Albergatori, mettetevi in giogo

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Poi mi rendo conto di non essere l'unica persona al mondo con qualche problema, ma una volta all'anno i giornali potrebbero anche interessarsi ai miei. Per esempio, uno di questi fine settimana mi piacerebbe passarlo al mare, diciamo riviera di Levante. Mi piacerebbe trovare un albergo vista mare, niente di speciale, e potrei pagarlo 80 euro. 

Beh, ci crederete? Ho chiamato tutti, da Lerici a Sestri, e niente: stanze ne avrebbero, ma a 80 non me le vogliono dare. E non credo solo a me. Penso che migliaia di cittadini abbiano lo stesso problema.

Allora ho pensato che forse ci converrebbe metterci d'accordo, federarci, mandare qualcuno a farsi intervistare dai giornali. Qualcuno che dicesse chiaro e tondo che gli albergatori non possono continuare così, devono mettersi in gioco, rinunziare alle sovvenzioni e tirare fuori gli spiriti animali del capitalismo. Ho pensato che magari qualche pesce abboccherebbe, del resto i giornali una volta a questo servivano: a incartarci il pesce. E forse è ancora un po' così. 


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Renzi va al centro ma il centro non c'è

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Su Renzi quante se ne possono dire, quante ne avrete già dette.

Su Renzi, in particolare, che lascia il PD proprio quando quest'ultimo arriva al governo – e ci arriva grazie a delegazioni parlamentari composte per la maggior parte da uomini scelti da Renzi – insomma proprio nel momento in cui tutto per un attimo sembra volgere al meglio, e basterebbe restare un po' tranquilli per recuperare una centralità ormai data per smarrita – proprio in questo momento lui se ne va, perché è Matteo Renzi, non può stare tranquillo per definizione: zaino in spalle eccetera eccetera. Lasciando a ogni commentatore politico la facoltà di indovinare se si tratta di una mossa geniale o disastrosa, come se appunto si trattasse di una mossa, di qualcosa che Renzi poteva anche scegliere di non fare o fare diversamente.

Io per me continuerei a ripetere che il ragazzo è un missile, ma i missili hanno una vita sola e il grande pregio, una volta esplosi, di togliersi di mezzo, quindi la metafora non funziona più. Allora possiamo buttarla sul sociologico; possiamo notare che Renzi è figlio di un medio-industriale e che non fa altro che riprodurre nell'agone politico la traiettoria esistenziale di questo tipo specifico di figli che, quando ereditano la ditta dal papà, hanno tante idee nuove e amici con idee ancora più nuove e così dopo qualche soprassalto la ditta comincia a colare a picco. A quel punto la rivendono e col cash, anche se avevano giurato Mai Più, ne fondano un'altra dove finalmente faranno di testa loro senza i lacci e i lacciuoli e gli amici sbagliati. E anche in questo caso non si tratta di una mossa, di una scelta: è che altro non sanno fare, in casa scalpitano, in piazza vedono i figli degli altri padroni a cui è andata meglio e non ci durano; e poi non è detto che la seconda volta non funzioni, in fondo fino a qualche anno fa bastava azzeccare un prodotto per camparci di rendita, una generazione almeno.

Per esempio, questa volta Matteo Renzi si è messo in testa di mangiarsi l'elettorato residuale di Forza Italia e non lo nasconde, anzi, lo scrive proprio nel logo: Forza Italia, Italia Viva. È un'idea spudorata, ma ecco, è una cattiva idea? A livello di battuta lo abbiamo sempre detto, che Matteo Renzi è il figlio politico che Berlusconi non ha avuto – anche perché se l'avesse avuto, l'avrebbe divorato come tutti gli altri. Potremmo anche raccontarci che doveva finire così, con un Renzi di centrodestra, e che se ci siamo arrivati in modo tanto contorto è a causa dell'unica vera anomalia politica italiana: la Mediaset. Davvero, non sarebbe filato tutto più liscio se Renzi invece di prendere al bivio la strada del Partito Popolare avesse seguito Buttiglione e fosse cresciuto come amministratore nella Casa delle Libertà, magari vincendo le comunali a Firenze contro un insipido candidato ulivista, un qualsiasi ex centrocampista della Fiorentina? In teoria sì, in pratica sappiamo benissimo che Renzi nel medio termine sarebbe finito come finiscono tutti quelli che rischiano di fare ombra al capo: Casini, Fini, Alfano, Toti, c'è una lunga fila di teste in quel corridoio (notate: sono tutti maschi. Le donne restano). L'unica possibilità di succedere a Berlusconi era tenersi a una rispettosa distanza, e Renzi c'è riuscito, magari senza accorgersene. Così il PD, tra tante incombenze, si è incaricato perfino di costruire la carriera di un futuro leader del centro moderato. In un periodo in cui gli altri partiti diventavano fan club, solo il PD poteva sobbarcarsi il compito di creare dal nulla il suo futuro concorrente, e in particolare è stato il PD di Bersani a non lasciarsi mancare un'occasione, arrivando nel 2012 a indire una consultazione primaria in deroga allo statuto pur di consentire a Matteo Renzi la possibilità di farsi notare.

Se davvero fosse andata così, sarebbe andata male? Di un centrodestra moderato ci sarebbe tanto bisogno. In fondo il vero rischio è che l'elettorato residuale travasi direttamente nella Lega, e se c'è un modo di arginarlo, viva Matteo Renzi che si presta. Sì. Temo però che questa ricostruzione sia viziata dal solito errore: parlare del Centro come se il Centro esistesse: come se racchiudesse non solo leader politici fondatori di minuscoli partitini dalla vocazione maggioritaria, ma anche milioni di elettori che quei partitini prima o poi li voteranno. Sarà anche così, ma allora perché per vent'anni hanno votato Berlusconi? Se erano così moderati, perché quando Berlusconi si è alleato coi leghisti hanno votato la coalizione di Berlusconi coi leghisti? Se sono l'argine al fascismo, perché quando Berlusconi ha spruzzato nelle liste un po' di Forza Nuova e Casa Pound, non si sono trattenuti dal votare una coalizione di Berlusconi coi leghisti e Casa Pound?

Insomma io a questa storia del centro moderato non ci credevo tanto ai tempi di D'Alema che voleva lavorarci, non ci credevo affatto ai tempi di Veltroni che voleva conquistarlo, come faccio a crederci adesso che ci sta provando un missile? I missili una sola cosa sanno fare. Vabbe'. Dipenderà molto da come la prendono ad Arcore, si vedrà parecchio da come lo tratterà la D'Urso in tv. Nel frattempo tutti gli opinionisti di estrema destra che Berlusconi aveva cacciato dopo le elezioni sono più o meno rientrati nel palinsesto, il che mi lascia pensare che tra i due Mattei abbia scelto quello più lombardo e performante (qui poi ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto Salvini sappia fare il suo sporco mestiere di imbonitore meglio di Renzi, ma ne parliamo un'altra volta, una volta in cui mi verrà voglia di fare complimenti a Salvini, magari anche mai).
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La scuola dell'obbligo, con piglio manageriale

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A un giorno dallo sciopero, ringrazio gli esponenti del mondo dell’impresa che su internet han dedicato ore preziose a spiegare a noi docenti retrogradi, incompetenti, pigri, 68ini, intoccabili, come rifarebbero la Scuola secondo i criteri imprenditoriali, manageriali, liberisti, moderni, che li hanno resi uomini di successo che al pomeriggio spiegano il mondo agli sfigati.

Purtroppo mancherà per sempre la controprova, ovvero: quanto mi piacerebbe nominare d’émblée uno di voi dirigente di un istituto comprensivo. Un esperimento. Assistere alle riunioni in cui con piglio manageriale risolvereste i problemi di organico e di relazioni col pubblico. Vedervi mentre interagite col comune che non ripara la caldaia; il genitore-avvocato che intende denunciarvi perché un prof ha sequestrato un cellulare in base al regolamento, ma in deroga al codice penale; il prof in malattia che se lo demansioni è mobbing; i vigili che non recepiscono le vostre segnalazioni sul tizio che stalkeggia le ragazze al cancello; i servizi sociali che esigono che l’alunno A sia spostato per motivi seri ma non avete il posto, e tante altre cazzate che non vi sono mai venute in mente perché, in effetti, avete sempre fatto un altro mestiere. Un mestiere che nessuno vi spiega su facebook al pomeriggio. Sfortuna.

Finché dopo un paio di giorni concludereste che la scuola così non può funzionare, cioè, dove sono gli utili? Non ha senso. Quindi la chiudete e - con piglio manageriale - ne riaprite un’altra in Romania.
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Capitani balbettanti

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Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura... (Bernardo Caprotti, 26/11/13, Corriere della Sera)

Qualche giorno fa - Berlusconi non era ancora decaduto, sembrano secoli - sul Corriere è comparsa una letterina del presidente della catena Esselunga, Bernardo Caprotti. Trattandosi della replica a un articolo che lo riguardava, la pubblicazione era un atto dovuto; a sorprendere (ma neanche più di tanto, ormai), è la decisione di pubblicare il testo del biglietto così come è probabilmente arrivato, stile Celentano. Probabilmente in redazione avranno preferito non innervosire ulteriormente il personaggio, e così gli hanno dato spazio esattamente come in un talk show si "passa la linea" a un ospite telefonico, magari un tizio inviperito che ha chiamato perché stanno parlando male di lui.

Risultato: abbiamo assistito in diretta allo sfogo di un capitano d'industria ottantottenne, senza capire molto dei dettagli, ma afferrando la sostanza: il tizio non si può più fidare di nessuno. Gli fanno la guerra i figli; gli fa la guerra la vecchia segretaria e braccio destro; probabilmente gli hanno alzato una trincea persino in ufficio stampa, così è ridotto a scriversi i biglietti da solo. Con qualche effetto perversamente comico: Caprotti afferma di aver fatto cospicue donazioni alla "Shoah": probabilmente non allude a un inverosimile sostegno ai genocidi nazifascisti, ma alla meritoria associazione "Figli della Shoah"; aveva fretta e ha abbreviato, e al Corriere han stampato così.

Di fronte a un episodio del genere - valutate voi quanto buffo o patetico o triste - spunta la solita domanda (spunta sull'Unità, H1t#206)ma succede così anche altrove? O siamo l’unico Paese in cui i capitani d’industria non riescono a padroneggiare la propria lingua madre, né a munirsi di collaboratori che li sappiano assistere? Quando Caprotti definisce il Corriere il “Times del proprio Paese”, mette a fuoco il problema: è immaginabile un testo così involuto sul Times o su qualsiasi altra prestigiosa testata occidentale? Non è una domanda retorica, onestamente non lo so: se qualcuno ha in mente episodi paragonabili me li segnali pure qua sotto. Ma nel frattempo rimane il dubbio di ritrovarsi nel Paese con la classe dirigente e industriale meno colta d’Europa. Altrove almeno una letterina la sanno scrivere – se non lo sanno fare, sanno procurarsi qualcuno che lo faccia per loro; da noi no, non è richiesto, non è necessario.
Nell’era della comunicazione, i nostri capitani balbettano. Chi li rimprovera di non conoscere l’inglese forse non ha afferrato l’entità del problema: neanche in italiano sanno spiegarsi. Sono stupidi? Tutt’altro: intelligenza e cultura sono variabili non correlate, ed evidentemente Caprotti non ha avuto bisogno di particolari competenze linguistiche per mettere in piedi un impero nel ramo distribuzione. Forse davvero quando sei in ascesa la cultura più di tanto non serve. Ma ti assiste nei giorni difficili, quando devi imparare a mollare, e l’istinto non vuole saperne. Ha l’aria di essere la situazione di Caprotti, ed è sicuramente quella di Silvio Berlusconi, che pure può contare su un lessico un po’ più ricco, da piazzista quale è sempre stato. In qualsiasi altro Paese un Berlusconi avrebbe mollato da mesi, senza arrivare all’umiliazione del voto di mercoledì. Non glielo avrebbero consigliato soltanto i collaboratori più fidati: ci sarebbe arrivato da solo, riflettendo sugli esempi che la cultura personale gli avrebbe fornito, su Nixon, su Leone e su tanti altri. Berlusconi invece conosce solo Berlusconi, e magari la Storia gli darà ragione: dopo lo scisma del PdL e la manifestazione autocommiserativa di mercoledì i sondaggi lo vedono in risalita. Si vede che in Italia l’istinto premia ancora. http://leonardo.blogspot.com
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Imprenditori che sbagliano

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Capire le ragioni dei sequestratori di persona.
Adesso però scusate. Mettiamola in questo modo. Prendiamo... un No-Tav. Uno di quelli duri e puri. Magari rinviato a giudizio per resistenza a pubblico ufficiale e cazzivari. Mettiamo che una mattina sbrocchi ed entri negli uffici del comune di Susa con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Mettiamo che prenda 15 ostaggi. Secondo voi i giornalisti come la prenderebbero? Quanti si spingerebbero a scrivere un bell'elogio del povero valligiano esasperato, stigmatizzando magari anche un po' la violenza, perché effettivamente prendere ostaggi in generale è brutto e non si fa, però bisogna anche capire la rabbia la frustrazione di un popolo che da 20 anni chiede giustizia e non viene ascoltato e bla, bla, bla?

Riproviamo. Un musulmano italiano. Incazzato per un qualsiasi motivo, per esempio che "musulmano italiano" suona ancora strano e non c'è nemmeno un'organizzazione islamica nel tabulato dell'otto per mille. E il comune non gli fa costruire la moschea sul suo terreno, magari si era pure accollato un mutuo e sperava di rifarsi con le questue dei fedeli. E la Santanché è una stronza. Ed ecco che sbrocca pure lui. Entra nell'ufficio del catasto con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende anche lui 15 ostaggi. Secondo voi quanto ci mettono Magdi Allam e Guido Olimpio a riconoscere la mano di Al Qaeda Ahmadinejad Jihad Islamica Hamas Ali Babà + 40 ladroni? E le teste di cuoio a irrompere e a farlo a fettine fini fini? Ecco.

Un brigatista. L'ultimo. Ha deciso di finire col botto. Entra in un commissariato con due pistole, un fucile a pompa carico, cento munizioni e un coltello. Prende 15 ostaggi e poi chiede la libertà per Nadia Desdemona Lioce e tutto il resto della cumpa. Lo comprendiamo? In fondo anche i brigatisti ormai è da quarant'anni che si fanno il mazzo per niente, insomma, dai, un po' di esasperazione a questo punto ci sta, vogliamo ignorare l'esasperazione?

Ricapitolando: un brigatista, un No-Tav, se irrompono in un locale a mano armata e prendono degli ostaggi sono terroristi. Un musulmano, se fa la stessa cosa, è un terrorista islamico. Ma un imprenditore italiano, se entra in un ufficio postale con due pistole, un fucile a pompa, cinquanta munizioni e un coltello, è un "gran lavoratore" a cui esprimere solidarietà; un martire della crisi; un "eroe", cinguettava Fabrizio Rondolino, che "sta lottando per le nostre libertà naturali". Col fucile a pompa. Con due pistole. Con ancora gli ostaggi dentro, e nessuno che gli abbia risposto Rondolino, sei fuori di testa, rileggiti, riguardati, ci può ancora scappare un morto: nessuno.


Quando ero bambino e mi raccontavano le favole sugli anni di piombo - uh com'erano brutti brutti quegli anni di piombo - una di quelle che non si dimenticavano mai di somministrarmi era quella dei giornalisti di sinistra, e di centro-sinistra, colti, borghesi, proto-radical-chic, che all'inizio nelle brigate rosse mica ci credevano. Pensavano a depistaggi. Poi a dei gruppuscoli. Poi sequestrarono Moro. Ed era tutto un dire: compagni che sbagliano. Ecco, quando ero bambino e mi raccontavano le favole degli anni di piombo (brutti!) ci tenevano a spiegarmi che questa cosa dei compagni-che-sbagliano era stata micidiale, aveva mantenuto la temperatura e l'umidità necessarie a far sì che il terrorismo allignasse, che diventasse nelle chiacchiere di molti un'opzione un po' folle ma non del tutto irragionevole, non del tutto da buttar via, in anni in cui del resto la ragionevolezza era Giulio Andreotti.

Ecco, questa fiaba dei compagni che sbagliano me la sono sentita ripetere tante volte, tante volte ritorcere contro quando magari scrivevo che a Genova era stata la polizia a sfondare e non viceversa; che gli anarcoinsurrezionalisti bombaroli sono probabilmente una dozzina; che i terroristi islamici in Italia in dieci anni di jihad hanno fatto due vittime, cioè sé stessi. E avevate ragione, siamo in guerra, non si può perdere tempo a spaccare i capelli, rubando spazio che si può meglio impiegare scrivendo: terrorismo brutto. Anarcoinsurrezionalismo brutto, brutto, brutto. No-Tav che salgono sui tralicci: stupidi, cattivi.

Imprenditori armati di tutto punto che sequestrano quindici persone? Eroi.
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Cercando un altro Egitto

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Cos'ha l'Egitto che non abbiamo noi? Un po' di coraggio, forse. Ma alla fine la principale differenza credo sia questa: se l'Egitto oggi è in crisi, se arranca e malgrado le risorse non riesce a garantire il benessere ai suoi cittadini, la responsabilità di Hosni Mubarak e dei suoi uomini è sotto gli occhi di tutti. E da noi?

Per arrancare, arranchiamo anche noi. Ma non riusciamo a identificare il colpevole. Quanto a Berlusconi, passava di lì per caso: pochi osano sostenere che il declino dell'Italia sia opera sua. Al massimo si ammette che non abbia fatto nulla per fermarlo, avendo egli altre priorità (salvare aziende sue e processi a carico suo). Anche i più incattiviti degli antiberlusconiani preferiscono concentrarsi sul bunga bunga, le offese al decoro, il corpo della donna eccetera. E se invece che da puttaniere cominciassimo a trattarlo da ladro? Se osassimo affermare che questa lunga discesa verso il sottosviluppo non è cominciata a fine '80 per una semplice coincidenza? Che le lussuose ville dentro le quali sarebbe “libero di fare quel che gli pare” (io se tocco una minorenne in casa mia vado in galera, ma tant'è) se le è prese coi soldi nostri? Che i milioni spesi in pastura di mignotte sono indirettamente prelevati dalla stessa cassa da cui non esce più un soldo per finanziare sviluppo, ricerca, scuola, turismo, spettacolo? Che è, sissignore, un re che fa i bagordi a spese nostre?

La rivoluzione che in Egitto si può fare, in Italia resta al palo per questo motivo: anche molti che di lui non ne possono più, non lo identificano come il responsabile. È solo un ostacolo, uno che sì, a questo punto dovrebbe andarsene, ma non perché ci opprime, no: perché ci impedisce di vedere i veri problemi. Come se lui non fosse un vero problema. E dire che lui, appena può, fa tutto il possibile per ricordarcelo. Giusto ieri ha scritto a Bersani una bella letterina in cui gli propone una rivoluzione liberale in comproprietà. Di cosa si tratta? Dunque, a sentire Berl. (o Ferrara per lui, cambia nulla) non bisogna fare la patrimoniale. Basta non fare la patrimoniale e il PIL s'impenna. In sostanza non tassiamo i ricchi e i ricchi s'impegnano a farci crescere del 3-4% in un anno, e... ma sì, anche a evadere un po' meno, dai. Allora. Berlusconi meriterebbe di cadere per questo, non perché mantiene un condominio a fine arrizzamento. La letterina di Berl. (o di Ferrara per lui, è proprio la stessa cosa) è un'offesa al senso comune e all'intelligenza degli italiani assai più molesta della telefonata a Lerner. Ma almeno fa chiarezza: chi è davvero Berlusconi? Chi rappresenta? Quali sono gli interessi che difende? Gli interessi di chi non vuole pagare la patrimoniale. Punto. I ricchi, chiamiamoli pure così, non è mica un'offesa. Una volta li avremmo chiamati classe imprenditoriale, ma era quando imprendevano ancora qualcosa. Una generazione fa, diciamo. Poi cos'è successo?

Ecco, è un po' questo il problema. I vecchi sono diventati un po' più vecchi, e anche se non hanno tutti sviluppato la scopofilia di B., non si può dire che rappresentino più una forza innovativa. I giovani sono quasi sempre figli dei vecchi e rappresentano, oserei dire, la classe dirigente più cialtrona dell'Europa occidentale: quella che ha studiato meno. No, non parlo di te che stai leggendo, parlo del tuo compagno di tennis, hai presente quell'idiota con la suoneria di Rihanna e il diplomino in ragioneria? Ecco, ci siamo capiti. Poi, chissà, può anche darsi che l'Italia fosse spacciata ugualmente, del resto campava di tessile e meccanica alla vigilia del boom cinese. Però dal momento che la grande risposta dei nostri eroici padroncini fu delocalizzare in Cina o in Romania e votare Berlusconi che tenesse a freno le fiamme gialle, cosa ci dovevamo aspettare? Allora, niente di personale, ma secondo me il declino dell'Italia siete voi. E Berlusconi vi ha rappresentato al meglio e al peggio. Certo, è riuscito a farsi votare anche dai vostri operai, è stato il suo capolavoro. Ma nel momento della verità è sempre lì che si ritorna: a quante tasse può togliervi. Lui vi toglierà le tasse e voi, all'improvviso, partorirete le geniali idee che non avete avuto in questi tristi vent'anni, creerete posti di lavoro con la sola imposizione del blackberry. Bisogna soltanto darvi fiducia, perché non vi abbiamo mai dato fiducia? Sì, è anche vero che abbiamo pagato le tasse anche per voi, però... però si vedeva che lo facevamo con poco entusiasmo, ecco, probabilmente è andata così, è mancato l'entusiasmo da parte nostra. Scusate.

Cos'ha l'Egitto che ci manca? Chiarezza. Al governo c'era una classe dirigente rapace, che dilapidava risorse e non garantiva il benessere ai suoi cittadini. Ma questo era almeno davanti agli occhi di tutti, in Egitto. Da noi no, da noi c'è sempre in mezzo una velina, un processo, una polemica, uno schizzo di fango, una proposta bipartisan, qualcosa che ci impedisce di vedere l'orribile realtà: l'oro per coprire Ruby e le compagne lo hanno preso dalle nostre tasche. Fosse appena un po' più chiaro, le piazze sarebbero piene già da un pezzo.
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Vittorio A.B. Normal

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In un Paese normale, secondo voi Vittorio Feltri esisterebbe? E farebbe il mestiere che fa? Secondo me sì. E venderebbe anche un sacco di copie.
Scriverebbe di immobili a Montecarlo, dischi volanti, infermiere calienti, misteriose manomorte e nessuno gli manderebbe i carabinieri in redazione. Molti non saprebbero nemmeno chi è. (Ho una teoria #44 si legge sull'Unità.it, e si commenta qui). 

C’è un modo di dire di cui abbiamo iniziato ad abusare negli anni Novanta, anche prima che D’Alema ci titolasse un libro: “in un paese normale”. Di che paese si tratti esattamente, nessuno si preoccupa di specificarlo: è anch’esso in realtà un luogo di fantasia, un’utopia senza pretese che mette insieme i tratti meno eccezionali di tutti i paesi che conosciamo. In questa immaginaria patria del buon senso, mi piace immaginare i giornalisti liberi di raccogliere informazioni su qualsiasi personaggio o azienda; liberi di compilare dossier, senza temere perquisizioni o incriminazioni. In questo Paese Normale, nessuno potrebbe impedire a un Vittorio Feltri Normale di spostare “i segugi da Montecarlo a Mantova”, o dovunque egli ritenga più necessario. Anche questa è libertà di stampa.

Nello stesso Paese Normale, probabilmente, nessuno troverebbe minacciosa una frase del genere – tanto meno il portavoce del presidente normale della Normale Confindustria. Per il semplice fatto che in quel Paese, il quotidiano del Vittorio Feltri Normale non si venderebbe accanto ai giornali seri, ma nello stesso scomparto di Cronaca Vera o del National Enquirer, con le foto degli ultimi avvistamenti di UFO. Attenzione, non sto dicendo che nessuno lo comprerebbe. Che io sappia, Cronaca Vera gode di buona salute, e il National Enquirer è una delle pubblicazioni più famose del mondo. Ma i suoi dischi volanti non vengono ripresi dagli organi di stampa seri. Non occupano le edizioni serali dei telegiornali.

Nel nostro Paese, che tanto normale non è, il quotidiano diretto da Feltri e Sallusti è viceversa uno degli organi di stampa più seguiti e autorevoli: con un pubblico affezionato a interclassista, che va dagli operai ai capitani d’azienda. Ciò che Feltri e Sallusti pubblicano viene ripreso dai quotidiani più letti, e dai principali notiziari televisivi. E non ha la minima importanza che si tratti di notizie false (come nel caso di Boffo) o, qualora vere, irrilevanti. L’anormalità del nostro Paese si misura anche in questo: che in un autunno tanto critico per l’economia e per i lavoratori, un piccolo appartamento a Montecarlo diventi l’assoluto protagonista del dibattito politico; e semplicemente perché Feltri e Sallusti lo hanno sbattuto in prima pagina, metodicamente, per più di un mese. Questo non significa che non siano liberissimi di farlo – lo sarebbero anche nel famoso Paese Normale. E forse qualcuno li leggerebbe ancora anche laggiù, con soddisfazione e divertimento. Ma nessuno li considererebbe più una minaccia.

Invece, nel nostro Paese Anormale, il nostro Feltri Anormale (prontamente ripreso dai tg allineati) fa paura. Così paura da suscitare una reazione immediata del presidente della Confindustria. Dietro al “dossier Marcegaglia”, che forse non è mai esistito, c’è la tragedia di una classe imprenditoriale che ha deciso di credere alle favole di Feltri – che sono poi le favole di Berlusconi, con quel pizzico di pepe in più che solo Feltri sa trovare (rovistando, come si è visto, ovunque ritenga necessario). È la tragedia della signora Marcegaglia, che dovrebbe rappresentare una potentissima associazione di categoria, composta da industriali informati e preoccupati seriamente per l’involuzione del Paese; e invece presiede un’assemblea di padroncini che leggono sempre meno Sole e sempre più Feltri, poco appassionati alle sorti dei finanziamenti per la banda larga, ma informatissimi sul prezzo di un metro quadro a Montecarlo. Prontissimi (spero di sbagliarmi) ad applaudire il premier alla prossima convention, quando sfodererà un’altra delle sue irresistibili barzellette.

Per ogni Marchionne che borbotta, per ogni Montezemolo che sotto elezioni propone di astenersi, ce ne sono cinque, dieci, che continuano a bersi i dossier del Giornale. Non è che credano a qualsiasi sciocchezza – probabilmente non avrebbero scommesso nemmeno sull’omosessualità di Boffo. Ma Feltri, il corsaro che non ubbidisce nemmeno alla famiglia Berlusconi (per quanto resti sul loro libro paga), rimane il loro eroe. Il fango che schizza da ogni parte ha un solo senso: nessuno può credersi pulito, nessuno può dare lezioni. La casa di Montecarlo può essere minuscola, rispetto alle ville berlusconiane; i trascorsi giudiziari della famiglia Marcegaglia possono rivelarsi poca cosa: non importa. Se siamo tutti colpevoli, tutti dossierabili, non vale la pena di condannare nessuno. In questo Paese anormale l’imprenditore non legge Feltri per informarsi, ma per assolversi. (È una mia teoria).
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Sono come noi - ma si sentono meglio

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Quelli che Malpensano

Avete sentito dire anche voi che Alitalia perde un milione di euro al giorno? Bene, ora un piccolo quiz: indovinate chi paga.
E per favore, non rispondete “gli italiani”: troppo facile. Ma li sapreste isolare a colpo sicuro la razza di italiani che pagherà i debiti Alitalia? Per esempio, in una fila alle Poste, sapreste riconoscere quelli che pagheranno i debiti Alitalia da quelli che invece no?
Un piccolo test. Vi presento due persone e dovete dirmi chi dei due è della razza di quelli che pagano. Vedrete che non sarà così difficile.

Arnolfo Brembani, classe '63, nato e cresciuto a Varese, è il titolare di una piccola industria. Non vola parecchio, perché l'unico Paese estero che frequenta è il Canton Ticino, dove ogni tanto porta qualche dane' che nelle banche italiane ammuffirebbe, e ce li porta in Maserati (un regalo di Tremonti Bis).

Waseem Ahmad, classe '74, nato a Lahore (Punjab) è cresciuto anche lui a Varese, dove fa il benzinaio. Regolare. Anche lui non vola parecchio: una volta ogni due anni va a trovare i nonni in Pakistan. Se può, evita Alitalia, perché è un po' cara.

Già così è abbastanza facile, ma vi do un aiutino:

Waseem Ahmad, benzinaio, paga le tasse. Tutte. In quanto benzinaio regolare, non potrebbe fare altrimenti.
Arnolfo Brembani, imprenditore, quando può evitare di pagarle lo fa. Ultimamente questa storia del Liechtenstin, come si chiama, Liechtenstein, gli sta un po' turbando la digestione, ma lui stringe i denti (e non solo) e non vede l'ora che torni Tremonti Tris col Grande Condono.

Non si è capito? Ok, un altro aiutino.

Arnolfo Brembani, imprenditore varesotto, vota Lega Nord.
Waseem Ahmad, benzinaio regolare di nazionalità pakistana, in Italia da 9 anni, non vota. Non ne ha il diritto.

Direi che adesso è chiaro: quando Alitalia sarà salvata, a chi è che chiederanno una mano per pagare il conto? A chi è che alleggeriranno il portafoglio? Daaai, che è facile.

Un ultimo dettaglio, che forse non c'entra nulla:
Il giorno dopo aver votato per salvare Alitalia, Brembani si fermerà a fare il pieno alla stazione dove lavora Ahmad.
Quest'ultimo, un po' emozionato dall'idea di dover servire un pilota Maserati, si sbaglierà a dare il resto.
Quando Brembani, mica nato ieri, glielo farà notare, Ahmad si correggerà immediatamente, ripetendo più volte l'espressione “mi-dispiace-signore”. Brembani replicherà con un sobrio Tornatene a ca' tua, negher di merda, e poi via, verso Lugano Bella.
Che forza, il Nord. Come si fa a nascere altrove?
Bisogna essere dei gran pirla.
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tasse brutto! tasse giù!

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(La vita è breve, la finanziaria è un caos, scusate se mi rimetto a parlare di Capezzone. Giusto per tirarmi un po’ su di morale).

Non c'è nessuno che ti aspetta mai / perché non sanno come sei

Un altro effetto collaterale del boom di Grillo è che nessuno ha fatto caso al Flop di Capezzone, e questo è un po’ un peccato.
Come il V-day, pure la “Marcia per la tua pensione” era stata lanciata via blog (anche se nel frattempo www.decidere.net è diventato un sito web molto più dispersivo: peccato). Giusto per rammentare che un blog da solo non fa la rivoluzione. In luglio Capezzone aveva parlato di una nuova marcia dei Quarantamila; dalle immagini direi che si sono presentati più o meno in quattrocento. Che è una cifra inferiore.

Adesso, per quanto uno possa minimizzare e tirare avanti, qui c’è qualcosa che non va. Immaginate che la vostra carriera sia appesa tutta a una giornata di festa, un sabato pomeriggio col sole, in cui dovete cercare di portare nella piazza del Pantheon più gente che potete. Avete due mesi a disposizione, e il budget di un presidente di commissione della Camera. Quanta gente riuscirete a far venire? Contate i vostri amici. Gli amici degli amici. I colleghi, i conoscenti. Non li state mica invitando a una messa solenne, si tratta di due ore in una piazza che è già parecchio frequentata di suo. Ce la fate a portare un migliaio di persone? Ma sì che ce la fate, dai.
Capezzone no.

E poi ha anche il coraggio di rifarsi vivo in tv – Capezzone è una delle poche persone al mondo che ha più telespettatori che amici, rendetevi conto. Qui non si tratta nemmeno più di politica: è una questione privata. Se al tuo corteo non vengono nemmeno mille persone, non sei un cattivo politico: sei proprio un ragazzo solo.
Pare che fosse una marcia contro la Cgil. Adesso, se la politica italiana fosse un gioco serio come il Risiko, Capezzone dovrebbe come minimo cedere l’Europa Meridionale alla Cgil e ritirarsi in Egitto a leccarsi le ferite. Quattrocento persone! E un sacco di bandiere di Forza Italia. Non ci sarebbe niente di male, sennonché Capezzone presiede ancora una commissione della Camera in qualità di rappresentante della maggioranza. Anche se all’ultima fiducia si è astenuto, già. Poi hai un bel da criticare la Sinistra-di-lotta e-di-governo, perché fa i cortei, e tira Prodi per la giacchetta. Ma perché se Giordano va a un corteo tutti lo accusano di incoerenza e se ci va Capezzone no? Perché i cortei di Capezzone tanto non se li fila nessuno, giusto.

Son già così lontane quelle ruggenti calende di luglio in cui Capezzone lanciava i suoi appuntamenti via youTube. “Ventidue settembre! Aggiornate i vostri palmari!” Ecco, forse il problema è tutto qui. Se il suo target è lo stesso dei palmari, può stare fresco. Quegli aggeggi in Italia non li usa nessuno, troppo complicati, il cumènda va già in confusione col T9… Capezzone vorrebbe parlare alla nuova classe dirigente moderna e hi-tech: peccato che in Italia non esista. Si ripropone, una generazione più tardi, il dramma del Foglio: dove sono i nuovi padroncini moderni e dirozzati, che leggono i libri Adelphi e guardano i telefilm alla moda? maledizione, continuano a guardare Controcampo e a leggere la Gazzetta. Capezzone parla di flat tax, di welfare to work, di società della scelta; troppo difficile! quello che dovrebbe essere il suo pubblico è abituato a Bossi che dice “fucili”, che dice “gli extra fuori a cannonate, bum!”. O al limite a Berlusconi, che racconta barzellette. Si dice che a destra manchino gli intellettuali: sbagliato. Ce n’è anche troppi, quel che manca è qualcuno in grado di capirli quando parlano.

Sempre il solito limite di una classe dirigente che è cresciuta (soprattutto a nord) pensando che la scuola fosse una perdita di tempo, al limite un parcheggio. Non è colpa di Capezzone, no. In fondo lui vuole esattamente quello che vogliono: tasse giù! Età pensionabile su! Ma lui si attarda ancora in tecnicismi astrusi. Parla di “tredici cantieri per un’Italia ad alta velocità”. Cantieri? Alta velocità? Troppo difficile. E il tredici porta pure sfiga in Europa, lo sanno tutti. Forse dovrebbe semplicemente ordinare dei grossi striscioni e farci scrivere TASSE MENO, TASSE NO, TASSE BRUTTO. Et voilà, la piattaforma.

Nessuno può star solo... non deve stare solo... quando si è giovani così...
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evadere Bossi

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Bossi non paga Roma, perché Roma pagare Bossi?

Bossi di lavoro che fa? Parla. Ogni tanto va a Palazzo Madama e intasca il gettone presenza. Oppure non ci va e prende lo stipendio lo stesso. Che altro ha fatto nella sua vita? Non molto. Professione Senatùr. Bene, bravo.

Bossi per restare Senatùr cosa fa? Parla. Perché si parli di lui, perché la gente si ricordi che giù a Roma c’è lui a difenderli, ogni tanto si fa vivo, e spara una palla. Secessione, federalismo, pallottole, stavolta ha chiesto ai padani di non pagare le tasse a Roma. Che sarebbe forse apologia di reato, ma non sottilizziamo. Tanto sono solo boutades di fine agosto, strizzate d’occhio agli elettori che il loro sciopero fiscale se lo fanno già in privato da anni. Cosa facciamo, vogliamo mettere un bavaglio ai senatori eletti dal popolo? Si rischia di passare per populisti, o nemici della democrazia, e questo non è bello.

Io semplicemente gli congelerei lo stipendio. Fine. In busta gli lascerei un biglietto: ue pirla, ti ricordi in agosto che parlavi di sciopero al Brambilla? Beh, la tua mesata se l’è tenuta il Brambilla. E giustamente. Chi semina merda raccoglie stronzi, se avessi lavorato un giorno solo della tua vita lo sapresti, sennò lo impari oggi e fa l’istess. In gamba, eh!

E se gli venisse un altro ictus, tutta la nostra solidarietà, e ricoverarlo in un ospedale con l’organico bruscamente ridotto, per via dei tagli alla Sanità.

Tutto questo, nella mia più bieca fantasia, si concreta in una leggina piccola, semplice, che non sono riuscito a scrivere meglio di così:

ART. 1
Sarà congelato, con decorrenza immediata, lo stipendio di qualsiasi rappresentante eletto del popolo (Senatore, Deputato o Consigliere regionale, provinciale e comunale, ecc.) che abbia giustificato pubblicamente l’evasione fiscale a mezzo stampa, tv o altri. Il blocco sarà esteso a tutti i rappresentanti politici che abbiano pubblicamente solidarizzato con il primo dichiarante. Il blocco dello stipendio verrà annullato soltanto in seguito a una pubblica ritrattazione da parte del politico stesso, che dovrà avere lo stesso risalto delle dichiarazioni originarie.

Populismo, lo so. Ma secondo me Bossi va contrastato a questi livelli. Scandalizzarsi, come fa Veltroni, secondo me gli fa giuoco (anche perché Veltroni al momento è un po’ troppo abbronzato per sdegnarsi in modo credibile). Mi sarebbe piaciuto che lui e gli altri candidati leader avessero risposto così: Bossi inneggia allo sciopero fiscale? Benissimo, i soldi che perde l’erario li recuperiamo congelando i finanziamenti alla Lega. Fine del discorso.

O magari insistere un po’ di più sul fatto che Bossi è uno degli esempi migliori di politico sanguisuga, uno che da vent’anni non fa altro che intascare soldi a Roma per sparare scemenze contro Roma. La perfetta nemesi del Nord operoso, un cialtrone senza arte né parte che uno Stato civile schiaccerebbe col calcagno.
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martiri del management

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Si chiama Catania, risolve i problemi

Ora io mi rendo conto che un Paese dove bastano 200 pendolari in una stazione a bloccare tutta la circolazione ferroviaria è una vergogna.
E non è certo colpa di Trenitalia o delle Ferrovie: è colpa dei pendolari, quei perfidi, che profittando di una intrinseca debolezza del tracciato ferroviario organizzano i loro maledetti scioperi fiscali. Che non sono belli, perché vengono fatti davanti a tutti, creando molto disagio.
Diciamola tutta, gli scioperi fiscali non sono roba da pezzenti, ma da professionisti, che sanno farli di nascosto, dal commercialista, senza disturbare giornalisti e tv.

Del resto è anche vero che a 'sti poveracci hanno aumentato il biglietto da 15 euro a 60. Se non sbaglio è un aumento del 400%. Io comunque una soluzione ai loro problemi ce l’ho. Non so come. Di solito non trovo le soluzioni ai problemi, ma stamattina è diverso.

La mia soluzione ha di buono che è rapida e quasi indolore. Consiste in questo: una pattuglia di finanzieri, o carabinieri, o poliziotti (ma vanno bene anche i vigili del fuoco) va da Elio Catania e gli chiede 5 milioni di Euro. Lui cinque da darci ce ne ha di sicuro: quando era amministratore delegato di Trenitalia ne prendeva due all’anno di stipendio; anche se li avesse spesi tutti (e non si capisce come) l’anno scorso licenziandosi dovrebbe averne pigliati cinque di liquidazione. I casi sono due: o ha un pozzo in giardino e passa il tempo a buttarci le mazzette da cinquanta, oppure dovrebbe averne parecchi da parte. Magari investiti. Beh, li disinvestiamo. Siamo lo Stato sovrano, dopotutto.

Io poi non sono un ignorante, sapete, mi rendo conto che per fare una cosa del genere ci vuole un habeas corpus. Però secondo me non è difficile trovarne uno: le zecche e i pidocchi sui vagoni ci sono ancora o no? le linee sono aumentate o diminuite? Ed esiste o no in Trenitalia un buco da un miliardo e settecento milioni di Euro? Sì? Chi avevano chiamato a risanare? Elio Catania? Ha risanato? No? E si è pigliato pure la liquidazione? E vabbè, noi gliela chiediamo indietro. Secondo me non fa una grinza.
...anziché puntare al risanamento e al contenimento degli sprechi, ha fatto letteralmente esplodere i costi operativi, con una proliferazione dell’apparato dirigente e un incremento delle spese per appalti e forniture pari al 22 per cento. A causa della carenza di materiale rotabile e di personale è diminuito il numero di treni, sbagliando clamorosamente la programmazione degli orari offerti al pubblico. A una domanda crescente di servizi adeguati si è risposto con il raddoppio degli spot pubblicitari e una qualità largamente approssimativa. Tutto questo evidenzia il fallimento delle politiche aziendali. (Franco Nasso, Filt, via wikipedia).

Dovrebbe anzi ringraziare che non gli facciamo fare neanche una mezza giornata di galera. Ci mancherebbe: non ha fatto mica niente di male, a parte contribuire allo sfascio ferroviario italiano, che non è un reato in sé.
E siccome già sento qualcuno commuoversi per il povero ex consigliere d’amministrazione sul lastrico, un altro martire del management, vi rassicuro: no, sul lastrico per ora non ci va, considerato che attualmente è

- Membro del Consiglio di Gestione di Banca Intesa-San Paolo.
- Vice Presidente Assonime,
- membro di giunta Confindustria
- Vice Presidente del Consiglio per le Relazioni Italia Stati Uniti.
- Dal 26 aprile 2007, presidente dell'Azienda Trasporti di Milano su proposta del sindaco di Milano Letizia Moratti. E si capisce, uno così bravo a sfasciare le ferrovie vuoi che la Moratti se lo lasci sfuggire?

Ho fatto un rapido conto. Cinque milioni di euro divisi per i duecento pendolari che hanno bloccato i treni ieri fanno 25.000 € a testa, una media vincita ad Affari Tuoi. I pendolari pidocchiosi potrebbero comprarci una macchina a metano o GPL per andare a lavorare a nord e non rompere più le scatole alle ferrovie, che così potranno concentrarsi sulla loro mission: far viaggiare i businessmen in pendolino. Oppure possono investirli in qualcosa, diventare professionisti, dopodiché gli scioperi fiscali li faranno come tutti gli altri, privatamente e senza dirlo in giro. E saremo tutti contenti. Persino Catania, secondo me.

Sono convinto che lui quei cinque milioni di euro non li ha nemmeno toccati. Probabilmente gli fa schifo solo pensarci. Ma come, un professionista come lui sfascia le ferrovie e si fa dare una montagna di soldi in liquidazione? No, nessuno riuscirebbe a intascarli a cuor leggero. Allora forse non servono i carabinieri, basta un appello accorato: Catania, risolvi un problema, per una volta nella tua vita. Dai, smolla il grano. Lo sappiamo che ti vergogni. E non c’è niente di male. È anzi una cosa che ti fa onore. Smolla, su. È l’Italia che te lo chiede.
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- fuga da Capannonia (noi puffi siam così)

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Cara Piccola Impresa mia,

non credere che questo non mi costi fatica.
Tu non sei qualcuno che io possa liquidare con leggerezza. Sei stato mio padre, mio amico, mia zia. Mi hai pagato gli studi, hai pagato la macchina. Ma fosse solo questo.
È che mi sei sempre stata simpatica, Piccola Impresa. Io sono cresciuto giocando in un terrazzo sul capannone di una ZI*, e se ho mai pensato di essere organico a qualcosa, quel qualcosa eri tu. Sul serio. Io ho portato l’odor di nafta al liceo, l’ho portato all’università, e ne andavo fiero. Guardateci, dicevo, siamo l’Ultima Borghesia. Dopo di noi non ci sarà più nulla da imborghesire, pensavo (mi sbagliavo: ci sono ancora gli albanesi e i marocchini). Perciò guardateci, siamo grezzi e democratici. Niente da invidiare ai figli dei professionisti, perché i nostri papà creavano più ricchezza di loro e noi imparavamo le lingue anche meglio di loro. Niente da rimproverare ai figli degli operai: sapevano il nostro stesso odore. Piccola Impresa mia, ti ho amato tanto.
Adesso caccia il grano, però.

Lo so che non sei brutta come ti dipingono.
Non necessariamente leghista e tremontiana. Magari stavi per votare Prodi, lo scorso aprile. Ma lui continuava a pestare su quel tasto. Sempre e solo su quel tasto. L’evasione, l’evasione. Piccola impresa io ti capisco: ti sei cagata addosso. E chi non l’avrebbe fatto al posto tuo? Io stesso, se il 50% di quel che guadagno fosse in nero, non avrei votato Prodi. Invece l’ho votato, e ho fatto bene.
Perché io non sono te. Non sono organico.
Io sono la persona a cui tu stai rubando. E quindi caccia il grano.

Lo so, lo so, è assurdo, è perfino imbarazzante – perché in fin dei conti tu rubi per dare a me. Perciò, di che mi lamento? Cos’è, idealismo il mio? Ma come mi permetto di fare l’idealista nel piatto in cui ho mangiato?
Ma no, cara Piccola Impresa, niente idealismo tra noi. Solo franchezza. Io ti ho osservato per anni, e ho capito che hai qualcosa che non va. Seriamente.
Tu sei malata, Piccola Impresa mia. Tu non rubi per dare a me – questo chiamalo se vuoi effetto collaterale – tu rubi perché non sai fare altro. Tu non hai un progetto, un modello di sviluppo. Tu hai solo un’ossessione. Sei cresciuta lavorando e accumulando, e di fronte alle nuove sfide reagisci sempre nel medesimo modo: lavori e accumuli. Ma non vai da nessuna parte.

Lascia stare i dottoroni che ti dicono che va tutto bene, che sei forte, sei la spina dorsale del Paese. Cazzate. Li paghi perché ti dicano cazzate. Non è mai esistito un Paese con una spina dorsale fatta di piccole imprese. C’è solo l’Italia e – curiosa coincidenza – non funziona più. Ci sarà un motivo, scusa, se dovunque le imprese crescono, e qui da noi restano Piccole.
Perciò, piantala di vantarti per i tuoi difetti. Tu non hai deciso di restare piccola impresa, semplicemente non ce la fai a crescere. Tu non sei più il miracolo italiano. Tu sei la malattia dell’economia italiana, e questa malattia si chiama nanismo. Piantala di tesser lodi dei tuoi piccoli capannoni, dei tuoi piccoli macchinari, dei tuoi piccoli affari. La grande Valpadana, ma va là. Il bosco dei puffi è diventata, la Valpadana. Ti sei scavato una tana e l’hai chiamato modello di sviluppo. Sbagliato. Non era un modello di sviluppo. Era una tana.

Ogni tanto veniva qualche straniero a guardare, e tu li trattavi come selvaggi con le pezze al culo, Piccola Impresa. Se solo avessi studiato un po’ di più – ma non hai mai avuto molto tempo per studiare, lo so anch’io. Passava il turco e comprava un vecchio macchinario: ma sì, pensavi tu, che male c’è, avranno il diritto anche loro a farsi qualcosa nelle loro tane turche.

Ora, Piccola Impresa, posso capire i cinesi. Un miliardo e duecentomila cinesi che piombano improvvisamente nel Commercio Mondiale non sono colpa di nessuno (neanche dell’euro o di Prodi). Ma tu sei riuscita a farti fottere persino dai turchi, come hai fatto? Gli hai svenduto i macchinari ed il know how!
Tempo una generazione e loro avranno Grandi imprese. Mentre tu resterai Piccola Impresa, perché sei fatta così. Il tuo capannone, la tua piccola produzione, la tua tana. Tuo padre aveva le pezze al culo, tu hai una mercedes, tuo nipote avrà le pezze al culo. A proposito, tuo nipote è mio figlio. Caccia il grano.

Lavorare, lavorare, sempre solo lavorare. Credevi fosse un’etica, invece era un’ossessione. Non sei mai riuscito a immaginare nient’altro. Neanche un sistema migliore di lavorare. Neanche un futuro per i figli i tuoi – almeno gli operai li mandavano all’università. E tante volte se li vedevano tornare indietro fuoricorso e fricchettoni, lo so. Ma per quanto ingenuo, quello era un modello di sviluppo. L’operaio voleva evolversi in qualcosa di più colto. Ma tu, Piccola Impresa, volevi solo evolverti in Piccola Impresa. Appena l’erede manifestava chiari sintomi asinini, lo spedivi al diplomificio: poco tempo da perdere, che tanto in fabbrichetta si guadagna meglio che in banca o a scuola. Che bel risparmio di tempo, eh? Risultato: una generazione di Piccoli Imprenditori Deficienti. Tamarri e snob in una botta sola, quel tipo di gente che resta in coda per ore fuori dal Billionnaire. E poi piangi, piangi, Piccola Impresa. Potevi pensarci prima. Ma chi aveva tempo per pensare? A lavurèr.

Io lo so che per te la scuola non è mai stata importante, Piccola Impresa. Ne hai frequentata poca, e tutto quello che ti è servito l’hai imparato altrove. Ma tu eri in una fase eroica, lo capisci? Come faccio a spiegarti? Hai presente Mosè, l’attraversamento del Mar Rosso? l’Esodo! Almeno una messa alla domenica, Piccola Impresa!
Insomma, ci sono possibilità che capitano una volta sola: metter su una piccola impresa con tanta voglia di lavorare e una cultura relativamente approssimativa. Gli anni Cinquanta e Sessanta. Quella meravigliosa inflazione che ti estingueva i mutui praticamente da sola. Ti sei sentito un eroe, Piccola Impresa, e un po’ lo eri. Ma restavi un ignorante. In Mercedes, ma ignorante. Avresti dovuto calcolarlo, mica sei scemo (sei solo ignorante). Avresti dovuto investire in cultura. Mandare il tuo figlio nelle scuole giuste, proiettarlo su obiettivi importanti. E invece no.
L’operaio ci pensa. L’albanese e il marocchino stanno già iniziando a pensarci. Ma tu no. Tu – caso unico del mondo – sei convinto che si possa aver successo per più di una generazione, senza studiare. Per grazia divina, probabilmente. Tra tutte le plaghe del mondo, Dio dovrebbe aver scelto proprio la Val Padana per elargire al suo popolo preferito il suo gentile dono: la Piccolezza. Seh. Ma caccia il grano, pirla. Soffrirai? Te lo meriti. Chiuderai? Non facciamone un dramma. Se campi di nero, stai già campando a spese mie. Saldiamo il conto subito.

Tu non hai bisogno di una Tremonti-Tris. Non hai bisogno di un altro piccolo capannone, di un altro piccolo appalto in nero. Tu hai bisogno di scuole serie, scuole buone, per i tuoi nipoti (i figli te li sei bruciati).
Ma le scuole italiane fanno schifo, dici. Esatto! Perché mancano i soldi! I soldi che hai rubato in questi anni, Piccola Impresa.
La tua mercedes, la tua barchetta – e adesso piangi che non è colpa tua, che la colpa è dei ricchi veri, quelli da yacht. E invece no, Piccola Impresa. La colpa è proprio tua, che in trent’anni di furto alle casse dello Stato non sei riuscito nemmeno a mettere insieme un tre-alberi. Perché evidentemente hai un limite strutturale, una carenza, un gap. Chiamalo come vuoi. Io lo chiamo ignoranza.

Come hai detto? Sì, si può curare. Tuo nipote andrà in una scuola migliore.
Se cacci il grano.
Oppure lascia perdere. Fottitene, continua a evadere. Visco taglierà i fondi alle scuole: avremo classi di trenta monelli e professori esauriti. E tu avrai qualche soldo in più per il tuo nuovo capannone, il tuo ristorante preferito, le tue care vecchie Maldive. Cara Piccola Impresa.
Saluti alla Puffetta, mi racomando.

* Zona Industriale, o ignoranti. Non leggete mai i cartelli gialli?
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- la fiaccola sotto Moggi

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Eppure c'è gente che per il circo mediatico-giudiziario non riesce proprio a scandalizzarsi. Io, per esempio.
Lo confesso, è un mio limite, ci sono tante cose che non mi commuovono: le zingare ai semafori con preghiere di cartone, per dirne una, e un'altra sono i politici in manette. Massì, capisco, è un abuso di potere, lo so, però non mi commuovo. E anche Luciano Moggi può piangere tutte le calde lacrime che vuole, io resto di pietra. Sono giustizialista? Sono forcaiolo? Oppure semplicemente ho un'alta soglia di sopportazione.

Ognuno ha la sua, del resto. C'è fior di giornalisti, là fuori, che sapeva sapeva sapeva e nulla ha scritto, per anni, perché si sa come vanno le cose, finché ora basta, non se ne può più, la soglia di sopportazione è stata oltrepassata. Da chi? Da Moggi e Giraudo? Macché. Dai magistrati che torchiano, dagli intercettatori che non rispettano la privacy, dal circo mediatico-giudiziario.

Per contro, noi populisti forcaioli, è da vent'anni che ci scandalizziamo; da dieci che nel campionato italiano di calcio non ci crediamo semplicemente più: e oggi che c'è da inveire contro il circo mediatico-giudiziario, che ci volete fare, siamo un po' stanchi. Inveite voi, si fa un po' a turno.

Tutto questo in realtà non ha molta importanza. È molto più intrigante chiedersi: Luciano Moggi è un semplice accidente di percorso, o un difetto strutturale? Se è un accidente di percorso, è sufficiente farlo piangere ancora un po', interdirlo fino alla settima generazione, e poi passare ad altro. Ma siccome siete su Leonardo Blog, avete già capito dove voglio parare, vale a dire: secondo me Moggi è strutturale. Il che significa che il catrame e le piume non serviranno proprio a niente: cacciato con infamia un Moggi, ce ne servirà subito un altro. Perché il problema non è tanto Moggi, quanto… la struttura.

E che razza di struttura sarebbe il calcio, sentiamo. Beh, possiamo descriverla in vari modi. Struttura neoliberista: in un universo de-regolato, dove ogni squadra-società-per-azioni è libera di raccattare sul mercato qualsiasi giocatore a qualsiasi prezzo, prima o poi qualcuno doveva arrivarci: gli arbitri costano meno. E come investimento sono relativamente più sicuri. È proprio una semplice questione logica: perché svenarsi per i giocatori? Per gli sponsor, d'accordo, per il pubblico pagante. Ma se poi la squadra all-star non funziona? Se il Real Madrid galattico non quaglia? Se l'Europeo lo vince una squadra qualsiasi, tipo la Grecia? È il bello del calcio, ma comporta rischi economici che una squadra-società-per-azioni non può correre. E se intrallazzare con gli arbitri costa relativamente meno che procurarsi un paio di rinforzi a centrocampo, perché no? Sul serio, perché no? Morale: il calcio non può essere quotato in borsa. Una cosa è il professionismo, un'altra la speculazione, e Luciano Moggi è solo uno di quei manager che hanno agito per il bene degli azionisti, come i soldatini tedeschi obbedivano agli ordini del Führer. Fucilatelo se vi fa sentire meglio, ma il problema non è lui.

Questo in un universo neoliberista. Ma il calcio italiano è davvero in quell'universo? Qualche anno fa scrissi tre pezzi un po' naïf (1-2-3) in cui paragonavo il calcio inglese al calcio italiano, sull'unica base di un libro illustrato che stavo traducendo. La morale era questa: il calcio inglese è nato e si è sviluppato come una piccola industria, semi-artigianale. I calciatori hanno lottato per i loro diritti. Le squadre provinciali campavano costruendo dei campioni e rivendendoli alle Grandi. Le Grandi erano in realtà piccole ditte che si autofinanziavano con i biglietti negli stadi di loro proprietà. E tutto questo, fino agli anni Ottanta, generava ricchezza e la ridistribuiva.

Nel frattempo, in Italia, il calcio prosperava al di sopra delle sue possibilità. John Charles, “the first rich British footballer”, divenne "il primo calciatore britannico ricco" solo in Italia: la Juventus lo pagava quattro volte lo stipendio massimo consentito nel Regno Unito. Che senso avevano, questi ingaggi stratosferici?
Nessun senso strattamente economico. Il calcio non è mai stata un'attività veramente remunerativa in Italia – se così fosse le squadre sarebbero state società indipendenti, e non fiori all'occhiello dell'industriale, del petroliere, del palazzinaro di turno. Il calcio italiano del dopoguerra si è sviluppato come uno status symbol – un'attività in cui buttare un bel po' di soldi per dimostrare ai tuoi concittadini che ce l'hai fatta, sei in tribuna vips. E se avessimo dubbi sulla moralità e sull'effettiva intelligenza della nostra classe imprenditoriale, ci basterebbe fare i conti di quanti padroncini hanno rovinato sé stessi e i loro dipendenti con surreali operazioni di calciomercato. Da Zico all'Udinese all'Europarma di Tanzi, quanti soldi, quante energie buttate. E stiamo a prendercela con Moggi.

Moggi è semplicemente il capo dei briganti, e come tale lo considerava il suo padrone, Gianni Agnelli. Lo stesso che paragonava i suoi calciatori ai pittori del rinascimento: ecco cos'è il calcio in Italia, non un'industria, ma puro mecenatismo. Gli industriali contribuiscono alla pace sociale pagando la loro quota di circenses. Altro che neoliberismo. Stiamo ancora all'evo antico, ai Gladiatori. Oppure il guaio è stato passare troppo in fretta dal Circo Massimo alla Parabola, dal panem et circenses alla Società per azioni.

Rimedi? Si potrebbe cavar fuori il calcio italiano dall'evo antico, obbligandolo a diventare uno sport moderno, in cui tutte le squadre hanno rose di 22 giocatori e, udite udite, lo stesso budget: e si mantengono con il pubblico pagante.
Non c'è bisogno che me lo facciate presente, tutto ciò è frutto di un delirio, il tentativo di tornare a un modello europeo che non esiste più, perché a ben vedere è l'Europa che si sta italianizzando. È il calcio europeo che sta riscoprendo il modello pre-medievale del circo massimo: le squadre come brand mondiali, il calciomercato globale che serve anche a riciclare i soldi della malavita globale (pensare al Chelsea). L'Italia, che ha inventato il fascismo e il berlusconismo, continua ad esportare il peggio di sé. E c'è mercato.
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