Tradurre in cattività: il caso Neon Genesis Evangelion

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E così ci siamo arrivati. Un’emittente televisiva (Netflix lo è, a modo suo) ha ritirato il doppiaggio in italiano di una serie a causa delle proteste degli utenti. Prima o poi sarebbe successo, ma probabilmente non è un caso che sia successo con un anime, e in particolare con l’ambizioso Neon Genesis Evangelion. Così come non è un caso che a trovarsi nel mirino ci sia, per l’ennesima volta, l’adattatore Gualtiero Cannarsi, già molto criticato per le sue versioni dei film dello Studio Ghibli. Cannarsi è indifendibile: i dialoghi che ha imposto ai doppiatori di Neon sono ridicoli. Ma chi ora grida al bullismo nei suoi confronti non ha tutti i torti. È vero, il suo italo-giapponese è esilarante, specie se sovrapposto a un prodotto serioso come NGE. Ma per quanto naive risulti la sua personale teoria della traduzione, maturata lontano dalle accademie, bisogna almeno evitare di farne un agnello sacrificale.


Non è responsabilità di Gualtiero Cannarsi se, fino a qualche giorno fa, i personaggi di Neon dicevano cose come “È col tentare di abbatterlo in fretta che la cosa si è fatta dura”, o “L’autoespulsione è entrata in attività”. Non è responsabilità sua se i doppiatori sono stati costretti a recitare battute che non capivano. Se a Cannarsi è stata data sempre più fiducia, malgrado i problemi fossero evidenti (e il pubblico non mancasse di notarli), la responsabilità è di chi questa fiducia per tutto questo tempo l’ha concessa. Ora Cannarsi pagherà anche per loro, ma quel che è successo è che un sincero cultore della materia è stato lasciato solo, per anni, al tavolo di lavoro, da committenti la cui negligenza a un certo punto deve aver interpretato come un attestato di fiducia. Magari sarebbe bastato poco: un editore, un distributore, un collaboratore che in tutti questi anni gli stesse accanto, gli rileggesse a voce alta le frasi che scriveva, lo aiutasse a non allontanarsi dall’italiano parlato e scritto. Qualcuno che smorzasse sul nascere certe velleità ermeneutiche che sono il tipico mostro che nasce dal sonno breve e agitato dei traduttori quando la scadenza comincia a essere troppo vicina (e la scadenza è sempre troppo vicina). Cannarsi invece è stato lasciato solo, e ha fatto quel che facciamo tutti quando siamo soli: ha iniziato a parlare con sé stesso, in una lingua tutta sua.

Tradurre è molto difficile. Bisogna avere due lingue in testa, e non è detto che nella nostra ci stiano davvero. Nelle orecchie, soprattutto, perché a volte è come ascoltare due musiche contemporaneamente. Magari non è impossibile, ma senz’altro non è una passeggiata, e il traduttore non fa altro tutto il giorno. Eppure ci basta leggere due o tre pagine in un’altra lingua, o anche solo ascoltare due o tre episodi in versione sottotitolata, per ritrovarci già in bocca qualche espressione che in italiano non esiste, qualche calco che un buon traduttore dovrebbe sempre saper aggirare, con leggerezza, mentre saltabecca da una lingua all’altra. Questo dovrebbe fare il traduttore ideale. 

Quello reale il più delle volte sbanda, incespica, cade, e pur di rispettare una scadenza finisce per consegnare un ibrido italo-qualcosa che un editor (o più d’uno) faticosamente convertiranno in italiano. Non sempre riuscendoci, come chiunque può verificare aprendo un libro qualsiasi. Il traduttore è un traditore, dicevano, ma temo non renda l’idea. Un maledetto assassino, ecco cos’è un traduttore: anzi una spia, inviata a uccidere un testo che a volte conosce molto bene, al quale magari è affettivamente legato: proprio per questo si rende quasi sempre necessaria l’assistenza di professionisti in grado di mettere da parte gli affetti, ammesso che ne abbiano mai avuti: gente con la mano ferma quando c’è da impugnare il bisturi, la sega e gli altri attrezzi. Tradurre è un lavoro sporco, è la fine dell’innocenza: devi interiorizzare il concetto per cui il tuo rispetto per l’opera va subordinato al rispetto per un lettore italiano distratto che si stanca alla prima frase non scorrevole. Non lo accetti? Allora hai bisogno che qualcuno molto vicino a te non smetta di ricordartelo, a ogni capitolo, ogni pagina, ogni capoverso. Se Cannarsi non ha mai avuto qualcuno tanto vicino, non è colpa sua.


È una vittima designata, in un certo senso. L’uomo giusto nel momento sbagliato... (Continua su TheVision). 

Per qualche anno Cannarsi si è ritrovato confinato in una confortevole nicchia di mercato: un limpido acquario lontano dall’oceano, dove le sue mostruosità erano ritenute inoffensive – forse persino decorative. I film dello studio Ghibli, in Italia, sono un prodotto per appassionati. Il fatto che per molti appassionati il doppiaggio sia un errore a prescindere ha fatto sì che alcune critiche siano passate inosservate agli addetti ai lavori. Ma il sospetto è che alcuni di questi addetti abbiano lasciato Cannarsi libero di fare scempio di lessico e sintassi perché il risultato sembrava aggiungere qualcosa alla versione italiana di quei film: un senso di straniamento, di esotismo che li proteggeva dalle critiche, rassicurando i fan sul fatto di trovarsi davanti a vere opere d’arte dai contenuti preziosi (e a volte enigmatici) e non a banali cartoni-animati-giapponesi per bambini. Un classico equivoco interculturale: i film di Miyazaki in effetti sono cartoni animati, e non hanno alcun bisogno di un registro aulico o pretenzioso per imporsi allo stesso pubblico trasversale che in Occidente si gode i film della Disney. Ma in Italia li si è proposti a un pubblico diverso, più adulto, che andava in un qualche modo confortato sul contenuto artistico dell’opera (quella che Walter Benjamin chiamava aura). Un pubblico del genere non poteva accontentarsi di pagare il biglietto per vedere belle favole: doveva anche avere la sensazione di immergersi in una cultura diversa.

In questo senso Cannarsi era l’uomo giusto. Quel che ha fatto ai film di Miyazaki ricorda in qualche modo l’operazione condotta sui testi omerici da una delle traduttrici italiane più celebrate del secolo scorso, Rosa Calzecchi Onesti. L’aedo omerico si rivolgeva a un pubblico eterogeneo di contadini, guerrieri, casalinghe, bambini: Rosa Calzecchi Onesti pensava essenzialmente ai laureandi in lettere che pur non avendo il tempo di leggere Omero in lingua originale, dovevano conservare l’illusione di esserne capaci. Da cui l’idea di riprodurre in italiano soluzioni sintattiche che l’italiano non consente, che rendono il testo più faticoso ma più ‘autentico’ per l’ex liceale che conservi qualche vaga nozione di grammatica greca. L'Omero calzecchizzato ha perso la sua universalità (non lo puoi più leggere ai bambini), ma ha acquisito l’aura necessaria per apparire un prodotto colto, adatto a un preciso segmento del mercato. Qualcosa di simile Cannarsi ha fatto con Miyazaki. Non c’era una semplice riga di dialogo che non riuscisse a complicare e a rendere esotica, straniante, sempre all’inseguimento di una fantomatica fedeltà “all’opera” che non si accorgeva di tradire. Il risultato è uno strano ibrido che senza suonare né italiano né particolarmente giapponese, ci fa capire che quello che vediamo non è il solito prodotto audiovisivo, ma qualcosa di più profondo che richiede uno sforzo supplementare. Qualcuno se ne lamentava, ma i puristi comunque preferivano i sottotitoli, e forse tutto sarebbe continuato così ancora a lungo, se a un certo punto Netflix non avesse ripreso la pratica di Neon Genesis Evangelion.

Anche qui c’è un equivoco, o forse più d’uno. NGE in Giappone è uno degli anime più popolari di tutti i tempi, mentre in Italia è rimasto un prodotto di nicchia, poco conosciuto al di fuori del bacino degli appassionati. Un bacino di dimensioni comunque rilevanti, ma tant’è; in Italia gli unici mecha a essere già entrati nell’immaginario collettivo sono quelli degli anni della tv dei ragazzi e delle prime emittenti private: Goldrake, Mazinga, eccetera. Quando finalmente il Corriere si è accorto del caso Cannarsi, ha ritenuto necessario spiegare ai propri lettori che Neon Genesis è una “nuova serie che si ispira a Goldrake” (per il lettore medio del Corriere tutto quello che è successo dopo il 1994 è “nuovo”). Segregati a lungo in una nicchia, i fan italiani dell’anime di Hideaki Anno hanno avuto tutto il tempo e l’agio per radicalizzarsi e sviluppare la convinzione che NGE sia molto più di un cartone di robottoni: un’opera profonda e complessa, intrisa di riferimenti culturali da decifrare con cautela. Il fatto che i personaggi non parlino tutto sommato una lingua molto diversa da quella degli altri anime a base di robottoni rischiava, anche stavolta, di danneggiare l’aura del capolavoro. Si veda l’estenuante dibattito sulla opportunità di tradurre shito come angelo o come apostolo, dando per scontato che Anno si ponesse davvero il problema della precisione nei rimandi biblici, e non stesse semplicemente pescando riferimenti colti un po’ a caso, confondendo Nuovo e Vecchio Testamento così come un autore italiano confonde serenamente Buddha e Budai. Un dibattito del genere è esattamente il mangime adatto per un pesce come Cannarsi, che può dimostrare il suo acume di filologo e rassicurare il pubblico adulto italiano sulla profondità di NGE: non il solito anime di robottoni, ma un’opera d’arte, dunque degna di un linguaggio aulico e accessibile solo agli iniziati.

E però Netflix non è la Lucky Red: il bacino di utenza è ormai molto più vasto e in particolare Netflix Italia in un primo momento potrebbe avere sottostimato la popolarità di NGE. Dal suo confortevole acquario, Cannarsi si è ritrovato sbalzato nell’oceano da un momento all’altro, senza avere gli strumenti per accorgersene. Ma ancora: com’è stato possibile che nessuno gli abbia impedito di consegnare ai doppiatori un testo che conteneva espressioni come “senza nessuna recalcitranza” o “hanno già completato di prendere rifugio”? Cannarsi scrive strano, ormai è il suo mestiere, anche se non è sempre consapevole. È abbastanza inutile pretendere che si renda conto di quel che ha fatto o che addirittura chieda scusa. Lui ha fatto esattamente quello che fa in questi casi, senza reagire alle critiche, anzi senza nemmeno capirle. Chi però in tutti questi anni lo ha lasciato lavorare indisturbato, qualche domanda dovrebbe porsela.
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Ercole e la Sirenetta vanno in Polinesia

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Oceania (Moana, John Musker, Ron Clements, 2016)

Dopo che ebbe fatto affiorare le isole dal Grande Mare; dopo aver innalzato il Cielo; dopo aver catturato il Sole per convincerlo ad andare più piano affinché gli umani potessero badare ai loro affari, il semidio Maui domandò alla Madre: che mi resta per divenire immortale? E lei: rifugiati in un'isola, attendi mille e ancora mille anni, ché alla Walt Disney venga voglia di dedicarti un cartone animato. E lui: Madre, cos'è un cartone animato? E lei: è un sogno, figliolo, sempre uguale e sempre diverso, che non finisce mai. 

Buone feste a tutti. Ho iniziato a scrivere 'recensioni' per i cinema di Cuneo e provincia quattro anni fa, e questa è esattamente la numero 200. Ho cominciato con un folle film della Disney (Ralph Spaccatutto) e quattro anni dopo tocca ancora alla Disney, con un film forse un po' più bello, decisamente meno folle. Alla regia i due maestri del rinascimento Disney (La sirenetta, Aladdin, HerculesLa principessa e il ranocchio), che si cimentano per la prima volta col digitale, piegandolo alle loro esigenze come un semidio onnipotente ma vincolato da un incantesimo. Maui, l'Ercole delle leggende polinesiane, è un Genio della Lampada più sbruffone e tormentato; Moana (Vaiana in Europa) è la Sirenetta, Jasmine e Tiana in un personaggio solo (continua su +eventi!)


Musker e Clemens sono del '53: la loro capacità di intercettare il gusto degli spettatori di oggi è tanto più notevole quanto il loro gusto per l'esotico è manifestamente rétro, il ricordo di un cinema antico e avventuroso che oggi nessuno fa più, qui celebrato con più sincerità che nel pixariano Up. Se non fosse Natale, se fossimo tutti un po' meno buoni, li potremmo quasi accusare di colonialismo culturale, di imperialismo hollywoodiano - insomma questi passano sulle leggende di tutto il mondo come un rullo compressore, macinano mitologia e restituiscono un foglio levigato e coloratissimo pieno di facce buffe e canzoncine motivazionali - quest'anno anche in 3d. In quali terre, in quali isole lontane bisogna andare per ritrovare l'ennesima unica storia, quella di una principessa predestinata a cambiare il corso delle cose? È davvero l'unica Storia che esiste, il viaggio dell'eroe virato al femminile, o è l'unico che interessi alla Disney? Non saprei, e forse non è così importante. Oceania è un bel viaggio, anche perché alla fine ci riporta proprio dove sapevamo che saremmo arrivati.

Oceania è ovviamente dappertutto, ad esempio al Cityplex di Alba (20:00); al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (15:00, 17:30, 17:40, 20:10, 22:35); all'Impero di Bra (20:15,  3d 22:30); al Fiamma di Cuneo (15:00, 17:30, 20:10); ai Portici di Fossano (17:45, 20:00, 22:15); al Bertola di Mondovì (19:00); all'Italia di Saluzzo (20:00, 22:15); all'Aurora di Savigliano (18:30, 21:00)

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Cicogne, tornate al core business

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Cicogne in Missione (Storks, Nicholas Stoller e Doug Sweetland, 2016)

Come sapete, da un po' di tempo in qua le cicogne non portano più i bambini. Troppo rischioso, troppo coinvolgimento, insomma adesso preferiscono recapitare smartphone e altri beni di prima necessità. Gli affari vanno bene, tutti sono contenti, noi umani abbiamo trovato un sistema per fare bambini comunque, eppure... eppure forse si stava meglio prima.


Bastano pochissimi minuti per capire che gli autori di Storks hanno lavorato anche al meraviglioso Lego Movie. Le scenografie sono diverse (più convenzionali, purtroppo), i mattoncini hanno ceduto temporaneamente il posto a un mondo di fattorini pennuti, eppure l'atmosfera è la stessa: una grande azienda, un meccanismo grigio, omologante, perfettamente oliato dove basta che qualcuno non sia dove dovrebbe essere per scatenare un'esplosione caotica e vitale. Questo è probabilmente il miglior pregio di Storks: in una fase in cui ormai esce un buon film d'animazione alla settimana, e il rischio che si assomiglino tutti è inevitabile, la nuova divisione digitale della Warner quantomeno sta riuscendo a costruirsi un'identità.


Se non può rivaleggiare con la Pixar per qualità o per ambizione, almeno sta diventando un'anti-pixar dal punto di vista ideologico: se la compagnia di Monsters & co., e Inside Out ha sempre celebrato l'importanza del lavoro di gruppo, anche nella versione più corporativa e aziendale, Lego e Storks cercano di suggerirci che le ditte sono la morte dell'individualità e della fantasia. Giusta o sbagliata che sia, almeno è un'idea: alla Universal con Pets si sono contentati di prendere vecchie idee Pixar e rimetterle assieme senza aggiungerci niente, e il botteghino sta dando ragione a loro. Ma Storks è un film più interessante. Sfortunatamente, l'altro punto in comune con Lego è l'ipercinesi (continua su +eventi!)


Cicogne, umani e altri personaggi non stanno fermi un attimo, hanno continuamente cose da dirsi ed emozioni da manifestare nel modo più teatrale possibile. Sembrano tutti isterici; ogni snodo della trama parte da un loro gesto impulsivo. La cosa curiosa è che il film sembra proprio voler criticare questo approccio iperattivo alla vita moderna, eppure nella coppia di agenti immobiliari che vivono con l'auricolare (e non hanno tempo di avere un secondogenito) sembra di riconoscere gli sceneggiatori: non hanno mai tempo, devono condensare intere vite in flashback di pochi secondi, far girare i loro protagonisti per il mondo in un battito di ciglia. Cicogne in missione è un film divertente, che strizza l'occhio soprattutto ai giovani genitori, ma come in Lego rischia di disorientare proprio il vero pubblico di riferimento, i bambini. Oggi è ai Portici di Fossano alle 18:30; al Multisala di Bra alle 17:30.
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La vita segreta (non troppo originale) degli animali

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Pets - Vita da animali (The Secret Life of Pets)

MORTE AL GENERE UMANO!
Cosa fanno i nostri animali mentre noi non siamo in casa? Cosa volete che facciano: perlopiù dormono, mangiano, litigano, scappano di casa, vanno alle feste, complottano contro il genere umano, guidano missioni suicide contro convogli di accalappiacani, e poi tornano a casa in tempo per scodinzolare quando apriamo il portone.

Pets è il sesto film della Illumination Entertainment - se contiamo anche il primo Cattivissimo me (2010), che era ancora un prodotto della francese Mac Guff, acquisita di lì a poco. L'Illumination ha l'esclusiva per i film di animazione della Universal e grazie ai Minions è diventata una delle più grandi realtà dell'animazione digitale: più grande della branca animazione della Fox, da cui proviene il fondatore (Chris Meledandri lavorò ai primi due Era glaciale), più grande della Dreamworks che forse Meledandri si comprerà. Più in altro c'è solo la Disney/Pixar, ma per ora più che competere sembra che la Illumination si contenti di imitare. Gru e i Minions almeno avevano una loro identità, magari non originalissima, ma tra tanti prodotti in 3d si facevano riconoscere; Pets non prova neanche per un istante a sembrare diverso da quel che promette nei trailer: una rifrittura di concetti e luoghi pixariani e disneyani.

Che poi non si capisce come vada a finire:
diventa vegetariano?
Meledandri è molto bravo a mantenere bassi i budget e stavolta non ha speso molto nemmeno per l'idea (continua su +eventi!): facciamo Toy Story con gli animali, al posto del cowboy e dell'astronauta mettiamo due bastardini che prima litigano e poi diventano amici inseparabili. Mettiamoci anche un cattivo dolce e insospettabile, come in Toy Story 3. Un predatore che cerca di vincere i propri istinti, come lo squalo di Nemo. C'è persino il siparietto lisergico, come in Dumbo e nel Good Dinosaur; il tutto senza foga citazionista: semplicemente si prendono cose che si sa che funzioneranno bene, e si usano ancora una volta, senza pretese di originalità ma nemmeno troppi  ammiccamenti. Neanche il successo straordinario dei Minions ha fatto venire a Meledandri la voglia di rischiare un po', e il risultato è un altro boom al botteghino: un film che incasserà più di Zootopia, raccontando situazioni simili (una comunità di animali che convive nella diversità) con molta meno fantasia.



Quanto sia meccanico l'approccio lo si vede bene nel momento in cui il film si ritrova all'improvviso in una situazione 'alla Up': da qualche parte nella grande città c'è una piccola casa col giardino, dentro forse c'è ancora un anziano signore che aspetta uno dei personaggi. Una scena del genere, in un Pixar autentico, sarebbe stato un colpo al cuore: il classico momento dei lacrimoni. Qui niente. Viene persino pronunciata la parola speciale, "morte" - una parola che in un prodotto per bambini deve essere usata con una cautela - ma non ci si ferma a riflettere, men che meno a piangere: è solo uno snodo qualsiasi della trama, lo spunto per un battibecco in attesa dell'ennesimo inseguimento. Verrebbe da dire che per i bambini magari è meglio così, il pathos di certi film della Pixar è inadatto a loro - ma poi c'è una scena d'azione eccessivamente intensa, in cui i personaggi praticamente annegano, roba che gli stessi bambini potrebbero sognarsi di notte. Non è una questione di budget, non è un problema di rendering: è proprio che manca il cuore. Ma c'è un sacco di animaletti buffi, e sta piacendo a tutti. Al Vittoria di Bra (alle 20:00 in 3d, alle 22:20 in 2d); al Fiamma di Cuneo (alle 21:00); al Multilanghe di Dogliani (alle 21:30 in 2d) e ai Portici di Fossano (alle 18:30 in 2d).
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Alla ricerca del sequel perfetto

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Alla ricerca di Dory (Finding Dory, Andrew Stanton, 2016).

Cara Pixar,
c'è qualcosa che volevo chiederti, ma non ricordo cosa.
A proposito, complimenti per il successo del tuo nuovo film - il seguito di Nemo, tredici anni dopo - sembra che stia mettendo tutti d'accordo, e con i sequel non è facile, sai? Ma certo che lo sai. Ormai siete i più esperti: tra la saga di Toy Story, Cars 2 e... e... quell'altro film coi mostri che ho pur visto e adesso... c'è un altro tuo film al cinema, lo sapevi? Beh, sì, immagino di sì.

Stavamo dicendo?

Il prossimo fatelo sul polpo per favore
Cara Pixar,
quello che vorrei dirti è che sono proprio contento per i tuoi ultimi successi. Ti credevamo un po' appannata, poi Inside Out ha fatto il botto e soprattutto non era il solito film, era qualcosa di davvero nuovo. L'altro film coi dinosauri non è andato altrettanto bene, ma anche in quel caso non si può dire che abbiate scelto l'approccio più banale al problema. Invece ero un po' in pensiero a causa dei sequel. No, non ho niente contro i sequel, immagino che siano investimenti sicuri. Non si vive di soli Inside Out, certe volte bisogna anche prendere fiato. E poi bisogna ammettere che il vostro approccio ai sequel è tutt'altro che banale. Questa idea, per esempio, di spostare l'attenzione sul comprimario, su un personaggio che nel primo film sembrava monodimensionale - è una mossa interessante, perché sfida davvero le tue aspettative di spettatore. Anche solo l'idea di dire: facciamo un film con Cricchetto protagonista e Saetta McQueen da spalla - è chiaro che la prima reazione dello spettatore è: non funzionerà mai. Cricchetto è ridicolo, è imbarazzante, inaffidabile, non ha la profondità che serve. E invece. Stessa cosa col mostro-monocolo di Monsters University, come si chiama... è solo una spalla comica, non puoi caricare tutto il film sulle sue palpebre, no? E invece...

È un po' come con la vita vera, quando all'improvviso condividi qualcosa con una persona che fino a quel momento era rimasta sempre all'orizzonte delle tue conoscenze, e ti rendi conto che è una persona in carne e ossa proprio come te, e che tu l'hai snobbata fino a quel momento. È un effetto molto particolare, ma non ricordo assolutamente perché ne stavo parlando con te che sei... chi sei? Ah sì, la Pixar.

Per dire, hai presente Nemo? Immagina che un giorno ne facciano un sequel, e invece di raccontare un altra storia di Nemo che si perde, si concentrino, che ne so! sulla tartaruga hippie, o magari su quella pesciolina che aiutava il padre di Nemo e che aveva un problema con la memoria a breve termine, come si chiamava? Ecco, immagina una cosa del genere. La tua prima reazione è: ma cosa puoi raccontare su una pesciolina che perde la memoria ogni cinque minuti? È solo una comparsa, una spalla, non può funzionare. E dopo un'ora di film immagina che stai piangendo per la sorte della pesciolina, e di Nemo non ti frega più niente, è diventato la comparsa nella vita di qualcun altro. Sarebbe incredibile, no?

Ecco, forse sto scrivendo alla Pixar per proporre una storia del genere.
O il romanzo di formazione di Anton Ego.
O le avventure di Charles Muntz sul suo dirigibile.

Cara Pixar,
ultimamente ho qualche problema a mantenere la concentrazione - (continua su +eventi!)

Cara Pixar,
ultimamente ho quaalche problema a mantenere la concentrazione - sarà l'età, o gli impegni, insomma, quel che scrivo può risultare un po' sconnesso. Volevo dirti che ho visto il tuo ultimo film ma... non sono così sicuro di averlo visto. Ma correggimi se sbaglio. C'è un comprimario di un film precedente che nella prima mezz'ora si comporta in modo insopportabile. Finché non ti rendi conto che dietro questa scorza imbarazzante c'è una persona vera (anche se è solo un personaggio di pixel), col suo fardello di traumi e delusioni. Scommetto che si ritroverà sperduto in una situazione più grande di lui, e potrà farcela soltanto grazie al sostegno di amici vecchi e nuovi, perché lo spirito di squadra è il minimo comun determinatore di ogni lungometraggio Pixar. E ci sarà una scena madre attentamente preparata per sessanta minuti, che ci farà piangere come fontane, e poi un po' di azione insensata e divertente prima del finale. Ecco, questo è il film che tra un po' uscirà nelle sale, e non vedo l'ora. Anche se non vado matto per i sequel. Ma non si può sempre aver tutto.


Non mi freghi piiaaaaaaaaaaawwwww



Cara Pixar,
mi è venuto un dubbio. Forse il film dopo tutto l'ho visto, ma ero stanco, oppure in sala c'erano troppi bambini che chiedevano di essere rassicurati: ma poi tornano il papà e la mamma? ma poi lo ritrova Nemo? Ma poi dove va il polpo? Ma poi, ma poi, ma poi. Cara Pixar, adesso che mi ricordo forse volevo scriverti che sono un po' stanco del modo in cui riesci sempre a manipolarmi: a farmi odiare un personaggio (Dory per metà film è insopportabile) e poi a farmi piangere per lei. Che ormai ho capito come funzioni e non c'è neanche più bisogno di ricordarseli, i tuoi film, dopotutto la struttura si ripete. Che questo, in particolare, funziona fino a un certo punto: i vecchi personaggi sono ridotti a macchiette, i nuovi sono interessanti ma non c'è quasi tempo per svilupparli (il polpo in particolare non sta fermo un attimo). Che la sequenza finale è un po' troppo fracassona, come era già successo con Cars 2, uno dei tuoi film più deboli. Che insomma forse a questo punto è ora di lasciarci, perché è più colpa mia che tua. Tu hai i tuoi franchise da mandare avanti per quei milioni di bambini che hanno il diritto di sentirsi raccontare le vecchie storie. Se io comincio ad annoiarmi, a fissarmi sui dettagli o a intravedere i meccanismi, è un problema mio. Devo passare ad altro. Magari facendo finta di non vedere che c'è più cinema in un tuo sequel riuscito a metà che in molti film cosiddetti d'autore. Cara Pixar.

Non mi ricordo più cosa ti stavo dicendo. Ma sai che c'è? Non importa. Non vedo l'ora di vedere il tuo prossimo film, ho sentito che è nelle sale! Anche se è un sequel. Alla ricerca di Dory è al Cityplex di Alba (19:45, 22:00), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:20, 22:35), all'Impero di Bra (alle 20:20 in 3D, alle 22:30 in 2D), al Fiamma di Cuneo (21:00), al Bertola di Mondovì (21:00), all'Italia di Saluzzo (20:00, 22:15), al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30).
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Zootopia è un mondo impossibile, il nostro

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Zootropolis (Zootopia, Byron Howard e Rich Moore, 2016).

"E il lupo e l'agnello giaceranno insieme, ma l'agnello dormirà ben poco".

Secondo i più recenti studi di ciascuno di noi, vivere insieme è impossibile: d'altro canto è necessario. Siamo troppo diversi? Sì. Siamo programmati per diffidare del diverso e cercare di allontanarlo? Altroché. Il nostro cervello è naturalmente portato a processare gli impulsi e a ridurli in stereotipi, e agire rapidamente in base a pregiudizi? Senz'altro. Forse un giorno potremo superare queste ataviche diffidenze e vivere tutti insieme in pace? Chi lo sa. Abbiamo alternative?

No.

Qualche anno fa Luke Epplin, dell'Atlantic, notò come tutti i grandi cartoni animati in circolazione nei cinema in quel momento raccontassero la stessa storia profonda: un outsider (può essere una lumaca, un aeroplano spargiletame, un mostriciattolo divertente) lotta contro il proprio destino per vincere un gran premio, o un giro del mondo, o il titolo di mostro più spaventoso della facoltà. È il culto dell'autostima, scriveva Epplin: questi film stanno raccontando ai nostri bambini che hanno il diritto di diventare qualsiasi cosa vogliono diventare. Basta credere ai propri sogni. Peccato che non sia così.

Molti anni prima, quando l'autostima era ancora un lusso per pochi, Walt Disney portava nelle sale la sua silly simphony più controversa, The Flying Mouse. È la storia di un topolino che non riesce a darsi pace perché non ha le ali: finché non trova una fatina che gliele regala, solo per scoprire di essere diventato un enorme pipistrello, orribile a tutti e anche a sé stesso. È un cartone stranamente crudele, che lasciava perplessi anche i disegnatori a cui Disney chiedeva di infierire sul povero topo con alcune gag piuttosto sadiche. Sui forum dei vecchi appassionati c'è ancora qualcuno che si confessa segnato per la vita da quel cartone animato, o dal suo sinistro ritornello, "You're nothing but a nothing". ("Dite quel che volete su quel che dovrebbe significare, ma l'effetto che ha avuto su di me è che mi ha terrorizzato con l'idea di essere diverso dagli altri").

Ottantadue anni dopo, Judy Hopps soffre ancora dello stesso complesso del topo volante. Stavolta è una coniglietta che non vuole sentirsi chiamare "carina" (solo i conigli hanno il diritto di chiamarsi così, se lo fa qualcun altro è razzismo). Judy viene della Tana dei Conigli con un sogno: farà la poliziotta. Dopotutto, perché non dovrebbe riuscirci a Zootropolis (nell'originale Zootopia), il luogo dove predatori e prede vivono in armonia? Ma il punto è tutto qui: Zootopia non è l'utopia di un filosofo o di un profeta. È il mondo brulicante e complesso studiato dagli animatori della Disney, così caotico e stratificato che per un'ora e mezza di film ti sembra vero. Si capisce che in cattedra c'è ancora Lasseter, e sulla lavagna la lezione che ha portato dalla Pixar: non basta una storia, bisogna inventarci un mondo attorno. A Zootropolis i bei discorsi si infrangono subito nella prassi: prede e predatori convivono, ma diffidano, con conseguenze inattese anche se prevedibili: se i predatori sono la minoranza, è così sorprendente che qualcuno cerchi di speculare sulla paura che ispirano? (Continua su +eventi!)




A Zootropolis puoi diventare tutto quello che vuoi, ma più facilmente diventerai quello che gli altri si aspettano da te. Se davvero vuoi dare una svolta alla tua storia, hai bisogno di forzare le porte, di farti amici in ogni nicchia ecologica, dai bassifondi ai corridoi del potere: e di tanta fortuna, naturalmente. Zootropolis si presenta come un film progressista - il culto dell'autostima è temperato da un'altra lezione Pixar, l'importanza del lavoro di squadra - ma è talmente disincantato da rasentare lo scetticismo, e può essere apprezzato anche da chi alla società multiculturale non si rassegna - dopotutto chi può credere a un roditore che da grande sogna di diventare un elefante?

Zootropolis è un film che parla esattamente dell'America di oggi: un gelataio elefante che si rifiuta di servire la volpe sta approfittando di una legge molto simile a quella firmata in Indiana dal governatore Mike Pence (il vicepresidente che Trump si è appena scelto). Allo stesso tempo, è uno dei film più profondamente disneyani degli ultimi anni, dopo gli sbandamenti manga di Big Hero e i mondi pixellati di Ralph Spaccatutto. Judy ha gli occhioni di Tippete, il suo nemico/amico Nick è un degno discendente della volpe Robin Hood. Se Zootropolis ha un difetto, è il ritmo indiavolato con cui concentra in 100 minuti una trama che avrebbe potuto svilupparsi in una miniserie. Certe ambientazioni meravigliose, studiate fino al minimo dettaglio (la città dei roditori!), nel risultato finale resistono solo come sfondi per una o due gag. Certo, col successo che ha avuto i sequel non mancheranno. Vale la pena di vederlo sul grande schermo, martedì 18 luglio ai Cine Dehors dei Portici di Fossano, dalle 21:30.
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Se non hai paura, che dinosauro sei

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Nel frattempo, in un lussuoso seminterrato, un gruppo di professionisti altamente specializzati si sta adoperando per noi.

"Colleghi, se siamo d'accordo direi che il coffee-break è finito".
"Non era la pausa pranzo?"
"Onestamente non saprei, che ora è?"
"Che ne so, il mio Rolex non ha i numeri... Pippo, tu lo sai che ore sono?"
"....ch.... ....ch"
"Ti è andato di nuovo di traverso il tovagliolo della brioche?"
".....ch"
"C'è per caso un dottore tra noi?"
"Io ho una laurea in scienze politiche".
"Vabbe' ma che c'entra".
"Stai mettendo in dubbio i miei titoli? Credi che io non sia qualificato per fare questo lavoro?"
"Già, a proposito, tu ti ricordi noi che lavoro facciamo?"
"Vagamente. Qui c'è scritto che siamo la Commissione Titoli".
"Ah. Cioè?"
"Siamo quelli che cambiano i titoli dei film stranieri, per renderli più appetibili al pubblico italiano".
"Giusto! Siamo quelli che convincono gli italiani ad andare in sala a vedere i film".
"Senza di noi non ci sarebbe più un cinema aperto in tutta Italia, colleghi! Non c'è bisogno di sottolineare quanto sia fondamentale il nostro..."
".....ch.......ch"
"Vabbe' ma è impossibile lavorare così. Me lo portate fuori per favore? Grazie. Stavamo dicendo?"
"Dunque, qui c'è un film della Pixar..."
"Quelli che fanno i cartoni per gli intellettuali, uhm... se riuscissimo a portarci anche le famiglie coi bambini, faremmo il botto. In originale come si chiama?"
"The Good Dinosaur".
"Sarebbe a dire?"
"Secondo la commissione traduttori il titolo significherebbe, approssimativamente... Il dinosauro buono".
"Ma allora è un film di dinosauri".
"Però c'è chi sostiene che invece significhi Il buon dinosauro".
"Vanno un sacco, i dinosauri".
"Sono sempre andati forte, ma quest'anno più del solito".
"Va bene colleghi. Il buon dinosauro o il dinosauro buono? C'è un po' di differenza, mi pare".
"Scusate, io ho un'idea".
"Spara".
"E perché dovrei sparare?"
"È un modo di dire".
"Non lo conoscevo".
"Ci vuoi dire la tua idea?"
"Ah già. Perché non togliamo la parola "dinosauro" dal titolo?"
"Cioè in un anno in cui i film di dinosauri stanno facendo milioni di dollari di incassi in tutto il mondo, tu proponi di togliere la parola "dinosauro" dalla locandina di un cartone animato".
"Proprio così".
"E saresti in grado di spiegarci il motivo?"
"No, credo di non essere in grado".
"Credi di non essere in grado?"
"Sono fatto così, a volte mi arriva un'idea... è come una lampadina che si accende, non so che farci, secondo me togliere "dinosauro" dal titolo è un'ottima idea".
"E al suo posto cosa ci mettiamo?"
"E che ne so, come si chiama il protagonista?"
"Arlo".
"E che vuol dire?"
"Non ne ho la minima idea".
"È un nome poco diffuso".
"Potremmo chiamarlo il viaggio di Arlo, per incuriosire lo spettatore".
"Soprattutto i bambini, che ricordiamo, sono il target".
"Cioè per incuriosire i bambini tu proponi di togliere "dinosauro" e mettere "Arlo"".
"Proprio così".
"E non sei in grado di spiegare il perché".
"No".
"Vieni qui, togliti il dito dal naso e fatti abbracciare".
"Eh, perché?"
"Perché sei un genio, un fottuto genio. Il viaggio di Arlo. Dio mio, ho i brividi. Sento che farà il botto. Il botto. Siete d'accordo? Allora direi che a questo punto possiamo fare la pausa per il pranzo".
"Ma non l'abbiamo già fatta?"
"Non lo so. Il viaggio di Arlo. Senti come suona bene. Il viaggio di Arlo. Ragazzi, vi immaginate se non ci fossimo noi a salvare il cinema?"



Un giocattolo di gomma in un mondo vero, freddo spinoso e tagliente.


Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur, Peter Sohn, 2015)

Arlo è un dinosauro buono; non farebbe male a una mosca, tanto più che è vegetariano. Arlo non è un buon dinosauro: ha troppa paura. Fuori dal guscio, oltre il recinto della fattoria, c'è solo violenza, frane, diluvi, tempeste, e ovunque denti aguzzi e artigli appuntiti. Nell'anno del trionfo di Inside Out, a un mese da Natale arriva nelle sale un altro film della Pixar, che quasi sembra voler passare inosservato, come se si vergognasse di cavalcare la moda meno originale di tutte, quella ricorrente dei dinosauri. Nei trailer il protagonista è simpatico, sembra già il pupazzo di gomma che senz'altro andrà a ruba a Natale. Ha anche un cucciolo d'uomo per amico. Risultato: al giovedì pomeriggio la sala si riempie di bambini un po' più piccoli del solito; le luci si spengono e dopo un po' sullo schermo appare...


...il film più violento della storia della Pixar.


Ragazzino, se mi stai prendendo in giro...
Fino a qualche anno fa era l'avanguardia dell'animazione digitale. Poi i concorrenti si sono fatti sotto, e alcune maestranze sono passate alla Disney - nel frattempo è come se alla Pixar avessero deciso di specializzarsi in qualcosa di meno tecnico e riproducibile. I sentimenti, potremmo dire, o più prosaicamente: i lacrimoni. Avevano iniziato presto - già dai tempi di Monsters Inc - ma è con Up! che sono diventati il nuovo vero marchio di fabbrica. Purtroppo ogni cosa diventa col tempo prevedibile, e forse Il viaggio di Arlo è il momento in cui la capacità degli artisti Pixar di manipolare i nostri sentimenti svela il suo lato sadico.

C'è quasi subito un lutto, raffigurato con un realismo brutale. A quel punto chiunque altro piazzerebbe una scena madre coi superstiti in lacrime; qui no, si volta subito pagina, la vita va avanti. (continua su +eventi!)  Ma l'elaborazione del lutto è solo rimandata: lo spettatore adulto può intuire che sarà il tema di tutto il film, ma non può farci niente, ormai la trappola è scattata. Il lutto diventerà un trauma, e poi il trauma andrà superato, e i lacrimoni arriveranno come sempre a tradimento.

Al piccolo dinosauro pauroso ed erbivoro non sarà risparmiato nulla. Se Inside Outriabilitava la tristezza, Il viaggio di Arlo ambisce dichiaratamente a fare la stessa cosa con un sentimento ancora meno popolare: la paura. Arlo ne ha tantissima - e non possiamo dargli tutti i torti, il suo mondo è il più selvaggio e il meno sociale di tutti i film Pixar; non esistono comunità, solo famiglie ristrette o schegge impazzite. "Se non hai paura", dice il bestione più grosso del film, "non sei vivo".

In un giurassico infinito, la paura è il sentimento che discrimina le creature senzienti dalle bestie assassine. Tutto giusto, ma anche un po' deprimente: forse è solo una sensazione, ma i titoli di coda scorrono su uno dei finali meno allegri mai girati dalla Pixar. Le luci si riaccendono, i bambini verso la fine si erano un po' distratti. Nessuno andrà a casa in lacrime, come successe 70 anni fa con Bambi. Qualcuno però si sarà fatto un'idea precisa di come si diventa adulti; ha a che vedere con la paura, ma anche col mangiare prima di essere mangiati. 
Dopotutto chissà che succederà da qui a vent'anni. 
Alluvioni, carestie, non si sa mai. 
Forse la Pixar ci sta preparando.

Il viaggio di Arlo è al Cityplex di Alba, al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (anche in 3d), all'Impero di Bra (anche in 3d), al Fiamma di Cuneo, al Multilanghe di Dogliani, ai Portici di Fossano, al Bertola di Mondovì, all'Italia di Saluzzo, al Cinecittà di Savigliano. 
Buona visione e non abbiate paura, anzi no.

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La fabbrica dei sogni che non crede ai sogni (ma crede alle fabbriche)

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"Sveglia ragazzi..."
"Ragazzi a chi? Ma come ti permetti?"
"È già lunedì!"
"Fantastico!"
"Peccato, un altra settimana se n'è andata".
"...e non abbiamo ancora visto un film per la provincia di Cuneo!"
"Evviva! Dobbiamo vedere un film!"
"No! È tardi! Non faremo più in tempo!"
"Sta' buono, Paura..."
"Penseranno che siamo inaffidabili! Ci toglieranno un contratto! Dovremo trovarci un lavoro!"
"Ce l'abbiamo già!"
Ed è bellissimo... ma perché non siamo andati a vedere un film, alla fine? Adoro guardare i film".
"È colpa di Paura".
"Che ha combinato?"
"Il solo pensiero di vedere The Walk lo ha gettato nel panico".
"Povero Paura, un po' lo capisco".
"Ma che povero e povero... è un maledetto imbranato che ci toglie ogni occasione di divertimento".
"Ha parlato l'anima di tutte le feste, ha parlato".
"Che cazzo vuoi? Io ci so stare in società".
"Legato. Ti leghiamo ogni volta che ci andiamo, in società".
"Che bel siparietto! Siete troppo forti! Sentite, ho un'idea. Recensiamo Inside Out".
"Ma sei scema?"
"Sono Gioia".
"Appunto. Hai notato che Inside Out è uscito un mese fa?"
"E allora?"
"Penseranno che non siamo più andati al cinema! 
"Che siamo malati! Ci eviteranno come gli scabbiosi!"
"Paura, calmati, perdio".
"E chissà se non hanno ragione... non lo sentite anche voi il prurito?"
"Sì, è la voglia di mollarti due ceffoni".
"Quindi è deciso. Si recensisce Inside Out".
"Ma chi ha deciso che decidi tutto tu?"
"Non ci sono solo io. C'è anche Tristezza. A Tristezza è piaciuto tanto, vero?"
"..."
"Dai Tristezza, coraggio. A noi puoi dircelo".
"...sì, mi è piaaaaciuUUUUAAAAH È COSI' TRISTE! NON TORNERA' MAI PIU' IN MINNESOTA! MAI PIU'".
"Tristezza, nessun prepubere sano di mente ha mai voluto tornare in Minnesota".
"Snif".
"Vedete? A Tristezza è piaciuto, a me è piaciuto, e al Cinelandia lo programmano ancora. Siamo la maggioranza".
"Due su cinque non è la maggioranza".
"Lo è..."
"Nel mondo di Matteo Renzi, forse..."
"Anche in questo cervello, se voi tre non vi mettete d'accordo. E voi tre non vi metterete mai d'accordo".
"L'avete sentita?"
"Un po' ha ragione, Rabbia... voglio dire, di base io e te nemmeno ci parliamo".
"Renziani. Dappertutto. Anche in questo cervello di demente. Va bene, fate quel cazzo che vi pare".

Inside Out (Pete Docter, 2015)

La Pixar nel decennio scorso ci ha viziato. Soprattutto in quei tre anni in cui ci elargì, senza sforzo apparente, Ratatouille, Wall-E e Up. Tre film che non assomigliavano a nessun cartone animato già visto; che si prendevano rischi enormi e hanno lasciato segni nella storia del cinema non solo d'animazione. Inside Out ha le sue radici proprio in quel triennio d'oro: se ci ha messo ben sei anni ad arrivare in sala non è per una sola questione di perfezionismo, di progettazione, di rendering 3-D. Successe la stessa cosa con Ratatouille: ai film della Pixar capita di bloccarsi per anni nella fase di scrittura. L'idea era buona, anche se non originalissima - ma imbastirci sopra una storia ha richiesto quattro anni, sette canovacci diversi. E una passeggiata domenicale in cui il già acclamato regista di Monsters & Co. e Up, disperato, mentre meditava sul suo fallimento artistico e sulle dimissioni che avrebbe dovuto rassegnare, scoprì quasi per caso il vero protagonista del film. Quella notte al telefono tirò giù dal letto i suoi collaboratori: abbiamo sbagliato tutto, accanto a Gioia non c'è Paura. Quella al massimo è una spalla comica. Ma il segreto motore di tutto è Tristezza. Certo. Perché non lo abbiamo capito prima? Avevamo paura di far piangere il pubblico? Ma siamo la Pixar, siamo quelli di Up e Toy Story 3, si può dire che ormai la gente viene in sala apposta (continua su +eventi!)

Questa recensione è talmente tardiva che arriva dopo quella di Goffredo Fofi, ingiusta ai limiti della paranoia: là dove se c'è una fabbrica di sogni che non si omologa ai discorsi imperanti è proprio la Pixar. Certo, lo fa all'interno di una logica industriale, non come piccola etichetta indipendente. Eppure continua, a dispetto di ogni logica - dopo l'acquisizione della Disney si è persino radicalizzata. La Pixar non ci piace per i pupazzetti, quelli ormai li sanno fare in tanti e in certi casi sono assolutamente competitivi. La Pixar ci conquista ogni volta perché è l'unica che ha una sua ideologia, chiara e quasi immediatamente riconoscibile. Ed è un'ideologia che va in direzione ostinatamente contraria a tutti gli altri, che si ostinano a immaginare e disegnare eroi fragili che hanno un sogno e con tanta dedizione lo realizzano. La Pixar in questa cosa non ci ha mai creduto, sin dai tempi dello struggente monociclo rosso: i sogni ti illudono. Un mostro buffo non può diventare spaventoso, un topo non diventerà uno chef stellato. Inoltre l'infanzia non è per sempre, i sogni della giovinezza sbiadiscono e continuare a coltivarli non è sempre ragionevole. La Pixar continua a dirci tutto questo, occupando porzioni di multisala dove tutti, americani o no, continuano a gridarci il contrario. La Pixar produce sogni senza credere troppo ai sogni; è un'azienda di successo che nel successo ci crede fino a un certo punto.

L'unica cosa in cui crede la Pixar - e ce lo urla forte in ogni film - è il lavoro di squadra. Inside Out ha pecche e pregi, ma è pixariano al 100% nel suo dipingere il cervello umano come un luogo di lavoro dove nessuno (nessuno!) ha il quadro completo, e tutti hanno una maledetta importanza, un ruolo a cui non possono rinunciare. Persino l'incubo infantile incatenato nel subconscio, o l'elefante peloso che quella bambina ha già dimenticato. Che siano fantasmi della mente, membri di un racing team, di una famiglia di supereroi o di una confraternita di mostri sfigati, l'unica via per la Pixar è sempre e solo quella: collaborare.

Questo inno alla collaborazione che ci arriva dall'azienda di animazione digitale più avanzata del Paese più individualista del mondo, io se fossi in Fofi lo ascolterei con più attenzione. La Pixar è uno degli artisti collettivi più interessanti in circolazione - lo è anche se in cinque anni ha concesso solo repliche non sempre ispirate. Basta che ogni tanto azzecchi una storia nuova, e a volte ci vogliono anni. Ma ne vale sempre la pena.

(...nel frattempo Inside Out è uscito dalle sale di Cuneo e provincia. Forse torna nel week-end. Se non l'avete ancora visto, portatevi i fazzoletti).
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Il giorno della pecora

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Shaun - Vita da pecora: Il film! (Richard Starzak, Mark Burton, 2015)

Quando eravamo cuccioli ci innamoravamo di tutto, la felicità era a portata di zampa come un osso o un ciuffo d'erba. Quando eravamo cuccioli tutto era perfetto e indistruttibile come in un cartone animato di plastilina. Ma poi il cartone animato è andato avanti, le puntate sono diventate stagioni, le stagioni sono volate, e adesso ci costa così fatica anche soltanto recitare la sigla. Come ogni mattino il gallo canterà, il Fattore ti schiaccerà il naso con la porta, e insieme verrete a scortarci verso un altro giorno inutile. Se solo esistesse un altrove dove poter scappare. Il primo colpo di genio bussa a film appena iniziato: la sigla del cartone televisivo (che ogni habitué di Rai Yoyo non può non conoscere a memoria) destrutturata e interpretata dai suoi protagonisti con sempre minor convinzione. La tv come recinto da evadere, il cinema come spazio di fuga. Ma attente, pecorelle: oltre il recinto potrebbe attendervi una gabbia anche peggiore...

Me and the farmer like brothers, like sisters

Comparsa per la prima volta in un episodio di Wallace e Gromit, la pecora Shaun è ormai il personaggio di maggior successo della Aardman Animations: ma se il vostro amore per gli studios di Bristol e per la loro stopmotion fuori dal tempo si è sviluppato al cinema, grazie a Galline in fuga o la Maledizione del Coniglio Mannaro, è possibilissimo che la pecora fin qui vi sia sfuggita. Chi invece per motivi famigliari si ritrova spesso il telecomando bloccato sul 43, guarda a Shaun con reverenza e gratitudine: è senz'altro il personaggio meno infantile di tutto il palinsesto. In effetti non è ben chiaro che ci faccia tra Peppa Pig e i Teletubbies. Shaun non è soltanto pensato per un pubblico più grandicello: è proprio la sua comicità a non entrare negli stampini con cui si produce oggi l'intrattenimento per le fasce protette.

I cartoni di oggi sono in sostanza tutti sit-com in miniatura: i personaggi, spesso animali antropomorfi, sono inseriti in un contesto sociale modellato sulla famiglia contemporanea, hanno amici con cui litigano e fanno la pace e nel giro di tre-quattro minuti commettono qualche marachella e imparano la lezione. I migliori - quasi sempre inglesi, come Peppa - aggiungono al modello uno humour che li rende più tollerabili ai genitori, ma si guardano bene dal sovvertire la formula. Shaun guarda semplicemente altrove, al surrealismo comico dei Looney Tunes e ancora più indietro. Shaun non parla; vive nel mondo muto e pieno di rumori delle comiche in bianco e nero. Non è un bambino, è una pecora geniale in un mondo di adulti carichi di difetti e frustrazioni. In una delle mie puntate preferite, le pecore si travestono per salvare la festa in maschera organizzata dal Fattore. In qualche modo la cosa funziona, il Fattore balla e beve, e dopo un po’ comincia a provarci con la pecora più grossa. Esatto, lo fanno vedere su Rai Yoyo più o meno verso l’ora di cena. Pensate sia il caso di avvertirli?  Il film porta le pecore nella Grande Città – una meravigliosa metropoli di plastilina, tentacolare e familiare a un tempo – e offre anche al Fattore una mezza giornata per riscattarsi dalla mediocrità. Il tema dell’evasione si conferma essere uno dei più congeniali per gli animatori della Aardman: i pochi minuti che Shaun e il cane Blitzer trascorrono nella cella dell’accalappia-animali comunicano un senso di angoscia che non è comune trovare in un prodotto per bambini. 

L’equivoco è sempre lo stesso: Shaun non è esattamente un prodotto per bambini, ma probabilmente se alla Rai se ne fossero accorti in Italia nessuno lo conoscerebbe, e oggi non sarebbe nemmeno nelle sale. In realtà un po’ di comicità vecchio stile ai bambini non può che far bene – certo, rinunciare ai dialoghi significa privarsi dello humour di altre produzioni Aardman, ma la pecora è comunque divertentissima e gli ottanta minuti volano. Verso la fine accade il solito misfatto: smettiamo di ammirare ogni fotogramma per quello che è, un capolavoro di tecnica artigianale, e ci concentriamo sull’azione, dando per scontato che quelle forme di plastilina siano vive e dotate di passioni e sentimenti. Poi le luci si accendono, parte la sigla: la grande fuga è finita. Shaun è al Multisala Impero di Bra (20:20), all’Italia di Saluzzo (17:00), al Cinecittà di Savigliano (20:20). Beeeeeeeh!

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Guarda il VIDEO CHOC che ha traumatizzato milioni di bambini in tutto il mondo!

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13 agosto 1942 - prima mondiale di Bambi

Settantadue anni fa stasera, centinaia di bambini entrano accompagnati dalle loro mamme e dai loro papà nei cinema in cui si proietta il quinto lungometraggio animato della Disney. Non sanno ancora che mamma cervo muore. Lo impareranno all'improvviso durante il film. Una corsa affannosa nella neve, una fucilata - ma Bambi è salvo. "Ce l'abbiamo fatta. Che corsa, eh, mamma?"
Mamma?

Bambi non è solo al terzo posto nella top10 delle pellicole d'animazione secondo l'American Fim Institute (dietro Biancaneve e Pinocchio; ma Shrek arriva misteriosamente settimo). Bambi è anche ventunesimo nella top25 dei film horror di tutti i tempi secondo Time), per "lo shock primario che ancora affligge gli anziani che lo videro quaranta, cinquanta, sessantacinque anni fa". E pensare che Disney stavolta si era pure autocensurato.

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Un poco di zucchero (ci seppellirà)

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Saving Mr. Banks (John Lee Hancock Jr, 2013)

Disney e la Travers alla première di
Mary Poppins (no, lui non l'aveva neanche
invitata).
Poi, dopo settimane passate a cercare invano un titolo decente, dribblando robottoni e commedie in saldo di fine stagione, ti imbatti in un film che è bello davvero, con un cast ottimo e abbondante, una storia complessa e commovente, personaggi memorabili e riflessioni intelligenti sull'arte e sulla vita, e come ti senti? Preso in giro. Mentre si accendono le luci e ti asciughi le lacrime. Walt Disney ha colpito ancora.

Qualcuno stava cercando di fare un film su di lui, lui che ha fatto? Se l'è comprato. Avrebbe potuto mai esistere un film in cui Walt Disney non sia meno che geniale, amabile, visionario, gioviale? Un film in cui per esempio sia il cattivo che acquista i diritti di un personaggio letterario e se ne impossessa, caramellandolo per sempre e consegnando alle future generazioni una Mary Poppins  assai più stucchevole di quella immaginata dell'autrice? Le cose, in effetti, andarono così, ma non si può mostrare. Un film del genere stava forse per realizzarlo la BBC, ma appena l'ha saputo la Walt Disney se l'è comprato, e adesso è il film in cui un Tom Hanks perfettamente a suo agio nei panni di Walt spiega all'autrice che stravolgere Mary Poppins è doveroso e necessario, la cosa giusta da fare, per pietà filiale e per l'amore e il rispetto che si deve al proprio pubblico.


A quel punto è previsto che persino la lignea P. L. Travers si sciolga, acconsentendo più o meno a tutte le manovre che trasformarono la sua tata volante in un classico personaggio disneyano. Il risultato non le piacerà del tutto, ma il riscatto dell'arcigno Mr Banks - una proiezione del padre fallito e alcolizzato - la riempirà di lacrime, così come le sta riempiendo a noi. Toccante, ben scritto, e tuttavia le testimonianze in nostro possesso ci dicono che alla prima la Travers stesse piangendo, sì, ma di rabbia. Se si considera che non le piacevano né i musical né i cartoni animati, non è poi così strano. Nei fatti, non concesse più i diritti degli altri volumi (la saga di Mary Poppins consta in otto romanzi, scritti in un arco di cinquant'anni). Quando le fu proposta una riduzione teatrale, mise per iscritto che voleva soltanto maestranze britanniche - un bell'affronto ai fratelli Sherman, gli inventori di Supercalifragiliecc., Spazzacamin, Basta un poco di zucchero e tutte le altre.


L'inganno è tanto più insopportabile quanto è ben confezionato. La Hollywood degli anni Sessanta è ricostruita con la solita stucchevole precisione filologica (persino i pupazzi di Topolino hanno il design preciso del periodo, quel pelo folto oggi inconsueto). Il plot ha ambizioni da thriller psicologico, per niente campate in aria. Gli attori danno tutti il meglio di sé, anche quelli con pochi secondi a disposizione. La piccola Annie Rose Buckley è meravigliosa, Colin Farrell ovviamente credibilissimo nel ruolo del cialtrone alcolizzato ma di fiere origini celtiche: ma su tutti trionfa Emma Thompson, che riesce a farci amare una persona insopportabile (il film merita una visione in lingua originale anche solo perché si possa apprezzare lo scontro tra l'accento californiano di Tom Hanks e il secco british english della comprimaria).

E così, ancora una volta, Walt Disney ha vinto. Non gli bastava essersi comprato la tata volante. Doveva mangiarsi anche l'anima dell'autrice. Assorbirla, purgandola di tutti gli aspetti francamente non disneyabili. L'ossessione per l'esoterismo si riduce a un buddha portatile su un comodino; i sospetti di bisessualità sono completamente eliminati - anzi per andare sul sicuro è stata eliminata la sessualità tout court. Persino la maternità. La Travers del film proclama di non avere mai voluto figli; quella vera ne desiderava talmente da andarsene a prendere uno in Irlanda. Dev'essere stato difficile rinunciare a una vicenda come quella di Camillus Travers, che a diciassette anni incontra all'improvviso un tizio che sostiene di essere il suo gemello, e scopre che è vero: sua madre aveva deciso di adottarne uno solo, su consiglio di un astrologo. Un episodio così cinematografico che soltanto la Disney avrebbe potuto ignorare. D'altro canto, dovremmo ammirare il coraggio di un film in cui per mezzo secondo Walt fuma (di nascosto, vergognandosi, e senza inalare). Un film in cui la Travers alla fine svela di preferire un goccio di whisky allo spoonful of sugar...

Quello di Saving Mr Banks non è un semplice lieto fine: è il manifesto del Lieto Fine. L'esercizio manieristico di The English Teacher qui viene preso sul serio e messo in atto con abilità e precisione. Mentre piangiamo, un'incarnazione del più grande impresario del Lieto Fine viene a sussurrarci che piangere è giusto, e modificare i propri ricordi lo è altrettanto. Rimuovere i traumi, trasformare papà sadici e crudeli in deliziosi amiconi pronti a ripararci aquiloni in eterno. Il pubblico ha diritto di sognare, di piangere, di farsela cantare, eccetera. Qualcuno non è d'accordo? Si faccia avanti, dica il suo prezzo, compreremo anche lui. Tra vent'anni magari ci faremo un film in cui all'inizio non è d'accordo ma poi si commuove e vola via contento. Saving Mr. Banks è al Multilanghe di Dogliani giovedì 24 luglio alle 21:30.
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Caro vecchio futuro

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The Congress (Ari Folman, 2013)

Perché non hai mai voluto un ruolo in un film di fantascienza, Robin Wright? Credi che sia robaccia, vero? Favole coi raggi laser al posto degli archi e le frecce, beh, ti sbagli anche su questo. Da' retta a me che recensisco a Cuneo. È da quasi due anni che mi guardo un film a settimana, e questa cosa ormai mi salta agli occhi: la fantascienza se la sta cavando meglio di qualsiasi altra cosa. Meglio delle commedie sceme, degli action, dei noir, perfino meglio dei supereroi. Magari non sono sempre i film che incassano di più, ma sono quelli che funzionano meglio. Qualsiasi fantascienza: alieni cattivi, viaggi nel tempo, roba da Hollywood, opere europee, non ha così importanza. La fantascienza è il futuro.


Suona banale ma è proprio così. Rifletti. Cosa t'immagini che andremo a vedere nel cinema del futuro? Saghe coi draghi e le fate? Ma quella roba funziona meglio con continuity lunghe, ormai sta migrando in televisione, non te ne accorgi? Commedie romantiche? Anche quelle sono molto più divertenti grattugiate in serie tv: ti affezioni ai personaggi e poi le puoi guardare sul divano nella posizione che preferisci. Film storici? Meglio in tv. Situazioni erotiche all'acqua di rose con pretese artistoidi, tipo la roba che hai fatto l'anno scorso in cui tu e Naomi Watts vi facevate il figlio a vicenda? Eeergh - comunque meglio in tv. C'è solo un genere che funziona meglio al cinema, e indovina qual è.

E non è una questione di occhialini 3d o animazione digitale, credimi. Ok, non nego che quelle diavolerie abbiano la loro importanza nel far uscire di casa gli spettatori, in questa fase. Ma a monte di tutto c'è una caratteristica specifica del genere narrativo: la fantascienza funziona al cinema perché è, per sua costituzione, breve e autoconclusiva. Non è sempre, d'accordo. Anche la fantascienza ha le sue saghe, non devi dirlo a me. Ma la quintessenza della fantascienza, sin dalla età dell'oro delle riviste americane, è il racconto. La short novel. L'ideale per un film autoconclusivo. Certo, poi se la storia funziona puoi fare due o tre sequel, ma al cinema non avrai mai la continuità che può drogarti in tv.

La fantascienza, quella vera, va proprio nella direzione contraria. Scordati gli episodi che cominciano sempre nello stesso posto, coi personaggi che conosci già. Ogni scena dev'essere una sorpresa, e i protagonisti possono lasciarti anche a metà film. La fantascienza ti libera. Prendi un film come The Congress... (continua su +eventi!)Sconclusionato, ingenuo, pieno di difetti; eppure libero di andarsene per i fatti suoi e pigliarsi con sé lo spettatore. Il regista israeliano Ari Folman ha reinvestito i soldi raccolti in tutto il mondo con lo straordinario Valzer con Bashir in un'opera completamente diversa, folle sconclusionata e imperdibile. The Congress è  l'unione tutt'altro che armonica di due film. Il primo è la storia di un'attrice che ha fatto un sacco di errori nella sua carriera, Robin Wright (Robin Wright), che cede alle insistenze del suo agente (Harvey Keitel) e si fa digitalizzare: d'ora in poi non avrà più bisogno di recitare per comparire in migliaia di titoli.

Il secondo film comincia come una parodia animata e allucinata del primo, ispirata al Congresso di futurologia di Stanislaw Lem (l'autore di Solaris, precisamente). Se già Bashir non era lo stato dell'arte dell'animazione (e non sta invecchiando bene), il segmento animato di The Congress è programmaticamente anacronistico; più vicino a Betty Boop che a Wall-E. Del resto l'idea di usare i cartoni animati per rappresentare gli effetti degli allucinogeni è davvero così antica (e curiosamente disneyana: pensate a certi capolavori psichedelici come Topolino giardiniere, o allo spaventoso sogno di Dumbo ubriaco). Folman è un regista più che un disegnatore: alle sue creature manca uno stile coerente - lui stesso a Wired ha spiegato di aver affidato personaggi diversi a disegnatori diversi di studi diversi (le figure maschili in Israele, quella femminili in Belgio, e così via). Ma persino questo ha un senso, in un futuro possibile in cui saremo tutti interferenze nelle allucinazioni di chi ci sta vicino. The Congress funziona soltanto a scatti, come un incubo dal quale sarai contento di svegliarti, ma che non vorresti mai dimenticare.

The Congress lo potete trovare all'Impero di Bra (18:10, 20:20, 22:30) e al Cinecittà di Savigliano (16:00, 18:10, 20:20, 22:30). Su Trovacinema c'è scritto che dura un'ora e mezza, ma l'originale è di due ore. Non so se l'abbiano tagliato; in 'giro' c'è anche una versione lunga sottotitolata. Però, davvero, la fantascienza è una delle poche cose che vale ancora la pena di vedere al cinema.
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Il film dei Lego È MERAVIGLIOSO!!!

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The Lego Movie (Phil Lord, Chris Miller, 2014)

Allora adesso ti metti comodo lì, sul tappeto, giochi con le tue cose perché papà...
"Papà!"
...deve scrivere la recensione.
"Mi fai un'astronave?"
Adesso non posso. Comunque puoi fartela da solo, voglio dire, che ci vuole.
"Ma io non so come si fa".
Ma che ti importa, improvvisa.
"Guardiamo un cartone sul computer?"
No, il computer adesso serve a papà che deve scrivere la recensione del film dei Lego.
"È meraviglioso!"
Certo, appunto, devo scrivere che è meraviglioso.
"Allora scrivi: M, E, R, A..."
Lo so come si scrive, grazie.
"E allora perché ci metti tanto?"
Perché non basta scrivere che è meraviglioso, bisogna spiegare il perché e il percome, è un pezzo lungo, capisci, e poi bisogna seguire le istruzioni.
"Cioè?"
Cioè per esempio nelle prime tre righe bisogna riassumere la trama del film, stando attenti a non -




"La trama è meravigliosa, cioè all'inizio c'è mister Business che ruba l'arma segreta, no? e poi passano otto anni e mezzo e c'è il protagonista, che non mi ricordo come si chiama, però lui è proprio un omino del lego normale con la faccia gialla, e fa tutte le cose che fanno gli omini normali, cioè lavora in un cantiere con tutti i suoi amici e tifa la squadra locale e ascolta la musica pop che fa È MERAVIGLIOSOOO! però trova un mattoncino diverso da tutti gli altri e allora il poliziotto lo arresta perché vuole sapere dove l'ha trovato ma lui non glielo dice perché non lo sa e poi arriva la ragazza e gli dice tu forse sei lo Speciale e lui dice certo che sono lo Speciale e poi fuggono nel far west e incontrano il mago e poi... stai scrivendo?"
No, non posso scriverlo così.
"E perché no?"
Non va bene, stai raccontando tutto. Se racconti tutto poi la gente al cinema si annoia.
"E allora di cosa parli?"
Eh, se fosse facile a quest'ora avrei già finito. Bisogna esprimere dei giudizi.
"È meraviglioso!"
Sì, ma in modo più dettagliato, per esempio, l'animazione digitale...
“È meravigliosa!”
È senz’altro uno spasso, un tentativo quasi del tutto riuscito di portare nella computer-grafica una spruzzata della cara vecchia estetica della stop-motion…
“EEEEH?”
La plastilina. È un film fatto al computer, ma tante scene sembrano quasi fotografate dal vero, come i cartoni animati di plastilina, ti ricordi?
“I cartoni di plastilina però sono tristi”.
Ma non è vero, sono divertentissimi, aggiungono un tocco di plasticità e realismo che…
“Sono lenti!”



E poi c’è Superman! Gandalf! Abraham Lincoln! L’uomo spaziale! Shaquille O’Neal! Michelangelo! Michelangelo!

Ecco, se posso fare un appunto al film dei Lego, è che il ritmo indiavolato – che pure ha una sua giustificazione narrativa – certe volte non ci lascia neanche il tempo di ammirare la costruzione delle scene, di capire cosa sta davvero succedendo. È come cercare di tener dietro a un bambino iperattivo che –
“Io le ho capite tutte, le scene”.
Appunto. Forse è un limite mio, sotto i dodici fotogrammi al secondo non capisco più cosa succede.
“Però il film ti è piaciuto”.
Sì, perché ha tante altre cose validissime, per esempio la sceneggiatura…
“È meravigliosa!”
…esilarante ed efficace nel contenere la foga citazionista con gag elementari ma ben ritmate, riuscendo a tenere assieme un pubblico che va dai cinque ai cinquant’anni. I due autori e registi, già ideatori di Piovono polpette hanno evidentemente fatto tesoro delle lezioni della Pixar…
“Anche la Pixar è meravigliosa, il mio film preferito è: Cars 2”.
Sì, ma in realtà mi riferisco più alla saga di Toy Story, da cui prende l’idea portante: ridefinire il mondo filtrandolo dagli occhi del giocattolo.
“A me Toy Story fa un po’ paura, il primo”.
Anzi potremmo definire idealmente una “trilogia del giocattolo”: Lego Movie, Toy Story e il sottovalutato Ralph Spaccatutto.
“Ralph Spaccatutto è meraviglioso! Tranne gli scarafaggi che facevano veramente schifo!”
Sì, eh?
“Gli scarafaggi di zucchero e cioccolata! Bleah! Ma perché stiamo parlando di altri film? Non devi scrivere la recensione del film dei Lego?”
Sì, ma è normale mettersi a parlare di altri film, è un modo per allungare il brodo… cioè per suggerire al lettore che non sono l’ultimo arrivato, che so di cosa sto parlando.
“E poi?”
Eh, e poi è un guaio. Non so che altro scrivere.

“Cosa dicono le istruzioni?”
Corpo di mille spingarde.

Dicono che dovrei trovare uno spunto originale verso la fine, qualcosa che nessun recensore abbia già scritto.
“Perché non fai arrivare Batman?”
Batman? In una recensione?
“Batman è meraviglioso!”
Sì ma non posso mettere Batman in una recensione, cioè è proprio sbagliato come concetto.
“Cioè Batman è il fidanzato di Uailstail che era quella che cercava il mattoncino speciale, però Uailstail piace anche al protagonista e tutte le volte che lui e Uailstail si stanno per dare la mano arriva Batman e domanda: cosa state facendo? però Batman è meraviglioso perché per esempio una volta dice a Uailstail che vuole lasciarla per andare a una festa con l’equipaggio di Guerre Stellari e invece è solo una finta perché vuole rubare il reattore dell’astronave di Guerre Stellari così possono costruire l’astronave che però non è l’astronave dell’astronauta blu anni Ottanta, che è quella che volevo costruire io papà hai finito la recensione?”
Aspetta, devo consigliare di andarlo a vedere accompagnati.
“Dai genitori?”
No, da un bambino dai quattro ai nove anni che si metta a urlare di gioia quando partono le astronavi.
“E se uno il bambino non ce l’ha?”
Se non è riuscito a conservarlo un po’ dentro di sé, non è il caso che vada a vedere il film dei Lego.
“Adesso hai finito?”
Diciamo di sì.

The Lego Movie è al Cinelandia di Borgo S. Dalmazzo (20:15), al cinema Italia di Saluzzo (20:00), al Cinecittà di Savigliano (20:20) e, in 3d, al Multisala Vittoria di Bra (20:15). È meraviglioso.
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Tutt'uno con la pozzanghera di fango

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Ogni tanto qualcuno mi chiede cosa penso di questa o quella serie tv - e non vi dico quanto mi faccia piacere, davvero, che un mio giudizio vi interessi, però avete presente quanto tempo perdo sull'internet? Secondo voi me ne resta anche per guardarmi anche serie tv?

La triste verità è che c'è un'unica serie che posso dire di aver seguito con attenzione scostante, ma sufficiente a imparare a memoria diversi episodi. Ingannerò quindi il tempo e la crisi di governo snocciolandovi i dieci migliori episodi di Peppa Pig secondo me (prima parte), una lista che medito da mesi e che probabilmente scontenterà tutti, ma del resto de episodibus.

10. La recita scolastica (S01E52)

"Papà! Hanno detto che non bisogna fare fotografie!"
Il Season Finale della prima stagione getta un ponte tra le trame elementari del primo periodo e il sarcasmo che dominerà progressivamente le stagioni seguenti. Benché bonari, gli autori non risparmiano nessuno: genitori vanitosi, nonni invadenti, bambini incapaci. A reggere tutta la baracca, Madame Gazzella e, insolitamente, Peppa. La maialina stavolta davvero è più brava degli altri e non lo fa pesare; anzi, concede a Pedro il primo e unico bacio di tutta la saga. La recita scolastica è una mise en abime spettacolare, una rigorosa messa in scena del caos, in cui prende la parola almeno una dozzina di personaggi già perfettamente caratterizzati - e pensare che cinquanta episodi prima c'erano solo due maialini e una pozzanghera di fango.


9. Pattinando sul ghiaccio (S02E34)

"Sono sicuro che saremo tutti bravi". "Sì; ma soprattutto io!"
Prima di pattinare, Peppa è sicura che sarà la migliore di tutte: al primo capitombolo, è altrettanto certa che non pattinerà mai più. Per fortuna che c'è Mamma a insegnarle a stare in piedi - e Papà a insegnarle a cadere. Dunque il talento naturale non esiste? Tutto si può imparare dagli errori? Non necessariamente: dopo aver accettato i suoi limiti e imparato a cadere, Peppa deve anche accettare che il fratello sia un campione nato e la surclassi al primo colpo. In cinque minuti, una riflessione aperta sul talento e sul mestiere. E vince George, che è una cosa importante. Siamo tutti più contenti quando vince George.


8. Il campione del mondo (S03E41)

"Devo diventare tutt'uno con la pozzanghera! Pensare come la pozzanghera!"
L'esilarante episodio in cui Papà Pig si vendica di tutte le umiliazioni che gli autori gli hanno inflitto, riportando a casa l'ambito record mondiale di salto nella pozzanghera di fango, è probabilmente il più farsesco e meno realistico della serie, ma che importa. I nostri figli hanno diritto di immaginarci tutti campioni del mondo di qualcosa. Se solo ci ricordassimo a chi abbiamo prestato gli stivaletti.

7. Giochi da grandi (S03E44)

"Per me il gris è musica forte!"
Peppa Meets the Hipsters. Messi di fronte - per la prima e unica volta - a una banda di ragazzini più grandi di loro, Peppa e George si difendono imprevedibilmente bene, eludendo lo snobismo dei prepuberi e conquistandosi il loro rispetto al suono di testa spalle gambe e pie' (gambe e pie'). Memorabile il bozzetto dei 'ragazzi grandi' visti dai bambini piccoli, con tanto di mini-dibattito sui generi musicali di cui Peppa ignora il senso ma intuisce la tronfia vacuità. Occhi, orecchie, bocca ed il nasin, altroché.

6. Il cantiere navale (S03E39)

"Straordinario, galleggia!" "Sembri quasi sorpreso". 
È l'episodio dell'inglorioso naufragio di Nonno Pig, ma soprattutto è una storia di Nonno Coniglio. Gli episodi di Nonno Coniglio hanno un che di speciale. È come quando ti capitava un Topolino con una storia di Superpippo: Nonno Coniglio è un maledetto pazzo senza controllo che qualcuno ha liberato in un innocente cartone per bambini piccoli. Il cantiere navale contiene le sue gag migliori: il sottomarino ricavato da materiali di scarto che funziona tranne per un piccolo particolare (non riemerge più), la candida ammissione che "al primo tentativo affondano tutte". Ci vorrebbe uno spinoff.

(continua...)
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Il colpo all'italiana di Peppa Pig

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Peppa Pig, vacanze al sole e altre storie (il titolo originale non esiste perché si tratta di dieci normali puntate di Peppa Pig, dirette nel 2011 probabilmente da Phillip Hall e Joris van Hulzen).

"Anche in Italia avete la pizza?"
Ciao (oink), io sono Peppa Pig. Questo è il mio fratellino George (oink). Questa è Mamma Pig (oink). Questo è Papà Pig (OINK!) E questa è una rapina che i distributori italiani hanno deciso di infliggere ai vostri genitori, i quali pagheranno uno o due biglietti a prezzo pieno per guardarsi con voi dieci miei episodi inediti; gli stessi episodi che tra un mese saranno costretti a rivedere e riascoltare su Ray YoYo un giorno sì e un giorno no. Oink, se non è una porcata questa.

D'altro canto voi avete in media quattro anni, come me; e io (oink!) sono l'unico personaggio che riesce ad attirare la vostra attenzione per un'oretta scarsa. L'unico vero fenomeno di massa provenuto dal digitale terrestre. Vengo dalla Gran Bretagna, dove l'intrattenimento per bambini di età prescolare è una scienza, non un feudo parastatale, un ripiego per autori frustrati o un intermezzo tra le pubblicità dei pannolini. Per dire, i Teletubbies li ha creati la BBC. Ma io, oink! diciamolo, sono veramente meglio di quei quattro pupazzi telecomandati, che agli adulti sono sempre riusciti incomprensibili. Io invece riesco a piacere anche ai vostri genitori, per via della garbata ironia (oink!) dei miei autori. In inglese si dice "tongue-in-cheek", credo che significhi dire delle cose con la lingua irrigidita nella lingua per evitare di mettersi a ridere; ecco, Neville Astley, Mark Baker e Phillip Hall me li immagino così, sempre con la lingua nella guancia mentre mi fanno dire e fare cose normalissime, oink! ma anche molto divertenti. Nel mio mondo tutto è semplice come deve sembrare a un bambino di quattro anni. Gli adulti fanno qualche sciocchezza, nulla che non si possa risolvere con qualche risata. A volte guardano la tv. Guardano programmi noiosi, a base di patate e altri ortaggi che parlano e parlano. Io non sono così.

Io sono la rivincita dell'animazione 2d, dopo anni in cui qualsiasi cartone anche minuscolo doveva avere una computer-grafica tridimensionale. Migliaia di brutti cartoni con svolazzamenti di camera gratuiti e giochi di luce e di ombra che aumentano il realismo dove non se ne sente alcun bisogno, ma il più delle volte fanno sembrare i personaggi finti come robot di plastica in un mondo astratto senza un granello di polvere - non troppo a monte della valle perturbante. Io invece sono 2d e me ne vanto, oink! Sono piatta come nei vostri disegni; così piatta che mi hanno disegnato gli occhi sullo stesso lato della testa, il che ha reso un po' problematico il merchandising (diciamolo, i miei pupazzi sono veramente brutti). Ma forse quando mi sbozzarono non avevano in mente l'affare da milioni di sterline che sarei diventata. Ho persino un parco a tema, come Topolino, ma nell'Hampshire. Ora sapete dove volete andare in vacanza, oink! ditelo a mamma e papà.

Io invece sono venuta in Italia, come scoprirete al cinema... (o su piueventi, dove continua...) Ho imparato che anche voi mangiate la pizza, che avete macchine più piccole e buffe, che i vostri carabinieri sono molto gentili e sempre pronti a inseguire mio papà; non perché guida sempre sul lato sbagliato (papà pasticcione!), ma per rendermi l’orsacchiotto Teddy, che perdo dappertutto. Mi sono vista sulla prima pagina di Vanity Fair Italia, ho letto il pezzo che mi ha dedicato Gramellini – è a quel punto che ho capito di essere diventata mainstream anche in Italia. Anche se voi e i vostri genitori mi seguivate quando ero ancora di nicchia, certo. All’inizio su Rai YoYo ero una striscia tra tante: dieci minuti tra Bob Aggiustatutto e Sam il Pompiere. Poi mi sono mangiata Bob, mi sono mangiata Sam, adesso all’ora di cena c’è una cosa che la signorina presentatrice chiama “scorpacciata” e consta di un’ora e mezza di Peppa Pig show. Peccato che i miei disegnatori non siano stati molto prolifici – appena quattro stagioni da 52 episodi, di cui una inedita in Italia fino a un anno fa. Quando la signorina l’estate scorsa cominciò a promettere “novità a casa di Peppa”, nei vostri genitori nacque un barlume di speranza: arrivano puntate nuove! Le vecchie le sapevano a memoria. Ormai in casa si comunicava mediante citazioni dei miei episodi: non è affatto divertente! ora sono molto rotto. Bleah! Sa di crema pasticcera e di calzini sporchi. Sono uno splendido cigno, oink! Il passero fa bau, il cane fa cip, e così via. Questa infinita litania forse era giunta a termine.

A settembre arrivò soltanto mezza stagione – ma in tripla versione: italiano, inglese con la voce narrante in italiano, inglese. Una bella idea per familiarizzare con la musicalità di una lingua straniera, nonché per allungare il brodo. Nel giro di una settimana anche i nuovi episodi erano stati metabolizzati e memorizzati. Nel frattempo si avvicinava Natale, e io dilagavo negli spot: compra le mie figurine! la mia casetta! la mia automobile! la mia nave! il mio orsetto! il cd delle mie canzoni, così i tuoi genitori potranno ascoltarmi anche in macchina, lo sai, non vedono l’ora, oink! E proprio quando il regalo di Natale era stato ormai acquistato, l’annuncio fatale: bambini, sono anche al cinema! Dieci mie puntate a sette euro, dai, un affare!


In queste dieci puntate, a parte il viaggio in Italia, non succede niente di particolare. Una gita all’acquario con i miei e il mio pesciolino rosso. All’asilo assistiamo a un’altra lezione di quel mitomane di Nonno Coniglio. Pedro Pony perde gli occhiali, insomma, tutti i vecchi classici. Se siete degli esperti – e ormai lo siete – vi renderete conto che gli autori cominciavano a sentire la stanchezza: non inventano più nulla, giocano con le aspettative degli spettatori, rilanciando i vecchi tormentoni. Quella degli occhiali di Pedro è stata la mia ultima puntata. Non so quando tornerò. Girano strane voci, forse vogliono disegnarmi un po’ più grande, e insegnare a George qualche parola in più. Mah, non so se ne valga la pena. Forse sarebbe meglio voltar pagina, trovare qualche altro bel cartone – i miei ne hanno disegnato un altro ancora più divertente, il piccolo mondo di Ben e Holly. Certo, è per bambini un po’ più grandi, dai quattro anni agli otto. Bisogna avere voglia di crescere, non tutti ce l’hanno. Anche da voi.

In effetti ho il sospetto che in Italia mi segua molta gente che quattro anni non li ha più da un pezzo, con bambini o senza. Non per il piacere proibito che può dare a ogni età il rotolarsi nelle pozzanghere di fango. Temo che mi guardi un sacco di gente che con gli amici si vanta di guardare questo o quel film importante, di seguire questa o quella serie intricata e avvincente. E magari lo fanno davvero, ma faticano a capire la trama, hanno sempre avuto questo problema ma si vergognano a chiedere aiuto, è un segreto che si portano dentro da quando erano piccoli. Con me questo problema non c’è mai. Sono sul 43, se aspetti un po’ arrivo sempre. E se non hai ancora capito dove si è perso il Signor Dinosauro, puoi rivedere la stessa puntata tutte le volte che vuoi, finché non ne avrai penetrato, oink! il senso. Se poi non ce la fai, beh, puoi sempre saltare in una pozzanghera di fango. A me piace saltare in una pozzanghera di fango. A George piace saltare in una pozzanghera di fango. A tutti piace saltare in una pozzanghera di fango, oink! Peppa Pig.

Peppa Pig è al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo oggi (sabato 18 gennaio) e domani (domenica 19) alle 15.00, alle 16.30 e alle 18.00. Se avete un bambino sotto i cinque anni, può essere l’occasione di entrare in un cinema prima che chiudano tutti. Ah, se tra 15 anni un’intera generazione si dedicherà a saltare nel fango, sapremo da dove è partita l’idea. Quanto al fango, ho il sospetto che ce ne sarà in abbondanza.
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Tutti a scuola dai mostri

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Monsters University (Dan Scanlon, Pixar, 2013)
Brivido, terrore, raccapriccio!
Chi ha paura di Mike Wazowski? Nessuno. È un adorabile occhietto verde in un mondo di mostri spaventosi. Cosa vuole fare Mike Wazowski da grande? Paura. Nel mondo dei mostri, più fai paura e più tutti ti stimano. È una promessa che si è fatto da piccolo: Mike andrà al college dei mostri e diventerà il più grande spaventatore del mondo mostruoso. Ci riuscirà? No, lo sappiamo benissimo chi diventerà il più grande spaventatore. Ma farcelo raccontare è un piacere anche maggiore del previsto.

Ecco, invece lei fa un po' strizza davvero.
Gliene possiamo dire tante, alla Pixar. Che hanno tirato i remi in barca, che non innovano più come in passato (in realtà dal punto di vista tecnico questo film è un altro passo avanti: luci e 3d non sono mai andati così d'accordo). Che dopo averci viziato con uno spaventoso tris come Ratatouille, Wall-E e Up (in soli tre anni!) non sono riusciti ad andare più in su, che ora stanno speculando sui personaggi inventati nel decennio precedente: Toy Story 3, Cars 2, ed è in arrivo un film sull'amica del padre di Nemo. È tutto quasi vero - in realtà la volontà di trasformare i film in saghe c'era da subito, ma Steve Jobs litigò coi referenti della Disney e le pratiche si bloccarono per un po'. È vero, una volta i film pixar erano imprevedibili sin dalla sinossi, Monsters Academy decisamente non lo è: sembra che gli sceneggiatori ci provino gusto a ricalcare i cliché dei film ambientati nei college (chi l'ha visto lo confronti con Pitch Perfect, la pietra di paragone). I dormitori, le confraternite, le competizioni goliardiche che diventano più selettive degli esami: c'è tutto. Come in quei cartoni non pixar che invece di inventare un mondo si accontentano di parodiare quello reale, facendo continuamente occhiolino agli adulti. È vero, Monsters Academy è un passo indietro. Di quelli che magari si fanno per prendere la rincorsa, ma sapete che c'è? Che anche così, è ancora il film più divertente dell'anno. Ed è forse il migliore prequel della storia del cinema - prima di sorridere, provatemi a dire un prequel decente (no, il Padrino II non vale... continua su +eventi!)

Io ero in corso con Randy, poi l’ho perso di vista, non so neanche se lo riconoscerei.

È che scrivere prequel dev’essere più difficile di quel che sembra: inventarsi una storia partendo da un finale, portare i personaggi nel punto stesso in cui sono stati inventati: una sfida che la Pixar si porta a casa in scioltezza, col colpo di genio di promuovere al ruolo di protagonista Mike, la spalla del primo film, senza per questo snobbare il peloso Sullivan, di cui scopriamo l’esordio incerto nell’età adulta, e un lato oscuro che ci farà venir voglia di abbracciarlo ancora più forte. La storia è classica, ma è così solida che verso la metà accade qualcosa d’interessante: stai guardando un film d’animazione 3d ambientato in un universo parallelo di mostri, e ti accorgi che non stai più facendo caso né al 3d né ai mostri, pur spettacolari: quello che ti interessa davvero è la storia. E la storia non corre i rischi di Wall-E o dell’incredibile Toys Story 3, ma proprio per questo è forse più eversiva, per il modo subdolo in cui intercetta un tema tipico di tutti i film d’animazione degli ultimi anni (il culto dell’autostima) e lo sottopone a una critica dall’interno. Guardiamo solo a quest’anno: abbiamo già avuto in Ralph Spaccatutto la bambina difettosa che dentro di sé sa di essere nata per correre e vincere; in Turbo, la lumachina che senza troppi sforzi trionfa a Indianapolis: più tardi arriverà Planes, il film Disney ambientato nello stesso universo di Cars in cui un modesto aeroplanino a elica decide di partecipare a una gara intorno al mondo, e indovinate chi vince. Tre film d’animazione, tre gare, tre outsiders solitari su cui nessuno avrebbe scommesso niente, ma che vincono perché… hanno creduto nel loro sogno, hanno creduto in sé stessi. La Pixar è un’altra cosa. Si muove sugli stessi terreni (basta pensare a Ratatouille o Cars), ma senza mistica da talent show. Sullivan non diventerà un buon mostro soltanto credendo in sé stesso, anzi è l’esatto contrario. Mike non eliminerà il suo handicap ostinandosi a credere in un sogno che è soltanto suo. A un certo punto l’amico proverà a dirglielo: getta i libri e scava dentro di te, vedrai che troverai il vero Spavento. Non è vero, non funziona. Questa è la vita vera, non un cartone animato – cioè, aspetta, è ancora un cartone animato pieno di mostri divertenti, eppure è un cartone animato dove Dumbo non impara a volare e rimane un freak. Un universo parallelo dove se non studi non c’è miracolo o predisposizione, sei fuori: e se infrangi le regole ti cacciano a pedate.


C’è un solo modo di farcela, da quando esiste la Pixar: un solo modo per i giocattoli, gli insetti, i pesciolini, i supereroi, le auto da corsa, i cuochi i robot e i pensionati: la risposta non è dentro di noi, la risposta è sempre negli altri. Da solo sei un bambolotto, un insetto, un pesciolino sperduto nell’oceano, l’ultimo robot della terra, un ratto allo sbando o un vecchietto inutile. Da solo non vincerai mai nulla, non esistono le piume magiche di Dumbo. Fatti aiutare. Potrai arrivare da qualche parte, forse anche nel posto in cui sogni di arrivare, ma non ci arriverai mai da solo, scordatelo. Lo sappiamo sin dall’inizio, che Mike e Sullivan sono nati per completarsi, ma è meraviglioso vederli sbagliare tutto e fallire fino a cinque minuti dalla fine. Da soli non si arriva da nessuna parte: vi viene in mente un messaggio più rivoluzionario, oggi in un film per bambini? Dio salvi la Pixar e la sua scuola di mostri giocattoli e macchine che imparano il lavoro di squadra: ne abbiamo un bisogno disperato.

Monsters Academy, se non lo avete ancora visto (perché?) si può guardare in 2d al Fiamma di Cuneo (21:00), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:10, 22:35); al Bertola di Mondovì (21:00); al Cinecittà di Savigliano (20:20, 22:30). In 3d, il primo 3d che non mi ha dato il mal di testa, al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (22:30), al Multisala Impero di Bra (20:20, 22:30). Se quest’anno dovete guardare un solo cartone animato, eccolo.
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