Breve invito a non speculare sui suicidi

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State tutti parlando di un suicidio e non si fa. Peggio: state cercando di fare politica con un suicidio, ed è una mossa disperata. Cioè non dico che non possa funzionare – talvolta il mondo è stato cambiato anche dalle discussioni scatenate da un suicidio, abbiamo una manciata di esempi, quindi è vagamente possibile – ciò che invece è statisticamente sicuro è che discutendo di suicidi, si provocano altri suicidi: il fattore emulazione è molto forte, lo sappiamo da due secoli e non ci è consentito fingere che no.

Sarebbe cosa giusta, ogni tanto, imparare dai nostri errori: abbiamo ripudiato la guerra, abbiamo smesso di considerare il terrorismo una forma di lotta accettabile, nessuno definisce più il sequestro di persona come una valida alternativa alla pastorizia o alla disoccupazione; sarebbe ora che un mero calcolo costi/benefici ci portasse a censurare anche il suicidio come pratica cento volte più nociva che utile. 

Liquideremo dunque la pratica del suicidio come gesto antisociale, anche quando non lo è: le lettere dei suicidi, per quanto toccanti non le leggeremo (o lo faremo di nascosto), e in società non ne parleremo se non per esprimere superficiali note di biasimo. La depressione è una malattia, merita rispetto e trattamenti sanitari, non morbose attenzioni di romantici fuori tempo massimo. Per combattere chi fa violenza su di sé la faremo anche noi a noi stessi, liquidando Majakovskij come un depresso, Mishima come un fanatico, e Jan Palach avrebbe dovuto risparmiare la benzina per tirarla a un carro sovietico.  Non ascolteremo le canzoni su di loro; considereremo decadente chi le scrive e speculatore chi ci guadagna. Noi canteremo piuttosto come Battiato (e Sgalambro): Questa parvenza di vita ha reso antiquato il suicidio; questa parvenza di vita, signore, non lo merita. Solo una migliore.

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La cultura delle rape

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In questo periodo si parla soprattutto di stupro e io no. Non ho molto da dire, e il sospetto che qualsiasi cosa dicessi parlerebbe meno dell'argomento che di me – cerco di spiegarmi: più vado avanti e più cresce in me la sensazione che nessun argomento quanto il sesso attraversi in controluce la persona che ne scrive, tradendo dettagli privati sulla propria età, estrazione, formazione... è buffo perché in teoria dovrebbe essere una cosa naturale, il sesso, una cosa istintiva, e invece più ne parliamo e più riveliamo la nostra cultura, che non sempre interessa chi ci ascolta. Non c'è niente come il sesso per fare litigare generazioni che in teoria non dovrebbero farlo in modo molto diverso – insomma alla fine è solo sesso, quante posizioni vuoi che ci siano, quante combinazioni? – e invece basta anche solo un film di 15 anni fa e capisci che era tutto diverso, come quando in una partita a scacchi bastano tre mosse per cambiare completamente il valore di pezzi che a volte nemmeno si sono spostati. 

Faccio un esempio: se oggi su un social qualsiasi incontrassi un tizio che dice: eh ma magari la ragazza all'inizio con quei quattro ci voleva stare, cioè come facciamo a escludere che non ci fosse andata apposta, che la cosa le interessasse? Se io senza sapere nulla di un tizio così lo sentissi dire una cosa del genere, in pochi secondi già avrei formulato un'ipotesi sulla sua età (16 anni), sulla sua cultura (assai debole), sulla sua estrazione (non ricca) e pure la prognosi: meno porno, ragazzino. Nel frattempo però starei anche rivelando la mia formazione, la mia estrazione, la mia cultura ecc... Poi, siccome sono io, ci metterei assai poco a passare dal caso specifico a quello generale, cioè ma questi ragazzini davvero possono crescere convinti che una ragazza si ficchi in una situazione del genere per divertimento? ma davvero non è che c'è troppo porno in giro, non è che in queste giovani generazioni non stia per caso saltando la percezione comune della sessualità, di cosa è accettabile e no, di cosa è piacevole o no? Se io incontrassi qualcuno su un social che fa un discorso del genere.

Ma per fortuna non l'ho incontrato.


No vabbe' dai Ferrara tu non stai bene.

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Maria12 perdona tutti

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5 luglio - Santa Maria Goretti (1890-1902)

Uno dei due ritratti autorizzati dalla madre
(tra loro non si somigliano).
[2012]. La modernità è una crosta sottile, ha scritto qualcuno, in cui vivono solo alcuni di noi, e solo in alcuni momenti del giorno; altre ere, anche arcaiche, sono a portata di mano, letteralmente: afferri il telecomando, accendi la tv al pomeriggio, e non sei più nella modernità. Sei da qualche altra parte, molto prima o molto dopo, comunque altrove. Vedi cose che in altre ore del giorno non capiresti: ad esempio, le file per entrare ai processi. Anche d'estate, col caldo che fa, c'è gente che a certi processi vuole proprio assistere, e alla sbarra di solito non c'è lo speculatore che si è giocato i loro risparmi coi bond tossici; più spesso si tratta di un tizio che forse ha ammazzato qualcuno di cui non sono nemmeno parenti. Ma in quel momento del pomeriggio – sarà che hai caldo anche tu – sei in un'altra era e capisci che il concetto di parentela è relativo, chi è mia madre? chi è mio parente? Se i parenti sono le persone che vediamo tutti i giorni, ormai Sarah Scazzi è nostra cugina.

Possibile persino che ce la sogniamo di notte. Prima o poi qualcuno verrà a riportare un miracolo commesso da Yara Gambirasio, una grazia ricevuta da Ylenia Carrisi. Non credo che diventeranno sante: il calendario della Chiesa cattolica e quello della cronaca nera sono trasmessi ormai su due frequenze diverse. Però su quelle frequenze si trasmettono cose non dissimili, e forse all'inizio la frequenza era una soltanto. Poco prima del bivio, dello switch, c'è Maria Goretti: l'ultima santa antica, la prima protagonista moderna di un fatto di cronaca nera. Le sue eredi non sono più protagoniste di lunghe cause di canonizzazione; però i fiori, e gli altarini, dopo pochi giorni crescono già, abbarbicandosi ai cancelli delle case, spontaneamente. Dopo un po' arrivano anche i primi biglietti, i primi rudimentali ex voto. La modernità è una crosta sottile: se scavi un po' ti accorgi che sotto c'è ancora un Seicento vivo e pulsante che se la cava benissimo. Non teme la tecnologia, anzi: è cablato, ha le antenne, le parabole, tutto quello che gli serve a produrre e vendere devozione. Evidentemente c'è chi compra.

Di Maria Goretti si sa tutto e niente, nel senso che quel tutto più volte scandagliato da agiografi e giornalisti è comunque poca cosa: è nata; è vissuta in un contesto di miseria profonda, in questo contesto ha resistito tre volte alle avances di un uomo (oggi lo chiameremmo ragazzino) che viveva nella sua famiglia allargata; la terza volta è stata trafitta con un punteruolo; è morta soffrendo orribilmente e perdonando il suo assassino, anzi, perdonando tutti. Siccome la storia era tutta lì, la si poteva gonfiare di ideologia come un palloncino. Maria poteva diventare il simbolo della purezza cristiana, la sua storia si prestava a racconti imbastiti sulla stessa trama delle antiche leggende di santi: uomo cattivo, vergine pura, punteruolo, perdono, resurrezione. Fin troppo facile (eppure il processo di beatificazione andò per le lunghe). Al punto che il palloncino a un certo punto qualcuno lo sgonfiò e lo rivoltò dall'altra parte, e Maria Goretti diventò il simbolo di come la Chiesa opprimeva le donne, attraverso la diffusione di figure sottomesse e sessuofobe come la bambinella illetterata. È il palloncino che abbiamo visto più volte sventolare a sinistra, ma non è sempre stato così: fino agli anni Cinquanta la Goretti poteva ancora passare come una figura protofemminista. Sì, la bambina che difende il suo corpo dalla prepotenza dell'uomo fu persino raccomandata da Togliatti come modello alle ragazze comuniste. Secondo un'altra fonte fu un giovane Enrico Berlinguer a proporla, insieme a un altro recentissimo prodotto mitologico, la partigiana sovietica Zoya Kosmodeminskaja: la lotta contro il nazismo e contro la prepotenza maschile erano evidentemente da intendersi sullo stesso piano. [D'altro canto anche oggi non serve alcuno sforzo per includerla tra le martiri del patriarcato femminicida].

Negli anni Ottanta, in un momento di relativa bonaccia ideologica, un appena trentenne Giordano Bruno Guerri sceglie di compiere seriamente quello che in questo blog si fa per burla: irrompe nella stanza dei palloncini, prende quello già un po’ ammosciato della Virtù Eroica di Maria Goretti… e lo fa esplodere, bang! spaventando chi sonnecchiava nei paraggi. Il suo libro, Povera santa povero assassino, fa il botto: è una ricostruzione storica affidabile, vende bene, viene respinto dal Vaticano come blasfemo e sacrilego, ma costringe la Congregazione per le Cause dei Santi a convocare una commissione, che risponderà ribadendo le tesi del processo di canonizzazione: la Virtù Eroica di Maria Goretti è una Virtù Eroica, punto.

Guerri era di un altro parere. Nel giochino scemo destra-sinistra, G. B. Guerri non può che andare dalla parte di chi ha scritto tante cose su Mussolini e sul Ventennio, tiene una rubrica sul Giornale, ha organizzato celebrazioni per il centenario del futurismo, dirige il museo del Vittoriale. Però rileggere un suo libro degli anni Ottanta ti fa lo stesso effetto di guardare le prime vignette di Forattini degli anni Settanta: dalla distanza sembrano tutti di sinistra estrema. Probabilmente è vero il contrario: siamo noi che ci siamo spostati dall'altra parte, in moto rettilineo uniforme, tanto che a un certo punto Montanelli è diventato un compagno, semplicemente perché restava fermo mentre noi ci muovevamo. A rileggerla oggi, l’anti-agiografia di Guerri sembra costruita su un solido impianto marxista: prima di essere vittima del suo assassino, Maria Goretti è insieme al suo assassino vittima della miseria, del contesto socio-economico che la produce. La prima metà del libro è tutta appunto concentrata sul contesto, e fa spavento: Guerri documenta una povertà dickensiana, una barbarie alle porte di Roma, in una palude in cui il fatto di sangue è l’esito logico di una catena di circostanze inesorabilmente determinate: il vero responsabile, lo si legge più volte tra le righe, è il padrone che affama la santa contadinella e il contadino allupato. Quanto alla Chiesa, se a un certo punto riscopre la martire è ad uso propaganda: per Guerri è cruciale che, dopo tanti ritardi, il processo si sblocchi durante l’occupazione angloamericana, nel momento in cui la virtù delle fanciulle di Roma e Napoli veniva facilmente scambiata al mercato nero. Bisognava trovare un esempio di eroica resistenza al mercimonio della carne, e Maria Goretti era lì a immediata disposizione.

"Dio non vuole. No! Alessandro, tu vai all'inferno. Sì. Sì. Sì".
Quando finalmente si tratta di parlare di Maria come persona, Guerri non nasconde di aver poco da dire: Maria non ha identità, non può averla: non ha studiato, non sa leggere, non aveva le facoltà intellettive necessarie a comprendere i rudimenti della sua stessa religione: sarebbe morta ubbidendo a un Dio che non capiva. Togliatti, lo abbiamo visto, non sarebbe stato d’accordo: Dio o non Dio, Maria non voleva acconsentire a una prepotenza, e questo significa che aveva una coscienza, un coraggio da additare ai giovani. Ma ce lo ebbe davvero, tutto questo coraggio? Scartabellando tra gli atti del processo, Guerri scopre che di fronte al punteruolo Maria aveva esclamato Sì, sì, sì. Quel triplo sì, certificato dal suo assassino (ormai pentito, quarant’anni dopo il fattaccio) aveva creato non pochi problemi ai cardinali durante il processo di beatificazione. Avevano cercato di girarlo in vari modi: “sì” poteva essere considerato la ratifica della frase precedente, “vai all’inferno”? O magari Maria stava acconsentendo a essere accoltellata? Oppure (ci fu chi lo propose) non era proprio un “sì”, magari uno strillo isterico, un “hi hi hi”? Il grido tipico di chi viene minacciato di violenza con un punteruolo…


A distanza di trent’anni la ricostruzione di Guerri sembra ancora solida: eppure c’è qualcosa nel libro che lo fa sembrare in un qualche modo datato, espressione di un periodo felice in cui si potevano ancora scoppiare palloncini per il gusto di farlo. All’inizio pensavo che fosse un problema di scarsa empatia con la vittima, ma non è così: Guerri prova sincera pietas per la “povera santa” (ma anche per il “povero assassino”); il che non gli impedisce di indagare sulle frustrazioni sessuali del secondo e su uno dei pochi misteri della prima: perché faceva la Comunione così poco spesso? (Risposta: perché fisicamente non avrebbe retto il digiuno eucaristico). A mancare è piuttosto un certo tipo di impostazione che negli ultimi trent’anni è diventata lo standard, quando si parla di vicende di questo tipo. Per Guerri i motivi che portano Maria sul calendario sono complesse circostanze storiche, sociali, politiche, e anche diversi colpi di fortuna (fortuna per i parenti, e persino per l’assassino: smisero tutti di far la fame). Oggi, se una Sarah o una Yara diventano improvvisamente famose, noi non ci chiediamo il perché. La fama si spiega da sola, è autoevidente: una persona diventa famosa perché tutti ne parlano, e tutti ne parlano perché è famosa. Se in un primo momento ancora ci sforziamo di imputare la morbosità dei media, appena sorgono i primi altarini ci arrendiamo: c’è un inconscio collettivo da qualche parte, e i media non fanno che sondarlo; ogni tanto invece è lui che sbuca sotto la crosta sottile della modernità, e si mostra per quel che è: un beghino del Seicento, tale e quale. Ma non andò così anche con Maria Goretti?

Secondo Guerri no, non ci furono altarini né una particolare devozione popolare, prima della beatificazione. La notizia di cronaca anzi rischiava di non essere nemmeno pubblicata sui quotidiani clericali, che la ripescarono in chiave polemica (qualche giorno prima erano morti due amanti suicidi, e qualche quotidiano ne aveva approfittato per lamentare il mancato diritto al divorzio). Per molti anni gli unici miracoli, le uniche apparizioni, Maria le fece ai suoi famigliari. Insomma tutto il carrozzone della piccola Santa sarebbe stato imposto dall’alto: solo quando dall’alto arrivarono le prime agiografie, i primi santini, il popolo rispose dichiarando i primi miracoli, le prime grazie ricevute. Magari è andata così davvero. Ma gli altarini che nascono spontanei alle cancellate delle giovani protagoniste di fatti di cronaca mi fanno pensare che potrebbe essere andata diversamente: che un culto di Maria Goretti, sotterraneo, popolare, potrebbe avere tenuto viva la memoria della bambina fino all’inizio della causa di beatificazione; in seguito gli stessi alfieri della causa avrebbero avuto interesse a cancellare questo tipo di devozione dal retrogusto pagano, che potevano creare difficoltà nel dibattimento.

Alla fine sto gonfiando anch’io per quel che posso il mio palloncino: secondo me le religioni esistono prima delle Chiese, che sono un tentativo più o meno goffo, più o meno elegante di dare un’aria strutturata, consequenziale, a qualcosa che nasce già spontaneamente. Per pensarla così mi basta accendere la tv al pomeriggio, c’è la Vita in Diretta e mi sembra una cerimonia. Parlano di qualche bambina scomparsa, e all’improvviso sembra scomparsa anche per me. Cosa voleva dirmi? Quale mio peccato sta espiando? Non è chiaro; Mara Venier fa il possibile per spiegarmi, ma forse certe verità sono accessibili solo a un ristretto cerchio di iniziati.
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Marco Minniti ha visto un mostro

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Marco Minniti è il ministro degli Interni. Già ai tempi di Renzi (e Letta), era sottosegretario con delega ai servizi segreti. Qua fuori magari c’è gente che si spaventa per un nonnulla, ma Marco Minniti, in virtù della sua posizione e della sua esperienza, è probabilmente la persona che conosce meglio di chiunque in Italia il quadro generale. Se fossimo alla vigilia di una rivolta di popolo, Minniti dovrebbe essere il primo a rendersene conto. Se fossimo alle soglie di una guerra civile, il primo a farsene un’idea dovrebbe essere lui. Tutto questo, che a noi può sembrare improbabile, se c’è qualcuno che può vederlo è Minniti.
Marco Minniti a un certo punto ha visto qualcosa di orribile. Qualcosa che nessun altro ancora ha visto, e che lo ha terrorizzato. E non ha terrorizzato un politico qualsiasi, uno di quelli che si allarmano per una sciocchezza e per mestiere; ha talmente preoccupato proprio Marco Minniti, da spingerlo a zelanti iniziative: a concludere accordi svilenti; a fornire, secondo Amnesty International, navi ai miliziani libici a cui è stato di fatto subappaltato il respingimento dei migranti; rinnegare quello che fino a qualche anno fa era considerato un tratto irrinunciabile della nostra identità nazionale: l’umanità. Tutto questo Minniti non può averlo fatto semplicemente per l’orgoglio di annunciare che quest’anno è sbarcato qualche migliaio di disperati in meno. O per spostare un po’ la lancetta dei sondaggi verso il centrosinistra. No. Se Minniti ha fatto quel che ha fatto è perché deve aver visto Qualcosa.
Lo aveva visto già sei mesi fa, lo ha ribadito ieri. Noi magari pensavamo che cinque milioni di stranieri residenti in Italia non costituissero un’invasione; che fossero, viceversa, quasi indispensabili al bilancio demografico e alla vitalità del Paese; che al netto del fenomeno della clandestinità, non delinquessero molto di più degli italiani; che contro di loro si stesse montando su tv e organi di stampa una squallida campagna di propaganda con evidenti finalità elettorali. Stolti che siamo stati. Se abbiamo creduto in tutto questo, è perché non abbiamo visto quello che hanno visto gli occhi da oracolo di Marco Minniti.
Deve aver scorto la sagoma di un mostro, tratteggiata in qualche rapporto top secret o sondaggio confidenziale: uno di quegli esseri impossibili alla Cloverfield, che è impossibile racchiudere in un solo sguardo perché sono più grandi di qualsiasi cosa, e sfidano ogni possibilità di essere descritti e definiti. Una Bestia assetata di sangue che in qualsiasi momento potrebbe sorgere dalle viscere dell’Appennino – basterebbe la minima sollecitazione, lo sbarco in Sicilia di appena qualche centinaio di stranieri in più. A quanto pare, però, questa orripilante creatura per ora si limita a far perdere la ragione a qualcuno. Ma ecco: se un leghista un po’ impressionato da quel che ha sentito al telegiornale si mette a girare per Macerata tirando a tutti gli afro-italiani che trova, Minniti se l’aspettava e non si è fatto trovare impreparato. “Traini, l’attentatore di Macerata, l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione”. Non c’è dubbio che la politica sia cambiata – quanta gente sia annegata a causa di questo cambio di politica, per contro, non lo scopriremo mai. La politica è stata cambiata, eppure questo non ha impedito a Traini di innervosirsi davanti a un Tg e di prendere la pistola in mano: oppure dobbiamo pensare che la tentata strage di Traini sia il male minore e che senza l’intervento di Minniti sarebbe successo qualcosa di molto più grave.
Qualcosa di più grosso ribolle nelle viscere di questo Paese e potrebbe risvegliarsi con un nonnulla, ad esempio una manifestazione antifascista. Il sindaco di Macerata ha chiesto ad ANPI, ARCI e CGIL di non venire a testimoniare la propria solidarietà ai feriti – un’attestazione di umanità che potrebbe infastidire la Bestia – e Minniti ha espresso soddisfazione. Ha anche aggiunto che in ogni caso è pronto a vietarle lui, le manifestazioni. A vietare anche una manifestazione antifascista. Promossa dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Nella città dove un leghista si è esercitato per mezza giornata al tiro all’africano, e poi si è fatto trovare coperto dal tricolore davanti a un Monumento ai Caduti. Ai nostri ciechi occhi tutto questo parrebbe alquanto paradossale.
Ma diciamo pure che non è successo niente di grave, niente di cui ci si debba troppo vergognare o per cui ci si debba troppo allarmare. Salvini ha già spiegato che sono cose che succedono se in giro ci sono troppi immigrati; Renzi è disposto ad ammettere che ci sia stato un po’ di razzismo nel deprecabile gesto di Traini, ma “non sa se chiamarlo terrorismo”:  come se quella parola potesse infastidire la Bestia.


Una Bestia che a questo punto davvero ci si domanda che contorni possa avere... (continua su TheVision)
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L'arte dei mostri è l'unica interessante

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Non è cominciato tutto con Weinstein. Ho vaghi ricordi di discussioni precedenti – per esempio quando Bill Cosby fu processato per violenza sessuale devo aver sentito qualcuno lamentarsi del fatto che non sarebbe più riuscito a guardare un episodio dei Robinson. Lì per lì non devo aver prestato molta attenzione alla cosa (anche perché, insomma, oggi dove li trovi gli episodi dei Robinson?), ma è stata la prima volta che ho fatto caso al fenomeno.

Quando usciva un film di Woody Allen mi imbattevo regolarmente in qualcuno che, tra tanti motivi per non andarli a vedere, tirava fuori quella triste accusa di molestie alla figlia. Pensavo fosse una forma un po’ stravagante di boicottaggio. Ma poi è scoppiato lo scandalo Weinstein e mi sono reso conto che molte persone intorno a me non sembrano riconoscere la differenza tra contenuto dell’opera e vissuto dell’artista – no, in realtà è più sottile di così. Non è che non la riconoscono: chiunque sa riconoscere la differenza, poniamo, tra Adolf Hitler e uno dei suoi mediocri paesaggi. È che non la vogliono riconoscere. Carino quel paesaggio, di chi è? Di Adolf Hitler? Ah, allora è orribile.



(Ho scritto un pezzo su TheVision che parla di Woody Allen, Dostoevskij, e di quanto Leni Riefenstahl fosse una schiappa a girare i film).

Esagero? Leggo di gente che apprezzava molto l’umorismo di Louis CK, le sue gag sulla masturbazione seriale. Poi scoprono che Louis CK si masturbava davanti a delle sottoposte e all’improvviso le stesse gag non sono più divertenti. Fioriscono sul web mille domande, che all’inizio credevo retoriche, e invece no: possiamo ancora guardare i film con Kevin Spacey? E i film prodotti da Weinstein? Quando Lasseter ha ammesso di aver commesso qualche errore e si è preso una pausa alla Disney, qualcuno ha iniziato a domandarsi se possiamo ancora guardare Toy Story. Ok, sono solo titoli esagerati per attirare l’attenzione. Ma nel frattempo Jonathan Franzen ammette candidamente di avere delle difficoltà ad ammirare i quadri di Caravaggio, perché sai, “ha ucciso un uomo”. La scrittrice Claire Dederer si domanda “cosa fare dell’arte degli uomini mostruosi” – nel suo elenco troviamo Polanski, Cosby, Burroughs, Wagner, Caravaggio… ma il mostro dei mostri è sempre lui, Woody Allen. La Dederer non ha nemmeno bisogno di credere alle accuse di Dylan Farrow: la relazione con Soon-Yi è più che sufficiente a formulare un giudizio di mostruosità. “Era una teenager affidata a lui la prima volta che andarono a letto assieme, e lui il più famoso regista del mondo”! Puoi apprezzare ancora Manhattan, dopo avere scoperto una cosa del genere?

Lei dice di no, ma in questo caso effettivamente i confini tra autore e opera sono più ambigui che altrove: un film in cui un quarantenne trova assolutamente normale scoparsi una liceale, girato da un grande regista che qualche anno dopo si è messo con una 17enne. Siamo di nuovo di fronte al paradosso di Louise CK? Ovvero: un film che parla di desideri e pulsioni diventa discutibile quando scopri che è autobiografico? Gli interlocutori della Dederer (maschi) si oppongono con affermazioni ridicolmente parnassiane: ribadiscono piccati la necessità di giudicare l’opera d’arte soltanto in base ai criteri estetici, e quando affermano di apprezzare in Manhattan “l’equilibrio e l’eleganza”, il lettore ha il sospetto che direbbero la stessa cosa di Olympia di Leni Riefenstahl (l’elegantissimo, ben equilibrato inno ai successi olimpici del Terzo Reich).

In effetti di fronte all’ammissione di Franzen, o ai dubbi della Dederer, è molto facile reagire in modo categorico, magari accatastando un bell’elenco di artisti con la fedina penale complicata (in queste liste Caravaggio non manca mai). Stavo cominciando anch’io, ma mi sono bloccato al primo nome – chissà perché, mi è venuto in mente Dostoevskij. Ma mentre mi fermavo a controllare la grafia esatta, mi sono reso conto che stavo confondendo Dostoevskij coi suoi personaggi: con l’assassino di vecchiette Raskolnikov, con lo stupratore di bambine Stavrogin. Forse perché li ho letti quand’ero troppo giovane e quel famoso esercizio di separare l’autore dall’opera non riusciva neanche a me. Ammesso che mi sia riuscito in seguito. I quegli anni io cercavo nei libri le cose che non avevo la possibilità o il coraggio di vivere in prima persona, ed erano perlopiù cose criminose: leggevo Christiane F perché pur non avendo l’inclinazione per la dipendenza l’eroina mi sarebbe piaciuto vedere com’era da dentro; leggevo Il giovane Holden perché mi sarebbe piaciuto ogni tanto mandare al diavolo scuola e famiglia, ma non ne avevo il coraggio; e Dostoevskij, appunto, mi forniva un prezioso succedaneo ogni volta che mi veniva voglia di ammazzare una vecchietta ricca e improduttiva. Non credo di essere stato l’unico a cercare nella letteratura e nell’arte una forma di turismo nelle perversioni che non avevo i soldi o il fegato di permettermi. Ero un ragazzino.

Se avessi potuto da ragazzino rispondere a Franzen, gli avrei detto qualcosa di insopportabilmente arrogante, del tipo: io se l’artista non è un assassino non mi scomodo neanche a dargli un’occhiata. E alla Dederer: guarda per me Manhattan è molto meglio adesso che so che a Woody Allen piacciono le ragazzine – non che ci fossero molti dubbi prima, eh? – ma non lo trovi anche tu molto più genuino, ora, più sincero? E se ti fa incazzare, ok: non è mica un paesaggio, non è una natura morta, è un film di Woody Allen. Arte moderna, quella che a volte può essere equilibrata ed elegante, ma il più delle volte è disarmonica e dissonante e ci puoi anche litigare. Cioè, non ci vai mai al cinema a litigare col regista, con gli attori, con gli scenografi? È uno dei piaceri della vita e del cinema, io in mancanza di meglio me la prendo anche col direttore della fotografia. Insomma alla domanda cosa facciamo dell’arte degli uomini mostruosi, il me stesso ragazzino risponderebbe: facciamo un gran casino! Li stronchiamo tutti senza pietà, anche se sono bravissimi, chissenefrega (sei una frana con la macchina da presa, Leni). Lo scopo dell’arte è stimolarci; se certa roba ci stimola rabbia e indignazione, prendiamo la nostra rabbia e trasformiamola in una meravigliosa stroncatura che farà incazzare a sua volta qualcun altro eccetera – insomma, ero un coglione, ero arrogante, ero ignorante, ma avevo già chiara internet in testa.

Oggi non la penso più così, ma forse non sono molto più sgamato di quelli che non riescono più a vedere una sit-com con Bill Cosby. Forse anch’io non sono così bravo a separare l’opera dallo scrittore, dopotutto, se continuo a preferire gli artisti e gli scrittori che hanno qualcosa da rimproverarsi. Quel che mi piace di Franzen è il modo in cui fa oscillare i suoi personaggi davanti a un abisso morale prima di dare una spintarella: lo fa con l’aria di chi c’è stato lì sul bordo, di chi sa benissimo cosa si prova. In un angolo della mia testa non ho smesso di pensare che Dostoevskij abbia davvero ammazzato una vecchietta, e anche Franzen secondo me deve aver fatto qualcosa di inconfessabile. Persino Woody Allen, che tante volte ha messo in pellicola lo stesso canovaccio: un uomo di successo è ricattato da qualcuno che minaccia di rivelare qualcosa di torbido sul suo passato, finché non decide di ucciderlo. A quel punto lo spettatore si aspetta una giusta punizione che (spoiler) quasi sempre le sceneggiature di Allen non prevedono: l’assassino salva il suo buon nome e il suo status. Crimini e misfatti è del 1989, Match Point (il più dostoevskjiano dei suoi film) del 2005, Irrational Man del 2015: come se Allen volesse dirci qualcosa.

Un altro film di Woody Allen a cui non saprei rinunciare nemmeno se Allen invadesse la Polonia è Pallottole su Broadway. Racconta la storia di David Shayn, un tizio che si crede un artista, un commediografo, ma a un certo punto si accorge che non lo è. Se ne accorge perché incontra un artista puro, Cheech, un talento naturale che ha la sfortuna di essere cresciuto in una gang criminale. Non solo è più bravo di lui a scrivere dialoghi, ma soprattutto non è disposto ad accettare compromessi: per salvare la sua opera è disposto a uccidere. David no. Il momento in cui si accorge di non essere un vero artista è il momento in cui capisce di non essere un criminale.
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Cosa deve fare un razzista per farsi prendere sul serio in Italia?

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Qualche giorno fa è morto un razzista, che era stato il leader di una piccola organizzazione razzista, che faceva discorsi razzisti e profetizzava di una guerra tra le razze al termine della quale lui avrebbe regnato su una razza inferiore; per questo motivo chiedeva ai suoi sottoposti di commettere omicidi a matrice razziale, scegliendo vittime bianche e ricche e facendo in modo che la colpa ricadesse sui neri. 

E i giornali italiani hanno scritto che è morto un satanista.

Insomma cosa deve fare un razzista per farsi accreditare come tale in Italia? Incidersi una svastica in fronte? No, neanche così. Manson non era il diavolo: Manson era un razzista si legge su TheVision.





Qualche giorno fa è morto, dopo una vita in galera, Charles Manson, un personaggio di cui avrete probabilmente sentito parlare. Se la sua storia non vi ha mai particolarmente appassionato, se avete soltanto dato una veloce scorsa ai titoli dei quotidiani italiani, probabilmente sapete che era un serial killer satanista che tra l’altro pugnalò, in modo particolarmente efferato, la giovane attrice incinta Sharon Tate. Eppure Charles Manson non era esattamente un serial killer, non era un satanista e non ha pugnalato Sharon Tate. Siamo davanti all’ennesima fake news, penserete. Si e no. Diciamo che siete davanti a una libera interpretazione della stampa italiana.

Charles Manson è davvero nato nel 1934 a Cincinnati, Ohio, in un contesto disagiato – sua madre, sedicenne, fu subito abbandonata dal padre di Charles. È davvero entrato in riformatorio a 13 anni, per evaderne molto presto su un'auto rubata; e non era che l'inizio. Buona parte degli anni Sessanta Manson li osservò da dietro le sbarre, mentre scontava pene per furto e sfruttamento della prostituzione. Questo se da un lato gli impedì di godersi l’esplosione del flower power californiano, gli diede qualche elemento per captare meglio di tanti osservatori le tensioni più distruttive che covavano in quegli anni – in particolare la questione razziale. Verso il 1968 Manson aveva davvero messo insieme la “family”, una setta abbastanza scalcagnata, ma non esattamente satanica; in quel periodo Manson più che a Satana faceva riferimento a una sua personalissima interpretazione degli insegnamenti di Gesù Cristo, filtrati attraverso i testi delle canzoni dei Beatles. A un certo punto sostenne di essere lui stesso il Cristo: è un tratto classico di tanti predicatori che perdono la brocca, ma ha poco a che vedere col satanismo. I suoi adepti uccisero davvero Sharon Tate e altre sei persone tra il 9 e il 10 agosto del 1969, e lo fecero seguendo le sue indicazioni. Quindi insomma la storia c’è, e per quanto sia stata raccontata migliaia di volte rimane pazzesca. Non solo, ma nel 2017 la storia di Manson sembra più attuale che in passato: oggi che il razzismo è un’emergenza non solo dall’altra parte dell’Atlantico, è particolarmente interessante ricordare che Charles Manson predicava ai suoi discepoli la necessità di un’imminente guerra razziale: molto presto i neri avrebbero cominciato ad attaccare i bianchi, e dal caos che ne sarebbe derivato la “family” di Manson avrebbe governato il mondo.

Di questo scenario delirante, i più autorevoli quotidiani italiani non fanno cenno. Insistono molto di più su un presunto satanismo di Charles Manson, che in prigione si era fatto una cultura rudimentale su tante cose, dalla magia nera alle filosofie orientali: definirlo satanista o “satanico” è altrettanto impreciso che definirlo buddista. La BBC, per esempio, di Satana non parla: ricorda invece che Manson aveva convinto le sue discepole di essere il Cristo. Per Rainews invece Manson è un killersatanico; per la Repubblica i suoi adepti “credono in Scientology e in Satana(*)”; mentre Corriere e La Stampa, non riuscendo a trovare una sola dichiarazione satanista di Manson, arrivano a un compromesso: “Sosteneva di essere la reincarnazione non solo di Gesù, ma di Gesù e Satana insieme”. Manson in effetti parlava tantissimo, e da qualche parte potrebbe anche aver detto questa cosa. Sembra però che a Satana i giornalisti italiani tengano in modo particolare – “Da Satana ha preso molto,” ribadisce La Stampa, mentre Repubblica li chiama “delitti satanici”. Così come spesso accade nelle narrazioni del giornalismo italiano, le principali testate tengono molto a ricordare i dettagli più scabrosi del delitto Tate, rievocando l’aggressione con uno stile quasi cinematografico: “Il primo a morire fu Steve Parent, un ragazzo di 18 anni che era andato a trovare il custode e che passava nella via. Linda restò fuori a fare da palo. Watson spaccò un vetro per entrare in casa e la banda radunò Sharon Tate e i suoi amici in salotto. Sharon fu legata per il collo a Sebring, mentre Waston legava le mani di Frykowski. La Atkins disse all’attrice “Puttana, stai per morire”, Sebring cercò di difenderla e fu ucciso da Watson, che gli sparò e lo accoltellò più volte, usando anche un forchettone” (La Stampa).

E ancora, Il Corriere: “Armati di coltelli, revolver e corda di nylon tagliarono i fili del telefono per impedire che venisse dato l’allarme. Il primo a morire fu un amico del guardiano della villa, che stava uscendo in macchina, Stephen Earl Parent. Poi toccò a Jay Sebring, che implorò inutilmente di risparmiare la vita a Sharon Tate. Fu finito a coltellate, così come le altre tre vittime. L’ultima fu proprio Sharon, incinta all’ottavo mese”.

Di questi siparietti nel pezzo della BBC non c’è traccia. In compenso è segnalato il movente di cui nei giornali italiani non si parla: “Race war”. Del resto chi ha bisogno di un movente quando ha Satana? Satana spiega senza sforzo qualsiasi follia: i membri della Family scrivevano “Helter Skelter” e “Pigs” sulle pareti col sangue delle vittime? Sarà un qualche rituale satanista. Ma “Pigs” era anche l’appellativo con cui erano chiamati i poliziotti dai manifestanti (un po’ l’equivalente di “ACAB” sui muri di oggi). Manson intendeva probabilmente depistare le indagini sulla comunità afroamericana, scatenando una rappresaglia che avrebbe portato alla guerra razziale. Perché prima di essere satanista, scientologo, buddista e fanatico dei Beatles, Charles Manson era profondamente razzista. Pensava che i neri e i bianchi non avrebbero mai potuto vivere insieme, e aveva in orrore soprattutto le unioni interrazziali. Un mese prima il delitto Tate aveva dato l’esempio sparando a uno spacciatore afroamericano (che era sopravvissuto); venti giorni dopo, quando aveva fatto uccidere un suo seguace che gli doveva dei soldi, aveva lui stesso usato il sangue per scrivere sul muro “political piggy” e disegnare un simbolo delle Pantere Nere, l’organizzazione rivoluzionaria afroamericana.

Insomma se c’era una logica nella sua follia era una logica razzista, non satanista. La stessa logica che rende Charles Manson, a mezzo secolo dal funerale degli hippy, una figura ancora attuale. Ed è anche quello che i giornali italiani non dicono: un po’ perché devono concentrarsi sulle coltellate, il sangue, i dialoghi pulp, un po’ perché Satana vende di più.

A questo punto, forse senza un motivo, viene in mente Gianluca Casseri, uno scrittore fantasy fiorentino che qualche anno fa si mise a sparare ai neri che vedeva in giro per Firenze. Quando lo presero ne aveva già uccisi due. Qualcuno scrisse che era depresso. Può darsi: però aveva anche opinioni politiche molto definite, di cui non faceva mistero. Dopo aver negato, la sezione fiorentina di Casapound dovette ammettere che Casseri li frequentava. Insomma era uno scrittore un po’ di destra, un po’ depresso, a cui era capitato di mettersi a sparare a degli africani in giro per Firenze, tutto qui (se capitasse il contrario, un africano che va in giro per Firenze a sparare agli scrittori bianchi, non avremmo molte remore a definirlo terrorista).

Con Charles Manson mi sembra che sia successo qualcosa di simile. È appena morto il capo di un’organizzazione razzista, che faceva discorsi razzisti e profetizzava di una guerra tra le razze al termine della quale lui avrebbe regnato su una razza inferiore; per questo motivo chiedeva ai suoi sottoposti di commettere omicidi a matrice razziale, scegliendo vittime bianche e ricche e facendo in modo che la colpa ricadesse sui neri. Per i giornali italiani più che un razzista questo è un satanista. Ma allora cosa deve fare un razzista per farsi riconoscere come tale dai giornalisti italiani? Incidersi una svastica in fronte? No, niente da fare, neanche quella basta.



Integrazione di lunedì 30 novembre ore 12:40

*Con riferimento all’articolo “Manson non era il diavolo: Manson era un razzista” pubblicato il 24/11/17, a seguito della richiesta di precisazione di “Chiesa di Scientology di Milano Continentale”, che riferisce essere falsa la notizia che Charles Manson fosse legato a Scientology e basasse la propria filosofia sulla stessa, precisiamo che l’articolo ha inteso dare conto del fatto che secondo la stampa sia nazionale che internazionale egli è stato un conoscitore e uno studioso delle teorie di Scientology e non che ne fosse membro. Circostanza, quest’ultima, esclusa dalla “Chiesa di Scientology” [La redazione di TheVision].
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Il genere maschile non esiste

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(Considerazioni di una non-femmina)

Ho letto che in Francia qualcuno sta seriamente proponendo di cambiare la regola grammaticale più maschilista di tutte, la concordanza mista degli aggettivi al maschile plurale: in pratica quella regola per cui se in una stanza in cui siedono, diciamo, quaranta studentesse brave, entra un solo ragazzo bravo, il risultato è che in quella classe ci sono quarantuno studenti bravi. La regola non è così irragionevole - non sempre è possibile determinare l’esatto numero dei componenti maschili e femminili di un insieme - però è sessista, senza dubbio.

La cosa che più mi ha colpito è che a trovarla non più tollerabile siano stati gli ex studenti, che ricordavano la reazione bullistica degli studenti di sesso maschile: (“Siamo i più forti!”, ecc.). Un insegnante della generazione precedente, diciamo di 50 anni fa, avrebbe zittito tutti quanti: è solo grammatica, stronzetti, ora aprite il diario e scrivete i compiti di punizione. Risalendo ancora un po’ più indietro, il problema non si poneva: studenti e studentesse non frequentavano le stesse aule. È un’idea consolante: la sensazione di vivere in un periodo di ostilità tra i sessi è dovuta soprattutto al fatto che oggi c’è un dialogo, un confronto che pochi anni fa era impensabile.

Che fatica però.

Qualche anno fa durante una lezione di grammatica ho pensato di risolvere il problema così: ok, sul manuale c’è scritto che c’è un genere maschile e uno femminile, ma se ci pensate bene l’unico vero genere ben definito è il secondo. Lo uso ogni volta che sono sicuro che ogni elemento dell’insieme è di sesso femminile. Invece il genere maschile non esiste: fosse per me lo chiamerei non-femminile; infatti si usa ogni volta che in un insieme non sono tutte femmine. “Una classe di studentesse” mi dice con precisione chi c’è dentro. “Una classe di studenti” mi lascia il dubbio: alcune saranno femmine e alcuni no. Ecco qua. Ho detto una bugia? Non proprio. Diciamo che ho esercitato il mio diritto a fornire una spiegazione meno sessista dei fenomeni grammaticali. La regola alla fine resta sempre la stessa, e può darsi che sia sbagliata (ma mica spetta a me cambiarla). Però almeno evito la scenetta dei ragazzi che ridacchiano e festeggiano una presunta superiorità attestata sul manuale. Forse ho solo confuso le acque: forse è tutto quel che posso fare.

È più o meno lo stesso approccio con cui affronto tutte le polemiche che girano intorno al sessismo, e devo dirlo: non è che funzioni benissimo: ma che altro posso fare? Sono un maschio eterosessuale: o sto zitto o è mansplaining. Star zitto alla lunga è faticoso, tocca ascoltare gli altri e non dicono sempre cose intelligenti, allora provo a fare una mossa laterale - mi sgamano, eh, ma almeno ci provo.

Quando mi sento dire: voi maschi avete paura di questa ondata di denunce, della nuova consapevolezza che sta portando a chi fino a qualche mese fa poteva solo sopportare in silenzio, io rispondo che beh, forse sì, ho un po’ paura: ma non in quanto maschio (sapete, il genere maschile non esiste). Quando scopro che un produttore italiano è rivenduto al pubblico delle Iene come “il Weinstein italiano”, ma non c’è nessuna denuncia, e dieci accusatrici su dodici sono anonime mentre le altre due non fanno il nome del produttore, io sì, comincio ad avere un po’ paura. Perché sono un maschio e sento franarmi addosso il patriarcato? Oppure perché sono un cittadin*, e l’idea che in Italia i sospetti molestatori seriali vengano inquisiti non dai magistrati, ma dalla trasmissione che ha difeso per anni il metodo Stamina come una sana alternativa alla chemioterapia dovrebbe spaventare chiunque, maschio, femmina, transgender, polimorfo? Il “Weinstein italiano”, capite. L’Harvey Weinstein originale è stato accusato da più di cento donne, di cui solo una manciata sono anonime. Non si tratta di semplici voci raccolte da un cronista d’assalto: la maggior parte sono denunce circostanziate che risultano agli atti. In Italia per diventare un “Weinstein” ti basta trovare dieci fonti anonime disposte a fare il tuo nome. Non mi devo preoccupare? È solo il pisello in me che si preoccupa?


Qualcuno comincia a chiedersi: ok, magari c’è stata una sottovalutazione del problema, ma ha un senso combatterla dando credito a qualsiasi voce di corridoio? Vale ancora la presunzione d’innocenza? Qualcuna ha la franchezza di rispondere: no. Non ce la possiamo permettere. È un’emergenza, evidentemente (ma quanto potrebbe durare?) In Italia i limiti temporali per sporgere una denuncia sono troppo brevi, non è che possiamo sempre preoccuparci di essere garantisti con gente che forse, dico forse, molestava. Roviniamogli la carriera e non pensiamoci più. Funzionerà al limite come deterrente - potrebbe davvero funzionare. Ma avete riflettuto un attimo sugli effetti collaterali?

Anche su TheVision leggo che Woody Allen è ancora in libertà malgrado sua figlia lo abbia accusato di cose orribili: come possiamo perdonargli anche solo un sospetto di pedofilia? Oserei obiettare che non spetta a noi perdonargli niente, così come non siamo tenuti a credere a quel che racconta sua figlia: è la rielaborazione di una cosa messa in giro da sua madre (Mia Farrow) nel momento più critico di un divorzio. Il caso Allen però è particolarmente spinoso, perché ammette soltanto due possibilità: o Woody Allen è davvero colpevole di qualcosa di orribile (ma non ci sono prove), o Mia Farrow ha fatto qualcosa di quasi altrettanto orribile, alimentando fino a oggi una voce così infamante su di lui, al punto di crescere una figlia convinta di essere stata vittima delle attenzioni morbose del padre.

Quel che è davvero inquietante del caso Farrow/Allen, è che uno dei due è senz’altro colpevole di aver fatto male a una figlia: ma sono liberi entrambi. Grazie al cielo non spetta a noi scegliere: non siamo giudici - ma se lo fossimo, a quale criterio ci affideremmo? Se mi rispondete che una madre non può mentire in quanto madre, e una figlia non può mentire in quanto figlia, io mi preoccupo. Perché sono un maschio? Forse. Forse tutto il mio raziocinio non è che l’organo di autodifesa del mio pene, ok, non posso escluderlo. Figurati se a vent’anni non ho scambiato #anch’io per un cenno di intesa un semplice sorriso, figurati se non ho allungato una mano che doveva stare al suo posto o fatto qualche altra stronzata che adesso spero di far passare sotto silenzio. Onestamente non ricordo, a volte poi ero bevuto, ah, ma anche Kevin Spacey, no? Non può essere una scusa. No.

Non posso escludere di far parte di un insieme di creature naturalmente infide e prevaricatrici (i maschi), i cui vantaggi evolutivi negli ultimi tempi si sono talmente ridimensionati che non sembra poi così esagerata chi propone di farne a meno. Quel che voglio dire, dopo aver bevuto la mia coppa di bromuro fino alla feccia, è che se pensate di cambiare paradigma semplicemente invertendolo, potreste avere una brutta sorpresa. Se per schiacciare i maschi prepotenti voi calpestate il diritto, e reclamate la legittimità della delazione anonima, alla fine potreste restare calpestate anche voi, e da un piede non necessariamente femminile. Quando si comincia a dar credito a qualsiasi accusa, le donne finiscono per farne le spese quanto gli uomini - di solito anche peggio. Erano donne, non uomini, le maestre che furono accusate di pedofilia a Rignano Flaminio. Non erano famose come Woody Allen e fecero molta più fatica a difendersi. In quel caso non furono le Iene a mobilitarsi, bisogna dirlo: fu un altro programma. Giornalisti iscritti all’albo, in ogni caso. C’erano le testimonianze dei bambini, potevano sbagliarsi i bambini? C’era la rabbia dei genitori, che è sacra: come si poteva anche solo mantenere il beneficio del dubbio? Anche allora non si poteva andare per il sottile: c’erano i satanisti, là fuori.

A chi scrive, senza scherzare, che “gli uomini perbene non hanno nulla da nascondere” (una frase perfetta da incidere su qualsiasi videocamera di sorveglianza) posso solo rispondere: ok, magari anch’io non sarò 100% perbene, ma allora chi? Chi può essere sicuro di essere al di sopra di qualsiasi sospetto, di qualsiasi voce? Il primo che mi viene in mente - sarà che è novembre - è San Carlo Borromeo, che si vantava di non avere mai dato udienza a una donna in assenza di testimoni. Dovremmo probabilmente fare tutti così (organizzarci soprattutto negli ascensori). Non è una coincidenza che lo stesso San Carlo avesse separato uomini e donne nelle chiese e piazzato una vera e propria barriera tra le navate, affinché gli uomini non molestassero le donne con lo sguardo. Il momento in cui ogni sospetto diventa reato, in cui ogni voce diventa condanna, precede di poco il momento in cui ci si copre il capo, e ci si divide in navate diverse, in aule separate. E a quel punto non si litiga più, neanche sulla concordanza del genere misto: a qualcuno sembrerà un passo avanti.
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Cesare Battisti (odiarlo è così facile)

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Ancora una settimana di tregua, e poi torneremo a odiare Cesare Battisti. Il 24 ottobre la Corte Suprema brasiliana esaminerà la sua situazione, e a quel punto forse capiremo se ci sono i margini per un’estradizione in Italia di quello che ormai è diventato – suo malgrado – il più famoso terrorista italiano. Al punto che il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, di recente l’ha tirato in ballo mentre chiedeva giustizia per “gli anni dello stragismo”. Ci sarebbe quel piccolo particolare che Battisti non è uno stragista, ma l’errore è comprensibile. A Di Maio serviva un esempio famoso, un tizio di cui negli ultimi anni si è sentito parlare, una faccia vista in tv: e negli ultimi dieci anni l'onere di interpretare il ruolo d irriducibile degli anni di piombo è toccato a lui.

Ha anche la faccia giusta, diciamolo, perfetta per i titoli di un tg: troppo spesso ai fotografi ha mostrato quel tipico di ghigno da criminale impunito. Mentre i volti di tanti altri reduci dello stesso periodo sbiadiscono negli archivi cartacei, lui continua a trovarsi davanti ai flash delle macchine digitali, e a volte la cosa sembra piacergli: dopo l’ultima scarcerazione, all’aeroporto saluta i giornalisti alzando il boccale di birra che ha in mano – ovviamente scriveranno che stava brindando. Nel frattempo in giro per il mondo c’è almeno una trentina di terroristi latitanti, ma Battisti è l’unico che fora il video. Alessio Casimirri, uno dei brigatisti rossi che falciarono la scorta di Aldo Moro, ha sei ergastoli da scontare: gestisce un ristorante a Managua. Un po’ più vicino si è fermato un suo complice, Alvaro Lojacono, che ha acquisito la cittadinanza svizzera. Casimirri e Lojacono rientrano nella definizione tecnica di stragisti, ma è possibile che Di Maio non ne abbia mai sentito parlare: non hanno più bisogno di scappare e non fanno più parlare di sé.

(Ho scritto un pezzo per TheVision, sul solito caso Battisti).
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Un paese normale (dove sfondano le scuole con gli autobus)

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Questo forse ve lo siete perso, perché è successo nella mia piccola città, dove di solito non succede molto. Invece in questo mese, nei venti giorni tra la visita di un papa e quella di un presidente della repubblica, e nell'era in cui i camion sono diventati l'arma preferita dei terroristi, è avvenuto che:

- tre minorenni di origine africana si siano introdotti nottetempo in un deposito degli autobus,
- abbiano trovato le chiavi, ne abbiano dirottati cinque,
- ci abbiano giocato ad autoscontro in un parcheggio, e poi
- ne abbiano usato uno per sfondare l'ingresso della scuola che due di loro frequentavano:
- il tutto, ovviamente, filmandosi (esiste persino la soggettiva dello sfondamento scolastico).

Proprio i video hanno consentito ai carabinieri di acciuffarli nel giro di 48 ore (sabato pomeriggio, al McDonald, con i cellulari nelle tasche e i video nei cellulari), ma non è solo di questo che voglio ringraziarli. Soprattutto di come hanno gestito mediaticamente la vicenda: di come non abbiano perso né tempo né occasione per ribadire che si trattava di ragazzi "del posto", provenienti da famiglie "di lavoratori, ben integrate, che risiedono a Carpi da decine di anni", il che forse non è preciso, ma è prezioso; il fatto che il comandante abbia speso anche solo cinque secondi della conferenza stampa a comunicare che le famiglie dei ragazzi sono disperate. "Che non si venga a dare un taglio xenofobo a ciò che è successo". 

Non credo mi sia successo spesso di ringraziare le forze dell'ordine: ma se di questa storia non avevate sentito parlare fin qui; se nessun'emittente nazionale ha fatto in tempo a mandare una delegazione di cronisti allucinati a montare a neve un allarme terrorismo, credo sia stato soprattutto grazie a loro. E magari qualcosa comincia a crescere anche nelle redazioni locali, che hanno mostrato nell'occasione un'umanità di cui non le credevo più capaci.

Questo non rende la storia meno tragica (per quanto buffa): non significa che noi educatori non dobbiamo porci un problema (e chi custodisce le chiavi degli autobus non debba trovare un ripostiglio meno in vista). Però quella che ho visto in questi giorni mi è sembrata una città più normale di altre: un posto dove tre ragazzi fanno una cazzata e vengono giudicati per la cazzata, e non per il colore o per il cognome. Se vi sembra una cosa da poco, una cosa normale, beati voi.
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Non è che puoi sempre prendertela coi bigotti

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I suicidi sono morti particolari - non sono necessariamente "vittime", e se non lasciano scritto o detto qualcosa che autorizzi a pensarlo, forse è ingiusto trattarli come tali. Ho detto forse. Il dubbio almeno facciamocelo venire. Appena si è saputo, ieri, che una donna diventata famosa per un video amatoriale aveva deciso di non vivere più, molti per riflesso condizionato si sono messi a cercare i colpevoli. Questo è già indicativo, e non così laico dopotutto. Invece di responsabilità concrete, la "colpa", meglio se collettiva.

Roberto Saviano ci spiega che la donna "non è morta per la sua leggerezza o per qualcosa che ha fatto, ma perché in Italia con il sesso si ha un rapporto incredibilmente morboso. È morta, si è uccisa, perché donna in un Paese in cui le donne di sesso non devono parlare, non ne devono scrivere, devono praticarlo con timidezza, di nascosto. E se lo fanno con disinvoltura e ne godono questo è sconventiente, peccaminoso. È la donna a essere oggetto di strali, risatine, gomitate, invettive... [...] l'ha uccisa non la sua leggerezza, ma la bigotteria italiana."

Insomma l'hanno uccisa i bigotti. Questa ricostruzione - che è condivisa da molti, ho scelto il più illustre - mi lascia perplesso per un paio di motivi: (1) è un discorso moralista. Se la prende coi bigotti prendendone in prestito la retorica, ad esempio quel caratteristico colpire nel vago: la "bigotteria italiana". Tutti colpevoli, nessuno querela. (2) L'Italia bigotta che dipinge Saviano non mi sembra quella in cui vivo io. Ammettiamo pure di avere un rapporto "incredibilmente morboso con il sesso" (come se negli altri Paesi il revenge porn non provocasse vittime, interventi legislativi, politiche di prevenzione). Ammettiamo pure un maschilismo imperante, ecc. Abbiamo prove che la suicida fosse realmente perseguitata dai bigotti, scandalizzati da uno tra mille video amatoriali che si producono tutti i giorni? Se non le abbiamo, magari il dubbio facciamocelo venire; perché un'altra possibilità c'è. 

Soprattutto dato che il video in questione non divenne virale per il suo contenuto - in rete c'è di peggio - ma perché era buffo. Era diventato un meme, un tormentone addirittura ripreso da un'emittente radio nazionale. Qualche aneddoto, qualche dettaglio ci suggeriscono che l'autrice di quel video, più che di una giuria di bigotti medievali, dovesse soffrire lo scherno di un campione molto più contemporaneo di italianità, tutt'altro che sfavorevole all'idea che una donna possa condividere la sua intimità: non a caso la leggenda che fiorì subito intorno ai video (anche grazie ai giornali) suggeriva che fossero di un'"aspirante pornostar". Dove si vede il modo tutt'altro che bigotto con cui facciamo funzionare la nostra coscienza: se ci arriva sul telefono un video zozzo amatoriale, magari ci preoccupiamo che non sia roba estorta (e illegale): ma se ci inventiamo che la tizia vuole fare la pornostar è tutto ok, si può guardare, lei sembra consenziante, e vai.

(Uso il "noi" per evitare un certo andamento moralistico, ma devo ammettere che a me il video non l'ha mandato nessuno. Questo mi costringe a uno sforzo supplementare, visto che siamo tutti molto più severi con i vizi che non condividiamo).

Ora. Ce l'avete coi bigotti, coi preti? Avete mille ragioni. Ma i bigotti, i preti, non hanno un atteggiamento così disinibito nei confronti della pornografia amatoriale e no. In teoria non la dovrebbero nemmeno guardare (e se invece lo fanno è per umana ipocrisia, in deroga alla loro bigotteria e al loro ministero). Un prete non ti riconosce per strada per il tuo video - un prete non li guarda, quei video - o se li guarda, e ci tiene al suo ruolo, non socializza questa abitudine. L'impressione è che a rendere impossibile le giornate della suicida fossero persone che il suo video lo avevano visto e non si vergognavano a comunicarlo: segaioli impenitenti, insomma, tutt'altro che restii a lasciare il cognome su facebook, orgogliosi del loro ruolo e detentori di una sensibilità da intenditori, visto che ci tenevano a far sapere di trovarlo ridicolo. È andata così? Non possiamo saperlo. È un'ipotesi. Ma rispetto a quella di Saviano, mi restituisce un paesaggio che riconosco meglio: un'Italia orgogliosamente segaiola che punta il dito non su chi si spoglia, ma su chi si lascia sfuggire un errore di pronuncia, una frase buffa, un'ingenuità, una scemenza. L'Italia che guardava i reality perché pieni di personaggi buffi - che guarda i talent perché si aspetta la stecca, l'incidente, la ramanzina dello chef - che sui social fa la posta agli errori di grammatica o geografia dei potenti vecchi e nuovi. Una comunità unita dall'insicurezza, dalla necessità di misurarsi costantemente con gente più ridicola, più sfortunata - ecco, quella è l'Italia in cui vivo io - che poi chissà quanto è diversa da Francia o Germania o altrove: sembra una tendenza globale.

Prendersela con la bigotteria e con il patriarcato sta diventando un po' scontato. Non solo rappresentano un passato dal quale è giusto emanciparsi, ma anche un sud del mondo irrequieto da cui vorremmo disperatamente tenere le distanze (qualcuno ipotizza che il suicidio sia il risultato di una specie di choc culturale: una napoletana che pretendeva di comportarsi all'europea - salvo che in Europa, appunto, il revenge porn esiste). L'idea che mi faccio di questo Patriarcato, dai discorsi che sento, sembra modellata sul mito: un monolito calato dall'alto che per millenni ci ha impedito di vivere con gioia e libertà la nostra sessualità o almeno metterci vestiti comodi - finché non ce ne siamo liberati, ma siccome la gente continua a porsi dei problemi, a subire pressioni sociali, evidentemente il Patriarcato è ancora tra noi, un'idra a mille teste. È il nemico perfetto, è sempre colpa sua.

La mia idea, per quel che può interessare, è un po' diversa: per me la sessualità è sempre stato uno scambio, è sempre stata un'economia, ha sempre comportato forme più o meno tenui di violenza, coercizione e sottomissione. Liberandoci dal patriarcato ci siamo liberati da una gabbia che i nostri antenati avevano messo assieme per proteggersi - e che senz'altro era scomoda e non funzionava più, ma rimane il problema: ora che siamo "liberi", chi ci protegge da noi stessi? Dal fatto che vorremmo giudicare ma non essere giudicati, essere guardati ma non da tutti? Scambiare contenuti espliciti con un partner è un offire un dono spericolato, socialmente molto più impegnativo di un anellino. Gli anelli, s'è visto, si possono restituire, ma il video esplicito può restare nella memoria fissa di quel partner per sempre, per una serie quasi infinita di momenti in cui quel partner può decidere di condividerlo con terze persone. È insomma un'enorme manifestazione di fiducia e probabilmente è eccitante anche per questo. C'è chi ci vede l'amore ma io non posso vederci anche l'economia, come in tutto il resto. Ogni relazione è un contratto non scritto, e le civiltà che hanno deciso di mettere qualcosa di nero su bianco non sono probabilmente le più ingenue. Chi difende il diritto di scambiare immagini intime senza essere deriso, senza essere giudicato, sembra pensare che il nostro corpo non sia sottoposto a giudizi da quando nasce, dalla prima volta che si specchia: se non ci fosse il patriarcato potremmo tutti andare in giro nudi e nessuno ci prenderebbe in giro.

La vedo diversamente: il patriarcato ha preso forma perché la nudità era considerata una vulnerabilità, perché la sessualità chiede periodicamente di essere normata, codificata, anche socializzata ma con criterio. È un insieme di norme che ci trasciniamo da millenni (la stessa morale cristiana è una postilla giustapposta al corpus quasi all'ultimo momento, neanche venti secoli fa), che stava scomodo a tutti. Non ho motivi per rimpiangerlo, ma non posso nemmeno incolparlo di quel che succede oggi. Oggi abbiamo problemi diversi - la spinta sociale alla condivisione indiscriminata, all'esibizionismo - e credo non si risolvano con discorsi sulla "colpa". Se una persona decide di ammazzarsi, non vorrei sentir parlare di colpa. Vorrei che si ragionasse su quali comportamenti sono da considerare a rischio, sulle politiche di prevenzione e anche di repressione (nei confronti di chi i video li condivide e tormenta le vittime). Sarebbe anche un modo migliore di ricordare la persona che se n'è andata - ammesso che volesse essere ricordata. Non sappiamo nemmeno questo.
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La favola del ladro di bambini (e chi ve la racconta)

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Con gli anni se uno ha un po' di memoria selettiva riesce anche a imparare qualcosa: per esempio i sequestri di bambini non si improvvisano. Quando un genitore denuncia una persona per tentato sequestro - di solito è un ambulante irregolare o un mendicante che gli ha sfiorato il bambino - il caso si sgonfia regolarmente entro pochi giorni. Un sequestro di persona è un'operazione complessa che richiede una rete di complici e un'organizzazione radicata in un territorio, o come minimo un automezzo. Se non c'è un automezzo è abbastanza chiaro che nessuno sperava di portarsi via davvero un bambino - senza un automezzo neanche i genitori riescono a portarsi via i propri bambini, figurarsi uno sconosciuto.

Per cui ogni volta che in tv sento dire che un genitore ha denunciato una persona appiedata per tentato sequestro, so che qualcuno sta giocando sporco. Non il genitore, che probabilmente si è davvero spaventato e reagisce, per così dire, a uno stimolo pre-razionale, che è lo stesso che fa mostrare i denti a qualsiasi animale che stia scortando il suo cucciolo. Neanche le forze dell'ordine, che se il genitore fa una denuncia non possono che recepirla. Ma i giornalisti? Quelli che montano la notizia e l'accostano all'"invasione" dei migranti? Cronisti che queste cose le hanno già viste e conoscono la casistica meglio di me, possono invocare la buona fede dopo aver sbattuto il mostro in prima pagina?

Ieri Filippo Facci ha spiegato che "la storia dell’indiano che rapisce la bambina va completamente azzerata: le polemiche e gli articoli che sono stati scritti – compreso uno su Libero, a cura dello scrivente – erano basati su informazioni insufficienti per quanto fossero le uniche disponibili". Ora che invece le informazioni ci sono, Facci può spiegarci per filo e per segno la storia di Ram Lubhaya che, puntualizza, "è indiano (come gli zingari sinti) e questa è la sola cosa che lo avvicina al pubblico immaginario del rapitore di bambini". I sinti italiani sono "indiani" come Facci è "ostrogoto", e non rapiscono i bambini, ma questo non è nemmeno il punto.

Qualche giorno fa stavo guardando Studio Aperto, dovrei darci un'occhiata più spesso anche se non mi fa stare bene. All'improvviso tra le brevi di cronaca piomba questo scoop: su una spiaggia siciliana sembrava aver preso forma l'incubo di ogni genitore; uno straniero, un indiano aveva cercato di rapire un bambino! Subito dopo, un servizio sui migranti, ripresi dietro a qualche recinto. Subito dopo, un comunicato dell'Isis che nessun altro si è filato, preso direttamente da youtube, in cui l'Isis chiede a tutti i suoi sostenitori di attaccare l'Italia (la scritta ITALY enorme in sovraimpressione su vaghe immagini di jihad). È stato un momento incredibile per uno che da ragazzino ha letto 1984 pensando vabbe', questa almeno l'abbiamo scampata. E invece guarda che dieci minuti di odio ti organizza Studio Aperto. L'indiano che rapisce i bambini, i migranti che c'invadono, l'Isis che ci bombarda. Quanta gente guarda Studio Aperto tutti i giorni? Molto più di quelli che leggono Libero, e che magari dopo aver bevuto per tre giorni la fola del rapitore di bambini, saranno disposti anche a leggersi il pezzo in cui Facci si scusa, sapete com'è, avevamo "informazioni insufficienti" e quindi ci è scappato di inventarci un mostro.

Che poi è un'ulteriore fola, perché Facci il suo mestiere lo conosce e non c'è verso che possa essersi bevuto, nemmeno per un istante, il bibitone che ha somministrato ai suoi lettori. Se le "informazioni insufficienti" erano quelle che abbiamo sentito tutti, ovvero due genitori che denunciano un ambulante abusivo indiano per tentato sequestro di bambino, tu sai già che non c'è automezzo, non c'è organizzazione, non c'è niente. Tu lo sai ma devi lo stesso spremere un po' di odio per il bibitone. Ai lettori puoi sempre chiedere scusa tre giorni dopo. Se ti fa star meglio con te stesso.
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Come ci si ammazza in Padania

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All'onorevole Buonanno, leghista, è capitata la sorte che non augurerei al peggior nemico, che in effetti potrebbe essere lui. Sparato ad alta velocità, cuore fragile di una pallottola di lamiera, Buonanno è morto tamponando un compagno di strada sulla corsia di sicurezza, come potrebbe capitare al miglior guidatore in un momento di stanchezza o distrazione. Perché è così che vanno le cose: a diciott'anni superi un test, ritiri una patente e da quel momento puoi girare armato, anzi sei tu stesso l'arma. Non con quelle cose ridicole che tengono gli americani nel cassetto, e i politici sventolano in tv per speculare sull'ansia di chi è stato svaligiato. Parliamo di ordigni enormi, quintali di ferro o alluminio che possono passare da zero a 150 km/h con la lieve pressione di un piede. Possono ucciderti in ancora meno tempo e non è lo scenario peggiore. Possono fare di te un assassino. Succede tutti i giorni.

L'onorevole Buonanno, leghista, si mostrava preoccupato per la criminalità e non aveva nemmeno tutti i torti - probabilmente sta aumentando, com'è logico in tempo di recessione. I furti in casa soprattutto, e non c'è bisogno di sottolineare come questa categoria di reati influisca più d'altre sulla percezione della sicurezza del ceto medio proprietario. D'altro canto, gli omicidi consumati a scopo di furto o rapina, nel 2014, sono stati 27. Nello stesso anno le vittime di incidenti stradali sono state 3381. Nel Duemila erano ancora più del doppio. Una cosa giusta e di sinistra che ha fatto Berlusconi: mettere il tutor in autostrada (o se l'ha fatta Prodi, almeno Berlusconi non l'ha tolto). Una cosa scema e di destra che ha fatto Matteo Renzi: il reato di omicidio stradale.

Non si muore più in strada come una volta, ma si muore ancora tanto e lo sappiamo. È l'unica vera guerra della mia generazione: abbiamo tutti uno o due amici al camposanto a cui non portiamo più i fiori. Buonanno non era un mio amico, ma era come minimo un compagno di autostrada, due o tre volte statisticamente potremmo esserci sorpassati. Sono vicino al dolore dei suoi cari: non mi costa fatica, è lo stesso dolore che mi accompagna tutti i giorni. Là fuori ci si ammazza, ed è successo anche a gente a cui volevo bene, un po' più spesso di quanto pensavo di poter tollerare. È un problema molto più grosso di tanti altri problemi che ci fanno discutere, che ci spingono a prendercela contro una minoranza o contro un ceto politico e votare un onorevole piuttosto di un altro.
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Il mattino ha Gramellini in bocca

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Come forse saprete, la settimana scorsa un giudice ha revocato il regime di semilibertà a una detenuta che lo aveva ottenuto dopo nove anni, perché Massimo Gramellini aveva reso noto sul suo Buongiorno che la detenuta si era fatta delle foto in cui sorrideva, e le aveva messe su facebook (account privato sotto pseudonimo). Secondo Gramellini questo è una prova che non era stata abbastanza in galera: e siccome se lo pensa Gramellini lo pensano in tanti, anche il giudice molto presto se n'è convinto. 

[Update: mi hanno fatto notare che l'articolo di Gramellini è stato pubblicato nello stesso giorno in cui il giudice ha revocato la semilibertà, e che quindi la sua opinione se la deve essere formata su articoli precedenti, e non sul Buongiorno di Gramellini].

Il fatto che un giudice possa revocare un regime di semilibertà dopo aver sentito il parere di Gramellini, se ci pensate, è uno di quei piccoli fatti assurdi, e tipicamente italiani, che appena li scopre Gramellini ci scrive sopra un Buongiorno: invece stavolta no, è passata quasi una settimana e G. non ha ancora voluto riparlarne. Come mai? La redazione di Leonardo, coi suoi subdoli mezzi, è entrata in possesso di un leak straordinario: la cartella bozze di Gramellini. La pubblichiamo così com'è, uno sguardo senz'altro indiscreto ma interessantissimo nel cestino della carta straccia di un grande giornalista italiano. 

Mai mi sarei aspettato che 

Ok, sono stato uno stronzo

Anche il magistrato però -


Cioè il faccio il mio mestiere, non è che ne vada fiero ma

Mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di due giorni fa causasse la revoca di un regime di semilibertà. Cioè io alla fine sono solo un cazzone giornalista che ogni giorno deve trovare una storiella e farci la morale, l'altro giorno dovevo scegliere tra il dibattito sul quorum referendario e un'assassina rumena in semilibertà che si spara i selfies. Mettetevi nei miei panni. Il giornale qualcuno lo deve anche vendere.

Cioè io scrivo un fondo e un giudice revoca una semilibertà? Ma è impazzito? Ma siamo tutti impazziti?

Da: gramellini@lastampa.it
a: *********@*******.it
Scusa se ti disturbo, ho appena letto che l'avvocato della Matei dice che il regolamento non le vietava espressamente di accedere a facebook da cellulare, e che quindi al giudice mancherebbe anche questo appiglio per revocare la semilibertà. Hai modo di controllare questa cosa? Vorrei tornare sull'argomento ma capisci che comincia a sentirsi odore di

Il Buongiorno di mercoledì è stato molto criticato. Qualcuno mi ha accusato di volermi sostituire al giudice, se non al legislatore. Avrei voluto rispondere nel mio solito modo sornione, quando un mentecatto di un giudice ha deciso di darvi ragione rimettendo la rumena in galera, ma in che cazzo di Paese viviamo cioè davvero io non lo so. 

Ma avete idea di cosa vuol dire - non puoi parlare male di Renzi e non puoi parlare male degli avversari di Renzi. Se parli male dei vigili, i vigili si lamentano. Se parli male degli insegnanti apriti cielo. Alla fine vi stupite se una mattina mi scappa di prendermela con una rumena in semilibertà. Non si scrive mica da solo quel cazzo di Buongiorno tutte le mattine.

Vorrei chiedere scusa a Doina Matei, di cui ho voluto approfittare una mattina in cui non avevo niente di meglio da dire perché perché perché i  miei lettori sono dei fascisti di merda e io gli devo dare da mangiare tutte le mattine tutte le mattine spalare merda nelle fauci di quei fascisti cannibali basta dio basta. 

Chiedo scusa a Doina Matei: mai mi sarei aspettato che il mio Buongiorno di quattro giorni fa la riportasse tra le sbarre. Io volevo solo lisciare un po' il pelo a quei fascisti dei miei lettori riflettere su quel mistero che è la certezza della pena in Italia. Ma l'idea che le mie parole siano investite di tanto potere da poter riportare una persona in prigione - anche un'assassina, d'accordo, ma se avessi voluto fare il giudice avrei studiato giurisprudenza e adesso non starei diluendo fascismo per i lettori benpensanti

Argomenti Buongiorno aprile

  • Chiedo scusa alla Matei
  • Il libro di Sorgi in cui vendono il Colosseo (originaaaaale!) "Il libro di Sorgi minaccia di aprire un filone. Il Colosseo sì e la Torre di Pisa no? "
  • Il cazzo di dibattito sull'astensione
  • Chiedo scusa alla Matei
  • L'app del Comune di Roma è un flop
  • Mi vergogno a chiedere scusa alla Matei
  • Dicono che è l'aprile più caldo di sempre ma ieri tirava vento, mi sta colando il naso


Voi però non avete idea di cosa voglia dire, venti righe al giorno. E devono sempre essere lisce, parallele all'encefalogramma di voi lettori, non avete idea. Sto andando in analisi, rendetevi conto. L'altro giorno mi ha detto: "Ma cerchi di rimettersi un po' in connessione col mondo, si legga un po' i giornali" "Ehm, dottore, guardi che..." "No, sul serio, sui giornali c'è gente che ogni giorno riesce a scrivere qualcosa di simpatico e non troppo pessimista" "Ma veramente, dottore..." "Il migliore secondo me è uno che scrive sulla Stampa, un certo Gamellini, Garmellini..." "Gramellini". "Esatto". "Dottore, sono io Gramellini". "Ah... però, complimenti!" "Grazie". "E di cosa scriverà domani?" "Pensavo di rivelare al mondo che una tizia che è rimasta in galera per nove anni per aver causato la morte accidentale di una donna durante una colluttazione, ebbene questa tizia dopo aver ottenuto grazie alla buona condotta un regime di semilibertà è andata in spiaggia - dopo nove anni! - e si è fatta un selfie mentre sorrideva". "E allora?" "Pensavo di dire che evidentemente è stata in galera troppo poco, altrimenti non sorriderebbe". "Ma non trova che sia un po' esagerato? In fondo qualche lettore potrebbe anche provar pena per una donna che ha scontato già nove anni di..." "È rumena". "Ah, vabbe', allora".

Tra l'altro a rileggerlo che Buongiorno di merda.

"Quelle immagini indignano e il moralismo non c’entra". No macché, non c'entra proprio, guarda. "Neanche il desiderio di vendetta" Ma infatti. "C’entra la sensibilità". La sensibilità di un voyeur che va a cercarsi il profilo segreto di una detenuta in galera da nove anni, per controllare se per caso non c'è uno scatto in cui sorride, così lo mette sul giornale e poi magari va a domandare ai parenti della vittima cosa ne pensano, e questo è il mio mestiere. Il mio mestiere. Buongiorno. Buongiorno.  

Cari lettori, credo che questo sarà il mio ultimo Buongiorno. Tanto tra un po' faranno un foglio unico e al mio posto ci possono pure mettere Michele Serra che si scola i fiaschi di Petrini. Da piccolo, quando sognavo di fare il giornalista, speravo di cambiare il mondo. Ci sono riuscito, per esempio la settimana scorsa una donna poteva farsi un selfie davanti al mare, poi sono arrivato io e adesso è tornata in galera: il mondo si cambia anche così. Cose di cui andar fiero. Volevo dirvi che parto per un paese più semplice, uno dove non ci siano troppi specchi che riflettano la mia facciona da c

Gli scienziati dicono che è l'aprile più caldo di tutti i tempi (ma come faranno poi a saperlo?) Anche marzo è stato il marzo più caldo di tutti i tempi. Anche febbraio. E gennaio. Insomma, il trend va avanti da un po'. Eppure ieri sono uscito in maniche di camicia e dopo un po' starnutivo anche se

già, i piumini. 

Il mattino ha l'oro in bocca il mattino ha l'oro in bocca

"Mi scusi, però, c'è qualcosa che non mi torna..."
"Dica".
"Come fa a sapere che questa rumena si è fatta un selfie?"
"Lo ha condiviso su facebook".
"Su un profilo pubblico?"
"No, privato".
"E lei quindi è suo amico su facebook?"
"Io? E perché mai. No, no".
"Ma allora, mi scusi, come può sapere che la signorina si è fatta un selfie?"
"Alcuni miei colleghi sono riusciti a trovare l'account".
"Ah già, del resto basta avere nome e cognome".
"No, usava uno pseudonimo".
"Il che forse è illegale?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"Ma insomma, giusto per capire... i suoi colleghi sono riusciti a rintracciare un profilo di una detenuta, hanno trovato foto in cui sorride, e le hanno pubblicate?"
"Sì".
"Non è reato?"
"Non hanno saputo dirmelo".
"E lei userà queste foto per..."
"Per fare la morale, sì, è il mio lavoro".
"Direi che la seduta è finita".
"Non è un po' presto?"
"Può darsi. Ah, è finita anche la terapia".
"Cioè sono guarito?"
"Direi di no, ma lei mi sta facendo troppo schifo perché io possa continuare a lavorare con lei, capisce".
"Capisco, sì".
"Potrebbe andarsene immediatamente? Il sentimento di repulsione che nutro per lei cresce a ogni istante".
"Vado, vado. Buon..."
"Taccia per favore, addio".

Cara Doina,
fino all'altro giorno non mi conoscevi, adesso probabilmente mi odi. Vorrei dire che ti capisco, è normale, anch'io un po' mi odio. Come forse avrai capito, io non intendevo istigare un magistrato a rimetterti in galera. Dovevo soltanto fare il mio spettacolino quotidiano, a uso e consumo dei lettori. 
Cara Doina, odiami pure, ma considera una cosa: tra qualche anno tu sarai libera. Non abbastanza libera da poter aprire un account su facebook a tuo nome, quello probabilmente mai: ma abbastanza libera per rifarti una vita. Quel giorno io sarò ancora qua, alla mia postazione, a sudar freddo per distillare il mio milligrammo quotidiano di fascismo per il mio pubblico benpensante. Ci credi se ti dico che un po' t'invidio? No, non ci credi, perché sono un giornalista italiano. Non hai tutti i torti. Anzi non ne hai nessuno. 
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Chi la sapeva lunga su Regeni

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Quando, ormai due mesi fa, il cadavere di Giulio Regeni fu ritrovato sul ciglio di una strada, con evidenti segni di tortura, apparve subito chiaro che il governo egiziano era in imbarazzo. Le varie ipotesi divulgate dagli inquirenti - un incidente stradale, una rapina, una "vendetta personale" - erano talmente goffe da apparire tentativi di depistaggio: e non c'è motivo di depistare se non si è in qualche modo implicati.

"Io so".
Eppure, anche in una situazione del genere, tra gli opinionisti italiani c'era chi la sapeva più lunga: chi ci spiegò subito che i responsabili del sequestro e del delitto andavano cercati altrove; non emissari del governo, e nemmeno elementi 'deviati', no: Regeni dovevano averlo ammazzato gli oppositori: i Fratelli Musulmani.

A distanza di quasi due mesi, alcuni di questi pareri molto competenti rischiano di sparire dalla prima pagina dei risultati di google. In un certo senso è un peccato, così li incollo qua sotto. Questo è un giornalista di lunga e provata esperienza, Toni Capuozzo, intervistato da Adriano Scianca il sei febbraio per Libero (Capuozzo, la verità sull'omicidio di Giulio: "Vi dico io chi può averlo ucciso"):

«La mia», spiega, «è una conclusione logica: il regime non aveva interesse a compiere questa uccisione [...] I dettagli dell' omicidio raccontano di un interrogatorio condotto con odio e volontà punitiva. Mi pare più probabile che alcuni gruppi organici ai Fratelli musulmani o comunque all'opposizione fondamentalista ad al-Sisi lo abbiano scambiato per una spia.
Giulio era un occidentale, frequentava l'università americana, faceva domande in giro: evidentemente qualcuno lo ha scambiato per ciò che non era e lo ha interrogato, torturandolo, affinché confessasse cose che in realtà non sapeva.
Poi l'ha lasciato in condizioni tali da imbarazzare il regime. Viceversa, anche il peggiore squadrone della morte al servizio di al-Sisi lo avrebbe fatto sparire senza lasciare tracce».

Due giorni dopo Ugo Volli su Informazione Corretta, dopo aver premesso - come Capuozzo - che non conosce molto il caso, ci spiega che il governo non può aver fatto uccidere un ricercatore italiano, semplicemente perché non gli conviene. Invece a chi conviene? Agli islamici. Hanno ucciso Arrigoni (che si fidava di loro) a Gaza, quindi possono aver ucciso Regeni. "Ed è chiaro che questa morte danneggia il governo egiziano, nemico degli islamisti che Regeni frequentava e di cui si fidava, come a suo tempo Arrigoni a Gaza, ben più di un normale attentato. La logica del “cui prodest” punterebbe dunque ai nemici di Al Sisi più che sul governo egiziano").

Nel frattempo emergono testimoni che parlano di poliziotti in borghese che seguivano Regeni; di persone entrate nella sua stanza in cerca di documenti; malgrado tutto questo, venti giorni dopo Angelo Panebianco è ancora convinto che sia stata la Fratellanza Musulmana. In questo caso vale la pena di notare il coraggio di Panebianco, che persiste nel suo "ragionamento" a dispetto delle perplessità dei lettori e delle convinzioni del New York Times, ma soprattutto dagli indizi che nel frattempo erano emersi a carico della "sicurezza egiziana". Insomma dove c'è un "ragionamento" di un editorialista autorevole, indizi e testimonianze di giornalisti sul campo devono cedere il passo.

Sette (inserto del Corriere) 26 febbraio 2016.

Sia Panebianco sia Volli che Capuozzo sembrano dare per scontato che in Egitto i Fratelli Musulmani abbiano ancora una specie di controllo del territorio simile a quello che la criminalità organizzata ha in certi quartieri italiani. Sembrano insomma ignorare la repressione degli ultimi due anni - 1200 condanne a morte soltanto nel 2014, tra cui la "Guida generale", Mohammed Badi'; ventimila arresti. Ciononostante per Panebianco gli islamisti penetrano ancora "nei diversi gangli della società". "Non è difficile ipotizzare che qualche infiltrazione ci sia stata anche negli apparati della sicurezza. Sarebbe strano, anzi, che ciò non fosse avvenuto".
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La lobby anticiccioni è furbissima

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Ma parliamo di Mario Adinolfi. C'è chi lo trova buffo perché, beh, è obeso.

- Lunedì, mentre cominciavano ad apparire i primi articoli sul delitto Varani, Adinolfi già accusava la "lobby lgbt" di occultare i particolari fastidiosi, ovvero il fatto che almeno uno dei due assassini fosse gay. La stessa cosa secondo lui sarebbe avvenuta col delitto della professoressa Rosboch, "vittima di altri due gay impazziti. Anche lì, la morbosità si concentra sulla povera donna strangolata e poi gettata forse ancora viva in un pozzo di acqua gelida, niente titoli sul rapporto omosessuale tra i due assassini, che pure forse ha puntellato il delirio omicida della coppia di amanti con un dislivello d'età di 34 anni". Non pago, il giorno dopo ci ha fatto dono di uno scoop: l'ultimo post sulla bacheca di Luca Varani era un meme contro il matrimonio gay. Insomma, abbiamo un tizio che è riuscito a inventarsi un movente politico per il delitto Varani - che sta raccontando la storia di un gay e un fiancheggiatore che attirano un etero contrario alle unioni civili e lo torturano a morte, mentre la lobby lgbt fa il possibile per depistare questo e altri assassinii gay - e voi gli date del ciccione. Perché in effetti, ahah, è ciccione. 

- La settimana scorsa, sempre sulla sua bacheca, ci aveva informato di una cosa orribile avvenuta in Norvegia: un preside avrebbe accusato due coniugi di essere "troppo cristiani", e i servizi sociali non solo avrebbero sequestrato i cinque figli, disperdendoli in varie "casa-famiglia", ma anche arrestato il padre e la madre - si vede che in Norvegia i servizi sociali arrestano la gente troppo cristiana. "L'obiettivo è l'assalto a Cristo, alla Chiesa, ai cristiani". Naturalmente la storia è un po' diversa, e non serve molto tempo per controllare: padre e madre non erano accusati di eccessiva cristianità, reato ancora sconosciuto al codice penale norvegese, ma di percosse: lo stesso padre - che oltre a essere norvegese, come diceva Adinolfi, era rumeno - aveva ammesso di aver distribuito qualche sberla. Il preside aveva raccolto le confidenze di uno o più figli e aveva fatto un esposto. Insomma Adinolfi si era fabbricato la sua notizia su misura, prendendo le cose che gli piacevano - la famiglia norvegese di cinque figli! - e dimenticando il resto (le percosse, il fatto che il padre fosse un immigrato). Che cosa dire di un tizio che violenta la realtà in questo modo? Cosa gli diciamo? Gli diciamo che è un panzone! ah ah ah! Scacco matto, proprio.

- Nello stesso periodo è riuscito ad andare in qualche trasmissione tv a spiegare che Spotlight, un film dove non si vede mai un solo prete toccare un bambino; un film così poco controverso che persino la diocesi di Boston, che fu devastata dallo scandalo, ne consiglia la visione ai suoi sacerdoti, Spotlight dicevo, ha vinto l'Oscar solo perché attacca la Chiesa. Davvero, cosa si può dire di tanta cattiva fede? Che ha la pancia grossa! Ahahahah.

Ecco qua, questi sono solo i tre momenti più incredibili dell'ultima settimana di Mario Adinolfi. Se davanti a un materiale del genere voi ancora vi concentrate sulla pancia, credo che abbiate un problema. Lasciatemi indovinare - siete quelli che sconfissero Berlusconi dandogli del nano, sì? Sul desktop avete quella foto in cui Renzi è accostato a Mr Bean? Ah ah ah, che sagome che siete. Ora Adinolfi si sta lamentando delle affissioni goliardiche a Torino: "devo passare le giornate a difendermi dagli assalti violenti di un segmento dell'associazionismo Lgbt. Si tratta di una intollerabile lesione della democrazia". Insomma gli state facendo la campagna elettorale, senza chiedergli un soldo. Che dire? Siete furbissimi. E lui - non c'è dubbio - è un ciccione. 
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Qualcuno continua a uccidere le mie ex (e io non ho un alibi)

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Riassunto dello spunto precedente: un tizio arriva in questura disperato, chiede di essere arrestato per aver ucciso nove donne in cinque anni - anche se non se lo ricorda. Quattro delle vittime sono concentrate nella stessa provincia (in cui da anni la polizia ricerca un maniaco seriale), le altre sono sparse per l'Italia e addirittura l'Europa, e nessuno le aveva mai collegate, anche perché ogni omicidio ha modalità diverse. Solo il Tizio conosce il collegamento tra tutte le vittime: sono tutte sue ex.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! È uno sviluppo di Qualcuno sta uccidendo tutte le mie exSe vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 

Tizio vive un incubo da anni. Per molto tempo ha esitato a informare gli inquirenti, perché sapeva che sarebbe stato sospettato ed era convinto di essere innocente - anche se in un qualche modo non riesce mai ad avere un alibi (è un tizio insolitamente solitario). Ma dopo la tragica scomparsa di una signora di Innsbruck incrociata ai tempi dell'Erasmus, decide di costituirsi. Pensa di essere vittima di uno sdoppiamento di personalità, e teme per Caia, l'unica ex superstite, di cui è ancora segretamente innamorato anche se si è fatta una famiglia. Mentre è in stato di fermo, il commissario che ha ricevuto le sue confidenze ha un'idea: e se fosse Caia ad aver assassinato le povere donne? Tizio ha ammesso di aver tenuto una lista delle sue conquiste, e di averla mostrata almeno una volta all'ex compagna. Se si esclude Tizio, l'unico colpevole non può essere, per quanto improbabile...

Mentre sta ragionando su tutto questo, Caia muore misteriosamente davanti all'agente di scorta che le era stato fornito senza spiegazioni. Stavolta però Tizio dovrebbe avere un alibi! era in cella, no?

No.

Coincidenza, i termini della custodia cautelare erano scaduti il giorno prima. Lui naturalmente non si ricorda nulla, anche se aveva scritto diverse lettere anonime a Caia per metterla in guardia. Chi sta uccidendo tutte le sue ex?

Non lo saprete mai - se non voterete per questo spunto, che oggi se la gioca contro Addio ai procioni, mettendo Mi piace su facebook, o esprimendovi nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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Qualcuno sta uccidendo tutte le mie ex

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Il titolo è abbastanza illustrativo. Un tizio sconvolto arriva in questura e chiede di essere arrestato. Dice di essere il Maniaco di Reggio Emilia, e non solo. "Sono anche quello che ha investito una tizia di Savona due anni fa, e inoltre ho strangolato una madre di famiglia a Innsbruck e gettato nel canale un'assistente sociale di Utrecht".
"E perché avrebbe ucciso tutte queste donne?"
"Non lo so".
"È vittima di raptus?"
"Non lo so, non ricordo nemmeno di essere stato a Utrecht, e anche a Reggio ormai ci vado abbastanza di rado".
"Cioè lei non si ricorda di aver ucciso queste signore?"
"No, non ricordo niente. Ma non posso che essere stato io".
"Scusi, ma lei mi sembra un..."
"Un mitomane".
"No, volevo dire: un po' confuso".

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

"No no, ha ragione, sembro un mitomane. Vengo qua e mi autoaccuso di una decina di omicidi, e non ho prove né movente. Lo so. Ma sono anni che mi torturo. C'è una cosa che unisce tutte queste donne, e la conosco solo io".
"E questa cosa me la può dire? Così saremo in due".
"Sono tutte mie ex".
"Tutte?"
"Cioè, con alcune è stata una cosa brevissima, anche di una notte sola, però..."
"Tra loro non si conoscevano?"
"No. Cioè. Un paio di ex compagne di scuola. Basta. Mio dio, sono morte! Sono un mostro!"
"Ma lei non si ricorda".
"No. Quando è iniziata la storia del Maniaco di Reggio... colpiva solo persone che conoscevo... all'inizio pensai a un'orribile coincidenza. Ma poi è stata investita Simona..."
"La signora di Savona?"
"...si era trasferita cinque anni fa... eravamo rimasti amici... non poteva essere una coincidenza. Ho pensato che ci fosse una persona che ce l'aveva con me, per qualsiasi motivo... ma nessuno, nessuno sapeva la storia con Magdalene".
"Innsbruck?"
"Utrecht. Ma c'è di peggio. Ogni omicidio allude in qualche modo alla relazione che io ho avuto con la vittima. Simona è stata investita da un'automobile... è proprio a causa di un incidente stradale che ci incontrammo".
"E quindi la tizia soffocata con pallottole di carta..."
"Fu una relazione in gran parte epistolare".
"Ovvio".
"Lei non può immaginare che incubo sia questa storia per me... l'occasione di rivangare tutte queste storie, tutto il mio passato sentimentale che si imbratta di assurdo sangue..."
"Ma con qualcuna di loro si era lasciato male?"
"Più o meno con tutte".
"Ha mai fantasticato di ammazzarne almeno una?"
"Due o tre. Ma capita a tutti, no?"
"Veramente no".
"Ah no?"
"No. Ma è possibile che lei non abbia nessun alibi?"
"Ho controllato. Non sa quanto ho controllato. Vivo solo, la sera esco di rado".
"Se in quei giorni le è capitato almeno di rispondere al telefono, possiamo tracciare..."
"Ho controllato!"
"Nessuna chiamata?"
"Due o tre, lasciate senza risposta".
"Ah".
"È quello che farebbe un assassino, no? Lasciare a casa il telefono per non essere tracciato".
"Sì, ma potrebbe anche esserci un'altra spiegazione".
"È da anni che mi lambicco in cerca di un'altra spiegazione. Non c'è. Non posso che essere stato io.
La prego, mi arresti".
"Ma senta, le avrebbe uccise tutte?"
"Ne manca una. Ha tre figli. La prego".

Chi sta uccidendo le ex del tizio ormai convinto di avere ucciso quasi tutte le sue ex? Non lo saprete mai. A meno di non votare per Qualcuno sta uccidendo tutte le mie ex, uno spunto perversamente terapeutico che oggi se la gioca contro Chi ha rubato la marmellata. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Giuseppe che nascondi nell'armadio

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Questo è il delirio di una notte, però noto che i cold case continuano a piacere, almeno in tv. In Toscana ogni tanto scompariva un ragazzino. Lo sapevano tutti, ma nessuno sapeva niente. Un laureando in legge prova a mettere in fila tutte le sparizioni tra Versilia e Mugello scoprendo una cosa inquietante: il primo bambino sicuramente scomparso aveva 10 anni. Due anni dopo ne era sparito uno di 12. Due anni dopo uno di 14. E così via. Di questo ritmo, ormai dovrebbero scomparire dei quarantenni. E magari scompaiono davvero, ma nessuno li ricollega alla catena. Il laureando decide di indagare, o meglio non riesce a impedirselo. All'inizio non si rende nemmeno conto del pericolo: sembra tutta roba da archivio. Emeroteche, microfilm, la maggior parte degli indagati sono morti.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

A ogni sparizione, i carabinieri interrogavano i soliti sospetti. Mangiafoco, un ex partigiano di Vicchio, artista itinerante con precedenti per molestie famigliari. Un pescatore di Viareggio con un ritardo mentale, su cui in paese si raccontavano sinistre storie di antropofagia (trovarono una clavicola nel suo pattume). Una coppia di truffatori di mezza tacca che battevano la provincia fingendosi operatori della compagnia del gasse. Lucignolo, un balordo dedito allo spaccio sin dalla prima adolescenza, ma troppo inaffidabile per far carriera. Tutta gente entrata e uscita di galera a cui sono state rimproverate attenzioni nei confronti dei minorenni. Di questi, almeno Lucignolo è ancora vivo e rintracciabile. In teoria disintossicato, lavora in un allevamento bovino a pochi chilometri dalla casa dei genitori del laureando che, ormai ossessionato, comincia a frequentare il bar dove da piccolo lo aveva visto passare. Un pomeriggio lo incontra, gli offre da bere, e in cambio ascolta la storia sconnessa di un Omino che portava i bambini in un posto apparentemente bellissimo e poi li uccideva e ne vendeva i pezzi. Lucignolo stesso da bambino era stato catturato dall'Omino, ma era stato risparmiato perché non vergine, ed era diventato un suo aiutante.

Sembra una favola - e il laureando ha la sensazione di averla già sentita - ma il "posto bellissimo" ha un indirizzo. In via Teatina, a Firenze, forzando il lucchetto di un seminterrato (su una parete, una scritta misteriosa e inquietante: Non voglamo più schole), si infila in un cunicolo che lo conduce a una specie di sala giochi di trent'anni prima: calcioballilla, flipper, giornaletti zozzi. Il laureando sa di aver trovato un nascondiglio dove uno o più pedofili attiravano le loro vittime, ma si domanda quanto questo abbia a che fare con il suo caso.

Decide finalmente di andare dai carabinieri. Spera che gli diano ascolto, tanto più che il colonnello Melampo, che aveva indagato (male) sulla maggior parte dei casi, è scomparso di recente. Purtroppo il suo sostituto è un gorilla ottuso che lo minaccia di mandarlo in galera se non si fa i fatti suoi. A questo punto l'unico che può aiutarlo è il Grillo, un ex cronista della Nazione che aveva seguito i casi con un certo scrupolo. Ma il Grillo di tutta la storia non vuole più sentire parlare. Conosce Lucignolo, ma la storia del traffico d'organi lo fa sghignazzare: del "posto bellissimo" ha sentito parlare, l'Omino era effettivamente un pedofilo ma non uccideva le sue vittime.

"E come fa a saperlo?"
"Non ti preoccupare delle cose che so io. Ma la Fata di Scandicci la conosci?"
Vagamente. È la titolare di un bio-agroturismo che nel tempo libero celebra riti pagani. Anche lei qualche precedente per circonvenzione di incapace. Il laureando scopre che a un certo punto aveva truffato una coppia di ingenui, un po' avanti con gli anni, persuadendoli che poteva fare in modo che loro avessero un figlio - quel che rendeva grottesca la faccenda era che la partner, "Ciliegia", fosse un transessuale. La storia potrebbe andare avanti così e qualcuno spero che abbia capito il meccanismo; alla fine di tutto c'è senz'altro un signore sulla quarantina dalle parti di Pescia che custodisce in un armadio una marionetta di legno. Ma se volete capirne di più non vi resta che votare per Che nasconde Giuseppe nell'armadio. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

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La prigioniera nella torre

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Ma voi forse avete voglia di frustini e manette - è quello che fa andare avanti la letteratura oggi, no? E chi siamo noi per tirarci indietro? Avanti coi frustini e le manette.

Yris è scomparsa dieci anni fa (ne aveva 11), senza lasciare nessuna pista credibile. Anche a Chi l'ha visto ormai non sanno più cosa raccontare. Una giornalista di costume (più o meno la stessa dei Cinque dopo Genova), con scarsa familiarità per la cronaca nera, inciampa sul suo caso mentre sta lavorando a un servizio sul sexual roleplay. Chiacchierando amabilmente con un fabbro molto specializzato, viene a sapere che c'è un tizio che vive in un castello a pochi chilometri da dove sparì Yris, un nobile spiantato, che è il suo miglior cliente, e non solo il suo: collari e manette, ma anche sistemi di sicurezza a circuito chiuso, "A casa sua c'è una cazzo di Alcatraz in miniatura". Ma se c'è un'alcatraz, ci dev'essere anche una prigioniera. Non vale la pena indagare? Dai e dai, la giornalista riesce a solleticare la curiosità di un inquirente (e tra i due c'è anche del tenero, anzi del torbido, con tanto roleplay).

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui).

Yris in realtà vive in una cella a centinaia di chilometri di distanza da quando - dieci anni prima - fu adescata in una chat da un maniaco, un signor Nessuno assolutamente insospettabile, sposato con figli e una cantina di cui lui solo ha le chiavi. Dopo un po' però anche il più suonato dei lettori dovrebbe rendersi conto che dei due la più sociopatica è Yris. Odiava i genitori (separati), aveva mandato all'ospedale una compagna di scuola.

Il signor Nessuno la ha liberata dalla famiglia e dalla scuola, realizzandone le fantasie di hikikomori, regalandole tutto quello che ha sempre sognato: una cantina blindata e insonorizzata in cui farsi per sempre i fatti suoi; libri, playstation - e di sgamo Yris è riuscita anche a connettersi a internet: ha un profilo facebook e lo usa per scrivere creepypasta e spaventare a morte i bambini. Inoltre è diventata la più grande esperta vivente di Edgar Allan Poe o di qualche altro scrittore meno banale, i suoi interventi critici sono apprezzatissimi nel circuito accademico.

Il sig. Nessuno è roso dai rimorsi (ma è anche seriamente innamorato di una ragazza che gli fa credere di essere stata plasmata da lui). Ha anche qualche debito e non può più permettersi un pied-à-terre e il mantenimento di una schiava. Decide di liberarla, ma lei punta i piedi e minaccia di ricattarlo. Preso in un vicolo cieco, Nessuno comincia a progettare l'omicidio. Ma a questo punto le due trame si intrecciano perché non lo saprete mai se non voterete per La prigioniera nella torre. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.

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Guerra di religione nell'intervallo

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Volevo dirvi, e già pregusto l’interesse che in voi scatenerò, che ieri la Pippi di seconda P ha preso per i capelli la Cacchi di prima Q perché le diceva che dopo essersi tosato l’emisfero destro col rasoio non sembrava Scarlett Johansson agli Oscar, ma piuttosto un istrice schiacciato in autostrada.

A quel punto è intervenuta la Merdy di III R (ripetente), che pur non sapendo cosa fosse un istrice, né la Johansson, né un emisfero, né un Oscar, né dove si trovasse in quel momento, ha pestato la Pippi perché ehi, in quel corridoio se vuoi menarti devi chiedere a lei, non è che puoi graffiar bambine senza invitarla. Ma sbagliava corridoio, quindi la Gwanda di II W è andata a dirlo al fratello, il quale disprezzando i litigi tra femmine e gli sfregi che procurano ha deciso di non intervenire direttamente, bensì sgonfiando la bici della colpevole; e non capendo chi fosse esattamente, non riuscendo a districare la catena di cause ed effetti dalla Pippi alla Cacchi alla Merdy, ha sgonfiato un’intera rastrelliera, quaranta ruote, Dio è grande e riconoscerà le sue.

A quel punto voi avreste mandato il fratello di Gwanda dal preside, ma bisogna prendere appuntamento, del resto ha otto plessi, così ho pensato di chiamare i giornalisti. Sì, perché il ragazzino è musulmano, e invece di Dio è grande ha detto Allah Akbar. E quindi capite, lo scontro di religioni, di civiltà - chi l’avrebbe detto che il nostro quarto d’ora di celebrità sarebbe stato quello dell’intervallo.
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Gira di notte e ti succhia l'anima

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Lo sciacallo (The Nightcrawler) Dan Gilroy, 2014


"Qualcuno una volta ha detto che non capisco le persone. La psicologia, insomma. Posso garantire che non è così. Io passo il tempo a capire le persone. Mi mescolo tra loro, osservo i loro comportamenti, ascolto i loro discorsi, e imparo. Non ho avuto un'istruzione convenzionale, ma imparo molto in fretta. So contrattare. Sono in grado comprendere rapidamente le attese del mio interlocutore, il che mi consente di calibrare con più efficacia i miei messaggi e ottenere in breve tempo quello che mi serve. Perciò è errato sostenere che non capisco le persone".

È solo che non mi piacciono.

Lo sciacallo è un alieno... (continua su +eventi!) Uno serio, intendo, non di quelli che dopo un po’ diventano sentimentali e si affezionano. Molto più credibile della Johansson in Under the Skin, Jake Gyllenhaal non solleva mai la maschera. La prima volta che lo vediamo sta rubando il rame in un cantiere, alla base della catena alimentare. Ma ha già quegli occhi finti che sembrano dipinti su palpebre chiuse. Non ha famiglia né origine; è rapido e spietato, si adatta alle situazioni e non si accontenta mai. Dal furto di oggetti a quello di immagini sul luogo del disastro, il passo è quasi logico. Ma parassitare le nostre peggiori abitudini mediatiche non gli basta: lui vuole andare oltre, mostrarci la via.

Qualcuno ha paragonato la prova di Gyllenhaal a quella di De Niro in Taxi Driver, e soprattutto in Re per una notte: la caricatura del self made man germinato dal nulla e disposto a qualunque cosa, strano fungo cresciuto una notte nella jungla sociale. Gyllenhaal purtroppo non può contare su una storia altrettanto buona: Dan Gilroy, al suo esordio in regia, si preoccupa forse eccessivamente che passi il messaggio polemico nei confronti del sensazionalismo della cronaca nera; in realtà mostra più talento per le scene d’azione (fantastici inseguimenti) che per la didascalia sociale. Il finale è un po’ ridondante, ma almeno non è il tipico finale hollywoodiano. Gli alieni sono in mezzo a noi, come noi, in certi casi siamo noi.

Lo sciacallo è al Cinema Aurora di Savigliano oggi 15 e domani 16/04/2015, alle 21:15. Buona visione!
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Gli stragisti italiani e i loro cattivi maestri

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"Semmai lo Stato ci tortura lasciando mano libera ai magistrati", scriveva giusto ieri Sallusti, in un pezzo dichiaratamente senza vergogna. Oggi Claudio Giardiello ha impugnato una pistola - mirava a un pubblico ministero - e ha ucciso un giudice e un avvocato. Può darsi che non fosse un lettore di Sallusti. Potrebbe essersi perso quel folle pomeriggio di tre anni fa, quando il signor Martinelli entrò armato in un ufficio postale e fece 15 ostaggi: e poiché non era un integralista islamico, né un black bloc, ma un imprenditore che non voleva pagare il canone RAI, Bossi affermò che andava "capito", e Fabrizio Rondolino lo definì "un eroe" che lottava "per le nostre libertà naturali". Un eroe ancora barricato in un ufficio postale con fucile a pompa, due pistole e 15 ostaggi.
https://twitter.com/loffio

Può darsi che di questo "brutto clima" di cui si lamenta l'ex pm Gherardo Colombo, non siano responsabili gli organi di stampa inflessibili coi no-tav e pieni di comprensione per la sofferenza di chiunque sia in difficoltà coi pagamenti - purché abbia un cognome italiano. "Compagni che sbagliano", si diceva una volta: adesso sono più spesso imprenditori, ma insomma, vanno capiti. Sparano, feriscono, uccidono: ma interpretano un disagio reale. Ecco, chiunque scriva queste cose, sappia che almeno per quanto mi riguarda fa lo stesso schifo di chi scusava il terrorismo brigatista 40 anni fa, e quello islamico oggi. Magari non siete responsabili, no. Sicuramente siete irresponsabili.
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La scuola dei poliziotti buoni

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Di solito, quando non trovo niente di originale da aggiungere a quanto di importante e intelligente si dice in giro, io sto zitto - questo non mi impedisce, l'avrete notato, di parlare molto più del necessario. Fin qui non ho avuto niente da aggiungere al caso Cucchi: la mia indignazione si sovrapponeva perfettamente a quella di tanti altri cittadini come me. Stavolta è lievemente diverso perché mi sono accorto - un po' tardi - che le persone che hanno lasciato morire un ragazzo in un'infermeria, senza essere a norma di legge responsabili della sua morte, sono miei colleghi.

Servitori dello Stato, come si usa dire, e lo sono anch'io. Tra l'altro più o meno lo Stato ci paga uguale. Non ci avevo mai fatto molto caso; poi hanno assolto guardie carcerarie e infermieri e adesso mi sembra davvero veramente strano: lo Stato che non vede nessun crimine nel lasciar morire Stefano Cucchi su una brandina è lo stesso che mi mette in mezzo se un ragazzo si fa male in corridoio.

Io - per chi si è appena sintonizzato - non faccio la guardia, bensì l'insegnante. Sono penalmente responsabile non solo del male che faccio ai ragazzi (evito per quanto possibile anche solo di toccarli), ma anche di quello che si fanno in mia presenza. In realtà sono responsabile anche del male che si fanno in mia assenza, perché non sempre mi trovo a essere dove dovrei. I ragazzi ogni tanto chiedono di uscire per andare in bagno - è un loro diritto - se nel tragitto qualcuno li prende a sberle, e succede, io sono responsabile. Se in bagno trafficano foto col cellulare, ciò mi può essere imputato, in quanto successo mentre io avrei dovuto vigilare (nel bagno?)

Questa cosa è particolarmente interessante, perché onde evitare appunto lo scambio di foto e altri contenuti francamente non didattici, molti istituti proibiscono agli alunni l'uso dei cellulari. Ma non possiamo impedire agli stessi alunni di portare il cellulare a scuola; né perquisirli; se glieli sequestriamo, come a volte avviene, un genitore può denunciarci per furto, come a volte avviene. (Comunque se il progetto renziano di Buona Scuola andrà avanti, tra un po' tutti gli alunni arriveranno a scuola col tablet comprato dalla famiglia - in pratica lo scambio di foto e contenuti, da proibito, diventerà in qualche modo incentivato. Sarà una rivoluzione abbastanza copernicana).

Poi c'è l'intervallo, durante il quale i ragazzi vanno un po' dappertutto e l'insegnante a volte persino in bagno, ma anche in questo caso sarà ritenuto responsabile se qualcuno si fa male. C'è quel delicato momento in cui suona l'ultima campana e i ragazzi lasciano le aule - ma gli insegnanti sono ancora responsabili della loro incolumità finché quelli non hanno superato il cancello, e molti non lo lasciano ancora per una mezz'ora; è un bel posto dove prendersi a cinghiate. Anche in questo caso insegnanti o personale non docente potrebbero essere ritenuti responsabile. Al limite il dirigente scolastico. C'è sempre un responsabile a scuola, non c'è proprio modo di evitare che ci sia. A scuola. In caserma, o in carcere, il discorso è evidentemente diverso.

Poi c'è la gita scolastica, durante la quale l'insegnante è responsabile di qualsiasi cosa avvenga a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se approfittando della stanchezza dell'insegnante, un ragazzo decide di raggiungere gli amici saltellando su un cornicione; se cadendo riporta lesioni alla spina dorsale, l'insegnante che ha scelto quell'albergo dotato di cornicioni pericolosi (e che mentre i ragazzi vi saltellavano dormiva!) sarà ritenuto responsabile e dovrà corrispondere alla famiglia dell'invalido un adeguato indennizzo. Non è lo scenario peggiore che possa venire in mente a un insegnante pavido in cerca di scuse per non portare classi in gita, è una sentenza della Cassazione. E d'altro canto l'insegnante non è mica un tour operator, è un servitore dello Stato. I genitori gli affidano i ragazzi, e lui ne risponde.

Già.

Poi può capitare agli stessi ragazzi, qualche anno più tardi, di venire a contatto con miei colleghi in divisa blu o nera e magari aspettarsi la stessa animosa sollecitudine. Ecco, qui forse c'è un problema. Non è tanto la violenza dello Stato. Forse basterebbe spiegarlo da subito, che lo Stato è un'entità violenta; che i suoi servitori possono, senza pagarne le conseguenze, picchiarti a sangue e lasciarti morire. Uno poi lo sa e si regola di conseguenza.

Cucchi è morto perché rifiutava cibo e cure. Voleva parlare col suo avvocato. Non poteva uscire nel corridoio o recarsi in bagno; non poteva saltellare da un cornicione. Era immobile, su un lettino di ospedale: preoccuparsi del suo stato non doveva essere cosa al di sopra delle possibilità del personale ospedaliero e delle guardie carcerarie. In qualsiasi altra istituzione, se un cittadino si fa male, c'è un responsabile che paga. Magari è assente, ma è comunque il responsabile. Se durante un'evacuazione in una scuola un ragazzo urta uno spigolo, qualcuno dovrà rispondere di quello spigolo che forse a norma di legge non doveva essere lì. Ma se un cittadino viene trattenuto in caserma, e poi tradotto in carcere, e da lì in ospedale, e durante questa trafila viene occasionalmente malmenato, e poi rifiuta le cure, pare che la responsabilità sia soltanto sua, del suo stile di vita. Nessuno evidentemente è responsabile di quanto succede tra caserma e carcere e ospedale. D'altro canto non è mica la scuola, è il mondo degli adulti.

Non chiederò il frustino per ripristinare l'equilibrio, non saprei come si maneggia e probabilmente farei del male a me per primo. Mi resta uno strano vuoto allo stomaco, la sensazione di essere un omino di burro, un tizio che fa il buono di mestiere, come lo fanno i poliziotti buoni. Tra i servi, quello sciocco e bonaccione che accoglie gli ospiti all'entrata e li consegna con molte premure ai colleghi dei bracci interni. Non è gente meglio pagata di me, né più professionale: la differenza che salta agli occhi è che loro hanno il volto coperto.
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Atlante dei luoghi comuni

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A Modena, lo avrete sentito, è successo un fatto orribile. Una sedicenne è stata stuprata da un gruppo di ragazzi poco più grandi di lei, in una festa in casa. Se servisse qualcosa vorrei ringraziare la ragazza che ha avuto il coraggio di denunciare i cinque pezzi di merda, e augurarle di superare al più presto quel che è successo. Ma onestamente spero non stia leggendo blog o giornali in questi giorni. Soprattutto le testate nazionali, perché alla fine i locali in questo caso non mi sembra si siano comportati troppo male: hanno raccontato la storia senza tradire generalità, ambientandola in una non meglio precisata "Modena bene" a cui poi ognuno dà il senso che preferisce. La stampa nazionale, invece.

La stampa nazionale si è comportata come si comporta in milioni di casi come questo; non avendo nulla da aggiungere ai fatti raccolti dalle redazioni locali, si è limitata copiare e incollare le informazioni e slegare gli opinionisti. Costoro si sono messi immediatamente ad abbaiare alla luna, con una tecnica affinata nei secoli, che forse non mi darebbe il voltastomaco se stavolta qualcuno non avesse davvero fatto male una ragazza a pochi km da casa mia. Provo a spiegarmi meglio con un esempio: quante volte vi sarà capitato, dai Novanta in poi, di leggere o ascoltare qualche accigliata tirata contro le stragi del sabato sera, i ragazzi che pensano solo a bere e poi s'ammazzano, la cultura dello sballo, bla bla, tutta roba in linea di massima persino condivisibile (passare le notti a bere e a guidare non è effettivamente il massimo della vita e della razionalità) e mortalmente noiosa?

Poi magari una notte muore un vostro amico, e non era un coglione: non beveva più di tanto, non stava guidando, aveva un sacco di progetti e impegni, e una sera ha avuto un colpo di sonno o di sfortuna. Un momento era una persona. Il momento dopo, sui giornali, una statistica. A quel punto il primo giornalista che vi passa vicino e osa dire "cultura dello sballo", o "gioventù senza valori", voi lo prendete per il collo. Ma alla fine sta solo lavorando. Il suo mestiere è ululare ovvietà alla luna. C'è chi li legge, quei pezzi lì, c'è chi compra il giornale apposta. Non l'ha mica ammazzato lui il vostro amico. In effetti non gliene frega nulla, non lo conosce, il fatto di cronaca non gli interessa in sé, ha soltanto bisogno di uno spinto per generalizzare, e parlare del vuoto di valori eccetera eccetera.

Siamo tutti stupratori

In agosto a Modena hanno chiuso una ragazza in bagno e l'hanno stuprata a turno. Dietro ci sono delle responsabilità oggettive, probabilmente anche errori pregressi di genitori ed educatori; ma l'opinionista non è nella posizione di identificarli e di prendersela con loro. Lui fa un altro mestiere: generalizza. Non gli interessano minimamente i colpevoli, perché siamo tutti colpevoli, la società è colpevole, siamo tutti educatori falliti, siamo tutti stupratori, e le nostre ragazze sono tutte incaute ad andare a certe feste e accettare certi drinks. E questo non è Giovanardi. Magari lo fosse. Un discorso reazionario da Giovanardi me lo aspetto, se non lo facesse probabilmente glielo solleciterei. Il punto è che certe cose me le ritrovo scritte da un'opinionista intelligente, seria, progressista, come la De Gregorio.

"Ce l'avete, ce l'avete avuta una figlia di sedici anni? Che si veste e si trucca come la sua cantante preferita, che sta chiusa in camera ore e a tavola risponde a monosillabi, che quando la vedete uscire con il nero tutto attorno agli occhi pensate mamma mia com'è diventata, ma lo sapete, voi lo sapete che è solo una bambina mascherata da donna e vi si stringe il cuore a vederla uscire fintamente spavalda. Dove va, a fare cosa, con chi".

Va avanti così per un altro paragrafo, ma fermiamoci un momento. Stiamo parlando di una persona che non conosciamo. Magari era esattamente come se la immagina la De Gregorio, magari un tipo del tutto diverso; allo stesso modo come tra le vittime delle Stragi del Sabato Sera c'erano ragazzi pieni di idee e di progetti ecc., ma sono morti lo stesso perché un coglione nell'altra corsia ha sbagliato un sorpasso. Io so che la De Gregorio non vuole colpevolizzare la ragazza. Ma lo so unicamente perché ho una certa idea di come la pensa la De Gregorio sull'argomento. Se invece fossi una ragazza di 16 anni, e questo fosse il primo pezzo che leggo di lei, mi domanderei: perché continua a parlare di me - e senza conoscermi? Perché ha cominciato il pezzo parlando di me, e va avanti a parlare di me, invece di sottolineare che ci sono cinque pezzi di merda che mi hanno chiuso in bagno? In seguito arrivano anche i cinque pezzi di merda, ma perché non sono in primo piano? Perché ci sono io che mi metto il nero attorno agli occhi, è un problema se a 16 anni mi metto il nero attorno agli occhi? È un invito ad abusare di me? Vuole veramente suggerire questo? No, non lo vuole suggerire.

Allora, proprio perché non c'è nessun atteggiamento di una ragazza - nessun mascheramento, nessun nero intorno agli occhi, nessuna agghiacciante preferenza musicale - che possa in un qualche modo giustificare quello che è successo, perché indugiare in queste cose? Per solleticare il senso di colpa del lettore-genitore, punto. Hanno stuprato una ragazza da qualche parte. La prossima potrebbe essere la tua. Non sai più con chi esce. Non sai perché si veste in un certo modo. Povero genitore apprensivo, cosa farai? Boh, non so. Di solito questi discorsi finivano con un caldo invito a votare un partito che ripristinasse l'Ordine e la Legalità. Ma qui siamo su un quotidiano progressista. O no?
Siamo ancora su un quotidiano progressista?


Geolocalizzazione dei luoghi comuni. La stampa nazionale si scrive a Roma o Milano, e quando capita che si ragioni di un fatto non accaduto in queste due popolose città, l'opinionista volenteroso tira fuori dallo scaffale una specie di Atlante DeAgostini Dei Luoghi Comuni, un'edizione limitata che hanno solo nelle redazioni, che serve a spiegare al giornalista com'è fatta quella città in poche semplici parole: Cremona? Torrone. Varese? Leghisti? Genova? Tirchi. Modena?

Modena, sempre secondo la De Gregorio, sarebbe "la più rassicurante delle città emiliane, la Modena delle scuole modello degli imprenditori che non si arrendono al terremoto, delle donne imprenditrici che vendono figurine nel mondo, dei ristoranti celebrati oltreoceano". Forse per la prima volta nel DeAgostini mancano Don Camillo e Peppone, anche se se ne intuisce il profilo tra un asilo e un'osteria. No, sul serio, sembra l'atlante di quando andavo all'asilo, al polo nord c'era un pinguino e in mezzo alla Pianura Padana una Ferrari. Modena è per prima cosa una città di duecentomila abitanti: se state a Roma o a Milano vi possono sembrare pochi, però, fidatevi, non è un paesello con un paio di scuole fatte bene e un bel ristorante. C'è pure la miseria a Modena; c'è una criminalità che ha sempre dato prova di una notevole vitalità: negli anni Ottanta era una piazza così importante per l'eroina che alla mattina i tossici delle altre città emiliane (meno rassicuranti?) arrivavano in treno. In seguito fu forse la capitale europea della tratta delle nere, durante il conflitto jugoslavo se dicevi "Modena" a un camionista bosniaco lui ti faceva i complimenti, la Bruciata era famosa nel mondo. Modena è tutto questo e tantissime altre cose, comprese quelle famiglie tranquille che lasciano i figli a casa soli al sabato e loro invitano gli amici e si fanno di ogni; e a volte ci scappa il sesso di gruppo anche con chi non vuole o non riesce a sottrarsi. Come in centinaia di altre città in Italia, più grandi, più piccole, più povere, più ricche e non c'entra niente il terremoto (che a Modena ha fatto cadere un vaso e due calcinacci), o le scuole modello di Reggio nell'Emilia, che per inciso non è Modena, neanche provincia. Modena, se non la conosci appena un po', non vuol dire niente; non è che se stuprano una ragazza a Roma io mi metto a scrivere "nella città eterna, all'ombra dei fori imperiali e delle basiliche della cristianità che furono set dei più acclamati film neorealisti"; non sarei ridicolo se lo facessi? Ma possibile che stuprino una ragazza nella città dove Bottura ha il ristorante?

(E continua pure)
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Ho sentito degli spari in una via del centro

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Benito Mussolini è probabilmente il personaggio politico più odiato e controverso del secolo scorso; tra il 1925 e il 1932, mentre consolidava la sua posizione di potere, scampò ad almeno sei attentati (Zaniboni, Gibson, Lucetti, Zamboni, Schirru, Pellegrino Sbardellotto). Alcuni erano anarchici, altri fascisti delusi, altre matte. Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto di essere l'uomo politico vivente più odiato, preso di mira sistematicamente da una parte politica e una concentrazione mediatica: in vent'anni di carriera politica si è preso un treppiede e una madonnina. Ai democristiani nei '70 e negli '80 non era andata altrettanto bene; il brigatismo inflisse perdite pesanti tra le prime e le seconde file. I comunisti nel 1948 a per poco non perdevano Togliatti. I politici sono da sempre nel mirino: sono personaggi pubblici e rappresentano il potere, i motivi per prendersela con loro non sono mai venuti meno. Un tizio che nel 2013 si mette a tirare davanti a Palazzo Chigi può essere disturbato, può essere disperato; senz'altro sarà vittima della società e in particolar modo della determinazione con la quale negli ultimi anni si è abbattuta sui più indifesi l'Imposta sull'imbecillità, alias il videopoker; ma al netto di tutta l'eterogenesi dei moventi, un poveretto che non sa nemmeno che politico mirare e finisce per tirare a un carabiniere qualsiasi; e a momenti ammazza una donna incinta; uno così non fa statistica. Cioè ci sarà anche una rabbia montante, in Italia, nei confronti del ceto politico; sarà in gran parte causata dalla crisi economica che lo stesso ceto politico ha contribuito più a causare che a combattere; potremmo discutere a lungo se Grillo e compagnia ne siano un fattore scatenante o un semplice sintomo, o addirittura uno sfogo benigno che evita eruzioni più violente. Possiamo farlo, facciamolo anche a lungo, ma senza passare sul corpo steso di un tizio qualunque che soprattutto voleva farsi ammazzare. Un episodio del genere fa molto colore; riempie i pomeriggi di giornalisti che non sanno più che retroscena rifriggere; ma la statistica ci dice che in Italia la violenza di matrice politica è ai minimi storici. C'è qualche anarco-insurrezionalista che è riuscito a far recapitare qualche pacco bomba a Equitalia; uno forse nel 2012 ha gambizzato l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare; fine. Se c'è del disagio in Italia oggi - e ce n'è - si esprime soprattutto in altre forme.

Un mese fa ho visto quella che credo sia l'unica vera commedia italiana di successo in questa stagione (come dire: l'unico film italiano che qualcuno è davvero andato a vedere). Nei primi minuti c'è un politico davanti a Montecitorio che all'uscita dall'auto blu viene bersagliato da uova e ortaggi, e chiede il perché. "Come perché, non sei un politico?" "Certo che sono un politico". E giù uova. La cosa interessante è che non sapremo mai di che politico si tratti: durante tutto il film è il portavoce di un partito; ogni tanto si ritrova con altri due rappresentanti di partiti concorrenti; si vestono nello stesso modo ed è impossibile dai loro discorsi capire chi stia rappresentando chi. Nessuna ideologia, solo spartizione del potere. Sono uguali. Nei credits si chiamano "Politico bello", "Politico ruspante" e "Politico col pizzetto". Il Bello è quello che si prende le uova. Durante quella scena qualcuno si è alzato in piedi in sala e si è messo ad applaudire. Gente che va al cinema al mercoledì: vittime dei videopoker? di equitalia? è Grillo che li sobilla? o non sta semplicemente vendendo un articolo per cui c'è veramente molto mercato? Il film è uscito in marzo, ma era stato scritto un paio d'anni prima.

Il 7 marzo 2013, a urne ormai chiuse, Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno per aver violato il segreto di ufficio facendo pubblicare sul Giornale l'intercettazione in cui Pietro Fassino maldestramente festeggiava la acquisizioni dell'Unipol dicendo al manager Giovanni Consorte "E allora, siamo padroni di una banca?" Fassino non era diventato padrone di una banca; non controllava l'Unipol; per la cattiva luce gettata su di lui i fratelli Berlusconi lo devono risarcire di 80.000 euro (altri 40.000 euro li dovrebbe ricevere da Fabrizio Favata, l'imprenditore che fornì ai Berlusconi l'intercettazione). Ma Fassino non è l'unica parte lesa. "Abbiamo una banca" fu il tormentone delle elezioni del 2006: insieme a "abolirò l'ICI" fu una delle formule magiche che riportarono in sella la Casa delle Libertà, fino al pareggio finale. La campagna a mezzo stampa che infangò Fassino, i DS e l'Ulivo, l'abbiamo tutti pagata amarissimamente. Non saremo risarciti; questa è la grande vittoria di Silvio Berlusconi. Aver convinto la maggior parte degli italiani che i politici sono tutti uguali, al punto che qualsiasi coglione, se spara, sparerà sempre nel mucchio; e come invariabilmente succede in questi casi, sparerà sempre a quello sbagliato. I gloriosi eletti del popolo, che dovevano mandare a casa la casta, alla fine riusciranno a mandare a casa solo Pier Luigi Bersani: l'unico poveretto disposto a scendere a patti con loro. Si consoleranno fantasticandolo come un tessitore di oscure trame all'ombra dei Paschi di Siena. Intanto alla luce del sole chi si spartisce il vero potere saluta e ringrazia. Erano indaffarati a giurare, gli spari li hanno sentiti per ultimi. Anche delle nostre discussioni devono giungere soltanto echi lontani, un vago starnazzare di inutili galline che si azzuffano per niente.
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Non si esce dal Castello

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ll tribunale di Tivoli ha assolto con la piu' ampia delle formule le tre maestre, una bidella e un autore televisivo per le vicenda legata ai presunti abusi sessuali che sarebbero stati compiuti su 21 bambini della scuola materna 'Olga Rovere' di Rignano Flaminio nell'anno scolastico 2005-06 (Cerazade)

Sipario sul processo per il dannato caso dell'asilo Olga Rovere di Rignano Flaminio: IL FATTO NON SUSSISTE, quegli orrendi abusi sessuali pedosatanisti ritualizzati non sono mai avvenuti ai danni dei piccoli alunni, nessuno li ha mai toccati nelle parti intime, trascinati in case dell'orrore o costretti a bere pozioni di sangue. (Giustizia intelligente)

Quando un lungo processo finisce con un'assoluzione, si pesca spesso nel frasario giornalistico l'espressione "è la fine di un incubo". Non è questo il caso. Posto che non esistono risarcimenti per un incubo durato cinque anni, i cinque innocenti di Rignano Flaminio non ne saranno mai completamente fuori. Ci sarà sempre qualcuno che dubita, qualcuno che la sa lunga, qualcuno che ha letto delle cose. Ma loro almeno sono adulti, in un qualche modo andranno avanti. Poi ci sono i bambini. Se avevano quattro anni nel 2006, adesso ne hanno dieci. Per quanto si possano essere disinteressati della faccenda, ogni tanto del processo avranno sentito parlare. Oggi, per esempio, quando le troupe dei telegiornali si concederanno un altro giro - stavolta un po' più breve, perché un'assoluzione con formula piena non è poi questa notizia, vuoi mettere con il linciaggio di cinque anni fa?

Quei bambini conservano probabilmente qualche ricordo di un abuso - vero o falso, non ha nessuna importanza. L'unico passato che esiste per noi è quello che tratteniamo nella nostra memoria; un fatto falso che ricordiamo come vero segna la nostra vita molto più di un'esperienza reale che abbiamo dimenticato. Se quei ragazzini credono ancora di essere stati vittima di abusi, essi sono stati vittima di abusi. L'incubo per loro non finisce certo oggi. Forse col tempo ricorderanno meglio, succede anche questo: non sarebbe la prima volta che a distanza di anni ex vittime raccontano di essersi inventate tutto. Ma a quel punto potrà subentrare il senso di colpa, la percezione di avere incastrato con racconti di bambini cinque persone innocenti. L'incubo si allungherà un altro po'. Potrebbero metterci anni a perdonarsi per qualcosa che non hanno fatto, per qualcosa che i grandi li hanno costretti a dire. Io non credo negli abusi del castello cattivissimo, ma sono convinto che quei bambini siano vittime di qualcosa di orribile e di perverso, che purtroppo non finisce oggi. Gli "esperti", i "consulenti" che hanno convinto i loro genitori dell'esistenza di una setta pedofila annidata nella loro scuola materna, sono ancora in circolazione. Massimiliano Frassi fa ancora conferenze. Le premesse sulle quali si basa sono ancora le stesse, e purtroppo sono condivise dagli inquirenti che per cinque anni hanno mandato avanti un processo senza una sola prova: i bambini non mentono mai. Cioè, forse quando si tratta di sottrazioni di biscotti nella dispensa, ecco, in questo caso a volte sì, possono mentire... ma non quando si tratta di cose gravi. Più sono gravi, meno possono mentire. Di conseguenza, se raccontano qualcosa di enorme, ciò può essere acquisito come prova in sede di dibattimento. Il risultato delle consulenze di Frassi lo abbiamo visto a Brescia e a Rignano: lunghi processi, vite rovinate, zero condanne. La settimana scorsa Frassi ha tenuto un corso per operatori delle forze dell'ordine.

Chi cominciò a seguire il caso di Rignano, cinque anni fa, dovette subito scegliere da che parte stare. O c'era una lobby satanica operativa sul territorio, perfettamente organizzata, in grado di gestire abusi collettivi nell'orario scolastico, o c'era una psicosi collettiva. Per molti, anche in buona fede, la psicosi collettiva era un'ipotesi meno credibile della gang pedosatanica che fa la spola col pulmino tra la scuola materna e il castello cattivissimo. Una psicosi del genere non si è mai vista, dicevano. E invece era stata soltanto trent'anni prima negli Stati Uniti, vent'anni prima in Gran Bretagna, qualche anno prima in Francia. Non c'è che da augurarsi che i casi di Brescia e Rignano siano per noi quello che è stato il caso D'Outreau per i francesi, il caso McMartin per gli americani, i casi Broxtowe in Gran Bretagna: il momento in cui gli inquirenti prendono atto che le psicosi esistono, e cambiano approccio al problema. Io sono ottimista, tengo la tv accesa e di gang pedosataniche non sento più parlare. Di violenze negli asili purtroppo sì, ma fateci caso: gli ultimi casi hanno tutti in comune la prova video. Le educatrici processate negli ultimi anni per aver picchiato i bambini, lo avevano fatto davanti a una telecamera nascosta. Sarà un caso, ma il movente pedosatanico è sparito dalla circolazione.

Qui sotto, per completezza, la piccola parte della storia che mi riguarda personalmente. Quello che forse mi spinse a interessarmi di una faccenda fu l'aspetto e il tono del blog di Frassi, che presentandosi come esperto pubblicava immagini discutibili, di violenze decontestualizzate, lasciandosi andare un po' troppo spesso a fantasie di linciaggio. Fu grazie a un altro blog, Ilgiustiziere, che scoprii che Frassi aveva rapporti diretti con Ray Wyre, un 'consulente' che aveva avuto un ruolo nella caccia alle streghe pedosataniche negli USA e in Gran Bretagna. Due anni fa ilgiustiziere fu chiuso su richiesta di un GIP che sospettava che contenesse materiale diffamatorio nei confronti di Frassi. Non sapremo mai se il sospetto si è concretizzato, fatto sta che un sospetto del genere è bastato per chiudere un blog, un blog bello e mortalmente serio, sulla stessa piattaforma che sto usando io. Da lì in poi ho fatto backup più spesso.

In cinque anni sono successe tante cose; io per esempio ho messo su famiglia, cosa che, dicevano, mi avrebbe fatto cambiare idea su tutto quanto. Per ora non ho cambiato idea. Sono ancora profondamente incazzato per gli innocenti che si sono fatti cinque anni di processo, per i bambini convinti di essere stati abusati, per i loro genitori che se ne sono convinti e che li hanno aiutati a convincersi; mi vergogno di vivere in un paese dove processi del genere si allungano per cinque anni, e i blog si sequestrano per un sospetto. L'incubo per me non finisce qui, non credo che debba finir qui per nessuno.
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La tartaruga non ha visto niente

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Quasi scordavo di segnalare la teoria di ieri, scritta a caldo, su questo fenomeno strano per cui se un attivista di destra, che scrive cose di destra su siti di destra, frequenta centri sociali di destra, improvvisamente apre il fuoco su dei senegalesi, ecco, in quell'esatto momento smette di essere di destra, le cose che ha scritto le ha scritte a titolo personale e sul sito di Casapound le cancellano immediatamente.


Ritirata strategica, camerati. Sei fascista solo se ti beccano (H1t#103) è sull'Unita.it, si commenta là.

Quando tre anni fa Nicola Tommasoli fu ammazzato, in una via di Verona, da quattro ragazzi che indossavano bomber neri, che andavano ai cortei di Forza Nuova, che alla domenica erano spesso in curva, accadde un fenomeno piuttosto curioso. Si scoprì che non erano di destra. Il sindaco Tosi affermò che la politica non c’entrava niente, il presidente della Camera Fini ammise che forse la politica poteva entrarci un po’, ma che a Torino quello stesso giorno a un corteo di sinistra avevano bruciato una bandierina d’Israele e questo era ugualmente grave, uno a uno palla al centro. Il coordinatore di Forza Nuova negò. Il Fronte Veneto Skinheads si dissociò, insomma quei quattro ragazzi che si vestivano come ragazzi di destra, che frequentavano ritrovi di destra, che menavano i capelloni come da decenni usano fare i ragazzi veronesi di destra… improvvisamente nessuno li conosceva più. Smisero di essere di destra nell’attimo esatto in cui furono beccati.
Ieri, nel momento esatto in cui Gianluca Casseri – che frequentava gruppi di destra, che scriveva cose di destra – l’ha fatta finita, a Casa Pound improvvisamente si sono dimenticati di lui. Non lo avevano mai conosciuto. Nel giro di pochi minuti sul sito della Casa non c’erano più i suoi lunghi articoli, deliri molto dettagliati, che ricordano per certi versi il testamento di Breivik. C’è da dire che Breivik nella scelta del luogo e del momento ha rivelato una lucidità ben più spaventosa di Casseri, che si è limitato a sparare nel mucchio. Però non era un matto: sapeva scrivere ed era molto apprezzato a Casa Pound. Dove c’è gente svelta, se non ad agire perlomeno a cancellare.
E insomma circolare, non c’è niente da vedere: si tratta solo di aspettare la prossima bandierina bruciacchiata, la prossima vetrina scheggiata, la prossima orda di editoriali accigliati sull’emergenza terrorismo, sulle nuove BR che senz’altro stanno nascendo nei pericolosi centri sociali di estrema sinistra.  http://leonardo.blogspot.com
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Caino non dovrebbe morire mai

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A ciascuno il suo fiordo

"Guarda, io da giovane ero anche contro la pena di morte, poi però ho cominciato a pensare..."
"Stop".
"Che alla fine la morte..."
"Stop, ti ho detto. Non m'interessa cosa ne pensi adesso".
"Ah no?"
"No. Mi contento di quello che pensavi da giovane".
"Guarda che adesso sono più pietoso. Adesso penso che la morte non sia il castigo peggiore che puoi infliggere a un uomo. Cioè, io se penso a Breivik, io non lo vorrei mai morto. Vorrei che vivesse per sempre, capisci? In una cella foderata di foto delle sue vittime che sorridono, mentre una tv che non si può spegnere gli mostra la Norvegia che diventa sempre più multiculturale. Non sarebbe peggio della morte?"
"Sì, in effetti è l'inferno dantesco. Benvenuto nel Trecento".
"Sempre meglio del duemila norvegese. Uccidi novanta persone e ti danno 21 anni?"
"Trenta. Se riescono a dimostrare che è un crimine contro l'umanità gliene danno trenta".
"Apperò. Se riescono a dimostrare... Eh, sarà dura".
"Guarda, di sicuro non me ne intendo, ma può anche darsi che una bomba e una settantina di omicidi non rientrino nella definizione".
"E comunque trent'anni, eh... Cioè, Hitler se si consegnava ai norvegesi era libero verso il 1975, faceva in tempo a scoprire Nina Hagen".
"Avevamo detto niente riferimenti agli anni Quaranta per un mese".
"Lo so. E il mese è passato".
"Di già? Comunque sono tanti trent'anni, eh. Alla sua età è quasi un ergastolo".
"Appunto, quasi. Io me lo immagino già novantenne in una casetta di legno appollaiata su qualche fiordo, mentre scarica la posta degli ammiratori..."
"Non sarà più la stessa persona".
"E non sarà più la stessa posta, e anche i fiordi chissà se saranno gli stessi; e allora? C'è che questi nordici non sanno più cos'è il male. Niente guerre da sessant'anni..."
"Come noi".
"Niente mafie, niente anni di piombo... Non sono preparati, non sono vaccinati".
"Mentre noi, invece..."
"Noi, guarda, avremo tanti difetti, ma a un tizio così... Strage, banda armata, ottanta omicidi... Uno o due ergastoli non glieli toglieva nessuno, no?"
"Massì anche otto. Come Fioravanti".
"..."
"...che infatti si è fatto più o meno trent'anni di notti in cella. Poi di giorno vabbe', magari era in giro a salvare qualche Caino, ci pensi mai?"
"A cosa dovrei pensare?"
"Che noialtri con le nostre vite dignitose e banali probabilmente non avremo mai salvato la vita di nessuno, mentre chissà quante vite di quanti Caini avrà contribuito a salvare Fioravanti col suo impegno diurno".
"È da un po' che non si sente in giro, comunque".
"Avrà anche lui il diritto di starsene per i fatti suoi, dopo tutto il bene e il male che ha fatto... Sarà anche lui appollaiato da qualche parte a scaricare la sua posta..."
"Ognuno ha i suoi fiordi, insomma".
"Ognuno ha i suoi fiordi".
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Vivono tra noi

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[È un pezzo del maggio 2007]:

Amare i bambini

Noi siamo persone normali, persone buone. Abbiamo chi un cane, chi un gatto, chi almeno un canarino. E molti di noi hanno bambini. Sono belli, i bambini. Teneri, senza colpe. Sono angeli. Noi amiamo i bambini.
E questo ci riempie di angoscia, perché sono indifesi, i bambini. Se potessimo tenerli sempre con noi – ma non è possibile. Ogni tanto dobbiamo lasciarli andare fuori.
Fuori ci sono altre persone. Sembrano normali, come noi, ma non sono normali. Magari hanno un cane, hanno un gatto, come noi, ma sono mostri. Sono pedofili. Sono organizzati. Hanno libri e siti internet.
Adescano i nostri bambini. Li drogano, coi tranquillanti. Li costringono a fare cose che noi non riusciamo neanche immaginare. Davanti a una telecamera li molestano. Gli rubano l’infanzia e la felicità per sempre.
In una casa come la nostra c’è una stanza buia, in cui torturano i nostri bambini. Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Bidelli e benzinai sono d’accordo. Insegnanti e medici, custodi, obiettori, avvocati, preti. Non ti puoi fidare di nessuno.

I bambini di questo non parlano. Non esistono, alla loro età, le parole, per l’orrore che hanno dentro. Vorrebbero dimenticare.
Per salvarli dai pedofili, noi non li facciamo più uscire. Per aiutarli a non dimenticare, li chiudiamo in una stanza, e cominciamo con le domande. Quello che devono dirci, lo abbiamo già sentito da altri, a cui è successa la stessa cosa. Perché noi ci teniamo informati. Abbiamo libri, abbiamo siti internet.

Loro all’inizio non vogliono dire niente. Allora insistiamo. Li tempestiamo di domande.
Può durare un paio d’ore o un paio di giorni. A volte occorre abbassare la luce, e minacciarli. È durissimo ascoltarli quando ancora non vogliono parlare. È odioso riprenderli con una telecamera. Ma è l’amore che ci fa resistere, è l’amore che ci costringe a farli parlare. E alla fine l’amore vince sempre.

Arriva il momento in cui parlano. È terribile starli ad ascoltare, ma tutto quello che dicono di solito coincide. E non sono invenzioni. Tutti i racconti coincidono. Come potrebbero, bambini così piccoli, inventarsi dettagli così orribili. E sono sempre gli stessi! Chi può in buona fede pensare a un’invenzione? I bambini non mentono mai. Sono angeli.

Dopo aver parlato sono sempre molto scossi. Fanno fatica a uscire. A volte dobbiamo dargli tranquillanti, perché ciò che hanno ricordato, ciò che hanno vissuto in quella stanza buia è orribile. Resterà con loro per tutta la vita.

Ora però abbiamo il loro racconto. Lo metteremo su internet. Faremo girare anche il video, è giusto che tutti vedano, che tutti sappiano. Perché ci sono persone cattive là fuori.
Persone che torturano i bambini. Che mettono i video on line. Ci sono i mostri. Il mondo deve saperlo. E glielo dobbiamo dire noi.

Bisogna che tutti stiano attenti. Fuori c’è gente cattiva. Torturano i bambini. Dicono di amarli, ma sono i mostri.
Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Vigili e carabinieri sono d’accordo. Giornalisti e psicologi, giudici e magistrati. Di chi ti puoi fidare.
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Manca solo l'ondata

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In questi giorni si parla: di Berlusconi, di studenti in rivolta, di Fini e Berlusconi, di immigrati in rivolta, di ragazze ammazzate, di Berlusconi e di wikileaks. E di Berlusconi.

Ma noi della redazione di Leonardo siamo avanti. Noi ci siamo chiesti: di cosa si parlerà in gennaio? Di Berlusconi? Certo, un po', ma... di studenti? No. Di immigrati? Sì, ma in un modo diverso. Di wikileaks? Difficile. Di Fini? Sì, anche di Fini, ma soprattutto


di microcriminalità. Prepariamoci. Ho una teoria #52 è sull'unita.it e per ora si commenta qui (ci sono problemi ai commenti, scusate).

(Nella foto, alcuni cittadini rumeni ci insegnano il modo corretto di cominciare una rivoluzione: occupando la sede della tv).

In mezzo a tante riflessioni e previsioni su quello che ci succederà nei prossimi mesi, mi sembra che nessuno abbia ancora dato il risalto che merita all'ondata di microcriminalità che molto probabilmente travolgerà le città italiane a partire da gennaio. Questa ondata di furti, violenze, effrazioni, non viene da nessuna parte in particolare, ma si abbatterà impetuosa sui sommari dei più seguiti telegiornali italiani più o meno dopo la befana, contribuendo a sommergere altre emergenze (rifiuti, scuole e università, dissesto idrogeologico: tutte cose che comunque già oggi non valgono l'ennesimo retroscena sul caso Scazzi). Eppure non è così difficile prevederla: basta un po' di esperienza.

È vero che negli ultimi anni – più o meno dall'insediamento di Berlusconi a palazzo Chigi – la microcriminalità è passata in secondo piano. Eppure qualcosa si sta muovendo: lo si vede per esempio nell'attenzione particolare che il tg1 di Minzolini riserva negli ultimi giorni alle operazioni delle forze dell'ordine. Ma è ancora presto. Il 14 dicembre questa crisi infinita entrerà nella fase terminale. Che la legislatura sopravviva o no al governo Berlusconi, in ogni caso quello che ci aspetta è una lunga campagna elettorale, che ci terrà impegnati fino alla primavera inoltrata.

In questa fase Berlusconi avrà perso alcune delle sue prerogative – non molte, a dire il vero. Non disporrà più di palazzo Chigi; del resto lui ha sempre preferito palazzo Grazioli. Non sarà più a capo di un governo, ma è discutibile che negli ultimi mesi stesse comunque governando alcunché. Per il resto continuerà ad avere intorno a sé uno stuolo di fedelissimi che lo chiama Presidente. Alcuni di questi sono impiegati in tutti i più seguiti tg italiani, ed è facile immaginare che continueranno a esserlo anche dopo il 14. Anche nel caso che il parlamento riuscisse a esprimere una maggioranza diversa, un eventuale governo più o meno 'tecnico' non avrà tra le sue priorità l'epurazione degli elementi filo-berlusconiani dal servizio pubblico. Persino se Minzolini dovesse saltare, i berlusconiani mantengono comunque il controllo di Mediaset, l'altra metà dell'etere. Tutto quello che serve a Berlusconi per rivincere le elezioni, in qualsiasi momento, con questa o con un'altra legge elettorale.

È vero che ultimamente qualche sondaggio lo ha dato in caduta verticale. Ma la cosa non ha molta importanza. Ci siamo già passati. Tra i dispacci di Wikileaks ce n'è uno che, senza rivelarci nulla di sconvolgente, ci ricorda qualcosa che forse ci stavamo dimenticando: Berlusconi non è invincibile, ma in campagna elettorale dà il meglio di sé. Per esempio, nella primavera del 2006, a pochi mesi dalle elezioni, era sotto di 8 punti ("down eight points in the polls", avvertiva l'ambasciatore). La sua visita a Washington, con tanto di discorso al Congresso, fu organizzata proprio per offrire visibilità a un alleato di Bush che stava alle corde. Quelle elezioni, alla fine, Berlusconi le pareggiò: non fosse stato per il pastrocchio delle circoscrizioni estere, le avrebbe vinte. È in grado di farlo. Ma per questo tipo di rimonte occorre visibilità. E servono televisioni compiacenti.

A dirlo si passa ancora per snob. Gente che non si fida dell'intelligenza degli elettori. Bisognerebbe intendersi su cosa significa intelligenza. Io credo sia la capacità di strutturare le informazioni che si ricevono in pensieri complessi. Non ho mai pensato che i cervelli italiani fossero poco dotati in questo senso. Il problema sono le fonti da cui si ricevono le informazioni, e qui c'è poco da fare: la televisione, e in particolare i telegiornali, giocano ancora un ruolo fondamentale nel modo in cui noi italiani ci costruiamo la nostra visione del mondo. Sta a loro, e quasi soltanto a loro, evidenziare i problemi che di giorno in giorno si trasformano in crisi da risolvere con priorità assoluta, mentre altri problemi passano in secondo piano. Gli otto punti del 2006, Berlusconi li conquistò disseminando voci di corridoio sugli avversari (l'intercettazione Fassino-Consorte, gli scandali delle “coop rosse”), mentre telegiornali e quotidiani allineati insistevano sulla microcriminalità, sull'insicurezza delle periferie, sui clandestini portatori di caos e disordine, 'invitati' dalla sinistra nella nostra bianca penisola. E così via. Ha funzionato nel 2006, e poi nel 2008. Perché non dovrebbe funzionare più? Prepariamoci quindi a vivere asserragliati nelle nostre case, mentre la tv ci dà ogni sera il bollettino di scippati e rapinati. Anche se...

Anche se stavolta il meccanismo potrebbe incepparsi. Non perché gli italiani siano diventati più o meno intelligenti, ma semplicemente perché l'antico regime della tv generalista, il finto duopolio Rai-mediaset, è agli sgoccioli. Chissà che gli storici del futuro non vedano una connessione sulla fase finale del berlusconismo e il passaggio al digitale terrestre. Non che il digitale non sia anch'esso a suo modo duopolizzato: ma offre comunque agli utenti una libertà di scelta di gran lunga superiore. Tutti i futuri servizi di Minzoli e Mimun sulle vecchiette scippate diventano vani, se nel frattempo la vecchietta sta guardando le repliche della Casa della Prateria in full HD. Quanto ai giovani, quelli la tv la stanno semplicemente abbandonando: trovano internet più interessante e interattivo, e si fatica a dar loro torto (è un caso che negli ultimi giorni Minzolini stia lanciando in pompa magna il nuovo sito del tg1?). Quindi sì, l'ondata arriverà. Ma forse non ci sommergerà, forse non ci troverà nemmeno, forse saremo da un'altra parte a guardare e leggere cose più interessanti. E il berlusconismo potrebbe anche finire così. Sarebbe bello.

...ma finché non l'avrò visto coi miei occhi
, continuerò a pensare all'Italia del 2011 come a una variante della Romania del 1989: un posto dove la rivoluzione si può anche fare, ma solo occupando il palazzo della tv. È una mia teoria. (http://leonardo.blogspot.com
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Begm Shnez

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Quando una ragazza come Nosheen finisce all'ospedale, o si ritrova sepolta in un orto, i giornalisti scrivono sempre una cosa che mi fa imbestialire. Scrivono che “voleva vivere all'occidentale”. È una frase di rara idiozia, che schiude un immaginario rimasto bloccato ai mitici anni '80 con Sabrina Salerno – cosa accidenti vorrebbe dire “vivere all'occidentale” a Novi di Modena nel 2010? Andare in giro in pantaloni? Sedersi sulla panchina del bar? La disco il sabato sera? Nosheen e sua madre portavano il velo. Vestivano alla pakistana. Non parlavano con gli sconosciuti. Preparavano cerimonie religiose e facevano il giro dei conoscenti per invitarli. Non vivevano “all'occidentale” e non sono state prese a pietre per questo.

Viceversa troverete in giro per la bassa un sacco di ragazzi dalla lingua strana e dalla pelle scura, che vivono “all'occidentale”, o almeno ci provano. Mettono blue jeans e qualche firma sulle felpe. Il sabato nei parchi giocano con mazze e palline – cosa c'è di più occidentale. Entrano nei bar, a volte ne escono con la ceres in mano. Qualcuno magari a mezza voce dice che la ragazza se la meritava, chissà chi frequentava a insaputa del padre. Lo dice anche il giornale, che voleva vivere “all'occidentale”.

Auguro a Nosheen di vivere, da qui in poi, la vita che vorrà. Sarà occidentale, sarà orientale, sarà probabilmente complicata. Io non so se le interessassero davvero i jeans, o mostrare i capelli. Le piaceva un ragazzo italiano? I giornalisti in queste cose sguazzano, ma sono chiacchiere e non ci sono prove (ci sarebbe anche un video, ma guarda un po', non lo ha visto nessuno). Quel che si sa è che era una brava figlia e una buona musulmana, che non voleva sposare un cugino che non conosceva; che non credeva che il suo Dio la obbligasse in questo senso; che sua madre era con lei; che ha fatto tutto quello che una quarantenne pachistana a Novi poteva fare per difenderla (andò persino dai carabinieri a lamentarsi del marito: che coraggio deve avere avuto questa signora?); che alla fine, per difendere sua figlia, Begm Shnez ha perso la vita.

Dirò una cosa antipatica. Io non so se vivo in occidente o in oriente. È una battaglia quotidiana, che mi appassiona solo fino a un certo punto. So che ancora trent'anni fa mia nonna si copriva il capo con un foulard prima di andare alla novena. Viveva poco lontano da dove risiede Nosheen. So che nel mondo complicato di mia nonna, di Nosheen, e mio, c'è un valore supremo e (mi dispiace) non è il diritto di portare i jeans o scoprire i capelli o farsi i video coi ragazzini italiani. È la vita, e offrire la propria in cambio di un'altra è la cosa più grande, più nobile che si possa fare. Per ricordarcelo noi occidentali abbiamo pietre. Abbiamo lapidi e monumenti, fuori e dentro le chiese – ma evidentemente non ci bastano. Su un'altra pietra, fuori dalle chiese, ma davanti agli occhi di tutti i residenti di Novi, occidentali o no, in jeans o velati, vorrei che si scrivesse qualcosa su Begm Shnez, che ha donato due volte la vita a sua figlia, che è morta lottando, e stava lottando per tutti noi, occidentali e orientali di Novi; che è caduta ma che ha vinto, quel poco che si poteva vincere quel giorno a Novi, per tutti noi.

Ai pachistani che arriveranno, da una terra ormai distrutta e spappolata da una guerra taciuta per dieci anni e da un'alluvione di cui nessuno ha parlato, non chiederò se conoscono l'italiano, i fratelli d'Italia o il va' pensiero. Se vogliono vivere all'occidentale o all'orientale o come preferiscono. L'unico prerequisito, per quanto mi riguarda, è che passino davanti alla lapide di Begm Shnez. Che sappiano. Volete stare da noi? Se c'è posto, bene, ma da noi funziona così: i nostri eroi non sono i padri che lapidano, ma le madri che danno la vita. Avete intenzione di tormentare figlie e madri? Non è il posto che fa per voi. Dareste la vita per loro? è l'unica cosa che ci serve sapere. La lingua poi s'impara, le usanze cambiano, e oriente e occidente non sono che nomi.
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ἔνθα δ' ἀνὴρ ἐνίαυε πελώριος, ὅς ῥα τὰ μῆλα

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La terra dei ciclopi

Adesso forse possiamo dircelo senza scandalo: non sarebbe un Paese migliore, l'Italia, se portasse agli stranieri in attesa di giudizio lo stesso rispetto che offre ai cani rognosi che uccidono donne e bambini?

Ora, è normale che un uomo che stupra e uccide sia più odioso ai suoi simili di un animale selvaggio. Ma com'è che il signore che applaude il linciaggio del primo rumeno intravisto nel luogo di uno stupro è spesso lo stesso pronto a ribadire che l'animale assassino non va abbattuto ma capito, che è vittima di una politica dissennata che provoca il randagismo, e che quindi la colpa alla lunga tocca sempre all'uomo? Il che non è nemmeno sbagliato, in una prospettiva razionale; ma com'è che siete razionali solo quando vi toccano gli animali?

Perché bisogna sempre fare uno sforzo di capire l'animale, anche quando è rabbioso e ringhia? Perché uno sforzo simile non se lo meriterebbe anche lo straniero povero e non integrato? Forse che anche lui non è un po' vittima di un sistema che non funziona, di circostanze sfavorevoli? No, lui no, lui è una bestia feroce. Va interrogato finché non lo ammette.

Ricordiamoci che nessuna delle due emergenze (randagismo e stupri) è un'emergenza vera: gli stupri non sono in aumento, e i cani italiani mordono meno di quelli svizzeri. Sono entrambe fenomeni mediatici, che procedono da fatti orribili e poi, telegiornale dopo telegiornale, diventano qualcosa di più: messaggi in codice, facilmente decifrabili, che ci annunciano che nessuno è al sicuro. Va bene. Ma poi dovreste spiegarci perché l'emergenza rumeni funziona meglio di quella dei cani. Perché nel secondo caso ci sarà sempre un esperto che fa da contraltare, e che ci spiega che in fondo in fondo il cane non è cattivo e non va abbattuto indiscriminatamente; mentre quando è l'ora di linciare il rumeno un esperto del genere non c'è, non si trova, e anche se si trovasse probabilmente non riusciremmo ad ascoltarlo, ci farebbe troppa rabbia.
Invece l'avvocato dei cani riesce sempre a toccare qualche corda giusta, anche nel cuore di chi ai cani è allergico, come me. Se chiudo gli occhi me lo immagino in camicia di fustagno e cappello di paglia, mentre sentenzia: più conosco gli omini, più voglio bene alle bestie. Questa non è la solita lagna animalista o politically correct, la gente così divora tegami di mezze maniche al sugo di cinghiale. È la saggezza contadina, forse, o forse qualcosa di più antico, di quando eravamo poco più di bestie anche noi: pastori.

Viene in mente Omero, che della nostra terra aveva vaghe nozioni, e dei suoi abitanti forti pregiudizi: mostri deformi e pelosi, in grado di badare agli animali e poco più, incapaci della più elementare forma di civiltà: il rispetto per gli ospiti. Quando l'uomo greco, civile e curioso, arriva sulle nostre spiagge e s'infila nella nostra grotta per scambiare un dono, noi lo facciamo a pezzi e lo mangiamo crudo. Le uniche creature che trattiamo con pietà, persino con tenerezza, sono le nostre greggi, e perfino l'astuto Ulisse deve ricoprirsi di un montone per rimediare da noi una carezza. Forse davvero i ciclopi siamo noi.
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Castrarli non basta

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“Buongiorno, io sono Battista. Ti avranno già parlato di me”.
“Beh, sì”.
“Quindi sai cosa ti farò”.
“Sì, certo”.
“Ora, un consiglio: muoviti il meno possibile. Meno ti muovi, e prima facciamo. Immagino che tu abbia fretta, no?”
“Beh, prima finiamo e meglio è”.
“Ecco, appunto. Siedi qui. No, non appoggiare subito la testa, aspetta, devo mettere l'asciugamano”.
“Scusi”.
“Niente. Ora, se hai un attimo di pazienza, il signore qui di fianco deve leggerti la sentenza”.

In nome del popolo italiano, la Corte di assise di appello di Terni alla pubblica udienza del 15/03/2019 (rito accelerato) ha pronunciato la seguente sentenza: visti gli art. 5391, 5423, 5922, 6051 c.p.p., dichiara Gheorganu Vladimir colpevole dell'omicidio di Cavatella Cristina e, concesse le attenuanti generiche, ritenute equivalenti alla circostanza aggravante della premeditazione, condanna il predetto imputato alla decapitazione capillizia.


La decapitazione capillizia

“Ti chiami Gheorganu, ho sentito. Rumeno?”
“Moldavo”.
“Ma pensa. Io ho una suocera dei Carpazi. Sta' fermo”.
“Scusi. Io comunque sono di Kishinev, la capitale”.
“E che ci sei venuto a fare a Terni, ad ammazzare le zitelle...”
“Io in realtà sarei innocente”.
“Sì, sì, dicono tutti così. E allora com'è che hai confessato?”
“Ma io veramente avevo semplicemente chiesto ai carabinieri di tenermi in custodia, perché temevo che la folla mi linciasse”.
“Perché, i carabinieri invece...”
“Sì, ma avevo sempre sentito dire che picchiano di meno, cioè, di solito non ti ammazzano. Anzi, se sei fortunato trovi dei professionisti che stanno anche attenti a non lasciarti i segni”.
“Non è il tuo caso, mi pare”.
“No, in effetti no. Il punto è che questo brigadiere, o maresciallo, che ne so... lui insisteva: noi ti proteggiamo, tu però confessa. E io continuavo a dir di no, insomma, mi ha dovuto spaccare il naso”.
“Sei un tipo testardo”.
“Poi sono riuscito anche a sentire l'avvocato, e lui m'ha detto confessa, cosa aspetti? Sei quello che ha trovato il corpo, sei il vicino di casa e sei pure moldavo, tanto vale che confessi e non ne parliamo più”.
“Complimenti all'avvocato”.
“Davvero. È stato sempre lui a consigliarmi il rito accelerato... diceva che più passa il tempo, più si rischia che salti fuori qualche imprevisto, e così... dopo tre giorni eccomi qui”.
“La giustizia italiana è una delle più rapide al mondo”.
“Sì, però non l'ho uccisa io la Cavatelli”.
“E di che ti lamenti? Cinque anni fa saresti stato lapidato sulla pubblica piazza. Dieci anni fa saresti marcito in una cella in attesa di giudizio, con carabinieri e polizia là fuori a dannarsi per inventarsi prove a tuo carico. Oggi sei qui, ti fai una chiacchierata con me, e tra mezz'ora è tutto finito. Ti lamenti pure?”
“È che questa cosa della decapitazione, veramente, io...”
“Lo so, agli stranieri sembra strana. Eppure c'è un motivo per cui l'applichiamo, e il motivo è che funziona. Vedi, tu non hai l'idea di come fosse l'Italia dieci anni fa...”
“Mah, da quel che ho capito era un Paese insicuro, percorso da bande che uccidevano e stupravano gli innocenti”.
“Sì, più o meno questa è l'idea che passava su tv e internet, e soprattutto sui giornali, a quel tempo c'erano ancora i giornali. Ma la realtà era un po' diversa”.
“Ah sì?”
“Non che fosse il Paese più sicuro e ordinato del mondo, questo proprio no. Alcune regioni erano governate direttamente dalla malavita organizzata, per esempio. Ma furti e omicidi non erano affatto all'ordine del giorno, anzi, stavano diminuendo”.
“E allora perché in tv...”
“Una storia lunga. Devi sapere che a quel tempo l'Italia era governata da un Presidente ricchissimo che aveva preso il potere comprandosi tv e giornali, e insistendo molto sull'emergenza criminalità. Per anni i giornalisti si erano abituati a scrivere di cronaca nera, finché i lettori non si erano convinti di vivere in un Paese travolto dalla microcriminalità. A quel punto ormai il Presidente era riuscito a farsi nominare presidente a vita, e non aveva più bisogno di tutta questa cronaca nera sui giornali. Anzi, cominciava a risultargli controproducente, perché alcuni iniziavano a domandarsi come mai venissero tagliati i fondi alle forze dell'ordine, e le volanti della polizia restassero ferme perché non avevano soldi per la benzina, eccetera”.
“Beh, poteva ordinare ai giornalisti di non parlare più di cronaca”.
“Ci provò, ma quelli ormai non erano in grado di obbedire. Erano cresciuti a cronaca nera, e se gliela toglievi, non sapevano più di cosa scrivere, si mettevano a caricare i video buffi da youtube. Nel frattempo c'era sempre qualche politico rivale o alleato del Presidente, che tentava di cavalcare le stesse ondate periodiche di criminalità che avevano portato il Presidente al potere. La cosa cominciava a essere rischiosa, tanto che il Presidente si ridusse a chiedere ai suoi colleghi all'estero: Sentite, io ho questo problema con l'ondata di stupri. I giornalisti si sono fissati con gli stupri e adesso mettono qualsiasi vecchietta o ragazza ubriaca in prima pagina. Voi in questa situazione cosa fareste?
“Ma quest'ondata c'era davvero?”
“Statisticamente no, ma la gente non sa che farsene delle statistiche. La gente va con chi abbaia più forte, in Italia come in Europa, e infatti qualche eurocollega spiegò al Presidente: Nel nostro Paese c'erano già quelli che chiedevano la castrazione in piazza, e abbiamo risolto inventando una cosa che si chiama castrazione chimica. Il Presidente all'inizio era sbigottito; l'espressione “castrazione chimica” gli suggeriva l'immagine di testicoli sciolti nell'acido, ma l'eurocollega gli assicurò che non era niente di tutto questo: si trattava di una semplice cura ormonale. Una pillolina che faceva calare il testosterone”.
“E chi la prendeva, poi...”
“Sì, presumo che non gli si rizzasse più”.
“Ma se smetteva di prenderla?”
“Oplà! Tutto come prima”.
“Scusi, io sono un moldavo, e malgrado sia laureato in Lingua e Letteratura Italiana e stia seguendo un corso di specializzazione sulla novellistica trecentesca, certe sfumature della vostra bella lingua ancora mi sfuggono”.
“No, mi sembra che parli meglio di molti nativi”.
“Sì, ma per esempio, il termine castrazione... l'ho sempre associato a... come dire, un taglio netto. Qualcosa che non si rimargina”.
“Quella era la castrazione chirurgica. Irreversibile. Invece la castrazione chimica è reversibile quanto vuoi”.
“Confesso che non lo sapevo”.
“Sì, è una cosa che si preferisce non dire molto in giro”.
“E quindi, tutti quei maniaci sessuali che hanno scelto il rito accelerato e sono stati castrati chimicamente e rimessi in libertà...”
“Hanno tutti l'obbligo di prendere la pillolina”.
“Se se smettono di prenderla?”
“Oplà, maniaci come prima”.
“Ma questo è assurdo”.
“No, non è affatto assurdo. Non ti muovere, o finisce che ti faccio male”.
“Scusi. Però deve ammettere che la castrazione chimica non è una soluzione...”.
“... se il tuo obiettivo è diminuire gli stupri”.
“E non lo è?”
“No, dal momento che non esisteva nessuna ondata di stupri. Era solo un fenomeno mediatico, e quindi bisognava rispondere sul piano mediatico. Il vero obiettivo era tranquillizzare le persone, dire: ok, abbiamo un problema, lo stiamo risolvendo nel modo più severo possibile. Sarebbe stato perfettamente inutile tagliare i testicoli ai maniaci, dal momento che gran parte di loro è violenta con o senza i testicoli. Ma andare in tv e dire: Castriamo i maniaci, questo sì, questo funziona, questo tranquillizza. Cominci a capire?”
“Ahi!”
“Scusa, stavolta è colpa mia. Ti disinfetto”.
“Va bene, e quindi avete cominciato a castrare chimicamente le persone. E poi?”
“E poi, quando abbiamo visto che la cosa funzionava, che i giornalisti si calmavano, che perfino qualche stupratore seriale, un po' impaurito, diradava la sua attività, abbiamo pensato di estendere lo stesso principio. Ad esempio, dopo l'ondata stupri ci fu l'ondata scippi. Qualcuno cominciò a chiedere di ripristinare un editto di millecinquecento anni prima, che avrebbe consentito di tagliare le mani ai ladri. Il Presidente colse la palla al balzo e lanciò la Legge del Taglione Ungulare”.
“Ne ho sentito parlare. Se rubi una borsa ti tagliano le dita, credo”.
“Nooo, macché. Le unghie. Ungulare sta per unghie”.
“Già, avrei dovuto capirlo”.
“I risultati superarono ogni più rosea aspettativa”.
“Gli scippi diminuirono?”
“Chi lo sa? Credo che avessimo perfino smesso di contarli. Il problema non è più la criminalità, ma la criminalità percepita, capisci? Se leggi sul giornale che hanno scippato una vecchietta nel tuo quartiere, percepisci una gran microcriminalità intorno a te. Ma se sullo stesso giornale leggi a caratteri cubitali: LEGGE DEL TAGLIONE PER I LADRI, la tua percezione migliora di colpo”.
“Ma avranno pur dovuto scrivere UNGULARE”.
“Sì, ma più in piccolo. E la gente ormai leggeva solo i titoli. Hai capito adesso?”
“Sì, adesso sì”.
“E allora, vuoi stare un po' fermo? Rasare la cute è meno facile di quel che si pensi, specie con le orecchie che ti trovi”.
“Dunque io sono stato giudicato colpevole di omicidio premeditato e condannato alla decapitazione capillizia per dimostrare alla gente che la giustizia è rapida e sommaria, e non per vendicare la povera Cristina”.
“La vendetta è roba da cafoni, da guappi, noi siamo una postdemocrazia sofisticata. E pensa che c'è chi accusa di essere dei barbari. È l'esatto contrario. C'è gente che ti tortura e lo chiama “interrogatorio”, ma noi, noi ti tagliamo i capelli e la chiamiamo “decapitazione”, ti diamo una pillolina e la chiamiamo “castrazione”: questa è la civiltà. Mascherata da barbarie, ma è pur sempre civiltà”.
“Ma quello che non ho capito è... mettiamo che sia stato io. Mettiamo che io abbia suonato il campanello della Signorina Cavatelli per chiederle se aveva un po' di sale, ché non mi ero accorto di averlo finito”.
“Tutto questo non ci interessa più. Io non sono il giudice, sono il boia”.
“Mettiamo che lei abbia pervicacemente negato di avere il sale in casa, e che la sua ostinazione nel confermare questa ridicola bugia mi abbia reso folle di rabbia. Mettiamo che io abbia vissuto in pochi attimi tutta la frustrazione di uno studente straniero in una città lontana in cui nessuno gli rivolge la parola, nessuno si fida di lui, al punto che nessuno è disposto a prestargli nemmeno la cosa più necessaria e meno cara al mondo, nemmeno il sale. E mettiamo che insomma io abbia visto le mie mani alzarsi sul suo collo e strangolarla. Mettiamo che sia successo...”
“Non è così importante”.
“...da oggi sono libero. Pelato, ma libero. Un assassino calvo in libertà. Questa è la vostra giustizia?”
“Cosa vuoi che ti dica. Molti assassini erano in libertà anche prima. Nessuna giustizia è perfetta, la nostra almeno rassicura qualche cittadino in più... e poi, chissà, al mondo c'è bisogno di tutti; guarda me, quando ci fu la crisi il mondo sembrava non aver più bisogno di così tanti parrucchieri per signore, e invece eccomi qui, faccio il boia”.
“Ma questo cosa c'entra”.
“Se il mondo aveva bisogno persino di me, può darsi che gli sia utile anche qualche assassino in libertà. Metti che qualcuno voglia di nuovo vincere le elezioni, metti che gli serva un'altra emergenza criminalità... qualche stupratore e assassino in giro devi pur tenerlo. Ecco, ho finito. Se vuoi un consiglio, i primi giorni mettiti un berretto. Rischi di prenderti un accidente”.
“Grazie”.
“Dovere. L'uscita è in fondo a destra”.
“Senti... io dovrei prendere un autobus, ma mi hanno sequestrato tutto quanto. Non hai un euro, per caso”.
“Mi dispiace, come vedi non ho niente in tasca. Anzi non ho proprio le taschhhcxcccc”.


Ultim'ora
Vlad Gheorganu, il reo confesso dell'omicidio di Cristina Cavatelli, che proprio stamattina doveva essere sottoposto a decapitazione capillizia, è fuggito dal carcere di massima sicurezza di Terni dopo aver tranciato la gola del boia con un rasoio. Mentre il panico si diffonde in città, il Ministro degli Interni rassicura la popolazione: “Casi del genere, sempre più frequenti, dimostrano l'esigenza di severe misure di controllo della criminalità. Del resto era già mia intenzione presentare nei prossimi giorni un progetto di legge che preveda IL ROGO PER GLI ASSASSINI in effigie”.

(Una spiegazione qui).
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Ninja e sissini, sicuri casini

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Per un Punto d'onore

"Buongiorno signor preside"
"Professorebuongiorno
miscusidevoandare".
"Preside, la prego, solo un minuto".
"Sicuro?"
"Prometto".
"No, perché mi hanno giusto chiamato dalla succursale, c'è un ripetente che ha preso due ostaggi e..."
"Un minuto, le giuro".
"...insomma devo andare a negoziare, come al solito".
"Preside, ha sentito di Chioggia?"
"Il professore di violino accoltellato da un ragazzo che voleva far chitarra? Sì. Una cosa terribile"
"Terribile, terribile".
"Un episodio vergognoso".
"Preside, ecco, volevo appunto sapere se un accoltellamento... insomma..."
"Vuole sapere se un episodio del genere vale un cinque in condotta? Le circolari non chiariscono. Nel dubbio io eviterei contestazioni dei genitori, il ragazzo dovrebbe avere precedenti seri, almeno qualche giorno di sospensione, cose del genere..."
"Ma Preside, in realtà non le volevo chiedere questo...".
"E allora cosa, dica".
"Ecco, secondo lei... un accoltellamento quanti punti fa?"
"Punti?"
"Lo sa che stiamo facendo la graduatoria interna, no?"
"Ah già, dimenticavo, la graduatoria..."
"Al sindacato dicono che con i tagli dell'organico qui saltano almeno due cattedre d'Italiano".
"Sì, ma al sindacato ne dicono tante..."
"Dunque se ho fatto i conti bene in fondo alla graduatoria ci siamo io, la Cardiopalmo e la Foggiaschi. La Cardiopalmo ormai è una sissina, stavolta è spacciata".
"Attento, le sissine hanno nove vite".
"Io ho un dottorato, la Foggiaschi un corso di specializzazione e un figlio di cinque anni, per cui siamo più o meno testa a testa. A questo punto..."
"Lei vuole sapere se un incidente professionale potrebbe incidere sul punteggio".
"Preside non mi guardi così, ho un mutuo da qui al duemilaetrenta, se poi in banca scoprono che la cattedra è saltata io..."
"Ma è sicuro che ne valga la pena? Voglio dire, è la sua spina dorsale".
"Ho studiato il caso. Le vertebre attutiscono il colpo, a Chioggia hanno dato un appena un punto di sutura".
"Lei però non sta pensando ai punti... di sutura".
"No, preside, in effetti no".
"Devo controllare, non credo che le circolari contemplino..."
"Ma ci sarà pure qualcosa sugli infortuni sul lavoro, voglio dire... se non è questo il caso!"
"Senta, devo proprio andare. Prometto che oggi pomeriggio do un'occhiata alla normativa e poi le saprò dire, va bene?"
"La ringrazio tanto, Preside".
"Prego. Lei stia attento, però".

***

"Eccomi qua ragazzi. Scusate l'interruzione, ma se non beccavo il preside questa volta non sarei mAAAARGH! NIZZOLI! MA SEI IMPAZZITO?"
"Ma prof, veramente..."
"Non dovevi colpirmi adesso, bestia! Aspetta! Ti avevo detto: aspetta! Dovevo prima chiedere al Preside! Ma è possibile che non fai mai... oddio... questo è il mio sangue, vero?".
"Prof, forse è meglio se si stende".
"No, no, se mi rilasso perdo i sensi e poi è finita... andate a chiamare il bidello".
"Il bidello è stato arrestato stamattina, pare che abbia messo sotto la Cardiopalmo nel parcheggio con la Punto".
"Ecco, vedete? Se vuoi fare un lavoro fatto bene, devi chiedere ai professionisti... Sissine maledette, quelle han nove vite davvero... aaaaaaah..."
"Prof, forse è meglio se estraiamo la lama..."
"Perdio, no! Così m'ammazzate! Nizzoli, ma cosa mi hai infilato, non è mica un coltello da cucina questo".
"E' uno shuriken, prof, lei lo vede Naruto?"
"Uno Sh... Naruto... Nizzoli, maledetto... dove sei? Non vedo più niente".
"Prof, c'è una cosa che dovrei dirle".
"Ma perché non fai mai esattamente quello che ti dico, perché?"
"Prof, si ricorda quando le ho detto che ero contento di aver scelto la sua materia perché mi stava simpatico?"
"Me ne ricordo molto bene, infatti avevo chiesto proprio a te di aiutarmi perché..."
"Prof, le ho mentito".
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La stagione fredda

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(Un'ipotesi)

Si sa come vanno queste cose: un primo caso 'buca' l'attenzione del pubblico; sull'ondata emotiva che ne segue viene dato risalto a casi simili che in altri momenti scomparirebbero tra le brevi di cronaca (ammesso che nei giornali ci siano ancora, le brevi di cronaca). Da questo deriva un certo ritmo stagionale dell'attenzione dei media, per cui si ha la sensazione (leggendo il giornale o guardando il tg), di vivere il mese dei cani feroci, quello dei bulli scolastici, o dei preti pedofili... mentre quest'ultimo è stato decisamente il mese degli stupri.

E non ha senso nemmeno augurarsi che finisca presto: tanto meglio se l'ondata serve a prendere consapevolezza di un problema che c'è da sempre. I media saranno anche superficiali, ma in alcuni casi la superficialità è già molto migliore del silenzio.

C'è però un'altra possibilità, e cioè che l'attenzione selettiva dei media sia giustificata da un'effettiva recrudescenza dei casi di stupro.
Io non ho elementi per affermarlo; ma nemmeno posso escludere a priori che da qualche mese a questa parte in Italia si stupri di più. In questo caso, oltre alle solite chiacchiere sulla sicurezza (che non si può garantire al cento per cento, come Berlusconi ha fatto notare con la sua consueta delicatezza) sarebbe utile domandarsi, semplicemente, cosa ci sta succedendo. È naturalmente vero che viviamo in una società violenta, maschilista ecc., ma non possiamo essere diventati più violenti e più maschilisti nel giro di qualche settimana. Ci dovrebbe essere, insomma, un fattore contingente, qualcosa che avrebbe portato alla violenza persone che fino a qualche tempo fa non ne sentivano la necessità.

L'unico fattore di questo tipo che mi è venuto in mente è il decreto Carfagna, che ha tolto molte (non tutte le) prostitute dalla strada. E quindi potrebbe aver tolto ad alcune persone (violente e maschiliste già da prima) un modo economico per concludere la serata. Questo non spiegherebbe tutti i casi, e di sicuro non quello di capodanno. Ma l'eventuale recrudescenza riguarda gli stupri extra-domestici, e in parte proprio quelli consumati in macchina, a tarda ora.

E quindi? E quindi niente, non ho mica soluzioni. Avevo solo un'ipotesi, piuttosto rozza, ma comunque era inutile che la tenessi per me: su un giornale non ci potrebbe nemmeno stare, su un piccolo blog sì.
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E al vostro funerale, applaudiremo

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Save Private Silvio

Ma non vorrei che questa lunga e sofferta annata 2007/2008 terminasse prima ch'io abbia sciolto almeno un cantico agli eroi tranquilli del nostro tempo, i difensori della privacy che ci hanno difeso, per un anno intero, dalla morbosità impicciona della stampa schifosa e dei blog maldicenti.

Sto pensando a chi ha avuto il coraggio di non intervistare più Azouz quando lui stesso stava cercando di defilarsi, a chi ha subito cancellato le foto delle gemelline di Garlasco da ogni archivio, evitando loro, in un momento delicato della loro crescita, una brutta figura molto difficile da metabolizzare.

Sto pensando ai politici, agli opinionisti, che quando un cronista bavoso ha provato ad appoggiare un microfono al citofono della vedova e dell’orfano, hanno fermamente protestato, hanno scritto e detto parole di fuoco, ottenendo così che i nostri tg si liberassero di quel pietismo da terzo mondo.

Sto pensando a chi ha fatto il possibile, in tv e sui giornali, per difendere l’immagine di privati cittadini come Meredith, Amanda, Raffaele, Rudy, evitando che ai loro nomi fossero associate le immagini goliardiche che pure erano reperibilissime su Internet.

Grazie, veramente. Senza di voi Azouz, Amanda, le gemelle Cappa, oggi non sarebbero più privati cittadini, ma involute celebrità. Il vostro impegno quotidiano ha migliorato sensibilmente l’opinione pubblica italiana. E anche voi ne avete guadagnato in credibilità.

E oggi che difendete Berlusconi, barbaramente attaccato nella sua privacy, sappiamo che lo fate senza secondi fini, esattamente come avete difeso Azouz, Meredith, Sollecito. Perché per voi non c’è differenza tra uno studente sfigato e il proprietario di tre canali televisivi. Che tu sia leader dell’opposizione o magrebino con precedenti penali, che tu stia facendo boccacce alla webcam o mercanteggiando favori sessuali in cambio di un voto di sfiducia, la tua privacy è sacra, e santo, santo, santo è chi la difende.

Buone vacanze, piccoli grandi eroi. Io mi sento veramente al sicuro, con gente come voi su tutti i canali e i giornali. So che posso scrivere quel che voglio, e che nessuno lo userà contro di me. So che se, un indomani, io fossi indagato per una cosa che non ho commesso, voi vegliereste sulla cache di google, affinché qualcuno non ci peschi cose che imbarazzerebbero un innocente. So che qualora saltasse fuori un’intercettazone piccante di una mia telefonata, voi mi difendereste con la stessa olimpica serenità con cui difendete Berlusconi, perché dopotutto c’è una cosa in cui io e Berlusconi siamo veramente uguali, e non è la statura, no, ma è la legge. Che è incredibile, se ci pensi, eppure è così. Io e lui, davanti al giudice, uguali. Che sensazione strana.

Vien voglia di non pagare più le multe. Andranno bene in prescrizione, prima o poi.

(Riveduto e corretto, neanche tanto).

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un italiano vero?

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Mohamed

Il ragazzo che vedete qui a fianco è un italiano?
Chiedo a voi, io non lo so.

Nei termini di legge, direi di no. Anche se i suoi famigliari vivono e lavorano nel napoletano da vent'anni, e quindi lui potrebbe benissimo essere nato già qui. Per la legge, però, nascere in Italia non basta. Ci vuole un gotto di sangue italiano, che come è noto abbonda in Canada e in Argentina, ma in Mohamed e in suo fratello Karim, no. Questa è la legge.

E chi se ne frega della legge, d'accordo. Ci sono ben altri parametri. La lingua, per esempio. Mohamed parla l'italiano – eppure c'è qualcosa che non va. Niente di straordinario, ma neanche una sbavatura. Si muove nella lingua italiana con un'agilità che gli italiani della sua età di solito non hanno. Si vede che parla a braccio, eppure non dice sciocchezze e non si perde nella sua sintassi, come fanno ormai anche i vip in tv. Non sbaglia i congiuntivi – anche perché, saggiamente, non va a cercarseli. Insomma, parla bene l'italiano. Un po' troppo bene per sembrare un italiano.

Ma la vera nota stonata è un'altra. Mohamed è davanti a una telecamera. Qualcuno ha sparato a suo fratello per nessun motivo al mondo, per la necessità selvaggia di festeggiare coi botti, di far annusare al mondo il proprio fucile. Mohamed ha a disposizione il quarto d'ora della vita, e invece di fare una sceneggiata... parla. Non piange in camera, non maledice nessuno, non tira in ballo neanche la pena di morte che affratellò tanti telespettatori col marocchino Azouz. Un italiano, colpito negli affetti ed esposto a un microfono, ci tiene a mostrarsi il più possibile irrazionale. Mohamed invece ha soltanto un piccolo discorso da fare. Ha viaggiato un po' e si è accorto che l'Italia non è necessariamente così. Ammette di non aver dato troppa importanza all'“inciviltà”, finché non hanno sparato al fratello: adesso le cose cambieranno. E poi, con semplicità, chiede giustizia: secondo lui identificare il colpevole non dovrebbe essere difficile.

Chiedo a voi: tutto questo vi sembra italiano? A me no.
Ripenso a quando scesero i genitori di Meredith Kercher, la ragazza inglese uccisa a Perugia. Ci fu una conferenza stampa e i cronisti italiani scoprirono, allibiti, che i genitori sorridevano. Erano distrutti dal dolore, ma di fronte a una telecamera si sentivano forzati a un sorriso di cortesia. In Italia è esattamente l'opposto: se quando ti ammazzano un familiare non piangi verso l'obiettivo, sei freddo, insensibile, lucido, e nemmeno Taormina riuscirà a salvarti. Mohamed, seduto, chiede giustizia, quando un suddito italiano striscerebbe e invocherebbe la Vendetta.

Mi costa ammetterlo, ma quella stupida legge del sangue funziona. Mohamed è nato in Italia. Ha viaggiato in lungo in largo, ha imparato la lingua meglio di molti di noi. Ma non è italiano. Tutte queste cose non bastano per fare un italiano.
Mohamed è già qualcosa di più – un cittadino del mondo. Suo padre è nato in Tunisia, suo fratello a Napoli, suo figlio chissà. A Barcellona o Helsinki, o Tokyo, ovunque il mondo avrà bisogno di gente dignitosa e onesta. Gli italiani non sono così. Noi siamo i figli di quelli che non sono voluti andare via. Siamo quelli che non schiodano, anche quando la monnezza arriva al secondo piano. Ogni tanto qualcuno arriva, ci conquista e passa oltre. Passerà anche Mohamed, senza guardarsi troppo indietro.
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Save Private Berlusconi

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E al vostro funerale, applaudiremo

Questo Santo Natale non voglio che arrivi senza che io abbia sciolto almeno un cantico per i veri liberali, i difensori della privacy, gli eroi che ci hanno difeso, per un anno intero, dalla morbosità impicciona della stampa schifosa e dei blog maldicenti.

Sto pensando ai politici, agli opinionisti, che quando un cronista bavoso ha provato ad appoggiare un microfono al citofono della vedova e dell'orfano, hanno fermamente protestato, hanno scritto e detto parole di fuoco, ottenendo così che i nostri tg si liberassero di quel pietismo da terzo mondo.

Sto pensando a chi ha avuto il coraggio di non intervistare più Azouz quando lui stesso stava cercando di defilarsi, a chi ha subito cancellato le foto delle gemelline di Garlasco da ogni archivio, evitando loro, in un momento delicato della loro crescita, una brutta figura molto difficile da metabolizzare.

Sto pensando a chi ha fatto il possibile, in tv e sui giornali, per difendere l'immagine di privati cittadini come Meredith, Amanda, Raffaele, Rudy, evitando che ai loro nomi fossero associate le immagini goliardiche che pure erano reperibilissime su Internet.

Grazie, veramente. Senza di voi Azouz, Amanda, le gemelle Cappa, oggi non sarebbero più privati cittadini, ma involute celebrità. Il vostro impegno quotidiano ha migliorato sensibilmente l'opinione pubblica italiana. E anche voi ne avete guadagnato in credibilità.

E oggi che difendete Berlusconi, barbaramente attaccato nella sua privacy, sappiamo che lo fate senza secondi fini, esattamente come avete difeso Azouz, Meredith, Sollecito. Perché per voi non c'è differenza tra uno studente sfigato e il proprietario di tre canali televisivi. Che tu sia leader dell'opposizione o magrebino con precedenti penali, che tu stia facendo boccacce alla webcam o mercanteggiando favori sessuali in cambio di un voto di sfiducia, la tua privacy è sacra, e santo, santo, santo è chi la difende.

Buon Natale, piccoli grandi eroi. Io mi sento veramente al sicuro, con gente come voi su tutti i canali e i giornali. So che posso scrivere quel che voglio, e che nessuno lo userà contro di me. So che se, un indomani, io fossi indagato per una cosa che non ho commesso, voi vegliereste sulla cache di google, affinché qualcuno non ci peschi cose che imbarazzerebbero un innocente. So che qualora saltasse fuori un'intercettazone piccante di una mia telefonata, voi mi difendereste con la stessa olimpica serenità con cui difendete Berlusconi, perché dopotutto c'è una cosa in cui io e Berlusconi siamo veramente uguali, e non è la statura, no, ma è la legge. Che è incredibile, se ci pensi, eppure è così. Io e lui, davanti al giudice, uguali. Che sensazione strana.

Vien voglia di non pagare più le multe. Andranno bene in prescrizione, prima o poi.
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la Creatura

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Il richiamo della C
Sento di prendermela sempre più spesso con Riotta. Ma se fossi io, Riotta, che farei?

Per esempio: secondo me il punto più basso della storia del tg1 è stato toccato con la trasmissione della foto di Raffaele Sollecito nei panni di mummia di Halloween. Come a suggerire che, mah, chissà, un costume così è già una prova indiziaria di omicidio. Sono cose che fatte da Riotta mi sbalordiscono, perché secondo me lui quando stava a New York roba del genere in tv non la vedeva. A meno che non guardasse soltanto RaiSat, ma non credo.

D’altro canto, se mi metto anche solo un istante nei panni di Riotta, devo ammetterlo, quella foto è irresistibile. È clamorosa. Un sospettato di omicidio con la mannaia in mano. La tanica d’alcol. Il travestimento. È una foto che grida pubblicami, pubblicami. Come si fa a resistere? È giusto che una foto così clamorosa la faccia vedere Emilio Fede? È giusto che Studio Aperto abbia il monopolio delle cazzate?

Il problema dell’informazione in Italia è appunto che tutti si sentono Lucignolo, ormai. Nessuno si abbassa a fare la BBC. E non parlo solo dei giornalisti. Io critico Riotta, eppure guardate qui: nel mio piccolo ho già scelto. Ho messo la foto sul blog. Il Richiamo della Cazzata è troppo forte.

Io del resto lo so bene. È da una vita che sento questo tipo di richiami. Cose di cui vorrei tanto parlare, ma sento che son cazzate, e mi trattengo, e soffro.
Del resto, chi l’ha detto che sian cazzate. Magari invece salta fuori che son cose interessanti. O divertenti. Il problema è che finché non le tiri fuori non puoi esserne sicuro.

Allora cosa fai? Apri un blog, e scopri che funziona: il blog è fatto apposta per riversarci le cazzate. Quando non ti tieni più, ma non vuoi importunare il prossimo, le metti su un blog.
In effetti molte cose che non eri del tutto sicuro fossero cretine, una volta messe nero su bianco in un blog si rivelano abbastanza intelligenti. Il blog comincia a sembrare intelligente e divertente. A un certo punto sviluppa un carattere suo proprio: non sei più tu, è lui che spara cazzate. Quando le dice lui, hanno tutto un altro aspetto. Alcune sono decisamente cazzate, ma ormai chi passa di lì è abituato a trovarle divertenti o intelligenti, e non se ne accorge.

Viene il giorno che tu stai per scrivere la tua solita cazzata, e il blog ti risponde: tsk tsk. Questa è troppo cretina, dammene un'altra.
E il bello è che tu non ti offendi nemmeno, cioè, ti rendi conto? Il blog è tuo! L'hai creato tu! Hai sputato a un pezzo di web fangoso e gli hai dato vita, e adesso si comporta come il Grande Artista coi suoi autori, puah, questa roba fa schifo, non te la compro.
E tu neanche ti ribelli, perché sai che sotto sotto ha ragione lui, la Creatura. Stavi per scrivere la più grande cazzata della tua vita, ormai hai perso il controllo, fortuna che c'è Lui.

Dopo un po', però, la cosa diventa faticosa. Non puoi più parlare dei fatti tuoi, perché Lui s'imbarazza. Non puoi millantare crediti senza citare fonti attendibili, perché Lui ha una paura matta che i colleghi lo sgamino. Volevi spernacchiare un giornalista tronfio per il gusto di farlo e Lui dice di no, che i lettori si stancano, i lettori! Lui si preoccupa dei lettori! Volevi scrivere una scemenza sulla Juve e grazie a Lui diventa una storia a puntate del calcio italiano. E' che Lui si crede chissachi, il miglior blog dell'universo, che due palle. E intanto nel cervello ti frullano tante ma tante cazzate, ma così tante che alla fine cosa fai? Apri un altro blog.

Adesso ne hai due. Nel primo ci metti la roba importante, nell'altro le cretinate. Naturalmente a volta qualche cretinata si rivela una cosa importante – ovviamente prima di essere messa nero su bianco non c'era modo di capirlo – e allora si fa copia e incolla, et voilà. Purtroppo non si può fare l'inverso: cioè, se una cosa importante pubblicata sul blog importante si rivela dopo qualche giorno una cazzata, è troppo tardi.

Sembra tutto molto complesso e ai limiti della mania, ma funziona. Ti vengono più idee, sapendo che ci sono varie soluzioni per pubblicarle.

Tutto questo mi serviva soltanto per dare un semplice consiglio a Riotta: perché non apre un altro Telegiornale di fianco al primo, in cui mettere tutte le notizie apparentemente cretine, in attesa di essere sicuri che sono proprio cretine? Per esempio, se in un blog di un sospettato di omicidio c'è una foto del tizio travestito da mummia, ecco, posso capire che un giornalista nel 2007 non sappia resistere alla tentazione; però qualcuno deve anche pensare a fare un giornalismo serio, e io, chissà perché, mi sono convinto che spetti a Riotta.
Se poi Riotta non sa rinunciare a fare il cretino, può benissimo inserire uno stacchetto, far partire un'altra sigla, invitare dei comici, e magari fare un casting e selezionare due veline, non sarà un'idea originale, ma a questo punto gioverebbe.
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IV novembre

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E adesso cosa si fa?

Vogliamo espellere tutti i militari in pensione potenzialmente pericolosi?
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chi fa sempre divertire i grandi ed i piccin?

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Una delle principali differenze tra la realtà e l’animazione è il topo. Il topo di cartone è istintivamente simpatico: canta, balla e si fa beffe dei grandi. Il topo vero è una bestia orrenda, un parassita e un untore. Questa differenza, che abbiamo tutti afferrato in età prescolare, è uno dei grandi misteri dell'umanità. Perché Disney, tra una varietà infinita di animali esotici e da cortile, si fissò sul topo? Perché Mickey il Topo ha fatto il botto e Felix il Gatto no? Nel Trecento i ratti sui bastimenti che venivano da Oriente portarono un’epidemia di peste che dimezzò la popolazione europea: la salvezza fu un nuovo animale domestico importato dall’Africa, il gatto. Eppure i bambini tifano per Jerry e contro Tom.

Cosa c’è nella stanza 101? (Winston del Grande Fratello)

E non i bambini di oggi, disinfettati ai limiti della sterilità, che di topi ne vedono solo sullo schermo piccolo o grande. I bambini degli anni '40 che in mezzo ai topi ci vivevano, in case con buchi nel battiscopa e rumori in cantina. Al cinema ridevano (grandi e piccoli) per il topo di cartone; poi rincasavano e controllavano le trappole. Magari il tifo per il topo era il primo accenno di ribellione del piccolo di casa: una specie di solidarietà tra le piccole creature sempre affamate. Ci saranno stati bambini che di nascosto portavano briciole al roditore. Credo che uno dei passaggi cruciali della pre-adolescenza sia quando ti accorgi che Jerry non è poi così simpatico, anzi, a ben vedere è uno stronzo, e cominci a tifare per il suo avversario frustrato. Fine della solidarietà tra le piccole creature: diventi grande, cominci ad avere paura dei germi e a sviluppare il senso della proprietà: giù le mani dalle nostre provviste, parassita!

E questo cos'è? Non ci sono già stati abbastanza cartoni con il gatto e il topo? (I manager della MGM ad Hanna e Barbera, nel 1940).

Ratatouille è un film piuttosto strano, anche per la media della Pixar. Per quanto la consociata della Disney rifugga le trame scontate, tutti i suoi film mantengono un sano contenuto morale, di quelli che si possono condensare in due righe e che mettono d’accordo grandi e bambini (i grandi devono lasciare lo scetticismo nel vestibolo, s’intende): per esempio Mosters & co. dimostra che la fantasia vince sempre sulla paura, Nemo ricorda ai genitori che i figli devono imparare a nuotare da soli, proprio perché il mondo è vasto e alieno come l’oceano; Cars insegna a grandi e piccini il valore dei rapporti umani, che trionfa sulla grande competitività universale. E così via. Anche Ratatouille ha una morale e un lieto fine, ma zoppicano. Sembrano appicicati per contratto.

Tutto ciò per dire che davanti a Ratatouille si sta a bocca aperta per l’esperienza della visione che dà, quasi travolgente. È su questa sensazione di realismo cartoonesco che poi si muove l’amore per i personaggi (Secondavisione)

Il film (che è bellissimo, se non avete la fobia dei topi, ed è andato meglio in Francia che negli USA) non è americano al 100%. L’idea è di Jan Pinkava, britannico d’origine boema, già premio Oscar per un corto. Gli uomini della Pixar devono averne apprezzato soprattutto il senso della sfida: dopo aver creato con Cars un mondo cromato e arrugginito, in cui l’automobile è Natura, i canyon hanno le sagome di vecchie cadillac e le nuvole sono strisce di pneumatici, stavolta si trattava di stravolgere uno degli archetipi dell’animazione: il Topo. Togliere al Topo il cravattino di Jerry e le braghette di Mickey. De-antropomorfizzarlo, riportarlo alla natura, alla sua condizione di scroccone purulento. E poi rimettersi nel suo punto di vista: il punto di vista di un animale braccato, per il quale anche una vecchia zia borgognona è un orco sterminatore, e la sua vecchia spingarda lancia razzi Terra-Aria.
L’altra scommessa era il cibo. L’ultima frontiera del digitale è rendere l’organico coi pixel: le croste croccanti, il verde delle muffe, il ribollire di una salsa. E dopo avere programmato cibo vero e ratti veri, farli interagire in un film per bambini. Trasformare un’orda di ratti sporchi e scrocconi nel personale di un ristorante francese: una sfida impossibile, salvo che nulla è impossibile per gli uomini della Pixar. La morale del film è la sfida stessa: non tutti hanno talento, ma se ce l’hai puoi fare qualsiasi cosa. Puro calvinismo: la fede è un dono che sposta le montagne. Rémy è il ratto aspirante chef, che per cucinare deve servirsi dello sguattero Linguini: il modo in cui impara a guidare il suo strumento umano, tirandogli i capelli per condizionarne i movimenti, è una stupenda metafora del mestiere dell’animatore (e di qualunque arte o mestiere): migliaia di tentativi e ore di lavoro, anche solo per affettare un tubero. Ma se hai talento puoi solo farcela, e infatti Rémy ce la farà. Titoli, fine.

È ingiusto, ma è normale: ai bambini piacciono gli animali piccoli, vispi e birichini.

Ecco, questa è la crosta croccante del film. Quello che c’è dentro, però, è un po’ meno dolciastro: come se qualche spezia europea fosse riuscita a salvarsi anche dopo che Pinkava ha lasciato la Pixar e il progetto è passato a Brad Bird. Il retrogusto amaro si percepisce soprattutto nelle prime sequenza: più tardi, quando si avventurerà in quel mondo pieno di coltelli, carrelli e altre insidie, sarà impossibile non prendere le parti del Piccolo chef. Ma all’inizio della storia Remy non è necessariamente un personaggio simpatico. È il figlio del Capo di un branco accampato nel solaio di una casa di campagna. Il suo fiuto straordinario lo rende prezioso per la sopravvivenza della “famiglia”, grazie alla sua capacità di riconoscere il cibo avvelenato. Per il resto, il padre e i fratelli non hanno la minima considerazione per le sue capacità. Per il padre il cibo è solo carburante, ai fini dell’unica missione di vita: sopravvivere, malgrado gli umani. Di fronte a questi orchi enormi, che massacrano i ratti senza pietà, la famiglia non ha altra scelta che scappare e mangiare, mangiare e scappare, senza dividersi mai.

REMY: Prima o poi il piccolo deve lasciare il nido
IL PADRE: Noi siamo ratti! Non lasciamo il nido! Lo facciamo più grande!

È una vita che Remy non sopporta. A lui piace il mondo degli uomini: gli odori della dispensa, i programmi di cucina, i libri di ricette. Sarà la sua imprudenza a causare la fuga in città della famiglia. In città del resto la vita dei ratti non è molto diversa: la famiglia è sempre la famiglia, e il cibo è sempre carburante. Ma non per Remy. Lui passerà definitivamente dalla parte dei nemici, degli assassini, degli uomini.

Ecco la polpa europea. Remy è un migrante, come Fievel: ma se Fievel sbarca in America era l’epopea nostalgica degli emigranti europei negli USA, Ratatouille racconta l’emigrazione e l’inurbazione con tutta l’ambiguità dei problemi irrisolti di oggi. Gli emigranti hanno due vie (le hanno sempre avute): o si ghettizzano, cristallizzando i costumi e i valori della società di provenienza e isolandosi in un mondo percepito come ostile, o si integrano. Ma integrarsi significa spezzare le radici, tradire la razza. Non ci riescono tutti, e nemmeno Remy, che pure tratta i suoi simili veramente con la puzza sotto il naso. In Africa i tipi come Remy li chiamano noir blanchi, neri imbiancati: eppure anche lui preferisce non tagliarsi del tutto i ponti alle spalle: nottetempo scivola nella dispensa del ristorante che lo ha accolto, e ruba un po’ di roba buona per il fratello. La cosa gli scappa naturalmente di mano, proprio come succede quando la tua famiglia esce dal medioevo e viene a bussare nel tuo superattico per chiederti un favore: il problema di Remy è lo stesso problema di Michael Corleone, è il problema di tutti gli onorati membri della società che hanno ancora qualche legame con le Famiglie.

Ma non ci sono gatti in America! E ti regalano il formaggio! (Fievel sbarca in America)

Verso i tre quarti il film, per quanto divertente, sembra proiettato verso un finale tragico: Remy ha servito gli umani senza riuscire a integrarsi veramente, e intanto la Famiglia che fa affidamento su di lui è sempre più numerosa, sempre più affamata. Poi c’è il finale, appicicato un po’ così, che non racconto: dico solo che è incredibile la sfacciataggine con cui pretende di salvare capra e cavoli, Famiglia e carriera. Quando le cose al mondo non stanno così, decisamente: uomini e ratti non possono convivere nello stesso ristorante. È una cosa che semplicemente non succede, nella realtà.

Tutti in coro noi cantiamo viva Topolin. Topolin, Topolin, viva Topolin, (Full Metal Jacket)

D’altro canto è un cartone animato, e nei cartoni animati i topi sono simpatici e la fanno franca. Detto questo, qui propongo il mio finale: dopo decenni di clandestinità Remy riesce a imporsi come un cuoco degno del genere umano, apre un ristorante a Duisberg, e una sera tutti i suoi parenti vengono sterminati nel parcheggio da una banda di roditori concorrenti. Perché la vita è dura, se nasci ratto. Remy lo diceva già all’inizio del film. Nei film americani poi ti raccontano che anche il ratto può crescere, scoprire i suoi talenti, tradire i famigliari e poi ritrovarli, diventare famoso e apprezzato. Ma gli europei hanno abbastanza Storia da parte per concludere che non è quasi mai vero. E questo è tutto, gente.
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Corona è meglio di voi

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Se non ci fosse lui

Cosa c'è di veramente insopportabile in un reality? Il moralismo. Spacciati come gli spettacoli più immorali sui canali in chiaro, i reality al contrario sono stati la grande operazione moralista del decennio. Poter giudicare ogni settimana il povero cristiano o il vip, mandare a casa il comico perché bestemmia o la velina perché non lava le pentole, sentirsi in generale migliore delle persone che occupano spazio in tv senza il minimo talento, che invenzione. Se vi piace il moralismo, certo. A me fa vomitare.

Il problema è che non puoi parlare male dei reality, dal momento che i reality servono esattamente a parlarne male. Se critichi i personaggi, stai semplicemente accettando le regole del gioco, pronto a prendere il tuo posto nella platea dei moralisti; magari ti metteranno tra i più forbiti, ma non è una gran consolazione. Vien quasi da prendere le parti di tronisti e veline, che perlomeno si giocano la faccia. Perché, ricordiamo, c'è molto di peggio di una Yespica o di un Costantino: c'è in giro gente che si costruisce una carriera moraleggiando sulla Yespica o su Costantino. C'è gente che ci riempie una colonna al giorno, parlandone male. Sempre rigorosamente male. Però ne parla. Non parla d'altro. E prosegue. Se non fosse per tutti questi forbiti moralisti contemporanei io manco saprei chi è, Costantino, perché tutto sommato bastava evitare il palinsesto pomeridiano di Canale5 per evitarlo. Ma l'esigenza di parlarne male era tropo forte. Dovevano per forza mostrarmelo in un tg, in un approfondimento. Dovevano per forza criticarlo, esibire la propria superiorità. E che dire, bravi. Voi sì che avete dei valori. Non siete semplicemente dei guardoni morbosi, no. Voi giudicate, quindi siete.

Lo stesso vale più o meno con Corona, che sembra uscito da un reality e prima o poi ci entrerà: che ci fa a Garlasco? Quello che stanno facendo tanti altri giornalisti nello stesso posto e nello stesso momento: nulla di utile né di interessante. Gironzolano in attesa di una storia che per ora non c'è, esibiscono la propria professionalità torchiando i passanti, spremono le rape in cerca della più minima traccia di sangue. Lo fanno tutti: ma se lo fa Corona, tutti addosso a Corona. Che gran consolazione poter puntare il dito su di lui e dire: è peggio di me. Avercene, di Corona. Corona è indispensabile all'infotainment quotidiano. Senza di lui, i soloni dei telegiornali avrebbero già esaurito gli argomenti.

Prendi Riotta. L'altra sera intervistava Feltri e la Rodotà, probabilmente appena rincasati dalle vacanze e privi del minimo spunto interessante. Per cui, insomma, si faceva salotto su una ragazza morta ammazzata, e a parte un paio di battutine caustiche su Corona non c'era veramente molto da dire. Bisognava trovare qualche altro fantoccio su cui puntare il dito, e così si sono trovati tutti e tre ad auspicare che il delitto di Garlasco non diventasse un argomento "per quei programmi in cui fanno il plastico della casa". Ecco, nell'assoluta mancanza di argomenti si può sempre criticare Vespa, che è ancora in vacanza e non può difendersi. Eppure Vespa, per quanto insopportabile, almeno fa il plastico, almeno prova a mettere in scena gli indizi, i pochi fatti che ha. E soprattutto Vespa è un avvoltoio senza ipocrisie, senza moralismi: la gente si ammazza e lui ci fa tot serate. Riotta a fare il plastico non ci prova nemmeno: gli basta fare la morale preventiva e passa già per opinionista intelligente, quando è solo un avvoltoio al quadrato.

Dopo Corona, dopo Vespa, c'erano altri 15 minuti da riempire. Non restava che Internet. Riotta ha preso un po' dei fotomontaggi delle due gemelle matte e li ha fatti vedere agli italiani. Anzi, li ha centellinati: li aveva già annunciati al tg delle venti, e prima dell'esibizione ha persino mandato la pubblicità. Insomma, il pezzo forte del suo dibattito erano una manciata di fotomontaggi anonimi pubblicati su Internet, una cosa da blogger di quinta categoria (la mia, probabilmente). Il primo grande scoop del TG1 di Riotta: le sorelle con Bin Laden, le sorelle con Darth Vader, le sorelle con la Franzoni. Il tutto condito con quell'aggettivo, "postmoderno", che negli anni '90 si grattugiava su qualsiasi argomento, e che adesso da una strana sensazione di muffito. 'Feltri, non le pare terribile che su internet chiunque possa fare una cosa del genere?' "Mah, sì, mi fa impressione la facilità con cui si può avere accesso a internet", ma non ci possiamo fare niente'. Eh, già.

Allora viene voglia di chiuderla davvero, quest'internet. Non solo, ma di proibire per decreto legge i reality show. E d'imprigionare Corona vita natural durante in un bunker sull'isola del Giglio. E togliere anche i plastici a Bruno Vespa. Tutto solo per la curiosità di vedere di cosa parlerebbero a quel punto, come perderebbero il loro tempo Riotta, Feltri, la Rodotà e tutta la compagnia moraleggiante. Dei fatti? Possibile? Ma ne sarebbero capaci?
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Taormina chi lo paga? e altre domande

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Fa più danni un indignato

Le persone che usano più spesso e più intensamente internet sono più socievoli, hanno più amici, hanno rapporti familiari più intensi, più iniziativa professionale, meno tendenza alla depressione e all’isolamento, mostrano più autonomia, più ricchezza comunicativa e una maggiore partecipazione alla vita civile e politica rispetto agli altri. Non ve lo dico io, ma una ricerca dell’Università della Catalogna (in sette volumi), illustrata sull’ultimo Internazionale da Manuel Castells. Ecco, questo è esempio di come si parla di internet all’estero, sui giornali seri.

Sui giornali italiani invece l’idea che passa è che internet sia, sostanzialmente, un covo di maniaci che passano il tempo a stuprare i bambini su second life o a scambiarsi ecografie per fini pedo-porno (e dire che c'è un sacco di genitori che le ecografie le mette sui blog senza lucrarci neanche un po'): vedi l’ultima inchiesta a tinte fosche di Repubblica. In due pagine “degne di cronaca vera” (Wittgenstein) Paolo Berizzi si finge per noi pedofilo on line, chatta un po’ con qualche orco, ma appena le cose si fanno serie viene sopraffatto dallo schifo e lascia perdere. Sul serio, il reportage è tutto qui. Nel pezzo non c’è davvero nulla che non si sappia già: le cifre sono le solite dell’associazione Meter (Don Fortunato di Noto) e della polizia postale. I pedofili esistono, e usano internet per scambiarsi immagini pedoporno: se usano server italiani, e se scaricano su dischi rigidi nel territorio italiano, sono perseguibili ai termini di una delle leggi più aspre del continente. Quindi? A che serve questo “sollevamento della nostra indignazione a suon di aggettivi senza nulla intorno” (Mantellini)? A supporre che l’obiettivo del cronista sia creare un alone di terrore intorno a internet si pensa male – ma forse ci si azzecca.

Nella seconda parte del servizio Berizza si fa sfuggire qualcosa di più – la profonda indignazione per i siti di “pedofilia culturale”. Oddio, e cosa sarebbero? I siti, i forum e i blog in cui si difende la pedofilia come manifestazione d’amore nei confronti dei bambini eccetera eccetera. Per Berizzi questi siti sarebbero solo un paravento dietro al quale gli orchi proseguono il loro traffico immondo. Qui basterebbe usare il buon senso, e dare per scontato che a nessuno piaccia andare in galera: se è possibile che questi siti attirino i pedofili alle prime armi, è molto difficile che dei trafficanti inveterati siano così poco astuti da farsi pizzicare proprio lì, nel primo posto dove la polizia li andrà a cercare. Però Berizzi ci insiste molto, sull’ipocrisia dei pedofili culturali. Ha l’aria di pensare che quei siti andrebbero chiusi d’ufficio, anche se non commettono alcun reato. È la nota logica dei benpensanti: se chiudiamo il bar losco, la gente smetterà di spacciare lì intorno.

Il pensiero vola alla campagna anti-giorno-del-pedofilo-orgoglione, un episodio da cui Berizza non ha evidentemente imparato. Riassumo? C’è un sito internet, un piccolo sito di tre pagine striminzite senza quasi link all’esterno, che propone di festeggiare un certo giorno come “giorno dell’orgoglio pedofilo”. È da anni che la cosa va avanti, nell’indifferenza generale. Quest’anno però l’indignazione ha avuto un soprassalto, non si capisce perché. È stata fatta una campagna di firme via internet. C’è stata anche una marcia su Roma di associazioni anti-pedofilia. Risultato: il ministro delle comunicazioni ha reso il sito internet inaccessibile per i navigatori italiani. Perlomeno ci ha provato, con risultati scarsissimi. Le associazioni anti-pedofilia hanno cantato vittoria, malgrado il sito fosse ancora on line e visitabile. Non solo, ma grazie a tutto questo battage pubblicitario in quei giorni ha fatto un prevedibile record di accessi. Ecco il risultato dell’ultima di queste periodiche onde di indignazione. Fin qui la sensazione è quella di trovarsi di fronte a un'orda di indignati un po' pasticcioni, ma mossi dalle migliori intenzioni. La storia però è un po' più complicata di così.

Il contenuto di quel sito era noto da anni. Ogni tanto un giornalista italiano lo metteva in un pezzo di colore, e la cosa finiva lì. Quello che è successo quest’anno è un po’ diverso, e vede protagonisti i blog. L’indirizzo del sito appare una prima volta in un commento al blog di Massimiliano Frassi, fondatore della onlus Prometeo che combatte la pedofilia con metodi un po’ particolari, scrivendo libri allarmisti e discutibili e raccontando qualche panzana (anche ai radicali, a quanto pare). È lo stesso blog che pubblica liberamente foto di bambini sanguinanti o pieni di lividi, senza che nessuno ci trovi nulla di morboso (lui lo fa per creare indignazione, quindi è ok).
Frassi a dire il vero non è molto contento che quel link appaia sul suo sito, così scrive questa severa reprimenda: “Oggi che il blog è diventato il più letto in Italia cercate di non generare inutili problemi da chi non sa più dovre attaccarsi.....”. Nel frattempo però il meme è stato seminato.

In quegli stessi giorni, Frassi ha qualche ragione per essere di pessimo umore, per via di due inchieste in cui la sua associazione è coinvolta: Brescia e Rignano Flaminio. In entrambi i casi i genitori dei bambini si sono avvalsi della sua consulenza. I racconti fatti dai bambini sono molto simili. A Brescia, però, come a Rignano, gli inquirenti hanno un bel problema: non riescono a trovare prove. Per gli indagati di Brescia proprio in quei giorni è arrivata la sentenza: tutti innocenti (tranne uno). E allora? Il blog tira avanti, con notizie di cronaca nera e foto di bimbi abusati da tutto il mondo. Nei giorni successivi Frassi si fa patrocinatore di una vera e propria campagna-anti-giorno-dell’orgoglio-pedofilo, che arriva ai quotidiani più importanti e viene poi lanciata sulla carta stampata dai quotidiani Epolis.

E il ventitré giugno marcia su Roma, con la Prometeo e le altre associazioni dei genitori: ricevuto da Bertinotti, dal sottosegretario all’economia Paolo Cento e dai presidenti di regione e provincia, Marrazzo e Gasbarra. L’idea è quella di fronteggiare i pedofili nel loro giorno dell’orgoglio. La richiesta formale è quella di formare una super-procura anti-pedofilia. E poi ce n’è un’altra, di cui sui giornali si parla meno: l’assistenza legale. Secondo il giustiziere, quel giorno Marrazzo e Gasbarra si sarebbero fatti sfuggire una promessa importante: finanziare le spese processuali dell’Agerif, l’associazione dei genitori di Rignano Flaminio. Ogni promessa è un debito, e questa lo è un po’ di più, visto che l’Agerif, a corto di prove, aveva appena assunto l’Avvocato Taormina. Uno che a occhio non costa poco.

C’è da dire che l’irruzione di Taormina in questo caso non ha portato gli sviluppi attesi. Ai primi avvistamenti da Vespa e Mentana c’eravamo aspettati il carrozzone mediatico in stile Cogne. Poi però è scomparso. Se ha deciso per una strategia diversa, tanto meglio (anche perché il metodo Cogne non è stata così produttivo, dopotutto).
Rimane l’interrogativo: Taormina chi lo paga? Non è per caso una voce del bilancio dei contribuenti della regione Lazio, vero? Ed è possibile che queste ondate di indignazione vengano orchestrate da persone che tentano di specularci su? Sì, è possibile. E sarebbe uno scandalo: non mostruoso come quello della pedofilia, ma comunque uno scandalo.
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le petit guignol

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Il blog di marzapane

L'inchiesta di Rignano va avanti (avanti?) e io continuo a non saperne nulla. Ma una volta ho scritto che Massimiliano Frassi meritava un discorso a parte. Questo discorso avevo poi preferito lasciarlo perdere: in fondo chi sono io per mettere in dubbio la serietà e la professionalità di uno che in questo settore ci opera da anni? Ho letto i suoi libri (uno prefato addirittura da Costanzo)? No. E allora, basta. Oltretutto pare abbia la querela facile. Chi me lo fa fare?

Il problema è che ha un blog.
E io – che non sono esperto di pedofilia, né di sociologia, né di pedagogia dell'età evolutiva – in effetti non posso dirmi esperto di nulla, tranne di blog. Di questi ho una certa esperienza, e di questo mi limiterò a parlare. Non del Frassi scrittore, del Frassi studioso, o del Frassi consulente, ma unicamente del suo blog. Che è interessante come oggetto in sé.

Probabilmente non è, come scrisse Frassi una volta, "l secondo blog più letto in Italia, dietro all’inarrivabile Beppe Grillo" (fonte?) Senz'altro è, come recita l'occhiello, "il Blog più letto nel campo della lotta alla pedofilia". Ed è un oggetto sconcertante, che meriterebbe di essere studiato dalle teste d'uovo del settore.

Se non l'avete mai visto, non cliccate subito. Vi chiedo prima un piccolo sforzo: voi come lo immaginate il blog di uno studioso serio del fenomeno pedofilia? Testi asciutti e senza fronzoli, data la gravità del tema? Una certa sobrietà nell'uso di immagini? E magari un corredo bibliografico di un certo spessore, visto che l'autorevolezza è una cosa che non s'improvvisa?

Ecco, il blog di Frassi è l'esatto opposto. Zero bibliografia, testi urlati in caratteri di scatola, spesso ironici (o, per diretta ammissione "cinici"), e immagini prese di pacca dai film dell'orrore (dracula, zombies, eccetera). Ne risulta un effetto "Cronaca Vera" che stride non poco coi contenuti, eppure… conquista.

Attenzione: non sto dicendo che Massimiliano Frassi non sia un professionista serio. Sto dicendo che su internet ha deciso – consapevolmente, direi – di non giocare il ruolo del professionista serio, ma del cronista di nera. È una scelta curiosa, ma in fin dei conti legittima. C'è solo un limite, a mio parere: e adesso lo spiego.

Forse è una mia idiosincrasia, ma non mi fido di chi mostra foto di bambini picchiati o uccisi. È una vecchia polemica che facevo una volta coi neoconi: perché questa fregola di mostrare le piccole vittime della Jihad? Forse che i bambini palestinesi non muoiono allo stesso modo, e talvolta in numero maggiore? Ma soprattutto, che bisogno c'è di esibire la violenza? Dove finisce il diritto di cronaca e comincia il morboso? C'è chi è convinto che solo in questo modo io possa capire che la Jihad fa male. Le parole non bastano, figuriamoci i ragionamenti. Solo le foto, i filmati, le immagini. Solo l'occhio capisce: il cervello è troppo lento. A quei tempi mi pareva che i neoconi mi prendessero per fesso: se sono adulto, non ho bisogno di assistere a una decapitazione per capire che la decapitazione è una cosa orribile.

Frassi, purtroppo (per me), mi suggerisce la stessa sensazione. È chiaro che se parli di violenze sui bambini, non hai bisogno di mostrarmi nulla per farmi inorridire. O non è chiaro? Ad ogni buon conto, qualche volta Frassi preferisce farmi vedere le immagini. Tra un dracula, uno zombie, la magliettina dedicata al suo cane (peraltro simpatica), Frassi mi fa vedere foto di bambini piccoli neri e rossi di lividi. Ne trovate (ma vi sconsiglio di farlo) il 3 giugno e il 26 aprile.

La cosa sarebbe già di per sé discutibile: in dieci anni di Internet, queste sono le prime foto di bambini molestati in cui m'imbatto. Ma diventa assolutamente fuorviante dal momento che Frassi non sta parlando dei bambini delle foto, ma di Rignano Flaminio. E i bambini nelle foto non sono senz'altro quelli di Rignano, visto che le perizie non hanno fino a questo momento trovato prove di violenza fisica.
Questo, però, gli utenti del blog di Frassi non è detto che lo sappiano. Sul serio. Alcuni sono esperti e si sanno districare nel bailamme mediatico di questi giorni. Altri no: altri si fidano semplicemente dell'esperto. E Frassi in effetti un curriculum di esperto ce l'ha. Ma quando scrive il blog, più che un esperto somiglia davvero a un consumato redattore di nera: uno che da qualche parte del suo pc ha una galleria di foto di bambini picchiati, e freddamente decide ogni tanto di associare qualcuna di queste foto a un caso ancora aperto. Per quale motivo, se non quello di alzare un polverone intorno al lettore?

Potrebbe fare una cosa del genere su un giornale – una pubblicazione qualsiasi, Cronaca Vera inclusa? No, non potrebbe. Ma su un blog si può. Nessuno gli può obiettare niente. Non gli è imposto nessun criterio nella scelta e nell'abbinamento delle immagini. Può fare quel che vuole, e lo fa. Ecco un argomento interessante contro i blog, per chi dopo anni non riuscisse più a trovarne.

Tutto questo sarebbe già abbastanza inquietante se Frassi, con la sua Onlus, non fosse il consulente dei genitori dei bambini di Rignano; dopo essere stato ugualmente consulente dei genitori nel caso di Brescia. Le testimonianze nei due casi sono molto simili. A Brescia solo un indagato non è stato scagionato e sta scontando la pena.

Io continuo a non sapere se i bambini di Rignano siano stati molestati o no, ma sono sicuro che non sono quelli nelle foto. Se dovessi formulare un giudizio su Frassi unicamente dai contenuti e dai toni del suo blog, dal criterio con cui sceglie le immagini e le associa ai contenuti e dalle fonti (quasi mai citate), non avrei molti dubbi. Ma non devo farlo e non lo faccio.

Finisco con un'amplissima citazione dal giustiziere, che mi scuserà.

Il presidente deve far vivere una onlus, e per farlo deve trovare un campo “nuovo” di lotta agli abusi sull’infanzia.
Nel settore (l’ambiente) esiste già chi si occupa di combattere la pedofilia online, associazione Meter di Don Fortunato di Noto. Non si può neanche creare un telefono di segnalazione per i bimbi abusati (Telefono Azzurro Di Caffo).
Cosa rimane????
L’assistenza ai genitori degli abusati.
Nessuno ci aveva mai pensato. Anche perché il settore presente un piccolo problema intrinseco.
Quale?
Che, come sanno oramai anche i sassi, il 70% degli abusi avviene, purtroppo, in famiglia.
Problema non da poco…
Affatto. Basta dire l’esatto opposto.
Che il 70% degli abusi avviene fuori le mura domestiche ed il gioco è fatto!!!!
Ma non è vero!
Certo che no, ma chi se ne frega!!!!!
Non commetta lo stesso errore degli studiosi che combattono l'associazione, e nel farlo la controbattono con argomenti scientifici.
E come sperare di colpire una mosca con un bazooka; uno strumento inadatto.
Questi non fanno scienza, non gli importa di dire cose esatte. Non citano fonti.[…]
Il loro scopo è un altro.
Devono costruire un Panteon di esoterismo satanico.
Devono costruire allarme e diffidenza.
Devono alimentare paura.
Guardi il loro blog, che è il vero sito dell'associazione, tutto è analizzato sull’architettura del terrore.
Stupri, sangue e perversione.
Ogni ansa che parla di questo viene riportata.
Se in giornata non vi è nulla di pedofilia i nostri non demordono, spaziano ad altro. Donne violentate, uccise, banditi che escono dal carcere con permessi, animali torturati.
Tutto fa brodo, basta che sia Grand Guignol. Bisogna convincere la gente che il mondo è pieno di orchi cosicché i più sospettosi verranno da loro a far vedere i propri figli.


Anche del giustiziere so molto poco: e quel poco che so l'ho desunto dal suo blog, dai suoi toni, dalla scelta delle immagini, dal suo uso delle fonti. Resta un modo molto pericoloso di formulare i propri giudizi: voi non fidatevi. Fate un giro qui e là, confrontate, cercate. E non fidatevi di chi vi spaccia foto di bambini. In generale.
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vivono tra noi

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Amare i bambini


Noi siamo persone normali, persone buone. Abbiamo chi un cane, chi un gatto, chi almeno un canarino. E molti di noi hanno bambini. Sono belli, i bambini. Teneri, senza colpe. Sono angeli. Noi amiamo i bambini.
E questo ci riempie di angoscia, perché sono indifesi, i bambini. Se potessimo tenerli sempre con noi – ma non è possibile. Ogni tanto dobbiamo lasciarli andare fuori.
Fuori ci sono altre persone. Sembrano normali, come noi, ma non sono normali. Hanno un cane, hanno un gatto, come noi, ma sono mostri. Sono pedofili. Sono organizzati. Hanno libri e siti internet.
Adescano i nostri bambini. Li drogano, coi tranquillanti. Li costringono a fare cose che noi non riusciamo neanche immaginare. Davanti a una telecamera li molestano. Gli rubano l’infanzia e la felicità per sempre.
In una casa come la nostra c’è una stanza buia, in cui torturano i nostri bambini. Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Bidelli e benzinai sono d’accordo. Insegnanti e medici, custodi, obiettori, avvocati, preti. Non ti puoi fidare di nessuno.

I bambini di questo non parlano. Non esistono, alla loro età, le parole, per l’orrore che hanno dentro. Vorrebbero dimenticare.
Per salvarli dai pedofili, noi non li facciamo più uscire. Per aiutarli a non dimenticare, li chiudiamo in una stanza, e cominciamo con le domande. Quello che devono dirci, lo abbiamo già sentito da altri, a cui è successa la stessa cosa. Perché noi ci teniamo informati, sui libri e i siti internet.
Loro all’inizio non vogliono dire niente. Allora insistiamo. Li tempestiamo di domande.
Può durare un paio d’ore o un paio di giorni. A volte occorre abbassare la luce, e minacciarli. È durissimo ascoltarli quando ancora non vogliono parlare. È odioso riprenderli con una telecamera. Ma è l’amore che ci fa resistere, è l’amore che ci costringe a farli parlare. E alla fine l’amore vince sempre.
Arriva il momento in cui parlano. È terribile starli ad ascoltare, ma tutto quello che dicono di solito coincide. E non sono invenzioni. Tutti i racconti coincidono. Come potrebbero, bambini così piccoli, inventarsi dettagli così orribili. E sono sempre gli stessi! Chi può in buona fede pensare a un’invenzione? I bambini non mentono mai. Sono angeli.
Dopo aver parlato sono sempre molto scossi. Fanno fatica a uscire. A volte dobbiamo dargli tranquillanti, perché ciò che hanno ricordato, ciò che hanno vissuto in quella stanza buia è orribile. Resterà con loro per tutta la vita.
Ora però abbiamo il loro racconto. Lo metteremo su internet. Faremo girare anche il video, è giusto che tutti vedano, che tutti sappiano. Perché ci sono persone cattive là fuori.
Persone che torturano i bambini. Che mettono i video on line. Ci sono i mostri. Il mondo deve saperlo. E glielo dobbiamo dire noi.
Bisogna che tutti stiano attenti. Fuori c’è gente cattiva. Torturano i bambini. Dicono di amarli, ma sono i mostri.
Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Vigili e carabinieri sono d’accordo. Giornalisti e psicologi, giudici e magistrati. Di chi ti puoi fidare.
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postille

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Ieri sono stramazzato dal sonno prima di aggiungere alcuni linc, come per esempio:

L'accecante caleidoscopio di cazzate della stampa italiana: il caso Rignano Flaminio

"E poi quell'omino nero onnipresente: il benzinaio cingalese"

Nel frattempo cinque indagati su sei sono stati scarcerati, ed è uscito questo:

La disinformazione in tv: LO SPECIALE DI STUDIO APERTO LIVE.

E adesso stramazzo di nuovo.
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sbatti il mostro in prima serata

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Di solito, dopo gli strilli dei primi giorni, molti preferiscono non parlarne più, magari non pensarci proprio. È la maggioranza silenziosa che in questi giorni, quando sente parlare di Rignano Flaminio, sbuffa e cambia canale. È un atteggiamento perfettamente comprensibile, di fronte a fatti così gravi, che dopotutto non sono di nostra competenza. Ci sono i giudici, giudicheranno loro. Giusto. Spesso poi i giudici assolvono, ma al secondo o terzo grado di giudizio, dopo molti anni, quando il caso non è più seguito dai cronisti d’assalto che avevano sbattuto il mostro in Prima. L’assoluzione invece andrà tra le Brevi di cronaca. Questo fa sì che ancora molta brava gente sia convinta, in perfetta buona fede, che Marco Dimitri stia marcendo in prigione condannato per pedofilia. Dimitri invece è stato totalmente scagionato in non uno, ma due processi.

Ci sono però anche quelli che non riescono a smettere di pensarci, senza per questo essere in grado di formulare un giudizio ponderato. In questo momento sembra impossibile mediare tra le due possibili verità: o esiste una rete mondiale di pedofili che controlla scuole pubbliche e private, o si tratta di una psicosi di massa straordinariamente virulenta, che viaggia di città in città e ha effetti devastanti su bambini e genitori. Un compromesso sembra impossibile. Bisogna scegliere.

Per esempio, la redazione di Studio Aperto ha scelto di credere nell’Internazionale Pedofila, e le ha dedicato una lunga puntata di Live, martedì sera, molto difficile da seguire. Io ci ho provato, e mi sono trovato in un incubo. Questo tutto sommato potevo aspettarmelo. Forse non me l’aspettavo confezionato con tanta accortezza.

La professionalità di Studio Aperto

Lo Speciale non parlava solo di Rignano. Il filo della trasmissione si dipanava lungo una serie di casi più o meno simili, in Italia e all’estero. Episodi controversi come il caso di Brescia (tutti assolti meno uno) erano mescolati a casi acclarati e famigerati, come Marcinelle. Chi potrebbe schierarsi dalla parte del mostro di Marcinelle? Nessun riferimento alla lunga catena di processi a carico di maestre di scuole dell'infanzia negli anni 80 in USA, quasi tutti conclusi (dopo anni) con assoluzioni. Nessun riferimento a un episodio storico e importante come il caso d’Outreau in Francia, un processo fiume terminato col Presidente Chirac costretto a chiedere scusa agli imputati assolti per la “catastrophe judiciaire” (parole sue). Insomma, nessuno spazio a chi parla di psicosi di massa, perché chi parla di psicosi di massa non vuol credere ai bambini, e bisogna sempre credere a quello che dicono i bambini.

Invece agli avvocati non si può credere, e infatti ai difensori degli imputati di Rignano non viene dato il tempo di esprimersi: qualche frase tagliata, qualche ragionamento monco, ed è tutto. Volendo dimostrare la sua imparzialità, la cronista decide di seguire la fiaccolata di sostegno agli indagati, e nel montaggio riesce a far sentire due volte le urla dei carcerati di Rebibbia che dalle finestre gridano ai manifestanti “pedofili”. Il senso qual è? Qual è esattamente la credibilità dei carcerati, la loro competenza in merito? Eppure, cronometro alla mano, hanno avuto più tempo loro, per esprimere il loro parere, dei partecipanti alla fiaccolata: i quali davanti agli improperi dei galeotti battono in precipitosa ritirata. Questo almeno ci fa vedere il montaggio.

Non mancano gli esperti. Massimiliano Frassi, vero ispiratore del programma, che merita un discorso a parte. Don Fortunato di Noto, che avalla l’ipotesi di una rete pedofila mondiale. Sull’inchiesta di Rignano, però, non dice niente. Forse non glielo hanno chiesto. Curioso, perché qualche giorno prima al Giornale l’aveva definita “disastrosa” per le modalità con cui era stata condotta.

Uno dei momenti più ripugnanti dello Speciale è la testimonianza di alcune madri bresciane, che riferivano le violenze narrate dai loro bambini con dovizia di particolari. Secondo la giustizia italiana quegli episodi non sono mai accaduti: Studio Aperto ha deciso di riportarli ugualmente. È una scelta piuttosto forte.
Ora: io non credo nel mantra “ho fiducia nella magistratura”. Non ho nemmeno, se proprio devo dirlo, tutta questa fiducia metafisica nella magistratura, che è un’istituzione umana e quindi soggetta ad errori. Inoltre credo nella libertà di espressione – sono un blog, ci mancherebbe altro. Non discuto il diritto di Studio Aperto di schierarsi così apertamente dalla parte di genitori che hanno perso un processo. Avrei qualcosa da dire, magari, quando immediatamente dopo un noto sacerdote di Brescia viene duramente preso di mira dalla cronista perché crede nell’innocenza dell’unico condannato. Come si permette questo prete di non attenersi a una sentenza? Beh, se si permette Studio Aperto, perché non dovrebbe farlo un prete? Il problema è sempre quello: il prete, oltre a non credere alle sentenze, non crede ai bambini. Studio Aperto invece ha deciso di credere a qualsiasi cosa dicano i bambini, che le sentenze lo confermino o no. Del resto le sentenze vengono citare soltanto nei casi in cui rispettano i resoconti dei bambini. Ripeto, è una scelta piuttosto forte. Ma del resto è Studio Aperto. Alle undici di sera.

A meno che qualcuno a Mediaset non voglia seguire l’invito di Antonio Marziale, presidente dell’Osservatorio sui Diritti dei Minori, che propone di replicare la trasmissione in prima serata. Copio e incollo dal sito dell’Osservatorio (ma i grassetti sono miei):

“Con sensibilità e professionalità da parte degli addetti ai lavori la trasmissione ha trattato il tema della pedofilia mettendo in rilievo aspetti mai fino ad oggi evidenziati dalla televisione. Un contenitore che ha permesso a pochi sonnambuli, vista e considerata l’ora tarda della messa in onda, di comprendere come e quanto la pedofilia non sia più da considerarsi patologia individuale ma aberranza collettiva e lobbistica. Per tali ragioni – continua il presidente dell’Osservatorio – è indispensabile che un pubblico più massiccio abbia l’opportunità di fruire di una delle produzioni più coraggiose, coscienziose e credibili che siano mai state trasmesse in Tv”.
Marziale chiede dunque ai vertici di Mediaset: “La riproposizione della puntata in prima serata allo scopo di favorire presso l’opinione pubblica il giusto grado di comprensione del fenomeno pedofilia ancora troppo sottovalutato”. Ecc.


Marziale è stato componente del gruppo di lavoro della "Commissione per l'assetto del sistema radiotelevisivo" del Ministero delle Comunicazioni per la stesura del "Codice di autoregolamentazione sulla tutela dei minori in tv". Memorabile fu la sua protesta per la proiezione della seria “Roma” in prima serata: troppa violenza, troppo sesso. Questo è molto curioso, perché in fatto di sesso e violenza lo speciale di Italia 1 non è certo secondo a nessuno. Uno dei punti clou è un’intervista a un detenuto per reati pedofili. Marziale deve aver pensato che il fine (salvare i bambini) giustificasse una dose di violenza, visiva psicologica e verbale, molto superiore a quella di un telefilm di legionari.
Quel servizio ha impedito a persone adulte di dormire, ieri sera. Marziale propone di farlo vedere a tutti. Naturalmente, “con i dovuti accorgimenti contemplati dalla normativa vigente in materia di tutela dei minori”.

Io sono di un altro parere.
Ripeto quanto detto la scorsa settimana: non posso sapere cosa è veramente successo a Rignano. Non ho gli elementi necessari: forse un giudice li avrà, io no.
Se preferisco pensare all’isteria collettiva, è forse per pregiudizio razionalistico, o perché istintivamente tra genitori e maestre parteggio per queste ultime, o forse solo perché mi piacerebbe che quei crimini non fossero stati commessi. In ogni caso non ho le prove per parlare di isteria collettiva. Ma so che in altre città, che in altre nazioni, si sono verificati casi d’isteria collettiva molto simili a quanto successo a Rignano.
E so anche come questo tipo di isteria può contagiarsi: attraverso programmi confezionati come lo Speciale di Italia 1. Che sembrano davvero fatti apposta per indurre al dubbio e all’angoscia la persona forse più fragile del mondo: il giovane genitore. In buona fede, naturalmente. Siamo tutti in buona fede qui. Si parla molto di buona fede in questi giorni, come se fosse l’acqua lustrale: come se l’umanità non avesse dato spesso il peggio di sé, in perfetta buona fede.
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Caro amico Barbaro

Forse è l’Italia la terra dei mille piccoli pasolini. Prima si sono ammazzati l’originale, e poi: “presto, su, mangiatene tutti”. Il risultato sono trenta milioni di opinionisti da bar e qualche migliaia di commentatori sui blog, tutti con quel ritornello pronto: “Io so. Anche senza le prove, so”.
Come no. Hai sentito due chiacchiere, hai visto due foto, scorso i titoli, e sai. Sai anche la formazione della nazionale, se te la chiedono. Ma è chiaro che i pedofili di Rignano stamattina hanno un valore aggiunto.

Di quelli di Brescia invece nessuno parla più – eh, come? C’è stato un caso di pedofilia in una scuola materna a Brescia? Un prete, un bidello, sei maestre? Tutti assolti? Ne sai qualcosa? Niente. Quando l’inchiesta cominciò, quando ci furono i titoloni e i servizi in tv, tu sapevi tutto. Mi avevi anche spiegato cosa avresti fatto al bidello o alla maestra “se li avessi avuti tra le mani”. Adesso invece non sai niente. Ed è curioso, non trovi? La tua conoscenza dei fatti è inversamente proporzionale ai gradi di giudizio. Cioè: man mano che le sentenze diventano definitive, tu cominci a non saper nulla, a dimenticarti proprio. Eh? Un caso a Brescia? Dove? Come? Quando?

Io e te abbiamo una cosa in comune: non sappiamo niente. Non per maleducazione o negligenza. La nostra è un’ignoranza tecnica: le poche cose che abbiamo imparato, le sappiamo da servizi giornalistici confezionati non troppo professionalmente.
Siccome io non so niente, come te, non ho molto da dire su Rignano. Mi sembra tutto pazzesco. Ma non avendo ancora accennato all’idea di strozzare le maestrine a mani nude, probabilmente passerò come un innocentista. In realtà no: non sono innocentista: sono uno che non sa niente. Ma non ha importanza: per uno come te, che “sa”, quelli che non sanno sono ultra-garantisti, piagnoni intellettuali, checche, e non checche qualsiasi, ma checche passivamente complici di reati di pedofilia, per cui domattina dovrai cambiare bar e spiegare a qualcun altro cosa faresti “se mi avessi tra le mani”.

Se posso in qualche modo venirti incontro, credo che una certezza ci sia, ed è la peggiore: quei bambini sono stati molestati. Che sia stata una squadra di maestre con un autore televisivo e il primo benzinaio di pelle scura recuperato nei dintorni, o che sia stato un pool di psicologi, assistenti sociali e genitori un po’ allarmisti, qualcuno ha fatto grossi danni a quei bambini. Cosa preferisco pensare? Che le graduatorie degli insegnanti siano infestate da satanisti pedofili o che psicologi e genitori in Italia siano psicologicamente predisposti a una caccia alle streghe? La seconda opzione sembra meno terribile, ma è comunque terribile.

Io però non avrei voluto nemmeno parlare, di quell’orribile caso: perché non ne so niente, davvero, e le chiacchiere non rimediano l’ignoranza dei fatti. Io volevo parlare di te, perché ti conosco bene: e non mi piaci.
Finché è un bar, pazienza: ci si viene per altri motivi, e le chiacchiere sono inconcludenti per definizione. Ma quando vai su un blog (come questo o questo), tu non cerchi generi di conforto. No. Tu ci vai esattamente per scrivere i commenti che scrivi: se li avessi tra le mani li strozzerei, li impalerei, non so cosa farei (finalmente una cosa che non sai: quale costume da boia ti calzi a pennello) E la presunzione d’innocenza? Ma “ci sono tante cose che qualcosa per forza dev’esser vero”. Come no.
Tu non mi piaci perché in questa società, in questa civiltà, ci stai da ospite. Avremmo dovuto essere un po’ selettivi alle frontiere: non solo a Lampedusa, ma anche all’esame di maturità. Forse servirebbe una specie di giuramento sulla Costituzione. Non lo so. So solo che tu sei un barbaro, che approfitti di tutti i comfort di uno Stato di diritto ma pensi allo stesso tempo di poter venire in un bar o su un blog a parlare di Legge del Taglione e diritto alla Faida. Vienmi poi a parlare di Civiltà occidentale. Civiltà? E imparare un alfabeto?
Non solo sei un barbaro, ma un barbaro pre-cristiano: Teodorico l’ostrogoto ti sopravanza in civiltà di diverse spanne. Guarda che il cristianesimo lo hanno fondato anche un po’ per te, per toglierti quell’ansia primordiale di strozzare i colpevoli. Se tu fossi un buon cristiano, ti rilasseresti: Dio vede tutto e chi ha fatto male i piccoli brucerà in un fuoco eterno. Strozzarli oggi non aggiunge nulla al castigo.

Ma se uno la fede non ce l’ha, mica se la può inventare… e va bene. Per quelli come te c’è lo Stato laico. Ma ha le sue regole. La giustizia laica è tutt’un’altra cosa rispetto a quella che tu pensi. per certi versi è stata inventata proprio per difendere i colpevoli dai barbari come te… e per difendere i barbari come te da sé stessi.
E non ti voglio dire, con Beccaria, che la pena dovrebbe essere educativa: e chi ci crede più in Beccaria? Mi basterebbe che tu capissi che lo Stato non è un’istituzione preposta alle vendette corporali. Punire i colpevoli è importante, ma è molto più importante evitare che altri reati siano commessi. E a tale scopo questo tuo insanabile prurito alle mani è dannoso, te ne rendi conto? Quando esterni la tua voglia di strozzare, dai quasi l’impressione di voler occultare delle prove. Se quanto denunciato a Rignano fosse vero, i servitori dello Stato dovrebbero per prima cosa far luce su una rete di complicità ramificata e spaventosa. Altro che strozzare i colpevoli, allora: bisognerebbe farli parlare, con ogni mezzo. Magari con la tortura (il carcere duro italiano è tortura) ma persino con delle concessioni, se fosse necessario. Perché la priorità non è strozzare un colpevole: la priorità è prevenire gli abusi sui bambini.
E qui arriviamo alle accuse gravi. No, non contro i pedofili, contro di te.

Ogni volta che ti sento parlare, o che ti leggo, caro amico Barbaro, mi domando: qual è la tua priorità? Prevenire altri casi di abuso sui minori o strozzare qualcuno? Qualcuno che sicuramente, forse, chissà, è colpevole?
Questo tuo gettarti con le mani avanti, ogni volta che i giornali ti servono il mostro pronto, è molto sospetto. Non appena nasce un caso, tu vuoi strozzare i colpevoli. Il che significa che tu desideri che ci siano colpevoli. Come a dire che desideri che il caso non scoppi come una bolla di sapone. Se poi si scoprisse che i bambini non sono stati toccati, tu rischieresti persino di mostrarti deluso.
Io non so se Rignano sia una bolla di sapone, ma so che in passato ce ne sono state. Negli anni Ottanta negli Usa ci fu una vera e propria epidemia di casi di questo tipo nelle scuole dell’infanzia (via Macchia). Molti furono arrestati. Quasi tutti poi assolti.
Questo tipo di bolle nascono precisamente per colpa tua. Sono i barbari come te che comprano i mostri pronti in prima pagina. Sono quelli come te che si attaccano al tg più urlato e colpevolista che può offrirti il mercato. Questa tua ansia di strozzare qualcuno crea il mostro, lo capisci? Quattrocento anni fa era l’untore, oggi è il pedofilo, con qualche variante.

La volontà di sapere, l'ansia di strozzare. Per colpa della tua curiosità malata, e del tuo mal sublimato prurito alle mani, innocenti vanno in galera e bambini si auto-convincono di cose orribili. E tu nel frattempo te ne vai in giro per i bar o per i blog, a dire quanto ami i bambini. È possibile che tu, da piccolo, abbia effettivamente preso qualche ceffone di troppo. Ma qui da noi non è una scusa. Forse non commetti nessun reato, ma sei un ospite della civiltà, e alla lunga gli ospiti puzzano. Tornatene nella tua grotta, vuoi?
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chi è senza peccato

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Che vergogna?

L’antefatto: in seguito ad alcune dichiarazioni del Portavoce della Conferenza Episcopale Italiana, card. Bagnasco, che sembravano equiparare le coppie di fatto agli incesti e alla pedofilia, sul muro del Duomo di Genova è apparsa la scritta “Bagnasco vergogna”. La scritta ha fatto molto scalpore: il card. è stato messo sotto scorta…

“Paolovi a Pioxii, Paolovi a Pioxii, rispondi Pioxii”.
“Qui Pioxii, novità?”
“Niente di nuovo. L’uomo-rosso si è svegliato alle sei, come al solito”.
“Durante la notte? Sonno standard?”
“Secondo i sensori ha scalciato un po’ durante la fase REM, ma niente di insolito”.
“Sì, lo fa più o meno tutte le notti. Il capitano dice che è ok, mica possiamo impedirglielo”.
“Mia cognata che prendeva a calci mio fratello nel sonno prende una pillola che…”
“No Paolovi. Il capitano ha detto di no. Ora dov’è l’uomo-rosso?”
“In corridoio. Ha finito la colazione e sta per entrare nello studio”.
“Mi raccomando, Paolovi, massima attenzione. Comincia la rassegna stampa mattutina”.
“Confermo, Pioxii. Ha iniziato con Avvenire. Tutto bene”.
“Riesci a vederlo bene, Paolovi? L’ufficio è illuminato? Nessun disturbo?”.
“Nessun disturbo. Ha preso in mano Il Sole 24 Ore. Nulla da segnalare”.
“Bene così. Ma chiamami al minimo…”
“…un momento, Pioxii! L’uomo-rosso ha aggrottato il sopracciglio! Ripeto, ha aggrottato il sopracciglio!”
“Riesci a capire cosa sta sfogliando?”
“Un attimo. Sembrerebbe… è la Repubblica. Cronaca nazionale”.
“Fammi vedere. O-cacchio”.

Firenze - Anni di violenze, psicologiche e fisiche, di plagi e coercizioni nei confronti di bambini, ragazzi, intere famiglie, abusi e violenze sessuali su bambine e ragazzine minorenni, consumati nell´ombra di una canonica e mai venuti a conoscenza di nessuno fino ad oggi.


“Pioxii, mi ricevi?”
“Forte e chiaro, Paolovii. Il sopracciglio è ancora aggrottato?”
“C’è di più. L’uomo-rosso ha portato la mano alla fronte. Ripeto. L’uomo-rosso ha portato la mano alla fronte”.
“Maledizione!”

Ed è innanzitutto alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, che si rivolgono fin dal gennaio 2004, inviando alla Curia di Firenze esposti e memoriali, e ottenendo vari incontri personali - prima con l´allora arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con l´arcivescovo Ennio Antonelli e con l´ausiliare Claudio Maniago. Con l´unico risultato, nel settembre 2005, di un trasferimento del "priore" «per motivi di salute» in un´altra parrocchia della Diocesi. Da qui la decisione di appellarsi al Papa. La prima volta con una lettera del 20 marzo 2006, con allegati dieci dettagliati memoriali di venti vittime di abusi, a cui risponde il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime, sentito Antonelli, che il sacerdote sotto accusa dal 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e augurandosi che questo «infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti».


“Che faccio, Pioxii, intervengo?”
“Sì, intervieni. Non possiamo correre il rischio. Via! Fuori!”

“Fermi là, Eminenza! Mani in alto, bene in vista!”
“Ma in nome di Nostro Signore Santissmo, cosa c’è? Chi è quest’uomo nascosto nella mia credenza?”
“Eminenza, voglia scusarmi! Sono un uomo della sua scorta, nome in codice Paolovi”.
“Paolovi? Che nome singolare. E perché mi sta spiando, Paolovi?”
“Ordini superiori, Eminenza. Lei lo sa di quella brutta scritta…”
“Mi è senz’altro giunta la notizia. Ebbene?”
“Ebbene, è mio specifico dovere impedire che scritte come queste si possano realizzare”.
“E cioè…”
“E cioè noi vegliamo giorno e notte affinché lei non si debba mai vergognare, e abbiamo il dovere di intervenire qualora lei accenni anche il minimo segno di vergogna”.
“Ma io non mi stavo vergognando. Di cosa dovrei vergognarmi?”
“Eminenza, si stava stropicciando gli occhi con le dita, col dovuto rispetto…”
“Un bruscolino nell’occhio, agente. Tutto qui”.
“Ah. Quindi lei non si stava…”
“Ma no. Si figuri. Posso abbassare le mani adesso?”
“Ma certo, ma certo eminenza. Mi scusi ancora. Vuole un fazzoletto?”
“No. Ho i miei”.
“La prego di scusarmi ancora”.
“Non c’è nulla di cui scusarsi: ognuno risponde ai suoi superiori. Ma riferisca ai suoi che tanto zelo è eccessivo. In fondo è solo una scritta sul muro. Basta una mano di bianco”.
“È davvero così facile?”
“A Dio piacendo, sì. A chi sciogliamo in terra, le ricordo, sarà sciolto anche in cielo. Vada, vada”.
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- meglio un giorno da Leonessa (che 5 anni a Lecco)

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Essere pirla, oggi

Voi leggete il titolo, e subito pensate a lui. Ma vi sbagliate. Vi sbagliate pericolosamente. Come sapete, c’è una sentenza che vieta di dare del pirla all’ex ministro Castelli.

Quindi il pirla non è Castelli. E allora chi è? Ma. Facciamo che… sono io, ecco. Il pirla sono io.
E perché sarei un pirla?

Vediamo. Sono un pirla perché… nutro una spaventosa invidia per il sindaco di Brescia, proprio in questo momento. Sì. Appena tornato in Italia, nel bel mezzo di una emergenza criminalità, tra spari e sgozzamenti, io vorrei essere lui, anche solo per un istante.

Magari proprio quell’istante che il sindaco Corsini – il mio eroe – ha sprecato per dare una felice definizione di Castelli; che non sarà un pirla, no, ma è senza dubbio "un inetto rancoroso”, “uno spacciatore d'odio". C’è altro da aggiungere? No. C’è qualcosa da contestare? Direi di no.

Non c'è nemmeno niente da perfezionare. Corsini è stato breve e preciso. Lo stesso Castelli, del resto, stavolta si è ben guardato dal minacciare querele – anche perché il rischio di vedere certificata la propria inettitudine da un tribunale probabilmente c’è.

Ma poteva incassare in silenzio? Non sarebbe stato l’inetto rancoroso che è. No, doveva replicare – e dimostrare, a chi nutrisse ancora dei dubbi, l’inettitudine sua. Giudicate voi:
''Si domandi [Corsini] come è riuscito a trasformare Brescia nella capitale della violenza mentre a Lecco, dove da anni governa un sindaco della Lega, gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.
Io pensavo di aver sentito tutto, dai leghisti, e invece mi ero perso lo spot comparativo Brescia-Lecco. Ora:

mi rendo conto che non bisogna nutrire aspettative esagerate, nei confronti dei leghisti.
Non mi aspetto che un leghista lombardo sia ferrato in Storia dell’Arte o Epistemologia. Non pretendo che mi sappia dimostrare la Teoria della Relatività Ristretta o spiegare le regole del Cricket. Lo scibile umano è vastissimo, e il cervello di un leghista è… quello che è.

Quello che però mi sarei aspettato da un leghista lombardo, è qualche nozione elementare su com’è fatta la Lombardia.

In Lombardia, come tutti più o meno sapete, ci sono grandi città circondate da hinterland, e piccoli centri arroccati tra alpi e laghi. Brescia è la seconda città della regione. Dal 2004 a oggi ha probabilmente superato la soglia dei 200.000 abitanti: con i comuni limitrofi dell’hinterland raggiunge il mezzo milione. Per farla breve, se non è la quarta sarà la quinta grande città dell’Alta Italia – Emilia-Romagna inclusa. Il fatto che un delitto a Brescia faccia più scalpore di uno a Torino, a Genova o a Bologna, non dipende tanto dalla criminalità, quanto dalla nostra percezione.

Lecco è una graziosa cittadina, di recente elevata al rango di capoluogo di provincia, che si affaccia sul ramo del lago preferito da George Clooney. Non raggiunge i 50.000 abitanti. Però è tranquilla, eh! Castelli, ex ministro della Giustizia, ci dice che “gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.

Siccome io so che Castelli sa che le dita di una mano sono 5, devo concludere che negli ultimi anni a Lecco sono morti ammazzati da un minimo di due a un massimo di cinque persone. Il tutto grazie all’amministrazione leghista. Che dire, bravi. Magari quelli che c’erano prima riuscivano a farne ammazzare un po’ di più. Vabbè, certo, se qui passa un siciliano o un calabrese non capisce neanche l’ironia: tocca spiegare. Il punto è che due, tre, quattro o cinque omicidi in 5 anni, in una cittadina lombarda che non arriva a 50.000 abitanti, sono parecchi. Se poi i lecchesi non si sentono coinvolti dall’emergenza criminalità, tanto meglio per loro. In una piccola città americana, al terzo omicidio in cinque anni scatterebbe il coprifuoco.

Brescia è una grande città, dove si lavora molto (anche troppo) e si guadagna bene.
A Brescia i pancabbestia hanno il cane di razza.
A Brescia c’è lavoro, e dove c’è lavoro ci sono gli immigrati. A Brescia ce ne sono di più che in ogni altra città d’Italia.
Brescia non ha mai avuto – correggetemi se sbaglio – un sindaco leghista. Molta gente non lo sa, ma da quando esiste un centrodestra e un centrosinistra Brescia è sempre stata a centrosx.
A Brescia ci sono i soldi. Li senti, li vedi, li annusi. E non sono tutti puliti. È fatale che si sporchino, quando ne arrivano troppi in un posto solo.
Tutto questo ci porta all’emergenza criminalità, ma anche qui, bisogna intenderci. Chi ha deciso che certi crimini fanno tendenza e altri no?
Il mese scorso il gestore di un famoso bar di Brescia è stato accusato di aver stuprato una sedicenne in un casolare mentre altre due (sempre sedicenni) la tenevano ferma. Non so nemmeno se sia stato trovato colpevole, poi. Non ne ho più saputo niente. Perché non ne ha più parlato nessuno?

Perché nessuno ha organizzato un corteo spontaneo davanti ai bar di Brescia, accusando indistintamente tutti i baristi bresciani di p e d o f i l i a ?
Naturalmente i baristi bresciani non sono tutti p e d o f i l i. E non tutti i padri pachistani sgozzano le figlie. Ma certe generalizzazioni sono ammesse, altre no. Certe persone hanno il diritto di generalizzare, altre no.
Io, per esempio, non credo di aver diritto di dire che tutti gli elettori di Castelli sono dei pirla. Ops, ormai l’ho detto. Maledetto computer, dov’è il tasto canc?
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C'è molta confusione oggi qui.
Tutta gente che grida di abbassare il tono.

(ma voi leggete polaroid e defarge)
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Basta pietà

Anch'io come lei, signora, ultimamente faccio fatica a organizzare i dati. Succedono troppe cose, tutte in una volta. Per esempio: muoiono troppe persone, e si tratta di scegliere se è più importante parlare del filosofo, dell'economista, del grande attore, del fotoreporter, di mille palestinesi, di 400 israeliani (curiosamente in questa guerra contro il terrorismo ci sono più morti tra i terroristi che tra i loro obiettivi).
È proprio in questi momenti che mi viene da pensare: ma come fanno i giornalisti?, quelli iscritti alla cupola, ehm…, all’Albo? Loro devono fare questa scelta tutti i giorni. Carmelo Bene si merita un trafiletto in prima pagina? Beh, sì. Sempre che nel frattempo Berlusconi, che è all’estero, non se ne esca con qualche cazzata storica di quelle che gli escono in queste occasioni , del tipo: gli antichi romani erano europeisti.

Anno VI dopo Cristo. A Roma, il comandante Varo è al cospetto dell’Augusto Imperatore.
AUGUSTO: E allora, Varo, com’è andata a Teutoburgo?
VARO: Ottimo Principe, io… ahem… proprio di questo vorrei parlare.
AUGUSTO: Hai avuto delle perdite?
VARO: Sì, ecco… un paio di legioni.
AUGUSTO: Due legioni, Varo? Intendi due legioni intere?
VARO: Per la verità, forse sono tre legioni, ottimo principe.
AUGUSTO: Però, questi Germani. Un po’ birichini, eh?
VARO: Nelle loro selve sono imbattibili, ottimo principe.
AUGUSTO: Mmm. Non va mica tanto bene. Ne parlerò con Hermann al prossimo vertice di Coblenza. Se continuano così, il Mercato Comune se lo possono proprio scordare.

Nella pratica, la loro scelta i giornalisti l’hanno fatta. Carmelo Bene, Ciriello, Berlusconi, la CGIL, la guerra in Palestina, i prigionieri di Guantanamo, tutto questo non vale la metà della mamma assassina di Cogne. È lei che sta in cima alle prime pagine. È lei che occupa decine di minuti di telegiornale. È dieci, venti volte più importante di un collega che muore in servizio: l’audience, impietosa, passa sopra persino ai vincoli di categoria. Sempre che esista davvero, quel vincolo. Ciriello era affilato all’albo? Sarei curioso di saperlo. È un caso che proprio chi rischia di più, gli inviati, i fotoreporter, siano sempre freelance? Che vincolo può esistere tra un reporter di passione e un redattore che, chiuso ermeticamente nel suo ufficio, calcola alle sei di sera che un titolone su Cogne porterà quelle cinque, diecimila copie in più? Non è nemmeno più lo stesso mestiere, andiamo.

L’insistenza dei media sul caso di Cogne è scabrosa, brutale, priva di scrupoli, tutto quel che volete. Ma soprattutto è inutile. Casi come Cogne ne sono successi, ne succederanno. Fanno parte dei misteri dell’animo umano, e io non riesco a immaginare una società, un ‘mondo possibile’ liberato anche da questi orrori. È giusto rifletterci sopra un momento, ma a che serve insistere? Insistere si dovrebbe sul caso di un cittadino italiano che muore nelle strade dell’Autorità palestinese per mano dell’esercito israeliano. Queste cose sì che possono cambiare, se i giornalisti facessero il loro mestiere (come lo faceva Ciriello), se noi lettori sapessimo dare un indirizzo giusto alla nostra indignazione. E invece niente, il giorno dopo siamo già davanti alla tv per Tel Aviv – Milan, a essere indignati sono gli israeliani a cui la UEFA ha tolto il diritto di giocare in Patria, per quale motivo al mondo? In Israele va tutto bene, e un militare può dichiarare che Ciriello è stato imprudente, avrebbe dovuto chiedere il permesso all’esercito israeliano (per andare in giro nel territorio palestinese!)
Tutto bene, a interessarci è piuttosto la lettera che la mamma di Cogne ha scritto al Papa. Dice che è innocente, pensa! E il Papa cosa ha risposto? E il fratellino come sta?

Noi umani siamo così. Stupidi. Di tante cose al mondo che succedono, scegliamo di occuparci di quelle che non possiamo risolvere. Duemila, tremila anni fa non avevamo luce elettrica, né acqua potabile, e nessun tipo di medicina che potesse salvarci la vita da una banale influenza. Davanti a questi piccoli problemi pratici, concreti, eravamo ancora dei selvaggi. Ma nel frattempo avevamo sviluppato teorie filosofiche di straordinaria complessità, e ci arrovellavamo già sugli stessi profondissimi problemi che ci tormentano oggi: chi siamo? Dio c’è? E se c’è, perché esiste il male? Perché si muore? Perché una donna uccide un bambino?

Problemi seri. Mai risolti, e probabilmente irresolubili, come le equazioni di quarto grado. Ci sono voluti secoli per iniziare a preoccuparsi seriamente di altri problemi: come far arrivare l’acqua alle case? Come possiamo salvarci dall’influenza? Come possiamo risolvere le controversie senza ucciderci? E qualche progresso l’abbiamo anche fatto. Ma il richiamo dei grandi problemi è irresistibile. È quello che vuole la gente: il Bene, il Male, la tragedia. E i giornalisti devono dare alla gente quello che vuole. Ciriello non l’aveva capito, e restava un freelance. Si fosse piazzato a Cogne, a scattare istantanee dei vicini di casa della Franzoni, a quest’ora non solo sarebbe vivo, ma avrebbe anche un contratto regolare.

www.ciriello.com e' ancora giu'Il fatto è che a Ciriello non interessava, quel contratto. Gli interessava invece, probabilmente, cambiare il mondo, cosa possibile nella misura in cui si smette di pensare in termini di Bene e di Male (chi è il bene e chi il male in Palestina?) e ci si cala, dal vivo, in piccoli problemi più concreti, come concreto era quel fucile in mano a quel ragazzo, o quel carro armato in quella strada di Ramallah. Per quanto gli era possibile, Ciriello ha provato a cambiare il mondo. La sua morte non solo mi addolora, ma mi fa vergognare: dov’ero mentre gli sparavano? Ho fatto abbastanza per lui? La morte di quel povero bambino di Cogne, invece, è un povero, tristissimo fatto di cronaca, che mi spaventa, certo, ma non mi interpella, non cambia né me né il mio mondo, e che probabilmente, oltre un certo limite, deve smettere d’interessarmi. La pietà, sapete, oltre un certo limite non solo è inutile, ma persino dannosa.
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Passata una buona festa della liberazione? La mia è stata ottima.
Sono di buon umore. Non ho niente da dire. Mi sfogherò con gli errori altrui.

Il peggio del Manifesto

Il Manifesto compie trent'anni e organizza un forum. Tra le altre domande: Qual è la cosa peggiore che il manifesto ha fatto nei suoi primi 30 anni?
Un invito… manifesto a sparare sulla croce rossa.
"Caro Manifesto, io trent'anni fa neanche c'ero, ma posso segnalare la cosa peggiore che hai fatto nelle ultime trenta ore. Senti qua.

...Cressman - probabilmente facendo schioccare il palmo della mano sinistra nella piegatura interna al gomito del braccio destro - ha fatto capire che non aveva nessuna intenzione di convolare a nozze. Jane - presagendo un futuro a trainare la slitta di Babbo Natale - ha aggredito Thomas che ha cercato inutilmente di chiedere aiuto alla polizia. Gli agenti sono giunti sul posto troppo tardi. La delicata Miss Andrews - dopo averlo tramortito con una mazza da cricket - aveva pugnalato ripetutamente la sua vittima lasciandogli il coltello da cucina conficcato nello stomaco. Jane - quasi rispettando il copione di certi delitti d'onore - ha poi tentato il suicidio ingerendo una dose massiccia di barbiturici.
Forse Maria De Filippi e la sua gradinata di "Amici" avrebbe potuto evitare un epilogo così cruento. Ma forse era una "Missione Impossibile" e quindi lo stop nel palinsesto non avrebbe consentito la messa in onda della puntata del salvataggio.


UMBERTO RAPETTO, La posta del cuore che uccide (mercoledì 25 aprile)

Un'inglese accoltella il fidanzato. Che crasse risate.
A rivederci, tra trenta ore circa".
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Sangue in famiglia

Ora come avvoltoi giornalisti e altri esperti in sociologia spicciola accorrono sui luoghi dei delitti efferati, dando la colpa un po' a tutto e a tutti… ma è il caso di biasimarli?
Come i poveri preti, che anche nelle situazioni più disperate sono forzati a trovare parole di speranza, così il dovere d'ufficio impone agli editorialisti di trovare subito i colpevoli. Piuttosto che fra gli indiziati, sotto tutela degli avvocati, meglio cercare colpevole e movente fra "i mali della nostra società", sempre più disumana, priva di valori, ecc..
Ma non hanno tutti i torti. Quello che è successo a Novi Ligure sembra non essere un caso isolato. A parte i casi di emulazione degli ultimi giorni (un tempo c'erano epidemie di suicidi, oggi la rabbia è più estroversa), i delitti in famiglia sembrano essere aumentati del 100% negli ultimi anni. Una guerra tra generazioni.
Questo è interessante. I giovani assassini negli USA fanno stragi in classe, in Italia preferiscono la famiglia. È un'altra prova di quanto sia centrale la cellula famigliare nella nostra società. Che è una società dei consumi. Ma sempre più orientata al consumo giovanile. Quello dei ragazzini è il target più sotto tiro, nonostante i ragazzini siano sempre meno (questa è una cosa che non riesco a capire. Se davvero siamo il Paese più vecchio del mondo, dovremmo avere la tv piena di pubblicità di mutandoni di lana, e Nilla Pizzi trionfatrice a Sanremo, ma non è così. Perché?).
Forse in Italia soffriamo di una lieve schizofrenia. Diamo per scontato che il giovane debba vivere coi suoi per venti, trent'anni – finché non mette su famiglia a sua volta. Tuttavia è altrettanto scontato che sin da 14, 15 anni, lo stesso giovane debba consumare quanto e più di un adulto. Lasciamo per un attimo perdere la componente affettiva e chiediamoci: dove li trova i soldi? E se i genitori non ne guadagnano abbastanza?
Ora, se due coniugi vengono ai ferri corti possono divorziare. Ma un ragazzino che ritenga i suoi genitori inadatti al proprio stile di vita ha davanti a sé ancora cinque, dieci anni di convivenza.
Il professore di Padova ucciso dal proprio figlio per un voto falsificato avrebbe comprato l'auto al figlio soltanto dopo la laurea. Diciamo a 24, 25 anni. Questo non faceva di lui un padre-padrone, e tutto sommato i soldi erano suoi. Ma anch'io, la prima volta che ho saputo la notizia, ho pensato: che padre degenere. Negare al figlio il sacrosanto diritto all'automobile. Sul serio, per un attimo ho pensato a questo.
(D'altro canto è vero che costringere un figlio a prendere una laurea "per non deluderlo" può equivalere a tenerlo sequestrato in casa per cinque anni, con un doppio ricatto affettivo ed economico, e nessun genitore verrà mai accusato di plagio in questi casi).
Con questo, non voglio assolutamente giustificare gli assassinii in famiglia. Non voglio neanche dare la colpa alla società dei consumi. In effetti, cosa sto facendo? Forse anch'io, da sociologo spicciolo, in piena emulazione giornalistica, accorro sul luogo del delitto e reclamo la mia piccola stilla di sangue. Un avvoltoio no. Diciamo una fastidiosa zanzara.

Segnalo un articolo di Tahar Ben Jalloun – già collaboratore della prestigiosa rivista Energie Nuove – sulla demolizione dei Buddha afgani.
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