supereroistico forse comincia ad accusare un po' di stanchezza: i due titoli migliori degli ultimi mesi (Antman, Deadpool) erano esplicitamente parodici. Nel frattempo I fantastici quattro hanno dimostrato che una grande produzione del genere può ancora sbagliare tutto e floppare (è quasi consolante), e Batman v Superman pur andando benissimo ha lasciato tutti un po' perplessi. Civil War, che tratta temi molto simili a BvS, è un film meno stritolato dalle ambizioni, molto più sicuro dei suoi mezzi. Ogni volta che vedo i Russo al lavoro mi viene questo aggettivo, "fluido". Scorre sempre tutto che è un piacere, non solo i combattimenti: l'intreccio, i dialoghi, il modo in cui i personaggi entrano ed escono e ognuno fa sempre il suo numero senza esagerare. Persino il grande Joss Whedon ogni tanto strappava, e tra una bella scena e un'altra necessaria ti trovavi un pezzo che sembrava attaccato con lo scotch alla sceneggiatura da un galoppino della Marvel. Coi Russo non succede mai, coi Russo va tutto liscio. Al massimo dopo una settimana ti dimentichi di cosa parlasse il film (continua su +eventi!)

Tra Civil War Batman v Superman c'è un po' la stessa differenza che corre tra un buon albo a fumetti regolare e la graphic novel dell'autore d'eccezione con pretese artistoidi e letterarie. Alla fine forse parlano della stessa cosa, ma BvS è il delirio di un profeta ubriaco, procede a tentoni tra illuminazioni geniali e crolli improvvisi nel ridicolo; CW è il compitino ben fatto di uno studente che non voleva assolutamente dirti qualcosa di diverso da quello che già sai. Di fronte a un film come questo, che è senza dubbio lo stato dell'arte del cinema di supereroi, a me capita davvero, non me ne voglia Raffaele Alberto Ventura, di "spegnere il cervello". Lo stesso cervello che davanti a BvS continuava a mandarmi messaggi stizziti: ma che succede? Ma che combinano? Ma questa cosa non ha senso! E quest'altra nemmeno!, dopo mezz'oretta di CW ha messo il pilota automatico. CW è sotto tutti gli aspetti un film più riuscito di BvS. Ma non è più intelligente. La mamma di Tony Stark non è più problematica della mamma di Batman. La verità è che la mamma è sempre la mamma, e che Capitan America e Iron Man non stanno litigando per una fumosa questione ideale, ma per i soliti banalissimi motivi: la mamma morta e l'amichetto che si ficca sempre nei guai. Sempre il solito amichetto. Sempre la solita mamma. E lo sanno entrambi che non ha senso: l'amichetto è francamente ingestibile e la mamma ormai è morta da un pezzo. Però guarda come se le danno di gusto.

Ripensandoci, non poteva che finire così. La Civil War dei fumetti metteva in crisi uno degli aspetti fondamentali dei supereroi di carta: l'identità segreta. In seguito a una catastrofe più insensata del solito, Casabianca e Campidoglio avrebbero deliberato la registrazione di tutti i supereroi mascherati: chi non avesse rivelato la sua identità al Presidente era da ritenersi fuorilegge (non a caso la storia girava intorno a Spiderman, il più geloso difensore della propria privacy, che viene convinto da Stark a rivelarla pubblicamente). In controluce c'era la guerra al terrorismo, il Patriots Act, eccetera. È passato qualche anno, ma il dibattito sulla privacy on line e fuori sarebbe ancora attualissimo: a quanti di noi è successo, negli ultimi anni, di perdere le nostre identità segrete on line, quelle che ci permettevano di scorrazzare liberi e di vendicarci delle frustrazioni quotidiane (anche se le identità invece che a Obama le abbiamo date a Zuckerberg)? Lo stesso Snowden, quanto assomiglia a un eroe tormentato che ha dovuto scegliere tra la fedeltà al suo Paese e ai suoi ideali, è stato costretto a rivelare la sua identità e ne ha pagato le conseguenze? Portare tutto questo al cinema, e nelle sale in cui si proiettano di solito film in calzamaglia, sarebbe stata una mossa davvero ammirabile.

Ma probabilmente impraticabile, perché le identità segrete, così tradizionalmente associate ai supereroi su carta, nell'universo cinematico Marvel sono quasi del tutto scomparse. Qui Stark ha fatto coming out già nel primo film: in generale, tutti sanno chi è chi. E quindi qual è il problema? Cosa sta chiedendo l'Onu ai Vendicatori? Devono stare attenti a fare meno danni? E sul serio: se un'invasione aliena minaccia New York, te la prendi con quei cinque o sei supereroi che l'hanno risolta da sola, mentre l'esercito era già pronto a deflagrare un'atomica? Lo capisce pure un ragazzino che è un pretesto. E i ragazzini che hanno visto il primo Iron Man a dieci anni, quest'anno votano.

Insomma no, CW non è quell'intrattenimento intelligente che vorrebbe farti credere di essere. Di solito i film Marvel alternavano ai combattimenti qualche sketch di commedia: i Russo hanno lubrificato il processo e ormai commedia e combattimento coincidono, è tutto un gran balletto in cui si scherza ma ci si può anche far male. Tra un numero e l'altro, qualche recitativo serioso manda avanti la trama. E anche qui, non è roba da buttare: vedere un supercattivo per una volta umanissimo, solitario, un modesto artigiano del Male invece del solito scienziato pazzo superaccessoriato - e immaginare tutti questi eroici yankee in corazza o calzamaglia manipolati dal buon vecchio Niki Lauda, pardon, Daniel Brühl... non era affatto una cattiva idea. Però, appunto, siamo al solito luogo comune: eroi che combattono non perché divisi da un'idea, ma perché un cattivone li ha manipolati. Si poteva osare di più? Se non ci è riuscita la Marvel, credo di no. Alla fine è un cinecomic, cosa pretendi? Certo, i bambini che festeggiarono il decimo anniversario al cinema con Iron Man I, quest'anno diventano maggiorenni. Tra un po' avranno bisogno di qualcosa di più. E forse ci arriveremo, al polpettone superoistico problematico. Ma che fretta c'è, dopotutto.

Le pagelle: 

Capitan America. Se mi avessero detto che nella mia età adulta avrei visto non uno, ma ben tre film sul cetriolone blu, non ci avrei mai creduto. Se poi avessero aggiunto che a dare spessore al personaggio avrebbe contribuito l'umano carisma di Chris Evans, già odiosissima Torcia Umana, avrei iniziato a ridere forte. Pure, è andata così. Onore al Capitano.

Vedova Nera. Dopo cinque minuti Scarlett ha già salvato l'Africa da una pandemia mortale - e non si è ancora messa il costume. Poi vabbè, io non ce la faccio a essere oggettivo con Scarlett. Ormai ho accettato che è un personaggio secondario ambiguo e doppiogiochista, e mi sta bene così. Sta a tutti bene così. Se il film avesse un senso logico, a un certo punto Iron Man dovrebbe farla fuori. Non succede.

Black PantherSecondo me è andata così: a un certo punto si sono accorti di aver dato un gregario nero sia a Iron Man che al Capitano, e che la cosa già discutibile in sé sarebbe riuscita ancora meno sopportabile in un film corale. A quel punto che fare? Ammazzarne uno? Peggio ancora. L'unica possibilità era infilarne un terzo che finalmente splendesse di luce propria. Storicamente, BP ha assunto questa funzione: è nero ma non è secondo a nessuno, tutti lo chiamano sua Maestà e s'inchinano, nelle edicole degli anni Settanta doveva essere uno choc. BP si conquista il suo spazio a unghiate, ma è un personaggio sostanzialmente ridondante, e tutta questa voglia di vedere un film su di lui non mi è venuta.


Iron Man. Il passaggio da golden boy maledetto a leader tormentato non è che sia stato così lineare: ho perso il conto, ma forse è il quarto film in cui dice di volersi ritirare e non lo fa. In più, siccome hanno deciso di risparmiare tagliando Gwyneth Paltrow, gli viene attribuita un'abbastanza gratuita frustrazione sentimentale. In realtà Downey Jr è ancora uno dei pilastri di tutta la baracca: lo si vede nel siparietto col nuovo Spider Man.



Altro che "Stark ha detto questo, Stark ha detto quello".

Spiderman. Poi per carità a me va bene tutto. Anche Marisa Tomei zia, anzi, avercene. Questo Spidey giovanissimo ed entusiasta è perfetto per quello che deve fare qui. Però per favore non dite che era uguale all'originale. L'originale, quando calava la maschera, non guardava più in faccia a nessuno. Non si sarebbe ficcato in una zuffa solo perché Tony Stark gli dice che è giusto; non se la sarebbe presa coi nemici di Stark solo perché glielo dice Stark. Lo Spidey originale ha sempre fatto di testa sua e ha sempre preso le distanze da qualsiasi figura pseudopaterna.

Occhio di Falco. Jeremy Renner ha tre minuti tre a disposizione e anche stavolta li usa al meglio. Alla fine è il personaggio più vicino al papà che porta i suoi bimbi al cinema: un tizio che malgrado tutto non riesce a sentirsi troppo vecchio per queste stronzate. Forse non c'è niente di meglio del momento in cui con una freccina apparentemente sbagliata manda al tappeto Iron Man.

Antman. È un tipo a posto, dai. Non impegna, non ingombra, fa il suo numero e poi scompare. 

Visione e Scarlet Witch. La verità è che li ho sempre un po' detestati sulla carta - oggettivamente, chi li ha progettati aveva un gusto tremendo. Non ho mai capito perché un sistema operativo incarnato debba avere la faccia magenta - a parte il fatto che in quadricromia veniva bene (lo sapete, vero, che Hulk è diventato verde perché stamparlo in grigio era troppo difficile?), però nei film, davvero, che motivo c'è. Hai tutta la sapienza del mondo e decidi di tenerti una faccia magenta? E il mantello? Invece la ragazza non ha ancora un costume. Spero che vada avanti così.

Il soldato d'inverno. Sta diventando imbarazzante. È il secondo film in cui la principale preoccupazione di Capitan America è salvare Bucky. Cosa ti chiami Capitan America a fare, se alla fine pensi soltanto a salvare il tuo amico Bucky? E da quel che ho capito potrebbe andare avanti così ancora a lungo. Io staccherei la spina.

Captain America: Civil War è al Citiplex di Alba (solo in 2D alle 20:30); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (in 2D alle 20:30, 21:00, 22:10; in 3D alle 19:50, 22:45); all'Impero di Bra (solo in 3D alle 20:45); al Fiamma di Cuneo (solo in 2D alle 21:00); al Multilanghe di Dogliani (solo in 2D alle 21:15); ai Portici di Fossano (solo in 2D alle 18:30, 21:15); all'Italia di Saluzzo (solo in 2D alle 21:30); al Cinecittà di Savigliano (solo in 2D alle 21:30).

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Batman contro Superman non ha senso (neanche se li costringi)

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Batman v Superman: Dawn of Justice (Zack Snyder, 2016).

Due città si dividono la baia, e se nessuno è ancora riuscito a inquadrarle assieme, forse c'è un motivo.

A est c'è Zackopolis, terra solare di Dei olimpici o aspiranti tali. I templi sono più ottone che oro, se vogliamo proprio dirla tutta, ma l'aspirazione alla grandezza è genuina. C'è un'attesa messianica, un senso del divino e della meraviglia, quella nota di fascismo che gli americani sulle prime non riconoscono - addolcito da quella spezia camp, appesantito da qualche cedimento pacchiano che possiamo scambiare per ironia. Di film di supereroi ne trovi a ogni cantone, ma nessuno li inquadra come Zack. Nessuno ci crede davvero, hanno tutti paura di passare per ragazzini e ci scherzano su.

Come hai detto che si chiama tua madre?
Solo lui riesce a stare serio di fronte a creature di calzamaglia con o senza superpoteri, solo lui è credibile, perché solo lui ci crede. Di Batman ce ne sono stati tanti, e Ben Affleck non partiva avvantaggiato: ma Zack riesce a renderlo il più spaventoso di tutti. Superman è l'eroe più antico, il più ingenuo e il più difficile - è onnipotente, e allo stesso tempo troppo fragile: non regge la kryptonite né il ridicolo. Passa il tempo a salvare la fidanzata, ha una copertura ridicola e quegli stivali da imbecille, solo Snyder può trasfigurarlo in un Michele Arcangelo. Nessun altro avrebbe potuto confezionarci un film come Batman v Superman - e allora perché non l'ha confezionato meglio? La risposta forse è dall'altra parte della baia.

Ho fatto il militare in Israele,
cosa volete che m'impressioni Doomsday
A ovest c'è Nolan City, una terra oscura, che rimedia alla mancanza di grandezza aggrovigliandosi in mille arzigogoli. Qui la linea più breve tra una scena e l'altra è lo scarabocchio, e smarrirsi è obbligatorio. Da Nolan City arrivano gli sceneggiatori che hanno ritagliato due o tre tavole delle loro storie a fumetti preferite, rimontandole in un intreccio completamente diverso, e ingegnandosi a complicare ogni raccordo con lo scopo preciso di stordire lo spettatore. Batman v Superman non è un Film Fatto Male - non sarebbe così grave - è un film Fatto Male Apposta. Un pasticcio meticolosamente organizzato a tavolino, da professionisti consapevoli.

"Clark Kent e Bruce Wayne!
Come mi piace mettere in contatto le persone"
Sarebbe bastata una sottotrama in meno, una sequenza in meno, due spiegazioni in più, e BvS sarebbe stato un dignitoso film di supereroi come ce ne sono tanti. Ma a Nolan City non si ragiona così. A Nolan City si deve complicare tutto - perché una sottotrama sola se ne puoi infilare tre? Perché l'ordine cronologico, se puoi mescolare gli eventi come in un mazzo di carte? Tutto questo lo facevano i grandi scrittori prestati al fumetto che amavamo, e che avevano cose da dirci, e lo fanno anche gli sceneggiatori di Batman v Superman, che con quelle storie sono cresciuti e forse non le hanno nemmeno capite - si ricordano solo una gran confusione che era bellissima da sfogliare, e certe frasi icastiche che copiano di pacca. "Il mondo ha un senso solo se lo costringi ad averlo". Bella, in effetti.

Peccato che a Nolan City si faccia più o meno il contrario.. (continua su +eventi!) Come ai tempi del Joker di Nolan, c'è di nuovo un cattivo pazzo con un piano che non ha senso, a volte sembra calcolato al millimetro e a volte improvvisato sul set. Il film sembra riscritto dozzine di volte con dozzine di priorità diverse: facciamo un Superman realistico, che si misura con la contemporaneità: un po' di undici settembre (e persino l'attentato a Massoud, che riemerge come in un sogno) No, anzi, facciamo il Cavaliere Oscuro di Miller, anche se ai tempi Superman era Ronald Reagan e Batman piegava già verso i neonazi... Ho cambiato idea, facciamo un universo cinematico come la Marvel! Un cameo a Wonder Woman, un altro per Flash, via che si va... dite che è roba già vista? Ok, giochiamoci la carta di Doomsday. Ma sentite, e se il cattivo lo facessimo fare a Zuckerberg? Non a quello vero, no, all'attore... Oppure facciamo tutto, mettiamoci di tutto, e speriamo che qualcuno confonda la complicazione con la profondità. Con Nolan dopotutto funzionava.

E funziona anche stavolta. Il terzo miglior weekend di sempre negli USA - ok, a lunedì si era già sgonfiato di parecchio, ma al miliardo di $ ci arriverà. Ed è solo l'inizio, perché è talmente scombiccherato che i nerd, il nocciolo duro, dopo averne parlato male per un mese correrà a ordinare il dvd con le Scene Tagliate che dovrebbero Spiegare Tutto e invece probabilmente Faranno Ancora Più Casino. In questo stesso momento centinaia di blogger convinti di avere un senso critico stanno lavorando a un pezzo sui Cinquantasette Buchi di Trama di Batman v Superman (il Quarantaduesimo Ti Sconvolgerà!) Quella è gente che un film del genere se lo merita. Lo guarderanno e lo riguarderanno fino a sognarselo, finché non lo costringeranno ad avere un senso, come i predicatori con la Bibbia. Magari il cinema dovrebbe essere un'altra cosa - anche quello di intrattenimento, anche quello coi tizi in mantello che volano e tirano raggi laser. Una cosa meno seriosa, meno inutilmente complicata. Poi vai a vedere gli incassi, e... Batman v Superman è anche questa settimana al Cityplex di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (19:50, 21:10, 22:45), al Vittoria di Bra (21:00), al Fiamma di Cuneo (21:00), al Multilanghe di Dogliani (21:05), ai Portici di Fossano (18:30, 21:15), al Cinecittà di Savigliano (21:30).
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Non t'immischiare con Capitan Totomorto

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La XXth Century Fox, in associazione con la Marvel Enterteinment non si vergogna affatto di presentarvi il nuovo film di un qualche cazzone. Nei panni del supereroe, un coglione. Con la straordinaria partecipazione della gnocca di turno. Poi c'è un cattivo dal forte accento inglese, la spalla comica, un'adolescente musona, un personaggio completamente fatto al computer, un cameo gratuito. Prodotto da dei figli di buona donna, scritto dai veri eroi qua dentro, diretto da un automa superpagato. (Questa non è una recensione, questi sono i veri titoli iniziali - per inciso, la cosa migliore del film. Dopo Morena Baccarin).
Lei è Morena Baccarin.

Dopo i supereroi coi superproblemi, i supereroi dal destino tragico e dalle grandi responsabilità, i supereroi recalcitranti, finalmente arriva Deadpool, ed è soltanto un coglione. Non è una ventata d'aria fresca? Un po' lo è. D'altro canto, non basta ammettere di essere coglioni per smettere di esserlo. A volte è il primo passo. Ma può anche essere un passo indietro. Di solito è il modo in cui cercavamo di sfangarla al liceo.

A volte penso a quanto sono fortunati i ragazzini di adesso, con tutti questi supereroi al cinema che ai miei tempi te li potevi soltanto sognare. Altre volte penso a quanto dev'essere difficile crescere in un mondo in cui i genitori conoscono tutti i personaggi dei tuoi sogni. Prendi Star Wars. Trent'anni fa era un mondo nuovo, qualcosa che creava un'immediata frattura tra il tuo mondo e quello dei grandi. Tuo padre non sapeva chi fosse Luke Skywalker - non era previsto che lo sapesse. Anzi, era previsto che non lo sapesse e non lo capisse. Invece adesso noi maledetti grandi coi capelli grigi sappiamo tutto, tutto. Tutte le vite di tutti gli eroi. Per i buchi di memoria ci sono le ristampe, le antologie, se proprio butta male wikipedia.

Nel frattempo, in virtù di un calcolo di mercato neppure troppo oscuro, l'Universo Cinematico Marvel continua a insistere su storie di quarant'anni fa, che perfino noi abbiamo letto in ristampa. Vedi l'ultimo Avengers: contiene due personaggi irrimediabilmente datati, l'androide Ultron e il suo antagonista buono, Visione, un tizio col mantello. Non so se vi rendete conto: il mantello. E quell'incarnato magenta che probabilmente negli anni Settanta era più pratico da stendere in quadricromia. Qual è il senso di resuscitare situazioni così vecchie, a parte compiacere i genitori che portano figli e nipotini e vogliono mostrare di saperla lunga? Per fortuna che da qualche cassetto la Fox ha tirato fuori Deadpool.

Una mossa abbastanza disperata, da parte di una major che negli ultimi anni ha fatto tutto quello che poteva fare per sputtanare gli eroi Marvel di cui deteneva ancora i diritti. Un Uomo Ragno per ragazze, un X-Men che ha definitivamente incasinato la timeline, un Fantastici Quattro horror, e poi cosa?
"Ci sarebbe un assassino psicopatico onnisessuale che non tace mai".
"Stai scherzando?"
"Ryan Reynolds ci tiene tantissimo".
"Ah beh allora".
"È un personaggio autoironico, dice un sacco di parolacce, infilza la gente con le spade..."
"Non si può fare, lo vieterebbero ai minori".
"Magari così funziona".
"Dici?"
"Teniamo basso il budget e vediamo. Insomma qualcosa prima o poi dovrà pur funzionare. È la legge dei grandi numeri".

Beh, ha funzionato. Però resta un sospetto. Forse più dell'autoironia da quattro soldi, di quel turpiloquio da macchinetta delle merendine, più di quella cosa così sovversiva che è sfondare la quarta parete (che non è un valore in sé, se la sfondi solo per dire cretinate) Deadpool ha funzionato proprio perché noi vecchi non lo conosciamo. Chi è questo Deadpool, in fin dei conti?

Che è un po' come chiedersi chi è questo Eminem di cui tutti i parlano - sì, il personaggio nei fumetti fa sfracelli già da più di vent'anni. Ma noi lo abbiamo appena intravisto, quindi dev'essere l'ultimo arrivato. E come si permette di sbancare il botteghino?
Se Deadpool ha un merito - non sono del tutto sicuro che ce l'abbia - è proprio quello di tagliarci fuori. Finalmente un supereroe che non è fatto per noi. Il film non ha niente di originale - anzi, cavalca senza vergogna e con una certa foga tutti gli stereotipi del genere "origini di un eroe". Di buono ci mette uno script compatto, che mira al sodo e taglia tutto il grasso; si sente che stavolta gli sceneggiatori non provavano la solita ansia da primo episodio ("Oh mio dio devo raccontare le origini di questo famoso personaggio senza tradire i fans e trasformandolo in un eroe maturo a metà del secondo tempo"). Deadpool non è una leggenda, Deadpool è una barzelletta: era essenziale non tirarla in lungo. Detto questo, rimane pur sempre la storia della sfida mortale tra due galletti che ce l'hanno a morte perché hanno iniziato a sfottersi in un corridoio. Il target è più ristretto del solito: è un film che in patria è vietato ai minori di 16 e che nessun normodotato maggiore di 24 dovrebbe avere un motivo serio per guardarsi. Gli X-Men forniscono due guest star, si fa per dire, due avanzi di continuity che rappresentano abbastanza fedelmente l'idea che lo spettatore tra i 16 e i 24 ha della generazione successiva (una teen-ager musona che whatsappa durante il combattimento) e della precedente, ovvero Colosso. Ecco: il nobile Colosso, che finalmente ha recuperato il suo accento russo, è il personaggio in cui gli spettatori più grandi sono costretti a immedesimarsi. Per tutto il film non fa che chiedere a Deadpool di non fare il deficiente. Indovinate che figura ci fa.

Deadpool, tra le altre cose, è un segnale eloquente che mi manda l'industria cinematografica: la vuoi piantare di andare a vedere i film di supereroi e di uscire deluso? Cosa ti aspetti ancora alla tua età da dei tizi in maschera e tutina colorata? Da bravo, perché non vai a vedere i film intensi o di denuncia sociale o non porti semplicemente i tuoi popcorn ai piccioni nel parchetto più vicino? Niente di personale ma insomma ci spaventi i clienti veri. I ragazzini. Deadpool è al Citiplex di Alba (20:00, 22:15), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 22:40), all'Impero di Bra (20:20, 22:30), al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30).
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Il Panino ai 7 Vendicatori

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Avengers: Age of Ultron (Joss Whedon, 2015)

Vendicatori uniti!: la terra è, ovviamente, in pericolo. Da qualche parte è nascosto uno scettro che nasconde una gemma che nasconde un computer che nasconde un'altra minaccia ancora. Il miglior modo per sconfiggerla è ovviamente creare un'intelligenza artificiale che però si ribellerà e creerà un'altra intelligenza artificiale che si ribellerà al ribelle, così che alla fine quasi nessuno degli eroi si farà male, di quelli di cui la Marvel detiene i diritti. Ma voi volete sapere se è un bel film.

Beh, sì, nel suo genere è il massimo. Per dire c'è una sequenza in cui Hulk e un Iron Man sotto steroidi se le danno di santa ragione, è una cosa che -

È il miglior film della Marvel?

 
Sempre questa domanda. Non saprei. Iron Man 3 era più disneyano. Winter Soldier cercava di darsi un tono. Quelli di Thor non li guardo (mai sopportato Thor). I guardiani della galassia era cazzaro al punto giusto, insomma se alla Marvel hanno sbagliato qualcosa negli ultimi anni io non me ne sono accorto. Sono bravi, conoscono il genere, sanno fino a che punto possono stravolgere i personaggi (alcuni anche parecchio, ma sempre per un buon motivo), e soprattutto hanno un grande rispetto per il loro pubblico metà bambino e metà quarantenne nerd. Forse Iron Man 3 guardava più al bambino, Winter Soldier più al nerd, quanto ad Avengers... c'è Joss Whedon in cabina che fa quel che può (e può parecchio): deve seguire sei o sette eroi alla volta e ci riesce - è incredibile come riesca a dare spessore anche ai meno interessanti, il buon vecchio Occhio di Falco - deve raccontare una storia non troppo cretina e ci riesce, deve rallegrare i più piccoli con lunghe sequenze in cui scoppia tutto e ci riesce. Alla fine si esce esausti e soddisfatti, ma chissà se è davvero il miglior film della Marvel. Può anche darsi di no.

In effetti c’è troppa roba nel panino, non è che ci gustiamo davvero tutto. Se devo essere sincero, probabilmente digerisco meglio i film in cui c’è un solo eroe, qualche superamico e due o tre supernemici: un solo vero ingrediente con qualche condimento ben dosato. D’altro canto guardiamoci in faccia: di cosa stiamo parlando? Non siamo mica gourmet, non siamo al ristorante. Siamo in un fast food, e al fast food vogliamo il panino con tutti gli ingredienti. Compresi quelli che presi da soli ci stomacherebbero, ad esempio il salmone norvegese – da Whedon molto sapientemente affumicato e usato quasi soltanto come intermezzo comico. Ma anche il cetriolino a stelle e strisce, sulla carta l’elemento più dolciastro e indigeribile, negli anni è stato trattato al punto che ormai riesce ad armonizzarsi che è un piacere – è una delle cose migliori. In attesa di quel panino tutto di Vedova Nera, che per qualche oscuro motivo non ci cucineranno mai. Avengers – Age of Ultron è quell’enorme burger ripieno di ogni ben di dio che ti fa salivare anche se alla fine mentre lo mangi non distingui più i sapori, non capisci più niente, e alla fine prevale più un senso di colpa che di sazietà. Un piacere infantile e poco sano da prendersi una volta ogni due o tre anni, ché noi in realtà siamo adulti e di solito andiamo a mangiare cose sane e genuine in ristoranti seri.

“Ah, grandissimo Nanni, come sta?”
“Malissimo, gli è morta la mamma”.
“Oh poveraccio. Mi dispiace”.
“Mi ha attaccato una pezza così…”
“Eh, beh, ma lo sai com’è fatto. Ma i bucatini com’erano?”
“Ti devo dire la verità? Un po’ scotti”.
“Eh”.
“D’altronde gli è morta la mamma, cioè”.
“Ma infatti”
“Chissenefrega dei bucatini”.
“Eh già”.
“Andiamo a farci un panino?”
“Andiamo”.

Avengers: Age of Ultron è al Cityplex di Alba alle 20:30 (3d), e alle 21:30; al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo alle 19:50 (3d), 20:00, 21:00, 22:00, 22:40 (3d), 22:45; all’Impero di Bra alle 20:00 (3d), 22:30 (3d), al Fiamma di Cuneo alle 21:00; al Multilanghe di Dogliani alle 21:30; all’Italia di Saluzzo alle 21:30; al Cinecittà di Savigliano alle 21:30.
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Il ragazzo inguardabile

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Il ragazzo invisibile (Gabriele Salvatores, 2014)

Michele Silenzi vorrebbe tanto fare il supereroe, ma non può permettersi un costume americano. Neanche cinese - è allergico all'acrilico. Non gli resta che l'opzione più disperata: sarà il primo supereroe italiano. Che tipo di supereroe? Invisibile, pensa. Mal che vada passerà inosservato. Michele non sa che la gente lo vede benissimo, ma preferisce guardare da un'altra parte...

È in missione per fregare le soluzioni delle verifiche di Mate dal cassetto della prof.

Questa settimana pensavo di scrivere qualcosa sul Ragazzo invisibile di Salvatores, prima che un film un'operazione commerciale coraggiosa ai limiti della spavalderia. Purtroppo Il Ragazzo era già scomparso dalle sale di Cuneo e provincia. Oggi è riapparso a Fassano, sennò bisogna salire a Moncalieri, ed è l'unica sala in tutta la provincia di Torino - nel capoluogo lo danno in altre due. Anche a Milano non è che la situazione sia molto più rosea. Il Ragazzo è uscito due settimane fa, a Natale, pigliandosi in pieno la botta di Big Hero 6, un film Disney-Marvel in 3d concepito più o meno per lo stesso pubblico. Com'è andata?

Siccome prima che di un film stiamo parlando di un'operazione commerciale coraggiosa (ai limiti dell'imprudenza), più che delle opinioni personali valgono i numeri. È un film costato otto milioni; in due settimane ne ha recuperati quattro, ma nelle sale comincia a latitare. Qualsiasi confronto con le altre pellicole italiane (tutte commedie più o meno panettonesche), o coi bluckbuster americani non ha senso: il Ragazzo correva da solo, in un campionato a parte. L'impressione personale - spassionata, addolorata, di un vecchio fan di Nirvana - è che questa corsa il Ragazzo la stia perdendo. Magari se fosse stato un buon film di supereroi fatti in casa, con pochi ma efficaci effetti speciali e tanto amore... alla fine sarebbe andato male comunque; ma il fatto che sia un compitino distratto, svolto svogliatamente da maestranze poco convinte, non aiuta.

Proprio perché si trattava di un'operazione coraggiosa ai limiti della follia (infilarsi una calzamaglia e sperare che i ragazzini ti prendano sul serio), nell'esecuzione ci si sarebbe aspettato di vedere all'opera tutto questo coraggio, tutta questa follia. Se hai davvero deciso di fare un film di supereroi; se hai deciso di lottare contro la Marvel e la Warner per il cuore dei ragazzini, sai dal principio che le possibilità di vincere sono nulle; ma anche che se solo riuscirai a segnare un punto - un punto solo, come Bud Spencer in Bulldozer - sarà una cosa epica, da raccontare ai nipoti. Il Ragazzo quel punto non lo segna, il che era prevedibile; ma il guaio è che nemmeno ci prova. Nirvana almeno ci provava - certo il cyberpunk era un filone più congeniale al regista. Il Ragazzo gioca in difesa tutto il tempo sperando di ridurre i danni, invano. È davvero un ragazzino finito per imprudenza in un mondo molto più grande di lui, persuaso in qualche modo che un costume aderente e un superpotere gli sarebbero stati sufficienti per avere una chance.

"Però che fotografia!"
Servirebbero invece trucchi, armi segrete, e non ne abbiamo. Certo, l'effettistica hollywoodiana non possiamo permettercela, ma se ci impegnassimo potremmo isolare singoli aspetti di un genere codificato negli USA ed esagerarli fino al grottesco - come fecero con risultati straordinari, in tempi ormai lontani, Leone o Bava. Un esempio più contemporaneo è Luc Besson che pestando a tavoletta il pedale della tamarraggine è riuscito a creare l'EuropaCorp, una macchina da euro che ultimamente riesce a succhiare persino i dollari degli spettatori americani. Purtroppo Salvatores non è Besson, non ci tende e non ci tese mai. Non fa action, non ci ha nemmeno mai provato. Quando Besson girava le soggettive delle pallottole lui faceva sparare in aria Silvio Orlando in Sud: riuscite a immaginare film più diversi? Più o meno la differenza tra un rapper gangsta e un alternativo del Leonkavallo; ognuno ha i suoi gusti, ma a chi dei due fareste girare il vostro film di superoeroi?


Un'altra possibilità era trovare una storia originale. Qualcosa che gli americani ancora non hanno e che in seguito ti copieranno, così come copiano noir svedesi, horror norvegesi, manga dal Giappone.  Purtroppo il Ragazzo va esattamente nella strada opposta, verso un cinema di serie B superderivativo (che se fosse davvero di serie B e non costasse i milioni farebbe simpatia) adottando con rassegnazione più che entusiasmo il canovaccio tipico di ogni racconto di formazione supereroistica da Stan Lee in poi, con un uso delle citazioni esibito, bonelliano. Tanto valeva bussare direttamente alla Bonelli Editore e chiedere se qualcuno per caso non avesse una storia già pronta, e migliore - se di solito i supereroi ci collaudano per decenni sulla carta prima di passare alla pellicola, forse c'è un motivo. Dico Bonelli perché è la principale industria dei sogni italiana, assolutamente autoctona, e sta reggendo quasi da sola una crisi infinita continuando a vantare numeri paragonabili a quelli degli omologhi americani. Non è certo roba raffinata, ma se si cercava qualche artigiano in grado di buttar giù dialoghi credibili bisognava cercarlo lì.

Invece gli sceneggiatori del film – neanche gli ultimi arrivati, purtroppo – si trovano più volte nell’evidente imbarazzo di non sapere cosa mettere in bocca ai loro personaggi. Sono quei momenti in cui la citazione non è più una strizzata d’occhio, ma l’ancora di salvataggio per tirarsi fuori da vuoti improvvisi di idee: come facciamo a rendere il panico di Michele durante la festa in maschera? Boh, come farebbe un ragazzino in quella situazione? E chi lo sa, chi li ha mai visti i ragazzini. Buttiamo lì una scena di Shining, i genitori capiranno e i bambini magari si spaventeranno (il film di Kubrick ritorna pigramente almeno un paio di volte: del resto alla festa in maschera delle medie della classe ’00 non c’è un solo mostro che un cinquantenne non riconosca al volo).  
Salvatores gli vuol bene teneramente a quel personaggio come fosse il suo figlioletto: ”guarda quant’è adorabile quando diventa invisibile” (Jackie Lang)

Terrorizzati dall’idea di osare qualche effetto speciale in più, gli autori scelgono il superpotere meno spettacolare per definizione – l’invisibilità – nonostante costituisca un problema non da poco per la messa in scena (un problema a cui Salvatores non trova una soluzione coerente: a volte ce lo mostra anche se è invisibile, a volte no). L’invisibilità si presta poi a tante scipite metafore con la condizione giovanile… ecco, questa poteva essere un’idea: ma è stata immediatamente smarrita per strada. Michele non è il classico ragazzino invisibile che si aggira tra scuola e famiglia senza che nessuno lo noti o ne intuisca le potenzialità. L’esatto contrario: la madre lo cerca dappertutto, a scuola i bulli lo prendono di mira: che non è evidentemente il problema di chi si sente invisibile. A casa è servito e riverito, la mamma lo marca stretto, è naturalmente la migliore del mondo e ha sempre tempo e cinquanta euro per lui (sul paternalismo dominante si è espresso già Jackie Lang sui 400 Calci; siamo davanti a un film per ragazzini che non ha nemmeno il coraggio di prendere un po’ in giro i genitori).Con la scusa che è introverso, Michele tace il più del tempo e non fa nessuno sforzo di sembrarci simpatico – nei fatti non lo è. Non solo ha le tipiche reazioni esagerate dei teenager cinematografici italiani (“MI HAI LAVATO IL COSTUME NON SEI LA MIA VERA MADRE TI ODIOOOOOOOH!“), ma ha un maggiordomo Alfred che è una bambina di otto anni, non proprio l’ideale come spalla comica: del resto non è la sola a esprimersi per didascalie (“Sei-un-supereroe”, “Devi-dire-la-verità-alla-ragazza”). Completamente ignorata la lezione dei migliori film Marvel, dove tra una sequenza action e l’altra il ritmo è quello sincopato delle commedie e tutti un sacco di cose da dirsi. Neanche i superpoteri renderanno Michele umanamente migliore: quel che riesce a scoprire sui suoi compagni non lo induce a farseli amici, ma a scavalcarli con supponenza sbattendo loro in faccia i problemi più intimi; del resto chi ha bisogno di amici quando può conquistarsi la ragazza coi risultati (rubati!) della verifica di matematica. Insomma pare che dai grandi poteri derivino grandi opportunità di circuire il prossimo: il che fa davvero di Michele il primo supereroe italiano – ma speriamo anche l’ultimo.

Ora se voi pensate che i ragazzini si bevano una roba del genere perché tanto sono ragazzini, magari con la scusa della difesa dell’italianità, temo che abbiate frainteso la situazione. I ragazzini non sono il vostro parco buoi – ovvero, probabilmente puoi fregarli su tante cose, ma sui film di supereroi no. Ci sono cresciuti in mezzo – sono nati quando Sam Raimi reinventava Spiderman – e se li sono visti tutti, presto o tardi, in dvd o in streaming. Può darsi che non capiscano nulla di politica e di musica e di sentimenti, ma quando si arriva a parlare di supereroi e superproblemi sono dei cazzutissimi esperti, dei sommelier; non puoi annacquare aceto in una damigiana e raccontare che è il migliore spumante italiano, un’eccellenza slow food da difendere. Se davvero lo fai, sei coraggioso oltre i limiti della onestà.


Il ragazzo invisibile a Cuneo e provincia è quasi scomparso. Qualcuno dice di averlo visto ai Portici di Fossano verso le 20:30.
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Meno saghe più astronavi

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I guardiani della galassia (James Gunn, 2014)

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, gli alieni erano ancora colorati come nelle pagine in quadricromia dei vecchi albi a fumetti: neri, gialli, magenta e blu. Pirati e rigattieri, viaggiavano qua e là per la galassia alla ricerca perlopiù di gemme magiche o altre cose che in un modo o nell'altro rischiavano sempre di distruggere la galassia. Alternavano un lessico fiorito e pomposo a battutacce triviali, a seconda di chi fosse di turno a scrivere i testi. Se ne fregavano della verosimigliananza, godevano a incasinare la continuity, si stavano già prendendo gioco dei luoghi comuni della space opera prima che arrivasse con la sua Morte Nera il potente George Lucas a prendere tutto maledettamente sul serio. Bei tempi. Torneranno?

Mi piacevi più blu

I guardiani della galassia è il film che abbiamo sognato da quando eravamo bambini - quel film di cui Lucas ci ha fatto sentire il profumo a bordo del Millennium Falcon, prima di virare decisamente verso il fantasy più manicheo - e più redditizio. Ma a noi di tutto quel misticismo della Forza, quella lotta tra il Bene e il Male, e la repubblica contro l'imperatore, e Luke sono tuo padre e Leila è tua sorella, tutta questa roba in realtà non è che ci convincesse più di tanto. Ce la sorbivamo in mancanza di meglio. Quello che avremmo voluto davvero erano le avventure anarchiche di Han Solo in un universo di mostri sballati e fuori di testa. Volevamo la Space Opera Cazzara, e nessuno al cinema ce la voleva/poteva dare. Lucas no, Star Trek men che meno. Per fortuna che c'erano i fumetti - ma non ce n'erano in giro poi così tanti. Oggi col digitale si può fare quasi tutto: ma si poteva ricreare quell'atmosfera surreale ed esilarante che ti avvolgeva quando aprivi un vecchio albo dell'Editoriale Del Corno allegato a un sacchetto di patatine? (continua su +eventi!)

Come attraversare un portale dimensionale, finire assorbito dalle avventure incomprensibili di personaggi dai nomi assurdi e immediatamente familiari. Le storie sembravano più lunghe di quanto fossero in realtà perché i personaggi parlavano un sacco: avevano dialoghi metà Shakespeare e metà Paperino. Nel giro di una pagina potevano diventare nemici irriducibili o amici per la vita. I cattivi erano più spesso blu scuro, i buoni rossi o azzurri, la maggior parte sparava raggi fluorescenti dalle mani. 

I guardiani è un esperimento riuscito – anche se Chris Pratt non ha il carisma di Harrison Ford, anzi, il suo StarLord è uno dei punti deboli del team: l’idea di equipaggiarlo con la fissa hipsterica per le musicassette è una strizzata d’occhio esagerata a un pubblico che avrebbe preferito qualche battuta in più. Per fortuna i Guardiani è un film di squadra, e la squadra funziona: in particolare il procione e il suo amico albero (l’irriconoscibile Vin Diesel) sono esilaranti: li vorresti sempre in primo piano, e chissenefrega se sullo sfondo c’è un’eterna lotta tra il Bene e il Male. Proprio come i due robottini nel primo Guerre Stellari, sì. I guardiani non ha molto che meriti una seconda visione, o un posto speciale nella nostra memoria: e allo stesso tempo è quel tipo di film di cui sei sicuro che non ti perderai il sequel, e pure il sequel del sequel. Ultimamente invece la Marvel (ora proprietà Disney) ha comunicato che i suoi supereroi realistici-in-calzamaglia cominceranno a farsi la guerra tra loro, uno schema già provato e riprovato sulle tavole a fumetti. Avremo Iron Man contro Capitan America, forse tornerà a casa anche l’Uomo Ragno e gli toccherà scegliere con chi stare, la saga si complicherà, tutti saranno coinvolti, la continuity vincerà la sua eterna lotta contro il divertimento. Non c’è nulla che possiamo farci: se la gente vuole saghe complicate perché la Disney dovrebbe rifiutare di apparecchiargliele? Speriamo solo che si ricordino di darci qualche film balordo come i Guardiani ogni tanto.
 
I Guardiani della galassia si possono vedere senza occhialini al Cine4 di Alba (20:00, 22:30); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:10, 22:40); al Fiamma di Cuneo (21:15); al Multilanghe di Dogliani (21:30); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Con gli occhialini lo trovate al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:45) e all’Impero di Bra (20:10, 22:30), ma chissà se ne vale poi la pena.


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Il punitore di sé stesso

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Sin City - Una donna per cui uccidere (Frank Miller, Robert Rodriguez, 2014).

Sei lì tranquillo che hai appena messo la moka sul fornello, quando bussano alla porta. È Pablo Picasso.

Ciao, sono il tuo immaginario anni '90, ma in carne ossa,
ora puoi vergognarti in 3D.

"Buonasera, mi perdoni l'intrusione, ma..."
"Maestro! Non trovo le parole per dire quanto questo sia un onore per me..."
"Non le cerchi nemmeno le parole, giovanotto, io vado un po' di fretta".
"Posso offrirle qualcosa? Un caffè?"
"Come se avessi accettato, grazie. Le spiego senz'altri convenevoli il motivo della mia visita. Lei ha per caso presente una tela discutibile che dipinsi qualche anno fa, Les Demoiselles d'Avignon?"
"Come potrei non conoscerla, Maestro? È forse la sua opera più celebre".
"Già, già. E non ha per caso nel suo appartamento qualche riproduzione di siffatta opera, in bianco e nero o a colori?"
"Mi dispiace, no. Ma non deve pensare che questo sia un segno di disistima nei suoi confronti..."
"Non lo penso, non lo penso. Ma mi chiedevo... anche solo una foto in un libro, un catalogo, un manuale per la scuola media..."
"Ah, beh, certo, Storia dell'Arte 3. È qui nella mensola alta, un attimo... Eccolo. C'è la foto a piena pagina, come può notare".
"Già. Splut!"
"Maestro, ma cosa sta facendo? Perché scaracchia nel mio libro e si soffia il naso con la foto del suo capolavoro?"
"Perché lo odio quel quadro di merda! Non lo sopporto più!"
"Ma non dica così, è una pietra miliare del..."
"È una zozzeria orrenda!"
"Ma ci sono fior di critici, e connaisseurs, e collezionisti, che non condividono questa sua opinione".
"Lo credo bene, l'ho dipinto per pigliarli per il culo!"
"Beh, questo ha un senso, almeno nel quadro delle avanguardie artistiche del secolo scorso".
"Sì, appunto, è passato un secolo, mobbasta. Secondo lei io ero talmente coglione da dipingere le facce romboidali? Io se mi impegnavo davo i punti a Rembrandt. Questa schifezza ha rotto le palle".
"E quindi cosa intende fare? Entrare in casa di ogni persona che l'ha vista e distruggerla con le sue mani? È un'impresa impossibile!"
"E perché?"
"Perché l'editoria stampa manuali e cataloghi a getto continuo... e poi c'è internet... e ora che ci penso lei comunque è morto".
"Già, non la trova un'ingiustizia? Che io sia morto e che quella schifezza possa sopravvivermi?"
"Credo che debba rassegnarsi".
"Mai. Dopotutto è roba mia, ci ho messo il nome sopra, perché non posso più distruggerla? Possibile che non ci sia un modo per sabotarne definitivamente la ricezione?"
"No, mi dispiace. L'unico che conosco che ci è riuscito è Frank Miller".
"Chi è Frank Miller?"
"Un fumettista che disegnava tavole violentissime e molto eleganti, che tutti compravamo e mettevamo sulle mensole alte".
"E poi ha fatto come me? È entrato di casa in casa di ogni singolo acquirente e ci si è nettato il culo?"
"No, le ha trasformate in film e ce li ha fatti guardare".
"Interessante".
"Meno di quanto sembra".
"Trasformare l'arte grafica in cinema per distruggerla. Pura avanguardia".
"Sul serio? Non ci avevo pensato".


Una donna per cui uccidere è la prima storia di Sin City che mi capitò di leggere, e dunque è quella che ricordo meglio. Non tanto la storia (le storie di Sin City non sono fatte per essere ricordate): ricordo me stesso che leggeva Una donna per cui uccidere; ricordo la ragazza che me l'ha prestato e che era un'artista, lei, molto promettente. Affrescava pareti e illustrava libri per bambini, privilegiava le tinte pastello e disegnava dolcissimi leprotti. E intanto ascoltava Licensed to ill a palla, e mi prestava i fumetti di Lobo o Sin City di Frank Miller. Una dicotomia davvero affascinante, se solo ci avessi fatto caso. Ma era una di quelle fasi della vita di noi maschietti in cui, come spiegarlo? Non fai caso a niente. Il sistema endocrino governa ogni tua percezione, il sistema nervoso centrale è completamente succube della prima ragazza che ti telefona e dice: mi aiuti ad accendere il computer? a rimettermi col mio ragazzo? a traslocare? a uccidere il marito ricco e noioso? Così potremmo dire che Una donna per cui uccidere parlava di me, in quel modo grottesco e completamente fuori le righe che aveva già allora Miller per parlare delle cose: ma siamo onesti, in quella fase della vita di noi maschietti qualsiasi messaggio complesso parla di noi, anche le istruzioni per lo spremiagrumi. Probabilmente, se lo tirassi fuori da quella mensola alta, scoprirei che Una donna per cui uccidere è un fumetto bislaccamente violento, che ti sbatte in faccia una serie insostenibile di luoghi comuni con la scusa postmoderna della riscoperta del "genere". Ma allora non ci facevo caso. Lo trovavo elegante, nella sua rozza e programmatica abolizione delle sfumature. Ammiravo la sintesi del tratto, la trasformazione degli schizzi di sangue in cascate di luce; e un occhio cavato da un'orbita non mi impressionava più di tanto. Poi, vabbè, la storia era assurda e tagliata con l'accetta: ma l'importante era lo stile, e lo stile richiedeva che la storia fosse così. Le donne erano tutte puttane, tranne le puttane professioniste, loro sì affidabili e deliziosamente spietate: ma che importava, Miller mica faceva il moralista, Miller trasfigurava i cliché dell'hardboiled in sofisticate silhouettes, Miller era un genio. Gli mancava solo di morire in quel momento.

Invece è sopravvissuto a sé stesso, Frank Miller, cominciando da un certo punto in poi a sabotare la sua stessa reputazione. Una cosa persino eroica, a suo modo, perché è facile essere iconoclasti col culo degli altri, ma provate a usare il vostro – nessuno è mai stato capace di autodistuggersi come lui. Potremmo dire che si è rincoglionito, ma è troppo facile. Capita a tutti di rincoglionire, è più o meno il destino di tutti  gli artisti che non hanno l’occasione di levarsi di mezzo da giovani. Una sorte in qualche modo persino augurabile. Ma per quanto tu possa rincoglionire, se hai fatto delle cose buone da giovane non puoi rovinarle. Ormai stanno lì, sulle nostre mensole: non puoi venire casa per casa e stracciare ogni singola edizione del Cavaliere Oscuro. Puoi ingegnarti a scriverne un sequel; puoi farlo brutto apposta, ma non servirà a niente: lo dimenticheremo presto e continueremo a sfogliare il Cavaliere Oscuro. Per quanto il nuovo Miller si sforzasse di autosabotarsi, non c’era nulla che potesse fare per distruggere la stima che avevamo di lui.
Ma a questo punto entra in scena Robert Rodriguez, el Rey dei tamarri.
Un giorno si presenta a casa di Miller e gli mostra un pezzo del suo Sin City trasformato in film. Non è una semplice trasposizione cinematografica. È proprio Sin City. Gli attori si muovono come nelle vignette. I dialoghi sono gli stessi delle nuvolette. Dunque si può fare! Abolire lo script tradizionale e usare le tavole di un fumetto come storyboard. Era da anni che non facevamo che scomodare l’aggettivo ‘cinematografico’ per l’arte di Frank Miller, e benché i suoi rapporti col mondo del cinema non fossero del tutto incoraggianti, era impossibile non accostarsi al primo film tratto da Sin City con curiosità. Quante volte ci eravamo detti insoddisfatti di un fumetto tratto da un film? Più o meno tutte le volte che abbiamo avuto il coraggio di andarlo a vedere. Bene, col primo Sin City non avevamo più scuse: il film era il fumetto. Rodriguez prometteva di girarlo esattamente come Miller lo aveva immaginato. Direttamente dal cervello di Miller al grande schermo.



Questa è sempre la Dawson, ma secondo i due registi non dovremmo accorgercene subito: cioè questa secondo loro è la Dawson mascherata.

E quindi insomma, cosa avevamo da obiettare al viso di cartapesta di Mickey Rourke? Ai ridicoli completi sadomaso di Rosario Dawson? Non erano uguali a quelli stilizzati sulle tavole di Miller? Perché ci faceva strano che le teste tagliate parlassero? Non succedeva la stessa cosa nella storia più divertente di Miller? Com’è possibile che trovassimo insostenibili le continue voci narranti? Non facevano che rileggere le didascalie di Frank Miller. Alcune di quelle didascalie le sapevamo persino a memoria (“il suo bacio è una promessa di paradiso”). Perché ci sembrava ridicolo il colore bianco del sangue? È che quella che sulla tavola di Miller sembrava una cascata di luce, al cinema diventava una cagata di piccione. Il primo Sin City fu un film importante se non altro perché mise definitivamente i patiti di fumetto di fronte alla realizzazione dei loro desideri, sbattendo loro in faccia l’amara verità: sul serio desideriamo questo? Sul serio crediamo che quelle silhouette in bianco e nero possano trasformarsi in personaggi in carne e ossa e indugiare in quei monologhi paratattici senza passare dal ridicolo?
Da lì in poi non ci siamo più lamentati del fatto che le storie a fumetti al cinema diventassero un’altra cosa. Anzi, abbiamo cominciato ad augurarci che incontrassero registi privi di timore reverenziale, pronti a violentarli se necessario; perché se invece i film pretendono di mettere in scena le vignette come tableaux viventi, come sacre rappresentazioni, non solo diventano ridicoli, ma irradiano di ridicolo anche gli originali cartacei. Io sul serio non mi ero reso conto di quanto fosse tamarro Frank Miller, finché el rey Rodriguez non mi ha levato il velo artistoide dagli occhi. Tutte quelle puttane che saltano sui tetti imbracciando cannoni, un immaginario softporno anni Settanta, ma sul serio abbiamo perso così tanto tempo ad ammirare un misogino negato con l’anatomia che racconta sempre la stessa storia ed è pure una storia scema? Noi credevamo di essere fini connaisseurs, poi arriva Rodriguez e ci dice wow! tacchi a spillo e pistole! tette e teste mozzate! katane e frusini! i miei sudditi prolet cafoni andranno pazzi per questa roba! Daccene ancora! Dici: e vabbe’, sarà il cinema che deforma, che svilisce, che semplifica. Ma sotto sotto sai che non è vero; che se avessi davvero voglia di riaprire quel volume nella mensola lì in alto, ci troveresti tutto già deformato, svilito, semplificato. 

Nove anni dopo, Miller e Rodriguez tornano sulla scena del delitto. Chissà perché poi. Probabilmente entrambi sono in una fase non particolarmente felice della loro rispettiva carriera e hanno bisogno di lavorare; nel frattempo il digitale ha fatto grandi progressi, e probabilmente girare un film completamente su green screen è diventato così facile che sembra stupido non provarci. Mickey Rourke non è che abbia l’agenda fitta di impegni, Bruce Willis è un signore e cinque minuti di set non li negherebbe neanche a Ed Wood; le storie ci sono già, il brand bene o male esiste e non è ancora stato definitivamente sputtanato – ecco, appunto, rimaneva solo questa mossa: sputtanare definitivamente il brand. Non credo che nessuno dei due registi sperasse davvero di cavarci fuori un film decente. In particolare le storie nuove scritte da Miller esplicitamente per il film ribadiscono che il tizio odia sé stesso e passa il tempo a farsi il verso da solo. Me li immagino, registi e produttori seduti a un tavolo, mentre si pongono il problema: ok, molto probabilmente verrà una merda. Possiamo fare qualcosa per mandare comunque la gente a vederla? Qualcuno ha qualche idea? Tu là in fondo. 

“Tette”.
“Un po’ banale, forse”.
“Di Eva Green”.

“Ah, beh no, allora è un classico”.
“Non stancano mai”.
“Non hai tutti i torti”.
“Io ho già consumato due dvd dei Dreamers”.
“Eh, ma d’altronde il grande cinema europeo, Bertolucci, il Sessantotto francese…”
“Ah, è ambientato in Francia?”
“Credo di sì, onestamente non l’ho mai visto intero”.
“Neanch’io”.
“Ok, quindi se nessuno ha un’idea migliore tagliamo su tutto il budget e investiamo nelle tette di Eva Green, qualcuno è contrario? Ok, all’unanimità”.
***
Drin Drin
“Casa Rodriguez, chi parla?”
“Chiedo scusa, lei è proprio Roberto Rodriguez? El rey dei tamarri?”
“In carne e cappellone”.
“Mi presento, sono Pablo Picasso, un pittore del secolo scorso, forse avrà già sentito parlare di me”.
“Vagamente”.
“Volevo proporle un soggetto che la renderà ancora più ricco, famoso e culturalmente rilevante: una torbida storia ambientata in un bordello nella Francia del sud”.
“Un bordello nella Francia del sud?”
“La storia è ispirata a un mio quadro famoso”.
“Ci sono le tette?”
“In tutte le angolazioni possibili, e inoltre volti deformati senza un perché”.
“Tette e volti deformati. Ha la mia attenzione”.
Sin City 2, se proprio uno ci tiene a vedere Frank Miller che si sputa addosso, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45, e in versione 3d al Multisala Impero di Bra alle 22:30. 
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Dieci anni che mi manchi davvero

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26 agosto 2004 - Enzo Baldoni viene ucciso in Iraq.

Dieci anni prima io ero uno studente sbarbato senza gusto né cultura. Come tutti i miei coetanei guardavo molti spot, dicevo di preferirli ai programmi ma mentivo. Cercavo di capire come funzionavano, persino di apprezzarli, ma la maggior parte era già copie di copie di copie. A metà '90 ormai di spot che mi facessero alzare dal divano non ne trovavo più, a parte uno.



È stato forse davvero l'ultimo spot che mi è piaciuto. Non avevo naturalmente la minima idea di chi l'avesse inventato; magari un americano o un francese, era difficile imparare certe cose a quei tempi. Non si sapeva davvero a chi chiedere. Valeva per la pubblicità e per tantissime cose che non si trovavano né sui quotidiani né sui libri di scuola.

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Un calcio ai mutanti

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X-Men: giorni di un futuro passato (2014, Bryan Singer)

Tra dieci anni non esisteranno più mutanti. Per la verità non esistono anche adesso, fuori dai cinema. Dentro invece cominciano a essercene troppi, e a fare paura alla concorrenza: dinosauri, robottoni, divi in pensione che giocano a fare le spie, eccetera. Alla fine è pura lotta per la sopravvivenza, come diceva il mio bis-bis-bis-bisnonno mentre spaccava il cranio a un Neanderthal con la sua clava. O noi o loro, e loro sono molto cattivi, meglio togliersi il pensiero. Tra dieci anni non esisteranno più mutanti, il pubblico non ne potrà più di loro. Troppi errori di continuity, troppi supereroi morti e poi resuscitati perché la gente vuole il sangue ma anche il lieto fine. Come dice veramente il professor Xavier in una storia che non ricordo, la vita e la morte per gli X-Men hanno le porte girevoli. Contate soltanto quante volte tra fumetto e cinema avranno resuscitato la povera Jean Grey - alla quinta o sesta quale spettatore non si sentirebbe preso in giro? Tutto questo, in un futuro molto prossimo, causerà l'estinzione dei film di supereroi mutanti. A meno che.

A meno che i pochi superstiti del futuro non decidano di mandare uno di loro nel passato per -
"No scusa questa no, eddai".
Chi ha parlato?
"Sono la voce della coscienza di qualsiasi sceneggiatore, cioè io capisco che la Fox debba continuare a fare più o meno un X-Men all'anno sennò i diritti tornano alla Marvel, ma non è che puoi riciclare Terminator 1 così".
Ah no?
"No, è proprio il fondo del barile, capisci".
Il solito ignorante. Di che anno è Terminator 1?
"Primi Ottanta, e allora?"

Lui è Quicksilver ma non si può chiamare così perché i diritti del nome, da quel che ho capito, ce li ha la Marvel. La scena più divertente è la sua, poi decidono di non usarlo perché ruberebbe la scena ai senatori, manco fosse la nazionale italiana.

1984. "Giorni di un futuro passato", la saga originale di Claremont e Byrne è del 1981. È Cameron che ha copiato. Mai raschiatura dal barile fu più filologica. E dunque - dov'ero rimasto? I pochi superstiti del futuro decidono di mandare uno di loro nel passato per contattare Bryan Singer, che finalmente ha finito di pagare quel mutuo o quegli alimenti o quel ricatto, e sta lavorando a un sequel dell'Allievo, o a un noir come i Soliti sospetti, insomma vuole rimettersi a fare il regista e recuperare il tempo perso a riprendere tizi in calzamaglia, giganti e altre puttanate. Quand'ecco che riceve una visita di Wolverine. Salvaci Bryan, nel futuro prossimo stiamo per estinguerci. I buchi di sceneggiatura prenderanno il sopravvento e ci inghiottiranno tutti. Cazzi vostri, risponde educato Bryan. Eh no, dice Wolverine, tu ci hai creati come esseri di celluloide, e ora spetta a te salvarci. Solo tu puoi darci il reboot che meritiamo. Sai dove te lo metterei? Non scherzare Byan, non è il momento.

Il reboot - per chi non s'intende di saghe - è il Calcio di riavvio. Quando una saga è consumata, frusta; quando tutti gli eroi sono morti e resuscitati più di una volta, non prima di essersi fidanzati e lasciati un paio di volte, come in certe compagnie d'amici di provincia, c'è una sola cosa che puoi fare prima di diventare il Posto al Sole, ed è premere il supremo pulsante del Reboot. Fino a qualche anno fa il Reboot era molto semplice: spegnevi tutto e poi ripartivi da capo: nuovi attori, storia un po' diversa, amen. Prendi il nuovo Uomo Ragno: la trilogia di Sam Raimi è stata semplicemente azzerata. Un po' troppo presto, secondo alcuni - ma il motivo è il solito: se non fai lavorare il personaggio, la Marvel può reclamarlo indietro. La minaccia è più reale che mai, ora che la Marvel ha dimostrato di saper fare film di supereroi meglio di tutti, ed è stata rilevata dalla Disney. Anche gli X-Men andavano quindi presi a calci e riavviati il prima possibile. E d'altro canto come si fa a ripartire sempre dalla stessa lagna, il professore in carrozzella, i giovani mutanti, Logan che ama Jean che sta con Scott che BASTA PER PIETÀ BASTA.

Siamo negli anni '70 e la Lawrence rischia di incontrare la sé stessa di American Hustle. (Se ci andate per lei ci restate male, tolte le scene in cui è incatramata blu restano due o tre minuti, ma sempre meglio di Halle Berry).
Siamo entrati così nella fase manierista del Reboot. Da elemento di rottura, il reboot è stato per così dire armonizzato nella trama stessa della saga. È come se la continuity se lo fosse mangiato. Il probabile responsabile di questa novità è il controverso J. J. Abrams, che col suo Star Trek del 2009 ha mostrato come il reboot possa diventare una figura narrativa, grazie all'altro fondamentale tropo che è il viaggio nel tempo. Un personaggio della saga vecchia e frusta torna indietro nel tempo e combina qualche cazzata che cambia per sempre la storia: et voilà, ora i vecchi personaggi si muoveranno in uno spazio vuoto. Possono rimettersi ad ammazzarsi e fidanzarsi e resuscitare come se niente fosse successo. Poi tra vent'anni rimandano qualcuno indietro nel tempo e si riparte. Giorni di un futuro passato è tutto qui.

Veramente tutto qui. È un film molto al di sopra della media degli X-Men, probabilmente grazie alla mano di Singer. Combattimenti ben coreografati e non troppo lunghi, grande equilibrio tra azione e spieghe, buon uso dei personaggi - compreso il Wolverine di Hugh Jackman, benché come sempre distantissimo dall'uomo-bestia dei vecchi fumetti di Miller: un damerino palestrato che continua a fumare sigari nei posti sbagliati, ma che alla fine usa più la voce che gli artigli. La sua missione è rimettere un giovane Xavier sulla retta via, una cosa abbastanza incongrua ma si può trovare una giustificazione narrativa anche per questo. Si può trovare una giustificazione narrativa a tutto. Ma il punto forse è proprio questo: al termine di due ore di intrattenimento di buon livello, con attori di prima classe (Fassbender, la Lawrence) la sensazione che rimane è quella di aver assistito soltanto a un lunghissimo reboot. Come se la principale preoccupazione degli sceneggiatori fosse spiegare perché tutto quasi tutto quello che è successo fin qui è come se non fosse successo, e dal prossimo film cambieranno tutti gli attori (tranne probabilmente Jackman). Come se non ce li fossimo già scordati alla grande, tutti i precedenti X-Men.

Giorni di un futuro passato è in giro da un mese, più o meno; ma non è che a Cuneo e dintorni ci sia molto di meglio, eh? Il film è ancora in sala al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo, sabato e domenica alle 22:40 e martedì alle 21, in 2d. 
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Capitan America prende a pugni i droni della NSA ma Scarlett è solo un'amica

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Captain America - The Winter Soldier (Anthony e Joe Russo, 2014)

"E allora com'era il film?"
"Eh? Non male".
"Non male?"
"Ma sì, dai, salva il mondo come al solito, però in modo non banale, sono abbastanza soddisf..."
"Berlinguer?"
"Eh?"
"Non sei andato a vedere Berlinguer?"
"Ma certo, sì, naturalmente, sono andato a vedere Berlinguer".
“Non ti lascerò andare stavolta, Bucky.
Stavolta ci salveremo, o cadremo insieme”.
"E salva il mondo in un modo non banale?"
"Beh, in un certo senso..."
"Ma è morto, Berlinguer".
"Non del tutto, no... in realtà è solo congelato, vedi... ogni tanto lo riattivano e gli fanno fare delle missioni speciali".
"Berlinguer".
"Ma nel suo cuore resta il ricordo struggente del suo amico che non seppe salvare, come si chiama..."
"Aldo Moro".
"E insomma il mondo ha ancora bisogno di eroi come lui, perché i nuovi politici hanno una visione semplificata dei problemi e minacciano di far decollare piattaforme sociali che distruggeranno..."
"Sei andato a vedere Scarlett".
"Ma che c'entra, scusa".
"Me lo puoi dire. Hai preferito Scarlett Johansson a un documentario su Enrico Berlinguer, per favore, ammettilo".
"Ma non è Scarlett... cioè c'è anche Scarlett, ma un film di Capitan America, ambientato al tempo dell'NSA, dei droni, presenta svariati motivi di interesse che..."
"Si spoglia in automobile anche stavolta?"
"No, maledizione".
"Tu lo sai, vero, che ti stanno prendendo in giro da... quanti film? Tre".
"Sono bei film se ti piace il genere. La Marvel sa veramente il fatto suo".
"Te la piazzano lì in tre scene e ti staccano un biglietto da dieci".
"Non l'ho visto in 3d. Anche se le traiettorie dello scudo magari meritavano".
"Lo scudo?"
Adesso, onestamente, perché non può avere un film tutto per sé?
Le vedo solo io le potenzialità? Ma io le vedo molto bene.

"Capitan America ha uno scudo, è la sua arma e il suo simbolo, nonché una metafora dell'America tutta".

"Lo scudo".
"L'America è un bel ragazzo biondo che in qualsiasi parte tu ti trovi al mondo ha il diritto di ammazzarti, però con uno scudo".
"Perché gli americani si stanno soltanto difendendo".
"In realtà no, è più complesso di così. La vera minaccia è sempre interna. In tutti questi film ci sono due cattivi. Possiamo chiamarli il Burattinaio e il Burattino. Per esempio..."
"In Scarlett Johansson si infila un costume nero in macchina aka Iron Man 2 c'era Mickey Rourke".
"Ecco, Mickey Rourke in Scarlett Johansson si cambia in macchina ftg Iron Man faceva il Burattino. Parlava russo, sembrava matto. Anche Ben Kingsley in Iron Man 3. I Burattini sono sempre personaggi esotici con accenti strani".
"Stavolta chi lo fa il Burattino?"
"Un attore rumeno. Interpreta il Soldato d'Inverno, un'ex super-spia sovietica, come Scarlett del resto".
"Si baciano?"
"No. Nel film, cioè. Nel canone ufficiale succede".
"Nel cosa?"
"Nella continuity, insomma, nei fumetti".
"Hai quarant'anni, ti rendi conto".
"I Burattini all'inizio sembrano la vera minaccia, e in un certo senso danno il sapore al film: per esempio questo è il film in cui Capitan America combatte contro il Soldato d'Inverno. Ma i Burattini non sono mai il vero nemico".
"Il vero nemico è il Burattinaio".
"Ovviamente. E il Burattinaio è sempre un Wasp, un americano bianco e biondo. Sempre".
"Vabbe', è la politically correctness".
"No, è più complicato di così. L'idea che nelle stesse radici della libertà americana si annidi il seme del male, il germe del nazismo..."
"Vabbe' ma se i cattivi sono tutti biondi dopo cinque minuti li scopri comunque".
"Magari i ragazzini ci mettono un po' di più".
"Ho visto che nel cast c'è Robert Redford, niente niente che..."
"SSsssst! Spoiler!"
"Hai quarant'anni. Quarant'anni".
"Capitan America ne ha novantacinque".
"E va in giro con la tutina rossa e blu".
"Blu molto scuro, kevlar, una cosa abbastanza realistica".
"Realistica".
"Il film si ispira ai classici politici della Nuova Hollywood, Tutti gli uomini del Presidente, I giorni del Condor..."
"Quanti elicotteri vengono abbattuti?"
"Eh, tre..."
"Solo tre?"
"Tre PORTA-ELICOTTERI DA CENTO ELICOTTERI L'UNA SI PRENDONO A CANNONATE SOPRA IL FIUME POTOMAC, FIGATA PAZZESCA".
"Mentre Capitan America e Scarlett si baciano".
"No. Capitan America ritrova il suo amico perduto".
"E si baciano".
"No ma quasi - diciamo che non ci si può aspettare un sottotesto omoerotico più evidente di così da un blockbuster".
"E Scarlett?"
"Un bacetto a un certo punto, solo per depistare i pedinatori".
"Mamma mia che roba banale".
"No, è fatta molto bene, con molta cura, da autori sensibili che rispettano il materiale di partenza e..."
"Il materiale di partenza? Un coglione in tutina rossa e blu che ammazza i cattivi con lo scudo?"
"Capitan America non era così. Cioè. Poteva diventare così. Ma proprio perché il rischio di sembrare un coglione in tutina a stelle e strisce era altissimo, è sempre stato un personaggio che ha stimolato i suoi autori, che li ha spinti a scrivere storie meno banali di quanto avrebbero potuto essere, capisci? Capitan America è stato il primo fumetto con un supereroe nero".
"È diventato nero?"
"No, è sempre stato biondo, ma negli anni Settanta ha avuto un amico nero, Falcon".
"Molto avanti".
"È un fumetto che ha raccontato lo scandalo Watergate, ha preso le distanze dal Maccartismo... pensa che le storie in cui picchiava i comunisti, negli anni Cinquanta, sono state rifiutate dal canone: in seguito si è scoperto che il Capitano che scopriva spie rosse dappertutto in quegli anni non era il vero Capitano, ma un impostore paranoico, capisci?"
"Hai quarant'anni".
"Pensa solo a come nasce... lo sai cosa c'era sul primo numero di Capitan America nel 1940?"
"Tiro a indovinare... Capitan America".
C'è scritto March, ma uscì quattro mesi prima.
Un milione di copie. Ma anche centinaia
di lettere indignate, non si tratta così
un capo di Stato.
"Che prende a pugni Adolf Hitler".
"Uh, hai ragione, molto meno banale di come avrebbe potuto essere".
"Riflettici bene, esce un anno prima di Pearl Harbor, mezzi Stati Uniti erano ancora isolazionisti, un sacco di bravi biondi ragazzi americani pensavano che Adolf Hitler non avesse tutti i torti. E invece a New York c'era gente che diceva: ehi ragazzi, questo è un nemico, questo va contro tutto quello in cui crediamo, questo va preso a pugni".
"E ci disegnano un fumetto".
"Erano fumettisti, che altro dovevano fare. Chaplin faceva il Grande Dittatore, loro facevano fumetti. Ma avrebbero potuto fare l'ennesimo eroe in calzamaglia che salva la cassaforte dagli scassinatori, invece no. Si impegnano. Una volta si chiamava engagement".
"Si chiama  propaganda politica".
"Anche il primo film... una mezza cazzata, però c'era questa idea geniale, di un Capitano che viene arruolato nel settore propaganda, fa gli spettacoli con le ballerine in cui prende a pugni Hitler... però poi diventa un eroe vero e elimina i pericolosi nazisti. E però alla fine i più pericolosi sono simili a lui... dopotutto è il risultato di un esperimento che doveva creare il super-soldato... i nemici che combatte gli sono sinistramente famigliari, capisci? Il germe del male..."
"...alligna nelle stesse radici della libertà bla bla".
"Pensa solo a questo. Il nemico è la NSA. In un futuro prossimo la NSA si dota di droni orbitanti e usa le informazioni in suo possesso (tutte le mail che ci siamo scritti, le foto che ci siamo scattati, ecc.) per decidere chi eliminare. Per la pace nel mondo. Per la stabilità".
"Siamo spacciati".
"Ma Capitan America combatte".
"E Scarlett?".
"Lo aiuta, ovviamente".
"Ma non si baciano".
"Solo un istante, per depistare".
"E Berlinguer?"
"Magari la settimana prossima".
"La settimana prossima esce Charlotte Gainsbourg fa sesso con chiunque per quattro ore, Parte prima".
"Non so, ci devo pensare".
"Con Scarlett non sei stato molto a pensarci".
"No, è più complicato".
"Hai quarant'anni".
"È più complicato".

Captain America secondo me si può vedere tranquillamente in 2d, per esempio al Fiamma di Cuneo (21:15), al Cine4 di Alba (21:00), al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:05, 22:45), all'Italia di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Ma se ci tenete a vedere lo scudo della libertà che vi arriva adosso, troverete la versione 3d al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:00, 22:40) e all'Impero di Bra (20:10, 22:30).
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Il ritorno di Calcinculo

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Kick-ass 2 (Jeff Wadlow, 2013)

Non mi ricordo nemmeno chi dei due sta convincendo l'altro che mettersi il costume è il suo destino - si scambiano ruoli e battute, dai, è chiaro che sono due proiezioni della stessa persona.
Dave Lizewski è cresciuto. Sta per andare al college. Non è più quel coglione che mascherato da super-eroe se le faceva dare di brutto nei video più cliccati di youtube. O no? Da qualche parte nella sua testa riccioluta di tardo teen-ager annoiato si aggira ancora quella fantasia allucinata, la bambina assassina. È cresciuta anche lei, adesso ha, gasp, quindici anni. Ancora pochi per alimentare fantasie sessuali consapevoli, quindi continua a vivere in un fumetto iperviolento dove salva Dave dai criminali spaccando ossa e tranciando mani. Dave Lizewski non è cresciuto. Non può. Da qualche parte sa di essere anche lui il protagonista di un fumetto. E che malgrado ogni logica e verosimiglianza, si ricalcherà il cappuccetto verde in testa e si rimetterà a prendere botte in compagnia di qualche altro cosplayer sciroccato.

Ci sono vari motivi per cui un film di Kick-ass è più interessante di quasi ogni altro film di supereroi. Uno è Chloë Grace Moretz, la bimba assassina. Un altro è Chloë Grace Moretz, ora anche teen-ager alle prese con le risaputissime dinamiche dell'high school (indovina, ci sono tre cheerleader che la prendono di mira, ma lei è più tosta. C'è anche la gag sul vomito, che nelle comunità giovanili americane dev'essere una specie di tabù: chi vomita in pubblico perde automaticamente il suo status). Il terzo motivo è l'ambiguità fondamentale del concetto di Kick-ass, una serie che nasce per prendere per il culo i cosplayer (quelli che si travestano da personaggi alle convention), ma alla fine per esigenze di drammatizzazione finisce per trasformarli in eroi veri. È come se don Chisciotte a un certo punto, in virtù della sua purezza di cuore, diventasse realmente un grande cavaliere, e Ronzinante un focoso destriero, e Dulcinea prendesse le forme, che ne so, di Chloë Grace Moretz. Nel primo episodio Lizewski inaugurava le imprese facendosi accoltellare e investire da un'automobile; nel finale saliva su un grattacielo con uno zainetto a reazione. Succede più o meno la stessa cosa anche stavolta. La storia comincia nel reame del verosimile, raccontando di sfigati che per varie traversie esistenziali hanno deciso di andare in giro in maschera e opporsi al crimine, rischiando di farsi molto male. Non sono tutti nerd incurabili, c'è anche la coppia che ha perso un figlio e lo fa per tenere alta l'attenzione sul caso: il quarto motivo per cui Kick-ass è interessante è per questa commistione di ridicolo e struggente, purtroppo appena accennata.

Lentamente però si entra nel regno della fiaba; è un percorso irresistibilmente regressivo, in cui Chloë Grace Moretz ti prende per mano. Un quinto motivo per cui Kick-ass può darti i brividi, è che i due piani (realtà e fumetto) non combaciano mai bene, e ti suggeriscono che qualcosa non stia funzionando: lo stesso pugno può romperti il naso o rimbalzare. Forse qualcuno sta sognando. Forse l'unico vero supereroe, Chloë, in realtà non esiste, è soltanto un fantasma nella testa di Dave... (continua su +eventi!) Il suo coniglio fantasma. Una scheggia di infanzia che non si rassegna: non andrai mai al college, il tuo posto è qui, tra i fumetti. Presto o tardi il fiabesco prende il sopravvento. Un Jim Carrey quasi irriconoscibile è il mago sacrificabile che proverà a rifare di Dave un eroe. Christopher Mintz-Plasse è l’ex amico viziato delle medie: per trasfigurarsi in antieroe gli basta calcarsi in faccia le maschere sadomaso della mamma appena morta. Coi soldi dell’eredità ha deciso di finanziare una squadra di super-cattivi che sono, definitivamente, non di questo mondo; tra cui la gigantessa Mother Russia, protagonista di una delle scene più assurdamente violente e, lo confesso, divertenti.

Un sesto motivo per cui Kick-ass mi è piaciuto di più di tante altre trasposizioni da fumetti, è che non ho letto il fumetto. Chi lo conosce si sta già ovviamente lamentando delle edulcorazioni – però capiamoci; è pur sempre un film dove una quindicenne ti taglia le mani e una falciatrice da giardino può tranciare un paio di giugulari. È comunque interessante notare alcune autocensure: una riguarda uno stupro, ribaltato in farsa ma con un dettaglio realistico: come succede a molti violentatori veri, il supercattivo non riesce ad avere un’erezione, e quindi decide di compensare con le botte. L’altra riguarda un cane, con tanto di strizzata d’occhio dello sceneggiatore: a un personaggio umano si può tagliare la testa, al suo cane no. “Non sono così insensibile”, dice il perfido Chris.

Il settimo motivo per cui Kick-ass, a dispetto di molte recensioni insoddisfatte, mi ha divertito parecchio, è che io i cosplayer li sento torbidamente affini. Certo, non mi dispiacerebbe vederli tutti orrendamente menati. Ma poi appena qualcuno ci prova davvero comincio a sentirmi in pena. È che alla fine anch’io ho avuto per tanti anni una doppia vita, un’identità segreta. No, di notte non mi mettevo dei cappucci buffi, ma quasi. Mi bastava assumere un nick ugualmente buffo. E anch’io andavo in giro a caccia di bricconi, saltando di sito in sito; e li inchiodavo alle loro malefatte, e in qualche caso mi facevo pure male. Ero un blogger. Lo sono ancora. Da che pulpito posso fare la predica a uno sfigato come Dave. La sua fame di avventura la capisco benissimo. Lo sguardo rassegnato del padre, perché m’è capitato un ragazzo così, l’ho già visto. Calcinculo prima o poi crescerà. Ma fino ad allora, vai di calcinculo.

L’ottavo motivo è Chloë Grace Moretz – stavo per dimenticarmi che in questo film c’è Chloë Grace Moretz. In seguito ne farà tantissimi altri. Ma non avrà più sedici anni, e non assalterà più un furgone in vestito nero e camicetta bianca gridando ai gangster: “siete morti, succhiac****”.

Kick-Ass 2, indovinate, è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 e alle 22:40. È un film molto violento. Meglio aver già visto il primo episodio. Buon divertimento.
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Wolverine nella fabbrica delle delusioni

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Wolverine l'Immortale (The Wolverine, James Mangold, 2013)

Wolverine è il migliore in quello che fa. Uccidere? Sventrare? Annusare prede in mezzo al traffico metropolitano? No, quello era il Wolvie dei fumetti. Il Wolverine cinematografico è il migliore del mondo a nutrire rimorsi, avere incubi, ecc.. Non c'è notte che non si svegli con gli artigli in fuori, è seccante soprattutto se hai delle trombamiche, per cui è andato a vivere in montagna. Lo raggiunge una giapponese che parla come una guida turistica, avete presente, quelle che prima di affettarvi con la katana vi devono spiegare tutto il pedigree della katana, che era appartenuta al prozio del grande samurai Sto Katzo-San e tutto il resto. Indovinate che gli racconta: Logan, non puoi nasconderti al tuo destino, sei una macchina per uccidere, sei John Rambo col 100% di adamantio in più, dai, vieni in Giappone che ci divertiamo, c'è la Yakuza e il boss moribondo di una multinazionale che hai salvato da giovane a Nagasaki e ha un bellissimo ricordo del tuo fattore rigenerante, e i ninja neri sui tetti come nei vecchi fumetti di Miller, te li ricordi i vecchi fumetti di Miller, bei tempi quelli, però anche adesso non si sta male, dai, abbiamo katane vere e un sacco di effetti speciali, possiamo saltare sui treni a trecento chilometri all'ora, dai, vieni in Giappone con me.

"Va bene, ma solo 24 ore".
È uno di quei pochi casi in cui la
voce fuoricampo sarebbe
perfettamente giustificata. E
infatti non la usano.

Pagano sceneggiatori per scrivere frasi del genere. Vengo in Giappone - dal Canada - ma solo per 24 ore. All'inizio di un film di Wolverine. È come se i fratelli Grimm mettessero a Cappuccetto Rosso in bocca la battuta: "Beh, scambierò qualche parola col lupo, dopotutto; ma solo buongiorno e buonasera". Potrei continuare a lamentarmi per tutta la recensione. Perché mi ricordo la storia originale, e vederla saccheggiata così, profanata - non si potrà più riutilizzare, hanno bruciato in due ore sia l'idillio con Mariko sia la strage della famiglia - fa male. Ma lagnarsi non serve a niente. È come insistere sul fatto che Hugh Jackman non sia nella parte, per quanto si faccia crescere i basettoni io continuo a immaginarmelo col farfallino mentre canta scemenze a Broadway o presenta gli Oscar - ma dopo sei film forse vale la pena di rassegnarsi, o no? Nel frattempo si sono ruotati due Spider Men, due Supermen e ben tre Terribili Hulk, e Jackman è sempre lì. Si vede che a qualcuno piace. Qualcuno che non sono io, ma che compra più biglietti di me, evidentemente.

Alla fine il problema è tutto lì, cari appassionati di fumetti... (continua su +eventi!) Ogni volta che riportano un nostro personaggio al cinema, noi ci caschiamo. Entriamo aspettandoci cose che il cinema forse non ci può dare - o forse potrebbe almeno provarci - ma perché al mondo dovrebbe accontentare proprio noi, che siamo gli unici che di sicuro pagheranno il biglietto comunque? Noi siamo lo zoccolo duro dei film di supereroi, ce ne piace uno ogni tre ma ci andiamo lo stesso, e quando usciamo riempiamo l'internet di lamentele perché Silver Samurai non si può presentare e bruciare in quindici minuti, e che senso ha spendere tutti quei soldi in paludatissimi sceneggiatori se la storia originale di Claremont era cento volte più bella e cinematografica, eccetera eccetera eccetera. Siamo come gli elettori del PD. Per quale motivo al mondo i dirigenti del PD dovrebbero preoccuparsi di darci qualche soddisfazione? Se li abbiamo votati fin qui, è abbastanza chiaro che li voteremo anche la prossima, e quindi loro hanno altre priorità: conquistare gli elettori di Berlusconi, gli elettori di Grillo, ho sentito che esistono persino gli elettori di Ingroia, e gli astensionisti, tutta gente che con un po' di effettacci speciali che non c'entrano nulla col PD si può sul serio conquistare, e scassare il botteghino, che è quello che vogliamo anche noi elettori del PD, no? E comunque se la cosa non ci va possiamo sempre riempire l'internet con le nostre accorate lamentele, è un modo di divertirsi anche questo. È così che funziona. Il PD è fatto apposta per deluderci, e anche i film di supereroi. La malinconia che proviamo ogni volta che ci accorgiamo che di una bella saga magistralmente raccontata non è rimasto che qualche oggetto di scena, non è un fenomeno accidentale: è la natura stessa dell'oggetto "film di supereroi". Se il cinema è la fabbrica dei sogni, il cinema tratto dai fumetti è quel tipo di sogno che ti delude ogni volta che lo fai, quel sogno in cui le cose non vanno mai, mai, mai come vorresti. Allora esci dalla sala incazzato, ti sfoghi in un blog, e tre mesi dopo ci ricaschi. A proposito, la settimana prossima esce Kick-Ass 2. Probabilmente è una cazzata. Però, quasi quasi.

Wolverine l'immortale è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:10 e alle 22:45. Perché non andate al cinema d'estate? No, sul serio, perché? C'è l'aria condizionata, si sta bene, potete far tardi, perché?, se più gente ci andasse d'estate i distributori smetterebbero di trattarla come la stagione dei fondi di magazzino, e io non perderei ore della mia vita a guardare Wolverine l'immortale. 
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Il panico dell'Uomo d'Acciaio

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Iron Man 3 (Shane Black, 2013)

Mi sembri così freddo ultimamente
Tony Stark non è più quello di una volta. L'adorabile sbruffone che portava lo smoking sotto la corazza, il supereroe ubriacone che si pisciava nel costume, non è più lui. Ha crisi di panico, nessuna armatura gli sembra abbastanza robusta. Oltre alla lotta consueta coi demoni interiori, la formula prevede due nemici, uno con l'accento esotico e l'apparenza inquietante, l'altro americano e biondo, espressione di quel complesso industriale-militare da cui lo stesso Stark vorrebbe affrancarsi. Ci saranno molte esplosioni, il Presidente degli Stati Uniti rischierà di farsi incenerire in diretta tv  e anche Gwyneth Paltrow sarà più volte in pericolo, ma alla fine dimostrerà ancora una volta che dietro a un supereroe c'è sempre una superdonna.

La Marvel sa come si fanno i film di supereroi. Li ha inventati, li conosce, li possiede, e proprio per questo può tradirli con più disinvoltura se ne vale la pena; magari calpestare 40 anni di vita di un personaggio (il Mandarino) e reinventarlo da capo tutto diverso, un Ben Kingsley che dopo Gandhi e Itzhak Stern si ritrova nei panni di un finto Osama e... si diverte un sacco (e noi con lui). Fosse stato chiunque altro, milioni di nerds in tutto il mondo avrebbero gridato Tradimento anche più forte di quella volta che George Clooney fece un Batman gay. Ma se lo fa la Marvel ha un senso, anzi, è una reinvenzione geniale. La Marvel conosce l'arte di ri-raccontare le storie, è abituata a fare e disfare universi di personaggi ogni cinque, dieci, quindici anni. Il primo Iron Man era nato in Vietnam, poi in Iraq, quello cinematografico ha mosso i primi passi nel 2008 in Afganistan. Si è capito subito che avrebbe funzionato. Più di ogni effetto speciale o evoluzione narrativa, la vera idea è stata infilare nella tuta d'acciaio Robert Downey Jr.

Oggi è difficile immaginare un Iron Man diverso da lui, eppure siamo stati a tanto così da ritrovare nello stesso ruolo Tom Cruise o Nicholas Cage. Sarebbero stati eroi molto diversi. Tom non avrebbe mai pisciato nel costume, non riesco a immaginarmelo. Cage sì, in un altro film di supereroi addirittura piscia fiamme; ma avrebbe fatto smorfie tutto il tempo... (continua su +eventi!) Downey non ne ha bisogno, ma sembra strizzi l’occhio tutto il tempo. Quello che faceva Harrison Ford nei primi Guerre Stellari, e li rendevano guardabili anche a un pubblico un po’ più adulto. Ci sono milioni di teorie sul perché la seconda trilogia non sia bella quanto la prima; quanto a me la differenza la fa Ford, semplicemente. Senza di lui ad ammiccare, a piazzare battutine, a sparare senza troppi preavvisi e senza troppa nozione di quello che sta succedendo, non mi diverto più, mi ritrovo imbarazzato davanti a un fantasy per adolescenti; cioè quello a cui probabilmente Lucas tendeva già a metà ’70, ma a quel tempo ci si vergognava, roba del genere era considerata di serie B. 

Robert Downey non è mai di serie B; finché c’è lui, si diverte anche il papà che ha portato al cinema il ragazzino. La Marvel sa come si fa. Due delle scene più divertenti prevedono proprio che Stark si confronti coi suoi fan, manipolandoli senza scrupolo, per una buona causa ovviamente. La ricetta ha funzionato con alti e bassi per due film: la principale novità nel terzo è il cuoco, Shane Black. Non ha diretto molti film, ma ha scritto le sceneggiature di quei pochi action movie che vi ricordate senza vergognarvi, oppure vi vergognate, ma sono tra i pochi che riguardereste: il primo Arma letale, L’ultimo boy scout. Black sa impastare azione e trama fino a far sparire ogni grumo: l’intreccio procede scena per scena, senza bisogno di “spieghe” decisive. Soprattutto, Black non si perde uno spunto comico, e regala ai ragazzini ma soprattutto ai loro papà qualche scena esilarante che dovrebbe essere obbligatoria in tutti i film di supereroi. Vedi il modo in cui si sfrutta quel momento topico che in altri film rasenta sempre il ridicolo: la vestizione del supereroe; quei tre minuti in cui il Cattivo sta distruggendo la città o rapendo la bella, e il superman di turno è indaffarato a cambiarsi in una cabina del telefono. Nel caso di Iron Man si tratta sempre di un “lanciami i componenti” spettacolare ma – proprio come nei vecchi cartoni giapponesi – implausibile; in Iron Man 2 mentre Downey si lasciava rivestire d’acciaio, Mickey Rourke avrebbe avuto il tempo per friggerlo tre volte. Black ci scherza su a meraviglia: le sue armature sono ammaccate e maldestre, e cento volte più simpatiche. 

Un’altra parola sui due cattivi del film (SPOILER). Uno impazza per internet e in tv gridando “Siete tutti morti, morti! Americani siete morti! Presidente sei morto!” Ma in realtà è solo un attore. L’altro (la mente) è l’ennesimo wannabe-Steve-Jobs con tante idee immaginifiche, e all’inizio del film ha i capelli lunghi e spettinati. Almeno al cinema è un piacere vederla sconfitta sonoramente, un’accoppiata così.

Iron Man è uno di quei film che ti tocca guardare con gli occhialini, perlomeno se ci vai con i ragazzi. Con gli occhialini è la solita storia, all’inizio dici “oooh”, alla fine ti ricordi solo un mal di testa più o meno lieve. La cosa che odio di più è quando accendono le luci e tutti se ne vanno e tu resti come un pirla con questi occhialini a guardare i titoli (e in casi come questi bisogna guardarli tutti i titoli, fidatevi). Secondo me non valgono i tre euro, gli occhialini. Il vero gadget indispensabile per un film del genere dovrebbe essere il Ragazzino Nella Fila Dietro. Quello che sa a memoria la canzone dei titoli iniziali, e che ogni tanto si lascia scappare un BELLO! o un MA GUARDA QUANTI SONO [gli uomini d’acciaio]!!! prima che i fratelli maggiori lo tacitino. All’inizio lo odi, poi capisci che ne hai bisogno. 

Iron Man 3 lo trovate al cinema Fiamma di Cuneo alle 21:10; al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (ore 20:00, 20:05, 22:40, 22:50; in 3d alle 20:10 e alle 22:45); ai Portici di Fossano (20:00, 22:30); al Bertola di Mondovì (21:00); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (21:00, o in 3d alle 21:30); al Cityplex di Alba (in 3d, alle 21:30); al Multisala Impero di Bra (in 3d alle 20:10 e alle 22:30).

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Teoria narratologica della sf

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(Una cosa di cui colpevolmente non m'interesso molto è il festival di filosofia che fanno praticamente sotto casa mia - avete presente quelli che abitano dietro un monumento e non lo visitano mai? Ecco. Mi dispiace che ci sia stata una polemica su Fabio Volo, che secondo alcuni non dovrebbe andare a un festival di filosofia - probabilmente la stessa gente nel Settecento avrebbe snobbato quegli autori di romanzetti dozzinali e satirici, come si chiamavano, Voltaire e Diderot. Comunque. L'unico mio vago contributo al filosofume in cui sono immerso è questo pezzo che scrissi un paio di anni fa per una di quelle belle iniziative di Barabba. Lo riciclo oggi. Era molto più divertente dal vivo (niente dello spessore di un Fabio Volo, comunque)).


Noi vogliamo leggere di eroi: li vogliamo buoni e generosi, positivi e propositivi. Questo la narrativa ce lo può dare. Però li vogliamo anche veder impattare con il nostro stesso mondo (o meglio, un mondo perfettamente identico al nostro). Questo la narrativa non può darcelo senza pretendere qualcosa in cambio. Questo qualcosa lo possiamo definire Sfortuna. Vogliamo degli eroi? Li vogliamo alle prese con le difficoltà del nostro mondo? Dobbiamo accettare che siano molto sfortunati. In caso contrario non si dà verosimiglianza, e senza verosimiglianza non si dà narrativa.
Cerco di spiegarmi meglio. Nel nostro mondo, gli eroi che pretendiamo dalla narrativa non ci sono. Se ci fossero, il mondo migliorerebbe all’improvviso. L’esempio più classico resta Superman: se esistesse, non perderebbe certo tempo a combattere contro il crimine più o meno organizzato: devierebbe un paio di fiumi, risolverebbe il fabbisogno energetico degli Stati Uniti, risolverebbe le controversie internazionali (Eco, 1964). Questo è quanto sarebbe logico aspettarsi da un superuomo verosimile. Quindi, o rinunciamo alla verosimiglianza e caliamo Superman in un altro universo, dove gli sia consentito cambiare la sorte di altri pianeti (e a quel punto avremmo un fantasy di scarso interesse), oppure lo lasciamo in un mondo verosimile fatto di grattacieli realistici e cabine telefoniche identiche alle nostre, operando però affinché, malgrado la sua buona volontà e i suoi poteri ultraterreni, non riesca a rendere il mondo neanche un briciolo migliore di quanto lo abbia trovato. Ma come si fa?
Lo si circonda di sfortuna. Si crea una pletora di antagonisti, a volte in calzamaglia e mantello come lui, che non gli lasciano un attimo di tregua. L’unico modo per ammettere Superman nel nostro mondo è dotarlo di una sfortuna tale da neutralizzare del tutto i suoi superpoteri, affinché alla fine di ogni sua avventura gli enormi sforzi positivi di Superman e le enormi energie negative dei suoi antagonisti diano una somma zero. Il nostro mondo imperfetto diventa così il risultato della lotta titanica tra Superman e i suoi perfidi avversari. Questo alla lunga rischia di rendere Superman e i suoi successori antipatici: con tutti i loro poteri in fondo non fanno che difendere lo status quo, saranno mica per caso eroi di destra? Conservatori, se non addirittura reazionari? Ma è la narrativa a essere in qualche misura conservatrice: per essere interessante ha bisogno di restare in frizione col mondo vero, ma il mondo è quel che è, uno status quo molto discutibile, e la narrativa accetta di non poterlo cambiare. La rivoluzione si fa nelle strade, o al limite nei fantasy: nei romanzi realisti non può che finir male. Poi date la colpa all’autore, ma è colpa vostra che accettate il patto finzionale senza far caso alle clausole scritte in piccolo.
Eroe + Sfortuna = 0
Eroe = 0 – Sfortuna
Sfortuna = 0 – Eroe
In pratica, a ogni azione positiva dell’eroe corrisponde una sfortuna di uguale valore e di segno contrario. Più l’eroe sarà potente, più grande la sfortuna intorno a lui. Più Ulisse è astuto e curioso, più Itaca si allontana. Più Ercole è forzuto, più gli tocca faticare. La sfortuna è in fondo il calco in negativo dell’eroe, e questo si vede in metafisica semplicità nelle opere di Kafka: i suoi quasi anonimi eroi sono definiti esclusivamente dalla sfortuna che li plasma. K esiste finché c’è un Castello che non lo lascia passare, o un Processo che non gli consente di difendersi: rimosso lui, il Castello apre i cancelli e il tribunale si scioglie. Solo un po’ di vergogna sopravvive.
La sfortuna è quindi proporzionale alle capacità dell’eroe. Nel caso di Superman essa tende all’infinito: finché Superman vivrà, l’universo di Metropolis sarà sotto costante minaccia di folli che lo vogliono dominare o distruggere. Fortunatamente di solito gli eroi hanno poteri più modesti, e di conseguenza anche la sfortuna che li contrasta è minore. Prendi i Malavoglia: sono una piccola impresa a conduzione famigliare, i cui membri all’inizio del romanzo appaiono dotati di un minimo di spirito d’iniziativa. Anche se il carico di lupini arrivasse in porto, essi non salverebbero certo il mondo: al limite porterebbero ad Aci Trezza un po’ di moderna mentalità imprenditoriale. Il che però è inammissibile: non perché Verga non lo desideri, ma perché semplicemente ciò non è avvenuto nel mondo reale, a cui l’autore è vincolato da una clausola di verismo: e quindi la tempesta deve infuriare, e la sfiga colpire a ripetizione finché dei Malavoglia non resti che qualche superstite incanaglito e riconvertito al mito arcaico della Casa del Nespolo.
Proseguendo per questa china si arriva agli antieroi: quei personaggi la cui carica è prossima allo zero o addirittura negativa: ebbene, a loro potrà capitare anche qualche occasionale botta di culo, al fine di mantenere l’equilibrio: vedi il caso dell’Idiota. Sappiamo che l’idea iniziale era quella di creare un personaggio “buono”. Dostoevskij all’inizio ha l’aria di pensare che la bontà non sia una qualità, quanto una mancanza di qualità negative: così l’Idiota sarà privo di fondi, privo di salute, privo di malizia… dopo un centinaio di pagine però l’autore si dev’essere reso conto che tutte queste privazioni rischiano di renderlo un osservatore inerte, e allora cosa ti combina? Ma guarda un po’: una zia sconosciuta, un’eredità improvvisa. Il Deus ex machina dei canovacci ottocenteschi.
Il più sfacciato resta comunque Zeno Cosini: chi più fortunello di lui? S’innamora di sua moglie, il suo rivale in amore e in affari s’ammazza per sbaglio. Persino quando il malessere esistenziale sembra prevalere, non ha che da scoppiare una guerra mondiale per trasformarlo in uno speculatore soddisfatto. Zeno doveva evidentemente contenere un potenziale negativo altissimo: non è difficile immaginare che il tizio “un po’ più ammalato degli altri” che si arrampica al centro della terra e la fa esplodere sia egli stesso. Per evitare che ciò succeda, per salvare il mondo (e la verosimiglianza del racconto), Svevo è costretto a servirgli colpi di fortuna a ripetizione.
Per i narratori insomma non c’è scampo: o inventano eroi positivi e li sommergono di sfighe, o s’ingegnano a elaborare colpi di fortuna per antieroi inetti. Di solito quelli più buonisti all’apparenza sono proprio quelli che nascondono in cantina orribili attrezzi con cui tormentare i loro eroi senza macchia. Essi tuttavia amano presentarsi in società come padri di eroi, e quindi un po’ eroici essi stessi, senza troppo insistere sul fatto che ne sono anche i più instancabili persecutori. Del resto, perché dovrebbero insegnare i più oscuri segreti del loro mestiere? La fortuna commerciale di un narratore dipende dalla quantità di dolore, frustrazione e sofferenza che riesce a infliggere ai suoi eroi prediletti. Egli dovrà essere spietato, come si addice a un padreterno. Ma persino il padreterno, tra un diluvio e una pestilenza, ha quei momenti in cui ci terrebbe ad apparire come un tizio misericordioso. Allo stesso modo quando i narratori vanno alle conferenze o ai corsi di scrittura creativa, hanno sempre quell’aria di “io non farei male a una mosca”. Il risultato è che poi da questi corsi escono un sacco di discepoli buonisti che credono che per raccontare una storia sia sufficiente inventarsi un simpatico eroe (spesso aspirante narratore egli stesso), al quale succedono solo cose simpatiche e mai niente di veramente grave, perché la violenza è una cosa ripugnante, no?
Anche quando è violenza su creature immaginarie. Da qui il corollario più interessante della teoria: come si distingue un vero narratore da un aspirante? Dalla pietà per i personaggi. Il vero narratore ne sarà totalmente privo. Ti è venuto bene quel tenero ragazzino, Nemecsek? Bravo Molnár, ora stroncalo con una polmonite fulminante. Generazioni di giovani lettori piangeranno per quello che stai facendo al più eroico soldato semplice delle strade di Budapest. Milioni di fanciulli e fanciulle t’imploreranno e ti malediranno, ma sarà per sempre troppo tardi: Nemecsek è morto, fatevene una ragione, e se non fosse morto il romanzo non sarebbe finito negli scaffali su cui lo avete trovato.
Diventare veri narratori significa accettare il proprio ruolo di assassini di eroi, dispensatori di disgrazie, reggitori di cornucopie di ininterrotta sfiga. Questo è il destino del narratore. Non ti va? Nessun problema, il mondo ha più bisogno di idraulici.
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Di storie in forme di fiore

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Dunque io, che ho cominciato a leggere quasi prima di cominciare a pensare, sui cartelli stradali, i titoli dei giornali, io che ho imparato a leggere in officina sulle latte di OLIO FIAT con le lettere bene in evidenza, a un certo punto ho trovato i fumetti e per molto tempo non ho cercato di meglio. In seguito ho letto anche altre cose, il Codice della Strada e Svetonio in originale, ma probabilmente la cosa che riesco a leggere meglio, che mi viene più naturale leggere, sono i fumetti: una vignetta dopo l'altra, la nuvoletta in alto prima della nuvoletta in basso, certe linee sottendono il movimento e la didascalia è una voce fuori campo. Migliaia di Topolini e poi Giornalini, e Dylandog e tutto il resto, ma so che non è stato così per tutti. C'è gente che i fumetti non li legge.

Non sto dicendo che non le piacciono. Sto dicendo che proprio non li legge: le mostri una tavola e non sa da che parte prenderla, che valore dare alle didascalia, che senso dare ai cambi d'inquadratura tra una vignetta e l'altra. Queste persone sono l'equivalente di quelle altre persone, più spesso femmine che maschie, che si domandano che senso abbia mettersi in calzoncini e correre in venti intorno a un pallone (per inciso io che una partita ogni tanto riuscivo anche a guardarmela, non so cosa sia successo ma sto diventando anch'io una di quelle persone; non so esattamente ma ho il forte sospetto che sia twitter e il modo in cui lo usano certi professionisti della comunicazione trenta-quaranta-cinquantenni interisti e juventini e romanisti ma datevi un contegno, che siete in società, mica sul divano. Fine dell'inciso).

Stavamo parlando di quelli che non sanno leggere i fumetti. Non sanno perché non hanno mai cominciato, il prodotto non li interessava quando erano piccoli e difficilmente questo tipo di cose comincia a interessarti quando sei grande. Non sono nemmeno sicuro che sia una cosa ambientale, conoscevo una ragazza che da piccola aveva sempre avuto dei Topolino e dei Tex a disposizione sulla lavatrice, ma non li apriva, non le interessavano; probabilmente non c'è test migliore, provate a lasciare un fumetto sulla lavatrice per un mese e guardate se il bambino lo apre una volta sola o lo impara a memoria. Io i fumetti li imparavo a memoria. Non vuol mica dire che li capivo.

C'erano queste fasi, che mi ricordo benissimo, e spesso coincidevano vagamente con alcuni cicli commerciali. Ad esempio: l'editoriale Del Corno comincia a stampare l'Uomo Ragno e tu passi da Topolino all'Uomo Ragno; dopo tre mesi il tuo edicolante smette di esporlo e tu torni a Topolino. Oppure una marca di merendine si mette a regalare Kamandi con un pacco da sei briosc', e tu cominci a leggere Kamandi, una roba kirbiana da incubo, ma la promozione smette subito e per fortuna (poi un pomeriggio d'estate a tradimento ti fanno il Pianeta delle Scimmie e gli incubi riprendono da capo).

Questi cicli hanno poco a che vedere col modello del consumatore di fumetti-un-minimo-critico, un-minimo-selettivo (e molto danaroso) arrivato più o meno intorno agli anni Novanta. Tutto questo succedeva dieci, quindici anni prima, ed esponeva lettori appena alfabetizzati a saghe superomistiche assolutamente incomprensibili. Cioè noi leggevamo, leggevamo avidamente, leggevamo come non ci fosse un domani, ed effettivamente nel nostro domani non c'erano Xbox, non c'era youtube né facebook, non c'erano che Topolini e qualche Geppo per le crisi di astinenza, ma cosa accidenti potevamo capire del Multiverso DC pre-Crisis? Dei Nuovi Dei, dei tormenti di Peter Parker che tira il collo per sbaglio alla sua ragazza, ma santiddio avevamo dieci anni e gli adulti permettevano che leggessimo quella roba, probabilmente erano così spaventati dall'eroina che pur di tenerci lontani dal parchetto ci avrebbero somministrato anche il Tromba. Insomma, noi leggevamo, e capivamo una parola ogni tre. In un qualche modo tuttavia ci divertivamo. Forse ci aiutava Supergulp! (I fumetti in tv), che dell'Uomo Ragno e dei F4 ci mostrava versioni più semplici da comprendere, dopodiché quando tornavi alle vignette te ne fregavi dei dialoghi e ti godevi le vignette con la Cosa arancione che spacca tutto, o Hulk verde che spacca tutto, o l'Uomo Gomma che prende tutte le forme (lo chiamavamo così Reed Richards, ho ricordi precisi sullo sfondo di una scuola materna, signori: si parla degli anni Settanta). Ma insomma l'esperienza di leggere lunghe storie senza capir nulla, godendosi le immagini statiche di uomini volanti, esercitandosi a farle volare con la fantasia, può sembrare qualcosa di per sempre precluso alla nostra esperienza di adulti. Dev'essere più o meno come guardare uno Star Trek, o un Transformers, e capire solo le esplosioni. Se sei cresciuto, se ormai sai leggere, non puoi più sentire.

E invece no. Basta riaprire Il Garage Ermetico di Jerry Cornelius, quella storia assurda che Moebius cominciò per riempire due pagine di Métal Hurlant, mandandola avanti per pura forza d'inerzia improvvisando una tavola alla volta; e leggere i dialoghi. "Diamine! La doppia polarizzazione cromatica è andata in risonanza con la sonda di livellamento che ho lasciato sbadatamente in funzione!"; "Ciò che amo del garage ermetico è l'infinita varietà dei mezzi di comunicazione nei tre livelli"; "Ci mancava solo questa! Siamo attaccati dalla banda di Miltroe". E così via: puro nonsense tecnologese, burocratese, narrativese, che alla fine suonava come una specie di musica, da canticchiare mentre guardi le figure: esattamente quello che facevi da bambino mentre guardavi gli eroi di Kirby azzuffarsi sotto nuvolette grondanti significati misteriosi.

In questi giorni avrete sentito citare allo sfinimento quella idea delle "storie a forma d'elefante, di campo di grano o di fiammella di cerino". Io preferirei non esagerare: Moebius è un grande per tanti altri motivi, chiedete a chiunque nell'ambiente. Prima di lui l'immaginario visivo fantascientifico era quello freddo e metallizzato di 2001 o Star Wars: uomini da una parte, maschere di ferro dall'altra (Lucas aggiunge i pupazzi, ma senza molta convinzione). Dopo di lui il metallo diventa organico, urlante, le valvole dell'astronave di Alien si chiamano "sfinteri" e il nome chiarisce tutto. Dal punto di vista della struttura narrativa, questa faccenda delle storie in forma di elefante può sembrare altrettanto rivoluzionaria, ma in realtà non portò più lontano di tanto. Métal Hurlant era il classico prodotto di nicchia di un'industria editoriale che tirava, in cui i disegnatori avevano conquistato quel margine contrattuale necessario (almeno in Europa) per giocare a fare gli artisti concettuali. Forse Moebius era più 'artista', nel senso di artigiano, quando tirava la carretta con Blueberry, oppure negli anni '80 risuolava tutto il florilegio moebusiano al servizio di quel furbacchione di Jodorowsky, che sotto tutti quei chili di misticismo sapeva scrivere storie compatte, vendibili, con Bene da una parte e il Male dall'altra, uno bianco e l'altro nero per evitare che i bambini al gabinetto si confondano. Forse.

Oggi i giornaletti non si vendono quasi più, e chi vuole sopravvivere nell'ambiente lo sa, che margini non ce ne sono: la poca gente che ancora legge vuole storie, storie consequenziali, intricate ma non troppo, vignette ortogonali e magari anche qualche didascalia. Additare Moebius ai giovani aspiranti fumettisti sarebbe da criminali. Altro che storie in forma di fiore. Non c'è mercato per questa roba. Ripensandoci, non c'è mai stato, nemmeno in Francia, Métal Hurlant è durato quel che è durato. E allora?

E allora niente, rimane la nostalgia per quelle trame sbilenche, gratuite, impermeabili a ogni anglosassone criterio di verosimiglianza narrativa. La stessa pulsione che ci porta a preferire le storie dei Simpson senza capo né coda, a considerare Infinite Jest un capolavoro anche se non abbiamo capito come finisce, a pensare che la struttura non è tutto, la verosimiglianza non è tutto, la consequenzialità non è tutto, e che quel bambino che leggeva un vecchio libro tascabile di Spirit trovato a casa della nonna con le vignette minuscole, ovviamente senza capirci nulla, lui sì, in un qualche modo aveva già capito tutto quello che c'era da capire.
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Chamberlain a chi?

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Guerra è Pace

È rimasto da anni appicicato in un angolino della mia memoria virtuale un foglietto, un post-it sgualcito, “ricordati di parlare di Disegni e Caviglia, di quanto gli hai voluto bene, di quanto sono stati importanti per la tua, boh, chiamiamola arte”. È vero, maledizione, non ne ho mai avuto una sola parola di lode per Disegni, e stanotte ne parlerò persino male. Eppure gli devo tanto: spesso se chiudo gli occhi e penso alle cose che scrivo, mi sembra di vedere i pupazzetti di Disegni, ed è un grosso complimento che faccio a me stesso.

Una volta chiesero a Charles M. Schulz se da bambino aveva mai usato il suo talento per disegnare caricature, e mi pare che lui rispose in un modo scandalizzato, che non ne sarebbe stato capace, che la sola idea di usare il disegno per prendere in giro un compagno o una maestra lo riempiva di sdegno; e parliamo della persona che ha fatto sorridere milioni di persone coi suoi disegnini. Ma non ha mai fatto una caricatura. Chiamiamola integrità artistica, o purezza di cuore, è quella cosa che lo ha fatto amare a milioni di persone in tutto il mondo: Schulz disegnava bambini buffi ma non li prendeva in giro, li amava, li rispettava, li trovava profondi e importanti. Ecco, Disegni qualche caricatura l'ha fatta, ma in generale mi piace pensare a lui come a un piccolo maestro del verbo di Schulz, uno che non ti mostra un pupazzetto col naso grosso per farti ridere del naso grosso; ti mostra un pupazzetto fatto più o meno come te e ti dice Guarda, questo è Craxi, o Andreotti, o Berlusconi: ma potresti anche essere tu. Lo avevi notato? Che c'è un po' di te in Berlusconi e viceversa? Un minimo comune d'umanità? Ecco, questo è l'unico tipo di satira che mi interessa fare. Ma è ancora satira?

La domanda diventa improvvisamente attuale nella settimana in cui Stefano Disegni s'impadronisce della direzione del supplemento satirico del Fatto, in circostanze burrascose che non ci tengo ad approfondire, dando fuori nel frattempo una paio di tavole che definire 'controverse' è un eufemismo. La seconda è un vero manifesto: Disegni vuole dar fastidio ai lettori conformisti, che abbondano dappertutto, e quindi anche al Fatto. Bisogna quanto meno concedergli che ci sta riuscendo. Ma è ancora satira? Eh, bisognerebbe prima intendersi su cosa la satira sia. Prego, accomodatevi, se ne parla da sempre, in fatto di metareferenzialità gli autori di satira danno ancora tantissimi punti ai blogger: ognuno sembra avere la sua idea ben precisa di cosa la satira sia e non sia, di cosa debba e non debba fare, e dove passino i nettissimi confini tra satira e sfottò becero, tra satira e raccontino didascalico, tra satira e propaganda. Un'idea ce l'ho anch'io, ovviamente, ed è molto meditata, ma vi risparmierò la meditazione e salterò alle brutali conclusioni: per me non c'è nessuna differenza sostanziale tra la satira, sfottò, propaganda, raccontino a tema. Sono nomi diversi con cui chiamiamo lo stesso animale: zanne, coda, orecchie, zampe. Un autore di satira è sostanzialmente un propagandista. Anche quando come Disegni non indulge nella caricatura, è pur sempre un artista che semplifica la complessità del reale per difendere il suo sistema di credenze, quello che una volta si chiamava ideologia. Questa idea dell'autore satirico che ride di tutto e di tutti, ecco, per me è un mito: non è che se ogni dieci battutacce su Berlusconi ne infili tre su Bersani diventi imparziale, non è così che funziona.

Il fatto è che io sono di quelli che non credono all'autonomia dell'Arte con la A maiuscola, figurati se credo all'autonomia dell'arte di scrivere disegnini buffi sugli inserti dei giornali. Quindi non ci trovo nulla di strano nel fatto che Disegni stia diventando didascalico: è sempre piuttosto didascalico, e mi è sempre piaciuto così (anch'io scrivo storielle didascaliche, e ho imparato da lui). Se non mi piace più è semplicemente perché abbiamo maturato idee diverse, divergenze ideologiche. Se ne potrebbe discutere – ma quando si fa satira non si discute: si difendono le proprie credenze, si semplificano le idee degli avversari, si fabbricano pupazzi di paglia. Non c'è niente di male, eh, finché restano pupazzetti negli inserti satirici: il problema è che dilagano.

Vedi la prima tavola, quella su Asor Rosa. Per difendere la sua tesi (l'anziano professore appartiene a un ceto intellettuale che ha perso il contatto con la realtà) Disegni non disdegna il repertorio frusto del gauchiste-caviar: il casale in Toscana, il paté, eccetera. Asor Rosa viene cannoneggiato dalla posizione arretrata del cosiddetto 'buon senso', per cui non puoi chiedere ai carabinieri di chiudere il parlamento. E probabilmente no, non puoi, specie se sei un professore che scrive sul Manifesto; quantomeno è difficile che i carabinieri ti diano retta. Questo sarebbe il buon senso. Ok. Il vantaggio dell'autore satirico è che il più delle volte deve semplicemente distruggere le affermazioni altrui. Ma sul finale Disegni si lascia scappare un'affermazione vagamente propositiva: e se provassimo a vincere le elezioni? Ecco: pensare di “vincere le elezioni” è ancora buon senso? Sì, perché le avremmo vinte con Prodi... ma appunto: le abbiamo già vinte (o perlomeno pareggiate): è cambiato qualcosa? Potrà mai cambiare davvero qualcosa, finché a Berlusconi e ai suoi non si sottraggono le leve della produzione del consenso, finché gli si lascia tutta intera Mediaset e qualche bel pezzo di Rai? Il guaio del buon senso: ognuno ha il suo. Il mio mi suggerisce che un'azienda di produzione del consenso, monopolista di fatto, non si arrenderà senza combattere: che sfidarla in questa situazione equivale ad andare a combattere le corazzate con la cavalleria leggera: una cosa molto nobile e rapida (ma non indolore). E a quel punto mi ritrovo molto più vicino ad Asor Rosa che a Disegni, pensa te gli scherzi che ti combina il buon senso.

Però fin qui forse non valeva nemmeno la pena di parlarne, infatti stavo quasi per cancellare il file. Poi ho letto un'altra tavola di Disegni. E mi sono ritrovato di nuovo nel 2002, quando sui blog bastava manifestare qualche sano dubbio sulle guerre di Bush per ritrovarsi accusato di voler rinfocolare lo Spirito di Monaco, regalando a Hitler la Boemia e anche un bel pezzo di Moravia e di Slovacchia. Eh? No, sul serio, giuro, per qualche mese ogni conversazione sulla in Afganistan, sull'11/9, su Al Qaeda, su Saddam Hussein doveva per forza passare per la Conferenza del 1938 (appena prima di finire, ovviamente, in vacca). Soltanto che nel 2002/3 quelli che ti circondavano e ti davano del Neville Chamberlain (Eh?) erano dei perfetti sconosciuti, oscuri correttori di bozze di house organ di centrodestra, tutti diventati improvvisamente titolari di blog con le bandiere a stelle e strisce e le vignette sugliimbelli pacifinti. Nel 2011 lo stesso paragone te lo fa Stefano Disegni, sull'inserto del Fatto Quotidiano.

Sulla Libia non ero contrario in linea di principio a un intervento, purché avesse modalità e finalità chiare, che fin qui non si son viste. Ma ne faccio una questione formale, a questo punto: non puoi tirare fuori i nazisti, tutte le volte che non sei d'accordo con un pacifista. Non puoi ogni volta mettergli davanti al naso Hitler, come se il nemico di turno fosse sempre e solo Hitler. Cioè, per carità, puoi, in fin dei conti è propaganda. Ma c'è propaganda e propaganda: quella che tira fuori Hitler ogni due per tre è pessima, per la legge di Godwin è il segno che gli argomenti a tua disposizione sono esauriti, e per l'assioma del pastorello-che-chiamava-al-lupo affermo che dovesse un giorno ritornare Adolf Hitler in carne e ossa, dovesse reincarnarsi in un clone o tornare dal Brasile o da Marte su un disco volante, deciso a rifondare quanto prima il Quarto Reich e a completare i massacri lasciati a metà, ebbene probabilmente non ci faremo più caso, tanto siamo abituati a sentire Bin Laden paragonato a Hitler, Saddam Hussein il nuovo Hitler, anche Arafat quando lo tenevano sequestrato nel suo palazzo a Ramallah e giocavano a sforacchiarglielo con le granate, anche lui in quel periodo era il nuovo Hitler; adesso invece è Ahmadinejad il nuovo Hitler, salvo quando si parla di Libia e allora il nuovo Hitler è Gheddafi, e chi non lo bombarda è Neville Chamberlain. Sempre. E comunque. Questo è il Fatto del 2011, ma era anche il Foglio del 2003: hai dei dubbi su qualsiasi guerra? Sei un complice dei nazisti. E anche questo modo di usare i bimbi ebrei, sei pacifista? Da qualche parte qualcuno grazie a te sta ammazzando un bambino ebreo, ecco, io la chiamerei speculazione sulla Shoah, se non fosse che anche il solo pensarlo probabilmente mi fa incorrere nell'odioso psicoreato di antisemitismo, e insomma, io ci tengo al mio lavoro, per cui clicco via e ripenso ai miei diciottanni, allo scrondo su Tuttirutti, a quella volta che a Lupo Solitario due ragazzi strani raccontavano la storia di Canna Bianca, che era un cane tipo Zanna Bianca ma che invece di salvare i bambini in pericolo si faceva le canne, una cosa cretina veramente e io mi misi a ridere, e non la smettevo, in effetti non ho più smesso da allora, c'è una parte di me che ci pensa e ride ancora, chissà cosa ne pensa della conferenza di Monaco, aspetta che chiedo. Ehi, Canna Bianca, sono venuti a prendermi i cattivi nazisti, corri nella bufera a chiedere aiuto, vai a grattare con le zampette sul portone di casa Churchill finché non ti aprono... ehi... Canna Bianca...
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Ils ont pris tout

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Prima o poi doveva succedere:


il cielo ci è caduto sulla testa.
Un Big Mac per Obelix si legge sull'Unità.it, e si commenta qui.

Nel 2010 dopo Cristo tutta la Gallia, pardon, la Francia, è stabilmente integrata nel mercato globale. Tutta? No! Un villaggio dell'Armorica, abitato da irriducibili Galli, resiste ancora e sempre all'invasore... Perlomeno, resisteva. Fino a qualche settimana fa. Quando anche il villaggio di Asterix ha ceduto alla globalizzazione, e nel modo più plateale possibile: vendendo la sua immagine al prodotto meno francese e più globalizzato che si possa immaginare.

Immaginatevi un Topolino convertitosi al nazismo, o uno zio Paperone che scopra il Capitale di Marx e trasformi il suo deposito in una Cassa Operaia di Mutuo Soccorso. Il cartellone pubblicitario che raffigura un banchetto degli Irriducibili non più sotto le stelle, ma sotto il tetto a pagoda di un McDonald's, è uno choc del genere. Sin dal loro arrivo nelle edicole francesi, 51 anni fa, i Galli di Goscinny e Uderzo hanno incarnato l'orgoglio dei francesi, la loro “irriducibilità” nei confronti dei costumi e delle mode che arrivavano da fuori – in primis, dall'America.

In realtà Asterix deve moltissimo al sogno americano del suo inventore, René Goscinny, emigrato a 19 anni nella patria delle comic strips. Americano è il suo fratello maggiore, il pellerossa Umpa-pà, primo personaggio creato da Goscinny. Prima di essere localizzato in Armorica, il primo villaggio che Goscinny immagina assediato dai 'civilizzatori' è un proprio un accampamento di tepee. Certo, la decisione di creare un eroe gallico era un tentativo di smarcarsi da un immaginario già profondamente colonizzato dagli eroi anglosassoni: cow-boys, gangster, pirati, erano già il pane quotidiano dei giovani lettori francesi degli anni Cinquanta. Eppure anche nel momento in cui creava il suo personaggio francese al 100%, Goscinny in fondo stava mettendo in pratica le sue lezioni americane. Così come Disney aveva voluto concentrare le doti dell'americano medio in un piccolo, simpatico roditore, Asterix sarebbe stato un concentrato delle qualità francesi. I due personaggi mantengono tratti comuni: la bassa statura (che suscita nei piccoli lettori un'istintiva solidarietà), l'astuzia priva di malizie, la disponibilità all'avventura, il naso pronunciato e, sul capo, due grosse appendici che accentuano l'espressività del viso: due enormi orecchie nere per Mickey, due ali bianche per Asterix. Anche le due spalle comiche presentano caratteristiche simili: come Pippo, Obelix è un bambino che non teme di crescere, perché sa che questo non potrà succedergli mai: la marmitta di pozione magica in cui è caduto da bambino lo ha reso irriducibile anche alle preoccupazioni dell'età adulta.

Asterix e Obelix dovrebbero dunque offrirci l'immagine che i francesi hanno di loro stessi: ed è un'immagine piuttosto sorprendente, per come si discosta da quella che noi non-francesi abbiamo di loro. Mancano del tutto, nel popolatissimo universo di Asterix, gli stereotipi che più spesso rappresentano i francesi all'estero: la femme fatale disinibita e chic o l'intellettuale snob parigino. Del resto ai tempi di Asterix Parigi, anzi Lutezia, pur essendo già “la città più bella del mondo” è poco più di un affollato villaggio su un'isolotto della Senna, e i suoi abitanti non sono che paesani rifatti.

La Francia di Asterix e Obelix è sorprendente perché è quella che non si vede quasi mai nei film: la provincia profonda. Per noi la Francia è la patria dell'eleganza e della cucina raffinata: gli eroi di Goscinny disdegnano qualsiasi cibo che non sia il cinghiale arrostito, da sbafare con le mani o con lo stesso spadino con cui si affrontano gli avversari. A ben vedere, nella Gallia di Asterix e Obelix i raffinati sono i nemici, i Romani. Sono loro a cucinare piatti insopportabilmente chic, a ostentare modi effeminati, a costruire dappertutto città di marmo eleganti ma anonime, dotate di modernissime terme. A questo processo di globalizzazione Asterix e Obelix si ribellano con l'astuzia e il buon senso dei provinciali (e una buona dose di barbarica forza bruta). Dopo le prime trionfali avventure contro i Romani, nel corso degli anni '70 le sceneggiature di Goscinny diventano più complesse e profonde, lasciando intendere sempre più chiaramente che il vero invasore a cui resiste il villaggio non sono i poveri legionari Romani, ma il progresso. Nel tentativo di "civilizzare" gli irriducibili, i Romani le proveranno tutte: abbatteranno la foresta per trasformarla in un villaggio residenziale; in una delle ultime e più amare storie di Goscinny, un sosia del giovane Chirac riuscirà addirittura a corrompere Obelix, trasformando la sua attività di intagliatore di menhir in un'impresa industriale che, fortunatamente, avrà una vita breve. La voglia di menare le mani avrà il sopravvento, e la foresta ricoprirà ancora una volta i progetti imperialisti dei civilizzatori. È questo che rende la resa a McDonald insopportabile ai lettori. Asterix avrebbe potuto farsi gladiatore o legionario, visitare l'America o crescere un figlio: tutto questo nel corso degli anni è effettivamente successo, senza che nessun lettore si sentisse tradito. Ma vendersi a McDonald è davvero troppo.

Da parte loro, gli addetti marketing McDonald non possono che essere entusiasti. Sostituendo all'inquietante clown Ronald il piccolo Gallo, sanno di poter sfruttare la visibilità di un personaggio amato da generazioni di lettori. Nel gergo dell'ambiente, Asterix oggi è quello che si chiama un franchise: un personaggio già affermato che può fruttare milioni di euro grazie ai film (animazione e live action), al merchandising, e a operazioni pubblicitarie come questa. I veri asterixologi si potevano consolare, fino a qualche tempo fa, col pensiero che tutto questo avesse poco a che fare con il vero Asterix: quello, orgogliosamente artigianale, sceneggiato e disegnato da Uderzo, unico autore delle storie dopo la scomparsa prematura del grande Goscinny. Questo significava accettare che le avventure di Asterix fossero ormai giunte molto vicine al loro termine naturale: del resto Asterix e Obelix hanno ormai viaggiato in tutte le terre conosciute e sconosciute, solidarizzando lungo la strada con tanti piccoli villaggi disposti a resistere "ora e sempre" all'invasore. Ultimamente però Uderzo si è scelto i suoi successori. Asterix quindi sopravvivrà al suo autore; magari tornerà a occupare con materiale inedito quelle edicole dalle quali era praticamente sparito negli ultimi 15 anni: ma per farlo dovrà necessariamente tradire un po' sé stesso. L'universo in cui ha vissuto il suo mezzo secolo di avventure dovrà essere svecchiato e aggiornato ai gusti dei nuovi giovani lettori, che probabilmente lo hanno conosciuto prima nelle sue versioni cinematografiche: e cosa c'è di meglio, per avvicinare Asterix e co. alle nuove generazioni, di un happy meal da McDonald, stampato e riprodotto su milioni di manifesti?

Insomma il patto tra Asterix e il Big Mac conviene a entrambi, e non dovrebbe scandalizzarci troppo. In fondo Asterix e Obelix non hanno mai voluto sconfiggere il loro nemico. In molti casi si sono trovati addirittura a collaborare con Giulio Cesare. Tutte le loro energie si sono spese nel tentativo di preservare lo status quo, la loro condizione di eterni bambini: il villaggio di Irriducibili circondato da una foresta che è un giardino di delizie, ricca com'è di cinghiali da sbafare e legionari da pestare. Gli Irriducibili hanno un senso perché esiste, oltre la finestra, la modernità, che la cinge in un blando stato d'assedio.  Purché tutto rimanga com'era nelle prime tavole schizzate da Uderzo: un piccolo villaggio che resiste, ora e sempre. I francesi amano immaginarsi così. E per difendere questa loro fantasia, sono disposti a venire a patti anche con Cesare. O con Ronald McDonald, in questo caso.
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Addio agli antichi

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Avrete forse sentito dire che scomparirà la geografia dalle scuole – beh, anche quello è un mezzo bluff. Rassicuratevi, la geo non scomparirà, nella maggior parte dei licei; per il semplice motivo che non vi è comparsa mai. Non solo, ma in un certo senso non abbiamo mai fatto tanta geo come negli ultimi anni. Io però preferirei parlarvi della Storia, l'unica materia che scrivo con la S maiuscola (“storia” con la minuscola può essere sinonimo di menzogna, o di fiction, o semplicemente di fatti tuoi).

La caduta dell'Impero Romano (2010 dC)

In questi giorni le sale insegnanti sono infestate dai rappresentanti delle case editrici. Io cerco quanto possibile di evitarli; sono pessimo nell'arte di giudicare un libro dalla copertina, e poi preferisco sempre un vecchio catorcio che conosco bene al modello fiammante di cui scoprirò le magagne tra sei mesi – in ogni caso ho dato un'occhiata ai corsi di Storia. Ormai si sono tutti allineati alla direttiva di non-so-più-quale riforma (Berlinguer?) che fa partire la terza media dal Novecento. Questa, mi rendo conto, è una delle principali differenze tra la scuola nostra e quella dei ragazzi di adesso. Noi non solo non abbiamo fatto in tempo a studiare la caduta del Muro di Berlino, per intuibili motivi; ma il più delle volte nemmeno la sua erezione. I prof col pallino (di solito ideologico) per il '900 arrivavano sì e no alla guerra antifascista, ma era normalissimo anche fermarsi agli anni Trenta o persino alla Grande Guerra. Era Storia, del resto, mica cronaca.

Ecco, questa prospettiva oggi suona quasi eretica. Sarà che nel frattempo il '900 è finito, e quindi è più facile considerarlo Storia con la maiuscola. Sarà che sulla maiuscolità del '900 si insiste di più, c'è la Giornata della Memoria della Shoah e il quella del Ricordo delle Foibe e tutto il resto. Fatto sta che oggi l'idea di uscire dalle scuole senza aver studiato ben bene almeno la prima metà del '900 ha l'aria di un crimine contro l'umanità. Qual è l'insegnante mostro che lascerebbe andare i suoi studenti senza aver loro spiegato cosa sono i nazisti? Se Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, privarti della lezione sull'incendio al Reichstag è rubarti il futuro: inammissibile. Vi si sfaccia la casa. La malattia vi impedisca. Eccetera.

Naturalmente, per poter arrivare così a fondo nel '900, bisogna togliere qualcosa da qualche altra parte – il programma di Storia è la classica coperta troppo corta. Si è deciso perciò di coprire il capo novecentesco scoprendo i piedi: via la Storia antica, fino alla caduta dell'Impero e oltre. I riformatori berlingueriani che praticarono questo taglio avevano probabilmente in mente quella chiacchiera da bar (anche da bar degli insegnanti) per cui non aveva senso ripetere sempre la stessa Storia in tre scuole diverse. È un ritornello che sento da quando ero bambino: perché bisogna ogni volta partire da capo? Alle elementari la preistoria, poi l'Egitto, i Greci, i Romani... ricominci alle medie ed ecco di nuovo la preistoria, l'Egitto... arrivi alle superiori e tac! Di nuovo preistoria, Egitto... che solfa. Quelli che si inventarono questo sistema dovevano essere proprio dei noiosi barbogi. Perché non razionalizziamo, non sfoltiamo, non facciamo economia? Per esempio, potremmo confinare la Storia antica alle elementari. Alle medie poi si ripartirebbe dal medioevo, ed ecco che si libera un sacco di spazio per arrivare all'esame con la caduta del Muro di Berlino (e l'11/9, in ogni libro di terza media che si rispetti non può mancare una fotina delle Twin Towers: bisogna tenersi aggiornati).

Con questo sistema, che è andato a rodaggio negli ultimi 3-4 anni (e in qualche scuola non si è ancora imposto, perché i prof, specie quelli navigati, conoscono l'arte di aggirare le direttive ministeriali più o meno dai tempi di Giovanni Gentile) abbiamo un enorme ciclo di sei anni che parte in terza elementare e finisce in terza media. Cosa ci abbiamo guadagnato? A tredici anni i ragazzini sanno cos'è il Muro di Berlino e chi sono i nazisti. Cosa ci abbiamo perso? Spero di sbagliarmi, ma credo di avere assistito alla caduta dell'Impero Romano. No, non quello d'Occidente (476dC). Neanche quello d'Oriente (mille anni più tardi, l'impero più sottovalutato della S). Sto parlando dell'Impero nella fantasia dei ragazzini. Al punto che mi sono ridotto a rivalutare un peplum osceno come il Gladiatore: trama insensata, ma almeno ci sono le bighe e le carrozze, i Barbari e i mirmidoni. Tutte cose i ragazzi si bevono come astronavi, anzi, con gli occhi ancora più sgranati, perché un po' di astronavi nei film le hanno già viste, ma una biga romana, quando mai? L'Impero Romano è kaputt (per tacere delle polis Greche, o delle piramidi – ma per quelle ci pensa Voyager, no? Grazie, servizio pubblico). Insomma, questi arrivano alle superiori e non hanno la minima idea di chi sia Giulio Cesare, Orazio Flacco, Nerone, com'è possibile? Non glielo hanno spiegato a... otto anni?

Ecco qui il problema. No. La maestra di terza elementare probabilmente non ha spiegato chi fosse Giulio o Tizio o Caio. Neanche doveva. Non avrebbe avuto senso. A otto anni non studi le vite dei Romani illustri, i processi sociali o economici; a 8 anni se va bene fai un cartellone in cui si disegnano gli uomini con le toghe e i sandali, le domus, i gladi, le arene: ed è già grasso che cola. Questo i barbogi gentiliani lo sapevano. Non è che ci volesse molto: prima di crescere lunghe barbe bianche avevano tutti avuto esperienza diretta come giovani maestrini nelle scuole del Regno, e lo sapevano. Sapevano pure che imparare consiste, per lo più, nel ripetere, ripetere, ripetere, fino allo sfinimento: ogni volta integrando un 2% di contenuti in più. Per cui non ci vedevano nulla di male a rifare i Romani a otto, undici e 14 anni: la prima volta mostri un uomo in toga, insegni la filastrocca dei sette Re; la seconda sviluppi la differenza tra Regno e Repubblica, spieghi chi è Cesare e perché l'han pugnalato (si raccomanda l'insistenza sul sangue, i ragazzini van matti). La terza puoi già tirare fuori le classi sociali, la lotta tra patrizi e plebei e poi tra questi e gli equites; però difficilmente riuscirai a fare bene il terzo passo se ti è mancato il primo. O il secondo. E così l'Impero è caduto, come è poi destino di ogni Impero.

E uno potrebbe anche far spallucce. Non è stata una perdita secca: ci abbiamo guadagnato... il muro di Berlino, i Lager e i Gulag (si raccomanda d'insistere sul fatto che ci sono stati anche i Gulag). Non è che un ragazzo cresce più cretino se invece di introiettare la storia di Giulio Cesare si nutre di Lager e Gulag. Tanto più che l'incubo su cui siamo sospesi non è quello di venire pugnalati dai senatori alle calende di marzo, ma di ritrovarci di nuovo in un lager / in un gulag. Quindi cosa sto difendendo, esattamente? Cos'è Giulio Cesare per me, cosa ci trovo di così essenziale? Non è ora che diventi una curiosità antica, un signore che viene studiato soltanto da specialisti adulti? Non è ora che lasci il suo posto nella cultura generale a nozioni più attuali?

Probabilmente sì, sto difendendo la mia infanzia, perché ovviamente è stata La Più Bella Del Mondo. E la Storia era la mia materia preferita. I Romani soprattutto. Non vedevo l'ora di arrivare in terza elementare per snocciolare Romolo-Numapompilio-Tullostilio, e quando finalmente ci fui e mi fecero fare il cartellone con le toghe e le altre palle (pallae) ci rimasi male: le maestre ci prendono per deficienti? Io voglio ragguagli sulla battaglia di Zama. Tutto questo sapete perché? Mi piacevano i fumetti. E tra quelli che avevo in casa, il più bello di tutti si chiamava Asterix e Cleopatra. Aveva colori fantastici, scene faraoniche sul serio, e tutto l'insieme tradiva un'ironia e una sapienza narrativa che non si poteva confrontare col Topolino settimanale.

Si capisce che per me bambino che imparava a leggere nelle nuvolette Asterix non fosse che un omino buffo col nasone; e tuttavia in un qualche modo dovevo imparare chi fosse il suo antagonista, Giulio Cesare; e perché il loro mondo fosse così diverso dal mio. A furia di chiedere e cercare scoprii che erano effettivamente esistiti gli antichi Galli, gli Egizi, e i Romani; che per quanto fossero i cattivi, questi ultimi avevano pure mandato avanti un impero millenario; e così via; e nel giro di pochi anni era cresciuto un piccolo appassionato di Storia. Ma perché proprio di Storia e non di chimica, o fisica o biologia? Perché la Storia è la materia più vicina alle storie con la s minuscola, che erano poi quelle che interessavano a me. Ed è ancora così. La Storia è un serbatoio inesauribile per la fiction. Persino quando fa finta di guardare in avanti: l'80% della fantascienza è rielaborazione del passato. Avrei mille esempi per specialisti, ma in fondo basta Avatar, no? Siccome Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, per immaginare come ci comporteremo quando conosceremo gli extraterrestri non abbiamo che da consultare i vecchi libri, ad es. Pocahontas.

“Va bene, d'accordo, sei diventato un appassionato di Storia perché ti piacevano le storie: ma ammesso che il tuo percorso sia in un qualche modo rappresentativo o consigliabile alle nuove generazioni, comunque, che problema c'è? Se i ragazzini devono crescere facendosi delle storie, se ne faranno meno sui proconsoli togati e più sul Terzo Reich. Non c'è niente di male in questo, anzi magari è meglio, visto che il Terzo Reich è comunque un problema più attuale. O no?”

Ecco, siamo arrivati al punto. Però siamo anche in fondo a due cartelle, per cui per stavolta la smetto qui (ultimamente mi vengono pezzi lunghissimi, perdonatemi. Questi poi sono appunti per una conferenza).
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La vendetta del faccione

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Saltare in aria col cinema d'azione

Ok, Tarantino, lo ammetto: di te non avevo capito niente.
Dai tempi della palma d'oro addirittura, quando Pulp Fiction sbancò Cannes e sembrava l'inizio di una nuova era. Un nuovo linguaggio, un nuovo montaggio, una nuova violenza, truculenta e scanzonata, il citazionismo ironico, tante cose a cui una generazione senza molta identità (la mia) si aggrappò immediatamente. Qui in Italia il “pulp” ci mise 15 giorni a diventare una macchietta di sé stesso, ma tu probabilmente non lo hai mai saputo. Eri già altrove. No: in verità non eri mai nemmeno stato lì. Era tutto un abbaglio, ci ho messo anni per capirlo. Tu non mostravi nessun nuovo linguaggio: non eri il futuro e non hai mai preteso di esserlo. Eri nel passato e non ne sei mai venuto fuori.

Si parla spesso della tua cinefilia cronica: di solito passi per un onnivoro senza criterio, un frullatore americano in cui Kurosawa si centrifuga con Barbara Bouchet. È vero, ami di tutto, però non ami tutto. Pensandoci bene c'è un sacco di cinema che non citi mai, di cui non parli mai. Dagli Ottanta i tuoi riferimenti si diradano all'improvviso (estremo oriente a parte, forse) per svanire del tutto. In questo il tuo amico Rodriguez ti è complementare.

Certo, è evidente, eppure ci ho messo tanti anni a capirlo: il cinema di oggi non ti piace. Tutto il vintage che rimetti ciclicamente a nuovo, mai posteriore al '79, ha un senso polemico che mi era del tutto sfuggito. In fondo sei un reazionario. E non fai film d'azione, quasi mai: magari provano a venderli così, ma non sono film d'azione. Non nel senso che oggi ha il termine. Sono film dialogati, anche quando girano katane; e questo spiega come mai con te capita sempre di vedere spettatori che si alzano: erano venuti per i bang bang e si ritrovano in mezzo a dei bla blà. Ora, c'è gente che i bla blà non li regge, peggio: non li capisce. Dopo tre battute perde il segno, chi è che ha detto cosa? Ma questo film è... difficile! Soprattutto i ragazzini: non sorprende, cresciuti a Wachowski e Michael Bay, si aspettano accelerazioni, ralenty e soprattutto molti clang clang: tu invece sei statico, inquadri facce che parlano, parlano... Stavo per dire teatrale, ma no, c'entra poco anche il teatro.

Piuttosto... anche qui ci ho messo parecchio a capire: poi leggendo un tale che non ti sopportava ho capito. Un fumettone, diceva. Beh, sai una cosa? Aveva ragione. I tuoi film migliori sono sontuose graphic novel. Sequenze meravigliosamente impaginate, scene statiche, didascalie e soprattutto fumet... dialoghi. Lunghissimi dialoghi, li leggiamo mentre restiamo fermi davanti alla vignetta, pardon, l'inquadratura, e la battuta e l'inquadratura ci entrano in testa così, icastiche, dritte dritte nell'archivio mentale dei migliori fumetti della nostra vita. Anche in questo perfettamente speculare a Rodriguez: lui prende i fumetti veri e li usa come sceneggiature; tu prendi il grande cinema e lo trasformi in uno strano bastardo, un fumetto di celluloide. E come i grandi artisti del fumetto, riesci a trasformare in qualcosa di intellettualmente appagante l'intreccio più pacchiano (la trama di Inglorious Basterds è una cosa impossibile da raccontare restando seri, eppure).

Dopo tanti stucchevoli quadretti di Tarantino cinefilo, lo scorcio inedito sul Tarantino cinefobo è ben più interessante. E allora diccelo: qual è il cinema che odi? Chi lo avrebbe detto mai, gli sparaspara. L'orgoglio della nazione, il finto capolavoro di Goebbels, non è una summa di tutto l'action movie moderno? Inquadra nemico, spara. Inquadra altro nemico, spara, spara, spara. Hitler se la gode e divora i popcorn. Ma c'è anche qualcosa del Soldato Ryan, o di quell'immondo pezzo di celluloide che Spike Lee venne a girare in Toscana qualche anno fa. Sparatorie: puah. Roba da cecchini repressi. Tarantino preferisce gli standoff: gente che si fissa con la pistola in mano. Se invece vi piacciono i montaggi nervosi e i bangbang – ci dice – siete nazisti, e non meritate lezioni di umanità. Vi farò saltare in aria sulle vostre poltroncine.

Ma non subito. Questo è il segreto. Io non sono un qualunque Michael Bay. Io prima di ammazzarvi vi terrò una lezione di vero cinema, quello antico dei Maestri, che sequestrava in sala lo spettatore. Sarete in mio potere e vi farò sentire la paura e il dolore. Da una curva farò spuntare l'emissario della Bestia – è gentile e senza umane tenerezze, e la sua lingua velenosa conosce tutte le lingue della terra e dell'inferno. Lo farò sedere al vostro tavolo, e mentre gioca al gatto e al topo con voi, io nasconderò una famiglia di ebrei sotto le assi del vostro soggiorno. Voi avrete pena per loro e per voi stessi: e li tradirete. Perché non avrete scelta, e perché siete totalmente succubi delle parole della Bestia, del meccanismo antico di un cinema che ti faceva sudare con le parole e con gli sguardi. Nient'altro che sguardi e parole, e avrete già tradito i vostri fratelli. Ed è solo l'inizio.

Poi vi reinsegnerò cos'è la violenza. Niente pistole. Troppo facili, diceva il Cavaliere Oscuro. Troppo banali. Io vi mostrerò l'incontro non spettacolare tra una testa e una mazza da baseball: senza moviole e carrelli circolari, un normale fatto della vita: mazza colpisce testa, strike. Vi farò vedere come scotennavano gli apaches. Vi mostrerò cosa significa, letteralmente, tirare il collo a una persona che vi fissa negli occhi. E non avrò fretta, mai: vi lascerò il tempo di annusare la paura e di digerire il dolore. Questo era il cinema, una volta: un meccanismo di attese. Questo è rimasto il mio. La violenza la mostro, non mi tiro indietro, ma quello che m'interessa è sempre un attimo prima: la tortura, la suspance. Lo so che a voi non piace.

Voi volete i bangbang. E io allora manderò l'operatore a sbarrare le uscite, e vi darò i bangbang nella schiena, mentre un meraviglioso faccione resuscitato dagli anni '20 vi ride in faccia la mia vendetta, la vendetta del cinema antico sui suoi indegni spettatori. E chi risparmierò sarà marchiato per sempre col segno della Bestia.

Perdonami se non ti ho capito, Quentin Tarantino. Tu non hai forse una sola parola nuova da aggiungere a Leone o a Ford; ma hai la dinamite necessaria a far saltare in aria tutti i Bay e i Bruckheimer che occupano il cervello dei ragazzini. Il tuo cinema è un atto di fede nel linguaggio che si screzia in dialetti, nei silenzi negli sguardi e nei gesti che possono valere una vita o terminare una guerra, più di cento fucili da cecchino. Sei l'ultimo europeo in America, o viceversa, non importa: sei un bastardo reazionario, e io sono con te. Ti devo cento scalpi.
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Se Pagliacci non ridesse più

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Chi guarda Watchmen

Credo che esistano due tipi di capolavoro. Il primo è quello che rimane: magari nei primi tempi si fa fatica a distinguerlo dal sottobosco in cui è cresciuto; poi con gli anni e i secoli tutto intorno il paesaggio si semplifica e il capolavoro resta lì, un monumento nel deserto. Se devo fare un esempio – visto che siamo in giorni di celebrazioni kubrickiane2001 Odissea nello Spazio mi sembra una capolavoro di questo tipo: ammesso e concesso che qualcuno abbia potuto confonderlo nel 1969 per un qualsiasi film di astronavi, quello che lascia sbalordito lo spettatore oggi e continuerà a sbalordirlo per molti anni è la sensazione di trovarsi di fronte a un manufatto unico, spuntato un po' dal nulla, e senza epigoni di sorta; il che storicamente non è vero, 2001 scatenò una ridda di pseudo-sequel e influenzò pesantemente anche l'immaginario cinematografico e televisivo (vedi Space 1999): ma tutte queste cose difficilmente resteranno (soprattutto Spazio 1999 è destinato a essere inghiottito dal pietoso Oblio); 2001 invece resterà, una specie di monolito venuto dal nulla e che al nulla torna. Questo è un primo tipo di capolavoro.

Poi ci sono i capolavori che scompaiono nel sottobosco che hanno contribuito a far fermentare: quei dischi cosiddetti “seminali” conosciuti solo da qualche addetto ai lavori, che al giorno d'oggi suonano esattamente come migliaia di altri dischi – salvo che sono usciti dodici mesi prima. Il loro ruolo è stato fondamentale, ma per apprezzarli bisogna avere un sesto senso che non tutti hanno; il senso della storia, del tempo, la quarta dimensione in cui l'assolo di Tom Verlaine suona davvero meglio degli altri perché la sua chitarra suonava già così nel 1974! Al che qualcuno risponderà chi se ne frega, basta che suoni quella certa frequenza e quelle note, e l'esperienza estetica dovrebbe essere identica; tanto più che tu non sei al CBGB nel 1974, ma in casa tua davanti a un impianto stereo, e quindi questo tuo cosiddetto “senso della storia” puzza un tantinello di feticismo. Senza dubbio.

In realtà tutto questo non vi interessa un granché, voi volevate soltanto sapere se vale la pena andare a vedere Watchmen. No, naturalmente, non vale mai la pena di andare a vedere un adattamento cinematografico di qualcosa che per voi è un capolavoro. Come faccio a sapere che Watchmen per voi è un capolavoro? Che io sappia, non c'è nessuno che sia riuscito a leggerlo fino alla fine che non lo reputi tale. Gli altri, che non apprezzano i fumetti di giustizieri in costumi colorati, o non apprezzano i fumetti tout court, hanno già smesso di leggere. Siete rimasti solo voi, capito? Quindi, la risposta è no: non vale la pena. D'altro canto lo vedrete lo stesso, no? Come se aveste possibilità di scelta. Non siete che burattini, e anch'io: al massimo sono un burattino che vede qualche filo in più.

Chi conosce Watchmen sa che non aveva nessuna possibilità di essere reso al meglio sul grande schermo. La storia è troppo lunga e troppo intimamente fumettistica; e negli ultimi anni abbiamo avuto fin troppe occasioni per accorgerci che brutto effetto facciano le graphic novel d'azione in tre dimensioni. Banalmente: Wolverine che salta sui tetti a pagoda e in pochi graffi ammazza centinaia di sicari della Mano, sulla tavola di Miller, crea un gradevole effetto grafico, con vaghe reminiscenze nell'arte nipponica bla-bla. Ma se prendi una scena del genere e provi a farla recitare da attori veri, in Sin City o persino Kill Bill 1, ti trovi davanti a una scena che è pacchiana in modo imbarazzante, e non hai nemmeno a confortarti l'amico gay con l'alibi del camp sempre pronto, perché a lui questa roba non piace. In questo caso saltare dalle due alle tre dimensioni significa passare dal paginone di Playboy alla bambola gonfiabile: a qualcuno potrà piacere, ma no, non è un progresso.

D'altro canto, chi conosce Watchmen non vuole veramente vedere qualcosa di cinematograficamente superiore a Watchmen: rifletteteci bene, sarebbe un'offesa. Se andrete a vedere un film del genere (e ci andrete, dai), non è per conoscere una storia che avete appena finito di rileggere, ma per celebrare un capolavoro che vuol dire molto per voi, e poco per tante persone da cui volete distinguervi. Se amate Watchmen amate un certo tipo di fumetto; se amate quel certo tipo di fumetto siete intimamente convinti che la graphic novel sia arte, forse l'unica vera arte, quella in cui basta saper maneggiare la matita per farci provare la sensazione della fine del mondo. Il cinema, coi suoi prodigiosi effetti digitali, non potrà restituirci l'emozione intellettuale che ci siamo costruiti da soli, legando una vignetta all'altra; nessuna scena d'azione avrà mai l'eleganza del paginone centrale di Infernale Simmetria. Voi andrete a vedere Watchmen per il gusto sadico di vedere Hollywood che dilapida denari per ottenere con costosi effetti speciali quello che Gibbons rendeva (meglio) con qualche tratto d'inchiostro di china. Un regista geniale, provvisto di pensiero laterale, avrebbe reciso il nodo gordiano e stravolto la storia, ma noi non volevamo veramente questo: volevamo un regista che cercasse di fare il suo compitino in modo dignitoso, sicché alla fine potessimo uscire ripetendo, soddisfatti, che il fumetto, beh, il fumetto è un'altra cosa. Missione compiuta, ma resta un dubbio: chi non conosceva Watchmen, come lo troverà?


Ho la sensazione che non lo troverà un granché; e non per colpa del regista, che il suo compitino lo ha svolto sforbiciando la storia con affetto e perfino una certa eleganza. Perché Watchmen, temo, è uno di quei capolavori che col tempo lentamente scompaiono. Supereroi in contesti realistici? Uomini in costume come maniaci assassini o con disturbi sessuali? Intreccio polimorfo e congegnato come un meccanismo a orologeria? La trama come seduta analitica, dove sarà il matto a guarire lo strizzacervelli dalla sua mania di sorridere al mondo? Mostri tentacolari talmente smisurati che non si possono vedere in una sola inquadratura? Episodi decentrati su tutti i personaggi, con flash-back continui e svolte nodali riprese da più punti di vista? Episoldio-coccodrillo con lo stesso personaggio visto in periodi diversi dai punti di vista degli altri personaggi? Un'organizzazione illuminata che cerca di salvare l'umanità da sé stessa? I mass-media sfruttati un po' come narratore onnisciente, un po' come coro greco? E sento già qualcuno che sbadiglia: ancora questa roba? Ma come, è moneta corrente ormai. Sui fumetti, in tv, al cinema, non si fa altro da anni. Precisamente. Tanto più sembra incredibile che sia stato Alan Moore a inventare tutto questo, e lo pagavano solo per scrivere un fumetto di uomini in mantello: dodici episodi, neanche 400 tavole, una quantità di invenzioni impressionanti (i meravigliosi titoli d'apertura suggeriscono che Moore abbia inventato perfino il forrest-gumpismo, la riduzione del Novecento a un canone di Personaggi Illustri e Fatti Celebri). Watchmen lo conoscono relativamente in pochi, e quei pochi per apprezzarlo devono sempre più far ricorso a quel famoso Senso della Storia: ormai la battuta “Anche Hitler era vegetariano” la sanno fare anche i comici italiani, ma è di Rorschach, è sua originale. La spilletta con lo Smile ha fatto il suo tempo, ma Watchmen era in edicola due anni prima della Summer of love. E così via. A volte, quando mi sento a corto di idee, penso a come si deve sentire Moore in momenti simili. Io posso pur sempre copiare, chiunque può copiare da Moore, ma cosa accadrà quando lui non riuscirà più a inventarsi niente? Quando il clown Pagliacci non troverà più niente da ridere?

Conclusione: voi ci andrete, è già scritto forse nel vostro dna. Comprare il biglietto sarà come comprare quell'action figure da collezione che poi se ne starebbe a prendere polvere su una mensola per il resto della vostra sgocciolante giovinezza. Ma fate un favore al vostro amico che non sa chi sono i Watchmen: lasciatelo a casa. Lui non si merita l'ennesimo action movie di personaggi un po' mostruosi un po' ridicoli che salvano il mondo, in un modo appena un po' meno ortodosso del solito. Tutto quello che potete fare per lui è prestargli Watchmen, quello vero, ma probabilmente non lo leggerà.
Non gli piacciono i fumetti, tutto qui.
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Ma cos'è la destra, cos'è la sinistra

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Choupon, c'était moi

Ma sarà mai stato veramente di destra, Gérard Lauzier?
La domanda, appena messa nero su bianco, rivela la sua profonda stupidità. La destra e la sinistra sono concetti arbitrari, che ci dovrebbero servire a orientarci nella realtà; quando diventano più importanti della realtà che descrivono, è meglio buttarli via. Quindi: chi se ne frega se era di destra, Gérard Lauzier? Era bravo. Di solito il discorso finisce qui.
Io però ci credo fino a un certo punto. Per me l'ideologia non è una cosa che si possa mettere tra parentesi. L'abbiamo tutti, esattamente come il fegato e i polmoni. È il nostro modo di vedere il mondo. Per questo io, con tutta la mia più buona volontà, e coi dieci anni di vita che ho dedicato a studiare autori fascisti, mi dichiaro assolutamente incapace di apprezzare davvero una qualsiasi “cultura di destra”. Non perché essa non possa esistere – anzi esiste, e magari m'interessa e la studio, ma non posso apprezzarla, per formazione e per scelta. Invece Lauzier mi è proprio piaciuto tanto.

Alla base di tutto c'è un equivoco. Dalla seconda metà degli anni Settanta Lauzier si è creato la sua aura destrorsa prendendosi gioco dei tic dei sessantottini francesi che avevano messo su la pancia, famiglia e conto in banca – tutto un nuovo conformismo che oggi potrà sembrare banale, ma lui c'è arrivato per primo. Se è per questo però Lauzier era perfido anche con gollisti e chiracchiani: i suoi ex legionari vanno dallo psicanalista lacaniano e scoppiano in lacrime: sul serio possiamo definirlo di destra perché umiliava les bobos? Con lo stesso criterio potremmo considerare di destra anche il primo Moretti, per citare un autore che aveva (molto parzialmente) in comune gli stessi obiettivi: e notate che per trovarne uno vagamente simile dobbiamo aspettare la generazione successiva.

Comunque fin qui è davvero solo un equivoco. Un conformismo è un conformismo; se nasce a sinistra, significa che quella sinistra è una falsa sinistra, e criticarla è un vero atteggiamento di sinistra. Quindi i bobos sono di destra e Lauzier è di sinistra, voilà. Che bel gioco delle tre carte che ho fatto. Eppure sono convinto che, sforzandomi un po', riuscirei a scrivere qualcosa di più intelligente.
Intervistato, liquidava l'argomento definendo la sinistra il suo “Amour déçu”. Sì, lo sappiamo, siamo stati tutti rivoluzionari a vent'anni, ecc. ecc. Ma riflettendoci bene, Lauzier è davvero un autore di destra. Di una destra scettica, arida, in fondo disperata, che è l'approdo degli ex ottimisti che esplorando il mondo lo hanno scoperto tanto simile alla jungla primordiale. Quella destra che più che un'ideologia è una rassegnazione, alla quale approdiamo tutti, insomma: resta solo da stabilire quando e come (io mi do ancora quattro, cinque anni massimo).
Lauzier era di quella destra che non crede al progresso perché il progresso non è credibile, e sapeva vedere sotto i nostri abiti firmati o trasandati lo scimmione (o il cagnolotto, come nel caso di Choupon), il maschio-alfa e il perdente nato. E chi nasce imbecille, è sottointeso, potrà avere tutte le prese di coscienza che vuole (memorabili quelle del Portrait d'artiste e della Corsa del topo), ma morirà imbecille. Ma non mi convince nemmeno questo.


Mi chiedo cosa ne avrebbe pensato Lukács - Ehi, questa che è una domanda stupida. Adesso prendo la macchina del tempo e vado a trovare l'anziano ex ministro che dopo l'invasione sovietica e l'autocritica si è buttato sui romanzoni dell'Ottocento. Ciao, György, come va? ti ho portato dei fumetti.
“Non è roba da bambini?”

“Tutt'altro! Può sembrarti un disegnatore di pupazzetti, ma è un grandissimo artista. Guarda le facce, guarda quante espressioni. Con tre tratti di china riusciva a rendere centinaia di espressioni, mantenendo uno stile chiaro ed elementare. Trovo tutto questo molto progressista e democratico”.
“Mbah. Però devo dire che questo disegnatore di pupazzetti riesce a penetrare le leggi che governano la Realtà e scoprire le relazioni profonde, nascoste, mediate e non immediatamente percepibili che costituiscono la società”.
“György, per favore, io faccio le medie... dimmi soltando: destra o sinistra”.
“È così importante?”
“Certo che è importante, tu sei György Lukács, se tu dici che è di sinistra per me è di sinistra, fine questione”.
“Sta rischiando qualcosa nel tuo futuro? Stalin lo ha mandato al confino?”
“No. Invecchiando si è dato al cinema, storielle a lieto fine per benpensanti”.
“Ah, peccato”.
“Era come se volesse lasciare ai bambini qualcosa di dolce, dopo tanto acido".
“Comprensibile, ma è un peccato lo stesso. Aveva qualcosa di balzacchiano, mi sembra”.
“Vero? È per questo che sono venuto da te”.
“Ma lo leggono ancora Balzac, nel futuro?”
“C'è poco tempo. Leggiamo i fumetti”.
“Mbah”.
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se piangi ancora chiamo Enzo Biagi che ti taglia il naso

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Mentre tutti pian piano ripiegano i coccodrilli lungamente meditati, e tornano a interessarsi dei vivi (o perlomeno dei morti ammazzati), io resto solo con la mia domanda: ma Enzo Biagi avrà mai letto la Storia d’Italia a fumetti? La sua, intendo.

La carne, la morte ed Enzo Biagi

Non c’è un collega in giro che non abbia voluto ricordare Enzo Biagi come il cronista per eccellenza, il giornalista coi capelli bianchi che si faceva capire da tutti e non cedeva ai ricatti dei potenti, eccetera eccetera eccetera. Va bene. Però non per tutti Enzo Biagi è stato questo. Quando ero bambino, ad esempio, Enzo Biagi era sinonimo di morti violentissime e donne nude. Non è che voglio fare l’originale a tutti i costi: se do una rapida occhiata al mio inconscio è ancora tutto lì. Femmine discinte, frasi memorabili e nasi mozzati: Enzo Biagi presenta la Storia d’Italia a Fumetti.

Questo, ragazzi miei, fu centinaia di anni fa, quando ancora nessuno parlava ancora di “graphic novel”. E anche se ne avesse parlato, nessuno lo avrebbe capito, perché non si trovava qualcuno che capisse l’inglese per miglia e miglia. Sostanzialmente i fumetti erano divisi in tre generi: Topolino, Tex e la robaccia horror-porno che si trovava nei fossati, come Alan Ford e Frigidaire. A parlare bene dei fumetti era solo Gianni Rodari: diceva che i bambini, dovendo collegare una vignetta con l’altra, facessero un utilissimo sforzo di fantasia. Per molti anni, mentre ammucchiavo Topolini in cantina, ho avuto soltanto Rodari dalla mia.

In mezzo a tutto questo stava la monumentale Storia d’Italia a Fumetti di Enzo Biagi, provocatoria e spiazzante fin dal titolo. Quando l’aprivi restavi travolto da un turbine di sesso e violenza. Per intenderci, facevo le elementari. I tre poderosi tomi stavano nella biblioteca della scuola e nessuno, nessuno mi poteva impedire di portarmeli a casa, perché tanto… erano fumetti! Non potevano farmi male i fumetti, vero?

Forse non mi hanno fatto male, ma quel che mi hanno fatto non me lo tolgo più. Tanto che, quando si è trattato di metter giù un libretto tutto mio, e di trovarci un titolo, la citazione di Biagi mi è venuta assolutamente automatica. Da qualche parte dovrebbe esserci un catalogo in cui la Storia d’Italia a Fumetti viene appena prima la Storia d’Italia a Rovescio (tra parentesi, sono stati i 6 euro meglio spesi della vostra vita. Lo hanno già mandato al macero, è introvabile).

Per esempio, in questi giorni a scuola insegno i Longobardi, e guardate che sui Longobardi c’è ben poco da insegnare. Ma ogni volta che parlo di “Editto di Rotari”, nella mia mente appare una fulgida vignetta: un uomo col naso mozzato. Sì, perché Rotari aveva fissato un guidrigildo di tot ducati per ogni naso mozzato, ed Enzo Biagi o chi per lui aveva pensato di illustrare la situazione in una vignetta. Capirete che poi in età adulta Mel Gibson non ha avuto nessun potere su di me. Dei miei ragazzi avrò dimenticato volti e nomi da qui a cinque anni, ma il naso mozzato del longobardo non se ne andrà più via. Con tante altre cose. Il ceffone di Anagni. Teodolinda, bevi, nel cranio di tuo padre. A Barletta Italia batte Francia 13 a 0. Paga la gabella! Tiremm innanz! E tantissime donnine, che lasciavano di stucco. Battezzadomi come l’alunno fissato con la Storia, maestre e compagni non mi avevano spiegato che la materia includesse l'osservazione di tutte quelle donne seminude. So che chi l’ha letta alle medie ne ha tratto tutt’altre sensazioni, ma io ero alle elementari, e prevaleva l’imbarazzo. L’incredulità, anche.

Ora forse ho capito perché la Storia è rimasta per me un affare di polvere e fango impastati con sangue e sudore. Ecco che mi torna in mente il perché non ho mai pensato di mettere la marcia indietro nella macchina del tempo: io so benissimo che nel passato soffocherei subito, di peste polmonare o allergia a qualche bacillo che sulle tavole di Enzo Biagi era visibile a occhio nudo. Non c’è mai stato un medioevo fatato per me, niente castelli e tornei, le armature arrugginivano e acceleravano la cancrena.

Già allora, tuttavia, era molto difficile collegare tutta quella violenza e sporcizia all’ometto con gli occhiali e i capelli bianchi. Sembrava che le donnine fossero spogliate e torturate quasi a sua insaputa. Il fatto è che per illustrare i suoi testi, Biagi adoperava la manovalanza fumettistica italiana. E i disegnatori di quegli anni – anche quelli che in seguito sono diventati venerati Maestri – in quel periodo per mangiare scrivevano soprattutto robaccia horrorporno. (Forse, poi, chissà, mangiare non era tutto questo problema. Forse disegnare robaccia horrorporno era semplicemente divertente). In ogni caso, una Storia d’Italia a fumetti negli anni Settanta non poteva che essere horrorporno, e l’ometto con gli occhiali non mi pare abbia fatto molto per evitarlo.

Da lì in poi il passato sui fumetti e in tv è diventato un parco a tema, tanto che a Gibson basta mostrare un po’ di sangue in più per diventare un oggetto di culto. Viene da pensare che le persone della generazione di Biagi, anche le meno esagitate, come Biagi, avessero una dimestichezza con il sangue, la morte e la malattia che oggi abbiamo perso. Avremo anche guadagnato qualche cosa in cambio, ma francamente non saprei dire cosa.
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il bat-archetipo

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Entrare in una vecchia calzamaglia

Sempre a proposito di Frank Miller, non so se qualcuno ha già fatto caso a questa cosa:
è più o meno da dieci anni che il cinema ci sta restituendo, in versione stupida, i fumetti più complessi e intelligenti che avevamo letto da giovani. E continua.

Ma il bello è che questi fumetti complessi è intelligenti, in realtà erano già versioni intellezzualizzate a posteriori di baracconate in calzamaglia. E cioè: in principio ci fu un peplum qualsiasi, poi Miller lo trasformò in un’epica a fumetti, e adesso lo riciclano in un peplum (digitale) qualsiasi.

Oppure: in principio c’era il Batman pacchiano dei telefilm; poi Miller lo ha trasformato in un eroe hard-boiled un po’ fascista ma veramente complesso; a questo punto il cinema se l’è rimangiato, restituendoci un personaggio più o meno pacchiano in calzamaglia. Ma a dire il vero con Batman la storia è ancora più complessa, perché dal 1939 a oggi il pipistrello è diventato ridicolo molte volte – eppure ha sempre trovato qualcuno disposto a riprenderlo sul serio. Va a finire che è un archetipo dell’inconscio collettivo.

Potremmo leggere la cosa in termini di Decenni (un concetto arbitrario che ci piace molto): a metà degli anni Ottanta cercavamo di prenderci sul serio; non credevamo più alla favola Bene/male Usa/Urss e volevamo complicarci il quadro (l’anno di riferimento naturalmente è il 1986: escono il Cavaliere Oscuro e Watchmen). Verso il 2000 ripiombiamo in una situazione manichea: Bene/male Usa/Islam, e abbiamo di nuovo bisogno di eroi semplici. Potrebbe essere andata così.

Oppure potrebbe essere cambiato il pubblico di riferimento. Nel 1986 Miller, Moore e gli altri parlavano a un pubblico di grandicelli, oggi le stesse storie si riciclano per i ragazzini. In realtà vanno a vederle anche i grandicelli di ieri. Magari è una metafora della vecchiaia, come al solito: da ragazzini leggevamo i fumetti, ma volevamo prenderci sul serio ed essere presi sul serio; da adulti vorremmo sembrare ragazzini e allora ci rituffiamo sui vecchi fumetti. Siamo ridicoli e vitali esattamente come il vecchio Wayne, che finché non si rimette la calzamaglia non si sente uomo.

O ancora, potrebbe trattarsi del medium (il cinema) che snatura il messaggio. Del resto, se date la stessa storia a un cartoonist e a un regista, vedrete che il primo la smonterà e la complicherà, mentre il secondo cercherà di semplificarla. In una parola: il fumetto è analitico, il cinema è sintetico. La storia a vignette seleziona un pubblico in grado di mettere insieme una vignetta e l’altra, al cinema basta sedere e non fare troppo rumore col popcorn.
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Fascisti da Sparta

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Corso di Martirio Illustrato

1. Insegnate bene ai vostri figli:
Ogni volta che qualcuno tira fuori le Termopili, è per fotterti. Per dire, una volta ci provò persino Bertinotti. 300 intrepidi spartani si fecero massacrare per salvare un popolo che se la spassava alle Olimpiadi: voi lo fareste? E mentre tirate su un muro di cadaveri persiani, non vi sentireste un po' presi per il culo, a fare il cane da guardia alla democrazia e alla libertà degli altri?

2. Fasìsta!
Già sparare giudizi, come si fa in questi maledetti blog, è un po’ antipatico.
Usare poi etichette come “fascista” è veramente tremendo. Puzza di anni ’70 – e gli anni ’70 ormai puzzano parecchio. Detto questo, Frank Miller è un fascista. Ma non è questo il motivo per cui non andrò a vedere il film sulle Termopili.
E perché sarebbe un fascista, sentiamo.

Non c’è un “perché”. Anche se facciamo finta di non credere in nulla, abbiamo tutti un sistema di credenze e di valori, che emerge in quello che scriviamo. Spesso non è esattamente il sistema di credenze e di valori che vorremmo avere. Io, per dire, preferirei essere meno pessimista quando scrivo, ma non ci riesco. Anche Miller forse preferirebbe essere meno fascista. Specie ai tempi del Cavaliere Oscuro aveva sviluppato tutta una serie di anticorpi e controcanti che rendevano la sua opera straordinariamente dialettica e complessa: ma alla fine di tutta questa complessità, comunque, sopravviveva un personaggio marziale e mascellone che si appartava negli inferi a crescere una nuova razza di uomini superiori. Le sue ultime parole erano: “Robin, sta composto!”, e Robin gli rispondeva “Sissignore”. Miller è un fascista perché, in fin dei conti, quel che gli importa è essere Uomini, con la schiena dritta, i valori saldi e i riflessi pronti. Dietro questa grande idea di mascolinità ti aspetti sempre che ci sia qualcosa di più, ma alla fine non c'è.
Non è mica il solo, figurarsi. Prima di lui ci fu la letteratura hard-boiled, con i suoi eroi mascelloni di poche parole e rocciosi ideali. Ma nessuno si sogna (oggi) di dare del fascista al detective Marlowe, che senso avrebbe? Anche gli eroi di Miller, finché si muovono nel mondo depravato di Gotham o Hell's Kitchen o Sin City, sono semplicemente uomini tutti d’un pezzo, senza complicazioni ideologiche. Se Miller si limitasse a disegnare i suoi ribelli, muscolosi e derelitti, quelli che di solito perdono tutto per colpa di una donna e poi risuscitano più forti di prima (gratta l’80% delle sue storie e ci trovi il mito biblico di Sansone)…
Il problema è che Miller non tratteggia solo ribelli: è ugualmente tentato dalla figura del Re. Lo ha ombreggiato nel Batman Oscuro, c’è tornato sopra con Leonida. Ecco, quando disegna i suoi re, Miller non può evitare di suonare certe corde. Forse la canzone suona più sinistra qui in Italia, dove ai mascelloni siamo più vaccinati. In ogni caso è terribilmente significativo che, in un momento di assoluta libertà creativa, abbia scelto per un’epopea a fumetti proprio quei fascistoni degli spartani, una casta chiusa di guerrieri famosi per le pratiche eugenetiche (e dovevano averne bisogno, perché a furia di sposarsi tra consanguinei i parti mostruosi dovevano essere frequenti).

3. Gente che non sopporto.
A questo punto c’è sempre qualcuno che risponde “Dai, ma è solo un fumetto / un film / una canzone, che palle con le tue sovrainterpretazioni, goditelo e basta". Io questa gente non la sopporto. Solo un fumetto? Siete cresciuti con Zio Paperone, il simpatico capitalista in palandrana, e vi domandate perché vi viene istintivo votare Berlusconi? Solo un film? La cinematografia è l’arma più forte, l’ha detto un tale più furbo di voi. Ma sul serio voi siete in grado di “godervi” 300 senza riflettere neanche un momento sul messaggio politico, neanche se è evidente e grosso come una montagna? Come fate? Avete il Giudizio Estetico tutto in un emisfero del cervello, il Giudizio Etico nell’altro, e una manopolina tipo Balance, per cui riuscite a oscillare a comando?
Io ho due cose da dirvi. Prima cosa: non vi credo. Non credo all’autonomia del giudizio estetico. Se 300 vi piace, probabilmente siete sensibili anche al messaggio politico. È solo che vi vergognate ad ammetterlo. Ma io non mi vergogno a giudicare voi.
Seconda cosa: a me 300 (il fumetto) è piaciuto, proprio perché sono sensibile ai messaggi politici di Frank Miller. Anch’io penso talvolta che il mondo girerebbe meglio se i giovani tenessero la schiena diritta. E per inciso, studio la letteratura del fascismo. Mi interessa, mi intriga. Ma soprattutto, credo che sia indispensabile studiarla: capire come funziona, le rare volte che ha funzionato.
Ed è anche (almeno credo) un modo per immunizzarsi: i sultani assumevano veleno dopo i pasti, per diventare invulnerabili. Io non sono del tutto sicuro di essere invulnerabile ai messaggi fascisti, ma col tempo ci arriverò. Anche grazie a Frank Miller, che è stato una fantastica scuola di fascismo illustrato.

3. Il senso del ridicolo

Con tutto questo, non credo che andrò a vedere il film. Già Sin City mi lasciò l’amaro in bocca.
Eppure era fedele al fumetto, addirittura ricalcato dalle tavole. Già, è proprio questo il punto. È triste vedere storie che sulla carta sembravano robuste e (relativamente) verosimili, trasformarsi sullo schermo in pagliacciate. Come quella scena di Kill Bill dove Uma Thurman uccide 88 ninja assassini: sembrava già il Wolverine di Miller, eppure era una pacchianata. Il fumetto rende astratte e credibili le più pantagrueliche carneficine. Ma se lo trasformi in pellicola, diventa ridicola, e di riflesso anche il fumetto. Non credo che riprenderò più in mano gli albi di Sin City: grazie regista Rodriguez, adesso mi fanno senso. Perché devo rovinarmi anche 300, trasformando un buon fumetto in un torneo di culturisti? E poi diciamolo, è roba da ragazzini.

4. “I nostri ragazzi!”

I ragazzini, appunto. Non è che io creda veramente che la visione di 300 possa trasformarli in piccoli fasci lacedemoni. Non credo che li spingerà a sostenere un’eventuale guerra americana all’Iran – tutti i film del mondo possono poco, finché gli americani continuano a dare sul campo di battaglia un’immagine così poco vincente. E tuttavia qualcosa mi disturba. Un po’ di fascismo, nell’intrattenimento dei ragazzini, c’è sempre stato. C’è stato John Rambo, e prima di lui John Wayne. Presi a piccole dosi, questi grandi uomini ci aiutavano a immunizzarci dal mito del Grand’Uomo.
Da qualche anno in qua – direi dal Gladiatore in poi – la dose mi sembra sempre più massiccia. Si punta tutto su paroloni come Onore o Gloria, ripescati in extremis dai vocabolari; Mel Gibson sdogana persino i Conquistadores; ed è tutto così sfacciato e palese che ti aspetti da un momento all’altro l’ironia. Ma non c’è nessuna ironia. Gibson è terribilmente serio; e anche Miller lo è. Il film, da quel che ho capito, la butta un po’ sul fantasy, ma senza arretrare di un centimetro dal messaggio milleriano. Mi sembra che stia nascendo un cinema per ragazzini propedeutico alla Guerra di Civiltà. Che dalle sale possano uscire buoni soldati, ripeto, è difficilmente credibile. Ma per le esercitazioni ci sono pur sempre playstation e xbox. E comunque, anche Rambo sparava parecchio; ma il Gladiatore di Scott, il Cristo di Gibson o il Leonida di Miller vanno più in là. Stanno recuperando, a colpi di ralenty ed effetti digitali, l'antiquata nozione di Martirio. La stanno trasformando in qualcosa di moderno, qualcosa di occidentale, qualcosa di cool (che alla fine può piacere anche agli eredi dei persiani, che questi dvd se li comprano volentieri).

Queste son cose che mi angosciano, molto più di sapere se alla fine ha vinto Serse o gli intrepidi difensori dell’occidente. Che importanza ha chi ha prevalso alla fine, se entrambe le fazioni erano unite dall'esaltazione fanatica del martirio? Se per vincere dobbiamo assomigliare a Bin Laden, secondo me Bin Laden ha vinto.

(Mi sembra di ricordare che vinsero i greci, giusto per il gusto di scannarsi tra loro qualche decennio dopo. Ma è roba passata, appunto: mi preoccupano di più i sequel).
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L'uomo d'acciaio

Bene, Leonardo.
Fin qui, la storia delle tue disgrazie non disvela nessun Complotto Planetario. Nessun Grande Vecchio, niente Stand Behind, terzo o quarto livello, eccetera. Solo un immane caos provocato da gruppi dirigenti mal selezionati che cercano goffam di mettere pezze a guai più grandi di loro. Questo è il succo della Storia. E quando dico Storia sto pronunciando la S maiuscola, si sente la S maiuscola?

A questo punto però bisogna cominciare a stringere. Banalmente, ti serve un nemico. A chi non serve. Un catalizzatore per la tua troppo giusta rabbia. Un faccino da appendere al bersaglio delle freccette. Qlcuno da maledire la mattina presto. Bene, siamo qui apposta.
Chiamiamolo Tom. Classe '62, nato sulla East Coast, famiglia di remoto ceppo celtico che trottola per tutto il Nordamerica durante la sua infanzia: Canada, Kentucky, New Jersey. Il bambino è ambidestro, un po' dislessico (un disordine bilaterale?) e cerca Dio: a 14 anni entra in un seminario francescano. Ci resta un anno, poi ha un ripensamento: diventerà attore. Una buona idea. Di lì a poco un suo mediocre collega s'insedia alla Casa Bianca, eloquente segno dei tempi.
Tom non è certo il migliore talento maturato col metodo Stanislawskij, ma ha un faccino da schiaffi estremamente plastico, che gli porta una gran fortuna: ruoli da bulletto-che-diventa-una-persona-seria, nominations, soldi a palate. Nel frattempo è entrato in una setta teo-tecnologica che lo ha guarito, sostiene, dalla dislessia; e soprattutto lo tiene lontano dall'uso smodato di stupefacenti, che è un po' la tassa sullo star-system. Così, dalla fine degli anni Ottanta in poi, Tom è un ometto ricchissimo e libero di fare e pensare ciò che vuole, senza dipendenze da nessuna sostanza tossica e con una tecno-setta di fanatici a sua disposizione. Una posizione del genere è più rara di quanto non si pensi.
Siccome nei vent'anni successivi continua a mietere successi commerciali a palate; siccome nel frattempo riesce a divorziare dall'attrice più bella del mondo e a imbarazzare i benpensanti coi suoi interventi in difesa dei tecno-fanatici, a nessuno viene da sospettare che Tom sia in realtà un'intelligenza del tutto fuori dal comune. È un segreto, quello del suo IQ, perfettamente custodito dietro l'inossidabile faccia da schiaffi, che 25 anni d'onorata carriera riescono appena a scalfire.
In realtà, mentre viaggia da un set all'altro, da una sparatoria in motocicletta a una guerra si samurai a un'invasione marziana, Tom sta maturando una profonda ansietà per le sorti del pianeta. Sta andando tutto a puttane e sembra che non interessi niente nessuno. Washington è in mano a buffoni che a Hollywood non passerebbero un casting da figuranti. Il mondo si surriscalda, si sovrappopola – sei miliardi di persone che si stringono le spalle e si considerano troppo piccole per contare qualcosa. Tom non la pensa così.
Tom non è piccolo: è ricco ed è potente. Una piccola curiosità: ti ricordi il Grande Revival dei Supereroi? A cavallo del secolo l'inaridimento della creatività collettiva aveva fatto sì che i soggettisti di Hollywood cominciassero a ripescare qualsiasi vecchio personaggio dei fumetti, meglio se totalm improbabile. L'Uomo Ragno, i Fantastici 4, il terribile Hulk… Tom non aveva voluto partecipare a nessuno di questi progetti strampalati. Ma per molti anni aveva chiesto per sé il ruolo di Iron Man.
Iron Man, te lo ricordi? E adesso spiegami: per quale motivo un attore dovrebbe avere una passione per un personaggio assolutam secondario come Iron Man – che oltretutto, nelle scene d'azione, è totalmente nascosto in una maschera di ferro? Che senso ha? Come si fa ad amare un personaggio così?
Ma Iron Man, se ti ricordi, ha una doppia identità. Nella vita di tutti i giorni è un multimiliardario. Nessuno sa che i suoi soldi sono tutti impegnati nello sforzo di aiutare gli Uomini. Hai capito l'immedesimazione? Tom si sente l'Iron Man. Da anni sta lavorando di nascosto per salvare il genere umano da sé stesso. Proprio come in quel fumetto assurdo che leggeva da ragazzino.
Naturalmente, nella realtà Tom non va in giro in un'armatura di ferro a combattere il male. I suoi metodi sono molto più sottili. Chi sorride del suo impegno nel difendere la setta tecnoreligiosa non può sospettare nemmeno della posizione di potere assunta da Tom nella setta medesima. Di lì a poco ci sarà una scissione – al termine della quale Tom avrà praticam un culto tutto suo, con un sistema ramificato di chiese e comunità di adepti in tutto il mondo – senza che nessuno riesca nemmeno a immaginare che il Pontefice Massimo è lui, Tom, quella simpatica faccia da schiaffi. Nel frattempo lui fa un po' di politica a tempo perso, per uno dei due grandi partiti americani. Uno qualsiasi, tanto ormai.

La comparsa delle 19 piramidi d'Antartide – e il relativo crollo di sfiducia nei confronti dei culti tradizionali – segna il trionfo di Tom: per i suoi mistici non è poi così difficile riscrivere i testi tecno-sacri in modo da dare una spiegazione *ragionevole* al ritrovamento archeologico: molti born again delusi passano al suo culto..

Tom ha vinto, ma non vuole stravincere. Sottrarre adepti a un altro culto non rientra nelle sue priorità: lui vuole salvare il mondo da sé stesso: ne più ne meno. È lui – o perlomeno, una task force di soggettisti e sceneggiatori pagati da lui – a proporre a una Commissione segreta del Congresso il progetto Rapture: rapire nottetempo una discreta percentuale di uomini giusti e trasferirli in un paradiso artificiale a basso consumo energetico. Prego di notare la differenza: i Born Again si limitavano ad aspettare la Rapture: Tom decide di attuarla. Si sostituisce a Dio. Pensa di averne il diritto, o meglio: il dovere. "Il tempo è fuori squadra! o maligno destino che a me sia toccato di nascere per rimetterlo in sesto!", come diceva il collega Mel Gibson in un film di Zeffirelli.

Tom ci pensa da anni. Se sono Dio, se esserlo è mio preciso dovere, per il bene della collettività, come posso garantire all'uomo il suo agognato paradiso? Questo è stato il rovello di Tom per diversi anni. L'illuminazione decisiva fu un classico caso di serendipità – era andato in un multisala a guardarsi ma aveva sbagliato sala, ed era rimasto invischiato in una piccola produzione spagnola, assurda.
Il film aveva dei tempi tutti sbagliati – come ogni film europeo che si rispetti – e cominciava con il solito figaccione faccia-da-schiaffi, un ruolo in cui Tom non poteva non immedesimarsi. A un certo punto, però aveva iniziato a sentirsi molto inquieto, perché il figaccione veniva coinvolto da una ragazza gelosa in un terribile incidente in cui la sua bella faccia veniva orrendam mutilata.
Il film proseguiva poi in un modo veram insolito. Tom rimase ipnotizzato, lo vide quattro volte di seguito. Vuoi per i ritmi europei tutti sbagliati, vuoi per la protagonista, una chica niente male, vuoi per la storia assurda. Sulle prime prese questa fascinazione per istinto artistico: acquistò i diritti del film e cercò di rifarlo in maniera decente. Chiamò a Hollywood la chica perché reinterpretasse la parte; ci andò d'accordo, ci andò a letto, forse alla fine era solo amore? Il film andò così così, gli fruttò appena venti milioni di $. Ma tutti lo presero per un capriccio da attore-produttore. La storia di un figaccione che perde la faccia in un incidente; si mette una orribile maschera (di nuovo la maschera!); ma poi forse non è successo niente, forse è tutta un'immaginazione, forse vive in un universo tutto suo che aspetta solo un suo cenno per scomparire; forse è stato ibernato un secolo prima e vive le sue fantasie d'onnipotenza in uno stato di sospensione animata. Forse può aprire gli occhi alla fine del film. Forse no.
Che razza di storia, eh?
Ma tu, che c'entri?
Pedala, ora ti spiego.
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Un supereroe si aggira per la città in pigiama a righe

Caro Leonardo, beh,
di cose me ne son successe.

Sembra ieri, ma vedo che è stato martedì scorso: Damaso mi chiamava d'urgenza. "Il Capitano s'è infuriato", diceva, "non riusciamo a sedarlo".
"E che sarà mai", ho pensato, "un elefante". Insomma, ammetto di aver preso la cosa un poco sottogamba. Questo forse mi ha fatto perdere una coincidenza del filobus, col risultato che è trascorsa un'ora buona prima del mio arrivo in Ospedale. Nel frattempo il Capitano s'era dato, ma io non potevo saperlo. Capii però rapidam d'essere nei guai, quando vidi quei due piantonati davanti a Neurologia.
Sembravano di un altro mondo. Vestiti come non s'era mai visto, forse in qualche action movie usastro di cui si è persa ogni copia in dvd. Giacche nere, occhiali neri. Chi porta occhiali neri in un giorno nuvolo? È assurdo. Parlavano dei fatti loro, senza troppo impegno. Di musica barocca, mi parve, avvicinandomi.
"Ma ultimam ascolto più volentieri Foxtrot".
"Perché sei un fighetto".
"Non è solo questo. È che ho notato che supper's ready si sta facendo strada nella statistica dei pezzi che ascolto abitualm. Lo sai che mi piacciono le statistiche".
"Come piacciono ai fighetti".
"Come puoi generalizzare. Io credo che sia più complesso di così. Piaceranno un po' ai fighetti e un po' ai non fighetti".
"È quel che dico io. Le statistiche piacciono un po' ai fighetti, infatti a te piacciono, ergo sei un po' fighetto".
"Io non ho detto questo, Roc".
"Ah no?"
"No, io ho detto una cosa più complessa e mediata".
"Lo so che tu dici sempre cose più complesse, Luc, e lo sai perché? Perché sei un fighetto. E io le tue complessità da fighetto non le capisco, ultimam sto più sui pink floyd".
"Quelli vecchi?"
"Perché, tu preferisci i nuovi?"
"No, preferivo i metà e metà".
"Ma figurati. E tu chi sei, bimbo, scusa".

Il bimbo ero io, che pure avevo il doppio dei suoi anni, e li mostravo bene.
"Sono un collaboratore del dott. Damaso, mi ha convocato d'urgenza".
"Cognome?"
"Io… non ce l'ho".
"Uh, Luc, hai visto questo sfigato? Neanche un cognome".
"Nessuno ha un cognome, qui".
"È perché siete tutti sfigati. Non credo che tu possa entrare".
"E perché?"
"Non c'è niente da vedere. Non è successo niente".
"Ma se le dico che mi ha convocato il dottor…"

Mi interruppe una mano sulle spalle, mi voltai di scatto, Damaso, incappucciato con una garza.
"Giusto lei. Vienga di qua, tanto non c'è più nulla da vedere in Reparto".
"Ma Taddei…"
"S'è dato".

***

"E quei due, chiccazzo…"
"Li lasci perdere. Cagnoloni del MinInt. Abbaiano, più che mordere".

Avevo seguito Damaso al Pronto Soccorso, dove (mi resi conto), cercava i badanti feriti che aveva perso di vista durante l'inseguimento. Non se la passavano troppo bene. Un romagnolo massiccio si reggeva con la mano il setto nasale. Il suo collega aveva perso due denti davanti. Hai capito il Capitano. E io che mi commuovevo a vederlo legato.
"Il MinInt? Cosa c'entra il MinInt?"
"Ho paura che c'entri dall'inizio, Immacolato".
"Io non voglio averci a che fare, con quelli. Ho brutti ricordi".
"A proposito dei suoi ricordi, una volta hai alluso ai poteri peculiari degli uomini in calzamaglia, come li ha chiamati?"
"Superpoteri?".
"Ecco. Riesce a ricordare i superpoteri di quel Capitano America?"
"Sì. No. Vagam. Era molto idealista agile e forte, stordiva a pugni e a retorica".
Si passò una mano sulla fronte. "Sulla retorica deve ancora lavorarci".
"Ma perché lo avete slegato?"
"Bene, da lei mi aspettavo sempre la domanda opposta: perché lo tenete legato? Adesso sa perché. Si è liberato da solo, quando ha voluto farlo".
"Le manette…"
"Trinciate".
"Forse le aveva limate in precedenza".
"Coi denti? E in quella posizione?"
"Potrebbe avere un complice".
"È una persona sola al mondo che si risveglia dopo vent'anni. Le uniche persone che conosceva le ha mandate in infermeria. Poi ha imbucato un corridoio stendendo tutti qlli che gli si paravano davanti; ha preso la finestra ed è sparito".
"Sparito?"
"Volatilizzato. Capitan America sapeva volare?"
"No, non mi pare".
"Lo abbiamo cercato in lungo e largo. E qualche idiota ha chiamato i Vigili, cosa che io avrei evitato di fare".
"Ma non sono arrivati".
"No, si sono presentati quei due cagnoloni".
"Ma cosa lo ha fatto arrabbiare in quel modo? È successo dopo le mie risposte, non è vero?"
"Ah, le sue risposte, sì. No. Non direttamente. Certo, lui leggendole si era un po' agitato – gli ho anche dato un calmante".
"E lui?"
"Sembrava disponibile al dialogo. Mi ha chiesto conferma, io, per quel che sapevo, ho confermato: siamo in pace con gli usastri, sotto tiro dei kamikaze libici, eccetera. A ogni conferma, lui s'innervosiva di più. Ha chiesto una… una carta geografica".
"No".
"Naturalm non ne avevamo, ma per calmarlo ho provato a mostrargliene sul Supernet".
"Non era una buona idea".
"Tante grazie, adesso lo so. Quando ho preso in mano la consolle del Supernet, lui ha maturato la convinzione d'essere preso in giro. Non so perché. Ha farfugliato qualcosa sul fatto che era troppo vecchio per… per i videogiochi".
"Ah, non ci avevo pensato. Ma deve fare qll'effetto".
"In che senso?"
"La consolle del Supernet. È stata mutuata dai videogiochi degli anni Novanta, le playstation. A casa mia usiamo ancora una vecchia consolle per connetterci".
"Pittoresco, ma questo non spiega del tutto la sua reazione. Si è liberato, ha afferrato la consolle e me l'ha spaccata in testa, ha steso i due badanti e ha sfondato la porta".
"E ora è là fuori che cerca una cartina geografica".
"Dice? Farà fatica a trovarla. Io stesso ne ho viste ben poche in vita mia. Ma perché ci tiene tanto?"
"Sappiamo che è molto interessato alla geopolitica, a modo suo. Qlle strane domande su usastri e Iraq e il resto, rimandano al dibattito politico di vent'anni fa. A quei tempi si parlava sempre di politica con una cartina sullo sfondo. Tutti i tg avevano un planisfero per scenografia. Gli serve per riprendere contatto con il mondo. Peraltro, quando ne troverà una si arrabbierà ancora di più".
"È molto difficile che la trovi".
"Potrebbe imparare a consultare il Supernet".
Un'altra mano sulla testa. "Non mi sembra molto portato".
"Va bene, che ci resta da fare? Chiami i Vigili, qlli veri, e gli chieda di cercare un uomo in calzamaglia blu".
"Un pigiama a righe, magari. La calzamaglia è in lavanderia".
"Ahi".
"Comunq ha ragione Immacolato, chiamerò i Vigili e gli dirò che un supereroe in pigiama a righe è evaso dall'ospedale dopo vent'anni di ibernazione, in cerca di una carta geografica, e di stare attenti che ha una forza sovrumana".
"No, forse è meglio se proviamo a trovarlo noi. Con l'aiuto dei due cagnoloni, magari".
"I cagnoloni non sono qui per Taddei".
"No?"
"Sono qui per me. Non credo che mi lasceranno uscire dall'ospedale per un po'. Mi faranno domande e quant'altro. Immacolato, dovrebbe pensarci lei".
"Da solo?"
"È l'unica persona di cui lui si fidava. Credo che prima o poi tornerà da lei con altre domande. Faccia in modo di farsi trovare".
"Devo fare l'esca, adesso? E perché?"
"Perché, perché. Lasci che le spieghi un'altra volta cos'è Taddei per lei e per me. È una miniera di denari se lo troviamo e lo rendiamo collaborativo. È un guaio immenso se lo perdiamo – un guaio con l'Esercito e, da oggi, anche col MinInt. Tra parentesi, quei due adesso la conoscono".
"Sì, e ho detto che collaboravo con lei. Ma maledetto me…"
"Quando mi ha incontrato, sì. Immacolato, lasci perdere. Non guardi indietro. Non si guarda mai indietro negli affari. Esca di qua e lo trovi. O si faccia trovare. Lei è l'unico che ha un effetto calmante su quell'uomo. E io ho fiducia in lei"

Ha fiducia in me.
Per dire in che guai siamo.
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Il risveglio del Capitano (2)

Caro Leonardo,
come ben sai, sono all'Ospedale Maggiore, ospite dell'amante di mia moglie, davanti a una mummia congelata in calzamaglia, e mi sto giusto chiedendo: cosa posso fare io per Capitan America?


"Quel che ci serve", dice Damaso, "è una specie di interprete".
"Non di inglese, spero. Il mio è parecchio arrugginito".
"Niente inglese. L'uomo che ha di fronte è italiano".
"Italiano in che senso?"
"Nel senso che è nato nella Repubblica Italiana, come lei e come me, e risponde al nome pre-teopop di Taddei Abramo detto Bar, nato nel giugno 1973 in questa città. I suoi documenti erano allegati alla bolla di accompagnamento".
"Non lo avete trovato in un iceberg, allora".
"Non credo di sapere cos'è un iceberg. Taddei ci è stato consegnato sei mesi fa, nel quadro delle trattative trilaterali di pace tra noi, bizantini e usastri".
"Uno scambio di prigionieri".
"Precisam. Come sa, stiamo facendo il possibile per recuperare i nostri uomini catturati dagli usastri nella campagna del '20, e loro ce li restituirebbero anche volentieri, ma non abbiamo prigionieri usastri con cui scambiarli".
"Non facevamo prigionieri, eh?"
"Proprio no, per quanto ci impegnassimo. Tutto quello che siamo riusciti a rimediare sono 18 ustascia bizantini presi nella campagna balcanica del '19, che abbiamo scambiato con 6 marines usastri catturati dai bizantini nel '15. Poi abbiamo offerto i sei marines agli usastri, che in cambio ci hanno dato …"
"Taddei Abramo congelato in costume da Capitan America".
"Proprio così".
"Bella sòla".
"Apparentem sì, siamo stati abbindolati. Durante le trattative gli usastri avevano alluso a un agente segreto dell'SSS caduto nelle loro mani da molto tempo".
"L'SSS è stato sciolto da Defarge almeno dieci anni fa".
"Appunto. E siccome dopo il suo scioglimento l'archivio SSS era stato distrutto, poteva trattarsi di un bluff. In ogni caso l'offerta era assai ghiotta. Un agente dell'SSS redivivo poteva aiutarci a far luce su molte cose. Senza dubbio valeva sei vecchi marines".
"Non credo che l'SSS mandasse i suoi agenti in giro vestiti da superoi".
"E perché?"
"Ma… perché avrebbero dato nell'occhio".
"Ah, sì? Noi pensavamo che la tuta blu fosse in qualche modo mimetica, che imitasse l'abbigliamento usastro, militare o civile…"
"Buon Dio, no! Gliel'ho detto, era un personaggio dei fumetti".
"Ma non lo sapevamo. Non potevamo saperlo".

(Caro Leonardo, mai avrei creduto di dover rimpiangere l'era della tv. Pure, è così: la gente è più stupida da quando non c'è più la tv. No, non stupida: ignorante. Non sanno cos'è un iceberg. Non hanno mai visto un usastro, non sanno come si veste, per l'oro potrebbe benissimo andare in giro con una calzamaglia rossa bianca e blu. E questa sarebbe la nostra prossima classe dirigente. Sconfortante).

"Senta, da come parla di tutta stafaccenda, lei mi sembra qualcosa di più di un primario".
"No, non si faccia pensieri strani. Sono stato coinvolto in quanto neurologo".
"Credevo fosse pediatra".
"Neurologo, pediatra, endocrinologo… ci ingegniamo, qui. Attualm ho stipulato un contratto a progetto con l'Esercito. Il progetto consiste nel rianimare Taddei senza farlo impazzire. Per limitare lo shock da risveglio, è stato trasportato nella sua città natale. Ora, per quanto riguarda la rianimazione, è una cosa semplicissima: basta staccare la spina".
"E perché non lo fate?"
"Lo abbiamo già fatto diverse volte. Il problema è tenerlo calmo una volta risvegliato. Mi ha già mandato sei badanti in infermeria. Ogni volta dobbiamo ricongelarlo e resettare l'operazione".
"Ah, ecco, comincio a capire".
"…E siccome non può ricordare i risvegli precedenti, ogni volta si comporta allo stesso modo. Sbatte le palpebre, si alza, e chiede chi ha vinto le elezioni. Non siamo ancora riusciti a capire di che elezioni stia parlando, ma per lui sono fondamentali. Tanto che s'innervosisce, fa altre domande impossibili, diventa violento… eccetera".
"E qui arrivo io, con la mia famosa memoria".
"E con la sua conoscenza della cultura usastra. Lei può aiutarci a capire Taddei, e può aiutare Taddei a capire noi. Una specie di interprete, come le ho detto. È stata Assunta a convincermi".
"Assunta sa di Taddei?"
"Assolutam no. Ma mi ha parlato molto di lei. Senza saperlo è riuscita a convincermi che lei sia la persona giusta per questo lavoro. Tanto più che in questo modo io do una grossa opportunità a lei e alla sua famiglia".
"Opportunità?"
"Suvvia. Taddei ha 52 anni, ma ne dimostra grosso modo venti di meno. È ragionevole pensare che sia stato ibernato all'incirca vent'anni fa".
"Il che esclude che possa trattarsi un agente dell'SSS. E allora, perché darsi pena?"
"Perché quella che per il Teopop si sta rivelando una "sòla", come dice lei, in altre mani può essere un'arma micidiale. Ci pensi, Immacolato. Non pensi solo a quel che può fare per Taddei. Pensi a quel che Taddei può fare per lei".
"Per me?"
"Lei lavora al Progetto Duemila, non è vero? Non trova che Taddei potrebbe rivelarsi una risorsa straordinaria? Un uomo in diretta dal passato. Un uomo che conserva in sé milioni di ricordi diretti, freschi, non cristallizzati".
"Giusto un po' surgelati".
"Converrà che è ben diverso. E allora, che ne pensa?"

Che ne penso. Penso che non sono del tutto sicuro di volermi trovare a tu per tu col Capitano, in una stanza di ospedale, nel momento in cui scopre che ha ronfato per vent'anni. Penso che non posso dire di no a Damaso: abbiamo già speso il suo acconto. Penso che forse ha ragione: Taddei potrebbe essere una risorsa importante per il progetto Duemila. Per me. E per la mia famiglia, certo.

Ma soprattutto penso: Bar Taddei, Bar Taddei. Io ho già sentito questo nome. Bar Taddei. È come una pietra che rotola in qualche crepaccio della mia memoria: e rotolando fa questo rumore: Bartaddei, bartaddei. Siamo coetanei, anche se lui in qualche modo è rimasto indietro. Bartaddei. Potrei averlo già incontrato: in ogni caso non mi riconoscerebbe. E allora perché continua a tormentarmi questo suono, Bartaddei, Bartaddei? Che vuol dire?
"Penso che accetterò".
"Magnifico. Quando possiamo fissare il primo incontro?"
"Se non le spiace, preferirei cominciare la prossima settimana. Ho qualche lavoro arretrato, capisce".
"Altroché se la capisco. A lunedì?"
"A lunedì".
"Le preparo un contratto per allora. Saluti".

Bartaddei, Bartaddei.
Dove ti ho già sentito.
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Il risveglio del Capitano (1)

Caro Leonardo, che te lo dico a fare?
Per quanto possa prolungare questa mia non brillante esistenza, sotto sotto io resto un uomo del Novecento.
E in quanto uomo del Novecento, per lunga parte della mia vita ho praticato la fantasia, ben sapendo che c'erano limiti invalicabili, e incrollabili colonne d'Ercole a segnare il confine tra fantasia e realtà. Per esempio: una catastrofe climatica, un innalzamento del livello del mare, un'onda anomala che dilaga nella valpadana da oriente e travolge nei suoi flutti una civiltà: questa era fantasia. Un ingorgo nel traffico, un cielo tossico e piccante nei bronchi: questa era realtà. La prima era vagamente plausibile, ma impossibile; l'altra, ordinaria amministrazione. Se una logica superficiale poteva talvolta suggerirmi un collegamento tra fantasie catastrofiche e grigia realtà, l'inconscio più profondo la negava: la valpadana sott'acqua, figurati. Non siamo mica in un film. (Per film si intendevano i lungometraggi, spesso usastri, in cui si mostravano tutte le cose di cui si desiderava esibire l'impossibilità).

Invecchiando ho poi assistito a tanti avvenimenti, compresa la famosa onda anomala (che arrivò per altro in modo del tutto banale, salvo non ritirarsi più). Oggi, se racconti ai bimbi che a San Petronio vent'anni fa non si respirava (e la spiaggia a San Lazzaro non c'era), ti guardano male. Realtà e fantasia si sono travasate, e le colonne d'Ercole sono sempre là, indifferenti. Tutto accade in un composto squallore, ma io ho deciso di non stupirmi più di niente.

Per esempio: scoprono 19 copie conformi della Piramide di Cheope in Antartide? Beh, senz'altro è seccante per il turismo egiziano. Wojtyla scappa in Argentina e Berlusconi lo rimpiazza? Cose che capitano. I tibetani scoprono il segreto dell'Immortalità (che a loro manco interessa) e… lo brevettano? Cazzi vostri, avete voluto il WTO? Crepate. Gli Usastri si accingono a lasciare il pianeta? Si vede che non ci meritano. I cinesi cominciano a dislocare le fabbriche nella piana di Catania? Prima o poi doveva succedere.
Questo per dirti che se Damaso voleva stupirmi coi suoi effetti speciali, aveva proprio sbagliato il soggetto. Un uomo congelato. Un uomo in calzamaglia. Ma io sono un uomo del Novecento, cocco, io ci sono cresciuto, a pane e uomini in calzamaglia.

"Le dirò che forse la cosa che ci inquieta di più è proprio il costume ".
"Non glielo avete mai tolto?"
"Sì, sì, ma ci tenevo che lo vedesse come ci è arrivato".
"Non aveva per caso anche un cappuccio?"
"…"
"Un cappuccio blu, con un'A bianca sulla fronte e due ridicole alette bianche sulle orecchie, due minuscole ali di aquila… se ha presente com'è un'aquila".
"È fantastico".
"È anche un po' pacchiano".
"No, dicevo, è fantastico che lei… non mi sbagliavo sul suo conto. Come fa a conoscere la foggia del cappuccio?"
"Fa parte del costume".
"Si tratta di un costume particolare, dunq. Una specie di uniforme…"
"È il costume di un supereroe dei fumetti. Lei conosce i fumetti, immagino".
"Narrativa sequenziale. C'è tutto un canale Supernet che…"
"Quelli sono i fumetti in tv, non è esattam la stessa cosa. I fumetti sono nati a cavallo tra l'Otto e il Novecento, in America, e sono narrativa sequenziale su supporto cartaceo, con disegni misti a dialoghi e didascalie scritte. All'inizio li pubblicavano sui quotidiani, poi sono diventati un medium a sé".
"Aspetti, non ho capito. Come si fa a mettere su un foglio…"
"Si accostano tante vignette piccole, da sinistra a destra e dall'alto in basso, come le parole di un testo scritto".
"Affascinante. E lei ne ha viste?"

Se ne ho viste? Io ci sono vissuto dentro, bamboccio.

"…Ne ho viste, sì. Anche lei ne deve aver viste, quand'era bambino".
"Non mi ricordo niente. Quindi lei può aiutarci a identificare questo… personaggio?"
"Si tratta di Capitan America, un super-eroe usastro nato all'inizio degli anni Quaranta. I super-eroi sono uomini dotati di poteri sovrumani, che di solito mettono al servizio dell'umanità. In particolare Capitan America era l'interprete del patriottismo usastro, e divenne molto popolare con una serie di albi in cui sgominava torme di nazisti. Per dire, era in grado di fermare un carro armato a mani nude".
"E i lettori ci credevano?"
"No, ma leggevano ugualm. Era palesemente non credibile, ma proprio per questo assai divertente, mi segue?".
"No, credo di no".

No, non mi segui, non puoi. Ah, non fai più tanto l'arrogante adesso, eh? Sei nel mio territorio, adesso. Hai una mummia in calzamaglia in un congelatore e non ti resta che chieder consiglio all'uomo del Novecento. Generazione di mezzo, tzé. La vostra arroganza è pari solo alla vostra ignoranza.

"…Al termine della Seconda Guerra Mondiale il personaggio viene accantonato, per essere recuperato a metà anni Sessanta, quando la moda dei Supereroi conosce uno dei suoi ciclici revival. Così gli sceneggiatori immaginano che Capitan America venga ritrovato congelato in un iceberg, che l'avrebbe conservato integro per… vent'anni, più o meno".
"Mi suona in qualche modo familiare".
"Sì? Beh, sarà un archetipo dell'inconscio collettivo".
"In ogni caso, la sua conoscenza della cultura usastra è stupefacente".
"Grazie. Adesso però mi spiega chi è questo ragazzone e cosa dovrei fare io per lui".

[continua]
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Maestri di vita (11) - Andrea Pazienza

Gli italiani, lo sapete, si dividono in 57 milioni d’individui.
Ma fingiamo qui per comodità che si dividano soltanto in due categorie: (1) quelli che conoscono Andrea Pazienza, lo considerano un genio e credono che i suoi fumetti saranno una delle poche cose che resteranno degli anni Ottanta se non del Novecento, e (2) quelli che manco sanno chi è.
Ora, è a questi ultimi (la maggioranza, tralaltro) che io vorrei parlare adesso, pregando semmai i primi di ripassare un’altra volta. No, perché francamente di pezzi che spieghino quant’era bravo Andrea Pazienza a chi ama Pazienza, il mondo non ha più bisogno. Anzi.
Negli ultimi dieci anni è nato un vero e proprio genere letterario, la lode sperticata al genio e all’opera di Andrea Pazienza, molto praticata soprattutto nelle introduzioni. E va bene. Il fatto è che a 16 (16!) anni dalla morte sembra ancora impossibile riuscire a ‘criticare’ quello che ha fatto. Siamo ancora nella fase “o lo ami o lo odi”. Ma io non ho mai conosciuto nessuno in grado di odiare Pazienza. E allora le cose stanno proprio così: o lo ami o non lo conosci.

È per questo che mi volevo rivolgere a chi non lo conosce (non vergognatevi, c’è di peggio, per esempio io non ho mai letto prùst), e fare un po’ di pubblicità: in edicola, fino a venerdì, c’è un volume dei classici del fumetto di repubblica con alcune storie sue, un po’ a colori e un po’ no. Costa euro 4 e 90 più il quotidiano, ma forse, se non vi piace repubblica e conoscete il giornalaio, riuscite a procurarvelo sfuso. In ogni caso il rapporto qualità-prezzo non è mai stato così buono, per delle tavole di Pazienza. Alcune sono state un po’ rimpicciolite, ma ne vale ancora la pena: procuratevelo. Io, che conosco i fumetti di Pazienza (e quindi lo amo), ci terrei.
Sul serio, m’interessa il vostro parere. Vorrei che lo sfogliaste, che vi sforzaste di mettere a fuoco i disegni e le storie, anche se non è sempre facile. E poi che mi faceste sapere se piace anche voi o se no, non vi piace per niente, e perché. Credo che sia ora di fare uscire Pazienza dalla nicchia dei suoi estimatori, e di discuterne come si discute di un classico vero: parlandone anche male, se è il caso. Criticandolo.

Le prime 140 pagine contengono una cosa che si chiama “Le straordinarie avventure di Pentothal”, e che è molto difficile definire. Grosso modo è l’autobiografia in diretta dello studente Andrea Pazienza (si chiama proprio così), che si ritrova al DAMS di Bologna nel 1977. La prima puntata è del febbraio di quell’anno, e racconta di un’occupazione universitaria che sembra già essere naufragata tra pastoie assembleari e scontri con la polizia. Il 21enne Pazienza registra tutto e trasfigura tutto con un occhio impietoso. Impietoso soprattutto verso sé stesso: il 21enne Pazienza, prigioniero dei suoi sogni e del più banale dei problemi personali: la ragazza lo ha lasciato, è colpa sua.
Scrivere autobiografie in diretta comporta però un grave difetto: che le cose accadono in continuazione. Pochi giorni dopo aver spedito le tavole a Linus, la polizia uccide uno studente, Francesco Lorusso, e la rivolta che sembrava partita così male diventa il leggendario “77 bolognese”. Detto anche “dei carri armati”, perché il già stravagante Ministro degli Interni d’allora, Francesco Cossiga penserà di reprimerlo proprio coi carri armati. A questo punto Pazienza si precipita nella redazione di Linus con una tavola nuova, da sostituire all’ultima, per rimpiazzare un “allora è una fine” con “era invece un inizio. Evviva!” Ma in realtà la tavola è tutt’altro che gioiosa. Si vede un carro armato, appunto, lo striscione in cui “Francesco è vivo” e, naturalmente, “lotta insieme a noi”, e un Pazienza disperato che ascolta Radio Alice e conclude: “tagliato fuori… sono completamente tagliato fuori”. Autocritica un po’ ingiusta, perché in quei giorni Pazienza partecipò attivamente alle manifestazioni: ma questo è Pentothal: un delirio spietato in primo luogo con sé stesso. Poche pagine più in là comincerà ad autodenunciarsi: “Questo Andrea Pazienza è sinonimo di una strategia nuova. Lo muoveremo tra le file del nemico… ben programmato egli diffonderà presto quelle che sono le caratteristiche psichiche elette a fondamento del nostro ordine democratico: pigrizia, egoismo, paura, ignoranza, situazionismo, arrivismo, falsità, pressappochismo, prevedibilità, nevrosi”. La tenera faccia baffuta, che abbiamo imparato a riconoscere nelle prime tavole, si deforma, si distorce, invecchia, per poi ringiovanire all’improvviso: a un certo punto Andrea si fa catapultare nella savana per farsi picchiare a morte da uno scimpanzé. Nel frattempo passano le puntate (ma è difficile capire quando è come, perché da anni sono state raccolte in un volume solo senza nessuna spiegazione), e con le puntate i mesi del ’78, del ’79, dell’’80, dell’81. Ma il brio delle prime tavole (le prime pubblicate su una rivista) non tornerà più. L’“inizio” non era l’inizio, la quotidianità dello studente fuorisede Pazienza si fa sempre più sconfortante: tra i deliri, le file in mensa, le telefonate ai genitori, si fa strada l’altro leitmotiv di Pentothal: l’eroina. A un certo punto da una vignetta spunta un fumetto senza padrone, una specie di voce dal coro che fa: “uff. abbiamo capito che ti fai. Droga, droga, non pensi ad altro”. Pazienza, in realtà, continua a pensare e a mostrarci anche molte altre cose. Ma pochi sono riusciti a spiegare il fascino della droga, o meglio, della dipendenza, come ha fatto lui nelle ultime pagine più intense di Pentothal, quelle tra pag. 133 e 138.

A pagina 134 fa capolino una faccia che non c’entra niente: è un personaggio di altre storie, a cui Pazienza stava lavorando in quegli anni. In partenza anche lui era una caricatura di sé stesso: una copia più giovane e ghignante, col naso e il mento enormi a disegnare in profilo una grande Z. Si chiama Zanardi, come una strada di Bologna, e anche lui vive a Bologna, ma è più giovane. Mentre Pazienza ha ormai finito il DAMS ed è un fumettista e illustratore noto e onnipresente (quasi tutti i cantanti italiani del periodo hanno almeno un LP disegnato da lui), Zanardi è ancora al Liceo, che frequenta con scarso impegno. Mentre “Andrea Pazienza” è un personaggio discutibile, che non ne combina una buona, suscettibile di qualunque ironia e caricatura, Zanardi è un personaggio scolpito nella roccia a colpi netti, come è netto il suo profilo: capisce al volo qualsiasi situazione e sa rivolgerla in suo favore, e del suo mondo interiore non riusciamo a capire niente. E mentre “Andrea Pazienza”, malgrado tutte le sue autodenunce, era un bonaccione incapace di far male a una mosca, Zanardi è il Male personificato. Io vi consiglierei di partire da “Verde matematico” che comincia senza dir nulla a pag. 146, ed è un capolavoro. Nelle prime pagine fate la conoscenza di un altro personaggio memorabile: Petrilli, detto Pietra. Un altro nasone. È un compagno di classe di Zanardi, un suo “amico”, in realtà uno zimbello di cui Zanardi si prende gioco in continuazione. Per altro non è uno stupido, e se ne rende conto. Ma è un debole, e ha bisogno di Zanardi tanto quanto forse anche Zanardi ha bisogno di lui.
Anche Pazienza probabilmente non amava Petrilli, e per ben due volte gli fa fare delle morti orribili. Salvo poi resuscitarlo, perché evidentemente anche lui ne aveva bisogno. Quando leggiamo le storie di Zanardi, è facile mettersi al suo posto. Siamo in un mondo violento e spietato: un liceo bolognese dei primi anni 80. Di personaggi buoni non ce ne sono, e l’unico che sembri dare qualche appiglio è lui.
Credo che “Verde Matematico” dopo “Pentothal" debba fare uno strano effetto. Pentothal è un’improvvisazione totale, con tante tavole senza capo ne coda che han l’aria di essere state messe assieme giusto per far numero. Si può leggere tranquillamente saltellando qua e là, e forse è meglio. (Per farvi un esempio, pagina 114 e pag. 115 sono state pubblicate invertite vent’anni fa, e da allora nessuno sembra essersene accorto, visto che continuano a ristamparle così in tutte le edizioni). Al contrario, “Verde Matematico” è un’opera di alta ingegneria. Non c’è una vignetta che non serva a qualcosa: non c’è un solo tratto di penna che non sia funzionale al racconto. Anche il naso di Zanardi si allarga o si restringe in funzione della trama. E la trama, complicatissima, racconta di un giorno qualunque a Bologna in cui nessuno riuscirebbe a immaginarsi una storia, e invece, che storia. Ma anche solo il cielo nuvolo di Bologna, con gli aeroplani sullo sfondo, i muretti imbrattati, i motorini e i telefoni che suonano a ora di pranzo, danno a quel giorno un tale senso di realtà che ci sembra di esserci stati.
In quel giorno, Zanardi gioca d’azzardo con le vite di un paio di persone. Non gli va sempre bene, ma alla fine tutto si mette come voleva lui. C’è anche una festa pomeridiana nell’appartamento dell’“ing. Cinti”, quelle con la tapparella abbassata come nel coevo Tempo delle Mele: ma al posto della spuma c’è un “tirello” di coca pronto in cucina. I compagni di Zanardi vanno all’ospedale con l’epatite, si prostituiscono, si giocano le ragazze ai dadi, organizzano furti e ricettazione, e intanto a scuola devono sorbirsi le prediche dei prof che credono di avere qualcosa da insegnare. Non mi pare che ci sia stato niente di più cattivo di Zanardi, dopo Pazienza. Altri ci hanno provato, ma erano troppo autoindulgenti per riuscire a essere davvero cattivi. Pazienza – questa è la sua lezione – si era ucciso un milione di volte prima di cominciare a mordere gli altri.

Il finale del libro è un’altra sorpresa: Pazienza, sapete, era un grande fumettista, ma si guadagnava da vivere facendo la satira. Le vignette, sì, come Forattini. Le sue però facevano ridere.
Uno dei suoi personaggi preferiti era Pertini, a cui dedicò un volume intero. Ma anche quando lo ridicolizzava, Pazienza tradiva una gran simpatia per il presidente. Come tanti italiani, Pazienza aveva capito che il vecchietto arrivava direttamente da un altro mondo: la Resistenza. E la Resistenza era un altro sogno di Pazienza. Una delle sue storie più strambe e spietate si chiama proprio: “Il partigiano”. Comincia così: i sovietici invadono San Severo di Puglia e la ribattezzano Cafograd. Pazienza decide di fuggire nella foresta umbra e di cominciare la resistenza. Ma, tutto solo, si sente triste, e comincia a rollarsi una, due, tre canne… finché i sovietici non lo sgamano. E la storia continua così, sempre più deludente: il “partigiano” di Pazienza è soltanto un altro eterno studente incapace di combinare qualcosa che non sia, come dice alla fine “soltanto un’altra puttanata”. Non è più tempo per la Resistenza.
Quando però Pertini precipita sul Quirinale, Pazienza ha un’intuizione folle: trasforma il nanetto con la pipa nel protagonista di assurdi sketch sulla resistenza, con lo stesso Paz nel ruolo di spalla comica. Io non so se tutti li troveranno divertenti, ma alcuni non riesco a rileggerli senza scoppiare.
Il volume “Pertini”, però, non finiva qui. Repubblica ha tagliato una lunga tirata finale, in cui Pertini tornava bambino, e una creatura misteriosa lo prendeva per mano e gli mostrava gli orrori della prima repubblica. Alla fine la creatura spiegava al bambino di chi era la colpa, e puntava il dito fuori del foglio: la colpa è tutta sua, di uno dei tanti che vedono e lasciano fare. Non del lettore, no. La colpa era proprio di chi stava disegnando quella tavola in quel momento: la colpa era di Andrea Pazienza. Che infatti si precipitava a cancellare, inutilmente. Proprio come in quella vecchia puntata di Pentotahl: ancora una volta il colpevole di tutto era lui, con nome e cognome.

Pochi anni dopo, nel 1988, Andrea Pazienza è morto, credo che si possa dire di overdose: aveva trentadue anni. Fino a quel momento era stato una giovane promessa del fumetto, destinato a diventare un Grande, se solo si fosse impegnato di più e avesse rispettato le consegne e avesse scritto storie con un capo e una coda. Poi, una volta morto, la gente che lo conosceva cominciò a mettere insieme le cose che aveva dipinto (sin da giovanissimo), disegnato, scritto, illustrato: e ci si cominciò a rendere conto che Pazienza aveva lavorato come un matto, facendo mille cose, senza nessuno forse in grado di consigliargli veramente cosa continuare e cosa smettere. Nel frattempo, non aveva smesso di drogarsi e disperarsi quando una ragazza lo lasciava. Non aveva mai smesso, probabilmente, di odiarsi e autodistruggersi, com’era implicito sin dai tempi di Pentothal. Di solito ogni “lode sperticata di Andrea Pazienza” finisce con la contemplazione di quante belle cose avrebbe potuto fare e dire Pazienza se fosse ancora tra noi. Sperando che non si sarebbe rassegnato a disegnare culetti come Manara, o commercializzare i suoi incubi un tanto al chilo e un tanto al mese come Sclavi. C’è mancata, per tutto questo tempo, la lucida cattiveria di Zanardi: qualcuno in grado di spiegarci quanto siamo stronzi e di farcela pagare. Ma non era così facile, essere Zanardi, essere Pentothal, essere Pompeo, essere il Partigiano. Tanto che c’è riuscito solo lui. Ma non c’è riuscito a lungo.
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L’avete chiesto, l’avete richiesto, e mo’ beccatevi il

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Mai più nozioni superflue!


Proust, Marcel
Gay della prima metà del Novecento. Viveva in una stanza foderata di sughero per attutire i rumori. Grandissimo scrittore, mica come certi blog prolissi ed egocentrici.
Intingendo un giorno un pasticcino nel the, Proust trova l’ispirazione per scrivere un’autobiografia in otto volumi, dopodiché muore.
Preferiva le canzonette alla musica classica, come chiunque, ma aveva la faccia tosta di dirlo, per cui quando in società tutti parlano di Brahms e a voi scappa un commento sugli Strokes, potete sempre difendervi tirando fuori Marcel Proust. Forse è per questo che è lo scrittore più amato dai deejay di un certo spessore.


Musil, Robert
Scrittore austriaco della prima metà del Novecento. Nel primo libro parla delle sue esperienze gay in un collegio. In seguito decide di scrivere un colossale romanzo sulla decadenza dell’Impero Asburgico, ma arrivato a metà (più o meno a pagina mille, cioè) si blocca. Nel frattempo (nel 1919) l’Impero Asburgico crolla davvero, di colpo, lasciando esterrefatti centinaia di scrittori che contavano di sfornare romanzi sulla decadenza asburgica ancora per qualche secolo.
Anche Musil si fa prendere dallo sconforto, pubblica i suoi articoli come “scritti postumi di un autore in vita”, è tentato di archiviare il poderoso romanzo, ma i suoi lettori non lo lasciano in pace: si sono sciroppati un migliaio di pagine intense e hanno il diritto di sapere come va a finire. Musil cincischia, tenta la carta del morboso inventandosi una sorella gemella del protagonista, ma anche dopo l’incesto il romanzo non vuole saperne di finire. Almeno credo, perché a pagina duemila mi sono fermato pure io.

In realtà ho tirato fuori Musil soltanto perché non riesco a dimenticarmi la sua definizione di snobismo, letta su un’antologia della quinta liceo che non riesco più a trovare: lo snobismo consiste nell’infilare in una lista di pittori famosi il nome di un pittore sconosciuto ai più. (Funziona benissimo anche con gli scrittori e coi cantanti).

Mi è venuta in mente qualche giorno fa, leggendo il canone occidentale di Scarpa: Catullo, Agostino, Montaigne, Proust, Céline, Henry Miller, Anais Nin, Paul Léautaud… mi chiedevo, per l’appunto: ma chi diavolo è Paul Léautaud? Beh, ecco qui. Bastava un link…

E per oggi con la letteratura abbiamo finito. Che ne dite di un po’ di Storia?

Termopili, Battaglia delle
Strage greca del quinto secolo avanti Cristo: per rallentare le armate persiane, trecento spartani guidati da Leonida (più altri 700 tespiesi di cui nessuno parla mai) si fecero massacrare eroicamente. Se avessero lasciato passare i persiani, probabilmente il re Serse si sarebbe fatto un giro, avrebbe sottomesso formalmente una ventina di villaggi costieri e se ne sarebbe tornato soddisfatto dall’altra parte del mondo.
Invece, mandando al macello sé e mille compagni, Leonida (luogotenente di uno stato fascista basato sulla schiavitù e sulla segregazione razziale) ha ottenuto l’indubbio onore di figurare in tutti i libri di scuola della quarta ginnasio come il salvatore della cultura occidentale. Che nel cinquecento avanti Cristo consisteva già in questo: considerarsi radicalmente superiori agli stranieri, tenere democraticamente gli schiavi lontano dall’acropoli e mandare i cittadini a morire in battaglie sanguinose e inutili.
(Sulle Termopili c’è un bel libro a fumetti, scritto dal più geniale e fascistoide fumettista americano: Frank Miller).

Le battaglie famose sono sempre quelle che finiscono male, ci avete fatto caso? Di solito le Termopili vengono citate dai leader politici che s’imbarcano in imprese disastrose. Per esempio:

Ma lo rifaresti? Bertinotti risponde citando la poesia di Costantino Kavafkis “in onore di coloro che hanno difeso le loro Termopili ben sapendo che i Medi sarebbero comunque passati”. «Se non avessimo fatto il referendum avremmo lasciato libero il campo al rullo compressore di Berlusconi e non si sarebbero accesi i riflettori sull’invisibilità del lavoro dipendente...».

Invece, grazie all’eroica figuraccia del referendum, il rullo compressore di Berlusconi è passato sopra lavoratori e sindacato, e i riflettori sul lavoro dipendente si sono spenti subito. Che dire: Bertinotti è ancora vivo e orgoglioso, pronto a imbarcarci in una nuova gloriosa battaglia.
Almeno Leonida alle Termopili ci lasciò le penne, e la smise, una buona volta, di mandare allo sbaraglio la sua gente.
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