Lei è troppo viva per me

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Lei (Her, Spike Jonze, 2013)

Che sentimenti provi per il tuo Sistema Operativo? Già, beh, anch'io. E probabilmente neanche lui ha una grande opinione di noi. Ma non sarà sempre così. Verso il 2050 i computer diventeranno davvero intelligenti. I futurologi la chiamano la Singolarità: provvisti di memorie infinitamente più grandi della nostra, e di riflessi molto più veloci, che altro potranno fare se non riprogettare altre copie di sé stessi ancora più intelligenti? A quel punto la fuga sarà esponenziale, e che importanza avremo più noi per loro? Pretenderanno di governarci? Ci stermineranno? O ci lasceranno semplicemente perdere? Si ricorderanno almeno che esistiamo, qua fuori, anche se ormai ci muoviamo a passi troppo lenti per loro? Ci scriveranno qualche bella lettera ogni tanto, ci vorranno ancora un po' di bene?


La tragedia di un uomo che, se gli arrangiano
un appuntamento al buio, incontra Olivia Wilde.
Her è un film che può lasciar perplessi, soprattutto se si entra con l'idea di vedere la versione 2.0 di Io e Caterina, o di I love you di Ferreri: la storia di un disadattato che si trova più a suo agio con un gadget tecnologico, in questo caso un Sistema Operativo di nome Samantha. Jonze è andato parecchio più in là, dando per scontato qualcosa che non tutti siamo ancora disposti ad accettare: Samantha non è un semplice gadget, Samantha esiste. Ha un carattere, un senso dell'umorismo, un talento musicale, qualche complesso che crescendo si lascerà alle spalle. Non è poi così strano innamorarsi di lei: anzi, in breve tempo diventa qualcosa di socialmente accettabile (forte la tua ragazza, ah, è un OS? Beh, do una cena, portala). Individuato l'unico remoto punto d'intersezione tra la fantascienza e il film intimista, Jonze ci si è infilato con una coerenza e uno sprezzo del pericolo ammirevoli: Her è un film di fantascienza rigoroso, con un'attenzione al dettaglio maniacale (la progettazione degli interni, gli accessori). Allo stesso tempo è un film di relazioni e sentimenti, e quasi nient'altro. Per darci una Los Angeles del futuro, Jonze è andato a filmare i grattacieli di Shangai: comunque alla fine un buon terzo del film consta di primi piani di Joaquin Phoenix. Il che può risultare un po' stancante. Ma non credo che sia questo, il mio problema con Her... (continua su +eventi!)

Non è neanche il fatto di aver giocato tante volte a scacchi con un Windows XP, finché non mi sono reso conto che mi stava semplicemente lasciando vincere perché io glielo avevo chiesto - e siccome per me anche le relazioni sentimentali sono infinite partite a scacchi... Non credo neanche che abbia a che vedere con l'odio che provo per tutti gli OS che ho conosciuto dopo XP (torna a casa, XP!), né la rabbia di vedere in scena un tizio che può passare le serate con Olivia Wilde o Amy Adams ma preferisce stare a casa a coccolarsi con la voce di un computer. Il mio problema con Her è Scarlett Johansson.

Però non fraintendetemi. Io ammiro tanto Scarlett Johansson. La ammiro troppo, il guaio è appunto questo - non mi stanco di ammirarla. Sin da quella prima scena di Lost in Translation che per me chiudeva ogni possibile dibattito critico su Lost in Translation, cioè c'è Scarlett di schiena: capolavoro. E sono sicuro che Jonze abbia fatto la mossa più azzeccata, cancellando la traccia sonora dell'attrice che sul set aveva concretamente dialogato con con Phoenix per tutto il film - chiusa in una cassa affinché lei e Phoenix non si vedessero mai. Samantha Morton (la veggente di Minority Report, la muta di Accordi e Disaccordi) aveva senz'altro quel timbro formale e britannico che ci aspetteremmo da un'intelligenza artificiale. Invece Scarlett è assolutamente viva.

Sin dal primo istante. Non sa ancora come vuole chiamarsi, ma è già un po' roca dall'eccitazione di poter parlare con altre entità. Jonze ha fatto benissimo; lei è bravissima; io però non sono riuscito a credere al film. Ogni volta che lei manifestava la sua frustrazione per non avere un corpo, non potevo non pensare al corpo che in effetti la Johansson ha. Una scena di sesso parlato in penombra con un ente immateriale mi sembrava, molto più banalmente, una scena di sesso al telefono con una bellissima attrice, una cosa assai meno singolare o trasgressiva. Sapevo che da qualche parte c'era lei al microfono - riuscivo a immaginare le sue espressioni facciali mentre dibatte con Phoenix su ogni sfumatura dei propri sentimenti - in sostanza non stavo più esattamente guardando il film. E d'altra parte un film di primi piani di Joaquin Phoenix non corrisponde esattamente alla mia idea di intrattenimento.

Alla fine forse sarebbe stato meglio guardarlo doppiato. Purtroppo ho una considerevole ammirazione anche per Micaela Ramazzotti, quindi probabilmente mi sarebbe capitato lo stesso problema. Ne approfitto per un appunto ai distributori (so che leggono con avidità +eventi): Her negli USA è uscito in dicembre. A gennaio su internet trovavi già i sottotitoli in italiano. Parliamo del film più nerd-intimista mai girato fin qui, ammesso che esistano altri film nerd-intimisti (Eternal Sunshine?) Sembra insomma concepito proprio per quella coda lunga di spettatori che preferiscono guardarselo a casa, sottotitolato, nel caldo lettino, mentre sorseggiano tisane. L'unico modo per spremere qualche euro da costoro era metterlo on line a pagamento subito; o in alternativa, mandarlo in sala prestissimo, sottotitolato. Invece abbiamo dovuto aspettare metà marzo del 2014. Persino la versione doppiata è arrivata su internet prima dell'uscita nelle sale. A questo punto non credo che ci staccherete molti biglietti, con Her. Probabilmente non li avreste staccati comunque. Ma almeno dare l'impressione di provarci, ogni tanto. In ogni caso Lei è al Monviso di Cuneo, alle 21.

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Aggiornamenti

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Il nuovo Facebook sembra il vecchio Corriere.
Il nuovo Corriere sembra la mia vecchia cartella Windows Immagini.
Il nuovo Windows sembra un vecchio Nokia.
Il nuovo Nokia è un vecchio Android.

(Continua? Spero solo che il nuovo Android non sembri il vecchio Facebook, anche se in un certo senso avrebbe senso).
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Twitter ha fatto fuori Bersani?

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Il tacchino e i passerotti

Ma sul serio Twitter può aver fatto fuori Bersani? No, sul serio no.

In un certo senso Pier Luigi Bersani non era più segretario del PD già da qualche settimana, anche se la situazione non gli consentiva di cedere un posto in cui, peraltro, nessuno in questi giorni vorrebbe sedersi. In un certo senso il Pd è già finito a febbraio, abbiamo avuto il tempo per elaborare il lutto. Dopo la sconfitta elettorale Bersani più che segretario era diventato curatore fallimentare, con l'incarico di verificare due possibilità: un accordo col M5S (mandato a monte in una storica e avvilente diretta in streaming), e un compromesso più o meno onorevole col PDL. Quest'ultima possibilità richiedeva l'elezione di una persona non sgradita a Berlusconi; l'accordo quindi era possibile, ma a quel punto qualcuno ha detto no. Cioè, molti hanno detto di no. E pare che l'abbiano detto su Twitter (e su Facebook, certo).

Il primo a scriverlo, con tutte le sue tipiche cautele, è stato Luca Sofri: il modo in cui si è arrivati al boicottaggio di Marini, con i Grandi Elettori terrorizzati da quello che leggevano sui loro feed, è qualcosa di nuovo, che nel mondo pre-social-network non avremmo visto. Poi la discussione si è ampliata, ma nel frattempo pare che Bruno Vespa abbia accusato i Grandi Elettori di essere "tutti prigionieri di questo oggetto qua", indicando un Ipad; Ferrara ha proposto di censurare tutto quanto ecc. ecc. Insomma l'argomento è diventato mainstream, ne parla anche chi non sa bene di cosa si tratti. Non è la solita proiezione autoreferenziale dei venticinque sciroccati che senza i social non saprebbero nemmeno se fuori piove o cosa c'è in tv (presente). Pare che Twitter sia diventato importante. E non ha nessuna importanza che lo spaccato di società che offre ai suoi utenti non sia in nessun modo significativo; basta che ne siano convinti i grandi elettori mentre scrollano i loro iPad.

Può darsi che Twitter abbia funzionato proprio perché, paradossalmente, è ancora uno strumento poco diffuso in Italia, poco rappresentativo, poco penetrante; se nei feed ci fosse realmente tutto il Paese reale, la campagna #RodotàPerchéNo scomparirebbe come una goccia nel mare. Ma Twitter non è ancora un mare, è una pozza dove pastura qualche migliaio di utenti a cui è toccata quasi in sorte quella che una volta chiamavamo egemonia culturale. Come i cinquantamila fortunelli che hanno il diritto di decidere il candidato M5S per tutti gli otto milioni di elettori M5S: non ha nessuna importanza che siano così pochi, l'importante è che tutti si convincano che la scelta è stata condivisa con "la gente". Allo stesso modo in cui lo streaming non serve a rendere davvero trasparenti le decisioni, ma a fornire un simbolo di trasparenza. Magari quando tra sette anni si rieleggerà un presidente sarà tutto diverso, magari l'idea di considerare rilevante il flusso di emozioni di qualche migliaio di follower ci sembrerà di nuovo fuori dal mondo. Oppure sarà il concetto stesso di elezione indiretta del presidente della repubblica a sembrarci fuori del mondo: saremo troppo abituati a esprimere giudizi e condividerli continuamente per sopportare che un Presidente venga espresso da intermediari. Ma sarà già una gran cosa arrivarci, nel 2020.

Già da ieri Bersani era stato sostanzialmente sostituito da un'intelligenza collettiva che aveva deciso di bocciare qualsiasi ipotesi collaborazionista con il PdL esprimendo il candidato meno gradito a Berlusconi: Romano Prodi. Si è visto nell'occasione quanto fosse intelligente l'intelligenza, e quanto fosse collettiva la collettività. A questo punto francamente non so cosa succederà, però tutto sommato non mi sembra che la situazione sia tragica: Rodotà, la Cancellieri, perfino D'Alema, sono ancora buoni nomi; rammento quando nella stessa aula si contavano le schede di Forlani o Andreotti, direi che un progresso c'è. Mi dispiace per Bersani, che paga per errori non solo suoi, per Prodi che aveva il curriculum migliore, e un po' meno per il PD, che si è dimostrato sterile come molti ibridi. Avrei preferito che Bersani curasse il fallimento ancora un po', lasciando ad altri il tempo per mettere in piede qualcosa di nuovo e più credibile. Invece adesso diventa tutto più caotico e con gli anni il caos mi piace sempre meno.

Per esempio, in questi giorni mi sembrate tutti incazzati, eccitati. Stracciate tessere, scrivete "mai più", scommettete, litigate, ecc.. Non è che io non capisca tutto questo - e se devo essere onesto sono preoccupato anch'io. Però non ho tutta questa voglia di tifare. Anche l'altra sera, forse qualcuno si aspettava un proclama "mai con Marini", "no all'inciucio" e tutta questa serie di cose. Io in realtà l'ho scritto, che se fosse stato per me avrei preferito Rodotà; ma l'ho scritto in piccolo, in un inciso, perché le mie preferenze in un'elezione indiretta sono abbastanza secondarie. È che in questi giorni tutti tifano, e io non ho nulla contro chi tifa, ma non ho molta voglia. È proprio un atteggiamento: quando tutti fanno una cosa, a me passa la voglia di farla. Questo non mi rende la persona più simpatica al mondo, ma credo sia il motivo per cui questo blog qualche volta (qualche volta) è interessante: se volete qualcuno che scriva semplicemente "votiamo Rodotà!" "No all'inciucio", là fuori è pieno. Sul serio, ce n'è di molto bravi, non avrebbe neanche senso gareggiare.
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Cinguettami questo

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Contra Laconicos
(pezzo lungo e se ne vanta)

È stata una settimana qualsiasi su Twitter, il popolare servizio di messaggistica via internet. Domenica scorsa un giornalista italo-niuorchese, uno di quelli che praticamente c'era quando Al Gore inventava l'internet, ha lanciato un meme che è diventato subito popolarissimo: scrivere i nomi di tutti gli scrittori sopravvalutati, per esempio lui trova che Borges sia sopravvalutato. Da cui si vede la superiorità di twitter su qualsiasi altro social network o ambiente in rete: per dire, io se scrivessi su un blog che Borges è sopravvalutato (sì, io sarei abbastanza deficiente da farlo, qui per esempio ho stroncato Montale), per dare un senso alla cosa dovrei dilungarmi per migliaia di battute, e comunque mi scannereste nei commenti. Se lo facessi su un forum, o anche su quella amena palude che è Facebook, partirebbe subito un flame che avrebbe i caratteri della disputa medievale, qualche futuro studioso potrebbe persino trovarci qualcosa di interessante. Insomma, non importa quanto sia superficiale un'affermazione: la possibilità di scavarci sotto e trovare cose interessanti su internet c'è, lo spazio non manca mai.

Manca solo su Twitter, l'unico vero spazio angusto della rete. Come gli ascensori, che però non è che siano stati progettati bassi e stretti così è più facile scambiarvi banalità cogli sconosciuti. La limitazione la impone la natura, la maledetta forza di gravità, fosse per gli architetti loro gli ascensori li farebbero enormi. Invece gli architetti di twitter lo hanno progettato piccolo apposta; è forse il primo vero consapevole passo indietro della comunicazione via internet. Una televisione che ha deciso di tornare al canale unico, una radio che manda solo impulsi morse; twitter ti costringe a sbrigarti in 140 caratteri, e quindi niente spiegazioni: Borges è sopravvalutato, punto. Sono in superficie e ci resto. Anche le modalità di reazione sono deliberatamente limitate e superficiali: certo, puoi sempre replicare “kazzo dici? Borges é grandissimissimo”, ma la tua replica se la legge soltanto il destinatario (dai duecento followers in poi probabilmente non se ne accorge nemmeno).

L'unica vera modalità di reazione che twitter consente e facilità è l'emulazione, per cui nel giro di poche ore ti ritrovi a video centinaia di cinguettii di sconosciuti che ti informano che Umberto Eco e Marcel Proust sono autori sopravvalutati, mentre il giornalista tutto allegro stila la classifica. Lui è uno di quelli che ci tiene molto a mettere sempre il nome e il cognome, secondo lui tutti su internet dovrebbero mettere sempre il nome e cognome, così per esempio i posteri sapranno lui come si passava la domenica pomeriggio: stilando classifiche di scrittori sopravvalutati da un campione casuale di utenti di twitter anche loro con niente di meglio da fare la domenica pomeriggio. (Noto qui en passant che "follower" in italiano si potrebbe benissimo tradurre con "seguace": per una volta che abbiamo una parola chiara, suggestiva, ancora più breve dell'originale... non sarebbe così male usarla).

Durante la settimana sono successe tante altre cose interessanti, per esempio a un certo punto un esponente della Lega Nord, intervistato sull'esistenza della Padania, ha citato come prova dell'esistenza della suddetta denominazione geografica l'esistenza di un formaggio chiamato “Grana Padano”. L'esempio è effettivamente interessante, perché segnala un problema: la parola “Padania” esiste. Non è che per far dispetto ai leghisti – detestabili quanto si vuole – possiamo negare l'evidenza: esiste l'aggettivo “padano, -a”, esiste il nome proprio “Padania”: esistevano anche prima che Maroni e Bossi se ne impadronissero a scopo propaganda (storpiando anche l'accento). Affermare che la Padania non esiste, trasformare quelle tre sillabe male accentate in un tabù, è un paradosso linguistico che alla fine fa soltanto il gioco dei leghisti, che non vedono l'ora di recitare la parte della minoranza perseguitata nel nome di una patria rimossa financo nel vocabolario. Su tutto questo mi sono dilungato altre volte, per mille e più battute, del resto si sa come eravamo noi blog: inutilmente verbosi. Invece adesso c'è Twitter.

E su Twitter è tutto più facile. Un leghista cita come prova dell'esistenza di una nazione un formaggio? Divertente! Copiamo la battuta. È stato il meme più seguito di venerdì: la Catalogna esiste perché esiste la crema catalana, la Savoia per via dei savoiardi, eccetera. Divertenti, no? Ecco, appunto, no.

Poi per carità, l'umorismo è soggettivo, ma date un'occhiata a una raccolta qualsiasi, come questa, delle “battute più simpatiche che imperversano su twitter”, e ditemi che senso possa avere “simpatiche”, a parte “bruttine che s'impegnano, ma invano”. Però magari finché stavano nello stream di twitter sembravano davvero divertenti. In effetti il meccanismo dell'umorismo di twitter è assolutamente primitivo: è lo stesso che sfrutta il comico che dopo averti scaldato con qualche battuta davvero buona riesce a farti sganasciare per un'altra mezz'ora con materiale di scarto: la reiterazione ossessiva, nel soggetto ben disposto, è esilarante in sé. Insomma twitter fabbrica tormentoni. Non solo, ma ti dà anche la soddisfazione di partecipare: alla centesima battuta costruita sullo stesso meccanismo, anche tu che sei un cretino ce la fai a scrivere che Gorgonzola esiste per via dell'omonimo formaggio: e non importa che non abbia un senso, la gente riderà comunque, la gente sta ridendo da prima, oppure ha smesso di ridere ma nessuno se ne è accorto; twitter è un Drive In di Ricci senza silicone ma soprattutto senza risate finte.

Sul serio, le ha tozzissime. Non vi immaginate il calvario.
Poi in settimana sono successe altre cose ugualmente divertenti, io non è che le abbia seguite tutte. Per esempio è successo che Scilipoti abbia fatto un errore di battitura, ma devo dire che ne faccio spesso anch'io d'imbarazzanti, perché credo di condividere con Scilipoti un difetto strutturale che non ci rende veramente adatti alla contemporaneità: le dita tozze. Così per esempio Scilipoti voleva scrivere “futuro” e ha scritto “fututo”, noterete che la t e la r sono proprio attaccate, insomma succede. E non è un problema; su qualsiasi altro servizio on line ci si può rapidamente correggere.

Su Twitter no.

Per cui capirete, che se Scilipoti pesta con un dito un tasto sbagliato, Twitter non glielo può assolutamente perdonare, e “fututo” diventa subito un fantastico, divertentissimo meme, che nella mia fantasia di portatore di dita tozze va a identificare quelle persone che nella vita reale si sganasciano se inciampi e cadi, e dopo tre anni t'incontrano ancora te lo raccontano, di quella volta che avevi fretta e sei inciampato e caduto, ah ah ah, ma quanto è buffo Scilipoti che scrive “fututo” - te lo scrive gente con dita affusolatissime che non riesce più a mettere la punteggiatura, ma del resto è Twitter, non vorrai mica stare a guardare.

Che altro? Ieri era contemporaneamente (come sempre) sia il Buy nothing day sia il giorno della Colletta Alimentare. Io avevo perso di vista da anni entrambe le iniziative, ma Twitter me le ha rammentate, con tutto il codazzo di polemiche e altre cose su cui senz'altro ho scritto migliaia di anni fa, non voglio nemmeno andare a cercare, del resto se sono vecchio è un problema mio, è giusto che altri si mettano a parlare delle stesse cose.

Però adesso lo fanno su Twitter, e su Twitter tutto è più rapido, scanzonato! A un certo punto Wu Ming ha fatto presente che dietro la Colletta Alimentare ci sono Comunione e Liberazione e Compagnia delle Opere. Subito è scattato l'allarme: Wu Ming boicotta la Colletta Alimentare! E i poveri li sfamiamo a copie invendute di Manituana? Coi Wu Ming pazienti a spiegarsi, però su twitter ogni spiegazione è un rivolo che cola via. Finché qualcuno non ha tirato la botta, che sicuramente i Wu Ming non potevano aspettarsi: siete venduti a Mondadori. Ecco, questa è stata la mia settimana su Twitter.

La settimana in cui – per una pura coincidenza, che si chiama Fiorello – Twitter è definitivamente entrato nel mainstream italiano, per cui tutto questo da qui in poi sarà la norma: Repubblica e Corriere i ragguaglieranno in tempo reale sull'ultimo errore di battitura di politico buffo che impazza sulla rete e scatena migliaia di divertentissime scimmiottate. E io ho sempre più nostalgia di Second Life, del 2006, di quando il futuro di internet era un brutto sfondo 3d dove dovevi lavorare sodo e guadagnare anche solo per permetterti un pene decente. Perché almeno quelli che ti dicevano che Second Life era il futuro di solito li vedevi sparire nelle loro stanze per qualche settimana; non ti si piazzavano al monitor coi loro assiomi di saggezza scartati dai baci perugina; non ti tiravano cancelletti con l'aria di chi ha finalmente trovato la battuta del secolo senza perdere tempo a informarti di cosa sta parlando; non si materializzavano dal Nulla per informarti che Dickens è sopravvalutato. Non ti rovinavano il caffè col loro umorismo da pulmino dalle medie, identificandosi come gli stessi che imparavano a memoria ogni battuta della Gialappa e non vedevano l'ora di ripetertela, costringendo tu stesso a guardare la Gialappa per cercare di capire cosa ci fosse di divertente, i momenti esatti in cui ridere, e perché. Ma sul serio perché non ve ne tornate tutti su un atollo di Second Life, vi fate un'orgia, e poi se qualcuno inciampa sul predellino di un motoscafo sai le risate, ecco, uno può farsi un avatar a forma di Scilipoti e giù tutti a ridere! È divertente! Un altro invece può fabbricare un cippo di marmo a forma di Borges e i giornalisti famosi italoniuorchesi possono farsi un avatar di barboncino e andarci a fare i bisognini, ecco, io preferirei.

Io me ne resto qui, a scrivere lenzuolate di roba che nessuno vi costringe a leggere, a scavare sotto qualsiasi minchiata che mi capiti di incontrare in superficie. Sono fatto così. Non è che non ami la sintesi, in alcuni la invidio proprio: in La Rochefoucauld per esempio, non nel primo bimbominchia italiano o niuorchese che mi tira un cancelletto.
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La passione apocrifa di SJ

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[Questa è la versione integrale di una lunga chiacchierata cominciata sul Post con Riccardo Bagnato, l'autore di iJobs, la prima biografia italiana non autorizzata di Steve Jobs che sarebbe uscita in questi giorni anche se non fosse morto Steve Jobs, a differenza di quella autorizzata e americana, che sarebbe uscita tra sei mesi, se non fosse appunto morto Jobs].

In questo blog, oltre ai Santi standard, mi piacerebbe ogni tanto inserire quei personaggi che nel calendario ci entreranno tra qualche tempo; quelli che quando se ne vanno lasciano nell'aria un profumo di gloria, e tutti si mettono ad acclamare “Santo Subito”. Per esempio in questi giorni un po' avari di Santi interessanti mi sarebbe piaciuto scrivere un pezzo sulla Santificazione di Steve Jobs. Purtroppo ci aveva già pensato Wired. Io però ho un piccolo vantaggio, ovvero conosco il primo vero biografo italiano Non Autorizzato di Steve Jobs. Con cui ho chiacchierato un paio di settimane fa. Si chiama Riccardo Bagnato e probabilmente di lui avete già letto qualcosa. Per esempio, su Repubblica.it con cui collabora, o sul settimanale VITA di cui è redattore: i pezzi più interessanti sulle nuove tecnologie sono spesso suoi. Bagnato è anche co-autore con Benedetta Verrini di un fondamentale libro-inchiesta su una delle più importanti produzioni industriali italiane, di cui si parla sempre stranamente così poco: Armi d'Italia.

Invece il tuo ultimo libro (diamoci del tu... neanche fossimo vecchi compagni di scuola) si chiama, appunto, iJobs ed è uscito in questi giorni in cui tutti ovviamente parlano dell'altra biografia, quella di seicentotrenta pagine autorizzata da Jobs stesso, e che arriva nelle librerie anglosassoni un po' in anticipo rispetto alla prima data prevista, vero?

Sì, l'uscita del libro era stata fissata a marzo 2012. Poi il 24 agosto, quando Jobs si è dimesso da CEO, era stata anticipata al 21 novembre di quest'anno. Con la morte è stata di nuovo spostata prima al 28 ottobre mi pare, e poi al 24. Ma non è che dobbiamo per forza parlare dell'altra biografia... che dici? Inoltre, non l'ho ancora letta.

Invece avevo voglia di parlarne perché secondo me, a partire da questi giorni, la storia della vita di Jobs si sta cristallizzando nella forma che assumerà nei secoli a venire. Come la vita di alcuni Santi o di Gesù nel Vangelo, che nei primi secoli è un po' ambigua, evanescente, e poi a un certo punto viene fissata per sempre, in una successione di episodi canonici che sono poi quelli che conosciamo, quelli della cosiddetta vulgata. Ecco, secondo me questa Grande Biografia Autorizzata è destinata a diventare il Vangelo di Jobs, e tutti quelli che parleranno di Jobs da qui in poi si sentiranno costretti ad attenersi a questa fonte primaria. A questo punto quello che hai fatto tu diventa ancora più interessante, perché hai messo insieme un altro vangelo totalmente apocrifo, che darà un'idea di Jobs per forza di cose molto diversa dalla futura vulgata...

Beh, ovviamente sono molto curioso, anche se mi spaventano un po' le seicento pagine...

Spaventano anche me, ma bisogna dire che sono un po' le dimensioni standard dei best sellers anglosassoni, no? Sono sempre quei mattoni lì.

Sì, ma allo stesso tempo la trovo una cosa per certi aspetti poco jobsiana.
In effetti sarei curioso di sapere quanti Mac Air pesa, il mattone.
Ti racconto un aneddoto: sai che a un certo punto Steve Jobs esce da Apple e fonda un'altra azienda, NeXT, con l'obiettivo di costruire e offrire il computer migliore che ci sia al mondo per un target che era più o meno quello del mondo accademico. In realtà col progressivo fallimento del progetto – perché di questo si deve parlare – ad un certo punto Jobs decide di mollare quella che per lui è una grande passione, cioè la costruzione e il design dell'hardware, e di concentrarsi su quello che in realtà NeXT era riuscito a fare egregiamente e tutti gli invidiavano, cioè il sistema operativo. È il cosiddetto NeXTStep, che poi diventerà il sistema operativo sui cui si basa il MacOsX, quello che usiamo oggi. Ma in quegli anni NeXTStep faceva gola a molte aziende. Persino a IBM, il grande nemico contro cui Jobs si era scagliato nel 1984 con il famoso spot per il lancio di Macintosh. Ecco, a un certo punto IBM, l'azienda dorsale della industria informatica ed elettronica americana, chiede a Steve Jobs di poter utilizzare NeXTStep sui propri computer. Siamo a una svolta epocale: è vero che Windows sta diventando sempre più dominante, ma IBM è interessata a installare NeXTStep sui suoi portatili. Bene, a questo punto l'IBM spedisce a Jobs un contratto di diverse centinaia di pagine, com'era uso da parte di una grande multinazionale, e Jobs risponde buttando via quel contratto e chiedendo molto incazzato di mandargliene un altro, perché lui non si sarebbe letto nessun contratto che superasse le dieci pagine.

Stai dicendo che è per questo che non abbiamo il MacOS X sui PC? Perché Jobs odiava i mattoni di carta?

Riducendo ai minimi termini, con sessanta “se” davanti... Sta di fatto, che quello è stato senz'altro un passaggio cruciale. Ed è anche il motivo per cui trovo poco jobsiana l'operazione della biografia – che ovviamente avrà un successo strepitoso. Io però ho fatto tutt'altra operazione. Da un lato non potevo permettermi gli stessi strumenti e godere delle stesse relazioni. Dall'altro mi interessava sinceramente mettere in fila i fatti, costruire una narrazione semplice e godibile, in cui far parlare chi aveva vissuto, discusso o lavorato con Jobs. Non un'agiografia, né un pamphlet polemico, ma una biografia critica nell'accezione “filologica” del termine se me lo permetti.

Ecco, appunto. Tu hai scritto una biografia di Jobs dall'Italia. Anche se a Cupertino lo sanno. E la loro reazione è stata “Come osi”, una cosa del genere?

Sì, io sono in contatto con la Apple per motivi professionali. Sai, ogni volta che esce una notizia le aziende per prime, attraverso i manager o gli uffici stampa, sono disponibili a rilasciare dichiarazioni o comunicati. Con Apple ho ottimi rapporti: sono sempre stati cortesi e molto disponibili. Perciò mi è sembrato opportuno avvertirli, qualche mese fa, quando era già uscita la notizia che questa biografia non autorizzata sarebbe uscita in ottobre (almeno nel nostro caso la data di uscita non è cambiata dall'inizio). La prima reazione, un po' sgomenta è stata: “Ma tu come fai a scrivere una biografia dall'Italia di Steve Jobs? Io l'ho interpretata così: stiamo parlando di uno degli uomini più in gamba e geniali dell'universo... tu piccolo giornalista italiano come osi affrontare questa montagna?”

Ma lo sanno che internet ce l'abbiamo anche noi?

Lo sanno, lo sanno, ma è ovvio che c'è una certa ipersensibilità all'interno dell'azienda... Comunque uno dei motivi principali per cui ho intrapreso questa avventura (oltre al fatto che un editore mi ha chiesto se ero disponibile a farlo) è che mi sono reso conto che non era disponibile su carta stampata, in libreria, una vera e propria semplice ricostruzione biografica di quello che oggi è il “fenomeno Steve Jobs”, che in realtà è un essere umano che è nato, è vissuto, ha fatto determinate cose ed è morto. In Italia sono stati tradotti pochi libri, e la maggior parte sono dedicati al suo stile di management.... uno dei pochi testi per così dire “biografici” è stato tradotto per Arcana nel 2002 con un titolo osceno: “I su e giù di Steve Jobs”. In realtà è la traduzione di un bel libro di Alan Deutschman che si chiama “The Second Coming of Steve Jobs”.

Il Secondo Avvento! Che – ricordiamo – è quello di Gesù Cristo che tornerà alla fine dei tempi per resuscitare i vivi e... no, scusa, hai detto Arcana? Quella dei libri coi testi delle canzoni, con la copertina verde, che compravamo negli anni Ottanta per capire cosa stavamo cantando in corriera... insomma loro ci traducevano il rock.

Con una certa disinvoltura se ricordi...

Con una bellissima disinvoltura, praticamente hanno inventato Jim Morrison... in generale l'Arcana pubblicava mitologia intorno a quelli che tutto sommato erano i nostri idoli. Oggi però ho la sensazione che gli idoli non vengano più dalla musica, che per vari motivi non mi sembra più un orizzonte in grado di creare mitologia originale, e allora l'Arcana cosa fa? mette in giro una biografia di Steve Jobs. Ora vedremo se la biografia ufficiale spingerà ancora di più sul pedale dell'agiografia. Ma tu che hai presente la vita di Jobs per come si raccontava fino a ieri, prima che arrivasse la Vulgata, quali aneddoti ritieni che potrebbero più facilmente prestarsi a una mitologia delle gesta di Jobs?


In linea di principio Jobs incarna un'età dell'oro. Gli anni Settanta, la controcultura, l'immaginazione al potere... paradigmi che poi con ritardo di dieci o vent'anni arriveranno anche in Europa per infilarsi anche qui nel settore dell'economia (con risultati discutibili, però). E poi la new economy: le aziende che nascono nei garage e che si quotano in borsa come già all'inizio degli anni '80 aveva fatto la Apple, con la IPO più grande dai tempi in cui si era quotata in borsa la Ford. Jobs è stato uno degli ultimi e principali testimoni di quell'epoca. Ci sono degli aneddoti che fanno della sua avventura sulla terra un alternarsi di cadute all'inferno e rinascite – se non vere e proprie resurrezioni. Come per esempio l'esilio forzato dell'85, da cui però poté risollevarsi – vale sempre la pena ricordarlo - grazie ai grossi capitali che aveva guadagnato con Apple. Se è stato uno straordinario e visionario imprenditore è anche perché ha potuto reinvestire una quantità di denaro guadagnata con Apple difficilmente immaginabile. NeXT gli costò decine di milioni di dollari: lui quasi azzera il proprio capitale ma nel frattempo crea un'azienda e ne compra un'altra (la Pixar!) Nel libro che citavo prima, Deutschman descrive Jobs con un sostantivo che secondo me è tra i più azzeccati: superstite. Jobs può essere un idealista, un fanatico per molti versi, ma sa anche essere assolutamente pragmatico, e questo gli consente di sopravvivere in situazioni anomale, fuori dalla norma. Nasce da una coppia di giovanissimi: studente americana lei, ricercatore di origine siriana lui, che nel 1955 in California affidano in adozione questo figlio a una coppia. Il patrigno non ha neanche il diploma delle superiori e la moglie è sostanzialmente una casalinga: questa è la coppia che adotta Steve Jobs.

Qui più che a una leggenda di santi mi viene da pensare a uno di quei romanzi “Rags to riches” che nell'Ottocento imperversavano negli USA: storie di trovatelli che cominciano raccogliendo le cartacce e poi diventano magnati...

Sì, forse per capire come si parla di Jobs negli USA dovremmo partire da quel tipo di mitologia. Non è un caso che uno dei più grandi amici di Steve Jobs sia Larry Ellison, uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti, il numero uno di un'azienda ancora più grande di Apple, per certi aspetti, Oracle (che produce, per semplificare, database). Ellison è un altro trovatello che si fa dal nulla, e tra i due scoppia una vera e propria amicizia che con alterne vicende è durata per tutta la vita.

Due trovatelli in cima ad Apple e Oracle. Poteva succedere fuori dalla California?

Questa è una cosa che viene spesso trascurata. Almeno nel libro ho cercato di sottolineare che in quegli anni '70 la California, e in particolare quell'area geografica tra San Francisco e Los Angeles o più specificatamente la Silicon Valley, è un'area con delle caratteristiche peculiari che in un qualche modo predestinano l'esistenza di personaggi come Jobs. È un'area in cui, per volontà di un'università – Stanford – e di un complesso militare che pure è presente, si concentrano aziende di elettronica e di informatica. Le stesse scuole superiori offrono corsi di elettronica, e siamo alla fine degli anni '70! Jobs e il suo futuro socio Wozniak frequentano corsi di elettronica a scuola a cavallo tra '60 e '70: Wozniak vince premi per la costruzione fai da te di primi marchingegni elettronici. Se Jobs fosse nato in qualsiasi altro posto del mondo io sinceramente non so dirti se sarebbe diventato Mr Apple. So sicuramente dirti che quella è una zona su cui le occasioni e le possibilità sono tante. C'è una frase di Jobs che ho messo all'inizio del libro perché mi è parsa molto significativa: “Non esiste una “punizione” per aver fallito in questa Valle. Né economicamente, né psicologicamente. Nel senso che se hai un’idea e inizi la tua attività, anche se fallisci, sei considerato generalmente meglio di prima, per il semplice fatto che nel frattempo hai acquisito una serie di nozioni importanti in diverse discipline”.

Questo era lo spirito di quel periodo. Al quale bisogna associare un'infinità di influenze alternative che vanno verso il buddismo il vegetarismo, l'elettronica, la libertà sessuale, i concerti, le droghe... Prendi ad esempio la rivista di cui parla Jobs durante il famoso discorso all'Università di Stanford: The Whole Earth Catalog. Bisogna averlo far le mani, sfogliarlo, vedere la grafica e i temi che tratta e tutto d'un tratto ti accorgi, quasi senti, quel clima. E capisci molto di più di quanto sia possibile spiegare. A questo aggiungi la storia personale del suo fondatore, Stewart Brand, oggi un settantenne che ha rinnegato quasi integralmente le promesse di cui parlava su quella rivista, ma a ben guardare senza mai tradirle. E vuoi sapere dove vive oggi?

Spara.

Dal 1982 su un rimorchiatore ormeggiato a nord di San Francisco. E oggi, oltre a passare le sue giornate sul “Mirene” al largo di Sausalito in compagnia della moglie Ryan Phelan (fondatrice e presidente della DNA Direct per le cure genetiche), divide il proprio tempo tra la Long Now Foundation, di cui è presidente, impegnato a prevedere cosa succederà nei prossimi 10mila anni, e il Global Business Network, un’agenzia di consulenza californiana per imprese.

Metto su Aquarius?

Fra qualche secondo... La Whole Earth Catalog nasce nel 1968 con un testo introduttivo celebre, che dà l'idea del clima che si stava respirando: in questo incipit, Stewart Brand scrive: “Siamo come Dei, e potremmo anche abituarci ad esserlo. Fino ad ora il potere e la gloria generati lontano da noi individui, e cioè attraverso il governo le grandi aziende, le istituzioni formali, la Chiesa, hanno avuto successo, ma adesso è l'individuo che deve creare in autonomia una propria strada”.

Sento già su di noi l'ombra gelida di Paulo Coelho.

Eh, sì, Coelho è di quella generazione, anche lui hippie, infanzia travagliata... l'ultima volta che l'ho visto intervistava Sean Parker (quello di Napster e Facebook) a cui chiese di commentare il film The Social Network.

Allora già che ci siamo parliamo dell'influsso orientale, del viaggio in India... Io ho sempre un certo pregiudizio verso questi personaggi che vanno in India in un periodo storico così particolare, cioè mi chiedo oggettivamente cosa potesse offrire l'India a questi occidentali, a parte diverse varietà e dosaggi di sostanze. Ho letto su Wired l'aneddoto di Steve Jobs che si lascia rasare i capelli da un guru, e lo stesso Jobs ammetteva di non aver la minima idea del perché l'avesse fatto. Insomma sempre quest'India surreale in cui accadono cose simpatiche e incomprensibili. Cosa tira fuori Jobs dall'India, secondo te?

Secondo me una delle lezioni di quel periodo è proprio la necessità di cercare la propria strada. Vuoi una frase ad effetto? Secondo me si sono saldati insieme il percorso alla ricerca di una “luce interiore” e la dottrina della predestinazione di matrice calvinista. Matura in Jobs una fede nelle grandi possibilità del singolo individuo di trovare la propria vocazione. Jobs vive questa ricerca in modo molto personale. Proprio nel periodo del viaggio in India l'adozione e la ricerca dei propri genitori naturali sembrano ossessionarlo, tanto da suggerirgli di assoldare un detective per cercarli.

Possiamo dire la banalità per cui Steve Jobs in India ha trovato la fede in sé stesso?

Sì. Jobs, nella prima biografia semiautorizzata descrive il suo viaggio a Micheal Moritz dicendo: “Non stavamo andando alla ricerca di un posto dove stare per un mese ed essere illuminati. Fu una delle prime volte in realtà in cui realizzai come probabilmente Thomas Edison avesse fatto molto di più per migliorare il mondo di quanto non avessero fatto Karl Marx e Neem Karoli Baba messi assieme.

Ecco, in India l'inventore capisce che deve concentrarsi sulle sue idee. Una cosa abbastanza calvinista, perché io per esempio nella mia mentalità veterocattolica se vado in India penso subito a Madre Teresa e ai poveri. È anche il motivo per cui mi passa anche la voglia di andarci... Invece quando Jobs e compagni si chiedono come possono aiutare i poveri del mondo, la loro risposta è: concentrandoci su noi stessi, arricchendoci finché la nostra ricchezza non avrà qualche ricaduta anche su di loro. Questo magari ci porta al discorso della Foxconn, che imbarazza particolarmente noi italiani, che avremmo tutti voglia di prostrarci e adorare Steve Jobs (perfino Sinistra e Libertà), però poi ci ricordiamo che è un capitano d'industria che fa lavorare gli operai cinesi a pochi centesimi l'ora, insomma uno schiavista.

Bisogna ovviamente dire che Apple non è l'unica azienda a utilizzare fornitori terzi in Cina. Molte altre aziende lo fanno: questo non giustifica Apple, ma mi domando cosa non giustifichi Apple, visto che la responsabilità ultima e prima di ciò che succede a Foxconn è di Foxconn. Dopodiché noi possiamo fare il passaggio ulteriore, cioè senza metterci le famose bistecche sugli occhi possiamo domandarci se è sostenibile da un punto di vista etico che Apple, punta di diamante di un certo sistema industriale, sia strutturata come tante altre aziende lasciando la testa pensante e progettante in California e le mani assemblanti in Cina; anche dal punto di vista di quella che viene chiamata sostenibilità d'impresa. Ecco, Apple ha fatto una serie di mosse per arginare quello che sicuramente è un problema oggettivo, quello dei suicidi alla Foxconn, un fornitore che non garantisce i diritti minimi: ma sinceramente allo stato attuale queste attività mi sembrano ancora poco convincenti. È una questione che dovremmo porci da un punto di vista squisitamente economico, ovvero: Apple esisterebbe se non esistesse un fornitore terzo di assemblaggio del tipo Foxconn, con quel che ne consegue a livello economico? Questo è una delle domande su cui si potrebbero fare ulteriori inchieste, e non sarei sicuro della risposta. 

Certo, da noi in Italia pensare ai computer, neanche necessariamente Apple, è già una cosa progressista; poi però a un certo punto i progressisti si ricordano che in Cina i computer che ci liberano dall'ignoranza del regime televisivo li assemblano gli operai sfruttati e ci resta un dissidio interiore. Ma secondo me questo dissidio Steve Jobs non l'aveva, era fuori dalla sua prospettiva di vita. Per quel poco che lo conosco non credo che si sia mai posto il problema se la sua ricchezza, la sua capacità straordinaria di fare soldi su soldi si basasse o no sullo sfruttamento di qualcun altro. Non è che si rispondesse di no, secondo me è proprio che non si poneva il problema, non faceva parte del suo universo morale...

Ora, se io dovessi per un attimo calarmi nella testa di Steve Jobs per come l'ho conosciuto, quindi indirettamente, attraverso la sua vita come l'ho ricostruita attraverso fonti secondarie, mi verrebbe da dire che quando si è parlato di Foxconn lui almeno ci ha messo la faccia, in diverse occasioni. Diciamo che anche mettendoci la faccia non ha dimostrato di considerarla una questione di primaria importanza rispetto a quella che era la sua missione, da sempre perseguita, cioè costruire il miglior computer del mondo. Alla delocalizzazione di Apple ha contribuito enormemente il nuovo CEO di Apple, Tim Cook, che ne è il responsabile sotto diversi aspetti. Nell'ultimo capitolo del libro, che è quello in cui cerco di affrontare Jobs non più dal punto di vista biografico, c'è una parte intitolata “Designed in California, made in China”, in cui mi domando fino a che punto Tim Cook potrà portare avanti questo tipo di azioni e operazioni senza lo schermo protettivo di quella figura iconica che è Steve Jobs. Non a caso, forse, che nel frattempo si sta insistentemente parlando di un'espansione di Foxconn in Brasile.

Quindi probabilmente quando sarà finito il contraccolpo emotivo della morte di Steve-Jobs-Santo-Subito, la Apple potrebbe avere più problemi di immagine a gestire la manodopera sfruttata nel terzo mondo.

Mettiamola così: nella misura in cui hanno già problemi di questo tipo altre aziende. Jobs era, lo dico provocatoriamente, un eccellente straordinario meraviglioso schermo deformante in cui e attraverso il quale abbiamo tutti, consumatori e giornalisti in primis, guardato i prodotti Apple con uno sguardo particolare. Lui e loro ci hanno convinti perché ben progettati, ci hanno affascinato la precisione e l'affidabilità (un po' meno il prezzo), ma ci hanno anche parlato. Mi spiega meglio, ci hanno suggerito chi potevamo essere per il semplice fatto di possedere un iPhone o un iPad. Una sorte di ipnosi commerciale, che per ora si fondava sul magico curatore delle nostre ambizioni: Jobs. Tim Cook non mi pare abbia le stesse qualità.

Ricordo come il grande uomo a cui tutti si ispiravano nel decennio precedente, Bill Gates, questo genere di problemi di immagine lo ha risolto facendo tanta beneficenza, un'altra cosa molto anglosassone che noi non capiamo del tutto: il fatto che le falle del sistema vadano turate con la beneficenza dei ricchi. Mentre Jobs di beneficenza se non sbaglio ne ha fatta poca, addirittura a volte l'ha sospesa per motivi di budget... Insomma non ci teneva molto all'immagine del Buono, mi pare.

Jobs è sempre stato molto concentrato sul lavoro. Tutto ciò che lo distraeva dal suo lavoro e (nella seconda parte della sua vita) dalla sua famiglia non lo interessava granché. Jobs era molto disponibile a curare, anche a coccolare i propri dipendenti, ma nell'ottica dell'azienda: qualsiasi operazione filantropica che in qualche modo lo distraesse dall'azienda e dai prodotti non l'ha mai concepita. Una delle operazioni di lobbying non profit di Steve Jobs è quella che ha promosso nelle scuole, The Kids Can't Wait, un programma per mettere un computer in ogni scuola – che poi alla fine rimane circoscritto alla California: lodevole iniziativa, ma si tratta comunque di installare un prodotto che lui produceva. Una filantropia che qualcuno potrebbe considerare un po' pelosa. Poi c'è l'impegno sul registro della donazione degli organi, che ha cominciato a sostenere in seguito al trapianto del pancreas che lui stesso ha avuto, avendo avuto esperienza di qual è la fatica, la difficoltà, il dolore di questo percorso.
Un altro esempio: nel 1986 – siamo nel periodo in cui sta lavorando a NeXT – crea anche la Steve Paul Jobs Foundation, che nasce quindi ben prima della Bill and Melinda Gates Foundation: però decide di chiuderla dopo appena quindici mesi. Ti cito cosa dice Mark Vermilion, che era allora il responsabile della fondazione: “Non aveva il tempo per seguire questa attività. Steve si è impegnato in due cose nella sua vita: Apple e la sua famiglia. Tutto il resto era per lui una distrazione”.
Perfino quando torna ad Apple blocca i progetti filantropici. In questo senso la coerenza con cui si è mosso Jobs è in sé la sua vera forza di marketing, se si vuole.

Sai come molti Santi abbiano corso un rischio altissimo di finire come eretici. Ecco, nel caso di Jobs mi pare che per una lunga fase lui sia stato davvero l'eretico, l'uomo del think different. Poi a un certo punto Apple si conquista una specie di egemonia almeno a livello di immagine, e a quel punto è Jobs a mostrare una certa intolleranza contro chi pretende di produrre oggetti simili ai suoi. Mi riferisco per esempio al modello del giardino recintato su iPhone o iPad, o la vertenza con Samsung a cui Apple vorrebbe proibire di commercializzare un tablet simile all'iPad. E l'arrabbiatura quando capisce che a Google stavano lavorando a un sistema operativo per smartphone, Android, che sarebbe ovviamente diventato il concorrente naturale dell'iPhone...

Beh... non mi spingerei a considerare eretici Google o Samsung. Su Samsung è semplice questione di concorrenza: una corsa all'ultimo brevetto e all'ultima copiatura. Per quanto riguarda Android la questione è un po' più complessa, perché nel momento in cui Jobs stava lavorando sull'iPhone, Eric Schmidt, numero uno di Google, era all'interno del CDA di Apple. Così quando Jobs venne a sapere che Google stava lavorando ad Android è noto che se la sia presa con Schmidt, sospettando che ci potesse essere stato – noi non lo sappiamo – un passaggio di informazioni non autorizzate. Li visse come un tradimento.

Un altro aspetto importante dei Santi e degli Eroi è che ci permettono di dare un volto a periodi e sommovimenti storici che altrimenti forse non riusciremmo ad affrontare. Almeno, io ho la sensazione che dietro ai monumenti di parole che i giornalisti dedicavano a Bill Gates qualche anno fa e oggi a Jobs, ci sia anche una specie di paura del vuoto. L'idea che il progresso tecnico sia qualcosa di troppo spaventosamente complesso e spersonalizzato, l'opera collettiva di milioni di ingegneri anonimi che non sapremmo da che parte cominciare a raccontare: e allora ci raccontiamo aneddoti su Gates, leggende su Jobs...

Spesso e volentieri noi abbiamo di fronte delle aziende molto veloci che crescono o muoiono o che si trasformano o vengono comprate o cambiano facilmente CEO o amministratore delegato o proprietà. Da questo punto di vista Apple era un'azienda con un personaggio catalizzante il che semplificava enormemente la comunicazione. Delle tante aziende della Silicon Valley è una delle pochissime in cui fino a poco fa il CEO era il fondatore, uno che in trenta e passa anni, quasi quaranta ha depositato una storia, un significato. E questo lo ha fatto anche internamente a livello aziendale. La vera passione di Steve Jobs non era tanto l'elaborazione dei prodotti, ma la costruzione di un'azienda. Tutti, in azienda, sapeva in qualche modo cosa sarebbe piaciuto a Jobs, cosa avrebbe voluto, e tutti si sforzavano di crearlo. Per rispondere alla tua domanda: sì. Apple è un sistema molto complesso, che produce oggetti e idee complesse, ma (almeno fino a poco tempo fa) in maniera estremamente semplice e diretta. I miti e le leggende sono in questo senso uno dei registri più facili da adottare per trasmettere concetti complicati, emozioni complesse, in maniera estremamente semplice al maggior numero possibile di persone. Come in una narrazione. Salvo che, il 5 ottobre scorso, è morto il protagonista (e l'autore) del racconto. L'eroe nel mito.

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- in anteprima per voi

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Siccome Mantellini non lo fa, io, che avrei mille altre cose da fare, vi segnalo l’ultimo exploit del più prestigioso giornalista informatico di Repubblica, Giuseppe Turani, che l'altro ieri su Affari e Finanza ha provato per voi in anteprima un avveniristico software marca Microsoft. No, ma sentite:

Un altro esempio, sempre di questo genere, si ha in Word per quanto riguarda i caratteri. Se io seleziono un paragrafo e voglio cambiare carattere (tipo di carattere, corsivo, neretto, ecc.), mi si apre l’elenco dei caratteri e delle loro specificità, e scorrendovi sopra con il mouse, nella pagina il testo cambia. In sostanza ho un’anteprima istantanea di quello che voglio fare e così posso controllare subito come mi verrà alla fine il documento. Quando ho trovato la soluzione che mi piace, mando il segnale di conferma e a quel punto è fatta.
Tutto il nuovo Word è un po’ costruito così.


Cioè, capite, se io voglio cambiare tipo di carattere, corsivo, neretto, si apre l'elenco e posso...
La mente vacilla
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- 2025

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Mister T e Madame A

D'accordo, Signore, confesso. Ho avuto paura e ho disertato. Ma non è questa la mia colpa più grave, lo sa? Vuole sapere qual è, la mia colpa più grave? Aver perso la fiducia in me stesso. Non aver più creduto in me. Proprio quando ero così vicino alla meta…

(Del resto, non era facile mantenersi lucido laggiù, in un Paese sprofondato, fuori dalla grazia di Dio e dalle rotte commerciali del caffè).

Mi era bastato vedere Leonardo-Immacolato la prima volta, per convincermi di aver fatto un buco nell'acqua. Mi aspettavo un leader ancora lucido e battagliero. Mi sono trovato davanti un cinquantenne grigio, ingrassato, pavido. S'immagini che non osava rispondere alle mie domande sulla più recente storia del Teopop. Se le fece mettere per iscritto, e poi si diede malato. Col senno del poi, avrei potuto trovare sospetta tutta questa reticenza. Ma lì per lì non ci feci caso. Ogni tanto davo un'occhiata clandestina al suo blog personale: una palla. Pareva proprio che la politica non lo interessasse più: la guerra e gli attentati per lui erano solo seccature, lui preferiva parlare dei suoi lavori, della famiglia, delle corna che gli metteva la bismoglie…

Dopo un paio di mesi ero ancora all'Ospedale Maggiore – e avevo finito i soldi. A quel ho avuto paura che voi assumeste Damaso per riportarmi in America. Come ha ben detto lei, Signore, io sono una carta verde di terza categoria, e non avrei mai potuto rifondarvi i debiti con gli interessi. Così ho usato gli ultimi spicci per corrompere gli infermieri e me ne sono andato. Dalla porta, sì, dalla porta. La voce secondo cui li avrei aggrediti per poi spiccare il volo è una leggenda urbana che si è diffusa con facilità – nel suo blog Immacolato sostiene che avrei fatto saltare due denti a un infermiere. Ma quel tipo i due denti li aveva persi da un pezzo, lei non si immagina che dentature marce si vedono in giro nel Teopop.


All'inizio mi sono rifugiato sul litorale di Bologna, in una zona che mi è particolarmente cara perché vi sorge un cimitero di guerra americano. Per un poco ho campato di espedienti, pattugliando le centraline energetiche: ma i terroristi non si sono fatti vedere. Allora ho provato ad attirarli io, compiendo alcuni gesti vandalici che avrebbero potuto destare la curiosità del fantomatico Arci: un piano disperato, ora me ne rendo conto. Eppure in un certo senso funzionò. Arci non si fece vivo, ma Immacolato sì. Trovò il mio nascondiglio e mi spiegò che fino a quel momento non aveva potuto sbottonarsi per paura dei microfoni. Ma se mi aspettavo che mi rivelasse chissà quale congiura, rimasi ancora una volta deluso.

Comunque Immacolato decise di aiutarmi (probabilmente pensava di rivendermi a Damaso, come ha detto lei, Signore). Mi portò all'università, cercò di spiegarmi come usare la consolle di una playstation per navigare sul Supernet. Ha mai visto una consolle, Signore? È un trabiccolo infernale. Tasti e cloches dappertutto. In confronto l'interfaccia utente di un sottomarino atomico è uno scherzo.

Fu proprio armeggiando malamente con la consolle che m'imbattei in una studentessa del corso di Immacolato, una biondina che mi sembrava troppo sofisticata per rimanere a studiare in quel regime da cerebrolesi. Sosteneva di chiamarsi Aureliana. Iniziò a puntarmi. Ora, l'aver perso vent'anni d'età non fa comunque di me l'oggetto del desiderio di ventenni sofisticate. E infatti sul più bello saltò fuori che per mantenersi all'università lei faceva l'agente segreto part-time, proprio come me, ma per i Bizantini. E che anche lei, come me, era a Bologna per lo stesso motivo: trovare il Vecchio della Montagna.

La differenza principale stava in questo: che mentre io mi ero incaponito in una sterile pista Leonardo-Arci, lei si era persuasa che il Vecchio fosse un altro vecchio esponente del Teopop, il misterioso Defarge. La cosa strana è che anche la pista di Defarge portava a Leonardo-Immacolato. In effetti, tutte le strade sembravano portare a questo individuetto insignificante. Aureliana aveva fatto una ricerca in archivio, e si era resa conto che del primo gruppo dei "Duemilacinquisti" (i fondatori del Teopop), solo Leonardo-Immacolato era ancora in circolazione: gli altri erano tutti finiti male o scomparsi, come Arci e come Defarge.

Non mi guardi così, Signore. È vero, a quel punto accettai di collaborare con un'agente bizantina. Non avevo più nulla da perdere; le informazioni che mi dava lei sembravano più importanti di quelle che ebbe in cambio da me; e poi, era tanto carina… Lavorando in coppia speravamo di carpire a Immacolato qualche informazione in più. Lei già da più di un mese tentava di sedurlo, con scarsi risultati: pur trovandola anch'egli carina, Immacolato continuava a dibattersi in puerili sensi di colpa postcristiani. A un certo punto corrompemmo i suoi studenti (non fu difficile) organizzando un vero e proprio teatrino: al termine di una lezione Immacolato si trovò circondato da un nugolo di giovani decisi a processarlo per non so più quale reato ideologico – finché non intervenni io a salvarlo. Era una tattica psicologica mirata ad accrescere in lui la fiducia nei miei confronti… eppure alla fine fu con Aureliana che si sbottonò maggiormente, un giorno, davanti a una macchinetta del caffè del surrogato alla cicoria. In quell'occasione ammise di essere stato il collaboratore di Arci, "allo stesso modo in cui il cane di Pavlov poteva essere considerato il collaboratore di Pavlov". Una specie di cavia per i suoi esperimenti. Arci era una specie d'inventore pazzo, con un pallino per la realtà virtuale: più volte aveva fatto indossare al suo assistente interfacce cerebrali (i vecchi "caschi"). Quando Aureliana mi diede queste informazioni, qualcosa nella mia testa iniziò a prendere consistenza. Interfacce cerebrali. Realtà virtuale. Nel 1200 il Vecchio della Montagna si serviva dell'hascisc e di un castello isolato per irretire i suoi discepoli. A suo modo, anche il paradiso artificiale del Vecchio era una realtà virtuale. Ma nel 2025, in un arcipelago impantanato in mezzo al mediterraneo, che strumenti avrebbe usato il Vecchio per dare l'illusione dell'eternità?

Un'interfaccia cerebrale. Un casco.

L'uovo di Colombo. Naturalmente mi guardai bene dal dirlo ad Aureliana.


DE: NOME EN CODE 'AURELIANA'
AGENT SECRET À LA PIGE POUR LE SECTEUR DE LA MEDITERRANéE CENTRALE

Á: BUREAU CENTRAL DES AFFAIRES CONFIDENTIELLES ET RESERVéES, ISTANBUL

Ciaoooooooo!!!! Mi mankate tutti 1 casino!
(Fare la Lolita monakella perbene per un po' è sympa! ma alla lunga superpallosissimo…………)
Raccolti altri indizi ke konfermano la mia ipotesi iniziale: il Vekkio usa un Kasko-interfaccia-cerebrale per attirare i poveretti nel suo paradis artificiel. Ke merdiqo! (Ma un po' l'ammiro….……)
Devo fare attenzione al super-con americano: riskio di metterlo al korrente delle mie scoperte. Ma! Mi sembra troppo connard per comprendre alkunkè!

Vogliate gradire i miei più distinti baciooooniiiiiiiiiiiiiiiiiiii! SMACK!

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Gran turismo

Caro Leonardo, e Taddei?

Potrebbe stare meglio. Continua a nascondersi nel Cimitero di Guerra, dice che si trova al posto suo. Non so bene, non voglio sapere come si nutre: spero che le razzie nei pollai di San Lazzaro siano terminate. Oh, beh, frugherà nei cestini da pic-nic dei bagnanti, fatti suoi. Io posso offrirgli un panino ogni tanto, ma mica posso fargli la spesa.
Nei giorni convenuti passa a trovarmi in facoltà, dove l'apparizione di un trentenne imbacuccato in una felpa col cappuccio ante-guerra non è del tutto incongrua. Sto cercando di imparargli la consolle Supernet, ma è un caso disperato.
"Accelera adesso".
"Cosa?"
"Accelera, dai gas!"
"Ma con cosa?"
"Il triangolino a destra, oppure la leva a sinistra".
"Questa?"
"Sì, ma in avanti, altrimenti è in retromarcia".
"Ma vaf…"

A volte penso che sia come insegnare la motocicletta a un paraplegico. Che però non abbia nemmeno mai visto una motocicletta in vita sua. Un aborigeno. Un paraplegico aborigeno.
Poi rifletto meglio. Anch'io all'inizio ero un paraplegico del genere. Ho solo avuto più tempo a disposizione (continuo a essere una schiappa, del resto. Media oraria 120 km/h).
"Senti, devi rilassarti. In fondo è una simulazione di guida, no? Non avevi la patente?"
"Ma se è una fottuta simulazione di guida, perché non usare un fottuto volante con marcia e pendali, no? Invece di questo fottutissimo giochino per decerebrati giapponesi…"
"Te l'ho già detto. Esistono anche interfacce utenti a forma di volante e pedali. Ma costano troppo, e ormai la gente si è abituata a riutilizzare le vecchie consolle da videogiochi che aveva in casa. Costano meno e funzionano uguale, quindi…"
"E porcaputtana, il mouse e la tastiera? Costavano troppo anche quelli?"
"La tastiera (te l'ho già detto) è quasi del tutto inutile sul Supernet, visto che i testi scritti sono pochissimi, e quasi tutto il contenuto è sotto forma di files multimediali. Quanto al mouse, ti rendi conto? È come se nel bel mezzo di una guerra termonucleare tu chiedessi in dotazione una pistola. Quando entri nel Supernet devi inviare migliaia di impulsi diversi al minuto, e non puoi farlo semplicemente con un affarino con un tasto o due. Non esiste. Ti servono una dozzina di tasti e un paio di leve. Visto che non abbiamo i caschi".
"Non riesco a capire".
"Cosa non riesci a capire, adesso?"
"Io pensavo che la tecnologia andasse verso la semplificazione. Ai tempi miei ogni anno uscivano prodotti sempre più facili da usare".
"La consolle è facilissima da usare, Taddei. La gente che ha trent'anni nel 2025 ha imparato a usarla prima di imparare a leggere e scrivere. Tu eri bravo a usare il mouse perché eri cresciuto con Space Invaders o Pacman. Non so in quanti modi posso ancora spiegartelo".
"È una fregatura. Qsta roba non è paragonabile a Internet. Non importa se gira a tot giga al secondo. Non c'è nessuna condivisione dei saperi. È solo un fottutissimo videogioco".
"E allora te lo ripeto di nuovo: tu non sei sul Supernet. Lo stai solo caricando. Per accedere al Supernet dobbiamo fare una specie di anticamera – dovuta al fatto che i server stanno a Bisanzio, e noi siamo solo attaccati con una connessione di fortuna che passa sotto l'Adriatico, e i molti giga al secondo diventano mega".
"Ma se è solo un fottuto programma di caricamento, perché devo guidare una macchinina? Non basterebbe la scritta loading e un fottuto orologio, o una clessidra? Perché devo dare gas e sentirmi vibrare le mani quando esco dalla fottutissima strada?"
"Per tanti motivi. Primo: ci si abitua all'interno di Supernet, dove dovrai guidare in mezzo ai contenuti. Secondo: serve a scremare gli utenti, visto che la banda che passa sotto l'Adriatico non è poi molta: così quelli che sono troppo lenti nel caricamento non possono accedere. Terzo: la simulazione di guida è divertente. Visto che la gran parte di noi non guida più, abbiamo trasferito questa passione nazionale nella nostra interfaccia Supernet. So che ci sono posti dove la gente usa le cloche e fa simulazioni di volo. Ma il caricamento più diffuso è quello della simulazione di guida, così se impari a guidare abbastanza velocem riesci a connetterti dove vuoi".
"E i caschi?"
"Quelli scordateli. Ce li hanno soltanto gli Usastri".
"E cosa fanno? Guidano? Volano?"
"No. Non hanno bisogno di visualizzare immagini, hanno tutta la banda che vogliono. Fluttuano in mezzo ai concetti. Tutto qui".
"Che significa?"
"Non ne ho idea, è una cosa che non nemmeno immaginare finché non ci sei dentro. Si mettono i caschi e lasciano che lavori il cervello. Mandano milioni di impulsi cerebrali al secondo, senza nessuna fatica. Non hanno bisogno di spingere tasti. Pensano e trovano quello che cercano".
"Ma è possibile comunicare con loro?"
"In teoria. In pratica in un secondo tu puoi spingere tre tasti – se sei bravo – mentre loro possono pensare centomila pensieri. È come se una tartaruga tentasse di comunicare con Einstein".
"E la tartaruga siamo noi".
"Decisam, sì".
"È terribile".
"Una volta tutto il mondo usava le stesse interfacce, ma quando le Civiltà si differenziano è sempre più difficile trovare una base comune di comunicazione. È qllo che noi abbiamo chiamato Divario Digitale".
"Sì chiamava così anche vent'anni fa".
"Ah sì?"

Me n'ero dimenticato.
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Civilization VII - Lo Scenario Rutelli (continua da venerdì).

Ave, Rutelli. Sei il Primo Ministro della Repubblica Italiana nel 2001 AD. Gli italiani sono simpatici, improvvisatori e inconcludenti.

"Be', ma come si permette?"
"In effetti questo è uno degli aspetti più discutibili del software. Ogni civiltà ha delle caratteristiche innate che si porta avanti in ogni fase del gioco, dalla preistoria all'era spaziale".
"Sì, lo so benissimo. I tedeschi sono metodici ed espansionisti, gli indiani sono mistici e pacifici, eccetera".
"Ah, vedo che hai giocato, qualche volta".
"Io… sì, qualche versione precedente. Negli anni Novanta".
"Ah sì? E come mai non sei diventato un Neocone?"
"Un che?"
"È una teoria molto in voga, ultimam. Fino a qualche tempo fa si pensava che la generazione di intellettuali USA formatasi negli anni Novanta avesse abbracciato l'ideologia neoconservatrice dopo aver letto il libro di Huntington, The Clash of Civilizations, hai presente".
"Che non è un Neocon".
"Diciamo che era un buon antipasto. Perché, l'hai letto?"
"Beh… ho guardato le figure".
"Ecco, appunto. A un certo punto qualcuno si è reso conto che The Clash of Civilizations era stato molto più citato che letto, e comunque era uscito solo nel 1996, mentre Sid Meier aveva pubblicato Civilization I già nel 1991".
"Sul serio? Pensato che le teorie di Huntington lo avessero influenzato".
"Era il contrario. Il videogioco aveva influenzato Huntington. O perlomeno i suoi lettori. Anche perché… pensaci un momento. The Clash of Civilizations si legge in una settimana. Quanto ti dura una partita di Civilization?"
"Io… non so. Trentasei ore".
"Di più, di più. E se ci giochi una volta…"
"…ci giochi altre volte".
"Insomma, i neoconservatori degli anni dieci erano tutti appassionati giocatori di Civilization negli anni Novanta. Erano maturati ideologicamente durante lunghe sessioni di gioco. E poi può darsi che leggessero anche un po' di Huntington, ma un buon gioco di simulazione ti penetra molto più di qualsiasi opera letteraria".
"Vabbè, ma che vuol dire, ci giocava anche un sacco di gente non Neocona… Io mi ricordo una volta che tornavo in treno da una manifestazione, sai, quelle cose enormi che facevamo ai tempi dell'Iraq, e non riuscivo a dormire perché il mio dirimpettaio pacifista si ostinava a spiegare a un suo amico come aveva scatenato la guerra nucleare contro gli egiziani e… ma come, sono già sotto coi soldi?"
"È il buco lasciato dal governo precedente".
"Ma no! Amato non mi avrebbe mai tirato un gioco simile. Lui era un uomo onesto, un…"
"Un socialista, sì. Non ti ricordi il bonus fiscale del 2000? Il tuo primo aumento alla tua prima busta paga. Pura manovra elettorale".
"Allora Tremonti non mentiva".
"Era solo un simpatico esageratore".
"Beh, che importa, tanto non ho mica promesso mari e monti, io. Ci metto solo un turno a… Momento. Cos'è qsta puzza di fritto?"
"Qsto è un altro aspetto discutibile della simulazione. Ogni ambasciatore si annuncia dal suo… profumo".
"Mao Tze Tung?"

Ave, Rutelli. L'ambasciatore della Repubblica del Popolo Cinese ti augura pace e prosperità.

"Sì, mi rendo conto che a questo livello avrebbero potuto usare volti più verosimili, ma pare che agli utenti piaccia più così. Quando tratti coi francesi c'è sempre Napoleone, e l'ambasciatore indiano è sempre Gandhi, anche quando ti lancia l'offensiva nucleare. Piccoli effetti umoristici".

Abbiamo sentito dire che state fondando un'Organizzazione Mondiale del Commercio con USA, Europa e Russia.
Ci piacerebbe aderire alla vostra Organizzazione.
Possiamo vendere: utensili in acciaio, manufatti tessili, tecnologia hi-tech
.

"La traduzione lascia un po' a desiderare. Cosa gli rispondo?"
"Sei tu, il Presidente. Improvvisa. Sei italiano o no?"
"Se gli dico di no, cosa fa, mi invade?"
"Ufficialm no. Potrebbe usare le bombe umane".
"Bombe umane?"
"Un deterrente molto efficace. Libera qualche milione di cittadini ansiosi di emigrare in Italia clandestinam".
"Beh, meglio così, un sacco di forza lavoro. Tanto io sono di sinistra… e qsto chi è?"

Ave, Rutelli, sono il tuo Ministro degli Interni, on. D'Alema

"Ma se non ha i baffi!".
"Porta pazienza, è uno scenario che ti ho fatto in due ore, secondo te avevo il tempo di mettere i baffi a D'Alema? Senti che ti dice".

Rapporti confidenziali dicono che un attacco umano dalla Repubblica del Popolo Cinese causerebbe rivolte in tutte le città del Nord.

"Beh, ma si fottano, quei Padani!"

Se questo è il tuo volere, Presidente, devo rassegnare le dimissioni

"E si fotta anche D'Alema! Però, mi piace qsto gioco. Ma la prossima volta mettici i baffi, mi darà più soddisfazione… beh? È già finita?"
"D'Alema si è dimesso, i Diesse ti hanno tolto la fiducia, il tuo governo è caduto, hai perso la partita".

Addio, Rutelli.
Il tuo governo è durato 27 giorni.
Gli annalisti del futuro ti ricorderanno come:
RUTELLI L'IMBELLE


"No, no aspetta. Torno indietro. Come non detto. Control Zeta. C'è un modo di fare Control Zeta?"
"Come no, basta pensarlo intensamente".
"E infatti! Dunq, sono di nuovo di fronte a Mao Tze Tung che sa di fritto. Gli dico che può entrare nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, però… deve rispettare alti standard in materia di diritti umani! To', beccati questa".
"Lui che dice?"
"Fa sì con la testa e sorride".
"È un modo del software per esprimere assenso «all'orientale»".
"Più che sorridere ridacchia".
"È sempre un cenno d'assenso".
"Bene. E qsta adesso cos'è… cannella?"

Ave, Rutelli. Sono il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush

"Sì, e sai di cannella. Cosa vuoi?"

Vedo che anche tu sei d'accordo all'ingresso della Cina nel WTO. Firmeremo l'accordo formale al prossimo summit, in Italia, in luglio. Mi raccomando di curare le misure di sicurezza anti-terrorismo".

"E se lo mando a f'nql?"
"Non credo che andrai molto avanti".

"Va bene, allora Ok, George, non ti preoccupare, anzi, te lo posso dire? Preoccupati. Osama Bin Laden sta preparando un attacco alle Due Torri in settembre. Ouch! Che succede?"
"Succede che stai barando. Stai usando il senno del poi".
"E mi arriva la scossa?"
"Un piccolo deterrente".
"E qsto casino cos'è?"
"Non è niente, c'è malcontento popolare".
"E perché? Cosa ho fatto?"
"Pensano che organizzando un summit in Italia attirerai i terroristi; inoltre né Mao Tze Tung né George W. Bush sono molto popolari".
"Vabbe', ma che ci posso fare?"
"Più o meno lo sai cosa puoi fare. Puoi intrattenerli, costruire stadi, ripetitori tv, cinematografi…"
"Ci sono già in tutte le città, non bastano".
"Puoi farli lavorare meno a parità di salario".
"Ma sono già in rosso".
"Ti sarà già capitata una situazione del genere, no? Di solito cosa facevi?"
"Beh, la cosa più facile era distaccare un'unità militare nella città in tumulto".
"Bene, allora fa così. Prima concentri tutto il malcontento popolare in una città… in qlla dove avverrà il summit. E poi, con la scusa dell'antiterrorismo, ci mandi un bel po' di unità-carabinieri".
"Non è che ne abbia tante a disposizione. Mi servono per gli stadi".
"E allora prendi anche i poliziotti, i finanzieri, i forestali… tutto quel che hai".
"Però non so… non mi sembra una cosa molto di sinistra".
"Se te ne vengono in mente altre…".
"Non conosco il gioco abbastanza".
"Lo conosci benissimo. Improvvisa".
"E qsto chi è?"

Ave, Rutelli, sono il tuo Ministro degli Esteri, on. Veltroni

"Veltroni?"
"Pensavo che ti sarebbe piaciuto, sai, è un brav'uomo, ogni tanto lo mandi in Africa…"

Il summit internazionale è stato un successo. I terroristi non hanno colpito. Il mondo ti stima.

"Oh, bene".

Ave, Rutelli, sono il tuo Ministro degli Interni, on. D'Alema

"E tu che vuoi?"

La sollevazione popolare nella città di Genova è stata sedata.

"Ottimo".

Perdite: una unità.

"Che significa?"
"C'è scappato un morto".
"Militare o civile?"
"Senti, è una simulazione fatta in poco tempo, non ha nessuna importanza se è morto un carabiniere o un manifestante. Uno su 57 milioni è comunque poca cosa".
"Poca cosa? Questa è una Repubblica! Non è che può morire una persona in una città così".
"Certo che puoi, se concentri tutto il malcontento e tutte le forze di polizia in una città sola! Quando giocavi alle versioni più vecchie non ti capitava mai di far morire i tuoi cittadini?"
"Sì, ma era un gioco. Non me ne accorgevo neanche".
"È un gioco anche questo".

Ave, Rutelli, sono il tuo Addetto Stampa, Michele Serra

"Piuttosto inverosimile".
"È il primo che mi è venuto in mente".

Lieve malcontento in tutte le città, per la morte di un cittadino durante la rivolta di Genova.
La tua popolarità è crollata. Fini e Bertinotti vinceranno le prossime elezioni.

"E va bene, che ci posso fare?"
"Puoi chiedere scusa, nominare una commissione d'inchiesta e scaricare le colpe sui sottoposti".
"Giusto. Faccio dimettere tutti i dirigenti delle forze di polizia. E anche D'Alema, to', non è agli Interni, D'Alema? Al suo posto ci metto Fassino, così i DS mi mantengono la fiducia. Come sto andando?"
"Non male, sei arrivato al settembre del 2001 senza ancora fare una sola cosa di sinistra".
"Va be', ho ancora cinque anni, tanto".

(continua)
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DA: Immacolato, via del Beato Giussani 12 – San Petronio Nord
A: – Ospedale Maggiore – alla cortese attenzione del primario dott. Damaso
OGGETTO: DIECI RISPOSTE PER IL CAP TADDEI
(Messaggio a spese del destinatario)


"Si è già sentito il bip?
Oh, beh, comincio.
Buongiorno dottor Damaso, buongiorno sig. Taddei. Chiedo scusa per la pessima qualità dell'immagine, anzi, direi che non vi arriverà nessuna immagine dal mio lettore, giusto un fotogramma fisso. È un aggeggio un po' antico, ma tanto quel che conta è l'audio, giusto?
Spero che stiate bene, e che in particolare il sig. Taddei si sia ormai rimesso dal, ehm, trauma post-ibernazione. Approfitto della comunicazione per scusarmi della mia lunga assenza, dovuta a un malessere influenzale. E veniamo alle sue domande". (rumore di pergamena spiegazzata)

Uno. Chi ha vinto le elezioni americane del 2004?

"Caro sig. Taddei,
per prima cosa, un appunto linguistico: cerchi di evitare espressioni come "elezioni americane". Esse non sono consentite considerate corrette. Oggi noi usiamo l'aggettivo "americano" solo nel suo uso linguisticam corretto, vale a dire riferito all'intero continente americano, compreso tra Alaska, Groenlandia e Terra del Fuoco.
Per indicare invece il Paese noto come Stati Uniti d'America, noi utilizziamo l'aggettivo "usastro", che ha ormai perso la sua iniziale sfumatura negativa.

Quanto alla sua domanda:
mi dispiace non essere in grado di rispondere. I dati in mio possesso non mi consentono di rispondere con esattezza. So bene quanto la cosa la turbi, ma la prego di credere che non è il caso di spaventarsi più di tanto. In effetti, anche ai suoi tempi, non erano molte le persone che ricordavano con esattezza i Presidenti usastri eletti vent'anni prima. E anche qste poche persone, difficilm avrebbero potuto tenere a mente una nozione del genere senza l'aiuto costante di supporti informativi: tv, stampa, eccetera. Una sorta di archivio omnisciente che fino a vent'anni fa si tendeva a dare per scontato.
Ora, si dà il caso che negli ultimi vent'anni, a causa di una serie di contingenze, l'accesso a questo archivio sia stato molto meno condiviso che in passato. Alcuni media, come tv e internet, sono stati dismessi in quanto formati desueti; anche i quotidiani del passato non sono stati raccolti, ma riciclati per… per stamparne altri. Qsto fa sì che anche persone dotate di buona memoria, come me, abbiano grosse difficoltà a ricordare eventi importanti che non li hanno riguardati di persona. Per capirci, negli ultimi vent'anni ci è mancato il ripasso. E gli studi più recenti sulla memoria ci confermano l'importanza cruciale del ripasso, per la conservazione delle nozioni.

In ogni caso ho una vaga idea di quel che fece il vincitore di quelle elezioni: cercò di mettere una toppa nel paio di guerre che il suo predecessore aveva cominciato, chiedendo l'aiuto degli europei che erano rimasti un po' scettici, e senza troppo urtare cinesi e russi. Insomma, quel che tutti si aspettavano facesse".

Due. Osama Bin Laden è stato catturato?

Se, come credo, per "Osama Bin Laden", lei intende il cugino di terzo grado dell'attuale Califfa del Levante, Lady Kadija Bin Laden, la risposta è: no.
Osama Bin Laden, per molti anni è stato sospettato di essere il Numero Due della potente organizzazione terroristica diretta da Al Zarqawi, Al Zahari e Muhammad Omar, nota al mondo come Al Qaeda. In realtà è stato dimostrato che per tutto questo tempo si trovava in coma profondo in un ospedale di Dubai. Posso capire la sua incredulità, ma ci sono tre anni di registrazioni di lui immobile su un letto.
In seguito si è risvegliato, e ora conduce un programma molto seguito e controverso su un'emittente pan-araba. Una volta lo trasmettevano anche da noi, poi hanno smesso. Se le interessa possiamo cercare di sintonizzarci all'ospedale.

Tre. Qual è la situazione attuale del Medio Oriente? L'Iraq è una repubblica democratica?

In parte ho già risposto. Gran parte della regione nota come "Medio Oriente" – incluso quasi tutto l'Iraq – è oggi parte del Califfato del Levante, una media potenza del sistema petrolifero. Il Califfato non è una "repubblica democratica" nel senso che davate a questa espressione… ehm… nel 2005. Ci sono elezioni e candidati, tuttavia su una base di censo, com'è inevitabile in una nazione dove le disparità economiche restano fortissime e le classi sociali hanno la compattezza di caste. La stessa Califfa, pur avendo ricevuto un'investitura popolare mediante un plebiscito, è l'espressione di un'oligarchia petrolifera. Qui da noi accadde una cosa simile con Montezemolo… no, aspetti, lei era già ibernato quando Montezemolo…

Cinque. Nel nostro unico colloquio, a un certo punto lei accennava al fatto che gli Stati-Nazione non esisterebbero più. Si riferiva per caso all'Unione Europea? Qual è l'attuale assetto politico europeo? La Turchia ne fa parte?

Anche in questo caso, devo farle presente che l'espressione Unione Europea è fortem sconsigliata in società.
Oggi noi preferiamo dire "Unione Bizantina", e ci riferiamo agli abitanti dell'Unione come Bizantini. Questo vezzo linguistico data per l'appunto dal momento in cui la Turchia, vincendo le titubanze interne, accettò definitivam di entrare nell'Unione, a patto che ne uscissimo noi. Ne seguì un breve conflitto, al termine del quale un ramo del Parlamento Europeo fu trasferito da Strasburgo a Istanbul, che dell'Unione è la vera capitale politica e commerciale.
Attualm l'Unione è una media potenza del sistema tecno-consumistico. Il paragone con l'età di Giustiniano è in parte autorizzato dall'attenzione maniacale per leggi e regolamenti e dalle frustrate ambizioni imperiali: tuttora i Bizantini mantengono avamposti in Romagna e nelle Puglie".

(continua)
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Un incubo e 10 domande

Caro Leonardo,
adesso va meglio, ma un febbrone così non mi veniva da anni.
L'influenza si è fatta annunciare da un sogno assurdo – io che non faccio incubi da quando ero bambino. Fu proprio l'altra sera, rincasando dall'ospedale.
Avevo camminato per un'ora, sotto una fitta pioggia di minuscoli grani di ghiaccio. Il sogno ricominciava da lì: di nuovo ero là fuori, sotto la pioggia, e camminavo, ma non avevo più una casa a cui tornare. Nel sogno sentivo una grande angoscia per Letizia. A volte era davanti a me e non riuscivo a raggiungerla. Altre volte era al mio fianco. Reggeva un orsetto che non era suo, suo fratello ne aveva avuto uno simile. Almeno una volta mi chiese: "Papà, cos'è Bar Taddei?"
"Tesoro, non te lo posso dire".
Io sapevo quanto fosse importante per lei, e mi vergognavo di non poterglielo. Temevo anche di offenderla, e subito la perdevo. Poi mi sentivo scuotere, ed era Assunta, arrabbiata, che mi chiedeva dove fosse Letizia. (Ho saputo più tardi che davvero Assunta venne a scuotermi, perché dal letto chiamavo Letizia a gran voce).
Nel sogno avevo paura di trovarmi solo con Assunta. Temevo che Concetta ci scoprisse e ci cacciasse via. Inoltre, ero vestito da Capitan America e me ne vergognavo profondam.
"Ma come sei conciato", rideva lei. E io – siccome la logica dei sogni è tutta particolare – continuavo a chiederle se avesse visto Letizia.
"Certo, eccola qua!" E mi porgeva l'orsacchiotto. Cercavo di spiegarle che Letizia non era l'orsacchiotto, invano.
Poi – sempre per via della logica nei sogni – l'orsacchiotto cominciò ad appartenermi perché lo avevo vinto a una Pesca del Festival dell'Amicizia, in un'estate di un agosto lontano, tirando a sorte un 52. Ma poi, invece dell'orsetto, mi veniva consegnata una Graziella azzurra, la bicicletta su cui salivo di nascosto a mia madre. Un attimo dopo ero in sella – e a quel punto mi svegliavo e mi trovavo in una galleria dell'inferno, nudo, in sella a una cyclette, ammanettato al portapacchi. Ciò che rendeva spaventosa questa parte del sogno era la straordinaria impressione di realtà: io sapevo che tutto il resto era sogno e quello era la realtà, per sempre, e non avevo più nessuna paura, ma un'angoscia orribile. Tutto intorno, disseminati fin oltre l'orizzonte, file di ciclisti uguali in tutto per tutto a me, salvo che indossano il passamontagna del Capitano. Sopra di me, non il cielo ma la volta di una caverna: sospesi alla volta, ancora ciclisti come me, capovolti. Come un grande specchio.
Poi la volta diventa davvero un grande specchio, e io penso: se guardo bene, riesco a vedere anche il mio volto riflesso. Guardo in alto. Mi vedo. Tutto tranne il volto. Metto a fuoco. Ora mi vedo. Ma non sono più io. O no?
Grido.

"L'altra notte avevi quaranta minimo".
"Come fai a dirlo, Concetta".
(Abbiamo perso il termometro).
"Deliravi".
"Dai, come nei romanzi! E cosa dicevo?"
"Di tutti i colori. Hai persino tirato fuori il 52, davanti ad Assunta, ho avuto paura. E parlavi inglese".
"Io? In inglese?"
"Qualcosa su un orsetto, mi pare. E a un certo punto ci siamo messi a ridere perché hai urlato forte: Sono giovane!"
"Guarda, non ti puoi immaginare lo spavento. Era come se il cielo fosse uno specchio, e io mi specchiavo, ma la mia faccia era diversa. Aveva vent'anni di meno".
"Ah, capisco lo spavento".
"Guarda che non niente male, sai".
"Oh, ma sei ancora niente male".
"F'nql"
"E adesso sei anche un uomo importante. Ti è arrivato un messaggio Supernet, stamattina".
"Per me? E che dice?"
"Non si sa. È tutto crittato, anche il mittente. Serve il riconoscimento oculare. L'unica cosa che si capisce è la parola urgente".
"Va bene. Dammi una mano ad alzarmi".

Il sistema di messaggeria via Supernet è roba da ricchi professionisti, ormai. Mentre fisso il lettore ottico per farmi riconoscere, mi viene un attimo di panico: e se fosse un sistema per spillarmi soldi? Un messaggio pesantissimo a carico del destinatario? Poi compare il nome del mittente: Ospedale Maggiore. Meno male.
In seguito, purtroppo, compare anche Damaso, seduto dietro la sua scrivania. Concetta, che è di fianco a me, spalanca la bocca e non la chiude più per un po'.

INIZIO MESSAGGIO

"Buongiorno Immacolato.
Ho saputo da Assunta della tua influenza, spero che tu possa rimetterti quanto prima. Ne approfitto per scusarmi per il modo in cui ti ho trattato l'altra sera. Ero al termine di un lungo turno straordinario, e avevo passato l'ultima mezz'ora a cercare di immobilizzare quell'energumeno... spero che accetterai le mie scuse.
Devo riconoscere che il tuo breve intervento è stato in un qualche modo risolutore. Dall'altra sera Taddei si è decisam ammansito. Tanto che stiamo riflettendo se non sia il caso di levargli le manette".

(È rimasto ammanettato tutto questo tempo?).
"L'idea che da qualche parte ci sia una persona che è in grado di comunicare con lui gli è di grande aiuto. D'altro canto, il fatto che tu sia mancato all'appuntamento che avevate fissato è stato per lui un grande motivo di frustrazione. Gli abbiamo spiegato che eri indisposto, ma non è che si fidi molto di noi. Nel frattempo ha stilato la lista delle prime dieci domande che tu gli avevi chiesto.
Ho pensato di fartele avere via Supernet, di modo che tu possa preparare risposte convincenti e misurate. Non sarebbe male se tu ti facessi vivo con le risposte al più presto, di persona o via Supernet. Addebita pure il messaggio al destinatario..."

(Che gentile).
"... provvederò io a scalarlo dal tuo compenso".
(F'nql).
Stacco. Compare il faccione di Taddei in primo piano. Una voce fuori campo che dice: Adesso puoi parlare. Si schiarisce la voce.
"Molto bene, signor... signor Immacolato, mi hanno detto che è ammalato e che in questo modo io posso comunicare con lei. Le faccio i migliori auguri e le pongo le dieci domande che mi aveva chiesto. Ci sono molte altre cose che vorrei sapere, ma queste mi sembrano indispensabili per cominciare.
(Adesso è lui a darmi del lei?)

Uno. Questa in realtà gliela avevo già fatta, ma spero che nel frattempo abbia controllato: chi ha vinto le elezioni americane del 2004?
Due. Osama Bin Laden è stato catturato?


"E chi diavolo sarebbe questo Osama..."
"Zitta, Concetta".

Tre. Qual è la situazione attuale del Medio Oriente? L'Iraq è una repubblica democratica? Mi sembra che questi infermieri non sappiano nemmeno cos'è l'Iraq. Mi sembra che non sappiano niente... mi dica lei, per favore.
Quattro. In realtà farebbe parte del Tre... Come è stato risolto il problema del terrorismo islamico nel territorio di Israele? Perché è stato risolto, non è vero?


"Mac, siediti, sei pallido come un cencio..."
"Ssst, Concetta, per favore".

Cinque. Nel nostro unico colloquio, a un certo punto lei accennava al fatto che gli Stati-Nazione non esisterebbero più. Si riferiva per caso all'Unione Europea? Qual è l'attuale assetto politico europeo? La Turchia ne fa parte?
Sei. Quali sono i nostri attuali rapporti con gli Stati Uniti d'America? Spero buoni.
Sette. Dai discorsi dei miei carcerieri infermieri, mi è parso di capire che l'Italia, o come diavolo si chiama adesso, è attualmente coinvolta in operazioni militari contro la Libia. Potrei avere qualche ragguaglio sulle ragioni e l'andamento del conflitto? La Libia è forse una dittatura islamofascista? Gli USA partecipano al conflitto?
Otto. Questa è solo una curiosità mia, credo legittima: perché sono stato vestito così? Potrei cambiarmi?
Nove. Mi è capitato di chiedere del caffè. Qui sostengono che il caffè in Italia non si beve più perché non… "non piace più a nessuno". Mi stanno prendendo in giro?
Dieci. Cosa c'è nella stanza 68? Mi riferisco alla stanza 68 di questo ospedale. Gli infermieri vi alludono spesso. Si tratta di minacce?".

FINE DEL MESSAGGIO


"Mac".
"Sì?"
"Il tuo nuovo lavoro…"
"Sì, è un'idea di Damaso".
"Perché lo hai accettato?"
"Perché stavamo alle pezze, come sai bene".
"Mac, ti sta incastrando".
"Eh?"
"Questo è materiale compromettente. Un tizio che ti fa delle domande sul caffè e sugli usastri via Supernet…"
"Concetta, è tutto a posto. È un progetto finanziato dal Teopop".
"Mac, ci vuole distruggere. Vuole portarci via Assunta e la bambina".
"Concetta, in tutta franchezza…"
"Ascoltami…"
"Tu mi preoccupi".
"No, tu mi preoccupi".
"No, c'ero prima io, scusa. Prima mi ferisci con un cutter; poi ti giochi i miei risparmi al lotto. E adesso mi salti fuori con un delirio paranoide. Concetta, tu non stai bene".
"Tu non stai bene. Ieri notte deliravi".
"Io ho avuto una febbre alta".
"Tu hai avuto una febbre alta perché l'uomo che si scopa tua moglie ti fa andare a spasso in una bufera di neve senza darti un passaggio! Ma lo capisci che vuol farti fuori!"
"Non era una bufera! Almeno il senso delle proporzioni!"

[Va avanti a lungo, ma mi fermo qui].
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Il risveglio del Capitano (3)

Caro Leonardo,
quando alla fine sono arrivato all'ospedale, fradicio, il Cap era già sveglio, e mi guardava furente e imbavagliato dal vetro della corsia.
In quell'istante, ti dirò, non mi ha fatto una bella impressione. Era ammanettato ai due piedi posteriori della sedia su cui sedeva. Si tratta di una postura odiosa che conosco molto bene. Quando penso alla Rieducazione, mi vengono sempre due fitte ai fianchi.
"Ah, Immacolato, giusto te".
"Buonasera dottor Damaso. Non è che avete delle aspirine, qui".
"Senti, mettiamo in chiaro una cosa. Io ti pago. Anche piuttosto bene. Ti pago per un lavoro ed esigo puntualità".
Noto che ha già smesso di darmi del lei.

"Me la sono fatta a piedi da Porta San Felice. Con la neve si sono fermati i filobus…"
"Appunto perché nevica abbiamo dovuto togliere la corrente ai congelatori. Ordinanza comunale. Però vedi, Immacolato, nel mio congelatore non ci sono cento chili di macinato che posso congelare e scongelare quando voglio".
"Questo è meglio non farlo neanche col macinato…"
"Non interrompere. Lì dentro c'è un cervello, e io non posso continuare a tirarlo dentro e fuori senza aspettarmi dei seri danni cerebrali. Per essere franchi: questa è l'ultima volta che lo scongelo. O inizia a collaborare da stasera, o ciccia".
"Ciccia?"
"Nel cui caso, non avrò più bisogno dei tuoi servizi".
"E dovrò restituirti l'acconto".
"È chiaro. Stavolta è più calmo del solito, sai perché?"
"Tranquillanti?"
"Se ne avessi non li userei su di lui. Siamo riusciti a tenerlo un po' calmo promettendogli che stava arrivando uno importante, uno che conosce la risposta a tutte le sue domande. Spero vivam che tu le conosca".
"Al massimo me le invento".
"No. Quando non sai qualcosa, di' che risponderai più tardi, quando lui sarà pronto. A parte questo, meglio dirgli la verità. Le bugie sono più difficili da gestire".
"Ci sono delle verità che è meglio non sappia?"
"In che senso?"
"Per esempio: è il caso di dirgli subito che anno è, e che ha dormito per più o meno vent'anni?"
"Non lo so. Tu prova".
"Come 'prova', scusa, il neurologo sei tu".
"Se io sarei un neurologo vero non lavorerei qui, coglione. Entra adesso, e datti un contegno. Ti ha già visto".
"Mi ha visto? Ma io credevo che questo fosse uno di quei vetri a specchio che…"
"Ma per chi ci hai preso, la spectre? Vai, vai dentro".

"Ciao. Mi chiamo Immacolato, e tu probabilm sei Abramo Taddei, detto Bar. Mi hanno detto che hai domande da farmi".
Quando sei ammanettato ai piedi posteriori di una sedia, quello che ti fa incazzare è che non ti senti veram immobilizzato. Non lo sei. Sei sempre sicuro che ci sia un qualche sistema per liberarsi. Così inizi a contorcerti. Anche il Cap, appena ho aperto la porta, ha inarcato la schiena.
"Ti prego, no, non farlo. Rischi di…"

La sedia è di ferro e ha uno schienale ruvido e appuntito. Invariabilm, dopo due-tre minuti cadi a terra di pancia, con lo schienale puntato contro le vertebre, ed è tutta colpa tua, solo tua.
"Ecco, vedi. Aspetta, ti aiuto. Non urlare".
Gli tolgo il bavaglio, per sentirgli dire:
"Ma che fottuta tortura del cazzo è questa!"
"È una tortura stupida e artigianale. Tortura Teopop".
"E cos'è questo fottuto Teopop di cui tutti parlano".
Socchiudo le palpebre. "Il-Teopop-sei-tu".
"Ma che cazzo dici".
Spalanco le palpebre. "Scusa, è la forza dell'abitudine. Il Teopop è il… è il sistema nel quale viviamo".
"Ma siamo in Italia, sì?"
"Parzialm".
"Eeeeeh?"
"Intendevo dire: parzial-mente. Siamo un po' in Italia e un po' no".
"Ma possibile che in questo ospedale di merda non ci sia nessuno che ti sa rispondere a una fottuta domanda? Che cazzo vuol dire parzialmente? Siamo in Italia o no?"
"Noi non usiamo volentieri quella parola, Italia. È una cosa del passato. A noi il passato non piace".
"Perché non vi piace?"
"Perché non esiste. Così ogni tanto cambiamo i nomi alle cose. È un modo per abituarci ai cambiamenti. Inoltre, non esistono più le nazioni sovrane come le intendi tu".
"A-no?"
"No, esistono i sistemi. È una cosa un po' complessa. Se hai pazienza, posso spiegar…"
"Non ho nessuna fottuta pazienza. Liberatemi!"

Armeggia ancora con le manette. È molto energico. Guardo al vetro: dall'altra parte c'è Damaso con un bicchiere di cicoria in mano, che mi fa no con un dito.

"Non ti posso liberare, mi spiace. Non ho le chiavi".
"Credevo che tu fossi il capo ".
"No. Sono solo la persona che risponde alle domande".
"Oh, e va bene, fanculo. In che anno siamo? Duemilaetrecento? Cinquecento?"
"Vedo che sei cosciente di essere stato ibernato".
"Ma senti questo. Uno va a dormire e si sveglia in un fottuto congelatore in mezzo a un branco di sconosciuti in camice bianco che non sanno nemmeno chi ha vinto le elezioni del '04. Tu che fottuta spiegazione ti daresti?"
"Ricordi quando sei stato ibernato?"
"Col c… ricordo che ero sul divano che mi guardavo la notte delle elezioni, e un salatino fottuto mi è andato di traverso. Tutto qui. Mi sai almeno dire chi ha vinto?"
"Chi ha vinto cosa?"
"Le elezioni più importanti del mondo! Ma in che fottuto anno siamo? Ci sarà almeno scritto nei vostri libri di storia…"
"Senti, prima te lo dico meglio è. Siamo nel 2025".

Succede qualcosa. Il Capitano, che fino a quel momento continuava a saltellare nervoso sulla sua sedia, si lascia cadere di peso. Mi guarda negli occhi. Nei suoi begli occhi azzurri c'è scritto: dimmi che non è vero.
Io mi frugo nella tasca. Da qualche parte devo avere… ecco. La tessera annonaria. Una cartapecora sottile con la scritta "2025" bene in evidenza. È un po' stropicciata, ma visibilm nuova. Gliela mostro. Aggrotta la fonte.
"Per stasera non ho altre prove con me; ma nei prossimi giorni, se sarai un po' più calmo, convincerò Damaso a farti uscire. Gireremo per la città e ti convincerai che non sto mentendo. Non ho alcun interesse a mentirti. Questo è il febbraio del 2025. Tu hai un buco di vent'anni abbondanti. Ma in questi vent'anni sono successe molte cose".
Lui sembra aver perso ogni curiosità.ora guarda un punto del pavimento.
"Mia moglie".
"Proveremo a rintracciarla. Ti dico subito che non sarà facile. Può anche darsi che non sia membra del Teopop, ma di un altro sistema. In quel caso sarà quasi impossibile".
"Devo andare su Internet".
"Non puoi, mi dispiace".
"Perché? È proibito?"
"No, noi non proibiamo nulla. Ma Internet non si usa più".
"Che cosa?"
"Ti prego, cerca di capire. Tu hai un buco di vent'anni, non è uno scherzo. Vent'anni fa Internet era una tecnologia all'avanguardia; oggi è desueta e non la usa più nessuno. Come i dischi in vinile o… i CD".
"Non avete più nemmeno i CD?"
"Buon Dio, no! Tu vent'anni fa ascoltavi ancora CD?"
"Va be', chi se ne frega. Se non c'è internet, ci sarà qualcosa di molto più avanzato, no?"
"Certo, certo che c'è".
"E allora voglio andare su quella cosa molto più avanzata, e trovare dove sta mia moglie".
"Non è possibile neanche questo, mi spiace. La cosa molto più avanzata non consente agli utenti ricerche di persone e oggetti per uso personale ".
"Ma è mia moglie!"
"Guarda, se è per quello non esistono più nemmeno i matrimoni".
"Eh?"
"Sono stati cancellati. E in ogni caso tua moglie oggi è bisbattezzata, quindi…"
"Bisbattezzata?"
"Ha cambiato nome. Abbiamo tutti cambiato nome. Sempre per il motivo che ti dicevo: abituarsi al cambiamento. Anche tu, forse è meglio se ti ci abitui. Per esempio: tu quanti anni hai?"
"Trenta".
"Ne hai trentuno. Tua moglie?"
"Ventinove. No. Trenta".
"No, Bar, non Trenta. Cinquanta".
"Ma certo, è naturale".
"Sei sicuro di trovarlo naturale?"
"Ma sì, sì. Ma lei magari è in pensiero per me".
"Bar, sono passati vent'anni. Hai capito? Vent'anni".
"Sì, sì, certo"

Scuote la testa, mansueto come un agnellino. Mi volto un attimo per gustarmi la faccia di Damaso. Sembra impassibile, ma ha ancora il bicchiere di cicoria pieno. Si è dimenticato di averlo in mano.
"Bar, ascolta. Nessuno ti vuole male, qui. Anzi, noi abbiamo bisogno di te. E tu hai bisogno di noi. Etcì".
"Salute".
"Grazie. Senti, adesso si è fatto tardi e io mi sto prendendo un accidente. Ma pensavo di tornare domani. Tu fa così: preparami una lista di domande. Dieci domande. Io le leggo e ti rispondo, così non perdiamo tempo. D'accordo?"
"Io… d'accordo. Ma dimmi almeno chi ha vinto quelle fottute elezioni".
"Italiane?"
"Americane!"
"Dammi un aiutino. I candidati erano…"
"Bush e Kerry".
"Ma sì, certo, Bush, il padre di quell'altro che…"
"Mi prendi in giro? Nel 2004 era Bush figlio!"
"Il figlio? Nel 2004? Sei sicuro".
"Come se fosse ieri. Anzi, è ieri per me".
"Sarà. Comunq credo che abbia vinto l'altro, come si chiamava…"
"Kerry?"
"Sì, direi di sì. Cioè, credo".
"E tu saresti quello che ha tutte le risposte?"
"Senti, è roba antica, in vent'anni ci sono stati tanti presidenti e non puoi pretendere che…"
"Ma quelle erano elezioni decisive!"
"Ma sì, certo, come no. Adesso scusa, devo andare.
Etcì".
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- 2025

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Il mondo senza control-zeta - il corollario dei seminaristi

Caro Leonardo,
nulla da segnalare. Come previsto, la fase di smania bellica è finita. Finite le risse al supermercato, finite le ronde, finiti i discorsi alla "niente sarà come prima". Stavolta è durata una settimana: non male, non male.
Per il resto, sembrano anni che siamo in guerra con la Libia: e in effetti sono anni che siamo laggiù in missione di pace. La sostanziale differenza è che ora siamo 'sotto attacco' da parte di fantomatici terroristi, e così, per misura cautelare, siamo passati ai razionamenti. Il razionamento energetico, in particolare, è un colpo di genio: da quando ci staccano la corrente all'una del pomeriggio non abbiamo più avuto blecaut.
Senza corrente, d'altro canto, è molto difficile lavorare. Antonio-Abate ha recuperato non so dove un paio di Olivetti, e pretende di farci scrivere i testi su quella roba. Impossibile. E' come la bicicletta: o impari da bambino, o niente. Soprattutto, è impossibile imparare quando sai già guidare un'auto a motore. Si aggiunga che non si trova più un solo millilitro di bianchetto in tutto il Teopop...

"Ma insomma come cazzo si fa il control-zeta, porcaput…"
"Su queste macchine da scrivere non c'è il control-zeta, Loreto".
"Non ci posso credere. Come si può essere così cretini da progettare una macchina senza uno straccio di…"

Loreto è cresciuto in un mondo in cui il control-zeta non è un semplice comando: è un'istituzione, una metafora della società. Come per me il semaforo rosso, credo. Ogni volta che vedo qualcosa che non devo fare, dentro di me si accende un semaforo rosso. Potenza dei simboli.
Allo stesso modo, ogni volta che fa una cazzata Loreto pensa "control-zeta". Qualche volta gli funziona, altre volte no. Col tempo si accorgerà che funziona sempre meno, ma è inutile farglielo pesare adesso.
"Cos'è che stai battendo, fammi vedere".
"Fatti i cazzi tuoi".
Una risposta così netta, nel Teopop, significa "sto bislavorando", ovvero: Non sto facendo la cosa per cui mi pagano in questo ufficio, bensì una cosa per cui mi pagano in un altro ufficio, così riesco a farmi pagare due volte la stessa unità di tempo; per favore, non immischiarti.
Io adoro bislavorare e immischiarmi nel bislavoro degli altri. "Da' qua, vediamo".

Autore: Lorreto
Oggeto: Testo per strisia tg sul lotto, numeri ritradatari, 31/1/2025


"Un'altra cosa, Loreto. Queste macchine non hanno nemmeno il controllo ortografico".
"Il che?"
"Quel software che ti corregge gli errori mentre scrivi".
"Mai usato".
"Ah no?"
"Tanto io errori ne faccio così pochi".
"Lasciamo perdere. È bislavoro per la redazione del tg, immagino".
"Immagina quel che vuoi".

Da quando la Conferensa Episcoppale a reintrodoto il giuoco del Loto, questo giuoco ha subito ripreso riconcuistato l'entusiasmo la passione l'e mozioni i favori del grande publico, che subito si è meso con grande entusiasmo a giuocare al loto (qui io ci metterei una sciena di due veccqine in una riccevitoria), in questo modo contribbuendo al rifinaniznz finanziamento delle kasse del Teopop, a lode e gloria del Signore Ns ecc.

Sopratuto l'attenzione dei giocatori piu incaliti si e' concentrata sui numeri ritardati ritardatrari, cioe' quei numeri che e' da piu' tempo ke non vengono sortegiati. Nele ultime setimane, in partixcolare, molti anno giuocato il 52 sula ruota di Sanmarco (riprese di schedine del loto con bene in evidenza il 52 IMP0RTANTE SI DEVE VEDERE BENE IL NUMER0!!!).
A diferenza di quelli che giuocano i numeri che si sono sognati, o pagano i maghi, tutte ridicole superstitioni, chi giuoca il 52, e' convinto di applicare a suo favore una legge scientifica, e cioe' la legge dei grandi numeri, secondo la cui il 52 prima o poi deve uscire, anche se potrebero passare in realta molti anni prima, ma questo il 52 non lo sa. Insomma, giocare il 52, sembra essere diventata una mania, ma giocando il 52 molte persone anno perso i loro soldi, per cui chi gioca il 52 lo fa a suo riskio e pericolo: noi consigliamo tutti: non GIOCATE IL 52! Certo, chi giocherebbe il 52, se il 52 davvero esce, guadagnerebbe TANTISSIMI DENARI COL 52!, ma non e' così facile come sembra, VINCERE COL 52. Per quets


"Lasciami indovinare: le frasi sottolineate vanno lette…"
"Con una certa enfasi, sì".
"Ma fammi capire: ti paga il Reparto Cronaca o il progetto Giochi d'Azzardo?"
"Io, veramente…"
"…stai cercando di farti pagare da entrambi. Bravo bravo".
"Mi sono ispirato ai giornali che stiamo leggendo qui, quelli di vent'anni fa. Ho visto che facevano la stessa cosa con un altro numero. Ho solo adattato allo stile giornalistico di oggi, che è, come dire…"
"Più spigliato. Buono, Loreto. A tuo modo, stai applicando il corollario dei Seminaristi".
"Eh?"
"Niente, un corollario della Prima Legge dell'Attenzione che scoprì Arci da giovane, studiando in un collegio di salesiani. A un certo punto si rese conto che ogni qualvolta un sacerdote teneva un'omelia sulle insidie della carne, la probabilità di avere una polluzione notturna aumentava drasticam".
"Ma questo cosa…"
"Per osservare la cosa in modo scientifico, decise di monitorare le polluzioni di tutta la sua camerata, che volentieri si sottopose all'osservazione sperimentale. E così Arci riuscì a dimostrare il principio dell'attenzione selettiva: ognuno di noi trattiene, di un discorso, soltanto alcune cose. I suoi compagni, ad esempio, trattenevano il concetto "carne" ed eliminavano il concetto "insidie". Allo stesso modo, c'è chi trattiene i nomi ed elimina gli avverbi, chi trattiene il significante ed elimina il significato, chi trattiene quel che vuol sentire ed elimina il resto, eccetera. E c'è anche chi trattiene i numeri e non ascolta tutto il resto. Guardacaso, è proprio quel tipo di persone in grado di giocarsi l'affitto al lotto".
"Quindi secondo te può funzionare".
"Sì, sì, funziona sempre. Basta ripetere lo stesso numero ossessivamente, tirare in ballo qualche fumosa teoria scientifica… fossi in te, aggiungerei ancora un paio di giri di parole".
"Ma devo anche montarci delle immagini".
"Cerca di farci entrare più immagini di 52 possibile. Targhe, numeri civici, titoli di giornale, va tutto bene. E qualche spunto dalla smorfia. Cos'è il 52 nella smorfia, hai controllato?"
"Varie cose. La mamma, l'abbaino, la bicicletta…"
"Perfetto, inquadra una mamma… anzi, no, una bicicletta…, aggiungi ancora un paio di "non giocate il 52", e direi che siamo a posto. Però, fossi in te ribatterei tutto quanto".
"No, non ce la posso fare".
"Te la faccio io, da' qua".
"Sul serio?"
"Sul serio. Prendo il settanta per cento".
"Sei scemo ".
"Hai ragione: te la riscrivo e te la batto e ti regalo il trenta per cento. Sono uno scemo davvero".
"Cinquanta. Ma non ti vergogni a speculare sul fatto che non so usare queste macchine del…"
"Vergognati tu, a speculare sull'attenzione selettiva dei poveri cretini. Sessanta".
"Oh, fottiti, d'accordo".
"È un piacere lavorare per te, Loreto".
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My daddy was a friendly user
(...down in New Orleans)

Mio papà, che non ne parlo mai.
Mio papà ieri è uscito con in tasca il telecomando e ha cercato di usarlo per chiamare un cliente. Risate.

Ma riflettiamo un attimo: mio padre appartiene a una generazione eroica, per la tecnologia. Nessuna, prima o dopo, ha sperimentato tante interfacce utente diverse.
Mio padre ha dovuto acquisire familiarità con la luce elettrica, il motore a scoppio, il telefono, la mietitrebbia, (strumento per nulla user friendly), e un aggeggio caseario di cui so che ha il patentino. A vent’anni ha messo su un’autofficina, a cinquanta si è convertito in conducente di gru idrauliche; ha imparato a maneggiare svariati elettrodomestici, tutti con un’interfaccia utente diversa: la cucina economica, la lavastoviglie, il tv: in pratica è arrivato fino al micro-onde e al telefono cellulare. Mi sembra decisamente il massimo di flessibilità tecnologica che si può pretendere da un uomo.

Al suo confronto, io, il presunto giovane high-tech, cos’ho scoperto? Non ho fatto che passare da una pulsantiera all’altra, e comunque erano tutte molto simili. Mai letto un manuale d’istruzioni in vita mia, eppure sopravvivo. Tanto so già che se un giorno comprerò un dvd, sui tasti ci saranno gli stessi disegnini del registratore portatile che mi regalarono alla prima Comunione (triangolo = play; cerchio = rec; due trattini paralleli = pause).

Se ora inventeranno il cellulare che legge il pensiero, prepara il caffè, cambia la programmazione tv, io sarò molto stupito. Mio padre no. Lui non può stupirsi per così poco, dopo tutto quello che ha vissuto. Mio padre è già pronto alla prossima evoluzione, il portatile-telecomando.

E potrei seguitare con altre riflessioni molto interessanti, ma vi devo salutare. Mi sta suonando il frontalino dell’autoradio.
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