Berlusconi al Quirinale (non è la cosa peggiore)

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Nel momento in cui scrivo questo pezzo l'eventualità che Silvio Berlusconi possa diventare presidente della Repubblica è più concreta del solito. Abbastanza per spingermi a scrivere qualcosa in questa paginetta on line, che del mio antiberlusconismo per tanti anni fu il diario. Bei tempi, più semplici. Senza dubbio parte dell'impulso è dettato dalla scaramanzia: questa cosa che potrebbe persino succedere, se la scrivo, non diventerà meno probabile?; se si potesse in questo modo ridurne la possibilità anche di una milionesima parte, ne varrebbe comunque la pena – e se invece succederà, nessuno potrà dire che mi colse di sorpresa. Quel che è peggio però non è nemmeno questo.


Berlusconi al Quirinale non è l'ipotesi più probabile, né la più impossibile; certo, non avrebbe senso, surrealtà al governo, ma guardiamoci intorno: molto più surreale della Brexit, della secessione catalana, della presidenza Trump? La democrazia occidentale ha come minimo un problema, enormi sacche di elettorato vivono una fuga dalla realtà che è poi una delle opzioni a cui si reagisce a una catastrofe che tutti sentiamo come imminente – anche chi ogni giorno nega. Questa fuga, Berlusconi è stato uno dei primi a cavalcarla: la sua salita al Quirinale non sarebbe più scandalosa di quanto non percepimmo (noi che c'eravamo) la sua prima incursione a Palazzo Chigi: una cosa abominevole, poi ci siamo assuefatti, e anche stavolta potrebbe andare così. Sarebbe una cosa molto stupida, e quindi perché no? Non è una necessità storica, non è l'inverarsi di un complotto: ma in una fase di estrema debolezza della politica, in quelle fasi in cui i pretoriani si aggirano smarriti per il palazzo in cerca di un nuovo Cesare da intronare (meglio se vecchio e già rintronato), un anziano signore con un bel po' di soldi può fare la differenza. Lui almeno ci tiene. È una vita che pretende di farsi chiamare Presidente, anche dalla gente che non è sul suo libro paga. Niente gli ha dato soddisfazione come organizzare i vertici, giocare a fare lo statista con Bush e con Putin; persino quando pagava decine di fanciulle perché partecipassero alle cene eleganti, il fulcro della serata era un video di lui che parlava in inglese al Congresso americano, altro che bunga bunga. Comandare è meglio di fottere, disse qualcuno che probabilmente fotteva male, ma a una certa età forse ricoprire un ruolo di altissima rappresentanza istituzionale è davvero meglio, vado a intuito.

L'ipotesi credo ripugni a chiunque abbia un minimo rispetto delle istituzioni – inclusi diversi parlamentari del centrodestra che lo voteranno lo stesso, perché gira che ti gira il centrodestra in Italia da quand'è crollata la DC non è che la corte di un sovrano simpatico e scostante, che per anni interi magari non si fa vedere e allora si può anche fingere che siamo politici, abbiamo progetti, programmi, elettori da rappresentare... ma se un giorno il Sovrano si fa vivo e pretende un frullato, la corte ha da mettersi a frullare, e anche svelta, e quel che è peggio non è nemmeno questo. Poi si sa che nel segreto dell'urna ognuno è solo coi suoi santi, il che significa che anche se qualche leghista, qualche postfascista si ponesse il problema, ma insomma davvero voglio creare un precedente del genere? Mandare al Quirinale un milionario con un conflitto d'interessi più grande del Colle, già condannato per evasione fiscale, è una cosa che in coscienza mi va di fare? – potrebbe anche vincere lo stesso, Berlusconi, perché qualche soldo da buttare sul piatto lui ce l'ha (soldi per lo più nostri; soldi sottratti a noi). Quanti effettivamente non si sa: a giudicare dai risultati più recenti delle sue squadre, delle sue tv, potrebbero anche non essere così tanti: ma sufficienti, se gettati in una corte di miracolati come il parlamento della XVIII legislatura, un'accozzaglia di personaggi più o meno sorteggiati, molti dei quali non solo non hanno la minima speranza di essere rieletti, ma non ne avrebbero comunque l'ambizione, rieletti a fare cosa? Ci sono tante professioni meno problematiche e persino meglio pagate che fare il pigiatasti per un Beppe Grillo. 

Quest'ultimo, non bisognerebbe scordarsene, è il vero cervello politico della sua generazione, nel senso che non capisce niente, non ha mai capito niente, non capirà mai niente: voleva fare un movimento antisistema che scoperchiasse il parlamento e lo rendesse ai cittadini ed è riuscito, attraverso un complicato sistema di specchi e leve, a blindare in siffatto parlamento le persone più corruttibili in assoluto, gente che non ha un mestiere o ha dovuto perderlo per andare a Roma a fare la marionetta cinque anni, tra i quali è lecito supporre ormai ci sia qualcuno che per un bonifico eleggerebbe il dottor Mengele. Che bel capolavoro, lungamente auspicato e preparato da tutti i talentuosi minchioni che per trent'anni hanno lavorato affinché la politica non fosse più finanziata pubblicamente, che a logica significa che da qui in poi sarà possibile finanziarla solo privatamente, quando non clandestinamente, insomma un mercato del pesce. Questo doveva diventare il parlamento e direi che siamo sulla buona strada: né può stupire che Berlusconi e i suoi tendessero a questo obiettivo, o che Beppe Grillo fosse superd'accordo: in fondo non ha mai capito niente. Ma i politici di centrosinistra che si sono inseriti così volentieri nello stesso solco: i Renzi e i Letta che hanno lungamente studiato il problema, il modo più ottimale di segare il ramo su cui sedevano, affinché il parlamento italiano diventasse un luogo dove solo i milionari potessero difendere i loro interessi, finché non ci sono riusciti e adesso Renzi fa l'uomo-immagine dei Sauditi e quell'altro pesta i piedi ma non può evitare in nessun modo che il boss di suo zio finisca al Quirinale, ecco: guardate che bel risultato, scrivetevi i complimenti da soli – oppure fateveli scrivere dai giornalisti degli Elkann o di Confindustria, tanto è uguale, nessuno li leggerà. Comunque non è nemmeno questo, il peggio. 

E quindi il peggio qual è?

Il peggio, se ci riflettete – ci avete riflettuto?

Il peggio siamo noi, come sempre, quando ogni tanto ci sorprendiamo a pensare che ok, Berlusconi sarebbe una vergogna e uno scandalo. Ma sarebbe il peggior presidente della repubblica che potremmo trovarci in febbraio? No. 

Perché alla fine in questi anni in cui ci ha lasciati un po' più soli, un po' più liberi di guardarci intorno, e nel frattempo si sarà addolcito lui, ci saremo rincoglioniti noi, ma insomma ce la faremmo a sostenere che Berlusconi sia la scelta peggiore? Anche se si stancasse dopo pochi mesi, un re Travicello, sarebbe così male? Rintronato quanto si vuole, suona sempre più ragionevole di tutto il centrodestra che gli è fungato intorno al fondoschiena. Oh certo, se "libertà" oggi più che un concetto è un jingle di Povia, è abbastanza responsabilità sua: lui però, non essendo un deficiente, ha chiesto a tutti di vaccinarsi, con una nettezza che il signorino e la signorina banderuola, i due "leader" dei partiti di centrodestra, non potranno permettersi mai. Aggiungi che una volta arrivato a un ruolo del genere, Berlusconi avrà centrato l'obiettivo di tutta la sua fase senile e forse non avrà più bisogno di usare le sue emittenti come divisioni corazzate (già in questi mesi le ha richiamate, perché gli serve stabilità e se sale al Colle continuerà a servirgli). B è un ladro, ma non è un violento: è un guerriero ma rispetta i vinti; è un folle ma non è scemo; quanto a quel conflitto d'interessi, dopo aver visto schegge impazzite come Grillo o Renzi entrare nelle istituzioni e non sapere cosa farsene, persino quel benedetto conflitto d'interessi lo guardo con occhi diversi. Almeno B ha degli interessi, e ce li ha qui in mezzo a noi: non ci manderà in malora per segnare un punto, lui i punti che doveva segnare li ha già segnati. Le aziende della sua famiglia hanno ancora qualche cosa da venderci, non ci lascerà soli. Ecco, tutto ciò che è scritto si realizza: e questo è il peggio. Sto rimpiangendo Berlusconi, e non è nemmeno morto.

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Francesco Merlo non capisce; non vuole capire; non vuole che nessuno capisca

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Qualche anno fa i computer erano ancora oggetti personali, custodi delle informazioni più preziose che avessimo. Ci scaricavamo tutto quello che era più intimo e compromettente: la posta, le fatture, gli estratti conto, le foto, eccetera. Perdere un portatile era diventato una catastrofe sociale - se ci fosse stato permesso di scegliere tra smarrire il portafoglio e il laptop, non avremmo avuto dubbi. Nei film i killer a pagamento rovistavano nei cassetti per depistare il detective, ma in realtà si portavano via le memorie fisse - l'ultima situazione del genere l'ho vista al cinema tre anni fa, ed era un film italiano. Altrove avevano smesso da un po'.

Perché ormai le cose sono cambiate, e lo sappiamo. Un bel giorno - a me è successo più o meno dieci anni fa - abbiamo smesso di scaricare la posta. Poi le fatture, gli estratti conto; persino le foto. Adesso la maggior parte delle cose preziose e imbarazzanti non stanno più in una minuscola porzione di silicio che teniamo sulla scrivania - magari anche lì, ma una loro copia è da qualche parte, frammentato e distribuito tra non si sa esattamente quanti server da qualche parte nel mondo, protetto da password che cambiamo e dimentichiamo con una certa regolarità. È successo ai vostri figli, è successo pure ai vostri genitori. È stata un'evoluzione naturale, inevitabile; poter accedere a un documento personale (una bozza, un'immagine, un documento) da qualsiasi computer sia connesso in rete, per chi come me lavora in cinque o sei ambienti e anche a casa propria, è semplicemente necessario. Non mi ricordo neanche più quando ho iniziato: so solo che non potrei più smettere. È troppo comodo.

Ma è anche qualcosa di inquietante, per più di un motivo.

L'arresto di Simone Uggetti ci offre l'opportunità di soppesarne uno. Fino a qualche anno fa, per impedire a un indagato di inquinare le prove, sarebbe bastato tenerlo fuori dal suo ufficio. Sequestrargli qualche strumento di lavoro: computer, dischetti, chiavi usb, quel tipo di cose che fino a qualche anno fa i killer rubavano e i detective cercavano nei film. Ma adesso l'ufficio di Uggetti è un luogo virtuale da cui può accedere con qualsiasi smartphone al mondo. Quindi che si fa? Chiedo, perché non ho un'opinione forte in materia, né mi ritengo particolarmente giustizialista o garantista: mi piacerebbe che nessuno fosse tratto in stato di arresto prima di una condanna, ma vorrei anche che i crimini fossero perseguiti con efficienza. Quando le prove stanno nella Nuvola, come puoi impedire a un indagato di inquinarle senza rinchiuderlo, senza impedire che acceda a un qualsiasi dispositivo connesso in rete? A me non vengono in mente alternative, e purtroppo nemmeno ai magistrati. Certo, potrebbe capitare anche a noi - a chiunque. È un problema. Enorme. Parliamone.

Ma per favore, teniamo lontano Francesco Merlo: visto che evidentemente non ha capito di cosa stiamo parlando (secondo lui bastava impedire a Uggetti "di esercitare le funzioni, sequestrargli i computer, mettergli un braccialetto elettronico e, al massimo, costringerlo agli arresti domiciliari": benvenuto nel 2005), e soprattutto non ha nessuna intenzione di capirlo - figurarsi di spiegarlo ai lettori. Ne abbiamo già parlato, mi tocca ribadire: c'è una specie di diaframma linguistico tra Merlo e il mondo. Se si parla di abolire le province, lui scriverà una paginata intera sulla nozione di provincialismo. Se si parlerà di crisi del liceo classico, lui obietterà che la classicità è una cosa irrinunciabile. Dovessero sospendere le Olimpiadi di Rio per una questione di sicurezza, state ben certi che non ci parlerà dei problemi della sicurezza e di come sia più giusto combattere il terrorismo, ma scioglierà un cantico alla gloria immortale di Milone di Crotone, Eurimene di Samo. Non è tanto il fatto che non capisca niente: succede a tutti.

Ma il fatto di non porsi nemmeno il problema di dover capire qualcosa: come se in quel caos di parole che è il mondo avesse deliberato di attaccarsi perpetuamente ai significanti, ai suoni e non ai contenuti; di perdersi in definizioni che non sono mai quelle giuste e citazioni che quasi mai c'entrano un c. - fossero almeno originali, ma no, si parla di San Vittore e lui deve intonare Ma mì, sempre quei due o tre luoghi comuni che girano nel bar di paese che per caso è il quotidiano più prestigioso d'Italia (davvero, ormai lo è per caso). Noi vorremmo vivere in uno Stato di diritto che tuteli i nostri diritti - pricacy inclusa - vorremmo anche condividere tutto ciò che abbiamo e sappiamo su server in giro per il mondo: le due esigenze sono in conflitto? È una domanda fondamentale che la Repubblica non si pone perché deve dare spazio a Merlo e Merlo ha altre priorità, Merlo ha letto il provvedimento del Gip e ne disapprova lo stile - Merlo è convinto di essere un maestro di quella cosa, lo stile.

Non che abbia dimestichezza coi tecnicismi dei magistrati, sia mai: Merlo legge "decisa verosimiglianza" e si domanda: "va distinta dalla verosimiglianza indecisa?"; legge "abietto" e si chiede se ne esista il superlativo. Lo vedi sempre lì che ripete sillabe a caso convinto di essere un D'Annunzio e non un bambino nella fase della lallazione. Raccomanda ai magistrati sobrietà, raccomanda asciuttezza - nel frattempo evoca Stalin, Robespierre e la Mesopotamia, scrive "il tuono etico sul clic delle manette", definisce sobriamente San Vittore "l'Inferno", e a un certo punto ci spiega la "verità", precisamente: sulla Repubblica c'è un editorialista che ha le "verità", come sul blog di Beppe. "La verità è che il sindaco di Lodi non dovrebbe stare in carcere". Probabilmente lo scrive su un dispositivo connesso - magari nel frattempo scarica la posta, o un file infetto. C'è un enorme problema che ci portiamo ogni giorno in tasca, in borsa, che ci guarda dalle scrivanie: Merlo non lo vede. È a tre palmi dal suo naso. Niente.

Abbiamo messo la nostra libertà nella Rete, e ora non possiamo staccarci dalla Rete senza rinunciarvi: è un dilemma straordinario, ne va forse della nostra civiltà, ma su Repubblica se ne parla un'altra volta, su Repubblica c'è Francesco Merlo che deve dimostrare di averlo più grosso del Gip, il vocabolario. Allora, visto che certi problemi evidentemente sono più grandi di noi, risolviamone almeno uno un po' più piccolo; la Repubblica sta facendo schifo, si può far qualcosa? Si può evitare di avere in prima pagina un tizio che quasi mai sa di cosa parla? Io ho smesso di comprarla da un po', non mi sembra di esser l'unico.
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Sono stanco di leggere cazzate su Whiplash

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Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Altro che autostima, sette ottavi e pedalare.

"Hai fatto un buon lavoro". Quante volte te lo sei sentito dire. Quante volte ci hai creduto davvero? Dopotutto, se il tuo lavoro fosse così buono, non sarebbero così contenti. Comincerebbero ad aver paura di te - è pericoloso, chi sa fare un buon lavoro. Ma tu non ti preoccupare, perché hai fatto...  Un buon lavoro. La senti l'intonazione? La senti sul serio? E allora dimmi: ci senti invidia o condiscendenza? Un buon lavoro. Forse una sfumatura di gratitudine, perché il tuo non è un lavoro così buono dopotutto. È un lavoro passabile, un lavoro che non farà sfigurare i loro lavori mediocri. "Hai fatto un buon lavoro", che frase criminale. Quanti talenti ha sedotto e sviato. Tu non vuoi fare un buon lavoro. Tu puoi fare di meglio. Ma poi?

Quando in giro si è cominciato a parlare di Whiplash come di un gran bel film - e non c'è dubbio che lo sia - molti musicisti si sono premurati di informarci che il mondo della musica non è così atroce e competitivo, e soprattutto il jazz non è così - lo stesso Bird non veniva preso a piatti in testa se sbagliava un assolo, come racconta per giustificarsi il demoniaco maestro di musica del film. Era una polemica tutto sommato prevedibile, anche se già un po' surreale. Probabilmente anche ai tempi dello Squalo qualche ittiologo si sentì il dovere di scrivere ai giornali che i pescecani non attaccavano i motoscafi.

In Italia la discussione è scesa a livelli avvilenti. Goffredo Fofi su Internazionale lo ha definito "una favola per gonzi di destra", anche se ha ammesso che "tecnicamente, è un buon film". Però antipatico, perché racconterebbe "per l’ennesima volta la smaniosa logica americana della lotta per diventare qualcuno, per emergere, nella distinzione mostruosa che quella cultura fa tra winner e losers". È un'analisi un po' semplice: forse se per affrontare la cultura USA si deponesse ogni tanto il modellino "maggioritario e a tratti totalitario", e ci si addentrasse un po' nei dettagli, si potrebbe notare nel film lo scontro tra due concezioni educative: il cosiddetto "self-esteem movement", che ha portato le scuole americane a distribuire medagliette per ogni "buon lavoro" svolto, e il fantasma di un approccio diverso, militaresco e pseudo-darwiniano, che più che a scuola vediamo trionfare nei posti di lavoro e soprattutto nei talent show.

Che parlino di musica o di ristorazione, il motivo per cui guardiamo i talent è il motivo per cui ci siamo fatti ipnotizzare dal maestro di Whiplash: i professori sadici sono terribilmente sexy. Vederli tormentare le loro vittime è uno spettacolo per cui paghiamo decoder e biglietti di cinema. Forse ci piacciono proprio perché sono all'opposto dei nostri ex prof, empatici e condiscendenti, sempre pronti ad applaudire ogni nostro minimo sforzo. Noi poi abbiamo sempre la sensazione di non essere diventati quei personaggi di successo che i nostri maestri vedevano in noi, e a quel punto forse ce la prendiamo con loro, troppo buoni, troppo illusi, e rimpiangiamo di non avere avuto caporali che ci prendessero a ceffoni in pubblico. È un'ipotesi come un'altra.

In ogni caso, non c'è dubbio che certe società siano più competitive di altre: e se quella americana lo è, perché un film non dovrebbe raccontarla? Fofi però sembra non aver fatto caso al distacco critico con cui Chazelle guarda al protagonista del film e alla sua ossessione per la batteria. Un "winner"? Soltanto perché [spoiler] alla fine del film riesce a suonare davanti al pubblico un assolo di Buddy Rich, a portare a termine il suo numero da pappagallino ammaestrato? E poi che succederà? Nei film di "winner e losers", di solito parte la fanfara e il pugile suonato ma glorioso chiama il nome della moglie o fidanzata. Il batterista di Whiplash non ha la fidanzata, non ha un amico, ha un papà comprensivo che disprezza e un maestro stronzo che difficilmente lavorerà più con lui. Sul serio la sua è una success story? Sarebbe come prendere il caporale di Full Metal Jacket per un personaggio di propaganda... ah, ma Fofi lo fa.

"Il meccanismo è lo stesso dei film di guerra con il sergente cattivo e il soldato debole che grazie a lui si fa forte (e spietato) e “ce la fa”. Kubrick ne mostrò un prototipo in Full metal jacket".
Il film in cui il soldato debole [SPOILER!] si tira un colpo in testa prima ancora di arrivare al fronte, non prima di aver fatto fuori anche il sergente cattivo... uhm, forse Fofi ha preso un abbaglio. D'altronde capita ai migliori.

Proprio mentre sto archiviando Fofi, ecco piombare da Wired un articolo che definisce Whiplash, mettetevi seduti, "ideologicamente sbagliato".

Il tizio che scrive questa roba (“Sì perché alla fine, più che l’opera d’arte in sé, il raggiungimento della perfezione espressiva, sembra che il protagonista, il giovane batterista, abbia come obiettivo quello di essere il migliore e basta. E questa non è la pulsione di una personalità genuinamente ispirata quanto patologicamente ambiziosa“)… il tizio che scrive questa roba, dicevo, ha appuntato in petto la medaglietta di “Staff Editor della Sezione Idee” di Wired. Purtroppo essa non riesce a trattenere neanche un milligrammo del timore reverenziale che provo per il maestro Fofi, sicché la mia prima reazione sarebbe piantarmi davanti a questo Staff Editor e dirgli: ma cosa hai scritto, ma ti rendi conto? Nel 2015? “Ideologicamente sbagliato”? Sei un viaggiatore nel tempo? Una Guardia Rossa ibernata nel ’69 e scongelata in circostanze da chiarire? Lo sai cosa vuol dire ideologia? Credi che ce ne siano di giuste e di sbagliate? Sapresti definire la tua ideologia? Ammesso che tu ne sia in grado, pensi che al lettore medio di Wired fotta sega della tua ideologia? Eh? Eh?

Il problema è che la follia di Whiplash, come dicevo, non è sentita, ma parte di un prodotto ben confezionato e che alla fine lascia non dico delusi, ma freddi. Non aggiunge nulla, nel cuore dello spettatore, su quello che già sapeva della vita.

Grazie, ma basta cazzate adesso.

No, ma buon lavoro, davvero. Signor Staff Editor Sezione Idee, probabilmente della vita ne sai già troppo per farti insegnare qualcosa da Whiplash, però… ti aspettavi di uscire “caldo” dalla storia di un ragazzo che per suonare meglio di chiunque altro rinuncia agli affetti, al rispetto dei compagni, alla salute, a ogni altra cosa? Non ti ha assalito nemmeno per un istante il sospetto che il film non sia una success story ma la sua parodia? che il “freddo” di cui tu parli sia l’esatta sensazione che Chazelle voleva farti sentire, dopo averti fatto ascoltare e soffrire un monumentale, inutilissimo assolo di batteria di nove minuti? Ma a te piacciono gli assoli di batteria? Li ascolti mai? Non li ascolta nessuno. Secondo alcune teorie hanno inventato il tasto skip apposta. Questo è “l’opera d’arte in sé?” “il raggiungimento della perfezione espressiva”?

Whiplash non è un film particolarmente originale, ma ci si domanda se poteva essere migliore di così, come certe partiture di jazz dell’età dell’oro. Ha semplicemente il ritmo giusto; non c’è una nota messa lì senza un motivo, senza che prima o poi sia ripresa nel tema principale. Finché dura non esiste nient’altro: un attimo dopo cominci a pensare: ma cosa ho ascoltato? Non è un raccontino a tema, per quanto Fofi e i suoi allievi si arrangino a vederlo così. È un film che ti pone delle domande: sul serio vorresti un maestro che tirasse fuori la bestia che hai in te?  Sei sicuro che sarai felice, dopo? La risposta tocca a noi, ma non dobbiamo per forza portarcene una già pronta da casa. 
Whiplash si può finalmente vedere a Cuneo, alla Sala Lantieri, venerdì sabato e domenica alle 21. Speriamo che si senta bene. 

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Striscia, il futuro

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La verità è che siamo pigri. Non è nemmeno colpa nostra. Siamo cresciuti in un mondo in espansione, tutto stava andando per il meglio e nessuno sentiva l'esigenza di frustarci se sbagliavamo le coniugazioni. L'importante era essere felici, trovare la nostra strada, la nostra creatività, e poi c'era posto per tutti e saremmo tutti diventati artisti scienziati ballerini in tv. Così siamo cresciuti effettivamente molto espansivi e pieni di idee, di intuizioni e altre cazzatine, ma come dire, ci manca un po' il mordente.

Anche quando arrivò la globalizzazione, i nostri genitori non si spaventarono più di tanto, all'inizio la consideravano soprattutto come una globalizzazione di manovali colf badanti e puttane, tutti mestieri che intendevano evitare ai figli, e tanto meglio se il prezzo di quel tipo di prestazioni crollava. Che dall'altra parte del mondo ci fosse gente disposta a sanguinare nelle fabbriche e sui libri per fotterci la competitività; che dall'altra parte del mondo ci fosse un altro mondo intero più giovane e disposto a tutto; che nel 2012 persino gli operatori dei call center cominciassero a tradire un accento bengalese: questo proprio non lo potevano immaginare, e invece.

Ora vallo a spiegare alla Seconda Erre, che se non imparano sul serio gli irregolari della seconda coniugazione, da qualche parte del delta del Gange c'è un tizio in uno scantinato che li sta studiando meglio di loro, e che tra dieci anni gli fregherà il telelavoro. È un discorso che non capiscono, anche perché per farglielo è inevitabile usare qualche irregolare della seconda coniugazione. Sono piccoli, non pensano al futuro, o meglio ci pensano perché fanno tanti disegnini, sono tutti piccoli Matt Groening che a scuola disegnava solo coniglietti e poi ha inventato i Simpson ed è diventato ricco e questo è un grosso argomento contro il divieto di fare disegnini in classe. Quanto a reintrodurre il frustino, il consiglio d'istituto non capirebbe. Quindi che si fa.

Una volta si facevano le guerre, più o meno una generazione sì una no aveva la sua bella guerra, bella per modo di dire, in realtà quasi sempre orrenda: una generazione la faceva, quella successiva se la faceva raccontare, e per quaranta cinquant'anni avevi risolto un po' di problemi occupazionali, formativi, per tacere delle enormi opportunità industriali e urbanistiche. Non è mica un deficiente l'essere umano, parlo in generale: se ha sempre fatto delle guerre si vede che ci si trovava bene. Meglio che i lemming con quella storia delle estinzioni di massa, che tra parentesi è una leggenda urbana. Ma a un certo punto questa cosa di fare guerre sempre più tecnologicamente avanzate ci è un po' scappata di mano, sono state scoperte reazioni a catena che potrebbero estinguere la specie, così adesso almeno in Europa non si può più, e te ne accorgi dalla gioventù che dopo sessant'anni ti ritrovi tra i piedi. Per carità quasi tutti simpatici, e poi che bei denti, e che guance paffute, quanti progressi nell'alimentazione e nell'igiene. Soltanto un po', come dire, smidollati. Ma non è mica colpa nostra. Cosa ne sapevamo.

Tutto questo per dire che se siete venuti qua cercando un un pezzo che stigmatizzasse gli scontri nelle manifestazioni, le guerriglie più o meno giovanili, ormai rituali, sganciate da qualsiasi percorso di causa-effetto... ripassate magari tra qualche anno, non sono ancora così rincoglionito (anche se prometto bene). Mi dispiace certo che vada a finire sempre così, ma questo istinto a giocare alla guerra lo capisco. È evidente che in Italia - ma in Europa in generale - è sfruttato ancora male, canalizzato in eventi calcistici o sindacali che in fondo non c'entrano nulla. Altrove hanno capito come fare, altrove sono stati più furbi. Forse è genetica, ma secondo me è soprattutto necessità.

E allora forse dovremmo smetterla di chiedere la pace in Medio Oriente come se noi avessimo qualcosa da insegnare al Medio Oriente - quando forse a questo punto è il contrario: è il Medio Oriente che ci mostra la via, è il litigioso Medio Oriente il futuro dell'Europa e magari, dai, del mondo. Forse nel futuro avremo tutti diritto a una nostra Striscia di Gaza a quaranta-cinquanta km dalle nostre case: un recinto pieno di uomini cattivi che ci tirano i razzi e ci distruggono pollai o asili nido. Lo si alleva con molta attenzione, isolandolo il più possibile da qualsiasi contatto con la realtà, e poi ogni quattro anni si organizza una guerra, ma mica una cosa tragica stile Novecento, una cosa molto più tranquilla, una spedizione punitiva, si va nel pollaio e si rompono le uova, e arrivederci al prossimo bisestile: olimpiadi, elezioni americane, bombardamento nella striscia. Tenersi una Striscia sotto casa presenta tutta una serie di vantaggi da non sottovalutare: certo, sporca un po', ma è relativamente piccola, e soprattutto, per quanto sia cattiva, alla fine vinci sempre tu (vincere è importante). E ai giovani altro che SCO, ai giovani puoi far fare il servizio militare come ai vecchi tempi, e vedrai che anche la scuola la prenderanno meno sottogamba, coi cattivoni alle porte di casa. Studiate ragazzi, e studiate cose utili, e studiatele sul serio. Non vorrete mica diventare la Striscia di qualcun altro?
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Women from Venus, lizards from Mars

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L'invasione dei rettili

Oggi è la festa della donna, e le donne stanno male.
Questa è la copertina di Velvet, il super-inserto per donne truzze della Repubblica.


È talmente grosso che non ci stava tutto intero nello scanner. Velvet non ha nemmeno un sito internet: scelta oculata, perché se cerchi su google “Velvet repubblica” trovi solo blog e testimonianze di donne che hanno provato a prenderlo e si sono lussate una spalla, o sono andate in overdose di pubblicità patinata. (L’essere in copertina, per esempio, non riuscirebbe a sollevare Velvet; probabilmente pesa meno di Velvet). Insomma, non è un prodotto rappresentativo del genere femminile, questo no. Ma qualcosa, comunque, mi rappresenta.

Mi rappresenta, per esempio, la decadenza e la morte del senso estetico. Ed è fantastico, perché probabilmente non abbiamo mai lavorato sul senso estetico come negli ultimi trent’anni. C’è mai stata un’epoca in cui si è speso altrettanto non solo per le cose belle, ma per i sussidi, gli indicatori che ci aiutassero a capire cosa è bello e cosa no? E questo è il risultato. Trent’anni di corsi di bellezza (più o meno obbligatori, in Occidente) et voilà, non siamo in grado di distinguere una donna da un rettile in caschetto.

Dove siete in questo momento? In ufficio? Maledetti assenteisti, gettatevi sulla prima collega femmina che incrociate, fatele gli auguri e chiedetele se quella nella foto è una donna o no. Cercherà di scantonare, si metterà a disquisire sul vestito. (Il vestito tra l’altro è orrendo: un’accozzaglia di colori e idee che non quagliano e non si sposano con nulla; violare l’embargo sugli indumenti viola in copertina per esibire una simile ciofeca è l’affronto finale a quel che resta del buon gusto, ma qui si parla di ben altro). Se messe alle strette, le donne diranno che, beh, sì, quella nella foto è una donna. Insomma, è chiaro che è una donna, no?
Le donne stanno male. Ormai puoi far loro qualunque cosa.


La prossima volta metteranno un’iguana in completo nero e cappello da cow-boy, tanto ormai chi se ne frega. Anzi, pensandoci bene, probabilmente oggi è già domani: l’iguana è questa. Guardate che collo che c’ha. La cosa più grossa che ha è il collo. E se guardate bene l’originale, si intravedono le squame verdi sotto il cerone.

È chiaro che il fotografo non ama le donne. Ma probabilmente neanche gli uomini, chi vive in un immaginario così non ama i mammiferi tout court. Forse da bambino ha amato David Bowie (il suo inconscio continua a cagar fuori lo stesso video di Heroes da trent’anni), ma col cavolo che Bowie lo corrisponde. Lui esce con le modelle sode, lui.

È chiaro altresì che l’autore di questa offesa al gusto e al senso comune sta facendo tutto quello che è in suo potere di fare per accelerare l’estinzione del genere umano: così finalmente potrà accoppiarsi coi rettili senza che nessuno lo giudichi male. Ma se anche fosse? Il problema non è tanto che sulla copertina di un femminile (ancorché truzzo) ci vada un rettile che non ha più nulla di femminile o semplicemente umano: il problema è che le donne, le nostre donne, si berranno anche il rettile, come si sono bevuti gli ultimi dieci anni di merda patinata: sempre più patinata e sempre più merda. Messe di fronte all’evidenza (insomma, si vede che assomiglia più a Bowie eroinomane a Berlino che a una donna vera, no?) fanno sì col capo – ma nel loro cuore stanno già pensando a quanti pasti possono saltare per riuscire a entrare nel completo viola per iguana.

Ed è inutile metterla sul fisico, far presente che un uomo, con un essere così, non si accoppierebbe mai, perché non è l’accoppiamento in discussione, qui. La donna che sfoglia velvet non vuole, evidentemente, accoppiarsi. Non vuole nemmeno essere bella. Tutto quello che vuole, ormai, è sfogliare cataloghi patinati di rettili ancheggianti. Le donne stanno male.

Io l’invasione dei Visitors, da bambino, me l’immaginavo diversa. Così mi fa ancora più paura. Buon otto marzo.
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