Questa canzone fa impazzire i fascisti?

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C'è una canzone di Bruno Lauzi su una balalaika che nelle steppe si annoia a suonare sempre le solite fredde canzoni e alla fine riesce a convincere un suo amico Flauto ad assumerla nell'orchestra Bolscioi. Come a Balalaika riesca questa opera di convincimento, Lauzi non lo spiega, siccome è una canzone per bambini; ma da lì in poi pende sulla protagonista come un sospetto di scarsa serietà che le strofe successive non dissolvono. Una volta approdata su un palcoscenico internazionale, Balalaika non tarda a perdere la testa per un Mandolino che se la porta a Napoli: addio Bolscioi, addio mie steppe.

La musica ovviamente segue l'evoluzione della storia, senza neanche troppo affaticarsi: balalaike e mandolino non è che suonino tanto diversi. Che è forse il motivo per cui i russi, con la loro pur straordinaria cultura musicale, appena riuscirono a captare sulla tv sovietica il Festival di Sanremo impazzirono. È come se la melodia italiana fosse kryptonite per loro. Ma la musica russa, agli italiani, che effetto faceva?

Il ragazzo nicchiava, una fiera, tarchiata e grinning figura. Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò «Fischia il vento, infuria la bufera» nella versione russa, con una splendida voce di basso. Tutti erano calamitati a quel podio, anche gli azzurri, anche i civili, ad onta della oscura, istintiva ripugnanza per quella canzone così genuinamente, tremendamente russa. Ora il coro rosso la riprendeva, con una esasperazione fisica e vocale che risuonava come ciò che voleva essere ed intendere, la provocazione e la riduzione dei badogliani. L’antagonismo era al suo acme sotto il sole, il sudore si profondeva dalle nuche squadrate dei cantori. 


storiaminuta.altervista.org

Poi il coro si spense per risorgere immediatamente in un selvaggio applauso, cui si mischiò un selvaggio sibilare degli azzurri, ma come un puro contributo a quell’ubriacante clamore. Qualche badogliano propose di contrattaccare con una loro propria canzone, ma gli azzurri, anche la truppa, erano troppo nonchalants e poi quale canzone potevano opporre, con un minimo di parità, a quel travolgente e loro proprio canto rosso? Disse Johnny ad Ettore che aveva ritrovato appena fuori della cintura rossa: – Essi hanno una canzone, e basta. Noi ne abbiamo troppe e nessuna. Quella loro canzone è tremenda. È una vera e propria arma contro i fascisti che noi, dobbiamo ammettere, non abbiamo nella nostra armeria. Fa impazzire i fascisti, mi dicono, a solo sentirla. Se la cantasse un neonato l’ammazzerebbero col cannone. 
(Fenoglio, Johnny).

Nell'estate '44 Johnny nelle Langhe ascolta ancora i partigiani della Garibaldi cantare Katyusha in russo. A cento km di distanza, nel savonese, la canzone ha già un suo testo in italiano, opera del comandante partigiano Felice Cascione. La canzone l'aveva portata dalla Russia un effettivo del Genio Pontieri, Giacomo Sibilla. Sulla musica che Sibilia aveva sentito cantare nelle retrovie dai ragazzi e dalle ragazze russe, Cascione aveva riadattato un testo scritto pochi mesi prima, quando ancora studiava medicina a Bologna. Il vento, la bufera, le scarpe rotte, tutto l'apparente realismo della composizione, Cascione lo stava immaginando, né avrebbe avuto molto tempo per goderselo: in febbraio era già morto in un conflitto a fuoco.



Per una meravigliosa coincidenza, la lirica russa comincia con un'immagine primaverile ("Meli e peri erano in fiore") e quella italiana col furore dell'inverno: fischia il vento, infuria la bufera. L'originale è una canzone d'amore, a modo suo: Katyusha è un'eroina tanto quanto il bel soldato, lui custodirà la patria tanto quanto lei custodirà il suo amore (il che è altrettanto eroico, evidentemente), insomma, tutti facciano il loro dovere e la vittoria non tarderà. Il che non impediva alle ragazze russe di cantarla agli italiani nelle retrovie. Fischia il vento sfoggia un romanticismo completamente diverso: il fiero partigiano è votato alla morte, non ha donne a casa che lo aspettano o comunque non deve pensarci, il che lo rende tremendamente sexy: ma le donne devono contentarsi di donargli un sospir. 

Fischia il vento è molto più cattiva dell'originale, e in effetti se da bambino il nonno ti faceva sentire la versione italiana, quando ascolti certe versioni orchestrali russe ci resti di sasso a scoprire che l'inno della Garibaldi, in madrepatria, è una specie di Fin che la barca va. È un fantastico equivoco: un alpino ascolta una languida canzone d'amore stalinista e la porta in Italia dove le stesse note, le stesse arcane sillabe sembrano talmente minacciose da far impazzire i fascisti al primo ascolto. Balalaika e mandolino magari non sono fatti per capirsi, ma in amore è anche bello fraintendersi.
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Quattro epigrammi di Fenoglio

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Perché non avete orecchie

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25 aprile - San Marco evangelista (primo secolo)

[2012]. Un profeta grida nel deserto e battezza i peccatori nelle acque del Giordano; tra di loro vi è un nuovo giovane predicatore, che dopo una quarantena nel deserto si mette a proclamare una buona novella, attraverso parabole enigmatiche e profezie di sventura.
Basilica di York, Eire.
Gli va meglio con le guarigioni miracolose: usa sistemi un po' singolari, (fango, sputi), ma tutto sommato funzionano. Un paio di volte si ritrova a dover moltiplicare pani e pesci per le folle che si radunano ad ascoltarlo. Quel che dice però non è sempre chiaro, nemmeno ai dodici collaboratori più stretti, che a volte hanno troppa soggezione per chiedere spiegazioni. In seguito il predicatore viene accusato di sedizione, arrestato e fatto uccidere. Ma il terzo giorno le donne trovano nel sepolcro, al posto del corpo, un ragazzo vestito di bianco che parla di resurrezione, e scappano impaurite. Questo è in breve il Vangelo di Marco, che se non si trovasse mimetizzato in mezzo agli altri risulterebbe un testo abbastanza inquietante: c'è un Gesù senza Natale e senza Pasqua, sempre un po' arrabbiato perché la gente non capisce. Alla fine di diversi episodi, miracoli o parabole, c'è quel classico versetto alla Marco, come “E si meravigliava per la loro incredulità”, “Chi ha orecchie per intendere intenda”. Solo i bambini lo smuovono un po' dal suo sempiterno cipiglio (“a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”). Insomma è un tizio burbero, con un cuore che lascia vedere solo a sprazzi:
Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, di origine siro-fenicia. Ed egli le disse:“Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. Ma essa replicò: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”. Allora le disse: “Per questa tua parola va', il demonio è uscito da tua figlia”.
L'episodio c'è anche in Matteo, dove Gesù concede anche un complimento (“Donna, davvero grande è la tua fede!”). In Marco si limita a dire “va'”, e poi passa ad altro. Non è così difficile mettersi nei panni degli apostoli, sempre timidi e vagamente terrorizzati, “stupiti in sé stessi” “Essi però non comprendevano, e avevano timore a chiedere spiegazioni”. Marco è l'evangelista del leone, e il suo Gesù sembra davvero un re leone nella gabbia di un'umanità che non lo capisce. “O generazione incredula! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi?” (9,19). L'unico Vangelo che suggerisce al lettore che Cristo sulla terra abbia avuto fretta di andarsene.

Ragioni per cui amo Wikipedia.
È anche il più breve: nessuna genealogia, nessuna storia sull'infanzia di Gesù (al punto da far sorgere più di un sospetto di adozionismo: Gesù diventerebbe figlio di Dio solo col battesimo nel Giordano, quando si sente una voce dal cielo dire “Tu sei il Figlio mio prediletto”). All'inizio non era inclusa nemmeno – cosa più sorprendente – un'apparizione di Gesù risorto: solo questo ragazzo vestito di bianco che dice alle donne “Non abbiate paura, Gesù è risorto, andate a dire a Pietro che vi precede in Galilea”. Al che le donne scappano terrorizzate “e non dissero niente a nessuno, perché avevano paura”. La versione più antica finisce così: non molto promettente, per il testo fondativo di una religione. Del resto, se le donne non l'hanno detto a nessuno, come facciamo a saperlo? Logica e sintassi greca dell'ultima frase ci lasciano il sospetto che esistesse un seguito, andato perduto quasi subito e rimpiazzato a volte con un solo versetto, a volte con una paginetta che è quella che di solito troviamo nelle nostre traduzioni.

In questo finale Gesù appare di nuovo a Maria di Magdala, che lo dice agli apostoli (“Ma essi non vollero credere”), poi a due di loro (ma gli altri “non vollero credere”) e alla fine a tutti gli undici a tavola “e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore”. Il finale lungo probabilmente non è di Marco, ma come si vede è coerente con il suo protagonista: neanche una parola gentile (Ehi, che piacere ritrovarvi, scusate se vi ho fatto prendere paura con questa cosa della passione e morte...) Del resto Cristo è un re, poche smancerie.

Magari è anche il contesto romano, la necessità di conferire al figlio di Dio un’aura di imperiale autorità: se Marco è lo stesso Marco che Pietro chiama suo figlio (=discepolo) nella sua prima lettera (“La chiesa che è in Babilonia, eletta come voi, vi saluta. Anche Marco, mio figlio, vi saluta”), e se è vero che Babilonia in realtà è Roma, il suo Vangelo sarebbe nato nell’Urbe o comunque pensato per i cristiani della comunità romana. Lo lascerebbero pensare gli errori di geografia (la Palestina di Marco sembra un fondale di cartone, con laghi monti e città alla rinfusa), i tentativi non sempre riusciti di spiegare abitudini e ritualità ebraiche che Matteo dà per scontate, e un versetto: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il Sabato?” che è difficile immaginare sulle labbra di un Gesù davvero ebreo (nella Genesi persino Dio si riposa, nel primo sabato della creazione). Qualcuno si è spinto a trovare echi di Marco nel Satyricon di Petronio, come se la cena di Trimalcione fosse una parodia delle prime mense cristiane. Marco sarebbe dunque lo stenografo di Pietro: il suo Vangelo sarebbe il tentativo di dare una forma scritta coerente agli aneddoti che Pietro predicava (aneddoti in cui, come abbiamo visto, Pietro non ci fa quasi mai una bella figura). Ma Pietro a Roma potrebbe anche non esserci mai arrivato, “Babilonia” potrebbe essere Antiochia o Persepolis-Ctesifonte, tanto più che il Vangelo è scritto in greco (con qualche latinismo).


The Jefferson's Cut

Oltre a essere il testo più breve, è quello con meno materiale originale. Questo si può spiegare in due modi: il suo Gesù burbero potrebbe essere il più antico, quello da cui hanno attinto gli altri (meno Giovanni), addolcendolo un po’. Ma potrebbe anche essere un bignamino di Luca o di Matteo o di entrambi, in versione semplificata per un pubblico che non aveva dimestichezza con gli usi e i luoghi della Palestina. Il dibattito è sconfinato: comincia praticamente nel terzo secolo e arriva ai giorni nostri. Oggi l’ipotesi più condivisa dai critici è che Marco sia una delle fonti di Luca e Matteo, insieme a un altro testo che non ci è arrivato (la famosa “Fonte Q”). Ma anche Marco potrebbe avere attinto a Q, o viceversa, oppure potrebbero esserci più fonti diverse, è un caos interpretativo. Se vi intriga il suggerimento è: risolvervelo da soli; tanto i testi dei Vangeli li trovate ovunque, in qualsiasi traduzione. Non c’è neanche bisogno di una copia della Bibbia intonsa e un rasoio, come quello di Thomas Jefferson, che si fece un vangelo personale sforbiciando i versetti che per lui non avevano senso. È il dibattito filologico più antico della Storia ed è completamente gratis, approfittatene! (Wikipedia in questo caso mi sembra un buon punto di partenza; non può esserci tutto ma c’è un sacco di roba). Magari per scoprire che l’ipotesi di partenza, la cosiddetta “priorità marciana”, rimane una delle più probabili e suggestive: in questo caso il Gesù più vicino all’originale sarebbe un predicatore scontroso che salta fuori un po’ dal nulla e nel nulla scompare, senza che nessuno tra gli apostoli e le donne abbia ben capito il senso di tutta la storia.

Dopo Roma, la tradizione vuole Marco in missione nel Nordest per conto di Pietro: dopo aver battezzato il primo vescovo di Aquileia (forse la quarta città italiana per popolazione), un naufragio lo avrebbe sospinto nella laguna veneta. A questo punto una voce gli avrebbe detto: Pax tibi Marce, evangelista meus, dopo il martirio riposerai qui. Chissà Marco come dev’esser stato contento del suo palustre sepolcro promesso, sotto il cielo grigio topo che ha la laguna deserta nei giorni di tempesta (Venezia sarebbe sorta solo qualche secolo dopo). Invece in un qualche modo lo ritroviamo ad Alessandria d’Egitto, di nuovo in missione, martirizzato dai pagani. Le sue reliquie arrivano effettivamente a Venezia nel nono secolo, contrabbandate in un recipiente di carne di maiale che i saraceni avrebbero avuto orrore a perquisire.

"Non possiamo portarlo un attimo fuori e fare le fotocopie?"
Un altro dei rari versetti di Marco che non si ritrovano negli altri Vangeli parla di un ragazzo misterioso che fugge senza mantello al momento dell’arresto di Gesù. Non si sa chi sia e perché fugga; non se ne riparla più; non è strano che Luca e Matteo lo abbiano tagliato (sempre che Marco non sia venuto dopo e non lo abbia aggiunto). Un’ipotesi è che quel ragazzo fosse lo stesso Marco, che qui voleva segnalare la sua presenza come testimone oculare. Però Marco lo chiama con una parola, “neaniskos”, che nel suo testo torna una volta sola: quando si parla di un altro misterioso ragazzo, quello ritrovato dalle donne nel sepolcro di Gesù. È lo stesso ragazzo? Che senso avrebbe? Il Vangelo di Marco sembra un giallo aperto: c’è un protagonista che continua a dirti: non capisci? Non capisci? Neanche così capisci? In che altro modo te lo posso spiegare? Come se dall’altra parte del filo ci fosse un Ente superiore che cerca di comunicare delle ovvietà a un babbuino. E tu ti senti un po’ un babbuino: la soluzione è a un passo, ma ci devi arrivare da solo. Verranno altri evangelisti più completi e accomodanti, con la soluzione alla fine, ma forse il più riuscito è quello che dice: sono un enigma, risolvetemi (stupidi).

Oggi è anche ovviamente la festa della Liberazione. Il venticinque aprile è un giorno molto particolare, che purtroppo spesso si prepara con una serie di polemiche sull’apertura dei negozi. Io non lo so se sia giusto o no tenerli aperti. Però credo che tutte le feste, compreso il 25 aprile, siano fatte per l’uomo, non l’uomo per il 25 aprile. Almeno io l’ho capita così, ma magari non ho capito niente. Buona Liberazione.
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Però l'ANPI nazista, insomma, no.

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Questa è la bandiera della Brigata
Ebraica, che partecipò alla Resistenza.
Si avvicina il 25 aprile, col suo classico profumo di scazzi sui negozianti che vogliono tenere aperto senza pagare troppi straordinari (per Scalfarotto è tipo la fine del medioevo), filopalestinesi che fischiano la bandiera della Brigata Ebraica, ebrei che non vogliono la bandiera palestinese. Quest'anno il PD romano ha deciso che non parteciperà alla manifestazione dell'ANPI, ma a quella della Comunità Ebraica. Questa è una notizia - che esista ancora il PD romano, intendo. A quanto pare doveva scegliere tra comunità ebraica e ANPI, e ha fatto la sua scelta. C'entra l'amarezza per com'è andato il referendum? Naturalmente no, saremmo molto cattivi a pensarlo.

Io potrei anche concordare con Fabrizio Rondolino - che del PD renziano è ormai, a quanto pare, autorevole portavoce - quando afferma che l'ANPI non ha l'esclusiva del 25 aprile. Del resto non avrebbe i mezzi per difenderla. In termini pratici: i soci dell'ANPI non possono impedire che qualche attivista arrivi alla loro manifestazione e srotoli una bandiera palestinese. Mi sembra che il presidente dell'ANPI oggi l'abbia spiegato abbastanza bene: tutto quello che può fare la sua associazione è "dare l'indicazione di non portare bandiere che non siano quelle della Resistenza"; cosa che ha fatto, più volte. Assoldare buttafuori che allontanino tutte le persone che hanno una bandiera non resistenziale, l'ANPI non può farlo e non lo fa. Non dispone di un servizio d'ordine abbastanza massiccio e capillare, e sarebbe paradossale che se ne munisse: è un'associazione che difende la memoria della Resistenza, non un corpo paramilitare che organizza una parata.

È anche vero che tra le bandiere della Brigata, ogni tanto,
faceva capolino qualche bandiera israeliana,
che come quella palestinese non appartiene alla Resistenza.
Un servizio d'ordine ANPI avrebbe dovuto buttar fuori
anche quelle bandiere?
Per questo mi pare che Rondolino e comunità ebraica raccontino soltanto un lato della faccenda. È vero, purtroppo, che negli anni scorsi la bandiera della Brigata Ebraica è stata puntualmente fischiata da attivisti filopalestinesi (è anche vero che l'ANPI ogni volta ha stigmatizzato l'accaduto e ha preso le distanze dai contestatori). Ma è anche vero che negli stessi anni la comunità ebraica ha più volte definito i palestinesi "nazisti", e "alleati di Hitler", e non uso le virgolette a caso: in questo momento sul sito della Comunità di Roma c'è un comunicato che dice che l'ANPI Roma avrebbe deciso "di cancellare la storia e far sfilare gli eredi del Gran Mufti di Gerusalemme che si alleò con Hitler con le proprie bandiere".

Ricapitolando: la Comunità ebraica non chiede semplicemente (com'è suo sacrosanto diritto) di poter sfilare con la bandiera della Brigata Ebraica che partecipò alla Resistenza. La Comunità ebraica non vuole vedere bandiere palestinesi perché per la Comunità ebraica quella bandiera - che rappresenta una nazione con un seggio all'ONU, ricordiamo - è nazista, e chi la sventola è nazista. Quando l'ANPI fa presente, per l'ennesima volta, che non può veramente impedire a un filopalestinese di sventolare la bandiera di una nazione che aspira alla fine di un'occupazione militare, l'ANPI diventa una organizzazione negazionista che fa sfilare gli eredi degli alleati di Hitler.

Questo succede, mi pare, nell'indifferenza generale, perché poche cause come quella palestinese ormai risultano perse: oltre che a un nocciolo di affezionati, della Palestina frega ormai niente a nessuno, e il fatto che all'Unità qualcuno possa definirli filonazisti non desta davvero nessuna sorpresa. Cerco di mantenermi sorpreso io, giusto per un dovere di testimonianza: a questo punto non solo è nazista chiunque chiede che ai palestinesi sia riconosciuto il diritto all'autodeterminazione, ma siccome chi lo fa a volte partecipa alle manifestazione dell'ANPI, è nazista pure l'ANPI. Senz'altro sono nazista pure io che lo scrivo, e tu che leggi, tu: comincia a farti qualche domanda.

Quanti simboli nazisti vedi?
A quel punto un partito novecentesco, un partito di massa, cosa farebbe? Ci metterebbe il servizio d'ordine, butterebbe fuori i facinorosi e farebbe ragionare i capibastone. E un partito contemporaneo, più leggero, ma che non rinunci alla sua responsabilità di intellettuale collettivo? Cercherebbe di trovare una sintesi tra le istanze della Comunità ebraica, dell'ANPI e di quel nucleo più o meno compatto di filopalestinesi che, se festeggiano il 25 aprile, così tanto nazisti non devono essere: e votano anche loro. Il PD romano questa cosa non riesce a farla, e quindi forse la notizia non c'è: il PD romano non esiste. Esiste Orfini e il 25 aprile non andrà al corteo dell'ANPI: e se non l'avesse detto in giro, forse non se ne sarebbero accorti in parecchi. Buona Liberazione a tutti, festeggiatela con chi vi pare.
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Tutti nazisti anche quest'anno, buon 25 aprile

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È un discorso che si è già fatto, ma se ripetere non sempre aiuta, sicuramente non nuoce: i rappresentanti della Brigata Ebraica hanno tutto il diritto di partecipare ai cortei del 25 aprile senza essere fischiati.

www.combattentiliberazione.it
A chi li contesta - non sono poi in tantissimi - manca senz'altro un po' di educazione, non tanto nel senso di buone maniere. Da qualche parte c'è una lezione sulla memoria e sulla Resistenza che qualcuno avrebbe dovuto studiare meglio; ci sono concetti come sionismo ed ebraismo che non dovrebbero essere così fumosi. E così via. È una responsabilità che ci dobbiamo prendere un po' tutti sulle spalle, come educatori o anche solo come gente che scrive on line - visto che siamo tutti nel nostro piccolo educatori, siamo tutti gente che scrive on line. Nella nostra ideale festa del 25 aprile è invitato chiunque voglia ricordare i combattenti contro il nazifascismo, e se proprio si vuole contestare qualcuno, si contesta chi rimane a casa.

Ah, e il Gran Muftì non c'entra niente.

Perché se prendersela con tutti gli ebrei per l'occupazione della Palestina è un gesto ignorante e arrogante, accusare tutti i filopalestinesi di intelligenza col nazismo è più o meno sullo stesso livello di ignoranza e arroganza. Anche questo, mi rendo conto, è un discorso trito e ritrito: durante la Seconda Guerra Mondiale ci furono palestinesi che combatterono Hitler e altri (un po' di più) che collaborarono con lui - qualcosa di simile a quel che successe in Italia, tutto sommato. Questo toglie agli italiani il diritto di festeggiare il 25 aprile? Questo dovrebbe impedire ai palestinesi di chiedere la liberazione da un'occupazione militare? Lo sfogo di Peppino Caldarola mi sembra indicativo di un atteggiamento lievemente autoreferenziale: le contestazioni tra filopalestinesi e rappresentanti della Brigata avranno coinvolto al massimo qualche centinaia di persone. È senz'altro un incidente fastidioso e - parlo almeno per me - di una prevedibilità mortale. Si può fare qualcosa per evitarlo in futuro? Non lo so. Ma il punto è che per Caldarola non vale nemmeno la pena: se succede qualcosa del genere, va chiuso il 25 aprile, fine. Ah: e chi sventola una bandiera palestinese è un nazista.

Ecco: io sarei disponibile anche a scrivere tutti gli anni lo stesso pezzo in cui spiego che chi sventola la bandiera della Brigata Ebraica non è responsabile dell'incancrenirsi della questione israelo-palestinese. Ma se dall'altra parte, ogni volta, mi tocca sentire che tutti palestinesi sono nazisti, e anche tutti i loro amici, e anche gli amici dei loro amici... mi sa che ogni anni ripartiremo da zero.
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Giochiamo al 25 aprile (il fascista lo fai tu)

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Non credo proprio che mi leggano, ma gli Amici di Israele, decidendo di sfilare al corteo del 25 aprile senza la bandiera dello Stato di Israele, hanno fatto la cosa più intelligente: e chi ha continuato a fischiarli, nonostante sventolassero solo i simboli di una brigata che combatté nazisti e fascisti, la più sbagliata.

Da ieri chi accusa i filopalestinesi di antisemitismo ha un argomento in più; chi ha interesse a descrivere un’Italia e un’Europa sempre più difficili per gli ebrei, un nuovo episodio da raccontare. Rimane un mistero come tutto questo possa risultare utile alla causa dei palestinesi, di cui sventolate orgogliosi le bandiere: a occhio sembra più un favore ai sionisti, che i vostri fischi rendono più forti. D’altro canto è pur vero che in corteo si procede a tentoni, e da lontano tutte le bandiere si somigliano; che il clima era pesante da settimane; che la richiesta di bandire dal corteo le bandiere palestinesi era una provocazione bella e buona, e l’assenza di bandiere israeliane una relativa sorpresa: è tutto vero, e non vi scusa. Vi siete fatti fregare.

A questo punto il fatto che siate davvero antisemiti o no è irrilevante: era la parte che avevano scritto per voi, e non vi siete posti nessun problema a recitarla. Non si è mai idioti inutili; ci sarà sempre chi dalla vostra idiozia saprà trarre vantaggio, e non è con lui che ha senso prendersela.
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Il Piave mormorò: Meloni, Salvini, ripassate il sussidiario

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70 anni di pace oggi, almeno qui da noi. Non è straordinario? E se non lo festeggiamo, che altro dovremmo festeggiare? Giorgia Meloni, cui la comprensibile stizza per non essere mai stata invitata non perturba il volto ormai splendente di luce propria, ci avvisa che lei sarà sul Piave il 24 maggio, e che bisognerebbe destinare altrettante risorse a celebrare “gli italiani che si sacrificarono sul Piave”, 100 anni fa.

Il 24 maggio?

La pensa così anche Salvini: “Non vogliamo lezioni da nessuno. Io festeggerò il 24 di maggio quando sul Piave morirono i nostri nonni per non far passare lo straniero”.

Il 24 maggio.

Cari Meloni e Salvini: capisco che la carriera politica intrapresa in giovane età può non aver lasciato molto tempo per ripassare nozioni da V elementare, ma è grave che nessun sottoposto vi abbia informato che il 24/5/1915, sul Piave, non morì nessun nonno. È il giorno in cui più a nord attaccammo l’Austria, nostra alleata fino a qualche mese prima, sperando di approfittare del suo impegno su altri fronti. Eravamo noi gli “stranieri” che attaccavano, il 24 maggio.

Le cose non andarono per il verso giusto e due anni dopo arretrammo fino al Piave, nell’autunno ‘17. Fu il momento più tragico della guerra, per cui preferiamo festeggiare la vittoria che arrivò l’anno seguente, il 4 novembre. La celebriamo tutti gli anni, ma le scuole non chiudono e così non ve ne siete mai accorti. Questa cosa di non voler mai lezioni da nessuno, siete sicuri? Perché prima o poi gli esami arrivano.
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Chi è degno di sfilare il 25 aprile? (io no)

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Qualche lettore amico di Israele ha trovato molto grave che in un pezzo di 1500 caratteri sulle bandiere israeliane al corteo del 25 aprile, io non abbia trovato posto per una riflessione sul Gran Muftì di Gerusalemme, il leader arabo che si alleò con Hitler contro gli ebrei. Sarà forse revisionismo il mio? Spero di no; a mia discolpa potrei obiettare che il Muftì non è il fondatore dell’indipendentismo palestinese, e la sua bandiera non è proprio quella che sventolano i palestinesi - come la bandiera della Brigata Ebraica non è quella di Israele. Ma forse sono solo patetiche scuse. Se nella tua storia c’è un alleato di Hitler, non sei degno di sfilare nel corteo della Liberazione. Togliamo dunque le bandiere palestinesi. E i filopalestinesi in generale.

Bundesarchiv Bild 146-1978-070-05A, Amin al Husseini
bei bosnischen SS-Freiwilligen di Bundesarchiv,
Bild 146-1978-070-05A / Mielke / CC-BY-SA.
Con licenza CC BY-SA 3.0 de tramite Wikimedia Commons.
A questo punto però temo di non poter venire neanch’io, perché… mio nonno era nell’esercito regio. Tempo di sparare un colpo ed era già prigioniero in Sudafrica, e però indubbiamente prese ordini da alleati di Hitler. Lo fecero tutti i nostri nonni, anche quelli che poi diventarono partigiani; il che forse ci impedisce di sventolare un tricolore così simile a quello di fascisti e repubblichini, e di accompagnare i filoisraeliani al corteo del 25/4.

D’altro canto, se li lasciamo soli, che penseranno di noi? Forse che li stiamo deliberatamente isolando, accerchiando? E allora che si fa? Davvero non lo so. Cari amici di Israele, ditelo voi cosa possiamo fare. Io vorrei tanto non offendervi, ma mi domando se sia più possibile.
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A certe feste si va per litigare: il caso 25 aprile

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In 1500 caratteri la farò semplice. Questa è la bandiera della Brigata Ebraica, che diede un nobile contributo alla guerra di liberazione dal nazifascismo.



Bella. Questa è quella dello Stato di Israele, nato poco più tardi, che da tempo occupa alcuni territori dove secondo la comunità internazionale dovrebbe sorgere lo Stato di Palestina.



Pur simili, rappresentano cose un po' diverse. Perciò credo sarebbe stato utile, negli anni scorsi, portare nei cortei del 25/4 soltanto la prima, magari cogliendo l'occasione per spiegare che non era la seconda; e che la stella in sé rappresenta l'ebraismo, non uno Stato che ha una storia gloriosa ma non ha contribuito alla guerra di liberazione italiana (non ha fatto in tempo), e in questo periodo sta occupando territori di un altro Stato.

A quel punto chi venisse comunque a fischiare non ci lascerebbe dubbi: non fischierebbe Israele, ma l’ebraismo. Non esprimerebbe un sostegno alla Palestina, ma il proprio antisemitismo. Purtroppo non è mai successo.


Perlomeno, in tutte le foto che mi è capitato di vedere di cortei del 25/4, per ogni bandiera della brigata ebraica ne ho vista una dello Stato di Israele. E quindi? Niente, fate come credete. Ma non venite a dire che il 25 aprile è di tutti e che non volete litigare. Il 25 aprile non è mai stato di tutti; c’è sempre stato qualcuno che voleva litigare. Chi viene con la bandiera di Israele - e vuole fuori quelli con la bandiera della Palestina - non sarà il primo, ma non è da meno.

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Chetati, grillaccio!

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Il 25 aprile dunque Beppe Grillo ha lasciato scritto sul suo blog che se i vecchi partigiani vedessero come è ridotta l'Italia di Napolitano "metterebbero mano alla mitraglia". È una cazzata? Sì, lo è per molti versi; nessuno dovrebbe permettersi di piantare le proprie bandiere sulle tombe dei partigiani, che peraltro non ci hanno tutti già lasciato (ad esempio Giorgio Napolitano è vivo). Ma bisogna essersi dimenticati di molte cazzate degli ultimi vent'anni, dalle migliaia di fucili bergamaschi alle toghe rosse passando per Mussolini più grande statista del '900, per lasciarsi scandalizzare da Grillo che arruola i partigiani morti. A me, sarò di bocca buona, ma sembra addirittura che ci sia un progresso.

Sarà che ormai ne ho viste tante: pornostar in parlamento, tastieristi da balera al Viminale, ex giovani fascisti in Campidoglio, Bondi ministro alla cultura; e poi ho visto Scajola (Scajola soprattutto sarà difficile da spiegare ai nipotini). Ma per quanto mi sforzi non riesco a vedere Grillo e il *suo* movimento come una minaccia alla democrazia, perlomeno alla democrazia che ancora ci possiamo permettere in questa primavera 2012. Sì, è populista; sì, è un confusionario apocalittico. Ma siamo sopravvissuti a Bossi e a Berlusconi: con tutti i suoi difetti Grillo mi sembra meno pericoloso e soprattutto meno avido; allo stesso modo mi sembra una buona notizia che un po' dei sostenitori delusi di Lega e PDL stiano passando al Movimento Cinque Stelle. Altri elettori Grillo li recupererà all'astensionismo, il che è una ulteriore buona notizia; altri ancora li prenderà dal PD e dalla sinistra, ma è una sfida che PD e sinistra devono saper raccogliere.

Il grillismo non è un fulmine a ciel sereno come ci piace rappresentarlo in questi giorni. Così come la Lega diventò in breve tempo il partito più anziano della Seconda Repubblica, il M5S è praticamente coetaneo del PD ed è più anziano del già moribondo PdL (continua sull'Unita.it, H1t#124).

L’estate del Vaffanculo Day fu la stessa in cui Veltroni lanciò la sua candidatura alle primarie. Ancora prima erano nati i MeetUp, sorti intorno al blog che Grillo cura dal 2005, due legislature fa. Al Quirinale c’era Ciampi, il candidato del centrosinistra era Prodi, quello della sinistra Bertinotti, ma Grillo era già più o meno lo stesso Grillo e gridava più o meno allo stesso modo, cambiando qualche volta idea (legittimamente: solo ai cretini non succede) ma non il tono, che alla fine è la cosa più importante. Tra i tanti accostamenti storici, da Caio Gracco a Bossi, quello che il M5S si merita meno è probabilmente quello con l’effimero Uomo Qualunque di Giannini. Malgrado sia nato in rete, come altri fenomeni degli ultimi anni (Onda viola, Indignados) il M5S è riuscito a darsi un’organizzazione anche sul territorio, o perlomeno in alcuni territori più ricettivi di altri.
La differenza l’ha fatta proprio il non-leader, la figura carismatica che gli altri movimenti orgogliosamente rifiutavano. Anche da un punto di vista economico. Già ai tempi del Vaffanculo Day Grillo era sostanzialmente un leader politico: l’unico in Italia capace di far pagare un biglietto a chi veniva ad assistere a un suo comizio. Nessuno ha mai pagato per ascoltare Berlusconi, magari viceversa. Per questo quando dice che non si candiderà mai io stranamente gli credo. La parte del tribuno non gli è solo più congeniale, ma è probabilmente anche più fruttifera. I rimborsi elettorali si possono dimezzare o anche cancellare, ma l’indotto di libri e dvd nessuno glielo tocca e bisogna riconoscere che se lo sta sudando, non sta fermo un attimo.
Grillo è stato bravo, diciamolo ogni tanto. Tra i pochi in Italia a non avere nessun timore reverenziale per il mezzo televisivo, forse proprio perché da lì veniva, e ne conosceva i punti di forza ma anche i limiti, Grillo ha capito che star fuori dal circuito dei talk nel lungo termine gli avrebbe reso il servizio migliore: mentre gli altri battibeccavano senza costrutto lui si è rifatto una verginità. È stato abile a non trasformare sé e i suoi sostenitori in macchiette: ambientalisti ma non fricchettoni, antiberlusconiani ma senza farne un feticcio, dalla parte dei disoccupati ma anche dei poveri imprenditori costretti a chiuder bottega. Può sembrare una sintesi impossibile, ma se è per questo, in certi giorni, anche il PD. Ha intercettato gli elettori verdi che in Italia non hanno mai avuto un leader non dico carismatico, ma credibile; ha traghettato qualche postcomunista deluso dal postcomunismo, qualche antiberlusconiano perplesso dalla svolta di Veltroni; è stato ricettivo, il concetto di Casta non l’ha inventato lui ma lo ha rilanciato con prontezza. Da qualche tempo si tratta di rilevare i delusi di PdL e Lega: Grillo ha argomenti anche per loro, è scettico sulla cittadinanza ai migranti, vuole rilanciare la produzione interna anche se non sa come si fa, ma siamo onesti: non lo sa nessuno.
E la democrazia interna? Senz’altro il M5S ha qualche problema di democrazia interna, ma guardiamoci attorno: l’altro giorno l’UDC si è sciolto, pare sia nato il Partito della Nazione. Chi lo ha annunciato? Pierferdinando Casini. Chi era Casini nell’UDC, il segretario? No. Il presidente? No. Un giorno lo ha fondato e qualche anno dopo lo ha sciolto, e l’intendenza seguirà. Quanto al PdL, non perdiamo neanche tempo a parlarne. La Lega non fa un congresso federale da dieci anni. Di Pietro non so se li faccia o no – l’IdV, volevo dire l’IdV, a volte mi confondo. Chi accusa Grillo di trattare il suo movimento ancora come un padre padrone preferisce non vedere che per la media dei partiti politici italiani Grillo è un padre fin troppo tollerante: quando il figlio crescerà e metterà un piede in parlamento probabilmente litigheranno, è nella natura delle cose. Si fa molta più fatica a immaginare l’IdV che litiga con Di Pietro: quanto alla Lega, per trinciare il cordone ombelicale col clan Bossi ci sono voluti trent’anni.
Io non ho intenzione di votare il M5S, almeno in tempi brevi. Raramente mi trovo d’accordo con quello che dice Grillo, e in generale non mi piace il suo tono, che alla fine è la cosa più importante. Quando dice che l’Italia non può più permettersi l’euro, mi domando se davvero è convinto che possiamo permetterci di uscirne. Ma almeno sta parlando di euro, e non di tutte le priorità farlocche con cui Berlusconi e Bossi ci hanno fatto perdere tempo in questi anni, le toghe rosse e i ministeri al nord. Io non sono euroscettico, ma trovo assolutamente comprensibile che qualcuno oggi lo sia: ci sono partiti euroscettici in tutti i parlamenti d’Europa. Si tratta di batterli: di convincere gli italiani che l’euro è stato davvero una buona idea, che senza di esso saremmo rimasti stritolati. Grillo è un populista, ma almeno punta le dita su problemi veri, e non sui mondi artificiali che ci hanno incantato per vent’anni, case della libertà o Padanie libere. Considerarlo un sintomo della degenerazione della politica mi sembra ingiusto: la politica era già degenerata da un bel po’, il grillismo al confronto mi sembra una febbre benigna. Ci sta facendo bene. Faccio un esempio.
Una settimana fa Alfano, Bersani e Casini dichiararono come un sol uomo che i rimborsi elettorali non si toccavano. La febbre grillina è scoppiata allora: il M5S nei sondaggi schizzò oltre il 10%. Quattro giorni fa Bersani ha proposto di dimezzare subito i rimborsi. Forse la cosa si poteva gestire un po’ meglio, ma quel che conta è il risultato: il PD ha cambiato rotta. C’è voluto Grillo. Non male, per un comico che sette anni fa ha aperto un blog. http://leonardo.blogspot.com
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Con infinita cura e sospensione

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(Da Schegge di Liberazione, 2011)

Nell’inverno del 1945 sulle Langhe i partigiani in servizio attivo sono ridotti a poche unità. Sulla sua collina Johnny è rimasto solo: l’ultimo amico arrestato in un rastrellamento, l’ultima sigaretta già da un pezzo fumata, calpestata e rimpianta.
Si sedette e rilassò nella più facile e sciolta posizione; poi iniziò la cerca, col più fino e sensibile delle dita, di tutti i resti di tabacco in ogni tasca e per minuti estrasse e cavò segmentini ed atomi di tabacco, misti a briciole di antico pane e fili di stoffa. Aveva ora in un palmo quanto bastava per una sigaretta [...] Poi cercò la carta. La carta di giornale sarebbe andata egregiamente, ma i giornali erano merce sconosciuta nella fattoria. Girò, frugò, rovistò e trovò infine un vecchio opuscolo, aggrinzito e ingiallito dal tempo, di agricoltura e masseria. Ne strappò un foglio e cominciò a torchiare. Era nuovo a questo lavoro, ma da quando partigiano s’era fatto avvezzo ed abile ad una quantità di nuove opere ed imprese. Lavorandoci con infinita cura e sospensione, si rese conto di quanto le sue mani si fossero fatte grossolane e inadatte a questi lavori. Se gli veniva discretamente modellata ad un capo, restava un caos all’altro, e ad un certo momento tutto il tabacco gli sfuggì a terra dalla carta aperta.
Una febbre lo prese e lo squassò, forzosamente si allontanò dal naufragio del tabacco e si disse ad alta voce: «Non perder la testa, Johnny. Non perder la testa, non è assolutamente niente. Del resto, non avevo nemmeno il fiammifero per accenderla»
(Opere, vol. I, p. 840).
Dopo la presa di Forlì, nel novembre precedente, il generale Alexander aveva annunciato alla radio che ai partigiani conveniva coprirsi: di Liberazione si sarebbe riparlato in primavera. Molti prendono il suo annuncio per quello che non è, un perentorio invito a mettersi in letargo e attendere tempi migliori. L’inverno sarà in effetti durissimo. Anche nei territori che durante l’estate erano stati temporaneamente liberati qualcuno si pente di avere fornito ospitalità e sostegno ai partigiani, sperando in una liberazione rapida ed esponendo le proprie famiglie alle rappresaglie di repubblichini e nazisti. «Stanno facendovi cascare come passeri dal ramo» spiega a Johnny un mugnaio. «Ma al disgelo gli Alleati si rimuoveranno e daranno il colpo, quello buono. E vinceranno senza voi. Non t’offendere, ma voi siete la parte meno importante in tutto intero il gioco, ne converrai.» Johnny ne conviene, ma resiste: sarà “l’ultimo dei passeri”, come urla uscendo nella tormenta (e vergognandosene subito), il partigiano che non andrà in letargo. Nel lungo inverno combatterà contro fame, freddo, epidemie, solitudine, nostalgia di casa, astinenza da tabacco.

Qualche anno dopo, l’ex partigiano Beppe Fenoglio dirige un’azienda vinicola. Il tempo libero lo dedica allo studio e alla traduzione dei suoi autori preferiti (inglesi e classici) e alla scrittura. In quegli anni la guerra sembra aver dato a tutti un romanzo da raccontare.
Certe sere tornava a casa prima del solito, visibilmente gravido di pensieri da affidare alla carta. Passava veloce accanto a mia madre e a me [...]. Si ritirava subito nella camera della scala e attaccava a lavorare. Noi dall’alto percepivamo quei tre segni inconfondibili della sua presenza in casa: il fumo delle sigarette, la tosse, e il battere dei tasti della macchina da scrivere.
Scriveva ininterrottamente per ore
. (Marisa Fenoglio, Casa Fenoglio, Sellerio, Palermo 1995, p. 120).
Fenoglio non crede che il suo romanzo sia migliore di quello di molti altri. All’inizio non è nemmeno sicuro di avere un romanzo. La sua prima raccolta di racconti piace più a Calvino che a lui.

La Malora è uscita il 9 di questo agosto. Non ho ancora letto una recensione, ma debbo constatare da per me che sono uno scrittore di quart’ordine. Non per questo cesserò di scrivere ma dovrò considerare le mie future fatiche non più dell’appagamento d’un vizio. Eppure la constatazione di non esser riuscito buono scrittore è elemento così decisivo, così disperante, che dovrebbe consentirmi, da solo, di scrivere un libro per cui possa ritenermi buono scrittore. (Opere, vol. III, p. 201).
Il libro crescerà, lentamente, una sera dopo l’altra, una sigaretta dopo l’altra. Forse per cercare uno stile più suo, o tentare un impossibile distacco da una materia troppo scopertamente autobiografica, Fenoglio inizia a scriverlo in inglese, per passare in seconda stesura a uno strano italiano, ancora sporco di anglismi ma secco, nobile eppur maldestro, come un Cesare o un Livio tradotto alla benemeglio da uno studente ginnasiale – e in fin dei conti quale lingua migliore per l’epica dei partigiani di Badoglio? Non è solo un problema di stile: il libro è l’ennesimo memoriale di guerra, genere ormai inflazionato. Per di più, indulge in episodi che nessuno appare ansioso di condividere – l’esperienza dell’autore nell’esercito regio, prima e dopo il 25 luglio; non omette la vergogna dell’otto settembre; descrive partigiani comunisti e badogliani come antieroi volonterosi, ma prigionieri di una mentalità strategica sbagliata. L’esperienza per altri gloriosa della repubblica di Alba viene descritta impietosamente come un catastrofico errore tattico, che preclude alla rotta dell’autunno ’44: poche settimane dopo Johnny si ritrova solo sulla sua collina, a mettere insieme tremando una sigaretta che non può accendere.

Mentre il romanzo gli cresce davanti, mentre pesta sulla macchina da scrivere e tossisce, Fenoglio si rende probabilmente conto di quanto poco tutto questo sia commerciabile. Un romanzo che si concede la stessa severa ironia nei confronti dei maestri di mistica fascista e dei comandanti partigiani (a volte del resto si tratta delle stesse persone). Un libro sulla provincia senza nessuna concessione al vernacolare, dove mugnai e contadine parlano come personaggi di Omero. Un libro in cui i partigiani non fanno che commettere errori, sparare quando devono scappare, scappare quando devono sparare (ma in generale si scappa molto più di quanto si spari). Prima che scrittore Fenoglio è un uomo pratico. Con Einaudi non ci prova nemmeno. Manda invece una stesura a Garzanti. Gli rispondono proponendogli un taglio drastico: far morire il personaggio subito dopo l’otto settembre, concentrandosi sull’esperienza di Johnny nell’esercito regio, nei giorni cruciali dell’armistizio. Quanto alla guerra partigiana… a Garzanti non interessa. È un po’ come proporre a Melville di far affondare il Pequod appena salpato da Nantucket, ma Fenoglio non si considera certo un Melville. Piuttosto un mercante di vini, e scrittore di quart’ordine, e gli editori hanno senz’altro più fiuto di lui.
Il breve romanzo uscirà nel 1959 col titolo Primavera di Bellezza, senza destare particolare attenzione di pubblico e critica.

Il vero libro è quello che rimane negli scartafacci di Fenoglio, una poltiglia inestricabile di italiano classicheggiante e inglese miltoniano. Ma nel 1959 Fenoglio non sa di essere un bravo scrittore: è abbastanza persuaso del contrario. L’abitudine a pensare in miltonese e tradurre in un italiano marziale e senza tempo la vive più come un limite che come una risorsa espressiva. Eppure qualcosa in lui resiste. Dopo avere ucciso il suo alterego all’inizio della guerra antifascista, Fenoglio lo resuscita, e si rimette a lavorare sul rovente materiale della guerriglia nelle Langhe. Fa in tempo a uccidere Johnny una seconda volta, stavolta alla fine del gennaio ’45, nel primo conflitto a fuoco dell’anno nuovo (la parte finale, in cui negli ultimi mesi di guerra segue le truppe inglesi come interprete, viene accantonata senza essere tradotta in italiano).
Vuole farne un altro libro; forse ha riconosciuto nello scartafaccio il suo libro migliore. Ma non ha più tempo: si arrende al cancro ai polmoni nell’inverno del 1963. Aveva 41 anni. Lo scartafaccio finisce nelle mani dei filologi, che ci litigheranno per qualche anno senza riuscire, a tutt’oggi, a pubblicarne una versione completa e coerente.
Quello che trovate oggi sugli scaffali si chiama Il partigiano Johnny (il titolo glielo diede il primo curatore). È privo della prima parte (l’esperienza militare di Johnny fino all’otto settembre), dell’ultima (le avventure di Johnny come interprete degli inglesi), e di tanti altri episodi importanti, eliminati da Fenoglio nel tentativo di trasformare il libro di una vita in quello che sarebbe piaciuto agli editori, e magari anche ai lettori, un romanzo breve.

Fenoglio aveva chiesto di riposare ad Alba, al riparo dal vento cattivo di quella langa che Johnny aveva difeso da solo per un inverno intero, quando gli stessi abitanti gli suggerivano di farla finita, tornare a casa, non restare ultimo passero sul ramo. «Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e di partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello» (Opere, vol. III, p. 200).

I suoi brani sono citati dall’edizione critica Einaudi in cinque volumi, a cura di Maria Corti, oggi fuori commercio.
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Morte e Liberazione

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Scava Ferruccio

Con questa vanga, che mi lasciò il povero padre, insieme a un’affittanza e due sorelle da maritare, ora tu scavi, Ferruccio.

Non sai come si fa, ma non mi dire. L’avrai ben visto un giorno un contadino. Si calca il tallone sul pedale e si taglia la terra, zac, un colpo netto, come la gola dei republicanos. Ma te neanche lo sai cos’è un republicanos, Ferruccio, vero? e allora scava.

Ché non sai niente della vita che hai fatto vivere agli altri, non sai niente della morte. Quando m’hai mandato volontario in Spagna, e avevo appena smesso i calzoncini; ad ammazzare contadini come mio padre m’hai mandato: e allora scava, adesso, Ferruccio.

Non ti far fretta, io non ne ho.

Ma t’han da venire le sfioppole alle mani. T’han da venire i calli. T’han da venire le mani da contadino, Ferruccio, che non ti son venute in quarant’anni; le mani di mio padre e di mio nonno, scava, scava. Ma le mani che mi son venute in Affrica, a scavar fosse di negri che non m’avevan fatto niente, le mani d’assassino, le vedi? Per queste non c’è sapone, non c’è sego né lisciva. Queste mani che mi pulsano di notte, quando tutto tace e loro suonano il tamburo, un problema di circolazione dice il dottore, sì, te lo dico io qual è il problema. Son le gole dei republicanos che ho vangato con la baionetta, nella Mancia, e intanto pensavo: sarò dannato, ma almeno le mie sorelle sono a posto. Pensavo, c’è Ferruccio che ci pensa. Bravo Ferruccio. Scava. Scava.

Io che avevo appena smesso i calzoncini perché mi era morto il padre, e quel che mi lasciava era una vanga e due sorelle senza dote. E mi dicesti di andar via tranquillo, ché ci avrebbe pensato il fascio alle sorelle, ma che partire volontario bisognava. Ché le mie sorelle sarebbero rimaste putte sennò, per via che nessuno si voleva portare in casa le figlie di un socialista, e io non capivo, cos’era questo socialismo, una malattia? Se mio padre se l’era presa da giovane, non me l’aveva mai detto, non parlava di politica con me, non parlava di niente. Ho imparato a parlare da per me, Ferruccio, e adesso tu mi ascolti. Mentre scavi.

Quando mi dicesti che ci avrebbe pensato il fascio, che ci avresti pensato tu alla Pace e all’Evelina, Ferruccio. E la Pace ch’era del Diciotto me l’hai lasciata morire di tbc, è così che ci hai pensato. E l’Evelina intanto mi scriveva del moroso, ma che in dote la vanga di papà non gli bastava, e senti, Ferruccio, ma secondo te io non me lo son mai chiesto chi gliele scriveva quelle belle letterine all’Evelina, che non sapeva nemmeno tenere il pennino tra le dita, il parroco gliele scriveva? E al parroco chi gliele dettava? Io che dalla Spagna non ero ancora venuto a casa, e lei che mi scriveva di ripartire in Affrica volontario – l’Evelina! Che quando ero partito si faceva ancora le trecce, e ora mi scriveva del moroso che non l’avrebbe sposata, del disonore, della pancia che le cresceva, Ferruccio! Chi gliele dettava quelle belle letterine! E tu credi che non ho avuto il tempo per pensarci, mentre montavo la guardia sotto l’Ambaradam?

E quando son tornato e ho trovato Evelina zitella, che te l’eri presa in casa come serva; e la trattavi da puttana; e il bambino lo avevi dato ai preti; è stato allora che ho chiesto io di andare in Albania, perché altrimenti v’ammazzavo tutti e due con queste mani: e piuttosto sono andato ad ammazzar dei greci che non m’avevan fatto niente, neanche socialisti erano. Adesso però scavi, Ferruccio.

T’ha da venire il mal di schiena di mio padre; quello lo ha ucciso, altro che il socialismo. T’ha da gelarti il sudore in fronte mentre scavi - e mi dispiace, te lo devo dire, non aver più la forza che ho lasciato in Grecia, perché ti strozzerei, Ferruccio, ti tirerei il collo come al tacchino che sei, che è la fine che ti meriti, ti staccherei la testa a morsi dalla rabbia che m’hai fatto venire, e non sai quanti fantaccini si son presi i ceffoni che volevo dare a te; ma adesso intanto scava, che t’ho da seppellire.

Scava più a fondo, Ferruccio, che devi entrarci te e la tua casa del fascio tutta intera, col capoccione in bronzo. Sai che per quanto scavi non la farai mai grossa come quella che mi sono fatto io, dalla Mancia all’Epiro passando per il Tembien, una fossa grande mezzo mondo ho scavato, per gente che non m’aveva fatto niente, e guarda quel che m’hai fatto tu. T’ammazzassi dieci volte, non sarebbero abbastanza.

Hai scavato?

E allora adesso ascolta. Tu sei morto. Se hai documenti con te, buttali dentro. Poi prendi quella terra, e riempi la buca. Tienti per morto, Ferruccio, e seppellisciti da solo, ché di fosse io ne ho riempite già abbastanza. Hai da colmarla bene, che nessuno ha da sapere dove sei finito. Nessun bambino ha da inciamparci mentre gioca a nascondersi.

Poi prendi la sacca, arrangiati con le carte che ci son dentro. Va’ in montagna dai ribelli, di’ che sei un soldato del re, già di stanza nei Balcani. Di’ che il tuo plotone s’è sbandato a Bologna, che i repubblichini ti volevan metter la camicia nera, che ti sei rifiutato. Fagli veder le mani. Racconta che i miliziani ti volevano ammazzare, e sei scappato. Di’ quel che ti pare, hai sempre saputo raccontarle. Così quando se Dio vuole arrivan gli americani, te sei a posto. E se t’ammazzan prima, ti faranno pure il monumento, Ferruccio, il monumento al martire, ci pensi.

Ma se non t’ammazzano, come non t’ho ammazzato io, tu quando discendi con gli americani hai da tirar tuo figlio fuori dal convento; e mia sorella fuori dal bordello, che è la tua famiglia, Ferruccio, non la mia. Ché un bambino non saprei tirarlo su, son cresciuto ammazzando e solo ad ammazzare son buono ormai.

E se Evelina te lo chiede, sono morto in Albania.

(Schegge di Liberazione è una fantastica iniziativa messa in piedi da Barabba che da due anni riesce a produrre un bel libro collettivo sulla festa che ci sta più a cuore, il 25. Questo pezzo è preso dall'ebook dell'anno scorso: quello di quest'anno probabilmente è più bello, ed esiste anche nella versione cartacea. Dovevamo presentarlo a Carpi oggi, ma c'è stata una disgrazia orribile. Buona Liberazione comunque).
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Ho una teoria #25

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Guardate che se volessimo fare sul serio, se proprio pensassimo che val la pena di cominciare la scuola in ottobre, un sistema ci sarebbe.
Aboliamo la Pasqua. Dico sul serio (sull'Unita.it) (Si commenta qui).

Fino a febbraio tutto sommato l'anno scolastico fila abbastanza liscio. Certo, riprendersi dalla lunga pausa natalizia non è semplice, ma nessuno rinuncerebbe a quelle due settimane tra Natale e Befana. I guai veri cominciano a marzo.

È sempre andata così. C'è persino chi dà la colpa all'ora legale – e in effetti, quando ti trovi davanti venticinque studenti assonnati, il dubbio ti viene. Poi ci sono i malesseri di stagione, le prime allergie. Tutte cose di routine, che si ripetono ogni anno. Dovremmo saperle prevedere, eppure no. Ogni primavera, tra marzo e aprile, è come se i programmi scolastici deragliassero dai binari, in un modo sempre imprevedibile. Certi anni ci si ferma, non si riesce più a proseguire. Certi altri si va avanti anche più del dovuto. Il guaio è che sembra non ci sia un modo per saperlo prima: ogni anno è una storia a sé. Ma perché? Ho una teoria.

Secondo me è tutta colpa della Pasqua. Una festa meravigliosa, ricca di simboli religiosi e tradizionali, eccetera. Però è una festa mobile, che oscilla nel calendario in un modo che resta misterioso a chi non s'intenda di mesi lunari. Apparentemente basta dare un'occhiata al calendario all'inizio dell'anno, e il problema è risolto. E, come per il Natale, chi rinuncerebbe a quei cinque, sei giorni di pausa? Ma il fatto che ogni anno cadano in una settimana diversa rende oggettivamente difficile programmare il lavoro nelle classi. Manca del tutto quell'automatismo per cui a dicembre siamo abituati – insegnanti e studenti – a tirare al massimo fino al ventitré dicembre, e a riprenderci dopo il sei gennaio: un ritmo che si apprende alle elementari e ci si porta con sé fino al liceo e oltre. In primavera un ciclo del genere non esiste: ogni anno i nostri bioritmi si devono adattare a un ciclo diverso. Aggiungi l'ora legale, i raffreddori, le allergie, le gite, i ponti tra aprile e maggio, e la frittata è fatta. Non ci sarebbe un modo per migliorare le cose?

Io una proposta ce l'avrei, e mi è già capitato di proporla: si potrebbero sostituire le vacanze di Pasqua con una settimana di vacanze di Primavera, come quelle che si festeggianoin tante altre nazioni europee. Se poi decidessimo di celebrarla tra le feste nazionali del 25 aprile e il primo maggio, avremmo anche risolto il problema dei ponti primaverili, che certi anni portano via anche una settimana, mentre in altri anni (come questo, ahinoi) sono del tutto assenti - un altro fattore che rende ogni anno scolastico diverso dall'altro. Probabilmente sarebbe una buona cosa anche per il comparto turistico: con una settimana a disposizione, qualche famiglia in più riuscirebbe a concedersi una piccola vacanza. Il due maggio poi torneremmo tutti quanti a scuola, e avremmo quaranta giorni per la volata finale.

Prima obiezione: in questo modo molti celebreranno il 25 aprile e il primo maggio bloccati in autostrada. Questo in realtà accade già, ogni volta che i calendari scolastici o lavorativi ci propongono un ponte. Se però il ponte diventa una settimana fissa, la mentalità potrebbe cambiare: le famiglie avrebbero un po' di tempo in più per organizzare partenze e rientri in modo intelligente, invece di affrettarsi al casello per la classica gita mordi-e-fuggi.

Seconda obiezione: proporre di abolire la Pasqua è cosa da empi senzadio. In effetti non mi spingo a tanto: del resto la Pasqua cade di domenica e non pone nessun problema a chi redige i calendari scolastici. Non pone molti problemi neanche il Lunedì dell'Angelo, volgarmente detto Pasquetta, e quindi proporrei di mantenerlo in segno di rispetto alla tradizione, alla cultura, alle radici cristiane eccetera. Ma ho qualche difficoltà a credere che gli studenti cristiani (ammesso che siano ancora la maggioranza, in Italia) abbiano bisogno di una settimana di astinenza dallo studio e dal lavoro per riflettere sulla Risurrezione: i loro genitori tutto quel tempo a disposizione non ce l'hanno, di solito lavorano fino al Venerdì Santo e sono già in ufficio o in officina al martedì.

E tuttavia non vorrei farne una battaglia di laicità, col rischio di perderla (come nel casodell'ora di religione o del crocefisso). Ammettiamo pure che la Chiesa abbia qualche diritto sul calendario scolastico statale. Però anche la Chiesa si rinnova, in certi periodi è stata addirittura un fattore di rinnovamento. Il calendario solare è uno di questi casi: è stato un Papa a riformarlo, sono stati i vescovi a sostituire le meridiane con gli orologi meccanici nei campanili. Se oggi viviamo tutti con un calendario solare al polso o in tasca, se l'unica festa lunare rimasta diventa per noi un fattore ansiogeno, la Chiesa ha la sua parte di responsabilità.
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Per resistere, resiste

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"Ma hai sentito che vogliono cancellare la Resistenza?"
"Eh? Cosa?"
"La Resistenza, vogliono cancellarla dalle scuole".
"Ma chi?"
"Come chi, la Gelmini!"
"Ma è uno scandalo".
"Ma veramente".
"Come se... ma tu, scusa, l'hai fatta tu a scuola la Resistenza?"
"Ah, no, io sono arrivato a Caporetto".
"Io a Sarajevo".
"Comunque è uno scandalo".
"Comunque sì".

Ho una teoria (#21): cancellare la Resistenza dalle scuole non è poi quel dramma... (sull'Unità.it; si commenta qui).

Ma è vero che la Gelmini vuole cancellare la Resistenza dalle scuole? Sì e no. Non è vero che i nuovi programmi ministeriali abbiano eliminato la lotta antifascista. È semplicemente successo che i collaboratori della Gelmini, dovendo sintetizzare il programma di Storia del Novecento in una paginetta, non abbiano usato la parola “Resistenza”. Per loro stessa ammissione, affrontare la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra senza toccare l'argomento è praticamente impossibile. Dipenderà poi da ogni singolo insegnante, che alla paginetta allegata a una circolare darà un'occhiata a settembre, per poi rinchiuderla in un cassetto e non guardarla probabilmente mai più. L'approccio degli insegnanti dipende molto più dai libri di testo, e sui libri per ora la Resistenza resiste.

È curioso che si accusi la Gelmini di questo tipo di revisionismo: si dà per scontato che la Resistenza sia un punto fermo dei programmi di Storia della scuola dell'obbligo. Eppure, se ci pensate bene, fino a poco tempo fa non lo era affatto. Sono piuttosto rari quelli della mia generazione che hanno fatto in tempo a studiare i partigiani a scuola: e questo non a causa del programma: sui foglietti del ministero magari la parola “Resistenza” c'era. Ma poi mancava il tempo, a Pasqua si arrivava a Sarajevo e il fascismo era confinato negli ultimi mesi. Ciononostante in qualche modo ce l'abbiamo fatta anche noi, a crescere antifascisti. Viceversa, oggi i programmi dedicano alla Storia del Novecento un anno intero di scuola dell'obbligo: c'è tutto il tempo per affrontare i totalitarismi e capire l'insidiosa differenza tra repubblichini e repubblicani; ci sono le giornate della Memoria e del Ricordo, da osservare nelle scuole di ogni ordine e grado; in pratica, non abbiamo mai avuto una scuola così antifascista; eppure le svastiche incise nei banchi non sono un granché diminuite.

Forse quello che rende ancora così affascinante quel periodo della nostra Storia recente è proprio il fatto che abbiamo dovuto studiarcelo da soli, con strumenti che la solita scuola gentiliana non ci dava. A differenza della Grande Guerra, con le sue triplici alleanze e le sue battaglie, ridotte a uno sbiadito ricordo scolastico, la Resistenza abbiamo dovuto impararla dai nonni: riuscivamo ancora a leggerla in certe scritte sbiadite sui muri tra i quali siamo cresciuti, e nei rancori di persone che conoscevamo. Se l'avessimo studiata a scuola forse l'avremmo sentita molto meno nostra. È una mia teoria: la scuola rende noioso qualsiasi argomento, e la Resistenza non merita di diventare un argomento noioso. Nessun professore di Storia potrà mai davanti a sé la platea di un concerto di piazza, come è successo ancora una volta al comandante Diavolo a Carpi, lo scorso 25 aprile.

I partigiani non erano soldati come gli altri. Non meritavano i soliti monumenti, e forse ha un senso che non si riesca a confinarli in una paginetta di riassunto del Novecento. Del resto, se negli ultimi anni erano riusciti a entrare a scuola, probabilmente non è lontano il giorno in cui ne usciranno: non a causa di una circolare ministeriale, ma perché di Storia se ne insegnerà sempre meno. Nei licei, ad esempio, le quattro ore di Storia e geografia dovrebbero ridursi a tre. A quel punto probabilmente si tratterà di scegliere se insegnare i partigiani o la Cina, i repubblichini o l'Australia. Non ci sarà nessun bisogno di cancellare la Resistenza dal programma: anzi, sarà facile attribuire la colpa agli insegnanti, che non riescono a procedere spediti lungo il '900 con classi di quasi trenta alunni. Insomma, è possibile che i nostri figli dovranno arrangiarsi a impararla in casa o in strada. Come abbiamo fatto noi. E non è detto che sia per forza un male.
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Ci rivedremo al piazzale

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S. meets B.M.

La non esistenza di Dio fu inoppugnabilmente dimostrata, tra gli altri, da un giovane conferenziere socialista, ad Airolo (Canton Ticino), nel 1902.
Era una grigia serata d'aprile – la pioggia picchiettava la locandina all'entrata del dopolavoro ferroviario:

DIO C'E'?
GIBT ES GOTT?
Y A-T-IL UN DIEU?


All'interno il pastore luterano stava terminando il suo sermone nella sonnolenza generale, con una sobria citazione da Tommaso d'Aquino, ma la sua voce tradiva lo sconforto. Era chiaro che i trentatré spettatori paganti non si erano radunati per lui, ma per sentire il suo avversario, quel tizio italiano di cui si dicevano cose mirabolanti, come si chiamava?

“Ringraziamo Padre Schuester, che ha portato alcuni argomenti a favore dell'esistenza di Dio. Diamo ora la parola al professor Benito Mussolini dell'Università di Losanna”.

Il giovane italiano si alzò dalla seggiola ed estrasse dal panciotto, con un gesto studiato, un ossidato orologio a cipolla.
Poi, mentre l'attesa del pubblico si faceva spasmodica, proruppe in un bestemmione che la Storia non ha tramandato, al contrario della frase successiva:
“Signori, io dico che Dio non esiste. Gli do comunque cinque minuti. Se entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avrò dimostrato la mia tesi. È tutto”.
Seguirono cinque minuti di vigile silenzio, mentre la pioggia picchiettava senza tuoni. E poi gli applausi. I cinque minuti erano trascorsi, e Dio non c'era.

La notte stessa Dio mandò un suo emissario alla pensione dove dormiva il conferenziere. Nell'oscurità, a Benito sembrò che il tabarro liso appeso alla seggiola ai piedi del letto si animasse, e cercasse di discutere con lui – che però non riusciva a parlare, le sue labbra serrate in una morsa d'acciaio.

“Ho sentito che adesso sei dell'Università di Losanna. Fai carriera, eh”.
“...”
“Lo so, lo so, è stata un'idea dell'organizzatore, per darsi un tono. Tu a Losanna andavi solo a sentire le lezioni di Pareto – grand'uomo, tra parentesi, Vilfredo. Anch'io lo frequento, ogni tanto gli chiedo qualcosa, gliene suggerisco un'altra, è uno spirito libero”.
“...”
“Certo, io sono quello che appare agli intellettuali. La cosa ti dovrebbe fare onore, Benito. Ai pastorelli si manifestano di solito quelli con le ali di piume o il volto luminoso. Io invece sono un tipo un po' più ombroso, lo hai notato? Mitteleuropeo, decisamente. Del resto ero io che sussurravo al tuo Nietzsche mentre lui sussurrava al cavallo. Non chiedermi cosa, non sei autorizzato”.
“...”
“Lo so, lo so, si dicono cose molto sbagliate sul mio conto. Calunniose e inverosimili. Quando basterebbe leggere la Bibbia. Dico, non chiedo mica molto a dei cristiani: leggete un po' di Bibbia! E ditemi dove trovate le corna, il codino e gli zoccoli. Quella è chiaramente roba greco-romana, non trovi? Ma se leggi Giobbe, lì ti fai un'idea più o meno esatta del mio mestiere. Io sono l'Accusatore, lo dicono le etimologie. Vado in giro per il mondo in cerca di colpevoli, e ne trovo, ah, ne trovo sempre. In questo periodo, per esempio, non mi perdo una data della tua tournée. Conferenze sull'esistenza di Dio, che idea. Non renderanno molto, ma per un emigrato italiano... sempre meglio che la miniera, eh? Certo, a vederla così può sembrare una puttanata, e invece... sei in anticipo di un secolo almeno”.
“...”
“Oggi però hai battuto la fiacca. Del resto non era una gran serata. Tu ti meriti ben altro pubblico, hai ragione. Ma in ogni caso anche stasera hai dimostrato che Dio non esiste. Complimenti. Certo, rimane da spiegare il fatto che io sia qui”.
“...”
“Potrei essere un cattivo sogno. Hai mangiato pesante. Oppure... potrei esistere soltanto io, non Dio, io soltanto. Pensa che buffo! Ma non avrebbe senso. Se esisto io, deve anche esserci qualcuno che mi manda”.
“...”
“No, non puoi vedere Dio, no. È proprio una questione di percezione, capisci. Cosa può vedere un pidocchio? Tu sei molto meno di un pidocchio davanti a Dio. Se Dio stesse davanti a te, tu di lui riusciresti a vedere a malapena... un'unghia, un pelo, capisci? E un pelo di Dio non è abbastanza rappresentativo di Dio perché ne valga la pena. Non che Dio abbia i peli, tra l'altro, è solo una metafora che serve a spiegarti perché Dio non si può vedere. Dovrai accontentarti di me”.
“...”
“Eh, già, siamo all'interrogativo principale: se Dio c'è, perché non ti ha ancora fulminato? Risponditi da solo”.
“...”
“Benito, in questo mi deludi. Sei un ragazzo intelligente, quando vuoi; non è possibile che ti accontenti di un pensiero così rozzo. Tu davvero pensi di poter ricattare Dio coi tuoi mezzucci? Che Dio possa muovere anche solo un mignolo perché tu lo sfidi a farlo? Hai un'idea di quanto tu sia piccolo di fronte a Dio? E sai cosa rivela, questa tua puerile richiesta di attenzione? Sei come un bambino che gira per la Svizzera gridando ad alta voce mamma, mamma!, te ne rendi conto? Questa è più o meno la figura che ci stai facendo con Dio. Bene, lascia che io ti spieghi una cosa su Dio: non ha mai preso nel lettone un bambino, mai una volta. Lo lascerà piangere per tutta la notte, per tutte le notti, per tutta l'eternità, finché il bambino non si sarà calmato – e solo allora, se gli va, verrà a dare il bacio della buonanotte. Sì, anche questa è una metafora, in realtà Dio non bacia nessuno”.
“...”
“Non capisci. Non importa quanto siamo piccoli e insignificanti, a Lui interessiamo lo stesso. Tu, per esempio, non credere di poterlo sfidare impunemente. La tua punizione è già pronta. Niente fulmini, si capisce – folgorarti sarebbe un modo di cedere alle tue patetiche sfide. No, ti puniremo con qualcosa di molto più devastante di un fulmine. La Storia, Benito”.
“...”
“Beh, non vedo perché non dirtelo subito. Abbiamo grandi progetti per te, non invecchierai tenendo conferenze blasfeme. Diventerai un grande della Storia, senonché per diventarlo tradirai tutto quello in cui credi”.
“...”
“Ah, ma noi possiamo fare quel che vogliamo con te. Ti trasformeremo nel contrario di quello che sei. Per esempio, sappiamo che sei scappato in Isvizzera perché non vuoi fare il servizio militare – abbiamo un obiettore di coscienza qui, un pacifista ad oltranza, un socialista rivoluzionario, eh? Bene, senti un po'. Tradirai il socialismo, ne ucciderai i padri e ne ruberai i figli. Ti farai pagare dagli industriali un giornale dove spiegherai ai giovani rivoluzionari che la guerra è bella. Ah, e poi farai il tiranno. Schiaccerai i sindacati, quelli in cui ora credi tanto, sotto un tacco lucido, con l'aiuto del Re; ma il Re non ti basterà, e allora sai cosa farai? Passerai il Tevere, a baciar le pile al Papa! Proprio tu, Benito. E scatenerai guerre su guerre, in posti che nemmeno sapresti trovare sull'Atlante – l'Etiopia, l'Albania, l'Ucraina, e ovunque perderai, ovunque il tuo nome sarà fango indelebile sulla bandiera italiana. Ma non è solo questo. Il tuo esempio farà strada. La tua retorica da quattro soldi, la tua mimica da imbonitore, faranno scuola. Sarai la sorgente di un fiume nero che inonderà l'Europa, milioni e milioni di morti, che ne pensi?”
“...”
“E questa che razza di domanda è? Non c'è un perché, vuolsi così cola dove si puote ciò che si vuole, è inutile che chiedi. Se vuoi un parere, secondo me con questa storia dell'orologio svizzero lo hai divertito. Avrà pensato toh, guarda che pidocchio estroso, voglio divertirmi con lui. Giocherà a disorientarti, a farti perdere ogni certezza che avevi. Pensa al resto della tua esistenza come a un colossale gioco del gatto col topo. Il topo sei tu. Ma non prendertela. Hai pur sempre l'onore di essere stato un trastullo di Dio”.
“...”
“Posso prometterti solo una cosa: quando sarai morto, ma caldo ancora, e gli italiani che ti hanno riverito per vent'anni isseranno il tuo cadavere a testa in giù per bersagliarlo di sputi. Solo allora avrà pietà di te, e verrà a darti un bacio. Buona notte”.
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Carpi (che è un posto come tutti gli altri)

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Forse fan come gli etruschi
(che non hanno mai documentato la loro esistenza)


(Incollo da Polaroid): Sabato, 25 aprile, in occasione della Festa della Liberazione del Mattatoio, a Carpi suoneranno i Lomas. Un gruppo di cui ho paura che non sappiate molto.

Ne ho paura perché nel 2009, quando ormai a colpi di google e wiki ci si può fare una cultura di qualsiasi cosa, dei Lomas su Internet non c'è quasi praticamente niente. Tant'è che al Mattatoio mi hanno chiesto il permesso di ripubblicare un vecchio pezzo che avevo scritto io qui. Cosa che, per carità, non può che farmi piacere, ma si trattava della cronaca di un concerto non proprio esaltante, e davvero non è giusto che i Lomas siano ricordati per questo.

Io poi quando parlo di queste cose divento un campanile insopportabile, ma in mancanza di cd (ormai introvabili) e di fonti scaricabili, vi tocca fidarvi: i Lomas sono stati grandi, nel loro punk minimo non minimalista. In un decennio ('90) generalmente mediocre, in cui in mancanza di niente ci siamo affezionati a tanti chissàchi, la voce sconsolata di Fox ci ha fatto intravedere una poetica decente, provinciale senza troppo menarsela, e ci ha tenuto su il morale molto di più di quanto promettesse. Voi poi non potevate sapere, voi eravate persi in cazzate e mancanze di tatto (come si usa qui), ma non è colpa vostra.

Va bene, metto su un esempio, ma chissà se è quello giusto.

Lomas: Tre giorni (1997)

La vita è stata in discesa,
ma quando colpisce colpisce pesa, e a caso
e non c'è niente di nuovo, e chi t'ha aspettato
forse non ti aspetta più
e quando andrai tu in salita, e finisce la vita, li vorresti lì

Forse aspetta le scuse, ma da voi non le avrà:
le avrà tardive e confuse, forse lui non s'aspetta più niente
da noi che lo prendemmo in giro in campeggio
nell'ottantotto, ma questa è mancanza di tatto
e io non credo affatto che lui ci crederà

Forse fa come gli etruschi,
che non hanno mai documentato la loro esistenza,
ma non c'è niente di nuovo, e fai senza,
e la vita a volte ha colpito e sconfitto,
e forse ti avrebbe cercato
ma non t'ha più chiamato e mai più chiamerà

Quando sei andato a Caserta nei carristi
lui venne al tuo Giuramento e sarebbe voluto venire con te
ma non sapeva niente,
con certa gente non chiedeva il perché.
Perché era un illuso,
e quando lo avete escluso non lo vedeste più

Ma cos'è che succede qui a Modena: brucia una casa nel centro e nessuno la vede?
E non vede nessuno... e la strada è piena di fumo

Andammo su il giorno prima della festa in piscina
e per tre giorni restammo lì, ma voi non veniste,
ma voi siete persi in cazzate
e mancanze di tatto come si usa qui,
e noi caricammo la vespa con un gran mal di testa
e tornammo giù.

Quando tornammo da un viaggio venimmo ai cortili e incontrammo
la Silvia che ci disse che non c'era niente di nuovo
e che t'ha visto in piazza parlare con Giulio e con Colby
e con Colby passare la sera,
ma lei non c'era e non ci sarà più

Ma cos'è che succede qui a Modena: brucia una casa nel centro e nessuno la vede?
E non vede nessuno... Ma la strada è piena di fumo!


La vita è stata in discesa,
ma quando colpisce colpisce pesa e a caso
e non c'è niente di nuovo e chi ti aspettato
forse non ti aspetta più (sotto casa)
e quando andrai tu in salita, e finisce la vita, li vorresti lì
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Capire le ragioni (anche di chi aveva ragione)

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Siccome non ci si può scandalizzare per tutto (bisogna anzi fare economia), io di sicuro non me la prenderò se Berlusconi la chiama guerra civile.
In effetti è stata una guerra, ed è stata pure, nel peggiore dei significati, civile.
Basta ricordarsi di aggiungere che i Partigiani, oltre a vincerla, l'hanno pure combattuta dalla parte giusta: l'ha fatto? Pare di sì. Allora tutto ok. Di problemi ce n'è già tanti.



Direttamente dall'archivio del blog che esisteva quando Beppe Grillo non sapeva cosa fosse un blog: Cantico del 25 aprile.
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- 2025

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I colloqui di Via Cracovia, 1
25 aprile, porchetta

Caro Leonardo, indovina un po'.
Trovato Taddei. Nel luogo e nel momento appropriato, debbo dire.

Mi piace questa stagione, è la stagione delle feste nazionali ed è divertente, anche quando fuori piove. La pioggia del resto mi ha fornito un'ottima scusa per uscire senza Letizia. Nell'aria odore di pioggia e porchetta, sempre più intenso man mano che mi avvicinavo all'appuntamento.
L'odore non aiutava certo a calmarlo. Sedeva sulla panchina del capolinea di via Cracovia, nascosto nella barba di un mese e in una felpa con cappuccio di quelle che si sono cristallizzate definitivam con gli anni Novanta – ma a vederla bene sdrucita e lisa, sottratta certo al bucato steso di qualche massaia. Tempi duri per i supereroi.
"Ed eccoci qua".
"Ma che odore che c'è, oggi".
"Vero?"

Alla seconda occhiata, mi sono reso conto che Taddei aveva una sola priorità: lo stomaco. E io, naturalm, un panino solo.
(Non te l'immagini così, la vita degli agenti segreti).
"Tieni, è per te", ho mentito. "Ti piace la porchetta, spero".
La sua prima risposta è un grugnito di soddisfazione, mentre già mastica mezza michetta. Ma ci vogliono solo pochi secondi perché le proteine raggiungano i globuli rossi e questi il cuore, e dal cuore al cervello, e più precisam la rotella più oliata del cervello di Taddei: quella preposta al Sospetto. E non appena la rotellina del Sospetto inizia a fare clic, il supereroe in felpa e cappuccio interrompe immediatam la masticazione, trangugiando in fretta e furia e iniziando l'interrogatorio.
"Perché me l'hai chiesto?"
"Perché te l'ho chiesto?"
"È uno dei vostri trucchetti nazisti? Un test? Vuoi vedere se ero in grado di mangiare carne di maiale? È così?"
"Ma no, è che oggi è il venticinque…"
"So che giorno è oggi, e mi chiedo cos'abbiate da festeggiarlo, porci nazisti di m…"
"Aspetta. Forse ho capito. Tu credi che noi siamo nazisti".
"Io non credo. Io lo so. Avete mandato via tutti quanti".
"Tutti quanti? Tutti chi?"
"Non fare il furbo. Non siamo più all'ospedale adesso. Se vuoi parlare con me prometti di non fare il furbo".
"Prometto. Ma…"
"E in ogni caso non mi fido di te, signor Bianco. Mi sai spiegare perché siete tutti così bianchi nel vostro fottutissimo Teopop?"
"Ah, ecco, ho capito. Tu pensi che…"
"E non credere di avere a che fare con uno di quei multiculturalisti culattoni, sai? Non era proprio la mia parrocchia. Ma che fottuto accidenti è successo, buon Dio. Dovunque vado vedo solo facce pallide come la mia. Dove li avete mandati quei fottuti extracomunitari?"
"Extracomunitari!"
"E non ripetere le mie parole come un idiota".
"Scusa, ma non posso farne a meno. Era una parola che non sentivo da vent'anni. Non l'avevo cristallizzata".
"Sì, come no".
"Extracomunitari! Erano gli stranieri che non provenivano dalla… dalla… da una qualche comunità, vero?"
"La comunità europea. Dove li avete portati?"
"Ecco, vedi, non ci avevo pensato. Credevo di averle pensate tutte, e questa mi era sfuggita. Mi ero detto: cosa può sconvolgerlo di più? Il mare in Val Padana? Berlusconi pontefice? Le piramidi in Antartide? No! Mi era sfuggita una cosa talm banale! Non ci sono più extracomunitari in giro! E io me n'ero dimenticato".
"Ti hanno fatto un lavaggio del cervello?"
"No. Me ne sono proprio dimenticato".
"Spiegati meglio, fottimadre! Come puoi essertene dimenticato? Dove li avete portati?"
"Da nessuna parte".
"Da nessuna parte?"
"Noi non li abbiamo portati da nessuna parte. Se ne sono andati loro. Pian piano, alla spicciolata. Per qsto me ne sono dimenticato. Uno tende a ricordare gli eventi traumatici, l'11 settembre o la Grande Pioggia. Ma in qsto caso non c'è stato nessun evento traumatico".
"Li avete costretti ad andare via, m'immagino. Leggi razziali e cose così".
"Leggi razziali in effetti ne abbiamo fatte".
"Ecco, vedi?"
"Ma per convincerli a restare. Benefici fiscali, cittadinanza facile, cose così. Fu anche nominata una commissione per semplificare la lingua italiana".
"È per qllo che nessuno è più in grado di azzeccare un condizionale?"
"Il condizionale, in teoria, è stato abolito. Ma loro se ne sono andati ugualm".
"E perché?"
"Guarda, non lo so. Si tratta di un macro-evento economico, sai, di qlli indecifrabili per chi ci vive in mezzo, senza contare che di recente la macro-economia è stata declassata da scienza a dottrina religiosa. Credo che in sostanza la forza lavoro sia andata in cerca di lavoro".
"Ah sì?"
"In effetti se ne sono andati anche molti bianchi come me e te. E chi resta di solito non si chiede perché gli altri se ne siano andati. Piuttosto si chiede perché è rimasto lui".
"E tu perché sei rimasto?"
"Responsabilità. Ho due mogli e due figli".
"Hai due mogli?"
"Sì, scusa, poi ti spiego anche questa cosa. Finisci il panino, intanto".
"…"
"Ti piace?"
"È da un bel po' che non ne mangio, sai".
"Sì. Oggi mangiamo meno carne, in generale, ma il 25 aprile è una tradizione".
"È incredibile che festeggiate ancora il 25 aprile".
"E perché? È sempre San Marco Evangelista, no? Si mangia il porco per ricordare l'espediente con cui i veneziani portarono dall'Oriente le reliquie del Santo: coperte di braciole di maiale che gli infedeli avevano pudore a toccare".
"Ah, già".
(continua)
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Cantico del 25 aprile -- terza e ultima parte

Il melodramma volge al termine. Vale la pena di ribadire che ogni riferimento a persone, cose, ecc., è puramente casuale.

I 25 aprili futuri

Passerà il tempo che deve passare, cambieremo lavoro e famiglia, governo e alleanze, cambieremo perfino idea, ogni tanto; ma io non sono mai stato un ottimista, sai, mi riterrò soddisfatto se il futuro mi consente di venirti ancora a trovare da qui a dieci anni, e a litigare, perché no, sarebbe già un discreto risultato.
“Passavo di qui, mi son detto: magari è in casa”.
“Hai fatto bene. Sali”.
Una fitta sparatoria eccheggia dal salotto. “Piero, saluta lo zio Davide. Piero!”.
Piero è distratto, comprensibilmente: sta attaccando da solo un commando di terroristi palestinesi. A Natale suo padre gli ha portato la Playstation V. “Ciao, zio”.
“Vieni di là, ti faccio un caffè”.
“Grazie”.

In cucina c’è una pila di fogli protocollo a quadretti, sfregiati ovunque di rosso. Verifiche di matematica.
“Siamo in fase correzione intensiva, eh?”
“Oddio, che vergogna, sono così indietro…”
“Anche a me piaceva correggerli in cucina. Poi li restituivo con le macchie di sugo. Ero veramente un gran cazzone”.
“Non ti manca un po’ la scuola?”
Alzo le spalle. “Era troppo alto il rischio di diventare un tuo collega”.
“Stronzo. Ma il nuovo lavoro come va?”
“Non mi lamento”.
“Il 25 lavori? O vai da qualche parte?”
“Il 25? Sai che non ho preso impegni? Penso che starò a letto fino a mezzogiorno”.
“Senti… vorrei chiederti un favore. Un favore grosso”.
“Spara”.
“Mi… mi hanno invitato in montagna per il ponte”.
“Ottimo. Un po’ d’aria buona farà bene anche a Piero”.
“Ecco, in realtà non… Piero non è stato invitato”.
“Ah”.
“Cioè, magari… però io ho pensato che… insomma, era meglio non portarlo”.
“Ho capito”.
Il caffè gorgoglia, si mescola al gemito dei terroristi che sale dal salotto. Piero è passato all’arma bianca.
“Ma è una cosa importante, sai, lui… è un tipo serio”.
“Ti ho detto che ho capito”.
“Quello stronzo di suo padre è sempre in Germania e i miei genitori… mi vergogno a chiederglielo”
“Non ti devi vergognare”.
“E poi andate d’accordo, voi due”.
“Ci lasci il frigo pieno?”
“Però non farlo giocare alla playstation tutto il giorno. A volte mi spaventa”.
“Se il tempo è bello potremmo andare al corteo”.
“Ecco, bell’idea. Quanto zucchero?”
“Niente zucchero, grazie”.
“Aspetta un momento. Di che corteo stai parlando?”
“Il corteo dell’Anpi, hai presente? Danno anche lo gnocco fritto. Magari lui non c’è mai stato”.
“Stai scherzando, spero”.
“No, perché?”
“Non posso credere che facciano ancora il corteo, sono dei matti”.
“È pur sempre il venticinque aprile, sai”.
“Il venticinque aprile! E ti sembra una cosa da ricordare con un corteo? L’anniversario della sconfitta?”
“Non è proprio una sconfitta. Si chiama liberazione”.
“Ma lo sai meglio di me che è col 25 aprile che è cominciato tutto! Lo strapotere americano in Europa! La spartizione di Yalta! Quei porci ci hanno succhiato il sangue per sessant’anni!”
“Dai, Costanza…”
“Ci hanno sfilato il Medio Oriente da sotto il naso! Ti sembra giusto pagare il petrolio al prezzo che ci fanno loro? Il petrolio che abbiamo scoperto noi europei?
“Costanza…”
“E adesso hanno cominciato a rincarare anche i cereali! E l’acqua. Ormai controllano anche l’acqua. Hai visto quello che è successo al Kashmir, no? E lo Zimbabwe?”
“Cosa vuoi mai, c’era una dittatura…”
“Li hanno bombardati al tappeto per due settimane! Migliaia di morti! E tu festeggi con loro?”
“Io ho sempre festeggiato, Costanza”.
“Sei un incoerente. Te l’ho sempre detto. Se ti vedesse tuo zio”.
“Cosa c’entra mio zio, adesso”.
“Tuo zio era uno dei pochi che aveva capito tutto. Voleva un’Europa continentale libera, orgogliosa, gelosa delle sue risorse. Ed è morto per questa idea”
“Mio zio è morto perché si filava tua nonna”.
“Ma è possibile che a quarant’anni tu non riesca a capire…”
“Costanza….
“Sei ancora il solito patetico pacifista col mito dei partigiani che…”
“Stavo scherzando. Non lo fanno più il corteo”.
“Non lo fanno più?”
“No, l’Anpi ormai non c’è più”.
“Perché mi hai detto che volevi portarlo al corteo?”
“Per farti arrabbiare. Mi piace farti arrabbiare”.
“Sei uno stronzo, sai”.
“Sei carina quando ti arrabbi”.
“Ma vaffanculo”.

Il 25 aprile 2013 io e Piero lo passiamo così:
ci svegliamo a mezzogiorno, facciamo colazione e massacriamo un centinaio di hezbollah per ora di pranzo. Pranziamo verso le tre, poi, siccome è una bella giornata, ci vien voglia di tirar fuori le biciclette e salire sull’argine.
“Facciamo una gara?”
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.
“Tu e i tuoi amici venivate qui da ragazzi?”
“Qualche volta venivamo a farci le canne a pescare. Non ho mai preso niente”.
“E mia mamma veniva?”
“No, non era il tipo”.
“Mamma dice che da ragazzo tu le andavi dietro”.
“Non crederai mica a tutto quello che ti dice tua madre”.
“Dice che sei uno stupido, perché per tanti anni le sei andato dietro e non gliel’hai mai detto”.
“Anche se gliel’avessi detto non sarebbe cambiato niente”.
“Dice che da ragazzo, se m’innamoro di una ragazza, non devo essere stupido come te, devo dirglielo subito”.
“Seh… parla l’esperta, parla”.
“Ma perché non glielo hai detto?”
“Sai che fai un sacco di domande?”
“Scusa”.

“Non potevo mica dirglielo in mezzo a tutta la gente, mi vergognavo”.
“Perché non hai telefonato?”
“Non si dicono queste cose per telefono”.
“Perché?”
“Volevo portarla in un posto tranquillo, dove non ci fosse nessuno, e dirglielo”.
“Aaaaaaah!”
“Levati quel sorrisino dalla faccia, cosa credi? Io ero un ragazzo serio”.
“Perché non l’hai invitata in montagna?”
“Tante volte l’ho invitata in montagna, ma lei non è mai voluta venire”.
“Perché?”
“Non so, ogni volta ci mettevamo a parlare di politica e litigavamo. Poi lei si è messa con tuo padre”.
“Tu e papà eravate amici?”
“Non ci conoscevamo tanto bene”.
“Mamma dice che tu non lo potevi sopportare”.
“E vabbè, che dovevo fare? Mica potevo ammazzarlo”.
Che cos’ho detto?
“Che cos’hai detto?”
“Niente”.

L’argine attraversa il paese e lo abbandona in un minuto. Si snoda in una campagna piatta, dove nessuno ha ancora trovato conveniente edificare. Scarta a destra, poi a sinistra, aggirando una vecchia corte, un agriturismo.
Quello era il podere della mia famiglia. E mio zio è sepolto lì, da qualche parte. Non può essere altrove. Non si può fare molta più strada, a piedi, tallonato da una carabina, magari con una vanga in mano.
È molto difficile riuscire a immaginare i pensieri di un uomo che sta scavando la propria fossa. È chiaro che fino all’ultimo deve aver sperato di salvarsi. Forse ha pensato a uno scherzo. Erano due ragazzi, dopotutto. Ma è vero che avevano alle spalle anni di orrori.
Avrà supplicato. O era troppo fiero per farlo? O sapeva che era inutile?
Insomma, non lo so. Ho provato tante volte a pensarci. Ma devo arrendermi: tra me e mio zio e il suo assassino c’è troppa distanza. Io non posso immaginare quel che hanno provato. Erano diversi da me. Erano un’altra razza. Erano in guerra. Io non so cos’è la guerra.
E non me ne devo vergognare. Anzi. Forse dovrei esserne fiero.

“A cosa pensi?”
“Alla guerra”.
“Allo Zimbabwe?”
“No, alla guerra che c’è stata qui”.
“Perché, qui c’è stata una guerra?”
“Sessant’anni fa. A scuola non vi hanno detto niente?”
“Non mi ricordo”.
“Sai che festa è oggi?”
“Certo che lo so. San Marco Evangelista”.
“Che cosa?”
“È il patrono di Venezia. Sai che la sua tomba ce l’avevano i turchi e non la volevano dare ai veneziani, allora i veneziani lo hanno rubato e lo hanno nascosto in mezzo a della carne di maiale”.
“E te le raccontano a scuola queste puttanate cose?”.
“Sai che i musulmani non sopportano la carne di maiale, così al confine non hanno fatto l’ispezione, e sono riusciti a portare il corpo a Venezia. Per questo lui è un simbolo dell’orgoglio europeo, e…”
“Aeeetchm!”
“Hai il raffreddore?”
“No, sono i fiori”.
La primavera è precoce, quest’anno. “Piero, hai presente quella canzone… l’avrai sentita senz’altro… quella che fa
E questo è il fiore / del partigiano / O bella ciao, etc.”
“Beh?”
“Sai chi erano i partigiani?”
“Erano dei soldati”.
“Ma non erano soldati regolari. Sai, l’Italia era stata invasa dai tedeschi, e…”
“Ma i tedeschi non sono nostri amici?”
“Erano nostri amici, ma poi…”
“Che confusione”.
“Hai ragione. Ma una volta se ti va ti racconto la storia. Sai che tuo bisnonno era un partigiano?”
“Ha ucciso molti nemici?”
“Sì… no… non so. Torniamo a casa?”
“Facciamo a chi arriva prima”.
“Ma tu hai la bici nuova, non vale”.

Sessantotto anni prima, a quell’ora, la gente scendeva in piazza a festeggiare. Chi aveva ucciso festeggiava di non dover più uccidere; chi si era nascosto festeggiava di non doversi più nascondere. E poi, certo, c’era chi anche quel giorno covava i suoi rancori, e approfittava della confusione: e non dobbiamo scordarcene. Ma era una bella giornata, e la guerra era finita: e se abbiamo 364 giorni all’anno per litigare su tutto, pure la gioia di quel giorno dovremmo essere capaci di festeggiarla. Per chi ha combattuto, per chi è morto, per chi ha sofferto, per chi era stanco di sparare in montagna, e aveva voglia di portarsi su la morosa. O dobbiamo litigarci anche questa gioia? Che senso ha?
Chiedete a chi ha combattuto: loro sanno quant’è bella la pace, il primo giorno. Con un po’ di fantasia dovremmo essere capaci di capirlo anche noi. Buona Liberazione.
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Cantico del 25 aprile (seconda parte di tre)
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persona o cosa continua a essere puramente casuale).
“Ho preso anch’io tant’acqua, se ti può consolare. Pensa che noi eravamo su in collina e…”
“Aspetta un attimo. Come sarebbe a dire che eri in collina?”
“Sopra Vignola, sai, volevamo vedere la fioritura”.
“L’unico anno che non t’invito fuori tu ci vai?”
“Magari quest’anno se tu mi avessi invitata…”
“E con chi sei andata?”
“Oh, Giorgio, sai, il…”
“Giorgio il figlio del magliaro? (Eeeeetchm) Quel berlusconiano di merda?”
Azzurro, non si dice berlusconiano. Si dice azzurro. Comunque è piovuto tutto il tempo, e siamo rimasti in casa”.
“In casa di chi?”
“In casa di Giorgio, sai che i suoi ne hanno una da quelle parti”.
“Ma eravate da soli?”
“Ma sai che fai un sacco di domande?”

Faccio un sacco di domande, e siccome sono quelle sbagliate, ci metto parecchio prima di trovare le risposte. Negli anni successivi mi sono spesso chiesto una cosa sciocca, e cioè: se io avessi saltato il corteo e ti avessi invitato fuori prima di Giorgio, forse non ti saresti messa con lui proprio nella piovosa giornata del 25 aprile 1994. È un’idiozia, me ne rendo conto, ma non mi sono mai perdonato di aver perso quel pomeriggio a urlare Berlusconi ladro, come se già non si sapesse, come se questo impedisse a stronzi come Giorgio e come te di votarlo, in piena coscienza, prima di mettervi in macchina e andare a prendere il fresco a Vignola.

“No, ma guarda, ti compatisco, un pomeriggio intero chiusa in casa con quel berlusconiano, dev’esser stato un bel divertimento”.
“Si dice azzurro”.
“Ma fammi il pia- Eeetch!”
“Salute”.
“Grazie”.


…I 25 aprili presenti…

Per un po’ ci siamo persi di vista, è vero: a parte le rispettive feste di laurea, i matrimoni degli amici, eccetera. L’anno scorso per esempio: si sposava Pedro e tu hai voluto venire al mio tavolo. Ho fatto il possibile per non parlare di politica, ma tu…
“Ho sentito che insegni, adesso”.
“Supplente”.
“Sai che sto pensando di fare delle supplenze anch’io?”
“Saresti un’ottima prof di matematica”.
“Naaah. Avrei dovuto fare commercio estero”.
“Per carità”.
“Certo che i prof come te, al giorno d’oggi rischiano”.
“Cosa intendi?”
“Massì, hanno anche attivato un numero verde a Bologna, per segnalare i professori che fanno propaganda politica”.
“Io non faccio propaganda politica”.
“Dai, Davide”.
“Ti giuro. Ho un paio di ragazzi, in classe… dei balilla, veramente. Però sanno la sintassi. Per me la sintassi è molto importante”.
“Quelli come te deformano sempre un po’ la realtà… poi con i libri di Storia che vi trovate…”
“I libri di Storia che ci troviamo non hanno impedito alla gente come voi di crescere come siete cresciuti e di votare quello che avete votato”.
“Ti ho colto sul vivo, eh?”
“Ma figurati”.
“Per esempio: tra tre giorni è il 25 aprile. Scommetto che dopodomani tu entrerai in classe e detterai una lettera…”
“…di un condannato a morte della Resistenza. E allora? Questa tu la chiami propaganda?”
“Ma scusa, non lo vedi? È passato mezzo secolo e ancora state a menarvela con questa Resistenza”.
“Faccio finta di non aver sentito”.
“Io quasi quasi l’abolirei, il 25 aprile. È una festa che divide più di unire”
“Mica dobbiamo essere uniti per forza”.
“Lo vedi? Siete ancora convinti di essere la maggioranza e di avere sempre ragione, e invece non è così”.
“Mi stai dando del voi. Detesto quando mi date del voi”.
“E tutti quelli che scelsero di stare dall’altra parte? Loro non esistono? Non meritano di essere ricordati?”
“Meritano di essere ricordati come quelli che hanno scelto la parte sbagliata”.
“E tuo zio?”
“Cosa c’entra mio zio”.
“Non merita di essere ricordato anche lui?”
“Ricordato per cosa? Era un fascista, punto. Stava dalla parte sbagliata, punto”.
“E quindi è giusto dimenticarsene. Tanto più che non l’hanno mai trovato, no?”
“In guerra succedono tante porcherie”.
“Ragion di più per non esaltare i ragazzini con la Resistenza. E poi gli fai leggere il Partigiano Johnny, scommetto”.
“Troppo lungo. Guardiamo il film”.
“Lo vedi come sei?”
“Dai, Costanza…”
“Guarda che io lo dico per il tuo bene, prima o poi ti denunciano”.
“Carino da parte tua”.
“E poi cosa fai il 25? Stai a casa e correggi la sintassi dei temi?”
“No, con Vitto e Toni pensavo di farmi un giro sull’Appennino”.
“Dai, davvero?”
“Una cosa non molto impegnativa, anzi, se tu e Giorgio siete liberi…”
“Giorgio lavora”.
“Beh, puoi venire da sola, mica ti mangiamo”.
“No, meglio di no. Devo stare riguardata”.
“Perché? Mi sembri in splendida forma”.
“Davvero? Devo dirti una cosa…”

(Oddio – penso – adesso mi annuncia il matrimonio. Sono così stanco dei matrimoni).
“… ma tu non devi dirla a nessuno, per ora”.
“Spara”.
“Aspetto un bambino”.

Pierino è nato sotto Natale, ha i tuoi occhi e il tuo naso, ma i capelli è ancora troppo presto per dire. Ogni tanto passo a controllare, ma il 25 aprile non pensavo di trovarli in casa. E invece:
“Toh, ma chi c’è lì? C’è lo zio Davide! Saluta lo zio Davide!”
“Ciao Pierino, ciao Costanza”.
“Fagli un sorriso!”
Uaaaaaaah!
“Mi sa che è un po’ presto per i sorrisi”.
“Quand’è di buon umore li fa. E tu come mai da queste parti? Ti pensavo a qualche corteo”.
“Sono andato stamattina a quello dell’Anpi”.
“Quello dell’Anpi? Ci andavo quand’ero piccola”.
“Lo so”.
“Danno ancora gnocco fritto?”
“Come no”.
“Certo che siete dei begli incoerenti, voialtri”.
“Eh?”
“È da sei mesi che andate in giro a fare cortei per la pace, e adesso festeggiate il 25 aprile come se niente fosse”.
“Perché non dovremmo…”
“Dei begli ipocriti. Però gli sciiti e i curdi in Iraq non avevano il diritto di festeggiare, secondo voi”.
“Non ho detto questo”.
“È quello che pensi. Dove credi che saremmo, oggi, senza una guerra? Senza gli americani? Avete una faccia tosta incredibile”.
“Ci vuole della faccia tosta anche a paragonare Bush a Roosvelt. Questa guerra l'hanno fatta per il petrolio, dai”.
“Per il petrolio, sentilo! Mi sei rimasto al petrolio!"
"Il petrolio, sissignore".
"Non capisci che gli anglo-americani hanno liberato un Paese, esattamente come hanno fatto sessant'anni fa con l'Italia? Il 25 aprile è la festa dei difensori della democrazia e della libertà…”.
“Ma se l’anno scorso volevi abolirla...”
“La nostra festa, non la festa dei pacifisti come te. È la festa dei combattenti. Come mio nonno”.
“Perfetto, adesso tuo nonno è diventato un simbolo della libertà. Siamo a posto”.
“Era una guerra. In guerra succedono tante porcherie”.
“Ragione in più per…”
Uaaaaaaah!
“E se parlassimo d’altro?”
“Comunque potevi venire stamattina, mica dobbiamo esserci per forza soltanto noi”.
“E il pupo dove lo sistemo?”
“A proposito, io sono passato, ma credevo di non trovarvi. Pensavo che col ponte sareste andati a Vignola”.
“Niente ponte. Giorgio lavora”.
“Come sta?”
“Sta bene, sta bene”.
“Senti, perché non usciamo un po’ fuori? È una bella giornata”.
“E il pupo?”
“Lo portiamo in carrozzina. Adesso c’è quella ciclabile che arriva fino all’argine”.
“No, è meglio di no”.
“Dai, si prende un po’ d’aria”.
“Il cielo si sta coprendo, non mi piace”.
“Ma tu stai bene?”
“Eh?”
“Va tutto bene con Giorgio?”
“Lo sai che fai troppe domande?”
“Se ogni tanto qualcuno mi rispondesse”.
“Allora, se lo vuoi sapere, la risposta è no. Non va bene. Non può sempre andare bene. Contento?”
“No”.
Ghe!
“Guarda! Sta sorridendo. Ciao, Pierino! Sei contento, Pierino?”
Ghe!

(Continua).
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Cantico del 25 aprile
(Fiaba emiliana del XXI sec. Ogni riferimento a persone o cose è puramente casuale).

Io ho sempre sognato di portarti in montagna il 25 aprile, Costanza: e ogni volta tu mi racconti una storia diversa. Se almeno mi dicessi: “non vengo perché non mi piaci”, ecco, capirei. Ma no, sembra sempre colpa mia.

I 25 aprili passati...

Già quand’ero bambino, tu andavi al corteo dell’Anpi con tuo nonno e io non potevo venire. Perché? Nessuno mi spiegava il perché. Tu ti facevi mezz’ora di corteo, poi ti davano la Fanta e lo gnocco fritto. E a me toccava un’altra Messa infrasettimanale. Perché?
“Ma mamma, cosa c’entra la Messa col 25 aprile?”
“Che domande. È l’Ascensione”.
“Ma mamma, l’Ascensione è stata la domenica scorsa”.
“Ehm, allora sarà la Pentecoste”.
“Ma no, la Pentecoste è domenica prossima”.
“Guarda sul calendario, una qualche festa ci sarà”.
“San Marco Evangelista”.
“Vedi? Ha scritto il Vangelo, è uno importante”.
“Ma scusa, Luca e Matteo e Giovanni mica ce l’hanno una festa, perché?”
“Perché, perché, perché… Quante domande, che fai, eh?”

Siccome facevo le domande sbagliate, ci misero anni a dirmi le risposte giuste. Che insomma, il 25 aprile di molti anni prima mio zio era scomparso, e nessuno sapeva nulla tranne forse tuo nonno; fatto sta che il 25 aprile a te toccava la fanta, a me la festa di San Marco Evangelista; e poi il giorno dopo a scuola mi sfottevi.
“Maestra, quand’è che cantiamo Bella Ciao?”
“Quando finiamo il cartellone la cantiamo. Ma le sapete, le parole?”
“C’è Davide che non le sa”.
Questo era molto sleale da parte tua.

“Non è vero che non so le parole!”
“Non le sai! Non le sai! Ieri non sei neanche venuto a vedere i partigiani. Sei andato a Messa! Sei andato a Messa!”
“Però le so, le parole”.
Le avevo studiate. Tuttavia il contesto mi sfuggiva. Dunque, c’è uno che si sveglia la mattina (o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao) e incontra l’Invasor. Fin qui tutto bene. Questo Invasor però doveva già essere conciato male, poiché nella seconda strofa prendeva la parola e chiedeva al Partigiano:
“O partigiano, portami via (o bella ciao, etc.)
O partigiano, portami via
Che mi sento di morir”

Si era in guerra, evidentemente, e in guerra anche i nemici hanno il dovere di curare i feriti. Ma c’era di più, perché l’Invasore esprimeva un singolare desiderio:
“E se io muoio da partigiano (o bella ciao, etc.)
Tu mi devi seppellir”.

Com’era possibile che l’Invasor volesse morire da Partigiano? Trattavasi di tradimento? Ma che senso aveva tradire i suoi da moribondo? No, si trattava di un pentimento in punto di morte. Ce l’aveva ben spiegato don Marzio a dottrina, che in punto di morte ci si può pentire di tutti i peccati, ci si può perfino battezzare se uno non ci ha pensato prima, e si va in paradiso leggeri come angioletti.
(“E allora perché a noi ci hanno battezzati subito, che ci tocca andare a Messa e confessarci sempre?”
“Voi siete i bambini più vicini a Gesù, e lui da voi pretende qualcosina di più”).

Dunque l’Invasor in punto di morte si era pentito, aveva chiesto di farsi battezzare partigiano, ed era trasvolato nel paradiso dei Partigiani, un Paradiso in bianco e nero lassì in montagna, dove tutti si mettevano la brillantina sui capelli, mangiavano gnocco e bevevano fanta le feste comandate. Forse anche mio zio aveva avuto il tempo di convertirsi e trasferirsi lì: forse tra un po’ si sarebbe incontrato con tuo nonno e si sarebbero scambiati pacche sulle spalle.

“…E le genti che passeranno / mi diranno:”Che bel fior”. Vedi che la so?”
“Non la sai! Manca il fiore del partigiano”.
“Eh?”
E questo è il fiore del partigiano (o bella ciao, etc.)
E questo è il fiore del partigiano morto per la libertà.

“Non la sai! Non la sai! Perché i fiori ti fanno starnutire!”
“È perché sono allergico. Non è giusto che mi prendi in giro perché sono allergico”.
“Davide è allergico! Davide è allergico!”
“Maestra!”

Sono allergico ai pollini delle graminacee: per me il 25 aprile è una benedizione. Prima che il polline invisibile dilaghi in valpadana, nel profumato mese di maggio, c’è il tempo di farsi la prima scampagnata dell’anno. Poi sarà tempo di tossire e starnutire. Poi sarà troppo caldo. Poi verrà la pioggia e il freddo, e ancora un altro anno passerà, e un’altra volta ti inviterò fuori, invano.
La butti sul politico, e sembra sempre che sia colpa mia.

In quarta superiore ricordo che litigavamo tutto il tempo. Tuo padre, segretario della sezione del PSI, ti aveva promesso l’iscrizione alla Bocconi, ma voleva vedere risultati. E invece per tutto gennaio non si era nemmeno riusciti a fare lezione. Colpa dell’occupazione.
“Hai sentito che quella stronza della prof di matematica vuole abbassare le medie?”
“Dai, vuol solo farci paura”.
“Tutta colpa di questi cazzo d’Iraq, che manco so dove sta sulla carta. Ma si può essere così deficienti? Io non so”.
“Era per il petrolio…”
“Certo che era per il petrolio. E allora? Vi siete fatti i vostri 15 giorni di vacanza? Avete fatto le vostre marce? Avete sventolato le vostre bandierine? Bravi. Avete fermato la guerra?”
“Abbiamo discusso, abbiamo fatto qualcosa insieme, abbiamo reso una testimonianza…”
”Avete concluso qualcosa? L’unica cosa che avete concluso è che in matematica avrò sei e alla Bocconi col cazzo che ci vado. Siete contenti?”
“Senti, Costanza… io con quegli altri pensavamo di andare su in montagna per il ponte”.
“Tu e chi?”
“Mah, io, Vitto, Toni, Pedro…”
“Bravo, bella gente, complimenti”.
“Non è che ti andrebbe…”
“…di venire su coi tuoi amici che a parte farsi le canne e le seghe mentali sulla rivoluzione non sanno mettere insieme un discorso decente? Quei comunisti del cazzo?”
“Ma non dire così, dai… se tuo nonno ti sentisse”.
“Lo sai cosa sei, Davide?”
“No, non lo so. Dimmelo”.
“Un deficiente sei. Proprio tu, mi tiri fuori la storia di mio nonno”.
“Tuo nonno era un partigiano, tu dovresti essere fiera di lui”.
“Mio nonno ha ucciso tuo zio, lo sai?”
“Eh?”
“L’ha portato dietro l’argine e gli ha fatto scavare la fossa. Lo sanno tutti in paese. E tu no”.
“Sapevo che c’entrava per qualcosa, ma… in fin dei conti…”
“In fin dei conti cosa?”
“Mio zio era nella milizia!”
Ricordo che hai scosso la testa, delusa, come migliaia di altre volte. A 17 anni eri più alta di me, più sveglia di me, ci tenevi ai vestiti e ai voti in matematica. Non ci saresti venuta con me in montagna, neanche morta.
“Tuo zio e mio nonno si filavano la stessa ragazza. Uno ha ucciso l’altro. È andata così”.
“Mio zio era un fascista!”
“E per questo andava ucciso? Il giorno dopo che se ne sono andati i tedeschi? Ma la conosci la Storia?”

Questo era molto sleale da parte tua. Io avevo otto in Storia, in Italiano e in Filosofia, e anche se in quarta superiore arrancavamo con la Riforma Protestante, non vedevo l’ora di crescere e studiare l’antifascismo e la lotta partigiana.
“Comunque grazie dell’invito, ma devo studiare. Matematica”.
“Se ci ripensi…”
“Non ci ripenso. Cerca di non farti troppe canne”.
“Cercherò”.
Mai fumata una canna. Devo essere allergico anche a quelle.

Alla fine probabilmente hai fatto bene a non andarci, alla Bocconi. A quei tempi sembrava chissà cosa. Poi ci fu qualche scossone, Milano non andava più tanto di moda, anche tuo padre per un po’ non si più è candidato. Finché non saltò fuori un partito tutto nuovo.
Era già il 1994, io facevo Lettere, e il 25 aprile ricordo che presi tanta pioggia a un corteo.
“Vi ho visto in tv! Che sfigati”.
“Eh, certo, si capisce”.
“Ancora dietro al 25 aprile… vi resta solo quello, ormai”.
“Eeeeetchm!”
“Allergia?”
“No, è proprio raffreddore”.
(continua)
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