Forse ero giovane, o in Francia

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Comunque io mi ricordo che quando ero giovane, in Francia perlomeno, i girasoli facevano davvero quella cosa di girare durante il giorno in direzione del sole. Forse ero giovane io e non mi accorgevo che mi prendevano per il culo e si voltavano appena me ne andavo; o forse ero in Francia e in Francia c'è il sole giusto e l'atteggiamento giusto, mentre qui, sai com'è, o troppo sole o niente, li vedi sempre scazzati ognuno per il suo verso, a fissarsi dei lacci di scarpa immaginari, è avvilente.
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C'è un romanzo attualissimo che dovremmo studiare in tutte le scuole, l'ha scritto Alessandro Manzoni

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Due ragazzi vorrebbero diventare grandi, mettere su famiglia, cominciare un'attività. Ma un boss che già da settimane stalkerava la ragazza è di un altro parere, e manda i suoi picciotti a intimidire le autorità. Costretti a dividersi, i due protagonisti perdono le proprie tracce in un contesto apocalittico: crisi economica, guerra, epidemia. Le autorità sono completamente incompetenti, la popolazione crede a qualsiasi fake news. La ragazza trova rifugio in una comunità chiusa femminile dove però scopre che l'autoreclusione non abolisce i rigidi rapporti di forza della società, anzi li esalta. La sua protettrice, ricattata a causa di un torbido passato, la consegna a un altro boss. Il ragazzo, frustrato, si radicalizza: coinvolto nei moti di piazza viene criminalizzato come un terrorista dal potere costituito, in caccia di capri espiatori. E così via.


Partendo da un piccolo caso di provincia – un banale caso di molestie, un'intimidazione di stampo mafioso  – l'autore allarga il quadro fino a dipingere un'intera società in stato disfunzionale. Le leggi descrivono i reati invece di reprimerli; il governo, ignorando i più elementari concetti di economia conduce la popolazione alla fame e al caos; i ricchi vivono in una bolla, cosplayer di una fiction in costume medievale; la cultura è custodita da eruditi ottusi che disprezzano la scienza; le guerre sono il risultato di farraginosi meccanismi diplomatici che scattano quasi automaticamente, decidendo il destino di milioni di persone. E proprio quando le cose sembrano volgersi al meglio, un'apocalittica epidemia travolge la vita di tutti i personaggi. Il romanzo italiano più attuale che possiate aprire oggi forse è stato scritto nel 1827, quando ancora non era chiaro se in Italia si potessero scrivere libri – e in che lingua andassero scritti.

Quante volte, anche in questi giorni, di fronte ai tweet di qualche sovranista esagitato che cercava di cavalcare la paura del coronavirus per chiedere la chiusura dei porti, ci siamo detti: dagli all'untore. Quante volte di fronte a quel meccanismo giornalistico conosciuto come macchina del fango, non abbiamo pensato alla colonna infame. Un cosiddetto intellettuale si lamenta della crisi del liceo classico, senza nemmeno disporre degli strumenti statistici per stabilire se il classico sia in crisi o no: l'ennesimo Don Ferrante. C'è crisi, qualcuno propone di stampare moneta all'infinito, che problema c'è? come Ferrer coi forni e la farina – salvo che sappiamo già come andrà a finire, appunto: ce l'ha spiegato Alessandro Manzoni. Viene emanata una legge per risolvere un problema che ha già ispirato tante altre leggi rimaste inapplicate: come non pensare allo scrittoio ingombro di carte dell'Azzeccagarbugli, mentre cerca la grida più recente perché quelle fresche di stampa fanno "più para". C'è una manifestazione, qualcuno fa dei danni, qualcun altro rimane impalato davanti alla telecamera del giornalista: domani sarà su tutte le homepage come il leader dei facinorosi, la stessa storia sin dai tempi di Renzo Tramaglino. E a proposito di Renzo, il suo rancore per chiunque abbia avuto il tempo e la facoltà di studiare, non lo vediamo all'opera tutti i giorni sui profili di milioni di laureati all'università della vita? La dinamica con cui le folle deformano ogni informazione, qualcuno l'aveva già descritta così bene prima della notte delle beffe? Per farla breve: se cercate un romanzo italiano che ci descriva meglio di quello scritto da Manzoni duecento anni fa, e ambientato duecento anni prima, non è detto che lo troviate.

Andrebbe letto in tutte le scuole – il problema è che lo facciamo già. E tante volte ci siamo detti che forse proprio questo era il problema coi Promessi sposi: l'obbligo scolastico. Un libro che ci racconta con abbondanza di dettagli un'avventurosa vicenda di soprusi, duelli, malintesi, drammi interiori e quant'altro, in un periodo storico così apparentemente lontano dal nostro, evoca in tutti noi per prima cosa la fornica sciupata dei banchi di scuola. Ogni tanto qualcuno butta lì la provocazione: e se smettessimo di imporlo agli studenti? Magari a quel punto sì, comincerebbero davvero ad apprezzarlo. Qualcuno senz'altro lo leggerebbe di nascosto, mentre il prof spiega Tolstoj o la Ferrante.



Purtroppo niente lascia pensare che le cose andrebbero così... (continua su TheVision)
Le classifiche dei libri ci dicono l'esatto contrario: gli unici classici della letteratura italiana a salire ciclicamente le classifiche sono i testi che vengono assegnati dagli insegnanti come letture estive in giugno, o imposti nel pacchetto dei libri di testo a settembre. Il Fu Mattia Pascal, La Storia di Elsa Morante, i Malavoglia di Verga e così via. Tutti testi interessanti e ancora attuali, ma se la scuola non li riproponesse, nel medio termine rimarrebbero materia per gli specialisti. La stessa cosa succederebbe per i Promessi sposi, che tra questi è anche uno dei meno facili da leggere. La prosa di Manzoni è quanto di più diverso si possa immaginare da quella svelta e spesso cinematografica che siamo abituati a trovare nei best seller di oggi, anche quelli con pretese letterarie: è tornita, abbondante, si dipana come la lezione di un professore di Storia a cui nessuno abbia imposto limiti di tempo. È uno stile quasi miracoloso per gli anni in cui Manzoni lo produsse, e che per molto tempo fu uno standard ineguagliato, ma oggi ha bisogno del filtro scolastico per essere apprezzato: molti testi postmoderni che fondano il proprio successo di nicchia sul fatto di essere quasi impossibili da leggere (penso a Infinite Jest, o L'arcobaleno della gravità) sono per certi versi più facili da leggere con comodo in poltrona o persino sotto l'ombrellone. Un altro aspetto che ci aliena ineluttabilmente da Manzoni è proprio quello che più contribuì a renderlo una lettura obbligatoria per così tanto tempo: il cattolicesimo. Perché per quanto sia tragico e decadente il mondo descritto da Manzoni, non può che urtare la nostra sensibilità postmoderna il fatto che ci abbia messo la soluzione davanti al naso: la Provvidenza. Ovviamente le cose sono molto più complesse di così, e anche il cattolicesimo di Manzoni, a conoscerlo, è un sentimento religioso molto sui generis: in un Paese dove tutti nascono cattolici e smettono di crederci dopo aver preso i sacramenti, Manzoni fece il percorso contrario, convertendosi in età adulta, e rimanendo molto vicino a una corrente abbastanza esotica per la sensibilità italiana, il giansenismo. La fede di Manzoni non gli impedisce di muovere critiche severe al clero, anzi: due dei personaggi meglio definiti dall'autore, con precisione spietata, sono com'è noto due figure di religiosi: Don Abbondio e Gertrude. Per quanto si avvicini a loro, per quanto li descriva nei moti più reconditi, Manzoni non sospende mai un fermo giudizio morale nei loro confronti: per quanto non smetta di riconoscere e di descrivere come il loro carattere e le loro mancanze siano il risultato delle pressioni sociali subite sino dalla nascita, Manzoni non smette di affermare che a queste pressioni, in qualsiasi momento, il timido prete e la monaca reclusa avrebbero potuto e dovuto dire di no. Non esattamente il cattolicesimo bonario delle nostre sacrestie, come si vede: da integralista del libero arbitrio Manzoni non può perdonare Gertrude: è "sventurata", è vero, ma nessuno la obbligava a rispondere. Mentre in Italia è passato molto spesso per cattolicesimo un dispositivo morale che ci allontana dalle nostre responsabilità individuali, Manzoni non ha pudore a rimettercele costantemente davanti agli occhi, con quell'insistenza che passa per paternalismo (e in un certo senso lo è davvero): siamo noi che scriviamo troppe leggi invece di preoccuparci e farle rispettare, siamo noi che di fronte a una minaccia più o meno vaga ci inchiniamo come davanti don Abbondio davanti ai bravi "troppo giusti, troppo ragionevoli". Siamo noi che malgrado ogni tentativo di contenerci, di fronte alle provocazioni di un interlocutore nemmeno troppo astuto cominciamo a vedere rosso e ci facciamo possedere dall'ira, come fra Cristoforo davanti a don Rodrigo. Siamo noi che di fronte a una difficoltà, invece di lottare per ciò che abbiamo di più caro, decidiamo di rinunciarci come se Dio ce lo chiedesse, come Lucia nella sua notte più terribile. Siamo noi i personaggi dei Promessi Sposi, e questo ci fa arrabbiare: tutti gli altri popoli europei vivono in romanzi più recenti. Noi forse no: uno scrittore pietoso e spietato insieme come Manzoni forse non lo abbiamo trovato e a questo punto magari è troppo tardi.
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Un'altra razza (di pecore?)

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Oggi a Londra è già finita; arrivederci nel ‘19. La stessa stabilità vorremmo noi. L’italicum ce la darà?

Mettiamo che qualcuno (non per forza Civati) rimetta su un partito, a sinistra o destra del PD. Una cosa senza pretese, per razzolare un po’ di 2‰ e visibilità in tv; una cosa al 3%.
Metti che i sondaggi continuino a dare, per mesi, il PD al 38. Sbagliano sempre: ma metti che sbaglino tutti nello stresso modo. E suggeriscano che un ballottaggio contro Salvini o Di Maio sia rischioso. A quel punto nessuno penserà a un apparentamento tra il Pd e il partitino?

Se invece il Pd vince? Li immaginate 5 anni placidi su un prato all'inglese a ruminare osservando Renzi che governa? Nessuna minoranza interna sarà mai tentata di far pesare i suoi seggi, minacciar scissioni? Quando il PdL vinse con ampio margine, che capitò?

Il trasformismo in Italia lo abbiamo dai tempi di Cavour (prima mancava l’Italia, non il traformismo). Quante leggi elettorali avremo provato nel frattempo? Persino chi credeva d’aver definitivamente risolto il problema, un giorno salì in Gran Consiglio e si ritrovò messo in minoranza, da gente che gli doveva tutto.

Non voglio negare che il sistema elettorale modifichi il comportamento di politici ed elettori. Ma dopo aver visto applicate tre leggi diverse, e un solo governo durare una legislatura, il sospetto viene: forse la stabilità non ci piace davvero. Ci piace litigare. Saremo pecore anche noi, ma non ci accontentiamo del placido paesaggio. Ci serve il sangue.
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Non rimanga pietra su pietra

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14 agosto 1861 - I bersaglieri entrano a Pontelandolfo (oggi provincia di Benevento). L'ordine del generale Cialdini è di non lasciare "pietra su pietra". Lo eseguono.

Il bersagliere Margiolfo Carlo,
inquietante esempio di stragista simpatico
Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, ed incendiarlo. Difatti un po' prima di arrivare al paese incontrammo i briganti attaccandoli, ed in breve i briganti correvano davanti a noi. Entrammo nel paese: subito abbiamo incominciato a fucilare i preti ed uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4.500 abitanti. Quale desolazione! Non si poteva stare d'intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case.
Noi invece durante l'incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava, ma che fare? Non si poteva mangiare per la gran stanchezza della marcia di 13 ore: quattordicesima tappa. Fu successo tutto questo in seguito a diverse barbarie commesse dal paese di Pontelandolfo: sentirete, un nido di briganti, e la posta la svaligiava ed ammazzava la scorta, fra i quali l'ultima volta che svaligiarono la posta era scortata da 8 uomini, e pure perirono i 8 soldati, lo stesso fu per il postione e conduttore, e lasciarono in balia cavalli e legno.
Prima di questo poi era successo un caso molto strano al paese: essendo di passaggio in perlustrazione, una compagnia ha pernottato in una chiesa, ed era piena di paglia; i soldati molto contenti col dire: "Questa notte riposeremo un poco".
Come sia stato, i paesani volerono la sentinella senza il minimo rumore, e l'hanno squartata, tagliata a pezzi, e diedero fuoco alla paglia da un buco di loro conoscenza, quindi che hanno fatto questi poveri soldati? la figura precisamente che facevano adesso loro: abbrustolire dentro. Proprio quale barbaro paese fu questo Pontelandolfo, ma ora si è domesticato per bene. (Episodi della vita militare del bersagliere Margolfo Carlo).
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Renzi, Ronaldo, Veltroni, altre cose

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Cristiano Ronaldo - Ci provo con la metafora sportiva, chissà se funziona. A me Cristiano Ronaldo sta antipatico. A pelle. Poi scende sottocute e diventa antipatia per tutto un tipo di cultura calcistica che mi vien comodo fargli rappresentare. Non tiferei mai per Cristiano Ronaldo. Se lo vedessi rubare la palla a un compagno a centrocampo (non credo che un professionista lo farebbe mai) gli darei del matto egocentrico sconsiderato. Però se a quel punto saltasse tre difensori e la tirasse in porta da millanta metri, che altro potrei fare se non alzarmi in piedi e applaudire? All'estero, perlomeno, fanno così. Se un avversario fa qualcosa di molto rischioso ed eccezionale, tutti applaudono, perché la sportività consiste in questo.

Noi italiani questa cosa forse non l'abbiamo molto capita. Quando finalmente abbiamo cominciato ad avere un po' di tempo libero, cent'anni fa, abbiamo importato dall'Inghilterra una serie di passatempi agonistici ("sports") che laggiù servivano anche a educare l'individuo al rispetto per l'avversario e all'accettazione dei propri limiti. Li abbiamo presi e li abbiamo usati per fare le stesse cose che nel medioevo facevamo con i palii e i tornei: risse tra città e tra quartieri e tra vicini di casa.

Dunque se Matteo Renzi, che non è del mio quartiere - diciamo che è dalla parte sbagliata del mio quartiere - frega una palla a un compagno un po' spompato e la manda in porta da una posizione impossibile, io non posso alzarmi in piedi e applaudire. Se lo faccio, è perché voglio salire sul carro. Come se ci fosse ancora posto. Non posso ammirare, semplicemente, il gesto tecnico? No. Se lo faccio tradisco gli amici, i colori, il papà, il nonno, Berlinguer, Gramsci, Garibaldi.

È un peccato che le cose vadano così, perché la sportività è importante. È una sensibilità diversa dalla politica: io politicamente non ho cambiato idea su Matteo Renzi. Ho ricontrollato, e l'italicum continua a fare schifo come la settimana scorsa. Spero che ora non ne abbia più bisogno (ma purtroppo ci ha messo la faccia...) Spero soprattutto che superi l'atteggiamento di subalternità nei confronti della Merkel, visto che a causa di una complicata serie di fortune e circostanze è diventato nel giro di tre mesi il più importante leader socialdemocratico europeo.



Il prossimo Uomo.Così come non si pecca di trasformismo se ci si limita a riconoscere il carattere epico della vittoria di Matteo Renzi, non si fa del disfattismo a rammentare il dato numerico puro e semplice: Renzi non è che abbia preso proprio tantissimi voti. Li avrà pescati al centro, a sinistra, dalle casalinghe, chi lo sa, ma in ogni caso in un'elezione che era un vero e proprio referendum sul suo destino politico, ne ha presi meno di Veltroni, e nel 2008 ci sembravano pochi. Erano altri tempi, d'accordo, Berlusconi più in forma, ma il punto non è questo. Non si tratta di rovinare la festa ai renziani. Si tratta di riconoscere che nelle praterie dell'astensione c'è tantissimo spazio di manovra, per chiunque volesse davvero provare a creare un nuovo movimento di destra antieuropeo. Renzi ha la fortuna di trovarsi davanti avversari vecchi e litigiosi che non mollano l'osso: se Berlusconi e Grillo fossero abbastanza sportivi da cedere la mano, una sintesi tra il populismo cinquestelle, l'identitarismo leghista e il conservatorismo berlusconiano non dovrebbe poi essere così impossibile. Grazie al cielo manca l'Uomo, ma gli italiani sono così bravi a trovarlo quando gli serve.

C'è chi in questi giorni festeggia come se non avesse mai vinto. Purtroppo non è così: abbiamo festeggiato tante altre volte per un Berlusconi che rinculava o un Bossi che eclissava periodicamente. Quasi sempre erano europee e amministrative. Pensate solo Milano, esattamente tre anni fa. Sono le legislative che da quasi vent'anni ci prendono sempre in controtempo.

Respira ancora. - Non date Berlusconi per finito, per favore. Non è una questione scaramantica: 16% di Forza Italia più 4% di NCD fa 20%. Più altri 4% di Fratelli d'Italia...  se facessero un partito solo sarebbe il secondo. Ovviamente a loro non conviene, ma non è un motivo per fingere che si siano vaporizzati.





Chiedi scusa a Veltroni. C'è anche chi nei commenti è venuto a dirmelo: aveva ragione lui, e i teorici della vocazione maggioritaria. Come se la stessa mossa nel gioco degli scacchi avesse sempre la stessa importanza, a prescindere dalla posizione degli altri pezzi. Quello che fece Veltroni nel 2008, contro un Berlusconi ancora in grado di promettere miracoli, fu sconsiderato e quasi suicida: quasi, perché Veltroni non si suicidò (si lasciò morire di inedia l'anno seguente) ma assassinò una sinistra composita che con tanti difetti aveva sostenuto Prodi lealmente. È impossibile confrontare Renzi e Veltroni anche perché Renzi si trova a giocare in una situazione disperata che Veltroni ha contribuito come pochi a creare. È veramente paradossale che a questo punto il V redivivo si rimproveri di non aver avuto la stessa cattiveria di Renzi: ironia immensa e inconsapevole, perché Renzi avrà anche modi da bullo, ma il vero killer, quello che ha fatto a suo tempo il vero lavoro sporco, è stato lui, l'amabile Valter Veltroni.
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Come si dice autarchia in egiziano

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Sapete che in India c'è una fabbrica che, con tante cose che potrebbe fare, fa le etichette con scritto "made in Italy", insomma se leggete "made in Italy" molto spesso è grazie alla manodopera indiana. E ci sono motivi seri per cui le cose vanno così, non ha molto ribellarsi. L'euro; la concorrenza dei grandi Paesi in via di sviluppo; la scarsità di materie prime; l'abbattimento dei costi di trasporto... ci sono tante ragioni per cui il made in Italy ormai non può che essere un'idea astratta, più marketing che altro. E non pretendo certo di indossare vestiti fatti a Prato, guidare veicoli fatti a Torino, pestare tastiere fatte a Ivrea. Quei tempi sono finiti, per ora. E però almeno i razzisti, voglio dire, qual è il problema? Dovendo produrre anche noi - come tutte le democrazie europee adulte e vaccinate - un certo tot di razzisti: non abbiamo tutti gli ingredienti in casa?



Non ce la facciamo a produrre almeno un razzista italiano? Siamo messi così male da dover importare pure quelli?

(Dall'archivio: il piccolo opinionista nero).
(Ma Sicilia e Sardegna le hai già date per perse?)
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17 anni in cima al mondo

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Chiedo scusa per non riuscire a pensare o a scrivere qualcosa su Pietro Mennea che non suoni retorico già alle mie orecchie, figurarsi a quelle di chi passa di qui. Posso benissimo starmene zitto che quasi sempre è la cosa migliore. Solo una cosa: finché sul tetto del mondo c'è stato lui (e c'è stato per tantissimo), a quelli un po' più giovani sembrava che dicesse: non c'è nulla che non possiamo fare. Dove il soggetto sottointeso era: noi italiani. Possiamo fare di tutto - certo, magari in determinati settori faremo più fatica, dovremo allenarci molto, e sacrifici su sacrifici, però alla fine che si fotta la genetica, che si fottano due millenni di piagnistei: possiamo essere tutto quello che vogliamo essere, almeno per un po'. Per 17 anni Pietro Mennea è stato il duecentometrista più veloce del mondo.

Crescendo abbiamo smesso di crederci, dove il soggetto sottointeso è sempre: noi italiani. Della mia generazione, almeno. Magari qualcuno ha provato la stessa cosa quando vinceva la Pellegrini, non lo so. Nel frattempo ci siamo inventati spiegazioni per qualsiasi mediocrità e anche per quegli occasionali lampi di eccellenza; forse battere un record a Città del Messico era più facile che altrove, forse, chissà. E oggi anche solo a parlarne mi vergogno. Ma c'è stato un momento in cui pensavo che avrei, che avremmo potuto fare, qualunque cosa.

Ma forse ero solo un bambino.
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La terra delle metafore

Magari ci sono altri Paesi là fuori - almeno io voglio sperare che ci siano - Paesi qualsiasi, anormali o più semplicemente imperfetti, dove tra tante navi che ogni giorno tornano a un porto senza intoppi, ce n'è una ogni tanto che cola a picco in circostanze non chiare, lentamente: così che c'è tutto il tempo per i cronisti di accorrere sul posto, o fare ricerche serie sui precedenti della compagnia, degli ufficiali, se la nave aveva avuto altri incidenti in passato eccetera. Intanto i soccorsi procedono, si contano le vittime, le circostanze si chiariscono sempre più, si fa un processo, i quotidiani ne parlano. Magari qualcuno decide di schierarsi contro il comandante, appoggiando le tesi di chi ritiene il suo atteggiamento criminale; altri invece (anche solo per cercare di dire qualcosa di diverso, che è un impulso istintivo del commentatore) si domanderanno se non sia il caso di allargare il quadro, e magari troveranno storie collaterali, che arricchiranno effettivamente la conoscenza collettiva dei fatti. Io credo, voglio credere, che in altri Paesi funzioni davvero così. Ma non nel mio, che si chiama Severgninia.

In questo Paese, se una nave cola a picco, per le prime dodici ore i cronisti non si preoccupano troppo di documentare la cosa: tanto c'è twitter, e per i telegiornali c'è youtube con tutti i filmati di repertorio che vuoi, puoi anche mandare un naufragio di qualche anno fa, nessuno farà caso alla differenza. Nel frattempo le nostre penne da prima pagina non è che stiano a giocare al solitario, anche se da fuori sembrerebbe così: in realtà stanno elaborando. Fuori c'è una nave che sprofonda, sì, un equipaggio che cerca di salvare i passeggeri, sì, e sarebbe anche interessante parlarne, se al pubblico interessasse questo, ma al pubblico non interessa questo, bensì, ci credereste? le metafore. I lettori di giornali nel mio Paese ne vanno matti, si può dire che li comprino esclusivamente per le metafore, e così, capite, i giornalisti sono costretti a dargliene. Loro magari vorrebbero parlare della nave che affonda, ma riescono a metterla in prima pagina solo se precisano che è una metafora del Paese incagliato e alla deriva. Che ci volete fare, a Severgninia è così. Non erano nemmeno finiti i soccorsi, e già si leggevano colonnine sulla metafora del Paese incagliato e alla deriva. Evidentemente ci interessano, sennò non ce le scriverebbero. D'altro canto, una metafora così delicata, così sofisticata, quando ti si ripresenta. Ehi, la sapete la novità? Il nostro Paese è incagliato e alla deriva.

(Ma parla per te, @coglione)
C'è un comandante che, da quel che abbiamo visto e sentito, ha dato prova di un atteggiamento irresponsabile e quasi criminale. Magari domani emergeranno prove che lo scagioneranno, lo riabiliteranno, magari si scoprirà che con la sua manovra ha salvato migliaia di persone, non lo so. Non me ne intendo. In altri Paesi parleremmo di lui, litigheremmo su di lui, per giorni e giorni. Non a Severgninia. A Severgninia riusciamo a parlare di lui per pochi secondi, poi diventa immediatamente qualcos'altro. Una metafora (e ti pareva). Dell'Italia e degli italiani - pardon, della Severgninia e dei severgniniani. Ha fatto una manovra pericolosa? Perché noi severgniniani siamo fatti così, chi di noi non è mai stato tentato di passare vicino agli scogli mentre manovra una nave da crociera. Ha minimizzato il rischio e il disastro? Tipico di noi severgniniani, avanti, confessate: stamattina il termometro segnava meno uno e siete partiti senza catene, tali e quali il comandante. Lui scappa dalla nave che affonda, noi ci diamo malati per non andare a trovare la suocera, una faccia una razza. Gramellini si guarda allo specchio e vede il comandante, ecco perché è interessante il comandante: perché ci aiuta a cogliere qualche sfaccettatura del carattere di Gramellini. Se ce l'abbiamo con lui è soltanto perché ce l'abbiamo con noi stessi. O pensavate che ce l'avessimo con lui perché affonda le navi e scappa? No, macché. Ce l'abbiamo solo con noi stessi, noi severgniniani siamo fatti così. Viviamo nel nostro ombelico e ci lamentiamo della lanugine tutto il tempo.

Avete parlato del Titanic, per inciso complimenti, non è da tutti saper pescare riferimenti storici così originali. Ma appunto, quando sprofondò il Titanic, che voi sappiate i giornali sulle due sponde dell'Atlantico si riempirono di elzeviri sul carattere sfrontato e improvvido degli anglosassoni? Sarebbe valsa la pena di scriverli? Sarebbe valsa la pena di leggerli?

Viene divulgata una telefonata tra il comandante e la capitaneria di porto. Sarebbe molto interessante anche se riguardasse un incidente della marina mercantile, ma in realtà ormai si è capito che parla di noi, la capitaneria di porto è nostro padre, o Mario Monti, o il nostro superego, o le tre cose insieme, mentre invece il comandante è Berlusconi, ma è anche un po' tutti noi, che manovriamo navi da crociera come quando facevamo le penne in motorino, che ci vuoi fare, cambiarci è inutile, lo dice anche la pubblicità della schiuma da barba.

Siamo severgniniani. Tutto quello che succede, ha senso soltanto se è il primo termine di una metafora di cui noi siamo il secondo. Tutto è interessante, a patto che parli di noi, della nostra storia e dei nostri difetti che sono così tanti che le metafore non ci bastano mai - ci vogliono più alluvioni, più terremoti, più naufragi, più dirette di Mentana.

A me poi Severgnini sta mediamente simpatico, e onestamente non so neanche cos'abbia scritto sulla tragedia in questione. Non ce l'ho con lui, diciamo che me ne basterebbe uno solo, ecco. E un altro migliaio sui blog, dove non danno fastidio, per esempio adesso sto severgninizzando al quadrato, ma mica mi pagano. Quello che mi atterrisce, quello che mi atterra proprio, è il severgninismo fatto sistema, la riduzione di ogni evento a metafora per cui se ti capita di affondare una nave non è colpa tua, ma di tutto un popolo, una cultura, una storia che ti hanno portato a manovrare vicino agli scogli, povero capro espiatorio di tutti gli italiani che la mattina non allacciano le cinture. Ecco, secondo me altrove non è così. Spero non sia così. Voglio crederci, che non tutto il mondo è Severgninia.
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Cosa portare a casa

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Dai dai dai

- Comincio con una cosa che non c'entra niente con Boris. Ma niente davvero.
Qualche tempo fa mi è capitato di vedere un antico film italiano – ci sono film degli anni Cinquanta che sono ancora attualissimi, questo invece è a colori del 1970 ma davvero sembra un reperto di un'era geologicamente lontana, si chiama Lettera aperta a un giornale della sera e racconta le vicissitudini di un élite di intellettuali romani di sinistra, oggi li chiameremmo radical chic ma sbaglieremmo, in realtà sarebbero l'intelligentsia organica del PCI, hanno fatto pure la Resistenza, ma adesso stanno cominciando a fare qualche soldo nell'industria culturale e non sanno se vergognarsene; per il resto il PCI di Longo non sa bene cosa fare di loro, così tirano tardi sui terrazzini, seducono le studentesse (senza comprendere bene tutta la frenesia sessantottarda), restaurano automobili d'epoca, firmano i comunicati. Ecco, una sera mentre sono lì su un terrazzino che discutono di Lacan, telefona il Paese Sera che vuole un intervento sui recenti fatti del Vietnam (c'era stata una strage nel Vietnam), e questi un po' per scherzo un po' per dar senso alla serata scrivono un comunicato durissimo in cui in sostanza dicono basta coi comunicati e coi terrazzini, è ora di agire, chiediamo pubblicamente di formare un battaglione volontario di intellettuali e andare a sparare agli americani sul Mekong. Il Paese Sera ovviamente non glielo pubblica, però dopo un po' la lettera esce sull'Espresso, e a quel punto a tutti questi signori ben sistemati crolla il mondo in testa. Dopo un po' di riunioni e convulsioni e autocritiche che si seguono con una certa fatica (è un film molto parlato ma la traccia audio si è sbiadita, come conviene ai reperti archeologici), alla fine il gruppetto decide di dire addio alla dolce vita e partire sul serio. Si radunano, ovviamente, in un casolare in Toscana, aspettando che passi a prenderli un compagno che ha i permessi. Il compagno arriva, li abbraccia, ma i permessi non li ha: all'ultimo momento l'esercito di liberazione Vietkong ha deciso di rifiutare la generosa offerta. E i nostri eroi restano lì, in mezzo allo stradone, senza più arte ne parte, per terra c'è una lattina e uno di loro senza pensarci la calcia via. Qualcun altro gliela ribatte. Nel giro di pochi secondi l'intelligentsia di sinistra comincia a tirare colpi furiosi a una lattina in mezzo alla strada, e questa scena finale, che vale tutto il film, al tempo pare che fu molto criticata: Maselli fu accusato di strizzare l'occhio alla commedia all'Italiana (oggi questo sarebbe un complimento, ma appunto, stiamo parlando di un'era arcaica).

Io vado più in là: il calcetto rabbioso, disperato, che chiude questo film, è la profezia di vent'anni di cinema italiano bruttino: ci si leggono in nuce tutte le partitelle dei film degli anni Zero, degli anni Novanta, forse anche degli anni Ottanta, la poetica dell'infanzia protratta oltre qualsiasi plausibilità, anche ai bordi dei teatri di guerra. Quanto siamo immaturi, ma quanto siamo simpatici, ma quanto siamo immaturi. Però simpatici. Però immaturi. Sempre così. E all'estero forse piacciamo così, per dire col calcetto di guerra Salvatores ci ha anche vinto un Oscar.

Mi chiedo invece se sia un film comprensibile all'estero, Boris; se il malessere che disseziona senza pietà sia commerciabile al di fuori della nostra nicchia angusta, magari anche dopo che ce ne saremo andati e la traccia audio comincerà a sbiadire. Non so neanche se augurarmelo, forse l'oblio sarebbe più pietoso nei nostri confronti, e allo stesso tempo mi piacerebbe che i nostri nipoti capissero come ci sentivamo, ai nostri tempi, quei tempi in ci siamo messi tutti messi a dire: Dai, dai, dai. Cosa significava dunque essere italiani nel 2011, lavorare in Italia nel crepuscolo di Berlusconi? Questa sensazione di galleggiare sul marcio, senza pretese di essere migliori, anzi, accettando i compromessi, finché non te li trovi praticamente infilati nel retto a forza, i compromessi, e allora ti ribelli: non è per politica, politica hai smesso di farla, a un certo livello è semplicemente un riflesso condizionato, potrebbe essere qualsiasi cosa, una luce troppo smarmellata, un ralenty ridicolo, a un certo punto abbiamo detto di no. Però non ce ne siamo andati, andare dove? Alla nostra età? E poi ormai c'è la crisi dappertutto, così siamo rimasti lì, aspettando che un altro riflesso condizionato ci rimettesse in carreggiata, che un'altra voce nella nostra testa ricominciasse a dire Dai. Dai. Dai che stavolta ce la possiamo fare. Dai che stavolta la portiamo a casa. Perché sarà diverso, stavolta. Non ci faremo andare bene tutto. Sapremo dire di no, anche agli amici se necessario. Stavolta faremo un buon lavoro.

Infatti non è che abbiamo tutte queste ambizioni. Forse sta lì il problema? Noi non siamo i roberto saviano di niente, noi nella vita vorremmo soltanto fare un buon lavoro, un lavoro serio. Qualunque cosa, anche un ristorantino, perché no, diteci soltanto cosa si può fare di serio in Italia e noi ci proveremo. Poi, quando tutto ricomincia ad andare a rotoli, non abbiamo neanche la forza per mandare tutto a fanculo; ci resta il sospetto di essere noi stessi il problema, noi che tolleriamo tutto quello che ci scorre intorno finché non ci sovrasta, noi che siamo sempre disposti al compromesso, anche col demonio, anche col proctologo del demonio, ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Se a un certo punto, a furia di restringere le nostre ambizioni, a circoscriverle, le ridurremo a un punto - cosa ci sarà in quel punto? Dai dai dai, ma dai dai cosa? Cos'è che vogliamo veramente portare a casa?

Non lo so se Boris sia un buon film. So che Pannofino è un grande attore; dal momento in cui mi sono seduto mi sono ritrovato dentro al suo René Ferretti, e tutto quello che volevo era uscirne con dignità, finire un film decente, fare qualcosa di serio. E alla fine, dai dai dai [spoiler] mi sono ritrovato infilato a forza un cinepanettone. Così è l'Italia e purtroppo così sono anche io.

Mi è piaciuto, mi sono sentito male esattamente come volevo sentirmi, grazie. Temo solo che pochi al di fuori di noi possano capirlo; che il nostro malessere sia oltre un certo limite incomunicabile; e forse un po' ci spero anche. Forse alla fine avrei osato di più, avrei smarmellato più grottesco, è una spezia che non mi stanca mai. La scena in cui sono tutti al cinema a rimirare il loro stesso orrore, ecco, lì avrei calcato più la mano. Prima li avrei mostrati impassibili, tristi, mentre visionano scoregge. Poi lentamente avrei cominciato a farli ridere; risate nervose all'inizio, poi sempre più sforzate, sempre più tignose, col risucchio a scoreggia. Grandi risate tragiche, mentre la sala diventa buia. Li avrei fatti ridere fino a morirne, con la stessa energia disperata con cui gli intellettuali di Maselli infuriavano su una povera lattina, in un antico film di quaranta anni fa. Quanto siamo simpatici; però, riflettendoci bene, quanto schifo facciamo.
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Almeno un pareggio

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Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.

Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
dopo altri tre anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.

Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?

Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
vent'anni anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.

(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).

Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.

Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?

Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.

Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò

(Buoni primi 150 anni - io adesso vado al Mattatoio a leggere cose patriottiche).
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L'Italia è un blog

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Domenica prossima, dalle 11 alle 13, l'Unità (giornale) festeggia l'Unità (d'Italia) con una grande tavolata di blogger di tutto rispetto. E poi ci sono anch'io! Seguiteci in streaming sul sito dell'Unità, cercheremo di battere il Papa nella sua stessa fascia oraria. Potrete dialogare con noi scrivendo a unisciti@unita.it, o via facebook, o twitter.

Dove il sì suona
Io ho l'impressione che se si raccogliessero tutte le discussioni che si sono fatte, in rete, negli ultimi mesi, sul centocinquantenario dell'Unità, sull'importanza di festeggiarlo oppure no; sull'importanza del Risorgimento, o viceversa sulla sua irrilevanza – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, celebrare Cavour o seppellirlo, e l'Inno, e la Bandiera, eccetera – se si prendessero tutte queste discussioni, e si infilassero nello stesso file, con lo stesso carattere – facciamo un bel Bodoni corpo 10, e poi si premesse il fatidico tasto “Print”, ebbene, avremmo scritto il più grosso libro mai prodotto sul Risorgimento italiano. E anche il più inconcludente, il più illeggibile, il meno necessario. Sono d'accordo. Però vorrei un attimo ragionare sulla quantità. Quanto stiamo scrivendo, sull'Unità d'Italia? Non era mai successo, per un motivo semplice. Siamo in tanti, che scriviamo: non siamo mai stati così tanti. I linguisti hanno un bel da lamentarsi che la qualità del nostro italiano stia peggiorando: hanno ragione. Resta il fatto della quantità: non abbiamo mai scritto così tanto come negli ultimi anni, da quando esiste internet. E su internet esistono siti, forum, chat, social network, e anche blog. Molti di loro hanno scritto qualcosa sull'Unità d'Italia. Magari giusto per ribadire che non valeva la pena di festeggiarne il 150°, che è meglio concentrarsi su altri problemi; che loro più che italiani si sentono europei, o padani, o cittadini del mondo, o napoletani, o interisti. E poi hanno premuto il tasto publish.

E su internet è comparso un altro testo.
In lingua italiana.

"Si scopron le tombe, si levano i morti! I martiri nostri son tutti risorti!" E poi che farebbero, una volta risorti, i nostri martiri? è ragionevole pensare che per prima cosa vorrebbero verificare se ne è valsa la pena. A quel punto potremmo mostrargli l'enorme libro che abbiamo scritto negli ultimi due mesi, sui blog e sui forum e sui social network (e sì, anche nei giornali). Pensate che lo disprezzerebbero? Al contrario, piangerebbero calde lacrime di zombies, per quello che sono riusciti a scatenare. Ce l'hanno fatta, forse non a fare l'Italia, ma a fare l'Italiano. Centocinquant'anni fa la lingua di Dante era l'idioletto di una esigua minoranza di persone – quanto a quelli che sapevano correttamente usarlo per scrivere non erano probabilmente più di qualche migliaio. Oggi scriviamo centinaia di libri al giorno, siamo instancabili. La wikipedia in lingua italiana ha più di 780.000 voci – più di quella in spagnolo castigliano, e lo spagnolo è la lingua ufficiale di una ventina di nazioni, la quarta più parlata nel mondo. L'italiano non è mai stato così brutto, forse, ma nemmeno così vitale. Possiamo anche passare il tempo a litigare sull'unità d'Italia, senza accorgerci che proprio mentre ne litighiamo – in lingua italiana – la stiamo celebrando. Celebriamo l'unità di genti che nel 1861 forse non avevano niente in comune, e che oggi ascoltano le stesse canzoni, guardano gli stessi film doppiati nella stessa lingua, e da qualche anno a questa parte scrivono, indefessi, su internet. Una sterminata produzione letteraria che dovrebbe chiudere qualsiasi dubbio sull'identità. Ci piaccia o no, siamo italiani, da Ventimiglia a Trieste (non un metro più in là).

Questo ha anche un lato oscuro. Internet è una rete che ci consente di condividere le nostre conoscenze con il mondo. Su facebook potremmo dialogare con persone di Paesi stranieri – non ci capita mai. Se siamo esperti di un argomento, potremmo entrare in un forum mondiale dove se ne discute – abbiamo mai pensato seriamente di farlo? E anche i nostri blog, potrebbero servirci per evadere un po' dalla provincia. In dieci anni che ne scrivo uno, mi dev'essere capitato di essere linkato all'estero una volta sola. Da un blog francese. I francesi sono un altro popolo di 60 milioni di persone che vive a poche ore da me, la Provenza mi è molto più familiare del basso Lazio. Ma ai francesi quel che scrivo non è mai interessato, e io non ho mai fatto molto per interessare i francesi. Non è terribilmente provinciale, questo?

Non siamo in generale, noi blog italiani, terribilmente provinciali? Internet poteva servirci a conoscere il mondo, ma il più delle volte ci serve a specchiarci in noi stessi. Ci troviamo gli stessi dibattiti che affliggono la nostra piccola tv italiana, i nostri piccoli quotidiani. Questa lingua, che ci rende stranieri a chi vive a poche ore da noi, sta diventando una prigione. Là fuori ci sono miliardi di persone che progressivamente si stanno accorgendo di vivere nello stesso mondo, con gli stessi problemi. E poi ci siamo noi, il popolo del Sì, una piccola sacca di indigeni autoctoni che continua a discutere animatamente degli anniversari della sua tribù. Da lontano gli altri ci osservano – forse hanno paura a disturbarci, come quelle popolazioni amazzoniche che vanno lasciate così come sono, per preservare una biodiversità, eccetera.

Forse è quello che siamo, una tribù rimasta ai margini del grande discorso globale, con una lingua autoctona che è meglio preservare così com'è. Vitali, ma chiusi in noi stessi. Per saperlo forse basta aspettare fino al 2061, quando festeggeremo il bicentenario. Non ha molta importanza di cosa ci troveremo a parlare per l'occasione – se sia il caso di celebrare Garibaldi o seppellirlo, di celebrare Cavour o seppellirlo, l'Inno o la Bandiera, eccetera. Ha molta più importanza la lingua che useremo. Sarà ancora il nostro italiano? Sarà una buona notizia? (Se vi va se ne parla domenica).
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Film per adulti

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Io davvero credo che si potrebbero riempire molte pagine di complimenti, sinceri, per la riuscita di un film ambizioso come Noi credevamo; un film che ti tiene in sala per tre ore parlandoti di una delle cose meno sexy in assoluto, il Risorgimento italiano; un film che riesce nell'azzardo di riaprire quel baule nascosto nella memoria scolastica di ciascuno di noi, senza farci soffocare di polvere; e senza nemmeno spacciarci quelle decalcomanie di eroi che in tv girano ancora parecchio.
Sul serio, se ne potrebbe scrivere a lungo, e bene, di un film così coraggioso. Ma non lo farò, e un po' mi dispiace.

Qui sotto invece vorrei spiegare, spero senza offendere nessuno, perché malgrado tutto io a scuola non lo userò. Naturalmente, oltre a non essere un esperto di cinema, non sono nemmeno un luminare di didattica audiovisiva. Sono un praticone, come tutti gli insegnanti italiani: ho avuto parecchie classi, ho proiettato diversi film, e credo di aver capito perché coi miei ragazzi certi film funzionano e altri no. Magari è un discorso che funziona solo al mio paese. Ma potrebbe anche avere qualche utilità per chi i film li fa, o li produce, e non vorrebbe rinunciare al pubblico scolastico; che di sicuro non è quello che riempie le sale i primi giorni, ma che sulla distanza si fa sentire, e magari può trasformare un insuccesso ai botteghini in un long seller tra i dvd. Un film risorgimentale che non funziona a scuola, per quanto pregevole, non è un'occasione sprecata?

Perché Noi credevamo non funzionerebbe nella (mia) scuola media

Premessa: noi il Risorgimento lo facciamo ancora in terza (adesso). Tra un po' lo sposteremo in seconda, con le semplificazioni del caso. Quindi no, non mi lamenterò perché Mazzini non è filologicamente Mazzini; col poco tempo che abbiamo va già grassa se riusciamo ad abbinare al volto di Mazzini alcuni contenuti basilari (Giovine Italia, Repubblica romana 1848, l'Italia si fa ma lui muore clandestino).

1) Troppo veloce
Lo so, i ragazzini sono tutti iperattivi, nintendo, playstation, ritalin. Sì, ma proprio per questo poi li metti davanti all'Odissea di Rossi e vanno in trip lisergico. Le riprese statiche li ipnotizzano. A essere onesti anche Noi credevamo prende fiato, ogni tanto, soprattutto nella parte carceraria. Ma è già passata un'ora serratissima di gente che va e viene dal Cilento, Parigi, Torino, Ginevra; non c'è il tempo di parlare di un'insurrezione che l'insurrezione si fa e fallisce. In tutta questa cavalcata la narrazione va avanti dando per scontato centinaia di nozioni che lo spettatore medio conosce già (ad es., cos'è un “giacobino”), ma appunto: le conosce perché le ha imparate a scuola. E a scuola, appunto, gliele devi spiegare. Il più delle volte con il fermo immagine (durante il quale c'è sempre qualcuno che sbuffa, la spiega del prof non essendo molto meno indigesta di una televendita). Ecco, il grado di 'scolasticità' di un film si potrebbe misurare dalla quantità di fermo immagine a cui ti costringe. Un film che puoi vedere senza telecomando in mano è un film scolastico. Spesso sono film come l'Odissea o Allonsanfan, col fermo immagine incorporato. Noi credevamo è un film che comincia con una corsa a perdifiato, e chiede allo spettatore di inseguirlo. Nel ritmo forsennato della prima parte mi sembra di riconoscere la tipica sintassi del film condensato: quello che era stato progettato per quattro ore e poi è arrivato alle tre della versione nelle sale attraverso una serie di tagli meditati e, immagino, dolorosissimi. Il risultato, a vederlo nelle sale, è più che degno; ma a scuola no. A scuola, più un film è veloce, più ti tocca perdere tempo a spiegarlo. Conosco già l'obiezione: aspetta la versione televisiva, avrà tempi sicuramente più rilassati. E arriviamo al punto (2)

2) Troppo lungo.
Signori, non li faccio io i programmi: quel che vi posso dire è che se parti a settembre con la Restaurazione e a giugno devi far crollare il muro di Berlino, e hai solo due ore alla settimana, 66 ore l'anno; e hai 25 alunni in media; e li devi interrogare – quante volte a quadrimestre? Quanti minuti l'uno? Insomma, fate i vostri conti. Un film di tre-quattro ore è una botta al calendario che non mi posso permettere. Due ore sì, tre no. Anche se...

3) Troppo collaterale.
...anche se in realtà si potrebbe trattare. Dammi un film di tre ore che mi sostituisca efficacemente una trentina di pagine di manuale. Dammi una spolverata di moti carbonari; dammi la vita e le idee di Mazzini con tutte le didascalie al posto giusto;
dammi il '48 in tutto il suo furore, un bel condensato di Garibaldi, e una mezz'ora onesta con la questione meridionale e il brigantaggio. Se nel finale riesci pure a infilare la breccia a Porta Pia, te lo compro a scatola chiusa. Ma Martone non ha voluto fare un film così (ammesso che sia fattibile). Ha preferito prendere le storie molto personali di due giovani che, per una serie di concause e di sfortune, si perdono tutti gli snodi che stanno sui libri di Storia. Non solo snobba l'impresa dei Mille, ma si sofferma sul suo sequel fallito, la marcia su Roma da sud abortita sul nascere in Aspromonte, che sui manuali occupa giusto due o tre righe imbarazzate. In una prospettiva adulta l'intento è più che lodevole. Mostrare Garibaldi come un'ombra lontana, raccontare l'attentato a Napoleone III che nei manuali di solito non c'è. In questo modo intorno agli schemini memorizzati a scuola prende forma negli spettatori qualcosa di più corposo, la Storia dei libri diventa il groviglio delle storie dei viventi. Tutto molto bello, ma funzionerebbe senza gli schemini che abbiamo imparato da piccoli? Se non sapessimo nulla di Napoleone e di Napoleone III, nulla di Garibaldi e nulla di Francischiello, riusciremmo a orientarci in Noi credevamo? È un film per adulti. Nel più nobile senso del termine.

4) Nessuna qualità agli eroi
Anche nella sua prospettiva totalmente antieroica. È un film senza personaggi simpatici: ce n'è uno che [spoiler] muore dopo mezz'ora, e il resto del film prosegue con adulti sempre più mesti e delusi. Invece ai ragazzi devi dare l'entusiasmo, l'ansia e l'allegria di crescere, la scoperta di sé, almeno un amorazzo decente. Qualcosa del genere c'è nell'ultima parte, dove troviamo finalmente un ragazzo un po' entusiasta. Però non è uscito molto simpatico, devo dire. Ora io non è che voglio crescere dei piccoli garibaldini, anzi: la retorica risorgimentale è stata uno degli ingredienti che Mussolini ha trovato nei refettori delle scuole del Regno quando si è trattato di impastare il fascismo. Però non puoi mettere i ragazzini davanti a tre ore di disillusioni e fucilazioni, è un crimine contro il futuro. Persino Allonsanfan, col suo umor nero, aveva qualche scorcio di follia vitale che riscattava tutto il pessimismo. Noi credevamo no, è una lunghissima elegia che riesce a non addormentarti per tre ore: onore al merito, ma ai ragazzini no, non hanno fatto niente di male.

5) Poche ragazze
E qui non c'è niente da fare. Le classi sono miste, i ragazzi hanno gli ormoni, le ragazze hanno bisogno di modelli di riferimento; l'Inaudi fa quel che può. Provateci voi a dar vita a un'ereditiera filo-proletaria nei salotti di Parigi, in piena età romantica, con tutte le svenevolezze del caso: poteva essere molto, molto più ridicola di così. Buono, ma non basta: su tre ore, due e mezza sono totalmente occupate da guerre, galere e attentati. Le donne sono comparse, troppo spesso destinate a fini ricreativi (qualcosa del genere accade in un altro film diversissimo che è nelle sale in questo momento, The Social Network: non un buon segno). Per carità, meglio così che inventarsi pasionarie che non ci sono state, però... un bel fumettone Giuseppe & Anita no, eh? Quello lo proietterei.

6) Cose che se me le chiedono, non saprei rispondere nemmeno io.
Il che è sommamente imbarazzante. Come funziona il trucco per alienare l'olio ai contadini? Come esce Lo Cascio di prigione? Quando i piemontesi arrestano i garibaldini, come fanno a riconoscere i disertori? Quella bomba che Orsini regala a Crispi, cosa sta a significare? Ma davvero nel bel mezzo della repressione del brigantaggio puoi andare in giro per la Calabria con un fucile a tracolla e nessuno ti dice niente?
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Siam pronti alla che?

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No, un'altra polemica sull'Inno no...
E invece sì. Cambiamo l'inno, sull'Unità.it (si commenta qui).

C'è un antico inno, nato nell'Italia settentrionale, che glorifica la vittoria della Lega Lombarda. C'è un Presidente di regione a cui non piace, e che ha chiesto di sostituirlo con un coro di ebrei sconfitti ed esiliati. A raccontarla così può sembrare una barzelletta, e in effetti lo è. Il coro degli esuli ebrei è, ovviamente, il Va' Pensiero; il canto che glorifica la Lega Lombarda è Fratelli d'Italia (scritto e musicato da due genovesi), che nella quarta strofa cita espressamente Legnano, il luogo della vittoria dei padani su Federico Barbarossa. Il Presidente a cui non piace è Zaia, Lega Nord. Proprio quel partito che di Legnano ha fatto una religione. Umberto Bossi ha persino fatto una comparsata nel kolossal di Martinelli che celebra Legnano: quel “Barbarossa” che è costato dodici milioni (un milione e seicentomila pubblici) e ne ha incassati la metà.

E insomma, è successo che durante l'inaugurazione di una scuola elementare Zaia abbia chiesto di sostituire l'inno nazionale col Va' Pensiero. La banda lo avrebbe poi suonato in seguito, mentre il ministro stava già perlustrando i locali. È una notizia? Nel momento in cui sto scrivendo campeggia sull'homepage dei principali quotidiani italiani, quindi sì, è una notizia. Anche se per la verità non ci dice molto di nuovo. L'insofferenza dei leghisti per Mameli/Novaro è cosa nota. E poi a Bagdad c'è una rapina-attentato, il Belgio è sull'orlo della secessione, Berlusconi è in Libia... ma via, perfino la cronaca di Ghana-Serbia sembra più interessante dell'ennesima polemica sull'Inno. Eppure vedrete che nei prossimi giorni se ne riparlerà.

Perché siamo in estate, ormai, e la Stagione delle Sparate Leghiste è cominciata. Come quella di caccia, ogni anno si allarga un po'. L'anno scorso fu a luglio inoltrato che si cominciò a parlare seriamente di corsi di dialetto nelle scuole. Poi ci fu la sparata sulle bandiere regionali (venti drappi anonimi e quasi tutti bruttini che avrebbero dovuto sovrapporsi al tricolore) e, naturalmente, quella sull'Inno. Polemiche trite senza nessun contatto con la realtà, buone giusto per ispirare due chiacchiere sotto l'ombrellone, magari per vendere qualche copia della Padania in più al Forte o a Milano Marittima. Quest'anno abbiamo cominciato prima. Forse per recuperare quel brutto colpo all'immagine che fu la paventata soppressione della provincia di Vercelli; forse perché cominciavano i Mondiali e l'occasione era troppo ghiotta... e in effetti a dare il la è stato Calderoli, con un'innovativa proposta per sanare il debito pubblico: tagliare i premi ai calciatori. Una sparata perfetta: il massimo di visibilità col minimo di conseguenze pratiche. Ora si riparte con la polemica con l'Inno, ormai ben più trita dell'Inno stesso.

È difficile ignorare le sparate leghiste estive. In realtà molti ci guadagnano qualcosa. I giornalisti ci rimediano qualche titolo buffo; gli alleati dei leghisti possono approfittarne per rimarcare le proprie differenze e mostrarsi difensori dei simboli minacciati: giù le mani dal tricolore / dall'inno / ecc. (vedi le puntuali dichiarazioni di La Russa). E i leghisti intanto fanno parlare di sé, disotterrando quell'anima infantile e avventurosa che non si stanca di giocare coi simboli, e in trent'anni ha inventato bandiere, confini, religioni (i riti celtici, i pellegrinaggi alla sorgente del Po, ecc), perfino nazionali di calcio. È un'anima che durante il resto dell'anno passa in secondo piano: tra autunno e primavera i leghisti ci tengono a mostrare che sono gente coi piedi (grossi) per terra, con soluzioni concrete a problemi veri. Dopo tanti anni però i problemi veri restano ancora lì, più concreti che mai: Tremonti, il ministro del PdL più vicino alla Lega, continua a tagliare risorse agli enti locali; e intanto il federalismo fiscale continua a restare sulla carta. Non resta che rimettere gli elmi di plastica, rifare una marcia sul Po, organizzare un dibattito sull'importanza del dialetto, magari finanziare un'altra fiction su qualche oscuro federalista medievale o celtico. La stampa seguirà, come segue chiunque le spari grosse: arte di cui Bossi è indiscusso maestro.

Criticare i leghisti nel merito significa fare il loro gioco. Per di più in questo caso si rischia di passare per avvocati di un inno che, soprattutto per quanto riguarda il testo, lascia molto a desiderare. Ma se le sparate leghiste sono un'operazione che coinvolge soltanto l'immaginario degli elettori, l'unica tattica possibile è batterli in fantasia. Non abbiamo anche noi un miglior inno da proporre? E se proprio siamo affezionati a Mameli, non potremmo almeno evitare quegli arcani riferimenti ai misteriosi Scipio e Vittoria, coi loro elmi e le loro chiome, quell'equivoco “stringiamci a coorte” (con due “o”: cambia tutto se ne togli una) e quel “siam pronti alla morte” che ormai è roba da fanatici jihadisti? L'anno scorso proponevo una soluzione semplice ed economica: tagliamo una strofa, partiamo dalla seconda. Forse è meno cantabile, ma è molto più attuale, ed è la migliore risposta che si possa dare alle sparate leghiste. 
Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi
Raccolgaci un'Unica
Bandiera una Speme
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò

E se avanza un po' di tempo si può anche indugiare fino alla quarta strofa, per il gusto di cantare che “dall'Alpi a Sicilia / dovunque è Legnano”. Dovunque, capito?
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Eroi del Tiburtino

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Roma Ostiense Cisterna Roma Termini Cassino:
adesso siamo a Roma Tiburtino...


Adesso che c'è la Frecciarossa, ne ho parlato, raggiungere Roma da Bologna è veramente comodo e facile. E' tornare che è un po' più complicato: di notte tutti questi treni non ci sono. Così a volte mi capita di prendere l'830 che parte dalla stazione Tiburtina verso l'una. Ci sono vari motivi che mi spingono a questo gesto sconsiderato.

Il primo è un senso di attaccamento alle radici, all'umanità compressa pulsante e un po' fetente dei vecchi treni del sud imbottiti di emigranti coi termos di caffè e la valigia di cartone, da qualche anno magari firmata (ma se la scannerizzi ben bene ti accorgi che è ugualmente di cartone). Quegli scompartimenti dove ognuno dimentica la razza, il sesso e il lignaggio, e si accuccia sui piedi del prossimo suo, sia bianco nero o giallo, tanto dopo qualche ora puzziamo tutti uguale. L'Italia per me è anche questo, forse soprattutto questo, insomma l'830 è un po' la fornace che ci ha cotti in un certo modo.

Il secondo è che sì, il Frecciarossa è tanto bello e veloce ma insomma, Roma-Bologna a 18 euro è una cosa che non ha prezzo: anzi no, a ben vedere un prezzo ce l'ha e sono appunto 18 ridicoli euro per girarsi mezza Italia. Il terzo è che mi fa sentire giovane, vado ancora sui treni di notte e non ho paura di niente.

Il quarto è che l'830 si prende a Roma Tiburtina, e io, ogni volta che capito di notte a Roma Tiburtina, mi sento un eroe.
Sul serio, non c'è volta che non mi lasci la sensazione di aver salvato la vita a qualcuno. Se non la vita, almeno la notte. Ma per come si mettono le notti a Roma Tiburtina, secondo me non c'è tutta questa differenza.
Salvare la vita alle persone è bello, specie quando ti costa così poco (18 euro). Uno sarebbe disposto a salvare la vita anche ad anziane signore e malati terminali, ma la cosa fantastica che ti offre Roma Tiburtina a mezzanotte è la possibilità di salvare vite a giovani studentesse inglesi e spagnole, insomma se siete single a Roma ve lo consiglio senz'altro, fiondatevi a Roma Tiburtina. Anche stanotte. Non dovete fare niente. Giusto masticare una lingua straniera e rimanere lì impassibili. Prima o poi saranno loro a venire da voi, con un biglietto in mano e una domanda: What? Where? How? E soprattutto, Why? Perché uno straniero non ci può capire nulla di nulla, a Roma Tiburtina?

La risposta è molto semplice: non c'è una scritta in inglese a pagarla. Ci sono i monitor, ma di sicuro sbagliano orari e binari, per il comprensibile motivo che la stazione è in ristrutturazione (da parecchi mesi) e quindi l'arrivo dei convogli non è così prevedibile. Per questo motivo bisogna fare molta attenzione agli annunci, che però sono rigorosamente nella lingua di Dante, Petrarca e Leonardo Da Vinci: e se speravi di poter girare l'Italia senza conoscerla, poor grullo, meriti di morire di morte violenta, o come minimo passare una notte all'addiaccio nella stazione di Roma Tiburtina.

A quel punto salvare la vita di giovani fanciulle è semplicissimo: e qualora nessuna ti avesse ancora chiesto di aiutarla, spiegarle dov'è il treno, ospitarla per la notte... tu attendi l'annuncio all'altoparlante, e appena dice "l'830 arriverà in ritardo di dieci minuti sul binario 4 anziché il 19", tu vai al 19. Ci trovi senz'altro un gruppetto di scozzesi o argentini od olandesi che stanno aspettando un treno sul binario sbagliato. Li avverti nell'inglese più storpiato che vuoi. Loro all'inizio non ti crederanno, tu insisterai, e alla fine, tombola! Avrai salvato la vita a una mezza dozzina di persone. Sarà il momento più eroico della tua vita, davvero, roba da rivoltarti il karma negativo come un calzino: in seguito potrai anche ammazzarne un paio e comunque il bilancio finale sarà in saldo attivo.

E questo è il motivo per cui non mi dispiace andare a prendere un treno notturno a Roma Tiburtina. Che diventerà, mi dicono, una delle stazioni più belle e importanti di Roma, e ne son contento: per allora avranno anche messo gli annunci in inglese. Però gli stranieri perdono il treno adesso. Tutte le notti, secondo me, ce n'è almeno uno che arriva e si dispera. Stamattina mi è andata male, era un ragazzo austriaco. Gentilissimo, ma in generale preferisco fare l'eroe con le signorine.

Qui ci starebbe anche una considerazione su quanto siamo provinciali voi italiani: vi è mai capitato di andare in una stazione, che so, olandese, e trovare tutto scritto esclusivamente in nederlandese? Sì? V'è capitato? Beh, ma tanto lì i treni arrivano puntuali di sicuro... no? Avete preso un treno olandese in ritardo? E vabbè, capita. I luoghi comuni sono fatti per essere smentiti, compreso il luogo comune dell'italiano provinciale. Per sfatarlo basta passare un paio d'ore notturne a Roma Tiburtina. Ci sono turisti disperati che chiedono informazioni in tutte le lingue del mondo, e ci sono gli italiani che rispondono. In quasi tutte le lingue del mondo. Del resto siamo a Roma, voglio dire, qui ci venivano i turisti quando a Londra ancora pascolavano gli ovini. Siamo ospitali e abbiamo un fattore umano pazzesco, per cui il viaggiatore straniero sa sempre che può trovare un indigeno che lo aiuta, gli spiega cosa c'è scritto sul suo biglietto, lo accompagna al binario e lo presenta al capotreno. E questo magari in Olanda non succede (anche perché non ce n'è bisogno: uno va in stazione e prende il treno, fine). Forse è il motivo per cui ci guardiamo bene da mettere indicazioni in inglese, a Roma Tiburtina e altrove: perché poi non ci sarebbe più la possibilità di dispiegare tutto questo fattore umano, questo eroismo, questa umanità. E io me ne tornerei a casa in una cuccetta qualunque, senza rivolgere una parola a nessuno.
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Una bandiera, una speme

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Noi siamo da secoli calpesti, derisi

Col tempo uno finisce col rendersi conto che la polemica sull'Inno nazionale è molto più stucchevole dell'inno stesso. Perché insomma, cosa pretendete da una canzone patriottica? È una simpatica marcetta, niente più e niente di meno; è ottocentesca, siccome la patria è nata nell'Ottocento; probabilmente non commuove nessuno ma per le parate e le pose pre-partita va benissimo. Può darsi che sia più bello il Va' pensiero – anzi, lo è senza dubbio – ma poi la gente dovrebbe alzarsi a teatro in mezzo al Nabucco, ne vale la pena?

L'unico vero rilievo è al testo – in effetti lo chiamano tutti Inno di Mameli, ma l'unica cosa che funziona bene è la musichetta di Novaro, con quell'irresistibile po-ro-po po-roppo-pò che toglie agli ascoltatori qualsiasi dubbio sulla serietà della nazione a cui si sta inneggiando. Il testo, sì, è quel disastro che sappiamo: soprattutto la prima strofa, con quello Scipio e quella Vittoria che nessuno sa bene chi siano e perché la seconda debba porgere la chioma al primo, l'annoso equivoco sul numero di “o” di “coorte” (cambia tutto se invece di stringerci in un plotone compatto preferiamo semplicemente paracularci intorno a un re o a un principe; ma in fondo già allora i garibaldini da Marsala a Teano avevano la “o” variabile a seconda della necessità del momento), e soprattutto la sinistra promessa di martirio, “siam pronti alla morte”, roba da hezbollah, poco consona alle occasioni sportive.

Si potrebbe ovviare con una situazione semplice, alla tedesca: loro alla caduta del nazismo hanno semplicemente cassato la prima strofa, Deutschland Deutschland über alles, eccetera. Noi potremmo fare lo stesso – in effetti la seconda strofa è quella che mi piace di più:

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi
Raccolgaci un'Unica
Bandiera una Speme
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò

Purtroppo mi sembra incantabile. Ma con un po' di pratica.
In alternativa propongo il Rugido do Leão di Piccioni. Ideale per la parata del due giugno, e i calciatori non dovrebbero nemmeno imparare le parole.
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Io non mi sento emiliano

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Aboliamo le regioni

Confesso, la boutade sulle "bandiere e inni regionali" da introdurre nella Costituzione previa modifica dell'articolo 12 me l'ero persa.

Ora, è difficile reagire a una provocazione del genere senza avere l'aria pirla di uno che infila la zampa in una trappola apposta; per prima cosa occorre riconoscere che in quanto provocazione è persino ben congegnata, ideale per il ferragosto sotto l'ombrellone; immagino che qualche giornale abbia già organizzato il sondaggio sull'inno regionale, e il giochino "Indovina la bandiera", ad es.: "ippogrifo rampante in campo bianco contornato da bande orizzontali rosse" (Toscana, difficilotta); "tricolore verde, rosso, azzurro, con naviglio grigio centrale sormontato da vela crociata con quattro stelle a sei punte grige" (Liguria, bello schifo); "triangolo scaleno verde senza qualità in campo bianco" (Emilia Romagna, facilissimo).

Per seconda cosa, occorre chiedersi cosa angustia i leghisti, cosa li spinge a voler restare in prima pagina tutta l'estate con richieste cosi' coglionesche; ci dev'essere qualcosa che vogliono far passare a fondo pagina, ma cos'è? Le nuove politiche per il meridione (=i soldi che Berlusconi farà piovere su Sicilia e compagnia?) La nuova legge anti-clandestini che non funziona, perché i CIE continuano a non funzionare? La legge sulle ronde, che in pratica disarma e toglie i fondi alle ronde che ci sono già? In parte penso di condividere l'intuizione di Scalfari: al di là di tutto c'è una vertigine profonda: i capipopolo leghisti hanno raccontato per anni la favola del federalismo fiscale, e adesso che potrebbero realizzarla, esitano: l'economia reale fa paura, meglio ricomincuiare a parlare di cazzatine identitarie, l'inno, la bandierina, il dialetto, hai visto la Padania in campo come ha conciato i provenzali? Ale' ale'!

Per terza cosa (e qui nella trappola ci cado dentro proprio a piedi pari) vorrei far presente che si sta parlando di niente: non solo non esistono gli inni regionali; non solo non esistono le bandiere, a parte quelle inventate a posteriori (e a posteriori almeno potevano farle belle), ma in fin dei conti non esistono nemmeno le regioni. O vi pare troppo? Va bene, allora diciamo che non esiste l'identità regionale. E' un'invenzione, come gran parte dei concetti identitari: ma in mezzo a tante invenzioni ottocentesche che hanno una certa aria di nobiltà, se non altro per la polvere che ci si è posata sopra, le regioni spiccano come una mastella di Moplèn in mezzo all'argenteria. Dico, è roba del 1970. Qualcuno di voi è perfino più vecchio.

Come sia stato possibile nel giro di 40 trasformare una nozione artificiale (la regione) in un'identità, è una cosa che meriterebbe uno studio approfondito. Dico la mia: sono state le cartine politiche appese alle pareti scolastiche. Abbiamo cominciato a credere che esistesse una "Lombardia" e un'"Emilia-Romagna" perché le abbiamo viste appese a una parete. Di conseguenza, abbiamo anche cominciato a sentirci "lombardi" o "emilianoromagnoli" - miracolo! - e poi uno dice che la scuola non serve! Ma aspetta, forse è servita a dividerci un po' di più.

Sarebbe bastato leggere in fondo al sussidiario, per scoprire quanto fosse arbitraria la nozione di "Emilia" (che ai tempi di Augusto arrivava oltre Pavia) o "Lombardia" (tutta l'Italia del nord, fino a Napoleone); pero' a quella lettura profonda non ci siamo mai arrivati. Ci siamo fermati alle scritte sui muri, dove l'"Emilia" finisce a Piacenza, e se finisce li' ci sarà un motivo.

Che motivo c'è? I confini di qualche insulso ducato, qualche pace arrangiata alla bell'e meglio (se Napoleone III non si fosse fermato a Villafranca, oggi Brescia sarebbe in Veneto?) e per riempire le caselle coi nomi un potpurri di nozioni ripescate dallo stesso sussidiario di sopra: i Longobardi improvvisamente contemporanei dei Veneti e dei Liguri che vivevano negli stessi posti un millennio prima; i conti normanni des Moulins resuscitati col proconsole Emilio Lepido, la Puglia che Salvemini (mi pare) non si capacitava potesse arrivare dal Salento fino a Foggia; la Campania con quell'aria di ahem, abbiamo finito i nomi ("ma che terra è?" "che terra vuoi che sia... è campagna..." "Forse ho trovato! Come si scrive in latino?") Tutto questo sarebbe suonato implausibile, come in effetti è, se non ce lo fossimo trovato appeso davanti, tutte le mattine, un bel puzzle colorato che ravvivava i giorni di pioggia.
E il puzzle, tenete bene in mente, l'hanno disegnato a Roma.

Non sto dicendo, attenzione, che gli italiani non soffrano di localismi identitari. Altroché. Ma fino a trent'anni fa non si esprimevano certo attraverso le regioni (e tuttora c'è una certa diffidenza). Il vero perno del localismo è la provincia. Nessuno ricorda le bandiere o i motti regionali, ma quando ci tolsero le sigle delle province dalle targhe ci fu una mezza sollevazione. Oggi, pensateci, sono facoltative. Uno puo' scegliere se indicare la provincia sulla targa o no. Andate a vedere quanti ancora scelgono di farlo.

Non dico che l'identità provinciale sia meno sciocca della regionale, ma almeno ha fondamenti storici. La dialettica già medievale tra centro abitato e contado. La logica a scacchiera degli scontri tra i comuni, che persiste nelle rivalità tra le tifoserie. A proposito, le tifoserie: gliene frega veramente qualcosa di essere lombardi, agli ultras dell'Atalanta?

Tanto che potremmo leggere questa fase di dissoluzione localistica come una fase di guerra tra la nozione di provincia e di regione: mentre le regioni trionfano (la Lega è un partito che ragiona per regioni), la nozione stessa di provincia viene messa in discussione: pare che sia una burocrazia inutile... perché debba essere inutile proprio la provincia e non la regione, non si sa. Un vero decentramento dei servizi dovrebbe avrebbe un respiro provinciale. Ma la tendenza non è questa: la tendenza è quella di trasformare venti città d'Italia in venti capitali di staterelli autonomi, e chiamarlo federalismo. Se potessimo aprire la testa di un federalista milanese e dare un'occhiata al suo "federalismo"... sospetto che ci troveremmo davanti uno Stato assoluto e accentrato su Milano, peggio che ai tempi di Lodovico il Moro; nel frattempo pero' i comuni di confine fanno i referendum per passare al Trentino (si pagano meno tasse - a proposito: bella invenzione anche il Trentino Alto Adige), e in generale 'sti sudditi "lombardi" non c'è verso di farli passare per l'Hub Granducale di Malpensa: i bresciani hanno Montichiari, i bergamaschi Orio al Serio, e cosi' via.

A questo punto butto li' anch'io la mia idea per l'estate: perché non aboliamo le regioni? Hanno fatto più danni che utili. Eh? Come? Ma no, non dicevo sul serio. Era una "provocazione".
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A destra imbecille

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Contro il CoCheStaFisso

Il tratto dell'A1 tra il bivio con la A22 (Brennero) e la A14 (Adriatica), in pratica tra Modena e Bologna, è il perno autostradale d'Italia. Se riesci a guidare qui, dovresti farcela ovunque (Salerno – Reggio Calabria esclusa, quella meriterebbe una patente a parte).

Detto questo, fino a qualche anno fa le regole erano molto chiare: con tre corsie, e il limite teorico dei 130, guidare un'autovettura consisteva sostanzialmente nel dribblare i camion che si affacciavano continuamente nella corsia centrale per superarsi a vicenda, con stacchi millimetrici. Questo portava spesso anche i conducenti di vetture modeste, come la mia, oltre la soglia della terza corsia, dove il limite teorico veniva ovviamente rivisto all'eccesso. Ma anche una più che accettabile media dei 150 non ti metteva al riparo dallo sfanalìo selvaggio dell'Audi nERA aSSASSINA mALEDETTA bAstarDA non mi AVRai. (Scusate).

(Per quanto posso, cerco di tenere questo blog lontano dalle mie ossessioni personali. Non vi ho mai presentato i miei amici immaginari, compreso Snupi che insiste tanto, zitto Snupi, non vedi che sto scrivendo; dei miei incubi ricorrenti in cui vengo assunto dal Ministero della Pubblica Istruzione con contratto a tempo indeter... ah no, questa è la realtà, scusate; e non vi avevo mai parlato dell'Audi Nera Assassina. Perché anche se non si trattasse di una mia paranoia, anche se effettivamente fosse provato che c'è un'Audi Nera che vuole uccidermi là fuori, oppure una congiura di Audi Nere che mi vogliono fare la pelle appena metto il naso fuori di casa, ebbene, sarebbero comunque fatti privati. Se poi qualche conducente di Audi Nera volesse spiegarmi cosa ho fatto di male a lui o a tutta la categoria, insomma il motivo per cui devo morire di morte violenta speronato da un'Audi Nera, ecco, l'indirizzo è qui di fianco, dico sul serio, m'interessa).

Dov'ero rimasto. Ah sì: tra la seconda e la terza corsia. Più che una posizione, una metafora sociale: quello che ci prova, che sta andando a Bologna a dare esami o ritirare prestigiose pergamene, quello che potrebbe anche fare i 150 se volesse, ma non vuole, anche perché finirebbe spappolato tra le Audi e le Alfa di chi è già arrivato (che per essere già arrivati comunque corrono parecchio). E allora, quando lo sfanalano, con certi lampi al calor bianco, gli tocca accodarsi tra i tir dei camionisti rumeni allo sbaraglio, che fanno i cento in corsia di mezzo e a momenti si toccano. Tra seconda e terza corsia, lo slalom del borghese precario. Ma questo è un post che avrei dovuto scrivere cinque anni fa. Prima di Lunardi.

A proposito: che fine ha fatto Lunardi? E l'azienda di sua moglie, quella che vinceva gli appalti? Non se ne sente più parlare.

Con Lunardi arrivò la quarta corsia, e il dribbling tra i tir e le Audi Assassine diventò un gioco più complesso. Ma la vera svolta è arrivata più o meno da un anno a questa parte, ed è il tutor: quell'aggeggio inquietante per cui oggi, anche se hai un'Audi devi fare lo stesso i 130. Cioè, se ai un'Audi Nera Assassina al limite farai i 140 – secondo me sotto i 140 all'Audi Nera Assassina si spegne il motore – ma non più dei 140.

E quindi, pensateci bene: adesso abbiamo quattro corsie, ma andiamo tutti più o meno alla stessa velocità (tir compresi). Il paesaggio autostradale ne risulta radicalmente mutato. Prima la seconda corsia era la terra di nessuno tra la colonna dei tir e la Nürburgring delle Audi Nere Assassine. Oggi immettersi nell'A1 a Borgo Panigale è come entrare in un vagone delle ferrovie: prendi il tuo posto tra degli sconosciuti, e che ti piacciano o no ti tocca starci vicino, strusciandoli e urtandoli finché non arrivi a casa.

Eppure, anche in questo quadro radicalmente mutato c'è qualcosa, c'è qualcuno che non è cambiato, che non poteva cambiare, che non cambierà mai, ed è lui: come chiamarlo? C'è solo l'imbarazzo: imbecille, pirla, coglione, ma tutte queste garbate perifrasi non chiariscono il concetto, e allora lasciatemi usare i trattini per introdurre Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-centoventi.

Io ho una tesi su di lui. Secondo me è tutta colpa sua. Di cosa? Di tutto. Sapete tutte quelle tabelle che dicono che l'Italia è il Paese europeo meno avanzato in fatto di xxxxxxxx? È colpa sua, e di chi gli ha dato la patente.

Colui-che-sta-fisso-in-terza-corsia-ai-120, quando le corsie erano solo tre, si chiamava semplicemente Colui-che-sta-fisso-in-seconda-corsia-ai-100. Non che fosse meno pirla, anzi. Nel quadro testé descritto, in cui la prima corsia era perennemente occupata da una fila ininterrotta di tir e la terza era zona di caccia delle Audi Nere Assassine; in una situazione in cui l'unico spazio che consentiva un minimo di mobilità sociale era la seconda corsia, cosa c'era di peggio di trovarla occupata da un pirla col piede bloccato fisso sui 100? Sorpassarlo a destra? Illegale (e pericoloso). Scavalcarlo a sinistra? Il modo più sicuro per finire inchiodati al cofano dell'Audi Assassina appollaiata all'angolo cieco del tuo retrovisore.

Quel che è peggio, con Co-Che-Sta-Fisso eccetera, è che crede di aver ragione. È convinto di avere il Codice della Strada dalla sua. No, non si tratta soltanto del Codice – è qualcosa di più interiore, una Legge Morale, un imperativo kantiano, un Dio presbiteriano che fa finta di niente ma sta preparando un inferno aguzzo e rovente per quelli che osano arrivare ai 140, mentre fontane di latte e miele già sgorgano nell'Eden per Colui che tiene fisso l'acceleratore ai 100 in seconda corsia. Intorno a lui è tutto uno sfrecciare di cartelli elettronici SERRARE A DESTRA – TENERE LA CORSIA DI DESTRA – LA DESTRA, IDIOTA!!! LA TUA MIGLIORE AMICA, DEFICIENTE!!!, ma lui non se ne cura. Se ogni tanto qualcuno, nel tentativo di sorpassarlo, finisce tamponato, la colpa non è certo sua. La colpa è di quelli che non rispettano i limiti e guidano male, mentre io prendo la mia bella corsia di centro e non la cambio mai, vedi? Ecco, ciò che me lo rende più insopportabile di centinaia di assassini neri in Audi è il suo fariseismo. Gli assassini almeno lo sanno, che sono cattivi. Lui no, lui è convinto di essere buono. Guardalo, come mantiene la sua andatura costante in un mondo di peccato e perdizione che gli sfreccia intorno.

Prima di Lunardi aveva almeno una scusa: serrare a destra, con tutti quei tir, era effettivamente un lavoraccio. In effetti a quei tempi, per trovare il Co-Che-Sta-Fisso ideale dovevi aspettare la domenica. Ma ora, con quattro corsie, qual è il tuo problema? Stai andando ai centoventi, c'è gente che va un po' più veloce di te, alcuni persino legalmente: perché non li lasci passare? Cosa vuoi dimostrare? A furia di chiedermelo mi sono dato anche delle risposte.

Ecco, può darsi che sia un mio pallino, ma credo che sia un problema sociale. Il Co-Che-Sta-Fisso di solito ha una macchina dignitosa. Una famigliare, un SUV, un'utilitaria ma appena uscita, e tirata a lucido. Il Co-Che-Sta-Fisso ha una certa percezione di sé. È uno che sta bene. O perlomeno vuole che gli altri lo pensino di lui. Ecco, il Co-Che-Sta-Fisso, con la sua percezione di sé stesso benestante, nella corsia dei Tir non ci vuole proprio andare. Anche se certi Tir vanno più forte – ma non è una questione di velocità (per lui). È una questione di decoro. Io sono italiano, io sono ceto medio, io lavoro pago e pretendo e nella corsia delle merde non ci vado. Piuttosto mi pianto in mezzo e blocco tutto il traffico, nel bel mezzo del perno autostradale italiano.

Dopo un po' uno si stanca anche di odiarli, e comincia a sorpassarli. A destra, sissignore, come in America. Ma lentamente, affiancandoli, per dare loro il tempo di guardarti e giudicarti. Quello che stai facendo, secondo loro, è Molto Sbagliato. In realtà per il codice non è nemmeno sanzionabile (solo il sorpasso a zig-zag dovrebbe essere proibito), ma del resto è lo stesso codice che prescrive di ritornare alla corsia destra, cosa c'entra con le regole vere?

Le regole vere le fa la società. E la società non può mica costringerci a mescolarci coi Tir. Noi siamo ceto medio. Ancora per quanto non si sa, ma abbiamo ancora la macchina nuova, la magliettina firmata, lo stereo con la summer compilation, noi arranchiamo ma restiamo in mezzo. È il nostro posto, ci siamo nati, non schiodiamo. Il futuro può suonare e sfanalare finché vuole: dietro, in coda. Noi non cederemo. Noi tireremo dritto.
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Verso Severgninia

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Italia sì, Italia no, se cede la faglia
(ti manderò un vaglia)

AAA: Signori e signore, volevo comunicarvi che io stavolta ai terremotati non darò nulla. (Silenzio). È dal 1908 che faccio bonifici, e i terremoti non cessano, adesso basta (qualche segno di assenso). Dove sono finiti i soldi del Belice? E dell’Irpinia? (applausi sparsi) Non pago già abbastanza tasse? (Giusto!) Quello che ci ha fregato, noi italiani, è questa cultura dell’obolo, dell’elemosina (Cantagliele!); lo Stato se ne frega e noi ci mettiamo una pezza, ebbene, è ora di dire no (Scrosci di applausi). Meno elemosina, più organizzazione. Grazie per l’attenzione.

BBB: No caro amico, non sono d’accordo (silenzio). Parli da uomo ferito. Tutti vorremmo uno Stato più attento, meno sprecone, meno ladro. Ma il terremoto è qualcosa di più. È una catastrofe, un evento straordinario, qualcosa che sfida l’ordinaria amministrazione (In effetti…) Non possiamo fingere che tutto sia prevedibile, il terremoto semplicemente non lo è. Ma è proprio di fronte a catastrofi come queste che gli italiani dimostrano la loro volontà di reagire, di essere migliori, e si organizzano: dal basso, non dall'alto! (Applausi) Senza aspettare il sorriso di ottone e la stretta sudata di questo o di quel politico (Sììì). L’Italia che spalò il fango di Firenze, l’Italia delle centomila pubbliche assistenze, che inventò la Protezione Civile, l’Italia migliore è quella che ha chiesto le ferie per andare a montare le tende all’Aquila (Scrosci). Mentre tu, che nel giorno della disgrazia incroci le braccia e aspetti che sia lo Stato, sempre lo Stato, a risolvere i problemi, lasciatelo dire: tu incarni proprio quell’Italia che vorremmo lasciare sotto le macerie (Boati di approvazione. Timidi tentativi di linciaggio nei confronti di AAA).

XXX: Scusate entrambi, ma forse quello che veramente ci frega, noi italiani, è questo tipo di discorsi.
AAA: E questo chi è?
BBB: Boh, non è uno dei tuoi?
AAA: No, pensavo che fosse venuto con te.
XXX: Voglio dire, non è che ogni volta che ci si pone un problema debba scattere l’istinto a scrivere un temino sui difetti degli italiani. È una cosa che alla lunga stucca, non trovate?
AAA: Ma che sta dicendo?
XXX: Non avete a volte l’impressione che tutto questo concentrarsi sui nostri difetti storici sia un po’ esagerato? Ci dev’essere per forza una motivazione storico-sociologica per tutto quello che facciamo? Uno non vuole mandare un vaglia in Abruzzo, e subito si mette a spiegarci come i vaglia ai terremotati abbiano reso l’Italia peggiore. Un altro insorge e scrive che l’italianità consiste nel mandare un vaglia. Stiamo diventando un popolo di severgnini, non so se ve ne rendete conto…
AAA: Ho capito. È un terzista.
BBB: Un ma-anchista, intendi?
AAA: Forse più un cerchiobottista.
BBB: Quel che è, io mo’ lo sprango. Tienimelo.
AAA: Eh, no, non ci siamo. Tu lo tieni, io lo sprango.
BBB: Ma tu non eri quello che incrociava le braccia e aspettava l’intervento dello Stato?
AAA: Dello Stato, appunto, mica il tuo. Questa tua tendenza a sostituirti allo Stato, te l’ho detto, è inquietante…
BBB: Ma se ti sostituisci tu è la stessa cosa, no?

(Nel frattempo XXX si allontana su un autobus, senza timbrare il biglietto, e l’Italia è tutta qui).
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61 di questi giorni

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NEL RIGOGLIO DI INTIMI AFFETTI SUSCITATO DA QUESTA TRASMISSIONE MI È CARO INTERPRETARE CON LA MIA PAROLA IL FERVORE DI SENTIMENTI CHE, COME SULLA SOGLIA DI OGNI ANNO, COSI NELL'ATTUALE VIGILIA TUTTI CI ACCOMUNA IN UN PALPI TO DI MUTUA COMPRENSIONE E DI FRATERNA SOLIDAR1ETÀ.

E' QUESTA UN'ORA CHE PIÙ DI OGNI ALTRA CI RICHIAMA AL TRASCORRERE DEL TEMPO E CI INDUCE A BANDIRE RISENTIMENTI E POLEMICHE, A GUARDARE PIÙ OBIETTIVAMENTE AL PASSATO ED A FORMULARE I MIGLIORI PROPONIMENTI PER L'AVVENIRE.

NEL CORSO DI QUEST'ANNO, IN CUI NON SONO MANCATI DRAMMATICI EVENTI CHE HANNO TENUTO IN TREPIDAZIONE E IN ANGUSTIA I POPOLI E GLI INDIVIDUI PENSOSI DEL DESTINO DELL'UMANA CIVILTA', L'ITALIA IN CONFORMITÀ DI UNA VOCAZIONE DA ESSA PROFONDAMENTE SENTI TA E SANCITA DALLA STESSA COSTITUZIONE , HA CONTINUATO A DARE IL SUO ATTIVO CONTRIBUTO ALLA CAUSA DELLA PACE E DELLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE.

SUL PIANO INTERNO, IL DELICATO PROBLEMA DELLA CONGIUNTURA ECONOMICA MANIFESTA ALCUNI SINTOMI INCORAGGIANTI E SONO SICURO CHE CON IL CONCORSO DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, DAI LAVORATORI AGLI IMPRENDITORI ECONOMICI, TUTTO SARÀ FATTO AFFINCHÈ LA NOSTRA ECONOMIA SI SVILUPPI CON RINNOVATAFIDUCIA.

Le forze sociali sembrano optare al presente per posizioni di contrasto o quanto meno di dura dialettica, ma appaiono consapevoli delle difficoltà e desiderose di contribuire ad affrontarle. I partiti che hanno stipulato un'intesa di programma devono esprimere una solidale volontà di convergenza riformatrice. Come ho già avuto occasione di dire ogni forza politica deve conservare il suo patrimonio ideale, ma le intese raggiunte o da raggiungere su specifiche proposte politiche dovranno sempre avvenire sul terreno della fedeltà ai valori della Costituzione.

Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano.
Vi è un'altra considerazione che vi debbo fare, che riguarda la nostra gioventù, Mi stanno molto a cuore i giovani. Vedete, qui al Quirinale ho Instaurato un metodo: quello di ricevere tutte le scolaresche che al mattino vengono a visitare Il Quírinale. In questi anni ne ho già ricevuti 360 mila.
io non faccio discorsi a questi scolari, a questi giovani; intreccio con loro un dialogo, cioè mi sottopongo ad un interrogatorio, a molte domande. Ebbene, la loro preoccupazione è soprattutto questa, miei cari compatrioti. Essi mi chiedono: "Quando avremo terminato I nostri studi. troveremo un'occupazíone?". E poi mi pongono un'altra domanda: "Il nostro domani sarà turbato dalla guerra?".
Ecco le domande che mi fanno i nostri giovani. E non dobbiamo tradire le speranze della nostra gioventù, di questa gioventù che rappresenta l'avvenire della Patria, l'avvenire della nostra Nazione.

Certo, la ''questione giustizia'' assume, in questa prospettiva, una assoluta urgenza e priorita'. E rende assolutamente necessaria una sua soluzione, nell' anno 1991, - che io vorrei poter chiamare l' ''anno della giustizia'' - anche con un piano straordinario in termini di aumento dei magistrati, di potenziamento delle strutture operative, di riforme da completare, esaminando anzitutto ed approvando SOLLECITAMENTE il pacchetto di misure che il Governo ha presentato al Parlamento in tema di giustizia e di sicurezza pubblica, nonche' di quelle di cui io stesso ho investito le Camere.

Tutti ci ricordano che siamo ad un passaggio delicato, difficile; ed è vero, ma attenzione non ci viene chiesto nulla, proprio nulla di eccezionale, nulla di eroico. Non assumiamo il tono dell'eroismo. Ci viene soltanto chiesto di fare bene il nostro dovere, proprio null'altro.
Non ci viene chiesto di essere salvatori della Patria, ma servitori della Patria, sí! e con amore!
Se faremo questo, un giorno, volgendoci indietro, vedremo che il p a s s a g g i o è stato superato....
L'essenziale è che a superarlo sia tutto il popolo italiano. Tutto!

Per questo ho insistito nel richiamare i simboli più significativi della nostra identità di Nazione, dal Tricolore all'Inno di Mameli, l'inno del risveglio del popolo italiano; e nel rievocare il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica, ai valori sanciti nella sua Carta Costituzionale.
Per questo ho visitato ogni provincia d'Italia e ho voluto che agli incontri nelle città capoluogo partecipassero tutti i Sindaci dei Comuni della Provincia.
Ho vive nella mente, e ancor più nel cuore, le immagini delle piazze delle cento province d'Italia, delle 8.000 fasce tricolori dei Sindaci dei Comuni d'Italia, delle tante migliaia di cittadini, di ogni età e ceto, che durante quelle visite si sono voluti stringere intorno al Presidente della Repubblica, al loro Presidente.Ovunque, nella varietà dei panorami, lo stesso spettacolo, lo stesso entusiasmo, lo stesso amore per la propria città e per la Patria.

A voi che mi ascoltate, e a quanti sono in queste ore raccolti con le loro famiglie, auguro un anno sereno, per difficile che sia. E’ un augurio che si ispira a sentimenti e ragioni di fiducia nell’Italia, perché cresca e migliori, guardando soprattutto alle generazioni più giovani e a quelle che verranno.
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Je Maintiendrai

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La lealtà degli altri

Ora io non è che voglia sempre dare addosso alla nazionale per partito preso, ma questa manfrina della lealtà, questa storia per cui l'Olanda adesso contro la Romania dovrebbe giocare “lealmente” (cioè vincere o pareggiare una partita che non ha nessun bisogno di vincere o pareggiare) la trovo insostenibile: degradante per chi ne parla e per chi ascolta.

Il calcio non è così. È uno dei pochi sport dove si può pareggiare a oltanza (anzi il pareggio sembra quasi il destino del match). Per questo esistono classifiche avulse e differenze reti; e se non vi piacciono, datevi al volley. Per questo esistono (dalla notte dei tempi) gironi a quattro invece che eliminatorie frattali come a Wimbledon. Per questo esistono strategie per qualificarsi al turno successivo senza bruciare tutte le energie. Niente a che vedere con la lealtà.

La lealtà è un'altra cosa. Si misura dai falli dati, e dal fair play. Ma quando in un girone di quattro squadre tu, Olanda, sei già matematicamente prima con una giornata di anticipo, non c'è nessun motivo razionale perché non ti rilassi: quella partitella di allenamento con dentro tutte le riserve te la sei conquistata sul campo (strapazzando campioni del mondo e vice, scusate se è poco). Ora starai già pensando a prepararti per passare ai quarti, e magari in semifinale: perché dovresti affaticarti con la Romania? Non te lo chiede il regolamento, non te lo chiede un malinteso concetto di “lealtà”, non te lo chiede nessuno a parte i dirigenti di una squadra avversaria che hai già sonoramente battuto sul campo. E che a star zitti farebbero una figura migliore.

Sta tranquilla che l'Italia, al tuo posto, farebbbe esattamente la stessa cosa: la “lealtà” è un concetto strano che tira fuori soltanto quando non riesce a infilare la palla in rete. Come quattro anni fa, ai tempi di Svezia e Danimarca: due squadre da cui ci aspettavamo la stessa malintesa “lealtà” semplicemente perché non eravamo riusciti a batterle . Il bello di avere un lungo archivio:

Noi siamo cialtroni e cattolici, e fieri d'esserlo, ma abbiamo bisogno che da qualche parte in Europa o nel mondo ci siano dei protestanti che abbiano lealtà e giudizio anche per noi. In loro abbiamo più fiducia nei che in noi stessi. Loro non fingono (noi fingiamo). Loro non rubano (noi rubiamo). Loro, se sono nostri alleati, è solo per il nostro bene. Loro, se vengono a liberarci, è per un calcolo disinteressato, per pura bontà. Insomma, loro sono migliori di noi, ma quel tipo di migliore di cui non si nutre invidia, perché ti lascia libero di goderti i tuoi difetti. Quel primo della classe generoso che ti fa copiare i compiti. È sempre alto e biondo, ma ogni tanto cambia lingua. Da sessant'anni in qua parla soprattutto inglese: prima parlava tedesco: è sempre un amicone che ci onora della sua amicizia, ci fa copiare tutto e non ci chiede nulla in cambio.

È una bella invenzione, questo amico biondo. Eppure, basterebbe ragionarci un po'. Tornare ai fondamentali. Cos'è l'etica protestante? Non è, prima di tutto, un'etica del lavoro? Noi li volevamo leali, loro sono stati professionali. C'è una bella differenza.

E cos'è la professionalità? È la capacità di far fronte ai propri impegni con costanza, massimizzando profitti ed eliminando gli sprechi.
…mentre nello stesso tempo, da un'altra parte del mondo, c'è un popolo di sognatori che ancora ragiona in termini di lealtà, e attende la sua Vittoria, che le porga la chioma. Aspetta, aspetta e spera.
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Po Po Po Po Po

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Gelosia

“Sarai contento, eh, che abbiamo fatto una figura di merda”.

Ma tu come fai a saperlo, scusa.

“Perché credi che io non li capisco, i tipi come te? Credi che non ti vedo?”

In effetti cosa vuoi vedere, con quella montatura da deficiente? Davanti agli occhi hai più tartaruga che lenti.

“Credi che non lo so, che tu tifi per i Rifiuti, tifi per il Crack in Borsa, per il Caropetrolio, per il malore di Silvio, hai tifato per l'Olanda e domani persino Romania?”

Beh, sono simpatici, con quei nomi da vampiri.

“Credi che non lo so, che ti sto sul cazzo?”

Ma non farmi una scenata qui per questo, dai.

“Credi che non ci arrivo?”

Va bene, sì, hai visto giusto, mi stai sul cazzo.

“Aha!”

Ma scusa, non dovrei? Solo tu hai il diritto di odiare gli zingari e i lavavetri? Perché non dovrei odiare te per come ti vesti, per quello che sei? Sei meno qualificato di me e guadagni il doppio, la mia macchina potrebbe stare nel baule della tua, non l'hai comprata così grande apposta per starmi sul cazzo? E non dovrei godere, adesso, a ogni rincaro? Tu mi credi in possesso di chissà quale sensibilità raffinata ma non è così, io odio esattamente come odi tu, e se tu ne hai il diritto perché io no?

“È proprio qui, è proprio qui che ti volevo! Tu sei come me!”

In un certo senso sì, in un altro no, e adesso ti saluto.

“Aspetta, non ho finito. E poi sei un razzista, esattamente come me”.

Un razzista?

“Sì! Perché non importano gli occhiali, non importa la macchina, non importa niente. Io ti sto sul cazzo perché mi chiamo Mario e sono italiano. Dillo che è così”.

Ma no, non è così.

“Ah, non è così?”

No.

“E allora immaginami soltanto un po' più scuro, stessi occhiali e macchina, però mi chiamo Omar. Di colpo ti sto simpatico. Di' di no”.

...

“Aaaah, non riesci a dir di no! Lo vedi? Il contrario di un razzista è un razzista tale e quale!”

Dunque. Vediamo. Intanto, io sono una persona razionale, e non c'è nessun motivo per cui un Omar che lavora quanto te debba vivere peggio di te.

“Ma non c'è neanche nessun motivo per cui tu debba volergli bene, mentre io ti sto sul cazzo a priori! Ammetti che è così!”

Forse ho capito. Questa è una scenata di gelosia. L'Italiano Medio si è incarnato, è sceso al bar e mi sta facendo una crisi di gelosia. Perché voglio bene a Omar, e a lui no.

“E a Mariescu, e a Mariovich, e a Ma-Ru che l'anno scorso ancora stava sugli alberi, ma a me no! A me no! Scusa, eh, se ti ho ospitato e riverito per tutti questi anni...”

Mi hai trattato da coglione, per tutti questi anni. Quelli ancora no. Probabilmente lo faranno, appena annuseranno di che pasta sono, ma per ora gli do una possibilità.

“E questa sarebbe la tua spiegazione?”

Spiegazione razionale.

“No, non è razionale un bel niente. Io ti dico che c'è del morboso, nel tuo trescare col terzo mondo. Come quello scrittore, quello là come si chiama, che si faceva le vacanze in Africa”.

Sai benissimo come si chiama, lo vedi come sei? Ti riduci ad affettare un'ignoranza che non hai. E comunque quello che smignotta nei Caraibi sei tu. Io non me lo trombo, il Terzo Mondo, io ci lavoro.

“Tu dai voti migliori agli stranieri”.

Li incoraggio. Ne hanno bisogno.

“Anche mio figlio ne ha bisogno”.

Tuo figlio ha bisogno di ceffoni.

“Lo vedi! Due pesi due misure”.

Impacchetta tuo figlio e spediscilo nel Punjab, vediamo quanto ci mette a imparare l'Urdu.

“Ma c'è un motivo, lo vuoi capire che c'è un motivo storico per cui io non devo impacchettare mio figlio e Omar sì? Se siamo tutti uguali, perché Omar è dovuto venire a rompere me? Si vede che lui di me aveva bisogno. E allora deve comportarsi bene!”

Anche tu hai bisogno di lui, e lo sai.

“Ma ce ne sono tanti come lui, e io posso scegliere! Ne ho il diritto! Perché la mia nazione è più ricca e se Omar non si comporta bene, a casa! C'è la fila! E questa non è arroganza, queste sono le cose come stanno, va bene? E ti dirò di più”.

Sentiamo.

“Che io posso essere uno stronzo, può darsi, un arrogante, è possibile, e può darsi che non abbia gusto in fatto di occhiali o di magliette, ma Omar non è meglio di me. In nulla è meglio di me. Sotto quella crosticina di terzo mondo è uno stronzo tale e quale me. Se l'Urdu fosse una grande nazione e l'Italia una piccola, lui tratterebbe me come io tratto lui. Tale e quale”.

E in quel caso io vorrei più bene a te.

“Ma tu queste cose devi capirle. Perché altrimenti, con tutti i libri che ti leggi, non riuscirai a capirla mai la gente”.

La gente. È una vita che mi dite che non capisco la gente. Tutti a farmi lezioni sulla gente. Inchiodano all'incrocio, mi fanno la lezione, ripartono sgommando. Gente che due anni fa si è presa il macchinone a benzina con gli incentivi, oggettivamente dei pazzi. Bastavano tre righe di giornale per sapere che il petrolio sarebbe andato su su su, però non è che puoi chiamarli tutti minchioni, perché anche se non sono esperti del prezzo degli idrocarburi, sono tutti esperti di gente, massimo rispetto. Ma vi volete anche mettere un po' nei panni miei? È una mezza vita che prendo lezioni di gente, e ancora non basta. Ancora non vi capisco, ancora non vi amo. Poi un bel giorno arriva Omar, anzi suo figlio. Magari ha appena finito di prendere a sberle il vostro. Però poi si fa avanti quatto con un foglio in mano e chiede: professore, per favore, che c'è scritto. È una lettera che gli è arrivata a casa. Lui capisce solo che vogliono dei soldi. Stai tranquillo, gli dico, è un rimborso del ticket. Hai fatto un esame, tre anni fa, ma hai pagato più del dovuto, devi andare in posta e te ne danno indietro. E lui mi dice grazie. E io per la prima volta in molti anni mi sento utile, ci voleva molto? Utile. Mi sento come doveva sentirsi un maestro nel suo paesino a metà Ottocento, una persona che si rispetta perché sa leggere e scrivere, e quindi è utile. Non ce la fate proprio a capire che il problema è tutto qui? Con tutte le vostre lezioni di vita non lo avete mai capito, che io volevo solo sentirmi utile.

“E io volevo solo sentirmi amato”.

Io non ti amo. Sei uno stronzo. Forza Romania.

“E tu sei un povero professorino inutile. Po po po po”.
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un italiano vero?

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Mohamed

Il ragazzo che vedete qui a fianco è un italiano?
Chiedo a voi, io non lo so.

Nei termini di legge, direi di no. Anche se i suoi famigliari vivono e lavorano nel napoletano da vent'anni, e quindi lui potrebbe benissimo essere nato già qui. Per la legge, però, nascere in Italia non basta. Ci vuole un gotto di sangue italiano, che come è noto abbonda in Canada e in Argentina, ma in Mohamed e in suo fratello Karim, no. Questa è la legge.

E chi se ne frega della legge, d'accordo. Ci sono ben altri parametri. La lingua, per esempio. Mohamed parla l'italiano – eppure c'è qualcosa che non va. Niente di straordinario, ma neanche una sbavatura. Si muove nella lingua italiana con un'agilità che gli italiani della sua età di solito non hanno. Si vede che parla a braccio, eppure non dice sciocchezze e non si perde nella sua sintassi, come fanno ormai anche i vip in tv. Non sbaglia i congiuntivi – anche perché, saggiamente, non va a cercarseli. Insomma, parla bene l'italiano. Un po' troppo bene per sembrare un italiano.

Ma la vera nota stonata è un'altra. Mohamed è davanti a una telecamera. Qualcuno ha sparato a suo fratello per nessun motivo al mondo, per la necessità selvaggia di festeggiare coi botti, di far annusare al mondo il proprio fucile. Mohamed ha a disposizione il quarto d'ora della vita, e invece di fare una sceneggiata... parla. Non piange in camera, non maledice nessuno, non tira in ballo neanche la pena di morte che affratellò tanti telespettatori col marocchino Azouz. Un italiano, colpito negli affetti ed esposto a un microfono, ci tiene a mostrarsi il più possibile irrazionale. Mohamed invece ha soltanto un piccolo discorso da fare. Ha viaggiato un po' e si è accorto che l'Italia non è necessariamente così. Ammette di non aver dato troppa importanza all'“inciviltà”, finché non hanno sparato al fratello: adesso le cose cambieranno. E poi, con semplicità, chiede giustizia: secondo lui identificare il colpevole non dovrebbe essere difficile.

Chiedo a voi: tutto questo vi sembra italiano? A me no.
Ripenso a quando scesero i genitori di Meredith Kercher, la ragazza inglese uccisa a Perugia. Ci fu una conferenza stampa e i cronisti italiani scoprirono, allibiti, che i genitori sorridevano. Erano distrutti dal dolore, ma di fronte a una telecamera si sentivano forzati a un sorriso di cortesia. In Italia è esattamente l'opposto: se quando ti ammazzano un familiare non piangi verso l'obiettivo, sei freddo, insensibile, lucido, e nemmeno Taormina riuscirà a salvarti. Mohamed, seduto, chiede giustizia, quando un suddito italiano striscerebbe e invocherebbe la Vendetta.

Mi costa ammetterlo, ma quella stupida legge del sangue funziona. Mohamed è nato in Italia. Ha viaggiato in lungo in largo, ha imparato la lingua meglio di molti di noi. Ma non è italiano. Tutte queste cose non bastano per fare un italiano.
Mohamed è già qualcosa di più – un cittadino del mondo. Suo padre è nato in Tunisia, suo fratello a Napoli, suo figlio chissà. A Barcellona o Helsinki, o Tokyo, ovunque il mondo avrà bisogno di gente dignitosa e onesta. Gli italiani non sono così. Noi siamo i figli di quelli che non sono voluti andare via. Siamo quelli che non schiodano, anche quando la monnezza arriva al secondo piano. Ogni tanto qualcuno arriva, ci conquista e passa oltre. Passerà anche Mohamed, senza guardarsi troppo indietro.
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farsi gli affari tuoi

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Deal or No Deal

Il culto del Presentatore
Per molto tempo il successo italiano di Affari Tuoi è stato attribuito unicamente a Bonolis, alle sue doti d’imbonitore di piazza. Non è bastato che se ne andasse; occorreva sostituirlo con una mezza calza perché ci si rendesse conto che le sue piazzate occultavano il vero fulcro della trasmissione: il format.
La conduzione di Pupo fu uno psicodramma. Sostanzialmente Affari Tuoi è la cosa più simile a un giuoco d’azzardo che si possa trasmettere sui canali in chiaro: mettere in cabina di comando una persona che aveva un problema di dipendenza dal gioco era la scelta più dissennata che si potesse fare: non basta essere incompetenti, bisogna anche essere un poco criminali. Come affidare a un ex eroinomane la distribuzione del metadone, se mi spiego. Che poi come conduttore, oggettivamente, facesse schifo, pazienza: è già miracoloso che non si sia rimesso a giocare immediatamente. Io al suo posto l’avrei fatto. Massimo rispetto a Pupo.

Con Insinna finalmente la versione italiana ha trovato un suo equilibrio; ancora un po’ sbilanciato sul presentatore (che suda, soffre e impiega il tempo sparando sequenze randomizzate di aforismi) mentre all’estero il protagonista è piuttosto il concorrente. Ma che ci vuoi fare. Se la tv è una pandemia mondiale, il Culto del Presentatore è la variante specifica italiana. E chissà, se ci fosse stata concessa, anche solo una volta nella Storia della Repubblica, la possibilità di votare Mike Bongiorno, ci saremmo finalmente tolti questo maledetto sfizio. E invece la nostra passione frustrata per il signore che a turno domina il video ci ha portato a cercare sulla scheda elettorale i surrogati più pittoreschi. Ma in fondo è lui che volevamo. L’ossessione italiana per l’uomo che conduce i telequiz è forse quel che resta dell’antica attrazione per il Tribuno, il Capo-popolo, l’oratore da balcone. Sì, in un certo senso è ancora fascismo, ma in una forma, come dire, benigna: non è un complimento, si dice la stessa cosa di certi tumori.

Matematica pratica
Resta da capire cos’ha questo format di irresistibile, più o meno in tutto il mondo. Ciò che lo rende diverso da ogni altro gioco a premi è il fatto che mancano le domande. Quindi la cultura generale non serve più. In questo modo è finalmente abolito il vantaggio che di solito godono gli enigmisti enciclopedici, gli antenati dei geek: quel tipo di persone che quando vengono a cena corri a nascondere il Trivial Pursuit.
Affari Tuoi sostituisce l’enciclopedia con le cifre; ma anche la sua matematica è la più pratica e universale che si possa immaginare: il linguaggio dei soldi. Se non vi è capitato di insegnarla a scuola, non avete idea di come diventi più intuitiva e facile la matematica appena aggiungiamo alle cifre il simbolo €. Bambini assolutamente refrattari all’idea astratta di “frazione”, non esiteranno a sommare due mezzi euro per ottenerne un intero. In questo senso la macchinetta delle merendine, arnese diabolico sotto quasi tutti gli aspetti, assolve una funzione pedagogica da non sottovalutare.
La cultura è di chi se l’è potuta permettere, ma l’aritmetica degli € è alla portata di tutti. Ciò rende, in teoria, Affari Tuoi il gioco veramente democratico: un verduraio ha più possibilità di vincere di un laureato per il semplice motivo che sa fare meglio i conti.
Il problema in Italia è che persino l’accorto verduraio, quando va ad Affari Tuoi lascia i suoi istintivi algoritmi a casa e si gioca i numeri come se fosse il lotto, col pretesto che tanto è un…

…gioco d’azzardo
E senz’altro lo è. Però, attenzione.
La fortuna è importante. Ma non è l’unico fattore, e non è poi molto più determinante che in tanti altri giochi a premi. In realtà Affari Tuoi non è che una forma semplificata del poker. A poker la fortuna conta; ma quante possibilità avremmo noi di vincere una mano col campione del mondo in carica?
Ciò che rende Affari Tuoi un vero gioco di azzardo non è tanto il caso, quanto la funzione assegnata ai soldi: ad Affari Tuoi si possono perdere. Dopo decenni di quiz che attiravano l’attenzione degli spettatori erogando soldi a pioggia sui vincitori, qualcuno ha capito che la medesima attenzione si può ottenere anche con la sottrazione. Naturalmente, la pruderie del ventunesimo secolo ci impedisce di saccheggiare i risparmi dei concorrenti (anche quelli che per condotta di gioco lo meriterebbero ampiamente); il colpo di genio sta appunto nel regalare in un primo momento i soldi al concorrente, soltanto per lo spettacolo di toglierglieli in un secondo momento. Il successo di questa innovazione è stato tale da contagiare altre produzioni; per esempio da due anni a questa parte un quiz molto più tradizionale, come L’eredità, funziona in una maniera simile: prima ti fanno vincere cifre nominali molto alte, e alla fine te le tolgono, per il gusto del sadico telespettatore.

La messa in scena
Se dunque per vincere mezzo milione occorre una notevole dose di fortuna, per uscire da Affari Tuoi con meno di ventimila euro in tasca bisogna essere un imbecille. Il fatto è che tutto è messo in scena appositamente per farti fare una figura da imbecille.
Il gioco in sé è molto semplice. Il tuo avversario ha una carta in mano, e tu devi scartarne altre 19. Quelle blu sono brutte, quelle rosse sono buone. Ogni tre carte l’avversario ti fa un’offerta. È chiaro che scartando le blu l’offerta sale, viceversa scende. Se te la spiego in questo modo, ti ho già suggerito la strategia di gioco ottimale: quando vedi che hai scartato più rosse che blu, accetti l’offerta. Se ti offre di cambiare carta, rifiuti, perché le possibilità di cambiare un rosso con un blu sarebbero aumentate (se invece avessi già scartato molte blu, dovresti accettare). Non c’è nient’altro che tu possa fare, razionalmente.
Questo discorso razionale va invece a farsi benedire nel momento in cui alle carte sostituisco i famigerati pacchi. Tutto l’inganno sta nell’ultimo pacco: è la carta in mano all’avversario, eppure è il “mio” pacco, ce l’ho davanti a me, mi è stato consegnato dalla Dea Fortuna, dal destino, dal povero nonno buonanima, da Padre Pio, da Rai1. Il risultato di questa messa in scena è che, invece di prestare attenzione al numero di pacchi rossi e blu ancora in gioco, e a cogliere i segnali impliciti nelle offerte dell’avversario, la maggior parte dei concorrenti va semplicemente avanti a testa bassa, come al bingo. L’errore è credere che tu abbia già vinto qualcosa, e che qualcosa sia nel tuo pacco, e che tutto quello che sta in mezzo sia solo un’agonia in attesa di scartare finalmente il tuo pacco. Mentre invece il premio finale dipende semplicemente dalla tua contrattazione col nemico. Di solito i concorrenti se ne rendono conto soltanto verso la fine della partita. E piangono. Quelli che alla fine del match hanno preso di più della prima offerta rifiutata sono veramente pochi.

La cabala
Nel frattempo, piuttosto di piegarsi a un vile compromesso, hanno sciorinato tutte le cabale possibili e immaginabili. L’anniversario di matrimonio. Il numero fortunato. L’oroscopo, la smorfia, i ritardatari. E intanto lo spettatore da casa oscilla tra la pietà e il cinismo. Quest’ultimo scatta di fronte a conclamati casi umani, come quel tizio che si ritrovò all’ultima scelta tra un euro e centomila. È chiaro che qualsiasi animale razionale avrebbe preferito un’offerta intermedia piuttosto che ritrovarsi in questa situazione. Ma il concorrente preferiva giocarsi il compleanno della madre. E perse. Insinna, diabolico, lo congedò con un pistolotto che in sostanza diceva: hai perso i soldi, ma hai salvato l’affetto di tua mamma. Nel frattempo probabilmente mamma sua lo diseredava e malediva.

Mort aux cons (Vaste programme)
Veramente, quando certi fessi piangono, non sai se piangere con loro o ridergli in faccia.
Personalmente ammetto un pregiudizio: per me vincere soldi in un gioco a premi è moralmente ingiusto; e probabilmente c’è anche un po’ d’invidia, perché se non lo trovassi moralmente ingiusto anch’io parteciperei, e siccome conosco l’abc del calcolo delle probabilità, sicuramente porterei a casa qualcosa di più del fesso di turno. Ma insomma, la mia è la vita del pigro razionalista nel paese in cui la religione di Stato è l’oroscopo: un po’ li odio, i miei simili, un po’ vorrei salvarli, ma di fronte a spettacoli del genere mi rendo conto che non ce la farò mai, e allora ripasso all’odio. Se fossi un po’ meno Pigro diventerei semplicemente Cattivo, ed entrerei a far parte in una di quelle entità che distribuiscono i pacchi e si prendono gioco della povera gente superstiziosa. Siccome lavoro nella scuola di Stato, non è detto che io non l’abbia già fatto senza accorgermene.

Il pacco mondiale
Quando mi sono messo a scrivere, volevo usare i pacchi come un pretesto per scrivere degli italiani e di certi loro vizi (irrazionalità, fatalismo, culto del presentatore). Strada facendo mi sono ricordato che Affari Tuoi è un format internazionale, che funziona bene in un sacco di Paesi. Anche se dovunque è un po’ diverso. Per cui un discorso serio sull’italianità dei pacchi dovrebbe passare attraverso uno studio comparato delle versioni nazionali; una cosa che non ho tempo di fare, ma se fossi laureando di Scienze della Comunicazione ci farei un pensiero (non esistono solo le tesi sui blog. Faccina ironica). L’unica cosa che posso dire è che la versione francese è molto più glamour, con flash e lustrini che confrontati al calore del nostro legno e del nostro cartone ondulato danno comunque un’impressione ospedaliera; che in Francia colui che Bonolis battezzò l’“infame” si chiama “banque” ed è persino fuggevolmente inquadrato, ma solo di spalle; tutt’un altro rispetto per le autorità, come si vede; e che almeno l’anno scorso c’era una cassaforte con davanti un figo pazzesco. Non faceva niente, stava lì nell'uniforme di guardia giurata: in confronto la Gregoraci si guadagna il pane. E mi è venuto in mente che Affari Tuoi è l’unico gioco italiano senza vallette. I pacchi italiani non hanno bisogno nemmeno del sesso. Notevole.

Non si patteggia
Mettiamola così: Affari Tuoi è un gioco che insegna ai cittadini del mondo l’importanza di contrattare, di venire a patti col destino. Ciò che rende la versione italiana uno spettacolo struggente, drammatico, irresistibile, è che gli italiani non imparano mai. Sono convinti che ci sia qualcosa di eroico nel rifiutare le offerte e andare avanti. Il pubblico applaude e loro si convincono vieppiù di stringere tra le mani il Pacco Finale, nel quale ci sono Meno Tasse per Tutti, o le Riforme, o le 35 Ore, o la Commissione d’Inchiesta, eccetera eccetera. Vanno verso la rovina tra gli applausi, e si credono anche dei grandi personaggi. Invece sono dei poveri cristi ai quali, se solo avessi più coraggio, dovrei semplicemente ridere in faccia.
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gazebole

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Il Polipo delle Libertà

– Io non ho la minima idea di quanti gazebo fossero attivi in questi tre giorni. Sul sito di Forza Italia si parlava di aprirne 10.000, una stima lievemente ottimista per quel poco che m’intendo di attivismo politico. Sarebbe come dire un gazebo ogni 6000 italiani, bambini ed extra inclusi.
Ma diamogliela per buona, gliene abbiamo date tante. Supponiamo che in Italia in questi tre giorni ci fossero 10.000 gazebo aperti (3x10=30.000) dalle otto del mattino a mezzanotte con orario continuato, quindi per un totale di 16 ore (30.000x16=480.000). In totale questi gazebo sono stati aperti per 480.000x60=28.800.000 minuti, pari a 28.800.000x60=1.728.000.000 secondi.
Berlusconi ormai sta parlando di 10 milioni di firme. 1.728.000.000 diviso 10.000.000 fa 172,8. Significa una firma ogni tre minuti scarsi, no stop per sedici ore al giorno, in diecimila gazebo. Correggetemi se sbaglio, ma insomma, la sostanza è che avrebbe firmato un italiano su sei. E scusa, con dei numeri così, come fai a perdere tempo con dei mentecatti stile Bossi o Fini? Come fai a non fondare un partito nuovo? È il popolo che te lo chiede.

– Durante il week-end mi sentivo in effetti un po’ stanco, esaurito. Ora so il perché: evidentemente sono andato a firmare anch’io, facendo una lunga coda al freddo, prima di poter scorgere il gazebo all’orizzonte. Non me lo ricordo perché ero in trance, ma statisticamente qualcuno nel mio quartiere deve pure esserci andato. Dunque ho firmato per… per andare a votare subito, no? E chi le ha raccolte tutte queste firme? Berlusconi! E cosa ci fa con queste firme Berlusconi? Non hanno ancora smontato i gazebo che lui già sta mercanteggiando con Veltroni per prolungare la legislatura in attesa di una nuova legge elettorale. Ma come? 10 milioni di italiani firmano per le elezioni subito e tu li prendi in giro così? E nessuno protesta? Protesterò io! Oh, Silvio, abbiamo firmato una petizione, mica un assegno in bianco! La legge elettorale che c’è va benissimo, del resto l’ha fatta il tuo governo, come può farti schifo?

- Uno sarebbe in effetti portato a riderci su. La possente corazzata della CdL ha sbattuto contro il fragile governo Prodi ed è andata in pezzi. È bastata una cosa semplicissima e inaudita: che i senatori si dessero un po’ da fare, che approvassero una finanziaria senza fiducia e senza indulgere al mercato acquisti. Un sussulto di dignità che forse in parte dipende anche dalla famosa ondata antipolitica.

- ...Eppure non ce la faccio. Temo Berlusconi anche quando regala gazebi. So benissimo che non ha nessuna vera idea nuova, non ignoro che possegga ormai un decimo della vitalità e della fantasia del 1994. Come può riciclarsi cambiando semplicemente nome e ragione sociale? Con che faccia convincerà i liberisti, lui che in due governi non ha liberizzato quasi niente? Con che sorriso prometterà posti di lavoro, lui che ha ruminato un po’ la Treu e l’ha rigettata peggio di prima? Forse che calerà le tasse, come ha fatto nel… nel… nel… forse che le ha mai calate? Eccetera eccetera. Chi ci può cascare ancora? Mah, gli italiani, per esempio.

Siamo così stupidi? Sì, può darsi. Se abbiamo appena fatto aprire un centro bellezza a Vanna Marchi, perché non dovremmo ricomprarci lo stesso Berlusconi avanzato da due anni fa nel nuovo pacco novità? La stupidità italica è un'ipotesi di lavoro; io non è che stia conducendo ricerche in merito, salvo ogni tanto a cena quando vedo Affari Tuoi. Il gioco dei pacchi, sì. È un format internazionale, perciò sarebbe interessante vedere come funziona all’estero. Da noi è un disastro. I concorrenti non hanno quasi mai il minimo rudimento di matematica e statistica; viceversa si affidano alle cabale più oscene, rifiutano offerte allettanti e vanno avanti anche quando hanno cinque pacchi brutti contro uno buono. Ogni sera vedono sbagliare i loro connazionali, e quando tocca a loro vanno e sbagliano. È una specie di istinto di autodistruzione che ci ha preso da trent’anni in qua, come ai lemmings. Salvo che la storia dei lemmings che si suicidano in massa era una bufala, mentre gli italiani… noi sì che dovremmo andare su discovery channel, un giorno o l'altro. “Italiani: il segreto di un popolo votato alla perdizione!” Peccato non esserci quando lo trasmetteranno.
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Vizi italiani (1): gente volgare

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Scriverò meno parolacce
Scriverò meno parolacce
Scriverò meno parolacce

Davvero, non è per fare l’antisnob – che comunque sarebbe snob: io ricordo di essere stato felice, seriamente felice, appena Grosso segnò l’anno scorso. Parte della mia felicità derivava senza dubbio dal trovarmi in un’aula piena per metà di francesi, che per due ore ci avevano urlato nelle orecchie zizù, zizù (e una manciata di questi francesi ci toccò poi consolarla per lunghe ore, sempre per via del loro odiosoamato zizù, zizù). Ma non escludo per qualche minuto di essermi sentito davvero fiero di essere italiano, fiero di una nazionale senza molta classe ma con tanto carattere, e sudore, e scarponi, tutte caratteristiche che in fondo mi ritrovo.
Ricordo anche molto bene quando è finita: appena il pupone è salito sul palco della premiazione col tricolore a mo’ di foulard, come un tredicenne in gita scolastica. Insomma, è il momento più alto della tua carriera sportiva, è un momento di gioia per tutta la nazione, e tu fai il pagliaccio. Per conto mio la festa era terminata, e rovinata.

Se almeno Totti avesse avuto l’esclusiva della cafonaggine. Ma Gattuso, l’eroico Gattuso, invece di posare immediatamente per una statua di marmo da riprodurre e distribuire in tutte le piazze italiane, cominciava a bere e a dire sciocchezze ai giornalisti, estasiati. “Abbiamo avuto due coglioni grossi come una casa, nel senso che abbiamo lottato su tutti i palloni”. In mondovisione. In seguito avrebbe alluso a pratiche anali. Un bell’esempio per tutti i minorenni maschi d’Italia, ma del resto che cosa ti aspetti? Gattuso era allenato per l’occasione da un CT che a telecamere accese dava degli stronzi ai giornalisti.

Si fanno tanti confronti tra il 2006 e il 1982, il più delle volte giocando sui dati soggettivi: certo, nel 1982 mi divertivo anche solo a giocare a biglie sulla spiaggia, non c’è dubbio che stessi meglio, perciò viva Bearzot. Alcuni dati oggettivi però ci sono: quell’Italia segnava di più e non diceva le parolacce. Perlomeno non le diceva davanti ai microfoni, che per me fanno tutta la differenza.
Da emiliano, ho sviluppato una certa tolleranza per la bestemmia sul luogo di lavoro: ma quando parli ai microfoni, tu parli ai tuoi bambini. Non credo che Bruno Conti o Ciccio Graziani avessero uno spessore culturale superiore a quello di Totti o Gattuso, ma so che loro non avrebbero mai detto “abbiamo avuto due coglioni grossi come una casa”. Nel 1982 le parolacce avevano il loro posto, e il loro senso. Oggi no. Oggi sono abbellimenti retorici, per gente che si trova un microfono davanti e deve usare l’unica retorica che sa. “Non è per fare una leccata”, diceva Gattuso prima di fare un complimento a Del Piero. Coglioni, stronzi, leccate, vaffanculo: tutte parole vecchie, arcinote ben prima del 1982; la novità è che hanno tracimato. Si sentono in tv, in radio, sono il principale espediente usato dai registi italiani per far ridere il pubblico. Quel che è successo alla lingua italiana è che sono saltati i registri: quello basso e volgare ha contaminato tutti gli altri.

Gli inglesi non ne hanno un’idea. Gli inglesi sono convinti che Berlusconi abbia dato alla Thatcher della “gnocca” (l’Independent suggerisce di pronunciare “nyocca”), e questo basta per un articoletto di colore. In realtà Berlusconi ha detto persino di peggio: “Se fosse stata una bella 'gnocca' me la ricorderei ancora...” Invece, siccome la lady di ferro ha semplicemente piegato i laburisti, i sindacati e l’Argentina, Berlusconi fa un po’ fatica a ricordarsela. E uno se la dovrebbe prendere con Gattuso? Gattuso dice la parolaccia perché è l’unica cosa un po’ spiritosa che gli viene in mente, in fondo lui lavora coi piedi. Berlusconi invece lavora con la lingua, è un laureato, ha un intero impero editoriale che può scrivergli i discorsi, e puntualmente se ne esce con queste cose: la Thatcher non è una bella gnocca, Prodi dice stronzate, gli elettori non sono così coglioni da votare contro i loro interessi, eccetera. Senza dubbio Berlusconi ha qualche responsabilità nella degenerazione del lessico italiano, un fenomeno recente quanto lui. Ma non è senz’altro stato il primo. I due pionieri sono stati Bossi e Cossiga, anticipati forse da Pannella.

A questo punto – siccome qui non ci si accontenta del facile moralismo sulle parole volgari – bisogna spiegare cosa c’è, di così scandaloso, in questa tracimazione delle parolacce. Cosa ci perdiamo? Beh, per prima cosa ci perdiamo le parolacce. Sono preziose. Hanno un’energia rara, che deriva da un elemento (l’osceno) difficile da maneggiare. Ma come le monete, le parole soffrono l’inflazione. Ci fu un tempo in cui dare dello stronzo a qualcuno era quasi una maledizione biblica: come se l’obiettivo dell’insulto dovesse trasformarsi d'incanto in una colonnina di escremento solido. Ma se comincio a dare dello stronzo a chicchessia, il mondo non si popola di siffatte colonnine, al contrario: è la parola “stronzo” a sapere sempre meno di fece e sempre più di uomo. Alla fine oggi stronzo è quasi un complimento, nessuno pensa più che in principio trattavasi di materia fecale. Abbiamo guadagnato un sinonimo (abbastanza inutile) per “simpatica canaglia”, e abbiamo perso una parolaccia straordinariamente forte. Ecco un motivo per non dire più le parolacce: per salvarle dalla morte più grigia, la banalizzazione. Occorrerebbe invece lavorare in senso inverso: ridurre l'uso delle parole forti, salvarle per i momenti speciali. “Rogna”, in sé, non è nemmeno così volgare: ma quando Dante la piazza nel bel mezzo del Paradiso, sembra veramente che vengano giù i Santi.

Infine: la parolaccia è un limite del linguaggio. Se anche il lessico politico raggiunge quel limite, esaurisce tutte le sue possibilità (non a caso vi ricorrono spesso uomini politici anziani, che nulla più hanno da perdere). Di cosa parleremo negli spogliatoi e nelle caserme, quando gli onorevoli si saranno presi tutte le nostre parole sconce? Perciò abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente che la smetta di blandire il popolo con le battute da osteria, e se questa classe dirigente non c’è, ci arrangeremo con Veltroni, che questa cosa l’ha capita da tempo, almeno. L’ha capita meglio dei blogger, me compreso, che alla facile parolaccia indulgono.

E tuttavia, se da (cattivo) politico volentieri lancerei una campagna paternalista anti-parolaccia, da (cattivo) linguista sarei scettico sui risultati. Non è così che vanno le cose. Quando le parole tracimano, tracimano, non c’è niente da fare. Forse puoi convincere Gattuso a non dire più “coglioni” in conferenza stampa (e in effetti è incredibile che nessuno glielo abbia spiegato), ma non i bambini che ormai Gattuso lo hanno sentito. Direi che tutte le parolacce della mia generazione ormai sono state assorbite dal lessico tv. Come a dire che hanno smesso di essere parolacce, e che difficilmente i posteri le riconosceranno tali. I nostri sbadati lettori futuri troveranno estremamente formali le nostre dispute a base di “stronzo” e “vaffanculo”, esattamente come noi irridiamo gli antenati coi loro “perdindirina” e “Gesù Giuseppe e Maria”.
Non avete un’idea di quante parole d’uso comune o persino scientifico siano state, in un’altra epoca, parole sconce. La vagina era il fodero della spada, il glande era la ghianda: eufemismi piccanti da non pronunciare davanti a una signora. In fondo la volgarità è una porta del linguaggio, da cui entra il materiale grezzo che nel corso dei secoli l’erosione dell’uso trasforma in parola comune. Mettersi davanti alla porta è un gesto abbastanza stupido. E allora?
E allora vaffanculo. Forse vale la pena di sdoganarle tutte, ripeterle fino alla noia, finché non perdano quell’infinitesimale residuo di simpatica volgarità che trattengono ancora. Quando saranno parole come le altre, Berlusconi non avrà nemmeno più interesse a pronunciarle.
E nel frattempo ci sarà sempre, in uno spogliatoio o in un campeggio, qualche oscuro geniale ragazzino pronto a inventare sconcezze nuove. Perché ce n’è bisogno. Basta che non tracimino subito: la lingua ha i suoi tempi.
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il noioso Paese che è il mio

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Io non mi sento italiano
(ma per fortuna, o purtroppo, lo sono)

A me Tarantino, quando dice che il cinema italiano non gli piace più, ricorda una comparsa di un vecchio film di Scola, una vecchietta inglese in un ristorante che dice: "quando eravate poveri eravate più allegri". O dice simpatici? Non mi ricordo nemmeno il nome del film.

Quando eravamo poveri in effetti avevamo una delle cinematografie migliori al mondo. Poi siamo diventati un po' meno poveri, ma eravamo ancora abbastanza pitorèschi, e facevamo buoni film di genere. Quelli che piacciono a Tarantino spesso sono stati girati da registi psicopatici, o comunque sensibili alle psicopatie degli spettatori, che pagando il biglietto volevano donne nude appese ai lampadari, donne in pasto ai cannibali, donne straziate dai coltelli, donne colate nella soda caustica, insomma donne nude e pronte da ammazzare. È vero che questi film non li facciamo più. Avremmo anche pudore ad andare alla cassa a pagare il biglietto. Per cui a Tarantino non interessiamo. Ma fosse solo Tarantino. È allo spettatore moderno, è al mangiatore di popcorn globale che interessiamo sempre meno. Anche se continuassimo a sfornare capolavori – che, bisogna dire, non sforniamo.

Poi c'è un altro problema, che non riguarda Tarantino, ma lo spettatore del circuito d'essai globale. Noi italiano che non sappiamo più fare B-film (non siamo più abbastanza poveri, o psicopatici), in teoria dovremmo essere ancora in grado d'interessare almeno lui. Abbiamo in effetti ottimi registi, anche giovani. Questa stagione, pure molto scarsa, come minimo ci ha dato un buon Crialese e buon Amelio, e scusate se è poco. E invece no. Lo spettatore d'essai preferisce i filmoni cinesi cappa-e-spada o quelli statici cielo-mi-s'è-allagata-la-vallata. O i picchiaduro coreani. O quei film immobili iraniani. O i musical indiani. Insomma, qualunque cosa che sappia un po' d'oriente, al limite un po' di meridione, in una parola: esotico. E noi non siamo esotici. Nemmeno un po'.

A un certo punto – decidete voi quale – ci siamo bloccati. Abbiamo smesso di essere un Terzo Mondo allegro e pittoresco, senza diventare quel famoso Paese Normale.
Non siamo abbastanza normali per fare da location neutra ai film moderni, che parlano delle cose che succedono oggi agli spettatori moderni e globalizzati. Quei film vengono bene negli USA, che sono il Grande Dovunque. Con qualche aggiustamento si possono ambientare anche in Francia, o in Inghilterra. Al limite in Germania. La Spagna, fateci caso, è ancora una location vagamente esotica. L'Italia no.

Si possono raccontare in Italia storie "esportabili", che parlino al mangiatore di popcorn tedesco, o francese, o USA, dei suoi precisi problemi? Si può fare, per esempio Muccino lo faceva (ed è anche riuscito ad esportarsi). Ma è difficile farlo bene, e probabilmente il mangiatore preferirà il prodotto di un altro Paese.
Quanto all'esotismo, capirai. L'ultima cosa che c'è rimasta è la criminalità, e tutti i dibattiti sul cinema o la letteratura "di genere" che si fanno ormai da 15 anni a questa parte sottointendono questo: i cineasti e gli scrittori italiani, se vogliono sopravvivere alla globalizzazione, devono riconvertirsi alle storie di malavita, l'unico prodotto ancora esportabile. Con ovvi rischi d'inflazionare il prodotto.

La nostra bella Repubblica ha tanti problemi. Uno di questi, evidenziato da Tarantino, è che è poco interessante. Non è abbastanza normale e non è più esotica. È una nazione con un grande passato. Gli americani, quando vengono a farci i film, vorrebbero ancora mettere la scena in cui un macchinone viene bloccato dalle pecore su una stradina appena asfaltata (c'è in un film del '94!). Probabilmente lo sanno, che l'Italia non è più così. Ma dal loro punto di vista è un peccato: quella scena è un classico, funziona, forse valeva la pena mantenerci nel sottosviluppo per continuare a girare scene così.

Io a volte scrivo dialoghi, e ho sempre paura che mi escano americani. Sin da bambino m'è parso di parlare un po' troppo come nelle sitcom americane, e di aspettarmi risate in sottofondo. Le situazioni delle sitcom sono universali. Tutto il mondo ci si specchia. Ma lo specchio è americano: le versioni italiane suonano sempre false, stanche, distorte, prevedibili.
Allora provo a metterci un po' di vernacolo. E plof! Cado nell'eterno bozzettismo italiano, buono per gli spot alimentari: l'emiliano bonaccione, il romano sarcastico, il napoletano pigro, il toscanaccio eccetera. Non se ne può più di queste cose, ma altre all'orizzonte non ce ne sono.

Io in effetti ieri avevo in mente di scrivere il mio temino sul fatto che non mi sento italiano, non perché disprezzi il mio Paese, ma perché lo trovo un'entità astratta, che mette insieme cose che non conosco e vorrei non conoscere, e tiene fuori cose che invece sento appartenermi: che senza aver nulla contro nessuno, mi sento molto più a mio agio a Lione che Caserta.

Poi mi sono sentito falso, perché non è vero che non ce l'ho con nessuno, io, io, io in realtà ce l'ho con tutti. Ce l'ho coi meridionali, coi settentrionali e col centro. Con la plebe, con gli operai, con gli artigiani. Ce l'ho con gli industriali. Con gli sportivi e gli intellettuali. Coi giornalisti. Con la Scuola, l'Università e la Ricerca. Con l'arredo urbano. Mi danno anche un po' sui nervi gli appennini.

Tutto questo per ovvi motivi: il malgoverno, la corruzione, l'emergenza rifiuti, eccetera eccetera. Ma forse c'è una ragione più privata. Vorrei scrivere storie, e qui non ci riesco. È l'unico Paese che conosco veramente. Ma è un Paese poco interessante.

Poi mi riscuoto e cambio idea: non è vero. L'Italia è un'avanguardia di tutti i guai che verranno. Quando nacque il totalitarismo moderno, nacque proprio qui, dalle mie parti. Se c'è stato il rischio di una telecrazia in Europa, è partito dalla Brianza. La frontiera tra il Sud e il Nord del mondo passa da qui, è la frontiera mobile di tutte le facce scure che vedo in giro. Persino l'eventuale diluvio comincerà da qui. E io sono in prima fila.

Forse è vero che non mi sento italiano; pure l'Italia m'interessa. Come problema. È complicato, e io amo i problemi complicati. Viva l'Italia.
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green banana republic

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Cosa abbiamo fatto di male

Onorevole Rutelli,
ci sono state senz'altro cose più gravi su cui discutere, in questi giorni: e tuttavia prima o poi, dovremo anche cominciare a parlare di come hai speso i nostri soldi.
Sto parlando naturalmente di Italia.it, il portale di cui i turisti di tutto il mondo non potevano fare a meno. Sulla qualità e l’accessibilità del sito ti lascio nelle mani di esperti, e auguri. Io mi fermo al marchio.
Probabilmente a quest’ora hai già sentito dire che non piace a nessuno. Eh, son cose che capitano. Però fan male, capisco. Uno fa il possibile per mettersi al riapro da figure del genere: chiama i professionisti, non bada a spese, e poi? Perché, perché succedono queste cose?

E il solito problema dei grafici. Tutte brave persone, prese individualmente: ma come categoria, una manica di stronzi.
Hai senz’altro presente il tipo. Un giorno hanno venduto la madre per pagare un mutuo e da allora non si danno pace. Professionisti frustrati che avrebbero dovuto fare gli artisti, e si ritrovano a riposizionare il brand di un fustino di detersivo. La stessa psicosi dei pubblicitari, degli scrittori di fiction, degli editorialisti del Giornale: odiano l’umanità che non li ha capiti, e sono ben decisi a fargliela pagare.
In questo caso la squadra di grafici che hai scelto era reduce da imprese come la “brand identity revitalization” della sottiletta Kraft: cosa ti aspettavi? Questo logo, onorevole, non è soltanto brutto. È un logo minaccioso: trasuda odio. Vediamo dove e perché.

Font. Come a dire: i caratteri di stampa. È vero, quando cominci a usare il computer ti accorgi che ce ne sono tantissimi. E passi giorni interi a giocarci. Dopo un po’ però smetti, perché il bel gioco dura poco, e impari ad apprezzare i pregi della sobrietà. Un grafico adulto, di solito, cambia i font soltanto quando sia assolutamente indispensabile. Se può, evita di mescolare due font diversi nello stesso marchio. Se invece ne usa tre per una parola di sei lettere, evidentemente odia i suoi clienti, odia il suo lavoro, odia l’universo mondo e il suo cliente (l’Italia) in modo particolare.
Insomma, è chiaro? No? Facciamo così: gli adulti non mescolano i font. I font rimescolati fanno pensare ai bambini che giocano col PC di papà: non è andata così, vero? Non è che hai subappaltato il marchio Italia a qualche figlio di amici tuoi che ha vinto una tombola a una festa di compleanno, vero? Non vuoi che la gente pensi questo di te e del tuo Paese, no? Dal nepotismo al nipotinismo, povera Italia.
Ci sono due I, in quel logo, scritte in due modi diversi. Ti rendi conto? Come presentarsi a una riunione coi calzini spaiati.
I font rimescolati fanno pensare alle lettere anonime che si facevano una volta, quelle con tante lettere di giornale incollate una vicina all’altra. Fanno pensare ai delatori, agli infami, ai sequestratori, ai ricattatori, agli psicopatici, se va bene fanno pensare a Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols, hai presente? Bel disco, eh, per carità, ma hai presente? Questo marchio non è un marchio: è la lettera minatoria di un grafico malvagio che ricatta l’intera nazione: dammi più soldi o ti posiziono un’immagine di merda. E io pago.

Si scrive Italia, con la I maiuscola
.
Per un po’ ho cominciato a sperare che si fossero estinti. I grafici anni’70, intendo, quelli che avevano abolito le maiuscole perché… mah, probabilmente perché erano imperialiste e arroganti. Gente che non si è mai ripresa da un 6 politico al liceo. Con questi vezzi finto-razionalisti hanno già reso un danno incalcolabile all’ortografia italiana: fu negli anni Ottanta, al tempo dei cartelli bianchi che indicavano i nomi delle strade tutti in minuscolo. Vaglielo poi a spiegare, a un bambino nato in via filippo turati, che sul tema deve scrivere Filippo Turati. Sul serio, lamentati perché a scuola non insegnano l’ortografia. Nelle città del nord ormai li hanno tolti tutti, ma quanti soldi sprecati. Si sperava almeno che avessimo imparato l’errore. E invece no! Il rivitalizzatore del fustino Bolt non poteva perdere l’occasione di mettere un bel pallino rosso sulla i d’italia! Metafora del sole, del pomodoro, del semaforo, della passione… con cui questa gente ci odia. Ci odia al punto da ficcare subliminalmente il vessillo giapponese nel logo Italia.

La T verde cosa sarebbe?
Richiama la forma della penisola, dicono. Beh, veramente no. Ma neanche un po’. Ci voleva dell’impegno per disegnare una t verde che non richiamasse la forma della penisola, ma il creativo del fustino c’è riuscito. In compenso, come hanno notato molti, la silhouette ha un che di fallico. Insomma è ufficiale: siamo il Paese del C…. attenzione, però: non solo è un fallo eretto, ma è pure rovesciato. Non so esattamente questo cosa voglia dire – bisognerebbe chiedere a un analista bravo – ma da quando l’ho notato non riesco a guardarlo senza contrarre qualcosa. Un pene eretto, in quella posizione, ha qualcosa di terribilmente sbagliato. Farebbe male. Fa male il solo guardarlo. Voltatelo, per l’amor di Dio. Altro che riferimenti al design, al futuro. Chi disegna un fallo così, odia tutti i falli del mondo.

I colori… Le ciarle sui colori, te le raccomando. Il nero esprime stabilità, il rosso passione (ma dai?), il verde, “secondo le nostre ricerche”, avrebbe un valore naturalistico. Insieme, fanno un totale di tre colori, più l’obbligo morale di usare uno sfondo bianco, perché altrimenti il logo non funziona. Qui l’odio è più sottile: è rivolto a tutti i colleghi che dovranno trovare un modo per infilarlo nei dépliant o nei manifesti. È chiaro che uno che ama i suoi clienti e i suoi lavori, il logo cerca di farlo in un colore solo, e facilmente appicicabile dovunque: anzi, se possibile cerca di svincolarlo dal colore, in modo che lo si possa usare con qualsiasi tinta o qualsiasi sfondo. Un logo che entra dappertutto e non dà noia: come una Panda. Ma per centomila euro non ti potevano mica vendere una Panda. Ti dovevano rifilare la fiat Barchetta…

Ma che idea, IT
… nella conferenza stampa il portavoce dei fustini, visibilmente imbarazzato, riconosce che è tutto cominciato da questa idea: It è il pronome neutro, in inglese. Come dire: per farci venire idee sull’Italia dobbiamo come minimo usare una lingua straniera. Perché la lingua italiana la odiamo! Non ci suggerisce niente. L’inglese è l’unica cosa che ci tira su il morale, quando arriviamo in ufficio e ci tocca fare un Perfumed Soaps Packaging. Che in italiano sarebbe rifare la carta alle saponette. E poi ti domandi perché ci odiano.

La frittata è fatta. Ora per qualche anno ci dobbiamo tenere la banana verde. Ma meno la stampigliamo in giro meglio è. Tra qualche anno, quando ce la saremo dimenticata, faremo magari un concorso nelle scuole. Da qualche parte in qualche scuola ci sarà ancora qualche studente dotato, ma troppo giovane per provare odio nei confronti del suo Paese. Sono sicuro che uno, da qualche parte ancora c’è. E disegnerà un brutto logo, ma meno brutto di questo qua. E andrà bene comunque: dopotutto abbiamo campato 60 anni con una stella a 5 punte incastrata in un ingranaggio, tra una foglia di ulivo e una di quercia.
E nessuno si è mai lamentato. Perché, vuoi sapere una verità? I loghi fatti bene, non li nota nessuno. Scivolano via. I grafici lo sanno, e ci odiano per questo. E si vendicando vendendoci loghi brutti, e facendoceli pagare salati. Ora lo sai, Onorevole.
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de te fabula?

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Il film non partiva neanche male.
La prima scena è una matrioska, contiene tutto il film liofilizzato. Bonolis e consorte, a teatro, guardano uno spettacolo che è scemenza pura. (Lo spettacolo è Commedia Sexi, appunto). Tutti ridono, tranne Bonolis un poco imbarazzato. Questi sono gli italiani, dice. Questa è la gente che ce tocca governà. E la moglie: maddai, in fondo è divertente.
Lo spettacolo finisce sulle note di “Tutti fanno le corna, e chi se ne frega, ecc.”; la moglie esce, Bonolis si attarda nel camerino con la ballerina e… ripete, per filo e per segno, la scenetta che ha appena visto recitare. È un ipocrita, è ridicolo, è farsesco, ma è credibile. La realtà imita la farsa, quindi non bisogna disprezzare la farsa: parla di te. Quindi non bisogna disprezzare le commedie sexy. Quindi ho fatto bene ad andare a vedere Commedia Sexi?
No.

Nessun popolo si merita questo

Mettiamo in chiaro una cosa: non sono fiero di quello che sto facendo. Non ci vuole nessuna abilità a parlar male di Commedia Sexi. Chiunque è capace.
Io avrei voluto essere l’originale fantasista che riesce a parlare bene anche di Commedia Sexi. Se ce l’ho fatta con Muccino, perché no?
E mettiamo in chiaro un’altra cosa: nessuno si aspetta che D’Alatri faccia il Bergman. Ma neanche il Pietro Germi. In effetti, nessuno si aspetta molto da D’Alatri.
Giusto qualche sorpresa. Commedia Sexi dovrebbe essere il film che, senza pretese intellettuali, ti piazza lì un paio d’istantanee riuscite, sicché io dovrei uscire dalla sala pensando: in fondo la vita è così. Più farsa che tragedia. Più D’Alatri che Bergman.
E invece no, più ci penso e più mi sembra una tragedia. Non tanto la vita in generale, ma il tempo e il denaro buttato via in Commedia Sexi. Una farsa con delle pretese. Benissimo, andiamo a vedere queste pretese.

Non si può fare il cinema se non dialogando con il popolo, questo film è stato realizzato per rispondere a delle necessità espresse, cercando di apportare qualche cosa di nuovo.

L’ambizione del film è divertire il pubblico natalizio con qualcosa di popolare, originale, moderno. E cioè? Una storia di corna. Ah però. Il pubblico resterà senza fiato. Il pubblico poi sarebbe lo stesso (un po’ imbolsito) che andò a vedere il primo panettone dei Vanzina e ci trovò Christian De Sica a letto con un uomo. Sembra fantascienza, ed era il 1983 (Moonlight shadow). Per dire che sì, ci tocca rimpiangere i Vanzina. Loro qualche istantanea l’azzeccavano.

D’Alatri manco ci prova. Lui si affida all’intreccio, tutto basato su un’idea di un’inconsistenza singolare: se una velina ha una storia con un politico, basta intestare tutto all’autista, e nessuno sospetterà niente. Ma proprio nessuno. Anche quelli pagati per sospettare. Non solo: ma l’autista entrerà nello star system dalla porta principale, perché tutti sono curiosissimi di conoscere un mister nessuno che paga le bollette a una velina. È storia di tutti i giorni, no? Le pagine del gossip sono piene di mister nessuno che fanno innamorare donne bellissime.

E poi ci sono gli attori. Con la farsa vai tranquillo: devono essere macchiette. Se davvero hai qualche pretesa, puoi chiedere all’attore di lavorare sulla sua macchietta, di problematizzarla un po’, di trasformarla in un personaggio. Il mito della commedia all’italiana nasce così. Persino Goldoni è partito così: prima canovacci con le maschere, poi sempre meno maschere e sempre più persone.
Qui invece si assiste al fenomeno contrario. Una manciata di attori magari anche buoni che s’ingegna a trasformarsi in macchiette per il gusto del pubblico bue. È la farsa del Cuoco Porco e della Moglie Ipocondriaca: indovinate un po’ chi hanno chiamato a indossare queste due mascherine. Ma non s'è un po' rotto i coglioni, Michele Placido? Lui è famoso financo in Afganistan, potrebbe fare il mafioso cattivo in qualche produzione di Karachi, non sarebbe più dignitoso di questo? Alla fine ci fanno una figura migliore Bonolis e la Santarelli, proprio perché nessuno si aspetta da loro niente che non siano già.

E poi c’è il Figlio Segaiolo, la Figlia Apprendista Zoccola, ma niente paura che tutto si sistema: basta andare in tv a Porta a Porta. Dove (in presenza del direttore di Chi, garanzia di moralità) accade un corto circuito logico: l’autista carezza la velina e implora alla moglie di tornare. Se fossimo in casa davanti alla tv gli tireremmo in testa il telecomando: siccome siamo al cinema ci tocca dargliela per buona. Se Bonolis è un ipocrita, il suo autista chi è? Perché gli deve andare tutto bene, visto che mente esattamente come il suo padrone? Soltanto perché il padrone è il padrone e Arlecchino è un suo servitore?

E perché la tv deve guarirci da ogni male? La figlia non ha più bisogno di psicologi, la moglie cornuta può buttar via pillole e flaconi. Non c’è niente di più salutare di una spaghettata su un terrazzo con una velina e il suo maestro di danza. Tanto paga Pantalone Bonolis. Lui però deve finire disonorato, scornato, pussa via. Così impara. In fondo l’unica cosa che ha azzeccato D’Alatri è la gran voglia che c’è in giro di capri espiatori. E Bonolis ha il phisyque du role: oggi non c’è niente di più napoleonico del ruolo del Presentatore, dalla polvere all’altare alla polvere nel giri di sei mesi. Bonolis parla a nome di Moggi, di Savoia, di Lapo, di tutti i potenti che abbiamo trovato con le dita nella stessa marmellata che piacerebbe tanto anche a noi. Li prendiamo per il culo per un po’, e poi magari li riabilitiamo, in fondo cosa senza di loro non sapremmo di chi parlare. In casa o a Porta a porta.

Rimane una cosa da dire, un po’ imbarazzante. Il film fa ridere.
Non tanto me, ma le dieci persone che avevo dietro facevano confusione per cinquanta. E non si capisce per cosa, davvero. Battute memorabili non ce ne sono. A dire il vero non mi ricordo proprio una battuta che sia una. Forse è qualcosa che mettono nel popcorn.
Ma davvero, a un certo punto ti sembra di essere come Bonolis all’inizio del film: sono davvero questi gli italiani? Il problema è che almeno Bonolis è un ipocrita: io no, io sono proprio così. Nessuna velina mi aspetta in nessun camerino, la gente tutt’intorno ride e io non mi diverto. È un problema solo mio? Guardo su internet. No. È un problema anche di Broono. Phew. Viva i blog.
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- campioni

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Una vita da Gattuso

I meri fatti sono questi: Zidane ha perso la testa e Trezeguet ha preso una traversa.
Il risultato, indiscutibile, e' che siamo Campioni del Mondo. Tutti cinquanta milioni e rotti quanti siamo. Campioni. Ce lo meritiamo? Non troppo. Lo meritavano i francesi? Men che meno. C'era il rigore? No (ma ce n'era un altro nel secondo tempo). C'era il fuorigioco sul gol annullato? Non lo so, qui tutti hanno urlato e non si e' capito niente.
Cos'ha detto Materazzi a Zidane? In francese si dice provo'. Se la pazzia di Zidane potra' insegnare a milioni di piccole pesti francesi a non reagire alle provo', tanto meglio. Noi dopo Baggio abbiamo imparato a tirare i rigori.

Antropologia spicciola: i francesi (studenti) urlano piu' degli italiani, ma urlano solo nei momenti piu' intensi. Hanno un Dio: Zizou. E vari idoli: Henry, Barthez, e via scendendo. Quando Zizou impazzisce, restano gelati. Non glielo perdoneranno mai. Ancora tra quarant'anni spiegheranno ai loro figli che la finale l'ha persa lui.
(Non e' cosi' vero.
Negli ultimi dieci minuti, con un uomo in piu', il centrocampo italiano non riusciva a spingere. Ma la difesa teneva. Zidane avrebbe pascolato fino al 120', e poi avrebbe segnato il suo bel rigore. Ma Trezeguet avrebbe preso la traversa ugualmente).

Per contro, gli italiani commentano le azioni. Non hanno nessun Dio a cui raccomandarsi, ma soltanto calciatori che potrebbero sempre dare un po' di piu'. Dai Zambrotta, dai Gattuso, spingi Pirlo, non far cazzate Materazzi, e dove cazzo e' Totti, e' sceso in campo o no? La nazionale si critica fino all'ultimo minuto secondo.

Questo forse manca ai francesi: un po' di sano senso critico. Zidane ne avrebbe avuto bisogno. Ma e' antropologia da due soldi.

Come ci si sente a vincere per un soffio, all'ultimo minuto, lo sappiamo gia'. Di sicuro avremmo preferito vincere come i nostri genitori. Tre botte al Brasile, due alla Polonia, tre alla Germania. Quella era gente seria. Noi siamo quelli che siamo, e si sa.
Siamo, per dirla con una parola che vuol dir tutto e niente, berlusconiani. Dove "Berlusconi" ormai e' un concetto che col povero S. B. non ha niente a che fare. Ma il tormentone di quest'anno, dal Caimano in poi, e' stato questo: Berlusconi ha vinto, siamo tutti figli suoi.

Siamo immaturi e un po' ignoranti. Tatuati e pasticcioni. Abbiamo prosperato in un clima moralmente discutibile, dove gli arbitri finivano chiusi negli spogliatoi e noi credevamo che fosse ok. Abbiamo peccato di parole, di opere, e soprattutto di omissioni. Ci sarebbe piaciuto essere persone piu' serie, ma alla fine non siamo altro che noi.

D'altro canto, non siamo necessariamente peggio degli altri. E siccome saremo ancora noi, per molti anni, tantovale farvelo vedere: se c'e' bisogno lottiamo, su ogni pallone, se c'e' bisogno mandiamo a casa i padroni di casa, e neanche gli armadi d'ebano francesi ci fanno paura.
Non siamo Dei, siamo terzinacci. Ma neanche voi siete Dei, mettetevelo in testa. Noi siamo campioni perche' non crediamo piu' a nessun intervento divino, di manager o arbitro o centravanti miracolato. Crediamo solo in noi stessi, e anche poco.

C'e' questa vecchia idea asfissiante, questa riduzione della Storia d'Italia ai minimi termini, per cui gli anni di piombo finiscono al Santiago Bernabeu. Di vero c'e' questo: negli anni Ottanta ci siamo tutti un po' montati la testa. Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre capacita', e stiamo ancora pagando.

Succedera' di nuovo? Io spero di no. Vorrei che questa vittoria avesse un sapore diverso. Il riscatto per una generazione che ha fatto melina per troppo tempo. Che viveva di illusioni e rimediava solo figuracce (2002 e 2004).
E' una generazione che non mi sta simpatica, ma alla fine e' la mia. Sono io. Non posso mica inventarmi diverso da quel che sono. Sono come tutti voi, uno che e' cresciuto un po' troppo lentamente. In ogni caso sono cresciuto, e adesso si tratta di farvela vedere. Si tratta di lavorare, tutto qua. Non c'e' nessun regista miracoloso a cui passar la palla. Da qui in poi stacco, senno' divento Ligabue.
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- calpesti & derisi

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Siam pronti alla vita


Fratelli d'Italia,
l'Italia è un po' stanca.
è al verde, va in bianco,
e il rosso l'ha in banca.
Dov'è la Vittoria,
diciamolo, dove?
Siam qui dalle nove
e Vittoria non c'è.



Fratelli d'Italia,
l'Italia è per terra,
in crisi, in declino,
e pure un po' in guerra.
Dove sei, Vittoria,
la volta che servi?
Che rabbia, che nervi,
l'Italia imprecò.

Fratelli d'Italia, l'Italia è un po' a pezzi,
per quanto la osservi non ti raccapezzi:
ché dopo quattr'anni di aiuti a Tremonti,
né mari né monti ne possono più.

Fratelli d'Italia, l'Italia è precaria:
stivale spaiato che scalcia nell'aria.
Dov'è la Vittoria? Ma quanto fattura?
Di monte in pianura l'Italia franò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò
Dall'Alpe a Sicilia,
dovunque è una pena:
ogni uomo per Silvio
ha dolori alla schiena.
Del sangue d'Italia
non sei già satollo?
Vuoi spezzarci l'ossa?
vuoi pure il midollo?


Fratelli d'Italia,
l'Italia sta fresca.
Di quanti cantieri
si cinse la testa…
Dov'è la Variante?
Perché è così tardi?
Chiedete a Lunardi,
l'Italia non sa.
Fratelli d'Italia,
l'Italia s'è rotta:
nessuno al timone
che tenga una rotta.
Dov'è la Vittoria
(o almeno un Pareggio?)
Qui dal male al peggio
in picchiata si va.


Fratelli d'Italia,
rompete le righe.
Chi mai v'ha promesso
cinque anni di sfighe?
E chi v'ha arruolato
alla guerra infinita,
pensando a una gita,
l'Italia tradì.
(Si stringono a corte,
- ma con un' "o" sola! -
Son pronti alla morte,
finché è una parola.
Si stringono a corte,
a leccare il più forte,
se ha le gambe corte
in ginocchio si stan).


Noi siam da cinque anni
calpesti e derisi,
perché siam coglioni,
perché siam divisi.
Vogliamo un po' bene
a 'sto suolo natìo?
Uniti, perdio,
chi vincer ci può?
Fratelli d'Italia,
sorelle, cognate,
non datevi vinti,
non vi rassegnate.
L'Italia è in ginocchio,
ma non è finita.
Siam pronti alla vita,
l'Italia chiamò.


Poropò
Poropò
Poropoppoppoppoppò
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- severo monito

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58 di questi giorni

NEL RIGOGLIO DI INTIMI AFFETTI SUSCITATO DA QUESTA TRASMISSIONE MI È CARO INTERPRETARE CON LA MIA PAROLA IL FERVORE DI SENTIMENTI CHE, COME SULLA SOGLIA DI OGNI ANNO, COSI NELL'ATTUALE VIGILIA TUTTI CI ACCOMUNA IN UN PALPI TO DI MUTUA COMPRENSIONE E DI FRATERNA SOLIDAR1ETÀ.

E' QUESTA UN'ORA CHE PIÙ DI OGNI ALTRA CI RICHIAMA AL TRASCORRERE DEL TEMPO E CI INDUCE A BANDIRE RISENTIMENTI E POLEMICHE, A GUARDARE PIÙ OBIETTIVAMENTE AL PASSATO ED A FORMULARE I MIGLIORI PROPONIMENTI PER L'AVVENIRE.

NEL CORSO DI QUEST'ANNO, IN CUI NON SONO MANCATI DRAMMATICI EVENTI CHE HANNO TENUTO IN TREPIDAZIONE E IN ANGUSTIA I POPOLI E GLI INDIVIDUI PENSOSI DEL DESTINO DELL'UMANA CIVILTA', L'ITALIA IN CONFORMITÀ DI UNA VOCAZIONE DA ESSA PROFONDAMENTE SENTI TA E SANCITA DALLA STESSA COSTITUZIONE , HA CONTINUATO A DARE IL SUO ATTIVO CONTRIBUTO ALLA CAUSA DELLA PACE E DELLA COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE.

SUL PIANO INTERNO, IL DELICATO PROBLEMA DELLA CONGIUNTURA ECONOMICA MANIFESTA ALCUNI SINTOMI INCORAGGIANTI E SONO SICURO CHE CON IL CONCORSO DI TUTTE LE FORZE PRODUTTIVE, DAI LAVORATORI AGLI IMPRENDITORI ECONOMICI, TUTTO SARÀ FATTO AFFINCHÈ LA NOSTRA ECONOMIA SI SVILUPPI CON RINNOVATA FIDUCIA.

Le forze sociali sembrano optare al presente per posizioni di contrasto o quanto meno di dura dialettica, ma appaiono consapevoli delle difficoltà e desiderose di contribuire ad affrontarle. I partiti che hanno stipulato un'intesa di programma devono esprimere una solidale volontà di convergenza riformatrice. Come ho già avuto occasione di dire ogni forza politica deve conservare il suo patrimonio ideale, ma le intese raggiunte o da raggiungere su specifiche proposte politiche dovranno sempre avvenire sul terreno della fedeltà ai valori della Costituzione.

Vi è un'altra mia preoccupazione. non posso nascondervela. Si stanno verificando scandali. Non si verificano questi scandali nella classe lavoratrice propriamente detta. Si stanno verificando in alto questi scandali, tra gente, tra persone che stanno bene economicamente, ma che, si vede, sono insaziabili di danaro, di ricchezza. Scandali che turbano la coscienza di coloro che onestamente lavorano e che onestamente si guadagnano il necessario per vivere. Quindi la legge sia implacabile, inflessibile. contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano.
Vi è un'altra considerazione che vi debbo fare, che riguarda la nostra gioventù, Mi stanno molto a cuore i giovani. Vedete, qui al Quirinale ho Instaurato un metodo: quello di ricevere tutte le scolaresche che al mattino vengono a visitare Il Quírinale. In questi anni ne ho già ricevuti 360 mila.
io non faccio discorsi a questi scolari, a questi giovani; intreccio con loro un dialogo, cioè mi sottopongo ad un interrogatorio, a molte domande. Ebbene, la loro preoccupazione è soprattutto questa, miei cari compatrioti. Essi mi chiedono: "Quando avremo terminato I nostri studi. troveremo un'occupazíone?". E poi mi pongono un'altra domanda: "Il nostro domani sarà turbato dalla guerra?".
Ecco le domande che mi fanno i nostri giovani. E non dobbiamo tradire le speranze della nostra gioventù, di questa gioventù che rappresenta l'avvenire della Patria, l'avvenire della nostra Nazione.

Per risolvere questi problemi gravi, occorre una grande mobilitazione di tutti, sagge e coraggiose iniziative, nel segno di una concordia nazionale di fondo che di niente vuol privare la dialettica democratica, ma che anzi da essa si alimenta come in ogni societa' aperta, in vista di una collaborazione NECESSARIA per il bene comune. Cio' quanto meno su questioni vitali, come la lotta alla criminalita' organizzata, inaccettabile in se' e con le sue DRAMMATICHE diramazioni nel traffico di droga e nel piu' barbaro dei delitti, il sequestro di persona.
Certo, la ''questione giustizia'' assume, in questa prospettiva, una assoluta urgenza e priorita'. E rende assolutamente necessaria una sua soluzione, nell' anno 1991, - che io vorrei poter chiamare l' ''anno della giustizia'' - anche con un piano straordinario in termini di aumento dei magistrati, di potenziamento delle strutture operative, di riforme da completare, esaminando anzitutto ed approvando SOLLECITAMENTE il pacchetto di misure che il Governo ha presentato al Parlamento in tema di giustizia e di sicurezza pubblica, nonche' di quelle di cui io stesso ho investito le Camere.

Tutti ci ricordano che siamo ad un passaggio delicato, difficile; ed è vero, ma attenzione non ci viene chiesto nulla, proprio nulla di eccezionale, nulla di eroico. Non assumiamo il tono dell'eroismo. Ci viene soltanto chiesto di fare bene il nostro dovere, proprio null'altro.
Non ci viene chiesto di essere salvatori della Patria, ma servitori della Patria, sí! e con amore!
Se faremo questo, un giorno, volgendoci indietro, vedremo che il p a s s a g g i o è stato superato....
L'essenziale è che a superarlo sia tutto il popolo italiano. Tutto!
E che ciascuno voglia e possa camminare insieme.
Dipende da ciascuno di noi che camminiamo e che aiutiamo quelli che non possono camminare, perché occorre che tutto il popolo cammini.
Ho detto l'anno scorso: "l'Italia risorgerà", ed era augurio fatto con il cuore. Oggi mi sento di poter dire "l'Italia sta risorgendo!".

Possa il 2006 portare serenità a voi, alle vostre famiglie, alla nostra amata Patria.
Viva l'Italia!
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- 2025

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Satellite d'amor
Caro Leonardo,
sempre su Taddei:
come sai, quell'uomo è in perenne agitazione, non riesce a star fermo in un posto per più di qualche minuto. Per molto tempo ho pensato che si trattasse della reazione standard di una persona che si sveglia dopo vent'anni di congelamento: come una foga di voler recuperare il tempo perduto, eccetera. Pensavo anche che col tempo si sarebbe attenuata. Ma passano i mesi, e lui resta indiavolato come il primo giorno. Di più: sta contagiando l'ambiente circostante. Quando vado in facoltà sento come un'agitazione che monta, echi di assemblee autogestite, cose da cui cerco di tenermi lontano.

Nel frattempo, comincio a pensare che non ci sia nulla di eccezionale nella sua agitazione. È semplicem il modo di fare standard di un trentenne-e-qualcosa nel 2004. A quel tempo, si viveva a una certa velocità, a un certo ritmo. Col tempo, e con le varie crisi economiche, questo ritmo si è via via rallentato, in modo troppo graduale perché noi riuscissimo ad accorgercene. Ma se potessimo tornare a vent'anni fa, probabilm ci accorgessimo che tutti a quel tempo schizzavano di qua e di là a velocità oggi impensabili.

"Ah, sei qua. Ma dove cazzo…"
"Taddei, insomma!"
"…sei stato, ti ho cercato tutto il giorno".
"Sono dovuto venire a piedi perché il filobus non passava, c'è stato una specie di attentato a una centralina energetica e…"
"Maledetti terroristi!"
"Sì, sì, certo. Comunq sono in ritardo solo di sei ore".
"Sei ore? Ti sembra una cosa normale? Dovevi fare degli esami oggi! I tuoi studenti saranno esasperati"
"I miei studenti sono in ritardo come me, non c'è nulla di eccezionale".
"Ma ti rendo conto che per sei ore sei stato irreperibile? Nessuno poteva sapere dove stavi. Magari eri rimasto vittima di un attentato e…"
"Taddei, ti vuoi calmare? Sono qui. Sono arrivato. Adesso, se c'è qualcuno da interrogare, lo interrogo e amen. Non stiamo a fare un duemilaesedici".
"Un che?"
"Niente. Taddei, devi abituarti ad aspettare le persone. Tutti qui passiamo ore ad aspettare le persone. E finché non arrivano, non possiamo sapere con certezza dove si trovano".
"È intollerabile".
"Sul serio? Ma perché?"

Flash! Come la classica lampadina nei fumetti.

"Aspetta, Taddei. Forse ho capito il tuo problema. Ora ti faccio una domanda: qual è la tecnologia di vent'anni fa che oggi rimpiangi di più?"
"Non so, forse la moka".
"Quella esiste ancora, manca il combustibile. Ma sei sicuro di non avere un profondo e sottaciuto rimpianto per la telefonia cellulare?"
"Ah, sì, beh, non è che io fossi un appassionato di telefoni, ma…"
"Ma ti manca la reperibilità. Sapere dov'è la gente in tempo reale".
"Ah, sì, quello era importante. Ma che fine hanno fatto i cellulari?"
"Nessuna fine. Sono invecchiati e si sono rotti. Siccome nel Bel Paese nessuno li produceva più, quando c'è stato l'embargo anti-bizantino…"
"Non è possibile. Qualcuno funzionerebbe ancora. Almeno di contrabbando".
"Ah, ma comunq non ci sono più i satelliti".
"Ce li hanno tolti a causa della guerra, vero?"
"No, perché? Anche in guerra non c'è motivo per non fare buoni affari, e far telefonare gli italiani è sempre stato un buon affare per i bizantini e tutti gli altri. Ma a un certo punto ci hanno impedito di trasmettere perché facevamo troppi guai".
"Guai?"
"È una storia un poco imbarazzante. Fu durante gli attentati del 2011… o del …13? Non mi ricordo".
"Attentati? Chi attentava chi?"
"Guarda, non mi ricordo con precisione, comunq tutte le capitali bizantine furono prese di mira. A quel tempo c'erano ancora molti cittadini del Bel Paese in giro per il mondo, per studiare o lavorare per farsi i fatti altrui, sai".
"Per turismo".
"Ecco. Insomma, a un certo punto ci fu un attentato più grosso degli altri, in una grande capitale… Londra o Parigi o Vilnius, non mi ricordo… e la copertura satellite andò in tilt. Andò talm in tilt che un paio di satelliti artificiali esplose, disseminando cocci su un'orbita ellittica che interseca pericolosam l'atmosfera ogni tredici novembre. Peccato che da noi sia sempre nuvolo, perché lo spettacolo di stelle cadenti dicono sia notevole".
"Un sovraccarico di informazione. Tutti volevano sapere dov'erano tutti".
"Magari. In realtà le indagini appurarono che il sovraccarico era stato causato da un solo messaggino di testo, hai presente? Quelli che si digitavano coi tasti numerici…"
"Gli sms"
"Esse-emme-esse, già, li chiamavamo così".
"Un solo sms?"
"Sì, che proveniva dall'unità di crisi della Farnesina, insomma, dal nostro ministro degli esteri del tempo".
"E cosa c'era di così distruttivo in questo sms?"
"Nulla, era un semplice messaggio di testo. Ma il ministero aveva pensato bene di spedirlo a tutti gli italiani all'estero. Siccome l'Italia era nello spazio Schengen, era impossibile capire quali italiani fossero all'estero e quali no, così una cima dell'unità di crisi pensò bene di tagliar la testa al toro spedendo l'sms a tutti gli italiani".
"Cinquantasette milioni".
"No, no, almeno centoottanta".
"Centoottanta milioni di italiani?"
"Centoottanta milioni di cellulari, ogni italiano ne aveva a testa tre. Così questo semplice sms di testo fece esplodere i satelliti".
"Ma cosa c'era di così importante da comunicare a tutti gli italiani?"
"Beh, sai, in un'emergenza del genere… le solite cose: PER FAVORE, CHIAMA A CASA PAPA' E MAMMA, LORO MOLTO IN PENSIERO, eccetera eccetera".
"Stai scherzando?"
"No, era un modo per accelerare il lavoro dell'unità di crisi, sai… reperire tutti gli italiani all'estero, chiamare i papà e le mamme".
"Vuoi dire che nel momento in cui un ignobile attentato paralizzava una capitale d'Europa, e i soccorsi avevano bisogno di comunicare tra loro, la Farnesina sovraccaricò il satellite per una cazzata del genere?"
"Non era una cazzata, si trattava di calmare il legittimo cardiopalma di tutte le mamme italiane, e dei papà!"
"Non posso credere che sia successo".
"Ma in realtà era già successo altre volte, e la comunità internazionale aveva portato pazienza, perché si sa come siamo noi, siamo dei simpatici cazzoni e…"
"Dei simpatici cazzoni? Noi siamo i figli di mamma che alla prima bomba frignano e telefonano ai fottuti parenti. Noi siamo la vergogna del continente, noi. Peggio degli albanesi, siamo! Dei fottutissimi…"
"Sssst, Taddei, per favore! Qua di fianco c'è il dipartimento di studi schipetari, e i madrilinguisti sono molto sensibili".

Se n'è andato, in una nuvola di livore. A volte mi chiedo se non esploderà, un giorno.
Proprio come i satelliti.
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First we take Bassora, then... (terza e ultima parte)

E fu così che cominciò, la prima guerra del Mediterraneo. E fu (a seconda del punto di vista) lunga, breve, giusta, sbagliata, preventiva, mal preventivata, disumana, umanitaria, e tante altre cose ancora.
La prima settimana ci furono esplosioni spettacolari, che fecero il giro del mondo, anche perché quel Bel Paese era pieno di location formidabili, vecchi monumenti, ruderi di antiche civiltà, l’ideale per il set di un kolossal.

Non morì tanta gente, ma anche qui, è questione di punti di vista. Tre persone sono poche, finché non sono tua madre, tuo figlio, il tuo compagno. Le persone che morirono in quei palazzi erano tutte madri, figli, compagni di qualcuno. E i sopravvissuti, gli abitanti di quella Repubblica fondata sul Lavoro (e quindi precaria) osservarono che, anche se lo avevano sempre saputo, era come se non se ne fossero mai resi conto. E cominciavano a perdere la calma.

You loved me as a loser, but now you're worried that I just might win.
You know the way to stop me, but you don't have the discipline.
How many nights I prayed for this, to let my work begin.
First we take Bassora...


Figurarsi il Presidente. Lui, che non era mai stato una cima, ora, con l’età e con lo stress, sragionava; e nessuno se ne curava, perché chi era al suo seguito aveva dovuto divorziare dal senso critico troppi anni prima; e poi era sempre troppo divertente per fermarlo. Ora, per esempio, vedeva complotti comunisti dappertutto. C’era una logica in questa follia: se l’Iperpotenza attaccava, un motivo c’era senz’altro: e questo motivo non potevano che essere i comunisti.

Quando le prime portaerei furono avvistate al largo, il Presidente fu colto dal panico. Non temeva i bombardamenti: aveva i suoi bunker, come ogni leader di un certo rango. Quello che lo angustiava erano appunto i comunisti. I rapporti dei servizi parlavano di frange antagoniste decise a resistere ora e sempre. Questo non era bello. Che figura ci avremmo fatto con gli invasori? Il Presidente diede disposizioni chiare e concise: “Fermate, con ogni mezzo possibile, chi cerca di stabilire nel nostro bel Paese un Regime”. E si diede alla macchia. (C’è chi dice che un giorno tornerà, a bordo di un panfilo, cantando una canzone, e libererà il Paese dal male. Ma c’è anche chi beve troppo).

Quando i marines sbarcarono, trovarono ad aspettarli un esercito fortemente perplesso.
I graduati, in particolare, erano in crisi. Leggevano e rileggevano l’ultimo ordine “Fermate, con ogni mezzo possibile, chi cerca di stabilire nel nostro bel Paese un Regime”, e non riuscivano a venirne a capo. Significava che dovevano tirare sugli iperpotenti? O sui comunisti? O su loro stessi? Chi decise per l’una, chi per l’altra: iniziarono a spararsi tra loro. Del resto anche i marines, nel dubbio, miravano tutti.

Gli antagonisti veri, quelli che avevano promesso di ricacciare gli iperpotenti in mare, si presentarono in qualche migliaio sulla spiaggia con scudi di plexiglass e striscioni e furono testé asfaltati. Nel luogo del loro sublime sacrificio oggi c’è il parcheggio di un multisala (ma qualche vecchietta continua ad appoggiare corone di fiori al semaforo).

Non mancò comunque – specie negli ultimi giorni – chi cercò davvero di combattere l’invasore, con le armi di fortuna: poca, quest'ultima. Alcuni ce l’avevano con l’Iperpotenza per motivi ideologici; altri per sordo senso del dovere; ma la maggior parte era semplicemente arrabbiata per le solite banalità, i bombardamenti, i figli morti, le case distrutte, ecc-... Come ogni battaglia disperata, attirava anche i fanatici: ci furono attacchi suicidi, attentati, stragi. In situazioni del genere c’è sempre gente a cui il senso dell’onore suggerisce le azioni più scellerate.

Remember me? I used to live for music.
Remember me? I brought your groceries in.
It's Father's Day, and everybody's wounded.
First we take Bassora...


Ma insomma, un bel giorno finì. Ricordo come fosse oggi quando, entrati nella capitale, i soldati iperpotenti si accanirono contro un monumento, pensando che si trattasse dell’effigie del dittatore locale. Si trattava in realtà dell’imperatore di un’antica iperpotenza, di cui nessuna delle reclute aveva mai sentito parlare (del resto, se avessero fatto una buona scuola, non si sarebbero trovati un lavoro così schifoso).
Intorno a loro si era radunata una piccola folla festante: demolire l’arredo urbano era un’antica passione di quel popolo, e poi quelle statue, sempre uguali, alla lunga stancano. Era un bel giorno di sole, e non c’era scuola. I bambini giocavano a nascondino tra le rovine antiche e nuove. La radio mandava le buone notizie sul fronte nord: intorno alla città chiamata Berghem erano stati scoperti sterminati magazzini di armi convenzionali e non, stoccate e pronte per l’esportazione. Le ultime sacche di resistenza celtiche erano state debellate: tanto che nel Paese praticamente non c’erano più Celti (come vent’anni prima, del resto). Il loro leader era fuggito in un Paese confinante, che però fu invaso l’anno dopo. La sua vita raminga è continuata per molti anni, ma ultimamente sembra aver trovato un’occupazione stabile come pizzaiolo ad Algeri (in un primo momento aveva provato con la polenta, ma gliela tiravano dietro).

And I thank you for the items that you sent me:
the monkey and the plywood violin.
I practised every night now I'm ready. First we take Bassora....


Nei giorni successivi, l’iperpotenza si pose il problema di che assetto dare alla nuova provin… alla nuova nazione libera. Venne convocata un’assemblea dei capi-tribù di ogni regione, che dopo una ponderata riflessione, elesse come capo temporaneo l’ex erede al trono. Costui, previdente, era riuscito a tornare nel bel Paese qualche anno prima, per girare uno spot di sottaceti.

Con lui, le cose migliorarono sensibilmente. Il monopolio tv scomparì: tutte le reti furono comprate da un monopolista internazionale. I mafiosi e gli altri utenti del carcere duro uscirono dalle celle, per entrare in recinti di polli approvati dalla Croce Rossa Internazionale. Fu emanato un nuovo severissimo Codice Della Strada, ma siccome il Paese era ancora pieno di reclute dell’iperpotenza che in licenza amavano scatenarsi (come nessuno gli permetteva a casa loro), il sabato sera i vigili chiudevano tutti e due gli occhi.

Quindici anni dopo le risorse petrolifere mondiali si esaurirono, e ancora il motore all'idrogeno non era pronto. Per alcuni anni i combustibili più importanti furono il carbone e il metano. Il Bel Paese conobbe una fase di insperato benessere, grazie anche ai nuovi investitori stranieri, che vi avevano cercato e trovato i più grandi giacimenti metaniferi del mondo. E la nostra storia finisce così. Perdonata se vi è parsa lunga, faziosa, irrealistica. Tenete per vero che non s’è fatto apposta.
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Fratelli di

Ma dico, hai presente il tipo? Dai, quel tipo di persona.
Quello tipo che se lo multano in divieto di sosta è colpa del vigile, che lo conosce bene quel vigile lì, che la multa non la paga, ah no, che quasi quasi a quel vigile lì lo denuncia;
quello che la giustizia è facciamo a chi paga di più gli avvocati;
quello che poi, quando non sa come pagare gli avvocati, li nomina ministri e senatori;
quello che ha rispetto per la magistratura finché la magistratura non gli rompe i coglioni;
quello che tutti i magistrati ce l’hanno con lui, hai presente il tipo?
Quello che sono tutti comunisti, i magistrati;
quello che il comunismo consiste nell’avercela con lui (chissà perché poi);
quello che se il Financial Times parla male di lui il Financial Times è un covo di magistrati comunisti travestiti da giornalisti inglesi (che ci vuole, del resto? Un ombrello e una bombetta);
quello che ha stima per l’arbitro finché non fischia contro di lui;
quello che se sta perdendo, e al novantesimo salta un riflettore, “è impossibile giocare in queste condizioni, tutti giù, ragazzi…”, finché non si riparte da zero a zero come vuole lui;
quello che a Milano ci sono orde di comunisti che pattugliano il palazzo di giustizia notte e dì, invece di andare a lavorare, impossibile giocare in queste condizioni, tutti giù, ragazzi;
quello che da bambino dovevi dargli ragione, sennò chiamava suo papà, che te la faceva vedere lui;
quello che è tutto un complotto, un complotto di vigili, arbitri, giornalisti travestiti, magistrati, un complotto comunista ovviamente, contro di lui. Che tutti ce l’hanno con lui perché è ricco, alto e bello, e se parcheggia in divieto di sosta è perché se lo può permettere. Hai presente quel tipo di persona… un Italiano, ecco.
Un italiano vero.

E poi hai presente quell’altro tipo di persona? Quello che sta zitto finché può, che si risparmiano cazzate?
Quello che se proprio deve parlare una volta all’anno per contratto, parla una mezz’ora e poi stacca la spina?
Quello che se gli chiedi un parere lui fa finta di niente, attacca una tirata sulle bandiere, gli inni, quant’è bello il vittoriale degli italiani… e intanto ghigna sottecchi, e tu ti chiedi, ma dove finisce l’astuzia e comincia la sclerosi?
Quello che sorride, con una manina ti dà un buffetto e con l’altra ti tiene per le palle?
Quello che alla fine della partita, tu ti volti, fai due conti è… “ma porc... il nonnino mi ha fottuto un'altra volta?” Quel tipo di persona, ce l’hai presente?
Un italiano, anche lui.
Un gran bell’italiano, in fin dei conti.

Dal Quirinale è partita così una segnalazione a Montecitorio, e l'articolo 45 è stato riformulato in modo più preciso e circostanziato: un processo penale può essere trasferito da una sede all'altra "quando gravi situazioni locali", tali da turbarne lo svolgimento e non altrimenti eliminabili, "pregiudicano la libera determinazione delle persone" che vi partecipano, "ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica", o determinano motivi di legittimo sospetto". (Massimo Giannini, la Repubblica.
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'lei non sa chi sono io!'.      'infatti'.Cinque o sei motivi per incassare con stile

Ammesso e persino concesso che di complotto si sia trattato, Madame, penso converrai che noi vittime potevamo incassare con più stile. Non sto parlando del gioco di Trapattoni, ma dei cronisti e commentatori che da due giorni non fanno che insistere su questo punto: "se la fifa è una mafia, perché non ne facciamo parte?" Da questo punto di vista non potrei scrivere qualcosa di più giusto e divertente di Zucconi (anche perché lui lo pagano). Mi sarebbe piaciuto che qualcuno almeno intonasse un piagnisteo sulla morale del gioco, sulla trasparenza dei bei tempi andati, che magari non ci sono mai stati, ma almeno ai ragazzini bisognerebbe raccontare che una volta le squadre vincevano lealmente, no?

Insomma, non dico la morale, ma perfino il moralismo è morto. Il mondiale è un palio di Siena dove la corruzione fa parte della competizione, Carraro è il dodicesimo uomo, che non ha saputo giocare la sua partita nelle tribune d'onore e ai ricevimenti che contano, per cui va licenziato a furor di popolo.
Per quanto mi riguarda, l'eliminazione non mi secca un granché. Convinto come sono che tutta la saggezza del mondo consista nella capacità della volpe di parlar male dell'uva che non riesce a raccogliere, avevo già preparato cinque o sei argomenti per dimostrare che Anzi, È Molto Meglio Così, e li ripassavo l'altro ieri in attesa del golden goal.
Ecco qui:

– Meglio perdere con la Corea che con un'antipatica squadra blasonata, tipo Francia o Inghilterra o Germania, che quando poi vai all'estero ti sfottono (prova a spiegargli che è un complotto degli arbitri, loro che non hanno avuto Piazza Fontana Ustica e Gladio ti daranno del paranoide).

– Perdere contro gli arbitri ci permette di fingere ancora per quattro anni di avere una grande squadra che gioca un grande calcio. Alè, l'illusione continua.

– O invece, al contrario, l'ennesima sconfitta ci costringerà a prendere atto che il nostro è un calcio malato, come diceva il tale.

– E poi tutto sommato, a me questi calciatori italiani in tutina aderente (Coco incappucciato sembrava decisamente un preservativo) non stanno tanto simpatici. Non è solo un fatto di stipendi: sì, guadagneranno un po' di più di un deputato, ma creano senz'altro più indotto e più felicità della maggior parte dei parlamentari. No, è una questione di stile. Non mi piace l'italiano che rappresentano, abbronzato, ben rasato, palestrato, pubblicizza le n i k e, esce con le veline, in ritiro fonde la playstation. Scusate se insisto sul concetto, ma a me piaceva Paolo Rossi, sembrava un mucchietto d'ossa gracili e si alzava più in alto dei brasiliani per segnare di testa. Se non avessi visto lui forse non avrei mai toccato un pallone. L'idea che i muscoli non siano tutto, e che tutti giorni si rimetta la palla al centro e si possano riscattare i propri errori. Rossi veniva da una squalifica, era un modello di riscatto. Vieri, scusatemi, al massimo è un modello di p u t t a n i e r e.

– E non scordiamo la politica, eh? Berlusconi si sarebbe preso tutto il merito. Qualcuno ricorda anche che, statisticamente, un mondiale perso anticipa una crisi di governo. (Bisognerebbe avere l'onestà di ricordare che i mondiali li abbiamo persi quasi tutti, e che i governi ci cadono in media ogni uno-due anni).

-- Così magari ricominceremo a leggere qualcosa di serio sui giornali. Ieri la strage di Gerusalemme (19 ragazzi morti) sul Resto del Carlino era a pagina 21.

– E magari per un po' non sentiremo più l'Inno di Mameli. Devo dire che stavolta si è passato il segno, soprattutto con le giovani generazioni. Mia madre mi riporta che i bambini lo cantano spontaneamente alla scuola materna, compresa la strofa di Balilla, e poi quel bel ritornello, "siam pronti alla morte". Quanto a me, la mia terza l'ultimo giorno di scuola me lo cantò all'unisono in tono di insubordinazione perché non li portavo fuori. Al che io risposi: 1. Se erano pronti alla morte, erano in grado anche di passare gli ultimi cinquanta minuti in aula a parlare dell'esame di licenza. 2. Sembravano proprio una bella classe di balilla idioti e desiderosi di andare a crepare per gli interessi altrui, ero molto deluso. Forse ho esagerato, ma cavolo, era l'ultimo giorno. Poi al tema d'italiano un ragazzo si portò un tricolore e a un certo punto ci s'involtolò dentro. Gli portava fortuna, secondo lui.

A proposito, devo fare ammenda per le mie previsioni e i miei calcoli sballati. Su questo blog di cazzate ne ho scritte molte senza che nessuno me le facesse notare, ma la scorsa settimana ho sbagliato a calcolare una differenza reti e mi avete scritto in cinque. Ragazzi, onestamente ci sono cose più importanti nella vita. Perché, ammesso e persino concesso che di complotto si sia trattato, Madame, penso converrai che ci son complotti ben più gravi da denunciare oggigiorno. Per esempio…
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A casa con sei punti?

"Ma come, dico, è l'undici giugno, beccano un terrorista arabo con una bomba nucleare, c'è il congresso della Fao, la Bossi-Fini, il Polo perde a Verona, Jan è a Gaza e non dà notizie di sé, il Movimento è in crisi e lei mette su un pezzo sul calcio? Ma non si vergogna?"
Un po' sì.

Ho fatto un paio di calcoli e ho scoperto uno scenario tanto beffardo da essere quasi desiderabile – tanto si sa quel che valgono i miei auspici, no? – E allora mettiamo che domani l'Italia spinga con Vieri, Totti, Inzaghi e quanti altri, ma non riesca ad andare più in là dell'Uno a Zero. È plausibile: dopo tutto il Messico è ancora a porte inviolate.
E mettiamo che intanto la ciurma croata riesca ad insaccare… oh, non tante, appena un paio di reti: anche questo è più che plausibile: l'Ecuador ormai non ha più motivazioni (del resto era scarso anche quando le aveva).

Bene, il Messico resterebbe a sei punti, e con tre reti fatte e una subita si qualificherebbe. Massimo rispetto.
Anche la Croazia andrebbe a sei, ma con quattro reti fatte e due subite. E l'Italia? Anche l'Italia, esattamente, sei punti, quattro reti fatte, due subite (e due annullate, ma non contano più). Stessi gol fatti, stessi gol subiti, passa la squadra vincitrice nel confronto diretto, e cioè, come ben sappiamo, la Croazia.
E l'Italia andrebbe a casa. Con sei punti. Il doppio di quelli che fece nel primo girone del 1982 (mondiale vinto) e nel 1994 (mondiale perso in finale ai rigori). Insomma, andrebbe a casa per una beffa del destino, della matematica, del guardialinee. Ma con onore.

Il mondiale intanto continuerebbe, dispensando il suo oppio ad altri popoli: Bekham segnerebbe altri rigori per l'orgoglio britannico, Pochettino farebbe dimenticare agli argentini che non gli funziona più il bancomat, Ronaldo farebbe dimenticare ai brasiliani che il bancomat non l'hanno mai avuto. Ma noi italiani saremmo, per un po', fuori pericolo. Ricominceremmo a preoccuparci dei terroristi arabi con le bombe atomiche, di Gaza, della Fao, del Movimento. Per dire, la ragazza involtolata nel tricolore che dopo la vittoria con l'Ecuador disse alla telecamera: "vittorie così ci fanno sentire fieri di essere italiani" andrebbe a cercarsi qualche motivo un po' più serio, per sentirsi fiera. E per un po' anche l'Inno avrebbe finito di stressarci.

Ma allo stesso tempo, ci ritireremmo con la sensazione che non abbiamo perso. Come quando ci eliminano ai rigori: non è sconfitta, è il Destino, ma noi restiamo i migliori del mondo.
Questa è una convinzione che nessuna sconfitta riesce a toglierci: siamo i migliori. Che importa se i titolari delle nostre squadre sono per metà stranieri. Che importa se comunque queste nostre squadre non vincono nulla. Noi siamo e restiamo i migliori e il nostro campionato è il più bello del mondo.
Questo mi fa pensare a quel romanzo di Fenoglio, "Primavera di bellezza", dove si racconta del giorno in cui l'Italia entra in guerra, e nelle piazze risuona il proclama di Mussolini, e c'è un tale in una piazza che dice: "la Francia è già spacciata, all'Inghilterra do tre mesi". Non mi ricordo se siano tre mesi o più, ma ricordo che i bombardamenti iniziano quasi subito, e solo allora si scopre che l'Italia è senza contraerea.
Allo stesso modo, oggi, l'Italia è senza difesa: basta un infortunio di Nesta e si prende due gol pasticciati in contropiede: Maldini è il monumento di sé stesso, e in quanto monumento non è che si muova un granché. Poi naturalmente tutti a dar contro a quel difensivista di Trapattoni, che forse è l'unico italiano a rendersi conto che non siamo venuti da un altro pianeta, siamo una squadra come le altre.

Ecco, una eliminazione a sei punti ci impedirebbe ancora una volta di fare i conti con la realtà. Il nostro calcio è in crisi, metà delle squadre di serie A non avrebbero i soldi per iscriversi, la bolla delle pay tv è scoppiata miseramente. Le squadre più importanti, che in teoria dovrebbero essere il fiore all'occhiello di grandi gruppi economici, in realtà si finanziano con la speculazione, essendosi quotate in borsa: ovviamente, il valore delle loro azioni non ha nulla a che vedere con l'economia reale. Una volta pagavamo gli stranieri perché giocavano meglio: oggi in realtà li prendiamo perché costano meno dei nostri. Insomma, forse il nostro forse è il campionato più bello del Terzo Mondo.
Ma se domani ci mandassero a casa con sei punti, sapremmo chi è il colpevole. Il guardialinee. L'arbitro. Il regolamento. Trapattoni che non schiera cinque punte. Carraro che non veglia sui misfatti della Fifa. Tutti questi nemici del bel calcio italiano.
E tra quattro anni saremmo pronti a scommettere tutto di nuova sulla nostra nazionale, la favorita di sempre. Forza Italia. La Francia è già spacciata. All'Inghilterra do ancora due rigori.
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Continua da ieri (Nel frattempo l'Ecuador si è rivelata poca cosa, buona a vincere solo a 2000 metri d'altezza. Ma facciam finta di niente):

...C'è bisogno di ricordare come andò a finire? Non ce la ricordiamo tutti, la partita più tragica, più brutta che abbiamo mai visto? Quando l'Italia prese il suo primo gol con l'Argentina, perse ogni qualità. Non era abituata a un avversario capace di replicare. Schillaci non trovò il gol. Tutti andarono in confusione. L'arbitro fece durare il secondo tempo un'ora intera: nemmeno lui sembrava rassegnarsi all'idea di un'Italia non vincente. Ma l'Italia non vinse più: perse ai rigori. E mi sembra di non averla ancora mandata giù. Come: avevamo lo squadrone più forte, avevamo dominato l'Austria, la Cecoslovacchia, l'Uruguay… Ripensandoci: non è stato più giusto così? quel gran squadrone in realtà aveva dominato qualche squadretta, sembrava dover vincere per procura il suo mondiale fatto in casa, come l'Inghilterra nel '66. Mentre quell'inguardabile Argentina, sconfiggendo il Brasile e poi l'Italia, aveva ripetuto a suo modo la fiaba della piccola squadra sola contro tutti, anzi, Maradona solo contro tutti, che piange all'olimpico dopo aver rovinato la festa di milioni di persone. Per la cronaca, il mondiale lo vinse la Germania. (Questo non se lo ricordano in tanti).

Italia-Brasile, nell''82, e Italia-Argentina, nel '90, sono i due shock che hanno formato il carattere del commentatore sportivo italiano – in un Paese dove i commentatori sportivi sono almeno quaranta milioni. La tendenza all'autodenigrazione, per esempio, deriva da lì: nel 1982 parlammo male dell'Italia e vinse i mondiali, nel 1990 non facevamo che parlare di come fosse forte e li perse. Da allora crocifiggere il CT e la formazione è diventato un vero rito scaramantico, e ne sa qualcosa Sacchi. Per inciso, quattro anni dopo l'Italia fece di tutto per rispettare il copione dell'Ottantadue, con una fase iniziale se possibile ancor più disastrosa. Anzi, forse il romanzo più ricco di colpi di scena della nostra nazionale è proprio USA '94, ma ha il grosso torto di finire male. Perciò di solito ci si ricorda soltanto che Baggio sbagliò il rigore, senza ricordare che fu solo Baggio a portarci fin lì. Da lì in poi la storia non cambia: l'Italia deve giocare male prima di dimostrare che può vincere. Partì male nel '98, giocò malissimo negli europei di due anni fa.

Ma appunto: l'Italia deve giocare male. Se non altro, per rendersi simpatica. Oggi che i calciatori sono dei divi in tutine aderenti, così diversi da quegli operai dell''82, oggi che posano nudi e abbronzati, hanno una sola possibilità di rendersi più umani: perdere, pareggiare, o almeno giocare male. Se oggi prenderanno una batosta dall'Ecuador, domani saremo tutti con loro. Ma stamattina, è ancora un po' difficile. Sono ancora i rappresentanti di quell'Italia caciarona che pretende di essere sempre favorita, di avere le squadre con tutti i più grandi giocatori stranieri, e che alla prima vittoria suona il clacson e si bagna nelle fontane, perché siamo i più forti del mondo. Quell'Italia stravincente che ci siamo immaginati di essere nell''82 e nessuno ce lo ha più levato dalla testa. Mentre io preferirei tifare per una squadra tra tante, che si arrabatta tra tante e dopo mille difficoltà si ritrova in finale. (Forza Italia, comunque).
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Vincere sì, ma soffrendo

Va bene, siamo tutti contenti perché la Francia ha preso un gol dal Senegal nella partita inaugurale, e in più anche stavolta l'Italia è tra le favorite. Io onestamente non me ne intendo, ma a questo punto un pronostico voglio farlo: e dico che la Francia andrà lontano, mentre l'Italia oggi potrebbe benissimo pareggiare o perdere, anzi, forse sarebbe meglio così.
Non sto remando contro: tifo Italia, come tutti. Non è una questione politica, Berlusconi non c'entra nulla, o forse sì. È una storia lunga e complicata che adesso cercherò di raccontare.

Parte da quando ero piccolo, e non sapevo di vivere nella quinta potenza mondiale: nessuno me l'aveva insegnato a scuola perché probabilmente nessuno lo sapeva. Dando uno sguardo al mappamondo era molto chiaro come l'Italia, che pure aveva un passato importante, gli antichi romani, ecc., era solo una penisola tra tante, assai meno visibile del Cile, poniamo, o dell'Arabia Saudita, per non parlare del Canada e di quell'altra nazione talmente grande da permettersi di chiamarsi con un nome lunghissimo: U n i o n e d e l l e R e p u b b l i c h e S o c i a l i s t e S o v i e t i c h e.

D'un tratto tutto cambiò, forse perché cominciavo a capire il telegiornale, o forse perché, in un pomeriggio del luglio 1982 la nostra nazionale vinse 3 a 2 contro il Brasile, con tre gol di Paolo Rossi. Quei giocatori italiani di vent'anni fa, dai nomi leggendari, in realtà fino a quel momento erano stati molto criticati, dai giornalisti giù giù sino al più umile cameriere di Bar dello Sport. Era una squadretta difensivista e smorta, che aveva rimediato tre mediocri pareggi con Polonia, Peru e… Camerun (ricordo un funebre titolo della Gazzetta: IL CAMERUN CI FA PAURA). Ad ogni modi una squadra tra tante, destinata a essere macellata tra i grandi nomi del torneo: Argentina e Brasile, per esempio.

Poi, all'improvviso, accadde qualcosa che ricordiamo tutti: la stessa squadretta, senza nulla cambiare, sconfisse Argentina e Brasile, e da quel momento fu a tutti chiaro che avrebbe vinto il mondiale, e infatti lo vinse, e vent'anni da allora mi sembra di che non abbiamo smesso di festeggiare quella vittoria inattesa, indiscutibile, che metteva la nostra penisola sopra a tante altre figure del mappamondo. Da quel momento il calcio, fino ad allora passione tutto sommato innocua, diventò una mania. La gazzetta dello sport incominciò a vendere più del corriere della sera, anche d'estate, e siccome d'estate non succedeva niente, i presidenti cominciarono a far parlare di sé comprando tutti i stranieri che trovavano sul mercato. Il nostro campionato divenne Il Più Bello Del Mondo, perché ci giocavano Zico e Maradona. Coincidenza, proprio negli stessi anni i nostri governanti cominciarono a dirci che sì, d'accordo, la mafia, la corruzione, il mezzogiorno, però malgrado tutto eravamo pur sempre la quinta potenza economica del mondo: i nostri alleati iniziarono a invitarci al G7, Craxi si mise a fare la voce grossa, e così via.

Però attenzione, io non sto dando la colpa a Paolo Rossi, che tornato al calcio dopo un anno di squalifica, tutti davano per cotto e mandò a casa i brasiliani con tre goal: la colpa è nostra, gli italiani hanno ogni tanto questi sussulti di grandeur. Ma la vittoria in Spagna è qualcosa di più: per me è sempre stato il simbolo della riscossa, dell'ottimismo della volontà, del "tu-mi-credi-finito-e-adesso-te-la-faccio-vedere". Ho un debole per le vittorie sofferte, per quel 3 a 2 che l'anno dopo il Torino inferse alla Juventus segnando tre gol in due minuti. Secondo me tutte le vittorie dovrebbero essere sofferte, altrimenti non vale.

Otto anni dopo (dopo una figuraccia in Messico che nessuno rammenta) tutto il mondo fu ospite dell'Italia-quinta-potenza, in un campionato del mondo che non sembrava poter essere vinto da altri. La squadra, intanto, era fortissima, poteva permettersi il lusso di non far giocare Vialli. C'era l'uomo del destino, un tale Schillaci che come lo mettevi su segnava, e partita dopo partita gli avversari iniziavano a scansarlo terrorizzati. C'era una difesa imbattibile, Zenga non prese un gol in cinque partite, record. E soprattutto non c'erano avversari: la Germania era il solito squadrone tutto muscoli, il Brasile stava sperimentando un nuovo ruolo, il difensore, e soprattutto, l'Argentina era inguardabile, figuratevi che aveva perso la partita inaugurale uno a zero col… col Camerun! Tutto il mondo aveva riso di lei.

C'è bisogno di ricordare come andò a finire? (il resto domani)
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ci sono pochi, pochissimi motivi per andare fieri di essere italiani. Ad esempio:

Beh, buona Pasqua.
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