Per difendere un'effige

Permalink
A questo punto si è ormai capito che per me, ex ragazzo triste, l'estate è una grande metafora della solitudine: tappato in casa o in giro per il mondo, io in estate devo forzatamente crogiolarmi in me stesso per estenuanti pomeriggi, ascoltando pezzi astrusi che mettano in fuga pure gli animali da cortile. Può darsi, anche se in realtà ero quasi sempre in campeggio a schitarrare. Comunque. Questa specifica varietà di solitudine è seriamente minacciata dall'ascesa di Youtube. Fate l'esperimento. Cercate quella canzone di cui avete pudore, perché siete convinti che ormai piaccia soltanto a voi. Quella che nessuno sembra ricordare. Su youtube molto spesso c'è. E sotto il video ci sono sempre almeno tre commenti. Di gente entusiasta.

E' una cosa commovente, la coda lunga che scodinzola. Non c'è un solo lurido accrocchio di note dissonanti che non abbia un suo estimatore, qualcuno che l'aveva cercato in lungo e in largo e piange di felicità per averlo finalmente trovato. E agli artisti si perdona tutto. Qui sotto c'è Rino Gaetano, (no, non è Sfiorivano le viole, fuochino) che uccide la sua stessa canzone con un playback criminale. Lo hanno abbandonato sul palcoscenico come un cane in autostrada; si protegge con un cappello e una coreografia stentata, e sembra aspettare che lo vengano a prendere, come gli strumenti che qualcuno ha lasciato lì sullo sfondo. Beh, nei commenti la gente applaude la sua pantomima, lo trova geniale 'come al solito', lo ringrazia per aver "rifiutato il playback". No, non è che lo rifiutasse. Non era capace (o aveva un ritardo in spia, possibile anche questo). Ma non importa, è da anni che sognavamo di vedere Rino che cantava le canzone. Finalmente l'abbiamo trovato. Non canta. Si muove a stento. Ma è Rino. Siamo un po' meno soli.

Comments (3)

- 2025

Permalink
Va bene: e adesso che ho ritrovato il blog, e l'ho pulito di vent'anni di incrostazioni di spam, che ci faccio?
Se fossi un po' saggio, lo chiudessi una volta per tutte. In fondo se sono riuscito a trovare il vecchio World Wide Web io, da solo, in questo sgabuzzino che è il mio ufficio, può riuscirci chiunq. Anche un informatore del Ministero. Proprio adesso che tutti i peccati a mio carico sono stati archiviati.

Certo che gli informatori del Ministero, per quello che li pagano, hanno senza dubbio di meglio da fare che usare le ore di luce elettrica per caricare un vecchio protocollo degli anni '00, e mettersi a cercare sovversivi di mezza età in mezzo alla spam. A rischio di venire tracciati a loro volta da un altro informatore. No, tutto sommato credo che scrivere qua sopra sia più sicuro che in un diario a casa mia, col caos che abbiamo in famiglia in questi giorni. Ci sono più probabilità che un informatore mi capiti in casa e mi peschi con un diario nel cassetto che qui, sul caro vecchio WWW.

Buffo, però, usare Internet per stare da soli.
Tutto il contrario di vent'anni fa.
O forse no.
Comments (14)

Permalink
Un'idea di amore.
Amore è anche una persona che parla la tua lingua, finalmente.

Karaoke esistenziale, ciak! 14

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Everywhere I go
no one understands me
They look at me when I talk to them
And they scratch their head
They go: "what's he trying to say?"

But you
you speak my language

All around the world
everywhere I go
No one understands me
no one knows
What I'm trying to say

Even in my home town
My friends make
me write it down
They look at me
when I talk to them
And they shrug their shoulders,
They go: "what's he talking about?"

But you
you speak my language

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

In qualsiasi posto
nessuno mi capisce
quando parlo mi guardano
e si grattano la testa:
"Ma cosa sta dicendo?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Giro per il mondo,
e ovunque me ne vada
nessuno mi capisce,
nessuno comprende
quello che cerco di dire.

Anche al mio paese,
i miei amici se lo fanno
mettere per iscritto.
Quando parlo mi guardano
e poi alzano le spalle
"Ma di cosa sta parlando?"

Ma tu,
tu parli la mia lingua

Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Kabrula kaysay Brula
Amal amala senda
Kumahn Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa
Brendhaa

Morphine, You speak my language,dall'album Good (1992)

In ricordo di Mark Sandman (1952-1999), che parlava la mia lingua.

E a proposito: vi amo.

Comments

Permalink
Quella che segue è la recensione di un libro, scritta per una rivista che tanto non comprerete. 
Il libro è piuttosto bello. 
La recensione non è un granché. (Era senz'altro meglio quella di Pincio, che il Manifesto pubblicò quest'estate: ma il Manifesto, si sa, non ha pietà per il suo archivio).

JONATHAN FRANZEN, Come stare soli, Einaudi, Torino, 2003 (How to be alone, 2002; traduzione di Silvia Pareschi).

Questo libro vuole essere, in parte, la testimonianza del passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato a un’accettazione – persino una celebrazione – dell’essere lettore e scrittore. Non che oggi manchino i motivi per essere arrabbiati e spaventati. (dall’Introduzione).

Da apocalittico a (parzialmente) integrato: è la traiettoria dell’intellettuale contemporaneo tracciata da Jonathan Franzen in questa sua scelta di saggi, comparsi su riviste tra il 1994 e il 2001 e raccolti in volume nel 2002. Una traiettoria che il lettore dei suoi romanzi troverà in qualche modo familiare: l’intellettuale Franzen la condivide con alcuni dei suoi personaggi romanzeschi più riusciti. In mezzo al guado, la palude della depressione, motivo esistenziale sul quale l’autore ritorna esplicitamente in più occasioni.

All’inizio degli anni Novanta Franzen sperimenta sulla sua pelle la crisi del progetto artistico su cui ha impostato la sua carriera sin dall’inizio (“Quando finii il college, nel 1981, non ero al corrente della morte del romanzo sociale”). I suoi primi due romanzi, pur riscotendo un discreto successo di critica e di pubblico, non suscitano nessuna reazione a parte “un’altra pagella di buoni voti da parte dei critici […] una discreta quantità di denaro; e il silenzio dell’irrilevanza”. Le statistiche sul calo dei lettori di narrativa, il trionfo della cultura dell’immagine, l’avvento dei profeti “cybervisionari” con le loro previsioni su un futuro interamente digitale: tutto sembra congiurare contro l’antica professione del romanziere. Più in profondità, l’opulenta società americana degli anni Novanta sembra non aspettarsi più nulla dalla narrativa e dall’arte.

Immaginiamo che l’esistenza umana sia definita da un Dolore. […] Se consideriamo la religione e l’arte come i metodi storicamente preferiti per venire a patti con questo Dolore, che ne è dell’arte quando i nostri sistemi tecnologici ed economici e persino le nostre religioni commercializzate sono ormai abbastanza sofisticati da collocare ognuno di noi al centro del proprio universo di scelte e gratificazioni?

La società non ha bisogno di letteratura, ma di narcotici: e ne produce in abbondanza, “sotto forma di Tv, cultura popolare e oggetti di ogni tipo”. Ciò che rende particolarmente efficace la descrizione dei “narcotici” è che l’autore non nasconde di averne fatto uso a più riprese, e di sentirne ancora il bisogno: è il caso, per esempio, della televisione. Come nella miglior tradizione apocalittica, l’apparecchio televisivo è considerato un oggetto diabolico, ma il rapporto che l’autore intrattiene col “vecchio aggeggio ingombrante” nascosto letteralmente nell’armadio, rasenta il grottesco.

Mi chiedo se possa esistere un’immagine più tetra della codipendenza delle centinaia di ore che ho passato con un pezzo di filo di rame tagliente stretto fra indice e pollice per migliorare la qualità dell’immagine del mio televisore.

Può darsi che le pagine apocalittiche di Franzen – quelle in cui l’autore indaga sulla sua depressione, e ne fornisce le coordinate storiche e sociali – siano le più intense: ma nei saggi in cui compaiono sono già rielaborate sotto un nuovo punto di vista. Esemplare sotto questo aspetto la sorte del saggio Perché scrivere romanzi, che ai tempi dalla sua apparizione su “Harper’s” nel 1996 col titolo Forse sognare era stato considerato (per un malinteso) un manifesto del romanzo sociale, da cui Franzen stava piuttosto prendendo congedo: rileggendolo sei anni dopo, l’autore si rende conto che

nei cinque anni trascorsi da quando avevo scritto il saggio, ero riuscito a dimenticare che a quell’epoca ero un individuo molto arrabbiato e con la testa piena di teorie. Il fatto che gli americani guardino tantissima Tv e leggano poco Henry James mi provocava un’angoscia apocalittica.

La “fuga di uno scrittore in crisi dalla prigione dei suoi pensieri rabbiosi” comincia con una scoperta fondamentale: la solitudine. Contattato da una studiosa di scienze sociali che sta conducendo una rigorosa ricerca scientifica sul “pubblico della narrativa seria in America”, l’autore scopre di appartenere sin dall’infanzia a una tipologia di lettore ben definita: l’isolato sociale, che sin dall’infanzia vive la sua esperienza di lettura come dialogo con un “essenziale mondo immaginario”. Questo mondo essenziale non è un rifugio, tutt’altro: nella opere narrative questi lettori riconoscono una sensazione d’imprevedibilità che è un tratto distintivo della loro esistenza (si tratta spesso di migranti, o persone che vivono comunque una realtà molto diversa da quella dei genitori). La buona narrativa descrive i conflitti rifuggendo le facili soluzioni, e tornando sempre sui “problemi fondamentali”.

In fondo, è sempre il vecchio tema del dialogo coi classici: ma Frenzen lo vive come una scoperta liberatoria.

Come potevo non sentirmi estraniato? Io ero un lettore. La mia essenza mi aspettava da sempre, e adesso mi dava il benvenuto. D’improvviso mi accorsi di quanto fossi ansioso di costruire e abitare un mondo immaginario.

Solo ora, deponendo parzialmente le ambizioni del suo progetto di romanzo sociale, Franzen può riscoprire il piacere di leggere e di scrivere dei personaggi e dei luoghi che ama. Il suo terzo romanzo, arenatosi da tempo sotto il peso “del mio presunto dovere nei confronti di una chimerica cultura di massa”, si rimette in moto: si tratta naturalmente di The Corrections, che uscirà nel 2001 (Le correzioni, Einaudi, 2002).

Che cos’è esattamente la solitudine di Franzen? Non sembra avere molto a che vedere con torri d’avorio o ritorni al privato. L’intellettuale non rinuncia a indagare la società in cui vive e a pronunciare sentenze anche molto critiche. Non rinuncia nemmeno, se invitato, a comparire in un talk show televisivo (perlomeno ci prova, com’è testimoniato dal bel  racconto autobiografico Ci vediamo a St Louis, dove una troupe televisiva costringe l’autore a tornare nei luoghi dei suoi lutti familiari). Ma la scoperta di appartenere a una comunità extratemporale di lettori e scrittori lo riconcilia coi suoi contemporanei. Non è più costretto a fare concorrenza (una ben misera concorrenza) alla cultura di massa: in fondo l’elitarismo della letteratura è sempre esistito, anche se “si era fugacemente eclissato nel periodo d’oro del romanzo”.

 Così il “sublime sdegno” dei tempi di Forse sognare lascia il posto a un tono più bonario nei confronti di una realtà nella quale l’intellettuale progressivamente accetta di vivere, rinunciando a molti eccessi ideologici. Molti saggi raccolti nel volume testimoniano questo mutato atteggiamento. Raccontando la malattia del padre, in quella che è quasi un’appendice alle pagine più autobiografiche delle Correzioni, Franzen ammette di aver rifiutato dapprima l’idea dell’Alzheimer (“mi sembrava un altro aspetto della medicalizzazione dell’esperienza umana”) nel tentativo di salvare un’individualità annullata dalla casistica medica

…mi dispiace vedere il significato personale staccarsi da certi errori di mio padre, come confondere la moglie con la suocera, una cosa che allora mi parve bizzarra e misteriosa e dalla quale racimolai ogni sorta di nuove e importanti intuizioni sul matrimonio dei miei genitori. A quanto pare, il mio senso della personalità individuale era illusorio.

Se nel suo ultimo romanzo Franzen aveva descritto impietosamente l’involuzione liberista della società attraverso lo smantellamento di una compagnia ferroviaria privata, in Lettere smarrite l’argomento è capovolto: si tratta di dar conto del crollo sistemico di una grande azienda pubblica, il servizio postale di Chicago, travolto dalla burocrazia, dalla corruzione e dall’ipocrisia del politically correct. Perfino il vero nemico numero uno della società americana, il “Grande Tabacco”, è affrontato da Franzen con insospettabile tolleranza in Setacciare le ceneri: fumatore pentito ma non redento, Franzen si scopre in un qualche modo solidale con le aziende fornitrici di sigarette, capri espiatori del risentimento popolare, e comunque colpevoli di aver “venduto l’anima ai consulenti legali” (il saggio documenta come la strategia suicida di negare la nocività del fumo fosse una scelta portata fino in fondo dagli avvocati dei produttori). In Unità di controllo Franzen documenta in presa diretta i paradossi di uno dei più fiorenti business americani: l’amministrazione carceraria. Da una parte del muro, i giovani “neri e latini” obbligati a svolgere “per un dollaro l’ora o anche meno, i lavori umili che da liberi si rifiutavano di svolgere per il minimo salariale”; dall’altra parte, gli abitanti della cittadina che ha deciso di ospitare un carcere di massimo rigore, illusi e poi frustrati da una struttura che promette sicurezza ma non dà occupazione.

 In altri saggi il nucleo tematico della solitudine diventa riflessione sul concetto (problematico) di privacy: ma anche in questo caso, e in un momento in cui le libertà personali sembrano messe a dura prova dalla pervasività della tecnologia, Franzen spiazza il lettore invertendo i termini della questione: non è la privacy che manca agli statunitensi, anzi: nell’era dei forum elettronici e dell’esplosione dei quartieri residenziali la verità è che “siamo sommersi dalla privacy”. Quello che invece va scomparendo è uno spazio pubblico, “dove ogni cittadino è il benvenuto e dove la sfera puramente privata è esclusa o limitata”. Perciò, paradossalmente, il caso Clinton-Lewinsky, esploso nell’“ultimo grande, poderoso bastione della vita pubblica americana” è l’unica, e definitiva violazione della privacy, mentre l’espansione suburbana ha causato la fine delle “buone maniere”, dei “comportamenti adulti che si imparano meglio in luoghi pubblici come i marciapiedi”. Ma nonostante le spinte centrifughe, la grande città polifunzionale resiste, e rimane il luogo ideale dove imparare a stare soli. È qui che lo scrittore-lettore Franzen decide di restare. A costo di ridursi a razzolare nei rifiuti, come al termine di uno dei pezzi più autobiografici e divertenti, Materiale di recupero. Qui l’arte della riparazione dei vecchi utensili (una macchina da scrivere, una poltrona, un vecchio computer) diventa, più che  una sfida al “tecnoconsumismo”, ma una vera e propria metafora della pratica letteraria.

L’obsolescenza è il prodotto principale della nostra passione nazionale per la tecnologia, e io sono ormai convinto che l’obsolescenza non sia un male ma una meraviglia: non la perdizione, ma la salvezza. Più il progresso tecnologico diventa precipitoso, più cresce il volume dei detriti obsoleti. E i detriti non sono soltanto materiali. Sono anche una religione arrabbiata, la rinascita di ideologie controculturali, i nuovi disoccupati, gli eterni disadattati. Tutto ciò garantisce che gli scrittori non saranno mai soli. L’ineluttabile obsolescenza è il nostro patrimonio.

(La versione on line di Forse sognare l'ho trovata grazie a FaM).
Comments

Permalink
Anche tu in Arcadia!

Io ho avuto un’infanzia abbastanza felice, e amici ne avevo e ci giocavo volentieri: però a volte preferivo starmene per i fatti miei. Ne stavo parlando proprio oggi, giù in bar, con Jonathan Franzen.

“Le persone non amano ammettere”, diceva, “di essere stati degli isolati sociali da bambini. Allora accade che quel senso di diversità venga trasportato in un mondo immaginario. Il quale, però, non può essere condiviso con quelli che ti stanno intorno – perché è immaginario. E così il dialogo più importante della tua vita si svolge con gli autori dei libri che leggi. Anche se non sono presenti, essi diventano la tua comunità”.

“Beh, beh”, ho fatto io, “adesso non esageriamo”.

“Ma il fatto di essere un bambino “socialmente isolato” non condanna autonomamente a diventare un adulto imbranato alle feste e con l’alito cattivo. In effetti, può rendere ipersocievoli. Solo che a un certo punto si comincia ad avvertire un tormentoso, quasi contrito bisogno di ritirarsi in disparte a leggere – di ricongiungersi a quella comunità”.

“Ah sì?”

“Tu sei un individuo socialmente isolato che vuole disperatamente comunicare con un essenziale mondo immaginario”.

Questo mi ha fatto venire un’idea.
“Senti, mi è venuta un’idea. Perché non andiamo a trovare Francesco, che sta qui nei pressi?”

Toc, toc
“È permesso?”
“Comites latentes
quos michi de cuntis simul omnia secula terris
transmittunt, lingua, ingenio belloque togaque
illustres; nec difficiles, quibus angulus unus
edibus inmodicis satis est, qui nulla recusent
imperia assidueque adsint et tedia numquam
ulla ferant, abeant iussi redeantque vocati”.

“Magari torniamo in un giorno che lavori in volgare, eh?”

Tutto sommato una buona giornata.

Testi di: Jonathatn Franzen, Come stare soli, Einaudi 2003, pagg. 77, 78; Francesco Petrarca, Epystole, I, 6; non è spocchia, è che proprio non ho il tempo fisico per tradurre. Un’altra volta.
Comments

Permalink
You don't have to put on the red light

Non tutta la telefonia mobile viene per nuocere, comunque.
Prendi l'auricolare. Io non ce l'ho, e non lo desidero, ma sono contento che ci sia gente che lo usi, nelle strade e negli abitacoli. Non solo perché ha meno scuse per metterti sotto agli incroci, ma per tutta una serie di ricadute positive sui nostri codici di comportamento.

Infatti, io ricordo molto bene come fino a pochi anni fa la gente che camminava parlando da sola non fosse vista di buon occhio. Parlare senza un interlocutore è tuttora considerata una cosa molto sconveniente, ai limiti dell'insania mentale, e dire che pochi vizi sono così innocui e poco dannosi per il prossimo. (Non è già più fastidioso il voler trovare a tutti i costi ascoltatori per le cose che diciamo?)
Oggi, però, se calcando un marciapiede t'imbatti in un signore in giacca e cravatta che chiacchiera nervoso con sé stesso, non pensi più a chiamare l'ambulanza, perché dai per scontato che stia discutendo di cose molto importanti via satellite.
Ed è solo l'inizio. Pensatori ad alta voce, ancora un po' di pazienza, ma se l'economia si rimette a girare in primavera potrete uscire allo scoperto e raccontare le vostre cose agli alberi in fiore, senza che nessuno ci faccia più caso.

Quanto a me, non posso che essere grato agli auricolari, per la gioia che mi dà cantare in macchina a ogni ora del giorno, con la pioggia e col bel tempo, e soprattutto in coda ai semafori. E ci do dentro, sapete, piango, rido, tiro tutti i muscoli della faccia, e se per radio ci sono i Police, io non mi tiro indietro.

Roooooox-èn,
non dovevi aspettare la red light
se ti sbrigavi era yellow
non dovevi aspettare la red light


Sicuramente fino a qualche tempo fa gli automobilisti intorno a me ci facevano caso, ma ormai quei tempi tristi sono finiti. Oggi se qualcuno mi nota pensa senz'altro che è tutto ok, sto solo litigando con qualcuno, qualcuno che si fa mettere sotto al telefono, e quindi non sono un matto, bensì uno che nella vita si fa rispettare.
E questo è un gran regalo che mi ha fatto la telefonia mobile. Gratis. Grazie.
Comments (1)

Permalink
Diman tristezza e noia / Recheran l'ore, ed al travaglio usato / Ciascun in suo pensier farà ritorno...

Sorpresa nel dì di festa
A casa mia le feste sono tristi. Di solito resto solo a domandarmi perché. Potevo farmi un giro al mare, ai monti, a Roma, a Vienna. D'altro canto non è saggio partire nei giorni di transumanza turistica, né è prudente uscire col brutto tempo (puntuale a ogni fine settimana). Infine, mi secca partire da solo.
E allora, un pranzo dai genitori! Ci si strafoca, si sprofonda sul divano… c'è un gran premio, si aspetta la partenzzz… Con un po' di allenamento, ci si riesce a svegliare con un soprassalto nei pit-stop. Poi ci saranno i risultati, i gol, intanto il lunedì si approssima, (e con lui il travaglio usato), un mese passa dopo l'altro, tra dieci anni ne avrò quasi quaranta… Chi verrà a reclamare le domeniche che ho perso?
Meglio forse stare in casa, pulire il bagno, dare lo straccio. Sistemare appunti e incartamenti. La settimana ripartirà col piede giusto
Così era il lunedì dell'angelo, in cui Gesù risorto fa una sorpresa alle pie donne. La radio mi confortava con notizie di lunghe code autostradali, sotto pioggia battente, magari anche neve. Non aspettavo nessuno, nessuno mi aspettava, quindi cosa ci facevo qui? Era davvero il mio posto? Come c'ero arrivato? Dove mi ero sbagliato? E tutto questo tipo di discorsi, grattandomi sul divano. La casa, la tavola imbandita di qualche sera prima, urlava puliscimi maiale, ma perché? Per chi? Stavo comunque pensando di andare almeno a dar la caccia alle formiche che fanno sortite da certi loro rifugi dietro le piastrelle della cucina, quand'è suonato il campanello. Pareva fosse Glauco. E vabè.
Invece era Elisa che tornava dall'Angola dopo dieci mesi senza aver detto niente a nessuno, che saliva dalle scale come niente fosse, con due borse e una specie di scudo di paglia: "Ciao, come va?"
Alle sorprese ognuno reagisce come può. Le pie donne ammutoliscono e s'inginocchiano. Io ho pensato alla tavola imbandita, alle piccole operaie che dilagavano sotto il nostro cesto della spazzatura, e mentre lei già dentro esclamava "che bella questa casa!", ho fatto la scena della casalinga del missionario "ma potevi dirmi qualcosa, no? Davo l'aspirapolvere".
Le sorprese sono piacevoli, per chi le riceve, e piacevolissime per chi le fa. Dunque c'era chi da giorni si aspettava d'incontrarmi, questo lunedì. Va bene, bastava dirmelo. Mi sarei messo il cuore in pace (e la casa in ordine). Fuori pioveva, veniva il sole, non si riusciva a capire. Ma ormai la festa era riuscita.
Comments