Il mondo brucia e abbiamo ancora Grillo tra i piedi

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Comunque va bene, sì, il Covid, e Beppe Grillo che fa la pace con Conte, e tra qualche giorno l'anniversario del G8 di Genova, però intanto in Europa continentale diluvia e in Canada hanno picchi di 50°Celsius: di che altro dobbiamo parlare? Tra un po' comincerà la vera emergenza climatica, a meno che non sia già cominciata, ma in ogni caso: se il Covid è stato un'impegnativa cima appenninica, adesso abbiamo davanti l'Himalaya. Fare previsioni ora sarebbe ancora più sciocco che all'inizio del 2020; durante la spedizione succederanno molte cose che nemmeno immaginiamo: cambieremo molte opinioni e le divideremo con persone insospettabili – insomma quello che è successo l'anno scorso, moltiplicato per cento. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Riscaldamento_globale#/media/File:Urban-Rural_Population_and_Land_Area_Estimates,_v2,_2010_Northeast_Italy_(13873744025).jpg
(Comunque quella è Ferrara, non Bologna).

Sappiamo che se avevamo una vaga, vaghissima possibilità che questa crisi fosse gestita in Italia da un governo progressista, ce la siamo giocata con l'arrivo di Mario Draghi, che ha imposto un sensibile cambio di passo. Se abbiamo fretta non è difficile trovare nomi di colpevoli, peraltro recidivi: Renzi e Grillo. A distanza di qualche anno, la coerenza con la quale hanno sabotato ogni progetto progressista almeno dal 2008 in poi è impressionante; tanto più che entrambi non hanno mai smesso di professarsi progressisti, a modo loro, e a mettersi di traverso a qualsiasi iniziativa progressista che non li vedesse protagonisti assoluti. Molte volte ho rimproverato alla sinistra la mancanza di leadership, stavolta mi toccherebbe concedere che sono stati due leader a rovinare tutto. Ovviamente ho già la risposta pronta, ovvero: per forza hanno rovinato tutto, che altro aspettarsi da due buffoni? Se avessimo lavorato di più sulla classe dirigente avremmo evitato che il vuoto di leadership causasse l'ascesa di un comico e di un sindaco di Firenze. Renzi e Grillo saranno colpevoli, ma sono anche vittime di un enorme vuoto culturale che si è creato negli ultimi vent'anni, da Genova e anche prima. È facile ora trattarli da capri espiatori e non mi impedirò di farlo – chi si innalza sugli altari si merita tutta la polvere che solleva quando cade – ma il problema è un po' più grande di loro, è un po' grande di tutti noi. È peraltro un problema che non faremo il tempo a risolvere; spetterà all'Emergenza, che quasi sicuramente non scioglierà i nodi nel modo in cui avremmo voluto. È molto più facile che qualcuno in quei nodi resti stritolato, metaforicamente o meno. Poteva andare diversamente? 

Guardiamo al resto dell'Europa, dove le sinistre non dovrebbero essere disastrate come la nostra: ce n'è qualcuna che è riuscita ad approfittare dell'emergenza per imporre la sua visione del mondo, le sue priorità? Che io sappia no. Può darsi che non abbia cercato bene, anzi lo spero – mi danneggia forse la prospettiva storica, il pregiudizio per cui il progressismo è un fenomeno tipico delle crisi di crescita, mentre questa ha più l'aria di essere una catastrofe sistemica, qualcosa che in generale premia chi ha sviluppato corazze e barriere. Può darsi che un pregiudizio simile abbia portato leader di sinistra come Mélenchon o Corbyn a lambire il sovranismo. Anche in Italia è successo qualcosa di simile, non solo presso realtà ormai folkloristiche come i comunisti di Rizzo; non ce ne siamo accorti perché eravamo distratti dall'esplosione colorata del vaffanculismo Cinque Stelle. 

Sui Cinque Stelle non ho cambiato opinione (il che è sospetto, considerato quanto sono cambiati loro). Li definivo "un magma in cui si trovano ormai fuse assieme istanze che una volta erano di pura sinistra (l'ecologismo, la questione morale) e veleni di estrema destra". Con questo magma dobbiamo costruirci un riparo: non è il materiale ideale, ma altro disponibile non ce n'è, se ci fosse a quest'ora l'avremmo trovato. Otto milioni di persone votarono nel 2013 per un Movimento che a parte Grillo e il suo discutibile webdesigner, contava soltanto perfetti sconosciuti e tanta voglia di cambiamento; non dico che Grillo fosse davvero progressista (anche se è convinto di esserlo) o di sinistra; dico che tra quegli 8 milioni di voti c'erano quelli che la sinistra avrebbe dovuto intercettare per non diventare una forza residuale. Dico che nel 2008, all'ombra della fusione tra democratici e cattolici di sinistra si era consumata una scissione sotterranea; mentre il neonato PD di Veltroni ripartiva all'eterna conquista del centro moderato immaginario, nelle viscere dell'opinione pubblica si staccava un enorme scudo di persone deluse dal moderatismo, dalla ragionevolezza, scontente del berlusconismo e di chi il berlusconismo non era riuscito a respingerlo; fu quello il nucleo del grillismo e fu quella scissione che occorrerebbe rimarginare per rifare della sinistra una forza importante, ma non c'è più tempo nemmeno per recriminare. Possiamo aggiungere alla lista dei colpevoli qualche altro spauracchio: Veltroni senz'altro, e perché no, D'Alema che in un certo senso lo anticipò – e Prodi? Mettiamoci anche Prodi, troppo ragionevole per capire dove stava andando l'Italia. Insomma ne abbiamo di nomi contro cui sfogarci. Se solo servisse a qualcosa.

Negli anni successivi alla scissione è stato comodo, per tanti commentatori e anche per me, liquidare il Movimento associando a esso gli aspetti più discutibili e appariscenti: il complottismo, il mito della democrazia partecipativa e i ridicoli strumenti con cui veniva simulata, la natura reazionaria di tante rivendicazioni, l'ambiguità sull'Euro. Il M5S è effettivamente stato anche questo: una serie di risposte sbagliate offerte a un pubblico che però faceva domande importanti. Senza dubbio contiene frange complottiste e sovraniste e possiamo bollarle di destra, se ci fa stare meglio: ciò non toglie che le stesse frange esistano anche a sinistra – in un certo senso sono sempre esistite. A Genova, bisognerebbe ricordare, a contestare il G8 c'era già un universo inconciliabile e variopinto che comprendeva gli anarchici come i novax; c'era chi voleva abolire tutti i confini e chi voleva ri-istituire le dogane nazionali per fregare i McDonald's; chi voleva spegnere la luce per non surriscaldare il mondo e chi voleva tenere aperte le fabbriche per non perdere i posti. A unirli era soprattutto uno slogan: Un altro mondo è possibile. E può anche darsi che in quel momento la possibilità di un altro mondo ci fosse, ma avremmo dovuto metterci d'accordo quasi subito e sarebbe stato molto difficile. Anche qui: possiamo dare la colpa ai manganelli. Ma è una ricostruzione consolatoria: i manganelli hanno fatto molto male ma non ci hanno impedito di pensare. Anzi nei mesi successivi proprio la repressione di Genova sembrava aver creato per reazione un Movimento dove prima c'erano soltanto gruppi diversi con priorità diverse. La vera occasione l'abbiamo persa dopo il Social Forum di Firenze, e sinceramente non ho mai capito il perché. Senz'altro l'11 settembre ci ha preso in controtempo, senz'altro la Guerra Infinita di Bush figlio e Rumsfeld è diventata l'obiettivo primario e ci ha distratto, ci ha impedito di concentrarci su una serie di priorità sistemiche che a me perlomeno sembravano abbastanza chiare già nel 2001: l'emergenza climatica, i rischi connessi alla globalizzazione dei mercati e alla privatizzazione dissennata dei servizi, la speculazione finanziaria. A distanza di vent'anni non si è fatto praticamente niente: gli unici fronti in cui globalmente qualcosa è cambiato mi sembrano quelli dei diritti civili per le persone LGBT e della depenalizzazione delle sostanze. Questo mi lascia un po' perplesso: forse perché sono etero e non fumo. O forse perché si tratta di evoluzioni sacrosante ma tutto sommato compatibili con una visione del mondo liberale e individualista. In ogni caso c'è una specie di buco nella mia memoria, diciamo tra il 2004 e il 2008 non ho capito bene cosa sia successo, forse ci siamo un po' distratti a tifare per Obama (ma io neanche tanto, a rileggermi), o ad assistere alla lunga fine di Berlusconi. Credo sia un buco per molte coscienze provvidenziale, perché impedisce di collegare il movimento post-Genova al vaffanculismo dei grillini. Si capisce che in mezzo ci dev'essere stato un crollo culturale, una fuga dei cervelli, perché nel 2001 si parlava di Tobin Tax e nel 2008 di biowashball. Però temo che se avevamo una possibilità ce la siamo giocata in quel momento. 

Adesso è tardi. Da qui in poi la polarizzazione sarà tra chi accetta l'Emergenza e chi non ci vorrà credere: e come è successo col Covid, molte persone di sinistra si troveranno nel secondo insieme; io nel primo. Ovviamente discuteremo a lungo su chi ha tradito chi: aggiungete anche me alla lista, se vi fa stare bene. Per me continua a essere una questione di stile di vita: sono più di vent'anni che sento dire che sarà necessario modificarlo per sopravvivere; pensavo e penso che Bush figlio rappresentasse il nemico perché diceva chiaro e tondo che la guerra infinita si combatteva per difendere lo stile di vita occidentale. Tra tante istanze discusse e disputate questa almeno a sinistra la davo per scontata, ma poi è arrivato il Covid e ho scoperto che no, rinunciare al proprio stile di vita era per molti intollerabile tanto quanto per Salvini. E lo posso capire: il primo lockdown fu terribile, per molti più che per me; non m'interessa il discorso moralista, non c'è tempo neanche per quello. Ma molti che chiedevano un mondo diverso, dal 2020 in poi li ho visti domandare a gran voce che gli restituissero il mondo che c'era prima; se è così che un'emergenza riduce le persone, non ho che da fare le proporzioni. Nei prossimi anni arriveranno botte peggiori: può anche darsi che reagiremo meglio, magari il 2020 ci ha insegnato qualcosa. Oppure no: può darsi che ci abbia soprattutto irrigidito e incattivito. Anche questo è abbastanza naturale (se vivi abbastanza a lungo, tutto diventa abbastanza naturale. Anche le catastrofi).

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Non resta che sperare in Di Maio (rendetevi conto)

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Questa crisi politica mi trova dell'umore meno adatto a interessarmene. In teoria non sono di quelli autorizzati a sentirsi nauseati da una conta parlamentare. Prima dell'emergenza ero un fiero parlamentarista; lo sarò anche quando e se l'emergenza finirà: invece uno che parlamentarista non era è Matteo Renzi. Anch'io trovo beffardo che si sia messo a giocare all'ago della bilancia con un partitino, come qualsiasi democristiano post-diaspora che ha sempre finto di non essere; la beffa però mi sembra la stia facendo lui a me. Certo, lui è sempre lo stesso narciso che scalpita per l'attenzione (e per amministrare qualche fondo europeo), ma io? Lui è inquieto, lo sarà sempre finché non tornerà sotto il riflettore più importante (quindi lo sarà sempre), ma io invece perché sono così tranquillo? Davvero credo che il Conte 2 sia il migliore dei governi possibili? Davvero sono così stanco e sfibrato da non notare l'incompetenza generalizzata, i disastri, l'irresponsabilità?

Probabilmente sì.

Uno sguardo ardito e fiero che rincorre l'Aldilà

Non so neanche per chi voterò – no, stavolta è peggio: stavolta non m'interessa. Parto da una constatazione: il partito in cui bene o male mi riconosco (più male che bene) è sempre stato il PD. L'ho votato da quando esiste – 2008 – e non ha mai vinto le elezioni. Anzi, ha sempre perso. Nonostante questo ha governato il Paese quasi per un decennio. Sul serio. 

È rientrato nelle stanze dei bottoni col governo Monti (2011), il che ha portato la segreteria Bersani al disastro delle elezioni del 2013. Disastro che non gli ha impedito di mantenere il ruolo di primo partito nella maggioranza che ha sostenuto il governo Letta, il governo Renzi (2014) e il governo Gentiloni (2016). Al termine della legislatura, intaccato da una scissione a sinistra e consegnato dalle primarie a un leader ormai percepito come fallimentare, è sceso alle elezioni del '17 per la prima volta sotto il 20%, una batosta insopportabile per il partito che deteneva l'eredità morale dei due grandi partiti di massa del secondo Novecento. Ciononostante, e malgrado una seconda scissione, non gli è riuscito di stare lontano dal governo che per quindici mesi, gli unici quindici mesi in tutto il decennio 2011-2020 in cui il PD non ha dato alcun contributo al governo del Paese. Sono stati anche i quindici mesi più inquietanti della nostra storia recente, e il solo spettro di un secondo avvento di Salvini dovrebbe terrorizzarmi e spingermi a sostenere qualsiasi alternativa, un monocolore Di Maio, un governo tecnico Pippo Baudo. Ma ecco, ci credo davvero? A Salvini interessa così tanto governare? Mi pare che quanto gli interessi lo dimostrò ampiamente nell'estate del '19. E per quanto si sia attribuita la sua scelta alla tipica ebrezza del Papeete, è abbastanza plausibile che in quel caso Salvini abbia fatto una delle scelte più lucide e razionali della sua vita, ovvero mollare ogni responsabilità quando era ancora giovane e credibile, e in grado di riprendere l'unico mestiere che ha fatto in tutta la sua vita: l'oppositore da fiera, da agitarmi davanti ogni volta che non ho tanta voglia di votare l'ordine e la responsabilità.

Rispettoso, lusinghiero, il giudizio che si dà

Con questo non voglio dire che il sovranismo non sia ancora un pericolo concreto, ma tutti gli avvenimenti importanti del 2020 lo hanno oggettivamente ridimensionato: la Brexit non è un paradiso in terra, la pandemia non è che la prima emergenza planetaria che dimostrerà nei prossimi anni quanto siano anacronistiche e scomode le frontiere europee. Forse siamo in quella fase della partita in cui il pezzo più importante è già stato mangiato (magari era Trump) e il resto del gioco è un dettaglio. Anzi è possibile che i sovranisti in Italia e in Europa abbiano appena iniziato a formare quel partito di massa che nei prossimi anni si opporrà al partito della responsabilità e della pianificazione emergenziale; la massa c'è e non chiede ai suoi leader che parole di speranza, o al limite teorie del complotto immaginose e interessanti. 

Questa cosa Salvini la sa, Meloni la sa, e forse entrambi nel loro segreto tremano di fronte all'enorme responsabilità di guidare un popolo nel deserto. Perché di questo si tratta: di governare no, governare nei prossimi anni sarà complicato e faticoso. Il massimo contributo che possono dare è impugnare la fiaccola del sovranismo, tener buona la loro gente al calore di una speranza di rivoluzione che non si realizzerà mai – più o meno quel che fecero i quadri del PCI nel secondo dopoguerra, con qualche regione in più da gestire, che poi son carriere, affari, butta via. Governare però no: poi bisognerebbe una volta buona spiegare agli elettori se si esce dall'Euro o si resta dentro, se si è con Putin o con Biden, coi novax o coi nocovid, tutte partite ormai decise anche se i tavoli sono ancora ufficialmente aperti. Governare si è già capito che non vogliono e non possono. Quindi governeranno gli altri. Cioè?

Il PD?

Ma cos'è il PD ormai?

Pensate a quanti pezzi ha perso lungo il percorso – era il partito dell'area Prodi, per prima cosa mandò all'aria l'ultimo governo Prodi. Lo fondò Veltroni, uno dei risultati più concreti che raggiunse fu la fine politica di Veltroni (un risultato molto importante, sottolineo, anche dal punto di vista letterario, cinematografico, musicale). Era il partito di Bersani, che ci ha messo anche un po' ad andarsene; poi è stato il partito di Renzi, schizzato fuori pure lui. Al termine di tutte queste scremature, quel che rimane è un partito tranquillo, senza personalità di spicco; verrebbe da dire senza personalità e basta. Lo dirige un amministratore di regione, nel suo tempo libero: in questo periodo non deve averne molto. Si dà per scontato che sia composto da personaggi responsabili, e si chiude un occhio quando si mostrano non molto più avveduti degli altri. È insomma il partito adatto a quel tipo di maggioranza silenziosa che si forma alla fine della crisi, quando la gente è stanca di avventure: come gli elettori della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1988. Può darsi che la situazione sia simile: che dopo aver provato Berlusconi, e Renzi, e Grillo, cominci a subentrare una certa stanchezza, una voglia di affidarsi non tanto all'uomo forte e neanche all'uomo competente, ma almeno tranquillo, in grado di dimostrare un minimo di serietà o almeno di simularla. Cosa che riesce più semplice se all'opposizione si rinchiudono in quel castello telematico di illusioni che Facebook, Amazon e Google stanno cominciando a smantellare, non un attimo prima di vedere come andava a finire Trump. Insomma i giochi sono abbastanza fatti, ognuno ha il suo ruolo, chi rimane fuori? Ah giusto.


I Cinque Stelle.

Ecco, vorrei dire che i Cinque Stelle sono la mia unica vera speranza, ma senza essere frainteso. Come amministratori sono stati disastrosi (ho in mente il mio ministro in particolare), né ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da un partito che dell'incompetenza si faceva bandiera. Bisogna dire che la pandemia ha messo in crisi molto più la loro piattaforma che quella dei sovranisti. Erano il rifugio dei NoVax, ora la gente fa carte false per vaccinarsi: ma non è solo quello. Dovevano mandare a casa i politici (e l'hanno fatto), e ora si trovano al loro posto, costretti loro malgrado a fare politica. Non si può dire che ci stiano riuscendo: sinceramente, non si può. Ma alcuni a questo punto potrebbero farcela, e questa è l'unico margine di speranza che in questo momento riesco a intravedere. Da Salvini e Meloni so cosa aspettarmi: tanto fumo sovranista e postfascista che gli adepti inaleranno voluttuosamente, nella speranza che dia più torpore che nervosismo; dal gruppo Mediaset so cosa aspettarmi, anche oltre l'estinzione fisica del suo fondatore (un supporto mediatico ai sovranisti fin tanto che si tratta di tenerli incollati al televisore durante le pubblicità di dentiere e pannoloni, che si eclisserà parzialmente nei momenti di crisi, proprio come la Fox è mancata a Trump nel vero momento del bisogno). Dal PD so cosa aspettarmi: tanta pacata affettazione di competenza, sostenuta da quotidiani autorevoli che non legge più nessuno, stampati da industriali che in Italia non producono più quasi niente, ormai se ci spiegano come stare al mondo è davvero per uno stimolo disinteressato, un capriccio. Da Renzi so cosa aspettarmi: cercherà di attirare l'attenzione su di sé, prestandosi a maneggi vari senza nemmeno accorgersene, insomma era partito Kennedy ed è finito Pannella. Dalla sinistra extraparlamentare, in cui ideologicamente pure mi riconosco, so cosa aspettarmi: tante velleità, e mi dispiace. 

Da Di Maio, ecco, no. Non so veramente cosa farà, non so chi lo voterà e che motivi troverà per farlo. Di Maio (e i suoi compari) sono l'unica variabile che può cambiare davvero la situazione. Possono tentare di ricorrere Salvini sui terreni del sovranismo e perfezionare qualche nuova variante complottista: ma non è soltanto una strada perdente, è l'imitazione di una strada perdente. Oppure possono restare dove non avrebbero dovuto e voluto trovarsi: al governo, e crescere, alla ricerca di una via credibile tra populismo e democrazia. Questa via credibile, prima della pandemia non esisteva: ora la situazione è parecchio cambiata e nei prossimi anni cambierà ancora di più. Insomma dipende quasi tutto da loro, sono il vero ago della bilancia e sono dei maledetti incapaci – ma non sarebbero arrivati lì se non lo fossero stati – e proprio perché maledettamente incapaci, hanno enormi margini di miglioramento. Dopotutto it can't get much worse.

Mi accorgo che questo discorso – tirato in lungo apposta per allontanare il più possibile dei lettori dalla avvilente conclusione – sembra il tentativo disperato di vedere un bicchiere mezzo vuoto dove da un pezzo non c'è più non dico l'acqua, ma il bicchiere stesso; oppure il gesto disperato di chi trovandosi in un tunnel completamente buio, si strizzasse gli occhi per procurarsi qualche fotopsia e dirsi ecco, lo sapevo che c'è una luce in fondo. Scusate, questa crisi mi trova davvero nell'umore meno adatto.

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Bagnai, il leghista che ti boccia in economia

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Sabato scorso, mentre un militante ed ex candidato della Lega si faceva arrestare a Macerata dopo aver ferito più di una mezza dozzina di residenti africani, e tutti si domandavano come avrebbe reagito Matteo Salvini io mi sono sorpreso a chiedermi: e Bagnai? Come la prenderà Alberto Bagnai?
Salvini poi non ci ha messo molto a farsi sentire, spiegando in sostanza che se aumentano i neri è normale che aumenti anche la gente che ci fa il tiro al bersaglio in strada. Non che ci si aspettasse da lui qualcosa di più fine: ugualmente c’è da domandarsi se si sia mai toccato un punto così basso, in una campagna elettorale, nella storia della Repubblica. Un tuo militante va in giro a sparare alle persone: è colpa delle politiche migratorie, ok. Nel frattempo Alberto Bagnai (economista e candidato al Senato per la Lega in Abruzzo, Lazio e Firenze) si limita a chiedere ai suoi seguaci di “ignorare le provocazioni”. Forse per puro caso, sul suo blog è campeggiata ancora per due giorni una domanda retorica formulata il giorno prima della tentata strage: L'immigrazione è la prosecuzione della deflazione con altri mezzi? 
Chi ha una minima familiarità con gli argomenti di Bagnai non può avere molti dubbi sulla risposta: sì, ovviamente i fenomeni migratori fanno parte di un più vasto complotto per indebolire l’economia italiana ‒ “Il nostro paese è stato distrutto da quelli che ci propongono come panacea i lavoratori altrui (dopo averci proposto come panacea la moneta altrui)”. Non è sorprendente che Bagnai parli così. Non è sorprendente che un leghista parli così.
Insomma qual è la sorpresa?
Che Bagnai sia un leghista?

Lui stesso nel suo blog ammette che chiedere a molti affezionati lettori di votare Lega sia imporre uno “strappo lacerante con la propria storia politica”. Eppure Bagnai è in buoni rapporti con Salvini almeno dalla campagna delle europee del 2014, quando non si candidò ma sostenne l’altro economista no-euro leghista, Claudio Borghi. Io stesso fatico a immaginarmi Bagnai seduto al Senato tra un Calderoli e un Bossi, ma perché? Perché ho visto le foto che qualcuno ha subito rimesso in giro, dove partecipa a un dibattito dietro a una falce e un martello? Lui in realtà è sempre andato ovunque lo facessero parlare, sinistra, destra. È semplicemente successo che i no-euro di destra fossero più numerosi, e meglio organizzati. E allora perché? Perché i suoi primissimi interventi in rete (poi rimossi) li ha scritti su Sbilanciamoci, un sito che era espressione di quella sinistra plurale e alternativa che veniva dai forum sociali dei primi anni Zero? Ma è successo molto tempo fa, e non si può nemmeno accusarlo di incoerenza: Bagnai era un antieuro già allora, e antieuro è rimasto. Oppure perché è un orgoglioso keynesiano, e di tutti gli economisti liberali, Keynes, con la sua visione anti-moralista della spesa pubblica, è quello che è sempre piaciuto più a sinistra? Ma, anche in questo caso, è stata semmai la sinistra al governo a rinnegare Keynes; a questo punto della storia se Bagnai calcola che nel centrodestra ci possa essere più spazio per una politica anti-austerità, chi sono io per dargli torto?

Più in generale, chi sono io?
Domanda meno inutile del solito. Sono un elettore di centrosinistra per educazione e inclinazione. Faccio parte di un spicchio sociale che una volta si chiamava “ceto medio riflessivo”, ma la definizione è andata in crisi da quando molti hanno seguito Beppe Grillo (non Bagnai: non ha mai appoggiato Grillo e i suoi). Sin da quando ho cominciato a votare, non mi è stato difficile capire da che parte stare: bastava individuare Berlusconi e votare per chi aveva più chance di batterlo. Quando Berlusconi è andato in crisi, ho dovuto ridefinire i parametri. È successo a molti come me, con risultati imprevisti. A un certo punto, credo verso il 2012, ne ho individuato uno che mi sembrava affidabile: il principio di realtà. Tra i politici (anche nuovissimi) che raccontavano le frottole, e i politici che non mi nascondevano la realtà (anche amara) avrei scelto i secondi. Questo tagliava fuori ovviamente oltre alle promesse berlusconiane, le nazioni padane e gli universi alternativi dei giovani cinquestelle, a base di scie chimiche, sirene e chip sotto-pelle. Da una parte le panzane, le bufale  (non le chiamavamo ancora fake news ma il concetto era già ben chiaro), dall’altra la scienza, la dura legge dello spread. Tutto molto chiaro: non fosse stato per Alberto Bagnai. L’unico elemento che non si lasciava inquadrare così facilmente.

Credo di avere scoperto l’esistenza del suo blog nel peggiore dei modi, attraverso l’intervista concessa a un altro grande avventuriero mediatico, Claudio Messora in arte Byoblu; il vlogger che non era ancora diventato un portavoce ufficiale del Movimento Cinque Stelle a Bruxelles (poi silurato). Per me in quel momento Messora era soprattutto il portavoce ufficioso di Giampaolo Giuliani, il tecnico aquilano che sosteneva di aver messo a punto un sistema per prevedere di terremoti. Il classico esempio di scienziato-come-se-l’immaginano-i-grillini: un artigiano geniale, osteggiato dall’università manovrata dai grandi capitali, che da solo in un piccolo laboratorio porta avanti la fiaccola della verità. Poi arriva Messora con videocamere e microfoni, produce un’ora di filmato, lo piazza in rete, e gli aquilani cominciano a scrivere al blog per chiedergli se quella sera è il caso di rincasare o di dormire in macchina.
Il fatto che dopo aver lanciato Giuliani come fenomeno su Youtube, Messora si fosse dedicato a Bagnai non poteva che ispirarmi una certa diffidenza nei confronti di quest’ultimo (e c’era la coincidenza geografica: anche Bagnai lavorava in Abruzzo, questa terra un po’ dimenticata dai riflettori che è la cornice ideale dove immaginare qualche genio esiliato dal malanimo e dall’invidia dei colleghi). All’italiano medio, proprietario di abitazione, terrorizzato dai terremoti, Giuliani diceva che le scosse erano prevedibili (bastava misurare il radon); all’imprenditore abbattuto dalla crisi e dalla concorrenza dei mercati emergenti Bagnai promette che il declino dell’Italia è reversibile (basta tornare alla lira). Entrambi insomma fornivano al lettore di Byoblu e Beppegrillo soluzioni apparentemente facili e praticabili a problemi molto più complessi: non teorie del complotto, ma elisir di lunga vita.

In realtà Bagnai – basta leggerlo – è un caso completamente diverso da quello di Giuliani. Per prima cosa non è un reietto della scienza: ha una cattedra a Pescara, collabora con istituti di ricerca in tutta l’Europa, pubblica paper, ostenta nei suoi scritti anche occasionali una robusta cultura umanistica, che mette a servizio di un’inesausta vena pedagogica. Bagnai non solo vuole dimostrarti di conoscere la sua scienza, l’economia, ma in un qualche modo è anche convinto che riuscirà a spiegartela, accumulando dati, teorie, tabelle, estrapolazioni, rimandi ad altri interventi, tutto un enorme corpus che evidentemente funziona: il suo blog, ancora con un semplicissimo layout di Blogspot, in quattro anni ha avuto più di tre milioni di accessi; anche i suoi libri sembrano vendere bene e le presentazioni sono sempre molto affollate.
Quando ho cominciato a leggerlo, Bagnai mi è risultato nello stesso tempo familiare e incomprensibile. Incomprensibile in quanto economista, e per quanto si sforzasse lui e ci provassi io, la materia era evidentemente troppo dura per me; familiare, perché per quanto economista, Bagnai è anche un blogger nato. Non importa quanto tardi si sia accostato allo strumento: la sua prolissità, la confusione creativa tra pubblico e privato, l’energia inesausta con cui si abbatte contro gli avversari; l’abilità con cui ha trasformato l’area dei commenti in una piccola comunità, una specie di corridoio di facoltà; sin dall’inizio il blog sembrava nato per Bagnai, e Bagnai per lui.



Certamente è anche per questo che non mi sono mai convertito al bagnaismo – per questo, e perché sono nato e cresciuto nel cortile di un capannone di una piccola impresa padana a conduzione famigliare, e l’idea che per tornare ai fatturati degli anni Ottanta basti recuperare la lira mi sembra davvero la proposta di un professore arrivato in paese col filtro dell’eterna giovinezza. Però, alla fine, io di economia non ne capisco niente. Non ho mai avuto gli strumenti per capire se la sua teoria fosse migliore di quella di chi difende l’unione monetaria e l’austerità; i blogger però li so riconoscere, e nel 2012 Bagnai mi sembrava troppo blogger per essere anche uno studioso autorevole. Non capivo le sue tabelle, ma la sua foga mi sembrava eccessiva. I suoi idoli critici scrivevano compassati nei quotidiani nazionali, lui strepitava da un blog: istintivamente diffidavo di chi sbraitava, ma non avevo proprio capito niente di comunicazione.
Oggi è normalissimo vedere un esperto, un professionista del suo settore, insultare sui social gli interlocutori non all’altezza: è stato anche coniato un verbo all’uopo, “blastare”, e soprattutto si è formato un pubblico, una comunità di persone che applaude il blastatore quando questo rischiara le tenebre dell’ignoranza con qualche insulto laser. Mentre sto scrivendo queste righe, su twitter incrocio Burioni che blasta qualche antivaccinista. Ecco: Bagnai forse è stato il primo professore-blastatore dell’internet italiana. Quella foga sanguigna che io trovavo sospetta, credo che sia stata il segreto del suo successo; molta gente cercava su internet non soltanto un elisir di lunga vita, ma un maestro severo, di quelli che la scuola non ti offre più. Non so che insegnante sia Bagnai dal vivo, ma sul blog è un mago: ti circonda con le parole e con i dati, ti soggioga, riesce a bacchettarti sulle dita con la sola imposizione della prosa. Alla fine non è così strano che Salvini abbia liberato un posto in Senato per lui. E allora, di nuovo: perché faccio fatica a crederci?

Perché anche se non mi sono mai convinto che il ritorno alla lira non possa che essere un disastro, in qualche anno di saltuaria frequentazione del blog un’idea me la sono fatta: Bagnai è davvero un intellettuale, nel senso migliore del termine: un intelletto vivo, e inesausto. Nel momento in cui chiede ai suoi sostenitori anti-euro di votare per la Lega, può davvero ignorare che Salvini il repertorio anti-euro lo tira fuori sempre più di rado, e in caso di vittoria del centrodestra alle elezioni probabilmente lo accantonerà per assumersi una responsabilità di governo? Bagnai è un economista fieramente keynesiano: non ha proprio niente da dire sulla flat-tax, la nuova ricetta miracolosa che nei comizi di Salvini ha ormai soppiantato il ritorno alla Lira? Bagnai, non lo manda a dire, è contrario all’“immigrazionismo”, “fase suprema del colonialismo”, ma non dimentica mai di ricordare ai suoi lettori che i profughi hanno diritto all’asilo: non immagina allora cosa succederà nel Mediterraneo, quando un uomo del suo partito si ritroverà al Viminale, come si trovò Maroni tra 2008 e 2010, quando i barconi venivano respinti al largo?
Bagnai, per chiuderla, ha tutti gli elementi per capire in che trappola sta cadendo: che se c'è una vaghissima possibilità che il centrodestra, una volta al governo, adotti la sua politica economica senza compromessi, ce n’è una molto più concreta che egli diventi lo specchietto da esibire a un elettorato di allodole no-euro; che le sue parole, fin qui fiorite così libere e sincere sul blog, vengano usate per giustificare le prossime stragi nel mare, o la prossima iniziativa di un pistolero disperato. Un rischio che non può non avere calcolato: è un economista, lui.
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I falsi miti del regresso (appunti)

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Gli abitanti di quella porzione occidentale del mondo, all'inizio del XXI secolo, assistevano con vari gradi di consapevolezza a due enormi cambiamenti, che visti da vicino potevano sembrare di proporzioni apocalittiche: la globalizzazione economica e il riscaldamento globale. Fenomeni complessi, che oggi si liquidano in un paio di paragrafi sul manuale.

Nel 1990 il crollo del blocco sovietico aveva accelerato un processo di globalizzazione già in corso: se in quel momento molti in occidente esultarono per la fine della Guerra Fredda e l'apertura di nuove rotte commerciali, il modo in cui la globalizzazione si fece davvero sentire nei trent'anni successivi fu il crollo del costo del lavoro. A quel punto un terzo della popolazione mondiale era indiano o cinese; ed era disposto a lavorare per meno di un decimo del salario di un operaio francese o tedesco; e sarebbe stato così per un altro mezzo secolo. Questo portò i partiti tradizionali di sinistra alla crisi irreversibile, ironia della sorte, proprio nel momento di massimo splendore del Partito Comunista Cinese. Molti diventarono protezionisti: si opposero con forza a ogni progetto di accordo internazionale sul commercio. La "globalizzazione" diventò un'entità ostile, che si immaginava pilotata da lobbies di milionari, speculatori, "neoliberisti". Fin qui era facile capire la dinamica del mito. Nasceva a sinistra come racconto consolatorio, si prestava a supporto di un progetto di riposizionamento: i leader delle sinistre occidentali avevano tutti gli elementi per capire che in un mondo di sette miliardi di abitanti il dumping salariale avrebbe distrutto le classi medie, ma qualcosa dovevano pure raccontare ai loro elettori, mentre li traghettavano verso posizioni protezionistiche o reazionarie.

(Questo pezzo partecipa alla Grande Gara degli Spunti! Se vuoi provare a capirci qualcosa, leggi qui. Puoi anche controllare il tabelloneQuesti sono appunti sulla traccia di Tutto quel che sai è vero!) (Poi li metto a posto meglio). (Ci faccio dei dialoghi). (Non sarà così noioso, prometto).

A un certo punto aveva preso un improvviso vigore una vecchia idea fino a quel momento circolante soltanto in qualche circolo di destra: il sovranismo monetario. Gli studiosi del secolo successivo, con larghe dosi di senno del poi, accusano spesso gli artefici dell'unione monetaria europea di non aver calcolato il "contraccolpo emotivo" dell'euro: non si dà una valuta nuova in mano a centinaia di milioni di persone senza aspettarsene uno. Nei 20 successivi l'euro divenne, nella cultura popolare, la causa di tutte le crisi. I suoi vantaggi furono minimizzati, gli svantaggi magnificati: nel frattempo le burocrazie al potere, spaventate dall'idea che l'unione potesse implodere, terrorizzavano gli elettori prospettando vere e proprie catastrofi nel caso un Paese volesse rinunciare all'euro e tornare a una divisa nazionale. La religione del signoraggio nasce in questa temperie.

La situazione sarebbe già stata caotica anche se nel frattempo l'atmosfera non avesse iniziato a scaldarsi. Del negazionismo relativo al riscaldamento globale, nella mia tesi, non avevo intenzione di parlare se non per sommi capi: era un argomento talmente famoso e sviscerato che non intendevo andare oltre i due o tre riferimenti biografici più noti. Si trattava del fenomeno di negazionismo più conosciuto e studiato: si sapeva che era stato finanziato dalle multinazionali criminalmente interessate a perpetuare lo status quo - in primis le compagnie petrolifere - e abbracciato acriticamente dai conservatori di tutto l'occidente. Verso il 2010 però era chiaro anche a loro che il mondo si stava scaldando. Doveva sentirsi in giro una gran necessità di miti consolatori; quello delle scie chimiche non era poi un granché, ma sempre meglio di niente. La cosa curiosa è che il mito era fiorito in qualche oscuro modo intorno a una tecnologia realmente esistente - il cloud seeding - che anche se in quegli anni sembrava passato in secondo piano, rappresentava comunque una speranza: se il clima era davvero modificabile su larga scala, perché non modificarlo per il meglio?

Entrambi i miti (il signoraggio e le scie chimiche) emergevano come risposta semplice, rassicurante, a problemi complessi: contro il dumping globale di miliardi di lavoratori sottopagati, era sufficiente chiudere le dogane e stampare cartamoneta. Contro il riscaldamento globale, era sufficiente localizzare gli aeroplani che irroravano le scie riscaldanti. Come ci aveva detto il prof. Arci: il mito è la storia che racconti al bambino quando hai fretta o sonno. Perché fa sempre più caldo? figliolo, la rivoluzione industriale, la sovrappopolazione... papà, ti ho chiesto perché fa sempre più caldo. Ci sono uomini cattivi che ci scaldano il cielo. Ah, ok.

Se l'argomento ti interessa, almeno più della Prigioniera della torre, non ti resta che mettere Mi piace su facebook, o esprimervi nei commenti. Grazie per l'attenzione e arrivederci al prossimo spunto.
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E ora due ore di citofoni, also starring Marion Cotillard

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Due ore con quella faccia. 
Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit), di Jean-Pierre e Luc Dardenne, 2014.

"E col lavoro come va?"
"Mah, tira una brutta aria, bisogna stare attenti..."
"E i film a Cuneo li recensisci ancora?"
"Finché dura..."
"Ti suona il telefono".
"Sì, lascialo squillare, sono dei belgi che mi tartassano perché..."
"C'è scritto JEANPLUC. Chi è JEANPLUC?"
"...all'ultimo comitato Recensori Cazzoni dovevamo decidere quale grande regista sociale degli anni Novanta degradare a trombone, e così..."
"Aspetta. Jeanpluc sarebbero i Dardenne? Jean-Pierre e Luc Dardenne?"
"È da venerdì che mi chiamano, io non so proprio cosa dire, insomma, abbiamo votato in quindici..."
"Hai votato contro i Dardenne? Tu?"
"Non è una cosa di cui vada particolarmente fiero, ma..."
"Ma tu non capisci un cazzo di cinema, lo sai, vero?"
"È probabile, però l'hai visto l'ultimo?"
"Non ancora".
"È un film di citofoni".
"Di che?"
"C'è una tizia che nel fine settimana deve contattare tot colleghi e convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro. Se decidono di tenersi il bonus, lei perde il posto".
"Ah, sì, avevo letto, è uno spunto geniale".
"Ma infatti poteva uscirci un film pieno di umanità".
"Non è uscito un film pieno di umanità?"
"È uscito un film di citofoni. C'è la Cotillard che va di citofono in citofono..."
"Scommetto che è bravissima".
"Bravissima, non è da tutti discutere con citofoni per due ore. Aggiungi che i modelli standard della Vallonia sono particolarmente brutti, c'è un tastino bianco e poco più, e anche l'arredo urbano è generalmente squallido - ma questo se conosci i Dardenne lo sai già".
"Marciapiedi sbeccati?"
"Muri a secco, aiuole steppose, le solite cose. E insomma la Cotillard va in giro sui marciapiedi sbeccati a spiegare la cosa ai citofoni. A volte le aprono altre volte no. Ogni collega è diverso, qualcuno piange, qualcuno diventa violento, ma il punto è che la Cotillard deve spiegare a tutti la situazione: se lunedì voti per il bonus io perdo il posto. Lo spiega credo dodici volte. Ogni volta suona il citofono, chiama, spiega la questione, poi c'è un po' di gelido imbarazzo, poi lei dice che le dispiace e che non spetta a lei decidere... dodici volte".
"E poi?"
"Poi votano e finisce il film".
"Finale a sorpresa?"
"Un po', ma non è questo il punto. Il punto è che ci arrivano dopo centotrenta minuti. Centotrenta minuti di citofoni. O di attori non molto più espressivi di un citofono".
"E che t'aspettavi? Esplosioni? Combattimenti? È un film dei Dardenne".
"M'aspettavo banalmente un fine settimana un pelo più eccitante dei miei. Sai, quella vecchia regola per cui se la tua vita è più interessante di quella dei personaggi che vedi al cinema, non ha molto senso andarci".
"È la vita, la vita è arida e scorre tra muri a secco e su marciapiedi sbrecciati. Come Rosetta..."
"Come Rosetta, appunto".
"Gran film".
"Vero, ma sono passati, quanti? Quindici anni? E siamo ancora alle ragazze valloni abbarbicate ai loro posti di lavoro come cozze".
"Vorresti che cambiassero argomenti? Dinosauri, astronavi? La crisi dell'occupazione non t'interessa più?"
"M'interessa, m'interessa. Ma... (continua su +eventi!) si poteva fare in 40 minuti".
"Non capisci un cazzo di cinema".
"Poteva almeno spiegarci cosa fa di mestiere, questa qui. Due ore e un quarto e manco si capisce che lavoro facciano esattamente, è davvero realismo? È un realismo molto più astratto di quel che vorrebbe essere. Poteva usare più i bambini, farci commuovere".
"Quanto sei banale".
"Cioè almeno Rosetta era una stronza che per servire in un chiosco di waffles avrebbe venduto la madre. Ma la Cotillard che manda giù antidepressivi ogni tre per due..."
"Cos'è, non ti va la depressione? Pensi che la classe operaia non se la possa permettere?"
"Senti, la depressione è oggettivamente un problema al cinema. I depressi sono i personaggi meno simpatetici in assoluto".
"E allora?"
"Sembrano normali, eppure passano il tempo a lamentarsi, a bloccarsi, a piangere, è difficile non trovarli fastidiosi. Però se a un certo punto del film mi fai capire che hanno davvero avuto un problema, e che lo stanno superando faticosamente, magari io come spettatore mi vergogno un po' di averli liquidati con freddezza, e da questa minima vergogna può scattare un quasi spontaneo moto di simpatia..."
"E quindi alla fine scatta!"
"No. Non scatta mi dispiace. La Cotillard è bravissima ma resta una pera cotta che scoppia a piangere per niente. Dopo quaranta minuti cominci a pensare che in effetti, chi vorrebbe mai lavorare con una tizia così? Cioè se la scelta è tra mille euro e una collega così tutti i giorni tra i piedi, tutti i santi giorni, ma scherzi?"
"Cosa sei diventato".
"Sono diventato un lavoratore che torna casa stanco, vuole guardarsi un film tranquillo e scriverci su due stronzate, e invece si deve sciroppare due ore e un quarto di belgi inespressivi al citofono. Non ce la faccio fisicamente, mi dispiace tanto, ma è così".
"Il neoliberismo è duro per tutti".
"Esatto, quindi a questo punto o io o i Dardenne. Non è niente di personale, ma nella situazione attuale non li reggo. Avrebbero potuto fare un film divertente, con tanti personaggi grotteschi che lottano per la sopravvivenza. O un film caotico dove tutti si parlano sopra, una roba Kechiche forse mi avrebbe tenuto sveglio".
"Ti meriti Ken Loach, ti meriti".
"Guarda, dovevamo appunto decidere se buttare fuori i Dardenne o Ken Loach. Non c'è stata gara".
"Non capite un c..."
"Probabilmente è così, probabilmente sono incapace di apprezzare l'indiscutibile superiorità dei Dardenne nell'inquadrare i sottoscala in controcampo o sarcazzo, ma Ken Loach non mi fa dormire, mai. Ha sempre una storia da raccontare. Il cosiddetto neoliberismo è la stessa bazza da vent'anni, ma lui trova sempre uno spunto diverso. Il whisky, Cantona, l'Irlanda... Ken Loach si ingegna".
"È solo più paraculo".
"Ma avercene. Registi un minimo paraculi che ti promettono che avrai un po' di conflitto sociale ma ti farai anche due risate. Invece no, i Dardenne ti sbattono in faccia la realtà cruda, manco un contorno di patate, e ti dicono: mandala giù. Io comincio ad avere un'età, non vado mica al cinema per impressionare le universitarie o farmi una cultura sul disagio. Ce l'ho già quella cultura".
"Sicuro?"
"Quanta mi basta per alzarmi ogni mattina senza xanax. Non ce ne sta un grammo di più, fidati".
"A Cannes è piaciuto".
"Ma infatti, per loro è puro turismo, salgono su dal Casino, si guardano due ore di marciapiedi e citofoni e poi tornano al Carlton in limo. Buon per loro. Vedi la differenza con Loach? Quando vedi un suo film, ti immagini i suoi personaggi seduti in sala con te. I Dardenne non fanno film per la gente che mostrano nei loro film".
"Sei diventato un vecchio stronzo, lo sai?"
"È il neoliberismo".
"Che patetica scusa".
"Ora scusa, devo dare gli annunci. Due giorni e una notte, il nuovo deprimentissimo capolavoro dei Dardenne, è nelle sale nel luogo dove meno te lo aspetteresti, ovvero al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo. Affrettatevi a procurarvi i vostri biglietti per le proiezioni delle 15:15, 17:30, 20:00".
"Sei ridicolo".
"Scusa, sto lavorando".
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Un agosto all'inferno.com

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Io poi per quanto posso cerco di restare positivo, ma sarei un ipocrita a negare che si sente un'arietta un po' difficile.
Non è solo la crisi mondiale - in fondo c'è sempre una crisi al mondo;
non è solo la crisi italiana - quale crisi? no, perché ne abbiamo avute tre di fila e forse arriva la quarta, cioè voi vi ricordate cosa c'era tra una crisi e l'altra?
non è solo la crisi del... come chiamarlo? Giornalismo? Non esageriamo. Mercato dell'informazione? Quel che vuoi, tanto è in crisi (per chi non lo sapesse) nera;
ma è proprio la crisi del blog in sé, che sta dentro a tutte le altre crisi come una matrioska e non se ne esce. Per fortuna che non lo faccio di mestiere (aspetta, è in crisi anche il mio mestiere). Ma insomma l'Unità liquida, Liquida non rinnova il contratto, e anche a Cuneo per un po' non usciranno film decenti, che si fa?

Cosa fate voi quando siete in difficoltà? Attaccati da tutte le parti? Andate Big, come si dice adesso? Vi percuotete il torso coi pugni per dimostrare che non siete ancora finiti? Non so se ho il torso adatto, fammi controllare, uhm, no.

Io un'idea ce l'avrei anche - tanto più che domani è agosto e come forse qualcuno saprà in agosto qui dentro scatta il pilota automatico e accadono sempre cose un poco strane: autobiografie musicali, crestomazie, decameroni - insomma ve la dico.

Io calerei le braghe.

When in trouble, pants off.

Volete il mercato? Pensate che io non sia capace di stare sul mercato? Vediamo, vediamo.

Cioè pensate che non sia capace di vendermi? La risposta è sempre quella: fatemi un prezzo prima, vediamo.
Comunque per un mese offro io, Free Trial. Sarà un agosto, uhm, caldissimo.

E ricordate: se amate la qualità, le discussioni lunghe e sensate, gli scambi di opinioni interessanti, l'ironia non troppo pesante, gli spunti intriganti... tornate a settembre (forse).

Siete pronti?
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Robottoni, Keynesismo e altri complotti

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Transformers 4: l'Era dell'Estinzione (Michael Bay, 2014).

Mentre un’antica e potente minaccia Transformer prende di mira la Terra, un gruppo di potenti e ingegnosi uomini d’affari e scienziati tenta di imparare dalle passate incursioni dei robot spingendosi oltre i limiti controllabili della tecnologia, e a me sono già cascati i bulloni. No, davvero, ci andate voi a vedere i Transformers, io passo. Non è niente di personale, anzi probabilmente sì. Come può altrimenti spiegarsi che i robottoni componibili e polifunzionali di Michael Bay non mi siano mai andati a genio, mentre quelli arrugginiti e analogici di Del Toro mi hanno fatto rabbrividire e piangere per mezz'ora? È davvero così geniale e visionario Del Toro, è davvero così ipercinetico e bimbominchioide Michael Bay (che peraltro, quando vuole, sa fare film molto divertenti)?

Non sarà più semplicemente che io sono della generazione di Gig e di Mazinga, e i Transformers sono usciti nel momento esatto in cui cominciavo le medie e prendevo commiato dai cartoni animati del pomeriggio? Io con gli autobot non solo non ci ho mai giocato, ma probabilmente mi sono impedito di giocare. Li ho sacrificati all'altare della pubertà incipiente, magari li rompevo ai bambini più piccoli per dimostrare che ero un togo, che ne so. So solo che la mia antipatia per quei cosi è profondamente radicata nel mio pre-conscio. A me i robottoni piacciono solo se puzzano di officina anni Ottanta e nell'abitacolo potresti trovare un poster di Blitz. Solo se si ammaccano continuamente e dentro c'è un umano che manovra e sente le botte. Invece il robottone con la personalità, i sentimenti, il senso del destino, lo trovo un abominio. Il robottone che deve preservare la sua identità culturale - pure lui - non ci bastavano gli esseri umani con 'ste menate, tra  un po' pure la macchinette del caffè pretenderanno un seggio all'Onu. E quindi a vedere Transformers 4 non ci vado.

Sto qui a casa a pensare a quanto sarà bello Pacific Rim 2. Chissà quante belle pezze variopinte stenderà sui buchi di sceneggiatura del primo. In particolare sarebbe bello se approfondisse un'idea lasciata molto in sospeso, che secondo me potrebbe fare la differenza. Come forse non sapete, all'inizio di Pacific Rim i robottoni sono già vecchi, una tecnologia superata (e questo è geniale, perché assomigliano davvero a quelli che spuntano ancora da certi nostri cassetti nei solai o nei garage). Hanno avuto un momento di gloria qualche anno prima, ma ormai non riescono più a fronteggiare i dinosauri, e quindi l'esercito mondiale ha deciso di dismetterli, e di costruire un grande muro - probabilmente si tratta di una distopia in cui gli economisti keynesiani sono riusciti a conquistare l'egemonia. Persino il protagonista, ex conducente di robottone, dopo aver perso il fratello gemello in un combattimento, ha trovato lavoro come manovale. Il muro però, se da un lato assorbe tanta forza lavoro e rilancia l'economia, ha una grossa pecca: non funziona. Lo si vede dopo pochi minuti: il primo dinosauro che ha voglia di farsi un giro a Sidney lo sbriciola come niente fosse. Eppure l'umanità continua a costruirlo. È scema? Sì.

Molti spettatori dotati di intelligenza, e determinati a manifestarla, se la sono presa per l'apparente ingenuità: come se l'umanità, quella vera e non cinematografica, dimostrasse sempre di saper prendere le misure alle catastrofi incombenti. Se di fronte al riscaldamento globale tutto quello che abbiamo saputo opporre è il protocollo di Kyoto, perché non dovremmo reagire a un'invasione di dinosauri ciclopici alzando un muretto di mattoni? Siamo fatti così. Ma a un certo punto del film viene lasciato penzolare un altro spunto, che spero Del Toro sviluppi: forse il muro è semplicemente un diversivo.

Forse la guerra è già persa, e l'élite che governa il mondo - e che ha approfittato dell'invasione per accentrare ricchezze e conoscenza - lo sa. Questa élite nel primo film non compare mai, ma in un qualche modo sappiamo che esiste, e che ha deciso di dismettere il progetto dei robottoni. Ma proviamo a immaginare di esserci noi al loro posto. Non abbiamo i mezzi per vincere la guerra, ma abbiamo gli strumenti per calcolare l'entità della sconfitta: sappiamo che l'umanità è spacciata, e che soltanto un'esigua minoranza può sopravvivere in rifugi costosissimi. Cosa facciamo? Cominciamo a costruire quei rifugi, e nel frattempo teniamo occupata l'umanità con qualcosa. Un bel muro di mattoni, che ne dite? E speriamo che se la bevano.

Ora togliamo i dinosauri e passiamo al mondo reale, che non se la passa poi così meglio. Se davvero c'è una sottile classe sociale di super-ricchi, destinati a diventarlo sempre di più, perché non si danno da fare? È il punto di partenza di tutti i complottisti, lo so; ma se le risposte che si danno sono ridicole, la domanda è legittima. Penso alla tizia appena assunta dal M5S a Bruxelles: la sua ipotesi è che il Nuovo Ordine Mondiale stia regolando il clima mediante le scie chimiche e stabilizzando la popolazione del globo mediante la vaccinazione di massa, l'introduzione di nanomateriali plastici negli alimenti, ecc. Cioè, in pratica senza scie chimiche e vaccini saremmo già in venti miliardi. Ora io non so voi, ma la mia reazione a una teoria del genere è: magari! Cioè ci voglio lavorare anch'io per il Nuovo Ordine Mondiale, ditemi dove ci si iscrive, porto anche il caffè. Sul serio, se abbiamo trovato un sistema per regolare la popolazione mondiale senza guerre e senza carestie siamo in sostanza i più grandi benefattori di tutti i tempi - anzi io comincerei ad aumentare le dosi, perché sette miliardi francamente non mi sembrano un gran risultato; cioè ti devi impegnare un po' di più, Nuovo Ordine Mondiale.

Fuor di ironia, se non si crede a nessuna grande teoria del complotto, rimane il problema. Cosa sta facendo l'élite che sta accumulando il più grande capitale di ricchezza e conoscenza mai esistito nella storia dell'umanità? (chiediamocelo su +eventi!)

Perché non si stanno dando da fare per salvare la Terra e impedire le catastrofi climatiche che la comunità scientifica ormai dà per scontate? Il problema dovrebbe interessare ai super-ricchi per primi: non per filantropia, ma perché siamo tutti sulla stessa barca, loro compresi. O no?

Ormai sappiamo che in futuro non così remoto l’acqua sarà un bene molto più prezioso; molte specie animali si estingueranno. Anche l’umanità probabilmente dovrà ad adattarsi a cambiamenti rapidi e quasi sempre peggiorativi. Diminuiremo, anche senza bisogno di vaccini o nanomateriali. È più probabile che si ricorra ai vecchi metodi già sperimentati: carestie, epidemie, guerre per l’accaparramento delle risorse. Non è la trama di un film di Emmerich: sono le previsioni di scienziati e studiosi. Cose che sappiamo, anche se preferiamo parlar d’altro. L’élite dovrebbe saperle meglio di noi. E di conseguenza preoccuparsi un po’ di più. Invece, boh, voi li avete visti? Ok, qualcuno fa un po’ di filantropia, ma non sembrano sforzi adeguati alla drammaticità della situazione. Forse hanno fatto i loro calcoli, e da qualche parte stanno costruendo rifugi climatizzati e iperaccessoriati, dove si nasconderanno quando su questa crosta cominceremo a scannarci per un sorso d’acqua. È un complottismo come un altro.

O forse i calcoli hanno dato risultati peggiori, e l’1% ha deciso che tanto vale spassarsela finché dura. Alla plebe si può ancora offrire qualche film fracassone e divertente.
  
Transformers 4 esce oggi mercoledì 16 luglio al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo alle 20:20 (3d), 20:30 (2d), 22:00 (2d); al Multilanghe di Dogliani alle 20:45 (3d) e alle 21:30 (2d); al Vittoria di Bra alle 21 (3d). Andateci e ditemi voi. Oppure tenete d’occhio i 400 calci, loro scriveranno recensioni precise ed esaustive.

(Ps: a questo post si può commentare solo su facebook, andando in fondo alla pagina. Vediamo come va).
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Il giorno che diventai di destra

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Se è destino per ogni quarantenne buttarsi a destra, oggi 9 dicembre 2013, potrebbe essere il giorno giusto. Sì, lo so, qualche indizio qua e là era già affiorato. Però ieri ero ancora uno che prova a spostare il baricentro del pd verso la sinistra, i movimenti, eccetera. Incassata l'ennesima sconfitta, stamattina mi sveglierò e forse sarà già scoppiata la rivoluzione dei forconi. Ora, è pur vero che molti dei gruppi che hanno annunciato la sedizione sono di chiara matrice reazionaria, antieuropea, quando non fascista tout court: tutto vero; e però la mia diffidenza diciamo culturale nei loro confronti spiega solo fino a un certo punto quel che provo dentro di me quando leggo le rivendicazioni dei forconisti e scopro, ad esempio, che a soffiare sulla loro rivolta è un organo d'informazione come lo Zoo di 105.

Quello che provo, quando riconosco tra i rivoluzionari quegli allevatori fotti-e-chiagni del nordest che 15 anni fa lanciavano letame sull'autostrada per rivendicare il loro diritto a fottere l'UE sulle quote latte, spalleggiati dalla Lega - Lega che più tardi si è incaricata di far pagare le multe UE al contribuente, cioè a me - quello che provo non si spiega soltanto con l'europeismo e la speranza nella socialdemocrazia.

Perché quello che provo, quando leggo i comunicati in stile "Viva la mafia", che ottengono anche il risultato di far apparire Grillo un centrista moderato, è qualcosa di molto più profondo e irriconoscibile. Io li voglio tutti in galera entro stasera.

Appena si azzardano a bloccare un'autostrada. Del resto si tratta di un comportamento pericoloso ai limiti del criminale. Insomma io li voglio tutti in galera processati in direttissima per tentata strage. Voglio l'ordine, insomma. Nelle autostrade. Ma anche nelle strade in generale. La disciplina. Voglio un'irruzione nello zoo di 105, le teste di cuoio contro le teste di cazzo, vediamo cosa è più duro.

Ora mi corico, e domattina potrei svegliarmi nel corpo di un borghese quarantenne che elogia il manganello che sodomizza il vaccaro o il massaro. Non sarò più io, ovviamente; sarà un ultracorpo cresciuto dentro di me in tutti questi anni, che ha finito di cibarsi delle mie vestigia progressiste, ma chi saprà riconoscerlo?

Quel che è peggio è che anche Esso sarà convinto di essere sempre stato me, e non un alieno che si è impossessato dei miei ricordi. Guardando al passato, gli sembrerà inevitabile essere giunto al punto in cui una sommossa di disoccupati e padroncini in crisi non può che farlo inorridire. Gli diranno: ma non ti ricordi quando andavi in piazza tu? Esso risponderà: era tutta un'altra cosa, noi avevamo, ehm, cosa avevamo? Un progetto? No, proprio un progetto no. Coscienza di classe? No, quelli non eravamo noi. Un'idea, noi avevamo un'idea. Cioè, non proprio un'idea, diciamo che era un dubbio. Noi pensavamo che la globalizzazione, nelle forme in cui si stava concretizzando, non fosse sostenibile. Che la speculazione finanziaria, l'accumulo di ricchezze a Nord, il crescente divario col Sud, la corsa al consumo di risorse non rinnovabili e inquinanti ci avrebbe messo nei guai. Per inciso, avevamo ragione. Ci stanno dando tutti ragione, adesso. Quindi per favore non paragonateci a bande di camionisti aizzati dallo zoo di 105. E tuttavia.

E tuttavia a volte la Storia ti passa davanti a cavallo. Non sempre purtroppo ha le forme di Napoleone. A volte può essere il cassone di un Tir che ti sbarra il passo. Quel camionista non lo sa, ma sta dando forma a qualcosa che avevamo previsto. La speculazione, la crisi dei bond, la crisi dei mercati, e poi il caos. Che forma pensavi che avrebbe preso il caos? T'immaginavi un pranzo di gala? No, è il cassone di un tir, che ti piomba addosso ai cento all'ora e ti dice che un altro mondo è possibile, ma senz'altro qualcuno si farà male nel processo. Lo sapevi. Lo hai sempre saputo. Ma a un certo punto si sa come vanno le cose, le case, i mutui: ti sei distratto. Hai perso anni in inezie, a litigare su Renzi e Bersani mentre in nordafrica raddoppiava il prezzo dei cereali e i blog che negavano il riscaldamento globale chiudevano tutti alla chetichella. Magari sta veramente per venire giù tutto, e se se n'è accorto persino lo zoo di 105, forse è perché hanno antenne più lunghe della tua. Tu t'incazzi perché Grillo fa il savonarola, invece di prenderlo per quel che è, un segno dei tempi: e domandarti perché all'improvviso torna di moda il millenarismo medievale. T'incazzi con chi crede alle bufale, ai segni nel cielo o alle pietre filosofali: le chiami pseudoscienze e fingi che siano errori di percorso, sacche di resistenza alla modernità, e non i presagi del medioevo prossimo venturo: sei come quei filosofi del secondo secolo che ridacchiavano dei cristiani e delle loro effimere superstizioni. Sei vecchio.

Sei un parassita che si nutre dei ricordi di un tizio che aveva previsto grossi guai e a un certo punto non ha retto il panico. Tu hai molti meno problemi: purché ti si lasci un po' di spazio, un terrazzo illuminato, riscaldamento d'inverno e condizionamento d'estate, sei disposto a votare l'Ordine e la Disciplina, altro che Renzi. Ma finché regge andrà benissimo anche Renzi.
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Il Toto in me

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Non parla di Sanremo.

Sanremo alla fine è semplicemente una cosa che succede tutti gli anni, e come le ferie e le feste comandate ti rimbalza ricordi e fototessere più o meno sgraditi. Non c'è niente di meglio di queste scadenze per misurare quanto stai crescendo e/o invecchiando e/o morendo.

Qui bisognerebbe spiegare un carattere poco noto della mia generazione, ovvero che noi - anche grazie a Sanremo - siamo cresciuti non nella Contemplazione della Morte, come i monaci che fissavano i teschi cercando di interiorizzare il concetto di putrefazione, ma nella Contemplazione dell'Imborghesimento. Ogni volta che vedevamo un 40enne sul palcoscenico - e ne vedevamo già troppi - lo trovavamo insopportabilmente bolso, "commerciale" che a quel tempo era un'offesa orribile; ad esempio prendi i Pooh, erano già circonfusi da un disprezzo che oggi neanche Maria Nazionale. Però poi saltava sempre fuori qualcuno che la sapeva più lunga e ti diceva che da giovani erano bravi i Pooh, avevano fatto dei dischi progressive. Era sempre così, con tutti (tranne Toto Cotugno). Erano stati tutti prog, o punk, o fighi in qualche altra maniera, finché non eravamo arrivati noi ed erano diventati bolsi, assimilati, ogni resistenza era inutile. Dylan, Bowie, McCartney, Neil Young, Sting, erano tutti in circolazione, stavano tutti facendo dischi nel migliore dei casi noiosi, ma i fratelli maggiori ci giuravano che erano stati grandi e risalire ai dischi vecchi non era semplice come adesso. Ci sembrava di vivere in qualcosa di strano e deprimente, come quando nella pièce di Ionesco tutti diventano rinoceronti, finché i Litfiba - i già splendidi, assurdi Litfiba di 17 Re - uscirono con Pirata e per la prima volta assistemmo al fenomeno in diretta, vedemmo la new wave fiorentina tramutarsi in pochi mesi in un trucido pachiderma da mostrare al circo mentre caga puzzolenti pezzi di canzoni altrui mescolate a crusca e feci. Eravamo troppo giovani per capire il concetto di "tengo famiglia", la cosa ci sembrava semplicemente disumana, come se a 24 anni uno gnomo salisse a scavarti il cervello col cucchiaio - perché va bene la tossicodipendenza, va bene tutto, ma come si fa a passare in cinque anni da Eroi nel vento ad ariba ariba el diablo? Come funziona, com'è fisicamente possibile che un giorno sei un comunista e il giorno dopo Giuliano Ferrara? E sul serio succede a tutti?

Sarebbe successo anche a noi?

Avevamo la grossa paura che potesse succedere anche a noi, che saremmo stati assimilati anche noi. Ancora oggi non sono sicuro che si trattasse di un peccato d'ingenuità (sul serio pensavamo che il carrozzone avesse posti anche per noi?) o se tutto sommato non avessimo ragione - siamo stati assimilati. Forse ci siamo imborghesiti, nei limiti in cui ci si possa imborghesire ultimamente, ma comunque potrebbe essere successo. È difficile rendersene conto, perché ora siamo dall'altra parte e ci sembra tutto naturale, l'unico modo è leggere vecchie pagine di diario, o di blog, o pensare a come ci sentivamo fino a qualche anno fa alle feste comandate, o a Sanremo.

Io per esempio ho un blog, il che mi consente a volte di imbattermi in versioni antiche, spesso imbarazzanti, talvolta incomprensibili di me stesso. Per esempio ho trovato un pezzo in cui me la prendo con Sanremo, chiedo a tutti di non parlarne, di spezzare il circolo vizioso dell'autoreferenzialità di un festival che festeggiava sé stesso in quanto festival delle canzoni da festival. Guardatelo pure, dicevo, ma per amordiddio non scrivete niente. Ecco. In seguito poi ci dev'essere stata una mutazione antropologica, oppure il famoso gnomo col cucchiaio, perché a farci caso sono sempre riuscito a parlare un po' di Sanremo, anche quando non lo guardavo, persino nel 2025, sempre. Un anno ho pubblicato persino un pezzo sulle vallette sull'Unita.it, e non posso nemmeno dire che quella domenica non avessi nient'altro di interessante da scrivere, ricordo benissimo anzi che avevo già due pezzi abbozzati ma sentivo l'inderogabile esigenza di scrivere un pezzo su Belen e la Canalis. Cosa mi è successo. Due teorie.

La prima è che, crescendo, l'Italia mi è diventata sempre meno antipatica. Continuo a vederne molti difetti ma, come succede tra figli e genitori, capisco che sono gli stessi miei, e questo mi forza all'indulgenza. Toto Cotugno non è più un corpo estraneo da combattere, ormai so che Toto è in me, tutte le volte durante un giorno in cui potrei sforzarmi di trovare soluzioni eleganti ma preferisco tagliar corto col solito giro-di-Do che funziona sempre. C'entra molto anche la crisi, le crisi, questa costellazione di crisi una dentro l'altra, la crisi dei consumi più la crisi mondiale del mercato musicale e la forse conseguente crisi della creatività, per cui mi succede nel 2013 di non aver ancora ascoltato una canzone che mi piaccia, non solo del 2013; una sola canzone in assoluto - al che mi scopro ad aspettare persino Sanremo, c'è Elio, magari qualcosa tireranno fuori - e loro suonano una nota sola per tre minuti, perfetta sineddoche di come mi sento. In mezzo a tutte queste crisi persino i Moloch della mia adolescenza, il teatro Ariston, i Ricchi e Poveri, mi sembrano poveri diavoli da abbracciare, ormai siamo tutti sulla stessa zattera alla deriva. Negli ultimi anni mi sono messo a stimare gente che da giovane avrei odiato con un'intensità talebana; dopo aver ingiustamente disprezzato Jovanotti qualunque cosa provasse a fare ora appena un Fabri Fibra azzecca una rima gli voglio bene. Anche gli amici di Maria mi fanno tenerezza, loro almeno credono ancora in qualcosa. In loro stessi, sì, non è un granché, ma è meglio di tutta la depressione che ci circonda, per cui stringiamoci forte, cantiamo, televotiamo, coraggio, ha da passà 'a nuttata, Sanremo è il nostro ultimo Piave. Questa è la prima teoria.

La seconda è che mi sono rincoglionito.
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Imprenditori che sbagliano

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Capire le ragioni dei sequestratori di persona.
Adesso però scusate. Mettiamola in questo modo. Prendiamo... un No-Tav. Uno di quelli duri e puri. Magari rinviato a giudizio per resistenza a pubblico ufficiale e cazzivari. Mettiamo che una mattina sbrocchi ed entri negli uffici del comune di Susa con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Mettiamo che prenda 15 ostaggi. Secondo voi i giornalisti come la prenderebbero? Quanti si spingerebbero a scrivere un bell'elogio del povero valligiano esasperato, stigmatizzando magari anche un po' la violenza, perché effettivamente prendere ostaggi in generale è brutto e non si fa, però bisogna anche capire la rabbia la frustrazione di un popolo che da 20 anni chiede giustizia e non viene ascoltato e bla, bla, bla?

Riproviamo. Un musulmano italiano. Incazzato per un qualsiasi motivo, per esempio che "musulmano italiano" suona ancora strano e non c'è nemmeno un'organizzazione islamica nel tabulato dell'otto per mille. E il comune non gli fa costruire la moschea sul suo terreno, magari si era pure accollato un mutuo e sperava di rifarsi con le questue dei fedeli. E la Santanché è una stronza. Ed ecco che sbrocca pure lui. Entra nell'ufficio del catasto con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende anche lui 15 ostaggi. Secondo voi quanto ci mettono Magdi Allam e Guido Olimpio a riconoscere la mano di Al Qaeda Ahmadinejad Jihad Islamica Hamas Ali Babà + 40 ladroni? E le teste di cuoio a irrompere e a farlo a fettine fini fini? Ecco.

Un brigatista. L'ultimo. Ha deciso di finire col botto. Entra in un commissariato con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende 15 ostaggi e poi chiede la libertà per Nadia Desdemona Lioce e tutto il resto della cumpa. Lo comprendiamo? In fondo anche i brigatisti ormai è da quarant'anni che si fanno il mazzo per niente, insomma, dai, un po' di esasperazione a questo punto ci sta, vogliamo ignorare l'esasperazione?

Ricapitolando: un brigatista, un No-Tav, se irrompono in un locale a mano armata e prendono degli ostaggi sono terroristi. Un musulmano, se fa la stessa cosa, è un terrorista islamico. Ma un imprenditore italiano, se entra in un ufficio postale con due pistole, un fucile a pompa, cinquanta munizioni e un coltello, è un "gran lavoratore" a cui esprimere solidarietà; un martire della crisi; un "eroe", cinguettava Fabrizio Rondolino, che "sta lottando per le nostre libertà naturali". Col fucile a pompa. Con due pistole. Con ancora gli ostaggi dentro, e nessuno che gli abbia risposto Rondolino, sei fuori di testa, rileggiti, riguardati, ci può ancora scappare un morto: nessuno.


Quando ero bambino e mi raccontavano le favole sugli anni di piombo - uh com'erano brutti brutti quegli anni di piombo - una di quelle che non si dimenticavano mai di somministrarmi era quella dei giornalisti di sinistra, e di centro-sinistra, colti, borghesi, proto-radical-chic, che all'inizio nelle brigate rosse mica ci credevano. Pensavano a depistaggi. Poi a dei gruppuscoli. Poi sequestrarono Moro. Ed era tutto un dire: compagni che sbagliano. Ecco, quando ero bambino e mi raccontavano le favole degli anni di piombo (brutti!) ci tenevano a spiegarmi che questa cosa dei compagni-che-sbagliano era stata micidiale, aveva mantenuto la temperatura e l'umidità necessarie a far sì che il terrorismo allignasse, che diventasse nelle chiacchiere di molti un'opzione un po' folle ma non del tutto irragionevole, non del tutto da buttar via, in anni in cui del resto la ragionevolezza era Giulio Andreotti.

Ecco, questa fiaba dei compagni che sbagliano me la sono sentita ripetere tante volte, tante volte ritorcere contro quando magari scrivevo che a Genova era stata la polizia a sfondare e non viceversa; che gli anarcoinsurrezionalisti bombaroli sono probabilmente una dozzina; che i terroristi islamici in Italia in dieci anni di jihad hanno fatto due vittime, cioè sé stessi. E avevate ragione, siamo in guerra, non si può perdere tempo a spaccare i capelli, rubando spazio che si può meglio impiegare scrivendo: terrorismo brutto. Anarcoinsurrezionalismo brutto, brutto, brutto. No-Tav che salgono sui tralicci: stupidi, cattivi.

Imprenditori armati di tutto punto che sequestrano quindici persone? Eroi.
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30 modi per dire Spread in italiano senza sputare

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Forse lo spread non sarà il segno della fine dell'Italia, ma è sicuramente uno dei piccoli grandi segni della fine dell'italiano. Costava davvero così tanta fatica tradurlo? È davvero un concetto così alieno dalla cultura italiana, da richiedere un prestito dall'inglese? Peraltro la parola che ci hanno prestato (con un tasso variabile) è vaghissima, incastra la povera lingua italiana in un groviglio esplosivo di consonanti da cui non ci si può liberare senza pagare un abbondante scotto in saliva (che crea problemi coi microfoni nelle dirette), e nella lingua di provenienza ha un campo semantico amplissimo che va da "spalanca" a "margarina". Davvero non riusciamo a trovare di meglio?

Ma sì che ci riusciamo. Quello che segue è il risultato di un paio d'ore di brainstorming su un forum di cazzeggio, figuratevi se ci si mettessero i linguisti seri. Sono abbastanza fiero di presentarvi Trenta italianissimi modi di tradurre "spread", se l'italiano ci interessasse davvero. L'italiano si salva anche così (più così che incaponendosi sull'apostrofo di "po'" o di "quel").

1. allargamento
2. allargo
3. allontanamento
4. allungamento
5. allungo

6. differenza

       (preciso e di uso comune, forse un po' troppo comune).
7. differenziamento
8. differenziazione
9. discordanza
10 . discrepanza
11. discrimine
        (Questo per esempio è elegante. Attualmente è poco adoperato, per cui potrebbe diventare un ottimo tecnicismo: all'inizio suona strano, dopo tre giorni farebbero tutti a gara per riempircisi la bocca).


12. dislivello
13. disparità
14. distacco
15. distanza
16. distanziamento
17. divaricazione
18. divario 
         (anche questo non è male: sette lettere, nessuno dispendio di saliva inutile come in sPread).


19. forbice
         (il mio preferito: tecnico e concreto. E poi ho un debole per le allegorie).


20. iato
         (stavo per pubblicare quando lo ha detto Monti in conferenza stampa. Non è precisissimo, ma è il più breve in assoluto: quattro lettere, due in meno di spread, perfetto per i titoli dei quotidiani).
21. intervallo


22. scarto
         (un altro papabile: sei lettere, tante quante "spread", molto più comodo da pronunciare, traduzione praticamente letterale).

23. scollamento
        (c'è qualcosa di vagamente appiccicoso nel campo semantico dell'originale "spread").

24. scollatura
       (ideale per i garbati giuochi di parole... peccato che il Bagaglino abbia chiuso)


25. separazione (più chiaro di così)
26. slargo (breve, chiaro, e anche un po' violento)
27. spalancamento
28. spalmatura
29. sperequazione
30. stacco


Bastano, che dite? Ovviamente nessuno si aspetta che i titolisti comincino a usare "divaricazione" o "differenziamento", però valeva la pena di mostrare che il vocabolario italiano non è quella mummia ingessata che si crede in giro. "Iato", "scarto", "forbice", "discrimine", sono tutti termini italianissimi, comprensibili, eleganti, relativamente brevi, e non ti fanno sputare l'anima col significante.
Che a quello ci pensa già il significato.

(Grazie a tutti quelli che hanno giocato, segnatevi un caffè sul mio conto).
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È un mercato pazzerello

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(2008)
“Non stai dormendo, vero?”
“Mmmno”.
“Che faccia che hai. Si può sapere cosa ti preoccupa? Non è mica la tua crisi questa. Sei uno statale”.
“Ma come ci arrivo in pensione a ottant'anni”.
“Ti ammalerai e ci andrai prima”.
“E se mi ammalo dove li trovo i soldi”.
“Per allora avremo messo qualcosa da parte, un'assicurazione, la casa...”
“A proposito, e l’immobiliare?”
“Ci risentiamo domani. Comunque i prezzi sono quelli lì”.
“Ma sono matti. Sono tutti matti. Non dovrebbero calare?”
“Come no”.
“Calano, calano”.
“Dovevano calare già l’anno scorso, no?”
“Tra un po’ va giù tutto, vedrai”.
“Quando va giù tutto la gente si aggrappa alle case, quindi...”
“Dici?”
“Il prezzo potrebbe perfino andare su”.
“Non ci avevo mai pensato”
“Certo che uno come te, che capisce tante cose… è un peccato”
“Cos’è peccato?”
“No, dico, peccato che l’unica cosa che tu non riesca a capire siano i soldi”
“Ma non è che non li capisco, li capisco benissimo, è solo che...”
“Come no. Un rockfeller. Ti chiamerò Rockfeller, come il merlo”.
“Il corvo. Era un corvo”.
“Non aveva il becco giallo?”
“Ti confondi con Portobello. Buonanotte”.
“Buonanotteamore”.

Ha ragione.
Sto a preoccuparmi dei massimi sistemi e intanto ci piove in casa. Bisogna farsi furbi, monetizzare.
Potrei cominciare a dare lezioni. Si arrotonda abbastanza bene, dicono. Tutti i liceali col panico dell’esame a settembre… vedi che la Gelmini una cosa giusta l’ha fatta. Certo, equivale a tradire le cose in cui credevo. “Signora, suo figlio ha bisogno di un intervento didattico personalizzato, me lo mandi domani pomeriggio con una banconota da cinquanta”. Niente fattura naturalmente. Io che ho sempre odiato i medici pubblici assenteisti al mattino che si rifanno nelle cliniche al pomeriggio. E adesso eccomi qui. A quel punto tanto vale rubare, no?

Alla fine è solo una pezza. A scuola quanto potrò andare avanti? Può solo peggiorare, e si fa già fatica adesso. Nelle classi a 29 non si respira, letteralmente, e poi basta che ce ne sia uno un po’ schizzato e tutti lo seguono a ruota.
E tutte queste storie sul bullismo, sugli insegnanti fumati o maniaci sessuali… lo sai dove vogliono arrivare, no? Vogliono convincere i genitori middle-class a staccare i buoni scuola e mandare i figli al SacroCuore. Così ci resteranno solo terroni, tunisini e albanesi. C’è da dire che a volte sono più educati. Soprattutto i sargasci, che però hanno un odore che non sopporto. È la loro cucina maledetta. Che razza di spezie usano? Mi si fermenta il caffelatte nello stomaco – l’altro giorno stavo per vomitare davanti a una bambina. Tutta una vita così? Ma forse ci farò l’abitudine. Forse.
È chiaro che quando sei giovane, hai tanto entusiasmo, credi di poter risolvere tutto, ma siamo seri: quanto credi di poter durare? Io volevo insegnare la storia e la geografia, se devo mettermi lì a spiegare l’alfabeto ai sargasci mi annoio. Cioè, dai, non è più il mio mestiere.
Però è l’unico mestiere che so. Forse.

“Spengo la luce”.
“Ok, buonanotte”.

E intanto il conto cala. E se mi capita qualcosa? Imprevisti, probabilità – poi un giorno ti segnano la fiancata e finisci in rosso. Succederà. È già successo ad altri. E io non sono più furbo di loro. Diciamo la verità. Capisco tante cose, ma non sono più furbo di loro.
L’università è esclusa, c’è una fila di ex ricercatori questuanti che parte dagli anni Novanta, e sono tutti più giovani e svegli di me. E quindi? Questi son problemi, altro che Berlusconi. Certo, può sempre darsi che crolli il petrolio e il dollaro, si sciolgano i ghiacciai e collassi tutto l’occidente. Questo nel migliore dei casi. Ma metti che non succeda. Cosa faccio?
In politica non mi posso buttare, ho parlato male praticamente di tutti – e poi c’è la fila anche lì. Con Beppe Grillo? Per carità, inaffidabili. Andrà a finire come al g8, qualcuno si farà male e poi tutti a casa. Ma io comincio ad avere un'età. E se mi capita qualcosa? Del tipo, metti che mi debba far operare.

Già solo di denti mi stanno andando via stipendi interi, e fanno male lo stesso. E poi i dottori non me la contano giusta. L’altro giorno: cento euro per cinque minuti e un dito in culo! A proposito, cos’è questa nuova tendenza? Il proctologo lo posso ancora capire. Il dermatologo m’insospettisce già un po’. Ma l’otorino? Possibile che non possa sfilarmi due biglietti da cinquanta senza appoggiarmelo lì? Ehi! Se proprio ho un bel culo dovreste pagarmi voi. E non è detto che non vada a finir così. Ma sto davvero pensando a questo?

E ‘sta pioggia maledetta, com’è che fa tanto rumore, stanotte? Di solito non picchia forte così. Del resto è aprile, ogni giorno un barile. Potrei mandare il curriculum in banca. Ma a chi la racconto? Io di soldi non capisco niente.
La verità è che in banca ci dovrei entrare con una pistola giocattolo. Una volta sola. In una banca sola. Funziona, una gran scarica di adrenalina e vai, la prima volta non ti beccano. Quelli che si fanno beccare, è sempre perché ci riprovano. Ma una rapina in banca non si nega a nessuno, è quasi un tuo diritto, del resto se le banche cominciano a fotterti a dodici anni…
Sì, ma un colpo solo mica basta. Nella cassaforte di una filiale, quanto ci sarà? Centomila? Va bene, si tira un po’ il fiato, e poi? Ci vuole un reddito. Potrei fare il corriere.
In effetti sarei un buon corriere. Le autostrade le so tutte e mi piace girarle, fermarmi agli autogrill e non pensare a niente. Non mi hanno mai fermato a un blocco, mai, nemmeno con la barba sfatta. Ispiro confidenza. Potrei girare l’Europa in lungo e in largo trasportando chili di qualsiasi cosa. Tra l’altro non consumo, per cui come corriere sarei molto affidabile.

Mi terrei un mestiere di copertura – non so, potrei fare il rappresentante di enciclopedie. La faccia ce l’ho. E nella ruota di scorta potrei portare in giro di tutto. Ma che ruota di scorta, ormai ti fanno ingurgitare – se va bene. Sennò supposta. E torniamo sempre lì. Ma almeno si guadagna. Non posso credere che sto pensando a questo. Io corriere, sì, di cosa? E per chi? Non conosco nessuno. Cioè, nessuno, aspetta. Toni di IIIC.

Lui riga abbastanza dritto, ma suo zio venne qui in soggiorno coatto, due anni prima che cominciassero gli incendi dei capannoni. Quando viene al ricevimento generale gliela butto lì: “devo arrotondare, faccio già dei piccoli trasporti, lei non conosce mica qualcuno che ha bisogno di…”. Si capisce che non si fiderà subito. Magari mi chiederà di accendergli un capannone, prima. E vabbe', dopotutto a me che frega dei capannoni? Tutti di gente che vota lega, se ne vadano affanculo, ve li brucio con soddisfazione. Ha anche smesso di piovere.

Tre o quattro anni così, senza dare nell’occhio. E se mi mandano all’est, c’è anche la possibilità di arrotondare. Se vado via vuoto e imbarco un paio di badanti a viaggio metto insieme una somma discreta senza spesa aggiuntiva. Se guidassi un camioncino, ma in macchina chi vuoi che mi fermi? Ho la faccia da tratta delle bianche? Tutto tranquillo, basso profilo. E se il padre di Toni vuole farmi la cresta? Tra l’altro suo figlio sa benissimo dove parcheggio. Lo vedi che mi serve un garage?
E va bene, avrà la sua percentuale. Però bisogna starci attenti, perché è un mestiere in cui si brucia molta benzina, e la benzina sarà sempre più cara… potrei mettere la bombola a metano… ma c’è il metano in Ucraina? Devo guardare su internet. Anche se poi… con la bombola… nel traforo del Gottardo… ma è già esploso una volta, quel tunnel… quindi le probabilità che esploda ancora…

E poi non devo mica passare la vita così. Quattro-cinque anni e poi mi metto in proprio. Una cosa piccola e pulita, senza dare fastidio a nessuno. Un bar con due camere sopra. Ci metto due bielorusse regolarizzate, e gli chiedo il venti per cento. Mi sembra onesto. O non lo è? Devo guardare su internet, ma sono convinto che c’è gente che prende anche il quaranta. Naturalmente se viene il padre di Toni offre la casa. Ma se viene il resto della famiglia? È numerosa. Gente che non paga volentieri. Hanno buttato giù un ristorante nella bassa, una volta, per via di un conto. Bisognerà abbozzare. Che mi metto a litigare coi camorristi, coi tempi che corrono?

E se le bielorusse si rifiutano di lavorare gratis e amore dei? Che poi i bar mica te li regalano, ci sarà un mutuo da pagare. Va a finire che mi toccherà chiedere soldi. Alla famiglia di Toni, naturalmente. E poi mi strozzeranno, va da sé. Un bel giorno mi alzo e mi trovo il bar bruciato… ma chi me l’ha fatto fare…
“Abbia pazienza, prof, ordini superiori. Dovevamo verificare che non ci fossero perdite dal tetto, ci capisce…”.
“Ma stavo giusto arrivando con la rata…”
“Prof, lei è un bravo guaglione, ma con rispetto parlando, se avesse mai studiato economia. Gli interessi passivi, ha presente gli interessi passivi? Comunque un modo di recuperare c’è. Si ricorda il vecchio mestiere? Ci sarebbe una missione a Chişinău”
“Ma Toni…”
“Una cosa rapida e indolore. Sei capsule. Ai vecchi tempi ne teneva pure otto”.
“Ma sono vecchio, Toni. Va a finire che esplodo”.
“E c’è pure un pappagallo con il becco giallo”.
“Con la bombola. Di metano. Nel traforo. Lungo chilometri sei”.
“Un tantino picchiatello… non sa dire: portobello”.
“Ma stavo così bene da statale”.

***

“Ma stai bene?”
“Eeeeh?”
“Stai scalciando!”
“Macché”.
“Ti dico che scalciavi. Dormivi? Hai fatto un brutto sogno?”
“Ma no, ero qui che pensavo tra me e me”.
“Che pensavi?”
“Pensavo… pensavo che dovrei cominciare a dar lezioni… c’è molta richiesta”.
“Mi sembra una buona idea”.
“Sai, hanno tutti paura dell’esame di settembre, adesso”.
“Ottimo”.
“Ti voglio bene, sai”.
“Lo so, anch’io ti voglio bene. Buonanotte”.
Buonanotte.

FINE

*******

"Finale quanto mai appropriato", osservò l'esigente Verola, "per questo concentrato di pura noia. Ma quand'è esattamente che ti abbiamo fatto credere che le tue preoccupazioni quotidiane fossero abbastanza interessanti da costruirci un racconto?"
"Mia signora", obiettò, tremante, il prof. Esso, "Non è un racconto sulla mia vita, quanto piuttosto su una vita che non ho vissuto".
"E la rimpiangi?"
"Non saprei come rispondere".
"Quanto sei noioso stasera professore. Voglio sperare che Mària abbia esperienze professionali più varie e interessanti delle tue. E ora buonanotte, ci vediamo domattina alle cinque in tenuta da yoga".
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Anche se non mi vuoi bene telefonami

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Io poi non vorrei che tutto questo fatuo chiacchiericcio agostano c'impedisse di concentrarci sulle vere emergenze, sui veri problemi che sono quelli che interessano la gente, tipo, le medicine che sta assumendo Vasco.


Neanche Vasco si sente tanto bene (H1t#86) è sull'Unita.it e si commenta laggiù.

Nota: non è un pezzo serio sui problemi di Vasco. Per quello forse vale la pena leggere Madeddu (no, non è serissimo neanche lui, comunque).

Che resta da dire? Ah, sì, l'immagine è tratta da quel gioiellino di tumblr che è Il grande umarell di Zocca.

Con gli utili che calano, l'aliquota che scende, la pensione che diventa un miraggio, il tfr che scompare anche in quanto miraggio, signori, io vi invidio.

Coi mercati che crollano, poi recuperano, poi ricrollano, poi uno si stanca e butta tutto sul conto corrente, poi sente parlare di prelievo forzoso e li infila nel materasso; poi arriva equitalia e ti preleva anche quello; con tutto questo; Dio che invidia che mi fate.

Col governo precettato ad agosto, coi ministri impazziti che ancora non si rendono conto di come sia possibile che invece di essere sulla spiaggia di Bali sono lì davanti ai riflettori a dirci che aboliranno trentotto province, millanta comuni, e a grondarci il sangue addosso, poverini, io mi rodo. Col governo che prende ordini dalla banca centrale che prende ordini dalle agenzie di rating che si basano sulle analisi di analisti che non hanno previsto gli ultimi dieci anni di crisi, io mi rodo, sì, mi rodo d'invidia per voi.

Con l'Italia sull'orlo della Grecia, la Grecia sull'orlo dell'Africa, L'Africa in piena carestia; con l'Egitto che si rimangia la rivoluzione e la Libia che abbiamo dimenticato come un fornello acceso sotto quel mediterraneo che inghiotte barconi di gente che si ammazza per l'onore di arrivare viva nei nostri prestigiosi campi di concentramento; coi pirati somali, i teppisti inglesi, i nazisti norvegesi; con le strade del centro mai così piene ad agosto, di gente che chiacchiera triste e ignora i negozi che urlano SALDI SALDI, SAAAALDI, OH HAI CAPITO CHE CI SONO I SALDI? Con tutto questo io vi invidio, vi invidio così tanto.

Perché con l'afa e gli uragani, gli incendi e i tifoni, il riscaldamento globale e un'altra scossa a Fukushima, l'inquinamento e la sovrappopolazione, voi siete lì che vi preoccupate perché Vasco assume farmaci, finalmente, con la ricetta medica. E forza Vasco, e povero Vasco, e tieni duro Vasco, e come stai stamane Vasco.

Ma come volete che stia Vasco, alla sua età, col lavoro che fa? E siete sicuri che stia peggio di voi, vi siete visti allo specchio ultimamente?  http://leonardo.blogspot.com
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Il fantasma della Disco

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Non si esce vivi

È difficile spiegare a chi non ne guarda. Se scrivo che la tv italiana in chiaro sta facendo schifo, voi penserete vabbè, sai la notizia. Cane morde uomo. Ecco, no. La tv italiana sta facendo molto più schifo del solito. Chihuahua sdentato morde Tyson, una cosa del genere, vi dico che la notizia c'è.

Ma è difficile da tirar fuori perché non è uno schifo eclatante, non sono nati nuovi format schifosi, come all'inizio del decennio scorso. Diciamo che i format di dieci anni fa sono stati lasciati a decomporsi, e intorno... non sta succedendo niente. Mancano idee, anche orribili. Ma a volte si ha proprio la sensazione che manchino le persone; la scorsa settimana hanno mostrato la puntata sbagliata di Lost perché nessuno l'aveva pre-visionata. E poi manca il mercato. MTV ha chiuso TRL per quattro mesi. Da gennaio ad aprile, niente TRL. Come se i bimbominchia di colpo non esistessero più, e purtroppo in un certo senso è vero: consumano così poco che non conviene più fare un programma per loro. Già l'offerta degli anni scorsi era quel che era, ci eravamo ridotti a importare rockstar di quarta categoria dalla Repubblica Federale Tedesca, però alle ragazzine comunque andava bene. Sono commoventi in fondo le ragazzine, perché se dai loro Chopin si strusceranno su Chopin, ma se dai loro letame di cammello saranno egualmente entusiaste; il problema è che non conviene nemmeno più raccogliere un po' di letame di cammello: evidentemente non si vendono abbastanza cd e suonerie da convincere MTV a montare il carrozzone. È più triste di quel che sembra.

La cosa diventa eclatante in estate – anche qui, mi direte: ma l'estate non esiste. L'estate della tv in chiaro è una replica di un carosello di repliche di caroselli. Ecco, quest'anno riescono a essere scadenti anche le repliche. Sempre Rai2, che nei mesi scorsi era una heavy rotation di vecchi episodi di NCIS o Criminal minds, in luglio ha finito il fondo del barile e fino a qualche giorno fa programmava Love Boat - adesso è passata agli scarti di magazzino tedeschi. E Un posto al sole estate, dov'è finito? Io lo odiavo di un odio etnico e totalitario, ma era comunque una cosa fatta in Italia, da attori italiani, concepita per l'estate italiana – via, spazzata via.

Perché non è vero che l'estate tv non esistesse, una volta. Almeno fino a luglio qualche cosa c'era, faceva schifo ma c'era. Per esempio Lucignolo, che era tutt'uno con l'estate. Si poteva amare od odiare (io ho varie volte maledetto i suoi autori fino alla settima generazione) ma aveva un suo pubblico, un suo senso. Non c'è più. Ma il pubblico c'è ancora. È questo che ti fa pensare alla crisi. La gente un rotocalco alla Lucignolo se lo vedrebbe ancora, ma si vede che scriverlo e realizzarlo costerebbe già troppo. Al suo posto c'è I mitici anni '80 con Sabrina Salerno. La sovrapposizione è abbastanza chiara: addirittura nelle edicole c'è il calendario dei Mitici Anni '80, con le tipe vestite alla Drive In.

Sui Mitici anni '80 molte cose sono state già scritte: è orribile, forse è la cosa più orribile mai programmata in chiaro, è una riscrittura della nostra storia attraverso le lenti berlusconiane, è l'inno alla berlusconizzazione, ok, tutto vero. Io aggiungo una cosa che mi sembra importante. È un programma poverissimo. In estate è normale fare i programmi con gli scarti, ma qui l'impressione è che siano finiti anche gli scarti commestibili.

Del resto, giudicate voi. Il programma che dovrebbe inneggiare all'edonismo di quel decennio meraviglioso è presentato da una tizia che balla sola in una discoteca buia e vuota. Qualcuno ha avuto l'idea non stupida di vestirla di placche rifrangenti, trasformandola in una palla-che-pende-dal-soffitto-della-disco umana: in pratica una scenografia vivente, che costa molto meno di una scenografia vera. È quel tipo di creatività che nasce nelle privazioni.

La tizia ha un bel da ballare: l'impressione è che se ne siano andati tutti, e da molto. È rimasta lei, che è pur sempre Sabrina Salerno: come si fa a non volerle un po' di bene. Si è mantenuta in forma, ma non importa, rimane imprigionata in un contesto sepolcrale, come una protesi di silicone rimasta intatta in un cadavere in putrefazione.

Mente balla legge il gobbo (e le viene il fiatone). Sul gobbo qualcuno ha scritto cose che Sabrina Salerno di sua sponte non direbbe mai (noi abbiamo la stupida pretesa di conoscerla, Sabrina Salerno). In sostanza tutte le sue frasi sono costituite su questa struttura:

'Negli anni Settanta facevamo cose tristi, poi sono arrivati gli anni Ottanta e ci divertivamo'.

Ad esempio: 'Negli anni Settanta c'era il terrorismo, poi sono arrivati gli anni Ottanta e guardavamo il Drive In'. E va bene. 'Negli anni Settanta c'erano le femministe che rifiutavano di depilarsi, poi negli anni Ottanta sono arrivate le tette'. Fin qui ci siamo. Ma dopo un po' il campionario di cose tristi dei Settanta e di divertimenti degli Ottanta comincia a mostrare la corda. A un certo punto Sabrina Salerno, per ribadire la tristezza dei Settanta, dice: “leggevamo i Quaderni Piacentini”. E il mondo implode. Ma voi ci pensate, che c'è al mondo una persona che si ricorda ancora dei Quaderni Piacentini e che scrive i testi dei Mitici Anni Ottanta? E che persona è? Quanto deve odiare sé stesso e l'umanità? Diventa inevitabile imbastirci un romanzo, lui che ama lei, lei che gli chiede di restare a casa per farle un sunto di un saggio di Fofi sulla questione operaia e nel frattempo si tromba il migliore amico sulla spiaggia, lui che brucia le annate dei Quaderni con i dischi degli Stormy Six e promette di vendicarsi sull'intero genere umano...

Seguono filmati. Non è tutta roba vecchia, ma il repertorio almeno non dovrebbe essere scadente, no? Se puoi pescare da migliaia di ore di girato, pescherai cose buone? Ma a Italia1 è come se fossero rimasti al Betamax. Soprattutto i filmati Rai, sono sgranati come i super8 del matrimonio di papà. Adesso sì che gli anni Ottanta sembrano lontani, a un passo dallo smagnetizzarsi, dal dissolversi in un indistinto sgranato. La gente era felice a quel tempo, adesso c'è Sabrina che ce ne parla in una stanza vuota. La tv italiana in chiaro ultimamente fa paura. Sono lunghissime nozze coi fichi secchi. C'è una frugalità da dopoguerra in Europa dell'Est, salvo che i programmi bulgari o cecoslovacchi, per quanto poveri, non smettevano probabilmente mai di incitare i telespettatori alla speranza nel futuro, nel radioso sole dell'avvenire. Sabrina Salerno no, lei non ci parla di futuro, ma solo di quanto eravamo felici nel passato, delle tette e dei culi che non ci sono più. Balla da sola in un posto buio, ansima, sorride, e non riesce a uscire.
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I provinciali

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Macelleria di naufraghi

Ma se un parlamentare un giorno propone di aprire le scuole in ottobre per favorire il turismo; se il Ministro dell'Istruzione, invece di liquidarla come una barzelletta estiva afferma di essere “molto aperta”, perché effettivamente c'è bisogno di favorire il turismo... dobbiamo pensare che tutto questo sia una cosa seria? Non lo è. Magari è grave, ma seria no.

Se alla presentazione della finanziaria salta fuori un articolo che abolirebbe le province sotto i 220mila abitanti; ma non quelle delle regioni a Statuto speciale; neanche quelle che confinano con Stati esteri; e forse neanche le altre, perché l'articolo è scomparso; ma qualcuno ne parla ancora... anche qui: son cose serie? Dobbiamo discuterne seriamente?

Dietro proposte del genere non c'è nessuna strategia a lungo o medio termine. Abolire la provincia di Isernia non renderà il Molise più efficiente; tagliare quindici giorni di scuola a tutti non ci renderà più intelligenti, ma non ci farà nemmeno risparmiare così tanto. Dietro proposte del genere non c'è nemmeno una strategia a breve termine. Sbaglierò, lo spero tanto, ma dietro proposte del genere c'è il panico e basta. Hanno finito i soldi. Quelli magari da un po'. Adesso si è esaurito anche l'autocontrollo, tutta l'energia che serviva per stare in posa col sorriso tirato e dire Ce La Faremo. Non ce la stiamo facendo. Abbiamo finito i soldi e nessuno, evidentemente, ce ne presta più. Una volta a questo punto si poteva stamparli, ma poi siamo entrati nell'euro, è una lunga storia, insomma... non si può. E allora che si fa? Si aprono i libri mastri a caso e si comincia a macellare la prima cosa che viene a tiro, senza pudore. E se tagliassimo una settimana di scuola a settembre? Troppo, dici? E allora fa' così, chiama i giornalisti e digli che ne tagliamo due: a quel punto scoppia un casino, se ne parla per venti giorni, e quando tra un mese diciamo che tagliamo una settimana sola, sembreremo ragionevoli. Sì, il personale di ruolo ci tocca pagarlo lo stesso, ma forse faranno meno casino quando sapranno che gli blocchiamo la paga per... cominciamo a dire tre anni. E poi? Che altro si può fare? Aboliamo le province, dai, non piacciono a nessuno. Non si può? Va bene, aboliamone solo dieci. Dammi le meno popolate. Ah, c'è anche Sondrio? No, Sondrio non si tocca. Vabbè, troveremo un cavillo.

Per capire meglio la demenzialità di quest'ultima soluzione, basti pensare che salterebbero Matera e Isernia. A quel punto la Basilicata coinciderebbe con la provincia di Potenza, e il Molise con quella di Campobasso. Di solito si tagliano gli enti inutili, invece stavolta avremo due enti sovrapposti (e inutili) dopo il taglio. E dire che basterebbe imparare dagli Statuti Speciali: nella Val D'Aosta la provincia non c'è, perché la regione ha una dimensione provinciale. Viceversa nel Trentino Alto Adige non c'è la regione, come la intendiamo noi: esistono due province autonome che mandano i rispettivi consigli a un tavolo regionale. Il federalismo sarebbe questo: adattarsi all'ambiente, trovare la soluzione giusta per ogni territorio. Ma bisognerebbe prima conoscerlo, il territorio.

Io sull'abolizione delle province ho una teoria. Di solito chi ne parla come una cosa seria, fattibile, sensata... abita a Roma. Al massimo a Milano. Già i napoletani, immagino, si rendono benissimo conto che una cosa è il comune (900.000 abitanti) una cosa la provincia (tre milioni stretti stretti). Ma i milanesi, e i romani soprattutto, le province non riescono a capirle perché non le vedono. Non fanno parte della loro esperienza. E in fondo hanno ragione, perché la provincia di Roma non dovrebbe chiamarsi così, ma Area Metropolitana – anche quella è una lunga storia. In ogni caso: chi vive nel resto d'Italia sa benissimo che tra comune e regione esiste un livello intermedio, che può mettere insieme il bacino di un piccolo fiume, o il contado di una città di medie dimensioni. E che certe decisioni ha più senso prenderle a Massa o Ascoli che non a Firenze o ad Ancona. Per fare un esempio tra centomila: il primo giorno di scuola – sì, perché in Italia esistono micropaesaggi e microclimi, e a Piacenza il quindici settembre non fa lo stesso tempo che a Rimini. E poi ci sono gli ospedali; i tribunali; le prefetture; perfino le diocesi; chiunque si è posto il problema di amministrare un servizio nel territorio ha sempre preferito dividere l'Italia in pezzettini da 2000 chilometri quadrati, invece che venti enormi blocchi da trentamila.La dimostrazione di quanto sia finto il federalismo dei leghisti è tutta in decisioni del genere: blaterano di dialetti e intanto tagliano province. Riprendo un pezzo dell'estate scorsa:

Potremmo leggere questa fase di dissoluzione localistica come una fase di guerra tra la nozione di provincia e di regione: mentre le regioni trionfano (la Lega è un partito che ragiona per regioni), la nozione stessa di provincia viene messa in discussione: pare che sia una burocrazia inutile... perché debba essere inutile proprio la provincia e non la regione, non si sa. Un vero decentramento dei servizi dovrebbe avrebbe un respiro provinciale. Ma la tendenza non è questa: la tendenza è quella di trasformare venti città d'Italia in venti capitali di staterelli autonomi, e chiamarlo federalismo. Se potessimo aprire la testa di un federalista milanese e dare un'occhiata al suo "federalismo"... sospetto che ci troveremmo davanti uno Stato assoluto e accentrato su Milano, peggio che ai tempi di Lodovico il Moro; nel frattempo pero' i comuni di confine fanno i referendum per passare al Trentino (si pagano meno tasse), e in generale 'sti sudditi "lombardi" non c'è verso di farli passare per l'Hub Granducale di Malpensa: i bresciani hanno Montichiari, i bergamaschi Orio al Serio, e cosi' via.

A questo punto butto li' anch'io la mia idea per l'estate: perché non aboliamo le regioni? Hanno fatto più danni che utili. Eh? Come? Ma no, non dicevo sul serio. Era una "provocazione".
No, non le abolirei. Magari le elezioni regionali, quelle sì: si potrebbe fare eleggere presidente e giunta regionale ai consiglieri provinciali, e si risparmierebbe un po'. Non credo che ci perderemmo in democrazia: di elezioni "presidenziali" per incoronare Formigoni o Errani non credo che sentiremmo mancanza.
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sui vostri schermi nel 2018

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La caccia al Cinghiale

È vero: in quell'occhio di animale braccato e non domo, si legge la stessa incredulità che affliggeva la smorfia altera del Craxi caduto. La domanda è la stessa: perché proprio io, per quale motivo dovrei pagare per tutti? Per aver fatto quello che fanno tutti, quello che tutti continueranno a fare? È giustizia questa?

La risposta non spetterebbe a me, comunque sì: è la giustizia degli uomini. Imprecisa, sommaria, disorganizzata soprattutto. Quel che risulta più difficile, in tanta umana imperfezione, è credere a un complotto di magistrati anti-Mastella, e magari anti-Prodi. Io (che non ne so niente, ricordo) preferisco pensare che anche stavolta i magistrati stiano agendo da inconsapevoli anticorpi di un sistema che c'è, ma è caotico e ingovernabile: i popoli, le nazioni, sono in qualche modo intelligenze collettive - anche se intelligenze nel nostro caso è una grossa parola. Non c'è nessun grande vecchio che da un tavolo di comando decida di amputare la corruzione italiana a partire da Mastella: non è così che funziona, pensate piuttosto all'Italia come a un'ottusità collettiva che si gratta i pidocchi, magari la rogna: e grattarsi non è sempre il rimedio migliore, ma indubbiamente dà un certo sollievo.
Può darsi che Mastella non sia davvero peggio di molti altri, ma la giustizia non è infallibile. Non persegue tutti nel medesimo momento: da qualcuno deve pur cominciare, e di solito inizia dai pesci più piccoli.

L'errore di Mastella, il suo peccato di superbia, è aver creduto di poter giocare per sempre nel ruolo di ago della bilancia. Mentre gli ex compagni DC d'ambo i poli inseguivano improbabili accozzaglie di centro, lui rifuggiva qualsiasi ecumenismo e si arroccava nelle sue fortezze campane, geloso di quel quattro per cento che avrebbe dovuto difenderlo da qualsiasi minaccia. Immemore del precedente di Craxi (e di Altissimo, Nicolazzi, Giorgio La Malfa: quei capipartito del due-per-cento che durante la recessione del '93 furono i primi a saltare). Incurante di quella semplice lezione di fisica empirica che dice: l'anello più debole è il primo a spezzarsi. In fondo l'errore di Mastella è quello di tanti industrialotti del nord, che a dispetto della retorica anti-terrona gli somigliano per temperamento, e che credevano di poter restare piccoli e impuniti in un mondo sempre più grande e sempre più controllabile e intercettabile. Mastella non l'ha capito, e cadrà per questo. Oltre che per il fatto di non essere, forse, un politico integerrimo. Ma questo non spetta a me dirlo.

Ai tempi di Craxi i magistrati rottamarono i vecchi arnesi della prima repubblica sorretti dalla volontà popolare, che di quella classe dirigente sentiva di non avere più bisogno. Alla rabbia dei primi anni Novanta subentrò la nuova religione berlusconiana, che polarizzò gli italiani in due schieramenti mai visti prima. Oggi che il berlusconismo, o almeno quel tipo di berlusconismo è sfumato (ma nuove versioni sono in cantiere), gli italiani si guardano in faccia alla ricerca non tanto di un capo, ma di un capro espiatorio, qualcuno di cui poter dire almeno “è colpa sua”. L'antipolitica è questa, e i tribuni alla Beppe Grillo la solcano solo in superficie: lo stesso Grillo ha più volte rammentato ai suoi che il problema non è un solo Mastella, ma non è servito a niente. Mastella deve pagare per tutti, perché si ostina a essere piccolo e riottoso, proprio mentre nella nazione si diffonde l'idea che i localismi siano la piaga da combattere. L'“Italia frammentata” del rapporto Censis, l'“Italia sfilacciata”, a “coriandoli”, del cardinal Bagnasco: il messaggio arriva da tutte le parti ed è univoco: le minoranze hanno rotto, i cespugli vanno trattati a diserbante. All'orizzonte c'è forse una Grossa Coalizione d'emergenza, una legge elettorale con uno sbarramento alto, o magari il referendum: che è forse il motivo vero per cui Mastella, dopo le dignitose dimissioni dell'altro giorno, ieri abbia improvvisamente silurato il governo. Per lui è l'ultima possibilità di andare alle urne con le vecchie alleanze, prima che il nuovo bipartitismo lo sradichi definitivamente. Probabilmente gli andrà male. E invece a noi?

Cosa ci accadrà, dopo Mastella? È lecito sperare che il suo esempio serva da monito ai colleghi, come se davvero colpirne uno ne educasse cento? Se ho dei dubbi, non è per pessimismo cosmico. Ma i veri cambiamenti riguardano il popolo, e il popolo non mi è sembrato mai così rassegnato. Non solo: ma noto che a tanti anni di distanza non ci siamo ancora liberati degli orfani di Craxi, che vanno in tv, fanno le fiction, e ostentano tuttora incredulità per la sorte riservata a quel grande statista un po' intrallazzone. Come se il passato fosse inarchiviabile: i rifiuti che credevamo di aver differenziato e reciclato, sono stati semplicemente nascosti in qualche discarica a cielo aperto dove qualcuno li andrà a ripescare per servirceli in tavola all'ora di cena. E pure a Mastella, tra dieci anni, dedicheranno una fiction. Una fiction non si nega a nessuno.
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l'amico di famiglia

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Ma il vero eroe pubblicitario del Natale '07 è stato un altro.

Non il bimbo-buono-bauli, quell'angoletto insopportabile. Non il rincitrullito ing. dott. Balocco, che fa la predica ai suoi mandorlati. Il più grande di tutti è stato lui: Mr. Findomestik!


In sottofondo l'orchestrina suonava un cantabile (sciallallallallallallà), e intanto lui aiutava papà e mamma a fare l'albero, il bambino a scartare i regali, non era adorabile? Non era un amore?

Con l'anno nuovo ha rimesso fuori i canini.

(c) M.
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stanateli a brioches

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Se mille euro al mese (in due) vi sembran tanti

Caro Augias,
sto leggendo con molto gusto i servizi di Concita de Gregorio sulla famiglia italiana, pubblicati sul retro della sua rubrica.

Martedì scorso, la sua collega ha coraggiosamente messo il dito sulla piaga purulenta della società italiana: i mammoni, i parassiti, insomma, i figli che non schiodano mai di casa. Le percentuali contenute nel pezzo sono agghiaccianti: in Italia 7 maschi su 10 tra 25 e 29 anni vivono coi genitori. I mammoni spesso hanno un lavoro, eppure non contribuiscono al bilancio famigliare: non puliscono, non fanno la spesa, hanno libero accesso al frigo, insomma protraggono scandalosamente i privilegi dell’infanzia.

Nei carruggi genovesi, la giornalista ha snidato un esemplare di giovane adulto italiano che a 27 anni, malgrado porti a casa uno stipendio (400 euro) e abbia una relazione seria con una “fidanzata”, inspiegabilmente non schioda. Il bilancio della famiglia rimane così tutto sulle povere spalle del padre gruista: 58 anni, 1800 euro al mese “arrotondati con qualche lavoretto” (un bel modo all’antica per dire che prende del nero, ma pazienza).

Caro Augias, non c’è dubbio che un 27enne che si porta la ragazza in casa e chiude a chiave sia qualcosa di squallido; qualcosa di cui dobbiamo cominciare a vergognarci; qualcosa su cui è giusto puntare il dito, come coraggiosamente ha fatto la sua collega. E tuttavia qualcosa non mi torna. Nel pezzo di martedì c’è un’affermazione un po’ curiosa. È scritta in corpo sedici, perché tutti la notino. La de Gregorio scrive che i due giovinastri che passano le serate “in famiglia”…

arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.
Prego?
arrivano a mettere insieme 1000 euro al mese, ma non se la sentono di cercarsi una casa e fare un figlio.

Caro Augias, francamente non m'intendo molto dei prezzi di Genova. Ma i casi sono due: o è un’isola felice in tutta l’Italia settentrionale (nel qual caso mi ci trasferirò immediatamente con la mia compagna, abbattendo quasi del 50% le mie spese correnti), o c’è un refuso. Perché vede, d’accordo con la mentalità parassitaria e tutto il resto, ma nessuna coppia sana di mente, al giorno d’oggi, si cercherebbe una casa con mille euro al mese. Una casa? Un affitto? O magari un mutuo? E magari anche i mobili, la cucina, il posto
macchina? E dopo tutto questo… un figlio? Pannolini, pappe, culle, vestitini, madre probabilmente licenziata (a 600 euro al mese è difficile credere che il suo contratto la tuteli)?

Metter su famiglia con mille euro al mese… Qui non si tratta di essere poveri ma belli: qui è roba da folli o criminali. Qui dopo tre mesi i servizi sociali ti tolgono il figlio. Come minimo. E fanno bene.

Perché d'accordo, il mammismo è un problema: ma è inutile puntare il dito sul mammone. Lui non fa che incarnare il problema, e tirare a campare. Fingere che dipenda da lui, in un Paese dove qualsiasi buco con servizi costa come una reggia, è nascondersi dietro le cifre: come pretendere che i sanculotti si sfamino a brioches. Per quanto possa ingegnarsi o darsi da fare, il mammone non raggiungerà mai i 1800 euro più nero del padre. Ergo, chi glielo fa fare di crearsi un nido nuovo? Sarebbe persino irresponsabile, da parte sua. Non gli resta che attendere che i suoi vecchi gli smollino la casa, per consunzione. Del resto le probabilità che il padre nei prossimi anni venga colpito da un incidente professionale sono dannatamente alte.

Non vede come tutto si tiene? In Italia, la terra dei mammoni e degli infortuni sul lavoro, abbiamo scelto di aiutare le famiglie e stipendiare i padri; tuteliamo i pensionati e non finanziamo gli studi dei giovani: a questi ultimi non resta che attendere, economizzando le risorse e minimizzando gli sprechi. Il 27enne a 400 euro al mese non esce di casa perché sa che, dietro a tutta la retorica dell’indipendenza dai genitori, sarebbe soltanto un enorme spreco di soldi.

È vero che altrove è diverso. Nell’Europa del nord i figli evacuano a 18 anni. Questo ce lo hanno detto tutti. Quello che non sempre ci hanno detto, è che quasi sempre ricevono generosi aiuti dallo Stato, per lasciare i genitori e metter su famiglia. In quei Paesi, dopo la Mamma e il Papà, i giovani imparano a rispettare lo Stato e le sue leggi anche grazie agli sgravi, ai sussidi, alle borse di studio.

In Italia s’è deciso altrimenti, e non da ieri: è la Famiglia l’unico soggetto che ottiene aiuti. Ci sono motivi storici e culturali per cui è andata così, e forse è inutile lamentarsene. Sta bene: ma è altrettanto inutile prendersela col Mammone, in un Paese in cui gli unici soggetti riconosciuti sono le Mamme e i Papà. Lui ha semplicemente tratto le conseguenze: non si fa romanzi, arrotonda lo stipendio rubando dal frigo materno, e conta di andare tirare ancora avanti a lungo con la pensione di papà. Per quale motivo al mondo non dovrebbe?

E soprattutto, caro Augias, lei crede davvero che se potesse uscire di casa non lo farebbe? Sul serio: pensa che a 27 anni ritirarsi con la ragazza nella cameretta sia divertente?

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- la fiaccola sotto Moggi

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Eppure c'è gente che per il circo mediatico-giudiziario non riesce proprio a scandalizzarsi. Io, per esempio.
Lo confesso, è un mio limite, ci sono tante cose che non mi commuovono: le zingare ai semafori con preghiere di cartone, per dirne una, e un'altra sono i politici in manette. Massì, capisco, è un abuso di potere, lo so, però non mi commuovo. E anche Luciano Moggi può piangere tutte le calde lacrime che vuole, io resto di pietra. Sono giustizialista? Sono forcaiolo? Oppure semplicemente ho un'alta soglia di sopportazione.

Ognuno ha la sua, del resto. C'è fior di giornalisti, là fuori, che sapeva sapeva sapeva e nulla ha scritto, per anni, perché si sa come vanno le cose, finché ora basta, non se ne può più, la soglia di sopportazione è stata oltrepassata. Da chi? Da Moggi e Giraudo? Macché. Dai magistrati che torchiano, dagli intercettatori che non rispettano la privacy, dal circo mediatico-giudiziario.

Per contro, noi populisti forcaioli, è da vent'anni che ci scandalizziamo; da dieci che nel campionato italiano di calcio non ci crediamo semplicemente più: e oggi che c'è da inveire contro il circo mediatico-giudiziario, che ci volete fare, siamo un po' stanchi. Inveite voi, si fa un po' a turno.

Tutto questo in realtà non ha molta importanza. È molto più intrigante chiedersi: Luciano Moggi è un semplice accidente di percorso, o un difetto strutturale? Se è un accidente di percorso, è sufficiente farlo piangere ancora un po', interdirlo fino alla settima generazione, e poi passare ad altro. Ma siccome siete su Leonardo Blog, avete già capito dove voglio parare, vale a dire: secondo me Moggi è strutturale. Il che significa che il catrame e le piume non serviranno proprio a niente: cacciato con infamia un Moggi, ce ne servirà subito un altro. Perché il problema non è tanto Moggi, quanto… la struttura.

E che razza di struttura sarebbe il calcio, sentiamo. Beh, possiamo descriverla in vari modi. Struttura neoliberista: in un universo de-regolato, dove ogni squadra-società-per-azioni è libera di raccattare sul mercato qualsiasi giocatore a qualsiasi prezzo, prima o poi qualcuno doveva arrivarci: gli arbitri costano meno. E come investimento sono relativamente più sicuri. È proprio una semplice questione logica: perché svenarsi per i giocatori? Per gli sponsor, d'accordo, per il pubblico pagante. Ma se poi la squadra all-star non funziona? Se il Real Madrid galattico non quaglia? Se l'Europeo lo vince una squadra qualsiasi, tipo la Grecia? È il bello del calcio, ma comporta rischi economici che una squadra-società-per-azioni non può correre. E se intrallazzare con gli arbitri costa relativamente meno che procurarsi un paio di rinforzi a centrocampo, perché no? Sul serio, perché no? Morale: il calcio non può essere quotato in borsa. Una cosa è il professionismo, un'altra la speculazione, e Luciano Moggi è solo uno di quei manager che hanno agito per il bene degli azionisti, come i soldatini tedeschi obbedivano agli ordini del Führer. Fucilatelo se vi fa sentire meglio, ma il problema non è lui.

Questo in un universo neoliberista. Ma il calcio italiano è davvero in quell'universo? Qualche anno fa scrissi tre pezzi un po' naïf (1-2-3) in cui paragonavo il calcio inglese al calcio italiano, sull'unica base di un libro illustrato che stavo traducendo. La morale era questa: il calcio inglese è nato e si è sviluppato come una piccola industria, semi-artigianale. I calciatori hanno lottato per i loro diritti. Le squadre provinciali campavano costruendo dei campioni e rivendendoli alle Grandi. Le Grandi erano in realtà piccole ditte che si autofinanziavano con i biglietti negli stadi di loro proprietà. E tutto questo, fino agli anni Ottanta, generava ricchezza e la ridistribuiva.

Nel frattempo, in Italia, il calcio prosperava al di sopra delle sue possibilità. John Charles, “the first rich British footballer”, divenne "il primo calciatore britannico ricco" solo in Italia: la Juventus lo pagava quattro volte lo stipendio massimo consentito nel Regno Unito. Che senso avevano, questi ingaggi stratosferici?
Nessun senso strattamente economico. Il calcio non è mai stata un'attività veramente remunerativa in Italia – se così fosse le squadre sarebbero state società indipendenti, e non fiori all'occhiello dell'industriale, del petroliere, del palazzinaro di turno. Il calcio italiano del dopoguerra si è sviluppato come uno status symbol – un'attività in cui buttare un bel po' di soldi per dimostrare ai tuoi concittadini che ce l'hai fatta, sei in tribuna vips. E se avessimo dubbi sulla moralità e sull'effettiva intelligenza della nostra classe imprenditoriale, ci basterebbe fare i conti di quanti padroncini hanno rovinato sé stessi e i loro dipendenti con surreali operazioni di calciomercato. Da Zico all'Udinese all'Europarma di Tanzi, quanti soldi, quante energie buttate. E stiamo a prendercela con Moggi.

Moggi è semplicemente il capo dei briganti, e come tale lo considerava il suo padrone, Gianni Agnelli. Lo stesso che paragonava i suoi calciatori ai pittori del rinascimento: ecco cos'è il calcio in Italia, non un'industria, ma puro mecenatismo. Gli industriali contribuiscono alla pace sociale pagando la loro quota di circenses. Altro che neoliberismo. Stiamo ancora all'evo antico, ai Gladiatori. Oppure il guaio è stato passare troppo in fretta dal Circo Massimo alla Parabola, dal panem et circenses alla Società per azioni.

Rimedi? Si potrebbe cavar fuori il calcio italiano dall'evo antico, obbligandolo a diventare uno sport moderno, in cui tutte le squadre hanno rose di 22 giocatori e, udite udite, lo stesso budget: e si mantengono con il pubblico pagante.
Non c'è bisogno che me lo facciate presente, tutto ciò è frutto di un delirio, il tentativo di tornare a un modello europeo che non esiste più, perché a ben vedere è l'Europa che si sta italianizzando. È il calcio europeo che sta riscoprendo il modello pre-medievale del circo massimo: le squadre come brand mondiali, il calciomercato globale che serve anche a riciclare i soldi della malavita globale (pensare al Chelsea). L'Italia, che ha inventato il fascismo e il berlusconismo, continua ad esportare il peggio di sé. E c'è mercato.
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Lettere Vitruviane #5: Sulle mezze stagioni, che scompaiono

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[Nel 2005, mentre il blog viaggiava nel futuro, collaborai tra l'altro alla webzine Sacripante!, di cui in Rete non rimane quasi traccia. Incollo qui i pezzi che scrissi per i sei o sette numeri che uscirono: da qualche parte li devo pur conservare. Non sono affatto sicuro della data in cui uscirono, comunque tra il 2005 e il 2006].

Caro Leonardo, hai notato che le mezze stagioni non sono più quelle di una volta? Secondo te di chi è la colpa? Rispondi con franchezza. 
BernH ‘73 

Caro BernH, capisco e condivido le ragioni del tuo turbamento. Mi scrivi da un settembre freddo e plumbeo, uragani alla tv, e mi chiedi conto del settembre d’una volta, del crepitare delle prime foglie secche nel cortile della scuola, e hai visto che due tette ha messo su la Mirella? Era, il tuo vecchio settembre, un terrazzino mite sulle nebbie e i geli dell’autunno-inverno; sapeva di mosto e di libri nuovi. Ora sgualciti in un cartone in soffitta, scarabocchiati, invendibili. Il boiler gorgoglia, tra un poco sarà tempo di mettervi mano. Muovere la rotellina da ESTATE (sole raggiante) a INVERNO (fiocco di neve). Il riscaldamento autonomo non contempla mezze stagioni, e tu mi chiedi di chi è la colpa.

Vorrei poterti dire: è stato George W. Bush, sempre lui. Ma parliamoci chiaro, BernH. Noi non siamo i primi due sulla terra a lamentarsi delle mezze stagioni d’antan. L’emergenza climatica ha appassionato generazioni e generazioni. Ne ho avuto conferma rileggendo, qualche giorno fa, un post di Giacomo Leopardi, datato gennaio 1828. Ferveva a quei tempi il dibattito sul raffreddamento globale: insigni scienziati si chiedevano se non fosse in qualche modo colpa dell’uomo. Leopardi scienziato non era, ma aveva questa mania fastidiosissima di dir la sua (non interpellato) su qualsiasi argomento. Riguardo alle mezze stagioni, egli copia e incolla a sua volta un post scritto 144 anni prima (e siamo già nel 1683…) in cui un tal Magalotti si lamenta “che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi...

“Qui in Italia è voce e querela comune che i mezzi tempi non vi son più, e in questo smarrimento di confini, non vi è più dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre che in sua gioventù a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno”.
Magalotti, Lettere familiari, parte I. lett. 28. Belmonte 9 Febbraio 1683 Già nel XVII secolo, dunque le mezze stagioni si davano per spacciate. Ma Leopardi minimizza, secondo lui è tutto un problema di ricordanze, come al solito, di nostalgia. Il vecchio, laudator temporis acti se puero [=che loda il tempo della sua infanzia], non contento delle cose umane, vuol che anche le naturali fossero migliori nella sua fanciullezza e gioventù, che dipoi. La ragione è chiara, cioè che tali gli parevano allora; che il freddo lo noiava e gli faceva sentire infinitamente meno, ec. ec. Del resto non ha molt’anni che le nostre gazzette, sulla fede dei nostri vecchi, proposero, proposero come nuova nuova ai fisici la questione del perché le stagioni a’ nostri tempi sieno mutate d’ordine ec. e cresciuto il freddo; e ciò da alcuni fu attribuito al taglio de’ boschi del Sempione ec. ec. Quello che tutti noi sappiamo, e che io mi ricordo bene è, che nella mia fanciullezza il mezzogiorno d’Italia non aveva anno senza grosse nevi, e che ora non ha quasi anno con nevi che durino più di poche ore. Così dei ghiacci, e insomma del rigore dell’invernata. E non però che io non senta il freddo adesso assai più che da piccolo. (Zibaldone di pensieri, 8 gennaio 1827). Di chi è la colpa, dunque? Sarà in qualche modo colpa dell’uomo, che continua a tagliar boschi e trivellare pozzi. E poi è colpa tua, che sudi in un colletto di camicia invece di dar calci a un SuperTele sotto la pioggia. Tu che smadonni per due chicchi di grandine sulla carrozzeria. Mi hai chiesto franchezza, ebbene eccola qui: lascia perdere la mezza stagione. Non è più roba per te. Cordialmente.
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Billy Meredith nel 1907 guadagnava 4 sterline la settimanaMario viaggia in Porsche

La fonte di questa storiella è attendibile; ugualmente, non mi va di sputtanare il protagonista, per cui non userò il suo vero nome o cognome: diciamo che è un calciatore molto giovane; che è famoso sia per le sue mattane che per il bel gioco che gliele fa spesso perdonare: e lo chiameremo, per comodità, Mario Antonietto.

Allora: Mario Antonietto viene invitato al matrimonio di un collega, in un’altra città: il promesso sposo chiede a un suo amico di andare a prelevarlo alla stazione. L’amico, comprensibilmente emozionato, tira a lucido il suo mercedes ultimo modello e va ad aspettare Mario Antonietto. Per riconoscerlo, non c’è mica bisogno di una foto (in effetti basta la figurina).
Ed ecco che il campione arriva: saluta, squadra la mercedes e… rifiuta di salirci sopra. Perché? Perché Mario Antonietto viaggia solo su Porsche.
(Il risultato è che arriverà tardi al matrimonio, su una Porsche noleggiata in quattro e quattr’otto dal malcapitato anfitrione).

Mentre il giovane Mario impartisce questa severa lezione di stile, a qualche centinaio di chilometri di distanza la sua squadra versa in pessime acque. Il proprietario, che ha versato milioni su milioni (perdendoli), è vecchio e stanco: vorrebbe vendere, ma i probabili acquirenti giocano a nascondino. Si aggiungano le ispezioni dei finanzieri; le tasse da dilazionare; la borsa, gli stipendi… questo è il mondo in cui lavora Mario Antonietto. Ma lui non lo sa ancora. È giovane e bravo, ed è convinto che il calcio possa dargli tutto, come dava tutto ai suoi predecessori. Se si affacciasse al finestrino sentirebbe l’ancien régime che scricchiola. Ma Antonietto viaggia solo su Porsche. Pressurizzata.

Nelle puntate precedenti (1 2) avevo cercato di distinguere tra un modello ‘britannico’ (il calcio come piccola economia reale: i club autosufficienti che producono e distribuiscono ricchezza) e uno ‘italiano’ (il calcio come economia non autosufficiente, foraggiata dallo Stato e dai capitalisti per motivi d’immagine). Forse il modello britannico era più sano, ma presentava anche molti più rischi: dipendeva esclusivamente dal favore del pubblico (dalla soddisfazione dei clienti). Abbiamo visto che già negli anni ’50 il modello italiano poteva permettersi di pagare di più i suoi giocatori: le stelle del campionato inglese, Charles, Greaves, Law, vengono tutti a giocare in Italia. Non sempre si trovano a loro agio, ma arrivano a guadagnare quattro volte il massimo consentito nel Regno Unito. Già, perché nel calcio britannico, come in tutte le economie liberali serie, ci si preoccupava di garantire la libera concorrenza: i club non potevano offrire a un giocatore più di un tot consentito (Maximum Wage).

Il Maximum Wage può sembrare una norma di buon senso: significa accettare che tutte le squadre di un torneo giochino non soltanto con lo stesso numero di giocatori, ma anche con le stesse risorse economiche alle spalle. Eppure in Inghilterra i giocatori lottarono per cinquant’anni (la prima protesta, organizzata da Billy Meredith, è del 1907) per abolire quello che consideravano “un contratto di schiavitù” (Jimmy Hill). Ci riuscirono soltanto nel 1961. Da allora i giocatori – che fino a quel momento erano stati effettivamente commerciati sottocosto – videro lievitare i loro prezzi. Anche grazie all’introduzione della figura dell’“agente”. Gli ingaggi sarebbero ulteriormente lievitati a partire degli anni ’90, grazie a Jean-Luc Bosman.

Il giocatore belga più famoso del mondo (se la gioca con Vincenzino Scifo) è un centrocampista che non ha mai vinto nulla d’importante, salvo una sentenza alla Corte Europea di Giustizia. Bosman si era rivolto alla Corte dopo che la sua squadra (il Liegi) aveva rifiutato di cederlo al Dunkerque malgrado il suo contratto fosse scaduto. La Corte ci mise sette anni prima di deliberare, nel 1995, che il Liegi aveva contravvenuto alle leggi dell'Unione Europea sulla libera circolazione dei lavoratori (non delle merci, è importante) da uno Stato membro all'altro. In Italia la “sentenza Bosman” è famosa soprattutto per un suo corollario, che portò all’abolizione del tetto massimo di giocatori stranieri (comunitari). Da allora le grandi squadre italiane hanno fatto sistematicamente incetta di stranieri (anche perché a volte costavano meno e rendevano, in termine d'immagine, più degli italiani). Ma la “sentenza Bosman” ha fatto molto di più: ha messo il calciatore al centro dell’economia del calcio: specie il fuoriclasse, o quello che comunque attira l’attenzione. E' lui, da Bosman in poi, a decidere il proprio destino.

Se i campioni hanno avuto tutto da guadagnare dalla sentenza Bosman, chi ci ha rimesso? Le squadre medio-piccole, che fondavano la loro economia sul fiuto dei dirigenti: sulla loro capacità di trovare buoni giocatori, crescerli e rivenderli alle grandi squadre. Ma ora le grandi squadre possono aspettare il termine di un contratto per rilevare un “gioiellino”, senza pagare un soldo alla squadra che lo ha cresciuto. Così grandi squadre e “gioiellini” si spartiscono la torta. Ma la piccola squadra non ha più interesse a crescere nuovi gioiellini… sarà un caso, ma a partire dagli anni Novanta il campionato inglese, che storicamente era sempre stato più movimentato di quello italiano (l’albo d’oro registra tante squadre che emergono, vincono tutto, retrocedono, risorgono…) si è polarizzato nella sfida tra quattro-cinque grandi squadre (su tutte, il Man United di Ferguson): in un certo senso si è ‘italianizzato’.

Problema: se il mercato non finanzia più le squadre medio-piccole, ma solo i grandi giocatori e le grandi squadre; se nel frattempo il fenomeno degli hooligan rende necessaria il ridimensionamento degli impianti sportivi: dove troverà il calcio inglese i soldi per andare avanti? Risposta: i diritti tv. A partire dai ’90 il calcio cerca di vendersi sul piccolo schermo. È un processo a cui abbiamo assistito anche da noi: nel giro di pochi anni le trasmissioni televisive si sono moltiplicate. Nel Regno sono andati subito al sodo, cercando di piazzare i diritti del satellite. E ha funzionato?

Insomma. Con Murdoch ha funzionato. Ma Murdoch pagava solo le squadre della Premiership. Quelle delle divisioni minori si sono imbarcate in un affare con il canale ITV. È stato un disastro. Alcune squadre (Bury, York City) si sono trovate sul lastrico; la stessa sorte attendeva al varcale le squadre retrocesse dalla Premiership, che perdevano quindi i contratti con Sky (Derby, Watford); ma anche le squadre medio-piccole che lottano per restare in Premiership sono costrette a indebitarsi, perché i “gioiellini” costano troppo (è il caso del Leeds). Una delle ragioni della crisi è proprio questa: gli ingaggi dei giocatori. Le società si stanno indebitando per pagare la Porsche a Mario Antonietto.

Da che il mondo è rotondo (e la palla pure) ci si lamenta dei calciatori strapagati. Senza riflettere che in fondo guadagnano meno di molti banchieri e proprietari, sudando magari qualcosa di più. Ma proviamo a superare l’antico pregiudizio contro chi mette in mostra il suo corpo per vivere. Proviamo a pensare in maniera veramente aperta, moderna, liberale. È giusto che una persona che siede a una scrivania guadagni milioni d’euro al mese? Sì, se dalla sua scrivania fa girare miliardi. Se produce ricchezza, non importa se ne trattiene un po’. Se invece non ne produce, è solo un parassita: va rimosso.
E un calciatore? È giusto che Ronaldo prenda dieci, venti miliardi? (in realtà non so quanto prende). Dipende. Se il suo nome fa vendere abbastanza biglietti da mantenere uno stadio e chi ci lavora; se le sue giocate fanno vendere abbastanza magliette e scarpette da dare lavoro a migliaia di operai in tutto il mondo (un lavoro, si spera, umano e ben pagato), perché no? Ora, il problema è tutto qui: Ronaldo produce davvero tanta ricchezza? Il calcio è davvero quella gallina dalle uova d’oro su cui tutti hanno puntato negli anni ’90?

Negli ultimi anni abbiamo scoperto che non lo è, almeno non lo è in Italia (ma anche l’Inghilterra si sta allineando). Non produce ricchezza: anzi, non è nemmeno autosufficiente. Ha continuamente bisogno dello Stato, che continua ad accollarsi le spese degli impianti sportivi (negli altri Paesi occidentali, ricordiamolo, gli stadi sono proprietà privata dei club). In passato lo Stato gestiva questi impianti con gli introiti del Totocalcio: in questo modo si poteva dire che il Calcio finanziasse sé stesso, anche se aveva bisogno dello Stato per fare i conti e distribuire le risorse. Quando il rubinetto del Totocalcio si è ossidato, i grandi club hanno puntato su diritti tv e merchandising e, di conseguenza, sui fuoriclasse che attirano l’attenzione. Nella speranza che creassero ricchezza. Speranza vana. Oggi, come cinquant’anni fa, il calcio italiano è un’economia in perdita. Non è nemmeno un’economia: è un bene di lusso di poche grandi famiglie che possono permettersi di dilapidare milioni di euro in spese di rappresentanza.

Tutto questo Mario Antonietto ancora non lo sa (e non vorrei essere in lui il giorno che glielo spiegheranno).
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