Funky tiratori

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Nessuno
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Ancora nessuno:

Qualcuno sottovoce: eh certo che a questo punto, con lo stallo che c'è in parlamento, si rischia proprio che il presidente della repubblica lo scelga di nuovo Matteo Ren...

IMPROVVISAMENTE, DAL NULLA, MASSIMO D'ALEMA: Ciao ragazzi, che si fa di bello?! Ho deciso che Articolo 1 deve tornare nel PD ormai dematteorenzizzato

Qualcuno: ma chi è questo scusa?

"Come chi è questo, sono Massimo d'Alema, il più grande antimatteorenzi vivente, ho fondato un partito apposta"

"Un partito?"

"Articolo 1"

"Oddio mio che brutta cosa".

"Come che brutta cosa?"

"Ma sì, erano tristissimi dai, cosa cantavano? Tranchi Fanchi? Mamma mi ci vuol la fidanzata? C'è Natalino Otto che si gira nella tomba da trent'anni..."

"Non Articolo 31, Articolo 1, è un partito che è uscito dal PD per contrastare il matteorenzismo".

"Aaah, certo che è facile confondere".

"Comunque, avete preso nota? Sono Massimo D'Alema, ho un curriculum e un'esperienza di primo livello, odio Matteo Renzi, tra qualche giorno si elegge un presidente della repubblica e nessuno vuole davvero che lo scelga Matteo Renzi, no?"

"No, no, certo, nessuno lo vuole".

"Non sarebbe odioso lasciargli l'ultima parola per altri sette anni?"

"Sì, in effetti è già insopportabile adesso. Ma tanto andrà così, chiunque eleggeremo, Matteo Renzi sosterrà comunque di averlo scelto lui". 

"L'unica è scegliere qualcuno su cui Matteo Renzi non possa mettere un cappello. Qualcuno che da sempre odia Matteo Renzi e ne è profondamente ricambiato".

"E vabbe', questo circoscrive l'insieme a una quarantina di milioni di italiani. Togliamo i minori di cinquant'anni, i detenuti..."

"Serve anche una personalità di spicco, qualcuno di autorevole, in cui gli italiani si possano riconoscere a livello internazionale".

"Cioè stai suggerendo..."

"No, io non suggerisco nulla, però..."

"Ma J-Ax li ha già compiuti cinquant'anni?"

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PD e 5Stelle, separati alla nascita

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Un accordo di governo tra Pd e M5S: fino a qualche settimana fa sembrava impossibile, e forse lo è. Certo, il parlamento lo ha accettato: ma la base? Prima o poi qualcuno dovrà spiegare ai milioni di elettori Cinque Stelle che il Pd non è più il partito di Bibbiano. Prima o poi qualcuno dovrà convincere gli elettori del Pd che il ministro Di Maio non è più “er bibbitaro“, e che Rousseau in fin dei conti è una semplice piattaforma di consultazione interna, con molte falle nella sicurezza e zone d’ombra, ma del tutto legittima. Prima o poi, due popoli aizzati da anni l’uno contro l’altro su media e social network dovranno seppellire l’ascia di guerra.

Ammesso che sia possibile, chissà se ne vale la pena. Pd e M5S potrebbero riallontanarsi tanto velocemente quanto si sono avvicinati. A farli convergere per un istante sarebbero mere considerazioni tattiche, in un tentativo più o meno disperato di resistere a un Salvini trionfante nei sondaggi. Ecco l’unica cosa che avrebbero in comune, gli elettori dem e grillini: il nemico. In politica è normale trovarsi a letto col nemico del proprio nemico, ma non significa che devi andarci d’accordo tutto il giorno. Non resta che stringere i denti e ricordare che Di Maio-Zingaretti è meno peggio di Di Maio-Salvini. Con queste premesse, è chiaro che l’alleanza potrà durare fino a un calo di Salvini nei sondaggi, o il nodo di qualche inchiesta su di lui non giunge al pettine. Dopodiché, o si troverà un altro nemico in comune, oppure addio. Potrebbe anche essere tutto qui.

Oppure democratici e cinquestelle potrebbero approfittare di questo strano flirt estivo per rimettersi in discussione. Per qualche anno si sono odiati e disprezzati, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Ma quando è cominciato tutto questo, e chi l'ha deciso?

Quella tra elettori del M5S e del Pd non è la tipica contrapposizione ideologica che separa – per fare un esempio – fascisti e comunisti. Non è nemmeno una nuova forma di lotta di classe: i bacini sociali dei due elettorati sono contigui, forse sono gli stessi. Anche l’interpretazione che va per la maggiore (Pd elitista contro M5S populista) convince fino a un certo punto: il Pd ha molto spesso assorbito spinte populiste (specie nella fase rottamatrice della segreteria Renzi), mentre il M5S sembra essere il partito più votato dai laureati. Fingiamo di essere appena arrivati in Italia da un altro pianeta: di fronte a due partiti che si odiano e si spartiscono gli stessi serbatoi elettorali, non potremmo che concludere che si tratta del risultato di una scissione. Non abbiamo mai pensato di analizzarla da questo punto di vista, ma forse potremmo.

Se non è facile trovare una data per sancire l’inizio dell’odio tra i due soggetti politici, è certo che già nell’estate del 2007 c’era una forte diffidenza reciproca. Nell’ottobre di quell’anno i leader di Margherita e Ds decidono di fondersi in un unico partito, con Walter Veltroni come segretario, eletto durante le prime primarie aperte ai cittadini della storia repubblicana. Fino a quel momento lo schema dei Democratici di sinistra era stato quello dalemiano di coalizzarsi con forze più centriste (le schegge dell’esplosione della vecchia Dc), cercando di arginare Berlusconi. Lo schema era sembrato efficace con l’Ulivo di Prodi nel 1996, ma molto meno con l’Unione di dieci anni dopo. Per Veltroni, apparentemente più bonario, quelle stesse forze andavano attirate e assorbite, eliminando gli elementi meno assimilabili grazie a una legge elettorale che prevedesse una soglia di sbarramento sufficientemente alta. D'Alema non credeva nella strategia di Veltroni ma in un certo senso la preparava; Veltroni era insofferente dei tatticismi di D'Alema, ma in un certo senso li portò a compimento. Perché sia i dalemiani che i veltroniani erano convinti che l'unico modo di vincere le elezioni fosse andare verso il Centro, visto come un'immensa pianura in cui pascolava un abbondante elettorato moderato che non poteva davvero sopportare la volgarità di Berlusconi e prima o poi lo avrebbe abbandonato. Sia D’Alema che Veltroni erano convinti che il futuro della socialdemocrazia fosse una liberaldemocrazia allineata alle direttive di Maastricht, mitigata da alcuni ammortizzatori sociali da decidere poi con calma. Il fatto che la classe media cominciasse a impoverirsi non destava molte preoccupazioni: l’eventualità che la frustrazione degli elettori li portasse a cercare formazioni politiche più estreme sembrava fantascienza. Sia D'Alema che Veltroni erano convinti che la battaglia si sarebbe vinta al centro perché, in sostanza, sia D'Alema che Veltroni erano buoni politici di Centro, e non facevano che tendere a sé stessi. E sia D’Alema che Veltroni non ci arrivarono mai.



Oggi forse si è chiarito il perché... (continua su TheVision)


Oggi forse si è chiarito il perché: quel favoloso centro in realtà non esisteva, non era una piana sconfinata ma uno spazio residuale. Tutt'altro che moderati erano gli elettori del sedicente centrodestra: tutt'altro che moderati i toni con cui Berlusconi li aveva attirati e sedotti, raccontando di un pericolo rosso incarnato persino nelle forme rassicuranti e democristiane di Romano Prodi. Berlusconi non sarebbe stato sconfitto dalla moderazione: se solo qualcuno l'avesse capito prima del 2008. Beh, in realtà qualcuno l'aveva capito. 

No, in realtà lo avevano capito in molti. Marco Travaglio, per esempio, che sull'antiberlusconismo aveva già costruito una carriera e che di lì a poco ne avrebbe fondato l'organo di stampa. Antonio Di Pietro, che stava portando il suo piccolo partito giustizialista a conduzione famigliare a sfiorare il 5%. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, i due giornalisti del Corriere autori del caso editoriale del 2007, La Casta, in cui la classe politica italiana veniva accusata di una voracità insaziabile. E Beppe Grillo, che nel settembre di quell'anno celebrò a Bologna il suo primo V Day, un fluviale comizio a pagamento. Il pretesto era una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare che conteneva già in nuce uno dei cardini del futuro movimento 5 Stelle: il tetto massimo di due legislature per i parlamentari. 

Alla fine dell'estate 2007 insomma la situazione era chiara a chiunque la volesse capire: gli elettori non stavano cercando contenuti moderali, anzi. Da tredici anni Berlusconi catalizzava l'opinione pubblica, polarizzandola tra due schiere di fan e haters. Se tra i fan cominciava a serpeggiare la delusione per un nuovo miracolo italiano mai realizzato, la rabbia accumulata degli haters ormai tracimava verso nuovi obiettivi: non più soltanto Berlusconi, ma anche tutti i politici che non erano riusciti a batterlo, anzi non ci avevano nemmeno provato: e in effetti né D'Alema né Prodi erano riusciti a far approvare una legge sul conflitto d'interessi; quanto a Veltroni, stava promettendo che Berlusconi non lo avrebbe nemmeno nominato.

La scissione avvenne in quel momento, anche se non ce ne accorgemmo subito e forse non ce ne siamo ancora accorti. Eppure sapevamo che la folla accorsa a Bologna per firmare le proposte di legge di Grillo era formata in gran parte da elettori di centrosinistra. Elettori sempre meno interessati ai discorsi moderati di un Veltroni alla vana ricerca di un Centro che alla fine coincideva con sé stesso. Nel 2008 prese comunque 15 milioni di voti (alla Camera), un dato mai più raggiunto dal PD ma inferiore di 4 milioni al risultato dell'Unione di Prodi due anni prima: anche stavolta la conquista del Centro era rimandata. A quel punto si dimise, ci furono nuove primarie e Beppe Grillo chiese di partecipare. Era soltanto una provocazione: stava già iniziando ad approvare liste locali con le cinque stelle nel simbolo. 

In quell'occasione Piero Fassino pronunciò la famigerata frase che gli sopravvivrà: "Il Pd non è un taxi su cui chiunque può salire. Se Grillo vuole fare politica fondi un partito. Metta in piedi un'organizzazione, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende". Nel 2013 ne avrebbe presi più di otto milioni, superando di misura il PD di Pierluigi Bersani. Il partito che era nato per conquistare il centro moderato lo aveva completamente perso, e oggi sappiamo perché: sappiamo che non era affatto moderato. Sappiamo che sotto la cenere covava un risentimento che abbiamo chiamato prima antipolitica e dopo populismo, e che Grillo ha cavalcato un po' per buona fede un po' per calcolo, finendone quasi travolto. Sappiamo che è un magma in cui si trovano ormai fuse assieme istanze che una volta erano di pura sinistra (l'ecologismo, la questione morale) e veleni di estrema destra. Con questo magma, il PD ora dovrebbe tentare di costruire un'alternativa al sovranismo eterodiretto di Salvini e camerati. Forse è impossibile, probabilmente è troppo tardi, purtroppo non ci sono alternative.
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In che guaio ti stai cacciando, Matteo Renzi

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Tre giorni fa Matteo Renzi non voleva andare a Palazzo Chigi. "Chi me lo fa fare", diceva ai giornali. Eravamo in tanti, con lui, a non capire il senso di un'operazione che sembrava ancora il parto allucinato di qualche commentatore politico in crisi d'astinenza da retroscena. In seguito ha evidentemente cambiato idea. Non c'è niente di male nel cambiare idea; succede a tutti tranne ai cretini. Il problema è che giorno dopo giorno, dichiarazione dopo dichiarazione, Renzi si è messo da solo nella situazione in cui qualsiasi passo farà oggi sarà un passo falso. Se Letta cadrà, si ritroverà addosso i panni di D'Alema del '98: gli saranno rinfacciate quotidianamente le promesse tradite di ridar voce ai cittadini e chiudere con gli intrighi di palazzo. È una prospettiva deprimente, ma lasciare Letta al suo posto dopo averlo apertamente sfidato sarebbe una sconfitta ancora peggiore e Renzi non se la può permettere. Si è esposto troppo. In fondo fa parte del suo stile: chi lo ha scelto come segretario del Pd aveva in mente probabilmente qualcosa del genere. Un giovane all'arrembaggio del palazzo che non si fa scrupoli a dire quel che pensa, anche se in tre giorni gli può capitare di pensare cose assai diverse: Renzi è fatto così, lo abbiamo scelto così, inutile prendersela con lui.

D'Alema era diverso - e nessuno sembra avere nostalgia per i suoi tempi: nemmeno D'Alema stesso. Anche a lui capitò, nel '98, di cambiare idea; forse una maggiore esperienza gli suggerì di non strombazzare prematuramente sui giornali "chi me lo fa fare": purtroppo la Storia ci insegna che c'è sempre qualcuno che riesce a farci fare qualcosa, il Quirinale o la Nato o la crisi o la Ue. Le trattative che intavolò in quei giorni con Scalfaro, Ciampi e Cossiga, rimasero quasi del tutto riservate: D'Alema non passò per una banderuola. In compenso non poté più scrollarsi di dosso l'immagine di segreto tessitore di trame. Ecco un rischio che Renzi e Letta non corrono: tra una conferenza stampa e una riunione in streaming, abbiamo finalmente la possibilità di assistere al parto di un progetto politico in diretta. Purtroppo, come tutti i parti non è un bello spettacolo: c'è il sangue, gente che urla e maledice i propri affetti; forse era meglio restare in sala d'attesa a riflettere (continua sull'Unita.it, il sito di un quotidiano che ha compiuto 90 anni, e non li dimostra).

Forse è un po’ presto per azzardarsi a dire che si stava meglio prima: quando i lunghi coltelli si snudavano di notte, i panni sporchi si lavavano in riunioni a porte chiuse, e al mattino vincitori e vinti rilasciavano ai giornali dichiarazioni unanimi. Una delle conseguenze forse non previste dell’aver mandato giovani quarantenni al potere è questa drammatizzazione della scena politica: sempre meno simile a un salotto di anziani che confabulano mentre Vespa annuisce e aspetta il momento giusto per chiamare la pubblicità, sempre più affine a un reality di Maria De Filippi con giovani uomini e giovani donne che parlano prima di pensare, poi in esterna cambiano idea e si fanno le piazzate. Lo stesso Enrico Letta che di fronte al baratro convoca una conferenza stampa e tira fuori dal cassetto un programma di governo pieno di buoni propositi fin qui non realizzati, che figura ci fa? È inevitabile immaginarsi un ospite di C’è posta per te che promette al partner che d’ora poi si comporterà bene e non sarà più geloso e distratto mentre la busta, implacabile, si richiude su di lui. Chiudi, Maria, è finita.
Si poteva fare di meglio? Sembra proprio di sì. Forse Renzi e Letta avrebbero dovuto parlarsi di più; forse le trattative per allargare la maggioranza avrebbero dovuto restare in un primo momento riservate, quanto basta per evitare la corsa al totoministri sui quotidiani (ammesso che sia possibile fermarne la deriva retroscenista). Forse la direzione del PD dovrebbe essere un luogo dove ci si confronta, in modo anche duro, finché non si trova una sintesi; non una videoconferenza in cui tutti fanno il proprio numero e il segretario si riserva il diritto di ribattere in conferenza stampa. Forse Renzi dovrebbe riflettere un po’ di più prima di affermare qualcosa di cui si potrebbe pentire il giorno dopo, e non dare l’impressione di arrivare a Roma ogni tanto come un fulmine distruttore, dal momento che in gioco c’è anche la sua credibilità. Ma si può chiedere a Renzi di essere un po’ meno Renzi? http//leonardo.blogspot.com
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D'Alema è un bot

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A sinistra del calcare.

La cosa terribile è che io tutto sommato quel che ha detto D'Alema sui risultati delle amministrative e sul grillismo lo trovo condivisibile, segno equivocabile del mio triste invecchiare dalemiano: e tuttavia quando si arriva alle conclusioni, ahinoi, niente da fare. Io un passo verso D'Alema lo sto facendo, sarà il rincoglionimento, boh, ma anche D'Alema un passettino verso di me potrebbe farlo e invece no, D'Alema resta D'Alema, inossidabile. C'è un vuoto a destra che ricorda il '93, tranne che non lo possono occupare più né la Lega sputtanata né Berlusconi spompato né i postfasci dispersi, quindi chi? C'è un'astensione che cresce in tutti i settori, un'ostilità crescente per chiunque rappresenti governo e parlamento, e quindi per D'Alema cosa bisogna fare?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
Roba che se uno D'Alema non lo conosce (alle prossime elezioni voterà gente che è nata durante il governo D'Alema), probabilmente non riesce nemmeno a capire di cosa parla: chi sono i moderati? A giudicare dai toni e dai contenuti, siamo noi del PD. E i progressisti con cui fare l'asse chi sarebbero? Cos'è il progresso? Pietire l'eurobond? Ma purtroppo noi al tempo del governo D'Alema eravamo vivi, ahinoi, e votanti, per cui sappiamo cosa intende per "moderati": chiunque stia a destra del PCI-PDS-DS-PD in quel momento. Metti che ci fosse Gengis Khan. D'Alema ti proporrebbe un'alleanza con Gengis Khan. Scherzo, Gengis Khan è da un po' che non esiste. Perché invece Casini?

E guardate che un po' mi dispiace. Ci speravo, in questi famosi moderati delusi da Berlusconi, moderati ravveduti e disposti a guardare in faccia la realtà e dare il proprio contributo in un momento così difficile, ci speravo negli strani compagni di letto che ci avrebbe imposto il postberlusconismo, ci contavo, su dei moderati, per così dire, moderati. Bene, dove sono? Chi stanno votando? Il pre-polo della Nazione non arriva al 5%? La Curia non ha mai scommesso su un cavallo così zoppo, probabilmente sta già valutando qualche alternativa, e riflettendoci bene a questo punto ormai il partito più cattolico di tutti è quello di Rosy Bindi Fioroni e Fassino. La DC. Siamo noi adesso. Nel frattempo D'Alema continua a usare "progressisti" e "moderati" col significato che avevano vent'anni fa, a rischio di non accorgersi che nel frattempo i veri moderati siamo noi: mentre quelli che immagina lui (Casini? Fini? Pisanu? Montezemolo? Chi?) sono appunto ormai solo creature nella sua immaginazione. Senz'altro in Italia c'è abbondanza di politici desiderosi di rappresentare un'area moderata. Ma gli elettori moderati, quelli, esistono?

Prendi Parma. Per otto anni, pur di non votare DS, mandano al comune dei simpatici e rapaci roditori. A un certo punto, con un ospedale da Paese in via di sviluppo (gli edifici, non il servizio) e un cantiere per la metropolitana, si ritrovano commissariati, in pratica la Sicilia in Valpadana, senza offesa per la nobile isola ma ci siamo capiti. Cosa fanno allora gli elettori moderati? pur di non votare PD, che è l'erede di un'esperienza amministrativa coi suoi alti e i suoi bassi, ma nel complesso onesta, rispettabile... votano il candidato Cinque Stelle. Grande exploit di Grillo. E va bene, complimenti a Grillo e al suo candidato. Ci rimane il dubbio del calcare. Ovvero: se al posto del candidato Cinque Stelle si fosse candidato il calcare - non un calcare qualunque, diciamo il calcare ostinato dei peggiori anfratti del WC, siamo sicuri che la maggioranza dei parmensi non avrebbe scelto, piuttosto di un candidato PD, il calcare? Io non ne sono del tutto sicuro. Perché i cosiddetti "moderati", da noi, sono così. Voterebbero Gengis Khan. Non perché siano d'accordo con la piattaforma di Gengis Khan. In effetti, nessuno sa bene quale sia il pensiero economico di Gengis Khan. Però non è del PD. L'importante è quello, per gli elettori "moderati".

D'Alema questo non lo capisce. In sostanza non capisce gli italiani, non sono abbastanza razionali per lui. D'Alema vorrebbe conquistarli. Ci dev'essere pure un modo di convincerli che siamo il loro partner ideale. Vediamo un po', D'Alema, che altro possiamo fare per moderarci ulteriormente. Abbiamo cambiato quattro simboli e tre nomi. Ci siamo presi in casa mezza democrazia cristiana e tutti i radicali, e la Binetti per l'Opus Dei. E Ichino. E Calearo. Abbiamo sostenuto il governo Monti con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente. Quanti voti 'moderati' abbiamo conquistato al centrodestra? Più o meno l'uno per cento, Gengis Khan ne avrebbe presi di più. Quanti ne abbiamo persi nel frattempo alla nostra sinistra, al nostro centro, alla nostra destra? E adesso cosa possiamo fare di più moderato di così? Mettiamo Buttiglione in commissione pari opportunità? I posti in lista che libera Pannella, potremmo darli in blocco alla Conferenza Episcopale, magari gradiscono. Dopo aver candidato Calearo cosa possiamo fare di ancora più estremo, pardon, più moderato? Per dire, non so, Scilipoti ha degli impegni?

D'altro canto, se queste domande le poni a D'Alema, lui serafico ti risponderà
dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
Non importa che non esistano più né "progressisti" né "moderati": D'Alema auspica un'alleanza perché, sostanzialmente, la funzione sociale di D'Alema è auspicare quell'alleanza lì, così come la funzione sociale di certi santoni è ripetere invocazioni in lingue ormai sconosciute. Eppure la capacità di analisi a D'Alema non è mai mancata. Il guaio è la conclusione, sempre uguale: ehi D'Alema, piovono ranocchie e il meteo dice che una nuvola di locuste è in arrivo, cosa dici che dobbiamo fare?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
No, scusa D'Alema, scherzavo, in realtà i tedeschi hanno capito che se vogliono tenersi le case al mare ci devono aiutare e quindi si accollano il nostro debito e trasferiscono tutta la Volkswagen a Melfi e metà BMW a Termini Imerese. Quindi adesso che si fa?
Per evitare di ripetere l'errore dobbiamo costruire un asse di governo basato sull'alleanza tra progressisti e moderati.
In fin dei conti D'Alema è un bot, un programmino semplice semplice che saprei scrivere pure io, in un antico arcano linguaggio macchina che ci tramandiamo di generazione in generazione:

10 scansiona il sistema
20 trova il centrosinistra (=CS)
30 identifica il soggetto a destra del centrosinistra con "moderati" (=M)
40 allea CS con M
50 vai a 10
run

Alla fine il bot D'Alema ha una sua utilità sociale. Il problema è quando nello stesso software inserisci anche il bot Veltroni:

10 scansiona il sistema
20 trova il centrosinistra (=CS)
30 trova i moderati (=M)
40 fondi CS con M (CS=M)
50 annoiati
60 esegui il bot D'Alema mentre scrivi un romanzo
run

Ecco: questi due bot, che presi individualmente sono abbastanza inoffensivi, combinati assieme diventano una minaccia. Prima il bot D'Alema sente l'impellente necessità di allearsi con tizi come la Binetti. Poi interviene il bot Veltroni che dice: noi non dobbiamo solo essere amici della Binetti, noi dobbiamo essere la Binetti. Il passo successivo è allearsi a Tremonti, o Bossi, o Montezemolo. Poi c'è Forza Nuova. Poi c'è Gengis Khan, o il calcare nel WC. Col tempo ci arriveremo. I bot non sentono il passare del tempo. Finché c'è energia vanno avanti, loro hanno un codice da eseguire.
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Il sacrificio di Fini

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Il guaio di esserci appassionati di politica, magari quindici o vent'anni fa, e di non essercene ancora inspiegabilmente stancati, è che rischiamo di essere vittima delle nostre inutili frustrazioni, di vecchi rancori che non hanno più senso, perché non siamo mica al bar sport qui, non ci stiamo mica sfottendo tra interisti e milanisti; a parte che anche lì, se alla fine Ibrahimovic può passare al Milan, perché non potrebbe Fini apparentarsi col PD? Chi siamo noi per dire di no, da quale pilastro di granitica coerenza ci sporgiamo con l'aria dei duri e dei puri? E perché continuiamo ad avercela con D'Alema, che senso ha tenersi al dito per tutti questi anni uno sgarbo, una cattiva parola? Già, sono detriti di vecchie passioni che non hanno più senso, se mai lo hanno avuto - io però non lo voterò, Gianfranco Fini; e non mi fiderò di D'Alema. Lo so che tutti cambiano, e ammetto che Fini è molto cambiato, e voglio sperare che D'Alema avrà imparato dai tanti suoi errori: ugualmente, grazie, no. E' un comportamento irrazionale, me ne rendo conto. Un comportamento che non fa onore a un elettore moderno, democratico, postideologico, postballevarie.

Mi resta il dubbio che sia un problema di cognomi. Voglio dire: se al posto di "Gianfranco Fini" e tutto quello che mi rappresenta dal MSI a Berlusconi, ci fosse uno sconosciuto che dice le cose che Fini ha detto negli ultimi mesi, lo voterei? Accetterei di votare una coalizione dove c'è anche lui in un bel collegio blindato? Ho votato per la Binetti, ho mandato Calearo in parlamento, probabilmente sì, ci manderei anche lui. Non si chiamasse Gianfranco - oh, Gianfranco, perché sei tu Gianfranco? rinnega il tuo nome. Sì, potrei accettarlo. Peccato che chi mi consiglia una mossa del genere sia lo stratega di cento battaglie perdute, Massimo D'Alema - ma anche lui, perché si ostina a farsi chiamare così? Basterebbe che la stessa strategia me la suggerisse "Mario Rossi", e potrebbe sembrarmi ragionevole. Lo vedete? E' un problema di cognomi, e delle lunghe storie che ci sono dietro.

Proviamo a farne a meno. Cancelliamo il cognome D'Alema, cancelliamo il nome Gianfranco, e anche i nomi dei partiti, cancelliamo tutto. Tabula rasa. Fingiamo di essere atterrati da pochi minuti su un pianeta XYZ, dove due anni fa ci sono state le elezioni con una legge elettorale uninominale con sbarramento al 4%. Hanno partecipato alla competizione il Polo Arancione, il Centro Giallo, il Polo Marron e la Rifondazione Bordeaux. Le percentuali si sono ripartite più o meno così:



Sì, sono una schiappa coi grafici, grazie. La collocazione dei partiti a destra, a centro e a sinistra non ha nulla a che vedere con le rispettive ideologie, che non conosciamo assolutamente. L'unica cosa che sappiamo è che gli elettori dei due principali blocchi detestano i dirigenti del blocco opposto. Come avrete notato la mezza torta non arriva al 100%: in effetti mancano briciole, che non passeranno comunque lo sbarramento (non lo passano nemmeno i bordeaux, se è per questo). L'impressione generale è di equilibrio: con questi numeri il Centro Giallo potrebbe fare da ago della bilancia - se non si trattasse, appunto, di uninominale con sbarramento al 4% (la faccio semplice, in realtà è più complicata, lo so). Infatti la vera ripartizione dei seggi in Parlamento sarà questa:

Come dicevamo i Bordeaux sono scomparsi: in nessun distretto del pianeta erano abbastanza radicati da oltrepassare lo sbarramento. I Gialli no, ma soltanto perché sono ben radicati in una regione; una regione periferica, ancorché molto popolata, e dotata di una classe dirigente particolarmente corrotta e di organizzazioni criminali eccezionalmente professionali. Quindi, in sostanza, gli Arancioni, col 46% dei suffragi, hanno i numeri per governare, e i Marron i numeri per stracciarsi le vesti, aprire un dibattito interno, cambiare i vertici, tutte quelle cose che un Partito di solito fa quando perde.

Dopo due anni succede una cosa abbastanza imprevista: una spaccatura nella coalizione di maggioranza provoca un travaso di seggi verso il Centro Giallo, che si ribattezza pomposamente Terzo Polo Giallo. Il problema è che di poli, per definizione, anche sul pianeta XYZ ce ne possono essere soltanto due: è la regola del gioco, chi vince prende più o meno tutto. I dati del terzo grafico sono presi da un sondaggio della settimana scorsa; nel frattempo pare che l'ondata gialla si sia un po' sgonfiata, comunque prendiamoli per buoni. Ecco qua:

Come vedete, sono tornati i Bordeaux, che nel frattempo si sono scissi tra Bordeaux e Lillà. I primi qui valgono da soli un 4,5%, e quindi hanno qualche chances di tornare in Parlamento; quanto al Centro, pardon, Polo Giallo, la sua sopravvivenza è fuori discussione, non fosse per quei famosi distretti elettorali della regione periferica eccetera.
Ma questi sono solo sondaggi. Vincerà chi sa interpretare meglio lo spirito del gioco. Direi che i principi  fondamentali sono:

1) Piacere al proprio elettorato di riferimento. Sembra banale, in realtà è la cosa più difficile. L'astensione è sempre più forte, e penalizza le due coalizioni più grandi. In realtà un partito che riuscisse a piacere davvero al suo elettore-tipo potrebbe vincere le elezioni infischiandosi di qualsiasi alleanza o apparentamento.

2) Coprirsi alle estremità. Esse sono popolate da partitini piccoli e minuscoli, che con i loro 0,5 per cento non vinceranno mai una circoscrizione, ma possono essere decisivi nel far perdere il concorrente moderato. Gli arancioni lo sanno bene, e alla loro estremità hanno tirato su qualsiasi cosa, compresi i topi di fogna. I marron hanno più difficoltà: anche se si alleano coi Bordeaux, rimane il problema dei Lillà. Che non danno eccessivi pensieri, comunque.

3) Proporsi al Centro, per erodere qualche voto ai Gialli e addirittura agli avversari. Da anni ci provano tutti, in realtà non ci riesce nessuno.

Il problema, per i due veri concorrenti (Arancioni e Marron), è sempre quello della "coperta troppo corta": coprendoti alle estremità ti scopri al Centro; e mentre tiri di qui e di là vieni meno al primo principio: rimanere fedeli al proprio elettore. In effetti quello che ha dato la marcia in più agli Arancioni è un leader in grado di assorbire le contraddizioni senza risolverle: sotto il suo mantello mette insieme nordisti e meridionali, liberisti e statali, cattolici e mignotte, incredibile ma è così. Ah, inoltre possiede quasi tutte le reti televisive, buffo.

Rimane da capire cosa succederà ai Gialli. Non scompariranno, ma non possono in nessun modo vincere le elezioni. Possono invece farle perdere. A chi? Le possibilità stavolta sono soltanto due:

a) Se partecipano da soli, possono dare notevoli fastidi agli Arancioni: molto più grossi di quelli che i Bordeaux potrebbero dare ai Marron. Basta raccogliere un due per cento qua e un tre per cento là per far perdere agli Arancioni decine di seggi. E con decine di seggi in meno si perdono le elezioni.

b) Se partecipano con i Marron, l'effetto di disturbo nei confronti degli Arancioni viene a mancare del tutto. Inoltre i Marron rischiano di strappare la coperta: di non convincere il proprio elettorato o quello dei Bordeaux, che potrebbe ripiegare sui Lillà o sul partitino di un ex comico televisivo. Potrebbero compensare la perdita di voti con i seggi che sicuramente guadagneranno in quella famosa regione un po' corrotta: ma li dovranno spartire, probabilmente a tutto vantaggio di quel Centro Giallo che manterrà un'identità diversa, e che dopo le elezioni, anche in caso di vittoria, potrebbe comunque decidere di andarsene per i fatti suoi, o tornarsene in braccio a Papà Arancione. Visto che non c'è un solo Giallo importante che non abbia un passato arancione (uno veramente c'è: si chiama Rutelzxcvcvzx, conta lo 0,5, e ha cambiato più partiti che cravatte).

Dunque, io se fossi nei Marron, non avrei neanche un attimo di esitazione: Cercherei di coprirmi agli estremi, aprendo ai Viola, magari anche ai Lillà e al comico televisivo. E abbandonerei i Gialli al loro destino: molti di loro cadranno sotto lo sbarramento, ma il loro sacrificio non sarà vano: toglieranno ai candidati Arancioni quel due, quel tre per cento che serviva a farli vincere. E' chiaro che ai Gialli non piacerà il loro ruolo di vittime sacrificali, ma siccome sono mesi che litigano con gli Arancioni e li considerano i nemici del futuro e della libertà, si tratta di essere coerenti e di affrontare serenamente il giudizio degli italiani, pardon, il giudizio degli abitanti del pianeta XYZ. Quindi su, ragazzi, che chi muor per la Patria vissuto è assai. Al limite vi faremo un monumento. E verremo a dar le briciole ai piccioni.

Tutti d'accordo, insomma? No. So che è incredibile, ma c'è tra le fila dei Marroni un fine politologo che insiste per un'alleanza Bordeaux-Marron-Gialla. Si chiama Mario Rossi, e io non ho motivi per dubitare delle sue competenze (in realtà non lo conosco molto) ma veramente non riesco a capire il suo ragionamento. Davvero crede che i Marron riusciranno a prendere qualche voto in più alleandosi con quelle facce gialle che per anni i loro elettori hanno visto sui manifesti  nemici? Ma se anche vincessero, quanto a lungo durerebbe l'arcobaleno giallo-bordeaux-marron? Sono domande a cui Mario Rossi non risponde. Certo, ha l'aria di saperla lunga, e voglio pensare che i rudi calcoli che qui ho fatto io li abbia fatti anche lui. E quindi? Niente, a questo punto non mi resta che fidarmi di Mario Rossi. In fondo sono appena arrivato sul pianeta Xyz, devo ancora imparare tante cose; mentre lui ha l'aria di uno che la sa lunga. E poi chissà quante elezioni ha già vinto.
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Figùrati se D'Alema

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Schemi lungamente riprovati
Martedì 4 maggio. In un superattico a Roma o Cologno Monzese, una task force di persuasori occulti sta lavorando a una missione impossibile: difendere l'ex ex Ministro Scajola dagli ignobili attacchi degli avvoltoi all'opposizione...

“Quindi, sintetizzando la situazione...”
“Siamo fottuti”.
“No, ecco, così è un po' troppo sintetica”.
“Ieri il ministro si è dimesso, tra sei ore comincia il tolksciò, e non abbiamo nessun argomento per difenderlo, nessuno”.
“Più o meno sì, la situazione è questa”.
“Quindi siamo fottuti”.
“Sì, però quante volte ci siamo trovati davanti a uno specchio e ci siamo arrampicati? Ce la possiamo fare anche stavolta”.
“No. È indifendibile, quello. Si è sganciato pure il Giornale”.
“Vabbè, scusa, mica potevano bersi la storia dei tremila euro a metro quadro... voglio dire, le case le comprano anche i lettori del Giornale, saranno mica tutti idioti”.
“Va bene, però adesso la consegna è di difenderlo, e noi non abbiamo uno straccio di argomento. Non abbiamo niente. Lui manco sa quel che dice, dice che vuol rendere l'appartamento, capirai, a momenti non sa nemmeno a chi l'ha comprato. E tra sei ore si va in onda. Stavolta ci fanno il contropelo”.
“Chi, i democratici? Ma no, vedrai. Non sono capaci”.
“Ti dico che ci fanno il contropelo”.
“Ma no, guarda, è proprio in questi casi, quando potrebbero affondare la lama nella piaga, che si ritirano sempre... gli manca il killer instinct”.
“Cazzate. Non sono più quelli di una volta. Adesso ci sono questi giovani, 'sti pivellini, hanno voglia di mostrare i denti”.
“Vabbè, ma son cucciolotti ancora”.
“Son più pericolosi. Se ci fosse ancora la vecchia guardia... per dire, cinque, dieci anni fa, sai chi avrebbero mandato?”
“D'Alema”.
“Proprio lui. Ecco, D'Alema ce lo saremmo giocato”.
“Era tosto anche D'Alema”.
“Sì, però... guarda, gli si mandava un fesso qualunque, il più irritante in circolazione, e si cominciava a pungolarlo su Affittopoli, te la ricordi Affittopoli?”
“Vagamente. Una vecchia roba di Feltri?”
“Scoprirono che a Roma D'Alema pagava una miseria di equo canone”.
“Vabbè, non è esattamente la stessa cosa”.
“Ma è proprio questo il punto. D'Alema è precisino, stizzosetto, tu gli mandi un cialtrone irritante che ti butta lì un parallelismo idiota con un vecchio scandalo, e lui esplode! A quel punto bum, caciara, e il giorno dopo nessuno parla più di Scajola, tutti a parlare di D'Alema e della caciara. Cinque anni fa avremmo fatto così. Dieci anni fa avremmo fatto così”.
“In effetti facevate sempre le stesse cose”.
“Per forza, ci mandavano sempre gli stessi... ormai li conosciamo a memoria”.
“Schemi lungamente provati e riprovati”.
“Vabbè, che ci vuoi fare, il tempo passa...”
“Però, chi lo sa, stasera potrebbe comunque venire D'Alema”.
“Ma valà, figurati. Adesso lui sta nelle retrovie, gioca a fare il kingmaker, di sicuro non si sporca le mani a battibeccare in un tolksciò”.
“Ogni tanto ci va ancora”.
“Sì ma non stavolta, scusa, figurati se per parlare della casa di Scajola mandano l'unico esponente del loro partito che è stato coinvolto in uno scandaletto immobiliare. Cioè, dovrebbero essere degli autolesionisti puri”.
“Ma loro sono autolesionisti puri. Scusa, eh, ma Tafazzi...”
“Ma no, Tafazzi è un'idea che abbiamo messo in giro noi. Se vuoi fare questo mestiere bisogna che ti alleni a non credere troppo alle storie che metti in giro, eh”.
“Quindi secondo te non sono autolesionisti?”
“Non così tanto da mandare D'Alema stasera, no. Te l'ho detto, manderanno i giovani, stanno funzionando. Al limite Bersani, pare che sia piaciuto da Santoro la scorsa settimana”.
“Io comunque una telefonata la farei, giusto per chiedere se sanno già chi viene del Pd... hai visto mai”.
“Fai pure, ma è tempo perso. Quello stasera se ne sta a casa a guardare i suoi uomini al lavoro".
"Non si sa mai".
"Si sa, si sa. Mica è scemo".

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po po po po po po po

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A cena con la Segretaria

Il fatto è che in diplomazia siamo fortissimi.
Non molto spettacolari, ma otteniamo tutto quel che ci serve. Proprio come ai mondiali.

E quindi lo abbiamo fatto: abbiamo scambiato un giornalista italiano con cinque pericolosissimi talebani che ci siamo fatti dare da Karzai – il tutto sotto il naso degli americani – che, in teoria, sarebbero la superpotenza che ha il controllo militare dell’Afganistan. Non solo: mentre combinavamo questo capolavoro, D’Alema era a cena con la Rice, che ufficialmente non s’è accorta di niente. Alla fine si è perfino “compiaciuta per l’esito della vicenda”. In seguito qualcuno (forse Blair) le avrà spiegato che la vicenda consisteva in uno scambio di ostaggi. Una cosa che gli americani non avrebbero mai permesso di fare (l'ultima volta che abbiamo provato a fare qualcosa del genere in Iraq, hanno preso a schioppettate il nostro agente) ma noi lo facciamo lo stesso, perché siamo una squadra fortissimi. Po, po po po po, po.

Due considerazioni brevi, ma non serie:

1) La Rice è un bluff. Non basta essere il secondo Segretario di Stato donna (dopo l’Albright), non basta essere il secondo Segretario di Stato nero (dopo Powell), non basta essere il primo Segretario donna e nero. Chi l’ha poi detto che una donna nera debba esser brava per forza? Non potrebbe semplicemente essere scarsa? Dopo sette anni di pasticci in politica estera non possiamo sempre e solo dar la colpa al Texano con gli Occhi da Macaco. Ti sei fatta abbindolare dai baffetti di un tizio che in Italia di solito fa lo sparring partner di Berlusconi. Può l’esercito più potente del mondo perdere una guerra? Se lo metti in mano a gente così, chissà, vediamo.

2) Forse, dopo decenni di prove e riprove e sforzi di un’intera nazione, ce l’abbiamo fatta: abbiamo trovato un lavoro per Massimo D’Alema. Qualcosa che riesce a fare bene: la diplomazia d’alto bordo. Qui da noi non ce la racconta più da un pezzo, ma là fuori c’è tutto un mondo di diplomatici e segretarie che ci cascano ancora. E allora vai. Ministro degli Esteri a vita. Un altro peso in meno.
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Identificato il mandante

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Il complottardo

È un tipo come te, come me. A volte siamo io o te.
Quando il governo è caduto, ci siamo rimasti male. Che il governo non ci soddisfacesse era naturale, ovvio, quasi programmatico. Ma che Prodi dovesse andarsene a casa dopo nove mesi per un equivoco, un Turigliatto, un errore di conteggio, un De Gregorio, un Pallaro, una palla, écche diamine, no.

Dopodiché? Scenario 1, si torna al voto, con Berlusconi ancora abbastanza in forma. Brutto lavoro. Scenario 2, resta Prodi, ma svolta un po’ al centro. Per cui dai, tutto sommato poteva andare peggio. Ma non festeggeremo certo, io e te, se dal centro-centro-sinistra si svolta al centro-centro-centro-sinistra. E tutto per cosa? per un equivoco, un Turigliatto, di un errore di conteggio, di un De Gregorio, di un Pallaro, di una palla? È possibile viverla così? No, non è possibile.

È a quel punto che scatta il complotto. Io e te ci troviamo in un bar, o su un blog, o in qualunque posto, e cominciamo a raccontarci che è stato tutto un complotto. Di chi? Ma di D’Alema, naturalmente. Con quell’aria un po’ così, con quei baffetti lì, vuoi che non passi il tempo a complottare? E beh, certo: prima promette di dimettersi se in Senato non passa il suo documento; poi minaccia la caduta del governo intero; e infatti il governo cade. È chiaro che c’è un complotto.

E Prodi? E non vuoi che non fosse d’accordo pure Prodi? Certo, lui è nove mesi che giura che il governo durerà una legislatura; però intanto complotta per cadere; prima cade, prima può risorgere più bello di pria. Non fa una grinza. E valeva ben la pena di dimettersi, no?, per conquistar Follini.

Si capisce che ci vuole un po’ di fantasia per trasformare questo anziano professore, un po’ ottuso nella sua ostinazione a governare con un voto di scarto, in un genio del male aduso a complotti e machiavellici infingimenti (profetico fu Corrado Guzzanti). Ma l’alternativa è crederci appesi a un filo, a un Turigliatto o a un Pallaro. No. Meglio un complotto, di un Turigliatto. Mille volte meglio.

E questo spiegherebbe anche il fascino discreto di D’Alema. Più volte mi sono chiesto il segreto della sua sopravvivenza politica. Chiunque al suo posto, se avesse commesso in 15 anni gli errori che ha fatto lui, avrebbe abbandonato da tempo qualsiasi poltrona di rilievo. Né si può dire che il personaggio compensi la sua miopia politica con la simpatia umana. Insomma, non ne azzecca una e non è neanche simpatico a nessuno: eppure in un qualche modo è sempre lì, e ce lo abbiamo messo noi. Ma come fa?

Forse il segreto è tutto qua: D’Alema ci piace perché ci permette di sfogare su di lui la nostra gran sete e fame di complotti. Con quei baffetti e con quell’alterigia, sembra che tacendo dica ai complottardi: non prendetevela col povero Turigliatto, prendetevela con me. Non vedete che son qua apposta? Turigliatto non è che una pedina. Pallaro, De Gregorio, tutte marionette nelle mie sapienti mani. Non è più riposante sapere che siete nelle mani di un burattinaio, piuttosto che in quelle del caso, del Caos?

Adesso va molto meglio. Tutto finalmente acquista un senso. La crisi di governo è stata pilotata. Da D’Alema. Da mesi sognava di spostare la barra da centro-centro-sx a centro-centro-centro eccetera. Il corteo di Vicenza gli ha fornito l’occasione propizia. Altro che Turigliatto, ma va, Turigliatto. Come si fa a dar la colpa a un Turigliatto? Siam gente seria, noi, gente informata. Abbiam bisogno di nemici seri. D’Alema è il tipo giusto.
E ce lo meritiamo.
Vorrei sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio. (Altan)
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il mercoledì delle ceneri è finito

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Metti via quel flagello, e cammina

Ieri, il buon vecchio pezzo di Serra sulla sinistra autolesionista. È piaciuto a tutti. Se lo strappavano di mano i colleghi, in sala insegnanti. Qualcuno ve l’avrà pure spedito via mail. Bello, per carità, giusto, giustissimo, sennonché.

Sennonché, continuare a raccontarci quanto siamo autolesionisti è parte integrante dell’autolesionismo. Non risolve il problema, anzi. A volte può essere fuorviante: in questo caso lo è di sicuro. Due voti in più o in meno in Senato non avrebbero risolto nulla: la maggioranza in Senato è inconsistente, e non da oggi. Perché l’autolesionismo idealista di Rossi e Turigliatto dovrebbe avere più importanza dell’opportunismo bieco di un De Gregorio, dell’ambiguità di un Andreotti, persino dell’influenza di Scalfaro? Anche questi erano voti su cui si contava. Ma noi insistiamo a guardare a sinistra, ai cavalieri dell’Ideale. Non è un obiettivo un po’ facile?

È vero, ce lo ricordiamo tutti il ’98. Fin troppo bene. Eppure la situazione oggi è diversa. Nel 1998 il Prodi Uno non fu abbandonato da un paio senatori intransigenti, ma da un partito intero (anzi, nemmeno intero: Rifondazione si spezzò in due). Il motivo non fu la guerra nei Balcani, come qualcuno continua a dire, ma una serie di rivendicazioni economiche oggi quasi incomprensibili (le 36 ore). Ad accostare il 1998 e il 2007, c’è da scoprirsi ottimisti: nove anni fa i Cavalieri dell’Ideale erano un’orda, oggi un paio di cani sciolti. Allora forse è il caso di piantarla, per un po’, con la favola dell’autolesionismo e dell’idealismo, e accorgersi di quanto è maturata nel frattempo la sinistra italiana. Sì: persino gli idealisti crescono. A furia di autocriticarsi, crescono.

Ieri le facce più arrabbiate erano quelle di Giordano e Diliberto: niente di paragonabile al Bertinotti duro e puro che mandava a casa Prodi nove anni fa. Ma non sono soltanto Giordano e Diliberto: è la base che non ci crede più, alla favola dei duri e puri. Così come non crede alla favole delle zone rosse. Se la piantassimo di intonare autocritiche a ogni infortunio, forse ci accorgeremmo che il movimento pacifista italiano non è solo uno dei più consistenti nel mondo, ma è anche uno dei meno violenti e velleitari. Prima o poi riusciremo anche a sfruttare questa forza enorme e tranquilla per qualcosa di buono. Ci vorrà del tempo e ci vorranno facce nuove. Ma le autocritiche infinite forse non servono più. (Anche perché di solito, le autocritiche a sinistra vanno così: si condanna D’Alema, si perdona D’Alema e si riassume D’Alema).

C’è un tempo per l’autocritica e un tempo per l’autoincoraggiamento. Stavolta direi che puoi andare tranquilla, sinistra: non è stata colpa tua. Non puoi pensare a tutto tu, mentre metà del Paese si crogiola nel desiderio infantile di mandare a casa il mortadella. Ci sarà sempre un’esigua percentuale di cani sciolti, di serpi viscide, di senatori influenzati. Tu hai fatto quel che hai potuto, e adesso dovrai fare molto di più.
Nei prossimi mesi (mesi?) avremo un governo ancor meno di sinistra di quello che c’è stato fino ad oggi. Uno spazio che fino a ieri c’era, per discutere di Dico o di Tav, si è chiuso. Colpa di Rossi e Turigliatto? Se vi fa sentire bene, potete prendervela con loro.
Ma è inutile prendersela con sé stessi. La maturità comincia dove finiscono i piagnistei: se volete comincia adesso. Dipende sempre e solo da noi.
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nati non il 20/2

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Un governo appena appena decente è come l’acqua corrente.
Appena ce l’hai non ci fai più caso.

Io non so esattamente cosa stia succedendo in questo esatto momento: più che conclusioni, le mie son sensazioni. Può darsi che D’Alema, per la centounesima volta, abbia promesso qualcosa che non poteva mantenere.
Può darsi che qualcuno a sinistra abbia scoperto per la centounesima volta di avere una coscienza, una coscienza che trepida per la sorte dell’alpino in Afganistan ma se ne frega se Berlusconi torna a Palazzo Chigi. Questione di priorità, che dire.
Può darsi – ma questa è più una certezza – che la gran maggioranza del centrodestra se ne freghi degli Alpini, dell’Afganistan, della guerra e della pace, e di qualunque cosa che non sia la prospettiva di appoggiare l’onorevole sedere su una poltrona di maggioranza in tempi brevi.
Tutti questi sono pregiudizi, ovviamente, ma pregiudizi ben rodati. Non è la prima, non è la seconda volta che li vedo, gli stessi personaggi in azione. Non essendo nato ieri e neanche ieri l'altro, in effetti ho perso il conto.

Con un po’ più di tempo a disposizione potremmo anche tentare di fare un bilancio di questo governo appena appena decente. Certo, è passato da un pezzo il tempo in cui ci si svegliava al mattino ringraziando il Signore per Romano Prodi. Se mai c’è stato, quel tempo lì. Prodi era come l’acqua corrente: non si ringrazia, si paga. Forse si pagava un po’ troppo. Ma la puzza che c’era prima, ve la siete dimenticata?

Proviamo a fare un po’ di Scenario-Berlusconi: cosa sarebbe successo in questi giorni, se un anno fa l’unto del Signore fosse stato bisunto dagli Italiani?
Due settimane fa c’è stata una mezza guerra civile a Catania per il derby siciliano: Berlusconi non avrebbe chiuso gli stadi non a norma. Lo ha detto lui stesso, che è una misura illiberale. Forse non avrebbe nemmeno sospeso il campionato - in nome degli interessi degli italiani; soprattutto degli italiani proprietari di una squadra di Serie A, dei diritti TV e sponsor annessi.
Una settimana fa abbiamo scoperto che in Italia c’è qualcuno che ancora ci prova con la lotta armata. La polizia li ha fermati prima che riuscissero a svaligiare un bancomat. Vogliamo ricordarci cosa succedeva ai tempi in cui Claudio Scajola, l’incompetenza fatta persona, era ministro degli Interni? A quei tempi il governo toglieva le scorte agli obiettivi dei brigatisti. Del resto a quei tempi un giuslavorista a libro spese del governo poteva essere più utile da morto che da vivo. Specie se ammazzato a sangue freddo alla vigilia di una manifestazione nazionale.

Qualche giorno fa c’è stata una manifestazione nazionale. Non è successo niente. Non è una sorpresa, per chi non avesse passato gli ultimi 5 anni in apnea. Il movimento pacifista italiano è serio e maturo: ha imparato sulla sua pelle quanto sia importante non reagire alle provocazioni. Tre mesi di governo Berlusconi furono sufficienti per imparare: sono bastati i fatti di Genova a chiarire a chi convenissero davvero violenza e vandalismo.

Dal 2001 a oggi ci sono state decine di altre manifestazioni nazionali, alcune oceaniche. Tutte tranquille al limite della noia. Questo anche per merito del ministro degli Interni che subentrò a Scajola. Ma se Berlusconi oggi fosse al governo, chi sarebbe al Viminale? Un degno successore di Pisanu o un avventurista incompetente come Scajola? E perché non Fini, il ministro che nel luglio del 2001 si aggirava per Genova a incoraggiare poliziotti e carabinieri?

Il movimento pacifista italiano non tira sassi, non spacca vetrine, non inneggia al brigatismo – perché sa che tutto questo è controproducente. La polizia, da Genova in poi, non isola spezzoni di corteo, non carica, non lancia camionette allo sbaraglio come in Piazza Alimonda, non compie blitz cileni come alle Diaz, non fabbrica molotov false. Non lo fa perché nessuno glielo ordina, perché a nessuno conviene. Ma se Berlusconi fosse a Palazzo Chigi, o magari al Colle? Chi può dirlo? Possiamo dirlo noi, giusto perché non siamo nati ieri. Se anche fossimo nati a Genova, non sarebbe già più ieri. È passato del tempo, e le facce in giro sono sempre le stesse. Difficile che ci stupiscano a partire da domani.
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- politologo un tanto al chilo

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E se perdi anche stavolta, volpone?
"Con questo esito la sinistra incassa un enorme risultato politico. Per noi è una festa, altro che storie. E lo è anche per me, che non cercavo e non cerco onori personali"
Nell'Italia in cui mi sono formato, il Presidente della Repubblica era inutile, ma decorativo.
E andava bene così. Era un mondo fermo, con un solido baricentro: partiti di governo, partiti di opposizione, ben bilanciati anche al loro interno; ovunque centralismo, centralismo democratico. In mezzo a tutto questo immobile equilibrio stava il grande Nonno: fumava la pipa, tifava la nazionale, sciava col Papa, abbracciava persino i bambini. Il Grande Nonno era al di sopra della politica e del protocollo: solo Pertini ha avuto il coraggio e la faccia tosta di improvvisare a braccio i messaggi di capodanno. I leader politici dei primi anni Ottanta erano tutti a loro modo grigi e controllati: ma il Grande Nonno poteva straparlare, anzi, era lo straparlare che lo rendeva impolitico, che lo rendeva nonno. In un certo senso nel Pertini '78-'85 c'era un embrione di politica-spettacolo, come in Portobello c'era un embrione di tutti i format mediasetteschi che sono venuti dopo. (Questo discorso è molto antipatico, me ne rendo conto: non si parla male del nonno, non si analizza il nonno, il nonno si ama, nel nonno ci si riconosce).

In seguito c'è stato un periodo in cui il Presidente non era neanche più decorativo: era solo Cossiga. Attenzione, perché tra il Kossiga Boia che manda i tank a Bologna nel '77, e il picconatore scatenato '89-'92 c'è una zona d'ombra: nei primi quattro anni della sua presidenza, Cossiga sembrava seriamente impegnato a scomparire, le rare vignette lo ritraevano mentre sporgeva timidamente il naso da una davanzale quirinalesco. Poi cambiò qualcosa, e non è chiaro cosa. L'ordine mondiale, l'equilibrio dei poteri forti? Il dosaggio dei farmaci? fatto sta che l'alba degli anni Novanta fu vivacizzata (come se ce ne fosse stato bisogno) da una nuova figura: il Presidente-Mina-Vagante. Non si è ancora capito, non si capirà mai, se Cossiga stesse finalizzando le intuizioni pertiniane sulla politica-spettacolo a un disegno politico, o se stesse semplicemente buttando tutto in caciara. Il mistero rimane. Se lo porterà nella tomba, prima o poi.

Mentre Cossiga vagava e minava, la politica italiana svoltava verso quella logica bipolare che, a ben vedere, resta un mistero. Prima o poi qualche storico, qualche sociologo, qualche antropologo, qualche psichiatra, dovrà abbozzare una spiegazione sensata: com'è che fino agli anni Ottanta eravamo un popolo centrista ed equilibrato, e poi improvvisamente ci siamo separati in casa, il fratello leghista contro la sorella rifondaròla? E se vi sembra normale che un leghista e una rifondaròla non vadano d'accordo, come vi spiegate che per dieci anni un imprenditore leghista di Cadore è riuscito ad andare d'accordo con un postino postfascista di Latina (mentre un sindacalista di Ferrara scopriva affinità elettive con un prete di Licata?) Com'è successo che proprio mentre nel resto del mondo crollava una barriera, una nazione così varia di culture e di dialetti abbia deciso di spaccarsi? Cos'ha causato questa spaccatura così netta e così simmetrica – poche decine di migliaia di voti da una parte o dall'altra, bruscolini – che ha tagliato in due ogni paese d'Italia, ignorando quasi i graffi e le crepe che c'erano prima?

È stato Berlusconi, si dirà. Ma cos'aveva, cos'ha Berlusconi, per unire il postino che vota Fini e il leghista; e il sindacalista e il prete? È stato la causa, Berlusconi, o un semplice effetto di un sommovimento antropologico ben più profondo? Se non ci fosse stato B., forse ci sarebbe stato qualcos'altro. Ma abbiamo avuto B: e l'Italia si è divisa in pro e contro. Il peso della nazione si è spostato sulle estremità, e l'equilibrio si è fatto difficile. Il Presidente della Repubblica ha smesso di essere inutile e decorativo ed è diventato il perno – o l'ago della bilancia, se preferite. I suoi poteri effettivi restano pochi, ma oggi in Italia basta poco per essere indispensabili – come sa bene Mastella.

E tuttavia l'Italia scissa continuava ad avere un disperato bisogno di nonni in cui riconoscersi: e così ha avuto il nonno Scalfaro e il nonno Ciampi. Sul piano della nonnità, direi che Ciampi, col suo bricabrac risorgimentale è stato un po' meno noioso del baciapile precedente. I discorsi di fine anno si sono quasi dimezzati, per la gioia degli sponsor. Ma se dal Nonno passiamo al Presidente, dobbiamo pur riconoscere che i sette anni di Ciampi sono stati sette lunghi anni di offese alla Costituzione. Può essersi trattata di una coincidenza: ma mi pare che Scalfaro esca dal confronto a testa alta. Nonno per nonno, io avrei rieletto lui. In un periodo di oscurità e lampi, credo che sia stato uno dei pochi concreti salvatori dell'Italia, ecco, l'ho detto.

Adesso, per quel che ho capito, potrebbe toccare a D'Alema. Berlusconi lo considera ancora il migliore dei peggiori, l'unico con cui può seriamente patteggiare (probabilmente si sbaglia, e in realtà su D'Alema ha cambiato opinione più e più volte: ma non stiamo parlando di una persona lucida, stiamo parlando di B). Il suo obiettivo è farlo eleggere soltanto al centrosinistra, al quarto scrutinio: in seguito, se i negoziati non porteranno a nulla, potrà sempre gridare al regime per cinque anni. E avremo altri cinque anni di bipolarismo isterico, coi rappresentanti del partito della legge e dell'ordine che vanno a Rebibbia a visitare l'avvocato di B., colpevole soltanto di aver corrotto dei giudici. Se i comprimari del centrodestra fossero in grado di sottrarsi a questa trappola, l'avrebbero già fatto. Ma comprimari è una grossa parola, per Fini o Casini e persino per Bossi.

Toccava al centrosinistra cercare di smarcarsi, e con Napolitano ci hanno provato. Ma la tentazione di D'Alema fuori dai piedi al Quirinale è molto forte, per uno schieramento che negli ultimi tempi sembra ossessionato dal tentativo di trovare a D'A. una posizione adeguata all'alta considerazione che egli ha di sé stesso. Potrebbero rifarsi vivi i franchi tiratori del Senato, quelli che votarono D'Alema alla camera due settimane fa. Insomma, oggi come oggi se dovessi giocare dei soldi direi D'Alema al quarto. E dico anche che mi starebbe bene.

Proprio così. Su questo blog, negli ultimi cinque anni, sono comparsi più post esplicitamente critici nei confronti di D'Alema che nei confronti di Berlusconi – del resto B. non mi ha mai deluso, il deputato di Gallipoli sì. Eppure nonostante questo (e nonostante i finanziamenti di Glaxo e Philip Morris alla fondazione Italianieuropei, la tangente di venti milioni di lire dal mafioso Cavallari, la Missione Arcobaleno, l'appartamento in centro a Roma, la Banca 121, il sostegno alla cordata Telecom, eccetera), credo che D'Alema potrebbe essere un degno Presidente della Repubblica. Non penso che farà accordi sottobanco con Berlusconi, perché converrebbero solo a B., non più a lui. Non credo che sia effettivamente ricattabile, come sostiene per esempio Travaglio (Berlusconi sarebbe in possesso del testo integrale delle intercettazioni del caso Unipol: non a caso, cinque mesi fa, sulla graticola ci finì solo Fassino). Non credo nemmeno che sia il nonno ideale, ma forse è ora di piantarla, con questa storia dei nonni.
Credo che D'Alema possa funzionare perché tutto sommato non gli manca il senso delle istituzioni. Quello che gli manca è una certa simpatia, quello che gli rimprovero è di essere uno stratega disastroso. Ma al Quirinale non si fa più strategia – e in ogni caso, se riesce a farsi nominare a 57 anni, forse non era così disastroso.

Ma se non ce la fa? Se dopo aver perso la presidenza della Camera si fa soffiare pure il Quirinale da uno di seconda fila? Ci sarà ancora qualche diessino disposto a giurare sul suo fiuto, sulla sua abilità, sulla sua astuzia? Ci sarà ancora qualche seguace della volpe zoppa, del nobiluomo che scansa le poltrone perché le trova troppo acerbe? In altre parole: quante battaglie deve perdere, questo condottiero, prima di un generoso prepensionamento?
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- schietta autocritica

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Ho creato un mostro

È interessante tornare indietro e rifare tutti i passaggi, e scoprire che il delitto è stato commesso con le migliori intenzioni. Come sempre.

La domenica sera è il momento più deprimente della settimana. La sera di domenica nove aprile, Astolfo Pigna, classe '58, nato e vivente a Belfosdignano (QL) operaio specializzato (ramo termoriduttori), juventino, capricorno, dà un'occhiata al suo destino dal divano del soggiorno. Il destino gli si delinea nel blu elettrico della grafica del televideo. Dalla cucina un vago rumore di lavastoviglie all'opera.
"E allora ci vai?" dice la moglie.
"Adesso ci vado".

Io pensavo di fare cosa buona e giusta, tornando al blog politico. Con la fantascienza, lo sapete, c'erano stati dei problemi, e tutti a dirmi: "dai, torna a fare il blog politico". Per giunta era l'anno delle elezioni, come facevo a sottrarmi. Era un modo di impegnarsi. O di dimostrare a me stesso che m'impegnavo. Che poi è la stessa cosa.

"Se non ci vai dimmelo subito, ché metto la pizza in forno".
"Ti ho detto che ci vado, ci vado".
"Me l'hai detto mezz'ora fa. Cos'è che guardi? Il televideo?"
Astolfo si vergogna ad ammettere di essere indeciso, ma le cose stanno così.
Ultimo di quattro fratelli, non si è trovato nella condizione di prendere una decisione autonoma fino a 22 anni, quando in un cinema sfiorò la mano della sua futura moglie (il film era Laguna Blu). Da quello contatto in poi fu lei a prendere saldamente il timone che era appena stato lasciato incustodito da madre padre e fratelli maggiori. Lei a stendere il curriculum vitae del perito tecnico industriale e spedirlo alla Bianchi Termoriduttori Srl. Lei a indicare l'anellino che Astolfo non riusciva proprio a scegliere da solo. In sostanza, lei stasera dovrebbe dirgli se andare a votare o no, ma non lo fa.
È il suo modo di farlo impazzire.

Mi sono accorto quasi subito che le cose stavano prendendo una piega curiosa.Mi misi a parlar male dei Diesse. Non era la prima volta. Erano anni che parlavo male dei Diesse, ormai avevo sviluppato dei veri e propri cavalli di battaglia.
Nel frattempo Berlusconi imperversava in tv e in radio, accusando gli avversari politici di qualunque cosa gli venisse in mente (scemenze, di solito). Ma io B. non lo reggevo più, da anni ormai.
È vero che nei primi anni era stata una specie di ossessione. Le sue cafonerie. Le sue gaffes. Quella volta che chiamò Kapò un europarlamentare tedesco. E gli antifascisti in vacanza a Ventotene. Sì, a quel tempo Berlusconi era almeno divertente. Ma nel 2006, io avevo smesso di divertirmi da un pezzo
.

Tradito dalla sua Grande Timoniera, Astolfo cerca conforto nell'unica altra cosa al mondo in cui abbia un po' fiducia: la doxa.
Se proprio deve credere a qualcosa, Astolfo crede nella Maggioranza. Sin da quando era il cucciolo di casa, egli è stato educato al rispetto per le opinioni più diffuse. Schierarsi con una maggioranza è sempre la cosa più saggia: intanto perché la maggioranza ha quasi sempre ragione, o comunque ha i mezzi per ottenerla: e anche quando non la ottiene, il torto va diviso con un maggior numero di persone. Aver torto in maggioranza è un mezzo gaudio.
Questa filosofia di vita ha portato Astolfo Pigna dov'è adesso: sul divano di casa sua, inebettito, davanti agli istogrammi del televideo, che indicano che l'affluenza è… normale. Se almeno ci fosse stato un record dell'astensione, pensa Astolfo. Mi sarei astenuto anch'io e buonanotte. Invece devo andare.
"E allora?"
"Vado, vado".

È difficile spiegare quello che è successo. È stata come una cateratta. A un certo punto il grigio ha prevalso: ho chiuso gli occhi e ho iniziato a pensare ad altro. Il biennio 2004-5 potrei descriverlo così. Oppure potrei dire che ho sentito il richiamo del privato: la famiglia, il lavoro, l'appartamento in affitto… insomma, Berlusconi è uscito dalla mia vita. Non era più divertente, era solo spiacevole rumore di fondo. Come i jingle pubblicitari delle telefonie, li ascolti due secondi e cambi canale.

Naturalmente questo non impediva a Berlusconi di rimanere lì dov'era, di farsi ancora approvare leggi ad hoc; di tagliare fondi alla mia regione e al mio ministero; di mandare truppe in Iraq; in sostanza, nulla gli impediva di farmi del male. Questo era inteso. Ma io ero mi ero stancato di parlarne, ne parlavano tutti! Basta! Quando mise la bandana, io non ci trovai niente di divertente. Quando il governo cadde e si rialzò, io non stetti in apprensione neanche per un attimo. E quando infine fu il 2006, e lui riapparve sui muri e su tutti i canali, io non avevo più niente da dire. Preferivo parlar male dei DS.

Mi sentivo più originale. I DS non mi avevano fatto un'oncia del male che mi aveva fatto Berlusconi; e tuttavia il loro modo di fare sinistra mi offendeva. Mi urtava quel loro oscillare tra machiavellismo e ingenuità, senza fermare mai per una volta la lancetta sul materialismo storico… voglio dire, un grande partito dei lavoratori che si trasforma nel "partito della gente perbene"? Ma scherziamo? Il "perbenismo" è una sovra-sovrastruttura borghese! I lavoratori non sono perbene, i lavoratori lottano per impossessarsi dei mezzi di produzione e non fanno sconti a nessuno! Sono la forza motrice della storia, non sono delle nonnine bianche che prendono il te' e i pasticcini! La definizione di "Partito Perbene" era un'offesa alla mia cultura. E al mio senso estetico.
Dovevo vendicarmi.


Astolfo, non crediate, si vergogna di essere così. Ma non ci può fare niente.
Quel che vorrebbe sapere, dal televideo, è: chi ha vinto le elezioni? Alle ultime regionali Astolfo ha votato Forza Italia. Pensava che avrebbe vinto. E ha perso. I tre comunistoni del reparto lo hanno sfottuto in mensa per tre mesi. Questo Astolfo non lo sopporta.
Il momento più grigio della sua intera esistenza fu il quinquennio seguente alla gestione Boniperti, quando la Juventus non vinse più nulla. Lui apposta si era scelto la squadra più tifata e più vincente d'Italia: e loro, vigliacchi, cambiavano Boniperti e Zoff con Montezemolo e Maifredi! Cinque anni d'inferno! Un inferno di milanisti ghignanti al bar, in mensa, in reparto… persino in casa gli era cresciuto un figlio milanista, persino in casa!
Astolfo ama il quieto vivere, e forse nella vita non ha mai sfottuto nessuno. Perché sa cosa si prova.
Gli piace Berlusconi; gli sembra un vincente. Ma di sicuro molte volte racconta delle palle. E chi non le racconta. Il più grande contapalle d'Italia, per fare un esempio, è Luciano Moggi. Ma sono palle a fin di bene (così ragiona Astolfo). In politica, come nel calcio, non conta la verità: conta vincere. Astolfo, fino a un paio d'anni fa, passava per berlusconiano di ferro. Faticosamente, negli ultimi venti mesi si è rifatto una reputazione di centrista indeciso. Ha fatto capire che Berlusconi lo aveva un po' deluso, che forse non lo avrebbe rivotato.
Sua moglie, invece, si è richiusa in un silenzio di sfinge.
"Il voto è segreto", ha detto, e non c'è stato modo di smuoverla. Astolfo ha il dubbio che sia passata ai comunisti.
Cosa che lui non farebbe mai, per principio. Sarebbe come passare dalla Juve al Milan. No. La squadra si critica, si boicotta, ma non si cambia.
O no?

Quel pezzo che ho scritto… era roba vecchia, d'archivio. In cinque anni mi ero fatto un bell'archivio, anche sulle stronzate dei DS. E insomma, i fatti erano inoppugnabili: la fondazione di D'Alema prendeva soldi da multinazionali pluri-inquisite. Soldi puliti, per carità. Ma era un dato che faceva a pugni con la nozione di "Partito perbene". Volevo far risaltare la dabbenaggine dietro al perbenismo.
Ma non volevo convincere la gente a votare Berlusconi! Questo mai! Io mi ero messo a scrivere per l'esatto contrario!

Sono le 19.50 di Domenica 9 aprile, e Astolfo Pigna è indeciso. Si tratta di votare Berlusconi o no.
Negli ultimi tempi sembra ringiovanito! È tornato in tv, sui muri, ovunque. Ha l'aria di uno che non può perdere. Certo, forse è solo scena. Ma pensa se vincesse! Cinque anni di gloria.
Il guaio (pensa Astolfo) è che domani saranno molto più veloci gli amici e i colleghi a chiedermi se l'ho votato, che gli istituti di statistica a dare le proiezioni. E comunque le proiezioni sbagliano una volta su due, peggio che Maurizio Mosca col pendolino, a momenti. Insomma (pensa Astolfo) non ci sono Santi. Devo scegliere da solo.
Per la seconda volta nella mia vita.
Driiin!

Mi scrissero quelli di Libero Blog, che il pezzo gli era piaciuto e lo avevano ripubblicato. Niente di che, era già successo quando scrivevo fantascienza, e nessuno ci aveva fatto caso. Prego, dissi, fate pure.
Lo tennero in home per un giorno. Ottenne più di 400 commenti. Una cifra che il mio cervello fa fatica a comprendere.
Quattrocento persone che avevano letto un mio post. 400 persone che avevano perso tempo a commentare.
E il più delle volte ringraziavano per aver finalmente fatto luce sull'immondo segreto dei Ds, questo partito di ladri, terroristi, infoibatori, persecutori dei poveri reduci della Repubblica Sociale, ecc., ecc., ecc., ecc..
Mi dissi: è normale. Un mio post, estrapolato dal contesto, scatena una tipicissima dinamica da forum. Tutto già visto. Niente di nuovo.


Driiin!
È Rinaldo, il fratello di Astolfo, che chiede in prestito la falciatrice per domani. Non ce l'ho io, dice Astolfo, ce l'ha nostro padre, devi chiederla a lui. Ah, dice Rinaldo.
E poi gli chiede: Hai votato?
Ahi ahi ahi, pensa Astolfo.
Da una parte è contento che il fratellone ultraforzista gli stia dando un consiglio, come ai vecchi tempi. È una cosa che gli fa piacere, istintivamente. Si vergogna ad ammetterlo, ma è così.
Dall'altra Astolfo non può fare a meno di pensare che i forzisti sono proprio messi male, se devono mettersi a telefonare in casa ai parenti domenica 9 aprile alle otto di sera. È così? Rinaldo sa qualcosa che io non so? In campana.
"Beh? Hai votato o no?"
"Non ancora, no. Non so se ci vado".
"Ma solo che non scherzi. Hai dei dubbi?"
"Beh, dei dubbi… diciamo che quel Berlusconi è…"
"È?"

Dinanzi ad Astolfo si spalanca l'abisso. Deve dare un giudizio. Da solo. Davanti al fratellone. E non c'è tempo. Dio mio.


"È un po' un contaballe, dai".
"Beh, su questo…"

(L'abisso! Astolfo precipita!)

"…c'hai anche ragione…"

(Ma il paracadute si apre, tempestivo, a cento metri dal suolo).

"…ma sono tutti dei contaballe, sai, è il loro mestiere. Almeno lui non ci ruba".
"Come fai a dire che non ci ruba, Rinaldo".
"Lui è già ricco di suo. Ma quegli altri… gente che non ha mai lavorato in vita sua… loro sono falsi e ladri, per di più".
"Sì, ma…"
"Prendi D'Alema. Quello che è andato in direzione del suo partito a dire: Siamo gente perbene!. Lo sai chi glielo paga il leasing della barca, a D'Alema?"
"…"
"Quelli della G****, lo sapevi? Ti ricordi della G****? Quella compagnia farmaceutica che corrompeva i medici e metteva in commercio valvole difettose. Lo finanziano loro, D'Alema".
"Ah sì? Questa non la sapevo".
"Ma è da un po' di mesi che è in giro – naturalmente i giornali non dicono niente. L'ho letta su Internet".
"Ah, beh, sai, internet".
"Internet è il futuro, altroché! Impresa, Inglese, Internet! Allora, ci vai a votare o no".
"Ci vado, ci vado".
"O, meno male".
"Ma dici che vinciamo?"
"Certo che vinciamo. Ti sembra che possa perdere, uno come lui?"

Col senno del poi, credo di essermi sbagliato. Non esiste il concetto di "estrapolato dal contesto", su Internet.
Internet è un libro dai mille fogli aperti – il contesto non esiste. Scrivere un pezzo anti-DS in campagna elettorale significa fornire un'arma in più a Berlusconi. Un'arma minuscola, certo. Ma un'elezione si vince anche con milioni di queste armi minuscole. E io ne ho messa in giro una.


Le elezioni politiche del 9 aprile 2006 videro l'ennesima affermazione del centrodestra – anche se stavolta il margine di vantaggio sul centrosinistra fu microscopico. L'ago della bilancia fu il distretto elettorale di Belfosdignano (QL), che rimase incerto fino all'ultimo. Si dice (ma forse è una leggenda) che Berlusconi abbia distanziato Prodi per un voto solo.
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- perbenisti di tutto il mondo, unitevi

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Il Partito Perbene (e chi lo paga)

Ma avete fatto bene a dirlo, che siete un Partito di Gente Perbene. Perché è giusto che la gente lo sappia.
Che non si giudica un partito da un'OPA irregolare dettata al telefono. Un partito lo giudichi dal carisma, dall'altruismo, dalla fantasia.
Prendi D'Alema, per esempio. Lui, i suoi finanziamenti li raccoglie fuori dal partito. I politici perbene le cose le fanno così. Può contare sulla Fondazione Italianieuropei, da lui presieduta, credo, sin dalla sua creazione (nel 1998; Giuliano Amato è il Presidente del Comitato Scientifico).

La Fondazione Italianieuropei è "un luogo di incontro tra le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, per contribuire alla vita politica con soluzioni di governo adeguate al nuovo scenario mondiale attraversato da potenti correnti di innovazione di cui l’Italia è stabilmente partecipe". Non vi sembra un progetto Perbene?

Ma, naturalmente, per fornire un luogo d'incontro alle diverse tradizioni culturali del riformismo italiano, servono delle strutture. Sale riunioni capienti da noleggiare – e il catering, non scordiamoci del catering! perché forse nulla accomuna le diverse tradizioni culturali del riformismo italiano come quel certo languorino allo stomaco che ti assale dopo un paio d'ore di convegno sulle privatizzazioni.
In breve, servono danari. Come dappertutto.
Ma non c'è problema, gli Italianieuropei sono gente Perbene, che si fa finanziare alla luce del sole. La lista dei Soci benemeriti è pubblicata sul sito. Un po' in piccolo, è vero, in grigio su sfondo bianco, ma c'è.
Tra i Soci benemeriti della Fondazione figurano esponenti del mondo imprenditoriale come, tra gli altri, Guidalberto Guidi, Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Claudio Cavazza, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto insieme ad aziende quali Pirelli, Gruppo Marchini, Philip Morris, Glaxo Wellcome, Pharmacia & UpJohn, Lega delle Cooperative, ABB ed Ericcson.
La pagina spiega anche cosa significa essere Soci benemeriti. Significa scucire per gli ItalianiEuropei, almeno cinquanta milioni di vecchie lire. Che per la Lega delle Coop o per Philip Morris sono ben poca cosa, intendiamoci. Ma anche con queste poche cose si può fare tanto, per il riformismo italiano.

Vi chiederete: come mai di questa storia non se ne parla? Ma perché tutto questo è assolutamente legale, trasparente e alla luce del sole. In un mondo di torbidi contatti tra Economia e Potere, possiamo dire che D'Alema ci mostra la via per entrare nel Terzo Millennio: fundraising puro, all'americana. In confronto Berlusconi ci fa una figura anni '60: il tycoon prestato alla finanza… roba da Kennedy, da Rockfeller. Pussa via.

Gli unici che si siano mai preoccupati di questa storia sono quegli svitati di Indymedia. Tre anni fa. A quei tempi scoppiò uno scandalo su un colosso farmaceutico che corruppe 3000 medici solo in Italia. Ve ne ricordate? No. Nessuno se ne ricorda. Strano. Beh, lo stesso colosso farmaceutico finanziava già da allora gli ItalianiEuropei. Qualcuno lo scrisse su Indymedia. Io andai a vedere e ci scrissi un pezzo. Poi, più nulla. Lo ammetto, ogni tanto andavo a controllare. Mi aspettavo che D'Alema o chi per lui togliesse dalla pagina dei Soci Benemeriti il nome del Colosso farmaceutico in questione. E mi sbagliavo. Perché D'Alema è una persona perbene, che non abbandona i suoi Soci Benemeriti nelle difficoltà.

Come quel colosso del tabacco, anche lui con tante grane legali in tutto il mondo… È curioso, ma ora che ci penso, il governo che ha inasprito sensibilmente la legislazione antifumo in Italia non è stato quello presieduto da D'Alema. È stato un altro. Per avere una legislazione antifumo che l'Europa ci ammira, abbiamo dovuto aspettare che D'Alema (e Amato) si schiodassero da Palazzo Chigi. Magari è solo una coincidenza – figurati se un colosso del tabacco non finanzia in parti uguali tutti i contendenti, in America si fa così – e poi, andiamo: D'Alema è una persona Perbene. E le persone Perbene, queste cose, non le fanno. Non le pensano. Già pensarle, significa non essere più tanto Perbene.

E poi se la prendono perché c'ha la barca – è una cosa che mi fa incazzare. Che provinciali, Dio. Finalmente abbiamo un politico che sa fare fundraising, che prende soldi puliti da Glaxo, Philip Morris, Pharmacia & UpJohn, Legacoop, Ericcson… ma voi ve la prendete perché c'ha la barca. Giurassici, siete. E per niente Perbene.
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Chi vi paga per darci lezioni?
Un pezzo fazioso

Ricopio da un vecchio pezzo di Rolli:
Conviene demonizzare Berlusconi?
Uno studio pubblicato sulla rivista Italianieuropei, guidata da Massimo D'Alema e Giuliano Amato, rileva come se da una parte la demonizzazione ha contenuto la sconfitta dell'Ulivo, dall'altra ha avuto l'effetto di far calare la fiducia non solo in Berlusconi ma anche nei leader della sinistra, determinando un allontanamento dal voto o il rifugio in partiti minori...


Ma chi ha i soldi per fare politica, in Italia? A parte Berlusconi, naturalmente.
Diamo per scontato che il sistema italiano stia scivolando verso il modello americano: campagne elettorali sempre più costose, candidati sempre più ricattabili dai loro finanziatori. In Italia però ci sono vistose anomalie: se da una parte c’è l’uomo più ricco d’Italia, dall’altra c’è un partito (i DS) che è in bancarotta cronica da più di dieci anni. In teoria i giochi dovrebbero essere fatti in partenza…

…ma in pratica non è così, perché la stessa ambizione di Berlusconi a diventare padrone di mezza Italia (la mezza che non possiede già) è destinata a generare una spinta uguale in senso contrario. In Italia c’è fior di finanziatori interessati a investire sull’opposizione; ma la novità è che i soldi non passano più attraverso il Partito, per vari motivi (anche perché la legislazione post – Mani Pulite ha reso più difficile certi giochini).

Così, mentre noi continuiamo a lamentare la crisi d’identità del Partito, la crisi di leadership del Partito, ecc., non ci accorgiamo che al Partito manca qualcosa di ben più concreto: i soldi. Non ci sono soldi per fare le campagne (proprio nel momento in cui Berlusconi alza la posta e si mette a girare l’Italia in nave), non ci sono soldi per fare informazione (e così l’Unità chiude, per risorgere come quotidiano indipendente e tutt’altro che in linea con la dirigenza del partito). Negli ultimi anni i DS si sono ridotti a cedere le loro proprietà (uffici, terreni per i festival, ecc.) per trasferirsi in locali presi in affitto: cosa che io o voi faremmo soltanto se fossimo con l’acqua alla gola.

Eppure ci sono esponenti DS che fanno politica, anzi, che si sentono già in campagna elettorale, e che stanno già affrontando le spese del caso: i sondaggi, i comizi (che adesso si chiamano “incontri”), eccetera. Ma non li finanzia il Partito, il Partito è una struttura pesante, superata. E allora chi?
Un ruolo importante lo hanno quelle misteriose strutture che si chiamano Fondazioni, e che da che mondo è mondo svolgono un ruolo di cuscinetto tra la politica, la finanza e… qualsiasi altra cosa. Spesso sono pensioni di lusso per ex dirigenti di successo. La tensione che nell’ultimo anno ha lacerato i DS, potremmo anche descriverla come la lotta sotterranea tra la Fondazione Di Vittorio e la Fondazione Italianieuropei. La prima è il dopolavoro del chimico Sergio Cofferati; la seconda è l’invenzione di D’Alema e Amato.

Prendiamo l’esempio citato all’inizio (ne ha parlato anche il Foglio): una ricerca statistica di buon livello e, presumo, di un certo costo, che fornisce un fondamento scientifico alla linea politica di D’Alema. Chi l’ha pagata? Certo non il Partito, che già fatica a sbarcare il mese (e di cui D’Alema dovrebbe essere il Presidente super partes, ma lasciamo perdere). Evidentemente l’ha pagata la Fondazione Italianieuropei, che problemi d’affitto non ne ha. E chi finanzia la Fondazione Italianieuropei?

Ecco qui:
I donatori che indirizzano il proprio contributo al patrimonio costitutivo per una somma una tantum pari o superiore a cinquanta milioni di lire divengono Soci benemeriti e partecipano in queste veste alle attività pubbliche e sociali della Fondazione. L’assemblea dei Soci benemeriti nomina tra i propri membri tre Consiglieri di Amministrazione della Fondazione.

Tra i Soci benemeriti della Fondazione figurano esponenti del mondo imprenditoriale come, tra gli altri, Guidalberto Guidi, Gianni Agnelli, Francesco Micheli, Vittorio Merloni, Claudio Cavazza, Carlo De Benedetti, Gianfranco Dioguardi e Paolo Marzotto insieme ad aziende quali Pirelli, Gruppo Marchini, Philip Morris, Glaxo Wellcome, Pharmacia & UpJohn, Lega delle Cooperative, ABB ed Ericcson.


Se ne potrebbe dire tanto, veramente tanto, su questi soci benemeriti. Prendiamone uno a caso, che so, la Glaxo Wellcome. Dove ho già sentito parlare di Glaxo Wellcome? Ah, ecco, la Glaxo Wellcome. Beh, non credo che aggiungerò altro sulla Glaxo Wellcome, solo a pronunciarne il nome (Glaxo Wellcome) sento odore di querela. Lasciamo perdere.

Prendiamo allora… la Philip Morris. Beh, non credo che ci sia bisogno di spiegare cos’è la Philip Morris. Direi anzi che tutti conoscano bene la Philip Morris, le sue battaglie, i suoi valori, le sue idee. E questo è tutto anche sulla Philip Morris.

Sì, mi rendo conto, il mio moralismo è d'accatto e d'annata. In realtà per fare politica servono i sondaggi, e per ordinare i sondaggi ci vogliono soldi. Se D’Alema ritiene di poterli chiedere alle multinazionali, è libero di farlo. E tra prendere soldi dalle multinazionali ed essere al soldo delle multinazionali c’è una certa differenza, che io non saprei misurare in centimetri, ma c’è.
Quello che veramente mi stupisce è la franchezza. I casi sono due: o gli Italianieuropei sottovalutano internet e pensano che tanto su questa pagina non ci vada nessuno (e neanch’io ci sarei andato, senza Indymedia), oppure trovano che non ci sia nulla di male, per i rappresentanti di un partito europeo di centrosinistra, nel dichiarare quanti soldi prendono dalle multinazionali, anche quando le multinazionali vengono coinvolte in illeciti eclatanti. In entrambi i casi, io resto di stucco. E voi? Perché magari è un problema solo mio.
Comunque, in attesa che uno studio scientifico mi dimostri che sbaglio, io smetterò di demonizzare Berlusconi e comincerò a demonizzare direttamente D’Alema.

E ora mi aspetto che qualcuno dell’opposta fazione mi porti le prove che la fondazione Di Vittorio è finanziata dalla Corea del Nord, da Al Qaeda, dai Sette Savi di Sion, dalla Spectre. Per stasera il mio fazioso dovere l’ho fatto, alla prossima
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Nessuno gli vuole bene 2
10 mesi dopo...(6 marzo '02)

(premessa doverosa: non l’ho visto in tv, non ho potuto. Ma ho fiducia nei virgolettati della Repubblica).

C’è una cosa di cui bisogna dare atto a D’Alema: lui non è quel tipo di persona che vuol fare il simpatico a tutti i costi, no.

I movimenti sono importanti, ma non sono un fatto epocale. Firenze? Anche a noi è capitato di stare fino all'una di notte in un'assemblea, molte volte. E nessuno ha il monopolio delle passioni.

La tesi di questo pezzo è banale: D’Alema è una persona antipatica. Mi rendo conto che il travaglio della Sinistra meriterebbe ben più acute riflessioni, ma a volte bisogna anche attentarsi a dire che il re è nudo, putacaso qualcuno non se ne fosse accorto. D’Alema non è nudo: però è antipatico. Liberissimo di esserlo. Ma forse le persone antipatiche non dovrebbero fare politica.

Qui non è in discussione il suo pensiero politico. Ma anche le idee migliori servono ben poco, in mano alla persona sbagliata. In questi giorni ho sentito dire fino alla nausea frasi che iniziavano con “Cofferati” e finivano con “cuore-della-gente”: “Cofferati sa parlare al cuore della gente”, “Cofferati sa scaldare il cuore”, ecc., un frasario da Tamaro prestata alla politica. Ora, senza dubbio l’uomo ha le sue qualità, non si diventa leader sindacali per caso. Ma io credo che a questo punto chiunque sarebbe in grado di vincere un duello di simpatia con D’Alema.
E siccome anche lui lo sa – non è uno stupido – mi chiedo come abbia potuto acconsentire a un duello del genere. Se Cofferati ha critiche da fare ai dirigenti DS, il suo avversario naturale è Fassino. D’Alema dovrebbe mantenersi al di sopra delle parti, come si conviene al Presidente del partito. Ma lui non si stanca di ripetere che la carica di Presidente serve a poco o nulla. Il che, oltre a denotare uno scarso rispetto nei confronti delle istituzioni del suo Partito, è anche scarsamente credibile, da parte sua.
Per quella poltrona di presidente, infatti, D’Alema ha brigato parecchio. Non se n’è staccato nemmeno quando, dopo il disastro elettorale, tutti i dirigenti si sono dimessi. Sempre per il motivo che “tanto il Presidente serve a poco”, e quindi se ne sobbarcava lui…

Mi dispiace che Cofferati sia in collegamento da Milano, mi sarebbe piaciuto guardarlo negli occhi. Lo so che lavora alla Pirelli, ma anche noi lavoriamo.

D’Alema forse ignora (ma come fa?) qual è la percezione che l’italiano medio ha del Parlamento: un convitto di allegri scrocconi, insaziabili, di una certa età. Non si sarà mai accorto delle voci che girano su internet e nei bar, sui mille privilegi, gli stipendi continuamente ritoccati verso l’alto, gli aerei e i cinema gratis. Non ha mai fatto caso a certe battute sulle sue barche, sui suoi cuochi, sul suo paio di scarpe da un milione.
Ha visto coi suoi occhi una buona parte dei suoi colleghi franare nelle crepe di Tangentopoli. Ha visto un imprenditore digiuno di politica metter su un partito e vincere le elezioni in quattro mesi.
Tutto questo avrebbe dovuto insegnargli qualcosa. E invece no.

Cofferati, che ha visto le stesse cose, ha avuto il buon senso di non farsi cooptare nel ceto politico, di tornare nel mondo del lavoro, almeno simbolicamente. Diciamo la verità, da Cincinnato avrà fatto sì e no un mese: ma gli è bastato per conquistarsi una popolarità e un credito notevoli.
Io non credo che non ci sia un solo lavoratore italiano, che, alle nove di sera, sentendo D’Alema dire “anche noi lavoriamo” non abbia sentito dalle sue viscere nascere un pensiero: “ma quale lavoro, D’Alema, se non hai mai fatto un cazzo in tutta la tua vita”. Concetto discutibile, ma alle viscere non si comanda. Per l’ennesima volta: ma come si fa a dire cose del genere? O meglio: come si fa a dire cose del genere e nel frattempo considerarsi un grande comunicatore politico? Mistero (doloroso).

Sottovaluti il nostro mondo, non siamo burocrati. E nel vecchio Pci è capitato tante volte che un dirigente scaldasse il cuore, facesse piangere la gente con un discorso, ma non per questo sono diventati segretari del partito.

In questa frase ci sono tre gravi errori politici. Riuscite a trovarli?
1) Al giorno d’oggi non è educato dichiararsi nostalgici del “vecchio Pci”. (Soprattutto da parte di chi si è dato da fare per metterlo in pensione).
2) Continuiamo pure a parlare della “gente”, la povera “gente” che ama “scaldarsi il cuore” e “piangere” per un discorso. Lamentiamoci poi se la stessa gente ci considera dei freddi burocrati…
3) Chi è che vuole diventare segretario del parito? Cofferati? Ne ha mai parlato? A metter troppo avanti le mani si rischia di cadere.

“Sì, magari non sarà un grande comunicatore, ma ha altre doti: è un fine stratega, per esempio”.
Dissento. Mi pare che pochi politici italiani, messi alla prova, abbiano commesso tanti errori di strategia. Dalla Cosa2, alla Bicamerale, all’idea sciagurata di sostituire Prodi, alle sue sconcertanti scommesse con Berlusconi: “se tu fai meno voti di me alle amministrative ti dimetti da Presidente del Consiglio, ok?” “Ok!”
Se io, se noi avessimo fatto sul nostro posto di lavoro la metà degli errori tattici commessi da D’Alema, oggi saremmo a casa, con o senza l’articolo 18. Perché D’Alema è ancora lì?
Semplice: perché lui chiede scusa. Ogni tanto rilascia un’intervista e dice: quella volta mi sono sbagliato. Quell’errore non lo ripeterò.
Nessuno osa spiegargli che, a un certo livello di professionalità, non dovrebbero esistere seconde possibilità. Che la politica è un mestiere disumano, dove ci si gioca la faccia a ogni gradino. Almeno, per gli altri è così. Ma per lui?

Quando ebbe la brillante idea di rifondare il PDS, a 5 anni dalla nascita, D’Alema sapeva che in quella rifondazione si giocava la faccia; che in caso di fallimento avrebbe pagato in prima persona. E invece no. Il PDS è abortito nei DS: il vertice si è rimpastato, la base non ha capito, un flop conclamato. Colpa di D’Alema? No. Colpa dei colleghi invidiosi che non lo hanno compreso.

Quando ebbe l’idea balzana di farsi nominare segretario della Bicamerale, D’Alema sapeva di correre due grossi rischi: svendere la Costituzione a Berlusconi, o partorire un altro bel nulla. Sapeva che, in entrambi i casi, era in gioco la sua credibilità. Com’è andata a finire? Un disastro.
A quel punto chiunque altro si sarebbe pre-pensionato. Lui no. È ancora lì che parla di riforme. Che importa se Berlusconi non è credibile, spiega, anche l’Ulivo deve fare le sue proposte. Come spiegargli che, a questo punto, lui stesso non è molto più credibile di Berlusconi?

Infine, i fatti parlano: dal suo governo in poi, i DS hanno perso quasi tutte le elezioni. Sono ai minimi storici.
Ma D’Alema, sulla “Repubblica” di domenica, spiega che le elezioni, lui, non le ha nemmeno perse, perché a Gallipoli ha fatto un ottimo score: Io, Fassino, gli altri esponenti della maggioranza saremmo i perdenti! Ma i perdenti sono i Folena, i Mussi, candidato a Milano, mentre io facevo una durissima campagna elettorale a Gallipoli!

Ecco un’altra frase a cui non mi riuscirebbe di replicare civilmente. Per quanto mi sforzi di trovare argomenti educati (il problema non è a Gallipoli, ma il dato nazionale, le responsabilità dei vertici del partito e del governo, ecc.), c’è qualcosa in me che finisce per sbottare: ma perché allora non ti trovi un bell’ufficio da assessore a Gallipoli e non ti cavi fuori dai coglioni?

Mi rendo conto di scadere nel qualunquismo, e me ne scuso, ma credo anche che il qualunquismo di una nazione sia direttamente proporzionale all’antipatia della classe dirigente.
E lo dico perché ho sempre avuto la sensazione che in Italia, se ci fu una rivoluzione, fu una rivoluzione qualunquista, che dieci anni fa culminò con un assedio al grand hotel che era la residenza invernale di Bettino Craxi. Ora, Craxi ne aveva fatte di cotte e di crude. Ma se si fosse trattato solo di qualche conto in Svizzera, lo avremmo sopportato. No. Quello che ci fece sbottare fu l’antipatia. Bettino Craxi era un politico intelligente, ma arrogante, supponente, antipatico.
Morì in esilio, indignato e incredulo di aver pagato per tutti. Senza capire quale gran disgrazia sia, per un politico, l’antipatia.
Credo che il suo caso avrebbe dovuto insegnare qualcosa a qualcuno. Ma no, no, niente, mai niente, è inutile.
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poovero, poovero ragazzoNessuno gli vuole bene
(e la sinistra perde anche per questo motivo)

Mamma mia dammi cento lire / Che in America voglio andar…
Cento lire sì te le do / ma in America no e poi nooooo…


Forse è un problema soltanto mio, ma in queste notti di febbre non mi capita raramente di svegliarmi nel cuore della notte, madido di sudore, chiedendomi: "Ma D'Alema ci andrà davvero in America, a quel ciclo di conferenze? Quanto starà via? E la Sinistra, come farà senza di lui?". Ho anche controllato nell'atlante: l'America è un continente, di là dall'Oceano. Dovrà prendere un volo! Intercontinentale! E se c'è tempesta? E se lo dirottano? La sinistra sarà perduta per sempre! In simili incubi mi dibatto, rigirandomi senza trovare pace, finché un'anima buona non mi porge una tachipirina.

Appena giunti in alto mare /il bastimento si rovesciooooò...

Col sole del mattino recupero un po' di buon senso. Ho conosciuto un docente universitario assai famoso nel suo settore (per la verità non solo in quello) che aveva continuamente in programma qualche convegno in qualche luogo remoto. Una volta lo sentii discutere allegramente al telefono dell'opportunità di prendere un Aeroflot (quei famosi aerei russi che nessuno vuole più assicurare) per andare a non so quale simposio bielorusso o moldavo. Un aeroflot, capite! Un docente che tutto il mondo ci invidia, su uno di quei cosi! E credete che fuori dalla porta dello studio ci fosse uno striscione con scritto: "Prof, non vada!"? No, non c'era. Credete che qualcuno fuori dalla finestra scandisse slogan di solidarietà ("Ci porti con noi in Bielorussia!") col megafono? Nemmeno. Le menti migliori della nostra generazione viaggiano continuamente, su aeroflot o altro, raccogliendo inviti di centinaia di convegni e congressi, senza che nessuno protesti mai, o si chieda se fanno così perché si sentono offesi. È una cosa normale, e non fa notizia.

Ma D'Alema sì. D'Alema in tournée in America merita due pagine di Repubblica in due giorni. D'Alema in America è un fatto grave, è un segno che la Sinistra italiana non gli vuole più bene. E allora la Sinistra insorge, come un sol uomo: ma come, D'Alema, non andare, come faremmo senza di te, in America no e poi no, ma sì, ti vogliamo bene, resta. E D'Alema: sì, comunque è solo per un ciclo di conferenze, poi torno, e comunque adesso se insistete tutti mi fate passare la voglia...ecc.
Perché tutta questa manfrina?

Forse ha temuto che nessuno si sarebbe reso conto della sua assenza (effetto "Veltroni l'Africano"), così ha fatto un po' di polemica per attirare l'attenzione. Un po' di polemica non si lesina a nessuno. Ma su che argomento? Il solito: sé stesso.
Io credo che D'Alema sia l'unico politico in Italia in grado di farsi fare un'intervista su sé stesso. Persino Berlusconi, che di sé stesso è ben gonfio, se lo stimoli inizia a parlarti di un sacco di cose che ha in mente di fare, magari un mucchio di cazzate, ma non sempre e solo di sé. D'Alema, lui, ormai è 100% autoreferenziale E' anche disposto ad ammettere degli errori, beninteso, purché siano i suoi. Vive la crisi della sinistra come un dispetto nei suoi confronti: il sunto del discorso è: "Nessuno mi vuole bene, dopo tutto quello che ho fatto per voi, basta, mollo tutto, vado in America a un ciclo di conferenze".

Eppure, per quanto sia disposto a lasciare l'Italia, i compagni, i colleghi, gli affetti, la barca... (e tutto questo solo in nome dell'unità della Sinistra), quando gli si chiede di mollare l'unica carica concreta che gli è rimasta (la presidenza ds), lui non sente. Nella stessa intervista ha detto che non si dimetteva perché tanto quella era una carica priva di potere. Ora, qui, dov'è la logica? Se la presidenza ds è una carica priva di potere, cosa costa a D'Alema rinunciarci? Ma soprattutto, perché ha brigato tanto per averla e poi non l'ha restituita quando tutti (tutti) gli altri dirigenti nazionali si sono dimessi? Niente da fare, piuttosto si fa assumere al Teatro Naturale di Oklahoma: ma mollare quella presidenza, no. È un punto d'onore. "Tanto non conta nulla". Bel rispetto delle istituzioni del suo partito, tra l'altro.

Sabato – non so se ne avete sentito parlare – c'è stata una manifestazione a Roma. C'erano 500.000 persone più D'Alema. Alla televisione hanno intervistato tanta gente qualunque venuta da tutt'Italia, tra cui D'Alema. Dev'essere stata una bell'esperienza, per D'Alema. Adesso i suoi colleghi e avversari avranno un po' più di rispetto, di D'Alema. E la sinistra è di nuovo unita, con D'Alema. Forse quel ciclo di conferenze non è più così urgente, per D'Alema.
Per noi sì.

Sì, il ragazzo è sveglio, ma non fa che pensare a sé stesso e ai suoi interessi. Un bel soggiorno all'estero, una borsa di studi, amicizie nuove, potrebbero forse dargli la scossa che gli serve. Ormai è grande, e sa badare a sé. E noi?
Beh, noi dobbiamo smetterla di preoccuparci per ogni cosa che fa. Appunto, ormai è grande, e proprio perché gli vogliamo bene, quelle cento lire per l'America non sarebbero spese male.
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Il leader della settimana

Siccome D'Alema ha chiesto esplicitamente di non cercare un leader della sinistra tutti i giorni, io sono qui a proporvi il leader della sinistra per la prossima settimana. Esso ha dei requisiti che mi sembrano fondamentali a ogni leader della sinistra che si rispetti:
- è una ragazza
- è carina
- il suo fidanzato è in giro tutta la settimana, a studiare filosofia (dice lui)
- conosce la Storia
- ma soprattutto, quel che più conta, sa parlare alla base. Giudicate voi:

Occasione da cogliere al volo!
Cara amica/amico di Attac,
ti ricordo che fare il banchetto e' divertentissimo. Non scherzo: conosci un mucchio di gente, fumi duemila paglie, bevi una cioccolata calda e quel che piu' conta raccogli tantissime firme! Non perdere l'occasione, vieni anche tu in piazza sabato 9/2 alle ore 15.30...e se ti piace ricorda che puoi replicare lunedi' mattina al mercato e i sabati successivi fino a luglio!!! Provare per credere...


E adesso diciamocelo: quando mai Fassino ci ha parlato così? Ma neanche Fausto. Ma neanche Rutelli. E neanche Moretti. E neanche Agnoletto. Tutta questa gente si muniusca di blocco appunti e si rechi a Modena, circoscrizione San Faustino, in via... in via... acc., mi dimentico sempre l'indirizzo.
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