Manifesto del conservatore di sinistra

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Il Manifesto è sempre stato molto più di un quotidiano, non devo venire a dirvelo io. In certi periodi non ha semplicemente rappresentato un segmento importante della sinistra radicale ma non avventurista, in certi periodi il Manifesto è stato quel segmento: lo ha incarnato, nel bene e nel male e nel medio. Anche adesso, mentre trasforma il suo fallimento in un assedio alla libera informazione. Tutti i piccoli giornali di opinione che campavano di contributi statali rischiano il fallimento, ma è solo il fallimento del Manifesto che è vissuto dalla comunità dei suoi lettori come la sconfitta dell'ultima cittadella libera. E dire che basterebbe guardarsi in giro, accendere il pc, per scoprire che c'è ancora molto spazio per formulare idee e discuterne, e che c'è una diffusa fame di idee e discussioni non banali come quelle che si fanno sul Manifesto. Quindi, in sostanza, non è la libertà, non è il pluralismo, non è il comunismo che sta per fallire col Manifesto. Al limite è una cooperativa di giornalisti e stampatori. Quasi come se non potesse rinunciare ad andarsene senza farci l'ultima lezione di dialettica: cosa succede quando chi lotta per il possesso dei mezzi di produzione riesce a mettere le mani su un minuscolo mezzo di produzione, in questo caso una tipografia? Insomma, pare che ci si arrocchi dentro e rifiuti le innovazioni successive. Marx non sarebbe contento, ma d'altronde è morto, e anche voi non state tanto bene. Aggiungere qua le ultime meditazioni di Piccolo sul conservatorismo della sinistra che avrebbe difeso i film muti all'avvento del sonoro: mi piacerebbe rispondere a Piccolo che non è affatto così, che si sbaglia, che l'art. 18 non è necessariamente una battaglia di retroguardia, ma se nel frattempo l'avanguardia sta facendo lotta dura senza paura per una stamperia, vabbe', mi arrendo, Piccolo ha ragione.

Ieri ho comprato il Manifesto, dopo tantissimo tempo. Costava un'esagerazione, ma pensavo molto peggio. Le prime tre pagine sono tutte sulla Grecia, con informazioni sul campo che su altri quotidiani non credo avrei trovato. Questa è sempre stata la cosa che mi è piaciuta di più del M.: era un giornale che sapeva di stare al mondo, e anche quando per necessità si attaccava all'ultima barzelletta di Berlusconi, non si dimenticava mai che in Birmania c'era una repressione o che in Bolivia infuriava il narcotraffico. Questa cosa ce lo ha fatto apprezzare soprattutto quando internet non c'era. Perché sapete, ragazzi, una volta internet non c'era! E cosa facevamo quindi? Ormai c'è un sacco di gente che non se l'immagina, magari pensa che prima stavamo seduti a fissare il vuoto e cliccare il tavolo. No in realtà alcuni di noi erano predisposti per internet, si può dire che in internet hanno trovato il foro adatto alla loro sagoma, perché già da prima tendevano a concepire il mondo come un ipertesto con molte immagini fastidiose da escludere e molti testi correnti da leggere.

Io per esempio prima di internet leggevo di tutto, e quando dico "tutto" non mi riferisco a un'eclettica produzione letteraria: io ogni mattina, se avevo una scatola di biscotti davanti, ne leggevo gli ingredienti. Poi salivo su un treno e leggevo keine Gegenstaende aus den Fenster werfen, tutti i giorni almeno due volte al giorno. E spesso capitava che leggessi anche i titoli del Manifesto del passeggero che avevo davanti, o di fianco. Oppure passavo davanti a un'edicola e la prima pagina era lì in bella mostra. O lo sfogliavo in qualche circolo arci, in un periodo ne ho frequentati tantissimi. Oppure una laureanda di antropologia con cui uscivo mi fotocopiava un paginone sulla crudeltà in Bataille e io mi incazzavo per gli errori di stampa, così lei mi mollava e io me la prendevo con i comunisti che non sanno correggere le bozze. Insomma, senza mai essere stato un vero acquirente del prodotto, io il Manifesto l'ho sempre letto in giro, in quella internet imperfetta e lenta che era la vita quotidiana fino a 10 anni fa. Il Manifesto faceva parte del paesaggio, che per i primi 25 anni della mia vita è stato più di lettere che di immagini: le immagini semplicemente mi interessavano di meno, ogni parola scritta su un cartello pubblicitario o sulla parete di un cesso reclamava la mia attenzione. Adesso ho una creatura sul tappeto che non si interessa alla televisione finché non parte la sigla con le scritte che scrollano dall'alto: a quel punto alza la testa. Insomma forse è una cosa genetica.

A un certo punto le cose sono un po' cambiate ed è facile attribuirne la colpa / il merito a internet. Comunque è oggettivo, ormai posso restare su un treno per mezza giornata senza far caso al keine Gegenstaende. È grazie al www che non ho più l'urgenza di leggere qualsiasi riga mi stia davanti, internet mi ha saziato di testo, oppure sono stato io che ho trasferito la mia vita su internet e passeggio di sito in sito invece di uscire di casa. Probabilmente leggo molto di più. Ma ho smesso di leggere il Manifesto.

Però internet c'entra fino a un certo punto perché in realtà quando cominciai a entrarci davvero, a passarci dieci ore al giorno davanti (e mi pagavano), ebbene, quello fu il periodo in cui il Manifesto lo lessi di più. Era il difficile 2001, e non c'era un altro quotidiano italiano altrettanto comodo su web. Quasi tutti gli articoli erano on line nelle prime ore del pomeriggio, e si caricavano velocissimi, senza pubblicità o animazioni, così che a volte in qualche tempo morto mi è capitato di leggermelo davvero "tutto" un Manifesto, non credo mi sia capitato mai più di mandar giù intero un quotidiano. Di brutto aveva che non potevi lincarlo: dopo una settimana l'articolo spariva e tu avevi lincato il nulla. Di brutto aveva anche i refusi, quei giochi di parole da Bagaglino che chissà perché sotto la scritta "quotidiano comunista" apparivano fulminanti calembour, certi interventi culturali 100% fuffa (ma ce n'erano di interessantissimi), il comico involontario di certe recensioni cinematografiche. Ma soprattutto per me di brutto c'era il Gran Rifiuto, la scelta di alcuni nomi pesanti della redazione di sostenere l'astensione alle politiche del 2001, quelle che inchiavardarono definitivamente Berlusconi a Palazzo Chigi. Persino Rifondazione aveva fatto un patto di non belligeranza con l'Ulivo di Rutelli, ma ai lettori del Manifesto non andava bene. Volevano chiamarsi fuori, oppure volevano veramente Berlusconi che avrebbe fatto scoppiare le contraddizioni del capitalismo che avrebbero portato all'insurrezione e alla dittatura del proletariato, chi lo sa, fatto sta che poi Berlusconi me lo sono dovuto ciucciare anch'io e non glielo perdonerò mai. Dicevamo?

Dicevamo che fino a un certo punto il Manifesto fu il quotidiano che si leggeva meglio on line, senza i banner e le distrazioni di repubblica.it. Poi qualcosa cambiò, forse trovarono sulla loro strada uno di quei sedicenti webdesigners che in quegli anni si attaccavano come le piattole, quelli che pensavano che il lettore su web ha sempre il mouse in mano e tanta voglia di usarlo e scrollare e cliccare continuamente, anche due o tre volte per leggere un breve fondo di Parlato. Un'altra teoria è che volessero riprodurre il modo in cui si sfoglia il quotidiano: se un pezzo comincia in prima pagina e continua a pag. 6, tu devi cliccare sei volte, come quegli stampatori nel Quattrocento che si dannarono a escogitare un sistema per riprodurre il corsivo ininterrotto dei manoscritti coi caratteri mobili: la gente non vuole una cosa più comoda, la gente è abituata ai propri piccoli rassicuranti fastidi quotidiani. I link interni continuavano a scadere dopo una settimana, e questa è l'unica cosa imperdonabile: un quotidiano che non mette subito l'edizione del giorno gratis on line posso capirlo, ma qual è il senso di nascondere l'archivio ai propri lettori? Avevano paura di far fallire le emeroteche del popolo? Non lo so. Tornai alle mie letture centriste, all'allegro cancan di Repubblica.it. Però il Manifesto c'era ancora, nel mio paesaggio. Faceva ancora discutere, ridere, sorridere e litigare. In effetti non so quand'è scomparso. Forse quando ho smesso di passare davanti a un'edicola tutte le mattine... ma anche se ci passo ora, il Manifesto non c'è più. L'ultima civetta che mi ricordo bene fu quella famigerata su John Kerry che vinceva le elezioni USA.

Nel frattempo anche il paesaggio su internet stava cambiando. Le homepage dei quotidiani diventavano sempre più chiassose e disturbanti, finché smisero di essere le nostre homepage. Eppure stranamente continuavamo a essere abbastanza aggiornati. È che sempre di più ci capitava di arrivare a un articolo dal link di qualcun altro che lo aveva trovato interessante. Questa modalità di condivisione sarebbe poi diventata il 2.0 e si sarebbe istituzionalizzata in facebook, twitter, eccetera, e adesso io dopo cinque ore che sto su internet mi rendo conto che non sono ancora andato a vedere se è successo qualcosa sul giornale. Metti che avvenga una disgrazia... ma no, su twitter me l'avrebbero già detto in tre sicuramente.

Questi link condivisi che ho cominciato a utilizzare dieci anni fa, e che oggi costituiscono la totalità del mio paesaggio, puntano un po' dappertutto: è il loro bello. Anche alla stampa estera, che mi fa sentire intelligente. E a quella di destra, che ho imparato che non puzza tutta allo stesso modo (più che gradi di puzza preferisco pensare a puzze diverse). Puntano alla Repubblica, al Corriere, al Fatto Quotidiano, all'Unità. Mai al Manifesto. Non so perché. Forse ho litigato con tutti i miei amici comunisti, ma lentamente, senza rendermene conto. Forse il Manifesto non produce nulla di condivisibile fuori dalla sua cerchia, ma mi sembra impossibile: e poi ieri l'ho comprato e direi di no, c'è ancora ciccia, magari non per me ma sembra gustosa. È davvero curioso quel fenomeno per cui sulla mia bacheca posso trovare lacerti di Foglio e persino di Libero, ma mai niente del Manifesto, neanche per riderci su. Non posso neanche prendermela col sito, perché adesso è bello, pulito e condivisibile, nel senso che quei famosi tasti per condividere su tw o fb o g+ ci sono. Anche se non li usa nessuno che conosco, evidentemente. Poi c'è un'altra cosa che altrove non vedo: si dà la possibilità di scegliere se leggere gli articoli su una colonna o su due (due è di default, mi pare). Ora, se uno ci pensa bene, perché dovrebbe aver voglia di leggere un pezzo a video su due colonne? L'unico motivo possibile è la nostalgia per la carta, il feticismo per l'opera d'ingegno nell'era in cui era già riproducibile ma non troppo. Ma i lettori del Manifesto sono davvero solo quelli lì? Quelli che magari prendono già la busta paga su internet, e compilano il censimento su internet, però il giornale lo leggono di carta perché è un pezzo della Storia del Novecento, e se in edicola non c'è più si abbassano a cercarlo su internet, ma lo vogliono su due colonne, come i primi nobili acquirenti di incunaboli pretendevano che fossero stampati con un corsivo il più possibile simile a quello ininterrotto dei manoscritti...

Eppure ieri Bartocci a pag. 4, sfogliando gli attestati di solidarietà, in un mare di "identità", "sinistra", "tenete duro", si lascia sfuggire che "tutti ci implorano di migliorare la nostra presenza su internet". Ecco, ma chissà se è davvero quello il problema. Dopotutto il Manifesto su internet non ha affatto una cattiva presenza. Forse il problema è dei lettori che il Manifesto si è scelto, si è formato in tutti questi anni. Sono loro che dovrebbero condividere di più il Manifesto, e mostrare ai redattori magari un po' scettici che la versione web può funzionare, può attirare più lettori, può rimettersi al centro del dibattito culturale (perché politicamente resterà sempre un po' ai margini, ma una volta il Manifesto era "la" cultura di sinistra). Sono i lettori che devono cliccare su quegli accidenti di tasti colorati che ci sono già, sono lì apposta, e provare a portare un po' più di Manifesto nelle praterie del web, dove tanta gente ne ha bisogno ma non ha la minima idea e finisce per farsi intruppare da Beppe Grillo e altre biowashballs. Sono i lettori che devono smettere di finanziare il Manifesto cartaceo più o meno come si dà l'elemosina a uno che te la chiede, con la prospettiva di chiedertela anche domani e dopodomani e ogni volta che la libertà d'informazione sarà minacciata. Sono i lettori che devono insegnare al Manifesto come si pescano altri lettori on line, non sarà facile ma non è nemmeno così difficile, c'è riuscita gente con meno Storia, meno identità e anche meno idee chiare. Sono loro che devono dire Grazie no, l'incunabolo in corsivo medievale non c'interessa più, non vogliamo più attaccare i buoi al veicolo dotato di motore a scoppio, né leggere testi a due colonne, i film sonori ci piacciono più dei muti e quindi Piccolo ha torto. Ah, e Marx (quasi dimenticavo) ha ragione.
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La Morte e il Comunista d'Unità Proletaria

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And I can take or leave it, if I please.

In Italia – in realtà sui giornali italiani, e nelle chiacchiere dei pochi che ancora li sfogliano – si tende a usare con molta libertà il termine “radical chic”, quasi sempre a sproposito. In realtà è una bella espressione, con una storia interessante dietro (vedi Bordone), però a un certo punto Feltri l'ha trovata in un cassetto della scrivania di Montanelli e adesso non ce ne liberiamo più, ormai mio padre, artigiano autoriparatore, se la sera al circolo Acli tira fuori una battuta su Berlusconi rischia forte di sentirsi dare del radical chic – capisco io col mio sontuoso stipendio di statale, ma mio padre radical chic insomma davvero no.

Detto questo, il radical chic è esistito, anche in Italia. Non lo coltivavano gli autoriparatori, né gli insegnanti statali: era gente che se la passava un po' meglio, possiamo anzi concludere che se la siano spassata abbastanza. Se avessimo a disposizione soltanto dieci righe per descriverli, forse quelle righe le ha scritte Simonetta Fiori ieri, siringando molta, troppa, ironia (involontaria?) in un pezzo che era oggettivamente difficile da scrivere: il resoconto della morte di Lucio Magri, come lo hanno vissuto nella sua casa i suoi amici distanti. In teoria, una situazione agghiacciante. E invece leggete:

A casa di Lucio Magri, in attesa della telefonata decisiva. È tutto in ordine, in piazza del Grillo, nel cuore della Roma papalina e misteriosa, a due passi dalla magione dove morì Guttuso, pittore amatissimo ma anche avversario sentimentale. Niente sembra fuori posto, il parquet chiaro, i divani bianchi, i libri sulla scrivania Impero, la collezione del Manifesto vicina a quella dei fascicoli di cucina, si sa che Lucio è un cuoco raffinato. Intorno al tavolo di legno chiaro siede la sua famiglia allargata, Famiano Crucianelli e Filippo Maone, amici sin dai tempi del Manifesto, Luciana Castellina, compagna di sentimenti e di politica per un quarto di secolo. No, Valentino non c'è, Valentino Parlato lo stiamo cercando, ma presto ci raggiungerà. In cucina Lalla, la cameriera sudamericana, prepara il Martini con cura, il bicchiere giusto, quello a cono, con la scorza di limone. Cosa stiamo aspettando? Che qualcuno telefoni, e ci dica che Lucio non c'è più.

La Roma papalina, il parquet chiaro, la scrivania impero, la scorza di limone, i divani bianchi, la cameriera sudamericana, il bicchiere a cono, il Manifesto che è (sublime dettaglio) “collezione” e come tale ben merita di essere accostato ai fascicoli di cucina, io che non so cosa pensare. Cosa stai facendo, Simonetta Fiori? Sei imbarazzata, come i bambini ai funerali, che non sanno dove guardare e cominciano a fissare ogni dettaglio? Oppure lo stai facendo apposta: ci tieni a far notare che Magri, già fondatore del Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, sarà anche stato depresso, ma aveva ancora la possibilità di farsi mescere dei Martini come si deve? Cosa mi vuoi dire, esattamente?

Che non è vero che era depresso, cioè era depresso allo stesso modo in cui poteva definirsi Proletario per il Comunismo uno che si fa servire il Martini nel bicchiere a cono dalla cameriera sudamericana: uno che da giovane fregava o si faceva fregare le ragazze da Guttuso, uno che nell'Italia fervida dei '60-'70 si è inventato il mestiere di rivoluzionario parlamentare e gli è andata, diciamolo, alla grande? Ma se capisco così, ovviamente, è tutta colpa mia; tu sei soltanto una lucida cronista.

Io a volte ci penso, al suicidio. In un modo abbastanza astratto, ancora, però ci ho sempre pensato. Soffro di una forma molto fisica di vertigine; ogni volta che mi sporgo da un balcone il flusso di sangue nei capillari mi dà una specie di botta. È sempre stato così fin da bambino, e la mia camera dava su un balcone. Secondo me suicidarsi non è un diritto, è qualcosa che viene addirittura prima del diritto: è una possibilità che ti porti con te per tutta la vita, al di là del fatto che la società te la riconosca o no. È un balcone che dà sulla tua stanza per tutta la vita: ogni giorno che vivi, hai deciso di viverlo, hai scartato l'alternativa. Può darsi che tu sia un asociale se vuoi suicidarti; può darsi che le tue ragioni (“sono depresso”) siano solo scuse; non importa. In realtà non dovresti nemmeno cercare delle scuse. Il mio suicida ideale non chiede scusa a nessuno e non vuole le scuse di nessuno. Il mio suicida ideale non si suicida perché soffre, o è depresso, o frustrato: si suicida perché ne ha voglia, si suicida perché può. Prima della società, coi suoi doveri e i suoi diritti, c'è il corpo, e il corpo è tuo. Devono metterti in una cella, toglierti la cintura, limarti le unghie, nutrirti a forza: a quel punto forse il corpo smette di essere tuo.

Di solito quando pensavo al suicidio pensavo a queste cose, molto astratte come si vede. Invece ultimamente mi è capitato di pensarci più concretamente – non preoccuparti mamma – per via che guardo troppi telegiornali e insistono molto sul fatto che io a settanta, forse anche settantacinque anni, dovrei essere ancora sul mio luogo di lavoro. Io poi lo amo il mio lavoro, e un giorno forse chissà, il mio amore mi corrisponderà – però onestamente, pensare di essere ancora lì tra quarant'anni, con marmocchi dotati della stessa energia, ma meno decifrabili, i nipoti di quelli che ho adesso – uno comincia a fare pensieri molto più concreti, del tipo: è meglio alla tempia o in bocca, la rivoltella? E dove me la procuro? Ma posso ottenere un porto d'armi se ho fatto obiezione di coscienza... e così via. Credo sia così per molti; credo che la questione generazionale, in Italia, potrebbe risolversi con un'epidemia di suicidi grosso modo verso il 2040.

Di fronte a questi pensieri un po' tetri e troppo prosaici, la figura di Lucio Magri, che prima ci pensa, poi va in Svizzera, ne discute, poi torna a casa, ne parla con gli amici (la cameriera serve da bere), poi torna in Svizzera (altre due volte), e gli amici intanto aspettano... la figura di Lucio Magri in questo cupo teatro d'ombre svolazza come una silhouette settecentesca, con una leggerezza che davvero non è più di questi tempi. Si capisce che ha avuto una vita bella, piena di ideali che poi sono falliti ma è quello che capita più o meno sempre; ricca di amici coi quali ha fondato il Manifesto, il PDUP per il Socialismo, DP, il Movimento poi Partito della Rifondazione Comunista, il Movimento dei Comunisti Unitari... E in mezzo a tutto questo viveva in una bella casa, con mobili chiari, tenuta sempre in ordine; una bella compagna che gli faceva pure il bancomat, e che un giorno se n'è andata, e da quel giorno la vita ha perso il senso: come forse è giusto che sia a 79 anni. E così Simonetta Fiori forse tu non volevi scrivermelo, ma io ho capito esattamente questo: il suicidio assistito è un lusso, roba da Svizzera, roba radical chic, insomma. In Italia continueremo a discuterne per anni, diritto o non diritto – come se davvero uno Stato, una società, possano costringerci a vivere se non ne abbiamo più voglia. Alla fine sarà come l'aborto, un orrendo delitto che non vorrebbero assolutamente farci commettere - soprattutto in un ospedale di Stato, a spese dello Stato: con tutte quelle belle cliniche private che ci sono: dalla Svizzera in giù.
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Ehi, tu, sulla riva del fiume

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In un sistema capitalistico, "Il Manifesto" avrebbe chiuso i battenti molti anni fa.
In un sistema comunista (diciamo socialismo reale con economia di piano) dieci anni fa un funzionario del partito avrebbe offerto alla redazione un viaggio premio in un Campo di Rieducazione Informatica, al fine di rendere il quotidiano più vicino al popolo - che non può più acquistare costosissima carta, lusso borghese, e avvelenarsi le mani col perniciosissimo piombo capitalista - ma che può sempre connettersi alla Rete che mette in comunione universale tutte le conoscenze.
In un sistema parrocchiale, il sacerdoti del Manifesto avrebbero cercato di ipnotizzare i loro lettori, convincendoli che non c'è Verità al di Fuori del Manifesto, e a scucire ogni tanto una questua più cospicua di altre... Ma anche in questo caso, prima o poi avrebbero rischiato la concorrenza di parrocchie più convincenti e meglio organizzate.
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Cambiare pizzeria, subito

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Aiutateci a chiedervi soldi anche nel 2009
"19 DICEMBRE EDIZIONE SPECIALE
5O euro per un manifesto che non ha prezzo
Questa è una pubblicità comparativa. 50 euro costano due pizze e due birre, ma se li spendete venerdì prossimo per comprare il manifesto che salverà la vita al manifesto vi risparmierete almeno il supplizio del limoncello offerto dalla casa insieme al conto".
Questa è la risposta a una pubblicità comparativa. Diciamo che una pizza costa in media 6 euro, una birra 4, un coperto 3. Fanno 13, che moltiplicato per due fa 26. A volte mi capita anche di pagarne 30, ma se me ne chiedono 50 mi alzo piccato e non torno mai più. Ma so che i lettori del Manifesto si comportano in un modo diverso.

E mi addolora. Li vedo da anni tornare nello stesso cadente locale, convinti che si mangi la meglio pizza della città... il che era forse vero trent'anni fa, ma nel frattempo i pizzaioli sono andati in pensione e la gestione è cambiata varie volte; almeno i prezzi fossero restati convenienti. Ma vuoi mettere la soddisfazione di lamentarsi del limoncello?
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il Grillo Supplente, 2

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Riassunto della prece-puntata: siccome Grillo non vuole rispondere alle degnissime domande del giornalista Alessandro Gilioli, lo faccio io.

ALESSANDRO GILIOLI INTERVISTA BEPPE GRILLO uno sfigato qualunque


(L'immagine è ripresa (male) da Neuro).

GILIOLI: Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Internazionale non prende provvidenze. Il Manifesto – che ci fa ancora in edicola il Manifesto? Sul serio, senza entrare nel merito della qualità degli articoli... me lo chiedo spesso. Non costerebbe molto meno andare on line, senza spese di rotative e spedizioni, abbassando notevolmente anche l'impatto ambientale? Davvero i lettori del Manifesto non sono ancora pronti per passare al digitale? Non hanno ancora i computer in casa o in ufficio?

Io una volta ci andavo spesso, su ilmanifesto.it. Poi ho smesso. È un sito che fa tristezza... nessun link esterno, gli difetti dei grandi quotidiani on line senza nessun grosso pregio. È anche impossibile usarlo come fonte web, perché l'archivio dopo una settimana si cancella, ti rendi conto? Sul internet resiste tutto, ma l'archivio del Manifesto no. Significa che se linko un pezzo autorevole del Manifesto, dopo una settimana il mio link non vale più nulla. Ecco, quando ti trovi davanti a cose del genere, cominci a pensare che quelli del Manifesto siano ancora nella fase in cui io ero dieci anni fa, quando prendevo i computer a martellate. Non hanno ancora capito che il web è il futuro. Ma ti sembra giusto che al New York Times l'abbiano capito e al Manifesto no? Non dovrebbero essere loro l'avanguardia? Il fatto che siano una cooperativa in cui i rotativisti hanno voce in capitolo quanto i giornalisti potrebbe c'entrarci per qualcosa.

Questo è un discorso antipatico, però... forse è meglio se tagli.

GILIOLI: Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Ed entrambi, guarda caso, sono morti: e prima di morire hanno avuto grosse difficoltà coi loro editori. Montanelli ha litigato con Berlusconi, e Biagi... non dirò come il Cardinal Tonini che Biagi è stato ucciso dall'Editto bulgaro: sono esagerazioni. Non credo nemmeno in un'età dell'oro del giornalismo italiano: compromessi e distorsioni ce ne sono state sempre. Però la fine di questi due grandi vecchi del giornalismo italiano mi sembra altamente simbolica. Quella che se n'è andata con loro è una certa sensazione di dignità.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Come si dice in questi casi? "Passiamo pure alla prossima domanda..." No, seriamente: sai benissimo che ci sono giornalisti con cui collaboro, giornalisti che cito ampiamente, giornalisti che mi scrivono mezzo blog. Devo farti i loro nomi? Alcuni li sai già; altri rischio di metterli nei guai, trasformandoli in "quinte colonne" di Beppe Grillo all'interno delle loro redazioni... e sai benissimo che begli ambientini siano, le redazioni, o no?
Non ha senso. Non sto attaccando il giornalista tale e il giornalista talaltro. Sto attaccando una corporazione che è più interessata a difendere i propri privilegi che a fare il suo mestiere. Credo di avere delle buone ragioni e do per scontato che i giornalisti più motivati tutto sommato le condividano. Anche se non sempre possono dichiararlo.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Certo che no. Non solo: li considero l'altra faccia del problema. Le redazioni pullulano di sottopagati e precari proprio perché esiste una casta improduttiva che non produce e non schioda.
Se ci pensi, è come se mi chiedessi: "sei contro le fabbriche inquinanti anche se ci lavorano gli operai precari che muoiono come mosche"? Ebbene sì, sono contro le fabbriche inquinanti e i giornali fatti male. E la gente onesta che ci lavora? Si chiamano lavoratori sfruttati e io sono al loro fianco... però così suona un po' troppo communarda, aspetta... ITALIANI!

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Mi permetto di ribaltarti la domanda. Se il tesserino da giornalista non serve nemmeno a scontare un biglietto di treno, perché perdere tempo a procurarselo? Dite che l'iscrizione all'albo non vi favorisce in nessun modo? Allora l'albo è inutile? Ok, e allora cosa stiamo aspettando? Aboliamolo!

Vedi, finché ci sarà di mezzo quel maledetto albo, con quell'esame... quegli anni di gavetta passati a scrivere pezzi gratis... sarà molto difficile spiegare alla gente che non siete una Casta. I contadini non hanno un albo. Gli operai, nemmeno. Gli avvocati ne hanno uno. Anche i notai. Gli avvocati, i notai, e voi. Non ti suona un po' strano?

(Ah, scopro su wiki che adesso c'è anche l'albo dei promotori finanziari. Una bella compagnia, non c'è che dire).

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Sarò sincero. Non leggo molto i blog. Il blog lo concepisco come un organo d'informazione verso l'esterno, non verso l'interno di una cosiddetta blogosfera che non conosco molto e che comunque per me rappresenta un bacino molto limitato. Ammetterai che, a parte qualche giornalista come te, la maggior parte dei blog italiani sono scritti da gente che lo fa per hobby. Magari sono anche bravissimi, certo, ma sono hobbisti. Per loro riuscire a raggiungere istantaneamente centinaia o migliaia di lettori è già un degnissimo risultato.

Io invece sono un ex comico televisivo che ha fatto delle prime serate in Rai e riempie i palazzetti dello sport. E' chiaro che la possibilità di accedere a qualche altro migliaio di lettori qualificati attraverso un dialogo tra blog non mi può interessare più di tanto. Mi sembra di avere già fatto molto per sdoganare i blog in Italia: siamo onesti, io sono il primo vip che ha preso veramente il mezzo sul serio. Ma per me il blog resta un mezzo, non un fine.

Ma le domande cattive quando arrivano?

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Chi volesse (come me) scrivere alla Bertolini, può copiare da qui.


Ricevo (da MD) e pubblico volentieri:

Carissimo Luigi,
ho ricevuto per telefono la notizia della tua partenza e mi sono mancate le parole. Sapessi quanto le ho cercate, le tue parole, ogni giorno, all'uscita dall'edicola. Speravo sempre di vedere il tuo nome nella colonna di sinistra, che per me era tua, per antonomasia, come il dieci di Baggio e il primo novembre dei santi. Oggi vedo per l'ultima volta il tuo nome e il tuo editoriale, le lettere del tuo cognome strano che ho imparato a indovinare a colpo d'occhio, senza bisogno di inforcare gli occhiali. Oggi spieghi che abbiamo perso, ma ho imparato anche a riconoscere nei tuoi pessimismi l'imperativo di una morale spietata, che non risparmia dolori e verita' per quanto siano invivibili, che non ha bisogno di illusioni per ridisegnare la mappa di cio' che rimane sempre da fare. I doveri civili e gli impegni della ragione vengono prima di qualsiasi contesto, sei stato anche tu a insegnarmelo, tu che li hai sempre buttati al di la' dell'ostacolo. E' la tua tremenda morale comunista, Luigi.

La morale di un gappista di diciott'anni che si ritrova a dover vendicare la morte di un fratello leggendario, spolmonato da una mina nazista mentre scendeva al sud per organizzare la Resistenza. Un fratello scomodo, bravissimo a scuola, precoce collaboratore della casa editrice Einaudi, traduttore dal tedesco, che piaceva alle ragazze e che i ragazzi seguivano come si seguono quelli piu' in gamba, con il cuore che batte. Un'autorita' morale, un'altra. Un fratello che prima di morire ti ha scritto una lettera che nei prossimi giorni andro' a leggere e a rileggere, nella quale ti spiegava che ci sono viaggi dall'esito incerto che bisogna comunque intraprendere, sacrificando tutto il resto.

Dopo gli anni de l'Unita', dove primeggiavi, ti hanno cacciato dal partito, tu e gli altri del Manifesto. Sono riuscito a trovare e conservo il primo numero della rivista mensile, quella del giugno del 1969, perche' io soffro anche per i ricordi degli altri. In quel numero c'e' un tuo articolo che finiva cosi': "Si tratta di promuovere uno schieramento di forze sociali e politiche convinte che una transizione al socialismo si presentera' nel giro di questi anni come alternativa unica e obbligata a nuove e piu' moderne forme di reazione". Le novita' in effetti non sono mancate, poveri noi. E tu le hai davvero accolte con l'inamovibile forza della ragion pratica, con la forza di chi non ha nessuna intenzione di commerciare, anche quando lo pretenderebbe l'aritmetica. Anche nell'ultimo editoriale parli dei nostri doveri. Dal primo all'ultimo articolo parli di loro, senza scampo.

Devi essere stato un padre difficile, caro Luigi, con tutti questi doveri. Sicuramente sei stato un padre sfortunato. Quando sei anni fa e' morto tuo figlio, che si chiamava come lo zio che non ha mai conosciuto. Poi sua sorella. "E' accaduto in poco tempo - leggo dal Nespolo - con la furia di un uragano, a un anno dalla morte del fratello a venti da quella della madre [...]. Era primogenita, la continuita', la memoria femminile. La madre mori' dopo lunga agonia, il fratello se n'e' andato quasi per suo conto, lei e' stata strappata con violenza. Il male ha una fantasia illimitata".

Il male ha una fantasia illimitata - dovevi pensare - e quindi noi dobbiamo averne altrettanta per starci di fronte. Ma allora non era piu' tempo che tu rimanessi qui con noi, Luigi, con un male tanto squallido da dividere il mondo in due e cosi' imbecille da gigioneggiare con il 25 aprile e le canzoni popolari. Tu non eri adatto per stare di fornte a questo male cosi' meschino e tribale, senza memoria e senso di civilta'. Cosa c'entravi piu', Luigi, con questo mondo in cui i doveri sono reati da condonare e la morale serve a confondere le erezioni di guerra?

Tu rappresentavi un'idea della vita caduta in disuso, costosa e spietata, che si paga di persona e in nome della quale, poche ore prima di andartene, non ci hai fatto, ancora una volta, nessuno sconto. "Le nostre idee - hai scritto per salutarci - i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all'attualita' e alle prospettive". Parlavi di noi compagni, per l'ultima volta. E ne parlavi come nessuno, dall'altra parte, ha parlato, parla o parlera' mai di se stesso. Ci hai lasciato con questo nuovo imperativo, rilanciando cio' che dovremo essere oltre l'inimmaginabile, ma sempre con la passione della misura e della verita'. Quindi grazie, compagno Pintor, grazie di tutto e addio.
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Notizie e tentazioni

La notizia è che la guerra sta andando male, da qualunque lato la si voglia vedere.
La tentazione è: (Sorrisino) “Vedete! Noi l’avevamo detto!”.
È una tentazione alla quale io resisto abbastanza facilmente (le immagini di questi giorni troncherebbero il sorrisino a chiunque), ma Barenghi?

Barenghi è il direttore del Manifesto, un quotidiano che spesso predica ai convertiti, specie in prima pagina. E in prima pagina venerdì scriveva:

Ma quando discutiamo con noi stessi, quando ci guardiamo allo specchio, le cose stanno diversamente: una parte di noi, nel senso di una parte di ognuno di noi, pensa e spera che gli iracheni resistano (per quanto nessuno a sinistra potrebbe mai identificarsi con il loro regime), che gli americani paghino cara la loro guerra, che il sacrificio di migliaia di soldati o civili possa servire a bloccare il progetto che l'amministrazione Bush sta cercando di praticare da un anno e mezzo in qua.

Una parte di noi, quella certa parte di noi, se c’è, di solito se ne sta ben ricantucciata dentro di noi, per la paura che le altre parti di noi la prendano a sberle. È precisamente la parte di noi che sogghigna a ogni notizia di strage di mercato o di marines sperduti nel deserto. È quella parte di noi – profondamente stupida – che ogni volta che vede grande confusione sotto il cielo pensa che la situazione sia eccellente, e la palingenesi rivoluzionaria alle porte. È la parte di me (spero irrisoria), che se qualcuno riuscisse a localizzarmi in una zona fisica (un dito dei piedi, un etto del cervello, una piega dell’intestino), io sarei disposto a farmela asportare, perché non si può essere così idioti, anche solo in una recondita parte di noi.

Alla fine Barenghi (sempre allo specchio) si chiede, amletico: E allora come speriamo che sia questa guerra, lunga o breve?.
La risposta è molto semplice: non speriamo niente. La politica non si fa con la speranza. La guerra, figurarsi. I belligeranti, delle nostre speranze, non sanno che farsene.
(A meno che non siamo convinti che i nostri auspici possano modificare il corso degli eventi, ma in tal caso siamo cristiani e questi auspici si chiamano preghiere. Nulla di male, basta riconoscerlo).

Fine invettiva. Consigli per gli acquisti:
l’ultimo numero di Internazionale è molto bello. Passi il titolo di copertina (“War Blog”), ma ci trovate tante cose che credete di aver già letto in settimana navigando su Internet, e invece avete solo fatto finta, perché erano scritte in piccolo e in inglese. Per esempio, il blog di Raed, da Baghdad, tradotto in italiano. Un pezzo di Seymour Hersh su una delle tante bufale pre-belliche: un presunto traffico di uranio dal Niger all’Iraq. Doveva essere una delle prove del rinnovato interesse di Saddam Hussein per le armi atomiche, ma le pezze d’appoggio erano smaccatamente false, come hanno ammesso a mezza voce anche i servizi americani.

La redazione di Leonardo, che la sa sempre un po’ più lunga, è venuta in possesso di uno di questi documenti riservati. Si tratta di un’e-mail inviata all’indirizzo di posta elettronica saddam@hussein.ir Ne citiamo le prime righe:

Sir,

URGENT BUSINESS RELATIONSHIP

First, I must solicit your confidence in this transaction,
which is of mutual benefit. This is by virtue of it's nature
of being utterly confidential.I am sure and have confidence
of your ability, and reliability to prosecute a transaction
of this great magnitude.

We are top Officials of the Federal Government Uranium
review Panel who are interested in importation of goods into
our country with tons of uranium which are presently trapped in
Niger. In order to commence this business,we need your
assistance to enable us transfer funds into your
account.


Secondo me non c’è cascato. (Qui la spiegazione).


Bambini internazionali

Ma soprattutto, su Internazionale di questa settimana c’è una buona traduzione delle e-mail di Rachel Corrie. Rachel Corrie era una ragazza americana di 23 anni, sensibile, coraggiosa e intelligente. Ed è morta il 16 marzo in Palestina, schiacciata da un bulldozer israeliano. Poi è scoppiata una guerra, e non se n’è più parlato. Ma dobbiamo cercare di vedere le cose in prospettiva: dopo questa guerra ce ne saranno altre, e sempre crederemo di assistere a svolte cruciali, e sempre ci dimenticheremo della guerra precedente. Ma se avremo dei figli, loro non ci chiederanno se c’è stato prima il Kossovo o l’Iraq o l’Afganistan o il Vietnam. Ci chiederanno se abbiamo sentito parlare di Rachel Corrie, se abbiamo pianto per lei, e se abbiamo ancora quella vecchia rivista con le sue lettere. Credo. Spero.

Ho pensato che in fondo siamo tutti bambini curiosi di altri bambini: bambini egiziani che strillano a una strana signora che passeggia sul sentiero dei carri armati. Bambini palestinesi presi di mira dai carri armati quando si affacciano dal muro per guardare quello che succede. Bambini internazionali in piedi davanti ai carri con striscioni. Bambini israeliani nei carri, anonimi, che a volte urlano, a volte salutano, molti obbligati a essere lì, molti semplicemente aggressivi, pronti a sparare sulle case appena noi ce saremo andati...
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In che tempi viviamo, se questo tipo di notizie sono da considerare buone notizie?
Un’orribile disastro aereo e l’avanzata di una milizia di massacratori, torturatori ed esportatori di droga?
Questi sono momenti in cui, più che opinioni, preferirei dare (e avere) più informazioni.

Sinceramente: sono contento che a Queens non sia stato un attentato, ma qualcuno mi spieghi com’è possibile che al JFK decolli regolarmente un aereo giudicato “un mese fa, a rischio dai responsabili statunitensi della sicurezza aerea”.
Quanti altri aerei “a rischio” decollano in America e nel mondo ogni giorno?

chi è il primo occidentale a entrare a Kabul? Gino Strada!Sinceramente: i talebani si meritano tutto il male possibile. Non spingerò la mia attitudine pacifista fino a impedirmi di gioire della loro disfatta. Purtroppo, però, già da prima dei bombardamenti Rawa e Human Rights Watch avevano stroncato sul nascere in me qualsiasi simpatia per gli “eroici resistenti” dell’Alleanza del Nord. Che sono fondamentalisti come i talebani, anche se il loro fondamentalismo non impedisce loro di finanziarsi con l’esportazione dell’oppio. Che quando erano il regime di Kabul “hanno ucciso e violentato migliaia di ragazze, donne e uomini, e che sono stati i primi a imporre numerose restrizioni alle donne, tra cui l’imposizione del velo”. Sto citando Rawa

Scrupoli da pacifistoide? Ma vedo che persino Bush e Musharraf li condividevano. Avevano preteso che gli Alleati del Nord restassero alle porte di Kabul. E i mujiaheddin sono entrati lo stesso. Ora il re Zahir si dice “preoccupato per la sicurezza e per i civili”. I civili forse avevano più da temere durante i bombardamenti, comunque condividiamo le preoccupazioni del re, c’è poco da stare allegri. È bello potersi tagliare la barba, e sentire canzoni alla radio, indubbiamente. Ma è così presto per farsi un’opinione. Meglio tenersi informati.


Non c’entra niente (o quasi)
Mi è scappato visto un po’ di Vespa ieri sera, e mi sono intristito. Non per Vespa, ormai al di là del bene e (soprattutto) del male. Non per gli insulti da una parte o dall’altra: gli insulti sono opinioni e io, in questo momento, voglio solo informazioni. Però sulle informazioni non transigo. Devono essere precise.

Angius ha l’aria di una persona seria e precisa. Quando ha ricordato le ragioni che portarono l’Ulivo a sostenere l’intervento in Kossovo ero quasi pronto a dargli ragione. Ma quando il direttore del Manifesto gli ha segnalato che molti militanti UCK si stanno iscrivendo ad Al Quaida, tutta la serietà del personaggio si è disciolta in questa affermazione: “Ma l’UCK è nato più tardi! S’informi!”.

Non mi si può rimproverare nessuna partigianeria nei confronti del Manifesto, ma io, che ho cercato sempre a mio modo d’informarmi e ho un po’ di memoria, ricordo benissimo che di UCK si parlava già prima della campagna in Kossovo. E non se ne parlava neanche tanto bene, così come oggi non si parla troppo bene dell’Alleanza del Nord in Afghanistan.
È vero che ci sono due UCK: uno in Kossovo e uno in Macedonia, dove la “K” sta per “nazionale”. L’UCK macedone è nato dopo il conflitto, e anzi, rappresenta uno degli ‘effetti collaterali’ dell’intervento in Kossovo. Che ha rafforzato il nazionalismo albanese nei balcani. E forse anche il fondamentalismo islamico. Non lo so. Dovrei informarmi. Ma anche Angius dovrebbe. Io non ce l’ho coi DS per partito preso, però una figura così è sufficiente a spostarmi a sinistra di cinque o sei gradi. Finché sono solo io… ma non credo di essere il solo.
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e salutate la capolista...Finestre chiuse
Chi mi conosce pensa che odio il Manifesto, ma in fondo è vero il contrario. Quel quotidiano è la delizia dei pignoli, che non hanno di meglio da fare che dare alla caccia agli errorini, denunciarli e sentirsi superiori…

Per una volta voglio citare un articolo del M. che mi è piaciuto, senza badare ai punti e virgola: Se il pallone non infrange la finestra di Pippo Russo. Parla con cognizione di causa delle vertenze economiche e giudiziarie di Stream e Tele+, i due canali pay per view che si spartiscono le dirette televisive del campionato. Un mercato dalle enormi potenzialità, – sono anni ormai che ce lo sentiamo dire – ma che non decolla mai. Perché? Non si sa il perché. E perché non è decollata la web tv, il wap, il minidisc? (E l’umts, decollerà? Non si sa). La stessa internet, non doveva essere una miniera di soldi? E invece no.

Di chi è la colpa? Forse di questa generazione di manager, che vede affari dove non ce ne sono? Possibile? No, dev’essere colpa nostra. Noi, nati e cresciuti all’apice della società del consumo: è normale immaginarci pronti a sbavare davanti a qualsiasi novità colorata e luccicante ci venga proposta in vetrina o in tv. E invece no. Perché? Cos’è che non funziona? Perché non ci divertiamo? Perché invece di ammirare le vetrine ci mettiamo a spaccarle?

Lo sappiamo o no che il futuro dell’economia (del mondo, cioè) dipende da noi? Dai nostri consumi voluttuari? No. Non lo abbiamo ancora capito. Bush sì, e infatti sta mandando in casa a ogni consumatore americano un assegno da 300-600 $. Nella speranza che lo consumi in qualche cosa. Purtroppo i consumatori medi americani hanno altri problemi: agli abitanti rurali, ad esempio, nessuno vuole più pagare l’assicurazione sanitaria.

Ma torniamo al pay per view. Doveva portare il campionato nel salotto degli italiani. Per ora si è limitato ad arrivare ai bar. Nessuno sa bene il perché quello che doveva essere il serbatoio delle spese pazze dei grandi club di serie A sia ancora più o meno vuoto. Neanche Russo lo sa, ma il suo articolo brilla per un’intuizione. Russo ha notato una singolare coincidenza nei due spot di Stream e Tele+; entrambi puntano su un luogo comune all’infanzia di tutti noi: il pallone che infrange il vetro di una casa.

La finestra infranta, con l'irruzione violenta del pallone in casa, dice probabilmente molto più di quanto fosse nelle intenzioni degli advertiser e degli stessi committenti. Comunicando l'idea che il pallone possa entrare anche nelle case più ostili, vincendo ogni possibile resistenza, gli spot hanno finito col veicolare un messaggio collaterale involontario, che contiene il nucleo stesso delle paure che attanagliano proprietà e management della pay-tv italiana. L'elemento della finestra infranta trasmette infatti l'idea di un panorama composto da finestre chiuse, sostanzialmente indifferenti al calcio televisivo come bene di mercato.

Io vado pazzo per questo tipo di cose: quando la réclame, ingannatrice per definizione, contiene un elemento di verità sfuggito agli stessi pubblicitari. La pubblicità come lapsus.

La pubblicità come lapsus. C’è più di un esempio che mi viene in mente. Per esempio… beh, nei prossimi giorni dovrò lavorarci su, ma…



Ci siamo capiti.
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Se i laburisti non credono di guadagnare voti sventolando la bandiera con le quindici stelle, completamente opposte le aspettative del centro-sinistra italiano a una settimana dalla prova elettorale del 13 maggio.
(Europrogetti e tante parole, GUIDO AMBROSINO - BERLINO, Il Manifesto di oggi)

Quante stelle vedi?
È noto che ho una fissazione per le piccole questioni di cultura generale. Se fossi intelligente potrei andare da Gerry Scotti e cercare di portare a casa il miliardo, ma siccome sono anche un giornalista frustrato me ne resto qui a bacchettare i giornalisti veri o presunti. Prima o poi un errore, magari madornale, riesce a tutti, e lì arrivo io. O che gran soddisfazione.
Sig. Ambrosino, quante stelle ci sono sulla bandiera europea? Lo so che è una curiosità, si figuri, non muore mica nessuno se lei di sfuggita ne conta tre in più.
Lasciamo stare che questa bandiera, in senso lato, è anche la sua bandiera… magari lei è un euroscettico, oppure, come molti a sinistra, tende a non sopravvalutare l'importanza delle bandiere, degli emblemi e tutta questa paccottiglia simbolica. E giustamente. Le bandiere vanno prese con calma. Guai a chi le fissa con troppa convinzione. Poi si comincia a pretendere di voler morire per una bandiera, magari fasciati nella bandiera. Per carità.
Rimane preoccupante questa disattenzione, da parte di un giornalista, s'intende, non di un uomo di strada. In teoria la bandiera europea dovrebbe sventolare accanto a quella nazionale in tutte le occasioni ufficiali, in Italia come in Germania e negli altri 13 Paesi. E anche ipotizzando qualche distrazione da parte delle istituzioni (com'è il caso dell'Accademia militare di Modena - ma loro bisogna capirli, hanno un secolo di ritardo su tutto), tuttavia è da un bel po' che si vede in giro, questo benedetto drappo azzurro, no?
È il dramma consueto delle istituzioni europee. Nessuno ci fa caso. Comincio a essere veramente preoccupato per quello che succederà al passaggio dell'Euro. Si sente già parlare di crisi di panico ai licei, in seguito alla nuova taratura delle macchinette del caffè. In teoria i liceali dovrebbero essere bombardati di messaggi sulla nuova valuta. Niente da fare. Continuo a imbattermi in gente (ad alto tasso di scolarità) convintissima che le stelle siano quindici. Fanno anche i saputoni: "I Paesi sono quindici, no?" E allora? Dovremmo continuare ad aggiungere stelline fino a esaurimento stoffa? Le stelle non rappresentano le nazioni. Quello succede nella bandiera USA.
Rimane la comprensibile domanda: Perché proprio dodici?
Risposta non facile. Mi documenterò. Ripassate domani.

Il link più autorevole sull'argomento.
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Passata una buona festa della liberazione? La mia è stata ottima.
Sono di buon umore. Non ho niente da dire. Mi sfogherò con gli errori altrui.

Il peggio del Manifesto

Il Manifesto compie trent'anni e organizza un forum. Tra le altre domande: Qual è la cosa peggiore che il manifesto ha fatto nei suoi primi 30 anni?
Un invito… manifesto a sparare sulla croce rossa.
"Caro Manifesto, io trent'anni fa neanche c'ero, ma posso segnalare la cosa peggiore che hai fatto nelle ultime trenta ore. Senti qua.

...Cressman - probabilmente facendo schioccare il palmo della mano sinistra nella piegatura interna al gomito del braccio destro - ha fatto capire che non aveva nessuna intenzione di convolare a nozze. Jane - presagendo un futuro a trainare la slitta di Babbo Natale - ha aggredito Thomas che ha cercato inutilmente di chiedere aiuto alla polizia. Gli agenti sono giunti sul posto troppo tardi. La delicata Miss Andrews - dopo averlo tramortito con una mazza da cricket - aveva pugnalato ripetutamente la sua vittima lasciandogli il coltello da cucina conficcato nello stomaco. Jane - quasi rispettando il copione di certi delitti d'onore - ha poi tentato il suicidio ingerendo una dose massiccia di barbiturici.
Forse Maria De Filippi e la sua gradinata di "Amici" avrebbe potuto evitare un epilogo così cruento. Ma forse era una "Missione Impossibile" e quindi lo stop nel palinsesto non avrebbe consentito la messa in onda della puntata del salvataggio.


UMBERTO RAPETTO, La posta del cuore che uccide (mercoledì 25 aprile)

Un'inglese accoltella il fidanzato. Che crasse risate.
A rivederci, tra trenta ore circa".
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1) il postino suona alla vostra porta e individuate subito il contenuto della busta: non accettate il plico, rimandatelo al mittente lasciandolo nelle mani del portalettere; 2) trovate la busta nella cassetta delle lettere. Infilate il libro in un'altra busta, scrivendoci sopra il nome e l'indirizzo del destinatario: Silvio Berlusconi, Villa San Martino, 20043 Arcore (Mi). (Da "Il manifesto" del 17 aprile)

Non aprite quel libro?
Io questa campagna per restituire al mittente il libro di Berlusconi non la capisco. Non capisco dove sta la strafottenza. Come se B. fosse un comune mortale che al mattino si alza, guarda la cassetta della posta, toh! Mi sono tornate indietro centomila autobiografie. Lui ha tutto lo spazio che vuole, e intanto ha già fatto mandare al macero la copertina perché non gli piaceva. Cinque milioni di copertine. E che sarà mai? Se nella casa di (quasi) ogni italiano ci sono le sue Pagine Utili, ci può stare anche il suo libro illustrato.
"Non accettate il plico", "Infilate il libro in un'altra busta"… È una reazione che mi fa pensare. Ma proprio non posso dargli un'occhiata, prima? Da quel che si è capito dovrebbe essere divertente. No? Qualcuno forse teme di diventare berlusconiano soltanto sfogliandolo? Dopo che per anni è rimasto esposto tutte le sere al triplice bombardamento televisivo mediaset?
È una bella rivincita per il medium libro, a pensarci. Finora Berlusconi sembrava non averne mai avuto bisogno. Il suo successo era legato allo sviluppo di una tv commerciale di livello culturale medio-basso. Nel suo mondo i libri esistono, sì, ma come soprammobile chic (vedi il collezionismo del pupillo Dell'Utri). È vero, a un certo punto si è trovato in mano la Mondadori, ma così, per pura attrazione spontanea di capitali, e in fondo non è stato un grande affare, né per lui, né per la Mondadori (che probabilmente è una piccola voce in rosso nel roboante coro dei suoi bilanci).
La prima volta che ha provato a far politica con un libro è stato il grande lancio del Libro nero del comunismo al congresso di Forza Italia. E adesso ci riprova. Ma è consolante pensare che il grande vecchio di tutte le televisioni italiane, il diabolico persuasore occulto, l'autentico Grande Fratello… sia costretto, per spostare una miseria come il tre per cento dei voti, a ricorrere a un mezzo così terra-terra come la spedizione postale di un libro illustrato. Nell'era dei satelliti, di internet, di tutto il resto.
Fa quasi tenerezza… ma, soprattutto, fa' pensare. Non dev'essere così sicuro di vincere, se è costretto a ricorrere a una misura così straordinaria, un vero sconfinamento in un campo non suo. Spia del suo nervosismo è l'insoddisfazione per il risultato: prima la copertina da buttare, poi gli errori ("non l'ho scritto io, tanto è vero che è pieno di errori. Hanno pure sbagliato l'età dei miei figli!").
E allora: Lasciamo perdere questa idea di restituire il libro. Se proprio non ci va di tenerlo in casa ricicliamolo, come consiglia l'ARCI. (In verità, se mi arrivasse una copia la conserverei per i miei nipotini. Ma purtroppo, non essendo un "nucleo famigliare", la propaganda elettorale non mi tiene in considerazione in nessun modo).
Il modo migliore di rispondere per le rime a Berlusconi rimane sempre lo stesso: votare contro di lui. Cioè votare centrosinistra. Così che tutti questi miliardi risultino spesi invano. Penso sia l'unico modo di dargli un dispiacere - se è questo che ci preme veramente.
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Pollice verso, Hollywood
Allora: secondo Marco Giusti, (L'Espresso) l'assegnazione degli Oscar è la prova che il cinema americano è in grande forma: Premiati gli effetti speciali e il cinema d’avventura. Ma anche pellicole “impegnate” di stampo europeo come “Traffic” e “Erin Brockovich”. Segno che Hollywood si è appropriata di tutto il cinema. Anche di quello che non era nelle sue corde.
Invece per i critici del Manifesto, l'Oscar è l'orchestrina del Titanic, il 2001 è la "fine del cinema USA", come prova il successo senza precedenti delle pellicole non americane anche oltreoceano.
Chissà chi ha ragione… i pezzi del Manifesto mi sembrano più documentati e convincenti. Io non sono un critico, molto cinema l'ho guardato in tv, e il cinema americano è quello che mi è più familiare. Ultimamente ho notato che m'interessa sempre meno. S'avverte sempre più la sensazione che i plot siano studiati a tavolino da una commissione politico-scientifica. Ci dev'essere almeno un personaggio di colore, e non importa se ha un fisico di NBA, dev'essere più posato e ragionevole di un altro personaggio bianco, per evitare lo stereotipo. Il cattivo dev'essere punito, il cattivissimo salvato per il sequel. Ci devono essere tre grandi scene d'azione, una subito (così i ragazzini fanno silenzio in sala), una all'inizio del secondo tempo, una alla fine. Non discuto, penso anzi che sia un modo molto razionale di organizzare la sceneggiatura, ma quando inizi ad accorgertene ormai sei fuori gioco. Dopo venti minuti di Sesto senso sai già come va a finire, cosa resta?
Poi ci sono le cazzate belle e buone. Il gladiatore, per esempio, può vincere tutti gli Oscar che vuole, e Giusti può trovare Crowe "fantastico", ma resta una cazzata, di quelle che ogni tanto ti fanno dubitare di tutta la categoria dei critici, dei cinefili e dei lobbisti dell'Academy Awards (che avranno avuto le buone ragioni, ma nessuno si è alzato a dire che il re è nudo, che Ridley Scott si è bevuto il cervello, o forse è stato sostituito da un automa, come pare sia successo ad Harrison Ford in Blade Runner?).
I critici. Gente che non farebbe male a una mosca... ma una volta oltrepassata la soglia di velluto della sala, si trasformano in belve assetate di sangue. Picchia qua, taglia là, sangue a fiotti, che gran cinematografia.
Facesse almeno venire i brividi. Ma puoi portarci un bambino e vederlo sbadigliare. A un certo punto, prima di entrare nell'arena, un gladiatore si piscia addosso. Ecco, è l'unica scena in cui mi sono sentito un po' in pena. Per il resto, chi se ne frega di tutte quelle comparse mascherate a cui salta via la testa con tanta facilità. La trama, poi, è una sfida (persa) al senso del ridicolo. L'imperatore che si fa ammazzare al colosseo. Ma neanche in un cartone animato giapponese.
Sempre Il manifesto ci ricorda che a Hollywood siamo alla vigilia di un clamoroso sciopero, che dagli autori potrebbe contagiarsi agli attori. V'immaginate un anno senza cinema americano? Si starebbe davvero così male? Chi lo sa. Forse ci accorgeremmo che a vedere questi film ci andiamo più per inerzia che per altro, che alla fine delle nomination e delle sfide per gli oscar non ce ne frega niente. Come dei gladiatori di Scott. Hai un bel da vestirli alla moda, di scannarli con violenza ed eleganza. Non ci fanno neanche compassione. Sei un vecchio guerriero suonato, Hollywood. Pollice verso.
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Il calembour della settimana
È sempre il Manifesto che ci regala il calembour più esilarante della settimana scorsa:

[Martedì 14 marzo: Crisi politica in Giappone:]
Vedi la balena gialla e poi Mori

Per apprezzare al meglio la finesse del gioco di parole bisogna sapere che:

1. Mori è il premier liberaldemocratico (e forse dimissionario) del Giappone.
2. I partiti liberaldemocratici sono universalmente conosciuti come "balene".
3. I giapponesi sono famosi per essere "gialli".
4. C'è un minaccioso proverbio che recita "Vedi Napoli e poi muori"

Il gioco di parole è estremamente divertente anche per quella sua coloratura romanesca, che piace sempre a tutti.

Invece, a proposito di Napoli: venerdì il Manifesto diceva che il netstrike contro il Global Forum è funzionato, ma secondo la Repubblica non è vero, i server della Fineco hanno retto.
A chi credere?
(Ma tutto sommato, che un netstrike funzioni o no, gliene è mai fregato qualcosa a qualcuno?)
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Pseudo-cripto-ebrei

Chi cerca un'identità guarda spesso al passato. Tutti noi, anche se poveri, ci crediamo almeno gli eredi di una tradizione, di una cultura. Se ci fosse richiesto di definirla ci troveremmo in difficoltà. Se ci fosse chiesto un documento scritto, citeremmo poderosi volumi che probabilmente non abbiamo mai letto. È possibile che i talebani, "studenti di teologia", non abbiano mai letto il Corano (del resto un lettore della Bibbia può mettere in difficoltà un sacerdote in pochi secondi).
Tutto questo nostro passato, ricco di cultura e tradizioni, forse è solo frutto della nostra immaginazione.

Questa è la strana storia dei finti cripto-ebrei del Nuovo Messico.
I cripto-ebrei sarebbero gli ebrei spagnoli che avevano conservato clandestinamente le tradizioni e la religione originaria anche dopo le conversioni forzate al cristianesimo, volute dalla corona di Spagna. Nessuno dubita che cripto-ebrei ce ne siano stati veramente, anche a prescindere dalle paranoiche 'cacce all'ebreo' scatenate dall'Inquisizione spagnola in tutti i territori del re cattolicissimo.
Tra questi territori c'era anche il Nuovo Messico, oggi uno dei 50 Stati Uniti d'America. È lì che all'inizio degli anni Ottanta lo storico Stanley Hordes, intrigato dalla presenza della stella di David su alcune lapidi, scopre le tracce di un'antica comunità cripto-ebraica, e individua addirittura gli eredi viventi dei cripto-ebrei. Come scrive Marco D'Eramo

Man mano che le sue ricerche si venivano a sapere, spontaneamente gli si presentavano persone che testimoniavano: "Quel tale è ebreo perché..." o altre che ricostruivano alcuni lati oscuri della propria infanzia e nell'ebraismo nascosto dei propri genitori scoprivano la ragione per cui da piccoli non erano stati mai a messa o non avevano mai mangiato maiale.

La cosa attira naturalmente l'attenzione della comunità ebraica statunitense (stavo per dire "della potente lobby ebraica statunitense", ma diavolo, sempre con questi luoghi comuni e anche un po' antisemiti…). Vengono raccolte testimonianze, girati documentari… nel frattempo gli eredi dei criptoebrei, riscoperta la loro cultura, iniziano a convertirsi, a circoncidersi, a compiere viaggi in Israele. In breve innalzano anche una sinagoga.
Nel frattempo la storia del cripto-ebraismo si sgonfia. Un'altra ricercatrice, Judith Neulander, esamina tutte le ingegnose prove escogitate da Hordes e le confuta, una ad una. La presunta antica comunità cripto-ebraica si rivela essere una non meno curiosa comunità protestante, di origine avventista, arrivata nel New Mexico dal Midwest. La stella di David e i nomi ebraici erano parte integrante del folklore di questa setta che si riteneva una delle tribù perse d'Israele.
La domanda che sorge spontanea è: cosa faranno quei poveri cripto-ebrei che nella scoperta del loro cripto-ebraismo avevano magari trovato un senso alla loro esistenza? Si convertiranno daccapo alla Chiesa del Settimo Giorno? Se, come pare, qualcuno ha già trovato la ragazza in Israele, è un po' troppo tardi per riconoscere che le proprie radici sono frutto di un malinteso.

La storia degli pseudo-cripto-ebrei c'insegna qualcosa? A non prendere troppo sul serio le identità culturali? A non sentirsi sulle spalle secoli di Storia? Invece di rimproverarci le frustrazioni di un'educazione cattolica bimillenaria, potremmo accorgerci che il nostro presunto retaggio culturale non va più indietro del Concilio Vaticano II, e che tutto quello che c'è stato prima ci è altrettanto estraneo dei misteriosi cripto-ebrei – ma forse dovremmo concludere che ne sappiamo veramente poco, sulla Storia e su di noi… l'articolo di marco D'Eramo sul caso dei cripto-ebrei è comparso mercoledì sul Manifesto. Una ricostruzione appassionante (ma in inglese), è sul numero del Dicembre 2000 di Atlantic on Line.
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Quando è ormai il fine settimana, e non vale la pena di iniziare qualche cosa, ma d'altronde senza cliccare il cliccatore si annoia, che si fa?
Si va nel sito del Manifesto. Li si trova sempre qualcosa di edificante.
Ieri per esempio ho trovato una recensione di certo Roberto Silvestri su La stanza del figlio di Nanni Moretti, di cui riporto un memorabile stralcio:

Più che la stanza, l'astanza, l'avrebbe chiamata Cesare Brandi, il contrario della realtà nella sua flagranza, preconscio e subconscio compresi. Niente naturalismo né realismo né surrealismo, né iper-realismo. E' mistero morettiano. E poi è il nono film e mezzo di Moretti (c'è un bacio vero, e un inizio di nudo di Laura Morante), il regista bradipo del cinema mondiale... Ma. Se a 15 anni avessi chiesto ai miei: "posso fare il sub?" mi avrebbero mandato a quel paese. Per chi abita nelle città di mare, le prospettive, però, son diverse […]

Certo, stralciare in questo modo non rende onore a una recensione che si prolunga per quasi 8000 caratteri, una monografia quasi (un'arecensione, direbbe Vittorio Panzana). Anche la chiusa, per esempio, è memorabile:

Andrea morendo indica una strada più misteriosa e sottomarina. E mette in guardia da una vita-fotocopia del contratto di Ancellotti: no alla vita agganciata alla produttività.

Ancellotti è il famoso allenatore della Juventus, ma forse il lettore medio ignora i termini del suo celebre contratto. Tanto peggio per lui, che pensa di poter arrivare alla pagina del cinema saltando le fondamentali rubriche sportive. La morale è: ci sono cose peggiori della morte, tipo i contratti a rendimento. Voi del resto ve li immaginate, i critici cinematografici del Manifesto con contratti a rendimento? Un tanto a battuta? Tantovale morire, in effetti.

Credo comunque che volesse dire che il film gli era piaciuto, che secondo lui valeva la pena di andarlo a vedere. Però… non so… ormai la trama me l'ha raccontata… mah.


Gli esilaranti calembour del Manifesto
Ma quel che mi rende ogni volta pieno di ammirazione è la capacità dei redattori del prestigioso quotidiano di saper riassumere tutti i fatti, i drammi e le tragedie del giorno, in sapienti giochi di parole, che strappano il sorriso del lettore nel mentre che lo educano a una visione più disincantata della realtà. Vediamo il titolone di oggi (venerdì). Salto Nel Voto. Mah. Non male, ma hanno fatto di meglio.
È difficile capire il perché, ma mi sembra di notare che l'estro dei redattori dia il meglio di sé in occasione di eventi luttuosi o catastrofici. Questa settimana abbiamo due o tre perle da mostrare:
Muore la scrittrice Luce d'Eramo: Una vita piena di Luce. (Un classico, ma funziona sempre).
Si diffonde il virus dell'afta epizotica, terribile per gli animali e i loro allevatori: Afta Siempre.
E (come in un crescendo wagneriano), così viene commentata la peggiore tragedia della settimana, il rogo di 41 bambini cinesi in una scuola (lavoravano alla preparazione di fuochi artificiali): Cina, pirotecnici compiti in classe.
Haaa haaa haaaa. Certo, detti a voce o anche riportati qui, estrapolati dal contesto, questi sapienti calembour perdono un po' del loro smalto, e diciamolo, non fanno così tanto ridere. Fanno però senz'altro meditare con maggiore lucidità sugli orrori del nostro quotidiano. Le smorfie che ci strappano sono l'espressione della nostra intelligenza critica. Afta siempre allevatori. Oggi è mancata la Luce. La classe… operaia va in paradiso. Heee heee heeee.
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