L’avventuroso viaggio di Pietro Querini, nobiluomo veneziano che partì per le Fiandre, naufragò in Norvegia e scoprì il baccalà – parte 3

Il Capitano da Mar naufraga nell'arcipelago delle Lofoten, oltre il circolo polare artico, e viene soccorso dai generosi pescatori norvegesi

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L'isola di Røst nell'arcipelago delle Lofoten, teatro del tragico naufragio di Pietro Querini

Approfittando di uno dei rari momenti in cui la tempesta smorzò il suo furore, i
marinai veneziani calarono in mare le scialuppe di salvataggio e gli affidarono le loro vite. Due erano i battelli a disposizione. Su quello più piccolo salirono 21 uomini, 47 su quello più grande. Qui prese posto anche Pietro. Le imbarcazioni si sforzarono di procedere vicine, ma presto, il vento riprese a battere l’oceano. Dopo un solo giorno di navigazione, l’imbarcazione più piccola si perse dietro l’orizzonte di Pietro Querini.
Nulla ci è dato sapere sulla sorte dei suoi 21 marinai. Per i 47 uomini rimasti sulla scialuppa più grande cominciò la parte più tragica dell’avventura. Alcuni morirono assiderati dal freddo. Altri perché le provviste e le scorte di acqua terminarono presto, ed impazzirono al punto di bere l’acqua del mare. Venti giorni ancora durò il loro tormento, in balia delle onde, della fame, della sete, del vento gelido che soffiava sopra il circolo polare artico. Sino a che, all’improvviso, la tempesta si placò e un “suavissimo vento per greco (un vento da nord est. Ndr)”, scrive il Querini, spinse la scialuppa su un’isola sconosciuta. Continua

L’avventuroso viaggio di Pietro Querini, nobiluomo veneziano che partì per le Fiandre, naufragò in Norvegia e scoprì il baccalà – parte 2

Il mercante salpa da Candia su una caracca con le stive piene di botti di Malvasia e spezie pregiate. Fa vela verso il porto di Anversa ma una terrificante tempesta disalbera la nave e la spinge sulle frastagliate coste norvegesi

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La stele commemorativa del naufragio di Pietro Querini nell'isola di Røst

Il viaggiatore che si trovasse a passeggiare lungo la costa selvaggia dell’
isola di Røst, che spazia su un mare in perenne burrasca tra stormi di chiassosi gabbiani, colonie di eleganti pulcinelle di mare ed imponenti cormorani in volo, rimarrebbe stupito nel trovarsi davanti ad una grande stele commemorativa. Difficile capirci qualcosa dalle scritte, a meno che il nostro viaggiatore non mastichi un po’ di norvegese, ma rimarrebbe senz’altro colpito nel leggere sopra una data, quella dell’anno domini 1432, il nome di un italiano: Pietro Querini.
La stele ricorda il naufragio nello scoglio di Sandoy, a poche miglia di distanza, della caracca Gemma Querina che batteva la bandiera rosso dorata della Serenissima Repubblica. L’altra data che si legge sulla stele è quelle del 1932, che è l’anno del cinquecentesimo anniversario del naufragio, durante il quale gli isolani vollero realizzare il monumento a perenne ricordo dell’avvenimento.
Siamo nell’arcipelago delle isole Lofoten, poco più di 50 miglia a ponente dalla costa norvegese. Come fu che una caracca veneziana venisse a naufragare proprio qui, in questi gelidi mari a nord del circolo polare artico, è una di quelle storie che vale la pena di leggere e raccontare.
La Gemma Querina, un vascello commerciale dalla stazza lorda di circa 700 tonnellate, era salpata dal porto di Candia, nome con cui era chiamata Creta ai tempi in cui era un possedimento veneziano, il 25 aprile del 1432. Il suo comandante ed armatore, Pietro Querini, commerciante, navigatore e patrizio veneziano con diritto a sedere nel Maggior Consiglio, l’aveva riempita di spezie, allume di rocca, cotone e soprattutto botti di pregiato vino Malvasia Continua

L’avventuroso viaggio di Pietro Querini, nobiluomo veneziano che partì per le Fiandre, naufragò in Norvegia e scoprì il baccalà – parte 1

Nell’aprile del 1431, la caracca Gemma Querina salpa da Creta per far rotta verso la Fiandre ma le tempeste la trascineranno ben oltre il circolo polare artico in uno dei più avventurosi viaggi del secolo

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Pietro Querini in un quadro dell'epoca

“Per tre mesi all’anno, cioè dal giugno al settembre, non vi tramonta il sole, e nei mesi opposti è quasi sempre notte… gli isolani, un centinaio di pescatori, si dimostrano molto benevoli et servitiali, desiderosi di compiacere…vivevano in una dozzina di case rotonde, con aperture circolari in alto, che coprono con pelli di pesce”
. Così, Pietro delle nobile e dogata famiglia dei Querini descriveva agli attoniti senatori della Serenissima quella strana e lontana isola in cui aveva fatto naufragio.
Un’isola, narrava, in cui la notte durava 22 ore e faceva talmente freddo che, al confronto, l’inverno a Venezia, pare un’estate. L’isola in questione era quella di Sandoy, nell’arcipelago norvegese delle isole Loften, sopra il Circolo Polare Artico. Pietro che non parlava una sola parola di norvegese, tradusse artigianalmente il nome con “isola dei Santi”. Perché, sosteneva, ci doveva essere voluta l’intercessione di tutti i Santi del paradiso per farcelo arrivare vivo sin là!
Non sappiamo se i serenissimi senatori abbiano prestato fede al’incredibile racconto del nostro viaggiatore o se l’abbiano preso per un altro conta balle del calibro di Marco Polo. Di sicuro è che, da mercanti navigati quali erano tutti, devono aver rizzato le orecchie quando il Querini ha cominciato a raccontare di quegli strani pesci che gli isolani chiamavano stocfisi, “duri come il legno”, e che si conservava più a lungo di qualsiasi altra pietanza allora conosciuta. Continua