Morire per il Donbass sì ma quanto

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Può darsi che per più di trent'anni in Europa ci siamo assopiti. Ci siamo convinti che uno dei più grandi (ancorché effimeri) imperi sulla terra si fosse dissolto all'improvviso, in pace, senza nemmeno un sanguinoso colpo di coda. Si è trattato certo di un errore ma mi domando se oltre Atlantico non abbiano covato un'illusione peggiore. Hanno visto un regime avverso crollare, se ne sono attribuiti il merito (in fin dei conti sono protestanti: qualsiasi accadimento è una prova che Dio è dalla loro). E soprattutto hanno iniziato a pensare che fosse facile, che fosse riproducibile. Il che, per carità, sarebbe bellissimo; davvero io non ho obiezioni di natura ideologica a questa pratica del regime change. Mi sembra una alternativa interessante alla guerra guerreggiata (anche se non è un'alternativa del tutto incruenta). Voglio dire che se bastassero le sanzioni, a fare le rivoluzioni, io non solo mi abbasserei riscaldamento e condizionamento, ma regalerei pure l'oro alla pat... alla Nato. A fregarmi, ancora e sempre, è quell'antica abitudine a valutare, di ogni azione, il risultato e non l'intenzione: e io risultati dopo il 1992 non ne ho visti.



Dopo questa cosa immensa e improvvisa che fu la caduta dell'Unione Sovietica, la fine di buona parte del comunismo reale, io a episodi di regime change eterodiretti dalla Nato non credo di avere assistito, e ho grossi dubbi che la caduta dell'URSS rientri comunque nella casistica di questi regime change. Ma insomma vogliamo parlare di Cuba, che è sotto sanzioni da 60 anni ormai? Dell'Iran? Non sono un esperto, ma non mi sembra che questa cosa abbia funzionato mai. Non solo non è mai cambiato (in meglio) un regime, ma in molti casi non si sono evitate nemmeno le guerre, e a tal proposito ricordo che l'espressione regime change nasce proprio per giustificarne una in Iraq, dove magari il regime è persino cambiato un po'. Forse. In realtà dopo l'invasione non è più interessato molto a nessuno, di che regime si trattasse.  

Anche in Ucraina la guerra c'è, e dopo un paio di mesi bisogna anche accettare che è una guerra alla quale stiamo partecipando: non con truppe di terra e di cielo, ma è sempre più un dettaglio. La simpatia che è inevitabile provare per una nazione giovane che tiene testa a un invasore non può impedirci di vedere che a questo punto di questa giovane nazione non resterebbe molto, senza i cospicui aiuti occidentali (che gli americani versano molto più volentieri, poniamo, dei tedeschi). È una proxy war ormai, non credo che accettarlo ci renda più o meno antiamericani o putiniani: l'Ucraina è stata per secoli la frontiera sudoccidentale della Russia, ora è per buona parte la frontiera orientale della Nato, al di là del fatto che le sia consentito di entrare ufficialmente nel club o no. Anche quando i combattimenti cesseranno – non ne vedo l'ora – la frontiera resterà e continueremo ad armarla, ormai l'impegno lo abbiamo preso nei fatti prima ancora che nelle parole. A meno che, appunto, lo scacco militare non produca un regime change: e in effetti qualche precedente c'è. In fondo questa somiglia (su una scala più grande) a quelle guerre in cui vanno a sbattere i dittatori quando sentono di avere i mesi contati: i colonnelli greci che s'impelagano a Cipro, la giunta argentina alle Falkland, patetici tentativi di ribaltare il tavolo della Storia. Putin potrebbe avere commesso un errore simile, soltanto moltiplicato per mille. Può darsi ma a questo punto la questione diventa spinosa e quantitativa, ovvero: fino a che punto siamo disposti a sborsare per vedere se è un bluff? Posto che l'Ucraina non si difende con le nostre belle parole (altrimenti sarebbe ormai invincibile), né con le nostre bandierine al corteo del 25 aprile e tutte le altre risse televisive e social che continuiamo a organizzare per dare l'impressione di fare qualcosa. Abbiamo convenuto che vale la pena soffrire per il Donbass; ora la domanda è: soffrire quanto? E per quanto tempo? Sempre tenendo conto che dall'altra parte c'è un tiranno in fase senile, con i bottoni necessari a far saltare in aria il mondo: il che significa che il tempo non gioca necessariamente dalla nostra parte. Quanti mesi possiamo aspettare ancora per verificare se il regime cambia o se il tizio sbrocca? Quante città rase al suolo, quanti eccidi di civili ci possiamo permettere – e in generale quanto siamo disposti a spendere? Sinceramente mi sembra l'unica domanda interessante. 

Anche se non ho risposte. Del resto non me ne intendo. Dipendesse da me, senz'altro fino al nove maggio aspetterei. E la settimana dopo verificherei, per quanto possibile, se a Mosca non si stiano aprendo crepe intellegibili. Più oltre non andrei, vista la posta in gioco. Ma non me ne intendo. 
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Dubbi dello spettatore occidentale

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Lo spettatore occidentale è perplesso. Le emozioni lo tradiscono, la razionalità non lo aiuta, anche la memoria a volte gli è d'impiccio. È chiaro che questa non è la solita guerra in un teatro lontano: stavolta è diverso, è tutto molto più vicino e su una scala più grande. Questo lo spettatore occidentale lo capisce, ma si ricorda anche di esserselo sentito dire tante altre volte. La guerra fa paura, è uno spettacolo ipnotico e osceno ma soprattutto surreale: un giorno una città esiste, un mese dopo è rasa al suolo, gli abitanti scappati o schiacciati per motivi che tutti cominciano a considerare logici e inevitabili, ma lo spettatore occidentale no. Qualcosa non va, qualcosa dovrebbe essere fatto per evitare tutto questo, qualcuno dovrebbe saperlo, qualcuno dovrebbe dircelo e non lo fa. Lo spettatore odia la guerra, ma soprattutto odia sentirsi fregato: d'altro canto è uno spettatore, che altro può fare a parte sedersi, guardare e lasciarsi fregare. 


Lo spettatore occidentale si domanda se non sia in parte colpa sua (e dell'Occidente in generale). È una reazione tipica, prevedibile: mette insieme quasi tutto quello che l'Occidente ha prodotto: c'è dentro Kant e Marx e Freud, per restare agli strati più superficiali: più sotto una coltre spessa di senso di colpa coloniale (qualsiasi cosa succeda nel mondo è colpa nostra) che dovrebbe occultarci il sottostante senso di superiorità coloniale (qualsiasi cosa succeda nel mondo l'abbiamo cominciata noi); più in profondo si intravedono ancora Cristo e Aristotele. Scoppia una guerra da qualche parte: possibile che non l'abbiamo causata noi, coi nostri peccati di pensiero, parola, opera, omissione; semplicemente esistendo in un'oggettiva condizione di privilegio? Un dittatore ordina l'invasione di un Paese confinante, certo, sembra tutto abbastanza chiaro, ma guardiamoci dentro: non l'avremo provocato in qualche modo? Dopo averlo magari illuso, coccolato – quanti errori abbiamo fatto nei suoi confronti, e ora non dovremmo far finta di non vederli, dovremmo raccontarci che è perfido per natura?

Nella sua forma più immediata e inconsapevole, questa reazione si chiama razionalizzazione: che bel paradosso. Significa che ogni cosa assurda, guerra compresa, dev'essere rimasticata fino a prendere una forma ragionevole: ma anche che ogni cosa che apparentemente non dipende da Me, per quanto immensa e indescrivibile, dev'essere infilata in un imbuto lunghissimo che prima o poi ne distilli almeno una goccia che il mio individuale senso di colpa possa assorbire. Putin bombarda Kiev, e io gli sto comprando il gas per il mio scaldabagno: sono un mostro. Ma non basta, sto persino vendendo armi all'Ucraina: non abbastanza perché respingano i russi, ma abbastanza perché la guerra si protragga fino alla trasformazione di un popoloso Paese europeo in un altro Afganistan. È la cosa giusta da fare?, si domanda lo spettatore occidentale: come se davvero qualcuno gli avesse chiesto un parere o addirittura un permesso per comprare gas e vendere armi. Razionalizzare è anche un modo per illudersi di non essere uno spettatore: non in mio nome, dice. Se davvero vivo nel mondo libero (grazie alla Nato), perché non dovrei essere libero di criticare le scelte della Nato? Se davvero ho la libertà di dire che due più due fa quattro, perché non posso usarla per dire che un tiranno paranoico in difficoltà, più una valigetta nucleare, nel medio lungo periodo causano una catastrofe? Difendere l'Ucraina è una bella cosa: trasformarla in una steppa di rovine già sembra meno bello; farlo nella speranza che Putin ne venga travolto non sarà l'ennesima fantasia americana di regime change, una di quelle cose che provano a fare da vent'anni e il risultato è sempre peggiore della situazione di partenza?


La risposta potrebbe anche essere "no": ma lo spettatore occidentale queste domande vorrebbe almeno continuare a porsele. È un po' il senso di vivere in occidente piuttosto che altrove: dovrebbe esserci spazio per il dubbio, un minimo di margine per chiamarsi fuori (la libertà implica una coscienza, la coscienza richiede di essere lavata). Ma ecco, pare non ci sia un modo di farlo senza passare per fessi o essere additati come collaborazionisti. Bisognerebbe essere molto bravi ed equilibrati e questo è un altro problema, che a quanto pare nessuno più lo è. Chi prova a mostrarsi dubbioso nei talk si trasforma ovviamente in una macchietta, un Goldstein da esibire a intervalli regolari quando scoccano i due minuti d'odio. Chi si lascia intervistare dai giornali italiani (giornali che anche in tempi più semplici non hanno mai avuto rispetto per i virgolettati) cade nei più vieti trabocchetti retorici. Non aiuta certo il prosperare sui social di putiniani ruspanti, un po' volontari un po' alla giornata, tutti rigorosamente fuori dal coro anche quando dicono tutti in simultanea le stesse cose. 

Intanto, a un clic di distanza, gli atlantisti si scatenano, ormai sono alla caccia all'uomo. Vent'anni di frustrazioni, di armi di distruzione di massa che non si trovavano e democrazie malamente esportate, finalmente possono liberarsi in una scossa di energia che rianimerebbe il cadavere di Joseph McCarthy, anzi forse lo ha rianimato. Una tabella ritagliata da un articolo pubblicato su Limes è sufficiente per denunciare il putinismo della redazione tutta; una bandiera disegnata a rovescio, in prima pagina sul Corriere, è quanto basta per dichiarare l'ANPI intelligente col nemico. Questo è più grottesco del domandarsi se Putin non l'abbiamo provocato noi, ma ormai passa in fanfara, come cosa naturale: dopo due anni di pandemia non siamo più abituati a tollerare opinioni diverse dalle nostre. Bisognerebbe ricordarsi che le opinioni non ci mandano in terapia intensiva – non in questo caso, almeno. E che tutto questo setacciare i feed dei nostri avversari preferiti alla ricerca di affermazioni da ritagliare ed esibire in quanto imbarazzanti, tutta questa corsa al dossieraggio, ecco, non salverà la vita a un solo sfollato ucraino: non è un modo per aiutare a liberarli; al massimo per liberare noi stessi da qualcosa che ormai non sappiamo nemmeno più cos'è. Potrebbe essere il dubbio, appunto: bisogna farlo emergere, lasciare che si incarni in un pagliaccio televisivo, e poi condannarlo in effige. Lo spettatore occidentale ricorda vagamente di un tempo in cui le cose non funzionavano così, in cui manifestare i propri dubbi era una pratica apprezzata, indizio di apertura mentale, disponibilità al dialogo, capacità di riconoscere i propri errori. E tante volte si esagerava, si cercava di dialogare con gente in malafede e si insisteva a cercare i propri errori negli errori evidentemente altrui. Ma a quanto pare da qui in poi succederà sempre meno, anche in occidente. 

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Vogliono sapere chi è il Buono (i ragazzi)

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I ragazzi vogliono sapere se ha ragione Putin piuttosto che Zelensky, e se i russi sono i buoni e gli ucraini i cattivi. Le cose sono più complesse ma i ragazzi vogliono sapere questo, e fino a una certa età non hanno torto. Ne sono abbastanza convinto. Per capire le cose complesse devi prima averle studiate semplici. I ragazzi vogliono sapere chi ha cominciato: non puoi ogni volta ripartire da Pietro il Grande o da Ivan il Terribile. Vogliono sapere chi è il nazista, e quando scoprono che ce n'è da entrambe le parti ci restano male. Perché sono ragazzi. Ed è giusto che siano così. 


Ma è giusto anche crescere. E un sacco di gente qui sopra dovrebbe farlo. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Da quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Questo è Paolo di Tarso, dalla prima lettera ai Corinzi, che forse ha fondato il Cristianesimo ma era anche un infiltrato del Sinedrio, o più probabilmente dei Romani, per dire quanto siano complicate le cose. E subito soggiunge: adesso vediamo come in uno specchio, in modo oscuro. Questo è essere adulti: trovarsi davanti a uno specchio – e quindi, tra le altre cose, ingombrati dalla nostra stessa figura che ci impedisce di capire le cose interessanti sullo sfondo: il nostro cosiddetto punto di vista è anche il nostro limite, l'orizzonte insuperabile. Certo, Paolo un modo per superarlo sosteneva che lo avremmo trovato. E siccome parla di uno specchio, viene da pensare che il suo Regno dei Cieli ci avrebbe colto alle spalle: all'improvviso ci saremmo voltati, e avremmo visto la realtà, simile a come la vedevamo specchiata ma anche completamente diversa – uno straniamento simile a quello che ci dà il nostro volto quando lo vediamo in videocamera invece che allo specchio – e soprattutto senza il nostro Io tra i piedi, finalmente affrancati dalla nostra Soggettività, dai nostri desideri, dalle nostre paure, un giorno noi avremmo visto il mondo com'è davvero, come i ragazzi pretendono di vederlo. 

I ragazzi possono anche accettare che esistano diverse narrazioni: che i russi la raccontino in un modo e gli ucraini in un altro. Però poi vogliono sapere qual è quella vera. Non gli interessa Pirandello, non li appassiona Rashomon, loro pretendono l'Oggettività e se gli chiedi: esiste questa classe quando non ci siete dentro? propongono di accendere la webcam. L'eterogenesi dei fini è molto al di là del programma di terza media – le avessero trovato un nome più sexy chissà, ma io stesso comincio a sbadigliare appena dico eterogenesi.

Parlando di specchi (e di voltarsi all'improvviso) mi è venuto in mente Cartesio. Almeno una volta all'anno mi piace raccontare la storia di Cartesio che a furia di dubitare di tutto, scopre di non avere nessuna prova per sostenere che esista alcunché: tutto potrebbe essere stato creato da un demone un istante fa, ecco, questa cosa fa sempre il suo porco effetto perché anche oggi alla fine i ragazzi stanno crescendo a pane, bufale e antibufale, ogni tanto rivelano una propensione ormai istintiva al debunking, qualsiasi cosa gli racconti potrebbe essere falsa e alla fine il dubbio cartesiano non è che il punto estremo a cui tende ogni complottismo e ogni debunking: tutto quello che sappiamo è falso; il demone ora si chiama Bill Gates o George Soros ma il suo mestiere è più o meno lo stesso. E l'unica via di uscita sembra ancora quella scoperta da Cartesio, che se devo essere onesto mi è sempre parsa un cunicolo fragilissimo, ma tant'è: Io Penso. 

Potrei essere una gelatina in fondo al mare, uno schiavo in una caverna, un servo sciocco dei potenti della terra, ma qualcosa sto pure pensando. Leggo storie, le confronto, alcune mi sembrano più verosimili perché col tempo ho sviluppato un gusto per la verosimiglianza, un senso per i rapporti causa effetto, alcuni trucchi che di solito mi danno soddisfazioni (ad es. se c'è chi parla di sesso e chi parla di economia, di solito ha ragione chi parla di economia: insomma è più facile che questa guerra si faccia per un gasdotto che per il gay pride. Ma potrei sbagliarmi). Tutto questo l'ho sviluppato perché ho studiato storia, sin da bambino. E all'inizio l'ho studiata molto semplice, su libri con tante illustrazioni, perché ero bambino. Ma le illustrazioni erano molto belle, la storia era ben raccontata, e oggi eccomi qui. Vedo gente intorno a me che non riesce a staccarsi dallo specchio: credono di vedere la Russia e l'Ucraina, e perfino la Crisi dell'Occidente – secondo me si stanno guardando i brufoli del naso. Ma come posso dirlo? Forse che non ho anch'io il mio bello specchio davanti? Sì, e infatti i miei brufoli li vedo benissimo: ho imparato a strizzarli e anche che nella maggior parte dei casi è meglio ignorarli, un giorno se ne andranno o forse no, ma comunque non sono interessanti. Come faccio a sapere che quel che vedo io è più oggettivo di quel che vedono tanti altri? Ragazzi, mi dispiace, non posso saperlo. Posso solo leggere, informarmi, ascoltare più campane possibili, e poi.

E poi devo scommettere. 

Ovvero, no, non sono obbligato. Posso anche aspettare e vedere come va a finire. Ma non lo trovo sportivo, ecco. La storia che ho studiato è piena di gente che si è guardata intorno, ha fatto un po' di calcoli, e poi si è buttata. Non sempre ci hanno preso, è il senso del gioco. Io non ho le responsabilità di una Giovanna d'Arco o di un Churchill, ma da che pulpito potrei mai giudicarli, se non provo qualche volta a buttarmi anch'io? Vivere nella storia significa buttarsi, ogni giorno è l'otto settembre, le informazioni non sono mai complete, chi ti spara addosso non è necessariamente quello a cui dovresti sparare tu. Senz'altro posso nascondermi in un angolo, continuare a leggere storie su storie e aspettare che arrivino i vincitori a bruciare quelle dei perdenti. Un sacco di gente ha sempre fatto così, e un'altra cosa che la gente fa è eliminare i documenti imbarazzanti. Sarà interessante, tra qualche tempo, verificare come si riposizioneranno i sostenitori di Putin, se Putin perde. Oppure vincerà, e in quel caso sarà interessante vedere come mi riposiziono io. So benissimo che nessuna delle due parti ha il 100% di ragione, lo 0% di torto. So persino che "ragione" e "torto" non sono categorie storiografiche. Io però qualcosa ai ragazzini lo devo dire, e gli dico così: studiate, leggete il più possibile, quando qualcuno vi sembra molto convinto andate a cercare qualcun altro che sembra molto convinto della tesi opposta. Imparate anche a riconoscere in voi stessi un limite, perché se la fuori c'è gente che la racconta esattamente come vi piace, non significa che conoscono meglio la storia; più probabilmente conoscono meglio voi e verificate subito se non vogliono vendervi qualcosa; e a parte questo, per quel che mi riguarda, dopo aver lungamente studiato e ponderato, mi prendo la responsabilità di dirvi che questa è una guerra imperialista e che la Russia non ha alcun diritto di devastare l'Ucraina. Almeno questo è quel che penso io: voi studiate e poi ditemi se ho ragione. Io posso sbagliare e non ho idea di come andrà a finire. 

Ma sono contento di avervi mostrato il dottor Zivago all'inizio dell'anno, perché ho appena letto che i russi stanno scavando trincee intorno a Kiev (chissà se è poi vero) e mi è venuta in mente una delle scene che vale il film intero, il momento in cui ai soldati si rompono gli stivali, si rompono i coglioni e tornano a casa, dove c'è il nemico più serio: ecco, se potessi scegliere un finale, io indicherei questo.

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