La temibile piovra gigante, il più famoso mostro degli oceani - Parte 3

Cosa c’è di vero e cosa c’è di leggendario nella mitologica creatura che ha terrorizzato i marinai di tutti i secoli

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Un calamaro gigante di "soli" 4 metri trovato da tre fratelli subacquei in Nuova Zelanda

Siamo così arrivati a raccontare del vero “mostro degli abissi” per antonomasia: il
calamaro gigante che qualcuno, erroneamente, continua a chiamare “piovra”, anche se con i polpi ha poco a che fare. Ricordiamo che i calamari, sia quelli di piccole dimensioni che quelli giganteschi, possiedono 10 tentacoli di cui due più lunghi e appartengono al superordine dei Decapodiformes, mentre le piovre ne hanno solo 8 e sono chiamati Octopodiformes.
Il nome scientifico del calamaro gigante è Architeuthis e se ne conoscono, per ora, otto specie. Scrivo “per ora” perché questo ragguardevole animale predilige gli inaccessibili abissi marini che, come sappiamo, rimangono l’ultimo continente per lo più inesplorato del nostro pianeta. Il calamaro gigante, in altre parole, è ancora lontano dal valicare i confini del mito per approdare ai libri di scienza.
E la prima domanda è: quanto può essere lungo un Architeuthis? I libri di biologia parlano di una quindicina di metri, tentacoli compresi. Ma è un numero che probabilmente crescera ancora perché, periodicamente, qualche spedizione oceanografica riporta la notizia di un avvistamento destinato a battere i record conosciuti.
E’ interessante notare che, sino a pochi anni fa, si sapeva dell’esistenza di questo animale soltanto attraverso l’esame dei suoi resti, spiaggiati o magari trovati nelle stomaco di qualche predatore. Solo il 30 settembre del 2004 i biologi giapponesi del Museo Nazionale di Scienze riuscirono a catturare delle immagini di una calamaro gigante vivo che nuotava libero nelle profondità dell’oceano. Ne furono così contenti che gli scattarono ben 556 foto!
Animale dal carattere piuttosto aggressivo, l’Architeuthis è probabilmente il più grosso invertebrato del pianeta e si gioca il titolo con un suo parente stretto, il Mesonychoteuthis hamiltoni, anche lui una sorta di calamaro, sia pure appartenente ad una diversa famiglia, di cui si conosce l’esistenza solo attraverso i resti del suo becco trovato nello stomaco di capodogli.

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A testimoniare il fascino che il calamaro gigante esercita ancora su tutti noi, ecco una celebre foto fake che ha viaggiato sul web a colpi di migliaia di Like. L’immagine naturalmente è stata creata con Photoshop!

Per trovare il nostro calamaro, potete navigare sia in mari freddi, come quelli che bagnano l’Antartide, che in quelli più caldi, come il
Pacifico o l’Atlantico meridionale. Poco cambia per l’Architeuthis che predilige le grandi profondità marine dove le temperature sono pressapoco uguali in tutto il mondo.
Da giovane il calamaro gigante vive ad una profondità di circa 1000 metri, senza tralasciare qualche puntata verso la superficie in cerca di cibo, ma col passare degli anni scende sempre più giù, sino a raggiungere e superare i 3000 metri. Questo è uno dei motivi che fanno ipotizzare ai biologi che gli esemplari più grandi dobbiamo ancora scoprirli.
Grande predatore dei mari, si azzuffa soprattutto con i capodogli, dando vita a battaglie spettacolari, alla fine delle quali il vincitore si ciba del vinto. Ma è davvero l’Architeuthis il mitologico mostro tentacolare che terrorizzava i marinai dell’antichità? Pare proprio di sì. Giancarlo Costa, nel suo già citato “Leggende e fantasmi del mare”, racconta di tanti ex voto appesi negli altari delle chiese della costa oceanica francese, in cui sono raffigurati enormi tentacoli che escono dal mare per ghermire ignari marinai.
Solo fantasia popolare? Ci sono comunque avvistamenti difficili da mettere in dubbio, come quello avvenuto il 10 maggio 1874 al largo di Ceylon, quando la goletta inglese Pearl incrociò una enorme massa gelatinosa che si muoveva sul suo lato di manca. Il comandante James Floyd, impaurito dalle dimensioni dell’animale, dette l’ordine di sparare col risultato di far infuriare il calamaro gigante che si avventò sulla nave sino a farla affondare. Dell’episodio furono testimoni anche i marinai ed i passeggeri di una nave, la Strathowen, che navigava accanto alla Pearl, e il cui immediato intervento contribuì a trarre in salvo quasi tutto l’equipaggio della goletta, capitano compreso.
Un altro attacco documentato è quello avvenuto nel 1930 nei confronti della petroliera norvegese Brunswick, al largo delle isole Hawaii, che si risolse però senza danni, a parte un gran spavento per i poveri marinai. Probabilmente il calamaro aveva scambiato la nave per un capodoglio ma mal gliene incolse, perché, al terzo attacco, finì spappolato dall’elica della nave. Mangiarsi una petroliera, evidentemente, è un po’ troppo anche per un Architeuthis! Il che dovrebbe farci riflettere su chi sia davvero l’animale più pericoloso che gironzola per il vasto mare.