Dolcetto o fine del mondo (come lo conoscevamo)?

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Non credo sia il problema prioritario, ma ho sentito qualcuno lamentarsi anche del fatto che i bambini non potranno suonare i campanelli, stanotte. Insomma come cresceranno, senza Halloween?

Giornale di Brescia

Sinceramente non lo so, ma quando ho sentito la domanda mi sono reso conto di avere avuto una vita interessante. Certo, non come quella di chi ha assistito a una rivoluzione o a una guerra mondiale, ma non mi posso lamentare, ad esempio ho visto nel giro di un quarto di secolo la parola Halloween trasformarsi da inquietante titolo di un film dell'orrore, a festa sul calendario: prima osteggiata e poi progressivamente accettata dagli adulti, al punto che ora si domandano se potranno i loro figli sopravvivere alla sospensione di una tradizione che sembra già antichissima e non ha neanche vent'anni. E vorrei dire: tranquilli, ragazzi, anche i vostri genitori non giravano per strada mascherati il 31 ottobre, e in un qualche modo sono cresciuti anche loro; ma ecco, forse non è un buon argomento, perché in effetti: come siamo cresciuti? Non è che abbiamo preso un certo benessere occidentale pompato della Guerra Fredda come un diritto fondamentale dell'uomo, e ora non sappiamo distinguere tra un regime totalitario e un governo che ci toglie temporaneamente cinema e ristorante perché non vorrebbe intasare (scusate eh) le terapie intensive? 

Ho sentito molta più gente paventare una nuova chiusura delle scuole, e se da una parte sono felice dell'importanza straordinaria che attribuiscono all'istituzione in cui lavoro (sul serio chi se lo sarebbe aspettato, anche solo un anno fa), dall'altra ho paura che mi cada la maschera mentre recito un copione che non ho scelto: tutti si aspettano che io dica che la scuola è sicura, molto più sicura di piscine palestre e bar, e che i loro figli possono andarci senza nulla temere, il che non è vero, anche se in tv l'avete sentito dire da questo o quel medico: gente che lo dice in tv, comunque, ma si guarda bene dal ripeterlo quando si mettono nero su bianco le linee guida ministeriali. Non importa, a quanto pare la scuola deve tenere la posizione, costi quel che costi: chiuderanno i bar e i forni, ma la scuola è troppo essenziale. Che figli crescerebbero, senza cinque ore al giorno nella stessa stanza (seduti a un metro di distanza con la mascherina sul naso)? Dei disadattati, molta gente ho sentito usare questa parola: disadattati. E non posso fare a meno di domandarmi: disadattati a cosa? Al mondo come ce lo immaginiamo noi; quello coi cinema gli aperitivi, i bambini mascherati a Halloween eccetera. Un mondo che in ogni caso sta per cambiare, non nel modo più auspicato, certo, ma neanche così imprevisto. Cioè è da un po' che ce lo dicevamo, che avrebbe potuto finire così, no?


È novembre ormai, di solito a questo punto nel Mar Glaciale Artico si è già formato uno strato di ghiaccio – quest'anno no. Dall'altra parte del mondo un'altra porzione di permafrost si sta scongelando dopo decine di millenni, liberando altro metano che non sappiamo bene come interagirà con l'atmosfera. Sempre dal permafrost potrebbero arrivare altre novità indesiderate ma non del tutto impreviste: virus, batteri, cose con cui dobbiamo imparare a convivere. Il mondo che lasciamo ai nostri figli è un mondo molto diverso da quello a cui ci siamo adattati noi: richiederà altri atteggiamenti, altri valori. Che crescano disadatti al vecchio mondo, non è necessariamente un male. Tra i tanti capi di cui ci imputeranno, ho il sospetto che i lockdown del 2020 non saranno il peggiore. Scusate il pessimismo, fate conto sia la mia storia di paura per stasera.

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Lettera aperta a Lucia Borgonzoni, su Bibbiano e sull'aria che c'è

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Senatrice Borgonzoni,
sono un elettore emiliano e fino a poco tempo fa non credevo che l'avrei mai disturbata. Poi ho letto che andava a Bibbiano, ed era molto felice e orgogliosa di andarci, e forse per una coincidenza l'ho letto proprio nel giorno in cui nella mia città il livello di polveri sottili doppiava la soglia massima consentita per legge – la nostra aria è una delle meno respirabili del mondo, come lei ben sa. Io stesso mentre le scrivo sento un po' bruciarmi gli occhi, e i bronchi un po' ruvidi, e all'uscita da scuola vedo un po' troppi bambini tossire – magari è autosuggestione, senatrice, ma insomma in questi giorni mi sembra che mi manchi l'aria e nel frattempo leggo che lei sarà a Bibbiano, non vede l'ora di esserci a Bibbiano, perché è molto preoccupata dei fatti di Bibbiano, e non si darà pace finché non sarà fatta completa luce sui fatti di Bibbiano.

Senatrice Borgonzoni, allora, deve sapere che oltre a essere un elettore sono un papà, e in quanto tale molto turbato da quanto successo a Bibbiano, e anch'io non vedo l'ora che i magistrati facciano completa luce sui fatti. Per cui volevo chiederle, insomma: una volta eletta alla presidenza della Regione Emilia-Romagna, in che modo esattamente potrebbe aiutare i magistrati a fare luce eccetera? Perché è da un po' che ci penso e giuro, non mi viene in mente – sarà la mia mancanza di fantasia. Cioè, non è che un presidente di regione non abbia niente da fare tutto il giorno, eh? Ci sono tutti i problemi del territorio, la viabilità che potrebbe essere molto, molto migliore di così; i rifiuti, l'urbanistica, e l'aria, mi scusi se insisto sull'aria, ma a volte mi sento quasi soffocare, ho pena per i miei figli e i loro compagni, e in mezzo a tutto questo sento che lei è molto preoccupata per Bibbiano. Del resto la prima volta che ho sentito parlare di lei è proprio perché si era infilata una maglietta su Bibbiano in Senato, e le confesso che ho la sensazione che alla fine Bibbiano per lei sia un po' quella cosa lì: una maglietta da infilarsi davanti alle telecamere. E che anche i problemi della regione per lei siano quella cosa che si può risolvere con una maglietta (e una telecamera).

E allora mi corregga se sbaglio, senatrice Borgonzoni, ma la sensazione che mi sono fatto di lei è che dei bambini di Bibbiano, e della loro oggettiva sofferenza, le freghi tanto quanto della salute dei miei bambini, e di quelli di tutta la nostra inquinatissima regione: cioè un bel niente, senatrice. Bibbiano per lei è solo la quinta per una passerella; se qualcuno ha commesso dei reati indagheranno i magistrati, non lei. Se qualcuno è colpevole lo stabiliranno i giudici, non lei. Lei chi è in tutta questa storia tremenda? A occhio mi sembra una a cui hanno dato una maglietta da infilarsi. Una maglietta tra l'altro assai poco improvvisata, una maglietta coordinata, prodotta già in serie in pochi giorni, con uno slogan coniato all'improvviso e propagato immediatamente da lei e da tutti le bocche da fuoco della propaganda salviniana (nonché da qualche fascista).

Ok senatrice, siete stati bravi: ma in quanto elettore, e più in generale persona che tende a respirare nell'Emilia Romagna, mi domando se questa abilità con le magliette, con gli slogan, con gli hashtag, con le faccine sempre sorridenti anche mentre spalate merda sugli avversari politici e sui semplici cittadini... sinceramente mi domando se tutta questa vostra capacità di macinare propaganda 24 ore al giorno sia quel tipo di abilità che serve nei palazzi della Regione. Prendiamo un problema base, ad esempio (scusi se insisto), l'aria. Cosa ha intenzione di fare per l'aria, che tra un po' non sarà respirabile? Sono andato a cercare il suo programma, che in mezzo a tutti i volantini e le news e le faccine e le magliette è abbastanza difficile da trovare, e scritto molto in piccolo. E dunque alla voce "Qualità dell'aria", si legge che "le rilevazioni degli ultimi anni non sono certo clementi con il livello di qualità dell'aria nella Pianura Padana" (io qua ci sento un po' l'insofferenza verso queste "rilevazioni", maestri severi che avrebbero anche potuto chiudere un occhio e invece no). Ma si legge anche che "le misure messe in campo fino ad oggi hanno prodotto risultati importanti [??? risultati importanti??? abbiamo le polveri sottili al doppio della soglia massima!] ma spesso sono state altamente impattanti per i nostri concittadini".

C'è scritto così: altamente impattanti. Non è chiaro a cosa si riferisca: le traumatiche domeniche senza auto, i centri chiusi alle Euro4? O al supplizio esistenziale di dover differenziare l'umido? Una rottura senz'altro, ma senatrice, se penso a una cosa un po' impattante sulla mia vita di emiliano, penso alle malattie polmonari a cui mi sto esponendo soltanto perché mi è capitato di nascere e abitare qui. E avere figli qui; figli che respirano un'aria che li condanna a una maggior incidenza di malattie polmonari. Questo è impattante, senatrice. Questo è un problema che vorrei porre in sede regionale e nemmeno mi aspetto risposte facili: so che non ci sono. Però, vede, anche solo provarci a volte aiuterebbe – metta il suo concorrente, Bonaccini: lui che pure ha la sua parte di responsabilità per questo stato di cose, sul programma ha quattro milioni e mezzo di alberi in più, bum. È fattibile? Almeno si pone il problema. Energie rinnovabili al 100% entro il 2035, dice. Si può fare? Non ne ho idea, e neanche lei ce l'ha, non ne parla. Il resto del suo paragrafo sull'ambiente serve a rassicurare i contribuenti sul fatto che non vuole chiedere tasse in più per l'ambiente, ma magari incentivare gli imprenditori che rinnovano il parco macchine. Con vetture elettriche? Ah ah ah – non necessariamente, no. Insomma senatrice a lei dell'aria interessa poco ed è comprensibile, fin qui agli emiliani premevano davvero più le tasse che la qualità dell'aria. Non credo però che si possa andare molto più avanti di così in questa direzione – e inoltre le vere tasse le decidono a Roma, via, non è che possiamo prenderci in giro anche su questo.

Senatrice non ce l'ho con lei, per quanto speculare sulle tragedie famigliari dei bambini di Bibbiano sarebbe in effetti un motivo più che sufficiente. Il suo mentore che in queste ore chiede di essere processato perché secondo lui ha difeso il popolo italiano – bloccando un centinaio di naufraghi su una nave, secondo lui i popoli si difendono così – il suo leader, dicevo, una volta ha osato accennare al fatto che bisognava portare in Emilia-Romagna il modello veneto. Magari non proprio il modello tangentaro con cui il centrodestra ha gestito il Mose, ma effettivamente anche in Emilia si potrebbero incentivare un po' più le aziende, senza troppi lacci e lacciuoli, non c'è dubbio. Proprio in questi giorni abbiamo scoperto che in trenta comuni tra le province di Verona e Vicenza il 60% dei 300 mila abitanti ha il colesterolo sballato, a causa dell'inquinamento industriale – gli acidi perfluoroacrilici immessi nella falda acquifera dalla Miteni di Trissino. Gli esperti ritengono che questi acidi possano favorire lo sviluppo di malattie alla tiroide, nonché compromettere la fertilità che so che è una cosa che anche a voi sta molto a cuore. Inoltre c'è una possibile relazione con l'insorgenza di forme tumorali, e stiamo parlando di un problema per quasi duecentomila cittadini veneti di ogni età, bambini compresi, ma certo capisco che far luce sul problema, e chiedere che i responsabili paghino, non possa essere la priorità per lei o per un partito come il suo, così attento alle esigenze degli industriali anche quando ci ammazzano neanche troppo lentamente. Continui pure a parlarci di Bibbiano, magari voteremo per lei. Magari ci piace davvero essere presi in giro mentre soffochiamo. Non lo escludo, peraltro è noto che l'aria viziata toglie lucidità. Con l'espressione della mia più profonda disistima, suo Leonardo.
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La passione di Greta Thunberg

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Scrivo anch'io due cose veloci su Greta Thunberg, e se vi accorgete che le avete già lette da qualche parte saltate pure. Lo faccio soltanto perché, tra centinaia di opinioni che ho trovato su social e giornali c'è qualcosa che ancora non ho letto e i blog una volta funzionavano proprio così, servivano a riempire i buchi, a togliere di mezzo anche la minima possibilità che un argomento non fosse stato sviscerato.

Tutte queste opinioni tra l'altro mi si sono piazzate davanti senza che io mi sia dato nessuna pena di cercarle, mentre cercavo altre cose, e non scendono: dopo tre giorni c'è ancora qualcuno che preme per farmi sapere cosa pensa di Greta. Di solito queste opinioni si collocano agli estremi di un asse che va da "esempio per tutti i ragazzi del mondo" a "povera fanatica disadattata manovrata dai poteri forti", e più spesso vicino a questo secondo polo, perché ho contatti che invecchiano, e leggo giornalisti che erano vecchi quando ero appena nato io, quando erano appena nati loro – gente che una macchina l'ha appena comprata e per non lasciarla nel garage combatterà con le unghie e gli editoriali.

Quanto a me, mentre vedo i ragazzini sfilare dovrei atteggiarmi ormai a vecchio saggio e su questo asse cercare di collocarmi in un punto non troppo estremo (e nemmeno troppo mediano), un punto comunque moderato, ragionevole: dovrei cercare di argomentare che sì, il fenomeno Greta è composto di tante cose condivisibili e di alcune cose che invece non mi piacciono... ma non ce la faccio. È evidente che non sono la persona moderata che a volte preferirei essere, oppure semplicemente credo che le cose non funzionino così: per me la verità su Greta Thunberg non sta in mezzo, ma alle estremità. Come molti fenomeni non necessariamente contemporanei, Greta funziona benissimo sia per i seguaci che per i detrattori. O è una santa che ha avuto la visione di un'apocalisse climatica, o è una strega fanatica che vuole mettere in discussione le nostre sacrosante abitudini consumiste. Temo che un osservatore moderato, che continui a ripetere "Guardate che è solo una ragazzina che con tutti i suoi limiti cerca di sensibilizzarci su un argomento" sia quello che alla fine Greta Thunberg l'avrà capita di meno. No, Greta non vuole mezze misure, o bruci per lei o sei freddo. Se sei tiepido ti vomiterà. Avete già capito dove sto andando a parare, vero?

(Scusate ma ormai qui arrivano solo gli aficionados, quelli che si sono sciroppati una serie di discussioni sulla religione e quasi duecento agiografie, quindi sarebbe anche strano che si aspettassero qualcosa di diverso): sto per dire che Greta ha fondato una religione – ecco, l'ho detto.

In sé questa frase non significa comunque nulla: cos'è una religione? Eh, saperlo. In linea di massima è un sistema di credenze che anche se è fondato su premesse irrazionali, comunque è animato da una logica interna; per fare l'esempio più tradizionale qui da noi, se compi la scelta (irrazionale) di credere in Gesù Cristo, tutto quello che poi Gesù Cristo ha detto, fatto e vissuto diventa assolutamente logico e conseguente (e quando qualcosa non sembra più logico, di solito mandano qualche teologo a riparare).

La religione è anche un sistema che ti fornisce delle speranze (cosa di cui tutti noi abbiamo bisogno) chiedendoti in cambio delle rinunce (cosa che spesso imploriamo di poter fare: siamo troppo liberi, cerchiamo una direzione) (ok magari tu no e sai cosa? Spesso nemmeno io; ma è successo a milioni di persone che lo hanno raccontato diffusamente in diari e libri e Confessioni, quindi evidentemente per millenni questa cosa ha funzionato e sta ancora funzionando per milioni di persone, il capitalismo per dire non ha funzionato così a lungo, e comunque ha bruciato molto più carbone).

La religione inoltre è la cosa che forse salverà l'umanità, e qui immagino le smorfie, perché l'umanità dovrebbe salvarla la scienza (sarebbe anche il minimo, visto quello che la scienza ha combinato). Mettiamola così: non credo che la scienza possa farcela senza che vi si sviluppi intorno una religione. Certo, sarebbe molto meglio che chiunque si convincesse razionalmente che il pianeta si sta scaldando a causa dell'inquinamento, e quindi sono necessarie scelte drastiche che modificheranno le politiche industriali e cambieranno radicalmente la nostra vita. In fondo sembra facile decidere razionalmente che comprare l'acqua minerale nelle bottiglie di plastica è sbagliato. Sembra. Ma non funziona così, l'avete notato?, per la maggior parte delle persone. La maggior parte delle persone non vuole cambiare abitudini, ed è abbastanza brava a trovare argomenti per non farlo. Si attacca ai dettagli (le borracce di alluminio non salveranno il mondo), alle contraddizioni (hai stampato un libro di carta per dirci che deforestare è sbagliato!), si inventa i complotti, chi ti paga? La gente si comporta così e non è stupidità: è un meccanismo di difesa anche abbastanza sofisticato.

La maggior parte delle persone non crederà agli scienziati, che parlano difficile e a volte si contraddicono e litigano e in generale risultano poco empatici. Crederanno ai profeti. Ai bambini, o ai vecchi che si fanno crescere la barba e vanno a vivere in montagna; ai visionari, ai folli, e anche agli imbroglioni, sì, ce ne saranno: e magari ci aiuteranno a salvare la baracca più che i bambini in buona fede. La religione è un sistema che, quando si estende abbastanza, comincia a imporre regole di comportamento attraverso un meccanismo di interiorizzazione. Ed ecco che improvvisamente separare la plastica dalla carta non mi pesa più. L'angoscia dell'uomo contemporaneo, l'eterno dilemma "a che serve separare la plastica in un secchio, se dall'altra parte dell'isolato c'è un'industria che disperde nell'aria l'equivalente di un migliaio dei miei secchi" non funziona più. Tu non separi plastica e carta perché è razionale farlo – in effetti, non lo è. Tu separi plastica e carta perché È GIUSTO, perché Greta ti guarda, perché Dio lo vuole, perché chi non lo fa va nell'inferno della catastrofe ambientale e rischia di portarti con sé.

Considerate anche questo: oggi manifestano gli studenti, tra qualche mese/anno manifesteranno i camionisti, come in Francia l'anno scorso. Se la situazione dovesse diventare più difficile, e il traffico su gomma insostenibile (e in realtà lo è già). Manifesteranno i complottisti, gli sciachimisti spiegheranno che il riscaldamento globale esiste ma è un progetto collaterale di Soros, ecc. L'aria si farà molto calda, ci saranno caduti da entrambe le parti e alla fine prevarrà chi è più determinato, ovvero chi è disposto a morire. La religione è anche questo: un sistema che ti fornisce scopi per vivere e per morire. Ecco, ho detto la mia su Greta e spero almeno che sia qualcosa di originale (non ne sono sicuro, non riesco a leggere tutto).
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I babyboomers che odiano Greta (hanno i loro motivi)

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[Questo pezzo è uscito su TheVision mercoledì]. I più famosi hater italiani di Greta Thunberg – qualcuno l'avrà già notato – sono tre babyboomers. Rita Pavone, che la trova un personaggio da film horror, è del 1945. Maria Giovanna Maglie che la metterebbe “sotto con la macchina” del 1952, come Giuliano Ferrara (“detesto la figura idolatrica di Greta, aborro le sue treccine e il mondo falso e bugiardo che le si intreccia intorno”). Il che significa tra l’altro che nel fatidico 1968 Ferrara e la Maglie avevano la stessa età che oggi ha Greta. Sono personaggi sopravvissuti egregiamente agli anni Sessanta, hanno assistito e a volte partecipato a mobilitazioni ben più radicali di quella promossa dalla sedicenne svedese. Altri detrattori della Thunberg li riconosci dalla mentalità compottarda (“cosa c’è dietro questa ragazzina?”) o ipercorrettista (“Se usa un bicchiere di plastica non può dare lezioni”). I babyboomers non ragionano così. In un certo senso non ragionano nemmeno. Il loro fastidio per il nuovo personaggio è qualcosa di incontrollabile: a malapena riescono a verbalizzarlo, e sì che due su tre vivono di parole.

La morale della favola è assai nota: si nasce incendiari, si muore pompieri. L'Italia è un Paese molto anziano, il dibattito pubblico è un giardinetto ostaggio di pensionati che borbottano e inveiscono contro i giovinastri rumorosi. I giovinastri stavolta non sono nemmeno particolarmente rumorosi – non spaccano neanche più le vetrine – ma i pensionati se la prendono lo stesso. Non dico che questa spiegazione non sia soddisfacente, ma vorrei proporne ugualmente una meno banale. Ferrara, la Maglie, la Pavone, hanno un altro carattere in comune: se la sono goduta parecchio, da enfants gâtés dell'Occidente. Il 1968 fu un episodio importante, ma se allarghiamo un po' lo sguardo il movimentismo è soltanto un momento della storia di una generazione; cui seguì la tentazione della radicalizzazione, il riflusso e il ritorno al privato, l'edonismo degli anni Ottanta, eccetera. Se volessimo assegnare a una generazione un'ideologia... saremmo dei maledetti semplificatori; ma se davvero volessimo farlo, diremmo che la priorità dei babyboomers è stata la liberazione dell'individuo. Una liberazione che negli anni Sessanta prendeva le forme della protesta sociale (ma senza trovarsi più a suo agio nelle forme tradizionali dei partiti di massa e dei sindacati); negli anni Settanta corteggiava la lotta armata; negli anni Ottanta si esprimeva nel consumismo senza più freni inibitori. Una liberazione che forse oggi smette di avere senso, nel momento in cui una ragazza svedese ci ricorda che non c'è futuro per chi non riesce a riciclare carta e plastica. Sono cose che fanno incazzare i babyboomers, non perché siano anziani – ok, ormai sono anziani – ma perché per buona parte della loro vita sono stati abituati a disobbedire alle regole, dubitare delle autorità, mettere in crisi le convenzioni. È stato un momento importante, in certi casi eroico e in altri tragico, ma è finito. Il consumo sfrenato è finito. Persino il capitalismo, sì, potrebbe avere i giorni contati. Non è colpa di nessuno, ovvero è colpa di tutti: siamo troppi, il pianeta si sta scaldando, eccetera eccetera. Greta è fastidiosa perché ce lo ricorda. È inquietante perché da un volto al senso di colpa collettivo di una e più generazioni, nei confronti di quelle che verranno e assisteranno coi loro occhi alla catastrofe ambientale che gli esperti danno ormai per difficilmente evitabile.

Quando il presidente dell’Istituto superiore di Sanità ci informa del rischio che “i nostri nipoti non possano più stare all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature”, non sta parlando dei protagonisti di un romanzo distopico: i “nipoti” sono Greta e i suoi coetanei. È normale che si preoccupino molto più dei padri e dei nonni. Il benessere che i genitori hanno dato per scontato è fatto di tanti privilegi a cui devono prepararsi a rinunciare. Il benessere che i genitori hanno dato per scontato è fatto di tanti privilegi a cui le nuove generazioni devono rassegnarsi a rinunciare (continua su TheVision).


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A Parigi è già inverno (il più caldo)

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Sarà l'inverno più caldo di sempre in Europa, e non a causa dei gilet gialli. Per quanto abbiano dimostrato, nel giro di un paio di settimane, di poter mettere Parigi e la provincia a ferro e fuoco; costringendo il governo a un passo indietro clamoroso, e dimostrando ancora una volta al mondo che ribellarsi paga (almeno in Francia): per quanto abbiano già scritto un pezzetto di Storia, quel pezzetto non racconterà che i gilet gialli furono la miccia dell'inverno più caldo. Tutto il contrario.

Sarà l'inverno più caldo di sempre perché farà più caldo, semplicemente: e l'evidenza non può più essere ignorata. È l'inverno che ha già causato i gilet gialli; è l'emergenza ambientale che sta bussando alla porta; è la catastrofe del clima che si annuncia, e i tafferugli francesi non sono che un timido annuncio di quello che succederà da qui in poi. È normale che l'allarme arrivi dalla Francia: è il suo destino, la sua geografia: la nazione più vasta dell'area più ricca, che include come l'Italia paesaggi diversissimi, ma a differenza dell'Italia non separati da barriere difficili da valicare: il che l'ha resa il laboratorio dell'assolutismo, del protezionismo, e allo stesso tempo ha creato le premesse per la Rivoluzione.

Due secoli e trent'anni dopo, la Francia è l'unica grande democrazia presidenziale europea, ed era assolutamente prevedibile che la tensione tra una provincia avvilita dalla globalizzazione e un'élite tecnocratica confinata nella capitale dovesse spezzarsi proprio qui. In un certo senso la novità non sono i gilet gialli, che protestano come i francesi hanno sempre protestato: la vera novità è il loro avversario, il presidente Macron. Salito all'Eliseo grazie a un sistema elettorale che lo ha investito di un potere e di una responsabilità assolutamente sproporzionate rispetto al credito che gode presso i cittadini, Macron e i suoi uomini si sono ritrovati a incarnare con precisione fin qui mai immaginata l'archetipo del tecnocrate gelido e cosmopolita. L'Europa delle istituzioni, lontana dal cuore del popolo eccetera.  È chiaro che avrebbe risposto all'emergenza con misure impopolari: è ovvio a chi le avrebbe fatte pagare.

L'idea del suo governo aveva un che di disumano, nella sua drastica semplicità: il costo del riscaldamento globale, lo paghino gli automobilisti e gli autotrasportatori. Chi non abita entro i confini della capitale; chi non è stato abbastanza fortunato o avveduto da ritrovarsi da vivere nei centri lambiti dall'Alta Velocità; che anche in Francia ha assorbito l'attenzione dello Stato ai danni delle tratte ferroviarie periferiche; chiunque si ritrovi costretto ancora nel 2018 a usare un'automobile per lavorare (o semplicemente viva in un piccolo centro dove i supermercati sono riforniti dai camion). Per la Capitale sono loro i colpevoli, sono loro che ammorbano l'aria di Co2 e polveri sottili; quindi è a loro che toccherà pagare. C'è il piccolo particolare che sono la maggioranza dei francesi, e i francesi non sono quel tipo di popolo che mugugna ma sopporta.

Questo è più o meno il senso della lotta: non che si possano fare analisi più approfondite, ma si rischia di caricare un movimento spontaneo di connotazioni che ancora deve assumere (magari le assumerà, ma non forziamo lo sguardo). Certo, c'è un programma, e in quel programma ovviamente c'è di tutto e quasi il contrario di tutto: solidarietà con i richiedenti asilo e rigore con i richiedenti asilo respinti. Ci sono tantissime misure sociali che nessuno a sinistra potrebbe respingere, innalzamento del salario minimo e delle pensioni; salvo che ovviamente non ci si pone il problema della copertura; così come non se lo ponevano, in campagna elettorale, né Di Maio né Salvini. Ma quanti gilet hanno davvero letto e sottoscritto il documento, quanti sono scesi in piazza semplicemente per difendersi da un rincaro del carburante? (continua su TheVision)

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Io voto sì (ma stare a casa è lecito)

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Oggi andrò a votare. Voterò sì (con l'accento) perché, se proprio interessa il mio parere, credo che le compagnie petrolifere si possono permettere di pagare qualche soldo in più di royalty, e che dovrebbe spettare a loro smantellare le piattaforme. Se questo penalizzerà l'estrazione di idrocarburi in Italia, ebbene, non mi pare che si tratti di un settore così strategico: anzi, ogni occasione è buona per cominciare a pensare ad altre fonti, ad altre soluzioni. Questo è il mio modesto parere, e confesso che non mi sarei preoccupato troppo di formarmelo, se il governo Renzi - che poteva benissimo snobbare la questione - non si fosse messo nelle ultime settimane a far propaganda per l'astensione, con uno zelo un po' sospetto. Non è che mi scandalizzi un presidente del consiglio che chiede ai cittadini di stare a casa: ne ho già visti. Però negare l'election day e poi lamentarsi che i referendum costano, ecco, mi sembra un po' grossa.

Questo mi ha fatto pensare che dietro la questione ambientale se ne nasconda un'altra più pratica, l'ennesima battaglia tra Stato e regioni. Il primo nell'ultima legge di stabilità ha avocato a sé la facoltà di concedere nuove licenze e di incassare le royalty che ne deriveranno; le seconde non ci stanno e promuovono o appoggiano il referendum. Non sono certo un fanatico dell'istituzione regionale (che in Italia è statisticamente la più corrotta), anzi: secondo me andrebbe trasformata in un ente di secondo livello, potenziando invece la provincia. Renzi ha deciso di fare esattamente il contrario, rafforzando la posizione dei presidenti e dei consigli regionali: trovo giusto che adesso se la veda con loro. Insomma io la penso così e per carità, non sono un esperto: sono una persona qualsiasi che s'informa un po' e crede di aver capito per sommi capi la natura della questione.

Per andare a votare, devo ritrovare in un qualche cassetto il mio certificato elettorale, e vincere la lieve ripugnanza che covo nei confronti dei referendum abrogativi. Stavolta ci vado, ma altre volte ho trovato giusto non andarci e non ci sono andato. La manfrina del dovere di votare, o del dovere di non fare propaganda per il non-voto, onestamente non la capisco. Se un indomani passasse una legge, poniamo, sulla stepchild adoption o sulla gravidanza assistita, e un comitato di cattolici integralisti e/o femministe integraliste riuscisse a raccogliere le firme necessarie per indire un referendum, io mi asterrei molto volentieri, e farei campagna per l'astensione. Se vogliono abrogare una legge dello Stato, si facciano il loro partito e se lo votino. Il potere legislativo lo esercitano le camere: i referendum abrogativi nascono da un compromesso (i cattolici volevano avere l'ultima parola sul divorzio) e hanno creato, per lo più, pasticci e frustrazioni: nonché dato il la a quel mito della democrazia diretta che prima superiamo meglio è. L'astensione è sempre stata parte del gioco, specie se il gioco consiste nel dare occasionalmente una specie di potere legislativo a un comitato che riesce a mettere assieme mezzo milione di firme. Le regole, poi, mi sembrano chiare da parecchio tempo. Posso capire i ventenni che hanno il diritto di vedere le cose come se apparissero al mondo per la prima volta: ma i coetanei che ancora discutono sul senso dell'astensione e del quorum mi sgomentano. Sul serio ne stiamo ancora a parlare? No, non ne stiamo parlando sul serio.
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Le nutrie contro il riscaldamento globale

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Gazzetta di Modena
Ammucchiati su questa riva

Mi capita per la seconda volta in pochi anni di trovarmi ai margini di un disastro, il che oltre a farmi sentire impotente dovrebbe suggerirmi una grande cautela e magari il silenzio [seguono cinquemila battute]. Anche stavolta la vicinanza non mi consente di capire qualcosa in più, anzi il contrario: come ci capitò di sperimentare ai tempi del terremoto, più si è vicini più si è esposti a un flusso di informazioni che poi risulteranno false; è come se le bufale scaturissero proprio dalle stesse fenditure del terreno o degli argini. Io poi non sono più esperto di Secchia di chiunque lo attraversi uno o due volte a settimana: se mi dicono che il fiume andrebbe dragato posso crederci; se mi dicono che si rischia di eliminare le piante che invece servono a compattare gli argini posso crederci; se qualcuno accusa l'Aipo (l'agenzia interregionale del Po) di non aver manutenuto un tratto d'argine, subito gli do retta; se l'Aipo ribatte che l'ultima manutenzione era avvenuta in dicembre non ho argomenti per smentirlo, eccetera.

Sulpanaro.net
Una cosa mi sento di dire, ed è che non si tratta di una tragedia dell'incuria. Il Secchia può senz'altro essere gestito meglio di così, ma non è un fiume abbandonato a sé stesso, non è "Natura" con la N maiuscola che si ribella ed eccetera eccetera. La zona in cui ha rotto l'argine potete facilmente localizzarla, su una cartina, identificando quei due affluenti meridionali del Po che convergono fin quasi a incontrarsi, per poi divaricarsi subito: Bastiglia e Bomporto sono esattamente lì, tra Secchia e Panaro in un pantano; l'incuria non se la possono permettere. Senza argini sarebbero palude: quella è la "natura" del luogo, e potrebbe esserne il destino, se non ci inventiamo qualcosa alla svelta. La manutenzione si fa, anche se a detta di molti abitanti non se ne faceva abbastanza. Leggere questo vecchio articolo di un giornalino locale fa una certa impressione. È il resoconto di un'assemblea di cittadini di Sozzigalli, una piccola frazione ai bordi del Secchia, che davanti ai responsabili dell'Aipo inquadrano il problema con una lucidità impressionante: l'Aipo, dicevano, ha finalmente ottenuto un finanziamento e adesso deve ripristinare gli argini; il fiume avrà esondato già otto o nove volte negli ultimi quattro anni, prima o poi ci scapperà il morto. È andata così? Sembra proprio andata così.

Bastiglia, non mi ero mai accorto pendesse così tanto
(Gazzetta di Modena)
E allo stesso tempo non si può dire che l'Aipo non monitorasse il fiume. Ma dopo dicembre non aveva più potuto controllare quel tratto, perché era in piena. Da più di un mese. Eppure le casse di espansione ci sono, anche se a questo punto forse è il caso di cominciare ad ammettere che non bastano. La rottura improvvisa di qualche metro d'argine può essere causata da una negligenza criminale, che magari la magistratura accerterà; potrebbe anche però trattarsi di un incidente, dove "incidente" è qualsiasi cosa che non riusciamo a prevenire, perché magari c'è qualcosa che ancora non abbiamo capito. Purtroppo gli incidenti capitano: non ci è possibile prevedere tutto. È una posizione molto scomoda da mantenere all'indomani di un disastro, quando prevale la necessità di trovare un colpevole. Più tardi magari ci sarà il tempo per scoprire che le cose sarebbero potute andare persino molto peggio, se intorno a quel singolo tratto d'argine rotto non ci fosse un sistema di vie d'acqua che complessivamente ha tenuto; ma che non è detto che tenga per sempre. Soprattutto finché non capiamo cosa è successo.

Su facebook intanto è scoppiata una specie di guerra tra le nutrie e il riscaldamento globale. Il secondo sapete tutti cos'è: è quello che ci rende sospetto qualsiasi fenomeno climatico, comprese le nevicate abbondanti in inverno o l'afa in estate - persino le mezze stagioni, ora che le abbiamo ritrovate, non riusciamo più a godercele; e se fossero preavvisi di catastrofe? Senz'altro negli ultimi anni sta piovendo tantissimo, e il livello del Secchia è tornato a essere un argomento di discussione: è alto, è veramente molto alto, ha tracimato nel saldino, l'anno scorso è arrivato quasi a pelo, no quest'anno è più alto ancora, eccetera. Che sia o no colpa del riscaldamento globale, a questo punto si tratta di una tendenza che dovrebbe portarci a delle conclusioni: allarghiamo le casse? Alziamo gli argini? Aggiungiamo canali? Qualunque cosa decidiamo di fare, ci costerà di meno dei danni che dovremo pagare se non facciamo niente. Purtroppo - è un vecchio discorso - la prevenzione non ti fa vincere le elezioni; il piangere sul latte versato a volte sì.

Quanto alle nutrie, si tratta di grossi roditori semiacquatici importati dal Sudamerica già da prima della guerra, con la sconsiderata idea di abbattere i prezzi delle pellicce. Quando il mercato espresse globalmente la sua contrarietà agli indumenti a base di pelo di ratto gigante, qualche sciagurato allevatore liberò le nutrie in un habitat dove si scavarono rapidamente una nicchia alle spese di altri animali autoctoni. Le nutrie sono grosse e scavano tane molto grandi; secondo l'Aipo il tratto d'argine potrebbe aver ceduto a causa di tane di nutrie, tassi o volpi. Le reazioni delle associazioni animalistiche non si sono fatte attendere: giù le mani dalle nutrie, non fanno niente di male, i responsabili sono ben altri, ecc. ecc.

Non essendo né un esperto di clima, né di habitat, né di nulla che non siano le storie che si raccontano tra di loro le persone, vorrei cercare di proporre una terza posizione: quello che è successo è semplicemente la prima rottura di un complesso sistema circolatorio che ha funzionato per mezzo secolo, ma che negli ultimi anni era visibilmente sotto stress. Chiedersi se sia stato il riscaldamento globale o se siano state le nutrie a spaccare venti metri d'argine, è come chiedersi se l'infarto di un tuo caro sia dovuto all'ipertensione o alle tre sigarette che si è fumato ieri. No, non sono state semplicemente le ultime tre; e allo stesso tempo no, non avrebbe dovuto fumarle. Per quanto sia complesso un sistema, il primo anello a spezzarsi sarà sempre il più debole: questo è il modo in cui finiscono le cose.

Questo è il modo in cui finiscono le cose. Non con un bang, ma con un lamento sottile. Non con le catastrofi pirotecniche dei film, ma un po' alla volta, col fango che sale e non si asciuga, e le polemiche sulle nutrie e la cementificazione, e gli aiuti che tardano. Ieri la Gazzetta di Modena apriva con un gigantesco MAI PIU' che riassumeva con precisione il nostro umore dominante, e allo stesso tempo ci alza un'ultimo argine d'illusione: forse dovremmo cominciare ad ammettere che invece queste cose succederanno ancora, e saranno la piccola parte di una complicata catastrofe che attraverserà giorno per giorno la nostra vita, e quella dei nostri figli. Abbiamo proiezioni (e non sono buone): sappiamo di quanto potrebbe alzarsi la temperatura, di quanto potrebbe alzarsi il livello del mare. Eravamo palude, potremmo tornare palude. Dipende tutto da noi? No, magari. Ci saranno incidenti, ci saranno altre cose che non riusciamo a capire finché non succedono. Ma dobbiamo organizzarci, è tutto quello che possiamo fare.
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Vedetta valsusina

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In questi giorni ho letto un po' dappertutto che, d'accordo, la TAV può essere un'idea discutibile, i NO-TAV possono avere la loro parte di ragione: però salire sui tralicci è sbagliato, salire sui tralicci è semplicemente stupido. Io non so bene cosa pensare, ci metto un po' a formare i miei giudizi. Sto ancora riflettendo su un episodio di 152 anni fa.

Siamo a Montebello, nell'Oltrepò pavese, a duecento chilometri di distanza dal fronte della Val di Susa. Anche a quel tempo c'era un conflitto in corso, che forse nessuno aveva ancora osato chiamare Seconda Guerra d'Indipendenza. In sostanza Napoleone III mira a cacciare gli austriaci dalla pianura padana, e a formarvi uno Stato satellite dell'Impero francese, da affidare alla dinastia dei Savoia e alle cure del conte di Cavour. È il venti maggio e nella zona cominciano a prendere posizione truppe francesi e piemontesi; ma si è capito che anche gli austriaci sono in zona. Un ragazzino del luogo, Giovanni Minoli (nessun grado di parentela col giornalista), sale su un frassino per dare un'occhiata. Un cecchino austriaco lo colpisce di striscio. Minoli viene prontamente soccorso dai soldati francesi e piemontesi, che lo ricoverano a Voghera, ma la medicina del tempo è quel che è, e insomma Minoli muore per un'infezione polmonare, dopo sette mesi di agonia.

Probabilmente i Sallusti dell'epoca, perché in tutte le epoche ce ne sono (anche se forse a noi è toccato il peggiore) lo avranno definito un "cretinetti": cosa c'è in effetti di più cretino che salire su un albero in un campo di battaglia? Se ti prendi una palla a un polmone te la sei meritata tutta. E poi cos'è questa frenesia di voler aiutare i soldati: non poteva salirci uno di loro, sull'albero, ché la guerra sarebbe il loro mestiere? Ne avranno fatti, di discorsi del genere, ai tavolini dei caffè.

Ma presto c'è stato altro di cui parlare. (Continua sull'Unita.it, H1t#115)

Ma presto c’è stato altro di cui parlare. Altre battaglie terribili, come Solferino; e poi l’armistizio di Villafranca che fa infuriare e dimettere Cavour; l’anno dopo l’impresa dei Mille e, in breve, l’Unità d’Italia. In mezzo a tante vittorie e tanto eroismo, la memoria di Minoli si perde completamente; tanto più che era orfano, e nessuno ne aveva reclamato il corpo, sicché ancora oggi ignoriamo dove sia sepolto. Il silenzio è tale che quando Edmondo De Amicis, un quarto di secolo più tardi, infila in Cuore la storia della “Piccola vedetta lombarda” (sostituendo alla lunga agonia una più spiccia morte in battaglia), i lettori la scambiano per la solita leggenda edificante e patriottica: la classica figurina da additare agli studenti dell’epoca umbertina come esempio di coraggio, eroismo, dedizione alla causa eccetera eccetera.
Però, prima di diventare una figurina, Giovanni Minoli è esistito davvero: perlomeno a questa conclusione sono giunti, qualche anno fa, i ricercatori Fabrizio Bernini e Daniele Salerno. E ora che non è più un personaggio di carta ci possiamo porre il problema: eroe o cretinetti? Cretinetti senz’altro, dal punto di vista degli austriaci, legittimi difensori dell’autonomia del regno Lombardo-veneto dalle mire espansionistiche di Napoleone III e dei suoi lacché piemontesi. Se avessero vinto loro, di Italia unita per un altro po’ non si sarebbe più parlato. Nessuno scrittore avrebbe mai additato agli studenti del Granducato di Toscana o dello Stato della Chiesa il modello di un un ragazzaccio che sale su un albero per fare una spiata. Ma i piemontesi la guerra l’hanno vinta (con qualche complicazione): l’Italia è unita e Minoli è uno dei suoi eroi.
La guerra del TAV non è ancora finita, e non saranno nemmeno i confronti tra la popolazione e le forze dell’ordine a risolverla. Quella in Val di Susa è soprattutto una guerra di idee: le due fazioni in campo hanno in mente due modelli di sviluppo diversi, hanno fatto calcoli diversi, e da molto tempo non si capiscono più. Se dovessi scommetterci sopra, probabilmente direi che il TAV si farà, mi basta vedere da che parte stanno i manganelli. Ma se il TAV sarà veramente un successo lo sapremo solo nei prossimi venti, trenta, cinquant’anni.
E allora forse potremo rispondere serenamente alla domanda di questi giorni: salire su un traliccio dell’alta tensione come ha fatto Luca Abbà; mettere a repentaglio la propria vita per salvare un territorio da un modello di sviluppo che in coscienza si reputa sbagliato, è un atto di eroismo o di stupidità? Se tra vent’anni la TAV funzionerà a regime, se avrà ridotto il traffico su gomma e ripianato le enormi spese che sosterremo, il problema nemmeno si pone. Se invece si sarà dimostrato un monumento inutile, se altre evoluzioni l’avranno già reso superato, i Sallusti del futuro la vedranno in un modo diverso. E Abbà si ritroverà anche lui in una figurina, come quello studente cinese davanti al carro armato in piazza Tienammen.
In fondo è facile riconoscere gli eroi: basta aspettare qualche tempo, e ogni cosa diventa ovvia e necessaria come la trovi scritta sui libri. Ma gli eroi non ce l’hanno tutto quel tempo: quando arriva un nemico si fa la prima cosa che ti viene in mente, sali su un albero oppure su un traliccio, e poi la Storia va come deve andare. Io spero che Abbà ci metta ancora un bel po’ a passare alla Storia; che si rimetta e abbia ancora tante battaglie, da vincere o perdere, ma tante. http://leonardo.blogspot.com
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Cretinetti 2022

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Il caro vecchio buon senso

Magari tra vent'anni nessuno ci penserà più, al TAV e alla Val di Susa. Sarà una zona depressa come tante, dissestata come tante; qualche pastore sarà andato a starci coi fondi dell'Unione. Non faremo nemmeno in tempo a vedere gli armenti, mentre sfrecciamo verso Parigi a fare chissàche. Avremo ricordi molto vaghi, di una cosa su cui avevamo preso una posizione, poi un'altra, quand'eravamo giovani; del fatto che non riuscissimo a trovarci a nostro agio mai, né quando votavamo un Ulivo che se ne fotteva dell'ambiente, né quando ci imbarazzavamo a trovarci dalla stessa parte dei pancabbestia. Magari andrà così.

Magari anche un po' peggio. Il traffico su gomma resisterà, perché più duttile; molta gente smetterà di viaggiare per riunioni di lavoro che si possono fare benissimo davanti a un video; e così ci ritroveremo per anni a pagare il costo di un enorme tunnel che alla fine ci sarà servito a poco. Qualche giornalista un po' più scrupoloso, o qualche ricercatore universitario senza un'idea migliore per una tesi di dottorato, riuscirà finalmente a mettere sui piattini della bilancia tutti i pro e tutti i contro (facile, col senno del poi), e scoprirà che il secondo piattino sarebbe effettivamente risultato di qualche oncia più pesante, se sull'altro non si fosse posata la fame di appalti, la brama di commesse, il keynesismo clientelare e cialtrone di questi vent'anni (che pure ha fatto respirare tante ditte che senza il TAV sarebbero a gambe all'aria da un pezzo).

Simili sorprendenti conclusioni avranno qualche eco nella stampa borghese, sempre piena di quel sano buon senso che ci fa prendere le decisioni più ponderate e meno avventurose; magari il Sallusti di turno, perché ci sarà sempre un Sallusti (anche se spero che a noi sia capitato il peggiore), leggerà il rapporto e sbotterà: ecco per cosa paghiamo le tasse, per i buchi inutili che i nostri papà facevano nelle montagne. Ma cosa avevano in testa, quei deficienti? Invece di fare le cose che andavano fatte. E titolerà: CI TOCCA PAGARE PER QUEI CRETINETTI.

Spero che quel giorno Luca Abbà possa farsi almeno una risata amara. Tieni duro.
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Io Fiume

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Oggi la rubrica l'ha scritta il Grande Padre. Ciao papà, sorridi!
No, eh?
Vabbe'. Il fiume dei Fessi e dei Furbi si legge sull'Unita.it, ed è possibile commentarlo qui.
(Ndb: nel pezzo si parla di due regioni. Mentre una è facilmente riconoscibile nel Veneto di Zaia, l'altra vorrebbe essere l'Emilia, ma appunto, vorrebbe: ce ne passa ancora di acqua, sotto e sopra i ponti).

Buongiorno, io sono un Fiume. Sono al mondo da molto prima di voi umani, e ci sarò quando ve ne sarete andati. Questo non significa che vi disprezzi. Anzi devo dire che gli ultimi millenni sono stati molto eccitanti, grazie a voi. Prima la mia vita scorreva piuttosto placida: giusto ogni tanto un terremoto, una glaciazione o un disgelo, ma per spostare il mio letto anche solo di pochi metri potevo metterci un'era geologica. Poi all'improvviso siete spuntati voi, così veloci che non ho nemmeno capito da dove siete scesi (dagli alberi?) Mi avete imbrigliato, canalizzato, deviato di qua, interrato di là, come degli ossessi. È stato divertente (ma un bel gioco dura poco).

Col tempo forse ho capito il vostro problema. La mia teoria è questa: voi non riuscite quasi mai a guardare più in là della vostra vita, che è molto breve. Questa pianura, dove stagnavo tranquillo, non era stata creata per voi. Dove io avevo messo paludi e lagune, voi avete voluto mettere campi, pascoli, città. Per farvi spazio mi avete combattuto per generazioni. Mi sta bene. Purché capiate che non potrete mai vincere. Io sono il Fiume, ci sarò sempre, e voi dovrete sempre lottare contro di me. Il giorno che non avrete più le forze, ve ne andrete, e tornerò alle mie paludi. Già adesso, basta che piova due o tre giorni, e cosa vi trovate in cantina? Sono io. Sto tornando.

Vorrei raccontarvi la storia di due regioni. Perché abbiate deciso di chiamarle con due nomi diversi non lo so, sono le vostre manie: nomi, confini, bandiere... Io Fiume le solco entrambe, e faccio fatica a distinguerle, da tante cose hanno in comune. I loro abitanti si somigliano, si sono arricchiti tardi e in fretta. Hanno gettato per terra tanto asfalto, tanto cemento, probabilmente troppo. Doveva lastricare la via verso il successo, ma ha reso di fatto più complicato l'assorbimento delle acque, e adesso bastano tre giorni di pioggia perché io rigurgiti fuori dai tombini.

Quello che distingue davvero le due regioni è, come dite voi, la "politica". In una delle due governano i... non so come si chiamino, sono un Fiume e non leggo molti giornali, li chiamerò i Fessi. A un certo punto persino i Fessi hanno capito che le inondazioni in autunno e in primavera non erano più emergenze, ma un problema cronico. E hanno pensato di risolverlo alzando gli argini, scavando nuovi canali, costruendo casse di espansione e allargando quelle esistenti. Per fare tutto questo servivano molti soldi: li hanno raccolti, economizzando su altre voci di bilancio; domandando di accedere a fondi nazionali o europei per la conservazione del territorio; indebitandosi. Magari hanno addirittura alzato le aliquote delle imposte regionali. Lo hanno deciso in un giorno di sole; non una nuvola si affacciava alle finestre della giunta regionale. Non è stata una scelta popolare. Ma gli amministratori guardavano al medio-lungo termine, pensavano alle inondazioni che avrebbero prevenuto, ai soldi che avrebbero risparmiato. Perché sono Fessi.

Nell'altra regione da qualche anno governano i Furbi. Anche loro hanno capito che l'acqua in cantina non era un ospite occasionale. Non sono mica Furbi per niente. E cosa hanno fatto? Un bel niente. Non hanno alzato un argine, ché son soldi. Non hanno scavato un solo fosso in più di quelli scavati dai loro nonni più previdenti. In estate hanno annunciato che loro le aliquote non le toccavano, tra gli applausi dei loro elettori. Questi son già arrabbiati dei troppi soldi che vanno alla capitale, figurati se potevi chieder loro di pensare alla pioggia nei giorni di sole.

È venuto settembre, e poi ottobre, e con ottobre le prime piogge serie. Dopo qualche giorno, neanche una settimana, io mi sono presentato puntuale nelle cantine, e ho fatto un miliardino di danni. I Furbi hanno approfittato per chiedere soldi alla capitale, e lamentarsi dei centralisti ladroni. Siccome in realtà anche nella capitale governano i Furbi, qualcosina senz'altro arriverà. Poi sì, tanti soldi bisognerà spenderli, e i contribuenti li pagheranno. Nel frattempo i Furbi si faranno fotografare mentre spalano il fango nelle cantine, e ci avranno guadagnato una bella foto per il manifesto elettorale. Già, perché tra un po' ci saranno le elezioni, e sapete chi le vincerà? I Furbi. Con le loro mani sporche di fango, il simbolo degli Uomini del Fare.

Anche nell'altra regione è piovuto. Ma gli argini erano più alti, le casse di espansione pronte ad accogliermi; così ho esondato appena un po', e il giorno dopo non ero neanche in prima pagina sui quotidiani locali. Tra un po' ci saranno le elezioni anche qui. E i Fessi le perderanno. Perché hanno alzato le tasse, e non hanno nemmeno un manifesto in cui spalano fango in una cantina. Insomma perché sono dei Fessi, e meritano di perdere.

Il futuro, infatti, è dei Furbi. Credete a me, che sono un Fiume, ho già visto crepare i dinosauri. I furbi erediteranno il mondo - per i prossimi cinquant'anni, diciamo. Il tempo di estinguervi. Poi torno io. Spazzo via il vostro cemento e non ci penso più. http://leonardo.blogspot.com
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Ho una teoria #29

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Diciamo che ho una notizia buona e una cattiva. Quella buona è che comunque il petrolio è finito.



Quella cattiva, anche.

Il petrolio è finito, sull'Unita.it, si commenta lì in tempo reale.

La Coppa del Mondo, e la crisi del calcio italiano. Il vertice dei G8. La bomba in Grecia. Le mozzarelle blu. Gli esami di maturità. L'anniversario dell'ennesima strage insabbiata. I nuovi ministri, con o senza portafoglio, e i loro impedimenti, legittimi o meno: c'è tanta carne al fuoco in questi giorni. Sarà per questo che della catastrofe del Golfo del Messico sui giornali non si parla quasi più.

Ha tutta l'aria di una notizia “vecchia”: in fondo la piattaforma Deepwater Horizon è colata a picco due mesi fa. E invece il vero disastro sta avvenendo in diretta, proprio in questo momento: si stima che dal pozzo Macondo fuoriescano ogni giorno tra i 5000 e i 9000 metri cubi di petrolio. Già da un mese la macchia di petrolio è visibile dai satelliti. Le ultime piogge in Louisiana lasciavano pozzanghere oleose e iridescenti. Centinaia di operatori ecologici hanno sofferto di una sindrome ribattezzata TILT (“Toxicant Induced Loss of Tolerance”). Eppure tutto questo non lascia quasi tracce nel flusso d'informazione dei media tradizionali italiani. Come mai?

1. Una ragione l'abbiamo già vista: l'incidente è avvenuto due mesi fa. Purtroppo la nostra soglia di attenzione è quella che è, e non ci consente di percepire un'“emergenza” che duri più di qualche giorno. Persino un'apocalisse ecologica come quella del Golfo, dopo una settimana, è già routine. I problemi passano di moda prima che si riesca a risolverli.

2. C'è di mezzo Obama. Ai tempi di Bush un disastro del genere gli sarebbe stato rinfacciato quotidianamente (è quello che accadde più o meno con l'uragano Katrina). Ma benché la sua popolarità cominci a traballare nei sondaggi in madrepatria, qui da noi Obama è ancora intoccabile. È una sorta di meccanismo di compensazione, scattato sin dal 2008 (quando il Pd veltroniano colò a picco sventolando le bandierine stelle-e-strisce): la vittoria di un giovane democratico nero ci ha reso meno intollerabile il pensiero di vivere in un'Italia berlusconizzata. Il guaio è che Obama non detiene i poteri assoluti che segretamente vorremmo che avesse: i suoi ultimatum alla BP finora sono serviti a poco; nel frattempo la Corte Suprema ha dichiaratoillegittima la sua moratoria sulle trivellazioni. Il pensiero che anche Obama non riesca a farsi rispettare dalla lobby petrolifera è sconfortante quanto basta per voltar subito pagina e parlar d'altro – sì, persino dei problemi della Nazionale.

3. Non ci riguarda. Anche se una parte del petrolio ha già raggiunto l'oceano, noi italiani ci riteniamo al sicuro. E fingiamo di non sapere che il disastro del Golfo è solo l'annuncio di un evento ben più catastrofico, che c'interessa da vicino: la fine del petrolio. Che si tratti di una fonte non rinnovabile lo abbiamo sempre saputo. Da anni gli studiosi ci spiegano che il petrolio non scomparirà all'improvviso: la produzione toccherà un picco (il cosiddetto picco di Hubbert) per poi calare rapidamente, quando tutti i pozzi più accessibili cominceranno a esaurirsi. Nuovi giacimenti continueranno a essere scoperti, ma l'estrazione diventerà sempre più complessa e onerosa. I pozzi dovranno scendere sempre più in profondità, e correre sempre più rischi. Quando raggiungeremo il picco? Secondo gli scienziati dell'ASPO ci siamo già. Da qui in poi la possibilità che accadano incidenti come quello del Golfo (o del delta del Niger) crescerà sempre di più – anche nel Mediterraneo, un ecosistema fragilissimo che non resisterebbe a una fuoriuscita come quella del Golfo. Siamo insomma noi, ancora più che Obama, ad aver bisogno di una moratoria alle trivellazioni.

Tutto chiaro? E ora, un indovinello: quale ministro, dieci giorni dopo l'esplosione della Deepwater, ha aperto il golfo di Taranto alle ricerche di una compagnia petrolifera? Un piccolo aiuto: quindici giorni dopo si è dimesso. Per altri motivi, pensate. http://leonardo.blogspot.com

(Un ringraziamento a Petrolio, il blog che è la migliore finestra italiana sul disastro). 
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peripatetici a Roma

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Dialogo sull’arte contemporanea

“…E questa quindi è piazza del Popolo, e in fondo c’è la chiesa coi Caravaggio”.
“E quelli prof cosa sono?”
“Non ne ho la minima idea. Sembrano soldati”.
“Manichini”.
“Sì, come l’armata di terracotta”.
“Ma no, prof, è pattume".
“Sul serio?”
“Sono fatti con le bottiglie, coi rottami. Questo è rosso perché è fatto con le lattine di cocacola. Ma che roba è”.
“Aspetta che c’è un cartello, vedi. Ah, ecco. Trash People, di Ha Schult. È un’installazione”.
“E cioè?”
“Un’opera d’arte”.
“Un’opera d’arte?”
“Un’opera che portano in giro, vedi? Ci sono le foto. Trash people davanti alle Piramidi. Trash people sulla Grande Muraglia. E adesso qui”.
“Ma che senso ha?”
“C’è sempre sul cartello. Ci fa riflettere sul nostro rapporto coi rifiuti. Ne produciamo talmente tanti. In fondo sono come le nostre piramidi, come il nostro esercito di terracotta che…”
“Ho sete. Mi è venuta voglia di cocacola”.
“Curioso, anche a me. C’è un bar di fronte alla chiesa”.
“Comunque questa non è arte. È pattume.
“È arte fatta di pattume”.
“Ma non è bella da vedere”.
“Dal terrazzo del Pincio deve fare un bell’effetto, invece”.
“Ma insomma, manichini di rusco, ero capace anch’io”.
“Sicuro?”
“Ma certo, come dire che domani vado in discarica e faccio una roba che…”
“Troppo tardi, lo ha già fatto Schult”.
“E non lo posso fare anch’io?”
“No, se copi non è più interessante. L’arte contemporanea è così: vince chi arriva primo. Come la formula uno”.
“E se faccio una roba con… delle schegge di ferro”
“Già fatto”.
“Oppure dei catenacci, dei carburatori e…”
“Già fatto”.
“E allora prendo l’olio frusto e ci faccio una roba che…”
“In un museo a Parigi ho visto roba fatta con le muffe, per cui figurati”.
“E allora con lo sputo, faccio una roba con lo sputo”.
“Già fatto. Pensa che un artista italiano ha già fatto una cosa con la merda”.
“La sua merda?”
“Quarant’anni fa, quindi arrivi un po’ tardi con gli sputi”.
“Una scultura con la merda?”
“Una cosa semplice. L’ha messa in diversi barattoli e ci ha scritto sopra: Merda d’artista. E poi l’ha venduta a peso d’oro”.
“E chi l’ha comprata?”
“I musei, per esempio, l’han comprata. Parigi, New York, quel tipo di posti”.
“Mi sta prendendo per il culo, prof”.
“L’ho vista quest’estate, coi miei occhi. Merda d’artista, di Piero Manzoni. Non confondere con Alessandro”.
“E chi è questo Manzoni”.
“Era un pittore. Ma è famoso soprattutto per la merda nei barattoli. Anche perché è morto giovane”.
“Ma lei l’ha vista sul serio?”
“Ho visto il barattolo”.
“E come si fa a sapere che dentro c’è la merda davvero?”
“Ci sono gli esperti, i critici, è il loro mestiere. Tieni conto che i barattoli li ha venduti a peso d’oro, ma adesso valgono ancora di più. Uno che ha comprato la merda di Manzoni trent’anni fa, a rivenderla adesso si compra una Ferrari. Perché la quotazione è salita”.
“E se adesso in un barattolo la faccio io…”
“Non te la compra nessuno, perché non ti chiami Manzoni. Lui è arrivato prima. Vince chi arriva prima”.
“Ma l’ha fatta direttamente nel barattolo?”
“Penso di no”.
“Ma davvero l’ha vista?”
“Perché dovrei raccontarti una bugia”.
“Che odore sapeva?”
“Nessun odore, dopo quarant’anni…”
“Ma non va a male in qualche modo?”
“Si ossida un po’ il barattolo. Del resto anche i Caravaggi si sono deteriorati. Certo, un conto è restaurare una pala d’altare del Cinquecento. Una merda del Novecento sarà un altro paio di maniche”.
“E quanto ha detto che costa?”
“Non lo so. Più del suo peso in oro, e aumenta”.
“Ma perché aumenta?”
“Si vede che è considerata sempre più importante, di anno in anno”.
“Ma è merda, come fa a diventare più importante?”
“Non è la merda in sé, è il gesto di metterla in un barattolo. È un gesto storico, nessuno aveva osato farlo prima. E anno dopo anno i critici lo considerano un gesto sempre più importante”.
“E se cambiano idea?”
“Se cambieranno idea, chi l’ha comprata a peso d’oro si ritroverà in mano un barattolo di merda”.
“Che fregatura quest’arte moderna”.
“Perché? È interessante, invece”.
“E comunque sono buono anch’io”.
“Prova. Prima però devi farti venire in mente un’idea nuova”.
“La piscia?”
“Figurati. Quarant’anni dopo la merda, arriva uno con la piscia. Banale”.
“Il vomito!”
“Ci avrà già pensato qualcuno. Dai, concentrati”.
“Mi concentro. Un sorso di coca?”
“Grazie”.
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- 2025

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Se il cielo è troppo blu

Caro Leonardo,
ricapitolando: il riscaldamento globale è un grande casino. Questo anche prima che i maggiori istituti di ricerca venissero privatizzati, causando la Grande Crisi del Consenso Scientifico, e le lobbies meteo-allarmiste e meteo-minimizzatrici coalizzassero gli scienziati in schieramenti l'un contro l'altro armati, in una lotta senza esclusioni di colpi a furia di statistiche farlocche, colonnine di mercurio sgonfiate, anemometri manomessi, barometri screditati pubblicamente, tsunami strumentalizzati, ghiacciai tinti a vernice, nevi della Groenlandia aggiunte col fotosciop, eccetera. Anche prima di tutto qsto, ti dico, Leonardo, e tu credimi: il riscaldamento globale era comunq un gran casino. Bisognava tener conto di migliaia di fattori non ancora sufficientem conosciuti. Le variazioni dell'asse terrestre. Le ancora misteriose glaciazioni. Il centro della terra, caldo e rotante. E poi le maree, le correnti… Un'equazione a mille incognite.

Poi, certo, empiricam uno fa presto a dire che fa caldo, sempre più caldo: ma qsto poteva anche essere un effetto della soggettività dei ricordi in via di cristallizzazione (i meteo-minimizzatori riuscirono a dimostrare, secondo loro, che i ricordi perdevano un quarto di grado centigrado all'anno, per cui i 35° all'ombra di un afoso meriggio del 1975 diventavano, nel 1995, un più ragionevole 30° Celsius). Ma insomma, a un certo punto le cantine continuavano ad allagarsi, e dopo le cantine toccò ai piani terra, e in breve certe valli (la padana, per esempio) si ritrovarono paludi, e qsto sembrava un invincibile argomento a favore dei meteoallarmisti. Ah, ma restava da dimostrare la causa umana. Era possibile dimostrare che l'uomo e le sue attività c'entrassero qualcosa con il caldo e le piogge e le alluvioni e gli uragani e l'impaludamento et cetera et cetera? No, non era possibile.
"Come sarebbe a dire non è possibile" (obiettavano i meteoallarmisti). "Se non siamo stati noi umani, chi è stato? Siamo noi l'unica novità di rilievo nell'atmosfera terrestre degli ultimi 4 millenni. Noi e la nostra abitudine a liberare diossidi. Può essere una coincidenza?"
E i meteo-minimisti, di rimando: "Ecco, i soliti tolemaici. Dev'essere per forza colpa vostra, cioè nostra. Ma la nostra presenza sul luogo del misfatto è al massimo un indizio, non una prova. È facile prendersela col diossido, qui servono prove concrete".
"Ma che prove e che indizi, non siamo mica in un processo qui. Siamo in un pantano!"

I meteominimisti tuttavia non avevano torti: le prove provate latitavano. D'altro canto, come si può provare qualcosa di così enorme? La temperatura di uno strato gassoso attorno a un pianeta di 40.000 km. di circonferenza aumenta a causa delle insolite attività di alcuni miliardi di parassiti che vivono sulla crosta del detto pianeta. È vero o no? Non esistono modellini su cui riprodurre il problema. Servirebbe un altro pianeta terra, del tutto identico al primo, ma senza umani, per vedere la differenza. Altrimenti, restiamo in un ambito puram speculativo. Cioè, tu dici di sì, ma lo dici perché il tuo sponsor ti paga per dirlo: il mio sponsor però mi paga di più per dire di no, così è inutile che insisti. È proprio inutile che dialoghiamo, capisci. Finché non arriva qualcun altro che paghi di più entrambi per metterci d'accordo…

L'unico dato abbastanza certo – ottenuto in quella data fatidica, l'Undici Settembre dell'Uno – era che se i parassiti avessero cessato di colpo alcune attività ritenute molto inquinanti (i voli di linea, ad esempio), la temperatura si sarebbe alzata ancora di più, e di colpo. Un grado centigrado in due giorni: e se gli aerei non fossero partiti per una settimana? Per un mese? Nessuno lo sapeva. Bisognava ripetere l'esperimento, ma nessuno poteva permetterselo.
Di certo non potevano gli usastri. A quel tempo erano la prima potenza mondiale, e preferivano di gran lunga vedersela con dei nemici da operetta, Alì Babà e i quaranta kamikaze, piuttosto che con sconvolgimenti globali siffatti. Si trattava di un normale istinto di autodifesa: gli usastri non potevano mettere in discussione il loro stile di vita. Forse nel medio-lungo termine la loro ossessione per i combustibili fossili avrebbe comportato una catastrofe ambientale: era possibile, ma non dimostrabile. Quel che invece era stato dimostrato, l'11/9, con l'Unico Esperimento, era che un'improvvisa interruzione del sistema consumistico, due-tre giorni senza scie di vapore nell'aria, bastava a cambiare il clima. E se il capitalismo avesse rallentato? Se la gente avesse deciso di viaggiare meno, lavorare meno, comprare meno, disperdere meno Co2? Se progressivamente il cielo si fosse liberato di gran parte delle scie di vapore? Se fosse successo tutto qsto, da un cielo più azzurro il sole avrebbe iniziato a picchiare più forte: qsto era l'unico dato sicuro. Magari la progressiva diminuzione dell'effetto serra avrebbe poi riequilibrato la temperatura. Magari. E magari no. Non si poteva correre il rischio.

A quel tempo si parlava molto del protocollo di Kyoto – un documento più simbolico che realm efficace, che si proponeva di diminuire le emissioni di Co2 di un cincinnino. Giusto per abituarsi all'idea neo-tolemaica che siamo noi umani i responsabili del mondo, ci piaccia o no.
Gli usastri naturalm si guardarono bene dal ratificare il protocollo. E siccome da soli bruciavano un terzo del diossido mondiale, capite bene che il protocollo restò una simbolica carta straccia, e perfino chi lo aveva firmato non si abbassò a metterlo in pratica.
La cosa non giovò molto all'immagine degli usastri nel mondo, e in particolare alla dinastia al potere a quel tempo – una ganga di petrolieri che passava il tempo a tagliar tasse e invadere i continenti, con la tracotanza di chi a Risiko ha appena pescato tre carte buone. Ma bisogna essere giusti. Difendendo il loro stile di vita, gli usastri difendevano anche noi. Trovandosi a scegliere tra una catastrofe immediata e una nel medio-lungo termine, essi avevano fatto la scelta più logica, cartesiana, occidentale: spassiamocela finché possiamo, e amen. Come biasimarli? Avevano tutto da perdere, in fondo.

Purtroppo,gli usastri non erano il solo impero sulla terra – pur essendo i più potenti. C'erano altri imperi, meno favoriti dallo status quo. Imperi più sfigati, tirati su alla bene e meglio, ancora fetenti di sangue e sudore. Gente che da un catastrofico rivolgimento climatico mondiale non aveva necessariam tutto da perdere. Come ad esempio… [continua]
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Riscaldo, quindi sono

Caro Leonardo,

è vero, c'è stato un periodo in cui lagnarsi del Riscaldamento Globale, in quanto Provocato dall'Uomo in un Modo o nell'Altro, andava molto di moda. La teoria, in effetti, aveva una sua solidità scientifica – ma questo accadeva prima della Grande Crisi del Consenso Scientifico. In seguito fu declassata a credenza religiosa, come l'evoluzionismo, il nutrizionismo e tutta l'economia in blocco. E cominciò a parlarsene meno, anche perché pioveva pioveva e sempre più pianure cominciavano ad andare a mollo, e la gente, rientrando a casa all'asciutto dopo 14 ore di lavoro alle idrovore, aveva voglia di distendersi e cambiare argomento.

In quanto pensatore anticonformista, Arci odiava questo tipo di discorsi. Li considerava un puro aggiornamento pseudo-scientifico del vecchio "non ci son più mezze stagioni". E sotto sotto ci scopriva il vecchio antropocentrismo pre-galileiano. Proprio così:

"Dietro ogni apocalittico c'è un egocentrico. Non solo il mondo deve finire, e male, ma deve finire proprio quando ci sono io, e possibilmente per colpa mia, per espiare i miei peccati. Tsunami nel Pacifico? È colpa mia. Il Vesuvio ci dà dentro? È stata la speculazione edilizia. Uragano in Nordamerica? È il presidente usastro che si è scordato di firmare un protocollo. La Valpadana s'impaluda? Sono i peccati dei padani che gridano vendetta al cospetto d'iddio. L'uomo non si rassegna alle sue proporzioni di lombrico".
"Ci sono lombrichi molto pericolosi, Arci".
"Seh, come no".
"Diciamo che l'uomo potrebbe essere anche meno di un lombrico, un virus, qualcosa tipo l'HIV…"
"La tua metafora è trita e antiscientifica e maldestra. L'uomo non infetta nessun organismo, perché la terra non è un organismo, no e poi no".
"Eppure la terra sta peggio da quando abbiamo fatto la rivoluzione industriale, è pacifico…"
"La terra non sta né peggio né meglio, la terra cambia continuamente. Cambiava prima di noi e cambierà quando noi non ci saremo più – a proposito, il nocciolo ruota più veloce della crosta, lo sapevi? E accelera. I poli magnetici s'invertono. L'asse traballa. Le glaciazioni. Gli animali si estinguono in continuazione, e altre specie si evolvono, e l'uomo crede di controllare il fenomeno, quando è solo parte del fenomeno. Una gigantesca teoria consolatoria. Io riesco a cambiare il clima del pianeta, quindi esisto! Anzi, sono molto importante! Il più importante! Sciolgo le calotte polari e schermo l'atmosfera, sono praticamente Dio!"
"Fammi capire. Il riscaldamento globale sarebbe una teoria consolatoria".
"La più consolatoria di tutte. Galileo sconfitto, Tolomeo vendicato. L'uomo torna al centro! L'asse terrestre s'inchina al suo cospetto!"
"Però è un Dio che deve darsi da fare, emettere meno Co2, inventarsi motori all'idrogeno, salvare l'Amazzonia…"
"Sì, siamo d'accordo, è un Dio che si suda la pagnotta".
"Più Cristo che Budda".
"Ma Budda è più intelligente. Budda sa di essere un lombrico".
"Ma se Cristo non si sbriga con l'idrogeno, muore affogato anche il Budda-lombrico".
"Pazienza, si reincarnerà in una zanzara palustre. O nel plancton".

(Budda, in realtà, non si poteva più re-incarnare, avendo raggiunto il Nirvana che è l'assenza di ogni tipo di desiderio e dolore; e qsto Arci lo sapeva benissimo, ma faceva finta di no per amor di metafora).

"Eppure che male c'è a sentirsi responsabile per quello che accade? Succede a tutti. Specie nelle disgrazie. Muore un tuo amico, ti va a fuoco la casa. E tu ti senti in qualche modo colpevole".
"È uno stadio dell'elaborazione del lutto".
"Ah sì?"
"Sì, ed è uno stadio che va superato alla svelta, perché è del tutto irrazionale e può portare a scelte pericolose. Un amico del giovane Martin Lutero fu ucciso da un fulmine. Risultato a lungo termine: la Guerra dei Trent'anni".
"Ma sarà stata l'eterogenesi…"
"…di staminchia. Certo che è stata l'eterogenesi dei fini. È sempre l'eterogenesi, Mac. È questo che dobbiamo capire. Altrimenti finiamo per essere oppressi dai fantasmi di colpe che non abbiamo".
"Ma è un modo di assumersi la responsabilità di quello che succede nel mondo".
"Ma noi non abbiamo la responsabilità".
"Ma forse potrebbe essere utile comportarci come se l'avessimo. Voglio dire, forse non è colpa nostra se il mondo si scalda. Ma se non ci diamo una mossa noi a raffreddarlo, chi altri lo farà?"
"Fammi capire. Secondo te noi dovremmo comportarci come se credessimo di essere Dio…"
"Sì".
"Anche se sappiamo di non esserlo".
"Sì".
"Ma saremmo dei matti schizzati. Non puoi fondare una civiltà su dei matti schizzati, Mac".
"Forse la civiltà consiste in questo. E poi scusa, se Martin Lutero non si tormentava per il fulmine, e poi reagiva riformando il cristianesimo, non ci sarebbero stati i puritani e la Dichiarazione d'Indipendenza".
"Questo tipo di discorsi non porta in nessun luogo".

Andavamo avanti per ore. E ore.
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L'Esperimento Unico

Caro Leonardo,
va bene, daccapo. Forse la storia ha più senso se narrata dal primo giorno.
E il primo giorno è – ci ho messo molto a capirlo, ma ormai mi sono rassegnato – l'Undici Settembre dell'Uno. Ricordo perfettam dov'ero, anche se non ha la minima importanza.
Diciamo che a quel tempo stavo facendo bla bla con bla bla e bla bla, giusto per intenderci, e nel pomeriggio ci fu un po' di agitazione per un attentato terroristico a New York. A quel tempo erano cose che facevano ancora parecchia notizia, e qll'attentato in particolare fu il fattore scatenante di un paio di invasioni usastre in Asia negli anni successivi. Mi sembra.

Qsto, comunq, c'entra poco o nulla. L'Undici Nove è passato alla Storia per l'Esperimento Unico, anche se per parecchi anni ancora sarebbe rimasto perlopiù argomento da cocktail ai convegni dei climatologi. Vedi, Leonardo, era un mondo così. Ogni giorno si scoprivano cose eccezionali. Troppe cose. Stava diventando semplicem impossibile tenerle tutte insieme, anche per i più benintenzionati, che non sono mai la maggioranza, tralaltro.

L'Esperimento, in sé, era di una banalità sconcertante. Riguardava le scie dei jet di linea. Erano decenni che gli studiosi si facevano domande su questi cirri enormi, bianchissimi, e quindi in grado di rimandare molto calore al mittente, raffreddando di conseguenza le terre emerse sottostanti: il Nordamerica soprattutto, la portaerei del Mondo.

Sin dagli anni Settanta del secolo scorso qlcuno aveva ipotizzato che i jetto-cirri stessero abbassando la temperatura globale. In seguito, però, la temperatura globale aveva smesso di abbassarsi ed era andato piuttosto alzandosi, a un ritmo che innervosiva i meteorologi più scafati. Anche allora qlcuno aveva ipotizzato che i cirri c'entrassero per qlcosa. Insomma, in un modo o nell'altro dovevano pure avere una conseguenza climatica, 'sti benedetti cirri. Possibile che la crosta del pianeta si raffreddi e si riscaldi fregandosene del tutto del suo più invadente parassita e della sua più chiassosa e petulante invenzione, i voli di linea?

A dire il vero un modo per risolvere la questione con tutti i crismi scientifici c'era: bastava fermare tutti gli aerei a reazione del continente nordamericano per un paio di giorni e misurare la temperatura media, e vedere se il mercurio nella colonnina saliva o scendeva, anche solo di un quarto di grado. Già, una cosa da niente. Bastava aspettare una sollevazione sindacale di dimensioni continentali, estesa a tutte le compagnie del mondo, inclusi i charter bielorussi battenti bandiera paraguagia. Oppure. Oppure un allarme terroristico, ma terroristico veramente, una cosa talm spaventosa da bloccare tutti i boing e i concorde negli hangar per tre giorni. Il che appunto avvenne, l'Undici Nove dell'Uno, il giorno in cui iniziarono anche i miei guai. I nostri guai.

Ora, non vorrei che qlcuno capitando qui pensasse che io aderisco a qlla teoria del complotto secondo cui i terroristi islamici erano in realtà pilotati dall'infame e potentissima lobby dei Meteoallarmisti, che vedevano catastrofi climatiche dappertutto, che finanziavano film catastrofici a Hollywood e che in seguito fecero la pelle a quel bravo scrittore usastro, come si chiamava, qllo che fu lessato durante la piena dell'Hudson – che insomma, i Meteoallarmisti tenevano così tanto a quell'esperimento da finanziare l'abbattimento di due grattacieli non bellissimi ma pieni zeppi di cittadini usastri, soltanto per avere tre giorni di traffico aereo quasi nullo su tutto il continente in modo da calcolare con calma se le scie c'entravano sì o no con le variazioni di clima. Ah, beh, scusate, no. C'è un limite anche alla dietrologia più paranoide.

In realtà si trattò solo di un classico esempio di eterogenesi dei fini. O dei mezzi. Gli Islamici ce l'avevano con l'Occidente per via di una serie di discrepanze nei libri sacri, da cui una millenaria storia di luoghi di culto contesi e un conseguente scontro di civiltà – storie vecchie e anche abbastanza incomprensibili, col senno del poi. Non avrebbero mai pensato di cambiare la storia dell'Occidente nel modo in cui la cambiarono: dando cioè agli usastri la possibilità di valutare gli effetti delle scie dei jet sul clima. Effetti spettacolari, si seppe poi.

Non si trattava di un quarto di grado, infatti. E neanche di mezzo. Un grado secco, invece. Un grado tondo in più, senza le scie. Una sciocchezza se stai prendendo il sole in terrazza – un passo da gigante se il pianeta sta bollendo e tu stai cercando un modo per raffreddarlo appena un po'. Con buona pace dei meteoallarmisti, quei frignoni. Qlle checche.

Naturalm, c'era la possibilità che l'esperimento non dicesse la verità: magari erano intervenuti fattori sconosciuti ecc.. Il metodo sperimentale non è infallibile, come già sapeva Galileo, che consigliava di ripeterli parecchio, gli esperimenti. Galileo però aveva a che fare con cannocchiali e pendoli, non col traffico aereo dell'area NAFTA. Le condizioni dell'Undici Nove dell'Uno non si sono più ripetute (grazie al cielo, vien da dire), e quindi per ora siamo fermi alle conclusioni provvisorie dell'Unico Esperimento. E cioè, sappiamo che forse, dico forse, la coltre dei motori a reazione è in grado di schermare il continente nordamericano di almeno un grado tondo, genuino, scala Celsius. Una magra consolazione, visto che lo schermo non impedisce affatto alla temperatura di aumentare altrove – per esempio nel bel mezzo degli oceani – di modo da creare spaventosi uragani che poi vanno a impattare comunq sulle coste del Nordamerica, fregandosene assai, loro, delle scie degli aeroplani.

Il risultato dell'Unico Esperimento, tuttavia, aveva il grosso pregio (per il Congresso Usastro, almeno) di essere in controtendenza rispetto ad alcune opinioni un po' troppo diffuse, come quella – mai veram dimostrata – che facesse caldo, sempre più caldo, e che magari c'entrassero per qlcosa gli umani, con la loro abitudine a liberare carbonio nell'atmosfera. Anch'io, ricordo di aver condiviso per molte torride estati qst'idea, che più che un'idea era un consolante luogo comune… [continua, spero con una certa regolarità]
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