L'incredibile storia di un piccolo film (in acque internazionali)

Permalink


Quasi all'inizio dell'Incredibile storia dell'isola delle rose Giorgio e Gabriella, due ragazzi freschi di laurea a un tavolo di osteria si scambiano pareri e informazioni, saltando da un argomento all'altro senza perdere il filo. Lui è determinato ma irrequieto, lei più pratica e nervosa. Chissà se gli sceneggiatori si rendevano conto, mentre lo scrivevano, di avere in mente l'inarrivabile sequenza iniziale di The Social Network – un pezzo di cinema parlato che da dieci anni credo tormenti le coscienze di chiunque cerchi di fare lo stesso mestiere. Nel film di Fincher il dialogo serrato tra i due giovani studenti a un tavolino è il preludio alla catastrofe sociale che porterà la matricola Mark Zuckerberg a ideare Facebook; nel film italiano il dialogo prosegue su una buffa automobile-prototipo e conduce comunque il personaggio maschile di gaffe in gaffe verso un'analoga catastrofe: di fronte al rifiuto della ragazza, che oltre a essere giovane e bella rappresenta il principio di Realtà, il neoingegnere Giorgio promette solennemente che si costruirà un mondo su misura. 


Potremmo anche finirla così: l'Incredibile storia è un film un po' deludente perché non è The Social Network, grazie tante. Bologna non è Harvard, Fincher e Sorkin avevano a disposizione un personaggio che ha plasmato la realtà in cui viviamo, e se è azzardato immaginare che gli sia successo proprio perché una ragazza al bar lo aveva mollato male, è comunque probabile che lo abbia plasmato a misura delle sue ossessioni, delle sue angosce sociali. Sydney Sibilia e i suoi collaboratori invece avevano a disposizione Giorgio Rosa, un brillante ingegnere che più che plasmare la realtà voleva farsene una per i fatti suoi. Ovvero? Una piattaforma di 100 mq fuori dalle acque territoriali italiane, dove non pagare le tasse. Tutto qui. Per dire che voleva cambiare il mondo – che voleva anche solo provarci – serve una faccia tosta che i personaggi del film cercano più volte di abbozzare, ma ecco: fanno fatica pure loro. Toccherà proprio alla dottoressa-Realtà, più tardi nel film, far notare una cosa già evidente agli spettatori: questa non è un'utopia, è una discoteca. 


Chiunque da studente abbia provato a costruirsi una piccola realtà, un circolo o un centro sociale, conosce bene l'obiezione e la sensazione. L'utopia ti porta a condividere idee ed emozioni, a incontrare un gruppetto di sodali con i quali magari si riesce anche a combinare qualcosa, qualcosa che da un inavvertibile momento in poi diventa sempre più simile a un bar. La cultura, la libertà, senz'altro, ma alla fine tutto si traduce fatalmente in consumo. Chi critica Sibilia per aver trasformato un quarantenne con trascorsi repubblichini nel solito sessantottino copre soltanto una metà del fenomeno: il Sessantotto di Sibilia è un oggetto di scena, ormai depauperato da qualsiasi nostalgia, ripreso da altri prodotti che hanno avuto successo internazionale (La meglio gioventù) e rimesso a nuovo perché da un punto di vista narrativo funziona sempre, come una volta funzionava il far west o il proibizionismo dei gangster: lo spettatore sa già cosa aspettarsi, democristiani oscurantisti e impomatati e giovani coi blue jeans che ballano il geke ge'. Il fatto che più che di parlare di rivoluzione abbiano voglia di ballare e bere drink discutibili graffia lo spettatore come il pizzicotto di qualcuno che cerca di svegliarti: altro che '68, è di noi che si parla. 

Il Giorgio Rosa del film non è un libertario quarantenne e nemmeno un sognatore in blue jeans: è il solito laureato frustrato su cui Sibilia ha già imbastito la trilogia di Smetto quando voglio. Il protagonista dei suoi film è un personaggio maschile, un po' disadattato ma irresistibilmente simpatico: non tutto quello che fa ha un senso, ma Sibilia vuole farci tifare per lui, e in generale per i suoi film, per le sue bande scalcagnate che tentano l'impossibile impresa di mimare il cinema d'azione in un contesto che non lo consente. C'è sempre nel suo cinema una tentazione di buttarla sul cartone animato, che ispira sequenze esilaranti: la sua migliore continua a essere l'inseguimento al treno in Smetto 2: una parodia di action movie che in realtà vorrebbe fare sul serio, e un po' ci riesce, ma col treno prudentemente rallentato ai cinquanta km orari, e tante gag comiche a scongiurare che qualcuno prenda troppo la cosa sul serio.




Il tempo però passa per tutti – tranne per il Giorgio Rosa del film – e il pubblico di laureati e cervelli in fuga che si riconosceva nei film di Sibilia ormai ne ha 40, quel momento nella vita in cui ti rendi conto che non puoi più cavartela facendo il simpatico. Non sei più simpatico, non puoi più limitarti a fare il verso agli adulti: l'adulto sei tu, e neanche da ieri. L'Incredibile storia arriva su Netflix proprio nel momento in cui questo quarantenne collettivo è macerato da un dissidio interiore: attaccare l'ordine costituito perché costringe i cittadini a stare in casa, o criticarlo perché non fa abbastanza per salvarli dal virus? Irridere le ordinanze che ti impongono la mascherina anche all'aperto, o prendertela con chi quell'ordinanza non la sta facendo rispettare? A un quarantenne medio sospeso in quest'angoscia, Netflix somministra la parabola di un anarcoide che non capisce a cosa servano le targhe, i documenti, le tasse, i governi – no, non assomiglia a un sessantottino più che a un novax o a un redneck devoto a Trump; la sua incapacità di scendere a patti con la realtà è tale che lo spettatore rischia veramente non dico di simpatizzare coi cattivi democristiani, ma di capire il loro punto di vista, che poi è quello ragionevole che avremmo noi se un evasore decidesse di piantare una piattaforma nelle acque internazionali a scopo contrabbando. Se prenderla a cannonate sembra davvero un gesto eccessivo, dettato più dall'esigenza di sfoggiare un budget insolito per un film italiano, comunque non si capisce alla fine perché dovremmo tifare per Giorgio e la sua banda di scalcagnati impresari abusivi e negrieri alcolizzati. 

Altri modelli inconfessati
e inarrivabili.
Forse la chiave è questa: non dovremmo tifare per loro, così come quando guardiamo The Social Network non tifiamo per Zuckerberg. Giorgio è un disadattato, i suoi sodali maschi sono confusi e moralmente inani. Si salvano le donne, proprio come in Smetto quando voglio ambasciatrici del Pianeta Realtà, il che le costringe quasi sempre ad atteggiamenti antipatici, riscattati dal fatto che alla fine ai loro pazzi uomini non smettono di voler bene – ovvero tutto questo senso pratico alla fine è solo una manfrina, ma se un ragazzo costruisce una piattaforma per te sotto sotto sai che il suo cuore gli appartiene di diritto. Ovviamente The Social Network non finisce così. Forse all'inizio anche Giorgio doveva essere un personaggio più ambiguo, sospinto all'utopia da motivazioni e ossessioni più complesse: ma il tono per raccontare una storia più ambigua e meno simpatica, Sibilia non lo ha trovato. Gli è restato un finale di film per dirci che comunque dobbiamo volergli bene, perché anche se non ha ancora capito come fare un film alla Fincher (o anche solo alla Richard Curtis), almeno lui ci sta provando, e in Italia questo deve bastarci: chi altri ci sta provando? Mica in tanti. Non c'è riuscito? Era quasi impossibile riuscirci; magari sarà per la prossima volta. Glielo auguro, perché alla fine continuo a tifare per lui. Ma ecco, io di solito tifo per le squadre simpatiche e scalcagnate che ce la mettono tutta. Non per quelle che vincono.  
Comments (1)

Ignoranti e felici, il film

Permalink
Beata ignoranza (Massimiliano Bruno, 2017)


Riuscireste a vivere due mesi senza connessioni internet? Sì, ma sarebbe un po' scomodo. Se non aveste mai usato internet, riuscireste a diventarne dipendenti nel giro di una settimana? È abbastanza improbabile. Ve li immaginate Giallini e Gassman professori di liceo, uno tecnopatico e l'altro entusiasta digitale, che si scambiano i ruoli? Uhm, in realtà no. Ecco, beh, non ci sono riusciti neanche gli sceneggiatori di Beata ignoranza: non esattamente gli ultimi arrivati, eppure.

In questi giorni sulla mia bacheca Facebook non fanno che parlare di Sarahah. Da quel che ho capito si tratta di un social network che ti consente di ricevere e mandare messaggi anonimi agli altri utenti. Lo ripeto perché secondo me è fortissimo: in questi giorni stanno tutti provando un nuovo servizio on line che - straordinaria novità! - ti fa sentire l'ebrezza di ricevere e mandare messaggi anonimi. Sono quelle cose che mi fanno sentire decrepito, perché mi ricordo ancora bene quando tutta internet era così, un posto di anonimi che si mandavano messaggi (l'anno scorso Facebook mi ha sospeso perché il mio secondo nome non gli risultava) (in effetti il mio secondo nome, tra Leonardo e il mio cognome, era Blogspot, e finché non l'ho cancellato non mi ha riaperto l'account, che evidentemente deve combaciare con quello che risulta all'anagrafe, il che è abbastanza inquietante: avrei potuto sbattere la porta e andarmene, ma la verità è che senza il mio account Facebook ormai farei persino fatica a lavorare) (sì, a lavorare a scuola).

La vignetta più riprodotta del New Yorker è del 1993.
Dice: "Su internet, nessuno sa che sei un cane".
Ho tirato fuori Sarahah e Facebook non perché non abbia voglia di parlare del film - alla fine è un film interessante, per quanto sballato - sembra concepito da qualcuno vecchio come me, salvo che dopo essersi preso male coi blog anonimi verso il 2004 ha chiuso il pc per sempre e non ha più cambiato la sua idea di internet. E nel 2016 ci ha scritto un film. In cui Marco Giallini interpreta un professore che non è mai stato on line in vita sua e per carità, esistono, ne conosciamo tutti, è più che giusto mostrarli nei film. Questo professore dall'oggi al domani, per una scommessa, viene dotato di adsl, di account sociali e quant'altro ed evidentemente anche di amici e followers, perché dopo una settimana sta già chattando a tutt'andare. Un po' curioso, ma si sa che nelle commedie si esagera, no? L'idea portante del film doveva essere appunto questa: mostrare un tizio che diventa dipendente da internet nel giro di pochi giorni (mentre il suo rivale speculare, Gassman, dovrebbe fare il percorso inverso). Era una idea interessante? Magari sì, ma a un certo punto qualcosa dev'essere andato storto, e basta vedere dieci minuti di film per accorgersene.

È un film veramente strano. Sembra essere stato masticato, risputato e rimesso nel vassoio da un cameriere impassibile - che purtroppo è Massimiliano Bruno, da cui sembra ovvio aspettarsi di più. Per dire: tutto comincia con una scena in cui Gassman e Giallini litigano in classe - davanti ai loro studenti! che riprendono tutto col cellulare! Dovrebbe essere lo snodo fondamentale, la crisi da cui scaturisce tutta la storia, epperò in quel momento i due attori principali non sono credibili. Si prendono a male parole, ma c'è qualcosa che stona ed è strano, è chiaro che nessuno dei due è Lawrence Olivier, ma qui sono davvero al di sotto dei loro standard professionali. Più tardi scopriremo che l'effetto era voluto: non stanno litigando davvero, bensì stanno rimettendo in scena un loro litigio precedente; cioè stanno recitando nel ruolo di due attori. Ma non sono bravi attori - cioè, no, Giallini e Gassman sono ottimi attori, ma i loro personaggi no, sono due ex filodrammatici, insomma se uno ha la pazienza di aspettare 80 minuti scopre che all'inizio stavano recitando bene il ruolo di chi recita male. Il problema è che al cinema è anche una questione di imprinting: se tu all'inizio vedi dei cani, ci resti male, e la tua voglia di dare una chance al film ne risente.


Da quel litigio parte la scommessa: Gassman deve rinunciare a smartphone e adsl, Giallini deve cominciare a usarli. Ora non importa tanto che lo sforzo degli autori di rendere una sfida del genere credibile porti viceversa il film nel Reame del Più Contorto Inverosimile (la figlia di uno dei due, non è chiaro di quale, fa la regista! e decide di fare un documentario sulla sfida! Appassionante, no?) Il guaio è che appunto il film sembra scritto da qualcuno che si è disintossicato da internet una decina di anni fa e da allora lo guarda un po' da lontano, con sospetto, come i vegani trascinati in un ristorante di pesce. C'è un preside tutto orgoglioso perché il suo liceo è diventato "smart" grazie all'adozione del registro elettronico! Che roba, eh? Peccato che il registro elettronico sia obbligatorio in tutte le scuole pubbliche da un paio d'anni. Ma più in generale: quali sono le cose che facciamo quotidianamente, oggi, grazie a internet? Le prime che mi vengono in mente: usiamo le mappe stradali. Recensiamo qualsiasi cosa. Manteniamo i contatti con gente che avremmo perso di vista da un pezzo. Incontriamo gente che non avremmo mai potuto conoscere, con la quale condividiamo interessi. Possiamo lavorare a Ferragosto, anche se siamo al mare, come sto facendo io. E i giovani, mi dicono, guardano molto più porno (continua su +eventi...)


Giallini non consulta mappe, porno men che meno, non compra né vende né scrive recensioni (si prende solo venti secondi per stroncare Tripadvisor in toto), non riallaccia nessun contatto, non si pone neanche il problema di come usare internet nel suo ambito professionale. Però si mette a giocare con un suo allievo ripetente a uno sparatutto per playstation. Da professore a gamer in punto in bianco... e va bene, le commedie esagerano. Che altro fa? Corteggia una sua collega... con un nick anonimo. Nel 2017. Non so. È come usare la macchina per attraversare la strada. Se non avessi mai usato facebook, qual è la prima cosa che farei? Storicamente, un sacco di gente cercava gli ex compagni del liceo, e poi è restata perché ha trovato vecchi amici e se ne fa di nuovi. Non sarebbe stato più credibile che Giallini si mettesse a cercare vecchie fiamme, o scoprisse anime gemelle a migliaia di chilometri di distanza? Devi usare facebook per scrivere i bigliettini? Qualcuno lo usa ancora così?

Secondo me no, ma forse non ha nemmeno così senso discuterne. Credo che i primi ad aver capito che la premessa non funzionava sono stati gli stessi autori, che probabilmente hanno riprovato a riscriverlo, a ritagliarlo, a rimontarlo, e poi forse c'era una scadenza in ballo e semplicemente hanno lasciato che Giallini e Gassman gigionassero a piacere, in barba a qualsiasi vaga pretesa di verosimiglianza (si odiano da una vita, non si vedono da 25 anni e al primo problema uno ospita l'altro in casa). Il risultato è un film molto più borisiano di Boris - o magari dello stesso genere del film nel film di Boris, Natale con la Casta: ci sono sequenze quasi surreali, a volte anche molto sofisticate, che portano avanti una trama risibile; situazioni drammatiche ai limiti della tragedia e oltre buttate lì come se fossero gag da cartone animato (a un certo punto esplode una casa); siparietti scolastici che in qualsiasi scuola vera provocherebbero ispezioni e licenziamenti (nella scuola di Beata ignoranza è prassi comune schiaffeggiare gli studenti); c'è persino lo spettro di una defunta moglie amante e madre interpretata proprio da Carolina Crescentini, icona di Boris. Ci sono, soprattutto, un paio di caratteristi che si fanno le canne dall'inizio alla fine del film, il che non è affatto inverosimile, anzi, ma assume un senso preciso nel momento in cui ci rendiamo conto che in realtà sono i due personaggi più lucidi: come se il film fosse visto secondo il loro punto di vista e probabilmente è andata davvero così. Probabilmente c'era un'idea interessante che stava evolvendosi in un film inutile, una scadenza importante che cominciava a mettere ansia, qualcuno che aveva parecchia maria in casa e ha iniziato a distribuirne, e così insomma alla fine ne è uscito un film un po' così. Però simpatico. Gli attori sono molto simpatici. Non si capisce nemmeno chi vince la scommessa, cioè si capisce che la scommessa non era così importante, l'importante è voler bene a chi ami anche se non fa sempre figli con te. Inoltre farsi le canne è meglio che andare su facebook, e vabbe', non è il messaggio più reazionario del mondo in fin dei conti. Dai dai dai.

Beata ignoranza si può vedere gratis a Bra il 17 agosto in via Sobrero, alle 21:30, in occasione della Rassegna itinerante di cinema d'autore. Altrimenti il 25 agosto a Limone Piemonte (ore 21:15). Oppure su Youtube a partire da €3,99.

Comments (4)

Muccino e la Pasoliniexploitation

Permalink
L'altra sera, proprio quando i detrattori più moderati di Pasolini sembravano aver conquistato il campo, si è svegliato mano-lieve Muccino e ha dato un ceffone all'arbitro.



Quel che è successo poi potrebbe persino far storia: un'intera nazione di appassionati di cinema si è scossa dal torpore ipnotico dei trailer di Star Wars rallentati alla ricerca di qualche dettaglio rivelatore sul destino di Jar Jar Binks, e si è stretta intorno al suo maestro e ispiratore, il geniale cineasta Pietro Paolo Pasolini. A quarant'anni dalla sua scomparsa (e dalla distribuzione di Salò), l'amore del pubblico per il suo beniamino è tale che l'account facebook di Muccino sembra essere stato sospeso per eccesso di insulti. E io ho scoperto di vivere nell'universo dei miei sogni, dove le piattaforme sociali non servono per litigare sugli spintoni tra Valentino Rossi e Marquez, ma per dibattiti sull'estetica, perdio, sulla tecnica cinematografica! Vi rendete conto, possono bannarci mentre litighiamo sull'uso del carrello o del controcampo.

Ok, proviamoci.

Però facciamo finta di saperne qualcosa per favore - cioè davvero, potete avere mille motivi per odiare Muccino, ma per difendere Pasolini dovreste almeno aver visto un film suo. Sennò come potete essere sicuri che non ci abbia azzeccato? Definire Pasolini amatoriale non è cosa campata così in aria. Il suo primo approccio diretto con la macchina da presa fu abbastanza garibaldino. Era già uno scrittore affermato, aveva collaborato con Fellini, quest'ultimo intuisce del potenziale e gli propone di produrre Accattone - ma quando vede i primi tentativi blocca tutto, erano inguardabili. Pasolini comincia così, saltando a piedi pari tutto l'apprendistato del regista (anche se può contare da subito su un collaboratore preparato come Bernardo Bertolucci). E potendo contare sulla sua reputazione extracinematografica - tanto che quando alla fine Accattone arriva a Venezia, viene contestato da gruppi di estrema destra che gettano inchiostro sullo schermo. È appena il 1961: gli anni di piombo molto in là da venire; Pasolini è già in qualche modo un personaggio che attira l'attenzione qualsiasi cosa dica o faccia.

È interessante che nel suo primo comunicato antipasoliniano (poi prontamente cancellato da facebook), Muccino raccontasse di aver cominciato a detestarlo molto presto - è così che funziona, no? Se ti piace Pasolini (o Kubrick, o i Vanzina) te ne accorgi a 16 anni. Il resto della vita ti serve a trovare i motivi, le giustificazioni, le pezze d'appoggio. Muccino - chi sa un po' di cinema non ha nessuna difficoltà ad ammetterlo - è uno dei registi italiani più dotati della sua generazione, che è anche il motivo per cui in questo momento twitta dalla California. È facile risolvere la questione tracciando una retta: da una parte l'approccio amatoriale di Pasolini, che con scarsa o nulla conoscenza del mezzo riesce comunque a mettere in scena un'opera prima apprezzata in tutto il mondo; dall'altra la professionalità di Muccino, il campioncino nazionale dei carrelli circolari. Facile, no? Già, troppo facile.

_________________________________________________________
Pasolini amatoriale                                               Muccino professionale

Perché è vero anche il contrario: Pasolini arriva in regia sapendone poco o nulla, ma è determinato a fare del cinema la sua dimensione - tanto che si mette molto presto a teorizzare di semiotiche e di cinémi - quanto a Muccino, avrà fatto i suoi compiti, ma il modo in cui liquida Pasolini dimostra una scarsa conoscenza della storia del cinema italiano.

__________________________________________________________
Muccino praticone                                                     Pasolini accademico


L'eredità di Pasolini.
Cosa direbbe Pasolini dell'accusa di essere "sgrammaticato"? Probabilmente la rivendicherebbe (facendo però sfoggio di un'ottima grammatica), così come rivendicava l'"ingenuità" che gli aveva affibbiato Umberto Eco. "Che io sia ingenuo, non c'è dubbio: e anzi, poiché non sono - con tutta la violenza di un maniaco anche nel non voler esserlo - un piccolo-borghese - non ho paura dell'ingenuità: sono felice di essere ingenuo, e anche magari qualche volta ridicolo" (Il codice dei codici, in Empirismo eretico).

Ricapitolando: da una parte il cinema contemporaneo, professionale ma del tutto inconsapevole della storia che ha alle spalle. Un cinema senza tempo e senza luogo, che potrebbe farsi dovunque e infatti si fa in California. Dall'altra la visceralità di Pasolini, ma anche lo strutturalismo di Pasolini. L'ingenuità, ma anche la Cultura con la C. Il sottoproletariato urbano, ma anche l'intellettuale organico e/o declassato. Tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle nel Novecento, dopo quella famosa frattura antropologica. Ma non è ancora troppo facile, così?

È da ieri che cerco ovunque un'intervista che sono sicuro di aver visto, una mattina, a un "montatore di Pasolini" (Nino Baragli?) Ormai mi sono convinto che sia in questa teca rai che non si riesce ad aprire. Mi ricordo questo signore mentre spiega in romanesco come si montava ai suoi tempi, con lo sputo: cioè prima di incollare i pezzi di pellicola con l'acetone, in un primo momento era sufficiente applicare un po' di saliva. E poi quando spiega che i raccordi di Pasolini li faceva un po' diversi da quelli degli altri film, perché sembrassero strani, perché sembrassero 'artistici': gli spettatori dovevano avere la sensazione di trovarsi di fronte all'opera sofisticata del poeta Pasolini, mica, chessò, la robaccia di Sergio Leone. L'artigiano della cabina di montaggio aveva perfettamente introiettato gli stilemi di quel Cinema di Poesia che secondo Pasolini stava sorgendo "contemporaneamente in tutte le cinematografie mondiali" ("l'alternarsi di obbiettivi diversi, un 25 o un 300 sulla stessa faccia, lo sperpero dello zum, coi suoi obiettivi altissimi, che stanno addosso alle cose dilatandole come pani troppo lievitati, i controluce continui e fintamente casuali con i loro barbagli in macchina, i movimenti di macchina a mano, le carrellate espressive, gli attacchi irritanti, le immobilità interminabili su una stessa immagine ecc. ecc.") (Il cinema di poesia, in Empirismo eretico).

Quando vidi per la prima volta il Decameron in cineteca a Bologna, approfittando del corso monografico del Dams, mi fu preventivamente spiegato che l'approccio di Pasolini era "poetico" - e già la cosa mi innervosiva, provenendo io da un altro corso di studi: perché mettere la poesia nel Decamerone, che è prosa? E l'approccio poetico, poi, consisterebbe nel fatto che i raccordi sembrano tutti sbagliati, gli attacchi irritanti, le immobilità interminabili, ecc. ecc? E aggiungi gli attori non professionisti sempre sul punto di mettersi a ridere. Cioè, insomma, "poetico" significa "fatto male apposta"? Probabilmente avevo la stessa età in cui Muccino cominciò a detestarlo.

I HAVE NO IDEA WHAT I'M
Però a leggere più attentamente il saggio di cui sopra, non è che Pasolini rivendichi il "cinema di poesia" per sé. Lo isola nei film di un gruppo di cineasti della sua generazione (Antonioni, Bertolucci, Godard), e ne propone immediatamente una spiegazione politica: "la formazione di una traduzione di "lingua della poesia del cinema" si pone come spia di una forte e generale ripresa del formalismo, quale produzione media e tipica dello sviluppo culturale del neocapitalismo". Pasolini stava assistendo alla nascita del moderno cinema d'autore - e non ne sembrava poi così entusiasta. Lui forse puntava in altre direzioni. E però i film vanno quasi mai nella direzione del proprio regista: specie se i cabina di montaggio c'è un praticone che ha deciso che il ritmo è lento, perché il tuo è un film d'artista e al tuo pubblico piacerà di più così.

Muccino è convinto che Pasolini abbia inferto un colpo mortale alla cultura cinematografica italiana - dopo di lui qualsiasi inetto avrebbe deciso che bastava munirsi di cinepresa e montare spezzoni a caso per fare cinema poetico ("improvvisati registi che non sapevano come comunicare col pubblico"). È andata così? Da qua non sembra. Sotto l'ombra del monumento che gli è cresciuto addosso in questi anni, sfugge forse quanto Pasolini fosse organico all'industria cinematografica che Muccino rimpiange - ricordiamo: comincia a lavorare con Fellini, esordisce con Bertolucci, all'inizio non ha ben chiaro che lenti montare ma si circonda di maestranze di primissimo livello: realizza film non convenzionali ma nemmeno assimilabili a quelli autoriali di Antonioni o Godard; film che fanno discutere, ottengono premi e - particolare cruciale - a volte riempiono le sale.

A Muccino forse manca un dettaglio: la trilogia della vita fu un successo al botteghino. Successo che imbarazzava Pasolini per primo, e che lo portò nel suo ultimo anno di vita a una tragica abiura. Oggi lo ricordiamo come un grande intellettuale fuori dagli schemi e dalle mode, ma l'effetto immediato del successo del Decameron fu precisamente la nascita di un vero e proprio filone, il cosiddetto decamerotico. Sono fenomeni difficili da indovinare oggi. che andiamo al cinema molto meno: nel giro di pochi mesi c'era già un Decameron II apocrifo in circolazione; quando l'anno successivo uscì I racconti di Canterbury, gli artigiani della pasolini-exploitation avevano già provveduto a confezionare Gli altri racconti di Canterbury, che arrivò nelle sale in contemporanea. Secondo Muccino senza Pasolini non avremmo avuto Nanni Moretti; mi sembra molto discutibile, invece è abbastanza pacifico che senza Pasolini non avremmo mai avuto Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda.  Persino l'abiura totale di Salò, così disperata e senza compromessi... Persino Salò diede vita a una rapida vague di film di serie B a base di nazisti sadici.

Tornando al Decameron: è il film di Pasolini con cui ho più familiarità, per via della mia abitudine a proiettare in classe (con un certo sprezzo del pericolo) la novella di Andreuccio di Perugia. Non è che abbia fatto pace con gli attacchi irritanti e le immobilità interminabili, ma per mostrare uno scorcio di medioevo urbano non saprei trovare di meglio. È anche utile per fissare nella memoria le condizioni igieniche nel tempo - Ninetto Davoli che sprofonda nella merda è il miglior antidoto a qualsiasi visione fiabesca del medioevo. Ma soprattutto c'è qualcosa di arcaico, di irriconciliabile con la modernità, che è poi la sensazione che vorrei suscitare quando insegno storia.

Quando la primavera scorsa è uscito Il racconto dei racconti, sono entrato in sala con molte speranze. Basile è un altro autore che bisognerebbe affrontare alle medie - altrimenti quando? Per qualche minuto ci ho creduto davvero. Più o meno finché gli attori hanno aperto la bocca, dichiarandosi per quel che sono: attori di una fiaba in costume. Molto professionali, per carità.

In quel momento mi è venuta nostalgia di Pasolini, e di quei non-attori sempre sul punto di mettersi a ridere.
Comments (5)

La vita e i suoi risvolti

Permalink
Il lato positivo (Silver Linings Playbook, David O. Russell, 2012)

Patricio, Pat, è un bipolare. Non lo sapeva. Se n'è accorto nel suo box doccia, mentre stava picchiando a sangue l'amante della moglie. Ma questo è il passato, anche il ricovero coatto è il passato, anche l'ordinanza restrittiva passerà, l'importante è essere ottimisti, positivi, riempire un libretto (il "silver lining playbook") di buoni propositi, mantenerli, e Nikki tornerà. Nikki è la moglie scomparsa. Era dal 1981 che un film non otteneva quattro nomination agli Oscar nelle quattro categorie riservate agli attori (l'ultimo fu Reds di Warren Beatty, chi l'avrebbe mai detto). Anche se alla fine la statuetta l'ha portata a casa soltanto Jennifer Lawrence. Per il suo personaggio, Tiffany, era stata opzionata Anne Hathaway che però aveva un'impegno, ed evocate tra le altre Angelina Jolie e Kirsten Dunst: dopo un provino che doveva essere una formalità, Russell ha scelto la 21enne Lawrence, assolutamente fuori parte. Non si è trattata di una scelta al risparmio: la Lawrence è un talento naturale fuori discussione (chiunque ha visto Winter's Bone lo sa, purtroppo siamo in pochissimi che ci svegliamo nel cuore della notte davanti a Rai Movie e non riusciamo a trovare il telecomando). Ma soprattutto è la protagonista di Hunger Games, ovvero il primo capitolo di una saga per adolescenti, ovvero una montagna di soldi che deve ancora emergere del tutto. È brava, è bella, e a 21 anni ha vinto un Oscar interpretando una vedova ninfomane che incontra Pat e lo trascina in un concorso di ballo.

Ce l'ha messa tutta Jennifer, ha anche preso dei chili per esplicita richiesta del regista; ugualmente la cosa lascerebbe un po' perplessi se non fosse così brava e bella che in fondo chissenefrega, i film americani sono belli perché la mantide del quartiere, quella che si fa licenziare solo dopo esserci stata con tutti quelli dell'ufficio, è Jennifer Lawrence Ventunenne. Ah, è molto bravo anche Bradley Cooper, che fin qui io avevo visto solo in tv e in commedie un po' coglione. Il suo Pat, sempre in bilico tra ottimismo e disperazione, era un personaggio rischiosissimo. E anche lui ha dovuto imparare a ballare - o magari sapeva ballare già e ha disimparato. Ed è bravo persino Robert De Niro, pensateci bene: da quand'è che non vedevate De Niro recitare bene in un film bello? Vi sconsiglio di contare gli anni, a me è venuta la vertigine. De Niro, se ti dimentichi un attimo quelle commedie coglione in cui fa il padre rintronato, te lo ritrovi in questo film che fa davvero il padre rintronato, e saranno i lineamenti italiani, ma è così credibile che ti mette in imbarazzo, hai voglia di telefonare a tuo padre alle tre del mattino per dirgli che gli vuoi bene.

Ma insomma che film è? Una commedia? Non proprio... (continua su +eventi!, c'è anche Muccino sul fondo)È un film che resta sospeso fino all’ultimo intorno al mistero di Nikki, la moglie perduta. Tornerà? Non posso dirvelo, ma davvero cambierebbe tutto. Da commedia romantica, con una trama che a leggerla ci sembrerebbe scontata (due ballerini lottano per ritrovare la fiducia in sé stessi! che idea! che palle!) a thriller psicologico. Seguendo quella che ormai mi sembra una tendenza, Russell ha deciso di ambientare il romanzo di Matthew Quick non nel Magico Mondo delle Commedie, ma in una realtà molto simile alla nostra; un luogo dove quando un uomo incontra una donna non parte mai la musica giusta, e dove ballerini non ci si improvvisa – ma se avete amato i colli dei piedi inadeguati degli Amici di Maria, scoprirete di tifare Pat e Tiffany contro ogni buon gusto, perché ci mettono il cuore, e soprattutto perché il padre ci ha messo anche un sacco di soldi, che fuori dal Magico Mondo delle Commedie sono davvero importanti. Nel 2012 hanno fatto qualcosa di simile Kathryin Bigelow, Gus Van Sant, P.T. Anderson, Ben Affleck, rifiutandosi di spettacolarizzare storie di spie, guru ed ecomostri che si sarebbero ben prestate; lo stesso Spielberg ci ha dato con Lincoln uno dei suoi film meno spettacolari e più – mettiamoci le virgolette – “verosimili”. Le virgolette hanno un senso perché la verosimiglianza non implica che la realtà non venga modificata e romanzata; anzi a ben vedere (ne abbiamo già parlato la scorsa settimana con Argo) film del genere sono persino un po’ sleali, per come rischiano di sostituirsi alla realtà vera. Nel caso di Silver Lining Playbook, oltre all’assurdità della Lawrence divorziata+ninfomane, abbiamo due psicotici che si corteggiano, da qualche parte nella nostra testa dovrebbe suonare un allarme antiatomico, però sono così bravi, sono così belli, sono così teneri quando vanno a Ballando con le Stelle sperando nella media del Cinque (su Dieci), che ti ritrovi a sperare che si mettano assieme, NO PERDIO GLI PSICOTICI NON DEVONO METTERSI ASSIEME nessuna farmacia pratica sconti famiglia sugli psicofarmaci.

Ma almeno non è la solita commedia. Anzi, sapete cosa sembra? Ora rischio grosso. A un film di Gabriele Muccino, però fatto in America, però fatto bene. No, non è soltanto perché i personaggi urlano e strepitano sovrapponendosi e ogni tanto parte un carrello circolare – ok, è soprattutto per i carrelli circolari. Però a me è rimasta la curiosità di immaginare cosa riuscirebbe a fare Muccino davvero, a Hollywood, se riuscisse a lavorarci bene. Mesi fa si lamentava tanto del modo che hanno laggiù di ragionare per categorie che sono comportamenti stagni: per le commedie sentimentali si applica un protocollo, per il genere drammatico un altro protocollo, ecc.. Muccino era molto italiano mentre cercava pretesti per una sconfitta professionale, però magari non aveva tutti i torti: gli americani sono fatti così. Non è solo una questione di mercato e di industria: anche la cultura è compartimentata in modo molto più stagno che da noi. Eppure proprio mentre Muccino si lamentava stavano uscendo tutti questi film, storici senza battaglie, spionistici senza i gadget di 007, sentimentali ma con gli psicofarmaci. Insomma tieni duro, Gabriele Muccino, forse i compartimenti si stanno alzando, provaci ancora. Noi tifiamo per te, non è che ci sei sempre piaciuto, eh? Però sei di famiglia, tieniti in forma, perdi magari qualche chilo, tieni duro, trova uno script di quelli fatti apposta per te con un sacco di bei personaggi che si urlano in faccia le peggio cose. Excelsior!*
(*) Tradotto in italiano fa ancora troppo Mike Bongiorno.
 Il lato positivo è al Fiamma di Cuneo (21.00); all’Impero di Bra (20:15; 22:30); all’Italia di Saluzzo (20:00; 22:15); al Cinecittà di Savigliano (20:20; 22:30). Buona visione.
Comments

Dillo ancora che lo ami

Permalink
E ieri dunque si celebrava Monica Vitti, giustamente, e un tg (non mi ricordo neanche quale) ne ha approfittato per montare un'antologia delle sue pizze più celebri. Perché è vero, la Vitti ha lavorato con Bunuel e con Antonioni, è stata la musa dell'incomunicabilità, bla bla bla, ma noi la conosciamo soprattutto per le pizze che si prendeva in faccia nella commedia all'italiana. Con quel rumore classico di pizza in faccia che se ci pensi è impressionante – il cinema è tanto cambiato negli ultimi cinquant'anni, la resa del sonoro ha fatto passi da gigante – eppure continuiamo a sentire pugni e schiaffi con gli stessi rumori assurdi di quarant'anni fa, e non facciamo una piega. Voglio pensare che sia un buon segno: che il rumore vero dei pugni e degli schiaffi non lo riconosceremmo. Ma è innegabile che di pugni e ceffoni la Vitti ne abbia presi tanti, francamente troppi. Può darsi che a suo modo fosse un tormentone pre-televisivo: per dire, così come un artista finissimo come Totò per contratto doveva anche piazzare quattro o cinque smorfie per far ridere i bimbi piccoli; così come Sordi probabilmente avrebbe potuto essere molto meno macchietta di come gli chiedevano di essere da un certo punto in poi; può darsi che un certo pubblico da un film con la Vitti si aspettasse soprattutto una scena in cui strilla e si fa menare, una specie di madrina nobile di Bud Spencer e Terence Hill. E i rumori infatti erano gli stessi. Però Bud Spencer ci faceva ridere da bambini; la Vitti presa a botte da Sordi, o da Mastroianni, o da Giannini, era uno spettacolo per gli adulti.

Ripensandoci, non un gran spettacolo. Vale la pena di ricordarselo, ogni dieci o venti volte che i film italiani bruttini di oggi ci fanno rimpiangere la Commedia all'Italiana dei bei tempi che furono: non furono dei tempi così belli, dopotutto. In particolare per le donne, quasi sempre subalterne, in ruoli ritagliati a tavolino da sceneggiatori anche sensibili, anche geniali, anche anticonformisti, ma quasi sempre maschi, e anche abbastanza maschilisti. E fieri d'esserlo. A rivederla, quella scena di Amore mio aiutami, sorprende per il meccanismo di complicità che scatena: la Vitti procede a rendersi insopportabile finché lo spettatore maschio non riesce a piegare telepaticamente la volontà di Alberto Sordi, a serrargli i pugni. Era un film che prendeva in giro le coppie aperte, nel 1969: La donna ha appena messo il naso fuori dal sacro matrimonio e già gli autori della commedia all'italiana si affrettano a romperglielo – con tanta ironia, ovviamente. Poi c'è questa storia che Fiorella Mannoia facesse la stunt per la Vitti, e che durante la scena riportò ecchimosi sufficienti a convincerla a cambiare mestiere. Però è una cosa che ho letto solo su internet, non ho tanta voglia di crederci.
Comments (6)

Cosa portare a casa

Permalink
Dai dai dai

- Comincio con una cosa che non c'entra niente con Boris. Ma niente davvero.
Qualche tempo fa mi è capitato di vedere un antico film italiano – ci sono film degli anni Cinquanta che sono ancora attualissimi, questo invece è a colori del 1970 ma davvero sembra un reperto di un'era geologicamente lontana, si chiama Lettera aperta a un giornale della sera e racconta le vicissitudini di un élite di intellettuali romani di sinistra, oggi li chiameremmo radical chic ma sbaglieremmo, in realtà sarebbero l'intelligentsia organica del PCI, hanno fatto pure la Resistenza, ma adesso stanno cominciando a fare qualche soldo nell'industria culturale e non sanno se vergognarsene; per il resto il PCI di Longo non sa bene cosa fare di loro, così tirano tardi sui terrazzini, seducono le studentesse (senza comprendere bene tutta la frenesia sessantottarda), restaurano automobili d'epoca, firmano i comunicati. Ecco, una sera mentre sono lì su un terrazzino che discutono di Lacan, telefona il Paese Sera che vuole un intervento sui recenti fatti del Vietnam (c'era stata una strage nel Vietnam), e questi un po' per scherzo un po' per dar senso alla serata scrivono un comunicato durissimo in cui in sostanza dicono basta coi comunicati e coi terrazzini, è ora di agire, chiediamo pubblicamente di formare un battaglione volontario di intellettuali e andare a sparare agli americani sul Mekong. Il Paese Sera ovviamente non glielo pubblica, però dopo un po' la lettera esce sull'Espresso, e a quel punto a tutti questi signori ben sistemati crolla il mondo in testa. Dopo un po' di riunioni e convulsioni e autocritiche che si seguono con una certa fatica (è un film molto parlato ma la traccia audio si è sbiadita, come conviene ai reperti archeologici), alla fine il gruppetto decide di dire addio alla dolce vita e partire sul serio. Si radunano, ovviamente, in un casolare in Toscana, aspettando che passi a prenderli un compagno che ha i permessi. Il compagno arriva, li abbraccia, ma i permessi non li ha: all'ultimo momento l'esercito di liberazione Vietkong ha deciso di rifiutare la generosa offerta. E i nostri eroi restano lì, in mezzo allo stradone, senza più arte ne parte, per terra c'è una lattina e uno di loro senza pensarci la calcia via. Qualcun altro gliela ribatte. Nel giro di pochi secondi l'intelligentsia di sinistra comincia a tirare colpi furiosi a una lattina in mezzo alla strada, e questa scena finale, che vale tutto il film, al tempo pare che fu molto criticata: Maselli fu accusato di strizzare l'occhio alla commedia all'Italiana (oggi questo sarebbe un complimento, ma appunto, stiamo parlando di un'era arcaica).

Io vado più in là: il calcetto rabbioso, disperato, che chiude questo film, è la profezia di vent'anni di cinema italiano bruttino: ci si leggono in nuce tutte le partitelle dei film degli anni Zero, degli anni Novanta, forse anche degli anni Ottanta, la poetica dell'infanzia protratta oltre qualsiasi plausibilità, anche ai bordi dei teatri di guerra. Quanto siamo immaturi, ma quanto siamo simpatici, ma quanto siamo immaturi. Però simpatici. Però immaturi. Sempre così. E all'estero forse piacciamo così, per dire col calcetto di guerra Salvatores ci ha anche vinto un Oscar.

Mi chiedo invece se sia un film comprensibile all'estero, Boris; se il malessere che disseziona senza pietà sia commerciabile al di fuori della nostra nicchia angusta, magari anche dopo che ce ne saremo andati e la traccia audio comincerà a sbiadire. Non so neanche se augurarmelo, forse l'oblio sarebbe più pietoso nei nostri confronti, e allo stesso tempo mi piacerebbe che i nostri nipoti capissero come ci sentivamo, ai nostri tempi, quei tempi in ci siamo messi tutti messi a dire: Dai, dai, dai. Cosa significava dunque essere italiani nel 2011, lavorare in Italia nel crepuscolo di Berlusconi? Questa sensazione di galleggiare sul marcio, senza pretese di essere migliori, anzi, accettando i compromessi, finché non te li trovi praticamente infilati nel retto a forza, i compromessi, e allora ti ribelli: non è per politica, politica hai smesso di farla, a un certo livello è semplicemente un riflesso condizionato, potrebbe essere qualsiasi cosa, una luce troppo smarmellata, un ralenty ridicolo, a un certo punto abbiamo detto di no. Però non ce ne siamo andati, andare dove? Alla nostra età? E poi ormai c'è la crisi dappertutto, così siamo rimasti lì, aspettando che un altro riflesso condizionato ci rimettesse in carreggiata, che un'altra voce nella nostra testa ricominciasse a dire Dai. Dai. Dai che stavolta ce la possiamo fare. Dai che stavolta la portiamo a casa. Perché sarà diverso, stavolta. Non ci faremo andare bene tutto. Sapremo dire di no, anche agli amici se necessario. Stavolta faremo un buon lavoro.

Infatti non è che abbiamo tutte queste ambizioni. Forse sta lì il problema? Noi non siamo i roberto saviano di niente, noi nella vita vorremmo soltanto fare un buon lavoro, un lavoro serio. Qualunque cosa, anche un ristorantino, perché no, diteci soltanto cosa si può fare di serio in Italia e noi ci proveremo. Poi, quando tutto ricomincia ad andare a rotoli, non abbiamo neanche la forza per mandare tutto a fanculo; ci resta il sospetto di essere noi stessi il problema, noi che tolleriamo tutto quello che ci scorre intorno finché non ci sovrasta, noi che siamo sempre disposti al compromesso, anche col demonio, anche col proctologo del demonio, ma sappiamo veramente cosa vogliamo? Se a un certo punto, a furia di restringere le nostre ambizioni, a circoscriverle, le ridurremo a un punto - cosa ci sarà in quel punto? Dai dai dai, ma dai dai cosa? Cos'è che vogliamo veramente portare a casa?

Non lo so se Boris sia un buon film. So che Pannofino è un grande attore; dal momento in cui mi sono seduto mi sono ritrovato dentro al suo René Ferretti, e tutto quello che volevo era uscirne con dignità, finire un film decente, fare qualcosa di serio. E alla fine, dai dai dai [spoiler] mi sono ritrovato infilato a forza un cinepanettone. Così è l'Italia e purtroppo così sono anche io.

Mi è piaciuto, mi sono sentito male esattamente come volevo sentirmi, grazie. Temo solo che pochi al di fuori di noi possano capirlo; che il nostro malessere sia oltre un certo limite incomunicabile; e forse un po' ci spero anche. Forse alla fine avrei osato di più, avrei smarmellato più grottesco, è una spezia che non mi stanca mai. La scena in cui sono tutti al cinema a rimirare il loro stesso orrore, ecco, lì avrei calcato più la mano. Prima li avrei mostrati impassibili, tristi, mentre visionano scoregge. Poi lentamente avrei cominciato a farli ridere; risate nervose all'inizio, poi sempre più sforzate, sempre più tignose, col risucchio a scoreggia. Grandi risate tragiche, mentre la sala diventa buia. Li avrei fatti ridere fino a morirne, con la stessa energia disperata con cui gli intellettuali di Maselli infuriavano su una povera lattina, in un antico film di quaranta anni fa. Quanto siamo simpatici; però, riflettendoci bene, quanto schifo facciamo.
Comments (13)

Una vita stroncata

Permalink
Contro ogni aspettativa, La nostra vita di Luchetti è un bel film. Sì, parla di periferie. Sì, sì, l'originalissimo spunto è un lutto in famiglia. Eppure stavolta la baracca funziona. Bravi gli attori, originale la storia, buona la sceneggiatura - a questo punto, cari critici, manca solo una cosa.



Una bella stroncatura. (Ho una teoria #26 è sull'Unità.it. Si commenta sempre qui). (E Brecht cosa c'entra? Brecht c'entra sempre).

Caro critico di sinistra, c'è un favore che dovresti farmi. Ha a che vedere col cinema italiano – sì, lo so, la solita tristezza. I nostri autori sono troppo autoindulgenti, e hanno paura di rischiare. Quando si rendono conto che non hanno niente da dire, cercano di orecchiare quel che dice “la gente” al bar, o al centro commerciale. Ma si vede da lontano che non è il loro mondo: non riescono a capire cosa ci sia d'interessante in tutta quella gente che chiacchiera del più e del meno – così si annoiano, e scambiano quella noia per realismo. 

Caro critico, l'avrai notato anche tu – ormai il personaggio-tipo del cinema italiano è un individuo della classe media che fa un lavoro normale, ha una famiglia normale e un po' noiosa che tradisce in modo altrettanto normale e noioso. Perché dovremmo andare a vedere film del genere? “Per riconoscerci”, dicono. Ma per quello teniamo già gli specchi in casa, grazie: il biglietto lo pagheremmo per immedesimarci in persone a cui è capitata una vita un po' più eccitante della nostra. 

Eppure, caro critico, devi riconoscere una cosa
: in tutto questo panorama sconfortante, almeno un paio di film decenti all'anno riusciamo sempre a piazzarli. Il problema è saperli riconoscere – e poi presentare al pubblico giusto. E qui entri in ballo tu, caro critico, come si diceva una volta, militante. Devi sapere che in questi giorni è uscito questo film, La nostra vita. Il regista e gli altri autori li conosci, sai che hanno fatto cose decenti e cose no. Questo sulla carta era un grosso rischio: la solita famiglia qualunque della solita periferia romana qualunque. Il lutto famigliare da esorcizzare per la stra-ennesima volta. Insomma, ci voleva coraggio per entrare in sala. 

E invece stavolta, in un qualche modo, la storia gira
. Da subito. Per dire, dopo cinque minuti ci erano già scappati un paio di morti. Sembra una cosa da nulla, lo so, ma per fare un paragone, nell'ultimo di Soldini dopo cinque minuti i due protagonisti erano riusciti sì e no a scambiarsi i numeri di telefono (il resto del film consisteva nei loro tentativi di scoparsi di nascosto vergognandosene). E invece in questo film, caro critico, il personaggio all'inizio sembra davvero un tizio banale come e più di noi: fa il capomastro, porta la famiglia al centro commerciale, ascolta Vasco... ma poi gli capita questo tremendo lutto e lui reagisce in un modo strano, un modo in cui forse io e te non reagiremmo, ma chi lo sa: s'indurisce, decide di entrare nel gioco dei grandi. Tenta il ricatto, si fa concedere un subappalto, vuole salire il gradino più grosso della scala sociale. Quello che sognavano i personaggi di Balzac, e poi della vecchia Commedia all'Italiana. Quello che invece i personaggi del cinema italiano di oggi non fanno più, perché sono troppo concentrati a piantarsi noiosissime corna o a piangere il solito lutto in famiglia. Il protagonista di “La nostra vita” invece si ricaccia le lacrime negli occhi e tira fuori i canini. In realtà è chiaro da subito che non li ha abbastanza lunghi, ma è bello vedere per una volta un ragazzo normale che studia da carogna. E in fondo è una cosa che deve succedere tutti i giorni, ai nostri amici ed ex compagni, magari è successo pure a noi: ci siamo fatti furbi, o ci abbiamo provato, abbiamo mandato a quel paese gli ultimi brandelli di morale e abbiamo cercato di tagliare la nostra fetta. 

Siamo diventati cattivi, anche se registi e sceneggiatori sembra non se ne siano accorti. Loro sono convinti che noi siamo brava gente un po' noiosa, e invece nei nostri cantieri ricattiamo, truffiamo, sfruttiamo manodopera straniera. Perlomeno ci proviamo. E quando le cose vanno male – ma era chiaro che sarebbero andate male – non impariamo la lezione. Perlomeno, il protagonista di questo film (interpretato da Elio Germano, molto bravo c'è ancora bisogno di dirlo?) non impara un bel niente. Chiede aiuto alla solita rete di salvataggio, la famiglia: e poi si sa come va l'Italia: c'è sempre da qualche parte (a Frosinone) una squadra di manovali che può rimediare a qualsiasi guaio. Basta che li paghi sull'unghia. In nero. 

Questo fatto
, che il protagonista non riesca a capire i suoi errori, mi ha intrigato tantissimo, caro critico: mi ha ricordato Brecht, un autore che conosci meglio di me. In particolare Madre Courage, la vivandiera che attraversa la guerra dei Trent'anni convinta di poterci speculare su. Perderà tutti i suoi figli, senza capire dove ha sbagliato. Brecht fu molto criticato per questo finale, e reagì con parole che senz'altro ricorderai: non m'importa di aprire gli occhi alla Courage, scrisse; l'importante è che li apra lo spettatore. Caro critico, questo deve fare il cinema: farci capire, farci reagire, non piazzarci davanti personaggi che capiscono o reagiscono. Ma questo già lo sai. E allora ti chiederai perché ti scrivo.

Ecco, caro critico, si tratta di questo: a Luchetti stavolta è uscito un film decente, straziante e cattivo. Non un capolavoro, ma un buon inizio. Che cosa gli manca? Una stroncatura d'autore, di quelle di una volta. Così, giusto per evitare che diventi quello che non dev'essere, un trastullo da radicalscic. E invece è un film per tutti, con dialoghi semplici, da terza media, con Vasco Rossi e la playstation, e Raul Bova nella sua più credibile interpretazione. Un film che si merita di più del solito pubblico di appassionati: una mina inesplosa di dubbi, senso critico, consapevolezza, che qualche funzionario rai e mediaset potrebbe essere così distratto da infilare nel palinsesto serale o pomeridiano. L'essenziale a questo punto è stroncarlo – lo farei io se fossi uno importante, ma non mi conosce nessuno. Così ho pensato a te, caro critico. Me lo faresti questo favore? Grazie sin d'ora.
Comments

Alba of the Dead

Permalink
Anna (Alba Rohrwacher) è un'impiegata come tante, di trent'anni come tutte, nella città più qualunque di tutte (la periferia di Milano). Convive stancamente con Alessio (Giuseppe Battiston), placido commesso coi suoi hobby qualunquissimi: fai-da-te, giardinaggio, riparare ferrivecchi, leggere libri vecchi, morire di noia. L'incontro fortuito di Anna con uno squattrinato addetto al catering (Pierfrancesco Favino) scatena la passione che potrebbe riscattare la sua esistenza piattissima... magari. In realtà anche il sesso sfrenato nei motel, dopo qualche settimana, è già routine. E intanto è passata un'ora di film, ce ne aspetta un'altra, e sappiamo già più o meno dove Silvio Soldini andrà a parare: dai e dai i due amanti si faranno scoprire, i loro rispettivi consorti ci piangeranno un po' su e li perdoneranno, li riaccoglieranno in seno alla famiglia; magari un ultimo sussulto di voglia di vivere, e poi il trantran quotidiano l'avrà vinta su tutto.

(Cosa voglio di più with Zombies
è solo sull'Unità.it, e si commenta qui).

E invece nel secondo tempo Milano è invasa da zombie affamati di carne umana! Il virus viaggia attraverso il Lambro contaminato, colpendo bambini e maschi adulti. Anna e l'addetto catering, sbarrati nel motel, vivono momenti di panico che mettono a dura prova una relazione fondata esclusivamente sull'intesa sessuale. Angosciato per le sorti dei suoi cari, l'addetto catering attraversa una Milano cupa e spettrale soltanto per scoprire che la moglie è stata divorata dai due bambini contaminati (una delle metafore più visionarie e grottesche del cinema italiano degli ultimi vent'anni). Distrutto dal rimorso, deciderà ugualmente di restare con loro, per fedeltà a un vincolo che la morte ha messo a dura prova, ma non ha spezzato. Tornerà a lavorare nel catering (ma dovrà apportare molte modifiche ai menu). Nel frattempo, al termine di una rocambolesca odissea nella metropoli devastata, Anna ritrova il placido Alessio, che in sua assenza è diventato il leader della resistenza dei superstiti contro i morti viventi: le sue doti di bricoleur e giardiniere si sono rivelate fondamentali per garantire ai sopravvissuti i beni di prima necessità. Anna capisce di amarlo, ma Alessio ora convive con altre dieci concubine (la poligamia essendo necessaria alla sopravvivenza della specie). L'ex impiegata però si dimostra all'altezza del suo uomo escogitando un piano brillante per attirare gli zombie a San Siro e farlo esplodere. Con lo stadio simbolo di Milano esplode anche l'archetipo del film italiano minimale e intimista, di cui Soldini ha messo in scena nel primo tempo un'imitazione riuscitissima, soltanto per il gusto di farla esplodere nel secondo in un horror movie sgangherato. Il risultato è un autentico capolavoronf.
Ronf

“Sveglia”.
“Eh? Cosa?”
“Stavi russando”.
“Ma è finito il film?”
“Ti sei addormentato a metà, che vergogna”.
“Com'è andata a finire? No, lascia, indovino. Lui torna da sua moglie”.
“E lei torna dal marito”.
È sempre così. Non hanno neanche il coraggio di far finire un matrimonio, è come se avessero paura di far male ai loro personaggi”.
“Ma è giusto così, è così che finiscono quasi tutte le storie”.
“Sarà. Invece, pensa, stavo sognando che nel secondo tempo arrivavano gli zombie”.
“Gli zombie a Milano?”
“Perché no? Mi sembra una location adatta”.
“Ma gli italiani non sanno fare film di zombie. Loro fanno film che rispecchiano la vita vera. Film in cui le persone normali possono riconoscersi”.
“Ma io mi riconoscerei anche in un film di zombie, sai quanti ne incontro tutti i giorni? No, sul serio, sai quanti se ne devono trovare in giro per Milano... per dire, quelli che hanno scritto questo film, secondo te sono ancora vivi? Un essere vivente non scrive un film così. Voglio dire, hai la possibilità di scrivere un film, cosa fai? Cerchi di metterci un sacco di cose belle, interessanti, divertenti”.
“Ma la vita non è sempre così”.
“Ma i film dovrebbero. Io mi sarei anche stancato di andare al cinema a vedere personaggi che hanno un'esistenza più piatta della mia. Cioè, sul serio, le mie giornate sono più interessanti di quelle di questi due. E mi chiedo: ma come fa un essere vivente a decidere di scrivere un film così? 'Mi raccomando, mettiamoci solo cose mediocri: personaggi mediocri, incontri mediocri, discorsi mediocri'...”
“Sono i discorsi mediocri che fa la gente normale”.
“La gente normale fa discorsi mediocri anche perché quando va al cinema non trova nessuno che le suggerisca qualche parola in più. Una volta serviva anche a questo, il cinema: a fornire modelli di comportamento o di conversazione. Le signorine ascoltavano come parlavano le dame dei telefoni bianchi e prendevano appunti. I ragazzi studiavano le battute dei cow-boy o dei padrini. La gente ha bisogno di mettere parole nella loro vita, e il cinema gliele deve suggerire. Non può tutte le volte limitarsi a rispecchiare una realtà nel modo più piatto e fotografico possibile”.
“Mah”.
“Sennò contribuisce a renderci ancora più banali e afasici di quello che siamo. Almeno, è una mia teoria”.
“Già, le tue teorie”.
“Torniamo a casa? Ho fame”.
“Cosa c'è per cena?”
“Carne umana. ARRRRRGH!”
“Cretino”.
Comments

Ippopotami italiani

Permalink
Berciami ancora(*)

In questa immagine potete vedere un vaso. Oppure due volti di profilo. O ancora l'ultimo film di Muccino, che per buona metà è impaginato così: faccia a sinistra, faccia a destra, e in mezzo una coppa nera di frustrazione che può comunque sparire da un momento all'altro stritolata in un bacio che non è mai, accidenti, l'ultimo.
Ma il più delle volte le bocche sono spalancate, i volti sono rossi, e tutti si stanno urlando addosso. Nei minimi termini il film è questo: un rosario di scene madri tra due personaggi che dopo un po' si gridano in faccia le peggio cose. Che i personaggi dei film italiani contemporanei tendessero al melodramma urlato si sapeva, ma qui sembra veramente che non ci siano alternative: ogni dialogo è uno scontro, e gli scontri si risolvono così: faccia contro faccia, chi urla più forte vince (analogie tra gli italiani e gli ippopotami del Kenya). Qualcuno dirà che è liberatorio. Secondo me no. Secondo me il mimetismo vince su tutto, secondo me il 40% di chi è andato a vederlo ha sentito l'esigenza di mangiare la faccia del partner nel tragitto verso casa.

“Non vedo l'ora di mettermi a letto”.
“Io invece mi scongelo una pizza”.
“Certo, così mi sporchi tutta la cucina”.
“Senti, ma se ho fame... e poi PERCHE' MI DEVI PRENDERE COME UN IDIOTA MALEDETTA STRONZA TI AMMAZZO! TI AMMAAAAAZZZZOOOOOOOO!”


Metà del film così. L'altra metà propone la variante: invece di fissarsi come ippopotami allupati, i due volti guardano in camera, grazie all'invenzione più importante dell'ultimo secolo: l'Automobile. Essa ha rivoluzionato i nostri costumi e forse sì, vabbè, può aver contribuito a intossicare l'atmosfera, ma in compenso ha permesso ai nostri valenti film-maker qualcosa che altrimenti sarebbe irrealistico: far discutere i personaggi mentre guardano dritto verso di noi. Si capisce la convenienza, perché nelle scene di profilo butti via un 50% di faccia che comunque devi pagare lo stesso intera (e con quel che può costare al giorno d'oggi la faccia di un Accorsi o di un Favino...) E soprattutto, l'avrete sperimentato nella vostra realtà vera, certe scenate si possono fare solo in una macchina pressurizzata ai cento all'ora – a casa no, c'è rischio che i vicini s'appassionino.

Lo so cosa state pensando. Stronca Muccino, che coraggio, domani mitraglierà la croce rossa... no. Sette anni fa, quando stroncare GM era già sport nazionale, io resistevo. Una possibilità a GM l'ho sempre voluta dare, perché fra tutti i registi di film bruttini gli riconoscevo almeno una cosa che faceva la differenza: il ritmo. Per quanto potesse apparire simile a tutti quei registi romani persuasi di ritrarre una generazione attraverso i complementi d'arredo dei salotti, Muccino aveva qualcosa che parzialmente lo riscattava, ed era proprio la spudoratezza: i salotti rimanevano salotti, ma vuoi mettere, col carrello circolare! La grammatica dell'action movie applicata agli amorazzi dei trentenni, l'handycam che ti segue nel corridoio stretto verso il bagno in fondo a destra. Le isteriche che piangono hanno fatto il loro tempo? Ok, proviamo con le isteriche che urlano in mezzo alla strada! Le isteriche sotto la pioggia! E se dobbiamo ritrarre borghesi inutili, almeno ficchiamocene dentro un centinaio in due ore: sovraccarichiamo il sistema finché non si rompe qualcosa.

Qualcosa si ruppe davvero. L'ultimo bacio e Ricordami di me sono stati l'esplosione, in tutti i sensi, di un genere di cui Ozpetek e colleghi hanno faticosamente raccattato i pezzi per ribollirci il solito passato sciapo di buoni sentimenti. Ma il Muccino di dieci anni fa se li friggeva, i buoni sentimenti. Non aveva pietà di nonne o di ragazzini, disprezzava tutti e non lo mandava a dire. Probabilmente quei due sono gli unici film-italiani-bruttini che reggono ancora la prova televisiva in seconda serata. Vanno giù come piloti di serie americane, ed è il complimento migliore che si possa fare a GM. Il quale, scheggia impazzita detonata coi suoi film, si era ritrovato catapultato ad Hollywood. Tifavo per lui. La tecnica l'aveva, il coraggio pure: quello che gli mancava erano le storie originali, proprio quelle che gli americani sanno trovare. Hollywood gli avrebbe tolto di mano i soliti triti canovacci generazional-amorosi, gli avrebbe presentato qualche soggettista degno di questo nome e... un film in effetti funzionò, l'altro meno, così l'avventura sembra già finita. Però almeno hai avuto un'avventura, Gabriele Muccino. Hai fatto film con Will Smith, sei stato per due stagioni alla catena nell'autentica fabbrica dei sogni. Adesso non è che puoi tornare a rifriggere le solite storielline amorose per il pubblico bue italiano. Sarebbe come dire che hai perso l'unica cosa buona che avevi, il coraggio. E un Muccino senza coraggio cosa mi diventa. Un Ozpetek eterosessuale, un soprammobile inutile e per giunta in serie, ce l'hanno uguale i vicini, buttare via.

Baciami ancora non è nemmeno un film generazionale: non sappiamo niente sulla vita dei personaggi, sui loro gusti o le loro idee (ce n'è uno che vota Fini, il che può voler dire qualsiasi cosa ormai). Fanno cose che avrebbero potuto fare dieci o vent'anni fa: i grandi spot pubblicitari, i bambini disegni di dinosauri. E tutti corrono nel grano. Dire qualcosa sugli anni Zero era troppo rischioso: facciamoli piuttosto reinnamorare disperatamente, che funziona sempre. Magari in questi dieci anni hanno avuto una vita interessante (droga, pazzia, carcere), ma appena torna Muccino col suo teleobiettivo tutto sprofonda di nuovo nell'ossessività dei rapporti amorosi banali, fedeli alla regola per cui la vita dei personaggi del cinema italiano bruttino dev'essere meno interessante di quella della media degli spettatori (sul serio, io ho giornate molto più interessanti di quelle dei personaggi di Muccino).

Baciami ancora è un chiodo sulla bara dell'industria cinematografica italiana, gestita da personaggi che sembrano terrorizzati dall'idea di poter dire qualcosa di nuovo, qualcosa d'intelligente, o persino di stupido, insomma qualcosa. Ma L'ultimo bacio qualcosa lo diceva. Era un film che si permetteva del cinismo, aveva un finale spiazzante che è rimasto in testa a tutti. Il sequel si guarda bene da spiazzare alcunché. Se c'è un suicidio non preoccupatevi, ve lo facciamo capire un'ora prima. Nel derby della scena-madre-in-camera-ardente Muccino le prende persino dall'Ozpetek di Saturno contro, come dire perdere con l'Albinoleffe in casa, rivogliamo il prezzo del biglietto. Quando dopo un paio d'ore risenti la voce fuori campo di Accorsi, capisci che è la classica voce off che tira le somme, e ti rendi conto di quanto poco ha voluto dirti questo film: Dicono che i quarant'anni siano l'età della maturità. Ma forse la vita comincia a cinquant'anni. O a Sessanta. O chi lo sa. Buio in sala, Giro di do jovannottesco, titoli. Due ore e venti per sentirsi dire che la vita va vissuta... Nostalgia dei carrelli circolari. Non che dicessero nulla di più, ma almeno ti facevi un giro in giostra. Muccino sembra aver paura di dire persino: ehi, sono sempre io, Muccino. Un regista con un determinato stile. Ma se poi ti scambiano per un Autore, di quelli che fanno i film d'Autore? C'è il rischio che il pubblico dei cinepanettoni non ti caghi più! Poi si accendono le luci, e il pubblico dei cinepanettoni corre a casa a guardarsi una puntata di Desperate Housewives che con personaggi da fumetto e una trama totalmente surreale ti dice più cose della tua vita che due ore di quarantenni che si urlano in faccia. Prima o poi a Roma bisogna che si mettano in testa una semplice cosa.

Non è che al cinema ci si va per specchiarsi – oddio, sì, può capitare anche di specchiarsi in qualcuno, ma è sempre qualcuno migliore di noi. Come minimo è più bello. Probabilmente veste meglio, ha la risposta pronta che a noi verrebbe in mente mezz'ora dopo. Perché al cinema ci si va per cercare dei modelli. Nessuno sano di mente crede di specchiarsi in George Clooney. Le persone vanno a vedere George Clooney perché vorrebbero diventare un po' come lui, risolvere un problema come lo risolve lui alla fine del film. Migliorare, perché persino lui ci prova. Questo è il segreto del cinema americano: modelli, non specchi. Strategie per risolvere un problema, non persone che si urlano in faccia i loro problemi irrisolti e magari uguali ai tuoi. A me non interessa se i quarantenni romani passano le giornate a gridarsi Ti-Amo-Ancora-Non-Ti-Amo-Più. Se davvero fanno così, bisogna convincerli a cambiare, a migliorare un po'. A coltivare altri interessi che non siano quelli di portarsi a letto qualcuno, restare incinta di qualcuno, riconquistare qualcuno. A gestire gli scazzi in un modo meno mediterraneo, perché sul serio, non possiamo continuare a urlare tutti quanti così. Dopo due ore ti ritrovi l'Impacciatore sul tombino che sembra una prefica del Seicento, stiamo regredendo a vista d'occhio. Ci sono altri modi di discutere che non prevedono necessariamente l'Urlo Preventivo, la Minaccia di Morte (“Giuro che t'ammazzoooooo!”), lo Specchio Riflesso (“Fottiti!” “Fottiti te!”. Era la clip che hanno portato domenica da Baudo). Non stupisce che dopo un po' comincino a urlare anche i bambini. Di colpo, dallo stand-by silenzioso (“Vuoi che ti presentiamo tuo padre?” “...”) allo stadio isterico (“Dai, se vuoi ti presentiamo tuo p...” “Ho detto di NO MALEDETTI STRONZIIIIIII!”)

Anche qui, guarda gli americani. Dialogano anche loro, di amore e di altre cose. Eppure non urlano, o magari sì, ma una volta su dieci. Hanno altri sistemi per scambiarsi i pareri: per esempio, l'ironia. Nell'ultimo bacio ce n'era un po', di ironia. Qui no, niente, il pubblico potrebbe non capire. Per ridacchiare dobbiamo aspettare che Favino incocci un muro: comicità fisica, perché chi ha rivisto la sceneggiatura temeva che una battuta di troppo possa essere fraintesa dallo spettatore di Neri Parenti. Poi lo spettatore di Neri Parenti torna a casa e si guarda le repliche del dottor House che fa ironia con le proteine e le malattie infettive.

Questo è un cinema sbagliato. Un cinema che col pretesto del realismo peggiora la realtà, ci ruba due ore e venti e ci lascia tramortiti come un vecchio amico che non senti da dieci anni e poi ti tiene un pomeriggio al telefono, urlando i suoi problemi senza che tu possa offrirgli una soluzione. Se si calma, alla fine, è per stanchezza: quella che prende tutti quanti alla fine del film. I due tizi si rimetteranno assieme, continueranno a scambiarsi baci e soprattutto urla, perché non sono mai cresciuti, la vita di coppia per loro è ancora quella di due quindicenni isterici, e non ci sono alternative: la vita è così. No, maledizione, noi possiamo essere migliori di così. A nessuno piace essere sé stesso, neanche al dottor House. Vogliamo tutti avere una chance di migliorare, e abbiamo bisogno di scrittori, di registi che ce la mostrino. Di attori che ce la impersonino. E di critici che ti mandino seriamente a quel Paese, GM: torna in America, fatti restituire quel coraggio e quel cinismo che erano le uniche cose interessanti che avevi.

* Il titolo l'ho scopiazzato da qui, grazie a M. Elena.
Comments (38)

Piacere, precario

Permalink
La bimba seduta sul marciapiede, che prega il telefonino: “Dai, vibra!” Il Giovane Rappresentante senza cognome che sgomma in Peugeot Cabrio. La badante pancabbestia. Lavorare coi gorilla. Lavorare con le iene. Cominciare a truffare il prossimo per disperazione, continuare con ironia, provarci gusto, impazzire. La postina tettona non esclude di attivare un servizo webcam. Il Servizio SMS Aforismi per Manager. Ti amo più di ogni cosa, tranne un'offerta di lavoro in America, e dammi torto. Come sembrano stupidi i tuoi colleghi il primo giorno di lavoro; hai tre settimane per diventare come loro. Mentire sempre ai genitori, che senso avrebbe farli soffrire a questo punto? C'è un giorno in cui gli scaffali grigi in cucina perdono tutta la loro ironia e capisci che sei povero e basta. Piacere, io sono il precario di cui tutti parlano, piacere. Tutto questo, e molto di più, nell'ultimo film di Virzì, che dovete andare a vedere, e vi ricompenserà degli ultimi cento euro sbattuti via in film italiani bruttini. Oppure (se preferite il mezzo bicchiere vuoto) Tutta la vita davanti è il motivo per cui spenderete i prossimi cento euro in film italiani bruttini, nella speranza di trovarvi davanti a qualcosa che sia vivo e dolente almeno la metà di questo. Peraltro è un film pieno di difetti. Ma si perdonano da soli, perché la struttura tiene, e ritaglia un pezzo d'Italia così fresco che sanguina ancora.

Dunque la commedia all'italiana, quella amara senza remissione, si può ancora fare. Viene spontaneo chiedersi cosa ha capito Virzì che tutti gli altri no. Basti pensare che Tutta la vita davanti inizia esattamente come Giorni e nuvole di Soldini: si discute una tesi di laurea. Prego confrontare. È evidente che Soldini, alla cerimonia della Discussione della Tesi, ci crede davvero: lo spettatore è tenuto a emozionarsi con la Buy e coi parenti, a incuriosirsi per l'affresco perduto, a entrare nella famiglia, compresa la festa nel superattico con l'orchestrina che suona i successi dei New Trolls, Soldini, ma sei fuori? Ma secondo te uno spettatore sotto i 35 si può in qualche modo commuovere per dei radicalchic che si trovano all'improvviso con le pezze al culo? In realtà cominci a odiarla da subito, la Buy; non vedi l'ora che cominci a prostituirsi per l'affitto e resti deluso quando non ce la fa (nemmeno una piccola prestazione sotto forma di adulterio col capufficio) per pigrizia più che per nobiltà di cuore. Per contro la Discussione di Virzì è già, dopo pochi secondi, irrimediabilmente grottesca. E funziona. La grande commedia italiana era grottesca: Virzì l'ha capito, quasi tutti gli altri no. Sono sempre in cerca di scenette commoventi e personaggi da perdonare, ma chi l'ha detto che il cinema debba perdonare qualcuno? E qualcuno così simile a voi, poi? Avete sempre paura di calcare i toni. Ma date un'occhiata all'Italia vera, e vi accorgerete che è la realtà che calca i toni. Per quanto Virzì possa spingere il pedale del grottesco, non riuscirà a mostrarci un Paese meno verosimile di quello in cui viviamo. Non è tanto Virzì il bozzettista, siamo noi puri bozzetti. Telefoniste in crisi di nervi, elettrodomestici fasulli, giovani rappresentanti che ne appioppano dieci ai parenti per restare in quota e poi piangono come vitelli, caporedattori trucidi, mitomani in carriera, giovani cervelli rinchiusi per cinque anni a studiare filosofi inutili, che il primo giorno in cui mettono il naso davanti a Canale 5 vanno in estasi ermeneutica: tutto questo è grottesco, ma è la realtà in cui vivo io, e fidatevi che ci vivete anche voi. Quando la telefonista bionda cede al suo destino di puttana ci resto male più che per cento margherite buy che non conoscerò mai, mentre quell'anello mancante tra la scimpanzè e la sciampista mi basterebbe accostare un attimo per conoscerla.

Un film sulla periferia, un film sui ventenni, che, pensate, addirittura scopano: molto in fretta, in verità (non disponendo di seconde case al mare), e con un certo risentimento. Ventenni apolitici, che se se entreranno per caso a vedere Tutta la vita davanti sarà perché lo hanno confuso con l'ultimo Vaporidis, oppure venivano a vedere Verdone ma la sala di fianco è già piena, oppure gli è piaciuta veramente l'orrida clip televisiva con la Ferilli che distrugge un cazzetto di plastica con un raccoglitore (chi lo direbbe mai, che è il ruolo della sua vita). Questa è l'Italia a cui Virzì vorrebbe parlare, anche se sa di poterci entrare in contatto solo di sguincio. Anch'io avrei preferito qualche minuto in più di Mastrandrea nel superattico, a giustiziare i fighetti di papà: ma è giusto glissare, la polemica con le conventicole stavolta è sullo sfondo. A fuoco c'è il sogno berlusconiano, senza nessun antidoto progressista e democratico, in tutta la disperazione di chi ci crede davvero, o si arrangia a crederci perché nessuno veramente offre di meglio. Ed è vero: nessuno offre di meglio, l'Italia è un multilevel marketing nella fase terminale, quando il capo non sa più che storie raccontare in banca e la moglie previdente lo ha scacciato di casa. E gli ideali, la solidarietà, la politica e la stessa cultura, sono cose di cui si è sentito parlare solo da lontano, scene di una recita od ombre sull'unica parete che conosciamo.

È un film che fa male, ma credo che resterà. Tra vent'anni qualcuno resterà a casa un pomeriggio per guardarlo con la madre su un lettino d'ospedale. Invece non so se all'estero saranno in grado di capire. Per esempio, come si fa a tradurre “tapiro di coccio”? Come si fa a spiegare una battuta che non fa ridere, nemmeno la prima volta, e invece ti stringe il cuore? O è lo stomaco? Ma all'estero hanno altri cuori, altri stomaci.

"Ti conosco, tu sei quello che distribuisce i volantini, ma di politica. Io però non li ho mai letti".
Comments (23)

too old to rock'n'roll, too young to fuck

Permalink
Un secolo di sesso

Io la scena di sesso tra Moretti e la Ferrari ero riuscito a evitarla; poi però mi hanno portato al cinema. Così, capite, alla fine me li sono trovati davanti. Mentre facevo i miei sforzi per non distogliere lo sguardo cercavo comunque di pensare ad altro, e mi è venuto in mente un vecchio discorso sul motivo per cui gli unici dischi che oggi vendono un po' sono quelli per quindicenni o per rincoglioniti. O Tokyo Hotel o Elton John, insomma, il resto è quasi fuori dal mercato. E il motivo, naturalmente, è che se hai più di 15 anni o meno di 45 anni, non c'è nessun motivo per cui tu debba comprare dei dischi in un negozio: c'è Internet.

La cosa funziona probabilmente anche per il sesso al cinema. Fino a metà Novanta era abbastanza normale andare al cinema e vedere persone normodotate che facevano sesso. Di solito erano giovani, meglio se nella ventina, per il semplice motivo che il sesso bello da vedere è quello lì. Il resto, per carità, può anche piacervi, ma era nicchia, e per trovarlo bisognava andare negli scantinati dei videonoleggi.

In seguito il sesso è quasi scomparso, tanto che quando un regista decide di mostrarne un po', fa notizia. (Se ci riflettete è strano, no? Che nell'era digitale un po' di sesso su pellicola faccia notizia). Nel frattempo gli americani sono entrati in una specie di era vittoriana in cui il sesso si può fare solo vestiti. In Italia invece è ancora consentito spogliarsi, ma davvero è come se mancasse una generazione. D'altro canto vale lo stesso discorso della musica: se vuoi vedere una scena di sesso tra giovani, l'ultimo posto dove vai è al cinema. Nell'era di youporn per cercare sesso spinto al cinema bisogna essere rincoglion... un po' avanti con gli anni. E siccome al cinema ci si va per specchiarsi, il risultato eccolo qua: la scena di sesso tra Moretti e la Ferrari, che in due sfiorano quasi i 100 anni d'età. Faccio un appello ai lettori cinefili: avete mai visto in un film un sesso così vecchio? I film col vecchione sedotto dalla fanciulla non valgono: quelli sono appunto costruiti sul contrasto d'età (e comunque non mi viene in mente nessuna scena scabrosa). Qui invece si sono due persone normali che fanno un sesso abbastanza standard, salvo che sono vecchi. O meglio: in qualsiasi altro Paese sarebbero vecchi. In Italia no, in Italia sono nella media. Sono i soliti borghesi quaranta-cinquantenni coi problemi esistenziali, la casa al mare e parecchio tempo da perdere. La sensazione è che davvero facciano più sesso loro che noi.

D'altro canto, devono proprio mostrarcelo? Non fraintendetemi, non è pruderie - o forse sì? A un certo punto mi sono sorpreso a pensare "Ma non avete mica intenzione di farlo vedere all'estero, vero?" Il fatto è che di tutto il sesso del mondo, quello di cui siamo meno curiosi è sempre quello dei nostri genitori. E il fatto che lo vedano gli altri, che addirittura lo vedano i francesi, o i tedeschi, o i marziani nel Tremila, "ecco, vedete, gli italiani facevano sesso così, fuori dalla finestra fertile, e infatti si sono estinti" - brrr.
Comments (33)

ehi, Margherita, guarda qui!

Permalink
L'illuminazione l'ho avuta al cinema, naturalmente. Stavo guardando l’ultimo film di Soldini, quando all’improvviso ho capito (finalmente) perché in Italia si fanno quasi solo film bruttini.

Guardate che è una cosa da niente. Però si vede che non c’è ancora arrivato nessuno.
La fotografia è ok – certe volte è proprio ottima. I costumi sono sempre buoni. Il montaggio, professionale.
Gli attori forse un po’ legnosi – ma non è colpa loro, coi dialoghi che devono recitare.
I dialoghi sono banali, ma non è questo il problema – con dei soggetti così, neanche Shakespeare avrebbe delle buone battute. Quindi il problema è il soggetto.
Secondo me nell’industria cinematografica italiana manca un ruolo fondamentale: credo che si tratti di un signore che sta in un ufficio e fuma un sigaro. Non so perché il sigaro mi sembra così fondamentale. È una cosa che puzza e incute rispetto.
Questa persona non dovrebbe leggere i soggetti, badate bene. Tutti sono buoni a leggere i soggetti. Questa persona dovrebbe semplicemente ricevere i soggettisti quando sono a metà lavoro.

Giorni, nuvole e uomini verdi
(OCCHIO: SPOILER!)

PERSONA COL SIGARO: Ciao, che piacere. Ti dispiace se fumo?
SOGGETTISTA: Parecchio
PCS: Fa lo stesso. Pof, pof. Come va col nuovo soggetto? Procediamo?
SOG: Cough. Sono più o meno a metà, infatti sono qui.
PCS: Eh, già. Me ne vuoi parlare?
S: Credo di non aver scelta.
P: Ho sentito che è una storia di quarantenni. Ottimo. I quarantenni ne andranno matti.
S: Già. Beh, in effetti, c’è questo ingegnere, sposato, con figlia già fuori di casa, che perde il lavoro. I suoi soci lo estromettono dall’azienda…
P: Ah, bello. Sotterfugi, tradimenti, coltelli alle spalle. Questo nel primo tempo, immagino.
S: No, in realtà è già successo quando il film comincia.
P: È tutto già successo.
S: Già.
P: Quindi niente sotterfugi, tradimenti…
S: No, preferivo concentrarmi sul dramma interiore.
P: Eh, beh, già, il dramma interiore. Insomma, questo qui perde il lavoro, e poi che fa?
S: Ne cerca un altro, ovviamente. Però non lo trova.
P: Finché?
S: Finché nulla, non lo trova e basta.
P: Sì, e siamo più o meno a dieci minuti di pellicola. E poi cosa succede?
S: No, veramente il film finisce così.
P: Pof.
S: Cough.
P: Non sapevo che tu stessi lavorando a un cortometraggio.
S: Infatti è un lungometraggio.
P: Ma insomma, fammi capire, come fai ad arrivare all’ottantesimo minuto? Cosa ci metti?
S: Beh, per esempio, a un certo punto gli mancano i soldi e si ricorda che c’è un suo amico che gliene doveva… allora lui va a prendere un caffè con questo amico…
P: Aaaah! Ho capito! E quindi flashbacks, nostalgie, il bel tempo che fu…
S: No.
P: No? E i soldi glieli rende?
S: No. Trova una scusa qualsiasi e non glieli rende.
P: E lui s’incazza e lo mette sotto con la macchina!
S: No. Esce dal bar.
P: Tutto qui?
S: Beh, è un po’ scosso.
P: Ah, è un po’ scosso. E il debitore poi che fa? Si sente in colpa? Rimorsi, rimpianti, sussurri e grida?
S: Nulla. Non fa nulla. In effetti è un personaggio che non torna più.
P: Quindi, fammi capire, il tizio gli chiede i soldi, lui gli risponde "non te li do", il tizio si arrabbia e se ne va.
S: Esatto.
P: Pof. Appassionante.
S: Non mi piace questo tuo sarcasmo.
P: No, hai ragione, scusa. Siamo professionisti. Però finora siamo più o meno a quindici minuti. Non riesco a capire come… insomma, cosa succede in questo film? Per esempio, la moglie…
S: Ah, la moglie è il personaggio più interessante! È quella che reagisce meglio, rinuncia al suo lavoro di ricercatrice, si ritrova in un call center, e poi…
P: Gli mette le corna?
S: Beh, ma non è importante.
P: Come non è importante. Gliele mette o no?
S: Beh, una sera, con un collega affascinante…
P: Aaaah! Il bel tenebroso! La scena di sesso!
S: Ma no, macché. Al primo bacio stacchiamo. Tanto se ne pente subito e torna a casa molto nervosa.
P: E lui la mena! Dimmi almeno che la mena! Dimmelo!
S: Mah, in effetti…
P: Oooh! Finalmente! La violenza domestica!
S: Bah… appena una strattonata, nulla di più.
P: E poi?
S: E poi si lasciano.
P: Beh, almeno è qualcosa.
S: Sì, ma solo per mezza giornata, poi tornano assieme.
P: Pof.
S: Cough.
P: Pof.
S: (Fa per andarsene) Va bene, ho capito, il mio soggetto non ti piace.
P: Ma no! Come fai a dirlo, non l’ho nemmeno… senti, fa una cosa. Prova a raccontarmi la scena più emozionante del film.
S: La scena più emozionante?
P: Quella che secondo te farà venire l’ansia allo spettatore! Quella che gli spettatori si ricorderanno a dieci anni di distanza. Raccontamela.
S: Dunque, beh, in effetti c’è… c’è questo 45enne che ormai per vivere si arrangia coi lavoretti, no? e sta incollando della carta di parati in una stanza. Poi prende la carta, sale su una scala e… e si rende conto che non è in grado di farlo. A quel punto…
P: La scala cade!
S: Ma no, per carità. È lui che scende dalla scala e se ne va. Torna a casa e si versa un bicchiere…
P: Di whisky secco. Si dà al bere.
S: …d’acqua. Cough.
P: Questa è la scena topica.
S: Esattamente. Cosa ne pensi?
P: Pof. Vuoi sapere cosa ne penso. Beh, in effetti la disoccupazione è un bel problema. Di solito i quarantacinquenni disoccupati picchiano i partner, si danno al bere, fanno incidenti stradali.
S: Ma non sempre, via.
P: Ma li leggi i giornali? Le statistiche sulle violenze domestiche o sull’alcolismo? C’è un sacco di gente a cui succede. Ma nei tuoi soggetti no. Nei tuoi soggetti la gente beve bicchieri d’acqua, si strattona appena e poi si chiede scusa immediatamente.
S: I miei sono soggetti realisti. La realtà…
P: La realtà è molto più emozionante e tragica dei tuoi soggetti! E comunque noi stiamo facendo cinema! In novanta minuti è normale che calchiamo un po’ i toni! Io sono stanco di andare al cinema e vedere gente che ha una vita più noiosa della mia! Sono stanco di dover dire a Margherita Buy “Ehi, Margherita, pianta la lagna e guardami, la mia giornata da questa parte dello schermo è più ricca di colpi di scena del tuo copione!” È una cosa che succede solo nei film italiani! Negli altri paesi agli attori succedono le disgrazie per davvero! Se due litigano, si fanno male! Se c’è una scala pieghevole, prima o poi cade! E magari cade sul passeggino del bambino! Guarda solo a quando avevamo Muccino…
S: Muccino mi dava la nausea. Troppo movimento.
P: Appunto. Muccino usava storie banali come le tue, ma ce ne metteva tante e shakerava! Se voleva parlare del 45enne disoccupato, ne parlava… però nello stesso film ci metteva anche la moglie insoddisfatta, la figlia velina, il nipote pusher, la nonna demente…
S: Il nonno demente ce l’ho messo anch’io.
P: Oooh! Finalmente una buona notizia. E cosa fa? Mena gli infermieri?
S: No, macchè. Sta in camera sua buono buono e… (cough)
P: E…
S: Guarda i pesci rossi.
P: Ma non ci credo. Ma l’hai mai visto un vero vecchio demente? Ma non lo sai che sono spettacolari? Dicono cose bibliche e terribili! E sono anche violenti! Prendi il film dei Simpson, ecco, fammi una scena tipo nonno Simpson in chiesa.
S: Ma il dramma interiore…
P: Un nonno che sragiona e picchia gli inservienti non ti sembra abbastanza drammatico? Insomma, qual è il problema con te? Hai paura di far succedere cose brutte ai tuoi personaggi? Ma sono personaggi, mica persone vere.
S: Lo so, però…
P: Tu li devi odiare i tuoi personaggi. Come Dostoevskij. Se Dostoevskij avesse amato Raskolnikov, non gli avrebbe mai permesso di ammazzare la vecchia.
S: In effetti, ammazzare la vecchia… è una cosa un po’ forte.
P: Se Flaubert avesse amato la signora Bovary, non le sarebbe successo nulla di male, e il libro sarebbe una palla tremenda.
S: Ma quel libro è una palla tremenda.
P: Auf. Se Manzoni avesse amato Renzo e Lucia… ma che te lo dico a fare. Facciamo così. Il tuo soggetto va bene.
S: Sul serio?
P: Fino al primo tempo. Nel secondo tempo atterrano gli alieni.
S: Eeeeh?
P: Dopodiché… continua tu. Vediamo cosa sei capace di fare.
S: Ma il dramma interiore?
P: Il dramma interiore sarà fi-ghi-ssi-mo. T’immagini? “Sono un ingegnere disoccupato 45enne, mantenuto da sua moglie e… che altro c’è adesso? Oh, no. Pure gli alieni! Tutte a me, capitano”.
S: Cough.
P: Magari salta fuori che gli alieni hanno una proposta di lavoro interessante. Lui fa carriera, diventa manager risorse umane, esternalizza tutti i call center su un asteroide e sua moglie resta senza lavoro. Pensaci.
S: Cough cough.
P: Le scenate della moglie: In questo modo tu penalizzi il made in earth! E lui: Me ne frego del genere umano! Cos’ha fatto per me il genere umano?! Ha ha ha! È una risata diabolica, senti? Mi piace quando nei film fanno le risate diaboliche. Cosa ne pensi?
S: Penso che tu… cough… penso che quelli come te…
P: Sì?
S: State distruggendo il cinema italiano.
P: Già. Ed è divertente. Ha ha ha. Allora mi raccomando. Gli alieni sul golfo di Genova. Sarà una cosa fighissima. M’immagino già le locandine. Pof.
Comments (32)

il noioso Paese che è il mio

Permalink
Io non mi sento italiano
(ma per fortuna, o purtroppo, lo sono)

A me Tarantino, quando dice che il cinema italiano non gli piace più, ricorda una comparsa di un vecchio film di Scola, una vecchietta inglese in un ristorante che dice: "quando eravate poveri eravate più allegri". O dice simpatici? Non mi ricordo nemmeno il nome del film.

Quando eravamo poveri in effetti avevamo una delle cinematografie migliori al mondo. Poi siamo diventati un po' meno poveri, ma eravamo ancora abbastanza pitorèschi, e facevamo buoni film di genere. Quelli che piacciono a Tarantino spesso sono stati girati da registi psicopatici, o comunque sensibili alle psicopatie degli spettatori, che pagando il biglietto volevano donne nude appese ai lampadari, donne in pasto ai cannibali, donne straziate dai coltelli, donne colate nella soda caustica, insomma donne nude e pronte da ammazzare. È vero che questi film non li facciamo più. Avremmo anche pudore ad andare alla cassa a pagare il biglietto. Per cui a Tarantino non interessiamo. Ma fosse solo Tarantino. È allo spettatore moderno, è al mangiatore di popcorn globale che interessiamo sempre meno. Anche se continuassimo a sfornare capolavori – che, bisogna dire, non sforniamo.

Poi c'è un altro problema, che non riguarda Tarantino, ma lo spettatore del circuito d'essai globale. Noi italiano che non sappiamo più fare B-film (non siamo più abbastanza poveri, o psicopatici), in teoria dovremmo essere ancora in grado d'interessare almeno lui. Abbiamo in effetti ottimi registi, anche giovani. Questa stagione, pure molto scarsa, come minimo ci ha dato un buon Crialese e buon Amelio, e scusate se è poco. E invece no. Lo spettatore d'essai preferisce i filmoni cinesi cappa-e-spada o quelli statici cielo-mi-s'è-allagata-la-vallata. O i picchiaduro coreani. O quei film immobili iraniani. O i musical indiani. Insomma, qualunque cosa che sappia un po' d'oriente, al limite un po' di meridione, in una parola: esotico. E noi non siamo esotici. Nemmeno un po'.

A un certo punto – decidete voi quale – ci siamo bloccati. Abbiamo smesso di essere un Terzo Mondo allegro e pittoresco, senza diventare quel famoso Paese Normale.
Non siamo abbastanza normali per fare da location neutra ai film moderni, che parlano delle cose che succedono oggi agli spettatori moderni e globalizzati. Quei film vengono bene negli USA, che sono il Grande Dovunque. Con qualche aggiustamento si possono ambientare anche in Francia, o in Inghilterra. Al limite in Germania. La Spagna, fateci caso, è ancora una location vagamente esotica. L'Italia no.

Si possono raccontare in Italia storie "esportabili", che parlino al mangiatore di popcorn tedesco, o francese, o USA, dei suoi precisi problemi? Si può fare, per esempio Muccino lo faceva (ed è anche riuscito ad esportarsi). Ma è difficile farlo bene, e probabilmente il mangiatore preferirà il prodotto di un altro Paese.
Quanto all'esotismo, capirai. L'ultima cosa che c'è rimasta è la criminalità, e tutti i dibattiti sul cinema o la letteratura "di genere" che si fanno ormai da 15 anni a questa parte sottointendono questo: i cineasti e gli scrittori italiani, se vogliono sopravvivere alla globalizzazione, devono riconvertirsi alle storie di malavita, l'unico prodotto ancora esportabile. Con ovvi rischi d'inflazionare il prodotto.

La nostra bella Repubblica ha tanti problemi. Uno di questi, evidenziato da Tarantino, è che è poco interessante. Non è abbastanza normale e non è più esotica. È una nazione con un grande passato. Gli americani, quando vengono a farci i film, vorrebbero ancora mettere la scena in cui un macchinone viene bloccato dalle pecore su una stradina appena asfaltata (c'è in un film del '94!). Probabilmente lo sanno, che l'Italia non è più così. Ma dal loro punto di vista è un peccato: quella scena è un classico, funziona, forse valeva la pena mantenerci nel sottosviluppo per continuare a girare scene così.

Io a volte scrivo dialoghi, e ho sempre paura che mi escano americani. Sin da bambino m'è parso di parlare un po' troppo come nelle sitcom americane, e di aspettarmi risate in sottofondo. Le situazioni delle sitcom sono universali. Tutto il mondo ci si specchia. Ma lo specchio è americano: le versioni italiane suonano sempre false, stanche, distorte, prevedibili.
Allora provo a metterci un po' di vernacolo. E plof! Cado nell'eterno bozzettismo italiano, buono per gli spot alimentari: l'emiliano bonaccione, il romano sarcastico, il napoletano pigro, il toscanaccio eccetera. Non se ne può più di queste cose, ma altre all'orizzonte non ce ne sono.

Io in effetti ieri avevo in mente di scrivere il mio temino sul fatto che non mi sento italiano, non perché disprezzi il mio Paese, ma perché lo trovo un'entità astratta, che mette insieme cose che non conosco e vorrei non conoscere, e tiene fuori cose che invece sento appartenermi: che senza aver nulla contro nessuno, mi sento molto più a mio agio a Lione che Caserta.

Poi mi sono sentito falso, perché non è vero che non ce l'ho con nessuno, io, io, io in realtà ce l'ho con tutti. Ce l'ho coi meridionali, coi settentrionali e col centro. Con la plebe, con gli operai, con gli artigiani. Ce l'ho con gli industriali. Con gli sportivi e gli intellettuali. Coi giornalisti. Con la Scuola, l'Università e la Ricerca. Con l'arredo urbano. Mi danno anche un po' sui nervi gli appennini.

Tutto questo per ovvi motivi: il malgoverno, la corruzione, l'emergenza rifiuti, eccetera eccetera. Ma forse c'è una ragione più privata. Vorrei scrivere storie, e qui non ci riesco. È l'unico Paese che conosco veramente. Ma è un Paese poco interessante.

Poi mi riscuoto e cambio idea: non è vero. L'Italia è un'avanguardia di tutti i guai che verranno. Quando nacque il totalitarismo moderno, nacque proprio qui, dalle mie parti. Se c'è stato il rischio di una telecrazia in Europa, è partito dalla Brianza. La frontiera tra il Sud e il Nord del mondo passa da qui, è la frontiera mobile di tutte le facce scure che vedo in giro. Persino l'eventuale diluvio comincerà da qui. E io sono in prima fila.

Forse è vero che non mi sento italiano; pure l'Italia m'interessa. Come problema. È complicato, e io amo i problemi complicati. Viva l'Italia.
Comments (18)

c'era tanto tempo fa un'antica civiltà

Permalink
Morire per gli Ozpetechi?
Una storia originale e bellissima di amore e amicizia, che si svolge in una famiglia allargata, in cui convivono coppie etero e omosessuali, ex amanti e futuri amanti. (Onemoreblog)

Il peggio del cinema italiano. E non lo si dice esagerando: Saturno Contro ha tutti i difetti possibili immaginabili, tutte le mancanze che tengono ancorato il nostro cinema ad un livello bassissimo, incapace di raccontare altro che "crisi tra quarantenni" e tutte quello che ne consegue.
(Secondavisione)

Sono in mezzo a noi. Sono come noi. Soltanto un po’ più ricchi.
Siccome sono un po’ più ricchi, colti e raffinati, gli Ozpetechi non hanno così tanto bisogno di Pacs o DiCo o QuelCheSia. Già c’è l’amore; poi c’è qualche soldino da parte; se ti muore il partner vedrai che suo padre, legittimo erede, sarà sensibile e recettivo. Anche se era omofobo fino a un istante prima. “Volevo seppellirlo con sua madre, ma lei dice che preferiva essere cremato …” Massì, volemose bbene, no? Tra gente d’un certo livello, vuoi che non ci si metta d’accordo?

(Ma chi l’ha poi detto, che ogni film italiano debba riflettere per forza il dibattito contemporaneo. Uno va al cinema a Una va al cinema a svagarsi con le amiche, per il dibattito contemporaneo c’è Vespa, e Mentana in sovrappiù. Non è che se tutti parlano di DiCo Ozpetek debba per forza dire la sua. E se avesse voluto soltanto fare un film sugli amici suoi? Qualcosa in contrario? In fondo ci sono due attori maschi che si baciano, per il pubblico italiano è già abbastanza forte).

La coppia di gay benestanti. Uno stereotipo oppure no? Esistono in Italia coppie di gay non benestanti? Se ci penso bene, altroché. Per esempio, gli studenti. Esiste gente che a venti, trent’anni convive, e non è benestante per forza. Insomma, questa idea che si possa essere gay consapevoli solo a partire da un certo scalino di reddito, è uno stereotipo e anche pericoloso. Lo scalino c’è, ma non è economico.

Probabilmente è culturale. Dati in mano non ne ho, ma potrei scommetterci qualcosa: si è gay consapevoli solo a partire da un certo titolo di studio. I soldi insomma c’entrano, ma indirettamente. In fondo anche gli Ozpetechi, per quanto benestanti, sono abbastanza sobri nei gusti e nei consumi. Non voglio dire che bisogna essere colti per essere gay. Ma senz’altro la cultura aiuta a capire che si è gay, e che si può esserlo in modo relativamente sereno.

Il problema è che in Italia – solo in Italia? – la cultura è un lusso. Di conseguenza è un lusso anche la possibilità di farsi una serena esistenza gay. E qui arriviamo al punto: per quanto possa essere irritante la campagna anti-DiCo dei cattolici, io non credo che i DiCo siano una priorità. La priorità è la cultura. In Italia non ce n’è ancora abbastanza per tutti. Ce ne deve essere di più.
In Italia non esistono solo rodate coppie di ozpetechi che leggono buoni libri e si guardano un film tutte le sere. Oso dire che gli ozpetechi non sono che la punta di un iceberg. D’accordo che bisogna tutelare le minoranze, ma ricordiamoci che sotto il pelo dell’acqua c’è una quantità enorme di persone che potrebbe essere gay ma non lo sa, o non lo dice, o non lo ammette, perché non ha avuto a disposizione gli strumenti per capirlo, o per accettarlo. Questi strumenti sono culturali.

Io non so se l’orientamento sessuale sia un destino o una scelta, ma sono abbastanza convinto che la cultura sia lo sbarramento fondamentale, e non solo in materia di sesso. Da una parte c’è chi ha i mezzi per capire gli altri e capire sé stesso: dall’altra c’è chi deve attenersi a una serie di moduli stereotipati di comportamento: maschio vs culattone, in questo caso. Detto questo, siete liberi di combattere per i propri diritti di qua o di là. Io continuo a pensare che vada abbattuto lo sbarramento. Tutti dobbiamo avere libero accesso alla cultura; tutti dobbiamo essere liberi di indirizzare la nostra preferenza sessuale, o almeno di riconoscerla. Un’Italia un po’ più democratica, un po’ più scolarizzata, un po’ più colta, sarebbe anche un po’ più gay. E un Italia un po’ più gay non avrebbe bisogno di tanti cortei e chiacchiere per vedere riconosciuti i propri diritti in Parlamento, Vaticano o non Vaticano.

Viceversa in questa Italia, con la scuola e l’università un po’ allo sfascio, sembra che il governo debba cadere perché non riconosce qualche diritto in più a una minoranza di fighetti con appartamento di proprietà in centro. Sul serio, questo è il messaggio che rischia di passare. Attenzione. Con tutte le minoranze da tutelare che ci sono in giro, a me non va di morire proprio per gli Ozpetechi. C’è gente che sta peggio (anch’io, forse, per esempio).

Comments (16)

de te fabula?

Permalink
Il film non partiva neanche male.
La prima scena è una matrioska, contiene tutto il film liofilizzato. Bonolis e consorte, a teatro, guardano uno spettacolo che è scemenza pura. (Lo spettacolo è Commedia Sexi, appunto). Tutti ridono, tranne Bonolis un poco imbarazzato. Questi sono gli italiani, dice. Questa è la gente che ce tocca governà. E la moglie: maddai, in fondo è divertente.
Lo spettacolo finisce sulle note di “Tutti fanno le corna, e chi se ne frega, ecc.”; la moglie esce, Bonolis si attarda nel camerino con la ballerina e… ripete, per filo e per segno, la scenetta che ha appena visto recitare. È un ipocrita, è ridicolo, è farsesco, ma è credibile. La realtà imita la farsa, quindi non bisogna disprezzare la farsa: parla di te. Quindi non bisogna disprezzare le commedie sexy. Quindi ho fatto bene ad andare a vedere Commedia Sexi?
No.

Nessun popolo si merita questo

Mettiamo in chiaro una cosa: non sono fiero di quello che sto facendo. Non ci vuole nessuna abilità a parlar male di Commedia Sexi. Chiunque è capace.
Io avrei voluto essere l’originale fantasista che riesce a parlare bene anche di Commedia Sexi. Se ce l’ho fatta con Muccino, perché no?
E mettiamo in chiaro un’altra cosa: nessuno si aspetta che D’Alatri faccia il Bergman. Ma neanche il Pietro Germi. In effetti, nessuno si aspetta molto da D’Alatri.
Giusto qualche sorpresa. Commedia Sexi dovrebbe essere il film che, senza pretese intellettuali, ti piazza lì un paio d’istantanee riuscite, sicché io dovrei uscire dalla sala pensando: in fondo la vita è così. Più farsa che tragedia. Più D’Alatri che Bergman.
E invece no, più ci penso e più mi sembra una tragedia. Non tanto la vita in generale, ma il tempo e il denaro buttato via in Commedia Sexi. Una farsa con delle pretese. Benissimo, andiamo a vedere queste pretese.

Non si può fare il cinema se non dialogando con il popolo, questo film è stato realizzato per rispondere a delle necessità espresse, cercando di apportare qualche cosa di nuovo.

L’ambizione del film è divertire il pubblico natalizio con qualcosa di popolare, originale, moderno. E cioè? Una storia di corna. Ah però. Il pubblico resterà senza fiato. Il pubblico poi sarebbe lo stesso (un po’ imbolsito) che andò a vedere il primo panettone dei Vanzina e ci trovò Christian De Sica a letto con un uomo. Sembra fantascienza, ed era il 1983 (Moonlight shadow). Per dire che sì, ci tocca rimpiangere i Vanzina. Loro qualche istantanea l’azzeccavano.

D’Alatri manco ci prova. Lui si affida all’intreccio, tutto basato su un’idea di un’inconsistenza singolare: se una velina ha una storia con un politico, basta intestare tutto all’autista, e nessuno sospetterà niente. Ma proprio nessuno. Anche quelli pagati per sospettare. Non solo: ma l’autista entrerà nello star system dalla porta principale, perché tutti sono curiosissimi di conoscere un mister nessuno che paga le bollette a una velina. È storia di tutti i giorni, no? Le pagine del gossip sono piene di mister nessuno che fanno innamorare donne bellissime.

E poi ci sono gli attori. Con la farsa vai tranquillo: devono essere macchiette. Se davvero hai qualche pretesa, puoi chiedere all’attore di lavorare sulla sua macchietta, di problematizzarla un po’, di trasformarla in un personaggio. Il mito della commedia all’italiana nasce così. Persino Goldoni è partito così: prima canovacci con le maschere, poi sempre meno maschere e sempre più persone.
Qui invece si assiste al fenomeno contrario. Una manciata di attori magari anche buoni che s’ingegna a trasformarsi in macchiette per il gusto del pubblico bue. È la farsa del Cuoco Porco e della Moglie Ipocondriaca: indovinate un po’ chi hanno chiamato a indossare queste due mascherine. Ma non s'è un po' rotto i coglioni, Michele Placido? Lui è famoso financo in Afganistan, potrebbe fare il mafioso cattivo in qualche produzione di Karachi, non sarebbe più dignitoso di questo? Alla fine ci fanno una figura migliore Bonolis e la Santarelli, proprio perché nessuno si aspetta da loro niente che non siano già.

E poi c’è il Figlio Segaiolo, la Figlia Apprendista Zoccola, ma niente paura che tutto si sistema: basta andare in tv a Porta a Porta. Dove (in presenza del direttore di Chi, garanzia di moralità) accade un corto circuito logico: l’autista carezza la velina e implora alla moglie di tornare. Se fossimo in casa davanti alla tv gli tireremmo in testa il telecomando: siccome siamo al cinema ci tocca dargliela per buona. Se Bonolis è un ipocrita, il suo autista chi è? Perché gli deve andare tutto bene, visto che mente esattamente come il suo padrone? Soltanto perché il padrone è il padrone e Arlecchino è un suo servitore?

E perché la tv deve guarirci da ogni male? La figlia non ha più bisogno di psicologi, la moglie cornuta può buttar via pillole e flaconi. Non c’è niente di più salutare di una spaghettata su un terrazzo con una velina e il suo maestro di danza. Tanto paga Pantalone Bonolis. Lui però deve finire disonorato, scornato, pussa via. Così impara. In fondo l’unica cosa che ha azzeccato D’Alatri è la gran voglia che c’è in giro di capri espiatori. E Bonolis ha il phisyque du role: oggi non c’è niente di più napoleonico del ruolo del Presentatore, dalla polvere all’altare alla polvere nel giri di sei mesi. Bonolis parla a nome di Moggi, di Savoia, di Lapo, di tutti i potenti che abbiamo trovato con le dita nella stessa marmellata che piacerebbe tanto anche a noi. Li prendiamo per il culo per un po’, e poi magari li riabilitiamo, in fondo cosa senza di loro non sapremmo di chi parlare. In casa o a Porta a porta.

Rimane una cosa da dire, un po’ imbarazzante. Il film fa ridere.
Non tanto me, ma le dieci persone che avevo dietro facevano confusione per cinquanta. E non si capisce per cosa, davvero. Battute memorabili non ce ne sono. A dire il vero non mi ricordo proprio una battuta che sia una. Forse è qualcosa che mettono nel popcorn.
Ma davvero, a un certo punto ti sembra di essere come Bonolis all’inizio del film: sono davvero questi gli italiani? Il problema è che almeno Bonolis è un ipocrita: io no, io sono proprio così. Nessuna velina mi aspetta in nessun camerino, la gente tutt’intorno ride e io non mi diverto. È un problema solo mio? Guardo su internet. No. È un problema anche di Broono. Phew. Viva i blog.
Comments (18)

- il pezzo che lunedì non ti aspettavi

Permalink
(Il film non finisce così:

Nell'ultima scena il giudice sta per emettere la sentenza, quando la donna magistrato si volta verso il Caimano. Che la fissa, lo sguardo iniettato di sangue.
Ma la donna magistrato è Margherita Buy, che ha finalmente accettato la particina a cui teneva tanto l'ex marito! "Non mi chiamo Ilda", esclama, "il mio vero nome è Aittra…" E poi trafigge il Caimano con l'asta di una bandiera tricolore (oppure tutta rossa, non cambia niente); la polizia la bracca, lei fugge sui tetti, sparatoria, titoli di coda.
Io il film l'avrei finito così, prima di entrare in clandestinità).

Quello che segue è un pezzo sul Caimano. Già. Proprio così. Chi se l'aspettava.
Non avete ancora visto il film? Non importa, non svelerò niente di più di quello che avete già letto sui giornali (cioè, più o meno, tutto).

Il caimano – sbarazziamoci subito dell'argomento – non sposterà un solo voto da una parte o dall'altra. I film non spostano voti. Nel 2006, un film assolve alla sua missione se riesce a portare il grosso sedere dello spettatore occidentale su una poltrona diversa da quella di casa sua. Il cinema guarda a sinistra non per spirito di missione, ma di sopravvivenza, perché di solito questi spettatori strani che vanno a vedere i film su schermi grandi in sale buie sono più orientati a sinistra. Succede persino negli USA (a Hollywood è una gara a chi è il più liberal, ormai), figurati da noi.

Il caimano è un film irrisolto – dopodiché va bene lo stesso, i film non sono mica problemi, non è che un film risolto debba essere per forza più bello o interessante.
Il caimano, d'altro canto, era un film impossibile da fare. L'impossibilità era il risultato della somma di due difficoltà. La prima è Berlusconi. Non si tratta solo di una difficoltà di ordine pratico – realizzare un film polemico nei confronti dell'uomo più potente e ricco d'Italia. Ma di ordine estetico: a cosa sarebbe servita l'ennesima parodia di Berlusconi? E d'altro canto, si può mettere in scena Berlusconi senza trasformarlo in parodia? Lui stesso, nei filmati di repertorio, mostra quant'è difficile essere Berlusconi rimanendo seri. Berlusconi è la storia che si ripete in farsa, la barzelletta del nostro tempo: il ridicolo che lui stesso cerca di esorcizzare a suon di barzellette tristi.
Inoltre Berlusconi è il simbolo del berlusconismo: un fardello davvero troppo pesante per un uomo solo. La deriva morale, l'involuzione culturale, la corruzione al potere, si sono visti un po' dappertutto, nel mondo civilizzato. Ma soltanto in Italia questi fenomeni si sono presentati dietro alla faccia (tosta) di un solo individuo. Al punto che riassumere, in un'ora e mezza, quello che Berlusconi ci ha fatto era un'impresa impossibile, e forse nemmeno tanto utile. Perché, come dice il Moretti-personaggio, ormai chi voleva capire ha capito, e agli altri evidentemente sta tutto bene così.

La seconda difficoltà è la croce personale di Moretti: vale a dire il dover fare, ogni tanto, un film di Nanni Moretti. Un film che i giornalisti delle principali testate si precipiteranno a descrivere, dalla prima scena all'ultima, sui quotidiani del giorno dopo. Un film destinato a essere vagliato, sviscerato, da critici non solo cinematografici, alla ricerca di slogan e tormentoni in grado di riassumere lo spirito dei tempi eccetera. Un film persino più difficile del solito, perché stavolta Moretti doveva dare conto sia della sua stagione di effettivo impegno politico coi girotondi, sia del suo ritorno al privato nell'ultimo paio d'anni.
Ricapitolando, il film doveva:
– mettere in scena Berlusconi senza fargli il verso: niente battute tricologiche, niente imitazioni;
– pagare il tributo alle campagne giustizialiste dei girotondi: riassumere quindi per sommi capi il complesso intreccio di soldi sporchi, mazzette, collateralismo politico, ecc. ecc.
– allo stesso tempo illustrare il berlusconismo, un fenomeno che va ben oltre il malaffare: l'involuzione morale ed estetica di un intero Paese.
– essere un film di Nanni Moretti, vale a dire un film dove un borghese nevrotico lotta contro le avversità sempre nuove della vita, finché in un paio di scene cruciali non compie una scenata in pubblico o non si sfoga in casa rompendo qualche oggetto domestico.

Viste le premesse, c'è da essere contenti di come il regista sia riuscito a uscirne riducendo i danni; evitando di darci sia la parodia di Berlusconi che di sé stesso. Il suo eroe-tipo si è trasformato in un produttore di B-movies in crisi coniugale; un mascheramento parziale (un po' come quando Woody Allen in Hollywood Ending si traveste da regista di kolossal) che gli consente di esprimere anche la nostalgia per un tipo di cinema meno meditato, più viscerale, veramente autarchico. Il rischio di fare di Berlusconi una macchietta è evitato con un gioco di specchi: nel film ci sono 4 Berlusconi diversi; siamo tutti Berlusconi, come in Casino Royale eravamo tutti James Bond. Morale: Berlusconi forse perderà le elezioni e i processi, ma il berlusconismo ha vinto, ci ha penetrato, ha trasformato le nostre esistenze. E su questo siamo tutti d'accordo, non importa cosa voteremo il nove aprile. Tutto bene, poteva andare peggio. Ma anche meglio.

Il paragone con Il portaborse, ad esempio, è impietoso. I protagonisti erano più giovani, la trama più solida, le aspettative meno problematiche – forse Moretti dovrebbe recitare più spesso nei film degli altri.
Il caimano, alla fine, è un film che cerca di essere tante cose senza mai crederci davvero. Per prima cosa, non è un film girotondino, sulla misteriosa ascesa finanziaria di SB. Dovendo riassumerla per sommi capi, Moretti se la cava con una serie di flash-back immaginari che sono davvero capolavori di sintesi (un mezzo minuto di sederi di ballerine riassume tutta la degenerazione televisiva degli anni Ottanta), ma che rimangono comunque parecchio in superficie (certo, forse la cosa più bella del film è il flash della cassaforte: ma è uno spunto surreale che non viene più ripreso. Peccato: un Berlusconi surreale ci manca).

Non è neppure quel film epico – che forse aveva in mente Moretti – in cui un eroe ammalato di cinema trionfa sulle avversità della vita, e riesce a girare almeno una scena del suo capolavoro. In realtà non si capisce perché Silvio Orlando ci tenga tanto, a rovinarsi col Caimano. La sceneggiatura gli interessa relativamente, e non fa neanche in tempo a innamorarsi della regista. Forse vuole soltanto dimostrare ai figli che ha un lavoro importante, organizza i set e paga un sacco di gente.

Allora è un film socio-politico sul berlusconismo della vita quotidiana? Sul modo in cui Berlusconi ci ha reso tutti più meschini e gretti? È una chiave di lettura, ma non è che apra molte porte. In fin dei conti la trama 'privata' del film è la più banale del mondo (moglie vuole lasciare marito che non vuole), e non è che il berlusconismo c'entri molto, con la rovina finanziaria e famigliare dei personaggi. Non è a causa del Caimano che Margherita e Silvio Orlando si stanno lasciando (a proposito: perché si stanno lasciando?) E i figli – che per metà del film occupano la scena ballando e saltando – questi figli stanno crescendo nevrotici e iperattivi non a causa della tv berlusconiana, ma più semplicemente perché hanno due genitori separati e altrettanto nevrotici. È vero, Placido è un viscidone riuscitissimo, ma di qui a farne l'incarnazione del berlusconismo, ce ne passa. No. Il Berlusconismo senz'altro esiste, e ha ragione il personaggio-Moretti a dire che ha vinto: ma nel film è soltanto definito, evocato, non messo in scena. E dire che Moretti questo imbarbarimento lo ha descritto, stigmatizzato, esemplificato, per quasi vent'anni (senz'altro da Bianca a Caro Diario), con una cattiveria che è stata il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, proprio nel Caimano di tutta questa cattiveria non c'è quasi più traccia: Moretti non è mai stato tanto gentile coi suoi personaggi quanto col suo produttore frustrato, la sua regista lesbica, la moglie emancipata, i figli iperattivi. Non sono più macchiette: sono persone. E allo stesso tempo, non sono nemmeno personaggi. Non si capisce esattamente perché stiano assieme o perché divorzino.

Insomma, Moretti – che di solito non fa passi più lunghi delle sue gambe – si è lasciato convincere, per spirito di servizio, a un'impresa troppo ambiziosa: mostrare in un film solo il volto tronfio del potere e la miseria del privato. Mettere in un solo film Berlusconi e il borghese divorziato. Il punto in cui secondo me il Caimano fallisce è proprio nel dimostrare il ruolo di Berlusconi nel fallimento del borghese divorziato. Alla fine le due storie vanno avanti per compartimenti stagni. Si poteva fare diversamente? Io, per esempio, come avrei fatto? Non lo so. Probabilmente avrei saccheggiato Jonathan Coe, che con What a carve up! (La famiglia Winshaw, 1994), ci ha dato negli ultimi anni il migliore esempio di come pubblico e privato si possano intrecciare nella stessa narrazione. Invece di affaticarsi a ritrarre la Thatcher, Coe ha selezionato alcuni aspetti in cui il thatcherismo ha dato il peggio di sé: l'involuzione culturale, la privatizzazione della sanità, il cibo-spazzatura, l'intrattenimento-spazzatura, il giornalismo-spazzatura, il traffico d'armi. Questi sei aspetti si incarnano, nel romanzo, in sei personaggi: i membri della diabolica famiglia Winshaw. Coe non intendeva descriverli come figure a tutto tondo: gli è bastato tratteggiarli come villain dickensiani; quello che gli premeva è mostrare come le scelte prese da questi sei fantocci abbiano effetti indiretti, ma concreti e tragici, nella vita quotidiana dei personaggi del romanzo. C'è chi muore in un ospedale privatizzato, chi perde contatto con la realtà a causa del vhs.

E allora: io, dovendo ri-scrivere il Caimano, metterei in chiaro una cosa che Moretti non dice mai: quel cinema viscerale e strampalato che oggi non si fa più, non si fa più anche perché in ogni casa ci sono tre canali di Berlusconi – ed ecco che il protagonista avrebbe un vero motivo esistenziale per prendersela con lui. Farei dei suoi due figli due insopportabili berluschini, ipnotizzati dalla tv, pronti a pestare i piedi appena l'allenatore li tiene in panchina. Farei di sua moglie una quarantenne frustrata che cerca di aggrapparsi ai modelli femminili delle riviste patinate. E in mezzo a tutto questo metterei un po' di Caimano che prende decisioni, qui ci mettiamo un ripetitore, qui una televendita, qui una depenalizzazione, qui un attacco a due punte. Quelle piccole grandi decisioni che probabilmente ci hanno rovinato la vita. Io farei questo. Ma d'altronde, perché dovrei mai infilarmi in un guaio del genere? Insomma, onore al merito. Un film irrisolto è quasi sempre meglio di nessun film.

(Stanotte sognerò chele d'aragosta).
Comments (7)

Permalink
Se il narcisismo è la pretesa che il proprio autoritratto in quanto tale risulti di grande interesse per chiunque, l’autoreferenzialità estende il quadro all’album di famiglia e alla cerchia delle frequentazioni. Il riferimento funziona come referenza, cioè come riga di curriculum, quando evoca un padre nobile in qualità di garante delle ambizioni artistiche”
Enrico Terrone, Architettura di un luogo comune
(in realtà l'ho trovato su Dillinger).

Vasco – Resto del Mondo

Magari è un bellissimo film, Le chiavi di casa, io non lo so. Non l'ho visto.
Mettiamo che non abbia nemmeno letto niente: ho solo visto il trailer. Be', per capire che non può farcela a Venezia, con una giuria internazionale, basta il trailer. Basta Vasco Rossi, insomma.

Magari è pure una bella canzone, non lo so, ho sentito dieci secondi – che è quello che basta, a un italiano della mia età, a capire che si tratta di una canzone di Vasco (magari bella). E ad appuntarla nella mia memoria, giusto nel cassetto che contiene tutti i ricordi associati a lui. Con Vasco, da vent'anni, non è più questione di odio o amore, è questione di rumore di fondo, di paesaggio urbano. Riconosci la sua voce come riconosceresti un cartello stradale, o un'insegna di un tabaccaio, o la facciata del Duomo di Milano. La forza della voce di Vasco: qualcosa di identificabile immediatamente.

Questo cassetto, piuttosto fondo e disordinato, ce l'hanno tutti gli italiani della mia e di altre età. Anche quelli che Vasco non l'hanno mai particolarmente amato od odiato, come me, appunto.
Il mio cassetto poi non è che contenga un granché, alla fine. Partendo dall'infanzia: lo stereotipo del vitellone scoppiato di provincia, il fratello maggiore cattivo che vivaddio non ho avuto (quello che ti frega le merendine e ti finisce il vinavil a sniffate); Colpa d'Alfredo sul pulmino delle medie; il giro di chitarra di Colpa d'Alfredo (uguale a Siamo solo noi, a Brava, a Baba O'Riley, tutte canzoni di presa sicura intorno a un fuoco); lunghe serate passate in giro per le provinciali nei sedili didietro, da una pizzeria a una birreria, con l'autoradio che mi pettina con qualche versione live (il tutto prima che sopraggiungesse Ligabue a cantarci delle sue eroiche serate passate in giro per le provinciali nei sedili didietro da una pizzeria a una birreria); poi, un ricordo abbacinante: un valico alpino in Valtellina, il profilo terribile del Monte Disgrazia, e da dietro il monte una voce, anzi un coro, un coro di angeli che intona un'arcana melodia a tratti percepibile, che alla fine si rivela

Ti vesti svogliatamente
Non metti mai niente
Che possa attirare
Attenzione


Finché a un certo punto l'immagine di Vasco si cristallizza definitivamente nella figura dell'anziano vitellone too old to rock'n'roll, to young to die. Che poi tra il rock and roll e la morte ce ne passa di spazio, fortunatamente, ma è quasi tutto occupato dal Rimpianto. Così, da Liberi liberi in poi, la canzone-tipo-di-Vasco è una lagna intorno al male di vivere, e di convivere coi propri errori, e domani è un altro giorno, però ieri ho fatto un sacco di cazzate, ma magari le rifarei, a qualcosa sarà pur servito, etc.. Molto più simpatico le rare volte che si riscuote e si rende conto che è un organismo ancora perfettamente funzionante, e magari si masturba reggendo il telecomando del vhs con la sinistra. Per finire con lo spot di un cellulare pieno di gente in barca che si distingue dall'uomo comune, cioè io, che stavo in casa a sudare perché avevo da finire un lavoro. Ecco, è tutto qui il mio dossier mentale su Vasco.
Mica male, però, per un cantante che non ho mai né amato né odiato. Gli bastano dieci secondi, lo spazio di un trailer, e mi apre un cassetto con vent'anni di ricordi. Per forza lo chiamano a fare le colonne sonore.
Quest'anno ha fatto una canzone anche per il film di Castellitto-Mazzantini. Quella canzone – posso dirlo perché l'ho ascoltata per intero – è orribile, ai limiti dell'autoparodia. Il testo è tutto così:

Voglio trovare un senso
A questa situazione
Anche se questa situazione
Un senso non ce l'haaaaaa

(eeeeeeeeeeh)


Tutto nel solito birignao da modenese sfattone, che già ci faceva ridere sul pulmino delle medie, figurati da laureati. Nel frattempo Castellitto correva per i corridoi di un ospedale per salvare il cranio della figlia, o l'utero dell'amante, non ricordo, comunque qualcosa di tristissimo e solenne. E dagli altoparlanti Vasco proseguiva

Voglio trovare un senso
A questa condizione
Anche se questa condizione
Un senso non ce l'ha

(eeeeeeeeeeh)


Davanti a noi una coppia di sessantenni, educata, ascoltava la performance del rocker di Zocca mentre seguiva i disperati sforzi di Castellitto per rianimare il rianimabile. In quel momento ho capito un paio di cose.
Prima cosa: Vasco era diventato nazionalpopolare. Incolore. Non più appassionante o detestabile, ma parte del rumore di fondo, come gli spot pubblicitari o i cartelloni stradali. Negli '80, un sessantenne al cinema in quelle condizioni sarebbe uscito sdegnato: ma i tempi cambiano. Il programma di liscio romagnolo su TeleEmilia ha cambiato palinsesto, tra Castellina Pasi e Casadei mette su Doors e Steppenwolf. E Vasco Rossi è diventato adatto a un film per la grande distribuzione nazionalpopolare. Lo metti su, e a più di metà del pubblico gli si scoperchia un cassetto nella testa. Non stanno neanche ad ascoltare le parole (che son ridicole): la voce basta. La voce degli anni Ottanta, eravamo tutti più giovani e felici. Ma anche la voce del Rimpianto, la voce dei Quarant'anni: voglio trovare un senso a tutte le stronzate che ho fatto, un mantra che ti penetra e ti consola.

Seconda cosa: Malgrado le previsioni del saggio, Castellitto non avrebbe avuto la nomination. Ma neanche di striscio. Come il Leone ad Amelio: come si fa? Vasco Rossi in colonna sonora può funzionare più o meno dalla Valtellina a Lampedusa: niente male per uno di Zocca, Mo, ma non un centimetro di più. Appena metti il naso fuori dai confini, la sua voce evocativa non ti evoca più niente. Resta solo un signore di mezza età che sembra faccia apposta a stonare, su basi rock che ormai han fatto il loro tempo anche in Polonia. Come i cartelli stradali, che da una nazione all'altra possono cambiare di forma e di significato; come la facciata del Duomo di Milano, che oltre confine resta confusa tra le facciate di cento altre cattedrali; come l'insegna di un tabaccaio, che a uno straniero non può dire proprio niente: così la voce di Vasco Rossi. Inesportabile, incomprensibile: e quindi imbarazzante, sgradevole. Tutta l'ironia con cui l'abbiamo sdoganata per vent'anni, tutta quell'ironia lì, alla frontiera non ce la fanno passare.

Poi, chissà, magari il film di Amelio è un capolavoro. Ma la voce di Vasco è una spia importante, segnale di un provincialismo definitivo, almeno in fase di postproduzione. Tra la voce di Vasco e il resto del Mondo passa una frontiera linguistica, culturale. Noi vorremmo esportare il nostro cinema, vorremmo avere capolavori da mostrare a una giuria di esperti mondiali, ma non ci rendiamo nemmeno conto di dove passano le frontiere che vorremmo oltrepassare. E poi ci ritroviamo tutti qua, a riaprire i vecchi cassetti, a lucidare i vecchi giocattoli, a raccontarci le solite storie che sappiamo solo noi, che interessano solo noi. Come in un bar, un dignitoso bar di provincia. In attesa del Tarantino che verrà a rivalutarci, tra vent'anni però (se nel frattempo non svalutano lui).
Comments

Permalink
Questo pezzo va in onda arruffato e sconclusionato per uno sciopero del buon senso.



Non drammatizziamo, è solo una questione di… di...

Lost in translation.
Se mi sia piaciuto o no, francamente non lo so, e poi in fondo cosa importa. Volevo solo annotare qui la fine di un grande tema narrativo, che nel bene e nel male teneva duro sin dai tempi di Re Artù, l’adulterio.

In sostanza, per molti secoli i racconti per adulti consistevano in questo: un marito vecchio e scemo (Artù, re Marco), una sposina sveglia e fresca (Ginevra, Isotta), un baldo giovine probabilmente spiantato (Lancillotto, Tristano). Dal punto di vista psicanalitico, è chiaro che Lancillotto vuole competere col padre e giacere con la madre; da un punto di vista sociale, immaginatevi la vita di corte in uno di quei brutti castelli intorno l’anno Mille: i signorotti quarantenni, già brutti arnesi e reduci di guerra, sposano ragazzine quindicenni, non sempre, non necessariamente santarelline. Il minimo che possa fare la castellana nelle lunghe sere invernali è spassarsela coi paggi. I paggi, poi, non sono altro che i figli cadetti di amici del padre, destinati a un futuro di cavalleria di ventura: giovani, belli e inutili, irresistibili. Nei migliori romanzi cavallereschi s’intuisce che è la castellana a prendere l’iniziativa. Volendo potremmo cercare nell’adulterio narrativo qualche embrione di emancipazione femminile. Volendo. (Dopotutto questi romanzi li scrivono gli uomini, ma perché li leggano le donne).

Il modello del matrimonio “verticale” (lui quarantenne – lei quindicenne), combinato e d’interesse, formalmente va in crisi nell’Ottocento, secolo romantico. Nell’Ottocento le nozze combinate diventano ‘out’: si fa strada l’idea che marito e moglie debbano amarsi, addirittura prima di salire all’altare: che debbano essersi innamorati l’uno dell’altro. Questo nella fiction: la realtà continuava a essere piena di borghesi quarantenni pieni di soldi pronti a impalmare quindicenni spiantate con un quarto di nobiltà. Rispetto alle loro antenate medievali, queste povere ragazze non hanno neanche più la possibilità di conoscere dei paggi interessanti. Nelle lunghe serate d’inverno non resta che leggere romanzi d’amore. Non sorprende che il secolo romantico sia pieno zeppo di adulteri: Emma Bovary, Anna Karenina, Effi Briest… e in Italia? In Italia i romanzi sono più castigati, ma basta assistere a un qualsiasi melodramma che, come ha detto qualcuno, è quello spettacolo dove il tenore vuole andare a letto col soprano ma il basso non vuole (o era il baritono?)

Il modello del “matrimonio d’amore” dura molto meno del precedente, in Italia diciamo fino agli anni ’50: la generazione dei babyboomers non ci crede già più, ma anche i loro genitori, sposati da un pezzo, nel 1974 votano per il divorzio con buona pace della Chiesa e di Fanfani. In fondo, il matrimonio d’amore era ancora più oppressivo del matrimonio d’interesse, perché obbligava due persone a essere innamorate tutta la vita: il che, oggettivamente, è un po’ difficile. Tra ’60 e ’70 si ha la sensazione che il matrimonio, come ogni altra istituzione, stia per cedere definitivamente: nei film e nelle pièces teatrali del periodo l’adulterio è solo l’avanguardia della rivoluzione. Invece ci si continuerà a sposare, se non per amore per inerzia: e a tradirsi allegramente… sempre meno allegramente. Comunque l’adulterio continua a essere un argomento d’attualità nelle fiction fino a tutti gli anni ’80. E siccome sono gli anni della cultura di massa, conviene far notare quanto s’insistesse, nei film di serie B di quel periodo, sul concetto di “corna”, e quanto frequente fosse l’appellativo “cornuto”: oggi non lo è più.

Alla fine del secolo secondo me c’è una frattura, anche se non saprei dire dove. Per rintracciarla mi torna utile ragionare sui famosi film italiani ‘bruttini’. Uno a caso: Denti, di Salvatores. Il protagonista ha lasciato sua moglie “per passione”, col conseguente e già logoro strascico di alimenti da pagare e di figli palleggiati tra i due ex coniugi. Una situazione così, che nel 1970 era ancora fantascienza, nel 2001, ci sembra già un cliché più abusato di quello di Ginevra e Lancillotto. Ora il protagonista ha una nuova compagna, più giovane… e di conseguenza ne è gelosissimo. I rapporti d’amore sono sempre più simile ai rapporti di potere o di proprietà. Uomini e donne si attaccano e si staccano nel tentativo di salire qualche piolo della scala sociale. L’adulterio non è più infrazione alla regola, è la regola: dalla liberazione sessuale alla competizione sessuale. E siamo nel 2000. E poi? Negli anni successivi alcuni film italiani riscuotono un successo quasi sorprendente capovolgendo i termini: l’adulterio, proprio in quanto regola non scritta, ma ineluttabile, viene svuotato di senso, banalizzato, superato. Simbolo di questa banalizzazione è l’interpretazione di Raoul Bova nell’ultimo film di Ozpetek: ma anche gli adulteri di Muccino sono di una banalità che rasenta lo squallido: si combinano in cinque minuti (una volta era molto più difficile) e lasciano un amarissimo sapore in bocca al protagonista, che non chiede di meglio di tornare al nido familiare. Trent’anni fa l’adulterio poteva essere un’eroica trasgressione all’istituzione matrimonio: oggi un semplice matrimonio borghese, ordinario, diventa l’eroica trasgressione all’istituzione adulterio. Sì: noi riempiamo i cinema per guardare film che ci dicono quant’è faticoso ed eroico metter su famiglia: proprio mentre, paradossalmente, le statistiche sulle violenze domestiche c’informano che la famiglia è il posto meno sicuro in assoluto. Ma del resto che sfida sarebbe, se non ci corresse del sangue?

E Lost in translation cosa c’entra? Quasi niente. Di sicuro, non ha niente a che vedere con i film italiani bruttini. Ma a suo modo è un film che dovrebbe raccontarci un adulterio e non lo fa. E perché non lo fa? Perché sarebbe banale. Mi sembra di sentire gli sceneggiatori: “li facciamo andare a letto?” “No, troppo banale”. Banale come andare in un tempio buddista ed emozionarsi. O come essere bionde e anoressiche attrici di film d’azione. Roba da coatti. Le persone che hanno stile non tradiscono più i consorti: al massimo un abbraccio fraterno, una carezza paterna, e poi via, ognuno torna al nido che gli compete.

Gli unici che sembrano avere ancora un po’ di voglia di sesso extraconiugale sono i vecchi professori universitari: ne La Macchia umana Hopkins (già vedovo, però) si fa di viagra per soddisfare Nicole Kidman, nelle Invasioni barbariche un gruppo di docenti universitari si ritrova in uno chalet a ricordare le belle ammucchiate del tempo che fu. Patetici, e sanno di esserlo. I loro figli, i “Barbari”, emergono per contrasto: sono belli e pragmatici, fanno carriera, hanno già programmato matrimonio e figli, sanno che non si lasceranno mai e… non vogliono sentire la parola “amore”. (“I miei genitori non facevano che usarla: ti amo, ti amo, ti amo… non t’amo più”).
Poi grazie al cielo, c’è ancora qualche imprevisto.
Comments

Permalink
Seminario sulla (Meglio) Gioventùin 13 comode tesi. 



1. Perché, voi siete andati a vederlo al cinema? Due biglietti? Quattordici euro? Ma siete matti? 

2. Comunque temevo peggio. 


4. Dice (3 agosto): può funzionare come un Bignami "schematico e spiccio" della Storia d’Italia. Secondo me no: se non hai già seguito le lezioni, è un Bignami inutile. Perché ti mostra tutto, sì, ma non ti spiega niente. Esercizio: fingiamo di avere un bambino, oggi, subito (domani poi lo consegniamo a Maroni che ci dà 1500 Euros), fingiamo che lui, essendo nato in questo preciso istante, non abbia mai sentito parlare della generazione del sessantotto. Posizioniamolo sul divano e guardiamo insieme lui La Meglio Gioventù. “Papà, ma perché Matteo è così strano?” “Papà, ma perché Nicola e la sua ragazza occupano un’università?” “Papà, perché gli studenti picchiano i poliziotti?” (Invece il perché i poliziotti picchino gli studenti è chiaro: per difendersi). “Papà, perché la ragazza bionda è così nervosa? Perché scappa di casa e si tinge i capelli? Cosa va a fare? Perché le danno la caccia?” “Papà, ma perché volevano ammazzare il tipo con la barba, che è tanto buono e non ha mai fatto niente a nessuno?” “Papà, perché in Sicilia ammazzano i magistrati e poi fanno il funerale in diretta con gli applausi e le lacrime?” Allora uno cerca di spiegarsi il perché non l’abbiano visto in tanti. Secondo me chi ha un bambino davvero curioso ha cambiato subito canale. Ci dev'essere una vhs di Dragon Ball qui in giro, aspetta. 

5. Invece chi conosce già tutta la Storia se la gode, la Meglio Gioventù. Perché sa già esattamente tutto quello che succederà, in maniera quasi matematica. Siccome si passa per gli Anni Settanta, sai che qualcuno si darà al Terrorismo, e dopo un’oretta e mezzo ha già capito chi: la tizia più scontrosa. All’inizio c’è un operaio fiat siculo trapiantato a Torino. Indovinate cosa gli succede all’inizio degli Anni Ottanta? E un magistrato d’assalto: vuoi che non si trovi in Sicilia in un dato momento? Il solo un po’ imprevedibile è Matteo. Per il resto, la meglio gioventù piace perché ha ritmi di favola: ci piace farci raccontare le cose che sappiamo già, di volta in volta con qualche particolare in più o in meno. Ci piace ripeterci, ancora una volta, che prima ci fu l’alluvione di Firenze, poi Valle Giulia, poi gli anni di piombo, poi l’Italia vinse il mundial, poi… ci piace perché sappiamo già tutto. Mi chiedo all’estero cosa ci possano capire (forse all’estero può piacere per l’esatto contrario: non ci capiscono niente. Succede). 

6. “Sì, vabbè, ma la morale?” La morale è che bisogna sempre insistere coi propri figli, perché se smettono di fare i compiti e suonare il piano finiscono male (finiscono in prigione) ma d’altro canto se s’insiste troppo i figli si ribellano e poi si buttano giù dal balcone, insomma, è difficile prenderci.

7. Ma c’è un personaggio che invece ci prende, sempre: Lo Cascio. Davvero un bel personaggio. Sorride alla vita, ha sempre una possibilità davanti, sa prendere sempre la strada giusta al momento giusto, davanti a lui le acque si ritirano, i manicomi si svuotano (“maresciallo, se ne occupi lei”, e il maresciallo se ne occupa), i muti parlano e gli elettroscioccati si rilassano. Poi è un padre modello. Dopo due puntate e mezza diventa insopportabile, e cominciamo a chiederci cosa faremmo se lo conoscessimo davvero, uno così, se avessimo la ventura di trovarcelo in famiglia, fratello o compagno. Magari ci butteremmo dal balcone, oppure andremmo a fare la lotta armata, qualsiasi cosa pur di dargli un dispiacere. Ma lui è più forte di qualsiasi cosa: si tiene nostra figlia e si mette pure con la nostra ragazza. È lui, è lui, il vampiro degli affetti. L’ultima speranza è che sua figlia esca matta e gli infili il fioretto nello sterno. 

8. L’idea che gli stessi attori possano passare dai venti ai cinquantacinque anni con appena un po’ di trucco e qualche capello grigio (non tanti per carità), se ci pensate, ha dell’incredibile, e i posteri ci faranno degli studi sociologici (se non si limiteranno a riderci dietro). Alla fine della storia Lo Cascio dovrebbe avere più o meno l’età di mio padre. Guardo mio padre. Guardo Lo Cascio. Qualcosa non torna. C’è tutta una generazione che proprio non si rassegna all’idea di invecchiare. Lo sa, ma fa finta di niente. O non se ne rende proprio conto? 

9. Sul titolo. È sbagliato. “La meglio gioventù” è una canzone del ’15-18, non c’entra niente con i sessantottini. La meglio gioventù della canzone, quella “che va sottotèra” era la generazione della Grande Guerra. E volete mettere? Le agitazioni sindacali, il suffragio universale maschile, la guerra in Libia coi primi aeroplani, il Futurismo, e poi gli interventisti che si fanno mettere in galera e vanno al fronte volontari, e poi partecipare in presa diretta al più grande massacro organizzato della Storia; imparare a parlare italiano in trincea, perché il tuo dialetto non te lo capisce nessuno: e tornare a casa, tornare all’ordine, farsi il biennio rosso o l'impresa di Fiume, prendere la tessera dei Fasci di combattimento o di Ardito del popolo: e poi la marcia su Roma, il delitto Matteotti, gli attentati a Mussolini, la repressione, i fuoriusciti... Quella sì che è stata una generazione. Quella sì che ne ha vissute, di cose, e ne avrebbe da raccontare. “Nessuno vuole più raccontare la Storia di quegli anni, perché?” Ci provò Comencini, vent’anni fa, con una mossa strampalata e geniale: spostare il Libro Cuore negli anni Dieci, mandare Enrico e Garrone al fronte. Mi pare che non se ne ricordi nessuno. E adesso i babyboomers si sono presi pure il titolo. Del resto si sa: hanno fatto tutto loro, hanno detto tutto loro, prima di loro c’era il deserto e dopo di loro il diluvio. Il fioretto, il fioretto! 

10. Sapete che ho questa fissazione per i mestieri dei personaggi, no? E allora: che mestiere fa il padre?S’intuisce che è un maneggione. All’inizio sostiene di poter parlare a tu per tu con Natalino Sapegno. Ma poi scopriamo che ha iniziato vendendo arance al mercato. Insomma, qualcosa non quadra. Lui e quella veteroinsegnante di sua moglie negli Anni Sessanta a Roma mandano tre-quattro figli all’Università. Un’eredità nascosta, come nei peggio romanzi? Oppure è soltanto la fatica di dover occultare i rapporti di classe? È una famiglia di benestanti borghesi, che vanno all’Università perché se lo possono permettere, vanno a Capo Horn perché se lo possono permettere, si ribellano perché se lo possono permettere, metton su casa e famiglia abbastanza presto perché se lo possono permettere: poi vanno in crisi, ma si possono permettere anche quella (mentre l’operaio sempre allegro deve stare). E la lotta di classe le risolviamo così, accomodando in una villa in Toscana il banchiere d’Italia con l’ex cassaintegrato. Davvero è andata così? Davvero passate ancora le serate a sbronzarvi con gli operai con cui dividevate gli alloggi? E questo forse è un altro motivo per cui non l’hanno guardato tutti volentieri, in tv. Metti i miei genitori: mio padre aveva appena messo su l’officina ed era ipotecato fino al naso. Mia madre aveva deciso di smettere di lavorare e tornare alle magistrali per diplomarsi. Non erano “la meglio gioventù”, loro. Non se lo potevano permettere.

11. “Vabbè, Lo Cascio viene accoltellato da sua figlia, e poi?” E poi, dunque. Il figlio di Matteo torna a casa da solo perché la sua ragazza ha incontrato la figlia lesbica della taglialegna norvegese. L’anno dopo va a Genova per il G8 e incontra il figlio dell’amico proletario di suo padre che gli spacca la testa con un tonfa. Da allora passa tutti i pomeriggi sul divano a guardare La Vita in Diretta. Il banchiere con la barba l’11 settembre del 2001 era al World Trade Center per un importante dibattito sulla crisi finanziaria. L’ex moglie di Nicola scrive un libro sulla lotta armata, rilascia interviste, a un certo punto le chiedono di scrivere anche un film sulla sua esperienza, e lei lo scrive. Che ci vuole, dopotutto. 

12. “Perché nessuno vuole più raccontare la Storia di quegli anni?” Perché non la sapete raccontare. Sapete solo raccontarvela. Il che comunque è già qualcosa. 

13. E la Sinistra perde anche per questo motivo.
Comments (3)

Permalink
E buonanotte al giorno


1) “Vai a vedere Buongiorno Notte?”
“Sì, per cui non mi raccontare il finale”.
“Maddai…”
“Ti ho detto: non mi raccontare il finale”.
“Sono state le Bierre!".
“Maledetto!”

2) Io non l'ho visto e tendo a credere che sia bello. Ma sono l'unico in Italia a trovare imbarazzanti i capricci del suo regista e del nazionalismo di quart'ordine che lo pretendeva premiato a Venezia?
(Tieni duro, Ludwig, arriviamo).

3) Premesso che mi è piaciuto;

4) Come film in costume, poi, è riuscitissimo, senza voler strafare. La scena del pranzo partigiano, le signore ingioiellate che battono le mani al ritmo di Fischia il Vento, i maglioncini, le camicette, il servizio di piatti nella prigione del popolo che in casa mia ne avevamo uno uguale; e quando parte la grafica del Tg1 viene un sussulto al cuore. Quello che per Pasolini erano le lucciole, per noi è il cielo a pecorelle della Fine delle Trasmissioni (sulle note del Guglielmo Tell): se n’è andato e non tornerà mai più.

5) Fermo restando che è una libera interpretazione, un sogno, un mix di cronaca e fantasia (una cosa che va sempre più di moda), con la sceneggiatura che compare e scompare sulla scena; dato tutto ciò per scontato (e per accettato), la cosa meno storica sono senza dubbio i dialoghi. Bellocchio ha fornito a tutti i protagonisti un italiano corretto e semplice, a distanze siderali dalla sintassi involuta e prolissa che aveva contagiato un po’ tutti negli anni ’70. Massimi esponenti di quel verbosismo pastoso erano appunto Aldo Moro e le BR, e non c’è da stupirsi che Moretti e lo statista siano stati a tu per tu per quaranta giorni senza capirsi. Ma è probabile che parlassero come fiumi in piena, di Stato Imperialista e di convergenze parallele, il tutto nell’ottica e nella misura in cui. Per contro le battute dei personaggi del film sono elementari, evangeliche.
“Sei davanti a un tribunale proletario”.
“Ma come funziona questo tribunale?”
“Funziona che alla fine ti ammazziamo”.
“Ah. Posso scrivere a mia moglie?”
I brigatisti non parlavano così. Men che meno i democristiani.
Anche il mantra “la classe operaia deve dirigere tutto”, recitato in coro davanti alla televisione, stona un poco: i terroristi erano ottusi, come no, ma era un’ottusità diversa, razionalisteggiante, logorroica. Invece Bellocchio non resiste alla tentazione di trasformarli in preti, come fa con tutti i suoi antagonisti: e lo dice anche, ché non passi inosservato (“In fondo la sua è una religione, come la mia”). Alla fine i quadretti più grotteschi sono proprio quelli che coinvolgono “Il Santo Padre”: comprese le immagini da repertorio (quel baldacchino altissimo, traballante).

6) Che in cinquanta giorni di sequestro a qualcuno possano saltare i nervi, concesso: ma che i brigatisti siano già così nervosi sei mesi prima, quando vanno ad acquistare la casa… Il modo in cui si guardano attorno: sembra che abbiano già i carabinieri alle costole. Ma se sei così impressionabile non fai il brigatista, perlomeno non nel gruppo di fuoco.
Poi alla fine succede quello che succede sempre nelle sceneggiature: la donna si commuove e all’uomo vien voglia di fare del sesso. L’eterno femminino e l’eterno mascolino, anche se nella cronaca la brigatista interpretata da Maya Sansa partecipò ad altri sequestri e ammazzamenti. Qualcuno (giovane?) inevitabilmente penserà che sotto sotto i brigatisti non erano cattivi, se ancora avevano voglia di fare l'amore; e peggio ancora, che una donna non può essere così cattiva da ammazzare un vecchio.
Invece può.

7) “Ma se tutti ci sforzassimo di fare qualcosa, il mondo cambierebbe all’improvviso…” e alla fine resta nell’aria la domanda: abbiamo davvero fatto qualcosa per salvare Moro? Non i politici (quelli hanno fatto poco, e si sa), ma noi? Uno sciopero (indetto dai sindacati), una seduta spiritica, tante parole. Non è che Moro, oltre ad avere tanti nemici nel suo stesso partito, fosse anche molto meno popolare di quanto vogliamo credere? Negli anni Novanta la “gente” scendeva spontaneamente nella piazza per chiedere allo Stato di patteggiare con l’Anonima sequestri. Vent’anni prima la “linea della fermezza” non faceva scendere in piazza nessuno.
Era anche un mondo meno emotivo, la società dello spettacolo agli albori. Io a dire il vero ricordo invece un tg1 molto concitato, con Frajese che irrompe nello studio di Vespa. Invece nel film il Tg2 edizione straordinaria è di una freddezza spaventosa (ed è autentico). In quel mezzobusto compassato c’è tutta l’ipocrisia di chi sta già raccontando una leggenda postuma. Da morto, Aldo Moro divenne lo statista più amato degli italiani. Avrebbe evitato tangentopoli, avrebbe traghettato Berlinguer nella socialdemocrazia, avrebbe portato un soffio di vita a quelle mummie che guardano sfilare il feretro alla fine, e non ce n’è una che pianga: a quei tempi le lacrime in tv erano indecenti.
Oggi siamo molto cambiati, non per forza in peggio. La società dello spettacolo forse avrebbe salvato Aldo Moro. Avremmo perso il grande statista morto e ci saremmo tenuti il politico verboso.

8) Perciò, dopo un’attenta analisi dei pro, dei contro, delle attenuanti e delle aggravanti, la Corte Suprema del Tribunale Rivoluzionario del Buon Gusto, qui autoconvocatasi, dichiara che The Great Gig In The Sky è lievemente kitsch; associarla a filmati di esecuzioni capitali, poi, è kitschissimo (in effetti ho sempre immaginato che stessero sgozzando la corista). Siamo consapevoli di quanto influisca, nel nostro giudizio, l’immagine di David Gilmour panzone che affonda Venezia tra laser e fuochi d’artificio; però non si può far finta che gli anni Ottanta non ci siano stati, e di canzoni struggenti e un po’ meno famose ce n’erano tante.
Su Shine on you sospendiamo il giudizio.

9) Lunedì prossimo si pensava alla Maledizione dell’ultima luna.


Sul caso Moro il migliore link è sempore Moro punto doc
E questa è una biografia come dico io

Comments

Permalink
Anche i ricchi piangono
(e hanno tutta la nostra solidarietà)


Ma noi (e intendo proprio io e te), a che generazione apparteniamo?
È una storia vecchia. Direi che si tratta di una generazione di passaggio (come tutte), che fa discretamente fatica a crescere (come tutte), e che è composta più o meno da una quarantina di persone che mi conosco e mi stanno simpatiche, quasi tutte comprese tra Bologna e Reggio, con casuali propaggini in altre città della penisola.

Questa generazione avrà senz’altro le sue tradizioni e i suoi svaghi, molto interessanti da rievocare, mentre tutte le altre generazioni intorno sbadigliano. Qual era il nostro telefilm preferito? E il cartone animato? Cosa cantavamo intorno al fuoco sulla spiaggia? C’è un libro, una marca di scarpe, una droga, una lettera dell’alfabeto che ci possa identificare? Per me andrebbe bene anche Lambrusco Generation, ma tu sei astemia e fai le smorfie, come non detto.

E quando la nostra generazione va al cinema, cosa guarda? Per prima cosa guarda il prezzo del biglietto, e non è una battuta. Quest’estate la mia generazione era in vacanza in Spagna e passava più tempo a studiare i menu dei ristoranti che a mangiare. Potremmo chiamarla Nice Price Generation: ha studiato, sa cos’è buono e pretende di consumarlo, ma non sempre se lo può permettere. Cavalca con passione tutte le tendenze finto-povere, nella speranza di riuscire a passare l’inverno con la giacca dell’anno prima. Perché in effetti il sushi è buono, ma pensa che colpo se lo gnocco fritto andasse di moda. 

Perciò va al cinema i giorni dispari (prezzo tagliato), cercando di non farsi fregare. Diffida naturalmente dei kolossal, e non ha apprezzato molto la svolta splatter di Scorsese. L’appartamento spagnolo meglio di no, perché la nostra generazione non c’è andata, in Erasmus. Oh, ci sarebbe piaciuto. Ma costava un po’ e non abbiamo mai avuto il coraggio di chiederlo alla generazione dei nostri genitori.

Così andiamo a vedereil film di Muccino, un regista che nei suoi film “indaga sui rapporti tra le generazioni”. E che almeno è un ragazzo sveglio: infila nei suoi film il maggior numero di personaggi possibili, così è costretto a lavorare per sottrazione, a condensare una sequenza in una scena, un dialogo in un’occhiata: e intanto il pubblico resta sveglio, anche se i critici preferiscono ritmi più lenti. Molti entrano per vedere un ritratto destabilizzante della loro generazione, e anche noi, nel buio della sala, facciamo finta di destabilizzarci un po’. Anche se le generazioni di Muccino pagano d’affitto in un mese quello che noi guadagnamo in tre.  

Dunque più o meno andrà così: tra vent’anni avremo un bell’appartamento, nostro figlio ci fregherà il bancomat per comprare fumo da offrire a tutta la sua classe, nostra figlia sognerà di fare i calendari, noi continueremo ad alimentare i fuochi di paglia delle nostre velleità di ragazzini, quando volevamo scrivere un libro o fare gli attori. Ogni tanto andremo in crisi, ogni tanto faremo la pace. Andrà così?
Beh, magari.

Se tutti i problemi della mia vita dovessero consistere nel vivere in tre camere, cucina e soggiorno di un quartiere signorile, nel fare un lavoro noioso con un capo che posso permettermi di mandare affanculo, nel dover scegliere, a 45 anni, tra Laura Morante e Monica Bellucci… io ci farei la firma.

Ma temo che la mia vita non andrà così, perché sono precario, e ho sentito dire da fonte autorevole che la precarietà invecchierà con me. L’inflazione galoppa, i buoni del tesoro sono carta straccia, e mi pare che la guerra non stia aiutando le borse e i mercati. Anche se dicono che sarà una guerra breve (ma allora perché la chiamano “Infinita”?)

Per tutti questi motivi, temo che non riuscirò mai a permettermi quell’appartamento, e forse non avrò nemmeno le risorse per riuscire a mantenere un paio di figli stronzi. Credo che continuerò ad avere un lavoro difficile, e non finirò mai il mio romanzo, probabilmente non lo inizierò nemmeno. Credo che la mia compagna, anche volendo, non avrà il tempo di fare teatro, perché continuerà a lavorare più di otto ore al giorno. E se avremo amanti, saranno poveri cristi come noi, non registi di teatro, non Moniche Bellucci, e non avranno seconde case al mare in cui ospitarci. Insomma, in fin dei conti forse questi amanti non li avremo proprio, sotto un certo standard economico l’adulterio perde ogni romanticismo, diventa una povera, squallida cosa.

Di più: credo che se dopo vent’anni di società precaria esisterà ancora il bancomat, e io sarò stato così fortunato da conservare il mio, me lo terrò ben stretto, e se mio figlio lo userà per comprare un etto di fumo, prima lo romperò di botte, poi lo costringerò a rivendere quel fumo nella sua scuola per restituirmi il maltolto con gli interessi. Perché la precarietà rende tutti più nervosi e violenti, e la mia generazione non farà eccezione.

E credo che il giorno che mi capiterà un incidente, tipico deus ex machina delle moderne sceneggiature, forse dovrò indebitarmi per pagare l’operazione, forse non potrò permettermi una riabilitazione a regola d’arte. Insomma, forse alla fine resterò su una sedia a rotelle. E a quel punto tu dovrai volermi bene a tutti i costi, o assumere una badante più precaria di me, che mi spinga lungo il viale del tramonto aggirando le barriere architettoniche.

Insomma, credo che le cose non andranno così bene per noi due. Abbiamo contro tutte le statistiche del mondo, il buco dell’ozono, le micropolveri, le pensioni che paghiamo agli altri e che nessuno pagherà a noi. Meglio non pensare troppo al futuro. Meglio infilarci in un cinema, a guardare le case e le scenate di persone che anche se vanno in crisi stanno comunque meglio di noi. Così come una volta andava di moda la decadenza asburgica, destini infelici in un tripudio di stucchi e waltzer, così ora va in scena la decadenza della borghesia italiana. Ma il vero modello resta il Sudamerica: loro lo sanno da vent’anni, che gran consolazione sia per la povera gente sapere che Anche I Ricchi Piangono.

E noi piangiamo con loro, amore. È un momento difficile per incontrarsi, per volersi bene, per guardare avanti. Ma è il nostro momento. Tra un po’ scorreranno i titoli e si tratterà di uscire. Ma io non ho paura, almeno finché mi tieni la mano. E tu?
Comments