Meglio un giorno da pecorella

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Lo so che ci sono tante cose più importanti e interessanti, ma ieri sera, provato dagli scrutini, sono restato su una poltrona e ho visto un po' del Cantante mascherato; quanto basta per scoprire Alessandra Mussolini sotto la maschera della pecorella. Ecco, per me questa piccola cosa è abbastanza interessante.


Mi ha fatto venire in mente un tweet o qualcos'altro di un americano o di un inglese, non mi ricordo più, che qualche mese fa scoprì tutto scandalizzato che la sopradetta Alessandra Mussolini, nipote di tanto nonno, invece di vivere per sempre marchiata dall'indelebile infamia, partecipava alla versione italiana di Dancing with the Stars (Ballando con le stelle). Anche in quel periodo c'erano tante cose più importanti o interessanti per cui anche se avevo voglia di rispondergli non l'ho fatto. 

Però ripensandoci avrei dovuto, qualcuno avrebbe dovuto rispondergli, ehi Mister, Sir, qual è il problema? Con tutti quelli che abbiamo, una Mussolini che balla è interessante? È vero, a differenza di voi imperialisti abbiamo avuto un dittatore certificato. Non c'è dubbio, è successo, e molti di noi hanno ancora un grosso problema ad accettarlo; resta fermo però il principio che le colpe del padre non ricadono sul figlio (tantomeno sul nipote). Quindi la signora Mussolini non solo ha fatto la ballerina, e l'attrice, ma è stata pure eletta in parlamento: ne aveva il diritto, si è candidata, e qualcuno aveva il diritto di votarla. Però alla fine non ha funzionato, e adesso fa l'ospite televisiva. Il che dovrebbe essere avvilente, ma per chi? Lei si diverte, la gente è moderatamente contenta di riconoscere una faccia nota, il cognome così terribile si associa un po' meno agli orrori del Novecento e un po' più alle copertine dei rotocalchi, e questo in qualche modo dovremmo sentirlo ingiusto. Per me è il contrario, e forse è una delle particolarità italiane che esporterei. La tv come camera di compensazione per i rampolli di famiglie celebri per il motivo sbagliato. 

Remembering China’s last emperor, Puyi, 50 years after his death 

Ho sempre trovato incredibile il modo in cui i comunisti cinesi trattarono l'ultimo imperatore, quel Pu Yi che pure si era macchiato di un tradimento e aveva permesso orrori che fanno impallidire quelli del nostro Mussolini e del nostro Savoia. Come sa anche solo chi ha visto il film di Bertolucci, quando i comunisti riuscirono a farsi consegnare Pu Yi dai sovietici, lo trasformarono in un... giardiniere. Non fu un trattamento indolore: dovette passare per un campo di rieducazione. Ma l'idea era potente: prendere l'ultimo erede di una dinastia, e di una storia millenaria, e trasformarlo in un cittadino qualunque. Una cosa del genere noi non potremmo farla – è ingiusto anche solo sognarla – però qualche buona idea a volte ci viene, ad esempio prendere il nipote di un re esiliato, o la nipote di un dittatore ancora rimpianto da molti italiani e trasformarli in celebrità sospese tra mainstream e trash. Per loro è sempre meglio che lavorare; per chi rimpiange i fasti dei nonni è un'offesa alla memoria, per noi che guardiamo è un modo per confiscare loro un'eredità che non hanno richiesto e che non meritano, nel bene e nel male.  

Quindi, o popoli: avete figli di dittatori da gestire, o eredi a un trono che non c'è più, e vi sembra ingiusto fucilarli? Mandateli in tv a ballare e cantare, in Italia facciamo così e secondo me funziona. Non fate il contrario, come gli americani, non mandate i personaggi televisivi in politica: quello sì che è pericoloso. (Allo stesso Trump, forse sarebbe bastato offrire di nuovo una stagione di The Apprentice e magari avrebbe acconsentito a lasciare la Casa Bianca con meno strascichi). 

(E ora che ci penso, quando ci lamentiamo di Renzi che continua a far politica, dobbiamo ammettere che lui a un certo punto ci aveva anche provato, a passare alla televisione; e non era una idea così sbagliata: dopo che aver vissuto per anni in quel trip egotico che è la politica ad alto livello, circondato e riverito da lacchè, quale altra cosa puoi fare, che ti produca una soddisfazione lontanamente paragonabile? La tv generalista funziona, ha salvato Giulio Ferrara, Claudio Martelli, chissà quanti altri. Avrebbe potuto salvare anche lui, e lui ci ha provato, non dite di no. Ha fatto quel documentario... l'avete guardato? Sì, lo so. È tv generalista, bisogna essere molto stanchi o disperati. Tra un po' bisognerà pagare qualcuno per guardarla).

(Ho chiesto in classe: avete visto il Cantante Mascherato? Nessuno. E li capisco, però comincio ad aver paura). 

(Ma insomma quando qualcuno si mette a dire che Renzi è un sagace politico, ricordate un attimo che si è dovuto rimettere a far politica perché neanche in tv funzionava. Cioè la politica come camera di compensazione della camera di compensazione).

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Non dimenticarti di ricordare di non scordarti di rammentare che che che

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Ogni anno il Ministero mi manda un pdf sul Giorno del ricordo; ogni anno un po' più sbiadito, come se tutti i febbrai lo ristampassero, lo scannerizzassero, lo pidieffizzassero per rimandarmelo l'anno dopo.

L'immagine può contenere: testo
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La Storia ci insegna, ma chi impara?

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– Prof?

– Eh.

– Ma perché lei insegna Storia, scusi

– Perché mi pagano.

– Ah già.

– Poi mi piace.

– Ma perché io devo studiarla, scusi?

– Perché chi non studia il passato è condannato a riviverlo.

– Cioè?

– Ah ma sei uno tosto tu, mi chiedi pure cioè, ma fatti un giro, dai. Vuoi andare in bagno?

– No prof grazie.

– Non scordarti il telefono, dai un'occhiata a insta, ti fai una partita a coso, a fornait...

– Sto a posto così, davvero. Ma cosa vuol dire che chi non studia il passato è condannato a...

– Ma che ne so, vuol dire che boh, se non hai mai studiato gli autobus a due piani e poi ne incontri uno potresti rimanere stupefatto e magari andarci sotto; invece se hai studiato e sai che sono esistiti gli autobus a due piani può darsi, dico può darsi, che l'improvvisa apparizione del veicolo non...

– Cioè se studio il passato ho degli strumenti per capire il presente.

– Ecco sì più o meno.

– Quindi se io incontro delle cose che non capisco nel mio presente, posso controllare nei libri di Storia e...

– Proprio così.

– ...fare dei confronti.

– Già. Cioè no no no no no, i confronti non si possono fare.

– Ma prof.

– È sbagliatissimo. Niente confronti. Presente, passato, compartimenti stagni.

– Ma se chi non studia il passato è condannato a...

– Mi hai capito? Niente confronti, stop. Tassativo.

– Ma perché?

– Perché poi non mi pagano più.


Di cosa volete che discutiamo con gli studenti nelle ore di scienze umane? Se discutiamo di mitologia, loro cominceranno a paragonare i vip che conoscono con gli eroi mitologici, si faranno il loro monte Olimpo pop, è già successo. Se parliamo tutto il tempo di Dante, loro metteranno i vip che conoscono in un inferno simil-dantesco, è già successo. Se parlassimo di Bibbia se ne scriverebbero una (coi vip). Se per assurdo volessimo leggere solo poemi pastorali, si farebbero tutta un'arcadia pop anche loro con i vip che conoscono, è successo perfino questo. Ma.

Ma voi insistete che i ragazzi studino il Novecento. Per voi è molto importante. Hitler-Stalin-Mao, fondamentali. Chi non ha memoria non ha futuro, dove per "memoria" si indica esplicitamente una serie di fatti avvenuti nel '900 senza i quali un cittadino non capirebbe il suo essere tale. C'è la giornata della memoria, la giornata del ricordo, la giornata della rimembranza e guai a chi le sgarra. Il '900 è la nuova Bibbia. Quindi.

Quindi i ragazzi masticano Novecento, digeriscono Novecento, evacuano novecento, e poi indovinate cosa succede? Succede che paragonano i vip che conoscono ai personaggi del Novecento. Si fanno il loro '900 pop, credevate che si sarebbero fatti qualcos'altro? E l'insegnante cosa dovrebbe fare a quel punto: andare in giro per l'aula col fischietto segnando le reductiones che non sono consentite, palestinesi=hitler ok, salvini=mussolini cartellino rosso? I ragazzi riducono, pensare che si possa evitare è un po' pensare che si possa imparare il latino senza mai sbagliare una declinazione o volare senza mai cascare male dal nido (magari si può, adesso che ci penso nessuno ha veramente imparato a volare) (e neanche il latino).
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La beata che sfidava i nazisti (a crocefissi?)

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"Tu sei il Male, io sono l'Anestesista"
30 marzo - Beata Restituta Kafka (Brno 1890 - Vienna 1943), martire antinazista

[2012] Uno potrebbe anche pensare che i tempi ruggenti dell'agiografia siano finiti per sempre - quei secoli, hai presente, in cui c'eri solo tu, in un monastero perso nel nulla, con un po' d'inchiostro e della vecchia cartapecora raschiata, e ti chiedevano: "Oggi è Sant'Albano d'Ungheria, dai raccontaci la storia di Sant'Albano d'Ungheria". "Ma io mica la so, manco so cosa sia, l'Ungheria". "E inventa". Al limite si poteva sempre scrivere: martire sotto Diocleziano (Diocleziano andava sempre bene, Diocleziano li aveva fatti fuori tutti, Diocleziano pasteggiava a carne di martiri e brindava a sangue di vergini, Diocleziano probabilmente in certi eremi andava forte anche come criptobestemmia: ma Dio cleziano! Quel porco! E il priore non poteva dirti nulla).

Ma oggi che ci sono biblioteche in ogni piazza, google in ogni tasca, oggi non puoi più inventarti niente, o no? Per esempio il 30 marzo si celebra tra le altre la memoria di una Beata novecentesca, Maria Restituta. Su di lei ci sarà ben poco da inventare, penserai. In effetti ci sono i documenti. Sappiamo che è nata Helen Kafka, nel 1890 a Brno, prima impero Austro-Ungarico, poi Cecoslovacchia, poi Protettorato di Boemia e Moravia sotto il Terzo Reich, poi di nuovo Cecoslovacchia, oggi Rep. Ceca. Che prese i voti nell'ordine delle francescane della Carità, diventando suor Maria Restituta (detta "Resoluta" per i modi spicci) e che si distinse per la dedizione e la professionalità con cui esercitò la professione di infermiera e anestesista. Sappiamo che è morta a Vienna nel 1943, decapitata dai nazisti per alto tradimento. L'ha beatificata Giovanni Paolo II nel 1998, che l'unica suora decollata dai nazisti non poteva proprio perdersela. E tutto questo è Storia, voglio dire, abbiamo pure le foto. Non ci puoi ricamare, su Helen Kafka: con tutte le monografie che si saranno su di lei, nelle biblioteche, su internet, insomma, se improvvisi ti sgamano. O no?

Ecco, no.

Una delle cose fantastiche che scopri studiando i santi è che il medioevo, quello fiabesco delle leggende dipinte sulle vetrate, è a portata di clic. Me ne stavo infatti leggendo la scheda di Famiglia Cristiana, quando mi capita di inciampare sulle ultime due righe. Leggi anche tu:
E in faccia agli assassini, prima che il carnefice alzi la mannaia, suor Restituta dice al cappellano: "Padre, mi faccia sulla fronte il segno della Croce".
Tutto abbastanza verosimile tranne... la mannaia? Va bene, lo abbiamo visto, dei nazisti si può raccontare tutto e nessuno si lamenterà - i nazisti sono un po' il nostro Diocleziano moderno. Ma ce le vedete le SS che tagliano la testa di una suora con la mannaia? Non suona un po' anacronistico? In effetti basta sfogliare un po' di Internet in altre lingue per rendersi conto che suo Maria fu decapitata, sì, ma mediante ghigliottina: il vecchio trabiccolo illuminista con cui i nazisti a Vienna avevano sostituito la tradizionale forca austriaca così tristemente nota ai nostri patrioti. E la mannaia? Un ricamo di Famiglia Cristiana. Uno solo? Vien voglia di dare un'occhiata più da vicino.

Visito quattro o cinque biografie in inglese, francese e tedesco (quelle in tedesco non le leggo, guardo solo le parole, al liceo a volte funzionava). Sono tutte molto brevi – in effetti cosa ti aspetti dalla vita di un’anestesista, ancorché provetta? Riprendo in mano la scheda di FamigliaC. Mi cade l’occhio su queste altre due righe:
E quando i nazisti tolgono il Crocifisso anche dagli ospedali, lei tranquillamente lo va a rimettere, a testa alta, sfidando comandi e comandanti.

Ecco, magari sarà una coincidenza, ma questa notizia del crocefisso (nemmeno inverosimile) l’ho trovata solo nelle biografie italiane. Da qualche parte ho letto che suor Restituta riuscì a ottenere che fosse esposto il crocefisso nell’ala nuova di un ospedale, appena costruita, dove le autorità naziste non lo avevano previsto. Tutto lì. Solo su Famiglia Cristiana l’esposizione del crocefisso diventa una sfida “a testa alta”, peraltro l’unica sfida esplicita tra la suora e i nazisti: sicché al lettore vien fatto di pensare che la suora sia caduta in disgrazia perché continuava a rimettere i crocefissi dove i nazisti li toglievano. E invece no, mi è parso di capire che l’accusa vertesse su due documenti critici nei confronti del Reich, scritti dalla suora stessa: la wikipedia francese li chiama “poemi satirici”, ma non sono riuscito a leggerli.

La controversa scultura si trova nella cattedra di Santo Stefano a Vienna. È opera del celebre scultore austriaco Alfred Hrdlicka, che in precedenza aveva prodotto (sempre per la cattedrale) un’ultima cena in forma di orgia gay (l’ho letta sul Telegraph).

Però, insomma, la suora scriveva. Criticava il nazismo in forma scritta. È una notizia che Famiglia Cristiana non dà. L’unica forma esplicita di critica al nazismo che interessa a Famiglia Cristiana è la lotta per rimettere al loro posto i crocefissi. Ripeto: è un’informazione che ho trovato solo lì e in un’altra breve scheda biografica in italiano, sempre pubblicata in Santiebeati.it, che sembra per molti versi debitrice di quella di Famiglia Cristiana. Guarda per esempio come il tema del crocefisso viene sottoposto a un’ulteriore rielaborazione, un’ulteriore ricamatura:

Il crocifisso nelle stanze e nelle corsie dell’ospedale diventa invece quasi una questione personale: Suor Restituta, risoluta come sempre, si prende l’incarico di personalmente andare a rimpiazzarli là dove sono stati tolti: sa di rischiare parecchio con quel suo gesto provocatorio, ma intanto più crocifissi vengono eliminati e più lei ne risistema.

Non era la musona che tutti credono
Un’infaticabile risistematrice di Crocefissi, questa è suor Maria Restituta per i moderni agiografi italiani. Niente scritti, niente pagine critiche o satiriche sul nazismo, si sa che il cattolicesimo è un po’ refrattario alla scrittura. Ma tante opere di bene, e tra tutte la più importante è continuare ad appendere il crocefisso ogni volta che la turpe SS lo stacca. E mentre scrivo ho già in mente la vetrata in tre vignette: nella prima l’orribile camicia bruna, pallida in volto, incerto su una scala a pioli, stacca il pregevole manufatto ligneo, mentre su tre letti bianchi tre malati di tre colori diversi lo guardano rassegnati. Nel secondo non c’è più la scala: il nazista è al centro della scena, paonazzo in volto, le mani ai capelli biondicci, perché ha visto che sul muro c’è di nuovo il crocefisso! Miracolo! I tre malati sono in piedi sul letto che esultano in pigiama. In un angolino del vetro, racchiusa in un medaglione, Maria Restituta sorride sorniona. Nel terzo riquadro, va da sé, Maria Restituta posa la testa sul ceppo, mentre il diabolico doktor Mengele alza la mannaia. Che serva da monito per tutti quelli che a Strasburgo o altrove vogliono staccare crocefissi dalle pareti pubbliche: tutti nazisti, se non si era capito. O non si era capito? E vabbe’, ma a voialtri vi dobbiamo proprio disegnare le figure.
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Con questa lancia vincerai, o no?

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15 marzo – San Longino trafiggitore di Gesù e martire (I sec.)

Rubens (a volte un po' caotico, devo dire)
[2012]. Stasera parliamo un po’ di Hitler. Prima o poi sarebbe successo, nessuna conversazione su Internet può farne a meno a lungo. È un principio noto come legge di Godwin, dal primo internauta che la formulò: essa afferma più o meno che, col proseguire di una conversazione, la possibilità di mettersi a parlare di Hitler o dei nazisti si allontana da 0 e si avvicina a 1. In realtà questo si potrebbe dire per qualunque cosa, non so, le zucchine: se conversiamo all’infinito, prima o poi ne parleremo. La differenza tra Hitler e le zucchine è che queste ultime non mandano necessariamente in vacca la discussione. Hitler sì, quasi sempre. Uno dei corollari della legge di Godwin era: quando su un forum cominciano a paragonare qualcuno a Hitler, scappate! Tutto quello che di intelligente e originale si poteva dire è già stato detto. (Non potete dire che non vi si è avvertiti).

Una delle difficoltà con Hitler è che non importa quanto il nostro sistema di valori possa essere complesso, stratificato, relativista: siamo comunque tenuti a considerare H. il Male Assoluto (un’espressione che, non esistesse lui, nessuno probabilmente riuscirebbe a pronunciare con serietà da un pezzo; e invece riuscì a farlo perfino Gianfranco Fini). Se non lo facciamo, se ci permettiamo dei distinguo anche piccolini, veniamo subito relegati nell’angolo dei disadattati, tra i nostalgici, i mistici e gli sciachimisti. È una specie di deità al contrario, siamo tutti tenuti non a inchinarci ma a calpestarlo un po’. È un anti-tabù: non solo se ne può parlare, ma prima o poi siamo come costretti a farlo, a sproposito, con qualsiasi sciocchezza ci venga in mente, perché – questo è un ulteriore problema – su Hitler si può dire e scrivere veramente qualsiasi cosa: nessun erede protesterà. E quindi le abbiamo sentite tutte: Hitler pagano, Hitler indù, Hitler iniziato a questo o quel mistero, Hitler ovviamente satanico, Hitler ebreo (non proprio fiero di esserlo), Hitler che crede nella terra cava (ma Von Braun evidentemente no, se riesce a calcolare le traiettorie per far cadere i razzi V2 a Londra), Hitler che vuole prosciugare il mediterraneo per coltivarci il grano (progetto delirante che qualcuno in Germania effettivamente concepì, ma H. rimase scettico), Hitler ufologo, Hitler antartico, Hitler qualunque cosa, purché strana, esotica, fuori dal normale. Perché c’è una sola cosa che potrebbe essere peggio di Hitler.

Tra i tanti misteri: ma come faceva a torcere il polso così?
Io non ci riesco.

Un Hitler banale. Un Hitler prosaico, un Hitler che frequenta maghi e guaritori perché è semplicemente superstizioso come tanti dittatori, un Hitler che accoglie certe sparate paganeggianti di Himmler con scetticismo; un Hitler senza fantasia, che perseguita teosofi e rosacroce; o peggio ancora, un Hitler cristiano, con tutto l’imbarazzo che ce ne deriva. E allora si fa finta di non sapere che sì, il tizio adorava Wagner come tanti tedeschi e austriaci della sua generazione, ma che si trattava di ammirazione artistica, non teologale; tutt’altro che entusiasta all’idea di ripristinare un Walhalla tramontato da un pezzo. “Mi sembra che niente potrebbe essere tanto stupido quanto ristabilire il culto di Wotan. La nostra mitologia antica ha smesso di essere realmente praticabile fin da quando il Cristianesimo si è impiantato. Niente muore, a meno che non sia già moribondo“. Si dà credito alle figure di contorno che si ingegnavano a vedere in Hitler un nuovo Buddha, un nuovo Sigfrido, fingendo di non vedere che le uniche reliquie che gli interessavano davvero (il Sacro Graal, i gioielli della corona del Sacro Romano Impero, la Santa Lancia) erano tutte dannatamente cristiane. Certo, di un cristianesimo medievale, da ciclo bretone, più Artù che Gesù.

Ok, magari non esisto,
ma ho una statua di Bernini grossa così
nel mezzo di San Pietro,
e salutatemi San Maurizio.
Ma è pur sempre oggettistica cristiana: prendi la Lancia, la reliquia più sacra su cui riuscì a effettivamente a mettere le mani. È l’arma che avrebbe trafitto il costato di Cristo facendone sortire sangue e acqua (Gv 19,34). Il soldato che trafigge Gesù era venuto in realtà a spezzargli le gambe, con quei modi carini che avevano i legionari per accorciare le sofferenze a condannati che, abbiamo visto, avrebbero potuto agonizzare per giorni e giorni. Il soldato però a Gesù le gambe non le spezza, e questo poteva insospettire il lettore: per Giovanni, testimone oculare, era cruciale provare che Gesù fosse stato schiodato dalla croce e riposto nel sepolcro da morto. La lancia nel costato chiude la discussione.

Nei secoli successivi l’arma e il suo portatore, battezzato “Longino” (il nome, se deriva dalla lancia stessa, è evidentemente più tardo) assumeranno un potere taumaturgico: nel fertile periodo in cui tutte le comparse dei Vangeli divennero protagonisti di immaginosi spin-off, Longino si ritrovò convertito al cristianesimo, taumaturgo e martire in Cappadocia (non prima di aver raccolto una fiala del Sangue di Gesù, che però sta a Mantova). Addirittura qualcuno lo vuole cieco, un centurione cieco a cui danno l’ordine di spezzare le gambe a tre crocefissi, che ritrova la vista grazie a una salutare spruzzata del sangue di Gesù, certo, perché no.

Comunque il ragionamento di fondo era questo: se dalla ferita di Gesù non era uscito pus, la Sacra Lancia aveva il potere di scongiurare infezioni e cancrene. Forse. Chi siamo poi noi per giudicare, qualcuno ha avuto una cancrena qui? Secondo me quando rischi una cancrena le provi tutte. Compresa la lancia che trafisse Gesù – ce n’erano quattro in circolazione: una ad Antiochia, la vera prima capitale del cristianesimo: oggi si trova a Echmiadzin, in Armenia. Un’altra a Roma – dono al Papa di un sultano, pensate, che l’aveva trovata nel bottino dell’assedio di Costantinopoli e non sapeva cosa farsene. Un’altra a Parigi, souvenir delle crociate di San Luigi IX re, un frescone da antologia che si sarebbe comprato anche la fontana di Trevi, se l’avessero già scolpita: di questa si sono perse le tracce durante la Rivoluzione Francese. Il doppione parigino non creava ai romani nessun imbarazzo, si sa come va con le reliquie: le Sacre Lance e le Vere Croci si smontano, si spezzettano, si grattugiano, da una sola lancia se ne possono creare due o persino tre. La terza lancia era in Germania. E all’inizio non era nemmeno la lancia di Longino; all’inizio era stata ceduta come lancia di San Maurizio, un altro soldato convertito al cristianesimo (un generale, in verità) che rifiutandosi di condurre operazioni di rappresaglia su villaggi cristiani era stato dal solito Diocleziano condannato a morte con tutta la sua legione, tutta convertita al cristianesimo: seimila martiri. La storia era poco credibile già nell’Alto Medioevo, ma Sankt Moritz divenne il pallino dei cavalieri tedeschi, finché Enrico I l’Uccellatore non regalò un intero cantone svizzero a un’abbazia in cambio della lancia, che prima sarebbe passata per le mani di Carlo Magno e Costantino. A noi Enrico I dice poco, ma è il fondatore della dinastia sassone che avrebbe di lì a poco rifondato di nuovo l’Impero Romano, però anche Sacro (come quello di Carlomagno) però anche Germanico: il primo Reich. Himmler si considerava una sua reincarnazione, forse.


Se la trova lui, è la lancia giusta.
Col tempo il culto di Maurizio deve appannarsi un po’, tanto che si rende necessario accessoriare la reliquia con un gadget di quelli che fanno veramente la differenza: un Sacro Chiodo della Vera Croce. Da lì in poi, intorno alla lancia comincia a crearsi un alone di invincibilità: è la Lancia del Destino, è l’arma che rende invulnerabili, eccetera eccetera. I re cristiani ne vogliono tutti almeno una copia con almeno un po’ di limatura del sacro chiodo, ma Ottone III accontenta solo quelli di Polonia e Ungheria, gli altri nisba. Ormai si è capito che le reliquie funzionano come le scope di Topolino Apprendista Stregone: ti basta coltivare una scheggia della Vera Croce e dopo un po’ hai una foresta di Vere Croci rigogliose di Veri Chiodi, e la gente ci credeva? La gente rischiava le cancrene, io se rischiassi in una cancrena toccherei qualsiasi cosa.

A un certo punto, non oltre il XIV secolo, qualcuno comincia a confonderla con la Lancia di Longino, e l’equivoco fa evidentemente comodo a tutto un indotto turistico e socio-assistenziale, nonché al prestigio dei Sacri Romani Imperatori, che tra una rissa feudale e l’altra ne avevano un disperato bisogno. Seguono riforme e controriforme, defenestrazioni e guerre dei Trent’anni: la lancia segue le alterne vicende dell’impero sempre meno sacro e sempre più asburgico, finché non si ritrova in un Museo di Vienna, dove il giovane Adolf la vede in una teca e ne trae una fortissima emozione: sono questi i dettagli che ti fanno capire che se invece di diventare adulto in una trincea durante la più orribile e insensata carneficina, il tizio fosse venuto al mondo due o tre decenni dopo, oggi i suoi massacri li farebbe su World of Warcrafts, il Mein Kampf avrebbe un altro titolo e si scaricherebbe gratis da un forum di fanfiction fantasy. Invece lo ritroviamo spiantato a Monaco di Baviera nel dopoguerra più difficile, con gli spartachisti che prendono il potere e lo perdono; chiede di riprendere servizio nell’esercito (proprio lui che anni prima aveva lasciato l’Austria per evitare la leva); gli propongono di infiltrarsi in un partitino equivoco, gente mattoide un po’ nazionalista un po’ socialista, tra i quali si mimetizza benissimo. Dopotutto potevano capitargli missioni peggiori, il partitino si riunisce perlopiù in birreria. Certo, bisogna essere pazienti, ascoltare lunghi e vani discorsi sulla superiorità del popolo tedesco, la riscossa dell’anima tedesca eccetera. Presto o tardi si ritrova a parlare pure lui.

Qui succede qualcosa di cruciale: Hitler scopre di essere un bravo oratore. Quando parla la gente tace e lo fissa, la gente in quello che lui dice ci crede, un buon motivo per crederci sul serio anche lui. Da lì a convincersi di avere una sacra missione il passo è breve, perché Hitler in fin dei conti non era né pagano né indù né iniziato né buddista e nemmeno così tanto cristiano: Hitler era per prima cosa hitleriano, tanto quanto Mussolini era mussoliniano, Stalin stalinista eccetera. Quando cominci a pensare di essere stato chiamato a un sacro compito che riscatti la mediocrità della tua giovinezza stracciona, quando ti alzi convinto che la Storia ruoti attorno a te, perno vivente, è chiaro che sei portato a idealizzare tutto quello che ti è successo in gioventù: così quando dopo mille peripezie H. arriva al potere e annette l’Austria, la Lancia che lo aveva affascinato in gioventù viene immediatamente requisita e trasferita a Norimberga, centro mistico del Reich. Ottenuta l’invulnerabilità, Hitler può dedicarsi all’obiettivo primario: la conquista del mondo. Se proponessi una trama del genere a un editore di fumetti mi riderebbe in faccia.

Comunque la lancia di Vienna è questa.
L’oro è stato aggiunto per saldare una frattura.
E invece è la trama del mondo in cui viviamo (Dio è un fumettista scarso?) Quando le cose cominciano a mettersi male per il Reich, la Sacra Lancia viene spostata in un rifugio segreto, e gli Alleati cominciano a cercarla. Ho letto in vari siti che Churchill in persona parlasse del ritrovamento della Lancia come di una “importante necessità strategica”, ma è un dettaglio poco credibile. La Lancia è semplicemente parte di quel bottino che i nazisti stanno nascondendo dappertutto, e su cui inglesi russi e americani sono ansiosi di mettere le mani. A ritrovarla in un sotterraneo di Norimberga, con tutte le insegne imperiali, è Walter Hill: un medievalista che aveva lasciato la Germania nazista e ci era tornato come tenente dell’esercito USA, inquadrato in quella squadra di cercatori di tesori a cui George Clooney ha dedicato un brutto film. Nel gennaio del 1946 la Lancia torna a Vienna, ed è ancora là. Naturalmente c’è chi dice che no, non è vero, gli americani se la sono tenuta ed è il motivo per cui adesso sono invulnerabili. Oppure al sicuro in una fortezza antartica, dove Hitler riposa cullato dai cloni di Eva Braun in attesa di tornare più bello e più forte. Se proprio viviamo in un fumetto scadente, perché non decorarlo con fortezze tra i ghiacci e bei principi addormentati.

Dico la mia. Hitler era uno psicopatico soggetto a deliri di onnipotenza? Probabilmente. Questo non vuol dire che credesse davvero a qualsiasi puttanata. Cercava il Sacro Graal? Cercava la Sacra Lancia? Può darsi che ci credesse davvero, tutti i tiranni hanno le loro scaramanzie e le loro fissazioni, e i paranoici non fanno senz’altro eccezione, anzi. Ma può anche darsi di no, può anche darsi che quegli oggetti li collezionasse per altri scopi. Il più banale: propaganda. Il Reich aveva bisogno di simboli, e Hitler si stava adoperando a cercarli. Più nel medioevo cristiano che nel Tibet buddista, senza dubbio. Magari riteneva davvero che la lancia potesse portargli fortuna. Ma l’essenziale è che ci credessero i tedeschi. Da loro sì, ci si aspettava una fede cieca e sorda a obiezioni, come ad esempio: ma cosa vuol dire invulnerabile? Ma vi ricordate un solo imperatore tedesco invulnerabile, uno che sia riuscito a farsi rispettare veramente da conti e duchi e baroni tedeschi e comuni italiani e protestanti luterani e tutto il resto? E i mongoli che premono, i turchi che incalzano? Gli svizzeri che si vendono al miglior offerente? I praghesi che defenestrano? I francesi che s’incazzano? Ma perfino gli svedesi, cioè l’impero germanico è quel posto dove nel Seicento pure gli svedesi venivano a fare i grandi condottieri. L’unico vero momento di autentica gloria militare dell’esercito tedesco comincia col regno di Prussia e prosegue col secondo Reich… salvo che i prussiani la Lancia non l’hanno mai avuta e nemmeno ci tenevano, a quelle romanticherie cattomedievali. Erano gente razionale, s’intrattenevano con Voltaire e con Kant. A quel tempo la Lancia l’avevano gli austriaci, esatto, l’impero che perse i pezzi per tutto l’Ottocento. E io forse sono un po’ italiano e votato alla misurazione del bicchiere mezzo vuoto, ma a me la storia della lancia suggerisce l’esatto contrario, ovvero: non è che il ferro che osò trafiggere il Sacro Costato… non porti un po’ sfiga? Gli austriaci sono l’unico impero che ha perso guerre perfino con gli italiani. Non è che le truppe di Hitler avrebbero marciato più spedite senza? In tal caso ci toccherebbe paradossalmente ringraziare la Lancia del Destino, che forse non è mai stata in mano né a Longino né a Maurizio, e probabilmente non ha mai reso invulnerabile nessuno; e meno male.
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Giornata della memoria, appunti sulla

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La Giornata della Memoria sta per compiere vent’anni, almeno in Italia (fu istituita nel 2000), e la sensazione è che qualcosa non abbia del tutto funzionato. Eppure non si può negare l’impegno, sia sui media che a scuola. Prendiamo un ragazzo nato nel 2000: quest’anno si diploma. Probabilmente ha sentito parlare di campi di sterminio già alle scuole primarie. Di film sull’argomento potrebbe averne visti più di un paio (alcuni già due volte: La vita è bella, Schindler’s List). E poi visite d’istruzione; incontri coi testimoni; libri consigliati, libri imposti dagli insegnanti… un ragazzo che si diploma quest’estate dovrebbe aver avuto molte più di un’occasione per meditare “che questo è stato”, come scriveva Primo Levi. Un ragazzo del genere dovrebbe anche aver sviluppato una certa refrattarietà al negazionismo e al nazismo. 

Un ragazzo, appunto, dovrebbe.


In occasione della Giornata 2019 un istituto demoscopico ha scoperto che solo il 2% tra i ragazzi italiani tra i 16 e i 18 anni hanno letto un libro sulla Shoah. È un dato sconcertante, soprattutto per chi in questi giorni sia passato in una libreria e abbia dato un’occhiata all’angolo dei ragazzi (o young adult, l’industria editoriale adesso li chiama così). Ogni anno escono titoli nuovi sull’argomento: memoriali o fiction, romanzi o testi illustrati per i più giovani. Il fenomeno è talmente percepibile che se su amazon.it, se scrivo “libri shoah”, il navigatore completa con “libri shoah per bambini”. Insomma l’editoria ci crede molto, nella Giornata. Forse, viene il sospetto, ci crede troppo; al punto da generare nei giovani lettori una reazione di rigetto?

La Shoah-spiegata-ai-ragazzi ormai è diventata un genere letterario (non necessariamente gradito ai ragazzi, come del resto tutto ciò che viene imposto a scuola). Prendiamo un testo di classe terza secondaria di primo grado, Storie senza confini della Zanichelli. È un’antologia pensata per i lettori di 13-14 anni. Alla Shoah dedica un intero capitolo, intitolato “Il coraggio di ricordare”. Quasi un decimo di tutto il volume. La prima lettura è presentata così: “Alex ha undici anni e da alcuni mesi vive da solo nel ghetto ebraico di Varsavia”. Il secondo è tratto dalla novelization di Arrivederci ragazzidi Louis Malle: i protagonisti sono collegiali, hanno più o meno la stessa età dei lettori. Seguono due lettere di Anna Frank, praticamente il minimo sindacale. Un brano tratto da La valigia di Hana, la storia (vera) di una coetanea di Anna deportata e uccisa nel campo di Theresienstadt; e poi all’improvviso Primo Levi: la fulminante poesia che introduce Se questo è un uomo. Dopo venti pagine, è il primo testo in cui non si parla di ragazzini; il primo in cui un adulto si rivolge ad adulti.

Ma è solo un breve intermezzo. Segue un testo intitolato Quando Hitler rubò il coniglio rosa, tratto dall’omonimo libro autobiografico di Judith Kerr. Il coniglio del titolo è ovviamente un giocattolo dei protagonisti, che hanno 9 e 12 anni e devono sacrificarlo durante la fuga e la deportazione. Insomma, più che una Shoah-spiegata-ai-ragazzi, fin qui è una Shoah vissuta dai ragazzi. I brani successivi confermano il sospetto: ce n’è uno di Enzo Biagi su David Rubinowicz. “un ragazzino di dodici anni, figlio di un lattaio scomparso nell’autunno del 1942”; poi il brano più impegnativo della sezione: di nuovo Primo Levi con una delle pagine più intense della Tregua, quella dedicata al piccolo Hurbinek, “un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome”. Levi è di gran lunga il miglior prosatore contenuto in questa sezione dell’antologia; ma non sembra un caso che di tanti passi suoi sia stato scelto uno dei pochi in cui al centro della scena c’è un bambino.

La Shoah di cui si parla in questo libro di testo assomiglia a una moderna crociata dei fanciulli; sembra che nei campi siano finiti soltanto bambini o preadolescenti. Gli unici adulti degni di rilievo sono genitori o fratelli.

La strategia dei curatori è chiara, e rivela in controluce una concezione abbastanza pessimistica della sensibilità di un tredicenne contemporaneo: l’unico modo che avrebbe per comprendere l’orrore della Shoah è l’empatia nei confronti delle vittime, ed esclusivamente le vittime che gli somigliano, meglio ancora se coetanee o un po’ più giovani. Anche lui avrebbe potuto essere Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz: anche a lui i nazisti avrebbero potuto rubare il coniglio rosa. Che poi a tredici anni i ragazzi siano ancora così attaccati alle esperienze dell’infanzia, così poco interessati alle storie degli adulti, è una nozione smentita da altre sezioni della stessa antologia, per esempio quella dedicata alla narrativa di genere avventuroso o alla fantascienza (i protagonisti preadolescenti, viceversa, sembrano una caratteristica tipica del genere fantasy). Per quel che mi capita di vedere dalla cattedra, il preadolescente di oggi è ancora un ragazzo ansioso di crescere ed essere ammesso finalmente nel mondo degli adulti: i bamboleggiamenti di certi autori li allontanano. E allo stesso tempo, i conigli rosa funzionano: inserire bambini sulla scena dello sterminio è garanzia di riuscita. Uno dei film sulla Shoah di maggior successo negli ultimi anni (e più richiesti dai ragazzi con cui lavoro) è Il bambino dal pigiama a righe. Raccontando la storia di un bambino ad Auschwitz, Benigni vinse un Oscar. Ma l’esempio più famoso resta probabilmente la bambina di Schindler’s List. Nel bel mezzo di un monumentale film sulla Shoah in un rigoroso bianco e nero, Stephen Spielberg inserisce un cappuccetto rosso, un elemento di fiaba. È quasi una strizzata d’occhio allo spettatore adulto: le scene che hai visto fin qui non ti hanno commosso perché sono troppo affollate, troppo drammatiche, troppo vere. Per farti scendere una lacrima ti serve qualcosa di intimo: hai bisogno di fissarti su un solo personaggio, anche soltanto per pochi secondi. Va bene, ecco qui una bambina in un cappottino rosso, ora puoi commuoverti. Si commuove anche il protagonista, un nazista sulla via della redenzione. Mi domando se quello che abbiamo fatto, nelle scuole, dopo Schindler’s list non sia una infinita ripetizione del trucco di Spielberg: ecco un bambino che non aveva fatto niente ed è finito ad Auschwitz, eccone un altro, eccone un altro ancora. Sempre con le migliori intenzioni – del resto sono così pochi i trucchi che funzionano, era destino che ne abusassimo.

Ma a proposito di Schindler’s list, c’è un’altra bambina che mi torna spesso in mente, un’apparizione ancora più fugace del cappottino rosso: è la biondina col foulard, che mentre gli ebrei di Cracovia si incolonnano a piedi per entrare nel ghetto, grida “Andate via, giudei”, lanciando palle di fango. Tutto qui, di lei non sappiamo nient’altro. È forse l’unica volta in tutto il film che l’antisemitismo non è impersonificato da burocrati o ufficiali nazisti. Proprio per questo è quella che più mi spaventa, e mi torna in mente anche a mesi di distanza dalla Giornata, quando tv o social mi mettono davanti la deriva razzista degli italiani e dei loro governanti. Capisco che a Spielberg interessasse di più raffigurare le vittime del popolo ebraico, e i nazisti loro carnefici, ma è un peccato che non ci siano film altrettanto potenti che parlino di quella bambina: di cosa l’ha portata a comportarsi così, di cosa l’ha trasformata in una piccola aguzzina occasionale. Avremmo molto bisogno di film del genere a scuola. La Giornata della Memoria che troviamo sui libri di testo o in film dall’approccio volutamente ingenuo come La vita e bella è consolatoria: ci spinge a riconoscerci nelle vittime e a trovare assurda la violenza dei carnefici. Ma la Giornata non è stata istituita per farci sentire buoni, ingenui e oppressi. La Giornata serve a ricordarci che dentro di noi c’è anche la possibilità di diventare oppressori, torturatori, assassini. Come sono stati i nostri avi – anche i loro crimini dobbiamo ricordare, e non soltanto l’angoscia delle vittime. Altrimenti c’è il rischio che la Giornata diventi un momento di rimozione, il momento in cui tutti noi diventiamo Alex, Anna Frank, Hana, David Rubinowicz, e ci dimentichiamo di far parte di un popolo (di un'umanità) che quei bambini li consegnava ai carnefici.

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Quanto fascista sei? (no, adesso, seriamente).

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C'è stato un momento, almeno io me lo ricordo, in cui tutta l'internet italiana non discuteva della fine del fidanzamento di Salvini, e nemmeno delle opinioni di Calenda sui videogiochi. E di cosa discutevamo in quei giorni? Del fascistometro di Michela Murgia. Una simpatica trovata pubblicitaria che ha fatto arrabbiare molti lettori, difficile adesso ricordare il perché. Forse perché il fascismo è una cosa un po' più complessa. Ecco, probabilmente il motivo era quello. Sarà per questo che a un certo punto, mentre avevo molte altre cose da fare, mi sono ritrovato a concepire un fascistometro alternativo, molto più rispettoso della complessità del fenomeno. Eccolo qui, e spero che non vi spiaccia troppo. Tanto anche se vi spiace ci cascherete lo stesso. Si fa in un paio di minuti, giuro.

Clicca qui per accedere al test: Quanto fascista sei?
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A Dunkerque il cinema resiste

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Dunkirk (Christopher Nolan, 2017)

Bon voyage.
Hai mai visto una spiaggia della Manica, quando il mare è così basso che sembra un deserto? Hai visto la schiuma strisciare spinta dal vento? Hai sentito l'urlo degli Stuka, il gemito di chi sta affogando nella stiva di una nave che cola a picco? Hai guardato il cielo e chiuso gli occhi, pensando che stavolta toccava a te? Sai quanto poco dista Dover da Dunkerque, una ritirata da una vittoria, un eroe che lotta per resistere da un vigliacco che ha paura di morire, un congegno meccanico di precisione da un capolavoro? Adesso che sai tutte queste cose, perché le hai viste e le hai sentite in un sogno di una settimana, di un giorno, di novanta minuti - torna pure a casa e scrivi che Dunkirk in fondo non è quel gran film che tutti dicono: che non c'è storia e non ci sono personaggi: solo gelidi meccanismi di attesa che scattano senza pietà per intrappolare gli spettatori. Che Nolan, per carità, regista sublime: ma noi volevamo vedere la Seconda Guerra Mondiale, i tedeschi cattivi, gli inglesi flemmatici, i francesi disperati - e lui anche stavolta è come se si mettesse davanti coi suoi trucchi, con le sue musiche a effetto, coi suoi orologi da sincronizzare. Che tanta tecnica può lasciare freddi, tanta lucidità può dare la vertigine: e che la Dunkerque del tuo cuore alla fine resta ancora quella del lungo piano sequenza di Espiazione.

Nell'ultimo momento c'è chi si tappa le orecchie e chi prende la mira.

Ogni sconfitta può sembrare una vittoria, se la inquadri nel modo giusto. Il desiderio condiviso, e comprensibile, di salutare in Dunkirk il film dell'anno, è il rovescio di una constatazione amara: non è che ci siano tutti questi capolavori in giro per le sale ultimamente... (continua su +eventi!)  Sia Hollywood che il cinema d'autore europeo sembrano navigare a vista, mentre le corazzate della serialità televisiva dilagano nel bacino dei giovani spettatori (quelli che se non si fanno una sensibilità cinematografica adesso, tra cinque anni in sala non verranno più: o al massimo per vedere la maxipuntata di un prodotto seriale come un cinecomic). Dunkirk è, tra le altre cose, un disperato manifesto di vitalità del cinema: non tanto per il feticismo della pellicola 70mm, ma per la sintassi così orgogliosamente antitelevisiva. In questo ricorda un film apparentemente diversissimo, Gravity: si tratta di due film brevi, senza tempi morti, che chiedono allo spettatore una specie di apnea: fai un bel respiro e ci risentiamo tra un'ora e mezza. Nolan ci promette lacrime, sudore e sangue (in realtà pochissimo), ma ci dice che la tv non è invincibile, che il cinema resisterà, perché c'è qualcosa che soltanto il cinema può fare.


Sangue e nafta
E però il cinema non è solo Nolan: non sei obbligato a condividere le sue ossessioni; ti è concesso restare diffidente nei confronti di un orologiaio che concepisce ogni film come un meccanismo di precisione. Non tutti vengono perfetti: quando oscillano un po' sbilenchi puoi criticarne i difetti più evidenti, irridere le ambizioni eccessive del progettista. Altre volte sembrano girare a meraviglia, al punto che hai la sensazione che non si fermeranno mai. In questo caso puoi sempre obiettare che non c'è niente di così profondo in un meccanismo che funziona; è vero, c'è un momento vero la fine del film in cui l'ansia per la sorte dei personaggi cede il posto a una strana soddisfazione pre-intellettuale, il sollievo di chi vede un puzzle completarsi tessera dopo tessera, il piacere che si prova a unire i puntini e scoprire il senso del disegno. Non è esattamente quel tipo di sensazione che ci si aspetta di provare mentre l'Inghilterra lotta per la libertà del mondo, ma è qualcosa che rende i film di Nolan diversi da tutti gli altri, e non è poco. Nel momento in cui tutti sembrano considerarci spugne emozionali, da imbevere e strizzare a piacere, lui almeno lavora su stimoli diversi. Alla fine ci strizza anche lui, ma qualcosa rimane. Su quella spiaggia, ci siamo stati. Per una settimana, per un giorno, per un'ora. Abbiamo visto la marea riportare i compagni a riva, abbiamo provato a saltare la fila, abbiamo creduto di potercela fare remando fino a Dover: abbiamo deciso che non entreremo mai più in una camera stagna. E intanto, dall'altra parte, ci siamo chiesti fino a che punto potevamo spingerci senza spia nel serbatoio e senza un sonar per gli U-Boot; il punto in cui il coraggio sarebbe diventato irresponsabilità e follia. Magari Nolan non è tutto il cinema, ma il cinema ha parecchio bisogno di lui. Al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 21:30, 22:40); Fiamma di Cuneo (21:00); ai Portici di Fossano (21:15), al Cinemà di Savigliano (20:20, 22:30).
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Bambini, attenti a Nonno Superman!

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Qualche giorno fa ci ha lasciato Cino Tortorella: attore, regista, giornalista, pioniere della televisione italiana, e in particolare della televisione per bambini; per più di trent'anni una presenza ubiqua su Rai e canali locali, sul Corrierino e sul Giornalino, ovunque un bimbo mettesse il naso, di lì Tortorella era passato, lasciando spesso un segno. Ma tutti lo ricorderanno soprattutto per lo Zecchino d'Oro, la rassegna canora che s'inventò dal nulla e che presentò per cinquant'anni, prima vestito da mago e poi in borghese. Lo Zecchino è stato uno dei tanti modi in cui gli italiani si sono raccontati, dagli anni Sessanta in poi. Tra una strofa e l'altra c'è il boom, la guerra fredda, la distensione, la crisi della prima repubblica e tanto altro. Qui sotto qualche appunto, e qualche dritta per chi ama il genere o deve imparare a conviverci (può succedere a chiunque).

1965: Dagli una spinta
Di scena sono i missili e i razzi a propulsion, qualcuno entra in orbita, qualcuno fa eccezion; poi quelli che ricadono in fumo se ne van: son cose che succedono, ma si rimedieran. Le generazioni centrali del Novecento sono nate col treno a vapore e hanno fatto in tempo a vedere l'uomo sulla luna: l'osservazione che altrove avrebbe ispirato epici inni al progresso, qui ottiene l'effetto contrario. Verga rovesciava positivismo e darwinismo e voleva raccontare la storia dei Vinti; Dagli una spinta finge un po' di ottimismo ma condivide lo stesso punto di vista. Non importa cosa inventeranno domani di eccezionale, vedrai che a noi si guasterà comunque. Noi siamo quelli che scendono e spingono... no, in effetti noi siamo già un po' troppo furbi, un po' troppo cinici, noi siamo quelli che dicono agli altri di scendere e spingere.



1967: Per un ditino nel telefono
Sette-sette-sette arrivò la polizia, e invadendo casa mia portò via il mio papà... La tecnologia è il male. Il bambino cerca di infilarci un dito perché è piccolo e perfido. Non ne potranno seguire che sventura e vergogna. Ci metteranno le manette i carabinieri. La polizia ci porterà in prigione. La mamma in manicomio. Ogni volta che sui giornali leggete un pezzo sgomento sugli orrori di internet e sui social network - covi di spacciatori e stupratori seriali - e vi domandate: ma questi giornalisti da dove saltano fuori?, beh, è difficile dirlo, ma forse nel 1967 seguivano lo Zecchino d'Oro (continua nientemeno che su Rivista Studio! Qui sotto lascio i video).
























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Il Terzo Reich in miniatura

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Colonia (Colonia Dignidad, Florian Gallenberger, 2015)



11 settembre 1973: a Santiago del Cile, durante il golpe del generale Pinochet, un fotoreporter tedesco (Daniel Brühl) scompare. Emma Watson, la sua ragazza, si prende una settimana di ferie (fa la hostess) e indaga. Una pista la conduce alla Colonia Dignidad, una specie di enclave nazista sulle Ande, una comunità cristiana integralista governata col pugno di ferro da un predicatore bavarese ricercato in patria per pedofilia. Il luogo ideale dove torturare i detenuti politici - pare che anche Mengele si sia rifugiato lì per un po'. Ovviamente il luogo è un incubo totalitario, un lager con tanto di recinto elettrizzato. Ovviamente uomini e donne sono separati, guardati a vista, istigati a spiarsi e torturarsi a vicenda. Il piano di Emma è vestirsi da suorina, bussare al cancello, chiedere di entrare a far parte della congregazione, sopportare frustate e privazioni finché non le riesce di trovare Daniel, e poi scappare insieme in un qualche modo.

Ci riesce.

E vabbe', un po' implausibile, ma se è tratto da una storia vera...

Il vero cancello della Colonia.
Salvo che non è una storia vera. O meglio: lo sfondo è tragicamente autentico. La Colonia Dignidad è esistita davvero (e in un qualche modo esiste tuttora). Il suo fondatore molestava davvero i bambini: Pinochet usò davvero la colonia per nascondere e torturare un numero imprecisato di oppositori; l'ambasciata tedesca occidentale era davvero al corrente; persino il transito di Mengele è in qualche modo documentato. È una storia pazzesca che meritava senz'altro un film. Ma per il film serviva una storia in primo piano, e quella girata dal pur talentuoso Gallenberger è un disastro, una specie di compendio di tutte le ingenuità da evitare in un film d'azione (continua su +eventi!)

C'è un regime del terrore in cui basta chiedere in giro e tutti sanno dove sono nascosti i desaparecido. C'è una comunità segregatissima che accoglie la povera Emma sulla fiducia, non le guarda nemmeno i documenti. Lì tutti si controllano, tutti si spiano, eppure Emma riesce a uscire dal dormitorio quando le va. Siccome questa cosa durante una rilettura dev'essere sembrata un po' assurda, gli sceneggiatori si sono inventati il turno di notte delle pelapatate: cioè in questa colonia ci sono talmente tante patate che bisogna pelarle anche di notte, un'ottima scusa per uscire e scuriosare in giro. L'evasione sembra impossibile, salvo che sotto la montagna di patate c'è una botola che, indovina!, conduce alla sala delle torture e poi direttamente fuori, e fuori c'è senz'altro una strada e un camionista che può dare uno strappo fino a Santiago - 400 km, bazzecole. Poi c'è un inseguimento finale con colpo di scena all'aeroporto, come in Argo, ma senza ritmo. Alla fine prevale un senso di pena per i due comprimari, che ce la mettono tutta per tenere il film a galla.

Gallenberger è un valido narratore per immagini, ma non riesce mai a coinvolgerci in quello che succede: le scene iniziali sul golpe nelle strade di Santiago sono impeccabili ma freddissime, Emma e Daniel sembrano due turisti attirati dal folklore rivoluzionario in un orrendo viaggio organizzato. C'è una scena in cui lei va a cercare i vecchi compagni di lui, li trova che si stanno organizzando per passare in clandestinità, e si scandalizza perché non rischiano la vita per cercare Daniel: nei giorni in cui spariscono centinaia di cileni, per Emma conta solo il suo ragazzo tedesco. L'eurocentrismo dà meno fastidio quando ci trasferiamo nella colonia, un universo concentrazionario di cui sarebbe interessante capire il senso. Ma anche lì qualcosa non funziona: il leader, che dovrebbe essere straordinariamente carismatico, passa il tempo a insultare e picchiare e molestare e non c'è modo di capire come si sia conquistato tanto potere sui suoi sudditi: il suo carisma è dato per scontato, né spiegato né messo in scena. Di buono c'è che alla fine del film viene voglia di saperne di più. Colonia è al Monviso di Cuneo oggi (martedì) alle 21.
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Un videogioco ad Auschwitz

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Il figlio di Saul (Saul Fia, László Nemes, 2015).

Un giorno o l'altro uscirà un videogioco su Auschwitz. Sarà probabilmente un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, che riuscirà a terrorizzare e a suscitare un genuino orrore in tutti i volonterosi giocatori. Si potranno interpretare diversi personaggi, sonderkommando o kapò o fuggitivi. Ci saranno missioni da compiere: trovare una macchina fotografica con la quale documentare il terrore; organizzare una rivolta; seppellire il proprio figlio con un rito religioso. Un giorno qualcuno lo farà, e dopo la sorpresa iniziale, non ci sembrerà una cosa così strana o sbagliata. Un modo di esercitare la memoria, di combattere il negazionismo, di far vivere ai giovani qualcosa di lontanamente simile a un'esperienza... Ciononostante le polemiche fioccheranno: è giusto ambientare un'avventura ad Auschwitz? Forse non è giusto, ma ormai ci ha gà pensato il cinema, no? I videogiochi seguiranno.

No, è fatto meglio di così.
Il figlio di Saul ha vinto l'Oscar per il miglior film straniero e il Gran premio della giuria a Cannes, e decine di altri riconoscimenti tra cui uno assolutamente straordinario: è il primo film ambientato ad Auschwitz a essere recensito sui 400 calci, che più che un blog ormai è la Bibbia quotidiana del cinema d'azione. Perché Il figlio di Saul, oltre a essere un buon prodotto, assolutamente rispettoso della memoria delle vittime, è un film d'azione. L'ambientazione è sin dall'inizio data per scontata, del resto ormai escono più film su Auschwitz che western. Il personaggio è un sonderkommando, un prigioniero ebreo addetto ai lavori più orribili: accompagnare i suoi correligionari alle docce, sentirli urlare mentre soffocano, smistare vestiti e oggetti personali, trasportare i cadaveri ai forni, smaltire le ceneri. Durante una giornata di gioco lavoro, Saul fa tutto questo, ma ha anche una missione da compiere: seppellire degnamente un bambino che forse è suo figlio. Bisogna trovare un rabbino, corrompere qualcuno, collaborare con qualcun altro che sta organizzando una rivolta. Ma tutto questo resta sullo sfondo: in primo piano c'è il personaggio, e la sua missione. Tutto l'orrore che gli scorre intorno finisce rapidamente fuori fuoco.

Il figlio di Saul è piaciuto a tutti tranne me... (continua su +eventi!I

l figlio di Saul è piaciuto a tutti tranne me, e non so quanto c'entri il dibattito su quanto sia giusto ambientare fiction ad Auschwitz. Può trattarsi più banalmente di una questione di gusti: a me i videogiochi non dicono molto. E se un film in soggettiva posso capirlo, ho una personalissima idiosincrasia per i "film di nuche", quelli in cui il punto di vista coincide con una specie di angelo custode che segue il personaggio passo a passo, offrendoci frequenti primi piani non solo del suo volto (quello di Géza Röhrig, squadrato e un po' ieratico, ricorda davvero il rendering digitale di un gioco da consolle)  ma anche delle spalle e della nuca, vi ricordate quanto piacevano a Gus Van Sant le nuche? A me non piacciono le nuche nei film, ma non credo di capirne più di Van Sant. Un film d'azione ambientato in un campo di concentramento me lo vedrei volentieri; ma la sintassi videoludica, quel continuo spalancare porte e aggirarsi per i corridoi, e origliare conversazioni, sempre alla ricerca di qualcosa, dopo un po' mi addormenta. Ma coi ragazzini capisco che potrebbe davvero funzionare. Il figlio di Saulè all'Aurora di Savigliano giovedì alle 21:15.


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Il suo nome è sulla lista?

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Niente fa gennaio come i corridoi delle scuole, quando tirano via le stelle di Natale e mettono i cartelloni con le svastiche il filo spinato e le stelle di David.

Ciò detto, quest'anno insegno in una classe esposta a sud, con tapparelle discutibili, e se c'è il sole la LIM è nitida solo fino alle 9 del mattino, poi è meglio fare altro. Quindi in terza se voglio proiettare un po' di Schindler's List devo partire subito, l'appello magari lo faccio quando il sole comincia a picchiare.

Ecco. Fare l'appello dopo aver visto un qualsiasi pezzo di Schindler's List è inquietante in un modo che non vi immaginate - cioè adesso che ve l'ho raccontato magari ve lo immaginate, ma anche un po' di più.

(Dall'archivio:





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Un uomo serio a Berlino

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Sembra che a Berlino stiano costruendo una specie di... muro.

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015).

Rudolf Abel - ovviamente non si chiamava così - imparò a dipingere in America. Il mestiere del pittore era la copertura ideale per una spia: quando sei un artista, nessuno fa caso ai tuoi orari o ai tuoi itinerari. Puoi sparire per mesi e nessuno si preoccupa. Ma anche se resti fermo nello stesso posto per ore e ore, nessuno si porrà il problema: basta che davanti hai un cavalletto. Abel non era un pittore, ma non è che avesse molto altro da fare nei suoi lunghi pomeriggi en plein air o nella sua base segreta camuffata da atelier. Durante la guerra era stato un elemento prezioso, ma negli anni Cinquanta, a New York, l'impressione è che tirasse a campare: dopo l'esecuzione dei Rosenberg, gran parte dei suoi contatti erano bruciati. In più il KGB gli aveva procurato un compare inaffidabile, un finlandese che si scordava in giro i microfilm e col vizio peggiore che una spia possa avere, l'alcool.

Il nemico ti ascolta.
Abel invece dipingeva. Stava diventando bravo, anche se un po' accademico. In effetti la sua freddezza per le avanguardie, e un certo debole per il realismo socialista, alla lunga avrebbero potuto insospettire qualche collega pittore - se a bruciarlo non avesse provveduto il finlandese. Sapeva che Abel era scontento di lui. Quando da Mosca lo chiamarono a rapporto, lui perse la testa e si ritrovò nell'ambasciata americana di Parigi. Si guadagnò la fiducia dei federali facendo una manciata di nomi, tra cui quello di Abel. Condannato a morte, mantenuto in vita in attesa di essere usato come merce di scambio (con la prospettiva di essere giustiziato in patria da chi sospettava che avesse tradito) Abel in cella continuò a dipingere, diventò sempre più bravo. Non aveva molto altro da fare, e comunque preoccuparsi non sarebbe servito.

A volte Spielberg sembra voler estrarre il cuore pulsante dell'America, altre volte sezionarne il sistema nervoso. Quello che ci conquista è il fatto che sia impossibile capirlo prima di dare un'occhiata: gli basta passare da una storia all'altra per oscillare allegramente dal pacifismo alla paranoia. L'autore che più di tutti ha amato gli alieni e ci ha invitato ad accoglierli a braccia aperte, è anche quello che ce li ha mostrati più spietati e assetati di sangue. Potrebbe essere interessante cercare di organizzare i suoi film in coppie antitetiche, ad esempio: Incontri ravvicinati come un anti-Squalo, La guerra dei mondi un anti-ET. Il soldato Ryan un anti-1940The Terminal un anti-Prova a prendermi. Per certi versi Lincoln si presentava come una specie di Schindler allo specchio: le malefatte di un presidente eroico contro le opere di bene di un nazista profittatore.


Il Ponte delle spie riflette di nuovo allo specchio alcuni temi di Lincoln: se là la sceneggiatura si attardava compiaciuta sui metodi moralmente discutibili di un grande personaggio con un grande scopo, qui Spielberg inverte le lenti e si concentra su un piccolo uomo che salva il mondo semplicemente facendo il suo lavoro, senza deviare dalla retta via o ammettere strappi alle regole, cascasse il cielo (e il cielo poteva cadere davvero: le spie sovietiche si erano appena impadronite dei segreti del progetto Manhattan). Tom Hanks è ancora una volta il buon americano qualunque, come nel soldato Ryan (mentre in The Terminal era l'opposto, il buon selvaggio); ancora una volta l'avvocato di un alieno, che si appassiona al suo caso disperato e alla fine non solo riesce a salvarlo, ma mostra la superiorità del sistema giudiziario migliore del mondo. Spielberg ci crede sul serio, e la sua fede non ci sorprende: è molto più bizzarro che facciano mostra di crederci i fratelli Coen (continua su +eventi, e Buon Natale!)

Il loro copione, comunque uno dei meno storicamente inaccurati che Hollywood abbia messo in scena negli ultimi anni, è notevole per la quantità di materiale che decide semplicemente di ignorare: è il film di un avvocato, ma c'è poco spazio per le procedure e per l'inchiesta. Lo stesso profilo della spia Abel (un memorabile Mark Rylance) si staglia sul vuoto, dietro di lui non c'è sfondo né paesaggio. Persino la storia degli aerospia U2, così potenzialmente ricca di spunti, è liquidata in pochi minuti e con una sola (notevole) scena d'azione. Tutto il resto del film è davvero il ritratto in primo piano di un "uomo serio" che fa scelte difficili ma giuste, ritrovandosi in situazioni assurde ma senza mai perdere il senso di quello che sta succedendo - quel senso che tutti avevano smarrito nel delizioso film spionistico dei Coen, Burnt After Reading. Stavolta all'uomo serio le cose andranno bene, ritroverà il suo volto e la stima dei famigliari: la fiaba gelida avrà il suo lieto fine alla Spielberg, al punto che non è poi così strano ritrovare questo film di guerra fredda e spionaggio nelle sale per Natale. Chi ha gusto per i paradossi al limite noterà come la morale di tutta la storia sia pronunciata in russo, la prima e unica frase in russo che sfugge alla spia. Restare saldi, restare in piedi: inutile preoccuparsi. La Storia ci assolverà o ci masticherà vivi, non dipende da noi. 
Il ponte delle spie è al Citiplex di Alba (20:45), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (17:00, 19:55, 22:45); al Vittoria di Bra (21:30); al Fiamma di Cuneo (21:10), al Politeama di Saluzzo (21:30), al Cinecittà di Savigliano (21:30). Buon Natale!
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La ritirata di Berto

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"Torno a Majano con l'autoblindo il mattino del 30 ottobre. Gli austriaci se l'erano ripresa nottetempo. Avevano 6 pezzi mitragliatrici montate su biciclette".
"Su biciclette".
"Almeno tre in riga, stupidamente scoperte. Procedo in retromarcia e le punto con la mia mitragliatrice di culo a 50 metri di distanza. Una raffica e la mitragliatrice austriaca al centro è rovesciata. Vedo sollevarsi il mitragliere che era coricato dietro pancia a terra e tentare di alzarsi. Ha nel petto e nel ventre un buco enorme squarciato di 30 cm che schizza sangue a fiotti, a rivoli, destra, sinistra, inondando la strada piena d'acqua, che si arrossa tutta..."


(Questo pezzo riprende Fiume 1920, che si è qualificato agli ottavi della Grande Gara degli Spunti. Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone). 


Al bar il comandante teneva banco con la storia della sua ritirata del Friuli - un'anabasi di epici conflitti a fuoco. Berto gliel'aveva sentita raccontare una dozzina di volte, sempre più fiorita di dettagli vividi, sempre più simile a un'avanzata vittoriosa. Non era del resto il solo, tutti avevano il loro aneddoto su Caporetto. Era curioso. Quel che era successo nel maledetto ottobre del 1917, per un anno nessuno aveva voluto raccontarlo. Tutta questa memorialistica da locanda, da bar, da caffè concerto, ci aveva messo almeno un anno a incubare. E adesso tutti avevano la loro storia.

"Il mitragliere morto impigliato sanguinosamente nel suo trepiede è schiacciato dalla mia blindata che passa sopra. L'altro tira pancia a terra. Ho le gomme sfasciate. Il mio sergente automobilista lo insegue e lo pugnala contro la porta chiusa d'una casa. Le altre 3 mitragliatrici che ci bersagliavano nascoste nel granoturco sulla destra tacciono. Il capitano del battaglione di fanteria è colpito a terra e cade morto...."

Solo a Berto non toccava nessuna storia. Lui a Caporetto si era messo in coda, semplicemente. All'inizio non si era nemmeno reso conto di dove stavano andando - era nuovo del fronte e non capiva quanto fosse eccezionale tutto quello che gli succedeva intorno. Solo dopo un paio d'ora, quando avevano superato un carro di profughi impantanato, e il sergente si era lasciato sfuggire una bestemmia in una varietà di lombardo mai udita prima. Sergente ma che succede, dove ci mandano?

"Ma non hai capito, gnàro? Abbiamo perso la guerra. A casa ci mandano".

Detta da lui, non era sembrata una buona notizia; a Berto però si era gonfiato il cuore, in quel momento, e da allora non riusciva a pensarci senza vergognarsene. Perché mentre quel metro e sessanta di sergente veterano tratteneva le lacrime per tre anni di battaglie sull'Isonzo mandati a puttane da quattro traditori infami, tre anni inutili a marcire in trincea mentre qualcuno a casa vendemmiava il suo e gli metteva incinta la figlia, Berto si era improvvisamente visto a casa, tutto intero, pronto per fidanzarsi a Natale e sposarsi entro Pasqua, senza che nessuno potesse permettersi di dirgli niente. In guerra non c'era andato? Appena era stato abbastanza grande da imbracciare il Novantuno. Mica era colpa sua se nel frattempo era finita. E Trento? E Trieste? Sarebbe stata per un'altra volta. Era senz'altro terribile perdere una guerra, ma almeno per un istante Berto ricordava di aver calcolato quanto gli convenisse.

Lo stesso pomeriggio aveva di nuovo incrociato Martone. Portava un fez verde mai visto, e coi suoi colleghi andava nella direzione contraria. Camerati buonasera! noi si va a Trieste! Nessuno rispondeva. Solo il sergente aveva reagito.
"Cosa dicono questi scriteriati".
Martone si era voltato, mostrando un ghigno che Berto conosceva (gli immaginava lo stesso ghigno addosso mentre rigirava coltelli tra le vertebre dei crauti).
"Non ha sentito le novità signor sergente? La Terza Armata ha sfondato. Sono a Trieste, adesso".
"Ma dove Trieste. Ma fatemi il piacere. Se volete andarvi ad ammazzare, almeno non raccontate storie ai ragazzini".
"Allora se non le dispiace sergente io vado".
"Chi vi ha dato l'ordine?"
"Non lo so, io seguo i miei?"
"E io non sono il tuo superiore, quindi vatti pure a farti inculare dove ti piace".
"Berto tu vieni?"

Berto si era immobilizzato. Prima gli avevano detto che la guerra era finita e persa. Poi vinta. Adesso gli offrivano un po' di gloria e lui non sapeva più cosa provare.

"Gnàro, se fai solo per seguire questo malmaturo ti fucilo seduta stante. Alle spalle".

Il sorriso di Martone si era appena incurvato. "Sergente io e voi a fine guerra abbiamo un appuntamento".
"Va bene, vediamo chi ci arriva".

Il sergente era morto un mese prima della vittoria, Martone si nascondeva da qualche parte nel Carnaro. La storia della liberazione di Trieste - Berto aveva saputo poi - era una bufala messa in giro dagli austriaci.

Se il baldo furor giovanile non ti manca, orsù, vota con entusiasmo questo spunto che compete con. Il mondo dei non-ancora-nati. Metti Mi piace su facebook, o esprimi il tuo ardimento nei commenti in calce al pezzo. Eja, carne del Carnaro! e arrivederci ai quarti di finale.
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Le avventure di Pandolfo

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Pandolfo è uno Zelig al contrario: in qualsiasi ambiente si farà notare. Testa calda ai tempi del GUF, nella primavera del '44 entra in una formazione partigiana comunista; litiga col comandante, a cui rimprovera di pensare più alla guerriglia che all'ideologia. Dopo aver causato la scissione della brigata, fonda in agosto la repubblica di Monticello, piccolo paese dell'Appennino che in settembre viene completamente bruciato dalle SS; ma Pandolfo è già lontano.

Lo si rivede nel triangolo rosso dopo il 25 aprile, quando mostra la sua insofferenza per la svolta di Salerno ammazzando qualche ex gerarca. Scappa quindi in Ungheria, dove apre gli occhi sul socialismo reale. Partecipa alle prime manifestazioni del '56, ma quando entrano in azione i carri sovietici lui è già lontano, forse in un kibbutz dove apre gli occhi sulla triste condizione dei palestinesi.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabellone).

Torna in Italia nell'estate del 1960, giusto in tempo per protestare contro il governo Tambroni: a Genova appicca il fuoco a una camionetta della Celere, a Reggio applaude gli operai che non si disperdono - ma quando cominciano le cariche, lui non si trova. Dopo qualche anno di militanza nel PSI, passa al PSIUP. Nel 1968 partecipa alla battaglia di Valle Giulia - nelle foto non si capisce se sta scappando o inseguendo un celerino. L'anno dopo entra in Lotta Continua, nel servizio d'ordine. Propugna la tesi dello scontro generale contro la borghesia e lo Stato, litigando con tutti al primo congresso, quando passa la decisione di votare PCI alle regionali (1975). Accusa gli ex compagni di anteporre i tatticismi all'ideologia. Altri colleghi del servizio d'ordine passano alla lotta armata con Prima Linea: lui, ufficialmente, no. Passa allo spontaneismo, e si ritrova due anni dopo a Bologna.

A partire dal sequestro Moro, comincia ad avvicinarsi al PSI di Craxi, di cui apprezza il piglio volitivo e l'allergia al veterocomunismo - aria fresca dopo gli anni di piombo. I fischi a Berlinguer al congresso PSI del 1984 lo commuovono. Dopo la strage di Sabra e Chatila, intensifica il suo impegno filopalestinese. Milita brevemente nei Verdi, litigando coi Verdi Arcobaleno, coi Verdi Sole Che Ride e con altri Verdi che troverò su wikipedia. La fine del governo Craxi lo convince vieppiù che il nemico che si frappone tra la vecchia Italia e la modernità è l'asse cattocomunista, la sinistra DC e il PCI - e che il pentapartito di Andreotti e Forlani il male minore; e le tv di Berlusconi una risorsa preziosa.

L'inchiesta Mani Pulite lo destabilizza; in un primo momento appoggia Martelli contro Craxi, poi cade anche Martelli e lo ritroviamo in Alleanza Democratica, quindi nel Patto Segni. La discesa in campo di Berlusconi non lo trova entusiasta, ma dopo il flop elettorale di Segni prova a bazzicare i leghisti. Plaude alla decisione di Bossi di silurare il primo governo Berlusconi; due anni dopo il centrodestra perde le elezioni, ma la Lega vola al 10%. Pandolfo è ormai un fervente autonomista, se non proprio indipendentista. Su un giornale locale scrive vibranti editoriali sull'emergenza criminalità, l'emergenza immigrazione, l'emergenza emergenze. Non fa in tempo a festeggiare la rivincita del Popolo della Libertà (aprile '01), che il mondo sembra impazzire; durante il g8 di Genova stigmatizza duramente i manifestanti che danno fuoco alle camionette dei veri proletari, i poliziotti.

L'11 settembre apre gli occhi sugli orrori del fanatismo islamico. Chiede a gran voce l'intervento italiano in Afganistan, e naturalmente in Iraq, dove Saddam Hussein sta ammucchiando armi di distruzione di massa da usare senz'altro contro Israele. A proposito di Israele, ne sventola coraggioso la bandierina in favore di telecamera durante la contromanifestazione antipacifinta. Data da questo periodo il suo riavvicinamento al cristianesimo, e il suo crescente interesse per i cosiddetti valori non negoziabili: la vita umana in tutte le sue forme, contro aborto eutanasia matrimonio gay e altri falsi miti di progresso. Accusa i vescovi di anteporre i tatticismi ai dettami della vera fede. Assiste un po' imbarazzato alla deriva senile di Berlusconi, tradendo qualche simpatia per la fronda di Fini; gli scandali che colpiscono la Lega invece lo inducono a una riflessione più amara. Ma ha già iniziato a frequentare la Leopolda. Eccetera.

Pandolfo è senza età - secondo alcuni si nutre di scazzi, quindi è immortale. Altri pensano che ci siano più pandolfi che si danno il turno. A volte si sovrappongono addirittura. Se vuoi saperne di più, è tempo di votare per Le avventure di Pandolfo, che oggi se la gioca contro Redenzione, di Michel Houellebecq. Potete cliccare sul tasto Mi Piace di Facebook, o linkare questo post su Twitter, o scrivere nei commenti che questo pezzo vi è piaciuto. Grazie per la collaborazione, e arrivederci al prossimo spunto.
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Mussolini era una zecca

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Al ragazzino che oggi prova a rimpiangerlo direi: ma lo sai chi era davvero Benito Mussolini, morto oggi 70 anni fa?

Perché se hai fatto i compiti a questo punto dovresti saperlo. Una zecca. Nei vari e non simpatici sensi del termine. Socialista, per esempio; e figlio di socialisti. Porta il nome di un rivoluzionario messicano. Da giovane scappò in Svizzera per non fare il militare. Ateo e mangiapreti, e quando in Libia c’era da difendere il sacro nome della patria, lui andò a mettersi sui binari per non far passare i treni.

Poi, certo, ha cambiato idee. Quando scoppiò la Grande Guerra cominciò a parlare di Patria e Valori. Ma prendeva ancora i soldi dai socialisti francesi, che speravano di portare dalla loro gli italiani. Poi dagli industriali che annusavano l’affare. Cominciava a metter pancia. Succhiando un po’ qui, un po’ là, mandando avanti bravi reduci e ragazzini in camicia nera, eccolo a Roma. Da lì in poi, naturalmente, tutto Dio Patria e Famiglia: anche nel senso che succhiò da tutte e tre. Il primo s’accontentò di un quartierino sul Tevere, la seconda tra Etiopia e leggi razziali si ritrovò il nome infangato per sempre. Alla terza prese pure le fedi nuziali.

Non ci credi? Giusto. Non fidarti di nessuno: studia. A De Felice puoi dar retta? Rimpiangilo pure se vuoi, ma ricordati da dove veniva. Era un maestro di scuola, pensa: e socialista. Vi ha succhiato per vent’anni e vi ha lasciato gusci vuoti. Dimmi che lo rivorresti indietro, dimmi che ne vorresti un altro.
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Il Piave mormorò: Meloni, Salvini, ripassate il sussidiario

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70 anni di pace oggi, almeno qui da noi. Non è straordinario? E se non lo festeggiamo, che altro dovremmo festeggiare? Giorgia Meloni, cui la comprensibile stizza per non essere mai stata invitata non perturba il volto ormai splendente di luce propria, ci avvisa che lei sarà sul Piave il 24 maggio, e che bisognerebbe destinare altrettante risorse a celebrare “gli italiani che si sacrificarono sul Piave”, 100 anni fa.

Il 24 maggio?

La pensa così anche Salvini: “Non vogliamo lezioni da nessuno. Io festeggerò il 24 di maggio quando sul Piave morirono i nostri nonni per non far passare lo straniero”.

Il 24 maggio.

Cari Meloni e Salvini: capisco che la carriera politica intrapresa in giovane età può non aver lasciato molto tempo per ripassare nozioni da V elementare, ma è grave che nessun sottoposto vi abbia informato che il 24/5/1915, sul Piave, non morì nessun nonno. È il giorno in cui più a nord attaccammo l’Austria, nostra alleata fino a qualche mese prima, sperando di approfittare del suo impegno su altri fronti. Eravamo noi gli “stranieri” che attaccavano, il 24 maggio.

Le cose non andarono per il verso giusto e due anni dopo arretrammo fino al Piave, nell’autunno ‘17. Fu il momento più tragico della guerra, per cui preferiamo festeggiare la vittoria che arrivò l’anno seguente, il 4 novembre. La celebriamo tutti gli anni, ma le scuole non chiudono e così non ve ne siete mai accorti. Questa cosa di non voler mai lezioni da nessuno, siete sicuri? Perché prima o poi gli esami arrivano.
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Non parlerai di Gaza il 27

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27 gennaio - Giorno della memoria, "al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati" (legge 211/2000).

Aveva le orecchie a sventola.
Una storia del genere capita forse tutti gli anni: quest'anno è capitata a Magenta (MI). Una mostra dal discutibile titolo "Shoah di ieri shoah di oggi" è stata prima patrocinata dal comune, poi precipitosamente annullata quando esponenti della comunità ebraica hanno fatto notare che esporre foto dei campi di sterminio tedeschi accanto a disegni dei bambini di Gaza avrebbe potuto creare "confusione su due piani storici e di consistenza differenti” (Daniele Cohen, assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano). Nel frattempo la proprietaria della libreria che aveva promosso la mostra si dichiara scossa dalle mail di odio ricevute.

Il Giorno della memoria si celebra in Italia ormai da quindici anni. Come tutte le ricorrenze, ha generato in breve tempo i suoi automatismi: la Shoah si è fatta spazio nei palinsesti tv e nei manuali scolastici; persino la programmazione dei cinema ne risente. Chi passa quotidianamente davanti alla vetrina di una libreria conosce la sensazione: a Natale renne e uomini di neve, un mese dopo stelle di David e filo spinato. Ha persino un senso: dopo la festa della bontà obbligatoria, il ricordo di quanto possiamo essere crudeli. De Bortoli qualche anno fa cominciava a sentire una certa stanchezza, avvertiva "un pericoloso scivolamento nella retorica o nella ritualità dei ricordi". Ma retorica e ritualità sono entro un certo livello inevitabili, quando si decide di fissare un evento sul calendario per tutti gli anni a venire. E funzionano: per ogni De Bortoli che si stanca di leggere o scrivere il solito temino, ci sono nuove classi che ogni tanto si affacciano sui banchi di scuola, e di una certa dose di retorica e di ritualità hanno bisogno.

Allo stesso tempo, retorica e ritualità non sono i migliori custodi dei ricordi che loro affidiamo. Così come il Natale non è nato festa dei bambini, e di renne volanti per secoli non si è parlato, anche la giornata della memoria tra un secolo non sarà quella che oggi immaginiamo. Credo che sia inevitabile che col tempo certe narrazioni più rassicuranti, come La vita è bella o Il bambino col pigiama a righe, scacceranno le meno concilianti e più crude. Per ora, si registra il tentativo di respingere le interpretazioni 'attualizzanti'. Mescolare il passato col presente, suggerire come la libraia di Magenta che "i bambini, ebrei e palestinesi, hanno gli stessi sogni", è sbagliato. Come dichiara il suo vicesindaco: "Promuovere quella mostra è stato un grave errore, ci scusiamo eliminandola dal programma. Parlare dei bambini palestinesi il 27 gennaio non è opportuno in quanto è un dramma diverso dal punto di vista storico e di dimensione". 

È un'opinione che tutto sommato condivido: sono convinto che il paragone sballato tra territori occupati e lager nazisti non abbia mai giovato alla causa palestinese. Purtroppo è un paragone che non si può evitare. Ovvero: io posso rispondere di me stesso. Ma non posso evitare che qualcun altro lo faccia (la libertà di espressione, ricordate?) È un paragone sbagliato, proprio dal punto di vista storico e "di dimensione": ma è un paragone inevitabile, com'è inevitabile confondere parole molto simili dal significato anche diverso. Ebrei sterminati in un recinto, israeliani che alzano un recinto. È sbagliato accostare le due immagini, anche se sono simili. È sbagliato istituire correlazioni causa-effetto, ma il nostro cervello funziona così: vede cose simili e cerca di capire se una è la causa dell'altra. Dobbiamo chiedere al nostro cervello di sospendere un attimo la cosa, per favore, perché è controproducente. Una volta sistemata la questione col nostro cervello, dovremmo anche provare a convincere quello degli altri: da bravi, "parlare dei bambini palestinesi il 27 gennaio non è opportuno". Tutti gli altri giorni va bene: il 27 magari evitate. Non è un giorno come gli altri.

Io non credo che la libraia di Magenta sia antisemita, come le hanno scritto a quanto pare in tanti. Mi chiedo spesso a che serva l'etichetta di antisemitismo, se la si banalizza così. Si minaccia in un qualche modo il popolo ebraico esponendo disegni di bambini di Gaza? Si lede l'immagine di Israele e quindi la sua economia e quindi si congiura contro la sopravvivenza del suo popolo? C'è qualcuno che la pensa seriamente così? E se invece esporre disegni non danneggia in nessun modo concreto né Israele né l'ebraismo, cos'è esattamente questo "antisemitismo" che si esprimerebbe solo in pensieri e non in azioni, uno psicoreato? (continua sul Post)
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Turing: uomo o computer?

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The Imitation Game (Morten Tyldum)


Se proprio vogliamo giocare a trovare una data, potrebbe essere il 1994. L'anno in cui Alan Turing - morto da 40, forse suicida - cessò di essere considerato malato perché aveva rapporti sessuali con persone del suo sesso e cominciò a essere considerato malato perché divideva la verdura nel piatto a seconda del colore, o non comprendeva l'intonazione ironica delle domande dei colleghi. Nel 1994 usciva la quarta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), il primo in cui l'omosessualità non era più considerata una malattia, nemmeno nella sua variante ego-distonica. Proprio nella stessa edizione compariva per la prima volta il nome di una sindrome dello spettro autistico destinata ad avere un certo successo nella pubblicistica e nella narrativa: Asperger.

Più o meno in quel periodo dagli archivi del Regno Unito cominciavano a uscire i documenti de-secretati che mettevano a fuoco il ruolo cruciale di Turing nel progettare l'enorme "computatore" che aveva consentito agli Alleati di decifrare i messaggi radio nazisti e vincere la Seconda Guerra Mondiale. Incidentalmente, era lo stesso momento in cui tutti cominciavamo a comprarci un computatore domestico, molto più potente e leggero della bestia preistorica che aveva vinto la guerra, ma pur sempre una Macchina di Turing. È da metà anni Novanta che il prima semisconosciuto Alan Turing è diventato uno degli eroi che hanno plasmato il  mondo in cui viviamo: non più suicida perché depravato, ma martire di un osceno perbenismo. È una buona storia (o "narrazione", come si dice adesso), e non ha veramente nulla che non vada: Turing non ha proprio vinto la guerra da solo, come il film di Tyldum ci suggerisce, ma ha dato un contributo importante; e se ci toccasse per esigenze scolastiche o divulgative eleggere un "inventore del computer", nessun nome ci sembrerebbe più giusto del suo - specie se l'alternativa vulgata è Steve Jobs.

Però è pur sempre una storia. È semplificata, drammatizzata, distorta quanto basta per poterla disporre su un arco narrativo, di quelli che ci piace ammirare in un buon film nel 2015. È soprattutto una storia che ci raccontiamo adesso, e che tra vent'anni potrebbe non reggere più - l'Asperger potrebbe uscire dal DSM proprio come ne uscì l'omosessualità vent'anni fa, e le difficoltà sociali di Turing potrebbero tornare a essere interpretate come le vedevano molti dei suoi contemporanei: stravaganze più o meno tollerabili di uno scienziato molto concentrato nel suo lavoro. Quel giorno il film di Tyldum sarà visto con la stessa divertita perplessità con cui a volte diamo un'occhiata a vecchi film in cui gli omosessuali sono sempre freak disperati: davvero occorreva insistere sull'innocua mania di dividere le verdure, sugli scherzi dei compagni di scuola, o su una presunta sociopatia pure smentita da altre testimonianze?

In futuro rideremo anche della convenzione cinematografica per cui l'unica matematica del gruppo dev'essere per forza una strafìca.

Turing ebbe grandi amici, anche quando lavorava per i Servizi inglesi; ma gli Asperger fanno fatica a farseli, e quindi per buona parte del film deve diventare un nerd insensibile. Gli Asperger tendono a compensare la carenza di interlocutori inventandosi amici immaginari, e quindi Turing deve battezzare il computatore col nome del suo unico amico, "Cristopher" - non risulta da nessuna biografia, per tutti il computatore era noto col nome "The Bombe". Non era un amico immaginario, né il perduto amore, né il figlio impossibile: queste sono tutte storie che ci raccontiamo. Era un progetto messo in piedi già dai servizi polacchi, che Turing riprese e reinterpretò genialmente, anche quando i nazisti cambiarono sistema e dovette ricominciare tutto da capo. Nel frattempo seguì altri progetti, ma sui manuali c'è scritto che gli Asperger si concentrano soltanto su un progetto alla volta, e quindi l'esperienza di Turing alla base di Bletchley Park viene semplificata: addirittura esiste un solo computatore (ne vennero costruiti centinaia).

La necessità di trasformare la biografia di Turing in un caso di Asperger da manuale passa sopra qualsiasi esigenza, perfino quella di farne un martire gay; forse perché i manuali non individuano nessuna correlazione tra omosessualità e autismo, e quindi la doppia vita dello scienziato esce quasi del tutto dall’obiettivo. È la causa più probabile della sua tragica morte, eppure non c’è spazio in tutto il film non dico per una puntatina in un locale equivoco, un bacio, un abbraccio, ma nemmeno uno sguardo che tradisca desiderio; solo nei flashback dei tempi di Cambridge è consentito al giovane collegiale di avere una vita sentimentale. Poi basta perché sui manuali gli Asperger non ne hanno quasi mai. Solo l’amica fidanzata-schermo, perché è pur sempre un film e un posto per Keira Knightley bisogna trovarlo (ne vale anche la pena, diciamolo).

La narrativa ‘aspergeriana’ si ritrova a disagio con certi dettagli (anche il suicidio è solo un titolo in sovraimpressione) e ne cancella altri su cui avevano fantasticato i biografi più sensibili alle tematiche omo: scompare del tutto così la leggenda della “mela di Biancaneve”, secondo cui Turing, appassionato in modo ossessivo del film di Disney, avrebbe deciso di suicidarsi iniettando il cianuro in una mela. Tutto quel che si sa davvero è che c’erano i resti di una mela in cucina, ma Turing ne mangiava una al giorno. Però immaginate che spunto incredibile per un film: lo scienziato già brillante che contempla il suo corpo trasformato dalla castrazione chimica, il seno che gli sta crescendo, Specchio, Specchio delle mie brame… No, niente da fare, è una cosa per niente Asperger. Non c’è spazio nemmeno per le derive complottarde (Turing era al corrente di segreti di guerra), eppure le circostanze del suicidio non sono del tutto chiare (forse l’ingestione o inalazione del cianuro fu del tutto incidentale). C’è spazio per una sola ipotesi portante: Turing ha inventato la Macchina perché sin da bambino non era in grado di comunicare coi suoi simili.

Il Turing di Cumberbatch (bravissimo, va da sé) non sarebbe che l’ennesimo supereroe con superproblemi della stagione cinematografica. Lui solo può decidere quali battaglie vincere e quali perdere, perché non prova le emozioni dei normali mortali; un suo collega lo supplica di salvare il fratello nel mirino dei tedeschi (storia completamente inventata), lui non può. Non capisce il dramma dell’individuo, solo la statistica. La sua reazione alla violenza non è istintiva, ma mediata da un ragionamento, perché così fanno gli Asperger sui manuali, e pur di mostrarlo ci inventiamo la scena in cui un collega gli rompe il naso e lui continua la lezione. Questo film, che ha l’ambizione di presentarsi come un enorme test di Turing (Era un Uomo o un Calcolatore?) in realtà contiene in sé la risposta e il suo corollario: se fosse stato solo umano la guerra l’avrebbe persa. Per fortuna che il Messia dei Computatori si è fatto provvisoriamente uomo per darci la luce, il suo figlio Cristopher, padre di tutti gli ammennicoli digitali che abbiamo in casa. Fidiamoci di loro. Non capiscono le nostre battute, a volte si piantano e sono davvero irritanti – ma sono la nostra unica speranza contro il caos là fuori, in tutte le battaglie e i bombardamenti che ci aspettano.

The Imitation Game è al Cityplex di Alba (17:00, 19:30, 22:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:10, 17:40, 20:15, 22:40); al Vittoria di Bra (21:15); all’Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). Buona visione e buon Anno!
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Chi ha ucciso il grande rivoluzionario del Novecento?

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20 agosto 1940 - Lo zio di Christian De Sica rompe la testa di Leo Trotsky con una picozza. 

Per quanto tu ti possa abituare all'idea - e hai una vita intera per abituartici - alla fine la morte sa sempre sorprenderti. Il caso di Trotsky ha dell'incredibile. Nella primavera del 1940 era persuaso di non avere più molto tempo davanti a sé. A impensierirlo, ancor più degli agenti di Stalin, era la pressione alta. In febbraio aveva scritto un bel testamento, insolitamente stringato, a cui a marzo volle aggiungere un poscritto meno famoso ma suggestivo:
La natura della mia malattia (una pressione alta e in costante aumento) è tale - per quel che ho capito - che la fine verrà molto probabilmente (ancora una volta, questa è la mia ipotesi personale) attraverso un'emorragia cerebrale. Questa è la fine migliore che mi possa augurare. È possibile, tuttavia, che io sia in errore (non ho alcun desiderio di leggere libri sull'argomento e, naturalmente, gli specialisti non mi direbbero la verità). Se la sclerosi dovesse assumere un carattere prolungato e fossi minacciato da una lunga invalidità (al momento sento, al contrario, un impulso di energia spirituale, a causa della pressione alta, ma questo non durerà a lungo), mi riservo il diritto di stabilire il tempo della mia morte. Il 'suicidio' (se tale termine è appropriato in questo contesto) non sarà in alcun modo l'espressione di uno sfogo di sconforto o disperazione. Natascia e io ci siamo detti più di una volta che si può arrivare ad una condizione fisica tale che sarebbe meglio tagliare corto con la la propria vita o, più correttamente, con un processo di morte troppo lento... Ma qualunque siano le circostanze della mia morte, morirò con la fede incrollabile nel futuro comunista. Questa fede nell'uomo e nel suo futuro mi dà già ora una forza di resistenza che non può essere data da qualsiasi religione.
Quest'ultima frase stonerebbe in bocca a chiunque non fosse resistito a tre confini, decine di detenzioni, al comando supremo dell'Armata Rossa durante la guerra civile, al fallimento della rivoluzione permanente e alle epurazioni di Stalin. E però con tutta la sua forza di resistenza, Trotsky non poteva impedirsi di constatare il proprio decadimento fisico. Determinare in modo razionale il tempo della propria morte sarebbe stato un altro successo organizzativo - ma sul piano della propaganda si rischiava di lasciare un brutto messaggio, quasi come darla vinta a Stalin. L'esitazione di Trotsky assomiglia alla nostra ogni volta che ci poniamo il problema: è un diritto togliersi la vita? Ogni volta che succede a una persona che ammiravamo siamo tentati di scrivere da qualche parte di sì: certo che è un diritto. Inalienabile. E poi ci viene in mente che rischiamo di incitare indirettamente qualcun altro a prenderselo, quel diritto. E non vorremmo proprio. E allora cambiamo argomento.
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Una cosa, una roba senza senso o forma

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2 agosto 1980 - Esplode una bomba alla stazione dei treni di Bologna. 85 morti, 218 feriti.

Andrea Pazienza via Paz-tastic



...La storia della caldaia resse sino a sera, ma già intorno a mezzogiorno le cose erano chiare. Nella squadretta di Scialoja c'era un sottufficiale che da soldato era stato artificiere. Gli era bastata un'occhiata alla voragine per scuotere la testa e sentenziare:
"Gas un cazzo. Questa è una bomba".
La stazione era sventrata. Le sirene ululavano. Militari e volontari, fianco a fianco con le mascherine sul naso, scavavano le macerie in cerca di un segno di vita. Qualcuno piangeva, i più moltiplicavano gli sforzi per rimandare l'appuntamento con la rabbia e lo sgomento. Arrivarono le troupe televisive. Una folla di parenti angosciati assiepava i binari. Circolava una parola maledetta e rivelatrice: strage. Le lancette del grande orologio del piazzale Ovest erano ferme sulle 10 e 25. [...] Scialoja s'era concesso una sigaretta. Una giornalista impicciona gli fu subito addosso. La mandò a quel paese e si rimise la mascherina. Dal profondo di due travi squarciate che si erano miracolosamente incastrate a formare una sorta di cavità naturale proveniva un flebile lamento. Scialoja si avventò. Vide una piccola mano coperta di graffi, la strinse, tirò. Le travi ressero. La bambina era sotto choc. Ma respirava. Lo guardava con i suoi enormi occhi stupiti e respirava. La prese in bracciò e la consegnò a un'infermiera. La bambina era biondissima e non capiva l'italiano. Un ufficiale dei carabinieri in alta uniforme lo bloccò al volo.
"Lei! Vada immediatamente al binario uno. Bisogna organizzare un servizio di scorta per le autorità!"
Scialoja mandò anche lui a quel paese e tornò al lavoro. Era lacero, era sudato, puzzava. Ma non sentiva la fatica, non sentiva il disagio. Aveva dormito troppo a lungo. Il letargo era finito... (Giancarlo De Cataldo, Romanzo Criminale, 2002).


...Definiamo quindi "neosensibilismo" il nostro modo di essere sensibili. Che in tutto si distacca dalle ambiguità di Francesca Mambro; da cui ci dissociamo anche per l'uso sconsiderato e irresponsabile del vocabolario. (Offlaga Disco Pax, Sensibile)
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Il negazionismo non è un'opinione

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Il negazionismo è un dubbio. Deve diventare un reato?
By this weekend, those six centuries,
they're a rumor. They never happened.
Today is history.

I nazisti probabilmente non potevano vincere. A forzarli a un continuo rialzo contro il resto dell'umanità non era la follia di un leader, ma le premesse ideologiche del nazismo stesso, e una strategia a medio-lungo termine basata sul saccheggio. I nazisti potevano soltanto andare a sbattere, e infatti è andata così: e da quando è successa ci sembra la cosa più logica. Ma può essere estremamente utile tentare qualche volta l'esercizio mentale di immaginare come sarebbe il mondo se i nazisti avessero vinto, un eventuale 2013 che fosse anche l'anno 80 dal cancellierato di Adolf Hitler. È un'esperienza che può mettere a disagio, immaginare un mondo che per molti di noi sarebbe semplicemente inabitabile: un mondo nazista è un mondo che ci avrebbe quasi sicuramente impedito di nascere, e di crescere come siamo cresciuti, in ambiti sociali che il nazismo avrebbe smantellato.

Non è facile immedesimarsi in un abitante di quel mondo: ci sembra più facile calarci nei panni di un contadino dell'anno Mille, o un sanculotto alla Rivoluzione. Con quei personaggi condividiamo un passato - crediamo di condividerlo (il contadino dell'anno Mille non sapeva di vivere nel medioevo, né probabilmente nell'anno Mille). Ma con un nazista del 2013 non abbiamo in comune nemmeno quello: il suo passato non è il nostro. È stato completamente riscritto, in fondo è quello che fanno tutti i vincitori. Il nazista del 2013, per fare l'esempio più semplice, non avrebbe mai sentito parlare di ebrei fuori dai corsi di storia medievale, o di geografia del Medio Oriente. I nazisti vincitori a metà Novecento avrebbero avuto tutto il tempo per cancellare qualsiasi evidenza di una presenza ebraica in Europa negli ultimi secoli. Anche i ricordi dei nonni si sarebbero adeguati a questa opera di re-iscrizione della memoria collettiva. Se vi sembra impossibile, pensate a cosa hanno fatto i nostri nonni ai loro ricordi: cresciuti in un ambiente in cui il fascismo sembrava buono e giusto, con gli anni e con la necessità si sono presto o tardi quasi tutti convinti che in realtà il fascismo era stato un sistema di potere rovinoso e criminale. Ma se i criminali avessero vinto, i nonni sopravvissuti (e ariani) avrebbero continuato a stramaledire gli inglesi; a guardare cinegiornali e poi fiction in cui le plutocrazie occidentali massacravano vittime inermi, i poveri indù o i pellerossa o i fieri resistenti indocinesi.

Qualche dubbio qua e là sarebbe serpeggiato come oggi serpeggiano le leggende metropolitane: gli ebrei in Europa come le scie chimiche. Forse al di fuori dell'Europa si sarebbero conservate narrazioni diverse, ma liquidate come invenzioni di nemici degli ariani, subumani in cattiva fede. I nazisti del 2013, nipoti dei trionfatori del 1950, forse avrebbero perso del tutto la nozione di quello che noi ogni tanto chiamiamo "Male assoluto". Al passato caotico e promiscuo - quel passato in cui un afroamericano aveva vinto quattro medaglie di atletica leggera ai giochi olimpici di Berlino - non avrebbero potuto guardare che con orrore e un misto di attrazione perversa (nel modo uguale e contrario con cui gli accessori del nazismo diventarono feticci erotici nel secondo dopoguerra). I loro studenti sarebbero molto più informati di noi sugli orrori coloniali di Francia, Regno Unito, USA e sulle miserie dell'URSS: forse qualche episodio sarebbe stato esagerato ad arte, ma in effetti non ci sarebbe nemmeno bisogno di truccare le carte più di tanto, ogni potenza ha armadi pieni di scheletri. I nipoti dei nazisti non avrebbero il minimo dubbio di vivere nel migliore dei dopoguerra possibili, dopo che i nonni hanno vinto una guerra in cui la posta in gioco era la sopravvivenza dell'umanità ariana; e reagirebbero disgustati a chi proponesse loro l'esercizio speculare: come si può immaginare un mondo in cui americani e i russi si spartiscono l'Europa, un melting-pot irrimediabilmente contaminato e devastato da comunismo e liberismo selvaggio? Un mondo del genere non avrebbe sopravvissuto per più di una generazione...

Ora che siamo arrivati a questo punto, ora che abbiamo immaginato un mondo in cui il passato è stato totalmente riscritto fino a diventare credibile - e quindi ebrei e zingari d'Europa non sono stati sterminati, non sono mai esistiti - facciamo un passo indietro, ma cercando di mantenere quel senso di vertigine. Siamo nel nostro 2013. I nazisti hanno perso, non prima di aver massacrato sei milioni di ebrei. Come facciamo a saperlo? Come possiamo essere sicuri che non sia un'invenzione dei vincitori, una re-iscrizione del passato? Magari gli Alleati avevano cose terribili da farsi perdonare, e hanno reagito fabbricando un passato in cui sono i buoni, i salvatori dell'umanità. Questo peraltro spiegherebbe come mai la Seconda Guerra Mondiale è l'unica che riusciamo a leggere con le lenti che uno storico dovrebbe buttare via alle elementari, i Buoni contro i Cattivi: onestamente, com'è possibile? Che nella Storia degli adulti ci sia ancora spazio per un conflitto in cui i Cattivi vogliono conquistare il mondo e sterminare i nemici, e i Buoni riescono a costo di uno sforzo inaudito a impedirglielo? Non assomiglia più a una fiaba che al modo in cui vanno le cose nella vita vera? E quindi? Come lo risolve, ognuno di noi, questo dubbio di vivere all'indomani di un passato cancellato e riscritto da un ufficio propaganda?

Dico come l'ho risolto io: non con la rimozione. Non mi sono turato le orecchie, non ho gridato LA LA LA LA NON TI SENTO ai negazionisti che venivano a mettere in dubbio le cose che mi sono state insegnate fin da piccolo. Ho ascoltato un po' di quel che dicevano; poi ho letto altri che rispondevano, e ho risolto che per quanto posso capirne io, nello spazio limitato della mia esistenza e del mio cervello, i negazionisti si sbagliano. Il loro passato è meno credibile del passato che insegniamo a scuola. Ci sono prove che li smentiscono; certo, col tempo le prove si possono falsificare, ma tra loro e il consenso scientifico io continuo a fidarmi del consenso scientifico, che non è univoco: si dibatte ancora sul numero, sull'uso delle camere a gas; e questo più di ogni altra cosa mi convince: il fatto che esista un dibattito e non una verità assoluta; che i negazionisti non siano arrestati, ma contestati con argomenti e con prove.

Viceversa, se il negazionismo diventasse un reato; se bastasse negare il passato per essere portati via e processati; se io vedessi accanto a me persone che vengono portate via e processate per il solo motivo di pensare che le cose siano andate in un modo diverso, ecco, a quel punto il dubbio comincerebbe a ripresentarsi anche alla mia porta: perché non avrei il diritto di avere, tra tante, proprio quell'opinione? Probabilmente in un mondo in cui i nazisti avessero vinto, chiunque si ostinasse a portare prove di una presenza ebraica in Europa centrale verrebbe arrestato e imprigionato (magari proprio in alcuni campi in Europa centrale). Voi invece volete arrestare e sanzionare chi nega la Shoah o la ridimensiona. Un po' lo capisco. Dopo decenni di dibattito storico, non è che puoi venirtene a dire che la Shoah non c'è stata: non è un'opinione, è una negazione di evidenze, di prove; è presentarsi a un convegno di paleontologia con la Bibbia in mano e affermare che i dinosauri sono tutti falsi perché sulla Bibbia non ci sono. E infatti io non invoco la libertà di opinione; peraltro non sono sicuro che tutte le opinioni la meritino. Preferisco pensare a un dovere, per ogni opinione condivisa e credibile, di difendersi da qualsiasi obiezione possibile senza chiamare la psicopolizia. Altrimenti la tua opinione non è più davvero condivisa e credibile: è soltanto difesa con la forza da un dubbio che evidentemente fa paura. E perché dovrebbe fare paura?

Uno dei motivi per cui sappiamo tante cose sulla Shoah, e tante altre continuiamo a impararne, è proprio la necessità che hanno avuto i superstiti di misurarsi col negazionismo, portando prove e testimonianze: nessuna delle quali magari per sé è definitiva - ma quando hai migliaia di persone che ti raccontano la stessa cosa, il negazionismo è sconfitto. Questo enorme e prezioso lavoro ci ha reso un servizio migliore di qualsiasi legge contro un'opinione. Anzi. Se avessimo iniziato a negare il negazionismo da subito, oggi non avremmo forse strumenti oggettivi per contrastarlo razionalmente. L'abitudine a procedere per dogmi ci avrebbe reso insensibili alla necessità di trovare prove documentarie. Il negazionismo ci serve a tenerci in allenamento, a non ripiegarci mai sulla risposta più semplice: "le cose sono andate così e basta". No. Noi avevamo bisogno di dimostrare che le cose erano andate nel modo pazzesco in cui erano andate. Abbiamo scavato, abbiamo domandato, abbiamo ascoltato, abbiamo tratto delle conclusioni (non univoche); e così i nazisti hanno perso. Come faccio a sapere che hanno perso? Come faccio a sapere che non hanno vinto, e hanno riscritto la storia assegnando i loro crimini agli sconfitti?

Io so che hanno perso perché sono qui, adesso, e mi posso immaginare la loro vittoria senza che nessuno mi denunci o voglia portarmi via. Si chiama libertà di opinione, credo. Preferirei chiamarla necessità di dubbio. Lo "scuoter del capo su verità incontestabili" è bello - lo diceva un tizio a cui i nazisti davano la caccia. Aveva in effetti idee discutibili. Ma i suoi dubbi sono ancora meravigliosi.
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Le due corone di Massimiliano

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Nel 1939.
14 agosto - San Maksymilian Kolbe (1894-1941), missionario, radioamatore, vergine e martire.

Da bambino ti raccontano tante storie, però tu sei sempre libero di capirle a modo tuo. Ieri sera ho scoperto che la leggenda delle due corone di San Massimiliano l'avevo sempre fraintesa. Nella versione che rammentavo, il giovane non ancora Massimiliano (al secolo si chiamava Raimondo) riceveva nottetempo la visita di una misteriosa signora che gli mostrava due corone, una bianca e una rossa. I colori della Polonia, e i miei.

La signora gli diceva "Scegline una", e Raimondo, come fanno i bambini, rifiuta la contrattazione: "Perché? Mi piacciono tutte e due". Va bene, fa la signora: allora avrai tutte e due. Raimondino non lo sapeva, ma aveva appena scelto la VERGINITÀ e il MARTIRIO. Avevo sempre trovato un po' scorretto questo modo della madonna di strappare contratti di santità a bambini inconsapevoli. In effetti ho scoperto che la versione ufficiale è ben diversa: è la donna stessa presentarsi come Maria Immacolata e a spiegare a Raimondo cosa implichi scegliere una delle due corone, o entrambe. D'altro canto è pur sempre un bambino, quante volte da bambini abbiamo sognato di morire morti eroiche, generose e piene di significati, ma questo non autorizza la madonna a comparire proprio in quel momento e dire firma qui - e trent'anni dopo ci ritroviamo ad Auschwitz in una camera della morte ingombra di cadaveri. Insomma, io da bambino l'unica morale che riuscivo a trarre dalla leggenda è: non accettare i regali dagli sconosciuti in sogno, neanche dalla madonna. Soprattutto dalla madonna. Massimiliano Maria Kolbe però ha pensato diversamente, ha avuto una vita intensa e breve, piena di soddisfazioni e malattia, ed è morto da eroe. Da martire?

Padre Kolbe è anche il santo meglio onorato dai fumettisti italiani. Questo è Dino Battaglia nel 1962.
Non è stato subito così chiaro. Paolo VI, che lo beatificò, si contentò di definirlo "confessore" e "martire della carità", che non è proprio un martire al 100%, un martire in nome della fede. Massimiliano non era morto per difendere la fede cristiana, ma più prosaicamente per salvare la vita di un uomo: il soldato Franciszek Gajowniczek, compagno di prigionia e padre di famiglia. Scambiare la propria vita con quella di qualcun altro, morire al suo posto in uno dei modi più penosi possibile è cosa molto nobile, ma ancora negli anni Settanta non rientrava nella definizione compiuta di martirio. Per cambiare questa impostazione ci volle l'interessamento molto attivo di un papa compatriota, Giovanni Paolo II, che nel 1982 lo promosse non solo santo, ma martire a tutti gli effetti. Scegliendo di morire al posto del soldato Gajowniczek, Massimiliano avrebbe infatti combattuto il nazismo, ideologia anti-umana e... anti-cristiana. In un colpo solo Wojtyla procurava alla Polonia un santo recente e lo metteva in prima fila nella lotta contro il nazismo, che già negli anni Ottanta stava perdendo i suoi contorni storici per trasformarsi nel cosiddetto Male Assoluto. Trovare cattolici che invece di collaborare vi si fossero opposti apertamente diventava una priorità (continua sul Post...)
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Il soviet in provincia di Grosseto

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15 gennaio – Don Zeno Saltini, (1900-1981), sovversivo, sacerdote, nomadelfo. 

Lo so, lo so, ma Castellitto aveva già fatto
sia don Milani che padre Pio.
Zeno Saltini non è per ora un santo, nemmeno un beato – sua sorella Marianna, lei sì; ma nel suo caso ci sono miracoli documentati. Zeno in compenso ha già avuto la sua fiction, e il processo di beatificazione comunque dovrebbe essere iniziato nel ’09, campa cavallo. In questi casi servono miracoli, e non dovrebbe nemmeno essere così difficile trovarli; ma non è probabilmente quel genere di miracoli che interessa al giorno d’oggi. Prendi Nomadelfia. Per come si sono messe le cose dagli anni Cinquanta in poi, il solo fatto che in Italia esista ancora un luogo come Nomadelfia, in cui “tutti i beni sono in comune, non esiste proprietà privata, non circola denaro, si lavora solo all’interno e non si è pagati” è un discreto miracolo. Siamo nel 2013, i kolchoz sono stati tutti privatizzati, la comunione dei beni è un’eresia persino in Cina, e Cuba fa tristezza; ma Nomadelfia resiste, quattro km quadrati per 270 abitanti in provincia di Grosseto, se siete curiosi andateci, è gente ospitale. Io non sono stato in molti posti in vita mia, ma a Nomadelfia ci sono stato. È stato tantissimo tempo fa, l’Unione Sovietica era ancora al suo posto nelle cartine. Ma ho la presunzione che non sia quasi cambiato niente, che i villaggi di prefabbricati siano ancora al loro posto, sulla collina sormontata da un’antenna. Se penso a Nomadelfia la prima cosa che mi viene in mente è un’antenna. C’è un motivo.

La chiesa di San Giacomo Roncole, dopo le scosse  del 29 maggio
scorso. Anche Fossoli è stata duramente colpita dal terremoto.
Un’altra cosa che ricordo è il vento battente, una cosa poco familiare qui da noi, che ti spazzava appena mettevi il naso fuori dai prefabbricati. Un vento che “ti mette appetito”, dicevano i locali. Era vero, avevo sempre una fame nervosa, per la verità non insolita nelle settimane a cavallo tra dicembre e gennaio. Di solito la combattevo frugando nella mia dispensa, concedendomi generose merende a base di avanzi di pandoro, ma a Nomadelfia si cenava sempre in lunghe tavolate, nei gruppi familiari, e mi vergognavo a chiedere che mi si riempisse di nuovo il piatto. Alla fine circolava questo panforte in fettine sottilissime; fino a quel momento ero stato piuttosto diffidente verso i dolci a base di frutta secca, ma quel panforte mi faceva impazzire. Avrei voluto mangiare tutte le fette dei miei commensali, avrei voluto scappare in cucina e mangiare tutta la scorta di panforte. Fino a quel momento il comunismo era stato per me un orizzonte teorico, non l’avevo mai immaginato in modo concreto, un posto dove anche se hai fame devi aspettare che mangino gli altri. Concettualmente ci arrivavo, ci ero sempre arrivato; ma il mio stomaco, scoprii allora, era un maledetto capitalista.

Danilo, “Barile”.
Don Zeno non parlava di capitalismo, né di comunismo. Un po’ forse nel tentativo (vano) di risparmiarsi qualche guaio con le varie autorità che gli complicarono la vita, un po’ perché erano paroloni, lui quando faceva le prediche a metà film amava tenere un registro più basso. Ai tempi in cui mio nonno lo sentiva comiziare a San Giacomo Roncole, lo slogan del suo Movimento per la Fraternità Umana era Fev do mòcc’, “fate due mucchi”: i poveri da una parte e i ricchi dall’altra, chiaro? Altro che capitalismo: i rècc’, i ricchi. Altro che classi sociali: i mucchi.

A differenza di altri preti rivoluzionari, che sotto la tonaca nascondevano una formazione classica persin troppo raffinata, Zeno non diede mai nella sua vita l’impressione di semplificare le sue idee per il volgo incolto: le idee di Zeno erano già semplici, e il volgo incolto era quello da cui proveniva lui, che aveva abbandonato la scuola a 14 anni, per poi vergognarsene. Quattro anni più tardi, arruolato alla Grande Guerra, sperimenta lo choc che gli cambia per sempre la vita. Niente bombardamenti: una semplice discussione di politica nelle retrovie con un compagno di branda, un amico anarchico. L’eloquenza di quest’ultimo lo annienta, lo umilia di fronte ai camerati. “Come in una bolgia infernale quasi tutti i soldati presenti cominciarono ad esaltarsi in favore del mio avversario: fischi, sgarberie, urla mi costrinsero al silenzio“. Perché non è riuscito a difendere le sue idee di bravo cattolico? Perché non è istruito, l’anarchico sì.

Al ritorno dal fronte Zeno informa il suo prete che ha intenzione di studiare teologia e diritto, da privatista. Le prime pagelle saranno agghiaccianti, ma Zeno è determinato: vuole diventare l’avvocato dei poveri. Riesce effettivamente a laurearsi alla Cattolica, ma poi preferisce farsi prete, convinto che i poveri si difendano meglio così. Nel ’31, durante la stessa cerimonia prende i voti e adotta il suo primo figlio, “Barile”, un giovane molto promettente ladro di polli che era andato a prelevare direttamente alla caserma dei Regi Carabinieri. Il primo di quattromila, dice la biografia ufficiale. Per tenere occupati i suoi piccoli apostoli, Zeno si affida alle sue passioni: il circo e il cinema. Trasforma gli orfani in saltimbanchi e affida loro la spericolata gestione delle sale parrocchiali. Gli porta fortuna la passione per i film americani, boicottati dal circuito delle sale ufficiali fasciste: noleggiarli costa poco, e le sale alla domenica sono sempre piene. A metà spettacolo i ragazzi accendono le luci e don Zeno fa la predica per quelli che a messa al mattino non c’erano, la maggior parte. Però chi a messa ci è venuto entra gratis: fuori dalla chiesa i Piccoli Apostoli ti timbrano il polso, come in disco.

A metà anni Trenta, nella Bassa modenese, i double feature dei Piccoli Apostoli, film+predica, sono lo show più trasgressivo consentito dal regime. Zeno riuscirebbe anche a guadagnarci, se non avesse una famiglia sempre più numerosa e se non reinvestisse parte del ricavato in una tipografia e in una bicicletta di corsa, poi in una moto, poi in una Balilla Torpedo, nel tentativo di simulare l’ubiquità in quello che ormai è un circuito alternativo, cinque sale diverse nel giro di 70 chilometri, in cui si proietta film americani introvabili altrove.

Un’altra cosa che ricordo di Nomadelfia è il religioso silenzio con cui il gruppo familiare assisteva alla trasmissione del telegiornale. “Religioso silenzio ” non è un modo di dire, era il medesimo che si sentiva durante le preghiere. Noi visitatori eravamo sorpresi dal fatto che i nostri coetanei guardassero i notiziari con tanta attenzione, e in breve scoprimmo che era una delle poche cose che si potevano guardare senza, come dire, censure. Perché a Nomadelfia quando ci sono stato c’era una sola antenna, in cima alla collina, che captava i programmi e alcuni (i notiziari) li ri-trasmetteva direttamente; tutti gli altri li filtrava, lasciando passare soltanto le cose, come dire, adatte. Era il secolo scorso, non esisteva ancora non dico il wi-fi ma nemmeno il protocollo http, magari adesso è tutto diverso. Anche se il sito di Nomadelfia dice che
L’uso della televisione è libero per quanto riguarda l’informazione, mentre si opera una scelta dei programmi visibili che sono trasmessi via cavo dalla emittente interna.

Siori e siore, i piccoli apostoli.
Per esempio, scoprimmo, niente cartoni animati. Era l’anno di qualche capolavoro Disney che non ricordo, la Sirenetta o simili. Alcune mie compagne scoprirono discutendo coi coetanei che nel villaggio quelle cose lì non si vedevano, e i pochi spezzoni che filtravano dal notiziario venivano trattati con ostile diffidenza, in quanto cose “non vere”, e quindi non utili, non interessanti. Io nel frattempo pensavo ad altro, per esempio oltre che a combattere con l’imperialismo del mio stomaco ero molto preoccupato dal catalogo della biblioteca. La mia consapevolezza politica di liceale mi diceva che se censuravano le onde radio probabilmente avevano anche censurato la biblioteca, il che mi preoccupava assai di più dell’eventuale messa al bando di Mike Bongiorno o Pippo Baudo. Fui molto rassicurato, nella mia dabbenaggine, quando vidi che esponevano una copia dei Fiori del Male. La cosa più decadente e satanica che mi veniva in mente. Se c’è Baudelaire va tutto bene, mi dissi, non c’è totalitarismo (tutte le volte che ripenso a questa cosa, misuro una distanza sempre più estesa tra me e quel coglione che pensava che un libro di Baudelaire sullo scaffale contasse di più, in termini di apertura culturale, della possibilità di mostrare un film animato a un bambino. Come se noi fossimo diventati quel che siamo perché al liceo abbiamo letto cinque o sei poesie di Baudelaire, e non perché abbiamo visto La Carica dei 101 e il Libro della Giungla).


Irene?
Nel 1941 a San Giacomo arriva la prima “mamma di vocazione”, in realtà una ragazza, Irene, che aveva visto Zeno e la sorella Marianna adottare decine di monelli e intendeva seguire l’esempio. Orfani non ne mancavano, e negli anni successivi il fenomeno sarebbe esploso. Zeno, che in un qualche modo era riuscito a evitare grossi guai con le autorità per tutto il ventennio, si ritrova arrestato dai carabinieri di Badoglio per un volantino. Dopo l’otto settembre capisce che è meglio cambiare aria: nel frattempo molti dei suoi Piccoli apostoli aderiscono alla Resistenza, facendosi anche ammazzare. L’amico Odoardo Focherini si prodigherà a mettere in salvo gli ebrei, lui l’hanno fatto beato l’anno scorso. Intanto Zeno a Roma frequenta gli esponenti della nuova Democrazia Cristiana, quel tanto che gli basta a capire che non vuole averci a che fare. “Se il Cristianesimo fosse quello predicato dalla Democrazia Cristiana, io sarei, o ebreo o ateo”, scrive nel ’47 all’amico monsignor Crovella. “Noi Piccoli Apostoli siamo a sinistra molto più dei comunisti, quindi condannabili anche da questi, che sono malati al fegato di politica settaria ed ideologica come gli stessi Democratici Cristiani”. In seguito ritratterà, dirà che Nomadelfia non è né di destra né di sinistra, una cosa che a un certo punto della vita dicono tutti.

"Fev dò mòcc!"
Il fatto è che alla fine della guerra la situazione nella Bassa modenese è così esplosiva che anche un prete collettivista che predica il superamento dell’istituzione familiare può sembrare un moderato, se non altro perché non ha neanche un’arma nascosta in cantina, e poi la sua intransigenza mette quasi in imbarazzo i comunisti. Per cui davvero può darsi che Pio XII a un certo punto abbia dato una specie di via libera a don Zeno e ai suoi Piccoli, che nel ’48 rompono gli indugi e occupano pacificamente l’ex campo di concentramento di Fossoli – nessuno in quel momento avrebbe potuto concepire l’idea di farci un museo, la guerra era ancora un buco nero da riempire immediatamente con un futuro il più possibile luminoso, e il futuro di don Zeno si chiamava Nomadelfia. “Avremo una popolazione di soli Piccoli Apostoli con leggi e costumi del tutto secondo le nostre mire cristiane e sociali”…
Essendo nelle nostre mani anche la parrocchia di Fossoli, ci sarà facile aggregare alla erigenda parrocchia di Piccoli Apostoli soli; quel territorio che man mano ci occorrerà per crearvi le nostre borgate. Così avremo nella S. Madre Chiesa una prima parrocchia dove la legge di vita dei parrocchiani è la fraternità cristiana in tutti i settori della vita personale, famigliare, sociale: Nomadelfia (dove la fraternità è legge).
Sorgeranno le borgate, ognuna di esse sarà parrocchia alle dipendenze dell’Opera e finalmente una diocesi. In pochi anni, se le vie di Dio continuano di questo passo, saremo una diocesi dove non esistono né servi né padroni, ma soli fratelli in Cristo, tutti dediti all’apostolato nel mondo.
Tagliano il filo spinato per entrare.

Le vie di Dio, non occorre sottolinearlo, presero alla svelta un’altra direzione: l’idea di una Diocesi-Kolchoz nella bassa modenese tramontò rapida quanto rapido aumentava il debito dell’Opera Piccoli Apostoli, perché gli emiliani erano ben lieti di prestare al buon Zeno quanto gli serviva, ma mica a fondo perduto, anzi con gli interessi. I debiti furono il modo in cui il sistema bocciò il progetto di don Zeno, ma per farlo sloggiare ci volle la Celere di Scelba. I minori furono dispersi negli orfanotrofi. Nel frattempo, grazie a una pia e generosissima donazione di Maria Giovanna Albertoni Pirelli, Nomadelfia aveva aperto una filiale in Maremma, un luogo dimenticato da Dio e dai lupi, nel quale i Piccoli Apostoli arrivarono come padri pellegrini in un nuovo continente: per due anni, mentre dissodavano e disboscavano, vissero nelle tende. Nasce in quel periodo l’equivoco tra “nomadi” e “nomadelfia”, che in realtà è l’accrocchio di due parole greche, “fraternità” e “legge”. Ma appunto, negli anni Cinquanta accettare la legge della fraternità poteva significare ritrovarsi a vivere come un beduino nella Toscana profonda. Per poter seguire i suoi don Zeno si era temporaneamente spretato, chiedendo e ottenendo la riduzione allo stato laicale.

Se ci ripenso mi vien fame.
A un certo punto durante il nostro soggiorno ci accorgemmo che ci stavamo annoiando. Non eravamo un gruppo di turisti, ci ispiravamo a una forte idea di servizio, e eravamo abituati a spostarci solo per aiutare qualcuno o qualcosa. I nomadelfi però non avevano bisogno del nostro aiuto: ci tenevano particolarmente a mostrare la loro autosufficienza, e si limitavano a mostrarci tutto quello che facevano e producevano. Insomma andavamo in giro a ispezionare il caseificio, la tipografia, l’officina, eccetera. Sembravamo un gruppo di ispettori sovietici, ma eravamo dei ragazzini, volevamo divertirci. Avevamo notato che c’era un campo di calcio e così sfidammo i nomadelfi a pallone. Noi di solito giocavamo misti, con le ragazze in attacco a creare confusione nell’area avversaria (niente fuorigioco). Le ragazze di Nomadelfia invece non giocavano.
Ci spiegarono che in realtà non avevano mai giocato, “non era costume” che una ragazza giocasse. L’espressione sembrava arrivata diretta dagli anni Cinquanta come una cartolina bloccata in una fessura dell’ufficio postale per quarant’anni; ma del resto a Nomadelfia in provincia di Grosseto resistevano voci del dialetto modenese che in Emilia ormai si stavano perdendo, come “razdora”, ovvero reggitrice, colei che governa la casa, più mater familias che casalinga: il perno del gruppo familiare.

Lo sgombero di Fossoli fu la grande batosta della vita di don Zeno. Fino a quel momento lui e i suoi non avevano forse avuto percezione dell’ostilità del mondo esterno: in fondo non volevano fare nulla di male, soltanto abolire il denaro e le classi sociali. Anche quando la tensione col Vaticano si sarà allentata, e Giovanni XXIII consentirà a Zeno di ri-consacrarsi sacerdote, i nomadelfi esiteranno a mettere radici. Quando ci andai gran parte delle abitazioni erano ancora prefabbricati smontabili: è un popolo pronto a partire, gli è già successo. I sogni rivoluzionari di Zeno finiscono lì, nella difesa appassionata di quattro chilometri quadrati in provincia di Grosseto. Un popolo, dice lui, ma anche una proposta al mondo. I ragazzini studiano ancora da saltinbanchi, e durante l’estate Nomadelfia diventa un teatro tenda itinerante: a metà dello spettacolo c’è ancora il momento fisso della predica.
Gli apostoli a Fossoli
Nomadelfia non è più un orfanotrofio, l’offerta di orfani negli ultimi trent’anni è crollata. Oggi le mamme di vocazione lavorano soprattutto con gli affidi: per quelli c’è sempre richiesta. Me ne ricordo uno che mi mostrò un piccolo crocefisso di legno trafitto nel costato da una freccetta da tirassegno; disse che l’aveva centrato da cinque metri, un colpo incredibile, anche perché non lo aveva mirato, non intendeva colpirlo. L’ultima rivoluzione compiuta da don Zeno, la meno nota, fu forse la più radicale: dopo aver abolito proprietà privata e classi sociali, Zeno tentò di eliminare le famiglie, o almeno di farle funzionare in un modo diverso. Al riguardo le fonti sono vaghe ed evasive, comunque a un certo punto Zeno si rese conto che anche in assenza di denaro, tra le famiglie nascevano dinamiche negative. E allora si inventò il gruppo familiare, un agglomerato di prefabbricati in cui le famiglie avrebbero pranzato assieme, di giorno, per poi ritirarsi in casette separate, la notte. Per evitare che i gruppi col tempo si trasformassero in clan, ogni tre anni si sarebbero dissolti, e rimescolati con gli altri. Non tutti erano d’accordo con l’idea: chi non era d’accordo se ne andò.

Questa più o meno era la situazione quando ci andai, ed è passato davvero molto tempo; ma a leggere i documenti ufficiali in rete non noto nessuna novità. Mi riesce facile immaginare che Nomadelfia sia ancora lì, prefabbricata e sbattuta dal vento; che l’antenna trasmetta ancora quello che ritiene giusto trasmettere, che le madri più eminenti siano chiamate razdore. Può darsi che il comunismo non abbia niente che non vada, ma tende all’equilibrio, e se le cose vanno abbastanza bene le lascia come stanno: Nomadelfia quando ci andai mi sembrava un posto tutto sommato in pace con sé stesso, la foto di don Zeno (scomparso nel 1981) era appesa un po’ dappertutto insieme a quella di Giovanni Paolo II che l’anno prima aveva voluto visitare quel villaggetto pacificamente opposto a tutto il mondo. Il comunismo forse non ha niente che non va, il problema è quando ne esiste solo una piccola bolla in un universo capitalista che per sua natura non può star fermo, deve stravolgere tutto in continuazione. Occorre scoprire necessità diverse, esaudirle, rimanere insoddisfatti, cercare di diventare persone diverse, riuscirci, rimpiangere quelli che eravamo prima eccetera. L’idea che in questo vortice Nomadelfia resista tranquilla ha del miracoloso, ma non credo che sia quel tipo di miracolo che ti svolta una causa di beatificazione.

Io non sono stato in tantissimi posti in vita mia, ma a Nomadelfia ci sono stato, e devo essere sincero: mi aspettavo qualcos’altro, chissà cosa. Un posto più aperto all’esterno, la versione stabile di quella bella compagnia in cui stavo crescendo in quel momento, in cui ragazzi e ragazze si davano del tu e giocavano a pallone. Il gruppo si è sciolto qualche anno più tardi quando i più grandi hanno cominciato a metter su famiglia: in questo Zeno aveva ragione, famiglie e comunità non vanno così d’accordo. Ogni tanto trovo i volantini degli spettacoli itineranti di Nomadelfia e mi viene tenerezza, mi domando se una cosa così fuori dal tempo non dovrebbe essere protetta, non so, dai beni culturali. Ma il più della volte non ci penso a Nomadelfia. Solo qualche volta tra dicembre e gennaio mi vedete alla coop che cerco il panforte in offerta speciale. È una cosa particolare quella tra il panforte e me, se ne apro uno posso mangiarlo intero, i miei familiari lo sanno e mi tollerano, ma ignorano lo choc che ci sta dietro, il momento cruciale della mia vita in cui il mio stomaco ha capito cos’era il comunismo e non gli è piaciuto, veramente, mi piacerebbe poter raccontare di sì ma la verità è che no, non mi piace il comunismo, preferisco le mandorle.
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Nel convento c'è un cappuccino

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Cattelan, non sei nessuno
23 settembre - San Pio da Pietrelcina, 1887-1968, taumaturgo.


Giovanni XXIII non aveva mai potuto soffrire Padre Pio. Già da monsignore era riuscito a evitarlo, anche quando batteva la campagna pugliese come responsabile della Propaganda Fide. Una volta divenuto Papa doveva considerare quel cappuccino sanguinante e odoroso di acido fenico, con la sua corte di faccendieri e isteriche, un esempio di ciò che la Chiesa conciliare doveva lasciarsi alle spalle. Tutto questo anche prima di ricevere da qualche volenteroso spione una bobina di intercettazioni ambientali in cui la voce del frate e delle sue più zelanti devote era frammista al rumore di sbaciucchiamenti. Senza essere stata particolarmente sollecitata, la bobina sembrava concepita appositamente per turbare un pontefice refrattario alla sola idea del contatto fisico con individui dell'altro sesso. "L'accaduto", scrive, "...fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente..."
"Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili".
Quella bobina fu una nuova fonte di guai per padre Pio di Pietrelcina, al secolo Francesco Forgione, che aveva già passato i suoi brutti momenti durante i pontificati di Benedetto XV e Pio XI - quest'ultimo, in particolare, era stato a un passo dal sospenderlo dal sacerdozio e deportarlo in qualche convento lontano dalla sua claque. Ma questo avveniva nel Ventennio, quando l'umile servo di Dio si limitava ad amministrare i sacramenti e guarire qualche pellegrino (o gerarca) di passaggio, e non possedeva ancora la totalità delle azioni dell'ospedale più grande del meridione, una deroga generosamente concessa da Pio XII al suo voto di povertà. Il Padre Pio su cui indagherà nel 1960 il Sant'Uffizio è già un fenomeno mediatico, tenuto vivo dall'attenzione costante dei rotocalchi, che il Vaticano non riesce più a manovrare.


L'ispezione sollecitata da Giovanni XXIII farà luce su molti aspetti discutibili dell'organizzazione che si era stretta intorno al frate, ma non svelerà nessun "immenso inganno", come pure il Papa si era augurato. Del resto a quel punto il cappuccino andava per i 75, sanguinava ininterrottamente da quaranta, e per immaginarlo mentre si intratteneva carnalmente con le sue beghine preferite ci voleva la fantasia morbosa ma un po' astratta di un alto prelato. Qualche mese dopo, un colloquio con l'arcivescovo di Manfredonia (la diocesi di cui fa parte San Giovanni Rotondo) avrebbe rasserenato l'animo del pontefice:
“Don Andrea, sono i suoi fratelli che l’accusano. E poi… quelle donne, quelle registrazioni… Hanno perfino inciso i baci”. Poi il Santo Padre tacque per l’angustia e il turbamento. Monsignor Cesarano, con un fremito che gli attraversava l’anima e il corpo, tentò di spiegare: “Per carità, non si tratta di baci peccaminosi. Posso spiegarti cosa succede quando accompagno mia sorella da Padre Pio?” “Dimmi”. E monsignor Cesarano raccontò al Santo Padre che quando sua sorella incontrava Padre Pio e riusciva a prendergli la mano, gliela baciava e ribaciava, tenendola ben stretta, malgrado le vive rimostranze nel timore di sentire un ulteriore male per via delle stigmate. Il buon Papa Giovanni alzò lo sguardo al cielo ed esclamò: “Sia lodato Dio! Che conforto che mi hai dato. Che sollievo!
Questo episodio, raccontato da un confratello di Padre Pio, ha il profumo e la consistenza di una storiella nata tra la canonica e la sacrestia, gli unici ambienti dove suona ancora un po' credibile scambiare il rumore di un baciamano per quello di un rapporto sessuale completo. D'altro canto qualcuno doveva pure raccontarla: qualcuno prima o poi doveva trovare un lieto fine per quella storia inquietante che metteva il Papa Buono contro il più venerato santo italiano del Novecento. Più probabilmente Roncalli si portò i suoi dubbi nella tomba monumentale che lo aspettava di lì a tre anni; il suo successore, Paolo VI, aveva di Padre Pio un ben diverso concetto. Non solo lo aveva conosciuto, ma era stato uno degli artefici della fortuna di San Giovanni Rotondo, quando al termine della guerra era riuscito a dirottare sull'erigenda Casa sollievo della sofferenza una somma ingente stanziata dagli USA per le emergenze sanitarie del dopoguerra. Con lui in Vaticano, Pio da Petrelcina poté vivere i suoi ultimi anni sulla terra in relativa serenità. Verso la fine le stimmate sembrarono progressivamente sparire, tanto che in punto di morte non se ne vedevano nemmeno le cicatrici. Cionondimeno il cadavere fu esposto coi guanti, per evitare malintesi o speculazioni.

Forse Padre Pio ha sofferto per tutta la vita (continua ovviamente sul Post...)
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Crocifissi contro il Nazismo (1x)

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"Tu sei il Male, io sono l'Anestesista"
30 marzo - Beata Restituta Kafka (Brno 1890 - Vienna 1943), martire antinazista

[Questo pezzo si legge intero e corretto qui].

Uno potrebbe anche pensare che i tempi ruggenti dell'agiografia siano finiti per sempre - quei secoli, hai presente, in cui c'eri solo tu, in un monastero perso nel nulla, con un po' d'inchiostro e della vecchia cartapecora raschiata, e ti chiedevano: "Oggi è Sant'Albano d'Ungheria, dai raccontaci la storia di Sant'Albano d'Ungheria". "Ma io mica la so, manco so cosa sia, l'Ungheria". "E inventa". Al limite si poteva sempre scrivere: martire sotto Diocleziano (Diocleziano andava sempre bene, Diocleziano li aveva fatti fuori tutti, Diocleziano pasteggiava a carne di martiri e brindava a sangue di vergini, Diocleziano probabilmente in certi eremi andava forte anche come criptobestemmia: ma Dio cleziano! Quel porco! E il priore non poteva dirti nulla).

Oggi ci sono biblioteche in ogni piazza, mal che vada c'è google, oggi non puoi più inventarti niente, o no? Per esempio il 30 marzo si celebra tra le altre la memoria di una Beata novecentesca, Maria Restituta. Su di lei ci sarà ben poco da inventare, penserai. In effetti ci sono i documenti. Sappiamo che è nata Helen Kafka, nel 1890 a Brno, prima impero Austro-Ungarico, poi Cecoslovacchia, poi Terzo Reich, poi di nuovo Cecoslovacchia, oggi Rep. Ceca. Che prese i voti nell'ordine delle francescane della Carità, diventando suor Maria Restituta (detta "Resoluta" per i modi spicci) e che si distinse per la dedizione e la professionalità con cui esercitò la professione di infermiera e anestesista. Sappiamo che è morta a Vienna nel 1943, decapitata dai nazisti per alto tradimento. L'ha beatificata Giovanni Paolo II nel 1998, che l'unica suora decollata dai nazisti non poteva proprio perdersela. E tutto questo è Storia, voglio dire, abbiamo pure le foto. Non ci puoi ricamare, su Helen Kafka: con tutte le monografie che si saranno su di lei, nelle biblioteche, su internet, insomma, se improvvisi ti sgamano. O no?

Ecco, no. Una delle cose fantastiche che scopri studiando i santi è che il medioevo, quello fiabesco delle leggende dipinte sulle vetrate, è a portata di clic. Me ne stavo infatti leggendo la scheda di Famiglia Cristiana, quando mi capita di inciampare sulle ultime due righe. Leggi anche tu:
E in faccia agli assassini, prima che il carnefice alzi la mannaia, suor Restituta dice al cappellano: "Padre, mi faccia sulla fronte il segno della Croce".
Tutto abbastanza verosimile tranne... la mannaia? Va bene, lo abbiamo visto, dei nazisti si può raccontare tutto e nessuno si lamenterà - i nazisti sono un po' il nostro Diocleziano moderno. Ma ce le vedete le SS che tagliano la testa di una suora con la mannaia? Non suona un po' anacronistico? In effetti basta sfogliare un po' di Internet in altre lingue per rendersi conto che suo Maria fu decapitata, sì, ma mediante ghigliottina: il vecchio trabiccolo illuminista che gli Asburgo, per altri versi così diffidenti, avevano importato a Vienna, e che nel 1943 era ancora il supplizio ufficiale per i colpevoli di Alto Tradimento. E la mannaia? Un ricamo di Famiglia Cristiana. Uno solo? Vien voglia di dare un'occhiata più da vicino. (Continua sul Post)
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Perché non fanno le BR?

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Alla guerra globale con le fionde

L'insurrezionalismo dei cappuccetti neri non è un fenomeno così nuovo e originale come Maroni & co. vorrebbero. È comunque qualcosa che cronisti e commentatori, non necessariamente superficiali, stanno ancora cercando di mettere a fuoco. Si procede per aggiustamenti: abbiamo accettato che non sono tutti infiltrati (ma sono infiltrabili), non sono tutti fascisti (ma fascisti ce n'è) e che i black bloc internazionali, quelli che sconfinavano ai tempi dei grandi vertici, ormai hanno meglio da fare. Ogni tanto però partono ancora riferimenti storici alla c* di cane, ad esempio c'è chi parla di BR. È un passato che riemerge più per mancanza di fantasia che per altro: non penso che nemmeno i leghisti ci credano, a questa cosa delle nuove BR. È una specie di termine per assurdo, come quando si dice “uscire dall'euro” o “secessione”: se scenari del genere si concretizzassero, sarebbero i primi a sbalordirsi. In cuor loro sanno, come lo sappiamo un po' tutti, che i cappucci neri non rifonderanno le BR, che non ne sarebbero capaci e comunque manco ci tengono: tanto è stridente il contrasto tra il loro movimento e i brigatisti di 40 anni prima (quaranta!) Ne siamo tutti così sicuri che forse vale la pena ridiscuterla, questa sicurezza: capire su quali fondamenti si posa.

Perché i cappuccetti non rifaranno le BR? In fondo brigatisti e cappucci condividono una premessa simile: l'insurrezionalismo. Le azioni di guerriglia urbana, siano sequestri o rapine o vandalismi, sono sempre concepiti come la premessa di una rivoluzione che è possibile: basta solo mostrare alla massa che si può, che la cosa è fattibile.

La differenza sta nel metodo. I cappucci sono vandali, devastatori, e lo rivendicano con orgoglio. Ogni manifestazione è una dimostrazione che la rivoluzione si può fare, anche se probabilmente l'unica idea di rivoluzione rimasta è una piazza ancora più grossa che brucia, con più camionette, più spranghe, più poliziotti da menare di più, in pratica il livello successivo del videogioco.

I brigatisti i videogiochi non li avevano. Erano sicari. I loro metodi consistevano per esempio nell'intimidazione a mezzo ciclostile, nel sequestro, nella gambizzazione, nell'omicidio politico. In ogni caso, si tratta sempre di fissare il mirino su un individuo, un solo esemplare del nemico: non la casta dei padroni, ma quel padrone, quel caposquadra o giornalista servo del padrone, quel sindacalista venduto, quell'uno da colpire per educarne cento. Col tempo l'orizzonte si estende, le Brigate Rosse alzano i mirini dalle officine al parlamento allo Stato maggiore NATO; teorizzano persino lo Stato Imperialista delle Multinazionali... però continuano a darsi obiettivi incarnati in individui: quel politico, quel segretario di partito, quel generale. Basterebbe questo a farci capire che siamo in un secolo diverso. Gli insurrezionalisti del duemila non sequestrano nessuno, non minacciano nessun Nome e Cognome, al massimo si danno come obiettivo la sede di un'istituzione nazionale o internazionale; ma se non riescono ad arrivarci va bene anche una Qualsiasi Banca. L'omicidio politico o il sequestro sono opzioni mai prese nemmeno lontanamente in considerazione, neppure dal più boccalone dei commentatori di indymedia. Varrebbe la pena di chiedersi il perché.

Un'ipotesi (un po' subdola): fare i brigatisti è troppo sbattimento. La vita del sicario, spesso ridotto in clandestinità, richiede una disciplina, una professionalità, una capacità organizzativa che il cappuccetto nero non è in grado di reggere. D'altro canto i brigatisti venivano dalle fabbriche, erano abituati alla sveglia alle sei del mattino e a proiettare la fatica quotidiana in un orizzonte progettuale. I cappuccetti neri sono disoccupati  o precari cronici, la sveglia probabilmente la vivono come una costrizione borghese. Sto senz'altro stereotipando, in realtà non credo che i cappuccetti neri siano (tutti) degli allegri cialtroni: di sicuro hanno capito come si sta in piazza e hanno buone competenze tattiche, maturate nei fantomatici campi d'addestramento greci o più probabilmente in Val di Susa. Però alla fine sono vandali organizzati, tutto qui: non è che debbano gestire sequestri o reti di covi e arsenali in tutta la penisola. Gestire sequestri, soprattutto, richiede un'organizzazione infinitamente più complessa e professionale: e poi servono fondi. È noto il modo in cui i brigatisti si autofinanziavano: rapine.

Ecco, chiediamoci questa cosa: perché i cappuccetti neri non fanno rapine? Una certa contiguità con la criminalità comune dovrebbero averla, almeno quelli che vengono dalla curve. In ogni caso ormai sanno tutto su come violare la vetrina blindata di una banca: non gli è mai venuta la curiosità di dare un occhiata non dico al caveau, ma ai cassetti degli sportelli? Non è che debbano trasformare l'insurrezione in una forma estrema di shopping, come è successo durante gli ultimi riots di Londra: però il saccheggio è pur sempre parte integrante di una rivoluzione, che non è, mi par di ricordare, un pranzo di gala. Vandalizzare una banca senza rapinarla mi sembra come fumare senza aspirare, un voler peccare per forza senza riuscirne a godere. Oltre al fatto che anche i cappuccetti avranno le loro spese: fionde, bulloni, spranghe, corsi di aggiornamento in Grecia in tariffa economica, d'accordo, ma è pur sempre un traghetto andata e ritorno. Cari cronisti, magari la prossima volta che trovate un ragazzo così chiacchierino, fategli la domanda: ma chi finanzia? Perché all'esercito di pancabbestia figli di papà io non ci credo; ce ne saranno senz'altro, ma non possono essere la maggioranza. E quindi? I centri sociali producono davvero tutto questo plusvalore?

Insomma paragonare BR e insurrezionalisti contemporanei è quasi un esercizio di stile. Un discorso diverso meritano le analogie con Autonomia Operaia, sempre dagli anni di piombo, ma quelli dopo il '77. Perché lo spartiacque è quello: chi tira fuori le BR si classifica immediatamente come un barbogio che parla a casaccio e probabilmente tiene ancora in casa 33 giri di prog italiano, la Premiata Forneria Marconi eccetera. Chi parla di Autonomia Operaia ha in mente il punk, e di punk ai cortei insurrezionalisti se ne ascolta ancora. Come dire che gli anni Settanta hanno due lati, il primo è suonato da musicisti professionali e molto tecnici e nessuno osa più passarlo per radio; dall'altra c'è già lo stesso rumore sguaiato che ascoltiamo tutti i giorni. In ogni caso no anche qui è opportuno rimarcare le differenze, non teoriche ma tecniche: nel '77 negli spezzoni di AutOp si vedevano le P38. Gli insurrezionalisti prevedono una rivoluzione globale non molto pacifica, ma per ora l'idea di sporcarsi le mani con armi non anticonvenzionali non li sfiora. Eppure noi non viviamo in un mondo meno armato di quello del '77. La criminalità organizzata controlla interi distretti della penisola: un gruppo insurrezionalista determinato non dovrebbe avere difficoltà ad equipaggiare gruppi di fuoco, in luogo delle falangi con le fionde che saranno anche efficaci a intrappolare le camionette, ma fanno comunque Ragazzi della via Pal. Se non stanno alzando il livello dello scontro alla fase sparatoria, se per lo meno non danno impressione di volerlo fare, neanche a livello di minaccia deterrente, vale anche qui la pena di chiedersi il perché. Va bene essere l'avanguardia della rivoluzione: ma pensate di farla tutta a spranghe e a estintori? In un certo senso sì, perché alle capacità devastatrici (modeste) di spranga ed estintore si aggiunge la potenza della vera arma del cappuccetto nero: il video. La rivolta è più un happening, una liturgia che un effettiva battaglia; tenere una piazza italiana per mezza giornata può considerarsi una vittoria solo se nel frattempo filmi tutto e lo condividi con gli amici. Le pistole in tutto questo non avrebbero senso: molto più fotogenico è l'estintore strappato al nemico, la fionda con tutto il sottointeso biblico (hai un bel da frantumare madonne, alla fine la Bibbia ti prende alle spalle). Sono armi che ti lasciano innocenti: quando si impugneranno i calci delle pistole l'innocenza sarà finita per sempre, ma chissà se succederà mai.

Chissà se ci credono davvero, è la domanda che mi resta in mente. Già qualche dubbio doveva serpeggiare sotto i passamontagna dell'Autonomia, che negli anni Ottanta approdarono ai centri sociali delle grandi città come a un rifugio sicuro. Lì dentro, per vent'anni, l'utopia rivoluzionaria ha ceduto il passo a una proiezione molto più ristretta, quella delle Zone Temporaneamente Autonome, la riserva indiana dell'utopia. Verso la fine degli anni Novanta i centri sociali che non erano diventati semplici discoteche o circoli ricreativi erano incartati in discorsi talmente autoreferenziali da riuscire incomprensibili anche a chi veniva dentro a ballare o a cercare sostanze (solidarietà ai compagni imprigionati durante manifestazioni di solidarietà ad altri compagni imprigionati durante gli sgomberi di centri sociali occupati in seguito agli sgomberi di altri centri sociali). Il movimento antiglobalista internazionale fu una boccata d'aria salutare, di cui alcuni seppero profittare, altri no. Dopo il forum di Firenze la spirale autoreferenziale ha ripreso il sopravvento. Forse l'episodio che ha scompaginato le carte stavolta è stato molto più locale: la guerriglia in Val di Susa. Lì i militanti dei centri sociali non hanno soltanto trovato nuove tattiche. Può darsi che abbiano trovato quello che più di tutto serve a un combattente: un motivo concreto per combattere. Non l'insurrezione globale, ma la difesa di quella valle, quel ruscello, quella gente (che non ha fatto mancare la solidarietà). Forse questo ha reso i cappucci molto più determinati. A Roma hanno portato un'organizzazione più efficace del solito. Ma a Roma c'è anche chi ha tutto l'interesse a usarli da utili idioti, e questo forse se l'erano dimenticato. Su in montagna probabilmente era tutto più chiaro: una linea da tenere, un nemico da punzecchiare, tanti amici pronti a nasconderti... Ehi, un attimo. Anch'io ho poca fantasia: sto ricascando negli anni Quaranta. Meglio finirla qui.
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Il temino sull'11/9

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Io l'11 settembre 2001 ero

[inserire il luogo in cui dov'ero]

e stavo facendo

[descrivere brevemente la mia occupazione in quel momento]

quando all'improvviso [in tv / alla radio / al telefono un amico / su internet, perché modestamente io la usavo già] ho scoperto quello che stava succedendo; ho visto coi miei occhi

[spazio per inserire due o tre immagini toccanti che tutti si ricordano: torri che fumano, persone che precipitano]

e ho pensato: niente sarà più come prima.

Poi ci sono state alcune guerre, ma insomma, i dieci anni sono passati e io sono ancora qua, Bin Laden invece è morto, salire sugli aeroplani è più difficile, però tutto sommato poteva andarci peggio, dai. Ma non dimenticherò, perché chi non ha memoria non ha futuro. Questa è più o meno la traccia tipica del temino sull'11 settembre, purtroppo non a scuola ma sui nostri quotidiani (e sui blog, certo), dove abbiamo cominciato a leggerne già il 12 settembre 2001. A distanza di dieci anni, sarebbe interessante prendere i giornali di domattina e contare quanti pezzi saranno composti ancora con una traccia del genere. Magari neanche uno, chissà, magari si sono stancati di scriverli, come noi (da un pezzo) di leggerli. Sì, appunto, magari.

Chi sa dov'è il Wendy's più vicino?

Tra qualche ora vedremo. Nel frattempo vorrei fermare qui un appunto, una cosa che mi è venuta in mente, da raccontare a chi non c'era. Ma, appunto, il problema con l'11 settembre è che c'eravamo tutti, sicché questa mania di continuare a raccontarcela a vicenda è un po' stucchevole. Tra l'altro, più ce la raccontiamo, più rimescoliamo le nostre memorie, e alla fine sembra davvero che tutti ci ricordiamo le stesse cose.

L'unica speranza risiede nelle giovani generazioni – sperando che non si siano sciroppate troppi documentari e docufiction negli ultimi dieci anni, altrimenti rischiano di avere una memoria a posteriori migliore della nostra (quel fenomeno per cui io mi ricordo la formazione di Italia Germania 4-3). Comunque io quest'anno avrò una classe di ragazzi del Duemila, ormai ci siamo. Anche se è ancora un po' troppo presto per spiegar loro questa cosa che mi è venuta in mente.

Mi è venuta in mente guardando la controversa foto qui sopra (via il Post) che ritrae alcuni giovani in una posa apparentemente spensierata sulla sponda sicura dell'East River, con Manhattan affumicata sullo sfondo. Dico apparentemente perché, quando la foto è diventata famosa, le persone catturate dal fotografo si sono difese spiegando che in realtà erano tutte piuttosto sconvolte. Anche se dallo scatto non appare. Il che potrebbe sembrare strano, a chi l'11 settembre non fosse lì, di fronte a Manhattan. (Ma c'eravamo tutti).

Allora bambini quello che dovrei dirvi, non oggi ma tra qualche anno, è che in realtà non è affatto strano. È la differenza tra fotografia e fiction, forse. Un regista di fiction, se dovesse immaginare un set così, chiederebbe agli attori di assumere espressioni di incredulità, impotenza, rabbia, disperazione, sgomento, panico, insomma una bella spadellata di Urli di Munch. E se gli attori non fossero dei cani, potremmo trovare la scena verosimile. Questa foto però non ha nessuna pretesa di essere verosimile, perché è vera. Io lo posso dire perché ero lì, cioè non proprio lì; a sei fusi orari di distanza, ma avevo davvero davanti la stessa scena: e benché mi sentissi anch'io sconvolto, impotente, incredulo, probabilmente sul viso non avevo un'espressione molto diversa da quella di quei cinque ragazzi. Potrei essermi stiracchiato anch'io, a un certo punto, sul terrazzino che dava sul mio ufficio. Avrò anche sorriso un po', per cortesia o addirittura ascoltando una battuta – sì, ci raccontavamo addirittura le battute. Perché è vero che eravamo preoccupati. Eravamo preoccupatissimi. Ma per il momento eravamo sulla sponda sicura. Nessuno poteva ancora sapere cosa sarebbe successo il 12 settembre 2001: parlare di Terza Guerra Mondiale, in quel momento, non suonava affatto fuori luogo. Nulla sarebbe stato come prima, davvero, nulla, ma nel frattempo eravamo ancora in quel “prima”, non sapevamo bene da che parte quel “prima” avrebbe cominciato a franarci addosso, e più che rabbiosi, più che impotenti, più che sgomenti, io credo di aver trovato la parola che potrebbe definirci.

Eravamo euforici. Nell'occhio del ciclone di un grande cambiamento storico. Comparse di un action movie che non sarebbe finito senza qualche milione di morti. Ma era il nostro film, finalmente. Riguardava noi, e l'unica cosa sicura era che ci avrebbe cambiato la vita. In un modo o nell'altro. E dovete capire, bambini, che la maggior parte di noi faceva già una vita abbastanza di merda. Dicevamo “nulla sarà come prima” e intanto pensavamo “magari”.

Poi la sera arrivò Vespa, Scajola disse che c'erano stati venti, trentamila morti, gliel'avevano detto gli americani, arrivavano agenzie di bombardamenti di Afganistan, Massoud era morto ammazzato, io mi addormentai sul divano davanti a RaiNews.

No, aspetta. Non potevo captare RaiNews.
Ecco, sta succedendo. Sto ricordando quello che è successo a qualcun altro.
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Il futuro di chi ha memoria

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(2008-11)
La Storia, ho studiato, si ripete in farsa. Anche se stanotte non riesco a rammentare il perché: e non saprei a chi chiedere qui. E dire che dalla quantità di triangolini rossi ricamati dovremmo essere tutti mezzi intellettuali. In realtà passiamo il tempo a rubarci le patate. 

La Storia si ripete in farsa, ma io non ci trovo molto da ridere. Può darsi che qualcun altro da fuori stia ridendo di me, di noi, ecco, questo avrebbe un senso. La fuori, nell'urlo del vento, Qualcuno ride. Io sto qui abbracciato a un deportato rumeno che trema più di me, e penso a Enea, alla prima volta che l'ho incontrato.

Non insegnavo nella sua classe, quindi ha del miracoloso che si ricordi di me. Ero lì di passaggio, sostituivo un collega con le piattole. No. Mi confondo. Le piattole ce le ha il mio collega di adesso, quello che trema, ed è pur sempre un segno di vitalità, di solito a un certo punto ti abbandonano anche loro. Il mio collega di allora era una collega, in realtà, una filologa molto brava che si fece venire un esaurimento nervoso e così la classe restò abbandonata a sé stessa per più di una settimana prima che mi mandassero a tamponare. Quando arrivai mi scambiarono per l'ennesimo supplente, avevano già predisposto il lettore dvd. I dvd!

Che tecnologia insulsa. I lettori si rompevano a guardarli. I dischi si segnavano a sfiorarli. Specie quelli educativi. Invece le minchiate che portavano a scuola i ragazzi, quelle funzionavano sempre.

“Sentiamo, cosa vorreste guardare”.
“Alien vs Predator 2”.
“Non se ne parla”.
“Ma abbiamo visto il primo, vogliamo sapere come va a finire”.
“Sentite, ce l'ho io un buon film”. (Probabilmente in quegli anni me lo portavo sempre addosso). Ed è anche nel programma di Storia di quest'anno, così uniamo all'utile il d...
“È in bianco e nero, vero?”
“Sì, ma vedrete che è appassionante, e soprattutto è un film che parla di cose reali, cose che anche se vi appariranno mostruose, ben più mostruose di un Alien o di un Predator, sono successe realmente, nel nostro mondo, ai nostri bisnonni”.
“I bisnonni?”
“Facciamo trisnonni, ormai, e sapete cosa significa? Quando guardate Alien, per quanto possa spaventarvi, siete sempre sicuri dall'altra parte dello schermo. Ma l'orrore di questo film è ancora tra noi, da qualche parte, che incuba...”
“Incuba?”
“Aspetta soltanto il momento adatto per schiudersi e crescere, prolificare, riprendere il controllo... non vale la pena dargli un'occhiata, studiarlo, capire come abbiamo fatto a sconfiggerlo?”
“Cazzo, sì!”
“Ehi ehi ehi, tu... come ti chiami?”
“Galavotti”.
“Di nome?”
“Enea”.
“Che bel nome. Enea, niente parolacce qui dentro, d'accordo?”
“Prof, ma lo guardiamo questo film di mostri veri, o no?”
“Certo, certo, guarda, comincia adesso, attento alla candela”.

Un idiota ha aperto la porta.
Una folata di vento gelido mi spazza i ricordi dalla testa, sembra voglia gonfiare la baracca e portarsela via. Qualcuno si sta alzando, cerca di mettersi sull'attenti. Quindi l'idiota che ha aperto la porta è il comandante.
“Il professore è ancora qui?”
Mi libero dalla stretta del mio collega, che forze per alzarsi non ne ha.
“Sono qui, comandante Galavotti”.
“Facciamo due passi”.

Appena fuori dalla baracca mi getta una giacca sulle spalle. Ma non sto tremando dal freddo. I miei colleghi penseranno che sono una spia. O forse è troppo tardi per preoccuparsene? 

“Professore, devo dirle, in questi anni ho pensato molto a lei”.
“Comandante, io però...”
“Vede, ne ho discusso anche con i miei camerati, e siamo arrivati alla medesima conclusione: gli anni delle medie sono stati i più formativi”.
“Però. Chi se l'aspettava”.
“Sì, perché in quegli anni hai la mente e il cuore... come dire... teneri. Si plasmano su quello che trovano, capisce. E io ho avuto una grande fortuna a incontrare persone come lei”.
“Davvero?”
“Ho ancora vivide nella memoria le immagini che ci proiettava, tutti quei film... a volte penso che tutto quello di buono che ho fatto nella vita lo devo a quei film. Senta (mi prende sottobraccio, la sua uniforme di ufficiale si strofina sul mio pigiama liso). Siamo venuti a sgomberare il campo”.
“Bene. Cioè... È una notizia buona, no?”
“Per voi no. Ora dobbiamo dividervi in gruppi di sei e poi mettervi in fila. Lei cerchi di stare in fondo alla fila. Sempre in fondo”.
“Ma...”
“Mi stia a sentire. Vi portano nel piazzale, e sparano al torso del primo della fila. La pallottola trapassa e ne ammazza anche altri quattro, ma a volte l'ultimo si salva, capisce? Se riesce a fare il morto fino a sera può scappare”.
“Ma farà freddo!”
“I cadaveri scaldano”.
“Enea, perdonami, posso farti una domanda seria?”
“Dica pure, prof”.
“Perché tutto questo orrore, perché?”
“Cosa vuole che le dica, stiamo esaurendo le munizioni, dobbiamo fare economia. O preferirebbe che vi strangolassimo? Converrà che questo è un metodo più pietoso”.
“Ma...”
“Credo che lo abbiamo preso da un film, forse quello in bianco e nero lungo lungo, ha presente? Che gran film! Credo proprio che ce lo abbia fatto vedere lei”.
“Sì, però...”
“Aveva ragione, sa? Anche dai film si può imparare. E noi abbiamo imparato tanto. Ora, se non le spiace, devo procedere allo sgombero. In bocca al lupo, professore”.
“In bocca al lupo, Enea, e grazie”.
“Ma grazie a lei. E mi raccomando. Sempre in fondo alla fila. Si ricordi”.

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"Oh, finalmente un genocidio", sospirò la paziente Verola. "Il modo migliore per festeggiare la fine del primo turno. Non resta che procedere all'eliminazione di uno di voi..."
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Un popolo di eroi

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Siamo noi, ovviamente, gli eroi che salveranno la baracca anche stavolta. Fosse la volta buona, almeno (H1t#82 sull'unita.it, si commenta laggiù).

Ho trovato questo messaggio, che volentieri pubblico:

“Buongiorno, Presidente. Chi le scrive non ha nessuna importanza. Diciamo che sono uno dei milioni di contribuenti onesti di questo Paese.

Uno di quelli che lavora – finché lavoro ce n'è – senza lamentarsi troppo, e non evade le tasse, perché non può, o magari non vuole: pensi che c'è gente che paga ancora persino il canone Rai; ecco, io sono tra questi. Non creda che io lo faccia perché mi piace la Rai. Non so nemmeno io più perché lo faccio. Forse perché quando si è eroi, bisogna esserlo fino in fondo, e Presidente, in questi giorni ho finalmente compreso questa semplice verità: io sono un eroe. Sono il cavaliere senza macchia e senza paura che anche stavolta salverà l'Italia, salverà la moneta unica europea, salverà la faccia ai miei rappresentanti: sono io.

Pagherò tutto io, per gli anni di vacche grasse che ho visto molto da lontano; pagherò ticket e superbolli mentre metto da parte per le vacche magre che invece all'orizzonte si distinguono già benissimo; ma non importa, tanto ci penso io. Sono il nuovo Robin Hood che ruba a sé stesso per dare ai poveri, ma anche ai ricchi che hanno paura di rimetterci qualcosina del loro; senza dimenticare una mancia generosa per lo sceriffo di Nottingham che senza di me non saprebbe dove sbattere la testa. Faccio tutto io, come mio padre vent'anni fa, come suo nonno che si cavò il sangue con la quota novanta. Come vede vengo da una stirpe di eroi. Tutti ignoti, come me.

In cambio non chiedo certo un monumento. L'unica cosa che pretendo, Presidente, è che tra dieci, tra vent'anni, a mio figlio non sia chiesto lo stesso sacrificio. A lui almeno vorrei fosse concesso il diritto di scegliere, se essere eroe o vivere una vita normale in un Paese non più sull'orlo del baratro. Ma affinché questo succeda, Presidente, occorre che Lei e i suoi uomini si levino di mezzo. Mi spiace, perché Lei mi sembra una brava persona e onesta; ma il sistema politico che rappresenta è marcio alle radici, e probabilmente lo sa. Come sa che noi eroi ignoti non sopporteremo un solo giorno di più lo spettacolo dei privilegi di cui gode la casta dei governanti che ha portato il Paese allo sfascio.

Sciolga le camere, Presidente, indica le elezioni, e lasci che noi eroi ignoti completiamo l'opera – abbiamo salvato il bilancio, salveremo anche la democrazia, se merita d'essere salvata. Ma bisogna farla finita con la politica, con questa politica. Non abbia paura del caos: qualsiasi caos è preferibile agli uomini che ci hanno portato a questo ennesimo disastro. Chiunque verrà dopo di loro, non potrà che essere migliore – persino quell'Umberto Bossi, con quel piglio barbarico, se andasse al potere non potrebbe che fare del bene. Certo, taglierebbe molti uffici inutili, molti enti assurdi, molte teste; tanto meglio. Ma ancora meglio di lui potrebbe fare un imprenditore, uno dei pochi che dal niente è riuscito a mettere insieme un solido impero economico: uno come il cavaliere Silvio Berlusconi, insomma, il fondatore della Fininvest. Se solo accettasse di candidarsi...”

(Fax trovato in una bottiglia al largo di Marina di Ravenna, domenica 17 luglio. Anche se manca la data, tutto lascia supporre che sia stato scritto 19 anni fa, nell'autunno del 1992, mentre il governo presieduto da Giuliano Amato fronteggiava la svalutazione della lira varando la finanziaria “lacrime e sangue” da 93.000 miliardi di lire. Onore all'eroe ignoto, a tutti gli eroi ignoti. Ma beati anche i Paesi che sanno farne a meno). http://leonardo.blogspot.com
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Ovunque (è piazzale Loreto)

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Non dico dagli anni Ottanta, non credo che ce la faremo mai, ma sarebbe bellissimo cercare di uscire vivi almeno dai Quaranta - da questa fiction sugli anni Quaranta in cui viviamo da vent'anni, con finiture di cartapesta sempre più slabbrate. Non dico per sempre, magari giusto qualche mese per vedere se funziona, come le coppie rodate quando vanno in vacanza: io e te, proviamo a vedere se litighiamo anche, boh, alle isole Marchesi. Ecco, allo stesso modo io e voi potremmo passare questo giugno 2011 nel Secolo XXI parlando di calcio-scommesse o questione palestinese o crisi di Berlusconi senza mai nominare (neanche quando ne avremmo tanta voglia): Hitler, il nazismo, l'Olocausto, la conferenza di Monaco, Mussolini, il fascismo, le leggi razziali, Piazzale Loreto, eccetera. Non perché ce ne vogliamo dimenticare, tutt'altro: proprio perché vogliamo conservarli come ricordi preziosi, importanti, da tirar fuori soltanto quando ne vale la pena e non, capitano Buffon, al primo scandaletto che arriva.

Anche perché il fascismo, quel fascismo ruspante che ti abbiamo sempre perdonato finché ci paravi i rigori, Capitano, non è che può trasformarsi in un'enciclopedia buona a tutti gli usi, come accade a quelli che a furia di lamentarsi che a scuola non si insegnano le foibe, e le stragi del triangolo rosso, e a pretendere nei programmi di tutte le scuole le foibe (e il triangolo rosso), dopo un po' l'unica cosa che sanno dirti di tutto il Novecento è che ci sono state delle foibe e un triangolo (rosso). Non dico che non siano storie importanti, ma impariamone altre. Perché non è vero che tutto intorno a noi ci parla di Mussolini. Siamo noi che abbiamo questa fissa per Mussolini e lo vediamo in qualsiasi uomo di potere, da quando Forattini infilava Craxi nello stivale e anche prima.

Altrimenti continuiamo la solita recita: il calciatore fascistone che tira fuori Piazzale Loreto, il blog sinistroide che risponde Ma-gari, sarebbe ora di appendere tutti i disonesti e intrallazzoni eccetera eccetera. Come se fosse una fune che ognuno può tirare dalla sua parte, Piazzale Loreto, mentre invece è un simbolo che dovrebbe unirci, fascisti e antifascisti, nella vergogna. Se ne abbiamo studiato quel poco per sapere che non ci fu nessuna gloria nello sparacchiare e sputacchiare sui cadaveri; che Pertini se ne andò disgustato, che il CLN deplorò immediatamente e unanimemente la "macelleria messicana", e che a tutt'oggi non si è ancora capito chi abbia dato l'ordine di portare lì le salme e appenderle alla tettoia della pompa di benzina. Nulla di cui andare fieri, davvero: Mussolini avrebbe potuto morire da combattente, e si fece catturare travestito mentre fuggiva; quanto agli italiani, Capitano, non ha tutti i torti: hanno questo vizio di tenersi tutta la saliva per quando i potenti cadono in disgrazia. Lei poi stava semplicemente pensando a quella banda un po' sgangherata di calciatori pizzicati a truccare le partite, ma forse nelle ossa ammaccate ha sentito lo Zeitgeist: c'è un'aria strana in questi giorni, a Roma hanno perfino messo in scena una farsa di Gran Consiglio. Poi magari non succederà nulla, come non è successo nulla tante altre volte, ma a Piazzale Loreto in questi giorni ci stanno pensando in tanti: più per mancanza di fantasia che per reale attinenza.

Tanto che io, solito bastianino, sento qui di dover lasciare un piccolo voto: il giorno che Silvio sarà caduto - ma caduto sul serio - domani o tra vent'anni, prometto che non sprecherò una sola cattiva parola, un solo sputo per lui; e ne rispetterò la salma. Magari dagli anni Quaranta si può uscire anche così.
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Ricordare stanca?

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Stavo per scordarmi. La classe ariana per un giorno è on line sull'Unita.it e si commenta qui.

(È un racconto di invenzione, non esiste nessuna terza zeta, qualsiasi riferimento alle scuole dell'obbligo dei vostri figli è assolutamente casuale).

“Collega, devo chiederti un favore. Tu insegni nel corso Z, vero?”
“Certo”.
“Senti, devi darmi una mano per la Giornata della memoria, perché non ne posso più. Tu quest'anno cos'hai fatto?”
“Il 27 gennaio? Mah, di solito cerco di proiettare un film, sai, una lettura di Primo Levi, le solite cose...
“Ecco, appunto, io dopo dieci anni di La vita è bella non ne posso più, mi esce dalle occhi”.
“Vabbe', ma scusa, è come se la prof di matematica si stancasse del teorema di Pitagora”.
“Guarda, non so come funzioni con Pitagora, ma Auschwitz dopo un po'... non hai letto De Bortoli sul Corriere? Ricordare stanca”.
“Va bene, e quindi? Cosa vorresti fare?”
“Ecco, io stavo pensando di fare qualcosa di coinvolgerli di più, i miei ragazzi... per esempio, so che in una scuola da qualche parte hanno osservato per un giorno le leggi razziali”.
“Le leggi razziali?”
“Ma sì, funziona più o meno così: la prof entra in classe e legge una circolare che impone di separare gli alunni ariani dai semiti, e poi si osserva come reagiscono. Che ne pensi?”
“Guarda, non è una brutta idea”.
“Ecco, però per realizzarla mi servi tu”.
“Io?”
“Ma sì, perché io di alunni semiti nel corso A non ne ho proprio, capisci”.
“Perché invece io?”
“Ma figurati se non ne hai, scusa... tutti i marocchini e i tunisini, sono semiti anche loro”.
“Ah sì?”
“Per la Bibbia sì. Per non parlare dei camiti, le leggi razziali parlavano anche di loro...”
“Perché i camiti chi sarebbero, scusa?”
“I neri”.
“Ah, allora sì, ho due senegalesi un ghanese e una nigeriana. Invece di semiti ho tre marocchini, un'egiziana e... gli albanesi contano?”
“Non saprei".
"Altrimenti ho due rom".
"Gli zingari sono perfetti. Vedi? Ne hai fin troppi, prestamene un po'”.
“Per la giornata della memoria?”
“No, facciamo per una settimana... così prima si ambientano in classe, e poi il ventisette arrivo, leggo la circolare e li metto nell'ultima fila... una cosa così”.
“Senti, però, scusa, io capisco il realismo e tutto quanto, ma non ce l'hai nella tua classe un altro studente di una minoranza? Anche se non è africano, voglio dire, è il pensiero che conta...”
“Ho il figlio di un dentista ungherese, è biondo con le lentiggini, dai, non è la stessa cosa. E poi se suo padre non la prende bene finisce che ci denuncia”.
“Ma scusa, e il cinese? Io l'avevo pur visto un cinese nella vostra classe...”
“Ah, sì, poverino... l'avevano messo da noi perché si era iscritto all'ultimo momento... ma non spiccicava una parola e stava sempre nell'ultimo banco...”
“E che fine ha fatto?”
“Ecco, non si sa bene. È scomparso”.
“Come scomparso”.
“Ma infatti in segreteria stanno telefonando, solo che non trovano nessuno che parli italiano... del resto si sa come sono i cinesi”.
“Ma non è vero, io ne ho due, vengono sempre, in bicicletta, con la pioggia e col sereno”.
“Ma sì, ma che c'entra... la tua è una classe multietnica, si trovano meglio... invece in A, sai com'è, tutti bianchi...”
“Ecco, ma infatti, appunto, com'è questa storia? Che io ho quindici stranieri in classe e tu solo uno? La Gelmini non aveva promesso che...”
“Ma sì, la storia della quota. Non se ne sente più molto parlare, ma avrebbe dovuto cominciare lo scorso settembre con le prime elementari... e comunque riguarderebbe soltanto i bambini non nati in Italia, invece scommetto che molti dei tuoi risultano nati qui”.
“Sì, ma che vuol dire, molti di loro fan fatica lo stesso”.
“Però dai, è un ambiente molto stimolante”.
“È faticoso, e siamo sempre indietro col programma... Ma scusa, non potevano dividerli in parti uguali quando hanno fatto le prime? Se ne potevano mettere quattro o cinque in ogni classe, avremmo lavorato tutti meglio e tu avresti i tuoi studenti semiti”.
“Ma lo sai che il corso A è quello di tedesco, no?”
“E che c'entra tedesco, scusa, è la seconda lingua, cosa cambia se fanno due ore di tedesco alla settimana?”
“Cambia tutto, perché i genitori fanno la fila per iscrivere i figli”.
“E i figli degli stranieri vengono esclusi?”
“Ma no, non capisci? Non c'è nessun bisogno di escluderli – infatti per esempio il dentista ungherese ha iscritto suo figlio a tedesco. Ma i genitori degli africani semplicemente non sono informati. Oppure pensano che sarà una classe più difficile e preferiscono iscrivere il figlio al corso Z. È una specie di selezione naturale, capisci”.
“Così nella mia classe ci sono quindici alunni semiti o camiti”.
“Sì”.
“E nella tua neanche uno. Mi ricorda qualcosa”.
“Adesso però non fare il polemico, eh. Se non facessimo così molti genitori iscriverebbero i figli altrove. E se perdessimo delle cattedre, indovina qual è la prima che cade”.
“La Z”.
“Bravo. Allora, mi aiuti o no? Potremmo fare così... tu mi presti quattro studenti semiti e io...”
“E tu mi presti cinque studenti biondi e ariani che parlano tedesco! Ci sto. Sarà una grandissima giornata della memoria. Oppure... senti, ho un'altra idea. Perché non andiamo a vedere il campo di concentramento?”
“Ma è un viaggio lungo, e poi quando arrivi non è che ci sia molto da vedere...”
“Sì, però senti questa: ci andiamo con un treno speciale, chiudiamo la mia classe in un vagone merci e i tuoi ragazzi ogni tanto li sciacquano con la pompa dell'acqua! Urlando in tedesco!Achtung Juden! O qualcosa del genere. Sanno dire Achtung Juden?”
“Sei sempre il solito”.
“Secondo me stanno imparando”.
“È impossibile lavorare con te, non sei mai serio”.
“No, ma scusa eh, passiamo il tempo a ricordare una legge che ha funzionato soltanto per una manciata di anni dopo il '38, e nel frattempo quanti anni sono che discriminiamo i ragazzi nelle nostre classi? Ho una teoria. Secondo me...”
“Uff, le tue teorie”.
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Lo Pseudobenito

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Ok, Marcello, ce l'hai fatta. I 'tuoi' diari di Mussolini saranno anche una patacca. 

Ma ormai ci tocca leggerli lo stesso. Ho una teoria #39 è sull'Unita.it, e si commenta qui.

Alla fine Dell'Utri ce l'ha fatta. Ha trovato un editore prestigioso per quei “Diari di Mussolini” che sono il pezzo più importante della sua collezione di bibliofilo. A questo punto non ha più molta importanza che che i diari siano autentici o no: ci toccherà leggerli lo stesso. Non certo per imparare qualcosa di più sul dittatore, dal momento che gli studiosi che li hanno già letti (tra gli altri Denis Mack Smith, Pasquale ChessaEmilio Gentile) non vi hanno trovato fin qui nessuna novità di rilievo; nessuna rivelazione importante, niente che non fosse già noto agli studiosi attraverso altre fonti. Il che è già piuttosto strano: di solito chi tiene un diario vi riversa quello che non può scrivere o dire altrove. Dell'Utri sostiene di avere trovato nelle cinque agendine un Mussolini più “umano”, che avrebbe perso la guerra “perché era troppo buono”. Gli studiosi si sarebbero aspettati di trovarci qualche dettaglio inedito sui suoi rapporti con il Re e con gli altri potenti della terra. Ma il Mussolini dellutriano è uno stranissimo autore di diario, che invece di mettere sulla carta i suoi stati d'animo preferisce soffermarsi lungamente sulle sue uscite pubbliche, ricopiando per pagine e pagine le cronache dei quotidiani. Un dittatore saltuariamente dotato del dono della profezia, che menziona nel 1939 il carro armato tedesco “Tigre”, progettato solo tre anni più tardi. Un ex maestro di scuola, ex giornalista affermato, che commette errori da matita blu, e sbaglia a scrivere “Nietzsche”; il che beninteso può succedere a chiunque, ma più difficilmente a un appassionato lettore di Nietzsche come lui...

Tutti questi dettagli ormai hanno poca importanza. Come ammise lo stesso Dell'Utri qualche mese fa in un'intervista radiofonica, l'importante non è che i diari siano veri o falsi, ma che siano belli, anzi, “bellissimi”: “se fossero falsi, ma bellissimi, chi se ne frega”. Così le agende già rifiutate da Feltrinelli, Mondadori, Times, Sotheby, L'Espresso, saranno pubblicate da Bompiani: e anche se non abbiamo ragione di dubitare delle perizie condotte fin qui dagli esperti, le leggeremo lo stesso. Consapevoli di leggere un probabile falso. Ma a volte un documento falso può diventare più interessante di uno autentico. Anche se non ci dice nulla sull'autore a cui è stato attribuito per errore, può dirci molte cose sugli uomini e le donne che hanno deciso di considerarlo vero. Oggi nessuno può più credere all'autenticità dei Protocolli dei Savi di Sion; eppure essi restano un documento straordinariamente interessante. Non per le cose che affermano su un fantomatico complotto sionista mondiale, ma perché gettano luce sull'antisemitismo di inizio secolo, raccontandoci le superstizioni che sedussero milioni di persone, dai contadini allo zar. Allo stesso modo lo pseudo-Benito che uscirà dai diari sarà interessante in sé, al di là della sua somiglianza al Benito originale. Più che di Mussolini, esso ci parlerà di Dell'Utri, e soprattutto del suo mentore, che a quanto pare i diari ha già potuto leggerli in fotocopia.

C'è infatti un momento preciso in cui il Mussolini taroccato è diventato un oggetto meritevole di studio. Il 27 maggio scorso, durante il vertice OCSE, Berlusconi ha citato una frase di “colui che era ritenuto un grande e potente dittatore, e cioè Benito Mussolini”. “Dicono che ho potere, non è vero, forse ce l'hanno i gerarchi ma non lo so. Io so che posso solo ordinare al mio cavallo di andare a destra o di andare a sinistra e di questo devo essere contento”.

A differenza di altri politici (Veltroni su tutti), Berlusconi non ama infiorettare i suoi discorsi di citazioni storico-letterarie. Un'eccezione importante è costituita da un libro da lui letto in gioventù e molto amato (nel 2001 viene menzionato addirittura nella brochure elettorale Una Storia Italiana): L'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam. Non a caso, quando la passione bibliofila di Dell'Utri lo spinse ad aprire una collana di libri d'arte, il primo volume a uscire per i tipi della “Silvio Berlusconi editore” fu proprio l'Elogio. Nella prefazione, lo stesso Berlusconi confessava di essersi riconosciuto nella tesi centrale “della pazzia come forza vitale creatrice”: “nella mia vita di imprenditore sono stati proprio i progetti a cui più istintivamente mi sono appassionato contro l'opinione di tanti, anche amici cari, i progetti per i quali ho voluto dar retta al cuore più che alla fredda ragione, quelli che hanno poi avuto i maggiori e più decisivi successi”.

Ultimamente però l'Elogio è sparito dai suoi discorsi. Il fatto che all'“eccezionale ricchezza dell'arte della comunicazione” di Erasmo sia subentrata la stanchezza di uno Pseudo-Benito che contempla lo sfascio della sua nazione e non riesce a governare più in là del suo cavallo ci dice molte cose, e nessuna di queste cose riguarda Mussolini. Il duce è ormai un mito, e quel che più importa, un mito tragico: il grande uomo (tanto buono) che si prende sulle spalle la responsabilità di una nazione, ma nonostante i titanici sforzi non riesce a spostarla di un passo. Né lo Pseudo-Benito né il vero Silvio sono verosimili, quando confessano di non riuscire a tenere le redini del Paese: entrambi potevano fare e disfare ministeri, godevano di consenso popolare, controllavano i mezzi d'informazione. Eppure non ce l'hanno fatta: l'Italia è un corpo inerte che non si lascia possedere. Il finto Benito e il vero Silvio la pensano così. Il primo illumina il secondo di una luce crepuscolare: il Berlusconi che legge lo Pseudo-Benito è un potente affaticato, esaurito, che cerca nei fallimenti degli uomini illustri una consolazione ai propri, e forse si domanda cosa resterà di lui. http://leonardo.blogspot.com

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Per resistere, resiste

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"Ma hai sentito che vogliono cancellare la Resistenza?"
"Eh? Cosa?"
"La Resistenza, vogliono cancellarla dalle scuole".
"Ma chi?"
"Come chi, la Gelmini!"
"Ma è uno scandalo".
"Ma veramente".
"Come se... ma tu, scusa, l'hai fatta tu a scuola la Resistenza?"
"Ah, no, io sono arrivato a Caporetto".
"Io a Sarajevo".
"Comunque è uno scandalo".
"Comunque sì".

Ho una teoria (#21): cancellare la Resistenza dalle scuole non è poi quel dramma... (sull'Unità.it; si commenta qui).

Ma è vero che la Gelmini vuole cancellare la Resistenza dalle scuole? Sì e no. Non è vero che i nuovi programmi ministeriali abbiano eliminato la lotta antifascista. È semplicemente successo che i collaboratori della Gelmini, dovendo sintetizzare il programma di Storia del Novecento in una paginetta, non abbiano usato la parola “Resistenza”. Per loro stessa ammissione, affrontare la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra senza toccare l'argomento è praticamente impossibile. Dipenderà poi da ogni singolo insegnante, che alla paginetta allegata a una circolare darà un'occhiata a settembre, per poi rinchiuderla in un cassetto e non guardarla probabilmente mai più. L'approccio degli insegnanti dipende molto più dai libri di testo, e sui libri per ora la Resistenza resiste.

È curioso che si accusi la Gelmini di questo tipo di revisionismo: si dà per scontato che la Resistenza sia un punto fermo dei programmi di Storia della scuola dell'obbligo. Eppure, se ci pensate bene, fino a poco tempo fa non lo era affatto. Sono piuttosto rari quelli della mia generazione che hanno fatto in tempo a studiare i partigiani a scuola: e questo non a causa del programma: sui foglietti del ministero magari la parola “Resistenza” c'era. Ma poi mancava il tempo, a Pasqua si arrivava a Sarajevo e il fascismo era confinato negli ultimi mesi. Ciononostante in qualche modo ce l'abbiamo fatta anche noi, a crescere antifascisti. Viceversa, oggi i programmi dedicano alla Storia del Novecento un anno intero di scuola dell'obbligo: c'è tutto il tempo per affrontare i totalitarismi e capire l'insidiosa differenza tra repubblichini e repubblicani; ci sono le giornate della Memoria e del Ricordo, da osservare nelle scuole di ogni ordine e grado; in pratica, non abbiamo mai avuto una scuola così antifascista; eppure le svastiche incise nei banchi non sono un granché diminuite.

Forse quello che rende ancora così affascinante quel periodo della nostra Storia recente è proprio il fatto che abbiamo dovuto studiarcelo da soli, con strumenti che la solita scuola gentiliana non ci dava. A differenza della Grande Guerra, con le sue triplici alleanze e le sue battaglie, ridotte a uno sbiadito ricordo scolastico, la Resistenza abbiamo dovuto impararla dai nonni: riuscivamo ancora a leggerla in certe scritte sbiadite sui muri tra i quali siamo cresciuti, e nei rancori di persone che conoscevamo. Se l'avessimo studiata a scuola forse l'avremmo sentita molto meno nostra. È una mia teoria: la scuola rende noioso qualsiasi argomento, e la Resistenza non merita di diventare un argomento noioso. Nessun professore di Storia potrà mai davanti a sé la platea di un concerto di piazza, come è successo ancora una volta al comandante Diavolo a Carpi, lo scorso 25 aprile.

I partigiani non erano soldati come gli altri. Non meritavano i soliti monumenti, e forse ha un senso che non si riesca a confinarli in una paginetta di riassunto del Novecento. Del resto, se negli ultimi anni erano riusciti a entrare a scuola, probabilmente non è lontano il giorno in cui ne usciranno: non a causa di una circolare ministeriale, ma perché di Storia se ne insegnerà sempre meno. Nei licei, ad esempio, le quattro ore di Storia e geografia dovrebbero ridursi a tre. A quel punto probabilmente si tratterà di scegliere se insegnare i partigiani o la Cina, i repubblichini o l'Australia. Non ci sarà nessun bisogno di cancellare la Resistenza dal programma: anzi, sarà facile attribuire la colpa agli insegnanti, che non riescono a procedere spediti lungo il '900 con classi di quasi trenta alunni. Insomma, è possibile che i nostri figli dovranno arrangiarsi a impararla in casa o in strada. Come abbiamo fatto noi. E non è detto che sia per forza un male.
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Il '900 è la nuova Bibbia

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Nella puntata precedente: a causa di una riforma a caso, nelle scuole italiane si studia parecchio la Storia contemporanea e poco o nulla quella antica. Rimane da stabilire se sia un male.

Col tuo stile Novecento
In questa immagine ho accostato due personaggi che si sono rumorosamente fatti spazio nel nostro immaginario negli ultimi mesi: Emanuele Filiberto Savoia e l'avatar Na'vi di Jake Sully. Uno crede alla sua Cultura, alla sua Religione, l'altro rinnega tutto quanto e si proietta nel futuro. Apparentemente.

In realtà se smonti Jake Sully ci trovi una quantità impressionante di riferimenti storici alla contemporaneità (11/9, Vietnam) e alla Storia 'antica' (antica per gli americani: per noi europei Pocahontas è già “moderna”, ma ci siamo capiti). E se smonti Emanuele? Bella domanda, qualcuno dovrebbe provarci... no, seriamente: c'è davvero una Storia, un passato, dietro Emanuele Filiberto? Quando dice che crede nella sua “cultura”, di cosa sta parlando? Della Storia d'Italia, dei Savoia, della tradizione greco-latina, di quella giudaico-cristiana, del cattolicesimo post tridentino, di cosa?
Io ho il sospetto che non stia parlando di niente. Al limite di sé stesso, che è molto poco. Per Emanuele Filiberto, e per quelli come lui, “credere nella propria cultura” è pura tautologia, Racine est Racine. Si crede nella propria cultura perché? Perché è la nostra. E di cosa è fatta? Di noi. Ma noi chi siamo? Quelli che credono. In cosa? Nella nostra cultura. E ci si ferma qui. Se smonti Emanuele Filiberto ci trovi il vuoto che è condizione necessaria di ogni cassa di risonanza. Persino quegli aspetti potenzialmente storici (il cognome “Savoia”) vengono all'istante destoricizzati: fino a dicembre se pensavo “Savoia” immaginavo lo Statuto Albertino, Teano, Vittorio Veneto, l'Impero Etiope, l'otto settembre... adesso mi viene in mente Pupo.

Questi due ritratti però simboleggiano anche le mie idee sull'ora di Storia. Quello che mi ha fatto amare la Storia sin da bambino è lo stesso fascino che soggioga Jake Sully: la scoperta di un mondo diverso. La Storia è la scoperta dell'Altro da sé. E la più bella di tutte è la Storia Antica, perché gli Antichi erano veramente diversi da noi. Non extraterrestri, ma quasi. Diciamo che finché non si potranno studiare forme di vita extraterrestri a scuola, l'ora di Storia Antica sarà la cosa che si avvicina di più al concetto. Gli Antichi si comportavano in modi veramente strani. Non portavano pantaloni, il che a otto anni è già abbastanza sbalorditivo – si può fondare un Impero senza portare i pantaloni? Sacrificavano animali a Dei capricciosi. Non avevano l'alcol per disinfettare ma avevano già la metafisica. Costruivano piramidi e non avevano l'acqua corrente. Il passato è un pianeta stranissimo. La Storia secondo me dovrebbe insegnare soprattutto questo: a mettere da parte il buonsenso, a pensare che le cose sarebbero potute andare in modo molto diverso, a ragionare sull'Altro. A mettere del distacco tra noi e noi, perché questo distacco alla fine ci servirà anche quando vorremo riportare l'obiettivo su di noi - così come Avatar alla fine ci parla più di noi e dei nostri sogni di qualsiasi vacua canzoncina identitaria.

Invece ho paura che la nuova Storia sia un'esperienza culturale nel senso che ha la parola per Emanuele Filiberto: un ragionamento su Sé Stesso che si definisce Sé Stesso in quanto crede in Sé Stesso. La battaglia non è tanto tra Storia Contemporanea e Storia Antica, ma tra una riflessione su di Sé e una riflessione sull'Altro. Oggi vogliamo tutti le radici, siamo maniaci di radici. Però sotto sotto sappiamo quanto sia limitato questo radicamento. Può darsi che ci sia in noi ancora qualcosa di greco-romano, ma le radici più grosse e interessanti sono sempre quelle che affiorano a terra. E quindi siamo molto preoccupati che si studi il Novecento. Chi non conosce il Novecento non avrà futuro. Non se lo merita... Tra i nuovi testi di terza media a cui ho dato un'occhiata ce ne sono alcuni che si rifanno alla definizione hobsbawmiana di Secolo Breve, per cui non partono nemmeno dalla Belle Epoque – quella è roba da tredicenni – ma dal 1914. A questo punto, perché continuiamo a chiamarla ora di Storia? Chiamiamola ora di Novecento. Se a settembre cominci dall'attentato di Sarajevo, a febbraio più o meno sarai negli anni Quaranta, e da lì in poi è persino discutibile che sia ancora Storia.

In effetti potrebbe trattarsi di... geografia! Ed ecco che la bistrattata Cenerentola dell'istruzione media arriva al ballo su un cocchio dorato trainato dai nuovi programmi scolastici. In cosa consiste in fondo la geografia di seconda e terza media? Lo studio dell'Europa e poi dei continenti extraeuropei, e quindi? Per buona metà si tratterà della cara vecchia geografia umana: sarà quindi inevitabile una serie di excursus sui processi di formazione delle nazioni, che risalgano almeno al postcolonialismo e al dopoguerra... bingo! Metà del libro di geografia e di quello di Storia contengono le stesse nozioni. Roba che sui libri c'è sempre stata, ma prima si studiava sincronicamente e si snobbava in quanto “geografia”; ora diventa invece importantissima perché è “Storia del Novecento” - però rischia di finire tutta concentrata negli ultimi mesi, perché prima bisogna fare i lager (e i gulag! Solženicyn obbligatorio!)

Il Novecento è la nuova Bibbia. Perché vogliamo che la Storia non parli degli altri (dell'Impero Ching o Moghul, di Tamerlano o Eliogabalo o Gregorio Nazianzeno), ma soltanto di noi stessi; ed è più facile trovare tracce di noi stessi nel secolo che è appena passato. L'Ottocento ha un senso soltanto perché contiene qualche anticipazione di quello che verrà, Marx e Darwin e poco altro. Ma il Novecento è il romanzo che tutti devono conoscere a memoria per avere qualche straccio di speranza in società – i nuovi Promessi Sposi, il filmone con i titoli in eleganti glifi art-déco, che comincia con una fragorosa scena di guerra di massa, un nucleo centrale imperniato sulla nascita dei totalitarismi, un'altra grande scena bellica piena di imprevisti... e un secondo tempo ricco di suspense, dove si aspetta a occhi sbarrati una terza guerra che non arriva mai (arrivano invece abbracci e strette di mano un po' deludenti). Ma insomma tutto sembra finire bene... quando sui titoli di coda crollano le torri e tutto si riapre. Il Novecento è questo qui, e ognuno deve rispecchiarcisi, allo stesso modo in cui i Padri Pellegrini si rispecchiavano in Vangelo e Pentateuco, chiamando le figlie Rebecca ed Ester, e sforzandosi di trovare saggezza quotidiana in un libro di Proverbi scritto dall'altra parte del mondo tremila anni prima. Così noi continuiamo a discutere di Muri e Guerre Fredde, a paventare il '29 e sognare il '68, a ridurre tutto ad Hitlerum, a fiutare lo Spirito di Monaco ogni volta che non si bombarda con prontezza. Abbiamo la scusante che il Novecento è comunque più vicino a noi. Anche se in fondo, poi.

Se leggete queste righe probabilmente siete nati nel Novecento, anche se ne siete usciti vivi (congratulazioni). Ma ne siete usciti. Non è più il vostro secolo. I bambini che cominciano a studiare la Storia quest'anno (dal Big Bang o dai dinosauri) hanno otto anni. Vuole dire che sono nati nel Due. Il Muro di Berlino non lo hanno mai visto: persino il loro papà ne ha un ricordo molto vago. Ma per un qualche motivo siamo convinti che sia roba loro; che non possano arrivare a 14 anni senza saperne qualcosa; che tra il Muro e il Vallo di Adriano sia quest'ultimo a dover cadere. Chi lo sa. Forse la Guerra Fredda non è poi così importante. C'è stata: ha visto lo scontro di due superpotenze; ha segnato la nostra vita, ma appunto: era la nostra. Ogni anno che passa diventa sempre più difficile spiegare ai nuovi nati cosa fosse la cortina di ferro, perché i missili stessero sottoterra (ci stanno ancora), il senso della lotta tra il mondo libero e il mondo uguale. Si ha la sensazione di annoiare i cuccioli con le vecchie diatribe dei nonni. Tante recriminazioni di vecchi e nessun vero mistero: nessuna piramide, nessuna resurrezione, missili sottoterra e nessuno li tira fuori. Poco spazio da riempire con la fantasia.

Alcuni si rassegnano, e si affezionano ai sogni dei nonni: qualche anno più tardi li vediamo in piazza che hanno imparato a salutare a braccio teso, o pugno chiuso, missione compiuta: il cucciolo è stato novecentizzato.
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Addio agli antichi

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Avrete forse sentito dire che scomparirà la geografia dalle scuole – beh, anche quello è un mezzo bluff. Rassicuratevi, la geo non scomparirà, nella maggior parte dei licei; per il semplice motivo che non vi è comparsa mai. Non solo, ma in un certo senso non abbiamo mai fatto tanta geo come negli ultimi anni. Io però preferirei parlarvi della Storia, l'unica materia che scrivo con la S maiuscola (“storia” con la minuscola può essere sinonimo di menzogna, o di fiction, o semplicemente di fatti tuoi).

La caduta dell'Impero Romano (2010 dC)

In questi giorni le sale insegnanti sono infestate dai rappresentanti delle case editrici. Io cerco quanto possibile di evitarli; sono pessimo nell'arte di giudicare un libro dalla copertina, e poi preferisco sempre un vecchio catorcio che conosco bene al modello fiammante di cui scoprirò le magagne tra sei mesi – in ogni caso ho dato un'occhiata ai corsi di Storia. Ormai si sono tutti allineati alla direttiva di non-so-più-quale riforma (Berlinguer?) che fa partire la terza media dal Novecento. Questa, mi rendo conto, è una delle principali differenze tra la scuola nostra e quella dei ragazzi di adesso. Noi non solo non abbiamo fatto in tempo a studiare la caduta del Muro di Berlino, per intuibili motivi; ma il più delle volte nemmeno la sua erezione. I prof col pallino (di solito ideologico) per il '900 arrivavano sì e no alla guerra antifascista, ma era normalissimo anche fermarsi agli anni Trenta o persino alla Grande Guerra. Era Storia, del resto, mica cronaca.

Ecco, questa prospettiva oggi suona quasi eretica. Sarà che nel frattempo il '900 è finito, e quindi è più facile considerarlo Storia con la maiuscola. Sarà che sulla maiuscolità del '900 si insiste di più, c'è la Giornata della Memoria della Shoah e il quella del Ricordo delle Foibe e tutto il resto. Fatto sta che oggi l'idea di uscire dalle scuole senza aver studiato ben bene almeno la prima metà del '900 ha l'aria di un crimine contro l'umanità. Qual è l'insegnante mostro che lascerebbe andare i suoi studenti senza aver loro spiegato cosa sono i nazisti? Se Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, privarti della lezione sull'incendio al Reichstag è rubarti il futuro: inammissibile. Vi si sfaccia la casa. La malattia vi impedisca. Eccetera.

Naturalmente, per poter arrivare così a fondo nel '900, bisogna togliere qualcosa da qualche altra parte – il programma di Storia è la classica coperta troppo corta. Si è deciso perciò di coprire il capo novecentesco scoprendo i piedi: via la Storia antica, fino alla caduta dell'Impero e oltre. I riformatori berlingueriani che praticarono questo taglio avevano probabilmente in mente quella chiacchiera da bar (anche da bar degli insegnanti) per cui non aveva senso ripetere sempre la stessa Storia in tre scuole diverse. È un ritornello che sento da quando ero bambino: perché bisogna ogni volta partire da capo? Alle elementari la preistoria, poi l'Egitto, i Greci, i Romani... ricominci alle medie ed ecco di nuovo la preistoria, l'Egitto... arrivi alle superiori e tac! Di nuovo preistoria, Egitto... che solfa. Quelli che si inventarono questo sistema dovevano essere proprio dei noiosi barbogi. Perché non razionalizziamo, non sfoltiamo, non facciamo economia? Per esempio, potremmo confinare la Storia antica alle elementari. Alle medie poi si ripartirebbe dal medioevo, ed ecco che si libera un sacco di spazio per arrivare all'esame con la caduta del Muro di Berlino (e l'11/9, in ogni libro di terza media che si rispetti non può mancare una fotina delle Twin Towers: bisogna tenersi aggiornati).

Con questo sistema, che è andato a rodaggio negli ultimi 3-4 anni (e in qualche scuola non si è ancora imposto, perché i prof, specie quelli navigati, conoscono l'arte di aggirare le direttive ministeriali più o meno dai tempi di Giovanni Gentile) abbiamo un enorme ciclo di sei anni che parte in terza elementare e finisce in terza media. Cosa ci abbiamo guadagnato? A tredici anni i ragazzini sanno cos'è il Muro di Berlino e chi sono i nazisti. Cosa ci abbiamo perso? Spero di sbagliarmi, ma credo di avere assistito alla caduta dell'Impero Romano. No, non quello d'Occidente (476dC). Neanche quello d'Oriente (mille anni più tardi, l'impero più sottovalutato della S). Sto parlando dell'Impero nella fantasia dei ragazzini. Al punto che mi sono ridotto a rivalutare un peplum osceno come il Gladiatore: trama insensata, ma almeno ci sono le bighe e le carrozze, i Barbari e i mirmidoni. Tutte cose i ragazzi si bevono come astronavi, anzi, con gli occhi ancora più sgranati, perché un po' di astronavi nei film le hanno già viste, ma una biga romana, quando mai? L'Impero Romano è kaputt (per tacere delle polis Greche, o delle piramidi – ma per quelle ci pensa Voyager, no? Grazie, servizio pubblico). Insomma, questi arrivano alle superiori e non hanno la minima idea di chi sia Giulio Cesare, Orazio Flacco, Nerone, com'è possibile? Non glielo hanno spiegato a... otto anni?

Ecco qui il problema. No. La maestra di terza elementare probabilmente non ha spiegato chi fosse Giulio o Tizio o Caio. Neanche doveva. Non avrebbe avuto senso. A otto anni non studi le vite dei Romani illustri, i processi sociali o economici; a 8 anni se va bene fai un cartellone in cui si disegnano gli uomini con le toghe e i sandali, le domus, i gladi, le arene: ed è già grasso che cola. Questo i barbogi gentiliani lo sapevano. Non è che ci volesse molto: prima di crescere lunghe barbe bianche avevano tutti avuto esperienza diretta come giovani maestrini nelle scuole del Regno, e lo sapevano. Sapevano pure che imparare consiste, per lo più, nel ripetere, ripetere, ripetere, fino allo sfinimento: ogni volta integrando un 2% di contenuti in più. Per cui non ci vedevano nulla di male a rifare i Romani a otto, undici e 14 anni: la prima volta mostri un uomo in toga, insegni la filastrocca dei sette Re; la seconda sviluppi la differenza tra Regno e Repubblica, spieghi chi è Cesare e perché l'han pugnalato (si raccomanda l'insistenza sul sangue, i ragazzini van matti). La terza puoi già tirare fuori le classi sociali, la lotta tra patrizi e plebei e poi tra questi e gli equites; però difficilmente riuscirai a fare bene il terzo passo se ti è mancato il primo. O il secondo. E così l'Impero è caduto, come è poi destino di ogni Impero.

E uno potrebbe anche far spallucce. Non è stata una perdita secca: ci abbiamo guadagnato... il muro di Berlino, i Lager e i Gulag (si raccomanda d'insistere sul fatto che ci sono stati anche i Gulag). Non è che un ragazzo cresce più cretino se invece di introiettare la storia di Giulio Cesare si nutre di Lager e Gulag. Tanto più che l'incubo su cui siamo sospesi non è quello di venire pugnalati dai senatori alle calende di marzo, ma di ritrovarci di nuovo in un lager / in un gulag. Quindi cosa sto difendendo, esattamente? Cos'è Giulio Cesare per me, cosa ci trovo di così essenziale? Non è ora che diventi una curiosità antica, un signore che viene studiato soltanto da specialisti adulti? Non è ora che lasci il suo posto nella cultura generale a nozioni più attuali?

Probabilmente sì, sto difendendo la mia infanzia, perché ovviamente è stata La Più Bella Del Mondo. E la Storia era la mia materia preferita. I Romani soprattutto. Non vedevo l'ora di arrivare in terza elementare per snocciolare Romolo-Numapompilio-Tullostilio, e quando finalmente ci fui e mi fecero fare il cartellone con le toghe e le altre palle (pallae) ci rimasi male: le maestre ci prendono per deficienti? Io voglio ragguagli sulla battaglia di Zama. Tutto questo sapete perché? Mi piacevano i fumetti. E tra quelli che avevo in casa, il più bello di tutti si chiamava Asterix e Cleopatra. Aveva colori fantastici, scene faraoniche sul serio, e tutto l'insieme tradiva un'ironia e una sapienza narrativa che non si poteva confrontare col Topolino settimanale.

Si capisce che per me bambino che imparava a leggere nelle nuvolette Asterix non fosse che un omino buffo col nasone; e tuttavia in un qualche modo dovevo imparare chi fosse il suo antagonista, Giulio Cesare; e perché il loro mondo fosse così diverso dal mio. A furia di chiedere e cercare scoprii che erano effettivamente esistiti gli antichi Galli, gli Egizi, e i Romani; che per quanto fossero i cattivi, questi ultimi avevano pure mandato avanti un impero millenario; e così via; e nel giro di pochi anni era cresciuto un piccolo appassionato di Storia. Ma perché proprio di Storia e non di chimica, o fisica o biologia? Perché la Storia è la materia più vicina alle storie con la s minuscola, che erano poi quelle che interessavano a me. Ed è ancora così. La Storia è un serbatoio inesauribile per la fiction. Persino quando fa finta di guardare in avanti: l'80% della fantascienza è rielaborazione del passato. Avrei mille esempi per specialisti, ma in fondo basta Avatar, no? Siccome Chi Non Ha Memoria Non Ha Futuro, per immaginare come ci comporteremo quando conosceremo gli extraterrestri non abbiamo che da consultare i vecchi libri, ad es. Pocahontas.

“Va bene, d'accordo, sei diventato un appassionato di Storia perché ti piacevano le storie: ma ammesso che il tuo percorso sia in un qualche modo rappresentativo o consigliabile alle nuove generazioni, comunque, che problema c'è? Se i ragazzini devono crescere facendosi delle storie, se ne faranno meno sui proconsoli togati e più sul Terzo Reich. Non c'è niente di male in questo, anzi magari è meglio, visto che il Terzo Reich è comunque un problema più attuale. O no?”

Ecco, siamo arrivati al punto. Però siamo anche in fondo a due cartelle, per cui per stavolta la smetto qui (ultimamente mi vengono pezzi lunghissimi, perdonatemi. Questi poi sono appunti per una conferenza).
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Vuoi pure queste?

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Bettino, vuoi pure queste?

Diro anch'io la mia su Craxi (potevo esimermi?)
Era antipatico.

Tutto qui? Beh, sì. Ma scusate, vi sembra una cosa da poco? Credete che antipatia e simpatia non siano dettagli da tenere in conto quando si formula il giudizio su un leader politico democratico? Barack Obama e Berlusconi non vi hanno insegnato niente.

Non voglio nemmeno dire che la politica consista nel farsi amare dalla gente. Però aiuta. Diciamo che è il 40% del lavoro. L'altro 60 magari consiste nel migliorare il proprio Paese, e da questo punto di vista... cough, sto ancora lavorando per pagare il debito pubblico che questo tizio ha aiutato a quadruplicare, per cui, se non vi spiace, lasciamo perdere (potrei prendere fuoco). Concentriamoci sull'aspetto “piacere alla gente”. Oggi si dà per scontato.

Trent'anni fa era diverso. Si stava passando dal modello in bianco e nero (il politico serioso e autorevole, eloquio soporifero, occhiali da nerd) a quello a colori: il politico pop, che conquista i telespettatori lanciando slogan brevi e a effetto. Craxi rimase incastrato nella fase di transizione. Se vogliamo essere onesti dobbiamo dire che non funzionava né a colori né in bianco e nero. La sua faccia unticcia e le sue pause imbarazzanti stridevano sul vetro televisivo come i pattini sul ghiaccio della vecchia pubblicità viakal Cif Ammoniacal (si-può-graf-fia-re). Non era necessario essere stati indottrinati dal Kgb per trovarlo immediatamente insopportabile. Fidatevi: veniva spontaneo.

Il dibattito di questi giorni (ammesso che interessi qualcuno) è paradossale. Sembra che su Craxi sia possibile formulare soltanto due ipotesi antitetiche: statista o tangentaro. In mezzo ci sono quelli che, mah, forse non era né un gran statista né un gran tangentaro (mediocre anche in quello? Andiam bene). Nessuno che faccia presente una semplice e banale verità: prima ancora di essere più o meno politico o ladro, Craxi era antipatico come pochi, e questo alla lunga gli rese un pessimo servizio. Anche perché c'era una certa hybris nell'idea di poter governare e addirittura modernizzare l'Italia senza essersi mai fatto votare da più di un italiano su sei. Sulla cresta di un'onda lunga sempre prevista, mai arrivata - oppure era quella che alla fine lo travolse.

Vi è capitato di vedere, negli ultimi giorni, qualche intervista inedita, un filmato di repertorio? (No. Non ve ne poteva fregar di meno. Appunto). Di solito quando una grande uomo muore, gli cresce l'aureola attorno, anche nei documenti video: diventa più bravo, più bello, le sciocchezze che dice sembrano massime di La Rochefoucauld. A Craxi non succede. A distanza di anni la sua voce stentorea continua a urtare l'orecchio come un controsenso. Craxi viveva nei televisivi anni Ottanta, contemporaneo di Jei Ar e del mio amico Arnold, e impostava la voce come in un comizio anni Cinquanta.

Lo so cosa state per dire: anche Pertini. E Pertini era popolarissimo. Sì, perché con quella voce d'altri tempi Pertini impastava discorsi a braccio pazzeschi, prendeva una cerimonia come il Discorso di Fine Anno e lo trasformava nel confessionale del Grande Fratello (Hai sentito come gliele ha cantate a Gheddafi?) Pertini si era ormai incarnato nello stereotipo del nonnetto bizzoso con un passato da romanzo, e ci si divertiva. Craxi invece era il Padre che non torna neanche a cena, ha l'amante e non ti parla da anni, ma ti toglierà il saluto se non ti iscrivi a giurisprudenza. Poi magari il vero Craxi coi figli era tutt'altro (possibile, a giudicare dallo zelo con cui ancora oggi ne difendono la memoria), ma il personaggio-Craxi era quello, e stava sulle palle all'ottanta per cento degli italiani. Non mi sembra un dato politico da sottovalutare.

Non è che i suoi diretti concorrenti non soffrissero dello stesso problema, ed è interessante studiare gli sforzi che fecero per adeguarsi a qualcosa che ancora non si capiva cosa fosse. Berlinguer si fece prendere in braccio da Benigni, fu un momento profetico. Andreotti cercava di spacciarsi per battutista televisivo, funzionò finché resse la claque. Forlani non faceva niente e infatti Forlani è stato risucchiato dal niente. Occhetto sbaciucchiava la moglie davanti ai fotografi. Erano esperimenti un po' così, ma tutti avevano capito che qualcosa andava fatto. Craxi no. Lui nel frattempo si era sdoppiato in due personalità: lo Statista Di Livello Mondiale e il brigante Ghino di Tacco – ed erano antipatiche entrambe. Probabilmente pensava a sé stesso come una specie di Mitterand italiano, machiavellico ed enigmatico quanto bastava, e credeva che il problema simpatia si risolvesse circondandosi di nani e ballerine (invece riusciva a rendere antipatici anche costoro). Che bisogno c'è di essere simpatico, quando in lista hai Gerry Scotti? Non si faceva molta fatica a capire che il suo personaggio avrebbe finito per restare impregnato di tutta l'arroganza così caratteristica degli anni Ottanta. E che avrebbe fatto la fine triste di un cattivo di Dinasty o di Falcon Crest, di quelli che scompaiono dalla scena senza neanche salutare perché non gli rinnovano il contratto. A volte li si fa esplodere in mille pezzi su un motoscafo. Altre volte partono per un Paese lontano, da cui non si ritorna. Si parla ancora un po' di loro, di sfuggita: e poi scompaiono, non sono mai esistiti, la vita (finta) va avanti.

Viene il sospetto che Forattini – uno molto più bravo ad annusar l'aria che a far ridere – avesse captato qualcosa di profondo disegnandolo come un piccolo mussolini. La stessa arroganza a doppio taglio: gli italiani per un po' la sopportano, ma alla prima difficoltà eccoli pronti ad appenderti per i piedi. A Craxi poi non è andata così male: appena un assalto con le monetine. Eppure continuano a farcelo vedere, come se ce ne dovessimo vergognare. Di aver preso a monetine un politico arrogante? Non mi vengono in mente cento lire meglio spese. Ma no, i vedovi Craxi non si danno pace. Probabilmente perché la fede in Craxi Grande Statista ha qualcosa di simile a quella nel Dio del Vecchio Testamento: richiede un investimento emotivo e psichico enorme. Bisogna ricordarsene tutti i giorni e tutte le notti.

E quindi si stracciano le vesti: Perché ha pagato lui per tutti, perché? Semplice: ha rifiutato di farsi processare... No, ci vuole una spiegazione più profonda. Va bene, e allora tenetevi questa: ha pagato più degli altri non perché fosse il più disonesto, ma perché era il meno simpatico. E' giusto? No, magari no. Ma è giusto giocare a fare i leader carismatici col 15% dei suffragi? Berlusconi, che tanto gli deve, dai suoi errori ha imparato parecchio. Berlusconi, lui, non graffia: va giù liscio come una mousse. Ha il sorriso smagliante, la battuta pronta (magari mediocre, ma pronta), non si blocca ogni cinque secondi per trovare l'espressione più tranchant, che poi tranchant non era mai.


Date un'occhiata a questo grafico sull'affluenza alle urne nei referendum abrogativi. L'ho fatto qualche mese fa, perché m'interessava mostrare che il trend negativo è quasi trentennale. L'unica eccezione è un picco improvviso tra 1991 e 1993 (e dire che l'anno prima per la prima volta il quorum non era stato raggiunto). Cos'era successo nel 1991?
Tante cose, ma secondo me su tutte una: un giornalista aveva intervistato Craxi a tavola. Ricordate, era il momento in cui i politici cercavano di mostrarsi più alla mano, quindi questo giornalista aveva avuto accesso alla tavola di Craxi. E gli aveva chiesto se davvero secondo lui gli italiani dovevano andare al mare, la domenica del referendum. Craxi (che al mare c'era già) dopo la solita pausa, aveva detto: passatemi l'olio.

Ecco chi era Craxi. L'unico politico in grado di riportare gli italiani nelle urne referendarie, invertendo un un trend ventennale. Semplicemente facendo una figura da stronzo per dieci secondi in tv. Altro che monetine. Ringraziate che fosse finita la stagione dei bulloni.
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Impiastro del '900

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(Quella che segue era la scaletta di un libro che si sarebbe potuto fare nel 2009, centenario del Manifesto del Futurismo blablablà: una vita di Marinetti diversa dalle solite vite di Marinetti alla GBGuerri, per capirci, ma mi dicono che ormai è tardi. Mi era restata una mezza voglia di trasformare la vita di Filippo Tommaso Marinetti in un romanzo d'appendice sul presente sito, ma ormai si è capito che che sui blog le storie a puntate non funzionano, a parte quando ci si mette lei. Comunque non dispero, c'è un pubblico per tutto).


1. Premessa: Marinetti, impiastro del Novecento
È da 40 anni che si sente dire “bisogna rivalutare il Futurismo”. In realtà lo stiamo rivalutando da un pezzo. La compenetrazione di Boccioni sta sulla moneta da venti centesimi, il dinamismo di Balla ispira gli stilisti... eppure in mezzo a tanta incessante rivalutazione nessuno riesce a rileggere le opere di Marinetti. Come mai? Un complotto? Non sarà che era proprio uno scrittore mediocre? In effetti sì, ma pieno di sorprese.

2. Prologo: Simultaneità
Sovrapposizione di alcuni episodi decisivi della vita di Marinetti (un incidente automobilistico nei Navigli, l'ultima battaglia a palle di neve col fratello, il ferimento all'inguine durante la guerra, l'agonia sul lago di Como). Oggi li chiamiamo flashback, Marinetti le chiamava simultaneità. Si potrebbe anche attribuirgliene l'invenzione, in anticipo sui qualche cineasta. Ma sì, attribuiamogliela. Tanto non ci costa niente.

3. Il bullo del collegio
Di come il piccolo Filippo Tommaso (che in realtà si chiamava Emilio Angelo Carlo), nato ad Alessandria d'Egitto, cercando un pretesto per scazzottare i suoi compagni di collegio, scoprì l'amore per una Patria che aveva visto soltanto in cartolina. Paralleli coi trascorsi bullistici di Benito Mussolini alle elementari di Predappio (cfr. De Felice).

4. Viva Zola!
Per inventarsi la sua Patria su misura, il piccolo Filippo ha bisogno di un pantheon di Grandi Scrittori: ma ahimè, in quegli anni il panorama italiano era piuttosto deludente. Però in Francia c'è Zola, che è di origini italiane e scrive cose violente e proibite: FTM ne fa la sua bandiera, fino a farsi espellere dal collegio (dice lui: in realtà non riuscì a passare un esame).

5. Fuorisede a Parigi
Spedito dai genitori a diplomarsi a Parigi, FTM si rende conto di essere un figlio di papà e si scatena: festini, duelli, pessimi esami.

6. Senza famiglia
Trasferitosi finalmente in Italia, nel giro di non molti anni FTM perde il fratello maggiore (il prediletto) e i genitori. Resta solo e miliardario, in una casa piena di cimeli africani, incerto se darsi alla poesia o alla rivoluzione. Socialisteggia anche un po', va ai cortei degli operai che lo prendono per uno sbirro, lui gli risponde in dialetto no, guardate che sono un poeta.

7. Un francese a Milano / un italiano a Parigi
Uno dei problemi di FTM è che non scrive bene in italiano: appunto, con gli operai parla in dialetto; quando si tratta di poesia, scrive in francese. Tanto che quando in Italia ancora nessuno lo conosce, a Parigi è una mezza celebrità.

8. Gli dei se ne vanno, D'Annunzio non schioda
Nella ville lumière il giovane FTM viene considerato, in quanto “italiano” il rivale di D'Annunzio; lui avalla questa definizione diventando addirittura un cronista mondano specializzato in stravaganze dannunziane, e sviluppando un'ossessione: D'Annunzio come spettro del fratello maggiore, sempre più bravo e più apprezzato, mentre lui deve accontentarsi delle briciole di celebrità...

9. Versolibristi vs alessandrini
Alfiere del verso libero, contro la tirannia del verso alessandrino francese, FTM finisce per arruolare anche un gruppetto di poeti italiani intorno a una rivista (ovviamente pagata da lui).

10. Dal grembo melmoso del Naviglio
Il primo Futurismo nasce durante un incidente stradale. FTM si è comprato una delle prime automobili circolanti a Milano ma non ha ancora la padronanza del mezzo, e per schivare due ciclisti sprofonda nel Naviglio. Viene ripescato mentre inneggia alla Velocità... solo trent'anni dopo confesserà di essersi preso un autentico spavento. (Tesi forte: il futurismo come sindrome post traumatica).

11. Nascita di un altro -ismoAl di là della leggenda, comprare uno spazio su un quotidiano per reclamizzare l'ennesimo nuovo movimento poetico dotato del suffisso -ismo era a quei tempi prassi piuttosto comune. La nascita del movimento fu comunque tormentata: a un certo punto ci si mise di mezzo anche il terremoto di Messina.

12. Un fiasco colossale
La prima uscita pubblica del nuovo movimento poetico è la messa in scena di un testo teatrale scritto in gioventù, confusionario e irrappresentabile: una miscuglio tra Ubu Roi e Shakespeare, con principi e re che si mangiano e vomitano a vicenda. Marinetti non bada a spese, prenota l'Opera di Parigi e la stessa compagnia teatrale che aveva portato sulle scene l'Ubu Roi; il risultato è un fiasco talmente smisurato che lo stesso FTM decide di farsi vedere dal palco mentre fischia i suoi attori. Nasce così la “voluttà d'esser fischiati”: da qui in poi i futuristi saranno quelli che vanno in scena a prendersi gli ortaggi. Ma qui bisogna ripristinare la verità storica: all'inizio FTM avrebbe voluto prendersi abbracci e baci, imparare ad afferrare pomodori e arance al volo fu un modo di fare buon viso al cattivo gioco.

13. Attento a quel revolver
Frattanto in Italia i poeti arruolati da FTM dimostrano di non aver capito molto bene quello che il loro caposcuola ha in testa, e di preferire gli ozi della villeggiatura al rombo della macchina da corsa. L'unico un po' violento è un certo Lucini, autore delle Revolverate, che però ha il torto di voler guadagnare qualcosa con le sue poesie e non capisce il marketing aggressivo di FTM, che regalando il suo volume a destra e manca non ha molte percentuali da corrispondergli a fine mese. Lucini sarà il primo transfuga dal movimento: ce ne saranno molti altri.

14. Mafarka, il pornofuturista
Il secondo tentativo futurista di FTM è un romanzo africano, un fumettone fantascientifico (con inserti pornografici) dove l'autore finisce per uccidere il fratello, giacere con la madre e partorire un uccello dalle ali metalliche (Jodorowsky, nasconditi): il tutto proprio mentre a Vienna Sigmund Freud sta riflettendo sul mito di Edipo. In Francia è un altro flop, ma in Italia offre a FTM un primo quarto d'ora di popolarità grazie a un processo per oltraggio al pudore.

15. In aereo col PapaC'è un altro problema: mentre FTM insisteva con le sue macchine rombanti, in Francia e negli USA hanno inventato l'aeroplano. D'Annunzio l'ha già provato, ma lui no, e la cosa lo tormenta. Per consolarsi scrive L'aeroplano del Papa, dove s'immagina di pilotare un monoplano dall'Etna fino a Trieste, con una tappa al Vaticano, dove con un gancio rapisce il Papa e va a gettarlo contro l'esercito austriaco. È il primo bombardamento aereo della storia della letteratura.

16. Arrivano i pittori
Fino al 1911 il Futurismo non era quell'esplosione di colori che siete abituati a vedere sui cataloghi; si trattava soltanto di un gruppetto di poeti che scriveva volumi di versi liberi. Sono Boccioni, Balla e Carrà ad avvicinare Marinetti, proponendogli di estendere il futurismo alla pittura. FTM accetta, e viene travolto da una rivoluzione che lui stesso fino a quel momento non si era sognato. Di fronte alle sperimentazioni dei pittori, i suoi versi liberi improvvisamente gli sembrano piatti e banali.

17. Il mecenate volante
Per qualche tempo FTM si trasforma nell'agente di Boccioni & co.; percorre tutta l'Europa cercando di imporre i suoi protetti a un pubblico meno provinciale di quello italiano; si misura con cubisti francesi e cubofuturisti russi. Nel frattempo, in Italia, i vecchi poeti versoliberisti si sentono snobbati.

18. L'odore della guerra
Scoppia la guerra di Libia, e mentre Mussolini il pacifista cerca di bloccare i treni, FTM decide di partecipare come reporter. La guerra vera si rivela tutt'altra cosa rispetto a quella immaginata nei poemi; FTM capisce che bisogna cambiare tutto. Il futurismo, almeno quello letterario, va abbattuto e rifatto da capo.

19. Botte a Firenze
Una stroncatura dei quadri futuristi, firmata dal cubista fiorentino Soffici, offre alla nuova gang futurista l'occasione di organizzare la sua prima spedizione punitiva. Grazie alla soffiata del perfido Palazzeschi, Soffici viene bastonato, ma reagisce. Alla fine si metteranno d'accordo, e Marinetti si offrirà perfino di aiutare economicamente una rivistina di Soffici e Papini, Lacerba. Diventerà la più importante rivista d'avanguardia italiana, apprezzata da Gramsci e Mussolini.

20. Nel fondo della polveriera
L'esperienza libica ha lasciato a FTM una gran voglia di emozioni forti; lo ritroviamo di nuovo reporter di guerra nei Balcani. Mentre cerca di tradurre i suoi appunti francesi in quella sintassi italiana che maneggia con fatica, FTM ha un'intuizione: perché darsi tanta pena? Nascono così le Parole in Libertà, slegate da ogni regola sintattica e ortografica. Il suo nuovo libro si chiama Zang Tumb Tumb, ed è uno sputo d'inchiostro contro qualsiasi estetica, anche quella degli amici futuristi. I critici hanno paura a leggerlo, e da cent'anni continuano a parlane più o meno bene citando sempre solo la stessa pagina: sempre più sbiadita, come certe fotocopie che hanno fatto il giro di tutta la scuola.

21. Paroliberi vs versolibristi
In effetti la nuova invenzione marinettiana entusiasma i compagni pittori, ma lascia piuttosto freddi i vecchi futuristi versolibristi. Mentre Palazzeschi esce dal movimento e comincia a tramare contro l'ex amico, Lacerba si riempie di rutilanti parole in libertà, che però affondano la tiratura. Andrà a finire che Soffici e Marinetti litigheranno di nuovo, e quest'ultimo dovrà pagarsi un altro gruppo di futuristi fiorentini.

22. La guerra in bicicletta
Le polemiche tra fiorentini e milanesi si spengono all'improvviso con l'entrata in guerra: FTM anima da subito il movimento interventista, con parole d'ordine sinistramente simili a quelle usate dai neocon un secolo dopo. Nel mirino, la vecchia sinistra socialista e pacifisteggiante della generazione precedente. (Nel frattempo, nella redazione dell'Avanti, il direttore di belle speranze si strugge: restare coi vecchi arnesi o passare al nuovo che avanza?) Quando la guerra finalmente scoppia, FTM si arruola nel corpo dei volontari ciclisti con Boccioni, che muore quasi subito. Viene ferito, decorato e congedato. Si arruola di nuovo.

23. Futurista e gentiluomo

Durante una degenza in un ospedale da campo, detta un librettino dal titolo Come si seducono le donne che costituisce l'ennesima svolta futurista: dalle parole in libertà ai manualetti di seduzione. Il fatto è che l'ufficiale Marinetti non pensa più a un pubblico di artisti d'avanguardia, ma ai fantaccini delle trincee che tra un'offensiva e l'altra vorrebbero leggere qualcosa di piccante. Il futurismo esce dalla storia della letteratura ed entra nella storia del costume: a Napoli i giovinastri scapestrati si fanno chiamare “futuristi”, sono i paninari del 1916.

24. La guerra dei cannoni
Diventa un provetto artigliere e partecipa a qualche offensiva sull'Isonzo, ma c'è qualcosa che non va. Scrive appunti deliranti sul pene di Rasputin e sulle proprietà afrodisiache della radioattività. Durante le licenze ha un'attività sessuale parossistica, con veri e propri casi di esibizionismo dai palchi dei teatri. Nello zaino tiene un enorme fallo di legno che un amico ha rubato per lui in un bordello. La rotta di Caporetto lo ferisce come una mutilazione. Mentre i suoi appunti si riempiono di fantasie di tortura, a Vienna il solito Freud sta riflettendo su coazione a ripetere e principio di morte.

25. La guerra in autoblindo
Dopo Caporetto diventa pilota. Nella notte di Vittorio Veneto sogna di giacere con l'Italia unita nell'alcova d'acciaio della sua autoblindo. Nel frattempo nei porti le chiglie delle navi vengono decorate da linee mimetiche di gusto futurista, mentre gli studiosi austriaci, analizzando le lettere dei prigionieri italiani, vi trovano gran copia di errori di sintassi ed espressioni futuriste. Che la guerra abbia davvero trasformato futuristicamente l'Italia?

26. Marinetti il picchiatore
Nel dubbio, FTM pensa di poter fare la rivoluzione. Trasforma il futurismo in partito e scrive un trattato politico rivoluzionario, Democrazia futurista. In attesa di una svolta futuristica punta nei tempi brevi su Benito Mussolini, l'ex socialista del Popolo d'Italia con una malcelata invidia per gli eleganti cappotti di FTM. Per tutto il 1919 si dedica a disturbare le manifestazioni socialiste e popolari. Partecipando al rogo della sede dell'Avanti, inventa nientemeno che lo squadrismo! Arriva a Fiume pochi giorni dopo D'Annunzio (cappottando ancora una volta in macchina), ma se ne va, dice lui, per non mettere in ombra il Comandante (che non sapeva cosa fargli fare). In piazza San Sepolcro il minuscolo Partito Futurista si fonde coi Fasci di Combattimento; FTM si candida con Mussolini e Toscanini nella prima lista fascista milanese, prendendosi una solenne trombata.

27. “Politica un c.”
La notte delle elezioni vengono ad arrestare lui e Mussolini per possesso di armi da fuoco. Mussolini viene scarcerato in 24 ore; FTM resta in cella e comincia a temere che vogliano fargli la pelle. Lo liberano dopo tre settimane e lui decide di mollare la politica e rimettersi a scriver libri e organizzare mostre. Costringe i redattori del quotidiano romano pagato da lui a sospendere "il monotono e abbruttente rubinetto di articoli politici". "Nello stesso periodo comincia a uscire con una ragazza, Benedetta. La sposa in tempi brevi.

28. L'assemblea tumultuosa
Nel 1919 esce il suo ultimo grande volume di Parole in libertà, ritenuto da molti critici incomprensibili un capolavoro. Si tratta per lo più di macchie d'inchiostro, un test di Rorschach nel quale varie generazioni di critici hanno voluto riconoscere quello che stavano cercando in quel momento. È abbastanza divertente per esempio andarsi a rileggere le analisi che strutturalisti e post si facevano negli anni Settanta sulle suddette macchie: FTM diventava un anticipatore dell'informale, della pop art, di qualunque cosa tirasse in quel momento. In realtà, a guardarli con occhi di bambino, le macchie non sono così enigmatiche: per esempio, L'assemblea tumultuosa, una pagina piena di zeri in coda davanti a qualche grande “IO”, è un'istantanea tipografica di quello che stava succedendo nelle piazze italiane.

29. Benedetta e la stagione della bontà
Quando da Mosca Trotsky chiede a Gramsci un rapporto dettagliato sui futuristi italiani, lui risponde che è ormai è roba vecchia, e che FTM si è rincitrullito e preferisce passare il tempo con la moglie. C'è del vero: proprio negli anni in cui tutti i vecchi compagni reduci dalla guerra riscoprivano la famiglia e i valori (e si davano al neogotico o riscoprivano i lirici greci) Benedetta porta una relativa serenità nella vita impetuosa del marito. Insieme i due sposini inventano l'ennesima svolta improvvisa del futurismo: il tattilismo, una nuova dimensione artistica che privilegia il senso del tatto, ed esprime sentimenti fino a quel momento poco condivisi dai futuristi, come la “bontà”.

30. All'ombra delle bandiere rosse
Il fatto è che dopo la sconfitta del 1919 FTM sembra persuaso che i bolscevichi vinceranno anche in Italia; questo sembrano suggerire le bandiere rosse che incombono nel manifesto del Tattilismo e nel romanzo Gli indomabili (dove Marinetti si sfoga delle sue frustrazioni politiche sgozzando un personaggio sinistramente simile a Mussolini). Di conseguenza cerca di coprirsi a sinistra; al secondo congresso dei Fasci presenta una mozione 'suicida', contro la monarchia e il Vaticano, e appena viene sconfitto abbandona il partito. Nei taccuini ne parla in modo sprezzante. (Mussolini dal canto suo lo considera un “buffone”). La marcia su Roma lo coglie piuttosto impreparato.

31. L'ultimo fiasco a Parigi
Non importa, tanto ormai la politica non lo interessa più, lui è un grande artista di respiro europeo, l'inventore del Tattilismo. Prova a esportarlo in Francia, ma rischia che un controllore gli getti le tavole tattili dal treno. A Parigi poi il futurismo è roba vecchia, non si porta più: la nuova parola d'ordine è Dada... ma del resto, quando non aveva rimediato figuracce, a Parigi, Marinetti? Divenuto ambasciatore ufficioso della cultura fascista all'estero, Marinetti continuerà a rimediare fiaschi e gaffes in Europa per tutti gli anni Venti, prima di chiudersi in una sdegnosa autarchia.

32. Incompreso
Altro che rivalutare Marinetti nel 2009: negli anni Venti il poeta era molto meno stimato di oggi, non solo all'estero. Anche a Roma, dove si è trasferito, FTM non incassa il premio del suo frettoloso riallineamento al fascismo. In Italia ora è di moda il “Novecentismo”, una corrente di artisti e architetti d'interni promossa dall'attuale amante di Mussolini, la Sarfatti, FTM (molto meno sdegnoso del ritratto che ne fanno) ci prova anche, a fare del novecentismo, ma come al solito non ci riesce; alla fine gli “zang tumb” sono l'unica cosa che gli viene bene.

33. Il Duce di latta
Non gli resta che riorganizzare il movimento futurista accanto ai pochi discepoli rimasti: accanto ad alcuni geni (Depero), un'accozzaglia di terze file, hobbisti, avventurieri, tutti uniti nel culto del loro piccolo duce Marinetti, a cui a un certo punto (ed è solo una tra le varie, buffissime iniziative del periodo), erigono un monumento... in latta. Nella nuova lega finto-metallica viene anche pubblicata un'antologia degli immortali “aeropoemi” di Marinetti: qualcosa che sarebbe durato nei secoli, ben più dei polverosi libri di carta. Quel che è successo, è che le “lito-latte” futuriste si sono sbiadite e arrugginite molto prima dei volumi dell'eterno nemico, Benedetto Croce.

34. Un tram chiamato Marinetti
L'unica vera soddisfazione di quegli anni gliela dà l'America: non il Nordamerica industriale, da cui si tiene sempre a rispettosa distanza, ma il Sudamerica arretrato in cui durante una missione culturale viene finalmente salutato come il messia della modernità: assalti agli alberghi dove pernotta, calche nei teatri, e daranno il suo nome ai tram. Il segreto del futurismo del resto è tutto qui: è una scimmiottatura del futuro prodotta e apprezzata nei Paesi in via di sviluppo.

35. Accademico d'Italia
Proprio mentre FTM è ormai rassegnato a sopravvivere al suo mito (e anche al suo patrimonio, che comincia a esaurirsi), verso l'inizio degli anni Trenta accade qualcosa d'imprevisto: Mussolini si ricorda di lui. Negli anni romani il pragmatico ex socialista in bombetta si è trasformato: ora sogna di riplasmare il popolo italiano attraverso la guerra, trasformare Roma in una metropoli moderna e geometrica... man mano che si allontana dal contatto con gli italiani, comincia a ragionare sempre più da artista futurista; e quando si tratta di fondare l'Accademia d'Italia, ha in mente un solo nome: FTM.

36. Leopardi futurista (e maestro d'ottimismo)
Felice di poter finalmente essere utile a qualcuno, FTM dimentica in un istante le vecchie ruggini, indossa la feluca di Accademico e decide di rivisitare futuristicamente tutto la tradizione letteraria e artistica italiana: una contraddizione in termini, ma chi se frega? Ariosto diventa maestro di futurismo, Leopardi maestro d'ottimismo, e poi Leonardo, Piero della Francesca, Dante... ma FTM si rivolge anche ai suoi contemporanei, lanciando un'iniziativa che di recente è stata riscoperta: Lo Zar non è morto, un romanzo collettivo, scritto da dieci grandi scrittori (un capitolo ciascuno, e un concorso a premi per chi riusciva ad azzeccare gli autori di ogni capitolo). Di recente Mozzi lo ha trovato su una bancarella e lo ha fatto ristampare: pare che sia un precursore dei Wu Ming. Beh, perché no, se Leopardi è un maestro d'ottimismo.

37. Il richiamo della Savana
Quando Mussolini dichiara guerra al Negus, FTM ha sessant'anni, ma si offre volontario: è l'occasione per ricongiungersi al continente madre, e violentarlo. Cercano di metterlo nelle retrovie, ma si ritrova ugualmente assediato a passo Uarieu. La vittoria gli toglie vent'anni di vita: torna in Italia ringalluzzito e annuncia che Joyce e Proust, coi loro monologhi indiretti liberi, hanno soltanto copiato i suoi vecchi manifesti. Si fa dare un programma radiofonico, e diventa la barzelletta dell'Eiar. Si crea dei nemici: Starace lo fa silurare.

38. La lista di Marinetti
Le leggi razziali sono l'ultima occasione per dimostrarsi un gentiluomo. FTM le avversa apertamente, dando voce a un dissenso che solo personaggi nella sua posizione potevano permettersi. Più tardi, dopo l'otto settembre, farà qualche suo tentativo di imboscare oppositori ed ebrei.

39. Disperso in Russia
Sempre più fascista e mussoliniano (proprio quando gli italiani si stanno rapidamente stancando), riesce a partire volontario anche per la Russia. Stavolta però non vede il fronte: smarrito nelle retrovie, si aggrega a un ospedale da campo, non racconta più di esplosioni ma di paesaggi e crocerossine. Sta diventando umano, fuori tempo massimo.

40. L'ultimo quarto d'ora
Torna in Italia in fin di vita, e ha il tempo di assistere al crollo dell'Italia a cui aveva creduto, e di preoccuparsi per la sorte di moglie e tre figlie. Non abbandona Mussolini a Salò (anzi lo assilla), e muore affaticato una mattina dopo aver dettato la sua ultima poesia, il Quarto d'ora di poesia per la X Mas: giusto per ribadire, con l'ultimo fiato, da che parte stava. Dopo la liberazione qualcuno scrive sull'Unità che era stato 'il più simpatico dei gerarchi': potremmo ricordarlo anche così. Ma alla fine su tutte le immagini prevale quella del buffone: un buffone serissimo, alla Buster Keaton, smarrito tra ingranaggi e impalcature moderne che lo attirano, ma di cui non è che capisse poi molto.
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Capire le ragioni (anche di chi aveva ragione)

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Siccome non ci si può scandalizzare per tutto (bisogna anzi fare economia), io di sicuro non me la prenderò se Berlusconi la chiama guerra civile.
In effetti è stata una guerra, ed è stata pure, nel peggiore dei significati, civile.
Basta ricordarsi di aggiungere che i Partigiani, oltre a vincerla, l'hanno pure combattuta dalla parte giusta: l'ha fatto? Pare di sì. Allora tutto ok. Di problemi ce n'è già tanti.



Direttamente dall'archivio del blog che esisteva quando Beppe Grillo non sapeva cosa fosse un blog: Cantico del 25 aprile.
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Carta vince Sasso

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Manuali di retorica

Lo avrete sentito anche voi: Dell'Utri vuole cambiare i libri di storia per le scuole. Forse non riuscirà a dedicare un paragrafo all'eroismo di Vittorio Mangano, ma sicuramente vuole togliere un bel po' di "retorica della resistenza".

Ora, mi rendo conto che discutere delle uscite di un politico, a poche ore dalle elezioni, non ha molto senso: Dell'Utri probabilmente è caduto in un tranello (teso dall'insospettabile Klaus Davi), voleva dare un segnale a destra ma lo avranno sentito meglio a sinistra, dove a certe cose ci tengono. E poi chissà se ha mai veramente aperto un manuale di storia tra le centinaia pubblicate negli ultimi dieci in anni.

Vorrei soltanto chiedere, a tutti quelli che sono interessati al problema e magari condividono il punto di vista di Dell'Utri: perché per una volta non arrivate coi libri aperti, e i paragrafi retorici sottolineati? Allora sì che diventerebbe una discussione seria. Un po' come quelle che si fanno su wikipedia, dove alla fine carta canta: proprio così, nelle discussioni sul web la carta vince. Curioso, se ci pensate.

Io lavoro nella scuola da qualche anno, ormai, e devo aver cambiato almeno sei manuali (nessuno scelto da me). Ho accompagnato cinque classi all'esame di licenza media, e ogni volta mi sono assicurato che portassero il programma almeno fino al 1948. Tutta questa retorica nei libri non l'ho vista - ma forse sono di parte. Parliamone. Fatemi degli esempi, spiegatemi cosa ci trovate di retorico, datemi esempi di quello che per voi è la retorica. Se per esempio un eccesso di pruderie ha finora trattenuto gli autori dal trattare del massacro degli omosessuali a opera dei nazisti, io sono d'accordo a emendare il libro di testo. Però cerchiamo di non strumentalizzare la cosa: fino a qualche anno fa l'omosessualità era un tabù a sinistra come a destra, e in molte classi lo è ancora.

Sarebbe bello riuscire ad affrontare il problema senza ricorrere a circolari - per inciso, la circolare del prefetto che mi impone di ricordare in classe, in qualsiasi classe, il dramma delle foibe, io la considero un attacco alla mia professione. Non spetta al prefetto dettarmi il programma, e le foibe vanno studiate al momento giusto. A scuola si studia la storia come una progressione di cause ed effetti, non si fa l'Almanacco del giorno. Ma questo è già un altro problema.
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Il nome della r.

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Una rosa (bianca) è una rosa (bianca) è una rosa

Ma io ce li vedo proprio, Tabacci e Baccini, ciclostilare di nascosto volantini inneggianti al Centrismo, contro la tirannide degli opposti estremismi. E se chiudo gli occhi mi sembra di verderli furtivi, mentre li appoggiano sulle balaustre delle facoltà universitarie, con tutto il coraggio degli umili di cuore.
E continuo a vederli anche mentre i biechi estremisti li torturano, "diteci i nomi dei vostri komplicen!", e loro silenti, irremovibili, con tutta la dignità della purezza, abbracciare l'addetto alla ghigliottina e ascendere al cielo dei martiri e degli operatori di pace. Ce li vedo alla grande, quei due.
Per cui non fate storie, il nome è proprio scelto bene.
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Il futuro di chi ha memoria

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Sabato a scuola non si trovava un videoregistratore, neanche a pagarlo. Tutti prenotati da mesi. Nei corridoi echeggiavano voci stentoree, gridi disperati. “Achtung Juden!” “H'raus!” “Tod und Verzweiflung!” E' un'altra Giornata della memoria.


Servirà a qualcosa? Questi ragazzi ricorderanno? O anche questi ricordi non sono destinati a perdersi come lacrime nella pioggia martellante di Scusa se ti chiamo amore e/o Alien vs Predator 2?

Dopo anni di martellamento a furia di Schindler's List e Il Pianista e La Caduta, credo di sì, credo che qualcosa resterà. In fondo sono piccoli, s'immedesimano in tutto.

Così a volte penso a me stesso più vecchio, mentre faccio una fila nella nebbia. A un certo punto un giovane seduto a un banchetto mi chiede COGNOME E NOME.
“Randolla Matteo”.
“Randolla... un suo parente non faceva il maestro alle medie di *****, per caso?”
“Veramente ero io”.
“Era lei? Il Prof Randolla?” Si alza di slancio, rivelando due metri di eleganza un po' marziale. “Professore, sono io! Galavotti Enea, si ricorda? La terza effe del duemiladieci!”
Queste cose io le odio, perché i nomi e i volti sono il mio punto debole, così corrugherò un attimo la fronte e poi la distenderò facendo finta di ricordare, e nel frattempo continuerò a frugare nei resti della mia memoria, alla ricerca dei medesimi occhi verdi, di un naso analogamente schiacciato, e di quel nome, Enea, Enea, Enea.
“Ah, bene, Enea, vedo che ti sei sistemato!”
“Se n'è accorto, eh?” E si tocca le spalle, indicando un distintivo o una mostrina di cui in realtà io ignoro il significato. “E se tutto questo va a buon fine ci dovrebbe anche essere una promozione”.
“Beh, in bocca al lupo”.
“Professore, devo dirle, in questi anni ho pensato molto a lei”.
“Ah, sì, beh...”
“Vede, ne ho discusso anche con i miei coetanei, e siamo arrivati alla medesima conclusione: gli anni delle medie sono stati i più formativi”.
“Ah, però. Chi se l'aspettava”. (Io, no. Io pensavo di gestire un parcheggio tra le elementari e il liceo).
“Sì, perché in quegli anni hai la mente e il cuore... come dire... teneri. Si plasmano su quello che trovano, capisce. E io ho avuto una grande fortuna a incontrare lei”.
“Ah, davvero?”
“Ho ancora vivide nella memoria le immagini che ci proiettava, tutti quei film... a volte penso che tutto quello di buono che ho fatto nella vita lo devo a quei film”.
“Tutto questo è molto commovente, Enea, ma fa un po' freddo, la fila è lunghissima e sento che dal fondo qualcuno ci sta maledicendo”.
“Ma non si preoccupi. Senta (mi prende sottobraccio, la sua uniforme di ufficiale si strofina sul mio pigiama liso). Noi adesso qui dobbiamo dividervi in gruppi di sei e poi mettervi in fila. Lei cerchi di stare in fondo alla fila. Sempre in fondo”.
“Ma perc...”
“Poi vi portano nel piazzale della palestra, e sparano al torso del primo della fila. La pallottola trapassa e ne ammazza altri quattro, ma a volte l'ultimo si salva, capisce? Se riesce a fare il morto fino a sera può scappare”.
“Ma farà freddo!”
“I cadaveri scaldano”.
“Ma Enea, posso farti una domanda seria?”
“Dica pure, prof”.
“Perché tutto questo orrore, perché?”
“Cosa vuole che le dica, stiamo esaurendo le munizioni, dobbiamo fare economia. O preferirebbe che vi strangolassimo? Converrà che questo è un metodo più pietoso”.
“Ma...”
“E lo abbiamo preso da un film, sa? Quello in bianco e nero lungo lungo, ha presente? Che gran film! Credo proprio che ce lo abbia fatto vedere lei”.
“Sì, però...”
“Aveva ragione, sa? Anche dai film si può imparare. E noi abbiamo imparato tutto. Ora, se non le spiace, devo esaurire questa coda. In bocca al lupo, professore”.
“In bocca al lupo, Enea, e grazie”.
“Ma grazie a lei. E si ricordi. Stia in fondo alla fila. Sempre in fondo”.


- Giornata della memoria 2004.
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I am a dream

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Mentre Prodi non è niente di più né di meno di un onesto funzionario di Stato sposato e non divorziato (comunque merce rara), Veltroni è molto di più, e di meno.

Veltroni è un Sogno: e i sogni aiutano a vivere meglio.
Prodi era rassicurante, ma a un certo livello le rassicurazioni non bastano più. Per rassicurare servono spiegazioni, statistiche, proiezioni, yawn. Gli italiani non vogliono essere rassicurati: vogliono essere sedati. Veltroni è l’unico che fa sognare il Trenta per Cento. No, riflettendo bene ce n’era un altro: Berlusconi.
Perciò non dirci più “I have a dream”, che sarebbe un po’ banale: di’ la verità: “I am a dream”. Il sogno che la tua generazione ce la farà, metterà d’accordo tutti, i neri con i bianchi e i padani coi mafiosi; Luxuria si fidanzerà con Ratzinger e tu celebrerai le nozze durante la Notte Bianca, al Colosseo, prima di uno spettacolo di gladiatori per la pace nel mondo.
Nel sogno veltroniano il futuro è una mescolanza di ricordi del passato, tutti virati in rosa: Kennedy e Che Guevara forse erano nemici, eppure nessuno mi proibisce di appendere i poster nella stessa cameretta. Il Novecento è principalmente un bello spettacolo, ma anche molto culturale. C’era Martin Luther King e c’erano le figurine Panini. E c’era anche Don Milani, anzi Veltroni si considera un allievo di Don Milani. Cresciuto a crostini e Lettera a una professoressa. C’è un piccolo problema.
Nel sogno veltroniano, tutto è ridotto a figurina. Se Che Guevara si riduce a un simpatico guerrigliero, Don Milani probabilmente ce lo ricordiamo come un simpatico prete che si arrabbiava perché le maestre borghesi bocciavano i figli dei contadini. Cattivone, le maestre borghesi! La lezione che Veltroni e i suoi coetanei hanno capito, leggiucchiando Don Milani, è che Bocciare È Cattivo. Una perfida usanza borghese.
Basta scavare un po’, mettersi a leggere neanche tanto, per rendersi conto che Don Milani era un personaggio molto più complesso e più ruvido. Per esempio: non sopportava la Ricreazione. Nel suo primo libro, Esperienze pastorali, scrisse proprio un capitolo "Contro la ricreazione" che a suo parere era tempo sottratto allo studio e al lavoro. L’arcivescovo lo esiliò a Barbiana e lui ne approfittò per creare un esperimento educativo irripetibile, anche perché se qualcuno riprovasse a ripeterlo al giorno d’oggi finirebbe in galera per plagio o sequestro di persona: gli alunni di Barbiana studiavano dodici ore al giorno senza giorni festivi e senza ricreazione.
Se il piccolo Walter avesse veramente studiato a Barbiana, se avesse provato a introdurre illegalmente un album di figurine, Don Milani probabilmente glielo avrebbe strappato di mano e lo avrebbe segregato in una stanzetta con compiti extra di matematica. Vaglielo a spiegare, al simpatico prete, che anche la figurina Panini “è cultura”. Milani aveva un’idea arcigna e guerrigliera della cultura. Quando seppe che alcune ragazzine del paese scendevano a valle a ballare, attaccò una predica che non finiva più. Le ragazze proletarie non devono ballare! Devono partecipare alle riunioni sindacali e di partito, altroché. A quindici anni.
UNA RAGAZZINA: Alle riunioni sindacali e politiche non si capisce nulla.
DON LORENZO: A fare quelle mossettine in sala da ballo ti riesce e a seguire una riunione politica e sindacale che ti prepara a essere più capace, più sovrana, ti pare di non essere capace? Eppure probabilmente l’anno prossimo andrai a lavorare e avrai davanti responsabilità immense: licenzieranno una tua compagna di lavoro e dovrai decidere se scioperi o no per lei, se difenderla o no, se sacrificarti o non sacrificarti per lei, se andare in corteo davanti alla prefettura o davanti alla direzione, se rovesciare le macchine e rompere i vetri oppure se tu dovrai zitta zitta chinare la tesata e permettere che la tua compagna sia cacciata fuori a pedate dalla fabbrica. Tu queste cose le dovrai decidere l’anno prossimo e per ora ti prepari twistando in una sala da ballo?[…]
La preparazione alla vita sociale e politica, o oggi o mai. L’età giusta è questa.
(Don Lorenzo Milani, Anche le oche sanno sgambettare (1965), Edizioni Stampa Alternativa, 1995, pagg. 16-17).

Veltroni è la formula alchemica per trasformare ogni Passatempo in Fatto Culturale, e poi, con procedimento inverso, ogni Fatto Culturale in Divertimento. Una parola che Don Milani odiava: divertirsi è scantonare, scordarsi dei propri problemi. Molto meglio rovesciar macchine e rompere vetri. Don Milani sarebbe il profeta dei Black Block, se i BB leggessero e non indulgessero anche loro alle danze e al divertimento. Diciamo allora che Don Milani è un po' troppo tosto per i Black Block - figurarsi per Veltroni.
Veltroni invece è, definitivamente, il Sindaco di Roma, l’erede di una lunghissima tradizione di questori la cui principale preoccupazione era Divertire il popolo sotto-occupato, sedarlo a furia di Circenses. Pensate alla Notte Bianca. Pensate cosa ne scriverebbe Don Milani, se potesse parlare con la lingua sua. Per lui, innanzi tutto, il mondo si divideva in oppressori e oppressi, una distinzione che Veltroni non saprebbe applicare correttamente. Lui stava con gli oppressi e li esortava a bere caffè, a stare in piedi di notte per studiare, per leggere un libro in più, per recuperare la distanza culturale dai padroni. Veltroni invece li tiene alzati per far festa, tutti in fila col bicchiere in mano mentre i padroni si allungano in tribuna vip. E non ci sarebbe niente di male: ma deve anche prendersi Don Milani, deve scrivere “I care” sui manifesti. Ci metterà anche la foto di Don Milani, il prete buono che non voleva bocciare gli asini. Ci stamperanno pure le magliette.
Veltroni è la trasformazione della Storia in Sedativo, e il bello è che funziona: il Passato è roba forte, avvolgente, e ciascuno di noi ha almeno un punto debole. Nessuno è indenne.
Guardate Wittgenstein: quanto si è dato da fare in queste settimane per ringiovanire la classe dirigente. Bene, bravo, non fosse che nel frattempo Veltroni ti organizza al Circo Massimo un concerto dei Genesis. I Genesis. Un gruppo di pelati tronfi che erano già pelati tronfi quando io portavo le braghette. E lui va in sollucchero. Si può rinnovare la classe dirigente e andare ai concerti dei Genesis? Non c’è una contraddizione? No. Non c’è mai una contraddizione, se in città c’è Veltroni.
Io lo voto anche subito. In un mondo di sognatori, stare svegli è fighissimo.
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scuola di brigatismo, 1

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Effetti non collaterali

E continuano a parlare di Brigate Rosse. Tanto chiasso per un gruppetto che non era ancora riuscito a scassinare un bancomat.

Minimizzo? Beh, dipende. D’accordo, il brigatismo uccide. Quanto? Negli anni Zero direi una media di un morto ogni tre anni. Nel frattempo – sarà un po’ banale ricordarlo – abbiamo due o tre Regioni controllate da bande criminali spesso in guerra fra loro. In ogni caso non fanno in un anno i morti che fa il traffico.

Volendo restare ai morti ammazzati, ci sarebbe un'altra emergenza: le famiglie. Il posto più rischioso in assoluto, come sa chiunque ne abbia una (Ratzinger, per esempio, non lo sa). In realtà, se si potessero abolire, si salverebbero centinaia di vite all’anno. Peraltro, se non ti ammazza un parente, spesso è il vicino di casa. In confronto alla casa e al quartiere, lo stadio è un ambiente relativamente più sicuro – più o meno un morto all’anno. Sempre peggio dell’emergenza brigatismo, comunque.

Se comunque preferite discutere di quest’ultima, prego. Ci sono comprensibili motivi per cui periodicamente il brigatismo in Italia diventa un’emergenza più chiacchiarata di mafie, camorre, traffico, violenze domestiche e stadi in rivolta.

Da una parte è una questione politica: lo spauracchio rosso da agitare prima delle grandi manifestazioni. Ma non è solo questo. Il brigatista è quanto di più romantico la cronaca nera ti possa offrire. Infiltrazioni, agguati, complotti, cosa vuoi di più? Solo i padrini mafiosi potevano reggere il confronto; ma da quando hanno iniziato a prenderli si sono scoperti più simili allo zappatore di Merola che a Vito Corleone, e la fascinazione collettiva si è un po’ ammosciata. Meglio allora l’antico killer idealista e metropolitano, metodico e allo stesso tempo fuori del mondo, il che fa sentire un po’ più intelligenti noi che, in questo mondo, ormai ci siamo dentro.

E perché no, dopo tutto. Soltanto, non vorrei che si raccontassero storie ai ragazzini.

Perché il rischio è altissimo, e il tempo non aiuta. I ragazzini non sono copie conformi a quelli che eravamo noi: ormai sono nati a muro di Berlino crollato. Il comunismo è un concetto che dovrebbero imparare a scuola, se ci arrivano. E anche se ci arrivano, cosa vuoi che possano capire sui banchi di un concetto che tiene insieme Marx, Berlinguer, Guevara e Mao – per fare il nome di quattro persone che, se fossero vissute nella stessa unità di tempo e spazio, probabilmente sarebbero venuti alle mani o al Kalashnikov. Se poi pretendiamo di allargare la foto di famiglia per includere Curcio o Moretti, non facciamo che complicare un pastrocchio.

Si rischia, per amore di brevità, di avallare la favola del collateralismo: i brigatisti erano rossi, quindi collaterali a Pci e Cgil. Le cose sono assai più complicate. I brigatisti s’infiltravano e s’infiltrano nella Cgil: tante grazie, dove dovrebbero infiltrarsi? Nella Cisl? Nei circoli Acli? Ma questo non toglie che le Br, vuoi per strategia, vuoi per istintivo settarismo, abbiano sempre considerato la sinistra ufficiale come un obiettivo primario. Ed è vero anche l’inverso: la sinistra ufficiale – che era cosa ben diversa da quella che ci troviamo oggi – ha capito abbastanza presto che il brigatismo era il nemico.

Nei salotti era un’altra cosa, è vero. Lì una zona grigia c’era: del resto la rivoluzione era data per imminente, e non sarebbe stato un pranzo di gala. Lo slogan Né con lo Stato né con le Br tradiva l’atteggiamento di chi stava semplicemente aspettando il vincitore per attaccarsi al carro. Ha vinto lo Stato, e oggi le Br sembrano una banda di matti. Facile, col senno del poi.

Ma chi lo spiegherà ai ragazzini, che proprio il PCI era la bestia nera dei brigatisti, e viceversa? Con la litigiosità istituzionale, e l’ansia dei piccoli partiti di raccattare qualsiasi voto d’estrema sinistra, è diventato difficile capire l’atteggiamento del partito di Berlinguer. Gli si può rimproverare molto, ma certo non la connivenza col brigatismo. Addirittura gli si può rimproverare il contrario: il brigatismo si sviluppò e fece adepti nella sinistra estrema anche perché il PCI, in un decennio che complessivamente andava verso sinistra, intraprese una lunga e faticosa marcia nella direzione opposta, verso quell’impossibile Grossa Coalizione DC-PCI che crollò proprio nel giorno in cui le Br sequestrarono Moro. È quel che scrive per esempio Paul Ginsbourg, e forse stasera mi conveniva semplicemente copiare e incollare.

Un secondo fattore(*) è da ricercarsi nella frattura, sempre più marcata, che si creò tra il Pci e quel ceto giovanile urbano e universitario che gli aveva dato un appoggio cruciale nelle elezioni di giugno [1976]. Più il partito di avvicinava al governo rafforzando la sua alleanza con la Dc, più cercava di stabilire con forza le proprie credenziali come “responsabile” partito di governo. Qui Berlinguer compì uno dei suoi più gravi errori. Nei trent’anni di vita della Repubblica gli attivisti del Pci erano sempre stati presi di mira dalle misure repressive della polizia; dal 1976 in poi, invece, il partito divenne il più zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine, anziché farsi campione delle campagne per i diritti civili. Un esempio emblematico di tale atteggiamento fu l’appoggio acritico dato al governo per il rinnovo della legge Reale sull’ordine pubblico, contro la quale il Pci aveva votato nel 1975. Sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati – il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria – i comunisti mantennero un silenzio che non lasciava presagire niente di buono.
I più severi critici del partito imputarono al suo passato stalinista questo ritrovato autoritarismo. Quali che ne fossero state le cause, gli effetti erano indubbi. Qualsiasi opposizione al compromesso storico veniva spesso qualificata semplicemente come atteggiamento deviante. […] Si generò un terribile paradosso: i comunisti volevano prevenire l’estendersi della violenza, ma la loro politica creava un terreno più fertile per i terroristi.
L’anno 1976 vide infine un rafforzamento in termini numerici e organizzativi delle bande terroriste, in stridente contrasto con la caduta verticale della forza e delle attività di gruppi similari negli altri paesi europei interessati dal fenomeno.

(Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi Torino 1989, pagg. 512,513).

È una lunga citazione, ma credo ne valga la pena. Considerato che stiamo ancora scontando, a trent’anni e più, le conseguenze di una svolta centrista che lasciava troppo spazio scoperto a sinistra (non vi ricorda qualcosa?) Continuiamo a discutere di manifestazioni, detenzioni preventive e carceri allo sfascio; la legge Reale, più o meno, è sempre lì. Gli allievi di Berlinguer che oggi formano la classe dirigente dei DS dovrebbero meditare su quello che successe allora. Gli orfani di Berlinguer che ancora oggi oscillano tra manifestazioni antimperialiste e rimpianti per il vecchio PCI dovrebbero scrostare un po’ di nostalgia e ricordare quel periodo con più freddezza.

E tutti dovrebbero impegnarsi a raccontare meglio quel periodo ai ragazzini. Senza inutili nostalgie, e senza troppe storie: la Storia di per sé, con tutti i suoi errori, è già fin troppo interessante.

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(*) Il primo fattore era la crisi dei “gruppetti” extraparlamentari, Lotta Continua, PotOp, ecc.; anche di questo varrebbe la pena di parlare, perché i gruppi avevano costituito fino a quel momento una sorta di ‘tampone’ che aveva assorbito le energie di un pubblico che diversamente avrebbe potuto indirizzarsi alla lotta armata. Qualcosa di simile per certi versi a quello che oggi fanno i movimenti: quelli che portano la gente pacificamente in piazza a Vicenza. E attenzione: periodicamente vanno in crisi anche loro.

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roba da Amintore

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Fanfani la metterebbe in questi termini:

Con il Dico, vostro marito potrà lasciarvi e fuggire col maggiordomo: e qualora l'insano connubio resistesse alla crisi dei 9 anni, al maggiordomo spetterebbe anche una fetta d'eredità. Sodoma e Gomorra.
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- la Storia non ci insegna nulla, 2

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Chi non ha memoria, non ha... non ha... non mi ricordo

Più cresco (più invecchio) più accumulo sospetti sulle cose che mi piacciono.
Per esempio, la Storia. Mi è sempre piaciuta. Come il vino. E proprio come il vino, comincio a diffidarne. Ho il sospetto faccia male. Di sicuro ha fatto male a tanta gente intorno a me, e chi sono io per scamparla? È una malattia, la Storia. Ti impedisce di guardarti attorno.

L’ho capito ieri sera, per l’ennesima volta. Era l’anniversario dei fatti di Budapest. Io so - più o meno - cosa è successo a Budapest nel 1956. Ma se anche non lo sapessi, in questi giorni l’avrei imparato: mi bastava guardare un tg Rai. Per dire che certe volte siamo ingiusti, nei confronti della tv pubblica. In realtà anche i tg (un po’ come me, come noi) hanno un debole per le digressioni storiche. Non vedono l’ora di imbroccarne una. Sul tg1 di ieri sera era tutto un polemizzare con Togliatti, che se ci pensate è fantastico. È morto nel 1964, Togliatti: ma avreste dovuto sentire, ieri sera, Paolo Mieli come gliele cantava.

Gliele ha cantate così bene e così a lungo, che non è rimasto del tempo per spiegare cosa sta succedendo in questo preciso momento a Budapest. Le immagini mostravano manifestanti intorno ai carri armati, fumogeni tirati ad alzo zero. Non erano le solite immagini in bianco e nero: era Budapest Oggi, anzi Ieri, 23 ottobre 2006. Lo speaker parlava di contestazioni violente, senza troppo spiegare da parte di chi e perché. Perché non era così importante, dopotutto. L’importante è che nel 1956 Togliatti aveva torto. Ecco, quando dico che la Storia è pericolosa, penso a questo tipo di cose.

A volte la Storia ci prende talmente la mano, che il nostro presente scompare. Nel 2006 l’Ungheria è nell’Unione Europea; Budapest è praticamente la periferia di Trieste (o se preferite, Trieste è di nuovo il porto di Budapest); una manifestazione repressa coi carri armati in una capitale dell’Unione Europea dovrebbe avere i primi titoli, e ispirare commenti allarmati. I cronisti dovrebbero per prima cosa spiegarci cosa sta succedendo, chi è che protesta e perché. E invece no, non c’è tempo. Il 2006 scompare, di fronte alla necessità di ricordare il 1956. Non è stato nemmeno fatto il nome del premier ungherese – l’oggetto della contestazione – e del movimento che la ha organizzata. Però è stato inquadrato Palmiro Togliatti. Che nel 1956 aveva torto, ormai non c'è dubbio al riguardo.

Vien da pensare. Chi è che nel 1956 minimizzava gli scontri di piazza? Il PCI, il PCUS. E oggi chi li minimizza? Un po' tutti. E il bello è che lo facciamo proprio mentre stiamo rinfacciando a Palmiro Togliatti (che è morto) i suoi errori. E se gli scontri di piazza di questi giorni fossero il preludio di qualcosa di importante, di qualcosa che non avevamo assolutamente capito? Tanto peggio. Forse ne parleranno i tg Rai del 2056.
Forse i tgRai del 2056 ricorderanno gli errori di... che so, Maurizio Gasparri. Che magari non avrà minimizzato una rivoluzione. Però ieri ha difeso a spada tratta un ex agente KGB che governa da solo una Russia post-sovietica ma ancora molto pre-democratica. Con questi argomenti: "Putin è un amico nostro, un amico di Berlusconi [...] Tra lui e Prodi, Putin ha sempre ragione, qualsiasi cosa dica. A prescindere, come diceva Totò". Per dire che si divertiranno, i nostri nipoti, nel 2056.

Questa nostra ansia di Storia è paradossale: non ha precedenti storici. Nel 1956, giusto per fare un esempio, quando gli ungheresi scesero in piazza, il tg italiano (ce n'era uno solo) si affrettò a parlarne. Gli italiani del 1956 avevano un genuino desiderio di sapere cosa stava succedendo a Budapest nel 1956. Era una città lontana, dall'altra parte di una cortina di ferro: ma era attuale, era importante, era il 1956. Probabilmente i telespettatori non avrebbero gradito una digressione di cinque minuti su quel che era successo nel 1906. Cinquant’anni erano tanti, erano una vita. Adesso un cinquantenario fa notizia.

Adesso passiamo il tempo a litigare – non sulla finanziaria, no, quella riesce a smuoverci appena per una settimana – ma sulla Resistenza. E non parlo di Giampaolo Pansa, che ha trovato la sua miniera d’oro e continua a rivendere più o meno le stesse stragi una volta all’anno, sempre con l’aria di chi scoperchia una tomba fresca. Né dei suoi lettori, che a sessant’anni di distanza ancora non si danno pace. No, io parlo principalmente di quei poveretti che si prendono su da Roma, dico, da Roma, per venire a contestare Pansa a… Reggio Emilia. E sono giovani! E non hanno evidentemente nient’altro di meglio da fare, nessuna lotta un po’ più attuale da portare avanti. No. L’attualità non c’interessa. Il precariato diffuso, lo scontro sociale camuffato da conflitto di civiltà, la mutazione camorristica della società… tutte cose interessanti, ma se permettete, la Storia ci interessa di più. Ci interessa difendere la memoria della Resistenza. Il presente è un dettaglio. Lo difenderanno i nostri figli, se ne avremo.

Una volta ho letto su un libro di un calcolo, secondo il quale questo è il periodo storico in cui il numero dei vivi ha sorpassato quello dei morti. La cosa mi aveva molto impressionato: quindi vivremmo nell’epoca più importante della Storia, quella che le contiene tutte. I drammi del passato sarebbero solo una pallida eco di quelli che viviamo noi – le conquiste del passato, solo un timido abbozzo delle nostre conquiste. Era un’idea che mi piaceva molto, perché mi aiutava a inserire la Storia nel suo giusto contesto. Non voglio dire che non sia importante, la Storia. Esiste. Ci influenza. Ma solo come ci influenzerebbe una vecchia regione inserita in un mondo che cresce ogni giorno. Immaginatele proprio così, come una piccola nazione in bianco e nero, con Togliatti e le foibe (e Napoleone e Tutankamon) circondata da altre nazioni a colori, che ogni giorno spostano i propri confini un po’ più in là. Ecco. Questa è la Storia, questo è il posto che dovremmo darle. Ne avrei scritto prima o poi.

Ma ho controllato su Internet: pare che quel calcolo sia una sciocchezza. I Morti sono ancora di molto superiori ai Vivi. E si sente, lasciatemelo dire.

(E adesso via, largo ai commenti su Togliatti).
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- la Storia non ci insegna nulla, 1

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La scorsa settimana quasi nessuno se n’è accorto, ma è successo un auschwitz, qui, una pearlharbour.
Ora vi spiego, come lo spiegherei a un forestiero. Chissà che non diventi più chiaro anche per noi.

L'Ambaradan

In Italia, tra tanti politici anche somaticamente poco credibili, ne abbiamo uno che sembra serio e competente, quando tace. Si chiama Gianfranco Fini e viene da un partito ex fascista – ok, storia vecchia, abbiamo tutti fatto degli errori nel Novecento, e lui forse è quello che ha chiesto scusa più volte, dopo il Papa.
Una volta ha chiesto il voto agli immigrati.
Un’altra è andato in Israele, davanti al sacrario della Shoah, e ha definito il fascismo “parte del male assoluto”. Ha persino ammesso di essersi fatto una canna. Insomma, non sembra proprio un tipo da marcia da Roma, o da fuga a Salò. Quando tace.

Il problema è che ogni tanto parla. Non si sa bene il perché. Forse deve coprirsi a destra, è possibile. Comunque il risultato è un disastro. Una woundedknee, una sanbartolomeo. Si veda per esempio quel che è successo la scorsa settimana, quando, durante un convegno del suo partito sull’immigrazione, Fini ha aperto inopinatamente la bocca dichiarando che...
...non tutte le pagine del colonialismo sono negative: se pensiamo a come sono ridotte oggi l’Etiopia, la Somalia e la Libia e a come stavano sotto l’Italia, credo che ci debba essere una rivalutazione del ruolo italiano in quei paesi.
Tutto questo, nel 2006: quando ormai tutti gli storici (anche quelli un po’ revisionisti) hanno raggiunto un certo accordo sul bilancio del colonialismo italiano in Africa. Pare in effetti che almeno una cosa buona, noi italiani, l’abbiamo fatta: andarcene. Pare che l’Etiopia sia stata la più grande fregatura che Mussolini combinò agli italiani e a sé stesso: la guerra lo isolò sul piano internazionale, spingendolo ad allearsi con Hitler. Tra Etiopia e Spagna, il duce cercò di autoconvincersi di essere alla guida di una potenza militare in grado di sfidare l’ordine mondiale, e il guaio è che ci riuscì. Ma secondo Gianfranco Fini a questo punto ci dovrebbe essere una rivalutazione. Non siamo neanche riusciti a pompare il petrolio in Libia, ma qualche infrastruttura l’avremo ben fatta, o no? Qualche ferrovia, qualche ospedale. Perché non rivalutarci un po’? Siamo brava gente, un po’ pasticciona ma dal buon cuore. Certo, a volte rischiamo di perderci nel nostro auschwitz. Volevo dire nel nostro pearlharbour. Volevo dire nel nostro ambaradan.

Ecco la parola che non mi veniva. Ambaradan.

Secondo il dizionario De Mauro Ambaradan significa “grande confusione, baraonda: creare un a. Attività, amministrazione e sim., particolarmente complessa”. Questo buffo sostantivo è una delle poche cose che ci siamo portati a casa dall’Etiopia. La parola deriva infatti dal massiccio montuoso dell’Amba Aradam, dove combattemmo una dura battaglia nel 1936. Ma valeva la pena di combattere, o no? per portare a casa una parola.
Avete presente quello sbruffone di George W. Bush, quello che il primo maggio del 2003 dichiarò cessate le ostilità in Iraq? Ecco, per Mussolini la guerra in Etiopia era finita in 5 maggio del 1936. Tre anni dopo si sparava ancora, ma questi son dettagli. Non era più guerra, quella. Era pacificazione.

Tanta era l’esigenza di pacificare il Paese, nell'aprile del 1939 sull’Amba Aradam si combatte ancora. Oddio, "combattere". L’ordine da Roma è stroncare la ribellione, senza complimenti. Così, il nove aprile del 1936, una grotta dell’Amba Aradam viene attaccata con bombe a gas d'arsina e con iprite.

Dentro la grotta c’è più di un migliaio di persone. Moriranno asfissiati. Non sono tutti combattenti: non era una banda di guerriglieri, ma una carovana di salmerie che seguiva i combattimenti. Ci sono donne e bambini. Nessuno sa con esattezza quanti siano rimasti là sotto.
Fino a quest’anno non si sapeva nulla. Persino gli abitanti della regione non ricordano più, e hanno elaborato leggende per spiegare l’abbondanza di ossa umane in quelle grotte. È stato un giovane dottorando italiano, Matteo Dominioni, a mettersi sulle tracce del massacro, partendo da un faldone rinvenuto in un ufficio di Roma. In maggio Paolo Rumiz ci ha scritto un bel pezzo, uscito sulla Repubblica, che a tutt’oggi è l’unica cosa che si riesce a trovare in rete sull’argomento. Poi più nulla.

Ma a settembre Fini si aspetta che il colonialismo italiano sia rivalutato. E la domanda è: non si poteva rivalutare l’anno scorso? O magari non si potrebbe aspettare qualche anno ancora? Dobbiamo rivalutarlo proprio nell’anno in cui abbiamo scoperto il più grande crimine contro l’umanità commesso da un esercito italiano?

Passerà un po’ di tempo. La strage dell’Amba Aradam finirà sui libri di storia. Fini dirà altre cose, più o meno intelligenti. E in tv continueremo a dire “ambaradan” come se fosse solo “un gran pasticcio”, e non un massacro commesso da italiani come noi.
Perché noialtri siamo proprio brava gente, non c’è niente da fare. A volte, certo, combiniamo dei pasticci. Ma meritiamo di essere rivalutati.
Ogni popolo ha una sua storia di vergogne. I giapponesi non scherzano su Pearl Harbour, i francesi non fanno giochi di parole sul massacro di San Bartolomeo. Gli americani non rivalutano Wounded Knee. Nessun tedesco potrebbe dire “ho combinato un Auschwitz”. Ma noi siamo tanto simpatici, con tutto il nostro ambaradan. E ce lo meritiamo proprio, Gianfranco Fini.
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- la guerra tiepida

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Piccoli petulanti pizzaioli

1. Un vecchio e un bambino si presero per mano, e andarono in un prato pieno di croci...
Belle queste croci bianche, disse il figlio.
Sono soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà, rispose il padre.
Come te, rispose il figlio?
No, figliolo, è diverso. Io ho attraversato i monti e mi sono imboscato in Isvizzera.
Ma papà, perché non sei rimasto anche tu a difendere la nostra libertà?, incalzò il figlio.
Per chi mi hai preso, per un comunista?, replicò sdegnato il padre.
Il figlio non chiese più niente.

2. È probabile che sui cimiteri del distretto elettorale di Ceppaloni sia imbattibile. Ma per il resto Mastella è una frana, non dovrebbero farlo parlare. Di cimiteri militari del Commonwealth è punteggiata la penisola. Ce n'è uno a Udine, uno a Bologna (bastava leggere 2025...), uno a Milano, dove non è troppo inverosimile che un giorno Luigi Berlusconi accompagnasse il figlioletto. E non importa che molti dei caduti a Bologna, ad esempio, fossero in realtà indiani o pachistani (abilissimi a strisciare nelle macchie dell'Appennino e accoltellare il tedesco in silenzio): sono pur sempre "soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà". Berlusconi è un bugiardo professionista, lo sappiamo. Sbugiardarlo richiede come minimo altrettanta professionalità.

3. I politici italiani che hanno avuto l'onore di parlare al Congresso americano sono stati: De Gasperi, Andreotti, Craxi e Berlusconi. Come dire che dopo il povero Alcide buonanima, gli americani non hanno più azzeccato un solo politico italiano di riferimento. Abbiamo avuto, nell'ordine: un colluso con la mafia; un corrotto morto latitante; un parolaio inconsistente. A questo punto tanto vale mandargli Panariello, tanto che importanza ha: era mattina e non l'ha visto nessuno (quando Aznar o Blair sono saliti in Campidoglio, c'era la diretta anche negli USA).

4. Sulla pronunciation, cerchiamo di essere equi. Pur senza quel magnifico "But no, but no" sfoggiato mi pare con Rasmussen, B. è comunque stato imbarazzante. Una lingua la sai parlare o non la sai parlare: se non la sai ti fai tradurre, come immagino faccia Chirac, e non credo che nessuno lo prenda per un provinciale. Sentire il mio rappresentante che parla di Europa e libertà nell'Assemblea più potente del mondo con l'accento di un pizzaiolo di Toronto m'intristisce, oggettivamente; m'intristirebbe anche se fosse Prodi (ma è B).
Detto questo, devo riconoscere che per essere un sixty-something, Berlusconi non se la cava neanche male. Insomma, non conosco nessun sessantenne italiano con una pronuncia migliore della sua. Allora forse il problema non è della pronuncia, ma dell'età. Già. Dovremmo eleggere rappresentanti più giovani (peccato che siano più fessi, in media).

5. Il discorso in sé era talmente vago che quasi quasi lo sottoscrivo in toto (a parte l'aperture a Putin, ovvio). Il fatto è che per quanto guitto, B. è sempre un po' ragionevole degli opinion-leader al suo seguito: al Congresso ha fatto presente che in breve ci saranno al mondo 6 miliardi di poveri e 2 miliardi di privilegiati. Naturalmente la ricetta proposta (il libero mercato) è una patacca: però almeno mette a fuoco la questione, negando esplicitamente il conflitto di civiltà. (A volte mi chiedo se questo spaventoso conflitto di civiltà contro il quale io polemizzo continuamente – e non solo io – non sia alla fine un mostro marginale, confinato su qualche blog e giornalino di opinione più o meno presentabile. Una comoda sponda per argomenti che comunque rimbalzano subito da un'altra parte).

6. L'atlantismo di Berlusconi è un grosso bluff, che nessuno gli vede per pietà. Quando si è trattato di mettere nero su bianco il proprio sostegno agli Usa, B. ha nicchiato per mesi. Al vertice delle Azzorre non c'eravamo: c'era il Portogallo (ospite), la Spagna, il Regno Unito; c'erano ovviamente gli USA; ma B. no.
Come dice Ciampi, il contingente italiano è arrivato in Iraq solo "a guerra finita" e "su invito dell'Onu", ecc. ecc.. Un malizioso potrebbe dire: siamo arrivati a guerra vinta (vecchia consuetudine italiana) e a pozzi aperti. In ogni caso, la presenza italiana è minuscola, e non ci fa onore: come m'imbarazza il pizzaiolo di Toronto al Congresso, così mi sento disturbato dall'idea che con soli tremila uomini noi ci riteniamo in diritto di mantenere un'opzione dell'Eni sui pozzi petroliferi di Nassiryia. È possibile non vedere la sproporzione enorme tra quello che abbiamo fatto noi e quello che hanno fatto gli angloamericani? Loro hanno, insomma, invaso tutto il Paese, esportato la democrazia in massa. Noi abbiamo addestrato un po' di poliziotti…

7. Eppure anche la nostra omeopatica presenza in Iraq, col tempo è diventata strategica. Dopo il ritiro spagnolo ci bastano tremila uomini per essere forse il terzo contingente in Iraq (di sicuro il secondo europeo). Perciò, anche se siamo in pochi (e abbiamo pretese forse esagerate), gli angloamericani hanno effettivamente bisogno di noi per evitare che l'Iraq sembri una nazione occupata militarmente da una sola potenza nemica. L'altra faccia della medaglia, è che ci bastano tremila uomini per esporre tutta l'Italia a ritorsioni terroristiche. Ora, pur essendo pavido di carattere, e lesto al panico, credo che al Terrore occorra reagire con fermezza. Ma non capisco che senso abbia esporsi al Terrore solo col piedino. Tanto il Terrore è Terrore, per definizione fanatico e integralista: se ha deciso di colpirci, ci colpirà. Ma allora tanto valeva spendersi di più, fare la guerra sul serio. Oppure non fare nulla, e non esporsi neppure. Quello che non sopporto è la guerra tiepida, tutta questa ipocrisia governativa "sì, siamo con gli americani, però non abbiamo partecipato alla guerra, però siamo loro alleati, però non combattiamo ma educhiamo la polizia, ecc.". Come se Al Zarqawi e compagnia s'interessassero dei dettagli. Se davvero avevamo paura di Al Zarqawi, ce ne stavamo a casa. E se non abbiamo paura di lui, dovremmo combatterlo a fronte alta.

8. In questi giorni sono molto impegnato e l'idea anche solo di scaricare e sfogliare l'enciclopedia programmatica dell'Unione mi butta giù. Da qualche parte nelle 200 pagine ci sarà anche l'exit strategy dall'Iraq. Immagino che abbia tempi più brevi di quella prevista da Berlusconi. Se fosse così mi sembrerebbe giusto: l'elettorato di riferimento dell'Unione non ha mai voluto la guerra. In realtà nessun elettorato la voleva, tranne forse quello di Capezzone. A proposito di Capezzone, anche il suo film sulla "Comunità delle democrazie" dovrebbe essere sospeso dalle sale diciamo fino al 9 aprile: non perché non sia immaginifico e ben girato, ma perché rischia di farci perdere voti, e i voti sono molto importanti, vero?
Quando parliamo di ritirarci dall'Iraq, diamo per scontato che l'Italia sia in Iraq. Non è proprio così. 2-3000 militari italiani da un Paese di 25 milioni di abitanti occupato da 140.000 militari USA non sono davvero una gran cosa. Ognuno può avere la sua opinione sulla Guerra in Iraq, ma non c'è dubbio che il nostro aiuto agli americani sia già oggi piuttosto esiguo. E interessato, per di più.
Capisco le ragioni di chi dice che non si può abbandonare l'Iraq nel caos. Nei fatti l'Iraq è nel caos: sciiti e sunniti continueranno a scontrarsi per anni. 3000 italiani, però, non cambiano di molto la situazione.
3000 italiani sono importanti come moneta di scambio tra Berlusconi e Bush (io mantengo formalmente la presenza italiana nella coalizione dei volonterosi, e tu mi fai una marchetta elettorale). 3000 italiani sono importanti perché ci espongono agli attacchi terroristici. 3000 italiani, secondo me, possono andarsene anche domani, e l'Iraq resterà il problema che era prima. Certo, gli USA avranno perso un altro piccolo petulante alleato.
Secondo me se ne faranno una ragione.
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- pasticcioni dell'umanità, 2

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(Questa serie di post, che annoiano tutti, nascono da uno scrupolo: a un certo punto mi sono chiesto se, oltre a rivendicare il diritto di criticare Israele e la politica di Sharon, io fossi in grado davvero di criticare Israele e la politica di Sharon: citando fatti e date, senza le solite scappatoie da blog di opinione. È una gran fatica, ma ogni tanto qualcuno la deve fare. Perché è vero, un sacco di gente non sa di cosa sta parlando: e allora è tempo che chi qualcosa la sa informi gli altri. Che senso ha continuare a palleggiarsi degli "Sharon boia" e degli "Antisemita!" come se avessimo vent'anni – io non li ho più, vent'anni. E i ventenni ignoranti di adesso mi spaventano.

Questo non significa che dobbiamo smettere di scrivere battute su Sharon, se ce ne vengono in mente. E' solo che ogni tanto bisogna spiegare ai nuovi di cosa si parla: illustrare il perché quello che ad alcuni sembra un eroe e uomo di pace è ritenuto da altri un boia o un assassino. Tutto qui).

I disastri di Ariel Sharon (seconda parte)

1. La strage di Qibya.
2. Quel che disse Ben Gurion
3. Il passo di Mitla
4. "Immaginate di dover prendere la collina X..."
5. Eroe di guerra.

6. Nasce il Likud
Nel 1974 il nostro uomo compie il passaggio definitivo dalla vita militare a quella politica.
La traiettoria politica di Sharon, apparentemente, la conosciamo tutti: da caparbio promotore degli insediamenti nei Territori (1977-2003) a coraggioso artefice del ritiro dei coloni dagli insediamenti stessi (2003-2006). È una visione piuttosto schematica dell'uomo e della sua psicologia: come se dopo l'irruenza della gioventù, la cocciutaggine dell'età adulta s'intenerisse con la vecchiaia (secondo il vecchio luogo comune: battaglieri a vent'anni, moderati a sessanta…) Le cose per la verità sono più complicate. Per esempio, il primo incarico politico Sharon lo ottiene in un governo laburista: consigliere speciale di sicurezza nel primo gabinetto Rabin (1974-1977). Pochi sanno (e nemmeno io sapevo) che in un primo tempo "Sharon meditava di formare un partito con i pacifisti…
parlò dello Stato di Palestina, e prima che a destra nessuno avesse nemmeno il coraggio di pronunciare quella parola, lui era pronto a stringere un accordo. Quello che voglio dire è che sapeva come muoversi in tutte le direzioni almeno dal punto di vista retorico."
La testimonianza dello storico israeliano Avishai Margalit ci restituisce l'immagine di un politico più smaliziato e disinvolto. Resta da capire cosa porti in pochi anni Sharon dalle avances nei confronti dei pacifisti alla fondazione del Likud (1973), il blocco di centro-destra capeggiato da Menahem Begin che considera i Territori Occupati nel 1967 "Terra di Israele liberata". Forse l'ostinazione opposta e speculare dell'OLP di Arafat, che continuava la sua guerriglia dal Libano, rifiutando ogni progetto di spartizione tra il fiume Giordano e il mare (non già perché voleva cacciare gli israeliani, come qualcuno oggi pensa e dice, ma perché il programma di Al Fatah prevedeva la creazione di uno Stato unico, multietnico e non confessionale, in cui arabi ed ebrei avrebbero dovuto vivere con pari diritti e dignità: lo so, a dirlo oggi sembra fantascienza). Potrebbe anche trattarsi di una questione di opportunità: alla prova dei fatti Sharon sperimenta che il pacifismo in politica non paga, e si butta a destra. Quando il Likud va al potere, Begin lo nomina Ministro dell'Agricoltura. È un dicastero fondamentale, perché ha la delega sugli insediamenti.


7. La guerra della terra e dell'acqua
Gli "insediamenti" sono villaggi creati dagli israeliani (e in alcuni casi diventate vere città) nei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967): Gaza e la Cisgiordania. Fino al 1977 erano sorte per lo più in zone scarsamente popolate ma strategicamente rilevanti. La 'colonizzazione' vera e propria dei Territori inizia con l'avvento del Likud al potere. L'obiettivo è rendere i milioni di palestinesi, residenti e profughi a Gaza e in Cisgiordania, una minoranza, circondata da una rete di città e strade israeliane. Come avverte, a chiare lettere, il presidente della commissione per l'insediamento dell'Organizzazione sionista mondiale, Matityahu Drobless: "diviene necessario effettuare una corsa contro il tempo.
[…] le terre demaniali e le terre incolte di Giudea e Samaria devono essere immediatamente confiscate al fine di colonizzare le zone entro e attorno i centri di residenza delle minoranze per ridurre al minimo il pericolo di un nuovo Stato arabo su questi territori. Non deve esserci il minimo dubbio sulla nostra intenzione di tenerci per sempre la Giudea e la Samaria" (citato da Baron, I palestinesi (2000), pag. 369).
"Giudea e Samaria" è il nome biblico per la Cisgiordania. I progetti di colonizzazione avanzati da Drobless riprendono le idee avanzate da Sharon e costituiscono il proseguimento della guerra (della sua guerra) con altri mezzi. Il principio fondamentale è lo stesso: non c'è miglior difesa dell'attacco, non c'è migliore strategia di quella che consiste nel mettere il nemico di fronte a un fatto compiuto. Così, mentre Begin temporeggia e tratta la pace separata con l'Egitto, Sharon permette ai coloni d'impadronirsi della risorsa fondamentale: l'acqua. Dal 1967 le autorità militari hanno proibito ai palestinesi dei Territori di creare, possedere o fare funzionare una installazione idraulica esistente senza l'autorizzazione del comandante della regione. In compenso i coloni dei Territori hanno il permesso di trivellare i pozzi nei loro insediamenti. Del resto nel 1980 Sharon ammette che due terzi dell'acqua nelle tubature israeliane proviene dalle alture del Golan e della Cisgiordania. Nel 1982 il governo 'nazionalizza' l'acqua palestinese, affidandola alla compagnia idrica israeliana.
Quello che rende disastrosa questa strategia di accerchiamento è che paradossalmente ha funzionato, rendendo nei fatti impossibile la creazione di uno Stato palestinese dotato, almeno in Cisgiordania, di una contiguità territoriale. Come ben sa chi ha guardato una cartina del futuro Stato palestinese secondo Camp David, Oslo, o la Road Map. Ma se i palestinesi hanno perso terre e acqua, gli israeliani non hanno vinto la battaglia demografica: in pratica Israele si è dissanguata (nel 1982 l'insediamento di una famiglia di coloni costava a Israele e all'Organizzazione sionista mondiale 120.000 $) per creare colonie di ostaggi, nelle quali la sindrome di accerchiamento ha favorito lo sviluppo di una società alternativa, spesso ispirata all'ebraismo più ortodosso: refrattaria a qualsiasi idea di pace coi palestinesi, pronta ad accusare i fratelli israeliani di tradimento, come si è visto quest'estate. Un bel disastro. E chi lo ha combinato? Dovendo fare un solo nome, io direi… ma è solo una mia opinione, andiamo avanti.

8. Gli attentati del 2 giugno 1980
Fino al 1977 Israele aveva combattuto molte guerre: alcune contro eserciti regolari, altre asimmetriche e 'sporche', contro nemici non riconosciuti, fedayn e terroristi (del resto il terrorismo era stato praticato anche da fazioni israeliane, come l'Irgun di Begin).
Con la colonizzazione dei Territori, la guerra diventa demografica. Può sembrare un progresso: non si tratta più di respingere un nemico, ma di circondarlo; non di sopprimerlo, ma di essere più prolifico di lui. In realtà è probabilmente il più grande disastro commesso da Sharon: l'aver posto le premesse per la nascita di una generazione di israeliani nelle colonie, cresciuti nel culto della terra degli antenati e, inevitabilmente, nell'odio per "gli usurpatori" palestinesi. I coloni sono, naturalmente, 'costretti' a difendersi da soli: nella pratica formano una milizia paramilitare permanente (in compenso sono spesso esentati dal servizio militare, il che li allontana ancora di più dall'esperienza di vita dei loro connazionali). Con la colonizzazione dei territori il conflitto israelo-palestinese diventa definitivamente una guerra civile: non più un Esercito regolare contro un Fronte di liberazione, ma coloni coi fucili e i palestinesi con le pietre (all'inizio; e con le bombe, in seguito). Una metastasi sociale che complicherà le cose sia all'Esercito israeliano che all'OLP. Forse Sharon non aveva previsto tutto questo.
In ogni caso si tratta di un processo che egli ha contribuito più di altri ad avviare. Nel 1980, durante un duro confronto tra le autorità israeliane e i sindaci palestinesi (accusati di essere "direttamente responsabili della sovversione in Cisgiordania"), Sharon parla di non meglio precisati "mezzi non convenzionali" da adoperare per normalizzare i Territori. Il 2 giugno il sindaco di Nablus (da poco scarcerato) perde due gambe in un'esplosione, dopo aver messo in moto la sua auto. Pressappoco alla stessa ora anche il sindaco di Ramallah ha un incidente analogo (perde una gamba). Il sindaco di el-Bireh, informato, dà un'occhiata alla sua auto nel garage e vi trova una terza carica esplosiva. Per il quotidiano israeliano Haaretz "è praticamente sicuro che si tratti di opera di ebrei" (Baron, op. cit., pag. 377). Nel 1982 quattro importanti esponenti della colonia di Kyriat Arba vengono arrestati per detenzione di esplosivi: due di loro sono processati in Israele per aver occultato documenti utili sull'inchiesta relativa agli attentati del 2 giugno. Nessuno, naturalmente, si permette di attribuire una qualche responsabilità morale a Sharon. Che nel frattempo è già lontano, a Beirut, alle prese con nuovi disastri… (Continua)
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Sta scritto: fortunato il popolo che non ha bisogno di eroi. E scalognato oltre misura il popolo, aggiungo io, che dovendo ricorrere agli eroi non trovi di meglio che Ariel Sharon.

Non vengo a seppellirlo, grazie al cielo. Mi trovo per la verità in un paradosso piuttosto imbarazzante, per il figurante che dovrebbe giocare il ruolo di "blog filopalestinese": se un anno fa mi sentivo sollevato per la fine dell'agonia di Arafat (che sembrava perlomeno sbloccare la situazione), oggi mi trovo a dovere esprimere una sincera preoccupazione per le condizioni di salute del suo eterno nemico. Mi consolo pensando che molti palestinesi devono pensarla come me, perlomeno i più anziani – mi spavento ricordandomi che la Palestina è una nazione giovane. Una non-nazione, pardon.

Il suo ex avversario politico Barak, intervistato ieri sulla Repubblica, sostiene che la Storia ricorderà Sharon per quello che ha fatto negli ultimi due anni. È difficile crederlo, dal momento che le azioni effettivamente compiute da Sharon dal 2004 a oggi (in buona o cattiva fede, per ora non importa) non sono che un tentativo estremo di portare Israele fuori da un inferno che lui stesso ha contribuito a edificare, forse più di ogni altro cittadino israeliano. Queste naturalmente sono opinioni di parte. Quelli che citerò qui di seguito, però, sono fatti. Accaduti realmente, e verificati per quanto possibile. Se qualcuno meglio informato ha da propormi correzioni o integrazioni, lo ringrazio sin d'ora. Ma per favore, non usate i commenti per affermare la vostra contrarietà ai fatti. Neanche io sono d'accordo con i fatti, per quel che serve.

Sono stato molto incerto sul titolo da adoperare. "Crimini di Ariel Sharon" mi suonava un po' falso. Senza dubbio l'uomo ha commesso diversi crimini, riconosciuti anche da Israele; nondimeno bisogna tener conto di azioni odiose che definire "crimini" è esagerato e inesatto; per esempio, radere al suolo un villaggio con 69 civili è un crimine, senz'altro; incitare i coloni ad atti di terrorismo contro i palestinesi è ancora un crimine, forse; ma presentarsi sulla spianata delle Moschee per una passeggiata dopo il fallimento di Camp David non è un crimine, quanto piuttosto… un disastro. Ecco.

I disastri di Ariel Sharon, 1953-2003

1. La strage di Qibya
2. Quel che disse Ben Gurion
3. Il passo di Mitla
4. "Immaginate di voler prendere la collina X…"
5. Eroe di guerra

La strage di Qibya
La guerra di Ariel Sharon contro i civili palestinesi comincia nel 1953. Già comandante di Brigata durante la guerra del 1948, viene richiamato in servizio con il grado di Maggiore e la responsabilità del primo reparto israeliano di forze speciali. Si chiama Unità 101 ed è stata creata per risolvere il problema – ancora attuale – dell'infiltrazione dei palestinesi attraverso i confini.
Il 12/10/1953, in seguito all'eccidio di una madre israeliana e dei suoi figli, il ministro della Difesa Lavon ordina una rappresaglia contro il villaggio di Qibya. L'Unità 101 rade al suolo l'intero villaggio: la moschea, il pozzo, la scuola, 45 abitazioni. Nel corso dell'operazione muoiono 69 civili palestinesi. Gli altri 2700 "decidono" di evacuare Qibya. L'operazione viene condannata dagli USA, e dalla stessa opinione pubblica israeliana; la risoluzione 101 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la censura duramente; in un primo tempo il governo respinge ogni addebito e attribuisce la strage ai coloni esasperati.
Sharon sostiene di aver capito troppo tardi che molti abitanti di Qibya erano rimasti nascosti nelle loro case durante l'operazione. L'ispettore ONU giunto in loco il giorno dopo è di un diverso parere: i fori di pallottola sulle porte e la posizione dei cadaveri (sulle soglie delle case), indicherebbero che alle vittime fu interdetta la fuga.
Secondo Benny Morris, storico israeliano, Sharon ricevette quel giorno ordini per impartire una punizione più esemplare del solito. Non è chiaro da chi, dato che la direttiva dello Stato Maggiore prevedeva una 'semplice' rappresaglia. In seguito all'episodio Israele rinuncia ufficialmente a colpire obiettivi civili. Due anni dopo l'Unità 101 viene sciolta – o meglio, confluisce in una brigata di paracadutisti.
Nella sua autobiografia, Sharon, benché dispiaciuto per la strage, la considera come la prova dell'efficienza raggiunta dall'esercito nel respingere le infiltrazioni. E in effetti in quegli anni ci fu una drastica riduzione degli attentati ai civili israeliani (una media di 150 morti all'anno tra 1951 e 1953).

Quel che disse Ben Gurion
In un'intervista televisiva, Sharon ha raccontato che dopo il raid di Qibya incontrò (per la prima volta) Ben Gurion, che lo sostenne dicendogli: "Non importa quello che il mondo dice di Israele. L'unica cosa che importa è che noi possiamo resistere qui, sulla terra dei nostri antenati. E se non mostriamo agli arabi che c'è un prezzo salato da pagare per chi uccide un ebreo, non sopravvivremo".
È un tipo di logica che conduce alla decimazione – certo, è indimostrabile che Ben Gurion abbia pronunciato veramente queste parole. Ai tempi della lotta per l'indipendenza, il leader laburista aveva manifestato contrarietà per gli atti di terrorismo sui civili. Il discorso invece rispecchia abbastanza fedelmente la futura carriera politica e militare di Sharon. Ecco un altro piccolo grande disastro di Sharon (in buona fede o no): aver messo la legge del taglione e delle rappresaglie in bocca di uno dei padri fondatori di Israele.

Il passo di Mitla
Se riesce difficile credere a uno Sharon "che esegue gli ordini", è perché l'obbedienza non è mai stato il suo forte. Lo dimostra nel 1956, quando la sua brigata di paracadutisti è inviata nel Sinai, nel corso delle operazioni che precedono la crisi del Canale di Suez. Il comandante Sharon ha 28 anni ed è ansioso di mettersi in mostra. Chiede più volte al comando il permesso di entrare nel passo di Mitla, da cui teme possano attaccare gli egiziani: permesso negato. Alla fine riesce ad ottenere di mandare una squadra in perlustrazione: un loro veicolo ha una panne e cade sotto il fuoco nemico. A questo punto Sharon ordina l'attacco e riesce a conquistare il passo di Mitla: una quarantina di effettivi israeliani cadono in una delle più inutili battaglie della storia militare israeliana (il ritiro egiziano era previsto di lì a poco). Sharon è criticato da superiori e sottoposti; il suo vice, Yitzhak Hoffi (futuro generale e capo del Mossad) dichiara ai servizi segreti che Sharon soffre di paranoia e necessita di cure psichiatriche. Il capo di Stato Maggiore, Moshe Dayan, furioso, lo allontana dall'esercito e lo spedisce per un anno in un'accademia militare inglese. È un periodo difficile; la moglie gli muore in un incidente d'auto, forse dopo aver scoperto la relazione di Sharon con la sorella (che poi sposerà). Ma questi sono disastri privati; forse non dovrebbero interessarci.

"Immaginate di voler prendere la collina X…"
Restiamo invece al disastro di Mitla, che è poi l'applicazione di una famosa dottrina strategica di Sharon. Secondo la testimonianza di un paracadutista, Sharon la descriveva così ai suoi sottoposti:
"Immaginate di voler prendere la collina X, ma il governo vi autorizza a prendere solo la collina Y. Voi, naturalmente, prendete la collina Y, poi mandate un reparto in ricognizione alla collina X, per assicurarvi che "sia tutto a posto". Il reparto "cade sotto il fuoco nemico" della collina X, voi notificate al governo che il reparto è in pericolo e chiedete l'autorizzazione per soccorrerlo. E così, finalmente, potete attaccare e prendere pure la collina X".
In realtà a Mitla Sharon sembrò essersi giocato la carriera. Ma "il gioco delle due colline" anticipa già l'atteggiamento del movimento dei coloni: ricognizione, provocazione, richiesta di aiuto, guerra aperta, insediamento; ricognizione, provocazione, richiesta di aiuto, guerra aperta, insediamento. Così, all'infinito.

Eroe di guerra
Riammesso nei ranghi dell'esercito sotto Rabin, Sharon riscatta del tutto la sua immagine con la guerra dei Sei Giorni (1967), durante la quale conduce l'avanzata-lampo più fulminante della Storia d'Israele, sempre nel Sinai. Più controverso il suo ruolo nella guerra dello Yom Kippur (1973): subentrato a un generale sollevato dall'incarico (Sharon si era congedato da poco), riesce avventurosamente ad attraversare il Mar Rosso e stabilire una testa di ponte in Africa; disobbedisce una volta ancora agli ordini, ma salva agli occhi di molti connazionali l'onore di una guerra che per la prima volta Israele ha rischiato di perdere. Una celebre foto lo ritrae accanto a Moshe Dayan che passa in rassegna le truppe nei pressi del Canale di Suez: alla benda nera del grande generale, Sharon può accostare la sua bandana insanguinata. Un simbolico passaggio di consegne: Israele ha un nuovo eroico condottiero. Col senno del poi, è un disastro anche questo. Ma per il momento, è una vittoria. (Continua)
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- severo monito

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58 di questi giorni

NEL RIGOGLIO DI INTIMI AFFETTI SUSCITATO DA QUESTA TRASMISSIONE MI È CARO INTERPRETARE CON LA MIA PAROLA IL FERVORE DI SENTIMENTI CHE, COME SULLA SOGLIA DI OGNI ANNO, COSI NELL'ATTUALE VIGILIA TUTTI CI ACCOMUNA IN UN PALPI TO DI MUTUA COMPRENSIONE E DI FRATERNA SOLIDAR1ETÀ.

E' QUESTA UN'ORA CHE PIÙ DI OGNI ALTRA CI RICHIAMA AL TRASCORRERE DEL TEMPO E CI INDUCE A BANDIRE RISENTIMENTI E POLEMICHE, A GUARDARE PIÙ OBIETTIVAMENTE AL PASSATO ED A FORMULARE I MIGLIORI PROPONIMENTI PER L'AVVENIRE.

NEL CORSO DI QUEST'ANNO, IN CUI NON SONO MANCATI DRAMMATICI EVENTI CHE HANNO TENUTO IN TREPIDAZIONE E IN ANGUSTIA I POPOLI E GLI INDIVIDUI PENSOSI DEL DESTINO DELL'UMANA CIVILTA', L'ITALIA IN CONFORMITÀ DI UNA VOCAZIONE DA ESSA PROFONDAMENTE SENTI TA E SANCITA DALLA STESSA COSTITUZIONE , HA CONTINUATO A DARE IL SUO ATTIVO CONTRIBUTO ALLA CAUSA DELLA PACE E DELLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE.

SUL PIANO INTERNO, IL DELICATO PROBLEMA DELLA CONGIUNTURA ECONOMICA MANIFESTA ALCUNI SINTOMI INCORAGGIANTI E SONO SICURO CHE CON IL CONCORSO DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, DAI LAVORATORI AGLI IMPRENDITORI ECONOMICI, TUTTO SARÀ FATTO AFFINCHÈ LA NOSTRA ECONOMIA SI SVILUPPI CON RINNOVATA FIDUCIA.

Le forze sociali sembrano optare al presente per posizioni di contrasto o quanto meno di dura dialettica, ma appaiono consapevoli delle difficoltà e desiderose di contribuire ad affrontarle. I partiti che hanno stipulato un'intesa di programma devono esprimere una solidale volontà di convergenza riformatrice. Come ho già avuto occasione di dire ogni forza politica deve conservare il suo patrimonio ideale, ma le intese raggiunte o da raggiungere su specifiche proposte politiche dovranno sempre avvenire sul terreno della fedeltà ai valori della Costituzione.

Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano.
Vi è un'altra considerazione che vi debbo fare, che riguarda la nostra gioventù, Mi stanno molto a cuore i giovani. Vedete, qui al Quirinale ho Instaurato un metodo: quello di ricevere tutte le scolaresche che al mattino vengono a visitare Il Quírinale. In questi anni ne ho già ricevuti 360 mila.
io non faccio discorsi a questi scolari, a questi giovani; intreccio con loro un dialogo, cioè mi sottopongo ad un interrogatorio, a molte domande. Ebbene, la loro preoccupazione è soprattutto questa, miei cari compatrioti. Essi mi chiedono: "Quando avremo terminato I nostri studi. troveremo un'occupazíone?". E poi mi pongono un'altra domanda: "Il nostro domani sarà turbato dalla guerra?".
Ecco le domande che mi fanno i nostri giovani. E non dobbiamo tradire le speranze della nostra gioventù, di questa gioventù che rappresenta l'avvenire della Patria, l'avvenire della nostra Nazione.

Per risolvere questi problemi gravi, occorre una grande mobilitazione di tutti, sagge e coraggiose iniziative, nel segno di una concordia nazionale di fondo che di niente vuol privare la dialettica democratica, ma che anzi da essa si alimenta come in ogni societa' aperta, in vista di una collaborazione NECESSARIA per il bene comune. Cio' quanto meno su questioni vitali, come la lotta alla criminalita' organizzata, inaccettabile in se' e con le sue DRAMMATICHE diramazioni nel traffico di droga e nel piu' barbaro dei delitti, il sequestro di persona.
Certo, la ''questione giustizia'' assume, in questa prospettiva, una assoluta urgenza e priorita'. E rende assolutamente necessaria una sua soluzione, nell' anno 1991, - che io vorrei poter chiamare l' ''anno della giustizia'' - anche con un piano straordinario in termini di aumento dei magistrati, di potenziamento delle strutture operative, di riforme da completare, esaminando anzitutto ed approvando SOLLECITAMENTE il pacchetto di misure che il Governo ha presentato al Parlamento in tema di giustizia e di sicurezza pubblica, nonche' di quelle di cui io stesso ho investito le Camere.

Tutti ci ricordano che siamo ad un passaggio delicato, difficile; ed è vero, ma attenzione non ci viene chiesto nulla, proprio nulla di eccezionale, nulla di eroico. Non assumiamo il tono dell'eroismo. Ci viene soltanto chiesto di fare bene il nostro dovere, proprio null'altro.
Non ci viene chiesto di essere salvatori della Patria, ma servitori della Patria, sí! e con amore!
Se faremo questo, un giorno, volgendoci indietro, vedremo che il p a s s a g g i o è stato superato....
L'essenziale è che a superarlo sia tutto il popolo italiano. Tutto!
E che ciascuno voglia e possa camminare insieme.
Dipende da ciascuno di noi che camminiamo e che aiutiamo quelli che non possono camminare, perché occorre che tutto il popolo cammini.
Ho detto l'anno scorso: "l'Italia risorgerà", ed era augurio fatto con il cuore. Oggi mi sento di poter dire "l'Italia sta risorgendo!".

Possa il 2006 portare serenità a voi, alle vostre famiglie, alla nostra amata Patria.
Viva l'Italia!
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"Io non lo scorderò"

Caro Leonardo,
l'ho capito da un pezzo: la Primavera mi fa male. Ho un sacco di pensieri, sono un po' agitato, e poi va a finire che perdo di vista le cose importanti.
Su una preziosa agendina di pergamena che mi sono fatto regalare a Natale e poco dopo ho perso in un cassetto, non mi ero dimenticato di annotare le scadenze più importanti dell'anno. Il Due Aprile, per esempio. Il Due Aprile era una cosa da non mancare assolutamente. Se volevo dimostrare che il Progetto Duemila aveva bisogno di me, avrei dovuto impegnarmi. Magari fermarmi una mezzora di più in ufficio ogni tanto, qualche straordinario non pagato, qualche videoricerca sistematica in archivio. Tempo bene speso, perché il Due Aprile era fondamentale. Avrebbero mandato senz'altro qualche pezzo grosso a controllarci, magari un porporato, e il grosso pezzo di porporato sarebbe stato molto contento del mio lavoro. Lo avrebbe detto in giro. Lo sapete che già al Progetto Duemila c'è un tipo molto in gamba, con una buona memoria? Sì, lo so che è un ex defargista rieducato, ma mica possiamo tenerlo in cantina per tutta la vita, no? Ci sarà un motivo se si chiama Rieducazione, no?

Poi sono successe tante cose, i blecaut, Taddei… di mezzore straordinarie per costruirmi il mio piccolo dossier Wojtyla non ne ho avute. Ogni tanto ci pensavo, certo. Pregustavo il mio trionfo, alla vigilia del Due Aprile fatidico.

ANTONIO-ABATE: Maledizione, qui siamo alla vigilia di un fatto storico di prima importanza e non ci ricordiamo un cazzo. Qualcuno ha qlche idea?
IMMACOLATO: Beh, io partirei con l'ultima immagine del Papa dal balcone, che cerca di parlare. Uno stacco sulla piazza gremita, un altro stacco sulla salma circondata dai vescovi, e con le immagini di morte e di lutto finirei lì.
ANTONIO-ABATE: Ma le abbiamo, tutte qste immagini?
IMMACOLATO: Certo che le abbiamo. Poi passerei a un montaggio più veloce, con tutte le classiche immagini del Papa Buono: il bambino che gli cava la coppola, la bambina che in braccio a lui si ficca un dito sul naso, il piccione che gli atterra sulla testa, il Papa in montagna, il Papa sugli sci…
ANTONIO-ABATE: Gli sci! Me li ero totalmente dimenticati. E poi…
IMMACOLATO: Il Papa calciatore, il Papa capo indiano, il Papa alle giornate mondiali dei Papaboys, il Papa al concerto di Bob Dylan…
LORETO: L'Indagatore dell'Incubo?
IMMACOLATO: Taci, Loreto. Poi, lentam, inizierei a infilare tutti i personaggi importanti che gli hanno stretto la mano: Reagan, Gorbaciov, Madre Teresa, Fidel Castro eccetera. E finirei con… col suo attuale successore.
ANTONIO-ABATE: Sì, certo, tutto molto bello, ma dove stanno le immagini? Quanto ci metteremo a trovarle? E ci resterà tempo per montarle?
IMMACOLATO: Non c'è bisogno, è già tutto pronto.
TUTTI: Tutto pronto?

Così, mentre fantasticavo (e portavo Letizia in spiaggia, e facevo la spesa, e preparavo le lezioni, e facevo da amo per Taddei, eccetera), quatto quatto è arrivato Aprile, al suono del cucù – un brusco risveglio.

ANTONIO-ABATE: Sia Lodato Gesù Cristo. Seduti. Prima di iniziare la riunione, volevo dare il benvenuto a Monsignor Elpidio, della Congregazione Propaganda Fidei, che è venuto a trovarci proprio oggi. Non poteva scegliere un giorno migliore, dico bene?
ELPIDIO: Buongiorno a tutti. Ma iniziate, iniziate pure. Io vi osservo con attenzione.
ANTONIO-ABATE: Già. Come sapete, l'occasione è importante, tra le più importanti da quando il Progetto ha avuto inizio. Sappiamo che nei prossimi mesi la morte di Giovanni Paolo II si cristallizzerà nella memoria di milioni di fratelli e concittadini. Il nostro compito è quello di assisterli in questa fase delicata. Possiamo iniziare. Dunq.
ELPIDIO: E-ehm…
ANTONIO-ABATE: Ah, sì dimenticavo. Devo avvertirvi: non calcate la mano. Sappiamo tutti quanto sia stato importante e amato qsto Papa. Ma dobbiamo tener conto che presso i nostri attuali alleati, gli Usastri, è ancora forte una corrente di pensiero che riteneva la Chiesa Cattolica una creazione dell'Anticristo e Woytjla almeno parzialm succube ai disegni di… di… insomma, ci siamo capiti, no? Equilibrio. Ecco quel che ci serve. Ora: alcuno ha delle proposte?

Silenzio. Il Monsignore è il classico tipo paffuto con gli occhi piccoli e furbi. Qlli come lui non crescono. Nascono già Monsignori
Antonio mi guarda. Spera in me per rompere il ghiaccio. Ma io sono frastornato, come lo studente secchione il primo giorno che non ha fatto i compiti. Ho la testa vuota e ci ronza dentro una vecchia canzone. Come faccio a ricordarmela?

E spera e spera un uomo arriverà

Poi accade ql che non deve mai accadere: Loreto alza la mano. Di solito la deve tenere ben alta per una mezzora prima che qlcuno si ricordi di lui. Ma stavolta Antonio è proprio disperato.
ANTONIO-ABATE: Sì, Loreto? Dicci pure.
LORETO: Mah, secondo me dovremmo iniziare col suo discorso più famoso, sa, quello dell'abbraccio…
In un angolo, Pioquinto sbianca. Antonio non ha ancora capito.
ANTONIO-ABATE: Il discorso dell'abbraccio? Non me lo ricordo.
LORETO: Ma sa, quello che… che c'è la piazza tutta piena e lui dice: "date un abbraccio ai vostri figli, dite che è l'abbraccio del Papa", e poi…
IO: Stai sbagliando Papa, idiota.
LORETO: Sì?
ANTONIO-ABATE: Ma, ma, ma forse tu hai un'idea migliore, eh, Immacolato? Con la tua famosa memoria?
IO: Beh, sì, io pensavo a una serie di filmati di repertorio in cui…
ANTONIO-ABATE: Li hai già pre-selezionati?
IO: …no.
ANTONIO-ABATE: Ma se ve l'ho detto mille volte. Venite qui già con materiale pre-selezionato, sennò come facciamo. E le musiche? Hai pensato alle musiche?
IO: Ah, sì, in effetti ho in mente una canzone, non so se qualcuno se la ricorda… avete presente qlla che fa:

e l'uomo in bianco scese dal cielo
ma era di là dalle barricate


ASSUNTA: E di che parla?
IO: Parla del Papa, appunto, di quel Papa lì.
PIO-QUINTO: Impossibile. Mai sentita.
IO: Beh, tante cose non hai mai sentito. Era una canzone che… di un gruppo che mi piaceva molto e poi a un certo punto non mi è piaciuto più. Sapete come vanno qste cose, no?
PIO-QUINTO: No.
IO: e l'uomo in bianco vide la morte
ma era di là dalle barricate.
Santiago del Cile
padre tuo figlio dov'è

ASSUNTA: Dai, Mac, piantala.
PIO-QUINTO: Che roba è, qsta? Che vuol dire?
IO: Santiago del Cile. Era il titolo. Parlava di quando il Papa andò a Santiago, del Cile, salì su un balcone con il dittatore e…
PIO-QUINTO: Qsta cosa non mi risulta.
IO: Forse non risulterà a te, ma io mi ricordo benissimo che il Papa andò a Santiago durante la dittatura, salì sul balcone del dittatore, e forse non gli volle dare la mano, ma a ql tempo io pensavo che era già troppo così, e infatti…
PIO-QUINTO: Non credo che Wojtyla sia mai stato a Santiago.
IO: Ma chi credi di prendere in giro?
PIO-QUINTO: Negli ultimi giorni ho visionato le trasmissioni tv di 20 anni fa. Sapete che ci fu una specie di non-stop su tutte e sette le reti nazionali, con molte immagini di repertorio. Mi sono detto: inutile perdere tempo a pre-selezionare, quando qlcuno l'ha già fatto al nostro posto 20 anni fa. Ho raccolto e montato. Ci sono immagini del Papa in Africa, nelle Filippine, negli USA, a Cuba. Nessuna immagine del Cile.
IO: Oh, ma andiamo.
PIO-QUINTO: Nessuna immagine del Cile. Ti stai inventando le cose, Immacolato. E secondo me non è neanche la prima volta.
IO: E perché mai dovrei inventarmi una cosa del genere.
PIO-QUINTO: Non so. Magari per metterti in buona luce davanti al Monsignore.
IO: Ma io… ma qsta è… ma brutto figlio di…
ANTONIO-ABATE: Silenzio. Propongo di visionare il montato di Pio. I vostri problemi, per favore, li risolvete poi in privato.
IO: No, ma scusa, ma è troppo grossa! Ma io ne trovo finché ne voglio, di immagini del Papa a Santiago!
PIO-QUINTO: Dici?
IO: E poi lo dice anche la canzone. "e dittatura e religione fanno l'orgia sul balcone". Secondo te me la sono inventata?
PIO-QUINTO: Secondo me, sì.

A quel punto mi sono alzato e, al cospetto del Monsignore Elpidio, ho cercato di prendere Don Pioquinto per il bavero. E ci sarei riuscito, non mi avessero trattenuto Assunta e Loreto. Proprio come i ragazzini.
Mi fa male, la Primavera.
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Il regime vintage

Caro Leonardo,
Tempo di merda (neve). E poi dicono: la terra si surriscalda. E più si surriscalda più a San Petronio nevica in gennaio. Una gran presa in giro. Io odio la neve, per strada mi si bagnano i piedi e non mi si asciugano più. E l'obbligo di staccare il frigo – che anche se non lo rispetti, dopo un po' la luce si stacca ugualm, quindi… le risse coi vicini di casa perché dal loro davanzale è sparito un pezzo di carne. Lo sanno tutti che è il cane del portiere. Adora succhiare le braciole congelate. O le seppellisce in qualche aiuola e le recupera frolle in primavera. I cani di San Petronio sono i più astuti del mondo, erediteranno la città.
Sono molto teso per via che stasera ho il mio primo colloquio con il Cap (scongelano anche lui). Sempre ammesso che smetta di nevicare e un filobus riesca a portarmi in Ospedale. A piedi rischio di prendermi un accidente. Beh, magari Damaso ha un'aspirina. In un ospedale dovrebbe averne. È bello avere amici dottori (come Assunta ben sa).

L'altro giorno in facoltà è successo un incidente curioso. Come promesso, ho visto Fahrenheit 451 coi miei studenti. Dev'essersi sparsa la voce che si proiettava roba bizantina in facoltà, così c'era quasi una dozzina di studenti, un successo. "Dopo una mezz'ora usciranno tutti", pensavo. E invece no, si sono bevuti tutto il noiosissimo film che è un piacere. La nouvelle vague torna di moda. Pazzesco. Vent'anni fa i film così te li tiravano dietro. Adesso più sono lenti e noiosi meglio è. L'anno prossimo provo con un muto in bianco e nero. La Corrazzata Potiemkin, perché no. Magari si commuovono e piangono. Ma forse è un film scoraggiato dal Teopop (il Teopop non proibisce, il Teopop scoraggia).

Per quasi tutto il film la biondina ha tenuto l'ipodo puntato sul video. Ha ripreso il film con quell'affare. Oltre a essere probabilmente proibito fortem scoraggiato, è anche dispendiosissimo. Continuo a pensare che un informatore userebbe mezzi più discreti.
Finito il film c'è pure stata un po' di discussione. Io non ero molto ispirato, volevo sparare il solito paio di palle e andarmene. Il trito argomento: perché i film fantascientifici del passato trattavano così spesso di regimi totalitari?

"C'è un motivo politico: la paura per il regime bolscevico, che in quel periodo controllava metà del Continente. Il ricordo ormai cristallizzato del nazismo. Ma ci sono anche ragioni più banali e contingenti. Per esempio, le scenografie.
Un film ambientato in un futuro, come questo, ha bisogno di scenografie avveniristiche molto costose. In questo caso la produzione se la cava con poco, come vedete. Una monorotaia nella campagna, un quartiere all'avanguardia ripreso dall'alto, qualche elettrodomestico 'strano', e il gioco è fatto".
"Ma prof, i telefoni…"
"Bravo, ma non chiamarmi prof. I telefoni, come hai notato, sono pezzi d'antiquariato. È un trucco molto semplice: invece di perdere tempo a immaginare il design di un telefono del futuro, si ottiene lo stesso effetto di spiazzamento temporale con un telefono del passato, che si immagina tornato di moda. Con un notevole risparmio di tempo, denaro e fantasia, perché l'oggetto del passato non va immaginato: basta recuperarlo da un trovarobe.
Tutto il film è giocato su questa specie di effetto vintage, anche se a distanza di 60 anni è difficile rendersene conto. Prendete l'autocisterna dei pompieri: le linee della carrozzeria rimandano alla prima metà del Novecento. Così le tute dei pompieri, che ricordano vagam le uniformi nazifasciste, ma anche le tute da operai. Tutto il futuro del film è ricostruito con scarti del passato. Possiamo interpretare questa scelta come un'ossessione per i regimi totalitari degli anni '30-'50, ma anche come una semplice scelta economica. Il passato è molto più facile da rendere, specie se è un passato vicino a noi e facilmente riconoscibile. Per spiegare allo spettatore che i pompieri sono 'i cattivi', non c'è bisogno di molte parole. Basta vestirli di nero.
Questo espediente economico finisce però per segnare il nostro modo di vedere il futuro. Negli anni '50 e '60 molti film di fantascienza ci mostrano il futuro come un incubo totalitario. Per motivi politici, ma anche perché l'incubo totalitario è l'opzione cinematografica più semplice ed economica. Per evitare di dovermi inventare scenografie fantasiose (e costose), io invento un regime totalitario che non solo è privo di qualsiasi fantasia, ma che la reprime: come i pompieri di questo film, che bruciano i libri. Siccome poi i regimi totalitari sono spesso in recessione economica, non ho nessuna necessità di inventare troppi accessori futuribili. Ci saranno ancora vecchie case in stile normanno, la gente si sposterà in treni non molto simili dai nostri. Addirittura, le scenette familiari non saranno molto diverse dalle nostre. In questo senso, dietro lo schermo del futuro, il film ruota su un dramma che più "anni '50" non si può: il marito rincasa stanco e vorrebbe mettersi a leggere in santa pace, ma la moglie casalinga e alienata insiste per guardare qualche stupido programma in tv.

A questo punto la biondina alza la mano.

"Sì?"
"Mi scusi, prof…"
"Niente prof".
"Non importa. Se ho capito bene lei sta dicendo che gli autori del film, come si chiamano…"
"François Truffault e Ray Bradbury".
"Quelli. Lei li sta accusando di essere i dittatori del loro mondo del futuro. Il loro piccolo mondo del futuro è piatto noioso e repressivo perché loro non avevano i mezzi e la fantasia per immaginarne uno meno piatto noioso e repressivo".
"Ma no, no, non sto dicendo questo".
"A me sembrava così".
"Ma no, è che… è che… È chiaro che, una volta immaginato questo mondo piatto noioso e repressivo, l'avventura dell'eroe del film consiste proprio nella rivolta, nello scardinamento del regime, nella conquista della libertà".
"Ecco, questa è un'altra cosa che non ho capito. Chi è l'eroe del film?"
"Ma… è Montag, il pompiere ribelle, no? Mi sembra chiaro".

In quel momento mi accorgo di avere addosso almeno 24 occhi perplessi. La biondina sta per riprendere, ma il quattrocchi davanti a lei la interrompe.
"Professore, io non sono tanto d'accordo. Quel pompiere uccide un uomo".
"Un uomo?"
"Il suo capo".
"Ah già, certo, sì".
"Lo uccide con lanciafiamme! Davanti a tutti! Nessun altro nel film compie un'azione talm crudele".
E la biondina, dietro: "È un uomo che si è fidato ciecam di lui. È quasi un padre per lui".
"E Montag lo uccide. A sangue freddo! Preferisce bruciarlo vivo piuttosto che dare alle fiamme qualche libro".
Cerco di riprendere la parola. "Ma non capite. I libri simboleggiano la fantasia, la capacità di scambiare le nostre vite con quelle dei nostri simili. Per Montag dietro ogni libro c'è un uomo".
Mi interrompe la biondina. "No, professore".
"Come sarebbe a dire no?"
"È esattam l'inverso. Per lui dietro ogni uomo c'è un libro. Gli uomini non gli interessano. Sua moglie non gli interessa. La fa piangere, fa piangere le sue amiche. Suo padre non gli interessa: lo brucia vivo. Lo ha detto lei: la sua ansia di libertà è quella del padre di famiglia che torna a casa e vuole soltanto leggere in santa pace. Immergersi nei libri. Dimenticare i suoi prossimi".
"È un maledetto feticista. Necrofilo, anche. Gli uomini gli interessano purché morti da un pezzo, e riconvertiti in carta".
"Su, ragazzi, calma adesso".
"Alla fine va a vivere nei boschi, in mezzo a un gruppo di gente alienata come lui, che non ha più veri rapporti umani".
"Ma non capite. Quelle sono le persone libere".
"Non sono d'accordo. Quelli sono ancora più alienati degli abitanti della città".
"Non comunicano più. Citano. Il citazionismo è la fine della comunicazione".
"Il citazionismo non è un bel lavoro".

A questo punto, siccome sono vecchio ma non ancora del tutto scemo, capisco qual è il problema.
Il problema è che c'è un defargista in sala. Probabilm è il quattrocchi. Si è fatto sfuggire un defargismo tipico. "Il citazionismo non è un bel lavoro". Non credo che Defarge lo abbia detto, ma avrebbe benissimo potuto.
E forse c'è di più. Forse anche la biondina al suo fianco è una defargista. Forse, anzi, la vera defargista è lei, e il compagno sta defargizzando solo per darsi un tono. Tipico dell'età.
Ma questo significa anche che, essendo di gran lunga la biondina la persona più avvenente del corso, tutta la mia classe diventerà in tempi brevi un covo di defargisti scatenati. E io faccio in tempo a tornare in Rieducazione entro la fine del semestre. La cosa più saggia sarebbe allontanare la biondina, subito.

Apro il registro alla pagina delle foto segnaletiche. Il Quattrocchi si chiama… Teresino. Nato decisam nel giorno e nell'anno sbagliato.
"Teresino-del-Bambin-Gesù".
"Sono io, sì".
I compagni, è ovvio, ridacchiano.
"Teresino, non mi è piaciuto il tuo atteggiamento durante la lezione".
"Ma sono solo intervenuto con…"
"Sei intervenuto a sproposito e con una foga che non si addice al tempo e al luogo. Per questo motivo passerai la prossima lezione nell'aula 68".
Teresino sbianca. Anche il resto della classe ammutolisce. Si vede che non ho fama di duro. La biondina guarda in basso. È meglio battere sul ferro, ora.
"La settimana prossima mi consegnerete un elaborato. Un riassunto del film e le vostre opinioni in merito. Soprattutto le vostre opinioni saranno esaminate con estrema attenzione. Sono stato abbastanza chiaro?"
Altroché se lo sono stato. Defluiscono rapidam; molti non torneranno più. Ecco come ti stronco l'idra a nove teste del defargismo. Per ultimi escono Teresino e la biondina. Si bisbigliano qualcosa.
Lei mi fa un gestaccio.
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Il risveglio del Capitano (2)

Caro Leonardo,
come ben sai, sono all'Ospedale Maggiore, ospite dell'amante di mia moglie, davanti a una mummia congelata in calzamaglia, e mi sto giusto chiedendo: cosa posso fare io per Capitan America?


"Quel che ci serve", dice Damaso, "è una specie di interprete".
"Non di inglese, spero. Il mio è parecchio arrugginito".
"Niente inglese. L'uomo che ha di fronte è italiano".
"Italiano in che senso?"
"Nel senso che è nato nella Repubblica Italiana, come lei e come me, e risponde al nome pre-teopop di Taddei Abramo detto Bar, nato nel giugno 1973 in questa città. I suoi documenti erano allegati alla bolla di accompagnamento".
"Non lo avete trovato in un iceberg, allora".
"Non credo di sapere cos'è un iceberg. Taddei ci è stato consegnato sei mesi fa, nel quadro delle trattative trilaterali di pace tra noi, bizantini e usastri".
"Uno scambio di prigionieri".
"Precisam. Come sa, stiamo facendo il possibile per recuperare i nostri uomini catturati dagli usastri nella campagna del '20, e loro ce li restituirebbero anche volentieri, ma non abbiamo prigionieri usastri con cui scambiarli".
"Non facevamo prigionieri, eh?"
"Proprio no, per quanto ci impegnassimo. Tutto quello che siamo riusciti a rimediare sono 18 ustascia bizantini presi nella campagna balcanica del '19, che abbiamo scambiato con 6 marines usastri catturati dai bizantini nel '15. Poi abbiamo offerto i sei marines agli usastri, che in cambio ci hanno dato …"
"Taddei Abramo congelato in costume da Capitan America".
"Proprio così".
"Bella sòla".
"Apparentem sì, siamo stati abbindolati. Durante le trattative gli usastri avevano alluso a un agente segreto dell'SSS caduto nelle loro mani da molto tempo".
"L'SSS è stato sciolto da Defarge almeno dieci anni fa".
"Appunto. E siccome dopo il suo scioglimento l'archivio SSS era stato distrutto, poteva trattarsi di un bluff. In ogni caso l'offerta era assai ghiotta. Un agente dell'SSS redivivo poteva aiutarci a far luce su molte cose. Senza dubbio valeva sei vecchi marines".
"Non credo che l'SSS mandasse i suoi agenti in giro vestiti da superoi".
"E perché?"
"Ma… perché avrebbero dato nell'occhio".
"Ah, sì? Noi pensavamo che la tuta blu fosse in qualche modo mimetica, che imitasse l'abbigliamento usastro, militare o civile…"
"Buon Dio, no! Gliel'ho detto, era un personaggio dei fumetti".
"Ma non lo sapevamo. Non potevamo saperlo".

(Caro Leonardo, mai avrei creduto di dover rimpiangere l'era della tv. Pure, è così: la gente è più stupida da quando non c'è più la tv. No, non stupida: ignorante. Non sanno cos'è un iceberg. Non hanno mai visto un usastro, non sanno come si veste, per l'oro potrebbe benissimo andare in giro con una calzamaglia rossa bianca e blu. E questa sarebbe la nostra prossima classe dirigente. Sconfortante).

"Senta, da come parla di tutta stafaccenda, lei mi sembra qualcosa di più di un primario".
"No, non si faccia pensieri strani. Sono stato coinvolto in quanto neurologo".
"Credevo fosse pediatra".
"Neurologo, pediatra, endocrinologo… ci ingegniamo, qui. Attualm ho stipulato un contratto a progetto con l'Esercito. Il progetto consiste nel rianimare Taddei senza farlo impazzire. Per limitare lo shock da risveglio, è stato trasportato nella sua città natale. Ora, per quanto riguarda la rianimazione, è una cosa semplicissima: basta staccare la spina".
"E perché non lo fate?"
"Lo abbiamo già fatto diverse volte. Il problema è tenerlo calmo una volta risvegliato. Mi ha già mandato sei badanti in infermeria. Ogni volta dobbiamo ricongelarlo e resettare l'operazione".
"Ah, ecco, comincio a capire".
"…E siccome non può ricordare i risvegli precedenti, ogni volta si comporta allo stesso modo. Sbatte le palpebre, si alza, e chiede chi ha vinto le elezioni. Non siamo ancora riusciti a capire di che elezioni stia parlando, ma per lui sono fondamentali. Tanto che s'innervosisce, fa altre domande impossibili, diventa violento… eccetera".
"E qui arrivo io, con la mia famosa memoria".
"E con la sua conoscenza della cultura usastra. Lei può aiutarci a capire Taddei, e può aiutare Taddei a capire noi. Una specie di interprete, come le ho detto. È stata Assunta a convincermi".
"Assunta sa di Taddei?"
"Assolutam no. Ma mi ha parlato molto di lei. Senza saperlo è riuscita a convincermi che lei sia la persona giusta per questo lavoro. Tanto più che in questo modo io do una grossa opportunità a lei e alla sua famiglia".
"Opportunità?"
"Suvvia. Taddei ha 52 anni, ma ne dimostra grosso modo venti di meno. È ragionevole pensare che sia stato ibernato all'incirca vent'anni fa".
"Il che esclude che possa trattarsi un agente dell'SSS. E allora, perché darsi pena?"
"Perché quella che per il Teopop si sta rivelando una "sòla", come dice lei, in altre mani può essere un'arma micidiale. Ci pensi, Immacolato. Non pensi solo a quel che può fare per Taddei. Pensi a quel che Taddei può fare per lei".
"Per me?"
"Lei lavora al Progetto Duemila, non è vero? Non trova che Taddei potrebbe rivelarsi una risorsa straordinaria? Un uomo in diretta dal passato. Un uomo che conserva in sé milioni di ricordi diretti, freschi, non cristallizzati".
"Giusto un po' surgelati".
"Converrà che è ben diverso. E allora, che ne pensa?"

Che ne penso. Penso che non sono del tutto sicuro di volermi trovare a tu per tu col Capitano, in una stanza di ospedale, nel momento in cui scopre che ha ronfato per vent'anni. Penso che non posso dire di no a Damaso: abbiamo già speso il suo acconto. Penso che forse ha ragione: Taddei potrebbe essere una risorsa importante per il progetto Duemila. Per me. E per la mia famiglia, certo.

Ma soprattutto penso: Bar Taddei, Bar Taddei. Io ho già sentito questo nome. Bar Taddei. È come una pietra che rotola in qualche crepaccio della mia memoria: e rotolando fa questo rumore: Bartaddei, bartaddei. Siamo coetanei, anche se lui in qualche modo è rimasto indietro. Bartaddei. Potrei averlo già incontrato: in ogni caso non mi riconoscerebbe. E allora perché continua a tormentarmi questo suono, Bartaddei, Bartaddei? Che vuol dire?
"Penso che accetterò".
"Magnifico. Quando possiamo fissare il primo incontro?"
"Se non le spiace, preferirei cominciare la prossima settimana. Ho qualche lavoro arretrato, capisce".
"Altroché se la capisco. A lunedì?"
"A lunedì".
"Le preparo un contratto per allora. Saluti".

Bartaddei, Bartaddei.
Dove ti ho già sentito.
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Lui e la guerra

Riassunto di ieri: un socialista, un rivoluzionario, fonda tutta la sua carriera sul pacifismo più intransigente: finché alle soglie di un grandioso conflitto di civiltà non cambia idea. Chi è? È Lui.

E io sono a Roma per aiutar [Lui]. Sapete che è “un uomo”? Ha fatto un quotidiano in una settimana.
(G. P.)

In quei giorni Lui sta già pensando di metter su un nuovo giornale. Naturalmente, occorrono soldi. Soldi puliti, perché Lui sta per essere espulso dal Partito e deve dimostrare a tutti che la sua coscienza è immacolata. “Dove trovare il denaro?”, si chiede, “Un denaro che io possa accettare”.

In realtà non ci mette troppo a trovarlo. In Italia (e anche all’estero) c’è qualcuno che crede in Lui. Il primo ad aiutarlo è il collega capo-redattore di un quotidiano borghese: in seguito, un po’ di soldi arriveranno da un Partito straniero, che si è già convertito alla guerra e che vorrebbe che la stessa cosa accadesse in Italia. Nel giro di un mese esce il primo numero. Sotto la testata portava ancora la dicitura di “quotidiano socialista”, ma gli articoli chiedevano a gran voce l’entrata in guerra dell’Italia.
È un successo strepitoso: il primo numero viene esaurito verso le dieci del mattino. Nei mesi successivi il quotidiano, partito con una tiratura di trentamila copie, arriva a punte di 80.000. Socialista o no (l’espulsione dal partito è ormai inevitabile), Lui rimane soprattutto un grande polemista. Il fronte degli italiani che vogliono la guerra – fronte trasversale, che mette insieme destra nazionalista e sinistra rivoluzionaria – finisce per trovare in lui la Guida. (La parola non è esattamente quella). Come dice un telegramma di ex avversari, all’indomani dall’espulsione: “Partito Socialista ti espelle. Italia ti accoglie”.

Quest’“Italia” non è – nemmeno si sogna di essere – la maggioranza del Paese. È un gruppo di pressione, formato per lo più da intellettuali, impiegati, piccoli borghesi: un ceto medio che legge i giornali e si tiene informato, e che chiede la guerra in modo assolutamente disinteressato. Non si può lasciare la civiltà europea sola a lottare contro la barbarie e le dittature: l’intervento dell’Italia avrebbe potuto essere decisivo, e salvare ulteriori vite umane. Coi mesi questo gruppo prende coraggio: in primavera scendere persino in piazza. Dalle colonne del suo giornale, Lui scandisce gli slogan: “O guerra o rivoluzione”. Sembra più determinato che mai.
In realtà è disperato. Teme di aver sbagliato tutto: il giornale vende bene, è vero, ma non rientra nei costi (l’eterno dramma dei quotidiani italiani). Le manifestazioni di piazza riescono bene, ma la maggior parte degli italiani restano ostili alla guerra, impermeabili a tutti gli appelli alla civiltà, alla fratellanza, a qualsiasi cosa. In una lettera di quei giorni, scrive:

Siamo vecchi, amico mio, decrepiti: è stato il sole – compiacente ruffiano – che ci ha fatto credere in una seconda o terza giovinezza. Ma è ora di seppellirci o di cambiare patria. La nostra è vile. Una buona e disperata stretta di mano dal tuo…

Pochi giorni dopo, l’Italia entra in guerra. In seguito, Lui se ne prenderà il merito (si prenderà molte altre cose).

La guerra sarebbe durata ancora tre durissimi anni. L’Europa, con tutta la sua esperienza di invasioni ed epidemie, forse non ha mai assistito a un carnaio peggiore. Armi di distruzione di massa, gas, ma anche il caro vecchio corpo a corpo, il coltello e la baionetta. Sul fronte si scoprì che Barbarie e Civiltà fraternizzavano, come fraternizzavano i fantaccini nemici tra un massacro e l’altro.
E sul fronte c’era anche Lui – mica poteva stare a casa! (e pensare che in gioventù aveva cercato di obiettare al servizio militare fuggendo in Svizzera). Non fu un’esperienza facile: i graduati lo guardavano male perché socialista, i commilitoni che si ritrovavano in una guerra non voluta avevano parecchi motivi per detestarlo. Nel frattempo il suo giornale, senza di Lui, infilava una gaffe dopo l’altra, perdeva colpi e tiratura. Dopo due anni di guerra combattuta, ferito dallo scoppio di un lanciabombe, Lui venne congedato e tornò al suo vecchio posto in redazione.
Il giornale sembrava alla frutta. La posizione filo-guerra era sempre meno popolare, e molti finanziatori, una volta centrato l’obiettivo dell’entrata in guerra, avevano chiuso i rubinetti. A questo punto forse Lui avrebbe dovuto chiudere il giornale. Ma il giornale – oltre a essere l’arma che maneggiava meglio – era ormai tutto quello che aveva: il vecchio Partito lo aveva espulso, un nuovo partito era ancora tutto da fondare. Nei mesi successivi il quotidiano non solo riuscì a superare la crisi, ma aprì anche una seconda redazione a Roma. Da qualche parte, quindi, Lui aveva trovato altri soldi. Ma da chi?

Dall’entrata in guerra erano passati due anni e mezzo, ormai, quando un giorno d’ottobre il fronte italiano cedette su tutta la linea. Per qualche giorno la guerra sembrò ormai persa. Lui (ancora in stampelle) continuò a lavorare al giornale. I famigliari lo trovavano stanco e depresso: a sua sorella disse che gli sarebbe piaciuto morire.
Ma non morì, e nemmeno perse la testa: s’indurì soltanto. Chiese leggi speciali, disciplina di guerra. Scriveva:

Non fermiamoci dinanzi ai diritti della libertà individuale. Spazziamo questo feticcio. Lo ha spazzato l’Inghilterra…

Non c’è solo l’Inghilterra, qualche giorno dopo trova un esempio migliore:

Una delle condizioni per vincere la guerra è questa: chiudere il Parlamento. Mandare i deputati a spasso. [Il Presidente degli Stati Uniti del tempo], per esempio, esercita la dittatura. Il congresso ratifica ciò che [egli] ha deciso. La più giovane democrazia, come la più antica, quella di Roma, sente che la condotta democratica della guerra è la più grande delle stupidità umane.

E ancora (contro i socialisti che continuano a parlar male della guerra):

Fuori di qui ci sono gli stranieri e i nemici. Ma il governo, invece di prendere una buona volta di fronte questi nemici e schiantarli – in questo momento propizio – li tratta coi guanti. È pieno di riguardi per loro. Guai a toccarli! Censura! E quelli non disarmano.

Fino a ridursi, Lui, socialista e giornalista, a chiedere la chiusura dei quotidiani…

O i giornali si uniformano alle necessità della guerra – sotto tutti i suoi aspetti, dai politici ai psicologici – o diamo al governo l’incarico di tenerci informati, con un foglio quotidiano di carta stampata.

Ma per il momento i quotidiani resistono – compreso il suo – e non campano di sole parole. In quei giorni comincia a farsi sempre più insistente, sulle pagine del suo giornale, la pubblicità di un certo gruppo industriale, il più grande e importante dell’epoca. Nel frattempo, nei suoi editoriali, Lui comincia a sostenere la necessità di superare il socialismo. Con cosa? Il nome è nell’aria, ma non è ancora stato individuato. Il primo tentativo è un neologismo orrido: “Trincerocrazia"

L’Italia va verso due grandi partiti: quelli che ci sono stati e quelli che non ci sono stati; quelli che hanno combattuto e quelli che non hanno combattuto; quelli che hanno lavorato e i parassiti… I partiti vecchi, gli uomini vecchi che si accingono, come se niente fosse all’exploitation dell’Italia politica di domani saranno travolti. La musica di domani avrà un altro tempo […] Potrà essere un socialismo anti-marxista, ad esempio, e nazionale.

Il nome deve ancora essere trovato, ma gli ingredienti, come vedete, ci sono già quasi tutti. È tempo ormai di togliere dalla testata quel sottotitolo “anacronistico”:

Oggi, dopo quattro anni, dalla testata di questo giornale scompare il sottotitolo di socialista. Un altro lo sostituisce che mi piace di più. D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori.

I combattenti li conosciamo: ma chi sono questi “produttori”? È presto detto: “quelli che producono, ma non soltanto con le braccia”: un po’ borghesi, un po’ proletari.

Difendere i produttori significa permettere alla borghesia di compiere la sua funzione storica – ci sono ancora due continenti quasi intatti che attendono di essere travolti nel turbine della civiltà moderna capitalistica – e significa anche agevolare agli operai il conseguimento del maggior benessere per il maggior numero.

E qualche giorno dopo.

L’essenziale è “produrre". Questo è il “cominciamento”. In una nazione ad economia passiva, bisogna esaltare i produttori, quelli che lavorano, quelli che costruiscono, quelli che aumentano la ricchezza e quindi il benessere generale. Produrre, produrre con metodo, con diligenza, con pazienza, con passione, con esasperazione è soprattutto nell’interesse dei cosiddetti proletari. […] Bisogna esaltare i produttori, perché da essi dipende la più o meno rapida ricostruzione del dopoguerra. Disorganizzate la produzione e preparerete un dopoguerra tristissimo ai reduci dalle trincee. […] Sì, produrre, produrre, produrre: non già e non soltanto perché l’Italia di domani sia meno povera di quella di ieri, ma perché sia l’Italia libera.

Produrre, produrre, produrre. Con metodo, con passione, perfino con esasperazione. Ma cosa?
Facciamo un esempio. Prendiamo il grande Gruppo industriale che da qualche mese, ormai, pubblicava le sue inserzioni sul giornale di Lui. Cosa produceva? Un po’ di tutto. Fondeva i metalli, estraeva i minerali. E fabbricava armi: cannoni, bombarde, aeroplani, navi. Prima della guerra dava lavoro a 4000 operai: nell’ultimo anno di ostilità, gli operai (anzi, i “produttori”), erano passati a 56.000. Ma la guerra non sarebbe durata in eterno. E allora?
Il grande gruppo industriale era nelle mani di due uomini, i fratelli Perrone. Due classici industriali italiani, insaziabili e onnivori. Compravano di tutto: fonderie, miniere, cantieri. E anche banche. E quotidiani: avevano già Il Messaggero e Il Secolo XIX. E in un qualche modo, misero le mani anche sul giornale di Lui.

Non fu difficile. Si mossero per interposta persona – c’erano pur sempre delle parvenze da salvare – ma un polemista di razza come Lui, in un momento in cui bisognava convincere gli italiani a produrre, produrre, produrre, faceva veramente comodo.
E a Lui faceva comodo lavorare per i Perrone. Dopo avere perso un Partito, aveva trovato un padrone. Che è meglio di niente. Dopo anni di vita grama, ora viaggiava su un automobile messa a disposizione dall’importante Gruppo. Addirittura, un giorno ebbe il privilegio di poter provare una straordinaria novità della tecnica: un aeroplano! Per planare sui cantieri del Grande Gruppo e poi pubblicare, sulle colonne del suo non più suo quotidiano, queste riflessioni “en plein air”:

Combattere oggi e nello stesso tempo lavorare, navigare, produrre, volare: conquistare la terra, i mari, i cieli, ecco l’Italia grande che va, sicura dei suoi destini, incontro all’avvenire…

E nell’avvenire dell’Italia, senza dubbio, c’era ancora tanto spazio per Lui. Che, per inciso, era Benito Mussolini, socialista rivoluzionario, direttore dell’Avanti fino al 1914, fondatore del Popolo d’Italia, e poi del movimento nazional-socialista di “combattenti e produttori” che alla fine prenderà il nome di Fascismo. Il gruppo dei fratelli Perrone era l'Ansaldo.
Tra socialisti e Ansaldo, la Grande Guerra: nessun conflitto sembrò così giusto all’inizio e così insensato alla fine.

Ora ci scuserete – mi prendo la licenza del plurale, per stavolta – se noialtri, che in fondo saremmo socialisti se il nome non se ne fosse andato da parecchio tempo a puttane, preferiamo non seguire l’esempio e restare dalla parte della Pace. Perché avete un bel da dire, voi, che questa guerra è giusta e necessaria, e da una parte ci sono le barbarie, e dall’altra la civiltà: tutte cose già dette, già sentite. Ma quando avremo rinnegato i compagni, i fratelli, chi si prenderà cura di noi? C’è un padroncino vorace anche per noi, che ci farà scrivere su un giornale tutto quello che ci va? No, non c’è, tutti i posti già occupati.
Voi che vi riempite la bocca con lo spirito di Monaco: bravi, conoscete la Storia. Ripassatevi allora anche lo spirito delle “radiose giornate”. Un’élite di piccoli borghesi che chiede la Guerra per spirito di avventura, e si mette contro il popolo, e nella disgrazia resta sola, si fa odiare e odia, e per vendetta si vende al miglior offerente. Questo è il fascismo, questo è l’uomo che l’ha inventato. Un pacifista che un giorno rimase intrappolato in un se, in un ma. Forse la Storia non c’insegna nulla. Ma a ogni buon conto.

Le citazioni da Mussolini (e quella da Prezzolini in cima al pezzo di oggi), sono tratte da Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino, 1965.
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Lui e la guerra

la guerra
quando sia progressista
perché invade
violenta non violenta
secondo accade
ma sia l’ultima
e lo è sempre
per sua costituzione


(Montale, Fanfara)


Sulla guerra la sinistra è divisa. Questa non è una novità. Anzi, è la cosa meno nuova di tutte. È da un secolo che la sinistra si divide sulla guerra. Molto prima che nascessero i partiti di oggi, prima dei post-fascisti, prima dei fascisti, prima persino della democrazia cristiana, esisteva già una sinistra che si divideva sulla guerra. La storia ci insegna qualcosa? Chi lo sa. Ma certi corsi e ricorsi sono curiosi.

Questa è la storia di un socialista rivoluzionario che fu pacifista intransigente, e che poi un giorno cambiò idea. Per ora lo chiameremo Lui.
Lui?
Lui non era di indole particolarmente pacifica: negli anni dell’infanzia aveva tentato di accoltellare un compagno di collegio. Ma sul rifiuto della guerra e del militarismo aveva costruito la sua carriera politica. Per protestare contro una guerra imperialista aveva guidato i braccianti e gli operai della sua sezione a bloccare i treni. I treni erano passati lo stesso, ma Lui, arrestato e imprigionato per cinque mesi, era diventato un leader di livello nazionale. Al Congresso aveva messo i riformisti all’angolo ed era riuscito a ottenere la direzione del giornale di partito: nelle sue mani era un arma micidiale, perché i discorsi, scritti e parlati, erano le azioni che gli riuscivano meglio.

(Parecchi avranno già capito chi è Lui: facciano finta di niente).

Negli anni successivi la guerra si trascinò, e con lei la protesta; quando in una torrida estate la polizia represse una manifestazione uccidendo un po’ di anarchici, per una settimana l’Italia sembrò sull’orlo di una rivoluzione: da Milano Lui soffiava sul fuoco con corsivi dal contenutoaltamente infiammabile. Non si preoccupava di difendere, coi pacifisti, anche i teppisti che danneggiavano le vetrine: “sarebbe stato invero relativamente facile, comodo e igienico lasciarsi alle spalle una porticina aperta: accettare, ad esempio, ciò che è opera del proletariato, e respingere ciò che opera della teppa. Ma è assurdo distinguere”.

Lo stesso giorno in cui venivano pubblicate queste parole, in un altro Paese un attentato terroristico sconvolgeva l’opinione pubblica mondiale. Nelle settimane successive apparve chiaro che le potenze del mondo civilizzato si preparavano allo scontro finale contro la barbarie. E Lui, da che parte stava? Lui non poteva che essere per la Pace. Con le parole e coi fatti. Ma soprattutto con le parole, che erano i suoi ferri del mestiere.

È giunta l’ora delle grandi responsabilità. Il proletariato d’Italia permetterà dunque che lo si conduca al macello un’altra volta? Noi non lo pensiamo nemmeno. Ma occorre muoversi; agire, non perdere tempo. Mobilitare le nostre forze. Sorga, dunque, dai circoli politici, dalle organizzazioni economiche, dai Comuni e dalle Provincie dove il nostro Partito ha i suoi rappresentanti, sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!

E Lui non perde tempo. Indice un referendum interno al Partito: volete la guerra, sì o no? Niente se e ma. Il “no” stravince, e Lui dimostra ancora una volta di avere la base dalla sua parte: abbasso la guerra, né un uomo né un soldo. Ma nei mesi successivi la sua coerenza è messa a dura prova. La guerra va male: la potenza barbarica invade nazioni neutrali, uccide innocenti. Intorno a Lui molti cominciano a parlare dell’opportunità di partecipare alla guerra… per prima cosa, si tratta di salvare la civiltà dalla barbarie. Poi, chissà, può essere l’occasione per fare la rivoluzione. Lui è sensibile a questi argomenti, ma come figura pubblica si sente obbligato a mantenere la linea. A qualcuno confessa la sua angoscia.

Ma sono triste e scoraggiato. Gli ubriachi aumentano. Ne incontro di quelli che non bevevano, eppure… Ancora qualche giorno e diffiderò di voi, di me stesso… È terribile. Ciardi, Corridoni, la Ryeger apologisti della guerra. Ma pure, io voglio restare sulla breccia sino all’ultimo. […] Ho bisogno di un po’ d’incoraggiamento. Il proletariato mi sembra sordo e confuso e lontano…

Lui cominciava a "diffidare di sé stesso". E non aveva tutti i torti.
Verso ottobre i suoi editoriali cominciano a tentennare, e qualcuno se ne accorge. Gli danno dell’“uomo di paglia”. Giudicate voi:

Se domani […] si addimostrasse che l’intervento dell’Italia può affrettare la fine della carneficina orrenda, chi […] vorrebbe inscenare uno “sciopero generale” per impedire la guerra che risparmiando centinaia di migliaia di vite proletarie […] sarebbe anche una prova suprema di solidarietà internazionale? Il nostro interesse […] non è dunque che questo stato di “anormalità” sia breve e liquidi, almeno, tutti i vecchi problemi? E perché l’Italia […] non potrebbe domani costituirsi mediatrice armata di pace, sulla base della limitazione degli armamenti e del rispetto ai diritti delle nazionalità tutte? Sono ipotesi, eventualità previsioni, sappiamo bene.

Siamo contro la guerra, ma saremmo disposti a farla, se fosse breve e risolutiva: l’Italia, chissà, potrebbe diventare mediatrice armata di pace. Ha un che di D’Alema, non trovate? O di un Rutelli. Ma non è Rutelli. Non è D’Alema. È Lui. Un articolo del genere gli costa la direzione del giornale. Il vertice del Partito gli fa giustamente notare che, dopo aver portato lo stesso partito su una posizione di pacifismo intransigente con il referendum interno, non è il caso di disorientare in questo modo i lettori (gli elettori). Lui non fa una piega, ed esce senza nemmeno sbattere la porta. Che cosa ha in mente?

Chi è Lui? E cosa va tramando alle spalle del Partito? Entrerà l’Italia nel conflitto di civiltà che si annuncia breve e risolutore? Tutte queste cose e molte di più le saprete domani (in realtà le sapete già).
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Romano e il furgone

Questa è una sciocchezza (mica solo questa. È un periodo un po’ così).
Ieri sera (mercoledì) guardavo il telegiornale delLa 7, e mi sono trovato davanti a un editoriale di Sergio Romano: in pratica c’era lui su una poltrona che concionava su guerra e Centro-sinistra (col trattino? Senza? In tv non si capisce). Aveva una tesi tutto sommato condivisibile: il Centro-sinistra, sulla guerre, si spezza sempre, perciò Prodi deve andare coi piedi di piombo.

…Infatti, l’ultima volta, il Kossovo fece cascare persino un governo.

Non stavo registrando, quindi non posso assicurare che queste siano state le sue parole. Però ho la sensazione che abbia detto davvero una cosa così. E ho anche la sensazione che sia una grande puttanata. Ma potrei sbagliarmi (chiedo aiuto ai lettori di buona volontà e di buona memoria).

A me pare di ricordare che Prodi sia caduto nell’autunno del 1998, non per la guerra, ma per una serie di motivi che (debbo dire) a distanza di 6 anni paiono fumosi e futili – le 35 ore, anche. Non poteva cadere sulla guerra in Kossovo, perché quella è scoppiata nella primavera del 1999. Io lavoravo in Francia e mi ricordo i peschi fioriti, dunque niente Prodi. C’era già D’Alema.

Forse Romano alludeva a uno di quei rimpasti che faceva D’Alema ogni tanto. Anche qui, posso benissimo sbagliarmi, ma mi pare che in occasione della guerra in Kossovo non rimpastò niente. Si limitò ad accettare un po’ di voti del centrodestra, e la cosa finì lì. Più tardi ci fu un rimpasto, ma perché dopo le Europee i Democratici di Rutelli e Parisi erano diventati il terzo partito italiano o una cosa del genere. Io ero in Francia, ma avevo Internet.

Sergio Romano però era in Italia, e se non andava su Internet, pure aveva la possibilità di leggere i giornali tutti i giorni. Insomma, sarebbe il suo mestiere: concionare con cognizione di causa.

D’altro canto, può anche darsi che mi stia sbagliando io. O che ci stiamo sbagliando tutti e due. La storia del passato prossimo è sempre la più difficile da ricordare. Chi ha vinto le Europee del 1999? Hai voglia a cercare sui libri, devono ancora essere stampati. Bisogna affidarsi alla memoria, e la memoria, si sa, è labile. Il risultato è che ormai siamo tutti esperti di fascismo e Scioà, ma abbiamo dei problemi a ricordarci chi successe a Berlusconi nel 1994, chi vinse le politiche nel 1996, e l’ultimo premier di centro-sinistra (rispettivamente: Dini, Prodi, Amato. Li avete indovinati tutti e tre? Bravi. Ma provate a chiedere in giro).
Il risultato è che sappiamo benissimo quanto male abbiano fatto Hitler e Mussolini, ma non riusciamo a totalizzare quanto male ci abbia fatto, non so (dico il primo nome che mi viene in mente) Silvio Berlusconi. Sotto l'onda del suo sproloquio quotidiano c'è una lunga storia di abusi ai nostri danni, troppo sistematica e complessa perché ce la possiamo ricordare con precisione. Chi non ricorda il passato lo rivive: noi siamo condannati a rivivere il passato recente come un loop. Qualche déja vu, ogni tanto, ci ricorda che tutto questo è già successo. Ma quando?

Se l’errore di Romano è macroscopico, il senso del discorso resta chiaro: il centro-sinistra sulle guerre si divide sempre (e sempre si dividerà: un loop, appunto). È un punto di vista condivisibile, che infatti Sergio Romano condivide con me e col mio vicino di casa, che guida un furgone.

Ora, coraggio, ditemi che faccio le pulci a Sergio Romano perché lo invidio: e lo invidio perché con quella faccia un po’ così può permettersi di sciorinare banalità da bar in fascia protetta, e se non sa come riempire una colonna può sempre suggerire una riforma costituzionale. E lo pagano pure. E lo leggono pure. E qualche politico probabilmente lo prende anche sul serio: “hai letto questo punto di vista di Romano? Interessante. Forse dovremmo modificare la Costituzione qui e qui”. Massì, con quel che probabilmente guadagna, perché non dovrei invidiarlo?

Probabilmente dovrei, non fosse che, appunto, il mio vicino di casa ha un furgone. Se ne sta per i fatti suoi tutto il santo giorno, guida piano e ascolta la radio. Il furgone non è grande, perciò non c’è mai qualcosa di troppo pesante da scaricare. Contratto a Tempo Indeterminato, assicurazione, ferie e contributi. E non devi concionare davanti a una telecamera, e se dici una stronzata nessun blog petulante se ne accorge. E io dovrei mettermi a invidiare Sergio Romano. Ma perché, poi.
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Memoria di Ferro

“Be’, quando girava “La caduta degli dei”, Luchino Visconti raccontava un aneddoto non so quanto significativo, ma certamente inquietante. Per la scena della “notte dei lunghi coltelli”, […], aveva assunto un nutrito gruppo di giovani bavaresi locali. Era già in atto quella specie di unificazione antropologica dei giovani di tutto il mondo, e anche questi erano dei giovani qualsiasi: blue jeans, capelli lunghi, andatura dinoccolata. Visconti temeva di avere il suo da fare per farne delle SS attendibili, ma si sbagliava. Con i capelli tagliati e le divise indosso si comportarono istintivamente come il regista voleva… O forse no, non era istinto, era semplicemente immedesimazione. Ma attenti: la sera, finite le riprese, questi giovani le divise non se le toglievano. Il paese in cui si girava risuonava di stivali in marcia, di sbattere di tacchi, di ordini sbraitati. Insomma, gli piaceva.

Ferruccio Alessandri, Introduzione a Ray Bradbury, Molto dopo mezzanotte, Oscar Mondatori 1979

La Giornata della Memoria, secondo me, è un’ottima idea: e credo che molti studenti della scuola dell’obbligo siano d’accordo con me.
Quando la facevo io, la scuola dell’obbligo, la Giornata non esisteva, e spesso in terza media non si arrivava a parlare del fascismo, figurarsi la seconda guerra mondiale. Insomma, c’era una certa ignoranza. C’erano anche diverse svastiche incise sui banchi. La maggior parte dei loro autori – parlo della mia scuola di provincia – non avevano un’idea precisa di cosa quelle svastiche significassero. Erano vagamente associate a gruppi punk e atteggiamenti riprovevoli e proibiti. Ma per esempio, il mio compagno G., che in quarta elementare riempiva fogli su fogli di svastiche con un pennarello nero, non avrebbe ascoltato i Sex Pistols per altri dieci anni. Era già in grado però di apprezzare l’eleganza del simbolo, perfettamente radiale e simmetrico. Non a caso ha affascinato l’uomo da millenni, sin da antiche incisioni rupestri in cui rappresenta il ciclo del sole. Karl Gustav Jung, se fosse venuto a trovarci, avrebbe magari sostenuto che G. disegnava svastiche a ripetizione per esprimere l’insorgenza degli archetipi dell’inconscio collettivo (e Jung infatti curava i suoi pazienti facendo loro dipingere dei mandala, e guardacaso i mandala sono diagrammi circolari, proprio come le prime svastiche). Ma non si è mai presentato, Karl Gustav, e noi abbiamo dovuto arrangiarci da soli, col nostro inconscio collettivo e i nostri archetipi.

(Ancora adesso, quando mi capita di scribacchiare al telefono, sto molto attento a evitare che una serie di figure astratte non possa essere interpretata come una svastica. La svastica è un tabù grafico).

Anni dopo per ragioni di lavoro mi sono rimesso a bazzicare le scuole dell’obbligo, e una delle prime novità che ho scoperto è stata la Giornata della Memoria. Non vogliatemene se vi dico che di solito è sempre una bella giornata. Io ho sempre amato la Storia, e volentieri da bambino avrei sacrificato tutte le ore di scienze e persino di educazione fisica per qualche documentario in bianco e nero. Ma oggi si può fare di più. Quest’anno dove lavoro io, le terze si sono trasferite in un cinema per la proiezione de La Vita è Bella. L’anno scorso abbiamo visto Il Grande Dittatore. (Immagino che scuole un po’ più ambiziose provino con Schindler’s List). Due anni fa stavo in una scuola che, per ragioni topografiche, era praticamente forzata a mandare i propri studenti al Museo del Deportato e al Campo di Concentramento di Fossoli almeno una volta all’anno. Una visita a Fossoli non è quel tipo di esperienza che definirei “piacevole”, ma sono convinto che qualsiasi studente tra gli undici e i quattordici anni la preferisca alle solite cinque ore di educazione tecnica, matematica italiano e religione.

La scuola dell’obbligo non è il paradiso, e molto di quello che ci impari è destinato a scorrere via: ma non c’è dubbio che i ragazzini di oggi escano fuori con una nozione molto più precisa della Shoah, grazie anche e soprattutto alla Giornata della Memoria. E allora la domanda è: hanno smesso di incidere svastiche sui banchi?
Non lo so, bisognerebbe indagare su un campione di scuole in un dato numero di anni. Quello che però che mi sento di affermare è: chi disegna una svastica, o una celtica, su uno zainetto, oggi probabilmente sa che quel segno non è soltanto un piacevole e trasgressivo motivo ornamentale. E questo grazie alla Giornata della Memoria. Però non sono del tutto sicuro che questa sia una buona cosa.

Coi ragazzini basta così, veniamo agli adulti. Se come me continuate ad amare i documentari storici, ieri avete avuto l’occasione di farne una scorpacciata. E ora che siete satolli – e forse anche un po’ saturi – ditemi: siete sicuri che questo vostro gusto sia del tutto sano?
Ci si lamenta spesso che i palinsesti televisivi non lascino molto spazio alla storia e alla cultura. Però si tende a sopravvalutare certi cosiddetti ‘fenomeni di costume’ che durano cinque o sei stagioni e si conquistano lo share con un costante bombardamento mediatico. Lo zoccolo duro dei telespettatori, secondo me, è quello che guarda da decenni gli stessi programmi più o meno nelle stesse fasce orarie. Le telenovele. I telefilm. I documentari sugli animali. I documentari sul fascismo. Se ci fate caso, li programmano abbastanza spesso. Ce n’è uno, “Mussolini. Ascesa e caduta di un dittatore”, che mi sembra sia passato e ripassato infinite volte.
È chiaro che si tratta di riempire in modo conveniente un palinsesto. Però ci sono tanti documentari storici: perché alla fine ti mostrano sempre nazisti e fascisti? Ho il sospetto che quel tipo di documentari sia programmato spesso perché ai telespettatori piace di più. Io non credo molto all’auditel, ma di vhs su nazisti e fascisti ne ho trovate molte anche nelle edicole. Evidentemente c’è chi le compra.

Ora, io non mi sogno di sostenere che gli italiani a una certa ora della notte amino guardare le immagini di Mussolini sul balcone più dei film di Franco Franchi e Ciccio e Ingrassia: però di sicuro preferiscono i discorsi del Puzzone ai documentari su Garibaldi, Mazzini, Giolitti, De Gasperi, Togliatti, Aldo Moro. Evidentemente il Puzzone ci interessa di più. Non significa che ci piace. Ma con le sue pause, le sue boccacce assurde, i suoi costumi strampalati… possiamo dire che ci affascina un po’? Lo stesso per il suo amico baffetto. I tedeschi che marciano a passo dell’oca hanno qualcosa di sinistro e seducente. Gli “stivali in marcia, lo sbattere di tacchi, gli ordini sbraitati”: è tutto così… fotogenico. Mussolini diceva che la “Cinematografia è l’arma più forte”. Ci sarà stato un motivo. I nazisti inventarono il televisore. Ci sarà stato un motivo.

Si è fatto tardi ed è ora di spegnere la tv ed andare a letto. Oggi abbiamo fatto il nostro dovere di cittadini, abbiamo ricordato la Shoah, e riguardato una serie d’immagini, molte delle quali conoscevamo già.
Domani sarà un altro giorno – ma cosa sarà restato, in noi, della Giornata della Memoria del 2004? Voglio sperare che domani nessuno ci sorprenda a marciare un po’ più marziali del solito – a trattare un sottoposto con qualche ordine secco in più. Abbiamo accettato che chi dimentica il passato è condannato a riviverlo. Resta da capire cosa succede a chi quel passato lo consuma tutti gli anni, magari seduto in poltrona, davanti all’ennesimo documentario o film di qualità. Io, per quel che vale il mio parere, non ho mai creduto molto in Karl Gustav Jung e nel suo inconscio collettivo. L’aneddoto di Visconti però mi dà i brividi. Può darsi che ci sia un nazista in ognuno di noi, che aspetta il momento buono per vestire una divisa: può darsi che la Giornata della Memoria sia quel che ci vuole per combatterlo; ma può anche darsi che diventi una strategia per solleticarlo ed eccitarlo, con qualche filmato in bianco e nero, qualche bella uniforme d’epoca, qualche racconto di brutalità e sopraffazione… Dipenderà molto da come la celebriamo, questa Giornata. Dipenderà da noi, come al solito.
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Cantico del 25 aprile
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Ehm, allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, una qualche festa ci sarà”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla tranne forse tuo nonno; fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Ma le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso leggeri come angioletti.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassì in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline invisibile dilaghi in valpadana, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario della sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una testimonianza…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”
“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Devo essere allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si più è candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua)
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Tiranno Proletario

Ma questo tiranno efferato, Saddam Hussein, la cui ferocia poteva passare inosservata soltanto in un secolo sanguinoso come il XX, come ha cominciato? Dove ha fatto pratica?
Alla scuola elementare, ovvio. Come racconta Magdi Allam (preso dal volume La guerra di Bagdad de la Repubblica, ma è un estratto del suo libro, Saddam):

La sua maestra ha ricordato di essere rimasta impressionata dalla violenza sadica di Saddam: “Accendeva un fuoco con delle schegge di legno di palma, attorno a lui si raccoglievano gli allievi che marinavano la scuola. Saddam riscaldava la verga di ferro nel fuoco e, non appena vedeva passare un animale di soma, glielo infilzava sotto la pancia o nella parte posteriore”. Con quella verga Saddam si sentiva sicuro e potente.
Grazie alla prepotenza e alla forza bruta, Saddam si distinse precocemente come un piccolo boss locale. Era regolarmente attorniato da uno stuolo di bambini che obbedivano ai suoi ordini…


Il bullo della classe. Ma finché è alle elementari possiamo anche cercare di capirlo, il piccolo Saddam: è orfano di padre. Il compagno della madre, un capobanda detto il Bugiardo, lo considera un “figlio di cane”. Ha passato la prima infanzia in un villaggio di case d’argilla, a bruciare letame per scaldarsi e a rubare galline per mangiare. A dieci anni ha commesso il suo primo omicidio (la vittima è un pastore); quindi è fuggito dallo zio materno, un generale nazistoide che lo ha abbandonato dopo pochi mesi. Quella verga, l’attributo del potere, ha imparato a usarla per scacciare i cani randagi sul sentiero della scuola.

È un figlio (degenere) del popolo, Saddam Hussein, e non ha difficoltà a confessarlo: “Ero padre e madre di me stesso, Saddam era la mia sola famiglia”.
In che modo un ladruncolo di campagna è potuto diventare, in meno di quarant’anni, il tiranno assoluto di una nazione popolosa? Possiamo immaginare che abbia continuato ad agitare la verga di ferro davanti e dietro di sé, su tutti quelli che gli impicciavano il cammino.
Eppure, in un certo modo, la sua storia è la proiezione distorta del sogno democratico, quello che in America si bambini si racconta così: “Studia sodo, e forse un giorno diventerai presidente”. Anche un figlio del popolo, a prezzo di sforzi e sacrifici, può diventarlo. Anche Saddam Hussein, che non brillava negli studi, ma che “in quel periodo” ha imparato “la pazienza, la sopportazione e la fermezza per fronteggiare le prove della vita”.

Ora, uno dei problemi che ci lascia il Novecento, è appunto questo: che mai come in questo secolo i proletari e i borghesi piccoli piccoli hanno avuto la possibilità di prendere in mano le leve del comando. Ma proprio alcuni di questi proletari e di questi borghesi piccoli piccoli si sono rivelati i tiranni più efferati: l’artista squattrinato Adolf Hitler, il supplente Benito Mussolini, il seminarista Jozip Stalin. Forse anche Pol Pot e Kim Il Sung, e altri che non rammento. Gente che si è fatta da sé, che ha scalato la società dai piani più bassi fino alla cima. E che durante questa scalata ha maturato un profondo disprezzo per chi restava sotto: il genere umano.

Tutto questo, nelle democrazie consolidate, non accade più. Nelle democrazie di lunga data, per quanto si continui a consigliare ai bambini di studiare sodo, si riconosce ormai che la classe dirigente è una casta a parte: tanto che spesso i ministri e i presidenti sono figli di altri ministri e presidenti, e nessuno ci trova niente da ridire. Se fosse nato negli USA, Saddam Hussein molto difficilmente avrebbe proseguito a lungo la sua carriera di bullo di quartiere. La società lo avrebbe calmato subito, col Ritalin, o un po’ più tardi, con qualche droga più pesante.

Ed ecco allora due paradossi interessanti:
1) un pastore analfabeta aveva più chances di diventare Presidente nell’Iraq degli anni ’40 che negli USA di oggi. Ma...
2) ...un pastore analfabeta, se diventa Presidente, ha molte più chances di diventare un tiranno che non un figlio di papà cocainomane e alcolizzato.

Ho deciso di chiamarli Primo e Secondo Paradosso di Otis-Findlay, dal nome di due persone (John Hancock Otis e Anthony Findlay) che non sono mai esistite. Sono i titoli di due poesie di Edgar Lee Masters, due lapidi del cimitero di Spoon River. Siccome però è ormai chiaro a tutti che sono un bieco antiamericano, invece di propinarvi il testo originale, stasera li citerò nella traduzione della giovane Pivano:


John Hancock Otis

Quanto alla democrazia, concittadini,
sarete pronti ad ammettere
che io, erede d’un patrimonio, e nato in alto,
non ero secondo a nessuno in Spoon River
nella mia devozione alla causa della Libertà.
Mentre il mio coetaneo Findlay,
che nacque in una baracca e cominciò
come acquaiolo dei ferrovieri,
poi diventò ferroviere a sua volta
e poi capo-reparto, finché raggiunse
la sovraintendenza della Società,
e visse a Chicago,
fu un vero negriero e maltrattò i lavoratori,
un nemico mortale della democrazia.
E io ti dico, Spoon River,
e dico a te, Repubblica:
guardatevi dell’uomo che sale al potere
e una volta portava una sola bretella.



Anthony Findlay

Per tutti, per il paese e per l’uomo,
e per un paese così come per un uomo,
è meglio essere odiati che amati.
E se questo paese preferirebbe separarsi
Dall’alleanza di qualsiasi nazione
Piuttosto che cedere le sue ricchezze,
dico che per un uomo è peggio perdere
il denaro che gli amici.
E strappo la tendina che nasconde il segreto
di un’antica aspirazione:
quando la gente fa chiasso per la libertà
in realtà cerca di conseguire il dominio sui forti.
Io, Anthony Findlay, che giunsi a una tale grandezza
Da umile acquaiolo,
da poter dire a mille persone “Vieni”
e ad altre mille “Va’”,
sostengo che una nazione non potrà mai andar bene,
o fare del bene,
se il forte e il saggio non hanno una verga
da usare sugli stupidi e sui deboli

Quando la gente fa chiasso per la libertà / in realtà cerca di conseguire il dominio sui forti. Hmm. Forse anche Masters è diventato un antiamericano.
Non sai più di chi ti puoi fidare.
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Lavoratori? Prrrrrrrrrrrrr!

Se penso a Sordi la prima cosa che mi viene in mente non sono i titoli dei suoi film, ma le qualifiche professionali. Sordi è stato vigile urbano, tassinaro, medico della mutua, primario, magistrato, presentatore, impiegato dell'ufficio pensioni, cabarettista, commesso viaggiatore, imprenditore televisivo, e l'elenco potreste continuarlo voi. Da un film all'altro la faccia e la voce (la voce di Oliver Hardy) non cambiavano: quello che cambiava era il mestiere.
Sordi ha indossato tutti gli abiti di lavoro della società del boom, e ha raccontato con partecipazione, e senza pietà, l'età magica in cui i mestieri si inventavano, le fabbriche si aprivano, i servizi arrivavano anche nei centri minori, e un'uniforme, una casacca, un camice bianco avevano il potere di trasformare un ragazzino in un uomo. E di prendergli la mano: è questa in fondo l'eterna trama di tanti "film di Alberto Sordi": un giovane ingenuo e un po' idealista trova un lavoro, crede di realizzarsi, ma progressivamente il lavoro prende il sopravvento su di lui, svuota i suoi ideali, lo spersonalizza. Il medico della mutua diventa una macchina di certificati, il magistrato inquisisce tutti fino a diventare inquisito, eccetera.

Per questo non posso dire che mi mancherà, Alberto Sordi, per il triste motivo che mi mancava (ci mancava) già da tanto: dopo essere stato il ritratto dell'italiano al lavoro, l'età gli imponeva ruoli da pensionato che facevano tristezza a noi e probabilmente anche a lui.
Nessuno ha veramente preso il suo posto: la "storia dell'italiano del Novecento attraverso i mestieri" sembra essere finita con lui. Che mestiere fanno i protagonisti dei film di oggi? E' difficile dirlo. Per esempio, avete capito che lavoro fa esattamente il protagonista dell'ultimo film di Muccino? Nell'ultimo di Bellocchio c'è un pittore, nell'ormai penultimo di Salvatores ("Denti") un professore (di che?). In quello di Calopresti un architetto: ma hanno l'aria di semplici pretesti, quello che conta è un metafisico male di vivere che ha poco a che vedere con l'orario di lavoro. Segno che il lavoro non è più il pretesto per vivere, per cercare di realizzarsi o di dannarsi. E' un semplice contorno, la vita è altrove.
E poi è sempre più difficile capire i lavori che facciamo: mentre in testa abbiamo ancora le categorie dei film di Alberto Sordi (vigile urbano, impiegato, muratore, ecc.), nella pratica nemmeno noi spesso conosciamo la nostra qualifica professionale; se qualcuno ce lo chiede abbiamo grosse difficoltà a trovare un nome al nostro mestiere. Siamo collaboratori, consulenti, bit-worker, operatori, cococò... "sarebbe a dì?", direbbe lui. Un volto che riesca a interpretare le nostre professioni non esiste ancora, e forse non esisterà mai. (E intanto, ai piani inferiori, c'è una folla di gente che continua a fare gli stessi lavori degli anni '50: fornai, camerieri, saldatori... ma non parla la nostra lingua, non ha la nostra pelle, e forse al cinema non ci va; certo non per vedere un film italiano).


Ma che, s'ammazza una persona così? Ahò! Ma che siete matti?

E' la famosa battuta della Grande Guerra, detta da Sordi al colmo della disperazione, quando gli fucilano il compare. E' una frase simbolica: sì, d'accordo, denuncia gli orrori della guerra, ma nel suo contesto è quasi surreale: e infatti il graduato che lo sta interrogando ribatte, con accento tedesco: "E allora?"
I tedeschi, gli austriaci (ma anche gli americani, gli inglesi, i cinesi, gli slovacchi) sanno bene che in guerra le persone s'ammazzano così. Alberto Sordi, no. Lui fa la faccia stupita. Lui fino a qualche minuto prima credeva di essere nella solita commedia all'italiana. E invece era alla prima Guerra Mondiale.

E anche questo è tipico, davvero tipico italiano. Viene da pensare al Ministro Martino, che crede (o vuol farci credere) che gli alpini vadano in Afganistan per aiutare le vecchine ad attraversare la strada (possibilmente senza burqa). Viene da pensare all'incredulità di tanti, che sono persino disposti a sdraiarsi sulle rotaie, ma in forma simbolica, perché per loro è impossibile, i m p o s s i b i l e che le armi passino proprio di lì. Perché non esistono le armi in Italia. Perché non si fanno le guerre in Italia. Perché in Italia siamo tutti brava gente, magari distruggiamo gli stadi, ma mai e poi mai potremmo bombardare o invadere un altro Paese, e magari torturare i prigionieri. Queste cose le fanno gli altri (anche i nostri alleati), ma noi no. Ahò! Ma che, siamo matti?

E allora rendiamo a Sordi quel che è di Sordi: tra i tanti mestieri, negli anni Settanta, aveva voluto essere anche un mercante d'armi, in un film dal titolo eloquente: Finché c'è guerra, c'è speranza. L'industria delle armi è una delle più importanti, in Italia, ma se ne parla poco. Al cinema, a parte Sordi, non se ne parla proprio. Armi noi? Aho! Ma che, siamo matti? Noi siamo brava gente.


Comandante, è successa una cosa incredibile! I tedeschi si sono alleati con gli americani!

Il mio Sordi preferito è quello di Tutti a casa di Comencini, un sottotenente che l'otto settembre cerca di salvare la pelle e, potendo, anche un minimo di dignità. Tiene molto, come al solito, alla sua casacca: se incontra dei sottoposti non perde l'occasione per far notare la sua superiorità di sottotenente. Ed è convinto che la guerra sia finita, semplicemente perché non si fanno guerre in Italia, ahò. Non crede a quel che vede: si ostina a percorrere l'Italia a ritroso, a tornare alla casa, all'infanzia, alla famiglia. Ma la famiglia non c'è più, c'è solo suo padre (Edoardo De Filippo!), che per un pugno di lire lo consegna alla Milizia.
Eppure non è del tutto uno stupido: e quello stesso, maniacale attaccamento alla sua pelle alla fine lo salva. Certo, ne deve fare di strada, per ritrovarsi a Napoli nel bel mezzo dell'insurrezione. E i tedeschi gli devono uccidere anche l'ultimo compagno per fargli capire che c'è una guerra, e che il fronte passa proprio su di lui. Però alla fine capisce, e si mette al pezzo d'artiglieria, non solo perché è un italiano, ma perché quello è il suo mestiere.
Mi rendo conto che non è un esempio di coerenza, per un blog pacifista, ricordare con affetto una scena in cui Alberto Sordi (non Clint Eastwood, non Steve McQueen: Alberto Sordi) imbraccia una mitragliatrice e cerca di stendere più tedeschi che può, però le cose stanno così. C'è un momento per fuggire e un momento per combattere; e poi ci sono gli italiani, che arrivano sempre un po' in ritardo, ma quanto sono simpatici, ahò. Ciao.
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