- il pezzo che lunedì non ti aspettavi

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(Il film non finisce così:

Nell'ultima scena il giudice sta per emettere la sentenza, quando la donna magistrato si volta verso il Caimano. Che la fissa, lo sguardo iniettato di sangue.
Ma la donna magistrato è Margherita Buy, che ha finalmente accettato la particina a cui teneva tanto l'ex marito! "Non mi chiamo Ilda", esclama, "il mio vero nome è Aittra…" E poi trafigge il Caimano con l'asta di una bandiera tricolore (oppure tutta rossa, non cambia niente); la polizia la bracca, lei fugge sui tetti, sparatoria, titoli di coda.
Io il film l'avrei finito così, prima di entrare in clandestinità).

Quello che segue è un pezzo sul Caimano. Già. Proprio così. Chi se l'aspettava.
Non avete ancora visto il film? Non importa, non svelerò niente di più di quello che avete già letto sui giornali (cioè, più o meno, tutto).

Il caimano – sbarazziamoci subito dell'argomento – non sposterà un solo voto da una parte o dall'altra. I film non spostano voti. Nel 2006, un film assolve alla sua missione se riesce a portare il grosso sedere dello spettatore occidentale su una poltrona diversa da quella di casa sua. Il cinema guarda a sinistra non per spirito di missione, ma di sopravvivenza, perché di solito questi spettatori strani che vanno a vedere i film su schermi grandi in sale buie sono più orientati a sinistra. Succede persino negli USA (a Hollywood è una gara a chi è il più liberal, ormai), figurati da noi.

Il caimano è un film irrisolto – dopodiché va bene lo stesso, i film non sono mica problemi, non è che un film risolto debba essere per forza più bello o interessante.
Il caimano, d'altro canto, era un film impossibile da fare. L'impossibilità era il risultato della somma di due difficoltà. La prima è Berlusconi. Non si tratta solo di una difficoltà di ordine pratico – realizzare un film polemico nei confronti dell'uomo più potente e ricco d'Italia. Ma di ordine estetico: a cosa sarebbe servita l'ennesima parodia di Berlusconi? E d'altro canto, si può mettere in scena Berlusconi senza trasformarlo in parodia? Lui stesso, nei filmati di repertorio, mostra quant'è difficile essere Berlusconi rimanendo seri. Berlusconi è la storia che si ripete in farsa, la barzelletta del nostro tempo: il ridicolo che lui stesso cerca di esorcizzare a suon di barzellette tristi.
Inoltre Berlusconi è il simbolo del berlusconismo: un fardello davvero troppo pesante per un uomo solo. La deriva morale, l'involuzione culturale, la corruzione al potere, si sono visti un po' dappertutto, nel mondo civilizzato. Ma soltanto in Italia questi fenomeni si sono presentati dietro alla faccia (tosta) di un solo individuo. Al punto che riassumere, in un'ora e mezza, quello che Berlusconi ci ha fatto era un'impresa impossibile, e forse nemmeno tanto utile. Perché, come dice il Moretti-personaggio, ormai chi voleva capire ha capito, e agli altri evidentemente sta tutto bene così.

La seconda difficoltà è la croce personale di Moretti: vale a dire il dover fare, ogni tanto, un film di Nanni Moretti. Un film che i giornalisti delle principali testate si precipiteranno a descrivere, dalla prima scena all'ultima, sui quotidiani del giorno dopo. Un film destinato a essere vagliato, sviscerato, da critici non solo cinematografici, alla ricerca di slogan e tormentoni in grado di riassumere lo spirito dei tempi eccetera. Un film persino più difficile del solito, perché stavolta Moretti doveva dare conto sia della sua stagione di effettivo impegno politico coi girotondi, sia del suo ritorno al privato nell'ultimo paio d'anni.
Ricapitolando, il film doveva:
– mettere in scena Berlusconi senza fargli il verso: niente battute tricologiche, niente imitazioni;
– pagare il tributo alle campagne giustizialiste dei girotondi: riassumere quindi per sommi capi il complesso intreccio di soldi sporchi, mazzette, collateralismo politico, ecc. ecc.
– allo stesso tempo illustrare il berlusconismo, un fenomeno che va ben oltre il malaffare: l'involuzione morale ed estetica di un intero Paese.
– essere un film di Nanni Moretti, vale a dire un film dove un borghese nevrotico lotta contro le avversità sempre nuove della vita, finché in un paio di scene cruciali non compie una scenata in pubblico o non si sfoga in casa rompendo qualche oggetto domestico.

Viste le premesse, c'è da essere contenti di come il regista sia riuscito a uscirne riducendo i danni; evitando di darci sia la parodia di Berlusconi che di sé stesso. Il suo eroe-tipo si è trasformato in un produttore di B-movies in crisi coniugale; un mascheramento parziale (un po' come quando Woody Allen in Hollywood Ending si traveste da regista di kolossal) che gli consente di esprimere anche la nostalgia per un tipo di cinema meno meditato, più viscerale, veramente autarchico. Il rischio di fare di Berlusconi una macchietta è evitato con un gioco di specchi: nel film ci sono 4 Berlusconi diversi; siamo tutti Berlusconi, come in Casino Royale eravamo tutti James Bond. Morale: Berlusconi forse perderà le elezioni e i processi, ma il berlusconismo ha vinto, ci ha penetrato, ha trasformato le nostre esistenze. E su questo siamo tutti d'accordo, non importa cosa voteremo il nove aprile. Tutto bene, poteva andare peggio. Ma anche meglio.

Il paragone con Il portaborse, ad esempio, è impietoso. I protagonisti erano più giovani, la trama più solida, le aspettative meno problematiche – forse Moretti dovrebbe recitare più spesso nei film degli altri.
Il caimano, alla fine, è un film che cerca di essere tante cose senza mai crederci davvero. Per prima cosa, non è un film girotondino, sulla misteriosa ascesa finanziaria di SB. Dovendo riassumerla per sommi capi, Moretti se la cava con una serie di flash-back immaginari che sono davvero capolavori di sintesi (un mezzo minuto di sederi di ballerine riassume tutta la degenerazione televisiva degli anni Ottanta), ma che rimangono comunque parecchio in superficie (certo, forse la cosa più bella del film è il flash della cassaforte: ma è uno spunto surreale che non viene più ripreso. Peccato: un Berlusconi surreale ci manca).

Non è neppure quel film epico – che forse aveva in mente Moretti – in cui un eroe ammalato di cinema trionfa sulle avversità della vita, e riesce a girare almeno una scena del suo capolavoro. In realtà non si capisce perché Silvio Orlando ci tenga tanto, a rovinarsi col Caimano. La sceneggiatura gli interessa relativamente, e non fa neanche in tempo a innamorarsi della regista. Forse vuole soltanto dimostrare ai figli che ha un lavoro importante, organizza i set e paga un sacco di gente.

Allora è un film socio-politico sul berlusconismo della vita quotidiana? Sul modo in cui Berlusconi ci ha reso tutti più meschini e gretti? È una chiave di lettura, ma non è che apra molte porte. In fin dei conti la trama 'privata' del film è la più banale del mondo (moglie vuole lasciare marito che non vuole), e non è che il berlusconismo c'entri molto, con la rovina finanziaria e famigliare dei personaggi. Non è a causa del Caimano che Margherita e Silvio Orlando si stanno lasciando (a proposito: perché si stanno lasciando?) E i figli – che per metà del film occupano la scena ballando e saltando – questi figli stanno crescendo nevrotici e iperattivi non a causa della tv berlusconiana, ma più semplicemente perché hanno due genitori separati e altrettanto nevrotici. È vero, Placido è un viscidone riuscitissimo, ma di qui a farne l'incarnazione del berlusconismo, ce ne passa. No. Il Berlusconismo senz'altro esiste, e ha ragione il personaggio-Moretti a dire che ha vinto: ma nel film è soltanto definito, evocato, non messo in scena. E dire che Moretti questo imbarbarimento lo ha descritto, stigmatizzato, esemplificato, per quasi vent'anni (senz'altro da Bianca a Caro Diario), con una cattiveria che è stata il suo marchio di fabbrica. Paradossalmente, proprio nel Caimano di tutta questa cattiveria non c'è quasi più traccia: Moretti non è mai stato tanto gentile coi suoi personaggi quanto col suo produttore frustrato, la sua regista lesbica, la moglie emancipata, i figli iperattivi. Non sono più macchiette: sono persone. E allo stesso tempo, non sono nemmeno personaggi. Non si capisce esattamente perché stiano assieme o perché divorzino.

Insomma, Moretti – che di solito non fa passi più lunghi delle sue gambe – si è lasciato convincere, per spirito di servizio, a un'impresa troppo ambiziosa: mostrare in un film solo il volto tronfio del potere e la miseria del privato. Mettere in un solo film Berlusconi e il borghese divorziato. Il punto in cui secondo me il Caimano fallisce è proprio nel dimostrare il ruolo di Berlusconi nel fallimento del borghese divorziato. Alla fine le due storie vanno avanti per compartimenti stagni. Si poteva fare diversamente? Io, per esempio, come avrei fatto? Non lo so. Probabilmente avrei saccheggiato Jonathan Coe, che con What a carve up! (La famiglia Winshaw, 1994), ci ha dato negli ultimi anni il migliore esempio di come pubblico e privato si possano intrecciare nella stessa narrazione. Invece di affaticarsi a ritrarre la Thatcher, Coe ha selezionato alcuni aspetti in cui il thatcherismo ha dato il peggio di sé: l'involuzione culturale, la privatizzazione della sanità, il cibo-spazzatura, l'intrattenimento-spazzatura, il giornalismo-spazzatura, il traffico d'armi. Questi sei aspetti si incarnano, nel romanzo, in sei personaggi: i membri della diabolica famiglia Winshaw. Coe non intendeva descriverli come figure a tutto tondo: gli è bastato tratteggiarli come villain dickensiani; quello che gli premeva è mostrare come le scelte prese da questi sei fantocci abbiano effetti indiretti, ma concreti e tragici, nella vita quotidiana dei personaggi del romanzo. C'è chi muore in un ospedale privatizzato, chi perde contatto con la realtà a causa del vhs.

E allora: io, dovendo ri-scrivere il Caimano, metterei in chiaro una cosa che Moretti non dice mai: quel cinema viscerale e strampalato che oggi non si fa più, non si fa più anche perché in ogni casa ci sono tre canali di Berlusconi – ed ecco che il protagonista avrebbe un vero motivo esistenziale per prendersela con lui. Farei dei suoi due figli due insopportabili berluschini, ipnotizzati dalla tv, pronti a pestare i piedi appena l'allenatore li tiene in panchina. Farei di sua moglie una quarantenne frustrata che cerca di aggrapparsi ai modelli femminili delle riviste patinate. E in mezzo a tutto questo metterei un po' di Caimano che prende decisioni, qui ci mettiamo un ripetitore, qui una televendita, qui una depenalizzazione, qui un attacco a due punte. Quelle piccole grandi decisioni che probabilmente ci hanno rovinato la vita. Io farei questo. Ma d'altronde, perché dovrei mai infilarmi in un guaio del genere? Insomma, onore al merito. Un film irrisolto è quasi sempre meglio di nessun film.

(Stanotte sognerò chele d'aragosta).
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