Nel cervello di un novax, 2: niente spazio per i lupi

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(Per chi si fosse perso la puntata precedente: i novax non sono alieni; gran parte dei loro ragionamenti sono coerenti e conseguenti. Studiare quello che pensano è un modo di verificare anche quello che pensiamo noi. Non è che dobbiamo andare d'accordo, ma almeno capire cosa ci divide sul serio).

FALLACIA DEL LUPO (conosciuta anche come paradosso del runner)

We few, we happy few, we band of brothers...


Di questa abbiamo già parlato, perché la trovo la più interessante e anche la più diabolica. Io, devo confessarlo, ho un debole per i vaccini, che il covid mi ha permesso di esprimere senza più pudori: ma li adoravo già prima perché mettono la società davanti alla sua natura comunitaria. Un vaccino, da solo, non serve a niente: il vaccino ci protegge soltanto in quanto gregge, e quindi ci costringe a ragionare da gregge. Al novax questo non va: lui si ritiene un lupo – ma cos'è un lupo? Dal punto di vista del gregge, è un parassita. Il lupo campa finché ci sono greggi. Molti lupi lo sanno benissimo e non hanno obiezioni reali contro i vaccini, finché li fanno gli altri. Lui però non vuole farlo: il gregge lo dovrebbe tutelare in quanto minoranza. Il gregge non ne vuole sapere, e questo lo scandalizza, al punto di portarlo talvolta a invocare un processo di Norimberga contro questo gregge che non ha più rispetto per i legittimi istinti di un lupo. 

Questa fallacia si esprime di solito in forme ormai riconoscibili a distanza: non solo perché la maggior parte dei novax (e dei loro interlocutori) non fa che scambiarsi argomenti già prefabbricati, meme quasi intercambiabili, ma anche perché, con tutta la più buona volontà di essere originali, dopo un anno che milioni di persone parlano della stessa cosa è chiaro che ormai l'artigianato argomentativo ha ceduto il passo alla produzione industriale in serie. 

a) Selezione mirata delle informazioni: il novax/lupo da mesi continua a ripetere che il vaccino protegge dai sintomi ma non riduce il contagio. Questa nozione così controintuitiva (la gente dovrebbe continuare a essere contagiosa come prima anche se contrae il virus in forma asintomatica e guarisce più rapidamente) è in parte causata dalla fallacia del bicchiere, ovvero se anche provi a spiegargli che il vaccino ha una copertura del 60/80% nei confronti del contagio, lui non capisce o finge di non capire, per lui 80%=0%. Ma la sua testardaggine in tal senso deriva anche dal fatto che ragiona per individui, e quindi anche quando si immagina il vaccino, ne ha una concezione per così dire corpuscolare: si tratta di un rimedio che risolve un problema a tutti gli individui che lo assumono: quindi perché non se ne stanno contenti e ci lasciano vivere la nostra vita? Il fatto che questo rimedio abbia anche un'efficacia complessiva, comunitaria, di gregge, è una cosa che gli sfugge o che non vuole accettare. 

b) Rivendicazione orgogliosa della propria esistenza controcorrente: ed è qui che molto presto è nato il meme del lupo (a tal proposito, sarei sinceramente curioso di conoscere la percentuale di motociclisti novax: secondo me è altissima, ma può darsi che io sia vittima di un pregiudizio).

c) Incapacità di immaginare i propri comportamenti moltiplicati per l'umanità circostante: da cui il famoso lamento del runner, o del tizio che non capisce perché non può entrare in un parco vuoto. Ecco, qui mi pare che non si replichi mai abbastanza, come se anche molti oppositori dei novax condividessero la stessa difficoltà. Se a me salta agli occhi forse è per deformazione professionale: non posso aprire il parco a te, lo posso aprire soltanto a tutti: i diritti e gli spazi pubblici sono di tutti e (quel che è più difficile affermare e accettare), se non possono essere aperti a tutti, è meglio chiuderli a tutti che aprirli soltanto per qualcuno

d) Rivendicazione rancorosa di uno status di minoranza perseguitata: in un mondo in cui le comunità minoritarie reclamano sempre più i propri diritti, il novax si ritrova il sentiero già tracciato ed è quasi inevitabile che paragoni il suo status di oppresso a quello degli ebrei, degli omosessuali, ecc. A questo punto l'interlocutore ribatterà che questi paragoni sono fuori luogo, già: ma perché sono fuori luogo?

    d1) se l'interlocutore li ritiene fuori luogo perché eccessivi, sta comunque ammettendo che abbiano un senso; a quel punto il novax obietterà che ogni tipo di oppressione totalitaria si installa per gradi – insomma oggi mi togli la possibilità di recarmi sul luogo di lavoro, domani mi manderai al forno. E in questo caso il punto è suo, perché non si può negare che la pressione in questi mesi stia salendo: ieri il green pass, oggi il super green pass, domani l'obbligo vaccinale, ecc.


    d2) l'interlocutore può obiettare che ebrei e omosessuali non possono smettere di essere ebrei e omosessuali – o perlomeno nella concezione razziale dei nazisti l'ebraismo era una condizione di natura, e secondo la nostra idea dell'omosessualità, gay si nasce (decenni fa la pensavamo in modo diverso e chissà come la penseranno tra qualche decennio, ma adesso insomma la pensiamo così). Il novax invece può in qualsiasi momento smettere di essere novax: già, ma è appunto quello che non vuole fare. Credo che visto da fuori un sistema che ti convince a ritrattare le tue posizioni sia persino più minaccioso di un sistema che ti elimina e basta. In sostanza staremmo replicando al novax: guarda che ti sbagli, noi non siamo il nazismo, al massimo siamo l'Inquisizione...

    d3) l'interlocutore può osservare che il novax non è una minoranza oppressa come le altre perché, a differenza dell'ebreo o del gay (chiedo scusa per usare sempre questi due esempi spicci), la sua esistenza è una reale minaccia per la comunità. Il gregge non può avere rispetto per il lupo perché il lupo danneggia oggettivamente il gregge. Qui però si scopre un punto cruciale, perché anche i nazisti erano convinti che gli ebrei fossero una minaccia per il popolo ariano, e a tutt'oggi un sacco di gente è convinta che l'omosessualità sia una piaga che rammollisce la nostra gioventù. Il novax si sente perseguitato e l'interlocutore gli deve concedere che sì, entro certi limiti lo sta davvero perseguitando, per gli ottimi motivi che nei secoli il persecutore ha sempre esibito a chi perseguitava. Chi a questo punto invoca una Norimberga ci sta semplicemente ricordando che tutto passa e anche le nostre ragioni, prima o poi, saranno soppesate da giurie che le vedranno in prospettiva.

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Il cervello di un novax (è più o meno il nostro)

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Se a questo punto della pandemia non avete ancora litigato con un novax, siete evidentemente un novax, e in questo caso ti saluto: ciao, vengo in pace. So che probabilmente mi ritieni un emissario di una dittatura sanitaria che forse anche tu paragoni al nazismo; io al contrario sono incline a considerarti un irresponsabile, disinformato ed egoista, in certi casi anche un po' untore – anche se magari ti tamponi ogni 48 ore e a questo punto il tuo green pass è più attendibile del mio che ancora aspetto la terza dose. Queste cose ce le siamo dette, andiamo avanti. In questi mesi il novax è diventato l'obiettivo polemico più facile: non importa che si tratti di un fenomeno relativamente contenuto, i media ci tenevano a mostrarli, ovviamente nelle forme più grottesche possibili. Persino qualche intellettuale si è prestato al gioco, per vanità e per convinzione. Per quanto grotteschi, confesso che preferivo leggere loro che i loro avversari: questi ultimi li ho trovati troppo spesso moralisti e ridondanti (nel senso che mi sento già abbastanza moralista io mentre mi parlo addosso). A un certo punto però c'è un intervento che ha lasciato il segno, pensate che me lo ricordo a quasi un mese di distanza. È questo paragrafo di Emanuele Trevi, sul Corriere della Sera:

Dovessi campare mille anni, leggendo e analizzando una per una le argomentazioni contro i vaccini e contro quel loro necessario complemento che sono i green pass, non riuscirei ad assimilare nemmeno un minimo frammento di quella maniera di pensare e di comportarsi. Come alla stragrande maggioranza dei miei simili, più di ogni singola polemica, più di ogni manipolazione dei dati, più di ogni infantile enormità stile «dittatura sanitaria» e «grande reset» è il tono di questa gente, capace di negare anche i numeri dei morti pur di godersi un posticino nel sole del dibattito, che mi infastidisce profondamente...

Ho citato fin troppo. Trevi si dice disgustato da un certo "tono", ed è buffo perché la sua eloquenza qui mi ricorda proprio quello di alcuni novax. Ma le righe che mi hanno lasciato il segno sono le prime tre. Trevi è sicuro che non potrebbe assimilare la mentalità novax, campasse mill'anni. Questo mi sorprende perché per me è l'inverso. Mi basta leggere poche righe di un novax per riconoscermi nella sua mentalità. Questo è il motivo per cui tra i miei perversi passatempi in questi mesi c'è stato quello di confrontarmi con loro: mi succede soltanto con persone in cui intravedo una profonda affinità di pensiero, anche se le nostre scelte di fede (o di ideologia, se preferite) ci hanno portato lontano. In tanti anni di antiberlusconismo non mi è mai capitato davvero di dialogare con un berlusconiano – con radicali e liberali sì. Coi sionisti sì, coi fascisti mai: non sono più coincidenze, ormai anche su internet di fascisti disposti a discutere delle loro idee c'è abbondanza, ma manca un terreno comune. Ormai ho capito che le persone con cui litigo davvero sono persone che in un altro secolo avrebbero preso la tessera del mio stesso partito, o si sarebbero affiliati alla mia stessa setta segreta, o avrebbero frequentato la mia stessa confraternita religiosa – fino alla dolorosa secessione che ci avrebbe portato a inseguirci pugnale in mano in qualche vicolo, o a scomunicarci a vicenda. I novax mi solleticano perché, al contrario di Trevi, la pensano in modo sinistramente simile a me – eppure ho deciso che sbagliano completamente. Il che significa che gli errori che commettono avrei potuto commetterli anch'io, e magari li commetto anch'io in tante altre discussioni senza accorgermene: la lotta contro l'eresia comincia in casa, comincia nella propria coscienza. Il cervello di un novax è il mio cervello, anche se il suo è più pratico da sezionare. Vediamo quali errori commette più frequentemente.


FALLACIA DEL BICCHIERE: Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno...

Il novax sembra aver rinunciato a ogni logica fuzzy. In un mondo in cui siamo abituati sin da piccoli a ragionare in termini di probabilità e percentuali, lui ha deciso che una cosa può solo essere Vera o Non Vera. Il vaccino non protegge dal contagio, dice. È così. Lo dicono anche gli esperti. Gli esperti veramente dicono che il vaccino può avere una copertura variabile dal 50% all'80%, numeri che ci costringono a mantenere alta la guardia, ma senz'altro superiori allo 0%... ecco, il novax non ha intenzione di seguirci su questa china statistica. I suoi circuiti sono molto più basici: possono essere soltanto chiusi aut aperti. Forse che un bicchiere può essere contemporaneamente vuoto e pieno? No, al massimo sarà un po' pieno, ma il novax misconosce il concetto di "un po'": non vede più mezze misure, un bicchiere è completamente vuoto finché non è pieno, o viceversa. Il vaccino copre o non copre? Evidentemente non copre, perché i vaccinati possono ammalarsi. Quindi i vaccini non funzionano. Non solo, ma si può morire di vaccino? Su milioni di vaccinati al mondo qualcuno potrebbe davvero essere morto di vaccino. È una percentuale ragionevole ma... no, stop, non esistono le percentuali. È morto qualcuno, quindi il vaccino è un veleno. La stessa fallacia determina le deformazioni grottesche che ormai conosciamo bene: il green pass è discriminatorio? In una certa misura sì, ma... no, non esiste una "certa misura": qualsiasi azione discriminatoria è il nazismo, e quindi il greenpass è nazismo. 

Alcuni – i più sofisticati del mazzo – sanno benissimo che per arrivare a conclusioni così nitide occorre rinunciare a parecchie sfumature, e lo rivendicano: le percentuali, ci spiegano, sono roba buona per gli scienziati, ma questa è Etica, e l'Etica non può scendere a compromessi. Magari è Kant, o qualche analogo parruccone. Non lo so. Alla fine un novax è semplicemente una persona che ha deciso che non cede a un determinato compromesso. Non è l'alieno che Trevi non potrebbe capire in mille anni: siamo tutti abbastanza allergici ai compromessi (non sarebbero compromessi, altrimenti). Quantomeno dovremmo ricordare che non si dà compromesso senza contrattazione, e che si tratta di una misura delicata che richiede una continua vigilanza. Il novax ha deciso che non ci sta, probabilmente intuisce che non riuscirebbe a vigilare così bene e ha calcolato che gli conviene chiamarsi subito fuori. Noi invece che ci riteniamo più furbi e smaliziati, siamo sicuri di aver controllato quanta acqua nel bicchiere era rimasta l'ultima volta che l'abbiamo dichiarato mezzo pieno? 

(Continua)

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Il tampone costa troppo, tutto qui

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Il guaio è che si tratta di un problema sostanzialmente economico, ma di economia non si può più parlare. A un certo punto si è deciso che la gente non voleva sentir parlare di economia, forse si sarebbe sentita fregata a sentirsi parlare di economia, e quindi insomma niente: bisogna parlare di diritti, di doveri, di scienza e di etica e di privacy e di controllo e di rava e di fava, e nessuno vuole parlarti di economia. Per cui prima o poi c'è sempre qualcuno che fa una proposta assurda – raddoppiamo gli autobus? O gli edifici scolastici? Saniamo il debito pubblico tagliando 300 parlamentari e un po' di auto blu? Oppure sentite questa, potremmo pagare un tampone ogni 48 ore a chiunque volesse farlo, perché no? Non è una domanda retorica, se lo chiedono davvero: perché no.

Ora la risposta più semplice, ma anche la più rispettosa dell'interlocutore, dovrebbe essere una e una sola: perché non abbiamo le risorse – 600 milioni al mese, vuoi scherzare. Non possiamo raddoppiare gli autobus, non possiamo gonfiare le scuole così occupano più cubatura: e non possiamo pagare un tampone a tutti quelli che non vogliono vaccinarsi, perché dovremmo farlo ogni 48 ore e quindi lo capisci benissimo che sono veramente troppi tamponi. Anche perché, riflettici: magari adesso ti sembrano pochi, questi irriducibili no-vax, e quindi magari per quel po' di pace sociale tu qualche miliardino in tamponi lo bruceresti. Ma se sono pochi è proprio perché i tamponi se li devono pagare. Se li avessimo messi gratis, avremmo avuto milioni di vaccinati in meno e centinaia di milioni di tamponi in più da pagare, perché questa cosa l'hai capita, vero?

Che chi chiede il tampone "gratis", sottointende: me lo pagate voi?

E che questi tamponi, se tutto sommato sono ancora disponibili e non troppo costosi, lo si deve al fatto che il 75% delle popolazione ha preferito vaccinarsi?

Quindi sì, dall'economia è facile discendere all'etica. Il tamponista commette lo stesso errore di valutazione del famoso runner che l'anno scorso si domandava: che male faccio a correre da solo, chi posso infettare? Non puoi infettare nessuno, stellina, se corri da solo: ma solo finché sei solo perché tutti gli altri restano a casa. La tua libertà si fonda sul fatto che tutti gli altri rispettino la norma che tu non vuoi rispettare: a te sembra un diritto, a noi risulta un privilegio. Un anno dopo, c'è questa studentessa di Bologna che va in giro senza green pass a disturbare le lezioni, e può farlo abbastanza sicura di non ammalarsi, perché? Perché tutti gli altri in quelle aule il green pass ce l'hanno, il vaccino se lo sono fatto, o al limite un tampone. Pagandolo. Lo so che ti senti un lupo, ma puoi farlo proprio perché intorno hai un gregge che tu deridi mentre ti difende. Ecco, vedete quanto poco ci ho messo a passare dall'economia alla morale – almeno ci ho messo un po', almeno sono partito da lì.

Ma davvero c'è qualcuno in questi giorni sui giornali che invece di parlare di diritti, e doveri, e la privacy, e il controllo, e i portuali, e i fascisti e i sindacati e il Nuovo Ordine Mondiale – c'è qualcuno che la mette giù dura e pura in termini di costi e benefici? Quanto costa un vaccino? Quanto costa un tampone? Da quel che ho capito, e potrei sbagliarmi, con cinque o sei tamponi ci paghi mediamente una dose di vaccino. Con cinque o sei tamponi sei a posto per due settimane lavorative. Col vaccino sei a posto per sei mesi. E a quel punto, ne staremmo ancora a parlare? 

Per esperienza, se provate a metterla in questi termini con una persona contraria al green pass, vedrete che il dibattito si blocca subito: anche l'interlocutore più addestrato a contrapporre a ogni argomento vaccinista un argomento antivaccinista, rimane perplesso davanti a una brutale analisi dei costi e dei benefici. Sembra davvero che nessuno gliene abbia parlato prima. Poi certo, qualche cosa replicherà. Cercherà, come è tipico del complottismo italiano dal Ventennio in giù, qualche tesoro nascosto. Potremmo prenderli ai politici, o alle banche. Tassare le rendite (per carità, ottima idea), non comprare quei famosi cacciabombardieri. E la caccia all'evasione fiscale, attività sacrosanta che però fa un po' strano sentire dalla bocca di qualcuno che pochi minuti fa voleva tamponarsi coi soldi delle tue tasse. Ma insomma l'economia è il terreno in cui le ipocrisie si svelano. Dovremmo avere meno paura di tirarla fuori – perché non lo facciamo? Ovviamente il pensiero corre subito al ritardo culturale italiano, alla scuola gentiliana, ecc. 

Poi pensi a quello che hanno combinato gli inglesi con la Brexit e ti viene il dubbio che sia un problema più storico che geografico – abbiamo sempre più paura dei numeri, come dei messaggeri di sventura. Tipico di chi eredita debiti, e interessi sui medesimi. 

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La sinistra nel vicolo cieco dell'emergenza

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Ci vorrebbero i giacobini

Se avessi il tempo credo che vorrei scrivere un pezzo su come la pandemia ha infilato la sinistra radicale in un vicolo cieco. Se avessi il tempo e la diplomazia; se fossi capace di scriverlo senza concedere nulla al mio gusto per la polemica perché davvero, non ce l'ho con nessuno. Non è colpa di nessuno. Oddio qualcuno avrebbe potuto comportarsi meglio, ma saremmo comunque nello stesso vicolo cieco. La nave è salpata molto prima che il virus saltasse di specie (ammesso sia successo), quel che è accaduto in questi mesi è poco comprensibile come qualsiasi immagine a pochi istanti da un impatto. I posteri ci troveranno poco lucidi, ecco però posteri non crediate che al nostro posto avreste combinato chissà che. 

Se avessi il tempo, dopo un meditato preambolo, affronterei il convitato di pietra, quel busto di Michael Foucault a centrotavola che ci impedisce di vederci bene tra noi e ci intimorisce con la sua gravitas glabra. Su tante cose aveva non aveva torto; c'è tutto un discorso su come il Potere usa l'Emergenza che è ancora perfettamente valido; ma anche nel peggiore dei casi, davvero assumiamo per un istante l'ipotesi che questo virus sia stato liberato da un laboratorio per provocare un globale riassestamento totalitario della società, bene, adesso che si fa? Si nega che l'emergenza esista, che non provochi tot morti al giorno anche tra un'ondata epidemica e l'altra, si denunciano mascherine e green pass come marchi della Bestia? Alcuni si sono ridotti a questo. La maggior parte, voglio credere, no: e però le opzioni a disposizione non sono molte di più. 

Siamo all'incrocio di due strade che conosciamo, e quindi potevamo immaginare che ci conducessero qui, davanti a un muro troppo alto. Da cinquant'anni abbiamo imparato a diffidare di chi proclama stati di emergenza, carestie guerre e pestilenze; ma è persino da più tempo che sappiamo che gli stili di vita imposti dall'industrializzazione e dalla globalizzazione non sono sostenibili a livello planetario, che insomma prima o poi emergenze ce ne saranno per forza, e saranno vere guerre carestie e pestilenze. Il potere le avrà provocate? Probabilmente. Cercherà di cavalcarle? Sicuramente. Questo le rende meno vere? No: e quindi eccoci qui, come doveva sentirsi il lettore sbigottito dell'Apocalisse di Giovanni mentre leggeva che al momento della Rivelazione ci saranno in giro tanti falsi profeti. Forse il Covid è un segno della fine, forse no ma la fine è comunque qui nei pressi, ha veramente molto senso domandarselo? Ammettiamo di nuovo per un attimo che si tratti di un falso allarme, niente più che un'influenza stagionale un po' più forte: lo sappiamo che stanno già arrivando allarmi autentici, rincari dell'energia e tutto quanto, e quando li recepiremo, reagiremo in un modo diverso? O ci saremo talmente incattiviti da rifiutare qualsiasi misura emergenziale come ora rifiutiamo il Green Pass? Stiamo semplicemente esprimendo la nostra diffidenza per il Potere (qualsiasi potere) o non siamo semplicemente nostalgici del vecchio mondo pre-lockdown? Perché la sinistra può permettersi tanti difetti, ma non la nostalgia per il passato: quello ci dispiace tanto ma è competenza della destra. D'accordo, è storicamente assodato che il potere crea problemi e poi si accredita come l'unico che riesce a risolverli. Preso atto che si comporta così, noi invece come ci comportiamo? 

Pestiamo i piedi?

Ho in mente esempi – tutti antipatici – se avessi il tempo di scrivere un pezzo equilibrato vorrei riuscire a prenderli con le pinze, a spiegare nel modo più equanime possibile che non ci siamo, capisco l'intenzione, capisco tutto, ma non ci siamo, insomma c'è tutta una frangia importante della sinistra che si opponeva al Green Pass – e posso capirlo – chiedendo l'Obbligo Vaccinale – e non ci siamo. Si reagisce a un provvedimento di eccezione chiedendo un provvedimento ancora più eccezionale (e di quasi impossibile realizzazione pratica), insomma la si butta in caciara senza avere una minima idea di quello che si sta chiedendo, come le rane di quella vecchia favola. Dopodiché Zeus-Draghi cala dall'alto il Green Pass obbligatorio, e a questo punto qualcuno avrà capito che fosse una richiesta dei sindacati. 

La sinistra dovrebbe raccogliere con coraggio le sfide della tecnologia e avrebbe potuto dare un'occhiata più da vicino al più grande esperimento didattico collettivo mai tentato in Italia, la didattica a distanza: tanto più interessante quanto completamente improvvisato dagli insegnanti, nel silenzio attonito di quasi tutta la filiera di consulenti didattici che per anni si erano accreditati presso il ministero come latori di chissaquali innovazioni: per lo più chiacchiere sulle competenze e test a crocette che nel momento del bisogno non ci sono serviti a nulla. La sinistra radicale invece ha deciso per lo più che la DaD era il male, che avrebbe senz'altro portato a suicidi e disperazione, e si è precipitata ad abbracciare qualsiasi ricerca la confortasse su questa opinione: non importa se i numeri erano un po' falsi o se il Corriere e il Ministero la pensavano esattamente allo stesso modo; c'è solo una scuola e dev'essere al 100% in presenza, perché noi l'abbiamo fatta così e ciò ci ha resi le persone perfette che siamo. Ma questa è esattamente nostalgia, e con la nostalgia la sinistra non dovrebbe avere molto a che fare.

La sinistra dovrebbe sorprendere gli avversari con una competenza tecnica superiore e un'abitudine inveterata a ragionare in termini di strutture, sovrastrutture e infrastrutture, perché è questo che ha sconfitto il nazismo, la capacità di smontare intere città industriali e ricostruirle in in Siberia: e invece continuo a leggere gente che si lamenta che non si sta usando la bacchetta magica per raddoppiare gli autobus e i treni, oh, niente da fare. Il giorno che per caso qualcuno vi facesse entrare nella stanza dei bottoni, provereste subito a raddoppiare i treni. Quando vi convincessero che tecnicamente non si può, cerchereste di raddoppiare gli autobus. Quando vi mostrassero il preventivo vi ridurreste a raddoppiare i banchi di scuola, magari con le rotelle, ecco, tutto questo è già successo: qualcuno come voi o comunque con un idealismo simile e la stessa carenza di senso pratico è già entrato nella stanza dei bottoni, e ora abbiamo spazi già limitati occupati da scorte di banchi inutili sia per il distanziamento sia per la DaD, e i comuni continuano a tagliare i servizi di trasporto perché nessuno ha pensato che i veri fondi dovessero arrivare a loro, nessuno sa più chi fa le cose quando e dove. 

La sinistra dovrebbe essere fieramente operaista e riconoscere nel lavoro la trave portante su cui si fonda la società: e invece è successa questa cosa, per carità inevitabile, per cui la maggior parte degli esponenti della sinistra radicale sono rimasti ai margini delle filiere produttive, confinati in ghetti professionali meno confortevoli di quanto potrebbero apparire, insomma fanno lavori creativi ed è ormai da due anni che li sentiamo lamentarsi perché ad es. la gente non va più a teatro e ora pure alle presentazioni dei libri bisogna controllare il green pass – se avessi il tempo riuscirei ad articolare la cosa senza risultare offensivo ma insomma, secondo voi in una situazione del genere è davvero così strano che il potere ci tenga a tenere le fabbriche un po' più aperte dei teatri? Sì, secondo loro è strano, se ne lamentano, maledetta Confindustria. Se avessimo il contrario, chiuse le fabbriche e aperti i teatri, chissà quanti cassintegrati in fila ai botteghino. E lo capisco che per i lavoratori dello spettacolo è dura, sono solidale con le vostre rivendicazioni così come voi senz'altro sapete che mangiare, dormire sotto un tetto, mandare i figli a scuola sono attività che per forza vengono prima dello spettacolo, senza le quali comunque gli spettatori non avrebbero la possibilità di assistere a nessuno spettacolo. Questa cosa la capisce persino Confindustria – non può permettersi di non capirla. Noi possiamo permettercelo?

La sinistra dovrebbe essere all'avanguardia nella competenza scientifica (avrebbe dovuto accorgersi del rischio pandemia quand'era ancora un rischio) e nell'elaborazione di scenari alternativi: dovrebbe continuamente chiedersi Che fare? e non dovrebbe vergognarsi di produrre risposte drastiche. Questo nella teoria. Nella pratica continua a intonare lamentazioni per il Povero Runner, un tic retorico che ti fa riconoscere la prosa di sinistra tanto quanto "Bill Gates", " idrossiclorochina" o "stella di David" ti fanno riconoscere da lontano il delirio complottardo. Il Runner che malgrado nella vita reale si sia già rimesso a correre in scarpette da un anno e mezzo, nei dibattiti in rete continua a scappare da folle inferocite affamate di capri espiatori, è ormai il personaggio di una Colonna Infame completamente immaginaria. Dato per scontato che il potere è alla costante ricerca di capri espiatori da additare, forse la reazione migliore non è inventarsi agnelli sacrificali per olocausti che per ora non si sono visti.

La sinistra dovrebbe cambiare il mondo, ma il mondo forse cambia troppo veloce e la sinistra potrebbe essersi accontentata di rappresentare questo cambiamento, di metterlo in scena in un determinato spazio temporaneamente liberato. Questo lo potrei capire: rappresentare è pur sempre meglio di niente. Ma attenzione a non rappresentare soltanto un 40-50enne che si strugge perché non può sfoggiare la sua tuta di lycra nel parco. Siamo tutti meglio di così. Tutti, anche il 40-50 enne in lycra è meglio di così, bisognerà illuminarlo in un modo diverso ma garantisco che è meglio di così. 

La sinistra dovrebbe qua, la sinistra dovrebbe là. Quando l'Assemblea Nazionale votò la guerra contro l'Austria, i giacobini si opposero: per loro era relativamente facile indovinare che si trattava di un'emergenza ad hoc creata dalla corona di Francia per inceppare l'inesorabile ruota della rivoluzione. Quando i fatti diedero loro ragione, e si ritrovarono al potere, i giacobini non finsero che la guerra non esisteva: era stata una pessima idea, non l'avevano voluta, ma ormai si stava combattendo e andava vinta con tutti i mezzi possibili. Non importa quanto un'emergenza sia autoindotta da un sistema per perpetuarsi: una volta appurato che l'emergenza c'è, la sinistra non ha nessun diritto di nascondersi o fuggire nel privato o a teatro. Se avessi tempo cercherei di motivare tutto questo con serenità ed equilibrio. Evidentemente non ne ho. 

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Corpo e anima all'Organizzazione

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Settembre è sempre più duro e ormai mi manca anche il tempo di spiegare il perché – per fortuna che ho trovato questo sfogo anonimo su facebook in cui mi riconosco un poco: 

"Come tutti gli stalinisti anch'io di formazione avrei dovuto fare tutt'altro, mi sentivo incline alla speculazione e forse all'insegnamento, invece i casi della vita mi hanno portato a occuparmi sempre più di organizzazione, cose per le quali (credo non ci sia bisogno di dirlo), non ho nessuna inclinazione e/o attitudine. È un po' il paradosso di alcuni dislessici che per imparare a scrivere devono fare una tale fatica di rielaborazione che poi diventano scrittori, io più banalmente non riuscivo a tenere un'agenda per cui ho dovuto imparare a usare i fogli elettronici e adesso eccomi qui a smacchinare con 'sti fogli tutto il tempo e un codice orrendo, perché per fare andare avanti le cose bisogna pure che qualcuno le organizzi, e organizzare è noioso e complicato". 

"(No, ok, se ci sei davvero dentro lo sai che a un certo punto diventa divertente, è il nostro piccolo segreto, ma anche se lo diciamo in giro non ci crede nessuno)".

"L'organizzazione è essenziale per far funzionare le cose. La gente non vuole sentirselo dire, ma le guerre si vincono con l'organizzazione, non con l'eroismo, con quello convinci soltanto i grulli ad arruolarsi che è comunque parte dell'organizzazione. E le rivoluzioni, quelle pure all'inizio sembrano 90% entusiasmo ma se non c'è nessuno a organizzare finisce come il Grande Balzo in Avanti, con la gente che muore di fame. L'organizzazione è una cosa sporca, devi continuamente nascondere polvere sotto un tappeto che si solleva sempre nel momento meno adatto". 

"Essendomi venduto corpo e anima all'Organizzazione, io non riesco più a capire i discorsi assoluti. Sento dire: bisogna fare questo! E penso: ok, ma come? Questo con tutto, dalla meritocrazia all'obbligo vaccinale. Siccome sono abituato a pormi i problemi da un punto di vista organizzativo, a volte mi guarderai scrollare la testa e penserai che sto dicendo Non È Giusto, ma non è vero: sto solo pensando Non Si Può Fare. E mi fai un torto se pensi che io non abbia ideali anche nobili, il problema è che l'Organizzazione te li prende e te li sbatte contro questo muro chiamato realtà, da cui staccarli a volte diventa complicato. Ho visto gente, non potrei dirlo, ma ho visto gente entrare nel mio lavoro con l'idea di combattere per l'Uguaglianza e la Multiculturalità, e dopo un po' li ho visti diventare belve che si attaccano al telefono col centro territoriale e trattano per scambiare cinque bambini bengalesi contro tre pugliesi che neanche al mercato del bestiame, e vuoi sapere una cosa? Stanno ancora combattendo per l'uguaglianza e per la libertà, però lo fanno col telefono in mano, lo fanno con un budget preciso, non lo fanno più nel beato territorio delle idee ma nello schifoso mondo reale dove i soldi non si stampano a piacere, qualsiasi favore deve essere ricambiato con gli interessi e così via". 

"L'Organizzazione è sporca. Se pensi di poterci saltare fuori pulito sei un illuso, c'è gente la fuori che soffre per scelte che hai fatto tu davanti a uno stupido foglio a quadretti, e le hai fatte per motivi che a volte nemmeno condividi, ma comunque dovrai dormirci la notte e domani si ricomincia, ma forse non è questa la cosa peggiore".

"La cosa peggiore è che devi rapportarti con persone che lavorano con te che l'Organizzazione nemmeno la vedono – non esiste. Non sentendosi portati, non si sono mai preoccupati di come funziona. Nessuno ha provato a spiegarglielo, dal momento che nessuno faceva affidamento su di loro per questa genere di faccende. Loro semplicemente vengono al lavoro ogni giorno come se fosse una cosa naturale, e non il complicato risultato di una serie di eventi che hanno permesso che loro potessero entrare alla data ora facendo un dato percorso per offrire quella data prestazione a un dato gruppo di utenti. Per loro i casi sono due: o tutto sta andando male, e allora la colpa sarà di Qualcun Altro che non ha fatto il suo dovere (un collega, anzi tutti, la segreteria, la direzione, il ministero, il governo, Bill Gates), o tutto sta andando diciamo in maniera passabile: ma in questo secondo caso non passa l'idea che le cose stiano funzionando perché c'è gente che si sbatte per organizzarle, noooo: tutto questo complicato congegno, il collega lo scambia per un dato di natura. E ne deduce che non c'è tutto questo bisogno di organizzarsi, che bisogna Lasciar Fare, lasciar spazio all'iniziativa del singolo, perché tutto in natura si regola nel migliore dei mondi possibili. Appena qualcuno gli dice guarda che devi spostarti un attimo qui perché dobbiamo far passare questa cosa, il tizio reagisce come se qualcuno volesse scacciarlo dal giardino dell'Eden. Come osano? Cos'è che stanno organizzando? Ma cos'è tutta questa mania di organizzare? Io non organizzo niente e sto bene, siete voi con la vostra mania di organizzare ad aver fatto del mondo una valle di lacrime". 

"Questa gente ormai è così, non è puoi ridarla indietro in cambio di modelli funzionanti: ci devi lavorare, li devi mettere in posti dove possano svolgere la loro mansione (a volte in modo brillante), devi ungerli oliarli e montarli nella macchina come se funzionassero anche se sai che ogni tanto gripperà e qualcuno darà la colpa a te. Hai voluto la bicicletta? No, in realtà non l'hai mai voluta, ma moto da cross non te ne ha mai offerte nessuno, quindi pedali".

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I NoVax ci fanno comodo

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Non è la prima volta che succede: abbiamo visto una minoranza protestare (gli antivaccinisti, in questo caso), li abbiamo visti fomentarsi a vicenda sui social; a volte abbiamo anche notato come tendessero a scambiarsi contenuti un po' prefabbricati, veri e propri meme, messi in giro da professionisti della disinformazione che non possiamo credere in buona fede. Li abbiamo visti scendere nelle piazze vere, insomma prendere forma nella vita reale, e lì ci siamo preoccupati: ma oltre alla preoccupazione c'era una frustrazione più sorda, perché noi non siamo quel tipo di persone che dovrebbe inquietarsi per un corteo e invocare la repressione, insomma scoprirci dal lato sbagliato delle barricate ci deprime, stiamo proprio invecchiando, ma loro nel frattempo cominciavano a diventare violenti – per chi continuava a leggerli su internet non era affatto una sorpresa, insomma, c'è gente che da mesi vive in una dimensione allucinata in cui Bill Gates sta controllando il mondo e vuole decimare la popolazione, io se credessi veramente in cose del genere mi starei già facendo le bombe in casa – loro invece dicevano che avrebbero fermato i treni, il primo settembre, buffo, come il Mussolini socialista ai tempi della guerra di Libia (e come noi stessi ai tempi della seconda guerra del Golfo), ovviamente non ci riusciranno, ma cosa succederà poi? E poi? E poi...

L'immunità di gregge, in un raro scatto


E poi erano in quattro gatti, anzi in due. Due sfigati con la bandiera hanno avuto il loro giorno da leone, grazie soprattutto alla disciplina di tutte le pecorelle intorno, regolarmente vaccinate. Chi se lo poteva aspettare? Oddio sarebbe bastato chiedere a chi ha esperienza: un conto è manifestare il weekend, un conto presentarsi un martedì mattina. 

Ma insomma li avevamo sopravvalutati, questi NoVax? Certamente. Come tutti i movimenti prima di loro (tutti tranne il M5S, buffo). È un fenomeno abbastanza classico, il modo in cui ogni volta che fissiamo l'obiettivo su una minoranza, dopo un po' ci dimentichiamo che l'obiettivo è una lente d'ingrandimento. Io ho meno scuse di tutti perché vent'anni fa ero un blogger, in un periodo in cui i blogger erano forse in tutto un centinaio ma a furia di parlarsi tra loro e di far parlare un po' i media tutt'intorno si erano convinti di essere il futuro della comunicazione politica, del giornalismo e perché no, della letteratura. Era un po' esagerato? Era molto esagerato: dopodiché in quel centinaio se vai a vedere c'è gente che oggi sta in parlamento, dirige giornali e ha scritto bei libri, insomma su internet cerchi sempre di trovare le cose prima che esplodano, e per farlo ti serve la lente d'ingrandimento, e dopo aver ingrandito, tutto ti sembra enorme. Questo non esclude che tu possa aver trovato qualcosa. I NoVax non fermeranno i treni. Forse alcuni di loro combineranno guai, ma in linea di massima non è che possiamo aspettarci una svolta terroristica da un gruppo di gente che ha paura di farsi una puntura. Possiamo dunque liquidarli come un gruppetto di sfigati? Non del tutto: nel gruppetto ribolle qualcosa che un giorno esploderà, spero solo metaforicamente. Quel giorno rimpiangeremo di non averli studiati meglio prima, cioè adesso. Adesso io però ho davvero poco tempo, butto giù solo due appunti.

Libero Quotidiano


I NoVax duri e puri sono ormai un fantoccio polemico. Li si inquadra quanto basta a mostrarli brutti, cattivi, fanatici. Si stigmatizza il loro egoismo antisociale; si sussurra che dovrebbero essere esclusi dal sistema sanitario nazionale – ovviamente è solo una provocazione, ma intanto qualcuno la mette per iscritto. Quando poi uno di loro si ammala davvero, la notizia viene condivisa con malcelata soddisfazione. Tutto questo anche su quegli organi di stampa che fino a qualche settimana e mese fa li hanno irradiati di contenuti che mettevano in dubbio i vaccini – il caso più eclatante credo sia quello di Libero Quotidiano, passato nel giro di poche settimane dai deliri di Montagnier agli insulti allo stesso Montagnier. Ma alla fine anche alla stampa cosiddetta seria non dispiaceva affatto vendere qualche copia in più, in primavera, con un po' di sano allarmismo su Astrazeneca. I NoVax insomma sono una creaturina allevata e vezzeggiata dal giornalismo, che in prima pagina qualche mostriciattolo deve pure esibirlo; e l'altro padrino senza scrupoli è la politica, e in particolare i partiti di destra fuori e dentro il governo, che ai NoVax continuano a fare l'occhiolino ma al primo fatto grave chiederanno leggi speciali per ristabilire l'ordine e la disciplina. 

Allarghiamo un po' il quadro adesso che è il quarto paragrafo, tanto chi vuoi che legga fin qui. Su Repubblica c'è un pezzo che spiega in quali regioni italiane conviene trasferirsi in vista dei cambiamenti climatici; ci hanno messo un po' ma ormai ci sono arrivati anche gli agenti immobiliari; insomma la civiltà liberaldemocratica è finita. Ha garantito per più di mezzo secolo un benessere crescente a centinaia di milioni di cittadini occidentali; per funzionare però doveva continuare a crescere e questo è fisicamente impossibile; ci abbiamo provato ma le risorse non si moltiplicano con la fantasia e il desiderio. Dobbiamo cambiare sistema ma le alternative sulla piazza sono per lo più totalitarismi. Ma soprattutto dobbiamo modificare il nostro stile di vita e questo è impossibile sul piano esistenziale: è peggio che toglierci il nostro dio, le nostre abitudini sono molto più sacre. I NoVax questa cosa l'hanno capita molto meglio di tanti liberali e democratici: alla fine il loro complottismo è una lente più nitida di tante altre ideologie più rispettabili. I NoVax rivogliono il mondo di prima, ma chi avrebbe il coraggio di dir loro apertamente che indietro non si torna, che la crisi è irreversibile e che se ne usciremo vivi, ne usciremo in un mondo molto diverso, sacrificando molto di quello che credevamo ci spettasse di diritto in quanto occidentali? Meglio imbottirli di minchiate, tenerli d'occhio, aspettare che i più facinorosi si agglutinino e poi quando scoppia la bolla additarli al pubblico ludibrio. Non penso che ci sia una regia occulta, è un meccanismo che si sta montando da solo. 

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I falsi e i veri lemming

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Non so quanto c'entri con quanto detto fin qui, ma invecchiando mi scopro sempre più determinista genetico. Si tratta a dire il vero di una tendenza con cui combatto sin da quando sono cosciente (credo di averlo scritto all'inizio di questo sito web): io tra gene e ambiente sono uno che ha deciso di tifare ambiente non perché sia convinto che il gene sia meno importante, anzi il contrario; è solo che sul gene mi rifiuto di intervenire, il Novecento mi sembra un monito significativo in tal senso, e quindi se voglio modificare la società non mi resta che intervenire sull'ambiente - ma con gli anni si ingrossa il dubbio che più che una scelta sia un ripiego. Anche la paternità avrà avuto il suo peso: a un certo punto non ci puoi fare niente, vedi i tuoi geni che se ne vanno in giro e per quanto cerchi di evitar loro tutta una serie di guai che a questo punto indovini benissimo, ti rendi conto che non ci puoi far niente, è come aver caricato un giocattolo a molla, ma sto divagando.


Invecchiando divento sempre più darwiniano, come gli "scienziati" dei giornali di quando ero bambino che ogni settimana scoprivano il gene di qualcosa di diverso (il che mi innervosiva immensamente): il gene della fantasia, il gene dell'originalità, a un certo punto scoprirono pure il gene dell'omosessualità, il che mi perplesse molto perché non capivo come potesse diventare dominante (in seguito forse ho capito). Adesso che queste cose mi sembra vadano molto meno di moda, sono io che invece continuo a osservare i miei simili e fantasticare continuamente di vantaggi evolutivi. Vedo un falò: come quando ero bambino, il fuoco mi ipnotizza, potrei passare ore a guardarlo. Penso a quanto fu fantastico a un certo punto trovarsi un camino in casa, imparare ad accenderlo, rischiare la vita centinaia di volte, puzzare di fumo, scottarsi la lingua con le caldarroste, ora so che nel frattempo inquinavamo l'ambiente più che con il turbodiesel, ma poi crescendo vedevo i miei compagni di scoutismo che non avevano un camino in casa restare ipnotizzati davanti allo stesso sortilegio nel quale io ormai mi destreggiavo, mentre loro rischiavano di bruciarsi le ali come insetti intorno a una lampadina. Ma non faccio in tempo a formulare il ricordo che sto già pensando al vantaggio evolutivo che premiò i miei antenati che invece di scappare davanti a un tronco colpito da un fulmine ebbero la pazza idea di restare nei pressi e cercare di capire come funzionava, folli! chissà quanti ne morirono, e malissimo! ma poi venne qualche glaciazione e alla fine chi sopravvisse furono proprio i folli piromani, che poi siamo noi, chi più chi meno. E così via. Una volta penso al fuoco, un altra volta al rumore, in generale a qualsiasi cosa apparentemente fastidiosa e pericolosa ma in sostanza vitale, che risvegli in noi sia la paura, sia il desiderio di sopraffarla. 

A volte penso ai lemming: e anch'io non penso a quelli veri, ma a quelli che a un certo punto l'uomo si è inventato, quelli che decidono di sterminarsi. Chiunque abbia formulato la leggenda, è chiaro che aveva in mente più i suoi simili che qualche roditore dei ghiacci. Stava cercando un modo per descrivere le psicosi collettive, crociate dei fanciulli, le guerre inutili (cioè tutte, viste dalla debita distanza), tutte quelle situazioni in cui una massa di persone sembra volersi annientare e c'è sempre un metodo, nella loro follia: c'è sempre la convinzione di rendere al resto dell'umanità qualcosa di utile. Tra le tante leggende che serpeggiano nel sottobosco dei noVax, una delle più rivelatrici mi sembra quella che vede nel vaccino un espediente creato da Bill Gates, il quale, dopo aver calcolato che l'umanità deve ridursi del 10%, ha prima introdotto il virus per spaventarci, e poi il finto vaccino che opererà questa demoniaca riduzione. (Prevedo l'obiezione: ma Bill non poteva semplicemente ammazzarci con un virus, invece di tutta questa manfrina? Probabilmente all'inizio la leggenda non prevedeva il vaccino, e poi si è adattata alla situazione). 

La leggenda suona simile a quelle fiorite in ambito sciachimista (le scie chimiche sarebbero parte di un piano per ridurre la fertilità). Sono tutti spettri malthusiani e c'è da domandarsi se non siano persino ottimisti: magari bastasse ridurre la popolazione del 10%, magari bastasse spargere un po' di bromuro per risolvere la sovrappopolazione e il surriscaldamento. Ma quel che mi ipnotizza di queste fantasie, come il fuoco quand'ero bambino, è l'inferno interiore che rivelano: non è Bill Gates che vuole ridurre la popolazione, sono loro che inconsapevolmente ci stanno provando. Sono gli apostoli del Covid, che molti ancora non hanno preso ma non vedono l'ora e faranno tutto quello che possono per passarlo ai loro cari, ai colleghi, agli studenti. Quando ci fu il lockdown non sopportavano il lockdown, il che è comprensibile perché durò mesi: ma loro erano già a spasso a starnutire fuori dalla mascherina dopo due settimane. Quando arrivarono i vaccini, decisero immediatamente che erano sieri sperimentali non sperimentati abbastanza, e ora eccoli in piazza a intervalli regolari, inconsapevolmente decisi a creare almeno un focolaio in ogni città. Se davvero Bill Gates fosse il Thanos della leggenda, è loro che finanzierebbe e ispirerebbe: e qualcuno del resto li ispira davvero, lo si intravede nel modo in cui a raggiera condividono i loro slogan. Ma potrebbe anche non esserci nessun grande vecchio dietro, potrebbe essere l'istinto a guidarli verso i crepacci; la follia che apparentemente li contagia potrebbe essere un vantaggio evolutivo. 

Forse sopravviviamo come specie perché ogni tanto una parte di noi oscuramente avverte di aver saturato il proprio ambiente naturale e si autodistrugge. Forse il diluvio l'abbiamo causato noi, disboscando qualche altura di troppo; di certo la crisi del Trecento l'abbiamo causata noi (anche in quel caso sovrappopolazione e disboscamento, ancora prima che arrivasse la peste). Quando si può fare una guerra, la facciamo; ma in molti posti non si può fare più, causerebbe la mutua distruzione, e allora ritorniamo ad altri sistemi già testati e attestati, come la pestilenza. Ma se è quello che sta succedendo, che senso ha provare a ragionare coi noVax? Non solo il loro comportamento è istintivo, ma cosa ci sarebbe poi di sbagliato nel loro istinto? La scienza e la politica stanno cercando di salvare più umanità possibile, nel solito goffo modo, con le goffe equazioni utilitariste per cui la vita di due uomini dovrebbe essere meglio della vita di uno solo eccetera. I lemming inconsapevolmente intuiscono che l'umanità si salva in un altro modo: potando molti rami per salvare il fusto. La politica non saprebbe che rami potare, i regimi totalitaristi forse possono abbozzare un piano ma le democrazie non sono in grado di sostenere calcoli di questo genere, sono intelligenze fragili che vanno in crash al primo dilemma del trolley. I lemming non fanno calcoli, non cercano di salvare sé stessi o i loro congiunti (ovvero, proprio mentre credono di salvare sé stessi, si proiettano più direttamente nei crepacci). Il loro unico piano è scritto nei loro geni, come una bomba a tempo. Sì, qualcuno di loro è convinto di essere intelligente, alcuni sono intelligenti addirittura di mestiere e sono convinti di avere un sacco di argomenti per mandare i simili al massacro. Hanno studiato il Novecento e quindi si aspettano che si ripeta prima o poi, non necessariamente in farsa. Ma non sono i capibranco, raramente li vedi in testa a una colonna di roditori, insomma è inutile prendersela con loro. Sono meno intelligenti di quel che credono? In un certo senso sì. Non capiscono quello che stanno facendo? Non del tutto. Hanno torto a fare quello che stanno facendo? Non lo so, vedremo.

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Filosofi e altri roditori, 1

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Non che sia molto importante, non che possa cambiare più di tanto il senso del discorso, però nel suo ultimo comunicato Giorgio Agamben ha commesso un curioso lapsus: ci ha paragonato ai lemming (lui veramente scrive lemmings). Siccome siamo in tanti a leggere ormai (non siamo mai stati così tanti, e provenienti da milieu culturali tanto diversi) è stato tanto generoso da includere la definizione. "I lemmings (scrive) sono dei piccoli roditori, lunghi circa 15 centimetri, che vivono nelle tundre dell’Europa e dell’Asia settentrionali. Questa specie ha la particolarità di intraprendere improvvisamente senza alcun motivo apparente delle migrazioni collettive che terminano con un suicidio in massa nelle acque del mare". Agamben aggiunge che "l’enigma che questo comportamento ha posto agli zoologi è così singolare che essi, dopo aver tentato di fornire spiegazioni che si sono rivelate insufficienti, hanno preferito rimuoverlo".

Lemming, votati all'autosterminio, forse guidati da una pulsione di morte; zoologi che si pongono un enigma e poi lo rimuovono. Materiale potente per chi ha bisogno di metafore. C'è il piccolo problema, ecco, veramente piccolo, mi vergogno quasi di farlo notare, che è quasi tutto falso: i lemming non intraprendano "improvvisamente senza alcun motivo apparente delle migrazioni collettive che terminano con un suicidio di massa". Si tratta di una leggenda urbana così vecchia e così confutata che quando l'ho letta mi sono sentito in pena. E poi mi sono chiesto: ma come fa Agamben, persona di straordinaria cultura, a credere a una cosa del genere? 

Domanda mal posta; al massimo avrei dovuto chiedermi: come faccio io, persona dalla cultura molto meno straordinaria, a sapere che è una leggenda urbana? Di sicuro non sono in grado di confutarla di persona, di certo non sono andato nelle tundre a controllare: quindi da cosa deriva tutta questa mia sicumera? Bella domanda, in effetti non ne ho idea, non ricordo. So solo che da trent'anni ogni volta che sento parlare di lemming che si suicidano (non spesso), subito sento soggiungere che non è proprio così, che è una vecchia credenza che nasce da un comportamento dei lemming solo apparentemente irrazionale: essendo mammiferi infestanti, in un habitat poco generoso di risorse, ogni tanto si risolvono a migrare all'improvviso, attraversando luoghi che non conoscono, gettandosi in crepacci che non vedono e cercando di attraversare corsi d'acqua di cui fraintendono la larghezza. Non lo fanno per ammazzarsi, ma per sopravvivere: arte in cui magari non eccellono (ma chi siamo noi per giudicare?) Se per un pezzo abbiamo creduto il contrario è soprattutto grazie a un documentario tv della Disney - uno di quelli pioneristici che per ottenere scene apparentemente realistiche si prendeva molte licenze. La puntata dei lemming in questo senso fu proverbiale: gli esemplari di lemming furono letteralmente spinti nei crepacci per fornire ai telespettatori e a noi ancora più di mezzo secolo dopo una metafora tanto seducente quanto artefatta. Potenza dello Zeitgeist, quando in piena Guerra Fredda l'idea che una specie animale corresse volontariamente all'autosterminio doveva risultare irresistibile alle fantasie di chi viveva in attesa di un terzo e definitivo conflitto mondiale. 

E tuttavia i lemming veri non corrono al suicidio, c'è scritto persino in una delle più fondamentali pagine di Wikipedia (List of common misconceptions): e rieccoci alla contrapposizione già descritta con una brutale allegoria nel pezzo precedente: da una parte un miliardo di primati non molto intelligenti ma cocciuti che si costruisce un sapere collettivo che fa acqua da tutte le parti, ma un po' di conoscenza la trattiene (Wikipedia è forse il caso più esemplare); dall'altra il savio filosofo, discendente da tutta una schiatta di savi filosofi che ha una cultura settoriale imbattibile ma poi ci scivola su una delle most common misconceptions. 

A parte questo la cosa non avrebbe molta importanza: Agamben ha preso una cantonata su una curiosità zoologica, ma non è questo il lapsus di cui volevo parlare all'inizio. Non è nemmeno una gran cantonata, in fondo; senz'altro la mancata propensione suicidiaria dei lemming non inficia la riflessione di Agamben: i lemming non gli fornivano una prova e nemmeno un indizio, bensì... già, cosa? Nella retorica antica e medievale si chiamavano exempla, servivano a vivacizzare il discorso (non a puntellarlo su dati reali), e non infrequentemente si basavano sul mondo animale, perché chi ascolta la predica è sempre un bambino dentro: i paroloni dopo un po' lo addormentano, gli animali invece gli danno una sveglia e gli fanno correre la fantasia. Agamben usa i lemming come i predicatori medievali usavano gli unicorni, probabilmente già sospettando che i leggendari equini non fossero così fessi da farsi catturare nel momento in cui posavano il capo sul grembo di una vergine: sono favolette, exempla, non dati naturali, ma luoghi comuni letterari. Del resto lo scrive pure Agamben, che i lemming di cui sta parlando sono quelli descritti da uno scrittore e non uno qualsiasi: Primo Levi, che ai roditori dedicò un breve racconto del 1971, Verso Occidente. 

Il racconto di Levi è un esperimento mentale, tipico esempio di quell'hard science fiction che in Italia purtroppo ebbe pochi esponenti, e nessuno probabilmente del suo livello: immaginiamo che esista una specie vivente che vuole morire. Da cosa potrebbe dipendere una simile pulsione? Chimico di formazione, Levi ipotizza che al sangue dei roditori manchi un composto organico (un alcol), e immagina che la stessa carenza alcolica sia condivisa da un popolo amazzonico in via di estinzione. Questo popolo non solo prevede una forma molto codificata di suicidio tribale, ma si distingue per un'altra fondamentale caratteristica: non ha sviluppato credenze religiose. Da qui forse si capisce meglio cosa abbia solleticato la fantasia di Agamben: la specie suicida e soprattutto il popolo amazzonico sembrano evocare l'idea che tanto gli sta a cuore della "nuda vita":

Gli esseri umani non possono vivere se non si danno per la loro vita delle ragioni e delle giustificazioni, che in ogni tempo hanno preso la forma di religioni, di miti, di fedi politiche, di filosofie e di ideali di ogni specie. Queste giustificazioni sembrano oggi – almeno nella parte dell’umanità più ricca e tecnologizzata – cadute e gli uomini si trovano forse per la prima volta ridotti alla loro pura sopravvivenza biologica, che, a quanto pare, si rivelano incapaci di accettare. Solo questo può spiegare perché, invece di assumere il semplice, amabile fatto di vivere gli uni accanto agli altri, si sia sentito il bisogno di istaurare [sic] un implacabile terrore sanitario, in cui la vita senza più giustificazioni ideali è minacciata e punita a ogni istante da malattie e morte.

Qui c'è in nuce tutto il pensiero di Agamben sull'epidemia. Pensiero come si vede basato su un'ipotesi apocalittica: la "parte dell'umanità più ricca e tecnologizzata" avrebbe perso qualcosa che tutto il resto dell'umanità ha sempre avuto. Questo qualcosa non è l'alcol immaginato da Levi, ma è comunque alla base di tutto ciò che ispira "religioni, miti, fedi politiche, filosofie e ideali". Tutto questo non c'è più e quindi non abbiamo più voglia di vivere. 

Una cosa interessante di questo pensiero è come contraddica praticamente tutto quello che possiamo vedere intorno a noi, su internet ma anche solo alla finestra; religioni, miti, fedi politiche, ve n'è ovunque e benché sia vero che sembrano sempre declinare, di solito è per lasciare lo spazio a nuove religioni, miti, fedi politiche: insomma una grande vivacità che si può anche definire come "crisi", ma con cautela perché lo storico lo sa, che se una civiltà in media dura 500 anni, di solito si comincia a parlare di crisi già verso il cinquantesimo. Per Agamben invece tutto sta finendo: ci stiamo riducendo a una pura sopravvivenza biologica che però non accettiamo - e anche qui, basta dare un'occhiata fuori per restare perplessi: lo stesso modo in cui abbiamo affrontato la pandemia ci potrebbe mostrare quanto siamo tutti attaccati alla vita. Chi ha sperato sin dall'inizio in tutte le misure adottate, dal distanziamento ai vaccini, lo ha fatto perché voleva vivere: ma anche chi ha osteggiato sin dall'inizio lockdown, e vaccini, anche chi ha completamente negato l'emergenza, lo ha fatto in nome della sua esigenza di vivere una vita più piena possibile. Perlomeno è questa la sensazione complessiva che nel mio piccolo mi sembra di poter trarre da questi venti mesi in cui tutti intorno a me mi sono sembrati molto attaccati a qualsiasi vita gli capitasse di vivere: alcuni sacrificando la propria libertà e barricandosi in casa, altri viceversa mettendo a repentaglio la sicurezza altrui in nome del proprio benessere. Di fronte a un quadro del genere, se proprio volessi cercare un significato unitario, io vi leggerei un collettiva, commovente ostinazione a vivere malgrado tutto; il filosofo il contrario: non ne abbiamo più voglia, al punto che l'unico sistema è terrorizzarci con malattie che evidentemente sono più politiche che reali. 

Buffo, anche se avessimo davanti un'orda di lemming, vedremmo esattamente l'opposto: lui una colonna di roditori diretta verso lo sterminio, io una massa di animaletti che in una situazione che non conosce cerca di destreggiarsi come può, combina ovvi disastri che scarica sugli individui, ed errore dopo errore traccia la sua strada verso una salvezza non predestinata, ma nemmeno impossibile... (continua)

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Il monastero e la palestra

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Proveremo a immaginarci la filosofia continentale come un dipartimento kafkiano, un monastero dove si fa carriera dopo aver lungamente finto di apprendere una lingua misteriosa che (qualcuno sospetta) non ha nessun significato o ne ha troppi, ogni vocabolario fallisce nel tentativo di spiegare il significato cangiante che assume la stessa parola da Maestro a Maestro e quindi (qualcuno sospetta) forse la carriera la fai pigliandotene uno e servendolo e riverendolo finché non muore e dopo averlo pianto per giorni e giorni spetta a te staccarlo dalla cattedra. 

Secondo altre teorie all'inizio questo monastero era un dipartimento come un altro. Quando però, secoli fa, è subentrata questa moda di fare esperimenti e verificare ipotesi, gli altri monasteri ci si sono tutti buttati con un entusiasmo molto sospetto; e mentre scoprivano aberrazioni come il calcolo infinitesimale, si sono sempre più allontanati dall'unica via che il monastero continentale si è dedicato a difendere, anche se la maggior parte dei monaci non ti saprebbe dire in cosa consista – e se anche lo sapesse non te lo direbbe, il loro avanzamento di carriera dipende direttamente da questo gap tra le cose che loro dovrebbero sapere e tu no, anche l'eventuale capra non ha altra scelta che inventarsi un sapere qualsiasi e un non-linguaggio in cui non riesce ad esprimertelo. Questo per quanto riguarda la filosofia continentale. 

L'internet invece dobbiamo figurarcela come un'enorme palestra di scimmie, ma quando dico enorme dico proprio che ormai siamo in miliardi, e abbiamo una tastiera a disposizione per quasi tutte le ore del giorno, il che significa che le possibilità di scrivere qualcosa di sensato non sono poi così basse e in particolare non sono più da qualche anno così inferiori a quelle del monastero continentale. Le scimmie sono animali sociali, con tutti i loro limiti; dopo anni di intense interazioni on line non potevano che arrivare a codificare una serie di comportamenti abbastanza interessanti, per quanto discutibili. Le dispute si sono ritualizzate al punto che vi sono argomentazioni che vengono rifiutate in quanto "fallacie", una specie di fallo retorico (che come il fallo sportivo è sempre un po' arbitrario, a volte vale la pena di fischiarlo a volte no). Uno degli esempi più noti è la reductio ad Hitlerum: dopo che alle scimmie era stato insegnato che Hitler era il male assoluto, nel giro di pochi anni avevano iniziato a paragonare a Hitler qualsiasi atteggiamento intendessero stigmatizzare. Ma persino le scimmie si rendono conto, evidentemente, che un paragone inflazionato perde il suo valore, e prima di arrivare al punto in cui chi apriva una banana dal punto sbagliato era Hitler, hanno stabilito collettivamente che la reductio ad Hitlerum era un tabù. Il che magari è altrettanto assurdo, ma almeno evitava loro di doversi difendere da accuse di nazismo ogni volta che pelavano una banana. La decisione non fu presa ufficialmente da nessuna intelligenza superiore: fu il punto di arrivo di una serie di atteggiamenti collettivi, presi da numerosissime intelligenze inferiori.  

Va bene, ma in questi giorni cos'è successo? Niente di così nuovo: ogni tanto un monaco continentale sente la necessità di recarsi nella palestra del miliardo di scimmie a dispensare la sua necessaria Verità. Le scimmie lo sbertucciano, non che lui si aspetti qualcosa di diverso. Quel che forse non si aspettava è l'incredibile boato nel momento in cui il monaco sceglie di pronunciare la fatidica parola, "Hitler": le scimmie se l'aspettavano e reagiscono ormai come se fosse un tormentone comico. Non c'entra più il nazismo, ormai: la parola "Hitler" per loro è diventata l'etichetta che segnala la presenza di un argomentatore non all'altezza. Per assurdo anche se fosse una delle rare volte in cui la parola "Hitler" aveva un senso, ormai è troppo tardi: lo aveva in un'altra lingua che le scimmie hanno smesso di capire. Il monaco comunque sapeva che le scimmie avrebbero preferito riferimenti ad articoli scientifici, statistiche e cose così, e ha fatto anche il possibile per procurarseli, ma sono scritti in un'altra lingua ancora, un'altra lingua che il monaco non ha mai appreso e non capisce davvero; le scimmie per contro qualche statistica la sanno leggere, la loro abitudine a discutere di tutto 24 ore al giorno ha selezionato tra loro dei veri campioni in grado di procurarsi qualsiasi numero adatto a qualsiasi ragionamento in pochi minuti, per cui nel momento in cui smette di leggere la sua predica il monaco è già stato debunkato da quattro o cinque scimmie in competizione tra loro.

Tutto qui. Il monaco scuote i calzari e se ne torna orgoglioso al suo monastero, confortato nell'idea di essere l'ultimo depositario di una Verità inaccessibile alle scimmie. Le scimmie ne ridacchiano ancora per un po', poi si mettono a chiacchierar d'altro. La palestra non chiude e senz'altro non chiude il monastero, per il solito motivo per cui da millenni ne teniamo aperti: troppi figli da parcheggiare.

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Due filosofi contro il green pass (vince il green pass).

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Quando ho saputo che Massimo Cacciari e Giorgio Agamben avevano pubblicato un intervento a proposito del decreto del Green Pass, mi sono detto: finalmente si ragiona. Perché devo ammettere che questa cosa di avere aderito incondizionatamente a una misura che limita le libertà di movimento non è che mi va del tutto giù. Vedo gente manifestare e sento me stesso lamentarsi che erano manifestazioni non autorizzate, sarò mica passato al lato oscuro? Il mio buon senso mi dice che il governo ha ottimi motivi per fare quello che fa: motivi che ho vagliato, per quanto le mie esigue competenze me lo consentissero. Ma intanto il mio demone mi punzecchia: che ne sai? Se fosse tutta un'illusione che un regime totalitario ti stesse squadernando davanti, e dietro, e tutt'intorno? Credi davvero di saper distinguere tra informazione e propaganda, tra effetti di un virus ed effetti di un vaccino, tra responsabilità e asservimento? La differenza tra te e il novax è che tu ti fidi di qualcuno, lui di qualcun altro: nessuno dei due se ne intende veramente, state semplicemente facendo una scommessa e la tua ragionevolezza si riduce al fatto che hai scelto il banco, la quota minore, il rischio minimo. Va bene, caro demone, andiamo un po' su facebook a vedere cosa pensano i novax e poi dimmi tu se dovevo giocarmi la salute sulle idee di questi scalmanati. Eh no, dice lui, troppo facile usare i matti di facebook per liquidare una qualsiasi idea – giudicheresti il cristianesimo dal calendario di Frate Indovino? – alle fonti del pensiero, devi andare, all'elaborazione degli intellettuali, loro sì che avranno idee in grado di mettere in crisi le tue false certezze. E quindi viva Cacciari, viva Agamben, questo è ragionare, andiamo subito a vedere cos'hanno scritto di interessante su un tema tanto controverso.

Hanno scritto un temino imbarazzante.

Giuro, una cosa talmente sciatta che non vale nemmeno la pena di rispondere, e sapete perché? Perché ha già risposto Massimo Gramellini. E ha risposto bene, sul pezzo, dimostrandosi meglio informato e più competente, cioè questi due sono riusciti a far salire in cattedra Massimo Gramellini, proprio lui, non è un omonimo chiuso in una spelonca che improvvisamente è saltato fuori a dare lezioni di dialettica ed epistemologia ai due grandi filosofi viventi. Filosofi che tutto sommato non sono stati in grado di produrre un testo distinguibile dai deliri dei famosi scalmanati su facebook. Segue una disamina pedante. 

La discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B, è di per sé un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica.

Tautologia. Una cosa [che se fosse vera sarebbe] gravissima è una cosa gravissima, e ci mancherebbe altro che non avesse conseguenze drammatiche. La tautologia regge come un pilastro di cemento tutto il discorso successivo, e nasconde nella sua armatura l'unico dubbio che valeva la pena di affrontare: il green pass discrimina davvero le persone? Che differenza c'è tra il green pass e le altre limitazioni che in teoria non discriminano (patente di guida, porto d'armi)? Non si sa, non è interessante.

Quando poi un esponente politico giunge a rivolgersi a chi non si vaccina usando un gergo fascista come “li purgheremo con il green pass” c’è davvero da temere di essere già oltre ogni garanzia costituzionale. 

La frase a quanto pare sarebbe sfuggita ad Emanuele Maria Lanfranchi, giornalista, capo ufficio stampa della presidenza della Regione Lazio, portavoce di Nicola Zingaretti, in un post o un tweet poi cancellato. Su Google è possibile trovarla in più interventi di Agamben, che vi ritorna in modo ossessivo perché, evidentemente, altri esempi di "gergo fascista" non ne ha trovati. Insomma quando un portavoce di un presidente di regione si lascia sfuggire un termine squadrista, Agamben e Cacciari davvero temono di essere già "oltre ogni garanzia costituzionale". Uno si domanda come abbiano fatto a non esplodere quando un grillino in parlamento disse "boia chi molla", ma vabbe'. 

Guai se il vaccino si trasforma in una sorta di simbolo politico-religioso.

Cioè esattamente quello che avete fatto fin qui, trasformando un lasciapassare nel Marchio della Bestia.

Ciò non solo rappresenterebbe una deriva anti-democratica intollerabile, ma contrasterebbe con la stessa evidenza scientifica. 

Tautologia.

Nessuno invita a non vaccinarsi! 

Ma veramente sì, un sacco di gente nelle piazze, sull'internet, ecc. Cioè può darsi che il problema dei novax sia un po' sovradimensionato, ma negarlo, ecco –

Una cosa è sostenere l’utilità, comunque, del vaccino, altra, completamente diversa, tacere del fatto che ci troviamo tuttora in una fase di “sperimentazione di massa” e che su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. 

Il dibattito sarà sempre aperto, la scienza funziona così. "Sperimentazione di massa" tra virgolette significa che qualcun altro lo ha detto, ma chi? O sono i doppi apici di timidezza, quelli che si usano per prendere le distanze da quello che si sta scrivendo? Perché tra persone adulte e responsabili non si dovrebbero usare. I novax insistono molto sul fatto che i vaccini non siano stati approvati con le procedure standard, che avrebbero richiesto tempi molto più lunghi. E ce ne sono di bravi ormai, anche perché a discutere su internet ci si esercita, ci si specializza, insomma sanno citarti la sigla dell'approvazione richiesta presso il tale ente europeo o americano. Alla fine a leggerli si impara pure qualcosa. Invece leggendo "sperimentazione di massa" tra virgolette io non imparo niente.

La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: 

No, aspetta, ho capito bene? Torna un po' indietro.

su molti, fondamentali aspetti del problema il dibattito scientifico è del tutto aperto. La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: 

Queste due frasi sono finite accostate insieme per sbaglio, voglio sperare. Altrimenti io povero lettore rischio di dedurre che la Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo affermi con chiarezza che il dibattito scientifico è del tutto aperto, cioè avremmo un Parlamento europeo che legifera sulle aperture e le chiusure dei dibattiti scientifici. Poi volendo essere pedanti la Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo non esiste, al massimo esiste la Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea, ma vabbe', dettagli.

La Gazzetta Ufficiale del Parlamento europeo del 15 giugno u.s. lo afferma con chiarezza: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, anche di quelle che hanno scelto di non essere vaccinate». 

L'italiano incespicante del testo citato non è responsabilità dell'eurolegislatore, ma di chi ha ritagliato malamente la citazione, senza segnalare il taglio e rabberciandolo con quell'orribile "anche". Ricopio il vero testo; in corsivo la parte tagliata senza segnalazioni da Agamben e Cacciari. "È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti COVID-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate o hanno scelto di non essere vaccinate".

E come potrebbe essere altrimenti? Il vaccinato non solo può contagiare, ma può ancora ammalarsi: in Inghilterra su 117 nuovi decessi 50 avevano ricevuto la doppia dose. 

Da Wikipedia: Il termine inglese cherry picking, adattabile in italiano come bias di selezione o selezione arbitraria, è utilizzato nella lingua italiana per riferirsi ad una fallacia logica, caratterizzata dall'attitudine da parte di un individuo volta ad ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi ed evidenziando solo quelle a suo favore. L'etimologia dell'espressione deriva dalla lingua inglese. Il significato è metaforico e rappresenta l'idea di prendere, per sé stessi, solo le migliori ciliegie da una ciotola piena, ignorando appositamente, magari, quelle poco mature o peggiori.

Nel frattempo proprio ieri scoprivamo che da febbraio in poi il 99% dei deceduti in Italia non aveva completato la somministrazione del vaccino: la mia ciliegia è più bella della vostra, ho vinto io. 

In Israele si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto. 

Una cosa che si fa su facebook per vincere una discussione è appunto mettersi affannosamente a cercare dati a supporto della nostra tesi, ed è lì che molti si spezzano le corna, non perché non sappiano ragionare ma perché non reggono il ritmo e prima o poi fraintendono un dato e scrivono una castroneria. In Israele non "si calcola che il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto". Quel che è successo è che un vaccino tra tanti, il Pfizer, la cui efficacia in Israele nel prevenire il covid19 era stimata intorno 94%, sembra avere nei confronti delle altre varianti un'efficacia molto più bassa, intorno al 64%. Fammi un attimo contare quante cose hanno voluto capire male qui Cacciari e Agamben:

1. Non hanno capito che non si parla "del vaccino", ma di un vaccino specifico. 

2. Non hanno capito che non si parla di efficacia in generale, ma di efficacia contro le varianti. 

3. Hanno ignorato il resto della notizia, ad esempio dove diceva  "Il calo della protezione riguarda i contagi e non le forme gravi della malattie. Inoltre, pare non influire sui ricoveri né tanto meno sui decessi osservati finora".

4. L'efficacia al 64% è diventata "il vaccino copra il 64% di chi l’ha ricevuto", un'espressione che in italiano sfiora il comico involontario: il vaccino mi copre al 64%, quindi diciamo fino all'ombelico? Sempre ammesso che mi copra dall'alto verso il basso, cosa che non so se augurarmi. 

Le stesse case farmaceutiche hanno ufficialmente dichiarato che non è possibile prevedere i danni a lungo periodo del vaccino, non avendo avuto il tempo di effettuare tutti i test di genotossicità  e di cancerogenicità. 

Sarebbe anche un tema interessante, senonché dispiace che ai due filosofi venga in mente questa preoccupazione e non quella complementare, riguardante i danni da long covid: una sindrome di cui ignoriamo ancora i danni a lungo periodo. E torniamo al punto di partenza, ovvero la scommessa. Nessuno è sicuro in assoluto della bontà della propria scelta. Può darsi che qualche vaccino approvato molto in fretta alla lunga faccia davvero male. È un rischio. Anche la deriva totalitaria innescata dal green pass è un rischio. Il mio buon senso dice che sono rischi accettabili. Agamben e Cacciari dovrebbero farmi venire dei dubbi. Per ora non ci siamo. Tutto quello che dicono, davvero, posso trovarlo formulato con più riferimenti e più convinzione da un anonimo novax su un social network. 

“Nature” ha calcolato che sarà comunque fisiologico che un 15% della popolazione non assuma il vaccino. Dovremo dunque stare col pass fino a quando? 

Azzardo: finché il covid continuerà a uccidere la gente? Poi, ok, capisco che qui si insiste sul rischio di una degenerazione totalitaria, ma cosa c'entra il fisiologico 15% della popolazione? Chi scrive sembra convinto che il fine del green pass sia estendere l'uso del green pass, un po' come il fine della prevaricazione per Orwell era la prevaricazione. E non che senta l'esigenza di perdere tempo ad articolare questa cosa: la dà per scontata, come spesso i paranoici fanno.

Tutti sono minacciati da pratiche discriminatorie. Paradossalmente, quelli “abilitati” dal green pass più ancora dei non vaccinati (che una propaganda di regime vorrebbe far passare per “nemici della scienza” e magari fautori di pratiche magiche), dal momento che tutti i loro movimenti verrebbero controllati e mai si potrebbe venire a sapere come e da chi. 

Propaganda di regime. Quindi c'è un regime che controllerà se andremo al bar e al lavoro. Chi non ci andrà "paradossalmente" non sarà controllato, sarà invisibile, ma sarà anche presumibilmente tappato in casa o espulso dal consorzio sociale. La propaganda di regime vuole far passare per ciarlatani e "nemici della scienza" i non vaccinati, e capisco che è una cosa odiosa, ma non siete stati capaci di citare correttamente un solo dato a favore delle vostre asserzioni. Anche la vostra è propaganda, e se non siete "nemici della scienza" non siete nemmeno molto amici, neanche semplici conoscenti, diciamo che passate molto alla svelta, rubacchiate qualche ciliegia e chi s'è visto s'è visto. 

Il bisogno di discriminare è antico come la società, e certamente era già presente anche nella nostra, ma il renderlo oggi legge è qualcosa che la coscienza  democratica non può accettare e contro cui deve subito reagire.

Stanno scrivendo davvero che c'è un regime, inaccettabile, contro cui si deve subito reagire, ma reagire come? Per esempio, manifestare nelle piazze senza autorizzazione è ok? Perché qualcuno lo farà, qualcuno si sentirà autorizzato anche da questo autorevole intervento. Stanno davvero chiedendo di protestare con ogni mezzo possibile? Non è chiaro, non lo dicono, insomma armiamoci e partite. 
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La spia e il provocatore

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Secondo te è una dittatura, non è da oggi che ci pensi. Sono mesi che ti prepari, mesi che ti lasci permeare da tutte le notizie che confermano quello che pensi tu – e respingi le altre. Quando la gente cominciava a morire, a te risultava che i decessi fossero stabili; quando siamo rimasti a casa, a te risultava che aumentassero i suicidi; quando è cominciata la vaccinazione, a te risultava che uccidesse la gente; quando tutte queste evidenze sono state sbugiardate, a te non risultava. Poi ognuno è libero di leggere quel che vuole e scriverlo pure, ma da un po' di tempo questa libertà ce la gestiscono i dipendenti di Zuckerberg, e i dipendenti di Zuckerberg hanno deciso che le cose che scrivi le devo leggere pure io. 

(Magari non sono i dipendenti, ma un algoritmo; in questo caso però se fossi uno che compra spazio pubblicitario mi incazzerei, perché a occhio sembra un algoritmo molto più sofisticato di quello che ha deciso che mi piacciono i manga romantici e i manuali di meditazione). 

Ma insomma la Zuckerberg Spa ha deciso che io e te dobbiamo litigare e io ci provo anche, ma ho questo problema che dopo un po' mi affeziono, non ho il killer instinct, e nel frattempo tu spieghi che siamo sull'orlo di una guerra, che sta per cominciare anzi è cominciata, e che bisognerà lottare con tutte le proprie forze e servirà tanta abnegazione contro il nemico e intanto io penso: ma il nemico sarei io? E contro uno come me, cosa pensi di fare?

Nel frattempo i dipendenti di Zuckerberg mi fanno l'occhiolino, mi hanno già scritto per avvisarmi di segnalare se vedo gente che si radicalizza, forse è il motivo per cui ci hanno accoppiato, forse vogliono un motivo serio per farti fuori e... glielo devo dare io? E glielo devo dare gratis? Ma non penso proprio, guarda. Manco tu fossi un nazista e si vede che non lo sei. E però ormai da qualche giorno sei convinto che lo sia io. Finisce che la spiata a Zuck la farai tu? Devo farla prima io per prevenirti? Che brutto mondo.   


E intanto tu vai avanti e un po' di gente ti scrive bravo, ti mette i pollicioni, ti propone di aderire al loro gruppo che va in piazza senza mascherina e vaccino contro la dittatura sanitaria che toccherà istituire seriamente a settembre se continuate così... ma tu imperterrito, ormai hai deciso che è tutta una montatura e non si torna indietro, tu non stamperai il green pass e inviti gli altri a non farsi tracciare da Bill Gates e a segnarsi i nemici perché prima o poi verrà il momento della riscossa libertaria, e io ho questo vizio che empatizzo, che mi affeziono, io se per un attimo spengo la razionalità e distolgo la fantasia da Bill Gates che controlla i tabulati per sapere se andate al bar, lo posso capire come ti senti. Io sono cresciuto a pane e Orwell, ricordo un estate che diedero tutti i film di fantascienza sociologica e avrò avuto dieci undici anni, roba da farsela in mano, la Fuga di Logan, L'uomo che fuggì dal futuro, 2022 i sopravvissuti... io lo capisco l'incubo di vivere in un mondo dove per circolare è necessario il Marchio della Bestia. È assurdo crederci, ma una volta che ci credi deve essere agghiacciante, guardarsi attorno e vedere la maggioranza supina accettare la marchiatura, è un incubo... e però tu questo incubo continui a denunciarlo su Facebook.  

Cioè. 

Tu pensi che Bill Gates ti spii col green pass e intanto Zuckerberg coi tuoi status pubblici cosa ci fa, è un tuo amico?

Pensi di essere in una dittatura sanitaria e conseguentemente vai in giro a scrivere Siamo In Una Dittatura Sanitaria e ti firmi pure, il pensiero di passare in clandestinità non ti sfiora? Cioè se una dittatura del genere esistesse davvero, com'è che si contenta di farvi prendere il caffè al banco, com'è che vi lascia i canali aperti... io fossi in te il dubbio che lo faccia apposta per monitorarvi, e al momento giusto bloccarvi (e falciarvi) me lo farei. 

E starei molto attento a chi mi mette like, a chi mi manda i suoi contenuti da condividere, perché in una dittatura sanitaria come minimo ci sono agenti provocatori dappertutto, c'è anche una crisi dell'impiego, figurati se in mezzo a centinaia di contatti non c'è qualcuno che sta gestendo un dossier.

E siccome ogni tanto provo anche a dirtela questa cosa, ma tu niente, e continui tranquillo a scrivere i tuoi proclami e raccogliere i tuoi like, il dubbio me lo faccio venire io: forse questa è davvero una dittatura sanitaria; forse l'agente provocatore sei tu.

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Perché perdiamo tempo con l'Invalsi, nel 2021?

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Che anno è, che giorno è? È il momento di discutere dei risultati Invalsi, come se fossero una cosa seria. Malgrado l'interruzione dell'anno scorso, la liturgia ormai si è consolidata: a metà luglio, quando ormai la scuola è un ricordo lontano, l'Invalsi si fa vivo e pubblica quelli che chiama "i risultati", e che in realtà poi non dicono un granché. Il momento è cruciale: se c'è un torneo internazionale di calcio, è appena finito; un'eventuale Olimpiade non sarà ancora cominciata. Sui giornali insomma potrebbe esserci un po' di spazio da riempire: peccato che i "risultati" Invalsi siano mortalmente noiosi: le primarie tengono, nelle secondarie inglese è stabile e matematica e italiano sono un po' in calo... non c'è sugo, non c'è spezia, per cui si fa intervenire il titolista apocalittico, quello che di mestiere, quando il meteo dice che piove, titola SENTENZA FINALE, SPAVENTOSA BOMBA D'ACQUA.

Tu dici: vabbe', esagera. La tale Testata Prestigiosa ci informa che "Crollano le competenze degli studenti" – il che in sostanza significherebbe che non solo non hanno imparato niente, ma non sanno nemmeno più fare quel che sapevano fare un paio d'anni fa. (L'Invalsi però è un banale test a scelta perlopiù multipla: che sia uno strumento efficace per certificare le cosiddette competenze è discusso e discutibile). Il collega di un'Altra Testata Prestigiosa ci terrorizza: "Alla Maturità competenze da Terza Media". Per fortuna questa spaventosa lacuna per cui cinque anni di istruzione superiore sarebbero spariti nel nulla non risulta dai dati Invalsi: è solo un titolo acchiappaclic, ma è anche l'unica cosa che la maggior parte dei lettori leggerà. Dai titoli partiranno poi per tutta una serie di osservazioni sulla scuola, sulle sue criticità, ecc. – anche in buona fede, vedo commentatori già pronti a spiegare perché secondo loro la scuola sta funzionando male, cosa bisogna fare per intervenire. Sono discorsi in parte condivisibili, ma io vorrei fermarmi un po' più a monte.

Non voglio discutere dell'Invalsi come insegnante, stavolta. Non voglio discutere dell'Invalsi come l'esperto di didattica che tra l'altro non sono. Rivendico un punto di vista molto più limitato, ma a fuoco: voglio parlare delle prove Invalsi da tecnico di laboratorio, visto che è quello che faccio nella mia scuola media da quando le prove sono diventate computer based. E da tecnico di laboratorio dico: non è il momento di discutere dei risultati Invalsi come di una cosa seria.


Non discuto la bontà dei test, la didattica che sottendono, eccetera. Non discuto la professionalità degli esperti che li hanno messi a punto, o la serietà dei miei colleghi che li hanno somministrati. Per far funzionare una somministrazione non bastano gli esperti, i pedagoghi e gli insegnanti. La somministrazione funziona se gli studenti decidono di farla seriamente, e non credo che sia successo.

Parto dalla mia esperienza (ovviamente limitata, ma diversamente da tutti i commentatori io i test li ho visti fare): le prove Invalsi richiedono massimo 90 minuti. I miei studenti consegnavano mediamente dopo 60, molto prima del solito. O erano tutti geni, o le prove erano troppo facili, o non avevano nessun interesse a farla bene. Vi è mai capitato di fare un questionario al computer? Magari quando iniziate siete curiosi, poi vedete che è un po' più difficile di quel che sembrava, pensate che tutto sommato avete di meglio da fare, e scrollate avanti. La mia supposizione è che molti studenti abbiano fatto la stessa cosa. Non credo che le prove Invalsi di quest'anno vadano prese sul serio, perché i ragazzi che dovevano farle non le hanno prese sul serio.

E perché mai avrebbero dovuto farlo? Tornavano tutti da un lockdown, chi di un mese (elementari e medie) chi di tre mesi o più (superiori). Avevano appena ricominciato a interagire dal vivo coi compagni e con gli insegnanti – certo, in aule distanziate, senza scaffali per tenere i banchi a dieci cm di distanza in più; senza laboratori; senza intervallo in aree comuni: però ce l'avevano fatta, erano tornati a scuola. A questo punto arriva il tecnico e spiega che bisogna recarsi tutti nell'aula computer per quel famoso test a crocette che comunque, nessuno si preoccupi, non influisce in nessun modo sulla loro valutazione finale. I ragazzi sbuffano e vanno. Magari alla spicciolata, perché anche lo spazio in laboratorio è contingentato. Un laboratorio che contiene 30 computer probabilmente può farne lavorare soltanto 15, per garantire il distanziamento. Quindi bisogna fare i turni. Quindi dopo mesi di didattica a distanza una volta tornati a scuola bisogna interrompere il lavoro di classe per andare un po' alla volta in un laboratorio a fare un noioso test a crocette che dal loro punto di vista non ha la minima importanza.

Sì, proprio in quel laboratorio in cui abbiamo smesso di portare i ragazzi dall'anno scorso perché bisognava in tutti i modi mantenere il distanziamento, mantenere la bolla, evitare che i droplet della terza A fossero inalati dai ragazzi della terza C. È il motivo per cui i ragazzi non fanno più l'intervallo tutti assieme nei corridoi, e ciononostante (e malgrado il ministero spergiurasse che le scuole erano sicure) abbiamo dovuto comunque chiudere in marzo e a Pasqua abbiamo portato i ragazzi delle terze medie e delle quinte superiori in laboratorio per fare un noioso test a crocette. Ora: è così strano che l'abbiano fatto in fretta, rispondendo sbrigativamente alle domande che sembravano più facili e scrollando quelle che non capivano al volo? In tutta sincerità: al loro posto avreste fatto diversamente? Vi ricordo che la prova Invalsi non fa più media, i ragazzi sanno perfettamente che non saranno valutati per le risposte che danno. A volte sentono dire che saranno i loro insegnanti a essere valutati, e la scuola nel suo insieme: ecco, provate un attimo a figurarvi la cosa. Voi al loro posto vi sareste attardati su un computer forse non del tutto disinfettato, a compilare coscienziosamente un test per far fare bella figura ai vostri insegnanti? Chi ha immaginato una situazione di questo tipo sarà anche esperto di didattica, ma non di preadolescenti e adolescenti. O più facilmente la sua priorità non era ottenere buoni risultati. L'unico motivo per somministrare le prove Invalsi in un anno disastrato come questo era ottenere cattivi risultati. La cosa incredibile è che tutto sommato i risultati non sono nemmeno così cattivi. Prevedibili, ma non così pessimi.

La scuola ha dei problemi? Altroché se ne ha. L'Invalsi ce li mostra? L'Invalsi è un dito che mostra la luna. Ma la mostra davvero? Sta puntando davvero verso la luna o semplicemente la luna è l'unica cosa interessante che si trovi vagamente sulla traiettoria? E inoltre: quanto costa quel dito? Siccome non fa che indicare quello che indicano tutti, siccome non ha mai cambiato posizione in tanti anni, vale ancora la pena di mantenerlo? Mi pongo questo tipo di problemi perché io quel dito l'ho sorretto sin dall'inizio, non con le mie idee ma col mio lavoro. Da quando c'è l'Invalsi, io a scuola ho somministrato l'Invalsi. Quando qualche mese fa i miei dirigenti mi confermarono che le prove si sarebbero fatte, ero piuttosto incredulo. La scuola dell'obbligo era appena entrata nel suo secondo lockdown, che sarebbe durato più o meno un mese. In quel momento non sapevamo nemmeno se avremmo finito l'anno in presenza, e ciononostante il Ministero ci chiedeva di predisporre i laboratori informatici per la somministrazione della prova. Bisognava assolutamente capire se i ragazzi ne sapessero più o meno di quelli degli anni scorsi.

Ma bisognava davvero? Cioè, dopo un quadrimestre di DAD completamente improvvisata; dopo un altro quadrimestre in presenza in classi distanziate, con continui stop and go imposti ogni volta che in una classe scoppiava un focolaio, c'era davvero tutta questa esigenza di scoprire se i ragazzi avessero imparato più o meno? Non era una domanda retorica? Voglio dire, potevate chiederlo a me. Ve l'avrei detto io. Gratis? No, gratis no, ma sarei costato senz'altro un po' meno. Oppure potevate chiedere a chiunque. Lo sappiamo tutti che la scuola non ha funzionato al meglio nel 2020-21 – come qualsiasi altra cosa del resto.

Invece abbiamo sentito l'esigenza di formulare questa domanda retorica a due milioni di studenti. Non sarebbe bastata, per una volta, un'indagine a campione? In tante scuole d'Italia, questo era complicato anche prima del Covid e delle procedure di distanziamento. Tre prove da 90 minuti sono 270 minuti per studente – se lo studente dovesse farli tutti assieme, ma ovviamente non è così: ogni 90 bisogna dargli il cambio, e questo significa altri minuti preziosi per aerare e igienizzare la postazione (per quanto si possa sanificare una tastiera, l'oggetto forse meno igienizzabile inventato dall'uomo). Comunque fingiamo che tutto si possa fare in 10 minuti, diciamo che ogni Invalsi ruba allo studente 300 preziosi minuti di presenza (senza restituirgli niente: le prove Invalsi servono un po' al ministero, un po' ai giornalisti, ma a lui a che servono? era meglio stare in classe a studiare l'assonometria cavaliera). Se una scuola media ha otto terze, e a ogni terza servono 300 minuti, abbiamo 40 ore da gestire: 40 ore in cui è previsto che l'insegnante sia coadiuvato da un assistente, qualcuno che in teoria la scuola paga: le prove Invalsi costano. Sempre che esista quel famoso laboratorio con 25-28 postazioni cablate e funzionanti. Magari nel 2019 esisteva, ma ora c'è il distanziamento, ricordate? Non è che si possa espandere la cubatura del laboratorio. Si potrebbe fare un altro laboratorio (altri soldi), o più facilmente raddoppiare i turni, per cui le 40 ore diventano 80. Questo è successo alle medie e alle superiori: alle primarie, dove la prova è ancora cartacea, i risultati sono stati migliori. Questo ovviamente può significare che le primarie funzionano meglio. Perlomeno sulla brochure dell'Invalsi c'è scritto così. Oppure che i bambini delle primarie davanti a un fascicolo cartaceo hanno più motivazioni a fare bene che i preadolescenti davanti a un computer – preadolescenti plasmati da anni di videogioco domestico, per cui se sbagli puoi sempre ricominciare e fare meglio.

(A volte davvero alla fine della prova ti chiedono se potrebbero ripeterla ed è un piccolo choc per loro scoprire che no, per la prima volta della vita non si può imparare dai propri errori. Che tra l'altro sarebbe l'unica cosa didatticamente interessante, per loro).

Che anno è, che giorno è? Nessuno in particolare. Le prove Invalsi non ci dicono niente che non sapessimo già. Come al solito sono in linea con le rilevazioni Ocse-Pisa. Le scuole delle regioni più ricche funzionano meglio delle scuole delle regioni più povere, chi l'avrebbe detto. Per farci dire quel che sappiamo benissimo, abbiamo disturbato due milioni di studenti che erano appena tornati in classe. Li abbiamo portati in un laboratorio benché fino al giorno prima sostenessimo che il laboratorio fosse un luogo a rischio. Non abbiamo fornito loro nessuna motivazione particolare: dovevano soltanto finire quei maledetti test. Li hanno finiti al volo, sono tornati in classe, e ora i giornali possono dire che le scuole italiane fanno schifo e la DaD non funziona.

Perché prima non potevano?

Beh, in luglio è più difficile, le scuole sono chiuse, manca un gancio con l'attualità. Insomma non ci dirà mai niente di interessante o nuovo, ma almeno questo gancio ai giornalisti l'Invalsi ogni anno lo offre. E probabilmente è tutto: anche perché io in tanti anni tutti questi interventi mirati per risolvere le criticità individuate dall'Invalsi sinceramente non li ho visti. Ecco perché abbiamo organizzato 80 ore di laboratorio in aprile, sottraendoli alla didattica, e io mi sono pure preso un virus (per fortuna non era il Covid): per sentirmi dire anche in luglio che faccio schifo, che è tutto da rifare. Grazie, e arrivederci al prossimo anno.

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Dovrà morire un po' di gente, e lo sappiamo

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Ora sappiamo tutti quello che sta per succedere; i contagi dopo mesi hanno smesso di calare – che è un altro modo per dire che hanno ricominciato ad aumentare. Ormai lo sappiamo che va così, e un'altra cosa che sappiamo è che ogni volta che aumentano, lo fanno con una curva esponenziale. Quindi per un po' sembreranno numeri irrisori, e ci ostineremo a obiettare che aumentano soltanto i contagi, non le vittime. Questo di solito funziona per quindici giorni: sarebbe bello che stavolta andasse diversamente, ma dopo quindici giorni di solito riparte anche la curva delle vittime. E di lì a poco quella dei contagi comincia a schizzare, perché le curve esponenziali – ormai lo sappiamo – funzionano così. L'anno scorso è successa la stessa cosa, con la sensibile differenza che era fine agosto. Stavolta non è nemmeno metà luglio, abbiamo appena festeggiato una vittoria sportiva e organizzato le vacanze al mare. Reintrodurre misure preventive anticovid all'improvviso non è praticabile: c'è il rischio che molti semplicemente non le accettino. Non è nemmeno un rischio: molti hanno già smesso di accettarle, da settimane o da mesi. Il relativo successo della campagna vaccinale ci ha in un qualche modo convinti di essere fuori pericolo. Le varianti non ci spaventano ancora: per forza, non ci hanno ancora messi in ginocchio. Ormai lo sappiamo come va, no? Non possiamo convincere la gente a stare in casa, a rinunciare alle vacanze, come se tutti gli sforzi reali e apparenti di questo anno e mezzo non fossero serviti a niente. Dobbiamo aspettare. Che cosa? 

Che le varianti ci mettano in ginocchio. 

Allora sì. Quando la gente comincerà a morire un po', si potrà riprendere il discorso. Lo ha capito bene Boris Johnson, senz'altro non il governante più illuminato, ma comunque l'esponente di un governo che le ha provate tutte, e dopo qualche molti errori qualche cosa l'ha azzeccata, e che tra una settimana riaprirà tutto, perché? Perché deve morire un po' più gente, lo ha persino ammesso. Può sembrare mostruoso ma probabilmente faremo la stessa cosa, con qualche settimana di ritardo e qualche ipocrisia in più. Prima apriamo tutto, prima la gente comincia a morire, prima scatta l'allarme sociale e le rinunce collettive tornano a essere accettabili. A occhio questo accadrà a settembre, e le scuole saranno di nuovo l'argomento della contesa. Si scoprirà che non sono stati previsti spazi in più, e addirittura l'organico è stato diminuito; però se vogliamo dirla tutta, a scuola l'abbiamo sempre saputo che il Covid non ci avrebbe lasciato. Le norme sul distanziamento sono rimaste quelle dell'anno scorso, e come l'anno scorso risulteranno probabilmente insufficienti. Ma il solo fatto che non si sia mai discusso se ritirarle o no la dice lunga: nessuno al ministero si è mai illuso su cosa sarebbe successo nel settembre del 2021. Servono morti da gettare sul tavolo delle trattative. Se fossero anche un po' più giovani del solito – ci dispiacerebbe, ovviamente – ma forse sarebbe un modo per accelerare.  

Poteva andare diversamente? E chi lo sa. Se fossimo stati tutti un po' più consapevoli e tranquilli – e se la nazionale di calcio si fosse fatta eliminare subito... Certo, mi dico, dopo un anno cosa si può pretendere dalla gente? Poteva andare peggio, in altri posti è andata peggio. In teoria prevenire costerebbe meno che curare; in teoria. In pratica non si può prevenire qualsiasi cosa, chi ci prova non fa che estendere la follia del genitore che vorrebbe evitare al figlio qualsiasi dolore. È giusto che il figlio evada dalla prigione dorata: è giusto che sperimenti la malattia e il dolore. In una certa percentuale pare sia giusto che muoia. Io individualmente non sono d'accordo, ma non conto niente e sarei contento più del solito di sbagliarmi. Nel caso, festeggerò con voi a settembre. 

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Perché facciamo le vacanze di Pasqua? Non ha senso.

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Di tante prevedibili polemiche, ecco una che pensavo scattasse inesorabile e invece quest'anno non s'è presentata: le vacanze di Pasqua. Forse avete sentito che in Francia Macron le ha un po' allargate (e già non erano brevi), probabilmente per frenare i contagi. Nella parte del mondo in cui non si legge il Corriere, in effetti, c'è ampio consenso sul fatto che le scuole aperte influiscano sensibilmente sull'aumento del contagio (c'è anche una ricerca sul Lancet) (una ricerca che a differenza di quella di Sara Gandini tiene conto dei numeri degli ultimi mesi). 

Sempre quando uno non se l'aspetta.

L'assenza di polemica mi ha sinceramente stupito: è da mesi che si va suggerendo di recuperare didattica in luglio, e intanto nessuno fa presente che c'è un buco inutile ad aprile? Inoltre: dopo settimane in cui la vita domestica con gli adolescenti in casa è stata descritta mediamente come un inferno in terra (e non faccio nessuna fatica a crederci) le vacanze di Pasqua dovrebbero rappresentare il punto di massimo disagio. Già quelle italiane non sono mai state molto utili, ma quest'anno risultano particolarmente assurde. Siamo tutti a casa a sciabattare, chi da settimane chi da mesi: potremmo benissimo continuare con un po' di lezioni a distanza e in molti casi ci farebbe bene, ci terrebbe occupati, ci aiuterebbe a dare un senso al tempo che ci cola dal cavo delle mani. E invece no, dobbiamo fare "vacanza" – senza poter andarcene da nessuna parte, ma nella circolare all'inizio dell'anno c'era scritto "vacanza" e a nessuno è venuto in mente di discutere la cosa. L'anno scorso sì, qualche genitore protestò. Quest'anno niente: è curioso.

Dunque qui sotto cerco di rispondere a una domanda che nessuno sta facendo (ma la risposta me l'ero comunque preparata). Perché facciamo le vacanze di Pasqua, quest'anno?

Per riposarci? Non saranno particolarmente riposanti.

Per santificare le feste? Non saranno particolarmente santificate.

Per ricordare ai genitori e a tutte le altre categorie di lavoratori i nostri odiosi privilegi? Non ce n'era bisogno (se li ricordano già).

Perché i diabolici sindacati non possono rinunciare al periodo dell'anno più propenso ai sabba in cui le RSU si congiungono col demonio? Fuochino, ma no. 

Le vacanze di Pasqua le facciamo per un motivo più banale ma anche più significativo: non ci siamo organizzati per sospenderle. C'era questa possibilità? Credo di sì.

Certo, sarebbe servito un pronunciamento in questo senso da parte di una serie di autorità il cui potere si è con le recenti riforme aggrovigliato in un modo inestricabile – diciamo che se il ministro dell'istruzione avesse detto a gennaio: saremo ancora chiusi un po', rivediamo le vacanze di Pasqua? e se i presidenti delle regioni fossero stati d'accordo, e gli Uffici Scolastici Regionali avessero recepito, e i dirigenti scolastici avessero cercato di spiegare la cosa nei Consigli d'Istituto, forse, dico forse, quei 4-5 giorni di inutile sospensione didattica li avremmo recuperati. Ma non è andata così, e perché non è andata così?

Beh, al ministero c'era un trasloco in atto, e vabbe' (notate che uno degli argomenti particolarmente spesi sui media da chi voleva cambiare governo, è che quello nuovo sarebbe stato molto più decisionista e ci avrebbe fatto lavorare di più: ecco, fin qui proprio no).

Ma più in generale, né il ministero né i dirigenti né i consigli d'istituto potevano permettersi di dire a gennaio che le vacanze di Pasqua non si facevano, perché... perché sarebbe stato come ammettere l'ovvio, ovvero che le scuole superiori sarebbero  restate chiuse (e che forse avremmo chiuso anche le inferiori), e questo non si poteva assolutamente ammettere, questo era molto peggio di perdere cinque giorni di didattica ad aprile. Insomma queste vacanze le facciamo, siamo costretti a farle, perché non abbiamo mai voluto ammettere che si potevano togliere. Serviva un po' di tempo, e invece una regola da un anno a questa parte è che tutto si decide al penultimo minuto e si comunica ai sottoposti all'ultimo. 

Quest'ultima cosa non è un'iperbole: nella mia provincia abbiamo scoperto un giovedì alle 18:30 che il giorno dopo passavamo in didattica a distanza. Per fortuna avevamo già un orario pronto (in realtà non è stata fortuna). 

A chi intendesse a questo punto lamentarsi baricchianamente delle rigidità dell'istituzione scolastica, faccio notare che il groviglio è diventato inestricabile proprio per risolvere l'apparente rigidità: ovvero in teoria le regioni potrebbero decidere (ma non volevano farlo) e anche il consiglio d'istituto avrebbe potuto pronunciarsi. Ho la sensazione che il punto debole sia il dirigente, quello che doveva diventare lo sceriffo della scuola ma in pratica si trova schiacciato tra le direttive ministeriali, quelle regionali, e i genitori che confrontano le scelte di scuole diverse sul territorio e a volte mandano lettere ai giornali. Questo è uno dei casi in cui una catena di comando più rigida avrebbe forse funzionato meglio; per dire, un eventuale Macron che dicesse in diretta: facciamo la Dad anche in settimana santa, alla fine avrebbe funzionato. Ma non ce l'abbiamo: abbiamo deciso di andare in ordine sparso e il risultato è che da giovedì ci ritroviamo tutti a casa senza videolezioni e senza un motivo sensato per non farle.

Più in generale: la Didattica a Distanza (o Didattica integrata, che dir si voglia) sarebbe stata molto meglio di com'è, se solo l'avessimo accettata come un'alternativa non preferibile ma praticabile in caso di emergenza. Ma non abbiamo fatto nessun passo in tal senso. Il ministero non si è nemmeno posto il problema di studiare, che so, una piattaforma, di mettere a disposizione un corpus di risorse – no, l'unica cosa che interessava era trovare un sistema per tenere aperte le scuole e l'unico modo per farlo era comprare banchi a rotelle. Al secondo anno di DaD, siamo ancora vivendo la situazione assurda in cui i registri elettronici non sono gestiti dal ministero o almeno dalle regioni, ma da ditte private che vincono appalti scuola per scuola – un insegnante su due scuole diverse lavorerà spesso con due sistemi diversi. Malgrado sia l'unica didattica praticabile per una larga fetta della popolazione scolastica, continua a essere affidata all'improvvisazione degli insegnanti: e tanto di cappello se nel frattempo sono riusciti a formarsi, perché ciò dipendeva unicamente dalla loro volontà e dalla loro serietà. Al ministero non interessava nulla, era troppo preoccupato a... a organizzare le prove Invalsi. 

Ma delle prove Invalsi toccherà parlare un'altra volta: buona Pasqua e buon ritorno a scuola, chi ci torna.

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400 vittime di covid al giorno e voi scrivete che il rischio zero non esiste, siete criminali.

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Quando si parla di covid e chiusure, bisognerebbe restare calmi. Lo so che è difficile.

Ma ci si dovrebbe provare: tirare un grosso respiro e ricordare che si tratta di un'emergenza come non c'è mai stata da che siamo al mondo, qualcosa per cui nessuno era davvero preparato; che gran parte degli errori che si sono fatti erano inevitabili; e nondimeno è giusto segnalare chi li fa, specie se in cattiva fede. Alla maggior parte di chi incontriamo, che in cattiva fede non è. 


Per esempio, già da diversi mesi alcuni dei principali gruppi editoriali del Paese stanno esprimendo una forte voglia di riaprire, costi quel che costi (costerà vite umane). Per essere dei gruppi editoriali, bisogna dire che la esprimono male, con interventi mal editati e scomposti che finiscono per squalificare chi li produce e chi li cita sui social network. Al punto che io stesso, che non sarei quel granitico sostenitore del lockdown a oltranza che credete, alla fine non posso che radicalizzarmi nella convinzione che le scuole non siano affatto sicure: perché se ci fosse uno studio serio che dicesse il contrario, a questo punto ad esempio il Corriere lo avrebbe scovato, e pubblicato in prima pagina, e invece no; mese dopo mese continua a buttar fuori materiale di scarto. La ricerca che tutti citano in questi giorni, e che in un primo momento stavo prendendo seriamente anch'io, non è che l'ennesima rifrittura di numeri che Sara Gandini credeva di aver trovato in novembre (e che scomposti per regione ci dicono tutt'altro); adesso è marzo, siamo alla terza ondata, le varianti si dimostrano più virulente anche tra i giovani, e il Corriere è ancora lì che s'affida alla Gandini. Questo come minimo significa che non riesce a trovare niente di meglio; in una situazione in cui davvero qualsiasi ricercatore che riuscisse a torturare i dati fino a dimostrare che le scuole sono sicure otterrebbe l'homepage nel giro di pochi minuti. Ma niente da fare. E però là fuori c'è fior di genitori che ci crede, in quel che dice la Gandini, perché sono ricerche peer-reviewed (ma veramente no), gente che crede alle pillole d'ottimismo, eccetera. 

In sostanza quel che fa il Corriere non è diverso da quello che facevano le Iene ai tempi di Vannoni, salvo che lo fanno in una situazione di emergenza nazionale: stanno apertamente fomentando con informazioni tendenziose una frustrazione sociale che è lì lì per diventare una rivolta civile: ve lo sareste aspettati anche solo un anno fa? che un governo a trazione M5S avrebbe tentato il possibile per proteggerci da una pandemia, mentre Repubblica e Corriere avrebbero diffuso fake news sulle scuole e sui vaccini?; che nel momento della crisi il partito della biowashball e dei chip sottopelle avrebbe mantenuto la barra un po' meglio degli organi di stampa del ceto medio riflessivo? Pure è andata così, teniamocelo per detto. 

Non so se sia stato il gruppo della Gandini (un gruppo che neanche un anno fa negava la virulenza del virus) a coniare a un certo punto il nuovo slogan che vedo sempre più impugnato da chi vuole riaprire a ogni costo: "il rischio zero non esiste". Che è insieme una banalità – chi ha mai preteso un rischio zero? – e un'enormità, nel momento in cui in Italia muoiono più di quattrocento persone al giorno. Un po' come Baricco quando ravvedeva un "There Is No Alternative" quando l'alternativa si vede benissimo ed è: facciamo morire un po' più gente, l'economia ne avrebbe bisogno. 


Qui vediamo invece Massimo Cacciari in una delle sue più riuscite interpretazioni dell'Uomo Anziano che Impreca al Cielo, mentre senza nessuna difficoltà si lascia mettere in bocca lo slogan da un operatore Mediaset: a riprova che si può essere tra i più brillanti intellettuali di una generazione e farsi suonare come trombette. Ai piani alti hanno fatto due conti e deciso che conviene che moriamo di più, e Cacciari è già in favore di videocamere pronto a spiegarci che morire per la patria bisogna, e sono abbastanza sicuro che nemmeno lo pagano, sarebbe volgare, lui un servizietto così te lo fa gratis, lo baratta con quella misera visibilità televisiva che alla sua età evidentemente lo solletica ancora, ma davvero ci si deve ritrovare così? A chiedere più morti pur di stare in favore di videocamera? Io davvero non

Quando si parla di covid e chiusure, bisognerebbe restare calmi. Lo so che è difficile.

Con un piccolo sforzo possiamo capire che tutti i punti di vista sono ragionevoli. Io stesso, che qui sopra assumo il ruolo di difensore del lockdown e delle chiusure scolastiche, appena metto il piede fuori da questa stanza comincio ad avere qualche tentennamento; percorro il corridoio, e vengo invaso dai dubbi; arrivo alla camera dei bambini, e ho già abbracciato un'opinione completamente opposta. Questo per ribadire che trovo l'angoscia dei genitori perfettamente comprensibile; conosco la loro sofferenza, e anche il disagio degli studenti non mi è così alieno. Più in generale, lo so benissimo che l'economia sta affondando; casa mia non è un'isola, anzi. E tuttavia, in coscienza: se mi chiedete se la scuola dell'obbligo sia sicura, non posso rispondere che no; se mi chiedete se è vero che il contagio non passa dalla scuola o si limita a costeggiare la sala insegnanti, scrive il Corriere, la mia risposta per quel che mi è stato dato di osservare è no; se mi chiedete se davvero gli studenti siano bravissimi a mantenere mascherine sul naso, disciplinatissimi nel distanziamento, e tendenzialmente suicidi dopo un mese di didattica a distanza, anche qui la mia limitata risposta è: no, no, no. 

Questa è la mia coscienza; invece il mio mestiere è quello dell'insegnante e in quanto insegnante faccio parte di una catena di comando. Sono andato a scuola ininterrottamente da settembre a tutto febbraio; ho distribuito mascherine scrause (ho dovuto dar due carichi anche oggi, con la macchina, la mia); non ho fatto un giorno di ferie o malattie; appena mi ordineranno di tornare a scuola, ci tornerò – mi piacerebbe che l'ordine partisse da un ponderato studio dei dati a disposizione e non da una campagna mediatica cialtrona e assassina, ma ci tornerò lo stesso, perché è il mio mestiere e mi sono anche vaccinato. Anche per questo motivo, se proprio volete replicare a questo intervento cercate di non darmi del parassita o del fifone, perché per quanto possa capire il vostro punto di vista – quante altre volte vi capita di trovare un interlocutore pacifico come me, che tutta la violenza la sublima in parole e non verrà mai a trovarvi sotto casa per prendervi a ceffoni? – ciò non toglie che quei ceffoni su un piano teorico sarebbero assolutamente meritati. Invece io vi voglio bene (e non voglio che vi contagino), vostro L.
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Cavati le putrelle dagli occhi, Baricco: poi parliamo di scuola

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Più o meno un anno fa, quando la mia scuola era già in lockdown da un paio di settimane, preparai un tutorial per i colleghi di istituto (primarie e secondarie di primo grado) che volevano sottoporre rapidi test on line ai loro studenti. Già che c'ero lo misi anche qui. Non che fosse un gran tutorial, e mi sono ben guardato dal reclamizzarlo in giro; ciononostante in un anno è stato letto più di 35mila volte, diventando il contenuto in assoluto più letto su questo vecchissimo sito. 

Questo potrebbe anche non significare nulla; al limite che esiste un insegnante particolarmente rintronato che ha letto lo stesso tutorial trentamila volte e continua a tornarci perché non è ancora proprio sicuro; ipotizziamo invece che chiunque lo legga ci torni due o tre volte in media ed ecco, abbiamo diecimila insegnanti che in un anno hanno cercato di usare uno strumento on line che prima non conoscevano assolutamente. 

Questo è un po' più di nulla, specie se lo associo a tante altre esperienze cui ho assistito nell'ultimo anno; insegnanti che non avevano mai acceso una webcam che sono diventati di punto in bianco esperti intrattenitori video; maestre che non sapevano accendere il tablet e dopo un mese montavano contenuti multimediali; non che sia tutto filato liscio, anzi, ma chi si poteva immaginare una cosa del genere, anche solo una settimana prima? La Didattica a Distanza nel marzo 2020 non esisteva, nell'aprile dello stesso anno era già una serie di pratiche condivise; e tutto questo era successo, attenzione, senza nessun supporto dall'alto. Il ministero non aveva nessuna idea di cosa farci fare (né mi pare che se la sia fatta venire nel frattempo); se in giro c'erano esperti di didattica e di digitale ansiosi di condividere le loro esperienze io ammetto di non averli visti, ero troppo preoccupato a spiegare come usare Classroom mentre imparavo a usarlo anch'io. 

Del resto la scuola è così, no? Quanto tempo ci abbiamo messo ad abituarci al registro digitale? Nessun tempo, un anno era fantascienza e l'anno dopo lo usavamo tutti. Insomma per essere un pachiderma – e non c'è dubbio che lo sia – la scuola italiana ha dimostrato una certa elasticità, e dei riflessi notevoli: del resto anche gli elefanti, quand'è ora di scattare lo fanno, e in quei casi è meglio non trovarseli davanti. È successo qualcosa di eccezionale in questi mesi, che non ha paragoni con nessun altro settore: persino il personale sanitario, il cui sforzo è stato senz'altro superiore a quello dei docenti, non ha dovuto imparare di punto in bianco un nuovo modo di fare il proprio mestiere. Noi insegnanti sì, e sarebbe stata una notizia se ci fossimo riusciti senza incidenti – ma aspetta, tutto sommato di incidenti ce ne sono stati abbastanza pochi. Quindi il bilancio è positivo, dai. 

Non resta che avvisare Baricco. 

Secondo Baricco infatti la scuola ha dimostrato, nell'occasione della pandemia, i suoi tragici limiti novecenteschi. Bisogna premettere che da qualche libro a questa parte Bar ha deciso che lui è già nel secolo successivo (del resto già abbondantemente iniziato), e quindi lui la scuola non la critica come un Galli Della Loggia qualunque, no, no, lui ha una visione contemporanea, lui critica i fenomeni statici in nome di un perenne divenire che pare faccia molto Secolo Vigesimoprimo, e quindi... e quindi quando critica la scuola non ha in mente quella che in dodici mesi ha fatto un pazzesco balzo in avanti tecnico e organizzativo senza che nessuno lo sollecitasse tranne studenti e genitori, no: lui quella non l'ha neanche vista. Lui ha in mente la fottuta scuola gentiliana di Galli Della Loggia, quella che ha frequentato lui con le declinazioni e le equazioni che negli anni '60 lo annoiavano e quella noia ancora se la ricorda. 

Per dimostrare questa cosa basta usare la solita cartina al tornasole, sempre la stessa: Baricco ha un'idea di scuola così aggiornata che se la prende coi programmi ministeriali, signore dio, Baricco è l'ennesimo intellettuale che prima di pubblicare il suo fervorino sulla scuola non si preoccupa di controllare se putacaso questi programmi esistano o no, e per l'ennesima volta tocca rispondere a vuoto che no, signori, in questa cosa che voi vorreste riformare sistematicamente da vent'anni ci lavoro da altrettanti venti e i programmi ministeriali non li ho mai visti, dal momento che sono stati aboliti ancora prima; tutto il perenne divenire che Baricco si immagina ancora da realizzare (e quindi fighissimo) esiste da più di trent'anni e si chiama autonomia scolastica, per un po' si è chiamato POF, adesso invece si chiama PTOF e in effetti non suona affatto fighissimo, come capita del resto a qualsiasi rivoluzione quando si realizza.

Se poi Baricco ci voleva dire che il latino del liceo ha un po' stancato, per carità: sfonda una porta aperta (non perché il latino non sia una degna materia, ma perché al liceo non lo insegnano un granché). Ma il motivo per cui si fanno determinati argomenti in determinati mesi dell'anno non sta scritto in nessun documento ministeriale. È semplicemente una prassi, che deriva dall'abitudine dell'insegnante che ogni anno si misura con le difficoltà degli studenti, le attese dei genitori e le proposte dei libri di testo (i quali non fanno che rielaborare le stesse prassi consolidate). Ovvero nella maggior parte dei casi il motivo per cui si insegna la tal cosa piuttosto che un'altra è che funziona, e che se a un certo punto funzionasse qualcosa di diverso i primi a farlo notare sarebbero gli studenti, non Galli Della Loggia; i primi ad accorgersene sarebbero gli insegnanti, non Baricco; e anche i libri di testo arriverebbero molto più svelti perché c'è una certa concorrenza nell'ambiente (non è mica quella intellettualosfera sonnacchiosa dove prosperano Galli Della Loggia o Baricco). 

Se per un attimo qualche eroico XXIriformatore della scuola si abbassasse a orecchiare i discorsi che effettivamente nelle scuole si fanno, scoprirebbe che è tutto molto meno cementato di come se lo immagina lui; che il cemento e le putrelle sono più negli occhi di chi guarda. Ad esempio negli ultimi anni tra primarie e secondarie non si fa che parlare di coding, tutti vogliono insegnare e imparare il coding. Vent'anni fa non è che non ci fosse la stessa esigenza (anche se si chiamava forse "programmazione"). E probabilmente la maggior parte del coding che si insegna in questo momento a scuola, scopriremo tra qualche anno, non è nemmeno utile: è quel che succede con le mode. Il che però significa che le mode ci sono, che a scuola si cerca continuamente di adattarsi al nuovo, commettendo milioni di errori che se fossimo davvero così cementati almeno non commetteremmo. Se ne potrebbe parlare all'infinito, di quanto sia volubile la sostanza dei dibattiti sulla didattica: se quella per competenze costruisca davvero competenze, eccetera. Questo dibattito al massimo ce lo facciamo tra noi insegnanti, perché appena arriva un'onda lunga all'opinionista lui si mette sempre a travisare tutto; togliamo i voti alle elementari, lui capisce che abbiamo messo le faccine; adoperiamo un test per la valutazione nazionale, lui capisce che stiamo valutando gli insegnanti; capitasse mai una volta sola un tizio sul giornale con delle idee sulla scuola che non risalgano al massimo al 1988, cioè quando la frequentavo io e probabilmente anche lui.

Noi nel frattempo siamo qui che ci industriamo con la più grande emergenza mai vissuta da quando è nato il sistema educativo nazionale: abbiamo tenuto aperto le scuole dell'obbligo per cinque mesi malgrado non fossero sicure, e ora che abbiamo dovuto chiuderle stiamo letteralmente smontando i computer dalla aule per prestarle ad alunni che non hanno hardware in casa; continuiamo a cambiare gli orari per adattarli alle esigenze di studenti e genitori; continuiamo a far lezione malgrado tutto. Per Baricco siamo in agonia strutturale, ma per favore. Lui non capisce come mai si faccia educazione fisica a distanza. Probabilmente ai suoi tempi educazione fisica era la partita a calcetto; vagli a spiegare che da anni alle medie il prof di educazione fisica ti interroga sui regimi alimentari. Se solo avesse gli occhi sgombri da putrelle potrebbe contemplare lo spettacolo di un'istituzione di dimensioni nazionali che si sforza con ogni sua energia ad adattarsi a una società che cambia, ma siccome non è fighissima come nei suoi sogni... non va bene. Ok Baricco, fattene una tutta tua, falla supercool e vendila ai tuoi lettori benestanti. Sono onestamente curioso di vedere cosa insegneranno di più elastico ed efficace della matematica. Ora scusa mi scrivono su Classroom.

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Il giornalista italiano è lo scemo sull'aereo che grida: Moriremo tutti

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Due giorni fa ho ricevuto una telefonata della mia medica di base, che con molta serenità e molto tatto mi avvisava di essere uno dei centomila e più vaccinati a cui era stata inoculata una dose di Astrazeneca del lotto sotto indagine in seguito ad alcuni decessi. Mi chiedeva se avessi avuto qualche sintomo: io in effetti avevo patito un mal di testa il mattino dopo, ma bisogna anche dire che era la settimana di Sanremo. 

Preso da qui. La "paura in Europa" che nei principali quotidiani europei non esiste.


Mi spiegava che a dispetto dell'allarmismo suscitato dai media, non c'era molto di cui aver paura, e mi ha fatto piacere, perché un po' di paura ne avevo. Non per una trombosi che a quel punto sicuramente non avevo avuto (mi ero vaccinato una settimana prima), ma che il vaccino fosse difettoso e che quindi dovessi rifarlo; 

e dell'umore di mia madre che già da qualche giorno era in pensiero per me a causa dell'allarmismo sprigionato dalla tv; 

e per le migliaia di italiani (tra cui molti miei colleghi) vittima della stessa preoccupazione, che nel frattempo stavano decidendo di non vaccinarsi. 

Ancora più in generale, ero preoccupato di vivere in una nazione in cui giornali e telegiornali non conoscono più altro modello che non sia quello dei peggiori tabloid, e che in un'emergenza del genere insistono a recitare il ruolo del tizio sull'aereo che urla: moriremo tutti. 

(Particolarmente avvilente il destino del quotidiano che era Repubblica). 

Prima o poi finirà questa epidemia, perché le epidemie prima o poi finiscono – se la gente fosse incoraggiata a vaccinarsi finirebbe prima, e in altri Paesi moderni sarà così. Prima o poi finirà anche da noi: ma i giornalisti, quelli li avremo sempre. In teoria ne avremmo persino bisogno. Forse è ozioso continuare a domandarsi di chi è la colpa: un po' di tutti, forse di Berlusconi più che di altri, ma non sarà il caso di cominciare a porsi il problema: cosa ce ne facciamo di una mediasfera così? Una cosa che ci dà più emozioni che informazioni, e anche le emozioni sono tutte cattive? Esiste una cura, un vaccino da somministrare a persone convinte di essere giornalisti e non pubblicitari alla giornata – oggi paga Johnson & Johnson, domani si vedrà? Con chi le sostituiamo? Eccetera. È un problema enorme, ma se non lo risolveremo staremo più male e moriremo di più.

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Di un pezzo sbagliato che ho scritto un anno fa

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È buffo come invecchino i pezzi che uno scrive. Alcuni funzionano ancora dopo vent'anni, altri dopo pochi mesi sembra che li abbia scritti un altro. Presto o tardi tutti scadono, ma quello che ho pubblicato appena un anno fa ci ha messo davvero pochi giorni. È commovente pensare quanto io sia cambiato, in un periodo di tempo che alla mia età si percepisce come brevissimo: oggi non scriverei mai un pezzo del genere, e se lo leggessi in giro magari mi incazzerei con chi lo scrive. Non mi sembra giusto cancellarlo, ma preferirei corredarlo di una specie di spiegazione, come quelle che le piattaforme di streaming allestiscono per i film del passato che rischiano di scandalizzare gli spettatori che non sono abituati (né obbligati) a contestualizzare. 


Dunque, caro pubblico immaginario: è vero, un anno fa consideravo il lockdown una misura inadeguata, che avrebbe causato più danno (economico) che utile (epidemiologico): più che una misura di prevenzione, lo ritenevo il risultato di una particolare circostanza politica, una specie di rivincita di un'autonominatasi élite meritocratica contro il populismo che aveva propulso il M5S al potere. Siffatto fenomeno lo definivo "burionismo" e rileggendomi sembra che mi preoccupasse più del virus. Almeno questa è la sensazione che davo. Una cosa che non traspare affatto dal pezzo è che avevo in realtà fatto già in tempo a spaventarmi: due giorni prima (lunedì 24) mi era già capitato di contattare il mio medico di base e di confessare alcuni sintomi vaghissimamente influenzali – quello che mi preoccupava davvero era che avevo appena scoperto che il genitore di un mio alunno era stato ricoverato. Pochi giorni prima era entrato lui stesso nella mia scuola, per ritirare la pagella; l'indomani, per motivi di lavoro, era transitato nella zona tra Pavia e Lodi in cui era stato localizzato il primo focolaio lombardo. Se la consegna della pagella fosse stata programmata nella settimana successiva, anche la mia scuola sarebbe probabilmente diventata un focolaio. A Carpi fu il paziente zero, ma non il primo a morire, qualche settimana dopo; la tempestività con cui comunicò alle autorità sanitarie i suoi sintomi evitò probabilmente un disastro peggiore. 

Insomma il covid, che in quei giorni era vissuto ancora in gran parte d'Italia come uno spettro lontano (e tale sarebbe rimasto, in molte province fino all'autunno), per me era già una realtà quotidiana: da quel lunedì avevo smesso di andare a scuola, ma non avrei mai immaginato che la scuola non avrebbe più riaperto fino a settembre; che gran parte dei miei ragazzi di terza li avevo già visti dal vivo per l'ultima volta. Il lockdown che immaginavo mentre scrivevo quel pezzo era una banale sospensione didattica di una o due settimane, e dall'alto delle mie improvvisate competenze epidemiologiche lo consideravo un banale palliativo, una specie di scotto da pagare a Burioni e compagnia. Non avrei neanche avuto tutti i torti, se davvero tutto dopo dieci giorni fosse stato riaperto (e di questo ero sicuro). L'eventualità di un lockdown esteso a tutte le regioni d'Italia, e protratto fino all'estate, era per me plausibile tanto quanto quella di una guerra civile: sul serio, per credere che negozianti e ristoratori avrebbero accettato misure così draconiane senza alzare barricate ho dovuto verificarlo coi miei occhi: e tuttora mi chiedo come sia stato possibile. Se potessi prendere una macchina del tempo e avvisare il mio io di un anno fa, sarei il primo a non credermi. Dopo un decennio buono passato a preoccuparsi dei NoVax e di qualsiasi banda di disperati che riuscisse a conquistare una piazza (i forconi!) chi se lo sarebbe aspettato tutto questo? Io non me lo aspettavo. Eravamo veramente all'inizio: si cercava ancora il paziente zero, si parlava di cinesi e pipistrelli. 

Già ai primi di marzo tutto era cambiato. Ripensando a quel che mi è successo dopo, mi sembra di avere scalato una montagna. In febbraio la vedevo da lontano, e pensavo di aver capito che forma avesse. Appena mi sono avvicinato, non ho più visto nient'altro se non il pezzo di sentiero che avevo davanti: non ho avevo abbastanza energia per preoccuparmi d'altro. C'era da inventare una didattica a distanza, riallacciare i contatti coi colleghi e gli studenti, organizzare gli esami, eccetera. Nel frattempo Burioni spariva all'orizzonte, eclissato da altri specialisti più disponibili a confrontarsi sui media. Oggi, quando lo incrocio su un social, mi sembra sempre un po' più ottimista di me. I numeri (soprattutto quelli della vicina Lombardia) ci suggeriscono che siamo ai prodromi della terza ondata, di tutte la più stupida perché sarebbe bastata un po' di prudenza per contenerla; ma bisognava per forza festeggiare il Natale in compagnia e riaprire le scuole superiori, dato che sono "sicure". 

Oggi mi sembra di vedere tutto chiaramente, ma ecco, la montagna non la vedo più: è tutto intorno a me, in gran parte sotto di me, e non posso escludere che il mio io di un anno fa tutto sommato una certa dimensione del problema, da lontano, l'avesse azzeccata: quanta economia possiamo permetterci di sacrificare per la nostra salute? Non che io pretenda di conoscere la risposta, ma appunto: chi avrebbe oggi la super-competenza necessaria per risolvere un dilemma del genere? Non si poteva pretendere che fosse Conte, un tizio che era stato messo al suo posto proprio da un partito di programmatici incompetenti. 

Oggi è un problema che non mi pongo più – non perché non mi riguardi, ma perché ci sono troppo dentro, appunto: riguarda la salute mia e dei miei cari, alcuni dei quali non ho più abbracciato da allora, alcuni dei quali non abbraccerò più. Sono troppo interessato alla questione per poter formulare un parere equanime, e soprattutto non riesco a non supporre un interesse simile in chi formula un parere diverso dal mio. Su un piano razionale posso capire che abbia senso tenere aperte le scuole – la gente non può restare a casa coi figli – e allo stesso tempo non posso non constatare quanti disastri stia facendo quel falso senso di sicurezza che abbiamo inoculato nelle famiglie, aprendo tutte le mattine degli edifici scolastici dove l'unica barriera tra i bambini e il virus è la mascherina che si portano da casa (quelle della Fiat sono troppo scomode). Un anno fa diffidavo dei Burioni, temevo che capissero più dei virus che delle persone; oggi ho paura dei Bonaccini e dei Salvini che per una manciata di voti in più sono ben disposti a riaprire impianti sciistici o ristoranti quanto prima. Il virus prima o poi lo prenderò, oppure riuscirò a vaccinarmi (la segretaria del mio medico ha detto di citofonare giovedì). Prima o poi insomma il covid passerà, ma i Salvini e i Bonaccini resteranno lì, con la stessa indifferenza per la mia salute. Non so a che punto sono della montagna: la vetta da qui non la vedo, in compenso il paesaggio a valle mi risulta più chiaro. Confesso una certa pietà per quel ragazzo che un anno fa si trovava alle pendici. Tra un anno chissà cosa penserò, e in generale cosa sarà di noi. 

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Simpatia per Giuseppe

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Nessuno sa, e io meno di tutti, cosa riserva il destino a Giuseppe Conte. Il suo ufficio stampa si affanna a divulgare un dato pittoresco – il suo messaggio d'addio ha avuto una quantità di condivisioni straordinaria e questo magari ci convincerebbe di qualcosa, se non avessimo già visto negli ultimi anni personaggi assai più popolari di lui cadere nella polvere: Beppe Grillo, Matteo Renzi, Matteo Salvini hanno tutti illuso per almeno sei mesi di essere i nuovi catalizzatori delle attese e degli odi degli italiani, in breve i successori di Berlusconi; tutti e tre presto o tardi sono tornati coi piedi sulla terra e ora si arrabattano come possono, come tutti. Conte rispetto a loro partiva svantaggiato; era meno divisivo, il che fino a quel momento era sembrato un handicap. Per due anni ci è sembrato poco più che un prestanome. Poi è arrivato il lockdown ed è successo qualcosa di cui dobbiamo ancora prendere le misure. 


Dire che ha dimostrato il suo valore nel momento più difficile sembra retorico: non ha perso la testa nel momento in cui nessun altro avrebbe voluto averla al suo posto, questo sì. Può darsi che semplicemente molti italiani si siano identificati in lui, nel bene, nel male e soprattutto in quel che sta in mezzo. È vero, non era l'uomo giusto al posto giusto, ebbene: nessuno di noi lo è stato. Conte non poteva prometterci rivoluzioni o rottamazioni, non aveva un passato da cui liberarci, né facili nemici da additarci; tutto quello che poteva fare era restare calmo e cercar di far funzionare qualcosa, e in questo ha probabilmente intercettato l'ansia e la simpatia di milioni di smarriti padri e madri di famiglia, milioni di professionisti mal qualificati con qualche scheletro nel curriculum. Tutti noi che un mattino mentre ci vestivamo per andare al lavoro abbiamo sentito come una specie di boato nell'aria, un lampo improvviso e ci siamo chiesti: cos'era? E presto lo abbiamo imparato: avevamo appena varcato la soglia di Dunning-Kruger, avevamo rotto il muro della nostra competenza. Da allora ci troviamo in ruoli di responsabilità che richiederebbero persone più capaci, più sveglie, più adatte, e non è che non le stiamo cercando, ma nel frattempo la campana suona per noi, che improvvisiamo e malediciamo quella volta in cui ci hanno proposto una specie di promozione e abbiamo sussurrato una specie di sì. Era facile immaginarlo mentre sopprimeva quelle urla interiori come un qualsiasi padre di famiglia costretto a sorridere ai figli e a trovare parole rassicuranti mentre la barchetta cola a picco. Era impossibile crederci davvero, in Giuseppe Conte, e allo stesso tempo era impossibile non tifare un po' per lui, festeggiare ogni suo (relativo) successo, auspicare un lieto fine in cui il tizio imbarcato dalla ciurma per fare da zavorra si rivela il comandante ideale. E poi?

E poi è successo che – forse anche grazie a lui, ma soprattutto a causa della peggiore pandemia da un secolo a questa parte – questa zattera malgalleggiante che da anni navigava alla deriva, snobbata da tutti i cosiddetti poteri forti, è tornata a essere un asset strategico, qualcosa in cui l'Europa ha deciso di investire i suoi soldi, e per qualche mese Conte probabilmente si è illuso che questi investimenti avrebbe potuto gestirli lui. E invece no: nell'esatto momento in cui siamo tornati a essere interessanti, il destino politico di Giuseppe Conte era probabilmente segnato. E ora? Può anche darsi che la sua popolarità sopravviva al suo governo, ma non bastano senz'altro i like e gli share. Probabilmente non basta neanche il Fatto Quotidiano. (Se Cairo si interessasse al prodotto, chissà). Ormai di questi fenomeni conosciamo i tempi di dimezzamento e forse qualcuno può già calcolare quanto ci metterà l'ex presidente del Consiglio dei Ministri a diventare un ospite di talk show, magari col suo partitino di rappresentanza. Se poi il nuovo governo penta-partisan dovesse fare peggio del suo... ma è improbabile. Qualcuno gli vorrà comunque sempre bene: una generazione di studenti lo ricorderà sempre come l'uomo che ha chiuso le scuole per sei-otto mesi, sono cose che lasciano il segno. 

Un'altra ipotesi, meno probabile ma più epica, è che Giuseppe Conte se ne torni alla sua università, come Cincinnato ai suoi campi, in attesa di una chiamata che forse non verrà mai. Dopodiché chissà cosa ci riserva il futuro – magari tra vent'anni da qualche parte in un mondo completamente diverso, qualcuno se lo troverà dall'altra parte di una scrivania e gli chiederà: che hai fatto nella vita che possa esserci utile? E lui: ho governato una popolosa nazione nel bel mezzo di una crisi pandemica. Che cosa? Vi giuro, è andata proprio così, nessuno voleva provarci e allora ho fatto io, finché – nonno, insomma, alla tua età stai ancora a truccarti il curriculum?

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Eccone un altro che ci vuole a scuola in luglio

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Può darsi che Mario Draghi riesca davvero, come ha anticipato, ad allungare l'anno scolastico a tutto giugno. Un provvedimento del genere, come tutti quelli che si prendono in un'emergenza, ha i suoi pro e i suoi contro. Se pensiamo al virus, ormai abbiamo capito che il contagio avviene per lo più per via aerea in luoghi frequentati (meglio se chiusi); d'estate ci dà tregua perché la gente vive all'aperto. Affollare le classi un altro mese significa prolungare la terza ondata ancora un po' – e se l'anticiclone non ci grazia, non sarà nemmeno il problema principale d'ordine igienico-sanitario: le scuole italiane non sono progettate per essere frequentate in un giugno caldo. Quanto agli insegnanti, non è che di solito in giugno non lavorino: non fanno lezioni, ma per esempio fanno esami, corsi di recupero, preparano le classi dell'anno successivo, eccetera. Tutte cose che andrebbero spostate in luglio. Tecnicamente insomma non è che non si possa fare; e allora perché ho il sospetto che non si farà?


Probabilmente è il ricordo del Mario precedente. Ve lo ricordate Mario Monti? Lo salutammo tutti come un necessario ritorno alla serietà, dopo le mattane del tardo Berlusconi. Con lui finalmente arrivarono a palazzo Chigi ministri competenti, selezionatissimi, ad esempio il ministro della pubblica istruzione veniva dal CNR e... appena insediato si mise a spararne di grossissime. Cominciò suggerendo che l'orario delle lezioni frontali di tutti gli insegnanti si poteva aumentare di un terzo, da 18 ore settimanali a 24, ma senza contrattazione, per carità: gli insegnanti semplicemente avrebbero dovuto entrare in qualche classe in più e lavorare un po' di più. Questa cosa avrebbe portato all'assunzione di più giovani, in un qualche modo non chiaro che forse prevedeva la consunzione fisica degli insegnanti sul luogo di lavoro; altrimenti davvero non si capiva in che modo spostare un terzo del lavoro sugli insegnanti già in organico avrebbe portato a un aumento dell'organico. La logica, il buon senso, ci dicevano il contrario, ma questo era un tecnico, qualche settimana dopo buttò anche lì che sarebbe stato bello abolire l'ora di religione, insomma venir meno al concordato tra Stato e Chiesa: mica male per un ministro tecnico appena arrivato. 

Il risultato pratico di tutte queste boutades fu zero. Come avrete notato il concordato è ancora in piedi e il contratto nazionale prevede ancora 18 ore di lezione che, non stanchiamoci mai di ricordarlo, significano diverse ore in più di gestione del lavoro (riunioni coi colleghi, correzione compiti, dialogo coi genitori: tutte cose che sarebbero aumentate in proporzione con un passaggio da 18 ore a 24). Come mai non se ne fece niente? Furono forse i temibili sindacati? No, perché due su tre nemmeno aderirono a uno sciopero. Comunque in effetti un piccolo risultato pratico ci fu. Mario I smise di essere un tecnico e diventò un politico, ovvero una persona che va in tv a raccontare bugie per farsi eleggere. Piagnucolò da Fazio che era un vero peccato che gli insegnanti non volessero lavorare due ore in più alla settimana. Disse proprio due ore in più, me lo segnai, bisogna essere precisi quando si afferma che la tal persona mente. 

Magari invece Mario II è sincero. Però capite che uno parte prevenuto. Il vento è un po' cambiato, la retorica sovranista non si porta più bene, anche i populisti segnano il passo, e di conseguenza torna a farsi sentire la retorica liberale. Quella italiana è particolarmente insopportabile, dal momento che in Italia un vero movimento liberale non c'è veramente stato: se escludi i padroni, i cani da guardia, le pulci dei cani e chi brama di sostituirle, non ti rimane fuori un solo cantore della libera impresa. I cosiddetti liberali italiani vivono i lockdown scolastico come una vera sofferenza, per loro in fondo la formazione consiste in un'enorme gara mondiale con l'Ocse Pisa che tiene il punteggio, e questa cosa che gli studenti italiani siano rimasti fermi al box un mese più di altri è insopportabile, rischiamo probabilmente di essere doppiati dalla monoposto di Singapore. Non resta che fare straordinari, sì, ovviamente senza pagarli agli insegnanti che poi si sa sono mangiapane a tradimento. Mario II non è senz'altro un imbecille, ma deve parlare a questa gente qui, alla loro pancia: alla fine basta che passi anche solo un'immagine, l'idea di uno statale a posto fisso che si scioglie nel sudore mentre intrattiene il pubblico sulla perifrastica passiva, ecco, questo per i liberaloidi italiani è meglio del porno. Che poi all'atto pratico tutto questo sia o meno fattibile, è un dettaglio, anche perché con calma si può sempre tornare in tv e raccontare che sono stati gli insegnanti a impuntarsi, coi loro perfidi sindacati eccetera. Insomma, ci siamo già passati. Dove Mario I ha fallito, Mario II potrebbe farcela.  

Soltanto, per favore, non dite che tutto questo è la fine del populismo o del sovranismo. È l'esatto contrario, populismo e sovranismo hanno vinto. Chi sostiene che le difficoltà del lockdown si possano risolvere tenendo due o tre settimane in più gli studenti e gli insegnanti in un luogo caldo e affollato vi sta facendo un discorso populista: sa che ce l'avete con i prof e il loro posto fisso e propone di punirveli; sa che siete in pensiero per la sorte della gioventù italiana che l'anno scorso è andata a scuola un mese in meno di quella tedesca, e propone di rimediare con una spedizione punitiva. È una mentalità sovranista. Certo, suona tutto un po' più raffinato di quanto era prima. Ma è un po' l'effetto che fanno le macchine nuove. Poi si vedrà. Probabilmente Mario II è davvero un po' più bravo del precedente. Ma noi purtroppo siamo gli stessi scemi di ieri: prova ne è che abbocchiamo agli stessi ami. 

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Non resta che sperare in Di Maio (rendetevi conto)

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Questa crisi politica mi trova dell'umore meno adatto a interessarmene. In teoria non sono di quelli autorizzati a sentirsi nauseati da una conta parlamentare. Prima dell'emergenza ero un fiero parlamentarista; lo sarò anche quando e se l'emergenza finirà: invece uno che parlamentarista non era è Matteo Renzi. Anch'io trovo beffardo che si sia messo a giocare all'ago della bilancia con un partitino, come qualsiasi democristiano post-diaspora che ha sempre finto di non essere; la beffa però mi sembra la stia facendo lui a me. Certo, lui è sempre lo stesso narciso che scalpita per l'attenzione (e per amministrare qualche fondo europeo), ma io? Lui è inquieto, lo sarà sempre finché non tornerà sotto il riflettore più importante (quindi lo sarà sempre), ma io invece perché sono così tranquillo? Davvero credo che il Conte 2 sia il migliore dei governi possibili? Davvero sono così stanco e sfibrato da non notare l'incompetenza generalizzata, i disastri, l'irresponsabilità?

Probabilmente sì.

Uno sguardo ardito e fiero che rincorre l'Aldilà

Non so neanche per chi voterò – no, stavolta è peggio: stavolta non m'interessa. Parto da una constatazione: il partito in cui bene o male mi riconosco (più male che bene) è sempre stato il PD. L'ho votato da quando esiste – 2008 – e non ha mai vinto le elezioni. Anzi, ha sempre perso. Nonostante questo ha governato il Paese quasi per un decennio. Sul serio. 

È rientrato nelle stanze dei bottoni col governo Monti (2011), il che ha portato la segreteria Bersani al disastro delle elezioni del 2013. Disastro che non gli ha impedito di mantenere il ruolo di primo partito nella maggioranza che ha sostenuto il governo Letta, il governo Renzi (2014) e il governo Gentiloni (2016). Al termine della legislatura, intaccato da una scissione a sinistra e consegnato dalle primarie a un leader ormai percepito come fallimentare, è sceso alle elezioni del '17 per la prima volta sotto il 20%, una batosta insopportabile per il partito che deteneva l'eredità morale dei due grandi partiti di massa del secondo Novecento. Ciononostante, e malgrado una seconda scissione, non gli è riuscito di stare lontano dal governo che per quindici mesi, gli unici quindici mesi in tutto il decennio 2011-2020 in cui il PD non ha dato alcun contributo al governo del Paese. Sono stati anche i quindici mesi più inquietanti della nostra storia recente, e il solo spettro di un secondo avvento di Salvini dovrebbe terrorizzarmi e spingermi a sostenere qualsiasi alternativa, un monocolore Di Maio, un governo tecnico Pippo Baudo. Ma ecco, ci credo davvero? A Salvini interessa così tanto governare? Mi pare che quanto gli interessi lo dimostrò ampiamente nell'estate del '19. E per quanto si sia attribuita la sua scelta alla tipica ebrezza del Papeete, è abbastanza plausibile che in quel caso Salvini abbia fatto una delle scelte più lucide e razionali della sua vita, ovvero mollare ogni responsabilità quando era ancora giovane e credibile, e in grado di riprendere l'unico mestiere che ha fatto in tutta la sua vita: l'oppositore da fiera, da agitarmi davanti ogni volta che non ho tanta voglia di votare l'ordine e la responsabilità.

Rispettoso, lusinghiero, il giudizio che si dà

Con questo non voglio dire che il sovranismo non sia ancora un pericolo concreto, ma tutti gli avvenimenti importanti del 2020 lo hanno oggettivamente ridimensionato: la Brexit non è un paradiso in terra, la pandemia non è che la prima emergenza planetaria che dimostrerà nei prossimi anni quanto siano anacronistiche e scomode le frontiere europee. Forse siamo in quella fase della partita in cui il pezzo più importante è già stato mangiato (magari era Trump) e il resto del gioco è un dettaglio. Anzi è possibile che i sovranisti in Italia e in Europa abbiano appena iniziato a formare quel partito di massa che nei prossimi anni si opporrà al partito della responsabilità e della pianificazione emergenziale; la massa c'è e non chiede ai suoi leader che parole di speranza, o al limite teorie del complotto immaginose e interessanti. 

Questa cosa Salvini la sa, Meloni la sa, e forse entrambi nel loro segreto tremano di fronte all'enorme responsabilità di guidare un popolo nel deserto. Perché di questo si tratta: di governare no, governare nei prossimi anni sarà complicato e faticoso. Il massimo contributo che possono dare è impugnare la fiaccola del sovranismo, tener buona la loro gente al calore di una speranza di rivoluzione che non si realizzerà mai – più o meno quel che fecero i quadri del PCI nel secondo dopoguerra, con qualche regione in più da gestire, che poi son carriere, affari, butta via. Governare però no: poi bisognerebbe una volta buona spiegare agli elettori se si esce dall'Euro o si resta dentro, se si è con Putin o con Biden, coi novax o coi nocovid, tutte partite ormai decise anche se i tavoli sono ancora ufficialmente aperti. Governare si è già capito che non vogliono e non possono. Quindi governeranno gli altri. Cioè?

Il PD?

Ma cos'è il PD ormai?

Pensate a quanti pezzi ha perso lungo il percorso – era il partito dell'area Prodi, per prima cosa mandò all'aria l'ultimo governo Prodi. Lo fondò Veltroni, uno dei risultati più concreti che raggiunse fu la fine politica di Veltroni (un risultato molto importante, sottolineo, anche dal punto di vista letterario, cinematografico, musicale). Era il partito di Bersani, che ci ha messo anche un po' ad andarsene; poi è stato il partito di Renzi, schizzato fuori pure lui. Al termine di tutte queste scremature, quel che rimane è un partito tranquillo, senza personalità di spicco; verrebbe da dire senza personalità e basta. Lo dirige un amministratore di regione, nel suo tempo libero: in questo periodo non deve averne molto. Si dà per scontato che sia composto da personaggi responsabili, e si chiude un occhio quando si mostrano non molto più avveduti degli altri. È insomma il partito adatto a quel tipo di maggioranza silenziosa che si forma alla fine della crisi, quando la gente è stanca di avventure: come gli elettori della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1988. Può darsi che la situazione sia simile: che dopo aver provato Berlusconi, e Renzi, e Grillo, cominci a subentrare una certa stanchezza, una voglia di affidarsi non tanto all'uomo forte e neanche all'uomo competente, ma almeno tranquillo, in grado di dimostrare un minimo di serietà o almeno di simularla. Cosa che riesce più semplice se all'opposizione si rinchiudono in quel castello telematico di illusioni che Facebook, Amazon e Google stanno cominciando a smantellare, non un attimo prima di vedere come andava a finire Trump. Insomma i giochi sono abbastanza fatti, ognuno ha il suo ruolo, chi rimane fuori? Ah giusto.


I Cinque Stelle.

Ecco, vorrei dire che i Cinque Stelle sono la mia unica vera speranza, ma senza essere frainteso. Come amministratori sono stati disastrosi (ho in mente il mio ministro in particolare), né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da un partito che dell'incompetenza si faceva bandiera. Bisogna dire che la pandemia ha messo in crisi molto più la loro piattaforma che quella dei sovranisti. Erano il rifugio dei NoVax, ora la gente fa carte false per vaccinarsi: ma non è solo quello. Dovevano mandare a casa i politici (e l'hanno fatto), e ora si trovano al loro posto, costretti loro malgrado a fare politica. Non si può dire che ci stiano riuscendo: sinceramente, non si può. Ma alcuni a questo punto potrebbero farcela, e questa è l'unico margine di speranza che in questo momento riesco a intravedere. Da Salvini e Meloni so cosa aspettarmi: tanto fumo sovranista e postfascista che gli adepti inaleranno voluttuosamente, nella speranza che dia più torpore che nervosismo; dal gruppo Mediaset so cosa aspettarmi, anche oltre l'estinzione fisica del suo fondatore (un supporto mediatico ai sovranisti fin tanto che si tratta di tenerli incollati al televisore durante le pubblicità di dentiere e pannoloni, che si eclisserà parzialmente nei momenti di crisi, proprio come la Fox è mancata a Trump nel vero momento del bisogno). Dal PD so cosa aspettarmi: tanta pacata affettazione di competenza, sostenuta da quotidiani autorevoli che non legge più nessuno, stampati da industriali che in Italia non producono più quasi niente, ormai se ci spiegano come stare al mondo è davvero per uno stimolo disinteressato, un capriccio. Da Renzi so cosa aspettarmi: cercherà di attirare l'attenzione su di sé, prestandosi a maneggi vari senza nemmeno accorgersene, insomma era partito Kennedy ed è finito Pannella. Dalla sinistra extraparlamentare, in cui ideologicamente pure mi riconosco, so cosa aspettarmi: tante velleità, e mi dispiace. 

Da Di Maio, ecco, no. Non so veramente cosa farà, non so chi lo voterà e che motivi troverà per farlo. Di Maio (e i suoi compari) sono l'unica variabile che può cambiare davvero la situazione. Possono tentare di ricorrere Salvini sui terreni del sovranismo e perfezionare qualche nuova variante complottista: ma non è soltanto una strada perdente, è l'imitazione di una strada perdente. Oppure possono restare dove non avrebbero dovuto e voluto trovarsi: al governo, e crescere, alla ricerca di una via credibile tra populismo e democrazia. Questa via credibile, prima della pandemia non esisteva: ora la situazione è parecchio cambiata e nei prossimi anni cambierà ancora di più. Insomma dipende quasi tutto da loro, sono il vero ago della bilancia e sono dei maledetti incapaci – ma non sarebbero arrivati lì se non lo fossero stati – e proprio perché maledettamente incapaci, hanno enormi margini di miglioramento. Dopotutto it can't get much worse.

Mi accorgo che questo discorso – tirato in lungo apposta per allontanare il più possibile dei lettori dalla avvilente conclusione – sembra il tentativo disperato di vedere un bicchiere mezzo vuoto dove da un pezzo non c'è più non dico l'acqua, ma il bicchiere stesso; oppure il gesto disperato di chi trovandosi in un tunnel completamente buio, si strizzasse gli occhi per procurarsi qualche fotopsia e dirsi ecco, lo sapevo che c'è una luce in fondo. Scusate, questa crisi mi trova davvero nell'umore meno adatto.

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Una cosa imbarazzante sul mio vaccinismo

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Ovviamente si parla molto di vaccini, ovviamente ognuno ha opinioni molto nette e le squadre a questo punto sono fatte già da un po', ad esempio io non posso che essere un vaccinista. E in effetti da che io mi ricordi mi sono sempre vaccinato, e ho sempre ostentato con fierezza la cicatrice dell'antivaiolo (sì, sono così vecchio). Appena ho avuto prole sono subito corso a vaccinarla, non contentandomi delle dosi obbligatorie ma aggiungendo anche le facoltative perché alla fine una meningite non è uno scherzo.


Negli anni nulla sembra avere scalfito la mia fede nei vaccini: nemmeno un ciclo di sottocutanee che da ragazzino mi gonfiavano l'avambraccio in stile Popeye e che evidentemente non mi hanno protetto dalle crisi allergiche (o se l'hanno fatto beh, evidentemente ero molto allergico prima). Avendo avuto l'opportunità, nella vita, di studiacchiare un po', so che l'obbligo vaccinale è sempre stato un problema eminentente politico, sin dai tempi in cui i rivoluzionari lo introducevano e i restauratori lo abolivano. So persino che la diffidenza nei confronti del vaccino non è una novità postmoderna, ma ha una lunga storia (qui dettagliata mirabilmente da Erik Boni). 

Sono abbastanza sicuro che i vaccini oggi funzionino, ma anche se non ne fossi sicuro sarei vaccinista lo stesso, tanto l'opzione vaccinista si adatta alle mie idee politiche. Quel che mi piace veramente dei vaccini non è nemmeno che siano un'alternativa a basso costo ai farmaci, ma il modo in cui mettono spalle al muro i liberali libertari e tutto il loro supposto libertinismo. Il fatto che il vaccino funzioni soltanto se lo fanno tutti costringe la massa a farsi gregge e getta onta su chi non vuole starci. Niente salvezza individuale: o ce la facciamo tutti, o non ce la fa nessuno. Oltre a debellare il Covid, abbiamo l'opportunità di stroncare finalmente il calvinismo, che tanti più danni ha fatto all'umanità e all'ambiente. Il fatto che l'obbligo vaccinale incontri le resistenze di molti supposti populisti non mi scandalizza affatto, anzi mi dà l'opportunità di riconoscere in controluce l'individualismo che coprono con le patacche dell'ideologia del momento. Le fake news che si inventano (i microchip, il 5G, la trasformazione dell'individuo in un automa) non sono che rigurgiti del loro inconscio e li osservo da distanza con un certo piacere mentre sussurro verrete assimilati. La resistenza è inutile. Insomma sono un vaccinista, ben fiero d'esserlo, e lo sono sempre stato, da che io mi ricordi.

Perché mi ricordo male.

Potrei dire che a questo serve avere un blog, ma a chi? Ce l'ho soltanto io un blog da vent'anni, un album in cui invece di fotoritratti imbarazzanti ci sono tutte le idee che ho avuto, talvolta un po' più imbarazzanti. Ed ecco, se vado a cercare cosa pensavo dell'obbligo vaccinale nel mio lungo passato, tutta questa foga vaccinista non risulta. Di vaccini non ho quasi mai scritto – del resto non è mica obbligatorio avere un'opinione su tutto, nevvero? Evidentemente sui vaccini non l'avevo. Poi a un certo punto è successo qualcosa, non soltanto a me – è stato come se il dibattito pubblico si fosse all'improvviso polarizzato, costringendomi a scegliere tra due sole opzioni: proVax o noVax. Il blog mi consente anche di capire più o meno quand'è successa questa cosa: nel 2014. Pochissimo tempo fa, tutto sommato. L'evento scatenante: la procura di Trani stava indagando su due casi in cui l'antimorbillo aveva causato autismo e diabete, almeno secondo i genitori denuncianti. Ma in controluce, nel 2014 ciò che mi spaventava veramente era il grillismo. Per quanto io possa raccontarmi una storia più lunga e complessa, il momento in cui sono diventato vaccinista è il momento in cui ho visto un partito noVax vincere le elezioni. Mi domando a quanti sia successa la stessa cosa, e se in tanti casi come questi la nostra legittima curiosità per le idee più estreme (il complottismo a base di microchip e 5G) non ci faccia perdere la bussola: è persino probabile che Grillo e il suo movimento abbiano contribuito a ingrandire molto più le fila dei vaccinisti che quelle dei noVax, semplicemente polarizzando un grande centro moderato che fino a quel momento sulla questione non aveva idee precise, e forse senza Grillo non le avrebbe mai avute (lo stesso Grillo in seguito mostrò di aver capito questa cosa, mantenendo sull'argomento una posizione abbastanza moderata). 

Che prima del 2013/14 io facessi parte di un centro moderato senza idee precise lo dimostra almeno un pezzo del 2008 in cui dei vaccini si parla soltanto soltanto di striscio: l'obiettivo polemico era il sensazionalismo dei telegiornali, che al tempo mi sembrava sempre più schizofrenico, diviso com'era dalle necessità di allertare lo spettatore e di offrirgli una rassicurazione immediata. Non so nemmeno di che virus si parlasse ai tempi: forse l'aviaria. Chissà come avrei reagito se fosse diventata pandemica davvero. Chissà come l'avremmo presa tutti, al tempo, senza servizi streaming e coi social network ancora in stato embrionale. Suppongo che avrei bloggato un sacco. Meglio così.


Veniamo alle buone notizie. E' da un po' che vi parliamo della nuova influenza, ebbene, pare che non ci sia nulla da temere, infatti l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che si tratterà di un'ORRIBILE PANDEMIA. Moriranno appena MIGLIAIA DI PERSONE VACCINIAMOCI TUTTI SUBITO, VACCINIAMOCI PRESTO COSA FAI LI' VECCHIETTO, CORRI A VACCINARTI. Insomma, l'allarme è praticamente PANDEMIA! rientrato. PANDEMIA! Basta così, i nostri 40 secondi di pilloline ve li abbiamo fatti vedere, speriamo sia passato un PANDEMIA! messaggio rassicurante.

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A scuola il virus c'è, non rompete

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La scorsa settimana mi è capitato di aprire un portone della mia scuola e di ritrovarmi all'improvviso investito da un flusso di studenti che aspettava di uscire – evidentemente nell'imminenza della campanella si erano premuti contro l'ingresso, come bollicine di uno spumante molto agitato. Il giorno dopo uno studente di quella classe è risultato positivo: due giorni dopo la classe è rimasta a casa, in attesa di tampone. Quando dico "classe" intendo ovviamente il gruppo degli studenti: gli insegnanti non sono rimasti a casa, e stanno tuttora facendo lezioni in altre classi (tra cui una che due giorni dopo è stata chiusa per lo stesso motivo). Però la scuola è sicura, eh? Si saranno senz'altro contagiati a casa, al limite nel parchetto.

Dopo tre mesi di scuola in presenza con la mascherina, credo di avere il diritto di esprimere una certa stanchezza: non certo delle lezioni – valgono comunque la pena – ma del sovrappiù di stress che la situazione comporta. Io e i miei colleghi della scuola media lavoriamo con ragazzi potenzialmente contagiosi come gli adulti e i ragazzi più grandi, quelli che a scuola non ci vanno più. Noi continuiamo ad andarci e a chiedere ai nostri studenti, ogni giorno, di mantenere un distanziamento e una serie di precauzioni che anche i più ragionevoli non riescono più a capire (figuriamoci quelli che sputano sulla lavagna per cancellare): che senso avrebbe tenere un metro di distanza in corridoio, se poi fuori ormai la gente si abbraccia? Non siamo ormai fuori pericolo, non stanno diminuendo i morti – che poi tanto si sa sono soltanto vecchi e improduttivi? Tutto questo proprio nel momento in cui il virus colpisce esattamente le nostre scuole: la consegna è affermare che il contagio deve essere avvenuto fuori, perché la scuola è sicura. 


Io posso anche capire che ci siano motivi sociali ed economici per cui è meglio che la scuola media resti aperta – anche se questo significa maggiori rischi per me e per i miei famigliari. Capisco questi motivi, li rispetto: credo che la scuola sia il luogo educativo per eccellenza, indispensabile a una società che voglia veramente dirsi equa e democratica, e allo stesso tempo so benissimo che si tratta anche di un indispensabile parcheggio per i minorenni e non mi ha mai dato fastidio concepirla in questo modo (ho anch'io minorenni da parcheggiare). Posso persino capire l'ipocrisia, è tutta una vita che capisco l'ipocrisia, per cui non solo ci tocca tenere aperto tutte le mattine un hub del virus, ma dobbiamo anche cercare di non spaventare genitori e colleghi, dobbiamo anche raccontare e raccontarci che la scuola non è un luogo così rischioso, mica come gli autobus. Quel che mi domando è fino a che punto questa ipocrisia sia necessaria e oltre quale livello non diventi controproducente: perché se dici alla gente che la scuola è un luogo sicuro, poi non puoi lamentarti che la gente ti creda e abbassi le mascherine sotto la punta del naso – tanto è un luogo sicuro, no? No, maledizione, quella è una storia che raccontiamo a tua madre per farla dormire tranquilla, e anche lei probabilmente ci crede giusto quanto basta a prender sonno, non un grammo di più, onde per cui sii bravo e indossa quella maschera come è giusto indossarla in un luogo chiuso in cui i virus si comportano esattamente come in ogni altro luogo chiuso al mondo. 

Non c'è nessun campo di forze antivirus a scuola, anche se in un qualche modo abbiamo deciso di fingere che c'è. Magari lo avete letto sul giornale, ecco, appunto: il solo fatto che lo abbiate letto su un giornale italiano ormai dovrebbe farvi rizzare le antenne. L'altro giorno sull'homepage del Corriere c'erano ben due titoli che dicevano che la scuola è sicura – si vede che un titolo solo non ci avrebbe confortato abbastanza. Ne ho cliccato uno soltanto, portava a un breve intervento di un esperto che è una delle cose più contorte che ho letto in vita mia: sia per i dati portati a sostegno della sua tesi, sia per il modo in cui ha scelto di esprimersi.

Il dubbio è venuto a molti. La riapertura delle scuole ha contribuito a diffondere il virus? Naturalmente il dubbio non va inteso nel senso che l’ambiente scolastico sia particolarmente adatto al contagio, nonostante la media di oltre 20 studenti per classe e nonostante le promiscuità, le scarse difese, le disattenzioni, le inadeguatezze strutturali dei plessi scolastici.
Si può anzi ritenere, dopo gli sforzi fatti la scorsa estate dal ministero, dai direttori didattici e da tutto il personale, che l’ambiente scolastico resti non più rischioso di altri.

Io la persona che ha scritto questa cosa me lo immagino con la pistola puntata alla tempia, come lo speaker russo dell'Aereo più pazzo del mondo sempre più pazzo. Grazie agli sforzi fatti dal ministero, l'ambiente scolastico non è diventato persino più rischioso... Ci sta sfottendo, è così? Non escludo che la sintassi involuta non celi un messaggio in codice, e che leggendo soltanto alcune iniziali sia possibile ricostruire le coordinate della cella in cui lo hanno rinchiuso, nutrendolo con dati statistici a caso. Lo "studio" che riporta è risibile, per quel poco che è dato di capire: si trattava di dimostrare che non c'è correlazione tra incidenza di studenti sulla popolazione regionale e numero di contagi. Una sciocchezza del genere, di fronte a un virus che ha colpito le regioni in modo molto diseguale, e che nella maggior parte dei contagiati in età scolare non lascia tracce (il che non significa, ripetiamolo per l'ennesima volta, che non possano avere contagiato altre persone). Una cosa così imbarazzante sull'homepage di quello che dovrebbe essere il più prestigioso organo d'informazione italiano, per fortuna che basta scrollare un po' sotto e si arriva alle foto di Beatrice Borromeo e Carolina coi capelli bianchi! Nel frattempo escono paper, niente che possa interessare ai giornalisti italiani: qui per esempio c'è uno studio sulle scuole di Reggio Emilia, vi traduco le conclusioni: La trasmissione del virus all'interno delle scuole è avvenuta in un numero non irrilevante di casi, in particolare nella fascia di età dai 10 ai 18 anni, ovvero alle scuole medie inferiori e superiori. Il che tra l'altro non stupisce: lo sappiamo già da un po' che dai 10-12 anni poi i ragazzi sono potenzialmente contagiosi tanto quanto gli adulti. 

Questo invece è stato pubblicato su Science, ma cosa vuoi poi che ne sappiano.

Lo sanno benissimo anche ministri e presidenti di regione, che le scuole superiori le hanno chiuse abbastanza presto: e che anche nelle medie inferiori, appena si registra uno studente positivo, chiudono la classe intera in attesa di tampone – se davvero la scuola fosse protetta da questo misterioso campo di forza, non ce ne sarebbe bisogno. Il motivo per cui le medie restano aperte ha più a vedere con l'ordine pubblico che con le evidenze epidemiologiche. È lo stesso motivo per cui ci è stato consentito di rilassarci un po' quest'estate (il che ha consentito a tanta gente di mantenere una tenuta psicologica) e addirittura di andare per negozi a Natale, benché questo comporti un aumento sicuro dei contagi e dei morti. 

Questa cosa io l'ho capita: mi piacerebbe però che la capisse più gente. Che gli insegnanti, che in questa fase stanno rischiando un po' di più di altri professionisti, si potessero almeno risparmiare il consueto tiro al piccione, gli strali di chi non si capacita del fatto che quest'anno si facciano i ponti come in qualsiasi altro anno scolastico, di chi sta già proponendo di tenerci a scuola fino a luglio e tutte le altre sciocchezze che a fine 2020 sono persino meno divertenti del solito. Per cinque-sei mattine a settimana vi teniamo i figli, li costringiamo a tenere una mascherina e cerchiamo di evitare che si ammucchino e si azzuffino, il che risulta difficile persino alla maggior parte di voi genitori. Almeno non rompete i coglioni, grazie, e buone Feste. 

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L'incredibile storia di un piccolo film (in acque internazionali)

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Quasi all'inizio dell'Incredibile storia dell'isola delle rose Giorgio e Gabriella, due ragazzi freschi di laurea a un tavolo di osteria si scambiano pareri e informazioni, saltando da un argomento all'altro senza perdere il filo. Lui è determinato ma irrequieto, lei più pratica e nervosa. Chissà se gli sceneggiatori si rendevano conto, mentre lo scrivevano, di avere in mente l'inarrivabile sequenza iniziale di The Social Network – un pezzo di cinema parlato che da dieci anni credo tormenti le coscienze di chiunque cerchi di fare lo stesso mestiere. Nel film di Fincher il dialogo serrato tra i due giovani studenti a un tavolino è il preludio alla catastrofe sociale che porterà la matricola Mark Zuckerberg a ideare Facebook; nel film italiano il dialogo prosegue su una buffa automobile-prototipo e conduce comunque il personaggio maschile di gaffe in gaffe verso un'analoga catastrofe: di fronte al rifiuto della ragazza, che oltre a essere giovane e bella rappresenta il principio di Realtà, il neoingegnere Giorgio promette solennemente che si costruirà un mondo su misura. 


Potremmo anche finirla così: l'Incredibile storia è un film un po' deludente perché non è The Social Network, grazie tante. Bologna non è Harvard, Fincher e Sorkin avevano a disposizione un personaggio che ha plasmato la realtà in cui viviamo, e se è azzardato immaginare che gli sia successo proprio perché una ragazza al bar lo aveva mollato male, è comunque probabile che lo abbia plasmato a misura delle sue ossessioni, delle sue angosce sociali. Sydney Sibilia e i suoi collaboratori invece avevano a disposizione Giorgio Rosa, un brillante ingegnere che più che plasmare la realtà voleva farsene una per i fatti suoi. Ovvero? Una piattaforma di 100 mq fuori dalle acque territoriali italiane, dove non pagare le tasse. Tutto qui. Per dire che voleva cambiare il mondo – che voleva anche solo provarci – serve una faccia tosta che i personaggi del film cercano più volte di abbozzare, ma ecco: fanno fatica pure loro. Toccherà proprio alla dottoressa-Realtà, più tardi nel film, far notare una cosa già evidente agli spettatori: questa non è un'utopia, è una discoteca. 


Chiunque da studente abbia provato a costruirsi una piccola realtà, un circolo o un centro sociale, conosce bene l'obiezione e la sensazione. L'utopia ti porta a condividere idee ed emozioni, a incontrare un gruppetto di sodali con i quali magari si riesce anche a combinare qualcosa, qualcosa che da un inavvertibile momento in poi diventa sempre più simile a un bar. La cultura, la libertà, senz'altro, ma alla fine tutto si traduce fatalmente in consumo. Chi critica Sibilia per aver trasformato un quarantenne con trascorsi repubblichini nel solito sessantottino copre soltanto una metà del fenomeno: il Sessantotto di Sibilia è un oggetto di scena, ormai depauperato da qualsiasi nostalgia, ripreso da altri prodotti che hanno avuto successo internazionale (La meglio gioventù) e rimesso a nuovo perché da un punto di vista narrativo funziona sempre, come una volta funzionava il far west o il proibizionismo dei gangster: lo spettatore sa già cosa aspettarsi, democristiani oscurantisti e impomatati e giovani coi blue jeans che ballano il geke ge'. Il fatto che più che di parlare di rivoluzione abbiano voglia di ballare e bere drink discutibili graffia lo spettatore come il pizzicotto di qualcuno che cerca di svegliarti: altro che '68, è di noi che si parla. 

Il Giorgio Rosa del film non è un libertario quarantenne e nemmeno un sognatore in blue jeans: è il solito laureato frustrato su cui Sibilia ha già imbastito la trilogia di Smetto quando voglio. Il protagonista dei suoi film è un personaggio maschile, un po' disadattato ma irresistibilmente simpatico: non tutto quello che fa ha un senso, ma Sibilia vuole farci tifare per lui, e in generale per i suoi film, per le sue bande scalcagnate che tentano l'impossibile impresa di mimare il cinema d'azione in un contesto che non lo consente. C'è sempre nel suo cinema una tentazione di buttarla sul cartone animato, che ispira sequenze esilaranti: la sua migliore continua a essere l'inseguimento al treno in Smetto 2: una parodia di action movie che in realtà vorrebbe fare sul serio, e un po' ci riesce, ma col treno prudentemente rallentato ai cinquanta km orari, e tante gag comiche a scongiurare che qualcuno prenda troppo la cosa sul serio.




Il tempo però passa per tutti – tranne per il Giorgio Rosa del film – e il pubblico di laureati e cervelli in fuga che si riconosceva nei film di Sibilia ormai ne ha 40, quel momento nella vita in cui ti rendi conto che non puoi più cavartela facendo il simpatico. Non sei più simpatico, non puoi più limitarti a fare il verso agli adulti: l'adulto sei tu, e neanche da ieri. L'Incredibile storia arriva su Netflix proprio nel momento in cui questo quarantenne collettivo è macerato da un dissidio interiore: attaccare l'ordine costituito perché costringe i cittadini a stare in casa, o criticarlo perché non fa abbastanza per salvarli dal virus? Irridere le ordinanze che ti impongono la mascherina anche all'aperto, o prendertela con chi quell'ordinanza non la sta facendo rispettare? A un quarantenne medio sospeso in quest'angoscia, Netflix somministra la parabola di un anarcoide che non capisce a cosa servano le targhe, i documenti, le tasse, i governi – no, non assomiglia a un sessantottino più che a un novax o a un redneck devoto a Trump; la sua incapacità di scendere a patti con la realtà è tale che lo spettatore rischia veramente non dico di simpatizzare coi cattivi democristiani, ma di capire il loro punto di vista, che poi è quello ragionevole che avremmo noi se un evasore decidesse di piantare una piattaforma nelle acque internazionali a scopo contrabbando. Se prenderla a cannonate sembra davvero un gesto eccessivo, dettato più dall'esigenza di sfoggiare un budget insolito per un film italiano, comunque non si capisce alla fine perché dovremmo tifare per Giorgio e la sua banda di scalcagnati impresari abusivi e negrieri alcolizzati. 

Altri modelli inconfessati
e inarrivabili.
Forse la chiave è questa: non dovremmo tifare per loro, così come quando guardiamo The Social Network non tifiamo per Zuckerberg. Giorgio è un disadattato, i suoi sodali maschi sono confusi e moralmente inani. Si salvano le donne, proprio come in Smetto quando voglio ambasciatrici del Pianeta Realtà, il che le costringe quasi sempre ad atteggiamenti antipatici, riscattati dal fatto che alla fine ai loro pazzi uomini non smettono di voler bene – ovvero tutto questo senso pratico alla fine è solo una manfrina, ma se un ragazzo costruisce una piattaforma per te sotto sotto sai che il suo cuore gli appartiene di diritto. Ovviamente The Social Network non finisce così. Forse all'inizio anche Giorgio doveva essere un personaggio più ambiguo, sospinto all'utopia da motivazioni e ossessioni più complesse: ma il tono per raccontare una storia più ambigua e meno simpatica, Sibilia non lo ha trovato. Gli è restato un finale di film per dirci che comunque dobbiamo volergli bene, perché anche se non ha ancora capito come fare un film alla Fincher (o anche solo alla Richard Curtis), almeno lui ci sta provando, e in Italia questo deve bastarci: chi altri ci sta provando? Mica in tanti. Non c'è riuscito? Era quasi impossibile riuscirci; magari sarà per la prossima volta. Glielo auguro, perché alla fine continuo a tifare per lui. Ma ecco, io di solito tifo per le squadre simpatiche e scalcagnate che ce la mettono tutta. Non per quelle che vincono.  
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Il Covid alla fine del mondo (pagani, apocalittici e messianici).

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Stamattina quasi prima di svegliarmi ho trovato il mio contatto più putiniano in assoluto che ripostava i Wu Ming, però non è una cosa così interessante alla fine. Tutte le sfumature esistono, quindi anche il rossobruno, ma non sono nemmeno sicuro che sia il caso. Mi piacerebbe discuterne, mi piacerebbe spiegare cosa mi allontana dagli uni e dagli altri, ma a questo punto credo che sia doveroso fare una premessa esistenziale: qualcosa che allontani anche le quindici persone che potevano sopportare di leggere un mio pezzo sull'argomento. 

Dire che questa epidemia ci ha presi alla sprovvista è un eufemismo. Se adattarsi al lockdown in marzo fu relativamente semplice (per quanto mi riguardava, avevo così tanto lavoro da fare che non mi restava il tempo per preoccuparmi), ci è voluto un po' più di tempo per riuscire a far entrare l'epidemia nel nostro sistema di credenze o di valori – in quello che potremmo chiamare "ideologia", salvo che per molti è una brutta parola. Molto spesso io lo chiamo religione, un'altra parola assai imprecisa ma che mi serve a ribadire un concetto: non si tratta di un insieme puramente razionale di idee: c'è parecchio irrazionale più in fondo, che tiene su l'iceberg. Se vi è capitato di litigare con qualcuno in questi mesi (a me è capitato) molto spesso erano le parti basse degli iceberg a scontrarsi; per quanto noi contendenti guardassimo più in alto, verso i massimi sistemi. 

Mi prendo come esempio, essendo la persona che conosco meglio (ma non credo che altre persone funzionino in un modo troppo diverso). Dopo alcune sbandate iniziali, il mio approccio al virus è stato pragmatico e orientato alla prevenzione. Ho accettato relativamente presto che il virus c'era, e che era suscettibile di danneggiare me, i miei cari e la mia comunità; e ho accettato, anzi lottato per quanto poco potevo perché la comunità intorno a me prendesse misure di prevenzione, anche quando confliggevano con libertà individuali. Questo mi è successo per vari motivi razionali, che posso benissimo elencare; ma anche per motivi irrazionali: la base del mio iceberg. Infatti oltre a essere una persona pragmatica, razionale, prudente, responsabile, eccetera, io sono anche un millenarista: uno che sospetta la fine del mondo vicina. Lo nascondo molto bene, tanto che qualche lettore potrebbe non accorgersene (o addirittura essersi persuaso del contrario): ma in definitiva io credo che il mondo potrebbe finire, con tutta la forza della mia irrazionalità: questo ha sempre orientato ogni mia scelta, sin da bambino. Da bambino pensavo a un'escatologia un po' più cattolica, più o meno il Giudizio Universale; alle medie già ero più incline all'olocausto nucleare; in seguito l'ho sostituito con una crisi climatica irreversibile e non ho mai smesso di pensare che la Fine avrebbe anche potuto essere un mix delle tre cose. Alle epidemie non pensavo spesso, lo ammetto; ma non ho avuto nemmeno molta fatica a farla entrare nel quadro: dove c'è posto per tre cavalieri, si può accomodare anche il quarto. 

Con questo io non sto dicendo che nel profondo del mio iceberg credo che il Covid19 sia la Fine, ma che sono in un qualche modo predisposto già pre-razionalmente a reagire a crisi sistemiche, perché in fondo me le aspetto, me le sono sempre aspettate, addirittura sono un po' stupito che tardino. Il 2020 che per voi è un anno tanto sventurato, per me fino a qualche anno fa era uno di quegli anni che si mettevano nei titoli di quei film di fantascienza sociale che da bambino mi terrorizzavano. Non credevo di arrivarci così facilmente: neanche una guerra, appena un terremoto ma non micidiale. Così, quando arriva qualcosa che turba la mia quotidianità come mai mi era successo prima, la mia reazione è "Ecco, ci siamo". Poi razionalmente so benissimo che non ci siamo, e anzi all'inizio mi disturbava un po' che si potesse trattare di un falso allarme, una distrazione: lo scenario della crisi ambientale è ancora quello che mi convince di più. La razionalità ha però questa cosa fantastica, che dopo un po' si accomoda; in effetti ci sono migliaia di indizi che ci fanno pensare che il Covid19 sia collegato alla crisi ambientale: che si tratti di un effetto collaterale della sovrappopolazione, della deforestazione o magari dello scioglimento dei ghiacci millenari con il loro tesoro di virus e batteri sconosciuti all'uomo. E se anche non c'entrasse assolutamente nulla, ebbene, si tratta comunque di un'anticipazione di cose che potrebbero succederci tra qualche anno: tanto vale prepararci. (Il covid, lo dico qui in un pezzo lungo e noioso, potrebbe salvare l'umanità, semplicemente mettendole una pulce nell'orecchio: devi cambiare atteggiamento, darti un po' più da fare con la ricerca, mettere a punto protocolli che funzionino davvero eccetera). 

Questa premessa serviva a spiegare perché di fronte all'emergenza ho reagito in un certo modo, e in generale come reagisco alle emergenze: non ho difficoltà ad accettare previsioni pessimistiche, purché provenienti da fonti autorevoli; non mi costa moltissima fatica cambiare i miei comportamenti, se mi viene spiegato che è il prezzo da pagare per attuare una politica di prevenzione. Tutto questo accade perché nella profondità del mio iceberg, la Domanda è: "Ci Siamo?" Ogni cosa che avviene, nella profondità del mio iceberg, viene divisa in eventi che prefigurano la Fine (da conservare) ed eventi che occultano la Fine (da respingere). Il covid entra nella prima categoria, quindi me lo tengo. E già irrazionalmente sto indovinando perché alcuni non sono disposti a farlo. La maggior parte di essi non aderisce a nessun credo millenario, anzi lo negano con tutta l'energia di cui dispongono. 

In sostanza sono pagani: per loro il mondo esisterà per sempre. Dal momento che non l'hanno visto nascere, perché dovrebbero vederlo finire? L'unica cosa che notano è che somiglia sempre meno a quello della loro infanzia, e vivono questa consapevolezza come il ricordo di un'Età dell'Oro. Non credono in un'Apocalisse; in compenso si struggono per una Caduta. Ogni evento che li allontani ancora di più da quell'Età, per loro è un abominio, qualcosa che non dovrebbe esistere: e quindi non esiste. Chi li chiama negazionisti, non sempre ha chiaro cosa neghino davvero. La scienza? L'autorità? La doxa? Sì, negano un po' tutte queste cose, ma perché? Quello che negano davvero, con ogni fibra del loro io razionale e irrazionale, è che il mondo possa cambiare e quindi finire. Questo ha permesso loro di crescere spensierati sbocconcellando merendine all'ombra degli euromissili; questo ha consentito loro di negare il riscaldamento globale persino quando dalle Alpi hanno iniziato a sparire i ghiacciai; questo li porta, oggi, a negare il virus. Se esistesse davvero, dovrebbero cambiare il loro stile di vita, il che è una bestemmia: quindi non esiste, è una truffa congegnata da una consorteria di uomini perfidi che non tollera la loro felicità. 

Questi sono i pagani. Ce n'è a destra come a sinistra, non è una questione di ideologia; non ancora. Persino la più squadrata e razionale delle ideologie non può non appoggiarsi su basi inconsce, prerazionali: la razionalità segue e riesce sempre a spiegare ogni asperità del terremo come se fosse un fatto necessario. Se nel mio inconscio credo che il Covid minacci il beato mondo della mia infanzia, il mio io conscio troverà il sistema razionale per spiegare questa cosa, tracciando relazioni di causa ed effetto che possono collegare Bill Gates con Big Pharma, se serve. Se invece nella profondità del mio inconscio credo che il Mondo debba finire, la mia razionalità si procurerà tutti gli indizi che servono a dimostrare che questa fine e vicina, e li comporrà nella più mirabile delle strutture. E così via. Ma questo spiega tutto? No, non credo. 


Non ci sono soltanto pagani e apocalittici. C'è un'altra famiglia di iceberg, più difficile da distinguere: è quella con cui me la prendo più spesso, come succede sempre tra gente che in teoria era compagna di strada. A differenza dei Pagani, essi non negano la possibilità di un'Apocalisse; a differenza degli apocalittici semplici come me, a volte persino la desiderano, per le potenzialità che scatenerebbe. Come definire un gruppo di persone unite dalla credenza irrazionale che da un'Apocalisse potrebbero venire cose buone? Non ho quasi scelta: devo definirli messianici. Magari non aspettano tutti lo stesso messia: per alcuni è un'utopia anarcosocialista, per altri è la democrazia partecipativa, per altri ancora un totalitarismo alla Putin; alcuni non sanno nemmeno che è un messia che stanno aspettando, ma lo aspettano lo stesso. Queste persone hanno nei confronti del Covid19 le difficoltà che avevo io all'inizio: non lo trovano abbastanza apocalittico. Non fa nulla di quello che dovrebbe fare un Armageddon serio. Non capovolge la piramide del potere, anzi la puntella; non getta i lavoratori nelle piazze, anzi li blinda in casa; non punisce i superbi per la loro avidità, anzi, stanno già speculando sui rialzi della Pfizer. Non è un'Apocalisse, è un bidone, un falso messia da rigettare. Queste le premesse irrazionali; da lì si innerva la razionalità, puntando il dito sugli abusi del potere, sul ruolo proditorio del capitale, sulla funzione di paravento assunta dai media, e devo dire che sono tutte analisi interessanti e fino a un certo punto condivisibili anche da me – perlomeno finché si rimane nella sfera razionale. Ma è impossibile: non possiamo nemmeno accostarci, senza che sott'acqua i nostri iceberg cozzino. Spero di essermi spiegato, almeno un poco.
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Le favole che Conte volete vi racconti

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Giuseppe Conte può raccontarvi tante storie, ma non quella di Babbo Natale. Vedo molta gente arrabbiata per via di quella letterina. Però si sa, la comunicazione politica non è una cucina per palati raffinati. È impossibile piacere a tutti, ma è quello che Conte e i suoi PR dovrebbero tentare tutti i giorni. E perché non dovrebbero raccontarvi qualche favola, se in altri casi voi stessi le gradite?

Per esempio: nelle stesse ore in cui veniva diffusa la letterina su Babbo Natale, Giuseppe Conte difendeva serenamente la sua decisione di tenere le scuole dell'obbligo aperte anche nelle regioni a rischio raccontando che "le scuole non sono un focolaio". Secondo lui i dati dicono questo. I dati li rimetto qui, così ognuno può farsi un'idea: il problema sta appunto nel tipo di idee che ci facciamo. 

Io temo che Conte, e chi gli crede, per "dati" intenda appunto tabelle del genere, dove il contagio è diviso per fasce anagrafiche. Del resto è difficile pensare che esistano anche tabelle attendibili sul contagio diviso per ambienti nelle zone rosse: il tracciamento ormai è saltato. Il racconto quindi è questo: è vero, l'aumento del contagio tra i minori è stato notevole (spettacolare, aggiungerei), però continua a essere una piccola frazione del contagio complessivo: quindi i minori alla fine non si stanno contagiando tanto, dai, e quindi... le scuole non sono un focolaio. Ecco, Conte sta raccontando questa cosa. E a molti sta bene.

Invece Babbo Natale non sta bene.

Ma perché?

Perché c'è gente che sente la necessità di spiegare, con cadenza quotidiana, che la maggior parte dei contagi non avviene a scuola? È vero, la maggior parte dei contagi non avviene certo a scuola. Avviene, credo, a casa. La maggior parte di chi è contagiato non è più in età scolare. Questo significa necessariamente che la scuola non è un focolaio? Richiamo per l'ennesima volta all'esperienza dei genitori: vi capitava più spesso di contrarre l'influenza stagionale quando i bambini erano in età scolare o prima e dopo? Un sacco di volte l'avete presa dai vostri figli, fino a qualche mese fa non c'era nessun problema ad ammettere questa cosa. Fino a qualche mese fa lo sapevamo tutti che i virus usano le scuole come hub; tant'è che persino in un anno come questo, in cui il vaccino antiinfluenzale è un bene prezioso, la mia ASL ha trovato il modo di lasciarne una dose gratis per me, perché sono un insegnante, cioè una fascia a rischio. E però.

E però improvvisamente quest'anno Giuseppe Conte ci racconta che la scuola non è un focolaio, e noi dobbiamo crederci. Si ammala un sacco di gente fuori dalle scuole, quindi le scuole non c'entrano niente: quest'anno questo è normale sentire gente che la pensa così. Al massimo sono disposti a concedere che possa c'entrare qualcosa tutto quello che succede immediatamente prima e dopo del suono delle campanelle: Giuseppe Conte ci racconta anche questo. "Certo quello che avviene intorno, prima e dopo le scuole può costituire un focolaio". Insomma, i trasporti (maledetti trasporti). Il chiasso che i ragazzi fanno nel piazzale; bisognerebbe vigilarlo e regolarlo facendo entrare/uscire i ragazzi un po' per volta (ma poi servirebbe un antipiazzale per quelli che aspettano di entrare nel piazzale, e anche quello andrebbe regolato e vigilato, e così via). Ecco perché si contagiano, quei pochi ragazzi che si contagiano: è tutto quel contatto sociale che hanno prima di entrare a scuola e appena ne sono usciti. Dentro niente: anche se è un luogo chiuso, anche se si sono appena contagiati nel piazzale, appena entrano a scuola non contagiano più nessuno finché non escono, insomma il virus l'hanno attaccato alle rastrelliere con la bicicletta. Conte vi sta raccontando questa cosa, e voi state credendo a questa cosa. Ho ho ho.


Provo anch'io a raccontarvi una favola. C'era una volta un pastore che teneva il recinto delle pecore aperto, perché tanto secondo lui era sicuro, anzi statisticamente non era mai successo che il lupo entrasse nel recinto e razziasse le pecore. Eppure le pecore sparivano, perché? In effetti tutte le notti il lupo entrava, prendeva una pecora, la portava comodamente nel bosco, e ivi sopraggiunto se la mangiava con grande soddisfazione, il che non impediva al pastore di sostenere la sua tesi: la pecora mica era stata mangiata nel recinto, quindi il recinto era sicuro anche se aperto. Il pastore la raccontava così. 

Conte ve la sta raccontando così.

Ma non si permetta di raccontarvi di Babbo Natale, eh? Voi siete adulti e vacci... beh diciamo che siete adulti. Se prenderete il virus, se lo prenderete da un minore, senz'altro questo minore non l'avrà preso da un altro minore nell'edificio scolastico; e anche qualora succedesse, il vostro contagio non rende le scuole meno sicure dal punto di vista statistico perché (1) voi non siete studenti e (2) effettivamente voi non siete stati contagiati a scuola, bensì a casa. Quindi vedi che ha ragione lui: le scuole non sono un focolaio. E Babbo Natale vi porterà i regali, dal momento che vi siete comportati bene.  

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Il fattore Fonz

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 Ma l'energia, ci pensate certe volte all'energia.

Anche quella delle piccole cose che fanno tutti, ad esempio: ci pensate a tutta l'energia che tiene i sostenitori di Trump in un limbo di speranza. L'energia che li fa svegliare un po' presto – milioni di persone – per andare a cercare su qualche canale di social un'altra pseudonotizia da sbattere in faccia agli avversari. L'energia che quelle pseudonotizie le produce: c'è gente che le scrive, gente che le diffonde, gente che in qualche modo abbastanza contorto ci guadagna, e intanto Trump le elezioni le ha perse da una settimana. Ci pensate a quanta straordinaria energia?

Non vi sembra così straordinaria.

Va bene, allora pensate a quelli che tutte le mattine (ma anche le sere, o i pomeriggi), si attaccano a qualche discussione sulla sicurezza delle scuole. Magari è un report che spiega, coi numeri, che le scuole sono un luogo di contagio, ma c'è un'energia che quasi li costringe a commentare: le scuole comunque sono sicure. Eppure da quando hanno riaperto il contagio ha ripreso quel suo ritmo esponenziale, il che è un fortissimo indizio che suggerirebbe non dico di cambiare idea, ma almeno un po' di prudenza, di diplomazia, ma perché mai? No, questi si attaccano ai commenti e continuano a dire che le scuole sono sicure, che nessuno si ammala nelle scuole e infatti di minori infetti ce ne sono pochi, dai. Uno per un po' prova anche a spiegare che in realtà son raddoppiati in poco tempo, e che comunque sappiamo già da molto che i minori contagiati tendono a essere asintomatici, il che non impedisce loro di spargere il virus ovunque vanno e soprattutto a casa: proprio come l'influenza stagionale, che in casa tua non c'era da vent'anni e poi i bambini hanno iniziato ad andare a scuola e da allora hai iniziato a riprendertela pure tu: funziona esattamente nello stesso modo, quindi, perché insistere che non è vero? Perché pestare i piedi? Quale misteriosa ma persistente fonte di energia ti mantiene in una discussione dove hai le stesse speranze di avere ragione che Trump ha di soggiornare alla Casa Bianca nel febbraio 2021? Persino se tu avessi ragione, nessuno te la pagherebbe, non c'è un premio su Facebook per chi vince le discussioni; aggiungi questo piccolo dettaglio che non hai ragione, che hai t...


Stai dicendo le stesse cose che dicevi in primavera: le scuole devono riaprire, le scuole sono sicure, Israele infatti le ha riaperte, il contagio si ferma al cancello della scuola (c'è gente che scrive questa cosa tutti i giorni: i ragazzi non si contagiano a scuola bensì immediatamente prima e dopo, nel piazzale!, aboliamo i piazzali). 

Stai dicendo le stesse cose che dicevi in primavera, ma è autunno e i fatti ti stanno dando torto.

E tu lo sai che hai torto.

Ma non lo vuoi ammettere.

Quale straordinaria energia te lo impedisce? 

Se solo potessimo canalizzarla – pensa ai negazionisti. Qualsiasi tipo di negazionista. Ma prendiamo quelli che non credevano al Covid. Ce n'è di ogni tipo. Quelli che è solo un'influenza, quelli che non esiste proprio, è uno strumento del Potere per toglierci il diritto alla felicità, quelli che esiste ma il lockdown è esagerato, quelli che esisteva in primavera e adesso no, quelli (e ho la sensazione che siano la maggioranza) che all'inizio la prendevano semplicemente sottogamba perché era una cosa che non sapevano paragonare a nessun'altra esperienza vissuta, ovvero un'emergenza: e l'Uomo Occidentale non crede nelle emergenze finché non gli levano il tetto dalla casa, e in molti casi neanche dopo; è convinto che il suo standard di vita sia un diritto fondamentale garantito dall'Onu e dalle leggi dell'universo. Dunque all'inizio una banale influenza, poi c'era da mettersi la mascherina ma era una gran rottura e quindi hanno iniziato a scrivere in giro che non ci credevano, qualcuno applaudiva e ci hanno creduto ancora meno, poi c'è stato il lockdown e a quel punto ormai avevano scelto la loro squadra, e si sono messi a cercare argomenti contro il lockdown. Quanta energia ci hanno messo. A quanti altri scopi avrebbero potuto destinarla, forse: o forse no, forse è un'energia che scaturisce soltanto in questi casi, non puoi trasferirla ad altri oggetti con una biella, non puoi accumularla dentro dischi di rame, non ci puoi far girare un mulino, l'unico mulino che gira è quello delle cazzate che scrivi e ogni giorno che passa gira più veloce, man mano che aumenta la distanza tra quel che succede e quello che sei costretto a scrivere per non ammetterlo, per non ammettere cosa?

Che ti sei sbagliato.

Manco fosse un reato, eh? No, non è un reato. Persino se tu fossi un chirurgo, o un giudice, o un amministratore nell'esercizio delle rispettive funzioni. Persino in quei casi non sempre sbagliare è proibito. Ma sospetto che tu non sia un chirurgo col bisturi in mano, né un giudice col martelletto. Sei un tizio che nove mesi fa hai scritto: questo covid è una montatura, e poi non sei più potuto tornare indietro. Quell'energia incredibile, che ogni giorno ti trascina verso discorsi sempre più deliranti, ed è la stessa che porterà qualche migliaio di trumpelettori a radicalizzarsi e a sparacchiare in qualche sobborgo – del resto non è la stessa energia di chiunque si sia radicalizzato, in qualsiasi contesto? Se ancora credi che a Maometto freghi qualcosa delle vignette, se ancora credi che una vignetta su Maometto segni un punto nella fondamentale guerra per la libertà del pensiero. Che poi dà un'occhiata alla finestra, probabilmente hai visto un campanile. Pensa che tutto è cominciato con una dozzina di poveracci che non si rassegnavano al fatto che avessero ammazzato il loro leader politico-religioso, crocefisso dalle guardia come uno schiavo, pensa che energia hanno scoperto, che sia per caso l'energia che ci rende esseri umani? E d'altro canto è la stessa energia che ha fatto scrivere su milioni di giornali in tutto il mondo che il riscaldamento globale non esiste, insomma è l'energia che ci fotterà come specie, come la mettiamo?


Voi dite: fake news, sì, certo, c'è mercato per qualsiasi cosa, e quindi qualcuno produce fake news. Ma perché la gente ne ha bisogno? Voi dite: la gente è stupida, cerca le spiegazioni semplici, ma la maggior parte delle fake news sono molto più contorte della realtà: richiedono studio, applicazione. Io dico (e non credo di sbagliarmi): c'è qualcosa a cui la gente tiene più che alla realtà. Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς. Questo qualcosa è, il più delle volte, l'opinione che esprimevano ieri. Ieri gli è scappato detto che tutte le pecore sono bianche, nel frattempo ne è passata una nera, loro non lo ammetteranno. È solo sporca. No, non si può pulire, perché... potrebbe essere una malattia, potrebbe essere contagiosa. Ok, non è sporca e non è malata, ma evidentemente non è una pecora: prova ne è che è nera. Il veterinario dice che è una pecora perché si è messo d'accordo con voi, è un complotto alle mie spalle. Sentite, potrebbe effettivamente essere una pecora, ma accuratamente selezionata da un pool di operatori zootecnici attraverso orribili esperimenti, tutta una massoneria di operatori zootecnici disposti persino a votarsi a Satana pur di dimostrare che l'altro giorno mi sb.

Mi sb.

(Lo chiamerei "fattore Fonz", ma temo si tratti di un riferimento culturale ormai troppo remoto: in ogni caso è una delle energie che ci tiene eretti in piedi da quando siamo scesi dagli alberi, e diciamola tutta: i primi tizi che sono scesi dagli alberi avrebbero avuto mille motivi per ammettere di essersi sbagliati, ma ormai era fatta, indietro non si tornava, sui rami non si risaliva. O meglio: chi è stato furbo è risalito, noi siamo i discendenti degli altri).  


Forse tutta la letteratura dalla Bibbia in poi. Forse tutta la filosofia da Platone (mi hanno condannato a morte il maestro, eppure era il più intelligente! Perché non li ha sistemati con una delle sue ironie?) Si sbagliava Cristoforo Colombo a non dar retta a Eratostene. Si sbagliava pure Galileo, sulle maree almeno. Su quante cose si sbagliava Newton; e anche Einstein, probabilmente, qualche cantonata qua e là l'avrà presa. Marx ne ha prese parecchie; Freud ha passato la vita a sbagliare. Se ha sbagliato tutta questa gente, ma si può sapere chi cazzo siete voi. 

Si fa per dire, lo so benissimo. Esseri umani. Padri o madri di famiglia. Lottiamo per ottenere un minimo di autorità, e quando finalmente l'abbiamo, i piccoli cominciano a farci domande: molto prima che noi sappiamo le risposte. E allora facciamo quel tipo di muso duro che avevano i nostri progenitori sugli alberi, e non ci muoviamo. Non mi frega niente di quel che pensi tu, figliolo. Se io ho detto che non è una pecora, quella non è una pecora. In discussione non c'è più la pecora. Ci sono io e non posso permettermi di essere messo in discussione. Altrimenti tra due inverni deciderete che sono vecchio e smetterete di portarmi da mangiare. Tutta quest'energia.

Trovassimo un ingranaggio da farci girare; una biella un pistone, una pila di dischi di rame. Ci faremmo girare il mondo, con tutta questa energia. Credo.

Cioè no, scusate, ne sono sicuro.

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Gli statali vi aiuteranno. Vi stanno già aiutando.

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È ora che noi statali facciamo la nostra parte. Lo sento dire sempre più spesso, e nei giorni scorsi in particolare da un ex collega – nel senso che anche Cacciari è stato un funzionario dello Stato, mi pare: certo molto meglio tutelato della media della categoria. L'argomento in sé è inoppugnabile, non era necessario scomodare un filosofo per scoprirlo: nell'emergenza non si può dare più nulla per scontato. Certe categorie sono state esposte molto più di altre, mentre fin qui il pur fatiscente ombrello dell'impiego statale ha retto egregiamente, distribuendo ogni mese il 100% dello stipendio. Avrà ancora un senso, questa cosa, se l'emergenza si protrae, costringendo lo Stato a indebitarsi ulteriormente?

Orizzonte scuola

Probabilmente no, del resto siamo tutti sulla stessa barca. È giusto che facciamo la nostra parte, come del resto abbiamo sempre fatto, e non c'è nemmeno bisogno di spiegarcela un po' più chiara. Lo strumento per farcela pagare esiste già, funziona che è una meraviglia e lo farà anche nei prossimi mesi: si chiama "tasse". Il meccanismo è abbastanza semplice ma vale la pena di spiegarlo ai membri di altre categorie che magari non ne hanno sentito spesso parlare, e anche forse a funzionari di alto livello e filosofi degni di più alati argomenti. Si tratta insomma di una percentuale del proprio stipendio che ogni statale lascia allo Stato, ogni mese. Sì, sì, ogni mese lo statale paga tutte le tasse e non sgarra di un centesimo, anzi quando una volta all'anno si fanno i conti si scopre quasi sempre che ne ha pagati di più, che ne dovrebbe avere indietro. Ecco, magari l'anno prossimo non riuscirà ad averne indietro. Tutto qui: basterebbe un lieve aumento della pressione e il gettito sarebbe già importante, proprio per via di quella straordinaria caratteristica che hanno gli statali di pagarle subito, le tasse. Le stanno pagando anche in questi giorni: la benzina delle ambulanze, lo stipendio dei medici in corsia e anche di alcuni di quelli che in tv spiegano che non è poi così grave, e degli amministratori che con tutto quello che c'è da amministrare trovano anche il tempo per spiegare le loro strategie su Twitter o Instagram: tutto questo lo stiamo pagando, anche in questo momento. Se volete farcelo pagare di più, magari protesteremo: ma neanche tanto. E il prossimo anno pagheremo di più. 

Buffo però. Io, oltre a essere un impiegato statale, sono un insegnante. Negli ultimi mesi il mio ruolo è stato fortemente rivalutato. Ho scoperto che un sacco di gente reputa importantissimo il mio lavoro, e soprattutto reputa essenziale che io lo faccia in presenza. Gente che fino a tutto il 2019 era abbastanza convinta che io fossi un mangiapane a tradimento, uno che lavorava 18 ore alla settimana, ora mi sta spiegando che senza quelle 18 ore alla settimana i figli sbroccano, crescerà una generazione di psicopatici eccetera eccetera. Ora, sono il primo a trovare tutto questo un po' esagerato. Inoltre ho letto che i bambini dai 12 anni in su sono il doppio più contagiosi di quelli dai 12 anni in giù. Io lavoro con quelli dai 12 in su, e quindi rischio di contrarre il contagio più o meno come se lavorassi con gli adulti (che magari sono un po' più contagiosi, ma anche più disciplinati). Il mio presidente di regione però ritiene necessario che io continui a lavorare in presenza per tutte le mie 18 ore alla settimana – che in realtà sono un po' di più. Quindi, ricapitolando:

– Io sono un lavoratore essenziale: se non sto al mio posto, i bambini impazziscono eccetera.

– Il mio lavoro è abbastanza pericoloso

– Sono anche un lavoratore insostituibile, nel senso che davvero, se mi ammalo io a questo punto la mia scuola non sa più che fare: sostituti non ce ne sono, i famosi docenti in più non sono arrivati.

Ora non sta a me ricordarvi una delle più basilari leggi del mercato, ma ditemelo voi: faccio un lavoro rischioso, essenziale e insostituibile. Mi rendo conto che non è il momento per chiedere addirittura un aumento, ma in linea di massima non me lo meriterei? Tanto più che ci pagherei le tasse. Ok, non è il momento. Ma tra qualche mese ne riparliamo, prometto.

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San Carlo non era un cretino (e noi?)

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Tra i pezzi sui santi che non ho ancora rimesso a posto c'è quello su Carlo Borromeo, che dovrei proprio riscrivere da capo. Per quanto il tizio mi sia antipatico (quanto può esserlo un amministratore milanese assai bigotto) (cioè tantissimo) devo ammettere che sono stato molto più ingiusto con lui che con altri. Nel Borromeo mi sono sforzato di vedere l'anticipatore di quella che 

"i teocrati milanesi di oggi chiamano “sussidiarietà”: dove lo Stato non arriva ci pensa la Compagnia, per cui è una fortuna che lo Stato non arrivi quasi mai a combinare nulla di concreto. Nel caso della peste lo Stato si adopra così poco, e Carlo così tanto, che l’epidemia viene onorata del suo nome, e ancora oggi la si chiama “peste di San Carlo”.

Fin qui se ne poteva ancora discutere: in fondo non era colpa di Carlo se gli amministratori spagnoli abbandonarono Milano a sé stessa; il problema è quel che soggiungevo:

Per i suoi detrattori, la peste merita ugualmente di essere chiamata di San Carlo perché senza di lui probabilmente sarebbe durata molto meno: senza la sua mania di convocare oceaniche processioni, formidabili occasioni per la diffusione del morbo, ci sarebbero state assai meno vittime, assai meno occasioni per dimostrare l’abnegazione del cardinale. Va bene, per l’epidemiologia era ancora molto presto, ma l’osservazione che le adunate di popolo facilitavano il contagio era già condivisa da dotti e sapienti, e Borromeo se ne fregava: aveva il suo Sacro Chiodo da far sfilare, tra i mucchietti di vittime del giorno; e se non avesse funzionato, si poteva pure bruciare qualche untorella.

E qui, davvero, stavo giocando sporco. Non risultano untorelle bruciate sul rogo a Milano durante la peste di San Carlo, anche se almeno un poveraccio lo impiccarono con un'accusa del genere. D'altro canto quando c'era una donna da condannare al rogo con l'accusa di stregoneria il cardinale non si tirava certo indietro, anzi: in almeno un'occasione dovettero intervenire il Papa e l'inquisizione per... fermarlo, perché secondo Carlo accuse del genere erano troppo gravi per garantire un giusto processo. Ma nel caso della peste del 1576, il mio vecchio pezzo travisa completamente l'atteggiamento assunto dal Borromeo. È vero, che le adunate di popolo facilitassero il contagio era già un'osservazione condivisa; è vero, Borromeo ritenne giusto organizzare comunque delle processioni, ma nell'occasione prese precauzioni che a distanza di quattro secoli facciamo fatica a prendere noi. La processione che portò il Sacro Chiodo in giro per la città il 5 ottobre era composta di soli uomini: donne e minori di 15 anni, che risultavano maggiormente soggetti al contagio, erano in lockdown domiciliare dal primo ottobre. Tra un partecipante e l'altro, un distanziamento di tre metri, che considerati i modi spicci dei birri del tempo era probabilmente rispettato (noi oggi a più di un metro di distanza non riusciamo a stare, neanche in coda in farmacia). 

Il pittore (Fiamminghino) ha l'aria di non aver mai assistito a un lockdown in vita sua.

Altre direttive del Borromeo ai suoi sottoposti fanno intuire che una rudimentale scienza epidemiologica esistesse già, anche in mancanza di microscopi e del concetto di virus. Dando un'occhiata un po' più da vicino al suo caso, mi sono accorto di quanto somigliasse al terremoto estense di qualche anno prima: anche in quel caso accanto a risposte completamente irrazionali, c'era già chi basandosi sui fatti formulava proposte operative che funzionano ancora oggi. Non erano tutti cretini nel Cinquecento, così come non lo siamo noi del Duemila che in teoria abbiamo ancora meno scuse. Carlo visitava i malati come il suo ruolo imponeva, ma si portava una lunga bacchetta per tenerli a distanza: tra una visita e l'altra faceva bollire i vestiti (quindi l'idea che qualcosa di minuscolo non resistesse alle forti temperature c'era già: al limite le pulci). Altri strumenti, in un mondo senza alcool distillato, erano la spugna d'aceto e le candele su cui passare le mani dopo aver distribuito l'eucarestia. Certo, era pur sempre un uomo di fede e di una fede rigida, arcigna: eppure non si oppose alla decisione del Tribunale di Sanità di prolungare il lockdown oltre il giorno di Natale, malgrado già a metà dicembre la curva dei contagi fosse scesa. Diede anche disposizione perché i sacerdoti benedicessero le abitazioni dalla strada, senza entrarvi. Insomma l'immagine fortissima della basilica di San Pietro vuota durante la pasqua del 2020 non è, come credevo, una completa novità storica. Persino nel periodo più cupo della Controriforma, un cardinale intransigente sapeva quand'era ora di chiudere le chiese, e che oltre a sperare in Dio bisognava anche stare in casa il più possibile. Il lockdown sarebbe durato fino a febbraio. Tutto sommato, un successo, se si confronta per esempio il numero pur ingente di vittime (17000) con quanti ne morirono per lo stesso morbo a Venezia (70000).

Tutto questo quando mi misi a scrivere il pezzo su San Carlo non lo sapevo, il che non mi scusa: avrei potuto almeno arrivarci via Manzoni. La peste che lui descrive arriva cinquant'anni dopo – il mezzo secolo che noi italiani siamo abituati a considerare come il trionfo dell'oscurantismo, quello in cui si processano Bruno e Galilei. Tutto giusto, eppure in capo a questo mezzo secolo, quando i milanesi chiedono al nuovo cardinale Borromeo di portare in processione le spoglie del vecchio, Federigo si mostra tutt'altro che entusiasta. "Gli dispiaceva quella fiducia in un mezzo arbitrario, e temeva che, se l'effetto non avesse corrisposto, come pure temeva, la fiducia si cambiasse in iscandolo. Temeva di più, che, se pur c'era di questi untori, la processione fosse un'occasion troppo comoda al delitto: se non ce n'era, il radunarsi tanta gente non poteva che spander sempre più il contagio: pericolo ben più reale".

Le autorità però insistono e alla fine Federigo cede. Dopo tre giorni di preparativi, una parata in grande stile percorre Milano. Il "venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio" viene scorrazzato per la città con molte meno precauzioni di quante aveva voluto prendere da vivo: la processione si ferma a tutti i crocicchi in cui il vecchio cardinale aveva fatto erigere delle croci per le celebrazioni religiose all'aperto. Questa cosa per me rappresenta un'ironia micidiale: Carlo che da vivo aveva lottato contro il contagio, da morto diventa un feticcio che guida i milanesi nell'opposta direzione: i simboli del distanziamento sociale che da vivo aveva disseminato per la città diventano dopo cinquant'anni i luoghi di assembramento intorno al suo cadavere. "Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto, regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l'occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d'un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all'infinita moltiplicazione de' contatti fortuiti, attribuivano i più quell'effetto; l'attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d'eseguire in grande il loro empio disegno".  

Insomma San Carlo poteva essere un oscurantista misogino: ma non un cretino. Nemmeno suo nipote Federigo. Il che non significa che i cretini non ce ne fossero anche ai loro tempi; e ancor più dei cretini tanta gente in buona fede ma un po' troppo disposta a credere a quel che vuole, e quel che vuole è sempre una versione dei fatti semplificata, rassicurante, e qualche volta foriera di disastri. A Milano, nel 1576, per partecipare a un corteo serviva un distanziamento di tre metri; cinquecento anni dopo, ci capita ancora di doverne spiegare il perché, a gente che non se ne convince. San Carlo non era un cretino: noi ci arrangiamo. 

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Dolcetto o fine del mondo (come lo conoscevamo)?

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Non credo sia il problema prioritario, ma ho sentito qualcuno lamentarsi anche del fatto che i bambini non potranno suonare i campanelli, stanotte. Insomma come cresceranno, senza Halloween?

Giornale di Brescia

Sinceramente non lo so, ma quando ho sentito la domanda mi sono reso conto di avere avuto una vita interessante. Certo, non come quella di chi ha assistito a una rivoluzione o a una guerra mondiale, ma non mi posso lamentare, ad esempio ho visto nel giro di un quarto di secolo la parola Halloween trasformarsi da inquietante titolo di un film dell'orrore, a festa sul calendario: prima osteggiata e poi progressivamente accettata dagli adulti, al punto che ora si domandano se potranno i loro figli sopravvivere alla sospensione di una tradizione che sembra già antichissima e non ha neanche vent'anni. E vorrei dire: tranquilli, ragazzi, anche i vostri genitori non giravano per strada mascherati il 31 ottobre, e in un qualche modo sono cresciuti anche loro; ma ecco, forse non è un buon argomento, perché in effetti: come siamo cresciuti? Non è che abbiamo preso un certo benessere occidentale pompato della Guerra Fredda come un diritto fondamentale dell'uomo, e ora non sappiamo distinguere tra un regime totalitario e un governo che ci toglie temporaneamente cinema e ristorante perché non vorrebbe intasare (scusate eh) le terapie intensive? 

Ho sentito molta più gente paventare una nuova chiusura delle scuole, e se da una parte sono felice dell'importanza straordinaria che attribuiscono all'istituzione in cui lavoro (sul serio chi se lo sarebbe aspettato, anche solo un anno fa), dall'altra ho paura che mi cada la maschera mentre recito un copione che non ho scelto: tutti si aspettano che io dica che la scuola è sicura, molto più sicura di piscine palestre e bar, e che i loro figli possono andarci senza nulla temere, il che non è vero, anche se in tv l'avete sentito dire da questo o quel medico: gente che lo dice in tv, comunque, ma si guarda bene dal ripeterlo quando si mettono nero su bianco le linee guida ministeriali. Non importa, a quanto pare la scuola deve tenere la posizione, costi quel che costi: chiuderanno i bar e i forni, ma la scuola è troppo essenziale. Che figli crescerebbero, senza cinque ore al giorno nella stessa stanza (seduti a un metro di distanza con la mascherina sul naso)? Dei disadattati, molta gente ho sentito usare questa parola: disadattati. E non posso fare a meno di domandarmi: disadattati a cosa? Al mondo come ce lo immaginiamo noi; quello coi cinema gli aperitivi, i bambini mascherati a Halloween eccetera. Un mondo che in ogni caso sta per cambiare, non nel modo più auspicato, certo, ma neanche così imprevisto. Cioè è da un po' che ce lo dicevamo, che avrebbe potuto finire così, no?


È novembre ormai, di solito a questo punto nel Mar Glaciale Artico si è già formato uno strato di ghiaccio – quest'anno no. Dall'altra parte del mondo un'altra porzione di permafrost si sta scongelando dopo decine di millenni, liberando altro metano che non sappiamo bene come interagirà con l'atmosfera. Sempre dal permafrost potrebbero arrivare altre novità indesiderate ma non del tutto impreviste: virus, batteri, cose con cui dobbiamo imparare a convivere. Il mondo che lasciamo ai nostri figli è un mondo molto diverso da quello a cui ci siamo adattati noi: richiederà altri atteggiamenti, altri valori. Che crescano disadatti al vecchio mondo, non è necessariamente un male. Tra i tanti capi di cui ci imputeranno, ho il sospetto che i lockdown del 2020 non saranno il peggiore. Scusate il pessimismo, fate conto sia la mia storia di paura per stasera.

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Non ci saranno mai abbastanza bus

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Premessa autobiografica (si può saltare): sono cresciuto in un paese molto piccolo, e per molti anni me lo sono portato dentro; nel senso che credevo che influenzasse molto il modo in cui vedevo il mondo. Avevo la sensazione di non riuscire a percepirne non tanto la complessità, quanto la grandezza. E pensavo di avere un problema coi grandi numeri: milioni, miliardi. Per esempio non riuscivo a figurarmi non dico una guerra di milioni, ma una battaglia di migliaia di persone. È stato un sollievo molto parziale scoprire, crescendo, che il paesino non c'entrava nulla; che del mio medesimo problema soffriva tanta gente che viveva in città affollate, anzi: più grande è la città, più difficile è il rapporto degli abitanti con la grandezza, la complessità del mondo; dal momento che se vivi a Sarcazzo di Sopra sai benissimo che è pieno di gente che la pensa in tanti modi ma comunque non paragonabili a quelli di Sarcazzo di Sotto: e che entrambi i Sarcazzi non sono che una frazione della provincia, della regione, del continente, dell'universo; laddove chi abita ad es. a Roma a volte sembra manifestare una chiusura, una tendenza a pensare che l'universo sostanzialmente sia circoscritto dal Raccordo. 



Ma insomma questa difficoltà a capire i grandi numeri, le grandi distanze, è una cosa che si può superare lavorandoci. Il problema è che la maggior parte di chi ne soffre non sa di soffrirne, ed è un problema enormemente sottovalutato. A volte mi chiedo se non sia IL problema, se non corriamo seriamente il rischio di estinguerci e trascinare nella catastrofe buona parte della biosfera proprio perché non riusciamo a visualizzare correttamente le quantità. Ma siccome della biosfera non interessa granché ai lettori, pensiamo all'Italia: gli elettori hanno appena scelto, a maggioranza, di ridurre la propria rappresentatività – com'è stato possibile? Molti di loro pensavano, in buona fede, che un centinaio di rappresentanti in meno avrebbero comportato un risparmio per le casse dello Stato. In altre parole: pensavano che un centinaio di parlamentari fossero molti. Sono convinto che è tutta gente che sa contare fino a cento; quello che invece sfugge a molti di loro è quante volte bisogna contare cento per arrivare a sessanta milioni di italiani; quanto sia minuscolo il quoziente della frazione e, di conseguenza, il risparmio per le casse dello Stato. 

La cosiddetta antipolitica nasce all'ombra di questa difficoltà cognitiva: i grillini dopotutto erano quelli convinti di poter risolvere i problemi della Repubblica dimezzando lo stipendio ai propri rappresentanti – ma a proposito, che fine hanno fatto? Nessuna fine, sono al governo. Rappresentano anzi in parlamento la parte più cospicua della maggioranza che lo sostiene. E benché molti loro ex sostenitori non vogliano crederci, sono ancora loro: non sono stati comprati da Bill Gates o Soros o qualche altro grande vecchio. Non hanno tradito i loro ideali, ma nella più parte dei casi hanno dovuto tradurli in prassi di governo: ed è qui che è cascato l'asino, anzi molti. Avevano promesso mari, ma pensavano che si potessero svuotare col cucchiaio; avevano promesso monti, ma i monti non si sono spostati. Tutto questo cosa ci insegna? Alla maggior parte di noi, nulla. La maggior parte di noi è molto arrabbiata con il governo che non ha fatto nulla per fronteggiare la seconda ondata del Covid. Devo ammettere che anch'io ho parecchie perplessità sull'operato del governo, ma forse partivo talmente prevenuto nei confronti dei m5s che sono perfino stupito dal fatto che non siano scappati incendiando i dicasteri; che Beppe Grillo non stia già suonando la lira sulle rovine fumanti. Invece vedo che molta gente si aspettava da loro una marcia in più. Ma vediamo il documento:





   
Chiedo formalmente scusa all'autore se prendo il suo post come esempio di un atteggiamento mentale che ho visto molto diffuso, ma che qui sopra a mio avviso arriva a livelli di comico involontario. Avevano sei mesi, dice, per raddoppiare il parco macchine. Qui credo che il pubblico si divida: da una parte quelli che annuiscono pensosi, dall'altra quelli che aggrottano la fronte e si guardano interdetti: abbiamo capito bene? Sì, abbiamo capito bene: in sei mesi il governo avrebbe potuto raddoppiare tutti gli autobus d'Italia. E tutte le corriere – ma a quel punto anche i tram e le metro, no? Mettiamoci anche i treni. E non l'ha fatto – maledetti, perché non l'avete fatto? E cosa avete fatto in tutti questi mesi invece di raddoppiare i veicoli e... "adeguare il personale scolastico"? La risposta è sulla bocca di molti: hanno comprato i banchi. Con le rotelle. Che criminali. 

Non andrò più avanti così a sfottere gente che alla fine soffre di un disagio che condivido: le quantità. Invece di prenderli in giro, perché non mi metto a cercare quanto sarebbe effettivamente costato raddoppiare i veicoli del trasporto pubblico, e a spiegare perché un raddoppiamento del genere non era non dico economicamente, ma fisicamente impossibile? Eh, ma sarebbe complicato. E i numeri comunque faccio fatica io a calcolarli e voi a leggerli. D'altro canto, basterebbe esercitare un po' di spannometrico buon senso – quanto costa un autobus? quanti autobus servono a una città? quante città ci sono in Italia? Ma forse, ecco, molta gente pensa che un autobus non costi molto più che un'utilitaria, e che di città in Italia ce ne siano cinque o sei; e che tagliando un terzo del Senato si possa ricavare lo spazio per uno o due licei della capitale, dopodiché forse il problema è quasi risolto (mica ci sarà bisogno di licei anche fuori dalla capitale).

La cosa paradossale è che in fondo chi ci governa non ragiona in modo molto diverso di così, e la questione dei banchi lo dimostra. C'era quest'estate una forte volontà di dimostrare che la scuola era al centro delle preoccupazioni del governo. Il che è fantastico, salvo che trent'anni di progressiva riduzione dei finanziamenti e demolizione del servizio educativo nazionale non è che si possono invertire in un giorno. Mi piace immaginare un pool ministeriale mentre cerca di capire dove concentrare il budget a disposizione: serve spazio, potremmo costruire nuove scuole? Sì, ma salta fuori che raddoppiarle è impossibile. Potremmo requisire altri spazi? Con quel che costerebbe renderli a norma si spende quasi più che a costruirli. Potremmo fare questo? Non ne abbiamo abbastanza. Potremmo fare quest'altro? Non ne abbiamo abbastanza. Ma ci sarà bene qualcosa che possiamo fare. Comprare i banchi. Tutto qui? Beh, non è che non abbia senso. Tanti banchi nuovi che arriveranno in tante scuole diverse, nessuno potrà dire che il governo non pensi a loro. Salvo che comunque non c'era il tempo di costruire tutti quei banchi. Nessuna fabbrica avrebbe potuto costruire tre milioni di banchi in così poco tempo, perché tre milioni... come posso dirvelo... sono tanti

A proposito, se dessimo un autobus in più a ogni comune d'Italia, quanti autobus ci servirebbero? Quasi ottomila autobus. Ma è evidente che a qualche comune ne servirebbe qualcuno in più. Secondo voi in sei mesi si potevano consegnare ai comuni una decina di migliaia di autobus? E chi li avrebbe guidati? Certo sarebbe stato un fortissimo impulso all'economia. Quindi, suppongo, il MES andava preso senza discutere. Invece abbiamo perso tempo a discuterne. 

L'altro giorno il presidente della Regione Campania, dopo aver esaminato i dati dei contagi, ha scelto di chiudere le scuole. Ha fatto bene, ha fatto male? Prima di dirlo, siamo sicuri di avere i dati che ha lui, e di saperli leggere? E lui, li avrà letti bene? Avrà qualche persona competente intorno a sé? Sarà stato abbastanza competente nel selezionarli? E i vostri presidenti di Regione, li avete scelti altrettanto competenti, o avete votato il tale per dare un segnale a talaltro? Se poi in generale vi state domandando come mai un presidente di regione abbia tanto potere (e tanta responsabilità): vi ricordate quando un parlamento riformò il titolo V della Costituzione, se eravate d'accordo o no, e perché? Ci fu un referendum confermativo anche quella volta. Vabbe', probabilmente molti di voi non votavano ancora. Qualcuno non era nemmeno nato. Inutile recriminare. Pensiamo al domani: quando dovremo scegliere un nuovo parlamento (dove saremo ancora meno rappresentati, visto che abbiamo deciso che ci sta bene così), sceglieremo rappresentanti competenti o preferiremo mandare qualche tizio simpatico miracolato da un sondaggio on line su una piattaforma privata, qualcuno che in cambio ci restituisca metà del suo stipendio (senza dubbio immeritato) e che poi magari si ritroverà ministro di una cosa che non capisce nella prossima emergenza? D'altro canto anche se volessimo votare dei competenti, dove li troviamo? I pochi che producono le nostre scuole difficilmente restano in Italia, e anche nel caso non hanno nessuna convenienza nel mettersi a disposizione della Repubblica – lo stipendio da parlamentare è ridicolo, una persona capace nel settore privato guadagna molto di più. Forse alla fine insistere sugli incapaci è l'unica opzione sensata – per prima cosa non rimani deluso, il che succede non di rado quando chiami un esperto. Anzi a volte l'incapace ti capita di rivalutarlo. Basta poco: che ci si metta un po' d'impegno, che stia attento a non fare troppi casini, che non racconti barzellette ai vertici europei, ecc.
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Questa scuola non ce la sta facendo (scusate)

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Sono un insegnante della scuola dell’obbligo. Quest’estate, dopo tre mesi e mezzo di lockdown – tre mesi e mezzo in cui abbiamo inventato una didattica a distanza che prima non esisteva – ho iniziato a preoccuparmi per la riapertura delle scuole. In un primo momento sentivo che si parlava di occupare le aule solo a metà della loro capienza, per garantire il distanziamento sociale. Sarebbe stato costoso, ma efficace. Si parlava anche di fare più turni, o di alternare didattica a distanza e didattica in presenza. Si parlava di tante cose, diciamo, fino a giugno. Avremmo potuto fare scuola nei cinema, o nei teatri. Al limite per un po’ all’aria aperta, insomma l’unica cosa chiara è che non avremmo potuto entrare nelle nostre scuole, a settembre, come se niente fosse successo.

E invece lo abbiamo fatto.

A un certo punto (giugno era già passato, mi pare), certi discorsi sono scomparsi all’orizzonte. Il ministero ci ha informato che bastava un metro di distanza tra labbra e labbra, ovvero ottanta centimetri da banco a banco, e che se non avevamo banchi singoli ce li avrebbe procurati. E un po’ di mascherine. E il nastro colorato per dividere tutti i corridoi in corsie. Il gel disinfettante, fondamentale. Ah, forse anche qualche insegnante in più, ma avrebbero dovuto promettere di restare nelle nostre scuole per più anni, e non molti hanno accettato. Tutto qui. Per il resto la scuola dell’obbligo avrebbe riaperto a pieno orario, come chiedevano i genitori. E per carità, i genitori avevano tutto il diritto di chiederlo.

Così abbiamo aperto.

E come sta andando?

Mi piacerebbe poter dire: bene.

Il Mattino

Noi non è che ci siamo tirati indietro. Abbiamo svuotato le aule dagli arredi per distanziare i banchi il più possibile. Abbiamo istituito turni per entrare, turni per uscire, turni per fare l’intervallo. Abbiamo separato i corridoi in corsie, le scale in corsie. Abbiamo comprato i termoscanner, prima che il ministero decidesse che provare le temperature al mattino non spettava a noi. Abbiamo disseminato dispenser di gel disinfettante in tutti gli ambienti, abbiamo sperato per il meglio. I primi giorni i ragazzi ci hanno stupito per la disciplina; che restassero seduti pazientemente per quattro o cinque ore dopo mesi di lockdown domestico non era per niente scontato. Specie quando quello che avevano davanti non era nemmeno un loro insegnante. Perché all’inizio non avevamo nemmeno tutti gli insegnanti. En passant: se c’era un anno in cui il ministero avrebbe dovuto impegnarsi a evitare i soliti disastri con le graduatorie di concorso, era questo. Invece completare gli organici è stato più difficile nel 2020 che nel 2019. Però in un qualche modo, stringendo i denti e accumulando straordinari che forse nessuno ci pagherà, siamo riusciti ad aprire la scuola nella data che il governo aveva promesso ai genitori. Un grande successo. Complimenti al governo.

Sì, ma insomma, come sta andando?

Ecco, appunto.

Non è che mi piaccia fare il pessimista. In queste settimane, piuttosto di scrivere cose pessimiste ho preferito non scrivere niente. D’altro canto non posso nemmeno fingere che stia andando tutto bene. Confesso che mi sarebbe piaciuto annunciare dal fronte della scuola dell’obbligo che la linea teneva, che i ragazzi rispettavano il distanziamento, che i casi sospetti venivano immediatamente segnalati e che i genitori venivano a prenderli con la mascherina. Il che tutto sommato è anche vero: i ragazzi in classe rispettano il distanziamento (ma appena fuori non riescono a evitare di ammucchiarsi), i casi sospetti vengono immediatamente segnalati ai genitori che in linea di massima vengono a prenderli con la mascherina. Tutto più o meno come è previsto dalle direttive ministeriali, talvolta ondivaghe ma in sostanza ragionevoli. E quindi insomma sta andando bene?

Secondo me no.

Princeton University

Sono un insegnante. Tutte le mattine vado a scuola con la mascherina e faccio lezione, con la mascherina. Per fortuna le aule della mia scuola sono abbastanza ampie da consentire ai miei studenti di levarsi la mascherina, una volta seduti. Molti la tengono comunque. L’aula è periodicamente aerata; abbiamo gel dappertutto; facciamo l’intervallo separati dalle altre classi; entriamo e usciamo a un orario diverso dalle altre classi. Facciamo tutto quello che dobbiamo fare, nei limiti del possibile.

E ci stiamo ammalando.

Non di covid – per adesso. Ma è quel periodo dell’anno, avete presente? Ci sono almeno due virus in giro: uno gastrointestinale, l’altro è un raffreddore. Due banalissimi virus. Io tutti i giorni faccio lezione con la mascherina, in aule aerate, e i ragazzi mi seguono osservando il corretto distanziamento. Ogni tanto qualcuno si prende il virus del raffreddore. Ogni tanto qualcuno si prende quello della cacarella.

Io li ho presi tutti e due.

Quando arriverà il Covid, perché non dovrei prendere anche quello?

C’è qualche precauzione che non ho preso? Forse ho abbassato la guardia, forse ho toccato la maniglia sbagliata, forse non ho sanificato quella cattedra prima di sfiorarla, forse sono passato troppo vicino a un ragazzo mentre andavo al mio posto? È probabile, è quello che succede quando si vive nello stesso posto tutti i giorni. Io condivido il mio ambiente di lavoro con più di duecento ragazzi: che io possa davvero distanziarmi da tutti loro per cinque ore al giorno è un pio desiderio. Presto o tardi respiro la loro aria, e loro la mia. Tra un po’ arriverà anche l’influenza stagionale: negli ultimi anni mi sono sempre vaccinato, quest’anno non ho ancora capito se ci sarà vaccino anche per me. A meno che non mi convenga contrarla, restare a casa e proteggermi dal virus peggiore.

Sono un insegnante della scuola dell’obbligo. Mi hanno chiesto di aprire la scuola, era il mio mestiere, l’ho aperta. Poi mi hanno chiesto di proteggerla dal virus col distanziamento, il gel, le mascherine, e in coscienza penso di averci provato. Ma appunto, se parliamo di coscienza, io questa cosa a un certo punto la devo dire: non ce la stiamo facendo. Non così. Non è un discorso politico. Per la politica ci sarà tempo. È chiaro che ci sono delle responsabilità, è chiaro che fino a un certo punto si pensava di investire risorse e dopo un certo punto si è deciso che non ne valeva la pena. È chiaro e quando avremo più tempo ne parleremo. Ora si tratta di capire semplicemente se possiamo andare avanti così. Se lo chiedete a me, per quel poco che mi compete e ho potuto osservare: no, non possiamo andare avanti così. Magari a orario ridotto: ma così no.

Mi dispiace.
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Piccole, scomode e costose

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 "Allora ragazzi ora passo a distribuirvi le mascherine per la prossima settimana". 

"Ma prof".

"Che c'è?"

"Sono piccole".

"Beh, è chiaro".

"Sono scomode".

"Ovviamente".

"Ma ve le hanno regalate?"

"No, credo che le abbiamo pure pagate troppo".

"Ma che senso ha?"

"In realtà ha molto senso. Sono le mascherine della Fiat".

"Della Fiat?"

"Troppo piccole, scomode, e costano troppo allo Stato. Classiche Fiat".

"Ma..."

 "Alla prossima".



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La scuola non era un parcheggio. Ieri.

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Se a questo punto vi sembra che tutti vogliano disperatamente tornare a scuola, tranne gli insegnanti, può darsi che siate stati male informati da mezzi di informazione che ormai funzionano (quel poco che funzionano) indicando il Nemico del Mese: ci sono stati i runner, i giovinastri in "movida", con l'estate sembrava che sarebbero tornati i classici migranti ma ormai è settembre ed era abbastanza naturale che toccasse a noi. In parte.


Se a questo punto vi sembra che tutti vogliano tornare a scuola tranne gli insegnanti, ecco, in parte succede anche perché gli insegnanti in quelle scuole ci sono già tornati, e hanno realizzato quello che la maggior parte degli studenti e dei genitori e dei giornalisti e dei loro committenti ancora non ha capito, ovvero: la scuola che comincerà a settembre, non è quella che abbiamo lasciato in marzo. 

A quella torneremmo tutti volentieri. Ed è quella che ci state chiedendo da mesi di riaprire. La scuola con le campanelle e l'intervallo tutti assieme, le corse tra i banchi e la macchinetta delle merendine, le prof che ritirano i quaderni eccetera eccetera. Ecco: quando ci chiedete di riaprire le scuole, voi ci chiedete questo. Ci state chiedendo la Normalità. E fosse per noi figuratevi, non vedremmo l'ora di darvela. Ma indovinate: non dipende da noi. Né dal ministero, o dalla commissione, o dagli enti locali, tutte istituzioni e persone che senz'altro avrebbero potuto commettere meno errori e ingenuità – ma anche in quel caso, a settembre ci saremmo comunque trovati in una situazione non molto diversa da quella in cui ci troviamo adesso. 

Adesso tutti vogliono tornare alla Normalità, tutti sperano che la Normalità sia quella cosa che succede quando finalmente si potrà tornare a fare uscire i ragazzi da casa – il che è assolutamente naturale, se c'è una cosa che ho detestato in questi mesi è la retorica per cui la scuola non è un parcheggio. Allora io ci lavoro e garantisco che tutto è la scuola meno che un parcheggio, per il banale motivo che i bambini tutto sono meno che macchine ferme che dove le metti restano. È (era) un luogo estremamente dinamico, spesso caotico, dove succedono cose in continuazione e se fosse un settembre come un altro avrei davvero voglia di tornarci. 

Invece stamattina dovevo mettere del nastro adesivo per terra, che indicasse ai bidelli la posizione dei banchi che da qui in poi non si potranno più spostare. A questi banchi è previsto che i ragazzi restino seduti in media per cinque ore, con una breve interruzione che temo in molti casi non potranno che trascorrere in un corridoio contiguo, possibilmente senza incontrare i compagni di altre classi. Niente corse, niente cambi di banco, niente escursioni in biblioteca, niente macchinetta delle merendine, niente. Molti genitori ancora non si sono resi conto: molti ragazzi intuiscono ma preferiscono non pensarci; gli insegnanti ci stanno già sbattendo il naso (con la mascherina). Questa è la scuola che riapriremo tra due settimane. Questo è il parcheggio. 

E funzionerà? Studenti che hanno smesso di vivere l'ambiente-aula a marzo, tra due settimane dovranno abituarsi a restare seduti per cinque ore. Magari ce la faranno – non sarebbe la prima volta che mi stupiscono. Ma a occhio sarà molto faticoso per loro. E certo, anche per noi. (Noi poi diventeremo anche categoria a rischio, ma questo è un altro discorso ancora).
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Enrico IV e altre maschere

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– Un giorno l'imperatore Enrico IV si accorge di non esserlo: di essere il protagonista di una messa in scena, un tizio del XX secolo che ha picchiato la testa dodici anni prima durante una festa in costume in cui si era travestito, appunto, da Enrico IV. E adesso? Fuori il mondo vero è andato avanti, la fidanzata si è messa col migliore amico eccetera. Dentro, per contro la bugia è ancora abbastanza confortevole. La parte la conosci, hai servitori che la sanno reggere, ogni tanto qualcuno ti viene a trovare e a questo punto sarai tu a prendere in giro loro. A conti fatti, conviene restare dentro.


– Mi è ricapitato di pensare all'Enrico IV di Pirandello stamattina, mentre guardavo il video di un trumpista americano che partecipava a una specie di corteo anti-covid – ne fanno anche in Italia. Questo signore candidamente spiegava davanti al microfono di avere già avuto un morto e un ferito in famiglia, a causa del covid. Però forse non la sappiamo tutta, spiegava. Forse conosciamo solo un aspetto della storia (il che è sempre vero: tutti i lati non li conosciamo). E quindi, insomma, un morto e un ferito non gli impedivano di partecipare a un corteo in cui lui aveva un posto, un ruolo. Ci sono tanti motivi per raccontare una bugia: la costrizione sociale è uno dei più interessanti.

– Quando è arrivato il virus, abbiamo tutti dovuto scegliere se crederci o no. Quindi abbiamo studiato attentamente la situazione da un punto di vista epidemiologico, e solo a quel punto – ah ah, no. Abbiamo tutti fiutato il vento, scegliendo di chi fidarci e continuando a guardarci attorno con un certo nervosismo perché le campane erano tante e tutte prima o poi suonavano false: compresa la nostra. Col tempo, comunque, le narrazioni hanno cominciato a delinearsi, e saltare dall'una all'altra è diventato socialmente sempre più complicato. Ognuno di noi, oltre a essere un individuo, è il nodo di un tessuto di relazioni che si intessono sempre di più su internet, e questo senz'altro rende la nostra possibilità di cambiare idea ancora più complicata: cambiare narrazione significa sottoporre tutto il reticolo intorno a noi a una torsione fastidiosa – banalmente, ti tocca litigare coi tuoi amici, tradire l'immagine che avevano di te. Si fa molto prima a restare dentro, come Enrico IV. Anche se è una festa in maschera, almeno è la tua festa in maschera. C'è gente che ti segue, che ti ammira, e magari anche loro non ci credono più da un pezzo, ma fa differenza? La coscienza è l'ultimo dei nostri problemi, una vocina che si può mettere a tacere in mille modi: sonniferi, alcool, ideologie.

In questi giorni mi sono capitate davanti alcune bugie interessanti – alcune grandi e alcune minuscole, e vorrei prendere un po' di spazio qui per parlarne. E di Montanelli, ahimè sì, quando finalmente tutti si sono calmati io ci vorrei tornare un po' sopra, spero con punti di vista che non avete ancora letto in giro (lo so che è difficile). Però non subito, prima un altro caso (continua...)
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Superman e il mercurio nelle vene

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C'è una regola che mi sono dato anni fa e mi ci sono trovato bene: prenditela solo con chi è più grande di te. Siccome sono rimasto molto piccolo, questo non mi impedisce di prendermela con chiunque. Non mi consente però di farmi gioco di questa signora, e del movimento da burletta che rappresenta, una specie di sfogatoio per tensioni che nemmeno i più organizzati movimenti paranazionalisti, postfascisti e populisti riescono più a controllare. Certo mi è capitato di infierire su chi faceva discorsi molto simili, ai tempi in cui votavano tutti Grillo e Grillo aveva improvvisato un movimento che lambiva il 30% dell'elettorato: mi è capitato perché in quel caso ci vedevo un raggiro, una circonvenzione di incapace, un venditore di filtri magici che mandava i suoi commessi in parlamento.

Questa signora mi sembra molto più una vittima che complice: se non ho molte speranze di farle cambiare idea, non traggo nessuna soddisfazione dall'osservarla peggio informata di me. In lei vedo una signora angosciata; vorrei rassicurarla sul fatto che le sue angosce sono completamente campate in aria, ma c'è questo piccolo problema che sono angosciato anch'io.

Vorrei poterle dire che il 5G non fa più male del 4G che stanno usando i suoi amici per riprendere il suo comizio, anzi consentirebbe al pubblico da casa uno streaming più efficace, di qualità quasi televisiva; dopodiché tra i suoi sproloqui e i discorsi dei parlamentari non sarà più possibile notare la differenza (che tende in effetti a sbiadire). Vorrei poterle dire che Bill Gates non ha nessuna intenzione di renderci più robotici di quanto non abbia già fatto col suo strumento più diabolico, che è poi quello davanti al quale sto da dieci ore e non ho ancora finito la mia giornata. Vorrei poterle dire che non deve preoccuparsi di queste sciocchezze, bensì... di problemi ancora più grandi e plausibili, guerre, pestilenze, diluvi. E mi domando se tutto lo scemenzaio a base di 5G e mercurio nelle vene non sia un nemico di cartapesta che alcuni consapevolmente si costruiscono, per distrarsi dai problemi veri – non faccio anch'io la stessa cosa quando ancora me la prendo con un Renzi o con quel che resta del giornalismo italiano? Con tutti i veri problemi che ci sarebbero, già.

Quel che mi muove del discorso della signora, è che partendo da premesse di cartapesta la conclusione è assolutamente condivisibile: ci vuole più istruzione. Per carità lo hanno detto in tanti, che bisogna ripartire dalle scuole – e quasi tutti avevano la ricetta sbagliata, e quando hanno potuto dare un contributo hanno spesso arrecato più danni che utile. Questo non toglie che è proprio così: ci vuole più istruzione. Lascio qui un rimpianto per quel modello di partito come intellettuale collettivo, che nel secolo scorso si sarebbe preso carico delle angosce della signora, avrebbe saputo interpretarle, distillarne l'essenza e studiare una risposta che sapesse di speranza, offrendole nel frattempo strumenti per esprimere il suo disagio, esperti con cui parlare (anche di 5G e vaccini), compagni e compagne in cui riconoscere la stessa condizione.

Quel partito non esiste più per motivi storici, necessari; e anche quando esisteva era un meccanismo tutto fuorché perfetto, che mi avrebbe ispirato ansia e diffidenza. Allo stesso tempo non riesco ad arrendermi all'idea che tutto quello che si possa offrire a questa signora è una pedana da debuttante allo sbaraglio, un siparietto sui social per prendersi gioco di lei, e pensare che questi votano, ah ah. Sissignore, questi votano, tanto quanto quelli che hanno creduto in Berlusconi liberale o in Renzi rottamatore: la sfida della Repubblica era appunto renderli tutti elettori informati e responsabili. Lei almeno di questo confusamente si rende conto: chi la spernacchia su facebook, non più.



Di sproloqui come questo in rete ce n'è miliardi: il motivo per cui mi sono soffermato davanti a questo è un imbarazzante senso di simpatia. La signora potrebbe avere la mia età: i suoi incubi sono sinistramente simili a quelli della mia infanzia. Altri passeranno e ridono, ma io non posso ridere degli incubi dei bambini anche e soprattutto quando il bambino sono io. C'è tutto il repertorio di ansie dei nati negli anni Settanta: i vaccini di massa, negli anni in cui si facevano a scuola e si cauterizzavano col fuoco; un genuino orrore per il robot, visto non come un semplice automa semovente, ma come destino dell'uomo in una dittatura totalitaria, ed è un'ossessione da Guerra Fredda che sta ai miei coetanei come quella per gli zombie sta a chi è nato appena qualche anno dopo, inculcata da tonnellate di fantascienza distopica che alla fine non faceva che volgarizzare le premesse orwelliane: lo Stato totalitario ci succhierà l'individualità dalle vene, ci renderà automi privi di volontà propria. Stiamo ancora combattendo quel fantasma – forse è destino di tutti i bambini quando crescono – e tanto peggio se un simile Stato qui da noi non si vede: l'invisibilità essendo condizione necessaria ai fantasmi per esistere. Sarà una loggia segreta, sarà Bill Gates, sarà una rete mondiale.

Sarà il supercomputer di Superman III, che trasforma una normalissima zia in un automa con gli occhi color mercurio, in quella sequenza che ha infestato i sogni di tutti i miei coetanei – ecco, quando ho sentito la signora sono dovuto andare su Youtube, non tanto per rivederla nella sua interezza ora che finalmente ho abbastanza coraggio: ma per dare un'occhiata ai commenti e scoprire che è proprio così, la gente continua a passare e a raccontare quanto si è spaventata, anni di incubi. E io vorrei dire a tutti: era solo un film, una gag sconclusionata in un film per ragazzi. Non è vero niente, non esistono i computer supercattivi, non è di loro che non ci dobbiamo preoccupare. Vorrei essere sempre questa persona che sfiora appena la testa a tutti questi ragazzini e dice basta, tutto quello che ti fa piangere nel letto da anni è una cazzata, ora che te l'ho detto non piangerai più, non avrai più paura. Questo mi basterebbe fare nella vita, e non ci sto riuscendo, e mi dispiace. Per la signora, per tutti, per me.
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Superuomini scandinavi sempre nostri superiori

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Non ho molto tempo per scrivere in questi giorni, e anche se l'avessi nessuno mi pubblicherebbe pezzi su uno degli argomenti che mi sta intrigando di più, ovvero la Svezia. Quel fenomeno tutto particolare per cui nel momento in cui gli svedesi stanno raggiungendo il record continentale dei contagi, c'è ancora qualche italiano sulla mia bacheca social che dice che loro hanno capito tutto, avremmo dovuto fare come loro sin dall'inizio, ecc. ecc. (Per contro nessuno propone di imitare greci e portoghesi, che pure fino a questo momento sembrano aver scampato meglio a un rischio peggiore).

Ovviamente all'inizio nessuno sapeva come sarebbe andata a finire, e tutto sommato bisogna essere grati agli svedesi per aver fatto da gruppo di controllo per l'intero continente: mentre gli altri Paesi – compresi i confinanti nordici – adottavano  misure di blocco, loro si sono assunti le loro responsabilità, sono andati per la loro strada e soltanto grazie al loro sacrificio adesso (solo adesso) possiamo confrontare i loro numeri con quelli sensibilmente più bassi di danesi e norvegesi e desumere con qualche sicurezza che la strada presa dagli svedesi non era migliore di quella presa da tutti gli altri. Il problema è che non lo facciamo (non lo fanno neanche loro, a quanto pare) e continuiamo a credere in questo mito dei Superuomini Svedesi nostri Superiori. 

Su questo mito, che riguarda non solo gli svedesi ma tutti gli scandinavi (e i finnici) avevo provato a scrivere un pezzo mesi fa, in un periodo in cui erano rispuntati contemporaneamente due o tre tormentoni intramontabili, ad es. l'eccellenza della scuola finlandese o il mercato del lavoro danese. Proprio mentre ci lavoravo uscì un numero di Internazionale coi finnici in copertina. Alla fine il pezzo fu rifiutato perché, in effetti, non era coerente con la linea della testata, ovvero: è da anni che raccontiamo la Scandinavia come il paradiso liberal-socialista-anarchico in terra, mò tu che cazzo vuoi, nonnino. Che è un punto di vista che rispetto, eh? Io al vostro posto mi sarei mandato a cagare anche prima. Comunque il pezzo è qui, non parla di epidemia perché erano i primissimi giorni del lockdown, credo, e in Scandinavia nessuno pensava che il virus sarebbe potuto arrivare, quello screanzato.  


Se anche tu passi un po' di tempo su internet cercando di farti un'idea del mondo che ti circonda, sai che è solo questione di ore. Prima o poi succederà, e non potrai farci niente. Arriverà sotto forma di video o di link a un pezzo di Internazionale. Te lo avrà inviato un amico, o un perfetto sconosciuto. Più tempo passi on line, più crescono le possibilità che qualcuno senta la necessità di ricordarti che gli scandinavi e i finlandesi esistono, e sono migliori di te.

Sei una donna? Le donne svedesi hanno sconfitto la rape culture. Sei un insegnante? I finlandesi hanno le migliori scuole del mondo  (i finlandesi non sono esattamente scandinavi, ma di solito sono inclusi nel pacchetto).  Sei un siciliano e non ne puoi più dei traghetti? Danesi e svedesi in quattro anni hanno costruito un ponte che è lungo cinque volte lo stretto di Messina! E così via. Il nostro mercato del lavoro non funziona, dovremmo fare come la Danimarca. L'ambiente, gli islandesi sì che lo rispettano. I norvegesi, loro sì che hanno uno stato sociale. E hai visto quante donne nel governo finlandese! Eccetera eccetera eccetera.


A volte cerchi di resistere. Leggi un pezzo di un vicesindaco di Helsinki che dopo aver visitato Roma ha scoperto il segreto per risolvere il problema del traffico: ingrandire i marciapiedi! Leggi commenti di romani estasiati, ah, i finlandesi, se solo ci invadessero. Pensi: mio dio, ma cosa sto leggendo? Roma fa quasi tre milioni di abitanti, su sette colli e più; Helsinki è grande come Bologna ma senza le colline. Come si fa a paragonare due città del genere, che senso ha. Quanto al ponte Øresund tra Svezia e Danimarca, per carità: è bellissimo, ma la campata più lunga non è neanche di cinquecento metri: quella del ponte di Messina dovrebbe arrivare a tremila metri, nessun altro ponte al mondo ci si è nemmeno avvicinato, fin qui. Non è merito degli ingegneri scandinavi se sui loro fondali puoi piantare piloni di cemento mentre tra Scilla e Cariddi non si può.

E quanto alle donne svedesi, continuano a denunciare più violenze degli altri popoli europei, e non è sicuro che lo facciano perché abbiano più fiducia nella legge e nei giudici (su questo almeno gli studiosi non concordano). Il fatto che sempre più incarichi di governo ricadano sulle donne è un buon segnale, ma non significa che in generale per le donne scandinave sia facile far carriera: per ora non c'è una nazione nordica dove la percentuale di imprenditrici superi l'8% (la media dell'UE si attesta intorno al 20%). Ma proprio mentre stai cercando questi dati, qualcuno ti manda un link: leggi questo pezzo! gli scandinavi hanno risolto il problema del bullismo, hanno inventato un sistema innovativo! Leggi il pezzo. Il "sistema innovativo" è molto simile a quello che usano nella scuola dei tuoi figli – il che alla fine non dovrebbe sorprendere: molte tecniche nate nei Paesi scandinavi sono state adottate già da anni in altri anche da noi. Sul bullismo, in particolare, gli scandinavi sono stati all'avanguardia perché gli studenti tendevano a suicidarsi con più frequenza, e in generale la percentuale dei suicidi continua a essere importante (anche se il "record svedese dei suicidi" è un vecchio luogo comune smentito dai numeri). Il punto è che qualsiasi cosa facciano i nordici per noi è eccezionale, e quindi se tendono a togliersi più spesso la vita, subito decidiamo che devono essere i recordmen mondiali di suicidio.

È sempre stato così, da che ti ricordi. Non c'è mai stata un'internet che non ti ricordasse periodicamente quanto i Superuomini Scandinavi Siano nostri Superiori. Dodici anni fa, nei giorni ruggenti in cui su beppegrillo.it si diffondevano leggende come la biowashball o la propulsione a olio di colza, gli islandesi erano già l'Ultima Thule del grillismo, il popolo eroico che aveva deciso di non pagare i propri debiti alle banche internazionali assetate di sangue. Ovviamente era una bufala, ma già molto indicativa. Proprio come a Nord si incrociano Oriente e Occidente, così la leggenda dell'eroico popolo nordico che resisteva al sordido potere dei bancari attirava lettori da destra e da sinistra. Già allora la maggior parte sembrava voler ignorare che gli islandesi fossero in tutto poco  più di trecentomila, meno degli italiani residenti nel comune di Firenze, e che quindi anche i loro debiti alla fine non dovessero ammontare a gran cosa. Invece no, se ci stavano riuscendo loro, anche noi saremmo riusciti a non restituire il nostro colossale debito pubblico. E però in economia le dimensioni contano. Qualcuno si sognerebbe mai di proporre la Repubblica di San Marino come modello? Ok, l'Islanda è un po' più popolata di San Marino. Dieci volte di più. L'Italia, dal suo canto, è duecento volte più popolosa dell'Islanda.

Se grillini e rossobruni guardavano all'Islanda, anche i liberaldemocratici sentivano il richiamo dei fiordi. Erano gli anni in cui brillava l'astro di Pietro Ichino, il giuslavorista del Partito Democratico che proponeva per il mercato del lavoro italiano un modello danese da lui definito "Flexsicurity". Lui stesso ammetteva che l'Italia non poteva diventare la Danimarca in un giorno, anche a causa del "difetto di risorse pubbliche destinabili ai servizi nel mercato del lavoro", insomma questa minore disponibilità dei contribuenti italiani, rispetto ai danesi, a pagare le tasse: ciononostante credeva necessario provarci. Inasprendo la pressione fiscale? Ah ah, no.

Per Ichino la priorità era rendere più facili i licenziamenti: quel che il governo Renzi ottenne con il Jobs Act. In seguito non siamo diventati la Danimarca (per ora sono aumentati quasi soltanto i lavori a termine), ma lo stesso Ichino avvertiva che ci sarebbero voluti comunque molti anni, se non "decenni" (sarebbero serviti anche ammortizzatori di cui quel parlamento non fece in tempo a occuparsi, come succede più o meno ogni volta che in Italia si riforma lo statuto dei lavoratori). Rimane curioso l'esempio di un Paese che decide, come l'Italia di Renzi, di riformare il proprio mercato del lavoro prendendo esempio da un altro Paese diversissimo per cultura e per dimensioni: i danesi sono un po' di più degli islandesi (cinque milioni), ma comunque molto meno di noi. Può darsi davvero che alla fine le dimensioni non contino, ma insomma quando cerchiamo modelli per migliorare l'Italia, anche solo in Europa c'è l'imbarazzo della scelta: sono quasi tutti migliori di noi in qualche cosa, avrebbero quasi tutti qualcosa da insegnarci. Perché ci fissati tanto sui nordici, per quanto marginali, e piccoli, e diversissimi da noi per cultura, clima, paesaggio?

Gli scandinavi non sono imperialisti come gli americani o i russi, non ci hanno deportato un bisnonno come i tedeschi, anzi i finlandesi i tedeschi li hanno respinti, dopo aver respinto i sovietici (si sono anche alleati, a turno, sia coi primi sia coi secondi, ma chi siamo noi per giudicarli). Insomma non ci fanno paura, gli scandinavi. Non sono neanche troppo vicini, come i francesi, e questo forse ci rende più semplice invidiarli. L'invidia non essendo altro che un meccanismo emotivo che ci consente di migliorare noi stessi, regolandoci sugli esempi forniti da chi ci sta intorno. Certo, se diamo troppe occhiate a chi ci sta vicino rischiamo di apparire nervosi e innestare un circolo vizioso di diffidenza. Invece nessuno se la prende se dal fondo dell'aula ogni tanto diamo un'occhiata all'alunna alta e bionda in prima fila. È lontana, inaccessibile, magari a sedercisi più vicino scopriresti che ha anche lei i suoi problemi (alcolismo in famiglia, violenze domestiche, manie suicidarie), ma perché dovresti? Per te è solo un obiettivo a cui tendere. Ok.

Mentre pensi a questa cosa, ti arriva una notifica. Un tuo collega vuole farti vedere come sono fighissime le classi finlandesi. Altro che le nostre aride lezioni frontali. È un video di due minuti, si vedono studenti fare quello che gli pare in ogni angolo dell'aula, ce n'è un paio appollaiati sugli scaffali. Pensi: speriamo che gli scaffali siano bullonati alla parete, in Italia è previsto dalla legge e non puoi metterli nei corridoi. E guarda quanti spigoli, da noi sarebbe vietato. Due ragazzi seduti su uno scaffale è un aneddoto, ma decine di ragazzi tutti i giorni in tutte le scuole è un concreto rischio per la sicurezza, da noi prima o poi qualche dirigente finirebbe a processo. Certo, magari da loro non è zona sismica, e poi hanno tutto lo spazio che vogliono, nessun problema con le vie di fuga... Ma insomma, la prova che le scuole finlandesi sono fantastiche è che i ragazzi possono sedersi sugli scaffali in barba a elementari norme di sicurezza e buon senso? Caraffe di acqua bollente vicino ad attrezzi ginnici elettrici, e spigoli, spigoli vivi dappertutto. Cioè magari hanno davvero le scuole migliori del mondo i finlandesi, ma non lo dimostra un video del genere. In effetti, cosa lo dimostra?

Ecco, qui entriamo in un terreno lacustre e accidentato. Posto che paragonare sistemi scolastici molto diversi è sempre discutibile, diciamo che l'idea dell'eccellenza finlandese nasce vent'anni fa con la prima pubblicazione delle prove Ocse-Pisa. In quel momento fu davvero una sorpresa perché nessuno se l'aspettava. Da lì in poi abbiamo deciso che i finlandesi avevano capito qualcosa che avremmo assolutamente dovuto imitare, anche se non era chiaro cosa. Non era chiaro agli stessi finlandesi, che invece di sedersi sugli allori hanno continuato a sperimentare cose nuove, senza preoccuparsi troppo di calare in classifica. Che è infatti quel che è successo di lì a poco. A quel punto il dibattito sulla scuola finlandese è diventato un caos in cui anche chi la critica parte da posizioni completamente diverse: c'è chi accusa i finlandesi di fare "teaching to the test", ovvero di ridurre la didattica a una serie di espedienti che ti consentono di andare molto bene nei test, ma che non stimolano la creatività e non consentono lo sviluppo di autentiche competenze (e tuttavia, come s'è visto, i finlandesi non vanno più così bene coi test). C'è chi invece sostiene che i risultati ottimi di vent'anni fa non erano causati dai nuovi sistemi didattici, ma dal buon livello del sistema tradizionale precedente, basato sulle lezioni frontali impartite da insegnanti che nella società finlandese godevano e godono di una indisputabile autorevolezza. L'eccellenza della scuola finlandese sarebbe un grande fraintendimento: era molto migliore quand'era tradizionale, poi ha voluto cambiare insistendo molto sulla responsabilità individuale degli studenti e i risultati dei test hanno registrato un calo non drammatico, ma sensibile e immediato.

Insomma quando diciamo che vorremmo una scuola più finlandese, cosa intendiamo? Una scuola che vince le gare internazionali di matematica, o quella dove i ragazzi sono liberi di sedersi sugli scaffali? Non è chiaro e forse non è nemmeno così importante. Anche la scuola finlandese attrae ammiratori da sinistra e da destra. I primi non possono che essere conquistati da un sistema educativo super-inclusivo ed egualitario (e quasi completamente pubblico), che è poi lo specchio di una società egualitaria che crede nell'importanza dell'istruzione e la finanzia in modo cospicuo. Che faccia lezioni frontali o teaching to the test, o assista semplicemente i ragazzi cercando di evitare che si spezzino il collo contro gli scaffali, il docente finlandese è ancora percepito come un perno della società, che lo riverisce e lo paga adeguatamente, e questo è l'essenziale.

D'altro canto chi osserva il video non può impedirsi di notare che in quell'aula sono tutti bianchi, bianchissimi. Perché il carattere egualitario della società finlandese è anche dovuto alla sua omogeneità etnica e culturale. Il 90% della popolazione è di lingua suomi; il 5% svedese: gli immigrati dal sud del mondo sono quantificabili in decine di migliaia, il che deve rendere oggettivamente meno difficile la vita quotidiana di un insegnante statale finlandese.

Venticinque secoli fa, gli antichi Greci già favoleggiavano di una terra Iperborea al di là dei ghiacci dell'Oceano, dove aveva vissuto e forse viveva ancora un popolo perfetto e felice. L'idea che la civiltà arrivasse da nord ebbe poi un certo successo soprattutto a partire dall'Ottocento: fu ripresa da Nietzsche, e in Italia dal "superfascista" Julius Evola. Per quanto sia antica, è comunque una bufala, tanto quanto la storia degli islandesi che non pagano i debiti. I nordici non sono necessariamente migliori (né peggiori) di noi. La loro cultura si è modulata per adattarsi a un ambiente piuttosto diverso dal nostro: è giusto ammirarli, ma non tutto quello che è buono per loro potrà essere mai buono per noi. Noi siamo mediterranei: siamo più numerosi, viviamo letteralmente su un ponte sottile di terra tra il Nord e il Sud del mondo. Da sempre siamo esposti alle migrazioni e a tutto quello che portano di buono, di cattivo e in generale di complicato. La coesione sociale nordica ce la possiamo sognare: semplicemente non è una cosa che si adatti all'ambiente dove viviamo. Possiamo continuare ad ammirare la ragazza alta e bionda in prima fila: possiamo anche provare a parlarle e magari scoprire che lei è curiosa della nostra cultura quanto noi siamo attratti dalla sua. Non c'è niente di male in tutto questo, anzi, è uno dei motivi per cui abbiamo fatto l'Unione Europea. Ma pensare di poter diventare come lei, semplicemente copiando qualche suo gesto o l'acconciatura, sembra il modo migliore di renderci ridicoli. Anche ai suoi occhi.
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La gente si trova, si tocca, ci prova

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Alle cinque di sera, bici, scarpe e corriera
il mondo si sposta.
Io che sono nervosa e un pochino gelosa
c’è poco mi scoppi la testa.




Vorrei proprio sapere cos’è che hanno tutti da dire
che cos’hanno da fare, uscire, entrare, andare,
andare, andare se in fondo per me
dici, taci, piaci, baci senza sapere perché.

Alle dieci di sera, in un’altra atmosfera
si passa anche ai fatti!
Come fossero acciughe, in scatola in fila per due
mi pare che diventino matti...
Vorrei proprio sapere cos’è che hanno tutti da dire
che cos’hanno da fare uscire, entrare, andare,
andare, andare, se in fondo per me
dici, taci, piaci, baci senza sapere perché.

La gente si trova, si tocca, ci prova,
si lascia e non ha nostalgia.
La gente si chiama, si trova, si ama,
non piange per una bugia.



La gente si trova, si tocca, ci prova,
si lascia e non ha nostalgia.
La gente si chiama, si trova, si ama,
non piange per una bugia.

(Ornella Vanoni, 1974, testo di Caetano Veloso ("Cheva, suor e cerveja") tradotto e adattato da Sergio Bardotti).

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Ormai sei grande, puoi uscire solo

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"Leo..."
"No".
"C'è da portare fuori l'umido".
"Adesso no".
"Senti io capisco tutto, ma è veramente ora che..."
"Zitto".
"Capisco lo stress da homeworking, lo stress da lockdown, però se davvero se non porti giù questo umido..."
"Ma si può sapere cosa vuoi da me?"
"Eh?"
"Si può sapere cosa pretendi, chi sei, cosa fai in casa mia, si può sapere?"
"Sono l'umido".
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Il chiasso in una casa

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(Scusi).
Il chiasso in una casa
nel dì dopo il decesso
è il più incombente incarico
in tutto l'universo –

Lo spazzolare il cuore
e il metter via l'amore
che non vorremo usare più
fino all'Eternità –
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Tra un po' è finito anche il ghiaccio

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"Sai cosa sto notando con crescente inquietudine?"
"Non saprei, signore".
"Che qualsiasi cosa ha un sapore migliore, ultimamente, se ci aggiungi la vodka".
"In effetti, signore".
"Anche adesso, per esempio, cosa sto bevendo?"
"Vodka, signore".
"Sì ma con cosa?"
"Con niente, signore".
"Ci puoi aggiungere della vodka?"
"Naturalmente signore".
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Buon primo maggio (un nastrone)

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Buon primo maggio, che è anche la mia festa – quest'anno più del solito. E anche se il Concertone non è tra le prime cento cose che rimpiango del mondo prima della  pandemia, mi fa un certo effetto pensare che accendendo la tv non lo troverò.

In compenso qui c'è una playlist. Ho cercato di mescolare le cose più banali (ma necessarie) con altre che magari qualcuno qui non ha mai sentito o non sente da mille anni, o da febbraio. Non so per voi, ma per me ormai è quasi la stessa cosa. Stick with the Union, 'till every battle's won.


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Il più efferato eccidio

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Murder Most Foul (singolo di Bob Dylan, pubblicato all'improvviso il 27/3/2020)

Il disco precedente: (Tempest)
Fu un giorno nero a Dallas, novembre ’63,
giorno d’infamia per l’eternità...



Buongiorno a tutti, mi chiamo Leonardo e se leggete il Post da un po' forse mi conoscete per quella menata interminabile che sto facendo sulle canzoni dei Beatles – ecco, prima di quella ce ne fu ancora più interminabile sui dischi di Bob Dylan: l'idea era scrivere un pezzo su tutti i dischi del premio Nobel più pazzo della storia della Letteratura, uno alla settimana, e dopo un anno non era ancora finita. Gettai la spugna in occasione di Tempest, il suo ultimo disco di inediti. Davanti a me avevo ancora i suoi tre dischi di cover di Sinatra (il terzo dei quali, appena uscito, era triplo) e non sapevo davvero come affrontarli. Del resto intuivo già che sarebbe stato uno sforzo vano: anche se avessi avuto la velocità di reazione di Achille, sapevo che Bob la Tartaruga avrebbe continuato ad allontanarsi: qualche mese dopo uscì un cofanetto imprescindibile sul suo periodo gospel, qualcosa tipo otto cd.

In seguito che altro è uscito, dunque: #1, un'antologia doppia dei live '62-66 (i ventenni che lo andavano a fischiare al tempo oggi si svenano per acquistare i cofanetti deluxe); #2, un disco con le versioni alternative di Blood On the Tracks, che oltre ad avere un indubbio valore storico sono anche un ascolto gradevole per chi non dedica a Dylan la sua esistenza; #3, la colonna sonora del film che Scorsese ha dedicato alla sua Rolling Thunder Revue; #4 un'altra collezione di versioni alternative del suo periodo country, con tanti duetti con Johnny Cash... e poi qualche giorno fa, forse ne avete sentito parlare, sulle piattaforme di streaming è comparsa all'improvviso una cantilena di 16 minuti intitolata Murder Most Foul ("il più efferato delitto" in inglese shakespeariano). Ora, per quanto non sia il più semplice degli ascolti, si tratta del primo inedito di Dylan dopo otto anni: una pausa ancora più lunga di quella che si prese quasi per tutti gli anni Novanta, tra Under the SkyTime Out of Mind. Non che nel frattempo se ne sia stato zitto e fermo, il Bardo:  ha inciso cover su cover e continuato il suo cosiddetto "tour infinito", che negli anni buoni lo ha portato a suonare più di cento concerti all'anno. Murder Most Foul è comunque il primo brano dopo una lunga astinenza volontaria e... dobbiamo proprio dirlo? Potrebbe anche essere l'ultimo.



Dylan in maggio compirà 79 anni. Non è un periodo semplice per gli anziani, questo: soprattutto per gli anziani che non sanno restare fermi e Dylan a volte è sembrato quel tipo di anziano. Un suo ex chitarrista si è già preso il coronavirus dopo aver suonato a un concerto: ci suonava anche Jackson Browne e pare l'abbia preso pure lui. Speriamo che Dylan abbia preferito stare in casa, memore magari di quella brutta istoplasmosi che nel '97 rischiò di fare di Time Out of Mind un disco postumo.

E però anche questa scelta di pubblicare una canzone all'improvviso, proprio adesso... è un brano su Kennedy, realizzato "qualche tempo fa", il che potrebbe voler dire in qualsiasi momento degli ultimi otto anni. Ci sono molti dettagli che fanno pensare che Murder sia più vicino a Tempest di quanto la data di uscita non ci faccia credere. Il più appariscente è il shakespearismo, se il titolo di Tempest era (come Dylan negò) un'allusione all'ultima opera di Shakespeare. Ultimamente Dylan pensa spesso a Shakespeare, non tanto come a un autore da cui prendere in prestito soluzioni, quanto a uno dei pochi colleghi col quale si può ancora confrontare – vedi quel brano spassoso e molto illuminante del suo bigliettino di ringraziamento agli accademici di Svezia, in cui confessa candidamente che dopo aver ricevuto la notizia del premio il primo autore che gli era venuto in mente era quello dell'Amleto, con le sue preoccupazioni più e meno banali (“Voglio veramente ambientarlo in Danimarca?” [...] “Dove posso procurarmi un cranio umano?”). L'avvicinamento ideale a Shakespeare spiega in parte un certo gusto per le descrizioni violente, gli eccidi e le stragi, che è un altro aspetto di Tempest che ritroviamo echeggiato in Murder (l'insistenza sul dettaglio di quel cervello a pezzi). E come in Tempest, Dylan non si preoccupa di esercitare un minimo di violenza anche sull'ascoltatore, infliggendogli un brano lunghissimo in cui la gabbia delle strofe si ripete uguale all'infinito. Murder potrebbe persino essere uno scarto di Tempest, per quel che ne sappiamo: e allora perché pubblicarlo proprio adesso?

Amleto (nel senso di Laurence Olivier)

Un manager accorto – quel tipo di persona che Dylan non ascolta da mezzo secolo – gli avrebbe suggerito di aspettare un anniversario, se non il classico 22 novembre almeno il 29 maggio in cui l'ex presidente avrebbe compiuto 97 anni. Avrebbe avuto senz'altro più copertura, oggi che le canzoni si ascoltano in streaming e un link giusto da un organo d'informazione può voler dire milioni di ascolti in più... ma Dylan non ascolta nessuno, appunto (nemmeno sé stesso: continua a fare concerti proibendo a tutti di registrarli: tra tutti i dischi che pubblica, non esiste un'incisione ufficiale degli ultimi vent'anni di esecuzioni dal vivo). Può darsi che sia il modo tutto suo che ha trovato Dylan per dirci che sta bene – vi ricordate nei primi giorni del lockdown, quando un sacco di vip faceva le dirette streaming? Poi immagino abbiano smesso, io ricordo soltanto Jovanotti che suonava la chitarra per chiunque passasse, una cosa anche simpatica in fondo, una specie di panopticon però coi like e i cuoricini, se uno ha voglia di vedere come sta Jovanotti si sintonizza, ah ecco, suona la chitarra, sembra tutto ok, e Dylan invece? Dylan pubblica sedici minuti di peana sulla morte di Kennedy. Ok.

Ok cosa?

Ok boomer.



Cioè davvero mentre il mondo trema e si domanda come fronteggiare la prima vera pandemia mondiale e tutte le altre crisi economiche e ambientali che ne seguiranno – davvero questo epico reduce dei Sessanta è ancora lì a girare intorno al suo eterno chiodo fisso? Esatto, Dylan è ancora lì e non si muove. La sensazione è proprio quella di non potersi muovere, all'interno di un lockdown mentale che fa impallidire il nostro: poverini, siete in casa da un mese? Io sono rinchiuso nella mia testa da quasi 60 anni. Vi guardate le serie su Netflix? Io guardo il filmato di Zapruder 33 volte in una sera ("È orrendo, un inganno, è crudele, è cattivo, la cosa più brutta che si possa vedere..." ed è l'unica che gli manda in onda il cervello). Murder è una cantilena, non lo dico per offenderla, mi sembra la definizione tecnica più precisa. Una filastrocca tirata per le lunghe da un bambino posseduto. E va bene, illustre Dylan, abbiamo capito che è stato un trauma, il vero choc, la Fine di tutte le Speranze, ma anche l'Inizio, o forse l'Inizio di una cosa che era Finita sul nascere? Un'omega travestita da alfa? L'inizio di una linea temporale sostanzialmente sbagliata da cui Bob ha sempre voluto prendere le distanze – la tempolinea in cui ha rinnegato la sua militanza politica, ha incontrato i Beatles e si è improvvisato rockstar, ha fatto i veri soldi, poi si è quasi ammazzato in moto, ha tentato di nascondersi nel country, eccetera eccetera eccetera. Ecco, tutto questo Dylan sembra considerarlo completamente sbagliato, la deriva inevitabile di quel singolo momento ignominioso in cui spaccarono il cranio al presidente che sfilava per Dallas. Il peccato originale. Siamo perduti da quel momento, sembra volerci dire Dylan: e anche se avesse ragione, sentirla ribadire per sedici minuti non fa esattamente bene all'umore. Non potrebbe semplicemente strimpellare qualcosa come un Jovanotti qualsiasi, giusto per farci sapere che sta bene? No, Dylan è prigioniero di un incubo che torna sempre al momento dello choc primigenio. Se i sintomi nevrotici avessero diritto a una canzone, a Murder Most Foul toccherebbe la coazione a ripetere.



Anche l'ascoltatore che ha una certa esperienza delle interminabili litanie di Tempest, ci mette almeno un minuto su sedici a rassegnarsi all'idea che la filastrocca non è l'inizio in sordina di una canzone un po' più strutturata, e che basso chitarra e violoncello continueranno a cincischiare così all'infinito. Murder Most Foul non è solo una canzone che non finisce mai: è anche una canzone che non inizia mai, un'epica interrotta sul proemio, un Amleto senza vendetta, la storia di un Cavaliere che partiva per liberare l'America ma gli sparano alle spalle quando è appena uscito dal ponte levatoio.  Ricorda un poco l'ultima uscita di un altro grande vecchio la cui strada si era appena incrociata con la sua, Martin Scorsese: o perlomeno la mia reazione di fronte a The Irishman non è molto diversa da quella che ho provato ascoltando Murder:  cioè, aspetta, lo stai facendo di nuovo? Ancora mafiosi italoamericani, ancora ammazzamenti barbari, ancora le collusioni tra sindacato e malavita, ancora i teamsters? Ancora Hoffa? Dopo Stallone, dopo Jack Nicholson, ma non ce l'hanno avuto un altro sindacalista gli americani che ci dovete sempre raccontare della misteriosa scomparsa di Hoffa? Ma insomma illustre Scorsese, cosa potrai dirmi che non so già proprio perché me l'hai raccontato tu o qualche tuo sodale? Che altro potrò notare se non che la tua mano si è fatta più statica e pesante, i tuoi attori più legnosi e segnati da rughe contro cui poco può la computergrafica?

Ecco: Dylan, come Scorsese, sembra rassegnato a non poterci raccontare più di quello che ci ha già raccontato – è come l'anziano che proprio nel momento in cui cominciamo ad aver voglia di ascoltare le sue storie, scuote la testa sconsolato: le ha finite, può solo tornare su quelle che ha già raccontato e raccontarle in tono più greve, ogni volta un po' più greve. E sia nel caso di Dylan che nel caso di Scorsese la cosa è vera solo fino a un certo punto, ovvero: Scorsese di film sulla mafia non ne ha girati poi così tanti (eppure sembra l'autorità in materia); prima di The Irishman non aveva in realtà mai raccontato una storia di collusioni tra malavita e sindacato (eppure è come se lo avesse fatto), non aveva mai diretto Al Pacino (che sembra fatto apposta per i suoi film). E anche Dylan, quante canzoni aveva dedicato al caso Kennedy prima di Murder? Forse neanche una. Alcune poesie dattilografate a caldo (la più toccante dedicata a Jacqueline Kennedy), che non si trovano nemmeno nel sito ufficiale, e poi un apparente silenzio di 60 anni. L'idea che Dylan sia da sempre ossessionato dall'assassinio Kennedy è uno strano effetto ottico, un trucco di prospettiva. Proprio come Scorsese, che oltre a tornare su un tema già sviluppato (la mafia), si affida a elementi che già altri hanno reiterato prima di lui, non cita soltanto sé stesso ma anche il Padrino di Coppola e il Sergio Leone di C'era una volta in America; in un modo simile Dylan non sta raccontando l'assassinio Kennedy, ma attingendo dall'enorme mole del racconto collettivo che ne esiste già, piazzando qua e là veri e propri indovinelli per i conoscitori più esperti (nel distico “Slide down the banister, go get your coat/Ferry cross the Mersey and go for the throat" c'è un criptico riferimento a due agenti FBI coinvolti nell'inchiesta, Guy Banister e Dave Ferry).

Chi?

Proprio come Scorsese che non si preoccupa di raccontare un'epopea mafiosa già cristallizzata da altri autori, allo stesso modo Dylan non si preoccupa affatto di ratificare, con Murder Most Foul, una leggenda smentita dagli storici ma in qualche modo più forte dell'evidenza: l'idea che la Beatlemania sia stata la reazione morale del popolo americano – o almeno della gioventù americana – alla morte di Kennedy. È un'idea affascinante che abbiamo sentito raccontare tante volte, forse mai tanto icasticamente quanto nella beatle-biografia di Philip Norman, Shout!
L'America – Brian [Epstein] non lo sapeva ancora – era già sua: si stava avvicinando alla sua conquista, senza accorgersene, mentre, lontano nel Texas, qualcuno puliva e controllava il meccanismo di un fucile ad alta velocità e sceglieva un punto favorevole da cui far fuoco. L'America si arrese a lui quella mattina di Dallas in cui il corteo presidenziale si mise in moto, estremamente fiducioso e aperto alla luce del sole, e un cineamatore, sul bordo del marciapiede, rivolse la sua cinepresa verso la limousine che trasportava un giovane uomo col capo scoperto. Era il 22 novembre, il giorno in cui, in Inghilterra, fu messo in vendita il secondo album dei Beatles...
Questa idea – la Beatlemania come elaborazione del lutto, o forse come mancata elaborazione collettiva del medesimo – è ormai un luogo comune della storia del costume americano; un po' l'equivalente di quando in Italia si racconta che il Sessantotto è finito con Piazza Fontana o gli anni di Piombo col Mundial 1982. Avevo trovato un nome per queste cose – forrestgumpismo, ecco, non era proprio un gran nome, ma Dylan non è mai stato tanto forrestgumpista come in Murder Most Foul, quando dopo due minuti di elegia sembra per un attimo voler ingrandire il campo: "Hush little children you'll understand: the Beatles are comin’, they're gonna hold your hand". A questo punto se non avessimo sentito la stessa leggenda da decine di altre bocche, forse il riferimento ci sfuggirebbe, e invece lo diamo per scontato: hanno ucciso Artù, e ora dal mare arriveranno questi simpatici cavalieri del disimpegno, a incantare e perdere un'intera generazione. E sappiamo anche che Dylan non si sente affatto incolpevole di tutto questo, perché c'era anche lui ad aspettare i Beatles, a offrirgli il primo tiro di joint, convinto che i Beatles conoscessero già le proprietà lenitive della cannabis e che I Want to Hold Your Hand nascondesse riferimenti a tali proprietà. Sappiamo, perché l'abbiamo letto e straletto, che anche se Dylan non ha mai scritto una canzone su Kennedy, ne ha scritte due o tre sulla figuraccia che fece almeno un mese dopo, quando a una cena progressista volevano premiarlo in quanto cantante progressista e lui si mise a dire che si sentiva un po' Oswald e capiva i suoi giovani amici che andavano a Cuba a prendere lezioni di rivoluzione. Sappiamo che quell'episodio non fu (solo) la tipica tirata di un ubriaco che si autopunisce, ma il momento topico di una drammatica svolta di carriera che l'avrebbe portato in pochi mesi da principe del folk militante ritratto su seriosi LP in bianco e nero a rockstar sbruffona con gli occhiali scuri e 45 giri in classifica. Sappiamo tutto questo perché è stato già scritto e riscritto, in una marea di testi che si citano a vicenda, ovvero si tratta di un vero e proprio Canone: il canone dei boomer americani. C'era Kennedy che portava un certo tipo di speranza, ma gli spararono e allora vennero da Liverpool quattro ragazzini con un altro tipo di speranza, e poi fu Woodstock e poi Altamont, Dylan le cita entrambe e chi è previsto sappia non ha bisogno di note a pie' di pagina: è già stato tutto inciso sulla Colonna Traiana dei boomer. In effetti ci sono momenti in cui il citazionismo sembra prendergli la mano, e l'ascoltatore comincia ad avere il sospetto che il vecchio Dylan stia cercando di fare quello che trent'anni fa fece, con più sintesi e sfoggio di virtuosismo, Billy Joel in We Didn't Start the Fire: la storia di una generazione per citazioni, un affresco realizzato con la tecnica del namedropping.



Ci sono in effetti momenti in cui Dylan sembra adottare la stessa tecnica di evocazione di un periodo mediante nomi e frasi fatte, ma in modo meno meccanico e consapevole – a volte sembra condannato a ricorrervi, come il personaggio non troppo secondario della storia che sta raccontando. Lo si sente in alcune citazioni incongrue, che hanno un senso ma allo stesso tempo sembrano maldestre – la più eclatante per me è quella da Tommy degli Who, che se non sbaglio è la prima prova che abbiamo che Dylan abbia mai ascoltato Tommy o qualsiasi altro disco del gruppo di Pete Townshend.
Tommy, mi senti? Sono la Regina dell’Acido,
viaggio in una Lincoln limousine, lunga e nera,
sul sedile posteriore di fianco a mia moglie
e per destinazione l’aldilà.
L'idea che nel percorso verso l'oltretomba il presidente abbia potuto incontrare l'Acida Regina di Tommy sorprende come l'orologio da polso in un peplum romano. Più in là Dylan invita Wolfman Jack, il Dj Lupo Solitario di American Graffiti, a suonare per il funerale: segue una lunga playlist che prende una buona parte del pezzo e identifica un altro canone, quello della musica popolare americana prima della caduta (prima della beatlemania). Tutto abbastanza chiaro salvo che a un certo punto esce fuori... Another One Bites the Dust. A questo punto confesso di avere googlato in lungo e in largo alla ricerca di una canzone americana con lo stesso titolo perché l'idea che in un elenco simile, tra la sigla di Twilight Zone (Ai confini della realtà) e il gospel The Old Rugged Cross, ci fossero i Queen, mi urtava più del proverbiale cavolo a merenda. E invece no, e invece Dylan probabilmente ha in testa proprio i Queen e in particolare quel ritornello decontestualizzato: Eccone un altro che morde la polvere.

Sono dettagli dissonanti, sbavature più o meno consapevoli che in un certo senso ci confortano sul fatto che Dylan è ancora il vecchio Dylan, e non è stato sostituito da un generatore di testi di Dylan. Murder Most Foul ricorda, infine, quella che fino a un mese fa in quanto ultima nella scaletta di Tempest bisognava considerare l'ultima canzone di Bob Dylan, Roll On John. E se da una parte era commovente pensare che Dylan si congedasse dalla scena letteraria con un omaggio all'amico e collega John Lennon, dall'altra lasciava perplessi la confezione dell'omaggio, una specie di trasfigurazione mitica della sua breve vita in cui ogni tanto si infilavano citazioni lennoniane risaputissime e abbastanza fuori contesto ("Come together right now over me" non è proprio la prima cosa che ti verrebbe da cantare a un amico caduto), e poi alla fine senza nessun apparente motivo al mondo un celeberrimo verso di Blake, Tyger, tyger, burning bright... Ecco, in Murder Most Foul c'è la stessa volontà di creare una mitologia partendo da riferimenti che tutti i coetanei di Dylan possono cogliere al volo, con qualche dettaglio dissonante che in un altro autore stonerebbe e basta, ma che in Dylan ci conforta in qualche modo sulla genuinità del prodotto – in fondo è Dylan, ha sempre fatto un po' di casino con nomi e date e luoghi. E quindi insomma alla fine sta bene. Il nostro vecchio Dylan. Sì, da qualche parte nello spaziotempo c'è un Dylan migliore che non ha mai dichiarato di essersi sentito Oswald perché Oswald non ha mai assassinato Kennedy, un Dylan che ha continuato a credere nelle canzoni che cambiano il mondo e magari l'ha pure cambiato e adesso è ministro per l'Agricoltura della Repubblica Socialista Democratica Panamericana. Ma anche il nostro Dylan qualcosa di buono l'ha fatto, dai. Abbiti cura, Stay safe stay observant and may God be with you.



Gli altri dischi di Bob Dylan: 1962: Bob Dylan, Live at the Gaslight 19621963: The Freewheelin’ Bob DylanBrandeis University 1963Live at Carnegie Hall 19631964: The Times They Are A-Changin’The Witmark Demos, Another Side of Bob DylanConcert at Philharmonic Hall1965: Bringing It All Back HomeNo Direction HomeHighway 61 Revisited1966: The Cutting Edge 1965-1966Blonde On BlondeLive 1966 “The Royal Albert Hall Concert”, The Real Royal Albert Hall 1966 Concert1967: The Basement TapesJohn Wesley Harding1969: Nashville Skyline1970: Self PortraitDylanNew MorningAnother Self Portrait1971: Greatest Hits II1973: Pat Garrett and Billy the Kid1974: Planet WavesBefore the Flood, 1975: Blood on the TracksDesireThe Rolling Thunder Revue1976Hard Rain1978: Street-LegalAt Budokan1979Slow Train Coming1980Saved1981Shot of Love1983Infidels1984Real Live1985Empire BurlesqueBiograph1986Knocked Out Loaded1987Down in the GrooveDylan and the Dead1988The Traveling Wilburys Vol. 11989Oh Mercy1990Under the Red SkyTraveling Wilburys Vol. 31991The Bootleg Series Vol 1-3 (Rare and Unreleased)1992Good As I Been to You1993World Gone Wrong, 1994MTV Unplugged1997Time Out of Mind2001“Love and Theft”2006: Modern Times2008Tell Tale Signs2009Together through LifeChristmas in the Heart2012Tempest2020: Murder Most Foul.
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Sette giorni di Passione

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1. Per me le vacanze di Pasqua sono concettualmente sbagliate, ed è una delle cose di cui sono più sicuro al mondo. Quando scrivevo sull'Unita.it ogni anno scrivevo che andavano abolite, poi ho scritto sul Post.it e anche lì, se mi fate scrivere sul Bollettino di Sant'Antonio io pur di scrivere che vanno abolite le vacanze di Pasqua mi faccio cacciare dal Bollettino di Sant'Antonio.

2. Non vanno abolite perché sono brevi o lunghe (sono brevissime, ma il nostro calendario scolastico dipende dal clima, non dalle illuminazioni o dai capricci dei legislatori). Le vacanze di Pasqua vanno abolite perché, come la Pasqua cristiana, sono mobili, e questo contribuisce a rendere caotico l'ultimo trimestre scolastico. Da metà marzo in poi saltano tutti i parametri, ogni anno è diverso dall'altro, è una scomodità infinita. Altre nazioni hanno le vacanze di primavera (più lunghe, ma non è questo il problema), ecco, io farei quelle e le farei tra 25 aprile e primo maggio, così sistemerei anche quel caos dei ponti.

3. Il lunedì dell'Angelo è festa nazionale, direi, per cui le scuole quel giorno le chiuderei, tra l'altro c'è anche la comodità molto anglosassone che quel giorno è comunque sempre lunedì.

4. Quest'anno mi sento stravolto e di fare qualche giorno di pausa avrei davvero bisogno, ma non sono sicuro che sia per la mole di (tele)lavoro, anzi, può persino darsi che il (tele)lavoro sia la cosa che mi ha salvato dalla pazzia fin qui. In ogni caso le vacanze per i ragazzi non sono vacanze per gli insegnanti, che molto spesso programmano di usare quei giorni per sedute di correzione-fiume. Questa cosa molti che partecipano al dibattito non la sanno, perché il lavoro di programmazione e correzione non lo vedono e non lo capiscono, perché fondamentalmente l'insegnante è un tizio che lavora 18 ore alla settimana e sta in ferie tre mesi, quindi ciao, davvero, io e voi cosa abbiamo da dirci, mi sa che avete più tempo di me per chiacchierare, specie in questi giorni, ma anche sabato e domenica prossima sarà la stessa cosa, ciao.

5. Sì ci sono colleghi che se la stanno prendendo comoda, ma molti meno di quanto tu creda e alcuni in situazioni più complesse di quanto tu possa capire, torna pure a guardarti una serie su netflix trasmessa attraverso un router che molti colleghi non hanno in casa.

6. Sentitevi liberi di prendervela con gli insegnanti pigri che vogliono le vacanze di Pasqua mentre il ministero ci ha chiesto ufficialmente di dimezzare le ore di lezione da qui fino a data da destinarsi. E se ce l'ha chiesto è perché in certi casi gli insegnanti non si rassegnavano e ne stavano facendo di più.

7. Una videolezione non vale come un'ora di lezione. Può essere utile, in certi casi più utile, ma è semplicemente una convenzione comoda a noi e agli utenti: abbiamo deciso (per non impazzire) che le videolezioni sostituivano le lezioni, ma non significa che i ragazzi imparino uguale o che siano sempre presenti. Impartiamo i compiti, ma non significa che i ragazzi li facciano da soli. La scuola a distanza non è vera scuola. Pensare che si possano sostituire tre mesi di scuola con un adeguato monte ore di videolezioni è naif. Una settimana più o in meno non fa la differenza. Tutto quello che è successo da marzo in poi è eccezionale e lascerà segni indelebili, e tra questi segni uno di quelli che m'impensierisce di meno è che quest'anno i ragazzi verranno promossi abbastanza in automatico, dopo aver saltato mesi di scuola vera. È così e non ci potete fare niente, specialmente non ci potete fare niente litigando on line. Fatevi una diretta in cui spiegate il mistero del pi greco, magari passa un adolescente e s'intrippa e vale quanto una settimana di lezioni svogliate.
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Pietà per noi 40

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Pietà per noi quarantenni, che siamo a fine corsa e non l'abbiamo capito.


Non siamo progettati per capire. Siccome nessuno ci prendeva sul serio abbiamo dovuto cominciare a farlo da soli, tirandoci su dalle sabbie mobili dell'ironia come il barone di Munchausen, con risultati discutibili. Anche adesso non capisci se ci siamo o ci facciamo. Wall Street può crollare, ma non toccateci la passeggiata. Un lockdown è Stato totalitario, una vecchia dal balcone che urla "State a casa" è il panopticon. Se solo Anna Frank potesse leggere i nostri diari on line, che pianti si farebbe, che empatia.

Pietà per noi quarantenni, che non siamo mai stati maggioranza e questo a un certo punto dev'essere diventato un limite cognitivo. Ancora oggi la domanda è: ma se vado al parco da solo, che problema c'è? E se tutti si facessero la stessa domanda, lo capisci che in quel parco saremmo in cinquecento, e un problema forse ci sarebbe? Ma il quarantenne non ragiona così, non si è mai visto massa e adesso è complicato cominciare. Moltiplicare tutti i suoi tic, le sue idiosincrasie, per un milione, dieci milioni, sessanta milioni. Come si fa.

Pietà di noi quarantenni che passiamo la giornata a domandarci di chi è la colpa, a inveire contro il governo e/o contro l'opposizione, contro i cinesi e contro gli inglesi, contro chi corre e contro chi non chiude le fabbriche. L'apocalisse ce la immaginavamo meglio comunicata, meglio descritta; è chiaro che mancano le competenze e manca la visione d'insieme.

Pietà per noi cresciuti alla scuola del cinismo. È inutile che ci racconti che ora tutto cambierà, fosse anche vero è troppo tardi. Se siamo quarantenni ne avevamo venti quando due grattacieli crollarono, sì, è facile dirlo adesso, che in fin dei conti cosa vuoi che fossero due grattacieli. Dovevi esserci quel giorno, e avere vent'anni: dovevi sentirti ripetere che nulla sarebbe mai stato come prima, e poi scoprire – indovina! Che tutto restava abbastanza come prima; magari qualche guerra in più, qualche attentato in più, ma neanche tanti. Adesso che ti aspetti, è il Duemilaeventi e se abbiamo quarant'anni è quel tipo di cifra che da bambini si metteva nel titolo di un film di fantascienza.

Hai un bel da dire che questo virus sarà complicato e poi ce ne saranno altri, e dalle crisi seguiranno crisi, e l'emergenza climatica e tutto il resto. Non è che non ce l'aspettassimo, ma è tardi. Non è che non immaginassimo di dover cambiare il nostro stile di vita, ma un po' prima, non a mutuo sulla casa quasi estinto. Non è che non ci aspettassimo l'arrivo dei Tartari, ma erano schedulati verso il Duemila, al massimo Duemilaecinque: adesso abbiamo famiglia, come si fa.

Pietà di noi che non abbiamo mai avuto una battaglia vera, un nemico chiaro da combattere: stavamo qui, cercavamo di mantenere un minimo di decenza, di difendere un minimo di cose che a un certo punto erano pericolosamente simili a uno status quo che nemmeno ci favoriva, ma insomma, in linea di massima uno deve fare quel che può nel luogo dove gli è capitato di vivere, e così abbiamo fatto: e ovviamente non bastava, e questo ci sarà contato: pietà di noi.

Pietà per noi che stavolta la sfangheremo, e magari non impazziremo – finché gli uffici e le scuole non riapriranno (e alcuni erediteranno cose che non vogliono e non sanno gestire): e allora sì, ci ritroveremo soli in cabina di comando e la prossima sirena adesso lo sappiamo, che suonerà per noi.
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Dov'è la scuola digitale (quando serve)

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L'emergenza coronavirus ha rimesso al centro dell'attenzione una delle categorie professionali più bistrattate da pubblico e critica: esatto, gli insegnanti. Mai come in questi giorni, in cui sempre più persone si trovano chiuse in casa coi loro figli, gli insegnanti sono al centro dei loro pensieri. Cosa stanno facendo, perché non si fanno vivi, perché non coinvolgono il mio ragazzo in una videoconferenza di tre-quattro ore sui logaritmi. Sono già arrivati i compiti? Mio figlio li ha già fatti, non saranno troppo pochi? (Notate, i genitori ideologicamente avversi ai compiti in casa sono completamente spariti dall'orizzonte del dibattito più rapidamente dei no-vax. Non è consolante, torneranno: sono stagionali come certi virus, e forse più tenaci).


Gli insegnanti fanno quel che possono, che non è sempre abbastanza. Probabilmente in questi giorni avete sentito parlare in tv o alla radio di docenti smart che già da settimane organizzano videocorsi interattivi on line e somministrano e correggono verifiche digitali a distanza. Ecco. La maggioranza non è così – il che non vuol dire che non si stiano dando da fare. Molti che non erano preparati all'emergenza, ora stanno cercando di lavorare da casa sui supporti digitali, e di conseguenza stanno impazzendo. Improvvisamente tentano di usare le piattaforme digitali che gli editori scolastici hanno realizzato negli ultimi anni. I rappresentanti avevano garantito che fossero facili da usare. Magari in una situazione normale sarebbero davvero facili da usare, ma indovina: non è una situazione normale, e i server dei principali editori scolastici italiani non stanno reggendo il colpo.

Aggiungi che ogni insegnante anche in questo frangente non ha nessuna intenzione di rinunciare al principio costituzionale della libertà di insegnamento, ovvero nello stesso consiglio di classe non sarà infrequente trovare insegnanti che intendono usare due o tre piattaforme diverse e lo hanno già comunicato autonomamente ai genitori. Non che faccia molta differenza: le piattaforme funzionano tutte a strappi, e anche quando funzionano, sono pur sempre prodotti editoriali, anche nel senso che considerano l'utente una fonte di dati da estorcere. Per usarli bisogna aprire l'account. Ed ecco consumarsi la tragedia quotidiana: gli insegnanti, tramite la scuola, informano i genitori che per fare lezioni a distanza bisogna registrarsi presso la tale piattaforma. I genitori reagiscono perplessi: un'altra registrazione. Un altro account. Altra gente che vuole i miei dati. Ma soprattutto: un'altra password da ricordare.

Anche quando gli insegnanti più tecnologicamente sgamati suggeriscono di passare a infrastrutture più universali e affidabili – Google e Dropbox è più difficile che vengano giù – ormai il genitore è esasperato, ha già aperto due o tre account diversi, e adesso che c'è? Volete che scarichi un'app di Google per le videoconferenze? Come se il genitore medio avesse la fibra in casa. A volte non ce l'ha neanche l'insegnante, che magari si concede generoso una prima videolezione di un'ora con lo smartphone per poi scoprire che ha prosciugato il suo piano dati mensile. A quel punto, c'è sempre qualcuno che insorge: "Ma non potevate mettere tutto sul registro elettronico?"

Qualcuno ci ha pure provato. Ci sono registri elettronici che stanno proponendo alle scuole le loro piattaforme digitali, e sì, sono gli stessi benedetti registri elettronici che si piantano ogni mattina alle otto quando qualche migliaia di insegnanti prova a usarli per fare l'appello in classe. Non è tanto il fatto che non siano pronti all'emergenza – nessuno lo era – ma sembra quasi che non se ne rendano conto. È come se tutti gli aeroplani i treni e i tram non potessero più partire e l'autista del pulmino delle medie venisse a dirti che se vuoi ci pensa lui. Chi ha permesso che succedesse questa cosa? (Continua sul Post).
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Come correggere il test che avete composto con Google Moduli

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Questo pezzo è il seguito di quello pubblicato qui, Come comporre un test con Google Moduli.
Se lo avete seguito, dovreste essere riusciti a produrre il vostro primo test, e magari a inviarlo ai vostri studenti.

Ma a questo punto sorge spontanea la domanda: dove posso trovare i test che i miei studenti stanno compilando? Sopra c'era scritto che i test si correggono da soli (quelli a risposte chiuse), ma... dove?

Giusto. Abbiamo aspettato un po' perché magari nel frattempo qualche vostro studente ha iniziato a rispondere, e così possiamo osservare tutto dal vero. Ora, se ci fate caso, sopra il titolo del modulo (non del test prodotto dal modulo, mi raccomando), ci sono due 'linguette', "Domande" e "Risposte". Il vostro modulo per ora è settato su "Domande", come in questa immagine.



Ora dovete selezionare "Risposte". Ci troverete statistiche, grafici e tante altre cose interessanti (ad esempio quali sono gli errori più frequenti), ma non c'è esattamente quello che state cercando voi, ovvero i punteggi dei vostri ragazzi. Per avere accesso a quelli dovete creare un foglio elettronico. Come si fa? Si preme il tasto apposta. Se usate Google Fogli avete già riconosciuto l'icona. Comunque è quello cerchiato in rosso qui sotto.





Vi chiederà se creare un nuovo foglio. Premete "crea". (La prossima volta che tornerete qui, vi manderà sul foglio che adesso avete creato). Ora sul vostro pc (o tablet) visualizzerete un foglio elettronico di Google. Alcuni di voi sanno benissimo usare i fogli elettronici, altri no. C'è sempre una prima volta.

Il foglio in questione è molto largo perché contiene tutte le risposte dei vostri studenti a tutte le domande.
Ogni colonna rappresenta una domanda diversa (e quindi 50 domande 50 colonne...)
Su ogni riga c'è la prova di uno studente. In cima ci dovreste essere voi, se siete stati i primi a compilare il test, come vi avevo chiesto di fare.

Qui c'è l'esempio di un foglio elettronico di una mia verifica:





Il foglio è molto ampio ma le cose davvero interessanti sono tutte a sinistra: c'è l'orario in cui ogni ragazzo ha compilato il test e c'è il punteggio. Se il test è stato inviato per mail o raccoglie automaticamente la mail, dovrebbe esserci la mail di ogni ragazzo. Se invece la prima domanda del test è "qual è il tuo cognome", dovrebbe esserci il cognome (ma se avete aggiunto la domanda all'ultimo momento può darsi che la colonna coi cognomi sia molto più a destra. Potete trasportarla a destra se siete pratici di fogli elettronici; anche se non lo siete: selezionate la colonna che v'interessa e trascinatela a sinistra col mouse).

Ho censurato i cognomi dei miei ragazzi perché sai, la pricacy (inoltre alcuni sono davvero scarsi). Come potete notare, c'è sempre qualcuno che si dimentica di scrivere il cognome (come con le verifiche cartacee). Il punteggio è in quarantesimi perché la verifica che ho impartito prevedeva quaranta domande da un punto. Tutto qua. Facile, dai.



Ma io volevo il voto in decimi!

Ma sei sicuro? Ha davvero senso valutare con un voto in decimi una prova che i ragazzi fanno a casa? Possono consultare i libri, internet, i genitori. Possono farla fare direttamente ai genitori. Io dico sempre che queste prove sono allenamento alla prova vera che faranno in classe.

Comunque se proprio insisti un sistema c'è. Serve solo un po' di matematica elementare. Se un test è fatto di 40 domande, il massimo che uno può prendere è 40, il minimo è 0. Possiamo chiamare 40 "denominatore", perché il punteggio dei vostri studenti è una frazione: se qualcuno fa il massimo, è 40/40; se uno fa la metà, 20/40, e così via.
Se volete il punteggio in decimi, dovete dividere il numeratore (il punteggio degli studenti) per il denominatore (il massimo del punteggio della prova) e moltiplicare per 10. Ad esempio: il ragazzo che ha fatto 20 punti su 40 avrebbe preso 20:40✕10=5. (Che ti aspettavi ragazzo? Hai risposto bene a metà delle domande, la metà di 10 è 5).
Dopo un po' credo che venga spontaneo a molti insegnanti dividere il punteggio di ogni ragazzo per il decimo del denominatore. Se il denominatore (che è il massimo dei punti previsti) è 20, si divide il punteggio per 2. Se il denominatore è 40, si divide per 4. Se è 65, si divide per 6,5. Spero sia chiaro. E ovviamente c'è un modo per far fare queste operazioni al foglio elettronico... ma se non siete pratici di fogli elettronici e non volete diventarlo proprio in questo momento, potete usare una calcolatrice.

Se invece ve la sentite (e state usando un Pc, col tablet diventa difficile), selezionate la colonna "Punteggio", cliccate su "Inserisci" e specificate "inserisci una colonna a destra". Poi selezionate la nuova colonna, cliccate su "Formato", selezionate "Numero" e "automatico". Anche se è già selezionato, fatelo lo stesso.



Nella casella C2 di questa colonna, inserirò la formula "=b2/4", ovvero dammi il valore della casella b2 diviso per quattro. Perché diviso per quattro? Per il motivo che abbiamo detto sopra, ma ricordatevi: il divisore è sempre il massimo punteggio possibile diviso per dieci.

Se avete scritto correttamente la formula, ora la casella vi restituirà il valore in decimi.

Adesso selezionate quella cella e copiate la formula (con ctrl+c su PC, credo ancora mela+c su Apple).

Selezionate tutte le altre caselle della colonna C in cui volete visualizzare i valori in decimi, incollate la formula che avete appena copiato (ctrl+v o mela+v) e... ecco i valori in decimi. Se proprio non potete farne a meno.

A questo punto avete consegnato una verifica ai ragazzi, loro ve l'hanno rimandata indietro, e voi conoscete i loro punteggi in decimi. Più di così cosa volete?

Tantissime altre cose, per esempio:

– Correggere le domande aperte a una a una (so che non vedete l'ora). Beh, sul foglio elettronico ci sono tutte, potete confrontarle e valutarle a mano (potete anche intervenire sul foglio elettronico, ma è una cosa che lascerei fare ai più esperti e anche loro sanno che c'è il rischio di danneggiare i dati).

– Cambiare la grafica del test, anche perché il viola non è proprio il massimo... anche in questo, Moduli è facilissimo e molto intuitivo. Date un'occhiata in cima, oltre all'occhio vedrete una tavolozza, ecco, da lì potete intervenire sui colori e addobbare anche la vostra verifica con un banner (una decorazione verticale). Google ne ha già di pronte, ma potete anche caricarne una fatta da voi. A quel punto il Modulo cambia automaticamente i colori per armonizzarli con quelli dell'illustrazione, è quasi inquietante.

– Aggiungere immagini alle domande: utile in geografia, ad esempio, per mostrare ai ragazzi cartine geografiche. E non dovete nemmeno averle caricate prima, Google le va a cercare su... Google.
È sufficiente passare col mouse su una domanda: a destra comparirà una casellina quadrate con il profilo di due montagne. Cliccate sopra e vi proporrà varie opzioni per caricare le immagini, tra cui appunto "Google ricerca immagini". Volete sapere un'altra cosa interessante? Nelle domande a scelta multipla potete aggiungere immagini anche alle opzioni di risposta! Ad esempio, mettere le immagini di tre sculture e poi chiedere quale delle tre è stata scolpita da Raffaello. (Scherzo).

Altre cose ancora che non vi spiego perché riuscirete a trovarle da soli, ormai siete bravissimi:

– Assegnare 0 punti dalla domanda "Come ti chiami", visto che non esiste una risposta corretta a priori).

– Usare altri tipi di domande e non solo quelle "a pallini" (In particolare le griglie, che ci consentono di fare domande Vero/Falso).

– Rendere causale l'ordine delle domande (attenti però, anche la domanda "Qual è il tuo cognome" sarà in ordine casuale).

– Dividere i quiz in sezioni

– Cambiare l'algoritmo del punteggio, magari per livellare i punteggi troppo bassi

– Copiare le domande da altri test

Tutte queste cose in realtà potrete impararle da soli: i moduli di google sono molto intuitivi. Oppure potete scrivermi nei commenti, non so quanto tempo avrò nei prossimi giorni, ma se posso continuo. A presto!
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Come comporre un test di verifica con Google Moduli

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Se siete insegnanti, come me, in questi giorni è probabile che vi sentiate bombardati. C'è chi vi propone un'app per la didattica a distanza, chi vi chiede di improvvisarvi videoconferenzieri (basta aprire un account nel tale servizio) eccetera eccetera. Sembrano tutti strumenti fantastici ma anche dopo aver perso pomeriggi a capire come funzionano, a volte non funzionano – anche solo perché stanno cercando di usarli tutti nello stesso momento, e i server non erano pensati per un'affluenza così massiccia.

Vabbe', lamentarsi non serve. Meglio provare a condividere le cose che funzionano.

Io insegno e uso il computer da anni, e tanti servizi on line preferisco non usarli perché mi creano più problemi di quanti non me ne risolvano. Se devo invece pensare a una cosa che mi ha risolto qualche problema, penso a Google Moduli.

Google Moduli è un'app di Google che ci consente tra le altre cose di realizzare test e questionari e distribuirli ai ragazzi a costo zero. È molto facile. Ho detto che è un'app, ma non va nemmeno scaricata sul tuo dispositivo (pc, tablet o persino smartphone). In questo momento stai usando internet, no? Se mi stai leggendo, sei già in grado di usare Google Moduli senza scaricare niente. Al massimo devi aprire un account gmail (google) se non ce l'hai. E siccome è gratis e molto semplice, cosa aspetti? Vai su www.gmail.com e apri un indirizzo di posta elettronica. Poi torna qui.

Molto probabilmente ti è già capitato di compilare un questionario realizzato con Google Moduli. Qui c'è un esempio di verifica realizzata con Google Moduli. È veramente il livello base, l'equivalente di un compitino a casa in prima media – l'ho fatta in meno di un'ora. La cosa simpatica è che una volta fatta possiamo riutilizzarla o modificarla tutte le volte che vogliamo (si risparmia anche un sacco di carta e di toner).

Un aspetto che di solito piace molto agli insegnanti è che i test si correggono da soli (a meno che non contengano risposte aperte: in quel caso i professori possono controllare tutte le risposte dei ragazzi su un foglio elettronico. È comunque più leggibile di una verifica cartacea, mediamente).

Prima di continuare, attenzione: Google Moduli è molto facile e può essere molto utile, ma non è la risposta a tutti i problemi.

Aspetti positivi:
– È facile (sia per chi produce i test, sia per chi li compila, sia per chi li corregge)
– È gratis (sia per gli insegnanti, sia per gli studenti)
– Gli studenti non devono iscriversi a nulla. Cioè, se avessero anche loro un account google sarebbe preferibile, ma non è obbligatorio.
– I risultati arrivano direttamente all'insegnante senza passare da nessun editore.
– Abbastanza duttile (posso aggiungere immagini, copiare le domande su altri test, ecc. ecc. ecc.)
– È Google, ovvero non dovrete mai preoccuparvi che vada in palla un server, come succede a volte con le piattaforme degli editori italiani (specie in questi giorni che tutti cercano di usarle).

Aspetti negativi:
– È uno strumento perfetto per fare test chiusi (a crocette), e ovviamente questo è molto riduttivo da un punto di vista didattico.
– È così facile da usare che molti studenti tendono a usarlo dallo smartphone, il che significa che se a un certo punto volete mettere nel vostro test una domanda aperta, loro cercheranno di scriverla con lo smartphone, non con una tastiera (non tutti hanno un terminale con tastiera a casa, e anche quelli che ce l'hanno non la sanno usare molto bene).
– Anche alcune forme di esercizi chiusi non funzionano: ad esempio non mi pare che si possano fare i cloze test (brani da completare).



Va bene ma insomma come si fa?
  • Avete aperto un account gmail? 
  • Ora prendete un dispositivo (pc o tablet) e andate su drive.google.com. Potete andarci sia da browser (chrome, safari, edge, ecc.) sia dall'app di Drive se l'avete scaricata. Per chi non è pratico: Drive è una cartella che google mette a disposizione per i vostri file. Se li caricate su Drive, li potrete scaricare da qualsiasi altro computer: basta che vi ricordiate il vostro indirizzo gmail e la vostra password. Capite cosa significa? Mai più chiavette! E potete aprirli anche da smartphone...
  • Create un file. Per crearlo si preme il segno "+" di quattro colori che dovrebbe trovarsi in alto a sinistra.

  • Si apre un menu: cliccate l'ultima voce ("Altro...")
  • Ora cliccate la prima voce ("Moduli Google")
  • Ecco qua: avete creato il vostro primo modulo. Facile, vero?


  • A questo punto molte cose sono intuitive: ad esempio, cliccando su "Modulo senza titolo" potete cambiare nome al Modulo (cliccate anche sul titolo in alto a sinistra, così cambiate nome al file).
  • Cliccando su "Domanda senza titolo", potete cancellare "Domanda senza titolo" e scrivere la vostra prima domanda.
    Ho una proposta: domandate: "Come ti chiami?" È una domanda utile – capiremo presto il perché.
  • A quel punto non sono sicurissimo che succederà anche a voi, ma a me succede una cosa fantastica, ovvero Google capisce che tipo di domanda voglio fare e nella casella a destra indica che è un tipo di domanda a "Risposta breve":

  • Le domande a risposta breve sono quelle a cui i vostri studenti risponderanno digitando un testo di poche lettere (un cognome, ad esempio). Se Google non ha selezionato per voi questo tipo di risposta, potete farlo voi da soli cliccando sul rettangolo che è cerchiato qua sopra. A quel punto vi verranno mostrati tutti i tipi di domande che si possono fare con Moduli. Noi oggi vedremo solo le più semplici: se vi piace lo strumento comincerete a giocarci da soli e scoprirete un sacco di altre cose.
  • Rispondendo alla domanda "come ti chiami" i vostri studenti si identificheranno senza bisogno di iscriversi a nessun account. Certo, potrebbero anche scrivere il nome del cane o del compagno antipatico. Ovvero: questo approccio va bene soltanto se c'è molta fiducia, e se tutti sappiamo che i test servono solo a esercitarsi, non a essere valutati. Se volete usare lo strumento più seriamente, è meglio richiedere un'identificazione via mail – dopo vediamo come si fa.
  • Siccome questa domanda è abbastanza importante, meglio spostare verso destra il pulsante "Obbligatorio" che vedete in fondo a destra. In questo modo il test non potrà essere inviato finché lo studente non risponde alla domanda. 
Ok, ci siete: avete appena scritto la vostra prima domanda. 

  • E adesso vai con la seconda! Premete il tasto "+" che trovare nel piccolo menu a destra, e comparirà di nuovo il box per comporre le domande. Stavolta proviamo la domanda a "scelta multipla", che è quella che serve per domande a risposta chiusa (in pratica saranno pallini da riempire col dito su tablet o col mouse su PC). Ci sono altre possibilità (test a tendina, tabelle, ecc.), ma non tutte sono autocorreggenti e per ora stiamo imparando, quindi restiamo su "Scelta multipla" che è l'opzione più facile.
  • Siccome stiamo lavorando su una domanda a scelta multipla, cliccando su "Opzione 1" possiamo scrivere la prima risposta possibile (giusta o sbagliata); cliccando su "Aggiungi Opzione" scriviamo la seconda, e a quel punto il modulo ne aggiunge una, finché vogliamo noi.
  •  In basso a sinistra, quattro funzioni molto importanti. 
    • La prima è la funzione "copia": se la premiamo, duplichiamo la domanda che abbiamo appena scritto. Può essere utile.
    • La seconda (il cestino) è "cancella": serve ovviamente a cancellare la domanda.
    • La terza serve a rendere la domanda obbligatoria, l'abbiamo già vista.
    • La quarta (i tre puntini verticali) ci apre una serie di funzioni. Per ora ce ne serve soltanto una: "ordina le opzioni in modo casuale". Utilissima. Così anche se i ragazzi rifanno lo stesso test, troveranno le risposte in ordine diverso (in classe questo rende molto più difficile copiare).
Ok. A questo punto avete scritto la vostra seconda domanda. 
Ma... la risposta?
Come fa il Modulo a conoscerla?

Eh, in effetti dovete specificare che quello che state facendo è un quiz, non un modulo qualunque.
Per farlo dovete andare in Impostazioni: è la rotella dentata in alto a destra, di fianco al tasto viola Invia.


Si apre una finestra: selezionate "Quiz" (in alto a destra).
Spuntate la voce "Trasforma in Quiz". A quel punto vi chiede altri dettagli: per ora lasciate stare, siamo ancora al livello base.
Premete "Salva" in basso a destra.

Avete prodotto il vostro primo quiz
Ma non avete ancora scritto la risposta!
Ora però in fondo a sinistra è comparsa la scritta "Chiave di risposta", l'avete vista? Cliccate sopra, e a quel punto il modulo vi chiede due cose:
– di selezionare la risposta giusta col mouse (su pc) o col dito (su tablet). Si colorerà di verde.
– a destra, di specificare quanti punti vale la risposta giusta.
Premete "Fine" e... il vostro primo modulo è pronto!

(Certo, potete aggiungere altre domande: basta premere il tasto "+" nel menu a destra della prima domanda).

Ma siamo sicuri che funziona?
Ovviamente no, potremmo esserci sbagliati a scrivere le domande o le risposte. Per questo è importante 'provare' i test che facciamo. Come?
In alto a destra, vedete quell'occhio? È l'anteprima! cliccandolo, sarete i primi a compilare il vostro quiz e lo vedrete proprio come lo vedranno i ragazzi. In quel momento scoprirete subito di aver fatto questo o quell'errore: è normale, anche dopo anni, tranquilli.
Alla fine premete "invia" e... il modulo dovrebbe restituirvi il punteggio! A questo punto, se il punteggio non è quello che vi aspettavate, ricontrollate le risposte: può darsi che vi siate sbagliati lì.

"Ok, quindi adesso devo solo condividerlo coi miei studenti e..."
NO.
Scusa la rudezza, ma purtroppo questo è l'errore più facile e pericoloso. NON CONDIVIDERE I MODULI CON CHI DEVE COMPILARE I TUOI TEST, MAI.
Perché?
Perché i moduli NON SONO I TEST (anche se ci assomigliano tantissimo). Sono file che producono i test, ma non sono i test che producono. Rifletti: se li condividi con gli studenti, loro vedranno le risposte giuste! Non solo, ma potranno modificarle! E tu non vuoi questo.
Tu vuoi che loro facciano soltanto il test, e quindi (ribadisco) non devi condividere il modulo, ma inviare il test. Come si fa?


Probabilmente hai già capito che quel tasto "Invia" in alto a destra c'entra per qualcosa. Esatto.
Clicca pure.

Si apre una finestra (un'altra! eh, lo so. E pensa che questo è uno strumento facile).
La finestra ti fornisce varie opzioni.
Un'opzione è la mail: se la clicchi, il questionario arriverà ai ragazzi sotto forma di mail. Molto comodo... se tutti hanno una mail e tu hai la mail di tutti.
Un'altra opzione è la "catena", ovvero il link. Se la selezioni, il modulo ti dà un link da copiare. Purtroppo è un link lunghissimo, ma subito sotto c'è l'opzione "abbrevia URL", che lo rende un po' più semplice. Questo link puoi mandarlo ai ragazzi in altri modi, ad esempio ricopiandolo sul registro elettronico o su WhatsApp (auguri, mi raccomando alla differenza tra maiuscole o minuscole). Il link manda al test (non al modulo che serve per modificarlo).

Ok, quindi adesso è tutto a posto.
Sicuro?

Certo: ho scritto le domande, ho messo le risposte, ho inviato il test ai ragazzi... fine.
E le risposte dei ragazzi dove pensi che le troverai?

Ah già, dove?
Eh, per saperlo... arrivederci alla prossima puntata! (ma è molto facile, prometto).
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C'è un romanzo attualissimo che dovremmo studiare in tutte le scuole, l'ha scritto Alessandro Manzoni

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Due ragazzi vorrebbero diventare grandi, mettere su famiglia, cominciare un'attività. Ma un boss che già da settimane stalkerava la ragazza è di un altro parere, e manda i suoi picciotti a intimidire le autorità. Costretti a dividersi, i due protagonisti perdono le proprie tracce in un contesto apocalittico: crisi economica, guerra, epidemia. Le autorità sono completamente incompetenti, la popolazione crede a qualsiasi fake news. La ragazza trova rifugio in una comunità chiusa femminile dove però scopre che l'autoreclusione non abolisce i rigidi rapporti di forza della società, anzi li esalta. La sua protettrice, ricattata a causa di un torbido passato, la consegna a un altro boss. Il ragazzo, frustrato, si radicalizza: coinvolto nei moti di piazza viene criminalizzato come un terrorista dal potere costituito, in caccia di capri espiatori. E così via.


Partendo da un piccolo caso di provincia – un banale caso di molestie, un'intimidazione di stampo mafioso  – l'autore allarga il quadro fino a dipingere un'intera società in stato disfunzionale. Le leggi descrivono i reati invece di reprimerli; il governo, ignorando i più elementari concetti di economia conduce la popolazione alla fame e al caos; i ricchi vivono in una bolla, cosplayer di una fiction in costume medievale; la cultura è custodita da eruditi ottusi che disprezzano la scienza; le guerre sono il risultato di farraginosi meccanismi diplomatici che scattano quasi automaticamente, decidendo il destino di milioni di persone. E proprio quando le cose sembrano volgersi al meglio, un'apocalittica epidemia travolge la vita di tutti i personaggi. Il romanzo italiano più attuale che possiate aprire oggi forse è stato scritto nel 1827, quando ancora non era chiaro se in Italia si potessero scrivere libri – e in che lingua andassero scritti.

Quante volte, anche in questi giorni, di fronte ai tweet di qualche sovranista esagitato che cercava di cavalcare la paura del coronavirus per chiedere la chiusura dei porti, ci siamo detti: dagli all'untore. Quante volte di fronte a quel meccanismo giornalistico conosciuto come macchina del fango, non abbiamo pensato alla colonna infame. Un cosiddetto intellettuale si lamenta della crisi del liceo classico, senza nemmeno disporre degli strumenti statistici per stabilire se il classico sia in crisi o no: l'ennesimo Don Ferrante. C'è crisi, qualcuno propone di stampare moneta all'infinito, che problema c'è? come Ferrer coi forni e la farina – salvo che sappiamo già come andrà a finire, appunto: ce l'ha spiegato Alessandro Manzoni. Viene emanata una legge per risolvere un problema che ha già ispirato tante altre leggi rimaste inapplicate: come non pensare allo scrittoio ingombro di carte dell'Azzeccagarbugli, mentre cerca la grida più recente perché quelle fresche di stampa fanno "più para". C'è una manifestazione, qualcuno fa dei danni, qualcun altro rimane impalato davanti alla telecamera del giornalista: domani sarà su tutte le homepage come il leader dei facinorosi, la stessa storia sin dai tempi di Renzo Tramaglino. E a proposito di Renzo, il suo rancore per chiunque abbia avuto il tempo e la facoltà di studiare, non lo vediamo all'opera tutti i giorni sui profili di milioni di laureati all'università della vita? La dinamica con cui le folle deformano ogni informazione, qualcuno l'aveva già descritta così bene prima della notte delle beffe? Per farla breve: se cercate un romanzo italiano che ci descriva meglio di quello scritto da Manzoni duecento anni fa, e ambientato duecento anni prima, non è detto che lo troviate.

Andrebbe letto in tutte le scuole – il problema è che lo facciamo già. E tante volte ci siamo detti che forse proprio questo era il problema coi Promessi sposi: l'obbligo scolastico. Un libro che ci racconta con abbondanza di dettagli un'avventurosa vicenda di soprusi, duelli, malintesi, drammi interiori e quant'altro, in un periodo storico così apparentemente lontano dal nostro, evoca in tutti noi per prima cosa la fornica sciupata dei banchi di scuola. Ogni tanto qualcuno butta lì la provocazione: e se smettessimo di imporlo agli studenti? Magari a quel punto sì, comincerebbero davvero ad apprezzarlo. Qualcuno senz'altro lo leggerebbe di nascosto, mentre il prof spiega Tolstoj o la Ferrante.



Purtroppo niente lascia pensare che le cose andrebbero così... (continua su TheVision)
Le classifiche dei libri ci dicono l'esatto contrario: gli unici classici della letteratura italiana a salire ciclicamente le classifiche sono i testi che vengono assegnati dagli insegnanti come letture estive in giugno, o imposti nel pacchetto dei libri di testo a settembre. Il Fu Mattia Pascal, La Storia di Elsa Morante, i Malavoglia di Verga e così via. Tutti testi interessanti e ancora attuali, ma se la scuola non li riproponesse, nel medio termine rimarrebbero materia per gli specialisti. La stessa cosa succederebbe per i Promessi sposi, che tra questi è anche uno dei meno facili da leggere. La prosa di Manzoni è quanto di più diverso si possa immaginare da quella svelta e spesso cinematografica che siamo abituati a trovare nei best seller di oggi, anche quelli con pretese letterarie: è tornita, abbondante, si dipana come la lezione di un professore di Storia a cui nessuno abbia imposto limiti di tempo. È uno stile quasi miracoloso per gli anni in cui Manzoni lo produsse, e che per molto tempo fu uno standard ineguagliato, ma oggi ha bisogno del filtro scolastico per essere apprezzato: molti testi postmoderni che fondano il proprio successo di nicchia sul fatto di essere quasi impossibili da leggere (penso a Infinite Jest, o L'arcobaleno della gravità) sono per certi versi più facili da leggere con comodo in poltrona o persino sotto l'ombrellone. Un altro aspetto che ci aliena ineluttabilmente da Manzoni è proprio quello che più contribuì a renderlo una lettura obbligatoria per così tanto tempo: il cattolicesimo. Perché per quanto sia tragico e decadente il mondo descritto da Manzoni, non può che urtare la nostra sensibilità postmoderna il fatto che ci abbia messo la soluzione davanti al naso: la Provvidenza. Ovviamente le cose sono molto più complesse di così, e anche il cattolicesimo di Manzoni, a conoscerlo, è un sentimento religioso molto sui generis: in un Paese dove tutti nascono cattolici e smettono di crederci dopo aver preso i sacramenti, Manzoni fece il percorso contrario, convertendosi in età adulta, e rimanendo molto vicino a una corrente abbastanza esotica per la sensibilità italiana, il giansenismo. La fede di Manzoni non gli impedisce di muovere critiche severe al clero, anzi: due dei personaggi meglio definiti dall'autore, con precisione spietata, sono com'è noto due figure di religiosi: Don Abbondio e Gertrude. Per quanto si avvicini a loro, per quanto li descriva nei moti più reconditi, Manzoni non sospende mai un fermo giudizio morale nei loro confronti: per quanto non smetta di riconoscere e di descrivere come il loro carattere e le loro mancanze siano il risultato delle pressioni sociali subite sino dalla nascita, Manzoni non smette di affermare che a queste pressioni, in qualsiasi momento, il timido prete e la monaca reclusa avrebbero potuto e dovuto dire di no. Non esattamente il cattolicesimo bonario delle nostre sacrestie, come si vede: da integralista del libero arbitrio Manzoni non può perdonare Gertrude: è "sventurata", è vero, ma nessuno la obbligava a rispondere. Mentre in Italia è passato molto spesso per cattolicesimo un dispositivo morale che ci allontana dalle nostre responsabilità individuali, Manzoni non ha pudore a rimettercele costantemente davanti agli occhi, con quell'insistenza che passa per paternalismo (e in un certo senso lo è davvero): siamo noi che scriviamo troppe leggi invece di preoccuparci e farle rispettare, siamo noi che di fronte a una minaccia più o meno vaga ci inchiniamo come davanti don Abbondio davanti ai bravi "troppo giusti, troppo ragionevoli". Siamo noi che malgrado ogni tentativo di contenerci, di fronte alle provocazioni di un interlocutore nemmeno troppo astuto cominciamo a vedere rosso e ci facciamo possedere dall'ira, come fra Cristoforo davanti a don Rodrigo. Siamo noi che di fronte a una difficoltà, invece di lottare per ciò che abbiamo di più caro, decidiamo di rinunciarci come se Dio ce lo chiedesse, come Lucia nella sua notte più terribile. Siamo noi i personaggi dei Promessi Sposi, e questo ci fa arrabbiare: tutti gli altri popoli europei vivono in romanzi più recenti. Noi forse no: uno scrittore pietoso e spietato insieme come Manzoni forse non lo abbiamo trovato e a questo punto magari è troppo tardi.
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Dai e dai ci arriva anche il Potere

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In questi giorni mi sta capitando sempre più spesso di far caso a quanti foucaultiani ci siano in giro: alcuni consapevoli (e in certi casi ormai inerziali) altri no. Ma non è proprio questo l'egemonia: che un sacco di gente si ritrovi foucaultiana senza saperlo?

Sia come sia, ogni volte che qualcuno parte con una teoria un po' complottarda un po' similfoucaultiana, ad esempio la bazza delle epidemie come pretesto del Potere per creare un formidabile dispositivo di controllo, la mia prima reazione è sempre correre verso di lui a mani protese, non per schiaffeggiare (mai mi permetterei) ma per zittire, ma pensaci un attimo, ma devi proprio suggerirgli tutte queste idee, al Potere?

Che dai e dai prima o poi ci arriva anche lui, eh. Un'imbeccata oggi, un'imbeccata domani – sembra quasi che ci teniate.
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Alla fiera dell'est, per 2 ¥

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"..."
"Resisti".
"Non ce la faccio".
"Invece sì".
"Sei un adulto".
"Ma è troppo..."
"Una persona rispettabile".
"Mi scappa".
"Hai una dignità".
"LO SAPETE PERCHÉ ZAIA HA PAURA CHE GLI MANGINO I TOPI???"
"Me ne vado addio".
"PERCHÉ POI NON SA COME INGRASSARE IL GATTO AHAHAH".
"Non ci siamo mai conosciuti".


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Il coronavirus possiamo gestirlo, il burionismo forse no

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  • Com'è sempre imprevedibile la vita. Pensavamo che la fine sarebbe giunta dai no-vax, pensavamo che alla prima pandemia la loro sfiducia nella scienza ci avrebbe perduto, e invece eccoci qua con l'economia in recessione perché tecnici ed esperti alla Burioni hanno ritenuto prudente, dopo una manciata di casi, stravolgere la vita degli abitanti di cinque regioni tra le più popolose e produttive. Dove si vede come alla fine governare sia una questione di priorità: per ora il coronavirus è sostanzialmente innocuo a bambini e preadolescenti, mentre rappresenta un rischio per gli anziani settantenni. Indovina in quale nazione il governo stima necessario chiudere le scuole onde scongiurare il più possibile che i giovinetti contraggano il virus e poi lo trasmettano ai pensionati. Sarà, non casualmente, la nazione con più pensionati e meno lauree. Tutto questo forse otterrà il risultato di arginare un paio di focolai infettivi, e poi? Nel frattempo il virus gira per il mondo, lunedì il coprifuoco sarà tolto e saremo di nuovo punto di partenza, arrivo e transito per migliaia di cittadini del mondo, infettivi e non. In quel momento forse rimpiangeremo di aver bruciato in dispositivi di controllo un po' di risorse che si potevano destinare a potenziare i reparti di terapia intensiva. Questa più o meno è l'opinione di diversi esperti: col coronavirus bisognerà convivere, pensare di poterlo fermare ai confini è come credere di poter spalare l'acqua col forcone. Eppure ci sono motivi contingenti e non banali per cui il governo non ha dato retta a loro, per cui ha dato retta a chi proponeva quarantene e tamponi a tappeto, per cui ha dato retta a Burioni.
  • Ogni organismo è la risposta della vita a un determinato ambiente: Burioni è una creatura di Twitter. È in quell'habitat che si è evoluto, dimostrando notevoli capacità di adattamento. Il pesce palla sopravvive gonfiandosi, Burioni non reagisce in modo diversissimo: si tratta di ostentare aggressività. Senza i blastaggi, Burioni sarebbe rimasto uno tra i tanti cattedratici che twittano battutine a studenti e assistenti costretti a trovarle divertenti. Blastando è diventato un comunicatore e un influencer e non ha molto senso immaginare che smetta proprio ora. L'unico vero motivo per cui vince la sua linea, invece di quella di un'Ilaria Capua, è che Burioni morde (o per meglio dire mostra i denti: la violenza verbale dell'internet essendo più teatrale che pratica). Non si tratta di un approccio puramente istintivo, o meglio negli ultimi anni Burioni ha tentato in qualche modo di intellettualizzarlo, arrivando a citare uno o più studi che a suo avviso avrebbero dimostrato quanto l'approccio aggressivo risultasse efficace contro no-vax e in generale erogatori di fake news. D'altronde non dev'essere molto difficile trovare almeno un paper che giustifichi qualsiasi nostro atteggiamento sociale, e insomma Burioni si è almeno preoccupato di trovarne uno che spiegasse quel suo bullismo che tanti ammiratori e gregari gli ha procurato su Twitter (uso "gregario" nel senso che ha nella pedagogia dell'età evolutiva: l'aiutante/mandante del bullo). E così come a un certo punto il DDT è diventato più pericoloso dei parassiti che uccideva, oggi il burionismo sta iniziando a rivelare costi sociali forse non più sopportabili nel medio-lungo termine.
  • Oltre al Burioni comunicatore, esiste il Burioni epidemiologo. Sul piano professionale, Burioni è essenzialmente un tecnico con una visione estremamente settoriale, profonda ma limitata. C'è un problema, Burioni conosce la soluzione. Il fatto che questa soluzione possa costare alla collettività più del problema è già cosa che non gli compete, e anzi lo innervosisce (ed è un nervosismo apparentemente simile a quello di un altro competentissimo tecnico, Bagnai, ben disposto a mandarci in malora per dimostrare le sue tesi). Non ha nessun senso aspettarsi da tecnici settoriali una riflessione più ampia sui costi sociali di una settimana di quarantena. Non ci devono pensare loro: ci dovrebbe pensare una classe dirigente colta e competente. Non l'abbiamo.  
  • Non l'abbiamo. Il governo è debole, sotto lo scacco di un'opposizione che ritiene di avere il diritto di pompare qualsiasi allarmismo senza limiti di buon senso, decenza e logica: e siccome nessuno glielo contesta davvero, questo diritto, in pratica Salvini e compagnia ce l'hanno davvero. Possono lanciare giorno e notte le più criminali bugie, ma ehi, libertà di opinione. In parte è un gioco delle parti: l'opposizione dovrebbe alzare l'allarmismo, le forze di governo dovrebbero schiacciarlo energicamente dando prova di serenità e competenza. Ma, ecco, sta funzionando? Continuiamo a vedere in tv e sui social personaggi che sono più pericolosi del coronavirus: persone che dicono il falso per il solo scopo di impaurire e disorientare il prossimo, e pensiamo che abbiano tutto il diritto a stare lì e intascare stipendi e gettoni di presenza. Sono passati due anni da quando in qualche ufficietto o redazione qualcuno si inventò la bufala degli africani che avevano ucciso una ragazza tossicodipendente per mangiarla: chi ha inventato quella cosa (che fece vincere le elezioni a Salvini), chi l'ha scritta è ancora al suo posto e ci sta già dicendo che il virus è uscito dal laboratorio, o che ce lo porteranno i cinesi o gli africani. 
  • Aggiungi che il resto della stampa è in crisi terminale, e cavalca l'allarmismo come l'ultimo cavallo sopravvissuto alla battaglia: per cui qualche coda nei supermercati diventa, inevitabilmente, l'assalto ai forni. Il nostro sistema mediatico sembra davvero gestito dal pilota automatico di Airplane 2, quello che scandisce "Ok panic" mentre il pilota tenta di calmare i passeggeri. Tutto questo nel medio-lungo termine ci farà più danni del coronavirus, così come durante una scossa di terremoto il panico può danneggiare i fuggitivi molto più delle vibrazioni delle strutture.

  • Siccome non ci è concesso di rinunciare all'ottimismo, propongo di trattare tutta questa surreale vicenda come una forma di vaccino, in vista delle emergenze più serie che verranno da qui in poi. Perché anche se questo coronavirus non è la peste nera che i giornalisti temono (magari con la segreta speranza di sopravvivere a un'ecatombe di colleghi e concorrenti), non è affatto detto che lo sia il prossimo, o qualche altro antico virus o batterio riemergente dallo scioglimento dei ghiacci plurimillenari. Nel frattempo, com'è noto, stiamo finendo gli antibiotici. E in ogni caso il riscaldamento globale è una realtà con cui dovremo fare i conti nei prossimi anni. Per cui sì, l'apocalisse è rimandata, ma adesso sappiamo che dobbiamo lavarci le mani venti secondi, e non precipitarci al pronto soccorso, tossire nelle maniche ecc. ecc.. Tutto questo potrebbe risultarci molto utile domani. Ma allo stesso tempo non si può nemmeno escludere che domani la signora con la falce venga per bussare alla nostra porta e la trovi spalancata, semplicemente perché nel 2020 abbiamo sprangato scuole e uffici per una settimana e poi ci siamo resi conto di aver buttato via tanti soldi per niente. E insomma si sa che gridare al lupo troppo spesso ha le sue controindicazioni.
  • Vorrei aggiungere che, per quello spicchio limitatissmo di Italia che posso vedere, il mio Paese non è in preda al panico, e nessuna sceneggiata su instagram mi farà cambiare idea su questo. Ho visto medici, studiosi, insegnanti, persino pazienti gestire questa emergenza con professionalità e garbo, senza perdere troppo tempo a domandarsi se avesse un senso l'emergenza in sé, dato che il loro mestiere consiste nel gestire i problemi, non nel farsi le domande. Lo stesso varrebbe anche per me, ma è da tre giorni che sono a casa, abbiate pazienza, come facevo a non scrivere qualcosa. Fatevi coraggio che siete grandi, lavatevi le mani e ci vediamo.
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