Dio c'è ma ha preso il taxi

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That bus is going nowhere

Learn the subways, Kevin. Use them. Stay in the trenches. Only way I travel.

Il dibattito sull'esistenza di Dio sui blog italiani è una cosa fantastica. Senza ironia. Beh, di sicuro, è più eccitante del dibattito sull'arte di Allevi.

Dunque, in soldoni il fatto è questo: Atei comprano pubblicità su autobus per avvertire che Dio non c'è.

La mia domanda è: che razza di atei siete? Perché ce ne sono di deboli e di forti. Gli atei deboli ritengono che l'esistenza di Dio non sia dimostrata e probabilmente non dimostrabile; gli atei forti invece sono assolutamente sicuri che Dio non ci sia.
Dalla scritta che avete scelto direi che siete Atei forti: per voi Dio proprio non c'è. Beh. È una presa di posizione netta, bravi. Ma chi ve l'ha detto?
Gli scienziati no di sicuro, l'esistenza di Dio non è affar loro. Difficile che ve l'abbiano detto i filosofi (e anche se fosse: vi fidereste dei filosofi?)
Perché vedete, l'ateismo “forte” ha una debolezza logica, un tallone d'Achille: la non-esistenza di Dio non è dimostrabile.
A questo punto c'è sempre chi protesta che la questione è l'esistenza di Dio, il cui onere della prova spetterebbe a chi ci crede: come se Dio fosse un crimine, di cui siamo tutti innocenti fino a prova contraria. Ma questa è teologia, mica giurisprudenza: l'Universo è decisamente grande; come puoi sostenere che qualcosa in esso (compreso il suo creatore) non esista “fino a prova contraria”? Tutto può esistere, finché non provo il contrario. Il pianeta inquadrato dai telescopi a 128 anni da luce da me esisteva assai prima che qualcuno sulla terra potesse immaginare l'idea di “pianeta”.
Voi un telescopio così potente in casa non l'avete: e tuttavia sostenete che Dio non c'è. Come l'avete capito?
Ci siete arrivati con l'intuito? Allora siete degli “illuminati”. Ve l'ha detto un uomo/donna più saggio/a di cui vi fidate totalmente? Allora siete discepoli di un “guru”, o “profeta”. E la vostra convinzione che Dio non esista si chiama “Fede”. Lo so che da dentro le cose sembrano diverse, ma vi assicuro: fuori dal bus la percezione è questa. E la scritta sul bus, per quanto ben congegnata, vi garantisco che porta quel retrogusto di arroganza tipico degli slogan dei missionari: “Ehi voi che aspettate l'autobus, lo sapevate che avete vissuto una vita nelle tenebre della superstizione? Beh, svegliatevi”.
Proprio così. Svegliatevi. Lo slogan dei Testimoni. Perché, credete che abbiano una coscienza meno complicata e moderna della vostra? Anche loro hanno una Fede. Gliel'ha rilevata un Profeta. La differenza principale tra voi e loro è che voi siete simpatici dilettanti, con un'idea, uno slogan e poco altro. Loro invece sono sulla piazza da un secolo e macinano proseliti, perché hanno da offrire molto di più: hanno una Storia. Hanno una speranza: La Fine Dei Tempi È Vicina! 144.000 Persone Non Moriranno Mai! Queste sono idee che ti fanno salire su un autobus, altro che Dio non esiste goditi la vita.
Goditi la vita? Con la recessione, la disoccupazione e la guerra? Ehi, senti un po', Ateo Forte: me li dai tu i soldini per godermi la vita? Me la ricarichi tu la Social Card? No? E allora scusami, ma le tue sottigliezze ontologiche non mi interessano. Ogni giorno che mi sveglio è un problema in più, e quest'autobus l'ho preso giusto per recarmi dal mio pusher di Oppio dei Popoli preferito.

Torniamo alla prima domanda: che razza di atei siete? Atei razionalisti?
E allora dovreste saperlo che anche la religione è una sovrastruttura, e che non si smonta mica con la reclame su un autobus. Esisterà finché esisteranno determinati parametri sociali ed economici e determinati rapporti di potere.
Potrei capire se mi diceste che per cambiare la società bisogna pur partire da qualcosa, e che voi avete deciso di partire dalla messa in discussione del concetto di Dio. Posso capire, ma mi sembra una priorità bislacca; la mia è ridurre le ingiustizie sociali. E so che si può fare anche con l'aiuto di tanta gente che crede nell'esistenza di Dio con dimostrazioni fallaci tanto quanto le vostre.

Noi sappiamo che la Storia non ci sta preparando nessuna rapida palingenesi. Sappiamo che la scienza, la medicina e l'economia, con tutti i loro progressi, non riescono a impedire che miliardi di persone vivano male: al punto che c'è forse più sofferenza umana sulla terra oggi di quanta ce ne sia mai stata in passato.
Viviamo in un'epoca di diagnosi rigorose e cure imperfette. La nostra scienza funziona benissimo quando deve spiegarci di che malattia stiamo soffrendo, o perché il nostro Paese è in recessione. Funziona assai peggio come erogatrice di speranze. A tutt'oggi non ci sono ricette per gran parte dei mali che ci affliggono, fisici e morali. Forse vale la pena di guardare all'oppio con un occhio diverso.

Le grandi religioni, quelle che azzerano il calendario, si sono sempre affermate in periodi di crisi simili a questo. Prendiamo il cristianesimo: se ha avuto lo straordinario successo che sappiamo, è perché ha individuato un "mercato" che nessun prodotto era più in grado di soddisfare. Il mercato della sofferenza e della disperazione – e quando dico "mercato", non parlo per metafore. Dal III secolo in poi, le comunità cristiane hanno portato alla luce un soggetto economico che prima non esisteva: il bisognoso. In un mondo che ignorava (oltre che la luce elettrica e la penicillina) qualsiasi forma di Welfare State, i cristiani iniziarono a raccogliere fondi con lo scopo di destinarli a vedove, orfani, perseguitati, poveri. In seno allo Stato militare (che tassava i cittadini ormai quasi esclusivamente per mantenere burocrazia ed esercito), nasceva un'idea di Stato assistenziale. Non è curioso che la fratellanza musulmana (che in Palestina si chiama Hamas) sia nata e cresciuta nei Paesi arabi nella stessa maniera? La fratellanza sostituisce (male) l'assistenza sociale in Paesi in cui i poveri sono abbandonati a loro stessi. Tutto questo è giusto? No. Ma tutto questo può essere cambiato rapidamente?

Se tu sei ateo, forse è perché te lo puoi permettere. Hai un buon lavoro, che dà un senso a parte della tua vita; e una famiglia abbastanza confortevole. Se soffri di qualcosa, puoi acquistare le medicine che ti servono. Puoi anche investire parte della tua vita e dei guadagni in svaghi e in oppiacei non metaforici. Insomma, non hai così bisogno di Dio. Così magari puoi diventare ateo. Perché sei più intelligente di altri? Più informato? O perché sei un privilegiato?
E a chi non è altrettanto fortunato – o intelligente – cos'hai da proporre? Puoi garantire un lavoro a tutti i poveri della terra? Una famiglia confortevole? Medicine a prezzi equi? Divertimento occidentale? No, non Puoi. Guardiamoci in faccia: stiamo bloccando le frontiere; è evidente che non ci sono abbastanza risorse per tutti. Ma allora, cos'hai da proporre ai poveri della terra, di meglio del caro-vecchio-oppio-dei-popoli?
Una scritta su un autobus? Tutto qui?
Tu non ci sali spesso sugli autobus, vero?
Dovresti.

(metà pezzo viene da qui)
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Il Cielo del vicino è sempre più verde

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Io capisco il conflitto d'interessi, che è enorme, come sempre; 
ma l'Italia che la settimana scorsa aveva bisogno di 40 miliardi di euro, subito, per mettere in sicurezza le scuole... è la stessa che oggi protesta come un sol uomo perché da gennaio pagherà un euro e mezzo in più per vedere le partite?
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I am a dream

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Mentre Prodi non è niente di più né di meno di un onesto funzionario di Stato sposato e non divorziato (comunque merce rara), Veltroni è molto di più, e di meno.

Veltroni è un Sogno: e i sogni aiutano a vivere meglio.
Prodi era rassicurante, ma a un certo livello le rassicurazioni non bastano più. Per rassicurare servono spiegazioni, statistiche, proiezioni, yawn. Gli italiani non vogliono essere rassicurati: vogliono essere sedati. Veltroni è l’unico che fa sognare il Trenta per Cento. No, riflettendo bene ce n’era un altro: Berlusconi.
Perciò non dirci più “I have a dream”, che sarebbe un po’ banale: di’ la verità: “I am a dream”. Il sogno che la tua generazione ce la farà, metterà d’accordo tutti, i neri con i bianchi e i padani coi mafiosi; Luxuria si fidanzerà con Ratzinger e tu celebrerai le nozze durante la Notte Bianca, al Colosseo, prima di uno spettacolo di gladiatori per la pace nel mondo.
Nel sogno veltroniano il futuro è una mescolanza di ricordi del passato, tutti virati in rosa: Kennedy e Che Guevara forse erano nemici, eppure nessuno mi proibisce di appendere i poster nella stessa cameretta. Il Novecento è principalmente un bello spettacolo, ma anche molto culturale. C’era Martin Luther King e c’erano le figurine Panini. E c’era anche Don Milani, anzi Veltroni si considera un allievo di Don Milani. Cresciuto a crostini e Lettera a una professoressa. C’è un piccolo problema.
Nel sogno veltroniano, tutto è ridotto a figurina. Se Che Guevara si riduce a un simpatico guerrigliero, Don Milani probabilmente ce lo ricordiamo come un simpatico prete che si arrabbiava perché le maestre borghesi bocciavano i figli dei contadini. Cattivone, le maestre borghesi! La lezione che Veltroni e i suoi coetanei hanno capito, leggiucchiando Don Milani, è che Bocciare È Cattivo. Una perfida usanza borghese.
Basta scavare un po’, mettersi a leggere neanche tanto, per rendersi conto che Don Milani era un personaggio molto più complesso e più ruvido. Per esempio: non sopportava la Ricreazione. Nel suo primo libro, Esperienze pastorali, scrisse proprio un capitolo "Contro la ricreazione" che a suo parere era tempo sottratto allo studio e al lavoro. L’arcivescovo lo esiliò a Barbiana e lui ne approfittò per creare un esperimento educativo irripetibile, anche perché se qualcuno riprovasse a ripeterlo al giorno d’oggi finirebbe in galera per plagio o sequestro di persona: gli alunni di Barbiana studiavano dodici ore al giorno senza giorni festivi e senza ricreazione.
Se il piccolo Walter avesse veramente studiato a Barbiana, se avesse provato a introdurre illegalmente un album di figurine, Don Milani probabilmente glielo avrebbe strappato di mano e lo avrebbe segregato in una stanzetta con compiti extra di matematica. Vaglielo a spiegare, al simpatico prete, che anche la figurina Panini “è cultura”. Milani aveva un’idea arcigna e guerrigliera della cultura. Quando seppe che alcune ragazzine del paese scendevano a valle a ballare, attaccò una predica che non finiva più. Le ragazze proletarie non devono ballare! Devono partecipare alle riunioni sindacali e di partito, altroché. A quindici anni.
UNA RAGAZZINA: Alle riunioni sindacali e politiche non si capisce nulla.
DON LORENZO: A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? Eppure probabilmente l’anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la tesata e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica. Tu queste cose le dovrai decidere l’anno prossimo e per ora ti prepari twistando in una sala da ballo?[…]
La preparazione alla vita sociale e politica, o oggi o mai. L’età giusta è questa.
(Don Lorenzo Milani, Anche le oche sanno sgambettare (1965), Edizioni Stampa Alternativa, 1995, pagg. 16-17).

Veltroni è la formula alchemica per trasformare ogni Passatempo in Fatto Culturale, e poi, con procedimento inverso, ogni Fatto Culturale in Divertimento. Una parola che Don Milani odiava: divertirsi è scantonare, scordarsi dei propri problemi. Molto meglio rovesciar macchine e rompere vetri. Don Milani sarebbe il profeta dei Black Block, se i BB leggessero e non indulgessero anche loro alle danze e al divertimento. Diciamo allora che Don Milani è un po' troppo tosto per i Black Block - figurarsi per Veltroni.
Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Pensate alla Notte Bianca. Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece li tiene alzati per far festa, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma deve anche prendersi Don Milani, deve scrivere “I care” sui manifesti. Ci metterà anche la foto di Don Milani, il prete buono che non voleva bocciare gli asini. Ci stamperanno pure le magliette.
Veltroni è la trasformazione della Storia in Sedativo, e il bello è che funziona: il Passato è roba forte, avvolgente, e ciascuno di noi ha almeno un punto debole. Nessuno è indenne.
Guardate Wittgenstein: quanto si è dato da fare in queste settimane per ringiovanire la classe dirigente. Bene, bravo, non fosse che nel frattempo Veltroni ti organizza al Circo Massimo un concerto dei Genesis. I Genesis. Un gruppo di pelati tronfi che erano già pelati tronfi quando io portavo le braghette. E lui va in sollucchero. Si può rinnovare la classe dirigente e andare ai concerti dei Genesis? Non c’è una contraddizione? No. Non c’è mai una contraddizione, se in città c’è Veltroni.
Io lo voto anche subito. In un mondo di sognatori, stare svegli è fighissimo.
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aspettando i treni, guardandosi in giro

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A letter to Ivan

Caro Scalfarotto,
abbi pazienza per questo mio finto tono informale, in realtà non ci conosciamo. Non ho neanche votato per te alle primarie, mi scuserai.
Ho appreso con piacere del tuo nuovo incarico in Inghilterra.
Ti scrivo perché ho letto che l’altro giorno, mentre guardavi il notiziario BBC su uno schermo al plasma, a bordo del “carissimo ma efficientissimo trenino Heathrow Express che in 15 minuti ti porta in centro a Londra”, ti chiedevi che senso avesse, in Italia, continuare col campionato di calcio.

[...] non si capisce a cosa serva questa specie di circo putrido, incivile, sanguinolento e fallimentare. Davvero: a cosa serve? A chi giovano le devastazioni sui treni e negli autogrill? Chi è responsabile del fatto che da decenni si tollerano le peggiori manifestazioni di violenza e le più meschine apologie di nazismi, fascismi, forni crematori e quant'altro? Perché non lo si è ripulito fino ad oggi come è successo in ogni altro paese civile? Qual è il contributo del calcio professionistico alla cultura sportiva del paese? Che danno verrebbe alla nazione semplicemente levandolo definitivamente di mezzo?

Forse era una domanda retorica; o forse da lassù è davvero difficile capire queste cose, con tutto il movimento che c’è. In ogni caso lascia che ti spieghi, caro Scalfarotto, che levare il calcio agli italiani, a questo punto, sarebbe come sospendere la morfina a un malato grave (forse terminale). Non è detto che non sia la cosa giusta: ma bisogna andarci coi piedi di piombo. Qui da noi siamo riflessivi, lo sai. È un vizio che prendiamo da giovani, aspettando a lungo i treni.

Nello stesso pezzo ti chiedi perché non è mai venuto in mente a un nostro Ministro dell’Interno di telefonare all’Home Office britannico, per chiedere come si fa a risolvere il problema degli hooligans. Domanda più che legittima. Eppure, dopo attenta riflessione (tanto il treno non arriva), sono giunto alla conclusione che sarebbe inutile chiedere medicine agli inglesi: la nostra malattia è molto diversa.

È vero che i sintomi sono simili: folle in delirio intorno a 44 polpacci sudati. Ma la storia clinica che c’è dietro è assai differente. È qualcosa che ci portiamo dalla notte dei tempi, delle nostre rispettive civiltà. Semplificando: gli inglesi hanno inventato il libero mercato, noi siamo famosi nel mondo per alcuni antichi proverbi come Divide et Impera, Panem et Circenses, e più recentemente per prodotti doc come la mafia, il fascismo e il corporativismo. Ebbene, se hai pazienza ti spiego in che modo il calcio è lo specchio di tutto questo. Sì, lo so, tu a quest’ora sei già in riunione. Io invece sono ancora qui, l’espresso non arriva. Neanche a pagarlo col supplemento rapido. Non mi resta che rimuginare, su questa panchina, fingendo che tu sia qui con me.

Il calcio professionistico inglese è nato, ed è sempre stato, un’economia di mercato. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, per molti decenni è stato un piccolo mercato. I calciatori non guadagnavano molto più di un operaio specializzato. Tanto che iniziarono prestissimo (1908) a sindacalizzarsi.
Del resto le squadre non avevano moltissimo da offrire. Erano (piccole) società private, e possedevano gli stadi – quegli leggendari stadi proletari, dove si stava in piedi aggrappati a una sbarra. Le piccole squadre campavano vendendo biglietti ai tifosi e i gioiellini alle squadre più forti. Le squadre più forti, per mettere a libro paga i fuoriclasse, dovevano vendere più biglietti. Economia di mercato, senza tanti fronzoli.

Quando negli anni Cinquanta il calcio inglese si aprì al resto del mondo, alcuni di questi operai-calciatori scoprirono una cosa curiosa: che potevano far fortuna all’estero. Ti ricordi del gigante buono della Juventus, John Charles? Beh, lì da te Charles è conosciuto come “The first rich British footballer”, il primo calciatore britannico a far soldi. E non li fece in Inghilterra, no. Li fece qui da noi. Nel 1957 la Juventus gli offrì quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna per un calciatore.

Ora, dimmi tu: secondo la più elementare logica della domanda e dell’offerta, è possibile che negli anni Cinquanta l’Italia avesse un mercato così competitivo da attirare i calciatori britannici? No, non è possibile. Il fatto è che in Italia, già nel 1957, non c’erano squadre-imprese affidate a manager con l’ossessione di quadrare i bilanci. Ma c’erano gli Agnelli, che volevano offrire ai loro concittadini e sudditi un gioiellino. Eravamo ancora in un’economia da mecenati rinascimentali, capisci? Il signore della città che sborsa milioni per questioni di prestigio. Pensa a come il vecchio Agnelli chiamava i suoi gioiellini: Raffaello, Pinturicchio… O pensa, se preferisci, al questore edile che nell’antica Roma dilapidava le sue fortune in Circenses per farsi eleggere Console. Cinquant’anni dopo siamo ancora lì, alla Roma dei Cesari o alla Firenze dei Medici. Forse non ne usciremo mai, come questo Intercity che arranca, sul binario steso un secolo fa.

Ma del resto, c’è mai stata una vera economia di mercato, in Italia? Se togli le oligarchie del vecchio capitalismo famigliare, il sommerso di mafia e camorra, gli interessi corporativi e le storiche lottizzazioni tra partiti, cosa resta? Di sicuro non il calcio. Nessun imprenditore ha mai cercato di fare fortuna col calcio. Le squadre di serie A, B, persino C, sono quasi sempre in mano a qualche industriale che aveva soldi da sbattere via – letteralmente: da sbattere via. Quando Tanzi prese il Parma, Cecchi Gori la Fiorentina, Moratti l’Inter, non pensavano certo di lucrare. Il loro primo interesse era farsi belli davanti ai concittadini. Altri più avveduti, come Berlusconi, hanno utilizzato il calcio come veicolo promozionale per lanciare altri prodotti. Il calcio italiano non è autonomo, non se lo può permettere. Gli stadi sono in affitto: li mantengono i contribuenti. Anche la sicurezza negli stadi è a carico nostro. I tifosi non sono un pubblico pagante, libero di decidere se una squadra merita o no di essere seguita. La tifoseria italiana è l’erede della plebe romana: deve credere ciecamente ai suoi colori, acclamare i suoi tribuni o calpestarli.

Non che in Gran Bretagna sia sempre stato tutto rose e fiori: con tutta la nostra guerriglia domenicale, un massacro come Hillsborough in Italia non c’è ancora stato (forse è quello che ci manca per voltar pagina davvero). Ma dopo Hillsborough il sistema del calcio inglese ha mostrato gli anticorpi. I club hanno capito che per sopravvivere dovevano evolversi. Hanno tolto le sbarre e hanno montato le poltroncine sugli spalti. Hanno dimezzato i biglietti, e hanno scoperto l’economia dei diritti tv. Hanno investito in sicurezza, perché non potevano contare sui bobby della Regina per ogni minimo tafferuglio. È stato pesante, ma l’alternativa era fallire. E per chi fallisce non c’è perdono.

In Italia un perdono, un condono, c’è sempre. C’è sempre un padre amoroso, ansioso di rimetterti i peccati. Le stesse squadre non sono imprese, ma entità metafisiche che passano liberamente da un fallimento all’altro, da una proprietà all’altra. Per loro non valgono le regole dell’economia o del buon senso: non so quale altra società al mondo abbia il diritto di spalmare i propri debiti su una distanza di trent’anni. Perfino gli intellettuali si inginocchiano ai riti della plebe: guai se gli tocchi i colori, gli stendardi, i gonfaloni. Siccome sugli spalti non c’è vera economia, si fa il possibile per trovarci qualcos’altro: cultura, senso di appartenenza, e tutte le altre baggianate che servono a coprire la realtà più evidente.

E la realtà più evidente è che il calcio vive, da un secolo e più fuori dall’economia, finanziato dallo Stato, perché lo Stato ha bisogno di una valvola per il disagio del proletariato urbano. Quei vecchi pensatori oggi in disuso, che nell’Ottocento davano per imminente la rivoluzione, erano meno ingenui di quello che pensiamo. Vivendo nelle prime città industriali, si guardavano attorno e vedevano una rabbia, un’energia, che nulla sembrava poter contenere. Prima o poi quest’energia avrebbe trasformato il mondo. Era chiaro.
Ma avevano fatto i conti senza il calcio. Questa pesissima varietà di oppio dei popoli, di fronte al quale la Chiesa cattolica è solo un placebo per bambini e vecchiette. Chi poteva immaginarselo, a metà Ottocento. Proletari di tutto il mondo, fatevi la guerra. Palermo contro Catania, ultrà contro poliziotti, passatevi il tempo. Ché alternative, per voi, non ne abbiamo.

A meno che non ne abbia una tu, caro Scalfarotto.
Ma tu non mi ascolti. A quest’ora il tuo meeting è finito, e magari stai già prendendo un altro treno.
Anche il mio, finalmente, è arrivato. Saluti.
Solo, un’ultima cosa:
non crederti al sicuro.

No, cos'hai capito, non è una minaccia. È una constatazione. È vero che il calcio inglese funziona meglio. Ma certi problemi del calcio italiano sono sintomi di un malessere di tutta l’Europa occidentale. Dopotutto la Storia non ha sensi di marcia obbligati. E se quelli avanti, per una volta, fossimo noi?

La guerriglia urbana settimanale, la gestione camorristica dello sport, la società dell’avanspettacolo, non sono necessariamente retaggi di un passato. Forse sono il futuro: anche il vostro futuro.
Può essere una mia impressione, ma ultimamente è il calcio inglese ad essersi accostato al modello italiano. I grandi club stanno cominciando a monopolizzare il campionato: non era mai successo. Il Chelsea è in mano a un miliardario russo che sbatte via capitali per questioni di prestigio, e forse per riciclare un bel po’ di denaro sporco. Non è detto che tra un po’ non sia l’Home Office a telefonare al Viminale, per chiedere come si risolvono certi affari.
E al Viminale, gli eredi di una sapienza di generazioni di treni in ritardo, probabilmente gli risponderanno che certi affari non si risolvono: si gestiscono e basta.
Adesso ho veramente finito. Scusa per lo sfogo, e buon lavoro.
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- lo spettacolo nell'era in cui è da idioti pagarlo

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Bisogna essere scemi

Scusate se continuo a parlarne come se me ne intendessi, ma il calcio è davvero una metafa potente. Come a dire che è tutta una finta, non è di calcio che si sta parlando qui.

Uno dei paradossi del calcio contemporaneo, ad esempio, è la selezione naturale degli utenti più scemi. Intendo dire che come molti altri servizi voluttuari, il calcio, nell'era della riproducibilità digitale e gratuita, è destinato a fare affidamento sugli unici che insistono ancora per pagare, vale a dire quelli che non apprezzano una partita di calcio per quello che è, ma ne fanno un feticcio, deformato da una serie di connotazioni extracalcistiche (attaccamento ai colori, campanilismo, cameratismo, non saper come passare la domenica pomeriggio, ricerca di un senso della vita). Ma i feticisti sono, per definizione, irrazionali e irresponsabili. Spero di non offendere nessuno se li definisco, per amor di brevità, scemi. Ebbene, l'industria del calcio oggi distilla i più scemi tra gli utenti, e ne diventa schiavo.

Cerco di spiegarmi meglio. Il grande problema dell'industria dello spettacolo, oggi, è farsi pagare. Questo, a causa delle tecnologie su cui viaggia lo spettacolo, autostrade dell'informazione, via banda larga o satellitare, che sono meravigliosamente efficienti e indispensabili, ma hanno un grosso difetto: sono insofferenti ai pedaggi. Appena individui un tratto dove mettere un pedaggio, tutt'intorno si mettono a fiorire le scorciatoie. Legali o meno. Di solito meno.

Ora, attenzione: fingiamo per amor di teoria che le persone siano catalogabili unicamente per la loro intelligenza: che non vi siano persone più o meno belle, simpatiche, abbronzate, stronze, furbe, ma solo più o meno intelligenti. Detto questo, chi saranno secondo voi i primi a trovare la scorciatoia per pagare meno un servizio (o non pagarlo affatto)? I più intelligenti e informati. È ovvio.
E chi saranno gli ultimi ad accorgersene e a smettere di pagare? I meno intelligenti.
Può darsi che lo facciano perché sensibili a un concetto di legalità, o per tradizione, per senso di responsabilità, attaccamento alla maglia, eccetera eccetera: ma tutte queste cose nel nostro modello non risultano, il nostro è un modello in bianco e nero in cui appare soltanto questo: chi continua a pagare per vedere una partita di calcio è un deficiente.

Naturalmente non è tutto bianco e nero, ci sono miliardi di sfumature: in alto (bianco puro) abbiamo l'ingegnere trafficone che guarda tutto via adsl sul sito pseudoclandestino – oppure ha clonato SKY – seguono sfumature di neve sempre più sporca (chi va al bar, chi ha approfittato della super-mega-offerta del mese), fino al grigio cupo di chi la partita la paga fino all'ultimo centesimo. E poi le varie sfumature di nero di chi la partita la va ancora a vedere allo stadio: tribuna, gradinate, curva. Nel nostro modello costoro sono i più scemi: pagano relativamente di più per usufruire di meno servizi (niente primi piani, replay, commenti) e per correre più rischi (fila al WC, pioggia, tafferugli, precipita dal terzo anello un ciclomotore). Nella realtà naturalmente non è così: non è idiozia quella che li porta allo stadio alla domenica, ma attaccamento ai colori, sano cameratismo, voglia di dare un senso alla vita… ma tutte queste cose nel nostro modello, purtroppo, non si vedono. Nel nostro modello, ripeto, l'utente che paga di più per usufruire di meno servizi è considerato il deficiente.
Si tratta anche dell'unico tipo di utente che porta soldi alla maggior parte delle squadre – i soldi di Sky e company, com'è noto, se li pigliano le grandi, quindi…

Quindi, diabolicamente, le squadre medie e piccole devono investire sugli utenti scemi: ossia quelli che invece di procurarsi un'adsl, una carta clonata, una carta vera, un amico che ce l'ha, un bar… preferiscono venire allo stadio, per tutti quei famosi motivi: attaccamento ai colori, necessità di passare il pomeriggio della festa scandendo cori a rischio di beccarsi ciclomotori e mazzate. Gli ultras, insomma. Gli unici abbastanza idioti da pagare per quel che vedono: le squadre si sono messe nelle loro mani.

Verso la fine, l'Impero Romano si basava su un tacito accordo tra Imperatore e plebe romana. L'Imperatore manteneva la pace tra i confini e continuava a distribuire razioni di grano gratis da tutte le regioni dell'impero: la plebe mangiava a sbafo e non rovesciava l'imperatore. In sostanza, il bacino del mediterraneo era soggetto all'appetito della plebe romana. Il calcio contemporaneo, che smuove miliardi, è nelle mani delle plebi di una ventina di città, che in virtù della loro idiozia (pagano per vedere ciò che è gratis su tutti gli schermi ad alta definizione del mondo!) possono fare e disfare squadre, cacciare presidenti e allenatori, addirittura creare bolle di illegalità garantita. Se io non posso saldare un debito, dopo alcuni mesi verranno a pignorarmi. Ma se sono il presidente della SS Lazio, posso saldare comodamente in una trentina d'anni. Perché? Perché il presidente ha un po' di plebe dalla sua parte, perché se la sua squadra fallisse quel po' di plebe ruggirebbe forte, e fa paura la plebe quando ruggisce.

Il paradosso, purtroppo, funziona per tutta l'industria dello spettacolo. Prendiamo la musica: perché negli ultimi dieci anni le major sembrano avere investito soltanto su sgallettate improponibili? Perché bisogna essere idioti per pagare una canzone, oggi, e gli idioti non sono sensibili a virtuosismi musicali, non hanno un grande orecchio per la melodia, ma sanno riconoscere un culo se gli balla davanti. Del resto è una corsa disperata: ormai anche un deficiente sa scaricare gratis un mp3 o una suoneria. Il settore musicale è più dinamico – il calcio è più lento. Ci sono un sacco di fattori cosiddetti 'culturali' (le tradizioni, l'attaccamento, il campanilismo) che ancora impediscono una manifestazione di idiozia pura. Ma la strada più o meno è tracciata: pian piano ogni riferimento vagamente culturale verrà via, come la farina dal setaccio, e sulle gradinate vedremo soltanto una congerie di scemi paganti. Giudicate voi quanto siamo vicini o lontani da quel giorno.

Spero di non avere offeso nessuno con questo pezzo, non era mia intenzione, mi state tutti simpatici. Ma mi è ancora più simpatica la realtà.
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- la fiaccola sotto Moggi

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Eppure c'è gente che per il circo mediatico-giudiziario non riesce proprio a scandalizzarsi. Io, per esempio.
Lo confesso, è un mio limite, ci sono tante cose che non mi commuovono: le zingare ai semafori con preghiere di cartone, per dirne una, e un'altra sono i politici in manette. Massì, capisco, è un abuso di potere, lo so, però non mi commuovo. E anche Luciano Moggi può piangere tutte le calde lacrime che vuole, io resto di pietra. Sono giustizialista? Sono forcaiolo? Oppure semplicemente ho un'alta soglia di sopportazione.

Ognuno ha la sua, del resto. C'è fior di giornalisti, là fuori, che sapeva sapeva sapeva e nulla ha scritto, per anni, perché si sa come vanno le cose, finché ora basta, non se ne può più, la soglia di sopportazione è stata oltrepassata. Da chi? Da Moggi e Giraudo? Macché. Dai magistrati che torchiano, dagli intercettatori che non rispettano la privacy, dal circo mediatico-giudiziario.

Per contro, noi populisti forcaioli, è da vent'anni che ci scandalizziamo; da dieci che nel campionato italiano di calcio non ci crediamo semplicemente più: e oggi che c'è da inveire contro il circo mediatico-giudiziario, che ci volete fare, siamo un po' stanchi. Inveite voi, si fa un po' a turno.

Tutto questo in realtà non ha molta importanza. È molto più intrigante chiedersi: Luciano Moggi è un semplice accidente di percorso, o un difetto strutturale? Se è un accidente di percorso, è sufficiente farlo piangere ancora un po', interdirlo fino alla settima generazione, e poi passare ad altro. Ma siccome siete su Leonardo Blog, avete già capito dove voglio parare, vale a dire: secondo me Moggi è strutturale. Il che significa che il catrame e le piume non serviranno proprio a niente: cacciato con infamia un Moggi, ce ne servirà subito un altro. Perché il problema non è tanto Moggi, quanto… la struttura.

E che razza di struttura sarebbe il calcio, sentiamo. Beh, possiamo descriverla in vari modi. Struttura neoliberista: in un universo de-regolato, dove ogni squadra-società-per-azioni è libera di raccattare sul mercato qualsiasi giocatore a qualsiasi prezzo, prima o poi qualcuno doveva arrivarci: gli arbitri costano meno. E come investimento sono relativamente più sicuri. È proprio una semplice questione logica: perché svenarsi per i giocatori? Per gli sponsor, d'accordo, per il pubblico pagante. Ma se poi la squadra all-star non funziona? Se il Real Madrid galattico non quaglia? Se l'Europeo lo vince una squadra qualsiasi, tipo la Grecia? È il bello del calcio, ma comporta rischi economici che una squadra-società-per-azioni non può correre. E se intrallazzare con gli arbitri costa relativamente meno che procurarsi un paio di rinforzi a centrocampo, perché no? Sul serio, perché no? Morale: il calcio non può essere quotato in borsa. Una cosa è il professionismo, un'altra la speculazione, e Luciano Moggi è solo uno di quei manager che hanno agito per il bene degli azionisti, come i soldatini tedeschi obbedivano agli ordini del Führer. Fucilatelo se vi fa sentire meglio, ma il problema non è lui.

Questo in un universo neoliberista. Ma il calcio italiano è davvero in quell'universo? Qualche anno fa scrissi tre pezzi un po' naïf (1-2-3) in cui paragonavo il calcio inglese al calcio italiano, sull'unica base di un libro illustrato che stavo traducendo. La morale era questa: il calcio inglese è nato e si è sviluppato come una piccola industria, semi-artigianale. I calciatori hanno lottato per i loro diritti. Le squadre provinciali campavano costruendo dei campioni e rivendendoli alle Grandi. Le Grandi erano in realtà piccole ditte che si autofinanziavano con i biglietti negli stadi di loro proprietà. E tutto questo, fino agli anni Ottanta, generava ricchezza e la ridistribuiva.

Nel frattempo, in Italia, il calcio prosperava al di sopra delle sue possibilità. John Charles, “the first rich British footballer”, divenne "il primo calciatore britannico ricco" solo in Italia: la Juventus lo pagava quattro volte lo stipendio massimo consentito nel Regno Unito. Che senso avevano, questi ingaggi stratosferici?
Nessun senso strattamente economico. Il calcio non è mai stata un'attività veramente remunerativa in Italia – se così fosse le squadre sarebbero state società indipendenti, e non fiori all'occhiello dell'industriale, del petroliere, del palazzinaro di turno. Il calcio italiano del dopoguerra si è sviluppato come uno status symbol – un'attività in cui buttare un bel po' di soldi per dimostrare ai tuoi concittadini che ce l'hai fatta, sei in tribuna vips. E se avessimo dubbi sulla moralità e sull'effettiva intelligenza della nostra classe imprenditoriale, ci basterebbe fare i conti di quanti padroncini hanno rovinato sé stessi e i loro dipendenti con surreali operazioni di calciomercato. Da Zico all'Udinese all'Europarma di Tanzi, quanti soldi, quante energie buttate. E stiamo a prendercela con Moggi.

Moggi è semplicemente il capo dei briganti, e come tale lo considerava il suo padrone, Gianni Agnelli. Lo stesso che paragonava i suoi calciatori ai pittori del rinascimento: ecco cos'è il calcio in Italia, non un'industria, ma puro mecenatismo. Gli industriali contribuiscono alla pace sociale pagando la loro quota di circenses. Altro che neoliberismo. Stiamo ancora all'evo antico, ai Gladiatori. Oppure il guaio è stato passare troppo in fretta dal Circo Massimo alla Parabola, dal panem et circenses alla Società per azioni.

Rimedi? Si potrebbe cavar fuori il calcio italiano dall'evo antico, obbligandolo a diventare uno sport moderno, in cui tutte le squadre hanno rose di 22 giocatori e, udite udite, lo stesso budget: e si mantengono con il pubblico pagante.
Non c'è bisogno che me lo facciate presente, tutto ciò è frutto di un delirio, il tentativo di tornare a un modello europeo che non esiste più, perché a ben vedere è l'Europa che si sta italianizzando. È il calcio europeo che sta riscoprendo il modello pre-medievale del circo massimo: le squadre come brand mondiali, il calciomercato globale che serve anche a riciclare i soldi della malavita globale (pensare al Chelsea). L'Italia, che ha inventato il fascismo e il berlusconismo, continua ad esportare il peggio di sé. E c'è mercato.
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- generazione di fenomeni, 2

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(Prossimamente, penso che scriverò roba più leggera).

Ma sul serio: se io sono veramente ateo, se credo che Dio sia una semplice impostura, come posso sopportare che miliardi di persone intorno a me vivano in questa impostura? Come posso 'tollerare' una menzogna così diffusa e capillare? No, non posso. Devo gridare ai quattro venti che Dio non c'è. Ma allora la mia condizione non è molto diversa da quella di chi crede che un Dio ci sia, uno o trino, o senza volto, o con la proboscide, e che parimenti non può tollerare di avere la verità rivelata in esclusiva: deve gridarla ai quattro venti. Davvero dovrei stare zitto e "tollerare" che gli impostori e gli ingenui intorno a me urlino qualcosa che ritengo sbagliata?

Le risposte che accludo valgono solo per me – tra l'altro, adesso che mi viene in mente, io non sono ateo. Ma cambia poco.

Perché non posso non rispettare le religioni degli altri (anche se sotto-sotto mi sembrano coglionate)

1) Perché non convincerò mai nessuno ostentando la superiorità delle mie ragioni e umiliando le sue – come ben sa chi ha un blog. È mai servito a qualcosa scrivere che Berlusconi è un pagliaccio, e chi lo vota è un fesso? Allo stesso modo, l'approccio "Dio non esiste, smetti di crederci, coglione" non funziona. Dio, come Berlusconi, si sconfigge seminando pazientemente dubbi in chi ci crede. Ma per seminare occorre tempo e serenità. Occorre ostentare rispetto per l'avversario mentre si avvelenano i suoi pozzi. Occorre essere semplici come colombe e astuti come serpi (buona, questa. Dove l'ho già sentita?)

2) Perché non posso convertire tutti. Semplicemente. Il mondo non può permettersi sei miliardi di atei. Se l'ateismo è quello che intendo – un ateismo rigoroso, razionale, scientifico – dobbiamo ammettere che esso è destinato a rimanere ancora a lungo un lusso. Un appannaggio delle élites. Mi rendo conto di dire una cosa antipatica.
Per Marx la religione era il noto oppio dei popoli. Ma i popoli erano destinati a liberarsi e a impadronirsi dei mezzi di produzione: una prospettiva di fronte alla quale l'oppiomania appariva come un palliativo inutile e dannoso. Perché perder tempo in paradisi artificiali quando il Sol dell'Avvenire sta apparendo all'orizzonte? Non c'è bisogno di spiegare che la nostra prospettiva è molto diversa.

Noi sappiamo che la Storia non ci sta preparando nessuna rapida palingenesi. Sappiamo che la scienza, la medicina e l'economia, con tutti i loro progressi, non riescono a impedire che miliardi di persone vivano male: al punto che c'è forse più sofferenza umana sulla terra oggi di quanta ce ne sia mai stata in passato.
Sappiamo che di fronte al dolore la scienza è troppo spesso impotente. Viviamo in un'epoca di diagnosi rigorose e cure imperfette. La nostra scienza funziona benissimo quando deve spiegarci di che malattia stiamo soffrendo, o perché il nostro Paese è in recessione. Funziona assai peggio come erogatrice di speranze. A tutt'oggi non ci sono ricette per gran parte dei mali che ci affliggono, fisici e morali. Forse vale la pena di guardare all'oppio con un occhio diverso.

Le grandi religioni, quelle che azzerano il calendario, si sono sempre affermate in periodi di crisi simili a questo. Prendiamo il cristianesimo: se ha avuto lo straordinario successo che sappiamo, è perché ha individuato un "mercato" che nessun prodotto era più in grado di soddisfare. Il mercato della sofferenza e della disperazione – e quando dico "mercato", non parlo per metafore. Dal III secolo in poi, le comunità cristiane hanno portato alla luce un soggetto economico che prima non esisteva: il bisognoso. In un mondo che ignorava (oltre che la luce elettrica e la penicillina) qualsiasi forma di Welfare State, i cristiani iniziarono a raccogliere fondi con lo scopo di destinarli a vedove, orfani, perseguitati, poveri. In seno allo Stato militare (che tassava i cittadini ormai quasi esclusivamente per mantenere burocrazia ed esercito), nasceva un'idea di Stato assistenziale. Non è curioso che la fratellanza musulmana (che in Palestina si chiama Hamas) sia nata e cresciuta nei Paesi arabi nella stessa maniera? La fratellanza sostituisce (male) l'assistenza sociale in Paesi in cui i poveri sono abbandonati a loro stessi. Tutto questo è giusto? No. Ma tutto questo può essere cambiato rapidamente?

Se io sono ateo, forse è perché me lo posso permettere. Ho un buon lavoro, che dà un senso a parte della mia vita; e una famiglia abbastanza confortevole. Se soffro di qualcosa, posso acquistare le medicine che mi servono. Posso anche investire parte della mia vita e dei miei guadagni in divertimenti. Insomma, non ho così bisogno di Dio. Così sono ateo. Perché sono più intelligente di altri? O perché sono un privilegiato?
E a chi non è altrettanto fortunato – o intelligente – cos'ho da proporre? Posso garantire un lavoro a tutti i poveri della terra? Una famiglia confortevole? Medicine a prezzi equi? Divertimento occidentale? No, non posso. Se sto bloccando le frontiere, è evidente che non ci sono abbastanza risorse per tutti. Ma allora, cosa ho da proporre ai poveri della terra, di meglio del caro-vecchio-oppio-dei-popoli?

3) Tutto questo, gli impresari delle religioni lo sanno. Dirigono onorate società che stanno sul mercato da migliaia di anni. Si vede che in qualche modo funzionano. Non meritano rispetto, almeno per questo? Vendono una cosa di cui c'è un gran bisogno: la speranza. Poi magari alla fine si scopre che è un pacco – ma per ora non c'è molto di meglio sul mercato. So che è un discorso antipatico.
So che dovrei proporre un orizzonte diverso, in cui tutti ci ribelliamo all'oppio e alle false credenze, e ci diamo da fare per costruire non già un mondo migliore, ma la speranza di un mondo migliore. Purtroppo, se devo essere onesto, non mi sembra di vivere così.
Mi sembra di vivere in un regime di moderata disperazione, che curo con quello che trovo sul mercato occidentale: qualche soddisfazione sul lavoro, una vita domestica abbastanza tranquilla, la mia bella pagina web per la libertà d'espressione… e poi c'è l'intrattenimento. Massicce dosi d'intrattenimento – questo è l'oppio nostro. Persino quell'ateo fiero che è Gianluca Neri, secondo me, sarebbe pronto a immolarsi per il suo decoder. E guai a dirgli che è roba da rincoglioniti – lui risponderà che i fenomeni mediatici vanno studiati, criticati, capiti. Ebbene, con le religioni il discorso è lo stesso. Sono fenomeni mediatici millenari, che tutto meritano fuorché d'essere snobbati: vanno studiati, criticati, capiti. Se non altro, perché hanno funzionato per centinaia di generazioni – i reality show non dureranno altrettanto. Non credo, perlomeno.
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Calcio di Stato, calcio di Mercato

Avvertenza: i livelli di dilettantesimo in questo pezzo sono pericolosamente alti.

Pare dunque che in Italia John Charles sia stato soprattutto un campione di fair play. In Gran Bretagna, invece, merita di essere ricordato per un altro motivo: il libro che sto traducendo afferma che Charles fu “the first rich British footballer”, il primo calciatore britannico “ricco”. Ecco, questo è interessante.
Charles è il primo a sbarcare con successo in Continente: l’offerta bianconera di 70.000 sterline non ha precedenti per il Regno Unito. Non ho capito bene quanto prendesse alla Juventus (gli inglesi fanno i conti in sterline e in settimane, noi in lire e in mesi), ma era quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna. Così, nel 1957 gli italiani spendevano già più soldi per i calciatori degli inglesi. Questo è curioso, perché gli inglesi i soldi non li spendevano soltanto, li facevano anche. Ma gli italiani?

L’impressione che dà il calcio inglese (un’impressione, non una conclusione) è che si sia trattato, per più di un secolo, di una economia reale, che distribuiva ricchezza reale (anche se magari non ne distribuiva parecchia). Il fatto che molta di questa ricchezza non arrivasse ai giocatori non deve stupire: in fondo il loro ruolo era quello degli operai (o al limite, degli artigiani). Del resto i calciatori lo hanno capito presto, e hanno cominciato presto a sindacalizzarsi. Billy Meredith, altro leggendario campione del Galles, fondò una prima “Union” dei calciatori nel 1908. In quel periodo Meredith, ex minatore, giocava nel Manchester United e prendeva 4 sterline alla settimana. Oggi un giocatore della stessa squadra guadagna la stessa cifra in pochi secondi.

A partecipare più da vicino alla distribuzione della ricchezza erano i “Manager”. Attenzione, perché in Inghilterra il “Manager” è anche quello che siede in panchina (e che molto spesso riveste anche la funzione di “coach”). Ma non si limita a allenare la squadra, fare la formazione e studiare gli schemi: il Manager è il vero impresario del club: è lui ad acquistare e cedere i giocatori. Questo, almeno, nello schema classico del calcio inglese, impersonificato da alcuni grandi manager che hanno fatto la storia dei loro club: Herbert Chapman (Arsenal), Matt Busby (Man United), Bill Shankly (Liverpool). Alex Ferguson si inserisce nel solco di questa tradizione: non un semplice “mister” (ovviamente gli inglesi non usano questa parola): è il “Boss”. Le sorti della squadra e dell’intera società dipendono da lui. E la proprietà? C’è, ma in una posizione molto più defilata rispetto al modello italiano. Anche se oggi le cose stanno cambiando (ma un caso Berlusconi-Ancelotti deve risultare ancora abbastanza inconcepibile).

I manager scelgono come spendere i soldi dei club: ma i club, i soldi, dove li trovano? Prima della grande invasione degli sponsor, la principale fonte di reddito era lo stadio. Semplice, no? Se compri buoni giocatori e vinci le partite, la gente ti viene a vedere, e paga il biglietto. Se sei una piccola squadra, puoi crescere dei buoni giocatori e venderli alle grandi. (E se riesci a salire su qualche scalino della Coppa d’Inghilterra puoi farti notare meglio…)
Il classico stadio inglese non è né grandissimo né piccolo: diciamo che è più piccolo dei grandi stadi italiani e più grande degli stadi delle nostre ‘provinciali’. Ogni stadio (meno uno) appartiene a un club. Quando una squadra gioca “in casa”, gioca veramente “in casa”. Coabitazioni come quelle di Milan e Inter a San Siro sono inconcepibili: ci vollero i bombardamenti nazisti perché il Manchester United si abbassasse a giocare nello stadio del Manchester City.

Negli stadi inglesi molto spesso si stava in piedi, appoggiati a una ringhiera: se il manager era bravo e la squadra aveva successo, lo stadio si ingrandiva e magari metteva su una grande tribuna coperta. Poi il manager se ne andava e la squadra tornava piccola: la grande tribuna restava il simbolo del periodo d’oro della squadra (è il caso della grande tribuna del Nottingham Forest, intitolata a Brian Clough, che portò la squadra a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni).
Questo tipologia di stadio fu quasi totalmente smantellata dopo gli ultimi tragici incidenti degli anni Ottanta (Heysel, Hillsborough): lo Stato stanziò fondi ingenti per trasformare tutte le gradinate del Regno (le più importanti, almeno) in tribune con soli posti a sedere. Ma le abitudini non si stroncano dall’oggi al domani: all'Old Trafford di Manchester c’è ancora uno zoccolo duro di tifosi che segue le partite in piedi (contrasti con le autorità a non finire).

E in Italia? Le cose sembrano essere andate molto diversamente. La differenza più macroscopica sono gli stadi: nessun club possedeva il suo (a parte, credo, la Reggiana, che per farlo si è trasformata in Spa, ha venduto azioni ai tifosi e poi è quasi subito retrocessa). Di solito gli stadi sono comunali. Eppure le cose non erano sempre andate così: il primo San Siro, per esempio, fu costruito per iniziativa di Pirelli. Ma il modello “un manager – una società – uno stadio” non ha mai avuto successo. Cosa è andato storto?
Probabilmente l’Italia ha cominciato a giocare a calcio quando era una società ancora troppo povera (e contadina). Il calcio è un bene voluttuario: in Italia non c’era abbastanza pubblico, all’inizio. Poi il pubblico è arrivato, ma non aveva a disposizione abbastanza soldi per far girare la macchina. E così il calcio non è mai riuscito a diventare un’economia reale, ma è diventato subito un problema di ordine pubblico. Era la cittadinanza a doversi preoccupare di edificare gli stadi e tenerli in ordine. Era lo Stato (che presto diventa fascista) a doversi preoccupare di garantire agli italiani la loro quota di successi e vittorie: nasce così la nazionale di Vittorio Pozzo veicolo di propaganda del regime.

Non può fare tutto da solo, lo Stato. E infatti lo aiutano i padroni, in puro stile fascista e corporativo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Mussolini non favorisce né la Roma né la Lazio (né il Predappio): intervenire a gamba tesa in un argomento tanto frivolo non era nel suo stile. Ma proprio gli anni ’30 vedono l’affermarsi della grande squadra-tipo italiana: la Vecchia Signora. La Juventus è la squadra di Agnelli che deve piacere all’operaio di Agnelli. L’ultimo Agnelli amava chiamare i giocatori coi nomi dei pittori del Rinascimento. Ci sentivi un muto rimprovero ai tempi: nel Cinquecento un principe come lui avrebbe finanziato artisti veri. Ma oggi la propaganda si fa con un centravanti, non con un affresco.
Non c’è spazio, in Italia, per una vera (e piccola) economia del calcio, come non c’è spazio per una vera libera impresa. Il calcio cresce, in Italia, soffocato dall’abbraccio mortale di politica e capitale. È da subito una questione di rappresentanza, di propaganda. Il nostro calciatore non è un operaio o un artigiano: è ancora e sempre il caro vecchio gladiatore, vezzeggiato e poi massacrato. Il suo ingaggio non ha niente a vedere con l‘economia reale e con quanta gente verrà effettivamente a vederlo: è una spesa di rappresentanza. Si spende tanto perché si deve dimostrare di poter spendere tanto: è la logica dei grandi padroni (Agnelli, Berlusconi, il vecchio Moratti), ma anche dei falliti eccellenti (Tanzi, Mantovani, Cecchi Gori). E' una logica rinascimentale, a cui si somma in alcuni casi quella medievale delle lotte tra i Comuni: una squadra che perde diventa una vergogna per l'intera cittadinanza. Il comune, l'ente pubblico, lo Stato, devono provvedere!

Il risultato è che il Calcio, in Italia, soffre di una cronica mania di grandezza che non ha nulla a che vedere con l'indotto che produce. San Siro è l'unico stadio ad avere aumentato i posti a sedere negli anni Novanta (mentre la tendenza mondiale è alla riduzione). Ma questa pretesa di grandezza ha qualcosa a che vedere con l'economia? Italia '90 ci ha resi più ricchi? I club italiani spendono davvero i soldi che guadagnano? Non saranno, anche loro, enti para-statali, protetti dalle municipalità (che mantengono gli stadi) e dal potere politico?

Gli inglesi hanno inventato uno sport, noi ci abbiamo messo la politica. Ma ci abbiamo messo anche il glamour: abbiamo trasformato il calciatore in un uomo di spettacolo. Deve averlo capito il buon John Charles, che era venuto a fare il suo mestiere (tirare calci a un pallone) e si ritrovò a cantare canzoni confidenziali nelle balere.
Poi (quel che è peggio), gli inglesi ci hanno copiato (ma questo, un’altra volta…)
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A casa con sei punti?

"Ma come, dico, è l'undici giugno, beccano un terrorista arabo con una bomba nucleare, c'è il congresso della Fao, la Bossi-Fini, il Polo perde a Verona, Jan è a Gaza e non dà notizie di sé, il Movimento è in crisi e lei mette su un pezzo sul calcio? Ma non si vergogna?"
Un po' sì.

Ho fatto un paio di calcoli e ho scoperto uno scenario tanto beffardo da essere quasi desiderabile – tanto si sa quel che valgono i miei auspici, no? – E allora mettiamo che domani l'Italia spinga con Vieri, Totti, Inzaghi e quanti altri, ma non riesca ad andare più in là dell'Uno a Zero. È plausibile: dopo tutto il Messico è ancora a porte inviolate.
E mettiamo che intanto la ciurma croata riesca ad insaccare… oh, non tante, appena un paio di reti: anche questo è più che plausibile: l'Ecuador ormai non ha più motivazioni (del resto era scarso anche quando le aveva).

Bene, il Messico resterebbe a sei punti, e con tre reti fatte e una subita si qualificherebbe. Massimo rispetto.
Anche la Croazia andrebbe a sei, ma con quattro reti fatte e due subite. E l'Italia? Anche l'Italia, esattamente, sei punti, quattro reti fatte, due subite (e due annullate, ma non contano più). Stessi gol fatti, stessi gol subiti, passa la squadra vincitrice nel confronto diretto, e cioè, come ben sappiamo, la Croazia.
E l'Italia andrebbe a casa. Con sei punti. Il doppio di quelli che fece nel primo girone del 1982 (mondiale vinto) e nel 1994 (mondiale perso in finale ai rigori). Insomma, andrebbe a casa per una beffa del destino, della matematica, del guardialinee. Ma con onore.

Il mondiale intanto continuerebbe, dispensando il suo oppio ad altri popoli: Bekham segnerebbe altri rigori per l'orgoglio britannico, Pochettino farebbe dimenticare agli argentini che non gli funziona più il bancomat, Ronaldo farebbe dimenticare ai brasiliani che il bancomat non l'hanno mai avuto. Ma noi italiani saremmo, per un po', fuori pericolo. Ricominceremmo a preoccuparci dei terroristi arabi con le bombe atomiche, di Gaza, della Fao, del Movimento. Per dire, la ragazza involtolata nel tricolore che dopo la vittoria con l'Ecuador disse alla telecamera: "vittorie così ci fanno sentire fieri di essere italiani" andrebbe a cercarsi qualche motivo un po' più serio, per sentirsi fiera. E per un po' anche l'Inno avrebbe finito di stressarci.

Ma allo stesso tempo, ci ritireremmo con la sensazione che non abbiamo perso. Come quando ci eliminano ai rigori: non è sconfitta, è il Destino, ma noi restiamo i migliori del mondo.
Questa è una convinzione che nessuna sconfitta riesce a toglierci: siamo i migliori. Che importa se i titolari delle nostre squadre sono per metà stranieri. Che importa se comunque queste nostre squadre non vincono nulla. Noi siamo e restiamo i migliori e il nostro campionato è il più bello del mondo.
Questo mi fa pensare a quel romanzo di Fenoglio, "Primavera di bellezza", dove si racconta del giorno in cui l'Italia entra in guerra, e nelle piazze risuona il proclama di Mussolini, e c'è un tale in una piazza che dice: "la Francia è già spacciata, all'Inghilterra do tre mesi". Non mi ricordo se siano tre mesi o più, ma ricordo che i bombardamenti iniziano quasi subito, e solo allora si scopre che l'Italia è senza contraerea.
Allo stesso modo, oggi, l'Italia è senza difesa: basta un infortunio di Nesta e si prende due gol pasticciati in contropiede: Maldini è il monumento di sé stesso, e in quanto monumento non è che si muova un granché. Poi naturalmente tutti a dar contro a quel difensivista di Trapattoni, che forse è l'unico italiano a rendersi conto che non siamo venuti da un altro pianeta, siamo una squadra come le altre.

Ecco, una eliminazione a sei punti ci impedirebbe ancora una volta di fare i conti con la realtà. Il nostro calcio è in crisi, metà delle squadre di serie A non avrebbero i soldi per iscriversi, la bolla delle pay tv è scoppiata miseramente. Le squadre più importanti, che in teoria dovrebbero essere il fiore all'occhiello di grandi gruppi economici, in realtà si finanziano con la speculazione, essendosi quotate in borsa: ovviamente, il valore delle loro azioni non ha nulla a che vedere con l'economia reale. Una volta pagavamo gli stranieri perché giocavano meglio: oggi in realtà li prendiamo perché costano meno dei nostri. Insomma, forse il nostro forse è il campionato più bello del Terzo Mondo.
Ma se domani ci mandassero a casa con sei punti, sapremmo chi è il colpevole. Il guardialinee. L'arbitro. Il regolamento. Trapattoni che non schiera cinque punte. Carraro che non veglia sui misfatti della Fifa. Tutti questi nemici del bel calcio italiano.
E tra quattro anni saremmo pronti a scommettere tutto di nuova sulla nostra nazionale, la favorita di sempre. Forza Italia. La Francia è già spacciata. All'Inghilterra do ancora due rigori.
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