Dieci anni che mi manchi davvero

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26 agosto 2004 - Enzo Baldoni viene ucciso in Iraq.

Dieci anni prima io ero uno studente sbarbato senza gusto né cultura. Come tutti i miei coetanei guardavo molti spot, dicevo di preferirli ai programmi ma mentivo. Cercavo di capire come funzionavano, persino di apprezzarli, ma la maggior parte era già copie di copie di copie. A metà '90 ormai di spot che mi facessero alzare dal divano non ne trovavo più, a parte uno.



È stato forse davvero l'ultimo spot che mi è piaciuto. Non avevo naturalmente la minima idea di chi l'avesse inventato; magari un americano o un francese, era difficile imparare certe cose a quei tempi. Non si sapeva davvero a chi chiedere. Valeva per la pubblicità e per tantissime cose che non si trovavano né sui quotidiani né sui libri di scuola.

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Masters of Pappappero

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Fare la Guerra al Terrore per salvare la faccia a un puttaniere

A questo punto, se ancora ritenete che la satiriasi berlusconesca sia un fatto privato e non politico, cosa posso dirvi. Niente di serio, senz'altro. Scelgo, giusto per non togliermi il vizio, di analizzare un temino di Christian Rocca.

Traccia: Sulla base delle vaghe parole ospitali pronunciate da Barack Obama nei suoi confronti (gli ha detto “my friend”, come la cassiera al supermercato) dimostrare che Berlusconi è un grande statista e un grande diplomatico, e non quel pagliaccio internazionale di cui parlano i fogliacci esteri.
Svolgimento:
Sono rimasti senza parole, tramortiti e addolorati, [...] Ma come è possibile? No, non può essere possibile. Non è vero. Non può essere vero. “Great to see you, my friend”, con sottolineatura sul “my friend”, più doppia pacca sulle spalle. [...]
Ma è impazzito? Gli ha pure chiesto consigli sulla Russia. A papi. E invece che le dieci domande dei segugi di Repubblica, gli ha rivolto tante belle parole e tanti ringraziamenti. Dice anche che sono amici e che i rapporti tra l’America e l’Italia sono migliorati. E poi quel devastante “il primo ministro Berlusconi mi piace personalmente” che decreta una volta per tutte la fine della triste pubblicistica italiota del “ci fa fare brutte figure all’estero”.
Ora immaginatevi le facce di Max D’Alema, quello che piaceva personalmente ad Hezbollah, o di Alexander Stille, o di uno qualsiasi di guardia nella caserma di largo Fochetti: una vita spesa a indignarsi per la cafonaggine del Cav., devastata dall’endorsement personale e politico del presidente super elegante e supercool che, come racconta chi ha partecipato all’incontro, ha capovolto i ruoli e ha fatto lui il Cav., mettendo a suo agio un serissimo Berlusconi...


Siamo ai due terzi del temino e l'analisi si è già fatta da sola. Non ci dice quasi niente su Berlusconi (del resto l'indomani il suo direttore, con un articolo che Rocca prontamente definirà “storico”, cambierà idea sull'argomento e darà inizio all'allegra fuga dei topolini dal bordello che affonda). Ci dice tutto su Rocca, studente che si applica, ma non riesce a liberarsi dai suoi complessi d'inferiorità nei confronti dei primi della classe: Stille, Lerner, Zucconi, Serra: ogni fatto di attualità è valutato nella misura in cui può indurre uno dei secchioni a “rodersi” ("I custodi della nostra moralità si aspettavano invece che il superfigo Obama alzasse il sopracciglio e liquidasse il bauscia, come in un’Amaca di Michele Serra. Leggetevi l’articolo di ieri del magnifico Vittorio Zucconi. Capirete quanto je rode"). Ma è una vecchia storia, che abbiamo scritto in tanti e tante volte: il Foglio è stato un blog prima dei blog: prima che rosicare diventasse abitudine condivisa, i ragazzi di Giuliano Ferrara ne avevano fatto un'arte. Dovendo sintetizzare l'opera omnia di Christian Rocca in una parola io opterei per “pappappero”.
Eppure nel finale del pezzo c'è qualcosa di davvero interessante.

Obama è un politico, non il garante dei lettori di Repubblica. Si occupa di cose serie, non di guardare dal buco della serratura chi si fa una doccia. Il Cav. gli ha fatto tre grandi favori, sul G20, sull’Afghanistan e su Guantanamo, cose su cui Francia, Germania e Gran Bretagna hanno invece storto il naso. Ed è per questo che è stato estremamente amichevole con il Cav. e freddino con gli altri tre (il mitologico Zapatero, invece, non se l’è ancora filato).

Traduco: Obama è un politico vero, uno che tratta su qualsiasi cosa; se Berlusconi aveva bisogno di venire da lui per dimostrare al mondo la sua statura di statista, non lo avrebbe fatto gratis. Obama non è uno che si accontenti di un giretto con l'automobilina da golf, o un'orgetta a Villa Certosa: no, è un politico, scuola di Chicago. L'italiano vuole fare bella figura? Va bene, ma mi dovrà un favore. Anzi due. No, guarda, tre.
Per esempio, aumenteremo il contingente in Afganistan. Da 2800 a 3200, e un paio di Tornado in più. Francia e Germania non faranno qualcosa di paragonabile, del resto Francia e Germania non devono lottare per migliorare l'immagine internazionale dei loro leader. Sarkozy dovrebbe mandar giù appena 150 gendarmi. Ma Sarkozy nessuno lo prende per un clown. Invece Berlusconi con 400 effettivi in più si è fatto chiamare “my friend”. Lo avete sentito tutti, no? Obama ha detto “my friend”. Valeva o no la pena? Che vuoi che siano 400 militari in più?

Per esempio, ospiteremo qualche reduce di Guantanamo, la prigione dove secondo Rocca si stava tanto bene. Non c'è, per la verità, nessuna legge italiana che ci consenta di trattenere persone senza una pronuncia della nostra magistratura. Persino Fini è un po' in imbarazzo, ma gli toccherà mandar giù anche stavolta, perché Berlusconi aveva un favore da chiedere e Obama è un politico, non fa i favori gratis.

Tutto questo Rocca lo ha capito, mica è un coglione. Sa benissimo cosa comporta per noi italiani essere rappresentati da un pagliaccio affetto da satiriasi senile: significa dover pagare per lui, riconquistare uno straccio di onorabilità combattendo una guerra che non abbiamo mai capito e rinnegando le nostre stesse leggi. Tutto questo Rocca lo capisce e gli sta bene: perché? Perché l'importante è che si roda Lerner, o Serra, o Stille. L'Italia può perdere sovranità e prestigio – l'Italia può farsi fottere proprio – quel che interessa a Rocca è sciogliere all'urna un altro Pappappero. E vai così.
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fioretti per l'anno nuovo, 1

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Un sano colpo alla botte

Numero uno, non si sfottono più i Neoconi. Basta. Finito.
Aveva un senso nel Duemilaetré. Continuava a essere divertente nel Duemilaequattro. Nel Cinque era trito, ma funzionava. Ma nel Sette basta, ormai è roba da Vanzina.

Eppure la tentazione c’è, voglio dire, come si fa? Basta un clic, e ti trovi davanti Camillo stizzito perché si sono permessi di mettere in dubbio l’intelligenza di George W, uno che si è laureato in STORIA a Yale. Scritto proprio così, tutto maiuscolo, perché si capisca che è Yale, mica un corso di ricamo. No, dico, provatevi voi a laurearvi in STORIA a Yale. E "con voti migliori di John Kerry” (John chi?)

Sì, sì, certo, ma è facile adesso. Ben altra cosa quattro anni fa. A quel tempo tutto sommato i neoconi erano il massimo. Viaggiavano col vento il poppa, avevano l’aria di chi risistema la Storia con una giocata. Era un bluff, ma è così facile, visto dal fosso del senno del poi. In realtà uno come Camillo è da apprezzare per la coerenza. È lì sulla linea da sei anni, e non si muove di un centimetro. Vi ricordate quando lanciò l’islamofascismo? Beh, lui è ancora lì: Con gli islamofascisti non si discute! Averne, di uomini come lui.

Io dico che con l’anno nuovo bisogna iniziare a preoccuparsi di una razza diversa. È tempo di dare un sano colpo alla botte.
Perché a furia di dire che gli americani hanno sbagliato tutto, qui si perde il lume. Tutti questi festeggiamenti per la tremillesima bara a stelle e strisce sono repellenti. Tutta questa intelligenza col nemico – ehi, guardate che è pur sempre un nemico. Un fanatico. Il migliore c’ha la rogna.

Prendete al Sistani. Ce l’abbiamo col Papa perché non vuole i Pacs; provate a chiederli ad al Sistani, che proibisce di parlare alle donne non sposate. No, giusto per mantenere le proporzioni. Perché tra un po’ rischiamo di farne un santino, di questo al Sistani. C’è persino un giornalista italiano che lo ha già nominato Uomo del 2007 – al Sistani, non so se ci siamo spiegati.
Che giornalista? Mah, uno di quelli dal dialogo facile con l'islam... uno senza permalink, maledizione. Aspettate, eccolo qui.
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- help i'm a rock #357

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Io, in realtà, non volevo. Ha insistito lui:
la prossima volta che l'orrido sito dice che qui si scrivono "cazzate", faccia degli esempi. Dove? Come? Quando?
E va bene. Hai scritto una cazzata, Camillo.
Quando?
Ieri, 26 gennaio.
Dove?
Ma sul Foglio, naturalmente, la prestigiosa joint venture tra Veronica Lario e noi umili contribuenti.
Come?
Diciamo che ti sei lasciato un po' trasportare. Succede agli ideologi, e tu, volente o nolente, quello sei. Quando la realtà ti delude, te ne fai un'altra su misura.
Per esempio, in questo pezzo hai scritto che i palestinesi hanno votato a Gaza. Proprio così. L'ho letto e l'ho riletto, e mi sembra proprio che di Cisgiordania non parli. Se abitassi in cima al mondo, e il mio unico contatto con i miei simili fosse il quotidiano mio e di Veronica (e se fossi uno che si fida di quel che scrivi), dovrei dedurne che l'altro ieri i palestinesi hanno votato solo a Gaza.
Ora, io non sottovaluto affatto l'importanza di Gaza: in quella strisciolina di costa un tempo ridente vive più di un milione di palestinesi. Però la maggioranza sta altrove: in Cisgiordania. E a Gerusalemme est. E hanno votato pure loro. L'hanno detto tutti i telegiornali, e tu li guardi i telegiornali, sì? No? L'avrà detto anche la Gazzetta di Los Angeles e il Corriere di Tulsa, Oklahoma. Insomma, è una notizia di dominio pubblico. Ma tu nel tuo articolo parli solo di Gaza. E io mi sono chiesto il perché. Cos'ha Gaza che, per dire, Hebron non ha? O Gerico ? O Gerusalemme est?
L'unica differenza che mi è venuta in mente è che Gaza è stata sgomberata dai coloni, e il resto dei Territori no. Come se tu volessi istituire un rapporto di causa-effetto tra le due cose – ah, furbetto!
L’ultimo rifugio di quelli che dall’11 settembre 2001 a oggi non-ne-hanno-azzeccata-una è un nostalgico “si stava meglio quando si stava peggio”. I palestinesi votano a Gaza? Un disastro, signora mia. La democrazia per gli arabi? Una pia illusione di quei pasticcioni degli americani. Trattandosi di ex territorio occupato da Israele, i nostalgici che scrivono sui giornali non arrivano a rimpiangere i carri armati con la stella di David. Restano però più che scettici sul futuro democratico dei popoli arabi, quasi fossero “unfit”, incapaci di vivere senza un bel dittatorone coi baffi che li educhi e li bastoni per benino.
Chissà chi saranno poi questi signori "non-ne-azzecco-una". Di sicuro è gente poco informata. Visto che i palestinesi stanno facendo elezioni democratiche da dieci anni. Dieci, esatto. Le prime elezioni presidenziali e legislative dell'autorità palestinese ebbero luogo il 20 gennaio 1996. È vero che furono boicottate da Hamas, dalla Jihad e da gruppi meno importanti ma storici, come il FPLP e il FDLP. Ma è anche vero che la partecipazione fu massiccia per gli standard medio-orientali: il 73% in Cisgiordania e l'86% nella Striscia di Gaza. Ci furono brogli? No, secondo i 650 osservatori internazionali sotto la responsabilità dell'Unione europea (c'era anche Jimmy Carter). È probabile che Camillo non si fidi di loro.
È probabile che si trovi più d'accordo con Joel Mowbray del National Review, secondo cui Arafat vinse le elezioni presidenziali del 1996 troncando il dibattito interno nella sua coalizione (rifiutò i risultati delle primarie dell'OLP), e occupando massicciamente i media. Ma è davvero il caso di fare così gli schizzinosi? Dobbiamo escludere dal mondo democratico tutti i paesi in cui un leader di coalizione blocca il dibattito interno e occupa massicciamente i media? Meglio di no, per ora, eh? Se ne riparla in aprile.

Badate bene: non è che Camillo contesti le elezioni del 1996; non ne parla proprio. Sembra che non siano mai esistite. Del resto Israele è "l'unica democrazia del Medio Oriente", no? La Palestina non conta, la Palestina non è neanche uno Stato.
Scorriamo il suo pezzo ancora un poco.
Quando, mannaggia a Bush e a Sharon, si è formata una nuova leadership palestinese, Israele si è ritirata dai territori, si è cominciato a parlare concretamente di Stato palestinese e a Kabul, Baghdad e Gaza si è votato veramente, gli editorialisti accigliati hanno convenuto che nella regione si sarebbero aperti foschi scenari teocratici.
Così giovane, e già così revisionista. La "nuova leadership palestinese" si sarebbe formata grazie a Bush e a Sharon. Camillo probabilmente allude a quella fase farsesca della roadmap in cui Bush decretò che Arafat era corrotto e che quindi doveva nominare un Primo Ministro, e che quel primo ministro doveva essere Abu Mazen. Forse che chiese d'indire le elezioni, Bush? No. Non c'era bisogno di elezioni, era sufficiente che il corrotto Arafat nominasse l'immacolato Abu Mazen. Si esporta così, la democrazia: a colpi di diktat. Funzionò?
Funzionò quattro mesi: isolato da Hamas, Jihad e dallo stesso Arafat, si dimise in ottobre (si era insediato in marzo), accusando Israele e gli USA di non avergli dato quel sostegno che si aspettava almeno da loro. Questo fu il concreto contributo di Sharon e Bush alla creazione della "nuova leadership palestinese" (tra parentesi, Abu Mazen è una degnissima persona, ma di "nuovo" non ha poi molto: è del '35 ed è stato uno dei padri fondatori di Al Fatah nel '57).

Però alla fine è chiaro quel che Camillo intende, no? La democrazia in Medio Oriente si può fare, a patto che lo voglia Bush. A patto che lo sottoscriva Sharon. Insomma, purché sia d'esportazione! La democrazia fatta in casa non ci piace. Al punto che se i palestinesi votano, per la terza volta in dieci anni (l'anno scorso ci sono state le presidenziali e le ha vinte proprio Abu Mazen), lui si trova a dover fingere che la vera novità siano le elezioni a Gaza. E perché solo a Gaza? Ma perché è l'unica strisciolina di terra da cui Sharon ha avuto la buona creanza di ritirarsi. Un ritiro unilaterale, senza nessun progetto comprensibile dietro. Ma per Camillo tutto ha un senso: muore Arafat, Sharon si ritira, e i palestinesi possono finalmente votare. Tutto sta andando per il meglio, nel migliore dei mondi eccetera.
Ma ora le forze democratiche mediorientali hanno l’opportunità di avere un impatto reale nel futuro dei loro paesi, un’eventualità che non avrebbero mai avuto se Saddam, Arafat e il mullah Omar fossero rimasti al potere.
In definitiva sì, credo sia il caso di dirlo: stai scrivendo cazzate, Camillo. Io non ho mai nutrito eccessiva simpatia per Arafat; ma infilarlo in un elenco tra Saddam Hussein e il mullah Omar è fare violenza alla complessità delle cose. Non era Arafat a impedire lo sviluppo democratico della Palestina. Era una cosa che si chiama occupazione. Militare. Dei territori occupati. Dura da quarant'anni, ormai, e rende oggettivamente difficile qualsiasi transizione verso la democrazia. Ieri spingeva i palestinesi tra le braccia di un rais corrotto. Oggi li porta ad abbracciare il credo di Hamas. Quella che poteva essere la culla del laicismo arabo è diventata la prima regione del Medio Oriente dove i Fratelli Musulmani vanno al potere con elezioni regolari. Che bel risultato, per Bush.
Secondo solo a quanto avvenuto in Iraq: tre anni di guerra e guerriglia per mandare al potere gli ayatollah. Ora, in franchezza, sei assolutamente sicuro che Bush stia esportando la democrazia, Camillo? Non è che stia piuttosto contribuendo a seminare un bel po' di fondamentalismo religioso? Una cosa di cui si sentiva il bisogno.

E tu ti congratuli. Si congratula anche Mahmoud Ahmadinejad. Avrete qualcosa in comune.
Sì, ma cosa? Beh, una certa impostazione ideologica, forse. Quando la realtà non vi piace, la cambiate. Certo, è peggio lui che pasticcia con l'uranio. Tu in fondo le spari solo grosse su un giornale. Che però è anche il mio giornale, ricorda (e di Veronica).
Forse dovresti trattarci con più rispetto.

(E a tal proposito: ma i permalink, ci fanno proprio così schifo?)
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Aggregatore della Domenica

(perché effettivamente, io, non ho qualcosa di interessante da dire tutti i giorni).

Gli italiani sono un popolo strano: hanno biblioteche aperte al pubblico, spesso gratuite, e non pagano il copyright agli autori. E molte funzionano anche bene, come la Delfini (ma a Modena ce ne sono tante belle).
L’Unione Europea non poteva reggere questo scempio. (Vedi Mantellini). La Biblioteca Civica di Cologno Monzese promuove una petizione telematica.

***

Domani si parlerà, di Israele e kamikaze, kamikaze e Israele. Questo pezzo di Adriano Sofri di due settimane fa (su Repubblica), salvato da Blogoltre, non c'entra in senso stretto con l'ultimo attentato. Mi pare prezioso perché rielabora – a suo modo – tante cose diverse (le posizioni di Benny Morris, la questione demografica in Palestina, i migranti in Europa) e… non conclude. Questo credo sia l’unico approccio maturo alla questione israelo-palestinese: quello tragico. Non ci sono facili soluzioni all’orizzonte: non ci sono strette di mano che risolvono tutto, né muri di cemento o filo spinato che risolvono tutto, né ritorno dei profughi, né bottoni da premere.

(In particolare la “barriera difensiva” crea una serie di problemi senza fine. Su Indymedia, un episodio tragico e la protesta di una suora).

***

Guantanamo. Negli ultimi giorni un paio di notizie un po' troppo disinvolte sul recinto più famoso del mondo hanno riacceso una polemica tra vari blog che qui volentieri vi risparmio. Anche perché rischio di voler passare per un guantanamologo e non lo sono.
Alla fine della partita, i punti saldi sono:
(1) Guantanamo fa a pugni col diritto internazionale, e questo non è bene, da parte della superpotenza che del diritto internazionale vorrebbe essere garante;
(2) Le notizie da Guantanamo vanno prese con le molle: i carcerieri hanno tutto l'interesse a mostrarci che le cose vanno bene e che i ragazzi ingrassano (tutti gli animali in cattività ingrassano). Camillo, insomma, è solo l'ultimo anello di una filiera di notizie scremate ad arte (è anche l'anello che tiene meno - ma questa è solo una mia opinione). Forse non varrebbe la pena di discuterne, ma Il pezzo di Pfaall è anche bello da leggere.
(Qui Paferrobyday recensisce "Guantanamo" di Bonini (via Brodo).

***

Qualcosa di più allegro, adesso. Venerdì scorso ero depresso. Volevo scrivere un post sulla mia frustrazione, ma il mio sosia automatico mi ha battuto in velocità. E in sincerità. Sono un po' perplesso.

Right now I am obsolete. I see how my talent has been turned away from its goal and I feel like I am missing out on so much. Oh well, I rejected all the little disappointments...[...] It's like nailing jelly to a wall but that hurts. I'm sure I've said this before.

***

"Ciao, come va?"
"Al solito, stressato, frustrato, stanco, e tu?"
"Non mi lamento: stanco, stressato, frustrato. Andiamo al cinema?"
"Cosa danno?"
"C'è il film sul mobbing".
"Ah, bene. Altrimenti?"
"C'è quello sull'anoressia che dicono che è bello".
"Non so, cosa dici?"
"E se ci sparassimo?"
"Siamo pure pacifisti".
"Aggià".

(Scottanti rivelazioni! Lo "psicologo della mutua" del film di Garrone è Giulio Mozzi!)

***

Stile Cronaca Vera: Gli nascondono i libri di Freud, e cercandoli trova le riviste porno del padre...
Se pensate che la vostra educazione sentimentale non sia stata abbastanza deviante, provate con quella di Clutcher

***

Volete fare ironia sugli statistici (e la storiella dei polli di Trilussa non la reggete più)? Questa è cinica al punto giusto (o foise un po' più in là del punto giusto).

***

L'hanno poi trovato, poi, il Tesoro dei Tanzi? Secondo il misterioso Sbancor un vero tesoro non esiste. E vabbè, Sbancor ne ha dette tante. Però se Caravita (Network Games, e nei ritagli Sole 24 Ore) conferma parola per parola, beh, io mi fido (belli anche gli ultimi post su India e Cina).

***

Ma guarda che ora è già.
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Help, I’m a Rock

Gentile Camillo, che ti è successo?
Capita a tutti di sbagliare. A me spesso, e ho scoperto il modo migliore per rimediare: chiedere scusa. Lo so, è banale, è poco virile, però la gente accetta le mie scuse e pensa: in fondo è un bravo ragazzo.
E noi cosa dobbiamo pensare di te?

Gentili signori Leonardo non so come e Francesca Mazzucato,
sul blog Rolli ho letto di vostre poco cortesi polemiche nei confronti di un mio commento a un articolo del Boston Globe.
Riassumo: quell'articolo riportava le parole di ex prigionieri-detenuti a Guantanamo. Gli ex prigionieri sostenevano di essere stati trattati bene, seppure innocenti. Negavano le torture negli interrogatori, e dicevano di stare meglio lì che ora a Kabul. Pare che avessero anche i videogiochi. Vero? Falso? L'articolo però diceva questo.


No.
Stanotte l’ho riletto di nuovo, e non è cambiato: è vero che quasi tutti enthusiastically praised the conditions, ma nessuno nega le percosse. Un prigioniero afferma quello che dici tu, altri due parlano di percosse a loro e ad altri. Vero? Falso? Però l'articolo diceva questo. Tu l’hai letto un po' in fretta, per usare un eufemismo. Perché non chiedi scusa e passiamo oltre?

Secondo voi, invece, diceva il contrario, e io non saprei l'inglese. Possibile. Però conosco l'italiano.

Anzi, lo maneggi piuttosto bene.

E leggo, il 29 marzo, sulla Stampa (pagina 7, taglio basso), un articolo con questo titolo: "A Guantanamo da innocente, ma ci sono stato bene". Do you understand italian? No?

Yes, a littol.
Italian è quella lingua in cui, se un professionista fa una cappella, si scusa citando la cappella di un collega. Almeno però alla Stampa si sono accorti che a parlare è solo un afgano, non 18 (come scrivevi il 27 marzo, non “i detenuti afgani” in generale (come ribadivi il 29). Hai pestato una cacca? Pulirsi con la Stampa non è il massimo.

Capito-mi-avete? Non ancora? Ecco il sommario: "Uno dei presunti terroristi, liberato dopo 16 mesi per assenza di prove, smentisce Amnesty International".
Bene, dovreste aver capito
.

E invece no, perdonami. Dieci righe di intervista a un pesce piccolo smentiscono Amnesty International, il cui ultimo rapporto sulle carcerazioni americane post-11/9 si sviluppa per una quarantina di pagine. Tu l’hai letto? Beh, neanch’io, onestamente.

Se non è sufficiente, ecco un altro articolo, di oggi, prima pagina del primo giornale italiano: Il Corriere della Sera.
Heard about it?


Vagamente. (Sai che ho fatto una traduzione per la RCS? Sai da che lingua? Indovina). Non ho capito: dovrei essere impressionato dal nome “Corriere della Sera”? E il senso critico del lettore medio? Have you ever heard about it? There's plenty of it in the USA. Stiamo cercando d'importarlo in Italia, senza bombardare nessuno.

Riotta spiega che "circa 600 prigionieri, talebani o terroristi di Al Qaeda, come «combattenti illegali», non coperti quindi dalla Convenzione di Ginevra. Il Pentagono si giustifica con il fatto che Al Qaeda non è uno Stato sovrano, non ha siglato i protocolli del 1949 e non ha diritti particolari".

Se ho capito bene, allora anch’io posso essere torturato dal Pentagono, perché ho la tessera del Club di Topolino, e il Club non ha mai siglato i protocolli del 1949. Straccerò la tessera, però secondo me non è giusto. Avevo sentito parlare da qualche parte di Diritti dell’Uomo.

"quando la Croce Rossa ha visitato Guantanamo ha certificato che, tranne in un caso, le condizioni sono accettabili". Croce Rossa, Red Cross.

Lincami il rapporto della Croce Rossa. Traducimelo. Sono curioso. Nel frattempo resto fedele al rapporto di Amnistia Internazionale, Amnesty International.

Riotta, e io condivido in pieno, sostiene che comunque gabbie e cappucci sono un errore.


E allora perché impantanarti in questa polemica?

…Sostenere che siano da considerare "tortura" è una stronzata.

Purtroppo è una stronzata documentata in sede di diritto internazionale.
“Tortura” è una parola importante, non una coperta che si può tirare da un capo o dall’altro. Secondo la Risoluzione Onu 3452 dicesi “tortura” la violazione delle Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners. Le trovi qui, se ti va le leggi, dopodiché sarai in grado di affermare, con coscienza di causa, se Guantanamo è tortura o no. (Temo che scoprirai che anche certe situazioni carcerarie italiane potrebbero rientrare nel concetto di “tortura”).

E poi cosa sono queste parolacce. Hai capito male. Tu pensi che questo sia un blog dove ci si diverte a insultarsi per il gusto di affermare la propria identità. Non è così. Qui c’è un umile Leonardo Non So Come che sostiene che hai deformato una notizia. Prova che non è vero, articolo alla mano. Oppure ignoralo, tanto è solo un Non So Come. Invece tu sei un giornalista stimato.
Oppure chiedi scusa: sei ancora in tempo.

Io non ce l’ho con te. Mi diverto solo un mondo a farti le pulci, a vedere che ti arrabbi.
Sono sicuro che tu puoi capirmi.

(Avvertenza: Questo mese i permalink non funzionano)
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Ma Christian Rocca lo sa, l’inglese?

Lo sa, lo sa. Però fa il furbo.
Riassunto:
La settimana scorsa Brodo Primoridiale linca un’intervista ad alcuni afgani scarcerati da Guantanamo, che un po’ si lamentano, un po’ lasciano intendere che tutto sommato non è così male per un afgano, Guantanamo: è pur sempre un vitto e un alloggio.
Siccome Brodo è un virulento antiamericano, titola: “Grand Hotel Guantanamo”. E la gente come me, che legge i titoli e poco più, sorride e clicca oltre.

Il giorno dopo Rocca fa lo scùp:

Ieri, sul quotidiano più liberal d'America, il Boston Globe, 18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla. Salvo il fatto che erano innocenti, e infatti sono stati rilasciati. (grazie a brodoprimordiale).

E la gente come me, che legge i titoli e poco più, fa una smorfia e passa oltre.
Rocca invece resta sull’osso anche nei giorni successivi: Qualche giorno fa qui segnalammo, su suggerimento di brodoprimordiale, un articolo del Boston Globe sul buon trattamento che i detenuti afghani ricevevano a Guantanamo). Si noti: i “18 ex prigionieri” del primo post sono diventati “i detenuti afghani a Guantanamo”, tutti, senza distinzione. Sono quelle piccole generalizzazioni che non si notano subito, danno solo un vago senso di fastidio, ma si passa oltre.

Ma gli ospiti dell’hotel Guantanamo ormai mi perseguitano. Li ritrovo ieri notte su Nonsense2, uno dei blog di Francesca Mazzucato. Si parla sempre del pezzo del Boston:

Beh, il modo come è stata riportata la notizia è una pura e menzognera mistificazione. Io l'ho letto l'articolo. Probabilmente il giornalista stilatore del blog pensa che la gente non sappia l'inglese, che siano tutti un po' ignoranti.

E probabilmente, aggiungo io, non ha tutti i torti, tuttavia non è mai troppo tardi per dargli una delusione. Dov’è finito il mio vecchio Hazon Garzanti? Sono stanco di fidarmi dei titoli altrui. Decido di leggere quel benedetto articolo, fosse l’ultima cosa che faccio prima di cena. Ecco. E scopro che:

Dei 18 profughi afgani rilasciati, solo 13 sono stati intervistati dal Boston. E allora perché Rocca scrive 18 ex prigionieri raccontano? Per sciatteria.
Di questi 18, uno effettivamente racconta di aver mangiato bene, meglio che con i Talebani, che l’ambiente era pulito “…e se non ci lavavamo ci lavavano loro”, e c’erano anche videogiochi.
Un altro dice che la galera afgana (dove è rimasto per tre giorni) è molto peggio di Guantanamo, e che se dovesse scegliere preferirebbe tornare laggiù.
Lo stesso poi avverte che a Guantanamo le guardie gli avevano detto che lui e gli altri del suo recinto non erano terroristi, e non sarebbe stati trattati come tali. Ma “altri venivano trattati in un maniera diversa. Venivano privati anche del loro Corano e delle coperte, e colpiti con un getto d’acqua (Water cannon).

Un altro, tale Murtaza, racconta di essere stato (se l’Hazon mi assiste) “gassato, stordito e colpito dal getto d’acqua", quando ha protestato perché le guardie disturbavano la preghiera trascinando catene per terra. Poi ha sollevato i pantaloni e ha mostrato il livido di uno stivale americano. A questo punto l’ufficiale presente alla Conferenza Stampa ha smentito. E va bene. Ma è proprio questo l’articolo in cui Rocca ha letto che “18 ex prigionieri afghani raccontano di essere stati trattati benissimo, meglio che a Kabul e di non potersi lamentare di nulla”?
Lo stesso Murtaza – un gran rompiballe, probabilmente – lamenta poi l’abitudine di essere continuamente perquisito in una stanza con “frigid air-conditioning”. Per molti di voi sembrerà ordinaria amministrazione di questura, ma per il diritto internazionale è tortura pure questa. Andiamo avanti.

Un altro che cercava grane, colpevole di aver risposto a uno spintone con uno spintone, dice di essere stato rinchiuso in una specie di container senza finestre, con un buco per il cibo. Non dice per quanto tempo. Una volta ammalatosi, viene trasferito in una cella singola dove “resta nudo per una settimana”. Lo stesso dice di aver visto le guardie picchiare un prigioniero fino a spezzargli il braccio (aveva protestato per il solito motivo: le catene strisciate nell’ora della preghiera). E conclude: “C’è molta gente che sta soffrendo là dentro, e pregare o recitare il Corano non è un crimine, né è una prova di affiliazione coi Talebani o con Al Qaeda”.
Si tratta sempre – lo ricordiamo – di uno degli ex-18 prigionieri afgani che secondo Rocca raccontano di essere stati trattati benissimo. E siccome essi, ancora prima di essere riconosciuti innocenti, erano comunque nel recinto dei “non-terroristi”, cosa dobbiamo pensare degli altri?
Molti di loro, per prima cosa, avevano manifestato la loro frustrazione per essere stati riconosciuti innocenti dagli americani così tardi [16 mesi!]; ma il sentimento prevalente era la felicità per essere liberi di tornare a casa: e questo, aggiungo io, malgrado a Guantanamo si mangiasse bene, tutto sommato.

Lasciamo perdere la cosa più importante – e cioè se questi rilasciati stiano dicendo la verità, se Guantanamo sia tortura o no. Guantanamo è tortura, come tante altre cose che succedono in paesi civili o meno, compreso il nostro.
Parliamo di Rocca, invece.
Delle due l’una: o non sa l’inglese (e sarebbe anche ora di studiarlo), o ha ragione Francesca Mazzucato: ci prende per fessi. Beh, non lo siamo. Non sempre.
In ogni caso, posso consigliare un metodo infallibile per rinfrescare la lingua? Perché non si chiude dentro un recinto per sedici mesi con un dizionario?
E' un metodo brevettato - si chiama "trattamento accettabile". Quando esce vedrà, come le canta.
Roba che neanche Roy Orbison.

(Fuor di polemica: ma noi blog, nuova frontiera del giornalismo e quant'altro, cosa facciamo di così rivoluzionario, a parte leggere - male - qualche articolo della stampa estera? E che altro dovremmo fare? Niente. A parte evitare certe figure, forse).
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Ingenuità II
(perseverare diabolicum)

Saddam Hussein non disarmerà mai. Non è una previsione campata in aria, è un'analisi dei suoi comportamenti e della sua politica.

E noi, di chi ci dobbiamo fidare? Degli ispettori ONU o delle analisi di Christian Rocca sul Foglio? È una scelta dura, perché le analisi di Christian Rocca migliorano di giorno in giorno (questa settimana, per esempio, non confonde più i turchi con gli arabi).
Ma è ancora intimamente persuaso che l’uranio impoverito sia la via più breve alla democrazia nel Medio Oriente. Naturalmente “si tratta di un processo lungo, faticoso, pieno di insidie e molto, molto costoso”, e “Il rischio è che gli Stati Uniti, quanto più se isolati, decidano di abbandonare il progetto alle prime difficoltà”. “Se l'Europa e i paladini della pace si occupassero di questo, di spronarli e aiutarli a non lasciare le cose a metà, contribuirebbero molto più efficacemente a un futuro pacifico del mondo”.

Insomma, se alla fine dei bombardamenti non spunterà dai crateri della Mesopotamia un ceto medio in grado di produrre una classe dirigente democratica, la colpa sarà dell’Europa e dei Paladini della Pace. Intesi?
E ora silenzio, disfattisti, che comincia baywatch.

(Ma io mi chiedo: un dittatore, anche avendone voglia, come fa a disarmare, con tutto questo baccano di piani di invasione e di spartizione delle pelli che si fa sui giornali di tutto il mondo?)
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Ingenuità
Se si pianta il seme della democrazia in Iraq, l'intera regione ne uscirà rivoluzionata, sostiene la dottrina Bush. Ci sarà, dicono, un virtuoso effetto domino. Questa è la nuova politica estera americana…

Ma i pacifisti sono ingenui? Alcuni sì, senza dubbio. Però non significa che abbiano il monopolio dell’ingenuità.
Prendi un “idealista conservatore”, Christian Rocca. In un lungo articolo sul Foglio spiega, dati alla mano, che il petrolio iracheno farebbe soltanto fallire i petrolieri texani. Il vero motivo per cui vale la pena bombardare l’Iraq è la democrazia…

In Iran la guerra rivoluzionaria è già in atto. La società civile (che in Iran c'è) è in rivolta, le manifestazioni contro il regime non si contano più, la partecipazione è incredibile, gli operai scioperano, i ragazzi scendono in piazza per il diritto di potersi tenere per mano. Più di metà della popolazione ha un'età inferiore ai 25 anni. Non ne possono più delle imposizioni dei mullah e della polizia religiosa, vogliono uscire per strada, divertirsi come i coetanei occidentali. Il programma tv più popolare è Baywatch, trasmesso via satellite dalla California.
Il regime crollerà. Questo si pensa a Washington. Specie se cadrà Saddam. Il destino di Iran e Iraq è comune. Non è immaginabile che il popolo iraniano tolleri ancora le imposizioni degli ayatollah, se la libertà arrivasse a Baghdad. L'effetto domino riguarderebbe anche la Siria, l'Arabia Saudita e di conseguenza aiuterà una soluzione pacifica della questione palestinese. E così, a cascata, la caduta di Teheran toglierà fiato agli Hezbollah in Libano. Anche la Siria, dipendente dal petrolio iracheno, sarebbe costretta a cambiare, a liberare il Libano, a lasciare in pace Israele, a chiudere i ponti con il terrorismo. Sembra Risiko, ma è la nuova politica americana.


Stasera è troppo tardi per definire il mio ingenuo concetto di “democrazia” o “libertà” (Sospetto che abbia comunque più a che fare con il concetto di responsabilità individuale e collettiva che con Baywatch). M’interessava però annotare quello di Rocca: per lui la libertà, la democrazia, consistono nel poter manifestare la propria simpatia per l’alleato americano e tenersi mano nella mano. Per ottenere questa svolta democratica in un Paese è sufficiente bombardare il Paese confinante.

Sarà probabilmente la mia ingenuità, ma non capisco in che modo il regime iraniano dovrebbe cadere, quando si troverà accerchiato tra tre protettorati americani (Afganistan, Iraq e Kuwait). Storicamente, in queste situazioni i regimi diventano ancor più autoritari e soffocano ogni tipo di dissenso interno. Ma probabilmente baywatch è più forte di ogni repressione.

Sarà ancora la mia ingenuità, ma io non capisco in che modo l’Iraq, una volta bombardato, si trasformerà di colpo in una libera democrazia, con cittadini sorridenti pronti a entrare nelle urne per votare un governo filo-americano. È andata così in Afganistan? (qualcuno ha capito com'è andata?) E se invece i fondamentalisti religiosi vincessero le elezioni, come in Algeria? A quel punto un Iraq democratico avrebbe diritto a dotarsi di armi di distruzioni di massa, come l’altra gloriosa democrazia del medio oriente, Israele?

E a proposito: nella regione c’è un popolo che cerca disperatamente di autogovernarsi attraverso forme di rappresentanza democratiche: sono i palestinesi. Certo, il fatto di vivere in un territorio occupato militarmente e vessato economicamente li rende fin troppo sensibili ai richiami del terrorismo: ma si tratta più di disperazione che di fanatismo religioso.

Forse sono troppo ingenuo a suggerire che ancor più di Saddam Hussein, ancor più di Osama Bin Laden, è la questione Palestinese il maggior motivo di frustrazione degli arabi nei confronti degli occidentali? E allora perché invece di seminare democrazia tramite bombardamenti in un terreno refrattario come l’Iraq, gli USA non si degnano di curare quell’esile pianticella che è l’Autorità Palestinese? Basterebbe così poco: ordinare il ritiro immediato dai Territori Occupati, e l’abbattimento della Grande Muraglia di Sharon. Perché non lo fanno? Non lo so. Non capisco.
È perché sono ingenuo.
Un povero, ingenuo pacifista.
Ho tanto da imparare.
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Stasera penso a Em., che è molto lontano.
L’anno scorso mi disse: “Vado in Palestina”, io gli risposi: “quasi quasi vengo anch’io”.
Quest’anno mi ha detto: “Vado in Iraq”, io gli ho risposto: “sei matto”.
Oggi dovrebbe essere a Bassora. Il suo 15 febbraio l’ha fatto a Bagdad.

... [la sintassi è quella che è, provateci voi con le tastiere del medioriente] Qui tutto ok, la manifestazione bellissima. Temevamo che si inserissero iracheni con le foto di S.H. ma cosi' non è stato. Però la gente, i bambini, le donne ci salutavamo dalla finestra con sorrisi e "thank you", gli operai dalla impalcature ci chiedevano le bandiere della pace per sventolarle. Bello. […]
Per il resto incontri, visita al suk, alla università, al rifugio della famosa strage del 92. La gente e la città sono molto più laiche di come pensavo. Rarissimi i burka e perfino i veli non tanti, molte donne vestite occidentali, la gente ti parla, accetta le foto perfino nella moschea. Certo niente alcool, ecc, la strada è lunga ma diversa da come ce la raccontano. La paura non si sente, viene esorcizzata con vita intensa e festosa, molti matrimoni, gente in strada, musica, ecc. Un po' sarà anche che non sanno tutto e un po' che sono fatalisti ma non del tutto, vedo la tv in camera e non parla quasi d'altro.


Em. non lo sa (e quando lo saprà s’incazzerà molto), ma è un porco fascista. Almeno stando a Fred Barnes, direttore del Weekly Standard (segnalato da Camillo). Come tanti altri opinionisti non solo americani, Barnes ha improvvisamente scoperto che in Iraq c’è una vergognosa dittatura da abbattere, altro che petrolio. E chi non lo ha ancora capito è un “porco fascista” (testuale: “Fascist pigs”). Compresi i milioni che hanno manifestato sabato.

Siam tre (milioni di) piccoli porcellin

Mi scuserete per la traduzione casereccia.
“La corruzione della Sinistra si è aggravata negli ultimi anni. Questo non è mai stato tanto evidente come lo scorso Sabato, quando massicce manifestazioni contro la guerra si sono svolte a New York, San Francisco e altre città degli Stati Uniti e del mondo, tra cui Londra. Forse che i manifestanti hanno marciato contro il consolato iracheno di New York per chiedere di porre fine ai crimini di Saddam? No. Forse che lo hanno condannato nei loro slogan e nei loro striscioni? Macchè. Forse che hanno difeso le vittime di Saddam? No. La sinistra, oggi, sta sdoganando i dittatori fascisti. Il suo nemico sono gli Stati Uniti”.

“Mr. Barnes?
Mr. Barnes, la chiamo dall’Italia. È una nazione fuori dagli Stati Uniti. Ha presente Roma? Lì intorno. Roma, sì, il Colosseo, Ridley Scott ci ha fatto un film.
Anche a Roma c’è stata una manifestazione, un po’ più grande che a Londra. Eravamo tre milioni. Mancava praticamente solo il Papa, per motivi di salute. Chi è il Papa? È… un capo religioso, molto importante. Fascista anche lui, evidentemente.
Lo sa che il Fascismo lo abbiamo inventato noi? Poi, grazie a voi, lo abbiamo scacciato. Anche se a dire il vero, nell’inverno del ’44 potevate darvi una mossa, invece di lasciarci i tedeschi in casa … ma è inutile recriminare. Ci avete salvati. Vi saremo eternamente grati. Oddio, senza l’Armata Rossa ci avreste messo ancora più tempo, ma noi preferiamo essere grati a voi piuttosto che all’Armata Rossa. Voi siete più simpatici, anche se non avete mai brillato in Storia e Geografia.

Mr. Barnes, ho letto il suo ultimo editoriale. Secondo lei tutti quelli che danno una chance a Saddam Hussein sono porci fascisti. Beh, è un’idea coerente. E io apprezzo la coerenza.
Apprezzo la coerenza che la portò, negli anni Ottanta, a scrivere vibranti editoriali contro l’amministrazione Reagan che finanziava Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran. A quel tempo scriveva che non è giusto finanziare una dittatura fascista per combattere una dittatura religiosa. Ed aveva perfettamente ragione.
Apprezzo la coerenza che la portò, nel ’91, a dare del porco fascista a George Bush Primo, quando ordinò al generale Schwarzkopf di ritirarsi invece di entrare a Bagdad. Aveva ragione: quale insulso calcolo geopolitico poteva valere più della libertà di un popolo? Forse che i cittadini iracheni non avevano lo stesso diritto alla libertà degli emiri del Kuwait?
Per tutti questi anni ha continuato a tenerci informato sugli abusi criminali di quel regime. Non ha mai distolto lo sguardo. Diede del porco fascista a Clinton, che a parte qualche bombardamento di routine non sembrava assolutamente intenzionato a cambiare nulla in Iraq. Spiegò con pazienza che anche l’embargo, che colpisce la popolazione e rafforza la classe dirigente (e quindi la dittatura) in realtà è solo una porcata fascista. E aveva ragione, Mr. Barnes. Lei è l’autentico paladino delle libertà irachene.

Mentre noi, poveri illusi pacifisti, per tutto questo tempo neanche sapevamo dove fosse sulla cartina, l’Iraq. Non ce n’è mai fregato niente. Lo abbiamo tirato fuori solo come scusa per parlar male dell’America.
Il fatto è che oltre a essere porci e fascisti, siamo anche schifosamente modaioli. Nel 2001 ce la menavamo tanto con l’Afganistan, dicevamo che era ingiusto bombardarlo: ma che ne sapevamo? Credevamo che i bombardamenti anglo-americani avessero lasciato diverse migliaia di vittime, ma a quanto pare ci sbagliavamo: le vittime civili sono solo poche centinaia, “few hundred”. Lo dice lei, che è un giornalista informato, noi non abbiamo motivo per dubitarne. Quest’anno c’è venuta la smania per Saddam Hussein. Ma ci passerà presto. Piuttosto c’è da chiedersi cosa ci verrà in mente dopo. L’Iran? Il Venezuela? Il mondo è pieno di dittatori da difendere. C’è solo l’imbarazzo della scelta, per dei piccoli porcellini fascisti come noi”.

(Se qualcuno mi dà una mano a tradurre, gliela spedisco pure.
Dite che capirà l’ironia?)
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