De inutilitate lycei classici, oratio non confutatura

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Kalendas septembres dies sunt, quo lycei classici fautores - doctores et alumni et aliqui seduli discipuli etiam - secretos timores fugant indulgentibus cum sermonibus in periodicis diarisque. Semel in anno nostri lycei immensa excellentia ac universalis utilitas confirmandae sunt, quasi imminens periculum ne obliviscamur sit; semel in anno repetere iuvat lyceum classicum "mentem aperire" - amplius quam quodvis lyceum, quamvis scholam ex mundo! Sic dicerent institutiones internationales, si ab lycei classici alumnis regerentur. Semel in anno studiarum humanitatis laudes celebrare necesse est, ingentiore voce: quasi dubii sonus fugandus acutius in animis nostris audiatur.

Perdiu de hoc disputavimus: canis suam caudam ibi mordet. Lyceum classicum magis amata schola ab lycei classici operatoribus manet. Nulla schola in orbe terrarum lycei classici alumnos profert quam italicum lyceum ipsum. Cum multi ex alumnis istis, quibus de primato studiorum humanitatis diu magistri persuaserant, lycei classici doctores iure fieri volent, ab eis aliis junioribus discipulis de excellentia utilitateque lycei persuadendum erit. Schema Pontii hoc videtur, forsitan iampridem corruens; et kalendis septembribus tamen quidam temptat, quidam temptatur. Tantum de hoc disputavimus, ut nihil nunc ascribere prosit. Singulam minimam rem hodie denuntiamus: omnis iste locorum communum thesaurus, pro graecorum antiquorum et praecipue latinorum sermonibus, in italico scribitur ac legitur.

Non in latino.

Quia sermonem latinum nemo scribit, nemo legit, nemo comprehendit. Nullus lycei classici gloriosus alumnus unam sententiam in lingua latina componere posse vel velle videtur. Sententiam, dixi? Ne "Facebook" nomen quidem Gramellinus recte latine convertit. Considerate. Si lyceum tam efficacem est, ubi sunt latinis litteris docti viri aetatis nostrae? Quinquaginta annis ante, Cicero Pindarusque proferebantur in "Gazzettae dello Sport" columnis. Humanae litterae patrimonium commune erant. Hodie in Facebook (qui "Facierum Liber" nominari potest) italici utentes mema in anglorum lingua comunicant, quam multi duo hores solum in septem diebus studuerunt in lyceo. Hic non Tacitum, non Sallustium invenis; non "irrumabo ego vos": omnes "fuck you" scribent et comprehendunt. Ubi sunt antiqua verba, et vetustae declinationes quas per infinitam aetatem edidicimus? Donec superbi lycei veterani, doctores renuntiati, laureae chartam ad parietem affigunt, Castiglioni-Mariotti librum in cistam claudent ut numquam aperiant. Aut illum nepotibus donant, longis sermonibus adiunctum de antiquarum litterarum novitate, de antiquorum laudatorum temporis acti praesente momento.

Iam pascuum quietum lyceum classicum esse declaravimus, sive paradisum ad delectandos optimatum filios (et filias) circonvallatum; iam latina lingua non logicior vel compositior quam aliae disciplinae studii dignae et utiles nobis visa est; iam strenue alumnorum classicorum excellentiam disputavimus (quod post hoc ergo propter hoc videtur: multi discipuli excellentes iam erant lyceo ante). Hodie solum lyceum classicum inutilis esse confirmamus, non quod latinam linguam docet, sed vice versa: quod eius alumni latinum non serbant. Et cum hoc in latina lingua scribamus, confutaturi facile non sumus.

Qui potest barbaritatem meam excuset, et errores inevitabiles; non in lyceo classico meum latinum fictum est (et in Arcadia, ego?)
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In una parola, Klopstock.

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Ancora una graticola? Ma è roba vecchia.
22 gennaio - San Vincenzo di Saragozza (†304, martire citazionista).

[Si legge aggiornato qui].

San Vincenzo era diacono, come Santo Stefano, presso Saragozza (come San Braulione). Sotto Diocleziano imperatore fu arrestato, come San Sebastano, e interrogato come il suo vescovo, San Valerio. Trovato colpevole di cristianesimo, fu torturato sul cavalletto, come Santa Caterina. Siccome invece di pentirsi ringraziava i suoi torturatori, come Sant'Ignazio, il magistrato decise di arrostirlo, come San Giovanni. Dopo un po' che era sui ferri ardenti pare che abbia detto anche lui al carnefice "Voltami, son cotto", come San Lorenzo. Ma a quel punto il magistrato si stancò, e così Vincenzo rimase cotto a metà, il destino di ogni imitazione di un'originale. Le copie più riuscite molto spesso sono le più superficiali.

Vincenzo è il patrono di Lisbona, di Vicenza, del casino di Saint-Vincent, dei vinai e dei vignaioli, e di tutti noi ogni volta che vorremmo dire qualcosa di importante, di potente, anche solo una parola ma definitiva, e tutto quello che ci viene in mente è una citazione. Una frase che ha già detto qualcun altro, pensando ad altro, e che ci è rimasta attaccata addosso. Come diceva Oscar Wilde. Come diceva Voltaire. Come diceva Albert Einstein. Questi uomini insigni passano i loro giorni nell'Ade a tormentarsi e rigirarsi: questa non l'ho detta! questa forse sì, ma intendevo l'esatto contrario! Questa sicuramente, ma ripensandoci era una cazzata. Ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Davos ha detto che l'Italia deve investire nel futuro, deve smettere di considerarsi un museo: e per dimostrarlo ha citato un motto di duemila anni fa: Carpe diem! Se avete fatto un liceo italiano (i migliori del mondo) avrete già riconosciuto la citazione di Robin Williams. Il problema è che quella poesia dice l'esatto contrario, maledizione. Dopo Carpe diem viene "quam minimum credula postero", più o meno "credi al futuro quanto meno puoi". Altro che investire nel futuro, Leucò, lascia perdere, versami da bere piuttosto. E infatti se ci pensate gli studenti di Robin Williams in quel film non è che si diano troppa pena di alzare le medie del quadrimestre: preferiscono appartarsi con le ragazze, scrivere poesie o suicidarsi direttamente.

Che ci importa del futuro, qui e ora prendere tutti sette in condotta ci sembra una splendida idea.
D'altro canto le citazioni sono definite proprio dal loro essere ormai completamente estrapolate dal contesto. Come le parole. In effetti sono diventate parole. Le usiamo nello stesso modo, combinandole in frasi senza più preoccuparci della storia lunga e complessa che ce le ha portate sulla bocca. Diciamo "Faccio cose vedo gente". Diciamo "ho visto cose", e non sappiamo nemmeno più che film stiamo citando e perché. Diciamo "digitale" e le dita sono l'ultima cosa a cui pensiamo. Quanto a gennaio, non è più il mese del dio Giano da un pezzo: perché carpe diem dovrebbe sottrarsi all'incessante mutare del tempo, dei significati e dei significanti?

"Figlio del guerriero vittorioso, figlio di colui che ascolta, dall'anima semplice e pura".
Un altro esempio. Avete mai conosciuto un Bart Simpson? Credo di sì. Ne conosciamo tutti uno. È un ragazzino a tratti svogliato, a tratti iperattivo, dal quale possiamo aspettarci azioni di efferata crudeltà e insospettabile eroismo. Se poi ha pure i capelli a spazzola e gira in skate, magari c'è capitato di chiamarlo Bartsimpson. C'è una possibilità non remota che un giorno, quando il cartone animato oggi più famoso al mondo sarà solo una curiosità per archivisti, bartsimpson resista come sostantivo - se ce l'hanno fatta mecenate e donchisciotte, perché no? Persino gianburrasca ha avuto una chance, e non ditemi che avete mai letto davvero il Giornalino di Gian Burrasca. Chi dice "casanova" quasi mai ha letto l'Histoire de ma vie; chi userà in una lingua del futuro "bartsimpson" per dire "bimbo iperattivo" non saprà nulla del vero Bart, della sua infanzia difficile, del tormentato rapporto col padre, il bullismo subito a scuola, le umiliazioni... bartsmpson non sarà più un discorso, ma solo una parola. E non ha nessuna importanza che questa parola conservi la traccia di secoli di discorsi. Abbiamo già visto che "Bartolomeo" è un ibrido curioso: il prefisso aramaico "Bar" sta per "figlio", mentre "Tolomeo" è una voce greca per "guerriero", come si conveniva al nome di una dinastia egizia fondata da un soldato macedone. Bart è il figlio di un guerriero (quanti secoli di significato in quella misera t). Ed è Simpson, ovvero figlio dei semplici - ma questa è l'etimologia più superficiale. In realtà "Simp-" è una corruzione dell'anglo "Simme", che può essere sia la versione nordica dell'ebraico "Simon" (colui che ascolta), sia una corruzione di Sigmund. In questo caso "Sig" starebbe per vittoria, "mund" per uomo, e Simpson significherebbe: figlio dell'uomo vittorioso. In una lingua impossibile, che mantenesse il ricordo di tutti significati transitati da ogni sillaba, "Bart" e "Simpson" sono quasi sinonimi: figlio del guerriero, figlio del vincitore. Come due fratelli che ignorano di esserlo, pur vivendo a fianco da una vita. Solo dimenticandosi della loro origine possono funzionare assieme. E in effetti Matt Groening quel giorno non aveva la minima idea degli ingredienti che stava mescolando: scelse Bart forse perché anagramma di "brat", e "Simpson" era il cognome perfetto per una famiglia di sempliciotti. Inventare una parola significa strapparla a viva forza da un contesto, e darle un senso nuovo. Uscire dal museo e buttarsi nella mischia. Carpe diem, come disse Renzi.

Il fatto di vivere in un mondo saturo di discorsi, dove ogni parola che ci viene in mente è una citazione, forse non dovrebbe tormentarci. Peraltro non è una novità, ci sono stati altri periodi così. Forse tutti i periodi sono così, anche se a posteriori non è sempre facile accorgersene. Alcuni di voi avranno certamente letto da ragazzini il capolavoro del Federico Moccia del secolo XVIII, tal Wolfgang Goethe - in seguito seppe riciclarsi egregiamente come autore di testi per adulti seri, ma nel nostro cuore è sempre stato l'autore di quell'agile romanzetto che lanciò la moda della giacca blu col panciotto giallo - e anche quella dei suicidi tra i lettori più sensibili - i Dolori del Giovane eccetera. Se l'avete letto nel periodo giusto forse ricordate ancora la notte di lampi e tuoni in cui il Giovane Imbucato a una festa di nobili conosce Lotte e s'innamora di lei. L'espressione "colpo di fulmine" forse prima non esisteva, ma il momento in cui il Giovane si infiamma davvero non coincide con un tuono o con un lampo. Il grosso della tempesta è già passato, quando Lotte pensosa alla finestra pronuncia la parola che lo infiammerà, condannandolo a un amore impossibile e alla lunga mortale.

Questa parola è "Klopstock".

Ciò mi ha sempre fatto ridere.

(continua sul Post...)
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5 pagine di letteratura che il tuo prof non vuole che tu legga

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O raga io il titolo l'ho fatto, e spero tiri su tanti clic, ma farci anche un pezzo era troppo sbatti. Ci metto le prime cose che mi vengono in mente, e se qualcuno ha altre cosacce da segnalarmi fatevi sotto (non vi pago).

1. Ve lo ficcherò nel **** e quindi in *****.
Al liceo Catullo rischia di passare per quello sdolcinato, per via di quella specie di rap sui centomila baci che faceva ridere anche i critici suoi contemporanei - ecco, forse sui banchi di scuola passa un po' inosservata la risposta che Catullo servì a due di questi critici, Aurelio e Furio (in realtà grandi amici del poeta), in un componimento che a mio parere surclassa quello dei bacetti - ma è un confronto impietoso, tipo chiudere Jovannotti in una gabbia di polli con 50cents. Qui la versione originale con una traduzione adeguata.

2. E la violaciocca / fa certi lavoretti con...
Aldo Palazzeschi è un genio assoluto di cui tutti conoscono almeno una poesia; purtroppo nel 90% dei casi (Berlusconi incluso) è Rio Bo. Ma al riparo dagli sguardi degli studenti elementari, Palazzeschi era capace di ben altro. Nei Fiori, mentre riflette sulla sua intermittente sessualità, distrugge l'idillio ottocentesco a base di giardini profumati, giocando assegnando a ogni specie floreale qualche deviazione sessuale. Un esilarante inno contro la natura (molto più leopardiano di qualsiasi epigono di Leopardi), e in un certo senso contro la vita.

I fiori (1913)

Non so perché quella sera,
fossero i troppi profumi del banchetto...
irrequietezza della primavera...
un’indefinita pesantezza
mi gravava sul petto,
un vuoto infinito mi sentivo nel cuore...
ero stanco, avvilito, di malumore.
Non so perché, io non avea mangiato,
e pure sentendomi sazio come un re
digiuno ero come un mendico,
chi sa perché?
Non avevo preso parte
alle allegre risate,
ai parlar consueti
degli amici gai o lieti,
tutto m’era sembrato sconcio,
tutto m’era parso osceno,
non per un senso vano di moralità,
che in me non c’è,
e nessuno s’era curato di me,
chi sa...
O la sconcezza era in me...
o c’era l’ultimo avanzo della purità.
M’era, chi sa perché,
sembrata quella sera
terribilmente pesa
la gamba
che la buona vicina di destra
teneva sulla mia
fino dalla minestra.
E in fondo...
non era che una vecchia usanza,
vecchia quanto il mondo.
La vicina di sinistra,
chi sa perché,
non mi aveva assestato che un colpetto
alla fine del pranzo, al caffè;
e ficcatomi in bocca mezzo confetto
s’era voltata in là,
quasi volendo dire:
"ah!, ci sei anche te".

Quando tutti si furono alzati,
e si furono sparpagliati
negli angoli, pei vani delle finestre,
sui divani
di qualche romito salottino,
io, non visto, scivolai nel giardino
per prendere un po’ d’aria.
E subito mi parve d’essere liberato,
la freschezza dell’aria
irruppe nel mio petto
risolutamente,
e il mio petto si sentì sollevato
dalla vaga e ignota pena
dopo i molti profumi della cena.
Bella sera luminosa!
Fresca, di primavera.
Pura e serena.
Milioni di stelle
sembravano sorridere amorose
dal firmamento
quasi un’immane cupola d’argento.
Come mi sentivo contento!
Ampie, robuste piante
dall’ombre generose,
sotto voi passeggiare,
sotto la vostra sana protezione
obliare,
ritrovare i nostri pensieri più cari,
sognare casti ideali,
sperare, sperare,
dimenticare tutti i mali del mondo,
degli uomini,
peccati e debolezze, miserie, viltà,
tutte le nefandezze;
tra voi fiori sorridere,
tra i vostri profumi soavi,
angelica carezza di frescura,
esseri puri della natura.
Oh! com’ è bello
sentirsi libero cittadino
solo,
nel cuore di un giardino.
- Zz... Zz…
- Che c’è?
- Zz... Zz...
- Chi è?
M’avvicinai donde veniva il segnale,
all’angolo del viale
una rosa voluminosa
si spampanava sulle spalle
in maniera scandalosa il décolleté.
- Non dico mica a te.
Fo cenno a quel gruppo di bocciuoli
che son sulla spalliera,
ma non vale la pena.
Magri affari stasera,
questi bravi figliuoli
non sono in vena.
- Ma tu chi sei? Che fai?
- Bella, sono una rosa,
non m’hai ancora veduta?
Sono una rosa e faccio la prostituta.
- Te?
- Io, sì, che male c’ è?
- Una rosa!
- Una rosa, perché?
All’angolo del viale
aspetto per guadagnarmi il pane,
fo qualcosa di male?
- Oh!
- Che diavolo ti piglia?
Credi che sien migliori,
i fiori,
in seno alla famiglia?
Voltati, dietro a te,
lo vedi quel cespuglio
di quattro personcine,
due grandi e due bambine?
Due rose e due bocciuoli?
Sono il padre, la madre, coi figlioli.
Se la intendono... e bene,
tra fratello e sorella,
il padre se la fa colla figliola,
la madre col figliolo...

Che cara famigliola!
È ancor miglior partito
farsi pagar l’amore
a ore,
che farsi maltrattare
da un porco di marito.
Quell’oca dell’ortensia,
senza nessun costrutto,
si fa sì finir tutto
da quel coglione
del girasole.
Vedi quei due garofani
al canto della strada?
Come sono eleganti!
Campano alle spalle delle loro amanti
che fanno la puttana
come me.
- Oh! Oh!
- Oh! ciel che casi strani,
due garofani ruffiani.
E lo vedi quel giglio,
lì, al ceppo di quel tiglio?
Che arietta ingenua e casta!
Ah! Ah! Lo vedi? È un pederasta.
- No! No! Non più! Basta.
- Mio caro, e ci posso far qualcosa
io,
se il giglio è pederasta,
se puttana è la rosa?
- Anche voi!
- Che maraviglia!
Lesbica è la vainiglia.
E il narciso, quello specchio di candore,
si masturba quando è in petto alle signore.
- Anche voi!
Candidi, azzurri, rosei,
vellutati, profumati fiori...
- E la violacciocca,
fa certi lavoretti con la bocca...
- Nell’ora sì fugace che v’è data...
- E la modestissima violetta,
beghina d’ogni fiore?
Fa lunghe processioni di devozione
al Signore,
poi... all’ombra dell’erbetta,
vedessi cosa mostra al ciclamino...
povero lilli,
è la più gran vergogna
corrompere un bambino
- misero pasto delle passioni.
Levai la testa al cielo
per trovare un respiro,
mi sembrò dalle stelle pungermi
malefici bisbigli,
e il firmamento mi cadesse addosso
come coltre di spilli.
Prono mi gettai sulla terra
bussando con tutto il corpo affranto:
- Basta! Basta!
Ho paura.
Dio,
abbi pietà dell’ultimo tuo figlio.
Aprimi un nascondiglio
fuori della natura!

(clicca qui per leggere altre pagine esilaranti e un po' porno che i tuoi prof non vorrebbero mai che leggessi).
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È eh

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"La lingua! Ci rifletti mai?"
"Eh".
"Che cosa incredibile. Che fonte di affascinanti misteri e paradossi. Pensa alle flessioni".
"Preferirei di no".
"Gli antichi indeuropei avevano forse declinazioni a dieci casi, che si sono poi andate semplificando".
"Mano male".
"Il latino - come sai bene - conosceva sei casi, l'italiano uno solo. Ma questo che significa?"
"Non saprei".
"Che gli uomini preistorici avevano una grammatica più complessa della nostra?"
"Eh".
"Che affascinante mistero. Leggevo proprio ieri che due linguisti, attraverso un attento studio comparativo, sono arrivati a individuare la prima parola universale".
"Eh?"
"Precisamente: è la prima parola comprensibile in tutte le lingue del mondo".
"E quale sarebbe?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho già detta, eh".
"Va bene, mi sarà sfuggita".
"Ma no, è eh".
"Vabbe', è inutile che mi ridi in faccia".
"Non ti sto ridendo in faccia. Ti sto dicendo che la prima parola universale è eh".
"È un indovinello?"
"Non è un indovinello. È eh".
"Va bene. Mi è sfuggita. Forse mi ero distratto. Me la puoi benissimo ridire, che ti costa?"
"Ma te l'ho ridetta".
"Ah sì?"
"Sì, è eh".
"...E ti dispiacerebbe enormemente ridirmela di nuovo?"
"Eh".
"Eh?"
"Precisamente".
"Precisamente è la prima parola universale?"
"No, eh".
"E allora la prima parola universale è..."
"Però per favore concentrati".
"Sono concentrato".
"È la prima parola universale. Tutti i popoli del mondo la possono capire".
"Tutti".
"Ha lo stesso significato in tutte le lingue. Non possono esserci fraintendimenti, equivoci, errori".
"E questa incredibile parola è..."
"Eh. Se la dici a un ottentotto, lui capisce quello che stai cercando di dirgli. Eh".
"Non sono un ottentotto".
"A maggior ragione".
"E quindi?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho appena detta".
"Ah sì?"
"Eh".
"E RIDIMMELA UN'ALTRA VOLTA".
"EH! EH! EH È LA PRIMA PAROLA UNIVERSALE".
"CE L'HAI CON ME? PENSI CHE SIA DIVERTENTE?"
"NON È DIVERTENTE. È EH".
"GIANNI, ASCOLTAMI, SIAMO SU UN BLOG IMPORTANTE. UN LUOGO DOVE SI FANNO DISCUSSIONI RAFFINATE. ORA PER FAVORE, DIMMI 'STA CAZZO DI PAROLA UNIVERSALE".
"MAVAFFANCULAMAMMET'"
"Lo sospettavo".
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Difficilis, querulus, laudator temporis acti

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Ma siamo sicuri che sia una tragedia se calano un po' le iscrizioni ai licei classici? In realtà calano anche gli iscritti agli scientifici, ma inevitabilmente si finisce per discutere dei licei classici, e di paventarne la fine, e con essa il crollo della civiltà italiana tutta. Vedi Giorgio Israel sul Messaggero: "Se muore il liceo classico muore il paese". Può anche darsi. Per ora il classico non muore, ha soltanto registrato un calo di iscrizioni a livello nazionale intorno allo 0,6%. È grave? Lo stiamo perdendo? Vogliamo almeno aspettare giugno, e confrontare con il dato dei promossi? Forse l'anno scorso si era iscritto qualche migliaio di studenti in più che a dicembre aveva già capito di aver sbagliato scuola. O magari è la crisi economica che comincia a picchiare davvero, anche sui progetti familiari a lungo termine: se meno famiglie scelgono il liceo (classico o scientifico), è perché non sono più sicure di potersi permettere di mantenere il figlio all'università. Potrebbe trattarsi insomma di una questione economica, ma in rete e sui giornali continuo a leggere allarmi accorati sulla fine della cultura classica  assassinata dal pensiero unico, dalla barbarie tecnoscientifica del 'sapere applicato', eccetera eccetera eccetera.

Chi scrive questo genere di cose continua a difendere la vecchia idea del liceo classico che 'apre la mente', anche se non offre competenze immediatamente spendibili, anzi proprio per questo: un luogo comune contro-intuitivo che però è strenuamente difeso da esperti che molto spesso nei classici per coincidenza ci lavorano. Nessuno sembra voler ricordare che il liceo classico, oltre a essere quella famosa fucina di intelligenze eclettiche che il mondo ci invidierebbe, è stato sempre uno status symbol: ci andavano i rampolli delle buone famiglie, non necessariamente i più dotati o motivati. Gli stessi poi proseguivano attraverso l'università, approdando a un buon posto di lavoro a cui erano destinati, spesso non per i meriti maturati studiando i classici. Se in qualche realtà - specie in provincia - questo tipo di civiltà stesse tramontando, io non la troverei una cattiva notizia. Sono sicuro che di studenti di materie classiche abbiamo bisogno. Ma non di tantissimi. Anzi, meglio se pochi, ma bravi veramente.

Io non credo che il liceo classico 'apra la mente' più di altri indirizzi di studio (continua sull'Unita.it, H1t#196)

Non capisco in che modo lo studio della grammatica e della letteratura latine o greche riuscirebbero a sviluppare le capacità critiche degli studenti meglio di qualsiasi altra materia. E siccome il mio parere lascia il tempo che trova, scomoderò l’auctoritas del professor Alfonso Traina: “Il latino non è più “logico” di qualunque altra lingua. Tutte le lingue hanno una loro “logica”, cioè un loro sistema: formativo è lo studio contrastivo di sistemi linguistici diversi, della lingua madre, per noi l’italiano, e di una lingua seconda, che può essere il latino come il greco antico o qualunque lingua moderna. È lo studio contrastivo a stimolare la riflessione sui meccanismi del linguaggio, la consapevolezza delle relatività delle categorie grammaticali e delle “visioni del mondo” che vi si esprimono. Anzi, a tale scopo sarebbe forse più utile una lingua geneticamente diversa dall’italiano”(¹).
È vero, molti studenti con la maturità classica ottengono ottimi risultati anche nelle facoltà scientifiche, ma trovo più semplice dedurne che si tratti di alunni brillanti, che avrebbero avuto ottimi risultati in qualsiasi cosa si fossero applicati: il fatto che in Italia li si addestri per cinque anni nella traduzione di testi in lingue morte mi sembra una resistenza culturale, forse uno spreco di risorse e di potenzialità. Non penso che il liceo classico favorisca una qualche forma di eclettismo culturale: mi sembra viceversa un indirizzo di studi molto specifico, da cui in teoria si dovrebbe uscire con competenze già molto raffinate. E ho la sensazione che questo non accada più, perché tutti questi latinisti e grecisti in giro non li vedo – d’accordo, non li vedo perché il mercato del lavoro non ne ha bisogno; ma dopo cinque anni di immersione in un mondo così diverso e affascinante, dovrei almeno sentirli scambiare qualche sentenza in latino ogni tanto, quando scrivono sui blog o sui giornali o quando cercano di colpirti con un detto memorabile in tv. Di solito copiano frasi fatte dai titoli di giornale, Cicerone mai: questo è ben strano. Una volta perlomeno non era così.
Credo che per constatare la crisi irreversibile della cultura classica in Italia – molto prima che il liceo accusasse una flessione di iscrizioni – si possa semplicemente dare un’occhiata alle annate della Gazzetta dello Sport e degli altri quotidiani dello stesso settore. Fino al 1985 nei fondi troveremo latinismi a iosa, se non proprio a vanvera, citazioni omeriche a buon mercato e voli pindarici ogni volta che uno scalatore si aggiudicava la tappa. I cronisti della vecchia scuola il latino lo avevano studiato, qualche volta persino il greco, e in un qualche modo erano riusciti a rivenderlo. La generazione successiva non si è mai permessa di scomodare l’Iliade per parlare delle imprese di un centravanti. Forse erano preoccupati di non arrivare al lettore medio? Ma nel frattempo la base dei lettori si era persino ristretta. Comunque è gente che ha sopratutto bisogno di foto grosse e didascalie molto chiare. Il giornalismo sportivo campa da sempre di frasi fatte e retorica a buon mercato: fino a 25 anni fa li rubacchiava anche dalle pagine dei classici, poi ha smesso. Non ci sono più aitanti e indomiti centromediani metodisti, adesso sono tutti top player. Questo non è il motivo per cui il liceo classico è in crisi: diciamo che è un sintomo suggestivo. Può darsi che al classico il latino e il greco si continuino a studiare bene come in passato. La differenza è che non escono più da porte e finestre, verso la piazza; non investono più i lettori casuali che ancora nel 1968 imparavano a dire “Timeo Danaos et dona ferentes” perché lo avevano letto su un fumetto di Asterix(²). È un processo lungo, e oltre a stracciarsi le vesti, i nostri esperti di scuola e didattica potrebbero riflettere sulle implicazionidi aver tolto la storia antica dalla secondaria inferiore: il tredicenne che oggi deve scegliere tra un liceo o un istituto, il più delle volte non sa chi sia Giulio Cesare; pretendere che si innamori del latino così, di punto in bianco, forse è un po’ ingiusto. http://leonardo.blogspot.com
(¹) Latino perché? Latino per chi?, “Nuova Paideia”, II, 5, 1983, poi in Traina-Perini, Propedeutica al latino universitario, Bologna, 1992. Anche se prosegue così: “Ma proprio perché il latino non è che una fase antica dell’italiano, ci aiuta a renderci conto dello strumento linguistico che usiamo. E al limite, a usarlo meglio”.
(²) Asterix il legionario, Milano 1968.
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Кѷриллъ и Меѳодїи!

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14 febbraio - Santi Cirillo (827-869) e Metodio (815-885), linguisti, missionari, disegnatori di alfabeti

Scusate il ritardo, ero in giro a bullarmi perché sono l'autore del blog che aveva previsto le dimissioni del Papa con 14 mesi d'anticipo. In realtà non ci voleva molto, secondo me lo sapevano un po' tutti, ma nel giornalismo moderno se non fai la faccia stupita non ti si fila nessuno, un Papa stanco, wow! ma com'è possibile! ha solo millanta anni e bypass dappertutto! Comunque come sapete ieri era San Valentino, e mentre tutto il mondo cattolico e no pensava a scambiarsi sciocchi e futili pegni d'amore, i linguisti ricordavano i loro Santi, i loro eroi. Cirillo e Metodio non inventarono, come dicono in tanti (e l'ho detto tante volte anch'io) l'alfabeto cirillico, il più usato da Belgrado a Vladivostok, il primo a lasciare la Terra con gli Sputnik. Più probabilmente l'alfabeto da loro disegnato è il Glagolitico, che nelle steli più antiche che ci sono rimaste è un bizzarro mosaico di aste e cerchiolini che avrebbe potuto inventarsi un Tolkien ubriaco di sidro. In ogni caso è stato il primo alfabeto slavo (prima forse c'erano delle rune di cui si è persa ogni traccia, scarabocchi da stregoni, niente che valesse veramente la pena). Se l'invenzione della scrittura è il discrimine tra Storia e preistoria, la Storia slava comincia tardissimo, con questi due fratelli linguisti che non erano nemmeno così slavi. Forse da parte di madre (si chiamava Maria). Il padre, Leo, era un graduato dell'esercito bizantino a Tessalonica, oggi Salonicco, Grecia. Non chiedetevi cosa ci facesse una slava a Salonicco. Già da qualche secolo gli slavi erano un po' dappertutto tra steppe e Balcani. Lo stesso nome, "slavi", era già un sinonimo per lavoratore di infimo grado, senza diritti, alla mercé del padrone (oggi si dice "precario"): allo stesso modo in cui chiamiamo "polacche" le badanti anche quando sono bielorusse, a quel tempo se la tua matrona si lamentava di non aver tempo per svuotare la fossa biologica le rispondevi "pigliati una sklava, una slava", poi in italiano è diventata schiava e in inglese slave.  Ora che lo sapete ogni volta che dite "slavo" vi sentirete in imbarazzo, e prima o poi bisognerà porsi il problema di quanto sia poco politically correct chiamarli così, invece di, boh, persone "diversamente europee"? No, ma pensiamoci.


Dei due il primo a far parlare di sé è il secondogenito, Cirillo. Pensate a lui come quel classico compagno di scuola che senza fatica prende tutti i dieci nelle lingue straniere, ogni volta che apre la bocca sembra che qualcuno abbia cambiato la lingua del film col telecomando, è un dono di natura. Cirillo parlava greco e slavo ma questo era il minimo, Cirillo parlava anche correntemente l'arabo e il samaritano. L'ebraico no perché ai suoi tempi era una lingua morta come oggi il latino, usata soltanto nei riti religiosi (nell'uso comune è risuscitata molto più tardi): sapeva comunque leggerlo. Il talento per le lingue gli consentì di viaggiare per una buona parte del mondo conosciuto. In un secolo in cui solo i militari mettevano il naso fuori dai confini del proprio feudo, Cirillo fu inviato dai bizantini presso il califfo al-Mutawakkil: scopo della missione, spiegare la trinità ai teologi islamici (e poi forse c'erano altre questioni diplomatiche che non sappiamo). Possiamo dedurre che fu un buco dell'acqua, da un punto di vista teologico perlomeno: l'Islam continuò a contrapporre il suo monoteismo radicale alle strane derive triangolari degli infedeli. Forse prima di spiegare la trinità ai musulmani avrebbero fatto meglio i teologi del tempo a spiegarsela tra loro, visto che stavano ancora litigando sulla posizione del Figlio rispetto allo Spirito Santo (lite che dura tuttora). In ogni caso Cirillo si difese bene, e qualche tempo dopo fu inviato presso i Khazari, quel popolo di cui nessuno vi ha mai parlato a scuola perché scappa da ridere anche agli insegnanti quando sarebbe ora di parlare dei Khazari; e dire che ci si potrebbe scrivere un post bellissimo solo sui Khazari, il cui khanato si estendeva dalla Crimea al Lago d'Aral: una potenza militare che i bizantini corteggiavano da più di un secolo. Poco tempo prima i clan della classe dirigente khazara avevano preso una decisione singolare: volendo abbandonare la vecchia religione del loro passato nomadico e passare a uno di quei monoteismi moderni che andavano così di moda, avevano optato per... l'ebraismo, il più sfigat diversamente fortunato dei tre. Cirillo era stato inviato forse per invitarli a desistere, a preferire il bel credo niceno-costantinopolitano: anche in questo caso niente da fare, tutti probabilmente lodarono il suo bell'accento khazaro, ma nessuno fece caso ai contenuti.

La conversione dell'ebraismo dei khazari è a tutt'oggi una questione molto controversa, perché anche se oggi sono una curiosità di eruditi, tra il settimo e il decimo secolo i khazari erano una nazione popolosa, o come si diceva nella zona, un'orda. Erano già il risultato di infinite mescolanze euroasiatiche, e tra loro vivevano ebrei sin dai tempi della diaspora e forse anche da prima. Ma è corretto affermare che a un certo punto l'ebraismo divenne la loro religione di Stato? Magari fu solo la mania passeggera di qualche ricca famiglia, come quando Madonna portava i braccialetti della kabbalah, chi lo sa (continua sul Post...)
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Il Santo che sapeva leggere, persino

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Ambrogio è uno dei pochi santi
dell'antichità di cui abbiamo la sensazione
di conoscere davvero il volto: il mosaico
nella sua basilica è quasi una fototessera
 (io me ne sarei fatta scattare un'altra
con le orecchie allineate, ma vabbe', vanità).
7 dicembre - Sant'Ambrogio, già Aurelius Ambrosius, 339-397, vescovo di Milano, dottore della Chiesa.

[Si legge intero qui]

In certe giornate di giugno, non potendo fare diversamente, mia madre mi caricava in macchina e mi portava con sé al lavoro, nella scuola materna che pochi anni prima avevo frequentato anch'io. Ero già più alto e robusto dei suoi alunni, e disponevo di tutto il necessario per sbulleggiarli, tranne l'inclinazione. Me ne stavo per lo più seduto su una panca, o un gradino, o un'altalena, a leggere qualcosa - era incredibile quanti libri ci fossero in un istituto per non alfabetizzati, ed era tutta roba di qualità, i classici, Rodari Lodi Calvino. A volte leggevo ad alta voce ai bimbi che me lo chiedevano peffavore, altre volte uno di loro veniva a chiedermi cosa stessi facendo, senza nessuna ironia: perché me ne stavo impalato davanti a quelle pagine senza leggerle? Dopo il mio iniziale stupore, mi ero rassegnato a spiegare ogni volta l'arcano.

"Sto leggendo con gli occhi".
"Eh?"
"Non c'è bisogno di parlare quando si legge. Si può fare anche solo con gli occhi".
"Cioè tu stai leggendo?
"Eccerto".
"Non ci credo. Dimmi cosa c'è scritto qui".
"Schiaccia il piede Cipollone / al gran principe Limone".
"Ma come fai?"
"Ma niente, è facile, alle elementari lo insegnano anche a te vedrai".
"Ma la maestra..."
"Anche la maestra sa leggere con gli occhi se vuole. Usa la bocca solo per leggere le fiabe a voialtri analfabeti".
"MAESTRA! TONDELLI MI A DETTO ALFANABETA!"
Giuro, mi chiamavano Tondelli già all'asilo.

Quando penso ad Ambrogio mi vengono sempre in mente quelle giornate di giugno in cui per la prima volta mi sentivo un grande in mezzo ai piccoli; uno che sa fare senza difficoltà qualcosa che loro nemmeno riescono a immaginare. Forse Ambrogio si è sentito così tutta la vita, l'unico adulto di tutta Milano, di tutto l'impero. Nelle sue Confessioni Agostino riporta, sbalordito, un dettaglio illuminante: Ambrogio sapeva leggere senza parlare, senza nemmeno muovere le labbra! Ma perché faceva così? Forse, riflette Agostino (certo non l'ultimo arrivato, anzi un famoso docente di retorica, uno specialista della parola orale e scritta), forse era un modo per non affaticare le corde vocali, stressate dalle continue prediche e orazioni. Si direbbe che al più grande intellettuale e scrittore del quinto secolo sfugga la semplice evidenza che leggere con gli occhi è il modo più spiccio. Quindi, insomma, i contemporanei di Agostino e Ambrogio non sapevano leggere in silenzio. Forse non era sempre stato così, per esempio Plutarco rappresenta sia Alessandro Magno sia Giulio Cesare nell'atto di leggere in silenzio almeno dei brevi biglietti. Magari verso il quarto secolo la qualità delle scuole era calata drasticamente: non possiamo saperlo perché non c'erano ancora le ricerche Ocse o Invalsi (continua sul Post)
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Contra Probvum (et Probolinos)

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1) L'Appendix Probi

Un millennio e mezzo fa un maestro di grammatica, stanco di leggere e ascoltare sempre gli stessi errori, decise di stilarne una lista. Agli studenti non restava che memorizzare, e la lingua era salva. Già, ma quale lingua? Quella del maestro era ancora il latino. Quella dei suoi studenti non lo era già più. La sua lista, chiamata Appendix Probi perché si trova aggiunta in appendice al manuale di grammatica di Valerio Probo, ha avuto una curiosa fortuna.

Paradossalmente, se il maestro fosse riuscito a correggere per sempre gli errori che trovava insopportabili, nessuno si oggi si ricorderebbe più di lui (il buon maestro è quello che scompare). Invece quegli errori si dimostrarono avversari tenaci: continuarono a ripresentarsi, generazione dopo generazione, finché la buona vecchia lingua capitolò. Così l'autore dell'Appendix (chiamiamolo Probo, per comodità) è passato alla Storia. La sua lista è uno dei documenti più importanti per gli storici della lingua. Non latina: italiana.

Noi oggi non studiamo l'Appendix Probi per i termini a sinistra (che stanno in tutti i vocabolari di latino), ma per quelli a destra. Secondo il Probo grammatico erano errori; noi le riteniamo le prime tracce della nuova lingua che stava nascendo, dalla decomposizione della vecchia. “Speculum, non speclum!”, tuonava il povero Probo. E noi grazie a lui capiamo che già nel IV secolo la u centrale era fuori uso, la C picchiava contro la L e in qualche secolo l'avrebbe assimilata. Infatti oggi diciamo “specchio”. “Viridis, non virdis”. Oggi si dice “verde”. “Auris, non oricla!”: oggi diciamo “orecchie”. Ma la più buffa di tutte resta sempre “Aqua, non Acqua!” Povero Probo, tu non hai nessuna colpa. Anzi, hai il grandissimo merito di aver recitato la parte del severo e ottuso difensore del passato. Per te esisteva una sola lingua, che non sarebbe cambiata mai. Noi sappiamo invece che la lingua cambia in continuazione, e cerchiamo di cavalcarla come possiamo.

D'altro canto, tutta questa evoluzione non può che spaventarci: non si tratta solo di prendere consapevolezza che i bei tempi delle elementari, delle regolette e delle certezze sono finiti. Il fatto è che la novità nasce sempre dalla decomposizione delle forme antiche: e la decomposizione, vista da vicino, fa un po' schifo. Pensate all'orrore istintivo che nutriamo per le K. Eppure i nostri figli o nipoti prima o poi le useranno; non c'è niente da fare: sono comode. I grammatici lo sanno, e se interpellati mostrano sempre una certa disarmante tolleranza. Il fatto è che non ci stanno a fare la figura del povero Probo: non vogliono passare alla Storia per aver tentato di non farla passare. I probolini di oggi, o “grammar nazi”, come li chiamano, li trovi altrove. Su internet per lo più.

Non è un caso. Se i network diventano “sociali”, per prima cosa bisognerà dimostrare di saper stare in società. Più che filologia, si tratta di galateo: disporre gli accenti come le posate in tavola. Inutile chiedersi perché qui no e lì sì: sarebbe come chiedersi il motivo della forchetta dell'insalata, e comunque alle elementari tutti questi perché non ce li fornivano. Se per caso un grammatico viene a cena, rischia di beccarsi dei rimproveri perché accenta “sé stesso” o scrive “obbiettivo” con due b. Il curioso fenomeno per cui alcuni blog sono meno tolleranti dei vocabolari si spiega abbastanza semplicemente: Devoto/Oli e Zingarelli non hanno nulla da dimostrare; i blogger sono parvenu che vivono di parole, la loro autorevolezza poggia sui fragili pilastri della popolarità. Spesso lo snobismo non è che una forma di difesa preventiva.

Per questo capita a intervalli abbastanza regolari che su un blog compaia una lista, proprio come quella di Probo: l'ultima l'ha buttata giù Guia Soncini (tirandomi in ballo), ma in questi anni ne ho lette tante, ormai è un sottogenere. Io, sarà anche perché passo la vita a correggere errori stupidi senza trovarci più nulla di divertente, continuo a essere affascinato più dalla colonna destra che da quella sinistra. Lo so che non si scrive “anedottica”, ma trovo curiosa la persistenza dell'errore. C'è stato un tempo in cui anche “malinconia” era un errore; il Probo di turno lottò per salvare “melanconia”, invano: la parola “male” era troppo a portata di lingua per impedire la contaminazione; e magari i nostri discendenti per un motivo simile diranno “malinconoia”, chi lo sa? Io spero di no, ma preferisco una lingua che cambia a una lingua che si congela e muore.

Per questo motivo volevo inaugurare l'Autunno/Inverno con un'Appendix al contrario: ecco i termini che, per quel che mi riguarda, non sono più errori: ovvero, io non perderò più tempo a correggerli. Il che non significa che li commetterò: nella maggior parte dei casi continuerò a scrivere come mi hanno insegnato i miei maestri. Ma per abitudine, o magari in segno di affetto nei loro confronti. Voi invece siete liberi di fare come credete. Se vi aspettate segni rossi da me, non li avrete. Qui si viene a tavola un po' così, alla buona: tutto è permesso, basta che non pestiate il capslock.


2) L'Appendix Leonardi

Si scrive po', ma si può scrivere anche .

Lo so che fa schifo, ma dovete accettarlo: quell'apostrofo è condannato. Spacciato, dal momento in cui le tastiere hanno soppiantato la penna a sfera. Tutte le regole e le raccomandazioni e i compiti di punizione non possono passar sopra al semplice fatto che “pò” si scrive con due pressioni del dito, e “po'” con tre. (Inoltre, avete notato? Tra virgolette quasi scompare). Un risparmio di energia pari al 33% non è una cosa contro cui si possa lottare: nei tempi lunghi l'avrà vinta lui. Io continuerò a scrivere po', e a correggerlo sul posto di lavoro: ma è una battaglia persa, che vi esorto a disertare. È già successo nei secoli che un apostrofo si confondesse tra gli accenti, e non è cascato il mondo. Non dovrebbe succedere neanche stavolta.

Si scrive “un'anima”, ma per me si può scrivere anche “un anima”.

...E di colpo le prestazioni dei miei studenti migliorerebbero del 13%; il tempo che dedico a correggere apostrofi inutili si ridurrebbe dell'80%, e tutti avremmo risparmiato un sacco di tempo da dedicare a cose più interessanti: per esempio a imparare a scrivere bene, che è cosa che poco o nulla c'entra con gli apostrofi. La differenza tra troncamento ed elisione teniamocela per l'università.

Si scrive “qual è”, ma per me si può scrivere anche “qual'è”.

Vedi sopra. Perché insomma, cominciamo ad avere un'età: oltre a non esser più i cocchi della maestra, non siamo nemmeno più quei giovani tromboni che si riconoscevano a distanza grazie all'apostrofo rivelatore: se sapevi scrivere “qual è” eri del club. Peccato che non avessimo chiaro di che club si trattasse. Pensavamo che fosse quello dei futuri grandi scrittori, invece era il circolo sociale dei correttori di bozze e maestrini frustrati. Voi fate come volete, io straccio la tessera.

Si scrive “avemmo”, "facemmo", ma per me si può scrivere anche “ebbimo”, "fecimo".

Bello schifo, lo so, ratificare le flessioni verbali di Mr Esselunga. Ma io vado anche più in là: per quel che m'interessa potete scrivere anche “Avebbimo” o “ebavemmo”: viva il passato remoto libero. E la luce fubbe!

Si scrive “effigie”, ma per me (e per i vocabolari) si può scrivere anche “effige.

Questa è una sciocchezza, però la discussione che ne scaturì in pieno agosto fu abbastanza divertente. In buona sostanza, io preferisco la forma breve perché (1) è più breve; (2) non disorienta i lettori (se avete mai discusso con un ragazzini, ma anche laureati, convinti di dover pronunciare un po' di “i” in “cielo” sapete cosa intendo); (3) il digramma “gi” davanti a “e” me lo terrei per i plurali delle parole che finiscono per “gia” (ciliegie, valigie). Anche se, tutto sommato...

Si scrive “valigie”, “ciliegie”, ma per me si può scrivere anche “valige” e “ciliege”.

Sul serio, andiamo, che differenza vuoi che faccia? Per salvare il plurale in -cie di “camicie” dobbiamo estendere una regoletta astrusa a tutte le parole che ci assomigliano? Mi secca un po' doverlo dire, ma onore a Oriana Fallaci, per la cocciutaggine con cui ha lottato per l'accento di sé stesso, e per quel cappello pieno di ciliege in copertina.

Si scrive “ché” (quando introduce proposizioni causali), ma...

Ma non lo scrive più nessuno. Basta, dai.

Si scrive “curricula” al plurale, ma...

Potete fare quel che vi pare. Era solo per segnalarvi un bel pezzo di Chinaski. Poi, sul serio, se cominciamo a sviscerare i plurali delle parole straniere non ne usciamo più. Non c'è una regola fissa: non siamo mai riusciti a farla per due motivi: (1) i nostri accademici della Crusca hanno sempre paura di fare la fine dei probolini; (2) non è mai chiaro quando una parola straniera diventa italiana. Non c'è nessuno che rilascia i documenti. Forum e Curriculum sono due neutri latini: il primo ha bazzicato un po' per le nostre piazze e i tribunali, prima di fuggire in America, dove si è trovato un'occupazione equivoca come sito internet poco raccomandabile. Il plurale latino in -a lo ha perso per strada. Curriculum per contro se ne è rimasto in casa con mamma e papà fino ai capelli bianchi; ha studiato parecchio ed è diventato un po' pedante. Del resto lo usiamo soltanto quando vogliamo dimostrare che anche noi abbiamo studiato e fatto tante cose, e sappiamo anche i plurali un po' buffi e strani. Così vada pure per curricula, se può aiutarvi a trovare un lavoro. Io però non muoverò un dito per difenderlo, sia chiaro.

Si scrive “media”, ma si pronuncia...

Come ti pare. L'importante è che ci capiamo, dai.

Si scrive “A me” o “mi”, ma...

“A me mi” si scrive più o meno dal Trecento. È rimasto brutto, questo sì.

Posso cominciare una frase col gerundio? La mia maestra diceva che...

La tua maestra sapeva che se cominciavi col gerundio probabilmente saresti andato a sbattere contro un anacoluto grosso così. Non era una regola, era un aiuto, come le rotelle della bicicletta. In seguito le hai tolte. Prova a togliere anche la regoletta del gerundio (attento, però, ché il perfido anacoluto è sempre dietro l'angolo).

Si può scrivere una subordinata implicita che non abbia il soggetto della reggente? Ad esempio: “Essendo finite le vacanze, l'insegnante non vede l'ora di tornare a scuola”?

Ci sono regole ed eccezioni, ma lasciamo perdere. Diciamo che si può finché la frase resta comprensibile. Ad esempio, quella frase che hai scritto, io non la capisco proprio. Riformula.
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Ritorno degli Pseudo-cripto-ebrei

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Le radici non esistono

Bobby Wheelock: I feel different from everyone sometimes.
Dr. Josef Mengele: You are infinite different. Infinite superior. You are born of the noblest blood in the world.

Le persone vorrebbero avere radici. Questa è una cosa che non smette di stupirmi. Invece vedo che molti ormai la danno per scontata.
Allora adesso vi spiego cos'è scontato per me: queste radici, che le persone vorrebbero avere, in realtà non esistono. Le persone non hanno mai avuto radici, e mai le avranno. Hanno i piedi, per spostarsi. Sembra banale, evidentemente non lo è. Il discorso delle “radici” è una vecchia metafora. Quanto vecchia? C'è già nella Bibbia. È una metafora efficace e condivisa. Però resta una metafora. Finché ci serve a capire un concetto, bene. Se comincia a ostruire la via dei ragionamenti, è il momento di farla fuori.

Perché appendiamo i crocefissi alle pareti delle scuole? A cosa servono, concretamente? I ragazzi diventano più cristiani? Non sembra. L'occhio di Dio vi si posa più volentieri? Eh, sostenerlo sarebbe idolatria. E allora? È per via delle radici. Alt. Di cosa stiamo parlando?

Perché ci scandalizziamo se alla maturità viene proposto un tema su Mussolini o sulla vita extraterrestre, e troviamo normalissimo che si traduca ancora un pezzettino di Greco antico? Perché insistiamo a privilegiare nelle scuole l'insegnamento delle lingue classiche rispetto alle lingue vive e alle materie scientifiche? È quello che abbiamo fatto, da Gentile fino alla Gelmini. Con risultati che oggi appaiono scarsi. E allora perché insistiamo? Per via delle radici. Alt.

Sono senz'altro una persona strana, ma ogni volta che sento parlare di radici mi vengono in mente gli pseudo-cripto-ebrei del Nuovo Messico. Li scoprii grazie a un vecchio pezzo di Marco D'Eramo sul Manifesto. La storia è un po' complicata, ma in tre righe si tratta di questo: negli anni Ottanta uno storico di origini ebraiche si trasferì a Santa Fé, New Mexico. Qui, senza nemmeno mettersi a cercarle, s'imbatté in una serie di testimonianze che lo convinsero che diverse famiglie del posto erano di origine ebraica sefardita. Probabilmente si trattava di criptoebrei (ebrei che fingevano di essersi convertiti) scappati dall'Inquisizione spagnola ai tempi in cui il Nuovo Messico era la più lontana terra a disposizione, che poi erano restati lì, evitando di mescolarsi troppo coi locali e mantenendo alcune usanze (il sabato, l'astinenza dal maiale). E così nel giro di pochi anni un certo numero di newmexicani si convinsero di essere di origine ebraica, e in molti casi decisero di riprendere le usanze di cui genitori e nonni conservavano soltanto un labilissimo ricordo: si circoncisero, si misero a leggere la Torah, andarono a Gerusalemme in pellegrinaggio... qualche anno dopo passò un altro studioso: guardò meglio e smentì tutto quanto. Non c'erano mai stati tutti questi criptoebrei in New Mexico: non c'era motivo per cui avrebbero dovuto scegliere un luogo lontano dai traffici commerciali, e tutt'altro che snobbato dall'Inquisizione.

E il Sabato? Il maiale? I nomi biblici? Le stelle di David sulle tombe? Quel che restava di una setta protestante che si era infiltrata nel New Mexico nell'Ottocento. Tutto chiaro? No, perché i discendenti degli pseudocriptoebrei si erano convinti di essere ebrei, e riconvertirsi è sempre più difficile. Scoppiò una lunga diatriba, che continua tuttora. Io ogni tanto sono così folle da dare un'occhiata su google. L'ultima cosa interessante che ho trovato è questo articolo, che in sostanza rifiuta di porsi il problema centrale: forse non sapremo mai se i criptoebrei siano mai stati in New Mexico. A questo punto per l'articolista la cosa interessante diventa capire come mai l'ipotesi criptoebraica piace più delle altre: come mai molti abitanti del New Mexico hanno deciso di diventare ebrei appena uno studioso gli ha fatto intravedere la traccia di una radice. Nell'articolo si suggerisce tra l'altro che l'ipotesi criptoebraica 'funzioni' perché si appoggia su una struttura dell'immaginario tutta novecentesca: l'olocausto. Non importa che il paragone tra Inquisizione spagnola e nazismo sia stato smontato dagli storici: i criptoebrei piacciono più dei protestanti perché sono un esempio di ebrei scampati a una persecuzione.

A osservarla dall'alto la cosa rimane buffa: convertirsi all'ebraismo perché forse il tuo bisnonno lo era. Il problema è che noi appendiamo croci e studiamo (fingiamo di studiare) Platone per lo stesso motivo: radici. Questa idea per cui i nostri bisnonni, che da tempo sono cenere e fango, comunque esistono. Comunque ci appartengono. Se fossero vivi probabilmente non riuscirebbero a capirci, né noi capiremmo loro: non importa, abbiamo qualcosa in comune. Ma allora delle due l'una: o si ammette di credete in una qualche forma di trasmigrazione o metempsicosi o aldilà, oppure questo è uno dei classici casi in cui le metafore ci hanno dato alla testa. I nostri bisnonni non esistono più. Quello in cui loro hanno creduto non è poi così rilevante. Un po' di dna, nemmeno tanto.

Eppure ci avvinghiamo a loro. Soprattutto quando diventa evidente che non ci assomigliano nemmeno (Platone, Socrate, Gesù Cristo): meno cose abbiamo in comune, meglio è. Siamo tutti così, specie a una certa età. Ci crediamo tutti diversi, speciali. Aspettiamo tutti che arrivi il profeta o lo studioso che ci dimostri quello che oscuramente intuiamo già: siamo i discendenti di un popolo eletto. Abbiamo un sangue diverso. Siamo di una nobile stirpe. A quel punto molti di noi si ritrovano iscritti a un classico. E si avvinghiano a quel che trovano: Platone, Livio, Orazio. Se dessimo loro per cinque anni soltanto Pinocchio, si attaccherebbero a Pinocchio. Diventerebbero studiosi collodiani appassionati e cerebrali. Citerebbero il sacro testo a memoria, appenderebbero alle pareti icone della Fata Turchina, crederebbero nella resurrezione dei morti perché Pinocchio è pur tornato dalla balena, saluterebbero nei rari interventi del Grillo Parlante la base della sapienza occidentale. Sognerebbero un aldilà dove non saremmo più burattini di legno, ma bambini perbene di vera carne e vero sangue. Si può spremere una radice da qualsiasi cosa.

Ho scritto che la metafora delle radici ha origine nella Bibbia. Il profeta Isaia nel secondo Libro dei Re consola il re Ezechia, che teme il massacro del suo popolo da parte degli Assiri: il massacro magari ci sarà, ma “il rimanente della casa di Giuda che sarà scampato, metterà ancora radici in basso e porterà frutto in alto” (2 Re 19,30). Le radici – se proprio vogliamo parlar metaforico – crescono verso il basso. Tremila anni fa Isaia aveva già capito qualcosa che non ci entra in testa: noi non veniamo dopo le nostre radici o a causa delle nostre radici: le radici sono roba nostra, che spingiamo verso il basso, alla ricerca di nutrimento. Siamo liberi di spingerle dove vogliamo: di sentirci ebrei o protestanti o antichi Greci. Fuor di metafora: siamo liberi di scegliere e coltivare il passato che vogliamo. I bisnonni non hanno nessuna autorità su di noi. Ma i loro spettri, è evidente, mettono ancora molta soggezione.
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pensieri di dicembre

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La K che piace ai giovani

A volte penso a quel che accadrà a questo sito, tra dieci o cento anni. Sono i classici pensieri di dicembre. Verrà qualcuno a leggere? Uno studioso del costume ci troverebbe pure qualcosa d’interessante. In effetti se avessimo i blog degli antichi Romani capiremmo un sacco di cose che in realtà non sappiamo.

Naturalmente occorre dare per scontate varie cose (tra cui, per dire, la sopravvivenza di internet e della civiltà occidentale), eppure mi capita, sul serio, di rileggere pezzi di blog fingendomi un antropologo del duemilatrecento. Di solito faccio il possibile per renderlo il più chiaro possibile anche a chi capita qui per caso, ma c’è un problema. Il solito problema. L’italiano.
È difficile pensare che nel 2300 ancora qualcuno lo parlerà. Certo, ci sarà qualcuno che lo studierà perché il corso di spagnolo aveva già completato le iscrizioni, ma saranno in pochi e concentreranno le loro ricerche su Alighieri e Buonarroti, difficile che si mettano a leggere i blog.
È un pensiero che sconsola. Grama generazione, la mia: siamo gli ultimi o i penultimi che scrivono in italiano, che senso ha farlo bene?

Questa lingua italiana che mi va stretta, questa lingua che pure è l’unico straccio che riesco a vestire decentemente, io la detesto come il secondino la prigione. Voi lettori potete andarvene, io no.
E insomma mi sono fregato con le mie mani, ho fatto della lingua il mio mestiere: passerò la vita a correggere le h al verbo avere, gli accenti sulla e, e cento altre ottuserie ortodattilografiche; nel frattempo vedrò lentamente svanire le già rare virgole, svaporare la sintassi; consapevole che tutta la fatica di correggervi i congiuntivi sarà comunque vana. Sono i pensieri di dicembre: tanto vale andarsene a letto.

Un ultimo viaggio nel tempo. Mentre provo a prender sonno mi assale una domanda: se l’italiano ha gli anni contati, quale sarà il suo ultimo respiro? L’ultima frase in lingua italiana, chi la scriverà? E cosa vorrà dire?
Sarà una frase sgrammaticata e insulsa, eppure necessaria. C’entrerà in qualche modo un passato da liquidare. Un passaggio di proprietà, perché no.
Potrebbe essere – anzi sarà - un sms. Qualcosa del tipo: Ciaooooo! O sentito il teste. Mi a detto ke kelle terre li possette per kelli anni parte Santi Benedikti. TVTB, amen.
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contro la lingua italiana, 36

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L’italiano è una lingua scomoda, ci pensavo qualche giorno fa.

È successa una sciocchezza. Un signore, non molto esperto di wikipedia, si è avventurato su una pagina di discussione per chiedere che fosse tolto un errore che “purtroppo, si sta diffondendo eccessivamente, sia per ignoranza, sia per leggerezza o sia per distrazione”. L’orribile errore era la parola “obbiettivo”, scritta con due B.

Ultimamente collaboro poco a wiki: e quel poco lo spreco in menate come questa. Sì, perché davvero ho perso cinque minuti del mio tempo per ob(b)iettare che non si trattava né di ignoranza né di leggerezza, ma di una forma consentita dai dizionari; e nel frattempo mi chiedevo se esista al mondo un’altra lingua scomoda come quella italiana, con tutte queste false regole e falsi errori che fanno perdere tempo alla brava gente che vorrebbe solo comunicare senza strafalcioni. Forse no: solo noi possiamo perdere una mezz’ora a litigare su una doppia B. O sulla virgola dopo la “e”: ci va o non ci va? (Ci può andare). O sull’accento su “sé stesso” (meglio metterlo). O sul gerundio a inizio frase, che non ha mai fatto male a nessuno. Lunghi dibattiti negli uffici (e su wiki) perché c’è gente che non si rassegna a dire “scannerizzare”, anche se sta già sui dizionari. “Ma è brutto”. Beh, non sempre le parole possono esser belle, ma l’importante è capirsi: e se ci vogliamo davvero capire, “scannerizzare” è più preciso di “scandire” o “digitalizzare”. Proprio non va giù? E va bene, c’è anche “scansionare”. Basta non mettersi a litigare su quale dei due sia più corretto: nei dizionari ci sono entrambi, uno deriva da scanner e l’altro da scansione. Sono sinonimi, come “adempiere” o “adempire”, come “obiettivo” od “obbiettivo”. Ognuno è libero di usare quel che vuole. In realtà l’italiano sarebbe una lingua tollerante… ma forse è proprio questa tolleranza il problema. La libertà fa paura, anche quando è solo la libertà di usare una o due B.

L’ipercorrettismo non viene dall’alto. Chi ha dimestichezza con i grammatici di professione sa quanto siano tolleranti (anche troppo: a volte per non dar torto a nessuno pasticciano un po’, come l’Accademia della Crusca sulla questione “euro/euri”). Gli ipercorrettivi sono persone come noi, che l’italiano lo sanno più o meno come noi, magari con l’inconscio segnato per sempre da una sadica maestrina elementare. Portano l’italiano come una giacca stretta, che in teoria dovrebbe farli apparire eleganti e invece li rende goffi, e pronti all’imminente prossima figuraccia. Il signore che ci teneva tanto a togliere una B alla parola obbiettivo, si muoveva impettito come un mangiatore di scope, mandando avanti virgole a casaccio. Questa è la nostra lingua: un vestito scomodo, che nessuno riesce a portare con grazia. Nel frattempo, chi non vuole correre il rischio taglia la testa al toro e invece di “obiettivo/obbiettivo” scrive “target”, che tanto si capisce lo stesso. Se l’italiano morirà, sarà anche colpa vostra, e della matita rossa che tante volte avete brandito a casaccio.

Ci ho ripensato leggendo questo pezzo di Matteo Bordone, significativo come può esserlo un lapsus. Non tanto per i suggerimenti (alcuni giusti, altri eccessivi), ma per l’atteggiamento: Bordone non ci prova nemmeno, a fare il simpatico. Sa benissimo che sta per interpretare il ruolo del maestrino stronzo, e ci si adegua.
Ho deciso, e l'ho deciso tanto tempo fa, che avrei detto il più possibile a uno che dice "mi pare che è", "guarda che si dice mi pare che sia" (e anche "hai un pezzo di insalata nei denti"). Male che vada, se la prende e gli sto sulla palle; poi però la volta dopo non lo dice, forse. (A dire la verità la tecnica non funziona con tutti, per dire con me non ha mai funzionato perché mia madre ripete il mio nome ad alta voce ogni volta che dico "cazzo", e il risultato è che ho una passione viscerale per ogni forma di turpiloquio.)

Ecco, appunto: tua mamma ha adottato una tattica educativa fallimentare, e tu la stai imitando. Freud ti direbbe che quel che cerchi è proprio il fallimento: davvero non hai pensato i tuoi lettori potrebbero mettersi a dire “anedottica” o “nel merito” con la stessa passione viscerale con cui tu continui a dire le parolacce? Sicuri che non ci sia un sottile gusto del proibito dietro al successo di "piuttosto che" o del sempreverde "a me mi piace"?

Gli errori non sono semplicemente “ignoranza, leggerezza, distrazione”. Prima di tutto sono segni di un disagio. Non c’è dubbio che sia triste sentirsi dire “c’è stato un misunderstanding”, quando l’italiano ha almeno due espressioni più brevi (e più belle) per dire esattamente la stessa cosa. Ma impuntarsi non serve. Occorre almeno cercare di capire perché succede: com’è possibile che qualcuno in Italia preferisca “misunderstanding” a “equivoco”? Davvero l’italiano è diventato così scomodo? E se lo è diventato, la colpa non sarà un po’ di tutte le maestrine che pretendono di imporre le loro idiosincrasie? Se “v’è” ti fa schifo, non usarlo. Ma perché qualcun altro non potrebbe preferirlo a “c’è”? Proprio l’esempio di Bordone (“Del doman non c’è certezza”) mostra come a volte un “v’è” possa evitare una cacofonia. L’italiano dovrebbe essere quella lingua confortevole in cui si può scegliere tra “v’è” o “c’è”, o “tra” e “fra”, a seconda di come suona la frase. Dovremmo sforzarci di rendere la lingua italiana un posto accogliente e confortevole, dove le parole si possono scegliere anche in base al suono, alla simpatia; e dove i neologismi e varianti fossero ancora benvenuti. Perché così era al tempo di Dante, e ancora al tempo di Gadda; e i periodi bui che ci sono stati in mezzo sono proprio quelli dominati da maestrine superciliose con problemi di punteggiatura. Anche a me danno fastidio i participi “ad sensum” (“ad minchiam”, li chiama Bordone), però alla fine dei conti che male fanno? Se i latini li tolleravano, c’è un motivo oggettivo per cui gli italiani non dovrebbero usarli?

Avremmo ancora una lingua viva, se solo volessimo. Invece perdiamo tempo prezioso a correggerci errori inesistenti, a lamentare la morte del congiuntivo (morte lentissima: se ne parla almeno da cinquant’anni), a stringerci ancora senza motivo il colletto linguistico. Moriremo strangolati dai nostri cravattini. If you want, be happy now: for tomorrow’s never sure.
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la scrittura è un'invenzione senza futuro

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Italiano, punto a capo

Qual è la prima cosa che vi è venuta in mente, leggendo la lettera del ragazzo Giuseppe?
Che bravo, che sveglio, finalmente un ragazzo che ci dà la scossa, non ne possiamo più di giornalisti sensazionalisti e prof sfiduciati (che poi alla fine è sempre solo Marco Lodoli che legge i suoi editoriali e si deprime da solo). Finalmente qualcuno che ricorda a tutti che stare a scuola è ganzo! C’è l’intervallo, il campo di calcetto, i ciliegi sono in fiore! È il posto dove la più stupida cosa che accade, accade per la prima volta! Voi che fingete di compiangerci, dareste un occhio della testa per assaggiare ancora un po’ di quel gusto della prima volta che a scuola è acqua corrente. Ecc. ecc.

Questa è la prima cosa che viene in mente. A voi.
La prima cosa che è venuta in mente a me è: che bravo, che sveglio, finalmente un ragazzo che ci dà la scossa, peccato che non sappia usare la punteggiatura.

Mi presento: il mio nome è Giuseppe Rosario Esposito. Sono un ragazzo napoletano, uno di quelli che ha la fortuna di poter andare a scuola; un ragazzo come tanti, uno di quelli che può sedersi di fronte ad un Pc per scrivere una lettera che probabilmente sarà ignorata poiché non fa abbastanza "Spettacolo". Non siamo forse nella società dello spettacolo ad ogni costo?

Ed allora Guardando la televisione, leggendo i quotidiani, non sento che parlare della "Non scuola". Non leggo altro che articoli interminabili sull'ennesimo video caricato su YouTube, che riprende chissà quale altro atto di vandalismo o di bullismo.

Si parla solo di questa "non scuola" che ormai sembra aver preso il sopravvento su tutto e tutti!

E la scuola? Quella vera, quella dei ragazzi che scrivono per far sentire la loro voce, quelli che in centinaia e centinaia parlano della "scuola che c'è" su di un forum on-line di cui nessuno ha scritto, quelli che si interessano dei reali problemi dei sistemi di istruzione, quelli che hanno deciso di creare un manifesto europeo degli studenti?
Che fine ha fatto quella scuola? Indubbiamente è più spettacolare far parlare di sé piuttosto che parlare di sé. Allora, forse, più che scrivere una lettera, dovrei filmarmi con uno di quei videofonini mentre riempio di botte qualche insegnante. Non lo so! Forse sono un folle, se penso che a qualcuno importerà questa lettera; sono un sognatore, quando ogni mattina cerco sui titoli dei giornali "la scuola che c'è", restando puntualmente deluso da quei caratteri cubitali.

Forse dovrei già sapere che nessuno risponderà a questa lettera. E forse mi dovrei abituare a non sapere cosa sono gli obbiettivi di Lisbona 2010, in fondo cosa importa! So cos'è YouTube. Ma scusate se non posso fare a meno di sognare.

Sei scusato per i sogni; un po' meno per le virgole.

Deformazione professionale, d’accordo; ma attenti. La mia professione è per l'appunto la scuola. Secondo voi è un errore mettersi a correggere i punti e le virgole a questo ragazzo?
Significa che la punteggiatura, per voi, non è un problema? Significa che è inutile insegnarla ai giovani? Che soprattutto, non ha senso correggere la punteggiatura nelle lettere che i giovani scrivono ai giornali, perché perderebbero in freschezza e in genuinità?

Niente di male, basta dirlo. E io smetterò di correggere la punteggiatura a scuola. Che roba da fare ce n'è comunque. Se decidiamo che è inutile, che è roba pallosa da adulti, che l’italiano si capisce anche senza, facciamone a meno. Resterà più tempo per i verbi irregolari e la Guerra Fredda (“si chiama così perché la combattevano d’inverno”).

Se avete studiato un po’ di Storia della Lingua, sapete che ogni lingua moderna nasce dagli errori di quella antica (se non l’avete studiata, fidatevi: ogni lingua moderna nasce dagli errori di quella antica). I primi documenti delle lingue neolatine sono i cataloghi degli errori più correnti stilati dai professori di grammatica tardo-antichi: monaci stressatissimi che non ne potevano più di correggere sempre le solite vocali e le solite desinenze. A un certo punto gli errori hanno vinto: è nato il volgare. Ogni lingua nasce volgare.

Se vogliamo sapere come sarà l’italiano di domani, non abbiamo che da leggere Giuseppe Esposito. Chiaro? Io non correggo Esposito perché non mi va come scrive. Può scrivere come gli pare, se la vede poi lui coi suoi insegnanti. Io lo correggo per capire che lingua parleranno domani. È una cosa che m’interessa: non so voi, ma io ho intenzione di farmi capire ancora per cinquant’anni almeno.

Prima sorpresa: più o meno è lo stesso italiano nostro. Esposito usa le stesse parole (poche) che usiamo noi. L’italiano non è che stia cambiando molto, dopotutto (non date retta ai lessicologi: quelli vogliono solo vendervi il dizionario nuovo con “blog” e “ipod”, come avete fatto a viver senza?) La nostra lingua si evolveva molto di più nei secoli scorsi, quando l’Italia era divisa in Stati diversi, i dialetti imperversavano, e radio e televisione non avevano ancora cristallizzato la lingua nazionale. I nostri nonni facevano fatica a parlare italiano; noi non dovremmo fare fatica a comunicare coi nipoti. Questa è una buona notizia, forse.

La principale differenza è - appunto - la punteggiatura. Esposito non la sa usare. O meglio: la usa in un modo molto diverso da quello di noi vegliardi. Virgole e punti sono jolly, più o meno intercambiabili. Il punto interrogativo non è obbligatorio. Il punto-a-capo è praticamente abolito. In fondo la cosa ha un senso: se vai a capo, che bisogno c’è di metter punto? L’economia degli SMS si fa sentire: inutile premere un tasto in più, è pleonastico. Ridondante. Propongo l’abolizione del punto-a-capo: se devi andare a capo, fallo e basta.

(L’alternativa è continuare a sbraitare come un ossesso: perché non mettete mai i punti a fine frase? Eh? Perché non mettete mai quei c***** di punti? Lo fate apposta? È una questione personale tra me e voi? Cosa vi costano?)

Giuseppe si è messo al PC, ma quella che gli è venuta sulle dita non è una lettera. È un discorso. La lingua orale sta vincendo sulla lingua scritta. Tra qualche anno il fratellino di Giuseppe non siederà più al PC: si inquadrerà con la webcam e farà un discorso alla nazione. Se già lo fa Di Pietro...

La punteggiatura si perde, come si è persa l’abilità a scrivere e leggere la musica. Una volta era indispensabile: non esistevano radio e giradischi, la musica girava sotto forma di spartiti da interpretare. Oggi siamo un popolo di esperti di musica, ma nessuno la legge più. Ormai è raro anche tra i musicisti di professione.
Può darsi che alla scrittura stia succedendo la stessa cosa: forse non è una vera arte, ma solo un medium. Può darsi che la tecnologia lo stia rendendo desueto, com’è successo al Codice Morse o ai dischi in vinile. Esposito non impara più la punteggiatura perché, sostanzialmente, non gli serve. E allora perché devo perdere tempo a insegnargliela?

Non ha più senso imparare a improvvisare un discorso davanti a una webcam, senza pause e balbettamenti? La sintassi di domani sarà orale o non sarà! La gente guarderà ai punti e virgola come noi guardiamo le cacchine di mosca su uno spartito: cosa avran voluto dire, mah.

E io mi arrendo. Ho passato gli anni migliori della mia vita a combattere contro le virgole, gli apostrofi, gli accenti; e ho perso.
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tabula rasa!

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Bisogna distruggere il latino

Caro Leonardo, hai sentito di quel quindicenne romano che avrebbe scritto all’economista di Financial Times chiedendo se è davvero così utile studiare il latino?

Sì, e ho anche trovato il link: toh.

Ma è scritto in inglese da economisti, non si capisce.

Già, è duro l’inglese, specie se lo studi nei ritagli di tempo tra una versione di latino e una di greco. Per fortuna la rubrica di Harford viene sempre tradotta in italiano da Internazionale: dovrebbe uscire in uno dei prossimi numeri.

Un quindicenne romano scrive all’economista del FT? Ce la beviamo?

Perché no? Dear economist è uno spasso. Harford risponde a qualsiasi domanda, ma con un’impostazione rigorosamente economista. Una volta ha risposto a un tale che chiedeva se in bagno fosse più conveniente abbassare o lasciare alzata la tavoletta. Perché non dovrebbe rispondere al 15enne romano?

L'economista risponde che il latino serve soltanto a discutere col Papa, e che il cinese sarebbe più utile. Tu naturalmente sei d’accordo con lui...


Al 90%. Specie quando sfata la leggenda che il latino ci aiuti a raffinare le nostre capacità logiche. È una sciocchezza. Quale sarebbe esattamente il contenuto ‘logico’ del latino? Le regole di morfologia e sintassi sono costruzioni a posteriori, piene di eccezioni e casi particolari. Al massimo si può dire che il latino sia molto complesso. Ma non più complesso della fisica quantistica o del cinese. Chi sostiene che l’apprendimento del latino renda più ‘elastici’ di una qualsiasi lingua straniera, di solito non ha studiato bene nessuna lingua straniera oltre al latino: insomma, è tutt’altro che un’intelligenza ‘elastica’.

Ma è una tesi sostenuta da molti…

…da molti insegnanti di latino, sì

Eppure chi si diploma al classico con buoni voti se la cava bene in qualsiasi facoltà.


Magari è anche vero. Ma non perché abbia studiato latino; semplicemente perché è una persona intelligente. In una buona percentuale è anche un ragazzo benestante, che gode nella sua famiglia di un’offerta culturale molto superiore a quella che gli offre la scuola. Nelle sua casa ci sono mensole piene di libri, canali satellitari di approfondimento, Internet, quotidiani già sfogliati, parenti laureati con i quali può scambiarsi opinioni. Gente così di solito va a scuola più per intrecciare relazioni che per approfondire conoscenze: se si trattasse solo di questo, potrebbe studiare in casa con molto più profitto.

Da soli? In casa?

Hai colto il problema: non si può. Per questi studenti cosiddetti ‘brillanti’, il liceo è soprattutto un parcheggio. E per un parcheggio quinquennale il latino è la materia ideale: non serve a nulla, ma occupa un sacco di tempo, e impararlo (approssimativamente) dà una certa soddisfazione. Ma non è che il latino ci renda più intelligenti: semplicemente, abbiamo deciso che gli alunni più intelligenti debbano sorbirsi cinque anni di latino. Se un giorno decidessimo di farli giocare per cinque anni a Yu-Gi-Oh, probabilmente il loro rendimento all'università sarebbe simile. Invece storicamente abbiamo scelto il latino, e continuiamo a insegnarglielo. Se almeno lo imparassero davvero.

Non lo imparano?


Una volta lo imparavano, forse. Ma prova a dare in mano l’Eneide a un qualunque diplomato della mia età. Chiedi di leggerlo e tradurtelo all’impronta. Non ce la farà. Ha studiato latino per cinque anni, ma senza vocabolario è un analfabeta. L’ottanta per cento, all’indomani dalla maturità, non riuscirà a decifrarti una banalissima lapide di chiesa.

Perché è una lingua molto difficile.


Forse. Oppure perché gli insegnanti del liceo non sono bravi. Oppure sono bravissimi, ma il metodo è tutto sbagliato. In ogni caso c’è qualcosa che non va. Dedichiamo al latino come minimo cinque anni della nostra vita, eppure nessuno lo sa, nessuno lo parla. Com'è possibile? Se l'insegnamento del latino fosse così efficace, dovremmo sfornare torme di latinisti. Non solo. Com’è che noi italiani abbiamo delle scuole elementari fantastiche e una percentuale di laureati da terzo mondo? Tra l’istruzione elementare e quella accademica c’è un dislivello pauroso: qualcosa in mezzo evidentemente non funziona, e nessuno ci ha ancora spiegato cos’è.

Magari è la Scuola media inferiore.

Magari sì. Però potrebbe anche essere il modello del Liceo, dove si continua a dare tanta importanza a una materia come il latino che – ammesso serva a qualcosa – comunque nessuno riesce a imparare come si deve.

Ma non è un’ossessione, quella del latino? È davvero così importante? Sul Giornale Lorenzo Scandroglio sostiene che il classico ormai è una riserva indiana. "Anche qualora si sia scelto un liceo, dove resistono le ultime sacche di «lingue antiche» sottoposte ad attacchi sempre più pressanti, sono ormai sempre più diffuse le sezioni sperimentali, senza la minima traccia né di latino, né di greco".


Io non so di che territorio parli Scandroglio: posso parlare del mio. Ogni anno mi arriva il libretto con l’offerta formativa delle scuole della provincia. Posso affermare che non esiste un solo liceo scientifico o classico, nella mia città, con una sperimentazione de-latinizzata. Se vuoi studiare spagnolo e tedesco, puoi: però devi farti anche le tue tre-quattro ore settimanali di latino. Affidate al prof di italiano, che di fatto diventerà il Boss del Consiglio di classe. Risultato: l’adolescente sarà istintivamente più motivato a sprecare un pomeriggio sulla versione che a memorizzare le declinazioni del tedesco (che pure sarebbero altrettanto “complesse”).

(Continua, stavolta sul serio)
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"E adesso passo la parola a Flippo, che ha qualcosa da dirci su, uhm… il populismo e… gli studi classici"
(Brividi tra gli astanti)


Agli idranti

"Compagni, amici, colleghi: e il Populismo?
No, ma dico, ma ci fa davvero tanto schifo?
Compagni: perché mentre il Populismo di destra va alla grande, quello di sinistra è così fuori moda?"

7. La sinistra perde perché è troppo populista
8. La sinistra perde perché non sa più fare un sano populismo


"Perché se si fa un esproprio proletario, a mano praticamente disarmata, il Popolo Populista si mette istintivamente dalla parte del bottegaio? Una volta non era così. E chi è che ha rubato di più negli anni dell'Euro: il disobbediente o il bottegaio? È una domanda populista, d'accordo, ma perché il populismo da sinistra non funziona più? In fondo Berlusconi e Casarini sono due populisti divergenti e paralleli: uno dice "vi ridurrò le tasse", l'altro "vi do la roba scontata al 70%". E allora perché il primo presiede il Consiglio dei Ministri e l'altro si è ridotto a fare il capoladruncolo nei supermercati? (E a proposito: chi è dei due che mantiene più promesse?)

Un'altra cosa, visto che oggi c'è lo sciopero generale della scuola: ma la piantate di menarvela con quei poveri ragazzini che hanno allagato il prestigioso Liceo milanese? Quelli che a momenti dovevano espellerli da tutte le scuole del Regno? E per cosa? Sappiamo tutti benissimo qual è l'unica cazzata che hanno fatto: andare subito ad autoaccusarsi. Bei fresconi, d'accordo. E allora che facciamo, li interdiamo dai pubblici uffici?

Ma ragioniamo un po' più populisticamente, perdio. Lo scandalo è Casarini che espropria un supermercato, o i prezzi dentro il supermercato? E lo scandalo è un Liceo allagato, o un Liceo dove nel 2004 si fa ancora la Prova scritta di Greco? Di Greco? Ma che lingua è? Ma a cosa serve? Ma è mai servita a qualcosa a qualcuno?

Allora, se in Italia ci fosse un po' di sano Populismo, l'espulsione permanente non andrebbe data a quattro allagatori, ma alle decine di migliaia di insegnanti che pretendono di insegnare ancora il Greco nelle scuole italiane. Questa cosa talmente insensata che grida scandalo al cospetto d'Iddio. E agli allagatori, una medaglia! Martiri della Pubblica Istruzione, questo è quello che sono".

9. La sinistra perde perché ha perso contatto con la scuola, con la cultura, coi classici.
10. La sinistra perde perché non ha avuto il coraggio di dire a migliaia di insegnanti di materie umanistiche che era tempo di cambiar mestiere.


"Compagni, colleghi, so che molti di voi scuoteranno la testa a questo punto. Scuotetela finché vi pare, per quel che vi serve. Metà del tempo la passate a lamentarvi della bancarotta della scuola, della miseria morale dei vostri studenti, del crollo dei valori eccetera. E l'altra metà la passate a correggere aoristi inutili a dei sedicenni. E non vi viene nemmeno in mente di collegare le due cose! Ma spiegatemi perché mai un ragazzino dovrebbe appassionarsi agli aoristi. Persino Canale 5 al pomeriggio trasmette roba più appassionante.

Compagni, O! Dico a voi. Ma li volete chiudere quei Licei Classici, una buona volta? Quella robaccia idealista che era già obsoleta ai tempi di Gentile? Che uno comincia a crescere, scopre che il mondo è bello e vario, e che ci sono migliaia di cose utili da imparare, le scienze, le lingue straniere, la letteratura… poi finisce la scuola media e tac! Due anni di Ginnasio a sfogliare il libri dei morti, il dizionario di latino e il dizionario di greco. E un po' di matematica? Sì, ma solo un pochino, eh, che il ragazzino non ci provi gusto e non si faccia venire in mente di sviluppare in un garage un Sistema Operativo. E le lingue straniere? Massì, una spolveratina nel biennio, e non di più, mi raccomando, che non gli venga in mente di mettere in fuga il suo cervello.

Compagni, già vi sento che digrignate le protesi, e v'indignate, e come si permette questo qui… i classici sono importanti… io ho fatto il classico e ho avuto successo nella vita… O tempora o mores… O grulli! Voi non siete intelligenti grazie al Liceo Classico, voi siete intelligenti malgrado il Liceo Classico. E mi piange il cuore, a pensare a quel che avreste potuto fare se non vi avessero parcheggiato il cervello per cinque anni alla scuola dei ricchi. Che sarebbe il Classico, l'Istituto di Scienze Inutili, il collegio per le dame di buona società. Allaghiamolo! E premiamo chi lo allaga! Ci ha mostrato la strada. E che ci facciamo ancora qui? Fuori! Agli idranti!

(Nessuno si muove)
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Un'idea di amore.
Amore è anche una persona che parla la tua lingua, finalmente.

Karaoke esistenziale, ciak! 14

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Everywhere I go
no one understands me
They look at me when I talk to them
And they scratch their head
They go: "what's he trying to say?"

But you
you speak my language

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Even in my home town
My friends make
me write it down
They look at me
when I talk to them
And they shrug their shoulders,
They go: "what's he talking about?"

But you
you speak my language

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

In qualsiasi posto
nessuno mi capisce
quando parlo mi guardano
e si grattano la testa:
"Ma cosa sta dicendo?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

Anche al mio paese,
i miei amici se lo fanno
mettere per iscritto.
Quando parlo mi guardano
e poi alzano le spalle
"Ma di cosa sta parlando?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Morphine, You speak my language,dall'album Good (1992)

In ricordo di Mark Sandman (1952-1999), che parlava la mia lingua.

E a proposito: vi amo.

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Contro la lingua italiana, 3

(Le altre puntate: 1, 2)

Essere contro la lingua italiana significa essere anche contro il raddoppiamento fonosintattico. A questo punto bisognerebbe però spiegare cos’è questo raddoppiamento. (Per fortuna ci ha già pensato Aelred, chiaro e conciso).

In pratica si tratta della regola per cui “che vuoi?” si pronuncia “chevvuoi?”;
per cui “è vero” si pronuncia “èvvero”,
la pronuncia corretta di “là vicino” è “làvvicino”,
e la frase “Carlo è venuto a dirmi che ha fatto il compito tutto da sé” in italiano si deve pronunciare:
“Carlo èvvenuto addirmi che àffatto il compito tutto dassé”.

Vi risulta?
Dipende su quale versante del crinale tosco-emiliano siete nati.
Se siete italiani a sud della linea Rimini - La Spezia, la regola magari non la conoscevate, ma non vi dice niente di nuovo: avete sempre pronunciato “chevvuoi”, e nessuno vi ha mai corretto (a meno che non vi siate trovati un lavoro da speaker a radiopadania).

Se invece abitate sul versante padano (e non avete fatto un corso di dizione), probabilmente la regola non vi risulta. Perché nessuno ve l’ha insegnata . Anzi, sin dalle elementari vi è stato inculcato il principio per cui “l’italiano è la lingua che si pronuncia come si scrive”, (vero: ma solo fino a un certo punto). Perciò avete sempre pronunciato “che vuoi?”, “è vero”, “là vicino”, ecc., esattamente come erano scritti. Covando magari un po’ risentimento per il romanesco televisivo. Sorpresa: i presentatori finto-buzzurri pronunciano l’italiano meglio di voi. Frustrante, vero?

Prendiamo un padano a caso, me.
Otto anni di scuola dell’obbligo. Cinque di liceo. Poi quattro anni di facoltà di lettere – un errore, probabilmente, ma non è questo il punto. Il punto è che, malgrado tutta questa scolarizzazione, la regola del raddoppiamento fonosintattico mi sarebbe del tutto ignota se non l’avessi trovata per caso in un vecchio e simpatico libro di grammatica di mia madre. Un Oscar Mondadori che costava £. 1500: Aldo Gabrielli, Il museo degli Errori. Immagino che non lo ristampino più.

Sul Gabrielli ho anche capito il perché del raddoppiamento. È la memoria di antiche consonanti latine, che i dialetti del Centro e Sud hanno conservato, e quelli del Nord no. “A me”, in latino, si diceva “Ad me”: la particella “ad” si saldava alla parola, per cui la pronuncia diventava “admé”; ma già i latini cominciavano ad assimilare le consonanti e a leggere “ammé”. Lo stesso vale, per esempio, con “è vero” (est verum -> estverum-> evverum).

Questa è la “regola”. Ma bisogna intenderci una volta per tutte su cos’è una “regola”, in italiano.
È una “legge”, sì, ma non ha valore coercitivo. Non sono previste sanzioni penali per chi la infrange (in altri Paesi succede, da noi no). È una legge, nel senso in cui esistono “leggi” nella scienza. Non è che Einstein abbia ordinato a “E” di essere uguale al quadrato di “mc”. Einstein ha trovato una formula per descrivere una cosa che esiste già (forse).
Allo stesso modo, la grammatica è l’arte di descrivere fenomeni linguistici che esistono già. La regola del raddoppiamento fonosintattico spiega perché gli italiani delle regioni centrali tendono a raddoppiare certe consonanti di cui nell’italiano scritto non c’è traccia.

Di qui a dire che tutti gli italiani devono raddoppiare le consonanti, ce ne corre.
In sé, non ci sarebbe nulla di male a uniformare la pronuncia. Ma bisognerebbe farlo subito, insegnando dizione sin dalla scuola dell’obbligo. Cercare di correggere gli adulti è inutile. Ormai la frittata è fatta.

Ma c’è di più: non solo mezza Italia (da Rimini in su) non sa di pronunciare male; ma anche l’altra mezza, (da Rimini in giù) spesso non sa di pronunciare bene. Così, nelle occasioni speciali, cosa fa? Si corregge. Anzi, si iper-corregge. Da un commento sul Village:

...il romano verace, quando vuole essere fino sta attento attento attento alla pronuncia e si sforza di non raddoppiare, cerca di levarsi il vizio, insomma. ottenendo come risultato quello di stuprare regolarmente anche questa regola, l'unica che invece gli permetterebbe il raddoppio. così, può capitare di sentire signore ingioiellate che ti dicono per esempio: "sai, ero a cortina, poi sono tornata aroma", invece di dire più semplicemente e più correttamente arroma. il tutto è molto comico.

È il solito spettro che si aggira per l’Italia: l’ipercorrettismo. A Roma ‘fa fine’ ricalcare la pronuncia del nord, semplicemente perché è diversa dall’uso comune. È segno che con questa lingua non ci troviamo a nostro agio. Che siamo sempre alla ricerca di regole per complicarcela. E se fosse questo, il problema? Questa ossessione per le regole astruse e per le eccezioni ancora più astruse, per gli accenti che tanto non sappiamo pronunciare, per tutto quello che la scuola non ci ha insegnato?

Più che fissarci su una o più regole, forse dovremmo cercare di superare questo disagio. Trasformare l'italiano in una lingua più confortevole, tollerante, elastica.

Chiedo perciò indulgenza per quei venticinque-trenta milioni di persone che abitano da Rimini in su e non conoscono la regola del raddoppiamento fonosintattico. Come a dire, la metà degli italiani. Per come sono andate le cose, trovo già abbastanza miracoloso che nel giro del secolo si sia trovata una lingua comune. Abbiamo perso i dialetti, però. Lasciateci almeno un po’ di pronuncia.

(D’altro canto, i leghisti che vogliono far studiare il “lumbard” a scuola andrebbero tutti deportati in Toscana, a sciacquare i panni in Arno: non come il loro antenato, proprio letteralmente).
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Contro la lingua italiana, 2

Secondo voi, qual è la regola più cretina della lingua italiana? Quella più inutile e assurda? Per me non ci sono dubbi.

Non è proprio una regola, in verità: è un’eccezione a una regola. Un’eccezione universalmente diffusa. Non ho mai capito chi l’abbia introdotta (qualcuno deve pur esser stato): anzi, se qualcuno lo sa, per favore, me lo segnali. Chi è stato a decidere una volta per tutte che “sé stesso” e “sé medesimo” si potevano scrivere anche senza accento? Come gli è potuta venire un’idea del genere? Quali buoni motivi poteva avere? E perché la cosa ha preso così tanto piede?

“Guarda, ti sei sbagliato! Hai scritto sé stesso con l’accento, ah-ah”.
“Non mi sono sbagliato, si scrive così”.
“Ma dai, lo sanno tutti che sé stesso si scrive senza accento”.
“Guarda sul dizionario, vedrai che sono ammesse entrambe le forme”.
“E se sono ammesse entrambe, perché devi usare la più strana?”
“Non è la più strana. Quella senza accento è più strana: infatti di solito l’accento c’è”.
“Ma sembra che tu non sappia la regola…”

È tutto qui: dimostrare di sapere una regola in più. Anche se è una regola immotivata, illogica, idiota. Ipercorrettismo.

Andiamo con ordine: perché “sé” di solito viene accentato? Per distinguerlo da “se”, congiunzione ipotetica: “se io facessi”, “se tu volessi”, “se lei mi amasse”. Naturalmente, anche “se” ha un accento (tutte le parole hanno un accento), e siccome è un monosillabo, non può che cadere sulla “e”: ma gli italiani hanno deciso di non scriverlo, per evitare appunto la confusione con il “sé” pronome riflessivo.

(Tra parentesi: quell’accento sulla “e” è sia tonico che fonetico: oltre a distinguere il pronome dalla congiunzione, dovrebbe indicare anche come si pronuncia la vocale: in questo caso più chiusa che aperta. Ma siccome ogni regione ha una pronuncia diversa, e a scuola nessuno te le insegna, la confusione è grande, e ti capita di trovare l’accento sbagliato anche su libri e giornali. Oggigiorno è la tanto bistrattata correzione automatica di word a metterci una pezza, nella più parte dei casi: per esempio, se scrivo “sè" lui mi corregge automaticamente in “sé”).

Insomma, l’accento serve soprattutto a distinguere le due parole: con l’accento è un pronome, senza accento è una congiunzione. Un criterio abbastanza chiaro, utile, pulito. Potevamo forse esimerci dal complicarlo? E allora dai, inventiamoci delle eccezioni stupide, per dimostrare che siamo andati a scuola e le sappiamo.
Così si è diffusa l’abitudine di scrivere “se stesso” senza accento, “perché tanto non ci può essere confusione”: non solo i dizionari e le grammatiche la tollerano, ma addirittura questa forma viene considerata in un qualche modo più… elegante. Dove si vede che l’eleganza, per molti, non consiste nella semplicità, bensì nell’arte di complicare le cose più elementari per il solo gusto di distinguersi.

La motivazione che “tanto non ci può essere confusione” è straordinariamente cretina. Facciamo degli esempi per assurdo. Conoscete la parola “cielo”? Certo, come no. Vi siete mai chiesti perché è scritta con la “i”, che la maggior parte degli italiani non pronuncia? Storicamente, quella “i” è quel che resta di uno iato latino (i latini scrivevano caelum e pronunciavano qualcosa di simile a “kaelo”). Ma se fosse per quello, la “i” non meriterebbe di resistere. Sopravvive, invece, solo perché è utile a distinguere graficamente il “cielo” dalla prima persona singolare del verbo “celare” (nascondere), che si scrive, infatti, “celo”. Chiaro, no? Anche abbastanza facile.

Bene, e se adesso io dicessi che si può scrivere “celo azzurro” in luogo di “cielo azzurro”, perché davanti al colore “non ci può essere confusione”, voi cosa pensereste di me? Che sono un cretino che perde tempo a complicarsi la vita con regole balorde? Infatti. Ora, l’idea di togliere l’accento dall’espressione “sé stesso” è altrettanto cretina e balorda. Solo che ormai ci siamo abituati.

Come ogni cretineria, oltre a essere inutile, fa correre anche inutili rischi a chi la usa. L’ipercorrettivismo è un virus diabolico. Chi si mette a togliere l’accento da “sé stesso”, finirà per toglierlo anche da “sé stessi”. Commettendo un grave errore, perché al plurale questa grafia non è consentita. Infatti qui la confusione tra “Non credono più neanche in se stessi” e “Ah, se stessi dormendo, stanotte” è possibile eccome. “Ma tanto c’è il contesto”, dirà qualcuno. Sì: c’è sempre il contesto. Ma c’è anche l’accento: si fa così fatica a scriverlo? Posso capire quando si scrive a mano, ma… sulla tastiera? Si tratta di premere un tasto, niente di più, niente di meno.

Io sarò anche un fissato, ma ogni volta che trovo un “se stesso” mi verrebbe da tirare pugni al muro, non a un muro qualsiasi, ma a quello dell’accademia della Crusca. Ma com’è possibile impiegare anche solo un neurone del cervello per ricordare una regola così inutile? E tutti gli italiani dovrebbero ricordarsela? Fanno quasi sessanta milioni di neuroni: tutta intelligenza sprecata che potremmo usare per qualsiasi altra cosa. Per esempio: per imparare a usare gli accenti bene, a distinguere il grave dall’acuto, il tonico dal fonetico. Perché poi il punto è quello: ci rifugiamo dietro le eccezioni per ammettere che non sappiamo che accenti scegliere. Che non ci troviamo a nostro agio, con la lingua italiana.

Una lingua, per difendersi e diffondersi, ha bisogno di regole pratiche, comode, facili da insegnare e da imparare. “Se” congiunzione non si accenta; “sé” pronome si accenta. Non è abbastanza facile? E allora semplifichiamo ancora di più; perché invece preferiamo renderci le cose più difficili? Soltanto per il gusto di sapere una regola in più del vicino e di aspettarlo al varco con la matita rossa? Non abbiamo proprio niente di meglio da fare?

(Vai alla puntata precedente: “gli piacciono”)
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Stasera non sapevo con chi prendermela, così (grazie anche a benzina) ho deciso di inaugurare una polemica…

…contro la Lingua Italiana (1)


La propria lingua è come il proprio paese: impossibile non affezionarcisi. Però è anche impossibile evitare i confronti e notare certi limiti. Io ci vivo, nella lingua italiana, e probabilmente non riuscirei a stare a lungo altrove. Però certe convenzioni stupide, certi trabocchetti, alla lunga scocciano. È ora di finiamola.

Prendiamo un esempio qualsiasi: la forma atona della terza persona plurale del pronome personale complemento. Oddio, che è. Tranquilli, non è nulla. Ma proprio nulla. La “forma atona della terza persona plurale, ecc.” non esiste, in italiano.
O meglio, fa finta di non esistere.

Ma cerchiamo di spiegarci in italiano, visto che è di quello che stiamo parlando.
Se parlo di un disco che piace a me, posso dire che il disco “mi piace”: quel “mi” è un pronome atono di prima persona singolare. Alla prima persona plurale, quei dischi “ci piacciono”. E alla seconda, naturalmente, “vi piacciono”.
Ma alla terza?

Qui casca l’asino. Secondo una nota teoria, uniformemente diffusa (grazie soprattutto allo zelo degli insegnanti, dalle elementari fin su ai licei), la terza persona plurale non esisterebbe.

Che sarebbe come negare che la pioggia cade dall’alto verso in basso. Sappiamo tutti benissimo che non è vero: la terza persona plurale atona esiste. Nella vita di tutti i giorni non ci stiamo neanche a pensare: diciamo che quei dischi “gli piacciono”.
Ma scrivendo, non osiamo. La penna rossa di qualche prof deve avere lasciato segni indelebili in qualche settore del nostro cervello. Fatto sta che scriviamo “piacciono loro”, o (forse meglio) “piaccciono a loro”. Così, tanto per aggiungere una sillaba in più.

Magari abbiamo un blog, dove dopo una dura giornata di lavoro andiamo a sfogare i nostri istinti. E li non ci preoccupiamo certo delle convenzioni borghesi. Se dobbiamo dire cazzo diciamo cazzo, e merda, e vaffanculo. Ma non oseremmo mai dire una cosa come “gli piacciono”. È un tabù. Più semplicemente, abbiamo paura che qualcuno ci umili come ai tempi della scuola dell’obbligo. Turpiloquio sì, ma guai a sbagliare le regole dell’italiano. L’Italiano è sacro.

Sì, peccato che “gli piacciono” sia italiano corretto, e perfino consigliabile.
Per vari motivi:

#1 la lingua deve vivere
Di solito i linguisti sono persone molto più ragionevoli di quanto uno non pensi. Non so che grammatica abbiate in casa, ma scommetto che se cercate bene troverete una noticina che ammette l’uso di “gli” plurale nell’italiano colloquiale. Anche se poi ne scoraggia l’uso nell’italiano scritto.
Ora, il problema è che le lingue o si evolvono, o muoiono. E se si evolvono, di solito procedono così: la lingua orale innova; la lingua scritta in un primo momento resiste, ma poi si adegua, e “sdogana” le forme orali. E siccome è da più di cinquant’anni, credo, che le grammatiche registrano “gli” plurale come forma colloquiale (sia al maschile che al femminile), sarebbe anche ora di fare il passo decisivo: sdoganare. E perché non lo facciamo?
Questo è uno degli effetti curiosi della scolarizzazione di massa. Che ha diffuso l’italiano, ma lo ha anche congelato nelle forme scritte. Però bisogna stare attenti. Una lingua scritta congelata alla lunga non resiste. Perché intanto la lingua parlata cambia. Secondo me è meglio adeguarsi. Perciò, io uso “gli” al plurale. Sia femminile che maschile.

#2 siamo o non siamo neolatini?
Questo motivo annulla in parte il precedente. Nel senso che non è affatto vero che “gli” sia un’innovazione dell’ultimo secolo. Chi ha parlato l’italiano nei secoli scorsi (non erano tanti, ma c’erano) ha sempre detto “gli”: non a caso i dizionari lo registrano come un toscanismo. Io direi che dei toscani ci si possa fidare. E prima dei toscani, chi c’era?
C’erano i latini. Che avevano una forma sia singolare che plurale. Al singolare (dativo) dicevano “illi” ; al plurale dicevano “illis”.
Ora, se da “illi” latino è derivato “gli” maschile singolare, perché da “illis” non dovrebbe derivare “gli” maschile plurale? E già che ci siamo, anche femminile plurale, visto che “illis” in latino andava bene per maschi e femmine.
Insomma: il prossimo che vi bacchetta perché scrivete “gli piace” invece di “a loro piace”, potete rimandarlo al liceo a studiarsi il famoso latino, quello che in teoria dovrebbe servire a imparare qualsiasi cosa (e in realtà tante volte non ci assiste nemmeno con l’italiano).

#3 se lo ha fatto Manzoni possiamo farlo anche noi
Questo è l’argomento finale. Apriamo lo Zingarelli (il mio è del 1995): se scorriamo tra i significati di “gli” troviamo anche “pron. Pers. Atono di terza pers. m. e f. pl. (fam., tosc.)”, e poi una citazione nientemeno che dal Manzoni.

“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta” (MANZONI)

Manzoni, ricordiamolo, è lo scrittore che ha rielaborato un romanzo per più di una ventina d’anni per cercare di renderlo più ‘italiano’ possibile. Se scrive così, non è per distrazione. E se lo fa lui, possiamo benissimo farlo anche noi. Ma val la pena di leggere cosa dice ancora il dizionario:

L’uso di gli come pronome personale di terza persona è sempre più accettato, soprattutto nella lingua parlata. Meno comune è il termine loro: ho incontrato Mario e Anna e ho consegnato loro i biglietti suona certamente più formale che gli ho consegnato. Si usi quindi loro solo in determinati contesti specialmente nella lingua scritta.

Avete capito? lo Zingarelli consiglia di limitare l’uso di loro, non di gli. Vedete? I linguisti sono persone ragionevoli. Sanno benissimo che la lingua parlata è il traino della lingua scritta. Sono i maestri e i professori che ci castrano. E perché lo fanno?

È un fenomeno frequente soprattutto presso il ceto medio (e i prof sono ceto medio puro): si chiama ipercorrettismo. L’ossessione di darsi regole per distinguersi dal volgo. Così la casella del pronome atono plurale sarebbe stata lasciata vuota soltanto per prendere in trappola gli incolti, quelli “che scrivono come parlano”.
Ma c’è anche un motivo più onorevole: cercare di salvare il pronome atono femminile singolare, il gentile “le”, che molto spesso nella lingua parlata si trasforma nel solito “gli”. È chiaro che se passa l’idea che “gli” va bene al plurale sia per il maschile che per il femminile, qualcuno si comincerà a chiedere perché dobbiamo distinguere il genere al singolare. Tra l’altro i latini dicevano illi sia per gli che per le.

Ma in fondo i latini sono tutti morti, e a me interessano solo quando giustificano i miei errori di grammatica. Il quarto motivo è molto semplice: io scrivo così perché mi va. Come diceva un generale, “l’intendenza seguirà”. Noi scriviamo. I grammatici seguiranno.
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Maestri di vita (7) – Quinto Orazio Flacco

Di solito non mi pesa troppo il mio lavoro, tranne la notte del giovedì.
Venerdì mattina ho cinque ore di seguito, e per me sono molte, cinque ore d’italiano ai sordi. Ma se voi ne fate di più (com’è probabile) adesso mi state già invidiando: faccio un lavoro stimolante, poche ore al giorno, e mi lamento. Di cosa mi lamento?
È intutile spiegare. Orazio ha già scritto una nota satira al riguardo.

Come mai, Mecenate,
nessuno, nessuno vive contento
della sorte che sceglie
o che il caso gli getta innanzi
e loda chi segue strade diverse?


Giovedì sera ho una riunione con amici, che spesso va avanti fino a tardi. Quando alla fine arrivo nel piazzale, parcheggio sempre davanti a un signore che dorme sotto il portico. Nella bella stagione lo trovo ancora alzato: leggiucchia la Gazzetta dello Sport prima d’imbottirne il sacco a pelo. Ma adesso è inverno, e il termometro della mia auto a volte segna meno cinque.
Così mi capita, giovedì dopo giovedì (per l’orologio è già venerdì mattina) di passare davanti a questo signore, e invidiarlo. Perché domani lui si sveglia quando vuole, e non deve fare le cinque ore che faccio io.

Penso a questa cosa, nel piazzale: e siccome c’è un gran silenzio a quell’ora, mi capita di ascoltare il mio stesso pensiero: e ascoltandolo, me ne vergogno.
Poi giro l’angolo, e già sto pensando a domani, a quello che devo fare per passare cinque ore dignitose… e quel signore già l’ho dimenticato. Fino al giovedì seguente.

“Beati i mercanti”,
esclama il vecchio soldato,
le ossa rotte da tanta carriera;
“Meglio la vita militare”,
ribatte il mercante sulla nave in burrasca,
“Vuoi mettere? si va all’attacco
e in breve o muori o vai in trionfo”.


Quando finirà? In giugno, forse, e poi troverò un lavoro più soddisfacente. Anche quello che faccio adesso, non è così male: ma non è normale trovarsi a invidiare un senzatetto, anche solo per un minuto alla settimana.
Ho la sensazione, però, che non finirà in giugno, né in settembre, né più tardi: che continuerò a invidiare i senzatetto e i benzinai, gli assistenti universitari e gli autisti dei furgoni, e continuerò ad agitarmi inquieto nel mondo del lavoro, come il malato nella branda, fino all’età della pensione (quale pensione?) e anche oltre.

E come faccio a saperla così lunga? Facile. Ho letto Orazio, io.

A farla breve, senti
dove voglio arrivare:
se un dio dicesse: "Eccomi qui,
pronto a fare ciò che volete:
tu, da soldato, sarai mercante,
e tu, giurista, un contadino:
scambiatevi le parti
e via, uno di qua, l'altro di là.
Che fate lí impalati?"

Rifiuterebbero,
eppure avrebbero potuto essere felici.
Non ha forse ragione Giove
a sbuffare irritandosi con loro
e a sancire che d'ora in poi
non sarà piú tanto arrendevole
da porgere orecchio a preghiere simili?


Quinto Orazio Flacco, Sermones I, 1.

È commovente (e un po’ triste) accorgersi che duemila anni, il motore a scoppio, la penicillina, i pomodori e la cibernetica non ci hanno cambiato più di tanto.
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Freude schöner Gotterfunken, Tochter als Elysium
Wir betreten feuertrunken


Licenza sperimentale
Un saluto alla Pizia e ai suoi convitati: mi sarebbe veramente piaciuto esserci, ma non sto ancora molto bene. Mi è dispiaciuto molto. Anche perché è tempo di sfatare alcune storie sul fatto che non esisto, che sono un'intelligenza artificiale, ecc.… Non solo esisto, ma sono anche uno sfigato qualunque, tranquillizzatevi. Nei primi tempi avevo anche una foto: l'ho tolta quando le cose sono iniziate a farsi un po' più serie (ma soprattutto perché ero stanco di ricevere mail da lettrici assatanate).

Ora, proprio quando ormai avevo rinunciato a mettere i fatti miei su questo sito, un pezzo di Madame Defarge mi costringe a tornare sull'argomento, per precisare un paio di cose. Madame è sempre molto cara, sed magis amica est veritas. E quindi: non è vero che io sono uscito con 60/60 alla maturità. Il voto esatto non me lo ricordo, ricordo che cinque miei compagni lo presero, ma io no, e che me ne sarebbe anche interessato poco, se non che in un'altra classe lo prese anche la mia ragazza di quel tempo, maledetta secchiona.
Ma la cosa veramente importante, l'unica che tengo a sottolineare, è che quella scuola non è, non fu mai un liceo classico. Noi, quei fighetti dei liceali classici, ce li mangiavamo nell'intervallo tra la terza e la quarta ora. E per vari motivi, tutti buoni:

I liceali classici (quegli sfaticati), fanno 25-28 ore alla settimana: noi ne facevamo dieci di più.

I liceali classici (quegli ignoranti), dopo aver inutilmente cercato di imparare un po' di lingua straniera nel biennio, rinunciano, e si rassegnano a diventare quella classe dirigente cialtrona e incapace di comunicare con le altre classi dirigenti che conosciamo bene. Noi abbiamo studiato, per tre anni, tre lingue straniere, per quindici ore alla settimana. Tanto che, se non avessi avuto i miei cali di pressione tra la quinta e la sesta ora, io a quest'ora potrei anche leggere Goethe in lingua originale, alcuni miei compagni lo fanno. Io mi limito a canticchiare l'Inno alla Gioia in lingua originale, in certe occasioni. È il mio inno. Sarà l'inno dei vostri figli. Voialtri arrangiatevi con Mameli.

I liceali classici (quegli idioti) sono fortunati se quando escono dal loro liceo idiota sanno contare fino a cento, senza servirsi delle dita delle mani e dei piedi. Noi (complice anche un prof convinto di trovarsi in uno scientifico) uscimmo con nozioni ben assestate di calcolo integrale. E io so di aver sostenuto un'interrogazione alla lavagna sulla teoria della relatività. Non mi ricordo più nulla, ma so che per un momento della mia vita (lo stesso momento in cui studiavo Schiller a memoria, scrivevo tesine su Gozzano e recitavo Beckett) ho svolto un'equazione alla lavagna fino ad arrivare alla formula E=(mc)2, e ne sarò fiero fin che campo. Il nostro prof invece no, ce l'aveva con noi perché eravamo testoni e non aveva fatto in tempo a spiegarci i quanti.

Del resto la mia (notevole) cultura si definisce così: la differenza tra quello che ho imparato lì e quello che ho disimparato successivamente all'università.
Se mai posso perciò fregiarmi di qualcosa nella vita, insomma, e di avere studiato al L. A. Muratori sperimentale di Modena a cavallo tra Ottanta e i Novanta, in una classe di ignorantoni provinciali che al momento buono stracciò tutti i record e portò a casa cinque sessanta – tra i quali io non c'ero. Del resto tra quelli che portarono a casa il voto più basso ce n'è uno che adesso lavora per Rai3. Ha anche intervistato Borrelli, una sera. Un altro è stato per un po' al marketing della nota ditta di scarpe globalizzate. Poi chi altro c'è… una promessa della lusofonia… e tanta altra gente che al momento buono spunterà.
Sì, sono orgoglioso della mia Licenza Sperimentale – che è anche una licenza di guardare le vostre maturità classiche dall'alto in basso, stupidi ignoranti polli di batteria che non siete altro. Avete incontrato molti latini nella vostra vita adulta? Li avete intrattenuti con qualche sapido epigramma in esametri? Bravi. Ora scusate, vado a guardarmi un po' di tv francese, perché l'italiana non la reggo.

Ma se insisto sul LAM sperimentale non è per nostalgia, è per un motivo più serio. Quella scuola, decisamente sopra gli standard era ed è pubblica. Non era il solito parcheggio per figli di avvocati a base di Cesare e Cicerone. Non era un votificio. Era la scuola migliore di Modena e potevano andarci tutti (il problema magari era restarci). Mi sono sempre chiesto se Letizia Moratti, la piccola giovane broker, sarebbe sopravvissuta a un'interrogazione sul calcolo integrale. O su Schiller. Non lo sapremo mai. Di sicuro nella nostra classe se non si lasciava fotocopiare le versioni di latino non se la sarebbe filata nessuno. Avrebbe imparato a calare un po' le arie, la Letizia. E sarebbe stata magari una Ministra migliore.
Ma è troppo tardi. Dopo una certa età le cellule del cervello non si rinnovano più. (le cellule dei cervelli, intendo, che hanno subito 5 anni di Classico…)
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Noi non ci meritiamo

Goodbye Paris I'm leaving you nothing they say 'bout you was true
And it drives me crazy


Tre anni fa (Il 20 marzo del 1998) mi sono laureato.
È da tanto tempo che non torno all'università. Non abbiamo niente da dirci. In fondo, non ci siamo mai piaciuti. È stata una delusione a prima vista.
La stanchezza pendolare. Le dormite alle lezioni. Le dormite nelle sale studio. Bologna è un comodo divano dove puoi sonnecchiare in mille posizioni.
Tutta la boheme che ci è toccata è stata il bar degli studenti, dove si ciccava per terra. Ah, ho anche occupato una volta. Sono finito in una commissione anarchica, con una fazione socialdemocratica (che poi era Glauco, ciao Glauco).
Ma poi il riflusso è stato inarrestabile. Ogni volta che passi in Piazza Verdi, tum-tum-tum, diventavo un po' più di destra. In un afoso pomeriggio il prof. Traina, seccato dal tum-tum-tum che saliva nella mansarda di latino, tagliò corto e m'inflisse un ventisette. Tornai sei mesi dopo, ma era afoso uguale. Incrociai le dita, mi buttai sulle georgiche, ma proprio in quel momento attaccò il tum, tum, tum. Avrei detonato una mina sul selciato.
A furia di trenta contumaci i docenti mi impartirono la lezione più importante: lo studente migliore è lo studente non frequentante, che si fa i cazzi suoi e si presenta solo per verbalizzare.
Ma il dialogo fruttificante, il confronto, verticale e orizzontale, gli oziosi pomeriggi a dibattere di filosofia e letteratura a un tavolino, dico, li ha mai visti qualcuno? Mi vergogno anche soltanto al pensiero di aver mai immaginato qualcosa del genere.
Con la tesi, poi, ognuno si chiude definitivamente nel suo guscio monomaniaco. Metti il naso fuori solo per andare a trovare il professore, ma di solito quello notte non hai dormito, perciò sei carne morta che cammina, le ragazze ti guardano male e non si sbottonano con te. Stiamo tutti scrivendo una monografia irripetibile. Senz'altro degna di pubblicazione, anche se si sa come vanno le cose, è tutto uno schifo, tutta una mafia, naturalmente.
Poi la lunga sequela di colloqui e di concorsi. Immagino che vinca chi riesce a conservare uno straccio di motivazione. Io comunque ho perso. Tra l'altro, non sono diventato un esperto di letteratura italiana. Ho quasi smesso di leggere. Messo alle corde, tiro fuori sempre e solo Leopardi e Manzoni, perché per me alla fine la partita s'è chiusa al liceo. Devo aver sbagliato qualcosa di grosso. Forse dovevo andare a letto più presto. O più tardi. Crederci un po' di più. O non crederci affatto. Far la corte ai professori. O lasciarli proprio perdere. Sono rimasto fregato nel mezzo. Tanto peggio. Tanto non mi meriti, università. E io non merito te.
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Sempre sul problema che La nostra cultura è costituita per gran parte da cose che in realtà non sappiamo, ma che ci comportiamo come se le sapessimo:

Sappiamo scrivere italiano?
Perché a scuola non si insegna come si mettono gli accenti? D’accordo, è una cretinata, ma proprio perché è una cretinata andrebbe imparata molto presto, e poi non ci sarebbe da pensarci più. Come le tabelline.
Sono stufo di correggere gli accenti ai docenti universitari… e poi mi confondo anch’io… ma insomma.
Oppure diciamolo, che tanto vale lasciar perdere e imparare sul serio l'inglese (o lo spagnolo).

Sappiamo parlare italiano?
In questi giorni il mio birignao modenese sta diventando una delle voci ufficiali del portale della Logos. Potrete sentirmi leggere, secondo le circostanze, notizie, favole e poesie.
Sì, e non mi vergogno.
Mah, forse dovrei.
Forse perché i miei datori di lavoro sono ispanofoni, e non se ne rendono conto… un modenese al microfono è una sinfonia di sibili, sputacchiate, con un vago sapor di strafottenza provinciale.
E siamo da capo: perché a scuola non insegnano dizione? Nella vita potrebbe tornare più utile che, poniamo, il latino.
Me per me è troppo tardi, e poi al diavolo, per-quel-che-mi-pagano. Continuerò a declamare e sputacchiare finché la pronuncia modenese non diventerà l’accento standard su internet, come il romanesco è lo standard in tv e il milanese lo standard in radio.
A's'vdam
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Sono buono
Siccome non ce l'avevo con Paolo Fabbri l'altro giorno, non ne sarei degno, ma mi serviva per notare un atteggiamento comune a tanti (anche a me), ora citerò qualcosa di lui che posso condividere:

"La verità del nome" dice Fabbri, "la verità poetica del nome è a venire, è l'etimologia futura, da rifondare. La letteratura lotta non sull'assegnazione di un genere ma su cosa varrà domani quel genere".


Buon San Geminiano a tutti i modenesi. (La logos è sotto un'altra parrocchia)
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lingue che si perdono

Aghju dettu altre volte chì a più gran disgrazia per un populu hè di perde a so lingua, perdita ancu più irreparabile chè quella di a libertà. A libertà si ripiglia Error! Hyperlink reference not valid. volta, mentre chì a lingua persa una volta hè persa per sempre…
Santu Casanova, scrittore corso (1850-1936)

Perdere una lingua è fastidioso, è triste, ma non è una disgrazia. Noi acquistiamo e perdiamo le lingue tutti i giorni.
I miei genitori non parlano italiano fra loro.
I miei figli probabilmente non lo parleranno.
Una lingua che comincia a difendersi, ad arroccarsi nei dizionari, nelle grammatiche, è già una lingua in procinto di morire.
Una lingua petulante, che pretenda di essere la lingua ufficiale di tale regione o nazione, è peggio di una lingua morta.
La lingua viva è quella che si inventa tutti i giorni.
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