Il mondo brucia e abbiamo ancora Grillo tra i piedi

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Comunque va bene, sì, il Covid, e Beppe Grillo che fa la pace con Conte, e tra qualche giorno l'anniversario del G8 di Genova, però intanto in Europa continentale diluvia e in Canada hanno picchi di 50°Celsius: di che altro dobbiamo parlare? Tra un po' comincerà la vera emergenza climatica, a meno che non sia già cominciata, ma in ogni caso: se il Covid è stato un'impegnativa cima appenninica, adesso abbiamo davanti l'Himalaya. Fare previsioni ora sarebbe ancora più sciocco che all'inizio del 2020; durante la spedizione succederanno molte cose che nemmeno immaginiamo: cambieremo molte opinioni e le divideremo con persone insospettabili – insomma quello che è successo l'anno scorso, moltiplicato per cento. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Riscaldamento_globale#/media/File:Urban-Rural_Population_and_Land_Area_Estimates,_v2,_2010_Northeast_Italy_(13873744025).jpg
(Comunque quella è Ferrara, non Bologna).

Sappiamo che se avevamo una vaga, vaghissima possibilità che questa crisi fosse gestita in Italia da un governo progressista, ce la siamo giocata con l'arrivo di Mario Draghi, che ha imposto un sensibile cambio di passo. Se abbiamo fretta non è difficile trovare nomi di colpevoli, peraltro recidivi: Renzi e Grillo. A distanza di qualche anno, la coerenza con la quale hanno sabotato ogni progetto progressista almeno dal 2008 in poi è impressionante; tanto più che entrambi non hanno mai smesso di professarsi progressisti, a modo loro, e a mettersi di traverso a qualsiasi iniziativa progressista che non li vedesse protagonisti assoluti. Molte volte ho rimproverato alla sinistra la mancanza di leadership, stavolta mi toccherebbe concedere che sono stati due leader a rovinare tutto. Ovviamente ho già la risposta pronta, ovvero: per forza hanno rovinato tutto, che altro aspettarsi da due buffoni? Se avessimo lavorato di più sulla classe dirigente avremmo evitato che il vuoto di leadership causasse l'ascesa di un comico e di un sindaco di Firenze. Renzi e Grillo saranno colpevoli, ma sono anche vittime di un enorme vuoto culturale che si è creato negli ultimi vent'anni, da Genova e anche prima. È facile ora trattarli da capri espiatori e non mi impedirò di farlo – chi si innalza sugli altari si merita tutta la polvere che solleva quando cade – ma il problema è un po' più grande di loro, è un po' grande di tutti noi. È peraltro un problema che non faremo il tempo a risolvere; spetterà all'Emergenza, che quasi sicuramente non scioglierà i nodi nel modo in cui avremmo voluto. È molto più facile che qualcuno in quei nodi resti stritolato, metaforicamente o meno. Poteva andare diversamente? 

Guardiamo al resto dell'Europa, dove le sinistre non dovrebbero essere disastrate come la nostra: ce n'è qualcuna che è riuscita ad approfittare dell'emergenza per imporre la sua visione del mondo, le sue priorità? Che io sappia no. Può darsi che non abbia cercato bene, anzi lo spero – mi danneggia forse la prospettiva storica, il pregiudizio per cui il progressismo è un fenomeno tipico delle crisi di crescita, mentre questa ha più l'aria di essere una catastrofe sistemica, qualcosa che in generale premia chi ha sviluppato corazze e barriere. Può darsi che un pregiudizio simile abbia portato leader di sinistra come Mélenchon o Corbyn a lambire il sovranismo. Anche in Italia è successo qualcosa di simile, non solo presso realtà ormai folkloristiche come i comunisti di Rizzo; non ce ne siamo accorti perché eravamo distratti dall'esplosione colorata del vaffanculismo Cinque Stelle. 

Sui Cinque Stelle non ho cambiato opinione (il che è sospetto, considerato quanto sono cambiati loro). Li definivo "un magma in cui si trovano ormai fuse assieme istanze che una volta erano di pura sinistra (l'ecologismo, la questione morale) e veleni di estrema destra". Con questo magma dobbiamo costruirci un riparo: non è il materiale ideale, ma altro disponibile non ce n'è, se ci fosse a quest'ora l'avremmo trovato. Otto milioni di persone votarono nel 2013 per un Movimento che a parte Grillo e il suo discutibile webdesigner, contava soltanto perfetti sconosciuti e tanta voglia di cambiamento; non dico che Grillo fosse davvero progressista (anche se è convinto di esserlo) o di sinistra; dico che tra quegli 8 milioni di voti c'erano quelli che la sinistra avrebbe dovuto intercettare per non diventare una forza residuale. Dico che nel 2008, all'ombra della fusione tra democratici e cattolici di sinistra si era consumata una scissione sotterranea; mentre il neonato PD di Veltroni ripartiva all'eterna conquista del centro moderato immaginario, nelle viscere dell'opinione pubblica si staccava un enorme scudo di persone deluse dal moderatismo, dalla ragionevolezza, scontente del berlusconismo e di chi il berlusconismo non era riuscito a respingerlo; fu quello il nucleo del grillismo e fu quella scissione che occorrerebbe rimarginare per rifare della sinistra una forza importante, ma non c'è più tempo nemmeno per recriminare. Possiamo aggiungere alla lista dei colpevoli qualche altro spauracchio: Veltroni senz'altro, e perché no, D'Alema che in un certo senso lo anticipò – e Prodi? Mettiamoci anche Prodi, troppo ragionevole per capire dove stava andando l'Italia. Insomma ne abbiamo di nomi contro cui sfogarci. Se solo servisse a qualcosa.

Negli anni successivi alla scissione è stato comodo, per tanti commentatori e anche per me, liquidare il Movimento associando a esso gli aspetti più discutibili e appariscenti: il complottismo, il mito della democrazia partecipativa e i ridicoli strumenti con cui veniva simulata, la natura reazionaria di tante rivendicazioni, l'ambiguità sull'Euro. Il M5S è effettivamente stato anche questo: una serie di risposte sbagliate offerte a un pubblico che però faceva domande importanti. Senza dubbio contiene frange complottiste e sovraniste e possiamo bollarle di destra, se ci fa stare meglio: ciò non toglie che le stesse frange esistano anche a sinistra – in un certo senso sono sempre esistite. A Genova, bisognerebbe ricordare, a contestare il G8 c'era già un universo inconciliabile e variopinto che comprendeva gli anarchici come i novax; c'era chi voleva abolire tutti i confini e chi voleva ri-istituire le dogane nazionali per fregare i McDonald's; chi voleva spegnere la luce per non surriscaldare il mondo e chi voleva tenere aperte le fabbriche per non perdere i posti. A unirli era soprattutto uno slogan: Un altro mondo è possibile. E può anche darsi che in quel momento la possibilità di un altro mondo ci fosse, ma avremmo dovuto metterci d'accordo quasi subito e sarebbe stato molto difficile. Anche qui: possiamo dare la colpa ai manganelli. Ma è una ricostruzione consolatoria: i manganelli hanno fatto molto male ma non ci hanno impedito di pensare. Anzi nei mesi successivi proprio la repressione di Genova sembrava aver creato per reazione un Movimento dove prima c'erano soltanto gruppi diversi con priorità diverse. La vera occasione l'abbiamo persa dopo il Social Forum di Firenze, e sinceramente non ho mai capito il perché. Senz'altro l'11 settembre ci ha preso in controtempo, senz'altro la Guerra Infinita di Bush figlio e Rumsfeld è diventata l'obiettivo primario e ci ha distratto, ci ha impedito di concentrarci su una serie di priorità sistemiche che a me perlomeno sembravano abbastanza chiare già nel 2001: l'emergenza climatica, i rischi connessi alla globalizzazione dei mercati e alla privatizzazione dissennata dei servizi, la speculazione finanziaria. A distanza di vent'anni non si è fatto praticamente niente: gli unici fronti in cui globalmente qualcosa è cambiato mi sembrano quelli dei diritti civili per le persone LGBT e della depenalizzazione delle sostanze. Questo mi lascia un po' perplesso: forse perché sono etero e non fumo. O forse perché si tratta di evoluzioni sacrosante ma tutto sommato compatibili con una visione del mondo liberale e individualista. In ogni caso c'è una specie di buco nella mia memoria, diciamo tra il 2004 e il 2008 non ho capito bene cosa sia successo, forse ci siamo un po' distratti a tifare per Obama (ma io neanche tanto, a rileggermi), o ad assistere alla lunga fine di Berlusconi. Credo sia un buco per molte coscienze provvidenziale, perché impedisce di collegare il movimento post-Genova al vaffanculismo dei grillini. Si capisce che in mezzo ci dev'essere stato un crollo culturale, una fuga dei cervelli, perché nel 2001 si parlava di Tobin Tax e nel 2008 di biowashball. Però temo che se avevamo una possibilità ce la siamo giocata in quel momento. 

Adesso è tardi. Da qui in poi la polarizzazione sarà tra chi accetta l'Emergenza e chi non ci vorrà credere: e come è successo col Covid, molte persone di sinistra si troveranno nel secondo insieme; io nel primo. Ovviamente discuteremo a lungo su chi ha tradito chi: aggiungete anche me alla lista, se vi fa stare bene. Per me continua a essere una questione di stile di vita: sono più di vent'anni che sento dire che sarà necessario modificarlo per sopravvivere; pensavo e penso che Bush figlio rappresentasse il nemico perché diceva chiaro e tondo che la guerra infinita si combatteva per difendere lo stile di vita occidentale. Tra tante istanze discusse e disputate questa almeno a sinistra la davo per scontata, ma poi è arrivato il Covid e ho scoperto che no, rinunciare al proprio stile di vita era per molti intollerabile tanto quanto per Salvini. E lo posso capire: il primo lockdown fu terribile, per molti più che per me; non m'interessa il discorso moralista, non c'è tempo neanche per quello. Ma molti che chiedevano un mondo diverso, dal 2020 in poi li ho visti domandare a gran voce che gli restituissero il mondo che c'era prima; se è così che un'emergenza riduce le persone, non ho che da fare le proporzioni. Nei prossimi anni arriveranno botte peggiori: può anche darsi che reagiremo meglio, magari il 2020 ci ha insegnato qualcosa. Oppure no: può darsi che ci abbia soprattutto irrigidito e incattivito. Anche questo è abbastanza naturale (se vivi abbastanza a lungo, tutto diventa abbastanza naturale. Anche le catastrofi).

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Una cosa imbarazzante sul mio vaccinismo

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Ovviamente si parla molto di vaccini, ovviamente ognuno ha opinioni molto nette e le squadre a questo punto sono fatte già da un po', ad esempio io non posso che essere un vaccinista. E in effetti da che io mi ricordi mi sono sempre vaccinato, e ho sempre ostentato con fierezza la cicatrice dell'antivaiolo (sì, sono così vecchio). Appena ho avuto prole sono subito corso a vaccinarla, non contentandomi delle dosi obbligatorie ma aggiungendo anche le facoltative perché alla fine una meningite non è uno scherzo.


Negli anni nulla sembra avere scalfito la mia fede nei vaccini: nemmeno un ciclo di sottocutanee che da ragazzino mi gonfiavano l'avambraccio in stile Popeye e che evidentemente non mi hanno protetto dalle crisi allergiche (o se l'hanno fatto beh, evidentemente ero molto allergico prima). Avendo avuto l'opportunità, nella vita, di studiacchiare un po', so che l'obbligo vaccinale è sempre stato un problema eminentente politico, sin dai tempi in cui i rivoluzionari lo introducevano e i restauratori lo abolivano. So persino che la diffidenza nei confronti del vaccino non è una novità postmoderna, ma ha una lunga storia (qui dettagliata mirabilmente da Erik Boni). 

Sono abbastanza sicuro che i vaccini oggi funzionino, ma anche se non ne fossi sicuro sarei vaccinista lo stesso, tanto l'opzione vaccinista si adatta alle mie idee politiche. Quel che mi piace veramente dei vaccini non è nemmeno che siano un'alternativa a basso costo ai farmaci, ma il modo in cui mettono spalle al muro i liberali libertari e tutto il loro supposto libertinismo. Il fatto che il vaccino funzioni soltanto se lo fanno tutti costringe la massa a farsi gregge e getta onta su chi non vuole starci. Niente salvezza individuale: o ce la facciamo tutti, o non ce la fa nessuno. Oltre a debellare il Covid, abbiamo l'opportunità di stroncare finalmente il calvinismo, che tanti più danni ha fatto all'umanità e all'ambiente. Il fatto che l'obbligo vaccinale incontri le resistenze di molti supposti populisti non mi scandalizza affatto, anzi mi dà l'opportunità di riconoscere in controluce l'individualismo che coprono con le patacche dell'ideologia del momento. Le fake news che si inventano (i microchip, il 5G, la trasformazione dell'individuo in un automa) non sono che rigurgiti del loro inconscio e li osservo da distanza con un certo piacere mentre sussurro verrete assimilati. La resistenza è inutile. Insomma sono un vaccinista, ben fiero d'esserlo, e lo sono sempre stato, da che io mi ricordi.

Perché mi ricordo male.

Potrei dire che a questo serve avere un blog, ma a chi? Ce l'ho soltanto io un blog da vent'anni, un album in cui invece di fotoritratti imbarazzanti ci sono tutte le idee che ho avuto, talvolta un po' più imbarazzanti. Ed ecco, se vado a cercare cosa pensavo dell'obbligo vaccinale nel mio lungo passato, tutta questa foga vaccinista non risulta. Di vaccini non ho quasi mai scritto – del resto non è mica obbligatorio avere un'opinione su tutto, nevvero? Evidentemente sui vaccini non l'avevo. Poi a un certo punto è successo qualcosa, non soltanto a me – è stato come se il dibattito pubblico si fosse all'improvviso polarizzato, costringendomi a scegliere tra due sole opzioni: proVax o noVax. Il blog mi consente anche di capire più o meno quand'è successa questa cosa: nel 2014. Pochissimo tempo fa, tutto sommato. L'evento scatenante: la procura di Trani stava indagando su due casi in cui l'antimorbillo aveva causato autismo e diabete, almeno secondo i genitori denuncianti. Ma in controluce, nel 2014 ciò che mi spaventava veramente era il grillismo. Per quanto io possa raccontarmi una storia più lunga e complessa, il momento in cui sono diventato vaccinista è il momento in cui ho visto un partito noVax vincere le elezioni. Mi domando a quanti sia successa la stessa cosa, e se in tanti casi come questi la nostra legittima curiosità per le idee più estreme (il complottismo a base di microchip e 5G) non ci faccia perdere la bussola: è persino probabile che Grillo e il suo movimento abbiano contribuito a ingrandire molto più le fila dei vaccinisti che quelle dei noVax, semplicemente polarizzando un grande centro moderato che fino a quel momento sulla questione non aveva idee precise, e forse senza Grillo non le avrebbe mai avute (lo stesso Grillo in seguito mostrò di aver capito questa cosa, mantenendo sull'argomento una posizione abbastanza moderata). 

Che prima del 2013/14 io facessi parte di un centro moderato senza idee precise lo dimostra almeno un pezzo del 2008 in cui dei vaccini si parla soltanto soltanto di striscio: l'obiettivo polemico era il sensazionalismo dei telegiornali, che al tempo mi sembrava sempre più schizofrenico, diviso com'era dalle necessità di allertare lo spettatore e di offrirgli una rassicurazione immediata. Non so nemmeno di che virus si parlasse ai tempi: forse l'aviaria. Chissà come avrei reagito se fosse diventata pandemica davvero. Chissà come l'avremmo presa tutti, al tempo, senza servizi streaming e coi social network ancora in stato embrionale. Suppongo che avrei bloggato un sacco. Meglio così.


Veniamo alle buone notizie. E' da un po' che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un'ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI' VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l'allarme è praticamente PANDEMIA! rientrato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.

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Ridurre i parlamentari per rendere più efficiente... la corruzione

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Questo referendum è ingiustificabile. Ovvero no, sappiamo tutti che serve per dare un contentino a un Movimento che si è fatto strada nell'elettorato impugnando uno storico piccone antisistema; è da anni che lo imbraccia davanti al parlamento (anche se nel frattempo ha mandato i suoi uomini dentro) e ora bisogna proprio che almeno un colpo lo dia, tanto peggio se si rompe qualcosa. Qualcuno è sinceramente convinto che potrebbe essere l'occasione per fare un restauro migliorativo, ma è gente senza cultura che quando ha provato a scrivere riforme costituzionali si è fatta ridere dietro e ancora non ha capito il perché, è fatta così, le potresti vendere un progetto chiavi in mano per un ponte ferroviario sullo Stretto di Messina (anzi qualcuno glielo ha già venduto) (e sta tuttora intascando le penali perché il cantiere non parte).

Capita così di leggere le più fantasiose giustificazioni, tutte belle documentate come se la politica fosse una scienza esatta – io per fortuna ho ancora un mestiere e poco tempo da dedicarci, così mi perdo tutti i link, ad esempio mi piacerebbe onestamente ritrovare il pezzo di un ingegnere convinto che con meno parlamentari si sarebbe ridotta la corruzione. Della serie, per ridurre le rapine in banca riduciamo gli sportelli. No in realtà era meno cretina di così, aveva trovato un paper basato sugli enti locali in Svezia (e già qui dovrebbe suonare un campanello d'allarme) che dimostrava che gli enti con più rappresentanti erano più corrotti. Mi domando se il caso non ricada nel solito paradosso: un ente risulta più corrotto se per esempio sono state sporte più denunce, se vi sono stati processi e soprattutto condanne per corruzione – ovvero se in quell'ente la corruzione è percepita come un problema dall'utenza e dalla magistratura. Un ente potrebbe anche risultare "non corrotto" perché nessuno ha più la volontà di denunciare e indagare. A parte questo, resta abbastanza ovvio che più sono i rappresentanti, più aumenta la possibilità che qualcuno si lasci corrompere. Ma questo deve automaticamente significare che basta ridurli per risolvere il problema? Basta rifletterci un attimo per accorgersi che potrebbe essere vero l'esatto contrario.

Cos'è la corruzione? Banalmente, si tratta di offrire un premio a un rappresentante affinché favorisca i miei affari particolari a scapito di quelli della collettività che rappresenta. Sotto un certo limite il fenomeno è perfettamente legale e prende il nome di lobbying. Corruzione e lobbying sono connaturate alla democrazia: il solo fatto che esistano rappresentanti a cui è delegata la facoltà legislatrice rende possibile e persino auspicabile che i cittadini si rivolgano a essi creando gruppi di pressione. Il punto rimane sempre lo stesso, sin dai tempi delle polis: come evitare che i cittadini più abbienti creino, grazie alle loro ricchezze, dei gruppi di pressione più convincenti? E sin dall'inizio la soluzione non fu diminuire i rappresentanti, ma aumentarli. Per il banale motivo che aumentando il personale, la corruzione diviene via via meno efficiente. 

Non si tratta di rendere impossibile la corruzione, ma di renderla troppo costosa e inefficace. Se voglio convincere un Consiglio a far passare la nuova cinta muraria attraverso i miei pascoli (in modo da difenderli e da farmi intascare un indennizzo), io posso offrire un agnello a ogni membro del consiglio – se fossero dieci membri mi potrebbero bastare sei agnelli; se fossero venti me ne servirebbero undici – se sono cinquecento è meglio lasciar perdere. Chi fosse realmente preoccupato dal fenomeno della corruzione dovrebbe chiedere di aumentare, e non ridurre il numero dei parlamentari. Viceversa, chi li vuole ridurre, magari è convinto in buona fede di combattere la corruzione, ma quel che ottiene realmente è di renderla più efficiente. Più che disincentivare la corruzione, per loro si tratta di mantenerla entro dimensioni ragionevoli, insomma di far spendere meno in bustarelle. 

Se poi sono gli stessi che cercano di spiegarti che questi rappresentanti devono essere poco pagati, e quindi più facilmente tentati dalle elargizioni, ecco, hai già capito il brodo culturale in cui hanno preso forma personaggi come Casaleggio: una piccola-media impresa che vorrebbe avere come controparte una piccola-media politica da lobbizzare con piccole-medie bustarelle. Io voto no. 

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Questo referendum è imbarazzante

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Questo referendum è imbarazzante. Imbarazzante è l'idea che gli italiani possano essere disturbati un fine settimana, a rischio di contrarre un virus tutt'altro che debellato; e che le scuole appena aperte debbano essere subito temporaneamente richiuse, semplicemente perché qualche anno fa un comico si mise a dire nelle piazze che i politici erano i nostri dipendenti e quindi bastava licenziarne un po' per ottenere una politica migliore; e la gente invece che riderci sopra ci fece un programma politico (cosa che credo stupì lui per primo). Questa idea, mi dispiace molto per chi la difende, è ottusa da tutti i punti di vista: da sinistra, da destra, di sopra, di sotto; non è neanche una questione ideologica, facciamo finta che invece di un parlamento di legislatori stessimo parlando di una fabbrica di gelato. Non sappiamo come funziona, ma sappiamo che ha 945 dipendenti. Quante possibilità ci sono che licenziando 345 dipendenti a caso il gelato migliori? Chi suggerisce un taglio del genere, di solito, non ha a cuore la qualità del gelato e non sta nemmeno pensando al risparmio. Vuole semplicemente trovare un sistema spiccio per mandare la fabbrica alla malora, forse è stato inviato dalla concorrenza. 

Quando qualche esperto cercherà di convincervi del contrario, cercate di capire di cosa esattamente è esperto, e se non è stato inviato da qualche tipo di concorrenza della democrazia parlamentare. Sgombriamo subito il campo dall'argomento più scemo: che il taglio di 300 rappresentanti comporti un risparmio. Anche volendo ipotizzare una produttività uguale a zero, ovvero ammettendo (e non concedendo) che i parlamentari durante il loro mandato non facciano niente, questo risparmio per le tasche dei contribuenti sarebbe irrisorio: più o meno un euro all'anno per ogni cittadino. Ma siccome qualcosa questi legislatori lo fanno, e persino i più ottusi tra i grillini se ne sono accorti, dobbiamo pensare che questo euro ci costerà un peggioramento della qualità della nostra legislazione. Non solo, ma una riduzione di un terzo del parlamento porterà necessariamente le attuali forze politiche a ridiscutere sulla legge elettorale e sull'assetto costituzionale, laddove le attuali forze politiche hanno già dimostrato in materia un'incompetenza che raggiunge e talvolta sorpassa la soglia dell'analfabetismo. Io non sono mai stato un feticista della "Costituzione più bella del mondo", ma lo sto diventando. Non sarà così bella ma mi ha salvato da Berlusconi al Quirinale, da Salvini a Palazzo Chigi e da qualche altro scenario da incubo. Abbiate pazienza se me la tengo ben stretta (continua).

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Zzz

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"Comunque io ho l'ultima parola, no?"
"Eh? Chi parla?"
"Sono Rousseau".
"Ah, già Rousseau, ciao Rousseau [minchia che palle questo]".
"Lo hai detto tu che avrei avuto l'ultima parola".
"L'ho detto?"
"Sì".
"Ma infatti è così! Tu sei la democrazia diretta, tu sei la volontà del nostro elettorato, è ovvio che tu abbia l'ultima parola".
"Mi pare il minimo".
"Il minimo?"
"Cioè io sono la democrazia diretta, mica un ratificatore qualsiasi, se si faceva una trattativa avrei dovuto esserci, no?"
"Rousseau, abbi pazienza, ma come facevi a partecipare a una trattativa riservata con..."
"Lo streaming".
"Ma dai Rousseau, ancora con 'sto streaming".
"State diventando troppo simili a quegli altri".
"Rousseau, così mi offendi".
"Trattative a porte chiuse, caminetti..."
"Se ti offendi poi non puoi più decidere con oggettività".
"Io non devo essere oggettivo, io devo dire tutto quel che mi viene in mente! Sono il buon selvaggio! Sono l'Emilio! Sono Rousseau".
"Che palle però".
"Eh?"
"No, niente".
"E allora, questa ultima parola me la fate dire?"
"Ma certo".
"Mi spetta per statuto".
"Ma naturalmente".
"E quindi?"
"E quindi prendi un vocabolario, su".
"Un vocabolario?"
"Per statuto hai diritto all'ultima parola, no? Quindi controlla sul vocabolario".
"Ma cosa devo controllare".
"Cioè ma sei duro davvero. Altro che buon selvaggio. Hai un vocabolario in mano, ti ho chiesto di dire l'ultima parola, prova ad andare all'ultima pagina".
"L'ultima pagina?"
"Qual è l'ultima parola del vocabolario?"
"Zuzzurellone".
"Ah ah ah, Rousseau, sei proprio una sagoma".
"Ma una sagoma in che senso, io non..."
"Zuzzurellone. Che roba. Va bene, basta con la satira politica. Prendi un vocabolario serio, controlla: qual è l'ultima parola?"
"Il Treccani va bene?"
"Ottimo. E allora quest'ultima parola qual è?"
"Zzz".
"Definizione?"
"Indicazione grafica con cui si rappresenta il ronzio di un insetto (in partic., di una zanzara) che vola, e anche il sibilo ronzante di persona che russa".
"Mi sembra perfetto".
"Era l'ultima parola?"
"Proprio così. Puoi twittarla se vuoi".
"N-no, no grazie. Ma quindi adesso..."
"Se vuoi te la linkiamo sul Blog delle stelle".
"Ma no, non vale la pena, no..."
"Su quello di Beppe non si può più, sai che è in crisi mistica".
"Ma insomma adesso che faccio?"
"Che fai? Vedi un po' tu. Hai detto l'ultima parola, direi che puoi filartene a nanna. Buonanotte, Jean-Jacques".
"Io però... la democrazia diretta... non so..."
"Che altro c'è?"
"Me la sognavo un po' diversa".
"I sogni son desideri. Buonanotte".
"Zzz".
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Bernardino 5 Stelle

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20 maggio - San Bernardino da Siena (1380-1444), predicatore.


'Ci saranno bombe, terremoti, falsi profeti
che vi diranno che ve l'avevano detto...'
[2012]. C'è crisi. Da parecchio. Ce n'è così tanta che non ci ricordiamo nemmeno quand'è cominciata, e nulla ci lascia sperare che possa finire. Le vecchie ricette non funzionano più, i vecchi partiti si sono scannati tra loro senza portarci nulla di buono. C'è confusione e non c'è nessuno che ci spieghi cosa fare. No, veramente uno c'è. È un tizio fuori degli schemi. Per dire, è esperto di Apocalisse e di teorie economiche. Però non è tanto questo l'importante. L'importante è che lui si fa ascoltare. Gli altri sono noiosi e battibeccano sempre, lui quando occupa la scena può tenerla per ore, giorni, settimane. Si capisce che ne sa a pacchi, ma non te lo fa pesare; cita gli economisti ma anche i barzellettieri, ti fa spetasciare dal ridere, certe volte; altre volte ti fa pensare. Quando arriva in città, col suo battage pubblicitario un po' rozzo ma innovativo, le donne fanno la fila per occupare i primi posti, dove si sente tutto. Gli uomini occupano i secondi posti, dove si vedono meglio le donne. Insomma è l'uomo dell'anno, del decennio. Dove passa ammainano le bandiere dei partiti e innalzano la sua. Gli hanno offerto cariche importanti, ma lui la politica preferisce lasciarla fare agli altri. Quello che veramente gli interessa non sono gli onori (ne ottiene), né i guai (se li procura). Quello che davvero vuole fare, lo sta già facendo: predicare è la sua più grande gioia, continuerà finché le forze non lo abbandoneranno. Sto ovviamente parlando di Bernardino degli Albizzeschi, il più grande predicatore del quindicesimo secolo.

I ritratti quattrocenteschi di Bernardino
sono tra i più realistici (si vede chiaramente
che non aveva più denti, per esempio).
Ma non è che nel ventunesimo le cose vadano troppo diversamente. A chi continua ad affettar stupore per gli exploit di Beppe Grillo, porto questa ipotesi in regalo: forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l'incarnazione di un archetipo dell'inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera.


Io sono andato a vederlo una volta sola, perché uscivo con una ragazza a cui interessava. Meno male che ci sono le ragazze, ne approfitto per dirlo, e che acconsentono a uscire con me, altrimenti io passerei le mie serate a leggere prediche quattrocentesche o ad approfondire su wikipedia dettagli oscuri delle biografie di supereroi di fumetti di cui si è interrotta la pubblicazione. Stavo dicendo. Una volta sono andato al palazzetto dello sport a vedere Bernardino di Siena, pardon, Beppe Grillo. Non era ancora diventato un non-leader politico, forse non aveva ancora nemmeno spaccato un PC col martello, ma ricordo che proiettò vecchi filmati in bianco e nero sulla canapa indiana. Spiegò che era un materiale incredibilmente duttile e resistente, che ci si poteva fare qualsiasi cosa, e mostrò in un filmato un’automobile realizzata con una carrozzeria di canapa indiana. Si poteva prendere a martellate. Poi interruppe il filmato e disse, con una voce un po’ meno urlata del suo standard: ragazzi vi ho preso in giro, è tutto finto. Poi riprese il tono stridulo abituale e disse: no, è vero, la canapa indiana è stata criminalizzata dalle multinazionali della plastica bla bla. Quello è stato uno dei momenti nella vita in cui mi è sembrato di avere avuto un’illuminazione. Cioè, veramente Grillo aveva detto che mi stava prendendo in giro? O me l’ero sognato? Forse voleva dimostrare che era in grado di convincermi di qualunque cosa: anche che con la canapa indiana si può carrozzare un’automobile. Il palazzetto era pieno di gente che in quel momento ne era convinta, ma lui non lo era. Allora capisci che uno così in politica doveva entrarci per forza, e che ha perso fin troppo tempo prima di decidersi. Che fantastici anni Novanta ci siamo persi, Grillo vs Berlusconi, il Milione di posti di lavoro contro la Biowashball. Stavo dicendo.

Ecco il bozzetto, che ne dite?
Quando predicava ai suoi concittadini, ed era libero di sbrigliare il suo volgare più schietto, Bernardino aveva un modo particolare di dire “stavo dicendo”. Diceva: “a casa”. Nei momenti in cui l’affabulazione lo portava lontano dal seminato, o si metteva a replicare a qualche ascoltatrice, per tornare all’argomento gli bastava annunciare: “a casa”. E ripartiva dal punto che aveva abbandonato. Bernardino, il più grande stand up comedian del Quattrocento, non era esattamente un improvvisatore. Aveva studiato la retorica di Marco Tullio e aveva perfezionato quella empirica dei grandi predicatori francescani. Il repertorio di storiellette buffe da cui poteva attingere era sterminato, Boccaccio e Sacchetti non erano nella condizione di esigere copyright. E comunque l’importante non era il repertorio, ma il personaggio: con quella voce suadente che gli era miracolosamente rifiorita in gola dopo una malattia di gioventù che aveva minacciato di troncargli la carriera. Con la mimica che doveva metterci – sfogliando le sue prediche sembra di vedere le smorfie e sentire le risate. Bernardino non fu il primo predicatore a diventare una celebrità assoluta: prima di lui, già Antonio da Padova aveva stupito l’Italia e il mondo. Ma a Bernardino capita di vivere e predicare in decenni di transizione, privi di personaggi guida, e a doversi ingegnare inquisitore, giudice, conciliatore, diplomatico. È anche patrono dei pubblicitari, per essersi disegnato di suo pugno il logo – il trigramma YHS nel sole raggiante – e per averlo trasformato in una bandiera che le città sventolano al suo passare, abbassando temporaneamente gli stemmi cittadini e nobiliari, i simboli delle rivalità senza fine che intrappolano l’Italia in un medioevo agli sgoccioli. Tanto clamore gli varrà l’attenzione degli inquisitori, attenzionati dai bigliettini di colleghi invidiosi. Vuoi vedere che dietro quel logo molto efficace, il trigramma nel sole, si nasconde l’idolatria? Bernardino dovrà difendersi in tre processi.

Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto: alle dame senesi osa dire che è persino più importante della Messa (“E se di queste due cose tu non potessi fare altro che l’una o udire la messa o udire la predica, tu debbi piuttosto lassare la messa che la predica”). La predica è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni. Continuerà a predicare in un tour infinito attorno all’Italia, fino all’esaurimento fisico, che lo coglierà all’Aquila nel 1455: gli era rimasto in bocca un dente solo.

Di lui ci sarebbe rimasto poco: un trattatello di economia interessante, non fosse per il fatto che è uno dei primi, in cui tesse le lodi dell’imprenditore che contribuisce alla ricchezza della collettività. Un altro tratto in comune con Grillo. Ma la vera eredità di Bernardino è nelle mille e più pagine di prediche volgari tenute sul Campo di Siena in quaranta mattine nel 1427: nella sua città Bernardino, fresco di assoluzione e di rinuncia alla cattedra vescovile, doveva parlare all’aperto, su un pulpito a rotelle manovrabile a seconda della posizione del vento, amplificatore naturale. Nel pubblico un cimatore, Benedetto di maestro Bartolomeo, raccoglie ogni parola del santo su tavolette di cera, con un metodo stenografico a noi sconosciuto. Il risultato è impressionante: come infilare un dvd medievale e trovarci davanti al Beppe Grillo del Quattrocento, che ammonisce, maledice, improvvisa, sghignazza, cita Duns Scoto e fa i versi degli animali. Qualcuno lo considera il più grande autore italiano del secolo: prima di fare quella smorfia, citatemi un altro autore italiano del Quattrocento. Nelle quarantacinque prediche Bernardino non risparmia invettive agli usurai e ai “maladetti sodomiti” che ammorbano Siena e l’Italia tutta, né elogi delle donne, angeli del focolare nonché parte più cospicua del suo pubblico. Tra i suoi discorsi più famosi c’è quello in cui Bernardino parla proprio dell’arte del predicare, spiegando come si fa a parlare “chiarozo chiarozo”. “O donne”, esordisce, “domani vi voglio fare tutte predicatrici”: le sue istruzioni sono così chiare che dal giorno seguente anche le donne saranno in grado di predicare come lui. Lo leggi, ti sembra di ascoltarlo, e sai che sta mentendo. Nessuno sarà mai bravo come lui, lo sa benissimo. La maggior parte si piegherà dalle risate, si commuoverà quand’è il momento, e pochi minuti dopo avrà già scordato il contenuto, perché la gente è fatta così: ha pance per ridere, occhi per piangere, ma non ha memoria. Sicché alla fine dei conti puoi raccontare loro qualsiasi cosa. L’unico concetto che conserveranno è: ma come predica bene Beppe Grillo, pardon, Bernardino.


Advenne che, una volta fra l’altre, avendo udita la predica di questo suo fratello, elli si misse un dì in un cerchio di altri frati, e disse: – o voi, fuste voi stamane alla predica di mio fratello, che disse così nobile cosa? – Costoro li dissero : – o che disse? – O! elli disse le più nobili cose che voi udiste mai. – Ma dici di quello che elli disse. – E elli: – disse le più nobili cose di cielo, più che tu l’udisti. Elli disse…….doh, perchè non vi veniste voi? che mai non credo che elli dicesse le più nobili cose! – Doh, dicci di quello che elli disse. – E costui pure: Doh, voi avete perduta la più bella predica che voi poteste mai udire! – Infine, avendo costui detto molte volte in questo modo, pure e’ disse: – Elli parlò pure le più alte cose e le più nobili cose che io mai udisse! Elli parlò tanto alto, che io none intesi nulla.
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Metti sull'Uno c'è un maestro che urla

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18 gennaio – San Successo (oh, esiste davvero, non è che me li invento – non questo almeno).

Il primo successo del 2019 per la Rai è Alessio Boni che urla ai ragazzini. Certo, La Compagnia del Cigno è molto altro: c’è musica in abbondanza, classica e moderna, e poi ogni ragazzo ha il suo arco narrativo, l’ingresso nell’età adulta eccetera – sì sì però se lunedì sera mettete sull’Uno all’improvviso, in tre casi su tre si materializzerà Alessio Boni che a stento controlla l’impulso di rompervi la bacchetta in testa.

Non che urli sempre come un ossesso (a volte frigna come un bambino), ma non sorprende che più di un Conservatorio abbia sentito la necessità di avvertire che no, non è così che funziona. Tra l’altro è stagione di preiscrizioni e nessun dirigente scolastico, davvero, si vanterebbe di avere un organico un personaggio del genere. Nessuno vorrebbe lavorare con un maestro del genere. Ci piace però guardarlo in tv.



La Compagnia ha battuto il Titanic restaurato, ha battuto la Coppa Italia; il maestro che urla è il primo grande spettacolo italiano del 2019. Quasi un italiano su dieci ha assistito alle sfuriate del maestro Boni senza cambiare canale. Anzi dev’essersi in qualche modo affezionato, e non so se questa è una buona notizia per il mondo della scuola. In gran parte si tratta degli stessi italiani che non esiterebbero a denunciare un maestro del genere se invece che in tv sbraitasse in quel modo davanti ai propri figli, in un’aula scolastica – andiamo, persino io lo avrei mandato a quel paese a un certo punto: e faccio il suo mestiere. Che ci è successo?

Che fine ha fatto il modello di insegnante che andava di moda quando studiavo, quello super-empatico che non castigava mai nessuno, anzi riusciva a entrare in sintonia con tutti senza alzare la voce? Il Robin Williams dell’Attimo fuggente: molti di noi insegnanti vorrebbero ancora assomigliargli, anche se alla fine ci scappa la pazienza e gli studenti piangono e poi i genitori protestano. Genitori che, diciamolo, non hanno sempre tutti i torti, forse dovremmo essere ancora più pazienti – sì, però gli stessi genitori quando tornano a casa si bevono due ore di fiction con Alessio Boni che urla e strepita, c’è qualcosa di paradossale in tutto questo.
D’altro canto è pur sempre televisione. Quello specchio piuttosto distorto che non mostra quasi mai il mondo intorno a noi; il più delle volte ci mette davanti il mondo dentro di noi. Nessuno vorrebbe un maestro severo per i suoi figli, ma tutti segretamente lo vorremmo per i figli degli altri, e forse una fiction assolve questa funzione (“Guarda questo professore asfaltare sette adolescenti!”)



Come ogni modello che funziona i critici si sono subito affrettati a farci notare il prestito evidente nei confronti di un prodotto d’importazione. Lo ha prontamente ammesso anche lo sceneggiatore Ivan Cotroneo: il maestro interpretato da Alessio Boni deve molto a quello impersonato da J. K. Simmons in Whiplash, il primo film di Damien Chazelle. È il ruolo che finalmente ha fruttato un Oscar a Simmons, il classico caratterista che tutti abbiamo la sensazione di conoscere come un familiare, tante volte lo abbiamo visto in tv. E però in Whiplash il maestro urlatore è il cattivo del film, non l’eroe che aiuta a sbloccare le potenzialità del protagonista. A parte la sua ossessione per la musica (ossessione omicida) non conosciamo quasi nulla di lui. Non c’è tempo per spiegare cosa lo ha trasformato nella belva che è; non ci sono flashback che ci facciano scoprire i suoi dolori, i suoi lutti, non ci sono siparietti ricattatori che ci facciano piangere insieme a lui. Non è insomma come il maestro di Boni, che tra una scenata e l’altra lascia intravedere un animo sensibile, empatico, in grado di entrare in sintonia con il delicato mondo interiore dei ragazzi; se anche il personaggio di Simmons sembrava trapelare qualcosa del genere, era soltanto per rivelarsi fino alla fine un subdolo manipolatore.

Whiplash fu criticato, anche in Italia, per la visione del mondo che tradiva: una giungla dove conta soltanto la lotta per la sopravvivenza, l’autoaffermazione e il successo. Il film si presta in realtà a un’interpretazione più problematica: il protagonista è più vittima che eroe. Il maestro della Compagnia del Cigno, all’apparenza più sfaccettato, alla fine è soltanto il classico burbero dal cuore d’oro. Ma Whiplash è un grande film anche perché mette in guardia da quel modello di maestro carismatico, denunciandone la tossicità.



Sia Whiplash che La Compagnia, poi, traggono spunto da un discorso così universalmente condiviso ormai che rischiamo di non vederlo intorno a noi, come l’aria che respiriamo. In un certo senso è l’aria che respiriamo. È il talent-show. Whiplash è strutturato come una caricatura di talent-show: un maestro severo, un allievo che deve seguirlo ma anche sconfiggerlo. La Compagnia è un succedaneo di talent-show – quasi un placebo per i telespettatori in crisi d’astinenza, tra la fine di X Factor e l’inizio di Sanremo. Lo stesso Sanremo assomiglia anch’esso sempre più a un talent-show, al punto di essersi dotato di un maestro talentuoso, magari non sbraitante ma più severo di quanto ci saremmo aspettati: Claudio Baglioni.



Il 2019 è l’ultimo anno degli anni Dieci. Forse non è più troppo presto per un bilancio: è stato il decennio dei Talent. È vero, esistevano anche prima (più negli USA che in Italia). Ma fino a X Factor non eravamo abituati a chiamarli così, e soprattutto non li consideravamo molto di più che una forma di intrattenimento, una sottospecie dei Reality. Poi è successo qualcosa, fuori e dentro la tv. Non è ancora chiaro cosa – forse ha a che vedere con la caduta delle élite di cui in questi giorni stanno parlando sui giornali di carta. Insomma altri punti di riferimento sembrano essere crollati: i politici hanno smesso di essere attendibili (non che lo fossero dieci anni fa), medici e insegnanti hanno perso ogni autorevolezza. L’unico punto fermo, l’ultimo baluardo della meritocrazia, è il Talent.


The New Voice of Italy

Dappertutto l’apparenza sembra diventata più importante che lo studio, tranne nei Talent: il solo luogo dove è ancora lecito castigare l’apparenza e premiare l’impegno. Stanti così le cose, ci è voluto poco perché tutto il nostro immaginario si riconfigurasse intorno all’architettura del Talent: al punto che persino il partito che doveva far piazza pulita del passato si è strutturato come un Talent. Si chiama Movimento Cinque Stelle ma avrebbe potuto chiamarsi Amici di Beppe Grillo: un partito dove si fa carriera col televoto e si cade in disgrazia entrando in polemica con la giuria. Insediandosi prima in parlamento e poi al governo, il M5S ha rapidamente trasformato la comunicazione della politica in Italia, che dalle prime dirette in streaming si è prontamente adattata al nuovo format. Deputati e ministri come dilettanti allo sbaraglio: alcuni hanno davvero talento e li salveremo, altri si rivelano inadeguati e saranno presto bocciati senza pietà. Eppure c’è chi si ostina a considerarli avversari della meritocrazia. A ben vedere stanno semplicemente proponendo una meritocrazia diversa, che non passi più per le aule scolastiche e universitarie, ma per i social e le Piattaforme del popolo.

A questo punto naturalmente occorre obiettare che una meritocrazia del genere non può funzionare: tanto per cominciare gli strumenti sono farraginosi (Rousseau non funziona), ma anche se fossero efficienti, ci sarebbe il problema che il popolo è un pessimo giudice, non ha le competenze ecc. ecc.. Tutto probabilmente vero. Ma non è così strano che la società dello spettacolo si affidi al codice del Talent. Scuole e università non è chiaro se funzionino o no; perlomeno le ultime classi dirigenti che hanno formato lasciavano molto a desiderare. I Talent non è detto che creino più competenza, ma sicuramente fanno spettacolo, e quella è una cosa che sappiamo apprezzare.



Nei Talent scorre ancora, neanche tanto sotterranea, quella vena di sadismo e crudeltà che abbiamo bandito dalle scuole (e che forse inconsciamente rimpiangiamo). Solo nei Talent è ancora concesso umiliare l’incapace, e mettere apertamente l’uno contro l’altro gli apprendisti. Che parlino di cucina o di musica, il motivo per cui li guardiamo è il motivo per cui ci lasciamo ipnotizzare dalle sfuriate di Alessio Boni: i maestri sadici sono sexy. Vederli tormentare le loro vittime è uno spettacolo per cui paghiamo abbonamenti e biglietti al cinema. Forse ci piacciono proprio perché non assomigliano affatto ai nostri ex professori, empatici e condiscendenti, sempre pronti ad applaudire ogni nostro minimo sforzo. Se non siamo diventati quegli uomini e donne di successo che loro vedevano in noi, magari è colpa loro: troppo buoni, troppo permissivi. Se ci avessero preso a ceffoni, invece, chissà… vabbe’, è troppo tardi per recriminare. Ma si fa ancora in tempo ad accendere la tv. Sull’Uno c’è un prof che strepita, su Sky quattro cuochi infieriscono su dilettanti allo sbaraglio, l’Attimo fuggente almeno stasera non c’è (anche perché a modo suo va in scena in tutte le scuole d’Italia, da lunedì a sabato, da settembre a giugno: e dopo un po’ viene a noia, non ditelo a me).
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Beppe Grillo, obsoleto e felice

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Il M5s, quelli del “Grillo fondi un partito e vediamo quanti voti prende”, sono diventati a tutti gli effetti una forza di governo – o almeno potenzialmente. Chi pensava che si sarebbero accontentati del ruolo tutto sommato confortevole di oppositori duri e puri al sistema ha avuto il tempo di ricredersi: i grillini ci vogliono provare davvero. Ci stanno già provando, a livello locale: non si sono tirati indietro nemmeno in municipi importanti (Torino, Roma), per nulla scoraggiati dagli inevitabili errori di percorso. Se non sarà Di Maio stavolta, sarà qualcun altro la prossima, ma prima o poi avremo ministri a Cinque stelle. Conviene rassegnarsi, come si è già rassegnato, per esempio, Beppe Grillo. Già, a proposito: quando andranno al governo, cosa succederà a Beppe Grillo?

Qualcosa, a dire il vero, è già successo, anche se forse non abbiamo ancora capito cosa. A un certo punto sembrava addirittura che Grillo avesse lasciato il movimento da lui fondato e lanciato dieci anni fa. Non è esattamente così, o meglio, una scissione c’è stata, ma non nel senso politico del termine. A scindersi sono stati due siti web, lo storico beppegrillo.it e il Blog delle Stelle, che ormai ha tutta l’aria di essere il blog ufficiale del Movimento. Si tratta di una partenogenesi difficile da documentare: Grillo e i suoi redattori hanno infatti sempre approfittato della possibilità di intervenire sugli archivi del blog riscrivendo il passato. Fino a qualche mese fa, la testata “Il Blog delle Stelle” compariva ancora in cima a beppegrillo.it, sopra lo storico sottotitolo, “il primo magazine solo on line”. Dopo le parlamentarie, il 23 gennaio, è avvenuta la famigerata scissione e il Blog delle Stelle è diventato un sito a parte che ha mantenuto la denominazione di “primo magazine solo on line”, mentre all’indirizzo beppegrillo.it è comparso un nuovo blog – è lo stesso Grillo ad ammettere che si tratti di una novità. Più leggero, più rilassato. Senz’altro meno politico.

La prima cosa di cui ci siamo accorti tutti è l’assenza, sul nuovo beppegrillo.it, di qualsiasi riferimento al Movimento 5 Stelle, il che ci ha fatto immaginare chissà quale scontro col vertice e con Roberto Casaleggio; uno scontro completamente smentito dalla partecipazione di Grillo agli ultimissimi eventi della campagna elettorale, e da almeno un’intervista rilasciata dopo le elezioni. Grillo non è più il “capo politico” del M5s, ma non ha ancora tradito un solo accenno polemico nei confronti della nuova dirigenza e del nuovo corso. Quel che è evidente è che nel nuovo sito non ha nessuna intenzione di parlare di politica: persino quando pubblica quel che può sembrare un doveroso ringraziamento agli elettori, evita con attenzione di parlare di voto e anche solo di nominare il Movimento. Beppegrillo.it è diventato uno di quei salotti tranquilli in cui può discutere amabilmente (per modo di dire, visto che i commenti sono stati chiusi), con un’olimpica serenità che davvero non ci si aspetterebbe dal bizzoso fondatore di un movimento che ha appena vinto le elezioni, ma che per ora non ha i numeri per formare un governo. Si ha quasi l’impressione si sia trattata di una svolta dovuta a motivi più “clinici”: Grillo più volte aveva lamentato la stanchezza, lo stress di dover rivestire un ruolo politico per il quale non si sentiva tagliato.

Ora che non deve più dibattersi nelle schermaglie quotidiane tra sostenitori di Salvini, Berlusconi e Renzi, il comico genovese ha più spazio per occuparsi di tante cose, come in fondo ha sempre fatto. Si guardi anche solo al sommario dell’ultima settimana, “una delle più interessanti da quando siamo partiti con il nuovo blog”: c’è di tutto. Accanto a riflessioni sconclusionate, che per ammissione dello stesso Grillo sono il parto di una notte insonne (“Abbiamo il polo nord, il polo sud… Ma il polo est e il polo ovest dove sono?”) ci sono le solite mirabolanti notizie dal mondo dell’hi-tech, tipo che in Arizona stanno per arrivare i taxi che si guidano da soli; due ricercatori del Mit hanno fondato una start-up che vuole fare “il back-up della tua mente”, il primo passo verso l’“immortalità cerebrale”?

Anche il vecchio blog dava molto spazio all’innovazione tecnologica, ma a essere cambiato è l’approccio, oggi più sereno, fiducioso. Da quando calca le scene, Grillo ha sempre usato due maschere: quella tragica e apocalittica in cui gridava “ma siamo impazziti?”, e quella dai tratti più concilianti del guru futurologo che annuncia le grandi promesse del domani, che ok, il mondo presente è un disastro, ma le cose stanno per cambiare. Stampanti 3D, veicoli che si guidano da soli, bio-washball e così via. Grillo ha sempre promesso ai suoi seguaci un paradiso tecnologico oltre il disastro imminente; ora che il Movimento si avvicina alla prova dei fatti, quell’orizzonte per Grillo è sempre più vicino. È anche un modo di dare un senso al suo ruolo di guida della rivoluzione: se non può e non vuole fare il leader politico, può sempre dare un contributo additando la direzione dal balcone virtuale del suo blog – oggi ai militanti M5s, domani ai ministri. Qualcosa di simile al ruolo di Mao negli anni precedenti alla rivoluzione culturale cinese. Non sono certo il primo ad accostare grillismo e maoismo; è un paragone irresistibile anche perché Grillo sul suo blog scrive pensieri sempre più semplici e lineari, leggibilissimi, ormai molto vicini allo stile elementare del Libretto Rosso (L'obsolescenza felice di Beppe Grillo continua su TheVision).





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Tre partiti in cerca di autore

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(Ieri mattina ho trovato in homepage su TheVision un pezzo dal buffo titolo L’ODIO E L’INVIDIA VINCONO SEMPRE SULL’AMORE; ovviamente ho cliccato e ho scoperto che l'avevo mandato io, un paio d'ore prima; era già un po' vecchio e adesso lo è di più).

Com’era ampiamente prevedibile, l’unica cosa che ci è dato sapere dopo queste elezioni è che in Italia non c’è una maggioranza. Non è una novità, anzi: con questa legge elettorale era l’unico risultato possibile. Nel momento in cui scrivo le proiezioni danno il Centrodestra al 37,5% (con la Lega oltre il 17%, record assoluto, tre punti sopra Forza Italia), il M5S quasi al 32% (il che lo porta a essere il primo partito), il Centrosinistra al 23% col Pd quasi al 19%, minimo storico. Dunque malgrado la comprensibile esultanza del M5S, ha vinto il Centrodestra – e all’interno del Centrodestra, la Lega di Matteo Salvini, che in una legislatura ha quadruplicato i suoi voti. Questo è uno dei dati più importanti, forse il più cruciale: Salvini ha ottenuto un successo clamoroso e l’ha ottenuto anche cannibalizzando il suo partner più importante, Silvio Berlusconi. A questo punto, in teoria, il leader di centrodestra è il leghista (c’era un accordo esplicito, tra i partiti della coalizione: il partito più votato avrebbe espresso il candidato premier). Secondo la prassi istituzionale, il presidente Mattarella dovrebbe offrire l’incarico a lui. Ma quante possibilità ha Matteo Salvini, segretario della Lega (ex Nord), di formare un governo?

Forse adesso è più facile capire quel fuori-onda di qualche giorno fa, in cui Salvini affermava di sperare in un Pd al 22%. Salvini in questi anni ha prosperato, vendendo ai telespettatori rabbia e odio. Ha promesso di ruspare i campi rom ; di respingere i barconi; ultimamente ci ha avvertito di voler vietare l’Islam. Tutte queste cose, Salvini non può realizzarle davvero: non solo perché sono in effetti misure disumane e incostituzionali, ma soprattutto perché una volta esaudite queste promesse, Salvini non saprebbe che altro promettere. Probabilmente sperava di poter rimanere il protagonista dell’opposizione (se Berlusconi fosse riuscito ad arrivare al 20% da solo e a trovare un accordo con Renzi); oppure, se il centrodestra fosse arrivato al 50%, avrebbe potuto portare la Lega in un governo, ma in una posizione subalterna, come la Lega di Bossi che chiese per dieci anni a un governo Berlusconi il federalismo fiscale e poi si accontentò di aprire qualche ministero a Mantova. Ma se sale a palazzo Chigi, Salvini deve passare dall’arte di promettere alla scienza del mantenere. E a proposito di promesse: molti suoi elettori si aspettano che ci faccia uscire dall’Euro. L’ha promesso varie volte – sempre meno convinto, va detto – ma è quello che molti suoi sostenitori si augurano. A quel punto però si ritroverebbe in conflitto con lo stesso Berlusconi: una situazione interessante (magari improvvisamente i canali Mediaset smetterebbero di pompare l’emergenza criminalità-migranti, che alla fine ha favorito l’elemento più estremista della coalizione ai danni di chi quei canali li possiede e ci mette i soldi). Potrebbe, certo, proporre un accordo di governo al Movimento Cinque Stelle. In teoria sarebbe la maggioranza più stabile, sia alla Camera che al Senato. Ma solo in teoria.
Nella pratica, il M5S si trova nella situazione speculare a Salvini: anche loro vendono un prodotto, e non è nemmeno un prodotto così diverso; ma non sempre ha senso mettersi d’accordo con la concorrenza. Basta guardare la cartina: non era forse mai successo nella storia della Repubblica che due partiti si dividessero il territorio in modo così netto. La Lega è il partito delle fabbrichette del nord umiliate dalla globalizzazione e dall’Euro; il Movimento è il partito del meridione depresso e disoccupato. La Lega vuole la flat tax, cioè sborsare di meno; il M5S vuole il reddito di cittadinanza, ovvero intascare di più. Possono mettersi d’accordo? Fino a settembre, magari: poi c’è la finanziaria, e ciao. Entrambi vogliono uscire dall’Euro, a parole: nei fatti, l’uno può fornire una comoda scusa all’altro per non realizzare mai nemmeno questa promessa. Basta che Di Maio affermi “mai con Salvini, è un razzista!” e Salvini “mai con Di Maio, è un populista!” ed entrambi possono rimanere padroni dei rispettivi feudi elettorali, senza troppo compromettersi con la realtà. A quel punto però la realtà chi la può gestire? Una coalizione dei disperati, PD + Forza Italia + Fratelli d’Italia + chiunque ci sta? Anche questa sembra una combinazione troppo instabile.
In particolare, ci sono tre partiti che insieme potrebbero costituire una solida maggioranza, e che stanno per perdere la loro identità pre-elettorale: ormai sono anonimi contenitori di parlamentari.
Il primo è Forza Italia, ormai niente più che il marchio privato di un anziano signore che ha ancora un seguito notevole nel Paese, ma residuale. Potrebbe anche essere stata la sua ultima corsa: molti suoi eletti, una volta installati in Parlamento, non potranno che cercare un migliore offerente. In questi casi si privilegia sempre la stabilità, una cosa che Salvini coi suoi contenuti esplosivi non può offrire. Bisogna guardare altrove (continua su TheVision)
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Il M5S non ha tutta questa voglia di uscire dall'Euro

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La novità delle ultime ore è che finalmente Luigi Di Maio, leader elettorale del Movimento Cinque Stelle, ha voluto dirci se lui uscirebbe dall’Euro o no. Messo alle strette da Myrta Merlino all’Aria che tira (La7), ha ammesso che: nel caso in cui si arrivasse a un referendum; come extrema ratio; dopo averle provate tutte; se proprio l’Europa non ci volesse ascoltare… Di Maio voterebbe per uscire. Anche se le cose non stanno più come nel 2013, ha spiegato, l’Europa sta cambiando, ci sono molte opportunità… e a questo punto la Merlino, impaziente, ha cambiato argomento.
Insomma, è stata tutto tranne che una risposta categorica. Di Maio ha preferito dilungarsi in premesse, in distinguo, in quella cautela così tipica dei leader politici pre-Berlusconi. Se Di Maio è sempre sembrato tra i grillini il più morbido, diplomatico – insomma il più democristiano – Matteo Renzi tra i post-democristiani è sempre parso il più irruente: e anche in questo caso non ha perso tempo a replicare, via tweet“Stavolta Di Maio ha fatto chiarezza, bisogna ammetterlo: lui voterebbe per l’uscita dall’Euro. Io dico invece che sarebbe una follia per l’economia italiana”.
Dunque, i giochi sono fatti: il M5S vuole uscire, Renzi vuole restare, votate di conseguenza. Nessuna sfumatura, nessuna cautela, Renzi è così. C’è un bivio – c’è sempre un bivio per lui – e lui sa sempre da che parte stare. Il M5S promette referendum, Renzi li fa. Poi al massimo li perde. Ma se Renzi sposa la causa europeista e perde, quanto margine avranno i vincitori per fingere che gli italiani non abbiano un parere preciso sull’uscita dall’Euro? Da cui la domanda: di chi deve aver più paura, oggi, un europeista? Di un leader del M5S che glissa, prende tempo, mette le mani avanti, o di un leader del PD che abbraccia convinto la causa dell’Euro, salvo che rischia di perdere le elezioni, tornare nell’ombra e trascinare con sé anche questa causa?
Beh, in fondo perché scegliere? Possiamo avere paura di entrambi... (continua su TheVision)
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Grillo non è Hitler, che gran consolazione

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A questo punto se fossi Grillo e sentissi Gianluigi Paragone chiamare il Movimento Cinque Stelle un “movimento bambino” (“non ha ancora capito le regole del mondo degli adulti… ma le capirà”) mi sentirei un po’ a disagio. Sono ormai dieci anni che si parla del Movimento col VaffaDay. E dieci anni fa non c’era il PD, Forza Italia si chiamava il Popolo delle Libertà, il leader del centrosinistra era Romano Prodi, Silvio Berlusconi era felicemente sposato. Insomma, ne abbiamo avuto di tempo per combinare qualcosa. Perché continuano a trattarci come bambini? Forse perché strilliamo tanto e non è mai chiaro cosa vogliamo? Perché poi tutti (anche i nostri elettori) sono convinti che siamo antivaccinisti, quando invece abbiamo una posizione molto più matura e articolata? Perché tutti ci credono anti-euro, quando invece vogliamo soltanto indire un referendum consultivo?

C’è anche da dire che se fossi in Grillo, e se fossi dotato della stessa franchezza di Grillo, a questo punto avrei qualche difficoltà a passare davanti a uno specchio la mattina... 
(su Thevision c'è un altro pezzo mio, s'intitola: Il M5S ha fermato l'estrema destra perché l'ha resa superflua).
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Se Grillo fosse, semplicemente, il migliore?

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Quello che sta succedendo sarebbe divertente, non stesse capitando a noi. Per sommi capi: il movimento che ha sempre osteggiato la legge elettorale di Renzi, ora vuole andare a votare al più presto proprio con quella legge; il partito che trovava la stessa legge bellissima, democraticissima, un esempio per tutta l'Europa... ora la vorrebbe cambiare. Nel frattempo si rinfacciano la scarsa coerenza, che pare sia una virtù imprescindibile se fai politica. Entrambe le fazioni sono guidate da personaggi che in passato avevano promesso di ritirarsi dalla politica in caso di sconfitta: Beppe Grillo prima delle catastrofiche europee del 2014; Matteo Renzi prima di questo referendum che evidentemente si illudeva di vincere, o almeno di perdere di misura. Probabilmente continueranno a sfidarsi anche nel '17.

Da questa distanza l'italicum è sempre sembrata una legge pessima, e più adatta a Grillo che a Renzi. Lo scrivevo all'indomani del vertice del Nazareno, non ho avuto in seguito motivo per cambiare idea; (l'ho scritto anche sul quotidiano di riferimento del Pd, finché ho potuto). Non solo era una legge che faceva confusione tra presidenzialismo e parlamentarismo e attribuiva un premio abnorme; ma col ballottaggio avrebbe naturalmente premiato il voto contro, ovvero il M5S. Credo che Grillo oggi sia d'accordo, se ora propone di estendere la stessa legge al Senato (anche se non si può). Credo che anche al Pd condividano la stessa opinione, se smaniano di cambiar legge. Ma ci vuole una maggioranza e non è detto che ci sia.

C'è poi il solito problema del Senato: con una delle sue tipiche mosse impazienti, Renzi fece approvare una nuova legge elettorale che cambiava soltanto il meccanismo della Camera, confidando sul fatto che il referendum confermativo avrebbe eliminato le elezioni del Senato. Era una fiducia, col senno del poi, veramente mal riposta. Confesso: credevo che dietro ci fosse una qualche machiavellica astuzia; anche se fosse stato sconfitto al referendum, Renzi sarebbe rimasto a Palazzo Chigi con la scusa che a quel punto bisognava rimetter mano alla legge elettorale. Il fatto che giusto un mese fa la direzione del Pd avesse dichiarato ufficialmente di volerla modificare era un indizio ulteriore in tal senso. Mi sbagliavo: una volta sconfitto, Renzi non ha voluto restare a Palazzo Chigi un attimo in più del necessario, con tanti saluti al dibattito sulla legge elettorale. Se poi non si riuscisse a formare un altro governo, e si andasse davvero a votare in questa situazione con l'italicum alla Camera e il mattarellum emendato dalla Consulta al Senato, sarebbe davvero reponsabilità di Grillo?

Più in generale: chi dei due ci sta facendo una figura migliore? Non è solo una questione di successo elettorale: oggi Renzi è nella polvere e Grillo è sugli altari, due anni fa era il contrario, chissà che succederà da qui in poi. Ma chi dei due sta mostrando di avere più il polso dei suoi elettori e in generale degli italiani? Chi dei due sta approfittando meglio della situazione - e la politica è anche l'arte di approfittarne? Chi dei due si sta rivelando il migliore politico?

Su un'altra cosa sbagliavo: non credevo che i grillini avrebbero fatto una campagna referendaria così intensa. Ero convinto che questa volta avrebbero lasciato alla propaganda renziana campo libero perché, tutto sommato, una vittoria del Sì non li avrebbe affatto danneggiati. E dopo Roma non mi sembravano così ansiosi di prendere il potere. Mi stavo sbagliando. Il M5S rischia seriamente di vincere un'elezione nel 2017. Se succedesse, attenzione, non sarà una vittoria dell'antipolitica. Se Grillo vincerà, sarà grazie alla sua astuzia e alla sua capacità di cogliere le opportunità e metterle a frutto. Vincerà perché sarà stato più bravo, o gli altri molto più scarsi. In ogni caso se la sarà meritata.
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Referendum propositivi? Cosa potrà mai andare storto?

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Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali (dall'articolo 71 della Costituzione riformata).

A proposito di leggi di iniziativa popolare: sono passati quasi due anni da quando Beppe Grillo presentò trionfante le 50.000 firme (raccolte in un week-end) che chiedevano l'istituzione del referendum propositivo. Il piano di Grillo, un po' tortuoso, prevedeva poi di raccogliere altre firme per indire un referendum che avrebbe proposto al governo di uscire dall'Euro (ripeto perché secondo me è bellissima: Grillo non ha mai direttamente chiesto di uscire dall'Euro; Grillo ha raccolto firme per proporre una legge che istituisse un referendum per proporre agli italiani di uscire dall'euro).

L'iniziativa di legge popolare m5s si è arenata, com'era ovvio: in compenso Renzi ha fatto inserire il referendum propositivo in Costituzione. Non è l'unico caso in cui i due sembrano in sintonia: Grillo tuona contro le auto blu, Renzi le mette su ebay. Grillo vuole tagliare gli stipendi ai politici, Renzi propone un senato di dopolavoristi. Grillo vuole chiudere Equitalia, Renzi la chiude. Grillo voleva il referendum propositivo. Renzi lo introduce. Cosa potrà mai andare storto? Si tratta solo di chiedere ogni tanto un parere al popolo. Ragionevole, no?

No, niente. 

Vi è piaciuta questa campagna elettorale? A me non è sembrata così violenta come dicono in giro, ma è anche vero che non guardo i talk show. Comunque pensate: tra un anno potremmo avere un bel referendum propositivo sull'Euro. Perché no? E chissà come andrà a finire, eh? Negli ultimi due anni abbiamo avuto due meravigliosi esempi: la Grecia e la Gran Bretagna. Parliamoci chiaro: Grillo è un populista, è il suo mestiere, lo fa con una certa grazia istintiva. No, non gli farei gestire il mio condominio (ma neanche lui si proporrebbe). Renzi per contro è un politico con ambizioni di statista. Cosa gli sta dicendo il cervello? Se dopo la calda estate greca del '15 e la Brexit del '16 ha ancora voglia di subire o indire referendum propositivi, qualcosa veramente non va. Non abbiamo già abbastanza problemi? Lo chiedo a tutti quelli convinti che se vincesse tra dieci giorni poi Renzi avrebbe campo libero per cinque o dieci anni: ma avete capito che campo minato ci aspetta se passano i referendum propositivi?

Il caso greco è particolarmente istruttivo. A inizio di luglio il governo greco chiede ai propri cittadini un parere sul pacchetto di misure proposte (imposte) da Bruxelles. Il popolo greco risponde di no - e d'altro canto sarebbe stato molto curioso il contrario. Ti chiedono un parere su aumenti di tasse e licenziamenti, cosa dovresti rispondere? No. Festa di piazza, il popolo ha parlato, Varoufakis si dimette, ufficialmente per non ostacolare le trattative. Tre settimane dopo il governo greco accetta un pacchetto di misure sostanzialmente più aspre di quelle che erano state sottoposte a referendum. Perché questo è il bello dei quesiti propositivi: fanno populista e non impegnano. In fondo Tsipras non aveva mica scritto sulla scheda "rifiuti qualsiasi tipo di pacchetto". Se ne rifiuti uno pesante, non è detto che quindici giorni non ti vada di mandarne giù uno più pesante. Però ti ho chiesto un parere, non è bello chiedere i pareri?

Ma perché Tsipras e Varoufakis chiesero un parere? Non erano già i legittimi rappresentanti del popolo greco, autorizzati dal voto popolare? In teoria sì. In pratica:


Come cercò di spiegare Varoufakis in uno dei tweet più belli di sempre: noi abbiamo preso solo il 36% dei voti, non ci si può mica aspettare che prendiamo una decisione tanto grave! Per una decisione del genere abbiamo bisogno almeno del 50%+1. Una dimostrazione più evidente di quanto sia sbagliato il maxipremio di maggioranza non si potrebbe avere - ci torno su perché a quanto pare il "modello greco" continua a interessare ai nostri riformatori: un bel premio di seggi al partito che arriva primo e amen. Ecco: in Grecia non solo non ha assicurato la governabilità (due elezioni in tre mesi), ma ha creato una specie di crisi di legittimità: quando rappresenti soltanto un terzo dei tuoi elettori, fai oggettivamente fatica a imporre agli altri due terzi delle misure impopolari. Sai benissimo che è la tua fine politica. E allora chiedi un parere: referendum consultivo. Ma funziona?

Il referendum di indirizzo è una strana creatura che sorge spontanea nella putrefazione dei corpi intermedi, e si nutre della mancanza di visione dei leader. Cameron è contrario a uscire dall'Unione Europea, ma non riesce a imporre la sua linea a parte dei Tories: indice un referendum (a cinque mesi dal voto sulla Brexit, i britannici non hanno ancora capito come usciranno dall'UE. Pensavano che non servisse un voto del Parlamento - l'Alta Corte ha detto che serve. Forse serve anche il parere di quello scozzese, di quello gallese, forse, non si sa). Grillo non osa dirsi contrario all'Euro: Grillo propone un referendum. Se poi crolleranno le borse non sarà mica stata colpa sua, lui mica voleva uscire, lui voleva solo chiedere un parere. Tsipras e Varoufakis vincono col 35% il gran premio delle elezioni greche, ma non hanno poi tutta questa voglia di recitare la parte dell'antipatico che impone le tasse anche al restante 65% - sicura garanzia di perdere il gran premio successivo. E allora indicono un referendum. Non sai quel che vuoi? Lo chiedi ai tuoi elettori, lo sapranno loro. I tuoi elettori hanno idee più confuse delle tue? Eh, sarà colpa del suffragio universale, dell'era postfattuale, delle notizie finte su facebook. E andiamo avanti così. Il referendum consultivo è il lato oscuro della governabilità: in teoria vai spedito, non accetti compromessi, e ci vediamo tra 5 anni. In pratica, appena ti tocca imporre una tassa in più, una norma in più, sei fregato. Sai che gli elettori se la prenderanno solo con te. Fai una mossa laterale: chiedi un parere al popolo. Provi a responsabilizzarlo. Cosa potrà mai andare storto? Non so, chiedete a Cameron: il popolo non vuole responsabilizzarsi e trascina il Paese in un guaio enorme. Chiedete a Tsipras: il popolo non vuole un pacchetto ma alla fine gliene fai mandare giù uno più pesante.

Io credo nella democrazia rappresentativa, che cerca di rimediare alla non specializzazione degli elettori offrendo loro delle figure intermedie, che sappiano dimostrare la propria competenza e autorevolezza. Non disprezzo chi raccoglie firme - è una degna forma di lotta - ma non credo nei plebisciti, non credo nelle scorciatoie populistiche. Si capisce che chi vuole governare senza avere il 50% del voto popolare sarà spesso tentato di indirne uno per rafforzare la propria posizione (in fondo è quello che Renzi sta facendo in questi giorni, salvo che adesso usa la Costituzione come pretesto). Mi sembra tutto sbagliato: credo che l'esecutivo deve essere espressione di una maggioranza solida, rappresentante una netta maggioranza del Paese, magari messa assieme mediante coalizioni, patti, alleanze e inevitabili compromessi. Credo nel meccanismo di delega, temo che trasformare i partiti in comitati elettorali li renda fragili e incapaci di articolare qualcosa che non sia funzionale alla carriera del leader di turno. I referendum propositivi rappresentano tutto quello che secondo me non va nella politica di oggi: ovviamente di fronte a questa brutta e miope riforma che cerca di introdurli voto No. (E non prendetevela con me se Grillo fa la stessa cosa: è lui l'incoerente).

(Gli altri motivi:
1. Non si riscrive la carta costituzionale col martello pneumatico.
2. Non si usa una brutta legge elettorale come moneta di scambio.
3. Non mi piacciono le riforme semipresidenziali.
4. Meglio un Renzi sconfitto oggi che un Renzi sconfitto domani
5. Mandare 21 sindaci al senato è una stronzata pazzesca
6. Mandare sindaci al senato è davvero una stronzata pazzesca.
7. Nel nuovo Senato alcune Regioni saranno super-rappresentate, ai danni di altre
8. Si poteva scrivere meglio, ma non hanno voluto.
9. Di leggi ne scriviamo già troppe: non abbiamo bisogno di scriverne di più e più in fretta, ma di farle rispettare
10. Il numero di firme necessarie per richiedere un referendum abrogativo va aumentato e basta
11. Non è vero che sarà più facile approvare leggi di iniziativa popolare, non fate i furbi.
12. Dio ci scampi dai referendum propositivi).
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Sei sicuro di essere più intelligente della senatrice complottista?

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Cara persona intelligente, che nel giorno della scossa più forte hai condiviso il tweet della senatrice 5stelle, arrabbiata con Renzi perché ritocca i dati dei sismografi per non rimborsare i terremotati. Lo hai ripostato anche otto ore dopo. Ci hai scherzato coi tuoi contatti. Ci hai scritto un pezzo sopra e lo hai pubblicato su un blog o su un quotidiano.

Dobbiamo parlare.

Perché lo fai? Perché ogni volta che vado su un social, invece di trovare subito cose interessanti, trovo strafalcioni ridicoli e bufale stantie, messe in giro da te o da altre persone come te, ugualmente intelligenti?

Un grafico altrettanto chiaro in italiano
ancora non si trova.
Potresti dirmi che lo fai per denunciare l'ignoranza altrui, tanto più grave quando appartiene a una persona investita di potere e responsabilità, come appunto una senatrice. E ci potrebbe anche stare. Probabilmente è stato anche grazie alla pronta reazione di chi le stava intorno che la senatrice ha modificato il tweet pochi minuti dopo - senza peratro rinunciare all'impianto complottista. Ai tempi del terremoto in Emilia - appena quattro anni fa - la stessa bufala circolò indisturbata per settimane. Adesso appena qualcuno la mette in circolo viene preso in giro universalmente. E però qualcosa non mi torna.

Il tweet originale sul complotto anti-magnitudo sarà resistito per quanto, mezz'ora? Ma dodici ore dopo la mia bacheca era ancora invasa dagli screenshot, dalle immagini prese al volo di quel tweet. Come se la cazzata in questione fosse davvero troppo bella per non essere diffusa, reclamizzata, amplificata. Cara persona intelligente.

Sei sicuro che sia una buona idea? Prendere una cazzata che è durata pochi minuti, clonarla e disseminarla ovunque puoi sui social e sulla rete in generale?

Ci provo con un esempio scolastico, che spero non complichi le cose: se vuoi insegnare a un bambino come si scrive "scuola", sulla lavagna devi scrivere esattamente: "scuola". Se sai che qualcuno scrive "squola", lo correggerai sul suo quaderno: ma non devi mai, mai scrivere sulla lavagna la parola con la q. Perché anche se la barri col gessetto rosso, anche se spieghi ad alta voce che è la grafia sbagliata, anche se passi mezz'ora a sottolineare il concetto, se quella q resta sulla lavagna c'è sempre il rischio che qualche alunno distratto non faccia caso al contesto, e creda che quella sia la grafia corretta. E in quella classe ci sono sicuramente degli alunni distratti.

E sui social la maggior parte degli utenti è distratta. Se tu segnali un tweet stupido ai tuoi amici o ai tuoi follower, sei davvero sicuro che tutti capiranno che è stupido? Stai sopravvalutando la loro attenzione, il loro interesse, forse anche la tua intelligenza. Che è poi il motivo - temo - per cui passi gran parte del tempo sui social a cercare i contenuti più cretini e a condividerli: lo stesso impulso che ci porta a guardare i reality o i talent. Sono pieni di coglioni che fanno errori che noi non faremmo. Ci fanno sentire intelligenti. Ma non è necessariamente così.

Sul serio: tra una senatrice che scrive una scemenza e tu che la twitti a ripetizione, chi dei due ha imparato qualcosa l'altro ieri? Almeno la senatrice lo ha cancellato: magari parte da una situazione di ignoranza più grave della tua, ma dimostra di potersi correggere. Domenica era ancora convinta che ci fosse un sistema di rimborso danni legato alla magnitudo registrata da un sismografo ufficiale, oggi no. Tu invece domenica credevi di essere più intelligente di lei e hai continuato a spammare le sue sciocchezze tutto il giorno: col probabile risultato di averle fatte leggere a qualche distratto che l'altro ieri non ci pensava, e adesso magari è convinto che Renzi vada in giro a truccare i sismografi. Cara persona intelligente.

Ma sei sicuro?
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Fo era un grande, Fo era un grillino, Fo era brechtiano (e Dylan no)

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Possiamo voler bene a Fo anche se negli ultimi anni era grillino? Gli possiamo perdonare questa patetica avventura senile, così come possiamo e dobbiamo perdonargli di essersi arruolato a 17 anni nei repubblichini per evitare l'internamento? A me piacerebbe tanto rispondere di sì, che possiamo. Gli anziani spesso perdono i punti di riferimento, ma non per questo smettono di meritare il rispetto che si sono conquistati con una vita di lavoro. Dario Fo ha lavorato tanto per noi: ci ha reso tutti migliori, anche se non ci fermiamo troppo spesso a rifletterci (certe cose che faccio oggi, e mi divertono immensamente, come la rubrica dei santi del Post: non sono affatto sicuro che avrei mai potuto pensarla o farla senza Dario Fo), e quindi se alla fine è stato raggirato da una banda di cialtroni, pazienza. Potremmo chiuderla così. Invece - indovinate - la questione è più complessa.

Mettiamola così: io non ci sto a invocare qualche forma di infermità senile per l'anziano Dario Fo. Quando decise di seguire Grillo e i suoi, per me era ancora perfettamente in grado di capire e comprendere: era ancora lo stesso Dario Fo di Mistero Buffo. Non vedo contraddizioni, anzi vedo una profonda coerenza di fondo. Fo era grillino molto prima che arrivasse Grillo; possiamo dire che lo era dal medioevo. Per dimostrarlo prendo un libro a caso.

A fine anni '90, grazie a una pazza idea dei giurati di Stoccolma che potevano leggere le sue commedie tradotte in svedese (altri scrittori italiani che ritenevamo più importanti non erano stati tradotti) Fo diventa all'improvviso un Venerato Maestro.

APERTA PARENTESI

Contrariamente a quanto molti pensano,
lo strumento che si vede nella foto
non serviva a suonare musica, ma
a scrivere parole su un foglio.
Con tutto il bene che voglio a Bob Dylan, e a tutti i brutti dischi che mi ha fatto ascoltare (nessuno ha mai fatto tanti dischi brutti come Dylan), con tutto il sollievo che provo perché per una volta hanno premiato uno che un po' conosco, devo dire che per me il Nobel alla letteratura più pazzo di tutti, quello che mi ha dato più soddisfazioni, continua a sembrarmi quello a Fo.

Dylan farà brontolare ancora un po' i benpensanti di ogni età, quelli con l'estetica a compartimenti stagni ("letteratura", "musica") che non si capisce neanche esattamente dove se la siano formata: cioè non puoi neanche dare la colpa al liceo gentiliano, o a un Benedetto Croce; nemmeno loro la mettevano giù tanto scema. Più probabilmente hanno in testa i reparti di una libreria, di un multistore: i testi di Dylan non sarebbero "letteratura" perché non stanno in quello scaffale, più che autonomia/eteronomia dell'arte dev'essere una questione merceologica, di inventario.

Con Fo è diverso. Faceva teatro - che è una branca della letteratura più o meno da Eschilo - e non si può neanche dire che non si affidasse alla parola scritta: cioè è vero che improvvisava, ma i testi teatrali suoi e della Rame sono tutt'altro che canovacci: sono dialoghi assolutamente scritti, di buona qualità - e nessuno aveva protestato per George Bernard Shaw o tanti altri. No, il problema con Fo era un po' più sottile. C'è qualcosa in lui che non riusciamo a ridurre a "letteratura", in un senso della parola "letteratura" che non è chiaro nemmeno a noi: e non sono le boccacce o il grammelot. Credo che sia un po' lo stesso problema di Brecht. Fo è un autore a suo modo brechtiano, e quello che fa Brecht non è più, in senso stretto, "letteratura". Forse ancora negli anni Cinquanta, ma in seguito il reparto si è ristretto. Abbiamo deciso, per esempio, che la politica non c'entra, sta in altri scaffali. Ma Brecht la politica la voleva fare. Galileo e Madre Coraggio sono testi che non si limitano a descrivere il mondo: lo vogliono cambiare. Non stanno al loro posto, non si accontentano di gareggiare in un'ipotetica serie A del consumo letterario che peraltro è stata formalizzata qualche decennio dopo da una branca commerciale di qualche casa editrice.

Con Fo succede la stessa cosa. Marino libero, Marino è innocente! è un bel monologo? Non lo so. Quel che mi è ben chiaro, dopo averlo visto, non è la qualità letteraria del testo, ma il fatto che Marino sia, perlappunto, innocente. Si può apprezzare un testo del genere se invece sei sicuro che Marino sia colpevole? Un fascista può apprezzare Brecht? Secondo me no. Al limite ci sarà un equivoco, ma Brecht non è un autore che si lasci così liberamente interpretare. Ha lasciato note di scena ben precise, non puoi interpretare il Galileo come una difesa di Galileo o addirittura della Chiesa cattolica: non funziona.

Con altri scrittori non succede questo - non è previsto che succeda. Non devo condividere l'ideologia di Hemingway - ammesso che ne abbia una - per amare Hemingway. Non devo coindividere le idee politiche di Montale, non devo condividere le convinzioni di Rushdie, e nemmeno quelle di Bob Dylan. Ma non potevo uscire da uno spettacolo di Fo dicendo "mi è piaciuto ma non mi ha convinto". Se non ti ha convinto, non ti è piaciuto. Non è letteratura nel senso che gli abbiamo dato negli ultimi anni: forse è propaganda. In ogni caso la faceva benissimo. Ma a questo punto, di nuovo, si pone il problema: gli possiamo perdonare di essere diventato grillino? Perché non è stato un equivoco, lui nel grillismo ha visto qualcosa che aveva inseguito per tutta la vita. Come stavo perlappunto per mostrare prima di aprire questa parentesi che adesso chiudo.

CHIUSA PARENTESI

A fine anni '90, grazie a una pazza idea dei giurati di Stoccolma che potevano leggere le sue commedie tradotte in svedese (altri scrittori italiani che ritenevamo più importanti non erano stati tradotti) Fo diventa all'improvviso un Venerato Maestro. Potrebbe ritirarsi o ripetere i vecchi numeri approfittando del rilassamento della censura, e invece si butta in altri progetti. Lavora molto. Si interessa soprattutto a uno dei periodi meno conosciuti della nostra Storia, la tarda antichità. Il progetto multimediale La vera storia di Ravenna (1999) prelude ad analoghi spettacoli dedicati al duomo di Modena, ad Ambrogio e ad altre cose che sicuramente mi sono sfuggite; però già nel '99 in quel libro Fo non si limita a raccontare la città che lo ospita: sono due secoli di Storia che riscrive, approfittando del fatto che non li conosce nessuno.

Il libro è completamente disponibile on line: è una lettura facile e godibile (era uno spettacolo per le scuole, questo fanno gli scrittori brechtiani: mentre voi vi affannate a leggere Roth o ascoltare Dylan, occupano le scuole e vi rovinano i fanciulli), ed è assolutamente in linea con quello che Fo aveva fatto prima, ma anche con quello che ahinoi appoggerà dopo. C'è l'amore per il popolo, unico vero motore della Storia: c'è tutta la curiosità del lettore operaio di Brecht, che vuole sapere se Giulio Cesare avesse un cuoco. E poi c'è questa cosa folle che vi vado a mostrare: la scoperta di un eroe proletario nell'Italia disastrata del sesto secolo. Nientemeno che Totila, re dei Goti. Approfittando di due o tre accenni a una riforma fondiaria che Totila aveva avvallato per rifondare il suo esercito, Dario Fo descrive una scena che col senno del poi assume una valenza ben più inquietante di quella che aveva a fine anni '90 (ai quei tempi al massimo ci si diceva vabbe', Cristo e morto, Marx è morto, e Fo si mette a cercare un Che Guevara nella Storia dei Goti).


  


La riforma fondiaria di Totila non ebbe un grosso seguito: vuoi per la peste che colpì di lì a poco la penisola, decimandone gli abitanti (e rendendo una riorganizzazione del territorio in qualche modo necessaria); vuoi perché dopo tante brillanti vittorie che Fo racconta con l'entusiasmo del militante, Totila viene sconfitto e i suoi seguaci crocefissi. Però per Fo l'importante è che ci sia stata: che abbia preso l'esempio da una rivolta avvenuta poco prima in Palestina, e che abbia passato il testimone ad altre rivendicazioni, altre lotte avvenute poco dopo nei territori Bizantini. Totila non è morto, Totila lotta insieme a noi - Fo non lo scrive, ma vuole che uscendo di teatro noi un po' lo pensiamo. In seguito vedrà nel Duomo di Modena l'opera di un popolo che non vuole essere eterodiretto da papi o imperatori, e dipingerà Sant'Ambrogio come l'eroe del popolo di Milano, un non battezzato che diventa vescovo per acclamazione. Si tratta di operazioni propagandistiche molto più spinte di quelle che i Wu Ming stanno facendo nello stesso periodo. Fo riscrive la Storia dal basso - gli storici ovviamente storcono il naso ma non è a loro che evidentemente Fo guarda. Fo sta cercando e proponendo dei modelli, un po' perché quelli del Novecento ormai sono inutilizzabili, un po' perché è quel che ha sempre fatto, dai tempi di Lisistrata e Mistero Buffo.

Un passo oltre: in quel re barbaro che convoca i servi della gleba, gli propone di abolire il feudalesimo della Casta e confessa "abbiamo poca esperienza", non vi sembra di riconoscere qualcuno? Un Fo che era disposto a farsi andar bene personaggi come Totila o lo stesso Ambrogio, perché non avrebbe dovuto salutare con gioia l'avvento di Grillo e dei suoi uomini inespertissimi? Il movimento del Vaffanculo, Fo lo stava aspettando da una vita. Era stata la voce che lo chiamava dal deserto del Novecento. E a questo punto la palla torna a noi. Ci piaceva Fo, ovvero: ci piaceva una persona che il grillismo lo ha immaginato, lo ha cercato qua e là nei secoli più bui della nostra Storia, lo ha finalmente visto in Grillo e nei suoi. Possiamo anche raccontarci che la situazione sia molto più complessa, ma non è così. Possiamo stabilire che che Fo ci piaceva in quanto geniale propagandista di una cosa che in realtà non funziona, ma è un'operazione un po' fredda. Se davvero ci piace Fo, dobbiamo accettare che c'è qualcosa del grillismo che tutto sommato non ci dispiace: e decidere, di conseguenza, se vogliamo rimuoverla o mantenerla dentro di noi. Almeno per me è così
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Non volete che votino gli imbecilli? Non votate.

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Potrà essere capitato anche a voi di intercettare, nel rumore di fondo di questi giorni, un'ondata montante di rancore verso il suffragio universale e il suo difetto strutturale - la clausola per cui il voto di un imbecille conta quanto quello di una persona istruita, onesta, rispettabile, insomma quel tipo di persona che è convinta di non essere imbecille mentre fa questo ragionamento.

Per quanto posso, vorrei rassicurare i più giovani: non è veramente niente di nuovo sotto il sole, il problema della demagogia era già ben avvertito dai Greci classici. I sofisti avevano notato l'incostanza delle folle prima che diventassero masse; Tucidide ci ha scritto qualche versioncina che almeno agli studenti del classico dovrebbe risultare familiare. Qualche tempo più tardi Montesquieu affrontò il problema della corruzione del principio della democrazia con parole che si potrebbero benissimo usare oggi per distruggere il concetto di democrazia diretta alla Beppe Grillo, ma forse varrebbe la pena scrivere tutto questo con le maiuscole: LEGGI COME QUESTO ILLUMINISTA DISTRUGGE BEPPE GRILLO! Nel frattempo in Inghilterra, con tutti i limiti del caso, stavano trovando anche una soluzione al problema, magari imperfetta ma non priva di una sua rude bellezza: la democrazia parlamentare, coi suoi meccanismi di delega, e la conseguente professionalizzazione della politica. E non siamo ancora alla rivoluzione francese. Per dire di quanto siamo ignoranti e autoreferenziali, mentre crediamo di aver inquadrato il problema del giorno, anzi del mese o del secolo: gli ignoranti votano! Sì, a cominciare da noi. Oddio, nessuno ci obbliga.

Però adesso c'è qualcosa di nuovo, dicono. L'insofferenza per i politici di professione, la "casta", l'"establishment". Ancora: la novità sta negli occhi di chi guarda, e di chi magari non ha mai dato un'occhiata ad altri momenti, altri Paesi: Giannini ce l'aveva coi partiti, Poujade ce l'aveva coi partiti, Mussolini ce l'aveva coi partiti. Hanno tutti avuto un po' di successo, chi per un quarto d'ora chi per vent'anni.

E internet? Perché qualcuno suggerisce che sia colpa di internet, che ha abolito i diaframmi - ora possiamo rispondere direttamente al politico sul suo blog, naturale che ci venga spontaneo immaginare di governare al suo posto, da casa, con un clic. Sì. A dire il vero la maggior parte della gente che frequento non usa internet per governare o anche solo fingere di farlo. Lo sport più diffuso nell'ambiente è guardare gli imbecilli. Abbiamo sempre saputo che esistevano, ma da un po' di tempo in qua non facciamo che ammirarli, linkarli, screenshottarli, e poi ammiccare coi compari: pensate che anche questi hanno il diritto di voto! Che roba, che vergogna. Dieci anni fa c'era il Grande Fratello, adesso la bacheca di FB. Non è neanche elitismo ormai, è una specie di bullismo benigno che affligge gente insospettabile. Molto spesso, lo si capisce, è gente che dai bulli le prendeva. Ora li guarda coprirsi di ridicolo sui social e ne gode, fortuna che tra i tasti c'è "Like" e non c'è "leva il diritto di voto a questo imbecille", probabilmente Zuck ci sta lavorando.

Ricapitolando: la demagogia è antica come la democrazia e l'ha già spesso stroncata sul nascere o in seguito; l'imbecillità è una costante della storia dell'uomo, ma prima di internet avevamo meno finestre per osservarla e forse era meglio così, l'imbecillità è ipnotica. La novità - perché secondo me una novità c'è - sta nella crisi. Non quella occasionale o ciclica, ma quella strutturale che sta affliggendo l'Occidente, e che ha tante concause e spiegazioni, ma io resto affezionato alla più banale di tutte: la Cina e l'India hanno tre miliardi di bocche da sfamare e ormai sono Paesi sviluppati. Serviranno ancora generazioni prima che il costo della vita in quei Paesi si alzi ai livelli dell'Occidente - a meno che l'Occidente non si inabissi, e forse questa sarà la soluzione. Nel frattempo la popolazione mondiale continua a crescere e a spostare l'equilibrio, e poi c'è il riscaldamento globale, insomma sarà molto complicato. Di fronte a questo scenario, diversi demagoghi occidentali hanno reagito in modi diversi ma non così dissimili: Trump vuole l'America "great again" e propone di risolvere costruendo un muro col Messico, come se non ci fosse già. Gli inglesi vogliono uscire dall'UE, così come gli scozzesi un anno fa erano tentati di uscire dal Regno Unito. In confronto da noi Bossi era lungimirante: chiedeva i dazi con la Cina quindici anni fa. Almeno aveva le idee chiare: invece i grillini non sanno bene cosa propongono (uscire dall'Euro?), ma sanno perché: bisogna dar fiato all'impresa italiana, crolli il mondo.

Quello che unisce Trump ai fautori del Leave e ai leghisti o ai grillini non è la polemica anti-establishment, che in fondo usano tutti, è come il giro di do a Sanremo (anche Renzi lo ha intonato). Se per un attimo smettiamo di considerarli imbecilli e ascoltiamo quel che vogliono in concreto, scopriremo che è molto chiaro e perfettamente comprensibile, vista la gravità della situazione. Vogliono alzare uno steccato che li protegga dalla competizione del Resto del Mondo. Vogliono un'America di nuovo Grande, una Britannia ancora impero, una Padania di nuovo rigogliosa di fabbrichette che si rimettano a macinare fatturati come se in Cina non sapessero ormai fare tutto quello che sappiamo fare noi a un quinto del prezzo. Siamo ovviamente liberi di considerarlo un rigurgito fascista, una nostalgia di anziani che non ha più senso cercare di convincere, o il riflesso istintivo del bambino che si rintana in un angolo mentre la casa crolla. Ma non è imbecillità. Non c'è nulla di stupido nel rintanarsi in un angolo mentre la casa crolla.
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Roma, dove sei? Eri con me

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Davvero non so se ringraziare i fantasiosi cittadini romani, da millenni sempre disponibili a sperimentare qualsiasi novità, sia un Eliogabalo o una papessa o un duce, per la straordinaria occasione che hanno colto di vedere il bluff dei Cinque Stelle. Perché Parma evidentemente non bastava, né sarebbe bastata Livorno, e persino Torino: ci voleva l'urbe, il foro dei fori, la cloaca massima, per inghiottirsi tutte le buone intenzioni lastricate qua e là. Per mostrare che il M5S non ha la bacchetta magica bisognava offrire in ostaggio due o tre milioni di persone, una roba da fantascienza distopica, una responsabilità che io non mi sarei mai preso e nemmeno voi, e i romani invece sì: sono pazzi i romani, incredibili, e io non so se ringraziarli.

O maledirli. Perché ci siamo già passati, perché già sappiamo cosa ci aspetta nei prossimi mesi, specie nella mediasfera che mantiene le redazioni nella capitale: può darsi che uno o duecentomila migranti provi ad arrivare in Italia, e che il Regno Unito seceda dall'Europa, ma sarà difficile sentirne parlare. Le stesse olimpiadi passeranno in secondo piano rispetto all'esigenza inderogabile dei nostri cronisti segugi di inchiodare la neosindaco alle sue responsabilità: ricordiamo che il predecessore andava tutti i giorni in prima pagina con una sosta vietata o con uno scontrino, e che qualche sguaiato spindoctor del Pd sta già minacciando misteriosi esposti in procura. Si parlerà di Roma tutti i giorni, come peraltro a Roma hanno sempre ritenuto giusto che sia; si parlerà di tramvieri che scioperano, di funerali rom e di tassisti e camionbar e non avrà nessun importanza che a 58 milioni di non-romani caschino le palle; il mondo come è noto ruota intorno al raccordo.

Poi verrà l'autunno, il referendum, e se la Raggi sarà riuscita a combinarne una veramente grossa, un cratere da qualche parte entro le mura aureliane, Renzi se la può ancora giocare. Ora come ora sembra la sua unica chance, e mi costa un certo sforzo non concludere che se la sia cercata - il famoso complotto per far vincere i grillini. È quello che avrebbe fatto un giocatore più smaliziato di lui - e meno sicuro delle proprie forze: dopotutto è da un anno che la situazione è chiara. A un giocatore più lucido non sarebbe servito altro tempo per saltare alle conclusioni: se la spinta propulsiva delle Europee si è esaurita - e si è esaurita, Renzi undici milioni di voti non li prende più - se le magnifiche sorti progressive del Jobs act e dell'abolizione dell'Imu non creano né occupazione né ricchezza - e lo si poteva capire con largo anticipo, la crisi dell'impresa italiana è strutturale - a questo punto cosa resta da fare? L'unica è chiamare il bluff del contendente, costringerlo a sporcarsi le mani con la politica, magari nel luogo più difficile e più sotto i riflettori che c'è. Un giocatore più razionale lo avrebbe fatto, ma Renzi forse no: troppo innamorato di sé stesso, troppo sicuro di piacere a tutti, troppo incantato dalla sua stessa narrazione, Renzi forse Roma non voleva perderla, o almeno non voleva dare l'impressione di non provarci nemmeno.

Il risultato è stata una campagna avvilente, specie dopo il primo turno, o almeno così è sembrata a questa distanza: tra spot per immaginarie olimpiadi e campagne di diffamazione, certi pretoriani hanno dato il peggio di sé e hanno dimostrato che il livello settato dalla Casaleggio e Associati si può ulteriormente abbassare. Il che fa sospettare che il M5S non abbia soltanto vinto una città, ma anche la battaglia per l'egemonia. A Roma si fronteggiavano due o tre populismi ed è naturale che abbia vinto il più sincero, quello che ancora non si è sporcato le mani. È lecito immaginare che tra qualche mese avrà le mani sozze come gli altri - ci sono precedenti millenari - ma a quel punto non si vede perché il favore della plebe debba tornare al Pd e non spostarsi sul Nuovo Movimento Che Verrà Più Onesto del Precedente. Ovvero, ho il sospetto che questo Pd, ridotto a un comitato elettorale di un tizio che tutto fa tranne andare alle elezioni, stia assomigliando sempre più a un guscio vuoto. Il M5S per contro è un oggetto ancora respingente, ma contiene energie vitali. Ha mostrato di sapersi riorganizzare dopo una sconfitta, di aver imparato dagli errori; ha sviluppato e imposto un gruppo dirigente. Certo, sia Parma che Livorno dimostrano che è impossibile fare politica vera senza uscire dall'ortodossia grillina, ma è proprio questo che rende Roma e Torino da qui in poi laboratori straordinariamente interessanti. Le tensioni che ne deriveranno possono distruggere il M5S, ma anche trasformarlo in qualcosa di diverso: per quanto mi riguarda sarà una buona notizia in entrambi i casi. E quindi insomma in bocca al lupo a tutti, ne avremo bisogno.
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L'anno che ci colpì in testa

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Nel gennaio del 2014 Pierluigi Bersani fu ricoverato - emorragia cerebrale. Tutto sommato gli andò bene, e un mese dopo era già in grado di votare la fiducia al governo Renzi. In aprile fu Gianroberto Casaleggio ad accusare dolori al capo. Anche lui prontamente operato per un edema, anche lui sembrò rimettersi. Bersani è del '51, Casaleggio del '54. Entrambi venivano da un anno molto complicato: la campagna elettorale, la crisi al buio, la sofferta rielezione di Napolitano, la tremolante parabola del governo Letta. In mezzo a tutto questo, la trasformazione del M5S da movimento di opinione a principale forza d'opposizione parlamentare, con le inevitabili defezioni ed estromissioni.

Per la Z era forse previsto
un secondo volume (zuzzurellone!
zimbello! zozzo!)
A distanza di qualche anno forse cominciamo a dimenticarci di quanto fu pesante il 2013. Lo fu per me, che avevo un posto fisso e scribacchiavo - lo fu senz'altro molto di più per personaggi pubblici e leader che si trovarono, contemporaneamente, alla berlina sui media, e soli davanti alle decisioni più importanti. Non è così assurdo ipotizzare che lo stress pre- e post-elettorale sia stato una delle cause del malore di Bersani: e Casaleggio forse negli stessi mesi era sottoposto a una tensione ancora maggiore. In più, doveva far fronte alla curiosità faziosa dei media: un'esposizione a cui Bersani era abituato per formazione, mentre per un consulente-imprenditore come lui si trattava di una relativa, e sgradita, novità.

Certo, Beppe Grillo la taglia un po' troppo semplice quando dice: l'avete ammazzato voi giornalisti. Ed è abbastanza indicativo che di fronte all'intrusione dei media, il cosiddetto guru delle nuove tecnologie abbia reagito alla vecchia maniera, accumulando querele. Diciamo che trasformare un'idea un po' vaga di democrazia dal basso in quella macchina da guerra che è diventato il M5S richiedeva uno sforzo di energia che qualcuno ha pagato. A un certo punto anche Grillo si sentiva "stanchino": Casaleggio era già stato operato almeno una volta. La politica è sangue, sudore, riflessi nervosi, materia cerebrale. I giornalisti certo non usano i guanti, ma in generale è il pubblico che non ha pietà. Io perlomeno nel mio piccolo non ne ha avuta, e lo sfogo di Grillo un po' lo capisco.
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Il consulente che cambiò l'Italia (per sapere com'è andata CLICCA QUI!!!)

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Non solo in Italia nessuno muore stronzo, ma alcuni hanno anche la dubbia fortuna di morire geniali e visionari. E sì che la traiettoria di Gianroberto Casaleggio - imprenditore, consulente, fondatore di un partito che dal nulla è arrivato quasi al 30% - non avrebbe bisogno di abbellimenti, ma si vede che non basta mai. Bisogna immaginarlo come un burattinaio di Grillo o del Movimento tutto, un leader distante, esoterico - non scherzo, qualcuno ha veramente usato la parola. Qualche anno fa, probabilmente mentre cercava di impacchettare un po' di fuffa a qualche azienda, la Casaleggio produsse quel video famoso in cui si prevedeva la Terza Guerra Mondiale e la Gaia prossima ventura nel 2054. Il video non era niente di straordinario (la qualità non essendo mai stata una priorità delle produzioni Casaleggio), ma a un certo punto diventò virale.

In mancanza d'altro - il tizio parlava poco e anche i suoi libri alla fine non è che chiarissero un granché - gli osservatori esterni del Movimento decisero che il video su Gaia rappresentava la vera ideologia segreta del suo fondatore, come se ci riflettete è giusto che sia: se hai un piano segreto e non vuoi renderla nota fuori dal tuo cerchio magico, tu subito corri a pubblicarla su Youtube. Ogni volta che ha potuto, Casaleggio stesso ha ribadito che quel video non era cosa da prendere sul serio - non più sul serio di qualsiasi presentazione che un consulente confeziona alle aziende - ma eravamo tutti troppo furbi per cascarci. Anche ieri ne hanno riparlato in tanti, su giornali radio e tv, e Casaleggio è diventato il visionario teorizzatore di Gaia. Questa è la cosa che da sempre mi spaventa: non la morte, ma il modo in cui dopo la morte di noi non sopravvive un senso complessivo di quello che siamo, di quello che abbiamo cercato di fare - ma più spesso la prima cazzata che c'è venuta in mente in un giorno qualsiasi per impressionare una tavolata di persone.

Così com'è difficile capire un Bossi o un Grillo (persino un Renzi) senza dare un'occhiata al territorio, a quei bar in cui la sanno tutti lunga e te la spiegano in due parole, ex chitarristi sbandati, padroncini o figli di, può essere abbastanza complicato comprendere Casaleggio se non hai mai assistito allo spettacolo d'arte varia dei consulenti per le aziende. Quando parliamo di C. come di un grande innovatore digitale, in sostanza stiamo provando a rivendere il pacco che è riuscito a rifilarci. Alla fine della fiera faceva dei siti - neanche molto belli, considerato che erano già gli anni in cui i blog si cominciavano a dichiarare morti. Nessuno che io sappia ha mai trovato particolarmente innovativo il blog di Antonio Di Pietro: certo, faceva notizia che ne avesse uno. Quello di Grillo sembrò sin dall'inizio un pasticcio piuttosto pesante: però era Beppe Grillo. Bastava il suo nome a portare on line milioni di utenti mai visti prima, la blogosfera italiana diventò un piccolo villaggio alla periferia del centro commerciale beppegrillo.it. Nel frattempo gli early adopters passavano ai social network, e Casaleggio nemmeno ci faceva caso. Come innovatore digitale era straordinariamente lento di riflessi, spesso ancorato a software o piattaforme già vecchie nel momento in cui le adottava (Movable Type, i MeetUp). Come nota Mantellini, la stessa concezione casaleggiana della Rete sembrava uscita dai cibernetici anni Novanta: "uno strano riciclo di miti, sogni luccicanti e intuizioni sull’universo digitale presi pari pari dall’interpretazione libertaria americana del nuovo contesto digitale di un decennio prima. Temi che nel frattempo, oltreoceano e nei circoli culturali europei, erano già stati opportunamente accantonati e considerati impraticabili praticamente da chiunque, il più spettacolare dei quali, quello del governo diretto dei cittadini attraverso gli strumenti digitali, è ancora oggi, nonostante le molte smentite pratiche, il punto centrale dell’ideologia del M5S".

Una volta buttai lì che i grillini erano i nuovi futuristi; poi non ho avuto più tempo o voglia di spiegare. (Bisogna anche dire che io ho studiato più il futurismo che qualsiasi altra cosa, e quindi lo trovo anche nella struttura delle latifoglie). Ciò che il timido consulente e Marinetti avevano in comune, non è solo la sensazione di trovarsi sul promontorio dei secoli, ma anche la segreta consapevolezza di non aver la minima idea di quel che sta succedendo. Marinetti non ha gli sponsor e la fama di un D'Annunzio, ci avrebbe messo un po' prima di salire davvero su un aeroplano...  però intanto sente tutti parlare di aeroplani, aeroplani, aeroplani, e lui si mette a scriverci un poema sopra. Non ne sa un granché, in sostanza lo tratta come un grande uccellaccio cavalcabile, ma qualcosa l'azzecca. Poi prevede una guerra, che funziona sempre. Non ha una cultura scientifica, ritaglia e incolla qualsiasi scemenza pseudoscientifica trovi sui giornali: si convince facilmente che la radioattività rinnovi il vigore sessuale perché ne parlano "gli scienziati" in una breve sul Corriere.

Casaleggio si ritrova a fare consulting in quel favoloso decennio in cui tutti parlano di internet e non ci naviga ancora nessuno. Lui ci prova. Non inventa niente, il più delle volte arriva tardi: il suo colpo migliore è stato conquistare Beppe Grillo e la sua massa critica di seguaci. Quanto alla politica: a un certo punto ci siamo tutti convinti che Casaleggio fosse la Mente, perché dei due intestatari del partito era quello che parlava poco. Senz'altro la sua idea di rifiutare qualsiasi alleanza o compromissione ha pagato. Ma non era poi un'idea così raffinata, soprattutto se si aveva la possibilità di osservare da un punto di vista privilegiato il livello di impreparazione degli eletti m5s nel 2013. Quando poi si passa alla parte pratica, con le epurazioni e i direttori C ha dimostrato ampiamente di voler gestire il movimento come un'azienda - non dissimilmente da quello che faceva Berlusconi (e lo stesso Renzi ha un concetto simile e nasce in un simile brodo culturale, anche se si è fatto le ossa nell'amministrazione locale). Il che ci riporta a quel bar non necessariamente padano in cui tutti hanno un'idea geniale per mettere a posto le cose. C'era il chitarrista sbandato, il figlio del bancario che non si sapeva esattamente dove avesse preso i soldi, e ogni tanto magari si fermava a prendere il cappuccino il consulente in impermeabile. Chiacchiere simili, timbri diversi, ma se fai caso alla nota dominante, vedi che non varia di molto. Ce l'hanno tutti con chi non ha voglia di lavorare, con gli stranieri che ci levano il lavoro, la burocrazia, i sindacati. Scattano tutti in modo automatico ogni volta che un partito anche solo vagamente di sinistra sembra poter vincere le elezioni.

Mussolini diventò un personaggio scrivendo e dirigendo un giornale, e poi tentò di dirigerla come un giornale ("un’idea al giorno, dei concorsi, delle sensazioni, un abile e insistente orientamento del lettore verso alcuni aspetti della vita sociale, smisuratamente ingranditi, una deformazione sistematica della comprensione del lettore"). Berlusconi era un piazzista televisivo: vinse le elezioni vendendo il suo personaggio televisivo di miliardario che-risolve-i-problemi, e poi tentò di gestire l'Italia come un palinsesto. Casaleggio e Grillo inventarono un blog - niente che non esistesse già: un'idea al giorno, delle sensazioni, un orientamento del lettore neanche tanto abile, clickbaiting senza pudore. Se avessero vinto le elezioni, avrebbero gestito l'Italia come un blog. Un po' mi dispiace non averli visti di fronte al cimento, ma non è detta l'ultima parola, anzi.
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Aspettarsi corerenza da Beppe Grillo

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(L'hanno presa bene)
Non so se qualcuno ha già notato il paradosso: da una parte c'è un politico (Beppe Grillo) che ha sempre creduto nel vincolo di mandato, che ora chiede ai senatori del suo partito di "votare secondo coscienza"...

...e dall'altra ci sono i suoi detrattori, che invece nel vincolo di mandato non ci hanno mai creduto - e più volte hanno difeso il principio per cui i senatori del M5S non sono i pigiatasti del privato cittadino Beppe Grillo - e adesso se la prendono con lui. Che ha fatto? Ha chiesto ai parlamentari del suo partito di votare secondo coscienza.

E dunque come funziona questa cosa di rinfacciarsi la coerenza? Ok, Grillo è incoerente, ma chi lo critica non lo è in eguale misura? Forse alla fine ci appassioniamo di politica proprio perché è un gioco di specchi. Le questioni di principio diventano questioni di metodo, i metodi materia di compromesso, i compromessi petizioni di principio, e così via, all'infinito.

Cosa vorresti domani? Un'Italia un po' più civile in cui gli omosessuali possono farsi una famiglia. Servirebbe una maggioranza di sinistra - non c'è. Possiamo offrire ai centristi un po' di sottosegretariati e confidare nella coerenza di Beppe Grillo. Sulla seconda cosa spero nessuno facesse davvero affidamento.
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I due populismi complementari

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È un po' tardi, ma volevo condividere l'intuizione di mezzanotte: se il populismo di destra si caratterizza per la retorica del Nemico, ne consegue che in Italia di populismi attualmente ne abbiamo due, complementari. Questo in parte spiega la momentanea eclissi del M5S, che dopo gli attentati di Parigi non ha ritenuto necessario definire con maggior chiarezza la sua posizione in politica estera; in sostanza non ne ha una. Il fatto è che il populismo di Grillo e del suo comitato centrale è uno dei più curiosi al mondo, concentrato com'è sul Nemico Interno: il Politico. Viceversa il populismo di Salvini e della Meloni, che in mancanza di niente stanno opzionando quel che resta del centrodestra berlusconiano, si concentra sul Nemico Esterno: l'immigrato quasi sempre islamico e potenzialmente terrorista (Berlusconi non ci sta mettendo la faccia, ma il suo Giornale e i suoi tg sono già piuttosto allineati sull'argomento).

Messi assieme, Grillo e Salvini produrrebbero il populista perfetto; purtroppo, o per fortuna, sono inconciliabili. Al punto che nel momento più propizio per dare addosso agli immigrati, gli uomini di Grillo si sottraggono e mostrano il lato più umano (dopotutto anche loro hanno votato per depenalizzare la clandestinità); specularmente, quando passerà l'eccitazione collettiva per il terrorismo e scopriremo qualche altra Mafia Capitale, i grillini tireranno fuori gli artigli, ma Salvini si mostrerà molto più equilibrato, se non proprio garantista alla Berlusconi.

A un certo punto poi si voterà, e uno dei due populismi probabilmente arriverà al ballottaggio (sempre ammesso che ci si arrivi). Forse è inutile analizzare i trend elettorali, forse tutto dipenderà dall'ultimo fatto di cronaca importante: se sarà un attentato, Salvini; se sarà uno scandalo, Grillo. I due personaggi sono incompatibili, ma i loro elettori non lo sono affatto: anzi appartengono a un unico bacino che è in comunicazione anche coi serbatoi inesplorati dell'astensione. Poi c'è lo scenario hard - un ballottaggio tra Salvini e un grillino - e non mi sento di escluderlo a priori. Ah, nel caso voterò M5S: "Onestà" mi sembra meno pericoloso di "Stop Invasione". E poi in generale mi danno meno affidamento: al primo casino si rivota.
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La fine del mondo non è più quella di una volta

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Pasqua è ormai alle spalle: è tempo di sciogliere il nodo al fazzoletto. Un anno fa m’ero promesso di ripescare una profezia di Beppe Grillo e verificare cosa si fosse realizzato. Vediamo. “Tra un anno di Berlusconi rimarrà il ricordo, di Napolitano neppure quello”. Uhm. “Renzie sarà ricordato come uno zimbello, come il dito inserito in un buco della diga prima della crepa definitiva. Si apriranno finalmente processi come MPS e i nomi della trattativa Stato-mafia saranno espulsi dalle Istituzioni”. L’unico ad aver mollato è Napolitano, ma era una previsione alla portata di chiunque.

È difficile fare gli indovini. Un anno fa anch’io mi ci provai: “molte cose cambieranno", scrivevo, "ma Grillo sarà ancora in qualche piazza o qualche teatro, ad annunciare che la fine dei tempi è vicina e un’altra Italia è alle porte”. Sbagliavo anch’io, Grillo è stanchino, meno incline a calendarizzare apocalissi giudiziarie. Anche i testimoni di Geova, dopo essere sopravvissuti a due o tre fini del mondo annunciate, smisero di fornire scadenze precise. Il grillismo è in quella fase delicata in cui gli adepti prendono atto che la fine dei tempi non è così vicina, e si pongono il problema di gestire un movimento nel medio-lungo periodo: occorrerà indicare obiettivi intermedi (il referendum sull’euro), creare una gerarchia, ecc. Ce la faranno? Può sembrare un’impresa disperata, eppure il precedente dei seguaci di Cristo (che si posero lo stesso problema 19 secoli fa) è abbastanza incoraggiante.
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Altri 10 motivi per cui passo coi grillini (e vaffanculo)

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Ricapitolando da ieri: per quanto insensato possa sembrarvi, facendo due calcoli ho concluso che se oggi si andasse alle elezioni, l'unico partito che avrebbe senso votare sarebbe il Movimento delle Cinque Stelle. Infatti:

1. È l'unico che ha ottimi motivi per osteggiare davvero l'Italicum.

2. Il suo approccio No Euro è talmente caciarone che finché Grillo abbaia possiamo tranquillamente stare sicuri che dall'Euro non si uscirà mai.

3. È la cosa più vicina a un movimento meridionalista che si possa votare in questo momento.

E aggiungo:

4. Hanno il coraggio delle loro idee, per esempio: vogliono abolire il vincolo di mandato e trasformare il parlamento in un'assemblea di pleonastici pigiatasti. La stessa cosa che vuole Renzi con le riforme costituzionali e l'italicum, ma loro almeno hanno il coraggio di dirlo. È una franchezza che secondo me va premiata.

5. Quando i topi abbandonano la nave, la situazione è eccellente. Il M5S ha oscillato a lungo tra destra e sinistra. A un certo punto è stato un partito con un vertice totalitarista, quadri intermedi di sinistra e una base di destra. Ora come ora il vertice è stanco e la base sta passando alla Lega. A questo punto basta un po' di sano entrismo e ci ritroviamo un movimento di sinistra, un Podemos italiano chiavi in mano. Bisogna però agire con cautela, senza dirlo a nessun... ops.

6. La proposta sul reddito di cittadinanza non è così malaccio. Ovviamente manca la copertura, ma si sente l'impegno. Cioè nell'anno che hanno messo a scriverla, Renzi e la Boschi hanno scritto riforme una più pasticciata dell'altra. Se devo spassionatamente scegliere l'alunno più promettente, Di Maio vince a mani basse. Poi con 600 al mese quasi quasi mi licenzio anch'io, mi trovo un lavoretto in nero e poi... ops.

Non bastano? E allora eccone altri:
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Tre motivi per cui passo coi Cinque Stelle e vaffanculo

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Questa non è un'esercitazione, ripeto: questa non è un'esercitazione. Il fatto è che, sentiti tutti gli argomenti, provati e riprovati tutti i calcoli, mi sento di poter dire con serena cognizione di causa che, se si votasse domani, il Movimento 5 Stelle sarebbe la prima scelta e Beppe Grillo, se proprio non si riesce a trovare di meglio, il mio leader. La cosa può lasciarvi perplessi - io stesso all'inizio non ci volevo credere - ma se avrete la pazienza di seguire il ragionamento credo che alla fine tutto diventerà abbastanza chiaro.

1. L'italicum fa schifo
Magari non è lo schifo assoluto della prima volta che ce lo presentarono, però continua a essere una legge balorda che introduce il presidenzialismo senza nemmeno avere il fegato di avvertirci: continueremo a eleggere un parlamento nominalmente sovrano ma del tutto pleonastico, controllato da un capo del governo eletto dal popolo. L'italicum è migliorato, ma non è ulteriormente migliorabile: a Renzi il presidenzialismo preme, e peraltro ha una certa fretta (non è detto che il 40% degli elettori lo segua ancora a lungo). A questo punto, a chi mi posso affidare? Chi è che farà l'opposizione più netta al provvedimento, e una volta passato lo osteggerà con più energie durante la campagna referendaria? La sinistra pd brontolerà, qualcuno si asterrà, ma alla fine lo lascerà passare. Berlusconi in questo periodo nicchia, ma in fondo l'obiettivo di Renzi è lo stesso suo. Salvini può fare fuoco e fiamme, ma l'italicum attualmente gli regala il ruolo di leader della destra: quando gli ricapita? Il Movimento 5 Stelle è l'ultimo baluardo del proporzionale, così congeniale a una forza che ha deciso di stare all'opposizione nei secoli dei secoli. Posso averli disprezzati e sbeffeggiati per tanti motivi, ma se hanno l'unico salvagente anti-italicum, non ho imbarazzo ad aggrapparmi: grazie ragazzi, e a buon rendere.

2. Non voglio uscire dall'euro, io
E quindi voto il Movimento che vuole promuovere un referendum per uscire? Sono impazzito? Sì, ma c'è un metodo nella mia pazzia. Riguardo all'euro, vi sono due approcci, che per comodità chiameremo MORDERE e ABBAIARE. Chi abbaia da mesi, da anni, che uscirà dall'euro, non ha evidentemente nessuna convenienza a farlo: non solo perché sarebbe additato come il responsabile del caos immediato che ne deriverebbe, ma perché a quel punto non saprebbe più cosa chiedere, che obiettivo additare al proprio elettorato di riferimento. È esattamente la situazione di Beppe Grillo, che non ha mai voluto uscire veramente dall'euro, ma ha sempre voluto consultare il popolo sull'argomento: una bella differenza. Chi ha studiato seriamente gli scenari di fuoriuscita dall'euro sa che si tratta di un'azione disperata da commettere con precisione militare: un venerdì sera, a sportelli chiusi, con l'esercito a pattugliare i bancomat. Un governo che si decida a un passo del genere, dovrebbe tacerlo ad alleati e cittadini fino all'ultimo minuto - magari raccontando in giro che ormai ci siamo, che la crescita è dietro l'angolo e che la disoccupazione sta per smettere di aumentare - e poi, nel silenzio del venerdì sera, mordere.
E quindi.
Di chi avere paura, a questo punto? Di un Renzi che si ostina a vedere riprese che non ci sono, o di un Grillo che abbaia da anni e che raccoglie firme per referendum senza valore? Io per ora sto con chi abbaia.

3. Viva il sud!
Di Battista, Di Maio, Fico, Ruocco e Sibilia. Nel direttorio grillino il più settentrionale è il non imprescindibile Di Battista, nato a Roma. Non si tratta senz'altro di intellettuali della Magna Grecia, ma dopo vent'anni di berlusconismo in salsa leghista si può anche provare a cambiare versante e vedere come va. Magari diventano bravi, tempo di sicuro ne hanno. E comunque nessuno rischia di ritrovarsi solo al comando di un parlamento di nominati.

(Continua...)
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I grillini e il "baronetto"

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Stefano Dolce e Domenico Gabbana investono abbastanza denaro in inserzioni da poter dare per scontata la compiacenza dei gruppi editoriali italiani più importanti; tanto più interessante risulta l'appoggio totalmente gratuito e disinteressato dei parlamentari m5s, che per voce di Tiziana Ciprini accusano il "baronetto" Elton John di ricattare non solo D&G, ma l'Italia intera. (Elton John peraltro non è un baronetto, ma mica si può pretendere che i parlamentari controllino su google: e poi alla fine è tutta un'opinione, e chi siamo noi per non rispettare un'opinione?)

Se qualcuno avesse ancora voglia di spiegare quanto sia cambiato il Movimento 5 Stelle dal grillismo degli esordi, il discorsino della Ciprini potrebbe risultare utile: basti pensare a quanto si usava la parola "boicottaggio" tra i membri dei primi MeetUp. Si boicottava la Nestlè per un buon motivo, McDonald per un altro buon motivo, eccetera. Il Movimento nacque in quel brodo primordiale pre-www, di quando le informazioni sui boicottaggi viaggiavano ancora negli allegati mail. A quel tempo nessuno sarebbe morto per difendere le opinioni di D&G. Costoro a dire il vero fino all'anno scorso comparivano nelle liste grilline degli imprenditori che tradivano l'Italia, trasferendo sedi fiscali in "paesi a fiscalità privilegiata". Oggi tutto è perdonato - anche perché nel frattempo la Cassazione li ha assolti - e chi minaccia di boicottarli è un nemico della patria, più o meno. Il finale dell'intervento è un piccolo capolavoro di strapaese involontario, perfino divertente per chi ancora ha lo stomaco di ridere dell'inadeguatezza di chi ha vinto a tombola un seggio in parlamento. C'è anche la proposta per un plurale di "fatwa", e un "colonizzato" abbreviato in "colono" (sempre meglio di colon, dopotutto).
Ci mancava solo un multimilionario angloamericano annoiato a lanciare fatwe contro le nostre aziende.
Ricordo all'inglesino che 9 milioni di italiani di tutte le età sono in sofferenza lavorativa secondo gli ultimi dati Eurostat e che siamo sempre più un Paese colono dei poteri finanziari centrali del Nord Europa e statunitenzi che ci stanno riducendo in un popolo di schiavi. Pertanto chiedo all'illustre baronetto di chiedere scusa in primis ai lavoratori italiani del gruppo D&G, grazie. 
L'illustre baronetto è insomma il complice di un enorme complotto ai danno dell'Italia, ordito dagli americani coadiuvati dai tedeschi o viceversa. Deve pertanto chiedere scusa ai lavoratori, purché italiani, perché è l'Italia che si offende qui. Dove si capisce che alla fine D e G possono aver reagito un po' istericamente, ma hanno toccato corde sensibili, non solo in zona Forza Nuova. Forse tutto questo è davvero il frutto di un riposizionamento: da brand globale a epitome di un certo tipo di italianità retrograda, che poi magari piacerà a livello globale proprio perché puzza un po' di capra e di patriarcato. I nostri maschi in canottiera, le nostre donne col pancione, i nostri ragazzini discinti e disponibili, tutto molto pitoresco. Non giudicateci, amateci per quello che siamo, lasciateci mance cospicue e poi tornate a casa a fare le vostre cose moderne.

Anche al M5S insomma hanno deciso che devono essere gli altri a morire per le nostre opinioni. Noi no, noi abbiamo il diritto di manifestarle senza che nessuno osi offendersene. Chi si offende è un fascist, e se si attenta a non comprare più le nostre merci è un ricattatore e uno schiavista. Va bene, basta saperlo. 
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Cos'è successo davvero ad Andrea Scanzi? DITECELO!!!

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Credo che anche voi, come me, se avete avuto il dubbio privilegio di intravedere questo tweet...



...vi state chiedendo da qualche ora perché, percome, percosa.

Scartiamo subito l'ipotesi più banale, quella del fotomontaggio scherzoso un po' grilleggiante. Chiunque abbia prodotto questa orripilante immagine, dimostrando una dimestichezza con la funzione scontornante di Photoshop che l'anonimo macellaio di beppegrillo.it si sogna, voleva fare una cosa seria. Spaventarci. Schifarci. Magari farci sputare lo spumante a San Silvestro. In ogni caso, attirare la nostra attenzione.

È lecito domandarsi se non c'è qualcosa dietro.

Il tweet è di Scanzi. Gli altri tre nella foto non lo hanno twittato. Nemmeno di rimbalzo. Per forza - penserete voi - è troppo orrendo. Già. Ma notate la struttura della foto. Notate la posizione centrale di Andrea Scanzi. Notate in che modo le mani degli altri tre si intrecciano sulle sue spalle, come a volerlo... trattenere? non notate nella sua espressione una sfumatura di smarrimento? Non vi sembra che stia chiedendo aiuto?

E perché mai Andrea Scanzi dovrebbe chiederci aiuto? E farlo di nascosto, tramite un fotomontaggio? Un fotomontaggio che lo ritrae nelle vesti di... Paul McCartney?

Proprio Paul, il Beatle misteriosamente scomparso e rimpiazzato nel '68?

Confesso di averlo un po' perso di vista, Scanzi. Tanto si sa come la pensa. Tanto si sa come la scrive. Tanto si sa dove trovarlo in tv... anche se è da un po' che in tv non lo vedo, ma... magari sono io che cambio canale e me lo perdo. In effetti, se fosse Andrea Scanzi fosse misteriosamente scomparso; se fosse stato rimpiazzato da un generatore automatico di opinioni di Andrea Scanzi, me ne accorgerei?

E d'altro canto, come si fa a rimproverare Scanzi di avere sempre le idee di Scanzi - Cioè alla fine questo discorso potrebbe valere per tutta la Rete; siamo tutti generatori automatici di opinioni che dopo un po' diventano prevedibili. Però questo fotomontaggio ha davvero qualcosa che non va.

È come una stecca improvvisa nel placido spegnersi di una sinfonia. Attira la mia attenzione e mi spinge a scuriosare, dopo mesi (dopo anni) nel blog di Andrea Scanzi.

Quello che trovo ha dell'incredibile.

No, non è vero, è solo la classica frase a effetto per mantenere la vostra attenzione.

Sta funzionando?

AH AH AH! (Fa ridere perché si assomigliano).
Scopro che Scanzi, ultimamente, indulge ad automatismi sospetti. Per esempio usa sempre la stessa immagine per introdurre qualsiasi post su Renzi. L'immagine è un divertissimo accostamento tra Renzi e Mr Bean, ah ah ah - sì, ma quello non vuol dir niente, magari è una scelta per confortare i lettori. I pezzi poi, cosa vuoi mai, la solita zuppa antirenziana; di buon livello, per carità, e non si discute la genuinità e la sostanza degli ingredienti. Ma comunque la solita zuppa. Possibile che uno spirito libero come Andrea Scanzi non si stia, in un qualche modo, annoiando? La prima nota dissonante la trovo in un post del due dicembre.

"Ieri ho visto un po’ di Piazzapulita. Dovevo essere ospite anch’io ma – per vari motivi – ho declinato". 

"Vari motivi". Non spiega quali. Dovevano essercene davvero di molto importanti, per indurlo a disertare una trasmissione televisiva in prima serata. Ma non li dice. Nel pezzo invece si lascia sfuggire che


"I 5 Stelle hanno mille colpe, e sono bravi a sabotarsi da soli, ma..."
Ora, chi segue Scanzi sa che "I 5 Stelle hanno mille colpe ma..." è più che un tormentone: è la trave di tutto l'edificio retorico scanziano: su un lato i mille difetti dei poveri 5 Stelle, sull'altro lato l'enorme responsabilità di tutti gli altri.

"...mi pare che al governo non siano mai stati, che non abbiano indagati tra le loro fila e che tutto sommato il loro programma (spesso discutibile) lo rispettino".

 Ma qui più che l'edificio abbiamo la nuda struttura: hanno mille colpe, sono bravi a sabotarsi, amen. Tutto qui, è l'ultima critica ai 5 Stelle che si legge sul blog di Scanzi, datata 2 dicembre, nascosta in un pezzo dove avverte che non è andato in tv per misteriosi motivi. Non trovate anche voi che ci sia qualcosa che non va?

No?

Nel frattempo nel M5S ci sono state epurazioni, direttori, referendum su nuovi regolamenti, raccolte di firme di dubbia utilità... ma Scanzi ha smesso di parlarne.

Risaliamo ancora più a monte. Il 30 novembre il blog pubblica un intervento di Scanzi alla puntata di Otto e mezzo di due giorni prima - è l'ultima testimonianza televisiva documentata di Andrea Scanzi. La trascrizione dell'intervento è tra virgolette. È una scelta strana, perché il pezzo non è davvero, come sta scritto in fondo, lo "Scambio integrale, serrato ma garbato, con l’ex deputato M5S Artini)". Chi lo ha trascritto lo ha ovviamente rimesso un po' a posto, eliminando le repliche dell'interlocutore; trasformando un dialogo in un pezzo leggibile.



E lo ha messo tra virgolette.

Perché?

Voi vi sognereste mai di mettere tra virgolette un vostro post, sul vostro blog? Lo sapete a cosa servono davvero le virgolette, no? A citare un discorso altrui.

Un discorso altrui.

Chi ha preso il controllo del blog di Andrea Scanzi?

Se risaliamo ancora più a monte troviamo, finalmente, delle critiche al M5S dall'inconfondibile sapore scanziano. Sono datate... sette ottobre!

"La fuga dai talkshow è una puttanata totale e della lotta tra pizzarottiani e talebani non ce ne frega una beata minchia: datevi una svegliata, individuate un portavoce (Di Maio) che dia battaglia anche in tivù al Partito Unico, usate il Circo Massimo come luogo per ripartire con slancio (non per frignare, gridare al complotto e regolare conti interni). E finitela una volta per tutte con questo masochismo da asilo Mariuccia".

Puttanata totale. Beata minchia. Asilo Mariuccia. Questo è l'Andrea Scanzi che tutti ci ricordiamo. Che fine ha fatto? Chi lo sta sostituendo, nel suo stesso blog? E perché?

Qualche ipotesi.

1. Un banale incidente, come quello che costrinse i tre Beatles superstiti a sostituire McCartney con un sosia. Ecco il vero "motivo" per cui non avrebbe potuto comparire a Piazzapulita il due dicembre. E siccome abbiamo la prova video della sua presenza a Otto e Mezzo il 28 novembre, l'incidente dovrebbe essere avvenuto in quella finestra temporale.

A proposito, avete dato un'occhiata a quel video? Avete notato quanto sia scadente la traccia audio? Non sembra che qualcuno borbotti tutto il tempo in sottofondo? Sarebbe interessante estrapolare quei suoni e riascoltarli accelerati invertiti o rallentati finché non ci dicano qualcosa del tipo SCANZI IS LOST.

Dal 28 novembre lì in poi A.S. sarebbe stato sostituito da un bot - o dallo sforzo congiunto degli altri tre "fantastici" colleghi, che a dire il vero cominciano in punta di piedi, rimettendo a posto un suo intervento tv e virgolettandolo. Poi la necessità di non disilludere i fan scanziani li convince a pubblicare altri post a nome suo; magari anche qualche tirata antirenziana di repertorio nel cassetto da qualche settimana. Tutta roba che se non è già scritta, si scrive facile, e anche le immagini si possono riciclare. Verso la fine dell'anno gli impostori però cominciano a sentire il disagio della situazione e in un qualche modo (magari inconscio) cercano di avvisarci: Scanzi is Lost! Scanzi è come il Beatle farlocco!

2. Scanzi potrebbe essere vittima di una oscura lotta di potere nello spazio contiguo tra Fatto Quotidiano e Movimento 5 Stelle. Una lotta sotterranea, oscura, di cui le epurazioni in parlamento non sono che un'eco lontana. Di questa lotta non sappiamo praticamente nulla - possiamo soltanto cercare di interpretare le vaghe allusioni dei protagonisti. Perché Grillo ha deciso di tenere il discorso di fine anno in una catacomba? Sveglia!

Ipotizziamo che Casaleggio e Grillo siano ai ferri corti. Grillo non può più uscire alla luce del sole perché Casaleggio ha dalla sua l'aeroflotta delle scie chimiche. Scanzi, da sempre fortemente critico nei confronti di uno dei due (quale non saprei, magari dopo decidiamo) potrebbe essere stato vittima di un agguato, o di un rito sacrificale, probabilmente consumatosi nelle calende di Dicembre, per ingraziarsi qualche divinità ctonia. Sono cose che succedono più spesso di quanto non si creda nei movimenti di popolo.

3. Non so, dite voi.

Una cosa è chiara: qualcosa è successo ad Andrea Scanzi. Qualcosa che non può assolutamente passare sotto silenzio, qualsiasi cosa sia. La gente deve sapere. Anche se non vuole. La verità è un boccone amaro che dobbiamo farle ingollare a forza, appena lo avremo trovato o anche prima. Per adesso tenete la bocca aperta e gridate con me: che fine ha fatto Andrea Scanzi? Ditecelo.
O gridate con noi.

La gente deve sapere. Fate girare.
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Beppe Grillo cosa pensa di te?

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ABBIAMO RACCOLTO LE FIRME
PER MODIFICARE LA COSTITUZIONE
PER INDIRE UN REFERENDUM
CHE SE LO VINCESSIMO
FORSE CI LASCEREBBERO USCIRE
DALL'EURO!
#VITTORIA! 
Vabbe', riproviamoci. Caro elettore o attivista Cinque Stelle, come va?
Io e te non siamo andati molto d'accordo, anche in quest'anno 2014.
Abbiamo senz'altro idee molto diverse; e ci fidiamo di gente molto diversa. Decisamente. Però vorrei che ti fosse chiara una cosa. Io non credo che tu sia un coglione. Io.

Beppe Grillo, invece.
- Non fraintendere, lo so che ne pensi ancora un gran bene, è solo che -
Ti chiedi mai cosa pensa, di te, Beppe Grillo?

Beppe Grillo che convoca una conferenza stampa e accusa Napolitano di non aver permesso ai m5s di formare un governo, l'anno scorso, visto che avevate vinto le elezioni.
Ora, caro elettore Cinque Stelle, so che l'argomento è spinoso. Io te lo devo dire: non credo che voi l'anno scorso abbiate vinto le elezioni, tecnicamente. Ma lasciamo perdere quel che ne penso io.

Tu credi davvero alla storia che Beppe racconta? Napolitano avrebbe dovuto dare un mandato esplorativo a Crimi, o a Di Maio, o a qualche altro sconosciuto, per cosa? C'era una qualche maggioranza nel parlamento del 2013 per un governo Cinque Stelle?
Sai benissimo che non c'era.
Che un mandato esplorativo sarebbe stato soltanto una perdita di tempo.
Che tempo ne perse già abbastanza Bersani, nel tentativo di portare qualcuno di voi dalla sua parte - mentre Grillo e Casaleggio erano contrari già il mattino dopo le elezioni. Dunque di che parla Beppe adesso? Cosa si sta raccontando? A chi pensa di farla bere questa storia? A te?
Cosa pensa di te?

Ha convocato una conferenza tutto allegro perché avete raccolto firme contro l'euro. Cinquantamila in un fine settimana, wow. No, non è una grande impresa raccogliere cinquantamila firme. Per un movimento che due anni fa vinceva le elezioni è quasi il minimo. È anche vero che il tempo passa e questo dicembre è così umido, per cui wow. Le firme contro l'euro.
Servono a uscire dall'euro?

No, non esattamente. Servono a presentare una legge di iniziativa popolare in parlamento.

È un sistema - previsto dalla Costituzione - grazie al quale tutti i cittadini possono presentare proposte di legge in parlamento. Anche quelli che non hanno rappresentanti in parlamento.

Anche quelli che non hanno rappresentanti in parlamento.

Ma il Movimento Cinque Stelle ha un sacco di rappresentanti in parlamento. Eletti dal popolo italiano. La legge potevano ben presentarla loro! Probabilmente hanno pensato che con cinquantamila firme (pochine a dire il vero) la proposta di legge abbia più speranze di essere presa sul serio, e quindi ben venga la raccolta di firme.

Ora la proposta verrà calendarizzata, e quando il parlamento riterrà giusto discuterne, ne discuterà. È sempre il parlamento del 2013, quello dove i Cinque Stelle non hanno la maggioranza, e mai l'hanno avuta, anche se Beppe racconta di aver vinto le elezioni. Insomma le speranze di trasformare quella proposta di legge in una vera legge sono abbastanza poche. Ma ipotizziamo pure che anche gli altri euroscettici del parlamento vi appoggino (anche se non hanno nessun interesse a farlo, dal momento che vogliono soffiarvi gli elettori). Immaginiamo che la proposta di legge di iniziativa popolare sia discussa, approvata e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale. Vittoria! No, aspetta.

È una legge che ci fa uscire dall'euro?
Non esattamente.

È una legge che modifica la Costituzione e introduce i referendum consultivi. C'è persino un precedente: nel 1989 una simile legge costituzionale fu emanata per consentire ai cittadini italiani di esprimersi in un referendum che chiedeva di trasformare la Comunità Europea in Unione Europea, e all'europarlamento di redigere una proposta di eurocostituzione. Il sì stravinse (88%), ma forse non sapevamo quello che stavamo facendo. Mettiamola così.

Invece adesso lo sappiamo, e se la legge di iniziativa popolare diventasse mai una legge costituzionale, noi non usciremmo dall'euro - non ancora - ma avremo finalmente la possibilità di votare per decidere se restare o uscire dall'euro. Mediante un referendum consultivo.

Cioè?

Cioè un referendum che chiede un parere ai cittadini.
Un parere vincolante?
No.

Quindi, in sostanza, Grillo ha convocato una conferenza stampa per annunciare di aver raccolto le firme necessarie a presentare in parlamento una legge per modificare la costituzione affinché si possano raccogliere altre firme per indire un referendum consultivo grazie al quale i cittadini potranno esprimersi sull'euro.

Non suona molto bene, vero? Quindi forse su qualche blog o quotidiano in giro avrai letto che Grillo ha convocato una conferenza stampa per annunciare di aver raccolto le firme necessarie a presentare in parlamento una legge per modificare la costituzione affinché si possano raccogliere altre firme per indire un referendum consultivo grazie al quale i cittadini potranno esprimersi sull'euro per uscire dall'euro.

Così funziona meglio.
D'altro canto, chi te la racconta così, cosa pensa davvero di te?

Tu probabilmente dall'euro vuoi uscirci davvero. Io no, io credo che l'Italia abbia problemi un po' più complessi, e che prendersela con l'euro sia un po' come prendersela con il sistema metrico decimale - non è colpa del metro se sei basso, non è colpa del chilo se sei pesante, non è colpa dell'euro se la tua economia ha difetti strutturali.

Non sei d'accordo? Va benissimo, anch'io non sono affatto sicuro che le cose stiano così, soprattutto finché i tedeschi continuano questa politica del rigore davvero molto ottusa, e finché gli altri governanti europei non riescono a opporsi.

Mettiamo che io abbia torto e tu ragione, e la cosa migliore sia davvero uscire dall'euro. Cioè svalutare. Anche se tu ritieni che sia necessario, sai benissimo che non sarà indolore. Perdere il venti o il trenta per cento del potere d'acquisto in pochi mesi non è una cosa da ridere. Certo, sei convinto che l'economia ripartirebbe, e presto tutto sarebbe un ricordo lontano. Però le prime settimane sarebbero uno choc, questo lo sai benissimo anche tu.

Uscire dall'euro è qualcosa di mai tentato prima. Anche ammesso che sia possibile, richiede una certa destrezza onde evitare crisi di panico e derive speculative che non credo neanche tu ti auguri. L'ideale  - lo dicono gli economisti, anche quelli anti-euro - sarebbe uscirne all'improvviso, un venerdì, evitando il più possibile una fuga di notizie.

Prendi Tsipras, per esempio.

Non so se ci hai mai fatto caso, ma ogni volta che glielo chiedono davvero - in caso di vittoria di Syriza, la Grecia uscirà dall'Euro? Lui risponde: no. Ecco, a me eurista spaventa molto più Tsipras, perché è il classico cane che non abbaia.

Grillo invece abbaia tanto. Perché?
È un coglione? No che non lo è.
Certo, si è preso un paio di tegole in testa negli ultimi due anni. Ma non è un coglione.
Allo stesso tempo, non si sta comportando come uno statista che vuole uscire dall'euro. Abbaia troppo. Vuole che tutti ne discutano.
Raccoglie le firme. Per uscire subito? No, per modificare la costituzione.
Per uscire subito? No, per raccogliere altre firme per indire un referendum.
Per uscire subito? No, un referendum consultivo.

E allora, davvero, Grillo vuole uscire dall'euro? o vuole soltanto parlarne?

Caro elettore m5s, caro attivista m5s:
anche quest'anno abbiamo litigato molto, però vorrei che ci abbracciassimo, almeno a Natale. La pensiamo in modo diverso su quasi tutto. Tu credi che il M5S abbia vinto le elezioni del '13, io no. Tu credi che l'euro sia una maledizione, io penso che sia un'unità di misura come un'altra. Magari hai ragione tu, è possibile. Non sono un esperto, non riesco a vedere bene tutti i lati delle cose. So che tu ne vedi uno molto diverso dal mio, e ne trai conclusioni diverse. Ma le tue conclusioni sono probabilmente logiche quanto le mie - è che tu hai dati diversi dai miei, e chissà chi ha quelli veri. Io non credo di essere più intelligente di te; e non credo che tu sia un coglione.

Beppe Grillo, invece.
Cosa pensa di te?

Buon Natale, felice anno eccetera.
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Adesso è stanchino, dice

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Beppe Grillo poteva scegliere di passare alla storia come uno degli artisti di popolo più importanti e influenti a cavallo tra due secoli; degnissimo erede di una tradizione di predicatori itineranti che comincia con Savonarola o Bernardino da Siena, e di monologhisti comico-tragici che ha il suo apice in Giorgio Gaber. Incidentalmente, il titolare dell'unico blog italiano di una qualche rilevanza.

Trasferendosi in politica, poteva ancora scegliere di essere ricordato come l'uomo che aveva fondato un partito dal nulla al ventotto per cento - come Berlusconi vent'anni prima - e che a Berlusconi aveva assestato l'invocatissima spallata finale. Beppe Grillo però non ha mai veramente smesso di fare il comico, e non ha mai cominciato a fare vera politica. Sarà ricordato soprattutto per aver conquistato nel 2013 la fiducia di un buon quarto degli elettori italiani, senza sapere cosa farci.

Così come l'ha conquistata l'ha buttata via senza nemmeno giocarci, come uno di quei giocattoli invocati per Natale e che non escono più dalla scatola dopo Capodanno. Dopo aver messo fuori gioco Bersani; auspicato e assistito alle larghe intese tra Berlusconi e il Pd, benedette da quel Giorgio Napolitano di cui avrebbe potuto evitare la rielezione; dopo aver visto affermarsi nel Pd la leadership più adatta a un progetto centrista; dopo aver monopolizzato una larga fetta di elettorato malcontento, imponendogli i candidati estratti al bingo della "Rete", o del "Portale"; dopo aver buttato fuori, con pretesti più o meno risibili, qualsiasi esponente del Movimento che minacciasse di costruirsi un consenso vero, al di fuori del suo giochino; dopo avere nei fatti impedito che il voto di un buon quarto degli elettori italiani servisse a qualcosa; dopo aver combinato questo mirabile capolavoro, adesso Grillo dice che è stanchino, e smolla il pacco ai primi cinque subalterni che si trova nel corridoio. A rifare il Movimento ci penseranno loro, lui è stanchino.

E i meetup? Gli attivisti? Gli iscritti? Se proprio insistono per dire la loro, possono votare sì per il listino bloccato. Molti elettori non sono stati ad aspettare il finale della farsa, e si stanno riorientando verso quella destra pop-razzista che Grillo ha sempre usato come spauracchio: se non ci fossi io ci sarebbero i neonazisti. Come dire: non saremo un granché, ma almeno non siamo Hitler. No, in effetti Grillo non è stato Hitler; del resto per guidare un piccolo partito populista attraverso le oscurità del primo dopoguerra fino al successo elettorale del '33 serviva una determinazione che Grillo non ha mai avuto in vita sua.

Che almeno la sua parabola possa servire come esempio per tutti quei movimentisti che dai Novanta in poi hanno rifuggito come Satana qualsiasi concetto di leadership: volevate movimenti perfettamente orizzontali, non volevate capi, non volevate volti, e avete visto il consenso coagularsi intorno all'ultima figurina ex televisiva disponibile sul mercato. Volevate la democrazia digitale e vi siete trovati il sito di Beppe col colonnino trucido. Meno male che era un cialtrone; il primo ad annoiarsi di sé stesso. In futuro non saremo necessariamente così fortunati.
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Il renzismo è un robot di cartapesta

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Il controleffe nel pidieffe.

Il buffo è che chi è giovane davvero, la battuta dell'iphone a gettone non la capisce. Provate a pensare all'ultima volta che avete usato un telefono a gettoni - a me è successo nel 1999, credo, ed ero tra gli ultimi. Chi ha quindici, diciotto anni, questa cosa del gettone la impara soltanto se ha genitori che a cena lo intrattengono con le interessantissime usanze del tempo che fu - quello che per me era il paiolo di rame per la polenta - e un politico che mi avesse fatto una metafora del tipo "è come ficcare un big mac in un paiolo per la polenta" non lo avrei trovato così giovane, ecco.

Per i renziani le nuove tecnologie (oddio, nuove, la chiavetta usb ormai è roba da truzzi) prima ancora che strumenti che ci miglioreranno la vita, sono tic linguistici. Domenica dall'Annunziata una referente renziana all'innovazione scolastica, una che temo abbia intenzione di riempire le classi di tablet, si esprimeva così: per dire "cercate nel documento se c'è un riferimento all'articolo 18" diceva "fate controleffe sul pidieffe". Poi deve aver pensato che i suoi interlocutori fossero di un secolo diverso (anche se all'anagrafe risultavano più giovani di lei), e pazientemente si è messa a spiegare che "pidieffe" è uguale a documento e "controleffe" è uguale a cercare. Che è una cosa che mi è capitato di fare centinaia di volte in vita mia (anche coi sindacalisti, esatto), per cui un po' la capisco: in realtà mi ci ritrovo abbastanza, nella situazione esistenziale del renziano medio. Un trenta-e-qualcosa che ha passato metà carriera ad atteggiarsi a guru dell'hi-tech semplicemente perché nel suo ufficio era il più giovane ed era l'unico che sapeva riavviare il router pigiando un bottone (era anche l'unico a sapere che si chiamasse "router"), e questa cosa gli è rimasta attaccata dentro: ora però i vecchi colleghi stanno andando in pensione, e ai giovani che arrivano tocca sorbirsi le chiacchiere di 'sto tizio che è convinto di saperne di router e di amministrazione di rete, quando al massimo sapeva pigiare un bottone. E magari usa ancora le chiavette, santiddio, quelle cose tossiche che usano i vecchi per scambiarsi i filmini, i vecchi che non sanno aprirsi un account su dropbox.

Alla fine l'approccio dei renziani alle nuove tecnologie non sembra molto diverso da quello dei grillini - è solo un po' stemperato. Sia gli uni che gli altri cantano le magnifiche sorti progressive di strumenti che in realtà non è che conoscano così bene. Grillo è più immaginifico, è già alla stampante 3d domestica. Il renziano è più moderato - così moderato che a volte non si rende conto di essere rimasto un po' indietro, ancora parla di chiavette e pdf. Entrambi, più o meno nello stesso periodo, promisero che avrebbero varato incredibili piattaforme per la condivisione dei programmi politici: la fantomatica piattaforma grillina, e il wikiprogramma solennemente annunciato tre Leopolde fa. Se la piattaforma si è rivelata, alla prova dei fatti, un'app abbastanza deludente, il wikiprogramma non è proprio mai esistito; a meno che per wikiprogramma non si intendesse una pagina web con sotto il box dei commenti - ma d'altro canto, da gente che usa le chiavette nel 2014, cosa ti puoi aspettare? Poi c'era quella storia dei finanziatori on line, che per un bel pezzo non si è riuscito a mettere on line, ecc.

La generazione che trova più sexy pronunciare "controleffe sul pidieffe" invece che "cerca nel documento", coltiva per la rete un feticismo che i più giovani troveranno più difficile da spiegare delle fessure nei telefoni a gettoni, o della passione dei nonni per la polenta. Gente che passava ore a inventare un hashtag, o a criticare gli hashtag degli altri, gente la cui più alta aspirazione era diventare trending topic. Tutta questa roba era un po' come l'armatura dei robot positronici nei vecchi film in bianco e nero: cartapesta. Dentro c'era un nano che azionava gli arti. Anche il renzismo, se smonti tutto l'incarto a base di iphone e hashtag, ci trovi un nanetto molto indaffarato che le elezioni le vince andando la domenica a Canale5 a promettere cose a Barbara D'Urso. Come se fosse il 1999, di nuovo, e per telefonare a quella ragazza mi stessi frugando nelle tasche, non per estrarne l'alcatel esausto, ma almeno una moneta da cinquecento lire - e sotto lo squarcio di una tasca trovassi nell'imbottitura del cappotto, miracolo, un vecchio gettone telefonico.

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Ma quando nell'Euro siamo entrati, tu dov'eri?

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Son piene le fosse

Frequento pochi ventenni, è un mio limite. Mi piacerebbe capire cosa ne pensano, davvero, di tutti questi vecchi scemi, dai quaranta in su, che all'improvviso hanno realizzato che l'Italia deve uscire dall'Euro - non potevano accorgersene quando stavano entrando? Questi babbioni in piena crisi coniugale, come se un mattino si fossero svegliati abbracciati all'Euro e ODDIOMIO KE HO FATTO!!!!1111!!

"Cosa c'è meine liebe?"
"PUSSA VIA SCHIFOSA VALUTA TEDESCA".
"Tesoro wie geht's? hai fatto tu un brutto sogno?"
"Non era un sogno, era la realtà! Che schifo! Io e te... abbiamo passato la notte insieme!"
"Come ogni notte da qvindici anni, liebchen".

E insomma tutta questa gente ai tempi di Maastricht dov'era? Non potevano accorgersene un po' prima, di quanto l'Euro fosse insostenibile, di quanto puzzasse, di quanto ci avrebbe resa impossibile la crescita economica e complicata la vita? No, sono tutti diventati economisti esperti quindici anni dopo. Svegliandosi, un mattino, a fianco della sozza creatura europea, si sono resi conto di aver essere finiti nell'unica trappola che non prevede via d'uscita.

Persino il matrimonio di Santa Madre Chiesa Cattolica; quello che si prende davanti al sacerdote, in presenza di testimoni, in cui si giura di resistere a fianco del coniuge nella buona e nella cattiva sorte; e il prete dice "finché morte non vi separi", e voi dite "sì": persino quello, a veder bene, si può annullare: basta dimostrare di non aver capito bene, di essere magari un deficiente. Esiste un tribunale apposta, magari non è la procedura meno cara o più dignitosa del mondo, ma insomma, anche quel matrimonio indissolubile si può dissolvere. Maastricht no. Niente divorzi, niente referendum. È peggio dei preti.

Anche il diavolo dei racconti, quello che ti fa firmare i contratti col sangue, quasi sempre poi se ne va con le pive nel sacco a causa di qualche cavillo. Maastricht no. È peggio del diavolo. Davvero, mi piacerebbe capire come la vivono i ventenni. Non fanno che sentire discorsi su come si stava bene con la lira, con quella meravigliosa inflazione che pompava l'economia, che vasodilatava come neanche la cocaina, che botte raga gli anni Ottanta. E poi?

"E poi papà cos'è successo?"
"Eh, cos'è successo... ho incontrato la culona".
"Ma come hai fatto a non capire?"
"Ma chissà... anche io me lo domando... sai, in quel periodo capire le cose era un po' un optional".
"Seh, papà, vabbe', vaffanculo".
"Ah no! In questa casa vaffanculo lo dico io".
"Se ti consola".

Allora, caro ventenne che non conosco, cerco di spiegartela io: non è che quindici o vent'anni fa fossimo tutti spensierati o ignoranti - ce n'era certo in giro, forse persino più che adesso - ma se l'euro ci parve una buona idea non fu per un qualche complotto di banchieri o poteri forti. Persino i leghisti di Bossi, persino loro che adesso si baciano i gomiti per aver trovato con Salvini uno straccio di strategia; persino loro, ai tempi, non vedevano l'ora che Banchitalia chiudesse e passasse le pratiche a Francoforte; e avevano i loro buoni motivi. Per quanto possano sembrarti scanzonati e grassi gli anni Ottanta, dammi retta se ti dico che la maggior parte di noi aveva già chiarissima la sensazione di precipitare in moto rettilineo uniforme verso un suolo lontanissimo ma solido; no, non eravamo economisti, ma sapevamo di avere contratto dei debiti per pagare interessi su altri debiti che avremmo saldato con altri debiti che avresti dovuto pagare tu. In quella situazione l'euro ci sembrò provvidenziale. Ci sbagliavamo?

Magari sì, che ne so. Facile dirlo col senno del poi. Ora tu magari hai tutte le ragioni per odiarci, ma non credere che al nostro posto tu non avresti detto lo stesso "sì". Non essere sicuro che non dirai mai "sì" a proposte anche peggiori. A parziale discolpa, l'Euro a cui dicemmo "sì" a Maastricht era molto diverso da quello che è diventato. Per certi versi era più grande, per altri era più piccolo.

Era più grande perché era parte di un progetto che a quanto pare si è bloccato. Tu ora lo vedi come un matrimonio - e hai ragione - ma noi a quel tempo lo consideravamo più un fidanzamento: l'euro era solo il primo passo. Dopo la politica monetaria sarebbe seguita la politica economica (insomma, era ovvio o no? Come si fa ad avere la stessa valuta e politiche economiche diverse?) Dalla politica economica sarebbe ovviamente seguita la necessità di una politica comune tout court, et voilà: nel giro di vent'anni avremmo avuto la Confederazione Europea, se non proprio gli Stati Uniti. Non poteva che andare a finire così - anche se a ben vedere non c'erano precedenti.

Allo stesso tempo quell'Euro era più piccolo: i contraenti a Maastricht erano appena dodici. E noi contavamo molto di più di un semplice dodicesimo. Eravamo la terza economia, con qualche motivo per crederci ancora l'idolo delle feste: quello irresistibile anche se ha un sacco di magagne da farsi perdonare. Una cosa che davvero non ci aspettavamo era l'allargamento a est. Per forza, era il 1992. Il muro di Berlino era ancora un cantiere, non avevamo nemmeno le cartine aggiornate alle pareti. Per noi la Slovacchia era remota quanto il Tagikistan - occhio, non ti sto dicendo che l'allargamento massiccio del 2004 fu un errore. A quel punto ormai era chiaro che l'est era la frontiera del benessere: se non lo avessimo agganciato noi, ci avrebbero pensato gli americani. Lo si vide con la seconda guerra del Golfo, quando Donald Rumsfeld incassava l'appoggio entusiasta di polacchi e ungheresi e la chiamava la "nuova Europa". Ancora oggi, è la Nato più che la UE a spingere per mettere le bandierine sull'Ucraina. Allargarsi a est era inevitabile, ma il risultato è che il baricentro si è allontanato dal mediterraneo, forse per sempre. Dovevamo capirlo nel '92? Dovevamo immaginare delle alternative?

E dunque caro ventenne, è andata così. L'euro era molto più carino, quando ce lo siamo portati in casa. Va sempre a finire così, probabilmente; ma sei libero di pensare il contrario. Libero di prendertela con me. Se te ne intendi anche solo un minimo, a questo punto sai meglio di me che il referendum di cui oggi parla Grillo, e dopodomani parlerà Salvini, non si può fare. C'è una ragione giuridica (non è previsto dal Trattato) e ce n'è una di buon senso; anche chi andrà a votare per l'uscita dall'Euro non ci penserà due volte a riempire di buoni euro i materassi. Dal momento che la sacrosanta libertà di parola dovrebbe consistere nella libertà di affermare che due più due fa quattro, sarebbe opportuno che da qui in poi Grillo e gli altri anti-euristi fossero obbligati a dichiarare con chiarezza quello che chiedono davvero: non tanto USCIAMO DALL'EURO!, quanto SVALUTIAMO I NOSTRI RISPARMI!, magari anche DIMEZZIAMO I NOSTRI STIPENDI!, dopodiché fatalmente L'ECONOMIA RIPARTIRA', il che effettivamente potrebbe anche darsi: l'economia dopo un disastro riparte sempre. Nel medioevo era una pestilenza, nel Novecento una guerra mondiale, ma non c'è dubbio che in generale non ci sia niente meglio di un bel disastro per far ripartire l'economia.

Se te ne intendi anche solo un minimo, anche questa cosa già la sai, e forse a questo punto avresti anche diritto di decidere se l'opzione ti interessa o no. Che ne dici di una nazione a metà tra l'Europa e il Sud sottosviluppato del mondo, una roba tipo Messico, ma con la doppia valuta stile Cuba? Un posto dove il medico pubblico garantisce un servizio di qualità ma guadagna meno della figliola che la dà ai turisti in cambio di sani bigliettoni europei? È il tuo futuro, chi se non te avrebbe diritto di deciderlo?

Che pretendano invece di deciderlo dei giuggioloni come Grillo, o Casaleggio - gente che negli anni Novanta si sarebbe comprata la fontana di Trevi, e che oggi crede di stamparsela in 3d - ecco, questo è un po' seccante, non trovi.
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Certe mattine uno rischia davvero di svegliarsi a Cinque Stelle. Se dovesse succedere anche a voi, non preoccupatevi. C'è un rimedio imbattibile. Garantito.

Può succedere a chiunque. Magari il giorno prima ha sentito dire a Di Maio che Grillo e Casaleggio si vedranno meno: vuoi vedere che è finita la fase dei guru e degli imbonitori? Sarebbe veramente una buona notizia. Nel frattempo la trattativa sulle riforme si è arenata, com'è destino che si areni qualsiasi cosa si faccia in streaming (ormai credo sia un dato acquisito: chiedere lo streaming è un modo molto lungo e cortese per dirti di no. Come sentirsi dire "sei il mio migliore amico" negli anni '90, ecco, probabilmente oggi le ragazze ti fissano uno streaming). Quello che si è chiarito oltre ogni benevolo dubbio, è che Renzi preferisce fare le riforme con Berlusconi. Un po' perché preferisce davvero Berlusconi, lo trova più affidabile e addomesticabile (non sarebbe il primo a sbagliarsi su entrambe le cose); un po' perché Berlusconi è un'ottima scusa per fare riforme un po'... come definirle? Se diciamo "autoritarie" rischiamo di offendere il Presidente della Repubblica, quindi meglio non usare la parola.

Allora mettiamola così. Tra un annetto o due, quando le riforme saranno a regime, l'Italia rischierà di trovarsi a completa disposizione di qualsiasi padroncino possa permettersi di investire in campagna elettorale il necessario per conquistare neanche il quaranta per cento dei consensi (anche meno se trova dei partner). Tanto basterà a riempire l'unica Camera di nominati che gli dovranno tutto; per eleggere un presidente della Repubblica di suo piacimento, e controllare di conseguenza i due terzi della corte costituzionale che se interpellati potranno testimoniare che la riforma è buona. Tutto questo ovviamente non verrà via gratis; servirà qualche soldino: neppure tanti in questi tempi di disaffezione elettorale.

Certo chi gestirà un vecchio partito senza più finanziamenti o rimborsi pubblici partirà un po' più svantaggiato rispetto a chi, poniamo, sarà riuscito a conservare una concentrazione mediatica. Berlusconi sarà anche finito, ma non si capisce perché dovrebbe finire il berlusconismo - gli interessi che rappresenta non sono scomparsi con una sentenza o una sconfitta elettorale. Magari non succederà: ma dovesse succedere, cosa avranno da dire gli aedi e i cantastorie che oggi sciolgono canti alle illuminate riforme renziane? Probabilmente alzeranno le spalle e diranno: non avevamo scelta, le riforme andavano fatte con Berlusconi. Non c'era alternativa. Cioè, sì, c'era Di Maio in streaming, ma non era un'alternativa. (Continua sull'Unita.it, H1t#241).

Insomma, quando si scopriranno le magagne delle riforme, Berlusconi sarà un ottimo alibi. Benché molte di queste magagne abbiano un sapore decisamente renziano (l’ossessione per l’ubiquità dei sindaci). E di noi cosa sarà? Ci sarà spazio per chi ha continuato a criticare Renzi anche nei giorni del trionfo? Magari no, magari saremo tutti risucchiati nei Cinque Stelle. Se nel frattempo smollassero la Casaleggio Associati eil suo ridicolo marketing 2.0, se diventassero un movimento serio, radicato tra i cittadini… perché no?
Può succedere a tutti: una mattina ci si sveglia e ci si scopre a Cinque Stelle. Poi, come tutte le mattine, si dà un’occhiata a internet…

…Certe mattine uno rischia davvero di svegliarsi a Cinque Stelle. Se vi succede non preoccupatevi. Andatevi a leggere qualche tweet dei Cinque Stelle veri. Vi passa all’istante, garantisco.http://leonardo.blogspot.com
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L'imbarazzante sexy barbecue M5S

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Abbiamo cliccato Beppe Grillo per voi. 

Salve a tutti, bentornati alla saltuaria rubrica che vi mostra cosa c'è davvero nella meravigliosa colonnina destra del sito di Beppe, risparmiandovi dozzine di clic, di stupidi video pubblicitari, di stupidi video nemmeno pubblicitari, eccetera. Visto che il giornalismo sta per morire - Grillo ne è entusiasta - vale la pena di scoprire assieme cosa ci aspetta dopo il funerale: cosa sarebbe l'informazione se rimanesse a gestirla Casaleggio? Ecco qua.



Donne seminude e non solo! Imbarazzi! Davvero incredibile che nessuno ne parli. Ma di cosa? Dunque (clic), pare che nel 2012 il gruppo dirigente del PD di Napoli invece di farsi vedere a Occupy Scampia sia andato a una festa che si chiamava "People party", organizzata da Lorenzo Crea (capo ufficio stampa e portavoce del gruppo regionale del Partito democratico). Si trattava, secondo il sito casaleggiano TzeTzè, di un "party trash con ragazze seminude". Wow. Ce le fa vedere? La tizia sgranata nella foto è forse un assaggio? No. Se clicchi sulla notizia, parte un video sulla Minetti. Giuro. Non è neanche un video in senso stretto, è una famosa intercettazione della Minetti con un fermo immagine della Minetti - seminuda, almeno? No, neanche. Ovviamente la Minetti non è del Pd, non parla né di Scampia né del People Party, insomma "i dettagli" un par di ciufoli. Ché io in linea di massima in questi giorni di vacche magrissime potrei anche capire la necessità di intercettare sempre di più il target dei guardoni annoiati da youporn, e tuttavia mi domando fino a che punto una strategia del genere funzioni: cioè quante volte lo puoi fregare un guardone cliccatore compulsivo? Quante volte gli puoi permettere "ragazze seminude e non solo" e poi mostrargli uno scatto stravisto della Minetti vestita? Quante, prima che ti mandi nel luogo tanto caro ai 5Stelle, Fanculo? Poi sicuramente Casaleggio è un genio della comunicazione e ha capito cose che io no; e tuttavia, boh.


Nei momenti di stanca, quando gli streaming non vanno esattamente come dovrebbero andare, alla Casaleggio la buttano sull'alimentazione. Il modo migliore di curare la tosse è mangiare l'ananas. Cinque volte più efficace. Chi lo dice? Degli studi. Quali studi? Non lo dice. C'è solo il nome di un sito web, molto in fondo, che dice che l'ananas è una fonte di vitamina C: l'avreste mai detto? Vi passo comunque la ricetta che, secondo "gli studi", aiuta a sciogliere il muco nei polmoni: ananas, miele, pepe di cayenna e sale. Sappiatemi dire. (Continua sull'Unita.it, H1t#237). 


Di questo avete probabilmente sentito parlare. L’ostilità di Beppe Grillo ai POS è di vecchia data: due anni fa organizzò persino un sondaggio on line sull’argomento. Vinsero, neanche a farlo apposta, i difensori del contante. “Studiosi e dirigenti della banca centrale tedesca“, scrisse al tempo “dimostrano in modo inconfutabile che, rispetto ai pagamenti elettronici, il contante è: più comodo, più veloce, più accettato, più rispettoso della privacy, più economico, più trasparente“. Ah, se lo dice la Banca Centrale Tedesca…

Come nel caso delle donne seminude, anche stavolta cliccando non arrivi in nessun circo. Non sapremo nemmeno mai da dove è tratta l’immagine in questione. L’articolo di Tzetzè a cui rimanda il link spiega che gli elefanti vengono addestrati con un uncino metallico che fa parecchio male. C’è anche un video dove si vedono – da lontano – elefanti pungolati, ma mai al circo.

Vi può venire il cancro. Maddai. Beh, almeno stavolta nel pezzo di lafucina.it (l’altro sito casaleggiano a cui puntano i link di beppegrillo) c’è la fonte: Cesare Gridelli, oncologo presso l’Ospedale San Giovanni Moscati di Avellino. Ha scritto un libro in cui si spiega che carne e pesce alla brace aumentano il rischio di tumori. Però se mangi frutta e verdura gli antiossidanti riducono l’assimilazione di sostanze tossiche. E vai.

Perché non li chiamano – no, scherzo – ma fino a un certo punto, visto che su Tzetzé la deputata Giulia Sarti ammette “è vero non ci sono arrivati molti inviti“. Ma voi ve n’eravate accorti che avevano smesso di andarci? Io non saprei, non guardo un talk più o meno da quando è cominciato il mondiale. Magari succede anche ai 5stelle, e questo spiegherebbe il mistero.
Anche se in realtà non c’è nessun mistero. Non hanno smesso di andare in tv. Hanno soltanto diradato le presenze perché sono stanchi. “Abbiamo avuto talmente tanto lavoro tra ballottaggi, tra organizzazione di azioni in Parlamento, mille cose [...] Mentre negli altri partiti ci sono persone che fanno esclusivamente quello, magari non vengono in aula tant’è che sono state pure richiamate certe deputate del PD perché andavano sempre in televisione poi al momento del voto in aula non c’erano. Noi facciamo tutto”. Va bene. Nel frattempo mi giunge notizia che a Bruxelles i 17 eurodeputati si porteranno un “gruppo di comunicazione” di 24 elementi, tra cui qualche dipendente della Casaleggio. Chi li pagherà? Non sono un po’ tanti? Ma parliamo piuttosto di cibi velenosi.

È il sale. Ma non faceva bene ai polmoni? Eh, ma fa male alle arterie. “Se assunto in quantità smodate” – grazie al Grillo, anche la tachipirina se ne prendi un chilo ti uccide, un giorno di questi mi aspetto il titolo STA NEL TUO CASSETTO DEI MEDICINALI MA È UN VELENO. Gli antichi greci avevano una parola per questa cosa, credo. E ora siete pronti per la tresca della settimana? Vai col momento Novella2000:

Beccati! In una riunione! Chissà che combinavano. E adesso? Se clicchi arrivi su un video che ti mostra quante auto blu erano parcheggiate su un marciapiede nei pressi di Palazzo Madama il giorno della fiducia, 24 febbraio. E che c’entra? Non si sa. Più in basso ci sono ampie citazioni da un pezzo di Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano. Il succo è che Renzi sapeva che la proposta di riforma del Senato sarebbe passata con la reintroduzione dell’immunità. Interessante – ancorché ovvio – ma noi volevamo le foto di Renzi e della Boschi beccati. E invece niente. Per fortuna che la notizia successiva è una “verità”.

La “verità” di Di Maio consiste in un messaggio da lui pubblicato su facebook che coincide perfettamente con un post di Beppegrillo.it. Dunque, o Di Maio è un autore di Beppegrillo.it (non ci sarebbe niente di male), o è uso copiare pari pari i pezzi di Beppegrillo.it sulla sua bacheca facebook (e anche qui non c’è niente di male). Poi Beppegrillo riprende il pezzo copiato da Beppegrillo e lo chiama “verità di Di Maio”.

Si chiama Chiara Gagnarli e ha firmato un’interrogazione parlamentare per esortare il governo a diffondere l’iniziativa di alcuni supermercati inglesi che hanno tolto snack e caramelle dagli scaffali più vicini alle casse. Per ora la “battaglia” non è neanche una proposta di legge: è un invito a diffondere un’iniziativa. Sacrosanta, per carità. Ne approfitto per segnalare un fatto buffo: i link falsi. Per esempio, in fondo a questa notizia sul sito di Beppe si legge “www.linkiesta.it”: però se clicchi sopra la scritta www.linkiesta.it, non vai sull’inkiesta, bensì su Tzetzè. Si vede che la gente non è poi così entusiasta di cliccare su tzetzè: al punto che bisogna mascherarlo un po’.
Si chiama Marinaleda, è un comune dell’Andalusia di 2600 abitanti. Non è vero che l’affitto sia a 15 euro: con 15 euro al mese la casa è tua – ma devi costruirtela. Non è neanche esattamente vero che tutti guadagnino 47 euro al giorno “non importa quale sia la posizione”: 47 euro è il salario della  Coperativa Humar, che dà comunque lavoro alla maggior parte della popolazione. Fonte Wikipedia, e questo per stasera è tutto.
No, aspetta, c’è un post scriptum. Proprio mentre scrivevo questo pezzo, qualcuno su facebook mi ha segnalato un fotomontaggio di Renzi al volante che contratta con una prostituta (“ma allora é identico a Berlusconi 100%“). Il maldestro tizio che l’ha concepito e postato per ora non sembra essersi reso conto del guaio in cui si è cacciato (“solo gli stupidi come tè non hanno ancora capito che i miei fotomontaggi rispecchiano la realtà“, ecc.). Il suo account è pieno di orrendi fotomontaggi sullo stesso argomento: Renzi-diavolo, Renzi-killer, Renzi al cesso, ecc. ecc. Immagino che Grillo, se interpellato, prenderà le distanze. Ma la responsabilità di aver formato una sottoclasse di web-attivisti isterici, di averli svezzati a vaffanculi e photoshop, è tutta sua. 
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UKIP - sezione Italia

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Settantotto per cento, un plebiscito. Quando giovedì finalmente Beppe Grillo ha chiesto ai suoi grandi elettori di scegliere il gruppo europarlamentare di preferenza, ventitremila hanno indicato la loro preferenza per l'UKIP di Farage - l'opzione sulla quale Grillo si giocava ormai la sua credibilità di leader. Come sempre il bilancio della democrazia interna è piuttosto avvilente: malgrado il Movimento continui a selezionare i suoi grandi elettori col contagocce (soltanto 87.656 iscritti hanno maturato la facoltà di voto) anche qui l'astensione è altissima; più della maggioranza degli aventi diritto non ha votato. L'esclusione dei Verdi Europei dalla competizione, con ragioni più o meno pretestuose, può avere allontanato qualcuno dal voto; e tuttavia quel 78% ci conferma che non c'è un M5S al di fuori di Grillo. È ormai un ricordo la fronda che in passato disattese le sue volontà, votando per esempio l'abolizione del reato di clandestinità, o costringendo il Capo Politico a uno sgraditissimo incontro con Renzi. Il Movimento che riparte dopo la delusione delle europee è più grillino che mai: se a Grillo va a genio l'UKIP di Farage, che UKIP sia. Ma cos'è l'UKIP, alla fine?

Cominciamo da cosa non è: l'UKIP non è un partito fascista, come molti hanno scritto in questi mesi, anche per l'oggettiva difficoltà nel tradurre in italiano un certo tipo di istanze che sono una novità quasi assoluta. Per la verità un nome esiste - sovranismo - ma è molto brutto e il correttore automatico lo segna ancora come un errore. I sovranisti esistono in tutta Europa; partendo da posizioni diverse (l'UKIP per esempio non nasce all'estrema destra, ma da una scissione del partito conservatore) arrivano più o meno allo stesso risultato: il rifiuto del progetto di unificazione europea. Per i sovranisti non è che un complotto cosmopolita ordito dai nemici dei popoli: banche, multinazionali, massoneria, ecc. Bisogna mandarlo a monte, tutti assieme. Se questa è la piattaforma, l'alleanza con Grillo non dovrebbe stupire. Né dovrebbe sorprendere che Paolo Becchi, ideologo del Movimento a fasi alterne, la presenti come una battaglia di sinistra addirittura ("La sfida del futuro è tra sovranità e internazionalismo negativo"), o che un mese prima della consultazione Grillo abbia già fornito all'ufficio stampa dell'UKIP il piedistallo del suo blog, perché in fondo chi meglio dell'UKIP può spiegare ai lettori quanto bravo e buono e non razzista o fascista sia l'UKIP? (continua sull'Unita.it, H1t#235)

Perfino la promozione del blogger Claudio Messora, che lascia l’ufficio Comunicazione M5S a palazzo Madama per Bruxelles, e che a qualche malfidato poteva sembrare una rimozione dopo le imbarazzanti vicende di qualche mese fa, assume un significato diverso; Messora sarà anche una catastrofe con twitter, ma la sua passione per Farage è sincera e relativamente antica – lo intervistò già più di due anni fa, quando in Italia era un perfetto sconosciuto. La storia d’amore tra M5S e UKIP non è insomma un colpo di fulmine: i segni erano nell’aria già da anni, ma forse abbiamo preferito ignorarli nella speranza che il Movimento diventasse più simile a come lo avremmo voluto: più progressista, più ambientalista, più europeo. Magari a un certo punto ha quasi rischiato di esserlo; ma alla lunga ha vinto la tendenza incarnata da Messora: complottismi assortiti e nostalgie d’un mondo che fu, al tempo in cui il Regno Unito era un Impero, e l’Italia… già, l’Italia, che nostalgie dovrebbe nutrire?
In effetti, uno dei motivi per cui il sovranismo ci ha messo molto ad attecchire qui da noi è la mancanza di un nobile passato da proiettare: il benessere drogato dall’inflazione degli anni Ottanta? Il boom degli anni Cinquanta? Più indietro c’è solo il fascismo, ma è una nicchia di mercato già occupata e sfruttata fino alla noia. Nel frattempo persino la Lega si improvvisa sovranista, smette la camicia verde e le pretese scissionistiche e riscopre il tricolore contro l’euroburocrazia. Una virata spettacolare di cui è responsabile Matteo Salvini, che lavorando a Bruxelles per tanto tempo magari ha fiutato l’aria prima dei cerchi magici  padani.
Se Grillo e Salvini hanno qualcosa in comune con Farage, non è il razzismo o un presunto fascismo, ma proprio la nostalgia. Si stava meglio prima. Ovviamente ognuno pensa a un “prima” diverso: Grillo e Salvini sognano il ritorno dell’Età dell’oro della Piccola Media Impresa; Farage immagina un Regno Unito riconvertito all’industria, di nuovo sbuffante carbone e vapore di petrolio dalle sue mille ciminiere. Se queste nostalgie abbiano ancora senso, in un mondo che va verso l’emergenza ambientale globale, è una domanda che va girata ai loro elettori. http://leonardo.blogspot.com
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Renzi e il futuro (dell'umanità)

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Edge of Tomorrow (Doug Liman, 2014)




Emily Blunt è l’”Angelo di Verdun”, e per tutto il film non fai che chiederti: ma perché sbarcate in Normandia se avete già vinto a Verdun? Cioè guardate che non ha senso.


Presidente, mi scusi l'intrusione, per favore non suoni l'allarme che si trova nel cassetto destro della scrivania. Non urli nemmeno, la prego, ho già neutralizzato sia Antonio che Pasquale. Sì, conosco i nomi di battesimo dei corazzieri. Ora se mi lascia raccontare la mia storia - premetto che all'inizio le sembrerà assurda, ma poi vedrà che tutto quadra. Ah, tra cinque secondi squillerà il telefono. È Clio che vuole sapere se pranza con lei. C'è il polpettone. Dica di no, che ha un impegno importante.

Presidente, è il sei novembre 2011, lo spread è alle stelle e lei ha appena ricevuto una telefonata di Silvio Berlusconi che la informa, che ha intenzione di rassegnare le dimissioni. Da qui a un mese Lei scioglierà le Camere. Come posso saperlo? Lo so perché vengo dal futuro. Un futuro possibile, diciamo. In questo futuro, l'Italia è distrutta. È il focolaio di una spaventosa epidemia di influenza che ha già contagiato Europa e Africa. Russia e Cina stanno pianificando di invadere il continente ormai disabitato e spartirsi le risorse, ma non hanno fatto i conti con una mutazione del virus che farà altri miliardi di morti nei loro paesi. Tutto questo - mi creda, la prego - comincia oggi.

Tom legge +eventi! e sta facendo proprio quello che gli
avevo chiesto un anno fa
: un film di fantascienza all'anno
- giocando sempre sulla sua immagine, ormai, di replicante
di sé stesso. Edge of Tomorrow non ha i guizzi artistoidi
di Oblivion, ma ti cattura dal primo minuto all'ultimo
senza mai cadute banali.
Tra qualche giorno Lei scioglierà le Camere e indirà nuove elezioni in febbraio che saranno vinte di misura dal PD di Pierluigi Bersani. Per rassicurare i mercati internazionali, Bersani sarà costretto a misure impopolari. Reintrodurrà l'Ici cambiandone il nome, eccetera. Tutto questo è già ampiamente prevedibile, Presidente; ma quello che non avete previsto è l'ondata di rabbia che incuberà nel Paese e trionferà nelle elezioni del 2016, portando il Movimento di Beppe Grillo al 60% - non cominci a ridere come fa tutte le volte, la prego, la prego, potrei avere una di quelle golia che tiene nella ciotola sul comò? Grazie.

Sarà una vera e propria rivoluzione. Il suo successore, Romano Prodi, verrà messo agli arresti con l'accusa di alto tradimento. I Cinque Stelle - so che adesso sembrano inoffensivi, ma non idea di quanta rabbia incuberanno nei prossimi anni - ci sarà una frangia anarconaturista che prevarrà sulle altre e, non appena al potere, renderà tutti i vaccini facoltativi e non mutuabili. Due anni dopo arriverà dall'Anatolia un virus particolarmente virulento, formato da cellule con una singolare proprietà atomica - quantistica, se solo avessi mai capito cosa significa - non sono io il medico, io sono la cavia del suo esperimento - insomma questi virus riescono a spostarsi nello spazio-tempo - cioè: tutti ci spostiamo nello spazio-tempo, ma loro si muovono in modo, diciamo, meno banale. Questo li rende molto virulenti, perché da lunedì possono contagiarti anche se tu occupi lo stesso spazio il martedì, mi capisce?

Il mio amico dott. Arci è però riuscito a coltivarne un ceppo tutto particolare e me lo ha inoculato. Questo succede tra dieci anni, secondo il vostro calendario. Tremilacinquecentosettantadue anni fa, secondo il mio tempo personale. Deve capire che io, dopo che Arci mi inocula il virus, mi risveglio nel 6 novembre 2011, trovo una scusa, prendo un treno, arrivo qui al Quirinale, e il più delle volte mi faccio ammazzare da Antonio o Pasquale mentre cerco di entrare qui a discutere con lei. Altre volte invece mi prendono vivo, scambiamo due chiacchiere e poi mi ammazzo io per non perdere tempo. È come in un videogioco dove ogni volta devi cominciare da capo... o quel bel film di Tom Cruise, ha presente? No, certo che no, non è ancora uscito. Allora facciamo così: è come il Giorno della Marmotta, con quel bravo attore americano, Bill Murray, che ogni giorno si sveglia nello stesso posto: ecco. Soltanto che io devo salvare l'umanità, tutte le volte, e non ci sono ancora riuscito, e comincio ad avere un'età, capisce?

Tremilaseicento anni, perdio (continua su +eventi!)

Mi affascina il solo fatto che per migliaia di anni non abbiamo mai scritto o letto una sola storia su un loop temporale; poi nel 1993 è uscito Groundhog Day, e da lì in poi la si trova dappertutto, anche negli special natalizi di Paperino. A dire il vero Richard A. Lupoff scrisse un racconto con un loop temporale nel 1973, ma ha rinunciato a fare causa.
Allora, mi creda pure pazzo, ma mi stia ad ascoltare. Chiami Mario Monti. Nel giro di una settimana lo nomini senatore a vita. No, non è lui che salverà l'Italia e il mondo, decisamente no. Ma servirà a prendere tempo. Governerà per un anno, con una squadra di tecnici. Faranno scelte ovviamente impopolari, ma almeno non le caricheranno unicamente sulle spalle del PD. Poi andremo a votare, prima che il Movimento di Grillo abbia il tempo per ottenere la maggioranza assoluta.

Chi vincerà? Ha un'importanza relativa. Posso dirle che ormai le abbiamo provate tutte. Se rivince Berlusconi lo spread schizza a mille, caos, rielezioni, vince Grillo, game over. E io mi risveglio il 6 novembre.

Se vince Bersani, gli mancano comunque i numeri per fare un governo solido. Deve allearsi con Berlusconi in cambio dell'immunità. Dura comunque un paio d'anni e poi caos, rielezioni, Grillo, game over.

Ho anche provato Matteo Renzi. Il sindaco di Firenze, ha presente? Ma certo, ha fatto una leopolda pochi giorni fa, beh, una volta mi sono detto: proviamo. Gli ho fatto vincere le primarie contro Bersani. Poi è andato alle elezioni, ha vinto di poco e ha ottenuto più o meno lo stesso risultato di Bersani: alleanza con Berlusconi, misure impopolari, caos, game over. Le giuro che le ho provate davvero tutte. Sono tremilacinquecentosettant'anni che ci sto provando, capisce?

Ora le spiego la strada più promettente che mi sono aperto fin qui, e per favore non scuota la testa come fa sempre. Ci teniamo Mario Monti per un anno, e poi il Pd vincerà con Bersani, ma di poco, di pochissimo. Infatti dopo più di un mese di trattative lei l'incarico lo darà... non rida... a Enrico Letta. Sì, glielo darà lei, che nel frattempo sarà rieletto presidente - è l'unico modo, mi dispiace - Oh, certo, lei si sente stanco, lei. Vuole sapere come mi sento io dopo tremilaseicento anni?

Alla fine è rimasto un film giapponese - benché non ci sia un solo giapponese nel film - come il romanzo illustrato da cui è tratto: un inno ai kamikaze, a dare la vita per la causa suprema, eccetera. Con un finalino hollywoodiano appiccicato malamente che si può perdonare (Lei ci crede un sacco, ha fatto preparazione atletica sul serio).

Nel frattempo Renzi prosegue la sua scalata al partito, senza neanche partecipare alle elezioni. È l'uomo nuovo, capisce. A fine 2013 vince le primarie, diventa segretario del PD, apre a Berlusconi sulle riforme. Solo in quel momento io e lei lo contattiamo e gli raccontiamo tutta la storia, e lo obblighiamo a sostituire Letta a Palazzo Chigi. Sarà una cosa un po' brusca ma non c'è nessuna alternativa. A fine maggio ci sono le europee e Grillo deve perderle. Quindi Renzi deve vincerle, capisce?

So che ha capito. Questa discussione, l'abbiamo fatta migliaia di volte e mi creda, la conosco meglio di chiunque... come dice?

Cosa succederà dopo che Renzi ha vinto alle europee?

Eh, saperlo.

Vede, non ne ho la minima idea. È una cosa che fin qui non è ancora successa. Mi son detto: proviamo anche questa.

Adesso chiami Mario. No, nell'agenda ha il numero dell'università, ma a quest'ora è al ristorante. Deve chiamarlo al cellulare. Le do il numero. Sì, lo so a memoria.

Edge of Tomorrow è davvero un bel film d'azione con Tom Cruise ed Emily Blunt che sparano a ragni giganti negli esoscheletri. Lo trovate dappertutto: in 2d al Cityplex di Alba (17:00, 19:45, 22:00); al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (15:00, 15:15, 17:30, 18:00, 20:00, 21:00, 22:35); al Fiamma di Cuneo (17:30, 20:00, 22:35); al Multilanghe di Dogliani (17:30, 20:45); ai Portici di Fossano (16:15, 18:30, 21:15); all'Italia di Saluzzo (16:00, 18:00, 20:00, 22:20); al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30); in 3d al Vittoria di Bra (17:30, 21:00). Buona visione!
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Fuori format

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Dunque il M5S ha perso perché è andato in tv o perché non c'è andato abbastanza? I deputati m5s alla Camera (o perlomeno il loro Staff Comunicazione) la pensano in un modo, Casaleggio in un altro. La verità non l'ha in tasca nessuno: invece nel cestino di molti opinionisti che in questi giorni ci hanno spiegato per filo e per segno gli errori di Grillo e i successi di Renzi, ci sono le bozze di articoli in cui venivano illustrati gli errori di Renzo e si salutava la vittoria di Grillo. Materiale buttato giù appena una settimana fa, ora inservibile.

La politica non ha l'aria di una scienza esatta. L'unica evidenza a nostra disposizione però sembra parlar chiaro: quando Grillo si negava alla tv ed espelleva chiunque si esponesse alle telecamere, il MoVimento vinceva. Oggi che Di Battista e Di Maio sono diventati volti televisivi, e Grillo si abbassa persino a comparire a Porta a Porta, il MoVimento cala. Forse non ha tutti i torti Casaleggio, dopotutto: il M5S è nato fuori dai riflettori e in tv non funziona.

Allo stesso tempo, è comprensibile che i parlamentari m5s insistano sulla tv. Anche se per ora il bilancio è negativo, è solo grazie alla tv che i più intraprendenti deputati e senatori a cinque stelle sono usciti dall'anonimato. Non è una questione di vanità, anche se guardando Dibba qualche dubbio viene. Se non vuole continuare a dipendere da Beppe Grillo, e dalla sua non sempre lucida foga oratoria, il M5S deve riuscire a trovare e imporre facce nuove. La Rete, al di là dei proclami, non riesce a selezionare e dare forma a veri e propri personaggi: se oggi Dibba può vantarsi di avere trecentomila amici su facebook, è grazie alla celebrità che si è conquistato mettendosi in favore di telecamera ogni volta che ne ha avuto l'occasione.

La tv ha ancora un ruolo centrale nella creazione del consenso (continua sull'Unita.it): ce lo dimostra l’assiduità con cui anche Renzi si è fatto intervistare negli ultimi giorni della campagna. Lo stesso Berlusconi non si è risparmiato, ma lo specchio televisivo comincia a essere impietoso nei suoi confronti (e dire che è passato appena un anno da quella sua straordinaria calata a Servizio Pubblico). Quanto a Grillo, la sua visita da Vespa forse è stato l’episodio più significativo di quest’ultima campagna elettorale.

È il caso di ricordare che sullo stesso set Berlusconi ha realizzato i suoi exploit più memorabili (il contratto con gli italiani, e quell’indimenticabile “abolirò l’ICI” al termine di un confronto con Prodi). Un successo da Vespa può fare davvero la differenza: Grillo lo sapeva, ed evidentemente quella differenza gli interessava. Porta a Porta poteva essere l’occasione di parlare a un bacino elettorale diverso da quello dei suoi tour di comizi, ma strategicamente cruciale: i moderati delusi da Berlusconi, tentati dall’astensione, incuriositi da Renzi.
Col senno del poi è facile concludere che il tentativo è fallito miseramente, dandoci l’opportunità di misurare l’ingenuità del vecchio attore che riteneva di poter calcare la scena televisiva improvvisando gli stessi numeri da repertorio che porta in giro nei comizi. Un professionista consumato dovrebbe ricordare che tv e piazza funzionano in modi diversi, e che aggirarsi per lo studio gettando i cameraman in confusione crea più ansia che empatia; ma forse questi ultimi tempi il professionista si è consumato più del necessario. Eppure c’è stato un tempo in cui Grillo riusciva a comunicare anche senza urlare: un tempo in cui gli bastava gettare un’occhiata nel silenzio per catturare l’attenzione del telespettatore. Forse, se si fosse un po’ calmato, e avesse risposto alle domande non perfide di Vespa ostentando il suo buon senso con inflessione genovese, qualche voto moderato avrebbe potuto conquistarlo. Molte repliche di Vespa erano inviti in tal senso: siediti, calmati, spiega agli italiani cosa faranno di pratico i tuoi onesti al governo.
Grillo, per quanto fosse probabilmente consapevole  della necessità di smorzare i toni, non è riuscito a controllarsi. Era impossibile non ripensare a quel famoso incontro con Renzi in cui gli bastò sedersi a un tavolo e subire un paio di repliche per andare in confusione. L’embargo tv imposto da Casaleggio fino all’anno scorso forse era anche un sistema per nasconderci la situazione: l’unico vero personaggio televisivo del M5S, in tv non ci riesce più a stare. Gli altri, per quanto volonterosi, non riescono a far sentire la loro diversità in un circo di talk che a ogni personaggio trova subito la sua gabbia. Forse il problema non è tanto se andare in tv o no, ma: cosa ci andiamo a fare? Replicare i vecchi numeri evidentemente non basta: il pubblico da casa ha gusti diversi. Se davvero l’obiettivo è ancora il 51%, Grillo & co. dovranno farci i conti.http://leonardo.blogspot.com
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Palla al centro, Cinquestelle

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Manifesti che funzionano.
Ehi, Cinquestelle, vieni qui.

Vieni qui che non mordo. Ti giuro, non mordo.
Non ti sfotterò neanche.
Non sono quel tipo di persona.
(Quel brutto tipo di persona, lasciami aggiungere).
Non siamo mica al bar, qui; non è mica un derby. Anche se qualcosa in comune c'è; per esempio: ogni volta la palla torna al centro. Sul serio.

Ora, capisco che tu possa prenderla molto male. Fino a ieri avevi uno schema. Riempire le piazze, riempire le urne, mandare tutti a casa. Rapidi, disinvolti.

Adesso questo schema non c'è più, però, Cinquestelle, in alto i cuori: hai perso soltanto uno schema, capito? Niente di veramente indispensabile.

E non hai perso nient'altro.

Queste elezioni, per esempio: credi di averle perse? Non le hai perse.
Se credi di averle perse, è solo colpa dei sondaggi. Non dovevi crederci troppo; e però, un giorno dopo l'altro, continuavano a darti sopra al venticinque... tu non volevi crederci, e intanto ogni giorno spostavi l'asticella un po' più su.

E adesso ti sembra di aver perso. Ma cosa avresti perso, sentiamo: cinque punti immaginari? Non li hai persi, perché non esistevano. Questa era la tua prima elezione europea, e tu hai conquistato il VENTI PER CENTO DEI VOTI. Non credo sia mai successo in Italia. Come non era mai successo che un partito - pardon, un Movimento - al suo esordio alle politiche conquistasse il 25%. Sono numeri eccezionali. Non li aveva mai fatti nessuno.

Non solo, ma anche chi ha vinto ha dovuto copiare da voi. No, diciamo la verità: hanno tutti copiato da voi. Renzi che abolisce province e mette all'asta le auto blu, Berlusconi che vuole imitare Equitalia, Salvini con la sua crociata anti-euro... Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il M5S. Chiunque vinca sta usando le stesse parole, gli stessi argomenti che avete messo in circolazione, voi. C'è poco da sfottere.

Si tratta solo di capire cosa fare ora. La palla è di nuovo al centro, fidati.
Ti sembra che Renzi sia imbattibile? Non è proprio così. Due dati, giusto per il gusto del paradosso.

1) L'unico partito ad aver mai preso più del 40% nel dopoguerra si chiamava Democrazia Cristiana. Solo alle politiche e solo fino agli anni Cinquanta - Renzi nuovo De Gasperi? Eppure...

2) ...sai quanti voti ha preso davvero il Pd di Renzi? Non in percentuale, quante schede elettorali? 11 milioni e 200 mila. Tre milioni più che Bersani, d'accordo. Ma sai quanti ne prese Veltroni nel 2008? Dodici. 

Sai cosa vuol dire? Cinque anni fa, con un milione di voti in più, le elezioni si perdevano.
Oggi tutti lo portano sugli scudi, e quel che ha fatto negli ultimi mesi è sportivamente ammirabile, ma Renzi non è imbattibile. Se non lo era Veltroni - e decisamente non lo era - non lo è neanche lui.

E poi, vuoi che te la dica tutta? Gli avete dato una grossa mano.

Guarda me, per esempio. A me Renzi non è mai stato simpatico, mai. Le sue proposte di legge mi lasciano sgomento e imbarazzato; non si capisce se le abbia scritte un aspirante tiranno o un rimandato in diritto costituzionale. Fidati che non l'avrei mai votato - se non l'avessi ritenuto, a un certo punto, maledettamente necessario.

Ti garantisco che ha rischiato davvero di perdersi il mio nobile voto. Certe mattine mi svegliavo direttamente nell'Altra Europa con Tsipras. Convinto. Ho persino pensato di astenermi. E intanto però cosa facevano i tuoi amici di Movimento?

Ogni mattina venivano a salutarmi: venduto! a casa! Qualsiasi cazzata scrivessi sull'unità: Servo dei servi! leccaculo! succhiasangue! E sai che non esagero. Ho provato anche pazientemente a spiegare che non ero il servo di nessuno, che scrivevo quello che volevo senza ricevere questo gran compenso - cicisbeo, ruffiano, sei morto, sei mooooorto!

E poi... la peste rossa. No, pensaci bene.
Matteo Renzi, la peste rossa.
A quel punto stavano sbroccando, dai, ammettilo.

Negli ultimi giorni volevano pure fare i processi. Esageravano? Insomma. Vedi, io ci sono già passato. Una volta un tribunale del popolo-on-line stabilì che facevo parte di una rete pedofila. Poi si sgonfiò da solo, ma non ti dico la seccatura di avere a che fare con degli attivisti fanatici convinti di poter giudicare chicchessia senza conoscerlo.

Allora, caro Cinquestelle, può darsi che un "leccaculo" alla volta, un "servo" alla volta, io mi sia convinto che Renzi era un male di gran lunga minore. E può darsi che sia successo a molti come me. Quello che sto cercando di dirti è che lo stile inquisitorio-apocalittico oltre al 20% non ci va. Bisognerebbe provare qualcosa di nuovo.

Non ti sto dicendo - come dicono già in molti - di scaricare Beppe, perché è molto più facile da dirsi che da farsi. Se lo prendete di petto quello si scuote e vi fa crollare il tetto addosso: lui v'ha creato, lui può distruggervi. Andrebbe circondato con dolcezza, da persone che gli vogliono bene e gli riconoscono i suoi indubbi meriti, il carisma e l'energia profusa fin qui, ma che gli ricordino che è un megafono, non un cervello. Né lui né l'amico visionario che voleva circondare il Quirinale. Uno vale uno e quei due forse ultimamente si sopravvalutavano un po'.

I comitati dovrebbero coordinarsi senza passare da lui - senza neanche passare dalla piattaforma, che è roba sua e funziona anche male. Senza timori riverenziali nei confronti dei vostri parlamentari, che poi diciamolo, sono dei miracolati. Forse dovreste anche prendere l'iniziativa di registrare un marchio nuovo (ad es. "Associazione Cinquestelle" tutto attaccato), giusto per dissuadere il non-leader dalla scelta di fine di mondo: ritirare quello che ha registrato a nome suo.

E poi niente, caro Cinquestelle, mica posso dirtelo io cosa devi fare. Una cosa però è abbastanza sicura: non c'è molto tempo. Con numeri così, e un Berlusconi in ospizio, Renzi potrebbe anche decidere di riandare subito a elezioni. Prima di dare a voi e a chiunque altro il tempo per riorganizzarsi. Palla al centro, insomma, ma il tempo stringe. Del resto nessuno ti ha mai detto che sarebbe stato facile, no?

Ah, qualcuno te l'aveva detto?

Di Battista?

Senti, devi sapere che una volta, quando non c'era wikipedia, quelli come lui almeno potevano contare su un mestiere quasi onesto: vendevano encliclopedie di carta. Porta a porta. Mestieri che scompaiono. Sì, ma non possiamo mica scaricare tutti i costi sulla collettività, non trovi? Magari a Chiarelettere han bisogno di un rappresentante. Su la testa - se siete riusciti a tenere il 20% con dei tizi così, figurati quando ci metterete gente credibile.
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#HaVintoLui

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In base a un sondaggio che non si può pubblicare, anche perché nessuno lo ha fatto, io credo di potervi comunque annunciare che Beppe Grillo ha vinto - no, il M5S no, non necessariamente. Ma Grillo sì, anche se non si è candidato. Ha vinto lo stesso, nell'unico modo in cui poteva vincere, che è anche il peggiore. Domenica sera chiuderanno i seggi e spoglieranno le schede, tireranno le somme e ci diranno che Renzi è andato bene, anzi benissimo, o che Berlusconi tutto sommato tiene, e la Lega, eccetera eccetera, ma l'unica vittoria se l'è già presa Beppe Grillo.

200 poliziotti in più! che inseguiranno i ladri a piedi.
Se l'è presa nel momento in cui Silvio Berlusconi ha cominciato ad annunciare nei suoi comizi tv che vuole abolire Equitalia: le stesse esatte parole del programmino che Grillo aveva steso nella fase finale della campagna 2013. "Abolire", "equitalia". Se l'è presa nel momento in cui Renzi ci ha informato che a mò di copertura avrebbe abolito le province, o messo le auto blu su ebay, e poi l'ha fatto davvero. O quando ha cominciato a chiamare i suoi critici #gufi e #rosiconi. Se l'è presa quando Matteo Salvini, prima di cedere la sua piccola attività politica a un curatore fallimentare, si è messo a googlare "euro" "COMPLOTTO" "banche" "svegliaaaa!" e ha trasformato la Lega nel partito antieuro. Se l'è presa in quel momento qualsiasi a cavallo tra '13 e '14 in cui tutti i suoi avversari hanno cominciato ad andare a lezione da lui.

Più fiorini per tutti.
Chiunque avrà vinto lunedì, festeggerà con le parole di Beppe. Magari con gli hashtag di Beppe. Vincerà per aver copiato qualche promessa di Beppe, nel tentativo di strappare a Beppe qualche elettore. In base a un sondaggio che non ha nemmeno più importanza fare, Beppe Grillo ha già vinto.

Berlusconi giustizialista, rifletteteci.
A 77 anni quest'uomo riesce ancora a stupire

E non è tutto sommato la cosa peggiore che poteva capitarci: coraggio, se vince Grillo almeno l'Italicum non si farà. Giustamente: una legge così brutta nemmeno Grillo poteva scriverla. Non è uno scherzo: la proposta di legge elettorale del M5S è comunque bruttina, e a tratti assolutamente balorda. Ma decisamente migliore di quell'offesa al senso comune e alla democrazia buttata già da Berlusconi su cui Renzi doveva assolutamente mettere la sua bella faccia. Grillo non vince soltanto perché le parole d'ordine ormai le detta lui; vince anche perché, di fronte a contendenti costretti a scimmiottarlo, finisce per sembrare quasi il più lucido.
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La democrazia in diretta (non funziona)

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Non puoi battere la pancia. 

Fino a qualche mese fa succedeva con Berlusconi, oggi capita con Grillo; ogni volta che il demagogo di turno arriva e fa strame della verità e del buonsenso, il giorno dopo ci tocca lo spettacolo degli avvoltoi sedicenti esperti di comunicazione, che gracchiando c'informano che è tutto inutile: il fact-checking? inutile. La controinformazione? Pura velleità. Tanto #vince lui. Vince, sì, perché dice un sacco di stronzate, certo, ma sa parlare alla pancia degli italiani: quindi è un genio. Berlusconi era un genio, perché prometteva un milione di posti di lavoro o di detassare la prima casa, e la pancia degli italiani questa cosa la capisce; la capisce senza chiederti la copertura o altre cose noiose, cose non da pancia. Allo stesso modo è un genio Grillo, perché se la prende con l'euro, gli stranieri che si comprano le nostre imprese e gli Uffizi di nascosto, i politici in combutta coi banchieri eccetera. Scemenze, indubbiamente; però alla pancia piacciono, e chi siamo noi per opporci alla pancia? No, sul serio, chi siamo? Chi ci paga per opporci?

Lo sconforto sembra cogliere anche i più lucidi: Mario Seminerio riconosce a Grillo il merito di "aver definitivamente rottamato (anzi annichilito, vaporizzato, atomizzato) il concetto di fact checking"; Davide De Luca si interroga se sia etico intervistarlo - e non sa cosa rispondersi. E proprio mentre provo a rispondere per conto mio, mi rimbalza sul monitor il trailer di un'intervista inglese a Berlusconi: pochi secondi in cui B., messo di fronte a una delle cose più stupide che ha detto, non sa come rispondere. Nello stesso silenzio c'è la mia risposta: ci sono tanti motivi per cui il giornalismo anglosassone è migliore del nostro, perché non cominciamo dal più banale? Loro i politici li intervistano il più delle volte in differita. Che differenza fa?

Tutta la differenza del mondo. Solo la differita restituisce al giornalista le sue responsabilità. Solo la differita gli dà il tempo di verificare le informazioni, denunciare le bugie, dare all'intervista un determinato taglio dettato dalla sensibilità di chi fa le domande, e non dal narcisismo di chi sbrodola le sue risposte. Solo in questo caso potrà avvenire, come non è mai avvenuto in un'intervista italiana, che un parolaio consumato come B. si ritrovi a disagio, costretto a difendersi anziché attaccare. La differita impedirebbe ai politici di giocare al fiume in piena, che purtroppo è la strategia di tutti i contendenti italiani davanti alle telecamere: tutti ugualmente "geniali" mentre promettono cose e lanciano slogan a cui il giornalista non può opporre che una smorfia scettica.

Forse la mutazione genetica della politica italiana non è avvenuta tanto in virtù di un referendum o di una riforma elettorale, ma nel momento in cui i politici hanno cominciato a riempire i palinsesti televisivi, un'alternativa economica all'intrattenimento intelligente. L'ossessione per la diretta, con i suoi infortuni, il suo "bello", è un'altra caratteristica della tv italiana: i politici vi si sono prestati con generosità, nella speranza di cavalcare un'onda che invariabilmente travolge i meno populisti. Ed eccoci qui.

Ma supponiamo ottimisticamente che si tratti di una sbornia, destinata a finire prima o poi: che faremo a quel punto? Io me ne accorgo un po' ogni giorno: l'unico giornalismo che ancora m'interessa, che consumerei avidamente persino pagando, ma che molto spesso non riesco a trovare, non è quello che mi offre le notizie (ormai mi arrivano in faccia in tempo reale) ma quello che me le smonta. Mi affascina più il fact-checking che i fatti in sé. L'unica intervista politica che guarderei con interesse è quella rimontata da una redazione il giorno dopo, con la classifica di tutte le bugie che il tizio è riuscito a dire in dieci minuti. Per arrivarci, dobbiamo aspettare che la pancia degli italiani si stanchi dell'ennesimo genio gonfio d'aria. Ammesso che si stanchi mai; che non ne trovi un altro ancora più gonfio degli ultimi due, e così via. Ma ci dev'essere pure un limite all'aria che può entrare - e un modo di farla uscire.
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Grillo, dentiere, algoritmi, cazzate

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Quante balle ha sparato Beppe Grillo ieri sera a Porta a Porta? Difficile contarle; anche perché, come ogni predicatore professionista, sa mescolare con sapienza verità sacrosante e sciocchezze allucinanti. Qui mi soffermo su due proiettili enormi che Vespa, con tutta la sua studiata diffidenza, gli ha lasciato sparare senza opporre la minima obiezione. Il primo è la tirata sulle stampanti 3d, un tormentone dell'ultima tournée a quanto pare. Come ha osservato la settimana scorsa Michele De Salvo, quando parla di stampanti 3d Grillo non sa semplicemente cosa sta dicendo: non solo dà numeri a caso e contrabbanda notizie false, ma smentisce platealmente le sue stesse premesse, passando nel giro di pochi secondi dal lamento per una "crescita che toglie posti di lavoro" all'elogio per uno strumento che, se davvero producesse dentiere e mattoni come sostiene Grillo, i posti di lavoro non li aumenterebbe senz'altro, anzi.



La seconda è una storia più vecchia: il politometro, quel fantasioso strumento che dovrebbe misurare la corruzione dei politici e consentirci di recuperare le risorse di cui si sono impadroniti - prima di rimandarli a casa. Grillo ha spiegato che il sistema è ormai operativo, che si tratta di un algoritmo o qualcosa del genere: in sostanza, ha rispolverato l'antica bufala dello Zip war aiganon, scoperta due anni fa da Francesco Lanza. Si tratta di una delle più impressionanti supercazzole mai inscenate da Grillo per il suo pubblico: come scriveva Davide De Luca un mese fa "Un “algortimo” non può svolgere la funzione indicata da Grillo. I dati che questo “algoritmo” dovrebbe “intersecare” non sono pubblici ed ottenerli è un reato. È impossibile nell’ordinamento di qualunque democrazia espropriare il denaro di qualcuno senza un processo. Altre mille cose non tornano nel video, come il fatto che quando Grillo gira lo schermo del tablet verso la telecamera per mostrare il famoso algoritmo, sul desktop non si vede assolutamente niente". In questi mesi lo Zip war aiganon è diventato in rete un esempio quasi proverbiale della spregiudicatezza con cui Grillo confeziona e vende il nulla: eppure Vespa, lasciando cadere uno spunto così promettente, ha dimostrato di non averne mai sentito parlare (continua sull'Unita.it, H1t#232)

La dentiera 3d e lo Zip war aiganon sono due casi interessanti che dimostrano, purtroppo, il contrario di quel che Grillo stesso propugna in ogni suo intervento: la vittoria del dibattito in Rete contro la propaganda in tv. Fin qui è l’esatto opposto: ogni volta che la tv ce lo mostra mentre dice una cosa falsa, la Rete prontamente accorre a smentirlo, con dovizia di documentazione. E però tutto questo dibattito rimane confinato entro una cerchia ristretta di lettori: il bacino di utenza di Grillo non ne viene minimamente scalfito, e Grillo può continuare a urlare le stesse balle al prossimo comizio, in favore di telecamera. È una lotta ancora impari – e perduta, probabilmente. Ma qui per quel che si può si combatte ancora.

PS: oggi ricorre il 570simo anniversario della morte di Bernardino da Siena, geniale predicatore quattrocentesco che per tante cose sembra anticipare Beppe Grillo. Gli auguriamo una vita ancora lunga e piena di soddisfazioni, come fu quella di Bernardino, e migliaia di altre piazze gremite da incantare. Non ce ne voglia però se nei parlamenti preferiamo mandare gente un po’ meno estrosa, un po’ più preparata.http://leonardo.blogspot.com
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La tentazione democristiana

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Quindi, insomma, Renzi prende atto che il centrosinistra è minoritario (anche la sua versione di molto annacquata) e, mentre a parole sventola una "vocazione maggioritaria", nei fatti si prodiga per trovare la quadra che gli consenta di governare anche se non supererà il tetto del trenta-e-qualcosa per cento dei consensi. Possibilmente senza troppi contrappesi istituzionali, che sono quella cosa noiosa della politica USA che né lui né Veltroni hanno ricavato dalle serie tv: per cui, insomma, il senato è solo un intoppo da sostituire con una parata di amministratori eletti da altri amministratori, eccetera. Tutto questo è pericoloso non solo per Renzi - il quale mi pare animato dalla buona fede talvolta micidiale di certi timonieri e padri della patria - ma soprattutto per chi verrà dopo di lui e non sarà necessariamente altrettanto animato da buone intenzioni.

Questo è il rischio a cui ci espone Renzi e la sua dissennata strategia: ma esistono alternative? Perché bisogna essere abbastanza onesti da ricordare che Renzi non ha vinto la leadership del centrosinistra alla lotteria, ma rilevando la direzione del PD al termine di una serie di tentativi forse meno dissennati, forse più ragionevoli, ma tutti comunque terminati in modo fallimentare. Fallì l'Ulivo del '96 per questioni bertinottiane che è sempre più difficile non confondere con capricci; fallì la gestione D'Alema-Amato, che pure le provò tutte per conquistare quella fetta di elettorato mancante (anche loro ci misero qualche soldo in busta prima delle elezioni, inutilmente). Fallì il nuovo Ulivo decapartitico dopo aver vinto le elezioni per un soffio; fallì la vocazione maggioritaria veltroniana; fallì Bersani che pure fece solo mosse ragionevoli. Siamo in uno di quei momenti della Storia in cui si fa imperatore chiunque passi di lì e abbia un paio di sesterzi da lanciare alla plebe o ai pretoriani; Matteo Renzi i sesterzi li aveva e pare che finalmente i finanziatori siano tutti on line; la sua proposta non pare proprio il massimo, ma ne abbiamo una migliore?

Forse sì.

Non dico che sia la migliore in senso assoluto - non lo è affatto - però è migliore del disastro a cui Renzi e le sue coorti un po' improvvisate stanno attendendo. Peraltro è una proposta molto semplice, lontana dalle macchinosità a cui ci hanno abituato i nostri ultimi riformatori, da Calderoli in giù (Calderoli ci sta facendo una figura da statista, rendiamoci conto). Ed è la proposta - pensate - di Beppe Grillo: torniamo al proporzionale. Ognuno vada alle elezioni con i suoi, ognuno strappi quei due o tre punti che riesce a strappare, e poi?

E poi cosa volete che succeda: quello che già succede adesso. Il PD, sospinto da populismi di segno opposto, si ritroverà al centro del parlamento, non necessariamente maggioritario ma indispensabile a qualsiasi maggioranza: in pratica, la nuova Democrazia Cristiana. E a quel punto sceglierà, come sceglievano i democristiani, se puntare moderatamente verso un populismo più berlusconiano o più grillino: come si diceva? Avanti al Centro contro gli opposti estremismi. All'inizio la comunella con Berlusconi o qualche frammento berlusconiano come il NCD sarà l'opzione più realistica, anche Grillo ci tiene molto a recitare il suo ruolo di predicatore-speaker della minoranza offesa.

(Non mi stanco di notare il paradosso: da una parte c'è un Renzi apparentemente bonario che sta, nei fatti, rottamando le istituzioni democratiche, al punto di rischiare concretamente che Grillo si ritrovi dopo un ballottaggio in maggioranza al parlamento. Dall'altra c'è un Grillo urlatore che, se gratti appena un po' la patina apocalittica, in sostanza ti sta proponendo un accordo ragionevolissimo: non mi fate governare, che non saprei che cazzo fare. Tu e Berlusconi vi pigliate il potere e io mi gestisco il malcontento che ne deriverà. E bisogna pure ringraziare che ci pensa lui e non un Genny La Carogna. Al confronto Grillo è veramente un gentiluomo. Una volta che gli è quasi scappata una marcia su Roma ha fatto dietrofront immediatamente. Ogni sua campagna sembra voler escludere sapientemente qualsiasi possibile attrito con la realtà pratica: impeachment a Napolitano! Referendum consultivo sull'euro! persino quando raccoglie le firme per qualcosa, non si preoccupa di rispettare le scadenze di legge. Se escludi l'audio frastornante dei suoi comizi e rifletti su come il grillismo sia riuscito a incanalare un enorme malcontento in forme di protesta pacifiche e civili, ancorché inconcludenti, ti rendi conto che è il migliore cane da guardia dell'opposizione che una nuova democrazia cristiana potrebbe meritarsi).

Ora io non voglio dire che l'opzione proporzionale sia la mia preferita: ma mi sembra che la Storia soffi da quella parte, perlomeno negli ultimi mesi. Grillo ci terrebbe tanto; anche il PD ne trarrebbe un sicuro beneficio; Berlusconi ne soffrirebbe ma gli resterebbe un margine per contrattare. E allora perché Renzi insiste, perché non cede a un'ancestrale tentazione democristiana? È solo cocciutaggine, o ha capito qualcosa di più?

Diamogli una chance: forse ha capito qualcosa di più. Ovvero, che il sistema tripolare è soltanto transitorio, e che non c'è un vero motivo per cui il PD debba rimanere al centro del quadrante. Anche se non possono allearsi, per motivi in un certo senso personali, Grillo e Berlusconi hanno profonde affinità e parlano a bacini elettorali parzialmente sovrapponibili. Prima o poi uno dei due personaggi ridimensionerà la sua presenza, e il populismo tornerà a occupare un solo polo, a votare un partito, a sventolare una bandiera. Che bandiera sarà? Cosa potrà sintetizzare, stavolta, l'antipolitica e la rivolta fiscale, il leghismo con il salario garantito? A occhio c'è una sola bandiera disponibile, ed è quella antieuropea. Il populismo che verrà non potrà che ritrovarsi nel grande ingorgo dell'antieuropeismo, e a quel punto probabilmente vincerà. Ma nel frattempo, a noi malgrado tutto europeisti, che portabandiera rimane? Matteo Renzi? (continua)
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Crepuscolo dell'antiberlusconi

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È da più di vent'anni che voto; non ricordo di essere mai stato indeciso come stavolta. Vi scrive un tizio che, quand'è stato il momento, ha votato per Rutelli senza trattenere il fiato. Non è insomma un problema di identità, ci tengo a dirlo dopo anni passati a polemizzare con chi concepiva il voto come un modo di esprimere sé stesso nel chiuso della cabina elettorale; io quando ho voglia di esprimermi faccio altre cose, ad esempio scrivo qui. Non ho mai trovato così consolante l'idea che il mio voto non sia che un contributo minuscolo alla Storia, destinato a perdersi tra milioni di altri. Confido che questo mi assolverà da ogni difetto di ragionamento, visto che la ricerca del Meno Peggio (sempre di questo si tratta, alla fine) non ha mai richiesto un algoritmo così complesso.

Che cos'è successo poi di tanto epocale? A occhio, è la prima volta in vent'anni in cui la partita si gioca su un campo triangolare. Cresciuto in un Paese bipolare, ho serie difficoltà a interpretare correttamente il senso di una terza dimensione. Fino a due anni fa il "terzo" era sempre un incomodo, uno che cercava di barcamenarsi al centro (perdendo sempre) o si buttava nell'angolino cercando la solidarietà di chi ha a cuore le specie protette. Ora è tutto diverso: esistono davvero tre poli, quasi equidistanti. Tutti e tre ambiscono all'egemonia, anche se il polo berlusconiano è un po' ammaccato (ma conserva le sue potenzialità). Tutto questo non era facilmente prevedibile fino a due anni fa. Che Grillo potesse ottenere un buon risultato era plausibile; non che riuscisse a mantenere un'identità e un'equidistanza quasi perfetta. Dunque quello a cui abbiamo assistito negli ultimi due anni non è la fine di Berlusconi - che è ancora a galla, e ha probabilmente degli eredi - ma la fine dell'antiberlusconismo.

Quest'ultimo si può definire in tanti modi: in un certo senso è proprio questo il problema, oggi che scopriamo che si trattava di una miscela instabile di tante cose diverse destinate a esplodere e a ritrovarsi in punti molto lontani. All'indomani dell'esplosione mi è più facile capire cosa fosse almeno per me: un orizzonte, una speranza. L'antiberlusconismo era la mia personale risposta alla domanda che da un secolo tormenta i militanti di sinistra: come facciamo a cambiare la società se siamo una minoranza? Ogni generazione ha dato le sue risposte, che accostate possono dare un'impressione di schizofrenia: riformismo, massimalismo, egemonia culturale, fronte antifascista, compromesso storico, eccetera. Ognuno ha aspettato il suo sole, il mio era quello antiberlusconiano. Il ragionamento non mi sembra così campato in aria: se tutto prima o poi finisce, prima o poi sarebbe finito anche Berlusconi; e avrebbe lasciato molti italiani delusi e insoddisfatti. Il che tra l'altro è successo. E così come nel maggio del '45 improvvisamente tutti si ritrovarono antifascisti e partigiani, non mi aspettavo poi gran cosa dagli italiani immaginandomeli, al tramonto di Berlusconi, pronti a salire sul carro di chi B. l'aveva osteggiato sin dall'inizio, e aveva proseguito a osteggiarlo con coerenza. L'antiberlusconismo, nelle mie previsioni, sarebbe stato la molla che avrebbe permesso alla sinistra di raggiungere finalmente una posizione maggioritaria. Una parte cospicua di elettorato - non una fetta grandissima, ma sufficiente - avrebbe riconosciuto alla sinistra la lungimiranza e la coerenza di una decennale, quindecennale, ventennale opposizione a Berlusconi. Anche l'astensione avrebbe giocato una parte importante. Mi sbagliavo, d'accordo, ma perché?

Da una parte bisogna dire che la sinistra non fu proprio quel campione di lungimiranza e coerenza antiberlusconiana che avrei voluto che fosse. E in parte l'insorgenza di Grillo nasce proprio da una frustrazione di questo tipo, così come il Fatto nasce da una costola dell'Unità. Devo dire che per molto tempo ho continuato a considerare il successo di Travaglio come un fenomeno assolutamente accettabile, il giustizialismo come una normale reazione a un potere che depenalizzava il falso in bilancio. Che nella miscela covassero anche spiriti di destra mi sembrava comprensibile e persino promettente: significava che anche a destra qualcuno si rendeva conto di quanto avessimo ragione. È vero che negli ultimi anni intorno all'antiberlusconismo si annusava un'aria greve, si ridesse ostentatamente di vignette e freddure sempre meno divertenti: preferivo non farci caso, così come non mi appassiono ai numeri da circo che ogni partito allestisce in campagna elettorale. Parte della mia illusione nasce dall'ottimismo della volontà: come si può vivere immaginando che dopo Berlusconi possa arrivare persino qualcosa di peggio? Non può piovere sempre. È un po' lo stesso errore che rimprovero a molti militanti di sinistra: siccome il sole non può che sorgere sulle macerie e gli errori del passato, si finisce per tifare macerie e aiutare concretamente chi le produce. Lo stesso esempio del '45, se ci avessi riflettuto meglio, mi avrebbe potuto illustrare come le cose non vadano esattamente così: da un grande disastro non nasce una grande civiltà democratica; al massimo un regime un po' meno imperfetto, un po' più perfettibile. Nei fatti, la crisi di Berlusconi ha lasciato spazio a una formazione ancora più populista, che ha unito la retorica anti-casta a quella berlusconiana dell'oppressione fiscale e burocratica. Il grillismo è una sintesi di Berlusconi e anti-berlusconismo che appena due anni fa ci sembrava impossibile. E poi c'è Renzi.

Renzi non mi è tanto simpatico, ma fosse questo il problema - ripeto: ho votato Rutelli, e sono tuttora contento di averlo fatto; ho votato Veltroni e, se mi ritrovassi in quella stessa situazione, lo rivoterei. Renzi non mi è tanto simpatico, ma è soprattutto il renzismo un fenomeno inquietante. Esso peraltro nasce dalla stessa domanda di cui parlavamo sopra: come facciamo a cambiare la società se siamo una minoranza? Naturalmente possiamo sostenere che abbiamo una vocazione maggioritaria, ma questo non ci regala neanche un cinque per cento in più. E quindi?

E quindi abbassiamo il tetto al 35%. Ovvero: siccome la democrazia non ci premia, eliminiamo la democrazia. Appesi alla contingenza storica per cui i sondaggi, per una volta, ci danno in testa (e però il 50% è lontano), scriviamo una legge che distorca la volontà popolare al punto che è sufficiente spuntarla in una gara a tre per vincere tutto. Il fatto che una proposta del genere ci venga suggerita nientemeno che da Silvio Berlusconi in carne e ossa e pendenze giudiziarie non ci impensierisce: a questo punto dei giochi B. non è che la nostra coscienza sporca. E in effetti poi Renzi si rende conto di averla sparata veramente grossa e riesce a spuntare un 2% di garanzia democratica: il parlamento verrà regalato a chiunque si aggiudichi il 37%. E se nessuno ci arriva, referendum. Renzi è abbastanza sicuro di vincerlo perché ci ha messo in busta 80 euro. Può essere la mossa giusta, ma può anche rivelare una certa ingenuità: cosa sono 80 euro in confronto ai mari e ai monti che i suoi competitor possono promettere? 80 euro solidi in confronto all'abolizione di Equitalia (leggi: abolizione dei debiti) o al referendum sull'Euro (leggi: ci stampiamo i soldi in casa)? Per tacere di tutti gli antipatici intellettuali e rocker pronti a giurare che 80 euro sono una miseria. Dall'altra parte, tuttavia, c'è una folla di militanti e una discreta quantità di politici e intellettuali disposti a credere che 80 euro in busta e un premio di maggioranza al 37% siano una prospettiva democratica e progressista. Ora bisogna averne prese di sberle - e concedo che ne abbiamo prese - per scambiare il premio al 37% per un sole dell'avvenire. Bisogna essere veramente suonati per credere che di fronte alla scelta secca tra Renzi-80-euro e Grillo-aboliamo-Equitalia i berlusconiani sceglieranno gli 80 euro che si sono già spesi tra la pasquetta e il 25 aprile. Insomma non è solo una questione di democrazia; è anche una questione di strategia. Da un punto di vista democratico, la tua legge elettorale è immonda; da un punto di vista strategico, è un disastro. Rischi di perdere tutto anche se mantieni la maggioranza relativa (forse continua).
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Carta Forbice Sasso MatteoRenzi

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Leggendo che per rimontare nei sondaggi a Berlusconi era bastato denigrare un po' i tedeschi, ho sentito in me qualcosa di assolutamente nuovo; una specie di torva soddisfazione. Non mi era mai capitato, ma per la prima volta ho scoperto di tifare un po' per l'orribile B. Non tanto: appena un po'. Non vorrei mai che vincesse le elezioni; ma preferirei che non le perdesse troppo. Cosa mi sta succedendo?

In parte è l'esito di una certa insofferenza nei confronti di chi anche stavolta lo dà per finito - e nel frattempo non si è nemmeno preoccupato di ostacolare la macchina di guerra mediatica che ogni volta, puntualmente, gli regala una rimonta. Il conflitto di interessi che regala a Berlusconi quasi metà dell'offerta televisiva generalista non sarà risolto nemmeno in questa legislatura, ci mancherebbe altro. A chi come me continua a pensare che B. debba gran parte del suo successo alla tv in fondo fa piacere notare che il problema c'è ancora (e ci sarà anche quando B. finalmente si ritirerà: volente o nolente ha degli eredi). Ma non è solo questo. Il fatto è che se Berlusconi recuperasse un po', magari riuscirebbe a levare qualche voto a Grillo. O a Renzi. E mi sorprendo a pensare che forse è meglio così.

In effetti, cosa mi posso aspettare da queste elezioni? Le riforme di Renzi non mi piacciono: le trovo dilettantesche e pasticciate. Non credo che abbia ambizioni autoritarie, ma chi le ha potrebbe in un futuro non remoto trovarsi molto avvantaggiato dalla sua pazza legge elettorale che regalerebbe il parlamento a chi si aggiudica appena il 37% dei seggi. Tutto questo è molto pericoloso e mi porta, certe sere, a invocare la forbice di Grillo. (continua sull'Unita.it, H1t#229)

E tuttavia Grillo, se vincesse davvero, sarebbe persino più pericoloso: il referendum per uscire dall’Euro, per dirne una, è una proposta semplice semplice per creare il caos tra i risparmiatori e accelerare l’apocalisse a cui lui e Casaleggio tengono molto. A quel punto non mi resta da sperare che la forbice grillina sia resa inservibile da un colpo ben assestato del sasso di Berlusconi.
Berlusconi poi non ha più un futuro che non coincida col suo personale: un suo successo non farebbe che allungare l’agonia in cui ha abbandonato l’Italia in questi vent’anni, per cui mi auguro che sia intercettato dalle carte di Renzi – per quanto dilettantesche e pasticciate.
Tra carta, forbice e sasso il gioco va avanti, e non posso dire di tifare davvero nessuno dei tre. Ma spero che perdano un altro po’ di tempo senza combinare niente di grave, in attesa che arrivi qualcosa di meglio. E qualcosa di meglio potrebbe pure arrivare. http://leonardo.blogspot.com


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L'ultimo grillino

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La costola e il fango

Non fosse incazzato per contratto, Grillo potrebbe mostrarsi fiero di quello che sta succedendo; perché sta succedendo anche e soprattutto grazie a lui e grazie ai suoi. È grazie alla lunga campagna sugli F35 che oggi un governo di centro sta riflettendo seriamente su come tagliare gli F35. È grazie a una lunga polemica sui segreti di Stato, condotta anche su beppegrillo.it, che Renzi a un certo punto può decidere di dare un contentino ai complottisti de-secretando qualche archivio. È grazie a una lunga battaglia condotta dal M5S dalla parte di un ceto medio impoverito che Renzi e il suo gruppo dirigente si ritrovano a correre ai ripari con una misura fino a qualche mese fa impensabile - 80 euro in più nelle buste paga dei dipendenti.

Tutte queste cose, che potremmo considerare "di sinistra", il PD non era riuscito a farle, neanche quando Prodi poté contare su una maggioranza: ma anche allora il PD doveva guardare al famoso centro, e adesso no. Adesso la lotta è contro il M5S, e questo spinge il PD a manovrare in una direzione diversa. Quale migliore dimostrazione del fatto che il M5S sia nato da una costola della sinistra, e di come pur restando all'opposizione sia riuscito a impostare l'agenda del governo, conquistandosi una vera e propria egemonia culturale su alcuni argomenti chiave? Quando rivendica orgoglioso una miserevole asta di auto blu, Renzi non è forse assimilabile a un grillino? Quando insiste a predicare il taglio dei rappresentanti nelle province e al senato come la fonte dell'Eldorado, da cui sgorgheranno fondi per coprire qualsiasi misura, non fa Renzi del grillismo dilettante, da grillino dell'ultim'ora qual è? Grillo dovrebbe essere in qualche modo fiero di lui, e forse nel segreto del suo cuore un po' lo è.

Ma è Beppe Grillo, ed è incazzato per contratto: quindi vaffanculo, non basterà tagliare un f35, e non basterebbe tagliarne nemmeno la metà; vaffanculo, gli archivi de-secretati non sono quelli giusti e c'è senz'altro da qualche parte un archivio segreto che non sarà de-secretato mai con tutte le trattative Stato Mafia Bilderberg Rettiliani e Savi di Sion. E gli 80 euro, ovviamente, non risolvono, anzi peggiorano: lo dice il tizio che vorrebbe svalutarci i soldi in tasca. Il M5S sarà pur nato da una costola della sinistra, ma per ultimarlo è stato necessario impastarlo con molto fango di destra; non solo, ma è in quella direzione che Grillo guarda per vincere le sue elezioni; dunque chi se ne frega dei dipendenti, lui sta ancora intonando la sua elegia alla Piccola-E-Media-Impresa.

Nel frattempo si avvicinano le elezioni, con il loro orribile paradosso: se qualcuno ritiene - come me - che le riforme di Renzi siano scritte malissimo, non può che augurarsi un buon risultato del M5S, che le affosserebbe. Il problema è che fin qui la mia condotta elettorale è stata molto semplice: se mi auguravo che un partito ottenesse un buon risultato, votavo quel partito. Ahem.
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Abbiamo cliccato beppegrillo per voi!

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Sarà capitato anche a voi di ritrovarvi su beppegrillo.it per un qualsiasi motivo, anche solo per contare quanti fotomontaggi di Matteo Renzi contiene in questo momento (in questo momento, per esempio, quindici: non sto scherzando, quindici). E sarà capitato anche voi di dare una rapida occhiata alla colonna destra, con quegli strilli caratteristici che non usano mezze misure per titillare la vostra curiosità (guarda cos'è successo! tizio ha distrutto caio! Non abbiamo parole! clicca!) Siccome però il clic conduce quasi sempre ad altri clic che rimandano a una delusione, ho pensato di risparmiare tempo e fatica a molti lettori inaugurando la saltuaria rubrica Abbiamo cliccato beppegrillo per voi: basta leggere qui sotto e saprete tutto quello di cui si parla in questo momento nella colonna destra di beppegrillo.it, senza bisogno di ulteriori clic. Comodo, no?



Clicchiamo e finiamo sul sito casaleggiano Tzetzé. Scopriamo così che un tizio di Termoli ha commentato su facebook un messaggio di Laura Boldrini suggerendo di essere pronto per "fare un macello". "Sono il prossimo che farà qualche pazzia...- ha scritto Felice Ferucci - Orfano da venerdì, senza lavoro da mesi (per assistere la mia mamma) una casa (fortunatamente mia, ma ancora per poco visto che non posso pagare nulla), prossimo ad andare a mangiare alla Caritas, oltretutto iscritto alle categorie protette ma un cazzo niente, in Molise per uno di 43 anni come me, anche se invalido, non c'è possibilità di lavoro..". Il commento si chiude così: "Ora dimmi tu cara Boldrini, secondo te sono prossimo a fare un macello?"

Non potendo saperlo, e non riuscendo a decifrare l'"ironia" e il "sarcasmo" del messaggio, la Boldrini avrebbe segnalato la cosa alla polizia. In realtà no: se si legge la notizia fino all'ultima riga, si scopre che "Laura Boldrini non c'entra, che non è lei e che lei nemmeno legge i commenti"; è la polizia a passare "al setaccio, con l'aiuto di un sistema computerizzato, le migliaia e migliaia di messaggi scritti sulla pagina del presidente della Camera", e a selezionare tra i tanti il messaggio di un tizio di Termoli che - particolare non secondario - ha precedenti penali.  Dunque, insomma, una notizia c'è: la polizia dà un'occhiata a chi commenta i messaggi della presidente della Camera, e magari li incrocia con il casellario giudiziale. Non dovrebbe farlo? Quanto ci costa? Non si potrebbe inserire un dispositivo che ci aiuti a riconoscere l'"ironia" e il "sarcasmo" nel messaggio di un 43enne con precedenti penali che minaccia la presidente di "fare un macello"? Potremmo aprire un dibattito. Ma prima torniamo un attimo allo strillo su beppegrillo.it, per favore. C'è scritto "Pazzesco, Laura Boldrini ha mandato la polizia a casa di un cittadino". È vero? No, se leggi fino in fondo la notizia scopri che no: non è stata la Boldrini.

Il tizio è stato denunciato? È indagato? Tzetzé non ce lo dice. Ah, ha già ripreso a commentare i messaggi della Boldrini.






Vale la pena di notare la par condicio sulle facce buffe: beppegrillo.it non fa sconti a nessuno. Puoi anche essere un eroe del Movimento Cinque Stelle, ma se finisci sulla colonna destra ci finisci con una faccia buffa. Detto questo, cos'è successo a Luigi Di Maio? Ha trovato una spilletta del Movimento Cinque Stelle appesa sopra lo specchietto retrovisore, e ha scattato la foto. Sì, stavate per perdervi questo fondamentale scoop. (Continua sull'Unita.it, H1t#228)




Il celebre attore è ovviamente Ivano Marescotti, vittima della par condicio: aveva una parte non secondaria in una fiction girata due anni fa e andata in onda per la prima volta a pasquetta. Nel frattempo Marescotti si è candidato alle europee (lista Tsipras), e quindi a norma di legge non poteva comparire in tv. Malgrado le sue proteste, la Rai ha mandato in onda una versione della fiction censurata di ogni fotogramma in cui compariva Marescotti. Non si poteva semplicemente mandare in onda la fiction in un altro periodo (chiede l’attore)? In effetti. Ma perché “i 5 stelle avevano ragione”? Perché quello che vale per Marescotti vale anche per Renzi, che voleva giocare alla Partita del Cuore in diretta Rai. Niente da obiettare. Quindi, insomma, per i 5 stelle è stato giusto tagliare le parti di Marescotti? Non è molto chiaro, e in effetti molti commentatori cinquestellati si lamentano della censura. Ma è la par condicio: esattamente la stessa regola che il MoVimento invocava contro Renzi calciatore…







Farà sicuramente molto discutere. Mentana ha annunciato in diretta tv: “Se siete interessati alla Pasquetta, guardate un altro notiziario”. Tutto qui, discutetene (no, in effetti cliccando trovate anche i preziosi commenti di “alcuni utenti su Twitter”).
Io davvero certe volte la strategia di Beppegrillo.it non la capisco. Qui ci sono rivelazioni shock! Il Partito Democratico è finito! Una notizia del genere, invece di stare in cima al sito, è relegata sotto l’annuncio di Mentana che non vuole parlare della pasquetta. Evidentemente per il lettore-tipo di Beppegrillo va tutto bene così: per trovare le rivelazioni shock bisogna prima scavare sotto un po’ di cazzate. Ma veniamo alla rivelazione shock. È una lettera aperta a Matteo Renzi datata 16 aprile – una settimana fa – in cui Francesco Ribaudo, deputato del PD critica aspramente la gestione del PD siciliano, invitando ripetutamente il segretario a non fidarsi del suo referente in Sicilia, Davide Faraone. Shock! La notizia è effettivamente interessante, anche se si trovava già da qualche parte in rete da una settimana (qui su trinacrianews).
L’accusa più circostanziata che Ribaudo rivolge a Faraone (e al presidente della regione Crocetta) è lo stravolgimento delle liste elettorali per le europee, con l’esclusione immotivata di Antonello Cracolici, che era stato votato dall’Assemblea Regionale; un brutto precedente. Questa è la rivelazione shock, e quindi adesso il PD è finito. Ok. Per Beppegrillo, quando un deputato di un partito scrive a un segretario per lamentarsi di come è stata fatta una lista elettorale, il partito finisce; scoppia, implode, evapora, muoiono tutti, roba così. Che possano esistere altre forme di dialettica interna, anche spiacevoli, non è contemplato. Se succedesse una cosa del genere nel M5S… ma non potrebbe succedere, per via che nel M5S un segretario eletto non c’è: c’è un capo politico che ha registrato il marchio e se non sei d’accordo te ne devi andare. In questo modo il partito, pardon, il MoVimento non esplode.

So che non state nella pelle, ebbene, durante la diretta di Otto e Mezza Renato Brunetta ha ricordato a Lilli Gruber di essersi dimessa in anticipo dall’europarlamento. Lilli Gruber si ricordava benissimo dell’episodio (nel 2004 aveva sconfitto Berlusconi nella sua circoscrizione), e ha ammesso senza scomporsi di essersi dimessa, udite udite, sei mesi prima della scadenza naturale del suo mandato, appena in tempo per non percepire l’europensione. Senz’altro non sarebbe stato impossibile trovare una sua foto meno paperesca, ma siamo pur sempre su beppegrillo.it.


Ho visto il filmato per voi e posso tranquillizzarvi: Travaglio non sputa in faccia né ai telespettatori (e perché avrebbe dovuto, poveri telespettatori?) né a nessuno. Travaglio afferma pacatamente che gli italiani che votano 5 stelle “sperano di avere in Parlamento un’opposizione irriducibile fatta di persone che non hanno mai fatto politica e che vanno lì a fare le pulci ai professionisti della politica”; plaude ai giovani pentastellati nei consigli comunali che filmano gli inciuci. Non saprei dire quanti inciuci siano emersi negli ultimi anni grazie ai filmati dei giovani che non hanno mai fatto politica ma che evidentemente sanno fare le pulci, in ogni caso Travaglio la pensa così e lo dice – per ora – senza sputare.

Io non so se sia per imperizia dell’addetto ai fotomontaggi o per qualche astruso calcolo, fatto sta che in questa immagine Grillo è molto più buffo di Renzi – potrebbe benissimo essere un’immagine messa in giro dai comunicatori di Renzi, anche loro non esattamente campioni di raffinatezza. Comunque cliccando si finisce su un altro articolo di Tzetzé, una breve antologia di risposte a un acuminato tweet renziano (“I comici milionari dicono che 80 euro sono una presa in giro. Se provassero a vivere con 1200 euro al mese non lo direbbero“). Il tono più o meno lo dà la prima risposta: “rendendo un salario medioalto ti sei dimenticato cosa significa vivere cn 400 euro al mese. con 80 euro nn ci fai NIENTE!” Si può essere più o meno d’accordo, tranne con chi si lamenta che con 80 euro ci paghi giusto l’idraulico che ti ripara un rubinetto. Hai detto niente. O ti si rompe un rubinetto al mese?







Oddio, povero Travaglio, che ti è successo? Era un attimo fa che eri qui a sputare ai telespettatori. No, è successo che Giuliano Amato ha fatto causa al Fatto Quotidiano: vuole 500.000 euro per “una inspiegabile campagna diffamatoria condotta a decorrere dal settembre 2013 con il pretesto della nomina a giudice della Corte Costituzionale”. E Travaglio? Travaglio, nella colonnina destra, rappresenta il Fatto. Lo incarna. Se succede qualcosa al Fatto, succede a lui.







Cos’avrà mai avuto il coraggio di fare? Luna Berlusconi ha inaugurato due club di Forza Italia in onore di Dudù. Fine della notizia. Sì, stavate per perderla, no, non c’è bisogno di ringraziare.

Agorà (Rai3) ha divulgato un sondaggio Ixé in cui il PD è al 32% e il M5S al 25%. Il Fatto invece ha pubblicato un sondaggio di Scenaripolitici.com in cui la forbice tra PD e M5S è di un punto, anzi mezzo. Tra un mese sapremo quale dei due sondaggi era più imbarazzante. Per ora, l’unica statistica di cui mi fido è quella che mostra come storicamente i sondaggi pre-elettorali in Italia non ci prendano mai. E questo è tutto. Alla prossima. http://leonardo.blogspot.com





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L'anno prossimo a Grillandia

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Buona Pasqua; chissà se arriveremo alla prossima? Nessuno può saperlo, tranne forse Beppe Grillo, che ieri scriveva così:

Tra un anno di Berlusconi rimarrà il ricordo, di Napolitano neppure quello, Renzie sarà ricordato come uno zimbello, come il dito inserito in un buco della diga prima della crepa definitiva, si apriranno finalmente processi come MPS e i nomi della trattativa Stato-mafia saranno espulsi dalle Istituzioni. Nuovi moralisti si stracceranno le vesti.

Nessuna invasione di cavallette, perlomeno fin qui. Va bene, mettiamo un segnalibro: tra un anno, più o meno verso Pasqua, verificheremo cosa sarà rimasto di Berlusconi e Napolitano; a che livello sarà la reputazione di Renzi; a che punto sarà quel processo MPS che nelle fantasie grilline doveva portare alla sbarra tutto il partito democratico e, perlomeno fin qui, non lo ha fatto. E controlleremo quanti "nomi della trattativa Stato-mafia" saranno emersi e conseguentemente espulsi dalle istituzioni.

Grillo non spiega in che modo tutto questo possa succedere; quale sarà la scossa che creerà la "crepa definitiva"? Un successo del M5S alle europee? Non cambierebbe i rapporti di forza in parlamento e non farebbe che rinsaldare l'asse Renzi-Berlusconi. L'esito naturale delle inchieste in corso? La rivoluzione sarebbe in pratica demandata alla magistratura, in cui evidentemente si conserva una fiducia incrollabile. O forse Grillo si aspetta ancora, con impazienza crescente, una catastrofe economica: d'altro canto la profezia, intitolata La frana #franatutto, comincia così: "Non la sentite la frana? Sta venendo giù tutto. Mafie, partiti, corrotti, corruttori, piduisti, lobbisti, banchieri. Sono i detriti della Seconda Repubblica, la parte più infame della Storia d'Italia. Viene giù tutto insieme come in quegli smottamenti improvvisi che travolgono in pochi secondi ponti e strade in apparenza indistruttibili..."

Ok, siamo per essere travolti. A questo punto però è interessante andarsi a leggere cosa scriveva Grillo un anno fa (continua sull'Unita.it, H1t#227)

Non è un’operazione semplicissima: l’indice dell’archivio è uno degli elementi meglio nascosti del suo blog, e magari c’è un motivo. Il 21 aprile di un anno fa Grillo scriveva “Entro alcuni mesi l’economia presenterà il conto finale e sarà amarissimo. Dopo, però, ci aspetta una nuova Italia”. Campa cavallo. A questo punto faccio anch’io la mia previsione: da qui a un anno molte cose cambieranno, ma Grillo sarà ancora in qualche piazza o qualche teatro, e sicuramente sul suo blog, ad annunciare che la fine dei tempi è vicina e un’altra Italia è alle porte. Questione di giorni, di mesi, eccetera.
Il ricorso all’apocalisse non è una novità per un predicatore come Grillo. Semmai un segno di continuità con alcuni maestri rivendicati – su tutti Savonarola. È normale che Grillo spinga su questo pedale, anche perché alla fine è l’unico pedale che ha: come puoi spiegare al tuo popolo e a te stesso che ogni tuo sforzo per creare un movimento politico alternativo si è rivelato perfettamente funzionale alla creazione di un asse stabile tra centrosinistra e centrodestra? Come puoi evadere dal ruolo di spauracchio che ha dato a Renzi e a Berlusconi la scusa migliore per sedersi allo stesso tavolo e dividersi il futuro? In tanti abbiamo sperato che Grillo, e che soprattutto i suoi uomini, riuscissero a evitare il tranello e s’inventassero qualcosa di diverso. Era una speranza sciocca, questa sì decisamente travolta tra la primavera del ’13 e questa. Ora a Grillo non resta che urlare, sempre più forte, che la fine dei tempi è vicina: che tutto sta per crollare; dovesse succedere davvero, dargliene atto sarà l’ultimo dei nostri problemi. http://leonardo.blogspot.com
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Grillo e il segreto dell'ambasciatore

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Bush che non paga il debito di guerra; i server da duecentocinquantamila euro all'anno (temo che qualcuno ci stia facendo la cresta, Beppe); il suo 740 "a zero"; Orellana & co. che hanno in mente i soldi; e chi ha bisogno dei gasdotti russi quando lui ci può prestare un po' dei due kW del suo impianto domestico? Durante l'intervista di Mentana, Grillo ha avuto l'agio di sparare molte sciocchezze, che magari nelle prossime ore qualcuno conterà e dettaglierà. La più interessante però rimane quella che ha già conquistato l'homepage di alcuni quotidiani: c'era un complotto per silurare Bersani dopo le elezioni e Grillo ha le prove. Le "prove" si riassumono in questo: lui e Casaleggio furono invitati dall'ambasciatore inglese a un pranzo in cui, a sorpresa, sarebbe dovuto comparire anche Enrico Letta. Letta era già nell'ambasciata quando Grillo entrò: ecco la prova che i poteri forti internazionali volevano la fine di Bersani. Qui cade la maschera del predicatore che allestisce bufale paranoidi per i gonzi, e riusciamo a dare un'occhiata al tizio che ci sta dietro. Purtroppo è davvero paranoico, non fa finta.

Comunque la giri, la cosa non ha senso. I poteri forti internazionali vogliono Enrico Letta e quindi lo invitano a un lunch con Beppe Grillo, l'arcinemico dei poteri forti internazionali? I poteri forti vogliono Enrico Letta ma si incasinano con l'agendina al punto di invitarlo lo stesso giorno in cui invitano l'arcinemico Beppe Grillo? Io non ho molta confidenza con la politica né interna né estera, ma da un episodio del genere sarei portato a dedurre il contrario: se l'ambasciatore cerca di farti incontrare col vicesegretario del Pd, forse vuole che vi mettiate d'accordo. Forse ha persino ricevuto un ordine, o un consiglio: prova a metterli insieme a un tavolo, hai visto mai che non riescano a superare le rispettive divergenze eccetera. Mi rendo conto che è una deduzione banale, ma se domani m'invitano a pranzo con Paperina, io ne arguisco che vogliono farmi incontrare Paperina. Non che c'è un complotto di Gambadilegno per sostituire Minnie.

Ogni bugia che raccontiamo a noi stessi è l'altra faccia di una verità. Non furono gli inglesi o gli americani a "mandare al massacro" Bersani, e Grillo dentro di sé lo sa: ma è una verità che più delle altre, forse, gli pesa. A un anno di distanza, Bersani è l'unico politico che il Movimento abbia davvero mandato a casa. Risultato: a palazzo Chigi c'è Renzi, con la benedizione di Berlusconi. Non è un bel bilancio. Dio stramaledica gli inglesi.
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Il partito amatoriale

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Sei un sostenitore, un attivista, un portavoce, un affezionato elettore o semplicemente un qualsiasi cittadino o cittadina? Sei un grafico o aspirante tale? Credi come noi nel creative commons, nella libera circolazione e nel libero uso delle idee?
Cerchiamo te.
(http://www.beppegrillo.it/movimento/parlamento/2014/03/contest-grafico-m5s-camera.html)

È possibile che la prima (o la seconda) forza politica in Italia non abbia i soldi per pagare dignitosamente un grafico? È plausibile che un movimento che mobilita migliaia di persone in tutta la penisola, e che in virtù della generosità di attivisti e simpatizzanti può permettersi di rifiutare i rimborsi elettorali, sia costretto per rinnovare la farraginosa grafica del suo sito a varare un "contest" - ovvero a farsi regalare dai concorrenti il materiale riservandosi di "avviare una eventuale collaborazione" col vincitore? ("Tutti i contributi utilizzati saranno considerati ceduti a titolo gratuito": e perché dovreste assumerci, dopo averci saccheggiato?)

Non è possibile. E infatti non è così. I soldi per rifare un sito, per la precisione il "restyling grafico di M5S Montecitorio", ci sarebbero. Se i deputati non vogliono autotassarsi, potrebbero chiederli a Grillo, che dopotutto qualche soldo col blog lo porta a casa; o alla Casaleggio Associati. Il vecchio trucco del contest, già sperimentato da centinaia di enti locali desiderosi di farsi un logo o un sito a costo zero, non è ispirato da semplice tircheria (anche se sullo stereotipo del genovese Grillo ci marcia da una carriera). Il fatto è che il M5S non cerca professionisti, ma dilettanti allo sbaraglio. Ai deputati cinque stelle non serve un bel sito con una grafica accattivante, ma una pagina web sgraziata con fotomontaggi orrendi. Il sito di Beppe è fatto così, ed è di gran lunga il blog più letto in Italia: perché cambiare?

(continua sull'Unità, H1t #223)

È vero che è molto brutto, ma pare che si tratti di una bruttezza funzionale: se fosse più gradevole non avrebbe la stessa forza. Su Rivista Studio un mese fa Roberto Marone definiva la grafica di Beppegrillo.it un “unicum nel panorama della propaganda di tutto l’occidente”:
“un uso spintissimo del fotomontaggio per irridere chiunque e qualsiasi cosa, come un ariete per veicolare qualsiasi messaggio e sminuire qualsiasi avversario. Perfetto, e potentissimo. L’uso di grafiche prodotte da chiunque, e in qualsiasi circolo della penisola, senza alcuna cura, griglia grafica, o criterio di omologazione, in una sorta di “va tutto bene”. [...] È come se tutto fosse consegnato a un’apparente amatorialità, in cui qualsiasi stilema dell’alfabeto visivo si presenta grezzo e lasciato al caso. Una sorta di aggregatore di amateur politico, sgranato ma vero, brutto ma reale. Dove quindi persino l’immagine, solitamente studiata, è dal basso e quindi pericolosamente coincidente con un del basso.
Eppure, nonostante questo, nonostante tutto, è un alfabeto perfettamente riconoscibile, graniticamente identitario, e quindi perfettamente funzionale. Genera appartenenza, visite, condivisioni, e coincide con una propaganda in cui l’a-professionismo è un diritto e il manifesto del mio pensiero è lo stesso manifesto della tua pizzeria. Perché il messaggio è che può fare comunicazione chiunque, può essere della partita chiunque e, quindi, può fare politica chiunque”.
Chiunque può fare politica: chiunque può fare comunicazione (compreso Messora o Casalino, o Nik il Nero: personaggi improbabili, e proprio per questo a loro modo irresistibili), chiunque può fare il restyling di un sito. I professionisti hanno tutto il diritto di risentirsi e protestare. Che senso ha destinare la diaria a un fondo per le piccole e medie imprese, e poi pretendere di non pagare il grafico, che nella maggior parte dei casi è piccola impresa pure lui? Ma è proprio questa contraddizione la forza del M5S: da una parte il rovesciamento del rapporto tra politici e cittadini (“i politici sono nostri dipendenti”), dall’altra la de-professionalizzazione: ai nostri dipendenti non è più richiesta nessuna esperienza o competenza, e guai a chi pensa di far carriera e metter da parte qualcosa.
Qualcuno avrà già scritto che Grillo, a modo suo, non fa che proseguire la tendenza alla precarizzazione delle figure professionali: anche i politici devono diventare CoCoPro, lavoratori a progetto. E abbiamo visto con quanta rapidità sia disposto a licenziarli se non gli servono più. In questo senso, più che lo stereotipo del ligure micragnoso, ha senso rispolverare quello del piccolo imprenditore del nord, sempre arcisicuro della potenza delle sue visioni anche se nel 2014 non capisce l’inglese e il suo sito internet ha la stessa grafica dal 1998. Se fallirà, sarà sempre a causa degli altri: le banche cattive, lo Stato vampiro, eccetera. http://leonardo.blogspot.com
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Tre geni (pure troppi)

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Stasera volevo scrivere un pezzo sull'astuzia di Berlusconi, che appena quattro mesi fa sembrava all'angolo, un pregiudicato ormai fuori dal senato e succube dei falchi del suo partito; e oggi è lo statista che con Renzi ha scritto la legge elettorale, e si trova nella vantaggiosissima situazione di sostenere il governo senza averne l'aria. Ufficialmente è all'opposizione - e non mancherà di farlo presente ai suoi elettori alla prima misura minimamente impopolare; in realtà ha addirittura un ministro nella squadra di governo (Federica Guidi allo sviluppo economico). E la sua influenza rimane forte anche sul Nuovo Centrodestra, un partitino che sa di non avere un futuro oltre la legislatura, se non torna all'ovile del vecchio centrodestra di Arcore. Dividere il partito in due e appoggiare Renzi contro Letta sono state due mosse spregiudicate ed efficaci, che ci hanno restituito il Berlusconi dei tempi migliori; volevo scrivere un pezzo così, ma mi ha preso la tristezza.

Allora ho pensato di scrivere un pezzo sulla furbizia di Matteo Renzi, che prima si è imposto all'attenzione mostrandoci una nuova legge elettorale che sembrava già pronta (e ideale per farlo vincere); poi appena i sondaggi hanno iniziato a dare segnali non buoni, ha cambiato completamente tattica accettando improvvisamente l'offerta berlusconiana di un patto di legislatura. A questo punto la legge elettorale però smetteva di essere una priorità, anzi: tirarla per le lunghe è il sistema più sicuro per assicurarsi che Berlusconi non gli stacchi la spina, visto che probabilmente può. E però ormai la legge elettorale l'aveva promessa, ce l'aveva mostrata, e allora che ti fa? (Continua sull'Unità, H1t#221La taglia in due: la parte sulle Camere si vota subito, la parte sul Senato… con calma, magari nel frattempo si prova ad abolirlo, il Senato. A questo punto la legislatura è davvero blindata: per quanto possano andare bene o male i sondaggi, finché c’è un Senato e la legge elettorale vigente, il PD rimane l’ago della bilancia. Qualsiasi maggioranza uscisse al Senato, avrebbe bisogno del Pd (a meno che Grillo non si mettesse d’accordo con Berlusconi, ma è abbastanza inverosimile). Dividere la legge elettorale in due è una mossa bizantina ma astuta; e mentre la ammiravo, mi ha preso di nuovo la tristezza.

Mal che vada, mi son detto, posso scrivere del genio di Beppe Grillo, che invece di perdere tempo a organizzare un movimento di base, ha lasciato che la base si organizzasse da sé e ha perso una mezza giornata a brevettare il marchio. Adesso può epurare e licenziare chi vuole: la democrazia diretta è tanto bella ma comunque il marchio è suo. E siccome il suo obiettivo è monopolizzare l’opposizione, speculando un po’ sul malcontento popolare, non ha nessuna necessità di tenersi cari i suoi uomini migliori; è l’esatto contrario, può licenziarli tutti e tenersi gli invasati – finché non gli ruberanno la scena, poi licenzierà anche quelli. Nuove leve di signor-nessuno disposti a sobbarcarsi l’incarico parlamentare non gli mancheranno mai; la paga va in gran parte restituita ma il lavoro alla fine non è difficile: si tratta di inveire alla maggioranza mentre la maggioranza fa quel che deve e vuole fare. È il caso di notare che mentre Renzi e Berlusconi a ogni mossa si giocano il destino politico, Grillo può davvero fare quel che gli pare: guadagnare o perdere anche dieci punti in percentuale non gli cambierebbe la vita.
Alla fine ho scritto un pezzo in cui elogio i tre geni della politica italiana, e a questo punto mi coglie il dubbio: se sono tutti e tre tanto astuti; se tutti e tre stanno traendo vantaggio dalla situazione, chi è che invece ci sta rimettendo? Chi è il pollo che siede al loro tavolo? È un pensiero inquietante, ed è ora di coricarsi. Magari evitando di passare davanti a uno specchio. http://leonardo.blogspot.com
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L'esplosione controllata di Grillo

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Ma quindi ci potrebbe essere un'altra maggioranza in parlamento, a centrosinistra, con Sel e coi dissidenti M5s? e lo scopriamo proprio il giorno dopo che Renzi e i suoi ministri di centro hanno giurato? A chi in queste ore si morde le mani pensando a quanto siamo stati vicini a un governo antiberlusconiano, vorrei offrire la parziale consolazione di un ragionamento. Le coincidenze non esistono (quasi mai): difficilmente esiste quella che ha visto nel giro di una settimana Renzi salire a palazzo Chigi e Grillo organizzare l'espulsione di quattro senatori. Niente retroscena, soltanto una manciata di osservazioni alla portata di chiunque:

1. Orellana & co. prima o poi sarebbero stati espulsi. Era prevedibile e previsto da Grillo stesso, addirittura prima delle elezioni dell'anno scorso. "Avremo i nostri Scilipoti", diceva, e calcolava di perderne un 10% per strada. Insomma Grillo sapeva (e Casaleggio sapeva) che prima o poi una crisi del genere ci sarebbe stata. Aveva dunque il vantaggio di poter decidere quando scatenarla.

2. Né Orellana né gli altri tre hanno scritto o detto, in questi giorni, cose particolarmente incriminabili. Gli stessi che giustificano la loro espulsione sostengono che il "fuoco amico" di dichiarazioni contro Grillo o la maggioranza del M5S andava avanti da mesi. E però per mesi non è successo niente. In qualsiasi momento Grillo (o Casaleggio) avrebbe potuto porre il problema sulla piattaforma, isolare qualche dichiarazione più o meno eretica dei quattro dissidenti e organizzare il processo. Per molti mesi Grillo e Casaleggio non l'hanno fatto. Poi una settimana fa Grillo ha fatto il suo numero in streaming con Renzi, e improvvisamente quel che dichiara Orellana diventa insopportabile. Forse Grillo in questo periodo è più nervoso del solito (comprensibile): o forse è semplicemente un pretesto.

3. Il precedente più illustre è quello della sconfessione di Favia e della Salsi. In quel caso Grillo fu ancora più padre-padrone: del resto il simbolo è suo, e decide lui se concederlo o toglierlo. Però è interessante notare la tempistica: Favia soprattutto era già da mesi molto critico nei confronti di Grillo (e di Casaleggio). L'espulsione arrivò tre mesi prima delle elezioni. Anche stavolta. Magari è solo una coincidenza. Senz'altro queste crisi interne sono faticose da gestire, e quindi è meglio evitarle nell'imminenza di una tornata elettorale. Meglio ieri che tra una settimana, insomma. Ma perché non un mese fa, tre mesi, un anno?

Perché un mese fa c'era un governo molto più fragile, con un programma molto meno ambizioso (tirare a campare almeno fino al semestre europeo). Un mese fa, o una settimana fa, una scissione anche piccola all'interno tra i senatori del M5S avrebbe creato una reazione a catena incalcolabile. Una settimana fa, o anche cinque giorni fa, una maggioranza coi transfughi M5S e Sel sarebbe parsa davvero credibile. Oggi no: oggi c'è Renzi con un progetto chiaro e una maggioranza che sembra più stabile. Difficile pensare che mandi all'aria un castello appena messo in piedi per un'avventura incerta in un centrosinistra tutto da inventare. Era un'opzione che Bersani aveva vagliato nell'interminabile marzo dell'anno scorso (il famoso "scouting") e che Grillo ha fatto di tutto per evitare. Ci è riuscito.

Ricapitolando: il caos di questi giorni in seno al M5S non è un incidente. È un'esplosione controllata; Grillo (o Casaleggio) sapevano di doverla provocare prima o poi, per dare più compattezza ai propri gruppi parlamentari e un messaggio forte ad attivisti ed elettori. Hanno aspettato il momento giusto: il primo giorno del governo Renzi.

Conclusioni: magari è ancora un dilettante, e non è in grado di reggere un contraddittorio: ma Grillo è un politico bravo. Ha avuto pazienza (chi se l'aspettava da lui), ha saputo trovare il momento giusto e il pretesto giusto. Bisognerà sempre più tenerlo presente, e separare l'immagine pubblica di pazzo furioso dall'esito concreto delle sue azioni.

(Conclusione ulteriore: l'esito concreto delle sue azioni, fin qui, è la permanenza del centrodestra al governo. È un risultato che difende con le unghie).
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Lo streaming dell'incoscienza

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Caro grillino che vieni spesso qui a commentare: non pretendo di convincerti che l'espulsione dei senatori m5s non allineati non sia stata proprio il massimo della democrazia. Anche perché, diciamolo, il problema della democrazia interna non esiste soltanto nel M5S. Ma caro grillino, prova per una volta a metterti in uno come me. Mettiamo che io sia molto scontento della direzione che sta prendendo il PD, che aveva iniziato a governare coi berlusconiani per far fronte a un'emergenza e adesso ci sta prendendo gusto e punta alla fine della legislatura. Mettiamo che Renzi mi abbia deluso coi suoi voltafaccia, anche se ad essere onesto mi piaceva poco anche prima. Mettiamo che io non condivida né i suoi obiettivi, né i suoi metodi, né le sue giacche: forse sarebbe ora che smettessi di votare il Pd. Bene. Per votare chi?

Mettiamo che una sera io avverta una tentazione all'improvviso: votare il Movimento Cinque Stelle. Perché no? Alle europee, magari, per dare un segnale. O per vedere che combinano. È vero, in passato sono stato molto critico della gestione di Beppe Grillo, ma nel frattempo il movimento è cresciuto, ora finalmente c'è una piattaforma e funziona. E si può sempre dare un'occhiata a quel che fanno, per esempio si sono le riunioni dei gruppi parlamentari in streaming... (continua sull'Unità, H1t#220)

Con questo streaming non ci arrivate, al 51%


Caro grillino, mettiti nei miei panni. Deluso dal Pd, mi connetto alla riunione dell’altra sera per vedere come discutono i parlamentari Cinque Stelle. Capito nel mezzo di una rissa tra gente che dopo un anno di lavoro parlamentare a malapena si conosce. Nessuno ha chiaro cosa abbiano fatto questi quattro per essere espulsi. La maggior parte prende parola per chiedere chiarimenti – non c’era modo di reperire le informazioni sulla piattaforma? Lo streaming ogni tanto si interrompe, e a quel punto molti oratori preferiscono interrompersi perché probabilmente temono che altrimenti nessuno li sentirà, fuori da quella sala: ammesso che qualcuno stia tenendo un verbale, chi se lo leggerà? Se non sei in streaming, non esisti. E lo streaming va e viene – e sì che i mezzi non mancano, non dovrebbero mancare: visto che si tratta della democrazia diretta, forse varrebbe la pena trattenere qualche soldo in più e garantire ai cittadini un servizio più professionale. Purtroppo la professionalità non si addice al M5S: chi fa le cose per bene rischia di sembrare più simile a un politico della ka$ta che a un dilettante eletto dal popolo.
Intanto l’assemblea va avanti. Qualcuno prende la parola e domanda di sospenderla perché è stata convocata senza rispettare il regolamento. Non si capisce perché si debba votare l’espulsione di tutti e quattro i senatori in blocco. Chi è che decide tutte queste cose? Dopo il voto ci sarà una consultazione sulla piattaforma: è prevista dal regolamento? Boh. Non si capisce niente. Che cosa hanno fatto di così terribile i quattro dissidenti, a parte esprimere riserve sul comportamento del portavoce Beppe Grillo? È pur vero che espulsioni e scissioni capitano in tutti i partiti, e non è detto che gli altri siano più democratici del M5S. Però, caro grillino, sii onesto: pensi che il brutto spettacolo di questi giorni possa aver convinto anche solo un indeciso o un deluso del Pd a votare per voi?
Poi a un certo punto si fa sentire il portavoce: e in un italiano confuso spara due o tre palle, una più grossa dell’altra. Le “svariate segnalazioni dal territorio” degli attivisti dei meetup che si sarebbero lamentati con lui perché questi quattro senatori “non si vedevano”, certo. Le accuse di aver tramato per un’alleanza con Letta (???); la misera frecciata sui ventimila euro al mese, l’annuncio di una nuova “battaglia” che dovrebbe giustificare la porcata appena commessa. Il M5S potrebbe anche avere un buon risultato, ma quale sarà l’effetto pratico? Mandare a Bruxelles qualche decina di dilettanti come quelli che si stavano scannando l’altra sera? In ogni caso, tra il 25% delle politiche e il 51% che è l’obiettivo di Grillo, c’è uno scalino enorme. Su quello scalino ci sono milioni di potenziali elettori come me, che in Renzi magari non si riconoscono – ma non basta per convincerci a votare per voi. Ci vuole qualcosa di più. Qualcosa che gli ultimi streaming, vi assicuro, non ci stanno mostrando. E finché non si arriva al 51%, il destino di un M5S anche in crescita è quello di costringere i suoi avversari ad allearsi contro di lui: l’esatto contrario di quello che vorrebbe Grillo, forse (forse invece preferisce così, può sbattere fuori chi gli pare e il risultato non cambia).
Ma anche se un giorno arrivasse al 51%, pensate che a quel punto il parlamento funzionerebbe così? Un’assemblea permanente di sconosciuti che chiedono delucidazioni su un ordine del giorno dettato da Beppe? http://leonardo.blogspot.com
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La lotta tra i grillini e il Movimento

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Tra due fuochi (amici?)

La scenata di Beppe Grillo in streaming, che ha deliziato sia i suoi tifosi che i suoi detrattori più accaniti, forse non è la vera notizia della giornata di ieri. Ieri Berlusconi ha adottato Renzi e Renzi ha promesso una riforma della giustizia a Silvio Berlusconi: forse Grillo avrebbe potuto dare più risalto alla cosa, ma era poco lucido. Tocca comunque parlare dell'isteria di Grillo, un po' perché sul patto Renzi-Berlusconi per ora si può solo speculare, e un po' perché illustra perfettamente le contraddizioni del Movimento Cinque Stelle. Avvertenza: nel mondo in cui sono cresciuto si riteneva che le contraddizioni fossero esplosive. Ogni tanto qualcuno titolava sui giornali di contraddizioni che stavano per esplodere nella DC o nel PCI o altrove, e delle palingenesi che sarebbero scaturite. Oggi è l'opposto, oggi la “contraddizione” è un punto di forza: credo che Berlusconi sia riuscito a tenersi sulla breccia per vent'anni proprio in virtù delle proprie contraddizioni. Allo stesso modo parlare delle contraddizioni del M5S non significa necessariamente indicare i punti deboli del M5S, anzi: proprio come Berlusconi, il M5S funziona anche grazie alla capacità di avvolgere i propri elettori in un contenuto politico che dice tutto e il suo contrario: democrazia e assemblearismo, diritti e giustizialismo, innovazione e reazione, Europa e strapaese.

Un anno esatto fa scrissi un pezzo in cui smontavo il M5S in tre componenti che, a mio parere, potevano dividersi da un momento all'altro: il successo elettorale avrebbe potuto detonarle. Su questo direi che mi sbagliavo: una delle vere notizie del 2013 è proprio la sostanziale tenuta strutturale del M5S: i transfughi sono stati pochissimi. 

Un anno fa distinguevo tra Grillo, il MoVimento e i grillini. Da una parte un leader carismatico, Grillo, portavoce e organizzatore del movimento. Più in basso il cosiddetto MoVimento, un elemento intermedio costituito dagli attivisti del M5S: quelli che partecipavano ai MeetUp e che oggi partecipano alle votazioni on line sulla piattaforma. Grazie alla trasparenza m5s, oggi sappiamo quanti sono: più o meno ottantamila, pochini (ma dovrebbero aumentare parecchio di sei mesi in sei mesi, man mano che si aggiornano i database). Il terzo livello invece è costituito dagli elettori di Grillo: i grillini. Quelli che conoscono il movimento perché conoscono Grillo; lo hanno sentito in tv o in piazza; magari leggono anche il suo blog. Questi sono il venti per cento dell'elettorato – otto milioni di persone. Già un anno fa qualcuno aveva notato che mentre la base grillina si stava ingrandendo a centrodestra, al confluire dei delusi di Lega e Berlusconi, il livello intermedio movimentista continuava a parlare un linguaggio molto più orientato a sinistra. La stessa discrasia la si è notata ogni volta che il MoVimento è stato consultato con una votazione on line: si pensi alla rosa dei candidati delle quirinarie, dalla Gabanelli a Romano Prodi. E poi l'abolizione del reato di clandestinità. Sino a ieri, al combattutissimo referendum consultazioni/sì consultazioni/no. Non che in questo caso la decisione di andare a scambiare un parere con Matteo Renzi sia in un qualche modo “di sinistra”: però rivela una disponibilità a confrontarsi con gli avversari politici che è quasi agli antipodi del grillismo.

C'è il piccolo problema che Grillo non è un rappresentante della volontà del MoVimento: gli altri magari sì, lui è quello che ha messo in piedi la baracca e non c'è nessuna regola statutaria per mandarlo via. Non si può ovviamente costringerlo a fare una cosa che non vuole fare; ovvero, se gli si chiede di andare alle consultazioni, lui ci andrà, ma farà il suo show di dieci minuti compresi di supercazzola sulle “rinnnovabili”, come quelli che vanno all'assemblea di condominio e si attaccano alla prima cosa che gli viene in mente per sbattere la porta. Qualsiasi altro cittadino eletto dal popolo dopo uno sketch così sarebbe da licenziare, ma appunto: i parlamentari del MoVimento sono cittadini eletti dal popolo, lui no. Lui e il suo cerchio magico (Casaleggio, Messora, Casalino e altra varia e raccogliticcia umanità) non sono tenuti a dar conto delle sciocchezze che dicono e scrivono. I parlamentari m5s possono anche esprimere la loro perplessità pubblicamente, ma poi non c'è nient'altro che possano fare: Grillo non può essere sbattuto fuori in nessun modo. Loro, viceversa, potrebbero già essere a fine corsa: non è detto che la legislatura duri ancora molto e non è detto che potranno ricandidarsi (a proposito, chi lo dovrebbe decidere?)

Alla fine il rapporto tra Grillo e il MoVimento è simile a quello dei leader carismatici cresciuti all'interno di un partito, che una volta raggiunta una posizione di potere istituzionale cercano di ridimensionare il potere del partito che ha fatto loro da trampolino. Il primo esempio utile è ovviamente quello di Mussolini e della lotta che condusse nel PNF per isolare i personaggi che minacciavano di metterlo in ombra. Attenzione, non sto dicendo che Grillo è un fascista (per certi versi sì, per altri no, ma non è questo che ci interessa). Sto semplicemente ricordando un esempio che dovrebbe essere familiare a chi ha studiato un po' di Novecento italiano. Con la sua scenata Grillo ha offeso soprattutto gli attivisti del MoVimento che gli avevano chiesto un atto di disponibilità vero nei confronti di Renzi. Grillo può permetterselo, perché il suo vero pubblico non è il MoVimento, ma la massa montante dei grillini, che alle votazioni on line nemmeno partecipano, ma che ieri si sono guardati lo streaming con gusto, condividendolo entusiasti nelle loro bacheche. Grillo lo show l'ha fatto per loro.

La situazione, dopo un anno, non è insomma cambiata di molto: il MoVimento continua a essere un piccolo gruppo di attivisti schiacciati tra un leader populista e un popolo leaderista. Anche se i membri del MoVimento decidessero di sganciarsi da costoro – e la maggior parte degli esponenti non ci pensa nemmeno – non andrebbero da nessuna parte: è Grillo che vince le elezioni, non il MoVimento. Il quale non ha individualità o professionalità tali da renderlo in qualche modo prezioso o insostituibile. Grillo può creare nuovi parlamentari m5s dalle pietre. Come se ne esce?

Un anno fa speravo che la fine dell'embargo televisivo avrebbe cambiato le cose. Immaginavo che molti esponenti del MoVimento, una volta eletti, sarebbero diventate personalità televisive, volti noti in grado di competere con la popolarità declinante di Grillo. Avevo sottovalutato la desolante mediocrità dei cittadini: l'unico che è riuscito a forare il video, Di Battista, è di stretta osservanza grillina. Per il resto Grillo continua a tenerli in pugno, e a usare gli ottantamila come cassa di risonanza.

Stamattina su beppegrillo.it c'è un articoletto ("Fuoco amico?") che prende atto dell'opposizione interna. Più per le cose che dice (riassumibili nel titolo: chi anche solo è perplesso è contro di noi), è interessante chi lo firma: una persona qualsiasi, un grillino a cui viene offerto il quarto d'ora di gloria. Può salire sull'unico pulpito importante, beppegrillo.it, e puntare il dito contro i traditori del MoVimento.

"4 senatori del M5S manifestano perplessità circa il metodo usato da Grillo nel corso del confronto in streaming con un certo Renzi. Chi sono questi 4 senatori? Quanto consenso hanno portato al M5S tutti insieme? Le televisioni di stato riportano lo streaming con tagli mirati ad oscurare la pietosa difficoltà in cui si è trovato il citato Renzi per tutta la durata del confronto. Perché questi 4 signori non denunciano questo comportamento scorretto, lesivo del diritto ad una informazione corretta e lesivo pure della dignità di coloro che conducono certe trasmissioni?" antonio noziglia, genova 

PS: i 4 senatori sono Lorenzo Battista, Fabrizio Bocchino, Francesco Campanella e Luis Alberto Orellana.

La redazione interviene soltanto nel Post-scriptum, per identificare i nemici del popolo. Vincono loro.
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Lord Grillo ha detto stop

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C'è chi dice che siamo alla barbarie. C'è chi ribatte che ci siamo sempre stati. Una delle tendenze più interessanti del blablà mediatico-parlamentare degli ultimi giorni è il tentativo di trovare antecedenti nobili alle scemenze che diciamo o facciamo: ad esempio "Boia chi molla" dovrebbe cambiare del tutto sapore se invece di essere stata pronunciato da un qualunque fascista fosse un motto della Repubblica Partenopea del 1799 - anche se probabilmente non è vero. Il turpiloquio in parlamento diventa accettabile se si riesce a dimostrare che anche Sandro Pertini ha chiamato ai suoi tempi "carogna" e "porco" un presidente di Senato: e tuttavia la fondazione che porta il suo nome nega che sia successo... ma Vito Crimi conferma di avere trovato la citazione in un libro di parolacce parlamentari. Nel frattempo Beppe Grillo è già oltre: ieri salutava i lettori nella sua homepage con un discorso del... 20 aprile 1653. È la celebre sfuriata con cui Oliver Cromwell sciolse quel che restava del parlamento inglese. Direttamente dal sito di Beppe, un documento sempre attuale:
"È tempo per me di fare qualcosa che avrei dovuto fare molto tempo fa: mettere fine alla vostra permanenza in questo posto, che avete disonorato disprezzandone tutte le virtù e profanato con ogni vizio; siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari; scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C'è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l'oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? È rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene del Commonwealth? Voi, sporche prostitute, non avete forse profanato questo sacro luogo, trasformato il tempio del Signore in una tana di lupi con immorali principi e atti malvagi? Siete diventati intollerabilmente odiosi per un'intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l'ingiustizia! Basta! Portate via la vostra chincaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!"
Come quasi tutti i discorsi memorabili, è una ricostruzione a posteriori: non esistono trascrizioni, e a detta dei testimoni, Cromwell parlava a braccio. Secondo alcuni storici fu persino meno diplomatico di così: definì Henry Vane il Giovane un ciarlatano ("jugler"), Henry Martin e Sir Peter Wentworth due magnaccia ("whoremasters"), Thomas Chaloner un ubriacone "drunkard". Non siamo ai livelli dello pseudo-Pertini, ma è pur sempre l'Inghilterra della rivoluzione puritana.

Peraltro a quel punto Cromwell avrebbe potuto dire o fare quel che voleva: i parlamentari stavano davvero lasciando i loro seggi, non perché colpiti al cuore dalle furenti parole del Beppegrillo del Seicento, (continua sull'Unità, H1t#217ma perché nel momento in cui Cromwell si era alzato per interrompere la seduta un plotone di moschettieri era entrato nella sala e li stava circondando. In effetti quella che può sembrare la nobile tirata di un cittadino oppresso da un parlamento corrotto e impresentabile, è viceversa il primo proclama di un dittatore militare insofferente nei confronti di un’assemblea che aveva già purgato l’assemblea di metà degli eletti, e che ancora non riusciva a controllare. Henry Vane stava per far passare una riforma elettorale che avrebbe ridisegnato in modo razionale i distretti e avrebbe reso possibile una consultazione realmente repubblicana. Cromwell non sembrava interessato (“Henry Vane, Henry Vane! Dio mi liberi da Henry Vane!”): irruppe nel parlamento coi moschettieri e invitò i rappresentanti a lasciare il posto a “uomini più onesti”.

Gli “uomini più onesti” si riunirono il quattro luglio. Non ci fu nemmeno bisogno di elezioni: ogni congregazione religiosa mandò una lista di uomini di fiducia al Consiglio di Stato, che si riservò la facoltà di sceglierli. Tra loro c’erano anche i Cinque Corone, o Quintomonarchisti, una corrente fondamentalista che riteneva l’apocalisse imminente. Gesù sarebbe tornato nel 1666, ed era necessario fargli trovare un’Inghilterra perfettamente cristiana. Cromwell, che si riteneva in contatto diretto con Dio, non era del tutto insensibile al messaggio dei quintomonarchisti (ma forse semplicemente si barcamenava tra le correnti come tutti i politici), e salutò l’alba del nuovo parlamento come il “giorno del potere di Gesù Cristo”. Tempo tre mesi e anche questo parlamento di invasati gli venne comunque a noia: tanto da fargli ammettere in privato che ai pazzi di adesso preferiva i servi di prima. Comunque riusciva a manovrarli quanto bastava perché fossero loro stessi a implorarlo di scioglierli: cosa che fece in dicembre; e il Commonwealth inglese finì lì. In italiano suona come “bene comune”; i latini la chiamavano Res Publica. Cromwell era indeciso se farsi incoronare re, e succedere a Carlo I a cui aveva fatto tagliare la testa nel 1649. Un brutto precedente. Alla fine si contentò della carica di Lord Protettore a vita. Convocò e sciolse altri tre parlamenti, e morì cinque anni più tardi: non prima di aver nominato successore il suo primogenito incapace. A quel punto, se doveva essere monarchia, tanto valeva tenersi l’originale (purché fornisse precise garanzie): nel 1660, sette anni dopo il famoso discorso, Londra salutava il ritorno del sovrano legittimo, Carlo II. Costui per vendicare il padre si contentò di alcune teste, tra le quali quella del povero Henry Vale; anche Oliver Cromwell fu decapitato post mortem. Nel 1666 Gesù Cristo non si fece vedere; in compenso a Londra ci fu la peste e il Grande Incendio.
Tutto questo non è che abbia molto a che vedere con Beppe Grillo; lui ha solo citato un brano famoso, copiato e incollato su internet milioni di volte; presente in centinaia di siti e blog diversi, in centinaia di date diverse, ma quasi sempre salutato come “straordinariamente attuale”. Il fatto che lo abbia pronunciato un dittatore feroce, l’imperialista che estese il dominio inglese su Scozia e Irlanda, è a portata di clic; e forse dovrebbe anche far parte del bagaglio culturale di ogni lettore italiano di media cultura. D’altro canto non ha veramente importanza chi fosse e perché parlasse così. Era arrabbiato; ce l’aveva con un parlamento che non si sbrigava a fare quel che voleva lui, ovvero sciogliersi: e questo è tutto quel che importa sapere. Ci vediamo nel 1666. http://leonardo.blogspot.com
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I rinoceronti e i figli dell'Apocalisse

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In questi giorni sto assistendo a due fenomeni abbastanza inquietanti, e mi è venuto in mente che siano due facce dell'unico fenomeno; mi piacerebbe poterne discutere qui, senza litigare.

(Sarà difficile).

Da una parte c'è una discussione sulla legge elettorale che mi sembra arrivata all'ultimo atto dei Rinoceronti di Ionesco, quando ormai sono tutti diventati perlappunto rinoceronti, e gli ultimi umani non si vogliono rassegnare (anche se cominciano a invidiare quel bel grigio corazzato).

All'inizio era un dibattito tra Democrazia e Governabilità; pare che stia vincendo quest'ultima al punto che c'è gente che si meraviglia, maccome, a uno che raccolga il 37% dei suffragi vuoi togliergli il sacrosanto diritto di governare per cinque anni? Di colpo l'orizzonte del 50%+1 viene definito utopico. Nel frattempo Stephen Hawking ha dei dubbi sui buchi neri, ebbene anche l'utopia va ridefinita: non è più un mondo di uguaglianza pace e libertà, ma un posto dove governa chi ha la maggioranza assoluta, cioè senti che brutta parola: assoluta. Non ti fa pizzicare un po' il naso, non senti odore di totalitarismo? Uno che riesce a piacere al 50%+1 del suo corpo elettorale deve avere davvero qualcosa da nascondere. Per dire, non c'è riuscito nemmeno Berlusconi - in realtà non c'è riuscito mai nessuno. Infatti di solito si tira avanti a coalizioni - eh, no, non si può più. Adesso si chiamano "inciuci" e sono orribili, la fonte di ogni male. Voi credevate che il malgoverno degli ultimi anni dipendesse dalla scarsa qualità della classe dirigente berlusconiana? sbagliato, la colpa di tutto è l'inciucio, l'inciucio totale, bisogna evitare l'inciucio e tutto andrà bene.

(Questo paragrafo si può allegramente saltare) La memoria corre ovviamente a Veltroni e alla sua fobia dei cespugli, in parte giustificabile, ma che già in quella fase si stavano raggruppando, sicché sarebbe bastato dare spazio a una federazione verdi-rifondazione per avere una chance. Veltroni preferì perderla, perché era stanco di tutti questi cespugli che impedivano la crescita del vero centrosinistra: piuttosto perdiamo un turno e regaliamo altri cinque anni a Berlusconi ma disboschiamo i cespugli e vedrete. Vedemmo. Una volta disboscato i cespugli, Veltroni non fece più niente: rimase lì con la pompetta del ddt in mano, mezzo intossicato, lo pizzicarono in giugno e convocò una manifestazione in ottobre. Renzi è senz'altro diverso. I want to believe.

I rinoceronti, sono belli, tozzi, puntuti, non li smuovi neanche con l'Europa. Quando gli fai presente che in realtà succede in tutte le democrazie decenti, per dire in Germania si fa la Grosse Koalition e non sembra che se la cavino malaccio; pure in Inghilterra, quel luogo di uninominalisti senzaddio, può succedere che Cameron non abbia abbastanza seggi per governare e debba allearsi coi liberali; è senz'altro increscioso ma alla fine se la maggior parte dei cittadini non ti vuole, non ti vuole: sennò si fa un po' fatica a chiamarla democrazia, no? No. La Germania, dicono, è fatta per i tedeschi; la Gran Bretagna lasciamola agli albionici, noi abbiamo questa diversità mediterranea per cui coalizioni brutto brutto brutto BRUTTO. Deve esserci un uomo solo al comando, e se non ha i numeri dobbiamo trovare un algoritmo per darglieli, 'sti numeri, solo così finalmente sarà libero di lavorare, senza cespugli, senza lacci e lacciuoli, quelli che remano contro, i disfattisti, eccetera.

Insomma forse mi sbagliavo su Renzi, forse non ha fatto scrivere la legge elettorale a Berlusconi per dabbenaggine, ma perché è giusto così; chi se non Berlusconi può rappresentare al meglio questa tendenza rinocerontica? È da vent'anni che si lamenta perché non lo lasciano lavorare, ché se solo potesse avere un consiglio d'amministrazione come lo vuole lui, vedreste che roba, vedreste. E in fondo la cosa ha anche un senso, il tizio è arzillo ma definitivamente sputtanato, può fare fuoco e fiamme ma non dovrebbe potersi ricandidare, al 37% è più facile che ci arrivi Renzi: e se arriva al 37, vuoi non dargli Palazzo Chigi? Ma pure Palazzo Madama in usucapione, tanto il senato 2.0 si farà in videoconferenza.

Questa è la prima tendenza.

La seconda è rappresentata dalle vene sul collo di Grillo, che secondo me non stanno passando un buon momento. Scherzo, il tizio è un attore; se s'incazzasse davvero un decimo di quello che s'incazza per contratto ci avrebbe lasciato da parecchi anni. E però con tutta la sua esperienza Grillo si trova nella situazione dell'insegnante supplente al primo incarico, che appena entrato trova un motivo per incazzarsi, magari un motivo giustissimo, e quindi urla; e però sbaglia il timbro, la frequenza, il volume, cioè urla troppo forte. Il problema di chi urla troppo forte è che da lì in poi non si può salire: hai bruciato le tue cartucce troppo presto. Magari tra dieci minuti qualcuno negli ultimi banchi fa una cazzata veramente seria e tu non hai più voce.

Purtroppo Grillo non fa l'insegnante ma il profeta. Da mesi sta tenendo la sua cerchia allargata (i parlamentari) e quella più estesa (gli attivisti) in una dimensione parallela dove tutti sono nemici, tutti! Sono morti! Ci vogliono morti! Non potete allearvi con nessuno! Non potete fidarvi di nessuno! Sta per venire giù tutto! Quasi un anno così: c'è da stupirsi che sbrocchino? Sono stati fin troppo calmi fino a questo punto, in sostanza vivono in una paranoia quotidiana. Probabilmente a certi livelli avviene una specie di assuefazione, per cui non importa quanto il capo stia abbaiando A casa! Tutti morti!, tu in realtà a Roma ti diverti, è una bella città, qualche soldo riesci a risparmiarlo, magari se nessuno t'inquadra passi pure dalla buvette, ecco, che si può fare per evitare una deriva così? Non resta che urlare ancora più forte A casa! Tutti morti!, ma come fai a gridarlo più forte di così?

Aggiungi la difficoltà a calibrare l'intervento; per cui persino quando potresti avere qualche ragione (sulla ricapitalizzazione di Banca Italia gli hanno riconosciuto qualche ragione pure quelli di Noise from Amerika, decisamente non signoraggisti) non riesci a fare un'ostruzione o una sensibilizzazione efficace, perché questi tizi li hai ridotti a puro istinto, puro impulso: o dormono o urlano. Poi cominciano le ripicche insensate e le battaglie assurde, la Boldrini nemico del popolo, Napolitano traditore eccetera, se c'era spazio per discutere della ricapitalizzazione lo hanno sprecato a sbavare contro i deputati della maggioranza. Di Battista è fuori di sé, tra un po' sfonda porte aperte coi busti di Giolitti e noi subito a pensar male, ma se uno vive tutti i giorni in una dimensione alienata non ha neanche bisogno di sostanze. Cosa faranno domani? Come faranno a urlare più forte di così? Aventino? Bombe carta? E chi lo sa.

Il guaio è che non sono soltanto i parlamentari. Ci sono milioni di persone in Italia che li seguono, che li rivoteranno, che leggono o ascoltano Beppe Grillo e vivono nella stessa dimensione paranoide. Quando Bersani ebbe il malore, ci fu tra mille commentatori chi spiegò che non era in pena per lui perché aveva causato "l'impoverimento di dieci milioni d'italiani". Bersani. E d'altro canto se Bersani è l'unico che sono riusciti a mandare a casa, per gonfiare un po' il risultato non resta che mettere tutto in conto a Bersani. Questi magari al 37% non ci arrivano. Va bene. Potrebbero comunque essere decisivi al tie-break, pardon, ballottaggio. Per favore, non date per scontato che tra Renzi e un berlusconiano scelgano Renzi. Chissà quanti milioni di poveri si scoprirà che ha fatto Renzi da qui a un anno su Beppegrillo.it.

Poi magari un bel giorno anche Grillo esploderà, per quanto consumato attore non può urlare all'infinito. Oppure i grillini si stancheranno dell'eterna apocalisse annunciata. Di solito cosa succede in quei momenti? In certe sette c'è qualcuno che passa col veleno. Oppure le barricate. Probabilmente anche quest'ultima opzione è prevista. In fondo non c'è una sola rivolta negli ultimi dieci anni in Europa e dintorni che abbia avuto l'esito previsto dai rivoltosi (Tunisia?) Peraltro a quel punto l'Italia avrà un Premier libero e forte in grado di fronteggiare qualunque sommossa senza l'intralcio di alleati dubbiosi od oppositori, e che potrà contare sulla benevola attenzione dei media, che si stanno riallineando già.

Quindi.

Quindi, insomma, da una parte si mette per iscritto ormai senza pudore che un terzo degli italiani deve avere diritto su tutto e gli altri nulla; dall'altra l'opposizione si fa sempre meno consapevole, sempre più istintiva, ringhiosa, sbavante. Per adesso comunque è appena un venti per cento.

Ma se la riforma va in porto, diventerà il sessanta per cento.

Magari anche il sessantatré.

Voi pensate che l'Italia possa gestire cinque anni così - pensate che per la stabilità sia sufficiente garantire un numero di seggi, dopodiché per strada possono sbavare finché vogliono. Voi avete in mente cinque anni così.

Nel frattempo potrebbero succedere cose - facciamo degli esempi - qualche fabbrica comincia a ridurre i salari del 40% perché sennò Polonia. L'illuminato premier, senza cespugli che lo ricattino, senza dover temere rappresaglie dei sindacati, senza che i giornali si diano la pena di biasimarlo, non dovrebbe avere realmente molto da eccepire. Qualcuno mormorerebbe, ma nulla che possa intaccare il 37%. Perché l'illuminato premier dovrebbe darsi pena di conquistare voti fuori dal suo necessario 37%? E così via.

Cinque anni così. Il 37 comanda. Il 63, nulla.

Ecco, secondo me non funziona così. A voi sembra stabile? A me, da qui, non sembra stabile. Non è questione di seggi o rappresentanza. È proprio un problema strutturale.
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Boia chi non verifica le fonti

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Contro il citazionismo la mezza età si scaglia.

Ieri alla Camera è successa una cosa di cui forse, in minuscola parte, ho responsabilità anch'io. Che emozione.

Ieri è successo che un tizio alla Camera, affamato di visibilità come solo può essere un "cittadino" m5s con scarse possibilità di rielezione e un biglietto di ritorno già obliterato per l'anonimato, abbia proferito l'osceno motto "Boia chi molla". Non è una cosa che gli è scappata: se l'era preparata, perché immediatamente ha twittato accusando di ignoranza chi gli dava del fascista: infatti se uno legge bene wikipedia "Boia chi molla" non sarebbe un motto di origine fascista ecc. ecc. Come ha testimoniato abbastanza fedelmente Diego Bianchi a Gazebo, in realtà i giornalisti non avevano nemmeno avuto il tempo di reagire.

In seguito ovviamente le reazioni ci sono state, e molti hanno fatto notare la cosiddetta Regola della Svastica, ovvero: benché sia noto ai più che il simbolo ha origini buddiste, indù e ancora più antiche, se lo scrivi su un muro io non penserò che sei un buddista, né un indù. I simboli, i motti, le canzoni, non sono di chi le scrive, ma di chi le rende davvero famose. Se "te ne freghi", non stai citando gli arditi della prima guerra mondiale; se brindi con "eja eja alalà" non sei un raffinato dannunziano che vuole omaggiare l'impresa di Fiume. Stai rispolverando un arnese fascista e ne sei consapevole.

E tuttavia il tizio ci teneva a farci sapere che il motto non è fascista, e a tal scopo linkava wikipedia. Voglio sperare che sia una delle ultime volte in cui linkare wikipedia in pubblico sarà considerato un gesto d'avanguardia: guardate che sulle pagine di wikipedia ci vanno anche i bambini. Da qui in poi wikipedia dovrebbe essere considerata un po' il minimo sindacale della cultura generale, la cosa che non si linka più perché si dà per scontata.

Inoltre le informazioni su "Boia chi molla" presenti in wikipedia sono abbastanza insoddisfacenti e... potrei averle inserite io. Non sono sicuro, giuro. Tanti anni fa, quando avevo tempo libero (e mi ero preso una mezza vacanza dal blog), mi era cresciuta un'insana passione per i modi di dire - che era anche un modo per combatterli dentro di me. Pensavo che Wikipedia fosse l'ambiente più adatto per discuterne e catalogarli, anche se si tratta a ben vedere di un catalogo impossibile - ma Wikipedia in sé è impossibile. Così cominciai ad accumulare informazioni che finirono nel Glossario delle frasi fatte. Ci tengo a dire che tutto questo succedeva parecchi anni fa (2005), perché il mio lavoro fu tutt'altro che scrupoloso, ma a quei tempi se infilavi delle informazioni su it.wikipedia senza citare le fonti non ti prendevano ancora, e giustamente, a calci. In mezzo a tutta quella roba forse infilai anche "Boia chi molla". Non ne sono sicurissimo - so che c'era già una pagina sui motti fascisti - in ogni caso incappai nella frase e la misi lì, dove adesso non c'è. In compenso qualcuno (che oggi risulta "Bannato") la estrapolò e ne fece una paginetta autonoma, che con qualche variazione è la stessa che ha citato il cittadino m5s ieri.

Quella pagina continua ad affermare che l'espressione sia stata coniata durante la brevissima Repubblica Partenopea del 1799, e che sia stata usata a decenni e centinaia di chilometri di distanza, durante le Cinque Giornate di Milano. Ma la fonte? A un certo punto qualcuno ha trovato anche una fonte. Un articolo su Repubblica di Elena Stancarelli che parla di Eleonora Pimentel, la quale "si dice, coniò in quella occasione lo slogan". Purtroppo il tempo è passato, e oggi su wikipedia giustamente non si può più scrivere "si dice". Ma si può ancora linkare una fonte che dice "si dice"?

Passano altri anni, a Buffon a un certo punto scappa detta la stessa cazzata, e nessuno si prende la briga di controllare chi abbia realmente sentito dire alla raffinata Eleonora Pimentel "Boia chi molla". Tanto c'è wikipedia, no? Ecco, è un po' come quando Isidoro di Siviglia prendeva appunti rapidi rapidi perché doveva riassumere lo scibile umano in poche migliaia di pagine e poi arrivano i secoli bui, la pergamena costa cara e tutti si mettono a raschiare via i testi antichi, tanto c'è Isidoro di Siviglia che ha già scritto tutto. Allo stesso modo, un "si dice" su wikipedia sta diventando una verità incontestabile, ora anche diffusa in parlamento - e non mi stupirei se la stessa Stancarelli in buona fede avesse preso la notizia da wikipedia, creando un corto circuito auto-alimentante: wiki ha ragione perché ha una fonte, la fonte ha ragione perché l'ha letto su wiki.

Io nel frattempo mi diverto con le teorie del complotto, per esempio: chi avrebbe avuto interesse a mettere in giro la storia che "Boia chi molla" non era un motto di origine fascista? L'identikit del tizio prevede che abbia molta voglia di dire "Boia chi molla" (quindi un background fascio) e una certa insofferenza per il fascismo. Questo ci porta a due possibilità.

1. La destra evoliana, che cercava di allontanarsi dall'MSI, e allo stesso tempo continuava a scaldarsi con la stessa retorica: può darsi che qualcuno in qualche nucleo armato abbia sollevato un'obiezione (basta con boia chi molla, è roba nostalgica), e qualcuno si sia inventato un mito di fondazione per superarla (macché dici, è un archetipo! si diceva così a Napoli nel '99!)

2. Un problema di coscienza allo stadio. Da qualche parte, in qualche curva, una frangia di sinistra può avere avuto delle difficoltà a giustificare il fatto di divertirsi a intonare un motto così, e può avere inventato lo stesso mito di fondazione. E tuttavia doveva trattarsi d'una frangia abbastanza erudita, voglio dire, Eleonora Pimentel Fonseca, mica Tarzan. Per cui forse la prima ipotesi è più convincente.

La scelta di Napoli come luogo natale depone a favore di un'origine meridionale; l'idea che lo stesso motto appaia misteriosamente a Milano cinquant'anni dopo appare un tentativo di riequilibrare la storia.

Poi magari stamattina qualcuno ha scritto un pezzo meraviglioso in cui si citano quindici libri edizione Laterza che dimostrano inoppugnabilmente come Eleonora Pimentel motivasse i partenopei sibilando Boia chi Molla e Chi s'astiene dalla lotta è un gran figlio di *******, e io me lo sono perso: nel qual caso sareste molto gentili a segnalarmelo.

Update: dopo anni di attesa, grazie al prezioso contributo di Cragno, abbiamo finalmente una fonte che non dice "si dice": è il saggio Mondadori Le frasi celebri nella storia d'Italia di Antonello Capurso. Purtroppo è uscito nel 2012, e da quel che ho capito non cita le fonti, per cui... potrebbe aver recuperato l'informazione su it.wikipedia. E siamo daccapo. Però grazie Cragno.
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Attento con quell'asse, Matteo Renzi

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Ormai non se lo ricorda più nessuno, ma il primo programma politico condiviso on line non lo produsse il M5S, bensì lo staff di Matteo Renzi. Ancor prima delle artigianali piattaforme on line di Grillo, ci fu il "wikiprogramma" lanciato alla prima Leopolda, che nei fatti non era un wiki e non lo diventò mai - dettagli. Sono passati più di due anni, e siamo tutti in attesa di conoscere i termini della legge elettorale che Renzi e Berlusconi hanno deciso per noi. Nemmeno Enrico Letta ne sa di più; Renzi con una battuta ha detto che per sapere qualcosa dovrà chiedere a zio Gianni - insomma, per ora il grande vecchio di Forza Italia conosce più dettagli del presidente del consiglio che è compagno di partito di Renzi. Che dire: meno male che io a questa cosa della democrazia-diretta-on-line non ci ho mai voluto credere, sennò sarei parecchio deluso.

I renziani invece molto delusi non sembrano; si vede che non ci avevano creduto molto nemmeno loro. Meglio così, lasciamo questi specchietti alle allodole grilline e facciamo finta di essere uomini di mondo. È abbastanza chiaro che dovesse finire così: in una situazione di stallo a tre, vincono i primi due che si mettono d'accordo su una legge per fregare il terzo. Se avevamo nutrito qualche illusione che tra i primi due non ci fosse Berlusconi, la caparbietà con la quale Grillo ha escluso i suoi da ogni trattativa ce le stroncò nella culla in primavera. D'altro canto per quale motivo al mondo Grillo dovrebbe fare l'unica mossa che non gli conviene? Occorre sempre ricordare il suo vantaggio sui due avversari: lui non ha bisogno di vincere. Che prenda più o meno del 25%, il suo core business è l'opposizione ringhiosa: quaranta deputati più o in meno non gli cambiano più di tanto la situazione, anzi, meno sono e meglio si controllano. Alla fine dei conti il suo ruolo è perfettamente complementare a quello degli altri due. Quello tripolarismo che ci sembrava così precario in febbraio sta rivelando un insolito equilibrio, e non è detto che nuove elezioni non lo confermino. È chiaro che sia Renzi che Berlusconi vorrebbero aggiudicarsi un super-premio di maggioranza e governare da soli, ma è abbastanza possibile che si ritrovino di nuovo a convivere al governo col terzo soddisfatto che abbaia. Spero come sempre di sbagliare, ma se una cosa conviene a tutte le parti in gioco, perché non dovrebbe accadere?

Tutto ampiamente prevedibile, tranne i dettagli: l'oltraggiosa liturgia di Berlusconi nella tana del nemico... (continua sull'Unita.it, H1t#215).  Fino a qualche mese fa lo avremmo considerato l’ennesimo errore tattico di una segreteria PD. Adesso però c’è Renzi e non ha senso prendersela con lui: una sbruffonata così è perfettamente nel suo stile. A gli elettori del PD che lo hanno voluto segretario non era dato sapere, in dicembre, se avrebbe sostenuto Letta o se lo avrebbe impallinato; l’unica cosa sicura era lo stile-Renzi, dal protagonismo in similpelle alla tendenza a conferire con Berlusconi tête-à-tête; e lo stile-Renzi ha vinto su tutte le obiezioni col 73%.
Ora sappiamo che Renzi manterrà in vita il governo Letta, per un anno almeno. Dovrà difenderlo, qualsiasi cosa accada – e di cose ne stanno accadendo: alcune magari sono sciocchezze pompate dai media, ma se i media si comportano così non si capisce perché dovrebbero cambiare atteggiamento da qui a un anno. Nel frattempo dovrà difendere Berlusconi mentre riscrive diversi articoli della Costituzione con lui. Questo significa, a spanne, seppellire qualsiasi possibile intervento sul conflitto d’interessi, un argomento a cui Renzi non è mai stato appassionato. Sarà un anno molto lungo, e Renzi deve gran parte del suo successo al fatto di essere un uomo nuovo: tra un anno lo sarà molto meno. E a quel punto magari si voterà, con un sistema elettorale che Berlusconi ha potuto scegliere con comodo. Con la Mediaset tutta ancora saldamente nelle mani del presidente di Forza Italia. Ok, siamo uomini di mondo, se Renzi ha offerto tutto questo a Berlusconi, avrà senz’altro ottenuto qualcosa in cambio. Qualcosa che al momento ci sfugge: la Lega su un piatto d’argento? Briciole. La benevolenza della stampa berlusconiana? Sai che roba – e poi durerà solo finché lo vuole il padrone. La stabilità? Ma non era venuto a rottamare? E quali garanzie hai di vincere tra un anno quello che temi evidentemente di non portare a casa in maggio col Mattarellum?
Spero di sbagliarmi. Davvero. Ma c’è solo una persona in Italia che può ficcarsi in una situazione del genere e credere di spuntarla con le sue sole forze, e gli elettori del PD lo hanno voluto a guida del PD. Forse era inevitabile, ma è inutile prendersela con lui. http://leonardo.blogspot.com
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La democrazia dalle 10 alle 17.

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Oggi i senatori a 5 stelle voteranno in aula a favore dell'abrogazione del reato di clandestinità. È una scelta abbastanza coraggiosa e sorprendente (anche se l'emendamento lo avevano presentato proprio due di loro: ma Grillo non era stato molto contento). Per quel che mi riguarda, è anche la scelta giusta. E tuttavia il mio pensiero va agli iscritti del movimento a tutto il 30 giugno 2013, che ieri sera rincasando dal lavoro hanno dato un'occhiata al mondo su internet e in pochi secondi hanno scoperto che:

1. Il loro MoVimento aveva indetto una "votazione online sul reato di clandestinità", aperta anche a loro, proprio per decidere cosa far votare ai senatori m5s oggi. Chi l'aveva decisa? Grillo? Casaleggio? L'intelligenza collettiva del portale? Mistero.
2. La votazione era già conclusa. Si era potuto votare dalle dieci del mattino alle cinque della sera. Chi è arrivato tardi (il 69% degli aventi diritto) è da considerarsi astenuto.
3. Avevano vinto gli abrogazionisti, con il 31% dei voti degli aventi diritto (24.932 su 80.383). I favorevoli al mantenimento del reato di clandestinità che sono riusciti a votare entro le cinque sono appena 9.093 (l'11%).

Per ora insomma si tratta di una democrazia diretta con orari d'ufficio, (continua sull'Unita.it) che per mesi interi non ti consulta su nulla e poi nel giro di poche ore ti chiede un parere, e se in quel momento non sei connesso, ciao. Vi accederà più facilmente chi lavora davanti a un terminale connesso alla rete: più impiegati che artigiani. Questo potrebbe anche aver determinato l’esito sorprendente della consultazione. Come ricorda Carlo Gubitosa, Grillo qualche mese fa raccontava che l’80% degli elettori m5s era favorevole al mantenimento del reato, che lui e Casaleggio avevano fatto dei “sondaggi” (a che titolo? con che soldi? Non si sa). Vale la pena di ricordare che elettori e iscritti non sono proprio la stessa cosa: il rapporto è ancora di uno a cento. Otto milioni di persone hanno votato per il M5S, ottantamila hanno il diritto di esprimere il loro parere se Grillo glielo chiede sul portale. Di questi hanno votato soltanto venticinquemila: gli altri non erano interessati al quesito, o non se ne sono accorti in tempo.

In futuro magari si potrà sviluppare un’app che, quando Grillo ti chiede un parere, ti manda una scossa sul cellulare – tanto quello ormai al lavoro lo teniamo acceso tutti. Ci abitueremo prestissimo: invece di una partita a candycrush o di una foto al piatto di portata, voteremo per l’abrogazione di questo e l’introduzione di quello. Ti stai facendo la doccia, senti un bip – è Grillo che ti chiede di votare per l’inasprimento delle pene riguardanti l’abigeato. Un occhio a wikipedia, un clic veloce, fatto. La banda naturalmente la deve offrire lo Stato. http://leonardo.blogspot.com


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"Caccia l'eurobond o sbatto la porta!"

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Se la scelta di Grillo di nominare uno schizofrenico incompetente come uomo dell'anno 2013 vi ha lasciato un po' perplessi, forse il nuovo "Programma per l'Europa" del MoVimento 5 Stelle può aiutarvi a capire perché la schizofrenia potrebbe essere la chiave di lettura di molte scelte grilline. Ora gesticolerò i sette punti come se dovessi spiegarli a una signora tedesca di mezza età un po' perplessa, che per comodità chiamerò "Merkel".

1. Forse non vogliamo stare in Europa, può darsi che metteremo in crisi l'intera zona euro con un referendum. Il referendum a norma di legge non si potrebbe fare, ma discuterne può essere utile a creare un po' di panico e farci vincere le elezioni.

2. Forse vogliamo stare in Europa, però basta con l'austerità. Capito Merkel? Basta!!!!!1111

3. Invece vogliamo l'Eurobond, capito Merkel???^^^?? Facciamo un mucchio solo col debito pubblico italiano e quello tedesco. Cioè voi dovrete garantire anche per il nostro debito, ahahaha! Però basta austerità, finito. Così è l'Europa che ci piace. Noi spendiamo e voi garantite. Vedrete che se lo compreranno tutti un Eurobond così. Me lo comprerei anch'io... se non esco dall'euro prima.

4. Infatti forse l'Europa non ci piace lo stesso, dopotutto, e ci metteremo d'accordo con gli altri Pigs per farci la nostra unione mediterranea, e magari anche il Medibond. Così invece di fare un solo mucchio col debito tedesco lo faremo con, uhm, quello spagnolo, greco...

5. Abbiamo cambiato idea! Vogliamo stare in Europa! Però Frau Merkel devi abolire altri vincoli, devi farci spendere, Merkel, altrimenti noi ci arrabbiamo e poi diventiamo pericolosi.

6. Diventiamo molto pericolosi! Rimettiamo le dogane! Vogliamo stare in Europa però ognuno a casa sua!

7. Ah, un'altra cosa Frau Merkel. Vogliamo stare in Europa, ma senza pareggio di bilancio, ok? E il sabato devi venirci a lavare la macchina. No, niente biowashball, detersivi veri. Sennò ce ne andiamo via con gli altri Paesi mediterranei, sta' molto attenta Merkel.
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Grillo e l'interprete impazzito

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"A gennaio presenteremo l'impeachment contro Napolitano, spero che come Cossiga si dimetta prima". È probabilmente l'affermazione più rivelatrice sfuggita a Grillo nel suo discorso alla nazione. Grillo, si sa, ha cominciato a fare i discorsi di fine anno ben prima che Napolitano. All'inizio (su Tele+, nel 1998) era considerato uno show di satira, poi l'abitudine gli ha un preso la mano e ora risulta più serioso e retorico del presidente vero.

Grillo sa benissimo di non avere nessun appiglio concreto per incriminare Napolitano. Lo ha anche ammesso coi suoi, l'impeachment è una "finzione politica" (Il Fatto, 30/10/13): "Non possiamo dire che ha tradito la Costituzione. Però diamo una direttiva precisa contro una persona che non rappresenta più la totalità degli italiani. Noi siamo la pancia della gente", eccetera. D'altro canto, prima o poi Napolitano si dimetterà: lui stesso ha sempre ammesso che il suo secondo mandato non arriverà alla scadenza naturale (il 2020!). Potrebbe anche essere questione di mesi, se ci si mettesse d'accordo sulla legge elettorale. In ogni caso, in qualsiasi momento accada, Grillo potrà vantare coi suoi di avere causato le dimissioni col suo impeachment. La finzione politica non ha altri scopi che non siano elettorali: Grillo deve dimostrare di aver fatto qualcosa di concreto - a parte riportare per qualche mese i berlusconiani al governo. Per inciso: se Napolitano davvero non gli fosse piaciuto, avrebbe potuto chiedere ai suoi di votare Romano Prodi il 19 aprile scorso. Ma probabilmente a questo punto starebbe chiedendo l'impeachment anche di Prodi (o di Rodotà, o della Gabanelli).

(continua sull'Unità, H1t#212).

Grillo forse chiede aiuto



Liquidato così il 2013, Grillo ha voluto cominciare il 2014 con un sussulto di follia, nominando persona dell’anno Thamsanqa Jantjie, il finto interprete che ha movimentato la cerimonia funebre di Nelson Mandela mimando tra gli altri il discorso di Obama senza conoscere né l’inglese né il linguaggio dei segni. I commentatori di Grillo sono rimasti un po’ perplessi, a riprova di quanto ormai sia diventato serio il suo blog: anche l’elezione della “persona dell’anno” ormai è una cerimonia ufficiale che serve a mettere sotto i riflettori un problema. La persona del 2012, per dire, era “il piccolo e medio imprenditore italiano”, trafitto in copertina come un San Sebastiano; nel 2011 era stato nominato Alberto Perino, “leader dei NoTav”: niente scherzi, insomma. Forse anche Grillo si sta annoiando della funzione sempre più para-istituzionale che si è ritagliato.
O forse si è riconosciuto. Catapultato in seguito a vicende complesse tra un pubblico sempre più arrabbiato e ingovernabile e un sistema politico che non capisce, Grillo da mesi sta gesticolando senza sapere nemmeno lui, esattamente, cosa vorrebbe e cosa otterrà. Come Thamsanqa Jantjie, a questo punto forse comincia ad avere allucinazioni – o forse le ha sempre avute: default, crollo dell’eurozona, locuste, cavallette. Forse eleggere uno schizofrenico incompetente a persona dell’anno è il suo modo per chiedere aiuto a tutti noi: salvatemi da me stesso. http://leonardo.blogspot.com
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Non te lo clicco il video, Beppe.

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Dieci giorni dopo aver esposto Maria Novella Oppo alla gogna, Grillo dimostra di non aver capito (o di aver capito benissimo, e di voler perseverare) lanciando su facebook una corsa all'insulto più sessista nei confronti di Laura Boldrini. Nulla da aggiungere a quello che ha scritto Marina Terragni; vorrei concentrarmi su un dettaglio secondario: il fatto che anche stavolta Grillo faccia saltare il tappo dicendosi "senza parole". La stessa espressione è una protesta di innocenza (Grillo è talmente indignato che non è in più grado di dire niente) e un invito al massacro (ditelo voi, commentatori inazzati! riempite il vuoto lasciato da Beppe!) E naturalmente c'è l'invito a cliccare un video. Sempre così: non ho parole, clicca il video. Sta diventando un ritornello.

Tra i motivi pre-politici della mia avversione per Grillo c'è il fatto che lui voglia farmi cliccare sui video. Anche il suo blog ha la colonnina destra morbosa, come tutti i siti che cercano di tirare due spicci. Per inciso: non è vero che Grillo faccia i milioni col blog. Se ci tenesse proprio ai milioni Grillo ricomincerebbe a farsi pagare i biglietti ai palazzetti invece di comiziare in piazza gratis: e scriverebbe più libri e inciderebbe più dvd. Coi blog, anche zeppi di inserzioni, ti rifai più o meno delle spese. Grillo non fa politica per guadagnarci, e però neanche vuole perderci troppo; ultimamente la sua colonnina si è fatta più agguerrita, con una strategia cattura-attenzione elementare quanto efficace. È tutto un 'Siamo senza parole! Clicca qui, guarda il video!' Non hanno mai parole. Hanno solo video. Adesso vado di là e copio-incollo i primi titoli che trovo, giusto per dare un'idea (continua sull'Unita.it, H1t#210)

MOVIMENTO 5 STELLE, CENSURATA PURE QUESTA NOTIZIA
Censurata anche questa notizia. Non ne parla nessuno. Abbiamo il video. Guardate cos’è successo. …
Non ho la minima idea di cosa sia, e un po’ di curiosità mi sarebbe anche venuta, però cliccando compare una pubblicità che dura 46 secondi e non si può chiudere. Anche dopo averla guardata per 46 secondi della mia vita, non si chiude lo stesso: forse pretendono che la segnali a qualcun altro via twitter o fb, c’è il logo sopra. Mboh, lascio perdere. In questo modo forse do una mano alla “censura”, ma d’altro canto immagino che se fosse una cosa davvero importante l’avrebbero messa nei titoli veri.
GIULIA INNOCENZI E IL SESSO 4 VOLTE AL MESE
Ecco cosa ha scritto Giulia Innocenzi a proposito del sesso 4 volte al mese: (Clicca…
Questa trovata è particolarmente penosa.  Di questo famoso contratto “sesso 4 volte al mese” ne hanno parlato un po’ tutti, oggi, ma solo a casa Casaleggio è venuto in mente di associarlo nel titolo al nome di una giornalista donna che è anche un volto televisivo. Ovviamente chi non ha ancora sentito la notizia assocerà la Innocenzi al “sesso 4 volte al mese” e correrà a cliccare: e ogni clic sono eurocentesimi, butta via. Immagino che dall’altra parte ci sia semplicemente un contenuto visuale o testuale in cui l’Innocenzi commenta la notizia, ma anche stavolta non sono andato oltre.
COLOSSALE FIGURA DI M…. DELLA RENZIANA!
Preparatevi perché questa è incredibile. Guardate cos’ha combinato la renziana Marianna Madia…
Ha sbagliato ufficio e ha parlato col ministro sbagliato, boh. Fossero questi i problemi della Madia. Poi per carità, è una notizia pure questa, però… “preparatevi perché questa è incredibile“. Ché io me lo immagino sempre questo lettore medio di beppegrillo che prima di ogni clic dà una controllata alla pressione per non sforzare troppo le coronarie.
MILENA GABANELLI SMASCHERA L’INGANNO
Ultim’ora direttamente da Milena Gabanelli. Governo smascherato. Ecco cosa stanno facendo: (Leggi…
Oh, per una volta si legge invece di guardare. Vado a cliccare e non finisco in una pagina di Report o comunque gestita da Milena Gabanelli, ma in un altro sito pieno zeppo di pubblicità video, dove si riporta una notizia (“la Commissione Bilancio ha stralciato quella parte della cosiddetta “web tax” che riguarda l’e-commerce”), segnalando che “lo scrive sul proprio profilo Facebook, Report, il programma di Milena Gabanelli”. C’è il link diretto? Certo che no.
TUTTO INTORNO A LEI!
Mariarosaria Rossi, assistente personale di Silvio Berlusconi. Diffusa questa imbarazzante notizia. …
Tutto così, sempre così. Incredibile, colossale, clicca. Siamo senza parole, guarda il video. Per molti questa è l’esperienza quotidiana con internet: tant’è che appena escono dal sito di Beppe cercano di riprodurla su altri siti. Ad esempio vengono qui nei commenti e si portano sempre delle verità importantissime che però ti possono comunicare soltanto attraverso i video. Guarda che ti sbagli, guarda il video.
Ora, per carità, sono sicuro di sbagliarmi tantissime volte. Ma i video non li guardo quasi mai. Niente di personale, ma mi annoio mentre si caricano. L’idea di restare fermo mentre i video mi spiegano una cosa, senza poter scorrere con lo sguardo e cercare i punti salienti (come faccio quando leggo un testo più o meno rapidamente) mi rende nervoso. Se proprio ci tieni al mio parere, fammi un riassunto. Sono abituato a leggere e a scrivere, e anche internet mi piaceva di più quando era tutta così: scrittura, lettura, di nuovo scrittura. A quel tempo lui i pc li spaccava, ricordate. Veniva dalla tv.
Poi un giorno è arrivato su interneta casa mia. E si è portato tutti questi noiosissimi video. E la sua corte di videoamatori. Perché la gente si annoia. La gente vuole vedere i video. Con tanta pubblicità intorno. Almeno Berlusconi se ne stava nell’altro scatolone, e per escluderlo bastava una pressione sul telecomando. http://leonardo.blogspot.com
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Il bluff di Renzi

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Penso che sia chiaro a tutti che lo scambio proposto da Renzi a Grillo (riforme contro rata di rimborsi elettorali) sia un bluff, lanciato proprio per dimostrare che Grillo non ha intenzione di raccoglierlo. Non farò quello che si scandalizza: i bluff fanno parte del gioco e sarei il primo a festeggiare se Renzi riuscisse a combinarne uno. Il punto semmai è questo: è un buon bluff? Indebolisce la posizione di Grillo, attira qualcuno dei suoi potenziali elettori? Ovviamente non ho nessun titolo per rispondere, ma mi limito a notare un paio di cose.

La mossa di Renzi
a) ricorda a tutti che il Pd sta per intascare una cospicua rata di rimborsi elettorali;
b) suggerisce che il Pd, di questi soldi, possa fare benissimo a meno: tant'è che Renzi si permette di buttarli tutti sul piatto così, come un giocatore ben disposto a perdersi in una mano tutto quel mucchio di fiches di cui inconsciamente si vergogna.

In sostanza, più che a mettere in crisi Grillo, il bluff lo aiuta a rimarcare la sua coerenza: il M5S i rimborsi non li ha mai voluti, nemmeno per usarli come merce di scambio. Secondo me insomma non è stata una gran mossa: ma per fortuna non me ne intendo tanto, né di politica né di poker.
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Il rogo della fototessera

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Pensa che buffo se beppegrillo.it mi accusa
di avergli rubato l'immagine.
In principio ci fu quella foto, che a voi magari dice nulla, e a me è familiare come un qualsiasi oggetto domestico che incroci il mio sguardo ogni giorno; capita infatti che io e Maria Novella Oppo condividiamo la stessa colonnina dei blog dell'Unità, il che per me è un onore. A un certo punto ci fu chiesto di metterci la faccia, che per chi vorrebbe nascondersi dietro i propri contenuti è sempre un passo piuttosto imbarazzante da compiere (eppure sta diventando una cosa normalissima, da facebook in poi).

Parlo per me: poche cose mi costano fatica come riuscire a trovare una faccina da accostare alle cose che scrivo. Per prima cosa bisogna evitare di montarsi la testa, e quindi niente trucchi o parrucchi; un autoscatto deve bastare, salvo che è impossibile ottenerne uno decente. Non c'è una sola espressione che vada bene. Puntellare la testa con la mano è un trucco troppo abusato. Se fissi la webcam sembri un fanatico. Se guardi da un'altra parte si capisce che sei timido. Per carità non fingere pensieri profondi, diventi ridicolo. Dovresti invece lasciar intendere che ti diverti, ma poi la volta che dovrai commentare un disastro o un terremoto il tuo sorrisetto scemo sarà il tuo troll peggiore. Ma alla fine una faccia uno deve pure averla, anche se qualsiasi faccia ti diventa odiosa dopo una settimana.

Quando toccò a Maria Novella Oppo, secondo me non si preoccupò un decimo di quanto mi preoccupai io. Vogliono una faccia? Ecco la mia faccia. Virata in bianco e nero, non so perché, sembrava una fototessera: un corpo estraneo nell'homepage dell'unità - e dire che probabilmente la Oppo è la firma che abbiamo visto in prima pagina più spesso negli ultimi dieci anni. Al contrario di tutti noi, la Oppo non ammiccava, non forava l'inquadratura, non affettava pose asimmetriche, né si faceva esplodere il naso da un grandangolo. Il suo avatar era allo stesso tempo il più formale di tutti e il meno disciplinato ai nuovi codici non scritti della Grande Conversazione 2.0. Un volto che diceva: se volete vedermi eccomi qui, non appartengo visibilmente a questo mondo che chiamate internet, e nemmeno me ne vergogno, perché dovrei? Nulla di veramente fastidioso, se non sei Beppe Grillo (continua sull'Unità, H1t#208)

E Grillo impazzì per uno sguardo



Ho una teoria. Secondo me la Oppo avrebbe potuto scrivere cose assai più feroci sul M5S, e Grillo non l’avrebbe nemmeno notata; non sarebbe mai diventata la prima e per ora l’unica giornalista lapidata in effigie dai suoi commentatori, se non fosse stato per quella foto in bianco e nero. A parlar male del M5S siamo in tanti, sull’Unità e altrove: non sempre abbiamo i migliori argomenti, ma probabilmente non c’è uno solo di noi che non faccia incazzare Grillo e il suo staff. La Oppo non è la più cattiva, né la più metodica, né la più influente: perché partire proprio da lei? Non credo che sotto ci sia un piano. Grillo è un temperamento sanguigno che ogni tanto, di fronte a fortuite sollecitazioni, passa dall’Incazzoso Stabile all’Incazzato Esplosivo. Può essere una parola di troppo di un giornalista o di un politico; stavolta secondo me è stata una foto. Non importava realmente cosa stesse dicendo la Oppo, ma come osava dirlo con quella faccia lì? Ah, ma adesso glielo faccio vedere io, gliela faccio… Qui abbiamo visto una volta di più come Grillo sia un incredibile barometro dell’umore dei suoi lettori, che potevano reagire alla ripubblicazione della foto alzando le spalle, e invece si sono gettati a migliaia a inveire contro una persona di cui non si sono nemmeno presi la briga di leggere alcune righe. Non stavano sputando su un articolo fazioso, ma su una foto. Perché? Cosa aveva di tanto odioso questa foto?
Banalmente, si tratta di una donna. Lo abbiamo visto ieri, quando Grillo ha voluto dimostrarsi incurante delle critiche esponendo un nuovo giornalista alla gogna: stavolta Francesco Merlo, del quale curiosamente non ha trovato “foto disponibili” (perché quella della Oppo invece non è copyright dell’Unità? Strano). Anche Merlo è stato subissato da commenti feroci, ma la violenza espressa dai leoni da tastiera è stata molto inferiore a quella scatenata sulla Oppo. Forse perché stavolta non c’era un viso su cui sputare. O forse perché Merlo è un uomo e questo molti leoni lo sentono, e calano subito la criniera senza nemmeno accorgersene. Mentre la Oppo, con quella montatura d’occhiali per niente autoironica, col riflesso del flash sulla fronte, in un qualche modo deve essere sembrata il ricettacolo ideale di frustrazioni accumulate per decenni. Spero che non si offenderà, ma secondo me in quella foto hanno visto una maestra: e molti di loro hanno conti in sospeso con le ex maestre, lo si desume facilmente dalla loro ortografia.
Negli ultimi due giorni abbiamo letto parecchie critiche alla gogna montata da Grillo, anche da voci molto più vicine al M5S. Persino diversi commentatori di Grillo hanno chiesto di chiudere la rubrica, che sarebbe controproducente (ma temo che Grillo se ne intenda più di loro). Non mi pare però che nessuno abbia toccato l’argomento del sessismo. Prima che come giornalista, la Oppo è stata offerta alla mira dei commentatori in quanto donna. Contro di lei abbiamo rivisto la stessa aggressività greve e minchiona che fino a qualche mese fa si sfogava sui giornali di centrodestra nei confronti di Rosy Bindi. Contro questi frustrati che spesso non si vergognano di mettere nome e cognome, Beppe Grillo non ha detto beo, come sempre: non mi pare che nemmeno li cancelli. Li lascia dov’è e magari in seguito lo sentiremo dire che se non fosse per lui sarebbero anche più cattivi, voterebbero Alba Dorata e magari ieri sarebbero scesi in piazza coi forconi: meno male che c’è lui che li ospita nel suo blog, nel suo parco a tema antika$ta. Io credo che si sbagli: che il suo blog abbia una funzione più catalizzatrice che catartica, e che tutta la rabbia che coltiva e protegge giorno dopo giorno, un giorno più brutto degli altri potrebbe rivolgerglisi contro. Il mesto destino di un suo predecessore, il signor Bossi, dovrebbe essergli di monito. http://leonardo.blogspot.com
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Non ti do del coglione; ti propongo un referendum

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Beppe Grillo non vuole uscire dall'euro. Perlomeno, se volesse uscirne lo dichiarerebbe pubblicamente - non gli sono mancate le occasioni - e non l'ha mai fatto. Però Beppe Grillo vuole vincere le prossime elezioni; per vincere gli servono anche i voti degli euroscettici; e quindi ha approfittato di questo terzo v-day per ricordarci che vuole il referendum sull'euro. Purtroppo si tratta di una boiata pazzesca, che offende chi la propone (per finta) e chi finge di crederci o ci crede davvero. Vediamo il perché.

Non è tanto la cattiva fede di chi propone qualcosa di palesemente incostituzionale: per fare un referendum sull'Euro bisogna prima modificare la Costituzione, e Grillo lo sa benissimo (non è più un novellino). Ma andiamo oltre, come dice lui. Capita a tutti in campagna elettorale di promettere la luna, lui promette un referendum sulla luna, è già più fattibile, no? In realtà no; se uscire dall'euro non è necessariamente una cattiva idea, farci un referendum è l'idea peggiore che possa venire in mente a un politico, anche populista.

Proviamo a immaginarci la situazione: in Italia, da domani, si passa alle lire. In attesa del meraviglioso impulso all'economia, le fughe dei grossi capitali le diamo per scontate: ma guardiamo i nostri poveri stipendi, che da domani in poi saranno pagati in lire. In giro però ci sono ancora molti euro, che all'estero continueranno ad avere corso. Ci si aspetta che queste lire perdano abbastanza velocemente valore rispetto all'euro; ci si aspetta anche che certe spese (benzina, riscaldamento...) comincino a salire vertiginosamente. Calato in una situazione del genere, credo che anche l'elettore del M5S reagirebbe come reagirei io: ci precipiteremmo al primo sportello bancario e cercheremmo di farci dare più euro possibile, da ficcare nei nostri materassi o da qualche altra parte. Probabilmente qualcuno sarà stato più lesto di noi e ci avrà lasciato le briciole: tanto peggio. Nei prossimi mesi il mio salario perderà potere d'acquisto, ma gli euro che sarò riuscito a procacciarmi prima dell'esaurimento dei bancomat varranno sempre di più: saranno un bene rifugio. Anche se ufficialmente verranno vietati, è facile immaginare che i bottegai li apprezzeranno: come apprezzano i dollari i negozianti di tutto il terzo mondo. Io stesso cercherò di farmi pagare qualche lavoretto in euro, tengo famiglia. (Continua sull'Unita.it, H1t#207)

 Parte dei miei risparmi in valuta forte, del resto, li dovrò spendere per rendere la mia casa più sicura, con inferriate e magari munendomi di qualche arma da fuoco a scopo dissuasivo, visto l’importanza strategica che avrà da qui in poi il mio materasso. Insomma se vogliamo immaginarci un’Italia post-euro, dobbiamo guardare a certi turbolenti Paesi eternamente in via di sviluppo, ai margini del benessere. Forse è il nostro destino in ogni caso, ma perché accelerarlo?
Uscire dall’euro, ammesso sia possibile, è tecnicamente molto complicato. Gli economisti ne discutono; addirittura l’anno scorso è stato l’argomento del prestigioso premio Wolfson. I candidati al premio dovevano trovare il modo migliore di gestire la transizione economica di uno o più membri dell’Unione dall’euro a una valuta nazionale. Lo studio che si aggiudicò il premio di 250.000 sterline prevedeva che la decisione fosse presa a porte chiuse dai funzionari del Paese uscente: gli altri Paesi, e le organizzazioni monetarie internazionali, dovrebbero essere informati con tre soli giorni d’anticipo. A quel punto non ho capito bene come si potrebbe tenere mantenere l’informazione riservata anche solo per altre 24 ore; in ogni caso si dovrebbe arrivare a un annuncio ufficiale al venerdì, onde evitare l’assalto agli sportelli che creerebbe ovviamente il panico.  Questa a quanto pare è la proposta più realistica di “transizione” dall’euro che un economista si è azzardato a proporre: si basa sulla segretezza assoluta e sulla necessità di tenere chiuse le banche per due o più giorni. Grillo invece propone il referendum. Non è neanche sicuro che l’euro sia così male, però vuole che ne discutiamo per mesi: che litighiamo, che ci spaventiamo, che ci incazziamo, e che in mezzo a tutto questo magari cominciamo a tirar fuori dalle banche i nostri euro, e a nasconderli da qualche parte nel caso in cui il referendum si facesse davvero. Il referendum poi non si farà mai – bisogna modificare la Costituzione, hai voglia! Servono due terzi del parlamento, certo Beppe, hai un buon venti per cento, se lo triplichi ci sei quasi. Però nel frattempo è importante che ne discutiamo, che ci incazziamo, che ci spaventiamo. Così ci sentiamo vivi, come si deve sentire lui quando ne spara una di quelle grosse. http://leonardo.blogspot.com
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Il partito più e meno democratico

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Immaginate un Paese con due partiti. Veramente ce n'è anche un terzo, molto importante, ma il suo proprietario è anziano e non si rassegna a passare la mano, nemmeno ai figli. Gli altri due partiti invece si considerano entrambi a loro modo democratici, anche se questa cosiddetta democrazia non potrebbe prendere due forme più diverse.

Il primo partito è nato un po' prima dell'altro. Riconosce il diritto dei tesserati a esprimere candidature e proposte, ma nei fatti tutte le decisioni vengono prese dal comitato dei fondatori. Prima di poter prendere parte alla discussione i tesserati devono attendere molti mesi. Il secondo partito, anche per volontà di distinguersi, ha aperto le porte a tutti: chiunque può entrare, aderire e votare immediatamente. Ne risulta un certo caos. Li avete riconosciuti? (continua sull'Unita.it, H1t#203)

Il primo è quello nato nel 2005 sotto forma di Meetup Amici di Beppe Grillo, e che oggi chiamiamo Movimento Cinque Stelle. Beppe Grillo ne è presidente, coordinatore e portavoce, e soprattutto possiede il marchio: lo può ritirare a chi vuole quando vuole. Dopo tante insistenze da parte della base, finalmente il movimento si è dotato di una piattaforma digitale, pomposamente definita “sistema operativo” per condividere proposte e iniziative. Per ora però possono accedervi soltanto i tesserati al giugno 2013: una precauzione per evitare le infiltrazioni (anche quando si trattò di nominare un candidato m5s al Quirinale, la consultazione telematica fu ristretta a chi si era tesserato entro il dicembre dell’anno scorso).
Il secondo è il Pd, nato nel 2007, e che da allora non ha praticamente mai smesso di consultare una base magmatica, in perenne evoluzione. All’inizio addirittura il fondatore Veltroni voleva fare a meno di tessere – ma forse aveva in mente un modello plebiscitario, in cui la vittoria alle primarie avrebbe legittimato un leader e il suo staff a prendere qualsiasi decisione ritenesse necessaria. Il leader però era molto meno sicuro del necessario, e la sconfitta elettorale finì per indebolirlo anche agli occhi di chi lo aveva sostenuto. Da lì in poi ha ripreso forza l’idea di un partito radicato attraverso federazioni, sezioni e tesseramenti: senza che l’ideale plebiscitario tramontasse del tutto. Il risultato è il caos di questi giorni, denunciato da Cuperlo e preannunciato da CivatiI vecchi rais delle tessere rialzano la testa, e a contrastarli non esiste nemmeno più quella norma di buon senso per cui durante una campagna congressuale il tesseramento dovrebbe essere sospeso.
Il risultato è paradossale: il Pd ‘verticista’, il Pd ‘baluardo della partitocrazia’, è di fatto il movimento politico più aperto e scalabile che esista in Italia. Al confronto il M5S, con la sua selezione all’ingresso, sembra una setta esoterica. In realtà entrambi i partiti sono meno democratici di quanto li vorremmo. Il M5S non riuscirà probabilmente mai, per costituzione, a liberarsi dal suo padre-padrone; il Pd sta per nominare il suo quinto segretario in sei anni, eppure non riesce a trasformare un’occasione di democrazia in qualcosa di diverso da una guerriglia tra gruppi dirigenti, condotta sezione per sezione.http://leonardo.blogspot.com
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Contro la Ka$ta delle placche tettoniche

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Su un sito di petizioni on line è possibile da poche ore combattere una delle piaghe che affligge il nostro pianeta da miliardi di anni, la deriva dei continenti: "Ogni giorno, i continenti si allontanano tra loro. Questo rende più difficoltosa la comunicazione tra le popolazioni, e più dispendiosa l'importazione di tecnologia da Cina e Corea verso l'Italia. Dobbiamo fermare questa degenerazione che appare inarrestabile. Se firmiamo tutti questa petizione, può darsi che Dio ce la mandi buona" Ok, è solo uno scherzo. Da dilettanti. Ma mi è venuta voglia lo stesso di firmare, dopo aver letto l'annuncio del prossimo V-Day, una specie di adunata del Movimento 5 Stelle - salvo che chi lo convoca non è ovviamente il M5S, ma lo staff di Beppe Grillo.

Beppe Grillo non è un dilettante. Nel post in cui invita i suoi lettori incazzati a Genova, ci ricorda le tappe che lo hanno portato convocare la terza vaffa-convention. Ricorda per esempio come "Il secondo [VDay] si tenne a Torino il 25 aprile del 2008 per un'informazione libera senza finanziamenti pubblici e senza l'ingerenza dei partiti. Raccogliemmo 1.400.000 firme. Nessuno ritenne di ascoltare i cittadini". Si dimentica di accennare al fatto che più della metà di quelle firme furono ritenute non valide dalla Corte di Cassazione; un classico quando si pretende di raccoglierle in fretta e furia lontano dalla residenza dei firmatari (ogni firma va verificata presso l'ufficio comunale di residenza). E soprattutto tace sul dettaglio più penoso: le firme richieste da Grillo nel 2008 non avrebbe portato comunque a nessun referendum perché, per legge, non è possibile raccoglierle  nell'anno delle elezioni legislative, e il V2-Day si celebrò proprio dieci giorni dopo le elezioni. Grillo conosceva la legge (continua sull'Unita.it, H1t#202).

Grillo, facciamo qualcosa per la deriva dei continenti?


Grillo conosceva la legge: sapeva benissimo che il lavoro di centinaia di volontari nelle piazze di tutt’Italia non avrebbe portato a nessun esito concreto; sapeva benissimo che stava chiedendo agli italiani una firma inutile. Non erano le firme che gli interessavano, non era il referendum di cui adesso ha smesso di parlare. Grillo voleva soltanto fare incazzare il suo popolo un po’ di più, promettendo qualcosa che l’ordinamento repubblicano non gli poteva consentire; sapendo che tutta la responsabilità per il fallimento della raccolta firme si sarebbe potuta attribuire alle ka$te dei politici cattivi e dei giornalisti faziosi. Una mossa spregiudicata che ci avrebbe dovuto far riflettere sulla sua abilità di demagogo e politico. E invece anche in quell’occasione molti lo liquidarono come un dilettante.
Ma Grillo non è un dilettante. Per questo vorrei rivolgergli una sommessa proposta: al prossimo V-Day, oltre alla lotta contro la finanza o l’euro o gli stipendi di tutti i presentatori Rai che portano ricavi all’azienda, non si potrebbe fare davvero qualcosa di serio contro la deriva dei continenti? Non si può lasciare questa emergenza a quattro gatti on line, ci vuole il know-how di Casaleggio. “Con un unico continente tutto sarà a portata di mano, non ci vorranno né barche né aerei né ponti ma potremmo andare tutti in autostrada da un punto all’altro del mondo senza molta fatica.” Qualcosa per cui vale la pena lottare, io trovo. E che Dio ce la mandi buona… http://leonardo.blogspot.com
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A cosa serve lasciarvi morire

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Il reato di clandestinità a qualcosa serve. Non a eliminare i clandestini (anzi li aumenta), non a risolvere la complicata situazioni delle carceri (che anzi stanno scoppiando, e che hanno attirato l'attenzione delle Corte europea dei diritti dell'uomo). Non a ridurre la microcriminalità; non a dissuadere profughi provenienti da situazioni comunque più disperate, non a evitare che i trafficanti li stivino sui barconi e li lascino alla deriva; non a salvare vite nel Mediterraneo. Il reato di clandestinità non serve a nulla di tutto questo.

Eppure a qualcosa serve: altrimenti Bossi e Fini non ci avrebbero messo la firma, e oggi Beppe Grillo non lo difenderebbe. Il reato di clandestinità serve a vincere le elezioni.  Grillo è persona abbastanza intelligente e pratica per sapere che la criminalizzazione dei profughi non ha nessun'altra utilità, e molti effetti collaterali. Ma tanto gli basta, evidentemente. Nel suo blog lo ha scritto a chiare lettere: se il M5S avesse in campagna elettorale proposto l'abolizione del reato di clandestinità, "avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico". Più in là Grillo abbozza l'idea che abolirlo equivalga a inviare un invito "a tutti gli emigranti", che come è noto prima di imbarcarsi danno sempre un'occhiata all'evoluzione della legislazione italiana in materia. È una scemenza a cui non crede lui per primo.

(continua sull'Unita.it)

L’unica vera ragione per salvare il reato di clandestinità l’ha scritta sopra: il M5S non vuole percentuali da prefisso telefonico, il M5S vuole anzi fare il pieno di voti, e non può rinunciare a quella ghiotta fetta di consenso che si ottiene cavalcando un po’ di xenofobia. Magari non è giusto, ma è quello che vuole la gente, e Grillo e Casaleggio lo sanno senza bisogno di astruse piattaforme: è il loro intuito politico l’unico “sistema operativo” del M5S, e se si butta un po’ a destra non è per capriccio né per cattiveria: è proprio che per vincere i voti si devono prendere lì. Grillo ce lo ha sempre detto, che se non ci fosse lui ci sarebbe Alba Dorata: dunque ogni tanto gli toccherà abbozzare qualche passo dell’oca; niente di personale, è solo una questione di target. Ah, nel frattempo altri profughi potrebbero annegare a pochi metri delle coste. Diciamo che la loro vita non è una priorità.
La priorità di Grillo, per esempio, è vincere le prossime elezioni, costi quel che costi. È una notizia; quando mandò a monte la trattativa col PD sembrava rassegnato a una lunga traversata nel deserto. Adesso invece ha fretta, ed è disposto a compromessi che fino a qualche tempo fa lo avrebbero fatto pubblicamente inorridire: difendere la Bossi-Fini, mantenere il sistema elettorale che ha sempre voluto modificare, ignorare la tragedia delle carceri italiane che tempo fa denunciava. Il fine giustificherà tutti questi mezzi? http://leonardo.blogspot

(Questo è il duecentesimo pezzo che scrivo per l'Unità. Niente, così, giusto per dirvelo. Il mondo non sembra molto migliorato in questi quattro anni. Magari è solo una coincidenza).
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Portalizzami questo

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È un politico? Un comico? Un megafono? Un cazzaro?
No, è il SuperCazzaro
Magari è soltanto una coincidenza, ma due giorni fa ho chiesto da questo blog a Grillo e soci: la benedetta piattaforma per la politica duepuntozero, dov’è? Bene, ieri in primo piano su beppegrillo.it c'era un pezzo rivolto a certi "giornalisti pidimenoellini" che "o sono scemi o sono orbi", visto che continuano a chiedere come va la piattaforma e non capiscono che "il Sistema Operativo del MoVimento 5 Stelle è in costruzione da due anni". Per concludere con un enigmatico postscriptum:

 Ps: per i giornalisti dubbiosi: "Una piattaforma non ve la daremo mai. Nel frattempo studiate. applicatevi, portalizzatevi!"

Dunque insomma una piattaforma non ci sarà mai. O ci sarà e non ce la daranno, se la terrano per sé. Boh. Magari è soltanto una coincidenza. O magari Grillo aveva in mente proprio me, quando ieri descriveva nel dettaglio questo Sistema Operativo a cui sarebbero già iscritti novantamila utenti (sì, ma gli elettori del M5S sono otto milioni, come dire cento volte tanto). Però su quell'articolo si è rovesciata la rabbia e la delusione di centinaia di sedicenti elettori del MoVimento, che la piattaforma la aspettano da mesi o da anni.

"Questo post è al limite dell'offensivo..." si legge nei commenti, "Quindi ci dovremmo accontentare piú o meno del portale com'é adesso? quand'é l'ultima volta che la benedette "rete" é stata interpellata? a quando la possibilitá di votare contro le proposte sul forum?"; "Questo post è una vergognosa presa per i fondelli di tutti quegli attivisti (e non trolls) che aspettano da mesi la piattaforma per collaborare con i propri dipendenti in parlamento...fate un salto sul forum del movimento, un guazzabuglio allucinante..."; "Ma cos'e' sto post presa per il culo??? Si chiede uno strumento di partecipazione e ci sentiamo dire che quello che c'e' è già ok?? Ma quandomai?? Chi decide quando far votare e su che cosa? Come puo' una idscussione di quel forum orribile arrivare ai paramentari? Ma stiamo scherzando? Piuttosto meglio fare un mea culpa e dire SIAMO IN RITARDO ma dire che siamo già a posto con quello che c'e' già è veramente un offesa a chi vuole partecipare..." Centinaia di commenti su questo tono. Mi fa piacere che Grillo&co. non li abbiano censurati, e spero che abbiano nei prossimi giorni il tempo per rifletterci su.

Quanto a me, naturalmente mi sentirei onorato di aver generato una discussione su un sito tanto importante - anche se forse ieri avrei preferito trovare almeno un accenno alla tragedia di Lampedusa, una riflessione sulle politiche migratorie italiane che sono come minimo da rivedere. Ma è un argomento che lascia un po' freddi i leader M5S. E allora parliamo di piattaforme, è comunque un argomento da affrontare prima o poi. Vorrei soltanto precisare una cosa: non sono un "giornalista". Sono solo un tizio che scrive su un blog. È una differenza importante, e Grillo dovrebbe essere il primo a saperla apprezzare.

A un giornalista, magari, la supercazzola di un "Sistema Operativo del M5S" si può anche rifilare: e infatti ieri ne hanno parlato con solerzia e diplomazia, tra gli altri, la Repubblica, il Fatto Quotidiano e la stessa Unità. È giusto così: i giornalisti riportano le notizie, e qualsiasi sparata di Grillo sulla sua homepage in questo momento costituisce notizia. Anch'io scrivo sull'Unita.it, però non sono un giornalista: sono un blogger, e se Grillo sta scrivendo un sacco di fregnacce senza riscontro, lo posso dire tranquillamente, senza diplomazia: Beppe Grillo, per favore, smetti di dire un sacco di fregnacce senza riscontro, non ci casca nessuno. Non esiste nessun "Sistema Operativo del M5S". C'è una mailing list, sì, ce l'avevano anche il PDS e Forza Italia a fine anni Novanta. C'è un forum, beh, io non mi vanterei troppo in giro di quel forum. C'è la possibilità di fare qualche sondaggino on line tra gli iscritti per scegliere questo o quel candidato, ma le quirinarie hanno dimostrato che il vostro sistema non regge poche decine di migliaia di accessi. Poi ci sono alcuni strumenti veramente innovativi (ad es. liquid feedback, anche se personalmente resto scettico) che molti attivisti vi implorano da mesi - da anni! - di utilizzare, e ci sono le vostre orecchie da mercante. E non c'è la risposta alla mia domanda: come fate a sapere che i vostri elettori non vi vogliono al governo? Perché potete fare tutte le parlamentarie che volete, ma il punto - se davvero credete nella democrazia diretta - non è chi mandate in parlamento: loro dovrebbero essere signor Nessuno, meri esecutori della volontà popolare. E quindi: come faranno questi signor Nessuno a capire qual è la volontà popolare? Un sondaggino on line per ogni voto alla Camera o al Senato? Siete seri? E se siete seri, perché non lo state già facendo? Se invece non siete seri, con che faccia continuate a prendere in giro i vostri elettori?

Concludo allegando un'antologia di commenti che in tanti modi più o meno fioriti dicono a Beppe e soci la stessa cosa: basta supercazzole, sul serio state provando a venderci una mailing list e un sondaggino on line come un "sistema operativo"? Lo so, è una mossa veramente squallida pescare nei commenti altrui. Un giornalista non lo farebbe. Ma io sono un blog, Beppe, ci devi stare più attento. Se non lo sai tu, come funziona...

Ho votato M5S e studio e lavoro nell'informatica da quasi 30 anni. Questo post è un suggeguirsi penoso di stupidaggini informatiche, ed il tono (studiate! portalizzatevi!) viste le premesse è semplicemente ridicolo.
Mi piacerebbe avere l'indirizzo e-mail di chi l'ha scritto in modo tale da farmi ri-definire in privato cosa vuol dire "Sistema Operativo"... (per inciso, DATABASE è un'unica parola).

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Ehi, Grillo, la piattaforma?

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Come andò alle Quirinarie, un grande esempio di democrazia diretta (elaborazione grafica di Paolo Viglione)

Non posso che dare ragione a Claudio Messora, portavoce del M5S quando se la prende coi parlamentari transfughi del MoVimento che hanno già affermato di voler votare stamattina la fiducia al governo Letta: Non dovrebbe essere, questa, una decisione da prendere solo dopo avere ascoltato quello che ha da dire? Giusto. Purtroppo a quel punto potrei girare la stessa obiezione a Messora stesso, che sembra dare per scontato che i parlamentari M5S invece voteranno contro: non dovrebbe essere, questa, una decisione da prendere solo dopo avere ascoltato quello che ha da dire? Anche Grillo in questi giorni sembra piuttosto sicuro che si debba andare alle elezioni: non dovrebbe essere, questa, una decisione da prendere dopo aver consultato gli elettori? Mi sembrava di aver capito che il MoVimento avesse molto a cuore la questione della rappresentanza, al punto da mettere in discussione la costituzione là dove nega un vincolo di mandato per i parlamentari; a questo punto però vorrei che Messora o Grillo mi spiegassero: come fanno a essere sicuri che chi ha votato M5S in febbraio desideri una crisi di governo proprio oggi, e le urne al più presto? Con tutto quello che implica (impossibilità di intervenire su imu e iva, persistenza del porcellum...) No, sul serio, come fanno? Sondaggi? E perché non li pubblicano?

Oppure basta dare un'occhiata veloce ai commenti sul blog, anche se poi Grillo non risponde mai? Ma il migliaio di persone che ha tempo da perdere per commentare lì o su facebook non è necessariamente un buon campione statistico. E allora, davvero, io non mi stupisco che sia Grillo a dettare la linea, e Messora a ripeterla per chi si era distratto, da bravo capoclasse: ogni partito ha un minimo di struttura, di gerarchia, anche se si chiama movimento e ha un non-statuto con un non-leader. L'unica cosa che non capisco è come fa Grillo a sapere sempre qual è la volontà dei suoi elettori... (continua sull'unità.it, H1t#199)

Mi torna sempre in mente quel che successe con le quirinarie, ve le ricordate? Per decidere chi candidare, il Movimento 5 Stelle propose un sondaggio on line. Ottimo. In realtà il sistema si intasò subito e fu necessario ripetere l’operazione, ma lasciamo perdere. Ricordiamo i numeri: alle ultime elezioni hanno votato il M5S 8 milioni e quasi 700.000 elettori, su 34 milioni di italiani recatisi alle urne (gli aventi diritto erano 50 milioni e 450.000). Su questi otto milioni abbondanti, erano ammessi a votare alle Quirinarie soltanto quelli che erano iscritti al M5S più di un anno fa, quasi cinquantamila: neanche lo 0,6 per cento, sei elettori ogni mille. Forse a causa dei disguidi telematici, ci fu un’astensione piuttosto alta, e votarono appena in 28.518 (la fonte è il sito di Beppe Grillo, non vedo perché diffidare), lo 0,32 % degli elettori M5S, lo 0,08% degli elettori in generale, lo 0,05 degli aventi diritto. Vinse la Gabanelli con neanche seimila voti, ma decise di rifiutare la candidatura, e così Gino Strada. Subentrò Rodotà con 4677 voti. Grillo si arrabbia molto quando i sondaggi di Ballarò gli dicono cose che non gli piacciono, ma chiedere a trentamila persone di esprimersi su quello che pensano otto milioni di elettori, che altro è se non un sondaggio, anche un po’ maldestro?
Eppure Grillo e Casaleggio sembrano sicuri che la democrazia diretta sia dietro l’angolo, e Messora conferma:
E’ venuto il tempo di cambiare sistema, di riappropriarsi di se stessi e della propria capacità di decidere. E’ venuto il tempo di restituire il potere decisionale alle uniche intese che possano definirsi davvero larghe: quelle che coinvolgono tutti i cittadini, utilizzando processi e metodi che 65 anni fa non erano disponibili.
Quando ho letto questa cosa mi sono detto: ci siamo, sta per presentare agli attivisti M5S e al mondo la piattaforma di condivisione che finalmente ci restituirà il potere decisionale. 65 anni fa non si poteva; per la verità non si poteva neanche in aprile, ma… adesso sì. Vai, Messora, facci sognare.
Se possono mettersi d’accordo 50 persone nel chiuso di un palazzo, allora possono farlo anche 50mila persone all’aperto. I modi esistono già: consentono di informarsi attraverso la rete, delegare a chi si ritiene competente in materia, ritirare la propria delega, riassegnarla, riprenderla in mano.
Confesso che non ho capito. Dovremmo periodicamente confermare la fiducia al parlamentare che eleggiamo? “I modi esistono già”, scrive; cioè sono già stati adoperati? Quando, dove, con che risultati? Insomma, cari Messora, Grillo, Casaleggio: lo abbiamo capito, voi credete che la democrazia diretta sia possibile, o meglio che le nuove tecnologie rendano possibile una forma più diretta di democrazia. Bene. Io posso essere un po’ scettico, ma a questo punto ho solo una domanda: perché non ce la fate vedere? In altre parole: la benedetta piattaforma per la politica duepuntozero, dov’è? Chi ci sta lavorando? Quando sarà pronta? Come funzionerà? Nel frattempo, con che faccia protestate contro i sondaggi, o date lezioni di democrazia? http://leonardo.blogspot.com
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Il volenteroso Grillo della Merkel

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A giudicare dalla frequenza con cui appare nei terribili fotomontaggi del blog, si direbbe che Beppe Grillo ha individuato un nuovo nemico: la cancelliera Angela Merkel. Al di là della fisiologica necessità di additare al pubblico sempre nuovi membri di un complotto mondiale che impedisce ai poveri italiani di svalutare e riempirsi le tasche di provvidenziale carta straccia, Grillo e Casaleggio forse vogliono mostrare di aver capito qualcosa che fino a qualche mese non gli era chiaro: gli interessi della Germania non coincidono esattamente coi nostri. La politica del rigore è un buon affare per Berlino, uno pessimo per noi. Perché, non è sempre stato ovvio?

Forse no. Basti ricordare quello che Grillo combinò in aprile. In una delle sue abituali interviste alla stampa estera, nella quale spesso affronta argomenti che persino sul suo blog maneggia con più cautela, invocò sulle pagine del Bild Zeitung una specie di invasione tedesca. Era solo una provocazione, naturalmente. Però forse lo stesso Grillo non aveva capito cosa stava facendo. Il fatto che i giornalisti stranieri siano meno portati a deformare i suoi messaggi - per professionalità o per lontananza dall'oggetto - non significa che siano semplici veicoli neutri, e decisamente il Bild Zeitung non lo è (continua sull'Unita.it, H1t#190)

È un organo ufficioso di quella maggioranza silenziosa che guarda all’Italia e agli altri PIGS come a parenti poveri da disconoscere al più presto, e che alle prossime elezioni federali di settembre probabilmente voterà per la rigorista Merkel o per qualcosa di ancora meno europeista. Annunciare a un pubblico di questo tipo che l’Italia a settembre sarà fallita, come fece Grillo, significa dare una grossa mano alla campagna elettorale della cancelliera. Poi, certo, la si può irridere con un disegnino sul blog. Resta il fatto che, quando si è trattato di parlare all’elettorato della Merkel, l’italiano Grillo abbia scelto di dire più o meno: lasciateci perdere, noi italiani siamo inaffidabili, meriteremmo di essere invasi e comunque falliremo presto. Magari non se n’è accorto subito – Grillo non si accorge sempre subito di tutto quello che combina.
D’altro canto la sua prospettiva era chiara sin d’allora, e Casaleggio nella sua ultima intervista l’ha ribadita: l’Italia fallirà a settembre, ci saranno moti di piazza, locuste, cavallette, eccetera. Chi vende apocalissi un tanto al chilo perché non dovrebbe desiderare che la Merkel vinca le elezioni? Se invece le perdesse, se il fronte europeo del rigore cominciasse a sgretolarsi, la provvidenziale uscita dall’euro si allontanerebbe, e decisamente Grillo e Casaleggio non vogliono questo. Vogliono cantare sul caos, hanno già le cetre accordate, alla fine non c’è da stupirsi se tra una profezia di sventura e l’altra gli capita di fare un po’ di campagna elettorale pro Merkel, pro rigore, contro l’Italia. http://leonardo.blogspot.com
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Il pauperismo che avanza

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E insomma i parlamentari M5S hanno restituito solennemente un milione e 570mila euro. Complimenti, grazie. Nel frattempo la maggioranza parlamentare - maggioranza che sarebbe stata ben diversa, se il M5S avesse voluto farne parte, ha deciso di proseguire col programma di ammodernamento dell'aeronautica militare che prevede l'acquisto degli F35. Costi stimati: tra i tredici e i diciotto miliardi di euro (ma dilazionati nei prossimi trent'anni); nel 2012 comunque nel progetto F35 il ministero della Difesa ne ha investiti 548,7. Milioni di euro. Quasi cinquecentocinquanta. Se sottrai il milione e mezzo che hanno restituito i parlamentari M5S (grazie!) fanno comunque cinquecentoquarantasette. Son tanti?

Possono sembrare tanti. D'altro canto costerebbe anche rinunciare agli f35 (dopo averci speso tanti soldi) e continuare a manutenere gli aerei che stiamo usando adesso - insomma, l'argomento è un po' populista. Ma il punto forse è questo. Ragioniamo pure populisticamente. Se gli eletti del M5S avessero voluto - se Grillo avesse voluto - oggi in Italia ci sarebbe una maggioranza PD + SEL + M5S. Una maggioranza di questo genere probabilmente non avrebbe più voluto spendere quei 550 milioni - non adesso, non così. Ma i parlamentari M5S non hanno voluto sporcarsi le mani - Grillo non ha voluto - e quindi ciao ciao cinquecentocinquanta milioni. A questo punto c'è bisogno di dirvi, populisticamente, cosa avreste dovuto fare con la vostra mancetta di un milione e mezzo? Dove avreste potuto destinarla, verso quali organi populisticamente designati? (Continua sull'Unita.it, H1t#187).


E allora a cosa serve restituire i soldi, risparmiare sui trasporti, mostrare gli scontrini? Non è più apparenza che sostanza? A che serve fare i francescani coi nostri soldi, mentre ai vertici si lasciano i generali e gli affarratori professionisti?
A proposito di Francescani, caro papa Francesco: è vero. Un prete su una bella macchina non manda un buon messaggio. Però quel che mi dispiace veramente è che quella macchina l’abbiate presa coi soldi dell’otto per mille di chi non voleva destinarvelo (più del cinquanta per cento dei contribuenti), e non ha barrato la vostra casella; e questo grazie a un meccanismo che fa sì che anche con meno del 40% di moduli compilati a vostro favore vi capiti di incassare l’85%. Non è una fregatura? Secondo me è una fregatura, e lo sarebbe anche se con quei soldi ci compraste tante fiat panda a metano. Certo, se andate in giro in audi la gente mormora di più. È tutto qui il problema? La gente che mormora?
Non andò forse così anche col Francesco originale? Era un periodo turbolento, molti contestavano il potere costituito e minacciavano di non pagare più la decima. In Francia i Catari avevano smesso di riconoscere l’autorità del Papa: troppo potente, troppo ricco, troppo lontano. Bisognava dare un messaggio di vicinanza ai poveri, possibilmente lasciandoli poveri come stavano e senza turbare i rapporti di potere. Così arrivò Francesco, col suo pauperismo benedetto da Stato e Chiesa. Lui si spogliava dei beni, la gente lo seguiva, e smetteva di lagnarsi del Clero esoso. Le teste calde potevano comunque andare alle Crociate – ci andò pure lui. Gran bella invenzione, il pauperismo. Mandi in giro un po’ di gente pulciosa, e la plebe si incanta, e il sacchetto della questua per incanto si rigonfia. Nel medioevo, almeno, andava così.http://leonardo.blogspot.com
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E poi?

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Prima ti ignorano,
poi ti deridono,
poi ti combattono,
poi vinci!

E poi?

Poi non sai esattamente che fare;
poi combatti quelli che te lo dicono,
poi deridi quelli che non ti ascoltano più,
poi...
poi chissà, adesso vediamo.
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Il terremoto e le palle di Grillo

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(Stasera, 29 maggio, alle 21 sono al Mattatoio di Carpi, un posto che ha rischiato di chiudere e invece è bello aperto, a leggere pezzi della Scossa, un libretto che ho scritto un anno fa per Chiarelettere).

Il 29 maggio del 2012 fu il giorno più lungo per i terremotati della bassa emiliana, molti dei quali stavano cercando di superare lo shock sperimentato una settimana prima ed erano tornati da poco sul posto di lavoro. Le interminabili scosse tra le nove e le tredici non furono un colpo micidiale soltanto per chiese e capannoni, ma anche per il morale di migliaia di persone. Quello che capimmo il 29 è che non si trattava semplicemente di un terremoto, ma di qualcosa di più lungo e perfido: uno sciame sismico, uno stillicidio di scosse e scossette che poteva rubarci il sonno e la tranquillità ancora per mesi e forse per anni. Proprio come lo sciame del 1570-1574, che aveva terrorizzato Ferrara per più di quattro anni. Quello che facemmo in molti la sera del 29 - piantare una tenda in cortile - nel 1571 lo aveva fatto il duca Alfonso nei giardini estensi. Nulla di nuovo, insomma: quello di Ferrara è uno degli eventi sismici che ci hanno lasciato una più ampia documentazione storica. I documenti, però, ogni tanto qualcuno dovrebbe fare la fatica di andarseli a leggere: sennò restano lettera morta e ci si convince - in barba alle mappe del rischio sismico - di vivere in terre misteriosamente sicure.

Il 29 maggio del 2012 Federica Salsi - consigliere comunale m5s a Bologna, non ancora caduta in disgrazia presso l'entourage di Grillo - segnalava sul suo profilo facebook il vero colpevole dei terremoti in Emilia: il fracking delle compagnie petrolifere in combutta con "Matto Morti". Fonte: un video complottista proveniente da un sito universalmente screditato. La Salsi lo aveva trovato su internet e non si era posta il problema di verificare se effettivamente ci fossero prove di un'attività invasiva come il fracking in Emilia, o in Italia, o in Europa. Fu senz'altro un'imprudenza, da parte di una persona ancora poco esperta di comunicazione. Diverso dovrebbe essere il discorso per Beppe Grillo, che inesperto non è, e che ha avuto tutto il tempo per approfondire il problema - se proprio ci tiene a parlarne. Anche perché nel frattempo è passato un anno e nessuno ancora ha capito o visto dove le compagnie petrolifere avrebbero estratto gas o altro nella bassa emiliana. Negli USA, dove il fracking si fa sul serio, di solito vengono evacuate intere contee.

Nelle dichiarazioni strappate dai giornalisti a Mirandola, e al comizio di Sestri Levante, Grillo ha giocato ancora una volta sull'equivoco tra fracking e stoccaggio di gas. Sono due cose molto diverse: la prima in effetti può provocare scosse - forse anche superiori al grado 5 magnitudo - il secondo no. In ogni caso nella bassa emiliana non risulta né l'una né l'altro (continua sull'Unita.it, H1t#181)

In ogni caso nella bassa emiliana non risulta né l’una né l’altro: è vero che a Rivara la Erg aveva cercato di creare un deposito di stoccaggio, e che il ministero aveva appena dato il via libera alla trivellazione di tre pozzi esplorativi: ma la Regione non aveva ancora dato il via libero definitivo (c’è comunque un’inchiesta in corso). Quanto al fracking, può darsi che in Italia qualche tentativo sia stato fatto: la fisica Maria Rita D’Orsogna, che Grillo citò un anno fa come fonte, ritiene di aver trovato documenti che dimostrano attività simili nelle province di Grosseto, Siena, Foggia e in Sardegna. Di Emilia non parla nemmeno lei.
Ne parlano però gli emiliani, nei bar: c’è chi sostiene persino di avere visto gli americani scappare via e lasciare un enorme accampamento incustodito. C’è chi dice che stanno scavando anche adesso: dove non si sa, ma scavano. Si raccontano tuttora storie enormi, abbiamo avuto un anno per gonfiarle: e Grillo ci ha fatto anche un po’ di campagna elettorale. Almeno ha il buon senso – o la faccia tosta – di ammettere che “non ci sono prove scientifiche”: è tutto un sentito dire, ma lui “ci gioca le palle” che è andata così. Quello che i giornalisti non vi possono dire – perché non ci sono le prove – ve lo dice lui, che di prove non ha mai bisogno. Se in Isvizzera una perforazione ha fatto il 3.6 richter, perché non può essere successo qualcosa del genere in Emilia? Grillo poi non è uno stupido, e probabilmente non gli è ignota l’enorme differenza su una scala logaritmica tra un 3.6 e il 5.9 della botta più forte di un anno fa: ma conosce anche, ahinoi, i suoi polli. Qualche anno fa ci raccontava della pallina che lavava più bianco senza detersivo; del pomodoro geneticamente modificato che secondo lui aveva ucciso 60 ragazzi; della “bufala” dell’Aids, dell’inutilità dei vaccini; di tutta l’energia che rivendeva all’Enel grazie allo strabiliante impianto fotovoltaico che si era messo in casa; tutte queste cose ci ha rivenduto un anno dopo l’altro, senza mai pagarne le conseguenze, perché dovrebbe temere ora per le sue palle o per la sua autorevolezza?
Tanto più che Grillo non fa che raccontarci qualcosa che vogliamo sentirci dire: non siamo una terra sismica. Lo siamo diventati a causa di uomini cattivi (probabilmente americani) e non lo saremo più quando la Gente vincerà le elezioni e li manderà tutti via. A quel punto non ci sarà più bisogno di fare esercitazioni serie e capannoni a regola d’arte, così come non ce n’era bisogno fino a qualche anno fa, perché noi non siamo davvero una terra sismica, è tutto un complotto. Anche i libri di Storia, i terremoti del 1570… è tutta roba vecchia, vecchia, sono tutti morti, morti. http://leonardo.blogspot.com
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Il MoVimento Irresponsabile Italiano

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"Il MoVimento 5 Stelle non è un partito, non intende diventarlo e non può essere costretto a farlo". Così Grillo sul suo blog. L'indignazione è tale che non gli consente di spiegarsi meglio: cosa significa diventare un partito? In che modo il disegno di legge Finocchiaro-Zanda lo obbligherebbe?

Se si tratta di depositare uno statuto, Grillo ci ha già pensato da qualche mese, depositandone uno a Camera e Senato, alla chetichella, lo scorso 18 dicembre. Quando l'Huffington Post ci mise le mani, in piena campagna elettorale, molti gridarono al complotto: Grillo aveva davvero intestato il Movimento a sé stesso e al nipote Enrico, senza informare i seguaci? La realtà era molto più banale: per presentare le liste è necessario depositare uno Statuto, e quindi Grillo ne butto giù uno, in fretta e furia. Non è dunque una questione di forma: uno statuto già c'è e si può benissimo modificare. Il problema non è il passaggio tra "movimento" e "partito": nessuno chiede al M5S di diventare un partito - ammesso che sia definibile la differenza. Il disegno di legge però prevede che il M5S si doti di una personalità giuridica, il che equivale a un'assunzione di responsabilità che nessuno al M5S può accollarsi. Men che meno Beppe Grillo, che non è stato eletto da nessuno: eppure lo statuto depositato lo riconosce titolare del marchio e presidente dell'"Associazione Movimento Cinque Stelle". La responsabilità di quello che l'Associazione dice o fa potrebbe essere sua, ma la responsabilità è la cosa a cui Beppe Grillo tiene meno in assoluto.

Fin qui Grillo ha sempre nascosto la mano dopo ogni sassata (continua sull'Unita.it, H1t#180).

Ha dichiarato davvero alla stampa estera che l’Italia avrebbe dovuto uscire dall’euro? Sì, ma non significa che il M5S sia contro l’Euro: decideranno gli italiani. Con un referendum, ovvio. Qual è la posizione del M5S sui diritti di cittadinanza? Non si sa, decideranno i cittadini. Nel frattempo il M5S non può considerarsi responsabile se sul blog di Beppe Grillo esce un pezzo razzista, che strumentalizza un orribile fatto di cronaca per demonizzare lo ius soli. Probabilmente neanche Grillo ne è responsabile, non lo è nessuno. Sono pezzi che si scrivono da soli, e poi se la gente li commenta non è mica colpa di Grillo o del suo movimento – in ogni caso, decide sempre il popolo. Con una consultazione, magari on line. Purtroppo a queste consultazioni partecipano in pochi, anche rispetto agli elettori m5s, ma questo accade a causa dei malvagi hacker, eccetera.
Grillo minaccia di non presentare il M5S alle prossime elezioni, se il disegno di legge passerà. Mi piacerebbe che almeno stavolta un esponente del M5S gli facesse presente che questo tipo di decisioni non dovrebbero spettare solo a lui: ci vorrebbe almeno una discussione, magari un bel referendum tra iscritti, eccetera. Altrimenti non resta che pensare che le cose stiano proprio come sono scritte nello statuto depositato pro forma il 18 dicembre: il Movimento è roba sua, il marchio è roba sua, e il fatto di presentarlo o no dipende solamente da lui. Si capisce che il ddl Finocchiaro-Zanda non gli piaccia: prevede consultazioni primarie per ogni candidatura, dal sindaco al presidente di regione. Persino il candidato m5s a un eventuale collegio uninominale dovrebbe essere espresso mediante primarie, e non digitali, non per scherzo: primarie vere. Personalmente non sono entusiasta all’idea  di imporre le primarie per legge, ma almeno non sono titolare di un marchio né di un movimento che fa il venti per cento e più. Grillo sì, e non mi stupisce che veda il ddl come fumo negli occhi. Con una regolamentazione del genere probabilmente Favia & co. l’estate scorsa gli avrebbero portato via il M5S bolognese. Tutti immaginiamo che prima o poi il M5S dovrà affrancarsi dal suo creatore, ma magari il creatore trova che sia un po’ troppo presto.
C’è un’altra possibilità: magari è veramente stanco. Magari non è un bluff, e davvero non intende ripresentare il suo marchio. Non cascherà il mondo: i delusi e gli arrabbiati che hanno votato M5S troveranno un altro marchio e un altro imbonitore. Per quel che ha fatto fin qui – salvare Berlusconi e spostare il Pd nel vecchio alveo della Democrazia Cristiana – è difficile immaginare che il prossimo sia peggio. http://leonardo.blogspot.com
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Ho sentito degli spari in una via del centro

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Benito Mussolini è probabilmente il personaggio politico più odiato e controverso del secolo scorso; tra il 1925 e il 1932, mentre consolidava la sua posizione di potere, scampò ad almeno sei attentati (Zaniboni, Gibson, Lucetti, Zamboni, Schirru, Pellegrino Sbardellotto). Alcuni erano anarchici, altri fascisti delusi, altre matte. Silvio Berlusconi ha più volte sostenuto di essere l'uomo politico vivente più odiato, preso di mira sistematicamente da una parte politica e una concentrazione mediatica: in vent'anni di carriera politica si è preso un treppiede e una madonnina. Ai democristiani nei '70 e negli '80 non era andata altrettanto bene; il brigatismo inflisse perdite pesanti tra le prime e le seconde file. I comunisti nel 1948 a per poco non perdevano Togliatti. I politici sono da sempre nel mirino: sono personaggi pubblici e rappresentano il potere, i motivi per prendersela con loro non sono mai venuti meno. Un tizio che nel 2013 si mette a tirare davanti a Palazzo Chigi può essere disturbato, può essere disperato; senz'altro sarà vittima della società e in particolar modo della determinazione con la quale negli ultimi anni si è abbattuta sui più indifesi l'Imposta sull'imbecillità, alias il videopoker; ma al netto di tutta l'eterogenesi dei moventi, un poveretto che non sa nemmeno che politico mirare e finisce per tirare a un carabiniere qualsiasi; e a momenti ammazza una donna incinta; uno così non fa statistica. Cioè ci sarà anche una rabbia montante, in Italia, nei confronti del ceto politico; sarà in gran parte causata dalla crisi economica che lo stesso ceto politico ha contribuito più a causare che a combattere; potremmo discutere a lungo se Grillo e compagnia ne siano un fattore scatenante o un semplice sintomo, o addirittura uno sfogo benigno che evita eruzioni più violente. Possiamo farlo, facciamolo anche a lungo, ma senza passare sul corpo steso di un tizio qualunque che soprattutto voleva farsi ammazzare. Un episodio del genere fa molto colore; riempie i pomeriggi di giornalisti che non sanno più che retroscena rifriggere; ma la statistica ci dice che in Italia la violenza di matrice politica è ai minimi storici. C'è qualche anarco-insurrezionalista che è riuscito a far recapitare qualche pacco bomba a Equitalia; uno forse nel 2012 ha gambizzato l'amministratore delegato di Ansaldo Nucleare; fine. Se c'è del disagio in Italia oggi - e ce n'è - si esprime soprattutto in altre forme.

Un mese fa ho visto quella che credo sia l'unica vera commedia italiana di successo in questa stagione (come dire: l'unico film italiano che qualcuno è davvero andato a vedere). Nei primi minuti c'è un politico davanti a Montecitorio che all'uscita dall'auto blu viene bersagliato da uova e ortaggi, e chiede il perché. "Come perché, non sei un politico?" "Certo che sono un politico". E giù uova. La cosa interessante è che non sapremo mai di che politico si tratti: durante tutto il film è il portavoce di un partito; ogni tanto si ritrova con altri due rappresentanti di partiti concorrenti; si vestono nello stesso modo ed è impossibile dai loro discorsi capire chi stia rappresentando chi. Nessuna ideologia, solo spartizione del potere. Sono uguali. Nei credits si chiamano "Politico bello", "Politico ruspante" e "Politico col pizzetto". Il Bello è quello che si prende le uova. Durante quella scena qualcuno si è alzato in piedi in sala e si è messo ad applaudire. Gente che va al cinema al mercoledì: vittime dei videopoker? di equitalia? è Grillo che li sobilla? o non sta semplicemente vendendo un articolo per cui c'è veramente molto mercato? Il film è uscito in marzo, ma era stato scritto un paio d'anni prima.

Il 7 marzo 2013, a urne ormai chiuse, Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno per aver violato il segreto di ufficio facendo pubblicare sul Giornale l'intercettazione in cui Pietro Fassino maldestramente festeggiava la acquisizioni dell'Unipol dicendo al manager Giovanni Consorte "E allora, siamo padroni di una banca?" Fassino non era diventato padrone di una banca; non controllava l'Unipol; per la cattiva luce gettata su di lui i fratelli Berlusconi lo devono risarcire di 80.000 euro (altri 40.000 euro li dovrebbe ricevere da Fabrizio Favata, l'imprenditore che fornì ai Berlusconi l'intercettazione). Ma Fassino non è l'unica parte lesa. "Abbiamo una banca" fu il tormentone delle elezioni del 2006: insieme a "abolirò l'ICI" fu una delle formule magiche che riportarono in sella la Casa delle Libertà, fino al pareggio finale. La campagna a mezzo stampa che infangò Fassino, i DS e l'Ulivo, l'abbiamo tutti pagata amarissimamente. Non saremo risarciti; questa è la grande vittoria di Silvio Berlusconi. Aver convinto la maggior parte degli italiani che i politici sono tutti uguali, al punto che qualsiasi coglione, se spara, sparerà sempre nel mucchio; e come invariabilmente succede in questi casi, sparerà sempre a quello sbagliato. I gloriosi eletti del popolo, che dovevano mandare a casa la casta, alla fine riusciranno a mandare a casa solo Pier Luigi Bersani: l'unico poveretto disposto a scendere a patti con loro. Si consoleranno fantasticandolo come un tessitore di oscure trame all'ombra dei Paschi di Siena. Intanto alla luce del sole chi si spartisce il vero potere saluta e ringrazia. Erano indaffarati a giurare, gli spari li hanno sentiti per ultimi. Anche delle nostre discussioni devono giungere soltanto echi lontani, un vago starnazzare di inutili galline che si azzuffano per niente.
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Grillo, o dell'egemonia

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L'egemonia culturale, scriveva il direttore, ce l'ha chi riesce attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, a imporre i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione. L'egemonia culturale, oggi, nella politica italiana, ce l'ha il Movimento Cinque Stelle. Vale la pena di riconoscerglielo, anche perché è l'unica cosa che ha: non ha la maggioranza, non ha un quotidiano, ha una webradio scalcinata e un sito che si pianta appena c'è un po' di traffico, eppure ce l'ha fatta. Ce l'ha fatta nel momento in cui intorno ai palazzi di Roma è cominciato a risuonare la domanda #RodotàPerchéNo, e non c'era nessuno che riuscisse ad articolare una risposta. E sì che risposte ce n'erano, e avrebbero dovuto essere comprensibili e condivisibili: ma niente da fare, non si sono sentite. L'unica cosa che abbiamo sentito per quattro giorni è stata la domanda: perché no Rodotà? che riecheggerà ancora probabilmente stamattina nei bar, negli uffici e sulle panchine di mezza Italia. Mentre nessuno si farà la domanda, ugualmente interessante: perché Prodi no? Perché a Grillo non andava bene? L'egemonia è tutta qui: si tratta di due domande equivalenti, ma una è sulle bocca di tutti, l'altra rimane una chiacchiera per addetti ai lavori.

Il PD - ammesso esista ancora - ha tanti problemi. Quello della comunicazione non è secondario (continua sull'Unita.it)

È un partito che spende una parte rilevante delle sue risorse per comunicare, e non riesce a evadere dalle narrazioni che gli altri mettono in giro su di lui. Per aver detto in campagna elettorale una semplice cosa di buon senso (non si governa col 51%), Bersani è stato dipinto come l’inciucista alleato di Monti e non è riuscito a scrollarsi di dosso questa immagine in nessun modo. Dopo la sconfitta, mentre tutta l’Italia invocava una soluzione rapida, Bersani veniva deriso a ogni tentativo di dialogo con le controparti; irriso perché non si dimetteva, neanche ci fosse dietro di lui la fila per sedersi su una seggiola su cui  alla fine, chiunque salirà, dovrà reinventare il partito o liquidarlo. Tant’è che già si parla di non accogliere le sue dimissioni: probabilmente ne parlano anche i franchi tiratori che l’altro giorno hanno impallinato Prodi (a proposito, a questo punto ci piacerebbe che si palesassero, e ci spiegassero perché e per chi hanno agito; un minimo di chiarezza sarebbe un atto dovuto, e difficilmente potranno arrecare più danni di quanti ne hanno fatto venerdì).
Il PD – ammesso esista ancora – deve porsi il problema: perché non riesce a condividere i propri punti di vista non dico con la base, ma nemmeno con molti dei suoi dirigenti? Una scelta incomunicabile, perché francamente indigesta (ad esempio la candidatura di Marini) è una scelta ancora praticabile? E se sono gli altri a raccontare la nostra storia, cosa possiamo fare noi per reagire? Qualsiasi cosa sarebbe meglio del silenzio.
Per esempio: prendere il video in cui il Santone, nel suo camper, ci avvisava che votando il suo candidato (in quel momento era ancora la Gabanelli) chissà, forse si sarebbe potuto collaborare, ma sì, perché no. Prendere quei pochi secondi di cialtronaggine totale che nell’immaginario collettivo hanno risvegliato l’idea di un possibile governo PD-M5S, metterli davanti al naso di tutti, elettori del PD e del M5S, tutti, e chiedere: ma voi la comprereste un’auto da un tizio così? Uno che a un colloquio informale pretende di sorvegliare i suoi emissari con la webcam, e poi quando all’ultimo momento vede che ce ne andiamo abbassa il prezzo? Ma non lo vedete che vi sta tirando il pacco? E cosa credete che ci sia nel pacco? Cosa avrebbe fatto poi, un altro sondaggino per nominare i suoi ministri?
Non avremmo convinto tutti, ma era meglio del silenzio. Meglio del povero Orfini catapultato in tutti i programmi perché, per sua ammissione, “non ci voleva andare quasi nessuno”. Certo, se è per questo Grillo non ci manda nessuno, e vince. Se lo può permettere. Si chiama egemonia, purtroppo. Dovremmo saperne qualcosa. http://leonardo.blogspot.com
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Il Popolo si è espresso

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La democrazia diretta, come pensano che funzioni alla Casaleggio e Associati:


(Secondo me Paint bastava e avanzava per rendere il concetto, ma se uno più bravo di me, ad es. chiunque, vuole fare un grafico più professionale, io questo lo cancello anche subito).
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Vota anke tu gli Amici di Beppe

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I dieci candidati al Quirinale del Movimento Cinque Stelle sono una notizia. Mostrano che almeno una parte del MoVimento è molto più incline alla collaborazione con il PD dei suoi rappresentanti eletti e dei suoi megafoni. Anche se per la verità ne sappiamo molto meno di quel che sembra.

Per esempio non sappiamo quanti hanno votato davvero, e quanti rivoteranno oggi: i responsabili, chiunque essi siano, non ce l'hanno voluto dire. Il blog di Beppe Grillo viceversa è stato estremamente preciso sul numero degli aventi diritto, gli iscritti al Movimento "al 31 dicembre 2012 con documenti digitalizzati". 48.282. Più o meno gli abitanti di Civitanova Marche. Vale la pena di ricordare che alle ultime elezioni hanno votato per il Movimento 8 milioni e 690mila cittadini italiani: per farci un'idea, sono gli abitanti di tutte le Marche, più tutta la Toscana e quasi tutta l'Emilia-Romagna. Di questi, soltanto uno ogni 180 era ammesso a votare. Parlare di democrazia diretta con questi numeri ha un po' l'aria di una presa in giro.

Ma quanti di questi "ammessi" hanno realmente votato? Sarebbe lecito supporre che lo abbiano fatto quasi tutti, visto che si erano preoccupati per tempo di digitalizzare i documenti. Però Grillo non ce lo vuole dire, il che non è che si presti a molte interpretazioni. O i voti sono stati più numerosi degli aventi diritto - il che invaliderebbe la consultazione, e fornirebbe l'ennesima dimostrazione dell'inettitudine informatica dei leader del M5S - o sono molti meno. Fingiamo comunque che abbiano votato "quasi in cinquantamila", come dice Grillo contraddicendosi da solo, e diamo per buoni i suoi risultati. Anche così, però, non sappiamo quasi nulla. Certo, sappiamo che c'è Prodi (ed è una notizia) accanto a Rodotà e alla Gabanelli; ma non sappiamo quanti voti hanno preso, nemmeno in percentuale. Grillo non ce lo sta dicendo, e non è un piccolo dettaglio (continua sull'Unita.it, H1t#175).


Il talent-show del MoVimento


Chiunque abbia un po’ di dimestichezza coi sondaggi – e una consultazione su un campione di 50.000 persone può essere equiparata a un sondaggio – sa che i risultati non sono mai a pari merito. È cioè altamente improbabile che i dieci vincitori abbiano ottenuto più o meno lo stesso numero di preferenze. Di solito in un sondaggio di questo tipo tre o quattro nomi si spartiscono il grosso della torta, lasciando il seguito alle briciole. Per fare un esempio possiamo guardare i numeri del sondaggio SWG di qualche giorno fa che dava la Bonino in testa (col 16%): dopo di lei veniva Gianni Letta (con la metà dei consensi, l’8%), poi Berlusconi Prodi e Rodotà a pari merito (7%); Monti (5%); Napolitano (4%); la Severino, Zagrebelsky (3%); Grasso e Pera (2%). Questi ultimi sono decimi a pari merito, e con un ottavo dei consensi che aveva la Bonino. C’è una bella differenza. Viene spontaneo immaginare che altrettanta differenza ci sia tra il primo e il decimo classificato nella consultazione M5S, ma Grillo e Casaleggio non ce lo vogliono dire. Magari Prodi ha preso un ottavo dei voti di Imposimato. Magari Grillo straccia tutti al 90%. Magari no. Non si sa. Ma perché non si sa? Chi lo ha stabilito? In che assemblea del MoVimento si è deciso di procedere in questo modo? E c’era lo streaming?
Più che un esperto di democrazia, chiunque abbia deciso di far funzionare le cose in questo modo sembra esperto di talent show: gli unici spettacoli in cui non vengono mai divulgate le percentuali del televoto, per evitare di ammazzare la competizione quando sin dalla prima puntata qualche concorrente comincia a imporsi con l’80%. Il pubblico ha già scelto, ma lo spettacolo deve continuare; e poi chissà, magari tra qualche puntata, con qualche accorgimento degli autori e della regia, il pubblico potrebbe cambiare anche idea. Le “quirinalie” del MoVimento funzionano un po’ così. Oggi si dovrebbe fare il secondo turno, dove chi ha preso magari l’1% se la gioca ancora alla pari con chi ha preso forse il 30%.
Qualcuno lo ha chiamato ballottaggio, ma quest’ultimo di solito soddisfa la banale logica binaria che prevede che il vincitore sia eletto da almeno il 50% più uno degli elettori. Dunque al secondo turno non possono essere ammessi che due contendenti. Se invece ne ammetti dieci, puoi essere ragionevolmente sicuro che nessuno otterrà il 50% più uno. Il vincitore potrebbe essere viceversa incoronato da una percentuale risibile, anche intorno al 15%: meno di settemila voti. Più o meno gli abitanti di Staranzano (Gorizia, hinterland di Monfalcone). Democrazia diretta? Ne siete sicuri? http://leonardo.blogspot.com
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Il pacco del MoVimento

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Non so da voi, ma qui la prassi per eleggere i rappresentanti di classe prevede l'inserimento di un bigliettino ripiegato nella fessura di una scatola. Alla fine si apre la scatola e si spogliano, termine che provoca un'inevitabile ilarità, le schede. Di solito è soltanto dopo aver contato i voti con una fila di x sulla lavagna, e consacrato i vincitori, che qualcuno nota che i conti non tornano: ci sono più x sulla lavagna che votanti, più bigliettini nella scatola che alunni nell'aula. Bisogna ricominciare daccapo. Successe persino a Montecitorio, mentre il parlamento in seduta comune tentava di eleggere il successore del presidente Cossiga. È il broglio più semplice da commettere, e non è il più semplice da evitare. Il passaggio dai bigliettini di carta al digitale non rende di per sé la procedura più sicura, anzi.

Casaleggio, lo si è capito, non è un esperto di internet. Non sa come funziona, nemmeno gli interessa, non è un ingegnere. È un pubblicitario. "Internet" per lui è un marchio da vendere. Cosa faccia poi questa benedetta Internet non lo sa nemmeno lui, non ha importanza, di sicuro sarà qualcosa di bellissimo che cambierà le nostre vite, ci renderà più liberi, laverà più bianco. Non è che si possa chiedere a un venditore professionista di essere consapevole dei limiti tecnici del prodotto che sta vendendo; se lo fosse farebbe un altro mestiere. Quindi, se gli chiedono se si possa fare la democrazia diretta con Internet, lui risponderà di sì, che è possibilissimo, anzi facciamolo subito, affare fatto. Quando poi smonti il pacco e ti accorgi che il sistema concretamente non funziona, si pianta ogni volta che provi a usarlo al 100%, lui ha già la risposta pronta che è la versione politica di quella che vi hanno dato centinaia di operatori telefonici quando avevate il PC in panne: "sarà un virus". Nel suo caso "sono stati gli hacker".

Chi ne capisce un po' di più (io no) sostiene che si trattava di un bug, che ha permesso a qualcuno di inviare più voti. In molti casi probabilmente il voto è stato mandato due volte per sbaglio, come capita certe volte che il sistema è lento e non vi fa capire se il messaggio o il tweet o il post è partito o no, e allora voi in buonissima fede cosa fate? Refresh, e poi vedete il messaggio inviato due volte... Ecco, se stavate votando alle primarie m5s per il Quirinale avete appena commesso un broglio, siete malvagi hacker. Nella ricostruzione di Federico Mello:
non c’è stata alcuna intrusione esterna. Lo spiega bene il comunicato della Bnv, l’azienda specializzata che ha “certificato” le operazioni di voto. Dice infatti: «A seguito di uno dei controlli pianificati, relativo all’integrita del sistema, è stata rilevata un’anomalia, i cui effetti sono stati verbalizzati. L’anomalia ha compromesso in modo significativo la corrispondenza tra i voti registrati e l’espressione di voto del votante». Significa che sono stati registrati più votanti degli aventi diritto. Sempre la Bnv specifica inoltre: «Trattandosi di un controllo periodico non è stato possibile determinare con certezza il momento iniziale della compromissione».
Di hacker, non si fa alcun cenno. E non potrebbe essere altrimenti: la Bnv è una azienda di certificazione, non di sicurezza informatica. Nel suo “chi siamo”, spiega: «DNV Business Assurance Italia svolge, da parecchi anni, un’intensa e competente attività nel settore delle verifiche, ispezioni e certificazioni di sistemi di gestione, prodotti in campo industriale e nei settori dei servizi». Insomma, rispetto a procedure concordate, l’azienda verifica che vengano svolte in modo corretto. E non è un caso che abbia fatto dei “controlli periodici”: non ha le competenze informatiche per “difendere” un server, e non ha sistemi di monitoraggio, né di tracking, di tracciamento, per risalire a possibili incursioni.
Io credo che i militanti del M5S che chiedono insistentemente, da mesi, una piattaforma realmente democratica a Grillo e Casaleggio dovrebbero riflettere seriamente su quello che sta succedendo. Se la tanto promessa piattaforma non è mai pronta, forse non si tratta soltanto di un problema di tempo, come a volte avete letto su beppegrillo.it. Casaleggio avrà anche tanti impegni, ma quello che vi ha promesso, tecnicamente, non ve lo può dare. Il fatto che succeda di nuovo un incidente del genere, dopo i disguidi durante le parlamentarie, la dice lunga. Noi non sappiamo esattamente quanti siano gli iscritti al MoVimento al 31 dicembre 2012 (quelli che avevano diritto di votare), ma Casaleggio sì, lui lo sapeva. Ha tutti i dati necessari a capire quanta gente avrebbe votato ieri e a prevedere i possibili picchi di traffico. Ma non ci riesce. O non ne ha i mezzi o, probabilmente, non ne è capace. Ma non ha la minima importanza, così come non ne ha avuta per le parlamentarie. Non si tratta di eleggere veri rappresentanti: si tratta di vendere l'idea del movimento che decide in rete, con tutto il bello e tutto il brutto della rete, compresi i malvagi hacker inquinatori della volontà popolare. Grillo e Casaleggio non hanno la minima idea del futuro che stanno vendendo: è un pacco, intanto lo piazzano, se poi dentro c'è qualcosa che funziona tanto meglio, ma non dipende da loro. Loro fanno il marketing, loro piazzano il pacco.

Viene in mente la teoria di Steve Jobs su come i venditori rovinino le grandi aziende, quando vanno al potere al posto degli ingegneri. Il M5S non è una grande azienda, è un movimento politico, dentro un pacco. Volete che funzioni? Scartate via il pacco, licenziate i professionisti dei fiocchetti. Sono stati molto bravi, ma da qui in poi possono soltanto rovinare tutto.
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Anonima parlamentari

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Ieri gli iscritti al Movimento 5 Stelle ("al 31 dicembre 2012") hanno votato on line il loro candidato alla presidenza della Repubblica. È solo il primo turno; lunedì avverrà un "ballottaggio" tra i dieci nomi più votati - il che significa che probabilmente il vincitore della competizione non avrà la maggioranza assoluta dei consensi nemmeno tra gli elettori m5s. È comunque un po' presto per fare previsioni: per ora tra i nomi più frequenti sui social network ci sono per lo più persone che hanno fatto altri mestieri (Gino Strada, Milena Gabanelli), figure che ci dicono molto dell'immaginario grillino (la centralità del videogiornalismo, l'antagonismo barricadero) ma che è difficile immaginare realmente candidati al Colle. Va da sé che qualcuno voterà direttamente Beppe Grillo: non ci è dato sapere quanti, né se a Grillo interessi o serva un trampolino del genere. Si vedrà più avanti.

Per adesso è interessante osservare il modo in cui il MoVimento punta, consapevolmente o meno, a una repubblica di fatto presidenziale, aggirando la Costituzione. Non c'è bisogno di abrogarla là dove prevede che il presidente sia nominato dal parlamento; è sufficiente trasformare il parlamento in una semplice assemblea di esecutori della volontà popolare, pronta a esprimersi in ogni momento attraverso sondaggi on line sulla piattaforma del MoVimento. Qualcosa di simile ai "grandi elettori" che vengono eletti dai cittadini americani in occasione delle elezioni presidenziali, e ai quali, salvo imprevisti, non viene chiesto che votare esattamente il candidato indicato dai cittadini. È in questo modo che assume un senso anche la boutade di Grillo sull'aspirazione del M5S a raggiungere "il 100% dei consensi": il MoVimento non è un partito - e infatti coi partiti non dialoga - il MoVimento è la piattaforma in cui in futuro i cittadini voteranno le loro leggi ed eleggeranno i loro rappresentanti, compreso il Presidente, senza passare attraverso i partiti. Anche se per ora la piattaforma non è ancora pronta, Casaleggio ci sta lavorando ma è molto impegnato; comunque adesso si prova a eleggere l'inquilino del Quirinale e vediamo come va.

È curioso notare come Grillo, che accusa gli altri partiti di aver trasformato i parlamentari in "figure di cartone", in sostanza consideri i senatori e i deputati non molto più che pigia-bottoni, dai quali non pretende nessuna competenze o professionalità: e infatti dopo due mandati li vuole fuori dai piedi. Dal suo punto di vista non ha tutti i torti, un pigia-bottoni non diventa più bravo dopo cinque anni passati a pigiare bottoni; può però abituarsi agli ozi romani e farsi fotografare alla buvette (continua sull'Unita.it, H1t#174).

In questo programma di superamento e aggiramento delle istituzioni repubblicane  il MoVimento rivela un certa continuità con il passato che pretende di distruggere, e in particolare il berlusconismo. È berlusconiano il tentativo di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale de facto, mutando le elezioni legislative in referendum sulla sua persona (agli italiani era chiesto di barrare o no una croce sul simbolo “Berlusconi presidente”). È sua in fondo anche la concezione del parlamentare come dipendente, da gratificare minacciare o licenziare, e perché no sostituire con qualche elemento strappato alla concorrenza. A questo modello aziendalista Grillo si è ispirato, sostituendo l’immagine del Boss con quella del popolo: i parlamentari, ci ha spiegato, sono nostri dipendenti: non di Berlusconi (e nemmeno di Bersani), ma nostri. Non ci resta che votare e fidarci di Beppe, che più che megafono in questo momento sembra incarnare la figura di un bizzoso amministratore delegato.
In fondo il grillismo è una delle conseguenze del porcellum, la legge elettorale voluta da Berlusconi e che nessun contendente è mai riuscito a cambiare. Abolendo le preferenze, attribuendo ai vertici di partito la totale responsabilità sui nomi da mettere in lista, il porcellum ha eliminato ogni residua necessità di individuare candidati credibili, radicati in un territorio. Proprio nel momento in cui la fiducia nei confronti dei partiti toccava il punto più basso, questi ultimi hanno tolto l’ultima possibilità per l’elettore di segnalare il proprio disagio nei confronti di un candidato indigesto. Il porcellum ha creato le premesse per il successo di un partito di anonimi pigia-tasto: tra i peones di Grillo e quelli di Berlusconi, abbiamo pensato tutti, magari ci sarebbe stato addirittura un salto di qualità – che finora, purtroppo non si è veduto. Ma in un certo senso il M5S è il partito che meglio di tutti incarna la filosofia del porcellum: non si votano le persone, si vota un simbolino che è proprietà di qualcuno che sceglie per te le persone. Se poi è tanto onesto e gentile da aprire consultazioni on line per comporre le liste, tanto meglio, ma non è che faccia molta differenza: in un modello del genere, il candidato ideale non ha né personalità né dubbi, è un automa autorizzato a pigiare determinati tasti durante determinate votazioni. Fa un po’ paura, ma ha un senso. Potrebbe persino funzionare.
Il partito degli anonimi ha però un punto debole: non può, per definizione, esprimere candidati credibili alle cariche più importanti. Lo si è visto al momento di individuare i presidenti delle camere, e ancor più durante le tragicomiche consultazioni in cui il M5S ha reclamato un incarico di governo senza spiegare chi, in concreto, avrebbe voluto mandare a Palazzo Chigi. Dietro all’enigma surreale c’è una banalissima ammissione di inadeguatezza: il partito di anonimi non ha nessun candidato credibile. Non li ha nemmeno per il Quirinale: Grillo in un primissimo momento aveva buttato lì Dario Fo; pretattica o semplice ingenuità? Non lo sapremo mai: c’è da sperare che i suoi iscritti siano un po’ meno confusi di lui.
Nel frattempo Bersani e Berlusconi negoziano. In discussione non può che esserci la riforma elettorale: tutto il resto potrebbe anche essere rimandato dopo nuove elezioni, ma il porcellum va cambiato, a parole sono d’accordo tutti. Personalmente – per quel che conta – avrei preferito che l’accordo lo avessero fatto Pd e M5S, ma le possibilità erano scarse fin dall’inizio. A questo punto la logica, e la pragmatica, ci suggeriscono che due grandi partiti su tre si mettano d’accordo su una legge elettorale disegnata in modo da sfavorire il terzo. E siccome il terzo è un partito di anonimi, è lecito supporre che la prossima legge rimetterà in primo piano le personalità dei candidati. Sarebbe una buona notizia, credo, persino per molti elettori M5S. http://leonardo.blogspot.com
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Il Blog al potere

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Un giorno un osservatore perspicace ha detto che l’Italia fascista era diretta come un grande giornale, nonché da un grande giornalista: un’idea al giorno, dei concorsi, delle sensazioni, un abile e insistente orientamento del lettore verso alcuni aspetti della vita sociale, smisuratamente ingranditi, una deformazione sistematica della comprensione del lettore. Insomma i regimi fascisti sono regimi pubblicitari*.
Mi sembra doveroso avvertire i lettori che forse tra me e Grillo c'è una questione personale. Ovviamente lui non lo sa. Ma in sostanza mi ha rubato il giocattolino, e non glielo perdonerò mai. Io ci ho un blog da milioni di anni, tempi in cui lui spaccava i pentium con le clave, ok, storia vecchia, però mai, mai mi sarei aspettato che si potesse andare al potere con un blog, e infatti non ci sono andato. Invece lui ci sta riuscendo, e il discorso "ma era già prima un personaggio tv" funziona fino a un certo punto. È vero, era un personaggio tv, ma in un qualche modo è davvero diventato un blogger. Ha tutto del blogger. L'ansia di spiegare il mondo in quaranta righe. L'attitudine litigiosa che diventa metodo induttivo-deduttivo-abduttivo-qualsiasi metodo, cioè in pratica non c'è problema che non si possa risolvere insultandolo a lungo. I link spacciati come fonte. Il Blogroll come corte dei miracoli e dei miracolati - una manciata di poveretti che non hanno nessun altro merito se non leggerti e farti spesso i complimenti, gente che disprezzeresti se non sapessi che dipendi da ogni loro singolo clic. La palude dei Commenti come sfogatoio per il parco buoi dei cliccatori che non si ascoltano, si pesano. Forse un giorno Internet sarà il luogo della democrazia, forse voteremo ogni giorno da casa su smaglianti piattaforme sociali. Forse. (Casaleggio ci sta lavorando, peccato che abbia tutti questi impegni). Ma nel frattempo c'è un blog, e un blog non è un luogo di democrazia - fidatevi di me almeno su questo argomento - non lo è mai stato.

Il blog è una tirannide.

Più autocratica di altre tirannidi, perché è piccola. Come quelle città stato greche - uno ha sempre in mente Atene con le sue assemblee - ma se non sbaglio la maggior parte erano in mano a tirannelli litigiosi che pranzavano in fretta sotto spade penzolanti. I blog sono esattamente questo. Parlo solo io e voi ascoltate. E se mi dite che sbaglio nei commenti, io cancello i commenti. Leggo solo chi mi dà ragione. Posso anche cambiare nick e darmela da sola, la ragione. Ogni tanto poi mi sento solo e vado nell'archivio a leggere tizi che mi davano ragione nel 2007, magari in realtà ero sempre io sotto mentite spoglie ma non me ne ricordo più, non ho tutta questa familiarità coi miei commentatori, mi ricordo solo che ho sempre avuto ragione. Posso aprire altri blog civetta e farmi dare ragione anche da loro. Posso coltivare un piccolo parco di poveretti e premiarli con un link e una botta al ranking ogni volta che mi danno ragione. Nel frattempo ho smesso da un pezzo di leggere i giornali, sono tutti psicotici prezzolati che non mi danno mai ragione. Poi un giorno vinco le elezioni. Non me lo aspettavo nemmeno io, ma succede.

Cosa faccio?

Non c'è nessuno che mi dia un consiglio sensato: i giornali ovviamente mi odiano, ma i miei consiglieri mi amano troppo, e poi diciamolo, non mi sembrano mica tanto normali. C'è il filosofo che si capisce che è un filosofo perché ha la barba bianca e spiega le stesse cose che vengono in mente a me con cento battute in più: io dico "Ma teniamoci Monti e vaffanculo" e lui ripete "è opportuno insistere sulla linea della prorogatio". Ok. A Montecitorio ci ho mandato un sacco di commentatori, chi si fiderebbe dei commentatori? ho subito mandato gli unici di cui mi fido (dei blogger ovviamente) a mettere le webcam, così almeno li tengo controllati, ma chi se lo guarda poi lo streaming? è una palla infinita. Per tirarmi su vado sul mio blog, dove è pieno di gente che mi dà ragione a prezzi scontati, quelli che mi danno torto probabilmente li paga la concorrenza, ma si cancellano con un clic, è liberatorio. C'è solo una cosa che non sopporto.

Quelli che mi chiedono cosa voglio fare.

Che razza di domanda è. Io voglio fare esattamente quello che sto facendo. Il blog. Mi piace il blog, voglio che tutti lo leggano e mi diano ragione. Non è per vendere i dvd, come dicono i maligni psicotici prezzolati. Quello forse all'inizio, ora ormai è un pretesto. In realtà non c'è un perché, è proprio una domanda sbagliata. Come chiedere all'uccellino perché cinguetta o alla talpa perché si fa le tane. Io faccio un blog perché sono un blogger, e se nel procedimento mi capita di conquistare l'Italia - incidenti che capitano - vorrà dire che rifarò l'Italia come un blog, con dei banner dappertutto, un post quotidiano dove inveire contro i nemici del popolo, la libertà di commento per ogni lettore (Uno Vale Uno!) tranne quelli che parlano male, traditori prezzolati del popolo da sopprimere ma senza fargli male (gli leveremo la connessione, al limite). I ministri li eleggeremo coi sondaggi on line, quelli nella colonnina di fianco, avete presente? non ha comunque molta importanza, tanto ci mando a controllarli i miei v-logger di fiducia con le webcam. Io farò dell'Italia un blog, non perché ne sia consapevole, ma perché è l'unica cosa che so fare: come quello prima di me sapeva solo fare tv e trasformò l'Italia in uno show televisivo permanente - finché a furia di ballerine in parlamento e nei dicasteri la cosa si fece insostenibile e chiamarono me.

Quello del secolo scorso, invece, lo avete mai letto davvero? Chi lo conosce lo sa: prima di essere un dittatore autoritario e violento e blablà era un giornalista. Un corsivista di razza. Vinse l'Italia, anche lui in un momento in cui non la voleva veramente nessuno, e la trasformò in un quotidiano. Un’idea al giorno, dei concorsi, delle sensazioni, un abile e insistente orientamento del lettore verso alcuni aspetti della vita sociale, smisuratamente ingranditi, una deformazione sistematica della comprensione del lettore. Finché a furia di titoloni a effetto non gli toccò dichiarare davvero qualche guerra, e lì andò tutto a Patrasso. Dove andremo anche stavolta, nel solito nostro italianissimo modo.

Che consiste forse nel sovrapporre politica e comunicazione. Siamo ossessionati dalla comunicazione. Non vogliamo essere governati, vogliamo qualcuno che ci comunichi cose. Non vogliamo un governo, vogliamo un giornale, o un talkshow, o un blog, e chissà cosa vorremo dopodomani. Sarà comunque qualche altro strumento che parla parla parla, e quel poco che conclude quasi sempre è un casino.

*(Ancora grazie ad Antonio Schiavulli, che mi ha aiutato a ritrovare un passo che cercavo da anni).
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Revolution will be video-made

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Se fosse confermata, la scelta di Grillo e di Casaleggio di portare "Nik il Nero" a Palazzo Madama confermerebbe la centralità all'interno del M5S di una figura 'professionale' che fin qui abbiamo tutti colpevolmente snobbato: no, non il camionista (anche se Nik è famoso per autoriprendersi mentre guida), ma il videomaker. Insomma il tizio che si fa i video in casa e poi li mette sul suo canale Youtube.

Così raccontava Nik qualche mese fa a Linkiesta: "Ho da sempre una grande passione per la telecamera, e quindi ho pensato di rendermi utile con qualche video. Avrei voluto fare il videomaker di professione. Ci ho anche provato per cinque o sei mesi, ma non tiravo su abbastanza soldi, e così sono dovuto tornare a fare il camionista. Il primo video che girammo col gruppo fu sul detersivo alla spina. Poi ne abbiamo fatti tantissimi di denuncia; direi ormai circa 350. Il 60% sono finiti dal mio canale YouTube direttamente sul blog di Beppe Grillo, che li apprezza molto". Nik - se la notizia è vera - dovrebbe arrivare al Senato come consulente di un portavoce del capogruppo, o qualcosa del genere, ma in sostanza per fare i video; con la stessa professionalità con cui ha curato in questi anni il suo canale Youtube. Prima di lui c'era Daniele Martinelli (continua sull'Unita.it, H1t#172).

Prima di lui c’era Daniele Martinelli (che forse è stato sollevato forse no, intorno a Grillo c’è la stessa trasparenza del Cremlino ai tempi di Andropov), e che parlava di sé stesso in questi termini: “sono un professionista della comunicazione nato sulle macchine da scrivere, passato attraverso le redazioni radiofoniche e televisive in cui si doveva saper fare tutto: scrivere testi, condurre, cimentarsi in regia, usare la telecamera, sistemare le luci, l’audio, montare i servizi con metodo lineare, non lineare e poi digitale… Tutti questi lavori messi insieme hanno creato la recente (non per me) figura del videomaker. Che nell’accezione più moderna del termine significa esercitare attività di video-giornalista INDIPENDENTE”.
La stessa attività di “video-giornalista indipendente” esercita – con qualche successo in più – il consulente del portavoce del capogruppo alla Camera, Claudio Messora. La nomina dall’alto di Messora e Martinelli (e poi di Nik) è stata interpretata da molti anche all’interno del Movimento come un tentativo di assistere ‘dall’alto’ ai gruppi parlamentari abbandonati un po’ a sé stessi: la famosa “cinghia di trasmissione”. Qualcuno li ha persino chiamati commissari politici: è un po’ presto per capire se svolgano davvero una funzione del genere. Per ora è più interessante notare da dove Grillo e Casaleggio peschino i loro cosiddetti fedelissimi: dalla Rete, naturalmente, ma nello specifico da Youtube. Messora, Martinelli e Nik hanno biografie diversissime (e affascinanti) che convergono soltanto nel momento in cui vengono attirati nell’orbita di Beppegrillo.it in qualità di “videomaker indipendenti”, produttori di migliaia di ore di materiale video che qualcuno ha pur visto e molti avranno semplicemente linkato e, avrebbe detto Petrolini, “piacciato”. Il modello a cui tutti e tre guardano è ovviamente il video-giornalismo d’inchiesta di Report o quello dei reportage della factory di Santoro: i risultati poi sono davanti a tutti, se qualcuno ha voglia o tempo per andarseli a vedere.
Ma l’importanza di questi videogiornalisti fai-da-te non andrebbe sottovalutata: si è detto a lungo che Grillo ha vinto rinunciando alla tv e lavorando sulla Rete. Possiamo aggiungere che Grillo ha portato in rete un linguaggio televisivo, scimmiottato alla benemeglio da volontari generosi ma non professionisti. Il suo blog non avrebbe avuto il successo che ha avuto senza i materiali video di cui ha sempre fatto un larghissimo uso. Basti pensare che  fino a qualche anno fa la rubrica più seguita era la predica settimanale di Travaglio, davanti a una camera fissa: per un vecchio utente di internet uno spreco di tempo e memoria, dal momento che ci si mette molto meno tempo a leggere un testo a video: ma l’utente-tipo di Beppegrillo preferisce guardarsi la clip, anche se tutto quel che c’è da vedere è la faccia di Travaglio che legge. In fondo succede la stessa cosa ogni giovedì da Santoro, dev’essere un format rassicurante. Quando si arriva a Nik il discorso è diverso: lui mica legge, e probabilmente i discorsi che fa davanti alla sua webcam non riuscirebbe a metterli giù su un foglio (non in modo altrettanto incisivo). Il video a un certo punto diventa una scorciatoia per spiegarsi e capirsi meglio. È il caso di Nik, ma anche dei portavoce grillini alla Camera e al Senato. Non solo si spiegano attraverso video, ma sono convinti che tutti dovrebbero fare così, che sarebbe tutto più chiaro se tutti facessero così: niente verbali scritti che sono noiosi, tutto in streaming, ore di streaming. Il grillismo non è solo una sfida alla democrazia. È anche una sfida alla civiltà della scrittura.http://leonardo.blogspot.com
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Un grillino al Quirinale

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Benvenuto Presidente! (Riccardo Milani, 2013)

Sotto è in mutande, avete indovinato.
In Parlamento parlano parlano, e non concludono niente. Da mesi i tre maggiori partiti non riescono ad accordarsi sul nome del nuovo presidente della repubblica, tanto che gli onorevoli votano cognomi a caso o in codice. Durante una votazione viene eletto, per un disguido, Giuseppe Garibaldi: che però esiste davvero, ha appena perso il lavoro e viene da un'immensa provincia, indovinate quale. Ed è inoltre Claudio Bisio, che al cinema ha sfondato tardi ma sta recuperando - il nostro Louis de Funès, il clown che riflette sulla sua pelata l'italianità e la scompone come un prisma in tutti i suoi colori primari e no. Da quand'era che non assistevo a un applauso a scena aperta in un cinema?

Mi è capitato lunedì guardando una delle primissime scene di Benvenuto Presidente!, in cui un politico si becca un uovo in faccia davanti a Montecitorio - applausi. Non sappiamo di che partito è - non lo scopriremo per tutto il film. Però è un politico e un uovo in faccia se lo merita, è liberatorio. Ora è pur vero che il lunedì sera qui da noi c'è lo sconto, però tutti questi precari o disoccupati o esodati incazzati in sala non c'erano; la signora che si è alzata e si è messa ad applaudire a fine mese secondo me c'è arrivata abbastanza bene, s'è pure concessa il film di Pasqua in cui tirano le uova ai politici, non importa quali. Tanto son tutti uguali, no?


Nel film ce ne sono tre, che inciuciano tutto il tempo. Quello che si piglia l'uovo nelle schede sul casting è chiamato "il politico bello" (un Cesare Bocci molto meno bello del solito). Beppe Fiorello invece è "il politico con il pizzetto", mentre Massimo Popolizio è "il politico ruspante", una riedizione dello Sbardella che interpretava nel Divo. Non si capisce se siano i leader o i capogruppo parlamentari dei rispettivi partiti: comunque decidono loro per tutti. Si incontrano ogni tanto in location architettonicamente rilevanti per inciuciare, e inciuciano, inciuciano che è un piacere. Quando si accorgono di avere eletto per sbaglio Claudio Bisio, vanno a prenderlo al torrente con le Audi Nere (=arroganza) con l'urgenza di corromperlo. Pensano di riuscirci facilmente perché se l'hanno eletto a caso sarà l'italiano medio, no?

Non esattamente. Malgrado cerchino di vendercelo così, il personaggio di Bisio non è proprio un arci-italiano; oppure può essere utile a capire l'idea che c'è in giro dell'arci-italiano, quello che se solo riuscisse ad arrivare al Palazzo lo aprirebbe come una scatola di sardine, oggi si dice così. Per esempio: in un'Italia che non legge (ma ama sfoggiare libri intonsi alle pareti) Bisio-Garibaldi è un bibliotecario (appena licenziato dal comune per motivi di budget). Dunque un umanista? Ma no, più un animatore-matto del villaggio - qualche antico sociologo lo chiamerebbe "intellettuale declassato" - un tempo, è implicito, aveva un lavoro vero e una famiglia vera (continua su +eventi!), poi ha perso tutto, la moglie è scappata e il figlio è un "gimbominchia", un deficiente amorale impelagato in fallimentari imprese piramidali, un berluschino del crepuscolo. Garibaldi lo rimprovera più volte rispolverando l'etica del nonno: "tutto quello che fai ti ritorna indietro".

Come i cittadini-parlamentari del M5S, Garibaldi ha grosse difficoltà con l'etichetta. Riceve lo Stato Maggiore in mutande, gli scappa la parolaccia, ha la gaffe facile. Non capisce le leggi che deve firmare e quindi, come la Lombardi, preferisce non firmarle, e pazienza se c'è qualcuno che ci rimette, il bibliotecario pretende che tutte le leggi siano leggibili. Come Crimi, prima o poi gli capita di appisolarsi in un'occasione ufficiale, e per l'occasione i giornali si scatenano: DIMISSIONI! Come Casaleggio, il suo consulente immagine (Remo Gironi!) si fotte dei giornali e conta i like su youtube: "Il video del tuo sfogo in pizzeria ha avuto centomila condivisioni!!!!1111!" Come tutti i grillini, ha un cuore grande così,e  in attesa di potersi calare lo stipendio sistema tutti i barboni di Roma nei corridoi del Quirinale. Come Grillo, è convinto che da qualche parte ci siano migliaia di idee bellissime per cambiare l'Italia, tutte realizzabili: Bisio le trova in uno scantinato del Colle mentre pattina coi rollerblade (...): si tratta solo di dar voce alla gente e vedrete quante idee geniali, a parte i maniaci del signoraggio delle scie chimiche della decrescita felice guardate che c'è anche del buono, sotto sotto ci sarà, bisognerà un po' scavare ma ci sarà.

A Fabio Bonifacci, già sceneggiatore di alcune delle meno stupide commedie italiane degli ultimi anni (A allora mambo!, Diverso da chi?), è stato occasionalmente concesso il dono della profezia. Benvenuto, presidente!, scritto qualche anno fa ma realizzato appena in tempo per l'imminente cambio della guardia al Quirinale, anticipato da un accorato discorso sullo stato della nazione di Bisio a Sanremo, non sarà la commedia meno stupida del 2013, ma è un film che descrive alla perfezione il qui e l'ora, da un punto di vista prezioso: la pancia dello spettatore, quello che salta in piedi e applaude se tirano uova a un politico. Qualsiasi politico. Ci sono persino i Poteri Forti. Si chiamano proprio così, dato che a furia di leggerli sul giornale ci siamo un po' tutti scordati a cosa stavamo alludendo, e quindi Bonifacci e Milani decidono di incarnarli in quattro commensali incartapecoriti a un banchetto. Non si sa cosa rappresentino: i grandi industriali, la finanza, la massoneria, boh. L'importante è che da qualche parte, in qualche stanza, ci siano ancora dei Poteri Forti che tramano, che ancora devino i servizi segreti come ai vecchi tempi. È un'immagine quasi consolante - e infatti l'Agente Segreto Deviato è un malinconico Gianni Cavina che canta Pensiero perché ha nostalgia degli anni Settanta, quando si lavorava sul serio. Storie vecchie, ma gli italiani non ci rinunciano - ci tengono, ai complotti. Non vorrebbero mai svegliarsi in un mondo in cui i Grandi Vecchi se ne fossero andati, lasciandoli soli con problemi incomprensibili. Come disse quella volta Mario Monti: "Avercene, di poteri forti"; c'è davvero ancora qualcuno là fuori, veramente potente e veramente interessato a non lasciarci sfracellare al suolo? Non si sa, ma un po' ci si spera - forse ci sperano pure i grillini.

Riccardo Milani conferma dopo Tutti pazzi per amore il talento per la farsa danzante - e in effetti i suoi attori sono sempre sul punto di mettersi inopinatamente a ballare, a un certo sculetta persino il ruspante Popolizio. Il populismo però è un tema insidioso, non sempre il regista riesce a danzarci sopra con leggerezza: in particolare sprofonda in una sequenza così ricattatoria che è ambientata in un reparto di oncologia infantile. Si salva grazie a una certa diffidenza per il vero italiano-medio, che a differenza di Bisio-Garibaldi è corruttibile e disonesto come i politici che elegge. Anche nel paesino innocente, appena guardi bene, trovi qualcuno che intasca fondi UE e ti assume in nero.

(Qui è ancora un po' ingessata. In seguito canta Comandante Che Guevara con la chitarra durante un'orgia a base di pizza al cannabis con i plenipotenziari della Repubblica Popolare Cinese, giuro).

Il film può essere utile per capire perché i senatori m5s non sosterranno mai un governo Bersani. In fondo Crimi e soci in questi giorni devono avere la sensazione di vivere in un film del genere - che poi non è niente di nuovo, almeno dall'Onorevole Angelina in poi (Zampa, 1947). Il canovaccio prevede che l'uomo-comune , dopo qualche tentativo di cambiare le cose condotto in perfetta buona fede, ritorni abbastanza presto al nido famigliare. Spesso, oltre ad aver constatato l'irrimediabile sporcizia della politica, si è anche reso conto di essere lui stesso corruttibile. Gli eletti di Grillo a quel momento preferirebbero non arrivarci, e quindi è comprensibile che abbiano fretta di chiudere. Non sono equipaggiati per le schermaglie politiche, non conoscono le regole della diplomazia e non ritengono di doverle imparare. Il boss ha imposto di rendicontare anche le caramelle e fa una scenata se qualcuno cena al ristorante di Montecitorio. A questo punto molti di loro probabilmente hanno solo voglia che il film finisca presto, con qualche botto. Torneranno a casa dagli amici e avranno una bella storia da raccontare. Se poi nel frattempo l'Italia va a rotoli - vabbe', si vede che così volevano i diabolici Poteri Forti.

Un altro motivo per darci un'occhiata potrebbe essere Kasia Smutniak che fa la sottosegretaria alla presidenza, e per mezzo film si aggira impettita per il Quirinale come frau Rottenmeier; finché a un certo punto succede qualcosa, scrocchia i muscoli del collo si spoglia e ti salta addosso in soggettiva. E il film decolla! In realtà no, ma per dieci secondi è bellissimo, lei ti sbatte sul lettone presidenziale e ti piglia a ceffoni; poi ti ricordi di essere Claudio Bisio cinquantenne e l'erotismo si sfascia in farsa. Ma anche in questo il film riesce a interpretare correttamente istanze provenienti dal basso ventre collettivo: il sesso con la Smutniak non può che essere concepito come uno sport estremo.

Benvenuto Presidente! è al Cityplex di Alba (ore 20:00; 22:15); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20; 22:40); al Multisala Vittoria di Bra (20:15; 22:30); al cinema Italia di Saluzzo (20:00; 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Buona visione e Buona Pasqua!
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Le cinghie di Grillo

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"Personalmente ritengo che se devo dibattere, dibatto sui fatti, possibilmente in spazi dove non ci siano più di 3-4 persone con le quali valga la pena discutere. Pd e Pdl, francamente, se ne vadano a fanculo." Così scriveva Daniele Martinelli una settimana fa, dopo aver abbandonato una diretta tv. Ieri è diventato il portavoce ufficiale dei deputati M5S. Lo hanno scelto Grillo e Casaleggio per le sue doti di comunicatore - cioè, lui è uno di quelli che nell'entourage di Grillo ha doti di comunicatore ("se devo dibattere, dibatto sui fatti, possibilmente in spazi dove non ci siano più di 3-4 persone"). Figurati gli altri.

"Da domani, non parlerò più con nessuno. Non prendetevela con me." Così scrive sul suo blog (Byoblu) Claudio Messora, dopo una prima faticosissima giornata da portavoce ufficiale dei senatori M5S, esasperato dal modo in cui le sue parole sono state distorte dalla stampa. Anche lui è stato scelto da Grillo e Casaleggio per le sue doti di comunicatore - è uno dei pochi esponenti m5S ad avere familiarità con video e microfono. Purtroppo queste doti le ha usate spesso per comunicare complotti mondiali a base di massoneria e commissione Bilderberg: tesi care a molti lettori affezionati di Byoblu o Beppegrillo.it, ma che al di fuori della cerchia dei fedeli possono anche suscitare imbarazzo e ilarità. E poi c'è quella cosa dei vecchi post (poi cancellati) in cui si scusava di aver votato Berlusconi, vecchie beghe con Anonymous, e tante altre cose che pian piano spuntano fuori, in una piccola macchina del fango o, come la chiama lui, con un'espressione di rara icasticità, "l'esercito degli spalamerda": è da questi particolari che giudichi un comunicatore.

Martinelli e Messora dovevano essere "la cinghia di trasmissione tra un capo che si trova al di fuori del parlamento e i cittadini portavoce" (continua sull'Unita.it, H1t#171).

Così nelle parole del professore Paolo Becchi, ormai accreditato come l’ideologo di beppegrillo.it. Per Becchi l’episodio increscioso della spaccatura sulla nomina del presidente del Senato fu un segno “di immaturità politica, ma, non dimentichiamolo, sono i primi passi di un bambino che procede ancora a tentoni”. Forse è per quello che Grillo e Becchi hanno tanto insistito per avere lo streaming: sono come quei genitori ansiosi che appendono la webcam alle sbarre del lettino. Quello di Becchi può sembrare un paragone irriguardoso – l’avesse fatto un blogger dell’Unità, apriti cielo – ma finché i parlamentari continuano a lamentarsi perché sono stanchi, hanno fame, non sanno ancora bene dove dormire, devono prendere decisioni troppo difficili, i compagni gli fanno gli scherzi telefonici e non voglionostringere la mano alla zia - viene il sospetto che Becchi non abbia tutti i torti: c’è come una fase orale collettiva che ci auguriamo finisca presto, per il bene della nazione e anche un po’ del MoVimento. Nel frattempo il “capo” ha imposto la webcam e la sua cinghia, coi suoi uomini. Lo ha fatto di imperio, senza consultare la base, del resto è un’emergenza. Quando sarà pronta la piattaforma liquida in grado di gestire la democrazia diretta, tutte queste decisioni verranno senz’altro prese dalla base. Però la piattaforma non è ancora pronta, Casaleggio ha un sacco di impegni, insomma per adesso decidono loro. E sia.
Ma almeno decidono bene? Al netto delle idee, Martinelli e Messora sono le persone giuste per comunicare tra cittadini, Grillo e gruppi parlamentari m5s? Uno dopo una giornata di lavoro ha già fatto sapere che non parlerà più. L’altro, fosse per lui, eviterebbe i dibattiti con più di quattro persone. Finora, più che mostrare la loro competenza, hanno preferito farci sapere che non costeranno un solo euro al contribuente: bene, ma non è un modo per mettere le mani avanti? I servizi gratuiti sono quelli che tolgono all’utente la facoltà di lamentarsi. Io se fossi un elettore m5s credo che sarei disposto a pagare qualcosa per evitare che i miei eletti continuino a fare brutte figure. Dopotutto sono miei dipendenti, li ho scelti perché facciano un lavoro all’altezza, e invece adesso salta fuori che sono dilettanti e che non mi posso neanche lamentare perché comunque costano poco e in più la cinghia è gratis. Sempre ammesso che costino davvero poco, e che qualche loro prossimo infortunio non ci costi invece tantissimo.http://leonardo.blogspot.com
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Il boss vi vuole fuori entro giugno

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Non mi piace rubare vignette,
ma questa è bella dai.
Questo è il giorno in cui Beppe Grillo si sveglia e si dispiace perché al Senato è stato eletto Pietro Grasso invece di Renato Schifani.

Quanto è successo ieri - forse la prima buona notizia dopo settimane - non è esattamente una sorpresa. O meglio: è una sorpresa svegliarsi con Laura Boldrini presidente della Camera e Pietro Grasso presidente del Senato. Questo sì, e viva Civati viva tutti. Non è affatto una sorpresa, invece, che Grillo stia già litigando con gli eletti del M5S. Questo no. Tante cose successe in questi mesi non le abbiamo colpevolmente previste (le dimensioni del successo del M5S, ad esempio), ma questa no. Ci avevo persino scritto un pezzo io in dicembre, e decisamente non ho la palla di cristallo.

In sostanza scrivevo: non potete pensare di aver selezionato una squadra di pigia-bottoni fedeli alla linea. Anche se foste in grado di farlo, non avete avuto il tempo. Avete semplicemente votato, in pochi, su una piattaforma digitale che funzionava male, dei tizi che si presentavano con un filmato amatoriale e un curriculum sul quale erano liberi di inventarsi qualche titolo o di abbellirlo. Questi tizi, onde evitare infiltrazioni, dovevano essere militanti riconosciuti già da qualche anno. E non dovevano essere stati già eletti in altre consultazioni amministrative. Cioè, in pratica avete scelto quelli che erano stati trombati alle amministrative, sulla base di un video e di un curriculum che evidentemente nessuno ha verificato. I vostri candidati li avete scelti così; non è che adesso possiate lamentarvi del servizio. Secondo me quando vi scegliete la colf ci state più attenti, perché poi magari le date le chiavi di casa. A questi avete dato solo le chiavi del parlamento - e del MoVimento - chi è causa del suo mal eccetera.

Anche perché mettetevi ora nei vostri eletti: cosa faranno da qui in poi? Il dilemma si pone in questi termini:

da una parte c'è la possibilità di fare la Storia, cambiando un sacco di cose, incidendo seriamente sul reale (lo si è già visto in appena mezza giornata), e nel contempo percependo 10.000 euro al mese per quattro-cinque anni, caccia via.

Dall'altra c'è un boss furioso che vuole sapere cos'hai fatto dove sei con chi parli, e ti vuole comunque fuori dai piedi entro giugno. E difficilmente ti ricandiderà mai più.

Chissà cosa sceglieranno, io fossi in loro sarei un po' perplesso.

Vorrei esprimere loro la massima solidarietà, ed esortare tutti a trattarli con rispetto. Troppo facile prenderli in giro adesso: troppo facile e molto controproducente, anche. Decidano quello che vogliono, sono rappresentanti eletti del popolo italiano, in nessun senso peggiori o migliori degli altri. Art. 67.
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Il paradiso dei demoni

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Ieri, dopo una breve udienza preliminare, è stato tolto il sequestro a un blog, Il giustiziere - la fabbrica dei mostri. Sappiamo finalmente (lo avevamo sempre sospettato) che il suo autore, Stefano Zanetti, non ha commesso alcun reato. E però il suo blog non lo abbiamo potuto leggere per tre anni: Google (che controlla Blogger.com) lo aveva reso irreperibile nel 2010, soddisfacendo la richiesta di magistrato che in attesa del processo preferiva che nessuno lo leggesse. Il processo c'è stato, tre anni dopo: è durato mezz'ora, e tra breve potremo di nuovo leggere i pezzi di Zanetti. Che non scriveva nulla di particolarmente pericoloso. Ma a partire dal 2007 aveva scelto di occuparsi, tra tante cose, dell'antipedofilo Massimiliano Frassi e del suo blog "l'inferno degli angeli", che oggi ha cambiato indirizzo (ma è rintracciabilissimo on line).

Anche a me era capitato di occuparmi e pre-occuparmi del blog di Massimiliano Frassi, sempre a partire dal 2007, in pratica dallo scoppio del caso Rignano Flaminio. Non in quanto esperto di pedofilia (non lo sono) ma in quanto lettore di blog; perché anche se in altri siti Frassi metteva in primo piano i suoi titoli e le sue competenze, sull'"Inferno" era soprattutto un blogger, con uno stile urlato e viscerale che ha più volte rivendicato. Bisogna dire che oggi questo aspetto si è un po' attenuato: il sito non ha più l'aspetto amatoriale degli anni di splinder, non ci trovi più immediatamente foto fuori contesto di bambini picchiati o feriti (spesso associati a fatti di cronaca in cui queste ferite e questi lividi non si sono mai trovati, ad esempio Rignano Flaminio). Ma è ancora un blog piuttosto forcaiolo. Non uso la parola con leggerezza: una delle prime immagini che ci ho trovato oggi è la seguente.


Ora, secondo me Frassi, quando dà conto di un processo a un catechista (la cui colpevolezza non è messa in dubbio nemmeno per un istante); quando avverte che "terremo il processo sotto stretta osservazione",  quando pubblica in calce l'immagine di un pinocchietto impiccato e ci fa notare che "la foto non è certo un'istigazione... né una speranza"... secondo me è in buona fede. Anche quando si premura di informarci che è contro la pena di morte, Frassi non percepisce nessuna contraddizione col pubblicare un cappio in homepage (che è comunque un grosso passo avanti rispetto a immagini assai più esplicite che pubblicava anni fa). Frassi non istiga al linciaggio, il suo pubblico devoto si indigna facilmente ma non uscirà mai nelle strade coi forconi. Frassi il linciaggio si limita a metterlo in scena. Impiccare i pinocchietti è una valvola di sfogo, il blog è una valvola di sfogo, è sempre stato così, un po' per tutti, senz'altro anche per me.

Il problema è che fino a qualche anno fa, sfogandosi, Frassi pubblicava foto di bambini malmenati, chissà da dove le prendeva; io in tanti anni di Internet non avevo mai visto foto di bambini malmenati prima di incappare nell'"Inferno".

L'altro problema è che Frassi non era soltanto il tenutario di un blog in cui sfogava in modo discutibile una rabbia fortissima contro degli indagati, senza mai preoccuparsi di aspettare che qualcuno li dichiarasse colpevoli o no: F. è anche l'autore di libri sull'argomento (tra cui uno porta il pomposo nome di Libro nero della pedofilia), il fondatore di una Onlus che sostiene di lottare attivamente contro gli abusi, facendo conferenze e "consulenze". In particolare la Onlus di Frassi fu coinvolta nei due casi più gravi: Brescia e Rignano Flaminio, che rovinarono la vita a decine di persone indagate per anni, a volte condannate in primo grado, e poi prosciolte. E non è tutto, io credo che rovinarono la vita anche a molti bambini a cui furono estorte fantasiose confessioni di riti sessuali, e a molti genitori che furono incoraggiati a estorcergliele, e che ancora oggi sono convinti che i loro bambini siano stati vittima di violenze. Il che in un certo senso è vero: quei bambini sono senz'altro stati vittima di violenze. Frassi ha giocato un ruolo in tutto questo, non spetta a me determinare quale. Ma ha giocato un ruolo.

Io non lo sapevo: lo scoprii leggendo il blog di Zanetti, che su Frassi e la sua organizzazione diventò in breve tempo una fonte preziosa. A Zanetti si deve anche il merito di averci spiegato che Frassi non è un personaggio isolato, ma che i suoi metodi e la sua concezione del problema (l'idea di una tentacolare lobby pedofila che sequestrerebbe e violenterebbe milioni di bambini in tutto il mondo) venivano da lontano: in particolare dal mondo anglosassone, dove episodi di psicosi collettiva come quelli di Brescia e Rignano si erano già verificati negli anni Ottanta. In particolare Zanetti aveva notato la collaborazione di Frassi con Ray Wyre, sedicente esperto di abusi rituali satanici, che aveva svolto simili consulenze in un caso scoppiato in Gran Bretagna. Queste cose in particolare sono ancora leggibili perché, quando sequestrarono il blog, io recuperai quel post e lo pubblicai sul mio. In calce al post comparvero dopo qualche giorno accuse infamanti a Zanetti, che scomparvero non appena allusi alla tracciabilità degli IP. Nel frattempo Frassi aveva telefonato all'Unità lamentandosi per via di un pezzo che avevo pubblicato su di lui; ma non mi ha mai querelato, perlomeno non mi risulta. Invece dopo qualche giorno un anonimo cominciò a chiamarmi pedofilo sul nodo romano di Indymedia, i cui amministratori malgrado le mie proteste decisero che siccome ero un borghese che scriveva sull'Unità un'accusa di pedofilia con nome e cognome su internet me la potevo anche tenere, al massimo mi concedevano la facoltà di protestare nei commenti. Poi cambiarono server e cancellarono tutti i commenti.

(Questo aspetto della storia c'entra sempre meno, però è abbastanza divertente): Un giorno, incazzato ma anche un po' incuriosito dalla permalosità degli indymediani romani determinati a rovinare la reputazione di un insegnante di scuola, presi un treno e andai a una loro riunione. Giusto per dire ehi, guardatemi, sono io, sono un nessuno che scrive su un blog, pensate sul serio che io sia un pedofilo? Ce la fate a dirmelo in faccia? Erano in una dozzina, la maggior parte ragazze, piuttosto ragionevoli, mi dissero che ci avrebbero pensato. Ma i maschi che gestivano il sito erano rimasti a casa a guardare la partita, e quando seppero s'incazzarono molto, e quindi l'insegnante di scuola media che prese un treno è rimasto un pedofilo.

Un'altra cosa che successe nell'estate del 2010 è che Frassi concesse un'intervista a un giornalista anonimo di un quotidiano on line poco conosciuto, dicendo in sostanza che la storia di Zanetti non gli interessava, lui aveva cose più importanti a cui pensare ("Preferisco parlare di cose più importanti che dare visibilità a certi anonimi soggetti"): poi Zanetti scoprì che quell'intervista era stata scritta da Frassi stesso, che si faceva le domande e si rispondeva annoiato. Frassi però in quell'occasione si lasciò forse un po' andare e scrisse su Zanetti cose infamanti, per le quali Zanetti a sua volta lo denunciò. La coincidenza curiosa è che ieri, mezz'ora dopo l'archiviazione delle accuse a Zanetti, Frassi è stato rimandato a giudizio. Se è colpevole di diffamazione lo sapremo nel 2015.

Nel frattempo la vita va avanti, il suo blog è ancora molto seguito, alcune amministrazioni lo invitano ancora a fare lezioni su come si combatte la pedofilia. Dopo Rignano Flaminio però non sono più scoppiati casi di abuso rituale satanico in Italia. Negli ultimi anni sono state arrestate diverse educatrici con l'accusa di avere malmenato bambini: in tutti quei casi, li ricorderete, le violenze sono state documentate mediante video. Intanto è stata fissata la data per il processo d'appello di Suor Soledad, accusata nel 2006 di violenza sui bambini nell'asilo di Vallo della Lucania e condannata in primo grado. Frassi non si fa scrupolo di definirla "suora pedofila" e di corredare il suo post con questa immagine che ricorda un po' i vecchi tempi del blog su Splinder:



Devo dire che dopo tanti anni e tante avventure, in fondo a tutta l'indignazione, la preoccupazione, ecc., prevale ancora un genuino senso di sorpresa, per il modo in cui una persona che vuole accreditarsi come esperto di un argomento serissimo (la pedofilia) decide di presentarsi nel suo blog: orsetti e fotogrammi di film dell'orrore, una specie di smemoranda per adulti. Nel 2007, quando lo lessi per la prima volta, fui molto stupito dal fatto che si definisse "Il secondo blog più letto in Italia dietro l'inarrivabile Beppe Grillo", una nozione che non mi risultava (e in seguito infatti è scomparsa). A quel tempo c'erano già tante classifiche, chi ci fosse dietro e davanti Beppe Grillo pensavo di conoscerlo. Ma forse mi sbagliavo.

Con gli anni forse ho capito che in Italia ci sono state due civiltà di blog: la prima è cominciata più o meno nel 2001, ha avuto una fase di espansione intorno al 2003, e poi ha continuato a vivacchiare fino a oggi in siti come il mio. La seconda è cominciata con beppegrillo.it, che ha scatenato emulatori che oggi sono diventati a loro volta blog importanti. Questa ondata di blog grillini mi è un po' arrivata addosso senza che me ne accorgessi: ogni tanto mi imbattevo in uno di loro, e non riuscivo a capirlo. L'approccio viscerale, l'abitudine a mettere in scena linciaggi, la passione per le immagini e i fotomontaggi trash, l'anti-intellettualismo esibito (chiunque li critichi è uno snob o un radicalscic); e, dal punto di vista dei contenuti, la chiamata alle armi contro un complotto mondiale che ci impoverisce, ci fa ammalare con le scie chimiche, non vuole che fuggiamo quando stanno per venire i terremoti, e ci violenta i bambini. Tutto questo era intorno a me, sugli stessi server su cui giravano le mie parole, ma ci ho messo veramente troppo tempo a riconoscerlo, e mi dispiace.
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L'appello non a Grillo

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Ai cittadini Airola Alberto,
Anitori Fabiola,
Battista Lorenzo,
Bertorotta Ornella,
...e tutti gli altri senatori del MoVimento 5 Stelle, fino all'ultimo in ordine alfabetico,
Vacciano Giuseppe:

vi scrivo da privato cittadino, perché non ne posso più.
Non ho votato per il vostro movimento e, non condividendo molte delle sue proposte, non credo che lo farò mai. Vi scrivo perché in questi giorni ho letto numerosi appelli alla responsabilità, promossi da persone comuni e da intellettuali, diversissimi per forma e contenuto, con un solo dettaglio in comune:

non erano rivolti a voi.
Erano rivolti a Beppe Grillo.

Non è umiliante? Io lo trovo umiliante.
Certo, sappiamo tutti benissimo che importanza ha avuto Beppe Grillo per il Movimento. Lo ha fondato, lo ha trascinato, in camper e a nuoto. Sappiamo che è molto di più di un megafono, e che la sua opinione ha un peso. Non c'è nulla di scandaloso in questo.

Ma questo non significa che Grillo possa decidere per voi. Che a Grillo spetti dettare la linea e a voi tocchi seguirla. Questo non significa che si possa risolvere un'emergenza democratica lanciando appelli "a Beppe Grillo", che nessun italiano ha eletto. Chi lo fa dà per scontato che voi siate marionette nelle sue mani: il che è offensivo per lui e per voi.

Grillo e Casaleggio possono consigliarvi, possono ammonirvi; possono anche minacciarvi (non so se quella di lasciare il MoVimento sia da considerarsi una minaccia) ma non è che possano fare molto altro. La decisione di sostenere o non sostenere un eventuale governo Bersani, la decisione di allearsi per qualche mese o qualche anno con il centrosinistra spetta a voi, che rappresentate il popolo italiano. Soltanto a voi, che siete stati eletti democraticamente dal popolo italiano. Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio non sono stati eletti da nessuno. Voi non prendete ordini da loro.

In teoria - se ho capito come funziona - dovreste prenderli dai vostri elettori - è così che funziona la democrazia diretta - ma Grillo ha detto che non vuole: non ci sarà nessuna consultazione. Forse ha ragione, una consultazione del genere tecnicamente è tutt'altro che semplice (come fare a respingere falsi sostenitori e infiltrati?) Ma a questo punto la palla passa a voi. Soltanto a voi. Siete voi che deciderete, non Beppe Grillo.

Lo sappiamo, l'idea era restare all'opposizione e pungolare PD e PDL, ma le cose hanno preso una piega imprevista. Ora le opzioni praticabili sono due: fare un accordo col PD, o tornare quasi subito alle urne. Che fare?

Dipende da voi. Soltanto da voi.

Fermatevi un attimo a pensarci - lo so, probabilmente sono due settimane che ci state pensando. Ma fermatevi lo stesso.
Non è incredibile la cosa che vi sta succedendo? Sembra un film.

Quel classico film americano in cui una persona qualsiasi si ritrova in una situazione eccezionale e dimostra di poter fare la differenza.

Quel tipo di cose che succedono soltanto nei film, appunto; salvo che questo non è un film, questa volta è tutto vero, e sta succedendo a voi. Voi siete le persone normali che possono fare la differenza, davvero. Potete cambiare l'Italia, rivoltarla con un calzino. Non tra sei mesi, non rimandando tutto alle prossime elezioni: lo potete fare adesso, subito, qui.

Per Grillo è troppo presto. Lui vuole aspettare. Al Time ha raccontato che punta al 100% dei consensi (cioè a farmi fuggire, o forse vuole aspettare la mia dipartita da questo mondo, visto che il mio 0,000001% non lo avrà mai). Fino a quel momento il M5S dovrebbe restare all'opposizione? Per Grillo sarà sempre troppo presto. Ma per voi è forse l'unica occasione di fare la differenza. È chiaro che non potrete fare tutto. Non avete i numeri per fare tutto. Ma andate a vedere le proposte di Bersani: vi sembrano poca cosa?

Per voi sono poca cosa.
Per il PD sono fantascienza.

Il numero dei parlamentari. Lo potete dimezzare. Voi, soltanto voi - fino a poche settimane fa sembrava impossibile che un parlamento italiano discutesse seriamente una proposta del genere, che va contro l'istinto di conservazione dei vecchi partiti. Ma adesso ci siete voi, e voi potete farlo. Potete abolire le province - personalmente la trovo una cosa sbagliata, ma non ne starò a discutere - se pensate che le province siano uno spreco, nel giro di pochi mesi saranno abolite. Come unità amministrative esistono dal 1861; molte di loro esistono ancora da prima - e nel 2013 voi le abolirete. Voi. Gli altri non lo avrebbero mai fatto, Monti al massimo era riuscito ad accorparne una ventina. Voi le cancellerete. Sapete cosa significa questo?

Significa passare alla Storia.

Vi hanno paragonato al Sessantotto. È un paragone che fa ridere. Il Sessantotto italiano è stato una cosa ridicola, rispetto a quello che voi potrete fare nel Tredici. Da un punto di vista culturale fu un anno importante, una svolta epocale, ok, ma in parlamento in quegli anni cambiò poco o nulla. Nel '67 governava la DC, nel '69 governava ancora la DC.

Niente a che vedere con quel che potete fare voi, in pochi mesi, se davvero volete.

Potete chiudere la pratica Berlusconi. Una volta per tutte. È da vent'anni che occupa illegalmente uno scranno in parlamento, in barba a un palese conflitto di interessi, e nessuno fin qui è riuscito a farci niente, per miopia o per connivenza.

Poi nel 2013 arrivate voi, e nel giro di qualche settimana potete metterlo fuori dal parlamento: amen.
Sarà la decisione più clamorosa degli ultimi vent'anni della Repubblica, una cesura netta con un sistema che si è trascinato per vent'anni, un esempio per tutti i miliardari e i malviventi che intenderanno in futuro darsi alla politica per risolvere i loro problemi giudiziari. E questo passo decisivo, la Repubblica lo farà soltanto grazie a voi.

Anche Grillo dice che è d'accordo, salvo che per legiferare sull'ineleggibilità ci vuole un governo; e per avere un governo ci vogliono più o meno quaranta senatori del M5S che votino la fiducia, almeno per qualche mese. Il resto sono giochetti.

Airola Alberto,
Anitori Fabiola,
Battista Lorenzo,
Bertorotta Ornella,
e tutti gli altri: voi potete passare alla storia come i quaranta o i cinquanta senatori che hanno cambiato l'Italia, nel 2013. Anzi, a partire dal 2013: perché se dimostrerete di poter fare tutto questo, sarà solo l'inizio. Sarà una rivoluzione non soltanto culturale, come nel '68: sarà un mutamento politico radicale, qualcosa di paragonabile forse soltanto alle rivoluzioni pacifiche del 1989 nell'Europa orientale. Se questo Parlamento è il nostro muro di Berlino, voi potete essere quelli che cominciano a buttarlo giù, e dopo di voi qualcun altro troverà il coraggio e la forza e finirà l'opera. Ma i primi a darsi coraggio sarete stati voi, e tutti ve ne daremo atto.

Oppure potete dire di no.

Grillo vuole che diciate di no. Pensa che non ne siate in grado, che non siate ancora abbastanza, che non siate pronti. Magari ha ragione; ma la decisione non spetta a lui. Spetta soltanto a voi.

Se direte di no, la legislatura sarà brevissima. Si tornerà a votare. Nel frattempo la situazione economica potrebbe aggravarsi di molto, man mano che gli speculatori cominceranno a scommettere sul nostro fallimento. Qualche segnale nell'aria già c'è.

Nel giro di pochi mesi potremmo bruciarci tutti i sacrifici imposti dal governo Monti. Probabilmente molti di voi ritengono che questi sacrifici fossero inutili; però li abbiamo fatti, e se lo spread si rialza li avremo comunque fatti per nulla. Diventeremo tutti molto nervosi. Cercheremo qualcuno a cui dare la colpa. Grillo, per esempio.

Ma anche voi: Airola Alberto, Anitori Fabiola, Battista Lorenzo, Bertorotta Ornella e tutti gli altri, fino a Vacciano Giuseppe. Anche a voi daremo la colpa.

Non vi sembri una minaccia: è una constatazione. State per scegliere se essere ricordati come i cittadini sconosciuti che hanno cambiato l'Italia o come i cittadini sconosciuti che hanno dato una grossa mano a farla fallire. Una cosa è sicura: non sarete più sconosciuti, siete stati eletti. Volenti o nolenti sarete sotto i riflettori, inutile fingere che non andrà così.

Magari se direte di no la vostra intransigenza frutterà al M5S qualche voto in più. È difficile dirlo. Quello che è sicuro è che Berlusconi non mollerà: è più agguerrito che mai, e ha un'azienda da difendere. Sembra incredibile che un quarto degli elettori lo voti ancora, ma non si vede perché quel quarto di italiani dovrebbe cambiare idea da qui a pochi mesi.

Nel frattempo il PD si sarà riorganizzato, magari intorno a Renzi o qualche faccia ancora più nuova. Magari cambierà anche il nome, visto che l'attuale non gli ha mai portato fortuna. Sembrerà un partito più nuovo del vostro (che non è un partito). Potrebbe anche battervi: in fondo anche stavolta il PD, per quanto bollito, vi ha tenuto testa...

Insomma, tra qualche mese potreste scoprire di avere bruciato l'unica vera grande possibilità di cambiare davvero le cose.

Eravate in parlamento, e avete deciso di uscirne.
Avevate vinto, e avete aspettato di perdere.
Potevate cominciare a buttare giù il Muro, e avete deciso che era troppo presto.
Non avete colto l'attimo, e vi siete lasciati fregare.

Ricordatevi anche di questo:
Voi non siete un partito. Siete un Movimento. Vivete di entusiasmo.
Finché la gente è entusiasta, finché vi segue, finché vi finanzia, tutto va bene.
Ma non è detto che tutto debba andare bene per sempre.
Se deluderete i vostri elettori, se tornerete a casa senza avere concluso niente, può darsi che la prossima volta non vi finanzino più.
Berlusconi non ha questo problema - è un miliardario.
Il PD non avrà questo problema, se non lo costringerete a ridurre il finanziamento ai partiti.
Grillo pensa di avere tutto il tempo che vuole: potrebbe anche sbagliarsi. È un comico dopotutto, mica un politico di professione. Mettiamo che si sbagli.

Non potrete nascondervi dietro ai suoi errori.
Era solo il portavoce, non il capro espiatorio del Movimento.
Non spettava a lui decidere, e non spettava a lui sbagliare.
Toccava al cittadino Airola Alberto decidere, toccava alla cittadina Anitori Fabiola cambiare l'Italia o lavarsene le mani.
È a voi, e agli altri parlamentari del M5S e degli altri gruppi, che chiederemo conto del fallimento di questa legislatura ed, eventualmente, dell'Italia.
Spero che ci stiate pensando seriamente.
Immagino che ci stiate pensando seriamente, già da qualche giorno.

Grazie per l'attenzione,
e in bocca al lupo.
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È tutto On Line, diceva

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Egregio Matteo Renzi,

l'altra sera l'ho sentita chiedere a Bersani di inserire tra gli otto punti l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, cioè in pratica la fine del PD come lo conosciamo (e non è detto che sia un male); l'ho sentita affermare che non sarebbe un atto di demagogia, ma "di serietà". E va bene. Caro Matteo Renzi,

questo tipo di richieste, non sarebbe stato più serio farle dopo avere pubblicato la lista dei finanziatori della sua campagna? Aveva promesso che in 90 giorni sarebbe stato tutto on line; i 90 giorni sono passati, come ha notato Eleonora Franchini sul Fatto, sul suo sito ci sono ancora le briciole, le donazioni sotto i cento euro. I nomi di chi spese, per esempio, più di mille euro per una cena ancora non ci sono, on line; e il tesoriere della Fondazione BigBang ha più o meno ammesso che alcuni non ci andranno mai, on line; perché non hanno dato il loro consenso eccetera eccetera. Quindi, insomma, quando lei diceva che tutto sarebbe andato on line, un po' si sbagliava. Do per scontata la sua buona fede.

Caro Renzi, chi le scrive non è stato molto tenero con lei durante le primarie. Eppure, nel mio piccolo, sono tra quelli che si sono molto ricreduti nei suoi confronti in queste ultime settimane. Dopo le elezioni abbiamo visto ricomparire un partito trasversale di osservatori che ritengono che non ci sia emergenza democratica in Italia che non si possa risolvere con l'ennesima sessione di autocritica del vertice del PD: non erano ancora finiti gli spogli che già chiedevano la pelle di Bersani; sono passate due settimane e non si sono ancora presi una pausa. Nel frattempo Grillo lancia anatemi, Berlusconi si dà malato e manda i peones all'assalto dei tribunali, ma per costoro sono tutti dettagli: l'unica cosa che conta è che Bersani se ne vada. Il fatto che lei, l'unico ad avere sfidato apertamente l'apparato del PD in una consultazione democratica (e ad avere perso), non si sia unito al coro, è una cosa che le fa onore; lei sa - altri fingono di non sapere - che la posta in gioco stavolta non è semplicemente la leadership di un partito; se Bersani non riesce a formare un governo, la sorte del PD sarà l'ultimo dei nostri problemi.

Cerchiamo di restare seri, allora (continua sull'Unita.it, H1t#170).

Lei ritiene che la politica in Italia si possa fare, oggi, seriamente, senza una forma di finanziamento pubblico? Lo dimostri. Quel che può pubblicare lo pubblichi subito, non faccia come Grillo e Casaleggio che si riempiono la bocca di democrazia dal basso e poi quando si tratta di installare una piattaforma per la consultazione democratica non trovano mai il tempo. Peraltro, se lasciassimo per una volta perdere le chiacchiere sulla democrazia diretta, forse ci accorgeremmo che la vera sostanza del modello proposto da beppegrillo.it sta nel fundraising: credo sia il primo caso in Italia di un movimento politico che raccoglie centinaia di migliaia di euro grazie a un sito Internet.
Chi ha seguito davvero le campagne di Obama già prima del 2008 sa che questo è il vero peso di Internet: non le scemenze sugli influencer che sposterebbero voti appendendosi alle discussioni su facebook. Negli USA Internet è diventato lo strumento attraverso il quale i candidati incontrano elettori disposti a sostenerli anche digitando le cifre delle carte di credito. Onestamente non credevo che in Italia non ci saremmo arrivati mai: il caso del M5S mi dice che sbagliavo. E allo stesso tempo il pianto greco degli eletti pentastellati che non vogliono essere finanziati ma si lamentano di dover chiedere l’aspettativa mi fa pensare che no, internet non basta, le donazioni spontanee dei sostenitori non saranno sufficienti ancora per un bel pezzo. Specie se la crisi economica va avanti, e andrà avanti. E allora? Dall’altra parte, è persino scontato notarlo, c’è un miliardario che dall’abolizione del finanziamento pubblico ha soltanto da guadagnare.
Insomma caro Renzi, io non credo, come lei, che sia serio chiedere l’abolizione dei finanziamenti pubblici. Credo che questo renderebbe tutti i partiti ancora più succubi di lobby e altri poteri opachi. Mi sbaglio? Lo dimostri, non chiedo di meglio. http://leonardo.blogspot.com
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Zeitgeist è un rigurgito

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In futuro forse non esisteranno più le enciclopedie scritte, per via che leggere diventerà sempre più faticoso; ci saranno sempre più video e immagini, e magari alla voce IRONIA di qualche videopedia del futuro ci troveremo la clip del cittadino Paolo B., quello che sosteneva che "con Internet le coscienze si stanno svegliando". L'ironia è che in teoria questo dovrebbe essere vero: su Internet ci sono già più informazioni che in una qualsiasi biblioteca media: chiunque grazie a internet può approfondire la propria conoscenza di qualsiasi ramo dello scibile umano. Lo dico per esperienza, visto che da un po' di tempo in qua mi sono dato all'agiografia e davvero, all'inizio ne sapevo veramente poco, ma con internet ho recuperato migliaia di nozioni in tempi brevissimi: niente di paragonabile ai ritmi medievali in cui imparavo cose all'università analogica 15 anni fa.

E quindi in teoria Paolo B. ha proprio ragione, su internet si possono davvero condividere idee e conoscenze; peccato che invece migliaia di persone come Paolo B. si limitino a trovare un video, Zeitgeist, che "gli ha fatto vedere il mondo in un modo radicalmente diverso", raccontando una serie di storie enormi (il controllo della popolazione mediante microchip probabilmente massonici, l'11/9 'automanovrato' dagli americani) e accettarlo senza un'ombra di pensiero critico.

E dire che sulla stessa Internet, con un po' di pratica, Paolo B. avrebbe potuto trovare fonti che smentivano e demolivano il video stesso (Attivissimo, per esempio). Perché invece si è fermato davanti a Zeitgeist, perché ha deciso che tutto quello che sapevano gli altri era falso e soltanto Zetigeist diceva la verità? Qui c'è un problema che va molto al di là del grillismo - perché lo scandalo di un ragazzo un po' disinformato in parlamento lascia il tempo che prova, probabilmente era disinformato anche il tizio che sedeva in quel seggio prima di lui. Però questo tipo di disinformazione non è l'ignoranza vecchio stile: è qualcosa di nuovo, qualcosa di attuale, col quale stiamo facendo i conti adesso: polemiche sulla sovranità monetaria, scienziati condannati per non aver allertato la popolazione su un terremoto non prevedibile, detrattori dell'evoluzionismo, negatori del riscaldamento globale, ecc.. La cultura scientifica è sotto attacco, e il luogo dell'attacco è proprio quello in cui in teoria dovrebbe essere diventata finalmente accessibile a tutti: Internet. L'hanno inventata gli scienziati, la stanno colonizzando gli spacciatori di bufale. Cosa sta succedendo? Io ho una teoria.

Si tratta di un rigurgito.


Internet fa paura

C'è un motivo molto semplice per cui un individuo qualsiasi - chiamiamolo "Paolo" - messo di fronte a tutto lo scibile umano, invece di cominciare a studiarlo pagina per pagina, andrà a cercarsi un video, e ovviamente il "video che gli cambierà il modo di pensare", che gli dirà la verità su tutto quanto e soprattutto che tutti gli altri mentono. Questo motivo molto semplice è quello che ci orienta nella maggior parte delle nostre scelte quotidiane: il risparmio di energia. Ne parlava già Freud, credo (non ho voglia di controllare): risparmiare energia, risparmiare fatica, è piacevole in sé, quindi ogni volta che il nostro cervello trova un sistema di risparmiare (consapevolmente o inconsapevolmente), lo fa. Di fronte a quell'immensa enciclopedia che è Internet, Paolo B. ha di fronte infinite opzioni. Può approfondire le sue conoscenze di economia: ma servirà tempo e aiuto, specie se non ha una cultura di base in quella materia. Può approfondire le sue conoscenze sulla società americana, quel poco che gli basterà a scoprire che CHIP è la sigla che sta per Children's Health Insurance Program, ma potrebbe metterci ore, giorni, settimane. Un video è molto meno faticoso. Non devi neanche leggere, i video si leggono da soli. Proprio perché su Internet c'è tutto, il contenuto semplice scaccia il contenuto complesso.

Ma per funzionare davvero, il video non deve essere soltanto semplice: deve anche escludere tutti gli altri contenuti: deve dirti che "tutto quel che sai è falso". Quel che rende irresistibile Zeitgeist, come tutti i documentari complottisti, è che ti mette di fronte a un aut-aut: o credi Zeitgeist, o credi a tutto il resto. E siccome Zeitgeist è facile, e tutto il resto è complicato e faticoso, molti utenti hanno già deciso pochi istanti dopo aver premuto il tasto play. È il motivo per cui il pensiero religioso continua a essere un'alternativa abbastanza ragionevole alla cultura scientifica: una volta si trattava di scegliere se leggere una biblioteca o un libro solo. Oggi non c'è neanche bisogno di leggere un libro, basta un video, il che sbilancia ancora di più i corni del dilemma. Si noti che mentre l'approccio religioso ("credo in tutto quello che mi dice un libro, o un video, o il blog di Beppe Grillo") può sembrarci un po' angusto, l'approccio enciclopedico ("leggerò tutto quel che posso leggere, imparerò tutto quel che posso imparare") nell'ultimo mezzo secolo è diventato a ben vedere qualcosa di utopistico e disperato: la biblioteca è troppo grossa, non posso leggere tutto, non posso imparare tutto, anzi le frazioni dello scibile umano che posso conoscere sono così ridicole rispetto al tutto che forse non ne vale nemmeno la pena. E qui scopriamo uno dei punti cruciali dello strano successo di Grillo su internet: il suo blog (lo si scrive da anni) è una specie di anticamera di internet, un posto frequentato soprattutto da gente che internet non sa bene cosa sia, non ha ancora imparato a usarla, e forse ne ha anche un po' paura. Siamo sicuri che non abbia tutti i torti? Internet può veramente fare paura.


"Stampo e stampo, clicco e stampo, tutte le puttanate che mi vengono in mente, non le leggerò mai..."

Lo so, per molti che stanno leggendo Internet è quel luogo meraviglioso dove hanno imparato tantissime cose grazie al quale hanno trovato lavoro, la ragazza e fatto pure dei bambini. Anche se nessuno di voi è nativo digitale, internet tra '90 e '00 ci è per così dire cresciuta intorno. L'abbiamo conosciuta molto prima che diventasse quella cosa enorme che è adesso. E anche adesso che è enorme, sappiamo orientarci abbastanza bene. Conosciamo i luoghi da evitare come la peste, sappiamo dove andare per trovare le cose che ci interessano (era automatico che Attivissimo commentasse l'exploit di Paolo B.; è il primo posto dove siamo andati a cercare). Ci eravamo quando sono nati i blog, abbiamo visto nascere e crescere wikipedia, abbiamo visto scoppiare la bolla di Second Life. Nel frattempo Grillo demoliva i PC nei suoi spettacoli. Più del gesto, è interessante ricordarsi il perché li distruggeva: perché facevano troppe e cose e lui avrebbe voluto farne soltanto poche, semplici. Raccontava di aver speso milioni in inchiostro da stampante perché non era in grado di selezionare cosa stampare e così no: non è la stessa vertigine del Paolo medio di fronte all'internet di oggi: cosa leggo? cosa stampo? ok, nessuno più stampa niente, forse. Ma di chi mi fido? Fatalmente, molti sceglieranno il messaggio più semplice e più integralista: Tutto quello che sai è falso, SvegliaaaaAAA!

Non vi è mai capitato che una biblioteca vi mettesse soggezione? tutti quei libri messi assieme, non sembrano dirci "non riuscirai mai a leggerci"? Più impariamo, più ci rendiamo conto di saperne poco, ogni giorno migliaia di persone scrivono i libri interessanti che non leggeremo mai. Se solo qualcuno ci dicesse che è tutto inutile, tutto falso, che non ne vale la pena... dovremmo credere in lui, ovviamente, e ciecamente; ma non sarebbe comunque un buon affare?

Paolo B. è un po' più giovane di molti di noi - ma non credo che sia una questione anagrafica. Paolo B. è soprattutto una persona che, come Grillo, come molti lettori di Grillo, si è ritrovata su internet senza preparazione. All'improvviso, senza mediazioni scolastiche o culturali, hanno premuto un tasto e avevano la più grande enciclopedia del mondo in casa, un lusso estremo fino a dieci anni fa, qualcosa per cui il potente Re Salomone avrebbe rinunciato a mogli e concubine - e non sanno da che parte iniziare. Per utenti così Zeitgeist è un inizio perfetto: non fa che dirti "è tutto un inganno, inutile proseguire, resta pure qui con noi, siamo tanti, ci vedremo in parlamento (sarà un piacere)". Noi che internet l'abbiamo assaggiata un po' per volta, fino ad assuefarci, dobbiamo fare un certo sforzo per capire i Paolo che prima di farsi i denti non riescono a mandar giù niente, e rigurgitano sull'internet pezzi di internet intera.

In questa forma il grillismo non è che la prosecuzione di una lunga lotta degli italiani contro la cultura, e in particolare contro la cultura scientifica. Lo hanno paragonato a tante cose in questi giorni - è uno sport popolare. Uomo Qualunque, Fascismo, Nazismo, ecc.. Qui vorrei proporre un parallelo un po' meno banale: nel suo tentativo di reagire a qualcosa di profondamente nuovo (internet) assorbendolo, mettendoselo sugli stendardi, e trasformandolo in qualcosa di vecchio (un pulpito semovente da predicatore '400), Grillo in fondo si ritrova sui solchi tracciati un secolo fa dai futuristi. Sarà che l'argomento è una mia antica ossessione, ma le analogie mi sembrano tante. Ne riparliamo magari un'altra volta.
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Il profeta del default

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"L'Italia è già fallita. Fra un anno non avremo i soldi per pagare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici. C'è poco da salvare". Quella di Grillo a "Focus" è la tipica profezia che si auto-avvera: l'Italia non è già fallita, ma ci è andata vicino nell'autunno del 2011, quando Berlusconi rassegnò le dimissioni; e potrebbe ritrovarsi nella stessa situazione tra poche settimane, se i mercati cominciassero a scommettere sull'ingovernabilità. Per evitare di bruciare tutti i sacrifici fatti in quest'anno e mezzo servirebbe appunto la collaborazione di Grillo, e ancor di più degli eletti del MoVimento. Degli eletti non sappiamo ancora niente: si sono appena presentati, hanno già commessa qualche fisiologica gaffe, ma è un po' presto per farsi un'idea. Nel frattempo il Megafono un'idea chiara ce l'ha: l'Italia è già in bancarotta o, come si dice oggi per non spaventarci troppo, default. Forse Grillo non tifa per il default, ma comunque lo ritiene inevitabile e, nei fatti, fa quel che può per procurarcelo.

La vera ragione per cui un accordo parlamentare tra M5S e PD appare molto più difficile di quanto tanti elettori hanno da subito auspicato è tutta qui. Il default che per il PD è la catastrofe da evitare a tutti i costi (compreso quell'anno e mezzo di sostegno al governo Monti che il PD ha scontato con il flop elettorale) per Grillo è un mero incidente di percorso, se non una tappa prevista verso la realizzazione di quel programma che a occhio ci sembrava così utopico. In effetti, basta rinunciare a uno dei postulati così strenuamente difesi dal partito di Bersani (non c'è Italia fuori dall'Euro) e persino le trovate più utopiche a cinque stelle diventano realizzabili: e abbiamo finalmente le risposte alle domande che ci siamo fatti per tutta la campagna elettorale. Dove troverete i soldi per i redditi di cittadinanza? e per il wifi gratis? Non basta ridurre o cancellare rimborsi ai partiti e sovvenzioni ai quotidiani; quindi non resta che stampare altro denaro. Ma per farlo bisogna uscire dall'euro; per uscire dall'euro però occorre che la crisi si aggravi ulteriormente, e l'Italia vada in default. Dopodiché si può fare qualsiasi cosa, decrescere più o meno felicemente e rilanciare l'economia distribuendo ai disoccupati redditi di carta straccia: il Default del predicatore Grillo è l'Armageddon, l'ultima battaglia da combattere, affinché Babilonia-Eurolandia cada.

Il rifiuto di qualsiasi ipotesi di sostegno a un governo non è l'irrigidimento di un capo-popolo capriccioso, ma una strategia coerente e perseguita alla luce del sole (continua sull'Unita, H1t#169):al di là dei superficiali punti di contatto che i Bersani e i suoi si stanno ingegnando a trovare, PD e M5S non possono collaborare perché hanno progetti radicalmente diversi. Il PD, e i partiti di centrosinistra che lo hanno preceduto, hanno fatto di tutto per portarci nell’Euro e per non farci più uscire: Grillo non crede nell’euro, lo ha scritto almeno una volta. In seguito si è nascosto dietro il referendum, ma tra le ragioni dello straordinario successo elettorale del M5S c’è anche l’euroscetticismo: qualcosa che a parte qualche sparata occasionale di Berlusconi e i folkloristici mugugni di leghisti e postfascisti, in Italia non si era mai visto.

Se oggi l’euroscetticismo rischia di diventare maggioritario, la responsabilità non è tutta di Beppe Grillo. Bersani e il suo partito non sono riusciti a spiegare agli italiani per cosa stavano lottando, cosa c’era in ballo: l’appoggio all’esecutivo di emergenza guidato da Monti è stato visto come un tradimento e una rinuncia a “vincere subito”. Una sua parte di responsabilità ce l’ha anche l’Europa, e in particolare la Germania di Angela Merkel, la cui intransigenza sul fronte del rigore ha ottenuto il risultato di alienare le simpatie di uno dei popoli da sempre più entusiasti del progetto di unificazione europea. Più che di attribuire le varie percentuali di responsabilità, però, ora si tratta di capire chi pagherà per tutti: probabilmente il popolo italiano, che dal default e dall’eventuale crisi dell’euro ha moltissimo da perdere e ben poco da guadagnare. Di questo si rendono conto anche alcuni sostenitori di Grillo, tra cui l’economista Mauro Gallegati, che ha contribuito a scrivere il programma pentastellato e adesso avverte: il default sarebbe un disastro, l’uscita dall’euro “un’ipotesi disgraziata”, “la decrescita in sé è insostenibile, altro che felice”. Però Gallegati ha già ricevuto una mezza scomunica via beppegrillo.it: Leggo e ascolto con stupore presunti “esperti” discutere di economia, di finanza o di lavoro a nome del M5S. Queste persone sono ovviamente libere di farlo, ma solo a titolo personale. Solo il megafono ha il diritto di parlare per tutti, questo ormai si è capito. Vedremo cosa faranno i parlamentari, quando avranno finito di presentarsi: la speranza è che abbiano chiara l’entità del rischio che tutti gli italiani stanno correndo.
C’è anche un’altra speranza (in un momento come questo conviene alimentarne più d’una): proprio il successo dell’euroscettico Grillo potrebbe paradossalmente essere determinante nel condurre i vertici europei verso più miti consigli, a un allentamento del rigore: è quanto scommette per esempio il presidente di Goldman Sachs, e forse un calcolo simile è quello che porta alcuni imprenditori italiani ad appoggiare il Movimento (quelli che non sono semplicemente saliti sul carro del momento). Se andasse a finire così, toccherebbe poi riconoscere che Grillo ha salvato l’Italia e l’euro. E pazienza, abbiamo tutti i padri della patria che ci meritiamo. http://leonardo.blogspot.com.


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Ma pensarci domenica?

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E insomma la settimana è andata così: domenica avete votato il movimento fondato da un irresponsabile, che fa discorsi irresponsabili e propone soluzioni irresponsabili; lunedì sera avete scoperto che aveva vinto le elezioni e avete pensato, beh, magari adesso si comporterà in modo responsabile, perché no dopotutto, basterà fargli una proposta seria. Siccome invece già martedì stava tirando fango su Bersani, chi l'avrebbe mai detto, avete firmato una bella petizione, affinché il signore irresponsabile, titolare del marchio che voi avete votato, la smetta di fare l'irresponsabile, che la situazione è grave, la sfiducia dei mercati, lo spread, c'è da salvare l'Italia perbacco.

A quel punto uno si domanda dov'eravate fino a domenica, non c'era l'Italia da salvare anche domenica? No, pare di no, domenica l'Italia stava bene, lo spread nessuno rammentava cosa fosse, non è che ci si poteva preoccupare domenica dell'Italia. Domenica c'era il sole ed era il giorno giusto per mandare dei messaggi al PD, il voto di protesta, quel tipo di cose. Se poi nelle urne insieme ai vostri messaggi ci va un voto a un movimento fondato da un irresponsabile, che fa proposte irresponsabili, eh vabbe', ma uno come fa a saperlo prima.

Ma voi lo avete mai ascoltato Grillo?

A parte le urla, i tormentoni "siete tutti morti", ecc.; avete mai fatto caso a quel che dice? Avete mai letto quel che scrivono lui o Casaleggio? Avete dato un'occhiata al programma del MoVimento che avete votato domenica, per "mandarli tutti a casa", o per dare un messaggio forte chiaro ad altri partiti? Per dirne una: l'abolizione di Equitalia. È comprensibile l'entusiasmo di cittadini e imprenditori; ma vi sembra in coscienza una proposta seria? Non fa un po' il paio con la busta "restituzione Imu"? Il referendum sull'Euro. A parte che non si può tecnicamente fare (e Grillo lo sa); ma avete capito che il solo parlarne è un invito alla fuga dei capitali? Non pignorabilità della prima casa. Come pensate di evitare che le banche si rifacciano del rischio alzando gli interessi? Le nazionalizziamo e poi le gonfiamo di carta straccia? Ma allora perché non dirlo subito? Wi-Fi gratis. Ma perché non la ricarica del cellulare, dopotutto è più democratico il cellulare, ce l'hanno veramente tutti, anche i ragazzini, e permette la condivisione delle conoscenze, insomma perché no ricariche gratis per tutti sempre? Nazionalizziamo pure la telefonia. Referendum senza quorum - uno alla settimana probabilmente, tanto varrebbe abolire il parlamento. Questa roba qui, prima di votare, l'avete letta?

Se l'avete letta e la trovate realizzabile, non credo che sarete interessati a partecipare a un governo col PD, o con qualsiasi altro partito.

Se invece non la trovate realizzabile, cosa avevate esattamente in testa domenica? Avete votato un tizio che promette di abolire Equitalia e che non fa che urlare che i debiti non si pagano perché sono troppi - i mercati ne saranno deliziati - lo avete votato e adesso lo vorreste ragionevole, magari vorreste che dicesse ai mercati ehi tranquilli sono un comico scherzavo. Ma non è un comico più, da un pezzo, aspetta che se ne accorga l'Economist che fa sul serio. Secondo voi dovrebbe dare una mano a formare un governo. Avete un po' frainteso, ma non ci ha mica colpa lui. Lui le cose le ha sempre dette, anzi urlate, come stanno. È evidente che a lui non freghi nulla dei mercati e dell'Italia, perlomeno dell'Italia così com'è. In tutti i predicatori c'è un orizzonte apocalittico, che non è necessariamente la terza guerra mondiale della clip di Casaleggio, però da qualche parte c'è. Siamo in guerra, ci saranno battaglie e prima della vittoria finale molta gente si farà male, avete mai pensato che potreste farvi male pure voi? prima di domenica, intendo, ci avete mai pensato? Voleva aprire il parlamento come una scatola di sardine, lo ha detto, e l'avete votato. Ma poi ha vinto le elezioni e si è scoperto che faceva sul serio, santo cielo, ma com'è possibile, sembrava una persona così ammodo.

I parlamentari M5S, se danno retta a Grillo (e non è detto), non voteranno nessuna fiducia a nessuno. Il M5S non ha nessuna concessione da fare, e non è vero che gran parte delle sue proposte possono essere fatte proprie dal Pd: gran parte delle sue proposte non sono realizzabili, né in tempi brevi né in generale, perché fluttuano in uno spazio logico compreso tra "utopia" e "fregnaccia". Grillo lo sa e si guarda bene dal provarci. Vuole che governino gli altri, per dimostrare una volta di più che sono tutti collusi, tutti corrotti, tutti casta eccetera. Vuole perdere altro tempo, perché tanto lui ce l'ha. Voi non l'avete? Non potevate pensarci un po' prima, per esempio... domenica?

Mercoledì avete firmato la petizione di Viola Tesi. Scusate se insisto, ma l'avete letta? La simpatica signora Tesi sostiene che in fondo con il PD si può andare d'accordo un po', mica ci vuole poi molto; che "in poco tempo" si possono fare dieci cose, tra cui l’istituzione del reddito di cittadinanza, chissà con che risorse prese da dove, l’ineleggibilità dei condannati (si può fare anche in mezza giornata, peccato che la Corte Costituzionale te la casserebbe il mese successivo), la cancellazione dei rimborsi elettorali giusto per essere sicuri che Berlusconi si possa presentare senza troppi concorrenti; il politometro, che nessuno sa veramente cosa sia a parte una battuta fatta da Grillo a un comizio, ma secondo la Tesi si potrebbe comunque fare in pochissimo tempo, mentre si ripristinano fondi tagliati alla Sanità e alla Scuola (con tutti i soldi che ci sono avanzati dall'avere appena istituito il reddito di cittadinanza senza copertura); l’accesso gratuito alla Rete; la non pignorabilità della prima casa; la pace nel mondo invece no, il che mi risulta un po' sospetto, signora Tesi, perché la pace nel mondo no? Cosa ha in contrario, eh, EH? Non si sa. Ma a parte questo piccolo dettaglio tutto il resto secondo lei si può fare in poco tempo, e poi via che si rivota in scioltezza. Voi l'avete firmata questa petizione?

E - scusate se picchio sempre lì - l'avevate letta bene?

E allora capite che forse il problema non è la governabilità, il PD, o Grillo, che c'è un problema a monte, e che dipende soprattutto da voi? La volete piantare di votare alla cazzo, di firmare senza leggere le postille, di fidarvi del primo che grida in tv o su youtube che i politici sono merde e i debiti e le tasse non si pagano? Grillo a Viola Tesi non ha neanche risposto, ha mandato avanti Messora. Il blogger che vendeva i dvd in cui Giuliani spiegava come prevedere i terremoti col radon, è facile, ne ha previsti un sacco, peccato che i poteri forti siano tutti schierati dalla parte dei terremoti e gli impediscano di divulgarli il giorno prima, maledizione, è sempre costretto a divulgarli il giorno dopo. Messora che sul suo blog ai tempi dello sciame dell'Aquila faceva i bollettini, la gente disperata andava a leggere il suo blog prima di scegliere se dormire o no in macchina, lui raccoglieva le confidenze del mago del radon e purtroppo a causa dei poteri forti non ci beccava mai.  Messora dunque ha spiegato al pubblico di beppegrillo.it che la signora Tesi è un'infiltrata, punto. Funziona così, non è che se hai votato per loro sono tenuti ad ascoltare le tue ragioni: li hai votati perché ti sei infiltrato, addirittura militavi in un partitino pirata, mai presentatosi alle elezioni, una cosa tra amici - non importa! Sei un'infiltrata! Magari siete gli stessi che si lamentavano della diffidenza piddina verso gli elettori di Renzi. Non avevate tutti i torti, chissà, comunque adesso accomodatevi pure nel M5S, lì sì che accolgono i nuovi elettori a braccia aperte, INFILTRATI DEI POTERI FORTI.

Io penso - spero - che il Movimento non sia Grillo. Non credo che valga la pena di rivolgersi a Grillo. Grillo non è che si pone il problema dello spread a cinquecento: manderà fuori Casaleggio a dire che è un complotto dei Bilderberg, sono loro che divaricano lo spread, c'è una cerimonia massonica all'uopo. Son fatti così. Non l'hanno mai nascosto, anzi l'hanno scritto in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Non ce l'ho mica con loro, anzi. Se avete letto fin qui avete capito con chi ce l'ho.

Ma non avete letto fin qui.
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No Limits al peggio

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Scenari (rigorosamente a caso)


#19. Continuano tutti a discutere Bersani sì / Bersani no, Grillo sì / Grillo no per un mesetto; nel frattempo gli investitori esteri si fanno un'idea della situazione, lo spread schizza a seicento, default, l'Italia esce dall'euro senza neanche bisogno di indire il referendum. Nuove elezioni, vince Berlusconi promettendo più lire per tutti.


#31. Si riuniscono le Camere, Napolitano dà il mandato a Bersani, lui propone un programma di minima al M5S, Grillo col cavolo che accetta: è da anni che dice che PD e PdL sono la stessa cosa, vuole che governino assieme almeno quindici giorni per poi tornare alle urne e stravincere. Cosa che avviene di lì a poco. Entro l'anno il parlamento viene sostituito da un forum gestito dalla Casaleggio che si pianta ogni mezz'ora. I ministri vengono rimpiazzati dai Top Commentator, che risolvono i problemi insultandoli.

#33. Si riuniscono le Camere. Bersani forma un governo, i cinquestelle scelgono di astenersi uscendo dall'aula, purtroppo escono dall'aula anche i berluscones: niente da fare. Ci riprovano col sistema del palo (detto anche "governo di Schrödinger") brevettato da Mau: "I rappresentanti pentastellati se ne stanno vicino alle porte e contano: per ogni pidiellino che non vota uno di loro [entra e] vota contro". Il governo si pianta tre settimane dopo sull'emendamento per pagare la pensione agli esodati rivendendo le traversine del TAV.

#46. Si smette di considerare un interlocutore Grillo - che è un privato cittadino - ci si rivolge direttamente ai 54 senatori e ai 108 deputati eletti dal Movimento 5 Stelle con alcune proposte concrete e abbastanza radicali (dimezzamento dei parlamentari, una pietra sopra il TAV, ecc). Alcuni tentenneranno pubblicamente, Grillo si innervosirà, i media evidenzieranno il paradosso di un partito eletto dal popolo ma nominato da un vertice, le famose contraddizioni scoppieranno, e se 30 senatori ci stanno un governo si fa. Però dura poco e alle elezioni seguenti vince Grillo (non necessariamente il Movimento, sono due cose un po' diverse).

#48. Napolitano dà l'incarico a Grillo. Non sa cosa farsene (non è un negoziatore). Rinuncia quasi subito: elezioni.

#52. Va bene, dice Napolitano, siete una manica di fessi: siccome non posso sciogliervi perché sono entrato nel semestre bianco, mi dimetto io. Alla quindicesima chiamata viene eletto, boh, Roberto Saviano, che prova a fare una cosa creativa: scioglie solo il Senato (non si è mai fatto, ma forse si può). Non serve a niente, vince Grillo o Berlusconi; bisogna sciogliere anche la Camera.

#61. ((c) Thomas): Non si forma nessun governo nuovo: rimane in carica Monti per il disbrigo degli affari correnti, forse è incostituzionale ma in attesa che si pronunci la Corte passano diversi mesi, una specie di stallo alla belga, il tempo di fare ah ah, scusate, stavo dicendo il tempo di fare una nuova legge elettorale che stavolta assicuri, uh, la governabilitàHAHAHAH.

#99. Corsa al Quirinale: Grillo propone Fo, Fo ringrazia e rilancia Petrini, Petrini ci pensa un po' e poi butta lì Margherita Hack, e così da palo in frasca nel giro di una settimana prende sempre più consistenza la candidatura di Amedeo Nazzari.

#104. Berlusconi sale da Napolitano e dice che ci pensa lui. Rivende Balotelli - che ormai il suo dovere l'ha fatto - e col ricavato si compra la Casaleggio Associati.

#105. Uguale alla 104, ma si compra direttamente i 50 senatori che gli servono tra PD montiani e cinquestelle - non fate quella faccia, non avete la minima idea se siano incorruttibili o no; li conoscete appena: molta gente è incorruttibile soltanto perché nessuno le ha mai fatto un prezzo.

#121. Sai che c'è, dice Bersani, mi avete rotto tutti i coglioni, tanto il PD è fottuto comunque, faccio un governo di legislatura con Berlusconi, mi diverto per cinque anni e poi io ad Antigua e voi coi cazzivostri. Gotor affianca immediatamente Greggio a Striscia la Notizia, il Giornale diventa un inserto dell'Unità o viceversa, e via che si va. Renzi passa in clandestinità e fonda il Nuovo Partito Democratico Quello Vero Contro La Ka$ta, che nel 2018 partecipa alle elezioni ma perde perché la gente vuole dei giovani, no le solite facce.

#549. Berlusconi muore. E perché no, capita a tutti almeno una volta nella vita. Un centinaio di senatori pidiellini da un momento all'altro non sa più che ci fa a Palazzo Madama. Decidono di dare un senso alla propria vita appoggiando un esecutivo PD+Monti che rassicura i mercati.  

#745. Nel frattempo al Conclave lo Sprito Santo opta per un italiano, mettiamo Giovanni Battista Re, e nella disperazione collettiva la fumata bianca viene interpretata come un segno divino: la Repubblica si arrende al Papa Re che procede alla nomina dei ministri dello Stato Pontificio (purché giovani, no le solite facce).

#13459. I Maya si erano sbagliati solo di sei mesi, meno male.
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Perché Grillo non fa ridere?

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Buona domanda, forse l'unica che ha senso farsi fino a stasera (invece di perdersi dietro a numeri che balleranno per tutto il giorno). Perché i grillini ci cascano sempre, perché qualsiasi bufala li investe in pieno? Perché se il loro "comico" allude scherzosamente all'antica abitudine di umettare la matita copiativa, invece di ridacchiarci su, corrono a difendere il diritto costituzionale a contrarre mononucleosi e altre malattie suggendo nel contempo un materiale cancerogeno? Cosa non ha funzionato?

Te la do io l'Italia

Potremmo chiederci più in generale se Grillo sia mai stato un "comico" - ma forse dovremmo metterci prima d'accordo sulla definizione di comico e questo potrebbe prendere anni - proviamo allora a pensare quando e come ci ha fatto ridere. Qual è stata la sua battuta più divertente? Hmm. La più famosa? Quella la so. I socialisti rubano.

MARTELLI: "Ma quindi è vero che qui in Cina sono tutti socialisti!"
CRAXI: "Certo".
MARTELLI: "Ma allora... a chi rubano?"

Dove la comicità non sta nella battuta in sé (ne abbiamo sentite di migliori) ma dall'effetto "vestito nuovo dell'imperatore": dico qualcosa che tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di dire - in diretta tv. È tanto liberatorio. Forse Grillo ha sempre fatto questo, e per fare questo non serviva un grande senso dell'umorismo. Magari del coraggio, una certa faccia tosta (la mimica facciale necessaria a sottolineare il paradosso), tutte cose che Grillo possiede in abbondanza. Ma nessuna delle altre doti che istintivamente associamo ai comici. L'ironia, per esempio: Grillo non la usa molto. L'ironia in effetti è la figura che sostituisce un significato col suo contrario: Grillo non avrebbe mai chiamato Craxi un "benefattore", a rischio che qualcuno dal pubblico lo prendesse sul serio.

L'ironia è un po' il discrimine tra il mondo degli adulti e quello dei bambini - me ne accorgo tutti i giorni in classi di preadolescenti: se fai dell'ironia, anche alla buona, non puoi sempre dare scontato che tutti la capiscano. Grillo in generale non ne fa, il suo utente rimane "un undicenne neanche troppo intelligente". Grillo, non lo si osserva mai abbastanza, ha condiviso un bel tratto di carriera con Antonio Ricci (Drive In - Striscia la Notizia): un'altra persona molto intelligente che però non si è mai data troppa pena di testare o stimolare l'intelligenza del suo pubblico. Ricci ha optato ben presto per un metodo pavloviano: fai ripetere un tormentone e fai scattare una risata finta. Dopo due o tre volte i bambini ridono. Dopo cinque o sei ripetono a memoria il tormentone. Ogni sei mesi cambi i tormentoni. Fine. A un certo punto si è pure stancato di inventare i tormentoni, è da dieci anni che monta le risate finte su qualsiasi cosa, anche le inchieste sull'amianto. La gente guarda, magari qualcuno ride pure.

Grillo veri tormentoni non ne ha mai avuti, neanche nelle prime stagioni, tranne forse "te lo do io" e "ma non è possibile ragazzi" (continua sull'Unita.it, H1t#168)

Però sin dai tempi di Te lo do io l’America il procedimento era abbastanza definito: si prendono gli aspetti più paradossali di una società diversa dalla nostra e li si critica dal punto di vista dell’everyman italiano, che alla fine è un bambino che non fa che dire: “ma questi credono di essere chissachi e invece sono tutti nudi! cioè ma non è possibile ragazzi”. Poi in trent’anni Grillo ha fatto molto altro, ma in fondo non si è mai spostato da questo approccio: cioè ragazzi ma Sanremo, ma vi rendete conto, ma non è possibile, la Parmalat, ma sono tutti nudi, la crisi dei bond, ma vi rendete conto? Sveglia.
Io non voglio dire che durante questo percorso il bambino non abbia incrociato imperatori realmente nudi: personalmente ho un ricordo glorioso di quando in diretta tv disse qualcosa del tipo lo sapete qual è il vero nemico? e mostrò un cartello con la cifra 144. Era il periodo in cui lo Stato lucrava sui numeri a pagamento con quel prefisso. Grillo arrivò prima dei giornali a denunciare la cosa. Si aprì un dibattito, nel giro di pochi mesi i prefissi 144 furono disabilitati su molte utenze telefoniche (e prontamente sostituiti dagli 166, ma almeno il consumatore medio italiano aveva annusato la fregatura). In quel caso Grillo stava facendo già politica: e la stava già facendo in modo brutale, indicando agli italiani in diretta un “nemico” da abbattere. Non è molto cambiato, forse siamo cambiati un po’ tutti noi. Non era un comico nel senso tradizionale del termine (ma qual è, poi, questo senso tradizionale?) Faceva indignare, non faceva ridere – no, anche questo non è del tutto vero. Faceva ridere: gli imperatori nudi fanno ridere. Era molto divertente l’attimo del disvelamento, che Grillo sottolineava e sottolinea tuttora con un’occhiata, un timbro e un’intonazione vocale che sono diventati marchi di fabbrica. Continuano a farmi ridere anche se li sento oggi.
Però alla fine la comicità di Grillo consiste in questo: apri gli occhi, anzi, svegliaaaaaAAAAA! Perfettamente intonata ai messia da forum, quelli che devono svelarci la verità sui complotti plutogiudomassonici o sulle scie chimiche. Grillo ha però anche qualcosa che i troll vagamente antropomorfi della Rete non avranno mai: un robusto tono da everyman, da Italiano Medio, anzi da Settentrionale Medio, che sa che le cose dovrebbero andare in un altro modo perché cioè, ragazzi, ma siamo matti, ma andate a vedere in America se lasciano che i cinesi gli vendano l’acciaio. Almeno, in una delle ultime *interviste* l’ho sentito dire una cosa del genere, ma non è tanto il significato ad aver importanza. Ha importanza quel tono di quarantenne al bar, che le cose le sa perché ha tanto lavorato e ha esperienza di come va il mondo. Con quel tono si può dire qualsiasi cazzata, e per ogni cazzata che dici un leghista smette di votare Maroni e corre ad abbracciarti, papà!
Nel frattempo Grillo ha parlato di latte al pesce (bufala), di biowashball (bufala), di signoraggio; nei commenti del suo blog si diffuse anche la grande baggianata dell’olio di colza; di uscire dall’euro, ovviamente, di prevedere i terremoti come i temporali, scusate se torno sull’episodio ma è stato il momento in cui si è giocato l’ultimo barlume di rispetto che avevo per lui. Tutti argomenti lanciati e poi scartati, Grillo non approfondisce, qualcun altro dovrà farlo, Grillo grida che l’imperatore è nudo, fine. È liberatorio, a patto di credere in lui, perché tu l’imperatore mica lo vedi. Se vuoi ridere… ma adesso non vende più risate, vende speranze… se vuoi sperare, devi credere in lui, che l’imperatore l’ha visto e poi è uno che il mondo lo ha girato e sa come vanno le cose.
Ogni tanto qualcuno lo paragona a Savonarola. È un parallelo molto meno banale di quanto sembri – peraltro è autorizzato dallo stesso Casaleggio, che nel famigerato filmato apocalittico considera Savonarola uno degli antenati di Internet, con la sua rete messaggistica quattrocentesca, “the open letters”. E vabbe’. Però forse la risposta alla domanda iniziale è tutta qui: Grillo non si è creato un pubblico dotato di particolare senso dell’umorismo perché Grillo, più che è un Comico, è un Predicatore. Ne approfitto per citarmi (parlavo di Bernardino da Siena, ma il senso è lo stesso).
forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l’incarnazione di un archetipo dell’inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera.
Nel frattempo i concittadini di Siena gli offrono la cattedra di vescovo. “A me mi pare che voi siate vescovo e papa e ‘mperadore”, gli dicono, ma Bernardino non vuole veramente essere nessuno dei tre. Si capisce che comandare non gli interessa. L’unica cosa che lo appassiona è predicare. La predica è tutto[...]: è poesia, la predica è preghiera, la predica è il mondo e la sua volontà di rappresentazione. La predica, in una parola, è teatro: quella forma informale di teatro in cui i comici italiani eccellono, da Petrolini a Gaber a Grillo: il monologo senza interruzioni.
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Votiamo in Europa

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Io, a differenza di altri, non ho master in economia. Non sono un esperto in niente e sinceramente mi dispiace. Come molti, come tutti, tiro a indovinare, scommetto sul futuro e non spero nemmeno di azzeccarci: spero che ci azzecchi uno più ottimista di me, non io. Comunque credo che l'Italia debba scegliere se stare in Europa (ammesso che ce la possa fare) o in quello che una volta si chiamava Terzo Mondo. Da quel che ho visto, da quel che so, l'Europa conviene a me, ai miei famigliari e ai miei amici.

Ma senz'altro c'è qualcuno a cui non conviene. Ogni volta che qualcuno vi ha parlato di svalutazione competitiva, spero che vi siate ricordati di chiedergli "competitiva con chi?" Per esempio con la Cina. Certo, possiamo tutti chiudere gli occhi e fare finta che siamo ancora negli anni Ottanta e che la Cina sia ancora un Paese agricolo che non compete con noi in nessun settore-chiave. Si stava così bene, perlomeno Grillo e Berlusconi erano al top della forma.

Può anche darsi che ce lo meritiamo. Di diventare un popolo più povero, più ignorante. Visto come abbiamo usato in questi anni le nostre ricchezze e la nostra cultura, non è escluso che la cosa abbia un senso. Io però conosco un sacco di gente che non se lo merita e questo è il motivo per cui voterò PD.

Ce ne sono anche altri, di motivi (stimo Bersani, come non ho stimato nessun altro leader del centrosinistra), ma non sono determinanti. Il PD non è ovviamente un partito perfetto, anzi ha tanti difetti di cui possiamo discutere e discuteremo - ma è l'unico (con SEL) che mi garantisca che il mio voto abbia un senso anche in Europa. Le beghe più locali non faccio finta di non vederle, ma mi sembra uno di quei momenti in cui bisogna dare un'occhiata anche a quel che succede sopra di noi. Credo che l'Unione Europea debba disincagliarsi dalla situazione in cui i governi 'virtuosi', e in particolare quello tedesco di Angela Merkel, l'hanno portata in questi ultimi due anni. Credo che il rigore sia diventato un'ideologia che può consentire a qualche partito liberale o conservatore di vincere le elezioni, ma che spaccherà l'Europa se non si è già spaccata. Credo che sia necessario opporre al fronte del rigore un fronte della crescita, e che questo spetti ai socialisti in Francia e ai Democratici in Italia. Credo sia la cosa più urgente, ancora più urgente del ricambio della classe politica che ossessiona gli italiani e in particolare gli elettori di Grillo.

Questi ultimi, poi, ci tengo a dirlo, non credo siano imbecilli. Non penso che darebbero le chiavi della loro macchina a un bambino, non credo che resterebbero sui seggiolini posteriori mentre quello ingrana la quarta. E tuttavia stanno per eleggere al Parlamento e al Senato della Repubblica decine di persone incompetenti proprio perché manifestamente incompetenti, con una leggerezza che io trovo un po' eccessiva. Poi vedremo, e in tanti casi scopriremo che sono meglio i bambini dei macachi che avevano eletto la volta prima - ma io resto un po' preoccupato.

Un'altra cosa urgente da fare è chiudere la pratica Berlusconi, che invece potrebbe perfino vincere. Esatto, sì, sto cercando di spaventarvi. Ma il 2006 me lo ricordo, anche allora i sondaggi dicevano una cosa e invece andò in un altro modo. Berlusconi può ancora vincere perché in fondo gli basta arrivare al 20% ed eliminare Monti, e magari ci riesce. Potrà dettare condizioni, influenzare la corsa al Quirinale; potrà persino cavalcare l'opposizione e diventare il nuovo leader dell'antipolitica, quello che Grillo non sarà più quando i suoi uomini cominceranno a deludere (e i suoi uomini cominceranno a deludere, vedi caso Parma: è umano, specie se si promettono rivoluzioni inverosimili). Berlusconi soprattutto continuerà a incarnare il Principio del Piacere: perché fare sacrifici? Perché pagare le tasse? Chiudete gli occhi, è ancora il 1983, siamo la quarta potenza industriale. Credo che abbia fatto molti danni e che possa farne ancora, e non dovremmo aspettare il panico da spread per ricordarcene.

Tutto qui, la mia non è un'analisi raffinata, del resto non sono un esperto in niente. Penso che l'Italia debba lottare per restare in Europa e l'Europa debba lottare per restare nel Mediterraneo. Credo che convenga a tutti, forse conviene al mondo intero. Il resto è al di là della mia portata, per fortuna ho un solo voto.

(PS: nella sua prima stesura questo pezzo presentava lo scenario in cui l'Italia svalutata sarebbe diventata concorrenziale rispetto ad altre mete di turismo sessuale più lontane da Germania e Paesi nordici. Ho cassato tutto quanto perché mi sembrava di essere il caporale in trincea: Se non esci e non voti Bersani il Crucco violenterà tua madre e tua figlia! Però, ecco, insomma, i vostri figli soprattutto preferirebbero mance in euro e non in lire, fidatevi).
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Grillo, il Movimento e i grillini

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L'irruzione di Adriano Celentano in questa campagna elettorale, con la grazia di un vecchio pachiderma in un arsenale di gavettoni d'acqua fetida, se non altro può aiutarci a chiarire alcuni equivoci: per esempio quello tra Grillo e il Movimento 5 Stelle, e tra il Movimento 5 Stelle e i grillini. Perché si tratta di tre cose diverse: (1) Grillo, (2) il MoVimento, (3) i grillini. Sono connesse, ma non è detto che vadano sempre d'accordo; dopo il big bang di questi 2-3 anni potrebbero ritrovarsi in zone molto lontane dell'universo. E non ha senso parlarne come se fossero la stessa cosa. Personalmente il primo mi preoccupa un po', i terzi mi avviliscono, ma il secondo m'incuriosisce. Proviamo a guardarli separati.

(1) Il primo è Beppe Grillo, predicatore. Quello che ha fatto negli ultimi dieci anni è davvero impressionante. Merita di essere ammirato, ma non so quanto valga la pena di studiarlo, visto che una cosa del genere non è riproducibile, poteva capitare soltanto a lui. Grillo è l'unico leader politico extraparlamentare sorto in Italia negli ultimi dieci anni - ma facciamo pure venti, ed è anche quello di maggior successo. Se teniamo conto di che anni turbolenti sono stati, di quanti movimenti siano nati e poi tramontati (tute bianche, noglobbal, girotondini, l'onda, i viola, occupy) la cosa appare ancor più eccezionale. Tutti questi movimenti hanno avuto il loro quarto d'ora d'attenzione; nessuno è riuscito ad arrivare in parlamento (alcuni ci hanno persino provato). Grillo punta al venti per cento. La differenza, mi è già capitato di scriverlo, sta nella leadership. Benché diversissimi per metodi, finalità, ideologie, tutti i movimenti dal Duemila in poi si caratterizzano per il rifiuto della leadership. A differenza dei vecchi movimenti, almeno fino agli anni Novanta, che senza ottenere risultati più concreti almeno offrivano un terreno adatto alla maturazione di una classe dirigente che poi veniva cooptata dai partiti mainstream (Lotta Continua ha fornito quadri anche a Forza Italia), i movimenti degli anni Zero girano a vuoto, non creano competenze né figure carismatiche. È uno dei dati del problema della mancanza di ricambio nella classe dirigente. L'unica faccia nuova che riesce a spuntare in mezzo a tutto questo è Beppe Grillo. Che infatti non è proprio una faccia nuova, anzi.

Sin dall'inizio il suo volto è un'icona riconoscibile universalmente. Grillo non è imitabile perché già prima di cominciare l'avventura politica è un prodotto televisivo assolutamente originale, di un'epoca in cui anche chi ora orgogliosamente afferma di non guardare la televisione, la televisione l'accendeva: e Grillo lo guardava, tutti guardavano Grillo. Grillo non è riproducibile perché è l'ultimo fantasma di una civiltà televisiva che circondava i suoi protagonisti di un'aura sacrale. Personaggi così potrebbero, candidarsi, vincere le elezioni: ma non ne esistono quasi più. Celentano, Pippo Baudo (ma è un po' appannato), forse Vasco Rossi. Non è un segreto che Pannella ci abbia provato, a coinvolgere Vasco: era una mossa spericolata ma non stupida. Dopo Vasco c'è il diluvio, ovvero gli anni Novanta, in cui la tv si fa sempre meno generalista e le icone sempre più diversificate, non abbastanza nazionalpopolari: secondo me un Jovanotti o un Ligabue non ce la farebbero a fondare un movimento paragonabile (ne parliamo tra dieci anni). Ma soprattutto gli anni Novanta sono troppo vicini, in Italia le elezioni si vincono conquistando i cinque-sessantenni, e quelli conoscono Grillo: e quindi Grillo sia.

All'inizio la sua proposta di leadership è talmente assurda che nessuno - nemmeno i suoi attivisti - la prende sul serio: non è vero che Grillo è il capo, nessuno è il capo (in teoria il M5S è antiverticista come tutti gli altri movimenti degli anni Zero: ha persino teorizzato il limite assoluto dei due mandati, l'incompetenza al potere). Grillo ci mette solo la faccia ma non si candida, Grillo è solo il megafono, un generoso mecenate che si sacrifica ecc. ecc. In realtà Grillo un leader lo è diventato, al di là delle sue intenzioni iniziali: non solo il suo carisma è condizione necessaria al successo del Movimento, ma il Movimento nasce e cresce in base alle scelte prese in autonomia da Grillo e dai suoi collaboratori: epurazioni comprese. In particolare va segnalata la decisione di restringere le primarie per i candidati a chi era già iscritto al movimento qualche anno fa. È il modo scelto da Grillo per difendere il Movimento dall'ondata dei grillini. Ma a questo punto va spiegato cos'è il movimento e cosa sono i grillini.

(2) Il Movimento è una cosa seria. Ne sono convinto. Purtroppo è ancora indecifrabile. In teoria comunica su internet, dovrebbe essere tutto accessibile. In realtà i meetup sono stati sempre un po' farraginosi, e i documenti disponibili al pubblico (il programma elettorale, ad esempio) lasciano intuire una situazione ancora magmatica dove tutto si sforza di convivere col contrario di tutto. E però il Movimento un suo programma ce l'ha, non è nemmeno il più confusionario dei programmi politici che si sono letti ultimamente. È composto di attivisti ormai di lunga data (nessuno ci fa caso, ma il Movimento è nato un po' prima del PD e del PDL), che se dovessimo proprio collocare sulla solita linea retta, orribilmente semplificatrice, definiremmo "di sinistra": ci sono ambientalisti, teorici della decrescita e del consumo sostenibile, ecc. Non è una sinistra estrema: su certi argomenti è persino sovrapponibile alla Lega. Ma il bacino iniziale era quello. Il Movimento prende il volo nella fase in cui collassano i partiti tradizionali a sinistra del PD, che un tempo valevano il 10% (e pesavano ancora di più nel dibattito mediatico) ma nel 2008 non superarono lo sbarramento. Grillo riorganizza molte energie che non riuscivano più a prendere sul serio la rivalità tra Rifondazione e PDCI o la classe dirigente dei Verdi, e le trasforma in qualcosa di diverso. Però.

Però se fosse stato tutto qui, non avrebbe mai rischiato di sforare il dieci, neanche l'otto per cento. Grillo mira al 25% perché non gestisce soltanto il Movimento, ma anche un enorme bacino di grillini, che sono una cosa un po' diversa.

(3) I grillini sono legione. Sono quelli che stanno riempiendo le piazze, e le riempiono sul serio. Hanno mai partecipato a un meetup? Sanno cosa sia? Conoscono i candidati M5S nella loro circoscrizione? Hanno letto il programma? Alcuni magari sì, la maggioranza no, come avviene poi per tutti i partiti. I grillini non voteranno un programma, non voteranno i candidati scelti dal Movimento (e da Grillo): i grillini voteranno Grillo perché si fidano di Grillo, esattamente come gli elettori di Berlusconi voteranno Berlusconi (e molti bersaniani voteranno Bersani; e Monti i montiani; mentre i gianniniani voteranno una signora, non perché la conoscono o si fidino di lei, ma perché gliel'ha indicata Giannino). I grillini si fidano di Grillo perché hanno la sensazione di conoscerlo: è un volto noto, ha idee molto chiare che ripete sempre quando lo inquadrano in tv, e sul suo blog sono scritte in grassetto. La cosa interessante è che molti - non tutti, ma molti - prima di lui votavano Berlusconi, o Bossi, o Fini (alcuni avrebbero votato anche Renzi). Vengono dal centrodestra: Grillo lo sa e ha fatto il possibile per tarare i suoi messaggi in modo che siano apprezzabili anche da loro (una certa insofferenza per i diritti civili, la retorica degli imprenditori strangolati, ecc.). E tuttavia i grillini non eleggeranno Grillo - che non è candidato - bensì gli esponenti del Movimento.

Insomma Grillo è riuscito nel capolavoro di imporre candidati e programmi di sinistra a un elettorato di destra, anche se per farlo è ricorso in dosi abbondanti a una retorica che nessun politico di centrosinistra maneggerebbe volentieri. E tuttavia si merita i complimenti che lui stesso chiede, quando dice che ha evitato il rischio di un'Alba Dorata in Italia; non fosse sceso in campo lui, molti sul serio avrebbero potuto votare per il primo neonazista che si palesava (si potrebbe poi discutere di quanto poco siano ormai distanti i neonazisti italiani dai criptocomunisti di Rivoluzione Civile, ma faremmo mattina).

A questo punto resta da chiedersi cosa succederà tra qualche giorno, quando in parlamento arriveranno i rappresentanti del Movimento, nominati dagli attivisti del Movimento mediante le parlamentarie, e poi eletti dai grillini. Sarà una situazione molto complicata.

Da una parte ci sarà Grillo, che ultimamente ha fatto la voce grossa e ha dimostrato di saper epurare; a lui comunque si deve l'eventuale successo elettorale.

Dall'altra ci saranno i grillini, che si aspettano grandi e confuse cose che all'inizio comunque non ci saranno: l'Italia non uscirà dall'euro, i politici corrotti non andranno "tutti a casa", ecc.

In mezzo ci saranno i parlamentari del Movimento, in una situazione psicologica molto particolare. La prima cosa che mi viene in mente è moltiplicare lo psicodramma di Favia per venti o trenta, ma non è detto che le cose vadano così. Qualcuno si sfilerà quasi subito, è nella logica delle cose, lo stesso Grillo se lo aspetta. Rimanere nel Movimento significa restringere i propri margini di autonomia politica ed economica. Qualcuno preferirà tenersi i soldi e accetterà l'eventuale offerta di uno schieramento che gli offre magari la possibilità di ricandidarsi per un terzo mandato. Un gruppo più compatto resisterà per più tempo, recependo i diktat di Grillo e del Movimento. Però può darsi che proprio un gruppo del genere decida di muoversi in autonomia rispetto allo stesso Grillo. Lo potrà fare dopo qualche mese, quando finalmente i parlamentari del M5S saranno quello che oggi solo Grillo è - personaggi pubblici. Televisivi. Con buona pace di tutta la retorica grillina sull'internet, i leader politici oggi nascono e si rendono familiari al pubblico soprattutto in tv, e lui stesso ne è la dimostrazione. Il famoso divieto a comparire davanti alle telecamere prima o poi dovranno eluderlo, e da lì in poi la cosa potrebbe anche essere molto rapida. La gente ha bisogno di facce nuove, lo si è già visto abbondantemente; i parlamentari M5S dovrebbero averne abbastanza per catturare l'attenzione senza bisogno di dover ricorrere al solito Megafono-Grillo. Questo significa che il Movimento potrebbe finalmente divorziare da Grillo e diventare un vero Movimento democratico, senza un padre padrone megafono e censore? Sì, ma tra Grillo e Movimento non è detto che vinca il secondo. Per capire il perché possiamo far caso a quello che è successo negli ultimi due anni a un signore che un decennio fa era sempre nei primi posti delle classifiche di popolarità tra i leader politici: Gianfranco Fini. I sondaggi magari si sbagliano, però lo danno per inesistente. Cosa è successo a Gianfranco Fini?

Si è sfilato. Ha lasciato un partito prendendo con sé un po' di gente, ma senza portare nemmeno un quotidiano, un canale televisivo, nulla. Apparteneva tutto al Capo e il Capo si è tenuto tutto. Quel che è successo a Fini potrebbe succedere anche ai parlamentari M5S che decidessero di fare quadrato contro Grillo. Possono avere tutte le ragioni del mondo, ma quando le camere si scioglieranno (e potrebbero sciogliersi anche molto presto) Grillo continuerà a essere Grillo: e i grillini continueranno a votare per lui. A meno che non sia lui a stancarsi e a lasciare il Movimento libero di andare sulle sue gambe. Ma questo forse non conviene per adesso nemmeno al Movimento.
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Domande che nessuno gli avrebbe fatto comunque

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Come stai? Ti trovo in forma.
Come vanno gli affari?
Ultimamente ti sei messo a fare spettacoli gratis - sì, vabbe', comizi politici. Credi che sia una strategia commerciale destinata a pagare sul lungo periodo?
Ma tu dove ti vedi nel lungo periodo?
Tra un mese siederanno nel parlamento persone scelte da te. In teoria dovrebbero prendere ordini dal MoVimento. E restituire tutti i soldi. Quanto ci metteranno a mandarti affanculo? Pensi di batterli sul tempo?
Senti, io ogni tanto vado sul tuo sito, leggo delle cose. Ma tu ci credi davvero a tutte le cose che stanno scritte sul tuo sito? Le leggi almeno?
Ci vai spesso su internet?
È da un sacco di tempo che non leggo più niente sul signoraggio. Ma tu ci hai mai creduto a quella roba lì? E se ti sei accorto che era una puttanata, quando è successo?
Ci credi ancora che in Italia si potrebbero fare le previsioni dei terremoti, come le previsioni del tempo? Perché una volta lo hai scritto sul tuo blog - cioè qualcuno sul tuo blog lo ha scritto. Tu ci credevi? Perché poi non se ne è più parlato.
E dell'Euro? Perché una volta sul tuo blog si parlava di uscirne. Poi non se ne è parlato più - gli argomenti compaiono e scompaiono come funghi - e adesso la linea ufficiale è che il MoVimento vuole fare un referendum. Lasciamo perdere il MoVimento, per una volta, ti va? Parlami di te. Tu ci usciresti davvero dall'Euro?
Tu li terresti, i tuoi soldi, nelle banche italiane, mentre l'Italia esce dall'Euro?
Casaleggio come sta? Ma tu ci credi alle sue visioni, alle clip sull'apocalisse? Le hai mai viste? Secondo te lui ci crede o sta solo facendo pubblicità a un prodotto?
Ma quando sei lì sul palco che dici "siamo in guerra", ma non ti scappa mai da ridere? - Sì, ogni tanto ti scappa, si vede.
Ma tu delle scie chimiche cosa pensi? Dai, seriamente.
Non hai mai avuto la sensazione che la cosa che stava montando - che tu stavi montando - stesse diventando fuori controllo? E come l'hai superata?
Pensi che potrà mai esistere un MoVimento senza di te?
Ma i tuoi vestiti, li lavi ancora con la Biowashball?
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Nel 2013 quanto costerà un grillino

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Caro sostenitore del Movimento 5 Stelle - spero che apprezzerai il fatto che non ti chiamo "grillino". Il fatto è che non credo, non voglio credere, che il vostro movimento si esaurisca in Grillo. Credo che sia stato un volano incredibile, e che gli dobbiate molto, ma pure che presto o tardi dovrete imparare a fare a meno di lui. Sono convinto che in fondo anche lui pensi la stessa cosa. Nel frattempo ci sono queste parlamentarie che, al netto di tutte le ironie sui videomessaggi, sembrano un esperimento interessante.

Caro sostenitore del M5S, io non conosco molto i tuoi candidati, non so chi dovresti mandare in parlamento. Se le cose continuano così, l'anno prossimo non saranno in pochi a trasferirsi in zona Montecitorio - Palazzo Madama. Di sicuro non peggioreranno l'ambiente, difficilmente potranno fare peggio di molti che frequentano le stesse sale in questo momento. Ma una volta arrivati lì i tuoi parlamentari saranno sottoposti a una pressione incredibile, ed è ragionevole pensare che molti cederanno: abbandoneranno Grillo e il M5S. Provo a spiegarti il perché.

L'articolo 67 della Costituzione dice che "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato". In pratica il popolo è sovrano solo nel momento in cui elegge i suoi delegati, dopodiché costoro possono scegliere di cambiare idea, e votare leggi indigeste ai propri elettori, che finché dura la legislatura non hanno nessuno strumento per mandarli a casa. Quindi un eletto può fare quel che gli pare? Sì, ma sa che al massimo dopo cinque anni i suoi elettori gliene chiederanno conto, e se si è comportato male non lo rieleggeranno - in generale i politici ci tengono tantissimo a essere rieletti. Tranne i vostri (che per ora però non si sono ancora seduti su quelle maledette poltrone). I vostri per ora sono diversi, se non altro perché un punto fondamentale del programma è il tetto dei due mandati. E siccome questo tetto non vale soltanto per i parlamentari, ma per tutte le cariche pubbliche, i partecipanti alle parlamentarie che hanno già avuto una carica di qualsiasi tipo, qualora arrivassero davvero a Montecitorio o a Palazzo Madama, sanno di non poterci restare per più di una legislatura: cinque anni massimo, poi aria.

Non solo, ma in quei cinque anni non guadagneranno parecchio: il M5S si fa vanto di voler restituire tutti i finanziamenti che riceve, e per ora lo ha fatto. E tuttavia certi benefits non si possono semplicemente restituire. Quel che succederà ad alcuni militanti, capultati dalle parlamentarie a Montecitorio, sarà umanamente molto complesso: nel giro di pochi giorni entreranno a far parte della Casta - vi entreranno recalcitranti, d'accordo, ma siederanno agli stessi tavoli, berranno alla stessa buvette, cominceranno a compilare gli stessi rimborsi spese. I primi giorni saranno esilaranti.

Poi comincerà il mercato delle vacche (continua sull'Unita.it, H1t#157)

Caro sostenitore del Movimento 5 Stelle, probabilmente non ignori che il prossimo parlamento, se davvero non si riuscirà a modificare la legge elettorale, rischia di trovarsi in una situazione di stallo, senza una maggioranza. Il più accreditato a vincere le elezioni per ora è il PD di Bersani, ma non è detto che abbia abbastanza seggi per sostenere un governo stabile. Per questo motivo Bersani ha concluso un’alleanza con SEL, e ha messo più volte nero su bianco la disponibilità ad allearsi con l’UDC – che però non è detto che passi la soglia di sbarramento e riesca a portare davvero qualcuno alla Camera, e soprattutto al Senato. Ma anche in quel caso, sarebbe una maggioranza molto instabile, in cui dovrebbero convivere postcomunisti e amici di Cuffaro. Quindi? Quindi qualsiasi parlamentare da fuori volesse unirsi a una maggioranza di questo tipo sarebbe sicuramente molto, molto ben accetto. Certo, tradirebbe la fiducia dei suoi elettori, ma troverebbe ponti d’oro disponibili a traghettarlo in altri partiti, dove tutti sarebbero ben lieti di stringersi per fargli posto. Non solo. In situazioni del genere si possono fare offerte irrifiutabili: qualche sottosegretariato importante, qualche posto in qualche commissione. Quando parlavo di mercato delle vacche mi riferivo a questo. È un’antica prassi nel nostro parlamento, ancora più antica della costituzione e della repubblica. Se non hai una maggioranza, te la procuri. Là fuori c’è una forte pressione a trovare una maggioranza, e non si andrà per il sottile. Tanto più che si dovrà quasi subito nominare l’inquilino del Quirinale, e la storia recentissima ha dimostrato che di tutto si tratta tranne che di una semplice figura simbolica.
Naturalmente posso sbagliarmi. Può darsi che nessun parlamentare a cinque stelle cederà alle pressioni dell’ambiente, e che tutti resteranno fedeli a un Movimento che li costringe a restituire gran parte dei loro fondi, e che comunque a molti di loro non rinnoverà la fiducia dopo un primo mandato. Se andrà così, significa che tu, che voi (e Beppe Grillo, e Casaleggio) sarete riusciti a selezionare una classe politica incorruttibile, disposta a seguire le direttive di voi elettori perinde ac cadaver, come zombies teleguidati. Consentimi però di dubitarne. In fondo persino Di Pietro, uno dei pochi politici che rispettate, è riuscito a portare in parlamento personaggi come Scilipoti o Sergio De Gregorio. I militanti a cinque stelle che avranno la ventura di sedersi tra i banchi del parlamento saranno, per lo più, uomini e donne con pregi e difetti, come quelli che abbiamo visto eletti nelle amministrazioni locali. Sarà sempre più difficile per loro eludere l’attenzione di stampa e tv: di questo Grillo potrà incazzarsi, ma non potrà farli dimettere. Tra di loro potrebbe anche esserci qualche leader naturale, che polarizzi l’attenzione e che la distolga dal comico genovese. Potrebbe persino essere un bene.
Ma ci sarà facilmente anche chi tradirà, e accetterà di entrare in questa o quella coalizione governativa. Il bello è che non avrà nemmeno la sensazione di tradire: come Scilipoti, sarà convinto di fare il bene dell’Italia mentre si preoccupa di fare del bene a sé stesso. Se per esempio è un ambientalista, si convincerà di poter fare qualcosa di buono per l’ambiente all’interno di qualche ministero o commissione. Ma intanto non sarà più costretto a rendere i soldi che gli spettano; non sarà più soggetto ai diktat di un “capo politico”; e il suo nuovo partito non lo costringerà a mollare dopo il secondo mandato. Sarà veramente difficile per lui resistere alla tentazione.
Dunque, caro sostenitore del M5S, quale candidato devi scegliere? Davvero non saprei. Magari mentre dai un’occhiata ai videomessaggi, prova a pensare alle stesse persone mentre entrano, un po’ spaventate, nel transatlantico di Montecitorio. Immaginali tra i banchi mentre seguono le discussioni. Prova a figurarteli mentre qualcuno offre loro la possibilità di entrare in un altro partito, uno dei partiti veri, quelli che non restituiscono i finanziamenti. I candidati che cerchi, forse, sono quelli impermeabili alla casta. Ma com’è fatto un candidato impermeabile alla casta? Bella domanda, non saprei proprio rispondere.http://leonardo.blogspot.com
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E se Grillo avesse rrrrrrrrrrr

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Io trovo abbastanza ignobile il modo in cui Grillo ha trattato la consigliera comunale del M5S che ha osato presenziare a un talk show, e squallidi i colleghi che la stanno emarginando. Tutto sommato condivido le osservazioni di Scalfari che sul carisma ancora molto televisivo di Grillo sembra aver capito più cose dei giovinastri che sul suo quotidiano si fanno infinocchiare da klout e altri gingilli. Grillo diserta i talk show proprio come anni fa li evitava Berlusconi: entrambi hanno goduto (e Grillo gode ancora) di una rendita di posizione nel nostro immaginario. Sono due facce, due personaggi che conosciamo già, non hanno bisogno di vendersi a Porta a Porta. Se decidono di andare in tv, sono nella posizione di dettare le condizioni: non hanno nessuna esigenza di accettare un contraddittorio, qualcuno che per piaggeria o esigenza di share accetterà di mandare in onda i loro video preregistrati ci sarà sempre.

Il discorso cambia, ovviamente, per gli altri esponenti del M5S. Per loro andare in tv (in un momento come questo, poi, in cui la gente è alla ricerca spasmodica di volti nuovi) è un'opportunità importante. Magari tra qualche mese alcuni di loro saranno in Parlamento, davanti a un bivio: restare con Grillo, seguirlo perinde ac cadaver, restituendo stipendio e gettoni di presenza o... trovare un'altra strada, più remunerativa, che consenta loro di partecipare a una maggioranza, magari recuperando uno strapuntino, un sottosegretariato? Alcuni sceglieranno di restare col capo in anonimato e in miseria: altri tradiranno, è nella natura delle cose. Per Grillo e Casaleggio si tratta di scegliere gli elementi meno forniti di ambizione e individualità. Su questo la prova video non sbaglia mai. Se tu hai voglia di farti vedere, se hai un'individualità forte da mostrare, il video se ne accorge, il video la svela. Ecco, di queste persone Grillo e Casaleggio al momento non hanno bisogno. È difficile dar loro torto, se ci si mette nella loro prospettiva: hanno bisogno di anonimi che non vedano altra Via al di fuori del MoVimento. Io però vado oltre e mi chiedo se Grillo non abbia anche ragione in generale. Cioè, perché un politico deve andare a un talk show? Per farsi vedere, ovvio. Ma funziona?

Funziona, altroché, parlamenti regioni e comuni sono pieni di gente che si è fatta riconoscere durante un battibecco televisivo. Il caso della Polverini, catapultata dall'anonimato di una sigla sindacale semisconosciuta alla presidenza della regione Lazio grazie a un'assidua presenza a Ballarò, è uno tra tanti. Quindi sì, i talk funzionano. Selezionano una classe dirigente e la presentano al vaglio dei telespettatori-elettori. Che poi questa classe dirigente sia quella di cui ha bisogno l'Italia, beh, anche qui il caso Polverini è indicativo. Non c'era nessun motivo al mondo per cui una tizia brava a piazzare due o tre interventi a Ballarò dovesse essere anche competente in un ruolo delicato come quello di presidente della regione Lazio, e infatti non lo era. Ma da quando è così? Da quand'è che i talk show ci formano la classe dirigente? Ci ricordiamo tutti di quando Porta a Porta divenne "la terza camera". Ma qualcuno si ricorda chi ha cominciato? Perché negli anni '80, per dire, non era così. Le tribune politiche erano dirette grigie e istituzionali. Passa qualche anno, e la politica diventa spettacolo in seconda serata. Poi addirittura in prima.

Potrei sbagliarmi, ma all'inizio di tutto ci fu Samarcanda. Non era ancora esattamente un talk, ma la costruzione di certi personaggi (Santoro su tutti, anche Santoro ha fatto politica poi) è cominciata lì. La vera chiave di volta però potrebbe essere stata quel talk che faceva Gad Lerner nei teatri, nei tumultuosi primi anni Novanta, Milano, Italia: il programma che presentò i leghisti a tanta gente che a mangiare la polenta a Pontida non ci sarebbe mai andata. Insomma sembra proprio che il talk show come strumento di individuazione di una nuova classe dirigente sia nato proprio nel momento in cui cominciava quella cosa che chiamiamo per comodità Seconda Repubblica. Sarà una coincidenza?

Siamo abituati a pensare che la Seconda Repubblica nasca col videomessaggio di Berlusconi agli italiani, ma quello non è stato piuttosto una specie di meteora, che fa un impatto enorme e lascia un cratere senza vita? Il sottobosco politico di cui Berlusconi si è circondato negli anni successivi, dov'è cresciuto? Come si è presentato agli italiani? Andando nei talk a litigare. Il fatto che Berlusconi non si unisse mai alle risse (salvo alcuni momenti memorabili ed eccezionali, ad es. le telefonate in diretta) contribuiva a creare quel distacco, netto, tra l'Unto e i suoi seguaci: lo stesso distacco che ancora oggi impedisce a qualsiasi notabile del PDL di avere il "quid", di essere un candidato veramente credibile. È tutta gente che gli italiani conoscono, ma, appunto, come li conoscono? Li hanno visti litigare nei talk. E litigando nei talk conquisti visibilità, non carisma. Il carisma, il quid, è una cosa che si nutre di distacco. Ce l'ha Berlusconi, ce l'ha Grillo, anche Renzi forse ne ha un po' ma ogni volta che si abbassa ad andare in tv secondo me ne perde.

Nel frattempo però i talk hanno conquistato una specie di egemonia; sembrano diventati luoghi istituzionali dove la politica si presenta ai cittadini. Ma sono luoghi efficienti? Mettiamola giù più semplice: voi da quand'è che non guardate un talk di politica tutto intero? Io da anni, ormai, e non mi sembra di essermi perso informazioni importanti sul dibattito politico in Italia. I talk sono spettacoli abbastanza mediocri, anche quando sono confezionati con professionalità; costano relativamente poco e offrono al loro pubblico di riferimento un prodotto riconoscibile e in un qualche modo rassicurante. Ma non succede quasi nulla, nei talk. Nulla che non si possa recuperare scorrendo qualche titolo e guardando qualche spezzone in cinque minuti la mattina seguente. Grillo non ha tutti i torti quando sostiene di poterne fare tranquillamente a meno.
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Revolution won't be wikified

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Quando alla Leopolda, quasi un anno fa, Renzi lanciò i suoi "100 punti", molti scrissero che si trattava di un wiki-programma; dove "wiki" sta per "immediatamente modificabile dagli utenti su internet", sul modello ormai universalmente noto di wikipedia. I 100 punti fecero effettivamente discutere molto gli internauti (anch'io dissi la mia), però il wiki tanto atteso non ci fu. Anche ora il programma scaricabile dal sito di Matteo Renzi continua a essere organizzato in 100 punti. Alcune modifiche rispetto al testo del novembre 2011 ci sono - sarebbe interessante studiarle - ma è chiaro che sono varianti d'autore, non il risultato di un wiki. Questo a mio parere era inevitabile: tra le tante cose che si possono fare su un wiki, scrivere un documento politico mi sembra una delle più difficili. Come si può evitare che la discussione venga sabotata da avversari politici? Bisognerebbe selezionarli all'ingresso - ma a quel punto si rischia di restare in compagnia soltanto di chi la pensa come noi, il che rende lo strumento del tutto inutile.

Renzi non è l'unico ad aver immaginato - anche solo per un istante - un wikiprogramma. Senza bisogno di arrivare in Islanda, dove l'anno scorso l'Assemblea Costituente condivideva le sessioni di lavoro su Facebook, in Italia abbiamo l'esempio del Movimento 5 Stelle, il cui programma è effettivamente il risultato della discussione nei forum del movimento - e si vede: è un testo meravigliosamente sconclusionato, in cui si passa in poche pagine dai tecnicismi burocratici ("Applicazione immediata della normativa, già prevista dalla legge 10/91 e prescritta dalla direttiva europea 76/93, sulla certificazione energetica degli edifici") alle bordate iperpopuliste ("accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano": coi soldi di chi?) In ogni caso un programma sbilenco è sempre meglio di nessun programma - e le promesse del M5S non sono più populiste di quelli che Lega e berlusconiani ci hanno propinato per 15 anni. Ci vogliono regalare internet, mica 1.000.000 di posti di lavoro...

A proposito di posti di lavoro: ho trovato molto interessante questa battuta di Grillo... (continua sull'Unita.it, H1t#12x12)

“Nel Movimento abbiamo questi due o tre ragazzi che hanno fatto due mandati e non si possono più ripresentare e così sono entrati nel panico. Li capisco, per carità. Erano disoccupati e per un po’ di anni si sono trovati a prendere uno stipendio da tremila euro al mese e a gestire un po’ di potere, e adesso si sentono l’acqua alla gola perché devono lasciare”.
Qui davvero non parla Grillo il leader, ma Grillo il boss: Favia e gli altri “ragazzi” vengono liquidati come CoCoPro: hanno fatto due mandati? Via e pedalare. Riflettiamoci: Grillo è riuscito a costituire un grande movimento d’opinione intorno a un ribaltamento di prospettiva, per cui i politici, da padroni, dovevano diventare i nostri dipendenti: li paghiamo noi, quindi devono fare le cose che chiediamo noi. Il punto è che dai dipendenti noi ci aspettiamo una certa dose di professionalità. Questo però entra in conflitto con un altro principio cardine del M5S: il tetto massimo di due mandati. In pratica Grillo e i suoi ci stanno proponendo di assumere dei dilettanti, che appena riescono a fare esperienza… devono lasciare il mestiere. Ma, anche ammesso che noi non li volessimo più, chi impedisce loro di trovarsi un contratto meno atipico presso un datore di lavoro concorrente? Alla fine il “tradimento” di Favia non è un incidente (come Favia stesso sta cercando di presentarlo), ma il nodo della democrazia partecipata che viene al pettine. Che tipo di politici vogliono Grillo e Casaleggio? Professionisti o dilettanti? I dilettanti possono interagire su piattaforme pubbliche di condivisione: creeranno parecchia confusione, ma forse a un certo livello sono più gestibili. E tuttavia, per quanto si possano cercare forme alternative di partecipazione ‘dilettante’, sui forum o sui wiki-programma, alla fine un Movimento non può evitare di formare dei professionisti, degli esperti. Se il Movimento li scaricherà, troveranno qualcuno che li sa apprezzare.
Tornando ai wikiprogrammi, devo segnalare un’altra iniziativa nata nel PD: Insieme per il PD, un “progetto per cambiare l’Italia” dei Democratici per il futuro. Non l’ho ancora letto bene, ma tra i contributi ho trovato chi voleva una riforma presidenziale ed Emma Bonino al Quirinale. Insomma, resto un po’ scettico. I wiki mi sembrano strumenti meravigliosi per discutere, non per trarre conclusioni. Ma in un partito confuso, vitale ma in perenne crisi d’identità come il PD, anche discutere è importante.http://leonardo.blogspot.com
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Grillo il Censore

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Il non rifiuto di una non leadership.

Siccome il ruolo di Casaleggio nel Movimento5Stelle non si scopre oggi, e il fatto che le stesse Cinque Stelle siano proprietà di Beppe Grillo non è senz'altro una notizia, cerchiamo di allargare un po' il quadro: può darsi che ne salti fuori qualche considerazione più originale. Il M5S non è il primo movimento nato negli anni Zero e cresciuto in Rete anche grazie a un generale sentimento di delusione per la politica tradizionale. Prima ci fu per esempio il Movimento dei Movimenti (qualcuno forse ancora se lo ricorda, i giornalisti ci chiamavano "noglobal"), la Rete di Lilliput, i girotondini. Dopo ci furono ancora i Viola, e l'Onda studentesca, e buoni ultimi i cosiddetti indignados di Occupy. Quanti movimenti. Pure troppi, mi viene istintivo soggiungere. Forse ne sarebbe bastato uno solo, un po' meno instabile, che fosse riuscito a cambiare almeno qualcosa. Ma non è così che funzionano i movimenti. Nascono dal basso, si alimentano con l'entusiasmo, soffrono qualsiasi attrito con la realtà che richieda un minimo di organizzazione, di struttura. Sono perlappunto movimenti: non riescono a star fermi un istante, non è nella loro natura. È anche ingiusto mescolarli nello stesso calderone: ognuno di questi movimenti aveva caratteristiche e rivendicazioni diverse.

Se provo a isolare i tratti comuni a tutti questi movimenti, ne trovo due: l'uso della Rete e il rifiuto della Leadership. La Rete per la verità l'abbiamo usata tutti, negli anni Zero, e non è detto che a usarla meglio siano stati proprio i movimenti (è stato più bravo Obama, ad esempio). Il rifiuto della leadership è un tratto molto più peculiare e interessante. Tutti questi movimenti così diversi (tranne forse i girotondini) hanno tentato in vari modi di eludere il problema. Questa ritrosia ha ispirato episodi grotteschi, come la partecipazione di un "candidato senza nome" alle primarie dell'Unione nel 2005, che avrebbe dovuto (non)rappresentare un'area della sinistra radicale, un'area che trovava scandalosa la sola idea di metterci la faccia, e mandava avanti un tizio incappucciato. La stessa ritrosia ha fatto sì che negli ultimi dieci anni in Italia ci siano stati tanti movimenti ma veramente poche facce nuove. Colpa della Casta, dicono: certo. Ma anche un po' colpa di quei movimenti che le facce preferivano coprirle, prima coi cappucci e poi coi mascheroni di Guy Fawkes. Per dire, il '68 e il gruppettismo successivo qualche leader politico lo sfornarono. I movimenti nati negli ultimi dieci anni sembra che facciano di tutto per scongiurare che la cosa si ripeta. Per quanto diversi in tutto, sono tutti ugualmente pervasi da un'anarcoide insofferenza per ogni cosa che sappia vagamente di delega, di rappresentanza, di democrazia indiretta. E sono tutti rimasti in uno stato nebuloso che dopo un po' li condanna alla dissoluzione. Questa fase finale ha spesso inizio quando nella nebulosa qualcuno comincia a distinguere dei grumi, dei tentativi di organizzarsi in qualcosa di più solido, addirittura degli individui dotati di faccia e nome che cominciano a richiamare l'attenzione dei media e che tendono a comportarsi da portavoce.  La reazione del movimento è una serie di spinte centrifughe che dovrebbero servire a espellere ogni grumo o residuo di struttura, e che spesso hanno ragione del movimento stesso.

Più o meno è sempre andata così, con un'unica, importantissima eccezione: il Movimento 5 Stelle. L'unico nato negli anni Zero che è riuscito a darsi obiettivi misurabili e li ha conseguiti, riuscendo a far eleggere i suoi uomini nelle amministrazioni locali, e dall'anno prossimo in parlamento. Perché il M5S ci è riuscito e gli altri no? Era meglio organizzato? Non sempre. Il meno confuso? Direi proprio di no. Quello con la base più ampia? Il movimento pacifista contro la guerra in Iraq ne aveva una ancora più ampia. Il M5S è riuscito a darsi una vera forma perché, alla fine della fiera, ha una leadership che tutti riconoscono. È una curiosa forma di leadership recalcitrante, però alla fine c'è, e tanto basta. Grillo e Casaleggio sono stati bravi. Sin da subito hanno messo per iscritto regole che impediscono a Grillo, la figura carismatica, di candidarsi a qualsiasi carica. E ci siamo cascati, perché siamo italiani, e l'unico dittatore che abbiamo avuto aveva ottenuto un incarico di Presidente del Consiglio. Se fossimo un Paese ex sovietico, per dire, sarebbe più facile per noi ricordare che il segretario di un soviet può avere più potere del presidente nominale della repubblica. Io resto convinto che Grillo non si candiderà mai: chi glielo fa fare? Il ruolo di predicatore che si è ritagliato gli è molto più congeniale. Ma non bisogna trascurare un'altra carica che si è assunto (assieme a Casaleggio): quella che nell'antica repubblica Romana spettava ai censori. Grillo possiede le cinque stelle, non ne ha mai fatto mistero: spetta a lui e solo a lui decidere chi se le merita e chi no, chi è dentro e chi è fuori. Non è probabilmente l'idea di democrazia diretta che avevate voi, ma rispetto a modelli più perfetti ha il grosso vantaggio di funzionare. Magari nei prossimi mesi ci saranno spinte e controspinte, ribellioni e scissioni. Ma alla fine di tutto, da una parte starà magari un abbozzo di classe dirigente senza partito; dall'altra Grillo, Casaleggio, il loro blog, e quasi tutti i loro elettori. Elettori che in maggioranza non votano 5 stelle per le proposte varate nei MeetUp (il cui funzionamento resta alquanto farraginoso), o perché hanno partecipato ad assemblee aperte al pubblico. Votano 5 stelle perché quelle 5 stelle le mette Grillo, e di Beppe Grillo si fidano. Sì, alcuni di loro qualche anno fa si fidavano di Berlusconi o di Veltroni, o di altri ancora. Per la verità anch'io, quando voto, decido di fidarmi di qualcuno. A volte mi sbaglio, altre no, ma è l'unica difettosissima democrazia che funzioni. Si chiama democrazia indiretta, e il M5S ne fa parte, anche se finge di no. Se non ne facesse parte, si sarebbe dissolto nella stessa nebbia in cui si è dissolto tutto il resto.
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Grillo, i terremoti, le pseudoscienze

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Io credo che di Beppe Grillo si debba parlare seriamente, come di un leader di un grande movimento politico e di opinione che si merita rispetto più di tanti segretari di partitini. Per questo mi dispiace, sinceramente, che in una giornata come quella di ieri così angosciosa per le migliaia di persone che vivono a poche decine di km da un sisma infinito e imprevedibile, Grillo abbia deciso di dare spazio sul suo blog a Giampaolo Giuliani, scrivendo che "è in grado di anticipare di 6-24 ore il manifestarsi di un terremoto": cosa che lo stesso Giuliani non è mai riuscito a dimostrare. Grillo scrive che "la sua ricerca sui precursori sismici ha salvato la vita a quanti, nel 2009 in Abruzzo e in questi giorni in Emilia Romagna, hanno dato ascolto ai suoi allarmi". Nel 2009 Giuliani prevedette effettivamente un forte sisma in Abruzzo (in un momento in cui lo sciame sismico era già iniziato), ma sbagliò il giorno e il luogo. Quanto all'Emilia Romagna, non mi pare che Giuliani avesse dato allarmi di sorta; del resto la regione è ben lontana dallo spettro dei suoi rilevatori. Presentare Giuliani come l'uomo che avremmo dovuto ascoltare per salvarci la pelle è molto più che una sciocchezza: è un insulto alla gente che in queste ore sta cercando di mantenere la calma e comportarsi in modo razionale, in un contesto che di razionale purtroppo non ha niente. Non possiamo "anticipare" tempi e luoghi dei terremoti, con buona pace di Giuliani, al quale auguro di riuscirci un giorno. Però Grillo sa che vorremmo esserne capaci, di più: che lo pretendiamo. Forse è questo che lo ha reso leader di un grande movimento di opinione: aver capito come soccorrere la fede dei delusi. Cerco di spiegarmi meglio.

Un terremoto è qualcosa che scuote le nostre certezze, ci riporta a quello stato di impotenza in cui l'uomo primitivo ha cominciato a elaborare i miti: tentativi di spiegare l'inspiegabile, o almeno di raccontarlo. In mancanza di una scienza e di una memoria storica, presupporre l'esistenza di esseri supremi che scagliano fulmini o scuotono la terra dal sottosuolo non era così irragionevole. Prima di diventare favole per bambini e letterati, i miti sono stati ipotesi. Oggi non ne abbiamo più bisogno, si dice, perché abbiamo la scienza. Il problema con la scienza, in particolare da noi in Italia, non è che non la studiamo abbastanza - senz'altro potremmo studiarla di più, e metterla al centro del nostro sistema educativo; non sarebbe una brutta idea. Però alla fine non è esattamente questo il problema. Il guaio è che, pur conoscendola male, la diamo tutti per scontata. Ci fidiamo di lei. Crediamo che abbia tutte le risposte: basta consultarla e ci spiegherà ogni cosa. In sostanza, invece di sostituire la religione con la scienza, abbiamo fatto della scienza una religione (continua sull'Unita.it, H1t#129).

Ma la scienza non è una religione: non ha tutte le risposte, non ci salva sempre il sedere, non è il suo compito. Lo si vede molto bene nella fase immediatamente successiva a un terremoto, quando ci accorgiamo, una volta di più, che la scienza non ce lo ha predetto: perché questa cosa che ci aspettiamo da lei, che quasi diamo per scontata, la scienza non la fa. Non è l’oroscopo, non è cartomanzia: se ci fossero sistemi efficaci di predizione la scienza li userebbe; un giorno forse gli scienziati li troveranno e li useranno; nel frattempo però le predizioni non le sanno fare, e (tranne Giuliani) non hanno mai detto di saperle fare. Questa cosa ogni volta ci sorprende e ci addolora. Pensavamo che la scienza fosse un oracolo. Lo pretendevamo. Sui social network la gente si lamenta: ma che ci stanno a fare i sismologi se non sanno neanche dirci quando viene un terremoto? Perché non fanno le previsioni dei sismi, come quelle del meteo? È un’ingiustizia, una negligenza, un complotto dei poteri forti, eccetera. Alla fine siamo più superstiziosi dell’uomo primitivo: lui la teoria del Dio che scaglia il fulmine la elaborava in mancanza di meglio, ma almeno elaborava qualcosa. Noi non elaboriamo più: siamo convinti che da qualche parte esista un libro con tutte le risposte dentro. Se solo lo aprissimo, scopriremmo che è un libro imperfetto, che contiene ancora più domande che risposte. Non lo ha scritto un’autorità onnisciente, ma uomini imperfetti come noi. Per esempio, alla pagina “come prevedere i terremoti” per adesso c’è un bel vuoto. Questo noi non lo possiamo assolutamente consentire. Quella pagina da qualche parte dev’esserci: magari qualcuno ce la nasconde per un secondo fine. Per fortuna che c’è gente come Giampaolo Giuliani, a riempire gli spazi criminalmente lasciati vuoti.
Molte pseudoscienze funzionano così: servono a salvare la nostra fede incorreggibilmente religiosa nei confronti della scienza. L’economia, quando non è troppo difficile, è un enorme spazio rimasto bianco: sostituiamolo con la mistica del ritorno alla lira, o quella del signoraggio. I terremoti sono imprevedibili? Sarà colpa di HAARP, o del fracking (che in Italia ancora non si è fatto). Internet, che secondo le fantasie apocalittiche di Casaleggio dovrebbe creare un impero mondiale di condivisione, per ora rimane un serbatoio da cui attingere teorie strampalate adatte all’uso. Prima o poi durante un nubifragio qualcuno tirerà fuori l’idea di un Dio del fulmine arrabbiato con noi; in fondo non è un’ipotesi così irragionevole, in mancanza di scienza e di memoria. http://leonardo.blogspot.com
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Bernardino 5 Stelle

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20 maggio - San Bernardino da Siena (1380-1444), predicatore.

(Si legge intero qui).

'Ci saranno bombe, terremoti, falsi profeti
che vi diranno che ve l'avevano detto...'

C'è crisi. Da parecchio. Ce n'è così tanta che non ci ricordiamo nemmeno quand'è cominciata, e nulla ci lascia sperare che possa finire. Le vecchie ricette non funzionano più, i vecchi partiti si sono scannati tra loro senza portarci nulla di buono. C'è confusione e non c'è nessuno che ci spieghi cosa fare. No, veramente uno c'è. È un tizio fuori degli schemi. Per dire, è esperto di Apocalisse e di teorie economiche. Però non è tanto questo l'importante. L'importante è che lui si fa ascoltare. Gli altri sono noiosi e battibeccano sempre, lui quando occupa la scena può tenerla per ore, giorni, settimane. Si capisce che ne sa a pacchi, ma non te lo fa pesare; cita gli economisti ma anche i barzellettieri, ti fa spetasciare dal ridere, certe volte; altre volte ti fa pensare. Quando arriva in città, col suo battage pubblicitario un po' rozzo ma innovativo, le ragazze fanno la fila per occupare i primi posti, dove si sente tutto. I ragazzi occupano i secondi posti, dove si vedono meglio le ragazze. Insomma è l'uomo dell'anno, del decennio. Dove passa ammainano le bandiere dei partiti e innalzano la sua. Gli hanno offerto cariche importanti, ma lui la politica preferisce lasciarla fare agli altri. Quello che veramente gli interessa non sono gli onori (ne ottiene), né i guai (se li procura). Quello che davvero vuole fare, lo sta già facendo: predicare è la sua più grande gioia, continuerà finché le forze non lo abbandoneranno. Sto ovviamente parlando di Bernardino degli Albizzeschi, il più grande predicatore del quindicesimo secolo.

Ma non è che nel ventunesimo le cose vadano troppo diversamente. A chi continua ad affettar stupore per gli exploit di Beppe Grillo, porto questa ipotesi in regalo: forse Grillo non è affatto un uomo nuovo, forse è l'incarnazione di un archetipo dell'inconscio collettivo che noi italiani ci portiamo dentro da secoli: il Grande Predicatore. Grillo è tutto lì, un meraviglioso affabulatore, uno spacciatore di apocalissi da coniugare secondo necessità. In un altro secolo si sarebbe messo un saio addosso e avrebbe detto più o meno le stesse cose: guai a voi banchieri usurai affamatori del popolo, guai a voi politici corrotti, le cose stanno per cambiare, eccetera (continua sul Post...)
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La macchina delle cazzate

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Adesso che è passato qualche giorno, vorrei chiedere a chi ha una coscienza: ma voi sul serio ci avete creduto, a Beppe Grillo che fa i complimenti alla mafia? A Grillo che durante una campagna elettorale in Sicilia dice un paio di buone parole sulla mafia? Solo a chi ha una coscienza, gli altri sono esentati. Ci avete creduto? O avete solamente fatto finta, perché si sa come vanno queste cose... Un personaggio pubblico dice una cazzata e noi ci buttiamo. Su facebook, su twitter, sui cupi blog, ma anche sui quotidiani. La cazzata funziona. La cazzata fa tendenza. D'altro canto, a chi non scappa una cazzata. Sentite per esempio questa.

"Mafia" è una parola un po' vaga. Parliamo di racket. Le organizzazioni che praticano il racket hanno un carattere parassitario: non essendo in grado di produrre ricchezza, intercettano quella prodotta dalle imprese di un territorio. Di conseguenza il racket non ha veramente interesse a strangolare le imprese che sfrutta, così come il parassita non ha interesse a uccidere l'organismo che lo ospita. Se qualche volta succede (per dare un esempio, per un conflitto di territorio con un'altra organizzazione parassitaria), la prima a rimetterci è l'organizzazione criminosa. Ecco. Avete letto le ultime sei righe? Vi risulta che abbia parlato bene delle organizzazioni che praticano il racket?

Perché quello che rimproverate a Grillo - che pure ha la cazzata facile - è esattamente questo. Di aver scritto, nel consueto stile apodittico, una cosa che in fin dei conti è una banalità: la mafia di solito non strangola le sue vittime. Le sfrutta, le impoverisce, ma non le strangola, perché non le conviene. Peraltro Grillo stava facendo un confronto paradossale con il nuovo Grande Moloch, la Finanza Internazionale, che invece le imprese le strangolerebbe così, per puro gusto di farlo. Ecco, questa sì sarebbe una cazzata, ma non ci ha fatto caso quasi nessuno. Peraltro quello delle banche-cattive-cattive è un feticcio che va comodo a molti, anche tra chi oggi Grillo lo tema e qualche mese o anno fa lo portava sugli scudi. Oggi che invece fa paura, ecco che si rimette in moto la sferragliante ma efficace macchina delle cazzate.

La macchina del fango sappiamo tutti come funziona: si prende un bigliettino, un rapportino, una spifferata vera o presunta, e si comincia a schizzare sull'obiettivo finché qualche schizzo più grosso degli altri non lo butta giù. La macchina delle cazzate è meno studiata, eppure in questi anni l'abbiamo usata un po' tutti. Abbiamo fatto pratica con Silvio Berlusconi, la migliore scuola guida che poteva capitarci. Ogni volta che diceva una cazzata, sui giornali, sui blog (cupi), ovunque, si ritagliava la cazzata, si esponeva la cazzata, si trasformava la cazzata in un tormentone. Gli elettori di sinistra sono coglioni. La proporrò per il ruolo di kapò. 'Orcodio. Erano cene eleganti. C'è da dire che con Berlusconi la macchina delle cazzate aveva un suo senso, perché almeno attirava l'attenzione su un problema vero, e sentito: quell'uomo ne diceva troppe, ci esponeva al ridicolo internazionale. Peraltro le cazzate di Berlusconi erano a tutto tondo; non diventavano cazzate una volta estrapolate dal contesto: nascevano già così, e se davi un occhio al contesto ti rendevi conto che era composto anch'esso di cazzate, l'una dentro l'altra, frattali di cazzate, la vertigine.

Poi a un certo punto Berlusconi se n'è andato, e forse questo nervosismo, questo cerchio alla testa, quest'insofferenza cronica, oltre alla primavera, potrebbe anche essere una crisi d'astinenza per le cazzate. Ne abbiamo bisogno, non sappiamo più come si discute senza. Come spiegare in altri modi la fase deprimente in cui ci siamo attaccati a qualsiasi minuscola cazzata uscisse dal più oscuro esponente del governo Monti: quando un sottosegretario, mai sentito prima e caduto nel dimenticatoio immediatamente dopo, chiamò "sfigati" gli studenti fuoricorso, giornalisti e cupi bloggerz si abbandonarono a manifestazioni di pura gioia: finalmente una cazzata pura e semplice! Ma quindi Berlusconi non aveva il monopolio! Meno male. E vai con la Cancellieri ("il posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà"), e vai con Monti (il posto fisso "monotono"). Qualsiasi dichiarazione che si prestasse a essere estrapolata e a funzionare come una cazzata è stata ritagliata e ha fatto il giro dei social network. Il fatto che oggi si usi lo stesso metodo con Grillo la dice lunga su quanto spazio si sia preso Grillo nelle ultime settimane.

La cosa triste è che di cazzate autentiche Grillo ne dice in continuazione. Per lui in sostanza la crisi è un complotto di banchieri. L'Italia "non si può permettere l'euro". Invece si può permettere di fare un default controllato. Qualsiasi emergenza non sia l'emergenza che sta a cuore a Grillo in quel momento, ad esempio i diritti civili per i migranti, è una perdita di tempo. E così via. Queste sono vere cazzate. Ma smontarle è faticoso. Per esempio bisogna avere il coraggio di dire che il complotto dei banchieri cattivi è una specie di Protocollo dei Savi di Sion For Dummies. Che se vogliamo trovare un modo semplice per stritolare i risparmiatori italiani, ecco, il default è proprio quello che ci vuole. Bisogna avere il coraggio di difendere l'Euro: un giorno forse li conteremo quelli che dal '92 in poi quel coraggio lo hanno trovato, veramente pochi. Per criticare Grillo bisognerebbe saperne un po' più di lui. In teoria non dovrebbe essere difficile, è un comico populista. In pratica... in pratica no, si fa molto prima a inserire un altro gettone nella sferragliante macchina delle cazzate.

Quando capiterà anche a voi, di essere inchiodati con malizia a una mezza frase che avete scritto o detto, da gente che sa benissimo che intendevate altro, ma si sa come vanno le cose... ecco, quando capiterà a voi forse vi renderete conto che la macchina delle cazzate non è giornalismo, non è opinione, non è discussione. È un'abitudine a semplificare tutto, a trasformare il ragionamento in slogan, lo slogan in battuta, la battuta in tormentone, che ci sta rendendo tutti un po' più stupidi; e non è che ne avessimo veramente bisogno.
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Chetati, grillaccio!

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Il 25 aprile dunque Beppe Grillo ha lasciato scritto sul suo blog che se i vecchi partigiani vedessero come è ridotta l'Italia di Napolitano "metterebbero mano alla mitraglia". È una cazzata? Sì, lo è per molti versi; nessuno dovrebbe permettersi di piantare le proprie bandiere sulle tombe dei partigiani, che peraltro non ci hanno tutti già lasciato (ad esempio Giorgio Napolitano è vivo). Ma bisogna essersi dimenticati di molte cazzate degli ultimi vent'anni, dalle migliaia di fucili bergamaschi alle toghe rosse passando per Mussolini più grande statista del '900, per lasciarsi scandalizzare da Grillo che arruola i partigiani morti. A me, sarò di bocca buona, ma sembra addirittura che ci sia un progresso.

Sarà che ormai ne ho viste tante: pornostar in parlamento, tastieristi da balera al Viminale, ex giovani fascisti in Campidoglio, Bondi ministro alla cultura; e poi ho visto Scajola (Scajola soprattutto sarà difficile da spiegare ai nipotini). Ma per quanto mi sforzi non riesco a vedere Grillo e il *suo* movimento come una minaccia alla democrazia, perlomeno alla democrazia che ancora ci possiamo permettere in questa primavera 2012. Sì, è populista; sì, è un confusionario apocalittico. Ma siamo sopravvissuti a Bossi e a Berlusconi: con tutti i suoi difetti Grillo mi sembra meno pericoloso e soprattutto meno avido; allo stesso modo mi sembra una buona notizia che un po' dei sostenitori delusi di Lega e PDL stiano passando al Movimento Cinque Stelle. Altri elettori Grillo li recupererà all'astensionismo, il che è una ulteriore buona notizia; altri ancora li prenderà dal PD e dalla sinistra, ma è una sfida che PD e sinistra devono saper raccogliere.

Il grillismo non è un fulmine a ciel sereno come ci piace rappresentarlo in questi giorni. Così come la Lega diventò in breve tempo il partito più anziano della Seconda Repubblica, il M5S è praticamente coetaneo del PD ed è più anziano del già moribondo PdL (continua sull'Unita.it, H1t#124).

L’estate del Vaffanculo Day fu la stessa in cui Veltroni lanciò la sua candidatura alle primarie. Ancora prima erano nati i MeetUp, sorti intorno al blog che Grillo cura dal 2005, due legislature fa. Al Quirinale c’era Ciampi, il candidato del centrosinistra era Prodi, quello della sinistra Bertinotti, ma Grillo era già più o meno lo stesso Grillo e gridava più o meno allo stesso modo, cambiando qualche volta idea (legittimamente: solo ai cretini non succede) ma non il tono, che alla fine è la cosa più importante. Tra i tanti accostamenti storici, da Caio Gracco a Bossi, quello che il M5S si merita meno è probabilmente quello con l’effimero Uomo Qualunque di Giannini. Malgrado sia nato in rete, come altri fenomeni degli ultimi anni (Onda viola, Indignados) il M5S è riuscito a darsi un’organizzazione anche sul territorio, o perlomeno in alcuni territori più ricettivi di altri.
La differenza l’ha fatta proprio il non-leader, la figura carismatica che gli altri movimenti orgogliosamente rifiutavano. Anche da un punto di vista economico. Già ai tempi del Vaffanculo Day Grillo era sostanzialmente un leader politico: l’unico in Italia capace di far pagare un biglietto a chi veniva ad assistere a un suo comizio. Nessuno ha mai pagato per ascoltare Berlusconi, magari viceversa. Per questo quando dice che non si candiderà mai io stranamente gli credo. La parte del tribuno non gli è solo più congeniale, ma è probabilmente anche più fruttifera. I rimborsi elettorali si possono dimezzare o anche cancellare, ma l’indotto di libri e dvd nessuno glielo tocca e bisogna riconoscere che se lo sta sudando, non sta fermo un attimo.
Grillo è stato bravo, diciamolo ogni tanto. Tra i pochi in Italia a non avere nessun timore reverenziale per il mezzo televisivo, forse proprio perché da lì veniva, e ne conosceva i punti di forza ma anche i limiti, Grillo ha capito che star fuori dal circuito dei talk nel lungo termine gli avrebbe reso il servizio migliore: mentre gli altri battibeccavano senza costrutto lui si è rifatto una verginità. È stato abile a non trasformare sé e i suoi sostenitori in macchiette: ambientalisti ma non fricchettoni, antiberlusconiani ma senza farne un feticcio, dalla parte dei disoccupati ma anche dei poveri imprenditori costretti a chiuder bottega. Può sembrare una sintesi impossibile, ma se è per questo, in certi giorni, anche il PD. Ha intercettato gli elettori verdi che in Italia non hanno mai avuto un leader non dico carismatico, ma credibile; ha traghettato qualche postcomunista deluso dal postcomunismo, qualche antiberlusconiano perplesso dalla svolta di Veltroni; è stato ricettivo, il concetto di Casta non l’ha inventato lui ma lo ha rilanciato con prontezza. Da qualche tempo si tratta di rilevare i delusi di PdL e Lega: Grillo ha argomenti anche per loro, è scettico sulla cittadinanza ai migranti, vuole rilanciare la produzione interna anche se non sa come si fa, ma siamo onesti: non lo sa nessuno.
E la democrazia interna? Senz’altro il M5S ha qualche problema di democrazia interna, ma guardiamoci attorno: l’altro giorno l’UDC si è sciolto, pare sia nato il Partito della Nazione. Chi lo ha annunciato? Pierferdinando Casini. Chi era Casini nell’UDC, il segretario? No. Il presidente? No. Un giorno lo ha fondato e qualche anno dopo lo ha sciolto, e l’intendenza seguirà. Quanto al PdL, non perdiamo neanche tempo a parlarne. La Lega non fa un congresso federale da dieci anni. Di Pietro non so se li faccia o no – l’IdV, volevo dire l’IdV, a volte mi confondo. Chi accusa Grillo di trattare il suo movimento ancora come un padre padrone preferisce non vedere che per la media dei partiti politici italiani Grillo è un padre fin troppo tollerante: quando il figlio crescerà e metterà un piede in parlamento probabilmente litigheranno, è nella natura delle cose. Si fa molta più fatica a immaginare l’IdV che litiga con Di Pietro: quanto alla Lega, per trinciare il cordone ombelicale col clan Bossi ci sono voluti trent’anni.
Io non ho intenzione di votare il M5S, almeno in tempi brevi. Raramente mi trovo d’accordo con quello che dice Grillo, e in generale non mi piace il suo tono, che alla fine è la cosa più importante. Quando dice che l’Italia non può più permettersi l’euro, mi domando se davvero è convinto che possiamo permetterci di uscirne. Ma almeno sta parlando di euro, e non di tutte le priorità farlocche con cui Berlusconi e Bossi ci hanno fatto perdere tempo in questi anni, le toghe rosse e i ministeri al nord. Io non sono euroscettico, ma trovo assolutamente comprensibile che qualcuno oggi lo sia: ci sono partiti euroscettici in tutti i parlamenti d’Europa. Si tratta di batterli: di convincere gli italiani che l’euro è stato davvero una buona idea, che senza di esso saremmo rimasti stritolati. Grillo è un populista, ma almeno punta le dita su problemi veri, e non sui mondi artificiali che ci hanno incantato per vent’anni, case della libertà o Padanie libere. Considerarlo un sintomo della degenerazione della politica mi sembra ingiusto: la politica era già degenerata da un bel po’, il grillismo al confronto mi sembra una febbre benigna. Ci sta facendo bene. Faccio un esempio.
Una settimana fa Alfano, Bersani e Casini dichiararono come un sol uomo che i rimborsi elettorali non si toccavano. La febbre grillina è scoppiata allora: il M5S nei sondaggi schizzò oltre il 10%. Quattro giorni fa Bersani ha proposto di dimezzare subito i rimborsi. Forse la cosa si poteva gestire un po’ meglio, ma quel che conta è il risultato: il PD ha cambiato rotta. C’è voluto Grillo. Non male, per un comico che sette anni fa ha aperto un blog. http://leonardo.blogspot.com
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il Grillo Supplente, 2

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Riassunto della prece-puntata: siccome Grillo non vuole rispondere alle degnissime domande del giornalista Alessandro Gilioli, lo faccio io.

ALESSANDRO GILIOLI INTERVISTA BEPPE GRILLO uno sfigato qualunque


(L'immagine è ripresa (male) da Neuro).

GILIOLI: Gli chiedo se è consapevole che con l’abolizione totale e indistinta delle provvidenze probabilmente morirebbero voci come il Manifesto o come l’Internazionale, su cui lui stesso scrive una pagina ogni settimana, e gli chiedo se questo secondo lui sarebbe un passo in avanti per la nostra società.

Internazionale non prende provvidenze. Il Manifesto – che ci fa ancora in edicola il Manifesto? Sul serio, senza entrare nel merito della qualità degli articoli... me lo chiedo spesso. Non costerebbe molto meno andare on line, senza spese di rotative e spedizioni, abbassando notevolmente anche l'impatto ambientale? Davvero i lettori del Manifesto non sono ancora pronti per passare al digitale? Non hanno ancora i computer in casa o in ufficio?

Io una volta ci andavo spesso, su ilmanifesto.it. Poi ho smesso. È un sito che fa tristezza... nessun link esterno, gli difetti dei grandi quotidiani on line senza nessun grosso pregio. È anche impossibile usarlo come fonte web, perché l'archivio dopo una settimana si cancella, ti rendi conto? Sul internet resiste tutto, ma l'archivio del Manifesto no. Significa che se linko un pezzo autorevole del Manifesto, dopo una settimana il mio link non vale più nulla. Ecco, quando ti trovi davanti a cose del genere, cominci a pensare che quelli del Manifesto siano ancora nella fase in cui io ero dieci anni fa, quando prendevo i computer a martellate. Non hanno ancora capito che il web è il futuro. Ma ti sembra giusto che al New York Times l'abbiano capito e al Manifesto no? Non dovrebbero essere loro l'avanguardia? Il fatto che siano una cooperativa in cui i rotativisti hanno voce in capitolo quanto i giornalisti potrebbe c'entrarci per qualcosa.

Questo è un discorso antipatico, però... forse è meglio se tagli.

GILIOLI: Gli chiedo perché nel discorso di Capodanno ha esaltato come “ultimi giornalisti liberi” Biagi e Montanelli contrapponendoli a tutti gli altri, visto che anche Biagi e Montanelli scrivevano sui grandi giornali secondo lui servi e di “casta”.

Ed entrambi, guarda caso, sono morti: e prima di morire hanno avuto grosse difficoltà coi loro editori. Montanelli ha litigato con Berlusconi, e Biagi... non dirò come il Cardinal Tonini che Biagi è stato ucciso dall'Editto bulgaro: sono esagerazioni. Non credo nemmeno in un'età dell'oro del giornalismo italiano: compromessi e distorsioni ce ne sono state sempre. Però la fine di questi due grandi vecchi del giornalismo italiano mi sembra altamente simbolica. Quella che se n'è andata con loro è una certa sensazione di dignità.

Gli chiedo se in questo suo condannare senza eccezioni i giornali e i giornalisti ce n’è qualcuno che salverebbe, che secondo lui non fa parte della casta.

Come si dice in questi casi? "Passiamo pure alla prossima domanda..." No, seriamente: sai benissimo che ci sono giornalisti con cui collaboro, giornalisti che cito ampiamente, giornalisti che mi scrivono mezzo blog. Devo farti i loro nomi? Alcuni li sai già; altri rischio di metterli nei guai, trasformandoli in "quinte colonne" di Beppe Grillo all'interno delle loro redazioni... e sai benissimo che begli ambientini siano, le redazioni, o no?
Non ha senso. Non sto attaccando il giornalista tale e il giornalista talaltro. Sto attaccando una corporazione che è più interessata a difendere i propri privilegi che a fare il suo mestiere. Credo di avere delle buone ragioni e do per scontato che i giornalisti più motivati tutto sommato le condividano. Anche se non sempre possono dichiararlo.

Gli chiedo se considera parte della casta anche quelle migliaia di giornalisti sottopagati e precari che ormai lavorano in gran parte delle redazioni.

Certo che no. Non solo: li considero l'altra faccia del problema. Le redazioni pullulano di sottopagati e precari proprio perché esiste una casta improduttiva che non produce e non schioda.
Se ci pensi, è come se mi chiedessi: "sei contro le fabbriche inquinanti anche se ci lavorano gli operai precari che muoiono come mosche"? Ebbene sì, sono contro le fabbriche inquinanti e i giornali fatti male. E la gente onesta che ci lavora? Si chiamano lavoratori sfruttati e io sono al loro fianco... però così suona un po' troppo communarda, aspetta... ITALIANI!

Gli chiedo come può dire che tutti i giornalisti sono casta, visto che la grandissima parte di loro ha come unico privilegio il biglietto gratis ai musei, e per il resto si paga come tutti gli altri comuni mortali la casa, il cinema, il treno, l’autobus, il biglietto allo stadio e così via.

Mi permetto di ribaltarti la domanda. Se il tesserino da giornalista non serve nemmeno a scontare un biglietto di treno, perché perdere tempo a procurarselo? Dite che l'iscrizione all'albo non vi favorisce in nessun modo? Allora l'albo è inutile? Ok, e allora cosa stiamo aspettando? Aboliamolo!

Vedi, finché ci sarà di mezzo quel maledetto albo, con quell'esame... quegli anni di gavetta passati a scrivere pezzi gratis... sarà molto difficile spiegare alla gente che non siete una Casta. I contadini non hanno un albo. Gli operai, nemmeno. Gli avvocati ne hanno uno. Anche i notai. Gli avvocati, i notai, e voi. Non ti suona un po' strano?

(Ah, scopro su wiki che adesso c'è anche l'albo dei promotori finanziari. Una bella compagnia, non c'è che dire).

Già che ci sono, gli chiedo perché non risponde mai agli altri blog, visto che predica i blog come mezzo di comunicazione dell’avvenire.

Sarò sincero. Non leggo molto i blog. Il blog lo concepisco come un organo d'informazione verso l'esterno, non verso l'interno di una cosiddetta blogosfera che non conosco molto e che comunque per me rappresenta un bacino molto limitato. Ammetterai che, a parte qualche giornalista come te, la maggior parte dei blog italiani sono scritti da gente che lo fa per hobby. Magari sono anche bravissimi, certo, ma sono hobbisti. Per loro riuscire a raggiungere istantaneamente centinaia o migliaia di lettori è già un degnissimo risultato.

Io invece sono un ex comico televisivo che ha fatto delle prime serate in Rai e riempie i palazzetti dello sport. E' chiaro che la possibilità di accedere a qualche altro migliaio di lettori qualificati attraverso un dialogo tra blog non mi può interessare più di tanto. Mi sembra di avere già fatto molto per sdoganare i blog in Italia: siamo onesti, io sono il primo vip che ha preso veramente il mezzo sul serio. Ma per me il blog resta un mezzo, non un fine.

Ma le domande cattive quando arrivano?

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il grillo supplente

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La settimana scorsa il giornalista Alessandro Gilioli – che tiene un bel blog per l'Espresso – ha scatenato un vespaio. Cos'è successo? Ha osato proporre un'intervista a un vip italiano, uno di quelli che sono abituati a monologare senza contraddittorio. Quando il Vip, dopo aver letto le domande, ha risposto sdegnosamente di no, Gilioli ha raccontato la storia sul suo blog: e apriti cielo, perché il Vip in questione, spiace dirlo, era Beppe Grillo.

Spiace dirlo anche perché le domande che Grillo ha considerato “offensive e indegne”, non erano nemmeno così cattive. Magari Grillo era stanco, magari aveva fretta, magari aveva buoni motivi per non credere ai giornalisti anche quando bussano con lo zampetto d'agnello. Ma il risultato è un bel boomerang – per lui e per il movimento che ormai rappresenta. Non solo per la sua risposta, ma anche per il modo in cui ha reagito una volta che la faccenda è esplosa – ignorandola. Come ha scritto Mau su un commento a Mantellini, “se beppegrillo™ avesse un team di comunicazione un minimo intelligente, oggi avrebbe postato a casa sua (insomma sul suo sito) le domande di Gilioli, le risposte, e in più le domande che Gilioli secondo lui gli avrebbe dovuto fare, con relative risposte”.

Oggi, lunedì, continuo a pensare che rispondere a Gilioli non fosse così difficile. E per dimostrarlo lo faccio io. In fondo, se sono riuscito a immedesimrmi in Vittorio Feltri, non dovrei avere grossi problemi con Grillo.

ALESSANDRO GILIOLI INTERVISTA quasi BEPPE GRILLO

Gli chiedo ad esempio se non ritiene che i giornali e la Rete possano convivere, visto che la tivù non ha ucciso la radio...

Radio e tv sono due media diversi, che interagiscono con gli esseri umani in modi diversi. La radio è ottima tutte le volte in cui non puoi assorbire input dagli occhi: ci serve per ascoltare musica mentre lavoriamo o per ascoltare discorsi mentre guidiamo in macchina. Il medium televisivo non potrà mai sostituire la radio in questo (la verità è che la Rete sta sostituendo entrambi, ma senza mescolarle: ci sono web-tv e web-radio, segno che gli utenti hanno voglia e necessità di entrambe le cose).

Ti ricordi i videotelefoni, sia fissi che cellulari? Hai notato che nessuno li vuole veramente usare, che tutti preferiscono parlarsi senza vedersi? È normale: col telefono possiamo interagire mentre andiamo in bagno, senza preoccuparci se abbiamo i capelli in disordine o la barba di due giorni (non è il mio problema, fortunatamente).

Dunque la radio è sopravvissuta alla tv perché dà qualcosa che la tv non può dare (audio senza distrazioni video). Ma esiste qualcosa che i giornali danno e la Rete no? Cosa? Autorevolezza? Spiegami in che modo un pezzo di carta è intrinsecamente più autorevole di un articolo su video. E allora cosa? Quel buon odore di piombo al mattino presto? La realtà è che già da anni il web è un veicolo d'informazione più efficiente e duttile della carta, e lo sarà sempre di più in futuro . Lo ha spiegato bene l'anno scorso l'editore del New York Times, quando ha detto che forse tra cinque anni il NYT potrebbe non uscire più su carta, e che la cosa tutto sommato non lo preoccupa: l'importante è governare il passaggio tra carta a web. Sai com'è, loro a queste cose ci devono pensare, perché sono in un'economia di mercato vera; non hanno mica la preoccupazione di stampare quintali di invenduto da mandare al macero per accedere agli aiuti dello Stato...

Se stessimo parlando del libro, sarebbe un altro paio di maniche. Il libro secondo me resisterà, perché è comodo: lo puoi portare a letto, spiegazzare, dormirci sopra, rovesciarci il caffè senza problemi di elettroconduzione... ma il giornale è sempre stato un affare molto scomodo. Ho sempre invidiato le persone che riescono a sfogliarlo senza distruggerlo: io dopo sei pagine ero prigioniero di un cartoccio deforme.

[Gli chiedo] se non crede che grazie alla loro buona salute economica molti giornali possano fare anche ottime inchieste, e gliene elenco alcune di questo e di altri giornali. Gli faccio l’esempio di Mastella, su cui diversi giornali hanno fatto inchieste ampiamente riprese dallo stesso Grillo nel suo blog.

Lo so che sei in buona fede, quando parli della “buona saluta economica” come di un fattore necessario perché si facciano “ottime inchieste”. Ma è proprio questa mentalità a fregarci. Tu dici: un giornale ha bisogno di essere in salute per fare ottime inchieste. E come fa per essere in salute? In tutto il mondo i giornali succhiano da due tette: lettori e inserzionisti. I lettori vogliono informazioni, gli inserzionisti hanno bisogno di spazi pubblicitari. Ma attenzione: se i giornalisti fossero tentati di succhiare soltanto le tetta degli inserzionisti, se cominciassero a pubblicare marchette plateali e a omettere informazioni fastidiose per gli inserzionisti, i lettori non li comprerebbero più. Questo tipo di modello consente il fiorire di un buon giornalismo d'inchiesta. Quello italiano no. Perché in Italia i giornalisti di tette ne hanno tre: oltre al lettore e all'inserzionista, c'è anche lo Stato, che ti firma assegni per qualsiasi cosa tu stampi. Già il solo fatto che lo Stato ti aiuti a prescindere fa sì che le necessità dei lettori (buone inchieste) siano meno importanti: in fondo il lettore è solo una tetta su tre...

Il risultato è davanti agli occhi di tutti: i giornali italiani (anche i migliori) sono rigonfi di marchette: lo sai tu, lo so io, lo sanno i lettori. Sarà forse per questo che ne comprano pochi? Perché è raro trovarci cose veramente interessanti. Massì, certo, finché si tratta di dare addosso a Mastella... ma i potenti veri? Le aziende? Nessun quotidiano parlerà male delle aziende, sarebbe come sputare nella ciotola dello schiavo. C' è un piccolo blog – Giusec – che ogni anno organizza un sondaggio sull'azienda che ci ha fatto arrabbiare di più. Sei curioso di sapere chi ha vinto quest'anno? La telecom, ok, era facile. Non trovi che sia un'idea carina? Pensi che qualche quotidiano italiano lo promuoverebbe mai, un sondaggio così? Ecco, appunto.

Gli chiedo dunque se non pensa che sia sbagliato mettere sullo stesso piano i quotidiani di partito inesistenti che prendono soldi direttamente dallo Stato e i giornali veri - magari perfino utili al dibattito sociale e al controllo sulla politica - che hanno solo detrazioni postali e contributi per la carta.

Sì, è sbagliato mettere il Foglio e l'Unità sullo stesso piano. Sono su due piani diversi. Entrambi sbagliati.

Il Foglio lucra soldi pubblici fingendosi organo di un partito che non c'è – lo sappiamo. I tipografi dell'Unità “ogni notte sono costretti a produrre 16 mila copie di scarto per consentire alla Nuova Iniziativa Editoriale S.p.A. di incassare dallo Stato, solo con esse, 250 mila euro annui di contributi, che concorrono a quelli che complessivamente le spettano (6,5 milioni di euro) per il fatto di stamparne ogni notte 120 mila, anche se potrebbe mandarne in edicola solo 80 mila, visto che se ne vendono meno di 60 mila. Una resa del 50% di copie non si era mai vista prima dell'avvento delle provvidenze per l'editoria”. Beppe Lopez, La Casta dei giornali, ed. Nuovi Equilibri

(Continua...)

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il problema non è parlare di Grillo

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Il problema è non parlare di Veltroni

Chiedo scusa, ma non c’è niente da fare.
Questa sensazione settembrina di compiti da fare in arretrato non se ne va, non se ne andrà, finché non avrò scritto anch’io qualcosa su Beppe Grillo. Cercherò di non dire banalità, ma sarà dura.

“E tu che hai un blog, ci sei andato a Bologna?”
Sì: in questi giorni capita d’incontrare persone che t’iscrivono d’ufficio al partito di Grillo per il semplice motivo che hai un blog. Se poi sapessero che hai un’auto, e che anche Mussolini amava guidarla…
Peraltro, come nessuno è profeta in patria, nemmeno Grillo può vantare molti seguaci tra i blog. Come ha ben spiegato Mantellini, nel mondo dei blog italiani il sito di Grillo è un’enorme isola che non comunica col resto del mondo: il problema è che quest’isola è più frequentata di tutto il resto delle terre emerse. È frustrante, sì.
E tuttavia è pur sempre un blog che sta ispirando i titoli dei tg e dei giornali: la prova che il web italiano è diventato uno spazio importante, anche se è uno spazio usato ancora in modo rudimentale. Proprio mentre parla di partecipazione dei cittadini, Grillo produce un sito assolutamente monolitico in cui Lui parla e gli altri possono solo ascoltare. Il web 2.0 condivide, socializza… Grillo detta la linea. È come attaccare un’automobile ai buoi.
Fatto è che in Italia in questo momento attaccare un’automobile ai buoi funziona. Forse è il modo migliore di spostarsi, visto che le strade asfaltate sono ancora inaccessibili, o comunque poco conosciute e frequentate. Il problema (ma non sono nemmeno sicuro che sia un problema) è che la politica in Italia è sempre un discorso di massa, e le masse, in un meccanismo delicato come il web 2.0, forse non ci entreranno mai. Non ce le vedo le masse a realizzare un programma politico via wiki, come stanno facendo iMille, per esempio.

“Sì, ma tu poi di Grillo cosa pensi?”
Io credo che sia in buona fede. Non lo vedo nel ruolo di attentatore alle istituzioni democratiche. Secondo me è assolutamente convinto di lavorare per il bene del Paese, oltre che per un modesto tornaconto personale. È precisamente queste buona fede che lo rende così pericoloso.
Credo anche che sia un po’ più furbo di quanto non sembri. Due delle tre proposte di legge per cui ha raccolto le firme non hanno nessuna possibilità di passare in Parlamento (una è probabilmente anticostituzionale: un condannato che ha scontato una pena torna in possesso dei suoi diritti civili e politici, e quindi nessuno può impedirgli di candidarsi). Allora perché ha mobilitato milioni di persone per un’iniziativa di legge popolare che è destinata ad arenarsi alle camere? È chiaro che pensa già alla fase due: la fase, appunto, in cui i parlamentari saranno costretti a bloccare le sue proposte benedette dal bagno di folla di Bologna (non potrebbero fare diversamente).

“Era una trappola?”
Direi. Che speranza possono avere, quelle proposte di legge, al nostro parlamento? Se non sono anticostituzionali, comunque fanno a pezzi l’establishment: la proposta di mandare a casa i parlamentari dopo due legislature è una pura e semplice provocazione. Si può essere d’accordo o no (io no), ma quale senatore o deputato oserebbe votare una cosa del genere? Nessuno vota per la propria autodistruzione. E Grillo lo sa benissimo. Il suo obiettivo non era fare approvare le sue proposte. Il suo obiettivo è portare a un grado massimo l’indignazione popolare, e quando le leggi si areneranno tra Camera e Senato, ci riuscirà.

“La vittoria dell’antipolitica…”
Io lo trovo molto politico, invece. Se la politica è astuzia e strategia, con questa storia delle proposte di legge è riuscito a mettere in sacco un bel po’ di mummie molto più navigate di lui. Se la politica consiste nel saper intercettare il sentimento popolare, beh, non lo trovo molto inferiore a Bossi o D’Alema. Non è politico perché non crede nei partiti di oggi? Non ci credevano neanche Fassino o Rutelli, se hanno appena sciolto i loro partiti. L’unica differenza, evidenziata da Luttazzi, è che Fassino e Rutelli comiziano gratis, mentre Grillo si fa pagare. Il che, da un punto di vista meramente economico, significa che Grillo è un oratore di gran lunga superiore.

“Quindi tutto bene. Viva Grillo…”
No, Grillo è il sintomo della prossima sconfitta del centrosinistra. Anzi. Facciamo dei nomi. Grillo è il segno della sconfitta di Veltroni. Non della sconfitta alle primarie, che vincerà in souplesse. Ma la sconfitta politica. Veltroni doveva recuperare al PD un’ampia fetta di elettorato di centrosinistra delusa da Prodi, da D’Alema, dal carovita, dal TAV, da qualsiasi cosa. Questa era la missione di Veltroni: il famoso valore aggiunto tra Ds e Margherita.
Invece Veltroni ha fatto una bella orazione ecumenica al lingotto, poi è partito per i mari del sud, è tornato molto abbronzato, e con la scusa di evitare le polemiche da bassa politica ha praticamente evitato la politica. C’è stato un appassionante dibattito sulla sicurezza; lui è il sindaco di una città assediata da ubriachi internazionali; vi ricordate esattamente la sua presa di posizione? E meno male che era un gran comunicatore. La sua strategia in questi giorni mi sembra ispirata al migliore Gianfranco Fini: silenzio e raggi UV. Certo, meno parlano, meno dicono cazzate: intanto però Grillo parla e riempie le piazze.

In quelle piazze, nel settembre 2007, avrebbe dovuto esserci Walter Veltroni. Avrebbe dovuto avere parole di speranza per chi paga troppo il pane e l’Ici. Avrebbe dovuto trovare la quadra tra i lavavetri e gli automobilisti frustrati. Avrebbe dovuto essere populista e ragionevole, e tirare bordate al vecchio establishment. E invece al momento è ammiraglio di una corazzata arrugginita sulla quale sono saliti tutti: D’Alema, De Mita, Rutelli, tutti. C’è anche Fioroni. Fioroni è il ministro dell’istruzione che qualche settimana fa è andato al meeting di Rimini ad annunciare che lo Stato avrebbe pagato a mamma e papà il liceo privato del figliolino. Un altro bel buco nel bilancio dell’istruzione pubblica, ma probabilmente ha conquistato 15 voti a Formigoni. Ecco, gli uomini di Veltroni sono questi qui. Se la gente non è entusiasta, se si butta sul primo comico che non le manda a dire, la responsabilità è anche sua.

“Quindi Grillo fa più proseliti al centro-sinistra?”
Mi sembra di sì: al centro-sinistra e al centro-nord. Lo scrive Ilvo Diamanti e io stavolta mi fido. Vado più in là: a me sembra che ci sia una continuità tra il grillismo, i girotondini, una parte del movimento di Genova (quella più moderata, intorno alla Rete di Lilliput) e più su, più su, fino a quelli che manifestavano contro il colpo di spugna e raccoglievano le firme con Segni e Orlando. Sono diplomati e laureati, prevalentemente impiegati e insegnanti, che hanno vissuto venti o trent’anni in un Paese di furbi dove sembra che paghino le tasse soltanto loro. Oscillano abbastanza comprensibilmente tra rabbia e speranza. Finché c’è Berlusconi a coalizzare la loro frustrazione, sfoggiano adesivi e spillette anti-nano; quando Berlusconi se ne va, e l’Italia non diventa immediatamente il Bengodi degli Onesti, diventano matti: non sanno nemmeno più in cosa sperare. Comprano “La casta”, proprio come nel 2001 compravano “L’odore dei soldi”. Si buttano su Grillo, che li capisce perfettamente. E vuoi sapere la cosa più incredibile?

“Dai, dimmela”.
La cosa più incredibile è che questa sacca di malcontenti, quando è alle strette, si rifugia storicamente sempre sotto la stessa bandiera: la Costituzione. Quando Berlusconi si faceva le leggi ad hoc, loro lottavano in nome della Costituzione. Le botte di Genova furono criticate in nome della Costituzione. E anche adesso, gli strumenti usati da Grillo per rivoltare la politica come un calzino sono perfettamente costituzionali: una legge di iniziativa popolare, liste civiche, eccetera eccetera. Questo secondo me è il vero limite di questo movimento: la carta costituzionale come inizio e fine di ogni cosa, quando è proprio la stessa carta a sancire lo strapotere del parlamento. Questo è anche il motivo per cui, periodicamente questo movimento deve morire e reincarnarsi in qualcosa di nuovo: i suoi rappresentanti presto o tardi devono entrare in Parlamento, o almeno in un consiglio comunale: ma appena varcano la soglia, diventano i nemici, che siano Pardi o Cofferati. E si riparte con qualcosa di nuovo. Perciò non credo che Grillo si candiderà. Sarebbe la sua fine.

“E allora cosa succederà?”
Non lo so. È probabile che le liste civiche col bollino di Grillo abbiano un buon successo. Questo potrebbe risultare persino positivo, se contengono nomi davvero nuovi. In fondo è quello che vogliamo tutti, no? Nomi nuovi. A quel punto i dirigenti del Pd se la faranno addosso, e prometteranno ponti d’oro. Questo potrebbe essere anche il momento in cui D’Alema o De Mita decidono di pensionarsi, per il bene della collettività. Se a quel punto anche Grillo manterrà una posizione marginale, finalmente avremo un ricambio di classe dirigente in seno al maggiore partito del Paese. Però mi sembra una strada impervia. Avrei preferito che il rinnovamento cominciasse all’interno del Pd: contavo molto su quello che avrebbe fatto Veltroni. Forse avevo frainteso un certo suo piglio presidenziale.
Sono passati quattro mesi e Veltroni non ha fatto nulla. A questo punto Beppe Grillo ce lo meritiamo.

“Parlando d’altro: ti piace la radio?”
Da matti.

“Anche a Hitler. Non è per caso che…”
Ma vaffanculo, va.
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