L'artigianissima indipendenza veneta

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Ritorno a Capannonia. 

Tutto può darsi. Compreso che un giorno risorga davvero una Serenissima Repubblica Veneta libera e indipendente, da Belluno a Dubrovnik (ma perché non Nicosia). Che nei futuri libri di Storia, nelle wikipedia future dettate nella nobile lingua di Goldoni e Zanzotto, i secoli oscuri tra Campoformio e la prossima secessione siano definiti come un insulso interregno, un periodo in cui i veneti furono soggiogati da francesi, austriaci e - somma ingiuria - italiani, persino italiani. Può darsi che un giorno lo stendardo di San Marco sventoli di nuovo sui municipi dalla Val Trompia alla Dalmazia, e che alla loro ombra si scoprano monumenti agli indipendentisti di Brescia Patria e Veneto Stato, che oggi ridicolizziamo e che quel giorno saranno onorati come patrioti ed eroi. Tutto può darsi, compreso che le cose vadano davvero così.

Consentitemi però di dubitarne.

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Se non altro perché - che io sappia - fin qui non è esistito un solo movimento rivoluzionario o indipendentista al mondo che abbia previsto come prima fase di lotta la trasformazione artigianale di un trattore in un carro armato. È ben strano, no? che un'idea tanto buona non sia venuta in mente per prima a Michael Collins, o Mao Tse-Tung, o Che Guevara. E non una volta sola, ma due volte in vent'anni, malgrado tutte le considerazioni di natura anche semplicemente tattico-logistica, determinate peraltro dall'esclusiva natura che fa della capitale dei veneti una città unica al mondo: una città dove sono bandite le automobili, figurarsi i cingolati. Capirei ancora un motoscafo; ma l'idea che tutto sia possibile, l'insurrezione di popolo e di piazza, purché si riesca a piazzare almeno un paio di cingoli in Piazza San Marco, è qualcosa che sfida la nostra capacità di restare seri.

Possibile che una nazione millenaria, che sfidò imperi cristiani e islamici e seppe tener loro testa per tutto il medioevo e l'età moderna, possibile che debba necessariamente risorgere in un capannone, fissando mitragliette a una ruspa. Questi artigiani che nelle loro officine truccano e saldano, come possono realmente pensarsi gli eredi di una nazione di mercanti cosmopoliti? Sembra quasi il contrario, una rivincita dell'entroterra operoso sulla laguna: Venezia come frontiera di qualcosa che resta saldamente ancorato a terra, alle province per secoli contadine e poi, per un tempo breve, troppo breve, motore ausiliario dell'Italia industriale. L'ultimo ad andare in rodaggio veramente - nel dopoguerra era ancora zona depressa - e di conseguenza il più deluso per la fine di un benessere che ha fiutato per poco, una generazione appena: e tirando un po' troppo su col naso, se mi è concesso.

Mi è concesso. Mi separano dal Veneto terragno settanta chilometri, un'inflessione più celtica, e nient'altro. La rabbia e la frustrazione che si vedono in giro sono le stesse, e fondate sulle stesse basi malferme: l'idea che ci sia stato tolto qualcosa che doveva essere nostro per diritto, benché lo avessimo appena afferrato. I cinesi non si dovevano permettere di uscire dal sottosviluppo e farci concorrenza abbattendo i costi della manodopera. I turchi non dovevano attentarsi a comprare a prezzi di rottami i telai industriali che smantellavamo. Noi eravamo i leader del settore, i più bravi, ce lo dicevano tutti, lo saremmo ancora, è colpa dell'euro. Della Cina. Del comunismo. Del partito democratico. Degli extracomunitari. Dei politici ladroni.

Il tanko nel '97: a chi appartiene?
Chi ha deciso di esporlo alle fiere?
Al bar con un po' d'impegno puoi riuscire a dar la colpa a tutti in una frase sola: sarà colpa dei comunisti del partito democratico in combutta coi cinesi e gli extracomunitari in genere che hanno governato per sessant'anni regalandoci l'euro. Chi dice queste cose non ha dedicato molti anni del proprio percorso all'istruzione, né era previsto che lo facesse: fino a qualche anno fa chi si laureava, in zona, guadagnava a trent'anni la metà di chi aveva iniziato a diciotto. Studiare era semplicemente la scelta sbagliata - e anche oggi, che una laurea fa comodo pure per il concorso alla nettezza urbana, non è che la cultura ti offra le soluzioni: ti fa solo vedere meglio i problemi. Se hai studiato economia sai che la piccola impresa è spacciata, con o senza euro: conviene scappare. Se hai studiato idraulica sai che il momento in cui i vasi comunicanti della forza lavoro mondiale ritroveranno un equilibrio è ancora lontano. Se ti sei laureato in filosofia puoi prenderla con filosofia. Chi ha iniziato a lavorare a sedici anni può trovarsi con le mani che lavorano da sole, in officine che lasciar vuote è un peccato; qualche pezzo di ricambio ormai era stato ordinato, e in breve il tanko è come se si costruisse da sé: sta al piccolo artigiano come il bozzo al baco di seta, una fiaba a Carlo Gozzi.

Ma metti la comodità,
vai all'estero e a sera sei a casa.
Nel frattempo il cervello si dà da fare per trovare una giustificazione, l'autonomismo, certo, l'indipendentismo, certo, certo, la Serenissima. Ma il Veneto dei dogi, la crudele multinazionale che si vendette persino i resti di mamma Bisanzio, e bombardò il Partenone; la Venezia che trionfò a Lepanto e resistette altri due secoli inventando il turismo di lusso, non c'entra davvero molto. La patria che hanno in mente gli hobbisti che saldano mitragliette ai motocingolati è l'eroica Capannonia, quel nano-paese tutto villaggi industriali, tutto fabbrichette, il residuo emotivo di un sogno durato una generazione e mezza: la Piccola Impresa. Si stava così bene quando abitavamo tutti sopra l'officina del papà. Tutti proprietari, tutti padroncini, tutti con una mercedes o una porsche in leasing, perché è finito tutto questo, perché? Maledetto euro.

Non è nemmeno una coincidenza che, con tante cause perse in cui buttar via i soldi, i parlamentari cinquestelle abbiano deciso di devolverli a un fondo per la Piccola-Media Impresa: un sogno così italiano, forse iscritto nel nostro destino territoriale: in fondo siamo davvero piccoli, e a parte qualche parentesi incresciosa non abbiamo mai molto sgomitato per conquistarci altro spazio vitale. Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Zone Industriali. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano.

Invece ripasso geografia, di solito a questo punto dell'anno siamo nei pressi del Canada e io richiamo l'attenzione su alcuni dati: è il secondo Paese del mondo per estensione, più grande degli USA, ma ha un decimo dei suoi abitanti. Un sacco di spazio, insomma. Certo non è coltivabile, per adesso; bisogna vedere come si scioglierà il permafrost. Nel frattempo si è aperto anche il passaggio a nordovest, pensate. Insomma è là in alto a sinistra sul planisfero, lo avete visto? Si parlano inglese e francese, un motivo in più per studiarle bene.
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Sotto il campanile c'è di più

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Siamo province. 

Quando sui giornali sarà finita l'ennesima ondata di pezzi di colore sui livornesi che sfottono i pisani, sui brianzoli che non si rassegnano all'essere milanesi, sul dolore di Chieti per l'annessione a Pescara, eccetera, sarebbe bello finalmente leggere qualcosa di sensato sulla più grande e drastica opera di ridefinizione delle entità amministrative locali dall'Unità a oggi. Sarebbe bello riuscire a parlarne seriamente, dell'accorpamento delle province; sarebbe giusto leggere sui quotidiani qualche riflessione sensata su cosa significa diminuire gli enti provinciali e aumentarne la grandezza (e quindi anche il potere contrattuale?) Invece di leggere del sindaco di Prato che riceve i giornalisti sul gabinetto, delle diffidenze tra padovani e trevigiani eccetera.

Una provincia non è un campanile. La nuova riforma non impedirà certo a modenesi e reggiani di prendersi in giro, così come massesi e carraresi fanno da un secolo anche se molti sono convinti che siano un solo capoluogo. Forse la provincia è l'esatto contrario del campanile: il luogo in cui le esigenze dei centri si armonizzavano con quelle del territorio circostante. Le province sono state, dall'Unità a oggi, le maglie di un tessuto complesso, avvinto a un territorio eterogeneo. Non a caso le loro competenze riguardano quasi esclusivamente la tutela delle terre e delle acque (e delle strade, non meno importanti). La retorica populista che in questi anni ci ha voluto convincere che le province "non servono a niente" nasconde il nostro progressivo scollamento da un territorio che non capiamo, attirati come siamo dai Centri. Non lo vediamo nemmeno più, il territorio, dai finestrini di treni sempre più veloci; salvo spaventarci e indignarci quando lo stesso territorio si ribella, e frana o smotta. In quei casi ci accorgiamo che avrebbe dovuto essere amministrato meglio - ma da chi? (continua sull'Unita.it - H1t#152).

Una provincia ben gestita è una provincia che ha una rete viaria efficiente; che conosce le necessità del suo territorio; sa dove rimboschire per evitare le frane a valle; sa dove intervenire per evitare le alluvioni; sa interpretare il pericolo sismico regolamentando l’edilizia di conseguenza. Tutto questo i comuni non lo possono fare: hanno un orizzonte più corto, ogni comunità vede solo il tratto di fiume che l’attraversa. Né possono farlo le regioni, enti troppo grandi, portati per forza di cose a privilegiare le esigenze dei centri più popolati (che portano più voti) e accantonare il resto. È ben triste che molti sedicenti federalisti italiani abbiano predicato, negli ultimi vent’anni, niente più che un accentramento a livello regionale, quasi un ritorno alle vecchie signorie e alle loro capitali, Torino Milano Venezia…
Che le province fossero troppe, che alcune fossero assolutamente inutili, è abbastanza indiscutibile. Un accorpamento era inevitabile, ma con che criteri? Che senso ha mettere assieme Lodi Cremona e Mantova, o Verona e Rovigo? Prendiamo quest’ultimo esempio. Unire a una grande provincia, come quella di Verona, un territorio molto diverso e assai meno popolato, come il Polesine, significa creare un ente geograficamente bizzarro come forse non si era mai visto, sulla carta d’Italia, dall’Unità in poi. Non è semplicemente la stranezza di una lingua di terra che va dal Lago di Garda al mare. La rappresentanza in consiglio non potrà che premiare i comuni della parte più popolosa; costoro, per quanto illuminati, se vogliono far fede agli impegni presi coi loro elettori (ed essere riconfermati) non potranno che anteporre gli interessi del territorio più abitato. È la democrazia, funziona così.
Ma non è detto che funzioni sempre bene. Ce ne accorgiamo quando un fiume straripa, e la cassa di espansione avrebbe dovuto essere costruita magari centinaia di chilometri più a monte. La regione avrebbe dovuto preoccuparsene, ma aveva altre priorità, legate a territori più popolati e più rappresentati in consiglio regionale. Non resterà che lamentarsi dell’emergenza che nessuno aveva previsto: e trovare da qualche parte i soldi per la ricostruzione. Se spenderemo più di quanto avevamo risparmiato accorpando una provincia, nessuno se ne accorgerà. Sono conti difficili, calcoli noiosi, non li farà nessuno.http://leonardo.blogspot.com
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Scopa ciula scopa

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La scopa di Damocle

A questo punto della settimana magari vi siete un po' rotti di ascoltare discorsi sui malvagi leader leghisti disonesti che hanno deluso i militanti innocenti, i fieri attivisti che ce l'hanno ancora duro e puro. Vi va di sentire un'altra campana, magari un po' stonata come certe squille lombarde dal battacchio fesso? Ecco, secondo me la questione morale leghista non esiste. Secondo me ai militanti leghisti non gliene è mai fregato niente che un Bossi o una Mauro o un eventuale Calderoli s'intascassero qualche rimborso o qualche mazzetta qua e là. Niente. Meno che zero. Io la penso così, anche perché l'alternativa è ritenerli tutti imbecilli, gli Elmi, dal primo all'ultimo: non dico che non ce ne siano in discreta percentuale, in fondo in molti distretti dell'Alta Italia è un prodotto tipico; ma tutti ciula, tutti mona, i leghisti, no.

Eppure è un po' quello che in questi giorni si lascia intendere: vuoi per semplificazione giornalistica, vuoi per razzismo, vuoi perché talvolta agli stessi leghisti conviene recitare la parte dei tramortiti (guarda per esempio Bossi che alibi perfetto si è trovato). E così è da due settimane che ci raccontiamo che all'improvviso si è scoperto che la Lega ruba, ooooh! Siamo nati ieri, ci siamo dimenticati della CrediEuroNord, dell'Enimont, di qualsiasi pendenza giudiziaria di Bossi & co. Siamo nel 1992, stiamo tutti risparmiando le monetine per poi tirarle a Bettino Craxi. E facciamo finta di non ricordare che anche con Craxi andò così: tutti sapevano, tutti lasciavano fare, finché ad un tratto tutti si stancarono, tutti cascarono dal pero. Ma Craxi non cadde perché rubava. Aveva rubato per tanti anni e la gente ci scherzava su: alcuni persino orgogliosi dello stile che ci metteva, del decisionismo sbarazzino con cui ci sifonava. Craxi cadde perché a un certo punto gli italiani si resero conto che come ladro aveva fatto il suo tempo, che non era più un fattore di rinnovamento; il muro di Berlino era caduto e si voleva provare l'alternanza tra ladri di schieramenti diversi; magari controllandosi a vicenda avrebbero rubato meno, chi lo sa! Proviamo! E Craxi non voleva, Craxi diceva agli italiani non votate il referendum, andate al mare, Craxi da ladro internazionale e innovativo era all'improvviso diventato un reazionario brigante borbonico, e a questo Ghino di Tacco retrivo gli italiani dissero no! Al mare vacci tu. E non tornare più. Certo, la magistratura diede una mano, ma a volte, senza offendere, la magistratura italiana assume le movenze di quel tipo di bestia che prima di attaccare controlla che la preda sia già moribonda. Con Craxi andò così. Con Forlani andò così. Con Berlusconi no, Berlusconi moribondo non lo è nemmeno adesso. Con Bossi e il cerchio magico, invece...

La notizia non è che siano ladri. O pensate che il leghista fino a due settimane fa considerasse Renzo Bossi un infaticabile lavoratore e un brillante studente, fiore della meritocrazia insubre? Il leghista non è un abitante della luna, il leghista in fin dei conti è un italiano. Un arci-italiano, che in quanto tale tende a fottere lo Stato nella misura delle sue possibilità: se ha una fabbrica evade, se ha un'attività non fattura, se non ha niente si arrangia a non pagare le multe, l'importante è fottere qualcosa alla collettività. Uno così fino a sei mesi fa secondo voi si poneva il problema della dichiarazione dei redditi della famiglia Bossi? Che i Bossi suggessero risorse dello Stato era quasi doveroso, un ossequio allo spirito antistatalista e anarcoide del movimento. E se il senatur cominciava a essere troppo suonato per fregare, che almeno fregasse il figlio! E la moglie! E la badante! Quello che è successo negli ultimi sei mesi non è un'improvvisa riscoperta dell'insussistente etica leghista. Semplicemente, dall'ultimo raduno di Pontida in poi, i militanti si sono resi conto che Bossi è alla frutta. Fisicamente, non moralmente. Le avvisaglie si erano avute con la surreale avventura dei ministeri a Monza - intendiamoci, all'inizio la storia poteva avere un senso: nel momento in cui si scopriva il bluff del federalismo fiscale, bisognava trovare un diversivo, alzare l'asticciola delle rivendicazioni localiste, e quindi perché non spostare qualche ministero. Il problema è che invece di trasformare la richiesta in un semplice slogan, magari da portare in campagna elettorale, i leghisti quelle sedi le hanno volute aprire davvero: si sono visti un bluff da soli, indizio lampante di scarsa lucidità. Poi Pontida, il leader che raglia cose incomprensibili, un supplizio. Infine, lo scorso inverno, la figuraccia con Maroni, prima dichiarato indesiderato e poi frettolosamente recuperato. A questo punto la base aveva tutti gli elementi per formulare un giudizio preciso: mancava una scusa per liquidare il cerchio magico, e questo tipo di scuse in Italia la magistratura te le trova sempre, con un tempismo che a volta fa paura. Perché alla fine rubano tutti: però, in un qualche modo, quelli che rubano di più o più sfacciatamente, e che finiscono nei guai, sono quasi sempre i politici decotti.

Viene il sospetto che questa assurda legge, i rimborsi elettorali forfettari a fondo perduto, ce la siamo scritta così proprio per questo. Così siamo sicuri che rubano tutti: così, quando ci stanchiamo di uno o di un altro, la scusa per liquidarlo la troviamo in mezza giornata. Di sicuro è uno che ruba: se non ruba lui, ruba la sua compagna; o il figlio, o il tesoriere, qualcuno nei pressi che ruba c'è sempre: come potrebbe essere altrimenti, abbiamo innaffiato soldi dappertutto. I nostri rappresentanti hanno carta bianca: se non vogliono rendicontare le spese, pazienza: in compenso sanno di avere tutti una spada di Damocle placcata 24k sulle loro teste. Appena ci annoiano, appena ci infastidiscono, appena ci convincono di non essere più interessanti nemmeno per un siparietto a Ballarò, zac, sei un ladro, fuori dai piedi. E per una mezza giornata ci sentiamo anche dei severi censori, con la nostra brava ramazza in mano. Mandrie di ciula, questo siamo. Leghisti o no - non è un prerequisito necessario, no.
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I Bossi e gli allori

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Sono i giorni della passione di Umberto Bossi: storia straziante, che nasce già intrecciata ad aneddoti leggendari. Si racconta per esempio che a far crollare il Capo non sia stata la confessione di questa o quella ruberia, ma la scoperta che il figlio non si stava laureando, come pure aveva solennemente promesso al patriarca. L'episodio sembra scritto da uno sceneggiatore geniale, che la politica italiana non si è mai meritata: se le cose fossero davvero andate così, Renzo Bossi avrebbe deluso Umberto Bossi proprio mostrando di essere degno figlio di suo padre, che i libretti universitari li truccava 40 anni fa, millantando coi famigliari lauree in medicina e inesistenti impieghi all'ospedale.

Bossi era quel personaggio lì, il boccalone pieno di inventiva che nei bar della Valpadana conosciamo bene; in seguito ha fondato una lega che è diventata un movimento che è diventata un partito che ha cambiato la Storia d'Italia e gli ha fruttato anche qualche soldino, ma non ha mai smesso di essere quello lì: uno che non ha bisogno di titoli per fiutare dove va il vento, uno che non lo freghi. E invece l'han fregato i figli, che Bossi in un qualche modo avrebbe voluto diversi da lui: lui ci ha provato a farli studiare, ma niente da fare. È il problema della seconda generazione, anche questo in Valpadana lo conosciamo bene: il padre ignorante ma di cervello fino fonda un'azienda, in questo caso un partito: i figli crescono svogliati, il padre li manda all'università e loro si comprano la laurea: se nostro padre non ne ha avuto bisogno per fare fortuna, perché dobbiamo perdere tempo noi? La crisi dell'imprenditoria italiana si può anche raccontare così: giovani virgulti che non hanno studiato ereditano aziende a conduzione famigliare che erano innovative e concorrenziali vent'anni prima. Non resta che piangere miseria, dare la colpa ai cinesi e abolire l'articolo Diciotto. Nel frattempo si vota Lega, il partito che non ti fa sentire ignorante. Ma forse c'è un equivoco. (Continua e si commenta sull'Unita.it, H1t#121)

Il nord operoso ha un problema con la scuola, e con l’università in particolare. Per molto tempo non ci ha creduto; tuttora in molti distretti industriali la scuola dell’obbligo viene scambiata per un comodo parcheggio sulla via del laboratorio dei genitori, e l’estensione dell’obbligo alla prima superiore per un’odiosa imposizione statale, paragonabile alla leva militare: che senso ha passare un altro inutile anno sui banchi quando chi si mette a lavorare a 16 anni a 20 guadagna già il doppio di un laureato? Chi la pensa così non ha tutti i torti, anche se spesso vota Lega.
Però Bossi non la pensava proprio così. Lui davvero ci teneva che Renzo e Riccardo studiassero. Anche a lui sarebbe piaciuto avere un titolo di studio serio, se è vero come si racconta in giro che organizzò ben tre feste di laurea (senza laurearsi mai). Tutta la sua parabola famigliare e familista mostra una vera ossessione ben poco settentrionale per il ‘pezzo di carta’: lo stesso Belsito, ex buttafuori e poi tesoriere che nelle intercettazioni parla di tre lauree pagate alla “famiglia”, aveva ritenuto necessario procurarsi una maturità privata (in un istituto di Frattamaggiore, provincia di Napoli!) e due lauree tra Londra e Malta. Tutto questo magari non ha nessun senso. Ma potrebbe anche dirci qualcosa sul gruppo dirigente della Lega, che anche se era votata da operai e piccoli imprenditori, non era stata fondata da un operaio, né da un piccolo imprenditore: bensì da un boccalone con un libretto finto e un diploma preso per corrispondenza, sposato in seconde nozze con una maestra elementare di origini siciliane. Uno che quando il Nord tirava davvero, e portava l’intera Italia fuori dalla povertà, stava al bar, suonava la chitarra, e in casa raccontava di avere un posto in ospedale. Di uno così, nordisti laboriosi, vi siete fidati per vent’anni, perché? Forse perché non avete studiato abbastanza. http://leonardo.blogspot.com
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E se fossimo nel 1714?

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Insomma, io avevo scritto un pezzo su un santo longobardo solo per il gioia di montarci un video dei Gufi, e salta fuori che non riesco più a caricare i video sul Post. Vabbe', lo carico qui.



Il Santo del giorno è San Baudolino che forse non è mai esistito e no, non se lo è inventato Umberto Eco falsificando tutte le cronache del tempo (anche se, ora che ci penso, beh, in effetti chi se non lui, cioè pensiamoci)

Ne approfitto per una segnalazione: domani sera (venerdì), alle 20 sono alla Notte dei Blogger di Sassuolo, c'è anche Riccardo Bagnato e si parlerà di blog e di iJobs. Accorrete sassolesi.


10 novembre – San Baudolino d'Alessandria

Baudolino è un altro di quei santi di cui conosciamo quasi soltanto la seconda vita, quella dopo la morte. È il patrono di Alessandria (non d'Egitto, in Piemonte), che però è stata fondata quattrocento anni dopo. L'ordine degli Umiliati (una specie di Soviet dei lavoratori medievali della lana) lo riconosce come uno dei suoi affiliati – ma anche gli Umiliati nacquero soltanto nel dodicesimo secolo, e avevano semplicemente ottenuto l'appalto della gestione della sua cappella ad Alessandria. Dopo di loro arrivarono i Domenicani, e anche loro magari si inventarono qualche su questo Santo di poche parole e, tutto sommato, pochi fatti. Cosa sappiamo veramente di lui?


Che è vissuto ai tempi dei longobardi, gente rude che parlava poco e scriveva anche meno. L'unica fonte “sicura”, per così dire, è Paolo Diacono, al secolo Paul Warnefried, illustre storico longobardo che visse ai tempi e alla corte di Carlo Magno, ed è ritenuto in generale abbastanza attendibile dagli studiosi... in mancanza di niente: vale a dire che è l'unica fonte di molti eventi della dominazione longobarda. Comunque. Diacono parla di un Baudolino che, benché risulti più o meno suo coetaneo, sembra già emergere dalle nebbie della storia remota (del resto a quel tempo si scriveva su pergamene già ingiallite, probabilmente bastava un decennio di distanza per sentirsi già antichi). Paolo lo riconosce capace di molti miracoli (multis miraculis refulsit) e profezie, ma quando si tratta di scendere nel dettaglio, ne racconta soltanto uno piuttosto deludente: quando il re Liutprando, che era nei pressi per una battuta di caccia, mandò a chiamarlo affinché miracolasse il figlio che si era preso una freccia, Baudolino rispose che non poteva farci nulla perché il ragazzo era già morto (quia puer ille defunctus est). E infatti nel frattempo il ragazzo era morto davvero... miracolo? Boh, sì, diciamo che è un miracolo. E se mi fosse concesso di parlare di identità regionali ai tempi dei longobardi, ecco, questo santo eremita che non promette niente, che i miracoli li farebbe anche, però bisognava avvertirlo per tempo, lo trovo molto piemontese, molto bogia-nen.

E questo è tutto sul Baudolino storico. Però forse è già troppo, nel senso che la storia potrebbe anche essere più breve di così: ovvero, Baudolino potrebbe anche non essere mai esistito. E Paolo Diacono? Potrebbe essersi inventato tutto, anzi, magari anche Paolo Diacono potrebbe essere un'invenzione, così come Carlo Magno e tante altre cose bizzarre e banali accadute tra il settimo e il decimo secolo. Questo almeno secondo una teoria messa a punto da due storici tedeschi, Niemitz e Illig, l'ipotesi del tempo fantasma – die Phantomzeit-Theorie, in tedesco suona molto più seria. Si tratta di una di quelle teorie che mettono in discussione la nostra cronologia: noi riteniamo di vivere più o meno 2011 anni dopo la nascita di Gesù di Nazareth, ma cosa ne sappiamo davvero? Per molti secoli nessuno ha tenuto seriamente il conto. E non è che il carbonio 14 o il conteggio degli anelli dei tronchi ci consentano misure veramente precise, insomma, potrebbero anche esserci anni o interi decenni di differenza. Ma la teoria di Illig e Niemitz è un filo più estrema: per loro, insomma, in realtà oggi sarebbe il 10 novembre del 1714 dopo Cristo. Dal momento che i nostri antenati a un certo punto si sarebbero inventati tre secoli (297 anni, per la precisione) di sana pianta.

Attenzione. La Phantomzeit-Theorie, per quanto clamorosa, non è una delle solite teorie strampalate che pasturano i gonzi su internet, come le scie chimiche o signoraggi. Illig e Niemitz qualche argomento interessante dalla loro parte lo hanno trovato. Per esempio, sappiamo che per rimediare a un difetto del calendario di Giulio Cesare (ogni anno guadagnava dieci minuti rispetto all'anno solare), Papa Gregorio XIII introdusse nel 1582 il suo calendario gregoriano. Per l'occasione, dovendo recuperare i minuti persi per milleseicento anni, si decise di tagliare in quell'anno dieci giorni. Ma Illig calcola che per rimettersi in linea con l'anno di introduzione del calendario giuliano ne sarebbero serviti tredici. È come se da qualche parte mancassero trecento anni, ma dove? L'Alto Medioevo sembra il periodo più facile da falsificare. Per decenni interi sembra che non succeda niente, le biografie di papi santi e imperatori sono piuttosto tirate via oppure ripetono gli stessi episodi con piccole variazioni. E va bene che l'Italia dopo le guerre e le epidemie del sesto secolo era diventata una foresta, ma perché a Costantinopoli, la metropoli dei tempi, non risultano monumenti eretti durante quei tre secoli? Va bene, questo si potrebbe anche dire di Roma dal 1942 a oggi, ma... Perché non ci sono documenti che attestano la vita delle comunità ebraiche nelle città europee in quei tre secoli? – Che ci fa su una moneta araba della dinastia Omayyade un imperatore persiano che avrebbe dovuto vivere un secolo prima? Che ci fanno degli archi romanici nella Cappella Palatina di Aquisgrana (Aachen), che dovrebbe risalire a due secoli prima? Sappiamo che Ottone III, restauratore del Sacro Romano Impero Germanico, nell'anno Mille in punto aprì la tomba e vi scoprì le spoglie ancora decentemente conservate di Carlo Magno. Però ci trovò anche della biancheria appartenuta a Gesù Cristo, di cui è lecito dubitare l'autenticità, quindi... se fosse stata tutta una messa in scena? In fondo tutto quello che sappiamo di Carlo Magno deriva da cronache facilmente falsificabili – e che monasteri e cancellerie del tempo taroccassero documenti è ben noto, si pensi soltanto alla donazione di Costantino. Il braccio destro di Ottone, poi, Gerard d'Aurillac (poi papa Silvestro II), era un personaggio particolare, appassionato di scienza e costruttore di automi, sospettato ovviamente di trescare col demonio – il sospettato numero uno di un eventuale complotto.

Rimane il movente. Ovvero, tutto sommato possiamo anche accettare che nell'Alto Medioevo monaci e cronisti si inventino secoli interi, ma perché avrebbero dovuto farlo? Forse perché a Ottone III (in Germania) o a Costantino VII (a Bisanzio) piaceva l'idea di regnare esattamente più o meno nel Mille dopo Cristo, cifra tonda. Illig e soci non hanno trovato di meglio. Resta inoltre da capire perché i cronisti musulmani avrebbero dovuto collaborare al complotto. Ma forse non c'è nessun complotto, forse semplicemente l'epoca di Ottone e Silvestro è quella in cui ci si pone per la prima volta il problema di contare gli anni a partire dalla nascita di Cristo. Prima di loro effettivamente nessuno aveva tenuto il conto, c'era un guazzabuglio di cronologie diverse e magari qualche cronista pragmatico può aver suggerito di tagliare la testa al toro: diciamo che siamo nell'anno Mille, ripartiamo da qui e amen. Ai cronisti, come Paolo Diacono, non sarebbe rimasto che rielaborare la cronologia locale, riempiendo i buchi con regni e santi immaginari. Messa in questi termini potrebbe avere un senso... ma allora Diacono avrebbe potuto immaginarsi qualcosa di più fiorito, che so, fanciulle rapite da draghi, santi che emergono illesi da pentole di olio bollente, insomma, le cose che scrivono gli agiografi quando si scatenano. Non è il suo caso: Diacono racconta miracoli e fatti di cronaca tutto sommato plausibili, e questo è uno degli indizi che in mancanza di altre fonti ce lo fanno ritenere abbastanza attendibile. Ma forse è soltanto il solito longobardo senza fantasia, a cui hanno regalato tre secoli di storia vuota da riempire di favole, e lui non ha trovato niente di meglio che qualche santo, qualche cavaliere, qualche fanciulla obbligata a bere dal cranio del padre, e tanta, tantissima nebbia.
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Mo an's'pol gnanc piò fér an gir, adésa?

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Oddio, mi piace pure il logo

Io Ferrero lo stimavo anche un po', quando faceva politica; poi è diventato il segretario del Partito della Rifondazione Comunista e l'ho perso di vista. Ecco, l'altro giorno ha scritto a Napolitano per denunciare l'incostituzionalità del Giro di Padania. Cioè, seriamente: nella Costituzione secondo Ferrero ci dev'essere un codicillo da qualche parte che proibisce alcune competizioni ciclistiche associate ad alcune espressioni geografiche. E' anche vero che è un periodaccio da un punto di vista mediatico: non sta succedendo niente, i mercati vanno bene, la gente è soddisfatta del governo, e così un segretario di Rifondazione per farsi un po' di visibilità è costretto a crearsi dei casi un po' così. D'altro canto dove la trovi, un'altra manifestazione sportiva che riesci a disturbare anche con squadracce, pardon, con collettivi di poche decine di persone? Basta che ti piazzi in mezzo a una strada e qualcuno prima o poi casca e si fa male! E in tv ci vai garantito! Ci va anche Renzo Bossi, contestualmente, a lamentarsi dei cattivoni, ma probabilmente è un effetto collaterale sopportabile, se sei il segretario del Partito della Rifondazione Comunista e vedi vulnus costituzionali nelle gare in bici.
Allora io ho scritto che il Giro di Padania non è affatto incostituzionale, che la Padania esiste e che disturbare i ciclisti mentre fanno il loro lavoro non è bello, e l'ho scritto sull'Unità (H1t#90). Si commenta di là.

Io - sia chiaro - i leghisti non li sopporto. Non li sopporto quando promettono mari e monti e federalismi, e non ottengono niente, e fanno finta di niente. Non li sopporto quando si inventano lì per lì obiettivi di scorta, contentini da mostrare agli elettori che evidentemente prendono per fessi: i ministeri a Monza, ma per favore. Non li sopporto se fanno i barricaderi, quando la verità è che non sono mai riusciti nemmeno a organizzare una marcia sul Po come si deve. Non li sopporto quando minacciano di tirar fuori i fucili: ma ce li mostrassero davvero 'sti fucili un giorno o l'altro, poi ridiamo. Non li sopporto quando cercano di cavalcare l'ondata antislamica facendo i cattolici, e dieci anni fa si sposavano col rito celtico. Non li sopporto quando promettono di risolvere il problema dei barconi prendendoli a cannonate, e questa promessa criminale è forse l'unica che hanno mantenuto. Non sopporto un ministro che lascia un paio di motovedette a pattugliare un braccio di mare che pullula di profughi: si chiama concorso in strage. Non li sopporto quando succhiano soldi dallo Stato per riempire edifici pubblici di Soli delle Alpi, o per piantare quei ridicoli cartelli coi nomi dei comuni in dialetto, e io pago. Non li sopporto per centinaia di altri motivi che in questo pezzo non ci stanno. 

Ma se decidono di organizzare una gara ciclistica, e se la pagano loro, con gli sponsor e tutto quanto, beh, io non capisco cosa ci sia da eccepire. Anzi. Se da qui in poi Renzo Bossi e famiglia si limitassero a organizzare soltanto gare ciclistiche, tornei di calcio tra nazioni inesistenti, paraolimpiadi, concorsi di bellezza, sabba nei boschi, io francamente sarei molto contento e sollevato, magari andrei anche a sentirmi qualche concerto di cornamuse al festival di cultura celtica. Purché non succhino altri soldi al pubblico erario, come quando presero i miei soldi per pagare i figuranti rumeni di quel Barbarossa che persino la Rai di Mazza ha pena a programmare. 

Siamo in un periodo difficile, e lo sappiamo. Crisi economica, governo delegittimato eccetera. In mezzo a tutto questo è successo che Ferrero, segretario di ciò che resta del Partito della Rifondazione Comunista, abbia sentito l'urgenza di denunciare a Napolitano l'incostituzionalità del Giro di Padania. Come se i padri costituzionali avessero perso tempo a inserire nella Carta una tabella con le manifestazioni sportive ammissibili e quelle che invece proprio no. Secondo Ferrero il Giro sarebbe incostituzionale perché costituirebbe un atto di propaganda politica, e nella Costituzione di Ferrero (che deve avere parecchie pagine in più della mia) fare propaganda politica organizzando una gara in bicicletta è pro-i-bi-to. Invece mandare i propri attivisti a disturbare le gare altrui è ok. 

Del resto è così facile. Il ciclismo è sempre stato lo sport con meno barriere tra concorrenti e pubblico. Bastano poche squadre di disturbatori per mandare all'ospedale un ciclista, o un tifoso o un carabiniere, e far parlare di sé i telegiornali. Minima spesa, massima resa. Certo, con la stessa logica bisognerebbe denunciare anche l'incostituzionalità del Giro delle Fiandre, o della Freccia Vallone, o del Giro dei Paesi Baschi, e chissà di quante altre competizioni associate a entità geografiche non nazionali. Tempo al tempo, per adesso è fondamentale che Ferrero possa ribadire che “la Padania non esiste”. Buffo, l'anno scorso in questi giorni lo diceva Gianfranco Fini. E nella sua bocca suonava lievemente autoritario, il classico tic dell'uomo d'ordine che nega l'evidenza quando non si adatta al suo sistema. È davvero triste che Ferrero ripeta la stessa cosa. 

Che senso ha dire che la Padania "non esiste"? Le nazioni sono concetti astratti, e qualsiasi concetto astratto esiste una volta nominato. Insomma è un incantesimo, la Padania: essa esiste un po' di più ogni volta che la si nomina, e non ha nessuna importanza che la frase sia negativa. Ogni volta che qualche leader afferma che “La Padania non esiste”, i suoi confini diventano più nitidi. Proprio perché è una parola potenzialmente pericolosa, bisogna guardarsi dal farne un tabù. L'ultima cosa da fare con le parole pericolose è proibirle. Occorre disinnescarle. La Padania esiste, è sempre esistita: è un comodo sinonimo del più tradizionale Val Padana. La usava Gianni Brera quarant'anni fa, senza nessuna velleità separatista; la usò nel 1975 Guido Fanti, presidente comunista della Regione Emilia-Romagna, per proporre un coordinamento tra le regioni intorno al Po. Hanno cominciato a usarla i leghisti, relativamente tardi, e probabilmente si deve a loro lo slittamento dell'accento (prima si pronunciava Padanìa, ma forse non era gradita la rima con Albanìa o Romanìa). 

La Padanìa è un'espressione geografica: è una valle sconsolatamente piatta, circondata da due catene montuose tra le più alte d'Europa. Se si eccettua la brevissima parentesi napoleonica, non è mai stata una nazione unitaria. È una delle macroregioni di cui è composta l'Italia: esiste tanto quanto il Mezzogiorno. Vi si può senz'altro disputare un giro in bicicletta, così come si corre ogni anno il giro di Lombardia o il Giro di Sicilia senza che la Corte Costituzionale abbia nulla da eccepire. Con buona pace di Ferrero e compagni, a cui in questi giorni argomenti più seri non dovrebbero mancare. Grazie comunque, perché spaccandogli il giochino (uno dei pochi innocui che avevano a portata di mano), mi avete ricordato un'altra cosa che non sopporto dei leghisti: il vittimismo. http://leonardo.blogspot.com
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- meglio un giorno da Leonessa (che 5 anni a Lecco)

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Essere pirla, oggi

Voi leggete il titolo, e subito pensate a lui. Ma vi sbagliate. Vi sbagliate pericolosamente. Come sapete, c’è una sentenza che vieta di dare del pirla all’ex ministro Castelli.

Quindi il pirla non è Castelli. E allora chi è? Ma. Facciamo che… sono io, ecco. Il pirla sono io.
E perché sarei un pirla?

Vediamo. Sono un pirla perché… nutro una spaventosa invidia per il sindaco di Brescia, proprio in questo momento. Sì. Appena tornato in Italia, nel bel mezzo di una emergenza criminalità, tra spari e sgozzamenti, io vorrei essere lui, anche solo per un istante.

Magari proprio quell’istante che il sindaco Corsini – il mio eroe – ha sprecato per dare una felice definizione di Castelli; che non sarà un pirla, no, ma è senza dubbio "un inetto rancoroso”, “uno spacciatore d'odio". C’è altro da aggiungere? No. C’è qualcosa da contestare? Direi di no.

Non c'è nemmeno niente da perfezionare. Corsini è stato breve e preciso. Lo stesso Castelli, del resto, stavolta si è ben guardato dal minacciare querele – anche perché il rischio di vedere certificata la propria inettitudine da un tribunale probabilmente c’è.

Ma poteva incassare in silenzio? Non sarebbe stato l’inetto rancoroso che è. No, doveva replicare – e dimostrare, a chi nutrisse ancora dei dubbi, l’inettitudine sua. Giudicate voi:
''Si domandi [Corsini] come è riuscito a trasformare Brescia nella capitale della violenza mentre a Lecco, dove da anni governa un sindaco della Lega, gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.
Io pensavo di aver sentito tutto, dai leghisti, e invece mi ero perso lo spot comparativo Brescia-Lecco. Ora:

mi rendo conto che non bisogna nutrire aspettative esagerate, nei confronti dei leghisti.
Non mi aspetto che un leghista lombardo sia ferrato in Storia dell’Arte o Epistemologia. Non pretendo che mi sappia dimostrare la Teoria della Relatività Ristretta o spiegare le regole del Cricket. Lo scibile umano è vastissimo, e il cervello di un leghista è… quello che è.

Quello che però mi sarei aspettato da un leghista lombardo, è qualche nozione elementare su com’è fatta la Lombardia.

In Lombardia, come tutti più o meno sapete, ci sono grandi città circondate da hinterland, e piccoli centri arroccati tra alpi e laghi. Brescia è la seconda città della regione. Dal 2004 a oggi ha probabilmente superato la soglia dei 200.000 abitanti: con i comuni limitrofi dell’hinterland raggiunge il mezzo milione. Per farla breve, se non è la quarta sarà la quinta grande città dell’Alta Italia – Emilia-Romagna inclusa. Il fatto che un delitto a Brescia faccia più scalpore di uno a Torino, a Genova o a Bologna, non dipende tanto dalla criminalità, quanto dalla nostra percezione.

Lecco è una graziosa cittadina, di recente elevata al rango di capoluogo di provincia, che si affaccia sul ramo del lago preferito da George Clooney. Non raggiunge i 50.000 abitanti. Però è tranquilla, eh! Castelli, ex ministro della Giustizia, ci dice che “gli omicidi negli ultimi cinque anni si contano sulle dita di una mano''.

Siccome io so che Castelli sa che le dita di una mano sono 5, devo concludere che negli ultimi anni a Lecco sono morti ammazzati da un minimo di due a un massimo di cinque persone. Il tutto grazie all’amministrazione leghista. Che dire, bravi. Magari quelli che c’erano prima riuscivano a farne ammazzare un po’ di più. Vabbè, certo, se qui passa un siciliano o un calabrese non capisce neanche l’ironia: tocca spiegare. Il punto è che due, tre, quattro o cinque omicidi in 5 anni, in una cittadina lombarda che non arriva a 50.000 abitanti, sono parecchi. Se poi i lecchesi non si sentono coinvolti dall’emergenza criminalità, tanto meglio per loro. In una piccola città americana, al terzo omicidio in cinque anni scatterebbe il coprifuoco.

Brescia è una grande città, dove si lavora molto (anche troppo) e si guadagna bene.
A Brescia i pancabbestia hanno il cane di razza.
A Brescia c’è lavoro, e dove c’è lavoro ci sono gli immigrati. A Brescia ce ne sono di più che in ogni altra città d’Italia.
Brescia non ha mai avuto – correggetemi se sbaglio – un sindaco leghista. Molta gente non lo sa, ma da quando esiste un centrodestra e un centrosinistra Brescia è sempre stata a centrosx.
A Brescia ci sono i soldi. Li senti, li vedi, li annusi. E non sono tutti puliti. È fatale che si sporchino, quando ne arrivano troppi in un posto solo.
Tutto questo ci porta all’emergenza criminalità, ma anche qui, bisogna intenderci. Chi ha deciso che certi crimini fanno tendenza e altri no?
Il mese scorso il gestore di un famoso bar di Brescia è stato accusato di aver stuprato una sedicenne in un casolare mentre altre due (sempre sedicenni) la tenevano ferma. Non so nemmeno se sia stato trovato colpevole, poi. Non ne ho più saputo niente. Perché non ne ha più parlato nessuno?

Perché nessuno ha organizzato un corteo spontaneo davanti ai bar di Brescia, accusando indistintamente tutti i baristi bresciani di p e d o f i l i a ?
Naturalmente i baristi bresciani non sono tutti p e d o f i l i. E non tutti i padri pachistani sgozzano le figlie. Ma certe generalizzazioni sono ammesse, altre no. Certe persone hanno il diritto di generalizzare, altre no.
Io, per esempio, non credo di aver diritto di dire che tutti gli elettori di Castelli sono dei pirla. Ops, ormai l’ho detto. Maledetto computer, dov’è il tasto canc?
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- Bullandia

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La terra dell'ignoranza

Il vero problema dell'Alta Italia è il fascismo, e il vero fascismo in Alta Italia non è quello di quattro sfigati in bomber. Prima dello squadrismo, molto prima, c'è la scuola dell'arroganza. L'Alta Italia ha inventato il fascismo, e continua a essere la maggiore produttrice di fascismo in Europa; tanto peggio se ormai l'articolo in Europa non se lo fila più nessuno: c'è sempre domanda interna, oh se ce n'è.

Ora vi state chiedendo: cos'è quest'Alta Italia? Di che fascismo sta parlando? Si è bevuto, infine, il cervello? L'Alta Italia, che alcuni chiamano padania, è la valle in cui il fascismo è stato inventato e vent'anni dopo debellato, casa per casa e cortile per cortile. Ma certe scritte nere si leggono ancora sotto gli intonaci.

Il fascismo. Mi piacerebbe ora prendervi per mano tutti e venticinque e portarvi in una secondary school di Spokane, Stato di Washington, USA, è lì che si è fermato il dito sul mappamondo. Quello che vi mostrerò non è il fascismo.

Entriamo in classe. Non serve bussare, non possono sentirci. E dunque. Ecco un ragazzino con gli occhiali spessi e l'apparecchio per i denti, che di nascosto dalla prof sta provando a fare un'equazione di secondo grado – quelle di primo ormai lo annoiano. I suoi sforzi sono disturbati dai proiettili di carta sputacchiata provenienti da cerbottane di terza fila: due bulletti di seconda categoria, uno dei due è ripetente. È uno stereotipo, mi rendo conto. Vi ho portato dall'altra parte del mondo per mostrarvi uno stereotipo.

Torniamo a noi. Entriamo in una qualunque media inferiore dell'Alta Italia. Ecco un altro ragazzino – questo ha l'asma e la scoliosi, e sotto il banco legge i Buddenbrook di nascosto. La cultura ha mille forme, il sapere è inesauribile. Ma i proiettili di carta sputacchiata sono gli stessi di Spokane; e anche i bulletti si assomigliano. Ora, una domanda: se lo stereotipo non cambia, se i bulletti arroganti ci sono dappertutto, perché la nostra scuola media inferiore produce fascismo, e quella di Spokane, Washington, no?

Per rispondervi ho bisogno della mia vecchia macchina del tempo. Ecco. Sono passati dieci anni, e il nerd di Spokane, Washington, ha trovato un lavoro in un'azienda di Seattle. Ingegnere informatico – come vedete non mi discosto dallo stereotipo. In cantina sta ancora lavorando a un'idea che potrebbe diventare un brevetto e sistemarlo per tutta la vita – nel frattempo è un membro stimato della società. A volte per scherzo porta i fuoristrada all'autolavaggio dove lavorano i due bulli ex compagni di classe, che guadagnano un sesto di quello che prende lui.

Il bello è che tutto questo è davvero uno stereotipo. Non fa notizia. Tutti sapevano che sarebbe andata così: lo sapeva il nerd (per questo era così paziente), lo sapevano i bulletti (per questo erano così rancorosi). Non è né giusto né sbagliato: è il mondo. Il bullismo scolastico è un modo per reagire a una società che ti sta per lasciare a terra. Non è fascismo, è disperazione. Al limite, il super-bullo prende l'intera scuola in ostaggio e fucila tutti quanti.

Ora torniamo in Alta Italia – ma attenzione, siamo ancora dieci anni in avanti. Il ragazzino che leggeva i Buddenbrook abita ancora coi suoi, e sta per addottorarsi con una tesi sulle opere giovanili di Th Mann scritta t u t t a in t e d e s c o! Per il resto, è un disadattato. Esce poco la sera, non ha niente da mettersi, e la macchina della mamma è un catorcio. A Tubinga, in Erasmus, conobbe una ragazza fiamminga, ma non poteva funzionare. Quando incontra i suoi ex bulli di classe, li saluta ancora con affetto e una sfumatura reverenziale: uno è vice-titolare della concessionaria del padre, l'altro dirige una catena di autolavaggio.

Credo di avere risposto alla domanda: cos'è il fascismo? Il fascismo è l'arroganza dell'ignoranza. I balilla contro i quattrocchi. Il bullismo che esce dalla scuola e diventa struttura sociale. L'ignoranza è premiata, accudita, festeggiata; la cultura per contro produce solo alienazione.

Continuare a studiare, in Alta Italia, significa autoemarginarsi. Non c'è nessun premio al termine del tuo percorso di studi: tutt'intorno l'ignoranza è al lavoro. Come facciamo a sorprenderci della crisi della piccola industria italiana, quando la maggior parte di queste piccole industrie sono state lasciate in mano a eredi incompetenti, senza laurea o con una laurea inutile? Gente che ha creduto in Tremonti, e magari in buona fede. Gente che non crede, e non crederà mai, in paroloni come "innovazione" o "cultura d'impresa", perché appunto sono solo paroloni, quando tutti sanno che la cultura non serve a niente, è roba da quattrocchi asmatici e invertebrati.

L'altra faccia della medaglia è il Liceo. E qui le responsabilità non sono tutte settentrionali. C'è molta Bassa Italia nell'invenzione gentiliana del Liceo – la scuola dei ricchi impostata sull'apprendimento di materie inutili, possibilmente lingue morte e strasepolte. C'è una diffidenza tutta borbonica verso la cultura del lavoro – il lavoro è roba da servi, i padroni nulla fanno, tutto il giorno. Ma in Bassa Italia chi studia è perlomeno rispettato. Il vero fascismo nasce quando il Liceo gentiliano mette le radici in Alta Italia. È a quel punto che la scuola per nobili diventa una scuola per alienati. I figli dei metalmeccanici che hanno imparato le declinazioni non vorranno più fare i metalmeccanici. Ma non riusciranno nemmeno a riconvertire le declinazioni in un gradino superiore del ciclo produttivo. Quello succede nel resto del mondo: in Alta Italia la laurea non l'appendi neanche al muro. Puoi bruciarla, o usarla come passaporto per l'estero.

Una terza strada c'è: puoi restare in Alta Italia, e fare l'insegnante. Passerai il tempo tra bulli e secchioni. Senza sapere da che parte stare, a questo punto.

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